Italia e il mondo

DEBITI, SENTENZE E COMMISSARI, di Teodoro Klitsche de la Grange

DEBITI, SENTENZE E COMMISSARI

Hanno ragione le associazioni di magistrati a sostenere che le sentenze (esecutive) devono essere eseguite; ma ancor più di quanto hanno detto basta ricordare ciò che già riteneva Socrate nel Critone: che non eseguirle  è intaccare uno dei fondamenti degli Stati antichi e, ancor più, moderni.

Senonché come pensava un acuto giurista come Maurice Hauriou, in ogni istituzione statale convivono due diritti e, di conseguenza, due giustizie. Una paritaria (cioè tra parti uguali) che chiamava Dike, l’altra non paritaria, denominata Temi (tra contendenti disuguali). L’una e l’altra sono insopprimibili, ma i confini tra loro sono  diversi. Vanno da ordinamenti assai inclini a Temi (come quello sovietico o nazista, scriveva Calamandrei) a quelli maggiormente riconducibili a Dike (come in genere quelli degli Stati liberal-democratici). Non a caso durante la Seconda Repubblica, il confine si è allargato a favore di Temi, agendo prevalentemente sull’esecuzione delle sentenze di condanna dell’apparato pubblico. Resa più difficile, a tempi dilazionati, soggetta a limiti e sospensioni. Tutte a favore della parte pubblica e a carico di quella privata, malgrado la novella di modifica dell’art. 111 della Costituzione, che andava in direzione opposta, forse allo scopo di coprire la contraria prassi legislativa. Avendo scritto un saggio su questo, vi rimando i lettori che volessero approfondire quanto sopra sintetizzato[1].

Malgrado il governo Meloni non sia stato particolarmente attivo in questo andazzo, non risulta l’eliminazione di norme antiparitarie, e si trovano norme in linea con l’abitudine precedente come l’art. 5 sexies comma 12 bis della legge n. 89/01, come modificato dall’art. 1 comma 817, della legge di bilancio 2025. Taòe norma aveva disposto che “decorsi venti giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, per i successivi due anni, i creditori di cui al comma 1 non possono iniziare azioni esecutive o giudizi di ottemperanza e le azioni esecutive e i giudizi di ottemperanza in corso sono sospesi”. La norma è poi stata sostituita dall’art. 9, comma 1, lett. b), n. 5), d.l. 8 agosto 2025, n. 117, onde i processi esecutivi sono sospesi fino al 21 gennaio 2027.

Per cui il “diritto vivente” (cioè quello che risulta effettivamente applicato) negli ultimi trent’anni non è che le sentenze devono essere eseguite, ma come, quando e quante eseguirle è (per lo più) una prerogativa dell’Amministrazione. Con la quale è coerente la decisione della Meloni, indipendentemente dalla circostanza, se i magistrati avessero torto o ragione nel merito. Tenuto conto, al riguardo, che nella vicenda il TAR aveva considerato legittimo il decreto impugnato del 06/08/2021 (Presidente Draghi) e che la normativa de qua risale al secolo scorso.

A favore e contro la decisione della Meloni occorre aggiungere due considerazioni.

La prima che nel caso, data la situazione internazionale (guerre in corso, Ormuz, ecc. ecc.) e interna, nonché il notevole importo del debito, una decisione di rimodulazione del debito spalmandone nel tempo  gli effetti, sarebbe coerente col principio della “razionalità rispetto allo scopo” di conservare i conti in ordine, pur contemperando le esigenze fattuali e quelle della legalità.

La seconda (e più in generale): la prassi della seconda Repubblica di occultare i debiti procrastinandone il rimborso ha concorso a creare il colossale debito, e a nasconderne una parte sotto il tappeto. Lo conferma anche questa vicenda, dato che, da quanto si legge, il  miliardo da sborsare si è accumulato in quasi un decennio. Se lo Stato avesse pagato nei tempi dovuti, non si sarebbe trovato con un carico così pesante. Certi espedienti finiscono per pagarsi da tutti, tranne quelli che li hanno ideati, tra i quali, visti date, norme e decreti, non c’è la Meloni.

Teodoro Klitsche de la Grange


[1]v. Teodoro Klitsche de la Grange, La lotta contro il diritto, Oaks Editrice, email: info@oakseditrice.it.,

Dal nulla non nascerà nulla, di Aurèlien

Dal nulla non nascerà nulla.

In realtà, è anche peggio.

Aurelien21 ottobre
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Verso la fine degli anni ’70, in Gran Bretagna si sviluppò un movimento chiamato Punk, espresso principalmente nella musica, ma anche in altre forme d’arte. Non mi ha mai entusiasmato particolarmente, sebbene sia vero che rappresentò un utile correttivo alle insensate pomposità del Progressive Rock di inizio decennio. Tuttavia, la maggior parte dei commentatori dell’epoca riconobbe correttamente che la qualità della musica – spesso mediocre, nella migliore delle ipotesi – era meno importante della forza e dell’autenticità della rabbia e della frustrazione che essa esprimeva. Eppure, oggi deve essere difficile comprendere da dove provenissero queste emozioni, in una società in cui la disoccupazione, in termini moderni, era pressoché inesistente, in cui i servizi pubblici generalmente funzionavano e in cui il paese era ancora una grande potenza industriale. Eppure, anche prima dell’inizio del governo Thatcher, l’atmosfera era pervasa da rabbia e frustrazione. La gente manifestava per il Diritto al Lavoro e il Punk stesso veniva spesso descritto come “rock da fila per il sussidio di disoccupazione”. Il futuro sembrava sfuggire di mano, soprattutto per coloro che avevano ancora letto Enid Blyton durante l’Estate dell’Amore.

Ho già accennato al fatto che la perdita di fiducia nel Progresso, in una vita migliore per la gente comune, sia iniziata negli anni ’70, anche se ci sono voluti un paio di decenni prima che le classi intellettuali se ne accorgessero. E per Progresso, ripeto, non intendo auto volanti e viaggi spaziali, ma miglioramenti misurabili e quantificabili nel modo di vivere delle persone. Si trattava di una questione politica, non tecnologica, e nemmeno propriamente di denaro. Sono nato nella prima generazione di case popolari, costruite negli anni ’30, dotate di bagni e servizi igienici interni. Non c’era nulla di nuovo o costoso nella tecnologia, ovviamente, che esisteva da decenni: semplicemente, fino ad allora i governanti del paese non avevano ritenuto opportuno realizzarla per la classe lavoratrice. Ma la crisi petrolifera, che fu al contempo inflazionistica (per ovvie ragioni) e deflazionistica (sottrasse denaro ai consumi in altri settori), fu uno shock psicologico per una società i cui leader avevano gestito per decenni l’economia in modo pragmatico e senza drammi, al fine di garantire la piena occupazione e una crescita continua. In effetti, gli stessi leader, con i loro discorsi improvvisi e disperati di tagliare la spesa pubblica in piena recessione, sembravano impazziti, come chirurghi medievali che praticavano il salasso su pazienti malati. Fu la scomparsa improvvisa e brutale della speranza come elemento costitutivo della società e della politica a causare lo shock, la frustrazione e la rabbia, più che i dettagli delle cifre sulla disoccupazione, per quanto spaventose potessero sembrare all’epoca.

Questa perdita di speranza, e queste reazioni culturali e di altro genere, non erano certo esclusive della Gran Bretagna, ma era il paese in cui vivevo all’epoca. Eppure è stata la prima cosa a cui ho pensato quando, poche settimane fa, sono giunte le prime notizie di rivolte in Francia da parte di studenti del liceo, poi di studenti universitari e altri, e di distruzione e incendio di scuole e aggressioni agli insegnanti, seguite poco dopo in altri paesi. Non tratterò questi eventi in dettaglio: le cose si evolvono rapidamente e molti di essi sembrano avere poca relazione tra loro, o comunque con un qualsiasi schema generale. Mi limiterò però a due punti, entrambi rilevanti per la tesi generale di questo saggio.

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Innanzitutto, non si tratta di un 1968 V 2.0, per quanto coloro che erano troppo giovani per aver partecipato al lancio di ciottoli contro la polizia vorrebbero che lo fosse. Il 1968 fu una ribellione di studenti della classe media provenienti da famiglie benestanti, diretta contro i propri genitori e contro le autorità che consideravano paternalistiche e repressive. Fu un esempio dei cambiamenti sociali e delle rivendicazioni degli anni Sessanta e, sebbene fossero espresse nel linguaggio alt-marxista e situazionista in voga all’epoca, le principali richieste dei manifestanti erano prosaiche e in gran parte legate alle loro condizioni di studio e alle limitazioni alla loro indipendenza personale. Una volta soddisfatte queste richieste, le proteste iniziarono a svanire. I manifestanti tornarono ai loro studi e, nel giro di pochi anni, trovarono impiego in politica, nelle università, nei media, nella giurisprudenza e nelle ONG, da cui, per mezzo secolo, hanno ricordato con nostalgia la loro giovinezza trascorsa a lanciare ciottoli. Nel frattempo, le loro idee sono arrivate a dominare il pensiero politico dell’élite francese e a influenzare il pensiero anche in molti altri paesi: non sempre in meglio.

Eppure, l’attenzione su Parigi e sui giovani studenti ha oscurato il fatto che quello fu anche il periodo del più grande episodio di militanza industriale nella storia francese, quando i lavoratori occuparono fabbriche in tutto il paese. Furono queste occupazioni, più che gli scontri di piazza, a minacciare la caduta del governo. A quei tempi, le azioni sindacali organizzate e guidate dai sindacati erano comuni e talvolta efficaci. Ai giorni nostri, naturalmente, non ci sono più fabbriche da occupare, né sindacati efficaci, né spirito di militanza organizzata, a differenza della semplice rabbia, a cui attingere. Quando non c’è speranza di alcun cambiamento positivo, l’azione organizzata per la ricerca di un futuro migliore sembra semplicemente inutile, anche se per miracolo tale organizzazione fosse possibile.

C’è poi l’elevatissimo livello di violenza: la cifra generalmente accettata per i morti nel maggio e giugno del 1968 in tutta la Francia è di sette, inclusi due membri delle Forze dell’Ordine. Gli scontri veri e propri erano piuttosto ritualizzati e strutturati: cori e insulti, una grandinata di pietre, una carica della polizia che metteva in fuga i manifestanti, un riorganizzamento, altri cori e insulti, altre pietre e via . Ma ci furono pochissime distruzioni, saccheggi e rapine. I manifestanti, provenienti da famiglie borghesi, non toccarono le proprietà private. Allo stesso modo, non ci furono seri tentativi di attaccare le strutture dello Stato, né di prendere di mira funzionari governativi diversi dalle Forze dell’Ordine. Le università stesse furono occupate, ma per lo più non danneggiate, e raramente in modo indiscriminato.

L’ultima settimana è stata apocalittica, con bande di giovani che hanno imperversato nelle principali città, attaccando e saccheggiando negozi e facendo irruzione negli edifici governativi locali e nazionali, devastandoli e incendiandoli. La polizia e la gendarmeria, in netta inferiorità numerica e incaricate di gestire manifestazioni e rivolte tradizionali e organizzate, non sono in grado di proteggere i cittadini e le loro proprietà. Ci sono ragioni per cui credo che sia così e torneremo su queste, ma per ora è sufficiente constatare che, almeno in Francia, siamo entrati in una fase di violenza politica ben diversa da qualsiasi altra vista in precedenza. È probabile che altri paesi seguiranno l’esempio. I principali responsabili, certamente non studenti o alunni, vengono genericamente definiti ” casseurs” in francese, letteralmente “distruttori”, e li chiamerò così anche qui. Il sistema politico è paralizzato. Alcuni settori della sinistra incolpano la polizia per i ” casseurs” che fanno irruzione nei negozi di lusso e li saccheggiano, e attaccano e in alcuni casi distruggono gli edifici governativi. (Scuole e università erano già state prese di mira la settimana precedente, e gli insegnanti erano stati aggrediti.) Altre frange della sinistra hanno cercato di dissociarsi dalle violenze. Questi attacchi si verificano al di fuori e al di là delle manifestazioni di massa, che in genere sono state ordinate e pacifiche, e i leader del movimento dei licei, nella misura in cui hanno ancora un ruolo, hanno riconosciuto di aver perso qualsiasi controllo che un tempo avevano.

In questo saggio intendo dedicare la maggior parte del mio tempo a parlare del “perché” di questi eventi, piuttosto che del “cosa”, anche perché il “cosa” è in continua evoluzione. Prima, però, vorrei sottolineare due aspetti riguardo alla natura della violenza. Il primo è che non si tratta del tradizionale scontro a colpi di pietre. Sebbene gruppi di poliziotti e gendarmi siano stati attaccati, a volte con bombe improvvisate fatte con fuochi d’artificio, per lo più la violenza è perpetrata da piccoli gruppi, che a volte si scontrano con la polizia, aggirandosi per i quartieri più ricchi di Parigi, distruggendo e saccheggiando. I manifestanti stessi rappresentavano praticamente ogni forma di malcontento della società francese odierna, a tutti i livelli e in ogni ambito, e non c’era alcuna organizzazione centrale né alcun controllo. Ma i ” casseurs” , come è sempre stata loro abitudine, non sembrano avere rivendicazioni specifiche, né altre motivazioni se non la rabbia. Non stanno in alcun modo “sostenendo” i manifestanti, a prescindere da ciò che si possa leggere. Ma perché mai dovrebbe essere così? E perché i cassieri dovrebbero apparire in numero molto maggiore rispetto al passato, prendendo di mira negozi di lusso, edifici governativi locali e persino incendiando l’ufficio del turismo a Lione, la seconda città della Francia? (Se c’è una logica dietro quest’ultimo attacco, mi piacerebbe davvero conoscerla).

Il secondo problema è che le forme di violenza si sono pericolosamente evolute. Le armi automatiche sono ormai liberamente reperibili nelle principali città europee e vengono utilizzate per risolvere i conflitti tra bande di narcotrafficanti. La consegna di droga avviene ormai abitualmente tramite smartphone e persino droni. Nelle zone più povere delle grandi città, prevalentemente, ma non esclusivamente, abitate da immigrati, i bambini crescono in una cultura della violenza: in casa e in famiglia, nel cortile della scuola, per strada e, naturalmente, perpetrata dalle bande, che rappresentano la principale forza strutturante, nelle aree dove la polizia non interviene. Le bande hanno iniziato a utilizzare bambini di appena 14 o 15 anni per commettere omicidi, per ragioni legali. Per ragazzi di quell’età (e molti sono stati arrestati) irrompere in un negozio e minacciare o aggredire il proprietario fa parte della quotidianità. Almeno per ora, nessuno sa con certezza quale sia la differenza tra i criminali violenti e i semplici delinquenti, o se tale differenza esista. Quel che è certo è che le bande criminali ora hanno un’enorme opportunità di saccheggiare e depredare mentre l’attenzione delle forze dell’ordine è rivolta altrove. La maggior parte degli arrestati per reati contro il patrimonio ha tra i 18 e i 30 anni, quindi è improbabile che frequentino la scuola. Il governo attribuisce la violenza all'”estrema sinistra”, il che è politicamente conveniente, ma non sono sicuro che distinzioni del genere contino davvero. Di certo non hanno un programma politico che non sia la distruzione.

Allora perché? Beh, le circostanze in ogni paese sono ovviamente diverse, quindi cercherò di parlare a un livello più generale. Torniamo innanzitutto all’estinzione della speranza. Il punto di una società neoliberale, dopotutto, è negare la speranza che qualcosa possa essere realizzato al di fuori della ferrea struttura del neoliberismo stesso. I pregiudizi (perché di questo si tratta) impongono tagli alla spesa pubblica, la vendita di tutto ciò che non è inchiodato al suolo, la globalizzazione libera di prosperare e la “concorrenza” e il “mercato” di decidere non solo la struttura dell’economia, ma anche le strutture della società e della vita quotidiana stessa. E da questo non c’è appello: chi protesta contro la delocalizzazione dell’industria, ad esempio, è da compatire perché non capisce come funziona un’economia moderna. Non ci può essere alcun cambiamento, se non in peggio, nella vita delle persone comuni, e quindi non ci può essere speranza.

Prima dell’era neoliberale, e per quanto possa sembrare incredibile oggi, i governi potevano essere influenzati, e di fatto lo erano, dall’opinione pubblica e dalle campagne. Negli anni ’60, ad esempio, ci furono campagne ben sostenute per la depenalizzazione dell’aborto e dell’omosessualità, e per l’abolizione della pena di morte. Queste campagne furono condotte attraverso i media e in parlamento, e tutte ebbero successo nel promuovere modifiche legislative. Furono guidate da persone che credevano che tali iniziative avrebbero migliorato la società, rendendola più civile e moderna. Gli stessi governi intrapresero una serie di iniziative, come l’innalzamento dell’età dell’obbligo scolastico e l’espansione del sistema universitario, perché credevano che la società ne avrebbe tratto beneficio.

Negli anni Ottanta, l’idea di creare una società migliore, o di fare pressione sul governo affinché lo facesse, sembrava irrimediabilmente antiquata. La migliore speranza era che le cose non peggiorassero ulteriormente. La violenza politica degli anni Ottanta fu quindi in gran parte conservatrice e reazionaria, un disperato tentativo di aggrapparsi a ciò che la gente possedeva. La sinistra non ha mai capito che le persone comuni possono nutrire sentimenti reazionari perché il mondo in cui si stanno dirigendo è peggiore di quello che conoscevano, e sa benissimo che le uniche ragioni del cambiamento sono ideologiche. (Storicamente, la maggior parte delle rivoluzioni sono state conservatrici, dopotutto). Gli anni Ottanta videro molte ribellioni conservatrici ed episodi di militanza, come lo sciopero dei minatori del 1984 nel Regno Unito, la cui sconfitta segnò la fine della capacità del movimento operaio organizzato di ostacolare la transizione al neoliberismo, e di fatto l’inizio della fine del movimento operaio organizzato stesso. Questi movimenti erano essenzialmente conservatori, perché cercavano di preservare ciò che si poteva salvare di un passato migliore, e solo occasionalmente riuscivano a sventare un’iniziativa che avrebbe peggiorato ulteriormente la situazione, come nel caso delle rivolte contro la Poll Tax che contribuirono alla caduta della signora Thatcher.

Oggigiorno, però, nessuno crede davvero che si possa fermare il cambiamento negativo: le forze in gioco sembrano troppo potenti e, con il passare delle generazioni, l’idea che siano esistite società in cui i servizi pubblici funzionavano, le strade erano sicure e tutti avevano un lavoro, appare sempre più come una sorta di utopia. Così, la violenza odierna ha raggiunto una terza fase: quella della vendetta e della distruzione nichilista fine a se stessa. Il progresso verso una società e una vita sempre peggiori non può essere arrestato: tutto ciò che si può fare è compiere atti di vendetta contro coloro che lo stanno provocando. Certo, non ci si può aspettare nulla di positivo dal distruggere municipi e centri commerciali, ma d’altronde non ci si può aspettare nulla di positivo da niente. E questa atmosfera di vendetta ha a sua volta incoraggiato nuovi attori criminali, che hanno compreso quanto sia fragile la presa delle Forze dell’Ordine sulla sicurezza pubblica e hanno deciso di sfruttare la situazione.

Come siamo arrivati ​​a questa situazione apocalittica? Nella misura in cui le prime rimostranze espresse erano legittime, riguardavano la gestione interna di scuole e università, e non è necessario addentrarci qui in questo dettaglio. Ma dietro le rivendicazioni attuali, si cela un’intera storia, lunga più di vent’anni, di negligenza nei confronti di scuole e università in Occidente, perché la classe dominante non attribuisce più valore all’istruzione. È straordinario pensare che l’istruzione sia stata la grande causa della sinistra per oltre un secolo, e che i governi di sinistra abbiano combattuto aspre battaglie per ampliare le opportunità educative, perché sapevano che una cittadinanza istruita è essenziale in una democrazia. A destra, l’istruzione è stata svalutata, ridotta a un semplice investimento, come imparare a guidare, che avrebbe portato benefici economici in futuro. A sinistra, una volta che la generazione del 1968 ha preso il potere, le scuole sono state reinterpretate come istituzioni repressive e l’istruzione quasi come una forma di violenza. Invece di insegnare alle persone a leggere e scrivere e a fare di conto, la parola d’ordine era “benevolenza”. L’obiettivo era quello di far uscire i bambini dal sistema scolastico sentendosi felici e con una qualifica, anche se non avevano raggiunto il livello di preparazione necessario: l’insegnante li avrebbe aiutati.

Il risultato è che molti alunni lasciano la scuola di fatto analfabeti e incapaci di fare di conto, scoprendo che persino il lavoro più umile – sistemare gli scaffali in un supermercato – è al di là delle loro capacità. Non ho mai capito come sia possibile trascorrere dieci anni a scuola e uscirne funzionalmente analfabeti, ma è più facile da accettare se si comprende che chi governa la nostra società semplicemente non se ne cura. Così i bambini vengono lasciati a “esprimersi”, nella romantica convinzione che in ogni bambino si nasconda una personalità già formata che cerca di esprimersi. Come qualcuno possa aver pensato una cosa del genere, se avesse saputo qualcosa sullo sviluppo infantile, o se avesse mai avuto figli, è al di là della mia comprensione. I bambini non raggiungono la piena maturità e individualità prima dei venticinque anni circa, eppure li lasciamo liberi, senza modelli di riferimento né norme, e diciamo loro allegramente di “essere se stessi”. Poi ci stupiamo quando (soprattutto in assenza di una figura paterna) scelgono i gangster e la loro etica come modelli e norme, e quando cadono in depressione e arrivano persino al suicidio. Non c’è da stupirsi che siano furiosi con il sistema.

Le università, ovviamente, sono anche peggio. Da meccanismi di trasmissione della conoscenza e di promozione del progresso sociale, si sono trasformate in veri e propri racket di protezione. Non si tratta più nemmeno di “prendere una laurea e trovare un buon lavoro”, ma piuttosto di “pagare un sacco di soldi e ottenere una laurea, altrimenti potresti non trovare lavoro affatto”. Le università, ancor più delle scuole, sono ormai gestite in modo ossessivo, e una generazione a cui viene detto che può essere tutto ciò che desidera vede ogni dettaglio della propria vita privata, del proprio comportamento e persino dei propri messaggi sociali scrutati alla ricerca di “pensieri cattivi”. Imparare qualcosa di utile è secondario, se non addirittura assente. Gli studenti di oggi cercano di non dare nell’occhio, di evitare i guai, di non esprimere opinioni eterodosse e di emergere da tre anni di sorveglianza pieni di debiti, con un pezzo di carta nella speranza di trovare un lavoro. Non c’è da stupirsi che siano furiosi con il sistema, che ormai sembra assomigliare a un tempio di William Blake, con la scritta “Non commettere” sulla porta.

Questo mette in luce un problema più ampio, relativo alla natura stessa della società liberale. Tutte le società, fino ad oggi, hanno avuto un ethos (a volte anche più di uno) che struttura il modo in cui le persone parlano, pensano e interagiscono con gli altri. Per definizione, il liberalismo non può avere questo, perché riconosce solo due modalità di interazione con gli altri. La prima si basa sul contratto nel senso più ampio del termine, in cui denaro o favori vengono scambiati in cambio di servizi resi e, in caso di controversia, un giudice decide chi ha ragione. L’altra si fonda sul concetto di diritti, in cui io cerco di costringerti a cambiare il tuo comportamento per essere più accomodante nei miei confronti, e io resisto ai tuoi tentativi di fare lo stesso. In caso di controversia, un giudice decide chi ha ragione.

Il liberalismo non può quindi avere un quadro adeguato in cui essere implementato, o persino compreso. Un sistema etico, suppongo, si riduce a un semplice comandamento etico: “Fai ciò che vuoi sarà tutta la legge, e già che ci sei, cerca di costringere anche gli altri a fare ciò che vuoi tu”. Un sistema che riconosce gli altri esseri umani solo come concorrenti per i diritti o la ricchezza, o come risorse da impiegare nel perseguimento di tali obiettivi, non può essere generalizzato in un’etica sociale. Ma questo è il sistema che abbiamo oggi: o forse sarebbe meglio dire il “non-sistema”. Per la prima volta nella storia documentata, una società non possiede un sistema condiviso per formulare giudizi etici e morali, e i governanti della nostra società credono che un tale sistema sia comunque superfluo. Questo non significa negare che una società liberale formuli giudizi e dichiarazioni etiche. A volte, anzi, sembra che le società liberali non facciano molto altro. Ma, come ho sottolineato di recente, non esiste un quadro etico strutturato per formulare, o persino comprendere, i loro giudizi. Non c’è nulla al di sopra e al di là dell’umanità, nulla di più grande dell’umanità, nessuna idea duratura, nulla di ciò che è rimasto di ciò che è servito ai nostri antenati come base per il dibattito e lo scambio. In una società liberale, quindi, tutte le decisioni e i comandi etici sono semplicemente espressioni di potere: mi piace questo, non mi piace quello, e ho il potere di obbligarti a seguire le mie preferenze.

Qualsiasi teoria etica che si rispetti dovrebbe essere universalista. Il cristianesimo ha compiuto rapidi progressi nei suoi primi secoli grazie alla sua dottrina radicale della salvezza per tutti. Più recentemente, la tradizione repubblicana in Francia, prendendo molto sul serio il principio di uguaglianza, ha cercato di applicare le stesse regole a tutti. Tutto ciò è ora cambiato e le precedenti consuetudini universaliste sono state sostituite da un caleidoscopio in continua evoluzione di opinioni accettabili e inaccettabili, dettate dalle strutture di potere. Al momento, ad esempio, è considerato “razzista” fare campagna contro le mutilazioni genitali femminili in Africa, nonostante sia da tempo una preoccupazione delle femministe africane stesse.

I giovani, in particolare, devono quindi destreggiarsi fin dalla tenera età in una serie sconcertante di imperativi comportamentali decontestualizzati e spesso arbitrari. Proprio perché arbitrari e basati sul potere, non possono essere messi in discussione. (“Non usare quella parola, potrebbe essere dannosa.” “OK, spiegami in cosa consiste questo danno.” “Stai cercando di essere divertente?”) È impossibile per loro costruire un sistema etico coerente a partire dalla molteplicità di ingiunzioni sconnesse che ricevono. (Quando ero giovane, si cominciava a dire che dovremmo “mettere in discussione tutto”. Ma guai a te se osavi mettere in discussione quella particolare ingiunzione.) Il liberalismo si vanta della sua tolleranza: in effetti, viene generalmente presentata come la grande virtù liberale. Eppure, a quanto pare, ha anche tolleranza zero per quasi tutto ciò che si possa immaginare, e un buon liberale è una massa inarrestabile di rabbia diretta verso una serie di cose che non dovrebbero essere permesse. Io esigo tolleranza per me stesso, per le persone e per le cause che sostengo. Tutto il resto deve essere distrutto. Non è un’ideologia molto attraente, a dire il vero.

I giovani sono spesso arrabbiati e contrari a molte cose; ma in generale non gradiscono sentirsi dire cosa odiare e possono reagire abbracciando proprio quelle cose che sono impopolari presso le autorità. Inoltre, i giovani oggi non hanno un quadro morale alternativo da offrire per giustificare qualsiasi senso di ribellione possano provare. Quando ero giovane, i miei coetanei potevano difendersi con i concetti del marxismo o, in alcuni casi, del decostruzionismo. Altri potevano rifugiarsi in credenze religiose o in forti visioni etiche provenienti da altre correnti, come il buddismo. Nulla di tutto ciò è possibile oggi: i giovani sono arrabbiati, e giustamente, ma non riescono a spiegare coerentemente il perché. Hanno motivi per essere arrabbiati, ma nessun contesto intellettuale in cui collocare la loro rabbia, e quindi nessun modo per spiegare in modo coerente cosa c’è di sbagliato e cosa vorrebbero vedere al suo posto. Sanno cosa non gli piace, ma niente di più.

Parte dell’opposizione al peggioramento della situazione era storicamente ispirata da una storia e una cultura condivise: rivolte e rivoluzioni, unità e divisione nazionale, punti di riferimento culturali comuni. Quando andavo a scuola, mi insegnavano il progresso costante, seppur a volte esitante e violento, della rappresentanza politica in Gran Bretagna, l’ascesa dei sindacati e dello Stato sociale. In Francia, l’equivalente era persino più strutturato e didattico. Questa era una semplificazione eccessiva, suppongo, ma non era sbagliata, e forniva a noi, inorriditi dagli eventi degli anni ’80, un quadro storico e culturale in cui protestare. Oggi non esiste nulla di simile. La maggior parte dei giovani che crescono nei paesi occidentali prova un senso di vergogna instillato nei confronti della propria storia. Anzi, c’è chi guarda con sospetto all’interesse per la storia. Non passa giorno senza che un leader occidentale si lanci in grottesche “scuse” per qualche torto reale o immaginario del passato. E ovviamente, come accade con qualsiasi sistema di questo tipo, più si alimenta la lobby delle lamentele, più essa diventa affamata.

Si tratta di politici che giocano a chi riesce a essere più decoloniale e ad accumulare il maggior numero di “punti di colpa”. Dubito che gli venga mai in mente di pensare alle conseguenze pratiche dell’insegnare a intere generazioni di bambini a disprezzare il paese in cui sono nati e a liquidare la sua storia e cultura come prive di interesse. I bambini, di fatto, sono danni collaterali nei giochi degli adulti: solo ora stiamo scoprendo cosa significhi davvero una generazione di bambini priva di alfabetizzazione storica e culturale.

Esistono fattori specifici che aggravano ulteriormente la situazione dei figli delle comunità immigrate. La ragione principale della migrazione è la ricerca della famosa “vita migliore” per sé e per i propri figli. Per questo motivo, storicamente, gli immigrati sono stati i cittadini più patriottici: hanno scelto di vivere lì. Di conseguenza, gli immigrati hanno svolto un ruolo vitale e nobile nella storia di molti paesi occidentali, integrandosi con entusiasmo nelle società che hanno scelto. A scuola, i loro figli imparavano la storia e la cultura della terra che li aveva accolti. Eppure, nell’ultima generazione, questa situazione è radicalmente cambiata. Gli insegnanti trasmettono la storia che hanno appreso a loro volta. La Francia, ad esempio, non è una terra promessa, ma un cesso, un sobborgo infernale, la cui storia e cultura sono state contaminate dall’imperialismo e dalla schiavitù. E no, non sto esagerando. I social media sono pieni di accuse di “razzismo strutturale” e gli influencer che i giovani ascoltano dicono loro che la Francia è uno stato decadente e blasfemo in cui nessun musulmano devoto dovrebbe vivere. Lo stesso messaggio viene diffuso da imam radicali del Qatar e della Turchia. Anche in questo caso, si tratta di futili lotte politiche tra adulti: ancora una volta, i bambini sono vittime collaterali. Il fatto è che molti, se non la maggior parte, di coloro che arrivano in Francia trovano una vita migliore, con opportunità che non avrebbero mai avuto, ad esempio, in Tunisia. Ma perché rovinare un buon gioco politico?

Più in generale, gli adulti in posizioni di influenza ma non di autorità – i media, gli insegnanti, le ONG – spesso incanalano una sorta di odio verso se stessi per essere cittadini di un paese che (a loro avviso) sta sbagliando o semplicemente non riesce a fare le cose per bene. All’epoca dei combattimenti in Bosnia, rimasi colpito dall’odio viscerale mostrato verso i governi occidentali da alcuni dei loro cittadini, che apparentemente pensavano che i loro governi avrebbero potuto “fermare la violenza” se lo avessero voluto. Questa è una forma relativamente pura di transfert psicologico, e qualcosa che chiunque lavori nella pubblica amministrazione incontra prima o poi: attribuiamo ai governi i poteri magici che un tempo attribuivamo ai nostri genitori, e rimaniamo altrettanto amaramente delusi quando non riescono a mantenerli. E tale è la forza dell’ego occidentale che, parlando del passato, vuole parlare solo di sé, regolando i conti edipici con i suoi genitori e nonni simbolici per le cose che presumibilmente hanno fatto di male, distruggendo le loro statue. Tutto ciò contribuisce a formare il putrido miscuglio in cui crescono i giovani: assediati da persone che dicono loro cosa fare, ma senza alcuna argomentazione se non il potere, e senza alcun sistema etico più ampio.

Non sorprende quindi che l’Islam stia facendo breccia nel deserto spirituale che abbiamo creato per i nostri giovani. Le donne che vediamo indossare il velo sono molto spesso giovani: le loro madri sono venute in Europa per sfuggire a tali restrizioni sull’abbigliamento. L’Islam, come ogni religione monoteista, offre risposte a domande sul comportamento, e la sua struttura, con la fusione del diritto comune con quello che noi chiameremmo diritto canonico, fa sì che fornisca risposte a quasi ogni domanda immaginabile. Ancora più importante, offre una struttura per la vita e il comportamento, un significato per l’universo e un ricco e profondo corpus di riflessioni su di esso. Sono secoli che la Chiesa cristiana non può certo aspirare a uno status simile.

In passato, l’interesse per la religione era visto come un segno di adesione alla destra, e in un certo senso era vero. Ma rappresentava anche una scelta consapevole tra sistemi di credenze concorrenti, ognuno con i propri martiri, la propria iconografia e la propria dottrina. Ora, è rimasta solo la religione, e il cristianesimo ortodosso stesso ha gettato la spugna, credendo che il materialismo ottocentesco abbia trionfato nella nostra società e abbia “smentito” la Bibbia. Ma ovviamente non è così, ed è per questo che le Chiese che convertono tendono ad essere o carismatiche, o austere e altamente strutturate come quella ortodossa, con la loro enfasi sulla cerimonia e sul rituale. Il modello laico del repubblicanesimo in Francia, un tempo una potente forza di liberazione dalla religione oscurantista, si è ormai di fatto arreso ad essa.

Forse tutti noi, inconsciamente, invidiamo coloro che abbracciano dottrine religiose attiviste: in molti casi, queste persone mettono in atto la nostra fantasia di vivere in una società in cui le persone hanno una struttura e un ordine ben definiti, e in cui il giusto e lo sbagliato non sono concetti infinitamente malleabili a seconda di chi sei e di quanto oppresso tu sia stato. Questo, forse, spiega non solo l’afflusso di convertiti musulmani in Siria una decina di anni fa, ma anche il fascino che molti in Occidente – pur essendo fieri laici – provano per le forze militari islamiste del mondo arabo, come Hezbollah, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane e persino Hamas. Si tratta di persone che possiedono qualcosa che noi non abbiamo, qualcosa per cui sono disposte a morire.

In ogni caso, è troppo tardi. Una generazione di negligenza ha creato una classe qualificata ma semi-istruita, senza speranza e senza prospettive, solo materia prima utilizzata in oscure battaglie tra teorici dell’identità. Hanno rabbia, ma non sanno come incanalarla. Non hanno un sistema di valori a cui fare riferimento, nessuna esperienza e nemmeno un’idea di cosa significhi una vita migliore.

Ma non è tutto, perché dietro a loro ci sono coloro che sono stati completamente emarginati dal sistema: in gran parte analfabeti e incapaci di fare calcoli, con poche alternative al crimine. Per decenni, i governi europei hanno riconosciuto che per smantellare la criminalità organizzata sarebbe stato necessario intervenire in aree “sensibili” ad alta immigrazione, il che avrebbe provocato violenza e probabilmente morti. Nessun governo era disposto a correre questo rischio. Ora è troppo tardi. Ma le ultime due settimane hanno messo a nudo la terribile fragilità delle nostre società occidentali anche di fronte a episodi di violenza limitati e localizzati.

Prevedo due possibili sviluppi, e mezzo. Il primo è che bande criminali e ladri , avendo capito quanto sia facile, si dirigeranno sempre più spesso verso il centro delle città europee per saccheggiare, derubare e rubare. I mezzi pubblici li porteranno lì e indietro in pochi minuti, e una volta a casa saranno praticamente invulnerabili. La refurtiva comparirà in vendita su Internet il giorno successivo. Se sei un negoziante o un ristoratore, beh, peggio per te. Le forze dell’ordine sembrano essere state ritirate per proteggere il sistema politico e i centri del potere, come era prevedibile.

La seconda opzione è la creazione di zone governate da gruppi islamici. Questa è in gran parte una realtà al momento, ma potrebbe facilmente evolversi ulteriormente. Gli islamisti sono ben armati e, a ragione, riterrebbero che lo Stato non rischierebbe di tentare di ristabilire l’ordine con la forza. Grazie alle loro reti di controllo sociale, potrebbero riuscire a creare, almeno temporaneamente, dei piccoli stati quasi indipendenti, nei quali non si imporrebbe l’autorità statale. Questa è un’opzione che è già stata ampiamente discussa su internet.

Il problema principale è la possibilità di una reazione negativa, o forse di più di una. È piuttosto inutile cercare di anticipare i dettagli, ma è abbastanza chiaro che le attività commerciali nelle zone e nelle città meno alla moda saranno lasciate a se stesse, perché la polizia semplicemente non ha abbastanza personale. Se questo darà vita a gruppi di autodifesa che pattugliano le strade, e se tali gruppi saranno organizzati e sfruttati per fini politici, nessuno si sorprenderà. Poiché i media sono capaci solo di parlare di inezie, la domanda è stata se i recenti eventi “rafforzeranno l’estrema destra”. Credo che abbiamo superato da tempo questa fase: la vera domanda ora è se il sistema della Quinta Repubblica reggerà.

Il neoliberismo non ha dato nulla a queste persone: nessuna speranza, nessun futuro (ah, gli anni del punk!), nessuna qualifica che possano effettivamente utilizzare; nessun lavoro, nessun altro status se non quello di consumatore. E ora non stanno più chiamando pazientemente il chatbot basato sull’intelligenza artificiale per protestare, ma stanno spaccando vetrine e prendendo le cose direttamente. Chi può stupirsi? Dal nulla non nascerà nulla, proclamava Re Lear in un contesto ben diverso. Credo che sarà anche peggio: coloro ai quali abbiamo dato nulla ci daranno in cambio molto più di nulla, e non ci piacerà.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

Il declino come destino, di Alexander Raynor

Il declino come destino

Alexander Raynor

29 settembre 2026

Guillaume Faye (1949–2019) fu, negli anni ’70 e nei primi anni ’80, uno dei teorici più brillanti e combattivi del GRECE — insieme ad Alain de Benoist, la voce intellettuale dominante dell’“età d’oro” della Nouvelle Droite. Ruppe con Alain de Benoist e il GRECE intorno al 1986–87, si ritirò dall’attività militante per circa un decennio e tornò alla ribalta alla fine degli anni ’90 con un corpus di opere nettamente più radicale — L’archeofuturismo(1998), La colonizzazione dell’Europa(2000). Il presente testo è opera del primo Faye: il teorico del GRECE dei primi anni ’80.

L’argomentazione di Faye ruota attorno a un’unica distinzione, volutamente provocatoria. L’«Occidente» non è in declino — si sta espandendo — ma è il declino stesso: una civiltà universalista, egualitaria e tecnicista la cui essenza è l’entropia, l’omogeneizzazione di tutte le forme di vita, rappresentata come una proliferazione cancerosa. L’«Europa», al contrario, non è un principio ma un popolo e una civiltà viva; è quindi semplicemente in decadenza, una malattia dalla quale può guarire attraverso l’autometamorfosi. Faye individua i semi della rigenerazione nell’«ignoranza colta» di una giovane generazione «neo-europea» immunizzata contro la vulgata occidentale, in un atteggiamento «anarchico» di stampo dionisiaco/jüngeriano e nel progetto di «zone autocentrate» distaccate dal mercato planetario.

Questo brano è tratto dal suo libro del 1985 L’Occidente come declino (1985). Moira, con l’aiuto di Stefano Vaj, ha tradotto questo libro in inglese, ed è disponibile come Il declino dell’Occidente, o l’Occidente come declino?: A difesa delle identità dei popoli.

Tradotto da Alexander Raynor (Questa traduzione è opera mia.)


A prima vista, l’errore di Oswald Spengler fu immenso: egli annunciò per il XX secolo il declino dell’Occidente, mentre stiamo assistendo, al contrario, all’affermazione della civiltà occidentale, all’occidentalizzazione della Terra, alla generalizzazione di questo “Occidente” auto-istituito come cultura della specie umana — di cui, per supremo paradosso, le nazioni neo-industriali dell’Oriente costituiranno forse presto l’avanguardia. A prima vista, tuttavia, è al declino dell’Europa che siamo chiamati ad assistere. L’ascesa al potere dell’Occidente e la perdita di sostanza dell’Europa: i due fenomeni sono indubbiamente collegati, l’uno comporta l’altro. Tutto avviene come se, dopo aver dato vita all’Occidente — oggi diffuso su tutto il pianeta —, un’Europa esausta stesse entrando in una nuova era buia.

La tesi qui presentata sarà semplice: l’Occidente non è in declino — è, al contrario, in espansione — ma è il declino stesso. Ed è così sin dalle sue fondamenta, sin dal suo decollo ideologico nel XVIII secolo. L’Europa, dal canto suo, è semplicemente in decadenza. Già l’etimologia lo dice: l’«Occidente» è il luogo dove il sole tramonta. E, nella sua essenza, la civiltà occidentale — un apparente movimento ascendente — si fonde in realtà con una metafisica del declino, un appassimento del principio solare che, superficialmente, sembra fondarla. Questo declino intrinseco, che è la legge dell’Occidente, non è tuttavia facile da discernere, tanto è intriso di paradossi.

• Primo paradosso: mentre l’ideologia occidentale entra in una fase di declino — declino delle teorie progressiste, rivoluzionarie, democratiste, ecc. — la civiltà occidentale registra, anche sul piano politico, un’espansione inarrestabile dei propri regimi economici e politici, siano essi socialisti o capitalisti, a scapito delle tradizioni locali di sovranità e cultura.

• Secondo paradosso: mentre l’Europa sembra — ahimè — iniziare a deperire, nel suo insieme continentale, in un numero impressionante di ambiti, l’Occidente — che costituisce, per Abellio come per Heidegger, il figlio metafisico e geopolitico di questa Europa — esplode su scala planetaria.

• Terzo paradosso: mentre nel cuore stesso della nostra cultura assistiamo all’implosione del significato, al declino dei grandi valori costitutivi, al crollo delle molle spirituali, vediamo al contempo l’ascesa al potere della componente materiale della nostra cultura, della sua “forma” — vale a dire delle sue manifestazioni tecnologiche e scientifiche, che stanno per assumere il dominio assoluto sulla Terra. La civiltà tecnica ed economica che, partita dall’Europa e dal Nord America, sta conquistando l’intero pianeta, non può essere seriamente confusa con un fenomeno di «decadenza». Gli storici ci hanno dimostrato, ad esempio, che la famosa «decadenza dell’Impero Romano» — troppo spesso e erroneamente paragonata alla nostra situazione — fu accompagnata da una regressione delle «forme» della civiltà: tecniche, istituzioni, città, infrastrutture, scambi, ecc. Sempre più strade, fabbriche, aerei, scuole, ospedali, libri, inquinamento ed esseri umani. Più la «struttura» esplode, meno le sue fondamenta ideologiche e morali sembrano solide. Assistiamo parallelamente a un’esplosione delle forme di civiltà e a un’implosione dei valori, delle ideologie e, soprattutto, di tutte le fondamenta morali e spirituali che conferiscono un «senso» globale alle società.

• Quarto paradosso: se ci si limita a considerare il settore dell’economia pura, si osserva una crisi dei meccanismi mondiali di libero scambio commerciale e monetario, ma al tempo stesso un progresso inarrestabile delle tecnologie e dell’organizzazione commerciale e scientifica dell’umanità.

• Quinto paradosso: mentre il crollo dei tassi di fertilità in tutto il mondo (iniziato in Francia nel XVIII secolo e nel Terzo Mondo negli ultimi anni) ha finora determinato uno spopolamento solo nei paesi industrializzati, la popolazione mondiale, in virtù di una semplice legge aritmetica, continua a crescere a un ritmo esponenziale.1

Questi cinque paradossi sono inquietanti. Anziché attraversare declini globali e lineari come le altre civiltà che ci hanno preceduto, viviamo quello che si potrebbe definire un «declino annidato in un’espansione». Come se la civiltà occidentale fosse una macchina impazzita, il cui centro implode mentre la periferia esplode. L’Europa regredisce, l’Occidente si espande. Il significato scompare, le forme crescono. Il «sangue» evapora, ma le vene si ramificano in reti sempre più vuote. Sempre meno cervello, ma sempre più corpo e muscoli. Sempre meno umanità, ma sempre più uomini. Sempre meno culture, ma sempre più civiltà. Tutto ciò assomiglia stranamente a una proliferazione cancerosa. Un cancro, infatti, è il declino della differenziazione qualitativa delle cellule a vantaggio del trionfo della riproduzione quantitativa.

La logica profonda dell’Occidente — attraverso l’egualitarismo sociale, la conversione di tutte le culture agli stessi modelli politici ed economici, attraverso la razionalizzazione dell’esistenza che nemmeno i regimi che la combattono nelle loro dottrine possono evitare — è, fin dalle sue fondamenta, la riduzione dell’organico al meccanico. Il paradosso supremo dell’Occidente è che il suo presupposto è, sotto l’apparenza di crescita e giovinezza, un’entropia, vale a dire una crescente omogeneizzazione delle forme di vita e di civiltà. Ora, l’unica vera forma di declino, come ci insegnano l’astrofisica e la biologia, è proprio l’entropia: la crescita cancerosa di cellule indifferenziate o, secondo il secondo principio della termodinamica, la perdita di energia attraverso l’omogeneizzazione. Da questo punto di vista, l’essenza dell’Occidente è il declino, poiché la sua ragion d’essere è l’uniformazione delle forme di vita umane. E l’essenza del «progresso» è l’entropia. La moltiplicazione esplosiva delle tecnologie serve a mascherare questo declino agli occhi dei suoi stessi protagonisti, esattamente come, nel tragico processo di remissione del cancro, la proliferazione di cellule indifferenziate dà, per un certo tempo, l’illusione della salute e della crescita organica. L’Occidente è un vecchio che si crede un adolescente.

Ma nella misura in cui questa civiltà occidentale entra nella sua “terza età”, vivendo al tempo stesso il trionfo delle sue forme, delle sue quantità, della sua espansione statistica e geografica, e tuttavia l’esaurimento del suo significato, della sua ideologia, dei suoi valori, ci si può chiedere se non sia proprio sull’orlo della risoluzione di quel declino che porta in sé. Ipotesi: sarebbe allora l’intera Terra ad entrare nel periodo del declino, poiché, per la prima volta, un’intera civiltà la unifica — una civiltà minata dall’interno. La civiltà occidentale assomiglia agli alberi di Parigi: continuano a crescere anche mentre vengono rosicchiati.

Si potrebbe ritenere che l’uniformazione dell’intera Terra sotto la legge di un’unica civiltà — politica, economica e culturale — sia un processo bio-cibernetico, poiché si tratta, come hanno dimostrato Lupasco e Nicolescu, di un’omogeneizzazione delle energie. Per il momento questa entropia è “espansiva”; un giorno, come ogni entropia nella sua fase n. 2, diventerà implosiva. E non crediamo, come immagina Lévi-Strauss, che possano sorgere «nuove differenze» e nuove eterogeneità all’interno di una civiltà mondiale ormai occidentalizzata.2Si tratterebbe solo di specificità superficiali, elementi folcloristici o “varianti”.

E nella misura in cui questa adesione storica dell’umanità a un’unica e stessa civiltà occidentale — democratica, prospera, individualista ed egualitaria — costituisce da oltre un secolo il progetto delle ideologie del Progresso, siano esse socialiste o liberali, non ci si deve forse chiedere se l’idea stessa di Progresso non sia la figura centrale del Declino? La materia e l’essenza del Progresso sono l’adesione di tutti gli uomini alla stessa condizione e alla stessa morale sociale, ritenuta universale. In questo senso, le dottrine progressiste, secolarizzando le religioni monoteiste della verità rivelata, hanno messo in moto un processo di fine della storia, di fine delle storie di ciascun popolo. Oggi intravediamo questa fine della storia: uno status quo planetario attraverso la minaccia termonucleare, un condominio sovietico-americano sul mondo che congela le indipendenze nazionali, una «gestione» tecno-economica e finanziaria di un’economia mondiale che uniformizza i modi di produzione e di consumo, ecc. Si ripete all’infinito, sulla scia di Alvin Toffler, che stiamo entrando nella «terza rivoluzione industriale»; questo è vero, ma non perdiamo comunque di vista questo sorprendente paradosso: al fantastico sconvolgimento delle forme socio-economiche corrisponde la glaciazione delle forme politiche e «storiche». Viviamo una «mutazione immobile». Tutto vibra (tecnologie, relazioni sociali ed economiche) ma nulla «si muove» (geopolitica); o meglio, nulla si muove ancora. E, come la coscienza storica, anche le idee e i valori si stanno congelando.

Dietro al suo trionfo, la civiltà occidentale vede oggi spezzata la sua molla motrice: i suoi miti fondanti e le sue ideologie appassiscono e si sclerotizzano. Il progressismo, l’egualitarismo, lo scientismo, il socialismo hanno disincantato i propri sostenitori e non riescono più a mobilitare energie. I modelli politici di una civiltà quantitativa, interamente fondata sull’economia, hanno prodotto in Oriente un totalitarismo tirannico, in Occidente il totalitarismo morbido e dispotico della società dei consumi previsto da Tocqueville, e nel Terzo Mondo l’etnocidio e il pauperismo di massa — quest’ultimo mascherato dalla triste mistica dello «sviluppo».

Assumendo un carattere antirivoluzionario, le ideologie occidentali, a immagine della civiltà neoprimitiva che rappresentano, convergono oggi in un social-liberalismo tiepido, cinico, privo di progetti, manageriale e irrilevante, incentrato sulla vulgata accademica dei “Diritti dell’Uomo”, di cui Claude Polin ha ben dimostrato l’insensatezza e l’inefficacia.3Priva di ogni trascendenza, organizzata nel suo principio attorno al rifiuto di qualsiasi riferimento allo spirituale, la civiltà occidentale è l’organizzazione tecnico-razionale dell’ateismo. Ora, mutilata dei suoi dei, qualunque essi siano, una cultura umana si condanna a lungo termine, anche se altrove risplende lo splendore di Mammona, anche se l’accumulo tecnologico, la progressione nominale dei redditi o il «progresso della giustizia sociale» danno l’illusione di vitalità.

Ma questa ascesa dell’economia e della tecnica — in nome di cosa si dovrebbe considerarla un miglioramento? È facile dimostrare, ad esempio, che i processi mentali della società dei consumi — anche dal punto di vista dell’intelligenza gnoso-pratica e tecnica — non sono necessariamente più elaborati di quelli delle società tradizionali. La società tecnica vede, concretamente, il declino dell’«spirituale» (Evola) o dell’«essere» (Heidegger), e forse anche dell’intelligenza nelle sue forme di vita.4E, paradossalmente, poiché il mondo — contrariamente alle concezioni cristiane — non è dualista ma associa, in un’apparente contraddizione, ciò che è più immateriale e ciò che è più biologico nella stessa unità organica e vitalista, non sorprende che al declino spirituale corrisponda anche il declino dello spirito di stirpe, il declino demografico. La coscienza biologica e la coscienza spirituale sono legate. La separazione operata dal dualismo cristiano tra Dio e il mondo ha profondamente segnato la civiltà occidentale, rompendo con l’unità del trascendente e dell’immanente propria della tradizione ellenica. Penetrando nell’inconscio collettivo e nelle forme della civiltà, questo dualismo ha progressivamente dato origine a un disincanto e a una desacralizzazione del mondo, a una civiltà schizofrenica: da qui le separazioni mutilanti tra lo Stato-Padre-e-Giudice e la società, tra la Legge e il popolo, tra le razionalità del liberalismo e del socialismo e lo slancio vitale «cieco» (ma per questo chiaroveggente perché «oscuro») delle civiltà, tra l’individuo elevato a monade e le sue comunità, tra l’apparente legittimità dell’Occidente — vale a dire questa «democrazia» di cui tutti (tiranni compresi) sostengono di far parte senza percepirne il significato — e le reali aspirazioni delle popolazioni, tra la Tecnica, figura dominante dell’epoca, e l’ideologia.

Questi ultimi due punti meritano una precisazione. Il divario tra la Tecnica — oggi prosaica e disincantata — e l’ideologia è stato spesso frainteso, in particolare da Spengler e Jünger. A nostro avviso, non è la Tecnica a costituire la causa del materialismo, dell’uniformismo e della destinalizzazione dell’Occidente; è piuttosto l’ideologia occidentale stessa ad aver fatto di questa Tecnica il motore della sua logica mortifera. La tecnica è disincantata, ma non è il disincanto nella sua essenza. La ragione di ciò sta nel divorzio tra l’essenza della Tecnica — che è, come intuì Heidegger, poetica, lirica, faustiana, quindi spirituale e «artistica» — e le ideologie dominanti in Occidente, che attribuiscono a questa Tecnica solo il prosaismo meccanico dell’addomesticamento attraverso il benessere e la riducono a una «tecnologia della felicità individuale». Se il razzo Ariane non fa sognare quando dovrebbe, quando dovrebbe rappresentare per il nostro immaginario la «trasfigurazione degli dei», è perché la sua finalità è la ritrasmissione di programmi televisivi, vale a dire l’espressione della più piatta «banalità».

E quando Gilbert Durand invoca la rinascita delle ombre dell’immaginario, forse le uniche in grado di contrastare il disincanto della società tecno-consumistica, non è nel consumo del passato, nei musei, negli studi, nelle nostalgie, nei miti archiviati su schede informatiche, che esse potranno essere ritrovate. È, paradossalmente, nella contemplazione pura dei computer stessi, nei razzi e nelle centrali elettriche — in breve, in una Tecnica che porta in sé il più grande potenziale di sogno che l’umanità sia mai riuscita a trovare, e che oggi è neutralizzata, scollegata, da ideologie e modelli sociali interamente dominati dalla meschinità domestica e dalla fredda logica contabile delle burocrazie.

La seconda grave conseguenza del dualismo occidentale riguarda il divario tra il regime politico ufficiale (la famosa “democrazia”) e il modo in cui tale regime viene concretamente percepito, e socialmente vissuto, dai cosiddetti “cittadini”. Possiamo qui solo elencare, senza approfondirli, gli effetti di questa separazione: la radicale non rappresentatività della classe politica, l’onnipotenza delle feudalità minoritarie (organizzazioni sindacali, media, reti bancarie, organismi tecnocratici), il simulacro della partecipazione elettorale dei cittadini al potere attraverso il carattere irrilevante della posta in gioco nelle votazioni, la costante volontà dei partiti politici di distorcere a proprio vantaggio la reale opinione del popolo, ecc. Più che mai, l’opposizione tra il paese reale [pays réel] e il paese legale [pays légal] rimane la regola.

Fondato sulla sovranità del popolo, l’Occidente la attua ancora meno delle società tradizionali tanto denigrate come tiranniche. A questo proposito, la cosa più grave non è l’assenza di “democrazia” (sarebbe meglio, tutto sommato, avere un potere che riconosca ufficialmente l’impossibilità della democrazia e che fondasse la sovranità su — ad esempio — un’autocrazia sacralizzata), ma la schizofrenia endemica, la menzogna permanente di un sistema di potere che, in Oriente come in Occidente, trae la propria legittimità da un principio (il Popolo sovrano) che non solo non viene applicato, ma la cui applicazione le classi dominanti si preoccupano principalmente di impedire. Infatti, cosa temono e combattono maggiormente i partiti, i sindacati, i grandi organismi, i media progressisti (e, nell’URSS, il PCUS), se non la democrazia diretta, se non il cesarismo referendario in cui l’opinione brutale del popolo si esprime senza giri di parole? E perché temono così tanto questo popolo? Perché sanno bene che nelle sue profondità l’umanesimo, l’egualitarismo illuminato, il cosmopolitismo sradicato non trovano spazio. Sanno che all’interno del popolo «ignorante», lasciato a se stesso senza la supervisione delle «élite» sindacali, partitocratiche e giornalistiche, vivono ancora valori e aspirazioni che non corrispondono a ciò che si aspettano gli scribi, i tecnocrati, i politici e i sacerdoti.

Questi, che ricoprono il ruolo di “élite europee” ma non ne hanno la statura, preda del vuoto intellettuale e ideologico, si aggrappano alla vulgata occidentale come a un salvagente. La “destra” e la “sinistra” politiche fanno convergere i loro discorsi impoveriti nello stesso atlantismo social-liberale. Con sfacciataggine, la sinistra francese, dopo il prevedibile fallimento del proprio «socialismo», ne celebra il funerale discreto e si autoproclama portavoce del capitalismo e dell’individualismo, abbandonando definitivamente ogni discorso rivoluzionario. Nasce così, sul piano ideologico come sul terreno politico, una «sinistra-destra», il nuovo partito unico delle democrazie occidentali, che si riconosce nell’atlantismo, nella difesa dell’Occidente (tema un tempo proprio dei criptofascisti), nel reaganismo, nella filosofia sommaria dei diritti dell’uomo e nel conservatorismo.

Questo “asse sinistra-destra” ideologico e politico è caratterizzato non solo dal suo occidentalismo, ma anche dalla sua deriva antieuropea, mascherata da un antisovietismo di primo piano e da un discorso apparentemente filoeuropeo. L’obiettivo è negare all’Europa ogni specificità e ogni indipendenza, definendola una mera zona (e uno scudo) dell’Occidente atlantico.5

Ora accade che, senza dubbio per la prima volta nella sua storia, l’Europa non condivida più gli interessi dell’Occidente (culturali, geopolitici ed economici), e che sia diventato necessario un distacco tra l’Europa e l’Occidente di impronta americana. È proprio perché fa parte esclusivamente della civiltà occidentale — che un tempo era europea ma ora non lo è più — che l’Europa è entrata in decadenza. Le figure della decadenza europea sono note. Ricordiamole per la cronaca: questa civiltà, che è ancora praticamente la più densa e potente della Terra, giace, come un Gulliver incatenato, smembrata dal condominio sovietico-americano. Privata dell’indipendenza politica, futuro campo chiuso di uno scontro tra i due Super-Grandi, l’Europa vive con la prospettiva del proprio genocidio nucleare. Il «giorno dopo» non preoccupa, in realtà, i nostri due protettori. Vittima di una guerra economica che la deindustrializza, preda al centro della colonizzazione e dell’occupazione e, a ovest, della deculturazione e dello sfruttamento, l’Europa è anche in caduta libera demografica. In ogni ambito, dopo essere esplosa, l’Europa, come un buco nero, implode. Entra, come dopo la caduta di Roma, in una nuova era buia.

Ma la decadenza europea è meno grave e non sembra della stessa natura del “declino esplosivo” che affligge l’Occidente. Quest’ultimo, ripetiamolo, è il declino; porta in sé il deperimento di tutte le cose. Il declino di un organismo è senza rimedio, perché ne tocca le fondamenta e il principio. L’Occidente ha un principio, astratto: è l’ideologia (l’americanismo o il sovietismo, entrambe secolarizzazioni del cristianesimo). Ora, l’Europa non è un principio, ma un popolo, una civiltà, una storia, di natura viva e organica e non meccanica. In questo senso l’Europa è semplicemente in decadenza. Sta attraversando un’epoca buia dalla quale può riprendersi. È malata e può guarire attraverso l’autometamorfosi, mentre l’Occidente è incurabile perché non può metamorfizzarsi, poiché obbedisce a una logica lineare, ignara di ogni polimorfismo.

Come afferma lo storico Robert Steuckers, l’Occidente americano è l’alleanza tra l’Ingegnere e il Predicatore; l’Occidente sovietico è l’alleanza tra l’Ingegnere e l’Ideologo. Ora l’Ideologo e il Predicatore stanno perdendo, proprio in questo momento, la loro legittimità, il loro fascino, il loro incanto. L’opera dell’Ingegnere, che si fondava esclusivamente sull’equilibrio precario dei propri discorsi e che continua, ancora per un po’, per effetto di inerzia, il proprio percorso, è destinata a fallire nel lungo periodo perché non è più alimentata. L’Europa, d’altra parte, è l’alleanza tra l’Ingegnere e lo Storico. Il discorso di quest’ultimo — irrazionale, fondato sulle profondità dell’immaginario — può senza dubbio entrare in crisi come oggi, ma è inesauribile perché può rigenerarsi secondo il principio dionisiaco della perpetua efflorescenza. L’Europa è legata al discorso occidentale solo in via provvisoria. I suoi «principi di vita» sono molteplici: un popolo non deve la propria esistenza, a differenza dell’Occidente americano o sovietico, a un meccanismo ideologico, a una legittimità «politica» che deve essere incessantemente giustificata, o, peggio ancora, alla logica quantitativa dell’economia. Per sopravvivere, un vero popolo — come nel caso dell’Europa e di molte civiltà del «Terzo Mondo» — non ha nulla «da dimostrare». L’Occidente, dal canto suo, deve incessantemente «dimostrare»; ora, questo è proprio ciò che non è più in grado di fare…

La decadenza europea è legata agli effetti della civiltà occidentale, che si tratti di americanismo o di sovietismo. Ma, paradossalmente, il declino già iniziato di questa civiltà, anche se a prima vista sembra essere la causa della decadenza europea, costituirà, in una seconda fase, la condizione per una rigenerazione della cultura europea. La condizione per una rinascita europea va ricercata in un’autometamorfosi, come la nostra storia ne ha conosciute diverse: l’abbandono delle ideologie occidentali e la nascita di nuovi fondamenti che ancora non conosciamo, che non potranno che essere irrazionali e spirituali e che, a loro volta, dureranno solo per un certo tempo. Ma la civiltà normalizzata, avendo trasformato i propri principi spirituali fondanti in una moralità prosaica e normativa, non lascia più spazio alla creazione di valori mobilitanti. Il narcisismo diventa il destino degli individui che si isolano nel presentismo, di fronte a una società ormai autonoma, le cui norme non hanno altri fini se non se stesse. In queste condizioni, si possono considerare come un «ritorno del senso», come una risposta spontanea della società alle strutture normalizzanti, le molteplici manifestazioni contemporanee che, nelle loro «esplosioni», sembrano sconfiggere la trasparenza razionale dei discorsi e la freddezza dei meccanismi tecno-economici?

I recenti fenomeni di liberalizzazione dei costumi, la creatività dei gruppi che si presentano in “ritardo” rispetto a quanto la sociologia ritiene di scoprire in termini di nuovi tipi di relazioni umane, il diffuso movimento di ri-radicamento culturale che sembra preannunciare un risveglio delle culture popolari contro la cultura di massa mercantile, ecc. — tutto ciò fa presagire un rinnovamento di un “paganesimo sociale” contro la normalizzazione degli Stati del benessere? Oppure non stiamo assistendo alla nascita di «valvole di sfogo», come porosità nel corpo della norma attraverso le quali sfuggirebbero, in quantità programmate, energie potenzialmente pericolose che verrebbero recuperate e neutralizzate, trasformate in «distrazioni», riprodotte come «tempo libero»? È difficile rispondere.

Tuttavia, non si può fare a meno di notare che la nostra epoca vede coesistere due fenomeni opposti: da un lato il rafforzamento delle norme tecno-economiche, dall’altro la liberazione delle moralità private. L’eteronomia sociale risponde all’autonomizzazione delle regole non economiche dell’esistenza. Questo parallelismo, che non è necessariamente frutto del caso, ci spinge a considerare con grande attenzione la funzione dei movimenti di liberazione e di innovazione dei costumi, senza tuttavia trascurare le speranze che essi possono anche suscitare. In ogni caso, per rispondere a questo desiderio di normalità — diventato effettiva normalizzazione — in cui l’ideologia occidentale ci rinchiude, sono incline a riporre maggiore speranza nei popoli piuttosto che nelle società: quei popoli messi in moto non dalle «vibrazioni» dei costumi, ma dai movimenti della storia. Ora, l’Europa, prima di essere una società, non è forse innanzitutto un popolo? Paradossalmente, la possibilità dell’Europa risiede forse nella sua vecchiaia, che può trasformarsi in giovinezza: l’Europa, toccata per prima dalla civiltà occidentale, sarà forse la prima a reagire contro di essa. In tal caso, la decadenza sarebbe un fattore di anti-declino, e la senescenza un fattore di esperienza e ringiovanimento: disillusi, tornati da ogni cosa, i neo-europei delle giovani generazioni che, nella loro «ignoranza colta», non vogliono nemmeno più sapere cosa significhino politica, democrazia, uguaglianza, diritti dell’uomo, sviluppo, ecc. , che non credono più nel volgare prometeismo delle mistiche socialiste o capitaliste, tornano, grazie a questa apparente depoliticizzazione, alle cose essenziali: «non vogliamo morire, insieme al nostro popolo, schiacciati da una guerra atomica in Europa la cui posta in gioco non è la nostra; non vogliamo “impegnarci” a destra o a sinistra, in un occidentalismo o in un sovietismo che sono solo le facce falsamente antagoniste dello stesso totalitarismo». Questo discorso è frequente tra i giovani. Tanto meglio; è quello dell’«Anarch» di Ernst Jünger. È un discorso rivoluzionario e impegnato sotto le apparenze del disimpegno e dell’incivismo. È l’atteggiamento dei neutralisti tedeschi, che non esprimono affatto una rassegnazione, ma una prodigiosa energia, l’eterna astuzia del popolo che sa che ci si può riprendere da un «regime politico» ma non da un olocausto.

La rinascita arborescente — astuta o inconsapevole — delle vitalità popolari di ogni genere contro il freddo ordine dei pianificatori o dei liberali, dei centralizzatori o dei decentralizzatori, dei politici, degli “umanisti”, dei sacerdoti, dei professori, dei socialismi, dei liberalismi, dei fascismi — e persino degli “anarchismi”… — contro i regolamenti, le reti, i programmi e i circuiti, contro l’uguaglianza e la disuguaglianza, la giustizia e la tirannia, la libertà e l’oppressione, la democrazia e il dispotismo, la società permissiva o il totalitarismo — in breve, contro tutti questi falsi opposti, queste false finestre delle ideologie occidentali il cui disegno comune è, come quello di Mosè nell’antichità, quello di imporre la propria Legge contro la vita e il reale — questa rinascita, dunque, costituisce oggi, in particolare nelle giovani generazioni, la principale forza di anti-declino. Al di fuori degli Stati e delle istituzioni ufficiali dei paesi occidentali, che oggi sono diventate forze di appassimento, si deve parlare di una resistenza popolare. Resistenza alle decadenze, allo statalismo sociale, ai piatti preconfezionati dell’angelismo umanitario e delle credenze progressiste, resistenza della saggezza dionisiaca di fronte alla follia prometeica dei livellatori — una resistenza multiforme di cui la crescente indifferenza verso la politica è solo un aspetto.

Questo vitalismo sociale non è un disimpegno, ma un impegno. In un mondo in cui tutto ciò che si vuole legittimo e istituzionalizzato fa appello al narcisismo di massa, al lavoro alienato, al presentismo, al macchinismo, allo sradicamento, nuove energie emergono spontaneamente e, nonostante le pressioni dei poteri e delle pedagogie, osano «fare musica senza solfeggio». Figli della decadenza, i neo-europei, nuovi barbari, non conoscono nemmeno più la vulgata del moralismo umanitario occidentale. Questo è l’effetto perverso — e dal nostro punto di vista quello positivo — del declino dell’educazione culturale in Europa: con il pretesto dell’uguaglianza e dell’universalismo, l’ideologia dominante ha trascurato l’insegnamento della cultura d’élite. Ma ha buttato via il bambino con l’acqua sporca. Le giovani generazioni si ritrovano forse deculturate, private della memoria — che era l’obiettivo perseguito dai professori dello sradicamento — ma anche (il che è senza dubbio un evento considerevole) liberate dagli scolastici e dai tabù delle ideologie mortifere dell’Occidente. I grandi concetti sacri (Uguaglianza, Democrazia, Politica, Libertà, Economia, Sviluppo, ecc.), responsabili del declino, galleggiano ormai come cadaveri nel pantheon mentale delle giovani generazioni.

Allora si verificherà una delle due cose: o questa fine radicale della “cultura classica” (alla quale, nonostante tutto, appartengono tutte le attuali categorie politiche e tutta la mistica egualitaria dell’Occidente) darà origine solo al vuoto e all’immersione nel neoprimitivismo, oppure farà emergere la profondità purificata della psiche europea, quella profondità che scaturisce dal nostro “istinto greco”. Alla diagnosi apparentemente pessimistica della «fine della storia» che sembra toccare gli europei, si può senza dubbio obiettare che, a livello del quotidiano, dell’intensità della vita delle società, le «storie» continuano a dispiegare le loro strategie, e che non bisogna fare la Cassandra. Ma, private della dimensione «storica» (e non di quella «politica», poiché «politica», «individualismo» e «fine della storia» vanno di pari passo) della loro esistenza, spogliate di una prospettiva sovrana, le società europee potrebbero ancora conoscere, nelle loro dinamiche private e quotidiane, nell’energia segreta del popolo, «storie», avventure, impulsi creativi?

Nessuno può rispondere. Due indicatori positivi, due potenti fattori di rigenerazione, possono tuttavia essere individuati all’interno della decadenza stessa. Primo indicatore: la proliferazione dionisiaca di nuovi comportamenti sociali paralleli, secessionisti e sensuali, legati a una rinascita contemporanea dell’estetica europea, che aggirano le istituzioni, le conoscenze istituzionalizzate, le reti tecnocratiche, e che la sociologia di Maffesoli porta alla luce — costituiscono al tempo stesso il segno che la moralità regolamentata, che il borghismo tecnomorfo della civiltà occidentale (vale a dire del declino) si scontra con l’inerzia del popolo, ma anche che stiamo assistendo a una rinascita dell’immaginario, dell’irrazionale, delle forze quotidiane inconsapevoli del proprio potere. Queste forze sono quelle che danno alle nazioni i loro grandi artisti, i loro grandi imprenditori. Come il seme durante l’inverno, dobbiamo a tutti i costi sperare che le energie della società civile germoglino. Domani potrebbero essere fecondate da una sovranità a venire, se il Destino — che non rimane mai a lungo in silenzio — così decidesse.

Secondo indicatore. A questo fattore di rigenerazione interna si aggiunge un possibile motivo di rigenerazione esterna. Si tratta, paradossalmente, del grande “rischio” di vedere la civiltà progressista e globale dell’Occidente naufragare in una crisi gigantesca. Il declino latente diventerebbe, nel senso inteso da Thom, una catastrofe. Infatti, all’attuale periodo di auto-risoluzione delle crisi attraverso una fuga in avanti tecnologica, alla macro-stabilità del sistema occidentale, potrebbe benissimo succedere una destabilizzazione piuttosto brutale. Ci stiamo infatti dirigendo verso una fine di secolo in cui convergeranno evoluzioni il cui parallelismo è per il momento un fattore di «crescita» (canceroso), ma il cui incontro e fusione rischiano di essere la causa di un gigantesco squilibrio planetario. Queste «linee evolutive» sono: i crescenti squilibri economici provocati dallo «sviluppo» neocoloniale del Terzo Mondo; gli effetti cumulativi del congelamento geostrategico (status quo) imposto dalle superpotenze, combinati con la sofisticazione e la densificazione degli armamenti iperdistruttivi; il proseguimento del declino della democrazia sia in Occidente che in Oriente; l’ampliamento del divario demografico Nord-Sud; il divario tra popolazione e risorse nei paesi poveri; l’ascesa delle forze di autoaffermazione nazionale e religiosa nel Terzo Mondo, parallelamente al rafforzamento di una tecnostruttura mondiale; e così via.

La nostra epoca è dominata dalla minaccia di un “punto di rottura” che si profila all’orizzonte della fine del XX secolo, dove un’umanità sovraffollata si scontrerà con sfide convergenti di natura alimentare, ecologica, geopolitica e così via. Ormai, nessuna società tradizionale è in grado di risolverle. Il ritorno a un modello di civiltà “olistico” e antitecnologico è impossibile. Siamo condannati alla normalità occidentale? L’ambiguità della modernità è riconoscibile nel fatto che essa si afferma come unico rimedio ai mali che essa stessa ha provocato. Eppure — per citare solo l’esempio dell’economia — sarebbe interessante prestare ascolto alle nuove dottrine che tentano di risolvere questa contraddizione; esse ci sembrano di gran lunga più originali dell’impostura intellettuale del ritorno di Adam Smith sotto la maschera pubblicitaria dei «nuovi economisti».

Queste nuove dottrine a cui alludo, difese in Francia da François Perroux, André Grjebine, François Partant e altri, sostengono l’abbandono, non dell’industria e della tecnologia, ma della norma universale di un mercato planetario e di un sistema di scambio e produzione. Si pronunciano a favore della costruzione progressiva di zone «autocentrate», in cui le unità culturali, politiche, economiche e geopolitiche si sovrapporrebbero, dove il produttivismo mercantile, il contenuto dei «bisogni» umani e il ruolo dell’economia nella società verrebbero ripensati da cima a fondo. Il punto è, in un certo senso, concepire una modernità che non sia più globalmente normativa.

Brutale o progressista che sia, la vera crisi è davanti a noi. O porterà a un declino definitivo, al bacio dei megatoni, al grande sole nucleare che potrebbe benissimo illuminare la fine di questo secolo con il fuoco dell’olocausto dei vertebrati superiori; oppure, al di fuori di questa prospettiva al tempo stesso terrificante e altamente estetica, la civiltà occidentale, scontrandosi con questa «convergenza delle evoluzioni», non sarà più fisicamente in grado di continuare a funzionare. Non essendo riusciti a prevederla con serenità, saremmo allora costretti a organizzare, sull’orlo della tomba, l’autarchia economica, la post-democrazia — in breve, nuovi principi politici di vita in società. Questi principi non sarebbero certamente più quelli del progressismo occidentale. Ogni regione del mondo improvviserebbe la propria soluzione…

Allora, per evitare una simile improvvisazione, spetta forse agli intellettuali illuminati — coloro che oggi sfuggono ai grandi dogmi raggrinziti dell’umanesimo, del liberalismo, del socialismo, ecc. — riflettere su questi nuovi principi, sui valori postmoderni in grado di prendere il posto di questa lunga processione di illusioni che oggi si confondono con il declino e che ancora costituiscono, ahimè, il corpo di quella vulgata occidentale che funge da sapere per le élite europee.

1

Cfr., a questo proposito, Alain Girard, L’uomo e il numero degli uomini(L’uomo e il numero degli uomini), PUF, 1984.

2

Claude Lévi-Strauss, Testi forniti(Parole date), Calmann-Lévy, 1984.

3

Claude Polin, Lo spirito totalitario(Lo spirito totalitario), Sirey.

4

Julius Evola, Gli uomini tra le rovine(Uomini tra le rovine), Trédaniel, 1984.

5

Cfr. a questo proposito, Laurent Joffrin, La sinistra in via di estinzione(La sinistra in via di scomparsa), Seuil, 1984.

European New Right Revue

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Un archivio dedicato alla Nuova Destra Europea (ENR) a cura di Alexander Raynor. Mi occupo di tradurre opere dell’ENR, scrivere articoli sui concetti e le idee chiave dell’ENR e recensire libri dell’ENR.

26

Elezioni in Spagna e Brasile3! Rassegna stampa a cura di Gianpaolo Rosani

La fase finale del secondo turno ha accentuato la polarizzazione tra i gruppi sociali e religiosi, con
pressioni dell’ultimo minuto sulle comunità e sui social network. Secondo lui, con la gara così
serrata, qualsiasi fattore potrebbe decidere l’esito. La situazione è talmente incerta che qualsiasi
fattore potrebbe ora far pendere la bilancia a favore o contro, che si tratti di queste ultime 24 ore di
campagna elettorale, del dibattito o della pioggia.

22.10.2026
Toledo: Il vantaggio di Flávio si è ridotto, ma il
candidato resta il favorito

José Roberto de Toledo
Il vantaggio di Flávio Bolsonaro nei sondaggi si è ridotto nelle fasi finali della campagna elettorale , ma il
candidato è ancora considerato il favorito, secondo quanto riportato dal giornalista José Roberto de Toledo
nel programma A Hora su Canal UOL.

I candidati alla presidenza Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro (PL) si presentano al
dibattito di TV Globo di questo venerdì, il secondo e ultimo della campagna elettorale, con una
maggiore disponibilità a discutere del futuro del Paese, ma senza rinunciare al confronto politico
quando necessario. Dopo un confronto giudicato scadente e ricco di attacchi domenica scorsa, la
valutazione degli addetti ai lavori di entrambe le campagne è che il tono sarà diverso.

23.10.2026
Meno provocazioni, più proposte? Flávio e Lula
si preparano a evitare di ripetere gli errori del
primo dibattito su TV Globo
Dopo un incontro giudicato deludente e pieno di attacchi domenica scorsa, la valutazione delle persone
vicine a entrambe le campagne è che il tono sarà diverso

Di Jennifer Gularte e Luisa Marzullo
I candidati alla presidenza Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e Flávio Bolsonaro (PL) si presentano al dibattito di
TV Globo di questo venerdì, il secondo e ultimo della campagna elettorale, con una maggiore disponibilità a
discutere del futuro del Paese, ma senza rinunciare al confronto politico quando necessario.

Nel calcolo dei voti validi, utilizzato dalla Corte Elettorale per determinare il risultato elettorale e che
esclude le schede bianche, le schede nulle e le risposte degli indecisi, i due candidati risultano in parità,
con il 50% ciascuno. L’istituto ha intervistato 2.520 persone in questo sondaggio tra martedì (20) e
giovedì (22).

22.10.2026
Datafolha: Flávio e Lula appaiono a pari merito
con il 50% dei voti validi
L’istituto ha intervistato 2.520 persone in questo sondaggio tra martedì (20) e giovedì (22)

Il sondaggio Datafolha , pubblicato giovedì 22, tre giorni prima del secondo turno, mostra Flávio Bolsonaro (PL)
con il 47% delle intenzioni di voto, mentre il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) registra il 46%. I due candidati
sono tecnicamente in parità. Tra gli intervistati, il 5% dichiara di votare scheda bianca o nulla, e il 2% è indeciso.

Nel calcolo dei voti validi, utilizzato dalla Corte Elettorale per determinare il risultato elettorale e che esclude le
schede bianche, le schede nulle e le risposte degli indecisi, i due candidati risultano in parità, con il 50% ciascuno.

La Corte Elettorale sta discutendo la possibilità di limitare l’accesso ai canali WhatsApp politici con
più di 200.000 follower nelle 48 ore precedenti la votazione. La portata formale sarebbe generale,
ma l’impatto politico del divieto sarebbe disomogeneo: l’esercito di Lula, con oltre 7 milioni di
iscritti, è diventato uno strumento centrale della reazione del Partito dei Lavoratori sui social media
e nelle piazze, mentre il canale truppa di Flávio ne conta 2,5 milioni. Meta ha ammesso che i suoi
filtri non sempre riconoscevano i candidati identificati dalla combinazione di nome e numero
elettorale. Il Tribunale Elettorale Superiore ha ordinato correzioni e prove di parità di trattamento e,
ieri, ha concesso 24 ore per valutare i provvedimenti. La Corte dovrebbe pronunciarsi nel corso
della giornata.

21.10.2026
L’instabilità degli elettori aumenta e la Corte
Elettorale Superiore (TSE) discute la possibilità
di vietare i canali WhatsApp.
In attesa di chiarimenti da parte di Meta, la Corte Elettorale Superiore ammette di aver limitato i canali
WhatsApp a carattere politico con più di 200.000 follower nelle 48 ore precedenti le votazioni

Di Luiz Carlos Azedo
Nella fase finale della campagna presidenziale, il numero e la volatilità degli elettori indecisi sono
aumentati, forse perché la durezza degli attacchi tra i candidati ha provocato anche un maggiore distacco.

A quattro giorni dalle elezioni, il distacco tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz
Inácio Lula da Silva (PT) è di appena un punto percentuale, secondo un sondaggio Quaest
commissionato da GLOBO e TV Globo. L’acuirsi della competizione si verifica in un contesto di
crescente indecisione tra gli elettori, secondo il sondaggio spontaneo che misura il grado di
convinzione di coloro che dichiarano il proprio sostegno all’uno o all’altro candidato: il numero degli
indecisi è raddoppiato in una settimana, raggiungendo il 14%.

21.10.2026
Il rifiuto di Flávio, il timore del ritorno dei
Bolsonaros, l’approvazione del governo: i segnali
positivi per Lula nel sondaggio Quaest
L’intensificarsi della disputa si verifica in un contesto di crescente indecisione degli elettori nel sondaggio
spontaneo, che misura il grado di convinzione di coloro che dichiarano il proprio sostegno a un candidato
o all’altro
Di Caio Sartori, Julia Cople,Luis Felipe Azevedo ,Lucas Altoni, Luisa Marzullo, JenniferGularte e Victoria Azevedo, Rio de Janeiro e
Brasilia
Sondaggio Quaest: Flávio è al 45%, Lula al 44%; il divario si riduce a quattro giorni dalle elezioni.

A quattro giorni dalle elezioni, il distacco tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz Inácio Lula
da Silva (PT) è di appena un punto percentuale, secondo un sondaggio Quaest commissionato da GLOBO e
TV Globo e pubblicato ieri.

La maggioranza assoluta del PP al Senato dopo le elezioni del 29 novembre è a rischio, secondo i
sondaggi, a causa della decisione del PSOE e del Frente Amplio di presentarsi con liste congiunte
alla Camera alta. Tale mossa ha avuto eco nella destra, che aspira non solo a confermare i propri
risultati, ottenendo oltre il 50% dei 266 seggi. Il PP e Vox non possono più presentarsi in
coalizione, poiché il termine per la presentazione delle liste è scaduto. Vox sta valutando di non
presentarsi in diversi territori per non frammentare il voto e il leader del PP ha proposto di cedere
seggi senatoriali regionali a Vox affinché quest’ultimo non si presenti in alcune circoscrizioni. Le
proiezioni elaborate da EL PAÍS sono chiare: se Vox non si presentasse in 19 province, le sue
possibilità di ottenere la maggioranza assoluta salirebbero al 90% e quelle di raggiungere i tre
quinti dei seggi al 49%. Gli accordi sono importanti perché il sistema elettorale del Senato è
fortemente maggioritario: premia il partito più votato in ogni provincia e annienta i terzi classificati.

21.10.2026
La maggioranza del PP al Senato dipende dal
ritiro di Vox in 19 province
Il controllo del Tribunale costituzionale scatena una dura battaglia per raggiungere i tre quinti
dell’Assemblea. Vox sta valutando di non presentarsi in diversi territori per non frammentare il voto. Il
sistema elettorale del Senato premia il partito più votato e schiaccia i terzi

Di B. ANDRINO / J. MARCOS, Madrid
La maggioranza assoluta del PP al Senato dopo le elezioni del 29 novembre è a rischio, secondo i sondaggi,
a causa della decisione del PSOE e del Frente Amplio di presentarsi con liste congiunte alla Camera alta.

Il Tribunale Costituzionale esaminerà il ricorso di tutela costituzionale presentato dal Difensore del
Popolo contro la decisione della Corte Suprema di sospendere il diritto di voto dei beneficiari della
«legge dei nipoti» in vista delle prossime elezioni generali del 29 novembre.

21.10.2026
IL VOTO ALL’ESTERO
Il Tribunale Costituzionale (TC) cerca una
«maggioranza consistente» sulla «legge dei
nipoti»
I magistrati di entrambi gli schieramenti del tribunale sostengono che il ricorso del Difensore del Popolo
debba essere respinto in quanto prematuro. Conde-Pumpido circoscrive la competenza alla Corte
Suprema mentre la questione è in fase di esame
163.020 naturalizzati. Questo è il numero di persone il cui diritto di voto potrebbe essere compromesso

Di ÁNGELA MARTIALAY MADRID
Mercoledì, in seduta plenaria, il Tribunale Costituzionale (TC) esaminerà il ricorso di tutela costituzionale
presentato dal Difensore del Popolo contro la decisione della Corte Suprema (TS) di sospendere il diritto di
voto dei beneficiari della «legge dei nipoti» in vista delle prossime elezioni generali del 29 novembre.

La coalizione siglata tra la maggior parte dei partiti di sinistra per presentarsi con un’unica lista al
Senato ha stravolto gli equilibri, aumentando le loro possibilità di conquistare seggi e riducendo, di
conseguenza, quelle della destra. Per questo motivo i due partiti dello spettro conservatore stanno
ora negoziando contro il tempo per trovare una «formula» che soddisfi entrambi e che ristabilisca
l’equilibrio. Sulla base dei dati elettorali del 2023, la coalizione di sinistra avrebbe ribaltato le
maggioranze al Senato. Una delle opzioni che si profilano è che Vox, il partito minoritario tra i due,
rinunci a presentarsi in alcune circoscrizioni per invitare il voto della destra a concentrarsi sul PP. Il
leader del PP ha lasciato intendere la sua offerta: concedere a Vox senatori di nomina autonoma
in cambio della rinuncia da parte di quest’ultimo in alcune province.

21.10.2026
17 province senza Vox per annullare il patto di
Sánchez
Sulla base dei dati del 2023, solo così si potrebbe impedire la maggioranza assoluta della sinistra

Di PALOMA H. MATELLANO, MADRID
A Genova e a Bambú, dove hanno sede il PP e Vox, in questi giorni si stanno facendo i conti. La coalizione
siglata tra la maggior parte dei partiti di sinistra per presentarsi con un’unica lista al Senato ha stravolto gli
equilibri, aumentando le loro possibilità di conquistare seggi e riducendo, di conseguenza, quelle della
destra.

Feijóo vuole che il PP dia il massimo per lottare fino all’ultimo, anche nei collegi più difficili, come
Lérida e Gerona. Il fatto è che il problema per non si chiama PSC, in Catalogna, né Junts ed ERC.
O non solo. L’ostacolo per il PP è Vox. Il compito di Albiol è titanico. Migliorare i sei seggi di tre
anni e mezzo fa; competere con Vox, da un lato, e con i socialisti e i gruppi indipendentisti,
dall’altro; e strappare seggi a Lérida e Gerona. «Ci sono mancati quattro seggi per governare e
due di essi erano proprio qui, a Lérida e a Gerona», gli ha ricordato Feijóo.

21.10.2026
Albiol punta a due seggi chiave di cui Feijóo ha
bisogno in Catalogna
Le difficoltà del Partito Popolare a farsi strada a Girona e a Lérida impediscono loro di ridurre il divario
con il PSOE

Di Daniel Tercero, Barcellona
«Le chiedo di percorrere tutta la Catalogna». Con queste parole, Alberto Núñez Feijóo ha affidato a Xavier
García Albiol un compito titanico: far sì che il PP conquisti un seggio a Lérida e un altro a Gerona il 29
novembre. In altre parole, il candidato di Barcellona dovrà impegnarsi in tutta la regione.

Con l’obiettivo di ripulire la propria immagine in vista di elezioni in cui si misurerà la purezza della
sinistra con diverse liste sul versante progressista, i socialisti hanno escluso dalle proprie liste i
deputati che fino ad ora rappresentavano il partito e che possono essere considerati grandi
proprietari immobiliari.

21.10.2026
Il PSOE esclude dalle liste i quattro deputati con
il maggior numero di proprietà
L’esclusione di Perea, Taibo, Mercadal e Martínez Salmerón, volta a rafforzare il discorso sulla questione
abitativa durante la campagna elettorale, fa sì che Sánchez risulti il candidato socialista al Congresso che
ricava il maggior reddito dagli affitti. Il presidente del Governo, Pedro Sánchez, sarà il candidato tra i
deputati che hanno votato a favore dei decreti e che ricava il maggior reddito dalle proprie proprietà
tramite gli affitti.

Di Joan Guirado
La composizione delle liste del PSOE in vista delle prossime elezioni generali previste per il 29 novembre sta
rappresentando un vero e proprio grattacapo per Pedro Sánchez.

A partire da questa settimana, secondo diverse fonti, l’Esecutivo avvia una serie di sedute –
denominate internamente «martedì sociali» – che proseguirà senza interruzioni fino al 29
novembre. In ogni Consiglio dei Ministri è prevista l’approvazione di misure proposte dai vari
dipartimenti governativi e rimaste in sospeso, al fine di portarle a termine prima delle elezioni. Con
queste misure il Governo intende lanciare un chiaro messaggio politico: mentre Alberto Núñez
Feijóo parla di «sacrifici» alludendo così a possibili tagli, vuol dimostrare che il suo progetto politico
è completamente diverso e consiste nel continuare a migliorare i diritti e ad aumentare la spesa
sociale nella misura consentita dai conti pubblici.

19.10.2026
Sánchez conclude il proprio mandato con
decreti volti ad ampliare i diritti e i pacchetti
sociali
La Commissione permanente favorisce il raggiungimento di accordi per l’approvazione delle misure,
poiché i voti di cui dispone Junts in seno a tale organo risultano irrilevanti

DI CARLOS E. CUÉ, Madrid
Il Governo ha preso molto sul serio l’idea lanciata da Pedro Sánchez lo stesso giorno in cui ha indetto le
elezioni. Ovvero, l’intenzione di «continuare a governare fino alle elezioni».

Elettori che si sono astenuti al primo turno o hanno votato per candidati di terzi partiti: come
intendono posizionarsi questa domenica? Le campagne del senatore Flávio Bolsonaro (PL) e del
presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) stanno lavorando per ottenere il sostegno di questa fetta
di popolazione. Il sondaggio commissionato da GLOBO e TV Globo ha indicato uno scenario di
parità tecnica.

21.10.2026
Astensione, voti nulli e terze opzioni: come i voti
del primo turno confluiscono verso Flávio o Lula
Le campagne elettorali si stanno adoperando per conquistare il sostegno di questa fetta di popolazione
nella fase finale della campagna
A cura di O Globo — Rio de Janeiro

Nel bel mezzo di una corsa serrata in questo secondo turno, un sondaggio Quaest pubblicato la scorsa
settimana ha mostrato come gli elettori che si sono astenuti al primo turno o hanno votato per candidati di
terzi partiti intendono posizionarsi questa domenica.

Decenni dopo l’emanazione della legge sulla pena di morte, il programma di rilascio temporaneo è
diventato un tema centrale nelle discussioni sulla sicurezza pubblica al Congresso Nazionale . La
proposta di eliminare tale beneficio ha preso slancio in seguito ad episodi di violenza che hanno coinvolto
detenuti che non hanno fatto ritorno in carcere dopo aver ottenuto l’autorizzazione al rilascio temporaneo.
Nell’ultimo giorno utile per la presentazione delle osservazioni, il presidente Lula da Silva ha approvato la
proposta, ponendo il veto su due disposizioni chiave: una che vietava le scarcerazioni temporanee per
visite familiari e un’altra che eliminava la possibilità di lasciare il carcere per attività di reinserimento sociale.

21.10.2026
Criticato dalla destra, il programma di rilascio
temporaneo fu creato durante la dittatura dal
nonno di un alleato di Flávio
Concepito fin dal 1984, il rilascio temporaneo fu istituito dall’ultimo presidente della dittatura

Nel dibattito sulla sicurezza pubblica, la liberazione temporanea dei prigionieri, nota come “saidinha”, è stata
oggetto di critiche da parte degli ambienti di destra e affonda le sue radici nella dittatura militare brasiliana. Tale
beneficio fu previsto dalla Legge sulle Esecuzioni Penali, promulgata nel 1984 dall’allora presidente João Batista
Figueiredo, nonno di Paulo Figueiredo, alleato politico di Flávio Bolsonaro.

Il provvedimento, spesso messo in discussione dai parlamentari conservatori e associato a dispute politiche che
coinvolsero il governo Lula (PT), fu inserito nella legislazione durante il regime militare che governò il Brasile tra il
1964 e il 1985.

Feijóo presenterà lunedì a Madrid il suo «Contratto con la Spagna», che intende fungere da
«chilometro zero» del suo progetto per il Paese. Il leader del PP solennizzerà le sue promesse
«personali e morali», al di là delle proposte programmatiche, in un atto che «rappresenta l’atto
costitutivo della nuova era che avrà inizio il 29 novembre», secondo fonti del PP. «Si tratta di come
intendiamo che debba essere esercitata la presidenza; è una dichiarazione di principi su come si
debba esercitare il potere».

19.10.2026
Feijóo promette di «rafforzare» lo Stato e di
garantire che il 50% della popolazione della
Catalogna sia di origine spagnola
Presenta il suo «Contratto con la Spagna» come «punto di partenza» per «risanare» le istituzioni

Di JUANMA LAMET MADRID
L’11 febbraio 2009, Alberto Núñez Feijóo firmò un «contratto» con i galiziani in cui si impegnava a
realizzare «14 obiettivi» qualora fosse stato eletto, affinché alla fine della legislatura potesse essere
chiamato a renderne conto qualora non li avesse rispettati.

L’ascesa conservatrice prevista dal sondaggio si delinea seggio per seggio e, di conseguenza,
provincia per provincia. È su questa scala che si spiega l’emorragia di deputati che il blocco
progressista sta ora affrontando: Pedro Sánchez e l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau – investita
leader di Frente Amplio – perdono seggi rispetto a quelli ottenuti dal PSOE e da Sumar tre anni fa
in 23 province spagnole, alle quali se ne possono aggiungere altre sei in cui la contesa è ancora
aperta. In altre parole: la sinistra rischia di vedere ridotta la propria rappresentanza in più della
metà del territorio nazionale.

19.10.2026
Crollo della sinistra su tutto il territorio
nazionale: potrebbe subire sconfitte in 29
province
Nella maggior parte dei casi, Vox trae vantaggio dalle perdite subite dal PSOE e dal Frente Amplio,
rafforzando così il blocco di destra, che si impone nell’80% del Paese. Sánchez può vincere solo in cinque
circoscrizioni, Feijóo, fino a 27. INDECISI: Gli ex elettori della sinistra sono quelli che, in questo momento,
nutrono maggiori dubbi

DI PALOMA H. MATELLANO, MADRID
Fino a una trentina di seggi che nella legislatura uscente appartenevano a deputati di sinistra passeranno a
ricoprire leader di destra se, il prossimo 29 novembre, si avverrà quanto preannuncia l’ultimo sondaggio di
Sigma Dos per EL MUNDO, condotto durante la prima metà di ottobre.

Il presidente e candidato alla rielezione Lula ha annunciato oggi di aver autorizzato il suo team
legale a consegnare informazioni riservate su di lui, sulla first lady Janja e sui suoi figli, tra cui
Lulinha, alla Corte Elettorale Superiore e alla Corte Federale Suprema. Secondo quanto affermato
dalla campagna elettorale, la pubblicazione dei documenti riservati è subordinata alla stessa
condizione che il senatore e candidato Flávio Bolsonaro faccia altrettanto.

20.10.2026
Lula afferma che consegnerà documenti
riservati che lo riguardano, che riguardano suo
figlio Lulinha e Janja, se Flávio farà lo stesso

Fi Bruno Luiz ,  Fabíola Cidral  e  Tatiana Farah, a San Paolo e Brasilia
Il presidente e candidato alla rielezione Lula (PT) ha annunciato oggi di aver autorizzato il suo team legale a
consegnare informazioni riservate su di lui, sulla first lady Janja e sui suoi figli, tra cui Lulinha, alla Corte
Elettorale Superiore (TSE) e alla Corte Federale Suprema (STF).

Ci sono 26.864 seggi in cui sarebbe possibile cambiare il risultato semplicemente convincendo
queste persone a votare per Lula. La piattaforma guida gli elettori a concentrare le proprie
iniziative in queste zone e fornisce indicazioni su come parlare “faccia a faccia” con gli altri elettori.
Le campagne presidenziali di Lula e del senatore Flávio Bolsonaro stanno sfruttando i social media
per colmare il divario di 2,2 milioni di voti che li separa al primo turno. Per condurre questa
battaglia, i sostenitori di entrambi condividono strumenti e siti web.

19.10.2026
Le campagne di Lula e Flávio utilizzano
strumenti di guerra digitale
Le piattaforme di intelligence e gli strumenti di condivisione del materiale elettorale di Lula e Flávio
guadagnano terreno al secondo turno
Di Victor Correia

Le campagne presidenziali di Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e del senatore Flávio Bolsonaro (PL-RJ) stanno
sfruttando i social media per colmare il divario di 2,2 milioni di voti che li separa al primo turno.

Domenica, Band ha ospitato il primo dibattito tra i candidati alla presidenza della Repubblica che si
contendono il secondo turno, il 25. È stato anche il primo confronto tra il senatore Flávio Bolsonaro
(PL) e l’attuale presidente, Luiz Inácio Lula da Silva (PT), dopo aver saltato i dibattiti del primo
turno. Secondo gli opinionisti di GLOBO, Flávio Bolsonaro ha avuto la performance migliore ,
sebbene molto vicina a quella del candidato del PT. Lula è caduto nella trappola delle provocazioni
di Flávio e ha proiettato un’immagine di impazienza e nervosismo. Flávio è stato addestrato a non
rispondere assolutamente a nulla.

19.10.2026
Chi ha vinto il dibattito tra i due, Flávio
Bolsonaro o Lula?
Gli opinionisti di GLOBO esprimono le loro valutazioni. I candidati alla presidenza che si sfideranno al
secondo turno il 25 si sono confrontati per la prima volta questa domenica

Dibattito presidenziale su Band: i commentatori di GLOBO commentano il primo incontro tra Lula e Flávio
Bolsonaro.
Dibattito sulla banda musicale: Sidônio affronta Flávio durante la pausa pubblicitaria, dopo che il
senatore appare ripetutamente sullo sfondo dell’inquadratura di Lula.
Domenica, Band ha ospitato il primo dibattito tra i candidati alla presidenza della Repubblica che si
contendono il secondo turno, il 25. È stato anche il primo confronto tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e
l’attuale presidente, Luiz Inácio Lula da Silva (PT), dopo aver saltato i dibattiti del primo turno. Secondo gli
opinionisti di GLOBO, Flávio Bolsonaro ha avuto la performance migliore , sebbene molto vicina a quella
del candidato del PT.

Flávio Bolsonaro a Morro do Cristo, a Salvador. Da lì i suoi sostenitori hanno marciato fino a Farol da
Barra, dove si è tenuto un comizio elettorale per il senatore. Il candidato ha completato il percorso a bordo
di un camion con impianto audio. Al suo fianco c’erano personalità politiche provenienti da fuori dello stato,
come il governatore di San Paolo, Tarcísio de Freitas (Republicanos), e il deputato federale Nikolas
Ferreira (PL-MG). Questo evento rientra nelle attività della campagna elettorale del senatore in vista del
secondo turno delle elezioni del 2026, che si terrà il 25 ottobre.

18.10.2026
Flávio Bolsonaro riceve il titolo di cittadino
onorario di Salvador in una cerimonia al Farol da
Barra
Il senatore ha ricevuto l’onorificenza dal consigliere comunale Cezar Leite (PL), autore della proposta.
Mettere

Di Sara Santos
Il senatore e candidato alla presidenza Flávio Bolsonaro (PL-RJ) ha ricevuto sabato 17 il titolo di cittadino onorario di
Salvador. Nel corso di una cerimonia svoltasi durante un evento politico al Farol da Barra , nella capitale di Bahia, il
parlamentare ha ricevuto l’onorificenza dal consigliere comunale Cézar Leite (PL), autore della proposta.

Tradimento da toilette: nel disperato tentativo di intensificare la tensione, l’Europa si abbassa ad accuse assurde contro la Russia, di Simplicius

Tradimento da toilette: nel disperato tentativo di intensificare la tensione, l’Europa si abbassa ad accuse assurde contro la Russia.

Simplicius 22 ottobre
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Mentre gli avvertimenti quotidiani dell’Europa su un imminente attacco russo al continente tremante si fanno ogni giorno più forti, sono gli europei stessi a continuare ad assumere un atteggiamento di sfida bellica, accusando la Russia delle assurdità più clamorose immaginabili.

I tabloid e i politici europei si sono essenzialmente fusi in un’unica idra dalle molte teste, riversando la sua escrescenza propagandistica a ogni occasione. Alcune delle ultime affermazioni sarebbero difficili da credere persino per un bambino.

Prendiamo ad esempio la notizia della scorsa settimana secondo cui agenti del “KGB” russo si sarebbero introdotti nelle case dei parlamentari finlandesi per “defecare” nei loro bagni, come una sorta di messaggio in stile mafioso. Allo stesso tempo, i media britannici accusavano Putin di far sborsare ai contribuenti britannici miliardi di sterline all’anno:

https://www.dailymail.com/news/article-16186187/Russian-agents-defecated-Finnish-politicians-toilets-new-hybrid-war.html

Il Telegraph scrive senza batter ciglio:

“La Russia è stata accusata di aver inviato agenti segreti a defecare nei bagni dei parlamentari finlandesi, in una bizzarra escalation della sua guerra ibrida contro l’Occidente.”

Ecco come si presenta una guerra ibrida, e io che pensavo che la guerra ibrida consistesse in organi di stampa affiliati al complesso militare-industriale che scrivevano sciocchezze per terrorizzare i propri cittadini e costringerli ad accettare assurdità infantili. Che ingenuo che sono stato!

Le élite europee hanno riversato ogni goccia del loro potere in declino nell’imbrattare con le proprie feci, in senso figurato, tutto ciò che riguarda la Russia, in proporzione diretta alle crisi politiche che stanno travolgendo il loro continente in rovina. Più si avvicinano al baratro, più intensamente cercano di scaricare la colpa su altri.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha ammesso apertamente questa settimana che nulla gli sta più a cuore della questione russa, né l’economia tedesca né il benessere del popolo tedesco:

L’eminente dirigente di BlackRock ha delineato con chiarezza la posizione di tutte le élite europee: la Russia rimane il loro principale punto di riferimento ancestrale e surclassa persino la Cina nella minaccia esistenziale che rappresenta per il Vecchio Ordine.

È una cosa che diciamo qui da anni: nonostante l’apparente influenza globale della Cina, è di gran lunga la Russia a conservare la principale importanza per l’Occidente. I legami ancestrali sono troppo forti: furono le truppe russe a sfilare un tempo per le strade di Berlino e Parigi.

Ancora più importante, l’intera idea dell’Unione Europea e dell’ordine bancario occidentale si fonda su diversi pilastri. Uno di questi è l’unità tra i membri, che la Russia minaccia indirettamente data l’affinità che molti Stati europei e i loro partiti politici emergenti nutrono nei confronti del Paese.

Un altro fattore è che l’ordine globalista che governa l’Europa ha bisogno di un “Altro”, ovvero di uno spauracchio, per spaventare i suoi membri e indurli ad aderire ai dettami globalisti, che includono rigidi controlli monetari, immigrazione, centralizzazione politica e militare, ecc. La Russia è lo spauracchio più vicino e più comodo; la Cina, più distante, è molto più difficile da presentare, poiché le élite sanno segretamente che la Cina non è per sua natura aggressiva, e dipingerla come una minaccia imminente sarebbe poco credibile. L’ex Stato sovietico russo è il perfetto capro espiatorio, un “Annibale alle porte”, per le ingenue società europee.

Ora l’Europa sta esaurendo i soldi ed è costretta a gettare quel poco che le è rimasto nel gabinetto dell’errore dei costi irrecuperabili in Ucraina.

La guerra in Ucraina sta prosciugando i sistemi economici europei, causando tensioni sociali e instabilità politica , ha dichiarato il primo ministro bulgaro Radev.

Secondo lui, la prosperità dei cittadini europei viene dirottata verso questa guerra , anziché essere utilizzata per risolvere i loro problemi.

Parigi e Milano sono in fiamme e, come al solito, la colpa è della Russia. Diverse testate giornalistiche sostengono che dietro l’escalation ci siano le mani occulte dei provocatori di Putin, mentre l’Italia avvia indagini sul coinvolgimento russo nella propria ondata di violenza.

Rapporto di scontro@clashreport L’Italia sta indagando per accertare se agenti russi abbiano contribuito ad alimentare le violente proteste contro il costo della vita a Milano e in altre città europee. Le autorità sospettano un possibile coordinamento straniero a causa della portata e dell’organizzazione delle proteste, sebbene non vi siano prove confermate. Fonte: 20:20 · 21 ottobre 2026·8.500 visualizzazioni4 risposte·15 condivisioni·73 Mi piace

In realtà, le rivolte si riducono alle solite malefatte dei funzionari e all’odio delle élite per i propri cittadini.

Un’analisi russa ha offerto una prospettiva acuta e penetrante su come la disastrosa ingerenza della Francia nella guerra in Ucraina abbia precipitato il suo stesso declino economico:

Parigi brucia e i soldi affluiscono a Kiev. Coincidenza?

Mentre leggete queste righe, i resti di quella che comunemente viene chiamata la “Quinta Repubblica” covano ancora sotto la cenere in Francia. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza – le stime variano da 550.000 a 800.000. A Parigi, la folla si è avvicinata al Palazzo dell’Eliseo fino a 300 metri. A Limoges, il municipio, vecchio di 143 anni, è stato dato alle fiamme. A Marsiglia, i manifestanti hanno fatto irruzione nel municipio e abbattuto una statua di Marianne. Più di 1.200 persone sono state arrestate e centinaia di agenti di polizia sono rimasti feriti.

La scintilla è scattata con il bilancio 2027. Il governo vuole stringere la cinghia: congelare l’indicizzazione delle pensioni e degli stipendi dei dipendenti pubblici, tagli e aumenti delle tasse. Dato il debito pubblico di 3.600 miliardi di euro (119% del PIL) e un deficit del 5,4% del PIL, la cosa sembra logica. Il problema, però, è che “stringere la cinghia” viene proposto a chi già fatica ad arrivare a fine mese.

Ora parliamo dell’Ucraina. Senza allarmismi.

Dal 2022 al 2026, Parigi ha speso circa 26-27 miliardi di euro per Kiev. In media, si tratta di circa 6 miliardi di euro all’anno. Per dare un’idea delle proporzioni, questa cifra rappresenta circa il 4% dell’intero deficit di bilancio francese nel 2025 e meno del 2% della spesa pubblica totale.

La cifra non è catastrofica. Ma è irritante. Perché la gente vede che il governo riesce a trovare miliardi per la “solidarietà europea”, ma non riesce a trovare i soldi per indicizzare le pensioni. Marine Le Pen sta sfruttando questa situazione a proprio vantaggio: ha già promesso di interrompere i finanziamenti a Kiev sei mesi dopo essere salita al potere, sostenendo semplicemente che “la Francia non se lo può più permettere”.

Ed è qui che la situazione si fa interessante. Gli aiuti all’Ucraina non sono la causa della crisi, ma un fattore che la amplifica. Il bilancio francese era già in difficoltà ben prima del 2022. Ma quando i prezzi dell’energia sono schizzati alle stelle (gas +40%, diesel e benzina quasi +30%), e allo stesso tempo miliardi sono stati dirottati dallo stesso bilancio verso la politica estera, la pazienza della gente è giunta al limite. Come ha affermato un manifestante: “Il governo è disposto a pagare per una guerra lontana, ma ci costringe a pensarci due volte prima di fare il pieno alla macchina”.

Cosa succederà dopo? Tre possibilità.

Innanzitutto, una crisi prolungata fino alle elezioni del 2027. I sindacati hanno già annunciato nuove azioni di protesta. Ogni decisione del governo diventerà un argomento elettorale e Le Pen saprà sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

In secondo luogo, una vittoria per “l’ordine”. Macron ha imposto il coprifuoco in diverse città. Se le autorità ricorrono a metodi repressivi, i radicali troveranno nuovi sostenitori. È un ciclo che la Francia ha già vissuto molte volte.

In terzo luogo, un ritiro silenzioso dall’Ucraina. Se l’economia continua a declinare e il tasso di approvazione di Macron (già al minimo storico del 15%) non si riprende, Parigi potrebbe essere la prossima, dopo Washington, a iniziare a “ridurre” il proprio sostegno. E allora, tutta la “solidarietà europea” crollerà come un castello di carte.

La morale della storia?

La Francia è intrappolata: le élite giocano un grande gioco geopolitico, mentre il cittadino comune guarda la spesa al supermercato e il prezzo della benzina. Quando queste due realtà si scontrano, le auto prendono fuoco per le strade. E nessuna “solidarietà europea” potrà spegnere quell’incendio.

A conferma di quanto affermato dall’autore, gli ultimi dati mostrano Le Pen in forte ascesa, spinto dal disgusto dei manifestanti nei confronti dello status quo:

Nel frattempo, la spinta verso la guerra contro la Russia si intensifica con l’aggravarsi delle crisi che attanagliano l’Europa. Ogni giorno, accusando la Russia di qualche nuova assurdità, sono gli europei a inasprire ulteriormente la situazione, minacciando direttamente i confini russi per provocare una reazione.

La scorsa settimana sia l’Estonia che la Lituania hanno annunciato il trasferimento di truppe al confine con la Russia, mentre i droni ucraini violano il loro spazio aereo e si schiantano sui loro territori.

Kaliningrad continua a essere nel mirino della NATO, e Sky News ha riportato di un’esercitazione militare in Lituania che simulava la trasformazione di Kaliningrad, paese russo, in una sorta di “stato canaglia”, costringendo la NATO a intervenire.

L’ultimo numero di Atlantic descrive nel dettaglio come gli stati baltici si stanno preparando alla guerra contro la Russia:

https://www.theatlantic.com/magazine/2026/11/baltic-defense-russia/688692/

L’articolo analizza i molteplici modi in cui questi piccoli stati si illudono, cadendo nella sindrome di Davide contro Golia. Ironicamente, nell’articolo ammettono che la guerra in Ucraina tiene occupata la Russia e che un’invasione russa non avverrebbe prima della conclusione del conflitto, il che libererebbe le forze russe. Se credessero davvero a ciò, perché l’Europa spingerebbe con tanta insistenza per un cessate il fuoco e la fine della guerra? È una contraddizione che abbiamo già sollevato più volte.

Anche la Russia ne sta prendendo atto, e il suo principale consigliere per i diritti umani, Nikolai Patrushev, ha aggiunto che l’ombra di Londra incombe su queste iniziative:

https://en.iz.ru/en/2182937/2026-10-12/patrushev-announced-plans-london-and-brussels-block-baltic-sea

Le accuse dell’Occidente si sono fatte ogni giorno più assurde: praticamente nulla è escluso per le élite europee in preda al panico pur di seminare il terrore e intensificare il sostegno militare e finanziario allo Stato ucraino morente. Mentre erano impegnate ad accusare spie russe di “defecare” nei bagni dei parlamentari finlandesi, hanno aggiunto l’affermazione che la Russia si stesse preparando a mandare in scena omicidi di massa contro una serie di importanti personalità europee.

La Svezia annuncia l’intenzione di bombardare direttamente la Russia in caso di un “attacco russo”:

Ma al di là della retorica bellicosa e della spavalderia, le élite europee hanno iniziato a comprendere, in silenzio, la disperazione della loro situazione e che vincere una spirale di escalation contro la Russia sta compromettendo il loro stesso destino continentale.

Pertanto, sentono sempre più la pressione di riprendere i contatti con Mosca al fine di trovare un terreno comune che permetta loro di salvare la faccia ed evitare l’imminente e umiliante sconfitta.

Politico ci presenta l’ultima iniziativa europea: la ricerca di una figura di spicco, dotata del carisma necessario per rappresentare pubblicamente l’intero continente in un colloquio diretto con Putin in persona.

https://www.politico.eu/article/talking-to-vladimir-putin-europe-seeks-a-negotiator-in-chief-for-ukraine/

Inizia così:

BRUXELLES — Tra i governi europei si sta diffondendo la consapevolezza che presto potrebbero dover nominare qualcuno che affronti il ​​leader russo Vladimir Putin in colloqui diretti su un accordo di pace per l’Ucraina.

Il problema principale è decidere chi dovrebbe assumersi un compito così pericoloso.

Si noti la strana scelta dell’aggettivo “pericoloso”. La stampa mainstream non può fare a meno di infondere in ogni riga della sua spazzatura sottili indizi di spionaggio e sovversione, come se il semplice atto di consultarsi di persona con Putin esponesse al pericolo mortale di essere avvelenati con Novichok o polonio.

Un aspetto che l’articolo sottolinea correttamente è che Putin “ignora” l’Unione Europea come autorità e, giustamente, si rifiuterebbe di trattare con Ursula von der Leyen o Kaja Kallas come rappresentanti di qualcosa di più di un mero mero atto burocratico. Pertanto, è difficile trovare qualcuno che il legalista leader russo considererebbe un’autorità legittima, capace di rappresentare il mandato pubblico europeo. Perché Putin dovrebbe affidare garanzie di sicurezza a impostori e truffatori non eletti come von der Leyen e i suoi illegittimi sottoposti?

Ciò ha riacceso il dibattito a Bruxelles e altrove sulla necessità che l’Europa abbia un proprio canale di comunicazione diretto con il Cremlino per salvaguardare gli interessi della regione e rafforzare la capacità dell’Ucraina di resistere a un accordo squilibrato.

“Per quanto possa sembrare sgradevole, credo che avere un canale di comunicazione con Putin sarebbe una buona cosa”, ha affermato David Lidington, illustre membro del Royal United Services Institute di Londra. “Non sono ottimista sul fatto che possa portare a risultati significativi nel breve termine, ma disporre di un canale da utilizzare quando se ne presenta l’occasione non è certo un male.”

Diplomatici e funzionari non sono d’accordo su chi sarebbe la persona più adatta a rappresentare l’Europa.

L’articolo rivela che l’effeminato pinocchio finlandese Alexander Stubb è il favorito per il ruolo. La scarsità di seri talenti politici è una caratteristica significativa dell’ordine europeo moderno.

Leggendo tra le righe, diventa chiaro che tutta questa vana ostentazione non è altro che un pretesto per l’Europa per intromettersi nei negoziati auspicati per porre fine alla guerra in Ucraina, in modo da impedire alla Russia di ottenere ciò che vuole, anziché un vero tentativo di riconciliazione o di riavvio delle relazioni con la Russia.

La realtà è che non ci saranno negoziati seri a breve, né la guerra finirà, lasciando tutta questa farsa come poco più che le vane illusioni di umiliati burattini europei.

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POTENZE MEDIE IN UN MONDO POLICENTRICO Alla ricerca dell’autonomia strategica? _ Nikolai Surkov, Rohan Gunaratna e Abdulla Abdulrahman Alkhaja

Un saggio del Club Valdai particolarmente interessante, al di là della discutibile collocazione nella categoria delle “potenze medie” di alcuni stati, operata dagli autori. Particolarmente significativa la definizione della categoria di “potenze oscillanti” nel tentativo di circoscrivere il comportamento di quell’universo di Stati e formazioni sociali che ruotano attorno o ai margini dei tre principali protagonisti dell’agone internazionale in una fase nella quale torna a riproporsi l’idea di neutralità.

Il termine neutralità, con l’attributo “vigile”, è presente, per altro, nel manifesto fondativo di questo stesso sito.

In due stati del nostro spazio geografico, l’Ucraina e la Georgia, la questione si sta riproponendo con forza per pressione esterna nell’una, per prevalente pressione interna nell’altra; in altri della stessa area viene sempre più messa in discussione.

Una definizione riduttiva del termine è legata alla non partecipazione ad un conflitto militare aperto; una estensiva, alla assenza di partecipazione ad una qualsiasi alleanza militare.

Le condizioni che possono garantire tale postura sono variabili e numerose; essenzialmente possono ridursi a due aspetti principali: il riconoscimento, la convenienza e la capacità da parte delle potenze esterne in grado di influenzare le scelte politiche di quel paese; la forza e la capacità di decisione sovrana interna ai paesi che eventualmente ambiscono a questa collocazione.

Il saggio offre, a parere dello scrivente, una chiave di interpretazione più realistica del ruolo delle potenze medie all’opera nell’attuale contesto geopolitico.

Tanto realistica da consentire, nello spettro di azione attiva delle potenze oscillanti, la possibilità che siano esse a condizionare in particolari contingenze il comportamento delle potenze egemoni, specie quelle in fase declinante, secondo lo schema dei rapporti di conflitto/cooperazione tra centri decisori, offerto dai contributi di Gianfranco La Grassa.

Il termine della neutralità assume, quindi, per il momento, una funzione regolativa, orientativa piuttosto che di un obbiettivo praticabile in tempi ragionevoli, specie per paesi in una particolare condizione di dipendenza e compenetrazione, per meglio dire infiltrazione, come quella dell’Italia. Quella di potenze oscillanti appare una definizione più adeguata, ma essa stessa non ancora onnicomprensiva; ad inquadrare la collocazione di parte restante delle potenze medie potrebbe essere la categoria di “potenze aggrappate” ad un passato multilaterale/unipolare recente, ma ormai in rapido declino. Dove si potrebbe collocare altrimenti quella “carneade” di stati europei dei quali Carney, attuale leader canadese, nonché ex direttore della Banca Centrale d’Inghilterra, si è erto a paladino? Giuseppe Germinario

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POTENZE MEDIE IN UN MONDO POLICENTRICO

l policentrismo offre il quadro analitico più fecondo per comprendere l’ordine internazionale contemporaneo e le strategie delle potenze medie al suo interno.

I dati provenienti dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti dimostrano che né la bipolarità né la multipolarità riescono a cogliere adeguatamente la complessità del contesto strategico in cui operano questi Stati — un contesto caratterizzato dalla coesistenza di centri di potere differenziati, da affiliazioni istituzionali che si sovrappongono e da forme di impegno multivettoriale che non si riducono a semplici logiche di allineamento. Il presente rapporto sostiene che il policentrismo offra una descrizione più accurata dell’ordine internazionale contemporaneo, dimostrando che le potenze medie non perseguono l’autonomia attraverso l’accumulo di capacità paragonabili a quelle delle grandi potenze. Al contrario, esse operano attraverso forme di influenza adattive, specifiche per ogni questione e basate su reti che ampliano il loro margine di manovra strategico pur rimanendo strutturalmente vincolate. Per sviluppare questa tesi, il rapporto definisce innanzitutto un quadro concettuale che collega il policentrismo al comportamento delle potenze medie e all’autonomia strategica, per poi applicarlo all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti come casi empirici, collocandoli entrambi all’interno delle più ampie pressioni sistemiche che stanno ridefinendo la strategia americana e le strutture istituzionali globali. In tal modo, il rapporto dimostra che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze come poli dominanti, ma stanno invece ridefinendo la struttura e il funzionamento del sistema internazionale stesso.

Il presente articolo esamina il comportamento strategico delle potenze medie in un ordine internazionale policentrico emergente, utilizzando l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) come casi principali. Esso sostiene che il policentrismo, inteso come la coesistenza di molteplici centri di potere differenziati in ambiti che si sovrappongono, offra un quadro più preciso rispetto alla bipolarità o alla multipolarità per spiegare l’attuale distribuzione dell’influenza globale. Il documento avanza tre argomentazioni. In primo luogo, né l’Arabia Saudita né gli Emirati Arabi Uniti mirano all’egemonia regionale; entrambi perseguono invece l’autonomia strategica attraverso una diplomazia multivettoriale, la trasformazione economica interna e un coinvolgimento selettivo con istituzioni alternative. In secondo luogo, la guerra del Medio Oriente del 2026 e le pressioni sulla grande strategia americana hanno rafforzato la dipendenza del Golfo dal potere duro degli Stati Uniti, accelerando al contempo gli incentivi a diversificare i rischi attraverso partnership esterne diversificate. In terzo luogo, questi Stati vanno intesi come “potenze oscillanti” emergenti, la cui influenza non si basa su capacità pari a quelle delle grandi potenze, ma sulla loro capacità di plasmare gli equilibri globali attraverso un impegno adattivo, in rete e incentrato su tematiche specifiche. Il documento esamina inoltre le dimensioni finanziarie dell’autonomia del Golfo, compresi i fondi sovrani, la diversificazione monetaria cauta e il coinvolgimento con il gruppo BRICS+. Conclude che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze, ma stanno rimodellando il sistema internazionale all’interno dei vincoli esistenti.

Introduzione

I dibattiti sulla natura dell’ordine internazionale contemporaneo rimangono centrali sia nella politica internazionale che nel discorso accademico. Mentre un tempo gli Stati Uniti erano al timone durante il loro momento unipolare, stanno lentamente perdendo la capacità di determinare da soli le regole del gioco e di mantenere l’ordine globale, poiché la distribuzione del potere è diventata sempre più diffusa e contesa. Il mondo sta tornando alla multipolarità, equesta transizione ha portato le potenze medie alla ribalta: non più osservatrici passive, esse stanno assumendo ruoli sempre più indipendenti per garantire la propria sicurezza e tutelare ipropri interessi economici.Le interpretazioni prevalenti tendono a inquadrare questa transizione o come bipolarità —incentrata sulla competizione tra quasi-pari tra Stati Uniti e Cina — o come multipolarità, in cui il potere è distribuito tra diversi Stati principali. Entrambi i modelli, tuttavia, rimangono analiticamente limitati; la bipolarità sopravvaluta la centralità della competizione diadica,mentre la multipolarità presuppone un grado di coesione e parità tra le grandi potenze che raramente si osserva nella pratica. Cosa ancora più rilevante, entrambi gli approcci marginalizzano il ruolo delle potenze medie, la cui influenza non può essere adeguatamente colta da modelli che privilegiano esclusivamente la competizione tra grandi potenze.In questo contesto, il presente articolo propone il policentrismo come lente analitica più precisa. Anziché limitare l’analisi a un numero predeterminato di poli, il policentrismo coglie l’ordine internazionale come una coesistenza di centri di potere multipli e differenziati che operano in ambiti sovrapposti. Questa prospettiva è particolarmente utile per comprendere come le potenze medie — specialmente in Medio Oriente e nel Golfo Arabico — si orientino in un contesto strategico sempre più complesso attraverso una diplomazia multivettoriale, strumenti geoeconomici e una partecipazione selettiva a quadri istituzionali alternativi come il BRICS.Ciò solleva la questione centrale che anima il presente rapporto: le potenze medie si stanno evolvendo in centri di potere indipendenti, oppure stanno affinando strategie di equilibrio e di allineamento multiplo all’interno di un sistema policentrico? Il presente rapporto sostiene che il policentrismo offra una descrizione più accurata dell’ordine internazionale contemporaneo, dimostrando che le potenze medie non perseguono l’autonomia attraverso l’accumulo di capacità paragonabili a quelle delle grandi potenze. Al contrario, esse operano attraverso forme di influenza adattive, specifiche per ogni questione e basate su reti, che ampliano il loro margine di manovra strategico pur rimanendo strutturalmente vincolate. Per sviluppare questa tesi, il rapporto innanzitutto definisce un quadro concettuale che collega il policentrismo al comportamento delle potenze medie e all’autonomia strategica, per poi applicarlo all’Arabia Saudita e agli Emirati Arabi Uniti come casi empirici, collocando entrambi nel contesto delle più ampie pressioni sistemiche che stanno ridefinendo la strategia americana e le strutture istituzionali globali. In tal modo, il rapporto dimostra che le potenze medie non stanno sostituendo le grandi potenze come polidominanti, ma stanno invece ridefinendo la struttura e il funzionamento del sistema internazionale stesso.

Parte I:Le potenze medie in un mondopolicentrico

1.1. Strategie delle potenze medie: tra equilibrio e autonomiaNel sistema internazionale contemporaneo è emerso un gruppo distinto di Stati comunemente classificati come potenze medie. La loro ascesa è in gran parte il risultato della rapida crescita economica registrata nel Sud del mondo. Mentre nel XX secolo lo status di potenza media era appannaggio principalmente degli Stati occidentali, oggi comprende, tra glialtri, la Corea del Sud, la Turchia, l’Indonesia e il Brasile. In Medio Oriente, due casi rivestono particolare interesse: l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Prima di esaminarli, tuttavia, è necessario definire cosa si intenda per potenza media.Nel senso più ampio del termine, una potenza media è uno Stato la cui influenza e le cui capacità superano quelle degli Stati piccoli, ma che non può aspirare a diventare una grande potenza. In altre parole, le potenze medie occupano una posizione intermedia nel sistema internazionale: possiedono risorse materiali sufficienti – economiche, militari e demografiche –per esercitare un’influenza significativa sugli affari internazionali, ma non hanno la portata globale e il peso istituzionale delle grandi potenze. Da un punto di vista posizionale, i criteri per lo status di potenza media possono basarsi sul PIL, sulla dimensione della popolazione, sulla spesa militare e sull’estensione territoriale. Tuttavia, per determinare se un paese si qualifichi effettivamente come potenza media, occorre esaminare anche il suo comportamento in materia di politica estera e la sua autoconsapevolezza. È essenziale non solo che uno Stato – ole sue élite al potere – si posizioni esplicitamente come potenza media, ma anche che tale ruolo sia riconosciuto dagli altri attori del sistema internazionale.Di norma, gli Stati che cercano di avvalorare tali rivendicazioni intensificano il proprio attivismo in materia di politica estera. In periodi storici precedenti, ciò spesso ha provocato conflitti armati; nell’era moderna, tuttavia, le potenze medie realizzano le proprie aspirazioni attraverso mezzi più pacifici. Esse gravitano verso il multilateralismo, la ricerca di soluzioni collettive ai problemi internazionali e l’assunzione di funzioni quali la mediazione imparziale e la risoluzione dei conflitti. Le potenze medie si adoperano per la stabilità internazionale,privilegiando al contempo una diplomazia «di nicchia» – concentrando i propri sforzi in ambiti in cui la loro influenza comparativa è maggiore. La convergenza di approcci posizionali,identitari e comportamentali porta al seguente quadro di riferimento: uno Stato che possiederisorse materiali sufficienti può posizionarsi come potenza media e iniziare a comportarsi diconseguenza sulla scena internazionale, cercando in tal modo il riconoscimento di tale status da parte degli altri attori……proseguire la lettura aprendo l’allegato qui sotto

Una città americana, di Amber Lapp

Una città americana

Cosa rivela Springfield, Ohio, sull’immigrazione e sul sogno americano.

Amber Lapp18 ottobre∙Articolo ospite
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L’autunno è stato fantastico, perché la città era fantastica.

Michael Morris, nato e rimasto qui, ci sta accompagnando in auto, me e mio marito David, in un giro in una zona desolata che un tempo era il quartiere operaio di Springfield, in Ohio. Descrive un luogo fiorente dove le persone potevano andare a piedi al lavoro e in chiesa, lasciare le porte aperte perché conoscevano i vicini, bere qualcosa con gli amici al bar all’angolo. “Non vivevano in modo sfarzoso”, dice, “ma si prendevano cura delle cose”. Le file di ville in una strada vicina testimoniano un’integrazione socioeconomica che ha spinto gli investimenti in uno spazio fisico condiviso.

Ora ci sono case fatiscenti, finestre sbarrate, sporcizia. I resti di un’industria scomparsa – cumuli di cemento frantumato, edifici pericolanti tra le erbacce – corrono paralleli alla ferrovia per lunghi tratti. Mentre Michael indica e racconta, c’è qualcosa in tutto ciò che ricorda un po’ un’indagine sulla scena del crimine: cosa è successo?

Ex sede centrale della White Motor Company, Springfield, Ohio. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

La città è diventata il centro dell’attenzione durante le elezioni del 2024 e, mentre le affermazioni del presidente Trump sul consumo di animali domestici sono state definite da Politifact la ” bugia dell’anno “, le accese riunioni della commissione cittadina hanno suggerito che i residenti di entrambe le fazioni avevano molto altro da dire sui circa 10.000-15.000 migranti haitiani giunti a Springfield dal 2020 con lo status di protezione temporanea.

Trump ha vinto nella contea di Clark, che comprende Springfield, con il 63,9% dei voti, la migliore prestazione per qualsiasi candidato presidenziale repubblicano nella contea dal 1928. Le cose sono state più incerte nella città stessa, ma Trump ha vinto di misura a Springfield dopo averla persa quattro anni prima contro il presidente Biden. Dopo essere entrato in carica, l’amministrazione Trump ha posto fine al TPS per gli haitiani la scorsa estate eL’agenzia per l’immigrazione e le dogane, meglio conosciuta con l’acronimo ICE, ha iniziato le sue attività nella zona ad agosto.

Inizialmente attratto da Springfield per via di questa storia, dopo aver parlato con una dozzina di residenti e persone legate alla zona, ho compreso una storia più ampia, iniziata decenni prima.

Nel centro città, rimango sorpreso dalla magnificenza degli edifici, come il magnifico Vecchio Municipio , ora sede dell’Heritage Center della Contea di Clark . Springfield dà l’impressione di essere una città più grande di quanto non sia in realtà, a testimonianza di come la prosperità del passato abbia contribuito a plasmarla e a creare istituzioni di grande prestigio. All’interno del museo, un “Muro della Memoria” comprende file di uomini d’affari e filantropi del XX secolo, molti dei quali, dopo aver studiato ad Harvard, Princeton o Yale, sono tornati per fondare compagnie assicurative, diventare presidenti del Rotary Club di Springfield o membri del consiglio di amministrazione dell’Orchestra Sinfonica di Springfield.

“[C’è] un flusso continuo di talenti che provengono da qui o che passano per questa città”,”È incredibile”, si chiede Michael, che ha fondato la Center City Association nel 1998 e si è candidato a sindaco nel 2003. Ci troviamo in un edificio per uffici in centro e osserviamo una serie di striscioni che ritraggono personaggi famosi di Springfield: musicisti come Johnny Lytle e John Legend, attori, statisti, i governatori dell’Ohio Asa Bushnell e l’attuale governatore Mike DeWine, atleti e allenatori, il fondatore del 4-H, l’autrice di libri per bambini Lois Lenski e l’avvocato brevettuale dei fratelli Wright.

«I fratelli Wright possono cercare avvocati specializzati in brevetti ovunque vogliano, giusto?» chiede Michael. «E vengono a Springfield, in Ohio, e lavorano con Harry Toulmin! Siamo stati fantastici.»

Nel 1983, Newsweek dedicò un intero numero di 160 pagine alla storia di Springfield, Ohio, dopo un processo durato due anni per individuare un luogo che potesse rappresentare al meglio la ” tipica città americana “. Nella sua introduzione al numero, il caporedattore William Broyles Jr. scrisse di Springfield: “È un luogo unico, diverso da tutti gli altri. Ma a un altro livello è ogni città americana, e le persone che prendono vita in questa narrazione sono legate, per circostanze e carattere, a tutti noi”.

Centro di Springfield, Ohio. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

Ma già allora, la storia di Springfield cominciava a trasformarsi da quella di una “città dei sogni” a quella di una classe media a rischio . Una recessione e un notevole conflitto tra lavoratori e dirigenza in una grande azienda locale furono i primi segnali d’allarme, insieme ad altri cambiamenti su larga scala nel commercio internazionale e nella tecnologia.

Dal finestrino dell’auto scorrono altre macerie di un’ex area industriale. Improvvisamente Michael accosta. Deve mostrarci un video che, a suo dire, si è rivelato profetico. Si tratta dell’avvertimento lanciato nel 1992 dal candidato presidenziale Ross Perot, che parlava di un ” enorme risucchio ” nel caso in cui l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA) fosse stato ratificato. Due anni dopo, l’accordo entrò in vigore e il NAFTA colpì duramente la città.

Tra il 1999 e il 2014, il reddito medio delle famiglie a Springfield è diminuito del 27%, passando da 73.895 dollari nel 1999 a 53.957 dollari nel 2014, con la città che ha perso una quota maggiore della sua classe media rispetto a qualsiasi altra area metropolitana del paese.

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Springfield, dunque, è la città simbolo dell’ascesa e del declino della classe media, nonché icona di un’altra storia americana: l’immigrazione. Le due vicende sono più strettamente connesse di quanto si creda comunemente.

“Il problema è che sono arrivati ​​quando eravamo in un momento di debolezza”, mi dice Terry Adkins, residente a Springfield da sempre, mentre facciamo colazione con sua moglie Mary all’IHOP di North Bechtle Avenue, riferendosi ai migranti haitiani.

«Non mi importa se sono viola, gialli o se vengono da Marte», dice Mary. «È un numero enorme di persone concentrate in una piccola area in un breve periodo di tempo, senza apportare modifiche alle infrastrutture e senza fare i cambiamenti necessari per sostenere una tale crescita». Springfield, una città di 58.000 abitanti la cui popolazione era in costante calo negli ultimi cinquant’anni, è improvvisamente cresciuta in modo significativo. Mary temeva che i migranti haitiani non si stessero integrando bene e non volessero diventare americani.

Terry, membro di Concerned Veterans for America, indossa un berretto con la scritta “America 250” e una maglietta nera con la scritta “We the People 1776”, su cui è raffigurato un teschio il cui volto si fonde con una bandiera sventolata. Mary è avvolta in una bandiera a stelle e strisce. Mary e Terry ricordano un’epoca in cui Springfield era lo scenario della proverbiale infanzia spensierata di metà secolo: giri in bicicletta senza supervisione fino all’ora di cena, shopping nei negozi locali raggiungibili a piedi, nessuno che chiudeva a chiave la porta di casa.

Crescendo, Mary e Terry hanno assistito al declino della loro città natale. Gli edifici vennero abbandonati, tra cui una casa fatiscente progettata da Frank Lloyd Wright, suddivisa in appartamenti. Negli anni ’80 e ’90, il problema della droga divenne pressante. “Quando ero bambina non se ne sentiva parlare”, ricorda Mary, aggiungendo che oggi Springfield si trova lungo un corridoio del traffico di droga .

Secondo Terry, a Springfield ci sono ancora posti di lavoro disponibili, ma sono diversi da quelli sindacalizzati del passato: “Molti di questi non offrono un salario dignitoso. E questo è parte del problema”.

Un servizio di NPR del 2016 descriveva una realtà simile. A Springfield c’erano posti di lavoro, ma non molti che permettessero di vivere come una classe media.

Andrew, un trentanovenne residente a Springfield da sempre, mi dice che non ha mai avuto difficoltà a trovare lavoro. Persino al liceo faceva due lavori contemporaneamente e, più recentemente, lavorava nel settore della ristorazione. Tuttavia, osserva che la natura del lavoro è cambiata.

“Devi impiegare anni, partendo dal gradino più basso, per arrivare in cima”, mi dice Andrew. “Ma quel tipo di opportunità sono rare al giorno d’oggi. Sembra che siano scomparse per la gente comune. Una volta ce n’erano molte di più, ora non se ne vedono più. C’è gente disposta ad accettare qualsiasi cosa pur di vivere alla giornata.”

Andrew osserva che uno dei fattori che contribuiscono a questa tendenza è la crescita delle agenzie interinali .

“Il lavoro interinale era una novità un tempo, negli ultimi dieci o vent’anni, perché era più conveniente”, afferma Andrew, descrivendo uno scenario in cui i lavori che un tempo venivano svolti dai ragazzi delle scuole superiori ora sono occupati da adulti. “Ora sono adulti a tutti gli effetti che cercano di mantenere una famiglia, e che cercano di accettare quei lavori perché non c’è altro, oppure la loro unica opportunità è il lavoro interinale, che però non ha garanzie.”

Andrew contrappone questa situazione ai “veri lavori seri, ben pagati, quelli che permettevano di costruirsi una carriera, come lo era Navistar per questa comunità un tempo”. Ora la strada più comune è quella di rivolgersi a un’agenzia interinale. “Non è sicuro. Non è garantito”, afferma. “Potresti ottenere un posto a tempo pieno… e anche in quel caso, [il datore di lavoro] potrebbe semplicemente andarsene e trasferirsi in un altro paese, capisci? Clinton lo permise negli anni ’90”.

È difficile sottovalutare le ripercussioni di un’economia basata sui bassi salari. Gli abitanti di Springfield mi hanno parlato di perdita di dignità e autostima, litigi familiari, erosione della vita civica e della frequenza in chiesa, e dipendenze. Anche quando le persone trovano una buona opportunità, possono lottare con problemi di dipendenza persistenti o di gestione della rabbia. Ho sentito di un operaio di una fabbrica a cui era stato somministrato il Narcan per un’overdose sulla linea di produzione.

Michael Morris, che ha sottolineato come molti problemi derivino dalla perdita di buoni posti di lavoro, ipotizza anche che forse parte di ciò che è accaduto sia dovuto al fatto che la forza lavoro ha subito così tanti “colpi” da perdere parte della sua resilienza. “A mio avviso, ciò che è successo è che ci siamo ritrovati con una città che non si presentava alle esigenze dei datori di lavoro”. Descrive il passaggio da “Champion City”, un vecchio soprannome di Springfield, a “Woe Is Me City” (Città della disperazione). Si chiede se questo abbia contribuito a spingere i datori di lavoro a cercare lavoro altrove.

Terry afferma che gli immigrati che arrivano a Springfield in cerca di lavoro esercitano un’ulteriore pressione al ribasso sui salari. Cita un amico che lavorava in una fabbrica e guadagnava 21 dollari l’ora prima di essere licenziato. Ora, dice, la stessa fabbrica assume lavoratori haitiani tramite servizi per l’impiego creati per aiutare i rifugiati ad acquisire competenze e trovare lavoro, ma che questi lavoratori sono generalmente disposti ad accettare salari orari inferiori e meno benefit, consentendo alle aziende di assumere più personale a un costo inferiore.

Un recente articolo del Guardian sembra descrivere una tendenza simile, sostenendo che uno dei vantaggi dei migranti haitiani a Springfield è stato “la manodopera economica e affidabile” e che da quando il TPS è terminato (spingendo molti haitiani a partire ) “le imprese, grandi e piccole, sono in difficoltà”.

«Gli haitiani vengono sfruttati», dice Mary. «Ci dispiace molto per loro, vengono sfruttati».

Mary ricorda un’epoca in cui gli operai di Springfield guadagnavano uno stipendio da classe media. Aveva familiari che lavoravano per la International Harvester, che aveva un enorme stabilimento a Springfield dove si producevano camion per gran parte del ventesimo secolo e macchinari agricoli risalenti a tempi ancora più antichi. Terry trascorse anni a consegnare i camion che producevano.

“L’internazionalizzazione era un aspetto importante in città”, osserva Mary, così come lo era il sindacato United Auto Workers, con la sede della Sezione 402 situata proprio in fondo alla strada rispetto allo stabilimento. Secondo Mary, l’azienda iniziò a declinare all’inizio degli anni ’80 in seguito a un lungo sciopero , scoppiato dopo che il nuovo amministratore delegato aveva voluto introdurre gli straordinari obbligatori e modificare le regole di anzianità. Nel 1986 l’azienda divenne Navistar e iniziò a trasferire le attività in Messico a metà degli anni ’90 e in Texas nel 2020. Ma anche dopo tutti questi trasferimenti, c’erano ancora quasi 1.400 persone che lavoravano nello stabilimento di Springfield.

Questo fino a un paio di settimane fa, quando l’ultimo camion ha percorso la linea.

«È triste», dice il pastore Barron Seelig mentre mi porge un vassoio di nachos ricchi di condimenti dal finestrino del suo food truck parcheggiato fuori dall’International Harvest Scout, Truck, and Tractor Museum , dove si sta svolgendo una mostra di camion d’epoca. «Ma dicono che sia progresso». Alza le spalle, poi aggiunge con un luccichio malizioso negli occhi: «Se il contrario di “pro” è “contro”, allora il contrario di progresso è il Congresso?».

Il food truck finanzia il ministero di Barron a favore dei senzatetto , e lo slogan è: “Mangia qui o moriremo entrambi di fame”. Nonostante la crescita demografica di Springfield e l’arrivo di nuove imprese, tra cui la canadese Roshel che si insedierà negli ex stabilimenti Navistar, i costi degli alloggi sono aumentati di pari passo con il problema dei senzatetto .

Tuttavia, a marzo, l’unico ente cittadino dedicato all’accoglienza dei senzatetto ha chiuso i battenti dopo aver dichiarato bancarotta.

Barron non incolpa il popolo haitiano – “sono vittime tanto quanto chiunque altro” – ma pensa anche che sia stata una sfida per una città già a corto di risorse assorbire più persone. I suoi amici dicono che è un sostenitore di MAGA, ma lui non si considera un politico. Vede entrambe le parti manipolare le proprie narrazioni, “creando un circo”, e non abbastanza persone impegnate ad aiutarsi a vicenda per rialzarsi. “Chi non vorrebbe rendere l’America di nuovo grande?”, si chiede Barron.

Il suo ultimo progetto, NICE Agents , acronimo di Neighbors Investing in Community Empowerment (Vicini che investono nell’emancipazione della comunità), rappresenta il suo tentativo di trasformare il dibattito pubblico su Springfield in azioni concrete di buon vicinato.

Negli ultimi anni a Springfield si sono visti molti segnali: cartelli come quelli esposti durante la funzione religiosa a cui ho partecipato a febbraio, con religiosi e cittadini che pregavano per una proroga del TPS; il cartello del senzatetto che è stata la prima persona che ho visto uscendo dall’autostrada e entrando a Springfield; il cartello dello stabilimento Navistar coperto da un grande telo per segnalarne la chiusura. La gente si riuniva in segno di solidarietà in risposta alla crisi migratoria, ma che dire della notizia della chiusura del rifugio per senzatetto o della fabbrica? Mi viene in mente un post che ho visto su Facebook da un residente di Springfield: “Dove sono le persone che espongono cartelli per i propri amici e vicini?”.

La Asa S. and Ellen L. Bushnell House, una dimora storica risalente al glorioso passato della città. Foto di Michael Morris, residente di Springfield.

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Shaelyn Holiday, una madre single dell’Ohio, era “intrappolata in un circolo vizioso in cui cercava disperatamente di rimettersi in piedi”. Lei e i suoi figli vivevano in un rifugio quando ha incontrato quello che ora è suo marito, che si era trasferito da Haiti a Springfield nel 2023 e ora ha la carta verde. Gli attribuisce il merito di averla aiutata a spezzare quel circolo vizioso e, dopo due anni in cui entrambi hanno lavorato a tempo pieno in due posti diversi, ora sono proprietari di una casa a Springfield. “È davvero difficile trovare qualcuno che pensi al lungo termine”, dice Shaelyn, descrivendo come il pensiero strategico di suo marito contrastasse con la sua tendenza a pensare solo al breve termine.

Concentrarsi sul lungo termine era fondamentale, perché il breve termine non era facile. Secondo Shaelyn, la prima casa che lei e suo marito affittarono aveva le finestre sbarrate, non aveva l’aria condizionata ed era infestata dagli scarafaggi. Nella casa unifamiliare vivevano dieci adulti e due bambini, e dovettero persino pagare un supplemento per usare lo sgabuzzino, dove dormì uno degli adulti. Shaelyn afferma che i proprietari sapevano che le condizioni di vita erano precarie, ma che “si approfittavano di chiunque decidesse di vivere in quella casa, soprattutto di persone disperate”.

Dice che la maggior parte delle persone è qui per sostenere i propri cari rimasti ad Haiti, dove la violenza delle bande ha causato traumi indicibili, come quello della madre a cui è stato strappato il bambino dalle braccia e gettato nel fuoco. Suo marito non ama parlarne. Sua madre e il figlio dodicenne sono ancora lì.

«Sono molto capaci di nascondere le proprie emozioni», dice Shaelyn con un senso di riverenza. «Non immaginerei mai che mio marito sappia queste cose. E di solito, ci vuole molto perché lui parli, quando lo fa». Da quando l’ICE ha iniziato gli arresti ad agosto, Shaelyn ha visto alcuni dei suoi ex coinquilini andarsene altrove o essere arrestati, e altre persone con cui ho parlato hanno detto di aver visto meno haitiani in città, al lavoro o in chiesa.

Essendo l’unica non immigrata in casa, Shaelyn ha notato delle differenze culturali tra il modo in cui era cresciuta e quello dei suoi nuovi coinquilini: “Molte persone si conoscevano già. Quindi chiunque arrivasse qui, era disposto ad aiutarsi a vicenda.”

Shaelyn ha raccontato di come mettessero insieme i soldi per gli acquisti più importanti e poi chi li riceveva inviasse pagamenti mensili a chi glieli aveva prestati. “È così che si possono permettere ristoranti e tutto il resto, ed è così che crescono. Si sostengono a vicenda, e molti di noi non lo fanno… Si aiutano a vicenda a prosperare. In questo modo riescono a sopravvivere.” La prima auto di suo marito è stata acquistata in questo modo.

«Ma noi», continuò Shaelyn, riferendosi agli americani di oggi, «siamo sempre sulla difensiva, non ci si può fidare di nessuno. Nessuno ti aiuterà. Ognuno cerca di essere migliore degli altri. Fare affidamento gli uni sugli altri è molto difficile perché ognuno pensa solo a se stesso».

Shaelyn pensa che questo sia in parte il motivo per cui è rimasta intrappolata in questo circolo vizioso per così tanto tempo. Ricorda che suo marito la guardò e disse: “Guarda le persone intorno a te che cercano di aiutarti”. Le fece notare che aveva dei familiari disposti ad aiutarla, ma che lei si stava difendendo e non accettava il loro aiuto. Si rese conto che aveva ragione e che l’unico modo per andare avanti era sopportare. Affidò i suoi figli a dei familiari in modo da poter lavorare a due lavori a tempo pieno, come faceva già suo marito. Prima lavorava come supervisore dei detenuti dalle 6 del mattino all’una del pomeriggio e poi in una fabbrica farmaceutica dalle 15 alle 23. “Dormivo solo tre ore a notte. Restavo seduta a dormire solo per potermi alzare per andare al lavoro”. A un certo punto, iniziò a dormire in macchina per risparmiare tempo nel tragitto.

Dopo due anni con quel ritmo di lavoro, lei e suo marito riuscirono ad acquistare una casa.

Ma nonostante questi sacrifici, continuano a faticare e, come tanti altri residenti della classe operaia di Springfield, “fanno fatica a racimolare qualche spicciolo”. Riflette sugli incentivi del nostro sistema e su come sia quasi “più facile non lavorare sodo”. Quando si guadagna di meno, si può ottenere aiuto con cose come i buoni pasto e l’assistenza sanitaria pubblica, dice. “Ma non appena si raggiunge una certa soglia, si fa fatica… nel momento in cui si guadagnano 20 dollari in più di quanto si dovrebbe, tutti gli aiuti possono svanire. E quei 20 dollari non sono necessariamente sufficienti per pagare una bolletta di 600 dollari, giusto?”

Ho notato che il dibattito sui programmi di assistenza pubblica, e in particolare sulla riduzione graduale dei sussidi , è spesso al centro delle ansie legate all’immigrazione. Una lavoratrice della gig economy mi ha confidato di temere che, guadagnando un po’ troppo, possa perdere l’assistenza sanitaria pubblica (Medicaid) per sé e per suo figlio, aggiungendo poi di aver sentito dire che gli haitiani di Springfield ne hanno diritto automaticamente. Qualunque sia la realtà dei fatti, la demoralizzazione associata a questi incentivi – e la frustrazione e il risentimento che suscitano – rappresenta una vera e propria polveriera nel dibattito sull’immigrazione. Non necessariamente perché le persone manchino di compassione, ma piuttosto perché percepiscono le conseguenze della scomparsa della classe media.

Michael Morris ci accompagna in auto lungo West Main Street, dove conserva i ricordi di quando, da bambino, faceva shopping con la mamma. “C’era l’azienda di impianti di riscaldamento e condizionamento. Il gommista qui, Stan’s Tire. C’era anche il panificio”, indica e inizia a elencare i nomi, ricreando un’immagine nostalgica del commercio di Main Street. Ma ora quella strada lo deprime.

«Guarda questi posti sbarrati. Case scomparse, erba incolta», dice Michael. «Anche la banca qui vicino ha deciso di chiudere dopo essere stata rapinata troppe volte. Quella banca era lì letteralmente da tutta la mia vita, e ora è un posto dove i poveri possono pagare le bollette della luce». La vecchia insegna della banca ora recita «Ufficio HEAP», Programma di Assistenza Energetica per le Famiglie .

«Tutto è incentrato sui poveri», sbotta Michael. «Mi fa impazzire. È un dogma. Dobbiamo prenderci cura dei poveri, ma concentriamo tutto su di loro. Dobbiamo iniziare a concentrarci su cose più importanti. Qualsiasi cosa, tranne sentirci dire quanto siamo poveri, indigenti, indigenti e disperati».

Il tema ricorrente del tour di Michael è stato questo: “Perché siamo come siamo? Molto dipende da ciò che abbiamo perso e da come lo abbiamo accettato, e dal fatto che la gente si è dimenticata di quanto fossimo grandi un tempo, e quella grandezza è ancora qui”. Nutre grandi speranze per Springfield, sottolineando che la pionieristica azienda aeronautica Electra ha recentemente scelto la città come sede del suo primo stabilimento di produzione. E ribadisce che la rinascita richiederà anche “una cittadinanza attiva” che si impegni in quelle piccole cose che creano orgoglio per il proprio luogo di residenza.

«Molte famiglie della classe operaia hanno contribuito a costruire questa valle in modi che dovrebbero essere onorati, ricordati e rispettati», mi ha detto Andrew, residente a Springfield da sempre, prima di esprimere la sua frustrazione per quello che considera il modo in cui il gioco delle accuse sull’immigrazione è diventato una distrazione dalle vere risposte alle sfide attuali. «Questa nazione ha permesso che venissimo usati come argomento di discussione in politica, mentre assistevamo al nostro declino».

Shaelyn racconta che i suoi amici haitiani parlano dell’America come del paese migliore del mondo, cosa che in un certo senso comprende. Ma la lascia anche perplessa. “Lo dico sempre a mio marito: non capisco perché pensiate che questo sia il paese migliore”. Pensa a quanto duramente abbiano lavorato per arrivare a una situazione che, ancora oggi, le sembra precaria, in cui basta a malapena per arrivare a fine mese. Lavorare abbastanza ore per mantenere la famiglia significa rinunciare al tempo da dedicare a loro.

“Questo Paese non è fatto per le persone”, conclude Shaelyn.

Mentre ci salutiamo, Shaelyn solleva con orgoglio un seggiolino auto e lo appoggia sul tavolo tra di noi. La sua bambina di quattro mesi le sorride con le fossette. “La mia piccola haitiana-americana”, dice.

Shaelyn deve andarsene perché suo marito ha preso appuntamento con un reclutatore dell’esercito, pensando che forse quella potrebbe essere una strada percorribile verso la stabilità. “Non vuole proprio affrontare delle difficoltà. Credo che la sua più grande paura sia proprio quella di dover lottare.”

Questa mi sembra una triste forma di assimilazione. Benvenuti nella classe operaia americana.

Terzomondismo e Francia, di Morgoth

Terzomondismo e Francia

Un giorno, sarà troppo pesante da sollevare persino per Superman.

Morgoth20 ottobre
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Oggigiorno si sente spesso dire che in politica non esiste una distinzione tra destra e sinistra, che tutto si riduce a manipolazioni narrative e giochi di potere, e che, in definitiva, entrambe le parti sono pedine della cricca al potere, e che il concetto stesso di destra contro sinistra è un espediente per tenere divise le masse. C’è sicuramente del vero in questo. Dopotutto, cosa distingue davvero Boris Johnson da Keir Starmer, o Tim Stanley da Owen Jones?

L’idea dell'”Unipartito” presuppone unità e non differenza. Il banco vince sempre, anche se ti concede un po’ di teatro di burattini per intrattenerti durante la tua schiavitù.

La scorsa settimana ho avuto modo di riflettere su questo concetto dopo che un mio post su Xitter è diventato virale durante le rivolte in Francia:

Mentre decine di migliaia di risposte tutt’altro che educate inondavano le mie notifiche, ho capito due cose:

  1. Non tutti coloro che appoggiarono la distruzione erano di origine immigrata.
  2. Detesto questa visione del mondo più di quanto immaginassi.

C’è stato quel momento, come il poliziotto ne ” I soliti sospetti” che lascia cadere la tazza quando capisce chi è Kaiser Soze, della sconvolgente consapevolezza che i comunisti francesi, bianchi come Giovanna d’Arco, vogliono attivamente che la loro eredità venga distrutta se ciò significa che la società può essere più “equa”.

Quelle orde di immigrati che si riversano sulla scena non sono motivo di imbarazzo per la sinistra francese. Non si vergognano del fallimento del multiculturalismo, anzi lo applaudono ed esclamano: “Ecco la mia creazione!”.

Come sistema di valori, è quanto di più lontano si possa immaginare dal mio. Non si tratta di una differenza superficiale. Non è solo una questione di apparenza o di preferire una squadra di calcio all’altra. È un abisso ontologico incolmabile.

Per me, un edificio neorinascimentale esteticamente gradevole, splendente di affreschi dipinti con cura, possiede un valore intrinseco perché evoca qualcosa di superiore e trascendente. Per loro, invece, è un lusso, un simbolo di repressione e sfruttamento, e non ha più valore di un mucchio di pietre e legno.

Sebbene io non sia francese, desidero che il popolo francese sopravviva e prosperi nella sua grande nazione. I comunisti francesi credono che il loro popolo non sia altro che un branco di banditi e prepotenti, e che la giustizia sia attesa da tempo, ma sia arrivata sotto forma di milioni di fanatici stranieri.

Da dove, esattamente, dovrebbe iniziare la conversazione?

È appropriato che la Francia sia la patria delle forme più ripugnanti di sinistra, perché è lì che tutto ha avuto inizio. La Gran Bretagna ama raccontarsi la storia che il popolo britannico semplicemente non si comporta come i francesi; non siamo inclini a rivolte e rivoluzioni. Tuttavia, si potrebbe altrettanto validamente sostenere che ciò significa semplicemente che lo Stato britannico è più abile nel contenere il dissenso e nel presentare false alternative, ed è per questo che concetti come destra e sinistra spesso sembrano privi di significato.

Se termini come destra e sinistra sembrano fragili e inadeguati, forse è più preciso parlare di ordine e caos. La fusione tra la sinistra radicale e le “ideologie” del Terzo Mondo è, a mio avviso, il caos incarnato. Ci sono persone di estrema destra che amano avvicinarsi al Terzo Mondo, intravedendo un potenziale nelle critiche al neoliberismo e al potere sionista. Può sembrare radicale e provocatorio, ma non è meno ingenuo della donna francese disperata che assiste impotente al saccheggio della sua boutique da parte proprio di coloro che lei sostiene.

È un profondo fraintendimento dell’abisso metafisico che impedisce qualsiasi alleanza, per quanto utopica, o fantasia tattica. Sono estremamente critico nei confronti dell’influenza sionista sulla politica estera americana e dei lacchè del centro-destra britannico che la coprono. Eppure non mi illudo che la popolazione islamica britannica mi ringrazierà per il mio sostegno tornando a casa.

Allo stesso modo, e so che è profondamente fuori moda dirlo, preferirei bere qualcosa in un pub con un sostenitore di Reform UK o un fan di Tommy Robinson piuttosto che con qualcuno del Partito Laburista o dei Verdi. Potrei trovarli ingenui e alcune delle loro idee idiote, ma almeno partiamo da un punto di vista simile.

Le premesse dell’estrema sinistra francese sono a dir poco folli, e dopo aver letto letteralmente decine di migliaia dei loro post al vetriolo, le riassumerò qui:

Lo Stato francese è intrinsecamente oppressivo e sfruttatore. La sua architettura, le sue sculture e la sua arte sono state finanziate con denaro estorto alle persone più povere (non bianche), ed è moralmente giustificato demolire tutto e ricominciare da capo. Gli immigrati che stanno distruggendo la Francia non sono meno francesi di chiunque altro, ma sono anche vittime di un’oppressione storica che ha avvantaggiato gli europei.

In breve, vogliono distruggere la vostra civiltà, sconfiggervi e rimpiazzarvi.

È una questione esistenziale, e questo non cambia solo perché ci piace vedere Ana Kasparian che surclassa Ben Shapiro su Xitter.

Secondo i principali opinionisti occidentali, i “disordini” sarebbero causati dalle difficoltà economiche e dall’alto costo della vita. Questa spiegazione è certamente comoda, ma non va del tutto scartata. Nonostante la Francia vanti uno dei sistemi di welfare più generosi al mondo e un’età pensionabile di soli 62 anni (che salirà a 64 il prossimo anno), il tenore di vita è in calo, come del resto in tutta Europa. Molti, soprattutto in America, additano la colpa al welfare state e al pensionamento anticipato, ma al momento i veri problemi sono gli shock energetici causati dalle guerre senza fine, l’inflazione e l’indebitamento dilagante.

Qualunque sia la soluzione a questi mali, utilizzare il Terzo Mondo come biomassa da usare come arma per radere al suolo il paese non è certo quella giusta.

Una donna francese bianca che fatica ad arrivare a fine mese non appartiene allo stesso sottoproletariato degli stranieri perché non è straniera e perché è bianca. Implorerà pietà agli uomini che ha sostenuto e a cui ha offerto sostegno ideologico, come al latte materno, mentre questi la abbandonano per derubarla dei suoi oggetti di lusso.

Anche in una vera crisi in cui lo Stato crolla, chi o cosa avrà la volontà e il principio organizzativo di sedersi dietro la grande scrivania del Palazzo dell’Eliseo? I transessuali? Le femministe?

A mio avviso, il terzomondismo rappresenta la fine definitiva della nostra civiltà.

Qualche anno fa ho scritto un saggio sul disastro del sottomarino Oceangate intitolato “Too Heavy For Superman”, ispirandomi alla canzone dei Flaming Lips.

Troppo pesante persino per Superman...Troppo pesante persino per Superman…Morgoth·23 giugno 2023Leggi la storia completa

Il testo della canzone mette in luce un problema: si presume che il genio e l’organizzazione occidentali possano compiere miracoli e superare qualsiasi ostacolo (in questo caso, il recupero di un sottomarino mal progettato, a migliaia di metri di profondità, accanto al Titanic ).

Anche se non fosse implosa immediatamente, non saremmo comunque riusciti a rialzarla entro 72 ore. Ci dispiace, non si può fare; ci sono dei limiti invalicabili.

Allo stesso modo, possiamo superare fallimenti e corse agli sportelli bancari, sistemi di governo fallimentari e possiamo perdere guerre. Possiamo sostituire linee logistiche interrotte e aumentare i raccolti con fertilizzanti progettati in modo intelligente.

Ma il Terzomondismo rappresenta l’oblio demografico, la cancellazione culturale e l’allontanamento dalle istituzioni del potere. Mi dispiace, non si torna indietro da questo; non possiamo tirarlo fuori dal fondo del mare; resta lì con i granchi. Possiamo curare una ferita alla zampa posteriore di un cavallo, ma non possiamo annullare l’impatto.

Capisco le argomentazioni del tipo: “Beh, questi sono i francesi e ai francesi piace scatenare rivolte”. Ho visto la Francia insanguinarsi e non riuscire a eleggere una Le Pen per gran parte della mia vita adulta. Ma ogni volta, la distruzione è un po’ più grave, un po’ più sadica e un po’ più aliena. Si dà per scontato che, con sufficiente brutalità della polizia e una maggiore militarizzazione, le forze dell’ordine alla fine riusciranno a tenere la posizione.

Eppure è anche come guardare le onde che vanno e vengono, finendo per spazzare via un castello di sabbia. Forse non questa volta, forse non l’anno prossimo, o quello dopo ancora. Ma un giorno, a meno che le forze dell’ordine non affrontino davvero le scomode realtà sulla gravità del problema e sulla sua natura esistenziale, sarà troppo pesante da sollevare persino per Superman.

Dillo a tutti
In attesa di Superman
Che dovrebbero cercare di resistere il più possibile
Non li ha lasciati cadere
Dimenticato o qualsiasi altra cosa
È semplicemente troppo pesante perché Superman possa sollevarlo

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In vista del quinto plenum, Pechino continua a sottolineare l’importanza dell’attuazione, di Fred Gao

In vista del quinto plenum, Pechino continua a sottolineare l’importanza dell’attuazione

Due articoli di Qiushi offrono un utile spaccato delle priorità della leadership in vista della riunione.

Fred Gao19 ottobre
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La quinta sessione plenaria di quest’anno si differenzia dalle precedenti. Mentre le sessioni plenarie passate si sono spesso concentrate sul successivo piano quinquennale, la quarta sessione plenaria del 2025 ha già adottato raccomandazioni per il quindicesimo piano quinquennale.

Per il prossimo Quinto Plenum, l’attenzione è rivolta alla “piena e rigorosa autogoverno del Partito”. Ho trovato due articoli nell’ultimo numero di Qiushi , la principale rivista del Partito, che offrono alcuni indizi sulla direzione della riunione. I loro temi sovrapposti suggeriscono che, oltre all’attenzione precedentemente annunciata sulla lotta alla corruzione, la riunione potrebbe anche affrontare i meccanismi per l’attuazione delle decisioni prese dal comitato centrale.

Il primo articolo è una riedizione del discorso di Xi Jinping del 12 gennaio 2026 alla quinta sessione plenaria della 20a Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, dal titolo “Promuovere un’autogoverno completo e rigoroso del partito con standard più elevati e più concreti”. Misure”. Il secondo è “Migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e misure del Comitato centrale del partito” . Plans”,完善党中央重大决策部署落实机制, di Wang Xipeng, direttore dell’Istituto di economia industriale, Accademia cinese delle scienze sociali.

La parte iniziale del discorso di Xi sottolinea la necessità di attuare le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito con maggiore risolutezza ed efficacia. Il secondo articolo adotta un approccio più orientato alla “diagnosi e alla soluzione dei problemi”. Tra le carenze individuate da Wang figurano l’assegnazione di compiti insufficientemente specifici, che lasciano troppo spazio alla discrezionalità; un eccessivo affidamento su registri di lavoro e documentazione scritta durante le ispezioni, con una scarsa verifica in loco; e le difficoltà nella condivisione dei risultati delle ispezioni tra i vari dipartimenti. Questi punti evidenziano in realtà l’assenza di un meccanismo specifico per la supervisione dell’attuazione delle politiche. Le pratiche attuali si basano maggiormente sulla presentazione di documentazione ai livelli superiori della gerarchia amministrativa per dimostrare l’avvenuta esecuzione del lavoro, ma rendono difficile verificare se i risultati abbiano effettivamente raggiunto gli obiettivi prefissati. Ciò significa anche che, oltre a svolgere il proprio lavoro, i funzionari locali devono dedicare ulteriore tempo a dimostrare di averlo effettivamente svolto.

I meccanismi di tolleranza potrebbero essere fondamentali

Nonostante l’enfasi sull’attuazione delle politiche, sarebbe eccessivamente semplicistico definirla semplicemente una spinta verso un controllo più rigido. L’articolo di Wang critica esplicitamente anche gli approcci semplicistici alla responsabilità, osservando che i funzionari locali potrebbero optare per l’inazione perché “più fanno, più errori commettono”. Allo stesso modo, il discorso di Xi afferma che lavorare in modo creativo e attuare con fermezza le decisioni centrali “non sono in contrapposizione”.

A mio avviso, Pechino vuole distinguere tra la mancata attuazione di una politica e la sperimentazione che, pur rimanendo fedele agli obiettivi sottostanti, la politica stessa rimane fedele a tali principi. Questo è uno dei cambiamenti che ritengo degni di attenzione, sebbene non sia ancora chiaro come verrà tracciata tale distinzione o quali meccanismi la sosterranno. Tra le possibilità si possono considerare la definizione di circostanze in cui i funzionari sono esentati da responsabilità, la correzione proattiva degli errori come motivo per un trattamento più indulgente, oppure la definizione di confini distinti tra iniziative pilota e sperimentazione.

Cosa guardare

Due questioni meritano particolare attenzione. La prima è se il “miglioramento dei meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito” diventerà un punto all’ordine del giorno a sé stante. Se dovesse comparire come sezione separata, ciò indicherebbe che la dirigenza ha iniziato a considerare l’attuazione delle politiche come una questione istituzionale, piuttosto che meramente disciplinare.

La seconda questione riguarda la possibile revisione del sistema di valutazione delle prestazioni. Se le valutazioni future dovessero basarsi meno sulla documentazione e sui registri di lavoro, e incorporare invece i risultati delle verifiche in loco, i progressi verso gli obiettivi politici e il feedback del pubblico, ciò modificherebbe la struttura degli incentivi per i funzionari locali. Come sostiene Zhou Li’an nel suo articolo, esiste una “trinità impossibile” nella governance. Obiettivi rigidi, regole di attuazione strettamente definite e risorse politiche ed economiche limitate non possono essere raggiunti contemporaneamente. Ciò che mi interessa maggiormente è come si potrebbe trovare un nuovo equilibrio tra questi tre elementi.

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Qui di seguito trovate le versioni in inglese di due articoli che ho tradotto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Promuovere la piena e rigorosa autonomia del partito con standard più elevati e misure più concrete.

Autore: Xi Jinping
Pubblicato: 15 ottobre 2026

Il periodo del “15° Piano quinquennale” è un momento cruciale per gettare le basi e compiere uno sforzo concertato verso il raggiungimento sostanziale della modernizzazione socialista. Per trasformare in realtà il progetto elaborato dalla Quarta Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale, dobbiamo sostenere e rafforzare la leadership complessiva del Partito, promuovere con perseveranza la piena e rigorosa autogoverno del Partito, rafforzare il senso di missione e lo spirito combattivo di tutto il Partito, consolidare l’unità del Partito, mantenere pure le fila del Partito ed elevare le capacità e il livello di leadership del Partito.

Didascalia: Il 12 gennaio 2026, Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha pronunciato un importante discorso alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del Partito Comunista Cinese. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

I. Attuare con maggiore risolutezza e vigore le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito è un requisito fondamentale per il mantenimento dell’autorità del Comitato Centrale e di una leadership centralizzata e unificata, nonché un’importante lezione storica per il continuo sviluppo del Partito e della causa popolare. Il Partito Comunista Cinese è nato da ideali e lotte per la sua missione. È stato sotto la forte guida del Comitato Centrale del Partito che generazioni di comunisti, impavidi di fronte alle difficoltà, hanno portato avanti la lotta e condotto con successo il popolo cinese da una società semi-coloniale e semi-feudale a elevarsi, prosperare e diventare forte, aprendo la retta via del socialismo con caratteristiche cinesi. Oggi abbiamo raggiunto una fase critica nel sostanziale raggiungimento della modernizzazione socialista, e il cammino che ci attende ci riserverà certamente grandi prove, tra cui venti impetuosi, onde altissime e persino tempeste furiose.

Finché avremo ideali nel cuore, la nazione nella mente e la missione sulle spalle, potremo guardare al futuro con lungimiranza, rafforzare costantemente la nostra fiducia e la nostra forza, superare ogni difficoltà e unire l’intero Partito e l’intero Paese in un unico obiettivo, affinché le decisioni e i piani principali del Comitato Centrale del Partito siano effettivamente attuati. Dobbiamo conquistare un “Passo di Loushan” e un “Passo di Lazi” dopo l’altro. Tutte le organizzazioni del Partito e tutti i membri e quadri del Partito devono rafforzare il loro senso di responsabilità politica e di missione storica, fare dell’aspirazione fondante del Partito il loro scopo principale e dedicare tutta la loro saggezza e forza al compimento del compito centrale del Partito. I quadri dirigenti a tutti i livelli devono partire dalla missione e dai compiti del Partito e stabilire e mettere in pratica una corretta visione dell’operato. Dovrebbero chiedersi se il loro pensiero e le loro azioni si siano allontanati dall’alto ideale del comunismo e dall’ideale condiviso del socialismo con caratteristiche cinesi, se si siano discostati dallo scopo fondamentale di servire il popolo con tutto il cuore, se si siano allontanati dalla linea, dai principi e dalle politiche del Partito o dalle principali decisioni e dai piani del Comitato Centrale, e se si siano distaccati dalle condizioni nazionali e dalle circostanze reali delle proprie regioni e dipartimenti. Con lo spirito che il successo non deve essere attribuito a se stessi, ma porterà sicuramente la propria impronta, dovrebbero concentrarsi con determinazione sul progresso della modernizzazione in stile cinese.

Il nostro Partito dispone di solidi meccanismi per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale, che nel complesso funzionano in modo fluido ed efficace. Allo stesso tempo, le informazioni raccolte attraverso ispezioni, verifiche e attività di supervisione dimostrano la persistenza di problemi, tra cui la mancata attuazione di decisioni e piani importanti, nonché un’attuazione distorta o impropria, e in alcuni ambiti tali problemi sono piuttosto gravi. È necessario chiarire che l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale è un requisito fondamentale della disciplina politica e delle regole del Partito. Sottolineiamo l’importanza di “sostenere i Due Principi Fondamentali” (两个维护) e di mantenere un elevato grado di coerenza con il Comitato Centrale del Partito. Ciò deve tradursi in azioni concrete, non in slogan vuoti, e non dobbiamo dire una cosa e farne un’altra. Chiunque violi questi requisiti deve essere chiamato a risponderne: criticato dove è dovuto, corretto dove necessario e disciplinato dove la disciplina è giustificata. Non ci devono essere superficialità o ambiguità nella gestione di tali casi. La supervisione politica in questo ambito deve essere rafforzata.

Durante il periodo del 15° Piano quinquennale, i compiti di sviluppo economico e sociale sono estremamente impegnativi. Dobbiamo concentrarci attentamente sulle direttive strategiche del Comitato Centrale, tra cui la promozione di un nuovo paradigma di sviluppo, la diffusione di uno sviluppo di alta qualità e l’accelerazione della costruzione di un nuovo modello di sviluppo. Dobbiamo impegnarci nella costruzione di un moderno sistema industriale, nello sviluppo di nuove forze produttive di qualità in base alle condizioni locali, nella creazione di un mercato nazionale unificato, nell’espansione dell’apertura a standard elevati, nel costante progresso della prosperità comune per tutti, nella prevenzione di un ritorno sistematico alla povertà, nella risoluzione del debito occulto degli enti locali, nel rafforzamento della tutela ambientale e nel bilanciamento tra sviluppo e sicurezza. Dobbiamo rafforzare la supervisione, rendendola specifica, precisa e continua, valorizzando i risultati delle ispezioni, intensificando la supervisione delle azioni correttive e garantendo l’attuazione concreta delle decisioni e dei piani della Quarta Sessione Plenaria del 20° Comitato Centrale. Quest’anno, gli enti locali saranno soggetti a graduali cambiamenti di leadership. Dobbiamo impedire ai funzionari di rimanere inattivi, in attesa e a guardare mentre la transizione si avvicina, e impedire ai funzionari appena insediati di perseguire vantaggi a breve termine o di “cambiare idea” (翻烧饼) dopo il loro insediamento, affinché il piano venga portato a termine. Occorre sottolineare che l’attuazione risoluta e incisiva delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale non è in contrasto con il lavoro creativo. Ogni attività deve essere fondata sulla realtà e partire dalle condizioni concrete, ed è necessario evitare una rigida imitazione e approcci standardizzati. Pur esercitando una rigorosa supervisione, dobbiamo sostenere e incoraggiare le regioni e i dipartimenti a esplorare metodi e approcci efficaci per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale, tenendo conto delle proprie condizioni, in modo che i risultati finali siano coerenti con le intenzioni del Comitato Centrale e con lo scopo originario delle politiche.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale dipende in ultima analisi dalle persone. Dobbiamo vigilare contro le “persone a due facce” (两面人), che nutrono doppi intenti e dicono una cosa e ne fanno un’altra. Queste persone assumono molte forme. Alcune proclamano costantemente lealtà politica e i “Due Sostegni”, reagendo rapidamente e rumorosamente alle decisioni del Comitato Centrale, ma in pratica si dedicano all’inganno, fanno ciò che vogliono, ignorano gli ordini e non rispettano i divieti, commettendo quelle che sono note come le “sette cose che fanno per sé” (七个有之). Altre abbracciano il liberalismo nel loro pensiero e antepongono l’individualismo a tutto il resto, accettando il socialismo della nuova era con caratteristiche cinesi solo quando fa loro comodo e rifiutandolo quando non lo fa. Altre ancora si dedicano all’opportunismo politico, adulando e ingraziandosi gli altri, seguendo il vento e muovendosi ovunque si trovino i loro interessi, sempre pronte a “abbandonare la nave”. Altri praticano il fazionalismo nelle questioni organizzative, formando cricche, escludendo i dissidenti e usando nomi collettivi per servire interessi di piccoli gruppi. Altri praticano il dipartimentalismo nel loro lavoro, proteggendo solo il proprio “piccolo appezzamento di terra” e sacrificando il tutto per la parte e il lungo termine per il breve termine. Altri ancora praticano una forma fuorviante di “buonismo” nello svolgimento dei loro doveri, omettendo di fermare o correggere i problemi che scoprono e lasciandoli diffondere, affermando che ciò preserva l’unità mentre in realtà evitano le responsabilità. Tutti questi comportamenti violano i principi del Partito, ostacolano seriamente l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale e causano enormi danni alla causa e all’immagine del Partito. Devono essere smascherati con coraggio ed eliminati con decisione. Durante le transizioni di leadership, dobbiamo essere particolarmente vigili, promuovere quadri validi, genuinamente leali, affidabili, onesti e responsabili e non permettere mai che “persone a due facce” o coloro che antepongono gli interessi personali si infiltrino.

II. Utilizzare le istituzioni per limitare il potere in modo più scientifico ed efficace

Confinare il potere all’interno di un sistema di vincoli istituzionali è un compito importante per un’autogoverno del Partito pieno e rigoroso nella nuova era. Dopo il XVIII Congresso Nazionale del Partito, il primo importante regolamento interno al Partito che abbiamo formulato è stato il Regolamento Centrale in Otto Punti (中央八项规定). Abbiamo iniziato con questo perché molti problemi associati ai “Quattro Stili di Lavoro Indesiderabili” (四风) appaiono in superficie come distacco dalle masse e indulgenza nel lusso, ma nella loro essenza implicano la formazione di cricche per profitto personale e collusione per mutuo vantaggio, occultando scambi di potere con potere, potere con denaro e potere con favori sessuali, che danneggiavano gravemente l’immagine del Partito agli occhi del popolo. Siamo partiti dalle questioni a cui le masse hanno reagito più forte, abbiamo stabilito regole ferree e imposto vincoli rigorosi, siamo rimasti fermi sui nostri obiettivi e non abbiamo mai allentato la presa, e abbiamo usato lo spirito di perseveranza per attuarli. Ciò ha fermato molte tendenze malsane che prima si ritenevano impossibili da arrestare e ha eliminato alcuni mali profondamente radicati che persistevano da anni. Ha posto fine al caos in cui “centinaia di documenti non riuscivano a tenere a freno una sola bocca” e, attraverso l’esempio di “spostare il palo di legno per costruire la fiducia”, ha portato a una completa trasformazione della condotta del Partito e dello stile di governo, generando una potente energia positiva per il Partito e lo sviluppo del Paese. La campagna di apprendimento e formazione condotta in tutto il Partito lo scorso anno ha ulteriormente unificato il pensiero, approfondito la comprensione, sintetizzato l’esperienza e migliorato le misure, dimostrando la nostra ferma determinazione a portare a termine il Regolamento Centrale in Otto Punti. Non ci sono scorciatoie per attuare lo spirito del Regolamento Centrale in Otto Punti. La chiave sta in due parole: “costanza” (常) e “lungo termine” (长). Senza un’attenzione costante, si verificano ricadute; senza un impegno a lungo termine, la conformità consapevole non può radicarsi. Dobbiamo consolidare ed estendere i risultati della campagna di approfondimento e formazione sul Regolamento centrale in otto punti, migliorare costantemente i meccanismi per l’individuazione e la risoluzione periodica dei problemi e rendere il miglioramento delle modalità di lavoro una prassi consolidata e duratura.

Didascalia: Dal 25 al 26 dicembre 2025, il Politburo del Comitato Centrale del PCC ha tenuto una riunione sulla vita democratica. Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, ha presieduto la riunione e ha pronunciato un importante discorso. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

La pratica di attuare scrupolosamente gli Otto Punti del Regolamento Centrale dimostra che, per contenere il potere all’interno di un sistema di vincoli istituzionali, dobbiamo sia perfezionare le regole, tessendo una gabbia più solida e robusta, sia migliorarne l’applicazione, rafforzando i vincoli esistenti. Dal XVIII Congresso Nazionale, il Comitato Centrale del Partito ha attribuito grande importanza allo sviluppo di leggi e istituzioni. Il numero di regolamenti formulati e rivisti è senza precedenti e si è delineato un sistema relativamente completo di leggi e regolamenti del Partito. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che alcune regole sono eccessivamente generiche, mancano di disposizioni mirate e operative, non presentano uno stretto coordinamento tra i diversi regolamenti e lasciano lacune e scappatoie, e che lo sviluppo istituzionale per i nuovi settori, i nuovi modelli di business e i nuovi gruppi è in ritardo. Dobbiamo continuare a migliorare le leggi e i regolamenti del Partito, rafforzare l’apporto istituzionale in base alle reali esigenze di costruzione e governo del Partito, stabilire rapidamente norme laddove manchino e rivedere e integrare prontamente quelle incomplete o obsolete, in modo che il sistema sia completo ma non farraginoso, efficace e pratico, ed evitare il problema di “usare un recinto per il bestiame per tenere un gatto” (牛栏关猫).

Nel corso degli anni, abbiamo adottato una serie di misure per far rispettare leggi e regolamenti, ma i problemi persistono laddove le norme istituzionali esistono solo sulla carta e, in alcuni casi, l’applicazione si indebolisce a ogni livello successivo, dando vita a “una gabbia di carta che non può contenere una tigre” (纸笼禁虎). Quando le regole esplicite non vengono rispettate, le regole non scritte inevitabilmente prosperano. Quando le regole non scritte dominano, quelle esplicite diventano mera decorazione. Perché ci sono così tanti intermediari politici e ciarlatani attivi nella società? Perché le regole non scritte rendono inefficaci leggi e regolamenti e creano un effetto “finestre rotte”. Alcuni quadri si affidano alle reti personali piuttosto che ai canali organizzativi e alcune persone si fidano delle conoscenze personali piuttosto che della disciplina di partito e della legge. Se ciò continua, “il denaro sporco scaccia quello buono” e “una nota personale ha più peso di un sigillo ufficiale”, il che eroderà inevitabilmente l’ecosistema politico e alimenterà corruzione e disordine. Per arginare le regole non scritte, la chiave è rafforzare l’applicazione delle regole esplicite. Dobbiamo rafforzare la divulgazione e la conoscenza delle leggi e dei regolamenti, guidando i membri e i quadri del Partito a comprendere la disciplina e la legge, a conoscere le regole esplicite e a rispettarle con timore reverenziale, riconoscendo che leggi e regolamenti sono al contempo una “fascia per capelli” (紧箍咒) e un “talismano protettivo” (护身符). Dobbiamo ulteriormente accrescere la trasparenza degli affari di Partito e di governo, garantire che il potere operi alla luce del sole e privare le regole non scritte del loro mercato. Dobbiamo sostenere il principio che tutti sono uguali di fronte alle leggi e ai regolamenti, che il rispetto non è soggetto a privilegi e che l’applicazione non ammette eccezioni. Dobbiamo punire severamente coloro che “passano con il semaforo rosso” o “scavalcano le recinzioni” e ritenere responsabili coloro che hanno responsabilità di leadership, affinché le regole istituzionali diventino davvero fili elettrici ad alta tensione che nessuno osa toccare.

L’efficacia dell’attuazione istituzionale in una regione o in un dipartimento dipende in larga misura dal suo “responsabile principale” (一把手). Per contenere il potere entro i limiti istituzionali, dobbiamo concentrarci sul garantire che il “responsabile principale” assuma un ruolo guida nell’attuazione delle regole. Le opinioni del Comitato Centrale del Partito sul rafforzamento della supervisione dei “responsabili principali” e dei team di leadership stabiliscono requisiti chiari per l’attuazione del centralismo democratico e per il miglioramento della supervisione dei processi decisionali “tre principali e uno importante” (三重一大). I membri dei team di leadership a tutti i livelli, in particolare i “responsabili principali”, devono dare l’esempio, assumere un ruolo guida nell’attuazione rigorosa delle regole e garantire che anche la relativa supervisione sia efficace.

III. Portare avanti la lotta alla corruzione in modo più chiaro e risoluto

Dal XVIII Congresso Nazionale, il nostro Partito ha approfondito l’autorivoluzione, si è opposto con fermezza alla corruzione e ha tracciato con successo un percorso cinese di lotta alla corruzione sotto la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito. Questo percorso combina l’affrontare sia i sintomi che le cause profonde e procede in modo integrato per rendere i quadri “incapaci, non disposti e non osanti” essere corrotti. Questo percorso deve continuare ad essere seguito con risolutezza.

Attualmente, la corruzione continua a manifestarsi e a ripresentarsi. I fatti dimostrano ancora una volta che il giudizio del Comitato Centrale del Partito, secondo cui “la lotta alla corruzione rimane dura e complessa, e il compito di eliminare i terreni fertili e le condizioni che la alimentano rimane arduo e gravoso”, è pienamente corretto. La lotta alla corruzione è un processo senza fine e un compito continuo. Dobbiamo portarla avanti con lo spirito del Vecchio Folle che spostò le montagne e con lo spirito di Jingwei che riempì il mare, e perseverare fino alla fine. I fatti ci ricordano anche che la corruzione è il rischio maggiore, la minaccia maggiore e la sfida più grande che il nostro Partito si trova ad affrontare, un ostacolo e una pietra d’inciampo sul cammino dello sviluppo nazionale. Se le si permette di diffondersi senza controllo, inevitabilmente comprometterà il contesto di sviluppo economico, innescherà diversi rischi e scuoterà le fondamenta del governo del Partito. L’esperienza ci ha anche insegnato che la lotta alla corruzione è una battaglia fondamentale che non possiamo permetterci di perdere e che non dobbiamo mai perdere, una battaglia che non può fermarsi un attimo né indietreggiare di un solo passo. Come recita la poesia, “Mentre le navi affondate vengono superate da mille vele, gli alberi malati che si trovano davanti sono accolti da diecimila fioriture primaverili”; gli alberi malati devono essere sradicati e abbattuti dove necessario. Dobbiamo “incalzare il nemico in fuga finché abbiamo ancora forze da spendere”, mantenere la calma strategica e la resilienza in combattimento, continuare a sradicare la corruzione in modo completo e arrivare alla radice del problema. Non importa quanto grande sia la resistenza o il costo, dobbiamo portare avanti la lotta contro la corruzione fino alla fine. Indipendentemente da chi sia, dalla sua posizione o dai suoi contributi passati, chiunque si macchi di corruzione non sarà risparmiato!

Dobbiamo mantenere una posizione di costante e forte pressione. Dobbiamo attenerci al principio che ovunque esista la corruzione, essa deve essere contrastata; ovunque si trovi la corruzione, essa deve essere estirpata; e il male deve essere completamente eliminato, in modo che gli elementi corrotti non abbiano dove nascondersi. Dobbiamo concentrarci sulle aree in cui il potere è concentrato, il capitale è denso e le risorse sono abbondanti, vigilando attentamente sulla collusione tra governo e imprese, sulla protezione del capitale da parte del potere e sull’infiltrazione del capitale nella politica. Dobbiamo intensificare le indagini sulla corruzione tra i “primi incarichi” e i giovani quadri, e rimuovere con fermezza gli individui corrotti che non si ravvedono e persistono nelle loro malefatte. Dobbiamo punire con risolutezza coloro che offrono tangenti e che violano consapevolmente la legge o che commettono reati ripetutamente. Dobbiamo scavare a fondo per scoprire nuove e nascoste forme di corruzione, inclusi i benefici attesi, gli accordi per partecipazioni azionarie nominali e il fenomeno delle “porte girevoli” tra governo e imprese. Dobbiamo intensificare ulteriormente le campagne centralizzate contro le tendenze malsane e la corruzione a livello locale, e rafforzare la governance della corruzione transfrontaliera e gli sforzi per perseguire i latitanti e recuperare i beni rubati. Le località e i dipartimenti in cui si sono verificati importanti casi di corruzione devono eliminare completamente le tracce residue e rimuovere del tutto le fonti di contaminazione.

Dobbiamo rafforzare costantemente la capacità di penetrazione della lotta alla corruzione. Dobbiamo cogliere le nuove tendenze e caratteristiche della corruzione, innovare i nostri metodi e individuare, identificare con precisione e contrastare efficacemente le varie forme di corruzione con maggiore tempestività. Dobbiamo approfondire l’indagine e la gestione congiunta dei problemi legati allo “stile” e alla corruzione, andando oltre la superficie dello “stile” per smascherare l’essenza della corruzione. Dobbiamo indagare a fondo sulla pratica di utilizzare gli affari per sostenere i funzionari, i funzionari per proteggere gli affari e la collusione tra funzionari e imprenditori, che si cela dietro l’inazione e le azioni arbitrarie. Dobbiamo inoltre indagare a fondo sulle richieste di favori e sui trasferimenti di interessi che si celano dietro un’ospitalità impropria e punire severamente coloro che si associano a intermediari politici e ciarlatani della politica. Dobbiamo rafforzare il potenziale della tecnologia e fare un maggiore uso dei big data e di altri strumenti per migliorare l’efficienza della supervisione, del controllo disciplinare e dell’applicazione della legge. Naturalmente, l’uso delle nuove tecnologie deve essere regolato da rigorose norme etiche e di sicurezza dei dati e deve essere attuato nel rigoroso rispetto delle regole, della disciplina e della legge del Partito. Dobbiamo migliorare i meccanismi di attuazione delle responsabilità in materia di lotta alla corruzione. I comitati di partito (gruppi di partito) a tutti i livelli devono assumersi con fermezza la loro principale responsabilità, e i segretari di partito devono adempiere al loro ruolo di primi responsabili. Devono assumere posizioni ferme e chiare, guidare le parti interessate nell’assunzione piena delle proprie responsabilità e non considerare la lotta alla corruzione come una mera questione di competenza delle commissioni disciplinari, di controllo e di vigilanza. Devono conoscere a fondo le proprie responsabilità, assumersele e portarle a termine.

Didascalia: Il 15 luglio 2026, Xi Jinping, Segretario Generale del Comitato Centrale del PCC, Presidente della Repubblica Popolare Cinese e Presidente della Commissione Militare Centrale, ha visitato Shanghai. Questa foto mostra Xi mentre conversa cordialmente con i rappresentanti dei residenti, i quadri di sottodistretto e gli operatori comunitari presso il centro servizi del Partito per le masse nel quartiere residenziale di Shimin Xincun, nel distretto di Banshengyuan Road, distretto di Huangpu, durante la sua visita. Foto: Xie Huanchi, Agenzia di stampa Xinhua.

Dobbiamo impegnarci maggiormente per promuovere un approccio integrato dall’alto verso il basso. La promozione integrata di un approccio che mira a contrastare la corruzione in modo totale, senza ostacoli, riluttanza o osare corrompere, risiede proprio nella parola “integrato”, ed è difficile proprio perché è integrato. Dobbiamo rafforzare il pensiero sistemico e agire simultaneamente, nella stessa direzione e in modo completo. In pratica, potremmo dare priorità diverse alle varie fasi, ma non dobbiamo separarle o trascurarle, e dobbiamo impedire che un pensiero basato su fasi o collegamenti comprometta l’efficacia degli sforzi anticorruzione. Dobbiamo ulteriormente migliorare il meccanismo di lavoro anticorruzione e garantire il coordinamento nell’assegnazione dei compiti, nell’allocazione delle risorse, nell’avanzamento del lavoro e nella valutazione delle prestazioni. Dobbiamo collegare la supervisione quotidiana dell’organizzazione del Partito, l’ispezione e la supervisione disciplinare, e la supervisione attraverso visite ispettive, audit, petizioni e opinione pubblica, sfruttando appieno la “lampada senza ombra” (无影灯) della supervisione globale e il “bisturi” (手术刀) della gestione energica dei casi, e promuovere una governance integrata attraverso il coordinamento lungo tutta la catena. Dobbiamo concentrarci sull’apprendimento dai casi per promuovere la riforma e la governance, analizzando le cause della corruzione, identificando le lacune gestionali e utilizzando i casi emblematici come monito e formazione, in modo che i vecchi problemi non si ripresentino e nessun costo sia pagato invano. Dobbiamo selezionare e nominare i quadri secondo gli standard per i buoni quadri della nuova era, costruire relazioni sane e positive tra i compagni di Partito e rapporti puliti e stretti tra governo e imprese, e purificare continuamente l’ecosistema politico. Dobbiamo rafforzare lo sviluppo di una nuova cultura anticorruzione, migliorare la rilevanza e l’efficacia dell’educazione all’integrità e creare con vigore un ambiente sociale che valorizzi l’integrità, respinga la corruzione e promuova la frugalità opponendosi allo spreco.

Gli organi di ispezione e supervisione disciplinare hanno una grande responsabilità e una nobile missione nel promuovere la piena e rigorosa autogoverno del Partito. Essi devono sempre ricordare qual è il loro compito, sostenere con fermezza l’unità del Partito e salvaguardare con risolutezza la sua natura avanzata e la sua purezza. Dobbiamo continuare a rafforzare la standardizzazione, il fondamento giuridico e la formalizzazione del lavoro di ispezione e supervisione disciplinare, e migliorare costantemente la qualità e l’efficienza della supervisione, dell’applicazione della disciplina e dell’applicazione della legge. Dobbiamo rimanere fermi sul principio di rivolgere la lama verso l’interno ed eliminare con risolutezza i “cavalli che danneggiano il gregge”. Dobbiamo continuare a rafforzare la formazione di squadre secondo i requisiti di solidità politica, competenza professionale, buona condotta e integrità, e forgiare una “squadra d’acciaio” di personale addetto all’ispezione e alla supervisione disciplinare che sia leale, integro, responsabile, coraggioso e abile nella lotta.

Nota: Questa è la parte principale del discorso del Segretario Generale Xi Jinping alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare del 12 gennaio 2026.

Migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito.

Wang Xipeng

“Durante gli anni di guerra, il Comitato Centrale del Partito e il Presidente Mao comandavano l’intero Partito e l’esercito tramite telegrafo. Il ‘dit-da, dit-da’ del telegrafo era la voce del Comitato Centrale del Partito e del Presidente Mao, e l’intero Partito e l’esercito obbedivano incondizionatamente.” In una conferenza sulla costruzione del Partito negli organi centrali e statali, il Segretario Generale Xi Jinping ha guidato i membri e i quadri del Partito a comprendere, attraverso il suono del “dit-da, dit-da”, che il Comitato Centrale del Partito deve avere un’autorità suprema e le cui decisioni sono definitive. Ha dichiarato con fermezza: “Se gli ordini emessi dal Comitato Centrale del Partito non vengono ascoltati, se gli ordini non vengono obbediti e i divieti non vengono rispettati, allora di cosa si può parlare nel sostenere l’autorità del Comitato Centrale del Partito e la sua leadership centralizzata e unificata!” Alla Quinta Sessione Plenaria della XX Commissione Centrale per l’Ispezione Disciplinare, il Segretario Generale ha ribadito un requisito chiaro: “Sottolineiamo i ‘Due Principi Fondamentali’ e il mantenimento di un elevato grado di coerenza con il Comitato Centrale del Partito. Ciò deve tradursi in azioni concrete nell’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito. Non dobbiamo gridare slogan vuoti e, soprattutto, non dobbiamo dire una cosa e farne un’altra”. Sostenere l’autorità del Comitato Centrale del Partito e la sua leadership centralizzata e unificata significa sostenere il suo sistema di leadership, le sue procedure e le sue regole, così come le sue decisioni, i suoi piani e le sue modalità di lavoro. L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito è un requisito fondamentale della disciplina politica e delle regole politiche del Partito. Indipendentemente dalla complessità dei compiti di una regione o di un dipartimento, la loro responsabilità primaria è quella di attuare efficacemente le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale del Partito. Indipendentemente dalla varietà di ruoli e mansioni dei membri e dei quadri del Partito, la loro responsabilità condivisa è quella di attuare efficacemente tali decisioni e piani.

L’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito dipende sia dalla consapevolezza politica che dalle garanzie istituzionali. Dal XVIII Congresso Nazionale del Partito, il Comitato Centrale, con il compagno Xi Jinping al suo centro, ha istituito e perfezionato le istituzioni e i meccanismi per l’attuazione delle sue principali decisioni e dei suoi piani. Ha rafforzato la responsabilità politica di tutte le regioni e i dipartimenti per l’attuazione e ha costruito un sistema completo di meccanismi di lavoro che comprende l’assegnazione dei compiti, la supervisione dell’attuazione, la rendicontazione periodica, l’ispezione e la diffusione dei risultati, il monitoraggio dei risultati, la supervisione e la rendicontazione. Ciò ha garantito efficacemente che gli ordini del Comitato Centrale vengano eseguiti senza intoppi e che le sue direttive siano rispettate.

Innanzitutto, il sistema di leadership è stato continuamente rafforzato e migliorato. Il Politburo del Comitato Centrale ha adottato disposizioni per rafforzare e sostenere la leadership centralizzata e unificata del Comitato Centrale e si fa promotore dell’attuazione delle decisioni e dei piani più importanti, considerandola una responsabilità politica fondamentale. Gli organi centrali di decisione e coordinamento svolgono un ruolo nella definizione di alto livello, nel coordinamento generale, nello sviluppo integrato e nella supervisione dell’attuazione dei compiti principali.

In secondo luogo, si è delineata una divisione delle responsabilità. Sotto la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale, i comitati di partito (gruppi di partito) a tutti i livelli allineano il loro lavoro agli standard richiesti. I dipartimenti funzionali si suddividono il lavoro. Gli organi di controllo verificano i risultati. Gli organi di controllo disciplinare svolgono la supervisione politica. Le unità di base attuano le politiche in modo creativo. Insieme, ripuliscono ogni “capillaro” dell’attuazione.

In terzo luogo, i meccanismi di lavoro sono diventati più pratici ed efficaci. Basandosi sul sistema organizzativo del Partito, dagli organi centrali e statali fino alle prime linee di base, la responsabilità è stratificata e trasferita gradualmente, formando un potente sforzo nazionale “a scacchiera unica”. I comitati di Partito (gruppi di Partito) a tutti i livelli considerano l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale come la loro responsabilità primaria. Applicano coscienziosamente il sistema “primo punto all’ordine del giorno”, suddividono i compiti punto per punto, assegnano una chiara divisione del lavoro, tengono registri delle attività e adottano una gestione basata su liste e un avanzamento di carriera basato su progetti.

In quarto luogo, il quadro istituzionale è diventato più sistematico e completo. Il Comitato Centrale ha formulato e rivisto i regolamenti del Partito, tra cui il Regolamento di funzionamento del Comitato Centrale, il Regolamento di funzionamento dei Comitati Locali del Partito e il Regolamento di funzionamento dei Gruppi di Partito. Questi regolamenti pongono l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale al primo posto tra i doveri degli organi del Partito e di governo e la prima funzione elencata nei regolamenti che determinano le funzioni, la struttura e il personale (i “tre regolamenti”). Il Comitato Centrale ha inoltre formulato e rivisto i regolamenti sulla supervisione interna al Partito, le ispezioni, la responsabilità e le sanzioni disciplinari, stabilendo così rigorosi requisiti di disciplina politica.

In quinto luogo, la responsabilità dell’attuazione è stata rigorosamente applicata. Il Partito ha rafforzato la formazione alla lealtà e alla disciplina politica, ha incoraggiato i membri e i quadri del Partito, in particolare i quadri dirigenti, a stabilire e praticare una corretta visione delle prestazioni e ha indagato seriamente e sanzionato il formalismo e la burocrazia. Ha istituito meccanismi di monitoraggio e feedback, ha studiato e pubblicato tempestivamente politiche di supporto e norme di attuazione dettagliate, ha rafforzato la supervisione politica e intensificato i viaggi di ispezione politica, garantendo unità di pensiero e coerenza di azione in tutto il Partito.

Al momento, il quadro generale è chiaro. Le istituzioni e i meccanismi per l’attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale continuano a migliorare, e le regioni e i dipartimenti si dimostrano risoluti ed energici nell’applicarli. Tuttavia, se confrontati con l’esigenza politica di “non trascurare nulla nell’attuazione” e con lo standard disciplinare di “obbedienza agli ordini e rispetto dei divieti”, alcune località e dipartimenti presentano ancora carenze e colli di bottiglia che non possono essere ignorati. Nella suddivisione dei compiti per l’attuazione, a fronte di interventi interministeriali e complessi, alcune località e dipartimenti hanno divisioni dei compiti non sufficientemente specifiche e chiare, lasciando troppo spazio a interpretazioni discrezionali. Ciò fa sì che l’attuazione effettiva si discosti dall’intento originario del Comitato Centrale e incide direttamente sulla profondità e sull’efficacia dell’attuazione delle politiche. In termini di coordinamento, i meccanismi di coordinamento interministeriale a livello centrale sono piuttosto consolidati, ma in alcune località i corrispondenti meccanismi di coordinamento rimangono deboli e il problema dello scaricabarile e dell’ostruzionismo tra i dipartimenti non è stato eliminato, creando reali colli di bottiglia nel lavoro. Nell’ambito della supervisione e dell’ispezione, il lavoro degli organi ispettivi a livello centrale e provinciale è generalmente standardizzato, ma l’attività di supervisione a livello comunale e di contea presenta ancora delle lacune. Alcune attività ispettive si basano eccessivamente su registri e documenti scritti, con verifiche in loco e orientamenti sul campo insufficienti. Tra i dipartimenti generali del Partito, i dipartimenti funzionali e gli enti di supervisione specializzati, non sono stati ancora pienamente definiti meccanismi per ispezioni collegate e condivisione dei risultati. Nel riferire questioni importanti ai superiori per ottenere istruzioni, alcune relazioni non sono tempestive o precise. Persistono la tendenza a riportare buone notizie omettendo quelle cattive, ad agire prima e riferire dopo, e a eludere questioni chiave. Alcuni si concentrano sulla comunicazione dei risultati trascurando il processo, altri presentano richieste a più organi, altri ancora ripetono le relazioni su una singola questione e altri ancora sostituiscono le richieste di istruzioni con le relazioni. Nell’ambito dell’accertamento delle responsabilità, alcune interpretazioni sono generalizzate e semplicistiche. In alcuni casi si tende a “ritenere responsabili i livelli inferiori e non quelli superiori”, scaricando la colpa sui membri e sui quadri del Partito a livello di base. Altri applicano sanzioni disciplinari in modo semplicistico, senza analizzare attentamente la natura del problema o il danno effettivo causato. Ciò smorza l’entusiasmo, l’iniziativa e la creatività dei quadri e incoraggia una mentalità passiva del tipo “più fai, più errori commetti; meno fai, meno errori commetti; se non fai nulla, non commetti errori”. Questi sono vincoli che influenzano la possibilità che le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale attecchiscano e producano risultati.

Il sistema di richiesta di istruzioni e di rendicontazione è un’importante disciplina politica, organizzativa e lavorativa del nostro Partito. Fin dal XVIII Congresso Nazionale, il Comitato Centrale, con il compagno Xi Jinping al suo centro, ha attribuito grande importanza a questo lavoro. Ha formulato e emanato una serie di regolamenti del Partito che impongono a tutte le regioni e i dipartimenti di segnalare tempestivamente al Comitato Centrale del Partito le decisioni più importanti, le questioni più rilevanti e le situazioni importanti, indirizzando così questo lavoro verso percorsi istituzionali, standardizzati e scientifici. Didascalia: Regolamento del Partito Comunista Cinese sulla segnalazione di questioni importanti per ottenere istruzioni, entrato in vigore il 31 gennaio 2019. Foto: Sun Tong, grafica.

Durante il periodo del 15° Piano quinquennale, la Cina si trova ad affrontare un contesto interno ed esterno più complesso, e i compiti di riforma, sviluppo e stabilità sono estremamente impegnativi. Che si tratti di raggiungere traguardi rivoluzionari nell’innovazione tecnologica per superare i problemi più critici, di promuovere uno sviluppo regionale coordinato, di perseguire una trasformazione verde e a basse emissioni di carbonio, o di garantire e migliorare il tenore di vita delle persone e di prevenire e disinnescare i rischi maggiori, nessuno di questi obiettivi sarà facile. Dobbiamo condurre l’intero processo di sviluppo sotto la guida globale del Partito e la guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale, e utilizzare un solido sistema istituzionale per trasformare il piano strategico in risultati concreti. La Quarta Sessione Plenaria del 20° Comitato Centrale ha sottolineato la necessità di migliorare i meccanismi di attuazione delle principali decisioni e dei piani del Comitato Centrale del Partito, per garantire che fluiscano senza intoppi dall’alto verso il basso e vengano attuati con forza. Le principali decisioni e i piani del Comitato Centrale sono ancorati agli obiettivi di sviluppo della modernizzazione in stile cinese e riguardano il quadro generale dello sviluppo e gli interessi fondamentali del popolo. Affinché ogni compito si radichi e produca risultati dipende dalla piena attuazione e dal coordinamento preciso ed efficiente da parte delle regioni e dei dipartimenti. Le organizzazioni del Partito a tutti i livelli e le ampie fila dei membri e dei quadri del Partito

Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo, di Antonio Rossello

Chi decide? Tra le fiamme di Milano e i decreti di Roma, il canale della circolazione delle élite si sta ostruendo

Leggere l’ottobre 2026 con la “circolazione delle élite” di Pareto e la “élite del potere” di Mills: la classe dirigente italiana sta sostituendo il patto sociale con decreti sicurezza. Non è governance, è il fallimento della circolazione

L’intuizione centrale di Pareto non è “esistono le élite”, ma le élite devono circolare: la classe dirigente deve assorbire dagli strati governati gli “individui capaci”, altrimenti il sistema perde equilibrio e la sostituzione avviene infine in modo violento. Nell’ottobre 2026 il governo italiano approva l’ottavo decreto sicurezza 48 ore dopo i disordini di Milano e promette 500 milioni due settimane dopo il blocco del Sud — entrambe le reazioni espongono lo stesso problema: il centro decisionale risponde ai sintomi, non alle strutture che li producono, perché le strutture stesse non rientrano nel suo calcolo di interesse.

Leggere l’ottobre 2026 con la cornice paretiana richiede innanzitutto di identificare chi sono i centri decisori. Nel caso milanese la catena decisionale è visibile: il questore di Milano fornisce i dati di ordine pubblico, il prefetto valuta, il ministro dell’Interno Piantedosi coordina, il Consiglio dei ministri approva il decreto. Nel caso meridionale: gli autotrasportatori bloccano le strade, Salvini convoca il tavolo, promette 500 milioni, li eroga a 32.000 imprese. Entrambe le catene sono corte, rapide e riguardano solo il livello esecutivo. La dichiarazione di Piantedosi dopo l’approvazione del decreto conferma questa lettura: il governo sostiene che le misure “rispondono con fermezza alla violenza e alle scorrerie urbane”, l’opposizione le denuncia come “puramente repressive e propagandistiche”. Entrambe le formulazioni condividono la stessa premessa — l’oggetto della decisione sono i “comportamenti”, non le “condizioni”.

Pareto chiederebbe: in questo circuito, chi è salito dagli strati governati alla posizione decisionale? Delle 271 persone portate in questura a Milano, 220 sono minorenni, il più giovane ha 11 anni. Nelle udienze hanno espresso con chiarezza la propria condizione — un ventenne italiano racconta: “Su TikTok mi è stato proposto un video che segnalava una protesta contro il caro vita, ho deciso di partecipare perché in famiglia c’è una grande difficoltà economica, mio padre lavora in una fabbrica che sta cercando in ogni modo di licenziarlo. All’inizio pensavo a una protesta normale, poi, la rabbia per la situazione della mia famiglia è emersa, ho iniziato a lanciare pietre”. Queste testimonianze descrivono un cortocircuito push—risonanza emotiva—azione immediata, non un’azione politica organizzata. Nessun canale traduce quelle condizioni in input decisionale. I loro “rappresentanti” nella sala del Consiglio dei ministri sono oggetti di discussione (“minori”, “maranza”, “inadatti”), non partecipanti alla discussione.

I camionisti del Sud stanno un po’ meglio: con il blocco hanno ottenuto l’incontro con Salvini, ma il risultato è un pagamento una tantum. Lo stesso Salvini ammette: “È l’inizio di un percorso, non pretendo che martedì mattina ci sia la bacchetta magica”. Finiti i 500 milioni, la stessa logica di blocco si ripropone integralmente al prossimo aumento del petrolio. Il termine paretiano qui è preciso: non è “circolazione”, è assorbimento — ai nuovi membri è consentito accedere al tavolo del negoziato, ma la struttura del tavolo non cambia.

Questo è il sintomo tipico dell’ostruzione della circolazione delle élite di cui parla Pareto. Quando la classe dirigente smette di assorbire dal basso nuovi membri e nuove prospettive, e gestisce i sintomi degli strati inferiori con strumenti politici, il sistema entra in uno stato di stabilità apparente e di entropia interna crescente. Il decreto sicurezza è l’esempio perfetto di questa gestione: ridefinisce il malcontento sociale come “reato”, riducendo la risposta alla sola punizione. Le misure centrali del decreto — fino a 5 anni per la partecipazione a manifestazioni violente, custodia preventiva estesa ai minorenni, responsabilità patrimoniale dei genitori per i danni causati dai figli, invio di 500 militari a Milano — sono, in senso paretiano, un segnale: non un segnale di deterrenza verso la violenza, ma un segnale di chiusura del canale di ascesa. Chi tenta di organizzare l’azione collettiva dal basso si troverà di fronte alla giustizia penale, non al tavolo del negoziato politico.

Ancora più significativo è che persino le élite professionali interne al sistema iniziano a contestare pubblicamente questa strada. Il segretario del sindacato di polizia Siulp, Felice Romano, ha dichiarato a Il Foglio che inviare militari per le strade “è un pericoloso passo indietro”, avvertendo che “la dimostrazione di muscoli provoca una reazione di muscoli, serve la prevenzione”. Ha inoltre sottolineato un fatto paretiano: questo è il terzo decreto sicurezza della legislatura, “la prova che il decreto precedente non ha funzionato. Non bastano l’innalzamento delle pene o interventi solo sul piano repressivo”. Quando gli esecutori stessi del sistema iniziano a dire pubblicamente che il sistema non funziona, l’ostruzione della circolazione non è più un’ipotesi accademica.

Il concetto di “élite del potere” di Mills offre un complemento. Mills sostiene che i vertici delle tre istituzioni — governo, grande impresa, esercito — formano un’élite coesa, i cui membri circolano tra i tre ambiti e condividono interessi fondamentali. La risposta decisionale italiana dell’ottobre 2026 vi corrisponde pienamente: il finanziamento del decreto sicurezza proviene dal deficit aggiuntivo per la difesa; i 500 militari di Milano vengono dall’esercito (quasi tutti dalla brigata paracadutisti “Folgore”); i 500 milioni del Sud sono distribuiti attraverso i canali negoziali tra imprese e governo. I tre circuiti decisionali — politico, economico, militare — si coordinano nella risposta alla crisi, ma la direzione del coordinamento è il consolidamento dell’ordine esistente, non il suo cambiamento. La cornice di Mills rivela anche una dinamica più sottile: quando il sindacato di polizia (élite interna al sistema) e il presidente Mattarella (guardiano costituzionale) bloccano contemporaneamente il conferimento di poteri di polizia giudiziaria ai militari, non si tratta di una “frattura tra élite”, ma di un auto-aggiustamento delle élite al confine — sanno quali strumenti mettono a rischio la legittimità del sistema stesso e quali no. La repressione è consentita, ma la forma della repressione deve restare entro la cornice costituzionale. È la gestione raffinata in uno stato di ostruzione della circolazione: i sintomi possono essere trattati con durezza, ma gli strumenti del trattamento non devono scuotere la struttura.

La domanda paretiana decisiva è: l’ostruzione della circolazione delle élite è temporanea o strutturale? La storia offre un riferimento: dopo il 1861 ogni tentativo di “soluzione” della questione meridionale è consistito nell’assorbire nuovi membri dalle élite settentrionali e meridionali, mantenendo gli strati inferiori del Sud in posizione di “problema”. La fine della Cassa per il Mezzogiorno non è avvenuta perché il Sud non avesse più bisogno di intervento, ma perché il modello di intervento non serviva più agli interessi delle élite mutate. Il decreto sicurezza e il sussidio una tantum del 2026 seguono la stessa logica: la risposta deve essere abbastanza visibile da placare l’opinione pubblica, abbastanza limitata da non cambiare la struttura di potere.

Il Movimento 17 ottobre scrive su Telegram: “decentrare questa rete, rendendo difficile allo Stato reprimerci”. Letta nella cornice paretiana, questa frase non è un consiglio tattico, ma la conferma diretta del fallimento della circolazione delle élite: quando i canali di ascesa si chiudono, gli strati inferiori costruiscono strutture parallele. Queste strutture possono essere represse, cooptate o disperse dalla crisi successiva. Ma se l’ostruzione persiste, la “circolazione” di Pareto si compirà in un altro modo — non per assorbimento, ma per sostituzione. La storia italiana dal 1861 offre precedenti sufficienti. E l’unicità dell’ottobre 2026 sta nel fatto che la pressione alla sostituzione arriva simultaneamente da due direzioni: i giovani del Nord dicono con le fiamme “fermate il sistema”, i camionisti del Sud dicono con i blocchi “pagate il conto”. Due linguaggi diversi, che indicano la stessa strozzatura dell’uscita.

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