Acqua: un prezioso know-how, di Jean-Baptiste Noé

In economia questo si chiama bene negativo, vale a dire un bene di cui ci accorgiamo dell’esistenza quando è scomparso. Questo è il caso della sicurezza e della pace, è anche il caso dell’acqua potabile. Se non c’è niente di più normale che aprire un rubinetto per fare la doccia o bere un bicchiere d’acqua, questo gesto quotidiano e innocuo è recente.

Acqua: un prezioso know-how

In Francia, cento anni fa, un gran numero di villaggi non aveva ancora l’acqua corrente. L’accesso all’acqua e il controllo della fonte sono stati oggetto di molti drammi e il retroscena di Jean de Florette e Manon des Sources di Marcel Pagnol. Senza acqua potabile, niente vita. Senza un sistema di approvvigionamento idrico, non c’è industria né agricoltura. Nel suo ultimo libro, Guerra e acqua . L’acqua, una questione strategica nei conflitti moderni(Robert Laffont, 2021), Franck Galland risale alle battaglie del 1914 quando l’acqua era essenziale per rifornire le truppe. Anche oggi gli eserciti in proiezione devono provvedere all’approvvigionamento dell’acqua, o che provenga dall’esterno, o che provenga da pozzi. Non c’è operazione riuscita senza collegamento all’acqua.

L’acqua non è una risorsa naturale, ma la dimostrazione della volontà politica e del genio umano. Molti territori hanno un trabocco d’acqua e tuttavia mancano di acqua per la loro popolazione. È il caso del Brasile, compreso San Paolovive in condizioni di stress idrico, quando questo paese è tuttavia un enorme serbatoio d’acqua ed è attraversato da uno dei fiumi più grandi del mondo. Idem nell’Africa tropicale: se l’acqua cade dal cielo, non scorre nei rubinetti. Al contrario, l’Andalusia, sebbene una regione arida, ha saputo molto presto come padroneggiare l’approvvigionamento e l’irrigazione per diventare un frutteto della Spagna. Con i loro acquedotti ancora visibili, i romani erano padroni dell’approvvigionamento idrico. In materia acquatica, non ci sono paesi privilegiati e paesi trascurati, ci sono paesi che sanno padroneggiare e sviluppare tecniche e quelli che sono rimasti indietro. Arabia Saudita e Qatar stanno sviluppando impianti di desalinizzazione, Singapore ricicla le sue acque reflue per renderle sicure al consumo, quando ancora sconsigliato, in una città come Mosca

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L’acqua potabile non è gratuita .

Trattare l’acqua, trasportarla e riciclarla ha un costo. Le grandi aziende sono molto brave a farlo, comprese Suez e Veolia in Francia. Si tratta di lavori tecnici, impegnativi, specializzati che richiedono un’elevata padronanza tecnologica. Città del Capo e Roma, per non aver mantenuto le proprie tubature e dighe, sono state vittime di penuria d’acqua e tagli. È fin troppo facile dare la colpa di questo al cambiamento climatico, quando i veri colpevoli sono politici avventati e demagoghi a breve termine. La mancata manutenzione dei tubi consente un breve risparmio e quindi abbassa i prezzi. Politicamente intelligente a breve termine, questa tattica si è conclusa in un dramma dieci anni dopo, quando i tubi e le infrastrutture sono diventati fatiscenti e obsoleti.

La vera guerra dell’acqua è quindi prima di tutto tecnologica. Acqua riciclata, desalinizzata, pompata in profondità, deviata o riservata, ci sono molti modi per essere in grado di fornire acqua alle megalopoli, affidandosi a società ad alte prestazioni che padroneggiano questi complessi traffici. Per aver fatto la scelta di un accentramento amministrativo dell’acqua, gli Stati americani sono regolarmente posti in stress idrico, in particolare in California. I tubi sono fatiscenti, spesso piombo, che causa gravi problemi sanitari, come in Flintnel Michigan. È un dibattito importante, anche se oscurato, che forse Joe Biden prenderà sul serio, lui che ha un “Mr. Water” nella sua squadra. La Cina sta anche affrontando la scarsità d’acqua, a causa della grande popolazione e dei territori aridi. Portare l’acqua dagli altipiani tibetani ai territori settentrionali e alla costa sarà una delle sue opere maggiori negli anni a venire. Forse un’opportunità di cooperazione globale, che non trasformerebbe più l’acqua in un agente bellicoso, ma in un fattore di pace.

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https://www.revueconflits.com/leau-un-savoir-faire-precieux/

La vena malinconica del varietà, di Roberto Buffagni

Qualche buontempone ha fondato la Federazione Italiana Grigliate all’Aperto.
Come sempre quando le cose vanno molto male, l’Italia si rifugia nel comico.
Com’ è triste, il comico italiano!
Da trentacinque anni faccio regolari immersioni nel mondo sommerso del Varietà e dell’Avanspettacolo, frequentandone piani nobili e chambres de bonne ormai eguagliati dalla morte, “ ‘a livella”, nella formula dell’ultimo Imperatore di questa Atlantide italiana, principe Antonio de Curtis. E’ solenne e ammonitorio, un quasi mezzo secolo: vediamo di ricavarne qualcosa…non so, un giudizio, una conclusione, una morale…
Ed eccola qua la morale: com’è bello e com’è triste, il comico italiano!
Che sia bello, non ci vogliono trentacinque anni per arrivarci. Guardatevi qualche vecchio spezzone di varietà in televisione, e ci arrivate in cinque minuti. La tristezza, invece, sta più in profondo, e per arrivarci ci vuole lo scafandro di un po’ di pazienza e di pensiero.
Le prime bucce di questa cipolla di tristezza sono quelle universalmente note dei lustrini che si sfaldano come forfora dall’abito di luce delle soubrette, del lusso in scena con fame nel backstage, dei denti del capocomico che in scena lampeggiano di sorrisi e in camerino addentano le ballerinette, del pubblico che in teatro sogna i grandi amori e all’uscita degli artisti allunga le mani e sbava, etc., etc.
Per esser triste è triste, ma qui restiamo nell’ Allgemeine Menschliche: lo scettico cafard apres la fête, il dialettico nesso maschera/volto, il melodrammatico cuore che sanguina mentre il carnevale impazza (“Ridi, pagliaccio!”), e volendo, anche lo scolastico sabato del villaggio. Insomma, restiamo sul generico, e non c’era bisogno di quasi mezzo secolo di pensierini della sera per arrivarci.
C’è invece un nocciolo di tristezza, nel Varietà e nell’Avanspettacolo italiani (e appena avvertibile col senno di poi nella grande forma drammatica da cui discendono entrambi, la Commedia dell’Arte) che è loro proprio: un nocciolo di tristezza italiana. Non faccio il misterioso e ve lo dico subito.
Il Varietà italiano è triste perché è solo: ed è solo, solo come un cane in chiesa, solo come un uomo in punto di morte, solo come un orfano, perché gli manca la tragedia.
Il posto del comico (come genere drammatico e come attore) è il posto del servo. “Tieni fame? Tieni freddo? Tieni paura? Allora puoi fare il comico.” sentenziava Totò, ed è così dai tempi di Aristofane e di Plauto. Il cibo, il calore e il coraggio li ha il signore: e infatti, è a lui che spetta il tragico.
Avendo il cibo assicurato, il calore di una casa avita e il coraggio ereditario, al signore, al tragico signore spetta un altro monopolio, che sul piano drammatico conta ancor di più: il monopolio del senso, della creazione di una storia con un principio, un mezzo e una fine; insomma, la sovranità sull’ordine.
Al servo, al comico servo cosa resta? Gli avanzi. Gli avanzi del cibo, del calore, del coraggio, e dell’ordine: la fame, il freddo, la paura; e la sovranità sul disordine, il frammento, il carnevale: insomma, la fantasia comica. Il Varietà si chiama così perché è composto da una varietà, una molteplicità slegata di frammenti drammatici, con giudiziosa modestia chiamati “scenette”.
E’ una distribuzione di ruoli classica, che in conformità all’atteggiamento classico “preferisce l’ingiustizia al disordine” (Goethe). Il comico servo potrà raggirare e imbrogliare il tragico signore, e anche deriderlo quando non è all’ altezza del suo ruolo; ma sarà sempre il signore a decidere l’ordine della storia e della vicenda drammatica.
Ma – e qui veniamo al dunque, al dunque italiano – se il signore non c’è? Se non c’è il tragico, il comico che fa? Come va a finire?
In Italia, infatti, e basta consultare le storie della letteratura e del teatro, il tragico non si può fare. Quando lo si fa, come lo si è fatto per esempio nel Seicento, è una esercitazione letteraria di corte, e non ci crede sul serio nessuno, né chi lo fa né chi vi assiste; e Alfieri è un grande uomo che parla da solo, dialogando con le ombre dei morti eroi: meglio delle figurine Panini, ma purtroppo i morti eroi riprendono vita sulla scena solo quando il pubblico sente l’impellente bisogno di avere degli eroi vivi.
Non è che qui manchino le capacità letterarie: a scrivere tragedie ci ha provato anche Manzoni, non proprio l’ultimo venuto, e ha saputo fare solo la tragedia della rinuncia all’ azione (l’Adelchi). E’, molto semplicemente, che per fare tragedia bisogna rappresentare credibilmente la sovrana libertà del signore alle prese con decisioni di vita e di morte che riguardino lui, e con lui tutta la comunità; per farla corta e semplificare, le decisioni politiche prese in stato d’emergenza, le decisioni che fondano la legge quando la legge scritta non c’è o non parla più.
Prova a contrario uno: l’unico genere drammatico che si avvicini alla tragedia, in Italia, sono le storie di mafia et similia. Dove l’eroe, in effetti, prende sovrane decisioni di vita e di morte che riguardano lui e tutta la sua comunità; peccato che la sua comunità di masnadieri non possa proporsi come comunità di tutto il popolo. Prova a contrario due: ne “Il mestiere delle armi”, un film di grande accuratezza scenografica sulla morte di Giovanni dalle Bande Nere, un regista niente affatto spregevole o bugiardo come Ermanno Olmi miracolosamente non si accorge di quanto tutti i contemporanei alla vicenda capirono e scrissero a chiare lettere: che la morte di Giovanni era una tragedia politica, la morte delle ultime speranze d’indipendenza italiana.
E dunque, se il tragico e il signore non ci sono, il comico e il servo restano soli. Restano soli e sono tristi, perché si sentono pesare addosso l’ ingiusta responsabilità di creare un ordine, una storia, un senso, e non lo possono né lo vogliono fare.
E però bisogna pur vivere, e the show must go on. Il servo comico si carica anche il peso del signore assente, e stronfiando e bestemmiando tira la sua e nostra carretta. La “commedia all’italiana” cinematografica, ultimo atto della tradizione che nasce con la Commedia dell’Arte e ultimo genere drammatico autenticamente nazionale, questo lo ha capito molto bene. Guardate Vittorio Gassman, fastidioso trombone finché si limitò a fare l’attore tragico, profondo interprete da quando lasciò che due metà, la comica e la tragica, gli combattessero dentro: forse non sarà ricordato per i suoi Amleti, Gassman, ma per il suo Brancaleone certo sì.
C’è stato un momento, nella storia recente d’Italia, che il servo comico ha creduto di non essere più solo, e allora ha dato il meglio di sé. Piaccia o non piaccia, quel momento è stato il fascismo: gli anni del fascismo sono anche l’ Età dell’Oro del Varietà italiano. Il segreto di Pulcinella dell’amore che un comico eccelso come Ettore Petrolini portava al fascismo e a Mussolini sta tutto qui, nella gratitudine per il signore che mettendogli la mano sulla spalla, lo rimetteva al suo posto (per essere felici gli uomini in generale, dice Aristotele, ma in particolare gli artisti, aggiungo io, hanno bisogno soprattutto di questo: di trovare il loro posto).
Poi è andata come è andata, cioè male, e non tanto perché l’Italia fascista ha perso, ma perché l’Italia postfascista ha fatto finta. Fatto finta di non essere stata fascista ma antifascista in pectore; di non essere stata occupata ma liberata; di non avere perso ma vinto la guerra.
Ora, al servo, che per definizione vive in stato di necessità, è lecito fare finta, imbrogliare le carte e mentire: su che altro se non su questi raggiri si basano i meccanismi comici, da Plauto ad Arlecchino a Paolo Villaggio? Al signore, al tragico signore con la sua sovrana libertà, no: a lui non è lecito, far finta. Senza verità la tragedia è, nel migliore dei casi, melodramma.
Un signore che ne trasse le tutte le debite conseguenze fu, per esempio, Raimondo Vianello, il nobilnato Raimondo Vianello: suo padre era Ammiraglio di Squadra della Regia Marina, suo zio, ammiraglio anche lui, precettore del Duca di Spoleto. Raimondo, che non aveva gradito l’8 settembre dei Savoia, da signore si fece comico, e dunque servo (Aneddoto: in tournée a Bologna col varietà insieme a Galeazzo Benti[voglio], altro nobilnato transfuga, Vianello e Benti vanno a far visita di dovere all’anziana contessa Bentivoglio, zia di Benti. Si presentano al portone di Palazzo Bentivoglio in abito blu e mazzi di fiori, suonano. Il maggiordomo apre, si presentano, il maggiordomo va a sentire se la contessa è in casa. Torna e dice: “La signora contessa informa i signori che per loro non sarà mai in casa.”)
Insomma, dal dopoguerra il servo comico ha dovuto di nuovo caricarsi sulle spalle il peso dell’assenza del signore, il peso di rappresentare da solo la comunità nazionale. Da allora, fa quel che può. Ci fa ridere fino alle lacrime, degli altri e soprattutto di noi stessi. Ci rappresenta peggiori di quel che siamo, e così ci strizza l’occhio, ci rassicura e ci consola; vero, Silvio B.?
Ma a pensarci bene, com’è triste, com’è solitaria questa allegria! Che voglia di piangere lacrime di sconforto, di rabbia, di umiliazione, dopo queste risate!
Dibattito

Elio Paoloni

Guardate Vittorio Gassman, fastidioso trombone finché si limitò a fare l’attore tragico, profondo interprete da quando lasciò che due metà, la comica e la tragica, gli combattessero dentro: forse non sarà ricordato per i suoi Amleti, Gassman, ma per il suo Brancaleone certo sì. L’ho sempre detto

Roberto Buffagni

Elio Paoloni E’ curioso e significativo che alcuni tra i maggiori comici italiani dello scorso secolo siano stati fascisti impenitenti: Walter Chiari, Raimondo Vianello, Aldo Fabrizi…
Bella riflessione.
Ma il mondo non si divide solo in comico e tragico.
E forse la tragedia dell’Italia non è quella di non avere la tragedia (la più grande opera letteraria di un nostro artista, in fondo, è una Commedia).
Grandi assenti in questa riflessione (e in Italia sono state spesso consapevolmente dimenticate) sono l’epica e, soprattutto, la fiaba.
Un paese tragico è un paese di conquistatori a cui onestamente invidierei poco (vedi l’Inghilterra).
Una cultura che dimentica grandi imprese ed eroi, per quanto lontani nel tempo e, soprattutto, perde lo sguardo verso l’alto e l’invisibile, è votata alla dannazione, che è peggio della morte.

Roberto Buffagni

Dario Biagiotti La tragedia è una delle dimensioni della vita, e una delle possibilità dell’arte. Non c’è solo quella, neanche nelle letterature che hanno prodotto tragedie eccelse. In Italia la fiaba c’è eccome (la fiaba popolare, e la fiaba colta, Collodi per tutti). L’epica c’è molto poco, spesso in forme comico-picaresche, molto interessanti però, pensa a Merlin Cocai (Teofilo Folengo), o, in altro modo, diciamo più civile, a Ippolito Nievo e a G.C. Abba, a Riccardo Bacchelli

Roberto Buffagni

Dario Biagiotti Aggiungo poi che le tragedie storiche inglesi, anzitutto shakespeariane, sono tragedie della guerra civile (Due Rose). Il punto che volevo sottolineare è che la tragedia è la forma drammatica che più si adatta e conforma alla dimensione del Politico con la maiuscola. Vedi la tragedia greca, che aveva una diretta funzione politica (mostrare il momento della decisione tragica, formarvi il pubblico) in una polis ove la scelta politica era questione di vita e di morte per tutti gli spettatori/cittadini.

Dario Biagiotti

Roberto Buffagni infatti ho detto che in Italia la fiaba è stata dimenticata (colpa soprattutto della borghesia intellettuale post marxista che ha eletto a grande letteratura solo ciò che avesse un riflesso immediatamente politico, con la minuscola – vedi l’insopportabile verismo e la sua propaggine recente, cinematografica, del neorealismo).
Poi, secondo me il Politico, anche con la maiuscola, è il grado più basso delle dimensioni umane. E la vocazione principale dell’arte dovrebbe rimanere la tensione dello spirito al trascendente attraverso il fatto estetico. La fiaba, che io intenderei come genere d’elezione del meraviglioso (nel senso che gli dà Todorov), è stata dimenticata nell’Italia di oggi e di ieri, sostituita dall’illusione stupidamente materialista della pseudo-cronaca. Facendo nostra la reazione di Ippolito d’Este all’Orlando furioso, ed eleggendola a criterio d’elezione di interpretazione del reale e dell’invisibile, abbiamo perso davvero l’anima.

Gennaro Scala

Molto interessante. Non so se aggiunge qualcosa il fatto Dante volga in conclusione la “tragedia di Ulisse” in comicità. Virgilio che congeda bruscamente Ulisse in mantovano, dopo avergli parlato in greco (Tasso sosteneva che Virgilio finge di essere Omero). Ed uno dei pochi passi in cui Dante effettivamente risulta comico. Secondo Julia Bolton Holloway “Dante writes his Commedia, turning the tragedy of exile into the comedy of pilgrimage”.

Roberto Buffagni

Gennaro Scala Dante non vuole far tragedia, perché la tragedia cristiana non esiste e non può esistere. Vuole fare un’altra cosa e la fa, direi, molto bene

Gennaro Scala

Roberto Buffagni sì, lo fa molto bene. Auerbach: “L’immagine dell’uomo si pone davanti all’immagine di Dio. L’opera di Dante ha realizzato l’essenza figurale-cristiana dell’uomo e nel realizzarla l’ha distrutta.”

Roberto Buffagni

Gennaro Scala Certo. Auerbach interprete all’altezza del suo oggetto.

Gennaro Scala

Cmq, anche in termini formali quella di Ulisse è una tragedia, l’eroe che va incontro al suo inevitabile destino. Ma è la tragedia di Dante stesso, perché Ulisse è Dante, come già da detto e suggerito da vari commentatori, a cominciare da Boccaccio e Petrarca

Luciano Prando

caro buffagni e tutti gli altri, complimenti ho letto il suo pezzo e mi ha affascinato, ma ci terrei a chiarire che dramma e tragedia non sono la stessa cosa: la tragedia è irreparabile, sei andato a letto con tua madre e hai ucciso tuo padre, la tragedia racconta le conseguenze di un atto irreparabile…..il dramma invece racconta come si sviluppano fatti dalle conseguenze drammatiche: t’innamori di tua sorella, le uccidi il marito. la violenti, lei si uccide per la vergogna, tu diventi pazzo, la vecchia madre rimane sola e piange……la commedia è il racconto di fatti e sentimenti normali…….la farsa o la comicità è lo svelamento di fatti tragici, drammatici o normali in forma paradossale, il buffone di corte…..la suddivisione non è accademica ma corrisponde alla vita reale, a tutti capita di vivere situazioni tragiche, drammatiche, da commedia o comiche, paradossali…….detto questo è vero gli italiani mancano del senso del tragico e rifiutano il dramma, girano tutto in commedia, infatti non abbiamo mai avuto veri comici ma commedianti border line con la comicità, vero è che perdono una guerra disastrosa, viene distrutto un sistema sociale cui la larga maggioranza aveva aderito vengono occupati da truppe straniere e fingono di averla vinta la guerra, di entrare a milano quando non c’era più nessuno ad opporsi e le truppe alleate erano ad un tiro di schioppo…..forse gli unici veri comici di quelli citati sono stati walter chiari e bramieri che facevano ridere senza essere personaggi in commedia

Roberto Buffagni

Luciano Prando Grazie. Non concordo con la sua definizione di tragedia. Ci sono diverse tragedie che finiscono con l’happy end. Ciò che definisce la tragedia, per farla molto breve, è questo: che il protagonista deve prendere una decisione senza che la legge, il costume, la religione gli forniscano una soluzione prefabbricata. C’è il mondo che è grande, il cielo che è lontano, tu che sei solo: incipit tragoedia. Per questo è il genere drammatico più conforme al Politico, perché la situazione del protagonista corrisponde alla situazione del decisore sovrano nello stato d’eccezione. Ecco perché la tragedia, nell’Atene del IV secolo a.c., era finanziata dalla polis, e la partecipazione del pubblico gratuita: perché costituiva il principale strumento di formazione ed educazione politica di cittadini che in assemblea avrebbero dovuto prendere decisioni di vita e di morte per tutta la città.

Luciano Prando

caro buffagni, la definizione di tragedia come conseguenze di un evento irreparabile è propria del teatro greco, quello cui lei si riferisce è il dramma, infatti lei è costretto a dire “il genere drammatico”………il resto del ragionamento fila: puoi essere attratto da tua sorella ma devi decidere da solo se soddisfare il tuo desiderio in qualsiasi modo o soffrire senza soddisfarlo…..ripeto le definizioni non sono accademia ma specchio della vita reale

Roberto Buffagni

Luciano Prando Ho capito quel che lei intende dire, che è più che sensato. Non intendo farne una discussione tecnica, ma giusto per non fraintenderci le dico che “generi drammatici” sono tutti i generi di rappresentazione teatrale: tragedia, commedia, dramma (con le loro specificazioni). “Dramma” significa “azione”, e “sviluppo drammatico” hanno tutti i generi teatrali, il tragico come il comico, perché vi si dipanano delle azioni. La “irreparabilità” dell’evento tragico è senz’altro una caratteristica del genere tragico, che si svolge al cospetto della morte, nel senso che le azioni che vediamo sulla scena sono presentate nel peso specifico e nel valore che esse assumono soltanto quando abbiamo ben presente la morte, che rende irrevocabili gli atti. La stessa vicenda può essere raccontata in forma di commedia o di tragedia, appunto se la narriamo al cospetto della morte (tragedia) o no (commedia). Questo avviene anche nella nostra vita. Noi sappiamo di dover morire, e che dunque ogni nostro atto, anche il minimo, è irrevocabile e dunque “irreparabile”. Semplicemente, per la maggior parte del tempo non ci pensiamo, e agiamo, viviamo, pensiamo e sentiamo come se potessimo vivere in eterno e rendere revocabili e rimediabili tutte le nostre azioni.

Luciano Prando

caro buffagni, lei si scontra con uno che il teatro lo conosce bene…..la tragedia è la tragedia, il dramma è il dramma, la commedia la commedia, la farsa o il comico la farsa e il comico, altrimenti nel linguaggio gli eventi non verrebbero aggettivati come tragici, drammatici, da commedia, farseschi, altrimenti si fa solo confusione dialettica, altrimenti detta polverone…….si consoli, le cito un evento passato: quando strehler mise in scena la trilogia della villeggiatura nessun professore si accorse che aveva tagliato tutti gli a parte trasformando il teatro frontale di goldoni in intimismo realista
NB_tratto da facebook

Corrado Ocone Salute e libertà, a cura di Teodoro Klitsche de la Grange

Corrado Ocone Salute e libertà. Un dilemma storico-filosofico Rubbettino Soveria Mannelli 2021, pp. 125, euro 14,00

Il dilemma a cui si riferisce il titolo può lato sensu essere riportato al più generale potere e libertà, o anche paura e libertà e al ruolo della paura nella formazione-concezione dello Stato e nella modernità.

Ossia un’opposizione che ricorre nel pensiero politico, filosofico e giuridico moderno, riproposta da un anno a questa parte con riferimento alla pandemia, quindi attualizzazione di un dilemma costante. E in effetti, il rapporto paura/libertà è esaminato dall’autore riepilogando brevemente ciò che ne pensavano alcuni tra i maggiori filosofi: da Hobbes a Locke, da Machiavelli a Hegel (limitandoci ai più noti). Scrive Ocone sulla paura della modernità distinguendo i ruoli che aveva in Hobbes e Machiavelli: nel primo “È proprio sull’istinto di sopravvivenza dei singoli, sul loro conato ad autopreservarsi, che nasce lo Stato … E il suo compito è legato al raggiungimento di questo fine, cioè dare sicurezza /relativa) e allontanare (nella misura del possibile) la sempre incombente possibilità di morte … Il meccanismo securitario messo qui in campo assume su di sé il monopolio della forza legittima proprio per garantire la vita, l’esistenza dei contraenti”. Così la paura è resa “produttiva di politica” generando (e giustificando) l’ “istituzione di protezione”. Non era così nel mondo pre-moderno, dove il ruolo aggregante (e legittimante) era rivestito dal coraggio e dalla virtù; ma “In epoca moderna questo scenario cambia: la paura è intrinsecamente unita alla politica, ne è il centro e l’origine, il fondamento … Potremmo individuare due modalità in cui questa intrinsecità si manifesta: una, sicuramente trionfante, che è quella di Hobbes; l’altra, facente invece capo a Machiavelli. Da una parte, assistiamo pertanto alla neutralizzazione politica della paura; dall’altra, a una politica che incorpora la paura, per così dire. Al razionalismo formale dell’una corrispondente la ragione concreta e intrisa di passioni, sia “positive” o “calde” sia “negative” o “fredde”, dell’altra”. Tuttavia la democrazia liberale contemporanea ha rimosso tale origine; peraltro costantemente sottesa; probabilmente perché il “loro meccanismo funzionava nella prassi. Oggi ci poniamo con più forza la questione da un punto di vista teorico perché quel meccanismo si è inceppato, e andato in crisi e noi viviamo in quella crisi”. Riemerge prepotentemente con l’emergenza, e quindi con la crisi pandemica, con il “terrore sanitario” e il governo che limitava i diritti, anche garantiti dalla Costituzione, ponendo così la domanda se “La suddetta politica di controllo e disciplinamento esiste effettivamente? È intenzionale o una conseguenza di fatto? Ed è diretta al mero dominio, o anche a un dominio indirizzato verso certi fini o non altri?”. Con la conseguenza di doverla affrontare – anche per il futuro – evitando di buttare via “il bambino con l’acqua sporca”. Cioè di tenere insieme sia il meccanismo sanitario-securitario che la garanzia di spazi di libertà individuale e sociale (che è poi il problema principale del pensiero politico) e del liberalismo. Scriveva De Maistre su sovranità e libertà che “il più grosso problema europeo è di sapere come si possa ridurre il potere sovrano senza distruggerlo”. Ed in effetti (quasi) tutti i pensatori, soprattutto liberali se lo sono posto.

Lo Stato liberale, come scrive Carl Schmitt è uno Status mixtus, in cui sono compresenti sia principi di forma politica cioè fondativi del potere sia dello Stato “borghese di diritto” cioè limitativi del potere. Conciliarli non è facile, ma è sicuro che nella storia probabilmente il più raffinato sistema di controllo e limitazione del potere è quello organizzato nello Stato di diritto. Già la disciplina dello Stato di eccezione – che giustamente Agamben vede istituito proprio dalla rivoluzione borghese – ne appare il massimo possibile. Oltre quello c’è solo la rivoluzione o il colpo di Stato. Ma anche nella regolamentazione della giustizia politica, di quella amministrativa, del potere amministrativo-burocratico è evidente la volontà di conservarli tenendoli insieme. Come scritto nel Federalista se ad esser governati dovessero essere degli angeli, non ci sarebbe nessun bisogno di governi. Se a governare fossero gli angeli, non sussisterebbe la necessità di controlli sul governo. Ma dato che gli angeli stanno in cielo e non sulla terra, occorrono i governi e i controlli sui medesimi. Che è poi, il fondamento di quell’antropologia realistica comune al liberalismo come ad altre ideologie politiche.

Tuttavia è stato prospettato che la crisi si debba prorogare proprio per far durare i poteri d’emergenza e “approfittare del Covid non per tornare allo status quo ante ma per fare le riforme strutturali di cui abbiamo bisogno”. Ma oltre “a una eccessiva dose di costruttivismo sociale, una frase del genere contiene di fatto una volontà di controllo del potere non indifferente. L’emergenza viene vista come opportunità, o “felice” coincidenza, per imporre un controllo diverso”.

E a farlo sono sempre i soliti noti, ragione principe per diffidarne.

Teodoro Klitsche de la Grange

Lettera al Presidente, lettre à monsieur le Président_di e a cura di Giuseppe Germinario

Invito a leggere questa lettera-appello pubblicata in Francia il 22 aprile scorso. Segue qualche considerazione_Giuseppe Germinario

“Per un ritorno all’onore dei nostri governanti”: 20 generali chiedono a Macron di difendere il patriottismo

Su iniziativa di Jean-Pierre Fabre-Bernadac, ufficiale di carriera e direttore del sito di Place Armes , una ventina di generali, un centinaio di alti ufficiali e più di mille altri soldati hanno firmato un appello per un ritorno di onore e dovere all’interno della classe politica. Valeurs Actuelles diffondono, con la loro autorizzazione, la lettera intrisa di convinzione e impegno da parte di questi uomini legati al loro Paese.

Signor Presidente,
Signore e Signori del Governo,

Signore e Signori, Membri del Parlamento,

L’ora è seria, la Francia è in pericolo, diversi pericoli mortali la minacciano. Noi che, anche nella riserva, rimaniamo soldati di Francia, non possiamo, nelle attuali circostanze, restare indifferenti alle sorti del nostro bel Paese.

Le nostre bandiere tricolori non sono solo un pezzo di stoffa, simboleggiano la tradizione, attraverso i secoli, di coloro che, qualunque sia il loro colore della pelle o la loro fede, hanno servito la Francia e hanno dato la vita per essa. Su queste bandiere, troviamo in lettere d’oro le parole “Onore e Patria”. Tuttavia, il nostro onore oggi sta nella denuncia della disgregazione che colpisce la nostra patria.

– Disgregazione che, attraverso un certo antirazzismo, si manifesta con un unico scopo: creare sul nostro suolo un malessere, addirittura odio tra le comunità. Oggi alcuni parlano di razzismo, indigenismo e teorie decoloniali, ma attraverso questi termini è la guerra razziale quella che vogliono questi odiosi e fanatici partigiani. Disprezzano il nostro Paese, le sue tradizioni, la sua cultura, e vogliono vederlo dissolversi portandogli via il suo passato e la sua storia. Così attaccano, attraverso statue, antiche glorie militari e civili analizzando parole vecchie di secoli.

– Disgregazione che, con l’islamismo e le orde suburbane, porta al distacco di molteplici lembi della nazione per trasformarli in territori soggetti a dogmi contrari alla nostra costituzione. Tuttavia, ogni francese, qualunque sia il suo credo o il suo non credo, è ovunque a casa in Francia; non può e non deve esistere nessuna città, nessun distretto in cui non si applicano le leggi della Repubblica.

– Disgregazione, perché l’odio ha la precedenza sulla fraternità durante le manifestazioni in cui il potere usa la polizia come agenti ausiliari e capri espiatori di fronte ai francesi in gilet giallo che esprimono la loro disperazione. Questo mentre individui infiltrati e incappucciati saccheggiano aziende e minacciano le stesse forze di polizia. Tuttavia, questi ultimi applicano solo le direttive, a volte contraddittorie, fornite da voi, governanti.

I pericoli aumentano, la violenza aumenta di giorno in giorno. Chi avrebbe previsto dieci anni fa che un giorno un professore sarebbe stato decapitato al momento di uscire dal liceo? Tuttavia, noi, servitori della Nazione, che siamo sempre stati pronti a garantire con la vita il nostro impegno – come richiesto dal nostro stato militare, non possiamo essere di fronte a tali atti degli spettatori passivi.

Inoltre, coloro che guidano il nostro paese devono assolutamente trovare il coraggio necessario per sradicare questi pericoli. Per fare ciò, spesso è sufficiente applicare le leggi esistenti senza debolezze. Non dimenticare che, come noi, la grande maggioranza dei nostri concittadini non ne può più delle vostre colpevoli tergiversazioni.

Come ha detto il cardinale Mercier, primate del Belgio: “Quando la prudenza è ovunque, il coraggio non è da nessuna parte. ” Allora, signore e signori, basta rinvii, la situazione è seria, il lavoro è enorme; non perdete tempo e sappiate che siamo pronti a sostenere politiche che tengano conto della salvaguardia della nazione.

D’altra parte, se non si interviene, il lassismo continuerà a diffondersi inesorabilmente nella società, provocando alla fine un’esplosione e l’intervento dei nostri camerati in servizio in ​​una pericolosa missione di protezione dei nostri valori di civiltà e salvaguardia dei nostri connazionali sul territorio nazionale.

Come si vede, non è più tempo di procrastinare, altrimenti domani la guerra civile metterà fine a questo caos crescente e le morti, di cui voi sarete responsabili, si conteranno a migliaia.

I generali firmatari:

General de Corps d’Armée (ER) Christian PIQUEMAL (Legione straniera), General de Corps d’Armée (2S) Gilles BARRIE (Fanteria), Generale di divisione (2S) François GAUBERT ex governatore militare di Lille, Generale di divisione (2S ) Emmanuel de RICHOUFFTZ (fanteria), generale di divisione (2S) Michel JOSLIN DE NORAY (truppe di marina), generale di brigata (2S) André COUSTOU (fanteria), generale di brigata (2S) Philippe DESROUSSEAUX di MEDRANO (treno), aria Generale di brigata (2S) Antoine MARTINEZ (Air Force), Generale di brigata aerea (2S) Daniel GROSMAIRE (Air Force), Generale di brigata (2S) Robert JEANNEROD (Cavalleria), Brigata generale (2S) Pierre Dominique AIGUEPERSE (fanteria) generale Brigade (2S) Roland DUBOIS (Trasmissioni), gBrigadier General (2S) Dominique DELAWARDE (Fanteria), Brigadier General (2S) Jean Claude GROLIER (Artiglieria), Brigadier General (2S) Norbert de CACQUERAY (Directorate General of Armament), Brigadier General (2S) Roger PRIGENT (ALAT), Brigadier Generale (2S) Alfred LEBRETON (CAT), Medico generale (2S) Guy DURAND (Servizio sanitario dell’esercito), Contrammiraglio (2S) Gérard BALASTRE (Marina).

Il documento ha una rilevanza intrinseca sia per la qualità che per il numero dei firmatari, tutti militari di vario ordine e grado dell’armée, che per il tono sorprendentemente ultimativo impresso. Un accento che non lascia troppi spazi a vie di mezzo e tempi lunghi. Può essere l’indizio di qualcosa di grosso e di risolutivo in via di preparazione, come di una prosopopea senza esito fattivo, ma che porterà di sicuro discredito e dileggio ai promotori pur mossi dalle migliori intenzioni. Sicuramente è un grido di allarme. La situazione in Francia, pur comune a gran parte dei paesi occidentali, in realtà è particolarmente grave se addirittura un politico dall’approccio globalista e cosmopolitico del calibro del Presidente Macron, coltivato certosinamente in quegli ambienti, ha dovuto assumere occasionalmente e artatamente le vesti del sovranista; vesti che non sono con ogni evidenza le sue.
Assume un peso ancora più significativo e interessante sia per il merito esplicito e sottinteso che per il contesto che l’appello ha smosso ed entro il quale sta agendo.
  • nel merito ci rivela in primo luogo quello che sul nascere avevamo prontamente sottolineato a suo tempo in vari articoli del sito: il movimento di massa dei “Gilet Gialli” per le sue modalità operative e per la contestuale diffusione territoriale presupponeva l’esistenza di addentellati se non proprio di una direzione e indirizzo veri e propri di importanti centri decisionali e politici presenti nelle istituzioni francesi. La sorprendente denuncia, per altro più che fondata, nel documento dell’utilizzo violento, strumentale e decisamente sproporzionato di settori delle forze dell’ordine sono una sorta di certificazione di quanto sottolineato. Stigmatizza giustamente e apertamente la funzione politica dell’antirazzismo e delle rivendicazioni antidiscriminatorie prevalenti odierni, capovolgendoli paradossalmente in forme subdole di razzismo, di frammentazione e separatismo identitari tali da erodere irreversibilmente le fondamenta della coesione sociale e della nazione. L’islamismo radicale in realtà è forse la forma più scoperta e radicale di queste manifestazioni, ma ne esistono altre, concomitanti, molto più subdole, perché espressione diretta della cultura occidentale e sostenute da buona parte delle élites dominanti; anche questi, aspetti più volte evidenziati nei nostri articoli.
  • Riguardo al contesto e alle dinamiche innescate il documento ci dice analogamente molto di più del significato letterale delle parole ivi contenute. Si rivolge correttamente di fatto a tutte le forze politiche e a tutti i rappresentanti delle istituzioni. I promotori infatti hanno stigmatizzato gelidamente l’invito inopportuno e intempestivo di Marine Le Pen ad aderire al suo partito, il RN ex Front National. Una conferma dei rapporti deteriorati e di sorda diffidenza già emersi dopo pochi mesi dalle elezioni europee e a pochi mesi dal loro ingresso con la fuoriuscita di importanti esponenti di questa area dal partito della Le Pen, ma anche della funzione di eterna oppositrice di comodo di quest’ultima nel panorama politico transalpino. Si inserisce in una vasta campagna politica portata avanti da organi di informazione conservatori in Francia ben consolidati ed affermati, tra i vari questo https://www.valeursactuelles.com/clubvaleurs/politique/philippe-de-villiers-jappelle-a-linsurrection/ Segue numerose vicende significative tra le quali la clamorosa defenestrazione per via giudiziaria di Fillon, personaggio per altro inadeguato, dalla candidatura alle ultime presidenziali e le rumorose dimissioni del popolare Pierre de Villiers, fratello di Philippe, da comandante delle forze armate nel luglio del 2017 e del quale per altro brilla l’assenza tra i firmatari.

Il dibattito e gli schieramenti politici in Francia sono certamente meno delineati rispetto alla situazione offerta dagli Stati Uniti, certamente più nitidi e chiari rispetto alla frivolezza e alla irrilevanza dei temi affrontati in Italia. Si avvicina a quella americana nella frammentazione geografica e socioeconomica e nel livello politico di ostilità. Può aiutare a decifrare ciò che in realtà si muove meno consapevolmente e in drammatico ritardo anche nel nostro paese. Rivela le intenzioni politiche e le prospettive di autonomia presenti in maniera strutturata in una parte rilevante della sua classe dirigente, ma evanescenti nella nostra. Prospettive ed intenzioni da realizzare però con una qualche possibilità di successo solo a patto di dosare l’azione politica e gli obbiettivi alla reale condizione di forza del paese, ormai strettamente integrato politicamente e ormai militarmente nel campo occidentale piuttosto che essere guidata dalla illusione di grandeur di tempi ormai passati. E’ il discrimine che passa tra la eventuale ripetizione del tentativo gaullista degli anni ’60 e una sua disastrosa parodia. In Francia non mancano espressioni e autorevoli pubblicazioni dotate dell’adeguata consapevolezza della posta in palio. L’intervista a de Villiers, citata in precedenza, fa invece parte della categoria dei velleitari, forse non a caso così ampiamente promossa. Parla di insurrezione, un atto politico forte ed estremo, necessario in delimitati momenti, contingenze e ambiti di azione; in realtà pensa ad una battaglia culturale conducibile in altri ambiti che prescindono tra l’altro dalla detenzione effettiva di potere. Parla di un nemico politico, in realtà lo confonde e lo assimila ad una componente e/o un avversario, il capitalista, in particolare il rentier, in posizione dominante in ambito economico, largamente influente in ambito sociale, ma dal punto di vista politico e nelle sue varie frazioni solo parte di centri decisionali cooperanti e in conflitto tra di essi; una figura alla quale le forze politiche, anche le più “antagonistiche”, non sanno che offrire modalità diverse di regolazione piuttosto che la sua estinzione vista la inesistenza di alternative. Un limite di impostazione che accomuna paradossalmente le componenti radicali dei due versanti opposti e contrapposti. Da qui l’omologazione fuorviante ad un’unica tendenza del radicalismo islamico che, per quanto settario, ha una funzione aggregante e alternativa e del particolarismo identitario e nichilista, legato alla rivendicazione del desiderio personale come diritto e della diversità come convivenza giustapposta di gruppi separati. Il richiamo alla patria, alla nazione, alla identità nazionale rischia di ridursi ad una sterile declamazione. L’avversario politico diventa indefinito, come regolarmente accaduto con i movimenti mondialisti antiglobalisti e il più delle volte quello sbagliato o quello meno rivelante, portando il più delle volte inavvertitamente la serpe in casa. Così per de Villiers, non solo per lui, sul podio di nemico numero uno assurge l’economista Klaus Schwab, il gruppo di Davos, la cupola globalista senza avvedersi che tali gruppi certamente esistono, perpetrano propositi di cambiamento della natura umana e di controllo totalitario globale, ma solo se compatibili con le mire di controllo e di potere politico di centri decisionali, di unità statali tanto totalitari nelle intenzioni quanto costretti a prendere atto dell’esistenza di altri centri contrapposti e potenzialmente dalle mire similari. Le implicazioni di tale rappresentazione sono molteplici: si può cadere nella tentazione velleitaria di un pedissequo ritorno al passato tipico dei reazionari, nel rifiuto della tecnologia piuttosto che nella valutazione del suo utilizzo e dei principi che ne informano gli sviluppi, fermo restando che la conoscenza e l’ambizione di controllo dei processi naturali sono parte integrante dello sviluppo scientifico quali che siano i rapporti sociali e a prescindere da come questi rapporti vi entrino; si possono proporre “sante alleanze” (ad esempio tra tutti gli stati) contro una cosiddetta cupola che è in realtà parte integrante del sistema di potere di qualcuno di essi; non si riesce a percepire l’esistenza di varie “cupole” anche finanziarie al servizio di centri e stati “amici” o ritenuti tali o esenti per natura da certi esercizi di potere. La lettera, forse al di là della valutazione e delle stesse intenzioni dei firmatari, assume quindi una importanza politica enorme, specie in una Europa addomesticata ormai da oltre settanta anni. Vedremo verso quale versante penderà la propensione dei promotori; quel declivio ne determinerà la sorte. In Italia ci guardiamo bene dal raggiungere quel crinale che obbligherebbe senza scampo ad una scelta. Potrebbe essere ancora una volta la nostra salvezza da tragedie immani ma anche successi che invece la Francia ha conosciuto; sicuramente, nel migliore dei casi, si tratterebbe di una sopravvivenza di una classe dirigente, meno di un popolo, costantemente con il cappello in mano. Giuseppe Germinario

Il punto di svolta, di Carlo Lancellotti

Negli ultimi anni, numerosi libri si sono cimentati con la percezione che stiamo vivendo un periodo di declino sociale e culturale. Possiamo annoverare in questa categoria The Benedict Option di Rod Dreher , Why Liberalism Failed di Patrick Deneen e The Decadent Society di Ross Douthat . Una nuova aggiunta a questo genere, che tuttavia riguarda anche l ‘”ascesa” che ha preceduto il “declino” e le lezioni che possiamo trarne per andare avanti, è The Upswingdi Robert D. Putnam e Shaylyn Romney Garrett. In un impressionante tour de force della ricerca sociologica, gli autori analizzano una vasta gamma di dati statistici riguardanti quattro aree della vita americana tra il 1895 e il 2020 (economia, politica, società e cultura) e rilevano un modello “macro-storico” comune . In tutte e quattro le aree, durante la prima metà del periodo la società americana è passata da “I” (che è usato come abbreviazione per disuguaglianza economica, polarizzazione politica, isolamento sociale e individualismo culturale) a “Noi” (che significa un sistema, un grado significativo di cortesia politica, più solidarietà sociale e una cultura più comunitaria). Ma poi, intorno al 1960 “accadde qualcosa” e il pendolo iniziò a oscillare nella direzione opposta. Organizzando adeguatamente i dati,Putnam e Romney Garret sono in grado di tracciare un grafico generale (a forma di U capovolta) che riassume questa traiettoria “I-We-I”. La parte ascendente del grafico parte dall’età dell’oro, attraversa l’era progressista e il New Deal e culmina nel consenso culturale e politico degli anni ’50. Profondamente imperfetto, che rimpiazzava i neri americani e le donne, questo accordo era ancora uno di più ampia solidarietà sociale e minore disuguaglianza di quanto non fosse stato nell’Età dell’Oro. La tappa discendente comprende i turbolenti anni ’60 e ’70, la rivoluzione Reagan e gli ultimi decenni, portando all’attuale situazione di minore solidarietà e cortesia, e aumento dell’isolamento e della disuguaglianza superando l’era progressista e il New Deal culminata nel consenso culturale e politico degli anni ’50. 

Oltre ad essere un libro interessante a sé stante, The Upswing ha attirato la mia attenzione nella mia qualità di traduttore inglese delle opere del filosofo politico italiano Augusto Del Noce (1910–1989). Del Noce era un perspicace critico sociale e storico della cultura, il quale già negli anni Sessanta sosteneva che gli anni immediatamente prima e dopo il 1960 avevano segnato un grande cambiamento epocale, quello che Putnam e Romney Garret chiamano appropriatamente un “punto di svolta”. La prospettiva di Del Noce era strettamente filosofica e culturale, ma penso che integri l’analisi di The Upswing sotto due aspetti.

In primo luogo, Del Noce scrive da una prospettiva europea e guarda all’evoluzione della cultura occidentale nel suo insieme, mentre Putnam e Romney Garret si concentrano strettamente sugli Stati Uniti. Mentre questo è abbastanza giustificato per quanto riguarda l’economia e la politica, lo è meno quando dobbiamo cercare di comprendere la cultura e la società; molte delle trasformazioni culturali e sociali che descrivono (ad esempio, la rivoluzione sessuale, il consumismo, l’espansione di istruzione) si sono svolte quasi contemporaneamente in molti paesi diversi e probabilmente sono meglio comprese da un punto di vista più internazionale.

In secondo luogo Del Noce, come filosofo, può concentrarsi sulla logica interna della vita culturale e intellettuale in una misura che non è possibile in uno studio sociologico. Una delle scoperte più interessanti di Putnam e Romney Garret è che nel dopoguerra i cambiamenti economici e sociali sembrano essere leggermente ritardati rispetto ai cambiamenti culturali. La cultura è cambiata prima; seguirono cambiamenti economici e sociali più ampi. Come spiegano, questo non ci consente di concludere che le dinamiche culturali da sole abbiano guidato il “punto di svolta”, perché gli interessi materiali e politici hanno certamente esercitato anche la causalità in una complessa rete di circuiti di feedback. Tuttavia, le idee hanno sicuramente giocato un ruolo significativo. Putnam e Romney Garret illustrano questa interconnessione di causalità citando un passaggio sorprendente di Max Weber: “Non le idee, ma gli interessi materiali e ideali governano direttamente la condotta degli uomini. Eppure, molto spesso le “immagini del mondo” [ Weltanschauungen , visioni del mondo] che sono state create dalle “idee” hanno, come i commutatori, determinato i binari lungo i quali l’azione è stata spinta dalla dinamica di interesse “.

Weber qui fa la distinzione tra “idee” e “interessi ideali”. Ciò che intende è che gruppi di persone possono avere un interesse a preservare un insieme di idee, o promuoverne uno nuovo, tale da andare ben oltre il fatto che quelle idee siano o meno vere. Ad esempio, i sociologi accademici hanno interesse a preservare l’idea che la sociologia accademica è un campo coerente ma difficile da capire, degna di un’impresa di alto livello con una grande sicurezza del lavoro. Gli inserzionisti hanno un interesse ideale nel promuovere il concetto che le decisioni di acquisto possono essere modellate dalla pubblicità. Le attiviste femministe hanno un interesse ideale nel promuovere il concetto che il patriarcato è potente e sinistro e che le attiviste femministe hanno molto lavoro importante da fare. Coloro che vogliono fare molto sesso senza impegno hanno un interesse ideale nel promuovere il postulato che la monogamia e il matrimonio sono istituzioni oppressive e che, per estensione, agire sul desiderio sessuale è una sorta di sana espressione di sé. Sono idee come queste che vengono costruite in “visioni del mondo”. Ci si può trovare con una visione del mondo notevolmente coerente con il proprio interesse personale.

Gruppi di persone possono avere interesse a preservare una serie di idee, o promuoverne una nuova, che va ben oltre il fatto che quelle idee siano vere o meno…. Ci si può trovare con una visione del mondo notevolmente coerente con il proprio interesse personale.

Del Noce era uno specialista nello studio di tali “visioni del mondo” come si trovano nelle opere di filosofi, artisti e intellettuali, ma anche nei media e nella cultura popolare, e delle loro logiche interconnessioni e sviluppi. In particolare, era convinto che la storia del Novecento fosse in misura insolita “storia filosofica” per quanto influenzata da idee e ideologie ereditate dal secolo precedente. Quindi, penso che le sue intuizioni contribuiscano alla discussione sulla “cultura” nel capitolo 5 di The Upswing .

In termini molto generali, Del Noce ha osservato che la cultura occidentale della metà del secolo ha risposto alle tragedie dei decenni precedenti (due guerre mondiali, il totalitarismo sovietico e nazista, l’Olocausto, la bomba atomica) riscoprendo la mentalità dell’Illuminismo .Questa mentalità era emersa per la prima volta nel diciottesimo secolo, ma poi era stata contrastata e parzialmente neutralizzata dalla cosiddetta reazione romantica, che caratterizzò il diciannovesimo secolo e la prima parte del ventesimo. Mentre il romanticismo enfatizzava un senso di continuità storica, persino un amore per il passato, l’atteggiamento dell’Illuminismo fu segnato dalla decisione di rompere con il passato e “ricominciare da capo”. E infatti dopo il 1945 studiosi, giornalisti e artisti riscoprirono gradualmente l’Illuminismo “come disposizione a dichiarare una rottura con le strutture tradizionali e criticarle inesorabilmente da un punto di vista etico, politico e sociale”. Mentre ai tempi di Voltaire il passato era il “periodo oscuro” della superstizione religiosa, negli anni Cinquanta era “fascismo”.”Ma il” fascismo “immaginato dagli uomini e dalle donne degli anni ’50 era visto, per la maggior parte, non come un fenomeno politico contingente (e moderno!), ma come l’espressione della” vecchia Europa “; una cultura immaginata essere indelebilmente oscura come Voltaire aveva immaginato la Chiesa cattolica, segnata dal nazionalismo, dall’irrazionalismo, dal tribalismo, dal razzismo, dal sessismo e così via. La percezione era che il fascismo avesse segnato il fallimento della tradizione europea; in un certo senso ne fosse il suo vero volto. Ecco perché, secondo Del Noce, i pensatori e gli scrittori degli anni Cinquanta hanno riscoperto l’Illuminismo nella sua versione più antitradizionale, perché il loro recupero ha assunto un sapore decisamente anti-autoritario (“antifascista”). Questo antiautoritarismo si è espresso come un’enfasi sull’autonomia personale e l’indipendenza dalle restrizioni sociali e nel linguaggio dell ‘”autorealizzazione” che divenne onnipresente nella cultura popolare. Opporsi a ciò era per necessità, pensavano, essere a favore della vecchia Europa che, secondo loro, ci aveva regalato l’Olocausto.

La cultura occidentale della metà del secolo ha risposto alle tragedie dei decenni precedenti riscoprendo la mentalità dell’Illuminismo…. L’atteggiamento dell’Illuminismo è stato segnato dalla decisione di rompere con il passato e di “ricominciare da capo”.

Questa disposizione neo-illuminista si manifestava anche in una chiave diversa, in tensione con la prima: un impegno per il bene dell’autoespressione dell’individuo unico andava di pari passo con un’enfasi sui valori umani universali rispetto ai valori nazionali o locali. Questi valori, tuttavia, non erano particolarmente le verità etiche universali rivendicate, ad esempio, dal cristianesimo. Il principale tra i valori universali a cui guardava il bien-pensant degli anni ’50 era quello della razionalità scientifica, che presumibilmente fornisce l’unica via possibile per allontanarsi dagli orrori del passato e consente all’umanità di entrare nell’età adulta. Di conseguenza, un atteggiamento divenuto comune negli anni precedenti al 1960 era lo scientismo, con cui Del Noce non intende la scienza in sé, ma piuttosto la visione filosofica secondo cui la scienza è l’unica vera razionalità e l’unico sano principio organizzativo della società. La controparte politica dello scientismo è la tecnocrazia, l’idea che la società debba essere diretta da “esperti”: scienziati, tecnici, manager, uomini d’affari. Questa idea era stata notoriamente avanzata alla fine del “vecchio” Illuminismo dal conte di Saint-Simon e puntualmente riemerse negli anni ’50, l’era della “rivoluzione manageriale”. Non a caso, questa fu anche l’età d’oro delle scienze sociali – sociologia, antropologia, psicologia, sessuologia, pedagogia – che raggiunsero una grande importanza non solo nel mondo accademico ma anche nella politica pubblica e persino nella cultura popolare. Allo stesso tempo la filosofia perse gran parte del suo precedente prestigio culturale, poiché molti professionisti si allontanarono dai suoi tradizionali campi di indagine (metafisica, filosofia morale) a favore di campi che ne facevano una sorta di ancilla scientiae.(filosofia analitica, filosofia della scienza). La scienza naturale, dopotutto, era la vera fonte di conoscenza. Tutto il resto era speculazione.

Un impegno per il bene dell’autoespressione dell’individuo unico è andato di pari passo con un’enfasi sui valori umani universali rispetto ai valori nazionali o locali. Questi valori, tuttavia, non erano particolarmente le verità etiche universali rivendicate, ad esempio, dal cristianesimo.

Per alcune interessanti illustrazioni americane di ciò che descrive Del Noce, rimando il lettore ai capitoli 3 e 4 di The Twilight of the American Enlightenmentda George Marsden, l’illustre storico evangelico. Quello che Marsden chiama l’Illuminismo “americano” è in realtà il difficile “matrimonio” che aveva segnato così tanto della storia degli Stati Uniti: il matrimonio tra l’Illuminismo e il protestantesimo. Quindi l’affermazione di Del Noce deve essere adattata al contesto americano dicendo che mentre in Europa la mentalità dell’Illuminismo è stata riscoperta, negli Stati Uniti (dove era già forte) si sentiva abbastanza forte da allontanarsi dalla sua difficile alleanza con il cristianesimo protestante. Con questa qualifica, Marsden concorda con Del Noce sul punto essenziale: “A tutti questi livelli della vita americana tradizionale, dai più alti forum intellettuali alle colonne di consigli quotidiani più pratici, due di queste autorità sono state quasi universalmente celebrate: l’autorità del metodo scientifico e l’autorità dell’individuo autonomo “.

Secondo Del Noce, alla grande svolta culturale alla fine degli anni Cinquanta contribuì un’altra riscoperta: quella del marxismo. Nella cultura europea il marxismo era già tornato alla ribalta dopo la seconda guerra mondiale, diventando egemonico, ad esempio, tra gli intellettuali francesi e italiani. Negli Stati Uniti, ovviamente, durante la Guerra Fredda, la cultura dominante era decisamente anticomunista. Tuttavia, secondo Del Noce, le idee marxiste avevano una portata molto più ampia del comunismo come movimento politico. Se si riconosce come nucleo del marxismo l’affermazione della priorità causale dei fattori economici-materiali, la tendenza a “spiegare ciò che è superiore attraverso ciò che è inferiore” e la teoria della “falsa coscienza” (che sostiene che si appella all’etica universale e i valori religiosi sono generalmente travestimenti per interessi economici egoistici), allora bisogna ammettere che il marxismo ha avuto una grande influenza, ad esempio, sulle scienze sociali. Mentre gli intellettuali laici generalmente rifiutavano la filosofia della storia di Marx (l’aspettativa della rivoluzione, il ruolo messianico del proletariato e così via), molti di loro aderivano ampiamente agli aspetti scientisti e materialistici del marxismo. Presi isolatamente, questi tendono a persuadere gli aderenti ad adottare un “relativismo totale”; tutti i valori sono i riflessi di circostanze storiche materiali, di gruppo o di interesse personale; non hanno validità permanente. È in questo senso, scriveva Del Noce, che “la rinascita della mentalità illuminista e la riscoperta del marxismo si sono incontrate e si sono compenetrate”.

Mentre gli intellettuali laici generalmente rifiutavano la filosofia della storia di Marx, molti di loro aderivano ampiamente agli aspetti scientisti e materialistici del marxismo. Presi isolatamente, questi tendono a persuadere gli aderenti ad adottare un “relativismo totale”: tutti i valori sono il riflesso di circostanze storiche materiali, di gruppo o di interesse personale, e non hanno validità permanente.

Già nel 1963 Del Noce ha diagnosticato che questa confluenza di temi illuministici e idee marxiste caratterizzava una “nuova” cultura, che ha variamente descritto come la società “tecnologica” o “ricca”, o come “progressismo”. Ha anche predetto che quando questa mentalità è penetrata dalle élite intellettuali nella società più ampia (attraverso l ‘”industria della cultura”, i mass media, l’istruzione pubblica, ecc.), Avrebbe prodotto precisamente alcuni degli effetti descritti in The Upswing : crescente individualismo, frammentazione sociale , diminuzione della religiosità, crescente disuguaglianza economica. Ha basato la sua previsione sul fatto che la nuova cultura era radicalmente positivistica, e quindi destinata a “demitizzare” e infine a distruggere le narrazioni simboliche e religiose che legavano insieme la società.

Per spiegare meglio questo punto cruciale, lasciatemi fare riferimento al classico cliché “Dio, famiglia e paese”. Questo slogan è stato sfruttato da molti politici senza scrupoli e ridicolizzato da altrettanti intellettuali sofisticati, ma indica una verità importante. Le persone si sentono unite ad altre persone se condividono quella che Del Noce chiamava una “dimensione ideale” che inevitabilmente si riferisce a ciò che chiamava “l’invisibile” o “il sacro”. Per essere unite le persone devono riconoscersi a vicenda come partecipanti a esperienze e valori universali che trascendono l’utilità individuale immediata. La religione, la famiglia e la nazionalità sono tre di queste fonti fondamentali di “sacralità”. Ora, secondo Del Noce, la società benestante tende a “dissacrarli” e di conseguenza diventa lentamente una “non società” formata da individui “atomizzati”.

Per essere unite le persone devono riconoscersi a vicenda come partecipanti a esperienze e valori universali che trascendono l’utilità individuale immediata.

Per quanto riguarda “Dio”, Del Noce sostiene che il dopoguerra ha visto nascere una nuova forma di “irreligione” ben diversa dall’ateismo tradizionale. Piuttosto che negare direttamente l’esistenza di Dio, i pensatori neo-illuministi professavano una forma di agnosticismo scientistico. Questo pretendeva di essere religiosamente “neutro” ma in realtà minò la religione a un livello più profondo, negando il valore intellettuale e pratico delle questioni religiose . Da una prospettiva scientista “queste domande irrisolvibili sono anche quelle che non ci interessano; nel senso che non interessano coloro che vogliono agire nel mondo per migliorarlo in alcun senso. ” Le questioni religiose sono irrilevanti per la vita sociale, economica e culturale, tranne che come potenziale fonte di conflitto civile, che deve essere evitato accettando che “la politica democratica può essere solo una politica de-mitologizzata”. Questo atteggiamento relega la religiosità a una sfera strettamente privata e alla fine porta a una secolarizzazione radicale, “perché erode la dimensione religiosa fino a cancellare dalla coscienza ogni traccia della questione di Dio”.

Passando alla “famiglia”, Del Noce vede uno stretto legame tra scientismo e rivoluzione sessuale, il cui quadro concettuale è stato fornito dalla rinascita della sessuologia scientifica e della psicoanalisi negli anni ’50 e ’60. L’esperienza della sessualità in quasi tutte le culture è stata una via di trascendenza, così potente che deve essere ordinata con cura. Al contrario, la “scienza” non conosce la trascendenza. La sessualità scientifica e la psicoanalisi considerano la sessualità umana come un fenomeno puramente naturale, privo non solo di significato trascendente, ma anche di finalità intrinseche (ad esempio, la procreazione). Da una prospettiva scientista, gli impulsi sessuali sono semplicemente fenomeni naturali da studiare con metodi biologici o psicologici, ma non hanno uno scopo superiore e non hanno valore simbolico oggettivo (per non parlare di sacramentale). Di conseguenza, agli uomini e alle donne della società benestante viene insegnato a non trovare nel sesso nulla che punti al di là di loro stessi.

In questo senso, la filosofia della rivoluzione sessuale è “positivismo per le masse”. Ritiene che anche le relazioni umane più intime siano essenzialmente “prive di significato” tranne che per il significato “diamo loro”. Il sesso diventa una transazione romantica (nella migliore delle ipotesi) tra individui autonomi e fondamentalmente isolati, e il matrimonio diventa molto simile a quello che nel diciannovesimo secolo era chiamato “amore libero”, cioè una libera associazione che dura finché dura l ‘”amore”. e può essere sciolto quasi a piacimento. Chiaramente, questa concezione del matrimonio “centrata sulla coppia” implica una sorta di “de-sacralizzazione” dell’idea di “famiglia”.

Un tipo simile di desacralizzazione si applica all’idea di “nazione”. Ho già accennato al carattere universalista e cosmopolita della cultura neo-illuminista emersa all’epoca della “svolta”. Aggiungo che anche in questo caso Del Noce pensa che ci sia una necessità filosofica. Le nazioni erano tradizionalmente basate su identità religiose o culturali, articolate in storie di fondazione, in “miti” ed “eroi” nazionali, che incarnavano uno scopo collettivo. Nessuno di questi ha senso da una prospettiva scientista-positivistica. Una nazione è solo una forma di organizzazione politica ed economica, completamente sostituibile da forme più efficienti. L’amore per la patria è nel migliore dei casi una reliquia romantica, nel peggiore una forma di fanatismo e fonte di una passione pericolosa. Se qualcosa, un abitante della società benestante sentirà una maggiore fedeltà alla comunità globale di manager illuminati, tecnologi, filantropi e uomini d’affari che alla sua nazione d’origine.

 

Chiaramente, a lungo termine questo è destinato a creare una frattura politica (all’interno dei paesi sviluppati) tra l’élite tecnocratica (tipicamente concentrata attorno a poche grandi “città del mondo”) e coloro che condividono il vecchio senso di identità basato sulla nazione (tipicamente che vivono in aree periferiche). Questo è solo un aspetto di un fenomeno generale che Del Noce descrive come segue: nelle società prive di un terreno comune “ideale” (religioso, filosofico) “la separazione tra la classe dirigente e le masse diventa estrema perché i membri della prima sanno che ogni argomento in termini di valori è semplicemente l’ideologia come strumento di potere “. Tutto, per loro, è già smascherato, e quelli per i quali non è smascherato lo sono. . . beh, non sono illuminati.

In sintesi, Del Noce sosteneva che in una cultura radicalmente scientista-positivistica come quella che divenne dominante in Occidente intorno al 1960 tutte le forme di “appartenenza” si indeboliscono a causa della scarsità di un terreno comune ideale. Questa rozza sintesi, ovviamente, non rende giustizia alla sua analisi. Ad esempio, non posso discutere qui le sue opinioni sui critici interni della società benestante, in particolare i movimenti di protesta degli anni Sessanta e Settanta. Mi limiterò a menzionare che, a suo parere, quei movimenti (che in un certo senso possono essere visti come i paralleli della reazione romantica al primo Illuminismo) per lo più non sono riusciti ad affrontare i fondamenti filosofici della nuova società, e in realtà spesso hanno finito per giocare nella sua mani, criticando le istituzioni “tradizionali” che in realtà ostacolavano il processo “We-to-I” (la chiesa, la famiglia,educazione liberale, ecc.).

Ma basta con l’analisi del “declino”. Del Noce ha qualcosa da dirci sulla questione sollevata in The Upswing ? Cioè, cosa ci vorrà per superare un altro punto di svolta e iniziare a muovere il pendolo nella direzione opposta: tornare indietro verso la solidarietà?

In una cultura radicalmente scientista-positivistica tutte le forme di “appartenenza” si indeboliscono a causa della scarsità di un terreno comune ideale. Cosa servirà per superare un altro punto di svolta e iniziare a muovere il pendolo nella direzione opposta: tornare indietro verso la solidarietà?

Chiaramente, ritenendo che la cultura abbia giocato un ruolo di primo piano nella svolta, Del Noce era propenso a privilegiare una sorta di “revisione culturale” per invertire la tendenza. Ciò implica, tra le altre cose, che la politica può svolgere solo un ruolo di supporto, mentre l’istruzione deve essere al centro dell’attenzione. Non a caso, l’istruzione è uno dei campi che ha sofferto di più nella società ricca-tecnologica. Privata di narrazioni e ideali, l’educazione è stata impoverita dall’utilitarismo, che si manifesta come un’enfasi sulla tecnologia nelle scienze. La politicizzazione nelle discipline umanistiche sembra essere un tentativo di recuperare un qualche senso narrativo o ideale, ma a scapito di un dibattito umano e aperto, di una curiosità rigorosa e di una connessione con idee precedenti e forse più ricche di giustizia e natura umana. (O, ovviamente, può semplicemente accadere che, poiché le facoltà umanistiche perdono la convinzione che la bellezza artistica e la verità filosofica siano oggetti di studio e contemplazione intrinsecamente meritevoli, devono giustificare la loro esistenza affermando che i loro soggetti hanno rilevanza politica, e quindi pratica).

Innumerevoli tentativi di “aggiustare” l’istruzione primaria e secondaria come se fosse un problema “tecnico” sono falliti, perché non può esserci educazione senza un’immagine organica di ciò che significa essere umani, e la cultura secolare moderna non ne ha una, o il uno che ha è inadeguato al compito. Quindi, la vera domanda che dovremmo porci è: quali risorse culturali devono essere portate al sistema educativo, e alla cultura in generale, per rendere possibile una nuova ripresa?

Non può esserci educazione senza un’immagine organica di ciò che significa essere umani, e la moderna cultura secolare non ne ha una, o quella che ha è inadeguata al compito. Quindi, la vera domanda che dovremmo porci è: quali risorse culturali devono essere portate al sistema educativo, e alla cultura in generale, per rendere possibile una nuova ripresa?

Un approccio semplice è guardare alle idee che hanno guidato la svolta precedente (quella intorno al 1960) e metterle in discussione. Invece di vivere in una relazione perennemente antagonista con il nostro passato collettivo, dobbiamo fare pace con esso, il che richiede essere in grado sia di rifiutare i suoi errori che di valutare ciò che era prezioso. Invece di ribellarci ai vincoli della religione, della famiglia e del paese, dobbiamo riconoscere ciò che Simone Weil chiamava “il bisogno di radici”. Dobbiamo capire che i valori universali possono essere realizzati solo in forme locali e contingenti. Dobbiamo imparare ad accettare i limiti, e venire a patti con il fatto che gli esseri umani non possono avere un sano rapporto con il visibile (come direbbe Del Noce) senza fare i conti in qualche modo con l’invisibile . Quest’ultima osservazione ci porta al punto critico: una nuova ripresa sarà impossibile senza adeguate risorse religiose. La buona volontà, o politiche migliori, o strumenti tecnici più avanzati semplicemente non affronteranno gli aspetti culturali della crisi. Ma la vera religione non può essere fabbricata a volontà. È necessaria una conversione. Come dice Del Noce, serve un risveglio religioso, perché religione, patria e famiglia sono ideali supremi e non strumenti pratici. Ed è certamente un punto valido che la formula corruzione optimi pessima si applichi al deterioramento che colpisce questi ideali quando sono visti, almeno in primo luogo, come strumenti pragmatici del benessere sociale. Per essere socialmente utili devono essere pensati all’interno delle categorie del vero e del bene; il contrario è impossibile. Certamente, un tale risveglio non può essere un’opera meramente umana. Ma ciò nondimeno richiede, per realizzarsi, che i cuori degli uomini siano attenti.

Allora partecipiamo.

https://breakingground.us/the-turning-point/?fbclid=IwAR0SQgHq_QBW49ATQwS-A6lo3hkJ_JyYQecnD4E62sCZkIjsK5sG2CnQPjo

IL MORBO INFURIA IL CERVELLO MANCA, di Antonio de Martini

IL MORBO INFURIA IL CERVELLO MANCA
Di tutta la pubblicistica di guerra sull’Italia – e ne ho letta- la frase che mi è rimasta più impressa l’ha scritta il feldmaresciallo Kesserling comandante delle truppe tedesche impegnate in Italia.
La cosa che lo aveva meravigliato di più del nostro paese, era stato il fatto che l’Italia avesse affrontato e gestito il secondo conflitto mondiale senza aver promulgato leggi – nemmeno una- per aumentare la produzione bellica o comunque per ottimizzare l’impiego delle proprie risorse dato il radicale mutamento della situazione economica, militare, alimentare di sicurezza della popolazione.
Adesso si profila il bis di tanta scelleratezza.
Esistono ancora reperti idiotici della burocrazia come il “certificato antimafia” e quello di “ esistenza in vita” .
Sarebbe utile l’armonizzazione tra il “ confinement” e la pubblica illuminazione e/o garantire non solo la proprietà pubblica, ma la gratuità dell’acqua che si conferma motore della igienizzazione generale. Quasi un medicinale.
L’abolizione dei circenses comunali tipo l’estate romana nella mia città e la destinazione dei fondi ad altri impieghi.
La riorganizzazione – come un tempo – di corsi d’ istruzione pubblica da parte della RAI che continua a fare gare di qualità tra ristoranti chiusi e proposte di viaggi in Patria e fuori.
Non si pensa alla requisizione di alberghi per togliere dalle strade i senza fissa dimora che possono divenire innocenti veicoli del contagio.
Può in governo prescrivere come salvavita le abluzioni mentre migliaia di cittadini non dispongono dell’acqua ?
Manca la riorganizzazione della CRI ( croce rossa italiana ) che anche durante la guerra si distinse per l’abnegazione dei singoli e l’inettitudine della dirigenza ( in prigionia mio padre ricevette in tutto un solo pacco nominativo : dalla croce rossa tedesca. Da quella italiana ricevette, come ebbe a dirmi “ un amato cazzo”.)
Per adesso si fanno piccoli decreti come la riapertura delle librerie, senza linee guida per l’igienizzazione dei locali e dei libri, per l’assembramento delle persone nelle strettoie dei corridoi che inibiscono perlopiù il distanziamento tra individui ecc.
Si prevede l’azzeramento della nostra industria turistica per almeno un anno, ma non la cassa integrazione per gli addetti degli enti turistici locali e nazionali.
Non si rivedono le norme regolatrici dei servizi cemeteriali prima che si trovino ad affrontare le emergenze che già si profilano.
Manca ancora il riconoscimento della malattia – o decesso- per ragioni professionali di infermieri e medici per il COVID.
La revisione delle polizze assicurative per non lasciare i singoli in balia degli uffici legali di aziende prive di scrupoli.
Non si pensa a sfruttare l’eccezionalità del momento per lanciare un condono e riformare una fiscalità grottesca.
Se pensano di rastrellare nuovi fondi con inasprimenti di tasse provocheranno una rivolta cruenta.
Non si pensa a ridurre i prezzi dei farmaci riducendo l’aggio che i farmacisti hanno del 33% , percentuale unica al mondo.
Si pensa invece a litigare su chi ha firmato o meno un accordo di dieci anni fa e se il premier ha o meno diritto di criticare gli oppositori.
Il virus ha colpito anche il cervello ?

Multinazionali e politica_un seminario organizzato da Socint e Unical con Dario Fabbri e Mario Caligiuri

“Multinazionali e politica” è il titolo assegnato ad un seminario organizzato da Unical (Università della Calabria) e Socint (Società di intelligence) tenutosi lunedì 12 aprile. Il titolo richiama un tema ricorrente e ampiamente dibattuto negli ambienti accademici, tra gli analisti e negli ambienti politici, compresi quelli più radicali. Le chiavi di interpretazione delle dinamiche che intercorrono tra i due ambiti, offerte dai due relatori, in particolare da Dario Fabbri, sono molto meno scontate in particolare nel panorama politico italiano.

Dario Fabbri di fatto riconosce al Politico, nella accezione di ambito, una funzione prevalente la cui prerogativa è la pervasività nei vari ambiti delle attività umane, compresa quella economica, piuttosto che la sua delimitazione comprendente in pratica l’intero spazio pubblico alternativo a quello privato e nella vulgata rispetto alle imprese. Da qui la subordinazione dei soggetti economici e delle loro logiche, comprese quelle delle multinazionali, agli indirizzi e alle manifestazioni di potere politici dei quali gli apparati statali sono la più grande espressione. Non è il capitalismo, né sono i capitalisti a determinare in assoluto le scelte politiche. I loro soggetti fanno certamente parte a pieno titolo dei vari centri decisionali in cooperazione e conflitto tra di loro, capaci di innervare i gangli istituzionali pubblici e privati; ma ne sono solo una parte. Per agire in quanto capitalisti, però, necessitano di regole, norme, strumenti persuasivi e coercitivi dei quali altri sono titolari.

Sulla base di queste chiavi interpretative viene meno quella sovradeterminazione del capitalismo, tanto più dei singoli capitalisti, siano essi proprietari o manager, rispetto all’azione dei politici, specie di quelli detentori delle leve istituzionali. Laddove questa sovradeterminazione dovesse apparire si tratterebbe più che altro di un inganno e tuttalpiù della manifestazione di debolezza e dipendenza politica e geopolitica di determinate formazioni sociali rispetto alle altre. L’Unione Europea ne è l’esempio più manifesto.

Non si tratta di negare l’importanza cruciale dell’affermazione di questo rapporto sociale di produzione, come definito da Marx meglio di altri, quanto piuttosto di ricollocarlo rispetto all’essenza del politico. Il rapporto capitalistico costituisce una delle basi fondamentali sulle quali si conformano i ceti sociali e quindi le classi dirigenti e poi ancora i centri decisionali; contribuisce significativamente ad alimentarne la dinamicità e il ricambio. Tutte prerogative ampiamente riconosciute da tutti, nel bene e nel male e in grado di garantire ad esso un futuro ancora senza scadenze; riconosciute di fatto anche da coloro i quali continuano a definirsi “anticapitalisti” quando in realtà essi stessi, al pari degli avversari/nemici, propugnano di fatto la regolazione di quel modo di produzione senza per altro riuscire a ridefinire sino in fondo il legame culturale e soprattutto “sentimentale” con i propri padri, che si chiamino Marx, Lenin, Mao e così via. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NB_ Non è stato possibile fornire una versione “You tube” della registrazione, probabilmente per la dimensione del file o per mia imperizia. La registrazione su “rumble” comprende sia l’intervento di Dario Fabbri di circa 80 minuti che il successivo di Mario Caligiuri. Per l’ascolto, premere sul link qui sotto

https://rumble.com/vfnm5n-multinazionali-e-politica-con-dario-fabbri-e-mario-caligiuri.html

BREXIT, AFFRONTO O REGALO PER L’EUROPA?_di Hajnalka Vincze

BREXIT, AFFRONTO O REGALO PER L’EUROPA?

Portfolio – 28 gennaio 2021
Nota di notizie

Dietro le infinite lamentele sulla “perdita” del Regno Unito, in realtà molti si rallegrano, chi per un motivo, chi per un altro. I sostenitori dell’Europa federale ritengono che la strada sia chiara ora che il nemico giurato di qualsiasi idea di pooling (approfondimento dell’integrazione) è definitivamente fuori gioco. I campioni di un’Europa indipendente – che dipenderebbe meno dall’America – sorridono alla partenza del “cavallo di Troia” degli Stati Uniti, credendo che il loro momento sia finalmente arrivato: senza Londra, l’eterna torpediniera di qualsiasi iniziativa politica dell’Unione, l’Europa potrebbe anche diventare uno dei poli del potere nel mondo. Tale ragionamento non è del tutto infondato, ma non tiene conto dei malumori interni dei restanti Ventisette.

Sempre presente nelle teste

La Gran Bretagna ha sempre avuto una visione molto particolare della costruzione europea. Ha preferito stare lontano dal suo lancio; non solo, ha creato un’area di libero scambio che dovrebbe competere con esso e renderlo obsoleto sin dal suo inizio. Rendendosi conto del loro fallimento, gli inglesi cambiarono strategia: entrarono per meglio silurare, questa volta dall’interno, tutto ciò che prometteva di diventare più di un semplice mercato aperto. Che si trattasse di tariffe protettive, diritti sociali, autonomia strategica o politica industriale, Londra è stata un freno. Di conseguenza, le lotte più dure e frequenti l’hanno opposta alla Francia, paladina di un’Europa politica e indipendente. Quindici anni fa Jean-Claude Juncker, l’allora primo ministro lussemburghese, ha giustamente osservato, dopo una battaglia franco-britannica particolarmente dura nell’UE: “Qui si confrontano due filosofie. Ho sempre saputo che un giorno o l’altro sarebbe venuto a galla ”.

(Credito fotografico: Reuters)

Non è un caso che ciò sia avvenuto proprio in questo momento. Londra è stata rafforzata dall’adesione, nel 2004, del primo gruppo di paesi dell’Europa centrale e orientale. Nel dilemma “allargare o approfondire” che ha definito i dibattiti per tutti gli anni ’90, la Gran Bretagna spingeva per l’allargamento dell’UE più rapido e più ampio possibile nella speranza di abbattere l’inclinazione politica diluendo il progetto in un gigantesco supermercato. Di fronte a ciò, i francesi – e di tanto in tanto i tedeschi – cercavano di salvare, se necessario sotto forma di un’Europa a più velocità, l’essenza politico-strategica del progetto. Un tentativo coronato da scarso successo. Dopo l’ingresso dei nuovi Stati membri, seguaci della visione britannica, tutto suggeriva che lo scenario di un’Europa dei supermercati addormentata nell’inesistenza geopolitica sotto l’ala protettrice della NATO avrebbe prevalso per sempre.

È vero che lo spirito dei tempi ha lavorato a favore di Londra. Durante i quindici anni trascorsi dal crollo dell’ordine bipolare, il modello globalista-neoliberista controllato a distanza da Washington ha innestato una marcia in più, mentre la NATO, invece di scomparire con la Guerra Fredda, si è adattata, rinvigorita e ha persino effettuato una vera mutazione. In queste circostanze, Londra non ha avuto troppe difficoltà a promuovere, nelle parole dell’ambasciatore Usa, “la posizione comune anglo-americano all’interno dell’UE”. In vista del referendum sulla Brexit, il presidente Obama ha messo in guardia gli elettori britannici: la presenza di Londra è la garanzia che l’UE rimanga economicamente aperta e militarmente attaccata all’America. Sarà interessante osservare, dopo la Brexit, come si comporteranno i paesi membri che fino ad ora, su questi due temi, si nascondevano comodamente dietro Londra.

Minare, dall’esterno

Allo stesso modo, saranno intriganti da osservare gli sforzi che gli inglesi dispiegheranno, d’ora in poi dall’esterno, per indebolire qualsiasi dimensione politica e strategica dell’Unione. Un esempio molto divertente è il caos intorno al sistema di navigazione satellitare, Galileo (“GPS europeo”). Londra è sconvolta dalla perdita, a seguito della Brexit, del suo accesso automatico al “servizio pubblico regolamentato” (PRS) crittografato e ultra sicuro, controllato dai governi e dalle istituzioni dell’UE e in gran parte dedicato agli usi militari. La Gran Bretagna ha giurato il giorno dopo il referendum sulla Brexit che avrebbe messo in atto un proprio sistema simile, dicendo: “la sicurezza dei nostri soldati non può dipendere da un sistema esterno, che non dipende da esso”. Curioso argomento del Paese che, al lancio del programma Galileo, aveva lottato con le unghie e con i denti per impedire ogni uso militare. Con il pretesto del GPS e della NATO, non aveva trovato nulla di imbarazzante nell’essere, insieme a tutti gli altri europei, dipendente da un sistema sotto il controllo esclusivo americano.

Risultato della contesa: oggi l’Europa ha un proprio sistema di navigazione satellitare globale, mentre Londra può solo sperare in una costellazione regionale attaccata al GPS. Per una volta, l’Europa non ha ceduto ai tentativi britannici di sbrogliare. Perché Londra aveva chiesto, al di là dell’accesso diretto, un posto e una voce nel corpo di “governo” e controllo di Galileo. Esattamente come chiede un accesso privilegiato al Fondo europeo per la difesa (FES) destinato ai programmi europei di armamento, dal bilancio dell’UE. Questo gli avrebbe permesso di prendere due piccioni con una fava. Perché la Gran Bretagna ha sempre fatto di tutto per rendere le istituzioni della politica di difesa dell’UE più “flessibili”, cioè permeabili agli alleati della NATO che non sono membri dell’Unione. Da ora in poi, proverà a continuare lo stesso lavoro di affondamento, ma questa volta dall’altra parte dell’uscio.

Faccia a faccia franco-tedesco

Il successo dei tentativi britannici dipende dal fatto che i restanti Stati membri vi cedano o meno. Innanzitutto la Germania, caratterizzata da un’eterna ambiguità ma che generalmente si trova (sulla questione del grande mercato transatlantico di libero scambio o sul primato dell’Alleanza atlantica) piuttosto vicina agli inglesi. Charles Grant, il direttore del Centre for European Reform con sede a Londra, ha avvertito i parlamentari di Sua Maestà all’inizio degli anni 2010: la Gran Bretagna non può permettersi di essere passiva all’interno dell’UE, perché la sua emarginazione rischierebbe di avvicinare le posizioni di Berlino su queste questioni a quelle francesi. Non è un caso che oggi, a seguito della Brexit, la meccanica interna del motore franco-tedesco sia sotto i riflettori.

Con la partenza di Londra, Parigi e Berlino hanno perso un forte alleato all’interno dell’UE, ovviamente su argomenti diversi. Per la Francia, la Gran Bretagna è stata utile nella misura in cui – a differenza della maggior parte dei paesi membri, Germania inclusa – comprendeva l’importanza cruciale di costruire capacità militari (anche se Londra lo considerava piuttosto all’interno della struttura della NATO) e che era ferocemente desiderosa di preservare il carattere intergovernativo delle politiche estere, di sicurezza e di difesa europee. Per i tedeschi, gli inglesi sono stati un prezioso freno, sempre pronti a bloccare qualsiasi iniziativa francese che mirasse ad emarginare la NATO o mettere in discussione i principi del libero scambio deregolamentato. A seguito della Brexit, questo comodo scudo scompare su entrambi i lati; Francia e Germania si trovano ora faccia a faccia.

È sempre più difficile negare che, dietro i grandi discorsi europeisti, i due cerchino di posizionarsi nel modo più vantaggioso possibile l’uno sull’altro. Parigi vorrebbe correggere la sopraffazione economica tedesca proponendo meccanismi di solidarietà finanziaria europea, sempre più collettivizzanti. Berlino, da parte sua, si sta sforzando di neutralizzare le risorse diplomatiche e militari francesi (come il seggio permanente nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite o la superiorità nella tecnologia delle armi) spingendo, nell’UE, per una sempre maggiore integrazione in queste aree e sostenendo un passaggio delle decisioni a maggioranza qualificata. I due cercano di raccogliere intorno a loro quanti più alleati politici possibili, consapevoli delle rispettive debolezze.

La fine, ma la fine di cosa?

Chris Patten, ex commissario europeo per le relazioni esterne e rettore dell’Università di Oxford, ha prontamente ricordato un disegno della Chained Duck degli anni ’70 che mostrava un minuscolo Primo Ministro britannico, a letto, tra le braccia di una voluttuosa regina, Europa. Quest’ultimo, ovviamente seccato, gli disse: “Entra o esci, mio ​​caro Wilson. Ma smettila con questo ridicolo andirivieni ”. Con la Brexit, gli inglesi finalmente hanno obbedito e se ne sono andati, ma solo dopo più di quarant’anni. Inoltre, nel frattempo avevano in gran parte ridisegnato l’Europa striminzita. Come efficaci portatori dell’ideologia dominante degli ultimi decenni, sono riusciti a diluire il progetto al punto che, oggi, la stragrande maggioranza dei restanti Stati membri perseguirà la linea atlantista-neoliberista. O piuttosto lo avrebbero perseguito … se gli eventi non fossero stati di ostacolo.

Perché in questo periodo di cose ne stanno accadendo a livello internazionale. La pandemia del nuovo coronavirus ha inferto un colpo grave, persino fatale agli occhi di molti, a un dogma globalista-neoliberista che vacilla già da dieci anni. Chi meglio  nell’illustrarlo se non il prestigioso Financial Times di Londra, la Bibbia dei decisori europei, il cui giornale stesso nel suo editoriale dell’aprile 2020 ha sostenuto una rottura con gli orientamenti degli ultimi quattro decenni e ha chiesto un maggiore interventismo da parte dei governi, più ridistribuzione, più spesa statale a favore dei servizi pubblici. Sul fronte transatlantico, la presidenza di Donald Trump ha avuto un effetto rivelatore simile. Dietro i grandi consessi occidentali programmati a intervalli regolari, la realtà è sempre più evidente: alleanza o no, le relazioni sono principalmente determinate dai rapporti di forza tra gli Stati Uniti e l’Europa.

Ciò è generalmente vero anche per lo stato attuale delle relazioni internazionali. La riconfigurazione dei centri di gravità ha dissipato le illusioni sul trionfo universale, inevitabile, del modello liberale occidentale; ha riproposto il confronto tra grandi potenze. Ciò rivaluta, nell’Ue, “la dimensione politica” e “l’autonomia strategica”, le stesse caratteristiche che la concezione britannica avrebbe voluto scacciare una volta per tutte. È questa combinazione di sviluppi esterni (e non la Brexit) che probabilmente rimescolerà le carte in Europa. L’ex primo ministro britannico Harold Macmillan è stato intervistato da un giornalista alla fine degli anni ’50 su ciò che più influenza la politica del governo. La sua risposta: “Gli eventi, mio ​​caro ragazzo, gli eventi! “. Il dilemma dei 27 paesi dell’UE in questi giorni è se rispondere all’accelerazione degli eventi secondo il punto di vista dell’impasse britannico o preferire rilanciare il progetto dell’Europa politica. Ovviamente stanno facendo quello che sanno fare meglio: esitano.

Il testo completo, in ungherese, è disponibile sul sito Portfolio, cliccando qui .

https://hajnalka-vincze.com/list/notes_dactualite/591-le_brexit_camouflet_ou_cadeau_pour_leurope

I significati di una scelta_ di Giuseppe Germinario, Antonio de Martini, FF

Già dalle prime mosse Mario Draghi sta confermando la sua missione di “costruttore”. Con la nomina di Gabrielli a sottosegretario, di Curcio alla Protezione Civile, del generale Figliuolo a Commissario per l’emergenza Covid ha dato un bello scossone a tre degli apparati chiave così come si sono assestati in questi ultimi dieci anni. Ha concesso a man bassa posti di sottosegretario ed alcuni ministeri secondo le logiche da manuale Cencelli, ma ha mantenuto strettamente il controllo diretto o indiretto dei ministeri economici e della sicurezza; ha affidato alcuni ministeri chiave a politici di peso (Guerini e Giorgetti) dei due partiti più importanti, ma ne ha svuotate in parte le competenze di uno di essi. La defenestrazione di Arcuri e la mancata conferma di numerosi funzionari del governo precedente segnano probabilmente una svolta importante. Rappresentano l’inizio di un declino di un ceto manageriale e dirigenziale radicatosi progressivamente in quaranta anni e consolidatosi negli ultimi quindici. Una discesa che trascinerà con sè il partito che più ne è stato l’espressione e il fattore di coagulo e legittimazione; quel Partito Democratico ormai da anni in crisi di consenso, con una base elettorale stravolta rispetto alle origini, ma che rimane abbarbicato da più di venti anni e sostenuto dai centri di governo e di potere più stantii, con una funzione assertiva e un dinamismo talmente insufficiente da mettere a repentaglio la coesione interna del paese e l’utilità stessa della sua collocazione internazionale pur così remissiva ed accondiscendente. Devono essersene resi definitivamente conto anche a Washington e Londra soprattutto, ma anche più a malincuore a Berlino e Parigi. Non sarà solo il PD a pagare pegno. Man mano che saranno evidenti l’insulsaggine, i misfatti e la distruttività dell’azione del Governo Conte nella corrente emergenza sanitaria ed economica agli occhi della popolazione e nel ruolo internazionale, specie nel Mediterraneo, agli occhi dei centri di potere, l’acclamazione di Giuseppe Conte a salvatore del M5S rischierà di trasformarsi nella condanna definitiva all’estinzione del movimento durante una fase di competizione, simile per altro ad un abbraccio mortale, più che di occupazione di spazi complementari, con il suo alleato piddino. Un sodalizio che rischia di trasformarsi in un abbraccio mortale. Se questo schieramento sarà chiamato a pagare pegno nell’immediato, il futuro riserverà qualche sorpresa anche nel centrodestra, in particolare nella Lega. L’impegno dei tre commissari sarà probabilmente la prova generale per una riconfigurazione e un riordino dei poteri e della gestione dello Stato e soprattutto di una ridefinizione più chiara dei poteri dello stato centrale rispetto alle amministrazioni periferiche. L’intento sarà di porre fine alla surrettizia e logorante competizione sulle competenze tra Stato centrale e regioni e ad una definizione delle gerarchie più favorevole e funzionale allo Stato Centrale; scemerà con esso l’argomento con il quale si è alimentato il radicamento e la ragion d’essere della Lega e soprattutto potrà dissolversi l’equivoco di un partito proclamatosi nazionale ma con una classe dirigente in realtà ancora espressione di una parte geografica del paese. Tutto dipenderà dalla forza effettiva di Mario Draghi e dalle logiche geopolitiche che determineranno l’importanza e il ruolo dell’Italia nel contesto europeo e mediterraneo; quanto alla forza e alla consapevolezza dei centri interni al paese, tutto sembra muoversi ancora sotto traccia. Non è un buon segno. Ne vedremo comunque delle belle e soprattutto di drammatiche. Non sarà facile costruire o ricostruire sulle ceneri di questo sistema partitico i soggetti politici incaricati di garantire il “front-line”. Personaggi del calibro di Mario Draghi non devono e di solito non gradiscono rimanere troppo esposti per lungo tempo. Devono farlo in situazioni di emergenza; ma le emergenze per definizione vivono in tempi delimitati. Potrebbero quindi rimanerne prigionieri; non sarebbe la prima volta di una guerra lampo trasformatasi in guerra di posizione, se non in una disfatta_Giuseppe Germinario

SIGNIFICATI DI UNA SCELTA PRIMAVERILE, di Antonio de Martini
Mentre la macchina della disinformazione é occupata a “scaricare” il sig Domenico Arcuri sulle braccia dell’avvocato Conte e dei 5 stelle, ma io l’ho conosciuto a Invitalia nel 2005 come rappresentativo del giro “ Prodi& Co”,
vorrei fare un piccolo ragionamento sui significati del gesto di sostituire un borghese con un militare.
Il primo significato da dare a questo gesto é dimostrare che si vuole agire e liberarsi del malcontento generale provocato dalla pandemia e accentuato dalla “mala gestio” in specie della informazione al pubblico che non si é mai sentito rassicurato vedendo i propri leader rubare il ruolo ai rispettivi addetti stampa invece di contrastare coi fatti l’epidemia.
Gente che non rispetta il proprio ruolo, non può pretendere il rispetto altrui.
Il secondo significato é che Draghi ha dato dimostrazione di indipendenza decisionale rispetto al sistema dei partiti che lo ha nominato, prescindendo dai meriti o demeriti del sig Arcuri che altri giudicheranno.
Il terzo significato é stato il riconoscimento implicito che la sorgente della sovranità é la competenza e non il suffragio popolare.
Non conosco il generale Figliuolo, ma é incontestabile che sia stato scelto per la competenza che gli viene da studi rigorosi dove la logistica é materia di studio continuo ( Accademia, 2 anni; Scuola di applicazione 2anni; Scuola di guerra 3 anni) e dal ruolo ricoperto di ispettore logistico dell’Esercito: l’unica organizzazione in Italia a gestire oltre centomila uomini ( e numerosi ospedali) sparsi in una ventina di paesi.
Nel gesto e nella accettazione generale della decisione c’é anche qualche importante e sotteso significato politico e,segnatamente, l’inizio della fine della competenza regionale su un affare tanto serio quanto la salute dei cittadini.
La conquistata libertà di circolazione delle persone ( e merci) ha comportato libertà analoghe per bacilli, batteri, virus e contagi.
Che senso hanno ormai cambi di regolamenti sanitari ogni cento chilometri?Che senso ha una regione come il Molise, la Liguria, il Friuli o la Basilicata ?
La ripartizione regionale avrebbe avuto un senso se i confini avessero ricalcato le frontiere dei vecchi stati preunitari come ha fatto la Germania che si riunificò nello stesso periodo storico.
Gli attuali confini regionali possono al più avere contenuti folcloristici, ove esistenti, e gestire gli investimenti turistici, prima industria nazionale.
Le regioni andranno bene per festival della castagna secca e manutenzioni stradali ma gli standard mondiali e la diffusione delle seconde case – spesso site in altre regioni o stati- la pericolosa velocità dei contagi, chiedono dimensioni analoghe in termini di spazi, procedure e strutture.
Aspettare di giungere a settantamila morti perché si palesasse la presenza dello Stato, é peggio che un crimine: é un errore che farà saltare l’equilibrio sociale e politico della Nazione e se dicessi che mi dispiace non sarei sincero.
Il regionalismo e la politica politicante vanno verso le loro idi di marzo.
UN BRAVO FIGLIUOLO, di Antonio de Martini
Il presidente del Consiglio ha nominato a commissario straordinario per l’emergenza ( ormai permanenza ) Covid 19 , l’ispettore logistico dell’Esercito.
Ovviamente, il generale conosce perfettamente tutte le potenzialità dell’Esercito essendone il responsabile.
Ci voleva una delle menti più brillanti del paese per attivare al massimo livello le FFAA coinvolgendole nella pianificazione invece che nella sola servile esecuzione???
E nessuno mi leverà dalla testa l’idea che la nomina di Arcuri sia stata fortemente caldeggiata da qualcuno che poi ha raccomandato – per interposta persona si capisce- i fornitori che si sono ingrassati sulle spalle dei morti nostri e de li mortacci loro.
Punti interrogativi, di FF
“Mario Draghi è intervenuto in mattinata alla sessione Sicurezza e Difesa del Consiglio Ue, sottolineando l’importanza dell’autonomia strategica dell’Ue in un quadro di complementarietà con la Nato e di coordinamento con gli Usa” (ANSA).
Che significa? Nulla. Parlare di autonomia strategica della UE senza che vi sia alcuna strategia della UE è come pretendere di abitare in un palazzo che non esiste.
Quale sarebbe infatti il nemico dell’Europa se non quello scelto dall’America?
Quale sarebbe la sua politica estera?
Quale sarebbe la sua politica di difesa?
Chi comanderebbe?
Quale sarebbe la sua struttura logistica?
Quale sarebbe la sua forza anfibia?
Quale sarebbe la sua struttura di intelligence?
E l’opinione pubblica europea è forse disposta ad appoggiare una azione militare che potrebbe causare la morte di centinaia o migliaia di soldati europei?
Insomma, come potrebbe l’UE avere autonomia strategica se di fatto dipende del tutto dalla NATO, ossia dagli USA, anche solo per controllare i propri confini?
Peraltro, l’UE ora è priva dell’esercito britannico, in pratica l’unico esercito europeo in grado di svolgere delle “vere” missioni di combattimento (e la Gran Bretagna è pure l’unico Paese europeo che può trarre vantaggio dal sistema Echelon, controllato dagli USA, dalla Gran Bretagna, dal Canada, dall’Australia e dalla Nuova Zelanda).
Di fatto i Paesi europei, tranne per quanto concerne l’impiego di pochi reparti speciali, possono tutt’al più svolgere delle missioni di peacekeeping “sotto l’ombrello” della NATO. La stessa Francia può avere una certa autonomia strategica in Africa, ma nulla di più.
Insomma, il Proconsole si sta rivelando sempre più non uno stratega ma un abile tecnocrate al servizio del grande capitale occidentale, sia per quanto concerne la scelta di ministri e sottosegretari (cui nessuno sano di mente affiderebbe la gestione di un vespasiano), sia per quanto concerne la geopolitica.
In altri termini, si conferma che questo governo deve limitarsi ad eseguire un disegno politico-strategico deciso, almeno nelle sue linee essenziali, dagli incappucciati della finanza, sia pure secondo un’ottica euro-atlantista. E per realizzare un programma politico-strategico certo occorre competenza, ma non intelligenza politica e strategica.
In definitiva, la strategia – sia politica che economica – non è “affare” che riguardi il nostro Paese.

Taiwan: la piattaforma dei semiconduttori, di Gavekal

Il controllo della tecnologia dei semiconduttori è uno degli oggetti principali della contesa geopolitica e geoeconomica, in particolare tra gli Stati Uniti e la Cina. Il contrasto tocca sia l’ambito militare che quello civile, anche se con l’andar del tempo, è sempre più problematico distinguere i due aspetti. Non ostante i proclami distensivi, su questo aspetto l’amministrazione Biden non sembra distinguersi particolarmente dal quella precedente di Trump. Non sarà il solo. Taiwan continuerà ad essere uno dei punti più caldi del pianeta. Il solito grande assente:l’Europa_Giuseppe Germinario

In Europa e negli Stati Uniti, le fabbriche di automobili vengono chiuse e i lavoratori licenziati, non a causa del Covid-19, ma a causa della carenza di microchip provenienti dall’Asia. Questa tempesta si concentra su Taiwan, che per decenni è stata un fornitore a contratto non riconosciuto di elettronica e prodotti chimici. Per coloro che non lo avessero notato, le sue aziende ora dominano la produzione globale di chip di fascia alta e le attuali dinamiche del settore significano che questa presa si intensificherà.

Articolo di Vincent Tsui, economista e analista finanziario.

Articolo originale pubblicato su Gavekal . Traduzione di conflitti.

 

Non c’è nulla di spiacevole in questa carenza poiché si è manifestata in piena vista. All’inizio della pandemia, le case automobilistiche hanno annullato gli ordini di chip, spingendo i produttori asiatici a riorganizzare le loro linee di produzione per realizzare microprocessori per dispositivi di rete 5G e smartphone. Inoltre, l’esplosione della domanda di gadget di tutti i tipi da parte dei consumatori occidentali bloccati ha reso difficile per i produttori di chip soddisfare gli ordini che le case automobilistiche hanno ripresentato nel corso dell’anno. Le sanzioni statunitensi contro il più grande produttore di chip cinese hanno anche limitato la fornitura di chip disponibili a livello globale.

 

Alla fine, questi colli di bottiglia verranno eliminati nei prossimi mesi e la produzione di auto dovrebbe riprendere subito dopo. Tuttavia, l’entità dell’interruzione mostra la vulnerabilità dei produttori avanzati a qualsiasi interruzione in una catena di fornitura di semiconduttori ora dominata da pochi attori giganti. Oltre ai fattori sopra menzionati, sono in gioco anche due fattori strutturali:

  1. Il costo della “migrazione dei nodi di processo” che riduce il divario tra i transistor per ottenere una maggiore densità logica è in costante aumento. Le nuove generazioni di chip richiedono enormi investimenti di capitale e la produzione di chip è un’attività a basso margine di profitto che richiede ai produttori un tasso di utilizzo molto alto. Attori di spicco come Taiwan Semiconductor Manufacturing Companyapprofittare delle economie di scala e investire somme considerevoli in ricerca e sviluppo per stare al passo. Le barriere all’ingresso sono dell’ordine della fortezza e il mercato è quindi pienamente consolidato. TSMC detiene più della metà del mercato globale delle fonderie di semiconduttori e, insieme alla società sudcoreana Samsung Electronics e alla società taiwanese UMC, i primi tre attori detengono una quota di mercato del 78%.

 

  1. Il processo di progettazione e produzione del chip viene diviso in due. Storicamente, aziende come Intel e Texas Instruments hanno gestito l’intera gamma di progettazione, produzione, assemblaggio e test di chip. Tuttavia, questi produttori integrati hanno gradualmente perso quote di mercato a favore di società di semiconduttori “prive di fabbrica” ​​che progettano microprocessori e affidano la loro produzione a produttori di “fonderia” come TSMC. I giocatori integrati non sono stati in grado di migliorare costantemente le fabbriche per essere alla pari con le grandi fonderie, e quindi si sono sforzati di produrre i chip più avanzati.

Padronanza tecnica della produzione di chip elettronici

 

Uno dei fattori chiave che ha incoraggiato un modello di sviluppo “separato” senza fabbrica è stata la difficoltà di Intel nel padroneggiare la tecnologia avanzata dei nodi a 7 nm. Sono passati quattro anni da Samsung e TSMC e, in una crisi umiliante, sta esternalizzando parte della sua produzione di chip alle fonderie asiatiche. Ciò ha costretto Intel ad abbandonare un modello integrato interno che aveva sostenuto per decenni e ha dato ancora più potere di mercato alle aziende taiwanesi e coreane.

 

Un’altra minaccia per i produttori integrati proviene da società di software e cloud computing come Microsoft, Amazon, Facebook e Google che stanno iniziando a progettare i propri microprocessori che saranno prodotti dalle fonderie asiatiche. I colossi americani del software lo fanno per ottimizzare le prestazioni dei loro sistemi eliminando le ridondanze insite nei chip generici. Queste società di software sono state alleate chiave per aziende come Intel per decenni (ricordate il duopolio Wintel!) E la rottura sta sconvolgendo il modello di produttore integrato.

 

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Queste tendenze hanno accelerato la fine del modello integrato di progettazione e produzione di chip da parte delle aziende “fai tutto”. Di conseguenza, la produzione di chip è destinata a diventare ancora più concentrata in Asia, il che avrà un impatto positivo sulla competitività e sulle prospettive di crescita della regione. Solo TSMC e Samsung Electronicspuò fabbricare semiconduttori avanzati con spaziatura inferiore a 10mn. Ma anche all’interno di questo duopolio, TSMC domina nonostante il fatto che il suo rivale coreano abbia speso ingenti somme cercando di raggiungerlo entro il 2022. Taiwan oggi guadagna circa il 75% del totale delle entrate globali della fonderia ed è il più grande vincitore nella tendenza dell’outsourcing. Nel quarto trimestre del 2020, Taiwan ha registrato la sua più forte crescita economica in un decennio e la situazione dovrebbe rimanere positiva.

 

Il dominio di Taiwan

 

Eppure, nonostante questo predominio taiwanese, i paesi con fonderie di medie dimensioni possono anche trarre vantaggio dall’acquisizione di ordini per chip meno avanzati, come quelli che le case automobilistiche cercano oggi. Inoltre, l’attuale carenza di chip spingerà gli acquirenti industriali a diversificare le loro reti di fornitori al di fuori di Taiwan. Si prevede quindi che le fonderie di secondo livello in Corea del Sud e Cina riceveranno ordini, sebbene le società cinesi rischiano sanzioni statunitensi se producono chip utilizzando modelli o apparecchiature statunitensi. La Corea dovrebbe quindi essere un grande vincitore secondario nel passaggio alla produzione senza fabbrica, che ha il vantaggio di ridurre la sua dipendenza dall’industria dei chip di memoria a basso margine e altamente ciclica.

 

Poiché i produttori integrati perdono terreno in questo cambio di settore, anche i paesi che ospitano i loro impianti possono soffrirne. Le fabbriche di produttori integrati a Singapore, Malesia e Filippine sono minacciate, mentre quelle negli Stati Uniti e in Cina dovrebbero essere mantenute, poiché i loro grandi mercati interni garantiranno la sostenibilità dell’ecosistema. A livello macroeconomico, questa riorganizzazione dell’industria dei semiconduttori rafforzerà la performance divergente delle esportazioni del Nord e del Sud-est asiatico, poiché esiste un forte legame tra il commercio e il ciclo degli investimenti.

 

La dimensione geopolitica

 

L’emergere di Taiwan come vincitore di un’industria dei semiconduttori riorganizzata sta concentrando l’attenzione dei responsabili politici di tutto il mondo sulle loro vulnerabilità se le relazioni attraverso lo Stretto dovessero deteriorarsi. Louis ha sostenuto che il dominio di Taiwan in quest’area potrebbe renderla geopoliticamente cruciale come lo era l’Arabia Saudita durante l’era del petrolio (vedi The New Geostrategic Pressure Point). Un assaggio potrebbe essere stato dato dalla cassaforma della produzione automobilistica. Tuttavia, la vera preoccupazione sarebbe una situazione di stallo tra Taiwan, Cina e Stati Uniti che interrompe la produzione di chip, il che potrebbe portare a una negazione permanente dell’offerta.

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Una tale interruzione delle relazioni potrebbe verificarsi se il governo di Taiwan cominciasse a considerare il suo primato nella catena di approvvigionamento elettronica come una merce di scambio quando verifica le linee rosse della sovranità. Tuttavia, la stessa criticità dell’industria dei chip di Taiwan significa più probabilmente che tutte le parti interessate nelle relazioni attraverso lo Stretto hanno interesse a promuovere la stabilità. In questo caso, Taiwan potrebbe continuare a capitalizzare la sua posizione dominante nel campo dei semiconduttori, ma vedere questo flusso di cassa scontato con un premio di rischio inferiore (vedi Il punto luminoso post-elettorale per Taiwan). Ciò fa ben sperare per le prospettive di crescita del Paese e per la performance delle sue attività di rischio.

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