Italia e il mondo

I robot umanoidi: la prossima rivoluzione tecnologica?_di Guillaume Moukala Same

I robot umanoidi: la prossima rivoluzione tecnologica?

A lungo confinati alla fantascienza, i robot umanoidi stanno suscitando da alcuni anni un forte rinnovato interesse. Dopo decenni di ricerca e sviluppo, i primi modelli destinati all’uso commerciale stanno iniziando ad arrivare sul mercato. In teoria, i robot umanoidi potrebbero rivoluzionare completamente l’economia, fornendo una forza lavoro quasi illimitata a un costo nettamente inferiore a quello della manodopera umana e combinando in un unico corpo l’intelligenza delle menti più brillanti e la destrezza dei migliori artigiani. In pratica, i modelli attuali sono ancora lontani dal sostituire perfettamente il lavoro umano.

Dal punto di vista fisico, riprodurre la destrezza umana rimane una sfida ardua e, dal punto di vista cognitivo, le intelligenze artificiali sono ancora prive di buon senso. È quindi possibile immaginare diversi scenari a seconda degli sviluppi tecnologici ed economici: da robot limitati ad alcune nicchie industriali, senza alcun impatto macroeconomico, a robot onnipresenti nell’economia, che preannunciano un’era di prosperità senza precedenti. La portata e i tempi di questa trasformazione rimangono in gran parte indeterminati.

Guillaume Moukala Same,

Consulente economico presso Asterès

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Punti chiave

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A lungo confinati alla fantascienza, i robot umanoidi stanno entrando in una fase industriale caratterizzata da un’accelerazione degli investimenti, dalla proliferazione dei prototipi e dalle prime commercializzazioni. I produttori promettono di rivoluzionare l’economia mondiale fornendo una forza lavoro pressoché illimitata, versatile e poco costosa.

L’obiettivo di questo studio è valutare la rilevanza tecnologica ed economica dei robot umanoidi di nuova generazione e individuare le condizioni per la loro diffusione. Lo studio si articola in tre fasi: un quadro teorico per comprendere il ruolo degli umanoidi in un’economia automatizzata, un’analisi della situazione attuale del mercato mondiale e del grado di maturità tecnico-economica dei prototipi, e un’analisi prospettica articolata in sei scenari.

Teoria: la versatilità come principale valore aggiunto

La robotica umanoide si distingue dalle altre forme di robotica per la combinazione senza precedenti di un’elevata autonomia e di una versatilità quasi umana. Mentre i robot tradizionali sono progettati per superare l’uomo in compiti specifici, gli umanoidi mirano a sostituirlo in tutte le sue attività manuali. Rispetto agli esseri umani, gli umanoidi presentano quattro potenziali vantaggi: una produzione industrializzabile e senza limiti demografici, un costo potenzialmente competitivo, una capacità di lavorare in modo continuo e in ambienti ostili, e un aumento istantaneo delle competenze tramite aggiornamenti software. I robot umanoidi potrebbero quindi consentire di superare i limiti dell’automazione, in particolare nelle attività ad alta intensità manuale come la produzione, la logistica, l’edilizia, l’assistenza e la manutenzione.

Panoramica della situazione: una dinamica senza precedenti, ma una maturità tecnologica limitata

Il mercato degli umanoidi sta registrando una crescita senza precedenti dall’inizio degli anni 2020. Le domande di brevetto che menzionano il termine “umanoide” sono aumentate del 71% all’anno dal 2017, gli investimenti in capitale di rischio nel mondo occidentale sono passati da poche centinaia di milioni di euro a oltre sei miliardi in quattro anni e il numero di prototipi registrati è passato da poche unità nel 2020 a un centinaio nel 2026. I produttori sono principalmente americani (33% del campione studiato), cinesi (28%) ed europei (22%), con alcuni campioni come Neura Robotics in Germania o Engineered Arts nel Regno Unito. La maggior parte dei modelli rimane tuttavia in fase di dimostrazione, mentre solo alcuni (Digit, G1, NEO) sono disponibili in commercio. La destrezza fine e la comprensione contestuale rimangono ostacoli all’adozione: le dimostrazioni pubbliche si basano spesso su un controllo remoto discreto o su un addestramento intensivo su scenari specifici.

Sostenibilità economica: prototipi già competitivi nel settore industriale

Il costo orario stimato varia notevolmente: da 207 € all’ora a meno di 1 € all’ora, a seconda del costo di acquisto, della durata di vita e del tasso di utilizzo del robot. Nei settori a flusso continuo (industria, logistica, sanità ospedaliera), dove il tasso di utilizzo può essere massimizzato, il costo orario degli umanoidi è già inferiore a quello della manodopera francese, anche con un costo di acquisto elevato (285.000 €) e una vita utile breve (3 anni). Gli umanoidi diventano redditizi in tutti i settori a partire da un costo di acquisto di 150.000 € e una durata di vita di 6 anni — due ipotesi che sembrano ragionevoli per un mercato ormai maturo.

Prospettive: sei scenari in base al costo e alla capacità tecnologica

Lo studio descrive sei scenari prospettici basati su due fattori:
il livello tecnologico dei robot umanoidi (limitato o generale) e il loro costo unitario (basso, medio, elevato):

– Applicazioni di nicchia: i robot non sono abbastanza versatili per uscire da un contesto prestabilito e il loro costo rimane superiore a quello della manodopera locale;

– Lusso high-tech: il loro costo rimane piuttosto elevato, ma la loro versatilità li rende utili in numerose attività, in particolare quelle domestiche;

– Scalabilità: i robot sono più accessibili e consentono di automatizzare la produzione standardizzata che non è stata delocalizzata;

– Diffusione capillare: i robot, ormai più accessibili, stanno trovando impiego anche nel settore dei servizi e nei cantieri;

– Reindustrializzazione: i robot costano quasi nulla e consentono di riportare in patria la produzione standardizzata;

– Società post-lavoro: quasi gratuiti e precisi quanto un essere umano, gli umanoidi automatizzano le mansioni fisiche che rimangono dopo l’automazione delle mansioni intellettuali da parte dell’intelligenza artificiale generale.

Sfida strategica: un appuntamento che l’Europa non può perdere

Sebbene sia ancora in una fase pre-commerciale e soggetta a enormi ostacoli tecnici, la robotica umanoide potrebbe diventare il catalizzatore di una nuova rivoluzione industriale, paragonabile a quella della macchina a vapore o dell’informatica. Il prossimo decennio assomiglierà probabilmente più a un ciclo di disillusione che a una rivoluzione, proprio come è successo con le auto a guida autonoma. Ma nulla indica che gli ostacoli attuali siano insormontabili, e il cambiamento, quando avverrà, ricompenserà chi avrà scommesso presto su questa tecnologia. Per l’Europa, la posta in gioco va oltre quella di un semplice ritardo tecnologico: chi controlla gli umanoidi controlla la capacità stessa di produrre. Investire senza indugio in R&S, garantire i mattoni critici della catena del valore e anticipare il quadro sociale e fiscale di un’economia basata sul capitale produttivo incarnato costituiscono il biglietto d’ingresso per il ciclo che conterà davvero.

Dietro il vetro smerigliato della porta si staglia la sagoma del robot umanoide F.03 di Figure AI.

Nome in codice: Bear Cave.

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Introduzione

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Note

1. 

«Elon Musk presenta Optimus, l’ambizioso robot umanoide di Tesla», Le Figaro, 1° ottobre 2022 [online].

+

2. 

Peter H. Diamandis (a cura di), 2025-2035 Metatrend Report: The Rise of Humanoid Robots, Abundance360 / PHD Ventures, 2025 [online].

+

3. 

Li Xin, «Humanoid Hype: un importante investitore in capitale di rischio lancia l’allarme sul boom dei robot in Cina», Sixth Tone, 7 aprile 2025 [online].

+

«Tra cinque anni tutti i prezzi scenderanno a zero virgola uno. Cari amici, tra cinque anni nuoteremo nell’oro e non so in cos’altro ancora», annunciava Jacob Berman, personaggio dell’opera teatrale di fantascienza R.U.R., scritta da Karel Čapek nel 1920. Quest’opera, in cui compariva per la prima volta il termine «robot», racconta l’ascesa e la caduta della compagnia Rossum’s Universal Robots, che progetta e produce automi fisicamente e cognitivamente indistinguibili dagli esseri umani, destinati a svolgere i lavori pesanti al loro posto, prefigurando un’era di abbondanza generalizzata.

Rimasto a lungo nell’ambito della fantascienza, questo scenario viene, cento anni dopo, riportato alla ribalta da imprenditori del settore tecnologico americano, cinese ed europeo. I «R.U.R.» di oggi si chiamano «Tesla», «Figure AI», «Unitree» o ancora «1X», solo per citarne alcuni. Queste aziende fanno proprie le stesse promesse utopiche formulate dal personaggio immaginario di Čapek. Elon Musk descrive senza mezzi termini «un futuro di abbondanza […] dove non c’è più povertà1», Brett Adcock, fondatore di Figure AI, intravede all’orizzonte un mondo in cui i robot hanno abolito il lavoro indesiderato e dove «i prezzi tendono a zero», mentre Jensen Huang, CEO di Nvidia, prevede che entro cento anni «i robot umanoidi saranno diffusi quanto le automobili oggi2».

Ma qual è la realtà dei fatti? Al di là delle fantasie alimentate dalla fantascienza, la rilevanza economica dei robot umanoidi non è affatto scontata. Finora, l’automazione delle attività fisiche si è basata su robot progettati non per imitare l’essere umano, ma per superarlo in compiti specifici, con prestazioni inaccessibili alla morfologia umana. Allora, perché cercare oggi di riprodurre quel corpo umano che la robotica ha storicamente cercato di superare, o addirittura di rendere obsoleto? Inoltre, la progettazione di robot in grado di imitare sia le capacità fisiche che cognitive degli esseri umani costituisce una sfida tecnologica e industriale di estrema complessità. Al di là degli annunci sensazionali e delle operazioni di marketing, a che punto sono realmente la tecnologia e il suo potenziale di diffusione commerciale? Come ha osservato l’investitore cinese Zhu Xiaohu, «ogni robot umanoide è in grado di fare un salto mortale, ma dov’è la commercializzazione?3». Infine, al di là dei robot domestici, che non farebbero altro che creare un mercato del comfort liberando dalle faccende domestiche, gli umanoidi possono davvero rivoluzionare l’industria e i servizi?

L’obiettivo di questo studio è fornire alcune prime risposte a tali domande. La prima parte delinea un quadro teorico per comprendere il ruolo dei robot umanoidi in un’economia automatizzata. La seconda parte offre una prima panoramica del mercato, analizzando le dinamiche del settore, la tipologia dei produttori – con particolare attenzione al ruolo degli attori europei – e la maturità tecnico-economica degli umanoidi di nuova generazione. Infine, la terza e ultima parte conclude con sei scenari prospettici sull’impatto macroeconomico dei robot umanoidi, in base alle evoluzioni tecniche ed economiche.

IPartita

Teoria: robot versatili per superare i limiti dell’automazione

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1

Tipologia: collocare gli umanoidi nello spettro della robotica

Note

4. 

Karel Čapek et al., R.U.R.: Rossum’s Universal Robots. Dramma corale in un prologo e tre atti, collana Minos, Parigi, La Différence, 2011.

+

5. 

N. G. Hockstein, C. G. Gourin, R. A. Faust e D. J. Terris, «Una storia dei robot: dalla fantascienza alla robotica chirurgica», Journal of Robotic Surgery, vol. 1, n. 2, marzo 2007, pp. 113-118 [online].

+

6. 

Idem.

Il concetto di «robot», reso popolare dalla fantascienza, si è notevolmente evoluto rispetto alle sue origini letterarie. Lungi dal limitarsi agli umanoidi immaginati da Karel Čapek, il termine comprende oggi una vasta gamma di macchine, dal braccio robotico industriale ai veicoli autonomi. Questa sezione esplora le diverse sfaccettature della robotica basandosi su due criteri fondamentali, l’autonomia e la versatilità, al fine di comprendere meglio dove si collocano i robot umanoidi in questo panorama tecnologico in continua evoluzione.

Le origini dei «robot»: dalla fantascienza all’economia reale

Il termine «robot», o «robota» in ceco, è un neologismo apparso per la prima volta nel 1920 nell’opera teatrale R.U.R di Karel Čapek, che significa «lavoro pesante» o «schiavo»4. Nell’opera di Čapek, i robot sono macchine umanoidi dotate di intelligenza razionale: umani nell’aspetto, ma solo nell’aspetto, poiché qualità umane come l’empatia sono percepite come ostacoli all’efficienza.

Il termine verrà poi reso popolare da Isaac Asimov nella sua raccolta di racconti pubblicata tra il 1938 e il 19425, dove compaiono per la prima volta le tre leggi della robotica: Asimov dimostra che queste tre leggi, apparentemente infallibili, possono essere aggirate o vanificate. Da quel momento in poi, la robotica umanoide diventerà un tema ricorrente nella fantascienza, con figure amiche dell’uomo, come Rosie in I Jetson o C-3PO in Star Wars, o nemiche dell’uomo come Terminator, personaggio eponimo del famoso film.

I robot umanoidi sono rimasti a lungo un tema di fantascienza. Il primo robot industriale della storia, Unimate, introdotto dalla General Motors nel 19616, non aveva affatto un aspetto umano, ma si presentava piuttosto sotto forma di un braccio meccanico destinato a svolgere compiti semplici e ripetitivi sulle linee di produzione. Mentre in origine un «robot» indicava, nella letteratura fantascientifica, una macchina dall’aspetto umano, il termine si è evoluto fino a comprendere realtà molto più varie.

Autonomia e versatilità: verso una tipologia dei robot

A partire dall’Unimate, è stata sviluppata una grande varietà di robot, con aspetti e funzioni molto diversi tra loro, al punto che darne una definizione univoca rappresenta una vera sfida. Non è questo l’obiettivo del presente documento. Il quadro analitico preferito è quello di una matrice che si articola attorno a due caratteristiche fondamentali di un robot: l’autonomia e la versatilità. Questa tipologia risulterà poi essenziale per collocare i robot umanoidi nell’ampio spettro della robotica.

Il primo presupposto di questo quadro concettuale è che un robot si caratterizza per un grado più o meno elevato di autonomia. L’autonomia è la capacità di una macchina di agire senza l’intervento umano. L’autonomia non è un concetto binario e può essere rappresentata su un asse continuo, con come grado zero la teleoperazione pura, in cui l’uomo comanda a distanza ogni movimento, e come grado più elevato l’autonomia generale, in cui il robot definisce e gerarchizza i propri obiettivi. I diversi gradi di autonomia possono quindi essere posizionati su una scala da 0 a 5, in base alla quantità di responsabilità effettivamente trasferite alla macchina. Questa scala è presentata nella tabella sottostante. In generale, più si sale nei livelli di autonomia, più il software del robot è avanzato, fino a raggiungere l’intelligenza artificiale generale.

Scala di autonomia dei robot

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Il secondo presupposto di questo quadro concettuale è che un robot si caratterizza anche per la sua maggiore o minore versatilità – o, per dirla in altro modo, per il suo grado di specializzazione. La versatilità è la capacità di un robot di svolgere compiti diversi. La versatilità è, come l’autonomia, una questione di grado e può essere rappresentata su un asse continuo che va dal compito singolo alla competenza illimitata (ancora molto teorica). È anche possibile rappresentare la versatilità su una scala da 0 a 5, come mostra la tabella seguente.

Scala di versatilità dei robot

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Humanoïdes: un connubio unico di autonomia e versatilità

Ogni robot può quindi essere posizionato su una matrice con coordinate costituite dall’autonomia (asse delle ascisse = x) e dalla versatilità (asse delle ordinate = y), come illustrato di seguito. Il primo robot industriale della storia, ad esempio l’Unimate, era programmato (x = 2) per svolgere un unico compito (y = 0). I robot chirurgici sono comandati da un chirurgo e dispongono di una microautonomia filtrando i tremori, limitando le forze, impedendo le collisioni (x = 1) e, se non ripetono lo stesso movimento in serie, la gamma di compiti possibili rimane molto limitata (y = 1). Le auto a guida autonoma, invece, dispongono di una maggiore autonomia in quanto prendono decisioni in un ambiente incerto (x = 4), ma la loro funzione si riduce alla guida (y = 1).

Robonaut 2, il primo robot umanoide testato sulla Stazione Spaziale Internazionale, era in grado di svolgere più attività di manutenzione in sequenza (x = 2), ma era guidato da un essere umano, mentre gli algoritmi servivano solo a stabilizzare l’andatura (y = 1). I robot umanoidi di nuova generazione promettono almeno lo stesso livello di versatilità (y = 3), con un’autonomia simile a quella di un essere umano (x = 4). In teoria, i robot umanoidi rappresentano quindi ad oggi la forma robotica che offre contemporaneamente i più alti livelli di autonomia e versatilità. Si tratta di una svolta qualitativa rispetto alle precedenti ondate di automazione: mentre finora le macchine si sono limitate ad automatizzare compiti isolati, la robotica umanoide mira ad automatizzare il lavoro umano nel suo complesso.

In futuro, nuovi tipi di robot potrebbero consentire di spingersi ancora oltre. Nel medio termine, si può immaginare un’intelligenza artificiale generale (IAG) dotata della stessa autonomia di un essere umano (x = 5), incarnata in un corpo meccanico potenziato (y = 4), che sarebbe ad esempio in grado di volare. A lungo termine, lo stadio finale della robotica è il «nanomorfo», un robot composto da nanomacchine intelligenti (x = 5) in grado di assumere qualsiasi forma per adattarsi al proprio ambiente e ai propri obiettivi (y = 5). Una tale prospettiva appartiene ancora al regno della fantascienza.

Esempi di robot e la loro posizione nella matrice autonomia-versatilità

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2

Vantaggi rispetto ai robot tradizionali: la versatilità come principale valore aggiunto

Note

7. 

Colin McGinn, Prehension: The Hand and the Emergence of Humanity, Cambridge (MA), The MIT Press, 2015, p. 3.

+

L’utilità economica dei robot umanoidi non è necessariamente evidente o intuitiva. La loro progettazione complessa, costosa e delicata può sembrare superflua rispetto a macchine specializzate, più semplici e spesso più efficienti. Questo è il motivo per cui, fino a poco tempo fa, l’automazione si basava interamente su macchine dalle forme varie, ma non umane. Dalla matrice presentata sopra risulta evidente che gli umanoidi si distinguono da tutti gli altri tipi di robot per la loro versatilità: finora sono state inventate solo macchine specializzate in un ambito piuttosto ristretto e in grado di svolgere un numero limitato di compiti. L’argomento sviluppato in questa sottosezione è semplice: imitando le capacità fisiche e cognitive degli esseri umani, gli umanoidi, in grado di svolgere una grande varietà di compiti, con un’adattabilità simile a quella degli esseri umani, al fianco degli esseri umani, spingono i limiti dell’automazione.

Le origini della versatilità: perché riprodurre il corpo umano

Alla domanda sull’interesse dei robot umanoidi rispetto a quelli specializzati si potrebbe rispondere in modo semplice e diretto: se la forma umana non offrisse alcuna prospettiva di vantaggi, le aziende non investirebbero massicciamente nello sviluppo, nonostante questi robot non siano ancora in grado di svolgere la maggior parte delle mansioni umane. Detto questo, è possibile andare oltre chiedendosi su cosa si basi questo vantaggio competitivo. E anche in questo caso, la risposta sta in una sola parola: versatilità. Riprodurre il livello di versatilità degli esseri umani costituisce oggi una delle principali sfide per l’industria.

Alla domanda sull’utilità dei robot umanoidi rispetto a quelli specializzati, la risposta è evidente: gli esseri umani continuano a essere impiegati in massa nell’economia, a dimostrazione del fatto che mantengono un indubbio vantaggio competitivo. Questo vantaggio si basa soprattutto sulla versatilità, ed è proprio questa versatilità che l’industria robotica cerca oggi di riprodurre.

Per un robot, raggiungere il livello 3 di versatilità significa essere in grado di svolgere un’ampia gamma di compiti in contesti diversi sulla Terra, senza richiedere modifiche significative alla configurazione. Due caratteristiche risultano indispensabili per raggiungere questo elevato grado di versatilità: la mobilità e la destrezza avanzata.

La mobilità è la capacità di spostarsi da un punto A a un punto B nello spazio. La mobilità, proprio come l’autonomia e la versatilità, è una questione di grado. Alcuni robot sono fissati al suolo (come gli attuali robot chirurgici), altri possono muoversi solo in un ambiente omogeneo (come Agri-bot, che opera esclusivamente nei campi), altri possono spostarsi praticamente ovunque all’interno di un unico ambiente fisico (come un drone), mentre i più mobili possono muoversi in diversi ambienti fisici, se non addirittura in tutti. Il corpo umano è una «macchina» particolarmente mobile, in grado di spostarsi praticamente ovunque sulla Terra e, in misura minore, nell’acqua. Questa mobilità deriva sia da un corpo particolarmente adatto al suo ambiente, frutto di milioni di anni di evoluzione, sia da un ambiente particolarmente adatto al suo corpo, poiché l’uomo ha modellato il proprio ambiente a sua immagine.

La destrezza è l’altro pilastro fondamentale della versatilità del corpo umano. Ben oltre la semplice capacità di afferrare un oggetto (la «presa»), la destrezza è la capacità di eseguire manipolazioni precise e complesse ed è essenziale per l’interazione tra l’uomo e il suo ambiente. Come ha sottolineato Darwin in The Descent of Man, «l’uomo non avrebbe potuto raggiungere la sua attuale posizione dominante nel mondo senza l’uso delle sue mani, che sono così mirabilmente adatte ad agire obbedendo alla sua volontà7». Questo è proprio il limite dell’intelligenza artificiale, le cui azioni rimangono per ora limitate al mondo virtuale. In definitiva, la robotica umanoide consiste nel permettere all’IA di agire sul mondo dotandola di un corpo.

Il vantaggio economico della versatilità: un compromesso tra prestazioni e flessibilità

La versatilità offre evidenti vantaggi nel mercato del lavoro. Una risorsa versatile è una risorsa che può essere assegnata a una vasta gamma di compiti, a seconda delle esigenze del momento, offrendo una certa flessibilità. Si tratta di una qualità particolarmente ricercata in ambienti dinamici, dove le priorità possono cambiare rapidamente e, in generale, quando il volume di un compito non è sufficiente per assegnarlo a una persona a tempo pieno. Ma la versatilità ha anche un costo: proprio come i generalisti che hanno una comprensione globale di vari settori piuttosto che una competenza approfondita in uno solo, un robot umanoide potrà svolgere una maggiore varietà di compiti, ma rimarrà senza dubbio meno efficiente di un robot specializzato nell’esecuzione di determinati compiti specifici.

Esiste quindi un compromesso tra prestazioni e versatilità, e i robot umanoidi si imporranno solo nei casi in cui i vantaggi della flessibilità supereranno i costi. Nel settore dei trasporti, ad esempio, è altamente probabile che i veicoli autonomi saranno più sicuri dei veicoli tradizionali guidati da robot. In altri ambiti, la risposta non è così ovvia a prima vista. È necessario un robot specializzato per ogni attività domestica (cucinare, passare l’aspirapolvere, falciare il prato, ecc.), oppure un robot umanoide in grado di adattarsi alla diversità e all’imprevedibilità di un ambiente domestico? Allo stesso modo, i pacchi devono essere consegnati da robot umanoidi bipedi, o è meglio affidare questo compito a droni o a robot specializzati progettati specificamente per le consegne? Il mercato avrà senza dubbio bisogno di tempo per prendere queste decisioni. La risposta a queste domande non è immutabile nel tempo: nuove innovazioni potrebbero rendere gli umanoidi obsoleti per determinati compiti o, al contrario, renderli più efficienti nell’eseguire nuovi compiti.

3

Rilevanza per l’uomo: superare i limiti biologici ed etici

Note

8. 

Istituto nazionale di statistica e studi economici (Insee), «Costo orario del lavoro per settore. Dati annuali dal 2008 al 2024», [online]. Poiché i dati dettagliati per settore non sono disponibili per il 2024, è stato ipotizzato lo stesso scostamento rispetto alla media registrato nel 2020.

+

9. 

Direzione Generale del Tesoro, «Scambi bilaterali tra Francia e Cina, 22 marzo 2023» [online]; Direzione generale delle dogane e delle imposte indirette, «Risultati del commercio estero della Francia per l’anno 2023», 7 febbraio 2024 [online].

+

10. 

Patrick Artus, «Perché l’industria europea sta andando così male?», Ossiam, 20 febbraio 2025 [online].

+

11. 

Javier Bilbao-Ubillos, Vicente Camino-Beldarrain, Gurutze Intxaurburu-Clemente ed Eva Velasco-Balmaseda, «Industria 4.0, servitizzazione e reshoring: Una revisione sistematica della letteratura”, European Research on Management and Business Economics, vol. 30, n. 1, 2024 [online].

+

12. 

William J. Baumol e William G. Bowen, «Sulle arti dello spettacolo: l’anatomia dei loro problemi economici», The American Economic Review, vol. 55, n. 1/2, 1965, pp. 495-502.

+

Una volta dimostrato il vantaggio degli umanoidi rispetto ai robot tradizionali, resta ora da dimostrare il vantaggio degli umanoidi rispetto agli esseri umani. Sono stati individuati quattro potenziali vantaggi: la possibilità di una produzione rapida e illimitata, un costo orario potenzialmente molto basso, prestazioni complessive migliori e l’insensibilità all’ambiente circostante. Non è necessario che tutti questi vantaggi siano presenti affinché i robot trovino il loro posto sul mercato, ma più sono presenti, più il lavoro umano diventa obsoleto nei mestieri manuali.

Industrializzazione: verso una forza lavoro illimitata?

Esistono solo due modi per produrre sempre più velocemente: migliorare i metodi di produzione (crescita intensiva) o aumentare la quantità dei fattori di produzione (crescita estensiva). A parità di competenze, ciò che può essere realizzato in 10 anni con 1000 persone, può essere realizzato in 5 anni con 2000 persone. La disponibilità di manodopera costituisce quindi un fattore limitante della produzione, e ci saranno sempre più progetti potenziali che manodopera disponibile per portarli a termine – l’unico modo è distribuirli nel tempo.

Se fosse possibile produrre manodopera qualificata allo stesso modo in cui ogni anno nel mondo vengono prodotte decine di milioni di automobili, questa potrebbe, ad esempio, essere impiegata nella costruzione di centrali nucleari, turbine eoliche e pannelli fotovoltaici, accelerando così la transizione energetica. È proprio questo che promettono i robot umanoidi: produrre manodopera su richiesta, in quantità limitate solo dalla disponibilità delle materie prime, e a un ritmo ben più sostenuto di quello necessario alla formazione di un essere umano, che richiede più di vent’anni tra la nascita e la fine degli studi superiori.

Costo: verso una manodopera quasi gratuita?

A differenza del capitale umano, il costo totale di possesso dei robot diminuisce nel tempo: i costi fissi (CAPEX) sono certamente elevati, ma i costi operativi (OPEX) sono bassi, dato che non occorre pagare stipendi. Pertanto, ipotizzando costi di manutenzione ed energetici relativamente bassi, il costo marginale del lavoro potrebbe teoricamente tendere a zero con un’ottimizzazione del capitale robotico – durata di vita e tasso di utilizzo sufficientemente elevati. A titolo di confronto, nel 2020 il costo orario del lavoro era in media di 44 € in Francia, con notevoli disparità a seconda dei settori – da 27 € per l’ospitalità e la ristorazione a 68 € per le attività finanziarie e assicurative8. In Cina, da cui proviene circa il 10% delle importazioni francesi9, il costo orario della manodopera manifatturiera rimane nettamente superiore a zero, attestandosi a circa 8 €10.

Una simile riduzione dei costi di produzione avrebbe ripercussioni sia sull’industria che sui servizi. Nel settore industriale, l’introduzione di robot umanoidi potrebbe rendere l’economia francese competitiva rispetto agli stabilimenti presenti in tutto il mondo, consentendo così una rilocalizzazione della produzione, come si osserva già con i robot tradizionali11. Nel settore dei servizi, la sostituzione del capitale fisico con quello umano potrebbe segnare la fine della “malattia dei costi di Baumol”, secondo la quale i prezzi sono destinati ad aumentare per mantenere salari competitivi, nonostante i modesti guadagni di produttività12.

Costo orario della manodopera per settore di attività nel 2024 (stima) (in euro).

Fonte: 

INSEE, calcoli Asterès

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Note

13. 

Presi singolarmente, i robot sono limitati dalla loro autonomia, ma, alternandosi, possono teoricamente garantire una forza lavoro disponibile 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

+

14. 

Dares, Drees, DGAFP, INSEE, Quali erano le condizioni di lavoro nel 2019, prima della crisi sanitaria? Analisi Dares, n. 44, agosto 2021 [online].

+

15. 

Kazunori Ohno, Shinji Kawatsuma, Takashi Okada, Eijiro Takeuchi, Kazuyuki Higashi e Satoshi Tadokoro, « Veicolo robotico di controllo per la misurazione delle radiazioni nella centrale nucleare di Fukushima Daiichi », Atti del Simposio internazionale IEEE 2011 sulla robotica per la sicurezza, la protezione e il soccorso (SSRR), Kyoto, Giappone, novembre 2011, pp. 38-43 [online].

+

Prestazioni: una versatilità potenzialmente illimitata

Se la natura fa le cose per bene e possiamo trarne ispirazione, ciò non deve tuttavia limitare la nostra immaginazione. Nel caso della robotica umanoide, l’obiettivo non è solo quello di imitare le capacità umane, ma, in alcuni ambiti, di migliorarle. A livello cognitivo, ad esempio, le IA incarnate sono dotate di una conoscenza enciclopedica e di una capacità di ragionamento pari a quella delle menti più brillanti. Dal punto di vista della visione, gli umanoidi sono dotati di sensori che conferiscono loro capacità sovrumane (visione multispettrale, microtermica, ampliata, sensori chimici), consentendo loro, ad esempio, di percepire difetti o perdite a «occhio nudo». Dal punto di vista della comunicazione, i robot sono tutti collegati alla stessa rete, il che permette loro di scambiare istantaneamente informazioni a distanza e di coordinare i loro sforzi collettivi in modo molto più efficiente rispetto a un gruppo di esseri umani. In termini di formazione, gli umanoidi possono acquisire nuove competenze in modo istantaneo, tramite un semplice aggiornamento del software. Tutto ciò senza contare che gli umanoidi possono garantire collettivamente un servizio continuo 24 ore su 24, 7 giorni su 713.

Tutti questi vantaggi, il cui elenco non è esaustivo, conferiscono agli umanoidi una versatilità, un’adattabilità e un’efficienza teoricamente ben superiori a quelle degli esseri umani. A lungo termine, la robotica umanoide potrebbe evolversi verso un «lavoratore universale» in grado di passare con naturalezza dal mestiere di meccanico a quello di ingegnere, o ancora a quello di cuoco. Nei settori che implicano poche interazioni tra robot e esseri umani, gli ingegneri potrebbero persino liberarsi da alcuni vincoli del corpo umano, ad esempio dotando i robot di due paia di braccia anziché di una sola. Dopo tutto, l’evoluzione non è immutabile e potrebbe essere inventata una morfologia ancora più ottimale per agire sul mondo rispetto a quella del corpo umano.

Sicurezza: proteggere la vita umana

I robot sono molto meno sensibili all’ambiente circostante rispetto all’uomo: non temono le radiazioni e l’inquinamento e sono più resistenti al calore. Gli umanoidi possono quindi svolgere mansioni in ambienti ostili o a rischio sanitario, come fonderie, centrali nucleari, laboratori chimici o cantieri molto polverosi, e contribuire ad eliminare i lavori pericolosi – ricordiamo che, in Francia, quasi il 30% dei lavoratori dichiara ancora di essere esposto a fumi, polveri o sostanze pericolose14.

Inoltre, poiché non è in gioco il «valore umano», un incidente non comporta le stesse conseguenze etiche: si tratta di un intervento di manutenzione o, nel peggiore dei casi, di una perdita finanziaria, ma non di un infortunio o della perdita di una vita umana. Questa logica si applica da tempo in ambienti ad alto rischio, come nel caso del disastro nucleare di Fukushima, dove sono stati inviati robot telecomandati al posto delle squadre umane per ispezionare i reattori e limitare l’esposizione alle radiazioni15. In futuro, i robot umanoidi potrebbero essere inviati nello spazio per svolgere missioni extraveicolari in completa autonomia, nel vuoto interstellare, sulla Luna o su Marte.

4

Applicazioni: una potenziale rivoluzione nell’industria, nell’agricoltura e persino nel settore dei servizi

Note

16. 

Joseph Alois Schumpeter et al., Capitalismo, socialismo e democrazia, Petite biblio Payot 1235, Payot et Rivages, 2023.

+

17. 

Nella classificazione ROME, un «ambito» è un insieme di competenze o finalità professionali raggruppate attorno a grandi tematiche, indipendentemente dal settore di attività.

+

Nel corso della storia, ogni volta che un nuovo metodo di produzione si è rivelato più efficiente, più veloce, meno costoso e più sicuro, ha finito per soppiantare quello precedente. È il principio della «distruzione creativa» teorizzato dall’economista Joseph Schumpeter16. La differenza questa volta è che è il lavoro umano ad essere preso di mira, e nella sua totalità. Stimare il numero di posti di lavoro a rischio non è cosa facile e questa parte dello studio non si azzarderà a farlo. Si limita a descrivere i tipi di compiti e mansioni che i robot umanoidi potrebbero svolgere, al fine di identificare i settori più esposti e mettere in luce i limiti e le specificità che ne condiziono l’effettivo impiego.

Mappatura del lavoro manuale: individuare i settori più esposti all’automazione tramite robot umanoidi

Sebbene l’economia francese sia prevalentemente un’economia di servizi, numerose professioni richiedono ancora lo svolgimento di mansioni manuali. Sulla base delle schede professionali del repertorio ROME (Répertoire Opérationnel des Métiers et des Emplois) della Dares, è possibile stimare l’importanza del lavoro manuale per diverse «aree» professionali17. A tal fine, ogni macro-competenza è stata classificata come «intellettuale» o «manuale» utilizzando ChatGPT o1, ed è stato definito un indicatore del carattere manuale di ciascuna sfida in base alla percentuale di competenze manuali che essa comprende.

Su 31 settori, solo 11, ovvero un terzo, comportano una componente di lavoro manuale. I settori più manuali, e quindi suscettibili di essere automatizzati dagli umanoidi, sono la produzione e la manifattura (l’80% delle competenze elencate è manuale), i trasporti (75%) e l’edilizia (71%). Tra le attività non industriali, l’assistenza sanitaria si colloca al quinto posto (53%) e la creazione artistica all’ottavo (38%).

Questi dati possono poi essere incrociati con i settori per ottenere un indicatore settoriale. I tre settori più orientati alle competenze manuali risultano essere l’agricoltura (il 19% delle competenze richieste è di tipo manuale), l’installazione e la manutenzione (19%) e le arti (18%). Nell’ambito delle attività di servizi, è il settore sanitario a primeggiare (il 14% delle competenze registrate è di tipo manuale), davanti allo spettacolo (13%) e alla vendita (10%).

Ciò che emerge da questa analisi è che, nella maggior parte dei casi, le mansioni da automatizzare variano poco da un settore all’altro: si tratta principalmente di attività di produzione e fabbricazione, gestione delle scorte e trasporto, nonché manutenzione e riparazione. Queste tre grandi categorie sono comuni a tutti i settori manuali e rappresentano, in ciascun settore, almeno il 50% dell’insieme delle principali mansioni manuali. Da notare che alcuni settori si distinguono per attività specifiche, svolte quasi esclusivamente al loro interno, come l’assistenza sanitaria o la creazione artistica nel settore dello spettacolo.

Questa analisi presenta tuttavia due limiti principali. In primo luogo, non si tiene conto del volume orario: le attività fisiche possono essere minoritarie in termini di numero, ma maggioritarie in termini di volume orario. In secondo luogo, non tutte le attività presentano lo stesso livello di complessità, anche all’interno dello stesso tipo di ambito. Ad esempio, la produzione artigianale richiede senza dubbio una destrezza molto maggiore rispetto all’industria. Allo stesso modo, la gestione delle scorte nella logistica è probabilmente più ripetitiva e standardizzata rispetto al settore sanitario.

Le 10 principali «aree tematiche» con la più alta percentuale di competenze manuali, secondo la classificazione ROME

Fonte: 

Nota: per ciascuna area tematica, percentuale delle macrocompetenze classificate dalla banca dati ROME come prevalentemente «manuali», in contrapposizione a quelle «intellettuali».

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I 10 settori con la percentuale più alta di mansioni manuali

Fonte: 

Nota: per ciascun settore, percentuale delle macrocompetenze classificate dalla classificazione ROME come prevalentemente «manuali», in contrapposizione a quelle «intellettuali».

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Note

18. 

Se si considerano le sfide come compiti relativamente simili tra loro.

Matrice delle opportunità: individuare i settori prioritari per l’automazione

Sebbene le attività da automatizzare siano sostanzialmente simili da un settore all’altro18, salvo alcune eccezioni, l’ambiente in cui vengono eseguite e il loro volume differiscono. Questi due fattori determinano la redditività commerciale dei robot.

In primo luogo, l’ambiente determina la difficoltà di navigazione: più l’ambiente è strutturato, più la robotizzazione è semplice; al contrario, più l’ambiente è caotico, maggiore è la necessità di percezione, adattabilità e agilità meccanica. Si distinguono tre tipi di ambienti. Negli ambienti strutturati, è la macchina a dettare le regole: lo spazio è progettato o riorganizzato per la macchina (geometria fissa, superfici piane, flussi di materiali guidati, punti di riferimento permanenti). È tipicamente il caso delle fabbriche di assemblaggio, dei magazzini, dei centri di smistamento o delle serre agricole. Negli ambienti semi-strutturati, il luogo tollera la macchina: il contesto spaziale è abbastanza standardizzato e le variazioni locali (oggetti spostati, presenza di clienti) costringono il robot ad adattare la sua traiettoria o il suo strumento. È globalmente il caso di tutti gli spazi interni antropocentrici come i supermercati, le cucine, gli alberghi o gli ospedali. Infine, negli ambienti poco strutturati, la macchina deve adattarsi al luogo: lo spazio è mutevole o caotico (rilievo, condizioni meteorologiche, sovraccarico visivo, ostacoli non catalogati, traffico pedonale o veicoli casuali) e il robot deve combinare una locomozione robusta, la percezione in tempo reale e la ripianificazione. Si tratta principalmente di luoghi all’aperto come cantieri edili, fattorie in campo aperto, foreste, banchine portuali, ecc.

In secondo luogo, il volume operativo determina la redditività del robot: maggiore è il tasso di utilizzo del robot, più rapidamente si ammortizza l’investimento. Si distinguono tre livelli di volume operativo. Nel primo tipo di attività, potrebbe esserci teoricamente un fabbisogno continuo di manodopera per garantire una produzione o un servizio 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Questo sarebbe probabilmente il caso nell’industria, nella logistica, nei grandi ospedali o nel settore alberghiero. Nel secondo tipo di attività, potrebbe esserci teoricamente un fabbisogno di manodopera giornaliero ma frazionato, con fasce orarie intense durante il giorno seguite da pause notturne o nel fine settimana. Si tratta principalmente di servizi che dipendono da una clientela attiva, come la vendita e la ristorazione, le serre agricole dove il lavoro manuale varia notevolmente nel corso della giornata, o ancora settori regolamentati per evitare disturbi come l’edilizia. Infine, nel terzo tipo di attività, il fabbisogno di manodopera è puntuale, poiché i compiti fisici sono sporadici, come l’installazione o la manutenzione, o stagionali, come la raccolta. In questo caso, il modello « robots-as-a-service » potrebbe consentire di condividere più siti, ma il tempo di spostamento inevitabilmente intaccherà il tempo operativo.

Ogni attività può quindi essere classificata in base al grado di strutturazione del proprio ambiente e al proprio volume operativo teorico, come illustrato nella tabella sottostante. Questa matrice esplorativa offre un quadro di analisi utile per identificare i settori in cui i robot umanoidi potrebbero essere adottati in via prioritaria: più ci si sposta verso il basso nella tabella, maggiori sono le sfide da affrontare in termini di mobilità e adattabilità, e più ci si sposta verso destra, più il costo di acquisto del robot dovrà essere basso affinché l’investimento diventi redditizio.

Occorre tuttavia segnalare tre limiti. In primo luogo, questa analisi non tiene conto della complessità dei compiti: nei laboratori artistici, la produzione non sarà così semplice da automatizzare come nell’industria e nei servizi, mentre le interazioni uomo-macchina implicano un elevato grado di comprensione e adattamento contestuale. In secondo luogo, questa analisi non tiene conto del criterio dell’accettazione sociale dei robot, che potrebbe costituire un freno alla loro diffusione nel settore dei servizi. Infine, l’analisi merita di essere affinata basandosi su una classificazione delle attività più granulare, poiché il volume operativo teorico può variare all’interno dello stesso grande settore.

Matrice delle opportunità di automazione.

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IIPartita

Punto della situazione: la realtà si avvicina alla finzione senza però eguagliarla

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1

Mercato: una dinamica senza precedenti nella ricerca e nello sviluppo di nuovi prototipi

Note

19. 

Istituto di Robotica Umanoide, Università di Waseda, «WABOT – Storia degli umanoidi» [online].

+

20. 

Michio Kaku e Olivier Courcelle, Una breve storia del futuro: come la scienza cambierà il mondo, Champs, Flammarion, 2016, p. 61.

+

21. 

Diamandis, op. cit.

22. 

RoboServices — IA e robotica umanoide, «Robotica: IA, agenti e umanoidi (post su LinkedIn)», [online].

+

23. 

Morgan Stanley Research, The Humanoid 100: Mappatura della catena del valore dei robot umanoidi, Morgan Stanley Wealth Management, 6 febbraio 2025 [online].

+

24. 

Daniel Bleakley, «Le batterie seguiranno la legge di Moore? La Cina investe 1,3 miliardi di dollari australiani nella ricerca sulle batterie allo stato solido», The Driven, 5 giugno 2024 [online].

+

25. 

Secondo i dati di Google Patent.

Dopo decenni di sviluppo sperimentale caratterizzati da notevoli progressi tecnologici ma con applicazioni limitate, la robotica umanoide sta vivendo, dall’inizio degli anni 2020, una nuova fase di espansione: gli investimenti in R&S nel settore della robotica umanoide stanno aumentando vertiginosamente e i nuovi prototipi, sempre più operativi, si moltiplicano in modo esponenziale. Gli attori principali sono cinesi e americani, con alcuni produttori europei, e provengono da diversi ambiti: pure player specializzati in robotica umanoide, aziende provenienti dalla robotica tradizionale, o ancora giganti dell’automobile e dell’elettronica desiderosi di non perdere la prossima rivoluzione industriale.

Storia: i primi robot umanoidi sperimentali

Il WABOT-1, sviluppato all’Università di Waseda in Giappone all’inizio degli anni ’70, ovvero 10 anni dopo l’uscita del primo robot industriale, è unanimemente considerato il primo robot umanoide antropomorfo su larga scala al mondo19. Il WABOT-1 era un robot complesso per l’epoca: era in grado di comunicare con una persona in giapponese, misurare le distanze e le direzioni degli oggetti grazie a sensori esterni, produrre suoni tramite una bocca artificiale, camminare e manipolare oggetti con le mani dotate di sensori tattili. Nel 1983, il WABOT-2 acquisì maggiore destrezza e fu in grado, in particolare, di suonare il pianoforte mentre leggeva uno spartito.

Nel 1986, con la Honda Serie E, viene compiuto un passo fondamentale: viene introdotta la «marcia dinamica», in cui il robot mantiene attivamente l’equilibrio durante il movimento, consentendo spostamenti più rapidi e potenzialmente su terreni meno uniformi; poi, nel 2000, sempre con Honda, arriva il robot ASIMO, che resterà famoso per la sua capacità di camminare, correre, salire le scale e interagire con gli esseri umani con apparente fluidità.

Tuttavia, le applicazioni commerciali di questi robot rimangono molto limitate a causa della loro scarsa autonomia: si tratta essenzialmente di automi telecomandati, come il WABOT (livello di autonomia 0), o preprogrammati (livello di autonomia 1). Come racconta il fisico Michio Kaku, «ogni movimento, ogni sfumatura della mia scena con ASIMO davanti alle telecamere era stata accuratamente scritta in anticipo […] A posteriori, ho potuto parlare apertamente con i creatori di ASIMO, e hanno ammesso che questo robot, nonostante i suoi movimenti e le sue azioni straordinariamente umane, possedeva a malapena l’intelligenza di un insetto20».

Ricerca: dal 2018 si registra un nuovo slancio, evidente nel forte aumento del numero di brevetti depositati

A partire dalla fine degli anni 2010, la convergenza di tre rivoluzioni tecnologiche ha dato nuovo slancio alla robotica umanoide. In primo luogo, i progressi nell’intelligenza artificiale consentono ai robot non solo di interagire con il mondo in modo più autonomo, ma anche di imparare dalle loro esperienze (reali o virtuali) in tempi record21. L’apprendimento in ambiente simulato permette in particolare ad alcuni robot di acquisire in poche settimane una padronanza dei movimenti «che in precedenza avrebbe richiesto più di 6 mesi22». In secondo luogo, i progressi a livello hardware (sensori, attuatori e altri componenti fisici) consentono la progettazione di corpi umanoidi sempre più sofisticati a un costo in costante diminuzione23.

Infine, questi progressi non sarebbero stati possibili senza la riduzione del costo delle batterie e l’aumento della densità energetica (+20% ogni due anni) registrati negli ultimi anni24.

Il vivo interesse per questo settore è evidente dall’esplosione del numero di brevetti che menzionano il termine «umanoide»: una trentina all’anno all’inizio degli anni 2010, contro oltre 4.300 nel 2024, con una crescita media annua del 71% dal 2017, contro circa il 10% tra il 2000 e il 2017 (vedi grafico sottostante)25. Da notare che la stragrande maggioranza di questi brevetti è statunitense (70%), giapponese (11%) o cinese (7%).

Numero annuale di brevetti depositati relativi agli umanoidi

Fonte: 

Brevetti Google

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Note

26. 

Americhe, Europa, Israele.

27. 

Sanjay Aggarwal e Betsy Mulé, Rapporto sullo stato della robotica 2026 (F’Prime, 2026) [online].

28. 

Ibid.

Investimenti: un’impennata dal 2024, grazie ad alcune aziende

Partendo da un livello molto basso nel 2021 (100 milioni di euro), gli investimenti in capitale di rischio nella robotica umanoide e nei modelli fondazionali sono cresciuti in media del 179% all’anno nel mondo occidentale26 per raggiungere i 5,2 miliardi di euro nel 2025, secondo i dati di F’Prime27. Tre aziende da sole hanno raccolto oltre 3 miliardi di euro: 1,5 miliardi di euro per Figure AI, 1 miliardo di euro per 1X e 734 milioni di euro per Apptronik28. Queste cifre riguardano solo i fondi raccolti dalle start-up, escludendo gli investimenti in capitale proprio degli attori storici, e non includono il mercato asiatico.

Investimenti globali in capitale di rischio nel settore dei robot umanoidi (in miliardi di euro)

Fonte: 

F-Prime (2026).

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Note

29. 

Guida ai robot umanoidi [online].

30. 

RoboServices — IA e robotica umanoide, «Robotica: IA, agenti e umanoidi» [online]. Il progetto di BYD non è stato preso in considerazione poiché è ancora in fase di sviluppo e sono disponibili pochi dati.

+

31. 

Diamandis, op. cit.

32. 

Il robot Valkyrie della NASA, presentato nel 2013, e Sophia della Hanson Robotics, lanciata nel 2015, non sono stati inclusi poiché non hanno finalità commerciali.

+

33. 

Il robot Aeon di Hexagon è stato annunciato durante la stesura del presente studio e non è incluso nel campione analizzato. Yoann Bourgin, «Hexagon lancia Aeon, un robot umanoide per l’industria», Usine Digitale, 18 giugno 2025 [online].

+

Sviluppo di prototipi: una crescita vertiginosa dall’inizio degli anni 2020

L’interesse suscitato dalla robotica umanoide si riflette anche nel numero crescente di nuovi modelli presentati. Il settore è oggi così dinamico che è difficile stare al passo con tutte le novità: il sito dedicato ai robot umanoidi, Humanoid.guide, ne contava una trentina all’inizio del 2025 e un centinaio all’inizio del 202629. Ai fini della presente analisi, è stato selezionato un campione di 18 modelli. Questo campione riprende essenzialmente i modelli censiti da RoboServices nel suo elenco del marzo 202530, integrato da alcuni altri modelli ritenuti promettenti, includendo così i leader di mercato (Tesla, Figure AI, Boston Dynamics, Agility Robotics e Unitree) e i principali nuovi operatori secondo la mappatura del futurista e imprenditore Peter Diamandis31. I prototipi che non rispondono rigorosamente alla definizione di umanoide (due braccia, due gambe) sono stati esclusi.

Il grafico sottostante mostra il numero complessivo di robot umanoidi di nuova generazione presentati dal 2013, anno dell’annuncio del robot Atlas di Boston Dynamics; sono state conteggiate solo le prime generazioni, per evitare di contare più volte le diverse versioni dello stesso robot. Mentre il numero di modelli in fase di sviluppo aumenta di poco tra il 2013 e il 2021, passando da uno a quattro, cresce in modo esponenziale dal 2021 al 2025, passando da quattro a diciotto modelli di robot umanoidi. Questa esplosione del numero di prototipi umanoidi non è un errore di campionamento: fino al 2020, il censimento è quasi esaustivo32.

Va notato che non tutti i modelli sono uguali. Alcuni adottano scelte strategiche diverse. Ad esempio, con Ameca, l’azienda Engineered Arts punta ad avvicinarsi il più possibile all’aspetto umano, in vista di applicazioni nel settore dei servizi. Altre aziende come Tesla o Figure AI puntano invece su un look futuristico ispirato alla fantascienza. Recentemente, un’azienda ha presentato un modello in grado di muoversi su un terreno pianeggiante e di bloccare le ruote per salire una scala o superare un ostacolo, dimostrando che è possibile combinare l’ingegnosità umana con l’esperienza della natura per ottimizzare le capacità dei robot33.

Numero complessivo di robot umanoidi di nuova generazione presentati, per anno di presentazione (in %)

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Tipologia di produttori: una maggioranza di operatori esclusivamente online

Il 56% dei robot umanoidi del campione è stato sviluppato da «pure players», ovvero aziende che si dedicano esclusivamente allo sviluppo di umanoidi, come Figure AI, Apptronik, Agility Robotics, Clone, 1X, Humanoid AI, ecc. Il restante 44% dei non-pure players proviene essenzialmente dalla robotica tradizionale, come Neura Robotics, Boston Dynamics, Fourier Robotics, UBTech, ecc. Infine, una manciata di produttori proviene dal settore automobilistico, come Tesla o Toyota, o addirittura dal settore della telefonia/elettronica, come Xiaomi.

Mappa dei produttori di robot umanoidi, in base alla tipologia (pure player o meno).

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Storia dei produttori: operatori storici e nuovi arrivati

Dal punto di vista dell’anzianità, la ripartizione tra operatori storici e nuovi entranti è piuttosto equilibrata: il 28% dei produttori del campione ha meno di 5 anni di attività (Humanoid AI, Mentee Robotics, Engine AI, Clone e Figure AI), il 22% ha un’anzianità compresa tra 5 e 9 anni (Sanctuary AI, Unitree, Neura Robotics, Apptornik), il 28% ha un’anzianità compresa tra i 10 e i 19 anni (Agility Robotics, 1X, UBTech, Fourier, Xiaomi) e infine il 22% ha un’anzianità superiore ai 20 anni (Toyota, Engineered Arts, Atlas e Tesla). L’anzianità media delle aziende del campione è quindi di 15 anni e l’età mediana di 9 anni e mezzo, il che suggerisce tempi di sviluppo piuttosto lunghi.

Distribuzione dell’anzianità dei produttori di robot umanoidi (in %)

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Note

34. 

«Per tutti» in francese.

Nazionalità dei produttori: l’Europa al terzo posto

Infine, per quanto riguarda la nazionalità, le aziende statunitensi rappresentano il 33% del campione, quelle cinesi il 28% e quelle europee il 22%. Meritano una menzione diverse promettenti aziende europee: l’azienda tedesca Neura Robotics, che sta sviluppando 4-NE1 (si legge: «for anyone»34), un robot umanoide destinato a un uso generico, il pure player 1X che sviluppa il robot domestico NEO, l’inglese Engineered Arts che è diventato famoso con il suo robot Ameca che simula le espressioni facciali umane, e infine il nuovo arrivato britannico Humanoid AI e il suo prototipo generico HMND01. Da notare che Reachy 2 di Pollen Robotics, recentemente acquisita dalla francese Hugging Face, non è un robot bipede e non è stata quindi inclusa nell’analisi.

Ripartizione per nazionalità dei produttori di robot umanoidi (in %)

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2

Maturità: prototipi in fase di dimostrazione, ancora limitati a usi specifici in contesti semi-strutturati

Note

35. 

John Koetsier, «Figure prevede di commercializzare 100.000 robot umanoidi nei prossimi 4 anni», Forbes, 30 gennaio 2025 [online].

+

In questo studio viene operata una distinzione tra maturità commerciale e maturità tecnologica. La maturità commerciale è misurata dalla scala TRL e corrisponde allo stadio di avanzamento del prodotto nel processo di sviluppo e commercializzazione. La maturità tecnologica mira semplicemente a valutare le prestazioni tecniche del prodotto, indipendentemente dal suo stadio di commercializzazione. La differenza tra i due è importante: un robot può essere tecnologicamente avanzato ma non commercializzato e, al contrario, alcuni robot possono essere commercializzati prematuramente. Dal punto di vista commerciale, dall’analisi emerge che la maggior parte dei prototipi si trova in fase di dimostrazione e potrebbe presto entrare in fase di commercializzazione. Dal punto di vista tecnico, gli attuali prototipi rimangono limitati a usi specifici in ambienti semi-strutturati.

Maturità commerciale:
un mercato emergente con pochi esempi commerciali concreti

La maturità di una tecnologia o di un prodotto può essere valutata utilizzando la scala «technology readiness level» o «TRL». A seconda delle varianti, questa scala può andare da 1 a 9 (scala originale della NASA) o da 1 a 11 (TRL rivisto dall’AIE). In questo studio si preferisce la scala dell’Agenzia internazionale dell’energia, più precisa. Questa scala identifica sei grandi stadi di maturità: concetto (TRL da 1 a 3), piccolo prototipo (4), prototipo su larga scala (da 5 a 6), dimostrazione (da 7 a 8), inizio dell’adozione (da 9 a 10) e maturità (11). A ciascun modello del campione è stato assegnato manualmente un punteggio in base al suo avanzamento nel processo di sviluppo e commercializzazione.

In definitiva, la maggior parte dei robot si trova in fase di sviluppo o di dimostrazione. Nello specifico, i modelli in fase di sviluppo, come Clone Alpha o HMND01, rappresentano il 39% del campione. I modelli in fase di dimostrazione, come Optimus, testato internamente sulle linee di produzione di Tesla, o Figure AI e Apollo, in fase di test presso stabilimenti partner, rappresentano una quota simile del campione. Infine, i modelli già disponibili in libera vendita, come Digit, utilizzato da Amazon e la cui produzione in serie è iniziata nello stabilimento Robofab, o ancora G1 e NEO commercializzati di recente, rappresentano il 22% del campione. Da notare che alcuni prototipi in fase di dimostrazione potrebbero passare rapidamente alla fase di commercializzazione: Figure AI, ad esempio, prevede di consegnare 100.000 unità nei prossimi quattro anni35.

Maturità commerciale dei robot umanoidi del campione (in %)

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Note

36. 

Robert Riener, Luca Rabezzana e Yves Zimmermann, «I robot superano gli esseri umani nei settori incentrati sull’uomo?», Frontiers in Robotics and AI, vol. 10, 7 novembre 2023 [online].

+

37. 

Ti presentiamo NEO, il tuo maggiordomo robot in formazione (video), YouTube.

38. 

Rodney Brooks, «Perché gli umanoidi di oggi non impareranno la destrezza», RodneyBrooks.com (blog), 26 settembre 2025 [online].

+

39. 

John Koetsier, «Apptronik ha un approccio completamente diverso alla costruzione di robot umanoidi», JohnKoetsier.com, 25 settembre 2023 [online].

+

Maturità tecnologica: prototipi ancora lontani dalla versatilità e dall’adattabilità di un essere umano

Il TRL fornisce soprattutto informazioni sulla maturità commerciale: più la scala si avvicina al livello 11, più il prodotto ha dimostrato la propria affidabilità sul campo, la validità del proprio modello economico e l’esistenza di una domanda sostenibile. Tuttavia, raggiungere un TRL di livello 9 non garantisce che la tecnologia evolverà fino al livello 11. A questo punto, la sua capacità di soddisfare pienamente le aspettative del mercato rimane incerta. È quindi necessario, in aggiunta, valutare le prestazioni tecniche dei robot umanoidi, indipendentemente dalla loro maturità commerciale.

Nel novembre 2023, alcuni ricercatori hanno confrontato le prestazioni di una ventina di modelli umanoidi disponibili tra il 2000 e il 2021, giungendo alla conclusione che «solo alcuni robot, ottimizzati per compiti molto specifici in ambienti semi-strutturati, raggiungono prestazioni in grado di competere con quelle di un essere umano medio in quel compito specifico36». Tra le sfide da affrontare, gli autori hanno sottolineato in particolare la destrezza e la versatilità del movimento umano, nonché l’adattabilità e la comprensione contestuale. Questa analisi non includeva tuttavia i modelli recenti presentati dopo il 2021, data in cui, proprio, il numero di modelli è esploso. È possibile che aziende come Tesla, 1X o Figure AI, solo per citarne alcune, abbiano compiuto progressi tali da rimettere in discussione la conclusione dei ricercatori nel 2023? Le informazioni disponibili pubblicamente non sembrano andare in questa direzione.

Per quanto riguarda la destrezza, sebbene siano stati compiuti notevoli progressi, i robot faticano ancora a svolgere compiti, anche semplici, con disinvoltura. Ad esempio, in un TED Talk pubblicato nel maggio 202537, il prototipo NEO di 1X, incaricato di svolgere compiti quotidiani, appare ancora esitante e poco preciso: il dito manca il bersaglio o scivola prima di premere, le falangi si posizionano male attorno alle maniglie e il robot deve talvolta usare la seconda mano per liberare una presa. Anche gesti di moderata precisione, come versare acqua per innaffiare una pianta, tradiscono un controllo motorio ancora approssimativo. Inoltre, ogni compito sembra essere svolto al rallentatore. Un utente del web riassume con umorismo la goffaggine del robot: «NEO sembra in grado di dare accidentalmente fuoco alla tua casa e di restare lì a guardarla mentre brucia». E secondo lo specialista di robotica Rodney Brooks, le attuali generazioni di umanoidi, addestrati su dati visivi, non raggiungeranno mai il livello di destrezza di un essere umano, che richiede il senso del tatto38. Oggi, la manipolazione di precisione rappresenta quindi una sfida così complessa che alcuni produttori, come Apptronik, preferiscono abbandonarla39.

Al di là della destrezza, la valutazione dell’autonomia effettiva e dell’adattabilità contestuale degli umanoidi si scontra con una carenza di dati indipendenti e imparziali. Sebbene i produttori moltiplichino le dimostrazioni di compiti complessi, queste prestazioni sono spesso il risultato di un addestramento intensivo su scenari specifici («overfitting»), limitandone la generalizzazione ad ambienti imprevisti. Il persistere del controllo remoto, anche in occasione di eventi importanti come il “We, Robot” di Tesla o per modelli recentemente commercializzati come il NEO di 1X, sottolinea una realtà cruciale: la comprensione situazionale a 360° in tempo reale rimane una sfida tecnica importante. Questo ricorso all’assistenza umana, spesso discreta, sottolinea che un punteggio elevato sulla scala TRL (che indica una commercializzazione o un’implementazione) non garantisce necessariamente una vera maturità tecnologica.

3

Costo: prototipi già competitivi rispetto alla manodopera umana nel settore industriale

Note

40. 

Brian Potter, «La destrezza dei robot sembra ancora difficile», Construction Physics, 24 aprile 2025 [online].

+

41. 

Jacqueline Du, «Humanoid robot: The AI accelerant», Goldman Sachs Research, 8 gennaio 2024 [online].

+

42. 

Adam Jonas, Daniela M. Haigian e William J. Tackett, Humanoids: Investment Implications of Embodied AI (BluePaper), Morgan Stanley Research, 26 giugno 2024, 161 pagine [online].

+

Il costo costituisce di per sé un indicatore della maturità di una tecnologia: spesso le soluzioni esistono, ma non a un prezzo commercialmente sostenibile. L’unità di confronto con la manodopera umana è il costo orario, che per i robot umanoidi comprende il costo fisso (costo di acquisto), i costi variabili (manutenzione ed energia) e il numero totale di ore di servizio. Dato il grado di incertezza su questi dati, vengono considerati diversi scenari per i costi fissi e variabili, e il costo orario viene poi suddiviso per tipologia di settore.

Costo fisso: tra 14.000 € e 285.000 € a seconda dei modelli e delle stime

Esistono due approcci per stimare il costo di acquisto dei robot umanoidi. Il primo si basa sulle comunicazioni dei produttori, che annunciano il prezzo al quale intendono commercializzare il proprio prodotto. Questo approccio offre una panoramica dei costi nella produzione di massa, ma presenta un margine di ottimismo, poiché i produttori hanno interesse, nelle loro comunicazioni, a sottovalutare le sfide tecniche ed economiche. Il secondo approccio si basa su rapporti indipendenti che valutano il costo totale di produzione analizzando i singoli componenti dei robot. Questo metodo è più oggettivo ma rimane prudente poiché non tiene conto delle economie di scala e dei guadagni di efficienza legati alle curve di apprendimento industriale.

Per quanto riguarda il primo approccio, secondo i dati del sito Humanoid Guide, il prezzo dichiarato dei modelli del campione è in media di 65.000 € e varia da 14.000 € per il G1 di Unitree a 176.000 € per il 4NE-1 di Neura Robotics. La differenza di prezzo è dovuta essenzialmente alla sofisticazione dei modelli e al numero di opzioni. Il G1, ad esempio, è offerto a partire da 14.000 €, ma non include le mani. Aggiungere un paio di mani raddoppia il prezzo, e si tratterà di mani a tre dita, che offrono solo una destrezza e una sensibilità limitate40. Non sorprende che più il robot si avvicina allo stato dell’arte, più il suo prezzo è elevato.

In media, questi costi annunciati sembrano piuttosto ottimistici rispetto alle stime riportate in letteratura. Goldman Sachs, ad esempio, stima che il costo medio sarà di 142.500 € nel 2024, in calo del 40% rispetto al 2023 a causa della diminuzione dei prezzi dei componenti41, mentre per Morgan Stanley la forbice di prezzo varia da 9.500 € a 285.000 €, con un prezzo mediano di 147.250 €42. Alla luce di queste incertezze, per il prosieguo dell’analisi vengono presi in considerazione tre scenari: uno scenario ottimistico a 14.000 €, uno scenario conservativo a 285.000 € e uno scenario intermedio a 150.000 €. Filosoficamente, questi scenari possono corrispondere sia a diversi livelli di sofisticazione che a diversi orizzonti temporali.

Costo di acquisto attuale dei robot umanoidi in base allo scenario (in euro)

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Note

43. 

Jacqueline Du, op. cit.

44. 

Guillaume Moukala Same e Charles-Antoine Schwerer, La chirurgia robotica: un’innovazione a vantaggio del paziente e del chirurgo, in grado di generare risparmi, Asterès, giugno 2023 [online].

+

45. 

Matias Perea, «9 giugno 2025: il prezzo dell’elettricità sui mercati va alle stelle: +61% già da domani!», Selectra, 9 giugno 2025 [online].

+

Costo variabile: tra il 10% e il 30% del costo di acquisto all’anno per la manutenzione, con un costo energetico trascurabile

I costi di manutenzione dei robot variano in modo significativo a seconda della loro complessità. Per i robot industriali tradizionali, tali costi rappresentano annualmente tra il 10% (scenario ottimistico) e il 20% (scenario intermedio) del prezzo di acquisto43. I robot umanoidi, che probabilmente richiedono l’intervento di tecnici altamente specializzati, potrebbero generare costi di manutenzione più elevati. L’ipotesi prudenziale adottata è quindi del 30% del costo di acquisto all’anno, ovvero il doppio della mediana dei robot convenzionali. A titolo di confronto, il costo di manutenzione annuale dei robot chirurgici presenti negli ospedali francesi rappresenta circa l’8% del costo di acquisto. L’ipotesi più ottimistica rimane quindi relativamente prudente44. Ulteriori studi potranno cercare di precisare questa ipotesi.

I costi energetici rimangono irrisori. Il consumo energetico di un robot in funzione è compreso tra 200 W e 500 W (0,20 – 0,50 kW). Alla tariffa regolamentata di 0,2016 €/kWh45, un’ora di funzionamento costa quindi da 0,04 € a 0,10 €, a seconda della potenza richiesta. Questa spesa energetica può quindi essere considerata trascurabile nell’analisi economica complessiva.

Costo annuale di manutenzione, a seconda dello scenario (in euro)

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Note

46. 

Humanoid Scott (account X @GoingBallistic5), «Ottimizzare la produttività dei bot: sfruttare gli orari delle pause per garantire un lavoro ininterrotto», X, 30 gennaio 2024 [online].

+

Costo orario: notevoli variazioni a seconda delle ipotesi e del settore

Poiché il volume orario teorico dipende essenzialmente dal settore, i tre scenari (cautelativo, intermedio e ottimistico) possono essere applicati a ciascun settore, mantenendo fisse le ipotesi relative al costo di acquisto (rispettivamente 285.000 €, 150.000 € e 14.000 €) e di durata di vita (rispettivamente 12 anni, 6 anni e 3 anni), e variando esclusivamente il tasso di funzionamento dei robot: dal 70% al 90% per i settori a flusso continuo (ovvero da 118 a 151 ore alla settimana), dal 40% al 60% per i settori con flusso giornaliero ma frammentato (ovvero da 67 a 101 ore alla settimana), e dal 10% al 30% per i settori con flusso intermittente o puntuale (ovvero da 17 a 50 ore alla settimana). Questi tassi di funzionamento sono plausibili, poiché gli esperti ritengono che, tenendo conto dei vincoli di ricarica, i robot umanoidi potrebbero funzionare per almeno 16 ore al giorno e potenzialmente fino a 22 ore al giorno46.

Si possono trarre due conclusioni principali. In primo luogo, nei settori caratterizzati da flussi continui come l’industria, la logistica o il settore sanitario ospedaliero, ad eccezione del settore alberghiero, il costo orario degli umanoidi è inferiore al costo orario della manodopera in tutti gli scenari. In secondo luogo, il costo orario degli umanoidi è competitivo rispetto alla manodopera umana in tutti i settori a partire dallo scenario intermedio, ovvero con un costo di acquisto di 150.000 € e una durata di vita di 6 anni, due ipotesi che appariranno ragionevoli quando il mercato avrà raggiunto la maturità.

Infine, un’ultima ipotesi testata (non rappresentata graficamente) prevede una durata di vita fissa di dodici anni in tutti gli scenari. Essa corrisponde a un mercato giunto a maturità, in cui i progressi tecnologici rallentano e diventano prevalentemente incrementali. Con questa ipotesi, il costo orario della manodopera umanoide risulta competitivo in tutti i settori e in tutti gli scenari. L’unica eccezione è lo scenario più conservativo di tutti (tasso di funzionamento del 10%, costo di acquisto di 285.000 €), ma questo scenario appare poco credibile anche nelle attività in cui il fabbisogno è puntuale e intermittente, poiché il modello «robot-as-a-service» consentirà probabilmente di ottimizzare il tasso di funzionamento. Alla luce di tutti questi elementi, le aziende non dovrebbero incontrare difficoltà a rendere redditizio il proprio investimento nel lungo termine.

Costo orario stimato della manodopera umanoide per settore, in diversi scenari (in euro)

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4

Prospettive: dalle applicazioni di nicchia alla società post-lavoro, resta possibile un’ampia gamma di scenari

Note

47. 

Alfred Sauvy e Anita Hirsch, La macchina e la disoccupazione: il progresso tecnico e l’occupazione, collana Pluriel, Hachette, 1982.

+

48. 

James Manyika, Susan Lund, Michael Chui, Jacques Bughin, Lola Woetzel, Parul Batra, Ryan Ko e Saurabh Sanghvi, «Jobs lost, jobs gained: What the future of Work Will mean for jobs, skills, and Wages», McKinsey Global Institute, 28 novembre 2017 [online].

+

Base macroeconomica comune: crescita attraverso la produttività e la domanda

Qualunque sia lo scenario, i robot umanoidi comporteranno una ridistribuzione della forza lavoro, un aumento della produttività e un aumento del potere d’acquisto. Solo l’entità di questi effetti dipende dallo scenario, non la loro natura.

In primo luogo, l’avvento dei robot umanoidi porterà a una riallocazione della manodopera umana su più livelli, generando aumenti di produttività e crescita. Si tratta di un effetto classico del progresso tecnologico. In alcuni settori, come quello sanitario, i robot sostituiranno solo parzialmente la manodopera, liberando così tempo per concentrarsi sugli aspetti relazionali, decisionali o che richiedono un giudizio umano: si tratta della riallocazione intrasettoriale. Nei settori industriali o agricoli, dove queste dimensioni umane sono trascurabili, i robot sostituiranno interamente la manodopera, che migrerà verso i servizi: si tratta della riallocazione intersettoriale. Questo processo, chiamato anche spillover settoriale47, è già in atto dall’inizio dell’era industriale, e i robot umanoidi non faranno altro che prolungarlo fino a quando, alla fine, non rimarranno che i mestieri in cui prevalgono le qualità propriamente umane – sebbene la natura esatta di queste qualità resti da definire. Questa riallocazione genererà guadagni di produttività su scala macroeconomica e quindi una crescita intensiva: si potrà creare più valore con la stessa quantità di capitale umano. Questi guadagni di produttività saranno limitati solo dalla capacità dell’economia di aumentare il parco robot.

In secondo luogo, l’avvento dei robot umanoidi avrà un effetto deflazionistico nei settori interessati, liberando potere d’acquisto che potrà essere reimmesso nell’economia. Poiché la manodopera umana verrà esclusa dai costi di produzione, i prezzi dei beni e dei servizi robotizzabili diminuiranno in misura più o meno marcata a seconda dello scenario e dell’intensità di manodopera. Le famiglie disporranno di una maggiore capacità di spesa, aumentando la domanda aggregata nell’economia e generando un circolo virtuoso di crescita e domanda. Nella storia economica, questi «effetti di ricaduta» hanno costituito un motore fondamentale della crescita economica48. Ad esempio, la meccanizzazione dell’industria tessile durante la rivoluzione industriale ha ridotto notevolmente i costi di produzione, rendendo l’abbigliamento accessibile a gran parte della popolazione e creando l’industria della moda, praticamente inesistente in precedenza. Il calo dei costi di produzione dei beni di largo consumo (abbigliamento, alimenti, ecc.) ha inoltre consentito il boom dei servizi. In futuro, potrebbero essere settori come la sanità, l’istruzione o la cultura a svilupparsi sotto il duplice effetto dell’aumento del potere d’acquisto e della riallocazione della manodopera.

Scenari: 6 visioni del futuro in base al progresso tecnologico e al costo dei robot

La portata degli effetti macroeconomici sopra descritti dipenderà essenzialmente da due fattori che rimangono tuttora incerti: il loro stato di avanzamento tecnologico e il loro costo. Per ciascuna di queste dimensioni si possono prendere in considerazione diverse ipotesi, da quelle più prudenti a quelle più ottimistiche.

Dal punto di vista tecnico, i robot possono limitarsi a compiti semplici e ripetitivi, per i quali sono stati specificamente addestrati, in un ambiente strutturato o semi-strutturato come quello attuale (robot a «uso limitato»), dove gli ostacoli tecnici possono essere superati e i robot acquisiscono quindi una versatilità e un’adattabilità paragonabili a quelle degli esseri umani (robot a «uso generale»).

Per quanto riguarda la dimensione economica, il costo di acquisto potrebbe rimanere molto elevato come oggi per i modelli più sofisticati (costo prudenziale), stabilizzarsi al costo mediano attuale (costo intermedio) oppure diminuire grazie agli effetti dell’esperienza e raggiungere il costo degli attuali modelli minimalisti (costo ottimistico). Combinando queste diverse ipotesi, si possono ipotizzare sei scenari, descritti nella tabella sottostante.

Lo stesso meccanismo si applica in ogni casella: finché il costo diminuisce, l’area di diffusione si espande, dai settori in cui il volume orario teorico è maggiore verso quelli in cui è minore. La linea «uso generale» funge da moltiplicatore: a parità di costo, aggiunge semplicemente un maggior numero di settori accessibili. Gli effetti macroeconomici si intensificano e l’orizzonte temporale si allunga gradualmente lungo la diagonale costo-capacità, fino allo scenario post-
scarsità in cui i robot possono svolgere qualsiasi compito a un costo quasi nullo. Questa progressione non è lineare: il superamento di un singolo livello può innescare un’adozione massiccia in alcuni settori o addirittura la delocalizzazione di alcune industrie.

Sei scenari relativi all’impatto economico dei robot umanoidi in base al loro costo e al loro grado di maturità tecnologica.

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Limiti: risorse naturali, legami sociali e dipendenza tecnologica

Questo quadro analitico rimane una visione semplificata della realtà e tralascia altri fattori essenziali. In primo luogo, questi scenari non tengono conto della disponibilità delle risorse. Infatti, la produzione di massa di robot umanoidi, oltre a quella di veicoli elettrici, turbine eoliche e pannelli fotovoltaici, potrebbe accentuare la pressione sui metalli rari e farne aumentare il costo di acquisto. Senza una soluzione a questo problema (riciclaggio a ciclo chiuso, alternative ai metalli rari, estrazione mineraria dagli asteroidi), gli scenari più ottimistici sullo stock di robot e sul grado di automazione dell’economia (shock umanoide, società post-scarsità) sembrano poco credibili.

In secondo luogo, questi scenari non tengono conto della dimensione sociale del lavoro umano. Anche nell’ipotesi di un robot per uso generico, non è necessariamente auspicabile automatizzare tutte le professioni. In molti settori, il valore del lavoro non risiede solo nell’efficienza o nella produttività, ma nell’interazione umana stessa.

Ordinare una bevanda in un bar non è solo un atto funzionale: è un’esperienza umana in sé, un momento di convivialità e di scambio. Allo stesso modo, in ambito sanitario, l’atto di cura non si riduce a una serie di gesti tecnici: si basa anche sull’ascolto, sull’attenzione rivolta al paziente e sul rapporto di fiducia. I robot possono simulare l’empatia e fingersi umani in ambienti digitali, ma nel mondo fisico il loro aspetto tradisce inevitabilmente la loro natura artificiale.

In terzo luogo, questi scenari non tengono conto della questione dell’accettazione o meno di tali tecnologie. Negli scenari «diffusione generalizzata» e «società post-scarsità», l’umanità ha dato vita a una nuova specie: un’intelligenza artificiale incarnata, dotata di un corpo e in grado di agire fisicamente sul mondo. Il grado di automazione dell’economia è tale da renderla simile a un organismo autonomo, che si sviluppa indipendentemente da qualsiasi azione umana. L’intero ciclo, dalla progettazione alla realizzazione, è gestito da entità artificiali: i robot stessi provvedono alla propria manutenzione e possono persino auto-migliorarsi. In questo scenario, il rischio è che l’umanità non solo deleghi il lavoro alla macchina, ma perda il controllo del proprio destino. In definitiva, le stesse questioni etiche che si pongono con l’IA si pongono anche con i robot umanoidi.

Conclusione

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Note

49. 

Fred Truck, «Mind Children: The Future of Robot and Human Intelligence» (recensione del libro di Hans Moravec), Leonardo, vol. 24, n. 2, 1991, pp. 242-243, [online].

+

Le rivoluzioni dell’intelligenza artificiale e della robotica umanoide sono le due facce della stessa medaglia: un giorno, il cervello e la macchina non saranno più che una cosa sola. L’aspetto fisico dell’IA è quindi strategico tanto quanto quello cognitivo. Tuttavia, a differenza dell’intelligenza artificiale, già ampiamente diffusa, la robotica umanoide si basa ancora essenzialmente su promesse. Il paradosso di Moravec rimane attuale49: oggi le macchine superano gli esseri umani nei compiti cognitivi più complessi, ma sono ancora lontane dall’interagire con il loro ambiente fisico con la stessa fluidità.

In queste circostanze, è probabile che il prossimo decennio assomigli più a un ciclo di disillusione che a una rivoluzione industriale. Il precedente delle auto a guida autonoma, promesse da tempo e ancora limitate a percorsi ristretti, invita alla massima cautela nei confronti delle tempistiche annunciate dai produttori.

Questo scetticismo a breve termine non va confuso con uno scetticismo a lungo termine. Nulla indica che gli ostacoli attuali siano insormontabili. Il fallimento non è certo, né lo è il successo, ed è proprio per questo motivo che l’Europa non può permettersi di restare indietro, anche se la fase attuale sembra una bolla. È quindi necessario investire senza indugio in R&S, garantire i mattoni critici della catena del valore, anticipare la tensione sui metalli rari e riflettere sul quadro sociale e fiscale di un’economia in cui il capitale produttivo sarà incarnato.

Questi investimenti rappresentano il biglietto d’ingresso per il ciclo successivo, quello che conterà davvero. La storia recente delle rivoluzioni tecnologiche dimostra che esse premiano chi scommette su di esse per tempo e penalizzano in modo duraturo chi lo fa troppo tardi. L’Europa non può permettersi un altro appuntamento mancato.

Bibliografia

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Perché gli umanoidi di oggi non impareranno la destrezza – Rodney Brooks. 27 settembre 2025.

X (ex Twitter). «Botangelist su X: “Ottimizzare la produttività dei bot: sfruttare gli orari di pausa per garantire un lavoro continuo. È possibile una giornata lavorativa di 16 o 22 ore per i bot in fabbrica, utilizzando solo un pacco batterie e senza ricorrere a cavi di alimentazione, pacchi batterie sostituibili o ricarica a induzione? Sì. Per il prossimo futuro, il https://t.co/WaPVoDS3Vc” / X ». 30 gennaio 2024.

L’era del silicio è arrivata, ma chi potrà cavalcarla? _ di Fred Gao

L’era del silicio è arrivata, ma chi potrà cavalcarla?

Mentre la Cina insegue il boom del silicio, l’economista cinese Li Xunlei mette in guardia contro un’economia a forma di K, in cui pochi giganti raccolgono i profitti e gli altri lottano per rimanere a galla.

Fred Gao7 maggio
 LEGGI NELL’APP 

Nelle ultime settimane, il boom dell’intelligenza artificiale nel settore dei semiconduttori ha spinto al rialzo il settore delle comunicazioni ottiche sul mercato azionario cinese di classe A, dando origine a un arguto detto tra gli investitori cinesi: “State alla luce, non restate lì impalati ” (站在光里,不要光站着), che esorta il pubblico ad acquistare azioni del settore delle comunicazioni ottiche. Dietro questa battuta ironica si cela un significato più profondo: almeno tra gli investitori cinesi, l’avvento dell’era del silicio sembra ormai inarrestabile.

Anche l’economista cinese Li Xunlei ha recentemente condiviso il suo punto di vista sul boom economico. Li Xunlei è il capo economista di Zhongtai Securities. Da oltre trent’anni si occupa di ricerca macroeconomica, finanziaria e sui mercati dei capitali ed è uno dei primi esperti cinesi in questo campo. Lo scorso aprile ha partecipato al simposio sulle condizioni economiche organizzato dal Primo Ministro Li Qiang .

Secondo Li, la prosperità dell’era del silicio è tutt’altro che distribuita in modo uniforme. Le aziende basate sul silicio e le imprese tradizionali “basate sul carbonio” stanno divergendo a un ritmo accelerato in termini di creazione di ricchezza, assorbimento di posti di lavoro e valutazione, dando origine a quella che lui definisce un'”economia a forma di K”. Le cosiddette “Magnifiche Sette” rappresentano il 27% dei profitti totali e oltre il 33% della capitalizzazione di mercato totale del mercato azionario statunitense, eppure insieme forniscono solo circa 2,5 milioni di posti di lavoro. NVIDIA, ora l’azienda di maggior valore al mondo per capitalizzazione di mercato, impiega appena 36.000 persone. Una manciata di aziende “si staglia alla luce”, raccogliendo enormi profitti, mentre la stragrande maggioranza delle imprese tradizionali lotta per sopravvivere lungo il braccio discendente della K. Nel frattempo, l’1% più ricco degli americani detiene il 50% di tutta la ricchezza del mercato azionario, mentre 124 milioni di persone non sono in grado di trovare 400 dollari per un’emergenza. Egli avverte che l’intelligenza artificiale rischia di ampliare ulteriormente il divario di ricchezza e di intensificare le pressioni strutturali sull’occupazione.

Li mette in guardia anche contro il rischio di una bolla dell’intelligenza artificiale alimentata dalla corsa in corso nelle spese in conto capitale. Le proiezioni attuali suggeriscono che i Magnifici Sette statunitensi spenderanno tra i 700 e i 750 miliardi di dollari in spese di capitale nel 2026, con un aumento su base annua del 70-80%. Come dice lui: ” Non espandere le spese di capitale significa morte certa, ma espandere le spese di capitale non garantisce nemmeno la sopravvivenza”.

Nell’era del silicio, sostiene Li, la valutazione di un’azienda non può più basarsi esclusivamente sul valore commerciale; è necessario tenere conto anche del suo valore sociale. La collettività deve guardare al futuro e riflettere su come reagire alla polarizzazione sociale e agli shock occupazionali che l’era del silicio porterà con sé. Egli ritiene che solo sviluppando con vigore il settore dei servizi e creando nuove opportunità di lavoro si possa coinvolgere un maggior numero di persone nel progresso economico, anziché lasciarle indietro.

Di seguito la versione inglese dell’articolo. Il suo lavoro è stato pubblicato sul suo account WeChat:


L’era del silicio è arrivata: siamo pronti?

Nel primo trimestre del 2026, la regione di Taiwan ha registrato una crescita del PIL reale del 13,69%, con una crescita del PIL nominale che ha raggiunto un notevole 16,88%. Come è noto, ciò è dovuto in gran parte all’industria elettronica di Taiwan e, soprattutto, a TSMC. Solo nel primo trimestre, TSMC ha registrato un utile netto attribuibile agli azionisti di 18,1 miliardi di dollari, in aumento di circa il 60% su base annua. NVIDIA ha fatto ancora meglio, con un utile netto di 18,78 miliardi di dollari nel primo trimestre e una capitalizzazione di mercato che si avvicina ai 5 trilioni di dollari. Per confronto, l’intero PIL degli Stati Uniti nel 2025 era di soli 30,76 trilioni di dollari.

Ricordo ancora la visita agli istituti finanziari di Taipei dieci anni fa, quando tutti si lamentavano dei tempi difficili. Nel primo trimestre del 2016, il PIL della regione di Taiwan era diminuito dello 0,89% su base annua – il terzo calo trimestrale consecutivo – e gli stipendi erano rimasti stagnanti per anni.

La struttura industriale della regione di Taiwan ha subito una trasformazione radicale nell’ultimo decennio? Chiaramente no. L’industria elettronica nella regione di Taiwan è da tempo altamente sviluppata. La ragione di questo boom è semplice: è arrivata l’era del silicio.

In realtà, l’industria elettronica era già entrata in una fase di crescita dieci anni fa, quando tutti parlavano della catena di fornitura di Apple. Nei giorni scorsi, Berkshire Hathaway ha tenuto la sua assemblea annuale degli azionisti. Durante l’incontro, Warren Buffett ha fatto notare che dieci anni fa aveva investito 35 miliardi di dollari in azioni Apple e che, nell’ultimo decennio – interessi inclusi – questo investimento ha generato 150 miliardi di dollari di profitti per Berkshire, il tutto senza che lui facesse nulla.

A dire il vero, aspettarsi che un novantacinquenne come Buffett abbia una visione lungimirante e una comprensione approfondita dell’era del silicio è forse chiedere troppo. Con ogni probabilità, quando acquistò Apple dieci anni fa, la considerava principalmente un titolo azionario ad alta crescita nel settore dei beni di consumo.

Ricordo che dieci anni fa, le materie prime a monte della filiera produttiva globale dei semiconduttori – wafer di silicio e simili – registrarono i primi aumenti di prezzo in cinque anni, il che segnò, a ben vedere, l’inizio dell’era del silicio. All’epoca, ebbi una conversazione con il capo analista elettronico della nostra azienda. Sostenne che la nuova domanda a valle, trainata da HPC, IoT ed elettronica automobilistica, stava determinando l’avvento ufficiale della quarta ondata di aumento del contenuto di silicio. La scarsità di wafer di silicio e la limitata capacità produttiva a monte, unite all’impennata delle applicazioni a valle ad alta intensità di silicio, stavano creando un circolo virtuoso, e i chip di memoria, in quanto categoria centrale di questo circolo, ne avrebbero tratto il massimo vantaggio.

Oggi, le applicazioni di intelligenza artificiale sono diventate sempre più pervasive. Il lancio di ChatGPT ha segnato l’inizio di una nuova era in cui i modelli linguistici di grandi dimensioni vengono ampiamente implementati. I modelli multimodali di grandi dimensioni sono ora in grado di elaborare e generare contenuti attraverso diverse modalità, superando i limiti dei modelli linguistici di grandi dimensioni tradizionali in ambito visivo, uditivo e in altri domini. La forma dominante si sta evolvendo dai chatbot ad agenti capaci di ragionamento indipendente, utilizzo di strumenti ed esecuzione di compiti. Le grandi potenze sono entrate in un’era di competizione per la potenza di calcolo: dalla carenza di CPU alla carenza di GPU e di nuovo alla carenza di CPU; dai chip ottici ai moduli ottici fino alle interconnessioni ottiche CPO: una progressione abbagliante e caleidoscopica.

Uno dei vantaggi di lavorare nel settore finanziario è che, a prescindere dalla tua rapidità di apprendimento, non hai altra scelta che stringere i denti e lasciarti trascinare dall’era del silicio. Se non presti attenzione all’impennata dei titoli azionari delle società di telecomunicazioni ottiche quotate in borsa, qualcuno ti urlerà: “Stai alla luce, non restare lì impalato”.

Al contrario, la Berkshire Hathaway di Buffett ha dimostrato una notevole disciplina, riducendo le proprie partecipazioni azionarie statunitensi per dieci trimestri consecutivi e disponendo ora di 397 miliardi di dollari in contanti. Buffett ha paragonato l’attuale mercato azionario statunitense a “una chiesa con un casinò annesso”: le valutazioni sono semplicemente troppo elevate. Il momento giusto per investire, afferma, è quando “nessun altro è disposto a rispondere al telefono”.

Dal punto di vista della valutazione, l’indice S&P 500 viene scambiato a un rapporto prezzo/utili (P/E) medio di quasi 30, con un rendimento da dividendi di appena l’1% e un rapporto prezzo/valore contabile (P/B) di 5,6. A titolo di confronto, il CSI 300 ha un P/E medio di 14,4, un P/B di 1,47 e un rendimento da dividendi del 2,62%. Il mercato statunitense appare effettivamente caro, soprattutto considerando che l’inflazione negli Stati Uniti a marzo era ancora al 3,3% e il rendimento dei titoli del Tesoro a 10 anni si attestava al 4,4%.

Naturalmente, i metodi di valutazione radicati nell’era del carbonio potrebbero essere già obsoleti. Nell’era del silicio, solo una manciata di aziende crea un valore enorme, mentre la maggior parte è destinata a languire. Secondo i dati disponibili, le “Magnifiche Sette” hanno guadagnato complessivamente 567,25 miliardi di dollari di profitti nel 2025, contro i circa 2,09 trilioni di dollari totali dell’indice S&P 500, pari al 27,1% dei profitti totali. La loro quota di capitalizzazione di mercato totale è persino superiore, attestandosi intorno al 33-35%.

Questo solleva un interrogativo: non viviamo forse in un’era di divergenza sempre più profonda, in cui una manciata di aziende si accaparra una fetta enorme dei profitti della società con margini sbalorditivi – il modello di crescita basato sul silicio – mentre la maggior parte delle imprese basate sul carbonio fatica a rimanere a galla? Questa è la cosiddetta economia a forma di K: il problema è che solo poche aziende e individui cavalcano la salita della “K”, mentre la maggioranza scivola lungo l’altra.

In altre parole, sebbene siamo entrati nell’era del silicio, il nostro stile di vita rimarrà basato sul carbonio ancora per molto tempo. Ad esempio, negli ultimi giorni, più di 50.000 persone si sono recate in pellegrinaggio a Omaha per vedere Buffett: hanno viaggiato in aereo, soggiornato in hotel, visitato le Berkshire, mangiato bistecche e partecipato alle corse mattutine. Tutto questo rappresenta un consumo basato sul carbonio. Persino il cosiddetto consumo basato sul silicio richiede enormi quantità di energia da combustibili fossili e rilascia ingenti quantità di anidride carbonica.

Esaminiamo ora alcune caratteristiche di quest’epoca di divergenze e chiediamoci se siano di buon auspicio per uno sviluppo economico sano. In primo luogo, consideriamo la struttura proprietaria degli asset nel mercato azionario statunitense. Secondo i dati della Federal Reserve, l’1% più ricco degli americani detiene circa il 50% del valore totale del mercato azionario, mentre il restante 50% ne possiede solo l’1%. La Fed ha anche riferito che 124 milioni di americani non sono in grado di reperire 400 dollari in caso di emergenza.

In secondo luogo, sebbene i sette colossi tecnologici statunitensi rappresentino oltre il 33% della capitalizzazione di mercato totale, il numero di posti di lavoro che creano è sorprendentemente limitato. Nel 2025, il loro organico complessivo si aggirava intorno ai 2,5 milioni di dipendenti, di cui 1,56 milioni solo per Amazon. Nvidia, l’azienda di maggior valore al mondo per capitalizzazione di mercato, impiega appena 36.000 persone. Inoltre, per espandere i propri investimenti, questi giganti hanno licenziato un gran numero di lavoratori: si stima che oltre 100.000 posti di lavoro siano stati tagliati solo nei primi due mesi di quest’anno.

In sintesi, nell’era del silicio, le aziende di intelligenza artificiale possono creare molta più ricchezza rispetto alle loro controparti basate sui combustibili fossili, stimolando la crescita del PIL, ma al contempo ampliando il divario di ricchezza e generando nuove pressioni occupazionali in tutta la società.

L’era del silicio è dunque arrivata. Come si evolverà e quali problemi porterà? Tutti si interrogano su questi aspetti, ma le risposte definitive restano ancora lontane.

Tra le aziende statunitensi con una capitalizzazione di mercato superiore a 1.000 miliardi di dollari, quasi tutte – a eccezione di Walmart – sono imprese basate sulla tecnologia del silicio. Negli ultimi 30 anni, le aziende tradizionali dei settori manifatturiero, energetico, delle telecomunicazioni e finanziario sono uscite dalla top ten per capitalizzazione di mercato. A livello globale, il club delle aziende da mille miliardi di dollari comprende le sette maggiori aziende americane, insieme a Broadcom, Berkshire Hathaway e Walmart, oltre a TSMC di Taiwan, Samsung della Corea del Sud e Aramco dell’Arabia Saudita. Nessuna azienda della Cina continentale è presente nella lista.

Il confronto tra i mercati azionari della Cina continentale e degli Stati Uniti rivela una differenza sostanziale: le società più grandi del mercato azionario cinese (azioni di classe A) non sono sufficientemente grandi, e il grado di divergenza è meno pronunciato rispetto agli Stati Uniti. I livelli di globalizzazione sono generalmente inferiori, i volumi di scambio delle società a grande capitalizzazione sono relativamente modesti e le valutazioni delle grandi aziende sono comparativamente basse, mentre le società a piccola capitalizzazione vengono scambiate a multipli più elevati e godono di un turnover più vivace. Inoltre, le grandi aziende americane sono cresciute in gran parte grazie a continue fusioni e acquisizioni, mentre le storie di successo in questo ambito sono molto meno comuni tra le grandi aziende della Cina continentale.

Certamente, nella Cina continentale esistono diverse aziende con una capitalizzazione di mercato superiore a mille miliardi di RMB, ma la maggior parte opera in settori tradizionali o è costituita da imprese statali. Queste grandi aziende impiegano decine o addirittura centinaia di migliaia di lavoratori. Inoltre, l’occupazione reale generata dalle imprese statali nella Cina continentale è spesso sottovalutata, perché oltre ai dipendenti formali, queste imprese si affidano in larga misura anche al lavoro interinale e all’esternalizzazione dei servizi: in alcune imprese statali centrali, questi lavoratori superano di gran lunga il numero dei dipendenti formali.

Tra i giganti di internet della Cina continentale, i livelli occupazionali variano drasticamente a seconda del modello di business. Tencent, ad esempio, ha una capitalizzazione di mercato tredici volte superiore a quella di JD.com e ha registrato utili netti per oltre 220 miliardi di RMB nel 2025, eppure la sua forza lavoro conta solo circa 100.000 dipendenti, circa un nono di quella di JD. Ciò sottolinea come la valutazione di un’azienda richieda di considerare non solo il suo valore commerciale, ma anche il suo valore sociale, soprattutto in un’era digitale in cui l’occupazione subisce shock sempre maggiori.

Con l’avvento dell’era di Internet nel 2000, le transazioni online sono diventate sempre più frequenti, infliggendo duri colpi ai negozi fisici. L’ascesa dei servizi di consegna espressa e di consegna di cibo a domicilio ha portato con sé anche un’enorme quantità di “inquinamento da plastica”: sacchetti di plastica, scatole di imballaggio, nastro adesivo e simili.

Inoltre, le guerre dei prezzi tra i giganti di internet hanno portato a una cattiva allocazione e a uno spreco di risorse sociali. Oggi, la forza lavoro flessibile nella Cina continentale è stimata in 287 milioni di persone (a novembre 2025, secondo il sito web della Conferenza consultiva politica del popolo cinese di Tianjin), pari a quasi il 40% della popolazione occupata totale di 725 milioni. L’enorme entità di questa forza lavoro flessibile solleva seri interrogativi sul futuro dell’occupazione e della sicurezza sociale, che meritano un’attenta valutazione.

Una volta terminata la fase di forte crescita del settore dell’IA, queste aziende basate sulla tecnologia del silicio, caratterizzate da alti profitti e bassa occupazione, saranno ancora in grado di sostenere valutazioni così elevate? Attualmente, le principali aziende americane di IA sono impegnate in una frenetica espansione delle spese in conto capitale: si prevede che le “Magnifiche Sette” spenderanno tra i 700 e i 750 miliardi di dollari in investimenti nel 2026, con un aumento del 70-80% rispetto al 2025. Questo sta spostando la crescita del PIL statunitense su basi trainate dagli investimenti, e anche le aziende di IA nella Cina continentale stanno incrementando notevolmente le spese in conto capitale.

Come dice il proverbio: non espandere gli investimenti significa morte certa, ma espanderli non garantisce la sopravvivenza. In un contesto così spietato, dove il vincitore prende tutto, lo scoppio della bolla dell’IA è probabilmente solo questione di tempo, proprio come è successo anni fa con la bolla di Internet. Buffett ha progressivamente ridotto il suo portafoglio azionario e accumulato liquidità, preparandosi per l’inverno in arrivo.

Vista in un’ottica storica più ampia, lo scoppio delle bolle speculative è in realtà un fatto positivo. Restituisce razionalità agli investitori e ai mercati e, attraverso l’eliminazione degli operatori più deboli, migliora ulteriormente la produttività del lavoro e l’efficienza nell’allocazione delle risorse. Dopo lo scoppio della bolla di Internet negli Stati Uniti nel 2001, ad esempio, Internet si è diffuso ancora più ampiamente, dando origine a una generazione di giganti della tecnologia che da allora hanno guidato il mondo nell’era del silicio.

Per l’economia e la società globali, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta guidando aumenti della produttività del lavoro e del progresso umano, riscrivendo discipline tradizionali come l’economia e la sociologia. L’economia dello sviluppo moderna, ad esempio, concorda sul fatto che una popolazione che invecchia debba comportare una crescita più lenta e che, una volta che una società diventa super-anziana, la crescita scenderà al di sotto del 3%.

Eppure, nel primo trimestre di quest’anno, Taiwan, già un paese con una storia lunghissima, ha registrato una crescita a doppia cifra; anche la Corea del Sud, anch’essa con una storia lunghissima, ha ottenuto risultati più che rispettabili. Il progresso tecnologico dell’era del silicio, quindi, continuerà a spingere in avanti la ruota della storia, anche se lungo il cammino solleva polvere e anche se a volte può schiacciare il terreno stesso su cui poggia.

Dal passaggio da “Internet+” a “AI+”, dobbiamo prepararci in anticipo. Come affrontare la crescente divergenza tra società, settori, imprese e famiglie e come attutire gli shock che questa divergenza porterà? Come sviluppare con vigore il settore dei servizi per creare nuovi posti di lavoro e contrastare il brusco calo della domanda di lavoro che l’era del silicio minaccia di provocare? E come pianificare in anticipo per ridurre il rischio che un futuro scoppio della bolla dell’IA si propaghi a tutti i settori?

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Wang Mingyuan: Ripensare la meritocrazia in Cina

Perché il motore che ha alimentato l’ascesa della Cina sta ora alimentando l’ansia dei suoi giovani: una lettura di “Un viaggio senza mappa” di Lian Si.

Fred Gao4 maggio
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Per decenni, la meritocrazia è stata considerata il motore principale dello sviluppo fulmineo della Cina. All’interno del sistema economico, questo meccanismo premia la diligenza, la competenza e l’efficienza, collegando strettamente l’impegno individuale alla ricompensa materiale e garantendo che venga soddisfatto il desiderio della collettività di una vita agiata.

Nell’apparato politico cinese, un sistema di selezione e valutazione dei quadri basato sulla valutazione delle prestazioni garantisce che i decisori siano verificati e competenti, mentre gli incentivi alla promozione li incoraggiano a bilanciare gli interessi locali a breve termine con gli obiettivi nazionali a lungo termine.

Nel 2020, la produzione cinese di acciaio grezzo ha superato per la prima volta il miliardo di tonnellate, raggiungendo un picco storico prima di iniziare un graduale declino. Tale cifra ha segnato anche l’ingresso formale della Cina in una società post-industriale. Con il progressivo dissolversi delle preoccupazioni per la scarsità di risorse materiali, ha cominciato a emergere il rovescio della medaglia della meritocrazia, a lungo nascosto.

In ambito educativo, il singolo parametro dei punteggi dei test ha ristretto i percorsi di sviluppo a disposizione dei giovani, comprimendo l’intera gamma delle possibilità della vita in una competizione basata sulla capacità di superare gli esami. Dato che il numero di ammissioni alle migliori università rimane relativamente invariato, questo sistema di valutazione non ha prodotto alcun progresso corrispondente nello sviluppo; al contrario, ha intensificato una competizione eccessiva e inutile. I partecipanti si impegnano sempre di più, mentre i risultati complessivi non aumentano; questo è esattamente il significato di involuzione .

A livello di psicologia sociale, la crescente adozione dell’intelligenza artificiale ha amplificato costantemente la sua capacità di sostituire i lavoratori con figure professionali di livello base (almeno secondo la percezione comune), e la ricerca di “prestazioni quantificabili” nel mercato del lavoro si è ulteriormente intensificata, con la soglia del successo che si alza sempre di più. Anche se i “super-individui” emergono con forza, le persone comuni percepiscono più acutamente che mai la propria sostituibilità. La promessa della meritocrazia, secondo cui “il duro lavoro alla fine ripaga”, è diventata più fragile che mai, alimentando l’ansia che pervade i giovani di oggi.

Il 4 maggio si celebra la Giornata della Gioventù in Cina. In questa occasione, vorrei condividere un saggio del signor Wang Mingyuan (王明远), scritto per il nuovo libro del professor Lian Si, ” Un viaggio senza mappa” (无图之旅-一代青年的自我寻路) . Wang è ricercatore presso l’Associazione di Ricerca sulla Riforma e lo Sviluppo di Pechino e un eminente e stimato studioso di storia della Riforma e dell’apertura economica. In precedenza ha lavorato presso la rivista “China Economic System Reform Magazine” e la ” China Society for Economic System Reform” . Gestisce inoltre un proprio account pubblico su WeChat, “Fuchengmen No. 6 Courtyard”. (阜成门六号院).

Wang Mingyuan

Il professor Lian Si è un noto sociologo che da tempo si dedica allo studio dei valori delle diverse generazioni di giovani cinesi. Ha descritto con precisione la precarietà della vita dei neolaureati con l’espressione “tribù di formiche” e, nel suo nuovo libro, continua a indagare sul destino dei giovani. Ricopre inoltre la carica di vicedirettore del Dipartimento Scolastico del Comitato Centrale della Lega della Gioventù Comunista . Ho avuto l’opportunità di parlare con lui in passato e sono rimasto profondamente colpito dall’empatia che ha dimostrato nei confronti delle difficoltà che i giovani cinesi si trovano ad affrontare, nonché dalla precisione con cui ha compreso le motivazioni che ne sottendono il comportamento.

Professoressa Lian Si

Nel suo libro, Lian Si ha sottolineato come la meritocrazia sia, di fatto, una moderna maschera per l’ordine gerarchico; essa stratifica i giovani in base a criteri quali reddito, titoli di studio e posizione sociale. Egli auspica politiche che concedano ai giovani maggiore margine di manovra per commettere errori, che offrano condizioni di lavoro più tutelate e che riservino opportunità di cambiamento di percorso. A mio avviso, tutti questi punti, a un livello più profondo, riflettono un impegno più concreto a “investire nelle persone” e a rafforzare la rete di sicurezza sociale per i giovani.

Grazie alla gentile autorizzazione di Wang Mingyuan, ho avuto la possibilità di pubblicare la versione inglese del brano.

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Addio alla meritocrazia, riscoprire il valore essenziale della giovinezza: una lettura di “Un viaggio senza mappa” di Lian Si.

«Il principio fondamentale di una società civile non è che tutti possano avere successo, ma che anche le persone comuni conservino dignità e valore. Il vero progresso sociale non consiste nel trasformare tutti in vincitori, ma nel permettere alle persone comuni di vivere con dignità; non nel costringere tutti a scalare la gerarchia sociale, ma nell’assicurare che coloro che non riescono a farlo non vengano calpestati.»
—Lian Si, Un viaggio senza mappa , p. 356

È arrivato il Giorno della Gioventù del 4 maggio, e quindi mi sembra opportuno parlare dei giovani. Oggi, la questione giovanile sta diventando una delle questioni decisive che plasmano il destino storico della Cina. Perché dico questo?

Innanzitutto, la Cina si trova attualmente ad affrontare una serie di problemi urgenti: colli di bottiglia tecnologici, crescente competizione internazionale, stabilità sociale e sviluppo sostenibile. Dal punto di vista di chi deve effettivamente risolverli, tutto dipende da quanto efficacemente lavoriamo con i giovani. Risolvere queste difficoltà dipende soprattutto dal liberare il potenziale dei giovani. I giovani possono essere immaturi e imperfetti, e in termini di risorse sociali rappresentano un “gruppo marginale”, eppure sono anche i più creativi; sono, in definitiva, i padroni del futuro, e gli unici ad avere il diritto di definirlo.

La capacità della Cina di trasformare i vantaggi intellettuali e demografici dei suoi giovani in un vantaggio per lo sviluppo è fondamentale per il raggiungimento dei nostri obiettivi di modernizzazione. Le nazioni di successo, in definitiva, sono quelle che permettono a ogni nuova generazione di realizzare appieno il proprio potenziale. Le nazioni fallimentari sono quelle in cui le energie dei giovani non trovano sbocco, o si esauriscono negli attriti interni dei conflitti sociali.

In secondo luogo, il lavoro con i giovani oggi si trova ad affrontare nuove sfide senza precedenti. In passato, il lavoro con i giovani si concentrava principalmente su questioni di sopravvivenza, istruzione e sviluppo, ovvero, nella sua essenza, sull’innalzamento del livello culturale dei giovani e sull’ampliamento delle loro opportunità di guadagnarsi da vivere. Ma questa generazione, soprattutto quella al di sotto dei venticinque anni, è essa stessa nativa di una società industrializzata e basata sull’informazione. La loro visione del mondo, le loro aspirazioni e le loro modalità di ragionamento differiscono notevolmente da quelle delle generazioni successive agli anni ’70 e ’80.

Le opportunità che i tempi attuali offrono non sono più all’altezza del capitale e delle aspettative che i giovani portano con sé; i meccanismi di gestione sociale si scontrano sempre più con i loro modelli di comportamento. La generazione più giovane esprime le proprie emozioni a modo suo. Negli ultimi due o tre anni, espressioni come “sdraiarsi a terra” e “anti-involuzione”, e comportamenti come “il lutto per la dinastia Ming” o la moda del barbecue Zibo, non dovrebbero essere liquidati come sottoculture internettiane passeggere: sono il riflesso della condizione psicologica ed esistenziale dei giovani.

“Mourning the Ming” non è in realtà un dibattito storico o una nostalgia per la dinastia Zhu; è piuttosto un modo per esprimere ribellione contro le informazioni “istituzionalizzate” e i valori ortodossi. I milioni di studenti universitari della Cina settentrionale che si riversano a Zibo per un barbecue, o le decine di migliaia di studenti che pedalano di notte tra Zhengzhou e Kaifeng, in fondo sono alla ricerca di una via d’uscita dalla soffocante gestione del campus e cauto desiderio di uno stile di vita più libero da inibizioni.

Ma tra coloro che detengono le risorse della società e ne dominano il discorso pubblico – quasi tutti di mezza età o anziani – sono pochissimi quelli realmente capaci di ascoltare le voci dei giovani. Che si tratti di intellettuali indignati di fronte all’ingiustizia sociale o di funzionari che esercitano il potere a livello locale, che i loro valori politici siano di sinistra o di destra, quando parlano di questioni giovanili assumono quasi automaticamente un atteggiamento di insegnamento o persuasione, spesso trasmettendo quella che i giovani chiamano sarcasticamente “l’aria da vecchio” o “l’atmosfera patriarcale”. Questo non fa che rendere il problema più difficile da risolvere.

Il mese scorso ho ricevuto una copia di “Un viaggio senza mappa” del rinomato sociologo Lian Si. È stata una piacevole sorpresa, seguita, dopo averlo letto, da un’emozione e un entusiasmo che non provavo da tempo. Frutto di anni di ricerca sul campo, questo raro libro comprende i giovani con un atteggiamento di ascolto empatico e si interroga su come aiutarli a crescere, anziché impartire loro lezioni in modo burocratico o paternalistico. Si concentra sulle circostanze di innumerevoli giovani comuni, non sulla celebrazione di storie di successo. Il libro è permeato da quella sensibilità umanistica propria di un intellettuale, ed è supportato da un’analisi solida e professionale. Di seguito, condivido alcuni dei suoi spunti.

Una testimonianza autentica della vita e della mentalità dei giovani nell’era post-industriale.

Se ” La tribù delle formiche” di Lian Si offriva il ritratto storico più vivido dei giovani durante l’era industriale cinese, ” Un viaggio senza mappa” offre un quadro completo e finemente dettagliato di come le forze storiche dell’era post-industriale – la trasformazione tecnologica, l’urbanizzazione, la globalizzazione e la rivoluzione dei valori sociali – stiano rimodellando le vite e la mentalità dei giovani.

Il primo cambiamento è la “deistituzionalizzazione” o “decentralizzazione” del lavoro. In passato, sia nelle società agrarie che in quelle industriali, il lavoro era di natura istituzionale: l’occupazione non agricola era strettamente legata a organizzazioni, ancorate a enti del settore pubblico o a imprese private. La diffusione delle tecnologie digitali ha ora liberato il lavoro dai vecchi vincoli di tempo e luogo, dissolvendo il forte legame tra lavoratore e “unità lavorativa”. Per la maggior parte dei giovani, il lavoro è diventato “non istituzionale” o “decentralizzato”.

“Un viaggio senza mappa ” seleziona dieci gruppi che rappresentano la “media” sociale: conduttori di dirette streaming, operai, professionisti dell’alta tecnologia, i nuovi bohémien dell’arte, freelance, giovani di provincia, programmatori, funzionari pubblici di base, dipendenti di organizzazioni sociali e fattorini. Attraverso accurate interviste, il libro ripercorre le loro storie di vita e i loro percorsi interiori.

Di questi dieci gruppi, solo gli operai industriali, i funzionari pubblici di base e coloro che lavorano in organizzazioni sociali rimangono all’interno di strutture istituzionali tradizionali; gli altri sette si sono tutti orientati verso la deistituzionalizzazione. La Cina conta ora oltre 200 milioni di lavoratori con contratti flessibili. Se da un lato questo riflette certamente le difficoltà che i giovani incontrano nel mercato del lavoro, dall’altro indica anche che, per una parte consistente di essi, questa è gradualmente diventata una nuova modalità di lavoro scelta, se non addirittura preferita.

Il secondo cambiamento è un’intensificazione senza precedenti della coscienza “moderna” riguardo all’autostima, alla dignità, alla libertà e ai diritti. I giovani delle generazioni precedenti, anche quelli successivi agli anni ’80, tendevano a fare scelte di vita basate su criteri utilitaristici: reddito, promozione e così via. Questa generazione, plasmata da cambiamenti rivoluzionari nei propri ambienti educativi, materiali e informativi, attribuisce un’importanza senza precedenti ai sentimenti personali. Da qui la popolarità, tra i giovani, di concetti che lasciano perplessi i più anziani: “riformare il posto di lavoro”, “valore emotivo”, “spendere per compiacere se stessi”.

La convergenza di questo cambiamento di valori con l’evoluzione tecnologica è una delle cause principali della crescente deistituzionalizzazione delle carriere giovanili. La loro adesione alle regole e agli incentivi materiali è più debole che mai, e il loro attrito con le istituzioni e i valori consolidati si è intensificato: un altro motivo per cui, negli ultimi anni, i giovani sono stati così spesso “problematizzati”.

Il terzo cambiamento è che, sebbene la scarsità materiale non sia più il problema, l’incertezza esistenziale e l’ansia sono in aumento. Il cambiamento tecnologico ha separato l’occupazione dall’unità lavorativa. Il lato positivo è una soglia di accesso più bassa e maggiori opportunità di lavoro per tutti: se prendiamo come punto di riferimento il 2012, quando la Cina ha sostanzialmente completato la sua industrializzazione, la nuova economia costruita attorno alle infrastrutture digitali ha generato da allora circa 150 milioni di posti di lavoro aggiuntivi, portando il tasso di occupazione non agricola in Cina vicino all’80% lo scorso anno. Ma il ritmo accelerato dell’iterazione tecnologica e la crescente capitalizzazione delle industrie hanno introdotto un’enorme incertezza nella vita lavorativa dei giovani, accompagnata da un senso di disagio e ansia riguardo al loro futuro. Sebbene si siano liberati dai tradizionali vincoli di autorità all’interno dell’unità lavorativa, hanno ereditato le forme di controllo più subdole che derivano dalla tecnologia e dal capitale. La libertà che speravano non si è materializzata; semmai, i vincoli che gravano su di loro sono ora onnipresenti.

In sintesi, questa generazione sta percorrendo un cammino ben diverso da qualsiasi altro precedente. Le loro carriere e le loro vite non seguono più coordinate fisse. Godono di maggiore libertà e autonomia sul proprio destino, ma si trovano anche ad affrontare numerose sfide e incertezze. Lian Si definisce questa modalità completamente nuova – l’auto-navigazione in un’incertezza pervasiva – “un viaggio senza mappa”.

Attraverso le sue interviste, vediamo che la reazione chimica di queste tre trasformazioni sta rimodellando non solo coloro che operano nei nuovi settori, ma anche i lavoratori delle professioni tradizionali, le cui mentalità e circostanze stanno cambiando a loro volta.

Prendiamo ad esempio i funzionari pubblici di base. Il vecchio stereotipo li dipinge come uomini compiacenti, altezzosi e indifferenti che passano la giornata con un solo giornale in mano e non hanno nulla di cui preoccuparsi. La realtà è che i funzionari pubblici di base di oggi – il cui livello di istruzione è notevolmente migliorato – includono molti idealisti e le cui capacità professionali sono di gran lunga superiori a quelle della generazione precedente. Il miglioramento dei servizi di base negli ultimi anni è dovuto in gran parte a questo ricambio generazionale. Tuttavia, con la pressione sempre maggiore sulla valutazione delle prestazioni, la formalizzazione delle procedure amministrative e il costante controllo da parte dei superiori e del pubblico, il lavoro di questi giovani funzionari è tutt’altro che facile. Lo spazio per la personalità e il talento individuali si è notevolmente ridotto.

Una riflessione sul culto della meritocrazia che domina la scena.

Un altro contributo intellettuale di “Un viaggio senza mappa” è la sua analisi di come la meritocrazia alieni il valore umano, un’analisi che aiuta a spiegare l’ansia e la rassegnazione dei giovani.

Un sistema di valori incentrato sui risultati – che celebra l’impegno, il successo e la ricchezza – è innegabile che spinga la modernizzazione. Il problema, però, nella Cina odierna è che, in assenza di un contrappeso umanistico, la meritocrazia ha finito per dominare quasi completamente la valutazione sociale. Grazie alla diffusione delle scienze gestionali e delle tecnologie digitali, ha insinuato indicatori quantificabili in ogni ambito della vita, invertendo il rapporto tra strumenti e fini in tutta la società. Gli esseri umani sono diventati macchine che vivono per i propri parametri di valutazione. Come afferma Lian Si, “L’interazione reciproca tra meccanismi di mercato, distribuzione algoritmica e valutazione delle prestazioni ha rafforzato la morsa del ‘successo’ sulla vita quotidiana dei giovani”.

Condivido pienamente questa opinione. Oggi, quando le università reclutano docenti, ciò che guardano per prima cosa non è la capacità accademica, ma indicatori quantificabili: se la laurea del candidato proviene da un’università del “Progetto 985”, quanti articoli ha pubblicato su riviste CSSCI, quanti finanziamenti nazionali ha ottenuto. Il luogo di incontro più famoso di Pechino – l’angolo nord-est del Parco Zhongshan nei fine settimana – è un vivido palcoscenico della meritocrazia in azione. Qui, giovani uomini e donne vengono ridotti a un indice numerico di reddito, istruzione e altezza. Gli astanti guardano con ammirazione reverenziale coloro che hanno le lauree più prestigiose, i titoli più alti, gli stipendi più elevati. Che una persona abbia una personalità solida, intelligenza emotiva, integrità morale o potenziale a lungo termine sono parametri sostanzialmente irrilevanti. Chiunque abbia il coraggio di mettere in risalto tali qualità sul lavoro, nelle ammissioni universitarie o nel corteggiamento rischia di essere etichettato come “ingenuo”, “eccessivamente idealista” o “inutile”.

Lian Si osserva acutamente che la meritocrazia è, in realtà, una moderna maschera per “ordine gerarchico”: stratifica i giovani attraverso etichette come reddito, titoli di studio e rango. “ La gerarchia di discendenza sotto la meritocrazia non proclama la nobile nascita in alcuna legge esplicita; si insinua silenziosamente nel discorso pubblico e nelle menti individuali attraverso parole come impegno, capacità, rendimento e volontà”. “Si riproduce culturalmente, restringendo la diversità dei percorsi di vita a un’unica strada e impiantando silenziosamente l’autodisciplina sia nella coscienza che nel desiderio”.

La meritocrazia ha ristretto i percorsi di sviluppo a disposizione dei giovani e intensificato la competizione. Per questo motivo, anche le famiglie dell’alta borghesia di Haidian rimangono attanagliate dalla paura di cadere in disgrazia e intrappolate nell’ansia di una continua “genitorialità iperprotettiva”. La nuova generazione, cresciuta nella logica meritocratica di una società industriale, può sembrare avere titoli di studio più elevati, migliori competenze linguistiche e hobby più raffinati rispetto ai predecessori. Eppure, i parametri di valutazione hanno atomizzato e frammentato le loro capacità, e le competenze più vitali – il pensiero e la creatività – non sono necessariamente migliorate. Anzi, potrebbero essere addirittura diminuite.

Ciò che contraddice la logica degli incentivi della meritocrazia è questo: una volta che la ruota della storia gira verso l’era post-industriale e i canali di mobilità sociale si restringono, continuare a richiedere e valutare i giovani attraverso criteri meritocratici non può che acuire il loro senso di frustrazione e impotenza. Dopo il 2021, punto di svolta nello sviluppo economico cinese, termini come “stagnazione”, “involuzione” e “anti-involuzione” sono entrati in circolazione. Non si tratta di “meme” o “sottocultura di internet”, bensì della manifestazione di una contraddizione tra il sistema di valutazione sociale e la realtà sociale.

Cosa rende davvero significativa la giovinezza e cosa la società deve ai giovani: riflessioni filosofiche e istituzionali sulla difficile situazione dei giovani.

Nel suo libro, Lian Si non impartisce, come fanno le “persone di successo”, lezioni di vita ai giovani. Piuttosto, risponde a una domanda che la società stessa deve ridefinire: quale tipo di gioventù è più significativa? Scrive: “Il fondamento di una società civile non è che tutti possano avere successo, ma che anche le persone comuni conservino dignità e valore”. Lian Si sostiene che dobbiamo smantellare la narrativa meritocratica che esalta i forti e muoverci verso un pluralismo di percorsi di vita; che dobbiamo rispettare le scelte delle giovani generazioni e accettarne la normalità; che dobbiamo abolire la “valutazione sociale” utilitaristica e imposta dall’esterno delle carriere, e usare invece come bussola il fatto che il proprio lavoro giovi agli altri e sia in sintonia con il proprio cuore. Questo è un ritorno dalla strumentalizzazione all’essenza della vita umana, ed è pienamente in sintonia con l’umanesimo del marxismo.

Lian Si dimostra inoltre il rigore professionale di un sociologo. Per ciascuno dei dieci gruppi professionali, propone raccomandazioni specifiche per migliorarne le condizioni. Il punto centrale, a mio avviso, è il seguente: un passaggio dall’enfasi posta in passato sul sostegno ai giovani attraverso l’offerta tecnologica al rafforzamento dei giovani attraverso l’offerta istituzionale.

In tutta onestà, il livello di ansia tra i giovani cinesi è sproporzionato rispetto al livello di sviluppo economico e alle opportunità del Paese. La Cina è sul punto di superare la soglia dei paesi ad alto reddito. Nelle regioni orientali e nelle principali città – proprio dove l’ansia è più elevata – lo sviluppo sociale si è avvicinato ai livelli dell’OCSE. Il tasso di crescita cinese, pur non essendo quello di inizio secolo, rimane secondo solo a quello dell’India tra le principali economie. I giovani cinesi, a rigor di logica, non dovrebbero essere così ansiosi.

Osservando la questione da un’altra prospettiva, emerge che un’importante fonte di ansia giovanile è l’inadeguatezza delle tutele istituzionali. La nostra società è priva di un meccanismo che incentivi la creatività costante, di un meccanismo che riconosca pienamente il valore delle persone e di sistemi adeguati di assistenza sociale e welfare. Questa è un’opinione condivisa da tutti, dagli imprenditori del settore high-tech al vertice della distribuzione del reddito, fino ai lavoratori dell’economia flessibile e ai conduttori di dirette streaming che si trovano nelle fasce di reddito più basse e medie.

Ecco cosa auspica Lian Si a conclusione del suo libro: “Questo libro non vuole dire ai giovani ‘cosa dovreste fare’, ma chiede alla società ‘se possiamo’: se, a livello politico, possiamo concedere ai giovani maggiore margine di manovra per commettere errori; se possiamo offrire condizioni di lavoro più tutelate ad alcuni; se possiamo riservare ad altri l’opportunità di cambiare percorso di vita”.

Esistono tre tipi di libri. Il primo è un’opera completa e originale, scritta in un unico sforzo continuativo, fondata su un pensiero serio, rigoroso e logicamente coerente. Il secondo è una raccolta di articoli precedentemente pubblicati. Il terzo è quello che nasce dalla collaborazione di diversi autori – tu scrivi un pezzo, io un altro – e il cui risultato viene poi assemblato in un volume. A mio avviso, solo il primo tipo merita veramente il nome di “libro”. L’industria editoriale odierna è così prolifica che chiunque può pubblicare un libro, eppure il primo tipo rappresenta meno dell’uno per cento di tutto ciò che viene pubblicato. Nonostante i suoi numerosi impegni sociali, Lian Si ha prodotto in ” Un viaggio senza mappa” un’opera originale, fondata su una rigorosa ricerca e un’attenta analisi. Ogni parola è ponderata; non una frase è superflua. In un’epoca inondata di cibo accademico di bassa qualità (o di spazzatura accademica), questo è un lusso raro.

Raramente scrivo riflessioni sulle mie letture. I libri scadenti non meritano commenti, e su quelli buoni non oso esprimermi con leggerezza. Contando, ho scritto recensioni solo per quattro libri, tutti su invito dell’autore o dell’editore: “La generazione perduta: l’arretramento della gioventù istruita cinese” di Michel Bonnin, ” Deng Xiaoping e la trasformazione della Cina” di Ezra Vogel, ” Il processo di riforma economica cinese” di Wu Jinglian e ” L’economia privata che avanza con i tempi” di Hu Deping . Questo saggio, al contrario, l’ho scritto interamente di mia iniziativa, mosso da ciò che ho letto, come omaggio ai 370 milioni di giovani cinesi e come tributo agli studiosi che ancora prendono sul serio il lavoro originale.

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Per approfondire:

Lian Si su “involuzione” e “de-involuzione” della gioventù cinese
Fred Gao·20 marzo 2025
Lian Si su "involuzione" e "de-involuzione" della gioventù cinese
Dopo settimane di intense sessioni di studio, finalmente ho avuto l’opportunità di dedicarmi alla lettura di testi sulla gioventù cinese. È particolarmente significativo che il governo cinese abbia annunciato l’intenzione di affrontare il problema del lavoro straordinario. Dal 2015, l’orario di lavoro medio in Cina è aumentato costantemente, una tendenza che nemmeno la pandemia è riuscita a invertire.
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Condividi l’articolo: I valori della gioventù cinese
Fred Gao·9 agosto 2024
Condividi l'articolo: I valori della gioventù cinese
Per la puntata di oggi, ho deciso di concentrarmi nuovamente sui valori dei giovani cinesi. Gli spunti che vi propongo oggi provengono dal professor Lian Si (廉思), un eccellente sociologo che si occupa dei valori delle diverse generazioni di giovani cinesi. Ha coniato il termine “tribù delle formiche”.
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Oltre “Attraversare il fiume tastando le pietre”: il processo decisionale che ha portato alla riforma del sistema economico cinese nel 1984.
Fred Gao·14 agosto 2025
Oltre il concetto di "attraversare il fiume tastando le pietre": il processo decisionale che ha portato alla riforma del sistema economico cinese nel 1984.
Per la puntata di oggi, vorrei condividere un articolo sulla storia delle riforme e dell’apertura della Cina, un punto di svolta che ha rimodellato l’economia e la società del Paese. Nonostante il costo elevato, ho sempre creduto che lo studio della storia cinese contemporanea dovrebbe essere un corso obbligatorio per chiunque si interessi alla Cina.
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Quanto sarebbe davvero “delicato” un “divorzio” tra Russia e Armenia? di Andrew Korybko

Quanto sarebbe davvero “delicato” un “divorzio” tra Russia e Armenia?

Andrew Korybko11 maggio
 
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Anziché aspettare che Pashinyan indichi un referendum sull’adesione all’UE – cosa che potrebbe non fare mai, per conservare il più a lungo possibile i vantaggi derivanti dall’appartenenza all’Unione Economica Eurasiatica – Putin potrebbe tagliare subito i ponti con l’Armenia qualora Pashinyan riuscisse a farsi rieleggere con ogni mezzo.

Un giornalistaha chiestoa Putin nel fine settimana quale fosse la sua reazione al fatto che il primo ministro armeno Nikol Pashinyan abbia ospitato Zelensky la scorsa settimana, offrendogli una tribunaper minacciare la Russia. Putin ha eluso quella parte della domanda, ma si è soffermato sul futuro dei loro rapporti. La Russia vuole solo il meglio per l’Armenia e rispetterà i desideri del suo popolo, ha affermato, proponendo in tal senso di indire un referendum sui piani di Pashinyan di aderire all’UE, poiché tale politica rischia di compromettere i legami economici con la Russia.

Per ricordarlo, Putin ha affermato che poco meno di un quarto del PIL dell’Armenia proviene dal commercio con la Russia, circa 7 miliardi di dollari su 29 miliardi lo scorso anno. I vantaggi che derivano dall’adesione all’Unione economica eurasiatica guidata dalla Russia riguardano «l’agricoltura, l’industria di trasformazione, i dazi doganali e altri oneri, e così via. Ciò vale anche per la migrazione». Se il popolo armeno decidesse di porre fine a tali rapporti, ha affermato Putin, la Russia avvierà il processo di «un divorzio pacifico, intelligente e reciprocamente vantaggioso».

All’inizio di aprile Putin ha ospitato Pashinyan per dei colloqui schietti che sono stati valutati qui come il momento della verità nelle loro relazioni. Il giorno dopo, “Un alto funzionario russo ha lanciato l’allarme sul deterioramento delle relazioni con l’Armenia”, condannando in particolare la “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP) dello scorso agosto per aver sconvolto l’equilibrio geostrategico regionale. A ciò ha fatto seguito la scorsa settimana il fatto che l’UE ha consolidato la propria influenza in Armenia in vista delle elezioni del mese prossimo.

I segnali sono evidenti e indicano che Pashinyan, con ogni mezzo, vincerà le elezioni e di conseguenza assoggetterà l’Armenia all’Occidente per dare un forte impulso all’espansione della sua influenza, guidata dal TRIPP, lungo l’intera periferia meridionale della Russia. La nuova alleanza de facto del loro comune vicino azero con l’Ucraina fa naturalmente aumentare la valutazione della minaccia da parte della Russia e accresce il rischio di una instabilità prolungata in tutta la regione per le ragioni spiegate qui.

Ciò che si sta verificando lungo il fianco meridionale della Russia è il risultato di quella che può essere definita la Dottrina Neo-Reagan, ovvero l’accelerazione, da parte di Trump 2.0, del processo di ridimensionamento dell’influenza russa in tutto il mondo, con particolare attenzione alla sua “sfera d’influenza” nota come “Near Abroad”. Se questa tendenza non verrà invertita in Armenia grazie alla vittoria dell’opposizione patriottica contro ogni previsione, e se Pashinyan si muoverà rapidamente per danneggiare gli interessi russi ancora più di quanto non abbia già fatto, allora il loro “divorzio” potrebbe non essere così “delicato”.

L’ascesa della fazione russa più intransigente, di cui si è accennato qui, riduce la probabilità che Putin accetti di mantenere i benefici di cui l’Armenia godeva in precedenza nell’ambito dell’Unione Economica Eurasiatica. Al contrario, se l’influenza russa in Armenia dovesse andare irrimediabilmente perduta per un futuro indefinito (con o senza un referendum sulla politica di Pashinyan di adesione all’UE), allora potrebbe semplicemente interromperla immediatamente. L’obiettivo potrebbe essere quello di scatenare un’ultima rivolta patriottica e poi lasciare che i nemici della Russia si occupino dell’Armenia ribelle, qualora ciò fallisse.

Lungi dall’essere un divorzio “amichevole”, potrebbe rivelarsi molto sgradevole, e il risultato finale potrebbe essere la formalizzazione, da parte dell’asse azero-turco, dello status dell’Armenia come loro “sanjak neo-ottomano” congiunto, con tutti i costi socio-culturali che erano stati previsti qui. Se ciò sembra inevitabile nel caso in cui Pashinyan venisse rieletto con le buone o con le cattive, potrebbero sostenere gli estremisti, allora è meglio accelerare radicalmente il tutto nella speranza che lo shock provochi una reazione di resistenza da parte degli armeni, piuttosto che lasciare che la situazione si evolva lentamente fino a quando sarà troppo tardi per invertire la rotta.

La visione geopolitica di Magyar richiama l’attenzione sulle tendenze di integrazione subregionale

Andrew Korybko11 maggio
 
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Una diplomazia creativa potrebbe aiutare la Russia a cogliere le opportunità strategiche che ne derivano.

Il nuovo primo ministro ungherese Peter Magyar ha proposto di fondere il Gruppo di Visegrad, composto dal suo Paese, dalla Polonia, dalla Slovacchia e dalla Repubblica Ceca, con il formato di Slavkov, costituito da questi ultimi due Paesi e dall’Austria. Politico ha osservato nel proprio articolo sulla sua visione geopolitica che «come chiaro segnale di tale strategia, Magyar ha affermato che i suoi primi viaggi in qualità di nuovo leader ungherese all’inizio di maggio saranno a Varsavia e Vienna». Ciò richiama l’attenzione sulle tendenze di integrazione subregionale in Europa che verranno ora descritte.

Il più importante in assoluto è il tentativo della Polonia di ritrovare il proprio status di grande potenza perduto fungendo da fulcro dell’integrazione economica, ideologica e, in ultima analisi, militare nell’Europa centrale e (CEE) attraverso la “Iniziativa dei Tre Mari”, la proposta di riforma dell’UE del presidente Karol Nawrocki e lo “Schengen militare”. Con ogni probabilità, tuttavia, la realtà non sarà all’altezza delle ambizioni della Polonia e, anziché una CEE guidata dalla Polonia, emergerà probabilmente una serie di gruppi subregionali (formalizzati o meno).

A partire dalla Polonia, la Via Baltica potrebbe, grazie alla sua duplice funzione economico-militare, ampliare l’influenza polacca sugli Stati baltici, mentre la sua identità slava occidentale condivisa con la Repubblica Ceca e la Slovacchia potrebbe intensificare la cooperazione con questi paesi. I previsti investimenti ferroviari e portuali in Ucraina potrebbero ipoteticamente portare il Paese a cadere sotto l’influenza polacca, ma la Germania sta ferocemente competendo per la fedeltà di Kiev, e il principale consigliere di Zelensky aveva precedentemente previsto un “rapporto competitivo” con la Polonia dopo la fine del conflitto.

Spostandosi verso sud, l’inasprirsi dei legami austro-ungarici potrebbe indurre la Cechia e la Slovacchia ad avvicinarsi a questi due paesi oppure a controbilanciarli con la Polonia. Anche la Slovenia e la Croazia potrebbero allinearsi a questo nucleo di integrazione regionale potenzialmente (ri)emergente. La Bosnia rimarrebbe probabilmente una zona di competizione “amichevole” tra loro e la Serbia, che potrebbe al massimo intensificare l’integrazione con la Republika Srpska e forse ricucire i legami con il Montenegro, ma finirebbe per essere isolata o costretta alla subordinazione.

A questo proposito, si prevede che la “Grande Albania” e la “Grande Bulgaria” vivranno una rinascita di fatto: la prima esiste già di fatto in parte del Montenegro, nella maggior parte del Kosovo e Metohija occupati dalla NATO e in una porzione della Macedonia, mentre la seconda potrebbe espandere ulteriormente la propria influenza in Macedonia. La Grecia, che dovrebbe continuare a rafforzare i legami con Cipro, avrà probabilmente relazioni cordiali con i suoi “grandi” rivali storici grazie al Gasdotto Trans-Adriatico e al Corridoio Verticale del Gas.

Quest’ultimo progetto sposta l’attenzione sui partecipanti rumeni e moldavi, le cui istituzioni militari si sono già di fatto fuse dal 2022 e a cui potrebbe seguire una fusione politica, mentre l’ultimo gruppo subregionale è incentrato sulla Svezia e coinvolge la Finlandia e gli Stati baltici. Gli ultimi tre si sovrappongono alla sfera d’influenza della Polonia attraverso l’autostrada Via Baltica e potrebbero quindi servire a stimolare una più stretta cooperazione polacco-svedese contro la Russia nel Mar Baltico.

Nel complesso, la transizione sistemica globale verso la multipolarità ha dato vita a nuove tendenze di integrazione subregionale in Europa, che, cosa interessante, hanno tutte un fondamento storico. I gruppi identificati non condividono la visione della Russia di ridurre il ruolo dell’Occidente negli affari globali, ma rappresentano comunque poli (ri)emergenti all’interno del “Occidente/Nord globale”, che non è più il blocco unito guidato dagli Stati Uniti che era prima del 2022. Una diplomazia creativa potrebbe aiutare la Russia a cogliere le opportunità strategiche offerte da queste tendenze.

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I calcoli strategici che influenzano i prossimi incontri di Trump e Putin con Xi

Andrew Korybko11 maggio
 
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Un accordo tra gli Stati Uniti e la Cina, in assenza di un accordo con la Russia, andrebbe a svantaggio della Russia e viceversa; tuttavia, la mancata conclusione di un accordo tra gli Stati Uniti e uno dei due paesi potrebbe svantaggiare la Russia nel breve termine, ma potrebbe danneggiare gli Stati Uniti nel lungo periodo se portasse a un’alleanza di fatto tra Cina e Russia.

Il prossimo viaggio di Trumpin Cina, previsto per la fine di questa settimana, mira innanzitutto a compiere progressi nell’accordo commerciale negoziato da tempo, in cui il presidente statunitense intende garantire vantaggi strutturali per gli Stati Uniti, mentre il suo omologo Xi Jinping punta a garantire vantaggi strutturali per il proprio Paese. La posizione macroeconomica degli Stati Uniti si è rafforzata grazie agli accordi commerciali bilaterali conclusi in tutto il mondo lo scorso anno, mentre quella della Cina si è indebolita a causa della Terza Guerra del Golfo, che ha ridotto le sue importazioni energetiche via mare.

Ciononostante, la mancata approvazione della risoluzione ha privato Trump del vantaggio aggiuntivo che sperava di ottenere in vista del suo incontro con Xi, ovvero il controllo del settore energetico iraniano, così come aveva fatto con quello venezuelano. Ha dimostrato che gli Stati Uniti possono bloccare parzialmente lo Stretto di Hormuz, e il suo nuovo accordo militare con l’Indonesia suggerisce piani simili per lo Stretto di Malacca; pertanto, Trump ha più carte in mano di quanto sostengano i critici, anche se è improbabile che riesca a costringere Xi a un accordo sbilanciato come si aspettano i suoi sostenitori.

Allo stesso modo, lo svantaggio macroeconomico relativo subito dalla Cina a causa della Terza Guerra del Golfo è controbilanciato dal fallimento degli Stati Uniti nel raggiungere un accordo con la Russia sull’Ucraina, il che ha rafforzato la fazione intransigente russa, come spiegato qui, rendendo la Russia più aperta a un’alleanza de facto con la Cina. L’ultima osservazione non è una speculazione, ma è stata confermata dal direttore della ricerca del Valdai Club, Fyodor Lukyanov, con riferimento a quanto appreso dall’ultima conferenza del suo think tank a Shanghai.

Il volto degli integralisti russiSergey Karaganovha espresso lo stesso concetto in un articolo ripubblicatoda RT, la cui condivisione da parte del principale organo di informazione globale russo e la pubblicazione in esclusiva dell’articolo di Lukyanov hanno inviato un messaggio agli Stati Uniti e alla Cina. Rispettivamente, il messaggio è che la Russia potrebbe allearsi di fatto con la Cina se gli Stati Uniti non costringessero l’Ucraina e la NATO ad accettare le concessioni richieste per la pace, mentre la Russia sta suggerendo alla Cina che potrebbero opporsi congiuntamente agli Stati Uniti se nessuno dei due raggiungesse un accordo con loro.

A questo proposito, le considerazioni di natura elettorale aggiungono ulteriore incertezza alla situazione riguardo a chi potrebbe essere il primo a concludere un accordo con chi e quando, ammesso che se ne raggiunga uno. Putin potrebbe voler siglare un accordo prima delle prossime elezioni di settembre per aiutare il partito al potere a mantenere la maggioranza, in un contesto in cui rischia di ottenere scarsi risultati a causa delle numerose sfide poste dal conflitto. Dopotutto, egli ha affermato dopo le ultime elezioni del 2021 che mantenere la maggioranza è essenziale per uno sviluppo stabile, ora più che mai.

Per quanto riguarda Trump, il suo obiettivo è quello di attenuare il colpo che i repubblicani dovrebbero subire a novembre; a tal fine, ha tutto l’interesse a concludere accordi su Iran, Russia-Ucraina e/o Cina, anche se ciò dovesse comportare compromessi su questioni delicate che non avrebbe mai immaginato di dover accettare. In termini comparativi, Putin è sotto pressione più di Trump poiché la possibilità che un accordo relativamente equo venga accettato da una Camera e/o da un Senato controllati dai Democratici è molto più bassa, il che garantisce praticamente che il conflitto continui fino al 2029.

È importante sottolineare che Putin si recherà a Pechino per incontrare Xi poco dopo Trump, così potranno discutere apertamente delle rispettive valutazioni dei loro paesi in quanto stretti amici quali sono, prima di decidere cosa fare. Un accordo degli Stati Uniti con la Cina senza uno con la Russia sarebbe svantaggioso per la Russia e viceversa, ma nessun accordo degli Stati Uniti con nessuno dei due potrebbe svantaggiare la Russia nel breve termine, ma potrebbe danneggiare gli Stati Uniti nel lungo periodo se portasse a un’alleanza sino-russa de facto. Tutto sarà più chiaro dopo questi incontri.

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Perché la Germania potrebbe sostituire gli Stati Uniti come principale avversario percepito della Russia?

Andrew Korybko12 maggio
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Ciò potrebbe precedere un accordo tra Russia e Stati Uniti sull’Ucraina, nel qual caso gli Stati Uniti non manterrebbero più questo ruolo nella percezione della minaccia da parte della Russia, da cui la possibile necessità di ricalibrare le percezioni in anticipo, facendo sì che la Germania e l’UE nel suo complesso sostituiscano il ruolo tradizionale degli Stati Uniti.

A fine aprile si era valutato che ” le esercitazioni nucleari pianificate dalla Francia con la Polonia l’hanno appena resa il principale avversario della Russia in Europa “, a causa dell’espansione del suo ombrello nucleare verso est e del timore della Russia che ciò potesse incoraggiare un’aggressione polacca contro Kaliningrad e/o la Bielorussia, con il rischio di una terza guerra mondiale. Tale analisi rimane valida per la suddetta ragione oggettiva, derivante dall’entità della minaccia che questa mossa rappresenta per gli interessi di sicurezza nazionale della Russia. Da allora, tuttavia, una nuova tendenza è diventata innegabile.

L’ex presidente e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitry Medvedev, ha dato il via a tutto ciò con il suo articolo incredibilmente dettagliato sulla rimilitarizzazione della Germania, analizzato qui , il cui succo è che la Russia percepisce una crescente minaccia, simile a quella del 1941, guidata dalla Germania, ai suoi confini. A ciò ha fatto seguito la dichiarazione del nuovo presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali (RIAC), Dmitri Trenin, rilasciata a RT nel giorno della vittoria, secondo cui ” l’Europa è il principale avversario della Russia “, riassumendo così il suo recente articolo, disponibile qui .

Il giorno successivo, RT ha tradotto e ripubblicato l’articolo del direttore della ricerca del Valdai Club, Fyodor Lukyanov, intitolato ” Deutschland über alles? Il mondo non è pronto per il riarmo tedesco “. È interessante notare che l’articolo era stato originariamente pubblicato dal popolare quotidiano statale Rossiyskaya Gazeta il 4 maggio, lo stesso giorno in cui l’articolo di Trenin, menzionato in precedenza, è stato pubblicato dal suo think tank. Tutti e tre – Medvedev, Trenin e Lukyanov – sono influenti opinionisti e creatori di tendenze narrative in Russia.

Trenin e Lukyanov, rispettivamente presidente del RIAC e direttore della ricerca di Valdai, probabilmente informano anche i responsabili politici e i decisori in quanto due dei massimi esperti del loro paese. Potrebbero quindi conoscere personalmente Medvedev o almeno essere talvolta informati dai suoi colleghi del Consiglio di Sicurezza o dai loro vice sulle prossime tendenze narrative che ha contribuito ad approvare. Potrebbe quindi non essere una coincidenza che tutti e tre stiano ora ritraendo La Germania è considerata il principale avversario della Russia.

Questa innegabile tendenza ha preceduto le dichiarazioni di Putin ai media nel Giorno della Vittoria, secondo cui “penso che la questione stia andando verso la conclusione del conflitto ucraino “. Anche questo potrebbe essere stato deciso in anticipo (forse in uno degli ultimi mesi tre riunioni del Consiglio di Sicurezza). Se è vero che Putin li ha informati che avrebbe detto ciò dopo il Giorno della Vittoria, cosa che può solo essere ipotizzata, allora è ragionevole che abbiano deciso di presentare la Germania e l’UE nel suo complesso come il principale avversario percepito della Russia.

Di conseguenza, questa tendenza, introdotta per la prima volta nel dibattito interno da Trenin e Lukyanov e successivamente amplificata a livello globale dall’articolo di Medvedev su RT, potrebbe indicare che la Russia potrebbe essere più vicina a un accordo con gli Stati Uniti sull’Ucraina di quanto si pensasse, da cui la necessità di sostituire il suo presunto principale avversario. Gli imperativi elettorali sia in Russia che negli Stati Uniti, come spiegato verso la fine di questa analisi , potrebbero spiegare perché uno o entrambi i Paesi potrebbero scendere a compromessi su questioni delicate che non si aspettavano di dover affrontare.

Se questa ipotesi è corretta, e si basa in modo convincente sull’evidenza empirica di tre importanti opinionisti russi che dipingono la Germania e l’UE nel suo complesso come il principale avversario percepito dalla Russia, anziché gli Stati Uniti come in passato, allora dovremmo aspettarci ulteriori esempi in tal senso. Sia chiaro, si tratta solo di una congettura plausibile incentrata sull’innegabile tendenza emersa in occasione del Giorno della Vittoria e dell’annuncio di Putin dopo la parata, ma potrebbe anche trattarsi di una curiosa coincidenza.

Trump potrebbe regalare una vittoria all’opposizione conservatrice polacca inviando ulteriori truppe statunitensi nel Paese

Andrew Korybko11 maggio
 
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Il primo ministro liberale ha respinto qualsiasi ipotesi di trasferimento delle truppe statunitensi dalla Germania alla Polonia per non urtare la sensibilità della Germania, mentre il presidente conservatore si è impegnato a fare pressioni proprio in tal senso; la politica di quest’ultimo gode infatti di ampio consenso tra i polacchi, a prescindere dall’appartenenza politica.

All’inizio del mese è stato valutato che le dinamiche politiche interne della Polonia «stiano prendendo forma in modo tale da trasformare le elezioni del Sejm del prossimo autunno in un referendum sul fatto che gli Stati Uniti o l’Intesa franco-tedesca debbano essere il principale partner della Polonia in materia di sicurezza». Il contesto riguardava il primo ministro polacco liberale Donald Tusk che metteva in dubbio la lealtà degli Stati Uniti nei confronti della NATO dopo aver accettato di tenere esercitazioni nucleari regolari con la Francia. Trump ha poi dichiarato che gli Stati Uniti ritireranno almeno 5.000 soldati dalla Germania e in Polonia si è scatenato il finimondo.

L’opposizione conservatrice ha immediatamente proposto di trasferirli in Polonia, al che Tusk ha ribattuto: «Non credo che noi, come Paese, dovremmo “sottrarre” [truppe]. Non permetterò che la Polonia venga utilizzata in alcun modo per minare la solidarietà o la cooperazione a livello europeo». Tusk ha inoltre sottolineato su X che «La più grande minaccia per la comunità transatlantica non sono i suoi nemici esterni, ma la continua disintegrazione della nostra alleanza. Dobbiamo tutti fare il necessario per invertire questa tendenza disastrosa».

Agli occhi dei suoi numerosi oppositori, ciò ha dato credito all’accusa del leader conservatore Jaroslaw Kaczynski secondo cui Tusk sarebbe un “agente tedesco” per essersi rifiutato di dare priorità agli interessi di sicurezza percepiti della Polonia a rischio di offendere la Germania. Il presidente conservatore Karol Nawrocki ha risposto a Tusk dichiarando che “Se il presidente Donald Trump decidesse di ridurre la presenza militare americana in Germania, allora noi in Polonia siamo pronti ad accogliere i soldati americani” e promettendo di fare personalmente pressione su Trump a questo proposito.

Qualche giorno dopo, Trump ha risposto alla domanda di un giornalista sulla proposta di Nawrocki affermando che «potrebbe» finire per farlo, «è possibile». Il ministro della Difesa di Tusk, Wladyslaw Kosiniak-Kamysz, ha poi preso le distanze dal suo capo twittando che “L’alleanza polacco-americana è il fondamento della nostra sicurezza. La Polonia è pronta ad accogliere più soldati americani per rafforzare il fianco orientale della NATO e fornire una protezione ancora migliore all’Europa”. Il suo post ha fatto eco ai commenti espressi in occasione di un evento tenutosi pochi giorni prima.

Trump è una figura che divide l’opinione pubblicain Poloniacome ovunque, ma la maggior parte dei polacchi, a prescindere dall’orientamento politico, ritiene che l’esercito statunitense sia un garante più affidabile della propria sicurezza rispetto alla Francia. Dopotutto, sono solo alcune frange marginali a opporsi alla presenza attuale di quasi 10.000 soldati, i cui costi sono in gran parte sostenuti dalla Polonia. Non importa cosa possano sostenere i non polacchi riguardo all’improbabilità di un’invasione russa, che è ciò che queste truppe dovrebbero scoraggiare o a cui dovrebbero rispondere, poiché la maggior parte dei polacchi la teme davvero.

È proprio in questo contesto socio-politico che l’intenzione di Trump di ridistribuire le truppe statunitensi ritirate dalla Germania verso la Polonia consegnerebbe all’opposizione conservatrice, che condivide le sue idee, una vittoria in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, vista la grande popolarità di cui gode la presenza delle truppe statunitensi in Polonia. Allo stesso modo, Kosiniak-Kamysz ha intuito da che parte tira il vento e ha deciso di non politicizzare la questione come tema di parte per evitare di danneggiare la coalizione liberale al governo più di quanto non abbia già fatto Tusk, da qui il suo post a sostegno di questa mossa.

Meno di due settimane fa, sembrava che “la Polonia stesse rapidamente perdendo il favore degli Stati Uniti” dopo che Tusk aveva messo in dubbio la lealtà degli Stati Uniti nei confronti della NATO e l’influente Sottosegretario alla Guerra per le Politiche Elbridge Colby aveva elogiato la Germania per aver svolto il “ruolo di guida” nella “NATO 3.0”. Le sorti della Polonia potrebbero presto cambiare radicalmente ancora una volta grazie alle pressioni personali di Nawrocki, il che favorirebbe anche la causa dei conservatori in vista delle prossime elezioni, dopo la deferenza politicamente impopolare di Tusk nei confronti delle sensibilità della Germania.

Analisi della valutazione del ministro della Difesa russo sulle minacce alla SCO

Andrew Korybko12 maggio
 
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Se non riusciranno a trovare un accordo, e in fretta, l’Occidente rischia di dividere e governare l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO).

Il ministro della Difesa russo Andrey Belousov ha descritto le minacce che incombono sull’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) durante il suo discorso alla riunione dei ministri della Difesa del gruppo tenutasi a Bishkek alla fine di aprile. Ha esordito illustrando il contesto: “Al fine di mantenere il dominio globale, gli Stati Uniti e l’Occidente nel suo complesso stanno distruggendo le fondamenta dell’architettura di sicurezza globale. La loro linea aggressiva esacerba le divisioni geopolitiche e mina la stabilità strategica e gli accordi di pace fondamentali.”

Belousov è poi passato a condannare la guerra congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, elogiando al contempo la SCO, e in particolare il Pakistan, per i loro sforzi volti a porvi fine e a ripristinare così la stabilità regionale. Tralasciando per il momento le parti relative all’Asia centrale e all’Afghanistan, poiché meritano un approfondimento specifico, nella parte seguente ha espresso preoccupazione per la situazione in Siria, Libano e Gaza. Nessuno di questi paesi fa parte della SCO, ma rientrano in quella che può essere considerata la controversa sfera d’influenza dell’Iran.

Per quanto riguarda l’Asia-Pacifico, Belousov ha affermato che «stanno cercando di trasformare il sistema di sicurezza regionale in uno incentrato sugli Stati Uniti attraverso ilrafforzamento delle strutture militari e politiche controllate da Washington. Tali azioni provocano tensioni, minano la stabilità regionale e aumentano i rischi di conflitti armati». L’ultima minaccia che ha menzionato è stata l’Ucraina, dove ha affermato che il ruolo degli Stati Uniti è diminuito mentre quello dell’UE è aumentato. L’analisi approfondirà ora quanto da lui affermato riguardo all’Asia centrale e all’Afghanistan.

Per quanto riguarda l’Asia centrale, Belousov ha rivelato che «Stiamo monitorando attentamente i tentativi degli Stati extra-regionali di garantire una presenza militare e missioni logistiche in Asia centrale. Riteniamo che ciò sia inaccettabile». Dichiarazioni di questo tipo da parte di funzionari russi erano in precedenza un’allusione a gli sforzi degli Stati Uniti per ripristinare la propria influenza dell’epoca della guerra in Afghanistan in quella regione, ma ora riguardano probabilmente anche la Turchia dopo la “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP), un corridoio logistico militare della NATO a duplice uso, è stata presentata lo scorso agosto.

Passando all’Afghanistan, Belousov ha ribadito che «la situazione in Afghanistan è ancora instabile. Il Paese rimane la principale fonte di criminalità transnazionale e minacce terroristiche». Ciò giustifica al contempo la continua presenza militare della Russia nel vicino Tagikistan, nonché la guerra del Pakistan contro i talebani. Certo, la Russia continua a mantenere un equilibrio tra le due parti in conflitto, ma sembra simpatizzare maggiormente con il Pakistan. Ciò è in linea con il crescente avvicinamento russo-pakistano che si è accelerato negli ultimi anni.

Analizzando la valutazione di Belousov sulle minacce alla SCO, quelle che coinvolgono l’Asia centrale e l’Afghanistan sono le più rilevanti per l’organizzazione nel suo complesso, mentre quelle relative all’Asia occidentale interessano solo l’Iran, quelle dell’Asia-Pacifico solo la Cina e quelle ucraine solo la Russia. Il sottotesto del suo discorso è quindi che nel cuore dell’Eurasia si sta gradualmente dispiegando un “Nuovo Grande Gioco”, che richiederà alla SCO di restare unita e di affrontare congiuntamente queste minacce per poter vincere.

La vittoria viene però percepita in modo diverso dai principali attori: la Russia vuole contenere l’influenza occidentale promossa dal TRIPP; alcune repubbliche dell’Asia centrale, come quelle facenti parte dell’«Organizzazione degli Stati turcofoni» guidata dalla Turchia, desiderano una maggiore influenza turca; mentre la Cina sembra indifferente (per ora). Tutti sono contrari alle minacce terroristiche provenienti dall’Afghanistan, ma nessuno vuole menzionare il fatto che combattenti stranieri entrano in Afghanistan dal Pakistan. A meno che non si mettano tutti d’accordo, e presto, l’Occidente rischia di dividere e governare la SCO.

Il nuovo patto militare ratificato dal Nicaragua con la Russia probabilmente provocherà maggiori interferenze da parte degli Stati Uniti.

Andrew Korybko10 maggio
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Non è ancora chiaro quale forma assumerà questa situazione, dato che gli ultimi otto anni di sanzioni non hanno portato ai cambiamenti politici auspicati dagli Stati Uniti.

A fine aprile, il Consiglio della Federazione Russa ha ratificato l’accordo militare con il Nicaragua siglato lo scorso settembre. Secondo la TASS , “prevede le seguenti aree di cooperazione: addestramento congiunto delle truppe, scambio di esperienze e informazioni per contrastare l’ideologia dell’estremismo e del terrorismo internazionale, collaborazione tra istituti di formazione militare, cooperazione in ambito scientifico-militare per quanto riguarda la ricerca su questioni di sicurezza militare e altri settori”. A Trump 2.0 questo non piacerà.

Dopotutto, la Strategia di Sicurezza Nazionale , il Piano Strategico del Dipartimento di Stato fino al 2030 e la Strategia di Difesa Nazionale prevedono tutti il ​​ripristino del dominio statunitense sull’emisfero occidentale, il che include esplicitamente l’allontanamento di rivali come la Russia. Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha inoltre rivelato all’inizio di marzo che il suo dipartimento intende promuovere il concetto di ” Grande Nord America “. Questo include tutto il territorio, dall’Artico all’equatore, collocando così il Nicaragua saldamente nella sfera d’influenza degli Stati Uniti.

Gli osservatori occasionali potrebbero non esserne a conoscenza o non ricordarlo, ma il Nicaragua fa parte anche dell'”Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America” ​​(ALBA), co-fondata da Venezuela e Cuba per rafforzare la sovranità dei suoi membri. L’altro membro principale è la Bolivia, mentre i restanti sono piccole nazioni insulari caraibiche. Dall’inizio dell’anno, gli Stati Uniti hanno arrestato il presidente venezuelano Nicolás Maduro e hanno poi ottenuto il controllo indiretto delle esportazioni energetiche del suo paese, indebolendo così l’ALBA sia politicamente che finanziariamente.

Anche Cuba è sottoposta a un blocco parziale e, alla fine dello scorso anno, la Bolivia ha virato nuovamente a destra . L’effetto combinato di questi sviluppi lascia il Nicaragua come ultimo membro principale dell’ALBA rimasto. Questo, di per sé, è un motivo sufficiente perché Trump 2.0 si intrometta maggiormente nei suoi affari con l’obiettivo di aggiustare il regime o di cambiarlo, ma il suo patto militare appena ratificato potrebbe essere sfruttato come pretesto pubblico, poiché i suoi termini possono essere più facilmente presentati come una sfida alla cosiddetta “Dottrina Donroe”.

Daniel Ortega, presidente dell’era della Guerra Fredda, è tornato al potere nel 2007, ma solo nel 2018 gli Stati Uniti hanno tentato di destituirlo nuovamente. In quell’anno, infatti, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni al Nicaragua per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, in concomitanza con la crisi delle “Rivoluzioni Colorate” . Le sanzioni più recenti, per inciso , sono state imposte proprio il mese scorso. In ogni caso, questa costante campagna di pressione chiarisce perché il Nicaragua abbia rafforzato i legami strategico-militari con la Russia negli anni successivi.

Alla fine dello scorso anno, una notizia non confermata affermava che ” la Russia sta modernizzando le basi militari del Nicaragua, pagandone l’intero conto “, notizia che ha preceduto l’ accusa dell’opposizione statunitense, subito dopo la ratifica del patto militare, secondo cui “il Nicaragua sta diventando una base militare russa”. Questi tre sviluppi – la suddetta notizia che insinuava che la Russia intendesse utilizzare le basi militari del Nicaragua, il nuovo patto militare e la condanna da parte dell’opposizione – hanno preparato il terreno per ulteriori ingerenze statunitensi.

Non è ancora chiaro quale forma assumerà questa situazione, dato che gli ultimi otto anni di sanzioni non hanno portato ai cambiamenti politici auspicati dagli Stati Uniti, siano essi aggiustamenti o un cambio di regime. Tuttavia, è possibile che Trump autorizzi un embargo contro il Nicaragua molto più severo di quello imposto da Reagan, modellato sul blocco dell’Iran . Non si può inoltre escludere che gli Stati Uniti possano riprendere ad armare i militanti antigovernativi, noti come ” Contras ” nel gergo della vecchia Guerra Fredda, provenienti dall’Honduras. Il Nicaragua dovrebbe quindi prepararsi al peggio.

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I media statali francesi hanno confermato che Parigi sostiene l’Ucraina in Mali

Andrew Korybko11 maggio
 
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Si può ora individuare una divisione dei ruoli: gli Stati Uniti hanno orchestrato questa guerra contro l’alleato maliano della Russia, guerra che viene condotta da radicali islamici legati ad al-Qaeda in alleanza con i separatisti tuareg, i quali a loro volta sono sostenuti direttamente dall’Ucraina e indirettamente dalla Francia attraverso la vicina Algeria.

La crisi maliana è diventata ufficialmente una crisi internazionale dopo che Radio France Internationale (RFI) ha confermato alla fine della scorsa settimana che non solo i servizi segreti militari ucraini operano sul campo a sostegno del “Fronte di Liberazione dell’Azawad” (FLA), ma che anche Parigi li sta appoggiando. L’Ucraina si è vantata nell’estate del 2024 del sostegno dato al predecessore dell’FLA durante l’imboscata all’ex Wagner, quindi il suo coinvolgimento nella crisi maliana era già sospettato da molti.

Allo stesso modo, dato che il Mali rientra in quella che la Francia considera la propria “sfera d’influenza”, si sospettava già un suo coinvolgimento, che ora è stato finalmente confermato ufficialmente. Inoltre, RFI ha confermato che l’Ucraina “ha proposto alle autorità francesi un piano dettagliato per cacciare le giunte dalla regione del Sahel” all’inizio dello scorso anno, ma a quanto pare la Francia ha accettato la proposta solo ora. La realtà, tuttavia, è probabilmente che da allora stessero pianificando tutto questo in collusione con l’Algeria e gli Stati Uniti.

Un altro dettaglio interessante è che il sostegno della Francia all’Ucraina «sembra favorire i jihadisti» con cui l’FLA è alleata. Come ha affermato RFI, «limitando il proprio sostegno operativo a questi intermediari ucraini, la Francia evita la cooperazione diretta con i jihadisti legati ad Al-Qaeda». Se non fosse stato per l’alleanza dell’FLA con loro, la Francia avrebbe probabilmente sostenuto direttamente questo gruppo, come ha lasciato intendere RFI ricordando ai lettori che «i ribelli tuareg hanno un rapporto di lunga data con i servizi segreti francesi».

È ormai possibile individuare una divisione dei compiti. I radicali islamici della «Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin» (JNIM), affiliata ad Al-Qaeda, forniscono la maggior parte dei soldati di trincea contro le Forze Armate del Mali (FAMA), mentre i loro alleati dell’FLA conferiscono una parvenza di legittimità internazionale alla loro causa ideologica. L’Ucraina, che è in debito con l’Occidente per i suoi quasi quattro anni e mezzo di sostegno militare contro la Russia, è stata incaricata di interfacciarsi direttamente con l’FLA per fornire sostegno indiretto al JNIM.

La Francia, a sua volta, aiuta l’Ucraina, un’azione che quasi certamente viene coordinata dall’Algeria nell’ambito degli sforzi compiuti di recente dalla sua giunta militare-spionistica de facto per migliorare i rapporti con l’Occidente, la Francia e gli Stati Uniti in particolare. L’Algeria è inoltre sospettata di fornire supporto logistico all’Ucraina in vista dell’imboscata dell’estate 2024 tesa dai loro comuni alleati tuareg all’ex Wagner, poiché non vi è alcun altro modo realistico per cui l’Ucraina avrebbe potuto aiutarli, visto che il Niger si era già alleato militarmente con la Russia a quel punto.

E infine, al vertice di questa gerarchia si trovano gli Stati Uniti, che hanno orchestrato la crisi maliana e presumibilmente hanno pianificato anche quelle successive nei vicini paesi alleati del Burkina Faso e del Niger, nell’ambito di quella che è stata recentemente definita la Dottrina Neo-Reagan volta a contrastare l’influenza russa in tutto il mondo. Questa divisione dei compiti è parallela a quella associata alla guerra in Siria, in quanto l’Algeria svolge il ruolo della Turchia, il JNIM quello dell’ISIS e di altri radicali islamici, mentre il ruolo dei Tuareg assomiglia molto a quello dei curdi.

A differenza di quanto accaduto in Siria, dove l’Occidente ha impiegato 13 anni per raggiungere il proprio obiettivo, in Mali potrebbe riuscirci molto prima, dopo che la Nigeria ha lasciato intendere la scorsa settimana che potrebbe intervenire in quel Paese. In quello che non è stato certamente un caso, gli Stati Uniti hanno pubblicato la loro nuova strategia antiterrorismo più o meno nello stesso periodo, che invita l’Europa ad “assumersi una maggiore responsabilità per la propria sicurezza. Ciò include operazioni antiterrorismo in Africa”. Anche solo la possibilità di una conquista del Mali da parte del JNIM potrebbe quindi fungere da pretesto per un altro intervento francese in quel Paese.

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Il presunto riavvicinamento tra Stati Uniti ed Eritrea potrebbe avvantaggiare anche l’Etiopia.

Andrew Korybko10 maggio
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Potrebbe portare a un accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea mediato dagli Stati Uniti, che includa garanzie di sicurezza, un corridoio controllato dagli Stati Uniti dal Mar Rosso all’Etiopia attraverso l’Eritrea, modellato su quello annunciato lo scorso agosto attraverso l’Armenia meridionale, e forse anche a un porto comune etiope-statunitense ad Assab.

Reuters ha riferito all’inizio del mese che gli Stati Uniti intendono revocare le sanzioni imposte all’Eritrea durante l’era Biden, a causa del suo controverso ruolo nel nord dell’Etiopia. Un conflitto che ha imperversato dal 2020 al 2022. Si sono susseguite numerose speculazioni su quale sarebbe stato il quid pro quo per avviare questo riavvicinamento con un Paese i cui funzionari sono noti per la loro infuocata retorica anti-americana e per le violazioni dei diritti umani. Trump 2.0 è tuttavia incredibilmente pragmatico, quindi presumibilmente tutto ciò non avviene senza secondi fini.

Un’ipotesi è che gli Stati Uniti intendano stazionare parte delle proprie forze nelle zone montuose dell’Eritrea per una rapida rappresaglia contro gli Houthi, qualora questi bloccassero nuovamente il valico di Bab el Mandeb. Si ritiene che il vicino Gibuti, dove gli Stati Uniti hanno già una base, non cambierà la sua politica di divieto di operazioni offensive contro tale gruppo. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti potrebbero non voler riconoscere il vicino Somaliland per evitare di inimicarsi l’Unione Africana e la Lega Araba, entrambe sostenitrici della Somalia.

Questa ipotesi è plausibile, mentre un’altra, non in contraddizione con la precedente, è che gli Stati Uniti vogliano monopolizzare i giacimenti di minerali critici dell’Eritrea , con la revoca delle sanzioni che faciliterebbe questo obiettivo e contribuirebbe a reintegrare l’Eritrea nella più ampia comunità internazionale, rompendo il tabù dei rapporti con il Paese. Data la sua posizione geografica, le aziende americane potrebbero anche vendere parte di queste risorse all’UE, ai Paesi del Golfo e all’India, consentendo così agli Stati Uniti di svolgere un ruolo più strategico nelle economie di tutti e tre.

Anche questo ha senso, ma conoscendo la mentalità di Trump 2.0, sempre orientata in grande, è possibile che la motivazione principale sia quella di rimodellare gli equilibri geopolitici regionali nel Corno d’Africa. Per semplificare al massimo la situazione, l’Egitto, rivale dell’Etiopia, sostiene la sua nemica Eritrea, ed entrambi appoggiano i ribelli etiopi del TPLF, responsabili del già citato conflitto nel Nord (che in passato costituivano il nucleo della precedente coalizione di governo). Egitto, Eritrea e TPLF sono attivi anche nel vicino Sudan, che stanno cercando di aizzare contro l’Etiopia .

Mentre l’accerchiamento strategico dell’Egitto intorno all’Etiopia si stringe, quest’ultima continua a cercare di diversificare la propria rete marittima, riducendo la dipendenza da Gibuti, suo tallone d’Achille . Il memorandum d’intesa con il Somaliland a questo proposito non è ancora stato attuato, ma con l’aggravarsi delle tensioni con l’Eritrea , alcuni ritengono che l’Etiopia intenda porre rimedio all’ingiustizia storica del TPLF, che concesse il porto di Assab all’Eritrea in caso di guerra e vittoria. Tuttavia, un eventuale riavvicinamento tra Stati Uniti ed Eritrea potrebbe portare a una soluzione creativa a questo dilemma.

È possibile che gli Stati Uniti replichino in Eritrea il “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ), un corridoio sotto il controllo statunitense concesso in locazione per 99 anni attraverso l’Armenia meridionale per facilitare l’accesso all’Asia centrale senza sbocco sul mare. Se accompagnato da garanzie di sicurezza sia per l’Eritrea che per l’Etiopia, questo potrebbe essere sufficiente a ridurre l’influenza egiziana e a promuovere una pace duratura tra i due Paesi. L’Etiopia otterrebbe finalmente un accesso affidabile al mare, dato che l’Eritrea non oserebbe interrompere un corridoio controllato dagli Stati Uniti.

Un accordo di pace tra Etiopia ed Eritrea mediato dagli Stati Uniti, che includa garanzie di sicurezza, un corridoio controllato dagli USA dal Mar Rosso all’Etiopia attraverso l’Eritrea e forse anche un porto congiunto etiope-statunitense ad Assab, rimodellerebbe radicalmente la geopolitica regionale. Il catalizzatore del conflitto , ovvero il sostegno eritreo alle forze antistatali (e in alcuni casi terroristiche) all’interno dell’Etiopia nell’ambito di un gioco di potere regionale appoggiato dall’Egitto, verrebbe meno. Lo sviluppo del Corno d’Africa accelererebbe quindi, con gli investimenti che seguirebbero la pace e la connettività.

L’UE ha consolidato la sua influenza in Armenia in vista delle elezioni del mese prossimo.

Andrew Korybko9 maggio
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La partnership per la connettività, recentemente siglata, conferisce al blocco un interesse concreto nella rielezione di Pashinyan e garantisce il loro sostegno a qualsiasi misura egli adotti per rimanere al potere.

Le elezioni parlamentari armene del prossimo mese si preannunciano come una ” battaglia per l’Armenia ” a causa delle implicazioni geopolitiche in gioco . Se il partito del Primo Ministro filo-occidentale Nikol Pashinyan dovesse vincere, il “Triplice Accordo di Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale” ( TRIPP ), varato lo scorso agosto, verrebbe realizzato con slancio, rischiando così l’allontanamento della Russia dalla regione. Questo perché il TRIPP non è solo un corridoio commerciale, ma anche un corridoio logistico militare della NATO per l’Asia centrale, e potrebbe essere collegato al controverso gasdotto Transcaspico .

L’aumento dell’influenza economica e militare occidentale lungo la periferia meridionale della Russia , inclusa l’influenza politica che ne consegue, equivarrebbe a un’accelerazione dell’attuazione della dottrina neo-reaganiana di Trump per “ridurre” l’influenza russa in quella regione. Tale scenario dipende dall’accordo TRIPP, in particolare dall’incapacità della Russia di monitorare i trasporti lungo questa rotta per impedire che si trasformi in un corridoio logistico militare, il che a sua volta dipende dall’esito delle elezioni di giugno.

Se l’opposizione nazionalista vincerà, è probabile che ripristinerà il rispetto da parte dell’Armenia dell’ultima parte del cessate il fuoco mediato dalla Russia nel novembre 2020, riguardante la responsabilità di Mosca per la sicurezza di questa rotta commerciale, ruolo che è stato ridefinito dopo l’accordo TRIPP. Dopotutto, permettere all’Armenia di agevolare i piani logistici militari dell’asse azero-turco per l’Asia centrale su richiesta della NATO rischierebbe di trasformare il paese in un “sangiaccato neo-ottomano”, le cui conseguenze socio-culturali sono state descritte qui .

In breve, la cancellazione della cultura millenaria dell’Armenia potrebbe finalmente diventare un fatto compiuto se l’Azerbaigian, l’UE e gli Stati Uniti la costringessero ad accettare il ritorno dei circa 200.000 azeri fuggiti durante il caotico crollo dell’Unione Sovietica e dei loro discendenti come precondizione per la pace regionale. L’opposizione nazionalista non accetterebbe mai una simile condizione, a differenza di Pashinyan, criticato come burattino dell’asse azero-turco, così come è improbabile che accetti il ​​duplice ruolo logistico-militare che l’operazione TRIPP le attribuisce.

Ecco perché Vance ha visitato in precedenza per sostenere Pashinyan e l’UE ha appena consolidato la sua influenza in Armenia attraverso la connettività La partnership che hanno concordato a Yerevan a margine dell’ultimo vertice della Comunità politica europea . L’Occidente ha già fabbricato la falsa narrativa di una presunta ingerenza russa nelle elezioni del mese prossimo per delegittimare una possibile sconfitta di Pashinyan, mentre l’UE ha inviato sul posto i cosiddetti ” esperti di disinformazione ” nel tentativo di rendere la cosa ancora più credibile.

In parole semplici, la potenziale vittoria dell’opposizione nazionalista, guidata dalle preoccupazioni patriottiche descritte, tra cui la doppia carica di Pashinyan Le repressioni contro la Chiesa Apostolica e l’opposizione, così come quelle anticorruzione, vanificherebbero i piani geopolitici dell’Occidente, da qui la necessità di aiutare Pashinyan. A tal fine, non solo lo appoggiano ed evitano di criticare le sue repressioni antidemocratiche, ma consolidano tangibilmente la loro influenza attraverso il nuovo partenariato dell’UE, TRIPP, e altri NOI offerte .

L’Occidente ora ha interessi concreti nella vittoria di Pashinyan, quindi non ci si aspetta che accetti la sua sconfitta. Il probabile rifiuto da parte dell’opposizione del duplice ruolo logistico-militare del TRIPP e il ritorno di alcuni azeri li rendono nemici dell’Occidente, anche se probabilmente rispetteranno tutti gli altri accordi dell’era Pashinyan. In quest’ottica, l’Occidente probabilmente ignorerà qualsiasi frode Pashinyan possa commettere per rimanere al potere, così come appoggerà qualsiasi misura autorizzi per reprimere le proteste, compresi gli ordini di sparare a vista.

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Analisi dell’articolo di Medvedev sulla rimilitarizzazione della Germania.

Andrew Korybko8 maggio
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Il suo articolo rappresenta l’avvertimento più dettagliato finora lanciato dal più alto funzionario russo su ciò che il Cremlino sta prendendo in considerazione, sotto la ritrovata influenza di falchi come Sergey Karaganov, la cui influenza su Putin è cresciuta negli ultimi mesi, per scongiurare questa crescente minaccia, simile a quella del 1941, guidata dalla Germania.

L’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza, Dmitry Medvedev, ha pubblicato un articolo incredibilmente dettagliato in vista del Giorno della Vittoria sulla rimilitarizzazione della Germania. È troppo lungo per essere analizzato punto per punto, quindi questo articolo si limiterà a evidenziare i punti principali prima di analizzarne il significato. Medvedev dedica ampio spazio alla tesi secondo cui la Germania non si è mai completamente denazificata, né si è mai tentato sinceramente di farlo. Questo pone le basi per quanto segue.

Secondo lui, “il processo di eliminazione definitiva delle ‘tracce’ politiche, legali e morali della Seconda Guerra Mondiale in Germania ha acquisito particolare slancio in seguito all’inizio dell’operazione militare speciale “. Allo stesso modo, “per mitigare l’impatto dei fallimenti degli investimenti geopolitici (in Ucraina), Berlino mira a consolidare la sua posizione di principale potenza militare e politica dell’Unione Europea”. Ciò ha portato a una rimilitarizzazione senza precedenti, dipendente dagli Stati Uniti, e a discussioni informali sulla possibilità di dotarsi di armi nucleari.

Su questo argomento, Medvedev ha avvertito che la Russia potrebbe usare le proprie armi nucleari contro la Germania, in conformità con la sua dottrina per scongiurare preventivamente questa minaccia, che a suo dire potrebbe minacciare anche gli Stati Uniti. Ha inoltre dedicato molto tempo a sostenere che le basi giuridiche della Germania sono illegittime, soprattutto perché ha annesso la Germania dell’Est senza “osservare le procedure legali generalmente accettate”, come un referendum. Ciononostante, gran parte dell’Europa sta ora marciando al ritmo anti-russo della Germania, proprio come 85 anni fa, nel 1941.

Secondo Medvedev, la Germania non potrà mai sconfiggere la Russia, nemmeno con l’appoggio di tutta l’Europa. Per questo motivo, “il suo obiettivo è trascinare il suo alleato, Washington, in un potenziale confronto tra Europa e Russia”. Considerando che “il compito principale del nostro Paese è impedire il ripetersi della tragedia del 1941… qualora si verificasse lo scenario più terribile, la probabilità di una distruzione reciproca, e in realtà della fine della civiltà europea mentre la nostra continua a esistere, è elevata”. Parole molto forti.

Provenendo da una persona nella sua posizione, soprattutto da un intransigente la cui fazione ora ha parzialmente soppiantato i moderati per le ragioni qui spiegate riguardo al perché la minaccia russa di massicci attacchi di rappresaglia contro Kiev probabilmente non è un bluff, queste dichiarazioni dovrebbero essere prese estremamente sul serio dall’Occidente. Il messaggio che viene inviato è che la Russia non permetterà alla Germania di guidare la rimilitarizzazione dell’Europa, con particolare attenzione alla Polonia e all’Ucraina come arieti, e quindi di rappresentare un’altra minaccia simile a quella del 1941.

Francia e Regno Unito, sotto la cui protezione nucleare la Germania intende porsi (prima eventualmente di sviluppare le proprie armi nucleari), “difficilmente rischieranno di essere colpiti da un’apocalisse nucleare” per il bene della Germania, secondo Medvedev. Questo contestualizza la sua valutazione del tentativo tedesco di trascinare gli Stati Uniti in un’imminente guerra con la Russia. Pertanto, spetta agli Stati Uniti porre fine al loro sostegno alla rimilitarizzazione della Germania, abrogare ufficialmente l’articolo 5 prima di questo scenario, oppure accettarne le conseguenze.

L’articolo di Medvedev rappresenta l’avvertimento più dettagliato finora lanciato dal più alto funzionario russo su ciò che il Cremlino sta contemplando, sotto la ritrovata influenza di falchi come Sergey Karaganov, la cui influenza su Putin è cresciuta negli ultimi mesi, per scongiurare questa crescente minaccia, simile a quella del conflitto del 1941 guidato dalla Germania. Trump potrebbe ripristinare la sua immagine di pacificatore, nonostante la Terza Guerra del Golfo , collaborando urgentemente con Putin per riformare l’architettura di sicurezza europea. Se lo farà, tuttavia, resta da vedere.

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La battuta di von der Leyen sulla Turchia ha smascherato l’artificiosità della sua partnership con l’UE.

Andrew Korybko8 maggio
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La partnership tra la Turchia e quella che sarebbe poi diventata l’UE è stata possibile solo grazie alle macchinazioni statunitensi successive alla Seconda Guerra Mondiale.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha scatenato uno scandalo nei rapporti tra UE e Turchia dopo aver dichiarato ai media a fine aprile: “Dobbiamo riuscire a completare il continente europeo in modo che non sia influenzato da Russia, Turchia o Cina”. L’equiparazione della Turchia, membro della NATO e paese candidato all’adesione all’UE, con la Russia, rivale dell’UE, e con la Cina, sempre più percepita come tale, suggerisce che Bruxelles la veda allo stesso modo. La sua affermazione ha messo in luce l’artificiosità della loro partnership decennale.

Sebbene a volte abbia stretto alleanze temporanee e opportunistiche con le grandi potenze europee, lo stato ottomano, predecessore dell’attuale Turchia, è stato storicamente il principale rivale dell’Europa, ben più di quanto l’Impero russo sia stato erroneamente rappresentato dagli inglesi, dato che gli Ottomani erano culturalmente dissimili. Conquistarono inoltre i Balcani fino a Vienna e occuparono parte dell’Europa per oltre mezzo millennio. La partnership della Turchia con quella che sarebbe diventata l’UE fu dovuta unicamente alle macchinazioni statunitensi dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La necessità percepita di contenere l’URSS portò alla creazione della NATO nel 1949, tre anni dopo la quale Grecia e Turchia vi aderirono come mezzo per aiutare la Grecia e l’Europa nel suo complesso a superare la storica rivalità con la Turchia, anche attraverso la promozione di una partnership europeo-turca in generale. Una delle forme che questo assunse fu l’ingente importazione di lavoratori ospiti turchi da parte dell’allora Germania Ovest, nucleo centrale della Comunità Economica Europea, predecessore dell’UE, insieme alla Francia.

Nei decenni successivi, la migrazione, i legami economici e la cooperazione militare sono proseguiti, ma è presto apparso chiaro che le differenze di civiltà tra l’Europa e la Turchia predestinavano che la richiesta di adesione di quest’ultima a quella che sarebbe poi diventata l’UE venisse rinviata a tempo indeterminato con vari pretesti. Legami commerciali e militari più stretti vanno bene, ma concedere alla Turchia il diritto di voto nelle questioni europee non lo è, per non parlare della liberalizzazione dei visti per i suoi quasi 90 milioni di abitanti (poco più della Germania stessa).

La suddetta valutazione era già valida durante l’apice del liberalismo globale degli anni ’90 e 2000, fino alla crisi migratoria del 2015 e soprattutto all’elezione di Trump nel 2016, che ha portato a una rinascita del sentimento nazionalista conservatore in tutta Europa, ulteriormente amplificatasi dopo l’ultima fase del conflitto ucraino . Il ritorno di Trump, unito alle gravi conseguenze socio-economiche di quel conflitto prolungato per i cittadini europei, ha dato ulteriore impulso a tale sentimento e ha segnato l’inizio dell’era dello Stato-civiltà.

Ciò si riferisce a quelle entità politiche che hanno lasciato un’eredità socio-politica duratura nel corso dei secoli, e l’Europa nel suo complesso è senza dubbio una di queste, pur ospitando al suo interno anche alcune civiltà distinte. Di conseguenza, l’era dello Stato-civiltà sta assistendo al riconsolidamento di queste sfere, come auspicato da von der Leyen nella sua autoproclamata missione di “completare il continente europeo”, e persino alla loro crescita, come la recente e accelerata espansione dell’influenza della Turchia “neo-ottomana” in Asia centrale.

Questo non significa che le civiltà siano destinate a scontrarsi, ma nemmeno che siano destinate a convergere come alcuni avevano ipotizzato quando la Turchia fece domanda di adesione al predecessore dell’UE. Piuttosto, la realtà della distinzione tra civiltà sta iniziando a farsi strada nella mente di tutti, ma queste due in particolare avranno sempre un rapporto speciale per ragioni geografiche, storiche e per il loro rispettivo ruolo nel contenere attivamente il comune rivale storico russo, su richiesta del loro comune partner di maggioranza, gli Stati Uniti .

Il ministro degli Esteri maliano ha fornito un breve aggiornamento sulla guerra.

Andrew Korybko9 maggio
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Il fallito attacco di decapitazione del primo giorno di guerra ha fatto guadagnare tempo al Mali, ma se sarà sufficiente o meno dipende da quando verrà lanciata la controffensiva e da quanto successo avrà; altrimenti, aumenta la probabilità che la Nigeria intervenga, proprio come ha appena lasciato intendere il suo Ministro della Difesa.

Il ministro degli Esteri maliano Abdoulaye Diop ha confermato alla fine della scorsa settimana che la fase iniziale dell’insurrezione in corso, condotta dai separatisti tuareg del ” Fronte di Liberazione dell’Azawad ” (FLA) , designati come terroristi, e dagli islamisti radicali del “Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin” (JNIM), è stata un attacco fallito volto a decapitare il regime. Il ministro della Difesa è stato ucciso e il capo dei servizi segreti gravemente ferito, ma il presidente ad interim Assimi Goita, di gran lunga il loro obiettivo più importante, è rimasto illeso. Diop ha quindi promesso che “il Mali non si piegherà”.

Riflettendo su questo punto, il fallito attacco per decapitare il primo giorno di guerra fu probabilmente pianificato perché il duo FLA-JNIM aveva valutato di non avere la capacità di prendere il potere se le catene di comando militari e politiche fossero rimaste intatte. Nonostante l’assassinio del Ministro della Difesa e il grave ferimento del capo dell’intelligence, le Forze Armate Maliane (FAMA) hanno continuato a resistere agli insorti. Nonostante le loro mancanze , le FAMA meritano credito per non essersi arrese come ha fatto l’Esercito Arabo Siriano .

Nei suoi altri commenti, ha accusato l’Ucraina e altri paesi non specificati, probabilmente riferendosi a Stati Uniti, Francia e Algeria, di fornire supporto logistico agli insorti. Per quanto riguarda le possibilità di una soluzione politica, ha escluso colloqui con entrambi i gruppi designati come terroristi, ma ha aggiunto che le autorità sono aperte ad accogliere i disertori dell’Esercito di Liberazione del Libano (FLA) che desiderano tornare nel “quadro repubblicano”. Ciò lascia intendere che le forze armate e i loro alleati russi stiano probabilmente pianificando una controffensiva nel nord-est contro l’FLA.

Dopotutto, se fossero disposti a cedere, anche solo informalmente, quell’enorme porzione di territorio per un futuro indefinito, sarebbero aperti a discutere di un’indipendenza di fatto con il pretesto di legittimare un’ampia autonomia all’interno del quadro statale nominale. Questo non significa che una controffensiva sia imminente, ma è probabilmente inevitabile, altrimenti cercherebbero una formalizzazione dello status quo che salvi la faccia. Quando si verificherà è impossibile prevederlo, ma è probabile che accada prima o poi, visto il fattore Nigeria.

A tal proposito, gli osservatori dovrebbero tenere presente che il Ministro della Difesa nigeriano ha dichiarato la scorsa settimana che “la comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite, ‘deve unirsi per combattere questo diavolo'”, aggiungendo che “se permetteranno loro di mettere piede in Mali, completamente, non si fermeranno lì”. Il “diavolo” è presumibilmente un riferimento al JNIM, ma in ogni caso, le sue parole aggiungono un senso di urgenza affinché la FAMA e il Corpo d’armata russo in Africa prevengano un possibile intervento accelerando i loro piani di controffensiva.

Se l’attacco decisivo avesse avuto successo e il JNIM avesse assunto un ruolo di primo piano nel nuovo governo, un intervento nigeriano sarebbe stato quasi certo, se non imminente, ma potrebbe comunque essere oggetto di discussione tra i funzionari competenti, dato che la conquista del Mali da parte del JNIM non è più garantita. Tuttavia, se non verrà lanciata presto una controffensiva per dimostrare che la FAMA e l’Africa Corps sono effettivamente in grado di estromettere il JNIM da parte del nord-est, questi piani potrebbero essere approvati in futuro.

Il tempo è quindi essenziale, poiché lo scenario di un intervento nigeriano sostenuto dall’Occidente nel nord-est del Mali durante l’estate, che dovrebbe passare attraverso il vicino Niger o essere lanciato dagli stati costieri filo-occidentali attraverso il Burkina Faso, è molto credibile. Il fallito attacco di decapitazione ha fatto guadagnare tempo al Mali, ma se sarà sufficiente o meno dipende da quando verrà lanciata la controffensiva e da quanto successo avrà. La situazione dovrebbe essere più chiara entro la fine del mese.

L’aumento delle vendite di armi da parte dell’India è complementare, non in contraddizione, con gli interessi russi.

Andrew Korybko7 maggio
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Un recente post di un influente giornalista russo ha inavvertitamente rafforzato la falsa percezione che questa tendenza contribuisca alle presunte tensioni nei loro rapporti negli ultimi tempi.

Vasily Golovnin, capo della redazione giapponese dell’agenzia di stampa TASS, finanziata con fondi pubblici, ha pubblicato a fine aprile un post su Telegram in cui affermava che l’India si sta affermando come concorrente tecnico-militare della Russia. Secondo Golovnin, le vendite di armi indiane sono aumentate del 63% lo scorso anno, raggiungendo poco più di 4 miliardi di dollari, un incremento di 56 volte rispetto all’inizio del mandato del Primo Ministro Narendra Modi nel 2014. L’85% delle esportazioni è destinato alle Filippine (42%), all’Armenia (32%) e al Vietnam (11%), questi ultimi due mercati tradizionali per le armi russe.

Lo scorso anno si è valutato che ” l’India ha buone possibilità di espandere le sue esportazioni tecnico-militari “, soprattutto grazie al loro basso costo e al vantaggio politico derivante dal soddisfare le esigenze di sicurezza dei suoi partner senza rischiare le pressioni statunitensi che potrebbero seguire gli acquisti dalla Russia. Per quanto riguarda l’Armenia, alla fine del 2023 si è concluso che ” le vendite di armi dell’India all’Armenia mirano ad aiutare Yerevan nel suo difficile equilibrio “, ma l’ incipiente riavvicinamento tra Azerbaigian e India potrebbe ipoteticamente portare a una diminuzione delle vendite.

La dimensione asiatica delle sue vendite deriva dalla valutazione condivisa dai suoi partner della minaccia cinese, in particolare per quanto riguarda le controversie territoriali marittime, motivo per cui le Filippine hanno acquistato i missili supersonici BrahMos indiani, prodotti congiuntamente con la Russia. Il Vietnam e l’Indonesia potrebbero presto seguire l’esempio . Golovnin ha accennato a questo nel suo post e ha anche previsto che l’India potrebbe tentare di estromettere la Cina dai mercati del Bangladesh e del Myanmar in futuro.

Brian Macdonald, giornalista di lunga data residente in Russia, ha riportato la notizia del post di Golovnin il giorno stesso della sua pubblicazione, prima ancora che i media indiani facessero lo stesso. La maggiore diffusione del post di Golovnin ha attirato l’attenzione sulla strategia indiana di esportazione di armi, ma è fondamentale chiarire che la percezione di una concorrenza per la Russia, come hanno sottolineato alcuni utenti occasionali dei social media, non è del tutto accurata. Anziché minare gli interessi russi, queste vendite li promuovono, seppur indirettamente e non immediatamente.

Certamente, la Russia rischia di perdere quote di mercato e quindi profitti a favore dell’India, ma entrambi gli aspetti possono essere mitigati aumentando le vendite di equipaggiamenti prodotti congiuntamente, come il BrahMos. Inoltre, tra i paesi che si stanno allontanando dalla Russia a causa della dottrina neo-reaganiana di Trump 2.0 , dal punto di vista del Cremlino è più vantaggioso che la sua ridotta influenza militare venga rimpiazzata dall’India piuttosto che dall’Occidente. Questo è il caso dell’Armenia al momento e potrebbe presto ripetersi con il Venezuela e altri paesi.

Allo stesso modo, mentre gli stati dell’ASEAN ricalibrano i loro equilibri sino-americani in un contesto regionale in continua evoluzione, un maggiore affidamento sull’India per soddisfare le proprie esigenze di sicurezza potrebbe alleviare la pressione esercitata da queste due superpotenze. Dopotutto, si opporrebbero a un aumento degli acquisti di prodotti del loro rivale da parte di questi ultimi, ma ci si aspetta che non abbiano problemi con un maggiore acquisto di prodotti indiani. Rafforzare i loro equilibri, anziché permettere loro di intensificare la dipendenza da una delle due superpotenze, è in linea con gli interessi russi .

Sebbene non fosse nelle sue intenzioni, il post di Golovnin ha rafforzato, in alcuni ambienti, la falsa percezione, alimentata da Pepe Escobar, che l’India stia “tradendo” la Russia, nonostante la stretta relazione tra i due Paesi, culminata nel recente accordo per un limitato dispiegamento delle rispettive forze nei territori dell’altro. Per questo è fondamentale chiarire in che modo l’aumento delle vendite di armi da parte dell’India favorisca effettivamente gli interessi russi. Sarebbe quindi opportuno che esperti e media indiani e russi sottolineassero questi punti in futuro.

Il ritiro tattico della Russia dal Mali nord-orientale non dovrebbe essere interpretato come una ritirata

Andrew Korybko7 maggio
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Non sono la stessa cosa, contrariamente a quanto molti potrebbero pensare, e la differenza è importante.

Secondo alcune fonti , la Russia si sarebbe ritirata da tre basi nel Mali nord-orientale, regione che i Tuareg locali chiamano Azawad, in seguito all’offensiva del Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA), un gruppo separatista Tuareg, e del Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), un gruppo islamista radicale affiliato ad al-Qaeda. Alcuni interpretano questo ritiro come una ritirata, persino un’umiliazione, che ricorda la caduta di Assad alla fine del 2024. È comprensibile che alcuni possano percepirlo in questo modo, ma ciò che sta accadendo è un ripiegamento tattico, non una vera e propria ritirata.

Per chiarire, le Forze Armate Maliane (FAMA), pur con tutte le loro imperfezioni , stanno effettivamente opponendo resistenza al FLA-JNIM, senza cedere le principali città del paese come hanno fatto le loro controparti siriane. Per questo motivo, anche la Russia partecipa alle operazioni aeree contro gli insorti designati come terroristi e scorta i convogli di carburante diretti alla capitale, a differenza di quanto fatto in Siria, dove ha in gran parte lasciato che la situazione si evolvesse da sola dopo aver capito, all’inizio della fine, che le sue forze opponevano più resistenza di quelle siriane.

Allo stesso modo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha respinto la richiesta dell’Esercito di Liberazione del Mali (FLA) di ritirarsi dal Mali, replicando che “la Russia continuerà, anche in Mali, a combattere l’estremismo, il terrorismo e altre manifestazioni negative. E continuerà a fornire assistenza alle autorità attuali”. Per essere chiari, questo non significa che la guerra russo-tuareg continuerà, nonostante Mosca li consideri terroristi , poiché potrebbe mediare un accordo in base al quale otterrebbero finalmente l’autonomia in cambio della loro ribellione contro il JNIM .

Se ciò non dovesse accadere, gli osservatori possono aspettarsi che il Corpo d’Armata d’Africa (AK) e le Forze Armate del Mali (FAMA) lancino una controffensiva contro l’Esercito Popolare di Liberazione del Mali (FLA-JNIM) dopo un certo periodo di tempo, a condizione ovviamente che prima riescano a stabilizzare il fronte. A tal fine, l’AK si sarebbe ritirato da quelle che ora sono complessivamente tre basi nel Mali nord-orientale, troppo difficili da difendere date le attuali circostanze militari, strategiche e logistiche. Dopotutto, è generalmente preferibile un ripiegamento tattico piuttosto che sacrificare le proprie forze in una difesa destinata al fallimento.

Il motivo per cui si parla di ripiegamento tattico è che l’intento è quello di stabilizzare il fronte, ovunque esso venga schierato, con l’obiettivo di lanciare in seguito una controffensiva, anziché indietreggiare senza una fine in vista, come il termine “ritirata” suggerisce nell’immaginario collettivo. Alcuni potrebbero percepire queste manovre come una ritirata e considerare l’espressione “ripiegamento tattico” un eufemismo, ma, come spiegato, esiste una differenza sostanziale.

Per correttezza, il ridimensionamento dell’influenza russa nel mondo dovuto alla dottrina neo-reaganiana di Trump può essere descritto più efficacemente come una ritirata, poiché non sembra esserci ancora un piano concreto per contrastare questa pressione, ma si prevede che alla fine si stabilizzerà nel tempo. A quel punto, qualunque esso sia e qualunque cosa resti dell’influenza russa, il Cremlino prenderà seriamente in considerazione modi praticabili per invertire le conseguenze di questa tendenza (possibilmente dopo alcuni interventi stranieri) . politica riforme ).

La differenza tra la ritirata geopolitica della Russia e il suo ripiegamento tattico in Mali dovrebbe ormai essere chiara. Di fatto, il suo ripiegamento tattico può essere interpretato come il preludio a una reazione contro la dottrina neo-reaganiana di Trump in Africa occidentale, che potrebbe precedere una simile reazione in altre regioni in cui l’influenza russa viene ridimensionata, seppur in forme diverse. Finché le FAMA-AK riusciranno a mantenere il controllo di Bamako e a stabilizzare il fronte, il Mali non sarà perduto e la dottrina neo-reaganiana potrebbe subire la sua prima battuta d’arresto.

L’Azerbaigian rischia di trovarsi su una rotta di collisione con la Russia simile a quella dell’Ucraina.

Andrew Korybko9 maggio
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L’adesione “ombra” dell’Azerbaigian alla NATO, ottenuta attraverso l’adeguamento agli standard del blocco e l’alleanza con la Turchia, si è ora trasformata in un’alleanza di fatto con l’Ucraina, il che naturalmente aumenta la percezione di minaccia da parte della Russia nei confronti dell’Azerbaigian.

A metà aprile, Russia e Azerbaigian hanno raggiunto un accordo per risolvere la controversia relativa al volo Azerbaijan Airlines previsto per dicembre 2024. Incidente in cui le forze russe hanno accidentalmente danneggiato uno dei loro aerei in volo sopra la Cecenia mentre rispondevano a un attacco di droni ucraini. Putin si è scusato con Ilham Aliyev per l’accaduto durante il loro incontro a Dushanbe lo scorso autunno, che ha aperto la strada a questo accordo che il presidente del Consiglio della Federazione Valentine Matviyenko ha celebrato come “un’apertura di nuove opportunità” per le relazioni bilaterali.

Per quanto benintenzionata fosse la sua previsione, è stata vanificata dall’incontro che Aliyev ha avuto con Zelensky meno di due settimane dopo, durante il quale sono stati firmati sei accordi di coproduzione nel settore della difesa . Come se non bastasse, l’incontro si è svolto a Gabala , vicino al confine russo, dove fino al 2012 la Russia gestiva una stazione radar. Il messaggio che si vuole trasmettere è che Aliyev non ha dimenticato gli attacchi russi contro i depositi e le altre infrastrutture di proprietà della sua compagnia energetica nazionale in Ucraina, avvenuti la scorsa estate.

Invece di superare le tensioni dello scorso anno, scatenate dal già citato incidente aereo ma notevolmente aggravate dall’attacco azero alla base aerea Sputnik di Baku con pretesti legati allo spionaggio e dalla successiva adesione all'”Accordo di Trump per la pace e la prosperità internazionale” ( TRIPP ), Aliyev le sta peggiorando. Era già abbastanza grave che avesse accettato il TRIPP, il cui duplice scopo è quello di fungere da corridoio logistico militare della NATO verso l’Asia centrale , e che le sue forze armate avessero completato l’adeguamento agli standard NATO lo scorso novembre.

A peggiorare ulteriormente la situazione, ha appena accettato di co-produrre armi con l’Ucraina, rendendo così l’Azerbaigian un cobelligerante ufficiale contro la Russia. Dato il precedente stabilito da altri cobelligeranti, che alla fine hanno esteso i loro trasferimenti/vendite di armi ad altre forme di cooperazione che sono state poi istituzionalizzate attraverso la sicurezza Se l’Azerbaigian non avesse garanzie , probabilmente finirebbe per fare lo stesso. Ciò rischierebbe di mettere l’Azerbaigian su una rotta di collisione con la Russia simile a quella dell’Ucraina.

Pur non essendo un membro formale della NATO, la Turchia – che schiera il secondo esercito più grande dell’Alleanza – ne è un alleato per la difesa reciproca , il che significa che qualsiasi conflitto russo-azero potrebbe degenerare in un conflitto russo-NATO. Anche se si evitassero ostilità dirette tra i due Paesi, come è accaduto finora per l’Ucraina, l’Azerbaigian potrebbe comunque diventare la “seconda Ucraina”, trasformandosi in un altro campo di battaglia per una guerra per procura. L’operazione TRIPP perderebbe quindi la sua copertura commerciale per diventare apertamente il corridoio logistico militare della NATO verso l’Azerbaigian.

Esistono tre scenari di conflitto plausibili: 1) Droni (azeri o ucraini) attaccano la Russia dall’Azerbaigian (durante questa operazione speciale o nel “Round 2”) e la Russia reagisce; 2) L’Azerbaigian interviene a sostegno del Kazakistan con l’appoggio di Turchia, NATO e Ucraina se la Russia lancia un’operazione speciale per recidere i suoi legami con la NATO (ha già in programma di produrre i proiettili per il blocco ); e 3) La Russia lancia un’operazione speciale contro l’Azerbaigian per fermare i piani turchi del ” Gasdotto Transcaspico “.

A prescindere da ciò che accadrà, una cosa è certa: l’adesione “ombra” dell’Azerbaigian alla NATO, ottenuta attraverso l’adeguamento agli standard del blocco e l’alleanza con la Turchia, si è ora trasformata in un’alleanza di fatto con l’Ucraina, il che ha fatto impennare la percezione della minaccia da parte della Russia nei confronti dell’Azerbaigian. Il suo nuovo ruolo di Stato di transito insostituibile per la NATO, volto a facilitare l’espansione dell’influenza del blocco in Asia centrale attraverso l’accordo TRIPP, comportava già un enorme rischio di conflitto con la Russia, rischio che ora è ulteriormente aumentato.

La minaccia della Russia di un massiccio attacco di rappresaglia contro Kiev probabilmente non è un bluff

Andrew Korybko7 maggio
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La Russia non può permettersi di screditarsi all’estero, né il partito al governo di Putin, Russia Unita, può permettersi di screditarsi in patria a quattro mesi dalle prossime elezioni, minacciando una rappresaglia schiacciante contro l’Ucraina se questa attaccasse la parata del Giorno della Vittoria a Mosca, per poi reagire simbolicamente o non fare nulla.

Il Ministero della Difesa russo ha avvertito la popolazione civile locale e il personale delle missioni diplomatiche a Kiev dei piani del proprio Paese di lanciare un massiccio attacco di rappresaglia sul centro della città qualora l’Ucraina desse seguito alla minaccia di Zelensky di attaccare la parata del Giorno della Vittoria a Mosca il 9 maggio. A ciò ha fatto seguito l’annuncio da parte della Russia di test missilistici balistici dalla Kamchatka dal 6 al 10 maggio. Poco dopo, il Ministero degli Esteri russo ha ribadito l’avvertimento del Ministero della Difesa, assicurandosi così che il mondo ne fosse a conoscenza.

Questa minaccia probabilmente non è un bluff per tre ragioni consecutive. La prima è che la Russia vuole dissuadere l’Ucraina dall’attaccare la parata del Giorno della Vittoria a Mosca per ovvie ragioni, legate sia all’immagine che alla sicurezza delle sue personalità di spicco, e a tal fine ha minacciato una rappresaglia massiccia qualora ciò accadesse. La seconda ragione è che la Russia non può minacciare una simile risposta senza poi metterla in atto in caso di provocazione, altrimenti si screditerebbe irrimediabilmente, e probabilmente seguirebbero attacchi ancora più audaci.

In terzo luogo, la Russia sta finalmente segnalando la sua disponibilità a reagire in modo massiccio contro i centri decisionali di Kiev, come specificato nella minaccia esplicita del Ministero degli Esteri, nel caso in cui l’Ucraina dovesse compiere questa provocazione di alto profilo, a causa della parziale prevalenza della fazione intransigente del Cremlino su quella moderata. Per chiarire, Putin fino ad ora aveva frenato l’intervento militare per via della sua convinzione nell'” unità storica di russi e ucraini ” e per la sua preoccupazione di una spirale incontrollabile di escalation che avrebbe potuto scatenare la Terza Guerra Mondiale.

Una volta che Trump è tornato e ha risposto positivamente all’offerta di dialogo di Putin per risolvere la guerra per procura tra NATO e Russia in Ucraina , che Biden ha respinto, Putin e i suoi colleghi moderati hanno offerto una soluzione incentrata sulle risorse Partenariato strategico per incentivare i compromessi. Gli Stati Uniti si sono mostrati favorevoli a tale partenariato, ma la Russia ha respinto i compromessi richiesti, presentati come precondizione, mentre gli Stati Uniti hanno a loro volta respinto le richieste russe e non hanno esercitato pressioni sull’Ucraina o sulla NATO per ottenere il loro consenso.

Sebbene Trump abbia rifiutato di intensificare il conflitto in Ucraina in questa situazione di stallo, ha comunque dato il via libera al ridimensionamento dell’influenza russa nel mondo, nel tentativo di costringere Putin al compromesso richiesto dagli Stati Uniti, ovvero il congelamento del conflitto in cambio di un allentamento delle sanzioni, senza però risolvere le cause profonde del problema. Questa strategia, informalmente nota come ” Dottrina Neo-Reagan “, ha messo la Russia sotto pressione in almeno 15 paesi diversi, screditando così la fazione moderata e spingendo alcuni suoi esponenti, come Putin, a riconsiderare le proprie posizioni.

La terza guerra del Golfo , in cui l’Iran ha attaccato basi statunitensi nella regione senza innescare una spirale di escalation incontrollabile, ha convinto Putin ad ascoltare finalmente i falchi che fin dall’inizio hanno sollecitato attacchi massicci contro i centri decisionali ucraini di Kiev. L’opinione pubblica, importante in vista delle prossime elezioni della Duma di settembre, si è a lungo schierata con i falchi su questo tema. Putin sembra ora aver acconsentito, ma solo in risposta agli attacchi ucraini contro la parata del Giorno della Vittoria a Mosca.

Questi fattori rendono improbabile che la Russia stia bluffando, nel qual caso non solo il Paese stesso verrebbe screditato all’estero, ma anche il partito al governo, Russia Unita, perderebbe credibilità agli occhi degli elettori a quattro mesi dalle prossime elezioni. Si parla già di un voto di protesta a sostegno dei partiti di opposizione comunisti e nazionalisti, che potrebbe innescare diverse riforme se si verificasse, ma una protesta su larga scala, guidata da un ipotetico bluff, potrebbe preannunciare un’era di incertezza che Putin preferirebbe evitare.

La Nigeria ha lasciato intendere di prepararsi a intervenire in Mali.

Andrew Korybko8 maggio
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Il suo ministro della Difesa sta preparando l’opinione pubblica in vista di quella che potrebbe essere un’inevitabile guerra regionale.

Bloomberg ha riportato che il Ministro della Difesa nigeriano ha affermato in una recente intervista che “la comunità internazionale, attraverso le Nazioni Unite, ‘deve unirsi per combattere questo diavolo'”, aggiungendo che “se permetteranno loro di mettere radici in Mali , non si fermeranno lì”. Il “diavolo” a cui si riferiva è “Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin” (JNIM), il gruppo islamista radicale alleato con i separatisti tuareg del ” Fronte di Liberazione dell’Azawad ” (FLA), che hanno preso il controllo del Mali nord-orientale.

La sua valutazione coincide con il precedente avvertimento secondo cui ” l’ultima crisi in Mali rischia di degenerare in una guerra regionale “. Tale analisi specificava che “la Nigeria teme che il Niger prenda il controllo del paese o quantomeno lo destabilizzi per mano di terroristi, il che potrebbe rafforzare i propri gruppi terroristici nel nord, minacciando ulteriormente il sud a maggioranza cristiana e/o di fatto spartindo il paese”. Bloomberg ha fatto eco a questa preoccupazione nel suo articolo. Non viene menzionato, tuttavia, che la Nigeria potrebbe coordinare la sua missione con gli Stati Uniti.

Questa previsione si basa sulla conclusione qui riportata , secondo cui gli attacchi antiterrorismo statunitensi contro l’ISIS in Nigeria il giorno di Natale hanno segnato l’inizio di ulteriori operazioni antiterrorismo congiunte nella regione. Come già scritto, “gli Stati Uniti prevedono di ‘guidare da dietro’, mentre la Nigeria riafferma l’influenza occidentale sul Sahel per conto degli Stati Uniti, ma probabilmente dopo un certo periodo di tempo e non immediatamente”. La vicinanza di questi attacchi al confine con il Niger ha dimostrato che “potrebbero estendersi oltre tale confine per indebolire il Niger in vista di una futura invasione nigeriana sostenuta dagli Stati Uniti”.

La Nigeria decise infine di non invadere il Niger durante la crisi dell’estate del 2024, successiva al colpo di stato militare patriottico di quest’ultimo, in gran parte per il timore che la minoranza Hausa del nord si ribellasse in risposta agli attacchi contro i propri connazionali oltre confine. Entrambi i paesi sono inoltre a maggioranza musulmana, mentre le forze armate nigeriane includono cristiani la cui partecipazione a un’operazione del genere potrebbe avvalorare le narrazioni di uno “scontro di civiltà”, rischiando di intensificare i conflitti a sfondo religioso in Nigeria.

Tenendo conto di queste preoccupazioni, la Nigeria probabilmente chiederebbe l’approvazione del Niger per attraversare il paese e raggiungere il Mali e/o il Burkina Faso, quest’ultimo già quasi completamente conquistato dal JNIM. Il Niger stesso sta lottando contro la branca locale dell’ISIS, attiva nella zona relativamente ristretta tra la capitale Niamey e i due paesi confinanti a ovest, quindi la Nigeria potrebbe dover combattere anche contro di loro per raggiungere gli altri due membri dell’Alleanza Saheliana (AES).

È quindi possibile che la Nigeria ottenga diritti di transito dal Niger per agevolare la sua lotta contro il JNIM in Mali e/o Burkina Faso, ma a condizione che elimini l’ISIS lungo il percorso. Questa approvazione, se mai dovesse concretizzarsi, verrebbe probabilmente concessa solo sotto forti pressioni occidentali. Dopotutto, l’AES si oppone agli interventi stranieri del tipo che l’Occidente vorrebbe che la Nigeria guidasse per suo conto (e probabilmente sotto l’egida dell’ECOWAS per rafforzarne la legittimità), quindi il Niger dovrebbe prima di fatto abbandonare il blocco.

I paesi costieri dell’Africa occidentale, tutti vicini all’Occidente con l’eccezione della Guinea e, in misura crescente, del Togo , temono le conseguenze di una possibile conquista dell’Africa orientale da parte del JNIM. Ci si aspetta quindi che contribuiscano a qualsiasi intervento dell’ECOWAS, sostenuto dall’Occidente e guidato dalla Nigeria, nella regione. È pertanto possibile che la Nigeria lanci la sua campagna dal proprio territorio anziché da quello nigeriano, qualora il Niger si rifiutasse di concederle il diritto di transito. In tal caso, il precedente avvertimento di una guerra regionale potrebbe rivelarsi profetico.

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Il Nepal dovrebbe agire con cautela nella disputa territoriale con l’India

Andrew Korybko10 maggio
 
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Ciò che occorre è un delicato equilibrio tra la riaffermazione degli interessi nazionali così come intesi dal Nepal e il mantenimento di un ruolo di vicino responsabile.

Il Ministero degli Esteri nepalese del nuovo Primo Ministro Balendra Shah, ex sindaco di Kathmandu noto per le sue posizioni ultranazionaliste, ha protestato presso India e Cina in merito ai loro piani di riprendere un pellegrinaggio annuale che attraversa il territorio controllato dall’India e rivendicato dal Nepal come proprio. Il suo predecessore, KP Oli Sharma, aveva fatto lo stesso la scorsa estate in merito alla ripresa del commercio bilaterale lungo lo stesso percorso. I lettori possono approfondire il contesto di questa controversia qui.

Shah e il suo team dovrebbero tuttavia agire con cautela nella disputa territoriale tra Nepal e India, poiché un peggioramento delle relazioni tra queste nazioni, legate da vincoli fraterni e culturali, è esattamente ciò che gli Stati Uniti desiderano per poterle dividere e governare in modo più efficace. Certo, il Nepal è una nazione sovrana le cui politiche non sempre sono in linea con quelle dell’India, ma la sua regione dell’Asia meridionale può essere considerata la sfera d’influenza dell’India proprio come la “Grande America del Nord” è degli Stati Uniti e lo spazio dell’ex Unione Sovietica è della Russia.

Ciò non significa che il Nepal debba sottomettersi all’India, ma semplicemente che le controversie devono essere risolte in modo amichevole, senza che si lasci che si aggravino a danno collettivo della regione e a vantaggio di attori extra-regionali interessati a mettere ulteriormente le parti in conflitto l’una contro l’altra. Lo stesso vale per il Nepal nei confronti della Cina, forse ancora di più dato che gli Stati Uniti hanno interesse a destabilizzare il Tibet dal Nepal, cosa che Trump potrebbe tentare di usare per fare pressione su Xi. Ecco tre approfondimenti sul Nepal contemporaneo:

* 10 settembre 2025: “Gli Stati Uniti potrebbero cercare di spingere il Nepal a strumentalizzare la sua rinnovata disputa di confine con l’India

* 10 settembre 2025: “Un governo ultranazionalista in Nepal potrebbe scatenare una guerra ibrida contro l’India insieme al Bangladesh

* 15 febbraio 2026: “Un’intervista esclusiva di RT fa luce sul cambio di regime avvenuto lo scorso anno in Nepal

Per essere chiari, il fatto che gli Stati Uniti abbiano avuto un ruolo nelle proteste su larga scala della Generazione Z che hanno portato alla destituzione di Sharma e si aspettassero che Shah salisse al potere con la schiacciante vittoria ottenuta all’inizio di quest’anno per fomentare tensioni con i paesi confinanti del Nepal non significa che egli sia un loro burattino, come ha recentemente dimostrato. Ha rifiutato di incontrare l’ambasciatore di Trump in India, Sergio Gor, che ricopre anche il ruolo di suo inviato speciale per l’Asia meridionale e centrale, perché «al momento è concentrato su questioni relative al buon governo interno».

Questo è quanto ha affermato il suo addetto stampa, mentre RT ha sostenuto nel proprio servizio che egli «intende stabilire come regola di incontrare solo ministri o funzionari di livello superiore provenienti da paesi stranieri». Qualunque sia la ragione, ciò ha simbolicamente dimostrato che non fungerà da fantoccio degli Stati Uniti, anche se cerca di instaurare rapporti amichevoli con loro e questi ultimi hanno contribuito a plasmare il contesto socio-politico responsabile della sua schiacciante vittoria. Ciò a sua volta alimenta l’ottimismo sul fatto che non intensificherà in modo significativo questa disputa territoriale come vorrebbero gli Stati Uniti.

Essendo un piccolo Paese circondato da due vicini più grandi, il Nepal deve dare la priorità alla diplomazia rispetto a qualsiasi altra cosa, poiché non esistono mezzi realistici con cui un altro Paese possa fornire assistenza concreta su larga scala (a parte il contrabbando di armi attraverso l’India) contro di loro. Per quanto incline al nazionalismo, Shah deve anche astenersi dall’aggravare questa controversia. Ciò che serve è un delicato equilibrio tra la riaffermazione degli interessi nazionali così come sono intesi dal Nepal e il mantenimento di un ruolo di vicino responsabile.

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Il “phantom withdrawal” e la narrativa della frattura _ di Nell Bonilla

Il “phantom withdrawal” e la narrativa della frattura

Uno spettro si aggira (di nuovo) sull’Europa: non il ritiro annunciato di 5.000 soldati statunitensi dalla Germania, ma la storia che se ne racconta. I titoli parlano di “frattura transatlantica”, “Trump abbandona la NATO”, “l’ombrello americano si sta chiudendo”. Ma questo film l’abbiamo già visto. E capire perché l’ultima proiezione non sia mai realmente iniziata rivela qualcosa di interessante su come l’impero in declino proietti debolezza mentre stringe la morsa.

Il piano d’azione 2020

Nel luglio 2020, l’amministrazione Trump ha annunciato un piano per ridurre drasticamente la presenza militare statunitense in Germania da circa 36.000 a 24.000 unità, con un taglio di circa 11.900 effettivi. Di questi, quasi 5.600 sarebbero stati ridistribuiti in altre zone dell’Europa della NATO, mentre circa 6.400 sarebbero tornati negli Stati Uniti. Il pacchetto includeva trasferimenti di grande impatto: il Comando europeo degli Stati Uniti da Stoccarda a Mons, in Belgio; il Comando Africa degli Stati Uniti fuori dalla Germania; il 2° Reggimento di cavalleria di ritorno in patria… ecc.

All’epoca, la CNN riportò le parole di Markus Söder, governatore della Baviera, secondo cui tale mossa «minava la NATO e gli stessi Stati Uniti». La versione diffusa era che Trump stesse punendo la Germania, lacerando l’alleanza e offrendo alla Russia un vantaggio strategico.

Eppure, a maggio 2026, nessun soldato era stato trasferito in modo definitivo nell’ambito di quel piano del 2020. The plan was frozen by the incoming Biden administration in February 2021; Gen. Tod Wolters, then EUCOM commander, said every option was “on hold” and would be reexamined “from cradle to grave.” The Pentagon’s own leadership conceded the plan was “really a concept” requiring months of detailed work. Congress had already jammed it up with legislative restrictions. CNBC later summarized that the withdrawal had “never actually been implemented.” Unit locations today confirm it: the 2nd Cavalry Regiment is still at Rose Barracks in Vilseck; EUCOM remains at Patch Barracks in Stuttgart…etc. Public sources show zero permanent relocations attributable to the 2020 plan.Il piano è stato congelato dalla nuova amministrazione Biden nel febbraio 2021; il generale Tod Wolters, allora comandante dell’EUCOM, ha affermato che ogni opzione era «in sospeso» e sarebbe stata riesaminata «dall’inizio alla fine». La stessa leadership del Pentagono ha ammesso che il piano era “in realtà un concetto” che richiedeva mesi di lavoro dettagliato. Il Congresso lo aveva già bloccato con restrizioni legislative. La CNBC ha successivamente sintetizzato che il ritiro “non è mai stato effettivamente attuato”. Le attuali ubicazioni delle unità lo confermano: il 2° Reggimento di Cavalleria è ancora alla caserma Rose a Vilseck; l’EUCOM rimane alla caserma Patch a Stoccarda… ecc. Fonti pubbliche mostrano zero trasferimenti permanenti attribuibili al piano del 2020.

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L’aumento che ha sostituito il calo

Anziché ridursi, la presenza permanente delle truppe statunitensi in Germania è rimasta sostanzialmente stabile, per poi aumentare in termini di capacità qualitative. Reuters ha riferito che, a dicembre 2025, 36.436 militari in servizio attivo erano assegnati in modo permanente in Germania — un numero leggermente superiore alla soglia di 36.000 da cui avrebbe dovuto partire il taglio previsto per il 2020. L’amministrazione Biden ha aggiunto circa 500 soldati e 750 familiari nell’area di Wiesbaden, legati a un nuovo Comando di fuoco teatrale e a una task force multidominio, unità specializzate in fuoco a lungo raggio, difesa aerea, guerra elettronica e spazio. Dopo il 2022, la presenza statunitense in Europa si è ulteriormente espansa con forze a rotazione e una maggiore integrazione nella NATO, tra le altre iniziative. Il “ritiro punitivo” del 2020 è stato sostituito da una presenza tecnologicamente più avanzata.

Il ritiro del 2026: reale, selettivo e inserito in un più ampio processo di ricomposizione

Ora, nel maggio 2026, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania nell’arco di sei-dodici mesi. Secondo quanto riportato, si tratterebbe di un’unità delle dimensioni di una brigata, probabilmente il 2° Reggimento di Cavalleria, l’unica brigata di combattimento di stanza in modo permanente in Germania. Se ciò dovesse avvenire, si tratterebbe di un cambiamento sostanziale. Tuttavia, le indicazioni strutturali più approfondite suggeriscono una ricomposizione, non un ritiro.

Si consideri ciò che non viene toccato: Ramstein, il centro globale per il trasporto aereo e la guerra con i droni; il Landstuhl Regional Medical Center, il più grande ospedale militare statunitense al di fuori degli Stati Uniti; l’EUCOM e l’AFRICOM; i quartier generali dell’Esercito in Europa e in Africa; e la vasta struttura di comando e logistica della NATO sul suolo tedesco. Ancora più eloquente è una recente mossa che è passata in gran parte inosservata nelle narrazioni allarmistiche: un colonnello dell’esercito statunitense è stato nominato vicecapo della Divisione Operazioni del Comando dell’Esercito tedesco. The German army’s own spokesperson framed this as designed “to further deepen German‑American cooperation and optimise joint operational capability within NATO.” Lt. Gen. Christian Freuding called it “an expression of our mutual, deep trust.” This is a position that is embedded in the part of the German Army where missions are planned and operational decisions prepared. It represents a deepening of U.S. influence over allied decision‑making. Il portavoce dell’esercito tedesco ha definito questa mossa come volta a «approfondire ulteriormente la cooperazione tedesco-americana e ottimizzare la capacità operativa congiunta all’interno della NATO». Il tenente generale Christian Freuding l’ha definita «un’espressione della nostra profonda fiducia reciproca». Si tratta di una posizione integrata nella parte dell’esercito tedesco in cui vengono pianificate le missioni e preparate le decisioni operative. Rappresenta un approfondimento dell’influenza statunitense sul processo decisionale alleato.

Anche se il numero di soldati sul campo è diminuito, l’integrazione dei comandi è di fatto più profonda. Gli Stati Uniti possono attuare una “ridistribuzione degli oneri” per un pubblico politico interno, rafforzando al contempo i meccanismi di interoperabilità dell’alleanza che mantengono le forze armate europee all’interno di un quadro guidato dagli Stati Uniti. L’Europa parla di autonomia strategica; la presenza dei colonnelli garantisce che qualsiasi forma di autonomia esercitata passi prima attraverso il governo statunitense.

La narrazione di Rift

È qui che il discorso si ricollega alla tesi che sto sviluppando sullo “Stato-bunker” e sulla guerra cognitiva. La narrativa di una frattura transatlantica – l’idea che gli Stati Uniti stiano abbandonando la Germania e la NATO, che l’alleanza si stia sgretolando, che il potere americano sia in caotica ritirata – non è nuova. Era molto diffusa nel 2020. E ora viene nuovamente messa in evidenza. E in entrambi i casi, svolge una funzione strategica indipendente dai fatti operativi.

Dal punto di vista della struttura dominante, una narrazione incentrata sulla debolezza e sulla disunione può anche rivelarsi una risorsa. Mentre gli avversari o gli alleati scettici si concentrano sullo spettacolo della frattura – i tweet rabbiosi del presidente, gli annunci di riduzione delle truppe, gli editoriali sulla fine dell’alleanza – l’effettiva architettura del controllo viene riorganizzata.

Lo Stato-bunker necessita di accesso ai comandi, interoperabilità, dipendenza tecnologica e la capacità di dispiegare una forza schiacciante quando necessario. Il colonnello della divisione operativa tedesca vale più di una brigata di fanteria statica, poiché garantisce agli Stati Uniti un’influenza diretta sulle decisioni nell’ambito della pianificazione militare alleata.

Inoltre, questa riorganizzazione potrebbe non essere destinata solo al pubblico statunitense, ma anche agli stessi europei, affinché accettino la rimilitarizzazione.

La ricomposizione non è una ritirata

Per essere chiari: il ritiro di 5.000 soldati non è “falso” nel senso che sia stato inventato di sana pianta. Se il 2° Reggimento di Cavalleria lascerà Vilseck, si tratterà di una reale riduzione della presenza militare terrestre statunitense in Germania. Ma non è il primo atto di abbandono. Si tratta piuttosto di un adeguamento strategico verso un modello di controllo più snello, più integrato e più modulabile.

Si passa da guarnigioni permanenti a forze a rotazione, da concentrazioni di fanteria a potenza di fuoco e integrazione multidominio, da comandi statunitensi autonomi a stati maggiori delle strutture alleate.

Ecco come si adatta lo Stato-bunker: liberandosi delle parti costose, visibili e politicamente vulnerabili della vecchia impostazione imperiale, pur mantenendo — e persino rafforzando — le strutture di comando, di intelligence e le infrastrutture tecno-militari che contano davvero. (Sì, in parte perché la mancanza di una base industriale e la finanziarizzazione li costringono a farlo.)

In altre parole, i titoli dei giornali e i tweet potrebbero far pensare che l’edificio stia crollando, ma gli organigrammi indicano che il nucleo si sta consolidando.

Da non perdere

La prossima volta che leggerete un articolo sulla frattura transatlantica, sul ritiro degli Stati Uniti dalla Germania o sullo sgretolarsi della NATO, chiedetevi: qual è la mossa corrispondente nell’architettura di comando? Where is the US colonel being placed? Which operational planning cell is being “deepened”? What fires capability is being upgraded while the infantry brigade packs its bags? Dove viene assegnato il colonnello statunitense? Quale cellula di pianificazione operativa viene “rafforzata”? Quale capacità antincendio viene potenziata mentre la brigata di fanteria fa i bagagli?

La trappola consiste nel farti credere che il teatro politico dell’impero sia la sua realtà strategica. Tuttavia, possiamo leggere i manifesti, analizzare i dati sulle basi militari disponibili al pubblico, seguire gli spostamenti del personale e vedere la riorganizzazione per quello che è.

Breve riflessione su impero, sopravvivenza e multipolarità

C’è un punto cieco nel modo in cui lo spazio dissidente e multipolare affronta il tema della fine dell’egemonia statunitense.

Al momento, è diffusa la convinzione che il passaggio a un «mondo multipolare» rappresenti la sconfitta definitiva e fatale della classe dirigente occidentale. La narrativa è che l’impero guidato dagli Stati Uniti stia crollando sotto il proprio peso, che la multipolarità sia inevitabile e che non ci resti altro da fare che aspettare che la polvere si depositi. (Forse, tuttavia, è solo la fine dell’unipolarità egemonica statunitense che viene celebrata da altri, e in tal caso si tratta di un processo reale. La multipolarità è già qui.)

Ma se una determinata forma di multipolarità non rappresentasse affatto una minaccia per l’impero transatlantico? O, per meglio dire, se una forma di multipolarità fosse meno minacciosa di un’altra per le classi dirigenti guidate dagli Stati Uniti?

È assolutamente necessario distinguere tra due diverse visioni del futuro.

Il primo è la multipolarità antimperialista. This is a world built on genuine equality among nations, the dismantling of coercive financial hierarchies, and a total rejection of the “might makes right” logic. This version is a lethal threat to the transatlantic ruling class because it abolishes the extractive class structure they rely on. Si tratta di un mondo fondato su un’autentica uguaglianza tra le nazioni, sullo smantellamento delle gerarchie finanziarie coercitive e sul rifiuto totale della logica secondo cui “la forza fa diritto”. Questa visione rappresenta una minaccia letale per la classe dirigente transatlantica, poiché abolisce la struttura di classe estrattiva su cui essa fa affidamento.

Il secondo è la «multipolarità competitiva d’élite». This is essentially the 19th-century Concert of Europe updated for the AI age. Power is distributed among several great powers, each brutally managing its own sphere of influence, (while the transatlantic ruling strata will attempt to get the biggest share of the pie regardless, constantly, and violently) its own proxy conflicts, and its own hierarchical supply chains. Si tratta essenzialmente del «Concerto europeo» del XIX secolo, rivisitato nell’era dell’intelligenza artificiale. Il potere è distribuito tra diverse grandi potenze, ciascuna delle quali gestisce in modo spietato la propria sfera d’influenza (mentre le élite transatlantiche cercheranno comunque, costantemente e con violenza, di accaparrarsi la fetta più grande della torta), i propri conflitti per procura e le proprie catene di approvvigionamento gerarchiche.

La classe dirigente occidentale potrebbe sopravvivere al secondo scenario. Non sarebbe l’unica potenza egemone, ma potrebbe potenzialmente rimanere il blocco più ricco e istituzionalmente più radicato sulla scena mondiale, continuando a detenere il controllo della finanza globale, della sorveglianza e della tecnologia militare. Un mondo di potenze in competizione tra loro rimane pur sempre un mondo imperiale.

Una volta compreso che il sistema guidato dagli Stati Uniti è in grado di sopravvivere a una multipolarità caratterizzata dalla competizione tra élite, l’attuale panorama mediatico e politico acquista improvvisamente tutto il suo senso.

Guardate chi, secondo l’algoritmo, ha attualmente il diritto di essere la voce più forte tra quelle “anti-establishment” o “anti-imperialiste”. I veri anti-imperialisti – quelli che riescono davvero a collegare i puntini tra avventurismo militare, colonialismo di insediamento e i meccanismi della finanza occidentale – vengono sistematicamente messi a tacere.

L’algoritmo, invece, amplifica notevolmente un’opposizione nazionalista di destra. Queste figure si oppongono agli attuali gestori of the empire, but they do not oppose the dell’impero, ma non contestano i meccanismi of empire itself. They have no problem with coercion, military dominance, or civilizational hierarchy—they just want it run more ruthlessly, stripped of its liberal, therapeutic PR. dell’impero stesso. Non hanno alcun problema con la coercizione, il dominio militare o la gerarchia civilizzatrice: vogliono semplicemente che tutto sia gestito in modo più spietato, spogliato della sua immagine pubblica liberale e terapeutica.

Si tratta di un’operazione di “cattura cognitiva” di grande successo. Elevando algoritmicamente i nazionalisti-imperialisti a “vera resistenza”, il sistema incanala l’energia molto concreta del dissenso pubblico in una forma che l’impero può facilmente assorbire. Normalizza l’idea che l’alternativa all’egemonia statunitense sia un diverso gruppo di potenze che si spartiscono il mondo.

Non si tratta né di una grande cospirazione né di un piano generale eseguito alla perfezione. La struttura transatlantica opera in modo probabilistico: modella la distribuzione dei possibili esiti senza determinarne uno specifico.

La celebrazione dell’apparente caduta dell’impero costituisce il mezzo preferito da quest’ultimo per mantenere la propria legittimità durante la fase di ristrutturazione e nel tentativo di sopravvivere.

L’impero si sta liberando di ciò che non può più permettersi – la finzione dei valori liberali universali e il mantenimento di una comoda classe media interna – e si sta ritirando in un “Stato-bunker” fortificato, incentrato su tecnologia, difesa e finanza. Si sta preparando ad agire in un contesto violento e multipolare. E trae immenso vantaggio da una classe dissidente che scambia un adattamento strutturale per un collasso terminale (sì, gli Stati Uniti come paese potrebbero crollare e sono sicuramente in declino, così come l’Europa). La classe dirigente trae vantaggio dal discorso; il discorso è in gran parte prodotto da persone che credono sinceramente di opporsi alla classe dirigente; entrambe le cose possono essere vere contemporaneamente.

L’obiettivo dell’analisi politica è quello di aumentare marginalmente il costo della traiettoria preferita dagli strati dominanti transatlantici. Dobbiamo rendere le distinzioni concettuali — ovvero che la multipolarità non è necessariamente anti-imperialismo, che il declino di un paese non equivale alla sostituzione della classe dominante e che «post-liberale» non significa «post-imperiale» — così chiare che il pubblico non possa più godersi ciecamente lo spettacolo senza rendersi conto esattamente di ciò che sta consumando.

Il nostro compito dovrebbe essere quello di rifiutare l’accettazione passiva dell’idea di un «collasso inevitabile» e di costruire le infrastrutture invisibili e complesse di un mondo che funzioni realmente al di là della logica dell’impero, in modo più cooperativo, coeso e orientato al bene comune.

Kagan colpisce ancora: definisce gli Stati Uniti una tigre di carta messa sotto scacco matto dall’Iran _ di Simplicius

Kagan colpisce ancora: definisce gli Stati Uniti una tigre di carta messa sotto scacco matto dall’Iran

Simplicius 12 maggio∙Pagato
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Per la seconda volta in due mesi, il padrino neoconservatore Robert Kagan ha scritto un’urgente denuncia della sfortunata guerra di Trump contro l’Iran. Quest’ultima, pubblicata sull’Atlantic, è particolarmente dura, poiché Kagan sostiene che la sconfitta senza precedenti subita contro l’Iran rappresenti la peggiore disfatta militare degli Stati Uniti nella storia, superando persino quella del Vietnam per una serie di ragioni fondamentali che egli stesso illustra.

https://www.theatlantic.com/international/2026/05/iran-war-trump-losing/687094/

Sostiene principalmente che i conflitti precedenti, in cui gli Stati Uniti hanno ottenuto risultati non ottimali o addirittura subito sconfitte, sono stati in qualche misura in parte salvati dal fatto favorevole che tali conflitti si svolgevano al di fuori dei principali teatri di competizione globale.

Egli contrappone la sconfitta iraniana nel modo seguente:

La sconfitta nell’attuale confronto con l’Iran avrà una natura completamente diversa. Non potrà essere né riparata né ignorata. Non ci sarà un ritorno allo status quo ante, nessun trionfo americano definitivo che possa annullare o superare il danno arrecato. Lo Stretto di Hormuz non sarà più “aperto” come un tempo. Con il controllo dello stretto, l’Iran emerge come attore chiave nella regione e uno degli attori chiave nel mondo. Il ruolo di Cina e Russia, in quanto alleati dell’Iran, si rafforza; quello degli Stati Uniti, si riduce sostanzialmente. Lungi dal dimostrare la potenza americana, come hanno ripetutamente affermato i sostenitori della guerra, il conflitto ha rivelato un’America inaffidabile e incapace di portare a termine ciò che ha iniziato. Questo innescherà una reazione a catena in tutto il mondo, mentre amici e nemici si adatteranno al fallimento dell’America.

Nel paragrafo successivo, commette alcuni gravi errori, citando cifre “ufficiali” del Pentagono sulle perdite militari iraniane che sono palesemente errate. Le revisioni delle perdite iraniane continuano ad arrivare ogni giorno:

Il ministro degli Esteri iraniano Araghchi ha recentemente fornito una sua valutazione, forse con un pizzico di ironia, ma probabilmente più vicina alla realtà rispetto alle cifre eclatanti fornite dagli Stati Uniti:

Oggi è giunta una notizia che confermerebbe la mia affermazione di lunga data secondo cui la stragrande maggioranza dell’aeronautica iraniana è rimasta intatta: ora sappiamo perché.

Secondo la CBS, che cita funzionari statunitensi che hanno parlato a condizione di anonimato, il Pakistan, mediatore chiave nei negoziati in corso ma in fase di stallo tra Stati Uniti e Iran, ha permesso all’Iran di riposizionare aerei strategici nelle proprie basi, probabilmente per evitare di perderli a causa dei raid aerei statunitensi . Secondo il rapporto, sia il Pakistan che l’Afghanistan hanno acconsentito a questa operazione. L’Iran ha inviato uno dei suoi aerei da ricognizione e sorveglianza, un RC-130 “Saba” modificato, e altri velivoli, sia militari che civili, alla base aerea pakistana di Nur Khan nei primi giorni della guerra.

Jennifer Jacobs@JenniferJJacobs Esclusiva tramite @CBSNews: Mentre il Pakistan si posizionava come canale diplomatico tra Teheran e Washington, ha silenziosamente permesso agli aerei militari iraniani di parcheggiare nel suo paese, proteggendoli potenzialmente dagli attacchi aerei statunitensi, secondo quanto riferito da fonti a @JimLaPorta e a me. Giorni dopo l’annuncio di Trump 19:10 · 11 maggio 2026 · 1,29 milioni di visualizzazioni282 risposte · 749 condivisioni · 1.890 Mi piace

Almeno Kagan ha la giusta interpretazione storica riguardo alla reazione di panico di Trump di fronte al bombardamento dell’Iran:

La svolta si è verificata il 18 marzo, quando Israele ha bombardato il giacimento di gas iraniano di South Pars e l’Iran ha reagito attaccando la città industriale di Ras Laffan in Qatar, il più grande impianto di esportazione di gas naturale al mondo, causando danni alla capacità produttiva che richiederanno anni per essere riparati. Trump ha risposto dichiarando una moratoria su ulteriori attacchi contro le infrastrutture energetiche iraniane e poi proclamando un cessate il fuoco, nonostante l’Iran non avesse fatto alcuna concessione.

Kagan prosegue individuando, giustamente, la posizione senza via d’uscita di Trump: anche se tentasse di uscire di scena “a testa bassa” nel tentativo di salvare la faccia alle forze armate statunitensi, il cui prestigio è stato intaccato, non porterebbe ad altro che al disastro:

Anche se Trump volesse bombardare l’Iran come parte di una strategia di uscita – mostrandosi intransigente per mascherare la sua ritirata – non potrebbe farlo senza rischiare questa catastrofe.

Se non è scacco matto, ci va molto vicino.

Kagan spiega poi in dettaglio come si presenterà in pratica la sconfitta degli Stati Uniti, osservando giustamente che l’Iran non avrà più alcun incentivo a rinunciare allo stretto nemmeno dopo la fine della guerra:

La sconfitta per gli Stati Uniti, quindi, non è solo possibile, ma probabile. Ecco come si presenta una sconfitta.

L’Iran mantiene il controllo dello Stretto di Hormuz. L’ipotesi comune secondo cui, in un modo o nell’altro, lo stretto verrà riaperto al termine della crisi è infondata. L’Iran non ha alcun interesse a tornare allo status quo ante. Si parla di una spaccatura tra falchi e moderati a Teheran, ma anche i moderati devono capire che l’Iran non può permettersi di perdere il controllo dello stretto, a prescindere da quanto vantaggioso possa essere l’accordo che pensa di poter ottenere. Innanzitutto, quanto è affidabile un accordo con Trump? Si è praticamente vantato di aver replicato l’attacco a sorpresa giapponese a Pearl Harbor, approvando l’uccisione dei leader iraniani nel bel mezzo delle trattative. Gli iraniani non possono essere certi che Trump non decida di attaccare di nuovo entro pochi mesi dalla conclusione di un accordo. Sanno anche che gli israeliani potrebbero attaccare di nuovo, poiché non si sentono mai vincolati ad agire quando percepiscono una minaccia ai propri interessi.

Egli osserva giustamente che l’Iran continuerà a riscuotere pedaggi dallo stretto anche dopo la fine della guerra, e la maggior parte dei paesi sarà costretta a assecondare le mosse dell’Iran in un modo o nell’altro, perché hanno assistito in prima persona all’incapacità della Marina statunitense di modificare in alcun modo gli equilibri di potere.

Il potere di bloccare o controllare il flusso di navi attraverso lo stretto è maggiore e più immediato del potere teorico del programma nucleare iraniano. Questa leva consentirà ai leader di Teheran di costringere le nazioni a revocare le sanzioni e a normalizzare le relazioni, pena l’applicazione di sanzioni. Israele si troverà più isolato che mai, mentre l’Iran si arricchisce, si riarma e preserva la possibilità di dotarsi di armi nucleari in futuro. Potrebbe persino trovarsi nell’impossibilità di colpire i gruppi alleati dell’Iran: in un mondo in cui l’Iran esercita un’influenza sull’approvvigionamento energetico di così tante nazioni, Israele potrebbe subire enormi pressioni internazionali per non provocare Teheran in Libano, a Gaza o altrove.

L’osservazione di cui sopra è alquanto azzeccata: egli sostiene che Israele subirà ingiustamente – si sottintende – “pressioni” per non continuare a perpetrare illegalmente un genocidio in Libano e a Gaza, perché l’Iran sarà diventato troppo potente.

Anzi, le Guardie Rivoluzionarie hanno addirittura ipotizzato la possibilità di iniziare a riscuotere dei “pedaggi” per i cruciali cavi sottomarini internazionali che passano sotto lo stretto:

È interessante notare che nel suo ultimo articolo Kagan ha notoriamente definito l’America una “superpotenza canaglia” , salvo poi riconoscere ora che questa “superpotenza” è stata completamente messa alle strette dall’Iran. All’epoca sostenevo che la sua scelta di usare il termine “canaglia” fosse ingannevole, e ora vediamo che è stato altrettanto – per usare le sue stesse parole – sillogistico con il termine “superpotenza”: essere una superpotenza ed essere “messa alle strette” dall’Iran sono due cose che si escludono a vicenda. Afferma persino che l’America sarà ora considerata una tigre di carta, e a ragione.

Scacco matto.

O meglio ancora, shāh māt .

Conclude l’articolo denunciando la sconfitta dell’America contro una “potenza di secondo rango”:

La sconfitta americana nel Golfo avrà ripercussioni globali di più ampio respiro. Il mondo intero può constatare che poche settimane di guerra contro una potenza di secondo rango hanno ridotto le scorte di armi americane a livelli pericolosamente bassi, senza che si intraveda una soluzione rapida. Gli interrogativi che ciò solleva sulla prontezza degli Stati Uniti ad affrontare un altro conflitto di vasta portata potrebbero, o meno, spingere Xi Jinping a lanciare un attacco a Taiwan, o Vladimir Putin ad intensificare la sua aggressività contro l’Europa. Ma quantomeno, gli alleati americani in Asia orientale e in Europa dovranno interrogarsi sulla capacità di resistenza degli Stati Uniti in caso di futuri conflitti.

L’adattamento globale a un mondo post-americano sta accelerando. La posizione un tempo dominante degli Stati Uniti nel Golfo è solo la prima di molte vittime.

Non è fantastico quando mascherano la realtà con ambiguità così tiepide come “le domande che questo solleva sulla prontezza dell’America”? Non c’è assolutamente nessuna domanda che sia stata “sollevata” dalla sconfitta degli Stati Uniti a cui non sia già stata data una risposta completa: la “prontezza” degli Stati Uniti è ormai nota in modo definitivo ed efficace ed è inesistente contro una vera potenza mondiale come la Russia o la Cina, dato che le scorte di armi americane si esaurirebbero in pochi giorni e non esiste una struttura produttiva in grado di rimpiazzarle; questa non è una domanda, è una risposta concisa e definitivamente stabilita.

Ci si chiede, tuttavia, quale sia esattamente il senso della polemica di Kagan: non offre soluzioni, alternative o altro di suo. Si limita a denunciare la guerra in corso, quasi a voler prendere le distanze da quello che è un disastro epocale. Almeno nel precedente articolo intitolato “Superpotenza canaglia” aveva suggerito diverse misure, come ad esempio un maggiore sostegno reciproco tra le nazioni occidentali per “superare” la disastrosa amministrazione Trump. Qui non propone nulla di simile, limitandosi a predire la fine dell’egemonia americana in Medio Oriente. È davvero a corto di idee, o c’è qualche altro subdolo incentivo di cui non siamo a conoscenza?

Probabilmente Amerikanets ha avuto l’idea giusta:

Americani @ripplebrain L’articolo di Kagan sull’Atlantic, che è sostanzialmente corretto nelle sue conclusioni, sta cogliendo alcuni di sorpresa. Il sionista, il primo interventista radicale che ha contribuito a progettare le guerre in Iraq e Ucraina, descrivendo francamente gli Stati Uniti come una “tigre di carta” e dichiarando di fatto la vittoria iraniana, è 19:43 · 11 maggio 2026 · 33.100 visualizzazioni30 risposte · 225 condivisioni · 1.100 Mi piace

Avevo già suggerito qualcosa di simile dopo il precedente articolo di Kagan: i neoconservatori, a quanto pare, sono diventati pragmatisti nella loro disperata ora finale. Preferiscono opporsi alla “causa” se, ai loro occhi, questa è irrecuperabile. Tanto vale salvare quanta più credibilità possibile nell’ambito dell’analisi storica: ciò può costituire una base di buona volontà in qualsiasi futuro tentativo di ricostituire la “causa” in una nuova, nefasta forma.

Si possono immaginare questi neoconservatori ansimare in televisione tra 5-10 anni: “Eravamo contro la disastrosa guerra con l’Iran, siamo amanti della pace! Ma questa volta è diverso, l’America deve proteggere i suoi interessi in [ inserire qui un nuovo paese da bombardare e sottomettere imperialisticamente ]”.

Perché affondare con la nave che sta affondando?

Ed è proprio una nave che affonda. Le ultime dichiarazioni di Trump hanno suscitato ancora più incredulità e critiche del solito. Oggi Trump sembra aver seriamente suggerito che il Venezuela dovrebbe diventare il 51° stato a causa della sua abbondanza di petrolio:

Se pensavate fosse la solita spacconata, ascoltate qui sotto:

Trump ha poi vantato che gli Stati Uniti stanno raddoppiando la produzione energetica di Russia e Arabia Saudita:

L’intento di tutte le sue inutili manovre è chiaro: crede di poter garantire agli Stati Uniti la supremazia energetica globale, e praticamente qualsiasi azione è giustificabile per raggiungere questo obiettivo, il più avido di tutti.

Il problema è che, nonostante la sua audace ingegnosità, Trump non ha mai posseduto la qualità più vitale per un buon leader: la capacità di contemplare le conseguenze di secondo e terzo ordine. Dimenticate il terzo, anche il secondo ordine sarebbe stato un vantaggio enorme per il comandante in capo, così rigido e monocorde. Com’è possibile non vedere le faglie tettoniche che si stanno lentamente formando e che minacciano la reputazione, le relazioni e le alleanze degli Stati Uniti?

La risposta è ovvia, ed è sempre la stessa: dati di intelligence scadenti. Se inserisci dati spazzatura, otterrai risultati spazzatura. A causa di rapporti fraudolenti, sondaggi, “vittorie” olografiche di Wall Street, ecc., Trump rimane convinto che gli Stati Uniti siano davvero in ripresa sotto ogni aspetto: economico, militare e reputazionale. In ognuno di questi ambiti, la valutazione non potrebbe essere più lontana dalla verità. Ha imbroglioni come Bessent e Lutnik che gli riempiono le orecchie di estasi economiche, imbroglioni di guerra come Hegseth che blaterano di trionfi militari inventati: non c’è da stupirsi che Trump sia convinto dell’avvento della sua Età dell’Oro.

Ad esempio, quest’ultimo articolo del New York Times calcola che il costo reale del disastro in Iran si aggiri intorno alla cifra sbalorditiva di migliaia di miliardi di dollari:

https://www.nytimes.com/2026/05/08/opinion/hegseth-war-cost.html

La situazione della politica americana può essere spiegata come segue: i Democratici e i liberali si sono impantanati in una tale montagna di rancore nel corso degli anni, a causa di politiche “woke” e antiamericane grottescamente disumane, da aver creato una sorta di paralisi politica nel paese, che un personaggio istrionico come Trump ha saputo sfruttare per calpestare l’intero establishment, nel bene e nel male, senza che alcun meccanismo di freno potesse più arginarlo.

Non aiuta nemmeno il fatto che, nonostante la loro imbecillità, i numerosi luogotenenti di Trump – Stephen Miller e simili – siano letteralmente dei geni con un QI altissimo rispetto ai lacchè senza vita, pronti a recitare diktat e a promuovere la diversità, l’equità e l’inclusione, che erano i pilastri della satira di Biden. L’aver fissato un livello politico così basso ha trascinato verso il basso l’intero dibattito e ha abbassato la qualità e l’intelligenza degli organi di informazione che dovrebbero lubrificare l’intera macchina.

Con la comparsa di veri e propri portavoce politici intelligenti, capaci di delineare in modo coerente politiche concrete – per quanto imperfette – la classe mediatica, paralizzata e pietrificata, non è in grado di contestare in modo credibile alcuna azione di Trump, perché i suoi luogotenenti riescono semplicemente a surclassare i burattini aziendali, simili a mosche pestifere.

Trump ormai sbava e biascica regolarmente parole incomprensibili e sconclusionate, ma le sue squadre di pulizia, ben più aggressive, gestiscono i media “ostili” e mentalmente limitati senza battere ciglio.

Beh, come qualcuno ha detto una volta:

Nella regione caecorum, rex est luscus.


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Putin: risposte alle domande dei media

Risposte alle domande dei media

Il presidente ha risposto alle domande dei rappresentanti dei media.

9 maggio 2026

21:45

Il Cremlino, Mosca

Vladimir Putin answered questions from media representatives.

2 di 8

Vladimir Putin ha risposto alle domande dei rappresentanti dei media.

Il presidente della Russia Vladimir Putin: Buonasera. Ancora una volta, buon Giorno della Vittoria.

Domanda: Vorrei iniziare parlando di oggi e del modo in cui la vede, se mi permette. Oggi è un giorno grande e storico. Poco fa, il presidente degli Stati Uniti ha avanzato un’ iniziativa per dichiarare un cessate il fuoco di tre giorni. Lei l’ha appoggiata, così come Zelensky. Tuttavia, alla vigilia del 9 maggio, da Kiev continuavano a giungere numerose dichiarazioni gravi e provocatorie.

Come valuteresti la giornata di oggi e il svolgimento degli eventi? Anche la parata militare si è svolta in un formato in un certo senso ridotto a causa di motivi di sicurezza. Potresti darci la tua valutazione generale della giornata? Ci sono state provocazioni?

Vladimir Putin: Per quanto riguarda le provocazioni, come potete vedere, io sono qui e, finora, il non mi ha segnalato nulla di tale natura, quindi non posso esprimermi al riguardo.

Per quanto riguarda la parata. Sapete che quest’anno – che non è un anno di anniversario ma è comunque il Giorno della Vittoria – abbiamo deciso che le celebrazioni si svolgeranno in ogni caso senza un dimostrazione di equipaggiamento militare, e non per motivi di sicurezza ma principalmente  perché le  Forze Armate dovrebbero concentrarsi sulla decisiva sconfitta del nemico nell’ambito dell’ operazione militare speciale.

Per quanto riguarda le dichiarazioni provocatorie, tutte quelle decisioni erano state prese molto prima che venissero rilasciate tutte quelle dichiarazioni provocatorie, come hai detto tu.

Per quanto riguarda le dichiarazioni, abbiamo già risposto a esse, come sapete. Il Ministero della Difesa ha rilasciato una certa dichiarazione iniziale – è ben noto – secondo cui, nel caso in cui si tentasse di interrompere i nostri eventi di celebrazione, risponderemo con massicci attacchi missilistici su Kiev. C’era qualcosa di poco chiaro al riguardo? Questa era quella che doveva essere una risposta.

Non ci siamo limitati a questo. A ciò ha fatto seguito una nota del Ministero degli Esteri, che è un documento ufficiale, non una semplice dichiarazione. Ma non ci siamo fermati qui. Abbiamo iniziato a lavorare con i nostri principali partner e amici, in primo luogo con i nostri amici della Repubblica Popolare Cinese, dell’India e di alcune altre nazioni, compresa l’ amministrazione statunitense. In cosa consisteva questo lavoro? Abbiamo semplicemente presentato ai nostri amici, colleghi e partner un quadro di come la situazione potrebbe evolversi. Non abbiamo alcun desiderio di peggiorare o danneggiare le relazioni con nessuno. Una situazione del genere potrebbe verificarsi dato che tutti i centri di comando e decisionali a Kiev si trovano nelle immediate vicinanze delle missioni diplomatiche di un numero di paesi – diverse decine, in realtà. Questo è proprio il problema. Quando abbiamo avviato questo dialogo con l’ amministrazione statunitense, abbiamo richiamato la loro attenzione su questa questione, abbiamo illustrato le potenziali conseguenze e abbiamo chiesto loro di fare tutto il necessario per garantire la sicurezza della missione diplomatica del loro paese.

A seguito di tutte queste discussioni, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha proposto un’ulteriore tregua di due giorni e uno scambio di prigionieri durante tale periodo.

Abbiamo immediatamente accettato questa proposta, soprattutto perché, a mio avviso, era pienamente giustificata, motivata dal rispetto per la nostra vittoria comune sul nazismo e di chiara natura umanitaria.

A proposito, qualche giorno prima, il 5 maggio, avevamo anche presentato una proposta di scambio di prigionieri alla parte ucraina e fornito un elenco di 500 militari ucraini detenuti in Russia. La risposta iniziale è stata che avevano bisogno di esaminare la proposta più attentamente – forse non tutti e 500, ma forse 200 – e dopo di che sono praticamente scomparsi dai nostri contatti e in seguito hanno dichiarato apertamente di non essere pronti per un simile scambio. Non lo volevano.

Pertanto, quando è stata presentata la proposta del è stata presentata, noi, ovviamente, l’abbiamo immediatamente sostenuta. Speriamo che, in questo caso, la parte ucraina finisca per rispondere positivamente alla proposta del presidente degli Stati Uniti. Purtroppo, finora, non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

Alexei Konopko: Buon pomeriggio. Mi chiamo Alexei Konopko, del canale Rossiya.

Signor Presidente, lei ha tenuto una vera e propria maratona di incontri bilaterali. Può dirci quali sono stati i temi principali affrontati durante questi colloqui?

Se mi è consentito, vorrei porre un’altra domanda su un argomento correlato.

Vladimir Putin: Prego.

Alexei Konopko: Abbiamo spesso visto rappresentanti di un’altra ex repubblica sovietica, l’Armenia, alle nostre parate della Vittoria. Quest’anno non sono venuti. Ma alcuni giorni fa, Pashinyan ha incontrato Zelensky, il quale ha colto l’occasione per lanciare minacce contro la Russia.

Qual è la sua posizione al riguardo? Come potrebbero evolversi le relazioni con Yerevan?

Grazie mille.

Vladimir Putin: Per quanto riguarda i miei incontri bilaterali e gli argomenti trattati, la questione principale per la Russia e per gli altri paesi, in questo caso paesi amici, come si dice, i cui rappresentanti sono venuti a Mosca per gli eventi commemorativi, è stato il Giorno della Vittoria. Le nostre conversazioni si sono concentrate su questo, sul risultato comune raggiunto nella lotta contro il nazismo, sui modi per perpetuare la memoria degli eroi della  Grande Guerra Patriottica e della Seconda Guerra Mondiale, e su come utilizzare questa memoria come base per gli sforzi volti a impedire che tali eventi si ripetano in futuro.

Naturalmente, abbiamo discusso anche delle relazioni bilaterali. Di primaria importanza sono certamente i nostri rapporti con i nostri alleati e partner più stretti: Bielorussia, Kazakistan e Uzbekistan.

Il nostro volume di scambi commerciali con la Bielorussia supera i 50 miliardi di dollari. Non è forse una cifra impressionante per un paese con appena 10 milioni di abitanti? Ci sono molti argomenti di cui discutere; vi sono davvero numerose questioni di interesse comune.

Lo stesso vale per il Kazakistan e l’Uzbekistan, che sono economie in rapido sviluppo. Abbiamo piani concreti, anche in materia di investimenti. Abbiamo interessi comuni con il Kazakistan nel quadro dell EAEU. Abbiamo inoltre interessi comuni con i paesi i cui rappresentanti ho incontrato , ad esempio il Laos. Si tratta di un partner importante. Il nostro scambio commerciale in dollari statunitensi è molto modesto, ma le prospettive sono buone e il paese gode di una posizione vantaggiosa. L’ASEAN è una regione importante per noi.

In ogni singolo caso c’erano questioni da discutere, e i colloqui sono stati concreti e pragmatici.

Per quanto riguarda i piani dell’Armenia e delle autorità armene, sapete che non abbiamo invitato nessuno in modo specifico perché non si tratta di un giubileo. Ma abbiamo trasmesso informazioni a tutti i paesi dicendo che saremmo lieti se venissero, che non chiudiamo la porta a nessuno. Non sono stati inviati inviti ufficiali e quindi non solo l’Armenia, ma anche molti altri paesi che sono nostri buoni vicini, partner e amici non sono qui rappresentati oggi. Non lo considero nulla di strano.

Tuttavia, coloro che sono venuti qui hanno dato prova di un certo grado di coraggio personale, poiché sono venuti a conoscenza solo di alcuni accordi, tra cui l’iniziativa del presidente Trump di prolungare il periodo di cessate il fuoco, lo scambio di prigionieri, e così via, hanno appreso di un certo allentamento delle tensioni solo dopo essere venuti qui. Prima non ne sapevano nulla, eppure hanno deciso di essere qui con noi, il che merita un rispetto speciale. Tuttavia, vorrei ribadire che non consideriamo strana l’assenza di altre persone.

Per quanto riguarda i piani dell’Armenia di aderire all’UE, la questione richiede certamente una particolare attenzione. Ne abbiamo discusso con il Primo Ministro Nikol Pashinyan in diverse occasioni e non vediamo nulla di strano in questo. In realtà, lui può confermare che gli ho detto più volte, e posso ripeterlo ora in pubblico, che sosterremo tutto ciò che andrà a beneficio del popolo armeno. Abbiamo intrattenuto relazioni speciali con il popolo armeno per secoli. E se il popolo armeno ritiene che una decisione sia vantaggiosa, non avremo certamente nulla da dire contro di essa.

Tuttavia, ovviamente, dovremmo tenere presenti alcune circostanze che sono importanti sia per noi che per i nostri partner. Cosa significa questo? Ad esempio, il nostro commercio con l’Armenia è ora diminuito; era molto più consistente l’anno scorso e l’ anno prima – 7 miliardi di dollari nel 2025 erano un risultato piuttosto buono. Dato che il PIL del paese è di 29 miliardi di dollari, si tratta di una cifra considerevole, e  l’Armenia gode anche di notevoli vantaggi nell’EAEU. Riguardano l’agricoltura, l’industria manifatturiera, i dazi doganali e altri oneri e così via e così via. Riguardano la migrazione. E penso che sarebbe giusto nei confronti della popolazione, dei  cittadini armeni e per noi in quanto suo principale partner economico, se venisse presa una decisione il prima possibile, ad esempio con un referendum. Non sono affari nostri, ma per una questione di principio sarebbe logico chiedere ai cittadini armeni quale sarà la loro scelta . Una volta visto ciò, trarremo le conclusioni del caso e intraprenderemo la via di un divorzio delicato, intelligente e reciprocamente vantaggioso.

Stiamo vivendo in questo momento tutto ciò che sta accadendo riguardo all’Ucraina. E come è iniziato tutto? È iniziato con l’adesione dell’Ucraina, o con il tentativo di aderire all’ UE. Hanno completato la prima fase, solo la prima fase. Già allora avevamo iniziato a discuterne, anche con gli europei. Abbiamo detto loro: ascoltate, gli standard fitosanitari sono assolutamente diversi nei vostri paesi – nell’ UE – e in  Russia. A proposito, le nostre norme fitosanitarie sono molto più severe. È impossibile che i vostri prodotti arrivino sul mercato russo passando per l’Ucraina. Non possiamo permetterlo – all’epoca avevamo frontiere aperte, una zona di libero scambio con l’Ucraina – e dovremo chiudere le nostre frontiere. Lo stesso vale per molti beni industriali.

A dire il vero, sono rimasto sorpreso da una posizione così dura e decisa da parte degli europei. Hanno assunto una posizione intransigente: No, no, no su ogni questione. Alla fine, l allora presidente Yanukovich ha letto [l accordo di associazione] con maggiore attenzione, ha capito di cosa si trattava e ha detto: No, probabilmente non sono ancora pronto per questo. Il motivo è che avrebbe causato un danno troppo grande all economia dell Ucraina. Non ha rifiutato di aderire. Ha detto: Dovrei rivedere la questione ancora una volta e analizzare tutto. Tutto questo ha poi portato al colpo di Stato, alla questione della Crimea, alla posizione assunta dalle regioni sud-orientali dell’ Ucraina e alle operazioni militari. È a questo che ha portato tutto. È una questione seria.

Pertanto, non dovrebbero arrivare all’ estremo; devono semplicemente dichiarare per tempo che faranno questo e quello. Non c’è nulla di strano in questo. Tutto deve essere calcolato. Sia la parte armena che la nostra parte dovrebbero farlo. Mentre rispondo, penso che questa questione potrebbe ben essere sollevata al prossimo vertice dell’EAEU.

Andrei Kolesnikov: Buon pomeriggio. Mi chiamo Andrei Kolesnikov, Kommersant.

Vladimir Putin: Buon pomeriggio.

Andrei Kolesnikov: Signor Presidente, lei ha detto qualche tempo fa che avrebbe annunciato un cessate il fuoco a partire dall’8 maggio.

Vladimir Putin: Sì.

Andrei Kolesnikov: E Zelensky ha subito dichiarato che avrebbe annunciato un cessate il fuoco a partire dal 6 maggio. Lei non ha detto nulla al riguardo. Perché?

E un’altra cosa. I media hanno scritto che Robert Fico avrebbe dovuto trasmetterle un messaggio da parte di Vladimir Zelensky. Glielo ha trasmesso? Non è stato detto nulla al riguardo. Non ne sappiamo nulla. Forse è perché deve ancora sforzarsi di affrontare Vladimir Zelensky?

Grazie.

Vladimir Putin: Innanzitutto, riguardo al cessate il fuoco. La questione delle celebrazioni del 9 maggio è stata sollevata durante la mia ultima conversazione telefonica con il presidente statunitense Trump. Per inciso, penso che lui ne abbia parlato molto bene. Ha ricordato la nostra alleanza nella lotta contro il nazismo.

Gli ho parlato dei miei progetti di proclamare un cessate il fuoco l 8 e il 9 maggio. Perché l’8 maggio? Perché in Europa la vittoria si festeggia l’8 maggio, e anche l’Ucraina lo ha accettato, e credo che ora festeggino il Giorno della Vittoria l’8 maggio.

Ma questo non è importante. Ciò che conta è che il presidente Trump abbia sostenuto attivamente quell’iniziativa, che abbiamo reso pubblica il giorno dopo. Tuttavia, il nostro annuncio non ha suscitato alcuna reazione. Uno o due giorni dopo, quando Kiev ha valutato la questione e ha visto che l’amministrazione statunitense sosteneva la nostra idea, ha ritenuto opportuno reagire. Come potevano reagire? Probabilmente hanno ritenuto non vantaggioso accettare semplicemente la nostra iniziativa, ed è per questo che hanno avanzato una propria proposta, un cessate il fuoco a partire dal 6 maggio.

Sapete bene che il 9 maggio non è per noi russi uno spettacolo comico accompagnato da musica al pianoforte. È un giorno sacro per noi, perché ogni famiglia ha sofferto. La Federazione Russa ha perso circa il 70% dei 27 milioni di vite sacrificate sull’altare della Vittoria nell’Unione Sovietica. Secondo i documenti del dopoguerra, la Federazione Russa ha perso quasi il 70%, o più precisamente oltre il 69 %.

Quante vite ha perso la Russia se il numero totale è di 27 milioni? Quasi 19 milioni di vite. Ovviamente, si tratta di un evento che riguarda ogni cittadino della Federazione Russa, ogni famiglia. Non stiamo scherzando.

Abbiamo presentato la nostra proposta e per due giorni non c’è stata alcuna reazione. E poi all’improvviso hanno iniziato a fare i giochetti. Noi non ci prestiamo a questi giochetti.

Tuttavia, poiché il presidente degli Stati Uniti ha successivamente proposto uno scambio di prigionieri, cosa che anche noi avevamo suggerito di fare il 5 maggio – potete chiedere [al direttore dell’FSB Alexander] Bortnikov, che non nasconderà il fatto che abbiamo inviato una lista di 500 nomi – abbiamo accolto con favore l’ idea ed eravamo pronti a metterla in atto. E così abbiamo fatto. Abbiamo prorogato il cessate il fuoco di due giorni nella speranza di scambiare i prigionieri. Spero che alla fine ci riusciremo.

Di cosa trattava la seconda parte della domanda?

Andrei Kolesnikov: È una questione di messaggio.

Vladimir Putin: Sì, il signor Fico me ne ha parlato; mi ha raccontato del suo incontro. In realtà, non c’era alcun messaggio particolare, ho solo sentito ancora una volta che la parte ucraina, il signor Zelensky, è pronta a tenere un incontro di persona. Sì, l’ho sentito. Ma non è la prima volta che lo sentiamo.

Cosa posso dire a questo proposito? Che non ci siamo mai opposti, e io non mi sono opposto a tenerla. Non sono io a proporre questo incontro, ma se qualcuno lo fa, noi siamo pronti. Che chi lo propone venga. Che venga a Mosca, e ci incontreremo.

Potremmo incontrarci in un paese terzo, ma solo dopo aver raggiunto un intesa definitiva su un accordo di pace, che dovrebbe essere concepito in una prospettiva storica di lungo periodo, in modo che l’incontro abbia lo scopo di firmarlo. Tuttavia, dovrebbe essere il punto finale, non i negoziati stessi, perché sappiamo cosa sono i negoziati stessi.

Sono stato personalmente coinvolto da vicino in questo processo a Minsk durante la stesura degli accordi di Minsk. Si può discutere per ore, all’infinito, giorno e notte, ma tutto invano. I professionisti dovrebbero sistemare tutto, facendo il possibile per rendere i documenti chiari a entrambe le parti e coordinare tutti gli aspetti di questi accordi. In questo caso possiamo incontrarci ovunque sia per apporre la firma sia per assistere alla firma.

Alexander Yunashev: Posso chiedere maggiori dettagli sull’Ucraina?

Vladimir Putin: Prego.

Alexander Yunashev: Alexander Yunashev, dal vivo.

Buon pomeriggio, signor Presidente. Buone vacanze.

Vladimir Putin: Buonasera.

Alexander Yunashev: Alla luce di quanto ha detto riguardo ai negoziati, cosa ne pensa, in generale, di continuare a collaborare con gli americani per la risoluzione del conflitto in Ucraina? La pausa si è  prolungata; l ultimo ciclo di colloqui si è svolto in inverno. Considerando che Rubio ha detto che forse non vale affatto la pena dedicarci del tempo.

Vladimir Putin: Ascoltate, questa è una questione che riguarda principalmente la Russia e l’Ucraina. Se qualcuno vuole aiutarci e lo sta facendo, e possiamo vedere che l’attuale amministrazione statunitense e il presidente degli Stati Uniti lo stanno facendo sinceramente, voglio sottolinearlo , alla ricerca di una soluzione – ovviamente non hanno alcun bisogno di questo conflitto e hanno molte altre priorità – allora non possiamo che essere grati a loro. Tuttavia, questa è, prima di tutto, una questione che riguarda la Russia e l’Ucraina.

Pavel Zarubin: Buonasera. Sono Pavel Zarubin, del canale Rossiya.

Gli sviluppi relativi all’Iran sono stati il tema internazionale più scottante negli ultimi due mesi e mezzo, ovviamente. Come si evolverà la situazione in Medio Oriente, nel Golfo Persico? Ritiene che ci sia una reale possibilità di un accordo di pace tra gli Stati Uniti e l’Iran?

Non posso fare a meno di porre questa domanda. Recentemente lei ha affermato che la minaccia terroristica è in aumento, riferendosi al regime di Kiev. Possiamo vedere che tali attacchi prendono di mira città situate lontano dal confine, come Ekaterinburg, Perm e recentemente Cheboksary. L’ Occidente sta esagerando? L’ Occidente ha ammesso che il regime di Kiev non sarebbe sopravvissuto più di qualche giorno senza il suo sostegno,

Grazie.

Vladimir Putin: Che cos’è esattamente l’Occidente? Credo che sia la cosiddetta ala globalista delle élite occidentali. Sono loro che stanno combattendo contro di noi per mezzo dell Ucraina. Se la cavano piuttosto bene da questo punto di vista, ovviamente, avendo provocato questo conflitto. Ho già parlato di come tutto è iniziato. Non ho inventato nulla riguardo al punto di partenza. Stranamente, tutto è iniziato con la decisione dell’Ucraina di aderire all’UE. Avrebbero potuto procedere pur sempre, ma ciò ha portato a un conflitto militare. Perché è successo? Perché non hanno avuto alcun rispetto per gli interessi della Russia.

Inoltre, nel tentativo di utilizzare l’Ucraina come strumento per raggiungere i propri obiettivi geopolitici, queste persone in Occidente hanno mentito a tutti, come hanno ora ammesso apertamente. Hanno iniziato a mentirci sulla mancata espansione della NATO verso est all’ inizio degli anni ’90. Ci hanno detto che la NATO non si sarebbe spostata di un solo passo verso est. Ebbene, dove si trovano ora?

Nel complesso, tutto ciò ha portato alla situazione attuale. Stanno combattendo contro di noi, cosa ormai chiara a tutti, per conto dell’Ucraina.

Abbiamo recentemente discusso la questione con i nostri colleghi, ricordando come tutto è iniziato. Abbiamo concluso un accordo con gli ucraini e lo abbiamo siglato a Istanbul nel 2022. E poi uno dei miei colleghi – francamente, è stato Macron a farlo – mi ha chiamato e mi ha detto: “L’Ucraina non può firmare documenti del genere con una pistola puntata alla testa”. Questa è una citazione letterale; abbiamo la registrazione di quella conversazione. Gli ho chiesto: “Cosa dovremmo fare?” Lui ha risposto: “Puoi ritirare le truppe da Kiev?” L’abbiamo fatto. È spuntato un esponente del mondo  dello spettacolo, l’allora Primo Ministro della Gran Bretagna. Cosa ha detto? Ha detto che l’accordo non può essere firmato perché è ingiusto. Chi decide cosa è giusto e cosa non lo è? Perché è ingiusto se il capo della delegazione ucraina ha siglato il documento? Chi è il giudice? Successivamente, hanno promesso assistenza [all Ucraina] e hanno iniziato a fomentare il conflitto con la Russia, che continua ancora oggi. Credo che la questione stia volgendosi al termine, ma si tratta davvero di una questione seria .

La domanda è: perché lo stanno facendo? Innanzitutto, si aspettavano una “schiacciante sconfitta” della Russia, come sappiamo, il crollo della  stato russo nel giro di pochi mesi. Non ha funzionato. E poi sono rimasti bloccati in quella rotina, e ora non riescono a uscirne. Questo è il problema. Lì ci sono sicuramente persone intelligenti, che comprendono sicuramente l’essenza degli eventi attuali. Spero che queste forze politiche tornino gradualmente al potere o prendano il potere nelle loro mani con il sostegno della stragrande maggioranza dei paesi europei.

Per quanto riguarda le relazioni tra l’Iran e gli Stati Uniti, si tratta di un conflitto estremamente difficile e complesso. Ciò ci pone in una posizione delicata poiché intratteniamo buoni rapporti con l’Iran e, senza esagerare, rapporti amichevoli con i paesi del Golfo Persico. Restiamo in contatto con tutte le parti e speriamo che questo conflitto possa concludersi il più presto possibile.

A mio avviso, non ci sono più molti attori interessati a prolungare questo conflitto. Naturalmente, comprendiamo che qualsiasi accordo debba tenere conto degli interessi di tutte le nazioni e di tutti gli Stati della regione. Esistono diverse opzioni e, se ben preferirei  non discutere scenari specifici così come si presentano ora, è possibile immaginare quale forma possano assumere e che siano raggiungibili.

Al contrario, se la situazione dovesse continuare a degenerare fino a raggiungere un livello più elevato di scontro, tutti ne uscirebbero perdenti.

Rossina Bodrova: Buona Festa della Vittoria! Rossina Bodrova, canale televisivo Zvezda.

Signor Presidente, sappiamo che esiste una “coalizione dei volenterosi” a sostegno di Kiev e l’Ucraina, ma recentemente sembra esserci anche una “coalizione dei volenterosi” in crescita – o forse in rinascita – interessata a ristabilire i contatti con la Russia. Il Presidente del Consiglio Europeo ne ha parlato ieri, aggiungendo che stanno cercando un candidato ideale per rappresentare l’Europa in tali contatti.

Domanda: Chi preferiresti personalmente per i negoziati? Pensi che ci siano ancora politici pragmatici nell’Europa occidentale con cui sia possibile dialogare?

Vladimir Putin: Personalmente, preferirei l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder. Altrimenti, gli europei dovrebbero scegliere un leader di cui si fidano, qualcuno che non abbia parlato male della Russia. Non abbiamo mai chiuso la porta ai negoziati. Non è stata la Russia a rifiutare il dialogo; sono state le nostre controparti.

Anna Kurbatova: Buon pomeriggio, signor Presidente. Anna Kurbatova, Canale Uno.

È una domanda difficile, se mi è consentito, su ciò che stiamo vedendo in questo momento.

Vladimir Putin: È davvero necessario porre una domanda difficile? Oggi è festivo.

Anna Kurbatova: I cieli sopra la regione baltica stanno diventando un corridoio per i droni ucraini. I droni utilizzati negli attacchi contro la Russia vengono assemblati in fabbriche situate all’interno dell’Unione Europea. Il Ministero della Difesa russo ha persino pubblicato le località e i dettagli. Cosa intende fare la Russia con queste informazioni?

E un altro punto – questa domanda è già stata posta, ma vorrei approfondire: La Russia ha ampliato una zona cuscinetto di sicurezza nelle regioni di confine, ma i droni continuano a colpire più all interno della Russia, in luoghi come Perm, la regione di Leningrado e Tuapse. Questo significa che la zona di sicurezza potrebbe dover espandersi ulteriormente? Forse fino ai confini occidentali dell’ Ucraina, dove…

Vladimir Putin: Ha già risposto alla sua stessa domanda. Il nostro obiettivo è garantire che nessuno possa minacciare la Russia. Questo è ciò che continueremo a perseguire.

Sappiamo che l’Ucraina riceve tecnologia dall’Europa e che alcuni sistemi vengono assemblati lì. Stanno cercando di prendere il sopravvento, ma a giudicare da quanto appena detto, stanno già cercando di entrare in contatto con noi, rendendosi conto che questa strategia per prendere il sopravvento potrebbe rivelarsi costosa.

Prego, proceda pure.

Hassan Nassr: Grazie mille. Hassan Nassr, RT Arabic.

Signor Presidente, vorrei tornare sulla questione degli sviluppi nel Golfo Persico. Una delle rigide richieste su cui gli Stati Uniti continuano a insistere è la rimozione dell’uranio altamente arricchito.

La Russia aveva precedentemente offerto il proprio territorio come sede per tale trasferimento, ma gli Stati Uniti continuano a respingere la proposta. Allo stesso tempo, l’Iran ha dichiarato di voler trattenere l’uranio. In queste circostanze, quale soluzione vede per sbloccare questa situazione di stallo?

Vladimir Putin: Sai, ti svelerò un segreto, anche se in realtà non è poi così segreto.

Non solo abbiamo avanzato tale offerta, ma l’abbiamo già messa in pratica una volta, nel 2015. L’Iran ha piena fiducia in noi, e non senza motivo. In primo luogo, non abbiamo mai violato alcun accordo e, in secondo luogo, continuiamo a collaborare con l’Iran su programmi di energia nucleare a fini pacifici. Abbiamo costruito la centrale nucleare di Bushehr, che ora è operativa, e stiamo portando avanti il nostro lavoro in loco. La nostra cooperazione nel campo dell energia nucleare a fini pacifici prosegue indipendentemente dagli attuali sviluppi. Abbiamo quindi già attuato questo accordo nel 2015, e esso è diventato la base per l accordo raggiunto tra l Iran e tutte le parti interessate, svolgendo un ruolo altamente costruttivo. Abbiamo quindi un’esperienza pratica in materia e, come ho già detto, restiamo pronti a ripeterla.

All’inizio – e si tratta di un’informazione piuttosto delicata – tutti erano d’accordo sull’idea: i rappresentanti degli Stati Uniti erano d’accordo, così come l’Iran e Israele. Tuttavia, in seguito gli Stati Uniti hanno inasprito la loro posizione, insistendo affinché i materiali fossero trasferiti esclusivamente sul loro territorio. In risposta, anche l Iran ha inasprito la propria posizione. Il signor Ali Larijani si è recato in [Russia]. Purtroppo, da allora è venuto a mancare, il che rappresenta una grande perdita. Era una persona con cui era possibile avere un dialogo costruttivo; ascoltava con attenzione e rispondeva in modo ponderato. Allora, è arrivato e ha detto: “Sapete, anche noi abbiamo rivisto la nostra posizione. Non siamo più disposti a esportare questo uranio arricchito da nessuna parte. Proponiamo invece un nuovo formato di cooperazione con la Russia – la creazione di una joint venture sul territorio iraniano e la diluizione congiunta dell’uranio in loco.” Ho risposto: “Va bene, per noi è accettabile. La cosa più importante è ridurre le tensioni.” Ma ho anche detto che dubitavo che qualcun altro –  né gli Stati Uniti  né Israele – avrebbe accettato una proposta del genere. Ed è proprio quello che è successo. Francamente parlando,  la situazione in questa zona ha ora raggiunto un punto morto. 

Le nostre proposte restano sul tavolo, e ritengo che siano ragionevoli. Perché? Innanzitutto, se tutti le accettassero, l’Iran potrebbe sentirsi pienamente sicuro che i materiali saranno trasferiti in un paese amico – uno che collabora con l’Iran e intende continuare a collaborare nell’uso pacifico dell’energia nucleare. L’Iran ha ripetutamente affermato di non avere ambizioni relative alle armi nucleari o ad altri programmi nucleari militari. C’è anche la fatwa emessa dal precedente leader supremo iraniano, e abbiamo sentito ripetute dichiarazioni pubbliche su questo argomento. Inoltre, l’AIEA non ha mai affermato di possedere prove che dimostrino che l’Iran stia perseguendo armi nucleari. Allo stesso tempo, ritengo che anche gli altri partecipanti al processo potrebbero essere interessati a una soluzione del genere e trovarla accettabile.

In primo luogo, tutti saprebbero esattamente quali materiali esistono, in quali quantità e dove si trovano. In secondo luogo, tutto rimarrebbe sotto la supervisione dell’AIEA. E infine, anche il processo di diluizione dell uranio avverrebbe sotto la supervisione dell AIEA, in modo trasparente e sicuro. Da parte nostra, non abbiamo bisogno di nulla da questo. Allo stesso tempo, non abbiamo bisogno di nulla solo per, scusate l’espressione, dimostrare la nostra forza politica e affermare che nulla può essere fatto senza di noi. Vogliamo semplicemente che il nostro giusto contributo sia accettabile per tutte le parti al fine di allentare le tensioni.

E se questa proposta non soddisfa tutti, pazienza. In ogni caso, sosterremo qualsiasi accordo o soluzione che contribuisca a sbloccare la situazione e apra la strada verso una soluzione pacifica. Credo inoltre che ci siano ancora sfumature e aree in cui è possibile un compromesso, anche se non entrerò nei dettagli in questo momento .

Come la Russia sta creando un ecosistema autonomo di droni basato sull’intelligenza artificiale_di Kateryna Bondar

Come la Russia sta creando un ecosistema autonomo di droni basato sull’intelligenza artificiale

Photo: ANTON PETRUS/GETTY IMAGES; CONTRIBUTOR/GETTY IMAGES
Foto: ANTON PETRUS/GETTY IMAGES; CONTRIBUTORE/GETTY IMAGES

Indice

  1. Sintesi
  2. Introduzione
  3. L’architettura politica della Russia in materia di intelligenza artificiale e sistemi autonomi
  4. Il percorso della Russia verso i sistemi autonomi senza pilota
  5. I fattori chiave dello sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi senza pilota in Russia: formazione, tecnologia e collaborazioni
  6. Conclusioni strategiche e raccomandazioni politiche
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Relazione di Kateryna Bondar

Pubblicato il 13 aprile 2026

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Sintesi

Il presente documento analizza il modo in cui la Russia sta sviluppando l’intelligenza artificiale (IA) in ambito militare e si sta progressivamente orientando verso un processo decisionale autonomo, in particolare a livello tattico. I punti chiave riportati di seguito illustrano i risultati principali relativi alle modalità con cui tali capacità vengono sviluppate, adattate e scalate all’interno dell’ecosistema militare russo in tempo di guerra.

  1. La Russia ha individuato nei sistemi senza pilota e nell’intelligenza artificiale due priorità strategiche fondamentali a tutti i livelli del processo decisionale. Tali priorità ricorrono costantemente nelle strategie federali, regionali e settoriali e sono spesso inquadrate in contesti civili e di doppio uso. Tuttavia, data la transizione della Russia verso un’economia di guerra e la scarsa trasparenza sui programmi militari riservati, è altamente probabile che gli investimenti e i progressi in questi settori si traducano direttamente in capacità militari e vantaggi operativi.
  2. La Russia ha probabilmente impiegato in combattimento un sistema senza pilota completamente autonomo e continua a perfezionarne l’utilizzo nonostante le vittime civili che ne derivano. L’analisi tecnica ucraina dei droni V2U intercettati indica l’assenza dei componenti di comunicazione necessari per il controllo da parte di un operatore, insieme alla presenza di una potenza di calcolo a bordo sufficiente per eseguire software di percezione e processo decisionale basati sull’intelligenza artificiale. Il comportamento osservato sul campo di battaglia — compreso il volo autonomo in ambienti ostili, la selezione indipendente dei bersagli e l’attività coordinata di gruppo che utilizza segnali visivi per un coordinamento simile a quello di uno sciame — suggerisce che il V2U rappresenti un salto qualitativo dai droni usa e getta pilotati a distanza verso sistemi completamente autonomi e guidati dall’intelligenza artificiale.
  3. L’ecosistema dei droni in Russia rivela una logica di approvvigionamento adattiva, in cui l’innovazione nasce al di fuori delle strutture industriali formali della difesa e viene scalata solo dopo la convalida sul campo di battaglia. Progetti come Molniya dimostrano uno schema ricorrente: una rapida fase di sperimentazione condotta da ingegneri civili e gruppi di volontari a livello “amatoriale”, seguita da un intervento statale selettivo volto a finanziare, standardizzare e produrre in serie i sistemi che si dimostrano efficaci dal punto di vista operativo. Questo approccio consente allo Stato di cogliere i benefici dell’innovazione decentralizzata evitando al contempo le inefficienze derivanti dal tentativo di progettare centralmente soluzioni sotto la pressione della guerra.
  4. Uno dei fattori chiave per l’integrazione dei sistemi senza pilota è stata la diffusione di scuole private specializzate in droni e di iniziative di formazione parallele, che fungono da acceleratori dell’adozione tecnologica. A differenza delle tradizionali strutture di formazione gestite dallo Stato, queste organizzazioni si adattano con la rapidità tipica delle startup, aggiornando continuamente i programmi didattici, integrando nuove piattaforme direttamente nell’insegnamento e consentendo agli operatori di testare i sistemi in modo approfondito durante la formazione. Questa struttura crea circuiti di feedback diretti tra utenti finali e ingegneri, accelerando il perfezionamento sia dell’hardware che delle tattiche. Incorporando nuove funzionalità nei percorsi formativi più rapidamente rispetto alle istituzioni formali, queste scuole trasformano le tecnologie emergenti in competenze operative su larga scala, rendendo di fatto la formazione stessa un motore centrale della potenza di combattimento.
  5. Oltre il 50% di tutti i componenti che rendono possibile l’intelligenza artificiale recuperati dai sistemi senza pilota russi proviene da aziende con sede negli Stati Uniti e consiste principalmente in componenti elettronici di livello commerciale a duplice uso. Su 705 componenti identificati rilevanti per l’IA (ad esempio, processori, unità di memoria e sensori), le aziende statunitensi rappresentano circa il 69% dell’hardware di memoria, il 57% dei processori e il 38% dei sensori, rappresentando la quota nazionale più ampia in ciascuna categoria. In confronto, la Cina fornisce meno del 9% del totale dei componenti abilitanti per l’IA e non si colloca tra i principali fornitori di hardware di elaborazione a bordo. Questi risultati sottolineano che la spina dorsale tecnica dell’autonomia sul campo di battaglia in espansione della Russia rimane profondamente radicata nei mercati dei semiconduttori integrati a livello globale, dove le tecnologie occidentali disponibili in commercio continuano a svolgere un ruolo decisivo nonostante le sanzioni e i controlli sulle esportazioni.
  6. La Russia non è in competizione con le grandi potenze nella corsa all’intelligenza artificiale all’avanguardia; sta invece perseguendo una strategia pragmatica incentrata sulle capacità dell’IA applicata. Anziché sviluppare da zero grandi modelli di base, la Russia si concentra sulla creazione di soluzioni pratiche basate su modelli a peso aperto già esistenti, realizzati da sviluppatori occidentali come Llama e Mistral, nonché su modelli cinesi come Qwen e DeepSeek. Questi modelli vengono adattati in applicazioni personalizzate progettate sia per l’integrazione a livello governativo che per l’uso militare.
  7. La Russia sta deliberatamente creando un ecosistema completo e end-to-end per l’intelligenza artificiale e i sistemi senza pilota, anziché puntare su capacità isolate. Questo sforzo integra l’espansione della potenza di calcolo fino a un exaflop entro il 2030, obiettivi di produzione di 130.000 sistemi aerei senza pilota (UAS) su larga scala all’anno, una rapida crescita nei mercati dell’IA e negli investimenti aziendali, e una produzione prevista di 15.500 specialisti in IA che si laureeranno ogni anno entro il 2030. Ancorato alle strategie nazionali e reso operativo attraverso programmi statali, l’ecosistema collega infrastrutture, regolamentazione, industria e sviluppo dei talenti in un sistema unificato progettato per sostenere l’autonomia abilitata dall’IA e la rilevanza militare a lungo termine.
  8. La Russia sta puntando sulla creazione di un’infrastruttura dedicata per consentire l’utilizzo di velivoli senza pilota a scopo civile su scala nazionale entro il 2030. Ciò comprende l’espansione dei poligoni di prova, la costruzione di nuovi impianti di produzione e l’implementazione di sistemi unificati di integrazione dello spazio aereo e di gestione digitale del traffico, progettati per supportare il funzionamento sicuro e su larga scala degli UAS. La creazione di tale infrastruttura non solo favorirà l’adozione civile, ma fungerà anche da fattore abilitante fondamentale per lo sviluppo accelerato, la scalabilità e l’integrazione operativa dei sistemi senza pilota in ambito militare.
  9. La Russia prevede che entro il 2030 ci sarà una domanda di 1 milione di specialisti in sistemi aerei senza pilota (UAS), rendendo il capitale umano un pilastro fondamentale della propria strategia in materia di sistemi senza pilota. Per far fronte a questa domanda, lo Stato sta ampliando l’offerta formativa incentrata sui droni nelle scuole, nei percorsi professionali e nelle università, introducendo al contempo standard di competenza unificati e programmi di formazione continua per garantire che le competenze siano sempre in linea con le esigenze del settore e operative.
  10. La Russia sta combinando un approccio volutamente morbido alla regolamentazione dell’IA con una crescente centralizzazione del controllo statale sulla sua diffusione, attraverso la creazione di un Quartier Generale Nazionale per l’IA e di una commissione a livello presidenziale. Anziché affrettare l’adozione di una legislazione formale, il governo ha posto l’accento su una regolamentazione graduale, sulla sperimentazione e sull’apprendimento istituzionale, ricorrendo al contempo a restrizioni selettive, alla certificazione di tecnologie “affidabili” e all’accesso controllato ai dati gestiti dallo Stato. Allo stesso tempo, Mosca sta procedendo a concentrare l’autorità attraverso la creazione di un Quartier Generale Nazionale per l’IA al di sopra dei singoli ministeri – progettato per coordinare l’implementazione dell’IA in tutte le regioni e i settori sotto un’unica struttura di comando guidata dallo Stato – insieme a una Commissione per lo Sviluppo delle Tecnologie di Intelligenza Artificiale sotto l’egida del presidente.
  11. L’integrazione dell’IA di maggior successo in Russia avviene all’interno di aziende che operano sia nel mercato civile che in quello militare, piuttosto che in imprese orientate esclusivamente alla difesa. Le aziende a duplice uso possono attingere a set di dati molto più ampi e variegati, testare il software in contesti operativi reali e ricalibrare continuamente i modelli sulla base di applicazioni civili e di sicurezza. Questo accesso ai dati, alle opportunità di test e ai cicli di feedback consente alle capacità di IA di maturare più rapidamente e di passare più agevolmente all’uso sul campo di battaglia rispetto ai sistemi sviluppati esclusivamente all’interno di programmi militari chiusi.
  12. Lo sviluppo dei sistemi senza pilota russi è caratterizzato dalla modularità e dalla rapida adattabilità funzionale piuttosto che dalla specializzazione delle piattaforme. Una volta che un progetto si dimostra valido, viene rapidamente riadattato a molteplici ruoli — ad esempio come munizione vagante, piattaforma di ricognizione o mezzo di trasporto logistico — attraverso modifiche minime alla cellula e aggiornamenti software. La semplicità costruttiva e l’architettura modulare consentono una rapida iterazione basata sul feedback proveniente dal fronte, accelerando la diffusione dei progetti di successo in diversi ambiti operativi.

Per gli Stati Uniti, la lezione fondamentale è che il successo dei sistemi senza pilota basati sull’intelligenza artificiale richiede un approccio di tipo ecosistemico. Per portare avanti le proprie ambizioni nel campo della tecnologia autonoma, gli Stati Uniti devono adottare un approccio basato su progetti di sistema a livello nazionale che integri e coordini formazione, collaudo, innovazione a duplice uso, implementazione da parte delle autorità pubbliche e cooperazione civile-militare.
 

Introduzione

A quattro anni dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, la guerra ha messo in luce un fenomeno che, fino a poco tempo fa, era rimasto per lo più teorico: l’emergere di sistemi d’arma completamente autonomi schierati sul campo di battaglia. Mentre le prime valutazioni delle prestazioni militari russe evidenziavano una rigidità istituzionale e un rendimento tecnologico insufficiente, le prove raccolte sul campo di battaglia suggeriscono ora un quadro più complesso. Sotto la pressione costante della guerra elettronica (EW), della negazione del GPS e dell’attrito di massa, la Russia sta andando oltre i sistemi senza pilota telecomandati e sta schierando piattaforme in grado di operare, navigare e selezionare obiettivi senza comunicazioni esterne, segnando un cambiamento qualitativo nel modo in cui l’autonomia viene applicata in combattimento.

Il risultato non è un’autonomia totale, bensì un’indipendenza operativa sul fronte operativo.

Questo sviluppo non rappresenta una svolta nell’IA di frontiera, né la realizzazione delle architetture di autonomia a livello di kill chain da tempo promesse. Al contrario, i progressi della Russia sono stati guidati da un approccio pragmatico all’IA applicata, che integra funzioni di apprendimento automatico strettamente definite direttamente nei sistemi senza pilota e nel software da campo di battaglia. Anziché competere con gli Stati Uniti o la Cina nella ricerca di base sull’IA, gli sviluppatori russi adattano i modelli open-weight occidentali e cinesi esistenti e li integrano in applicazioni nazionali ottimizzate per le condizioni di guerra. Il risultato non è un’autonomia completa, ma un’indipendenza funzionale a livello tattico.

Il presente rapporto analizza il modo in cui la Russia sta integrando l’intelligenza artificiale nei propri sistemi senza pilota e cosa questo processo rivela sull’evoluzione della potenza militare russa. La questione centrale non è se la Russia abbia raggiunto l’autonomia in senso dottrinale, bensì con quale efficacia riesca a impiegare le limitate capacità di intelligenza artificiale di cui dispone per ottenere un vantaggio operativo su larga scala.

L’analisi è articolata in tre parti. La prima sezione esamina l’architettura politica della Russia in materia di intelligenza artificiale e sistemi senza pilota, illustrando come le priorità stabilite a livello presidenziale si traducano in programmi nazionali, approcci normativi e iniziative settoriali. Essa evidenzia come un ecosistema di innovazione civile — che abbraccia la regolamentazione, l’industria e lo sviluppo della forza lavoro — sostenga l’espansione delle capacità militari.

La seconda sezione presenta una serie di casi di studio che illustrano diversi modelli di sviluppo e implementazione dell’intelligenza artificiale, che spaziano dai programmi centralizzati e guidati dallo Stato ai sistemi orientati al mercato che si affermano attraverso la verifica sul campo di battaglia.

La terza sezione analizza tre fattori chiave che consentono alla Russia di mantenere il ritmo e la portata dell’innovazione: (1) la formazione come canale principale per l’integrazione e l’adozione a livello di forze armate, (2) l’origine dell’infrastruttura hardware alla base dei sistemi basati sull’intelligenza artificiale e (3) il ruolo delle partnership internazionali nel garantire l’accesso alle tecnologie critiche.

Approccio di ricerca e fonti

La presente analisi si basa esclusivamente su ricerche condotte su fonti di dominio pubblico e non attinge a informazioni riservate. La ricerca attinge a quattro categorie di fonti primarie, che sono state sistematicamente incrociate per valutare sia le intenzioni della Russia sia le prestazioni osservate sul campo di battaglia:

  • Documenti politici ufficiali: La prima serie di fonti è costituita da documenti strategici ufficiali russi, piani d’azione e quadri normativi. Questi materiali consentono di individuare le priorità formalizzate, gli orientamenti politici e i meccanismi istituzionali attraverso i quali lo Stato russo definisce e attua i propri obiettivi tecnologici.
  • Notizie dei media e dichiarazioni: La seconda serie di fonti comprende notizie riportate dai media ufficiali e dichiarazioni pubbliche rilasciate dai vertici della leadership russa, tra cui il presidente Vladimir Putin, i ministri e altri alti funzionari. Queste comunicazioni dimostrano come il Cremlino definisca le priorità tecnologiche, segnali i cambiamenti di orientamento strategico e comunichi pubblicamente i progressi compiuti nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi senza pilota.
  • Canali Telegram: La terza serie di fonti comprende il monitoraggio e l’analisi sistematica di oltre 150 canali Telegram russi, inclusi gruppi chiusi e semi-chiusi associati a ingegneri civili, tecnici volontari e sviluppatori legati all’esercito che sostengono lo sforzo bellico. Queste comunità forniscono una visione dettagliata e quasi in tempo reale di come si evolvono sistemi specifici, quali sfide tecniche incontrano gli sviluppatori, come si adattano a vincoli quali la guerra elettronica e la carenza di componenti, e come soluzioni efficaci si diffondono tra le unità. Questa base di fonti consente di monitorare non solo l’innovazione in sé, ma anche i processi di scalabilità, adattamento e istituzionalizzazione all’interno dell’ecosistema militare russo.
  • Interviste: La quarta serie di fonti è costituita da interviste a personale militare ucraino. Queste interviste sono state utilizzate per verificare i risultati ottenuti dalle fonti aperte alla luce delle realtà osservate in prima linea e per fornire valutazioni concrete sulle prestazioni in combattimento dei sistemi senza pilota russi e sull’evoluzione nel tempo delle tattiche e delle tecnologie russe.

Si prega di notare che alcuni dei link citati nel presente rapporto potrebbero essere accessibili solo tramite appositi servizi VPN o da specifiche aree geografiche.

Per confermare ulteriormente l’analisi, sono stati intervistati anche esperti militari stranieri specializzati nelle Forze Armate russe, che hanno contribuito a verificare le interpretazioni tecniche e a contestualizzare i risultati ricavati da fonti russe e dai resoconti dal campo di battaglia. Attraverso la triangolazione di queste fonti, la presente analisi mira a fornire una valutazione fondata e empiricamente fondata su come l’intelligenza artificiale e l’autonomia vengano integrate nei sistemi militari russi in condizioni di guerra.
 

L’architettura politica della Russia in materia di intelligenza artificiale e sistemi autonomi

Questa sezione esamina l’architettura della pianificazione strategica russa e i meccanismi attraverso i quali vengono formulate e attuate le politiche di innovazione nel campo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi senza pilota. Per maggiore chiarezza analitica, la pianificazione e l’attuazione delle politiche russe vengono esaminate attraverso tre livelli interconnessi — strategico, tattico e operativo — come illustrato nella Tabella 1. L’analisi procede attraverso ciascuno di questi livelli per individuare in che modo iniziative specifiche e meccanismi istituzionali sostengano il potenziamento delle capacità belliche della Russia.

La valutazione si basa su documenti strategici ufficiali e quadri di attuazione per illustrare in che modo le priorità dichiarate si traducano in programmi concreti e risultati misurabili.

Inoltre, questa sezione offre una panoramica della normativa in materia di IA per chiarire l’evoluzione dell’approccio del governo russo alla governance, alla sperimentazione e al controllo nel settore dell’intelligenza artificiale. L’obiettivo è quello di andare oltre la retorica politica e valutare il sistema sottostante di pianificazione, coordinamento e supervisione statale che definisce l’approccio della Russia all’innovazione in condizioni di guerra.

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TABELLA 1
Struttura del processo decisionale politico e dell’architettura di governance in Russia

LivelloTipo di documentoScopo
StrategicoDecreti presidenzialiConcetti di politica a livello dottrinale (talvolta presentati nei discorsi presidenziali)Definire le priorità nazionali e gli obiettivi a lungo termine, stabilendo l’orientamento generale della politica statale.
TatticoStrategie settorialiProgrammi a lungo termine in materia di difesa e sicurezzaTradurre gli obiettivi nazionali generali in piani strutturati per i singoli settori, con obiettivi definiti e percorsi di sviluppo.
OperativoProgetti nazionaliProgrammi federaliRegimi giuridici sperimentaliAttuare i piani strategici e settoriali attraverso finanziamenti, iniziative concrete, strumenti normativi e meccanismi di attuazione coordinati.

Fonte: CSIS.

CSIS

Livello strategico

A livello strategico, la leadership russa definisce gli Obiettivi di Sviluppo Nazionale: priorità generali e a lungo termine che determinano il percorso complessivo del Paese. Tali obiettivi vengono stabiliti attraverso lo strumento politico di più alto livello, ovvero un decreto presidenziale, che definisce l’orientamento generale della politica statale in tutti i settori. Il decreto enuncia gli obiettivi di sviluppo nazionale e fornisce indicazioni strategiche per la loro attuazione in tutti i settori, compresi quelli che influenzano l’innovazione e il progresso tecnologico rilevanti per lo sforzo bellico.

Il recente decreto sugli obiettivi di sviluppo nazionale della Federazione Russa per il periodo fino al 2030 e in prospettiva fino al 2036 è stato adottato il 7 maggio 2024. In questo decreto, l’obiettivo nazionale denominato “Leadership tecnologica” è definito attraverso una serie di obiettivi e compiti misurabili che riflettono collettivamente le priorità strategiche della Russia nel campo della scienza e dell’innovazione. In particolare, il documento identifica direttamente tre filoni tecnologici — sistemi senza pilota, veicoli autonomi e IA — come aree particolarmente critiche per il raggiungimento della competitività globale.

Il decreto fissa obiettivi quantitativi ambiziosi. Entro il 2030, la Russia punta a posizionarsi tra le prime dieci nazioni al mondo nel settore della ricerca e sviluppo (R&S), ad aumentare la spesa interna in R&S fino ad almeno il 2% del PIL e a raddoppiare gli investimenti del settore privato nell’innovazione. Inoltre, il decreto sottolinea l’importanza della crescita delle “piccole imprese tecnologiche” (ovvero le startup) come motori dell’innovazione e promuove la localizzazione della produzione high-tech come pilastro fondamentale della resilienza nazionale in tutti gli obiettivi di sviluppo.

Strato tattico

Il secondo livello è costituito dalle strategie che traducono gli Obiettivi di Sviluppo Nazionali in priorità concrete. A questo livello spiccano due documenti fondamentali: le strategie nazionali sull’intelligenza artificiale e sui sistemi senza pilota. Entrambe presentano un chiaro carattere di doppio uso ed entrambe sono state recentemente aggiornate, a dimostrazione del fatto che la leadership russa sta attivamente adeguando la propria politica di innovazione in risposta ai rapidi cambiamenti in questi settori di importanza strategica.

La Strategia nazionale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale per il periodo fino al 2030, approvata nell’ottobre 2019 e aggiornata nel febbraio 2024, rimane il pilastro della visione a lungo termine della Russia in materia di IA. Essa definisce l’IA come un motore fondamentale della crescita economica, della qualità della vita e della sicurezza nazionale. Il documento impone l’integrazione dell’IA a tutti i livelli di governance e produzione, dai ministeri federali e dalle imprese statali all’industria privata, con l’obiettivo di incorporare l’IA nell’architettura stessa dello Stato e dell’economia russa.

A differenza degli Stati Uniti e della Cina, che nella strategia vengono esplicitamente indicati come i principali attori globali, la Russia non si pone come concorrente nella ricerca di frontiera sull’IA. Riconoscendo il proprio accesso limitato alle risorse informatiche avanzate e alla cooperazione scientifica internazionale, la strategia si concentra invece sugli aspetti applicativi e a duplice uso dell’IA. In pratica, la Russia mira a sfruttare algoritmi e modelli già sviluppati all’estero, integrandoli in applicazioni nazionali nei settori della difesa, della sicurezza e dell’automazione industriale.

La strategia è articolata attorno a una serie di pilastri che sostengono direttamente il livello applicativo dell’IA, ovvero il punto in cui le tecnologie passano dalla fase di ricerca a quella di utilizzo operativo. La panoramica dei seguenti pilastri fondamentali mostra che, nel loro insieme, la loro interconnessione consente un’implementazione su larga scala in tutti i settori dell’economia e nei sistemi statali:

  • Il pilastro dello sviluppo delle infrastrutture costituisce la base dell’intero sistema. La Russia intende aumentare la propria capacità di calcolo nazionale da 0,073 exaflop a 1 exaflop entro il 2030, garantendo la sovranità tecnologica e la continuità dell’addestramento dei modelli di IA anche in caso di sanzioni. Questa base di calcolo sosterrà sia le applicazioni civili che quelle di difesa.
  • Il sostegno agli sviluppatori di IA è pensato per stimolare l’innovazione locale e la commercializzazione. Lo Stato punta a raggiungere un mercato dei servizi di IA pari a 60 miliardi di rubli (circa 760 milioni di dollari) all’anno entro il 2030 — rispetto ai 12 miliardi di rubli (circa 150 milioni di dollari) del 2022 — creando una domanda costante di soluzioni sviluppate internamente e integrate nei sistemi industriali e governativi.
  • La ricerca e il progresso scientifico collegano le infrastrutture e l’industria attraverso centri universitari finanziati dallo Stato. Entro il 2030, si prevede che i ricercatori russi produrranno 450 articoli per conferenze di alto livello e 450 pubblicazioni su riviste scientifiche all’anno, mantenendo la visibilità e la continuità della ricerca applicata nonostante l’isolamento internazionale.
  • Lo sviluppo del capitale umano garantisce la diffusione delle competenze nel mercato del lavoro; si prevede che entro il 2030 si laureeranno ogni anno 15.500 specialisti in IA (rispetto ai 3.048 del 2022) e che l’80% della forza lavoro acquisirà competenze di base in materia di IA, a testimonianza dell’intenzione dello Stato di istituzionalizzare le competenze in materia di IA in tutta la società.
  • L’integrazione settoriale rende operativi questi livelli. Entro il 2030, il 95% dei settori prioritari dovrà raggiungere un elevato grado di preparazione all’adozione dell’IA, con un aumento degli investimenti aziendali da 123 miliardi a 850 miliardi di rubli all’anno (da circa 1,5 miliardi di dollari a circa 11 miliardi di dollari).

Questo ecosistema getta le basi per l’integrazione dell’IA in tutta l’economia russa, collegando potenza di calcolo, istruzione, ricerca applicata e implementazione industriale in un unico complesso. Rappresenta un sistema strettamente interconnesso, progettato per ampliare l’implementazione dell’IA. Inevitabilmente, i risultati di questo approccio sono più visibili nel settore militare, dove l’orientamento pratico della strategia russa si è già tradotto in progressi tangibili sul campo di battaglia, anziché rimanere confinato a documenti politici o dichiarazioni strategiche.

L’intelligenza artificiale militare è chiaramente emersa come una priorità strategica per la Russia, come emerge dalle dichiarazioni del presidente Putin in occasione della riunione dell’aprile 2025 della Commissione militare-industriale. Definendo l’IA come il fattore determinante per il futuro della difesa russa e dello sviluppo delle armi, il presidente russo ha sottolineato la priorità dell’integrazione dell’IA “protetta” di produzione nazionale nei sistemi di comando automatizzati. Ciò crea uno slancio tecnologico per perseguire riforme più ampie nella produzione, nella dottrina e nell’addestramento, illustrando come tutte le priorità nazionali in materia di IA convergano nel settore della difesa.

Un’altra iniziativa fondamentale per lo sforzo militare della Russia è la nuova Strategia per lo sviluppo dell’aviazione senza pilota, che delinea una visione ambiziosa per la creazione di un ecosistema UAS sovrano, su larga scala e pienamente integrato entro i primi anni del 2030. Sebbene si tratti ancora di una bozza che aggiorna la strategia precedente, essa chiarisce già come la leadership russa intenda plasmare il settore. Il documento presenta l’aviazione senza pilota sia come una priorità di sicurezza nazionale sia come un catalizzatore per la modernizzazione economica, delineando misure coordinate per trasformare il settore da una nicchia frammentata e dipendente dalle importazioni a un’industria nazionale ad alta capacità.

Al centro della strategia vi è una chiara priorità: la Russia intende sostituire gli UAS, i componenti e i software stranieri con sistemi propri. Questa spinta verso la sovranità tecnologica permea l’intero documento. Il governo prevede di localizzare cellule, motori, elettronica, controllori di volo, carichi utili, moduli di navigazione e sistemi di comunicazione protetti, creando al contempo un regime di certificazione nazionale su misura specificamente per gli aeromobili senza pilota e i sistemi autonomi basati sull’intelligenza artificiale. La certificazione ha lo scopo di garantire che gli UAS prodotti internamente soddisfino i requisiti standardizzati sia militari che civili.

Queste riforme strutturali sono accompagnate da un forte impulso all’espansione della capacità produttiva interna. Entro il 2030, la Russia prevede di produrre circa 130.000 UAS, con un aumento a 350.000 entro il 2035. Si prevede che il valore di mercato dell’aviazione senza pilota superi i 145 miliardi di rubli (~1,9 miliardi di dollari) entro il 2030 e i 350 miliardi di rubli (~4,6 miliardi di dollari) entro il 2035. La strategia prevede l’ingresso di circa 200 organizzazioni aggiuntive nella produzione di componenti per UAS, che andranno ad aggiungersi alle 220 già attive nel settore, e mira a far sì che le aziende russe soddisfino almeno il 75% della domanda nazionale di UAS entro la fine del decennio.

Per sostenere tali obiettivi, lo Stato intende realizzare le infrastrutture necessarie alla creazione di un ecosistema nazionale per l’aviazione senza pilota. Ciò comprende l’ampliamento delle aree di prova, la creazione di nuovi siti produttivi, strumenti unificati per l’integrazione nello spazio aereo e sistemi digitali di gestione del traffico che consentiranno agli UAS di operare in sicurezza su larga scala. Sono inoltre previsti investimenti nelle comunicazioni radio protette, nella navigazione resistente alle interferenze e in soluzioni alternative al Sistema Globale di Navigazione via Satellite (GLONASS) in grado di funzionare in condizioni di guerra elettronica.

La strategia dedica particolare attenzione al capitale umano. La Russia prevede che la domanda di specialisti in UAS raggiungerà quasi 1 milione di persone entro il 2030, con la maggioranza formata come operatori, tecnici e specialisti applicati e una minoranza come ingegneri e programmatori. Per soddisfare questa esigenza, il governo sta ampliando i programmi incentrati sugli UAS nelle scuole, creando percorsi professionali e integrando la formazione relativa ai droni nelle università e negli istituti tecnici. Iniziative come la creazione di standard di competenza unificati e programmi di formazione continua mirano a mantenere questa forza lavoro in linea con i requisiti del settore.

Le priorità in materia di ricerca e sviluppo riflettono sia l’urgenza dettata dalla situazione bellica sia le ambizioni a lungo termine. Il documento attribuisce la massima priorità alle attività di ricerca e sviluppo incentrate sul controllo degli sciami, la navigazione autonoma, la visione artificiale multispettrale, la propulsione avanzata e le comunicazioni resilienti. Il governo intende coordinare tali iniziative attraverso programmi congiunti che coinvolgano l’industria, i centri di ricerca specializzati e i ministeri federali.

Un altro documento importante è il Programma statale di armamento. Si tratta del piano strategico decennale della Russia che delinea le modalità di modernizzazione tecnica e di riorganizzazione delle forze armate del Paese. Esso definisce un elenco dei nuovi sistemi d’arma da sviluppare, nonché di quelli esistenti che necessitano di modernizzazione, sulla base delle minacce attuali e previste alla sicurezza nazionale.

Il documento è riservato, il che rende difficile individuare gli obiettivi specifici e le priorità tecnologiche in esso delineati. Tuttavia, sulla base delle dichiarazioni rilasciate nel giugno 2025, il presidente Putin ha disposto che il nuovo Programma statale di armamento fosse esplicitamente orientato all’integrazione su larga scala di tecnologie avanzate, in particolare l’intelligenza artificiale. Ha sottolineato che i futuri sistemi d’arma e le attrezzature militari dovrebbero incorporare tecnologie digitali all’avanguardia, applicazioni di IA e armi basate su nuovi principi fisici, nonché complessi robotici terrestri e navali.

Questi documenti strategici illustrano il tentativo della Russia di creare un ecosistema strutturato e sovrano per gli UAS, con una transizione accelerata verso l’autonomia. La visione va ben oltre la semplice produzione di droni. Mosca punta a creare la base industriale, l’infrastruttura software, i quadri normativi, gli stack tecnologici e i percorsi di formazione del capitale umano necessari per sostenere lo sviluppo, l’implementazione e l’innovazione su larga scala nel campo degli UAS e dell’IA fino agli anni ’30 del XXI secolo.

Livello operativo

I progetti nazionali costituiscono uno degli strumenti operativi fondamentali per tradurre gli obiettivi di sviluppo presidenziali e le strategie settoriali in piani d’azione concreti e misurabili. Essi suddividono le priorità strategiche generali in iniziative specifiche dotate di budget, tempistiche, indicatori di rendimento e attribuzioni di responsabilità ben definiti. Ogni progetto nazionale è supervisionato da un funzionario designato che è direttamente responsabile nei confronti del presidente, creando una chiara catena di responsabilità e un meccanismo di supervisione dall’alto verso il basso.

Sebbene diversi progetti nazionali siano stati riclassificati o rinominati come programmi federali, il cambiamento è per lo più di natura puramente formale e l’architettura di governance di base rimane invariata, come illustrato nella tabella 2. Nonostante il cambiamento terminologico, la logica, la struttura e la finalità sottostanti rimangono sostanzialmente le stesse: sia i progetti nazionali che i programmi federali mirano a concretizzare gli obiettivi strategici attraverso investimenti statali mirati, un’attuazione coordinata e un rigoroso monitoraggio dei risultati.

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TABELLA 2
Il quadro politico della Russia per l’innovazione nell’ambito dell’intelligenza artificiale e dei sistemi senza pilota

LivelloDocumento e descrizione
StrategicoDecreto presidenziale sugli obiettivi di sviluppo nazionale
L’aggiornamento del 2024 pone la “leadership tecnologica” al centro dello sviluppo nazionale, attribuendo esplicitamente priorità ai sistemi senza pilota, ai veicoli autonomi e all’intelligenza artificiale come settori chiave per la competitività globale.
TatticoStrategia nazionale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale
Un quadro nazionale a lungo termine che integra l’IA nei sistemi statali, economici e industriali della Russia, privilegiando le tecnologie applicate e a duplice uso rispetto alla ricerca di frontiera. La strategia mira ad ampliare la capacità di calcolo nazionale, a sostenere gli sviluppatori locali di IA, a finanziare centri di ricerca applicata, a creare filiere di capitale umano su larga scala e a rendere obbligatoria l’integrazione dell’IA nei settori prioritari e nella pubblica amministrazione.
Strategia nazionale per lo sviluppo dell’aviazione senza pilota
Un piano strategico per la creazione di un ecosistema dell’aviazione senza pilota su larga scala e pienamente sovrano entro gli anni ’30, sostituendo gli UAS e i componenti stranieri con la produzione nazionale. La strategia delinea la localizzazione di tutte le tecnologie critiche relative agli UAS, una significativa espansione delle infrastrutture di collaudo e produzione, lo sviluppo di comunicazioni protette e di una navigazione resistente alle guerre elettroniche, la formazione su larga scala di una forza lavoro composta da fino a 1 milione di specialisti e la rapida crescita della capacità produttiva nazionale.
Programma statale di armamento
Il piano decennale riservato della Russia per la modernizzazione delle forze armate, che definisce le priorità per lo sviluppo e l’aggiornamento dei sistemi d’arma. Il piano stabilisce quali capacità saranno finanziate e messe in campo; recenti direttive presidenziali richiedono infatti una profonda integrazione dell’intelligenza artificiale, della robotica e delle armi digitali e autonome di nuova generazione in tutte le future piattaforme militari.
OperativoProgetto nazionale «Sistemi aerei senza pilota»
Un programma volto a creare entro il 2030 un ecosistema nazionale completo nel settore dei droni — che comprenda progettazione, collaudo, produzione di massa, formazione della forza lavoro e ricerca e sviluppo di nuova generazione — al fine di sostituire i componenti stranieri e garantire l’indipendenza tecnologica della Russia nel settore dell’aviazione senza pilota.
Progetto nazionale «Economia dei dati e trasformazione digitale dello Stato»
Un programma che mira a modernizzare la governance, l’economia e i sistemi sociali della Russia attraverso una digitalizzazione su larga scala e il perseguimento della sovranità tecnologica.

● Progetto nazionale «Economia dei dati e trasformazione digitale dello Stato»
Un programma mirato nell’ambito del progetto “Economia dei dati” che prevede la creazione di una costellazione nazionale di satelliti a orbita bassa per fornire una copertura Internet capillare e comunicazioni sicure, anche per i sistemi senza pilota e autonomi.

● Programma federale: “Intelligenza artificiale”
Un programma incentrato sullo sviluppo di soluzioni di IA nazionali, sulla loro integrazione nella pubblica amministrazione e nell’industria, sull’espansione dei servizi basati sui dati e sulla promozione di competenze in materia di IA a livello nazionale, compresa l’istruzione precoce e la formazione della forza lavoro.

Fonte: CSIS.

CSIS

Due specifici progetti nazionali/programmi federali si ricollegano in modo più diretto agli sforzi della Russia volti a promuovere i sistemi basati sull’intelligenza artificiale e i sistemi senza pilota, che costituiscono il fulcro del presente studio:

  1. Il Progetto nazionale sui sistemi aerei senza pilota è stato avviato per garantire l’indipendenza tecnologica della Russia e creare un’industria nazionale dei droni competitiva nei settori civile e a duplice uso. Si tratta di una pietra miliare dell’impegno del Paese per raggiungere l’obiettivo della “leadership tecnologica” previsto dal decreto presidenziale del 2024 e riflette il riconoscimento da parte di Mosca dei sistemi senza pilota come un settore critico per la competitività industriale, militare ed economica.

L’obiettivo generale del progetto è quello di creare un ecosistema a ciclo completo per la progettazione, la produzione e l’applicazione degli UAS entro il 2030, con i droni di fabbricazione russa che dovrebbero conquistare il 70% del mercato nazionale. Esso consiste in diversi componenti interconnessi: programmi di sviluppo della forza lavoro per formare ingegneri, operatori e specialisti di software; la creazione di un sistema standardizzato per la progettazione, il collaudo e la produzione in serie attraverso una rete nazionale di 48 centri di ricerca e produzione; meccanismi per stimolare la domanda quali sovvenzioni, commesse statali e incentivi al leasing; e il progresso delle tecnologie di prossima generazione in materia di autonomia, navigazione, comunicazioni e materiali.

Questo progetto mette in luce aspetti fondamentali della più ampia strategia russa in materia di intelligenza artificiale e autonomia. Esso istituzionalizza l’approccio dello Stato alla diffusione delle tecnologie a duplice uso, collegando istruzione, industria e appalti pubblici. Allo stesso tempo, riduce la dipendenza dai componenti esteri e promuove l’innovazione locale.

  1. Il Progetto nazionale “Economia dei dati e trasformazione digitale dello Stato” mira a modernizzare la governance, l’economia e i sistemi sociali della Russia attraverso una digitalizzazione su larga scala e il perseguimento della sovranità tecnologica. In questo contesto, diversi programmi federali — iniziative più circoscritte e mirate — affrontano aspetti specifici del progetto nazionale. Due dei più rilevanti tra questi sono i programmi Infrastruttura di accesso a Internet e Intelligenza artificiale, entrambi fondamentali per gettare le basi del nascente ecosistema russo di IA a duplice uso.
  • Il programma Infrastruttura di accesso a Internet mira a garantire la connettività universale e a proteggere lo spazio informatico della Russia entro il 2030. Il suo fulcro è la creazione di una costellazione nazionale di 292 satelliti in orbita terrestre bassa, progettata per fornire una copertura Internet completa su tutto il territorio russo e, in futuro, a livello globale. Dal punto di vista strategico, questa iniziativa riflette lo sforzo di Mosca di ridurre la dipendenza dalle tecnologie straniere, stabilendo al contempo comunicazioni resilienti per i propri sistemi senza pilota (analogamente a come Starlink si è rivelato fondamentale per i droni marini ucraini), garantendo così la connettività anche quando non si raggiunge la piena autonomia basata sull’intelligenza artificiale.
  • Il programma sull’intelligenza artificiale è stato concepito per integrare le tecnologie di IA nell’economia, nei servizi sociali e nella pubblica amministrazione. Si concentra sullo sviluppo di soluzioni di IA nazionali, sulla loro integrazione nel processo decisionale dello Stato e sulla creazione di servizi digitali personalizzati per cittadini e imprese. Entro il 2030, si prevede che almeno 100 servizi pubblici saranno erogati in modo proattivo, ovvero senza richieste da parte degli utenti e sulla base di analisi predittive dei dati e di modelli di comportamento degli utenti. Il programma pone inoltre l’accento sullo sviluppo di algoritmi per il processo decisionale autonomo, l’elaborazione del linguaggio naturale e l’utilizzo sicuro dei dati, rafforzando l’IA come fattore strategico per la governance digitale e la competitività industriale. Inoltre, il programma mira a coltivare le competenze in materia di IA fin dalla giovane età, compreso il lancio di una Olimpiade panrussa sull’intelligenza artificiale per gli studenti delle classi 8–11.

Questi due programmi dimostrano come la Russia stia sviluppando l’infrastruttura tecnologica e informatica necessaria per garantire un controllo digitale centralizzato e ampliare l’impiego dell’intelligenza artificiale in tutti i settori. Si tratta di programmi fondamentali, poiché concretizzano la visione dello Stato in materia di autonomia nel settore dell’informazione e illustrano come l’intelligenza artificiale e la connettività si stiano integrando nell’architettura della governance russa e nella proiezione di potenza.

Regolamentazione dell’intelligenza artificiale

La prima definizione giuridica russa di intelligenza artificiale è stata introdotta con la Legge federale n. 123-FZ del 24 aprile 2020, che ha istituito un regime normativo sperimentale quinquennale per lo sviluppo e l’implementazione dell’IA esclusivamente a Mosca. La legge definisce l’IA come «un insieme di soluzioni tecnologiche che consente l’imitazione delle funzioni cognitive umane, compreso l’autoapprendimento e la ricerca di soluzioni senza un algoritmo predeterminato, e permette il raggiungimento di risultati in compiti specifici paragonabili, come minimo, a quelli dell’attività intellettuale umana».

Oltre a costituire un precedente giuridico, la legge del 2020 ha rappresentato il primo tentativo della Russia di mettere alla prova nella pratica la governance dell’intelligenza artificiale, combinando la flessibilità normativa con il controllo sull’uso dei dati e sulla privacy in un contesto urbano circoscritto, trasformando Mosca in un banco di prova nazionale per la governance algoritmica e i servizi pubblici basati sull’intelligenza artificiale.

Nel febbraio 2025, il vice primo ministro Dmitry Grigorenko ha delineato il nascente approccio federale della Russia alla regolamentazione dell’IA, annunciando che non sarebbe stato introdotto alcun quadro legislativo almeno per i prossimi due anni. Intervenendo alla presentazione del Progetto Nazionale                                                                                         &n Le sue osservazioni hanno segnalato una strategia graduale e cauta, che privilegia l’osservazione, la sperimentazione e l’apprendimento istituzionale rispetto a una codificazione giuridica prematura.

Tuttavia, il graduale percorso della Russia verso la formalizzazione del proprio quadro normativo in materia di IA ha compiuto un passo avanti concreto con la prima bozza del Piano per la regolamentazione dell’IA fino al 2030, pubblicata nell’agosto 2025, che prevedeva ulteriori misure da parte del governo volte a definire una base giuridica per l’IA.

Sebbene il testo completo del documento non sia stato reso pubblico, i suoi contorni preliminari, elaborati dal Ministero dello Sviluppo Digitale, delineano quello che gli esperti hanno definito un “approccio tipicamente russo”.& Il concetto prevede un modello normativo ibrido che combina la supervisione statale con elementi di autoregolamentazione, cercando di incoraggiare l’innovazione pur mantenendo un controllo rigoroso sui settori strategicamente sensibili e critici per la sicurezza. In pratica, ciò significa che la maggior parte delle misure normative dovrebbe avere un carattere stimolante o facilitante, integrato da restrizioni mirate e da meccanismi di autoregolamentazione limitati. Ad esempio, nell’ambito dei regimi giuridici sperimentali per l’innovazione digitale, la bozza specifica i casi in cui è richiesta un’assicurazione obbligatoria per i danni causati dall’uso delle tecnologie di IA.

La filosofia normativa della Russia si colloca tra due poli globali: gli Stati Uniti, che si basano su un modello tecnocratico e orientato al mercato che attribuisce la responsabilità agli sviluppatori e agli utenti, e la Cina, caratterizzata da un controllo statale centralizzato e dall’approvazione obbligatoria degli algoritmi. La Russia sostiene di perseguire una flessibilità strategica, combinando restrizioni selettive, la certificazione di “tecnologie fidate” e l’accesso controllato a dati anonimizzati gestiti dallo Stato con incentivi alla crescita industriale. Sebbene il concetto sottolinei la sovranità tecnologica e la scalabilità industriale, sembra mancare di disposizioni esplicite per la tutela della privacy o dei diritti umani, riflettendo un orientamento normativo verso la sicurezza dello Stato, il controllo istituzionale e la modernizzazione economica pragmatica piuttosto che modelli liberali di protezione dei dati o di innovazione aperta.

La bozza del documento afferma inoltre formalmente che la futura regolamentazione russa in materia di IA dovrebbe basarsi su un “approccio incentrato sull’uomo”, guidato dai principi della sovranità tecnologica, della fiducia nella tecnologia, del rispetto dell’autonomia umana e del libero arbitrio, del divieto di arrecare danno agli esseri umani e del rifiuto di un’eccessiva antropomorfizzazione dei sistemi di IA.

Il documento evidenzia inoltre significative carenze strutturali e metodologiche. Nonostante il suo status formale di documento di pianificazione strategica, manca di coerenza con i quadri di riferimento precedenti, come la Strategia nazionale sull’IA, determinando una governance frammentata e incertezza normativa. Gli analisti sottolineano l’assenza di meccanismi di attuazione o di criteri di valutazione, mentre il documento fa eccessivo affidamento sulla soft law e sull’ autoregolamentazione senza definirne i limiti giuridici. La forte influenza dell’ AI Alliance, un’associazione che rappresenta le imprese tecnologiche e che ha collaborato alla stesura del documento, sposta l’attenzione verso gli interessi aziendali — in particolare l’accesso ai dati e la riduzione della responsabilità — piuttosto che verso la responsabilità pubblica o la protezione dei cittadini. La bozza inoltre non offre meccanismi per risolvere i conflitti tra principi etici, di sicurezza e di sovranità. Nel complesso, si presenta più come una dichiarazione politica che come un progetto giuridico coerente per la governance dell’IA in Russia.

Tuttavia, l’approccio della Russia allo sviluppo e all’implementazione dell’IA è stato recentemente chiarito dallo stesso Vladimir Putin. Nelle dichiarazioni del novembre 2025, ha delineato una chiara spinta verso la centralizzazione e il coordinamento statale dello sviluppo dell’IA in Russia, in particolare nel settore dell’IA generativa. Ha chiesto la creazione di un Quartier Generale Nazionale dedicato per coordinare l’implementazione dell’IA in tutte le regioni e nei settori chiave, sostenendo che i gruppi di lavoro esistenti non dispongono delle “risorse amministrative” necessarie per guidare l’implementazione a livello di sistema. Questa nuova struttura centralizzata opererebbe al di sopra dei singoli ministeri o settori industriali, unificando gli sforzi del Paese in materia di IA sotto un’unica architettura di comando.

Putin ha sottolineato che lo Stato deve guidare il percorso generale dello sviluppo dell’IA, pur mantenendo uno stretto dialogo con le imprese tecnologiche. Ha incoraggiato proposte normative audaci e non convenzionali, nonché l’ampio ricorso a regimi giuridici sperimentali — già in vigore a Mosca, sull’isola di Sakhalin e presto in tutto l’Estremo Oriente russo — per accelerare la fase di sperimentazione e implementazione. Allo stesso tempo, ha insistito sul fatto che settori critici quali la pubblica amministrazione, i servizi di sicurezza e la difesa devono fare affidamento esclusivamente su tecnologie di IA sovrane e sviluppate internamente.

Il presidente ha inoltre sollecitato investimenti su larga scala nelle infrastrutture nazionali dei data center a sostegno dello sviluppo dell’IA, con accesso libero per startup, istituti di ricerca e aziende tecnologiche. Ha collegato direttamente i tassi di adozione dell’IA a livello regionale alle classifiche annuali della Russia sulla trasformazione digitale, segnalando una svolta verso una supervisione basata sui risultati. Nel complesso, Putin ha definito l’IA non solo una priorità tecnologica, ma anche un motore economico strategico, prevedendo che l’IA contribuirà con oltre 11 trilioni di rubli al PIL della Russia entro il 2030.

Questa visione ha portato all’emanazione del Decreto presidenziale n. 116 del 26 febbraio 2026, con cui la Russia ha istituito la Commissione presidenziale per lo sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale, elevando la governance dell’IA al massimo livello di coordinamento statale. La commissione ha il compito di garantire la leadership tecnologica nell’IA, compresa la creazione di modelli linguistici di grandi dimensioni a livello nazionale, servizi avanzati basati sull’IA, infrastrutture informatiche dedicate, la base di componenti elettronici necessaria e l’approvvigionamento energetico necessario per sostenere questi sistemi. Ha inoltre il mandato di definire le direzioni chiave per migliorare la regolamentazione giuridica nello sviluppo e nella diffusione dell’IA, collegando esplicitamente la modernizzazione economica agli obiettivi di difesa e sicurezza nazionale.

La composizione della commissione è particolarmente significativa: accanto ad alti funzionari economici e rappresentanti dei principali attori del settore tecnologico, come Yandex, siedono il ministro della Difesa e il direttore dell’FSB, formando una cerchia decisionale relativamente ristretta. Questa configurazione indica che i progetti di IA su larga scala saranno definiti e supervisionati congiuntamente dalle istituzioni di sicurezza e dai leader tecnologici allineati allo Stato. La struttura suggerisce un approccio centralizzato e guidato dallo Stato, in cui lo sviluppo civile dell’IA, la politica normativa, la capacità di calcolo e le applicazioni militari sono strategicamente integrate sotto la diretta supervisione presidenziale.

Nell’ultimo passo compiuto verso la regolamentazione dell’IA, il 18 marzo 2026 la Russia ha sottoposto a consultazione pubblica un progetto di legge intitolato «Sui fondamenti della regolamentazione statale dell’applicazione delle tecnologie di intelligenza artificiale nella Federazione Russa». Il disegno di legge introduce una regolamentazione dell’IA che prevede nuove norme per sviluppatori, imprese e utenti, ampliando al contempo in modo significativo il ruolo dello Stato nella governance della tecnologia. Se approvato, dovrebbe entrare in vigore il 1° settembre 2027.

Il progetto di legge sull’IA riflette una strategia a doppio binario che combina l’allineamento formale alle norme normative globali con una profonda ristrutturazione dell’ecosistema dell’IA incentrata sul controllo statale e sulla sovranità tecnologica. A prima vista, il progetto riprende elementi già noti – regolamentazione basata sul rischio, diritti degli utenti, regimi di responsabilità e requisiti di trasparenza – ma la sua logica di fondo verte sull’istituzionalizzazione di sistemi di IA “sovrani” e “affidabili”, legati alle infrastrutture nazionali, alla localizzazione dei dati e ai meccanismi di certificazione statale.

L’intelligenza artificiale viene considerata non solo come un ambito tecnologico, ma anche come uno strumento di controllo politico e di resilienza del regime.

Il requisito che lo sviluppo, la formazione e l’implementazione avvengano all’interno della Russia, insieme all’integrazione dei servizi di sicurezza nei processi di certificazione e all’introduzione dei «valori tradizionali» come principio normativo, indica che l’intelligenza artificiale viene considerata non solo come un ambito tecnologico, ma anche come uno strumento di controllo politico e di resilienza del regime.

Allo stesso tempo, l’esplicita esclusione delle applicazioni nel campo della difesa e della sicurezza crea un sistema biforcuto: un rigoroso controllo civile accoppiato a uno sviluppo militare opaco e privo di vincoli. Dal punto di vista strategico, questo modello ibrido — che fonde elementi di conformità in stile UE, protezionismo in stile statunitense e centralizzazione in stile cinese — potrebbe limitare l’apertura e l’innovazione, ma consentirebbe alla Russia di costruire una struttura di IA integrata verticalmente e orientata alla sicurezza, in grado di supportare sia il controllo interno che l’adattamento tecnologico in tempo di guerra.

Conclusione

I documenti strategici, i progetti nazionali, gli esperimenti normativi e le direttive presidenziali della Russia rivelano uno sforzo coerente e sempre più centralizzato da parte dello Stato russo volto a gettare le basi di un ecosistema sovrano per i sistemi senza pilota e l’intelligenza artificiale. La Russia sta perseguendo questi obiettivi in modo sistematico ai massimi livelli politici, combinando una pianificazione strategica a lungo termine con un’attenzione pragmatica alle tecnologie applicate, piuttosto che competere nella corsa globale all’IA di frontiera. Invece di tentare di lanciarsi direttamente nella ricerca di base e spendere enormi risorse per lo sviluppo di modelli all’avanguardia, Mosca si concentra sul livello applicativo: sull’implementazione di algoritmi, sull’integrazione dell’autonomia nei sistemi senza pilota e sull’incorporazione dell’IA nei flussi di lavoro amministrativi e industriali.

Questo pragmatismo è rafforzato da un sistema completo di incentivi e meccanismi di sostegno. Regimi normativi favorevoli, quadri giuridici sperimentali e norme sull’accesso ai dati liberalizzate in modo selettivo si accompagnano a ingenti investimenti nella produzione nazionale di componenti e a programmi su larga scala per lo sviluppo del capitale umano che coinvolgono scuole, università e percorsi di formazione professionale. In tutto l’ecosistema, l’accento è posto sulla sovranità tecnologica: sostituire i componenti stranieri, sviluppare stack software nazionali e garantire che le funzioni critiche, specialmente nei settori della difesa e dell’amministrazione statale, si affidino esclusivamente alle tecnologie russe.

Tuttavia, queste ambizioni rivelano anche il carattere profondamente politico dell’approccio della Russia all’innovazione. Nonostante la retorica sulla flessibilità e sulla collaborazione con il settore privato, il presidente Putin ha finito per applicare la sua caratteristica logica autoritaria anche alla governance dell’IA. La sua richiesta di istituire un quartier generale nazionale per l’IA generativa segna una mossa decisiva verso la centralizzazione del processo decisionale, il consolidamento del potere amministrativo e la messa dell’intero settore dell’IA sotto la diretta supervisione dello Stato.

La strategia della Russia rimane quindi strettamente controllata dall’alto. Il risultato è un ecosistema che coniuga uno sviluppo tecnologico pragmatico con una rigida centralizzazione politica, una dualità che continuerà a determinare il modo in cui la Russia promuoverà i sistemi senza pilota e l’intelligenza artificiale per il resto di questo decennio.
 

Il percorso della Russia verso i sistemi autonomi senza pilota

Questa sezione analizza il modo in cui la Russia sta integrando l’intelligenza artificiale nei sistemi senza pilota in prima linea e come questo processo stia ridefinendo il suo ecosistema militare-industriale sotto la pressione delle operazioni belliche. L’analisi si concentra su come l’apprendimento automatico e i processi decisionali integrati siano incorporati in piattaforme reali, con l’obiettivo di operare in ambienti privi di segnale GPS e caratterizzati da contese elettroniche, nonché su scale rilevanti dal punto di vista operativo. Esamina inoltre l’integrazione pratica dell’intelligenza artificiale, analizzando l’approccio dei produttori russi allo sviluppo e alla scalabilità della tecnologia.

L’analisi si articola attorno a una serie di casi di studio rappresentativi che illustrano modelli contrastanti di sviluppo e implementazione dell’intelligenza artificiale, dai programmi statali di tipo top-down ai sistemi commerciali di tipo bottom-up. Questi casi offrono una valutazione comparativa di come la collaborazione con le istituzioni pubbliche, le pratiche industriali dei produttori e i cicli di feedback con gli utenti in prima linea influenzino i risultati tecnologici e operativi.

Questa sezione esamina se l’efficacia sul campo di battaglia dipenda meno da un’autonomia avanzata e formalmente dichiarata e più da fattori pratici quali la riduzione dei costi, la semplificazione della produzione e il potenziamento della capacità di implementare funzioni di IA semplici direttamente in prima linea.

Caso di studio 1: Kronshtadt Group — Architetture di IA centralizzate senza la complessità del campo di battaglia

L’analisi del Gruppo Kronshtadt costituisce un caso di studio esemplare nell’ambito dell’ecosistema dei sistemi senza pilota in Russia. Sebbene l’azienda si sia posizionata come sviluppatore di punta di UAS a lungo raggio e di sistemi autonomi basati sull’intelligenza artificiale, il suo percorso illustra i rischi strutturali legati a una comunicazione tecnologica ambiziosa non supportata da una realizzazione industriale costante e da una verifica sul campo di battaglia. Nel contesto dello sviluppo dei droni russi e dell’integrazione dell’IA, Kronshtadt dimostra come le affermazioni altisonanti relative all’autonomia, allo sciamamento e alle architetture di supporto decisionale non si traducano automaticamente in capacità operative. L’esame di questo divario tra presentazione concettuale e realtà operativa fornisce un insegnamento importante per valutare i progressi più ampi della Russia nella guerra senza pilota basata sull’IA.

Il Gruppo Kronshtadt è una società privata che sviluppa e produce sistemi aerei senza pilota (UAS). L’azienda opera come entità indipendente dal 2022, con scarsa trasparenza riguardo ai propri azionisti, alla struttura di governance o ai risultati finanziari. Nonostante questa opacità, Kronshtadt si è affermata come uno dei principali sviluppatori russi di sistemi senza pilota di grandi dimensioni e a lungo raggio.

L’attuale gamma di sistemi senza pilota offerta al pubblico dall’azienda sembra piuttosto limitata. Al momento, il sito web dell’azienda presenta principalmente due sistemi operativi: Orion e Sirius. Entrambi sono UAS di grandi dimensioni, appartenenti ai gruppi 4 e 5, progettati per missioni di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) a lungo raggio, con una capacità dichiarata di condurre operazioni di attacco.1

Le fonti aperte forniscono informazioni limitate sulle specifiche architetture software integrate nei sistemi senza pilota di Kronshtadt, ma le dichiarazioni pubbliche dell’azienda e il materiale espositivo consentono di ricostruire il suo approccio all’integrazione dell’IA. Piuttosto che presentare l’IA come una funzionalità a sé stante, Kronshtadt la inquadra come un processo di progresso graduale verso l’autonomia, articolato in modo più chiaro in relazione all’UAS Orion, mostrato nella Figura 1. Questo sistema non rappresenta un’autonomia edge in senso stretto, ma mette piuttosto in evidenza un’architettura avanzata di supporto decisionale che assiste l’operatore fondendo dati multisensoriali e automatizzando elementi della loro analisi.

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Nel 2021, prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina, l’amministratore delegato di Kronshtadt Sergey Bogatikov aveva descritto Orion come un progetto in fase di sviluppo graduale delle funzionalità autonome. Una tappa fondamentale è stata l’introduzione di una nuova postazione di lavoro automatizzata per l’operatore, presentata al Dubai Airshow 2021. Questa postazione è stata presentata come un cambiamento funzionale nell’interazione uomo-macchina, progettata per trasferire una quota crescente delle funzioni di controllo e supporto decisionale dall’operatore ai sistemi computazionali. Il produttore ha affermato che, all’interno di questa architettura, l’intelligenza artificiale supporta la gestione delle missioni, l’elaborazione dei dati dei sensori e l’assistenza all’operatore, piuttosto che sostituire del tutto la supervisione umana.

Un’applicazione concreta di questo approccio è l’integrazione della realtà aumentata nell’interfaccia dell’operatore. Kronshtadt riferisce dell’uso di una visualizzazione assistita dall’intelligenza artificiale che costruisce una rappresentazione tridimensionale del terreno e degli oggetti operativi, inclusi elementi di cui si conosce l’esistenza ma che non sono chiaramente visibili nei dati grezzi dei sensori. Questa fusione tra intelligenza artificiale e realtà aumentata mira a migliorare la consapevolezza situazionale e a ridurre il carico cognitivo durante le missioni ISR e di attacco. L’azienda ha affermato che questo sistema è già implementato nelle versioni operative di Orion a partire dal 2021.

Sebbene l’azienda abbia pubblicamente delineato una visione incentrata su una maggiore assistenza agli operatori e su un supporto alle missioni basato sull’intelligenza artificiale, la sofisticazione della piattaforma senza pilota stessa appare limitata. Il bilancio operativo del sistema Orion evidenzia questa lacuna. I droni Orion sono stati ripetutamente intercettati e abbattuti dalle forze ucraine, il che indica una sopravvivenza limitata, l’assenza di misure di autoprotezione significative e nessuna capacità osservabile di manovre adattive per eludere le difese aeree. Le analisi tecniche post-recupero condotte da specialisti ucraini hanno rivelato un ampio ricorso a componenti statunitensi disponibili in commercio e una mancanza di architetture di calcolo avanzate a bordo, tipicamente richieste per l’elaborazione AI edge. Sebbene le varianti intercettate abbiano mostrato nel tempo alcune variazioni nei componenti interni, la base tecnologica complessiva è rimasta coerente. Nel loro insieme, questi risultati suggeriscono che Orion non soddisfa la soglia di un sistema autonomo o anche solo genuinamente semi-autonomo in termini operativi, ma funziona piuttosto come una piattaforma pilotata in modo convenzionale con un’assistenza automatizzata limitata.

Nonostante la mancanza di informazioni confermate pubblicamente sull’attuale stato di implementazione del software di IA integrato nelle postazioni di lavoro degli operatori o nelle piattaforme operative senza pilota di Kronshtadt, l’effettivo livello di competenza dell’azienda nella visione artificiale e nel riconoscimento degli oggetti può essere desunto da un altro prodotto: il sistema Mushtrа-E. Si tratta di un complesso di apprendimento automatico per UAS militari, progettato per supportare l’addestramento e il riaddestramento continui delle reti neurali utilizzate negli UAS dotati di IA durante le operazioni di intelligence, sorveglianza, acquisizione di bersagli e ricognizione.2 Concettualmente, il sistema affronta una delle sfide centrali dell’IA sul campo di battaglia: mantenere prestazioni affidabili di rilevamento e riconoscimento dei bersagli in condizioni operative in rapido cambiamento.

Questo sistema consente un riaddestramento localizzato e iterativo dei modelli di visione artificiale, anziché affidarsi a modelli statici addestrati a livello centrale. Automatizza l’intero ciclo di riaddestramento delle reti neurali (ovvero acquisizione dei dati, convalida, riaddestramento e ridistribuzione), limitando al contempo in modo mirato gli input a set di dati affidabili generati dalle piattaforme dell’utente stesso. Questa scelta progettuale soddisfa sia gli obiettivi operativi che quelli di sicurezza, ottimizzando le prestazioni senza trasferire immagini o modelli sensibili a terzi.

Mushtra-E supporta i formati di immagini aeree più diffusi, consentendo l’integrazione con piattaforme UAS sia russe che straniere. Il sistema è disponibile in tre configurazioni: per UAS MALE/HALE e di classe da combattimento presso basi aeree permanenti, per unità tattiche dispiegate sul campo e per uso stazionario presso i quartier generali dell’aeronautica militare.3 Tutti questi moduli possono essere collegati in una rete gerarchica. Questa architettura concepisce l’IA non come una funzionalità autonoma a bordo, ma come un ecosistema scalabile che si evolve parallelamente all’uso operativo.

Il sistema è stato sviluppato in collaborazione con l’Istituto statale di ricerca sui sistemi aeronautici (GosNIIAS), lo stesso ente citato nel primo rapporto di questa serie come progettista della piattaforma GNS e della relativa infrastruttura di IA. GosNIIAS gestisce anche il database di addestramento Neuroset, che è alla base delle funzioni chiave dell’IA, tra cui l’elaborazione delle immagini, la classificazione, il rilevamento di oggetti e la segmentazione semantica.

Un’estensione fondamentale del concetto di postazione di lavoro automatizzata di Kronshtadt è la sua applicazione alle operazioni in sciame attivamente promosse dal 2021. In questo modello, l’operatore si occupa della pianificazione della missione di alto livello e della designazione degli obiettivi, mentre un software che incorpora elementi di IA esegue il controllo di volo, la gestione del sistema, l’assegnazione dei compiti e il coordinamento tra più UAS. Kronshtadt descrive questa architettura come in grado di consentire un comportamento semi-autonomo, distinguendola dai sistemi automatizzati convenzionali basati su una rigida logica preprogrammata.

Lo scambio continuo di dati all’interno dello sciame favorisce la ridistribuzione dei compiti, il passaggio di leadership e la sostituzione reciproca, consentendo al gruppo di operare in modo cooperativo senza dover fare costante affidamento sulla comunicazione con il vettore.

Nel 2021 l’azienda ha presentato una visione più avanzata della tecnologia degli sciami attraverso il velivolo da combattimento senza pilota (UCAV) Grom, concepito come nodo di comando e controllo piuttosto che come piattaforma autonoma. Secondo le dichiarazioni dell’azienda, Grom è progettato per gestire uno sciame di un massimo di 10 piccoli UAS Molniya sia in ruoli di ricognizione che di attacco, con la capacità di riassegnare dinamicamente i compiti durante il volo. Le varianti recuperabili di Molniya conducono missioni ISR, mentre le varianti da attacco funzionano come munizioni vaganti. Lo scambio continuo di dati all’interno dello sciame supporta la ridistribuzione dei compiti, il trasferimento della leadership e la sostituzione reciproca, consentendo al gruppo di operare in modo cooperativo con una dipendenza limitata dalla comunicazione costante con il vettore.

Il concetto di sciamatura è integrato con le capacità di attacco proprie del Grom, compreso il trasporto di missili guidati e munizioni a guida di precisione. All’interno di questa architettura, i droni Molniya svolgono molteplici ruoli, che spaziano dagli attacchi di precisione e dalle operazioni di depistaggio alla soppressione delle difese aeree nemiche, alla creazione di corridoi di penetrazione, all’ingaggio rapido di bersagli appena individuati e al supporto alle operazioni di guerra elettronica di gruppo in collaborazione con velivoli con equipaggio.

Tuttavia, nel 2023, il Gruppo Kronshtadt ha annunciato la propria collaborazione con un produttore di UAS per lo sviluppo di software specializzato per il controllo degli sciami, il che fa supporre che i tentativi dell’azienda non abbiano avuto successo.

Secondo l’azienda, il software previsto consentirà la preparazione delle missioni, la supervisione dei voli, la gestione del carico utile, la modifica delle rotte e la valutazione delle prestazioni post-missione su gruppi di piattaforme senza pilota. Nel 2024, l’UCAV Grom era ancora in fase di sviluppo. In occasione di Army-2024, l’azienda ha presentato solo una configurazione aggiornata della cellula, senza fornire prove di maturità operativa.

Nonostante le ripetute presentazioni concettuali, non vi sono prove verificabili pubblicamente che indichino che capacità di tipo “swarm” siano state integrate o impiegate in sistemi operativi. Anche i colloqui condotti dal CSIS con membri delle forze armate ucraine non hanno fornito alcuna conferma dell’uso di tali capacità. Data la comprovata disponibilità della Russia a impiegare in combattimento sistemi sperimentali e parzialmente maturi, l’assenza di un impiego osservabile di sistemi “swarm” suggerisce fortemente che tali capacità non siano andate oltre la fase concettuale.

Nel complesso, la narrativa pubblica di Kronshtadt descrive l’intelligenza artificiale come uno strumento per aumentare l’autonomia attraverso il supporto decisionale, il controllo cooperativo e la collaborazione uomo-macchina, piuttosto che come un sistema di operazioni senza equipaggio completamente autonome. Allo stesso tempo, nonostante i concetti ambiziosi e le ripetute presentazioni, i progressi concreti verso capacità realmente rivoluzionarie, come lo swarming, rimangono limitati, senza alcun impiego operativo confermato.

Aziende come il Gruppo Kronshtadt, caratterizzate da strutture proprietarie poco trasparenti, dalla dipendenza esclusiva dagli appalti pubblici e da stretti legami con gli istituti di ricerca statali, devono affrontare sfide sempre più complesse a causa delle sanzioni, dovute alla dipendenza da componenti straniere, ai lunghi cicli di sviluppo e ai vincoli burocratici. Ad agosto 2025, gli osservatori del settore descrivevano sempre più spesso il Gruppo Kronshtadt come un’azienda sulla via del fallimento, a causa della perdita di un investitore strategico, del debito crescente e del numero sempre maggiore di cause legali intentate dai subappaltatori.

Il Gruppo Kronshtadt evidenzia i rischi insiti in un modello di sviluppo fortemente incentrato sugli appalti statali nel settore della difesa, con una diversificazione limitata al di fuori delle applicazioni militari e di alcune specifiche applicazioni governative. L’azienda ha costantemente promosso concetti ambiziosi e lungimiranti, ma sembra aver mancato della capacità industriale e delle basi tecnologiche necessarie per tradurre tali visioni in una solida capacità operativa.

Sebbene diversi fattori strutturali specifici della Russia abbiano contribuito a questa evoluzione — tra cui la pressione delle sanzioni, i vincoli della catena di approvvigionamento e le dinamiche burocratiche degli appalti — la lezione più ampia va oltre il singolo caso. Promettere progressi tecnologici eccessivi, fare affidamento prevalentemente su appalti pubblici e non riuscire a costruire una capacità produttiva scalabile può portare alla creazione di piattaforme che offrono solo miglioramenti incrementali delle prestazioni, anziché le capacità trasformative pubblicizzate. Nel caso di Kronshtadt, questo modello ha portato alla creazione di sistemi con prestazioni tecnologiche nella media, che non sono riusciti a soddisfare le ambizioni dichiarate e che, alla fine, hanno lasciato l’azienda in gravi difficoltà finanziarie.

Caso di studio 2: ZALA Aero — L’intelligenza artificiale a duplice uso come moltiplicatore di potenza militare

L’azienda ZALA Aero Group offre un ottimo esempio di come l’approccio della Russia alla promozione del settore dei sistemi senza pilota civili si sia tradotto in effetti tangibili sul campo di battaglia. Questa azienda dimostra come l’intelligenza artificiale sviluppata per applicazioni commerciali e nel settore pubblico possa essere riadattata per uso militare, consentendole di costruire modelli di business sostenibili e, al contempo, di rafforzare il complesso militare-industriale russo con tecnologie moderne derivate dal settore commerciale. Anziché affidarsi esclusivamente agli istituti di ricerca tradizionali, questo modello sfrutta l’innovazione proveniente dal mercato civile, consentendo alle capacità a duplice uso di maturare rapidamente e di migrare nei sistemi militari operativi.

ZALA Aero è un’azienda russa specializzata nello sviluppo di sistemi senza pilota che opera a cavallo tra la produzione di droni civili e militari. L’azienda, strutturalmente legata al Kalashnikov Concern, produce un’ampia gamma di sistemi aerei senza pilota (UAS) che spazia da piattaforme di ricognizione leggere e droni di monitoraggio per enti civili a munizioni vaganti e sistemi ISR da campo di battaglia utilizzati dalle Forze Armate russe.

Nonostante la notorietà di ZALA Aero come produttore di droni, le informazioni rese pubbliche sulle specifiche delle sue capacità militari nel campo dell’intelligenza artificiale sono relativamente scarse. I comunicati ufficiali tendono a descrivere le soluzioni di intelligenza artificiale dell’azienda in termini generici, affermando che hanno migliorato il riconoscimento dei bersagli e la resilienza in ambienti di guerra elettronica contesi, senza però specificare le architetture software o i livelli di autonomia.

Ciononostante, una serie di aggiornamenti segnalati più volte suggerisce progressi graduali ma significativi rispetto a queste capacità già consolidate e ampiamente diffuse. In particolare, la munizione vagante Lancet modernizzata da ZALA Aero avrebbe ricevuto sensori e sistemi di imaging potenziati, migliorando le prestazioni di rilevamento e aggancio del bersaglio in condizioni di scarsa visibilità e condizioni meteorologiche avverse. Allo stesso tempo, le sue reti neurali sembrano essere state riaddestrate su set di dati più ampi e di qualità superiore, consentendo un riconoscimento più accurato dei bersagli e una navigazione in fase terminale più raffinata. Secondo quanto riferito, queste capacità consentono al sistema di colpire non solo il bersaglio nel suo complesso, ma punti vulnerabili specifici su un’ampia gamma di piattaforme. Implicitamente, questo livello di prestazioni suggerisce che il produttore abbia accumulato una vasta quantità di dati di addestramento che coprono diverse categorie di equipaggiamento, includendo non solo i sistemi ucraini ma anche un ampio spettro di piattaforme di origine occidentale.

Il sistema aggiornato è descritto come in grado di offrire una navigazione e un controllo di volo più rapidi e affidabili durante la fase terminale, consentendo attacchi di alta precisione contro bersagli protetti o parzialmente nascosti. Secondo recenti notizie riportate da ZALA Aero, ai droni Lancet è stato anche attribuito il merito di aver ingaggiato bersagli in rapido movimento, compresi i droni marittimi ucraini come il Magura V7, che secondo quanto riferito sarebbero dotati di sistemi di difesa aerea di bordo che trasportano missili AIM-9M Sidewinder di fabbricazione statunitense. Queste caratteristiche indicano una transizione da un modello strettamente “operator-in-the-loop” verso un’autonomia supervisionata, in cui l’IA svolge un ruolo decisivo una volta iniziato l’ingaggio.

Tuttavia, sulla base delle conversazioni condotte dal CSIS con esperti tecnici ucraini, resta dubbio che la fase terminale in questo caso specifico sia stata autonoma. L’analisi delle immagini dell’attacco disponibili, unita alle valutazioni degli esperti, suggerisce che la traiettoria di volo osservata e il profilo di ingaggio del bersaglio siano più coerenti con un modello di controllo “human-in-the-loop” piuttosto che con una guida terminale completamente autonoma. Secondo questi specialisti, lo schema di manovra visibile nel video sarebbe difficile da conciliare con un algoritmo decisionale autonomo a bordo e indicherebbe invece un controllo diretto da parte dell’operatore durante l’avvicinamento finale.

Sebbene le informazioni disponibili al pubblico sull’IA militare di ZALA Aero rimangano scarse, un dettaglio particolarmente rivelatore è emerso da un’intervista con un operatore di Lancet. Egli osserva che durante la fase terminale di un attacco, può attivare una funzione ausiliaria dell’IA denominata “Ira”, la quale, secondo il suo racconto, “prende il controllo e fa il lavoro” nell’avvicinamento finale, perfezionando la guida per garantire un colpo preciso, anche contro veicoli corazzati in rapido movimento. Questa testimonianza è degna di nota, poiché fornisce un nome concreto a un componente dell’IA esplicitamente associato all’impiego in combattimento. Allo stesso tempo, quando si rintraccia questa denominazione attraverso fonti aperte, i riferimenti non compaiono in divulgazioni militari ma nelle descrizioni dei sistemi civili di ZALA Aero, dove il software è identificato come IRRA. Ciò suggerisce che l’IA a supporto dei droni militari di ZALA Aero sia la stessa architettura software utilizzata nelle sue piattaforme civili senza pilota, offrendo preziose informazioni sulla natura e sulle capacità dello stack di IA militare di ZALA Aero.

Il software IRRA AI va inteso non come un singolo algoritmo, ma come un’architettura di intelligenza integrata e end-to-end a bordo, progettata per fondere rilevamento, analisi, supporto decisionale e diffusione in rete in un unico sistema operativo. La sua caratteristica tecnica distintiva è il trasferimento dei carichi di lavoro computazionali principali dal segmento di terra allo stesso UAS. Incorporando la capacità di elaborazione direttamente a bordo di piattaforme come le serie ZALA T-16, ZALA T-20 e ZALA ZARYA, IRRA consente l’interpretazione in tempo reale dei dati dei sensori durante il volo, anziché tramite analisi post-missione o a terra. Questa scelta architettonica riduce significativamente il ciclo decisionale e sostiene il valore operativo del sistema in contesti sia civili che di sicurezza.

A livello funzionale, IRRA opera attraverso un’analisi continua in tempo reale dei dati provenienti da sensori multimodali, principalmente immagini ottiche e termiche. Utilizzando algoritmi di visione artificiale e reti neurali addestrate, il sistema elabora flussi video in diretta direttamente sull’UAS, identificando automaticamente anomalie, deviazioni e oggetti di interesse. Nel monitoraggio delle infrastrutture energetiche, ciò include il rilevamento di irregolarità strutturali, anomalie termiche o altri indicatori di potenziali minacce alle risorse del settore dei combustibili e dell’energia. Nelle applicazioni di risposta alle emergenze, la stessa pipeline analitica viene applicata all’identificazione di focolai d’incendio, confini di inondazioni o altri pericoli in evoluzione. Fondamentalmente, il rilevamento non si limita all’identificazione binaria; il sistema classifica, contestualizza e localizza spazialmente le anomalie, producendo informazioni utili piuttosto che immagini grezze.

Una volta rilevata un’anomalia, IRRA la contrassegna automaticamente all’interno del flusso video e genera output strutturati che vengono trasmessi alla stazione di controllo a terra. Questi output includono avvisi georeferenziati, aree di interesse evidenziate e rapporti analitici generati automaticamente. Questa automazione riduce il carico cognitivo sugli operatori e consente risposte più rapide e coerenti, in particolare in scenari in cui il tempo è un fattore critico, come la lotta agli incendi boschivi o la protezione delle infrastrutture. La capacità del sistema di determinare le coordinate con elevata precisione ne migliora l’utilità per dirigere le azioni successive da parte delle squadre di terra o di altre risorse di risposta.

L’efficacia di IRRA è potenziata dalla sua stretta integrazione con l’ecosistema digitale più ampio di ZALA Aero, in particolare con la piattaforma di controllo e gestione dei dati 4Z1. Grazie a questa integrazione, i dati generati a bordo dell’UAS non sono limitati all’operatore diretto, ma diventano accessibili (previa autorizzazione) a una rete distribuita di utenti. I flussi video, le sovrapposizioni analitiche e i risultati elaborati possono essere visualizzati da operatori, analisti e clienti da località geograficamente remote, estendendo efficacemente la consapevolezza situazionale oltre la stazione di controllo fisica. La piattaforma unifica lo streaming live, l’interpretazione automatizzata, la generazione di ortofoto e l’archiviazione in un unico software, consentendo transizioni senza soluzione di continuità tra il monitoraggio in tempo reale e il processo decisionale.

Da un punto di vista militare, questa logica architettonica si riflette direttamente nell’ecosistema dei droni da combattimento di ZALA Aero, in cui le funzioni di ricognizione, individuazione degli obiettivi e attacco sono distribuite su piattaforme diverse ma integrate in un unico ciclo operativo. Nella catena operativa osservata, il veicolo di ricognizione identifica i potenziali obiettivi e trasmette i filmati a una stazione di controllo a terra. La stazione di controllo a terra seleziona quindi il bersaglio, genera le coordinate e trasmette sia i dati di posizione che le immagini selezionate alla munizione vagante prima del lancio o dell’avvicinamento terminale. Questa sequenza riflette un’architettura di individuazione del bersaglio in rete con intervento umano piuttosto che un’esecuzione autonoma in edge computing. Il rilevamento del bersaglio, la convalida e le decisioni di ingaggio rimangono distribuite tra gli operatori e l’infrastruttura a terra, con la munizione vagante che funziona principalmente come piattaforma di esecuzione piuttosto che come sistema decisionale indipendente.

L’IRRA può essere intesa come la struttura portante software che rende possibile questa continuità: supporta il rilevamento, la classificazione, la geolocalizzazione e la definizione delle priorità nella fase di ricognizione; mantiene una rappresentazione coerente e interpretabile dai sistemi automatici dello spazio di battaglia; e garantisce che i dati relativi agli obiettivi vengano trasferiti alle risorse di attacco con latenza e degrado minimi. In questo senso, l’IRRA non si limita a potenziare i singoli droni, ma sostiene un approccio “system-of-systems” in cui le piattaforme sensoriali e quelle d’attacco funzionano come componenti di una catena di uccisione unificata, con l’IA che fornisce il tessuto connettivo che sincronizza osservazione, decisione e azione. Tuttavia, non tutti i sistemi prodotti da ZALA Aero sono integrati in questa più ampia architettura “system-of-systems”, e solo un sottoinsieme limitato di modelli sembra operare all’interno di questo quadro coordinato.

ZALA Aero presenta un modello di integrazione dell’IA più pragmatico e orientato all’operatività rispetto a molti altri sviluppatori russi di sistemi senza pilota. Anziché avanzare affermazioni generiche sulla piena autonomia, l’azienda sembra integrare architetture di visione artificiale e di elaborazione dei dati di derivazione commerciale in un quadro operativo incrementale e interconnesso. Il suo approccio dimostra come le piattaforme di IA civili a duplice uso possano essere riadattate per accelerare l’adattamento al campo di battaglia, abbreviare i cicli decisionali e migliorare la precisione all’interno di una struttura supervisionata con intervento umano (human-in-the-loop). Allo stesso tempo, i limiti dell’autonomia osservabile suggeriscono che i progressi della Russia risiedono meno nel raggiungimento di un processo decisionale autonomo da parte delle macchine e più nell’ottimizzazione di catene di attacco coordinate attraverso sistemi distribuiti assistiti dall’IA.

Caso di studio 3: Molniya — L’innovazione nel settore dei droni dal basso incontra la crescita sostenuta dallo Stato

Il sistema aereo senza pilota (UAS) Molniya evidenzia un cambiamento significativo nell’approccio della Russia nei confronti del proprio complesso militare-industriale e della cooperazione tra le Forze Armate russe e l’industria della difesa nazionale. Questo approccio è stato articolato dal ministro della difesa russo Andrei Belousov durante un incontro con i corrispondenti militari, quando ha dichiarato di essere attualmente pienamente soddisfatto del decentramento della produzione di droni e di sistemi di guerra elettronica, riferendosi in particolare allo “sviluppo e all’assemblaggio a livello di garage”.

La nascita dell’UAS Molniya illustra un percorso di innovazione dal basso che si discosta nettamente dal tradizionale modello industriale della difesa russo, incentrato sullo Stato. Il progetto ha avuto origine nel cosiddetto “VPK del popolo”, ovvero il complesso industriale della difesa popolare: una comunità vagamente coordinata di ingegneri civili e volontari impegnati a sostegno dello sforzo bellico russo. Molniya è stato inizialmente progettato e assemblato in officine informali, situate in garage, piuttosto che all’interno di uffici di progettazione statali consolidati. Il suo sviluppo iniziale si è basato su piccoli team di ingegneri e volontari che operavano al di fuori delle strutture di acquisizione formali, consentendo una rapida sperimentazione e una stretta interazione con gli utenti in prima linea.

Tuttavia, questo progetto si differenzia da centinaia di progetti simili nati “in garage” perché ha ricevuto il sostegno del governo per la sua espansione. Secondo alcuni blogger militari russi, il progetto è stato avviato “su binari” di produzione formale, ricevendo finanziamenti governativi per ampliare la capacità produttiva. La supervisione della produzione in serie è stata successivamente assegnata alla società Sudoplatov, segnando il passaggio di Molniya da un’iniziativa improvvisata dal basso a un sistema sostenuto dallo Stato. Questa sequenza – innovazione a livello di garage seguita da un ampliamento selettivo da parte dello Stato – mostra una logica di approvvigionamento adattiva in cui il governo assorbe e istituzionalizza soluzioni collaudate sul campo di battaglia piuttosto che tentare di generarle interamente all’interno delle strutture industriali formali della difesa.

Le prime notizie sull’impiego sul campo di battaglia di Molniya sono apparse nel maggio 2024. Da allora, il sistema si è rapidamente diversificato in tre tipi principali: Molniya-1, Molniya-2 e Molniya-2R. Come mostrato nella Figura 2, il modello operativo iniziale, Molniya-1, serviva principalmente come piattaforma d’attacco unidirezionale con autonomia limitata, in grado di trasportare un carico utile di diversi chilogrammi a distanze di circa 30–40 chilometri. Il successivo Molniya-2 ha introdotto una configurazione bimotore, aumentando la gittata fino a 80 chilometri ed espandendo la capacità di carico utile, migliorando al contempo la resistenza alle guerre elettroniche. L’iterazione più avanzata e recente, Molniya-2R, rappresenta una transizione qualitativa verso operazioni di ricognizione e in rete. Grazie all’integrazione delle comunicazioni satellitari (secondo quanto riferito tramite Starlink) e a un sistema di elaborazione dati di bordo più potente, questo modello supporta l’ISR oltre l’orizzonte, il tracciamento dei bersagli e la trasmissione di dati ad alta larghezza di banda, ampliando in modo significativo il ruolo operativo della famiglia Molniya.

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L’obiettivo principale nella realizzazione dell’UAS Molniya era quello di realizzare un UAS d’attacco ad ala fissa, economico e a lungo raggio, in grado di sostituire le munizioni vaganti più costose, pur rimanendo immune alle sanzioni e alle interruzioni della catena di approvvigionamento. Questo obiettivo ha determinato diverse scelte progettuali fondamentali.

In primo luogo, la piattaforma si avvale ampiamente di componenti disponibili in commercio. Questo ricorso deliberato all’elettronica civile e a materiali semplici riduce la vulnerabilità alle sanzioni, poiché tali componenti sono difficili da sottoporre a restrizioni generalizzate e possono essere reperiti a livello locale o attraverso diverse catene di approvvigionamento globali.

In secondo luogo, il Molniya presenta una struttura estremamente semplice, realizzata con schiuma, compensato ed elementi strutturali di base. Questa semplicità riduce al minimo i costi e la complessità di produzione, consente una rapida produzione in serie con un’infrastruttura tecnica minima e permette di apportare modifiche rapide sulla base dell’esperienza acquisita sul campo.

Una terza caratteristica, sempre più centrale nell’evoluzione di Molniya, è l’integrazione precoce dell’intelligenza artificiale per la guida terminale. Anche nelle sue configurazioni relativamente semplici, Molniya è dotato di un sistema di homing di base basato sulla visione artificiale, progettato per garantire il completamento della missione in caso di perdita del segnale. Questa capacità riflette una risposta pragmatica alle operazioni di guerra elettronica piuttosto che un’ambizione di piena autonomia. Una volta che l’operatore ha designato e agganciato un bersaglio, la visione artificiale di bordo elabora le immagini provenienti dalla telecamera, identifica un oggetto in movimento ricco di contrasto e corregge autonomamente la traiettoria di volo durante la fase terminale. Se la comunicazione con l’operatore viene interrotta, l’UAS continua il suo attacco senza ulteriori input esterni, rendendo la guerra elettronica nemica in gran parte inefficace in questa fase.

È importante sottolineare che questa guida terminale basata sull’intelligenza artificiale non comporta una comprensione semantica dei bersagli in senso stretto. Il sistema non classifica gli oggetti come veicoli blindati o tipi specifici di armi. Opera invece sulla rilevanza visiva e sul contrasto di movimento, privilegiando la robustezza e la semplicità computazionale rispetto a un riconoscimento sofisticato. A differenza dei droni guidati tramite fibra ottica, che richiedono cavi lunghi che aumentano il peso, riducono il carico utile e limitano l’autonomia, l’approccio basato sull’IA di Molniya preserva la gittata, la capacità esplosiva e la durata della batteria, garantendo al contempo una resilienza comparabile contro le interferenze.

Questo sistema rappresenta una capacità basata sull’intelligenza artificiale implementata su larga scala, piuttosto che come soluzione di nicchia o sperimentale. Molniya è stata concepita fin dall’inizio come una piattaforma prodotta in serie: secondo quanto riferito, il suo costo iniziale si aggirava intorno ai 300 dollari, salendo a circa 5.000 dollari se dotata di ottiche migliorate e connettività satellitare per missioni ISR. Si tratta di un ordine di grandezza più economico rispetto alla munizione vagante Lancet, il cui costo è comunemente stimato intorno ai 50.000 dollari e che presenta capacità simili. I dati relativi alla produzione e all’impiego rafforzano questa disparità. Nel settembre 2025, in un solo mese, sono stati segnalati circa 2.200 lanci di Molniya-2 rispetto a circa 400 lanci di Lancet.

I sistemi costosi e altamente sofisticati faticano a eguagliare i vantaggi operativi ed economici offerti da alternative basate sull’intelligenza artificiale più semplici, economiche e sufficientemente affidabili.

Tutte le varianti di Molniya attualmente prodotte in serie sono dotate di serie di funzionalità di IA di base, a dimostrazione di come l’intelligenza artificiale si stia diffondendo nei sistemi senza pilota su larga scala, anziché rimanere confinata a piattaforme d’élite. Questo andamento mette in luce la logica pratica che guida l’adozione dell’IA: funzioni ben definite e fondamentali per la missione vengono implementate a basso costo in sistemi di massa, piuttosto che in progetti tecnologicamente sofisticati privi di una chiara necessità pratica. In questo contesto competitivo, i sistemi costosi e altamente sofisticati faticano a eguagliare i vantaggi operativi ed economici di alternative basate sull’IA più semplici, economiche e sufficientemente affidabili.

Caso di studio 4: V2U e l’avvento dei droni completamente autonomi basati sull’intelligenza artificiale

Il sistema UAS V2U rappresenta uno degli esempi più avanzati e preoccupanti di autonomia basata sull’intelligenza artificiale attualmente riscontrabili nell’ecosistema dei droni russo.

Da un punto di vista tecnico, il V2U (illustrato nella Figura 3) è un UAS con due configurazioni note: una munizione vagante e una piattaforma di ricognizione. Nella sua configurazione da munizione vagante, il drone trasporta una testata ad alto potenziale esplosivo, a frammentazione e incendiaria del peso massimo di 3 chilogrammi. Si basa in gran parte su componenti commerciali disponibili sul mercato, tra cui motori elettrici e batterie di fabbricazione cinese. Ha un autonomia operativa stimata di 40–60 km, mentre una versione alimentata a benzina ha un’autonomia estesa, in grado di percorrere oltre 100 km.

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Oltre a questa configurazione da attacco, gli esperti ucraini riferiscono dell’esistenza di una versione da ricognizione del V2U. In questa versione, gli ingegneri russi hanno rimosso la testata e l’hanno sostituita con batterie aggiuntive, prolungando notevolmente il tempo di permanenza in volo. Hanno inoltre integrato un sistema di recupero a paracadute, che consente al drone di atterrare dopo aver completato le missioni ISR. L’analisi del software recuperato suggerisce che siano in fase di sviluppo ulteriori modifiche, tra cui lo sviluppo di versioni logistiche o da corriere. Questo fatto indica una famiglia modulare in espansione di sistemi V2U piuttosto che un’arma monouso.

La presente analisi non esamina in modo approfondito i componenti del drone. Tuttavia, la valutazione della presenza o dell’assenza di componenti specifici fornisce importanti indicazioni sulle sue capacità funzionali. L’aspetto più rilevante riguarda l’architettura di navigazione e comunicazione o, in particolare, la sua rimozione intenzionale. I primi droni V2U intercettati nei mesi di giugno e luglio 2025 contenevano modem LTE, il che indica un ricorso almeno parziale alla connettività dell’operatore. Le versioni più recenti intercettate in ottobre e novembre 2025, tuttavia, sono state recuperate senza alcun modem o sistema di comunicazione esterno, segnando una chiara transizione verso un funzionamento completamente autonomo. L’eliminazione della connettività LTE rende l’EW in gran parte inefficace contro il controllo e la guida, poiché non c’è alcun segnale da disturbare. Al contrario, il drone si affida a sensori di bordo, tra cui un altimetro laser e profili di volo riferiti al terreno, consentendo un funzionamento prolungato a bassa quota senza GPS.

L’intelligenza artificiale è al centro della filosofia progettuale del V2U. Nonostante le sanzioni occidentali, le analisi tecniche e i rapporti dei servizi segreti ucraini indicano che il drone incorpora componenti elettronici avanzati di provenienza occidentale e cinese, in particolare un modulo di intelligenza artificiale Nvidia Jetson Orin montato su una scheda portante cinese Leetop A603. Questa configurazione dimostra che la Russia continua ad avere accesso a hardware di calcolo ad alte prestazioni.

L’intelligenza artificiale integrata consente al drone di cercare in modo autonomo, identificare e selezionare i bersagli utilizzando la visione artificiale. Secondo quanto riferito, lo stack di IA utilizza una rete neurale YOLOv5 addestrata, che permette il riconoscimento visivo di veicoli, infrastrutture e attività umane sulla base del contrasto, della forma e del movimento, piuttosto che sulla classificazione semantica.

L’autonomia dei V2U va oltre il processo decisionale individuale per estendersi al comportamento collettivo, includendo elementi di comportamento da sciame. Le osservazioni sul campo suggeriscono che questi droni operino come sistemi distribuiti, parzialmente in grado di formare sciami, in cui ogni unità elabora le informazioni localmente pur rimanendo consapevole dei droni vicini. Il coordinamento non sembra basarsi su una comunicazione radio continua. Al contrario, in base alle immagini osservate, i droni potrebbero utilizzare il riconoscimento visivo per identificarsi a vicenda attraverso segni distintivi dipinti sulle ali (vedi Figura 4). Questi segni potrebbero funzionare come identificatori visivi, consentendo alle telecamere e agli algoritmi di bordo di rilevare e distinguere i singoli droni come nodi separati all’interno di uno sciame. Sebbene questa interpretazione rimanga deduttiva e non possa essere confermata con certezza, è coerente con il comportamento osservato e suggerisce un potenziale approccio basato sulla visione per il coordinamento dello sciame in ambienti contesi dal GPS e dall’EW.

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Ciò consente a sei o sette droni di volare in formazione, garantendo la consapevolezza reciproca e risposte adattive alle perdite all’interno del gruppo (vedi Figura 5). Se un drone viene abbattuto dalle difese aeree, ad esempio, le unità rimanenti deducono la presenza di una minaccia ed eseguono manovre evasive prima di riorganizzarsi. Questo comportamento ricorda da vicino le dinamiche di stormo osservate negli uccelli migratori, con i droni che volano in formazioni verticali sfalsate per mantenere il contatto visivo.

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Gli episodi di combattimento documentati illustrano le implicazioni operative di questo progetto. In un caso segnalato nel maggio 2025, un gruppo di sette munizioni vaganti V2U ha deviato da una missione prestabilita dopo aver rilevato una concentrazione di veicoli e civili, formando autonomamente una formazione circolare di attesa prima di sferrare attacchi coordinati. Tale comportamento indica non solo una selezione autonoma dei bersagli, ma anche un processo decisionale a livello di gruppo basato su segnali ambientali. La combinazione di percezione basata sull’intelligenza artificiale, navigazione indipendente dal GPS, coordinamento visivo dello sciame e resistenza alle guerre elettroniche (EW) posiziona il V2U come una classe qualitativamente nuova di minaccia sul campo di battaglia.

Le funzionalità definite dal software, in particolare la selezione autonoma dei bersagli e le tattiche di sciame emergenti, rendono il V2U uno dei sistemi senza pilota più innovativi e pericolosi attualmente impiegati in combattimento.

La famiglia V2U riflette il passaggio dai droni a consumo pilotati a distanza a sistemi completamente autonomi basati sull’intelligenza artificiale e capaci di comportamenti collettivi. Sebbene la struttura e la qualità costruttiva rimangano relativamente rudimentali, le funzionalità definite dal software, in particolare la selezione autonoma dei bersagli e le tattiche di sciame emergenti, rendono i V2U uno dei sistemi senza pilota più innovativi e pericolosi attualmente impiegati in combattimento.

Conclusione

Questi casi dimostrano che l’integrazione dell’IA nei sistemi senza pilota da parte della Russia è guidata meno dalla ricerca di concetti di autonomia eleganti e a livello di sistema e più dalle pressioni dell’adattamento in tempo di guerra sul fronte tattico. In modelli organizzativi molto diversi tra loro – tra cui le architetture centralizzate e legate allo Stato di Kronshtadt, lo stack commerciale a doppio uso di ZALA Aero, le piattaforme di massa nate in garage di Molniya e il V2U altamente autonomo – l’IA non è trattata come una capacità astratta o uno stato finale. Al contrario, viene implementata in modo selettivo, in funzioni strettamente definite che affrontano problemi operativi concreti, come sopravvivere alla guerra elettronica, comprimere i cicli decisionali, sostenere le operazioni senza GPS o connettività e ottenere effetti di scala a basso costo.

L’analisi comparativa evidenzia una netta divergenza tra sofisticazione concettuale e rilevanza sul campo di battaglia. I programmi incentrati sullo Stato, come quelli portati avanti da Kronshtadt, si concentrano sui sistemi di supporto decisionale e su concetti di sciami orientati al futuro, ma faticano a tradurre queste ambizioni in sistemi implementati su scala significativa. Al contrario, i modelli di derivazione commerciale e di tipo bottom-up danno priorità alla producibilità, al controllo dei costi e alla rapida iterazione, sulla base del feedback proveniente dalla prima linea. In questi casi, l’IA è integrata direttamente a bordo delle piattaforme, spesso in ruoli limitati ma fondamentali per la missione, come la guida terminale, il rilevamento di oggetti in tempo reale e la navigazione autonoma. Queste capacità offrono un valore operativo sproporzionato rispetto alla loro complessità tecnica.

Fondamentalmente, i casi di Molniya e ZALA Aero dimostrano come le funzionalità basate sull’intelligenza artificiale diventino decisive dal punto di vista operativo non perché rappresentino livelli elevati di autonomia dichiarata, ma perché sono integrate nei sistemi prodotti in serie. In questo contesto, l’intelligenza artificiale funge da tessuto connettivo all’interno delle catene di attacco piuttosto che da progresso tecnologico a sé stante. Il caso V2U segna il limite esterno di questa traiettoria, mostrando come la percezione, la navigazione e persino il comportamento collettivo completamente autonomi possano emergere una volta rimossi del tutto i vincoli di connettività, sebbene a costo di introdurre rischi qualitativamente nuovi e dinamiche di escalation.

I dati suggeriscono che l’efficacia sul campo di battaglia della Russia nel campo dei sistemi senza pilota sia determinata meno da dichiarazioni formali di autonomia e più da un ecosistema adattivo che premia la semplicità, la rapidità e la scalabilità. Le pressioni belliche hanno spinto il complesso militare-industriale russo verso modelli ibridi che assorbono l’innovazione civile, tollerano il decentramento e istituzionalizzano e scalano le soluzioni solo dopo che queste si sono dimostrate efficaci in combattimento. In questo contesto, un’IA robusta e dall’ambito ristretto, implementata in prima linea, supera costantemente i progetti più ambiziosi ma fragili, offrendo una chiara lezione su come l’IA possa avere un ruolo determinante nei conflitti ad alta intensità contemporanei e futuri.
 

I fattori chiave dello sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi senza pilota in Russia: formazione, tecnologia e collaborazioni
 

L’addestramento militare privato come motore della potenza di combattimento

Questa sezione analizza in che modo l’architettura dell’addestramento militare russo consenta l’integrazione delle tecnologie emergenti – tra cui i sistemi senza equipaggio, i software di gestione del campo di battaglia e la guerra elettronica – nella pratica operativa. Sebbene gran parte del dibattito pubblico si sia concentrato sulla produzione di hardware e sull’adattamento in prima linea, la variabile determinante per trasformare i nuovi sistemi in una capacità di combattimento duratura è l’addestramento: la preparazione degli istruttori, la revisione dei programmi di studio e l’istituzionalizzazione dei circuiti di feedback che collegano le unità di combattimento con gli istituti di formazione.

Nel caso della Russia, queste funzioni vanno oltre le strutture formali delle forze armate. Dopo il 2022 è emerso un ecosistema di formazione più ampio che combina tre pilastri principali: iniziative informali di volontariato, meccanismi istituzionali all’interno del Ministero della Difesa e, sempre più spesso, programmi per i giovani sostenuti dallo Stato e progettati per coltivare una competenza tecnica precoce nell’uso dei droni. Inserendo l’addestramento sui droni in una fase più precoce del percorso di formazione dei talenti e promuovendo una generazione di reclute “native dei droni”, questo ecosistema sostiene l’assorbimento, la standardizzazione e la diffusione delle tecnologie emergenti in tutte le forze armate.

L’analisi che segue illustra come questi tre pilastri abbiano contribuito alla diffusione e all’espansione dei sistemi senza pilota e delle nuove capacità tecnologiche. Descrive la comparsa iniziale di iniziative decentralizzate che hanno stimolato una rapida sperimentazione e una formazione specializzata; i successivi sforzi del Ministero della Difesa volti a formalizzare, integrare e estendere i modelli di successo nella dottrina ufficiale e nei percorsi di addestramento; nonché la graduale estensione delle competenze relative ai droni alle strutture di istruzione pre-militare e giovanile. Questa evoluzione illustra un modello più ampio nell’adattamento della Russia in tempo di guerra. L’innovazione tecnologica ha fatto passi da gigante grazie a un’interazione dinamica tra la sperimentazione dal basso e il consolidamento istituzionale dall’alto, consentendo l’integrazione sistematica di nuove capacità nelle forze armate.

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TABELLA 3
L’architettura formativa a tre pilastri della Russia

Pilastro I: Reti decentralizzate di formazione per i volontariPilastro II: Struttura formativa istituzionalePilastro III: Percorsi di formazione per i giovani
DescrizioneReti informali di volontari e ingegneri stanno creando centri di formazione in tutta la Russia e nei territori occupati.I sistemi di addestramento militare ufficiale dipendono dal Ministero della Difesa russo.Le organizzazioni militari-patriottiche sostenute dallo Stato offrono corsi di formazione sui droni a scolari e studenti universitari.
FunzioneSperimentare e verificare nuovi sistemi in condizioni di combattimento.Istituzionalizzare e diffondere su larga scala i modelli di successo attraverso strutture gerarchiche formali.Creare un bacino di talenti a lungo termine composto da personale con competenze tecniche.
EsempioProgetto ArcangeloForze dei sistemi senza pilotaCentro del burro

Fonte: CSIS.

CSIS

Pilastro I: Reti decentralizzate di formazione per il volontariato

All’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina, le forze armate russe non erano preparate alla rapida diffusione dei sistemi senza pilota sul campo di battaglia, sia in termini di disponibilità di hardware che di preparazione del personale lungo tutta la catena di comando e i percorsi di addestramento. Le catene di approvvigionamento erano discontinue nonostante la rapida comparsa di produttori competenti, mancavano programmi strutturati di addestramento all’uso dei droni e il supporto tecnico e ingegneristico alle unità in prima linea dipendeva in larga misura dall’iniziativa individuale.

Allo stesso tempo, molti comandanti erano stati plasmati dall’esperienza maturata in conflitti precedenti e, di conseguenza, faticavano ad adattarsi alle realtà di una guerra caratterizzata dall’uso massiccio dei droni. Coloro che avevano compreso il cambiamento sono stati costretti a promuoverlo senza un sostegno sistematico e, talvolta, nonostante la resistenza istituzionale. In questo contesto, sono state avviate iniziative informali di volontariato per colmare le lacune critiche in materia di approvvigionamento, addestramento e integrazione, con l’obiettivo di mettere a punto gli elementi essenziali di un sistema efficace, quali comandanti flessibili, operatori addestrati e attrezzature affidabili in quantità sufficienti.

Uno degli esempi più significativi di questa mobilitazione informale è il Progetto Archangel. Fondata nel 2022 dall’imprenditore russo Mikhail Filippov, l’iniziativa è nata come un piccolo collettivo di ingegneri specializzati in droni, affiancato da un programma di formazione dal basso per gli operatori. Si è rapidamente evoluta in una rete nazionale, creando centri di formazione in circa 20 città russe e nei territori occupati dell’Ucraina. Questi centri hanno formato migliaia di militari, riservisti e civili che si preparano a stipulare un contratto con il Ministero della Difesa, in genere attraverso corsi di due o tre mesi incentrati sulle operazioni pratiche con i droni, sulle tattiche anti-drone e sull’integrazione delle tecnologie emergenti nelle unità di combattimento. In questo modo, il Progetto Archangel non si limita a integrare la formazione statale, ma contribuisce anche a creare canali paralleli in grado di assorbire rapidamente le lezioni apprese sul campo di battaglia e di tradurle in un’istruzione strutturata.

Oltre alla formazione, il gruppo ha contribuito attivamente all’adattamento tecnologico. I suoi ingegneri hanno sviluppato sistemi come il sistema anti-UAS Archangel e hanno abbinato l’innovazione hardware a programmi di addestramento degli operatori per garantire che i sistemi in campo potessero essere impiegati in modo efficace. I centri di addestramento hanno integrato strumenti software avanzati, tra cui il complesso Glaz/Groza per migliorare la ricognizione e il coordinamento degli attacchi e Kvadrosim, un simulatore di combattimento per l’operazione e l’intercettazione dei droni, incorporando così gli strumenti digitali direttamente nel processo didattico.

Con il passare del tempo, il confine tra iniziative informali e industria della difesa ufficiale si è assottigliato. Nell’agosto 2025, il Progetto Archangel ha stretto una partnership con Kalashnikov Concern per valutare e selezionare i progetti di UAS presentati da sviluppatori indipendenti in vista di una produzione su larga scala, sostenendo al contempo la preparazione di operatori e istruttori. Questa evoluzione dimostra come le reti guidate da volontari abbiano funzionato da acceleratori della diffusione tecnologica, sperimentando, convalidando e istituzionalizzando le capacità dei droni a un ritmo che le strutture militari formali inizialmente faticavano a eguagliare.

Pilastro II: Struttura formativa istituzionale

Il sistema di addestramento militare ufficiale della Russia ha inizialmente faticato ad adeguare la propria infrastruttura istituzionale esistente alla rapida introduzione di nuove tecnologie sul campo di battaglia. Col passare del tempo, tuttavia, ha iniziato a fare tesoro delle esperienze maturate grazie a iniziative informali di volontariato e ha integrato nella struttura ufficiale delle forze armate le pratiche che si sono dimostrate efficaci sul campo di battaglia.

La collaborazione avviata sin dall’inizio con scuole private e di base specializzate in droni ha consentito al Ministero della Difesa di osservare e replicare modelli di addestramento efficaci, in particolare nell’ambito della formazione sui sistemi senza pilota. Questo processo si è gradualmente evoluto da una collaborazione ad hoc a un’integrazione formale, man mano che l’addestramento sui droni è stato integrato nei percorsi standard di preparazione alla guerra. In definitiva, l’esercito russo ha ristrutturato alcuni elementi delle proprie forze concentrando operatori esperti, convalidando i sistemi, perfezionando le tattiche in formazioni d’élite e poi estendendo queste pratiche all’intera forza, culminando nell’istituzione delle Forze dei Sistemi Non Presidiati e di centri centralizzati di addestramento e innovazione progettati per standardizzare ed espandere le competenze in materia di guerra con i droni.

La struttura formale delle Forze Armate russe è organizzata territorialmente in distretti militari, che fungono da comandi amministrativi e operativi a livello strategico responsabili della costituzione delle forze, della logistica e della supervisione dell’addestramento all’interno delle regioni loro assegnate. Nell’ambito dell’attuale ciclo di riforme, la Russia mantiene diversi distretti militari (tra cui quelli occidentale, meridionale, centrale, orientale e i distretti di Mosca e Leningrado, recentemente ripristinati), ciascuno dei quali sovrintende a centri di addestramento, accademie e infrastrutture di mobilitazione all’interno della propria area di competenza. La preparazione iniziale dei soldati a contratto, del personale mobilitato e di altri militari non di carriera avviene tipicamente presso queste strutture di addestramento a livello distrettuale, dove ricevono l’addestramento di base al combattimento e, sempre più spesso, l’esposizione alle operazioni con i droni, alla guerra elettronica e ai compiti di ingegneria.

Una volta assegnato alle operazioni di combattimento in Ucraina, il personale non fa più capo ai propri distretti militari di origine, bensì a raggruppamenti operativi di forze. Questi raggruppamenti sono comandi operativi in tempo di guerra organizzati in base alla direzione dell’azione (ad esempio, il raggruppamento meridionale o quello centrale) e sono distinti dalla struttura dei distretti militari territoriali. All’arrivo nel teatro delle operazioni, i soldati seguono spesso un addestramento supplementare in poligoni di addestramento situati in prossimità della linea del fronte, dove l’addestramento è più specializzato e direttamente adattato alle condizioni attuali del campo di battaglia. Tuttavia, i rapporti indicano che l efficacia di questa formazione è limitata da attrezzature inadeguate e dalla mancanza di standardizzazione.  Inoltre, i tempi di addestramento possono anche essere affrettati: i soldati a contratto possono ricevere solo tre settimane di addestramento complessivo prima di partecipare alle operazioni in prima linea.

I limiti dell’addestramento militare formale e la comprovata efficacia delle iniziative di volontariato hanno spinto il Ministero della Difesa a passare dalla fase di osservazione a quella di replica. Nell’agosto 2024, ha istituito il Rubicon Center for Advanced Unmanned Technologies come iniziativa sostenuta dallo Stato per sistematizzare ciò che le reti informali avevano sperimentato per prime. Ispirandosi in parte a progetti come Archangel, Rubicon ha combinato due funzioni che in precedenza esistevano in parallelo: è diventato sia un’unità di droni da combattimento di prim’ordine sia un centro di addestramento centralizzato con istruttori altamente qualificati. Anziché partire da zero, il Ministero della Difesa ha assorbito elementi di formazioni volontarie d’élite esistenti — comprese unità note come “Judgement Day” e “Judgement Night” — consolidando così operatori esperti, tattiche collaudate e know-how tecnico sotto un comando formale.

L’impatto di Rubicon era evidente sul campo di battaglia. Le unità ucraine hanno segnalato cambiamenti improvvisi nelle tattiche dei droni russi, un miglior coordinamento e una marcata attenzione alla caccia non solo agli UAS, ma anche alle infrastrutture logistiche e di rete che sostengono le operazioni con i droni dell’Ucraina. Gli operatori di Rubicon hanno dimostrato una crescente competenza nell’intercettare droni bombardieri pesanti e nel colpire nodi di comunicazione come antenne e terminali satellitari — obiettivi che compromettono direttamente la consapevolezza situazionale e il ritmo operativo dell’avversario. Fondamentale per questa efficacia è stato il modello di addestramento di Rubicon. Il suo personale ha operato contemporaneamente come operatori di combattimento e istruttori, schierandosi nei settori di prima linea per istituire scuole locali di droni, standardizzare le procedure e diffondere tattiche aggiornate. Questo approccio ha creato un nucleo mobile di addestramento e combattimento in grado di trasferire competenze tra i settori, accelerando la diffusione delle migliori pratiche in tutta la forza.

Sulla base di questi risultati, la Russia ha formalizzato il processo di espansione. Nel dicembre 2024, il ministro della Difesa Andrey Belousov ha annunciato la creazione di un ramo dedicato alle Forze dei sistemi senza pilota, istituito ufficialmente nel 2025, con Rubicon come formazione di punta. Il nuovo ramo mira a istituzionalizzare gli insegnamenti tratti dalla guerra con i droni, a centralizzare il comando e il controllo delle unità senza pilota e a integrare l’addestramento, lo sviluppo della dottrina e l’innovazione tecnologica all’interno di un unico quadro organizzativo.

I piani per l’istituzione di un’accademia militare dedicata segnalano ulteriormente il passaggio da un adattamento ad hoc a una professionalizzazione a lungo termine. Secondo fonti aperte, il corpo dovrebbe istituire una propria accademia militare dedicata, potenzialmente già nel 2027, a testimonianza di un impegno a lungo termine nella professionalizzazione delle capacità di guerra senza equipaggio. Il passaggio da gruppi di volontari decentralizzati a Rubicon come unità d’élite centralizzata, e infine alle Forze dei sistemi senza pilota, illustra come la Russia identifichi modelli di successo operativo, concentri le competenze e poi le estenda all’intera forza attraverso meccanismi istituzionali formali.

Pilastro III: Percorsi di formazione per i giovani

Oltre a riformare la struttura delle proprie forze armate, lo Stato russo ha deciso di inserire le competenze relative ai sistemi senza pilota nelle prime fasi del percorso formativo del personale, integrando l’addestramento sui droni nelle organizzazioni giovanili militari-patriottiche. Il Progetto Nazionale sui Sistemi Aerei Senza Pilota della Russia, discusso in precedenza in questo rapporto, identifica la carenza di personale tecnico qualificato come un collo di bottiglia strutturale. In risposta, i programmi per i giovani sono stati posizionati come una soluzione a lungo termine, che supporta contemporaneamente le esigenze di mobilitazione a breve termine e forma i futuri operatori, tecnici e ingegneri.

Un esempio emblematico è il Centro per l’addestramento militare-sportivo e l’educazione patriottica dei giovani, noto come «Voin Center» (Centro del Guerriero), istituito nel maggio 2023 per fornire un addestramento militare iniziale a studenti delle scuole e universitari. L’organizzazione si è espansa fino a contare più di 20 centri regionali e ha integrato l’addestramento sui droni nel proprio programma di studi, incluse esercitazioni competitive che simulano compiti sul campo di battaglia come le operazioni di attacco in visuale in prima persona (FPV). La sua leadership ha esplicitamente sottolineato l’alfabetizzazione tecnologica come una priorità, e gli istruttori seguono una formazione sui sistemi utilizzati in combattimento, tra cui il complesso Glaz/Groza e strumenti di guida con visione artificiale come Ploshchad, avvalendosi spesso di specialisti con esperienza in prima linea per aggiornare i programmi di studio.

Guardando al futuro, il Centro Voin ha annunciato l’intenzione di avviare un percorso formativo specifico per operatori di UAS in linea con le Forze dei sistemi senza pilota, la cui attuazione dovrebbe iniziare nel 2026. In collaborazione con il DOSAAF e altre strutture sostenute dallo Stato, sta sviluppando manuali di addestramento e strutture per piloti a supporto di questo percorso.Si prevede che i diplomati avranno la possibilità di firmare contratti con il Ministero della Difesa, collegando di fatto la formazione dei giovani direttamente alla costituzione delle forze armate.

Istituzionalizzando la formazione sui droni nella fase di preparazione alla carriera militare, lo Stato russo sta estendendo la propria strategia di centralizzazione e ampliamento su più generazioni. Ciò trasformerà l’adattamento in tempo di guerra in un sistema duraturo per la formazione di reclute tecnicamente preparate alla guerra con mezzi non pilotati.

Da questi tre pilastri emerge una conclusione fondamentale: è l’addestramento, e non solo l’hardware, a determinare l’esito delle battaglie. Le reti di addestramento informali hanno svolto un ruolo di innovatori rapidi, traducendo le nuove tecnologie relative ai droni e alla guerra elettronica in capacità operative concrete, mentre le istituzioni formali rimanevano indietro. La loro agilità ha permesso alla Russia di colmare le lacune operative e di schierare rapidamente operatori addestrati in grado di ridefinire gli scontri tattici.

Il Ministero della Difesa ha quindi istituzionalizzato e ampliato i modelli di successo attraverso strutture quali Rubicon e le Forze dei sistemi senza pilota. Allo stesso tempo, le organizzazioni giovanili hanno iniziato a integrare la formazione sui droni nei percorsi di formazione a lungo termine del personale, garantendo un afflusso costante di reclute tecnicamente preparate. Questi diversi livelli dimostrano insieme che l’adattamento della Russia alla guerra con i droni è stato guidato non tanto da singole innovazioni tecnologiche, quanto piuttosto dall’integrazione sistematica di addestramento, dottrina e riforma organizzativa, un approccio che determina sempre più spesso i successi sul campo di battaglia.

Hardware abilitato all’intelligenza artificiale nei sistemi senza pilota russi

Questa sezione esamina l’infrastruttura hardware alla base degli sforzi della Russia volti ad ampliare l’autonomia dei propri sistemi senza pilota. Si concentra in particolare sull’origine dei componenti di elaborazione, rilevamento e memoria essenziali per garantire funzionalità avanzate di intelligenza artificiale a bordo sul campo di battaglia. Sebbene i resoconti pubblici spesso evidenzino la Cina come fornitore chiave di componenti per le piattaforme senza pilota russe, un’analisi più approfondita dei sistemi recuperati indica che una quota sostanziale dei componenti rilevanti per l’IA proviene da aziende con sede negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali. L’analisi non suggerisce un sostegno intenzionale, ma mostra piuttosto le vulnerabilità strutturali dei mercati globali integrati dei semiconduttori e dell’elettronica, dove le tecnologie a duplice uso rimangono ampiamente accessibili nonostante le sanzioni e i regimi di controllo delle esportazioni.

Una quota consistente dei componenti utilizzati nell’ambito dell’intelligenza artificiale proviene da aziende con sede negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali.

La presente analisi si basa sul database open source dei componenti stranieri gestito dai servizi di intelligence militare ucraini attraverso il portale War & Sanctions. A gennaio 2026, il database conteneva oltre 5.350 componenti elettronici recuperati da un’ampia gamma di sistemi d’arma e piattaforme senza pilota russi. Ai fini di questo studio, il set di dati è stato ristretto ai componenti identificati negli UAS e poi ulteriormente isolato a quelli direttamente rilevanti per la funzionalità dell’IA. Piuttosto che catalogare tutta l’elettronica, l’analisi si è concentrata sull’hardware che consente l’autonomia di bordo. Questi componenti rientrano in tre categorie funzionali che insieme costituiscono lo stack hardware dell’IA di un UAS: componenti di rilevamento, unità di elaborazione e hardware di memoria e archiviazione. L’applicazione di questi filtri ha portato all’individuazione di 118 sensori, 465 processori e 122 unità di memoria, per un totale di 705 componenti rilevanti per l’IA integrati nei sistemi senza pilota russi recuperati.

L’enfasi posta su queste tre categorie riflette le basi hardware dei moderni sistemi di IA. La potenza di calcolo e la memoria costituiscono l’infrastruttura fondamentale necessaria per l’esecuzione delle reti neurali, che consistono in milioni o miliardi di parametri e richiedono una notevole potenza di elaborazione per eseguire un gran numero di operazioni in tempo reale. Nei sistemi senza pilota, tuttavia, l’hardware di rilevamento rappresenta un elemento altrettanto cruciale. I sensori generano i dati grezzi (ad esempio, visivi, termici, inerziali o posizionali) che i processori di bordo possono trasformare in informazioni utilizzabili. Insieme, sensori, elaborazione e memoria definiscono il limite tecnico dell’autonomia raggiungibile a livello di piattaforma, rendendoli fondamentali per comprendere come la Russia equipaggi i propri droni per operazioni sempre più basate sull’IA.

Come illustrato nella Figura 6, le aziende con sede negli Stati Uniti rappresentano la quota maggiore dei componenti rilevanti per l’IA individuati in tutte e tre le categorie funzionali. I paesi elencati riflettono l’ubicazione delle sedi dei produttori. Il primato degli Stati Uniti è particolarmente marcato nel settore dell’hardware di memoria, dove le aziende statunitensi hanno prodotto circa il 69% delle unità recuperate, e la quota del paese nel settore dei processori rimane consistente, rappresentando poco meno del 57% dei componenti informatici individuati. La catena di approvvigionamento dei sensori è più diversificata dal punto di vista geografico, ma gli Stati Uniti rappresentano ancora il singolo paese di origine più importante, con circa il 38%, seguiti dalla Cina con circa il 16% e dal Giappone con poco più del 15%.

La Cina rappresenta meno del 9% dei componenti per l’intelligenza artificiale individuati negli UAS recuperati e non figura tra i primi tre paesi di provenienza dell’hardware informatico di bordo. La Svizzera è un fornitore di rilievo di processori, fornendo oltre un quinto dei componenti informatici recuperati. I Paesi Bassi contribuiscono con circa l’8% dei processori e meno del 14% dei sensori, mentre il ruolo del Giappone è concentrato principalmente nelle tecnologie di rilevamento, fornendo poco più del 15% dei componenti dei sensori recuperati. Queste cifre mostrano il carattere altamente internazionalizzato dell’ecosistema elettronico alla base dei sistemi senza pilota russi.

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I processori identificati nel set di dati differiscono sostanzialmente dall’infrastruttura dei data center su larga scala comunemente associata all’elaborazione AI. Le interferenze dei segnali sul campo di battaglia rendono impraticabile il ricorso a server remoti, rendendo necessaria l’inferenza in tempo reale direttamente a bordo del sistema senza pilota stesso. Questo vincolo impone rigidi limiti in termini di dimensioni, peso e consumo energetico, rendendo i chip più avanzati fuori portata, pur consentendo comunque una variazione significativa delle prestazioni, in particolare in termini di latenza.

Le unità di elaborazione grafica (GPU) rimangono l’architettura più efficace per le applicazioni di IA in tempo reale, poiché eseguono calcoli paralleli con un ritardo minimo, il che rappresenta un fattore decisivo dal punto di vista operativo quando sono i millisecondi a determinare il successo di una missione. Sebbene gli algoritmi avanzati possano funzionare su sistemi non basati su GPU, in genere lo fanno con velocità di elaborazione inferiori o prestazioni ridotte. Questa analisi include tutti i processori teoricamente in grado di supportare funzioni di IA, pur sottolineando che l’impatto operativo preciso di questi componenti sull’autonomia sul campo di battaglia russo non può essere determinato appieno sulla base di prove di dominio pubblico.

Diversi sistemi Nvidia individuati nel set di dati corrispondono a piattaforme russe basate sull’intelligenza artificiale già documentate in precedenza. Tra queste figurano i kit di sviluppo Nvidia Jetson Orin recuperati da uno Shahed-136  e da una munizione a raffica V2U, nonché un modulo Jetson TX2 rinvenuto in una ZALA 421-16E — piattaforme valutate nelle sezioni precedenti come dotate di avanzate capacità di IA integrate. I processori da soli, tuttavia, non sono sufficienti. La memoria integrata è limitata e i carichi di lavoro dell’IA richiedono memoria esterna aggiuntiva per memorizzare i parametri dei modelli ed elaborare temporaneamente gli input dei sensori ad alta dimensione. Questi componenti di memoria esterna costituiscono una parte fondamentale dello stack hardware dell’IA integrata.

I sensori completano questa triade. Gli strumenti di basso livello, quali accelerometri, giroscopi e magnetometri, stabilizzano il volo e supportano la navigazione, mentre i sistemi di ordine superiore — tra cui sensori ottici, a infrarossi e radar — generano i dati ambientali necessari per la navigazione autonoma e il riconoscimento dei bersagli. Insieme, l’hardware di elaborazione, la memoria e i sensori definiscono il limite tecnico massimo dell’autonomia a livello di piattaforma.

La presenza di questi componenti non conferma di per sé l’autonomia operativa, ma dimostra che esistono le basi hardware necessarie per l’implementazione dell’IA. I risultati complicano inoltre le narrazioni che sottolineano il ruolo della Cina come principale fornitore di componenti per i droni russi. Sebbene la Cina svolga un ruolo nell’ecosistema elettronico più ampio, le aziende occidentali, in particolare quelle con sede negli Stati Uniti, rimangono i fornitori principali di hardware relativo all’IA. Data la natura a duplice uso di queste tecnologie e la catena di approvvigionamento dei semiconduttori integrata a livello globale, limitare l’accesso della Russia alle capacità di IA integrate rappresenta una sfida politica ampia e complessa.

Partnership internazionali per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi senza pilota in Russia

Le sanzioni occidentali imposte dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 e inasprite in seguito all’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022 hanno frenato lo sviluppo del settore nazionale dell’intelligenza artificiale in Russia, limitando l’accesso a tecnologie fondamentali, tra cui la microelettronica e i semiconduttori avanzati. Allo stesso tempo, la guerra ha accelerato il deflusso di talenti tecnici e favorito l’abbandono delle aziende tecnologiche straniere, ampliando ulteriormente il divario della Russia rispetto alle principali potenze dell’IA come gli Stati Uniti e la Cina.

La Russia ha cercato di attenuare l’impatto delle sanzioni e dei vincoli tecnologici ampliando la cooperazione bilaterale e multilaterale nel campo dell’IA. Questa sezione esamina i “fattori abilitanti” esterni che sostengono lo sviluppo dell’ecosistema russo dell’IA, concentrandosi sui partenariati nell’ambito di strutture quali il BRICS e sui legami bilaterali con paesi quali Cina, Iran e India. Attraverso queste relazioni, la Russia ottiene accesso a attività di ricerca e sviluppo, infrastrutture informatiche, tecnologie a duplice uso e competenze tecniche in grado di supportare applicazioni dell’IA sia civili che militari. L’analisi si basa su materiali di dominio pubblico, tra cui accordi intergovernativi, dichiarazioni dei vertici, comunicati aziendali, resoconti dei media e ricerche dei think tank.

BRICS

Il BRICS — un gruppo intergovernativo composto da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica — ha ampliato negli ultimi anni la propria agenda per dare priorità all’intelligenza artificiale (IA) al di là della cooperazione generale in materia di scienza e tecnologia. Sebbene la maggior parte della collaborazione in materia di IA tra i membri avvenga ancora a livello bilaterale e le iniziative multilaterali siano ancora relativamente recenti, stanno emergendo sempre più gruppi di lavoro, dichiarazioni dei vertici e progetti congiunti di ricerca e infrastrutture. Di conseguenza, il BRICS sta diventando un’ulteriore piattaforma attraverso la quale la Russia cerca di superare i propri limiti tecnologici e di espandere le proprie capacità nel campo dell’IA.

Sebbene la cooperazione dei paesi BRICS nel campo della scienza e della tecnologia risalga a prima del 2017, l’intelligenza artificiale è stata menzionata esplicitamente per la prima volta nella Dichiarazione di Xiamen del 2017, in cui gli Stati membri si sono impegnati a potenziare la ricerca, lo sviluppo e l’innovazione congiunti, anche in settori quali il cloud computing e l’intelligenza artificiale. La cooperazione ha iniziato ad accelerare dopo il 2023, quando i membri hanno concordato di istituire un Gruppo di studio sull’intelligenza artificiale. A seguito del vertice BRICS del 2024 a Kazan, sono state lanciate due importanti iniziative: il Centro di ricerca e innovazione sull’IA dei BRICS, che ora sostiene progetti nell’elaborazione del linguaggio naturale multilingue, nell’agricoltura intelligente e nella ricerca sul clima, e il Corridoio digitale cloud BRICS+, progettato per sviluppare infrastrutture condivise di archiviazione dati e di calcolo ad alte prestazioni, riducendo la dipendenza dai server occidentali.

Un’altra tappa fondamentale è stata raggiunta nel 2025, quando i leader del BRICS hanno adottato la Dichiarazione dei leader del BRICS sulla governance globale dell’intelligenza artificiale. Il documento sottolinea l’importanza dello sviluppo open source come meccanismo per ampliare le capacità di ricerca e innovazione nel campo dell’IA tra gli Stati membri. Sebbene le linee guida si applichino formalmente solo agli usi non militari dell’IA, l’accesso a strumenti di IA civili, infrastrutture di dati condivise e reti cloud e di calcolo alternative può comunque supportare il settore della difesa russo a causa della natura a duplice uso di queste tecnologie.

Allo stesso tempo, Mosca ha cercato di influenzare le iniziative emergenti dei paesi BRICS nel campo dell’intelligenza artificiale. In occasione della conferenza russa AI Journey Conference del 2024, Vladimir Putin ha annunciato il lancio di una BRICS+ AI Alliance, volta a collegare le associazioni nazionali e le istituzioni di sviluppo nel campo dell’intelligenza artificiale dei paesi membri e partner, a facilitare la ricerca congiunta e ad ampliare il coordinamento normativo. La Russia ha inoltre avviato progetti concreti, tra cui una partnership tra il Russian Direct Investment Fund e l’operatore di data center BitRiver per costruire infrastrutture di calcolo per l’IA a beneficio dei partecipanti al BRICS.

Per la Russia, il valore strategico della cooperazione BRICS nel campo dell’IA risiede principalmente nella collaborazione aperta nella ricerca e nell’infrastruttura tecnologica condivisa, che possono garantire l’accesso a un più ampio ecosistema di dati e sviluppo che Mosca non è in grado di riprodurre facilmente a livello nazionale. Anche nei casi in cui i paesi partner non siano all’avanguardia nell’innovazione nel campo dell’IA, questo quadro consente alla Russia di rimanere integrata nelle reti internazionali di IA e di mantenere la propria posizione all’interno dell’ecosistema globale dell’IA.

Cina

Come dimostrato dall’analisi dei componenti presentata nella sezione precedente, molte delle tecnologie fondamentali per le capacità di IA, in particolare i chip avanzati e la microelettronica, sono prodotte principalmente da aziende occidentali, soprattutto negli Stati Uniti. Ciò rende la Russia fortemente dipendente dai fornitori stranieri per l’hardware che sta alla base dello sviluppo e dell’implementazione dell’IA.

All’indomani dell’invasione dell’Ucraina del 2022 e dell’introduzione di rigidi controlli sulle esportazioni e sanzioni da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati, la Cina è emersa come il principale canale attraverso il quale questi componenti continuano a raggiungere la Russia. Mentre le esportazioni dirette dai paesi occidentali e alleati sono diminuite drasticamente, le spedizioni dalla Cina e da Hong Kong sono aumentate in modo significativo, spesso integrate da trasbordi attraverso paesi intermedi. Di conseguenza, la Cina è diventata il principale canale che consente alla Russia di mantenere l’accesso a chip e componenti microelettronici critici che supportano le infrastrutture informatiche e le applicazioni militari basate sull’intelligenza artificiale.

Oltre a garantire l’accesso a componenti fondamentali e alle infrastrutture informatiche, la Cina sostiene lo sviluppo dell’IA in Russia anche attraverso collaborazioni di ricerca e partnership tecnologiche. A livello politico, Mosca ha cercato di istituzionalizzare questa cooperazione. Nel gennaio 2025, il presidente Putin ha ordinato a Sberbank, un istituto finanziario controllato dallo Stato e attore centrale nella strategia nazionale russa sull’IA, di ampliare la cooperazione con i partner cinesi, valutando anche la creazione di una rivista internazionale dedicata alle tecnologie di IA. Questa direttiva riflette l’impegno politico ad alto livello per approfondire la collaborazione bilaterale nella ricerca e sviluppo sull’IA.

Anche le aziende tecnologiche cinesi hanno svolto un ruolo di primo piano nel sostenere l’ecosistema dell’intelligenza artificiale in Russia. Dal 2014 Huawei ha ampliato le collaborazioni con università, istituti di ricerca e aziende tecnologiche russe, rafforzando ulteriormente questi legami dopo l’inserimento nella Entity List statunitense nel 2019. L’azienda ha firmato accordi di cooperazione con iniziative russe come la National Technology Initiative e ha collaborato con aziende quali Kaspersky e Sberbank nel campo del cloud computing e delle infrastrutture di sicurezza informatica. Tali collaborazioni offrono alle organizzazioni russe l’accesso ad ambienti di calcolo ad alte prestazioni e a servizi cloud in grado di supportare applicazioni di IA ad alta intensità di dati, tra cui la visione artificiale e le tecnologie di navigazione autonoma relative ai sistemi senza pilota.

Sebbene le implicazioni militari dirette di questi progetti rimangano in gran parte oscure, le dichiarazioni ufficiali riconoscono sempre più spesso una crescente cooperazione in materia di difesa legata all’intelligenza artificiale. Nel febbraio 2024, funzionari russi e cinesi hanno pubblicamente riferito di discussioni su «approcci dottrinali e iniziative relative all’uso militare dell’intelligenza artificiale», segnalando la volontà di esplorare la collaborazione in ambiti dell’IA legati alla difesa. Anche gli scambi tecnici si sono ampliati. Ad esempio, Rostec ha inviato studenti di ingegneria in Cina per stage incentrati sulle applicazioni dell’IA nella progettazione di motori aeronautici e nella robotica, a dimostrazione di canali più ampi di trasferimento tecnologico.

Queste iniziative posizionano la Cina come il partner esterno più importante della Russia nel sostenere lo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Pechino offre alla Russia l’accesso a canali di approvvigionamento nel settore della microelettronica, a infrastrutture informatiche e a collaborazioni di ricerca che contribuiscono a compensare i vincoli imposti dalle sanzioni occidentali. Allo stesso tempo, il rapporto rimane asimmetrico. La Cina mantiene la posizione tecnologica dominante e ha ripetutamente sottolineato i limiti internazionali alle armi completamente autonome, mentre i funzionari russi hanno sostenuto restrizioni minime allo sviluppo di tali sistemi. Questa divergenza suggerisce che, sebbene la cooperazione possa accelerare le capacità militari della Russia basate sull’IA, essa rimarrà probabilmente condizionata dai più ampi interessi strategici della Cina.

Iran

Dal 2022, la cooperazione militare tra Russia e Iran si è notevolmente ampliata, concentrandosi principalmente sul trasferimento tecnologico e sulla coproduzione di UAS. Teheran ha inizialmente fornito alla Russia le munizioni vaganti Shahed-131 e Shahed-136, insieme alle competenze tecniche che hanno permesso a Mosca di localizzare la produzione e scalare la produzione all’interno della Russia, compreso lo stabilimento di Alabuga. Questi trasferimenti hanno fornito alla Russia le basi per lo sviluppo della serie di droni d’attacco Geran, che gli ingegneri russi hanno successivamente modificato con una navigazione migliorata, caratteristiche anti-jamming e in alcuni casi componenti abilitati all’intelligenza artificiale, come il puntamento tramite visione artificiale e le capacità di navigazione autonoma.

Sebbene il grado esatto di coinvolgimento dell’Iran in questi aggiornamenti tecnologici rimanga poco chiaro, la cooperazione è proseguita attraverso la formazione tecnica, la produzione congiunta e accordi formali, tra cui un protocollo d’intesa sull’intelligenza artificiale firmato nel 2025.

Allo stesso tempo, il flusso tecnologico appare sempre più reciproco. I rapporti del 2026 indicano che l’Iran ha impiegato droni Geran-2 di produzione russa — una variante dello Shahed-136 assemblata nello stabilimento Kupol di Izhevsk — in operazioni contro gli Emirati Arabi Uniti, suggerendo che l’esperienza sul campo di battaglia, i miglioramenti nella produzione e le tecnologie dei droni circolano ora in entrambe le direzioni. Questi scambi dimostrano che la cooperazione tra Russia e Iran nei sistemi UAS si è evoluta in un canale di trasferimento tecnologico e apprendimento operativo che si rafforza a vicenda.

India

L’India rappresenta un altro canale attraverso il quale la Russia può accedere a tecnologie rilevanti per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, sebbene tale cooperazione rimanga limitata e abbia principalmente un ambito civile. La collaborazione si articola principalmente in tre ambiti: la fornitura di tecnologie a duplice uso, gli accordi commerciali tra aziende tecnologiche e i partenariati accademici tra istituzioni russe e indiane. Sebbene queste iniziative contribuiscano a rafforzare la base tecnologica della Russia in senso lato, il loro legame diretto con le applicazioni dell’intelligenza artificiale sul campo di battaglia rimane poco chiaro.

Le aziende indiane si sono affermate come un importante intermediario per le tecnologie soggette a restrizioni necessarie alle infrastrutture di intelligenza artificiale. Poiché l’India non ha aderito alle sanzioni occidentali, le imprese indiane hanno potuto esportare legalmente microelettronica, apparecchiature informatiche e macchinari industriali in Russia in base alla legislazione nazionale. Secondo quanto riportato nel 2024, l’India era diventata il principale fornitore di tecnologie soggette a restrizioni verso la Russia dopo la Cina, incluse le spedizioni di server avanzati contenenti chip Nvidia e altri componenti informatici ad alte prestazioni per un valore di 300 milioni di dollari, ad esempio tramite aziende farmaceutiche. Tale hardware può supportare l’elaborazione dei dati e l’addestramento dei modelli necessari per i sistemi basati sull’IA. Ciò non è privo di rischi: gli Stati Uniti hanno sanzionato alcune aziende indiane per il loro coinvolgimento nella fornitura alla Russia di tecnologia a duplice uso. 

La cooperazione tra soggetti russi e indiani nel campo delle tecnologie civili si sta inoltre ampliando grazie a una serie di accordi commerciali e accademici. Durante una missione commerciale in India del gruppo industriale RUSSOFT nel marzo 2024, diverse organizzazioni, tra cui il PaPSwap State Policy Center, Kanninnov Technologies, la Camera di cooperazione tecnologica indo-russa e Optimus Logic Systems, hanno firmato accordi per cooperare allo sviluppo di circuiti integrati e applicazioni di IA in settori quali l’agricoltura e la sanità. RUSSOFT ha inoltre sostenuto i piani per la creazione di un Centro russo-indiano per lo sviluppo di complessi hardware e software affidabili nell’Uttar Pradesh.

Le collaborazioni accademiche rafforzano ulteriormente questi legami. Ad esempio, l’IIT Kharagpur e l’Università delle Miniere di San Pietroburgo hanno firmato un accordo per promuovere la ricerca congiunta e gli scambi accademici, comprese le applicazioni dell’intelligenza artificiale nei settori dell’energia e delle scienze della terra. Analogamente, l’Università russa di Innopolis ha avviato una collaborazione con la Times School of Media in India per istituire un laboratorio di ricerca internazionale incentrato sull’intelligenza artificiale.

La cooperazione diretta tra India e Russia nel campo dell’intelligenza artificiale (IA) per uso militare rimane limitata, poiché non esistono accordi commerciali o accademici di dominio pubblico che trattino esplicitamente le applicazioni militari dell’IA. Tuttavia, recenti sviluppi suggeriscono una potenziale collaborazione nello sviluppo congiunto e nella produzione di tecnologie avanzate per la difesa. A seguito della visita del presidente Putin a dicembre, entrambi i paesi hanno annunciato piani per ampliare la loro partnership verso la ricerca, lo sviluppo e la produzione congiunti di sistemi avanzati. Le successive discussioni tra funzionari russi e aziende indiane del settore della difesa, comprese le startup che si occupano di droni e IA militare, avrebbero esplorato la cooperazione nella produzione di componenti per i caccia MiG-29 e altri sistemi di difesa. Ci sono anche notizie secondo cui la Russia avrebbe discusso della localizzazione in India della produzione di alcuni sistemi UAS, tra cui la munizione vagante Lancet, che incorpora componenti abilitanti per l’IA.

Nonostante questi sviluppi, la cooperazione dell’India con la Russia nel campo dell’intelligenza artificiale (IA) dovrebbe rimanere limitata. Nuova Delhi continua a perseguire una strategia di autonomia strategica e cerca di mantenere un equilibrio nei rapporti sia con i partner tecnologici occidentali che con la Russia. Di conseguenza, sebbene l’India possa sostenere in modo selettivo l’accesso della Russia alle tecnologie a duplice uso e la collaborazione nella ricerca, un allineamento più profondo — in particolare nell’ambito dell’IA militare — rimane limitato.
 

Conclusioni strategiche e raccomandazioni politiche

Il percorso della Russia nello sviluppo dell’intelligenza artificiale e dei sistemi senza pilota non è caratterizzato dalla ricerca di innovazioni tecnologiche all’avanguardia. Riflette invece uno sforzo più significativo: la costruzione deliberata di un ecosistema sovrano e end-to-end, progettato per tradurre l’intelligenza artificiale applicata in un vantaggio sul campo di battaglia su larga scala. L’approccio di Mosca combina una direzione strategica di alto livello con l’adozione pragmatica di modelli open-weight, l’innovazione industriale a duplice uso, la progettazione hardware modulare, lo sviluppo della forza lavoro e una sperimentazione normativa flessibile. Sempre più spesso, questi flussi paralleli vengono integrati in un sistema centralizzato di coordinamento statale.

Questa analisi porta a tre conclusioni fondamentali su come la Russia stia sviluppando sistemi senza pilota basati sull’intelligenza artificiale.

In primo luogo, la Russia considera l’intelligenza artificiale e i sistemi senza pilota non come capacità isolate, ma come elementi di un ecosistema nazionale integrato. Le strutture civili e militari sono strettamente interconnesse, consentendo all’innovazione di diffondersi in tutti i settori. Infrastrutture, regolamentazione, formazione, produzione industriale e dottrina sono allineate verso un obiettivo comune: raggiungere l’autonomia nell’intero ecosistema. Ciò include un’ampia gamma di componenti dell’ecosistema, dalla produzione nazionale di parti per UAS fino all’applicazione tattica dell’IA, sfruttando i progressi nell’IA e mobilitando i principali attori tecnologici.

In secondo luogo, l’efficacia sul campo di battaglia non è derivata da sofisticate architetture autonome, bensì da sistemi a basso costo, modulari e in rapida evoluzione, dotati di funzioni di intelligenza artificiale dall’ambito ristretto ma fondamentali per la missione. La scalabilità, la velocità e i cicli di retroazione si sono rivelati più determinanti della sola sofisticazione tecnologica.

In terzo luogo, nonostante i discorsi sulla sovranità tecnologica, l’ecosistema tecnologico russo rimane profondamente integrato nelle catene di approvvigionamento globali, in particolare nell’elettronica di livello commerciale occidentale. Più della metà dei componenti necessari per l’intelligenza artificiale proviene da aziende con sede negli Stati Uniti. Ciò mette in luce vulnerabilità strutturali ed evidenzia la difficoltà di controllare la diffusione dei prodotti a duplice uso nei mercati dei semiconduttori, ormai integrati a livello globale.

Per gli Stati Uniti, la lezione fondamentale è che è la coerenza dell’ecosistema, e non i singoli programmi, a determinare il successo nella guerra senza equipaggio basata sull’intelligenza artificiale.

Raccomandazioni per il governo degli Stati Uniti

  1. Costruire un ecosistema completo di autonomia civile-militare. Se gli Stati Uniti intendono davvero puntare su un futuro senza equipaggio, l’approccio non può rimanere confinato all’interno del Dipartimento della Difesa. Gli ecosistemi civili e militari devono evolversi insieme. I percorsi formativi, i regimi normativi, l’accesso allo spettro radio, l’integrazione dello spazio aereo, gli incentivi commerciali e gli appalti della difesa devono essere allineati nell’ambito di un’architettura nazionale coerente. L’autonomia non è una piattaforma: è un sistema che abbraccia talenti, infrastrutture, risorse di calcolo, ambienti di test e dottrina. Senza un coordinamento a livello di ecosistema, le iniziative tattiche rimarranno frammentate.
  2. Tradurre il concetto di “dominio dei droni” in un quadro di attuazione a livello governativo. L’iniziativa “Drone Dominance” e le linee guida a livello esecutivo segnalano un’intenzione, ma tale intenzione deve essere tradotta in azioni concrete. Gli Stati Uniti necessitano di una tabella di marcia pratica e interagenzia che colleghi la strategia di alto livello all’esecuzione programmatica tra la Federal Aviation Administration, la Federal Communications Commission, la National Telecommunications and Information Administration e i Dipartimenti della Difesa, del Commercio, dell’Istruzione e della Sicurezza Interna. La politica sull’autonomia non può rimanere confinata ai canali della difesa; deve sincronizzare le leve normative, industriali e relative alla forza lavoro in tutto il governo.
  3. Incentivare la tecnologia a duplice uso su larga scala. L’integrazione dell’IA più efficace dal punto di vista operativo in Russia si verifica nelle aziende che operano sia nel mercato civile che in quello militare. Gli ecosistemi a duplice uso generano set di dati più ampi, cicli di sperimentazione più rapidi, una maggiore fidelizzazione dei talenti e finanziamenti più stabili. Gli Stati Uniti dovrebbero ampliare i canali di approvvigionamento e i meccanismi di finanziamento che consentono alle aziende commerciali di IA e di sistemi senza pilota di mantenere i ricavi civili mentre sviluppano capacità rilevanti per la difesa. Questo approccio mitiga la “valle della morte” — dove le piattaforme raramente passano dal prototipo alla distribuzione — e accelera la maturazione tecnologica.
  4. Creare condizioni di prova realistiche in ambienti ostili. L’autonomia dei veicoli di nuova generazione deve essere testata in ambienti che simulino la guerra elettronica, l’interruzione del segnale GPS e la congestione dello spettro radio. Gli attuali processi normativi e di coordinamento, in particolare per quanto riguarda lo spettro radio e le interferenze, sono lenti e frammentati. Gli Stati Uniti dovrebbero istituire corridoi designati per i test di autonomia e poligoni in condizioni di ambiente ostile, coordinati congiuntamente dal Dipartimento della Difesa, dall’Amministrazione Federale dell’Aviazione, dalla Commissione Federale delle Comunicazioni, dall’Amministrazione Nazionale delle Telecomunicazioni e dell’Informazione e dal Comando Strategico degli Stati Uniti, con tempi di approvazione snelliti. Tali ambienti andrebbero a beneficio sia della prontezza militare che delle applicazioni di resilienza civile, tra cui la risposta alle emergenze e la protezione delle infrastrutture critiche.
  5. Potenziare la preparazione della forza lavoro per i sistemi senza pilota. I percorsi formativi per operatori, addetti alla manutenzione, specialisti di IA e gestori dello spettro radio devono essere notevolmente ampliati. Gli Stati Uniti dovrebbero istituzionalizzare l’insegnamento dei sistemi senza pilota nelle prime fasi del percorso formativo, sostenere programmi professionali incentrati sui droni e integrare le competenze relative all’autonomia nel ROTC, nelle accademie militari e nei percorsi civili STEM. Le scuole private specializzate in droni e i centri di formazione commerciali dovrebbero essere incorporati nell’architettura formativa nazionale, anziché essere considerati attori marginali.

L’esperienza della Russia in Ucraina dimostra che l’autonomia non sarà il risultato di una singola innovazione tecnologica, ma deriverà dall’allineamento sistematico di politiche, industria, formazione, infrastrutture e adeguamenti operativi.

Gli Stati Uniti continuano a godere di vantaggi strutturali in termini di risorse umane, capacità innovativa e solidità industriale. Tuttavia, il vantaggio di per sé non garantisce la coerenza. Se l’autonomia deve plasmare la forza del futuro, deve essere considerata non come un programma tecnologico, ma come un progetto di sistema a livello nazionale.

Kateryna Bondar è ricercatrice presso il Wadhwani AI Center del Center for Strategic and International Studies di Washington, D.C.

L’autore desidera ringraziare gli assistenti di ricerca Nicole Errera e Matt Mande del CSIS Wadhwani AI Center e la responsabile del programma Kirtika Sharad della cattedra CSIS per gli studi politici tra Stati Uniti e India per il loro contributo a questa ricerca.

La presente relazione è stata realizzata grazie al sostegno generale offerto al CSIS. Nessuna sponsorizzazione diretta ha contribuito alla sua realizzazione.

Per i riferimenti, consultare il PDF.


Il presente rapporto è stato redatto dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), un ente privato esente da imposte che si occupa di questioni di politica pubblica internazionale. La sua attività di ricerca è apartitica e non è vincolata ad alcun interesse particolare. Il CSIS non assume posizioni politiche specifiche. Di conseguenza, tutte le opinioni, le posizioni e le conclusioni espresse nella presente pubblicazione devono essere intese come esclusivamente quelle dell’autore o degli autori.

© 2026 Centro per gli studi strategici e internazionali. Tutti i diritti riservati.

La guerra attraverso le norme. La regolamentazione, un’arma economica strategica_di Erwan Le Noan

Leggete questo articolo di Fondapol, importante sito di orientamento progressista, europeista e confrontatelo con questo della rivista Foreign Affairs . Una totale inadeguatezza della comprensione del ruolo delle attuali dinamiche geopolitiche e degli strumenti idonei ad affrontarle nella definizione delle politiche economiche europee della prima. Nell’ordine:

il definitivo arruolamento di Mario Draghi nel campo progressista; una conclusione del saggio che contraddice la tesi iniziale; una visione economicistica delle ambizioni di autonomia e di sovranità europea che non farà che nascondere e giustificare per qualche altro decennio la subordinazione politica degli stati europei; una confusione disarmante del concetto di diritto applicato al sistema delle relazioni internazionali fondato sull’assertività delle decisioni politiche; la totale incomprensione che la determinazione dei circuiti economici è dipesa da svolte e rotture politiche, a cominciare dall’esito delle due guerre mondiali. Uno dei paradossi del progressismo consiste appunto nell’enfasi che attribuisce alle politiche economiche, riducendo ed assoggettando la politica all’economia. Dimentica che anche l’economico è un rapporto sociale e quindi pervaso e dipendente da strategia politica. Il dato da cui si dovrebbe partire è la fattibilità di una unione politica europea che viene dato per scontato_Giuseppe Germinario

La guerra attraverso le norme. La regolamentazione, un’arma economica strategica

La «guerra delle norme» descrive la nuova competizione globale in cui il diritto diventa uno strumento fondamentale del potere economico. In un mondo caratterizzato dalla fine del multilateralismo e dall’ascesa dei «blocchi», gli Stati ricorrono alla regolamentazione non più come strumento di cooperazione, ma come arma di protezione e di influenza.

Le normative nazionali si moltiplicano, riflettendo una triplice logica strategica: proteggere i mercati interni (diritto protezionista), favorire i campioni nazionali (diritto nazionalista) e imporre le proprie regole all’estero (diritto imperialista). Gli Stati Uniti, la Cina e l’Europa sono ormai impegnati in una vera e propria battaglia normativa, in cui ciascuno cerca di esportare i propri standard.

Ma l’Europa, convinta a lungo che la sua superiorità normativa bastasse a garantirne il potere, si scopre vulnerabile. La sua sovrapproduzione normativa, la frammentazione del suo mercato interno e l’eccessiva trasposizione indeboliscono la sua competitività. Di fronte a ciò, gli Stati Uniti alleggeriscono i propri vincoli per stimolare l’innovazione e la Cina rafforza le proprie imprese. Il potere normativo non può esistere senza potere economico: non si può dettare legge nel mondo se non se ne detiene la crescita.

Questo studio invita a un risveglio strategico. L’Unione europea deve riportare la competitività al centro del proprio progetto: unificare il proprio mercato per ripristinare l’equità concorrenziale; semplificare per ridurre l’onere normativo; consolidare per consentire la creazione di campioni industriali. Questi tre assi implicano porre fine alla sovratrasposizione nazionale, limitare la produzione di nuove normative, valutarne i costi e riportare la performance economica al centro della politica pubblica.

La norma non è più uno strumento tecnico, ma una leva di potere. L’Europa, se vuole avere un peso nella globalizzazione, deve imparare a fare del diritto una strategia – non un vincolo.

Erwan Le Noan,

Collaboratore di L’Opinion; membro del comitato scientifico e di valutazione della Fondapol.

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Francisco Goya, Il prigioniero piegato sulle catene.
Serie di tavole singole. Acquaforte e bulino (1810-1815)

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La rottura «Trump» e la continuità internazionale

Il giorno del suo secondo insediamento, Donald Trump ha firmato una serie di decreti presidenziali, tra cui uno che prevedeva un «congelamento normativo»1 e un altro che prevedeva «le prime revoche di decreti e leggi dannose»2 (in altre parole, adottati da Joe Biden). A queste sarebbero presto seguite misure commerciali.

L’elezione del 45° presidente americano è stata percepita come una rottura dell’ordine internazionale. L’inizio del suo mandato illustra in realtà un’accelerazione – brusca e brutale – di una riconfigurazione dei rapporti di forza geoeconomici caratterizzata da un uso strategico del diritto, «duro» o «flessibile» (che questo studio raggrupperà sotto il termine di «regolamentazioni »3), già in atto da diversi anni.

L’idea che il diritto sia uno strumento progressista di collaborazione e cooperazione, che aveva prevalso nell’epoca della globalizzazione trionfante, sembra oggi superata: esso viene utilizzato come strumento strategico, un’arma tra le altre nella competizione economica. La regolamentazione è quindi, più che mai, uno strumento e una manifestazione di potere, per due motivi:

– Gli Stati dimostrano il proprio potere imponendo il proprio diritto ai terzi, per affermarsi sulla scena internazionale e «fare da padroni»;

– Gli Stati utilizzano il diritto per rafforzare il proprio potere, mettendolo al servizio di strategie di crescita offensive e non collaborative.

Le normative nazionali si moltiplicano, riflettendo una triplice logica strategica: proteggere i mercati interni (diritto protezionista), favorire i campioni nazionali (diritto nazionalista) e imporre le proprie regole all’estero (diritto imperialista).

Queste strategie, adottate ad esempio dagli Stati Uniti e dalla Cina, si basano sui risultati economici, nella misura in cui mirano a favorirli. Non possono avere successo senza di essi.

Per l’Unione europea (UE) il risveglio è doloroso, lei che per lungo tempo ha considerato il proprio diritto come uno strumento benevolo per placare i conflitti internazionali, sufficiente a fondare la propria influenza nel mondo. Si è illusa: le sue normative non le conferiscono alcun potere, poiché non sostengono la sua stessa crescita.

L’UE ha tuttavia recentemente intuito la necessità di reagire, come ha dimostrato la pubblicazione, nell’autunno del 2024, del rapporto Draghi4: il nostro Vecchio Continente si rende improvvisamente conto che il diritto è, nell’ambito di un rinnovamento degli strumenti di guerra economica, un’«arma» come le altre5. Si avverte un leggero fremito. Ma la reazione è lenta a Bruxelles – e a Parigi lo è ancora di più.

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Note

6. 

Luis Garicano, «L’autonomia strategica dell’Europa richiede crescita economica», VoxEU, Centre for Economic Policy Research (CEPR), 4 settembre 2025, [online].

+

Lo scopo del presente studio è quello di proporre un’analisi delle tendenze in atto e di dimostrare che la regolamentazione è uno strumento strategico di crescita che gli Stati devono mettere in campo, in particolare in Europa. Il suo obiettivo è quello di esaminare come e comprendere perché si tratti di una priorità.

Bisogna smettere di considerare la regolamentazione, la crescita e il potere come elementi indipendenti: senza una regolamentazione competitiva non c’è crescita; senza crescita non c’è potere. Finché la Francia e l’Europa non avranno la prima, non avranno il resto6.

IPartita

Requiem per un mondo antico: la grande frammentazione

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1

Al di là dello shock Trump: il flusso ininterrotto di sconvolgimenti globali e l’incomprensibilità geoeconomica

Note

7. 

Gideon Rachman, «Come l’America First trasformerà il mondo nel 2025», Financial Times, 27 dicembre 2024, [online].

+

8. 

Paul Valéry affermò, durante la sua conferenza «Il bilancio dell’intelligenza» (1935): «Un mio amico, circa quarant’anni fa, un giorno, davanti a me, si prese gioco della ben nota espressione “epoca di transizione” e mi disse che si trattava di un cliché assurdo. “Ogni epoca è transizione”, diceva».

+

9. 

Friedrich A. Hayek, «L’uso della conoscenza nella società», The American Economic Review, vol. 35, n. 4, settembre 1945, pp. 519–530.

+

10. 

Le statistiche della Banca Mondiale rilevano, ad esempio, un «indice di rischio geopolitico» sempre più instabile.

+

11. 

«Il nuovo ordine economico», The Economist, 11 maggio 2024 [online].

12. 

Secondo la presidente della Banca centrale europea (BCE) Christine Lagarde: «Potremmo entrare in un’era di cambiamenti nelle relazioni economiche e di rottura con le regolarità consolidate». Banca centrale europea, Policymaking in an age of shifts and breaks: Discorso di Christine Lagarde al Simposio di politica economica, Jackson Hole, 25 agosto 2023 [online]. Vedi anche Fondo Monetario Internazionale (FMI), Geoeconomic Fragmentation and the Future of Multilateralism, Staff Discussion Note n. SDN/2023/001, Washington, gennaio 2023 [online].

+

13. 

FMI, La frammentazione geoeconomica e il futuro del multilateralismo, op. cit.

14. 

Brad Setser, «Il pericoloso mito della deglobalizzazione: le percezioni errate dell’economia globale stanno portando a politiche sbagliate», Foreign Affairs, 4 giugno 2024 [online]; vedi anche Mercia Heavey & Lizzy Moyer, « Il ritorno di Trump: il WEF a Davos arriva in un momento di allontanamento dalla globalizzazione », Bloomberg News, 13 gennaio 2025 [online].

+

15. 

Laura Alfaro e Davin Chor, Catene di approvvigionamento globali: l’incombente “grande riallocazione”, Documento di lavoro NBER n. 31661, National Bureau of Economic Research, Cambridge, settembre 2023 [online].

+

16. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), L’economia globale si sta frammentando?, Documento di lavoro n. ERSD-2023-10, Divisione Ricerca economica e statistica, Ginevra, 11 ottobre 2024 [online].

+

17. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), Panoramica degli sviluppi nel contesto commerciale internazionale – Relazione annuale del Direttore generale (da metà ottobre 2023 a metà ottobre 2024) (WT/TPR/OV/27), Ginevra, 20 novembre 2024 [online].

+

18. 

Monica Duffy Toft, «Il ritorno delle sfere d’influenza: i negoziati sull’Ucraina saranno una nuova Conferenza di Yalta che ridisegnerà il mondo?», Foreign Affairs, 13 marzo 2025 [online]; vedi anche Stacie E. Goddard, « L’ascesa e la caduta della competizione tra grandi potenze: le nuove sfere d’influenza di Trump », Foreign Affairs, vol. 104, maggio-giugno 2025 [online] ; vedi anche A. Wess Mitchell « The Return of Great-Power Diplomacy: How Strategic Dealmaking Can Fortify American Power », Foreign Affairs, vol. 104, maggio-giugno 2025 [online].

+

19. 

OMC, Relazione annuale del Direttore generale, op. cit.

20. 

Shekhar Aiyar, Andrea F. Presbitero e Michele Ruta (a cura di), Geoeconomic Fragmentation: The Economic Risks from a Fractured World Economy, CEPR Press e Fondo Monetario Internazionale, Parigi e Londra, ottobre 2023 [online].

+

21. 

White & Case LLP, Un mondo di club e barriere: l’evoluzione della regolamentazione e la ridefinizione della globalizzazione, rapporto, 2023 [online].

+

22. 

Questa frammentazione ha un costo: «dallo 0,2% (in uno scenario di frammentazione limitata / aggiustamento a basso costo) al 7% del PIL (in uno scenario di frammentazione grave / aggiustamento ad alto costo)». Cfr. anche FMI, Geoeconomic Fragmentation and the Future of Multilateralism, op. cit.

+

Nel 2023, come ogni anno, i banchieri centrali e alcuni dei più brillanti intellettuali si sono riuniti a Jackson Hole (Stati Uniti). Le discussioni hanno riguardato «i cambiamenti strutturali nell’economia mondiale». Gli interventi lasciano intravedere un’intensa riflessione su un mondo attraversato da profondi sconvolgimenti – in particolare:

– Le tensioni geopolitiche fomentate dalle «potenze revisioniste»7;

– Il calo delle vendite;

– L’ascesa dei partiti populisti in molti paesi occidentali.

Questi cambiamenti strutturali si inseriscono in un movimento continuo dell’economia che si sviluppa lungo tutta l’era moderna: la «distruzione creativa» di Schumpeter non è affatto un «lungo fiume tranquillo». Essi riflettono inoltre le grandi «transizioni»8 (e le loro conseguenze) che caratterizzano la nostra epoca:

– La transizione geopolitica, in atto dalla fine della Guerra Fredda;

– La transizione ecologica, che sta portando le economie a rendersi conto della necessità di reintegrare nella produzione alcuni costi legati alla loro attività;

– La transizione digitale, che accelera la circolazione delle informazioni e sta trasformando i mercati9 sin dagli anni 2000.

Questo nuovo contesto, caratterizzato da una maggiore incertezza e da un’imprevedibilità decuplicata, rappresenta una sfida specifica per i responsabili politici ed economici. Il rischio internazionale è aumentato10. I punti di riferimento che avevano prevalso e guidato Stati e imprese si stanno sgretolando: «il sistema internazionale liberale si sta lentamente disgregando»11. Il processo decisionale diventa così più complesso – e più rischioso12. Cresce la necessità di analisi.

Ciò vale in particolare per il settore commerciale. Le statistiche non indicano, in questa fase, una «deglobalizzazione», ma piuttosto un rallentamento della globalizzazione («slowbalization»)13, in atto già da diversi anni. Il mondo sembra attraversare una fase di riconfigurazione degli scambi commerciali14, una «grande riallocazione»15 degli strumenti di produzione.

Questa segmentazione si articola attorno a blocchi politici16. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC), «gli scambi avvengono sempre più spesso tra economie che condividono gli stessi principi»17.

In sintesi, si tratta del ritorno delle sfere d’influenza18 e dell’avvento di una «frammentazione geoeconomica»19. La direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale (FMI) lo afferma senza ambiguità: «il mondo sta assistendo all’ascesa della frammentazione: un processo che inizia con l’aumento delle barriere al commercio e agli investimenti e che, nella sua forma estrema, si conclude con la frammentazione dei paesi in blocchi economici rivali»20. Si sta progressivamente costruendo un mondo «di club e barriere»21, in cui i flussi si riconfigurano secondo affinità ideologiche e geopolitiche22.

2

Un mondo frammentato e malthusiano: le regole del gioco di una globalizzazione in modalità «puzzle»

Note

23. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), Rapporto sullo sviluppo delle catene del valore globali 2023: Catene del valore globali resilienti e sostenibili in tempi turbolenti, Banca asiatica di sviluppo / Istituto delle economie in via di sviluppo / Istituto di ricerca sulle catene del valore globali dell’UIBE / Organizzazione mondiale del commercio, Ginevra, novembre 2023 [online].

+

Fonte e conseguenza della frammentazione di un mondo sempre meno cooperativo e multilaterale, l’adozione delle normative si inserisce in una triplice funzione strategica:

– Competitività (un diritto al servizio della crescita, per favorire le imprese nazionali);

– Di potere (il diritto di dettare la direzione da seguire al mondo – in particolare a quello degli affari)23;

– Concorrenza internazionale (un diritto al servizio dell’attrattività, per attirare le risorse).

Le politiche che ne derivano rivelano, più in profondità, un cambiamento nella percezione dell’economia: gradualmente, una parte dei responsabili politici sembra affermare (almeno implicitamente) che la crescita globale non è più una prospettiva facile e che, a parità di ricchezza, la sfida consiste innanzitutto nel recuperare la fetta più grande della torta piuttosto che nel farla crescere.

Gli Stati mettono quindi le loro normative al servizio di questa ambizione: in primo luogo per proteggere la propria fetta di torta dalla concorrenza con una logica protezionista (2.1); in secondo luogo per dare slancio ai propri rappresentanti al tavolo delle trattative promuovendo i propri «campioni» (2.2); infine cercando di organizzare il menu a proprio vantaggio in una prospettiva imperialista (2.3).

2.1. Una legislazione protezionistica, per proteggersi dalla concorrenza straniera

Note

24. 

Ministero dell’Economia, delle Finanze e della Sovranità industriale e digitale, «Investimenti stranieri in Francia», 25 febbraio 2025: «I rapporti finanziari tra la Francia e l’estero sono liberi. In via eccezionale, in settori elencati in modo limitativo, che riguardano la difesa nazionale o che potrebbero mettere a rischio l’ordine pubblico e le attività essenziali per la tutela degli interessi del Paese, l’articolo L. 151-3 del codice monetario e finanziario sottopone gli investimenti esteri a una procedura di autorizzazione preventiva.» [online].

+

25. 

Pablo Barrio, Sabine Bey, Violaine Faubert e Florian Le Gallo, Una mappa mundi degli investimenti strategici: quale controllo in Francia?, Bloc-notes Éco n. 390, Banca di Francia, 17 febbraio 2025 [online].

+

26. 

Lorenzo Bencivelli, Violaine Faubert, Florian Le Gallo e Pauline Négrin, Chi ha paura dei controlli sugli investimenti esteri?, Documento di lavoro della Banque de France n. 927, Banque de France, ottobre 2023 [online].

+

L’osservazione degli sviluppi degli ultimi anni sulla scena economica mondiale rivela una rinascita delle aspirazioni protezionistiche (proteggere le imprese nazionali per consentire loro di espandersi e conquistare poi i mercati internazionali) che si autoalimenta (poiché i miei concorrenti sostengono le loro imprese, devo farlo anch’io per ristabilire l’equità concorrenziale), alimentata da considerazioni politiche (o, talvolta, da preferenze di parte) nella gestione delle politiche economiche, che contribuiscono a rendere le normative ancora più oscure.

Le normative vengono quindi promosse per «proteggere» le economie nazionali dalla concorrenza straniera, controllando più rigorosamente i flussi in entrata, come dimostrano la meticolosa supervisione degli investitori stranieri o l’istituzione di barriere doganali.

Lo sviluppo dei controlli sugli investimenti esteri offre un primo esempio di questo cambiamento di paradigma24. Questa procedura, che prevede l’approvazione dell’amministrazione quando un attore non nazionale intende investire in una serie di settori economici (e in particolare in quelli considerati «strategici»25), si è notevolmente sviluppata nei paesi europei26. Questa tendenza evidenzia la volontà di monitorare più attentamente le acquisizioni di operatori economici nazionali da parte di soggetti stranieri.

Note

27. 

Regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 19 marzo 2019, che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti diretti esteri nell’Unione.

+

28. 

Commissione europea, Quarta relazione annuale sullo screening degli investimenti diretti esteri nell’Unione (COM (2024) 464 definitivo), relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio, Bruxelles, 17 ottobre 2024 [online].

+

29. 

Direzione Generale del Tesoro, Linee guida relative al controllo degli investimenti stranieri in Francia, settembre 2022.

+

L’evoluzione dei controlli sugli investitori stranieri in Francia e in EuropaIl numero di controlli sugli investimenti esteri è cresciuto a tal punto in Europa che, per facilitare l’elaborazione delle pratiche, dal 2019 l’UE ha promosso un quadro armonizzato27. Alla fine del 2024, la Commissione ha rilevato che il numero di notifiche (ovvero il numero di pratiche presentate da imprese straniere che intendono acquisire un’attività europea) era aumentato del 18% nel periodo 2021-202328. I settori che hanno registrato il maggior numero di operazioni nel 2023 sono stati l’industria manifatturiera (39%), le tecnologie dell’informazione e della comunicazione (24%), il commercio all’ingrosso e al dettaglio (10%) e le attività finanziarie (8%). Dei 488 casi notificati, i sei principali paesi di origine erano gli Stati Uniti (33%), il Regno Unito (12%), gli Emirati Arabi Uniti (7%), la Cina (6%), il Canada (5%) e il Giappone (4%). In Francia, nel settembre 2022 sono state adottate delle linee guida che evidenziano una nuova necessità di precisare la dottrina dell’amministrazione29.

Note

30. 

La Casa Bianca, Regolamentazione delle importazioni mediante dazi reciproci per correggere le pratiche commerciali che contribuiscono ai consistenti e persistenti deficit annuali della bilancia commerciale degli Stati Uniti, Ordine esecutivo n. 14257, Washington (D.C.), 2 aprile 2025 [online].

+

31. 

Organizzazione mondiale del commercio (OMC), «Il rapporto dell’OMC evidenzia un aumento delle restrizioni commerciali in un contesto di politiche unilaterali», WTO News, 11 dicembre 2024 [online].

+

L’introduzione di nuove politiche (e quindi di normative) commerciali restrittive costituisce un secondo ricorso alle normative a fini protezionistici, questa volta con maggiore risonanza mediatica. Dall’inizio del suo secondo mandato, il presidente Trump ha infatti avviato una revisione unilaterale dei dazi doganali applicabili ai prodotti importati negli Stati Uniti. L’annuncio di questa svolta apertamente ostile al libero scambio, in quello che ha definito un «giorno di liberazione»30, ha spinto i suoi vari partner commerciali a tentare di negoziare separatamente – consolidando una dinamica non cooperativa.

Al di là della politica statunitense, le statistiche dell’OMC mostrano inoltre che le restrizioni al commercio internazionale sono aumentate negli ultimi anni31: gradualmente sono state introdotte barriere ai flussi commerciali, sia sotto forma di dazi (tasse) che di misure non tariffarie (vari obblighi normativi).

Note

32. 

OMC, Relazione annuale del Direttore Generale, op. cit.

33. 

Banca Mondiale, «Oltre i dazi doganali: sfatare i miti sulle barriere non tariffarie al commercio», Blog della Banca Mondiale, 30 aprile 2024 [online].

+

34. 

Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (UNCTAD), SDG Pulse 2024, Ginevra, 28 marzo 2025, p. 36 [online].

+

Le restrizioni al commercio – un esempio tratto dalle statistiche dell’OMCSecondo l’OMC, «tra la metà di ottobre 2023 e la metà di ottobre 2024, i suoi membri hanno introdotto 169 nuove misure restrittive per il commercio e 291 misure di facilitazione degli scambi relative alle merci (…). Il valore degli scambi commerciali interessati dalle misure restrittive è stato stimato in 887,6 miliardi di dollari, in forte aumento»32. Spesso si tratta di «misure non tariffarie»33 (MNT), ovvero diverse dai dazi doganali. Alcuni paesi utilizzano ad esempio argomenti ambientali: nel 2024, l’ONU osservava che se «solo il 2,6% di tutte le MNT è legato alla mitigazione dei cambiamenti climatici», queste «sono fortemente concentrate sui beni più scambiati, quali automobili e veicoli, macchinari, carburanti, elettrodomestici ed elettronica, prodotti a base di legno e plastica, coprendo complessivamente il 26,4% del commercio mondiale»34.

Note

35. 

Kristen Hopewell, «Il mondo sta abbandonando l’OMC: e Stati Uniti e Cina fanno da apripista», Foreign Affairs, ottobre 2024 [online].

+

36. 

Ibid.

37. 

Patricia Kim, «Non sopravvalutate l’alleanza autocratica: perché Cina e Russia non costituiscono un blocco ideologico», Foreign Affairs, 15 settembre 2025 [online].

+

Una prima conclusione è che, in materia commerciale, il multilateralismo è morto. L’agonia di questo regime basato sul libero scambio, reso possibile dalla caduta del totalitarismo sovietico, era iniziata già prima: il ciclo di negoziati dell’OMC noto come «di Doha», avviato nel 2001, era bloccato da tempo a causa dello scontro tra Cina e Stati Uniti35.

Riconoscendo il fallimento di un approccio comune, gli Stati fanno ora valere accordi «plurilaterali», ovvero facoltativi e validi solo tra i partner che lo desiderano.

Un secondo insegnamento è che l’elezione di Donald Trump costituisce, in un certo senso, un’accelerazione e un’amplificazione di un processo già avviato prima di essa.

Washington non ha quindi nominato alcun giudice nell’organo di appello dell’OMC, bloccandone il funzionamento sin dalla prima amministrazione Trump (compresa, quindi, anche l’amministrazione Biden)36.

Un ultimo insegnamento è che questo cambiamento di paradigma nel commercio internazionale ha conseguenze geopolitiche ancora incerte: la decisione di imporre dazi doganali sui prodotti indiani, ad esempio, è all’origine di un attrito tra Washington e Nuova Delhi, e non è estranea al riavvicinamento dichiarato, ma ancora imprecisato, tra la capitale indiana e Pechino o Mosca37.

Note

38. 

Michel Guénaire, Il ritorno degli Stati, Grasset, 2013.

39. 

Direzione Generale del Tesoro, «Insegnamenti tratti dalle politiche industriali del passato», Trésor-Éco, 13 febbraio 2025, a cura di Bastien Alvarez, Charlotte Gallezot, Clarissa Hida e Gaëtan Mouilleseaux, [online].

+

40. 

OMC, Rapporto sullo sviluppo delle catene del valore globali 2023, op. cit.

41. 

Augustin Landier, David Thesmar, 10 idee che animano la Francia, Flammarion, 2013.

42. 

Chad P. Bown, La politica industriale moderna e l’OMC, Documento di lavoro n. 23-15, Peterson Institute for International Economics, Washington, dicembre 2023 [online].

+

43. 

Consiglio dell’Unione europea, «Il Consiglio raccomanda una strategia industriale globale a lungo termine, con una visione al 2030», comunicato stampa 399/19, 27 maggio 2019 [online].

+

44. 

Martin Wolf, «Come non fare politica industriale», Financial Times, 18 giugno 2024 [online].

+

45. 

Simon Evenett, Adam Jakubik, Fernando Martín e Michele Ruta, Il ritorno della politica industriale nei dati, Documento di lavoro del FMI n. 24/1, Dipartimento Strategia, Politica e Revisione, Fondo Monetario Internazionale, gennaio 2024 [online]; vedi anche Valentine Millot & Łukasz Rawdanowicz, Il ritorno delle politiche industriali: considerazioni politiche nel contesto attuale, Documenti di politica economica dell’OCSE n. 34, Pubblicazioni OCSE, Parigi, 31 maggio 2024 [online].

+

46. 

Sébastien Miroudot, «Resilienza contro robustezza nelle catene del valore globali: alcune implicazioni politiche», VoxEU.org Column, 18 giugno 2020 [online]; vedi anche Rebecca Freeman & Richard Baldwin, « Rischio e resilienza delle catene di approvvigionamento globali », VoxEU.org Column, 6 aprile 2022 [online].

+

2.2. Un diritto nazionalista, al servizio dei campioni nazionali

Un’altra strategia adottata dagli Stati nella competizione economica consiste nel promuovere i propri «campioni», cosa che possono fare in due modi: in primo luogo attuando politiche industriali attive per incoraggiarne la crescita con il sostegno pubblico, in secondo luogo allentando le norme sulla concorrenza per facilitare le operazioni di fusione. In entrambi i casi, questi cambiamenti normativi segnano un «ritorno degli Stati»38 e una rottura con la teoria liberale dell’apertura dei mercati che aveva prevalso fino ad allora.

Il primo segno di questi profondi cambiamenti nella regolamentazione è che la politica industriale viene sempre più utilizzata come strumento strategico39, in particolare con l’obiettivo di «rilocalizzare» alcune produzioni o di sostenerne altre40, con un impatto tanto maggiore sugli scambi commerciali in quanto questa strada, che può avere un versante offensivo (favorire la competitività per far emergere campioni grazie alla performance e all’innovazione)41, ne ha anche uno più difensivo e non cooperativo42 (sostenere le imprese nazionali indipendentemente dai loro meriti), molto forte oggi, alimentata dalla speranza di ogni paese di accaparrarsi una parte della ricchezza mondiale in un’economia percepita come un gioco a somma zero (cosa che non è).

In Europa, il dibattito sulla politica industriale ha così ripreso slancio, tanto che l’UE si è dotata addirittura di una «strategia industriale»43. Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act di Joe Biden è stato uno degli esempi più significativi44 di mobilitazione massiccia di fondi pubblici a sostegno della produzione nazionale. È interessante notare che le motivazioni delle politiche industriali e delle normative che ne derivano si sono evolute: oggi sono sempre più giustificate da considerazioni non economiche, come l’ambiente, la sicurezza nazionale45 o la protezione degli approvvigionamenti46.

Note

47. 

Lilas Demmou, La deindustrializzazione in Francia, Documento di lavoro della Direzione Generale del Tesoro n. 2010/01, Direzione Generale del Tesoro, Ministero dell’Economia, delle Finanze e della Sovranità industriale, energetica e digitale, Parigi, 18 febbraio 2010 [online].

+

Come si spiega la deindustrializzazione?Il ritorno in auge delle politiche industriali risponde alla constatazione di una deindustrializzazione delle economie dell’OCSE. Non è tuttavia superfluo ricordare che il commercio internazionale non ne è l’unica causa. Ad esempio, la debolezza del tessuto industriale francese è dovuta innanzitutto a una mancanza di competitività, che trova le sue origini nelle scelte politiche nazionali più che nella concorrenza estera. Tre tendenze hanno giocato un ruolo determinante47: la terziarizzazione dell’economia, ovvero il crescente ricorso ai servizi (responsabile di circa un quarto della perdita di posti di lavoro nell’industria); il progresso tecnico e i relativi guadagni di produttività (65%); e il commercio internazionale (13%). La nostra deindustrializzazione è innanzitutto una nostra responsabilità.

Note

48. 

Erwan Le Noan, «Il diritto della concorrenza messo alla prova dalla politica», Les Échos, 7 agosto 2018, [online].

+

49. 

Berkeley Lovelace Jr., «Trump afferma che l’amministrazione sta indagando su violazioni delle norme antitrust da parte di Amazon e di altri giganti della tecnologia», CNBC, 5 novembre 2018 [online].

+

50. 

Nel caso in questione, la volontà di far prevalere considerazioni di natura prettamente politica nell’applicazione del diritto della concorrenza non è interamente imputabile a lui: oltre a poter essere ricondotta a una certa tradizione americana, questa tendenza era stata avviata dall’amministrazione Biden, che aveva insediato al potere personalità note per i loro convinti impegni, in particolare sulla regolamentazione dei giganti di Internet (Lina Khan alla FTC o Tim Wu alla Casa Bianca), contribuendo peraltro ad avvicinarli ai repubblicani. Dave Michaels & Annie Linskey, « MAGA antitrust agenda under siege by lobbyists close to Trump », Wall Street Journal, 6 agosto 2025 [online]; cfr. anche Alex Rogers, Hannah Murphy & George Hammond, « Has Silicon Valley gone Maga? », Financial Times, 19 luglio 2024 [online].

+

Un secondo esempio di questa evoluzione è rappresentato dalla messa in discussione del diritto della concorrenza e, in particolare, di uno dei suoi aspetti: il controllo delle concentrazioni48, procedura amministrativa mediante la quale le autorità pubbliche (la Commissione europea, l’Autorità garante della concorrenza) sono chiamate a verificare che le operazioni di concentrazione tra imprese non siano suscettibili di arrecare danno ai consumatori (compito loro affidato dal legislatore).

In Europa, da anni alcuni paesi e attori economici sostengono la necessità di un approccio più flessibile al diritto, per facilitare, attraverso le acquisizioni, il consolidamento di diversi settori. Negli Stati Uniti, il cambiamento di rotta è ancora più netto. Il presidente Trump non ha nascosto la sua intenzione di trasformare il diritto della concorrenza in uno strumento politico (durante il suo primo mandato49 e oggi nuovamente) per facilitare la creazione di campioni50.

Note

51. 

Crédit Agricole, «China Standards 2035, dove la globalizzazione incontra la geopolitica», Perspectives n. 21/073, 10 marzo 2021.

+

52. 

John Seaman, La Cina e le norme tecniche: sfide geopolitiche, Ifri, gennaio 2020 [online]; cfr. anche Claude Leblanc, «Pechino vuole affermarsi come potenza normativa di primo piano», L’Opinion, 15 gennaio 2020 [online].

+

53. 

Julien Nocetti, Un Internet a pezzi? La frammentazione di Internet e le strategie di Cina, Russia, India e Unione Europea, Ifri, febbraio 2024 [online].

+

54. 

«Tre punti chiave della nuova strategia cinese in materia di standard», Carnegie Endowment for International Peace, 28 ottobre 2021.

+

55. 

Mathieu Duchâtel e Georgina Wright, L’extraterritorialità cinese: il nuovo arsenale giuridico, Institut Montaigne, dicembre 2024 [online]; cfr. anche Georgina Wright, Louise Chetcuti e Cecilia Vidotto Labastie, L’extraterritorialità: il punto cieco della sicurezza economica europea, Institut Montaigne, marzo 2024 [online], cfr. anche Georgina Wright & Louise Chetchuti, Extraterritorialità americana: un’arma a doppio taglio, Institut Montaigne, dicembre 2024 [online].

+

56. 

«L’Europa allenterà la presa sulle grandi aziende tecnologiche?», The Economist, 5 dicembre 2024 [online].

57. 

Seb Starcevic, Jakob Weizman, Francesca Micheletti, Carlo Martuscelli e Andrew McDonald, «I dazi di Trump: cosa è appena successo — e qual è la strategia dell’Europa?», Politico Europe, 11 aprile 2025 [online].

+

58. 

Andy Bounds, «L’UE si prepara a colpire le grandi aziende tecnologiche in risposta ai dazi di Donald Trump», Financial Times, 5 febbraio 2025 [online].

+

2.3. Un diritto imperialista, al servizio del potere, per imporre una direzione al mondo

In questo contesto internazionale ormai privo di inibizioni, il diritto rappresenta per uno Stato anche uno strumento di potere, un soft power, che lo porta a utilizzare le norme per promuovere la propria visione dell’economia o della società, difendendo al contempo i propri interessi.

Un ambito poco conosciuto della rivalità per il potere è quello degli «standard», ovvero quelle norme che regolano numerose esigenze pratiche51. La Cina, in particolare, si è fortemente impegnata a diventare una potenza normativa di riferimento, cercando di influenzare gli standard tecnici e industriali su scala mondiale52: il piano « China Standards 2035 » mira a rendere il Paese il principale esportatore di standard internazionali in settori chiave emergenti53, come l’intelligenza artificiale, il 5G, l’Internet delle cose (IoT) e le energie rinnovabili54.

Un altro ambito, molto più presente nel dibattito pubblico, è quello dell’extraterritorialità del diritto, ovvero la capacità (o la volontà) di uno Stato di far applicare la propria legislazione al di là dei propri confini55.

Gli Stati Uniti sono probabilmente i più attivi in questo ambito. Il Foreign Corrupt Practices Act e il Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act, ad esempio, si applicano alle imprese straniere che utilizzano servizi finanziari statunitensi o operano su mercati chiave: queste leggi consentono a Washington di intervenire su operazioni al di fuori del territorio statunitense e di imporre di fatto la propria volontà ad attori e operazioni economiche che non ne fanno direttamente parte. Anche la Cina, sotto la guida di Xi Jinping, ha sviluppato un diritto a portata extraterritoriale, considerandolo uno strumento strategico, sia difensivo che offensivo.

L’Europa sa promuovere il proprio diritto al di là dei propri confini, in particolare in materia di concorrenza (anche se in questo ambito esiste il criterio di collegamento territoriale): la Commissione europea è infatti orgogliosa di aver inflitto severe sanzioni ad aziende statunitensi, giganti del settore tecnologico.

Da alcuni mesi, il diritto della concorrenza viene addirittura presentato come uno strumento di rivalità o di «distensione56» tra gli Stati Uniti e l’UE: la Commissione ha quindi preferito attendere prima di emettere due decisioni sanzionatorie nei confronti di Apple e Meta57, per evitare un confronto troppo immediato58 con gli Stati Uniti, mentre il presidente Trump aveva appena lanciato la sua offensiva in materia commerciale.

Note

59. 

Aifang Ma, La regolamentazione del digitale: Cina, Stati Uniti, Francia, Fondazione per l’innovazione politica, settembre 2023 [online].

+

60. 

Nocetti, Un Internet a pezzi?, op. cit. «La frammentazione è: tecnica, risultato di decisioni che limitano la connettività tra una parte di Internet e il resto della rete; geopolitica, derivante da pratiche quali la localizzazione dei dati e le interruzioni volontarie di Internet; e commerciale, legata allo sviluppo di strategie protezionistiche e alle iniziative delle piattaforme che dispiegano le proprie infrastrutture, diventando al contempo la porta d’accesso a Internet globale».

+

61. 

Marshall W. Van Alstyne & Erik Brynjolfsson, Comunità elettroniche: villaggio globale o cyber-Balcani?, Massachusetts Institute of Technology — Sloan School, marzo 1997 [online].

+

62. 

Asma Mhalla, «Splinternet: quando la geopolitica frammenta il cyberspazio», Polytechnique Insights (Institut Polytechnique de Paris), 17 gennaio 2023 [online].

+

63. 

Parmy Olson, «Un nuovo mondo per Facebook e Instagram: lo Splinternet di Zuckerberg», Bloomberg Opinion, 10 gennaio 2025 [online].

+

64. 

OCSE / OMC, Implicazioni economiche della regolamentazione dei dati: trovare un equilibrio tra trasparenza e fiducia, Edizioni OCSE / Organizzazione mondiale del commercio, 2025 [online].

+

65. 

David Kaye, «I rischi della regolamentazione di Internet: come iniziative ben intenzionate potrebbero mettere a repentaglio la libertà di espressione», Foreign Affairs, 21 marzo 2024 [online]; vedi anche Raghuram G. Rajan, « I compromessi della regolamentazione dell’IA », Project Syndicate, 26 agosto 2025 [online].

+

66. 

Legge di chiarimento sull’uso legittimo dei dati all’estero.

67. 

Thibault Schrepel, «Quando Bruxelles cristallizza l’IA nella legislazione», Les Échos, 29 settembre 2025 [online].

+

68. 

Va inoltre menzionata la regolamentazione della libertà di espressione online, al centro di questioni democratiche di grande attualità.

+

69. 

Gonçalo Perdigão, «Regolamentare l’algoritmo: perché la politica in materia di intelligenza artificiale determinerà la competitività dei mercati globali», Observer, 8 settembre 2025 [online].

+

2.4. Un sistema giuridico competitivo, più attraente rispetto a quello degli altri paesi

La regolamentazione rappresenta inoltre uno strumento a disposizione degli Stati per creare contesti giuridici attraenti. Diverse politiche hanno quindi cercato di promuovere normative più favorevoli alle imprese, al fine di attrarre capitali, attività e talenti.

Questa dinamica competitiva non è necessariamente negativa: può infatti spingere ogni paese a puntare al rendimento economico. Tuttavia, essa si traduce in una frammentazione del mondo, poiché alcuni blocchi (come l’Europa) si rifiutano di partecipare alla corsa (o non sono in grado di farlo).

Le normative in materia di tecnologia digitale o di mercati finanziari ne sono un esempio.

Da diversi anni, il progetto di un Internet globale senza confini sembra infrangersi contro le realtà geoeconomiche: si stanno delineando tre grandi blocchi (Stati Uniti, Cina ed Europa), animati da logiche di regolamentazione distinte59 e multiformi60. Questa progressiva «balcanizzazione»61 attraverso la regolamentazione sta trasformando lo spazio digitale da un vasto Internet a uno «splinternet »62 in cui gli attori economici adattano e differenziano le loro pratiche, le loro offerte e le loro proposte di contenuti a seconda delle aree geografiche63.

La regolamentazione dei dati costituisce quindi un ambito particolarmente conflittuale: con l’affermarsi dell’economia digitale si sono sviluppate normative64 sempre più divergenti tra l’UE e gli Stati Uniti65. Una prima divergenza era emersa negli anni 2010, alimentata da questioni di sovranità. Il CLOUD Act66 (2018) prevede quindi che le aziende tecnologiche statunitensi debbano poter fornire alle autorità americane i dati degli utenti, anche se archiviati all’estero, qualora la giustizia ne faccia richiesta. Interpellata su questo testo, la Corte di giustizia dell’Unione europea (CGUE) ha stabilito (in due sentenze denominate «Schrems I» nel 2015 e «Schrems II» nel 2020) che le garanzie fornite dagli Stati Uniti in materia di protezione dei dati personali non erano equivalenti a quelle dell’UE – avendo quest’ultima adottato norme molto rigorose.

Questa divergenza transatlantica sembra accentuarsi con l’intelligenza artificiale. In questo ambito, l’UE, che intende posizionarsi (eccessivamente)67 all’avanguardia della regolamentazione, ha adottato un AI Act (2024)68, che mira a regolamentare gli usi di questa nuova tecnologia in base al grado di rischio che potrebbero rappresentare. Gli Stati Uniti sembrano molto meno entusiasti: ad oggi non esiste alcuna legislazione federale (appena insediato, Donald Trump ha revocato un decreto esecutivo del presidente Biden; il governatore della California, democratico, ha posto il veto su un testo di regolamentazione dell’IA, ritenendo che norme troppo premature potrebbero intaccare la competitività del Paese)69.

La proliferazione di normative divergenti sui mercati finanziari costituisce un ulteriore esempio della concorrenza internazionale, in particolare in un settore in cui il capitale è estremamente mobile – e in cui l’Europa fatica a tenere il passo. Anche in questo caso, due continenti, due normative – e vincoli diversi per le imprese.

Note

70. 

Commissione europea – Direzione generale Mercato interno, industria, imprenditoria e PMI, Relazione annuale 2025 sul mercato unico e la competitività, Commissione europea, 29 gennaio 2025 [online].

+

Il ritardo dell’Europa sui mercati dei capitaliNel 202470, il rapporto Draghi rilevava, con tono di rammarico, che il capitale di rischio era sceso allo 0,05% del PIL nel 2023 (rispetto allo 0,09% del 2022), ben al di sotto dei livelli statunitensi (« si stima che il mercato del capitale di rischio dell’UE rimanga 10 volte più piccolo di quello degli Stati Uniti e 7 volte più piccolo di quello della Cina »).

Note

71. 

Autorità di vigilanza prudenziale e di risoluzione (ACPR), «Un passo importante per la finanza sostenibile in Europa: gli obblighi di trasparenza derivanti dall’entrata in vigore del regolamento SFDR», Rivista dell’ACPR, aprile 2021 [online], in particolare sulla «doppia materialità», che induce gli attori finanziari a spiegare in che modo tengono conto dei «rischi in materia di sostenibilità» e degli «impatti negativi in materia di sostenibilità» nelle loro scelte di investimento.

+

72. 

Marie Bellan, «Direttiva CSRD: l’Europa smantella il Patto verde per evitare di ridurlo a brandelli», Les Échos, 1° aprile 2025 [online].

+

73. 

Commissione per i Titoli e gli Scambi (SEC), Miglioramento e standardizzazione delle informazioni relative al clima destinate agli investitori, Comunicato n. 33-11275; fascicolo n. S7-10-22, adottato il 6 marzo 2024, entrato in vigore il 28 maggio 2024 [online].

+

74. 

Forum economico mondiale e Oliver Wyman, Affrontare la frammentazione del sistema finanziario globale, Forum economico mondiale, gennaio 2025 [online].

+

75. 

Colby Smith, Martin Arnold, Joshua Franklin e Stephen Gandel, «Come Wall Street ha ottenuto la “capitolazione” della Federal Reserve sulle nuove norme bancarie», Financial Times, 10 settembre 2024 [online].

+

76. 

Michael S. Barr, «The Next Steps on Capital»: discorso tenuto alla Brookings Institution, Consiglio dei governatori della Federal Reserve degli Stati Uniti, 10 settembre 2024 [online].

+

77. 

Martin Arnold, «L’autorità di regolamentazione britannica attenua il nuovo regime patrimoniale per le banche dopo le pressioni della City», Financial Times, 12 settembre 2024 [online].

+

78. 

Krystèle Tachdjian, «Con Basilea III, si allarga il divario normativo tra banche europee e americane», Les Échos, 15 gennaio 2025 [online].

+

79. 

Édouard Lederer, «Regolamentazione bancaria: tre grandi paesi europei vogliono mettere un freno», Les Échos, 8 ottobre 2024 [online].

+

80. 

Gabriel Nédélec, «Si fa sempre più tesa la situazione tra banchieri e autorità di regolamentazione europee», Les Échos, 29 novembre 2024 [online].

+

Le questioni ambientali e le relative normative stanno assumendo un ruolo sempre più centrale nella regolamentazione finanziaria. In materia, l’Europa impone un quadro rigoroso, basato su una logica di « reporting » costituita da indicatori e procedure, al centro dei recenti testi più mediatici: il regolamento SFDR (Sustainable Financial Disclosure, che ha imposto obblighi di trasparenza secondo un approccio detto di « doppia materialità »71) e la direttiva CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive, che prevede che le imprese europee debbano produrre rapporti precisi sui loro impatti ESG – Ambiente, Sociale, Governance), secondo una nomenclatura dettagliata ed esigente72. Negli Stati Uniti, gli standard sono decisamente meno rigorosi e la maggior parte delle normative rimane volontaria73 – questa divergenza si è del resto accentuata con quello che gli analisti hanno definito un « ESG backlash », un movimento di imprese e Stati federati che hanno protestato contro l’aumento degli obblighi normativi.

Nel campo della regolamentazione prudenziale74, gli Stati Uniti75 hanno cercato, sin dall’inizio del mandato di Joe Biden, di allentare i vincoli che gravano sulle loro banche, in particolare quelli previsti dall’accordo internazionale denominato «Basilea III76 », che mirano ad aumentare i requisiti in materia di fondi propri, liquidità e gestione dei rischi. Parallelamente, la Banca d’Inghilterra ha allentato i propri piani per le banche britanniche e ne ha rinviato l’attuazione al 202677. L’UE, dal canto suo, ha recepito le norme in modo rigoroso78, portando Francia, Germania e Italia a inviare una lettera alla Commissione europea, chiedendo un rallentamento nell’adozione delle nuove normative bancarie79. Più recentemente, i banchieri sono intervenuti pubblicamente per esprimere la loro «stanchezza» nei confronti di un livello di norme considerato eccessivo80.

In ambito finanziario si stanno così progressivamente consolidando le divergenze normative tra gli Stati Uniti e l’Europa. Queste differenze rischiano di porre alcuni attori europei di fronte a scelte delicate: nonostante le forti convinzioni che possono sostenere, riusciranno a mantenere standard elevati quando i loro concorrenti più vicini non sono tenuti a rispettare gli stessi vincoli?

IIPartita

La posta in gioco: fallire o sopravvivere

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1

La messa in discussione del modello europeo

Note

81. 

Erwan Le Noan, «Il “Brussels effect”: la dolcezza dell’Europa sul mondo?», Rivista politica e parlamentare, 1° febbraio 2023 [online].

+

82. 

Anu Bradford, The Brussels effect – How the European Union rules the world, Oxford University Press, 2020. L’autrice aveva inizialmente presentato questa idea in un articolo del 2012: Anu Bradford, «The Brussels Effect», Northwestern University Law Review, vol. 107, n. 1, 2012.

+

83. 

Zaki Laïdi, La norma senza la forza – L’enigma del potere europeo, Presses de Sciences Po, 2008.

+

84. 

Bradford, L’effetto Bruxelles, op. cit.

1.1. Effetto Bruxelles o Difetto di Bruxelles?

In questo contesto internazionale frammentato e ipercompetitivo, l’Europa fatica a trovare il proprio posto. Nel suo discorso, tende a fare della qualità della propria regolamentazione un punto di forza distintivo. Alcuni anni fa, Anu Bradford pubblicò un’opera che descriveva il modo in cui l’Europa influenza le normative globali81. Definiva questo soft power come « Brussels effect », un concetto che ha riscosso un grande successo mediatico e che « si riferisce alla capacità unilaterale dell’UE di regolamentare il mercato mondiale »82. Questa visione del diritto come vettore specifico dell’influenza europea non è nuova. Zaki Laïdi lo scriveva nel 2008: «il ricorso alla norma è per l’Europa più di una scelta.

Si tratta di una necessità che trova la sua origine nel carattere normativo della costruzione europea. La norma è ciò che permette all’Europa di superare la sovranità degli Stati senza abolirla»83.

Questo effetto è reale: in materia di regolamentazione dei dati, il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) viene applicato in modo rigoroso dalle grandi aziende internazionali e ha ispirato alcune legislazioni al di fuori dell’UE. Anche il diritto europeo della concorrenza è rispettato a livello mondiale. È tuttavia possibile verificare un potere della portata descritta da Anu Bradford, secondo la quale l’UE brilla per la sua «egemonia normativa mondiale senza pari tra i suoi rivali geopolitici»84? Sembra imperativo moderare l’affermazione.

In primo luogo, il potere del diritto è una conseguenza del potere economico piuttosto che la sua fonte. L’elezione di Donald Trump e, più in generale, gli sconvolgimenti nelle relazioni geoeconomiche dimostrano che sono proprio la vitalità e la solidità economica a consentire al nuovo presidente americano di ritenersi libero di ignorare le convenzioni internazionali e di passare all’offensiva contro le norme dei suoi partner.

Note

85. 

Francesca Micheletti, «Il capo dell’agenzia antitrust di Trump critica le norme digitali dell’UE definendole “tasse sulle aziende americane”», Politico Europe, 2 aprile 2025 [online].

+

86. 

Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti (Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti), Lettera della Commissione Giustizia a Teresa Ribera sul Digital Markets Act, 23 febbraio 2025 [online].

+

L’offensiva statunitense contro la regolamentazione europea del settore digitaleL’amministrazione statunitense accusa regolarmente l’Europa di avvalersi della propria legislazione per prendere provvedimenti contro le imprese statunitensi, citando in particolare le recenti leggi europee in materia di regolamentazione dei mercati digitali85. Nel febbraio 2025, ad esempio, il presidente della commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti, Jim Jordan, ha scritto alla commissaria europea Teresa Ribera per esprimerle le sue preoccupazioni riguardo alla regolamentazione delle grandi aziende tecnologiche in Europa: «Le scriviamo per esprimerle le nostre preoccupazioni sul fatto che il DMA (« Digital Markets Act ») potrebbe prendere di mira le aziende americane», aggiungendo che «l’obiettivo della Commissione europea è quello di porre rimedio al rallentamento economico dell’Europa strumentalizzando il DMA contro le aziende americane»86.

Note

87. 

Laurent Cohen-Tanugi, «L’Europa come potenza normativa internazionale: situazione attuale e prospettive», Revue européenne du droit, n. 3, 2021/2, pp. 100-106, Groupe d’études géopolitiques, dicembre 2021 [online].

+

88. 

Thierry Chopin, «Il rapporto di molti francesi con l’Europa è complicato», Toute l’Europe, 29 giugno 2008 [online].

+

In secondo luogo, la capacità di innovare plasma il mondo più di quella di regolamentarlo. In questo caso, la critica secondo cui l’UE si limita a regolamentare ciò che non è stata in grado di inventare non è del tutto errata. Chi ha maggiore utilità e influenza duratura sulle nostre vite: TikTok e Apple, o i testi che ne regolano l’uso a posteriori? Chi ha inventato l’automobile o chi ha redatto i principi dell’assicurazione automobilistica?

Al contrario, la stabilità giuridica è un fattore fondamentale per la sicurezza delle imprese (consente loro di pianificare e guardare al futuro con serenità): norme ben concepite, trasparenti e adeguate alle realtà economiche favoriscono l’innovazione e riducono i costi di transazione per le imprese.

Infine – e soprattutto, puntare esclusivamente sull’«effetto Bruxelles» potrebbe rivelare un rifiuto di intraprendere la via di una «vera» potenza nell’ordine mondiale. Laurent Cohen-Tanugi si chiede giustamente se «una strategia di potenza (o di autonomia strategica) fondata sulla norma come sostituto della forza non rientri in una tendenza storica del progetto europeo a definirsi attraverso i propri valori e la propria virtù a scapito dei propri interessi, e a precludersi così ogni coscienza e affermazione geopolitica»87. Allo stesso modo, Thierry Chopin sottolinea il rischio che, «nel migliore dei casi, l’Unione sarebbe una “potenza normativa” che esercita un “soft power”, ma che sarebbe incapace di dotarsi dei mezzi classici del potere»88.

1.2. La necessità di un risveglio

Note

89. 

Commissione europea – Direzione generale del Mercato interno, Relazione annuale 2025 sul mercato unico e la competitività, op. cit.

+

90. 

Richard Hiault, «Crescita: l’inevitabile ampliamento del divario tra Europa e Stati Uniti», Les Échos, 17 gennaio 2025 [online].

+

91. 

Mario Catalán, Andrea Deghi e Mahvash S. Qureshi, «How High Economic Uncertainty May Threaten Global Financial Stability», Blog dell’FMI, 15 ottobre 2024 [online], cfr. anche Raul Sampognaro, «Effetto dell’incertezza politica sulle prospettive di crescita», Blog dell’OFCE, 3 dicembre 2024 [online].

+

92. 

Jean Tirole, «Di fronte all’offensiva tecnolibertaria, il diritto della concorrenza deve farsi valere», Challenges, 4 marzo 2025 [online]; cfr. anche Agathe Demarais & Abraham Newman, «Europe Must Unlock Its Geoeconomic Power», Foreign Affairs, 14 novembre 2024 [online].

+

Come ben documentato dal rapporto Draghi, la vera sfida per l’Europa è la sua incapacità di affermarsi sui mercati mondiali, a causa del calo della sua competitività89. Ad esempio, dal quarto trimestre del 2019 a settembre 2024, l’economia statunitense è cresciuta del 9,4%, contro solo il 4% dell’area dell’euro90. Il divario si sta ampliando notevolmente.

Tuttavia, non esiste un vero potere normativo senza un previo potere economico. È proprio grazie alla loro economia forte che gli Stati Uniti possono pretendere di dettare legge, in senso letterale e figurato.

L’UE, dal canto suo, si è accontentata troppo della propria capacità di elaborare norme e di orientare i comportamenti (degli Stati, delle imprese, dei singoli); ma tale influenza non è altro che un potere destinato a indebolirsi se non si fonda sull’efficienza economica. Nel contesto sconvolto degli anni 2020, le aree economiche meno competitive si trovano in una posizione di grave svantaggio.

«Bruxelles» non è l’unica responsabile. Anche gli Stati membri hanno la loro parte di responsabilità: non solo la reattività dell’UE dipende da loro, ma le loro singole politiche nazionali sono fattori determinanti per la forza collettiva. A questo proposito, un’economia francese in difficoltà non è un punto di forza per il continente – e l’incertezza politica ha, del resto, un costo91.

L’intero continente deve fare delle scelte: l’Europa non può essere competitiva e allo stesso tempo perseguire una strategia di ritiro e di quiete; non può voler regolamentare il mondo se non è in grado di fungerne anche da gendarme (almeno dal punto di vista economico). A questo proposito, come scrive il premio Nobel Jean Tirole, occorre «innanzitutto reagire contro le nostre stesse debolezze e fare in modo di poter finalmente mantenere il nostro posto nel mondo economico92». In parole povere, occorre ritrovare la via della crescita.

Il ciclo dalla competitività al potere –
Il paradigma dinamico di un mondo competitivo

In un mercato globale competitivo, è proprio la performance economica che consente alle imprese di affrontare la concorrenza e quindi di rafforzare, attraverso la crescita, il potere del proprio Stato, dando a quest’ultimo la possibilità di imporre i propri standard – e, di conseguenza, in un circolo virtuoso e dinamico di adattamento continuo, di favorire la loro crescita.

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La dimensione verticale della regolamentazione –
L’illusione europea della pianificazione

Nell’illusione europea, è proprio la qualità degli standard a conferire potere, imponendo tali standard al mondo e garantendo alle imprese del continente un vantaggio competitivo derivante dall’elevato livello dei loro requisiti, che i consumatori dovrebbero riconoscere, rafforzando così la loro competitività.

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Questo studio propone quindi alcuni semplici spunti per raggiungere tale obiettivo, spunti che potrebbero fungere da linee guida sia per la Commissione che per la Francia, e in particolare per il prossimo governo, in vista delle elezioni presidenziali. Si possono riassumere in tre parole:

– Unificare
– Semplificare
– Consolidare

Ciò richiede un intervento da parte degli Stati, una risposta da parte dell’UE, ma anche una piena mobilitazione delle imprese, che troppo spesso rimangono passive di fronte ai cambiamenti normativi che ne indeboliscono la competitività.

2

Unificare

Note

93. 

Commissione europea, Il rapporto Draghi, op. cit.

94. 

Samuel Adjutor, Antoine Bena e Simon Ganem, «Il mercato unico europeo, un vettore di integrazione economica e commerciale», Trésor-Éco, Direzione Generale del Tesoro, 5 marzo 2024 [online].

+

95. 

Enrico Letta, Molto più di un mercato: velocità, sicurezza, solidarietà — Rafforzare il mercato unico per garantire un futuro sostenibile e prosperità a tutti i cittadini dell’UE, Rapporto, Consiglio dell’Unione europea, aprile 2024 [online].

+

96. 

I trattati europei promuovono quattro libertà, che costituiscono i pilastri del mercato unico: la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali.

+

2.1. Mercati frammentati, concorrenza sleale

Uno dei paradossi dell’Europa è quello di definirsi e considerarsi un mercato unico, mentre in realtà questo è frammentato. Lo è per ragioni storiche, linguistiche e culturali, ma anche normative: pur continuando a invocare un rafforzamento dell’unità del continente, gli Stati membri non sempre si inseriscono in dinamiche di unificazione. Le normative (fiscali, sanitarie, agricole e di altro tipo) rimangono distinte – se non addirittura contraddittorie. Questa logica non è illegittima, ma spesso non è compatibile con la realizzazione di un mercato unico né con il discorso portato avanti dall’UE. Mario Draghi ha scritto: «Abbiamo anche lasciato il nostro mercato unico frammentato per decenni, il che ha un effetto a cascata sulla nostra competitività»93, per almeno due ragioni.

In primo luogo, questa frammentazione crea divergenze normative che rallentano gli scambi commerciali: le imprese devono adeguarsi a norme che variano da un paese all’altro, il che ne aumenta i costi e ne riduce le opportunità.

Inoltre, questa pratica crea squilibri in termini di competitività. A tal proposito, la Francia ha assunto l’abitudine, ormai ben nota, di «sovratrasporre», ovvero di inasprire il livello di vincoli imposti ai propri operatori economici quando recepisce i testi dell’UE nel proprio diritto nazionale. Non solo questa pratica equivale ad allontanarsi dalla logica di unificazione del mercato, ma penalizza anche l’economia nazionale, incidendo negativamente sulla competitività delle imprese.

Non bisogna fraintendere: la concorrenza tra le legislazioni è legittima. Dopotutto, se la Francia desidera seguire una politica interventista che privilegia la ridistribuzione mentre la Germania o l’Italia preferiscono una politica normativa competitiva, che siano tutte libere di farlo! Ma non è logico, né tantomeno legittimo, che la Francia se ne lamenti e si lamenti. Inoltre, poiché l’Europa è innanzitutto un mercato, è necessario che questo sia regolamentato nel senso di una libera circolazione. Negli Stati Uniti, dove esiste la concorrenza tra gli Stati, questi non sono per questo meno soggetti a norme comuni che garantiscono l’efficienza di un grande mercato commerciale.

A tal proposito, ogni Stato membro dovrebbe fare i conti con le proprie debolezze, prima di dare la colpa all’Europa. La Francia è un ottimo candidato per questo esercizio.

2.4. Fare del mercato unico l’unica priorità dell’Europa

La prima strada da seguire per garantire la competitività dell’economia europea e l’emergere di campioni europei è quella dell’unità del mercato europeo, il cui «approfondimento» si è rivelato vantaggioso94 e deve essere portato avanti.

Il rapporto Letta95, presentato nel 2024 alla Commissione, sosteneva questa posizione, con l’obiettivo di approfondire il mercato, in particolare in alcuni settori (come le telecomunicazioni, l’energia e la difesa). Raccomandava addirittura l’introduzione di una «quinta libertà»96 incentrata sulla ricerca, l’innovazione e l’istruzione.

Questi sviluppi richiederanno tuttavia molto tempo prima di concretizzarsi e produrre risultati: è difficile immaginare perché e in che modo gli ostacoli che hanno impedito ai governi, ma anche ai cittadini, di realizzare il mercato unico dovrebbero scomparire all’improvviso – o addirittura in tempi rapidi. Sebbene il rapporto Draghi sia stato pubblicato nel settembre 2024, a più di un anno di distanza si fatica a individuarne le prime conseguenze concrete. L’UE deve quindi proseguire sulla via dell’unificazione, senza illudersi sulla rapidità del processo: non consentirà la creazione di campioni nel brevissimo termine.

La prossima Commissione dovrebbe quindi fare dell’unità del mercato la sua priorità assoluta e porre fine alle iniziative secondarie. Deve ricordare che la vocazione primaria dell’Europa era quella di essere un mercato, poiché è dalla forza economica che devono derivare la sua esistenza e il suo potere politico. Per la Francia, ciò significa che deve innanzitutto ottimizzare la propria competitività.

Un secondo approccio per favorire l’unità del mercato e ripristinare l’equità della concorrenza spetta agli Stati membri: la Francia deve smettere di applicare norme più restrittive rispetto a quelle previste a livello comunitario e, più in generale, riflettere sui numerosi oneri normativi che impone alle proprie imprese, le quali operano in un contesto competitivo europeo o addirittura internazionale.

In un contesto in cui le riforme europee procedono a rilento, l’azione a livello nazionale rappresenta quindi una leva immediata e decisiva per rafforzare la competitività.

Raccomandazione n. 1: La Commissione e il prossimo governo francese dovrebbero riportare l’unificazione economica del mercato europeo in cima all’agenda politica europea, mettendo da parte gli altri progetti di minore importanza (ad eccezione della difesa);

Raccomandazione n. 2: Istituire un gruppo di lavoro sulla convergenza normativa (Stati membri, Commissione, Parlamento europeo) incaricato di proporre misure operative volte a ridurre le divergenze in materia fiscale, sociale e ambientale, corredate di un calendario;

Raccomandazione n. 3: Introdurre una clausola di non sovratrasposizione che comporti, in una prima fase, l’identificazione chiara, nei testi discussi in Parlamento, dei vincoli e degli obblighi aggiunti dal legislatore nazionale.

3

Semplificare

Note

97. 

Commissione europea, Il rapporto Draghi, op. cit.

98. 

Ibid.

3.1. Eccessiva regolamentazione, mancanza di concorrenza

Un altro paradosso dell’UE (e forse, anche in questo caso, ancora di più della Francia) è che, dato il suo modello economico e sociale, essa entra in questo periodo di turbolenze globali gravata da contraddizioni difficili da conciliare. I suoi attori economici ne risentono:

– Una pressione fiscale e normativa interna che, talvolta (ma non sempre), per ragioni legittime legate alla promozione del proprio «modello sociale» e «ambientale», finisce di fatto per comprometterne la competitività. Le imprese europee si affacciano sui mercati mondiali gravate da normative che ne aumentano i costi;

– Una pressione concorrenziale esterna sempre più agguerrita, spesso esercitata da operatori economici che beneficiano a loro volta di aiuti pubblici nei propri paesi, sfuggendo così alle regole di un mercato realmente concorrenziale.

Nel complesso, il modello europeo, che si propone come il più virtuoso, sembra mancare di adattabilità alle realtà geoeconomiche.

In questo ambito, l’UE ha ancora molta strada da fare. Il rapporto Draghi, pubblicato nell’autunno del 2024, ha lanciato un chiaro allarme: le normative possono costituire un freno alla crescita97. Viene puntato il dito contro l’eccesso di regolamentazione: «negli Stati Uniti sono stati promulgati circa 3.500 atti legislativi e adottate circa 2.000 risoluzioni a livello federale nel corso degli ultimi tre mandati del Congresso (2019-2024). Nello stesso periodo, l’UE ha adottato circa 13.000 atti»98.

Note

99. 

Erwan Le Noan, «I datori di lavoro ci tireranno fuori dall’inferno normativo francese?», L’Opinion – 20 aprile 2025 [online].

+

La Francia è sommersa dalle norme99La Francia è sommersa dalle norme. Nel 2023, le leggi hanno aggiunto 565.555 parole alla normativa, le ordinanze 147.071 e i decreti ben 1.732.426! La Gazzetta Ufficiale ha raggiunto le 69.549 pagine, contro le 33.997 del 2004 (+105%). In totale, nel 2024, la Francia era regolata da 95.838 articoli di legge e 258.385 di decreto. Nel 2003, c’erano «solo» 55.256 articoli di legge (ovvero un aumento del +73%) e 168.673 articoli di decreto (+53%). Nello stesso periodo, il Codice del lavoro è passato da 5.027 articoli a 11.301 (+125%), quello del commercio da 1.920 a 7.178 (+274%), quello del consumo da 633 a 2.172 (+243%), quello della sanità da 5.340 a 13.310 (+149%), quello dell’ambiente da 1.020 a 6.962 (+583%)!

Note

100. 

Commissione europea, Un’Europa più semplice e più rapida: Comunicazione sull’attuazione e la semplificazione, 2024-2029, relazione, 2025 [online].

+

101. 

Louise Darbon, «Norme assurde, obblighi inapplicabili… Come le aziende aggirano le regole dello Stato, in piena legalità» Le Figaro, 15 aprile 2024 [online].

+

102. 

IMD – International Institute for Management Development, World Competitiveness Yearbook 2024, World Competitiveness Center, Losanna, giugno 2024 [online].

+

103. 

«Migliorare la regolamentazione — Legiferare meglio: il processo legislativo dell’Unione europea», Commissione europea [online].

+

104. 

«Semplificazione e attuazione — Legiferare meglio: il processo legislativo dell’Unione europea», Commissione europea [online].

+

105. 

Yann Algan, Pierre Cahuc, La società della sfiducia – come il modello sociale francese si autodistrugge, CEPREMAP, Éditions Rue d’Ulm/Presses de l’École normale supérieure, 2007.

+

3.2. Perseguire un obiettivo di deregolamentazione

Un secondo asse prioritario è quindi quello della semplificazione. Deve concentrarsi in primo luogo sulle normative (in particolare in materia fiscale). Il suo obiettivo deve essere quello di facilitare la vita delle imprese (e dei cittadini), poiché anche i costi amministrativi (circa 150 miliardi di euro nell’UE100) meritano di essere razionalizzati.

Già nel 2006 il Consiglio di Stato aveva denunciato l’eccesso di produzione normativa. Da allora in Francia si sono susseguiti i cosiddetti «shock di semplificazione». A partire dal 2017 è stato inoltre compiuto uno sforzo significativo a favore della digitalizzazione delle procedure101. Nel 2024 è stata persino creata «France simplification». La Francia rimane tuttavia piuttosto mal posizionata nelle classifiche internazionali102: si colloca al 43° posto in termini di efficienza dell’amministrazione, al 67° posto in termini di politica fiscale, 30a per la legislazione in materia commerciale.

A livello europeo, anche la nuova Commissione ha fatto della semplificazione («Legiferare meglio») un progetto prioritario103. In particolare, persegue l’obiettivo di ridurre gli oneri amministrativi esistenti di almeno il 25%, e del 35% per le PMI (-37 miliardi di euro di costi)104. Ma i risultati tardano a manifestarsi.

Per andare oltre, non basta semplificare a posteriori, occorre ridurre il numero delle norme, il che presuppone una rivoluzione intellettuale: per riuscirci, l’amministrazione deve riporre fiducia nei cittadini, senza partire sistematicamente dal presupposto che questi cercheranno di abusare di lei e della legge. In sintesi, occorre uscire dalla «società della sfiducia»105.

Sia l’UE che la Francia devono quindi smettere di voler regolamentare tutto. La deregolamentazione è la nostra seconda priorità fondamentale.

Raccomandazione n. 1: Introdurre una moratoria normativa settoriale (in particolare nei settori del digitale, dell’energia e delle biotecnologie): nessuna nuova normativa prima che quelle precedenti siano state valutate;

Raccomandazione n. 2: Introdurre un principio di fiducia nell’elaborazione delle norme: valutare sistematicamente se l’obiettivo assegnato a una norma possa essere raggiunto in modo diverso rispetto all’imposizione di vincoli e privilegiare gli obblighi di risultato piuttosto che quelli di mezzo;

Raccomandazione n. 3: Condurre una valutazione della regolamentazione nei settori strategici (in particolare nel digitale, nell’energia e nelle biotecnologie), alla quale partecipino gli operatori di tali settori, al fine di valutare il costo delle norme, la loro pertinenza ed eliminare tutte quelle che ostacolano la crescita.

4

Consolidare

Note

106. 

Marko Botta, «Le tendenze e i casi che definiranno l’antitrust europeo nel 2025», ProMarket1, 14 gennaio 2025 [online].

+

107. 

Javier Espinoza, «La sfida di creare campioni aziendali europei», Financial Times, 22 gennaio 2025 [online].

+

108. 

Ibid.

109. 

Arnaud Montebourg aveva affrontato questo tema quando era ministro: «Da trent’anni i consumatori dettano legge in Europa e il risultato è un disastro (…). Io difendo i produttori», Jean-Jacques Mevel, «Montebourg all’assalto dell’Europa “liberale”», Le Figaro, 10 dicembre 2012 [online].

+

110. 

Cristina Caffarra, «L’antitrust e l’economia politica: Parte 1», VoxEU.org (Centre for Economic Policy Research), 5 gennaio 2024 [online].

+

111. 

Max von Thun, «La concorrenza, non la concentrazione, è la chiave per un’Europa resiliente e innovativa», ProMarket, 5 giugno 2024 [online]; vedi anche Sara Calligaris, Chiara Criscuolo, Josh de Lyon, Andrea Greppi e Oliviero Pallanch, «Nuovi approcci per misurare la (crescente) concentrazione in Europa», VoxEU.org, 26 gennaio 2025 [online]; vedi anche Fiona M. Scott Morton, I tre pilastri di un’efficace politica di concorrenza dell’Unione europea, Bruegel Policy Brief 19/24, Bruegel, 10 settembre 2024 [online].

+

4.1. Mercati frammentati, consolidamento impossibile

Le ambiguità europee tra la frammentazione di fatto dei mercati e l’unificazione auspicata in teoria hanno gravi conseguenze, in quanto talvolta costituiscono ostacoli insormontabili alla nascita di colossi industriali, mentre la concorrenza internazionale sta accelerando e intensificandosi.

Nel complesso, oggi le imprese europee si trovano di fronte a contraddizioni pericolose: non operando in un ampio mercato unico, possono crescere solo sui propri mercati nazionali; tuttavia, raggiungere una dimensione critica a livello continentale (o almeno che copra diversi paesi) è per loro indispensabile per investire ed affermarsi sui mercati internazionali. Sono quindi tentate di consolidare i propri mercati (la via del consolidamento è richiesta dagli operatori economici in numerosi settori: telecomunicazioni, banche, ecc.), ma le autorità garanti della concorrenza si oppongono, temendo i rischi per i consumatori (che è la loro missione) e rispondono loro che l’unica opzione praticabile sarebbe quella di un’espansione su altri mercati, all’interno di un grande mercato europeo… che non esiste.

L’UE continua così a sostenere la competitività continentale e la creazione di campioni europei, concependo le proprie normative a livello dell’Unione, mentre la realtà economica non corrisponde a questa visione dei mercati – spesso, anche in questo caso, perché gli Stati membri non lo consentono.

4.2. Favorire la formazione di squadre competitive

Il percorso verso il consolidamento europeo sembra aver registrato recentemente alcuni segnali di fermento: si fa sempre più pressante il dibattito sulla necessità di avere dei «campioni» europei e – in assenza di un mercato unico – sul fatto che tale percorso passi attraverso le concentrazioni.

Va segnalata una serie di iniziative: le relazioni Draghi e Letta hanno sollecitato una forma di consolidamento del mercato a livello europeo, non dei mercati nazionali; Ursula von der Leyen ha invocato un «nuovo approccio alla politica di concorrenza» che dovrebbe essere «più favorevole alle imprese che si sviluppano sui mercati mondiali»106.

Permangono tuttavia alcune ambiguità che rallentano i progetti, mentre le questioni concrete vengono spesso eluse. Il dibattito verte quindi su una questione chiave: l’UE deve privilegiare la creazione di grandi imprese in grado di competere con i giganti mondiali107, anche se ciò riduce la concorrenza interna108 – e danneggi i consumatori, in particolare attraverso aumenti dei prezzi109? Sebbene una parte degli operatori110 e delle imprese sostenga questa linea, essa non è esente da forti opposizioni111.

Nel frattempo, le imprese europee si trovano nel pieno della tempesta… Anche la Francia deve agire senza indugio, a livello nazionale.

Raccomandazione n. 1: Introdurre un principio di competitività nell’adozione delle normative nazionali: ogni proposta di normativa nazionale francese dovrà essere accompagnata da una valutazione del suo impatto sulla crescita;

Raccomandazione n. 2: Effettuare una valutazione costi/benefici del controllo delle concentrazioni e valutare la possibilità di applicarla alle operazioni di maggiore entità;

Raccomandazione n. 3: Favorire la convergenza dei mercati dei capitali.

Conclusione: la riforma francese

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Note

112. 

Michel Camdessus, Il rilancio. Verso una nuova crescita per la Francia, relazione, Vie publique, 2004 [online].

+

La Francia deve smettere di scaricare le proprie responsabilità su Bruxelles e di riporre le proprie speranze a livello europeo: le sue debolezze sono dovute innanzitutto alle sue carenze (in particolare in materia di governance e di governo), mentre le soluzioni dipenderanno innanzitutto dalla sua capacità di agire.

Anche l’Europa non può aspirare al potere politico se non è in grado di affermarsi sul piano economico. Eppure, gli indicatori non mostrano chiaramente un andamento positivo.

Si potrebbe osservare che il contesto internazionale è diventato più incerto, più rischioso e più competitivo e che ciò giustifica quindi la necessità di rafforzare la competitività del Vecchio Continente. È vero. Ma questa è solo una parte della motivazione, poiché, in un’economia moderna, è comunque indispensabile mantenere costantemente una capacità di innovazione e una flessibilità che garantisca la resilienza.

La competitività normativa è un modo per raggiungere questo obiettivo. La regolamentazione deve essere messa al servizio della crescita: sarà necessario compiere scelte delicate, che provocheranno reazioni sociali dolorose.

I responsabili politici sembrano titubanti – in parte, forse, perché non sanno come preservare il modello europeo di protezione sociale dei cittadini, soprattutto in tempi difficili, e al contempo far evolvere il modello economico. Nella migliore delle ipotesi, ciò rivela una mancanza di riflessione.

La società deve agire. Spetta a lei facilitare il «sbalzo»¹¹². Alle imprese spetta quantificare oggettivamente i vincoli che la regolamentazione impone loro e il costo che ciò comporta per l’economia nel suo complesso. Le argomentazioni a proprio favore non bastano a convincere. E nemmeno la cortese pazienza. Devono affrontare meglio l’argomento perché, come questo studio ha cercato di dimostrare, la regolamentazione non è solo una questione accessoria, secondaria, tecnica: è uno strumento strategico di crescita.

Raccomandazione finale n. 1: La Commissione e la Francia dovrebbero riportare la performance economica e la competitività al centro delle politiche nazionali e del progetto europeo, unica priorità valida per il prossimo decennio;

Raccomandazione finale n. 2: La Commissione e la Francia dovrebbero porsi come obiettivo la semplificazione della normativa e la deregolamentazione entro cinque anni.

Raccomandazione finale n. 3: Le imprese dovrebbero avvalersi di strumenti (think tank, ricerca accademica, media digitali, ecc.) per diffondere la conoscenza delle sfide economiche e promuovere soluzioni a sostegno della loro competitività.

Rassegna stampa tedesca 72a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Forse Merz semplicemente non vuole guardare al futuro, perché non sembra affatto roseo, né per
la Germania né, a maggior ragione, per lui? Quando il Cancelliere ha fatto un’apparizione
televisiva da solista non si è lamentato, ma ha azzardato per ben due volte una visione piuttosto
distopica. In primo luogo, rivolgendosi ai suoi compagni di partito, ha escluso una collaborazione
con l’AfD, che con lui non sarebbe possibile. Il che, naturalmente, ha portato subito alla mente la
domanda che alcuni nell’Unione si stanno comunque ponendo: e allora cosa ne sarebbe senza
Merz? In secondo luogo, ha chiarito spontaneamente di non avere alcun mandato per “uccidere” la
CDU. Eh?

STERN
07.05.2026
EDITORIALE

Non mi ha sorpreso quando Friedrich Merz ha dichiarato ai colleghi dello «Spiegel» che nessun cancelliere
prima di lui aveva dovuto sopportare tanta ostilità. Una certa tendenza al lamento è sempre stata propria di
Merz, e si tratta comunque di una caratteristica che, nella solitudine della Cancelleria, ha influenzato anche
personalità meno vulnerabili: anche Olaf Scholz e Angela Merkel si sono talvolta considerati
particolarmente tormentati.

Merz, Cancelliere federale da appena un anno, sta vivendo in questi giorni un rapido declino del
potere. Anche altri cancellieri si sono trovati in crisi profonde, egli invece sembra solo. La
coalizione nero-rossa è in crisi di fiducia, il Cancelliere trascina il suo partito nel suo cupo baratro
di impopolarità, mentre l’AfD, in parte di estrema destra, sta guadagnando terreno nei sondaggi. Il
malcontento nella CDU e nella CSU per i compromessi in seno al governo sta aumentando
sempre di più. E non solo ha grandi difficoltà a spiegare le sue decisioni ai tedeschi e a tenere a
bada il partner di coalizione SPD. Merz deve inviare un segnale al suo partito logorato: sono
Cancelliere federale, ma anche leader della CDU – e lotto per voi. La paura di affondare, di essere
lacerati, appare curiosa alla luce del bilancio finora della coalizione. I due progetti finora più grandi
di questo governo, la svolta in materia di asilo e la riforma del reddito di cittadinanza, portano la
firma dell’Unione e del suo Cancelliere. Ma evidentemente non basta.

STERN
07.05.2026
NEL BUCO NERO
All’interno della CDU cresce il timore di un declino. Per salvare il proprio partito, i politici dell’Unione
stanno discutendo di cose finora impensabili

Di Julius Betschka, Veit Medick e Jan Rosenkranz
Quanto sia cupo il suo intimo stato d’animo, il Cancelliere federale lo ha rivelato ai tedeschi domenica sera
scorsa. Friedrich Merz, l’impopolare, era seduto al tavolo accogliente dello studio ARD di Caren Miosga in
prima serata e a un certo punto ha pronunciato questa frase brutale: «Non ho il potere di distruggere la
CDU».

Ha appena iniziato, la pressione è enorme, così come la delusione nei confronti del Cancelliere, il
quale a sua volta è deluso dal calo di consensi. Merz, dopo un anno e un giorno, è un Cancelliere
che deve continuamente motivarsi per non cedere al clima negativo. Ma deve invece convincere
con grinta che ce la può fare. Che può guidare la Germania fuori dalla crisi come capo della sua
coalizione nero-rossa. Dopo un anno, per il Cancelliere iniziano i primi mesi decisivi del suo
mandato. Riuscirà, insieme all’SPD, a far passare riforme che rimettano in moto l’economia? E
riuscirà a restituire al Paese la fiducia che il governo da lui guidato sia in grado di compiere i passi
necessari? Oppure Merz fallirà nel trovare le maggioranze necessarie? Dopo un anno ha dovuto
subire la prima valutazione: i voti erano insufficienti. Ma la domanda più importante trova risposta
solo ora: riuscirà a invertire la rotta e a dare il via a un nuovo inizio? Assistenza, tasse, pensioni:
entro l’estate il Cancelliere vuole avere una risposta alle questioni decisive del Paese.

09.05.2026
Ce la farà ancora?
Un anno in carica, il morale a terra: il cancelliere Friedrich Merz lotta per affermare la propria autorità e
per mantenere viva la speranza di poter ancora invertire la rotta

Di GORDON REPINSKI («POLITICO»)
Friedrich Merz pensava probabilmente a una partita in casa – si tratta comunque di uno di quegli
appuntamenti. Ma a un anno dall’inizio del suo mandato da cancelliere, tutto sembra diverso. È il
pomeriggio di giovedì di questa settimana.

Dopo lo scoppio della guerra in Iran, il governo federale aveva rivisto al ribasso le prospettive di
crescita ad aprile. Ha così dimezzato le sue previsioni per quest’anno e prevede ora solo un
aumento del prodotto interno lordo (PIL) dello 0,5%. Per il prossimo anno 2027, il governo ha
abbassato le sue previsioni dall’1,3% allo 0,9%. Come colmare questi buchi di bilancio è ancora
del tutto da vedere. Il cancelliere Friedrich Merz (CDU) questa settimana ha chiesto ulteriori
risparmi e si è espresso contro gli aumenti delle tasse e nuovi debiti. Klingbeil, invece, intende
gravare ulteriormente i redditi più alti, attraverso un aumento delle imposte e, possibilmente, anche
attraverso un innalzamento del limite massimo di contribuzione per l’assicurazione pensionistica,
come ha recentemente accennato. La nuova stima fiscale dovrebbe alimentare ulteriormente la
disputa all’interno della coalizione.

08.05.2026
Il gettito fiscale è in calo
A causa della guerra in Iran e della crisi economica, le nuove stime fiscali fino al 2030 registrano un calo
di 87,5 miliardi di euro. E un altro problema attende il ministro delle Finanze Klingbeil

Di Martin Greive, Jan Hildebrand Berlino
Il ministro delle Finanze Lars Klingbeil (SPD) dovrà fare i conti nei prossimi anni con un gettito fiscale
inferiore alle aspettative. Giovedì gli esperti del gruppo di lavoro sulle stime fiscali hanno inviato le loro
nuove previsioni al Ministero delle Finanze.

Non è più inimmaginabile che anche in Germania qualcosa cambi, che l’AfD prenda il potere,
svuoti lo Stato di diritto, limiti le libertà liberali, stabilisca il razzismo come linea guida della politica,
renda difficile il cambio di potere. Finora può solo bloccare e avvelenare il clima, perché non
governa né a livello federale né a livello regionale. Ma quest’anno potrebbe riuscire a salire alla
ribalta, in occasione delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt e forse anche nel Meclemburgo-
Pomerania Anteriore, se dovesse ottenere la maggioranza assoluta o se la CDU o la BSW
dovessero accettare un’alleanza. La democrazia tedesca è in crisi, questo è chiaro, è risaputo.
Dipende anche dal fatto che negli ultimi anni è cambiato troppo poco, non è riuscita a soddisfare i
bisogni di molte persone, non è riuscita a garantire una crescita significativa e sostenibile e quindi
a migliorare la vita di molti.

25.04.2026
EDITORIALE
Più soluzioni, meno moralismo
Quest’anno l’AfD potrebbe entrare per la prima volta al governo. Per noi è un’occasione per analizzare a
fondo la democrazia tedesca in un numero speciale

Di Dirk Kurbjuweit
La democrazia è in crisi, questo è chiaro, è risaputo. Il governo sconsiderato di Donald Trump negli Stati
Uniti, la furia dei populisti di destra e degli estremisti di destra in Europa, la minaccia militare della Russia,
la concorrenza economica della Cina: tutto questo rende nervose molte persone e spaventa alcune.

Münzenmaier non è una persona qualsiasi nell’AfD, è considerato uno dei più importanti burattinai
del partito. Il 36enne, che è vicepresidente sia nel gruppo parlamentare del Bundestag che nella
sua sezione regionale della Renania-Palatinato, negli ultimi anni ha costruito una potente rete
nell’AfD di estrema destra. È uno dei principali alleati interni della leader del partito Alice Weidel:
ne garantisce il potere e fa in modo che molte controversie vengano risolte dietro le quinte. Il suo
obiettivo dichiarato è quello di professionalizzare il partito. Eppure, quasi nessuno al di fuori
dell’AfD lo conosce. Chi è quest’uomo? E cosa rappresenta? Per poter valutare l’operato di
Münzenmaier all’interno del partito, lo SPIEGEL ha parlato con una dozzina di esponenti dell’AfD
di primo e secondo piano, sia con amici di partito che con oppositori.

25.04.2026
Il burattinaio di Alice Weidel
Quasi nessuno lo conosce, ma all’interno dell’AfD Sebastian Münzenmaier gode di una notevole
influenza. Riunisce attorno a sé la maggior parte dei funzionari e sostiene la leader del partito. Chi è
quest’uomo?

di Matthias Bartsch, Sophie Burkhart, Ann-Katrin Müller
Sebastian Münzenmaier non parla a voce alta, ma con toni incisivi. La Corte costituzionale federale «non è
necessariamente» nota per essere «politicamente neutrale», ha affermato di recente durante una delle sue
tipiche apparizioni a Rockenhausen, nella Renania-Palatinato.

Per anni i governi, indipendentemente dalla loro composizione, hanno assistito passivamente
mentre un numero sempre maggiore di lavoratori con redditi normali doveva versare una quota
crescente del proprio reddito al fisco. Questo non solo è dannoso per la produttività e la crescita,
ma rasenta il fallimento politico. Chi permette che persino i lavoratori si trasformino in top earners
nella tabella fiscale, non deve stupirsi se questi si allontanano e scelgono una presunta alternativa.
Soprattutto l’SPD deve cambiare mentalità. Dovrebbe ricordarsi che ha sempre avuto particolare
successo quando ha conciliato la responsabilità sociale con la ragionevolezza economica.

25.04.2026
EDITORIALE
Cambiare rotta
Il governo federale dovrebbe finalmente decidersi a intraprendere una profonda riforma fiscale. Sono
soprattutto i socialdemocratici a doversi muovere

Di Christian Reiermann
In materia di politica fiscale, il governo di coalizione tra CDU/CSU e SPD ha dato prova, fin dall’inizio, di una
totale mancanza di ambizione. Nel loro accordo di coalizione, l’Unione e l’SPD hanno concordato che una
riforma fiscale avrebbe dovuto alleggerire il carico fiscale solo sui redditi medio-bassi.

Quando Merz si fa strada tra i ranghi verso il palco, l’accoglienza è fredda e gli applausi scarsi. Su
di lui, che ha sempre avuto la reputazione di essere un uomo d’affari, i tanti uomini e le poche
donne presenti qui hanno proiettato tutte le loro speranze, ma ora sono delusi. L’atmosfera questa
sera è gelida. E poi c’è il discorso di benvenuto. «La pazienza dell’economia è esaurita», dice
Astrid Hamker, presidente del Consiglio economico. Ci si aspetta che il governo federale
«abbandoni finalmente la modalità annunci». Il Cancelliere deve essere più duro con i
socialdemocratici. «Combatti le sciocchezze del tuo partner di coalizione!», gli grida. Questa sera
sembra che persino il mondo di Merz si stia ormai allontanando da lui. Per lui è amaro. A un anno
dall’insediamento, il bilancio pubblico del suo mandato è devastante.

08.05.2026
Il vincitore della crisi
Il presidente del gruppo parlamentare CDU/CSU Jens Spahn è il nuovo uomo forte dell’Unione.
Nell’entourage del Cancelliere ci si chiede come userà il suo potere

Di Konstantin von Hammerstein, Jens Gyarmaty, Paul-Anton Krüger, Christian Teevs
Questo è il suo mondo. La grande sala del J. W. Marriott Hotel di Berlino è piena di uomini in abiti scuri, ci
sono anche alcune donne in tailleur.

I vertici della coalizione avevano deciso, oltre a uno sconto sul carburante, anche un “bonus di
sgravio” fino a 1000 euro, che le aziende avrebbero dovuto versare ai propri dipendenti e che
avrebbero potuto dedurre dalle tasse. La misura ha tuttavia suscitato reazioni in parte indignate sia
da parte delle aziende che dei Länder, poiché entrambi avevano la sensazione che il governo
federale volesse scaricare su di loro la maggior parte dei costi. Ciononostante, il governo federale
è stato evidentemente colto di sorpresa dal no del Bundesrat. Ora deve sopportare le critiche sulla
sua capacità di agire e sulla sua professionalità. Allo stesso tempo, nell’ultimo trend l’AfD ha
superato per la prima volta CDU e CSU, posizionandosi così in testa ai sondaggi a livello
nazionale. Nuove scosse minacciano inoltre di arrivare con le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt
a settembre. Qui, secondo un sondaggio, il partito di estrema destra può ottenere il 41% dei voti.

09.05.2026
Un finale amaro per una settimana difficile
Anziché l’economia, per l’Unione e l’SPD crescono solo i problemi: sondaggi disastrosi, crollo del gettito
fiscale – e una sconfitta al Bundesrat.

Di Daniel Brössler e Claus Hulverscheidt
Naturalmente, le cose potrebbero sempre peggiorare. Dopo una settimana piena di contrattempi, litigi e
nuove cattive notizie, però, il cancelliere federale Friedrich Merz (CDU) e i suoi coalizzati nero-rossi devono
cominciare a chiedersi: quanto peggio potrà ancora andare?

Dalle elezioni per il sindaco non si ricava quindi quasi nessun segnale in vista delle elezioni
regionali. Nei sondaggi a livello regionale, nonostante tutte le dispute interne, l’AfD si attesta
intorno al 34 per cento. L’AfD punta a un governo di maggioranza. Il partito di governo SPD,
invece, nei sondaggi raggiunge attualmente solo circa il 26 per cento, mentre la sinistra, che fa
parte della coalizione di governo, si attesta intorno al dieci per cento. Ciò non dovrebbe bastare
per una continuazione della coalizione. Tuttavia, non è chiaro come si possa formare un’alleanza
contro l’AfD. La CDU nel Meclemburgo è in difficoltà, nei sondaggi si attesta solo al 12% circa.


09.05.2026
Generi e radicali
L’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore appare moderata. Ma molti dei suoi politici hanno contatti
con l’estrema destra.

Di Julian Staib, Amburgo
L’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore mostra all’esterno un volto molto amichevole. Leif-Erik Holm,
candidato alla carica di primo ministro nelle imminenti elezioni regionali, è conosciuto da molti nel Land.
Nella DDR ha svolto un apprendistato come elettricista,

In queste settimane il costruttore tedesco sta dimostrando in Cina di poter ormai tenere il passo
con i concorrenti locali nel campo dei sistemi di assistenza alla guida. Nei suoi nuovi modelli, entro
l’estate Mercedes introdurrà gradualmente la guida automatizzata da punto a punto in tutta la Cina.
Il conducente deve pur sempre essere in grado di intervenire in qualsiasi momento. Ma di norma
l’auto si muove in modo autonomo in città e in autostrada. Non solo sulle strade di Pechino, ma in
tutto il mondo l’industria automobilistica tedesca sta attualmente dimostrando una sorprendente
forza innovativa. Di fronte agli aggressori da Tesla a BYD, alla transizione verso la mobilità
elettrica e ai dazi automobilistici di Trump, il settore è stato ripetutamente dato per spacciato. Ma in
realtà, nonostante tutte le avversità, produttori e fornitori dimostrano di avere la forza di
reinventarsi grazie a una solida base. I nuovi modelli di auto, che in termini di prestazioni e
software reggono il confronto con tutti i concorrenti, ne sono la prova più evidente.

09.05.2026
Pronti per la transizione elettrica
L’industria automobilistica tedesca viene continuamente data per spacciata. In realtà, si moltiplicano i
segnali che indicano come essa abbia la forza di reinventarsi

Di CHRISTOPH KAPALSCHINSKI
Davanti alla scuola Tsinghua nel quartiere Sanlitun di Pechino, gli studenti si riversano in strada. C’è poco
spazio e la situazione è caotica.

Il cambio della guardia ai vertici della Federal Reserve è più di un semplice evento di personale.
Infatti, anche per l’economia mondiale molto dipende dal fatto che i mercati credano
nell’indipendenza della banca centrale più importante del mondo e quindi nella sua capacità di
agire in caso di aumento dell’inflazione. Jerome Powell il 15 maggio lascerà l’incarico a rotazione.
Saluta e spiega perché, nonostante tutto, non può lasciare del tutto la banca centrale. Rimarrà
governatore nel consiglio. Lo fa a causa degli attacchi all’istituzione. Una mossa del genere è
insolita ed è avvenuta finora solo una volta nella storia della banca centrale, fondata nel 1913,
ovvero quasi 80 anni fa. La decisione di Powell è anche un affronto al presidente degli Stati Uniti.
Si tratta di capire se la Federal Reserve potrà rimanere indipendente o se in futuro agirà come una
sorta di sottodivisione della Casa Bianca. Si tratta di capire quale ruolo abbia la Fed nella
sostenibilità del debito degli Stati Uniti. Trump sta infatti distruggendo la base di questo privilegio:
la fiducia. E si tratta, in ultima analisi, di capire se il dollaro possa rimanere a lungo termine la
valuta di riferimento in queste circostanze e se il presidente degli Stati Uniti non stia forse
segnando la fine del privilegio del dollaro. Il cambiamento più profondo dovrebbe riguardare la
politica monetaria. Warsh rappresenta come nessun altro l’abbandono dell’era del “Quantitative
Easing”. Con Warsh potrebbe effettivamente profilarsi una svolta nella politica monetaria.

08.05.2026
L’AZZARDATA SCOMMESSA DI TRUMP SUL
DOLLARO
Il presidente sta inaugurando una nuova era per la banca centrale statunitense. Le ripercussioni
sull’economia e sul sistema finanziario mondiale sono incalcolabili. Con il cambio al vertice della Fed, il
presidente degli Stati Uniti segna l’inizio della politicizzazione della banca centrale più potente del
mondo. Il rischio per l’economia statunitense, il dollaro e il sistema finanziario mondiale è difficilmente
quantificabile

Di Astrid Dörner, Antonia Mannweiler, Jens Münchrath Francoforte, New York, Düsseldorf

Jerome Powell sale sul podio, regna un silenzio carico di tensione. Il capo della Federal Reserve, 73 anni,
inizia a parlare come ha sempre fatto negli otto anni del suo mandato: parla a bassa voce, in modo
riflessivo e senza agitazione – dei tassi di inflazione, del mercato del lavoro, dei nuovi pericoli per
l’inflazione.

Zelensky si ritira ancora una volta dal cornicione mentre la parata russa del Giorno della Vittoria si svolge, come prevedibile, secondo i piani _ di Simplicius

Zelensky si ritira ancora una volta dal cornicione mentre la parata russa del Giorno della Vittoria si svolge, come prevedibile, secondo i piani

Simplicius 10 maggio

La parata del Giorno della Vittoria a Mosca si è svolta senza intoppi. Zelensky ha ricevuto la telefonata di Trump ed è stato immediatamente rimesso al suo posto dopo aver passato una settimana a lanciare minacce e a insinuare che l’Ucraina potesse rovinare la parata russa. In realtà, la Russia ha colpito l’Ucraina a suo piacimento durante lo stesso «cessate il fuoco» unilaterale e insignificante annunciato da Zelensky il giorno prima di quello russo, con l’intento di metterlo in ombra e anticiparlo. Ma durante quella russa, Zelensky ha imparato a stare al suo posto e non ha tentato di portare la rovina alla sua capitale già in difficoltà, in particolare dopo che la Russia ha diffuso un video di sorveglianza girato al momento giusto tramite un presunto drone Gerbera proprio sopra la Verkhovna Rada a Kiev:

Il messaggio era chiaro: i droni russi stanno sorvegliando direttamente Kiev e possono colpire il governo ucraino a loro piacimento, in qualsiasi momento. Il che è piuttosto interessante, va detto, visto che ci viene ripetutamente detto che le batterie Patriot a Kiev abbattono i missili ipersonici Kinzhal come mosche, mentre un drone a medio raggio che vola lentamente riesce a muoversi a suo piacimento proprio sopra i siti più sicuri e sensibili del governo?

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La parata di quest’anno è stata ovviamente solo l’ombra di ciò che era un tempo, con sole colonne in marcia e senza i mezzi pesanti che erano diventati consuetudine dalla fine della Seconda guerra mondiale. E nonostante l’umiliante sottomissione dell’Ucraina, i commentatori filo-ucraini si sono lasciati andare a un’esultanza sfrenata fatta di accuse, raccogliendo ogni minimo frammento di critica che potesse essere attribuito al loro tanto decantato sogno della «caduta della Russia».

In realtà, nelle ultime settimane l’intero mondo occidentale si è ridotto a nient’altro che a formulare vane speranze da ubriachi e a fare previsioni da chiaroveggenti, tirando fuori ogni minimo frammento di sviluppi discutibili nel tentativo di alimentare la narrativa secondo cui «in Russia qualcosa è cambiato radicalmente».

L’ossessione per le più insignificanti banalità è praticamente l’unica cosa che gli è rimasta.

L’unica cosa che resta loro da fare è generare un’infinità di piccoli sussulti mediatici sul prossimo declino della Russia, in un momento in cui l’Ucraina non ha praticamente nessun altro risultato positivo o vento favorevole a cui aggrapparsi.

Nelle ultime settimane si è assistito a una campagna coordinata volta a promuovere questa nuova iniziativa. Il messaggio diffuso è invariabilmente lo stesso: la Russia di Putin ha superato il punto di non ritorno. Varie voci infondate su «complotti golpisti al Cremlino» e altri intrighi vengono ora diffuse quotidianamente da propagandisti senza scrupoli. Ciò ha riportato alla mente i tempi della “Kremlinologia” della Guerra Fredda, in cui lo studio delle macchinazioni interne al cuore del centro del potere politico russo era una sorta di seduta spiritica soprannaturale riservata agli addetti ai lavori. È ironico che tali imperativi ridicoli siano stati avanzati in un momento in cui, nell’arco di una settimana, si sono verificate due sparatorie separate nei pressi della Casa Bianca.

https://www.washingtonpost.com/world/2026/05/06/kremlin-lotte-interne-putin-russia-guerra/

È vero che il grado di popolarità di Putin ha subito recentemente un calo, almeno secondo alcune fonti.

Il consenso nei confronti dell’operato di Putin è sceso al 66,7%, mentre il livello di fiducia personale in Vladimir Putin si attesta al 72,0%. “Russia Unita” mantiene la leadership, ma il suo indice di gradimento è sceso al 27,3%.

Nel frattempo, “Nuova Gente” ha aumentato il proprio sostegno al 12,4%, superando il Partito Comunista della Federazione Russa (10,9%), il Partito Liberal-Democratico di Russia (10,8%) e “Russia Giusta” (5,2%).

Gran parte di ciò, tuttavia, è legato alle recenti restrizioni governative, molto impopolari, imposte a app di messaggistica come Telegram e WhatsApp, nonché al blocco di YouTube e di altri social media occidentali simili. Sebbene sia comunque indicativo, questo fenomeno non è correlato a un calo del sostegno all’operazione militare speciale (SMO) o ad altre iniziative prioritarie di Putin, come invece viene deliberatamente interpretato dalla classe professionale della disinformazione anti-russa. Infatti, come si può vedere sopra, il partito “Nuova Gente” ha preso il comando con il calo di “Russia Unita” di Putin. Il partito Nuova Gente sostiene l’operazione militare speciale e la maggior parte delle altre iniziative del Cremlino, ma si concentra maggiormente sull’attrarre la fascia demografica più giovane e orientata al mercato, come una sorta di partito centrista.

L’articolo del Washington Post riportato sopra recita:

Nelle ultime settimane, secondo il VCIOM, l’istituto di sondaggi controllato dallo Stato, il grado di gradimento di Putin è sceso al livello più basso mai registrato da quando la Russia ha dato il via alla sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel febbraio 2022. Si è levato un coro di voci critiche nei confronti della gestione dell’economia da parte del governo e delle norme su Internet, destinate a diventare più restrittive in vista della parata annuale del Giorno della Vittoria che si terrà sabato a Mosca, mentre cresce il nervosismo per gli attacchi dei droni ucraini.

Pertanto, il consenso di Putin è sceso ai livelli del 2022. In realtà, il grado di consenso di Putin ha storicamente subito oscillazioni e non è mai rimasto costantemente alto. Dall’istituto ufficiale Levada:

https://www.levada.ru/en/valutazioni/

Come si può notare, nel 2005 era scesa sotto il 60%, per poi risalire, salvo ridiscendere nuovamente intorno al 60% nel 2013. Dopo un altro periodo di forte crescita oltre l’80%, si è attestata intorno al 60% per diversi anni all’inizio degli anni 2020, prima che l’inizio dell’operazione militare speciale (SMO) facesse nuovamente schizzare alle stelle la sua popolarità. Ciò che possiamo dedurre è che si tratta di eventi ciclici regolari che solo i più disperati indovini russofobi e i più accaniti profeti di sventura potrebbero cercare di trasformare in un rituale catastrofico sul futuro di Putin.

Il canale Telegram russo Lawyer of the South ha pubblicato una dichiarazione equilibrata su questa isteria di massa artificiale che circonda la presunta «deteriorazione» della situazione russa, che coglie perfettamente nel segno:

Negli ultimi tempi, il clima sociale si è fatto più teso.

Ci sono ragioni che spiegano questo fenomeno. Gli inconvenienti derivanti dalle restrizioni su Internet, le dichiarazioni contraddittorie di vari deputati e le misure economiche sono stati percepiti in modo particolarmente acuto negli ultimi mesi.

In questo contesto, gli attacchi alle infrastrutture e le varie dichiarazioni provocatorie dei terroristi di Kiev sono ancora più snervanti.

Tuttavia, se guardiamo alla situazione senza lasciarci influenzare dalle emozioni, non si è verificato alcun deterioramento radicale della situazione che giustifichi una reazione del genere.

La Russia sta conducendo una dura guerra contro l’Occidente. In questa situazione, i terroristi di Kiev agiscono come una forza viva, non come un soggetto politico indipendente.

Bisogna capire che i nostri avversari stanno attraversando un momento molto più difficile del nostro. Lo Stato ucraino cesserà di esistere nelle circostanze attuali. È da tempo un cadavere che vive solo grazie al sostegno esterno. Non appena questo sostegno cesserà, questo pseudo-Stato crollerà.

Solo il crollo della Russia potrebbe salvarlo, cosa probabile solo in caso di nostra disintegrazione interna e dei sentimenti che dal 2022 cercano attivamente di destabilizzarci.

L’Europa ha puntato tutto su questo crollo, e il suo futuro dipende letteralmente dal fatto che noi li “aiuteremo”, ripetendo gli scenari del 1917 o del 1991.

Ecco perché la nostra società deve rimettersi in sesto, calmarsi e concentrarsi non sulle contraddizioni, ma sul sostegno ai nostri ragazzi al fronte e nelle retrovie.

Sì, ci sono problemi in Russia, e devono essere affrontati per poterli risolvere. Facciamolo con calma e in modo sistematico.

Dipende solo da noi se vinceremo, e solo noi stessi possiamo portare il nostro Paese alla sconfitta e al collasso.

La società dovrebbe concentrarsi sulla vittoria e restare salda.

Altrimenti, tradiremo la memoria di coloro che non sono più con noi. Che sono morti affinché noi e i nostri figli potessimo vivere, per la nostra Vittoria. Non possiamo deluderli.

È sorprendente notare come molti degli stessi spunti propagandistici vengano riutilizzati dalla stampa occidentale sia per la Russia che per l’Iran. Nel precedente articolo del Washington Post, Putin viene descritto come sempre più «isolato» e rinchiuso in una serie di «bunker», con gli ex collaboratori che non riescono più a contattarlo. Se si togliesse il nome, la descrizione risulterebbe quasi identica a quella recentemente data del neo-insediato Leader Supremo Mojtaba Khamenei, che viene incessantemente presentato dagli stessi media come irraggiungibile e distante.

Naturalmente, recenti rapporti hanno smentito completamente questa tesi, dimostrando che il giovane Khamenei è pienamente e coerentemente al comando del Paese. Questo improvviso voltafaccia non fa che mettere in luce le stesse vecchie tattiche ora impiegate contro Putin, nell’incessante tentativo del Regime di fomentare in Russia lo stesso tipo di «disordini interni» che non è riuscito, in modo umiliante, a provocare in Iran.

Per ora, tutto ciò che resta all’Ucraina e ai suoi burattini delle operazioni psicologiche sono i loro materassi sporchi e i sogni febbrili che li tengono svegli tutta la notte in delirio maniacale. L’ultimo “capolavoro” che oggi ha fatto da banchetto orgiastico di autocommiserazione sui loro canali non lascia molto altro da dire, ma serve a ricordare quanto siano scollegati dalla realtà i seguaci del fallimentare No-Stato e del suo leader senza spina dorsale, che ancora una volta ha fatto marcia indietro rispetto alle sue deboli minacce:

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