Uyghur: nuovi fronti ad Oriente, a cura di Giuseppe Germinario

Uyghur: Il Partito Islamico del Turkestan, in rotta verso la globalizzazione della lotta, con un focus prioritario, Cina e buddisti.

Fonte: Madaniya, René Naba , 03-12-2018

Questo interessante articolo rivela ormai un dato di fondo. La pressione occidentale rimane costante nelle zone grige, lungo i margini dei confini degli avversari strategici, ma con due pesanti incognite: l’esistenza di zone di contesa lontane  da quei bordi, marginalmente in America Latina e soprattutto in Africa; l’accerchiamento non più di un solo paese, la Russia, ma di un altro colosso, la Cina, suscettibile di produrre e consolidare un sodalizio inedito al centro del continente asiatico con una possibile opzione del terzo gigante, l’India. Come vero collante di questo possibile esito, più che l’insorgenza del movimento islamico integralista prospettata dal saggista, un mero strumento e corollario, potrebbe fungere l’acceso, inedito e feroce confronto politico in corso apertamente da ormai due anni negli Stati Uniti e la conseguente incapacità di individuare ed affrontare con una politica coerente l’avversario geopolitico principale. A  quel punto ci si dovrà chiedere chi saranno alla fine in realtà gli accerchiati. Buona lettura_Giuseppe Germinario

1 – Turchia e Stati Uniti, padrini nascosti della PIT

Dopo otto anni di presenza in Siria, in particolare nel nord, nella zona di Aleppo-Idlib, il movimento jihadista del Turkestan si appresta a dare un impulso trans-regionale alla lotta, al di là della Siria , con obbiettivo prioritario: la Cina.
Tale almeno è la sostanza del discorso mobilitatore del predicatore Abu Azzam Zir tenuto in occasione del Festival Fitr nel mese di giugno 2018, mettendo in evidenza la “ingiustizia” subita dal Turkestan nei suoi due versanti, il versante occidentale ( Russia) e il lato orientale (Cina).

Tuttavia, il progetto TIP potrebbe essere vanificato, da un lato, dal maggiore coinvolgimento della Cina nella guerra siriana e, dall’altro, dalla possibile modifica della precedente relazione strategica tra la Turchia e gli Stati Uniti, due ex soci della guerra fredda, ora in conflitto.
Secondo il discorso del predicatore di Abu Zir Azzam, la mobilitazione verso la Siria è stata congelata. Il Partito islamista del Turkestan (PIT) si prepara a lanciare la Jihad contro i buddisti. I jihadisti uiguri in Siria rimarranno sul posto fino a quando la loro missione non sarà completata, ma le nuove reclute verranno inviate su altri fronti.

Nel giugno 2017, la Turchia e gli Stati Uniti, i padrini occulti PIT, hanno incoraggiato questo orientamento con il pretesto di preservare i combattenti di questa formazione per assegnarli ad altri teatri di operazioni contro gli avversari degli Stati Uniti coagulatisi all’interno dei BRICS (Cina e Russia), polo di protesta per l’egemonia americana nel mondo.

2- La duplicità della Turchia: verso una zona turca in Siria sul modello di Cipro del Nord?

Ansioso di preservare i suoi allievi, “Hayat Al Tahrir Cham”, già Jabhat Un Nosra sotto filiale di Al Qaeda, in particolare gli uiguri del partito islamista del Turkestan, strattonati d’altronde tra alleanze conflittuali, il neoislamista Recep Tayyip Erdogan -Membro del gruppo di Astana (Russia, Iran, Turchia), allo stesso tempo membro della NATO, ha proposto la costruzione di una grande area per ospitare i jihadisti in una zona sotto l’autorità della Turchia per procedere alla cernita tra i gruppi islamici inclusi nella lista nera del terrorismo jihadista e raggruppate sotto la sigla VSO (opposizione siriana convalidato dal Ovest). Un’operazione in linea di principio per consentire all’esercito turco per separare il bene dal male secondo lo schema della NATO.

In altre parole, per liberare i siriani pentiti e per tenere i combattenti stranieri (ceceni, uiguri) sotto il gomito per introdurli di contrabbando in altri teatri di operazioni.

Approfittando del dispiegamento delle forze Usa nel nord della Siria nel perimetro della base aerea di Manbij, così come nella zona di Idlib, la Turchia ha approfittato di questa fase preliminare dell’offensiva per spostare  i suo sostenitori, per lo più uiguri e al Moharjirine (migranti) sotto “Hayat Tahrir come Ham” tendenza salafita jihadista; il gruppo è stato incluso nella lista nera del terrorismo dalle Nazioni Unite nel 2013.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dato la sua approvazione alla proposta turca al vertice di Sochi del 17 settembre, ansiosa di preservare la nuova alleanza con la Turchia di fronte a una guerra ibrida da parte degli Stati Uniti.

Il bracconaggio della Turchia è la carta principale della Russia nei suoi negoziati con la coalizione occidentale al punto che Mosca sembra così ansiosa di incoraggiare questa sconnessione strategica dell’asse Turchia Stati Uniti, sino a promettere la consegna del sistema balistico SSS 400 per il 2019.
Ankara spera, nel frattempo, conservando la maggior parte della sua forza di interdizione nella zona, con un obiettivo di fondo teso allo sviluppo nella zona di Idlib di un’enclave turca sul modello della Repubblica turca di Cipro. Per fare questo, si prevede di condurre un cambiamento demografico nella zona in modo da formare una sorta di barriera umana con cittadini siriani sotto la sfera d’influenza dei Fratelli Musulmani considerati come de facto sotto la propria autorità. In questa zona l’ambizione era di concentrare un terreno fertile jihadista da poter gestire secondo le esigenze della propria strategia.
Il DMZ concesso temporaneamente in Turchia si estende su una fascia ampia oltre 15 km lungo il confine siriano-turco nella zona di Idlib, che copre l’area di dispiegamento delle forze curde sostenute dagli Stati Uniti.

Con la disposizione di Sochi, la Russia ha voluto dare tempo per testare le reali intenzioni della Turchia tra cui il modus operandi che utilizza per eliminare, se non almeno neutralizzare “Hayat Al Tahrir Cham”, in conformità con le raccomandazioni dell’ONU che considera “terrorista” il franchise di Al Qaida in Siria.

Manna per la Turchia, la decapitazione del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita a Istanbul, 2 ottobre 2018, ha permesso ad Ankara l’avvio della campagna mediatica metodica contro l’Arabia Saudita per assicurare il ritiro di Riyadh dalla gestione del dossier siriano e chiedere, allo stesso tempo, l’inclusione dei jihadisti protetti nella commissione di redazione della futura costituzione siriana dalla quale erano stati precedentemente esclusi.

Il presidente Erdogan ha fatto della guerra in Siria una questione personale, che lo costringe a una certa rigidità sotto pena di sconfessione, non riuscendo a raggiungere un duplice obiettivo: la garanzia di interessi turchi in progetti di ricostruzione in Siria e soprattutto la neutralizzazione politica e militare dei curdi siriani, i protetti degli alleati americani. Una quadratura di un cerchio in modo vizioso che porta la Turchia ad esercitare un ampio strappo al punto di rottura … .. fino al punto di smembramento.

Sulla duplicità della Turchia nella guerra siriana, vedi questi collegamenti:

3- Terminologia marxista come vestizione legale al punto di svolta

L’abito ideologico della svolta del PIT è stato tratto dalla terminologia marxista. Al termine di un dibattito interno di diversi mesi, gli avvocati di questa formazione hanno deciso di dare una dimensione globale alla loro lotta privilegiando il nemico vicino (Cina) a quello lontano (Siria).
La concorrenza giurisprudenziale è stata stabilita tra i prescrittori rivali Abdel Rahman Al Chami, vicino a Jabhat An Nosra, la frangia siriana di Al Qaida e Abdel Halim Al Zarkaoui, vicino a Daech.

– Il discorso mobilitante di Azzam Abu Zir
Il predicatore ha fatto un’irruzione politica sostenuta da un discorso militante in onda in occasione del Festival Fitr nel mese di giugno 2018, mettendo in evidenza la “ingiustizia” subita dal Turkestan nei suoi due versanti , il versante occidentale (Russia) e il versante orientale (Cina). Facendo appello al boicottaggio commerciale della Cina, ha elencato gli abusi storici subiti dagli uiguri cinesi, citando lo “stupro di musulmano” e “l’obbligo di mangiare carne di maiale.”

“Il partito islamico del Turkestan si sta preparando per la Jihad contro i buddisti”, questo link per gli arabi

3- La guerra siriana, il rivelatore del PIT

Se la guerra siriana ha elevato Hezbollah al rango di stratega e spinto la formazione sciita al ruolo di interlocutore diretto del comando militare russo, allo stesso tempo ha rivelato il Partito islamico del Turkestan, come parte del campo jihadista nel campo di battaglia della Siria settentrionale, al confine con la Turchia.

La battaglia per la conquista di Aleppo, nel dicembre 2016, ha così conferito a Hezbollah il ruolo di stratega statuale piuttosto che semplice esecutore della strategia iraniana, un attore maggiore militare contro Israele e la Siria. Anticipando le risposte jihadiste, non esitando a condurre battaglie di strada, la pulizia degli edifici più pulito, Hezbollah ha avuto la consacrazione dei suoi piani di battaglia condotti per otto anni in Siria  nelle accademie militari russo. Un successo ottenuto a costo di pesanti sacrifici.

Il rovescio della medaglia. Diversi leader della formazione, tra cui Moustapha Badredddine, il capo dell’ala militare di Hezbollah, Jihad Mughniyeh, il figlio del fondatore del l’ala militare di Hezbollah, Imad Mughniyeh, Samir Kintar, ex doyen di prigionieri politici arabi in Israele hanno perso la vita in Siria. Nel campo avverso il comandante Abu Omar Saraqeb che ha guidato la più grande coalizione di ribelli e jihadisti in Siria, responsabile della conquista di Jisr Al Shughour, anche, è morto nel teatro delle operazioni come pure Omar Al Shishani, il comandante jihadista del Fronte Nord.

4- Rafforzamento della presenza militare russa e l’importante svolta strategica della Cina nel Mediterraneo

Dal suo intervento militare diretto a sostegno del presidente siriano Bashar Al Assad, la Russia ha aumentato significativamente la sua presenza in Siria, dove ora ha due basi; la base aerea di Hemeimine, a sud-est della città di Lattaquieh e l’importante base navale di Tartous.

Rompendo il monopolio delle aree detenute dalla NATO nella zona dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, il sistema di difesa russo include missili da crociera, batterie dei missili S.400 TRIUMPH, con base a Hemeimine, il cui raggio di  azione copre l’intero Mediterraneo orientale (Siria, Turchia, Cipro, Libano Israele), garantendo la protezione di fatto non solo dello spazio aereo della Siria, ma anche della zona di schieramento di Hezbollah nel Libano meridionale.

Allo stesso tempo, la Cina ha stabilito due punti di ancoraggio nel Mediterraneo; Tartous (Siria) e Cherchell (Algeria); una svolta strategica importante del Regno di Mezzo in quest’area dall’inizio dei tempi.

5 – Cina: la Siria, un ricettacolo per il terrorismo globale

Il fermento Jihadista-Uighur in Siria e in paesi lontani dalla Cina ha indotto Pechino, nel marzo 2018, a schierare con discrezione truppe in Siria con il motivo ufficiale di tutoraggio di reparti dell’esercito siriano fornendo loro supporto logistico e medico.
Pechino ha giustificato questo atteggiamento proattivo con la sua connessione ideologica con il potere baathista a causa della sua natura secolare, così come con la presenza nel nord della Siria di un grande contingente di combattenti uighuri.

In tal modo, la Cina mira a fronteggiare i jihadisti Uighur, che vuole neutralizzare dal loro possibile ritorno in Cina, a conferma quindi dei legami tra separatisti islamici nelle Filippine e nel Mayanmar e i gruppi islamici che operano in Siria, come dimostra l’arresto di agenti dello Stato islamico (Daesh) in Malesia nel marzo 2018, a Singapore nel giugno 2018.

La fase di graduale inserimento della Cina nel teatro siriano, dove ha già ottenuto impianti navali nel campo di applicazione della base navale russa di Tartus mira consolidare la sua posizione tra i tre maggiori investitori e finanziatori della ricostruzione in Siria assieme a Russia e Iran.

Oltre a Tartous, la Cina ha costruito la sua prima base navale all’estero in Gibuti nel 2017. Adiacente al porto Doraleh e alla zona libera di Gibuti – costruito dalla Cina-tale base dovrebbe ospitare inizialmente 400 uomini. Ma, secondo diverse fonti, sono circa 10.000 gli uomini che potrebbero stabilirsi lì entro il 2026, quando l’esercito cinese trasformerà questo enclave in un avamposto militare della Cina in Africa.

In seguito all’inaugurazione della base navale cinese a Gibuti, una nave portacontainer gigante ha scaricato materiale per i progetti di ricostruzione siriani il 17 agosto nel porto di Tripoli (Nord Libano).

Con una lunghezza di 300 metri, per una larghezza di 40 metri, la nave portacontainer “Nerval”, appartenente alla società francese CGM-CMA, ha scaricato migliaia di contenitori di materiali dalla Cina e dall’Indonesia, per essere trasportati lungo la rotta verso la Siria.

In sovrapposizione, la Cina ha partecipato alle manovre navali russe al largo del Mediterraneo all’inizio di settembre, le più importanti manovre della flotta russa nella storia navale mondiale. Ha inviato truppe in Siria, per la prima volta nella sua storia nel marzo 2018, per sostenere le forze del governo siriano durante la conquista di Idbib, tra l’altro decrittando le comunicazioni tra i jihadisti uighur al fine di neutralizzarle.

Per quanto riguarda la Cina, la Siria funge da ricettacolo del terrorismo globale, anche per l’interno cinese. Ansioso di alleviare lo sforzo russo e sostenere lo sforzo bellico siriano, la Cina ha concesso un aiuto militare da 7 miliardi di dollari alla Siria le cui forze combattono nella battaglia di Aleppo, i jihadisti uiguri (musulmani di lingua turca nella Cina nord-occidentale), dove circa 5.000 famiglie, quasi quindicimila persone, si trovano ad est di Aleppo.

6- La problematica uigura

L’uso degli uiguri da parte degli americani risponde al loro desiderio di avere una leva contro Pechino, in quanto “la Cina e gli Stati Uniti sono impegnati, a lungo termine, lungo una rotta di collisione.

I precedenti storici indicano che una potenza in ascesa e un potente in declino sono vocati principalmente a confronto “, dice l’ex primo ministro francese Dominique de Villepin, soprattutto in un momento in cui la fase diplomatica internazionale è in fase di transizione verso un mondo post-occidentale. L’obiettivo di fondo è quello di contrastare l’implementazione della “2a strada della seta”.

Musulmani turcofoni, gli Uighur vivono nella provincia di Xinjiang nel lontano occidente della Cina, al confine con otto paesi (Mongolia, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Afghanistan, Tagikistan, Pakistan e India). Molti uiguri hanno combattuto in Siria sotto la bandiera del Turkistan Islamic Party (Sharqi Turkestan), alias Xinjiang, una lotta armata separatista il cui obiettivo è la creazione di uno “Stato islamico Uighur” nello Xinjiang.

I combattenti uyghur sono stati assistiti dai servizi di intelligence turchi per il loro trasferimento in Siria attraverso la Turchia. Questo ha generato tensioni tra i servizi intelligence turchi e cinesi di intelligence con la Cina preoccupata per il ruolo dei turchi nel sostenere i combattenti uiguri in Siria e per il supporto che potrebbero fornire per i prossimi combattimenti nello Xinjiang.

La comunità uigura in Turchia conta 20.000 membri, alcuni dei quali lavorano per l’Associazione di solidarietà e istruzione del Turkestan orientale, che fornisce aiuti umanitari ai siriani e viene osservata dalla Cina. Un video dell’IPO di gennaio 2017 afferma che la sua brigata siriana ha combattuto con il fronte di al-Nusra nel 2013 nelle province di Raqqa, Hassakeh e Aleppo.
Nel mese di giugno 2014, il gruppo jihadista ha formalizzato la propria presenza in Siria: la sua brigata sul posto, guidata da Abu al-Ridha Turkestani, un interlocutore arabo, probabilmente un siriano, ha sostenuto un attacco suicida a Urumqi nel maggio 2014 e un attacco VBIED in Piazza Tiananmen nell’ottobre 2013.

Il gruppo ha giurato fedeltà al mullah Omar dei talebani. Ventidue uiguri sono stati detenuti a Guantanamo Bay e rilasciati per mancanza di prove. Seguendo l’esempio di Emirato islamico del Caucaso, il cui ramo siriano operava sotto Jaysh Muhaajireen Wal-Ansar, il PIT ha creato la sua propria filiale in Siria, che opera in collaborazione con Jabhat Un Nosra tra le province di Idlib e Latakia.

7 – L’ambiente jihadista dell’India e il suo passaggio verso Israele.

La distruzione dei Buddha di Bamiyan da parte dei Talebani nel marzo 2001, sei mesi prima del raid dell’11 settembre contro i simboli della superpotenza americana, era un innesco che porta l’India ad abbandonare la sua tradizionale politica di amicizia con il Paesi arabi, in particolare l’Egitto, suo principale partner nel Movimento dei non allineati, per avvicinarsi a Israele.

L’ambiente jihadista in India ha anche portato i suoi leader ad avvicinarsi agli Stati Uniti in un contesto segnato dalla scomparsa del partner sovietico, insieme ad un aumento della cooperazione sino-pakistana che ha portato al trasferimento di tecnologia nucleare a Islamabad e il lancio di un programma nucleare pakistano con sussidi sauditi.

La nuova alleanza con Stati Uniti e Israele è stata suggellata sulla base di una convergenza di interessi e un approccio sostanzialmente simile di paesi che si presentano come democrazie che condividono la stessa visione del mondo plurale, avendo lo stesso nemico comune, “Islam radicale”.
Il riavvicinamento ad Israele ha determinato una normalizzazione delle relazioni israelo-indiano nel 1992 materializzato nella prima visita di un leader israeliano a New Delhi nel 2003, nella persona del primo ministro Ariel Sharon, anno dell’invasione americana dell’Iraq.

La terza potenza regionale con Cina e Giappone, l’India è in una posizione ambivalente nel mantenere stretti legami con le superpotenze per mantenersi nelle prime fila della leadership mondiale, senza allentare i suoi legami. con il Terzo Mondo, di cui è stata a lungo uno dei leader. La sua presenza nei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) risponde a questa logica.

Gli Uiguri, dalla memoria degli osservatori, non sono mai morti per la Palestina. Ma molti sono stati contro la Siria, seguendo una deviazione settaria dalla loro ideologia.

Agli occhi degli strateghi del Pentagono, la strumentalizzazione dell’irredentismo uighur dovrebbe avere lo stesso effetto destabilizzante sulla Cina del jihadismo ceceno sulla Russia di Putin. Ma un possibile aumento del Partito islamico del Turkestan potrebbe avviare una redistribuzione delle carte; le principali vittime potrebbero essere gli stessi jihadisti uiguri, come gli islamisti in Siria.

A voler servire troppo come “carne di cannone” di mercenari in combattimenti decisi da sponsor motivati esclusivamente dalla ragion di stato, il destino degli ausiliari è inevitabilmente segnato: tacchino ripieno di un gigantesco inganno.

8 La defezione di tre paesi musulmani alleati dell’Occidente

Di fronte a una tale configurazione, il Pakistan, pyrotecnico vigile del fuoco del jihadismo globale per decenni sembrava avviare una drastica revisione delle sue alleanze, rinunciando al suo precedente ruolo di guardia del corpo della dinastia wahhabita per un ruolo più gratificante di partner della Cina, potenza planetaria in via di realizzazione, attraverso il progetto OBOR. Due altri paesi musulmani, una volta alleati dell’Occidente, hanno seguito le sue orme: Malesia e, probabilmente, nel medio termine, la Turchia colpita da sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti.

Se l’ipotesi del movimento jihadista antibuddhista dovesse materializzarsi, essa potrebbe avviare una gigantesca  tettonica a placche sino a suggellare un’alleanza de facto tra la Cina e l’India, i due stati continenti di Asia, non musulmani, per sconfiggere l’idra islamista che si aggira intorno a loro.

Fonte: Madaniya, René Naba , 03-12-2018

LA PIATTAFORMA DEI “GILET GIALLI”, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto la piattaforma rivendicativa, tradotta in italiano, del movimento dei “gilets jaunes”. Il manifesto ha tutte le caratteristiche di una sommatoria corrispondente al fondersi progressivo di istanze e movimenti diversi e giustapposti. Parlare di movimento spontaneo, però, appare un ennesimo cedimento all’inguaribile e sterile romanticismo politico. Gli impulsi dal basso sembrano, anzi sono senz’altro prorompenti e incontenibili; sono alla ricerca di una guida. L’impressione è che siano raccolti dall’iniziativa promossa da gruppi esterni all’establishment francese, sia di governo che di opposizione; al di fuori quindi del loro controllo e della loro percezione, ma che sono in via di coordinamento.Se riusciranno ad avere addentellati importanti all’interno degli apparati di sicurezza e ad accompagnare un percorso per il momento parallelo al dibattito che sta investendo, piuttosto che il Front National, la componente repubblicana dello schieramento politico, colpita duramente, anche giudizialmente, durante le primarie presidenziali di tre anni fa, ma non sgominata, potranno conquistarsi un futuro duraturo. Il pericolo di “golpe”, ventilato dal Governo di Macron, è senz’altro strumentale e pretestuoso, serve a giustificare eventuali atti di forza del nostro Iupiter a rischio di spodestamento; rivela però implicitamente l’esistenza di un movimento carsico che sta cercando la via per emergere. La proposta di nomina del Generale De Villiers, inviso a Macron, a capo del governo, apparentemente astrusa dal contesto “spontaneo” del movimento, vale forse più di mille congetture complottistiche. 

Nota a margine_ Dovesse all’attuale Governo Conte mancare la capacità, il coraggio e la determinazione per condurre in prima persona il confronto e lo scontro con la Commissione Europea e con i centri politici nazionali europei che la sostengono, abbia esso almeno l’accortezza di prendere tempo. Che siano magari gli altri, nella fattispecie aggiunta i francesi, a toglierci una parte delle castagne dal fuoco, pur con tutti i pegni che saremmo costretti a pagare in futuro in forme diverse dalle attuali_Giuseppe Germinario

ANCORA UNA NOTA_PRIMA CHE IL GALLO CANTI. di Pierluigi Fagan https://www.facebook.com/pierluigi.fagan?__tn__=%2CdC-R-R&eid=ARBMM9e7oV9qkI1KWBvzeBq-lZZ8Gy80s0DQo9D7wYTAR6sHHflqVSo70egs1TkwmK0XHDbecNppaDT1&hc_ref=ARRuj9ryOiA7Z1iXNNXNAaMldbz8f9sAEt1Ltb-btEZnaZhW6E5Zj9LKUubugXEf3yc&fref=nf Una volta tanto un commento ex ante. Sono tutti in attesa di vedere come si svolgerà il saturday bloody saturday francese. Vorrei introdurre una variabile d’analisi prima che accadano i fatti. Il filmato di ieri su gli studenti a Mantes-la-Jolie inginocchiati e con le mani in testa, è figlio di un eccesso repressivo poliziesco spontaneo o non spontaneo? Davvero ci sono responsabili delle forze dell’ordine che hanno trovato normale mettere ragazzi in ginocchio e poi farli filmare col clima che si respira nel Paese? C’è forse qualcuno in Francia che ha interesse a che oggi succeda l’ira-di-dio? C’è forse qualcuno che ha avuto interesse a far circolare voci su “tentativi di colpo di stato”, poliziotti uccisi, assalti da rivolta ottocentesca? Macron ha parecchi nemici, sociali e politici e non si può escludere che nelle forze armate ci sia qualcuno che ha interesse ad esacerbare la situazione? E’ un confine precario quello tra spontaneità ed eterodirezione, ne sappiamo ben qualcosa noi in Italia se pensiamo a gli anni ’70. Vedremo …

LE BALLE SUI “GILET GIALLI”, a cura di Giorgio Ballario https://www.facebook.com/giorgio.ballario/posts/10218026905052107

Questa è la piattaforma rivendicativa del composito movimento dei “gilets jaunes”. Una protesta dilagante che i mezzi d’informazione italiani continuano a presentare come una generica “protesta contro il rincaro di carburanti”.
Eppure, leggendo i punti del documento, si vede che c’è molto di più. Moltissimo. Poi si può essere d’accordo o no, pensare che gran parte di queste rivendicazioni siano antistoriche o poco attuabili, ma bollare il fenomeno come semplice rivolta contro il caro-carburante è estremamente miope. O forse sarebbe meglio dire colpevolmente miope?

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• Eliminazione del crescente fenomeno dei senzatetto con una lotta senza quartiere alla povertà.

• Più progressività nelle imposte sul reddito, vale a dire più scaglioni.

• SMIC (il salario minimo francese) a 1.300 euro netti.

• Promuovere le piccole imprese nei villaggi e nei centri urbani. Fermare la costruzione di grandi aree commerciali intorno alle principali città che uccidono le piccole imprese. Più parcheggi gratuiti nei centri urbani.

• Ampio piano di isolamento termico delle abitazioni per promuovere interventi ecologici facendo al contempo risparmiare le famiglie.

• Tasse: che i grandi (MacDonald, Google, Amazon, Carrefour, ecc.) paghino TANTO e i piccoli (artigiani, piccole imprese) poco.

• Lo stesso sistema di sicurezza sociale per tutti (compresi gli artigiani e le partite IVA). Fine della RSI (piano sociale per i lavoratori indipendenti).

• Il sistema pensionistico deve rimanere solidale e quindi socializzato. Nessun pensionamento a punti (In Francia è stata introdotta una riforma del sistema pensionistico che prevede il calcolo in base a un sistema di punti. Ogni anno l’importo dei contributi versati in relazione ad uno stipendio o ad un reddito di riferimento viene convertito in punti, a seconda del valore di acquisto unitario del punto applicabile all’esercizio in questione).

• Fine dell’aumento delle tasse sul carburante.

• Nessuna pensione inferiore a 1.200 euro.

• Qualsiasi rappresentante eletto avrà diritto al salario medio. Le spese di trasporto saranno monitorate e rimborsate se giustificate. Diritto al buono per il ristorante e ai chèque-vacances (simili ai ticket usati da noi come retribuzioni.

• I salari di tutti i francesi, nonché delle pensioni e delle indennità devono essere indicizzati all’inflazione (tipo la nostra vecchia scala mobile).

• Proteggere l’industria francese: proibire le delocalizzazioni. Proteggere il nostro settore industriale vuol dire proteggere il nostro know-how e il nostro lavoro.

• Fine del lavoro distaccato. È anormale che una persona che lavora in territorio francese non benefici dello stesso stipendio e degli stessi diritti. Chiunque sia autorizzato a lavorare in territorio francese deve essere alla pari con un cittadino francese e il suo datore di lavoro deve contribuire allo stesso livello di un datore di lavoro francese.

• Per la sicurezza del lavoro: limitare ulteriormente il numero di contratti a tempo determinato per le grandi aziende. Vogliamo più CDI (contratti a tempo indeterminato).

• Fine del CICE (Credito d’imposta per la competitività e l’occupazione). Usare questi soldi per il lancio di un’industria automobilistica francese a idrogeno (che è veramente rispettosa dell’ambiente, a differenza della macchina elettrica).

• Fine della politica di austerità. Smettiamo di rimborsare gli interessi sul debito dichiarati illegittimi e iniziamo a rimborsare il debito senza prendere i soldi dai poveri e dai meno poveri, ma perseguendo gli $80 miliardi di evasione fiscale.

• Affrontare le cause della migrazione forzata.

• I richiedenti asilo siano trattati bene. Dobbiamo loro alloggio, sicurezza, cibo e istruzione per i minori. Collaborare con l’ONU affinché i campi di accoglienza siano aperti in molti Paesi del mondo, in attesa dell’esito della domanda di asilo.

• Che i richiedenti asilo respinti siano rinviati al loro Paese di origine.

• Che sia implementata una vera politica di integrazione. Vivere in Francia significa diventare francese (corso di francese, corso di storia francese e corso di educazione civica con certificazione alla fine del corso).

• Salario massimo fissato a 15.000 euro.

• Creare lavoro per i disoccupati.

• Aumento dei fondi per i disabili.

• Limitazione degli affitti. Alloggi in affitto a costi più moderati (soprattutto per studenti e lavoratori precari).

• Divieto di vendere le proprietà appartenenti alla Francia (dighe, aeroporti, ecc.)

• Mezzi adeguati concessi al sistema giudiziario, alla polizia, alla gendarmeria e all’esercito. Che gli straordinari delle forze dell’ordine siano pagati o recuperati.

• Tutto il denaro guadagnato dai pedaggi autostradali sarà utilizzato per la manutenzione di autostrade e strade in Francia e per la sicurezza stradale.

• Poiché il prezzo del gas e dell’elettricità è aumentato in seguito alle privatizzazioni, vogliamo che siano nuovamente nazionalizzati e che i prezzi scendano in modo significativo.

• Cessazione immediata della chiusura di piccole linee di trasporto, uffici postali, scuole e degli asili nido.

• Pensare al benessere dei nostri anziani. Divieto di fare soldi sugli anziani. L’era dell’oro grigio è finita. Inizia l’era del benessere grigio.

• Massimo 25 studenti per classe dalla scuola materna alla dodicesima classe.

• Risorse adeguate destinate alla psichiatria.

• Il referendum popolare deve entrare nella Costituzione. Creare un sito leggibile ed efficace, sotto la supervisione di un organismo di controllo indipendente in cui le persone possano presentare una proposta di legge. Se questo disegno di legge ottiene 700.000 firme, questo disegno di legge dovrà essere discusso, completato e modificato dall’Assemblea Nazionale, che avrà l’obbligo (un anno dopo il giorno in cui sono state ottenute le 700.000 firme) di inviarlo al voto di tutti i francesi.

• Ritorno a un termine di 7 anni per il Presidente della Repubblica. L’elezione dei deputati a due anni dall’elezione del Presidente della Repubblica ha permesso di inviare un
segnale positivo o negativo al Presidente della Repubblica sulla sua politica. Ha aiutato a far sentire la voce della gente.

• Pensionamento a 60 anni e per tutti coloro che hanno lavorato usando il fisico (muratore o macellaio per esempio) diritto alla pensione a 55 anni.

• Un bambino di 6 anni non si mantiene solo, continuazione del sistema di aiuto PAJEMPLOI (servizio sociale dedicato all’infanzia attualmente valido fino ai 6 anni di età) fino a quando il bambino ha 10 anni.

• Promuovere il trasporto di merci su rotaia.

• Nessuna prelievo alla fonte.

• Fine delle indennità presidenziali per la vita.

• Vietare ai commercianti di pagare una tassa quando i loro clienti usano la carta di credito. Tassa sull’olio combustibile marino e sul cherosene.

[Il documento originale si trova a questo link dell’Huffington Post francese: https://www.huffingtonpost.fr/…/les-gilets-jaunes-publien…/…]

Due o tre cose delle quali sono abbastanza sicuro a proposito di “giubbotti gialli”, traduzione a cura di Giuseppe Germinario

Due o tre cose delle quali sono abbastanza sicuro a proposito di “giubbotti gialli”

Fonte: The Parisian, Laurent Mucchielli , 04-12-2018

Diversamente dalla maggior parte dei commentatori che possono essere ascoltati quotidianamente sui media, è difficile per un ricercatore parlare di un argomento che non ha esaminato. L’indagine sulle scienze sociali non ha molto a che fare con i report televisivi che possono essere visti o rivisti in pochi clic su Internet, o con il resoconto riportato qui e là dai giornalisti e che non non può assumere rappresentatività a livello nazionale, o anche a livello locale.

Piuttosto che precipitarsi ad affibbiare presunte parole sapienti su cose sconosciute, o fornire eventuali interpretazioni tutt’altro che adeguate sulle interpretazioni degli autori piuttosto che sulla realtà che sostengono di illuminare, vogliamo qui condividere solo alcune lezioni apprese dall’esperienza di un sociologo nel passato recente, lavorando su varie forme di violenza sociale e politica (incluse le rivolte), nonché sulle strategie di sicurezza (incluse le forze dell’ordine) schierate contro di loro dalle autorità pubbliche.

Rimuovi la fascinazione-ribellione-repulsione per la violenza

“Violenza” non è una categoria di analisi, né un insieme omogeneo di comportamenti. È una categoria morale. La violenza è ciò che non è buono. Pertanto, comprendiamo che lo spettacolo della violenza produce effetti di sorprendente fascinazione-repulsione che impediscono il ragionamento. In effetti, le analisi che sono generalmente sviluppate partendo da lì sono, in realtà, banali, quindi prive di interesse.

Che alcune persone siano capaci di comportamenti violenti è banale. Siamo tutti in grado di farlo in determinate circostanze. E in questo caso, le circostanze sono soddisfatte. Sono queste circostanze e non la violenza che deve essere analizzata.

Che nelle grandi manifestazioni a Parigi dei due ultimi sabati si sono infiltrati piccoli gruppi intenzionati a saldare i conti con lo Stato (i “teppisti” ) o a trarre altro vantaggio da questo disturbo alle loro tasche (saccheggiatori) è banale. Succede quasi sempre (ricordo che la legge “anti-devastatori” risale al 1970). E rimane marginale – senza offesa per coloro che vorrebbero distinguere i “buoni dimostranti” (tradurre: i bravi ragazzi) dai “cattivi manifestanti” (traducete: i cattivi). Questa divisione manichea è infantile.

In questi tipi di eventi, le circostanze sono decisive e tale manifestante altrimenti “buon padre” può trovarsi in stato di fermo per aver gettato un sanpietrino su CRS quando non era venuto a protestare per far questo Questa è la prima volta nella sua vita che gli è successo (vedi gli articoli sui profili molto diversi delle persone presentate ai tribunali di Parigi e nelle province ). Da qui l’importanza delle strategie  di polizia che saranno discusse alla fine di questo testo.

Questa concentrazione di discorso politico e giornalistico (con alcune notevoli eccezioni) sulla “violenza” è quindi un ostacolo – volontario o involontario – all’analisi della situazione. Questo è il modo per delegittimare i manifestanti a livello globale. La situazione è un classico. Lo abbiamo visto in innumerevoli occasioni in passato con le rivolte nei sobborghi. Ed è un po la stessa cosa che accade qui, con la differenza principale che i rivoltosi vengono a sfidare il potere nei bellissimi quartieri della capitale piuttosto che autodistruggersi nel loro angolo.

Iperpoliticizzazione, una prima trappola che impedisce il pensiero

Il successo del movimento dei giubbotti gialli può solo suscitare la bramosia nel mondo della competizione politica ed elettorale. Tutti questi tentativi di recuperare la rabbia espressa sono facilmente identificabili e devono essere scartati. È ovvio che la rabbia è spontanea, che è contestuale alle denunce dell’aumento del prezzo dei carburanti messe in rete e propagate nei social network da persone che non hanno, in nessun momento, agito in nome di un qualsiasi movimento politico o persino di qualsiasi ideologia.

Per le stesse ragioni, è necessario scartare i discorsi di coloro che traggono profitto da questi tentativi di recupero politico per mettere in cattiva luce il movimento. Del tipo: “i gilet gialli sono infiltrati dall’estrema destra” (o dall’estrema sinistra). Questo movimento è un movimento popolare, nel senso delle classi popolari e delle piccole classi medie che costituiscono la maggioranza della popolazione.

Che alcune delle persone che compongono i giubbotti gialli abbiano votato per Marine Le Pen o Jean-Luc Mélenchon nelle ultime elezioni presidenziali è incidentale. I più precari di loro si sono, inoltre, probabilmente piuttosto astenuti. Ricordiamo, infatti, che l’ astensione nel secondo turno nel 2017 , ha raggiunto una media del 25% – che era senza precedenti nella V °Repubblica (così come il numero di schede bianche e nulle) – ha raggiunto il 32% tra i lavoratori, il 34% tra le persone che guadagnano meno di 1 250 euro al mese e il 35% tra i disoccupati.

Seconda trappola da evitare: depoliticizzazione

Dopo la iperpoliticizzazione, la depoliticizzazione. È indubbiamente una variante dello stesso disprezzo della classe (almeno della stessa distanza sociale) che fa dire ad alcuni commentatori che i giubbotti gialli non hanno, al contrario, nessuna coscienza politica e non riescono nient’altro da dire che “L’essenza è diventata troppo costosa” (vedi in questo senso il primo studio del contenuto elettronico dei siti gialli di magliette ).

Tali giudizi, da un lato, sottovalutano l’importanza di questi cambiamenti di prezzo nella vita quotidiana di alcuni dei nostri concittadini, nonché l’importanza per loro della automobile sia per lavorare nei giorni feriali sia per camminare con la famiglia nei fine settimana. D’altra parte, ignorano l’interesse per la cosa politica che abita la maggior parte dei nostri concittadini, anche se non sempre hanno le facilitazioni linguistiche o la sicurezza necessaria per parlare davanti a una telecamera o parlare ad un incontro pubblico.

sondaggi di opinione indicano regolarmente che il problema non è la mancanza di idee politiche dei nostri concittadini, ma il crescente divario – se non l’abisso – tra le idee di competizione elettorale e il risultato politico del governo, dando alla maggioranza di questi stessi cittadini l’impressione che i politici li prendano in giro e che la democrazia non funzioni.

Il fatto che i commentatori del dibattito pubblico – eletti, giornalisti di riviste, editorialisti, “esperti” – siano quasi tutti parigini non è insignificante. Aiuta a spiegare la sottovalutazione del ruolo generale e del budget dell’auto di cui abbiamo appena parlato. Ma probabilmente spiega anche la sottovalutazione del sostegno ricevuto dal movimento dei giubbotti gialli nella popolazione. I sondaggi sono certamente chiari su questo argomento, ma il risultato di un sondaggio rimane un’informazione in sé astratta.

Per chi guida ogni giorno e, naturalmente, soffre di tutti gli ingorghi causati dalle occupazioni delle rotatorie, l’ampio supporto per i giubbotti gialli è una prova concreta che si percepisce (suonando il clacson) e si osserva (per la presenza di un giubbotto giallo posto dietro il parabrezza delle macchine, i richiami del faro e il saluto della mano dato dagli automobilisti al passaggio delle barriere). Di nuovo, come nelle rivolte , se solo una minoranza agisce, la maggioranza le approva in modo più passivo. E questa approvazione gioca un ruolo molto importante nel senso di legittimità morale sentita da chi agisce.

Prendi sul serio i cittadini, rimetti l’evento nelle strutture

La rabbia dei giubbotti gialli deve quindi essere presa sul serio. E questa non dovrebbe sorprendere. Fa parte di un’evoluzione che è sia economica (il declino o la stagnazione del potere d’acquisto) che sociale (l’allargamento delle disuguaglianze, le difficoltà degli alloggi, l’accesso all’università, la scomparsa di servizi pubblici di prossimità …), territoriali (lo smantellamento reale o presunto degli abitanti delle periferie, il peri-urbano e il rurale) e politico.

Quest’ultima (l’evoluzione politica) è duplice perché nello stesso tempo consiste nel crescente discredito delle élite (sia politiche che giornalistiche del resto) che nella crisi dell’offerta politica che ha portato, nel 2017, ad un parossismo tale che forse non abbiamo pensato abbastanza alle conseguenze.

Che Emmanuel Macron sia stato eletto di default o da una combinazione di circostanze è la prova che la sua messa in scena di un presidenzialismo esacerbato lo rende solo più grottesco e fastidioso. Ma, di passaggio, le formazioni politiche classiche di sinistra e di destra sembrano essersi affondate durevolmente e con esse parte della loro unione e dei loro collegamenti associativi. Quindi la distanza è massima tra, da un lato un potere politico percepito come appropriazione delle istituzioni da parte di una piccola élite parigina di tecnocrati e rentiers del mondo economico e finanziario e dall’altro un “popolo” o una “base” colta più che mai senza organismi intermedi e senza mediazione con questo potere politico.

Il disordine dei funzionari locali eletti – che si esprime in particolare nelle loro conferenze annuali – è in questo senso rivelatore e inquietante. È passato troppo lontano e inosservato o è stato troppo rapidamente ridotto a semplici problemi fiscali. Che un sindaco su due dichiari di essere esaurito e non intenda correre di nuovo nelle prossime elezioni municipali, nel 2020, è un fatto che può essere preso anche come segnale di allarme.

Per placare la rabbia piuttosto che esacerbarla

In un tale contesto, le cose sembrano meno cercare di calmare la rabbia piuttosto che esacerbarla. E da questo punto di vista, anche se le informazioni che possono essere raccolte su questo argomento sono parziali, due cose sembrano ancora abbastanza chiare.

Il primo è che il potere politico farebbe bene a dare alle proprie forze di polizia la stessa strategia di istruzioni di chiara moderazione e de-escalation  data alle forze locali, polizia e gendarmeria attraverso prefetture. Il contrasto è infatti sorprendente tra inerzia o la relativa benevolenza della polizia e gendarmi sulle rotatorie delle nostre città e dei villaggi, da un lato, e quello che è successo negli ultimi due sabati a Parigi.

Comprendiamoci bene: che la situazione sia particolarmente complicata per la polizia di Parigi è ovvia. Hanno poche informazioni a monte, devono gestire moltitudini di piccoli e diversi gruppi in parte imprevedibili, intervenire sulle zone occidentali di Parigi che non sono i soliti luoghi delle manifestazioni; giustamente temono l’infiltrazione di “picchiatori” e saccheggiatori … Ma è la risposta giusta sparare per primi?

Molti rapporti di giubbotti gialli riportano che lo scorso sabato a Parigi sono stati attaccati con gas lacrimogeni dagli ufficiali di polizia nelle prime ore del mattino, anche quando andavano tranquillamente ai punti di raccolta autorizzati dalla prefettura di polizia. Questo si chiama provocazione. E il risultato è necessariamente rendere questi manifestanti ancora più arrabbiati, per non dire in preda alla rabbia.

Qual è la strategia? Tenersi a distanza o la provocazione? La conduzione o la trappola? Controllo o carica? Vorremmo sapere, piuttosto che ascoltare semplicemente i giornalisti, trasmettere la fatica e la sofferenza (comprensibile) della polizia. Come al solito, conosciamo il numero di feriti tra la polizia, ma ci concentriamo molto meno su quello dei manifestanti (che non hanno un sindacato che possa elencare esaustivamente).

Eppure il numero di granate sparate è apparentemente inedito ( 14.000 in un giorno secondo AFP ), e notare che il CRS e gendarmi continuano a fare ampio uso di armi da fuoco Flash-ball e altri lanciatori di proiettili di gomma la cui pericolosità e, in definitiva inutilità sono riconosciuti non solo da parte degli scienziati, ma anche – per molti anni – dal Difensore dei diritti (il quale ha chiaramente chiesto di porre fine al loro impiego in tutti gli eventi ) e persino dall’Ispettorato generale della polizia nazionale (IGPN, nella sua relazione del 2015 ).

Sabato 1 ° dicembre è possibile che, travolti il precedente Sabato, CRS e gendarmi abbiano voluto invece dare una dimostrazione di forza. Se tale direttiva fosse stata data politicamente, sarebbe un errore. E se tale direttiva non fosse stata data politicamente, allora ci si chiede chi è a capo della polizia?

Infine, una seconda cosa sembra abbastanza chiara; il potere politico non deve aspettarsi (speranza?) un peggioramento della situazione per fare l’unica cosa che porterà pace e permettergli di riprendere in mano la situazione e preparare in seguito più serenamente la transizione ecologica essenziale (che è, purtroppo, più di due mesi quasi): dare ragione evidente ai giubbotti gialli sulle loro richieste immediate sul potere d’acquisto.

L’assenza di interlocutori organizzati non può essere una scusa e l’annuncio di future consultazioni non può che essere inudibile. Emmanuel Macron ha consapevolmente personalizzato il suo potere; è forse il momento per lui di assumerlo fino alla fine facendo un vero mea culpa sulla sua politica economica e sociale.

Fonte: The Parisian, Laurent Mucchielli , 04-12-2018

IL NEMICO PRINCIPALE, di Teodoro Klitsche de la Grange

Un saggio, già pubblicato sul periodico “Rinascita” nel 2012, un po’ datato nei riferimenti, attuale negli argomenti_Giuseppe Germinario

IL NEMICO PRINCIPALE

In Italia si vota tra qualche mese, e l’ “antipolitica” la fa da padrona; prodotti dell’antipolitica sarebbero (sono?) Monti, Grillo, Di Pietro e molte altre figure secondarie. Un’affollata compagnia in cui regna il disaccordo su cosa sia l’antipolitica e cosa proponga. Se ne fa, per connotarla, talvolta una questione di stile (sobrietà, loden) talaltra di ricambio di classe politica, altra di “moralità”, o si riecheggia Saint-Simon e la sua utopia tecnocratico-economicista.

D’altra parte, per i partiti “tradizionali” (quelli che sarebbero – o farebbero parte – della politica) si profila, per definire la propria posizione, il ricorso ai consueti argomenti (non disdegnati neppure da alcune fazioni “antipolitiche”): da un lato opporsi al comunismo (defunto – per fortuna tranquillamente – da più di vent’anni), dall’altro al berlusconismo, combattere il quale sarebbe scelta di civiltà (ma anche di bon ton). Si fa anche riferimento a temi che, sia pur d’importanza fondamentale, non si definiscono per contrapposizione.

È evidente che tali posizioni sono accomunate dal distacco dai problemi concreti e reali in questo momento storico, e dall’evidente incapacità o non volontà di comprenderli chiedendo, intorno a qualche idola (o pregiudizio condiviso) un consenso del tutto inidoneo, poi, a risolvere la crisi che attanaglia l’Italia e l’Europa.

Se la politica è, in primo luogo, scelta tra l’amico e il nemico, la “politicità” dev’essere valutata in quanto porta (e consegue) a questa scelta: in un mondo dove tutti gli uomini fossero amici, solidali, ispirati da reciproci sentimenti fraterni la politica non avrebbe senso[1].

Anzi come scrive Schmitt la politica trova i suoi momenti più intesi laddove è visto, con chiara determinazione, il nemico e, di converso, quelli più pericolosi (o inutili) quando questi non è percepito (vuoi perché non “visto”, vuoi per rifiuto di ammetterne l’esistenza e così via)[2].

Occorre che si tratti tuttavia, del nemico reale (e non di un nemico immaginario o secondario) e non prendere (indicare) come nemico colui che non lo è nella concreta situazione storica.

Orbene considerare come nemico reale (cioè principale ed attuale) il comunismo, a vent’anni dall’implosione del medesimo, è fare archeologia politica. Né il collasso (avvenuto pacificamente senza nessuno che morisse per difenderlo) né le vicende successive (quante “restaurazioni” di regimi comunisti abbiamo visto in questo ventennio?) ne fanno un nemico credibile[3]. È un nemico ascrivibile alle situazioni e nelle contrapposizioni politiche del “secolo breve” e non sopravvive a queste.

Dall’altra neanche Berlusconi (e il berlusconismo) possono costituire un nemico reale, non appena si consideri la situazione concreta. Di fronte ad una crisi che coinvolge tutta l’eurozona (soprattutto, ma anche tutto il mondo occidentale), addossarne le responsabilità al cavaliere, che anzi ne è stato una “vittima”, essendo uno dei quattro leaders politici europei “detronizzati” dall’inizio (e in conseguenza) della crisi, è comicità involontaria. Se Berlusconi avesse, con la propria opera (anche con i propri errori) il potere di far tremare l’economia occidentale, sarebbe prossimo a conseguire l’onnipotenza. Ma ciò, checché ne pensino i suoi avversari (e lo stesso interessato) non è.

Quindi non può essere nemico né principale, né attuale. Quanto agli altri attori: Monti ha parlato una o due volte di “guerra”, relativamente alla crisi dell’eurozona, senza indicare il nemico, cioè l’elemento più importante. Grillo, nella varietà delle esternazioni, è orientato a ritenere nemica la classe politica e forse l’intera classe dirigente;: anche qua, anche se qualche ragione il comico ce l’ha, vale il discorso fatto per Berlusconi: non è credibile che, per quanto la si possa considerare modesta e pusilla, abbia la responsabilità di tanto sconquasso. Di Pietro muove guerra (a parole) al soggetto politico mediaticamente più esposto: dato il calo dell’ “effetto Berlusconi” indirizza il grosso delle esternazioni contro Monti e Napolitano, anch’essi nemici improbabili (perché non principali, anche se attuali).

La realtà è che fare politica, ancor più in un momento di crisi, e non indicare  cause, conflitti e i soggetti (tra cui il nemico), è, come cennato, inutile: una lunga ammuina, una sceneggiata in cui l’oggetto reale del contendere sono posizioni di (ormai) sottopotere: se (il potere, ed) il conflitto reale non è individuato (e quindi non è combattuto) chi governa come “testa di legno” o gauleiter del (realmente) potente è comunque uno strumento di questo, il collaboratore/esecutore della potestas indirecta (fin quando non si voglia appalesare directa). La situazione è nuova; nella contrapposizione che ha dominato dopo la fine del secondo conflitto mondiale, le posizioni erano chiare, e attraversavano il confine degli Stati,  com’era evidente nei regimi di democrazia liberale e pluripartitica (e occultato invece in quelli di socialismo reale): alla competizione planetaria tra due superpotenze, con ideologie contrapposte, corrispondeva un antagonismo interno tra partiti e organizzazioni sociali che si richiamavano, peraltro in modo palese, all’una o all’altra superpotenza. Il nemico (il capitalista, il comunista) era insieme interno ed esterno.

Ma se, come ora, il “nemico”, peraltro da identificare, appare come (ed esercitante un) potere supernazionale, asseritamene non politico, non ideologico (nel senso che tale termine aveva fino a qualche decennio orsono), e neppure “strutturato” (organizzato in istituzioni tra loro collegate, fino alla dipendenza), il tutto rende da un lato difficile identificare il nemico; ancor più, dall’altro, i rapporti tra questi e le forze politiche (e “non politiche” come poteri forti e così via) interne.

L’unica affermazione che si può fare  con alto grado di probabilità è che il nemico è globale, cioè è “internazionale” “superstatale”, e così tendenzialmente (anche perché la dimensione nazionale costituisce  una piccola frazione di quella globale) esterno. Non solo perché l’incidenza del capitale italiano nella finanza è una (piccola) frazione del totale, ma anche perché anche questa è sostanzialmente svincolata dal potere “interno” esercitato dallo Stato, normalmente, su basi, rapporti, attività di carattere, oggetto e regolazioni totalmente diverse, inapplicabili in tutto o in parte alla finanza globale[4].

Alle difficoltà di applicazione di misure, pensate per l’ “economia reale”, cioè che ha a che fare con res, si aggiunge quella di identificare il nemico, e quella di “classificare” le azioni intraprese dai poteri finanziari globali secondo l’attività umana alla quale devono ricondursi.

Come già scritto altrove[5], anche se l’intenzione della speculazione internazionale (e della grande maggioranza degli speculatori) è quella, ovvia, di far soldi, gli effetti sono stati sicuramente (in gran parte) politici. Sono cambiati quattro governi dell’eurozona (Grecia, Italia, Spagna, Francia); è modificato (si sta modificando) il  modo di esistenza delle popolazioni europee, in ordine al reddito, alle chances di vita, alle abitudini, e anche alle regole (principi e/o consuetudini giacché non  prescritte nella costituzione formale) della forma politica, in particolare in Italia[6].

D’altra parte neppure il fine di arricchirsi è carattere peculiare e “proprio” dell’attività economica giacché da sempre è uno degli scopi ed effetti della politica e del dominio politico (prede, tributi, riparazioni, confische a carico dei governati o dei nemici vinti)[7].

Ne consegue che l’effetto esclusivamente o principalmente economico non esclude che si tratti di nemico (politico) e non di concorrente (economico). È comunque opportuno chiarire chi e come possa identificarsi (e considerarsi) nemico.

  1. Secondo Hegel il nemico è la “differenza etica”[8]. A considerare in termini più moderni (e conseguenti all’egemonia delle ideologie negli ultimi due secoli) ciò significa che il nemico si caratterizza non tanto per la diversità di nazionalità, di religione, di interessi economici, quanto per la diversa visione ideologica, cioè sull’ordinamento futuro delle comunità umane. La differenza etica, secondo una terminologia corrente (anche in ambito giudiziario) si definisce in una differente “tavola di valori” fondamentali: da un lato libertà, individualismo, separazione dei poteri (e quanto ne consegue). Dall’altro eguaglianza, collettivismo, proprietà collettiva (e quindi concentrazione dei poteri). Altre varianti: Dio, patria, famiglia; o razza, spazio vitale, popolo superiore.

Come Max Weber ha chiarito tra i “valori” c’è lotta senza quartiere: valorizzare significa insieme svalorizzare[9].

L’effetto polemogeno della valorizzazione è stato quanto mai chiaro nel secolo scorso, ideologico per eccellenza, quindi portato a vedere i conflitti (esterni e anche interni alle unità politiche) come risultato di differenti “visioni del mondo” e conseguenti “tavole di valori”. Il tutto poneva in secondo piano che, in primo luogo, il nemico è colui che attenta alla mia esistenza (politica e, spesso, anche fisica) e alla mia indipendenza: e che i motivi delle guerre spesso – anzi quasi sempre nella storia – hanno avuto nulla (o poco) a che fare con le “tavole dei valori”. È il pericolo minacciato all’esistenza indipendente che determina la scelta del nemico reale, e non la contiguità o la distanza ideologica. Un convinto anticomunista come Churchill si alleò con Stalin contro Hitler, perché dall’altra parte della Manica stazionavano le Panzerdivisionen, mentre quelle sovietiche stavano, tranquille, ad oriente della Vistola. Ciò non toglie, che quando queste, all’esito del secondo conflitto mondiale, avanzarono fino all’Elba, Churchill identificasse nuovamente nel comunismo sovietico il nemico reale[10].

L’enfasi sulle “tavole di valori” ha portato a trascurare come la primaria esigenza di ogni sintesi (unità) politica, sia conservare la propria esistenza, capacità d’azione e protezione (dei cittadini). Di fronte a ciò differenze etiche, “tavole di valori” e rispetto delle norme sono relative: la massima romana, universalmente valida “salus rei publicae supremo lex”, va coordinata al detto “primum vivere, deinde philosophari”. Come aveva colto Max Scheler[11].

Scrive Miglio – seguendo in ciò quanto già intuiva Eschilo nelle Eumenidi – che l’esistenza del nemico è essenziale all’unità politica, al punto che “là dove il nemico non c’è, lo si inventa, lo si va a cercare. Dove il nemico poi c’è, ma non ha nessuna voglia di minacciarci, lo si immagina in modo minaccioso”[12].

Per cui c’è l’errore speculare a quello che qui stigmatizziamo: quando il nemico reale non c’è, si costruisce un nemico immaginario[13]. Cioè inesistente (o non animato da intenzione ostile). Errore capitale, al pari dell’inverso. Come sostiene Eric Werner[14] “Affinché il nemico svolga il suo ruolo di cemento, sono dunque necessarie due cose: da una parte che esista oggettivamente, ma dall’altra parte che sia anche effettivamente riconosciuto e designato come tale. E questa seconda condizione, per essere soddisfatta, ne suppone a sua volta un’altra. Bisogna che la collettività accetti di guardare in faccia la realtà, senza lasciarsi indurre in errore da discorsi seducenti”. In un caso non c’è il nemico, nell’altro non lo si riconosce. A tutto profitto del medesimo. Se la guerra è un camaleonte, come pensava Clausewitz, tale può essere anche il nemico[15]: una delle qualità dell’animaletto è la mimetizzazione, che consente di non essere percepito, quindi da un lato non essere vulnerabile, dall’altro di poter compiere atti ostili a proprio comodo.

  1. La crisi – ormai quasi secolare – del sistema Westfaliano è particolarmente acuta in relazione a chi possa essere (legittimamente) nemico. Se Rousseau poteva scrivere che la guerra è una relazione tra due Stati sovrani, nel dopoguerra seguito al secondo conflitto mondiale, la maggior parte delle guerre (circa tre quarti) sono state combattute da soggetti (o con soggetti) che non sono Stati ma partiti rivoluzionari, movimenti guerriglieri, talvolta tribù. Tuttavia ai combattenti irregolari era garantito dal diritto internazionale un trattamento, che li assimilava agli eserciti regolari. Con ciò viene depotenziata, quasi annichilita la massima del diritto romano che “sono nemici (hostes) coloro che ci hanno – o cui abbiamo – pubblicamente dichiarato guerra: gli altri sono briganti o pirati”[16].

Se il nemico non è più lo Stato (e non è più pubblico, in quanto soggetto ordinato, con organi e rappresentanti), ma può essere privato, la guerra cosa diventa?

  1. La guerra è pubblica, se non nel senso soggettivo, sicuramente in quello oggettivo, ovvero di confronto tra parti perché l’una sia costretto a compiere la volontà (e l’interesse) dell’altra; e il tutto al fine di modificare i rapporti di potere e di dominio che, già da Tucidide, sono considerati una delle “costanti” della politica. E così cambi di governi, mutamenti del modo di esistenza, aumento delle imposte onde remunerare gli interessi sul debito pubblico.

Un tempo si chiamavano tributi, indennità, riparazioni, danni di guerra, oggi spread. Se, come appare dalle notizie di stampa, le varie “manovre” economiche (prima di Tremonti, poi di Monti) ci sono costate circa 200 miliardi di euro (anche se “spalmati” in più anni) abbiamo anche l’importo (per ora) del “tributo”. Non è il caso di ripetere quanto già scritto[17] sulla guerra contemporanea, in epoca di pacifismo imperante, da due colonnelli cinesi (riprendendo le concezioni dell’antico pensiero strategico cinese e indù) nel noto volume “La guerra senza limiti”: e cioè che per la guerra non è necessario (sempre) ricorrere alla violenza: basta un embargo, impedimenti al transito di beni e servizi, manovre coordinate di borsa, attacchi informatici, e così via. D’altra parte l’uso di mezzi economici per piegare la volontà del nemico non è neppure una scoperta moderna (pur essendo stata spesso praticata nella modernità).

La situazione creatasi negli ultimi due anni, in particolare in Europa, rientra appieno nelle pratiche di guerra economica, come negli effetti politici della guerra.

  1. A questo punto, tornando al punto di partenza, è il caso di chiedersi se l’antipolitica non trovi il proprio brodo di cultura nell’assenza di guida politica. Se infatti la politica, nel nocciolo duro e nei momenti decisivi, è riconoscimento e indicazione del nemico, che senso ha una guida politica che non lo indichi e non prenda le decisioni conseguenti?

A leggere i discorsi, che nelle emergenze, sono stati pronunciati dai capi politici, si ritrova sempre l’indicazione del nemico. Dall’orazione di Calgaco prima della battaglia con Agricola, a quella di Cromwell contro la Spagna, dal Churchill delle “lacrime, sudore e sangue” all’appello di De Gaulle del 18 giugno 1940.

Certo sono tutti discorsi pronunciati in situazioni estreme, e questa non è, neppure lontanamente, paragonabile a quelle. Ciò non toglie che non vi sia il bisogno di trovarsi in circostanze drammatiche per riconoscere il nemico e prendere le misure opportune per contrastarne gli “atti ostili non violenti”, in cui consiste questo tipo di conflitto. Ma se il riconoscimento non viene fatto, non è dato neppure prendere quelle; non resta che far buon viso a cattivo gioco, riversando sui cittadini il costo emergente, come se si trattasse di un terremoto.

In tal caso, se la guida politica non indica il nemico, non prende le misure necessarie a risolvere il (determinato) conflitto, con quell’(individuato) nemico, vuol dire che non è una “guida” politica, ma tutt’al più un governo dimezzato, ridotto alla sua funzione di comando interno.

In fondo, se si considera la storia, le sintesi politiche dipendenti da altre sono state in primo luogo private del potere di riconoscere (designare) il nemico: questo a partire dalle città federate romane fino ai protettorati coloniali dei secoli passati.

In tali condizioni, con una (classe) politica che non svolge il proprio ruolo, è naturale che vi sia un rifiuto della politica. Ma non è dato intendere quanto ciò sia rifiuto della classe (politica) e quanto della politica in se, dovuto all’effetto affabulatorio delle (varie) ideologia antipolitiche, a cominciare dal marxismo (della società comunista realizzata) alle utopie tecnocratiche-economiciste, alle ipotesi di fine della storia.

  1. Se si va a votare in queste condizioni, ci si sorprende non perché l’astensionismo cresca, ma perché cresce troppo poco. Dare i suffragi a frazioni di classe politica (e aspiranti tali) che considerano solo nemici interni (quando è evidente che attori e fattori della crisi sono soprattutto esterni), appare – innanzitutto – inutile. Come parteggiare per dei duellanti che non si contendono la guida di un paese, ma come spartirsene le spoglie e accollare i costi (sotto la supervisione del vincitore).

Tuttavia per ripartire le spese di una guerra perduta, bastano degli amministratori; per lottare dei capi politici. La gente, forse inconsapevolmente, l’ha capito. E si comporta di conseguenza: che un voto dato non vale una scampagnata persa.

Teodoro Klitsche de la Grange

[1] V. Carl Schmitt Der Begriff des politischen, trad. it. ne Le categorie del politico, Bologna 1972, p. 143 ss.

[2] v. Schmitt “Pensiero politico ed istinto politico si misurano perciò, sul piano teoretico come su quello pratico, in base alla capacità di distinguere amico e nemico. I punti più alti della grande politica sono anche i momenti in cui il nemico viene visto, con concreta chiarezza, come nemico… dovunque nella storia politica, di politica estera come di politica interna, l’incapacità o la non volontà di compiere questa distinzione appare come sintomo della fine politica” op. cit. p. 154-155.

[3] Il che non significa che non vi sia (e non vi sarà) una “sinistra”, dato che l’esistenza di forze politiche riconducibili al di essa concetto è una costante  storica; né che sia opportuno conservare istituti e norme di un’epoca (e di una visione del mondo, di una situazione politica) tramontata.

[4] Dovrebbero far oggetto di un’autonoma riflessione, a tale proposito, quelle considerazioni nel pensiero politico e giuridico degli ultimi due secoli che legano i caratteri dello Stato e del diritto “classico” alla terra, al territorio (e quindi al “confine”, che delimita il diritto applicabile). A cominciare dalle affermazioni di Louis de Bonald, che sottolineava come il capitale commerciale non avesse limiti al proprio accrescimento, a differenza della proprietà fondiaria (e feudale): con le relative conseguenze di ordine politico “I grandi patrimoni immobiliari fanno inclinare lo Stato verso l’aristocrazia, ma le grandi ricchezze mobiliari lo portano alla democrazia; e gli arricchiti, divenuti padroni dello stato, comprano il potere a buon mercato da coloro cui vendono assai cari zucchero e caffè”. Observations sur l’ouvrage de M.me la Baronne de Staël, trad. It. La Costituzione come esistenza, Roma 1985, p. 44; di M. Hauriou che ritiene il diritto e l’ordine vigente legato all’età sedentaria dell’umanità v. Precis de droit consitutionnel, p. 41 ss. e  che sia detto incidentalmente, scriveva che “le organizzazioni della società reale (positive) sono tutte disorganizzate dal denaro” e portava ad esempio l’impero romano, il basso medioevo e l’organizzazione  capitalista (a lui) contemporanea (v. La science sociale traditionnelle in Écrits sociologiques, Paris 2010, pp. 239-241); di Hegel nei paragrafi  245-248 dei Grundlinien; di Carl Schmitt che vi è tornato sopra più volte, elaborando la dicotomia terra-mare, determinante diversi tipi di esistenza, e quindi di diritto di guerra. Occorre considerare quanto questo apparato istituzionale (e concettuale) sia adatto a “proteggere” (ossia a difendere, governare e regolare) attività umane che sono esattamente l’opposto del “sedentario” del “territoriale” del “delimitato”. Un diritto elaborato per società sedentarie è – quanto meno – depotenziato dal carattere immateriale della finanza globalizzata. Su questo è interessante leggere gli interrogativi che si è posto G. Tremonti in Uscita di sicurezza (Milano 2012, in particolare pp. 20 ss.).

[5] Ci si permetta di richiamare quanto da me scritto in “Nemico, ostilità e guerra” pubblicato elettronicamente sul sito del Cestudec; su stampa in Cile su Ciudad de los Cesares n. 96; e in Francia su Catholica n. 116, pp. 63 ss., cui rinviamo.

[6] Ci si riferisce al carattere tecnico del governo Monti, il cui primo connotato è di essere tale in negativo, nel senso che i componenti dell’esecutivo non sono politici (di professione o di vocazione o d’ambedue).

Ma un governo tecnico nel senso cennato, contraddice a due principi dello Stato e della democrazia moderni: che l’apparato burocratico abbia al proprio vertice personale politico (Max Weber); e questo sia tale per “carriera” (il cursus honorum “normale” del politico, cioè l’elezione o la nomina in organi designati dal corpo elettorale, come assemblee regionali o degli enti locali, e non per aver passato un concorso pubblico). E che l’organo così composto sia riferibile alla volontà del corpo elettorale. Che è il carattere (anche) della repubblica parlamentare, cioè della forma di governo vigente. Nel caso del governo Monti a collegarla alla lettera della Costituzione (ed al carattere democratico) è solo il voto parlamentare di fiducia, dato che non risulta che alcuno dei componenti l’esecutivo sia stato mai eletto, neppure in un consiglio di quartiere.

[7] V. sul punto G. Miglio Lezioni di scienza della politica, vol. II, Bologna 2012, in particolare pp. 320 ss. (ma il tema dell’ “appropriazione” e della “rendita” politica è trattato in più punti dell’opera citata).

[8] Hegel scrive: “Quella differenza nel suo manifestarsi è la determinatezza, e questa è posta come qualcosa che va negato. Ma questo qualcosa da negare dev’essere essi stesso una totalità vivente […]. Una differenza siffatta è il nemico; e la differenza, posta in relazione, sussiste nel contempo come il proprio contrario, come il contrario dell’essere degli opposti, come il nulla del nemico, e questo nulla equivalente da entrambi i lati è il pericolo della lotta. Questo nemico può essere, per l’elemento etico, soltanto un nemico del popolo ed esso stesso un popolo. Presentandosi qui la singolarità, è per il popolo che il singolo si espone al pericolo della morte” trad. it. in Il dominio della politica, a cura di Nicolao Merker, Roma 1997, p. 174.

[9] V. sul punto anche Carl Schmitt in Die Tirannie der Werthe.

[10] Sul nemico reale v. le pagine di Carl Schmitt in Teorie des partisanen, trad. it. Milano 1981, pp. 68 ss.

[11] Il quale sosteneva, in Politica e morale (trad. it. Brescia 2011) “La politica ha a che fare, in primo luogo, con i valori vitali della collettività: non con la «felicità del maggior numero», né con i valori spirituali. Esistenza vitale e libertà vengono prima di tutto il resto”; per cui la “politica non è in alcun modo subordinata alla «legge morale»: l’agire morale è essenzialmente differente dall’agire politico, anche nel singolo. L’agire politico e quello morale, e il diritto, tuttavia sono subordinati all’ordine oggettivo dei valori (assiologia)” e proseguiva “La politica non può mai essere vincolata a «norme» (corrispondenti all’ordine dei valori). Le norme si modificano, mentre l’ordine dei valori resta fisso”. In effetti anche l’ordine dei valori si modifica, anche se molto più lentamente delle norme. Ad esempio dell’Unità d’Italia a considerare le “tavole di valori” deducibili dalle costituzioni (formali e materiali) ne abbiamo avute almeno tre, corrispondenti ai regimi liberale, fascista e repubblicano.

[12] Op. cit., p. 248; v. (tra i tanti) sul punto E Werner L’anteguerra civile, Roma, 2004, pp. 72 ss..

[13] Occorre considerare che in molte lingue indoeuropee il nemico è linguisticamente il non-amico (cioè il non appartenente alla “comunità” politica, potenzialmente ostile); v. A.A.V.V. Amicus (inimicus) hostis, Milano 1992 in particolare il saggio di A. Vitale p. 87 ss.

[14] Op. loc. cit.

[15] In effetti Clausewitz chiama camaleonte la guerra perché “in ogni momento modifica la sua natura” (v. Vom Kriege trad. it. Milano 1970, p. 40). Il nemico lo fa con l’aspetto; la guerra cambia di natura.

[16] D 118, 50, 16.

[17] V. nota 5.

Trattato del Mar Caspio.Verso il cuore dell’Asia e del Mondo, intervista ad Antonio de Martini

Lo scorso agosto i paesi rivieraschi hanno sottoscritto un trattato che regola le controversie secolari sulla delimitazione e l’uso delle acque di quell’enorme specchio d’acqua. Un capolavoro diplomatico in particolare della dirigenza russa agevolato dall’esito della guerra civile in Siria, dalle difficoltà di protrazione dell’intervento militare americano in Afghanistan e, di conseguenza, dall’emersione di ambizioni più autonome di politica estera in Turchia, Iran e Pakistan. Un atto passato in sordina nella stampa europea, non ostante le grandi potenzialità che potrebbe offrire a numerosi paesi europei di una propria collocazione più indipendente. Il segno di un incurabile provincialismo che purtroppo affligge le nostre classi dirigenti. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

meglio Callicle, di Teodoro Klitsche de la Grange

Seguendo le sollecitazioni di alcuni lettori si ripropone qui sotto un saggio di Teodoro Klitsche de La Grange già apparso sul sito ma con una veste grafica poco adatta alla lettura_ Giuseppe Germinario

MEGLIO CALLICLE

 C’è molto da meditare, ancora oggi, in  particolare  per chi si occupi  di  studi politici e giuridici, sull’alternativa, nel Gorgia, tra le contrapposte tesi di  Socrate  e Callicle. Com’è noto, Socrate – il quale inizia, sul punto, a discutere con Polo – sostiene che è moralmente preferibile subire un torto piuttosto di farlo. Callicle (e  Polo)  al contrario, ritengono che subirlo non sia degno di un uomo libero. A ben vedere le opposte soluzioni conseguono dai diversi presupposti (e contesti) da cui partono  i contraddittori, in certo modo confusi dall’abilità dialettica di Socrate. Infatti questi, procedendo da un’impostazione morale, considera l’azione in se, avulsa dalle conseguenze che dalla stessa possono derivare, e dal contesto in cui si producono gli  effetti. Trattandosi  però di violazioni anche di  nomoi il campo in cui va a incidere il giudizio etico di Socrate non è quello, individuale, della coscienza, ma l’assetto giuridico e politico della comunità. In sostanza traspone le norme etiche in un contesto ad esse non proprio. Callicle – che pure contrappone natura e legge, o meglio leggi di natura e leggi positive – si tiene fermo al campo politico (e giuridico). La sua tesi è che non “da vero uomo, ma da schiavo, è subire ingiustizie senza essere capaci di ricambiare, e meglio è morire che vivere se, maltrattati ed offesi, non si è capaci  di  aiutare se stessi e chi ci sta a cuore” (1). E ciò per legge di natura “la stessa natura chiaramente rileva esser giusto che il migliore prevalga sul peggiore, il più capace sul meno capace. Che davvero sia così, che tale sia il criterio del giusto, che il più forte comandi e prevalga sul più debole, ovunque la natura  lo mostra, tra  gli animali e tra  gli  uomini, nei complessi  cittadini e nelle famiglie” (2). Callicle cioè  si  attiene, nelle  sue argomentazioni, alla  “realtà effettuale”, al contrario di Socrate: le argomentazioni del primo derivano dalla descrizione e valutazione dei fatti (dall’essere); quelle del secondo sono prescrittive, partono dal dover essere. Peraltro Callicle, come notato (3), non trascura mai le “costanti” della politica: in particolare la relazione di comando e obbedienza, col corollario della classe politica, ovvero dei meno che governano sui più che sono governati. Socrate invece prescinde dal rapporto politico, al punto che gli esempi addotti a  conforto  delle  sue tesi sono tutti estranei  a questo. E Callicle lo nota, osservando “tu non hai in bocca che calzolai, cardatori, cuochi, medici; come se il nostro discorso avesse per argomento tale gente!” E chiarisce: “In primo luogo quando parlo dei più forti, non intendo calzolai o cuochi, ma quelle persone la cui intelligenza è volta agli affari dello Stato, che sanno come si debba amministrare la cosa pubblica, e che sono non intelligenti solamente, ma anche uomini di coraggio, capaci di portare a termine quello che pensano e che non indietreggiano nel loro compito per debolezza d’animo” (4). In definitiva (sintetizzando) per Callicle il  problema  va risolto tenendo conto dell’essenza del potere  (politico):  che non può  sopportare  ingiustizie (almeno non le può subire spesso), pena il  suo stesso venir meno come garante e  produttore dell’ordine. Invece Socrate conclude sostenendo  che compito  del politico  è di fare degli ottimi cittadini: cioè, sostanzialmente, di  occuparsi  del  loro  perfezionamento civico e morale (5). Per analizzare la posizione di Callicle, più interessante sul piano della “realtà effettuale” occorre non solo esaminarla nel contesto proprio, ma ponendosi in angoli visuali diversi: cioè a seconda che la massima si indirizzi ai governanti o ai governati, e se il campo ne sia, specificamente, la politica o il diritto. 2. Che la posizione di Socrate fosse, dì fatto, incongrua  a reggere e conservare la comunità e quella di Callicle sia stata – anche se  in parte – ritenuta valida a tale fine, risulta dalle riflessioni dell’etica cristiana. Secondo  la quale commettere torto è assai peggio che subirlo – anzi subirlo significa guadagnarsi un posto in Paradiso; tuttavia i teologi hanno temperato tale (nobile) posizione etica discriminando tra il dovere del cristiano (governato) e quello dell’uomo di governo cristiano. Lutero, in particolare, ha scritto pagine illuminanti, distinguendo tra la tutela del proprio interesse e di quello degli altri. Quand’è leso il proprio interesse  I  fedele  deve subire dei torti: per quello degli altri è. parimenti, dovere del cristiano non permettere che torti si commettano e, comunque, che questi debbano essere sanzionati. Scrive Lutero “Se tu non hai bisogno che il tuo nemico sia punito, il tuo vicino che è debole, ne ha necessità e devi venirgli in aiuto perché abbia  la pace e il suo nemico sia represso. E ciò non può verificarsi  se potere e autorità non sono onorati e rispettati.  Cristo  non  dice “Non  devi  servire l’autorità né essere sottomesso ma Non devi resistere al male” (6). Da cui consegue che “facendolo ti porrai interamente a disposizione di una funzione e di un’attività al servizio del prossimo, che non sono utili a te, né al tuo bene o al tuo  onore, ma  servono  solo  agli altri, e, espletandola non con l’idea di vendicarti o restituire male al male, ma per il bene del prossimo e per assicurare la difesa e la pace degli altri” (7) e prosegue “quando si tratta del prossimo e del di esso interesse, agisci secondo amore cristiano e non tollerare che gli sia fatta alcuna ingiustizia” (8). In particolare all’autorità  compete di  mantenere l’ordine  e il diritto, perché istituita da Dio in vista di tale fine. “Se il potere e la spada sono un servizio divino, come ho provato sopra, tutto ciò che è necessario al potere per impiegare la forza, dev’essere anch’esso un servizio divino. Occorre che ci sia qualcuno per catturare i delinquenti, accusarli, punirli e metterli a morte, e per proteggere, discolpare, difendere e salvare gli uomini virtuosi”(9). Poco dissimile è la concezione di Calvino. Questi ritiene i magistrati “vicari di Dio”, “servitori della giustizia”; rifiutando la posizione degli anabattisti, ritiene che il loro ruolo è necessario e niente affatto contrario alla vocazione del critiano ed alla religione cristiana. Riguardo alla pena di morte, scrive: “Il est vrai que la Loi de Dieu défend d’occire; au contraire aussi, afin que les homicides ne demeurent impunis, le souverain Législateur met le glaive en la main de ses ministres, pour en user contre les homicides. Certes, il n’appartient pas aux fidèles d’affliger ni faire nuisance; mais aussi ce n’est pas faire nuisance, ni affliger, que de venger par le commandement de Dieu les afflictions des bons” per cui “C’est pourquoi, si les princes et autres supérieurs connaisent qu’il n’y a rien de plus agréable à Dieu que leur obéissance, s’ils veulent plaire à Dieu en piété, justice et intégrité, qu’ils s’emploient à la correction et punition des pervers” (10). Ne consegue che la massima morale valida per il cristiano, di porgere l’altra guancia, non vale per il governante, anche cristiano, il quale operando per l’interesse dei governati non deve subire né, soprattutto, tollerare che i governati subiscano torti. Sosteneva Troeltsch che da tale concezione protestante deriva l’alto senso del dovere che ha ispirato la burocrazia professionale tedesca (11); è sicuro comunque che, determina anche sul piano etico una netta distinzione, secondo la funzione, nei doveri e nel comportamento del cristiano. A conclusioni non molto diverse si arriva leggendo i teologi della controriforma. Scriveva S. Roberto Bellarmino, polemizzando in particolare con gli anabattisti, che le leggi “non servirebbero a nulla, se non ci dovesse essere alcuna sentenza; ma come si è già provato, non si devono togliere le leggi: dunque nemmeno le sentenze” (12). Quindi esercitare la giustizia e rivolgersi al giudice  per la riparazione  del torto è lecito, anzi in  certi casi doveroso, perchè concorre a reprimere chi potrebbe commettere altre ingiustizie; e quanto all’autorità temporale, ed alla pena di morte è “compito  di un buon principe, al quale è affidata la protezione del bene comune, impedire  che le parti corrompano  il  tutto, per il quale esistono; di conseguenza se non può conservare integre tutte le parti, deve piuttosto recidere una parte che lasciar perire il bene comune; come i contadini recidono  i rami e i tralci che danneggiano la vite o l’albero, e il medico amputa le membra, che potrebbero corrompere il corpo” (13). Passando al diritto internazionale, ed alla  liceità  della  guerra  – nel caso di risposta alle offese – Francisco Suarez afferma ”  bellum defensivum non solum est licitum, sed interdum etiam praeceptum” e ciò per difendere l’esistenza e le ragioni della comunità; ma anche la stessa guerra offensiva può essere giusta e la ragione è” quia tale bellum saepe est reipublicae necessarium ad propulsandas iniurias et coercendos hostes, neque aliter possunt respublicae in pace conservari: Est ergo hoc iure naturae licitum, atque adeo etiam lege evangelica, quae in nulla re derogat iuri naturali, neque habet nova praecepta divina, praeterquam fidei et sacramentorum: Quod enim non vult haec mala, sed permittit, unde non prohibet quin iuste possint propulsari (14). Nel caso che il principe sia trascurato “in vindicanda et defendenda republica” allora può” tota respublica se vindicare, et privare ea auctoritate principem quia semper censetur apud se retinere eam potestatem, si princeps officio suo desit” (15) E tra le giuste ragioni di guerra di un principe cristiano, vi sono le riparazioni di un torto o la difesa degli innocenti (16). Pur sostenendo concezioni, su altre questioni, opposte, sul punto del dovere dell’autorità temporale di proteggere i sudditi, e sulla legittimità della relativa funzione, teologi cattolici e protestanti concordano, con poche sfumature di differenza. Come tutti condannano gli anabattisti, per il loro divieto al cristiano di assumere funzioni pubbliche. La distinzione quindi tra morale “pubblica” e “privata” (e relative “sfere”) è saldamente stabilita. Quel che è vietato al privato è concesso – anzi è dovere – dell’uomo pubblico. Ciò conferma il rapporto dell’etica cristiana con l’ordine: il bene morale è in riferimento all’ordine dell’esistenza e della vita, cui deve conformarsi il comportamento del credente. Ordine che non può sussistere (e durare) senza distinzioni di ruoli, di funzioni, e quindi di comportamenti: la distinzione tra chi comanda e chi obbedisce, tra funzione pubblica e attività privata, tra azioni vietate, premesse o comandate a seconda del ruolo sociale dell’autore, ed in funzione della conservazione della comunità, come essere ordinato. 3.0 Jhering, nel “Kampf um’s recht”, rivoluziona tale impostazione, rendendola più vicina, anche se in un ambito parzialmente diverso, a quella di Callicle. Cioè rende di nuovo universale – rivolto a tutti, governanti e governati – l’imperativo di non subire il torto, anzi ne fa il (principale) fatto fondante l’ordinamento comunitario. Il giurista tedesco prende le mosse dal concetto del Diritto che è un “concetto pratico, cioè dire, un concetto non puramente speculativo, ma tendente ad uno scopo. Se non che ogni concetto di tal natura è per propria essenza dualistico. Nel seno suo accoglie l’opposizione del fine e del mezzo. Parlare semplicemente del fine non basta: occorre indicare al tempo stesso anche il mezzo per giungere al fine” e continua “il mezzo, per vario e multiforme che possa essere all’apparenza, in sostanza riducesi sempre alla lotta contro l’ingiustizia. Il concetto del Diritto inchiude in sé le opposizioni della lotta e della pace: questa come termine finale; quella come mezzo del diritto. Le due cose sono date ugualmente nel concetto del Diritto e dallo stesso inseparabili” (17). Né si può opporre che la lotta, il conflitto sia proprio ciò che il diritto mira ad impedire perché “l’obiezione sarebbe giusta, ove si trattasse della lotta dell’iniquità contro il Diritto. Ma il fatto è che qui si tratta dell’opposto, della lotta del Diritto contro l’ingiustizia. Tolta simile lotta, tolta cioè la resistenza contro la violazione, il Diritto sarebbe ridotto ad una negazione intrinseca di sé. Sino a che il Diritto dev’esser considerato dal lato delle ingiuste aggressioni, che può subire – e ciò accadrà sino a che durerà il mondo

– il Diritto non può esimersi dal lottare. Per la qual cosa la lotta non è un che di straniero al

Diritto. Essa è invece intimamente legata con l’essenza sua: è, in una parola, un momento del suo concetto” (18). Da ciò, prosegue Jhering, deriva che l’essenza  del diritto è  attuazione pratica: “Una regola giuridica, che giammai non fu attuabile, ha perduto  la capacità di esserlo, non può pretendere a cotal nome. Essa è una molla inetta, che non collabora nel meccanismo del Diritto, e che può esser tolta  via, senza  che alcuna alterazione ne segua”. Questo principio s’applica  senza limitazione  di sorta a tutte le parti del Diritto. Ma mentre l’attuazione del  diritto pubblico  e penale  è “assicurata  perché imposta come dovere ai rappresentanti del potere politico; quella invece del diritto privato prende la forma di un diritto delle persone, vale a dire, abbandonato  completamente  alla loro propria iniziativa, alla spontanea attività loro. Nel primo caso l’attuazione del Diritto dipende da ciò, che le autorità e gli ufficiali dello Stato compiono il dover loro; nel secondo invece da ciò, che le persone private faccian valere il loro diritto” (19). Ma se queste non se ne curano, non lottano cioè per realizzare il loro diritto “la regola giuridica rimane allora impotente. Onde può dirsi: la realtà, la forza pratica delle massime del diritto privato apparisce e s’afferma, allorché i diritti concreti vengon fatti valere. E così, mentre questi ricevon da un lato la vita loro dalla legge, fanno d’altro lato la vita della legge. La relazione  del diritto obiettivo o astratto co’ diritti subbiettivi o concreti è pari alla circolazione  del sangue, che parte dal cuore, ma al cuore fa  ritorno” (20).  A chi sostiene  che, tutto sommato, a soffrire le conseguenze di un’azione nel tutelare il  proprio  diritto, è “l’investito del diritto”, Jhering controbatte che “Quando l’arbitrio e la licenza s’attestano temerarii ed audaci di levare il capo, è segno sicuro che quei che eran chiamati a difendere la legge hanno negletto il  dover  loro” (21). E nel diritto privato ciascuno  è, “in  obbligo  di difendere la legge; ciascuno, entro la sua propria sfera, n’è custode ed esecutore”; per cui

“Affermando il diritto suo, nella sfera ristretta, che questo occupa, egli nulladimeno afferma e mantiene il Diritto. Epperò l’interesse e le conseguenze della sua maniera di agire trascendono di molto la persona sua” (22). L’interesse generale, ricollegato al comportamento attivo, non è quello, puramente ideale, della maestà della legge; ma quello reale e pratico, “che lo stabile ordinamento della vita socievole sia assicurato e conservato saldo ed integro” (23). Quando il diritto diventa punto o poco applicato, per indifferenza o pigrizia “La responsabilità di simili condizioni non ricade sulla parte del popolo, che trasgredisce la legge; ma su quella, che non ha il coraggio di farla rimanere inviolata e rispettata. Non bisogna lamentarsi dell’ingiustizia, che tenta usurpare il posto del Diritto; ma bensì del Diritto, che se n’acqueta e contenta. E fra le due massime: non fare alcun torto, e: non soffrire alcun torto, se dovessi scegliere per dare a ciascuna il grado che le spetta secondo la sua importanza pratica, direi, che quella di non sopportare alcun torto è la prima; e l’altra di non farne, la seconda” (24). In ciò Croce ravvedeva non solo un’inoppugnabile ragione pratica, di conservazione dell’ordinata vita sociale, ma anche l’espressione di un “alto concetto” e di un “sentimento morale”. Quello cioè di difendere il proprio diritto anche con sacrificio degli interessi individuali (25). In realtà è chiaro che, come sostenuto da Jhering, una società non può reggersi se il diritto viene totalmente, o largamente disapplicato. Il diritto non è una collezione di “grida” di manzoniana memoria (o, diremmo oggi, di norme – manifesto) ma vive della sua applicazione, di cui è strumento essenziale, anche se non esclusivo, la volontà e la determinazione individuale. Ciò è connaturale all’approccio problematico ed alla cultura del giurista, dato che in alcuni ordinamenti è prescritta addirittura l’abrogazione per desuetudine. Ma anche laddove questa non è prevista, un diritto poco o punto applicato è un diritto inesistente, che ha smarrito la funzione essenziale di formalizzazione dell’ordine e garanzia del medesimo. Di fronte al quale, non può non concordarsi con il giudizio di Jhering. 4.0 Diversa – almeno in parte – appare la questione ad affrontarla sotto l’angolo visuale, che è propriamente quello di Callicle, cioè della politica. Qui il problema consiste nel vedere come l’alternativa si presenta in un campo di rapporti specificamente politici. In primo luogo cioè, come si configuri in un ambito in cui il potere è fattore essenziale, ed è assicurato dal rapporto tra comando e obbedienza; la cui funzione precipua non è tanto la tutela d’interessi individuali, ma dell’esistenza collettiva. Ne consegue che se la teoria di Jhering vale per un individuo, che opera per interessi personali e fa scelte le cui conseguenze ricadono in primo luogo su di se, e solo di riflesso su tutti; qui, di converso, abbiamo decisioni che coinvolgono, immediatamente e direttamente, gli interessi di tutti. Per cui, spesso, subire un torto, per odioso che sia è preferibile a lottare per il proprio diritto, perché il costo della scelta sarebbe insopportabile. Il che è particolarmente chiaro e manifesto nei rapporti internazionali, dove abbiamo visto interi stati cessare d’esistere senza combattere (come gli Stati baltici e la Cecoslovacchia nel 1939), perché la lotta si manifestava impari, anzi

disperata, e molto costosa, sul piano umano prima che economico. E’ possibile tacciare quei governanti d’ “immoralità” o meglio di codardia,  sotto  il  profilo  considerato?  O  non piuttosto, avendo quelli la responsabilità di milioni di uomini, hanno applicato la regola machiavellica, di trarre “miglior partito dal meno malo”, salvando la vita dei concittadini, al prezzo dell’esistenza collettiva? In altri termini ciò che (anche) rende peculiare il problema politico (rispetto alla realtà morale o “giuridica”) è che in politica l’etica è sempre, in misura prevalente, un’etica della responsabilità: bisogna considerare come ogni scelta ricada sugli interessi di milioni di persone. Il che non succede, come chiarito, negli altri casi. Fatta tale premessa, e ponendoci nella prospettiva del governante,  occorre  distinguere  tra  due ipotesi: subire un torto o farlo subire. E’ chiaro come, a tale proposito, occorre appena considerare che il torto sia sofferto sul piano personale. Questo sarebbe irrilevante; tuttavia trattandosi di persone pubbliche, fatti del genere provocano una diminuzione di autorità (di “credibilità” si potrebbe dire), con le conseguenze relative; pertanto da evitare, per quanto possibile. Quando però a subire un’ingiustizia è la comunità o l’istituzione o il gruppo “rappresentato” la regola d’azione non può che essere quella di Callicle; anche se occorre tener conto, come sopra scritto, delle conseguenze e del costo della reazione. Questo, in primo luogo, perchè primaria funzione del potere politico è proteggere  la comunità  e i membri di questa  da ogni offesa  esterna  ed interna. Se la comunità, nel suo insieme, subisce un’ingiustizia, è chiaro che ciò incrina l’efficacia della  protezione,  ovvero  la principale “obbligazione” dei governanti. Il  giudizio, tante volte ripetuto, che gli Stati stanno  tra loro in perenne stato di natura, implica anche questo: che, in linea di principio, non può subirsi il torto. Tant’è che il diritto internazionale conosce  l’istituto  della  rappresaglia,  la quale è, per l’appunto, una reazione (o rimedio) lecito per la riparazione  dell’illecito  patito. Ma, tornando a ragionare sul piano puramente politico, si arriva a conclusioni uguali. La funzione del potere è, infatti, attraverso il monopolio della violenza legittima (nello Stato moderno), di stabilire e garantire l’ordine. Come scriveva Hauriou “ogni potere che voglia durare è obbligato a creare un ordine delle cose e un diritto positivo” (26). La relazione tra questo, l’ordine e il diritto è quindi una costante necessaria dell’esistenza collettiva. Ma il potere può essere tale solo se, concretamente, comanda e viene obbedito. Il dualismo tra potere di fatto e di diritto, nelle situazioni storiche, è destinato a durare poco; perchè, in periodi più lunghi, o il potere di fatto diviene potere di diritto – alla fin fine, perchè obbedito o quello di diritto torna ad esserlo anche di fatto, per la stessa ragione. Ogni situazione di conflitto tra poteri in una comunità, si risolve in tal modo; e il criterio della prevalenza è dato dalla capacità di farsi obbedire, cioè di (creare e) garantire l’ordine. Ad affrontare poi la questione sotto il profilo se il potere politico possa tollerare di far subire ingiustizie ai membri della comunità, la conclusione è ancora più semplice. Questo perchè è quasi nullo il rischio che un torto subito da un privato possa trasformarsi in un casus belli che metta in gioco l’esistenza collettiva. In questi casi tutto si risolve all’interno dell’unità politica.

Orbene se fine del potere è la protezione (o la sicurezza) delle vite e dei beni dei singoli cittadini, è chiaro che far  subire  un torto è un grave, gravissimo “sviamento” da tale  funzione. E’ un “peccato” sotto il profilo dell’etica politica: e ciò non solo per i motivi esposti e sopra citati – da Lutero. Ma perchè, in un’epoca di secolarizzazione, in cui sono stati recisi i legami tra cielo e terra, la prima ragione di legittimazione del potere è la sua congruità alla funzione, come ci è capitato di sottolineare altrove. Cioè che riesca ad adempiere efficacemente i propri compiti. Ma allorquando non abbia successo nella sua primaria incombenza, non c’è alcuna ragione perchè possa pretendere Peraltro laddove, come nello Stato moderno, il potere pubblico ha ottenuto il “monopolio della violenza legittima”, si è anche caricato, più che in altre forme politiche, della responsabilità della protezione, proprio perchè la reazione al torto e/o la sua “esecuzione” non può più essere “amministrata” dal privato. Questo accadeva in altri ordinamenti, come l’antico diritto romano o l’Europa feudale, in cui alcune – diffuse – forme di autoamministrazione ed autoesecuzione della sanzione erano ammesse. Ma laddove queste siano state totalmente eliminate – anzi sanzionate penalmente – una repressione pigra, occasionale e svogliata è, nei fatti, un incentivo alla prepotenza ed ai soprusi: alle violazioni, cioè, di quel diritto di cui lo Stato si pretende sia arbitro. Una sorta d’ “intelligenza”, complicità o “solidarietà” con chi viola la legge e non con chi l’osserva. D’altra parte, è appena il caso di  ripetere – tanti  l’hanno già detto – che lo Stato moderno non ha il monopolio del diritto ovvero non è l’unica fonte di produzione normativa – atteso che questo  è,  in  buona  parte, prodotto  di altri enti od istituzioni sociali, non solo pubbliche – e in parte è generato, spontaneamente dai (costanti) comportamenti comunitari. Ciò di  cui lo Stato  ha il  monopolio  è dell’applicazione e soprattutto esecuzione del diritto (come compito primario all’interno della funzione di garanzia dell’ordine, anch’essa “monopolizzata”). Il cui aspetto principale è che non sia consentito far subire ingiustizie, anzi siano approntati tutti gli strumenti  perchè  chi le ha patite ottenga soddisfazione. C’è un’altra considerazione che rende all’ambito politico e giuridico la tesi di Callicle e del tutto incongrua quella di Socrate. Se è vero infatti che il sovrano dell’età moderna è “legibus solutus”, in quanto fonte della legge, la conseguenza  che ne discende è quella espressa nella massima  del diritto pubblico inglese “the king can do no wrong”: il re non può commettere torto, per definizione perchè è la sua volontà a determinare il giusto e l’ingiusto. Certo, si potrebbe rispondere, come uomo è soggetto alla legge morale; ma come gevernante (non come “cardatore, cuoco”, ecc.) è suo dovere non seguirla, come immediata conseguenza dell’autonomia della politica della morale. In sintesi non è obbligato ad osservare la legge positiva perchè ne è la fonte; non è tenuto a precetti morali, in particolare quando non tornino utili – e ancor più se sono dannosi – agli interessi dell’unità politica. Non è così per la massima di Callicle: subire e far subire un torto alla comunità (e alla persona pubblica del sovrano) è sempre un vulnus alla funzione di protezione e governo di questi. Al punto che Suarez nel passo sopra citato, legittima “tota respublica” a privare della sua autorità il principe “si princeps officio suo desit”.

L’affermazione del teologo gesuita è sorprendente – a non approfondirne il pensiero – tenuto conto che non ammette, se non in tal caso, un “diritto di rivoluzione” (o meglio, di “supplenza”) della comunità  verso il  sovrano legittimo.  Ciò che è interdetto in linea generale, viene permesso ai sudditi proprio nel caso eccezionale si debba evitare di subire – o riparare un illecito ai danni della comunità (27). D’altra parte anche se più “avanzata”, questa posizione ha molti punti di contatto con quella  di Hobbes, secondo il quale l’obbligo  di obbedienza cessa per i sudditi quando il sovrano non è più in grado di dare loro protezione:  in quanto “ogni cittadino ha la libertà  di proteggersi  da se, con i mezzi, che il suo criterio gli suggerirà” (28). Anche qui, con la dovuta differenza,  è la funzione del sovrano, ordinatrice e protettrice, e l’efficacia di questa a determinare la sorte del rapporto comando – obbedienza; come d’altra parte giudicava  anche Spinoza, nel cui pensiero il diritto naturale “è determinato dalla sola potenza di ciascuno” e “colui che detiene il pieno potere     si dice che ha il supremo diritto su tutti: diritto, che avrà soltanto finchè

conserverà questa potenza di fare quello che vuole “se perderà questo (il sommo potere N.d.R.) perderà anche il diritto illimitato d’imperio” (29). E’ il caso di ricordare che secondo Spinoza  era impossibile  commettere  torto, da  parte delle “supreme autorità  alle quali tutto è lecito di diritto” (30). Anche nel Trattato Politico  ritiene “non si può in alcun modo dire che  lo Stato sia soggetto alle leggi o che possa delinquere. Infatti le regole e i  motivi di soggezione e di ossequio, che lo Stato deve a propria garanzia conservare, non sono del diritto civile, ma del diritto  naturale”(31). E, concludendo  questa  breve casistica,  e ritornando alla questione tra Socrate e Callicle, se dovessimo chiederci se sia peggior governante chi commette ingiustizia o chi la fa subire, la risposta è che, tra le due poco attraenti alternative, è sicuramente preferibile avere  un  governante  che  commetta ingiustizie piuttosto di uno che le faccia subire. E ciò non solo per l’ovvia considerazione che mentre il primo “pecca” una volta il secondo lo fa almeno due: perchè consentire che si subisca un torto significa commettere un (altro) torto. Con  la conseguenza  che  in  questi casi il cittadino si trova come il povero Pinocchio il quale, oltre a subire il furto dal Gatto e dalla  Volpe, passò pure la notte in guardina  per ordine del giudice, cui si era rivolto per avere giustizia. E neppure per il motivo, di etica della politica o, più in generale dell’etica dell’uomo pubblico, che così si contravviene alla propria funzione specifica, quella che legittima l’esercizio di posizioni di potere. Ma  soprattutto  perchè,  seguendo  un ragionamento di Hobbes, è assai peggio dover subire torti dai tanti governati che dai pochi che governano.  Non solo per la quantità:  ma perchè la prima alternativa, nel caso estremo, si trasforma nello stato di natura, cioè in una situazione da guerra civile. Cioè proprio quello che il potere politico ha, come scopo, di evitare. 5.0 Avevamo iniziato col chiederci quale fosse la soluzione migliore tra quelle sostenute da Socrate e Callicle – per un’etica del comportamento pubblico. La conclusione è, ovviamente, che è preferibile quella del sofista. Una società in cui la reazione all’illecito non è sanzionata e praticata, tende a confondere diritto e torto, permesso e vietato, e, più sfumatamente, comando e obbedienza, pubblico e privato: cioè una società in cui i termini  di riferimento  diventano  indifferenti  e intercambiabili, dove l’astuzia  e la prepotenza, trovando  pochi o punti ostacoli, hanno il destro per spadroneggiare. Se questo è chiaro per il diritto, non lo è da meno per gli aspetti più specificatamente politici, che, come Callicle notava, la tesi di Socrate trascura (e confonde). Come sopra  scritto, dove il  comando non si esercita, per ignavia  dei governanti o dei governati, alla lunga non c’è ragione di obbedire. Ma del pari viene confusa la distinzione tra  pubblico e privato, anch’essa  ritenuta da Freund uno dei presupposti essenziali del politico. Si può tralasciare o perdonare  la lesione dei propri interessi  privati, ma non quando vengono in gioco le condizioni di esistenza della comunità. in questo senso l’obiezione di Callicle a  Socrate,  di aver confuso pubblico  e privato, gli statisti  con i cardatori, è magistrale. A un tempo, con ciò il sofista  individuava  la regola  di comportamento dell’uomo  pubblico, non nell’interesse dello stesso, ma in quello della società. E’ sostanzialmente tributaria dell’etica della responsabilità; e, in particolare per il governante, non è detto che sia più facile da percorrere; anzi, in genere, è di gran lunga  la più aspra  e difficile. A governare  facendo discorsi edificanti, lottizzando  cariche e prebende e non disturbando (o solleticando)  tutti “i poteri forti”, sono  capaci  se non tutti, molti. In fondo non si chiede a costoro altro che le doti di don Abbondio, tra le quali, come  riconosciuto dallo stesso, non c’era il coraggio. L’esercizio della funzione pubblica, anche a livelli non “apicali” esige invece doti di coraggio e spesso di abnegazione non indifferenti, nonché la capacità di assumersi responsabilità e rischi. Se la politica non fosse – com’è – comando e obbedienza;  se non fosse, secondo un noto detto di Napoleone, il  destino; se non ponesse in gioco l’ordinata esistenza collettiva e individuale probabilmente tali caratteristiche avrebbero un’importanza marginale.  Se, per esempio, fosse un’arte per elevare moralmente i cittadini, le doti ricordate non avrebbero senso, o ne avrebbero molto poco. Più che assumersi rischi, una tale concezione richiede di far buone prediche. Invece  ciò che fa l’uomo pubblico è il coraggio  prima  che l’intelligenza o la dirittura  morale. O meglio queste, senza il primo, servono poco. Se infatti il potere politico ha una funzione ordinatrice, e cioè finalizzata alla creazione e al mantenimento dell’ordine, comandare e sanzionare son essenziali: non foss’altro perchè, come scrivevano, tra i tanti, Machiavelli e Lutero, i cittadini virtuosi devono essere difesi dai molti che virtuosi non sono. In questo contesto appaiono del tutto impropri  i continui  richiami moralistici, che vengono fatti oggi, in Italia, da politici e funzionari. Che chi ha il potere e il dovere d’intervenire, riesca  per lo più soltanto a fare delle prediche, appare immorale sotto il profilo dell’etica della politica, oltrechè contrario alla funzione dello Stato moderno. Meglio opererebbe ad attivarsi per incrementare la percentuale, per esempio,  del “prodotto  finito” dell’azienda-giustizia penale, e cioè l’esecuzione della pena, che, oggi in Italia, si realizza invece solo in un caso su (oltre) duecento denuncie presentate. Per cui lo Stato diventa così non un’organizzazione per la protezione dei diritti, ma per far subire le violazioni di questi.

Anche perchè chi, in presenza di situazioni di fatto così disastrate si mostra animato da buone intenzioni, e magari lo è, spesso è personalmente onesto, cioè non commette ingiustizie “in proprio”. Ma è del tutto inidoneo alla funzione rivestita, e, il più delle volte un atteggiamento del genere è la maschera nobile di concreti timori, pavidità, incapacità.

Quello che Jhering chiamava la “politica della vigliaccheria”. Per cui sotto le nobili parole di Socrate si nascondono, quasi sempre, le paure di don Abbondio. Teodoro Klitsche de la Grange NOTE 1) GORGIA 483 a-b, trad it. Bari 1997, p. 89;  2) GORGIA  483 d, op cit., p, 91; E qualcosa di non dissimile scrive Tucidide nel noto episodio dell’ambasciata ateniese al popolo di Melo, tutto improntato ad uno stretto realismo politico, per cui gli ambasciatori d’Atene ritengono “le nostre opinioni sugli Dei, la nostra sicura scienza degli uomini ci insegnano che da sempre, per invincibile impulso naturale, ove essi, uomini o Dei, sono più forti, dominano. Non siamo noi ad aver stabilito questa legge, non siamo noi che questa legge imposta abbiamo applicata per primi”. (La guerra del Peloponneso, lib. V, cap. 105): individuando così una delle “regolarità” della politica. 3) J. FREUND, L’essence du politique, Paris, 1965 p. 146 ss; 4) GORGIA 491 d, op. cit., p. 109; 5) GORGIA, 515 a.-c., op. cit. p.167; 6) LUTERO, “Sull’autorita Temporale”, Oevreus, tome I V0 , p. 23; 7) Op. cit. p. 23 8) Op. cit. p. 24 9) Op. cit. p. 29; 10) Calvino, L’institution chrétienne, liv IV, cap. XX, in particolare p. 459, Editios K2rigma U.S.A. 1978; 11) T. E. Troeltsch, Il protestatismo nella formazione del mondo moderno, rist., Firenze 1974, p. 57. Come noto, uno dei punti da superare, per amettere la liceità della guerra  e della  repressione  dei delitti, erano i noti passi del Vangelo, predicanti l’amore universale. Il Cardinale Bellarmino li interpreta distinguendo tra  “pubblico” e “privato”: “Infine vengono  citate quelle parole.  S. Matt., c. 5: Se ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche la sinistra… ; amate i  vostri nemici, fate del bene a chi vi  odia, e quelle, in  S. Matteo al c. 26              Si osservi che queste stesse prove furono portate una volta contro i cristiani da Giuliano l’apostata, come ci viene riferito da S. Gregorio Nazianzeno. Quanto alla loro confutazione, diciamo in primo luogo che tutte queste cose sia comandi, sia consigli, vengono dati ad uomini privati: infatti il Signore o l’apostolo s. Paolo non comanda al giudice di non dare a colui che commise un’ingiustizia a danno di terzi, la giusta punizione, bensì comanda a ciascuno di sopportare di buon animo le offese ricevute; la guerra non è una vendetta  privata, bensì fa parte della pubblica giustizia; e come l’amore verso i propri nemici, al  quale  siamo tutti tenuti, non ritiene il giudice o il carnefice dell’adempimento delle proprie funzioni, così non trattiene i soldati e i generali  dall’adempimento delle loro. Inoltre diciamo  che anche per i  privati stessi, questi non sono sempre comandi, ma ora sono comandi ed ora consigli. Son sempre comandi quanto alla disposizione dell’animo, così che si sia pronti a porgere l’altra guancia e a dare anche il mantello a colui che ci portò via la tunica, piuttosto che offendere Dio; ma agire poi così di fatto, è comando nel caso che l’onore di Dio lo richieda necessariamente, altrimenti è soltanto consiglio; anzi alcune volte non è neanche questo, come quando porgendo l’altra guancia non ne viene utilità, se non che l’altro torni a  peccare” (S.  Roberto  Bellarmino “Scritti politici, Torino 1950, p.255). 12) S. Roberto Bellarmino in Scritti politici, Torino 1950

  1. 248; 13) Op. cit. p. 250. D’altra parte com’è noto nella Confessione Augustana è detto: “Per ciò che riguarda la vita civile (le Chiese riformate) insegnano che le istituzioni civili legittime sono buone opere di Dio e che ai cristiani è lecito ricoprire cariche pubbliche, esercitare la funzione di giudice, pronunziare le sentenze in base alle leggi imperiali e alle altre norme vigenti, stabilire le pene in conformità alle leggi, far guerra per giusti motivi, militare negli eserciti, stipulare contratti secondo le leggi, avere delle proprietà, prestare giuramento su richiesta dei magistrati, ammogliarsi o prendere marito. Condannano gli Anabattisti che vietano questi doveri civili ai cristiani” (La Confessione Augustana del 1530, Torino 1980, p. 127). 14) SUAREZ De charitate, disp. 13: De Bello. In “Ausgewalthe texte zun volkerrecht”, Tubigen 1965, p. 122 15) Op. cit., p. 126; 16) Op. cit., p. 158; 17) Op. cit., trad. it., Bari 1935, p. 11 18) Op. cit. p. 12; 19) Op. cit., p. 67; 20) Op. cit., p. 67; 21) Op. cit., p. 68; 22) Op. cit., p. 69; 23) Op. cit., p. 69; 24) Op. cit., p. 71; 25) “Avvertenza” (prefazione) al “Kampf um’s recht”, trad. it. cit., 26) Prècis de droit constitutionel, Paris 1929, p. 16. 27) Un’altra eccezione invero Suarez ammette per il tiranno laddove sostiene che “bellum reipublicae contra principem (l’usurpatore n.d.a.), etiamsi sit aggressivum non est intrinsece malum”; devono però ricorrere le condizioni “justi belli”. In particolare deve distinguersi se il tiranno è tale” quoad dominium et potestatem” ovvero “quoad regimen”, per cui diverse sono le ipotesi in cui la apparente “seditio” può essere invece “bellum justum” (v. Suarez op. cit. p. 202). Nel pensiero di Suarez, plasmato da concetti e argomenti giuridici, in definitiva il criterio ultimo di discrimine tra lecito e illecito è quello della legittima difesa “omnibus competit jus defensionis”. D’altra parte, anche nella trattazione dello jus belli e del diritto naturale, la differenza evidente tra i teologi della controriforma e i filosofi del diritto naturale successivi è che per i primi lo jus belli è strettamente collegato e funzionalizzato al ripristino del diritto leso: evidente nella guerra difensiva, la riparazione del torto (e con ciò il ripristino dell’ordine) serve a giustificare i casi di guerra aggressiva. Sul punto vedi anche Francisco de Vitoria (Relectio de indis, trad. it., Bari 1996, pp. 84, 111, 112), che collega in particolare il “bellum justum” alla “justa causa” o allo “justum titulum”. Juan de Mariana, la cui posizione è particolare, perché, com’è noto, giustifica il tirannicidio (in ciò più deciso del confratello Suarez), considera questa extrema ratio giustificata (nel caso di tirannide “quoad regimen”) dal fatto che il tiranno “arrivi al punto di mandare in rovina lo stato, di impadronirsi con la forza delle proprietà pubbliche e private, di disprezzare le pubbliche leggi e le credenze religiose, mostrando apertamente di riporre tutta la sua prodezza nella superbia, nell’audacia, nell’empietà verso il cielo”. Con questo anche l’uccisione del principe ingiusto è vista come mezzo per il ripristino della giustizia e del diritto (v. Juan de Mariana De Rege ed regis institutione, trad. it., Napoli 1996, p. 52). E la guerra (giusta), anche civile, è così un mezzo del diritto e della giustizia e un “succedaneo” del giudice, del “terzo decisore”. Mentre per i secondi la possibilità di guerra, senza particolari giustificazioni, è conseguenza diretta dello “stato di natura” e del diritto naturale, applicato agli Stati, che tra di loro, sono “in stato di natura”. 28) v. Th. Hobbes, Leviathan, trad. it., Bari 1974, p. 298. 29) v. Trattato Teologico . politico, p. 382 – 383, Torino 1980. 30) T.T.P., cit. p. 385. 31) Op. cit. Torino 1958 p. 206.

sulla rappresentanza politica, di Teodoro Klitsche de la Grange

SULLA RAPPRESENTANZA POLITICA

 

  1. – Sul tema della rappresentanza politica occorre fare una precisazione preliminare: che di un termine o di un oggetto, com’è noto, possono aversi diverse definizioni e concetti, a seconda dell’angolazione da cui lo si studia. Così, per un giurista l’espressione de qua avrà un certo significato, per un politologo sarà diverso, per un filosofo o un sociologo un altro ancora. Tutti magari veri o validi e correttamente ricostruiti, ma, ovviamente, nell’ambito dei rispettivi “campi” scientifici.

L’essenziale è, trattando di tale argomento, da una parte non far confusioni, pretendendo di paragonare il concetto giuridico con quello sociologico e disputare sulla validità dell’uno o dell’altro; operazione impossibile, dato che la disomogeneità dei campi e criteri d’indagine la rende simile al tentativo di sottrarre triangoli a quadrati. Dall’altra a non perder del tutto i contatti, anche al fine di chiarire il concetto giuridico di rappresentanza, con i contributi che possono derivare da altre scienze umane.

Tale premessa si rende necessaria perché la rappresentanza è uno dei temi che più si prestano a confondere il diritto con la politica, la sociologia o la filosofia, ed addirittura con modi di intendere usuali ed atecnici. Per fare un esempio, il nesso spesso ripetuto, e che tratteremo in seguito, tra rappresentanza e scelta elettiva si spiega solo con l’adagiarsi su un modo corrente di intendere la prima, mutuato da assemblee sindacali e da congressi di partito.

  1. – Fatte queste brevi precisazioni, occorre ricercare il concetto di rappresentanza politica prima di tutto escludendo ciò che non è, o che è meramente accidentale rispetto ad esso.

In primo luogo che la rappresentanza sia un rapporto tra più soggetti, rappresentanti e rappresentati, concretamente identificabili come soggetti di diritto, titolari di obblighi e rapporti reciproci. Basta guardare la costituzione vigente, come quasi tutte le carte costituzionali, per rendersi conto che non è così. L’art. 67 recita testualmente: “Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”. Quindi, se può immaginarsi un rapporto, questo e’ tra un soggetto concreto (il parlamentare) e un’entità ideale (la Nazione), ma certo non è per nulla simile al rapporto giuridico “di rappresentanza” nel senso correntemente inteso.

In secondo luogo, che il rappresentante rappresenti chi l’ha eletto, scelto, delegato. La prevalente dottrina ha coerentemente negato ciò, non solo perché è del pari contraddetto dall’art. 67 della Costituzione, come da analoghe norme in ordinamenti similari, ma anche perché spesso chi elegge, sceglie o delega è esso stesso un corpo rappresentativo di un quid cui il rappresentante deve dare capacità d’azione. Così il corpo elettorale è in sé già rappresentativo, come notato dalla dottrina francese da quasi un secolo, del “popolo” e della “Nazione” e pertanto non coincide con questi, non foss’altro perché non ne fanno parte i minori e certe, sia pur limitate, categorie di cittadini.

Del pari, non c’è alcun nesso sostanziale tra rappresentanza e procedimento elettorale, né nel senso che tutti i rappresentanti sono elettivi, né nell’altro, e reciproco, che tutti gli eletti sono rappresentanti.

Quanto al primo occorre riprendere in mano la prima costituzione moderna europea, cioè quella francese del 1791, per leggervi (titolo III, art. 2 secondo comma) che “La constitution francaise est représentative: les représentants sont le corps législatif et le roi”: e il re non era sicuramente scelto per elezione. Formulazione mantenuta in gran parte dalle costituzioni monarchiche dell’800, ivi comprese alcune di quelle italiane pre-unitarie (v. per esempio artt. 2-3 Cost. Regno di Napoli del 1815; artt. 1 e 50 Cost. Regno delle Due Sicilie del 1848), anche se talvolta i termini rappresentanza, rappresentativa e rappresentante erano riferiti genericamente alla costituzione come forma di governo e specificatamente ai soli parlamentari (o ai deputati delle camere elettive). Perciò Santi Romano riteneva che “l’elezione è un mezzo, sia pure il più idoneo, ma non l’unico possibile per attuare la rappresentanza politica, della quale, comunque, non esaurisce e rivela la natura intrinseca.” Ancor più semplice è mostrare che eleggere un organo non implica che questo rappresenti alcunchè: gli esempi, nel diritto pubblico italiano e non, sono tanti e così noti che è inutile ricordarli. Più precisamente, e restringendo il discorso agli organi costituzionali, il fatto che i componenti di quelli rappresentativi sono scelti per elezione ed abbiano il mandato temporaneo è una conseguenza dell’idea di democrazia e non di quella di rappresentanza.

Inoltre, è da valutare se la rappresentanza implichi sempre responsabilità verso qualche soggetto, in particolare, nel caso di rappresentanza elettorale, verso gli elettori o il “rappresentato”.

Anche qui la risposta è tendenzialmente negativa: lo è del tutto, almeno in termini giuridici, se si ritiene – correttamente – che il rappresentato sia un’entità ideale come la Nazione e come il Popolo, e lo è in larga misura se si pensa che siano gli elettori, o meglio il corpo elettorale. Infatti, il rappresentante non è giuridicamente responsabile verso il corpo elettorale, almeno secondo il corrente concetto di responsabilità, lo è invece politicamente.

Con ciò, però, la responsabilità, che si vorrebbe connotato della rappresentanza politica, si rivela comunque assai ridotta. Come si vedrà in prosieguo, la responsabilità politica del rappresentante, lungi dal caratterizzarlo in quanto tale, è essa stessa conseguenza della natura e dei caratteri dell’istituto. Il rappresentante, in altri termini, non è tale perché è responsabile, ma è tale perché, a differenza di altri soggetti di funzioni pubbliche, è quasi totalmente irresponsabile. Tra i due concetti, nella disciplina degli istituti rappresentativi, c’è più opposizione che correlazione.

  1. – Occorre ora connotare positivamente il concetto di rappresentanza. Ma una comprensione di questa non può prescindere dall’analisi della funzione e dalla valutazione di una teoria più volte ripetuta, identificante la funzione delle istituzioni rappresentative nell’essere lo specchio, la “carta geografica” della società come diceva Mirabeau, di guisa da dar voce ai contrastanti interessi ed opinioni.

Orbene, è chiaro che una simile tesi può essere corroborata solo se l’organo rappresentativo è collegiale, abbastanza ampio ed elettivo: caratteristiche che non sempre ha. Di conseguenza, per gli stessi motivi sopra cennati, questa teoria non spiega e non comprende tutti i casi di rappresentanza politica: identifica, cioè, un aspetto accidentale, e tutto sommato subordinato (anche se importante), della composizione ed organizzazione delle istituzioni rappresentative, ma non ne individua i caratteri e la funzione essenziale.

Funzione essenziale che va individuata nel dare capacità di azione politica e quindi di esistenza ad una comunità organizzata.

Potrebbe sembrare strano a chi pensa che rappresentare consista nel dare “una voce”, nel far “partecipare”, ma è proprio questo che può ricavarsi dalla teoria politica e costituzionale positiva del XVII secolo in poi. Un breve esame storico mi permetterà di argomentare tale tesi, d’altra parte già esplicitata da altri.

Infatti Hobbes, nel noto passo del Leviathan (cap. XVI), intuisce tale funzione della rappresentanza giudicando che “una moltitudine di uomini diventa una persona, quando è rappresentata da un uomo o una persona” e nel capitolo successivo chiarisce il concetto: dopo aver descritto gli inconvenienti dello “stato di natura” scrive “il solo modo per stabilire un potere comune, che sia atto a difendere gli uomini dalle invasioni degli stranieri e dalle offese scambievoli… è di conferire tutto il proprio potere ad un uomo o a un’assemblea di uomini, che possa ridurre tutti i loro voleri con la pluralità dei voti, ad un volere solo: che è quanto a dire a deputare un uomo od un’assemblea di uomini a rappresentare le loro persone, ed a riconoscersi… autore di qualunque cosa colui, che così lo rappresenti, possa fare o cagionare…”. In altri termini Hobbes identifica la funzione caratteristica della rappresentanza, nel dare volontà unitaria ad una società umana e con ciò l’unità necessaria ad un’esistenza sicura ed ordinata (cioè, nella visione di Hobbes, è un principio di forma costituzionale).

Passando a Montesquieu, si può leggere che “il grande vantaggio dei rappresentanti, è che sono capaci di discutere gli affari. Il popolo non vi è adatto: e ciò è forse uno dei grandi inconvenienti della democrazia”. E Montesquieu insiste sul fatto che un governo rappresentativo è necessario sia per l’incapacità del popolo di gestire la cosa pubblica, mentre d’altra parte è, ovviamente, vitale che siano prese le decisioni: e non vi è altro sistema per decidere che con rappresentanti.

Arrivando a quella grande fucina del diritto pubblico moderno che è l’opera dei costituenti francesi della fine del ‘700, troviamo Sieyès che fonda la necessità della rappresentanza in gran parte adducendo gli stessi motivi di Montesquieu e, in altra, come effetto della divisione del lavoro. Ma, soprattutto, nell’affermare la sovranità nazionale, l’art. 2 primo comma del titolo III della Costituzione del 1791 afferma “La Nation, de qui seule émanent tous les pouvoirs, ne peut les exercer que par délegation”.

Con ciò la ragione della rappresentanza aveva, in un certo senso, un’espressione costituzionale. Ma del pari, dall’assemblea costituente erano fissati altri caratteri essenziali del rappresentante: l’indipendenza dagli elettori, con il rifiuto dell’imperatività del mandato; la rappresentanza della nazione e non di singole parti o frazioni, anche se organizzate; infine la distinzione tra rappresentante (politico s’intende) ed altri esercenti pubbliche funzioni. In particolare il rifiuto del mandato imperativo e l’affermazione di una rappresentanza “generale” implica una conseguenza di notevole importanza per confutare la tesi della rappresentanza, anche se elettiva, come “specchio” o “carta geografica” della società civile.

Una rappresentanza “frazionistica” comporterebbe la logica conseguenza di istituti simili a quelli medievali e cetuali, col vincolo del mandato e la consapevolezza d’esser delegato di parte: la conformazione di quella moderna invece col vietare l’imperatività del mandato, ed affermare, nel singolo parlamentare, la rappresentanza del tutto, esclude proprio perciò quella della parte. Detto in altre parole, e precisamente con quelle di Santi Romano, le istituzioni rappresentative sono istituzioni necessarie, perché il “popolo, quando non si ha un governo democratico diretto, non ha la possibilità giuridica di curare e tutelare i suoi interessi se non per mezzo di rappresentanti e, di solito, scegliendo esso stesso questi ultimi”.

Che poi vi sia una rispondenza tra corpo elettorale ed eletti, del tipo di quella criticata, è un sovrappiù; ed è errato credere che la rappresentanza politica, così come voluta dai costituenti delle prime costituzioni democratico-liberali, volesse dire dar voce ai contrasti d’opinioni e d’interessi. Tutt’altro: basta leggere il discorso di Sieyés all’Assemblea costituente contro il mandato imperativo del settembre 1789, o il decimo saggio del “Federalista”, per rendersi conto che il frazionamento pluralistico di una rappresentanza elettiva era ciò che questi più temevano; ed il senso di quel “rappresentare la Nazione” (o il popolo) e di agire senza dipendenze è in gran parte rivolto contro gli esiti paralizzanti di un eccessivo frazionamento dell’istituzione, o delle istituzioni, rappresentative.

  1. – Ma detto ciò, e chiarito che funzione della rappresentanza è dar capacità d’azione ad una collettività che “come tale non può agire”, occorre ora vedere cosa sia rappresentato dal rappresentante.

A noi sembra di poterlo riassumere in tre proposizioni: a) che      rappresenti un’entità ideale; b) come unità; c) e come totalità.

Un’entità ideale. – Ho appena ricordato che quasi tutte le costituzioni borghesi postulano che ad esser rappresentata sia la Nazione o il Popolo. Ed è chiaro che né l’una né l’altro sono soggetti concretamente esistenti. Concretamente esistente è una moltitudine di uomini. L’entità “popolo” o quella “nazione” sono pertanto astrazioni ideali, comunque non paragonabili, per intendersi, al Sig. Rossi che nomina procuratore il rag. Bianchi per acquistare una appartamento.

Certo popolo e nazione esprimono particolari legami, anche non politici, esistenti tra uomini, che valgono a costituirli in comunità; ma questo, ovviamente non basta a personificarle.

Del pari, anche là dove – come nelle costituzioni dei paesi del socialismo reale – si parlava di “rappresentanza” del “popolo lavoratore”, o dei “lavoratori”, bisogna dire che anche qui si trattava di entità ideali, che hanno bisogno di essere impersonate per avere una concreta esistenza e capacità d’azione.

Come unita’. – In effetti, il rappresentato è sempre concepito come uno (il popolo, la nazione, i lavoratori, la classe lavoratrice), ma non è solo questo tratto a costituire l’unità del rappresentato, nel (o nei) rappresentante. Anche le istituzioni rappresentative sono produttrici di unità, o per meglio dire, sono esse stesse l’unità. L’intuizione di Hobbes sopra ricordata, che il rappresentante fa di una moltitudine un’unità, è tuttora valida ad individuare uno dei caratteri, forse anzi il principale, sia strutturale che funzionale, della rappresentanza. Senza una struttura rappresentativa una collettività non può agire come unità, ma è solo disordinata espressione di volizioni individuali. D’altra parte ove il rappresentante non sia un solo uomo, ma un collegio, è costituito di guisa da raggiungere l’unità attraverso regole di decisione. Ed è indubbio che un Parlamento, anche quelli meno capaci a decidere perché frazionati e poco omogenei, raggiunge una decisione unitaria (e perciò esprime l’unità) con una facilità enormemente superiore ad un’assemblea di diecine di milioni di persone (del tutto impossibile) o di un referendum (lungo e macchinoso).

E come totalità. – Nella rappresentanza c’è anche il carattere (qualcuno direbbe la pretesa) di rappresentare la totalità implicita nell’entità ideale rappresentata, e spesso statuita esplicitamente nelle carte costituzionali. E’ chiaro comunque come una rappresentanza che non fosse quella della totalità, sarebbe contraddittoria alla propria funzione, di dar capacità d’azione ed esistenza ad una collettività, unitariamente concepita. Il che non significa che non possono coesistere due o più istituzioni rappresentative; esclude soltanto che ciascuna di esse, quando “politica”, rappresenti una parte e non il tutto.

Ciò stante occorre tirare le conseguenze di quanto detto.

In primo luogo appare superata la vexata questio se quella politica sia rappresentanza d’”interessi” o di “volontà”. Di volontà non può essere perché solo una (o più) persone sono capaci di aver una volontà. Se ad esser rappresentato è qualcosa di ideale, è escluso che possa esservi una rappresentanza di volontà come insegnava, anche per altre ragioni, Santi Romano. Non resta, a seguir questa classificazione, che ritenerla rappresentanza d’interessi. Ma con due precisazioni.

Da una parte il carattere pregnante e più rilevante della rappresentanza politica non può trovarsi in tale dicotomia e nella conseguente sussunzione.

In secondo luogo che come rappresentante d’interessi, deve intendersi quel che intendeva il Romano, e cioè la rappresentanza degli interessi nazionali o generali e, non, per intendersi, quelli della corporazione X o dell’associazione Y.

Secondariamente, appare opportuno trattare brevemente della distinzione tra rappresentanza politica (del “Popolo” o della “Nazione”) e quelle istituzioni rappresentative di realtà locali (Regioni, Provincie, Comuni) i cui componenti sono eletti su liste solitamente partitiche, a seguito di campagne elettorali fortemente caratterizzate in senso politico. Non manca chi fa di ogni erba un fascio, riconoscendo carattere di rappresentanza politica agli uni e agli altri.

In effetti tale impostazione non può essere condivisa: sopra accennavamo che la costituzione francese del’91 disponeva (cap. IV, sezione II, art. 2) che “Les administrateurs n’ont aucun caractére de répresentation”. C’era nei costituenti la piena consapevolezza e la volontà di negare ogni carattere rappresentativo (politico) agli agents incaricati delle funzioni amministrative: ciò era fatto prevalentemente risalire al carattere d’indipendenza che hanno i rappresentanti politici e che manca ad amministratori, giudici e funzionari.

Anche nella costituzione italiana vigente il carattere di rappresentanza politica è riconosciuto ai parlamentari (art.67) e al presidente della Repubblica (art.87). Tuttavia, è scritto che il Presidente della Giunta regionale “rappresenta la regione” (art.121), mentre nulla è detto sul carattere di rappresentanza, e tanto meno politica, di altri organi. Ciò non toglie che la rappresentanza, come istituto giuridico derivato dall’analogo privatistico, sia largamente impiegata nelle leggi ordinarie per designare alcune funzioni o i titolari di tali organi.

Ma è certo che non trattasi di rappresentanza politica: il perché è stato tanto spesso ripetuto e con argomentazioni svariate, che appare inutile ricordarlo. Proviamo comunque ad aggiungerne una.

Nella rappresentanza comunemente intesa si esprime una particolare relazione del rappresentante con una persona o un’istituzione, una posizione dello stesso nei confronti del rappresentato o dei terzi.

Così, che il Presidente della Giunta regionale rappresenti la Regione, che il Sindaco rappresenti il Comune in giudizio, è cosa analoga al Presidente della FIAT che rappresenta la società verso i terzi. Invece nella rappresentanza politica l’altro termine del rapporto non è un’istituzione, ma, come cennato, un’entità ideale. Si noti la differenza tra quel “rappresenta la Regione” e la rappresentanza del capo dello Stato e del Parlamento di cui la Costituzione non dice che rappresentano lo Stato ma “l’unità nazionale” e la “Nazione”: non un Ente è rappresentato, ma un quid che di per sé è considerato precedente e superiore a qualsiasi forma, giuridica o politica che sia. Tutto si può dir di concetti come “Nazione” ed “unità nazionale” tranne che si tratti di Enti, di persone fisiche o giuridiche.

E ciò è conseguente al carattere della rappresentanza politica e ne costituisce il connotato pregnante: infatti appartiene a quella categoria di concetti del diritto pubblico in cui il giuridico si salda con qualcosa che giuridico non è, e perciò rimane sempre al di là del diritto.

Sovranità, potere costituente e “diritto” di resistenza sono tra questi. La cosa più interessante è che questi sono, in un certo senso, i punti d’Archimede dell’organizzazione costituzionale, laddove la dimensione esistenziale della politica si congiunge col diritto. Pensare di poterli formalizzare con termini, concetti e relazioni esclusivamente giuridiche, vale a precludersene una comprensione esauriente ed i significati, anche giuridici, più interessanti.

In altri termini la rappresentanza è politica, proprio perché il rappresentato ha un carattere esclusivamente e genuinamente politico, ovvero perché il rappresentato non è per nulla (o è solo in parte) giuridificabile. In effetti, seguendo Carl Schmitt, si può dire con formula generale che il rappresentante rappresenti l’unità politica.

In ciò, nel dar forma ad un’entità informale, ideale e pre-giuridica, è la sua caratteristica peculiare, che lo differenzia dagli altri tipi di rappresentanti, sia di diritto pubblico che privato.

  1. – Dal rappresentare l’unità politica derivano ben precise conseguenze, che è appena il caso di ricordare. Il rappresentante politico è indipendente ed ha la garanzia di questa indipendenza: non ha (quasi) responsabilità giuridica; è sottratto, almeno relativamente, alla giurisdizione ordinaria, e, in alcuni casi, soggetto alla “giustizia politica”.
  2. – Concludendo questo breve excursus su un tema che avrebbe bisogno di trattazione ben più approfondita, devo trarne conseguenze in ordine all’incidenza che le sopra esposte considerazioni possono avere sull’attualità costituzionale.

Quando si propongono riforme volte al fine di facilitare il raggiungimento di maggioranze parlamentari attraverso una riduzione od un accorpamento dei gruppi ( o dei partiti) si sente subito parlare d’attentato al principio rappresentativo; e la “rappresentanza” viene contrapposta al governo secondo un uso risalente al XIX secolo, il cui senso, peraltro, è stato in larga parte smarrito. Le cose non stanno così: un’impostazione del genere identifica nel Parlamento l’unica possibile espressione del principio rappresentativo; e l’essenza di quest’ultimo, come cennato, nella riproduzione “in scala” della società civile.

Si dimenticano così i connotati essenziali della rappresentanza, opposti a questi, ripetuti in tante costituzioni e riconosciuti da tanti giuristi: basti ricordare con le parole di Romagnosi che “il potere governativo in qualunque stato civile, fu è e sarà sempre, rappresentativo” e che, come sopra spesso ripetuto, funzione principale della rappresentanza è dare capacità di agire alla comunità, e non voce ai contrasti sociali.

Le conclusioni che possono trarsi sono opposte a quelle tratte da altri. In primo luogo non è contrapponibile rappresentanza e governo; e tantomeno può identificarsi la prima con il Parlamento.

Rappresentante dell’unità politica può essere anche un organo monocratico, come il Capo dello Stato o un organo collegiale ristretto, come il Governo. Se una rappresentanza parlamentare non è in grado di agire politicamente, di garantire l’unità attraverso congrue decisioni, è buona regola che la rappresentanza dell’unità e della totalità sia assunta da un altro organo costituzionale, in concorrenza con il Parlamento o in esclusiva.

In secondo luogo se al Parlamento vuol conservarsi la funzione rappresentativa occorre che le regole per la formazione ed il funzionamento di questo siano tali da assicurarne la capacità di decidere. E’ certo che, con un Parlamento frammentato in gruppi o gruppetti, largamente condizionato  dagli interessi organizzati, tormentato dai tattici del voto segreto, la decisione politica è merce rara. Con un Parlamento del genere non si ha il “massimo di rappresentanza, ma il minimo di governo”.

 

TEODORO KLITSCHE DE LA GRANGE

 

 

 

cretini e (AL) potere, di Antonio de Martini

Aneddoti e ricostruzioni illuminanti_Giuseppe Germinario

LARGO AI CRETINI

I giovani italiani degli anni 50, ebbero le prime notizie della guerra da un libro che riscosse notorietà: Navi e Poltrone di Antonino Trizzino.

Il libro, molto preciso nella descriziomne degli eventi, narra le vicissitudini della guerra navale nel Mediterraneo, attribuendo, senza prove, le nostre perdite e sconfitte al tradimento di alti gradi della Marina.

Ora che le vicende belliche passate non interessano più granché, la storiografia ci sta spiegando che gli inglesi disponevano delle chiavi dei cifrari tedeschi, giapponesi ed anche italiani.

abbiamo anche appreso che gli inglesi ( e i tedeschi) avevano il radar, frutto delle ricerche di Guglielmo Marconi e della società che aveva creato in Gran Bretagna, perché nella natia Bologna nessuno se lo era filato.

Gli inglesi protessero i loro progressi tecnologici con grande cura, disposti anche a perdere una battaglia pur di non rivelare come vincevano le guerre. L’industria e lo stato si coordinavano in uno sforzo nazionale coordinato.

Noi italiani siamo invece ancora oggi in preda ad atteggiamenti paranoici che cercano la spiegazione di tutto nel tradimento della Patria, nell’odio tra italiani e nell’intrigo. Si cerca tutto e non si spiega nulla. Come a Genova oggi.

Nella realtà italiana di sempre, c’è diffidenza generalizzata verso il nuovo, malattie mentali diventate moda apprezzabile, disprezzo verso la tecnologia, ammirazione verso la furbizia da tre soldi e ricerca delle apparenze.

Esempi?

La tecnologia: Guglielmo Marconi fu nominato presidente della Accademia d’Italia, ma le sue scoperte considerate utili solo per la propaganda, al punto che il Vaticano lo sciolse dal vincolo matrimoniale in cambio della costruzione della Radio vaticana.

Fermi fu lasciato partire ( per le sciagurate leggi razziali che colpivano la moglie) benché avesse già posto le basi dell’energia nucleare. Un concorrente in meno per la cattedra.

La megalomania: aver fatto la guerra senza mai essersi chiesti come mai il nemico di notte ci vedeva e noi no.
Come mai le nostre navi venivano intercettate in mare e affondate. Come mai i nostri rifornimenti erano colpiti con precisione millimetrica. .

Il pressapochismo: dopo l’occupazione dell’Albania, ci addentrammo in territorio greco con pattuglie e scoprimmo che i greci stavano fortificando a ritmo forsennato la zona di accesso verso Atene. I nostri avvertirono l’alto comando che senza un attacco immediato non sarenno più potuti passare.

L’alto comando ignorò l’avvertimento ( come oggi furono ignorati gli avvertimenti del ponte di Genova….).

L’autoassoluzione per evitare accuse agli amici: Dopo l’attacco al porto di Taranto dove ci silurarono in porto una corazzata ed altro noviglio, quando una commissione tedesca ( su richiesta giapponese…) ci chiese quali ammaestramenti avessimo tratto dall’evento, rispondemmo che si era trattato di una fatalità che ci colse di sorpresa !

L’intelligence inglese, invece, capì dall’interessamento giapponese ( nella commissione tedesca che venne a indagare, c’era una spia) che il giappone aveva deciso un attacco aeronavale e capi ( dalle domande circostanziate dei giapponesi) che si sarebbe trattato di Pearl Harbour.

La persecuzione dei capaci: Felice Ippolito aveva portato l’ente italiano per l’energia nucleare a livelli di eccellenza: Lo accusarono di aver usato a Cortina d’Ampezzo la jeep dell’ente per una gita. la coalizione dei cretini ( dal magistrato al politico, al giornalista) fece il resto. Al fisofofo Gallupi, offrirono la possibilità di un concorso a cattedra a Napoli, solo dopo che assurse a fama europea.

Anni dopo, Achille Albonetti, sempre del CNEN, subì la stessa sorte a causa del suo attivismo.

L’assessore di Roma – non ricordo più il nome) che costruì lo svincolo del muro torto e i sottopassaggi dei lungotevere ( senza i quali la circolazione sarebbe impossibile oggi) fu scartato dalla DC e i suoi piani bocciati, per timore che diventasse sindaco.

I dieci eminenti cittadini che fecero un ” appello per una Nuova Repubblica” denunziando la partitocrazia nel 1965, subirono l’ostracismo per trenta anni.
Giano Accame, quando si accorsero di lui, non trovò un posto per oltre venti anni, dato che ogni direttore temette di essere soppiantato da uno scrittore tanto più capace.

Il generale Mori, riesce a catturare il capo della Mafia? Da quel giorno, – sono passati quattordici o quindici anni, è sotto inchiesta per motivi cangianti come la pelle di un camaleonte. L’unica costante è il gruppo dei cretini che ne ha ostacolato la carriera.

Cambiano i regimi, le ideologie e i governanti, ma la selezione a rovescio della classe dirigente è il presidio dell’equilibrio di potere nelle città come nei governi nazionali: l’intelligenza, la cultura e il senso del dovere devono soccombere di fronte alle esigenze dei mediocri e degli ignoranti che trionfano.

Insomma, da quando i costruttori dell’impero di Roma si trasferirono a Costantinopoli ( La nuova Roma ) lasciando la città in mano a schiavi, liberti ed eunuchi, , questi crearono la cultura del dominio dei mediocri in un atteggiamento permanente contro l’eccellenza, la capacità e il valore individuale.

E il cristianesimo è il custode di questa ideologia della mediocrità imbelle presentata come “amore per i più svantaggiati, deboli e i giovani”. Di che amore si tratti in realtà, cominciano a scoprirlo in questi giorni anche i più distratti..

IL CASO DE LORENZO ALTRA PROVA DEL PREVALERE DEI CRETINI.

Tra i casi di persone capaci e intelligenti oppresse dai mediocri, merita un citazione speciale quello del generale Giovanni de Lorenzo.

Dopo la defenestrazione del generale Cadorna che fece seguito a Caporetto nel 1917, è stato l’unico caso di un generale destituito dall’incarico di capo di Stato Maggiore dell’Esercito.

L’accusa lanciata dal settimanale l’Espresso era di aver tentato un colpo di Stato con la complicità del Presidente della Repubblica Antonio Segni mentre era comandante generale dell’arma dei carabinieri.
In realtà colpiva il capo di Stato maggiore che aveva cancellato un triennio di forniture FIAT concordate con il predecessore ( Aloia).

L’occasione nacque perché de Lorenzo ( penna bianca per i suoi del SIFAR) si era attirato le ire del nuovo presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, per aver – come da compito di istituto- indagato sui candidati alla presidenza.

Il capo del centro di controspionaggio di Roma – il colonnello Fiorani- aveva rivelato i dettagli della inchiesta al figlio di Saragat suo compagno di merende a Parigi dove entrambi avevano lavorato in Ambasciata.

Quando Saragat chiese di vedere il dossier, gli fu risposto che era stato distrutto – vero- ma Fiorani spiegò che se fosse stata fatta una richiesta di informazioni all’Arma territoriale, si sarebbe poptuto ricostruire il dossier.

La ricostruzione – riguardava i comportamenti malati del padre del presidente caduti sotto l’occhio dei CC di Torino e la vicenda del fratello morto suicida sul pianerottolo di una prostituta – scatenò l’ira furibonda dell’interessato che chiese l’immediato arresto di de Lorenzo.

Ci volle del bello e del buono per dissuaderlo e ad accontentarsi della destituzione, ma aveva fatto i conti senza le cautele prese dall’ex capo servizio che aveva custodito copiosa documentazione, penalmente rilevante, a carico dei più bei nomi della classe di governo.

Trattative furono svolte tramite un consigliere di Stato ( Lugo) , gli fu offerta la nomina ad Ambasciatore ( in Brasile), ma il generale tenne duro e giunse a querelare l’Espresso, ma fu tutto inutile.

Dalla CIA giunse il generale Walters che tentò una mediazione , ben sapendo che de Lorenzo si era limitato a compiere doveri previsti dai protocolli NATO ( ad es schdatura degli elementi comunisti attivi anche sul piano clandestino) e di quelli presenti nelle FFAA ( circolare R/300).

De Lorenzo fu destituito come se avesse perso una guerra e per difendersi dall’ arresto si fece eleggere deputato.

Al suo posto, nominarono il generale Vedovato , fratello di un deputato DC.

Il suo autista, fedele e ncolpevole, fu trasferito alla stazione di Acilia in modo che dovesse fare un paio di ore di viaggio ogni giorno per recarsi in caserrma.

Tutto questo fu reso più facile dal tradimento della fiducia posta da de Lorenzo nel generale Allavena che lo aveva sostituito al SIFAR. Un soggetto meno che mediocre al cui fratello la FIAT diede una concessionaria ancora attiva.

Poco dopo Allavena scopri di avere un cancro allo stato terminale. Scrisse, a riprova della mediocrità, su carta intestata, una lettera al suo vecchio capo ammettendo che , se avesse saputo di morire in così breve tempo, non l’avrebbe tradito.

La storia è lunga e l’ho condensata in sei post sul http://corrieredellacollera.com dei mesi di settembre e ottobre 2011 se qualcuno volesse tutti i dettagli.

Quel che conta ai fini di questa storia, è che appena sorse un uomo che aveva reso l’intelligenceitaliano interlocutore privilegiato degli USA nel Mediterraneo e al costo di settemila biciclette aveva convinto l’Alfa Romeo a cedere tremila Giuliette motorizzando le forze dell’ordine, il sistema ( Agnelli ) lo espulse e colpì senza badare agli uomini ne ai mezzi.

e tanto meno alle istituzioni.
I mediocri coi miliardi sono una vera iattura.

A PROPOSITO DEI CRETINI ECCO UN ESEMPIO A SPESE DI UN PICCOLO MAGGIORE E DELL’ITALIA.

Maggiore, ebreo, istriano, piccolo di statura. Il maggiore Pettorelli Lalatta ( all’epoca Finzi), capo del servizio “I” della Prima Armata schierata in trentino nel 1917 ha un colpo di fortuna: un sottufficiale boemo si presenta alle nostre linee come ” parlamentario” a nome del suo comandante di battaglione. Vogliono disertare trattandone i termini.

Il maggiore intuisce che potrebbe essere vero, va in prima linea, attraversa le trincee e incontra il tenente PIVKO, comandante di un battaglione bosniaco, nativo sloveno, che ha deciso di non limitarsi a disertare, ma di infliggere il massimo dei danni alla prosopopea austro-ungarica.

In pochi pericolosi incontri notturni sul fronte fanno un piano. Carzano è a soli 40 km da Trento e la zona è difesa da un velo di truppe dato che il grosso viene ammassato in Veneto dove si sta preparando un attacco frontale.

Una penetrazione a sorpresa prenderebbe alle spalle l’intero esercito nemico e porrebbe termine alla guerra.

Finzi riesce fortunosamente a giungere fino a Cadorna che approva il piano audacissimo.

Finzi studia ogni particolare: gli uomini fedeli a Pivko faranno da guide ai nostri reparti, mentre agli altri militari nemici verrà dato vino con oppio per addormentarli. Tutta la linea tenuta dal battaglione sarà sgombra per l’intera notte.

Come da promessa a Cadorna, Finzi parte alla testa del primo reparto di bersaglieri incaricato di prendere Carzano e assicurare il passaggio al resto dei nostri approfittando della notte. la strada è una valle priva di ostacoli. Al mattino , entrando in una Trento sguarnita di forze, la guerra sarà praticamente vinta. Cadorna assegna due divisioni della prima Armata a questa operazione.

Quando dopo ore di trepidazione Finzi torna indietro per vedere come mai la brigata comandata dal generale Zincone che doveva essere la prima a partire, non avanza, si accorge che – benché consapevoli che la via fosse libera- i soldati vengono avviati per un camminamento singolo dilatando i tempi come se fossero di giorno e sotto il fuoco.

Cerca Zincone e lo trova semi sbronzo assieme al comandante di Armata – il generale ETNA, un figlio naturale del re – mentre stanno disputandosi a tavolino l’onore di entrare a Trento.

Invita Zincone a muovere rapisissimo la brigata. Il vile rifiuta.

Ormai albeggia, le vedette dell’artiglieria austriaca danno l’allarme, inizia il fuoco di sbarramento, affluiscono in tutta fretta reparti raffazonati di riserva. Il battaglione di bersaglieri che presidiava Carzano viene sterminato.

La reazione di Cadorna è furibonda: una commissione presieduta dal generale Pecori Giraldi indaga e riferisce.

L’essere figlio naturale del re non salva Etna che assieme a Zincone vengono destituiti e le divisioni componenti la prima armata – che viene sciolta- vengono assegnate alle altre grandi unità.

Lo stato maggiore dell’Armata che aveva osteggiato il piccolo maggiore che aveva osato fare da solo un piano audace e fattibile viene disperso.

A Finzi, decorato dell’Ordine Militare di Savoia ( la massima onorificenza) , viene tappata la bocca. e quando nel 1928 pubblica un libro sulla ” Occasione perduta” di Carzano, il libro viene sequestrato. Cadorna scrive in quei giorni al figlio che ha provato “la più grande furia di tutta la guerra”.

Un mese dopo gli austriaci attaccano a Caporetto.

Se avessimo sfondato, non ci sarebbe stata ne Caporetto, ne la rivoluzione russa di ottobre dato il crollo austriaco.

Sabato e domenica 16 settembre prossimo, a Carzano si commemora il sacrificio dei nostri bersaglieri assieme ai quali ha voluto essere sepolto anche il piccolo maggiore diventato generale. Partecipa tutto il paese.
Partecipa, come ogni anno, una rappresentanza austriaca, la associazine bersaglieri con fanfare locali e nessuno dello Stato Maggiore dell’Esercito. Meglio così.

Tra i bersaglieri di Carzano, c’era un certo Mursia ed è all’omonimo all’editore, discendente del bersagliere, che dobbiamo la fortuna di una limitata ristampa dell’opera dell’ormai generale Pettorelli Lalatta negli anni sessanta.

Il tenente Ljudevit Pivko, considerato in Slovenia un eroe nazionale, finì la guerra al comando di un battaglione italiano e contribuì alla creazione di reparti di irredentisti slavi.
Il sottufficiale che fece da “parlamentario”, quando nel 1938 Hitler occupò la Cecoslovacchia, fu impiccato.

Il libro di memorie, interessantissimo, di Pivko, ” Abbiamo vinto l’Austria Ungheria” è edito in italiano dalla Goriziana.

PER FINIRE

Dopo il martellamento sistematico dei media che tendono a colpevolizzare tutti gli italiani per ” le persecuzioni antiebraiche” credo sia il momento di intervenire e chiarire – se necessario con più post – che un popolo intero non è mai razzista al completo, nemmeno i tedeschi.

Si tratta di decisioni prese a tavolino per delegittimare, quando non addirittura derubare intere categorie di cittadini.

La vicenda, sordida in ogni aspetto, inizia, come al solito, con i pareri di autorevoli esperti. In questo caso di dieci ” scienziati” di cui però nessuno fa il nome, perché aprirono la via alle persecuzioni, alla sostituzione di libri di testo, alla decadenza da cattedre universitarie, alla disponibilità di posti nel pubblico impiego, fino all’assecondare le persecuzioni fisiche una volta iniziata la guerra.

Il 14 luglio 1938, si noti la data, i seguenti professori pubblicarono il Manifesto che diede una “base scientifica” all’esistenza di una ” razza italiana”.

Firmatari, furono i professori:

Lino Businco
Lidio Cipriani
Arturo Donaggio
Leone Franzi
Guido Landra
Nicola Pende
Marcello Ricci
Franco Savorgnan
Sabato Visco
Edoardo Zavattari

A ottobre, il Gran Consiglio del Fascismo emanò una direttiva su come trattare gli ebrei e il 17 Novembre, il re Vittorio Emanuele III firmò una delibera del Consiglio dei ministri , addirittura inasprita rispetto a quanto chiesto da Gran Consiglio.

Le banche non furono da meno: Poiché un ebreo non poteva possedere terreni con un estimo superiore a cinquemila lire e proprietà di valore che superasse le ventimila, si aprì un lucroso mercato.

Venne costituito un ENTE PUBBLICO : l’EGELI ( Ente per la gestione e liquidazione immobiliare con Regio Devreto del 27 marzo 1939).

I beni sottratti ai legittimi proprietari vennero gestiti da diciannove banche tra le quali: ISTITUTO SAN PAOLO di TORINO; MONTE DEI PASCHI di SIENA; CASSA DI RISPARMIO DELLE PROVINCIE LOMBARDE; ISTITUTO DI CREDITO FONDIARIO DELLE VENEZIE e di VERONA: ecc
Noterete tutti l’assenza del Banco di Napoli e di altri istituti meridionali.

I dieci ” scienziati” non si limitarono agli scritti, presero accordi diretti e operativi con Hitler, Himmler ed altri, alimentarono il dibattito con un apposito ufficio ( che si disputrono tra Visco e Pende) e con la rivista ” La Difesa della Razza” cui collaborò Amintore Fanfani oltre che il futuro PCI Zangrandi.

A presiedere ” Il tribunale della razza” , un giurista di vaglia, ( stavo per dire di razza) primo presidente della Corte d’Appello: Gaetano Azzariti, che divenne nel 1957 il primo presidente della Corte Costituzionale di questa Repubblica.

Al dibattito partecipò volentieri anche ” La civiltà cattolica “, rivista dei gesuiti, auspicando “una soluzione del problema ghetto”.
Durante il conflitto, furono deportati ottomila ebrei italiani ( di cui 700 bambini).
Al manifesto aderirono 300 personalità a partire dai principali gerarchi ed alcuni intellettuali che non avreste mai dett.

Il grosso del popolo rimase estraneo a questa scelta sciagurata che divise un popolo fino ad allora non aveva conosciuto fratture di rilievo.

E’ lo stesso senso di estraneità che proviamo oggi di fronte alle commemorazioni fasulle che la TV ci impone oggi, ma senza fare nomi per non dispiacere ai parenti ancora annidati in RAI.
.

Va detto che esistettero anche oppositori fieri e dignitosi e il numero dei più attivi buoni pareggia, grosso modo, quello dei più cattivi di segno opposto.

In Israele hanno creato il Muro dei Giusti che ospita 17.500 nomi. Di questi 295 ( tra cui Perlasca) sono italiani.

Centocinque istituti religiosi della capitale ospitarono ebrei in fuga. Come vedete, l’Italia si divise a metà e i soliti zeloti conformisti cretini si annidarono dove poterono ( ministeri, enti, polizie) , sopravvissero alla reazione post bellica e ci hanno governato con riti e decreti ( e sequestri di beni da amministrare con discrezione) similari solo che hanno cambiato bersagli. Con gli ebrei non conviene più.

Questi ed altri dettagli – e tanti altri nomi illustri – potrete leggerli nel bel libro di un amico oggi purtroppo scomparso, FRANCO CUOMO.

Si intitola ” I DIECI” edito tra i saggi di BADINI, CASTOLDI; DALAI

Da questo resoconto sommario, si deduce che la legge dei cretini è valida anche quando la storia segna i momenti di lutto più tragici.
Resistono a tutto e tronano a galla.

nella tana del lupo. Il Washington Post intervista Matteo Salvini

Qui sotto la traduzione dell’intervista offerta al WPJ il 19 luglio scorso

 Outlook

‘L’Italia ha fatto molto – forse troppo’


Lunedì il ministro degli Interni e vicepresidente del Consiglio italiano Matteo Salvini terrà una conferenza stampa a Mosca. (Vasily Maximov / AFP / Getty Images)

 19 luglio 

Lally Weymouth è un editore associato senior per The Washington Post.

A marzo, gli elettori italiani hanno bandito i partiti di centrosinistra che avevano governato l’Italia per cinque anni e portato al potere una coalizione populista tra il movimento a cinque stelle di sinistra e il partito della Lega di destra, in precedenza Lega Nord. Matteo Salvini , a capo della Lega, è diventato la figura di spicco del governo italiano, anche se è il vice primo ministro e ministro degli Interni. Il suo socio di coalizione, Luigi Di Maio, leader del Movimento a cinque stelle, ha più membri in parlamento, ma il duro discorso di Salvini sul blocco dei migranti dalle coste italiane lo ha reso molto più popolare. La scorsa settimana nel suo ufficio a Roma, Salvini si è seduto con Lally Weymouth del Washington Post per condividere le sue opinioni su immigrazione e altri argomenti. Gli estratti seguono:

D: Com’è andato il tuo recente viaggio in Russia ?

A: Molto bene. Ho incontrato il ministro degli interni [Vladimir Kolokoltsev] e ci siamo accordati sulla creazione di alcuni database comuni, proprio come abbiamo fatto con Israele. Abbiamo parlato del terrorismo, della sicurezza informatica, della lotta contro il traffico di droga e dei combattenti stranieri che stanno tornando in Europa dalla Siria e dal Medio Oriente. Le nostre agenzie di servizi segreti affermano che diverse migliaia di combattenti stranieri sono tornati in Europa, alcuni in Italia. Ogni giorno firmo ordini per espellere persone legate al terrorismo islamico.

D:  Si dice che tu sia il politico più potente in questo paese. Cosa rappresenti che i vecchi politici non riescono?

R. Usiamo un nuovo linguaggio e usiamo i social media, coinvolgendo molti nuovi giovani.

D. Qual è la nuova lingua?

A. Uno linguaggio più diretto: semplice, concreto.

D. Qual è il tuo messaggio? Non più immigrati?

A. Non solo. Siamo per la riforma delle pensioni, i posti di lavoro, le tasse piatte e le riforme della giustizia.

D. Recentemente, lei ha avuto una disputa con il Primo Ministro [Giuseppe] Conte e il Vice Primo Ministro Luigi Di Maio sull’approdo di una barca italiana con immigrati dal Nord Africa. Hai detto che non poteva atterrare, ma Conte e Di Maio hanno ordinato di scaricare gli immigranti. Si pentiranno della loro posizione?

A. Sono sulla stessa posizione del Primo Ministro Conte. I nostri toni sono diversi, ma abbiamo la stessa posizione.

Q. Ma hai detto che la barca non poteva ormeggiare e loro hanno detto che doveva attraccare.

A. C’era una leggera differenza riguardo al momento dello sbarco.

D. Ritiene che l’Italia sia stata trattata ingiustamente dall’Europa e che il suo Paese stia ricevendo troppi immigrati?

A. Sì. Abbiamo ricevuto 654.000 migranti via mare negli ultimi quattro anni. Molti hanno ricevuto asilo politico. Oggi ospitiamo 170.000 migranti in hotel in attesa di elaborazione.

D. Cosa dovrebbe essere fatto? Dovrebbero altri paesi europei prendere più migranti?

R. No. L’obiettivo finale non è quello di distribuire i migranti tra i vari paesi europei, ma di impedire loro di entrare in Europa e di partire dall’Africa. Dobbiamo intervenire in Africa. Abbiamo bisogno di un piano Marshall per l’Africa per migliorare le condizioni di vita nei paesi di origine.

D. L’UE ha investito del denaro in alcuni paesi africani?

R. Sì, ma l’Europa ha trovato 6 miliardi di euro per la Turchia e solo 500 milioni di euro per l’Africa . Quindi la nostra battaglia sarà di spendere di più in Africa.

Q. Pensi che l’Italia stia ricevendo una quota ingiusta e schiacciante di rifugiati a causa della sua vicinanza all’Africa settentrionale?

R. No, l’Europa ha capito che l’Italia ha fatto molto, forse troppo. Ho spiegato ai miei colleghi francesi e tedeschi che non ne possiamo più.

D. La tua politica di immigrazione è stata molto popolare tra le persone in Italia.

A. Al momento, sì, perché al momento abbiamo quasi 500.000 migranti illegali. Ci sono 5 milioni di migranti legali e rappresentano quasi l’8% della popolazione totale.

D. Cosa ne pensi delle politiche del presidente Trump sull’immigrazione?

R. Durante la campagna sono andato a un raduno di Trump in Pennsylvania, e apprezzo il fatto che abbia dato seguito a ciò che ha promesso agli elettori, come ha fatto con il riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele.

Q. Sei favorevole a questo?

A. Sì.

D. Cosa ne pensi del recente incontro tra i presidenti Trump e Putin?

R. È stato un segnale molto positivo: un riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia è una buona notizia per l’Italia e per l’Europa.

D. Il tuo partito è stato accusato di aver preso soldi da Russia Unita – la formazione di Putin.

A. Questa è una notizia falsa. Abbiamo denunciato quelli che l’hanno segnalato. Non è vero. Non abbiamo mai preso un euro, un rublo o un dollaro.

D. Ma il partito della Lega aveva un accordo con la Russia Unita.

R. Sì, era un accordo politico trasmesso sul web. L’accordo prevedeva la collaborazione tra i movimenti giovanili su temi culturali ed economici, proprio come abbiamo fatto con altri partiti come il Fronte Nazionale in Francia e il Partito della libertà d’Austria.

D. L’anno prossimo ci saranno elezioni parlamentari nell’UE. Dovrai incontrarti con altri partiti in Europa per cercare di formare una maggioranza nel parlamento dell’UE?

A. Le prossime elezioni europee saranno fondamentali. L’Europa è sempre stata governata da un accordo tra partiti socialisti e democratici. Voglio riunire le parti che diventeranno la maggioranza al Parlamento europeo – partiti provenienti da Austria, Paesi Bassi, Svezia, Francia, Germania, partiti in ciascuno dei paesi dell’UE.

D. Quali chiameremmo partiti populisti?

R. “Il populismo” è un complimento per me. Immaginiamo un’Europa diversa in cui ogni paese dell’UE dovrebbe avere la libertà di decidere le proprie politiche economiche.

Q. Vedi l’Italia come parte dell’Europa? O ti piacerebbe far uscire l’Italia dall’Europa?

R. Stiamo lavorando per cambiare l’Europa dall’interno.

D. Non strappare l’Italia fuori dall’UE?

A. No, no. Stiamo lavorando per cambiare le politiche economiche, politiche, fiscali e agricole.

D. Quali regole comunitarie cambieresti?

A. Alcune le cambierei immediatamente, ad esempio la direttiva sulle banche.

D. Nel Trattato di Maastricht esiste una regola che limita i [disavanzi di bilancio] al 3% del prodotto interno lordo. Ti ci atterrai?

R. Stiamo facendo tutto il possibile per rispettarlo, ma il 3% non è scritto nella pietra.

D. C’è qualcosa che potrebbe farti ritirare dalla coalizione di governo di cui fai parte e andare alle elezioni? Secondo quanto riferito, il vostro partito sta crescendo nei sondaggi e potreste emergere vittoriosi.

A. Non faccio il mio lavoro di ministro in base ai sondaggi.

Q. Quindi la risposta è no? Niente ti farebbe ritirare?

R. Se la coalizione rispetta le regole del governo, non c’è pericolo. L’obiettivo è governare bene per molto tempo.

D. La gente dice che il primo ministro Conte non ha potere – che tu e Luigi Di Maio avete tutto il potere.

R. No, Conte è il primo ministro e l’ultima parola è sua

D. Se fai ciò che hai promesso nella campagna, taglierai le tasse e fornirai un reddito base alle persone nel paese. Gli esperti temono che questo aumenterà notevolmente il tuo deficit.

A. No.

D. Ma il contratto di coalizione richiede un aumento delle spese e anche il taglio delle tasse. Come lo fai senza far saltare il tuo deficit?

R. Se l’economia cresce, allora possono essere realizzate altre cose. Seguendo le politiche dell’Unione europea questi ultimi anni hanno portato a un debito pubblico record in Italia. L’Italia è il penultimo paese [in Europa] per la crescita economica. Quindi ho intenzione di fare qualcosa di completamente diverso.

Q. Cosa?

A. La tassa fissa e l’amnistia per coloro che devono pagare tasse fino a 100.000 euro per aiutarli ad uscire dal debito. Consideriamo questi piccoli debiti.

D. Nel 2016, lei ha affermato che “chiunque vota per noi saprà che un governo della Lega Nord si sbarazzerà dell’euro e tornerà la valuta nazionale”. Ci credi ancora, o hai cambiato idea?

R. No, non ho cambiato idea. Penso ancora che l’euro sia stato un esperimento sbagliato. Poiché ora è qui, dobbiamo migliorare le sue condizioni.

Q. Quindi non credi in quello che hai detto prima, di liberarti dell’euro?

A. Hai mai cambiato le tue idee?

D. Banchieri ed esperti di New York vedono l’Italia come un rischio finanziario. Si preoccupano che questo governo non capisca che l’Europa non può permettersi di salvare l’Italia.

A. L’economia italiana è al sicuro. Ho incontrato quasi tutti gli amministratori delegati di grandi banche, italiane e americane. Stanno aspettando una riforma fiscale e una riforma della giustizia prima di investire in Italia.

D. E porterai avanti la riforma della giustizia?

A. La cosa più complicata sarà la riforma della giustizia. Ogni tentativo di riformare il sistema giudiziario, sia da sinistra che da destra, ha incontrato problemi. Molti investitori temono le lunghe cause e le prove coinvolte nel sistema italiano.

D. Perché vuoi togliere le sanzioni alla Russia?

R. Perché non si sono dimostrati utili e, secondo i dati, danneggiano le esportazioni italiane.

D. Hai detto che la Russia aveva il diritto di annettere la Crimea?

A. C’è stato un referendum .

D. E’ stato un finto referendum.

A. [Questo è il tuo] punto di vista. . . . C’è stato un referendum e il 90 percento della popolazione ha votato per il ritorno della Crimea nella Federazione Russa.

D. Che tipo di referendum è stato con i soldati russi lì?

A. Paragonalo alla falsa rivoluzione in Ucraina, che era una pseudo-rivoluzione finanziata da potenze straniere – simile alle rivoluzioni della primavera araba. [Nota dell’editore: i verificatori indipendenti non hanno trovato prove per questa affermazione, sebbene si sia diffusa ampiamente dopo che le fonti di notizie russe l’hanno pubblicata.] Ci sono alcune zone storicamente russe con la cultura e le tradizioni russe che appartengono legittimamente alla Federazione Russa.

D. Sostieni la NATO?

A. Sì. Apparteniamo all’Alleanza atlantica.

D. Sarai il primo ministro un giorno?

R. Non avrei immaginato di essere il vice primo ministro, quindi non lo so. Il ruolo del ministro degli interni è molto coinvolgente, quindi in questo momento sto solo pensando a questo.

D. Quali sono le tue principali sfide come ministro degli interni?

R. Sono stato ministro per soli 47 giorni. Oltre alle questioni legate alla migrazione, stiamo lottando contro la mafia, il traffico di droga e altre organizzazioni criminali. La mafia è ovunque.

D. Quanto sono potenti?

A. Molto. Stiamo combattendo contro di loro, cercando di togliere i loro soldi. Ottengono soldi dalla droga e dal traffico di armi. Guadagnano anche sull’immigrazione clandestina.

D. Né l’Austria né la Germania vogliono gli immigrati. Questi paesi non avranno bisogno degli immigrati per far crescere le loro economie? Hanno tassi di natalità così bassi.

A. Non sono d’accordo con un’idea del genere.

Q. Ma non puoi avere nessun lavoratore.

A. Se l’economia cresce, le famiglie decideranno di avere più figli. Abbiamo avuto il tasso di natalità più basso in 150 anni in Italia l’anno scorso.

D. Ma ci sono tedeschi e forse italiani che non vogliono fare lavori poco qualificati. Ad esempio, gli immigrati turchi svolgono molti lavori in Germania.

A. Il problema è la qualità del lavoro. Se una persona tedesca rifiuta di lavorare per lo stipendio che una persona turca accetta per lavare il pavimento, allora va bene per lui. Non dovrebbe accettare quei salari. Nel nostro contratto con la Five Star, c’è un salario minimo.

D. Verresti presto negli Stati Uniti?

R. Sì, ma prima devo andare nei paesi del nord Africa.

D. Cosa vuoi raggiungere lì?

A. In Libia, dove sono andato 15 giorni fa, stiamo lavorando per normalizzare la situazione. L’obiettivo è avere elezioni libere. Ho incontrato l’inviato speciale delle Nazioni Unite che sta lavorando per convocare tutte le fazioni per discutere della situazione.

D. Stai cercando di convincere l’UE a investire in alcuni paesi africani [per impedire ai migranti di lasciare i loro paesi d’origine]?

A. Sì. Niger, Ciad, Mauritania: sono paesi di transito. La Nigeria è anche molto importante: 60.000 migranti dalla Nigeria arrivano via mare.

D. L’Italia investirà? L’Unione Europea?

A. L’UE investirà. L’Italia può investire un po ‘.

Q. Perché stai prendendo i rom qui in Italia?

A. In Italia, ci sono solo 40.000 Rom che vivono nei campi.

Q. Perché non li lasci tranquilli?

A. Vivono in totale illegalità.

D. Non sono lì da molto tempo?

R. Sì, ma se rubano sempre, voglio che si fermi.

Q. Hai intenzione di espellere i Rom?

A. Non quelli italiani. Alcuni di loro hanno la cittadinanza italiana. Non è una questione etnica. C’è un campo rom a Milano vicino a casa mia. Rubano e bruciano tutto.

Q. È vero che hai opinioni molto severe sui problemi sociali?

R. No, sono solo contro le adozioni omosessuali e le nascite surrogate tra le coppie gay. [Il partito della Lega] ha votato contro le unioni civili tra omosessuali perché questa è una china scivolosa per le adozioni gay. Oltre a questo, chiunque può fare quello che vuole.

Putin mette a nudo la distopia americana, di Paul Craig Roberts

Putin mette a nudo la distopia americana

Paul Craig Roberts

Dobbiamo concederlo a Putin. Lui è il migliore che ci sia. Notare la facilità con cui ha regolato il confronto con quell’idiota di Chris Wallace. https://www.rt.com/usa/433447-putin-interview-fox-wallace/

Cosa c’è che non va nel sistema dei media statunitensi il quale non riesce a produrre un secondo giornalista competente che faccia compagnia a Tucker Carlson? Perché i restanti giornalisti americani, come Chris Hedges, ora sono nei media alternativi?

Tutto quello che posso dire, e Putin probabilmente lo sa già, è che c’è qualcosa di più importante in corso di presstitute che tiene in ostaggio la relazione tra la Russia e gli Stati Uniti rispetto alla lotta politica interna tra il Partito Democratico e il Presidente Trump. Non è solo che i media corrotti degli Stati Uniti servono come propagandisti per il Partito Democratico contro il Presidente Trump. Gli uffici stampa stanno servendo l’interesse del complesso militare / di sicurezza, che ha interessi di proprietà nei media statunitensi altamente concentrati, per mantenere la Russia posizionata come il nemico che giustifica l’enorme budget di $ 1.000 miliardi del complesso militare / di sicurezza. Senza il “nemico russo”, qual è la giustificazione di uno spreco di denaro quando così tanti bisogni reali sono sottofinanziati e non finanziati?

In altre parole, i media americani non sono solo stupidi, sono corrotti oltre ogni misura.

Oggi alle 12:40, ora di New York, la NPR aveva una raccolta di trump-basher che facevano del loro meglio per impedire all’appuntamento di Trump / Putin di produrre una normalizzazione delle relazioni tra i due governi. Ad esempio, come sa ogni persona informata, la comunità dei servizi segreti degli Stati Uniti non ha certamente concluso che la Russia ha interferito nelle elezioni presidenziali. Questa conclusione è stata raggiunta da alcuni membri selezionati di 3 delle 16 agenzie di intelligence ed è stata espressa non come un fatto provato ma come “altamente probabile”. In altre parole, non era altro che un parere orchestrato dato da agenti cooperativi i quali senza dubbio si aspettano delle promozioni in cambio.

Nonostante questo fatto noto, la squadra di propaganda dell’NPR ha detto che Trump aveva creduto a Putin piuttosto che a un rapporto unanime di intelligence dei fatti degli Stati Uniti che provava le interferenze della Russia. I denigratori di Trump-basher hanno detto che aveva creduto al “teppista Putin” e non ai suoi stessi esperti americani. I sostenitori NPR di Trump hanno continuato a confrontare il “raccordo con Putin” con l’opinione di Trump che la violenza di Charlottesville fosse stata alimentata da entrambe le parti. I criticoni di NPR hanno equiparato la dichiarazione fattuale di Trump sulla violenza da entrambe le parti con lo “schierarsi con i neonazisti” a Charlottesville.

Il punto di NPR è che Trump si schiera con nazisti e teppisti russi ed è contro gli americani.

Quello che Trump disse in effetti riguardo alle presunte interferenze elettorali era che se c’era o non c’era interferenza elettorale, essa non aveva alcun effetto come hanno ammesso Comey e Rosenstein, e non assume la stessa importanza della possibilità che due potenze nucleari vadano d’accordo ed evitino le tensioni in grado di provocare una guerra nucleare. Si potrebbe pensare che persino un idiota NPR possa capirlo.

Il trionfo su NPR è andato avanti per tutto il giorno mescolato a un occasionale attacco della Russia per aver ucciso civili siriani in attacchi aerei contro i jihadisti supportati da Washington che, secondo le istruzioni di Washington, cercano di aggrapparsi a un po ‘di Siria in modo che Washington e Israele possono ricominciare la guerra. Ci si meraviglia della stupidità di coloro che danno soldi all’NPR in modo che l’NPR possa mentirgli tutto il giorno. Come George Orwell aveva previsto, le persone sono più a loro agio con le bugie del Grande Fratello che con la verità.

Una volta la NPR era una voce alternativa, ma è stata rotta dal regime di George W. Bush ed è diventata completamente corrotta. NPR continua a fingere di essere “ascoltatore supportato”, ma in realtà ora è una stazione commerciale proprio come ogni altra stazione commerciale. NPR cerca di mascherare questo fatto usando “con il supporto di” per introdurre gli annunci a pagamento dalle aziende.

“Con il sostegno di” è come NPR ha tradizionalmente riconosciuto i suoi donatori filantropici. La vera domanda è: come fa NPR a mantenere il suo status di esenzione fiscale 501c3 quando vende pubblicità commerciale? Non c’è bisogno che NPR si preoccupi. Finché l’entità presstitute serve l’élite dominante a spese della verità, manterrà il suo stato di esenzione fiscale illegale.

È ovvio che le incriminazioni dei 12 ufficiali dei servizi segreti russi immediatamente precedenti alla riunione di Trump / Putin avevano lo scopo di minare l’incontro e di offrire ai giornalisti maggiori opportunità per i colpi più disonesti ai danni del presidente Trump. Ai miei tempi, i giornalisti sarebbero stati abbastanza intelligenti e avrebbero avuto abbastanza integrità per capirlo. Ma i comunicati stampa occidentali non hanno né intelligenza né integrità.

Quante prove vuoi? Ecco la stampa di Michelle Goldberg che scrive sul New York Times che “Trump mostra al mondo che è il lacchè di Putin.” La giornalista dice di essere “sconcertata dalla prestazione servile e schifosa del presidente americano.” Apparentemente Goldberg pensa che Trump avrebbe dovuto picchiare Putin.

Il Washington Post, in passato un giornale, ora uno scherzo malato, sosteneva che “Trump si era appena colluso con la Russia. Apertamente.”

Non sono solo i presstitutes. Sono i cosiddetti esperti, come Richard Haass, presidente del Consiglio per le relazioni estere, un gruppo auto-importante, finanziato dal complesso militare / di sicurezza, che presiede la politica estera americana. Haass, aderendo alla linea ufficiale di sicurezza / sicurezza, ha dichiarato erroneamente: “L’ordine internazionale per 4 secoli si è basato sulla non interferenza negli affari interni degli altri e sul rispetto della sovranità. La Russia ha violato questa norma sequestrando la Crimea e interferendo con le elezioni americane del 2016. Dobbiamo affrontare la Russia di Putin come lo stato canaglia che è “.

Di cosa sta parlando Haass? Quale rispetto per la sovranità ha Washington? Sicuramente Haass ha familiarità con la dottrina neoconservatrice dominante dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Sicuramente Haass sa che i problemi orchestrati con Iraq, Libia, Siria, Corea del Nord, Russia e Cina sono dovuti al risentimento di Washington per la loro sovranità. Qual è l’unilateralismo di Washington sul fatto che Washington rispetti la sovranità dei paesi? Perché Washington vuole un mondo unipolare se Washington rispetta la sovranità di altri paesi? È precisamente l’insistenza della Russia su un mondo multipolare che la pone nel mirino della propaganda. Se Washington rispetta la sovranità, perché Washington rovescia i paesi che ce l’hanno? Quando Washington accusa la Russia di essere una minaccia per l’ordine mondiale, significa che la Russia è una minaccia per l’ordine mondiale di Washington. Haass sta dimostrando la sua idiozia o la sua corruzione?

Come i media americani hanno definitivamente dimostrato non hanno indipendenza ma sono un portavoce dei democratici e degli interessi delle multinazionali; dovrebbero essere nazionalizzati. I media americani sono così compromessi che la nazionalizzazione sarebbe un miglioramento.

Anche l’industria degli armamenti dovrebbe essere nazionalizzata. Non solo è un potere più grande del governo eletto, ma è anche molto inefficiente. L’industria degli armamenti russi con una minima frazione del budget militare statunitense produce armi di gran lunga superiori. Come ha detto il presidente Eisenhower, un generale a cinque stelle, il complesso militare-industriale è una minaccia per la democrazia americana. Perché la feccia dei media è così preoccupata per l’inesistente interferenza russa quando il complesso militare / di sicurezza è così potente da poter realmente sostituirsi al governo eletto?

Ci fu un tempo in cui il Partito Repubblicano rappresentava gli interessi degli affari, e il Partito Democratico rappresentava gli interessi della classe operaia. Ciò ha tenuto l’America in equilibrio. Oggi non c’è equilibrio. Dal momento che con il regime di Clinton, l’uno per cento ricco è diventato molto più ricco, e il 99 per cento è diventato sempre più povero. La classe media è in serio declino.

I democratici hanno abbandonato la classe operaia, che i democratici ora liquidano come “Trump deplorables” e sostengono invece la divisione e l’odio di IdentityPolitics. In un momento in cui il popolo americano ha bisogno di unità per resistere a mire guerrafondaie e avidità, non c’è unità. Alle razze e ai sessi viene insegnato a odiarsi l’un l’altro. È ovunque tu guardi.

Rispetto all’America in cui sono nato, l’America di oggi è fragile e debole. L’unico sforzo per l’unità è creare unità che la Russia sia il nemico. È proprio come nel 1984 di George Orwell. In altri aspetti l’attuale distopia americana è peggiore di quella descritta da Orwell.

Cerca di trovare un’istituzione pubblica o privata americana che sia degna di rispetto, che sia onorevole, che rispetti la verità, che sia compassionevole e che cerchi la giustizia. Quello che trovi al posto della compassione e della richiesta di giustizia sono leggi che puniscono se critichi il genocidio israeliano dei palestinesi o perdi informazioni che mostrano i crimini commessi dal governo degli Stati Uniti. Con tutte le loro istituzioni corrotte, anche il popolo americano viene corrotto. La corruzione è ciò in cui i giovani sono nati. Non sanno niente di diverso. Che futuro si riserva per l’America?

Come possono la Russia, la Cina, l’Iran, la Corea del Nord raggiungere un compromesso con un governo che non conosce il significato della parola, un governo che richiede la sottomissione e quando la sottomissione non viene segue la distruzione come abbiamo imparato in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria e Yemen.

Chi sarebbe così sciocco da fidarsi di un accordo con Washington?

Invece di perseguire un accordo con Trump, che si sta preparando ad essere rimosso, Putin dovrebbe preparare la Russia alla guerra.

La guerra sta sicuramente arrivando.

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