USA news: chi il gatto e chi il topo_con Gianfranco Campa

Gli Stati Uniti somigliano ad un naviglio dalle troppe falle. Quando si è pensato di aver cancellato l’anomalia di Trump e di aver rattoppato lo scafo, una nuova falla si apre ad imbarcare altra acqua. Si chiude al centro, ma si riapre la ferita nella periferia. Intanto si cerca di risolvere alle mancanze di un sistema elettorale a dir poco creativo nello spoglio e nella certificazione dei dati istituzionalizzando le procedure discutibili ormai emerse alla luce del sole_ Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/veddbl-usa-news-chi-il-gatto-chi-il-topo-con-gianfranco-campa.html

 

 

Nessuno deve morire_ del dr Giuseppe Imbalzano

Nessuno deve morire

 

Il male non è soltanto di chi lo fa è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.

Tucidide

Esiste un solo bene la conoscenza. Esiste un solo male l’ignoranza.

Socrate

Se l’incendio non si spegne subito, è il momento di chiamare i pompieri.

Generali Assicurazioni

 

Why did the world’s pandemic warning system fail when COVID hit?

Nearly one year ago, the World Health Organization sounded the alarm about the coronavirus, but was ignored. Nature 589, 499-500 (2021)

Perché il sistema di allarme pandemico mondiale ha fallito quando COVID si è diffuso?

Oltre un anno fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha lanciato l’allarme sul coronavirus, ma è stato ignorato.

 

Il Covid 19 non è stato eradicato sin dalle prime manifestazioni epidemiche, come indicato dall’OMS.

Considerato che avevamo, e abbiamo, di fronte un problema grave di sanità pubblica, l’obiettivo dell’Oms era sicuramente quanto di più corretto e concreto si potesse proporre.

Invece non tutti hanno avuto la sensibilità di promuovere azioni utili e necessarie per raggiungere questo risultato.

Ed anzi le idee meno coerenti rispetto alle soluzioni che garantivano di più e meglio la nostra comunità, sono state esposte, espresse e purtroppo realizzate in modo concreto, con danni che possiamo definire disastrosi per la comunità stessa e per i singoli cittadini e le loro famiglie, sia per la salute che economiche, di vita e di relazioni sociali.

Se abbiamo un incendio, non è lasciando consumare tutto quello che trova sulla sua strada che diventa la soluzione al problema.

L’incendio va spento e bisogna evitare che si espanda. Ed evitare di trasportare i tizzoni ardenti in ambienti dove rischia di determinare ulteriori focolai.

L’incendio va spento subito e con tutte le risorse disponibili. I malati devono essere evitati, i contagi devono essere evitati. Bisogna impedire che l’infezione si diffonda e la sicurezza deve essere assoluta, non relativa.

La comunicazione e le informazioni nel corso di questa epidemia sono state molto carenti e spesso contradditorie, con toni inutilmente conflittuali e critici quando, per spegnere un incendio, è necessario dare coordinamento e partecipazione e risposta ai bisogni per garantire coesione e soddisfazione ai bisogni di tutti.

Il Covid 19 non è una infezione presente da tempo nella comunità, non è correlata al clima e alla temperatura, ma può essere trasmessa con il semplice contatto, al solo contagio diretto con un soggetto non infetto.

La trasmissibilità infettiva, le conseguenze, molto spesso gravi, per alcune categorie di cittadini, l’insidiosità e la facilità diffusiva sono temibili strumenti di danno individuale e sociale.

È complesso agire di conseguenza, in modo sollecito e radicale, per garantire un ambiente che sia adeguato per una vita sociale libera e senza limitazioni.

Ci chiediamo se in questi mesi sia stato predisposto un vero piano delle emergenze a qualsiasi livello (Stato, Regioni, Aziende sanitarie e tutti coloro che ne sono direttamente coinvolti), considerato che era evidentemente assente quando si è posto il problema nella nostra comunità, oppure gli interventi sono stati svolti all’impronta, con una esperienza non sempre brillante alle spalle, che ha portato a risultati, non raramente, del tutto inadeguati per garantire una vita sociale sicura e nella normalità quotidiana.

La sintesi di quanto accaduto, senza voler entrare nel merito di quanto avvenuto è nella conoscenza di tutti. Il disastro sanitario e sociale è sottostimato poiché il numero dei malati e dei deceduti è ben più elevato di quanto non descriva la curva di mortalità e i dati dei malati che sono stati esposti in questi mesi.

Sono deceduti di Covid? Per Covid?

Crediamo che la scelta di dare responsabilità o meno, diretta o indiretta alla epidemia in atto, non abbia valore, poiché, purtroppo, le persone sono decedute.

Lo sapremo in futuro.

Ma è chiaro che la condizione devastante e priva di confronti con il passato recente ha determinato questa gravissima perdita di vite umane, di libertà personale, di impossibile sviluppo economico e sociale, proprio per la presenza di questa epidemia che ha avuto una grande e importante diffusione nazionale ed internazionale.

Ci auguriamo che ci sia stata genuinità nelle richieste di mantenere funzionanti tutte le attività sociali ed economiche e non ci siano state spinte a creare condizioni di opposizione e di rifiuto a quanto, obiettivamente, stava accadendo. Questo ha creato danno a molte più persone, e un atteggiamento di cautela e di logica attenzione ad impedire la diffusione infettiva avrebbe evitato molte delle vittime e dei malati che abbiamo avuto in questo periodo.

Non si può passeggiare in mezzo al bosco in fiamme.

Nessuno lo farebbe e nessuno pretenderebbe che accadesse.

Vite in pericolo e certamente persone morte, anche solo soffocate dal fumo, per rifiutare un accorgimento che appare chiaro e indiscutibile.

Solo i pompieri, adeguatamente protetti, possono intervenire per spegnerlo.

Per spegnerlo, non per sfidarlo o per diffonderlo.

La contrapposizione che è stata determinata ha creato focolai che potevano essere evitati?

Gli atteggiamenti liberali e lassisti sono stati causa di diffusione infettiva e creazioni di cluster gravi e importanti?

La gestione dell’assistenza sanitaria che ha utilizzato in modo misto presidi ospedalieri, case di riposo e domicilio dei malati ha determinato un incremento dei casi e danni gravi a molte persone?

Temiamo di sì rivedendo alcuni comportamenti avvenuti nel corso di questa epidemia.

Una epidemia è meno evidente, molto più insidiosa, si diffonde per contiguità e, come il fuoco, si espande in modo rapido e colpisce chiunque sia nel proprio raggio d’azione.

Ma può e deve essere spento, con le necessarie azioni ed interventi.

Con le risorse necessarie e indispensabili.

Oltre 100 mila persone decedute in più, in meno di un anno.

Forse in questo periodo dovremmo ipotizzare alcune domande.

Sono giustificate per una epidemia di questa importanza, nel 2020?

Gli interventi che sono stati messi in atto sono stati sufficienti ed efficaci?

Il sistema sanitario ha reagito adeguatamente?

Ha operato in modo corretto e coerente con le tecniche di igiene e prevenzione e cliniche consolidate?

Siamo riusciti a comprendere e far comprendere cosa si intenda per prevenzione e come applicarla?

È stato predisposto un piano locale e regionale per la gestione di questa fase e delle successive dell’epidemia?

Le Autorità, il Prefetto, i Presidenti delle ex Province, i Comuni e i Sindaci sono stati coinvolti e sono partecipi in questi interventi per la sicurezza e la salute pubblica?

I Datori di Lavoro, i gestori di strutture di comunità, i gestori di servizi al pubblico, i responsabili dei servizi comunitari sono stati adeguatamente informati e formati per garantire sicurezza ai propri dipendenti e alla propria clientela?

È il caso di identificare un “Covid Manager” di comunità o dei singoli settori, delle Aziende, per garantire che le indicazioni, generali e specifiche, vengano attivate e attuate nei diversi ambienti?

Riusciamo a prevenire i contagi?

Siamo arrivati a tracciare e a interrompere la catena di trasmissione del virus?

O eseguiamo solo i tamponi nella prospettiva, speranza, di individuare nuovi casi?

Sapendo che sono nuovi malati e che abbiamo perso il momento della prevenzione?

Sapendo anche che i test negativi possono essere positivi il giorno successivo ad aver effettuato il prelievo?

Riusciamo a testare i sintomatici e rintracciare i loro contatti?

O abbiamo perso il tracciamento dei contatti?

I sistemi proposti per il tracciamento dei contatti sono efficaci?

Riusciamo ad assistere in modo adeguato i malati non ricoverati in ospedale, separandoli dai sani e garantendo un rientro in famiglia solo quando il paziente è completamente guarito e non infettivo?

Riusciamo ad individuare ambienti in cui assistere i possibili contatti da mantenere in quarantena e ad avere sufficienti luoghi di ricovero extraospedaliero per non creare cluster familiari, che come abbiamo visto, hanno determinato quasi il 60% dei nuovi casi?

L’attivazione di USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale), mediche ed infermieristiche ambulatoriali e domiciliari, in sostituzione della medicina generale classica per pazienti affetti da patologie infettive trasmissibili, è stata completa e ben distribuita su tutto il territorio regionale? Nazionale?

Abbiamo la garanzia che il 100% dei pazienti sia assistito adeguatamente in ambienti protetti per evitare ulteriori infezioni senza la creazione di cluster familiari o locali?

Gli ospedali e le case di riposo sono stati messi in sicurezza?

Sono stati distinti gli ospedali e le strutture sanitarie indirizzate unicamente ad attività di ricovero per malati infettivi senza creare, in alcun modo, ospedali misti (salvo che per malati nei servizi di malattie infettive)?

Il personale sanitario è garantito nella propria attività quotidiana?

Cosa stiamo facendo per la prevenzione?

Le informazioni e l’educazione dei Cittadini è adeguata e possiamo essere certi che i messaggi di protezione individuale e di prevenzione della infezione siano stati compresi e applicati?

Il materiale di protezione è disponibile e garantito e ha un costo accettabile?

È stato distribuito a tutti i cittadini non in condizione di acquistarlo?

Le regole che sono state indicate sono sufficienti e sono state esposte in modo adeguato a chi dovrebbe seguirle?

Viene garantito il controllo delle regole?

Qual è il modello di gestione della comunità in attesa che sia dispensato a tutta la popolazione il vaccino e siano disponibili terapie adeguate?

La popolazione a rischio, anziani, malati cronici, immunodepressi, soggetti fragili, etc. è sufficientemente protetta e garantita?

È garantita particolare attenzione alle esigenze sociali e cliniche dei pazienti fragili, non Covid, a domicilio per permettere di svolgere una assistenza che non conduca alla necessità di ricoveri ospedalieri?

Considerato che dobbiamo attenderci nuove recrudescenze del virus, come dobbiamo operare per garantire l’intera popolazione e quella più suscettibile a subire i danni più gravi determinati dal virus?

È stato attivato un servizio di sorveglianza e follow up dei malati che sono stati affetti da Covid?

Il Virus è un serio pericolo per la Salute Pubblica, ma non è una minaccia incombente se gli interventi di protezione e prevenzione sono ben attivati e coerenti con il problema da affrontare.

La Coscienza di una Nazione, se compatta e coerente di fronte ad un pericolo, può affrontarlo e risolverlo più rapidamente e con una modalità solidale e cooperativa.

La creazione di conflitti o il prevalere di interessi di parte non può che rendere più complessa e difficile la soluzione dei problemi, ed ancora di più quello di una epidemia vera, significativa, che ha determinato oltre 100 mila decessi e milioni di casi in Italia, oltre 100 milioni di casi nel Mondo.

 

Economia e Covid 19

 

L’impatto che ha avuto l’epidemia a livello mondiale è stato variabile ma comunque molto importante ovunque e persino devastante per alcune categorie.

Una brevissima analisi economica serve per comprendere quali siano le politiche che hanno ottenuto migliori risultati e costi meno elevati, sia per i malati che per la propria economia.

Il danno è stato gravissimo perché dobbiamo tenere conto non solo della perdita di Pil ma anche del mancato incremento mondiale di circa il 3% che era previsto. Ed è una condizione che, se non verrà modificata rapidamente verrà recuperata con tempi particolarmente lunghi.

Sicuramente ha creato danni importanti che sono, tipicamente, determinati da una pandemia espansiva e diffusiva come lo sono quelle per virosi aerotrasmesse.

Il diverso approccio delle Nazioni alla pandemia cosa ha comportato?

E con quali risultati economici e sociali?

C’è stata una correlazione tra la gestione della epidemia e le condizioni economiche?

E se sì, quale comportamento nella gestione della epidemia ha dato migliori risultati sanitari, sociali ed economici?

Partiamo da questi perché solo con le valutazioni concrete possiamo evidenziare i risultati effettivi.

In Europa abbiamo avuto una diversificazione del calo del PIL, ma va valutato anche quali prospettive di sviluppo avessero le diverse Nazioni europee, e confrontare le diverse realtà nazionali. La gestione della epidemia è stata differenziata tra le diverse realtà europee, ma i danni economici sono stati significativi e con valori mediamente importanti.

La perdita del PIL è stata mediamente del 8,5% con variazioni tra le differenti realtà nazionali.

La realtà delle Nazioni sudamericane è stata simile a quanto avvenuto in Europa.

Gli Stati Uniti hanno avuto una riduzione percentuale molto inferiore alla perdita economica europea che è certamente molto significativa. Il danno è comunque maggiore poiché le prospettive di crescita erano più elevate rispetto alla realtà europea.

Crediamo che, nonostante le diverse modalità di valutazione e di rilevazione dei dati sulla mortalità (che è ampiamente sottostimata per gli eccessi di mortalità avvenuti in questo periodo) possano rappresentare una informazione adeguata nel confronto tra i risultati ottenuti nel corso di questi mesi di pandemia.

 

Gli abitanti in Europa sono circa 750 milioni mentre negli Stati Uniti sono circa 344 milioni.

La mortalità è risultata, sinora, praticamente equivalente.

Su quanto accaduto effettivamente lo sapremo tra qualche tempo quando verranno riviste le statistiche sanitarie con una diversa attenzione e quelle di mortalità in modo più equilibrato e approfondito.

Siamo ad un tasso di mortalità, in meno di un anno, di circa 120 – 130 deceduti per 100 mila abitanti.

Il Brasile ha circa 210 milioni di abitanti e il tasso di mortalità è simile ai precedenti riferimenti.

Circa 1,45 miliardi di abitanti, meno di 5 mila morti. Il tasso di mortalità cinese è dello 0,34 per milione di abitanti (0,034 per centomila abitanti)

In Australia il tasso di mortalità è stato dello 0,4 circa per centomila abitanti.

Con circa 5 milioni di abitanti ha avuto una mortalità di circa lo 0,5 per centomila abitanti

Con circa 51 milioni di abitanti hanno avuto una mortalità di circa 3 casi per centomila abitanti.

Quali sono stati i problemi economici e come è variato il PIL in queste quattro Nazioni?

I loro modelli, particolarmente rigidi, hanno creato maggiori danni all’economia e al benessere dei cittadini? Hanno determinato una gestione critica delle attività sanitarie e condotto ad una gestione complicata e con disagio dei malati di patologie croniche e acute nei loro servizi sanitari?

Naturalmente la seconda domanda ha una risposta semplice perché il sistema sociale e sanitario sono stati appena sfiorati dal problema. Un impegno fondamentale, invece, è stato indirizzato all’eliminazione del rischio e alla identificazione dei positivi, alla separazione dei contatti e ad evitare, in qualsiasi modo, la diffusione dei contagi.

Non possiamo considerare, comunque, il mero dato economico come vantaggioso o meno del risultato ma deve essere inserito nella valutazione generale della libertà e del benessere generale della popolazione, delle condizioni di vita e di salute di tutta la popolazione in generale.

I fattori di costo e di danno devono essere anche considerati secondo altri parametri. Certamente i costi sanitari del Covid 19 (che vanno a creare Pil) sono elemento critico. Gli extra costi nei servizi e dei danni possibili per le patologie sofferte e le conseguenze che saranno possibili nel futuro dei malati e di chi è stato infettato, sono ulteriori elementi critici. I danni, malattie e perdite di operatori, al servizio sanitario sono ulteriori elementi critici che vanno sommati ai danni economici di chi ha avuto un numero elevato di decessi, che vanno considerati come danno sociale ed economico, e dei debiti che comunque si sono accresciuti nel periodo di gestione delle problematiche sociali e che comunque sono inseriti in valori incrementali del Pil.

 

Australia

La riduzione del PIL è del 4,2%

 

Nuova Zelanda

La riduzione del Pil è del 6,1%

 

Cina

Il Pil è cresciuto dell’1,9%

 

Repubblica di Corea (del Sud)

Riduzione del Pil 1,9%.

 

Come abbiamo premesso la valutazione economica è molto semplice e su un macrovalore come il Pil che può rappresentare, in forma indiretta, il disagio economico e i danni sociali prodotti dalla epidemia a livello mondiale.

Appare chiaro che gli interventi preventivi e radicali che sono stati messi in atto sono particolarmente vantaggiosi per il benessere dei cittadini, per la libertà individuale, per la sicurezza sociale e per la cura dei malati, acuti e cronici che si presentano annualmente.

Con la produzione del vaccino, reso disponibile in tempi rapidi rispetto ad ogni più rosea previsione, appare molto preoccupante immaginare che non si possa abbattere in modo imponente la diffusione epidemica e rendere più serene e vivibili la gestione e la relazione comunitaria nei mesi a venire.

Ma è necessario intervenire e perseguire obiettivi di grande rigore e correttezza gestionale della epidemia, che invece non appare essere condotta in modo adeguato e spesso appare priva di attenzione all’elemento principale, la prevenzione della diffusione infettiva.

Ancora oggi sono troppi gli operatori che si infettano e purtroppo anche i decessi e le malattie che ne conseguono.

Un sistema “premiante”, non quello dei colori, con numeri settimanali talmente elevati da rappresentare casistiche dell’intera epidemia in alcune Nazioni, potrebbe garantire una diversa tranquillità sociale e una ripresa economica più rapida e robusta, solida.

Non sono ammissibili disattenzioni nel tracciamento e separazione dei malati e dei contatti, proprio per impedire la diffusione di questa infezione, che non è stata certamente affrontata in modo adeguato e ne vediamo purtroppo i risultati.

La mortalità ha superato costantemente i 3000 casi settimanali e ha una tendenza a mantenere questo livello nonostante appaia (o sembri) che i casi siano in calo.

È evidente che qualcosa, tra la gestione del tracciamento e la sicurezza dei malati, non riduce la diffusione e i danni relativi.

La scelta, nei fatti, di rendere endemica l’epidemia, non va certo verso la sicurezza sanitaria e sociale e verso la garanzia di una ripresa rapida delle attività sociali in tranquillità e fiducia.

Si ribadisce la necessità di perseguire gli obiettivi che sono stati proposti in apertura di questo contributo.

Vorremmo vedere la curva tendere costantemente verso nessun decesso.

È molto più semplice (e meno costoso) evitare una malattia che doverla curare.

 

L’incendio va spento subito, non si può lasciar bruciare l’intera foresta.

 

Giuseppe Imbalzano – Medico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Epigenetica e fantasmagorie transumaniste, di Massimo Morigi

 

                                Massimo Morigi

 

 

Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico*

                                              

 

 ______

 

* In frontespizio, Danae di Jan Gossaert (Mabuse), Alte Pinakothek di Monaco di Baviera.

 

                                      Presentazione

 

 

Il saggio di Massimo Morigi Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico può senza dubbio essere considerato come il primo vero tentativo, dopo lo spegnimento e rimozione compiuti a partire dalla seconda metà del Novecento della scuola dialettica italiana di Gentile e Croce, di far rivivere in maniera sistematica ed omogenea una Weltanschauung integralmente dialettica  e storicista ed integralmente unificatrice dei fenomeni sociali, culturali e storici  e di quelli naturali, siano questi di tipo biologico  che  attinenti al mondo fisico che prima  dell’inizio del Novecento venivano interpretati unicamente sulla scorta del meccanicismo galileiano, oppure, per quanto riguarda i fenomeni biologici, in goffa fuoruscita da questo meccanicismo in chiave spiritualista e vitalista (meccanicismo galileano che agli inizi del Novecento verrà messo definitivamente in crisi della meccanica quantistica, e infatti il saggio in questione risulta essere esplicitamente  influenzato da questa rivoluzione nella fisica, tanto che l’autore  definisce la fisica quantistica come una sorta di fisica della praxis, idealmente unita con duplice filo rosso alla filosofia della prassi degli autori che più gli sono cari: Antonio Gramsci e Giovanni Gentile). Non si vuole qui anticipare (e per certi versi è pure impossibile, perché solo immergendosi nella dialettica del saggio in questione è possibile) come il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale proposto dall’autore riesca a sostituire il canone galileiano-posititivistico dell’interpretazione della realtà che nell’odierno pensiero mainstream non vale solo per la c.d. realtà fisica e/o biologica ma sia, vero e proprio infarto del pensiero e del buon senso, per quella  culturale, sociale e storica ma basti sottolineare che gli “eroi” dell’ autore non sono i “liberali” Hobbes, Locke o Kant ma lungo il predetto paradigma di impianto storicistico-dialettico Aristotele, Machiavelli, Hegel, Gentile, Gramsci e Lukács, una genealogia di padri nobili che è quindi già tutto un programma rispetto alle fuorvianti narrazioni liberal-liberiste che sono l’attuale oppio ideologico delle odierne c.d. democrazie rappresentative. Vista la lunghezza del saggio, “L’Italia e il Mondo” ha deciso di pubblicarlo in cinque parti, in ognuna delle quali ogni volta per comodità di lettura verrà riproposto il testo principale che sorregge il corposissimo  apparato di note, non moltissime per la verità, sedici in tutto, ma di una estensione, complessità interna e vicendevole interconnessione che fanno sì che queste note costituiscano il vero e proprio nucleo dialettico del saggio, una sorta di motore dialettico che non sarebbe stato possibile concepire attraverso una stesura di tipo classico dove il “messaggio” viene trasmesso dal testo principale e le note sono, appunto, solo note (a meno di non ricorrere, ovviamente, a forme compositive dialettiche di marca benjaminiana, dove è il testo principale a trasmettere il messaggio ma dove questa trasmissione, per quanto in forme suggestive e poetiche, risulta essere quasi del tutto indecifrabile, vedi, per esempio, il Dramma barocco tedesco, saggio in cui la vertigine dei riferimenti immessi direttamene nel testo principale genera una sorta di indecifrabile – anche se assolutamente affascinante – esplosione dialettica, l’esatto contrario del testo che ora proponiamo dove, nonostante la vastità e complessità dei riferimenti trattati nelle note, assistiamo ad una sorta di condensazione dialettica proprio perché queste note trattano autonomamente, ma tutte dal punto di vista unificante olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, i vari argomenti dai quali prendono lo spunto). Nella quinta ed ultima parte (vista la sua lunghezza ed anche la necessità di affrontarlo con debite pause di riflessione, pubblichiamo infatti questo saggio in 5 parti), segue alla nota 16 una lunghissima sezione bibliografica, la quale a differenza delle bibliografie classiche non solo  è unicamente basata su fonti reperibili in Rete ma dove queste fonti sono salvate für ewig  e sottratte al solito destino del  rapidissimo decadimento e della scomparsa dei documenti presenti sul Web tramite le odierne piattaforme di preservazione digitale che rispondono al nome di Internet Archive e Wayback Machine (quest’ultima una derivazione di Internet Archive). Una parola anche sulla natura di queste fonti. Si tratta per la maggior parte di articoli scientifici sugli argomenti indicati nel titolo del saggio (quindi si tratta di pubblicazioni sull’epigenetica e l’evoluzione, ci si scusi del gioco di parole, della teoria evoluzionistica darwiniana), ma una parte assai significativa, anche se in sottordine nel senso dello spazio che occupa, è dedicata alla preservazione digitale dei principali capisaldi del pensiero politico realistico-dialettico-strategico, documenti quest’ultimi  altrimenti disponibili indubbiamente anche su supporto cartaceo ma che, inseriti nel contesto della Weltanschauung di questo testo – che, come già detto, attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale intende riunificare i fenomemi storico-culturali con quelli c.d. naturali – ed anche nel contesto bibliografico sempre di questo testo assumono una sorta di nuova ed iridescente – anche se completamente conforme rispetto alla loro tradizione di realismo politico  – prospettiva. Per tutti questi motivi, che rendono il saggio in questione un profondo ragionamento filosofico ma di una filosofia integralmente immanentista  e realista con dirette conseguenze e sviluppi anche per i temi politici e geopolitici tanto cari all’ “Italia e il Mondo”, ne consigliamo un attento studio, propedeutico, ci si augura, a quei cambi di paradigmi politico-mentali liberal-liberisti che, veri e propri “crampi del pensiero” in Italia come nel resto delle c.d. democrazie industriali, assieme al tragico spegnimento delle spinte rivoluzionarie del Novecento, stanno causando, oltre ad un apparentemente inarrestabile degrado politico, anche un altro apparentemente inarrestabile degrado antropologico-culturale.

Buona lettura

Giuseppe Germinario

 

 

Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali

 

A Lustig von Dom e alla sua madre in dialettica Frau Stockmann, Friederun von Miran-Stockmann

 

 

Questo documento, che ora viene presentato in anteprima sul blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo”, inteso a raccogliere e a dare un primo approccio alle valenze teoriche che per il Repubblicanesimo Geopolitico possono rivestire le ultime acquisizioni della biologia molecolare e dell’epigenetica e costituito dal presente commento su questo argomento più una  rassegna di URL attraverso i quali i lettori possono prendere visione di importanti documenti afferenti a queste branche della biologia, che erano già presenti sul Web ma che noi, vista la loro importanza sia scientifica  che per la teoria del Repubblicanesimo Geopolitico, abbiamo provveduto a caricare su Internet Archive (e nella rassegna bibliografica finale verranno debitamente indicati gli URL da cui originariamente sono stati scaricati i documenti  – URL e documenti relativi che, quando tecnicamente possibile,  sono stati da noi anche “congelati” tramite  la Wayback Machine – accanto agli URL creati ex novo attraverso i nostri caricamenti su Internet Archive), sviluppa la sua critica a queste nuove acquisizioni delle scienze biologiche nell’ambito dello studio e dell’elaborazione   del  paradigma olistisco-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico – teoria-paradigma dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico   ultima sintesi e sistemazione della filosofia della prassi i cui maggiori esponenti sono stati nel Novecento Antonio Gramsci, Giovanni Gentile e Karl Korsch – e azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale che, in primo luogo, dalla profonda   dialetticità del Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin (per quanto ancora  il Dialectical Biologist non sia riuscito del tutto a liberarsi dello pseudodialettico  engelsismo1 della Dialettica della natura e dell’ Anti-Dühring),  dall’epigenetica (principale esponente Eva Jablonka), dalla teoria endosimbiotica di Lynn Margulis e quindi da un aggiornato lamarckismo riceve potenti stimoli dialettici ed euristici. (Oltre che ottenere una riabilitazione, se non in sede di histoire événementielle, cioè in sede di una impossibile riabilitazione dello stalinismo, ma sì dal punto di vista di una nuova teoresi olistico-dialettica-gnoseologica-epistemologica-politica – cioè dal punto di vista di una rinnovata filosofia della prassi di cui si è appena detto – cui il Repubblicanesimo Geopolitico cerca di dar vita, del tanto ideologicamente diffamato Trofim Denisovič Lysenko, la cui genetica non può essere sbrigativamente liquidata come una infelice pseudoscienza frutto della pseudodialettica dell’autoritario e veteroengelsiano Diamat staliniano, quanto fu piuttosto una forma di lamarckismo ancora all’oscuro dei meccanismi    che    indirizzano   l’evoluzione  degli  organismi2, meccanismi  che cominciano solo ora ad essere compresi dall’epigenetica e, più in generale, da tutti quegli approcci di ricerca biologica e genetica che intendono costruire una Extended  Evolutionary Synthesis  –  Sintesi evoluzionistica estesa, per la  quale anche il dato culturale acquisito,  costruito ed introiettato  dall’organismo stesso in una sorta di autopoiesi genotipico-fentotipica per poi riverberarsi, questa autopoiesi culturale-genetipica-fenotipica, al livello dello stesso ambiente che ne rimane influenzato perché, evolutosi in seguito a questa modificazione dell’organismo, modifica a sua volta dialetticamente l’organismo stesso, è una decisiva componente dell’evoluzione3 – non contrapposta alla Modern Evolutionary Synthesis (Sintesi evoluzionistica moderna, detta anche neodarwinismo – responsabile di aver esasperato in senso meccanicistico le felici intuizioni darwiniane, e costituendo quindi la Sintesi Evoluzionistica Estesa non tanto una fuoruscita dal canone evoluzionista darwiniano ma bensì, attraverso la consapevole introduzione nel campo  teorico esplicativo dell’evoluzione di una Gestalt storicistico-dialettica, non una contrapposizione all’idea darwiniana di evoluzione, modello darwiniano di evoluzione  nel quale erano tenuti in precario equilibro valenze meccanicistiche e valenze storicistiche, ma semmai una sua pur profonda e radicale integrazione alla luce di un rinnovato lamarckismo che solo ora con le nuove tecniche di investigazione scientifica comincia a sviluppare tutte le sue potenzialità) ma al più o meno rozzo meccanicismo che precedentemente aveva afflitto la Modern Evolutionary Syntesis che ha portato alle più estreme ed infauste conseguenze i nodi irrisolti  presenti nel modello  darwiniano4. Si noti bene:  Darwin  era  ben  consapevole dei notevoli problemi che il suo schema di evoluzione delle specie animali e vegetali che vedeva questi organismi come soggetti passivi rispetto all’ambiente si portava con sé e, piuttosto che per il meccanicismo del suo schema evolutivo, l’immortale importanza del suo lascito scientifico consiste nel fatto che egli, a differenza di Lamarck, collegò la variabilità degli organismi all’interno di una specie con la comparsa di nuove specie che non sarebbero mai comparse se questa variabilità individuale non si fosse manifestata, mentre Lamarck, pur avendo correttamente individuato un meccanismo evolutivo dove l’organismo non giocava solo un ruolo passivo – classico l’esempio della giraffa che si allunga il collo per mangiare le foglie degli alberi e riesce poi a trasmettere direttamente alla prole questa sua caratteristica somatica – confinò questo meccanismo evolutivo all’interno di ogni singola specie, cosicché, per farla semplice, le giraffe potevano sì allungare il loro collo a seconda delle necessità ambientali ma dalle giraffe potevano evolversi solo delle giraffe e mai, mettiamo, una nuova specie di erbivori distinta dalle giraffe. Era un’idea di evoluzione un po’ modello arca di Noè, dove le specie del Creato sono sempre state le stesse ab initio temporum – nell’arca gli animali entrano a coppie  e, a parte la facile ironia che viene dalla domanda su come faranno i milioni di specie di viventi, anche se presenti solo a livello di una coppia composta da un maschio e una femmina, a stare dentro un così ridotto vascello, c’è una visione del mondo che sta dietro a questo singolare mito biblico, e cioè l’eterna fissità delle specie viventi che, dai tempi antidiluviani, quindi sin dall’inizio del mondo, sono sempre le stesse.  L’immortale lascito di Darwin non è, quindi, quello di avere recisamente rifiutato e sovvertito in direzione meccanicista il modello lamarckiano di un processo di attiva autopoiesi genotipico-fentotipica dell’organismo e di trasmissione di queste nuove caratteristiche così attivamente acquisite anche alle successive generazioni ma il fatto di aver compreso che la variabilità degli individui all’interno di una popolazione può generare nuove specie. Per rimanere all’esempio della giraffa. Secondo lo schema darwiniano, se particolari condizioni ambientali non costringono più le giraffe ad allungare il collo – o per attenerci ad una formulazione di ancor più stretta osservanza darwiniana, se particolari condizioni ambientali non favoriscono la selezione di giraffe dal collo sempre più lungo –, questo mutamento ambientale può selezionare   –  perché un collo troppo lungo che non risponda più a necessità alimentari è uno svantaggio in quanto una eccessiva massa dell’animale consuma troppe calorie – non solo giraffe dal collo più corto ma una nuova specie animale che non riesce più a riprodursi con le giraffe a collo lungo. Una eccezionale intuizione che, per la prima volta, riusciva a spiegare la presenza delle varie specie presenti sulla Terra partendo da una stessa famiglia di organismi. Insomma prima di Darwin sarebbe stato assolutamente impossibile concepire  LUCA (Last Universal Common Ancestor), e in mancanza di questo ‘ultimo antenato comune universale’ – o almeno in mancanza nella teoria evoluzionistica di un originario antenato iniziatore della vita, sia stato questo antenato un singolo organismo o un gruppo di (proto)organismi e/o molecole organiche (oppure vari e distinti gruppi di molecole organiche e/o (proto)organismi)  che siano divenuti una comunità di organismi  (o più comunità di organismi come nel secondo caso dei gruppi distinti) tramite il trasferimento di geni orizzontale ed evolutesi e differenziatesi in seguito in molteplici e diversificate altre comunità di organismi, cioè nelle varie specie biologiche presenti sul nostro pianeta – gli attuali  paradigmi evoluzionistici sulla varietà e differenziazione delle  specie dei viventi presenti sulla Terra, Sintesi evoluzionista moderna e Sintesi evoluzionistica estesa indifferentemente,  sarebbero gravemente mùtili  della loro  forza  euristica ed analogica nell’opposizione a qualsiasi Weltanshauung imperniata su una divinità personalistica e creazionistica ex nihilo ed ex suo5 – opposizione che è consustanziale alla filosofia della prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico –, una ingenua rappresentazione della religiosità popolare sull’origine del mondo  che iconicamente  trova oggigiorno la sua più limpida manifestazione nelle immagini devozionali di proselitismo religioso dei Testimoni di Geova rappresentanti il Paradiso Terrestre, dove leoni, giraffe e gazzelle ed altre specie selvagge vivono felici e rispettandosi a vicenda – povero leone costretto ad una dieta vegetariana, da costituirsi immediatamente un’associazione animalista contro i maltrattamenti alimentari che il leone subisce in questo paradiso terrestre, e alle fiamme il dipinto Paradiso di Jan Brueghel il Giovane, forse la più diretta fonte iconografica di queste immagini devozionali!6 –, e, a parte la bizzarria del leone vegetariano, recanti queste immagini un’altra informazione al devoto, e cioè che queste specie ora pacificate nel Paradiso sono state create tali e quali  ab initio temporum. Insomma, siamo sempre dalle parti dell’arca di Noè e delle mitologie veteroneotestamentarie e derivati7. Darwin  ha iniziato  a  liberarci  da  questa   mitica arca8. La Sintesi evoluzionistica estesa riesce, a sua volta, a liberarsi – e a liberarci –  nel campo della biologia e degli studi sull’evoluzione degli organismi dell’ideologia meccanicistica di stampo cartesiano-galileano – che nell’ Ottocento e  nel Novevento trovò la sua più tetra e ridicola interpretazione nel positivismo e nel neopositivismo – in cui finora era stata costretta questa liberazione e in cui era rimasto impastoiato, pur fra profondi dubbi, anche Darwin. E ovviamente il Repubblicanesimo Geopolitico non può che cogliere con profonda soddisfazione questo ulteriore avanzamento dialettico delle scienze biologiche e genetiche.).  Un’ultima notazione. Pur prendendo spunti ed analogie dalle nuove frontiere aperte dall’epigenetica, dalla sintesi evoluzionistica estesa  e dalla teoria endosimbiotica, ideata quest’ultima  da Lynn Margulis, il Repubblicanesimo Geopolitico si pone decisamente agli antipodi da tutte le ridicole e cupe impostazioni transumaniste, siano queste anche in forma più o meno attenuata come, per esempio, in Donna Haraway. Questo perché – sempre rimanendo al transumanismo harawayno, che attualmente  ne è la forma più attenuata, ed anzi la Haraway espressamente nega di condividerne i fini, anche se, in pratica, deve a buon diritto essere inserita in questa disumanizzante impostazione antropologica – pur riconoscendo volentieri e come segno indubbiamente positivo le potenzialità dialettiche e/o contro la vecchia suddivisione natura/cultura che promanano da tutto il lavoro della Haraway (dal Cyborg Manifesto per finire col Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene9),  si   deve   sottolineare  il fatto che 1) questa dialettica è espressa per lo più attraverso immagini simboliche (il cyborg del Cyborg Manifesto, l’endosimbionte del Stayng with the Trouble – quest’ultimo, comunque effettivamente esistente nella realtà mentre il primo, almeno per ora, è solo il frutto di una fantasmagoria fantascientifica), che per quanto immagini inconsce ed oniriche della dialettica si fermano sempre ad un passo da una piena consapevolezza della stessa e che 2) il progetto transumanista che traspare da tutto il lavoro della Haraway (per quanto il transumanismo venga formalmente respinto dalla Haraway) altro non si risolve alla fine, anche se abbandonando l’iniziale fantasmagoria fantascientifica del Cyborg perché evidentemente percepita dalla Haraway troppo disumanizzante, che in una fuoruscita dall’umano  non più in via bioingegneristica  come nel Cyborg Manifesto ma in via ingegneristico-genetica (cfr. in Staying with the Trouble il racconto fantascientifico The Camille Stories: Children of Compost10), ma fuoruscita storica dalle attuali contraddizioni storiche dell’umano –  e non dall’umano stesso inteso come dispositivo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale come invece propone il transumanismo che lo vorrebbe sostituire con un più perfezionato prodotto da laboratorio ma dal quale, ahinoi, scompare la dimensione storico-dialettica della sua evoluzione – che solo può compiere una soddisfacente Aufhebung attraverso una rinnovata e potenziata filosofia della prassi, insomma quella filosofia della prassi, erede dell’idealismo storicista italiano e tedesco e delle migliori espressioni del marxismo occidentale direttamente influenzate da questo idealismo,  che nel XXI secolo solo il Repubblicanesimo Geopolitico ha assunto su di sé il compito del suo sviluppo e potenziamento teorico-pratico. E, infatti, l’incapacità della Haraway a formulare coerentemente un suo autonomo ed originale pensiero dialettico e addirittura il tentativo di fare dell’endosimbionte il simbolo di un nuovo rapporto dell’uomo con la natura  e con la società – suggerendo quindi che l’endosimbionte è, in un certo senso, il  culmine della scala biologica e l’obiettivo cui deve tendere una rinnovata ingegneria sociale poggiata su un’ideologia ecologista e realizzata attraverso le sempre più penetranti tecnologie genetiche utilizzate per modificare il genoma umano: cfr. oltre al summenzionato apologo fantascientifico ancora, passim, Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene e, in particolare, alle pp. 61-62, 64 la trattazione sul simbionte   Mixotricha paradoxa11– sfocia  alla  fine,  sempre   in  Staying   with  the Trouble, certamente risultato non voluto dalla Haraway, nel progetto di una sorta di uomo nuovo, conseguito non attraverso una selezione e/o eliminazione di pool genetici e culturali umani come nel nazismo12 ma attraverso l’assorbimento nel stesso patrimonio genetico dell’homo sapiens, ad opera dell’ingegneria genetica,  del patrimonio genetico di altre specie animali e vegetali (questo processo di trasferimento di DNA e RNA non finalizzato a finalità riproduttiva all’interno di una specie ma fra membri appartenenti a specie diverse e quindi svincolato da qualsiasi teleologia riproduttiva – che, alla luce delle attuali acquisizioni nell’ambito del paradigma della sintesi evoluzionistica estesa, tutto si può dire di questo fenomeno tranne che si tratti di un ‘epifenomeno’ di trascurabile importanza, mentre è assai più verosimile pensare che si tratti di un passaggio decisivo dell’evoluzione degli organismi e dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitica ne è evidente la grande valenza euristica in quanto si pone agli antipodi di qualsiasi visione “fissista”  del mondo biologico e,  con profonda analogia,  della realtà tutta,  fisica, biologica, culturale e storica, proiettandoci quindi in uno schema olistico della realtà informato alla creazione autopoietica della stessa attraverso il  paradigma   dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale – non è una fantasmagoria fantascientifica ma avviene in natura, e avviene anche per quanto riguarda l’uomo nel cui materiale genetico sono state rinvenute tracce più o meno consistenti di materiale genetico di altre specie animali, un trasporto probabilmente avvenuto attraverso virus vettori). Questo ‘trasferimento genico orizzontale’ svincolato dalla riproduzione  (acronimo TGO,  o ‘trasferimento di geni laterale’, acronimo TGL, in inglese ‘Horizontal gene transfer’, acronimo HGT) che avviene, ovviamente, anche dall’uomo verso gli animali, mentre potrebbe costituire una potentissima metafora dell’intima dialetticità non solo del mondo biologico ma, nell’ambito di una visione olistica della realtà tutta, non solo del mondo della φύσις globalmene intesa ma anche della realtà culturale e storica dell’uomo, viene  quindi suggerito dalla Haraway in Staying with the Trouble  – con grande sfacciataggine ed ingenuità materialistica, ma mai come nel caso della Haraway questo materialismo non è altro che il volto deturpato e degradato di un non ben superato spiritualismo, e infatti la Haraway non ha mai fatto mistero della suo background cattolico e della centralità nello sviluppo del suo   Bildungsroman del mistero della transustanziazione13– come  una  sorta  di processo da intensificare ulteriormente attraverso una sempre più scaltrita ingegneria genetica, venendo così a delineare, sempre involontariamente per carità, una sorta di eugenetica non di marca nazista ma di tipo ecologista, ignorando, come del resto avviene sempre nel nazismo e nelle altre forme di totalitarismo, che se mai si può parlare di uomo nuovo, questo uomo nuovo – se vogliamo mantenere per comodità espositiva questa espressione, sideralmente lontana dalla Weltanschauung olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale (e storicista) del Repubblicanesimo Geopolitico – non può che avere la sua reale epifania attraverso il potenziamento del Logos (Logos che non è una peculiarità dell’uomo ma che nell’uomo, a differenza degli altri animali ed anche vegetali, è la principale forza di indirizzo e di sviluppo della sua evoluzione), potenziamento del Logos che trova la sua massima espressione – attraverso il manifesto e pubblico compimento nella società, di una cultura informata al modello dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale – nell’ Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico;  ed Epifania strategica che, per concludere,  può trarre, come effettivamente già trae attraverso la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, potenti spunti euristici e dialettici dall’epigenetica e, più in generale, dall’ Extended evolutionary synthesis che finalmente si è lasciata definitivamente alle spalle il mito di un’evoluzione biologica guidata meccanicamente da forze esterne all’organismo e verso le quali l’organismo non possa dialetticamente interagire (quindi si può dire che l’ Extended Evolutionary Synthesis è una sorta di filosofia della prassi  per quanto riguarda gli studi biologici e di storia naturale); ma Epifania strategica che è l’esatto contrario della fuga in utopie comunistiche, comunitaristiche o eugenetiche di destra o sinistra che esse siano ma è,  una sorta di obiettivo limite;  o, se vogliamo una sorta di mito, ma un mito che affonda le sue radici nella reale natura dell’uomo14, natura dell’uomo, che similmente al resto del mondo animato ed inanimato ma con maggior evidenza di questi due ambiti  – che, allo stesso titolo  dell’uomo, appartengono alla stessa totalità dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, e qui torniamo all’artificiosità della separazione fra mondo naturale biologico o fisico che esso sia e il mondo culturale, sociale e storico fino a poco tempo fa ritenuto di esclusiva costruzione umana, artificiosità nella separazione di questi due mondi che, alla luce di un vigoroso anche se non impeccabile sforzo dialettico perché impacciato da  un sentimento di reverentia ac metus verso la figura di Friedrich Engels, nessuno meglio del Dialectical Biologist è riuscito ad esprimere, cfr. del Dialectical Biologist pp. 277-288, sulle quali ritorneremo anche in future altre discussioni15 –,  è il Logos concreto ed immanente dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale; un Logos (o Epifania strategica) che anche dalle scienze biologiche di cui si è appena detto (nonché,  –  vedi Teoria della Distruzione del Valore   e Dialecticvs Nvncivs – dalla meccanica quantistica e dall’elaborazione  di modelli matematici non lineari, cioè dallo studio della  Teoria del caos  e dei Complex Adaptive Systems – antesignano di questo approccio non lineare nello studio della guerra e della società Carl von Clausewitz col suo Vom Kriege –,  approcci anche questi, analogamente a quelli introdotti dalla nuove scienze biologiche e genetiche appena illustrate, di grande valore dialettico  per lo  studio della società e dell’uomo perché ci liberano dai vecchi meccanicismi e determinismi cartesiani e galileiani che hanno afflitto gli ultimi cinque secoli di studi  “umanistici” e che fra Ottocento e Novecento hanno visto il loro triste trionfo nel positivismo, nel neopositivismo per finire col Diamat staliniano), trae potentissimi spunti dialettici ed operativi16  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

 

1 Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1985 (Delhi, Aakar Books for South Asia, 2009), documento da noi scaricato presso https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf. Nostro congelamento WebCite (quando ancora questa piattaforma accettava congelamenti diretti di URL e relativi documenti):  http://www.webcitation.org/75i27bpR1 e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fathens.indymedia.org%2Fmedia%2Fupload%2F2016%2F09%2F02%2FLEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf&date=2019-01-26. Successivo “congelamento” anche sulla Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190618163839/https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf.  Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/TheDialecticalBiologist/mode/2up   e

https://ia800900.us.archive.org/3/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf. Vista l’importanza del documento, ulteriore congelamento WebCite del documento da noi caricato su Internet Archive:    http://www.webcitation.org/75i3BdM3Q e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801507.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FTheDialecticalBiologist%2FLewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf&date=2019-01-26 ed ora, alla luce del  funzionamento non soddisfacente di WebCite, congelamento tramite Wayback Machine di Internet Archive del documento già caricato direttamente su Internet Archive, generando l’URL  http://web.archive.org/web/20190618164825/https://ia800900.us.archive.org/3/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf. Non è nostra intenzione elencare dettagliatamente in questo lavoro tutte le varie ingenuità veteromarxistiche e/o veteroengelsiane del Dialectical Biologist, lasciando al lettore, attraverso la possibilità di andare direttamente alla fonte tramite il Web e attraverso la nostra operazione di congelamento digitale di questa e delle altre fonti rilevanti per la presente discussione – vedi rassegna bibliografica internettiana finale –, la istruttiva e formativa fatica (e, comunque, dedicheremo una nostra successiva riflessione a separare analiticamente il grano dal loglio di questo fondamentale testo).  Per quanto riguarda questa  nota, ci limitiamo a citare  l’epigrafe nella pagina che segue il frontespizio: «To Frederick Engels, who got it wrong a lot of the time but who got it right where it counted». Come vedremo in questa comunicazione, per fortuna del Dialectical Biologist (e soprattutto, per nostra fortuna) questo libro ha saputo andare ben oltre queste ingenuità – anche se, come pure verrà evidenziato  nella presente riflessione,  sempre unendo folgoranti intuizioni con una difesa più o meno d’ufficio di Friedrich Engels  e della sua pseudodialettica  –, costituendo una pietra miliare per una rinnovata dialettica della filosofia della prassi, talché parafrasando abbiamo scritto in epigrafe al nostro lavoro queste parole: «Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali».

 

 

 

 

2 «The Lysenkoist  movement, which agitated Soviet biology and agriculture for more than twenty years and which remains attractive to segments of the left outside the Soviet Union today, was a phenomenon of vastly greater complexity than has been ordinarily perceived. Lysenkoism cannot be understood simply as the result of the machinations of an opportunist-careerist operating in an authoritarian and capricious political system, a view held not only by Western commentators but by liberal reformers within the Soviet Union. It was not just an “affair”, nor the “rise and fall” of a single individual’s influence, as might be supposed from the titles of the books by Joraysky (1970) and Medvedev (1969). Nor, on the other hand, can the Lysenko movement be regarded, as it is by some ultraleft Maoists, as a triumph of the application of dialectical method to a scientific problem, an intellectual triumph that is being suppressed by the bourgeois West and by Soviet revisionism. None of these views corresponds to a valid theory of historical causation. None recognizes that Lysenkoism, like all nontrivial historical phenomena, results from a conjunction of ideological, material, and political circumstances and is at the same time the cause of important changes in those circumstances.»: Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, cit., p. 163. Abbiamo appena affermato che non citeremo in dettaglio le varie debolezze del Dialectical Biologist ma in questo caso abbiamo fatto un’eccezione. Ovviamente è del tutto apprezzabile la difesa che nel passo riportato viene fatta di Lysenko ma pur non essendo questa una difesa d’ufficio non si può non rimarcare il grosso problema  che riguarda, complessivamente,  non solo il brano appena citato e tutta  la trattazione che nel Dialectical Biologist viene svolta del “caso Lysenko” (il capitolo “The Problem of Lysenkoism” del Dialectical Biologist da p. 163 a p. 196) ma, globalmente, tutto il Dialectical Biologist. Precisiamo. Il problema nella debolezza della difesa di Lysenko non può, in verità, essere attribuito ad una sorta di timidezza scientifica del Dialectical Biologist nei confronti della meccanicistica Sintesi evoluzionista moderna per il semplice fatto che le acquisizioni scientifiche nel campo dell’epigenetica e la teoria endosimbiotica di Lynn Margulis che mettono direttamente in crisi questo paradigma e vanno a costituire una rinnovato interesse verso Lamarck nell’ambito di una nuova Sintesi evoluzionistica estesa erano ai tempi del Dialectical Biologist o  ancora tutte da venire o, se già formulate, ancora con scarsissimo seguito presso la comunità scientifica internazionale  (Lynn Sagan – dopo aver divorziato dall’astronomo Carl Sagan e sposato Thomas Margulis, Lynn Margulis –, On the Origin of Mitosing Cells, in “Journal of Theoretical Biology, Vol. 14(3), 1967, pp. 225-274 (per consultare e scaricare  articolo  sul Web, vedi rassegna bibliografica internettiana finale), il primo articolo su una rivista scientifica dove Lynn Margulis avanza la sua teoria endosimbiotica – indicazioni bibliografiche internettiane in calce alla presente comunicazione –, fu pubblicato nel ’67 dal “Journal of Theoretical Biologydopo essere stato rifiutato da altre riviste scientifiche e ci vollero più di due decenni prima che la teoria endosimbiotica di Lynn Margulis fosse riconosciuta come una pietra miliare della biologia e della genetica; Eva Jablonka comincerà a pubblicare verso la fine degli anni Ottanta) e, quindi, non si può che apprezzare il coraggio  mostrato da questo testo  nel  cercare di porre una resistenza al pensiero mainstream in campo genetico – ma anche nel campo dell’ideologia anticomunista – che vedeva Lysenko come una sorta di teppista pseudoscientifico che si sarebbe fatto largo nel mondo accademico   sovietico solo in ragione del fatto che vi imperava lo stalinismo – la cui volontà di costruire l’uomo nuovo del socialismo ben si accordava con la strumentalizzazione del lamarckismo insito nella  biologia lisenkiana –  e la sua scimmia ideologica  che va  sotto il nome di Diamat  che in pratica del lisenkismo – al netto del suo meccanicismo engelsiano travestito da dialettica, meccanicismo diamattino  e suo maggiore compare politico stalinista che in linea di principio avrebbero dovuto confliggere con qualsiasi deriva lamarckiana nel campo della biologia che, a rigore, non avrebbe dovuto che enfatizzare un ruolo attivo dell’organismo nel foggiare il proprio genotipo-fenotipo, ma qui si trattava di giustificare col lamarckismo lisenkiano un ruolo attivo della volontà dello Stato a foggiare una nuova comunità e non un ruolo attivo dell’individuo ad autoeducarsi in senso socialista  – seppe cogliere le sue potenzialità di utilizzarlo come instumentum regni per propagandare la possibilità di edificare l’uomo nuovo sovietico in brevissimo tempo. (Utilizzazione ideologica sempre avvenuta, del resto, in ogni settore della ricerca scientifica e non certo inaugurata dallo stalinismo. Oltre al meccanicismo cartesiano-galileano giustificatore dell’individualismo metodologico di cui abbiamo già in altre sedi più volte discusso e di cui stiamo discutendo anche qui in quanto di questo meccanicismo si sta criticando la sua versione nelle scienze biologiche e genetiche, per quanto riguarda la teoria evoluzionistica in senso stretto, non si può fare a meno di ricordare che, oltre che uno stretto darwinismo meccanicistico è da sempre addotto come giustificazione  dell’individualismo metodologico della società liberale – e la versione più moderna di questo utilizzo ideologico è la sociobiologia, cfr., a questo proposito  Richard Dawkins, The Selfish Gene, New York, Oxford University Press, 1976, per indicazione internettiana  con relativi congelamenti dell’URL e del documento tramite le piattaforme di preservazione digitale, vedi infra nota n° 4 e rassegna bibliografica internettiana finale –,  il c.d. darwinismo sociale è stato anche la vera colonna portante dell’ideologia razziale nazista, nazismo che, al netto di tutte le sue fumisterie esoteriche, era proprio sostenuto dall’idea di un individualismo metodologico, dove però al posto del singolo individuo trionfatore ed eliminatore – in buona sostanza – degli altri individui nella lotta per la sopravvivenza nella libera e concorrenziale società di mercato, veniva esaltato una singolo gruppo di umani, la c.d. razza ariana, l’unica che aveva il diritto di dominare e persino eliminare gli altri ceppi umani presenti nel libero, perché per definizione anarchico, contesto geopolitico internazionale. Dominazione ed eliminazione, lo ricordiamo per ultimo, che il nazismo voleva compiere nel Vecchio continente e nelle adiacenti propagini asiatiche della Russia ma pratiche di dominio politico fino a giungere al consapevole vero e proprio genocidio che le potenze coloniali, specialmente il Belgio e la Germania guglielmina ma nessuna potenza europea in questa disgustosa vicenda può chiamarsi fuori,  avevano compiuto pochi decenni di anni prima in Africa. Su questo non si può non rinviare all’immortale Heart of Darkness di Joseph Conrad e a Hannah Arendt e sul suo The Origins of Totalitarianism). Seguendo infatti  uno schema darwiniano di stretta osservanza, e quindi operando meccanicamente attraverso una  selezione di nuovi ceppi umani che avrebbe dovuto agire su più generazioni,  sarebbe stato impossibile con la sola propaganda costruire l’uomo nuovo sovietico, mentre indubbiamente uno schema lamarckiano-lysenkiano  ingenuamente interpretato – in buona o cattive fede non importa – avrebbe potuto raggiungere questo risultato velocemente operando attraverso la propaganda e l’entusiasmo che fra le masse queste propaganda avrebbe dovuto suscitare – che poi questa entusiastica partecipazione fosse del tutto eterodiretta e quindi passiva e che quindi  l’attiva partecipazione dell’organismo uomo fosse di natura diametralmente opposta a quella dell’organismo giraffa che attivamente si sforza di allungare il collo, questo fu un dettaglio “secondario” che probabilmente mai sfiorò la mente dei burocrati sovietici, i quali, oltre ad essere giustamente preoccupati per le conseguenze personali cui si poteva andare incontro opponendosi al Diamat e alle relative strumentalizzazioni della ricerca scientifica, non potevano non riconoscere la validità operativa, al fine di costruire uno stato totalitario. di una strumentalizzazione di una dottrina scientifica che, in quella data situazione storica, ben si prestava a giustificare l’apparato propagandistico ed autoritario del costruendo stato sovietico (stricto sensu, gli studi di Lysenko riguardavano la vernalizzazione del grano, riguardavano cioè la possibilità che l’esposizione del grano alle avverse condizioni climatiche invernali ne facesse crescere la produzione e/o la resistenza a queste intemperie della stagione fredda e questo senza passare attraverso una previa selezione, come si sarebbe dovuto fare seguendo uno schema darwiniano, di linee di grano più resistenti al freddo. Ad oggi è difficile giudicare se si fosse trattato di una buona o cattiva idea. Quello che è certo è che la produzione granaria crollò verticalmente ma di mezzo ci fu la collettivizzazione delle campagne e quindi il lysenkismo è oggi ricordato solo come una dannosa pseudoscienza, stampella di un regime totalitario, corresponsabile della carestia che afflisse l’allora nascente regime sovietico e direttamente responsabile, negli anni che seguirono, dell’arretratezza della biologia e genetica sovietica. Ma dei fallimenti e problemi irrisolti della Sintesi evoluzionista moderna solo oggi si comincia a parlare…). Grosso modo questa è la ricostruzione storica che anche il Dialectical Biologist fa del “caso Lysenko” affermando che il lysenkismo non fu una sorta di pseudoscienza  che poteva solo sorgere in un sistema totalitario ma che, bensì, per farla breve, fu una legittima direzione della ricerca biologica e genetica che, per ragioni storiche contingenti, fu ridotta alla caricatura di sé stessa. Su questo, quindi, nemmeno noi abbiamo nulla da eccepire ma, però, il problema di una piena riabilitazione sussiste, perché per la difesa di una teoria scientifica non ci si può limitare a dire che era sorta con le migliori intenzioni, rovinate in seguito dai cattivi politici, se queste intenzioni, alla stretta del chiodo, saranno state magari sì buone ma anche sostanzialmente sbagliate. E su quest’ultimo problema il Dialectical Biologist non prende posizione, tentenna e tutto il suo discorso critico ruota attorno ad un meccanicismo veteromarxista e veteroengelsiano sostenendo che ogni teoria scientifica è, in ultima analisi, frutto della società dove questa nasce e quindi che il lysenkismo sarebbe stato il frutto di una società e/o del suo apparato politico totalitario  che voleva costruire il socialismo mentre la stretta osservanza darwiniana sarebbe il frutto di una società capitalista tutta tesa a santificare e a magnificare l’ineluttabilità del libero mercato e la ricerca del successo individuale, dove è chiara l’analogia di questo individualismo metodologico con lo schema darwiniano dove meccanicamente l’ambiente seleziona l’individuo migliore che poi, attraverso l’atto riproduttivo, consegnerà alle future generazioni queste sue caratteristiche che hanno avuto il successo di superare il vaglio posto dall’ambiente. Tutto questo incontra la nostra piena approvazione e anzi ne abbiamo appena discusso ma è ancora troppo generico, perché il problema che non affronta il Dialectical Biologist è analizzare, su un piano storico più generale, il significato gnoseologico-epistemologico che hanno la tradizione lamarckiana e la tradizione darwiniana; si tratta cioè del problema della dialettica e della natura che abbia questa dialettica e su questo punto il Dialectical Biologist, pur fornendo, come vedremo, spunti del più grande interesse, non osa pronunciarsi, anzi in più luoghi espressamente ammette di non sapere dare una definizione della dialettica pur sottolineando che, nonostante questo, la dialettica sia indispensabile per spiegare i fenomeni biologici (e su questo siamo pienamente d’accordo, come pure del tutto positivamente apprezziamo del Dialectical Biologist l’essere riuscito a fornire esempi concreti di dialettica operativa in campo biologico, specialmente quando vengono descritti gli ecosistemi e i vicendevoli  rapporti di feedback fra organismo e/o gruppi di organismi e il loro ambiente). Il punctum dolens e quindi quello della natura della dialettica e riandando   alla citazione che ha dato vita a questa nota possiamo tornare a leggere: «Nor, on the other hand, can the Lysenko movement be regarded, as it is by some ultraleft Maoists, as a triumph of the application of dialectical method to a scientific problem, an intellectual triumph that is being suppressed by the bourgeois West and by Soviet revisionism. None of these views corresponds to a valid theory of historical causation.» Il punctum dolens non è tanto se l’ultrasinistra maoista del tempo fosse o no nel torto a ritenere il lisenkismo il trionfo  della dialettica (in molti altri luoghi della presente comunicazione, verrà sottolineato il motto  latino amicus Plato, sed magis amica veritas, volendo con ciò significare che per un corretto procedere dialettico non si deve giudicare positivamente una teoria scientifica solo perché rifiuta una schema meccanicistico e deterministico e, quindi, unicamente  per questa sua intrinseca voluntas dialectica,  illusoriamente più nel vero di una corrispettiva teoria che su questo meccanicismo e determinismo si basa  – anche se ci sono, ovviamente  teorie scientifiche che si possono prestare più di altre, per una sorta di loro intima Weltanschauung dialettica, a  sviluppare efficaci ragionamenti dialettici, e questa comunicazione, come altre che l’hanno preceduta,  è pure basata su questo assunto), il punto è che bisogna individuare la vera Gestalt di questa dialettica e, nelle parole del Dialectical Biologist appena lette si parla di «una valida teoria per la causazione storica», con ciò – oltre a sottintendere una separazione fra causazione del mondo storico  e quello del mondo fisico-biologico, determinazione della illusorietà della separazione fra mondo storico-culturale e quello fisico-biologico che è il cardine del Repubblicanesimo Geopolitico ma che, in altri luoghi del Dialectical Biologist è pure, anche se maniera non esemplarmente cristallina, rifiutata – rivelando in pieno i debiti ancora pesanti che il Dialectical Biologist deve alla pseudodialettica engelsiana, la quale, in realtà, non è altro che un positivismo a malapena travestito e dove le tre leggi aristoteliche della logica (Il principio di identità, il principio di non-contraddizione e   il principio del terzo escluso) vengono sostituite goffamente dalle tre nuove ridicole leggi della dialettica   (la legge della conversione della quantità in qualità (e viceversa), la legge della compenetrazione degli opposti e la legge della negazione della negazione: per la definizione della Gestalt della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico, in particolare vedi infra nota n° 4 ma, nella sua totalità, tutta la presente comunicazione è volta alla sua costruzione), ridicole sì ma che hanno l’assai poco ridicolo e molto triste risultato di rendere la dialettica altrettanto meccanica nella sua natura ed azione alle deterministiche leggi sociali che il positivismo riteneva di dover e poter individuare, perché dal positivismo pensate in perfetta analogia a quelle dei sistemi fisici – o meglio di come  ai tempi del positivismo si pensava operassero i sistemi fisici – e agenti entro un rigido schema di causa ed effetto con conseguente sicura ed infallibile prevedibilità dei fenomeni. Per fortuna, come mostreremo, il Dialectical biologist saprà anche lasciarsi alle spalle il sogno di ogni «valid theory of historical causation», intrinsecamente legata al meccanicismo, per approdare ad uno schema storicistico molto vicino al paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico.

 

3 Questo processo di feedback evolutivo ha profonde analogie col processo interpretativo detto circolo ermeneutico. Purtroppo l’attuale ermeneutica, pur giustamente affermando l’esigenza di un infinito moto circolare del sapere dal soggetto studiante all’oggetto studiato con costante modifica in questo processo sia del soggetto che dell’oggetto, ha tralasciato nella sua teoria una approfondita riflessione sulla forma della  dialettica e ha limitato il suo campo di studio solo alla linguistica e agli studi filologici. (Gadamer parla del processo messo in atto dal circolo ermeneutico come una ‘fusione di orizzonti’ e dell’atteggiamento che deve assumere l’ermeneuta la cui  attività  deve essere improntata alla phrónesis  altrimenti detta ‘saggezza’ o ‘prudenza’, in ragione del fatto che l’ermeneuta deve essere consapevole che la sua attività interpretativa è sempre carica di pregiudizi, pregiudizi che se  è intellettualmente onesto non solo egli deve giudicare ineliminabili  ma anche pensare come  una parte positiva nel dare inizio al circolo ermeneutico stesso. Ora a parte il fatto che riconosciamo una notevole bellezza poetica all’immagine della fusione degli orizzonti e che ben volentieri possiamo concordare con Gadamer sulla necessità di procedere prudenti non solo nelle vicende interpretative ma, aggiungiamo noi, anche nelle vicende della vita di quotidiana – e anche, a maggior ragione, di quella pubblica e filosofica: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.» (Matteo 10,16-18), come vediamo nell’appello alla prudenza Santa Madre Chiesa ha anticipato di molti anni l’ermeneutica –, liquidare il processo dialettico interpretativo con una  bella metafora ma  che però non ha più valore gnoseologico ed epistemologico di una suggestiva  immagine modello cartolina postale del sole che tramonta dietro l’orizzonte marino – magari tenendo teneramente per mano la propria amata mentre si assiste sulla battigia ed udendo il mantrico sciabordio delle onde che fa da colonna sonora al sublime spettacolo dell’astro morente; non ce ne vogliano gli ermeneuti di ogni ordine e grado, a noi personalmente la ‘fusione di orizzonti’ richiama alla mente quel quadro dell’artista russo appartenente alla Sots-art Erik Bulatov, Red Horizon,  che ci fa vedere un piccolo gruppo di uomini e donne  che  passeggiano in spiaggia, rappresentati di spalle    e stranamente vestiti, visto l’ambiente, con abiti formali  più consoni ad un contesto urbano mentre osservano un amplissimo e rettangolare arrossamento del cielo lungo la linea d’orizzonte del mare  attraversato da più strette linee rettangolari gialle. Red Horizon, quindi, rappresentazione surreale dell’osservazione da parte di queste persone di un tramonto dietro il mare e probabilmente queste persone formalmente vestite sono la metafora della  declinante nomenclatura sovietica: Red Horizon fu dipinto nel 1972 quando erano già evidenti gli inevitabili segnali d’involuzione che avrebbero portato al collasso della società sovietica poco meno di due decenni dopo. Ecco a noi la gademeriana ‘fusione d’orizzonti’ richiama la stessa Stimmung di Red Horizon… – e liquidare l’aristotelica phrónesis come semplice prudenza, mentre in Aristotele è l’unione di intelletto e desiderio al fine di elaborare una corretta linea d’azione – e questa unione di intelletto e desiderio, mutatis mutandis, con profonda analogia con l’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia della prassi del  Repubblicanesimo Geopolitico – non può che lasciare perplessi in merito all’ermeneutica gadameriana e  di tutti quegli studi ermeneutici che da Gadamer prendono lo spunto, e per essere perplessi non è nemmeno necessario fare propria una particolare visione dialettica ma essere animati da semplice buon senso filosofico.). Il Repubblicanesimo geopolitico genera invece la sua particolare ermeneutica non accettando la suddivisione fra mondo culturale dell’uomo e mondo fisico-biologico, suddivisione che è un presupposto più o meno esplicito di tutte le attuali correnti ermeneutiche, e assegna anche una natura specifica a questa  sua peculiare ermeneutica che, attraverso la sua azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale non genera solo un feedback a livello linguistico, ma  investe olisticamente, invece, tutta la totalità espressiva (che non viene solo interpretata alla luce di questo paradigma ma ne viene, soprattuttto,  anche autopoieticamente generata), cioè il mondo culturale dell’uomo e mondo fisico-biologico, non più tenuti astrattamente distinti ma finalmente riunificati a livello ontologico ed epistemologico nello schema autopoietico della  teoria  della filosofia della  prassi dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale. Che questo riorientamento del circolo ermeneutico – riorientamento che, come si sarà capito, non riguarda solo la corrente filosofica detta ‘ermeneutica’ ma tutta la filosofia e la cultura occidentali moderne nate dal trionfo del meccanicismo cartesiano e galileiano –  sia una mossa decisiva per una rinascita non solo degli studi dialettici e degli studi sociali ma anche per un riorientamento olistico degli studi che riguardano le c.d. scienze dure (riorientamento olistico che – pur con tutte le avvertenze fin qui già espresse in merito al fatto che la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico non sposa alcuna teoria scientifica in particolare perché giudicata più dialettica di un’altra ma la osserva, la giudica e la utilizza essenzialmente  nell’ambito delle sua valenza dialettica riferita al più generale contesto olistico generato dall’ autopoiesi dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale e valenza dialettica di una teoria scientifica, quindi, che non è mai una volta per sempre ma può e deve mutare a seconda del momento storico  in cui si colloca il giudizio, perché a mutamento della situazione storica corrisponde un mutamento sia a livello ontologico che epistemologico del vettore di direzione dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, ma vettore di direzione che, lo ripetiamo ad nauseam, proprio per la sua natura dialettico-espressiva-conflittuale-strategica che attraversa un sempre mutevole medium storico, e sempre mutevole proprio per responsabilità diretta della sua azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, è assolutamente quindi  incompatibile con la Gestalt di  una legge generale meccanicistica modello fisica galileano-newtoniana con conseguente deterministica previsione della sua forza ed orientamento ma che può essere compreso, e spesso solo ex post, inserendolo nel contesto della particolare ed unica situazione storica entro la quale non solo si trova ad agire cercando di modificarla a suo vantaggio ma della quale, ad ulteriore aggravio delle possibilità di determinarne ex ante la direzione, è pure dinamicamente ed espressivamente parte – è  un portato già oggi  non più ignorabile dei modelli matematici non lineari e della meccanica quantistica, ma sull’importanza euristica per la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico di questi modelli e della fisica quantistica ci siamo  già più volte altrove espressi e ritorneremo anche nel corso di questa comunicazione) non può essere certo dimostrato, come del resto nessuna delle cose veramente importanti per l’uomo possono essere decise attraverso un procedimento induttivo: fondamentale a questo punto ritornare alla distinzione che Hegel faceva fra intelletto e ragione, fra Verstand  e Vernunft. Può, però, essere mostrato nei suoi effetti e nella sua concreta azione dialettico-espressiva-strategico-conflittuale e quindi, da questo punto di vista, giudicato. E questa comunicazione non è che un passo verso questa concreta strategia ermeneutica basata, appunto, sulla hegeliana ragione.

 

4 A parte il vecchio darwinismo storico-sociale che nelle società liberal-capitalistiche ha giustificato il colonialismo e all’interno delle singole nazioni un “libero”mercato dove l’economicamente più debole era “libero” di morire di fame e, sempre a livello interno e poi  fuori dai confini nella Germania nazionalsocialista,  l’eugenetica e lo sterminio degli ebrei  e di altre etnie e gruppi umani ritenuti inferiori – oltre a deturpare criminalmente il concetto Lebensraum privandolo qualsiasi valenza dialettica che pur possedeva in origine per fargli giustificare l’aggressione  contro i paesi dell’Europa orientale e l’Unione Sovietica esplicitamente giustificata per compiere lo sterminio di gran parte delle popolazioni slave per sostituirle con popolazioni germaniche – senza nemmeno l’orrida razionalità economica che presiedeva il succitato progettato insediamento all’Est di popolazioni tedesche (una razionalità economica, comunque, del tutto irrazionale, perché i territori dell’Est Europa senza slavi sarebbero stati del tutto ingestibili, e infatti già nel corso della guerra i progetti tedeschi di sterminio di queste popolazioni slave avevano subito un drastico ridimensionamento, mentre, purtroppo, non si fece altrettanto per gli ebrei e gli zingari), qui, in particolare, intendiamo riferirci, alle  più rozze conseguenze ideologiche e meccanicistiche della Modern Evolutionary Syntesis, cioè alla sociobiologia che, in pratica, altre non è il vecchio darwinismo storico-sociale ma non più mosca cocchiera delle società imperialiste e colonialiste liberalcapitaliste ottonovecentesche o della feroce società nazionalsocialista ma che ha svolto e svolge tuttora – nonostante la sua palese infondatezza scientifico-sperimentale – un ruolo ideologico di giustificazione pseudoscientifica delle attuali società nate nel Secondo dopoguerra ed impostate sul consumismo e sulla “libera” concorrenza darwinista fra membri della società per consumare la maggior quantità di questi beni (impostate, cioè, sulla del tutto illusoria ed ideologica nozione che questo modello, pur diversamente benefico a seconda delle capacità produttivo-economiche del singolo consumatore, sia una volta per sempre e non sia più possibile tornare indietro a modelli produttivo-distributivi che non garantiscano questo infinito aumento dei consumi, pur se diversamente distribuiti a seconda delle varie e variabili capacità individuali di procacciarseli agendo egoisticamente sul “libero” mercato delle merci e del lavoro contemporaneamente attraverso i “liberi” prestatori d’opera – talvolta i “liberi” imprenditori – e i “liberi” consumatori). Il Selfish Gene di Richard Dawkins è stato il saggio che, in ragione del suo indubbiamente accattivante modo di presentare le sue tesi e quindi del suo larghissimo successo anche presso il più vasto pubblico dei non addetti ai lavori, maggiormente ha contribuito in questi ultimi decenni a diffondere e a rendere popolari la meccanicistiche ed antidialettiche tesi della sociobiologia. Vale quindi la pena di guardare un po’ più a fondo questo suo seminale saggio dell’odierna (e popolare) filosofia meccanicistica moderna (e di riflesso, quindi, dell’odierno individualismo metodologico liberale divenuto popolare anche grazie a libri come il Selfish Gene): «The next important link in the argument, one that Darwin himself laid stress on (although he was talking about animals and plants, not molecules) is competition. The primeval soup was not capable of supporting an infinite number of replicator molecules. For one thing, the earth’s size is finite, but other limiting factors must also have been important. In our picture of the replicator acting as a template or mould, we supposed it to be bathed in a soup rich in the small building block molecules necessary to make copies. But when the replicators became numerous, building blocks must have been used up at such a rate that they became a scarce and precious resource. Different varieties or strains of replicator must have competed for them. We have considered the factors that would have increased the numbers of favoured kinds of replicator. We can now see that less-favoured varieties must actually have become less numerous because of competition, and ultimately many of their lines must have gone extinct. There was a struggle for existence among replicator varieties. They did not know they were struggling, or worry about it; the struggle was conducted without any hard feelings, indeed without feelings of any kind. But they were struggling, in the sense that any mis-copying that resulted in a new higher level of stability, or a new way of reducing the stability of rivals, was automatically preserved and multiplied. The process of improvement was cumulative. Ways of increasing stability and of decreasing rivals’ stability became more elaborate and more efficient. Some of them may even have ‘discovered’ how to break up molecules of rival varieties chemically, and to use the building blocks so released for making their own copies. These proto-carnivores simultaneously obtained food and removed competing rivals. Other replicators perhaps discovered how to protect themselves, either chemically, or by building a physical wall of protein around themselves. This may have been how the first living cells appeared. Replicators began not merely to exist, but to construct for themselves containers, vehicles for their continued existence. The replicators that survived were the ones that built survival machines for themselves to live in. The first survival machines probably consisted of nothing more than a protective coat. But making a living got steadily harder as new rivals arose with better and more effective survival machines. Survival machines got bigger and more elaborate, and the process was cumulative and progressive. Was there to be any end to the gradual improvement in the techniques and artifices used by the replicators to ensure their own continuation in the world? There would be plenty of time for improvement. What weird engines of self-preservation would the millennia bring forth? Four thousand million years on, what was to be the fate of the ancient replicators? They did not die out, for they are past masters of the survival arts. But do not look for them floating loose in the sea; they gave up that cavalier freedom long ago. Now they swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots,* sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control. They are in you and in me; they created us, body and mind; and their preservation is the ultimate rationale for our existence. They have come a long way, those replicators. Now they go by the name of genes, and we are their survival machines.»: Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit.,  pp. 18-20 Testo da noi scaricato all’URL  https://pdfs.semanticscholar.org/206e/a4e48d95acd10fb9c2bdc291811cd341c04a.pdf?_ga=2.110581445.1974409258.1572036165-369721173.1568987673; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191025204931/https://pdfs.semanticscholar.org/206e/a4e48d95acd10fb9c2bdc291811cd341c04a.pdf?_ga=2.110581445.1974409258.1572036165-369721173.1568987673Nostro successivo upload del file su  Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/richarddawkinstheselfishgene30thanniversaryeditionwithanewintroductionbytheauthor/mode/2up e https://ia803102.us.archive.org/4/items/richarddawkinstheselfishgene30thanniversaryeditionwithanewintroductionbytheauthor/RICHARD%20DAWKINS%20THE%20SELFISH%20GENE%20%2030TH%20ANNIVERSARY%20EDITION%20WITH%20A%20NEW%20INTRODUCTION%20BY%20THE%20AUTHOR.pdf. Presso Internet Archive  è pure presente un’altra copia del Selfish Gene, URL https://archive.org/details/selfishgene00dawkrich, ma essendo il documento vincolato ad un regime di prestito online,  si è  preferito evitare a noi e ai nostri lettori questa procedura e rendere disponibile il documento senza restrizioni di sorta. In apparenza qui viene descritto un classico meccanismo di selezione darwiniano ma nelle ultime battute appare il telos del brano citato e di tutto il Selfish Gene. Non solo i geni egoistici sono i campioni, i numeri uno, i terribili e coriacissimi guerrieri  dell’ individualismo metodologico, i «replicators that survived were the ones that built survival machines for themselves to live in» ma, al di là di questa altissima esemplarità ideologica per tutti coloro che a questo individualismo si ispirano sono, ancor di più, gli autentici e materiali  animatori e ispiratori  di questa Weltanschauung, perché essi ora «swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots,*  sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control.». Traducendo ma contemporaneamente spiegando anche qui il non esplicitamente detto: ora i geni egoistici prosperano e sciamano in gigantesche colonie e al sicuro e protetti dalle aggressioni dell’ambiente esterno perché ospitati all’interno del corpo di giganteschi e legnosi robot. Come questi geni, così sigillati entro i corpo di questi robot riescano a rapportarsi con l’ambiente più che un problema scientifico è, evidentemente, un mistero di natura teologica, come ben si evince dalla  fraseologia impiegata per descrivere questo inesplicabile rapportarsi («sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control») ma ancor più di questo crampo del pensiero, ci preme qui sottolineare un fatto fondamentale, e cioè che questi «lumbering robots» siamo noi, quasi che l’onere della denotazione della meccanicità nel processo della selezione naturale si fosse spostato dal gene, il quale anche se opera in maniera teologicamente misteriosa ha comunque una relazione dialettica con l’ambiente, all’uomo, il quale viene ridotto ad una sorta di robot da vignetta o da film fantascientifico di serie B, che si muove appunto come un automa e che, ridotto a dover servire gli algoritmi  forniti dal gene, non può che agire servilmente e meccanicamente (o meccanicisticamente se si preferisce). Subito dopo il passaggio dove i geni «swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots» compare, come si è visto, un asterisco. Torneremo fra poco sul significato di questo asterisco ma per ora continuiamo  a focalizzarci sull’ardita immagine dell’uomo robot. In fondo, si potrebbe dire che questa è un’interpretazione azzardata del testo perché forse quello che l’autore del Selfish Gene ci voleva comunicare è che i geni si erano insediati dentro il corpo umano che ora li protegge come se fosse un legnoso ma anche duro e potente robot, e qualsiasi altra analogia fra il meccanico robot  e la nostra dimensione umana è frutto della nostra immaginazione e non è nelle intenzioni dell’autore. Ma vediamo come nel Selfish Gene non si rinuncia volentieri alla metafora: «The individual organism is something whose existence most biologists take for granted, probably because its parts do pull together in such a united and integrated way. Questions about life are conventionally questions about organisms. Biologists ask why organisms do this, why organisms do that. They frequently ask why organisms group themselves into societies. They don’t ask – though they should – why living matter groups itself into organisms in the first place. Why isn’t the sea still a primordial battleground of free and independent replicators? Why did the ancient replicators club together to make, and reside in, lumbering robots, and why are those robots – individual bodies, you and me – so large and so complicated?» (Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., p. 237), e i lumbering robots, siamo proprio noi, con tutte le caratteristiche e le legnose e meccanico-meccanicistiche peculiarità dei robot da fumetto; lumbering robots le cui caratteristiche meccanico-meccanicistiche  evidentemente non solo sono il tratto qualificante del genere umano  ma di tutti gli organismi  mono e pluricellulari (almeno questa condivisione col resto dei viventi viene concessa ad una povera umanità così bistrattata e mal compresa) e quindi tutti i viventi sono una sorta di macchina, ma una insensibilità meccanica, la quale, chissà perché non coinvolge il gene: forse perché  esso è l’incarnazione e il simbolo col suo egoismo dell’individualismo metodologico della società liberal-capitalistica, e quindi, in questo suo ruolo di nuova divinità non può agire come una sorta di impersonale Dio spinoziano ma deve possedere la capacità di agire teleologicamente, magari al solo scopo di creare i lumbering robots, come una sorta di nuovo Dio personale?: «This brings us to the second of my three questions. Why did cells gang together; why the lumbering robots? This is another question about cooperation. But the domain has shifted from the world of molecules to a larger scale. Many-celled bodies outgrow the microscope. They can even become elephants or whales. Being big is not necessarily a good thing: most organisms are bacteria and very few are elephants. But when the ways of making a living that are open to small organisms have all been tilled, there are still prosperous livings to be made by larger organisms. Large organisms can eat smaller ones, for instance, and can avoid being eaten by them.» (Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., p. 258.). Ma ora torniamo alla questione dell’asterisco, al quale, molto stranamente, alla pagina 19 dove compare il segno non segue a piè di pagina alcuna spiegazione. Ma la spiegazione appare nella sezione finale del libro intitolata “Endnotes” (che sotto questa definizione delle pagine che seguono reca la spiegazione: «The following notes refer to the original eleven chapters only. Although the text of these chapters is almost identical to the first edition, the page numbers are different as the type has been completely reset. Each note is referenced by an asterisk in the main text.»), la quale informandoci delle polemiche suscitate dal succitato passaggio già apparso nella prima edizione (noi stiamo citando dalla terza edizione), goffamente cerca di giustificare ed attenuare la polemica sui lumbering robots: «p. 19  Now they swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robotsThis purple passage (a rare – well, fairly rare – indulgence) has been quoted and requoted in gleeful evidence of my rabid ‘genetic determinism’. Part of the problem lies with the popular, but erroneous, associations of the word ‘robot’. We are in the golden age of electronics, and robots are no longer rigidly inflexible morons but are capable of learning, intelligence, and creativity. Ironically, even as long ago as 1920 when Karel Capek coined the word, ‘robots’ were mechanical beings that ended up with human feelings, like falling in love. People who think that robots are by definition more ‘deterministic’ than human beings are muddled (unless they are religious, in which case they might consistently hold that humans have some divine gift of free will denied to mere machines). If, like most of the critics of my ‘lumbering robot’ passage, you are not religious, then face up to the following question. What on earth do you think you are, if not a robot, albeit a very complicated one? I have discussed all this in The Extended Phenotype, pp. 15-17. The error has been compounded by yet another telling ‘mutation’. Just as it seemed theologically necessary that Jesus should have been born of a virgin, so it seems demonologically necessary that any ‘genetic determinist’ worth his salt must believe that genes ‘control’ every aspect of our behaviour. I wrote of the genetic replicators: ‘they created us, body and mind’ (p. 20). This has been duly misquoted (e.g. in Not in Our Genes by Rose, Kamin, and Lewontin (p. 287), and previously in a scholarly paper by Lewontin) as ‘[they] control us, body and mind’ (emphasis mine). In the context of my chapter, I think it is obvious what I meant by ‘created’, and it is very different from ‘control’. Anybody can see that, as a matter of fact, genes do not control their creations in the strong sense criticized as ‘determinism’. We effortlessly (well, fairly effortlessly) defy them every time we use contraception.»: Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., pp.  270-271). Ora a parte il fatto che proprio non si capisce la ragione per cui si debba tirare in ballo Gesù, la sua nascita da una vergine per dire che se questa nascita è teologicamente necessaria, deve essere ugualmente inevitabile che un genetista affermi che il gene controlli ogni aspetto del nostro comportamento (complimenti, un gran bell’argomento e non andiamo oltre), il ridicolo di tutto questo almanaccare appena esposto è l’affermazione che il robot in questione è un po’ meno roboticamente meccanico e stupido di quel che comunemente si crede perché 1) all’origine della  figura letteraria del robot, quello di Karel Čapek, il robot riesce a concepire anche sentimenti umani (fra l’altro, aggiungiamo noi, il robot di Čapek non è un dispositivo meccanico ma è stato costruito montando varie parti di corpi umani e quindi concepisce anche umani sentimenti, insomma siamo più in presenza di un essere modello il mostro del Frankenstein di Mary Shelley che alla creatura meccanica similumana dei film di fantascienza ma questo è un dettaglio che non sfiora Dawkins) e 2) gli attuali robot, quelli realmente esistenti, sono sì robot ma sempre più capaci di azioni autonome e creative proprio come gli uomini. Ma lasciando perdere nel commentare questa penosa palinodia di soffermarci ulteriormente sul tentativo di Dawkins di  buttarla in letteratura (nella quale l’autore del Selfish Gene dimostra, tra l’altro, di non essere nemmeno molto ferrato), concentriamoci un attimo sugli attuali robot e sull’intelligenza artificiale. Certamente è vero che gli attuali robot sono anche in grado di autoprogrammarsi e quindi, almeno apparentemente, di assumere verso l’ambiente un atteggiamento non meccanico-meccanicistico, è però altrettanto vero che la capacità di questi robot a rapportarsi dinamicamente con un ambiente mutevole riguarda sempre e solamente il particolare compito cui è stato assegnato il robot. Tanto per fare un esempio. È già da ora possibile che se a un robot viene fornito un algoritmo che inizialmente non gli permette di superare uno specifico compito, mettiamo vincere a scacchi, il robot sappia far evolvere questo particolare algoritmo per ottenere il risultato (ma le proprietà evolutive di questo algoritmo sono fornite ab initio dal programmatore e non sono farina del sacco del computer; oppure è possibile immaginare anche un algoritmo che pur non possedendo in sé alcuna possibilità evolutiva, venga fatto evolvere tramite il  computer, ma ciò può essere reso possibile fornendo, sempre per iniziativa del programmatore umano, un   secondo algoritmo che permetta alla macchina di intervenire sul primo  e quindi siamo punto a capo)  ma finora non è stato ancora costruito un robot che se perde a scacchi, invece di elaborare una nuova strategia, si arrabbi –  o se riteniamo quest’ultimo stato emotivo troppo legato ad un concetto eccessivamente  intimo e lirico dell’agire – rovesci il tavolo (a meno che, ovviamente, non venga dotato dal suo programmatore di  un algoritmo che gli dica di comportarsi in questo modo in caso di sconfitta, bisogna però, come da tradizione dei film di serie B, farlo diventare un vero e proprio robot umanoide, con un bel paio di braccine e piedini meccanici, piccoli ed esili in questo caso visto che l’azione fisica da eseguire non è gravosa…). In altre parole, un robot può agire solamente nell’ambito della teleologia che gli è stata assegnata dal programmatore: nel metterla in pratica può essere sovente molto più abile dell’uomo ma nell’elaborazione di una autonoma e non eterodiretta teleologia alternativa questo “cervello elettronico” rimane totalmente muto ed inetto (detto ancor meglio: non si pone nemmeno il problema di darsi uno scopo diverso da quello fornitogli dal programmatore). Facciamo un altro esempio. Un robot, come del resto un uomo, può combattere e perdere una battaglia campale (meglio, però, se questa battaglia è virtuale, finora i computer hanno solo fornito potenza di calcolo alle battaglie reali dove scorre sangue reale).  Ma mentre tutto quello che può fare un robot riguardo a questa battaglia è cercare di vincerla o perderla ed anche di elaborare nuove strategie per ottenere il positivo risultato (impiegare, cioè, algoritmi genetici e/o evolutivi che simulando, tramite la veloce computazione della macchina, una evoluzione darwiniana dei parametri costituenti l’algoritmo, questi vengono progressivamente sostituiti da altri più adeguati ad ottenere il risultato desiderato, ma, lo ripetiamo, l’algoritmo genetico o evolutivo che dir si voglia capace di evolversi   tramite la potenza computazionale della  della macchina deve essere originariamente  fornito dal programmatore), l’uomo dopo aver vinto o perso la battaglia è costretto ad andare avanti e a non riposarsi. La vittoria gli apre diversi scenari umani, politici, culturali ed economici verso i quali la macchina robot-computer non solo è assolutamente incapace ad elaborare una adeguata strategia ma, ancor peggio, è del tutto non interessata a prenderli in considerazione ignorandone l’esistenza (a meno che, lo ripetiamo ad nauseam, non venga programmata per affrontare anche queste nuove situazioni: in questa incapacità, lo ammettiamo,  molto simile a molti uomini la cui cecità meccanica-meccanicistica ad affrontare scenari diversi da quelli imposti dall’abitudine quotidiana, dalla tradizione culturale e/o dall’autorità politica non è molto diversa a quella fin qui dimostrata dai computer nell’autoassegnarsi compiti non previsti dal programmatore: epifania strategica un obiettivo-mito modello spiritus durissima coquit per la presente e futura intelligenza artificiale ma anche per molti presenti – e futuri – rappresentanti di quel singolare animale chiamato homo sapiens,  che nelle sue soventi reazioni meno creative e più stereotipate – in questi casi non assolutamente all’altezza del nome assegnatogli dagli zoologi – potrebbe benissimo essere definito homo mechanicus, con tante nostre scuse, per via di questi  numerosi casi, a Cartesio e al suo tanto beffeggiato animal machine, e ancor più associando alle nostre doverose  scuse Julien Offray de La Mettrie e il suo altrettanto dileggiato homme machine). Parimenti la sconfitta, a meno che non abbia avuto come esito la sua uccisione o la sua autoeliminazione per la vergogna (suicidio), apre  altri e del tutto inediti scenari. Per esempio, il guerriero sconfitto può abbandonare le armi e darsi, tramite opere filosofiche, letterarie e poetiche a più o meno profonde riflessioni  sulla vanità delle cose umane (ci può anche essere uno scenario alternativo dal punto di vista letterario ed esistenziale: se la sconfitta non è stata troppo pesante e il nostro guerriero è riuscito  a salvare, oltre alla pelle, anche un po’  di soldi e di salute, può pure abbandonare le pose guerriere  e melanconiche da filosofo ipocondriaco dedito a coltivare la contemptio vitae da novello esegeta dell’Ecclesiaste e, anziché declamare il lamentoso vanitas vanitatum et omnia vanitas, dedicarsi alla produzione di letteratura erotica ed alla sua concreta applicazione nella vita di ogni giorno ma questo è un altro discorso – no, anzi lo stesso… –; tutto questo per mostrare – non dimostrare! – l’amplissima gamma del paradigma comportamentale olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale che può generarsi dal vario rapportarsi dell’uomo con l’ambiente fisico-culturale, e come sia difficile – anzi impossibile – tagliare col coltello i vari aspetti della suddetto). L’uomo cioè, a differenza degli attuali computer e anche di quelli prossimi venturi, computer quantistici compresi, che dai computer realizzati non tenendo conto della fisica quantistica si differenziano per la mostruosa capacità computazionale ma sono assolutamente identici ai computer classici per quanto riguarda una autonoma attività creativa (su cui, fra l’altro, ritorneremo nel prosieguo della presente comunicazione) ha sempre storicamente mostrato di potersi comportare dialetticamente e con estrema libertà creativa rispetto alle sfide ambientali e le ultime acquisizioni  della Sintesi evoluzionistica estesa, dell’ epigenetica e della  teoria endosimbiotica  suggeriscono che anche nell’evoluzione degli organismi e delle loro relative popolazioni le cose siano andate analogamente a come l’uomo si comporta davanti alla sfide storiche, culturali e  naturali  che gli si parano di fronte. Così come nell’uomo, anche nel resto del mondo vivente l’unico schema che agisce è il paradigma dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale (e anche del non vivente aggiungiamo: come già affermato nella presente comunicazione), dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico la legge fisica di natura non è altro che la provvisoria ed illusoria cristallizzazione di una vicenda storico-naturale dove il vero ed unico agente è il paradigma ontogenetico e creatore ex nihilo dell’azione dialettico-espressiva-conflittuale strategica) che, come abbiamo già qui affermato, si muove in una sempre cangiante e totalizzante dimensione storica e che quindi, oltre che per la sua natura espressiva che lo pone all’antitesi di qualsiasi schema meccanico, fosse solo per questa dimensione storica originante una linea di azione assolutamente imprevedibile e assolutamente non meccanica (dimensione storica in sé antimeccanica perché impossibile distinguervi causa ed effetto per il semplice fatto che 1) l’effetto, cioè uno stato originato da un certo stato  precedente, la causa,  modifica a sua volta la causa stessa – schema di azione e reazione che apparentemente potrebbe  essere risolto col termine di feedback se non fosse che, e ciò è evidente in biologia ma accade anche nella meccanica quantistica dove spesso, l’effetto previene la causa ancor prima che questa si manifesti, vedi esperimento della doppia fenditura dove le particelle, in seguito alla loro emissione, si dispongono impattando su uno schermo con uno schema ondulatorio se non osservate ma se, osservate successivamente alla loro emissione, lo schema di impatto sullo schermo è corpuscolare e caotico, con tanti saluti al meccanico paradigma temporale del post hoc ergo propter hoc ed introducendoci nell’ambito di una teleologica dialettizzante causalità (in particolare, sull’inversione dello schema causa → effetto vedi infra nota n° 16); ma ancor più importante che 2) la c.d. causa storica, è in realtà veramente una causa sui generis perché è di tutta evidenza che la sua individuazione e definizione è frutto della del tutto umana ipostatizzazione legata al post hoc ergo propter hoc, perché, in realtà, il suo manifestarsi  all’umana sensibilità dipende  della totalità storica e come la cultura dell’uomo e/o dello storico si pone – sovente errando – rispetto a questa totalità , totalità storica dove, al di là dello schema dialettico espressivo-strategico-conflittuale da noi proposto, risulta particolarmente inane lo schema di causalità legato al  post hoc ergo propter hoc. Sul fatto poi che tutte le cause, anche quelle delle scienze fisico-biologiche, rispondano ad una legalità dialettica e non meccanica, abbiamo appena già detto ma vedi anche infra nota n° 15). E detto ciò potremmo per il momento riporre il gene egoista. Se non fosse che non possiamo mancare di dare un’occhiata, anche se solo di sfuggita, al Teorema di incompletezza di Gödel (formulato da Kurt Friedrich Gödel nel 1931), il quale teorema afferma che non esiste alcun sistema formale in cui tutte le proposizioni di questo sistema possano essere dimostrate all’interno del sistema stesso. Con questo teorema veniva così rasa al suolo la speranza del matematico David Hilbert «che nel 1928, in un congresso internazionale di matematica a Bologna, aveva lanciato una sfida alla comunità dei matematici: escogitare una macchina logica che potesse dimostrare tutte le verità matematiche e, nello stesso tempo, dimostrare che il ragionamento matematico è affidabile. L’autocoerenza del sistema è fondamentale: se il sistema è incoerente, allora è possibile dimostrare sia la verità sia la falsità della stessa proposizione.» (Brunella Schettino, Avete mai sentito parlare di Kurt Gödel? (Genio sull’orlo di un abisso), Corso SICA 2006/2007, p. 11, URL presso il quale è stata presa visione del documento  http://people.na.infn.it/~murano/Abilitanti/Brunella%20Schettino%20-%20Godel.pdf, Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20191103082203/http://people.na.infn.it/~murano/Abilitanti/Brunella%20Schettino%20-%20Godel.pdf). Infine, nel 1935 Alan Turing sulla scorta del Teorema di Gödel confermerà l’impossibilità di costruire una macchina computazionale che possa decidere sulla verità o falsità di tutti i problemi matematici, per il semplice fatto che vi sono problemi matematici non risolvibili entro un numero finito di passaggi, cioè entro un algoritmo, e dato che le macchine computazionali, cioè quelle macchine che oggi chiamiamo computer, operano solo su algoritmi, questi problemi sono assolutamente impermeabili alla pur grandissima (ma non  infinita) potenza di calcolo del computer. Sulla scorta dei risultati di Gödel e del padre dei moderni computer Alan Touring, ci si potrebbe allora  limitare a dire che la mente umana è superiore al computer perché a differenza di questo possiede  una capacità intuitiva del tutto estranea al computer che procede solo attraverso  finiti algoritmi. Vero ma troppo poco. A meno che non si voglia far ricadere tutto i nostri ragionamenti in schemi vitalistici alla Bergson, dove l’uomo possederebbe, parafrasando l’ élan vital che rese celebre la dottrina del filosofo francese, una sorta di élan intellectuel irraggiungibile da tutti gli altri viventi e tantomeno dalle macchine computazionali o in schemi spiritualistico-evoluzionistici alla Teilhard de Chardin, dove l’uomo con le sue uniche capacità formatesi nel corso dell’evoluzione è il passaggio ineludibile per giungere al momento ultimo e più alto dell’evoluzione del Cosmo, per giungere cioè a quello che Teilhard chiama Punto Omega, che però, sempre per Teilhard non è un’astratta situazione  del nostro Universo, magari dove prevale lo spirito, ma si realizza attraverso la concreta figura di Cristo che richiama entro sé tutto il Cosmo (insomma Punto Omega che si risolve nella fine del Mondo, non proprio l’Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico…), né tantomeno degradare lo schema dialettico del Repubblicanesimo Geopolitico in una sorta di rozzo e risibile pragmatismo dove, in buona sostanza,  si afferma che – sulla scorta di un semplificato paradigma strategico-conflittuale, e quindi lasciando perdere il versante dialettico-espressivo del paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico – l’uomo, pur più debole dal punto di vista computazionale alla macchina, è comunque a questa superiore perché l’uomo, nel caso intuisca una minaccia proveniente dalla macchina, può d’emblée e senza tanti ragionamenti o soppesando vari e complessi algoritmi spegnerla con successo mentre il contrario non è possibile (bella scoperta!, ma le scoperte del pragmatismo, tutte basate sulla divinizzazione del concetto di successo, ignorando il rapporto dialettico fra soggetto e oggetto sono tutte di questo tenore), bisogna allora  semanticamente ‘despiritualizzare’ (ed anche ‘dematerializzare’, ovviamente) il termine  ‘intuito’ ed inserirlo in un solido e realistico quadro di riferimento ontologico-epistemologico. E seguendo questa traccia possiamo così rimettere con i piedi per terra l’area filosofico-semantica del termine   ‘intuito’ affermando che con esso  non  si deve definire  altro che  l’estrinsecazione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale dell’aspetto mentale  (sebbene molto spesso ingenuamente appesantita attraverso errate Weltanschauung materialistiche e spiritualistiche  di  valenze psicologico-psicologistiche e/o spiritualistico-spirituali o animistiche tout court: materialismo e spiritualismo: due facce della stessa medaglia antidialettica) di tutte le infinite espressioni della totalità nel loro rispecchiamento dialettico, ontogenetico, attivo e creativo, con tutte le altre manifestazioni di questa totalità e con la totalità espressiva stessa (non stiamo parlando delle passive monadi leibniziane né del rispecchiamento di leniniana memoria, entrambi caratterizzati da profonda ed antidialettica passività nel rapporto fra soggetto ed oggetto; meno il rispecchiamento leniniano di Materialismo ed empiriocriticismo per la verità, il cui telos era colpire l’ancor più antidialettico machismo ma purtroppo lo fece sulla scorta degli engelsiani  Dialettica della natura ed Anti-Dühring), un attivo rispecchiamento creatore ex nihilo, ontogenetico, ontologico ed  epistemologico che si svolge attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale di cui abbiamo già detto ma di cui   anche l’etimo di intuire, il latino intuère, che significa guardare dentro, guardare con attenzione, ci aiuta nella  presente sottolineatura della valenza attiva del suo significato  a ripristinare o a formulare ex novo le potenzialità filosofiche e dialetticamente attive del temine stesso, come nel caso della nostra discussione sulle  macchine computazionali di intuito  appunto totalmente sfornite. Non è affatto detto che in futuro un dispositivo costruito dall’uomo non  possa attivamente incorporare dentro di sé la dialettica storicità che connota  tutti i viventi. Al momento né è solo il risultato passivo, alla stessa stregua di un martello o di un orologio, oggetti  sì immersi e frutto  della storicità ma che sono in grado di dare contributi all’olistica storicità solo attraverso una parte di questa storicità che, invece, riesce a sua volta ad incarnarla ed esprimerla dialetticamente ed attivamente, cioè l’uomo. E a questo punto siamo anche in grado di accettare intuitivamente anche il gene “egoista” di Dawkins, perché intuiamo che il termine ‘egoismo’ – misto di rappresentazione ideologica ma anche realtà nell’umana esperienza di tutti i giorni – rientra senza difficoltà in un paradigma dialettico-storico espressivo-strategico-conflittuale e accomiatandoci definitivamente dal Selfish Gene di Dawkins esponiamo l’unico ed esclusivo principio logico della  dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolico: dove il primo principio della logica aristotelica, il principio di identità, afferma che A=A il principio di non identità ontogenetico  e creatore ex nihiloma sarebbe ancora meglio dire ex suo – del Repubblicanesimo Geopolitico afferma che A A≠A A≠A ≠ A≠A A≠A ≠ A≠A≠ A≠A ≠ A≠A↔… ∞↔∞≠∞. Un tipico caso di problema irrisolvibile per un computer, ma forse di non impossibile comprensione per quegli esseri egoistici – anzi molto egoistici ma anche molto dialettici ed intuitivi solo che ci si impegni un po’ – che siamo noi.  

 

 

Dal De rerum natura di Lucrezio: «Principium cuius hinc nobis exordia sumet, nullam rem e nihilo gigni divinitus umquam.» :Titus Lucretius Carus,  De rerum natura I, 149-150. In buona sostanza, dal punto di vista della dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico assai poco importa che LUCA sia stato effettivamente l’ultimo comune antenato di tutta la vita sulla Terra o che si debba parzialmente detronizzare LUCA attraverso LACA, cioè il Last Archea Common Ancestor, o LECA, cioè il Last Eukaryotic Common Ancestor, o addirittura attraverso una combinazione di questi ultimi due: primato cronologico incerto ed eventuali ricombinazioni e che, dal punto di vista della ricostruzione della genealogia della vita hanno, fra l’altro, il divertente risultato che al posto di un primo progenitore si deve anche ammettere, in linea di principio, che questo iniziale progenitore comune non fosse più uno ma forse anche molteplici ed  anche senza nulla in comune fra di loro, fatta eccezione, in tutti, lo sforzo di mantenere strategicamente la propria neghentropia interna davanti agli stress ambientali esterni  e/o di altri organismi, ma se si ammettono meccanismi endosimbiotici secondo uno schema à la Margulis questo non  dovrebbe scandalizzare più di tanto. Nelle more del dibattito scientifico riguardo a chi si debba assegnare la palma di nostro primo progenitore, c’è anche chi ha pensato, stiamo qui parlando di un dettaglio lessicale ma un dettaglio che forse è anche un sintomo del feticismo con cui gli scienziati rendono pubbliche le loro pur importanti acquisizioni, che è incongruo definire tutti questi nostri simpatici pretendenti al momento alfa del nostro albero genealogico come ‘ultimi’ perché essi in realtà sarebbero i primi, e quindi ha proposto che invece  di LUCA, LECA e LACA di impiegare FUCA, FECA e FACA, certamente espressioni  più corrette dal punto di vista del reale significato che dovrebbero  esprimere gli acronimi in questione, cioè qualcosa che viene prima di tutti gli altri, più corrette ma che temiamo non siano state adottate dalla maggioranza della comunità dei biologi e genetisti per l’assonanza che un LUCA modificato con la consonante ‘F’ al posto della ‘L’ ha con una nota parola del turpiloquio inglese – il nostro non essere di madrelingua inglese non ci fa pronunciare su FECA e FACA, ma per chi parla italiano anche FECA e FACA possono suscitare risate da Bagaglino – e se si trattasse  di questa pruderie ciò denoterebbe, assieme ad una mancanza di spirito da parte di queste comunità di scienziati, anche l’inconscia pulsione da parte di costoro di dotare LUCA –  e poi di riflesso anche LECA e LACA che se anche nella nuova veste magari in inglese non dicono niente ma  farebbero comunque parte dell’illustre ed imbarazzante famiglia di FUCA – di una sorta di sacralità dove viene bandito qualsiasi riferimento a come avviene  la riproduzione negli organismi superiori e, soprattutto, nell’uomo. Ad ogni modo, per un primo approccio a questo forse non secondario aspetto della psicologia degli scienziati, una psicologia – e quindi anche un modus exprimendi che, visto il loro lavoro, alla fine diventa anche un modus operandi – che anche da questo piccolo dettaglio ben si vede potentemente influenzata da poco dialettici pregiudizi culturali, più o meno consci che siano, cfr.  Sylvie Coyaud, Leca discende da Laca o da Luca? E vice versa, “OCASAPIENS Dblog la Repubblica”, 20 febbraio 2019, URL http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2019/02/20/leca-discende-da-laca-o-da-luca-e-vice-versa/, Wayback Machine: https://web.archive.org/save/http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2019/02/20/leca-discende-da-laca-o-da-luca-e-vice-versa/. Insomma siamo sempre dalle parti di amicus Plato, sed magis amica veritas perché quello che dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico  va bene di LUCA  e di tutto il resto della sua litigiosa e divertente famiglia e ce li rende simpatici non è tanto il fatto che si debba credere  come atto di fede che proprio uno o tutti i componenti di questa famiglia costituiscano  il termine ultimo cronologico (o primo se li chiamiamo FUCA, FECA e FACA) nella conoscenza dell’origine della vita ma il fatto che essi costituiscono una sorta di metafora della dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale creatore ex nihilo – o ancor meglio ex suo – di ogni aspetto della totalità  espressiva, la quale ottiene metaforicamente una sua, anche se ipotetica, biologica e genetica traduzione attraverso queste tre ipotesi in merito all’origine della vita; una vita che, comunque si considerino queste tre ipotesi, nulla deve ad un intervento esterno spirituale (ma anche materiale, simmetricamente errando si potrebbe dire) ma che, dal punto di vista della storia naturale, tutte deve alla traduzione biologica e/o genetica del suddetto paradigma. Come si vede, stiamo ancora ragionando sul nostro radicale rifiuto, sul piano ontologico ed epistemologico, del puerile principio suddividente le  estrinsecazioni fenomenologiche del mondo nelle due distinte e non comunicanti  fattispecie del  mondo della natura (fisica o biologica che sia) e mondo della cultura, del rifiuto quindi, sul piano ontologico ed epistemologico di qualsiasi dualismo dove uno di questi due termini – materia o spirito, non importa – sia prevalente sull’altro perché l’uno l’unico ed indiscusso creatore ex nihilo dell’altro, e siamo invece sul piano di un integrale monismo dialettico dove non si tratta più di individuare l’essenza di un qualche ente spirituale o materiale che sia ma dove, se vogliamo continuare ad usare questo termine, l’essenza della totalità espressiva è olisticamente da ricercarsi nelle varie ed infinite relazioni fenomeniche che in un paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale  si generano all’interno di questa totalità, relazioni fenomeniche che nella loro dialettica di cui sopra sono  ontogenetiche e creatrici ex nihilo-ex suo di esse stesse come della totalità che le comprende e che, a sua volta, le genera. (Tanto per essere chiari: esaltiamo la realtà  concreta ed empirica del fenomeno, non per niente il Repubblicanesimo Geopolitico è l’erede diretto  di Machiavelli e della sua realtà effettuale e, soprattutto, del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale che è il vero ramo d’oro  di tutto il suo rivoluzionario modo di interpretare la politica e che noi estendiamo, al di là del versante culturale-politico-storico, anche al mondo naturale fisico-biologico,  ma rigettiamo come mera superstizione il noumeno kantiano: il vero noumeno kantiano non sta dietro il fenomeno ma sta nella relazione dialettica che il fenomeno condivide con altri fenomeni e con l’olistica totalità che genera tutti questi fenomeni ma che, a sua volta, è da essi generata: in questo, la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico è immensamente debitrice ad Hegel e all’idealismo tedesco ma, consentiteci di dirlo, provvisto di una dialettica che non si presta ai facili ed ingenui schematismi dialettici che pretendevano di tracciare nel dettaglio la linea che la ricerca scientifica doveva intraprendere – Hegel arrivò a dire per illustrare il movimento a spirale dello spirito assoluto dove non si ritorna al punto di partenza ma lo si recupera ad un livello superiore: «Se il seme rimanesse tale, non si realizzerebbe. Il seme si realizza nella pianta, ma nella pianta il seme non è annientato, è semplicemente superato. Anche la pianta non si realizza in se stessa, ma tutto continua ad evolversi in un ciclo infinito» (Hegel. Metafora del seme e della pianta: scheda compendiosa della dialettica hegeliana, p. 2,  documento scaricato  dall’URL  https://digilander.libero.it/alemar85/Autori%20filo/hegel.doc#, Wayback Machine:

https://web.archive.org/web/20200924065542/https:/digilander.libero.it/alemar85/Autori%20filo/hegel.doc; ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/hegel-metafora-del-seme-e-della-pianta-dialettica/mode/2up e https://ia801405.us.archive.org/27/items/hegel-metafora-del-seme-e-della-pianta-dialettica/Hegel%2C%20%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20dialettica.pdf – altro caricamento su Internet Archive con documento leggermente manipolato con l’aggiunta della numerazione delle pagine agli URL  https://archive.org/details/georg-wilhelm-friedrich-hegel-dialettica-metafora-del-seme-e-della-pianta-metafohttps://ia601401.us.archive.org/12/items/georg-wilhelm-friedrich-hegel-dialettica-metafora-del-seme-e-della-pianta-metafo/Georg%20Wilhelm%20Friedrich%20Hegel%2C%20dialettica%2C%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico.pdf), che è una ottima illustrazione dell’ Aufhebung ma che ha il non piccolo difetto di voler rendere evidente questo principio non prendendo il processo di morte e sviluppo del seme  come una  euristica metafora ma come la prova provata della realtà della sua dialettica – ma prova provata  che si risolve  però solo  in una petitio principii –, e qualora quindi il procedere scientifico induttivo  avesse contraddetto la filosofia hegeliana – ma questo vale anche per Fitche e per Schelling; quest’ultimo, comunque, erede moderno del pensiero naturale magico rinascimentale affermò con vigore l’inesistenza di una linea di divisione fra mondo dello spirito e mondo della natura, consapevolezza molto affine a quella del Repubblicanesimo Geopolitico, peccato solo che Schelling non abbia mai elaborato un suo pensiero dialettico; e per quanto riguarda Fitche, è evidente il filo rosso che lega la sua filosofia della prassi con quella di Gentile, Gramsci e poi, infine, con la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico –, quello da buttare a mare senza se e senza ma era il risultato di questa ricerca induttiva senza nemmeno cercare una qualche forma di mediazione col suo pensiero dialettico. È qui evidente l’errore della logica dialettica hegeliana in cui A implica non A (A↔non A) e dove, al contrario che nella dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico dove A A≠A A≠A ≠ A≠A A≠A ≠ A≠A≠ A≠A ≠ A≠A↔… ∞↔∞≠∞ (principio di non identità, già illustrato supra alla nota n°4), essendo A una realtà determinata e quindi né dinamica né dialettica, questo non A non è ontogenetico e creatore ex nihilo-ex suo  ma il cui senso e le sue potenzialità, ivi compreso la sua negazione, trovano risoluzione solo nella totalità – il che in linea di principio è assolutamente corretto – ma una totalità che non riesce mai ad entrare in contatto con un A che ab origine nasce già non dialettico e statico – correttamente, invece, Fitche dà inizio al suo movimento dialettico dall’Io infinito,  solo che ahinoi quest’Io parte con il piede sbagliato in quanto come primo passo pone sé stesso e poi, come secondo passo, pone o crea un non Io divisibile. Ed è qui di solare evidenza che non si capisce come un Io così concepito possa porre un non Io se già non lo comprende ab origine nelle sue potenzialità per poi crearlo misteriosamente  in seguito, come è di altrettanto solare evidenza che quella di Fitche non è che la riscrittura in termini filosofici del creazionismo personalistico di origine biblica. Questo fatale errore hegeliano sul piano ontologico che le manifestazioni fenomeniche di questa totalità e la loro dialettica trovano una risoluzione solo nella totalità che le sovrasta e non, piuttosto, nelle loro dialettiche interconnessioni che creano questa totalità e che, a loro volta, sono create da questa totalità in un processo dove non sussiste una ripartizione gerarchica d’importanza generativa fra totalità e manifestazioni fenomeniche ma un processo dialetticamente circolare e bidirezionale che si svolge lungo il già menzionato paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, come invece cristallinamente individuato per la prima volta nella storia della filosofia  nella dialettica storicistica della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, anche sul piano epistemologico è gravidissimo di conseguenze per il  fatto che, vedi esempio dell’albero, la dinamica  empirica delle manifestazioni fenomeniche che sono subordinate a questa totalità vengono colte – proprio perché svalutate e considerate non importanti sul piano ontologico e quindi, in ultima analisi, non degne nemmeno di un’approfondita indagine sul piano empirico-sperimentale-induttivo – nella loro dimensione più banale ed estrinseca, vedi l’esempio del seme e dell’albero appena riportato, non errato dal punto di vista più bassamente empirico, ma che non fa progredire di un millimetro la nostra conoscenza dello sviluppo da seme ad albero. Anziché cercare la dimostrazione in specifiche e talvolta assai banali e poco profonde osservazioni –  scientifiche od anche derivanti dal buon senso comune – del mondo fenomenico, la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico in quanto approccio deduttivo alla realtà e per questo abbarbicata all’intelletto hegeliano molto meglio di quanto non fosse riuscito lo stesso Hegel, intende piuttosto indicare la direzione che le scienze induttive devono intraprendere nel loro percorso di verità ma di  questi risultati, anche se conseguiti attraverso una esplicita od implicita mentalità dialettica e quindi  segnalati, dal nostro punto di vista,  come la giusta direzione in prospettiva storica data al conoscere e all’agire umani e per questo da noi giudicati con una sorta di pregiudizievole simpatia, non intende farsi portavoce né pretende di assumerli come prova provata del suo metodo e della sua Weltanschauung. E questa è l’impostazione che abbiamo seguito in questa comunicazione dove la nostra simpatia verso le nuove frontiere dell’epigenetica, della teoria endosimbiotica e della Sintesi evoluzionistica estesa non ci faranno mai dire «ecco, alla luce dei più recenti avanzamenti di queste scienze è dimostrata la verità della nostra dialettica», quanto piuttosto affermare «queste scienze contengono in sé il germe del nostro approccio dialettico e, da un punto di vista storico, costituiscono un oggettivo avanzamento nella comprensione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della realtà»; il quale approccio dialettico, come già detto, può essere mostrato ma non dimostrato – ma, in ultima istanza, non esiste nulla che possa essere veramente dimostrato  e, alla stretta del chiodo, anche dopo  numerose prove e controprove su qualsiasi aspetto conoscitivo e/o del nostro umano agire, la certezza assoluta non può mai essere raggiunta e ci si deve fermare per affidarsi al nostro intuito che ci dice che abbiamo raggiunto un risultato che, se non la verità di ragione e/o prassistica in assoluto è, perlomeno, soddisfacente: fermare, ovviamente, perché limitati dalle specifiche contingenze storiche in cui ci troviamo ad operare e pensare e non perché si giudichi la nostra situazione hic et nuc portatrice di una dialettica storica valida per l’eternità, anzi il contrario: altrimenti degraderemmo il nostro intelletto ad un atto di fede, verso il quale, lo diciamo con profondo rispetto ma rimarcando anche la profonda distanza che ci separa da esso, non nutriamo particolare fiducia in merito alle sue potenzialità nell’avanzamento della umana conoscenza e/o azione: a meno che questo atto di fede sappia distaccarsi dalla mitologia personalistica e creazionistica ex nihilo e stringere, invece, una solida alleanza con l’intelletto hegeliano (si consideri dalla I tesi di Tesi di  filosofia della storia di Walter Benjamin la metafora del nano gobbo, che rappresenta la teologia, che nascosto sotto la scacchiera manovra un fantoccio inamimato, cioè il materialismo storico, che apparentemente è l’autore imbattibile delle mosse del gioco). E, oltre alla differenza fra intelletto e ragione, così ritorniamo, vedi supra, alla nota n° 4, dove si è anche detto che, sulla scorta del teorema di incompletezza di Gödel, un computer può rispondere con successo ad un quesito solo  laddove ci sia da risolvere un problema per via algoritmica, quindi un problema che comporti un numero delimitato di passaggi (sulle problematiche filosofiche dal punto di vista della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico suscitate dai computer, in particolare dai computer quantistici, cfr. infra la nota n° 16 della presente comunicazione). Ma come dice il teorema di incompletezza di Gödel, non può esistere alcun sistema logico in cui tutti gli elementi di questo sistema trovino la loro dimostrazione all’interno di questo sistema. Stiamo sempre parlando della differenza fra intelletto e ragione, dove è la ragione che, alla fine, deve subordinare l’intelletto. Amicus Plato, sed magis amica veritas… . Se invece, si rimanesse abbarbicati come atto di fede alla realtà empirica, ancora tutta da dimostrare, di LUCA, LECA o LACA, si compirebbe un’ operazione gnoseologico-epistemologica analoga  a quella che, in ultima istanza, prese forma agli inizi dell’embriologia con la teoria del preformismo dell’homunculus, che affermava che nella cellula germinale umana non stavano le forze e i principi che avrebbero generato l’uomo ma bensì una sorta di homunculus, il piccolo uomo che avrebbe generato poi il più grande uomo, o a quella, agli inizi dell’atomismo greco,   di considerare l’atomo l’ultima particella della materia che non può essere ulteriormente suddivisa e poi definitivamente accantonata dal modello atomico planetario di Rutherford. Oggi vediamo, sbagliando, questo homunculus come una sorta di ridicolaggine ma, a ben guardare, fu un’idea tutt’altro che ridicola, solo che, al netto del tentativo di autonomizzare l’aspetto generativo-riproduttivo degli organismi svincolandolo, almeno in linea di principio, dalla Weltanschauung creazionististca, dal nostro punto di vista ha il non piccolo difetto di renderlo assolutamente antidialiettico e con profonde analogie, nel potere generativo come  nella forma stessa dell’homunculus, con l’aspetto antropomorfo del Dio creatore – e personalistico – della tradizione giudaico-cristiana, rappresentato con caratteristiche fisiche,  psichiche e di dinamico intervento sulla realtà esterna, anche se infinitamente e numinosamente potenziate, analoghe a quelle dell’uomo (e dell’atomo di Rutherford,  con il nucleo composto da protoni e neutroni e con gli elettroni che ruotano attorno a questo nucleo in ordinate orbite planetarie, oggi rimane solo una credenza in chi non abbia un minimo approfondito la fisica moderna, e a cristallizzare iconicamente questa ora ingenua ma ancor molto condivisa  credenza, ma ai suoi tempi importante  cesura compiuta sul   più grezzo atomismo greco che, comunque, era stato esso stesso un passo importante alle origini della filosofia per svincolare  la c.d. natura dal c.d. spirito, si può ancor  oggi visitare l’Atomium, il gigantesco  monumento all’atomo e all’energia atomica che si trova nel parco Heysel di Bruxelles): tutte ipotesi scientifiche di una scienza che, volendo giustamente distaccarsi da un soffocante spiritualismo, attraverso un ingenuo monismo materialista cercava di trovare  l’essenza ultima e non più scomponibile della realtà. LUCA, LECA o LACA (con o senza la maliziosa consonante iniziale ‘F’…) a noi servono per aprire le porte ad una dialettica  più avanzata a quella dei  micro-omuncoli in biologia, delle palline dure ed indivisibili del primo atomismo greco di Leucippo e Democrito ma anche a quello dell’atomo di Rutherford che nell’ordinata traiettoria planetaria dei suoi elettroni (per non dire per l’avere imputato l’indivisibilità della materia ai neutroni e ai protoni – ma oggi questa superstizione sull’ultima particella della materia non è ancora morta e i fisici hanno degradato i protoni e i neutroni per sostituirli con nuove particelle subatomiche che di questi neutroni e protoni sono subcomponenti, la cui unica vera ragione per definirle ultime sarebbe che, al di là delle simpatiche e parareligiose elucubrazioni di questi fisici,  sono le ultime arrivate in questa ricerca  scompositiva che, tutto lascia ritenere, può essere protratta all’infinito) parimenti trasmetteva un’idea del mondo “naturale” antidialettica e governata da implacabili leggi meccaniche. Tutte queste teorie scientifiche qui velocemente descritte, anche solo considerando la prospettiva storico-filosofica, un grandioso progresso rispetto a quelle che le avevano precedute ed anche dialetticamente importanti, come s’e visto, rispetto alle precedenti visioni spiritualistiche (fossero esse imperniate su un Dio personale creatore o, platonicamente, su un mondo iperuranio che costituirebbe la verità vera delle forme rispetto alle forme concretizzatesi  nel mondo materiale) ma, tutte quante, anche una sorta di diabolica vendetta  dove le mort saisit le vif, dove cioè questa tentata immanentizzazione assumeva i peggiori caratteri antidialettici delle visioni trascendenti, senza, per’altro, saper sviluppare quello che di buono ha ogni visione trascendente, cioè il suo riferirsi –  anche se in termini ingenuamente antropomorfi e/o spiritualistici e/o creazionistici ex nihilo attraverso un atto puramente volitivo di un Dio personale – ad una totalità  dialetticamente espressiva di ogni aspetto della realtà. Quindi, per concludere, quello che noi apprezziamo di LUCA, LECA e LACA (con o senza la ‘F’ iniziale) è sì la loro importanza conoscitiva  nello sviluppo  della scienze biologiche e genetiche e nell’approssimazione di un modello verosimile intorno all’origine della vita ma, soprattutto, la loro capacità in sede storica e filosofica di designare uno schema ontologico-espistelomologico con forti analogie a quello olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico. Se le considerassimo diversamente, cioè come la prova provata della bontà del nostro paradigma, cadremmo in una sorta di feticismo scientifico, di cui si vedono in giro fin troppi rappresentanti e ancora una volta ci si allontanerebbe dalla profonda dialettica  del De Rerum natura di Lucrezio dove «Il suo fondamento prenderà per noi l’inizio da questo: che nulla mai si genera dal nulla per volere divino.»).

 

6 Da “Biblioteca Online Watchtower” citando  Isaia 11.6-11  (URL: https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1983761#h=25 – Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191021075528/https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1983761 –, con link  che rimanda direttamente a Isaia 11.6-11  e all’URL sempre della “Biblioteca Online Watchtower” https://wol.jw.org/it/wol/b/r6/lp-i/nwtsty/I/2019/23/11#study=discover&v=23:11:6-23:11:9; Wayback Machine https://web.archive.org/web/20191021080344/https://wol.jw.org/it/wol/b/r6/lp-i/nwtsty/I/2019/23/11): «In effetti il lupo risiederà temporaneamente con l’agnello, e il leopardo stesso giacerà col capretto, e il vitello e il giovane leone fornito di criniera e l’animale ingrassato tutti insieme; e un semplice ragazzino li condurrà. E la vacca e l’orso stessi pasceranno; i loro piccoli giaceranno insieme. E pure il leone mangerà paglia proprio come il toro. E il piccino lattante per certo giocherà sulla buca del cobra; e un bambino svezzato effettivamente metterà la sua propria mano sull’apertura per la luce di una serpe velenosa. Non faranno nessun danno né causeranno alcuna rovina su tutto il mio monte santo; perché la terra sarà per certo piena della conoscenza di Geova come le acque coprono il medesimo mare.». Si tratta di un testo che, comunque losi giudichi, presenta una certa oscurità, specialmente quando parla del bimbo che mette la mano «sull’apertura per la luce di una serpe velenosa» Curiosamente, al secondo URL qui sopra menzionato della “Biblioteca Online Watchtower”, Isaia 11.6-11 viene citato diversamente in una lezione molto più chiara: «Il lupo starà con l’agnello,/ il leopardo si sdraierà accanto al capretto,/e il vitello, il leone e l’animale ingrassato staranno tutti insieme;/e li guiderà un bambino.//La mucca pascolerà con l’orsa/ e i loro piccoli si sdraieranno l’uno accanto all’altro./ Il leone mangerà paglia come il toro.// Il lattante giocherà sulla tana del cobra,/e un bambino svezzato metterà la mano nel nido di un serpente velenoso.//Non causeranno né danno né rovina/in tutto il mio monte santo,/ perché la terra sarà piena della conoscenza di Geova come le acque ricoprono il mare.». Non si tratta qui di fare della facile ironia, nel caso specifico sui Testimoni di Geova, non fosse altro per le persecuzioni che hanno dovuto subire ad opera del nazismo, qui si tratta solo di segnalare una particolare fenomenologia dei testi religiosi afferenti al Vecchio e Nuovo Testamento, i quali, monito anche per i testi non religiosi, sono soggetti, ma in maniera perversa, al c.d. circolo ermeneutico, dove il pregiudizio dell’esegeta sovente non è un positivo momento dialettico per una infinita e sempre più ricca interpretazione del testo ma sovente non è altro che una colposa-dolosa ignoranza sulle più elementari  avvertenze che si debbono mettere in atto quando si affronta un testo che è il frutto, inevitabilmente, di rimaneggiamenti, passaggi di mano, di traduzioni di traduzioni e di interpretazioni su interpretazioni che, sprovviste di qualsiasi sensibilità filologica, arrivano ad impattare sul testo stesso (purtroppo Lorenzo Valla è un illustre sconosciuto per la gran massa dei nostri ingenui fedeli che pur  possono disporre della più piena libertà di interrogare le Sacre Scritture ed anche di quel minimo d’istruzione di base che, se coltivata, consentirebbe di sviluppare un approccio maggiormente dialettico-strategico in merito non solo alla vicende strettamente ermeneutiche testuali ma anche a quelle che riguardano l’esperienza quotidiana – discorso che vale anche per i cattolici ed i fedeli delle chiese riformate – ed è un personaggio dolosamente rimosso da parte degli esperti ermeneuti religiosi, i quali hanno tutto l’interesse professionale a che il sopraddetto atteggiamento dialettico-strategico non si diffonda presso la gran massa dei fedeli: ovviamente questa ostilità verso una ermeneutica dialettica  vale per tutte le   tutte le religioni, nessuna esclusa). Al di là quindi delle insindacabili scelte valoriali che guidano ognuno di noi – e al di là delle nostre battute sulle costituende associazioni in difesa dei leoni carnivori da non convertire in caproni con affilati artigli – quello che qui si vuole sottolineare è che basare la propria vita sulla lettura – o, ancor più spesso, su una non lettura sostituita dalla lezione di “esperti” incaricati allo scopo – di questi testi è l’atteggiamento più antidialettico ed antistrategico che l’uomo abbia mai concepito. Con però una postilla finale di non lieve rilievo. Il senso del religioso non è assolutamente un atteggiamento antistrategico, anzi è il primo passo per giungere alla consapevolezza di una totalità espressiva che dialetticamente implica e genera  ex nihilo-ex suo  le manifestazioni fenomeniche del mondo che, a loro volta, implicano  e generano dialetticamente questa totalità. E, inoltre, lo studio della fenomenologia religiosa può e deve metterci in guardia, proprio nelle sue manifestazioni meno “strategiche”,  sul fatto che i circoli ermeneutici “perversi” non sono riservati solo alle religioni in senso stretto ma investono – oggigiorno come in passato, nella sua fenomenologia fideistica la moderna cultura di massa non ha nulla da invidiare alla peggiori manifestazioni fideistiche di quelle che un tempo venivano definiti i “secoli bui” – la cultura, la politica, e l’economia. Tralasciando i vari esempi a riguardo che potrebbero riguardare i vari tipi di totalitarismo, compreso quello liberale che non si avvale di istituzioni formalmente autoritarie e/o dittatoriali, ma di varie forme di propaganda il cui vero tratto comune è il fallace, menzoniero e totalitario individualismo metodologico, per rimanere su un piano più strettamente filosofico – ma che ha dirette ricadute sul piano culturale, politico ed economico nelle modalità negative appena indicate – intendiamo qui accennare ai vari materialismi filosofici, che pur partendo dalla necessità di avviare un del tutto legittimo e benvenuto  processo di immanentizzazione, hanno tramutato il pur fecondo riferimento della religione ad una totalità espressiva in una totalità, la materia, che ha però perso qualsiasi espressività dialettica ma assume una rigida legalità meccanica, perdendo quindi della religiosità giudaico-cristiana la volontaristica dialetticità contenuta nell’idea di un Dio sì personale e creatore ex nihilo ma creatore per un atto di espressiva volontà e quindi in rapporto dialettico col Creato e mantenendo di questa religiosità il lato autoritaristico-meccanico-meccanicistico, solo che nel caso del materialismo (poco importa se  un materialismo di stampo illuministico-vetero-holbachiano o un materialismo “dialettico”, il che è una contraddizione in termini, vedi le ridicolaggini pseudodialettiche e cripto-positiviste delle engelsiane Dialettica della natura e  Anti-Dühring) la meccanicità della legge non sta più in comandamenti divini da non trasgredire ma si inserisce direttamente nella costituzione stessa della totalità, senza nemmeno la dialettica e prassistica possibilità, anche se negativa, di peccare data dalle odierne e moderne versioni della religione giudaico-cristiana (in passato la libertà di peccare e di formulare, anche se solo istintivamente, una propria autonoma filosofia della prassi era pagata col rogo). E traducendo politicamente la Weltanschauung materialista, il totalitarismo che non ammette trasgressioni più o meno dialettiche (quindi, più o meno umane) ne è la logica conseguenza. Ma sui crampi del pensiero del materialismo torneremo fra breve a parlare.

 

7 Per continuare a parlare di religione e dintorni: qui non si intende negare, lo ripetiamo, il valore del momento religioso (certo le sue pretese creazionistiche – ci riferiamo qui, ovviamente, alle varie tradizioni religiose che partono dal Vecchio Testamento –   da parte di una divinità personale non possono essere che giudicate “al di là del bene e del male”),  si vuole solo sottolineare che,  globalmente intesi, molti aspetti della  tradizione giudaico-cristiana, appartenenti ancor più alla religiosità popolare e/o al sentimento popolare suscitato da una non approfondita – od addirittura assente, nella maggior parte dei casi – lettura delle Sacre Scritture rispetto ad  una  maggiormente scaltrita dottrina teologica, mal o per niente si accordano con la teoria olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia della prassi  sviluppata dal Repubblicanesimo Geopolitico. Discorso diverso, invece, si deve svolgere non riguardo la teoria della filosofia della prassi ma riguardo una concreta pratica storica di tale paradigma, in quanto  dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico che pone al centro del suo discorso filosofico-politico l’elaborazione di una monistica teoria del potere –  potere che, per farla breve, non è il nemico della libertà ma la sua originaria espressione, cfr. infra  su questa fondamentale  e rivoluzionaria rifocalizzazione del concetto di libertà operata dal Repubblicanesimo Geopolitico  infra alla nota n° 15 della presente comunicazione  i riferimenti internettiani dei nostri scritti teorici iniziali apparsi sul blog “Il Corriere della Collera” –, in quanto la tradizione giudaico-cristiana, in tutte le sue varie denominazioni e specialmente in quella cattolico-romana, è stata una gigantesca sprigionatrice ed organizzatrice di potere attraverso l’entusiasmo che ha saputo suscitare e attraverso l’opera di organizzazione e gerarchizzazione della società ed anche attraverso l’ispirazione di una fenomenale produzione artistica (cfr. Carl Schmitt, Römischer Katholizismus und politische Form, Hellerau, Jacob Hegner, 1923; su Internet Archive è possibile consultare  una edizione in lingua spagnola di questo saggio schmittiano sulla forma cultural-politica del cattolicesimo  agli URL  https://archive.org/details/schmittcarl.catolicismoromanoyformapolitica2011/mode/2up         e                                                                             

https://ia801003.us.archive.org/1/items/schmittcarl.catolicismoromanoyformapolitica2011/Schmitt%2C%20Carl.%20-%20Catolicismo%20Romano%20y%20Forma%20Politica%20%5B2011%5D.pdf, mentre la sua traduzione italiana in nessuna delle sue edizioni è disponibile  liberamente sul Web). Tutto ciò dal punto di vista della dialettica politica della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, la quale  si contraddistingue nel mettere l’accento sulla espressività del soggetto nel rapportarsi, attraverso l’esercizio del suo potere, con l’oggetto – oggetto che in questo rapporto espressivo di potere diviene così esso stesso attivo soggetto sprigionatore a sua volta di potere perché si relaziona dialetticamente col soggetto iniziale da cui era iniziata l’originaria promanazione del potere: esemplare, a questo proposito, la dialettica servo-padrone della Fenomenologia dello spirito – dando così origine ad un’autentica libertà che non sia quella dell’individualismo metodologico del liberalismo –  basato su una falsa mitologia dei diritti umani, universalmente garantiti, chissà perché e in virtù di non si sa che cosa,  perché non si capisce come possa essere possibile un simile “prodigio” se non ricorrendo alla iniziale  divinità personalistica ed onnipossente prima garante del paradiso celeste ma, ora più modestamente, nella debole theologia abscondita  della delirante teoria dei diritti umani, solo uno terrestre realizzato tramite l’universale-universalistica applicazione di questi diritti,  e su una delirante visione della società dove l’individuo è una sorta di monade che nulla deve all’evoluzione culturale, storica e sociale dalla quale proviene e che, soprattutto,  deve essere astoricamente totalmente dimentico della dialettica servo-padrone –, è certamente un merito non da poco. (Solo che nel caso del potere espresso dalle denominazioni religiose, “piccolo dettaglio”, il soggetto in questione è un soggetto, l’organizzazione clericale, che pretende di affermarsi su altri soggetti che devono rimanere ad esso sottoposti e considerati come passivi oggetti di esercizio del suo potere mentre il Repubblicanesimo Geopolitico, sulla falsariga del realismo politico machiavelliano olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale e della hegeliana Dialektik von Herrschaft und Knechtschaft e sviluppando compiutamente questi due momenti nella sua filosofia della prassi, trova fondamento nell’obiettivo limite dell’ Epifania strategica e non in uno stato finale paradisiaco – paradiso celeste seguendo la vecchia teologia, ma anche paradiso terrestre della nuova e debole theologia abscondita dei diritti umani  propalata  non dal vecchio clero sacerdotale ma da quella disinformatia di massa messa in atto tramite quegli strumenti non a caso definiti, infatti, mass-media e gestita  da quel nuovo clero sostitutivo delle moderne società di massa  che sono oggi gli “intellettuali”: giornalisti nella maggior parte dei casi ma anche menti più raffinate che volontariamente abdicano alla loro tradizione storica nata dall’Illuminismo e che nella onesta convinzione, da parte di chi sapeva, di poter e dover indirizzare la pubblica opinione anziché ripetere i luoghi comuni della mitologia  del trono e dell’altare costituisce la parte più viva e attuale di quel movimento, peraltro viziato da meccanico materialismo e/o da una depotenziata religiosità, il deismo e il teismo ed anche il materialismo –, trova cioè fondamento assiologico in uno stato della società dove tutti i suoi membri condividano una quota dinamicamente uguale di potere-libertà e questo potere-libertà fa sì che non ci siano soggetti ed oggetti passivi ma   soggetti  dialetticamente attivi in cui il loro vicendevole relazionarsi porti ad un arricchimento di tutti  i  soggetti, ma ci fu qualcuno che un tempo parlò di “astuzia della ragione”…). Piccola digressione di politique d’abord ma che, visto che queste note sono incentrate sulle valenze metaforico-dialettiche che per il Repubblicanesimo Geopolitico hanno le nuove frontiere delle scienze biologiche e genetiche, potrebbe essere definito un appunto riguardante l’ecosistema politico-culturale  di quella civiltà che negli ultimi duemila anni è partita dall’Europa per poi diffondersi, anche per “merito” del colonialismo ma anche per una sua forza propulsiva interna data dalla concreta  filosofia della prassi del paradigma culturale cristiano, sul resto del Mondo. Chi in Europa è a favore di un multiculturalismo religioso di massa derivante da gruppi di immigrati non europei e di tradizione non cristiana (cioè, per essere ancor più chiari e non lasciare adito ad alcun equivoco: di tradizione islamica, perché solo una mente ottenebrata dal “politicamente corretto” può mettere sullo stesso piano “buonista” i gruppi allogeni di musulmani trapiantati in terre cristiane con, mettiamo, comunità induiste o buddiste presenti nell’Occidente cristiano, le quali, se hanno dato problemi, sono essenzialmente problemi legati al loro sradicamento dalle terre d’origine e non suscitati dalla volontà di fare dell’Occidente una terra conforme al loro credo religioso, come invece vorrebbero molti bravi islamici insediatisi in Occidente), non scaturente, cioè,  come è verificato storicamente, dallo scontro-incontro fra le varie denominazioni cultuali cristiano-europee, non pone le basi per lo sviluppo della tradizione europea in fatto di tolleranza ma pone le condizioni per la distruzione di questo ecosistema culturale nato e svilluppatosi nell’alveo del mondo classico greco-romano e che avuto  la sua piena maturazione dopo la  fine della guerra dei Trent’anni, pone  cioè le condizioni, per parlare chiaro, per la messa in atto di un vero e proprio genocidio culturale e il cui primo risultato sarà proprio la fine di quel costume di tolleranza sempre a vanvera invocato da coloro che, senza fare alcuna distinzione in merito alla provenienza, appoggiano incondizionatamente tutti i flussi migratori verso il Vecchio continente e l’Occidente cristiano più in generale. (Ulteriore velocissimo  approfondimento  per tutti coloro che pensano che la tolleranza sia un frutto della “pappa del cuore”, anziché il risultato di un lungo e tormentato processo storico sovente più l’effetto perverso finale  della violenza più o meno istituzionalizzata piuttosto che  il risultato angelico dell’incontro degli uomini di buona volontà. Ora, a parte l’importante influsso delle sette ereticali protestanti italiane nell’elaborazione del moderno concetto di tolleranza – vedi a questo proposito gli importantissimi studi di Delio Cantimori e in particolare Id., Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche, Sansoni, Firenze, 1939 (1° edizione) su un’interpretazione dell’evoluzione del concetto e della pratica della tolleranza che abbandonando il paradigma liberale basato su Locke e sull’evoluzione del sistema politico-culturale inglese dominato dalla Chiesa anglicana ne elabora uno alternativo privilegiante gli  anabattisti e sociniani italiani che proprio perché perseguitati avrebbero, di fatto, elaborato una Weltanschauung animata da tolleranza, quella tolleranza che a loro era stata negata nell’interpretazione delle Sacre Scritture –, bisogna sottolineare che la tolleranza fu in Europa molto più il frutto di una violenza istituzionalizzata che non riusciva a trovare né vincitori né vinti, fu il frutto cioè della guerra dei Trent’anni e della Pace di Westfalia del 1648,  perché da questa pace, dando definitiva sanzione al  principio del cuius regio, eius religio  che poneva fine alla guerra,  hanno avuto  inizio gli stati nazionali all’interno dei quali veniva garantita, anche se sovente con difficoltà e spesso in maniera del tutto insoddisfacente, la tolleranza religiosa fra le varie denominazioni cristiane – preso alla lettera, infatti, cuius regio, eius religio significa solo che i sudditi devono seguire la religione del loro principe, ma l’importante era stabilire che i governanti appartenenti a diverse confessioni per questo motivo non si dovevano scannare; anche se  ai nostri occhi in maniera del tutto inadeguata, vedi per esempio il caso della revoca dell’editto di Nantes tramite l’emissione il 18 ottobre 1685 dell’editto di Fontainebleau da parte di Luigi XIV che comportò la cacciata degli Ugonotti dalla Francia, la tolleranza religiosa si affermò così gradualmente sul Vecchio continente ed un altro effetto, forse esteticamente non altrettanto attrattivo come la tolleranza ma ugualmente importante scaturente dalla Pace di Westfalia e dal conseguente formarsi di stati nazionali che non si dovevano prendere  alla gola per ragioni religiose, non fu, ovviamente, l’eliminazione della guerra in quanto tale, ma la nascita della guerre en forme, guerre en forme che significa che il nemico non è più l’antagonista da distruggere con tutti i mezzi a disposizione, ad ogni costo  e da considerare come mera cosa fungibile e privo d’umanità  ma un justus hostis verso il quale devono non essere adottate  condotte annichilatorie ma gli deve essere riconosciuto uno statuto, appunto, di legittimo nemico, un nemico quindi che, se sconfitto,  deve esserne assolutamente interdetta l’eliminazione dalla faccia della Terra. Sulla problematica della guerre en forme, cfr. ovviamente, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum di Carl Schmitt; nella  edizione in lingua italiana da noi consultata, Id., Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello «Jus Publicum Europaeum», Milano, Adelphi, 1991, p.199). Purtroppo l’attuale Chiesa cattolica – principalmente, ma non solo, attraverso le sue errate e scriteriate prese di posizione in merito alle politiche di accoglienza, perché questo è solo uno dei tanti segnali della attuale grandissima difficoltà teologica, pastorale ed organizzativa della Chiesa cattolica – sembra proprio aver perso quella concreta pratica politica della filosofia della prassi – per non dire quella sapiente diffidenza soprattutto verso quelle “pappe del cuore” della religiosità popolare che da essa venivano sapientemente sopite e/o strumentalizzate ma che oggi sono soprattutto appannaggio dei “democratici” poteri secolarizzati e verso i quali la Chiesa cattolica si dimostra sempre più culturalmente sottomessa ed indifesa, evidenziando, così, di non possedere più tutta quella sua peculiare pratica filosofia della prassi ed abilità politica che però poteva solo scaturire dalla convinzione di possedere il ‘deposito della fede’, convinzione che a partire dal Concilio Vaticano II si è fatta sempre più debole –, che nei secoli ne aveva fatto una grandissima istituzione costruttrice di civiltà, forse la più grande mai  apparsa nella storia umana (sull’argomento confronta ancora Carl Schmitt, Römischer Katholizismus und politische Form, cit.). Certamente è nostra opinione che se si vuole rinvenire all’interno della fenomenologia religiosa elementi interessanti per quanto riguarda non solo la pratica politica della filosofia della prassi ma anche dal punto di vista della sua teoria non è alla tradizione giudaico-cristiana che ci si deve in prima battuta rivolgere (per esempio interessantissimi spunti da questo punto di vista possono essere tratti dal Mahābhārata e dalla storia  dei 47 Ronin – quest’ultima non allegoria  religiosa in senso stretto ma racconto di un fatto effettivamente avvenuto nel Giappone di inizio XVIII secolo ma nella vicenda in sé e nell’elaborazione successiva nell’immaginario collettivo della popolazione del Sol Levante frutto culturale di un Giappone formato dall’incontro del buddismo con il Shintoismo –,  storia  dei 47 Ronin, la storia cioè di 47 samurai  che per escogitare uno stratagemma per vendicare la morte del loro signore Asano decidono di perdere  la loro dignità di samurai, divenendo così Ronin, cioè senza signore,  e di fingersi depravati e viziosi, tutti mutamenti nel loro status intesi a trasmettere un falso senso di sicurezza verso chi, alla fine, avrebbe dovuto subire la loro vendetta, che è la più grandiosa traduzione in una  toccante epopea  dell’hegeliano concetto di Aufhebung, cioè del concetto di superamento/conservazione tanto caro al Repubblicanesimo Geopolitico; mentre riguardo una pietra miliare del pensiero teorico filosofico-politico che noi chiamiamo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, se la pietra miliare in epoca moderna dell’area culturale cristiano-occidentale è il Principe di Niccolò Machiavelli, in area asiatica come non citare Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi del 1642?; per non parlare, infine dei c.d. diritti dell’uomo, per i quali seppur giustamente vengono sottolineati i profondi influssi del cristianesimo, ciò non significa che il cristianesimo sia stato il solo movimento cultural-religioso ad aver dato forma, seppur dopo immani convulsioni storiche, a questa Weltanschauung antropologica, perché ben prima della sua comparsa, il 250 a.C. ca., gli editti di Ashoka, direttamente ispirati dal buddismo, espressamente contemplavano il diritto alla libertà religiosa con un afflato filosofico-religioso-espressivo che molto difficilmente potremmo rinvenire nel cuis regio, eius religio della Pace di Westfalia che poneva fine alla guerra di religione dei Trent’anni: «Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo d’esaltarlo»: citazione da Libertà religiosa: diritto della persona umana, all’URL http://amico.rivistamissioniconsolata.it/2014/10/13/libert-religiosa-diritto-della-persona-umana/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200925070203/http://amico.rivistamissioniconsolata.it/2014/10/13/libert-religiosa-diritto-della-persona-umana/), ma questo non significa che la tradizione giudaico-cristiana debba subire una sorta di genocidio culturale di massa ad opera di esotiche masse di immigrati, portatori di istanze cultural-religiose della massima dignità in sé ma antagoniste di quelle storicamente sviluppatesi nel Vecchio continente, a costo, anche, di immani lutti e scontri che non è proprio il caso di ripetere in omaggio a tutte le  più varie e scriteriate “pappe del cuore”. (L’ultimo dei quali, se ragioniamo in termini storici, anche molto recente: dice niente all’addormentata alta gerarchia cattolica l’assedio di Vienna del 1683 da parte  dell’esercito degli ottomani  condotti dal Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha e  la relativa battaglia di Vienna che li sbaragliò dell’ 11-12 settembre che ebbe come eroe della giornata il re polacco Giovanni III Sobieski e la travolgente carica di cavalleria dei suoi arcangeli?). Anzi, se si vuole che il Vecchio continente possa esprimere una sua Epifania strategica, è necessario agire proprio in senso contrario. Ma l’attuale Chiesa cattolica sembra aver dimenticato che, dal punto di vista politico, la sua grande missione storica è stata quella, attraverso l’esercizio del suo potere secolare e del suo magistero spirituale, di aver dato politicamente, culturalmente, spiritualmente ed artisticamente forma (fino a giungere alle più basilari forme di mentalità e comportamenti popolari), alla attuale – anche se ora profondamente in crisi –  civiltà del Vecchio continente, ora minacciata  –  anche se non solo – dall’arrivo delle esotiche masse di immigrati. Attuale crisi della Chiesa cattolica non certo perché abbia ceduto ad esotici pathos guerrieri come quelli del Mahābhārata o dei  47 Ronin o del Libro dei cinque anelli oppure abbia in qualche modo metabolizzato e fatto suo il grande pathos culturale, religioso e politico che potrebbe venire da altre grandi tradizioni religiose, vedi caso degli editti di Ashoka, uno dei più importanti precursori storici del concetto di  tolleranza religiosa e dei diritti dell’uomo, ma che non ci risulta abbiano avuto un qualche influsso nell’elaborazione nella Chiesa del concetto di tolleranza, più frutto di una progressiva e faticosa elaborazione storica da parte di essa che di una approfondita riflessione sulle fonti delle altre tradizioni religiose e sulle proprie (le quali se correttamente intese nel loro messaggio di fratellanza universale fra tutti gli uomini contengono anch’esse in nuce il concetto di tolleranza ma per acquisire questo tesoro la Chiesa – non solo quella cattolica ma discorso che vale anche per lo Scisma d’Oriente e per tutte le altre chiese che discendono dalla riforma luterana!, e quindi considerazioni qui svolte facilmente estendibili, mutatis mutandis, anche ad esse – ha  impiegato secoli e secoli di genocidi di popolazioni pagane, di  guerre, di lotte e sofferenze e roghi di eretici o semplicemente dissenzienti su marginali aspetti della fede) ma perché ha ora  frainteso l’ Aufhebung,  – il momento del superamento/conservazione che, oltre ad un concetto legato alla filosofia hegeliana, è pure una potente metafora di qualsiasi dialettica evolutiva non solo in  campo biologico ma anche in quello spirituale, e la storia della Chiesa cattolica, quando è di successo,  ne è una grandiosa dimostrazione – con un molto più modesto ed anzi antitetico superamento ma senza conservazione, una sorta di  adattamento al ribasso tipico di quando le popolazioni di organismi qualora sottoposti a stress invece di evolvere in nuovi gruppi e/o individui della stessa in grado di sopportare meglio questo stress semplicemente riducono il numero dei componenti e, talvolta, anzi molto spesso, scompaiono. «51 Et ecce unus ex his, qui erant cum Iesu, extendens manum exemit gladium suum et percutiens servum principis sacerdotum amputavit auriculam eius. 52 Tunc ait illi Iesus: “Converte gladium tuum in locum suum. Omnes enim, qui acceperint gladium, gladio peribunt. 53 An putas quia non possum rogare Patrem meum, et exhibebit mihi modo plus quam duodecim legiones angelorum? 54 Quomodo ergo implebuntur Scripturae quia sic oportet fieri?”»: Evangeliun Secundum Matthaeum, citato da http://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_nt_evang-matthaeum_lt.html; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190819183119/http://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_nt_evang-matthaeum_lt.html. ‘Chi di spada ferisce, di spada perisce’ è il celebre adagio tratto da Matteo 26:52 nel quale Gesù redarguisce il discepolo che, con la spada di cui era armato, nel tentativo di impedire la cattura del Maestro taglia l’orecchio ad uno dei convenuti lì recatisi per catturarlo e nella mentalità religiosa popolare il detto viene ripetuto sia per significare che la Chiesa è contro qualsiasi forma di violenza e che i suoi fedeli si devono attenere a questa norma di comportamento, e in una interpretazione più banalmente spogliata di qualsiasi significato religioso, che è meglio, comunque, non reagire mai alla violenza perché le conseguenze sono sovente peggio del torto al quale si è inteso reagire. Tralasciando di commentare ulteriormente quest’ultima forma di “profonda” saggezza popolare derivante dalla traduzione in buon senso popolare del significato religioso delle sopraddette parole di Gesù durante la sua cattura ed anche dalla concreta esperienza di vita degli agenti omega-strategici nel rapportarsi con gli agenti alfa-strategici (per la dialettica fra questi due agenti rinviamo alla nostra Teoria della Distruzione del Valore, e quindi traduzione popolaresca non proprio “tradimento” del senso delle parole di Gesù, anzi!), ci limitiamo a sottolineare che da Matteo 26:51 ben si capisce che il discepolo è armato con una  spada che porta con sé e da sguainare alla bisogna e che in Matteo 26:53 Gesù dice chiaramente che una spada è ben poca cosa di fronte alle dodici legioni di Angeli del Padre suo. Infine, in Matteo 26:54 Gesù dice che non si deve impedire la sua  cattura perché si debbono adempiere le Scritture. Ancor più sorprendente dal punto di vista dell’idea di un Gesù predicatore disarmato, Luca 22:49-54, dove si capisce molto bene che il Figlio di Dio è scortato manu militari da un gruppo di seguaci che prima chiedono al Maestro se debbono reagire e ottenuto probabilmente un suo consenso più o meno esplicito in proposito o una sorta di silenzio-assenso,  rinunciano contro la loro volontà ad impedire l’arresto dopo che, avvenuto il ferimento di una delle guardie che dovevano arrestarlo, Gesù, verosimilmente in seguito a questa iniziale resistenza che minaccia di svilupparsi in senso sfavorevole ai resistenti, dà un preciso ordine a non protrarla e, compiendo il miracolo della guarigione della guardia ferita, molto probabilmente fa la mossa decisiva per riportare la situazione alla calma anche se ciò significa che egli si deve consegnare: «[49] Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. [50] E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. [51] Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio, lo guarì. [52] Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: “Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? [53] Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre”. [54] Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano.»: (Bibbia CEI, Vangelo secondo Luca, 22, presso l’URL  http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PVI.HTM, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191111174203/http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PVI.HTM); mentre in Giovanni 18:10-11 viene nuovamente indicato un solo personaggio che porta la spada – e viene pure nominato, Simon Pietro – e la usa per ferire una delle guardie che vogliono arrestare Gesù e il Figlio di Dio, come già descritto da Matteo, non oppone resistenza all’arresto perché le scritture si devono compiere. Dal complesso del resoconto  dei tre succitati evangelisti in merito all’arresto di Gesù (in Marco 14:47 colui che reagisce violentemente all’arresto di Gesù viene più banalmente indicato come uno dei presenti al fatto), solarmente emerge il quadro   di una concreta situazione storica in cui l’eroe culturale del cristianesimo si trovò e volle attivamente agire non solo tramite il Logos da Dio ispirato e i miracoli che solo Lui poteva compiere perché Figlio di Dio e Dio lui stesso, ma, evidentemente, anche attraverso una precisa organizzazione politico-militare (ulteriori indizi di questa organizzazione politico-militare in 1) Luca 10:1-20 dove viene detto che Gesù incarica ben 72 discepoli per diffondere il suo insegnamento: si apre così un quadro assolutamente diverso, fatto di meticolosa organizzazione e della precisa volontà di aprire agli uomini non solo il Regno dei Cieli ma anche di mutare gli equilibri politici in Giudea, rispetto a quello tramandatoci dalla ingenua tradizione religiosa popolare che ci rappresenta un Gesù predicatore del Verbo di Dio presso le folle, in questo apostolato assolutamente non violento e accompagnato in questa missione solo dai 12 apostoli; in 2) nella cacciata dei profanatori dal Tempio  riferita in Marco 11:15-18 – dove Gesù rovescia i banchi dei mercanti e gli scribi cercano di ucciderlo perché impauriti dalla popolarità che questo gesto suscita presso il popolo –, in Matteo 21:12-17 – dove sempre per azione diretta di Gesù  avviene l’azione violenta contro i mercanti e i sacerdoti sono sdegnati da questa condotta ma non viene riferito alcun intento omicida da parte di costoro –, in Luca 19:45-48 – dove ancora  con un  Gesù protagonista dell’azione in prima persona,  avviene la cacciata dei mercanti dal Tempio e gli scribi vorrebbero  ucciderlo perché il gesto riscuote l’approvazione del popolo –, e in Giovanni 2:13-21, dove Gesù compie analoga azione a quella descritta dai precedenti evangelisti ma a differenza dei precedenti resoconti vengono espressamente citati i discepoli, i quali però si limitano a commentare l’azione mentre chi non è d’accordo si limita a manifestare la sua disapprovazione ma non cerca di uccidere Gesù: dal complesso di questi resoconti emergente quindi un quadro dove Gesù compie una clamorosa azione dimostrativa, la cacciata dei mercanti dal Tempio, per suscitare una sommossa popolare, in ciò supportato e protetto dai discepoli che, anche se non agiscono direttamente nel cacciare questi mercanti profanatori, costituiscono una sorta di guardia del corpo di Gesù pronti ad intervenire nel caso si verificassero resistenze all’ “energica” azione purificatrice all’interno  del Tempio che vede Gesù impegnato in prima persona e 3) da una lettura dei quattro Vangeli condotta attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, dove, se analizzati sotto questo punta di vista, questi testi sacri sono attraversati da una malcelata tensione fra dimensione politica e dimensione ultraterrena, dove l’espressamente e sinceramente proclamata dimensione spirituale funge anche da velo ad un telos politico che al momento non può essere pubblicamente rivelato perché questo disvelamento porterebbe al fallimento, visto al momento lo sfavorevole rapporto di forze politico-militari in campo, del disegno politico-religioso di Gesù, e cioè, ancor prima della cacciata dei romani dalla Giudea, il rinnovamento della religione ebraica attraverso la riduzione-eliminazione del potere sacerdotale ebraico) ed anche di un cristianesimo concretamente storico sviluppatosi dopo la morte di Gesù – ma in perfetta continuità soprattutto  con il versante politico della predicazione  del Figlio di Dio – fatto anche di sottintesi e non esplicitati messaggi che ai tempi della stesura dei Vangeli canonici (Marco: 65-80 d.C., Matteo: 70-90 d.C., Luca: 80-90 d.C., Giovanni: 95-100 d.C.) non dovevano  sfuggire nemmeno  ai più semplici dei fedeli, insomma messaggi che possono essere riassunti in «non rispondete alla violenza con la violenza perché il rapporto di forze è a nostro svantaggio» (la storia della Chiesa con le persecuzioni che dovette subire fino alla sua definitiva vittoria sul paganesimo è dimostrazione della profonda saggezza di questo comportamento), un quadro ante e post predicazione di Gesù  la cui Weltanschauung è nettamente diversa da quella delle piatte interpretazioni che solitamente vengono attribuite ad «Omnes enim, qui acceperint gladium, gladio peribunt»; ma anche una Weltanschauung che, nella sua dialettica storico-filosofica, non ha nulla da invidiare alla filosofia della prassi del Mahābhārata e a quella della storia dei 47 Ronin. Pur essendo definitivamente tramontato il suo diretto potere temporale, anche se solo come arcana imperii per la gestione dell’unico potere che le è rimasto, quello simbolico-spirituale, ma gestione che poi, se saggiamente condotta, si converte in forza politica e, quindi, di riflesso, di nuovo in potere spirituale per la realizzazione dei suoi obiettivi ultraterreni, la Chiesa deve solo riscoprire questa antica saggezza da lei per molto tempo praticata anche eccedendo nella sua applicazione e ora, solo momentaneamente si spera, completamente dimenticata. Ultima osservazione e, forse, nota di speranza. Quando in sede storica e sociologica trattiamo di soggetti collettivi ne parliamo come se si trattasse di persone fisiche dotate di una loro reale psichicità biologica e  personalità definite che non ammettono né sfaccettature né interne contraddizioni. Ora, a parte il fatto che l’attribuzione alla psichicità biologica una inevitabile relativa  personalità monolitica e non contraddittoria è un gravissimo errore anche quando si parla di singole e viventi persone fisiche, gravissimo errore che non solo il magistero freudiano e della psicologia che si sviluppata a partire dalla fine dell’Ottocento dovrebbe metterci in guardia ma che, sulla scorta del costruttivismo wendtiano ma in totale autonomia da esso,  buon ultimo il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, senza nemmeno ricorrere a particolarmente approfondite scepsi ispirate alle moderne scienze psicologiche, ha posto definitivamente fine attraverso la sua articolata filosofia della prassi che mette direttamente in relazione dialettica,  ontogenetica e creatrice ex nihilo ed ex suo il rapporto fra soggetto ed oggetto, ciò vale a maggior ragione per i soggetti collettivi, come in questo caso la Chiesa cattolica, in cui l’attribuirne una personalità può essere operazione sterile ed irrealistica se condotta in termini ingenuamente antropomorfi oppure feconda se lungo il tracciato dialettico appena delineato e che costituisce la Weltanschauung di tutta la presente comunicazione.  E per quanto quindi riguarda la Chiesa cattolica forse all’interno della sua contraddittoria personalità – contraddittoria,  diciamo,  speriamo che in questo caso lo si sia compreso, non come stigmatizzazione finale ma come dato di fatto di qualsiasi entità storicamente costituitasi; in ultima analisi, per essere chiari, di tutta la totalità espressivamente dialettica di cui l’uomo è sia parte che costruttore, in virtù del suo rapporto olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale con essa, della realtà tutta – vi sono ancora momenti teologico-liturgici che fanno sperare in un rimemoramento della sua antica saggezza sia politica che dottrinale. Pur confessando di non possedere specifiche sensibilità al riguardo, intendiamo qui riferirci, per esempio, a quei gruppi di cattolici che continuano a celebrare la Santa Messa in latino secondo il rituale tridentino. Certamente questi gruppi che continuano a praticare il Vetus Ordus Missae sono fondamentali per mantenere acceso il versante espressivo-culturale di tutta la complessa dialettica storica, spirituale e politica del cattolicesimo. Che poi le loro pratiche cultuali possano non solo mantenere viva la speranza di ridar vita al cattolicesimo ma anche effettivamente operarne una sorta di profonda e vigorosa Epifania strategica, è tutt’altro che scontato ma è un esito che, proprio per le cose che ci siamo appena dette, non possiamo che augurarci.                                             

 

 

8 Il pensiero evoluzionista ha una storia che come terminus a quo risale ben addietro a Charles Darwin e parte, per quanto riguarda l’Occidente, dai filosofi presocratrici, percorre come pensiero minoritario ma non sotterraneo tutta la Tarda antichità e il Medioevo (e.g. Sant’Agostino d’Ippona  e San Tommaso d’Aquino: Sant’Agostino non prendeva la Genesi alla lettera ed accettava anche una generazione di alcuni  organismi  dovuta a cause naturali; San Tommaso addirittura sostenne che la Genesi non era la fonte privilegiata per quanto riguarda l’origine di tutti gli organismi, e che qualora il testo sacro fosse stato in contraddizione con quanto sostenevano i filosofi naturali – oggi diremmo gli scienziati –, il testo sacro perdeva il privilegio di essere l’ultima parola dovendosi preferire l’opinione di questi studiosi) e, infine, ha la sua definitiva fioritura nel XVIII secolo con, citando solo i rappresentanti più importanti di questa Weltanschauung, Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, Diderot, James Burnett, Lord di Monboddo, che sosteneva che l’uomo deriva dalla scimmia, Lamarck, fino ad arrivare al nonno di Charles Darwin, Erasmus Darwin per il quale gli animali a sangue caldo avevano un’origine in comune. Senza dimenticare, ovviamente, nel campo della geologia, Charles Lyell il quale, partendo dall’uniformitarismo elaborato inizialmente  da James Hutton (l’uniformitarismo sostiene che in processi naturali  sono rimasti inalterati di epoca in epoca),  pose le basi per l’attuale teoria della tettonica a zolle e della deriva dei continenti; e fuori del perimetro dell’Occidente cristiano, il pensiero islamico medievale (risale alla seconda metà del XIV secolo il  Muqaddima  di Ibn Khaldun dove vi si sostiene che l’uomo deriva dalla scimmia), per non parlare del Taoismo cinese, in un certo senso una filosofia intrinsecamente evoluzionista, perché fatto salvo l’indefinibile e monistico principio del Tao (o Dao), tutte le manifestazioni fenomeniche di questo principio sono soggette a continuo mutamento, comprese, ovviamente, tutte le specie dei viventi. Se scendiamo nei dettagli, le teorie evoluzionistiche qui sommariamente descritte –  ed anche quelle che non abbiano nominato – presentano notevoli differenze, e, a parte il banale dato di fatto che quelle a noi più vicine, cioè quelle dei nostri giorni che vanno sotto il nome di epigenetica, teoria endosimbiotica e, in generale, tutte quei nuovi approcci e conoscenze sull’evoluzione che vanno sotto il nome di Sintesi evoluzionistica estesa risultano più convincenti anche per la semplice ragione che, se non altro, evitano le contraddizioni di quelle che le hanno precedute, nessuna di queste, dal punto di vista della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, gode di una posizione di primato per il semplice fatto di arrivare per ultima avendo così la  possibilità di “mettere nel sacco” quelle che le hanno precedute. Dal punto di Vista del Repubblicanesimo Geopolitico sono storicamente ed anche filosoficamente tutte ugualmente importanti perché, in maniera più o meno evidente – certamente più evidente nell’epigenetica,  nella teoria endosimbiotica e nella Sintesi evoluzionistica estesa – tutte queste rappresentano una embrionale prefigurazione a livello ontologico-epistemologico del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, e questo vale anche per la Sintesi evoluzionistica moderna tarata sì da un profondo meccanicismo ed anche da  una non espressa accettazione della Weltanschauung che pone un rigido spartiacque fra natura e cultura ma anche, oggettivamente,  penultimo grandioso e fecondo  membro, anche per le sue contraddizioni che aprono le porte alla successiva Sintesi evoluzionistica estesa,  della grande famiglia delle teorie evoluzionistiche che sostengono l’importanza del fattore storico per comprendere i fenomeni della natura e tutte percorse da un telos ontologico-espistemologico che, più o meno consciamente a seconda degli autori e delle varie teorie, contesta qualsiasi creazione ex nihilo da parte di una divinità personalistica. E una volta introdotto il fattore storia nella spiegazione dei fenomeni, è molto difficile che le contraddizioni nascenti dalla artificiosa suddivisione natura-leggi di natura meccanico-meccanicistiche e deterministiche vs mondo della cultura dove non si sa quale  legalità applicare (secondo il positivismo e il neopositivismo una legalità meccanico-meccanicistica ma con esiti conoscitivi ridicoli, secondo lo storicismo di matrice positivistica, kantiana ed antidialettica, leggi non meccaniche ma leggi storiche sempre da definire e mai definite, con esiti conoscitivi altrettanto ridicoli e, per di più, implicando così una separazione fra mondo della natura e mondo della storia, spezzando il monismo ontologico-epistemologico del positivismo-neopositivismo, che era l’unico frutto non tossico di questa meccanicistica corrente di pensiero) non vengano alla luce e portino ad un’evoluzione nella spiegazione dei fenomeni storici ma anche di quelli naturali dove, alla fine,  in entrambi gli ambiti il paradigma ontologico-epistemologico olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale debella totalmente nella comprensione della totalità e di ogni singolo suo aspetto  quello meccanico-meccanicistico. E da questo punto di vista, cioè dal punto di vista di una feconda contraddizione interna che attraverso un’Aufhebung conoscitiva   genera più convincenti esiti dialettici sia dal punto di vista storico-filosofico che della puntuale conoscenza dei meccanismi biologico-genetici-molecolari-evolutivi (stiamo parlando del passaggio dalla  Sintesi evoluzionistica moderna alla  Sintesi evoluzionistica estesa, con gli annessi e connessi di epigenetica e teoria endosimibiotica ma questo vale anche per le scienze fisiche in senso stretto, col passaggio dalla meccanica galileano-newtoniana alla meccanica quantistica ma sulla fisica quantistica e la sua importanza per la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico vedi in particolare, infra, note n°15 e n°16 della presente comunicazione), tutte le teorie evoluzionistiche condividono la medesima dignità e fecondità dialettica, e l’esprimere questo punto di vista è lo scopo del presente scritto. 

 

9 Il saggio che ha acceso i fari della notorietà su Donna Haraway è Donna Jeanne Haraway, Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, “Socialist Review”, n. 80, 1985, pp. 65-108 (una versione in italiano in Rete è consultabile all’URL https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190924210523/https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf/). È stato poi ripubblicato nel 1990 –  Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s,  in L. Nicholson (a cura di) Feminism/Postmodernism, New York, Routledge, 1990, pp. 190-233 ma non avendo rinvenuto alcuno di questi due documenti in Rete nella loro completezza ma solo come indicazione bibliografica,  per prendere visone del Cyborg Manifesto, si può benissimo ripiegare, con titolo leggermente cambiato,  su Id.,  A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth, in Id., Simians, Cyborgs, and Women. The Reinvention of Nature, New York, Routledge, 1991, pp. 149-181, scaricabile all’URL https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf   – Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20191115081308/https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf; dopo nostro scaricamento del documento dall’ ultimo iniziale, successivo caricamento su Internet Archive generando gli URL

https://archive.org/details/harawaydonnajsimianscyborgsandwomenthereinventionofnature/page/n1/mode/2up                                                                                                                  e 

https://ia903101.us.archive.org/34/items/harawaydonnajsimianscyborgsandwomenthereinventionofnature/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf – oppure sull’ Haraway Reader del 2004, che contiene diversi brevi saggi della Haraway fra cui anche il Cyborg Manifesto (qui di seguito tutti i saggi, più un’intervista all’autrice,  presenti nell’Haraway Reader e gli URL di Internet Archive presso cui si può prendere visione e scaricare il volume:  Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, London, Routledge, 2004, pp. 7-45;  Ecce Homo, Ain’t (Ar’n’t) I a Woman, and Inappropriate/d Others: The Human in a Post-humanist Landscape, in ivi, pp. 46-61; The Promises of Monsters: a Regenerative Politics for Inapproriate/d Others, in ivi, pp. 63-124; Otherworldly Conversations; Terran Topics; Local Terms, in ivi, pp. 125-150; Teddy Bear Patriarchy: Taxidermy in the Garden of Eden, New York City, 1908-1936, in ivi, pp. 151-197; Morphing in the Order: Flexible Strategies, Feminist Science Studies, and Primate Revisions, in ivi, pp. 198-222;  Modest_Witness@Second­_Millenium, in ivi, pp. 223-250 (si tratta del cap. 1 della parte II di Donna Jeanne Haraway,  Modest_Witness @Second Millennium. FemaleMan© Meets OncoMouseTM: Feminism and Technoscience, New York, Routledge, 1997b, saggio scaricabile presso l’URL 

https://monoskop.org/images/6/65/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf; nostro congelamento Wayback Machine : http://web.archive.org/web/20191115153036/https://monoskop.org/images/6/65/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf; e nostro caricamento del documento  su Internet Archive generando gli URL:

https://archive.org/details/harawaydonnajmodestwitnesssecondmillennium1997/mode/2up     e                                            

https://ia803102.us.archive.org/18/items/harawaydonnajmodestwitnesssecondmillennium1997/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf); Race: Universal Donors in a Vampire Culture. It’s all in the Family: Biological Kinship Categories in the Twentieth-Century United States, in ivi, pp. 251-293; Cyborgs to Companion Species: Reconfiguring Kinship in Technoscience, in ivi, pp. 295-320; Cyborgs, Coyotes, and Dogs: a Kinship of Feminist Figuration and There Are Always More Things Going On than You Thought! Methodologies as Thinking Technologies. An interview with Donna Haraway Conducted in two parts by Nina Lykke, Randi Markussen, and Finn Olesen, in ivi, pp. 321-342; gli URL di Internet Archive presso i quali è possibile scaricare l’Haraway Reader sono: https://archive.org/details/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/mode/2up     e 

https://ia800107.us.archive.org/35/items/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/162697775-Donna-Haraway-the-Haraway-Reader.pdf). Od anche visitando l’URL di SCRIBD https://it.scribd.com/document/373082337/Haraway-2016-Manifestly-Haraway (nostro download e ricaricamento del documento su Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/manifestlyharawaythecyborgmanifestothecompanionspeciesmanifestorepubblicanesimogeopolitico/mode/2up                                                                            e https://ia803104.us.archive.org/7/items/manifestlyharawaythecyborgmanifestothecompanionspeciesmanifestorepubblicanesimogeopolitico/MANIFESTLY%20HARAWAY%2C%20THE%20CYBORG%20MANIFESTO%2C%20THE%20COMPANION%20SPECIES%20MANIFESTO%2C%20REPUBBLICANESIMO%20GEOPOLITICO.pdf), dove  si può ugualmente prendere visione del Cyborg Manifesto, inserito nel volume  Donna Jeanne Haraway, Manifestly Haraway, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2016, anche questo  una raccolta di lavori dell’Haraway,  che sono: A Cyborg Manifesto. Science, Technology, and Socialist-Feminism in The Late Twentieth Century, in ivi, pp. 5-90; The Companion Species Manifesto. Dogs, People and Significant Otherness, in ivi, pp. 93-198; Companion in Conversation, in ivi, pp. 201-296. Il Companion Species Manifesto,  già citato nella precedente raccolta, può essere incontrato  in Rete anche come documento singolo nella copia in formato PDF, anche se parzialmente mutila, della sua prima edizione,  Donna Jeanne Haraway, The Companion Species Manifesto: Dogs, People, and Significant Otherness, Chicago, Prickly Paradigm Press, 2003 – presso http://xenopraxis.net/readings/haraway_companion.pdf. Nostro congelamento URL e testo del documento tramite Wayback Machine all’URL https://web.archive.org/web/20190928141609/http://xenopraxis.net/readings/haraway_companion.pdf  e dopo download anche salvataggio del testo del documento presso Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/thecompanionspeciesmanifestodogspeopleandsignificantothernessdonnaharaway/mode/2up                                                                                                          e https://ia801002.us.archive.org/3/items/thecompanionspeciesmanifestodogspeopleandsignificantothernessdonnaharaway/The%20Companion%20Species%20Manifesto%20%20Dogs%2C%20People%2C%20and%20Significant%20Otherness%20%20Donna%20Haraway.pdf. Presso https://warwick.ac.uk/fac/arts/english/currentstudents/undergraduate/modules/fictionnownarrativemediaandtheoryinthe21stcentury/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf incontriamo uno stralcio della precedente raccolta che contiene solo il Cyborg Manifesto di Manifestly Haraway. È quindi possibile prendere pure qui  del Cyborg Manifesto in edizione e.book: Donna Jeanne Haraway, A Cyborg Manifesto. Science, Technology, and Socialist-Feminism in The Late Twentieth Century, University of Minnesota Press, 2016. Ad ogni buon conto, abbiamo provveduto a congelare URL e testo del documento tramite Wayback Machine e si è così generato il nuovo URL https://web.archive.org/web/20191231192653/https://warwick.ac.uk/fac/arts/english/currentstudents/undergraduate/modules/fictionnownarrativemediaandtheoryinthe21stcentury/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf. Inoltre abbiamo anche provveduto a scaricare il file e poi lo abbiamo caricato su Internet Archive. Questi gli URL generati da questa nostra  ulteriore azione: https://archive.org/details/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_…/mode/2up                                                                   e  https://ia803102.us.archive.org/24/items/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_…/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf. Alla fine di questo percorso bibliografico harawayno, non potevamo mancare di segnalare  Donna Jeanne

Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016, che segna il definitivo passaggio di questa interessante autrice dal mito del Cyborg (anche se da costei inteso solo metaforicamente) al mito dell’endosimbionte (inteso sempre solo metaforicamente). Per le valenze dialettiche di questo passaggio ed anche per le sue contraddizioni, che si basano essenzialmente nel fatto che l’Haraway rimane anche in quest’ultimo lavoro saldamente – e disgraziatamente – legata ad una totalmente antidialettica teologia materialista che ha contraddistinto tutti i suoi lavori a partire dal Cyborg Manifesto (cfr. infra, note n°10, n°11 e n°13), indichiamo, per chi voglia affrontare anche questo importante ed irrisolto testo l’ URL  presso il quale è possibile prenderne visione e scaricarlo : https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, il nostro congelamento con la Wayback Machine del testo e dell’URL: https://web.archive.org/web/20190930132847/https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf  e, infine, gli URL del  nostro caricamento su Internet Archive del documento in questione: https://archive.org/details/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/mode/2up                                                                                                                                e

https://ia803104.us.archive.org/4/items/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/Donna%20J.%20Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf.

 

10 «A prima vista, una merce sembra una cosa triviale, ovvia. Dalla sua analisi, risulta che è una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici. Finché è valore d’uso, non c’è nulla di misterioso in essa, sia che la si consideri dal punto di vista che soddisfa, con le sue qualità, bisogni umani, sia che riceva tali qualità soltanto come prodotto di lavoro umano.  È chiaro come la luce del sole che l’uomo con la sua attività cambia in maniera utile a sé stesso le forme dei materiali naturali. Per esempio, quando se ne fa un tavolo, la forma del legno viene trasformata. Ciò non di meno, il tavolo rimane legno, cosa sensibile e ordinaria. Ma appena si presenta come merce, il tavolo si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta con i piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare. Dunque, il carattere mistico della merce non sorge dal suo valore d’uso. E nemmeno sorge dal contenuto delle determinazioni di valore. Poiché in primo luogo, per quanto differenti possano essere i lavori utili o le operosità produttive, è verità fisiologica che essi sono funzioni dell’organismo umano, e che tutte tali funzioni, quale si sia il loro contenuto e la loro forma, sono essenzialmente dispendio di cervello, nervi, muscoli, organi sensoriali, ecc. umani. In secondo luogo, per quel che sta alla base della determinazione della grandezza di valore, cioè la durata temporale di quel dispendio, ossia la quantità del lavoro. Infine, appena gli uomini lavorano in una qualsiasi maniera l’uno per l’altro, il loro lavoro riceve anche una forma sociale. Di dove sorge dunque il carattere enigmatico del prodotto di lavoro appena assume forma di merce? […] L’arcano della forma di merce consiste dunque semplicemente nel fatto che tale forma rimanda agli uomini come uno specchio i caratteri sociali del loro proprio lavoro trasformati in caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, in proprietà sociali naturali di quelle cose, e quindi rispecchia anche il rapporto sociale fra produttori e lavoro complessivo come un rapporto sociale di oggetti, avente esistenza al di fuori dei prodotti stessi. Mediante questo quid pro quo i prodotti del lavoro diventano merci, cose sensibilmente sovrasensibili cioè cose sociali. […] Quel che qui assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto fra cose è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi. Quindi, per trovare un’analogia, dobbiamo involarci nella regione nebulosa del mondo religioso. Quivi, i prodotti del cervello umano paiono figure indipendenti, dotate di vita propria, che stanno in rapporto fra di loro e in rapporto con gli uomini. Così, nel mondo delle merci, fanno i prodotti della mano umana. Questo io chiamo il feticismo che s’appiccica ai prodotti del lavoro appena vengono prodotti come merci, e che quindi è inseparabile dalla produzione delle merci. Tale carattere feticistico del mondo delle merci sorge dal carattere sociale peculiare del lavoro che produce merci. Gli oggetti d’uso diventano merci, in genere, soltanto perché sono prodotti di lavori privati, eseguiti indipendentemente l’uno dall’altro. Il complesso di tali lavori privati costituisce il lavoro sociale complessivo. Poiché i produttori entrano in contatto sociale soltanto mediante lo scambio dei prodotti del loro lavoro, anche i caratteri specificamente sociali dei loro lavori privati appaiono soltanto all’interno di tale scambio. Ossia, i lavori privati effettuano di fatto la loro qualità di articolazioni del lavoro complessivo sociale mediante le relazioni nelle quali lo scambio pone i prodotti del lavoro e, attraverso i prodotti stessi, i produttori. Quindi a questi ultimi le relazioni sociali dei loro lavori privati appaiono come quel che sono, cioè, non come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma anzi, come rapporti materiali fra persone e rapporti sociali fra le cose. Solo all’interno dello scambio reciproco i prodotti di lavoro ricevono un’oggettività di valore socialmente eguale, separata dalla loro oggettività d’uso, materialmente differente.  Questa scissione del prodotto del lavoro in cosa utile e cosa di valore si effettua praticamente soltanto appena lo scambio ha acquistato estensione e importanza sufficienti affinché cose utili vengano prodotte per lo scambio, vale a dire affinché nella loro stessa produzione venga tenuto conto del carattere di valore delle cose. Da questo momento in poi i lavori privati dei produttori ricevono di fatto un duplice carattere sociale. Da un lato, come lavori utili determinati, debbono soddisfare un determinato bisogno sociale, e far buona prova di sé come articolazioni del lavoro complessivo, del sistema naturale spontaneo della divisione sociale del lavoro; dall’altro lato, essi soddisfano soltanto i molteplici bisogni dei loro produttori, in quanto ogni lavoro privato, utile e particolare è scambiabile con ogni altro genere utile di lavoro privato, e quindi gli è equiparato.[…] Gli uomini dunque riferiscono l’uno all’altro i prodotti del loro lavoro come valori, non certo per il fatto che queste cose contino per loro soltanto come puri involucri materiali di lavoro umano omogeneo. Viceversa. Gli uomini equiparano l’un con l’altro i loro differenti lavori come lavoro umano, equiparando l’uno con l’altro, come valori, nello scambio, i loro prodotti eterogenei. Non sanno di far ciò, ma lo fanno. Quindi il valore non porta scritto in fronte quel che è. Anzi, il valore trasforma ogni prodotto di lavoro in un geroglifico sociale. In seguito, gli uomini cercano di decifrare il senso del geroglifico, cercano di penetrare l’arcano del loro proprio prodotto sociale, poiché la determinazione degli oggetti d’uso come valori è loro prodotto sociale quanto il linguaggio.»: Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Prima sezione, Cap. I, D 4, Roma, Editori Riuniti, 1964, testo ed indicazione bibliografica scaricabili all’URL https://www.doppiozero.com/materiali/marxiana/la-merce, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20181003112909/http://www.doppiozero.com/materiali/marxiana/la-merce. Pur nella nostra pretesa di aver superato tramite il nostro paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale l’ingenuo economicismo marxiano che informa tutto il Capitale ed anche il passo appena riportato, pensiamo che nulla meglio del noto passaggio del Capitale sul carattere di feticcio della merce  possa illustrare la dialettica soffocata e totalmente irrisolta del pensiero harawayano, dove il cyborg è sempre in un precario equilibrio fra figura mitologica e concreta proposta transumanista per una palingenetica renovatio ab imis dell’umanità e il tutto espresso con un fantasmagorico linguaggio parareligioso che è il sintomo dell’incapacità della Haraway ad elaborare un autentico pensiero dialettico: «This list suggests several interesting things. First, the objects on the right-hand side cannot be coded as “natural”, a realization that subverts naturalistic coding for the left-hand side as well. We cannot go back ideologically or materially. It’s not just that “god” is dead; so is the “goddess.” In relation to objects like biotic components, one must think not in terms of essential properties, but in terms of strategies of design, boundary constraints, rates of flows, systems logics, costs of lowering constraints. Sexual reproduction is one kind of reproductive strategy among many, with costs and benefits as a function of the system environment. Ideologies of sexual reproduction can no longer reasonably call on the notions of sex and sex role as organic aspects in natural objects like organisms and families. Such reasoning will be unmasked as irrational, and ironically corporate executives reading Playboy and anti-porn radical feminists will make strange bedfellows in jointly unmasking the irrationalism.[…] The privileged pathology affecting all kinds of components in this universe is stress-communications breakdown. The cyborg is not subject to Foucault’s biopolitics; the cyborg simulates politics, a much more potent field of operations.  This kind of analysis of scientific and cultural objects of knowledge which have appeared historically since World War II prepares us to notice some important inadequacies in feminist analysis which has proceeded as if the organic, hierarchical dualisms ordering discourse in “the West” since Aristotle still ruled. They have been cannibalized, or as Zoe Sofia (Sofoulis) might put it, they have been “techno-digested.” The dichotomies between mind and body, animal and human, organism and machine, public and private, nature and culture, men and women, primitive and civilized are all in question ideologically. The actual situation of women is their integration/exploitation into a world system of production/reproduction and communication called the informatics of domination. The home, workplace, market, public arena, the body itself – all can be dispersed and interfaced in nearly infinite, polymorphous ways, with large consequences for women and others – consequences that themselves are very different for different people and which make potent oppositional international movements difficult to imagine and essential for survival. One important route for reconstructing socialist-feminist politics is through theory and practice addressed to the social relations of science and technology, including crucially the systems of myth and meanings structuring our imaginations. The cyborg is a kind of disassembled and reassembled, post-modern collective and personal self. This is the self feminists must code.[…] But these excursions into communications sciences and biology have been at a rarefied level; there is a mundane, largely economic reality to support my claim that these sciences and technologies indicate fundamental transformations in the structure of the world for us. Communications technologies depend on electronics. Modern states, multinational corporations, military power, welfare-state apparatuses, satellite systems, political processes, fabrication of our imaginations, labor-control systems, medical constructions of our bodies, commercial pornography, the international division of labor, and religious evangelism depend intimately upon electronics. Microelectronics is the technical basis of simulacra, i.e., of copies without originals. Microelectronics mediates the translations of labor into robotics and word processing; sex into genetic engineering and reproductive technologies; and mind into artificial intelligence and decision procedures. The new biotechnologies concern more than human reproduction. Biology as a powerful engineering science for redesigning materials and processes has revolutionary implications for industry, perhaps most obvious today in areas of fermentation, agriculture, and energy. Communications sciences and biology are constructions of natural-technical objects of knowledge in which the difference between machine and organism is thoroughly blurred; mind, body, and tool are on very intimate terms. The “multinational” material organization of the production and reproduction of daily life and the symbolic organization of the production and reproduction of culture and imagination seem equally implicated. The boundary-maintaining images of base and superstructure, public and private, or material and ideal never seemed more feeble. I have used Rachel Grossman’s image of women in the integrated circuit to name the situation of women in a world so intimately restructured through the social relations of science and technology.  I use the odd circumlocution, “the social relations of science and technology,” to indicate that we are not dealing with a technological determinism, but with a historical system depending upon structured relations among people. But the phrase should also indicate that science and technology provide fresh sources of power, that we need fresh sources of analysis and political action.  Some of the rearrangements of race, sex, and class rooted in high-tech-facilitated social relations can make socialist feminism more relevant to effective progressive politics.[…] There are grounds for hope in the emerging bases for new kinds of unity across race, gender, and class, as these elementary units of socialist-feminist analysis themselves suffer protean transformations. Intensifications of hardship experienced worldwide in connection with the social relations of science and technology are severe. But what people are experiencing is not transparently clear, and we lack sufficiently subtle connections for collectively building effective theories of experience. Present efforts – Marxist, psychoanalytic, feminist, anthropological – to clarify even “our” experience are rudimentary. I am conscious of the odd perspective provided by my historical position – a Ph.D. in biology for an Irish Catholic girl was made possible by Sputnik’s impact on U.S. national science-education policy. I have a body and mind as much constructed by the post-World War II arms race and Cold War as by the women’s movements. There are more grounds for hope by focusing on the contradictory effects of politics designed to produce loyal American technocrats, which as well produced large numbers of dissidents, rather than by focusing on the present defeats. The permanent partiality of feminist points of view has consequences for our expectations of forms of political organization and participation. We do not need a totality in order to work well. The feminist dream of a common language, like all dreams for a perfectly true language, of perfectly faithful naming of experience, is a totalizing and imperialist one. In that sense, dialectics too is a dream language, longing to resolve contradiction. Perhaps, ironically, we can learn from our fusions with animals and machines how not to be Man, the embodiment of Western logos. From the point of view of pleasure in these potent and taboo fusions, made inevitable by the social relations of science and technology, there might indeed be a feminist science.[…] Writing is pre-eminently the technology of cyborgs, etched surfaces of the late twentieth century. Cyborg politics is the struggle for language and the struggle against perfect communication, against the one code that translates all meaning perfectly, the central dogma of phallogocentrism. That is why cyborg politics insist on noise and advocate pollution, rejoicing in the illegitimate fusions of animal and machine. These are the couplings which make Man and Woman so problematic, subverting the structure of desire, the force imagined to generate language and gender, and so subverting the structure and modes of reproduction of “Western” identity, of nature and culture, of mirror and eye, slave and master, body and mind. “We” did not originally choose to be cyborgs, but choice grounds a liberal politics and epistemology that imagines the reproduction of individuals before the wider replications of “texts.” From the perspective of cyborgs, freed of the need to ground politics in “our” privileged position of the oppression that incorporates all other dominations, the innocence of the merely violated, the ground of those closer to nature, we can see powerful possibilities. Feminisms and Marxisms have run aground on Western epistemological imperatives to construct a revolutionary subject from the perspective of a hierarchy of oppressions and/or a latent position of moral superiority, innocence, and greater closeness to nature. With no available original dream of a common language or original symbiosis promising protection from hostile “masculine” separation, but written into the play of a text that has no finally privileged reading or salvation history, to recognize “oneself” as fully implicated in the world, frees us of the need to root politics in identification, vanguard parties, purity, and mothering. Stripped of identity, the bastard race teaches about the power of the margins and the importance of a mother like Malinche. Women of color have transformed her from the evil mother of masculinist fear into the originally literate mother who teaches survival. […] These real-life cyborgs, e.g., the Southeast Asian village women workers in Japanese and U.S. electronics firms described by Aiwa Ong, are actively rewriting the texts of their bodies and societies. Survival is the stakes in this play of readings.» (Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, London, Routledge, 2004, pp. 21-35, qui di seguito, come già segnalato supra alla nota precedente, gli URL presso i quali prendere visione e scaricare l’ Haraway Reader. Gli URL presso i quali noi abbiamo riscontrato il saggio risalgono alle piattaforme di preservazione digitale Internet Archive e SCRIBD e sono per quanto riguarda Internet Archive: https://archive.org/details/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/mode/2up              e 

https://ia800107.us.archive.org/35/items/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/162697775-Donna-Haraway-the-Haraway-Reader.pdf, e per quanto riguarda SCRIBD: https://it.scribd.com/document/373082337/Haraway-2016-Manifestly-Haraway). Fatta eccezione per il radicale – ma anche confuso – rifiuto della attuale società post-capitalista del Cyborg Manifesto, non è difficile immaginare la critica che il Marx del Capitale potrebbe avanzare al passo appena citato, e che si riassumerebbe nella stigmatizzazione di una pseudodialettica storica in cui le fantasmagoriche immagini criptoparareligiose coprono la natura feticistica delle rappresentazioni dei rapporti di classe, rapporti di classe che, nonostante tutte le evoluzioni tecno-biologico-genetico-informatiche che  erano  addirittura al di là dell’immaginazione ai tempi della scrittura del Capitale, non hanno natura sostanzialmente diversa, in ultima istanza,  a quelli già a suo tempo individuati da Marx avendo come riferimento la  prima rivoluzione industriale. Siccome non è mai stata nostra intenzione smentire in sede storico-teorica il pensiero marxiano, anzi, le nostre intenzioni sono sempre state il contrario, e cioè cogliere il nucleo vivo e tuttora proficuo del pensiero marxiano, dove dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico e della sua filosofia della prassi il rapporto conflittuale di classe proletariato-classe capitalista individuato da Marx come unico motore della fisiologia ed evoluzione della società capitalistica è sì un punto di vista parziale ma parziale perché  dialetticamente compreso ed inserito  nella ben più vasta e totalizzante natura dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della società attraverso la quale l’uomo si rapporta con sé stesso e con la società tutta olisticamente intesa, in un rapporto dialettico generativo ex nihilo ed ex suo il quale non è solo originatore dell’uomo,  della società e della realtà culturale – ovviamente cultura e società riconducibili non solo all’uomo ma anche a tutti gli altri viventi! – ma anche di tutto il resto della realtà naturale, fisica e biologica entro la quale è parimenti ancora generativo ex nihilo ed ex suo il suddetto paradigma olistico-dialettico-espressivo-conflittuale-strategico, noi ci permettiamo di concordare col nostro ipotetico Marx redivivus in merito alla natura feticistica  delle fantasmagoriche immagini tecno-biologico-genetico-informatiche, criptoparareligiose nella loro essenza,  che ruotano attorno al cyborg harawayano, e che, a sua volta, costituisce il delirante riassunto espressivo di tutte queste fantasmagorie. Ma spiritualmente confortati dal nostro Marx redivivus che dal suo altissimo trono in regnum coeli benevolmente ci osserva ed assiste e concretamente hic et nunc  su questa terra direttamente ammaestrati dal nostro paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, vediamo di ragionare  ulteriormente sulla  fantasmagoria harawayana connotata dalla  mancanza di una prospettiva storica dialettica nella rappresentazione realistica della conflittualità sociale, e dal nostro punto di vista i crampi del pensiero dialettico del passo appena citato, sintomatici anche  di tutta la successiva produzione dell’Haraway, possono essere riassunti in A) a p. 21  impiego della categoria ‘strategia’ che però è più un fatto puramente lessicale piuttosto che una vera consapevolezza dialettica; in B) alle pp. 22-23 utilizzo della figura del cyborg sia per esorcizzare il problema teorico-pratico della conflittualità politica e per dissolvere la concezione classica dell’identità psichica dell’uomo – quest’ultimo tentativo non cosa sbagliata in sé ma mancante l’Haraway di una concreta e dialettica filosofia della prassi, sfociante in una sorta di nichilismo bio-tecnologico; in C) alle pp. 24-25, dove il cyborg sembra la metafora di una sorta di dialettica adattiva dello scontro sociale sulla falsariga dell’hegeliana dialettica signore-servo, impostazione in sé non da rigettare in toto ma veramente una peso immane da caricare sulle povere e gracili spalle del mito tecno-biologico del cyborg; in D) alle pp. 30-31 dove continua l’impostazione adattiva dello scontro sociale in chiave tecno-biologica;  infine in  E) alle pp. 34-35, dove il cyborg viene indicato come una sorta di classe sostitutiva della classe operaia, a noi veramente apparendo in queste ultime pagine il cyborg come una sorta  di stralunato  calco – espresso con terminologia mitologico-religiosa-parascientifica – dell’Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico (per non dire che costituisce un’ulteriore feticizzazione della già soteriologica classe operaia marxiana); non a caso il capitolo da cui abbiamo citato è intitolato “Cyborgs: a Myth of Political  Identiy” ma mentre l’Epifania  strategica del Repubblicanesimo Geopolico significa, in pratica, l’autocoscienza di massa  della comune natura dialettico-espressiva-strategica-conflittuale dell’uomo, della società ed anche della natura,  qui,  con una Weltanschauung che risente molto della formazione cattolica dell’autrice,  abbiamo un cyborg-mito che diventa una vera e propria figura soteriologica non perché portatore e/o simbolo di istanze dialettico-strategiche,  ma unicamente in ragione della sua concreta e materiale e al tempo stesso numinosa (e feticistico-fantasmagorica) manifestazione nella realtà, in una figura soteriologica, quindi,  che anziché in un Dio incarnato in un uomo si manifesta attraverso un cyborg che si è incarnato nell’uomo e nella società tramite le biotecnologie ma, ahinoi, senza che questa parusia  tecnologica porti ad un avanzamento dialettico della consapevolezza strategica – come invece avviene, anche se in forme che filosoficamente pagano un profondo tributo al mito,  nella parusia  cristiana –, ma, siccome il nostro scopo è la costruzione di una concreta strategia dialettica rinvenendo i segni di questa dialettica dove questi anche confusi si manifestano (e tenendo sempre presente che, dal nostro punto di vista, l’importanza di un prodotto culturale, come lo sono le nuove frontiere delle scienze biologiche definite dalle intrinsecamente dialettiche epigenetica, teoria endosimbiotica e sintesi evoluzionistica estesa ma anche le loro elaborazioni letterario-filosofiche anche se manifestate in forme dialetticamente insoddisfacenti come nella Haraway sono sì importanti per le conoscenze che espressamente affermano ma anche, se non più, per la loro collocazione storico-dialettica nell’ambito del progressivo sviluppo di un completo paradigma olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale), come abbiamo  fatto  sempre in primo luogo per Marx  ma anche  per tutti quegli autori che, pur fra mille contraddizioni,  hanno saputo esprimere un momento strategico, continuiamo ora  a cogliere anche nella Haraway, sempre attraverso il Cyborg Manifesto,  quei segni utili per lo sviluppo  in sede teorica e storica della dialettica olistico-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico. «It has become difficult to name one’s feminism by a single adjective or even to insist in every circumstance upon the noun. Consciousness of exclusion through naming is acute. Identities seem contradictory, partial, and strategic. With the hard-won recognition of their social and historical constitution, gender, race, and class cannot provide the basis for belief in “essential” unity. There is nothing about being “female” that naturally binds women. There is not even such a state as “being” female, itself a highly complex category constructed in contested sexual scientific discourses and other social practices. Gender, race, or class consciousness is an achievement forced on us by the terrible historical experience of the contradictory social realities of patriarchy, colonialism, and capitalism. And who counts as “us” in my own rhetoric? Which identities are available to ground such a potent political myth called “us:” and what could motivate enlistment in this collectivity? Painful fragmentation among feminists (not to mention among women) along every possible fault line has made the concept of woman elusive, an excuse for the matrix of women’s dominations of each other. For me – and for many who share a similar historical location in white, professional middle class, female, radical, North American, mid-adult bodies – the sources of a crisis in political identity are legion.» (Ivi, pp. 13-14) (…)  «MacKinnon’s radical theory of experience is totalizing in the extreme; it does not so much marginalize as obliterate the authority of any other women’s political speech and action. It is a totalization producing what Western patriarchy itself never succeeded in doing-feminists’ consciousness of the non-existence of women, except as products of men’s desire. I think MacKinnon correctly argues that no Marxian version of identity can firmly ground women’s unity. But in  solving  the  problem of the contradictions of any Western revolutionary subject for feminist purposes, she develops an even more authoritarian doctrine of experience. If my complaint about socialist/Marxian standpoints is their unintended erasure of polyvocal, unassimilable, radical difference made visible in anti-colonial discourse and practice, MacKinnon’s intentional era sure of all difference through the device of the “essential” non-existence of women is not reassuring. In my taxonomy, which like any other taxonomy is a reinscription of history, radical feminism can accommodate all the activities of women named by socialist feminists as forms of labor only if the activity can somehow be sexualized. Reproduction had different tones of meanings for the two tendencies, one rooted in labor, one in sex, both calling the consequences of domination and ignorance of social and personal reality “false consciousness.” Beyond either the difficulties or the contributions in the argument of any one author, neither Marxist nor radical feminist points of view have tended to embrace the status of a partial explanation; both were regularly constituted as totalities. Western explanation has demanded as much; how else could the “Western” author incorporate its others? Each tried to annex other forms of domination by expanding its basic categories through analogy, simple listing, or addition. Embarrassed silence about race among white radical and socialist feminists was one major, devastating political consequence. History and polyvocality disappear into political taxonomies that try to establish genealogies. There was no structural room for race (or for much else) in theory claiming to reveal the construction of the category woman and social group women as a unified or totalizable whole.» (Ivi, pp. 18-19) (…) «In this attempt at an epistemological and political position, I would like to sketch a picture of possible unity, a picture indebted to socialist and feminist principles of design. The frame for my sketch is set by the extent and importance of rearrangements in worldwide social relations tied to science and technology. I argue for a politics rooted in claims about fundamental changes in the nature of class, race, and gender in an emerging system of world order analogous in its novelty and scope to that created by industrial capitalism; we are living through a movement from an organic, industrial society to a polymorphous, information system from all work to all play, a deadly game. Simultaneously material and ideological, the dichotomies may be expressed in the following chart of transitions from the comfortable old hierarchical dominations to the scary new networks I have called the informatics of domination: Representation – Simulation; Bourgeois novel, realism – Science fiction, post-modernism; Organism – Biotic component; Depth, integrity –  Surface, boundary; Heat – Noise; Biology as clinical practice –  Biology as inscription; Physiology – Communications engineering; Small group -Subsystem; Perfection – Optimization; Eugenics – Population control; Decadence, Magic Mountain –  Obsolescence, Future shock; Hygiene – Stress management; Microbiology, tuberculosis –  Immunology, AIDS; Organic division of labor -Ergonomics/cybernetics of labor; Functional specialization -Modular construction; Reproduction – Replication; Organic sex role specialization – Optimal genetic strategies; Biological determinism – Evolutionary inertia, constraints; Community ecology – Ecosystem; Racial chain of being – Neo-imperialism, United Nations humanism; Scientific management in home/factory – Global factory/Electronic cottage; Family/Market/Factory – Women in the Integrated Circuit; Public/Private – Cyborg Citezenship; Nature/Culture – Fields of difference; Cooperation – Communications enhancement; Freud – Lacan; Sex – Genetic engineering; Labor – Robotics; Mind – Artificial Intelligence; World War II – Star Wars; White Capitalist Patriarchy – Informatics of Domination. This list suggests several interesting things.» (Ivi, pp. 20-21). Vediamo quindi di enucleare gli spunti interessanti dei tre passi tratti dal Cyborg Manifesto. Nella citazione che corre a cavallo fra le pp. 18-19, si può rilevare che, anche se la Haraway è assolutamente impermeabile ad un discorso schmittiano sulla sovranità né tantomeno viene sfiorata dall’idea post-schmittiana del Repubblicanesimo Geopolitico che questa sovranità è l’ ipostasi storicamente di volta in volta differentemente modulata del diuturno e transepocale conflitto olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, essa si interroga potentemente su un problema fondamentale nella costruzione della Gestalt  della sovranità politica, e cioè il problema dell’identità, anche se quest’identità, a dire il vero, viene dalla Haraway costruita lungo la linea di sviluppo  evoluzionistico-biologico-di genere con tutto il buono e il cattivo che comporta questa scelta. Il buono è che si abbandona lo stretto schema classista marxiano, il cattivo che, come si è visto, questo abbandono non implica uno sviluppo della dialettica ma il ricadere in schemi incarnazionistici religioso-parareligiosi soteriologici di stampo cristiano dove a prendere il posto della mitica classe operaia-classe Cristo del marxismo salvatrice dell’umanità tutta, stanno corpi biologici in incessante evoluzione ed annichilenti in questa evoluzione sia le soluzioni di continuità date dall’individuazione sessuale che quelle date dai limiti biologico-temporali  dei corpi viventi (mito del cyborg, mito cioè di un corpo che tramite innesti meccanici e/o biotecnologici può vivere all’infinito). Tuttavia, nonostante tutti questi enormi crampi dialettici, vediamo che, sul piano pratico – cioè sul piano della storia delle idee anche se non su quello dello sviluppo di una autentica dialettica gnoseologico-espistemologica basata sulla più o meno consapevole adozione del paradigma dell’ azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale – questa ridefinizione di identità portata avanti solamente sul piano mitologico-biologico-evoluzionistico comporta, assieme a terribili arretramenti, anche  molto interessanti avanzamenti rispetto al vecchio conflittualismo marxiano-marxista. Come infatti vediamo  alle pp. 18-19, dove A) molto opportunamente si cerca di riscrivere gli schemi conflittualistici marxiani adottando schemi che introducono anche il conflitto nella definizione del vivente e nel concetto e nella pratica della sessualità.  Certamente rispetto al semplice schema marxiano un avanzamento in senso realistico, peccato solo che questi nuovi soggetti vengano connotati solo come viventi (anche se non in senso classico: ora fra i viventi abbiamo anche i cyborg) e dotati, tuttalpiù, solo di contraddizioni di ordine sessuale e nuotino quindi, astraendo da tutto il resto della storicità umana e naturale,  in un quasi totale  vuoto dialettico ontologico-epistemologico di riferimento;  dove B) la definizione di queste nuove identità sessuo-cyborghiane passa attraverso l’annichilimento del concetto di naturalità per essere sostituito con uno di storicità. E questo annichilimento della naturalità avrebbe potenzialmente portata veramente rivoluzionaria perché adottando questo schema sarebbe impossibile a questo punto parlare di un mondo naturale contrapposto ad un mondo storico-culturale. Come nel repubblicanesimo Geopolitico, anche la Haraway è perfettamente convinta dell’inanità di questa suddivisione  ma dove C) e qui veniamo alle dolenti note, questa consapevolezza dell’artificiosità di questa suddivisione, siccome la Haraway è sprovvista di un coerente schema storico-culturale-dialettico non dà nessun reale contributo in merito alla critica della società occidentale e dello stesso marxismo ma si ripiega su sé stessa nella solita fantasmagorica affabulazione soteriologica mitico-biologico-tecnologico-evoluzionistica. E, infatti, alle pp. 20-21 assistiamo, tramite la mappa-lista delle nuove linee di faglia-conflitto della nostra nuova epoca confrontate con quelle della seconda e terza rivoluzione industriale ad una piena resa della dialettica. Al di là della giustezza storica nella proposta di sostituzione di alcune vecchie coppie dicotomiche con altre indicate come nuove, veramente sintomatica di tutta la difficoltà  gnoseologico-epistemologica della lista proposta dalla Haraway e di tutto il suo discorso nel suo complesso è la proposta di adozione, accanto alla vecchia dicotomia natura/cultura da abbandonare, della nuova categoria ‘campi delle differenze’,  il che non significa assolutamente nulla e caccia dalla porta ma fa rientrare dalla finestra la dicotoma natura/cultura – inevitabilmente rientrante anch’essa nel campo delle differenze, magari uno dei tanti ma non per questo destinata alla nostra condanna definitiva –, con la inconsapevole  ma non per questo non meno chiara conseguenza, in ultima istanza,  che si è mancato  l’appuntamento con  qualsiasi discorso storico-dialettico basato sul’annullamento  della falsa polarità natura/cultura, o se proprio non lo si è mancato, continuando a riformularlo nei soteriologici, feticistici e fantasmagorici termini biologistico-tecnologici-evoluzionistici tanto cari alla mitologica e non dialettica narrazione della Haraway, o, come nel caso specifico della proposta di sostituzione della dicotomia natura/cultura con ‘campi delle differenze’, se non fantasmagorici con assoluta vuotaggine semantica (assenza di significato finale che, sempre e non solo nella Haraway, è l’altra faccia della medaglia di qualsiasi Weltanschauung basata solo sull’immaginifico e sull’utopia, ultraterrena o secolarizzata che sia, e non saldamente storicamente e dialetticamente fondata).

Certamente la fase più estrema ed ultima delle feticistiche fantasmagorie harawayne è il racconto fantascientifico The Camille Stories. Children of Compost, capitolo ottavo di Staying with the Trouble del 2016 ma prima di compiere un nostro veloce esame di questo apologo fantascientifico e allo scopo di mettere ulteriormente a fuoco le feticistiche fantasmagorie harawayne che mancano, pur nella contestazione del monocorde e rigido conflittualismo marxiano classe operaia vs classe capitalista, di stigmatizzare efficacemente in Marx uno dei suoi più importanti punctum dolens, cioè l’avere accettato la suddivisione natura/cultura (se per efficacia non intendiamo, ovviamente, l’uso del solito linguaggio fiammeggiante feticistico-fantasmagorico: «Hilary Klein has argued that both Marxism and psychoanalysis, in their concepts of labor and of individuation and gender formation, depend on the plot of original unity out of which difference must be produced and enlisted in a drama of escalating domination of woman/nature. The cyborg skips the step of original unity, of identification with nature in the Western sense. This is its illegitimate promise that might lead to subversion of its teleology as star wars. The cyborg is resolutely committed to partiality, irony, intimacy, and perversity. It is oppositional, utopian, and completely without innocence. No longer structured by the polarity of public and private, the cyborg defines a technological polis based partly on a revolution of social relations in the oikos, the household. Nature and culture are reworked; the one can no longer be the resource for appropriation or incorporation by the other. The relationships for forming wholes from parts, including those of polarity and hierarchical domination, are at issue in the cyborg world.»: Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, cit., p. 9, e stigmatizzazione mancata perche l’Haraway è sostanzialmente tutta tesa alla ricerca-sostituzione di un nuovo soggetto rivoluzionario rispetto alla mitica marxiana classe operaia, ma compiendo questo tentativo prima col cyborg del Cyborg Manifesto e poi, come fra poco vedremo, col nuovo  simbionte del Staying with the Trouble, mezzo uomo e mezzo animale e in assenza di un qualsiasi schema storicistico olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale), invitiamo a confrontare sul tema natura/cultura e di come questa falsa dicotomia venga (malamente) affrontata anche in Marx  i nostri seminali  Massimo Morigi, Breve nota all’intervista del CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi) , pubblicato in data 21 settembre 1916 sul blog di geopolitica marxista “Conflitti e Strategie”    (all’URL di “Conflitti e Strategie” http://www.conflittiestrategie.it/breve-nota-allintervista-del-csepi-a-la-grassa-di-massimo-morigi; Webcite:  https://www.webcitation.org/6khrAAyet; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20161211122021/http://www.conflittiestrategie.it/breve-nota-allintervista-del-csepi-a-la-grassa-di-massimo-morigi; e pubblicato poi anche autonomamente in data 29 ottobre 2016 su Internet Archive in un breve raccolta di altri scritti di Massimo Morigi recante il titolo Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats. Dialogo sulla moralità del Repubblicanesimo Geopolitico più breve nota all’intervista del  CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi)   presso gli URL     https://archive.org/details/MARXISMO_345/mode/2up   e https://ia801909.us.archive.org/4/items/MARXISMO_345/MARXISMO.pdf) e Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’Aufhebung della gramsciana  e   lukacsiana   Filosofia   della  Praxis, dicembre 2016 (immesso autonomamente in Rete, in data 24 gennaio 2017, agli URL di Internet Archive https://archive.org/details/DialecticvsNvncivs_201701/mode/2up e https://ia601904.us.archive.org/6/items/DialecticvsNvncivs_201701/Dialecticvs%20Nvncivs.pdf; WebCite:  http://www.webcitation.org/6o8wW4znJ e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801509.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FDialecticvsNvncivs_201701%2FDialecticvs%2520Nvncivs.pdf&date=2017-02-09

e poi anche su ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313278043_Dialecticvs_Nvncivs_Il_punto_di_vista_del_Repubblicanesimo_Geopolitico_attraverso_i_Quaderni_del_Carcere_e_Storia_e_Coscienza_di_Classe_per_il_rovesciamento_della_gerarchia_della_spiegazione_meccanici, https://doi.org/10.13140/RG.2.2.29749.47842; ma prima ancora, in data 13 dicembre 2016, sul blog  “L’Italia e il Mondo”,  agli URL   http://italiaeilmondo.com/2016/12/13/dialecticus-nuncius-di-massimo-morigi/ e http://italiaeilmondo.com/category/agora/; WebCite: rispettivamente http://www.webcitation.org/6oBwn5kXP e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2016%2F12%2F13%2Fdialecticus-nuncius-di-massimo-morigi%2F&date=2017-02-11 e http://www.webcitation.org/6oBx5xZNt e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fagora%2F&date=2017-02-11; Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20200304070934/http://italiaeilmondo.com/2016/12/13/dialecticus-nuncius-di-massimo-morigi/ e     https://web.archive.org/web/20200304071007/http://italiaeilmondo.com/category/agora/) con i seguenti passi del Cyborg Manifesto, tutti cristallini atti di fede sull’inanità della suddivisione natura/cultura ma parimenti segno del profondo “casinismo” mental-sessual-tecno-biologico-genetistico che è il marchio di fabbrica feticistico-fantasmagorico di tutta la produzione della Haraway e che potrebbe essere definito una sorta di incubo della dialettica: «Movements for animal rights are not irrational denials of human uniqueness; they are a clear-sighted recognition of connection across the discredited breach of nature and culture. Biology and evolutionary theory over the past two centuries have simultaneously produced modern organisms as objects of knowledge and reduced the line between humans and animals to a faint trace re-etched in ideological struggle or professional disputes between life and social science. Within this framework, teaching modern Christian creationism should be fought as a form of child abuse. Biological-determinist ideology is only one position opened up in scientific culture for arguing the meanings of human animality. There is much room for radical political people to contest the meanings of the breached boundary. The cyborg appears in myth precisely where the boundary between human and animal is transgressed. Far from signaling a walling off of people from other living beings, cyborgs signal disturbingly and pleasurably tight coupling. Bestiality has a new status in this cycle of marriage exchange. The second leaky distinction is between animal-human (organism) and machine. Pre-cybernetic machines could be haunted; there was always the specter of the ghost in the machine. This dualism structured the dialogue between materialism and idealism that was settled by a dialectical progeny, called spirit or history, according to taste. But basically machines were not self-moving, self-designing, autonomous. They could not achieve man’s dream, only mock it. They were not man, an author to himself, but only a caricature of that masculinist reproductive dream. To think they were otherwise was paranoid. Now we are not so sure. Late twentieth-century machines have made thoroughly ambiguous the difference between natural and artificial, mind and body, self-developing and externally designed, and many other distinctions that used to apply to organisms and machines. Our machines are disturbingly lively, and we ourselves frighteningly inert.» (Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, cit., pp. 10-11); (…) «So my cyborg myth is about transgressed boundaries, potent fusions, and dangerous possibilities, which progressive people might explore as one part of needed political work. One of my premises is that most American socialists and feminists  see deepened dualisms of mind and body, animal and machine, idealism and materialism in the social practices, symbolic formulations, and physical artifacts associated with “high technology” and scientific culture. From One-Dimensional  Man (Marcuse 1964) to The Death of Nature (Merchant 1980), the analytic resources developed by progressives have insisted on the necessary domination of technics and recalled us to an imagined organic body to integrate our resistance. Another of my premises is that the need for unity of people trying to resist worldwide intensification of domination has never been more acute. But a slightly perverse shift of perspective might better enable us to contest for meanings, as well as for other forms of power and pleasure in technologically mediated societies.» (Ivi, pp-14-15); (…) «This kind of analysis of scientific and cultural objects of knowledge that have appeared historically since the Second World War prepares us to notice some important inadequacies in feminist analysis that has proceeded as if the organic, hierarchical dualisms ordering discourse in “the West” since Aristotle still ruled. They have been cannibalized, or as Zoe Sofia (1984) might put it, they have been “techno-digested.” The dichotomies between mind and body, animal and human, organism and machine, public and private, nature and culture, men and women, primitive and civilized are all in question ideologically. The actual situation of women is their integration/exploitation into a world system of production/reproduction and communication called the informatics of domination. The home, workplace, market, public arena, the body itself  – all can be dispersed and interfaced in nearly infinite, polymorphous ways, with large consequences for women and others – consequences that themselves are very different for different people and that make potent oppositional international movements difficult to imagine and essential for survival. One important route for reconstructing socialist-feminist politics is through theory and practice addressed to the social relations of science and technology, including crucially the systems of myth and meanings structuring our imaginations. The cyborg is a kind of disassembled and reassembled, postmodern collective and personal self. This is the self feminists must code.» (Ivi, pp. 32-33); (…) «Writing is preeminently the technology of cyborgs, etched surfaces of the late twentieth century. Cyborg politics are the struggle for language and the struggle against perfect communication, against the one code that translates all meaning perfectly, the central dogma of phallogocentrism. That is why cyborg politics insist on noise and advocate pollution, rejoicing in the illegitimate fusions of animal and machine. These are the couplings that make Man and Woman so problematic, subverting the structure of desire, the force imagined to generate language and gender, and so subverting the structure and modes of reproduction of “Western” identity, of nature and culture, of mirror and eye, slave and master, body and mind. “We” did not originally choose to be cyborgs, but choice grounds a liberal politics and epistemology that imagine the reproduction of individuals before the wider replications of “texts.” From the perspective of cyborgs, freed of the need to ground politics in “our” privileged position of the oppression that incorporates all other dominations, the innocence of the merely violated, the ground of those closer to nature, we can see powerful possibilities. Feminisms and Marxisms have run aground on Western epistemological imperatives to construct a revolutionary subject from the perspective of a hierarchy of oppressions and/or a latent position of moral superiority, innocence, and greater closeness to nature. With no available original dream of a common language or original symbiosis promising protection from hostile “masculine” separation, but written into the play of a text that has no finally privileged reading or salvation history, to recognize “oneself” as fully implicated in the world, frees us of the need to root politics in identification, vanguard parties, purity, and mothering. Stripped of identity, the “bastard” race teaches about the power of the margins and the importance of a mother like Malinche. Women of color have transformed her from the evil mother of masculinist fear into the originally literate mother who teaches survival. This is not just literary deconstruction, but liminal transformation. Every story that begins with original innocence and privileges the return to wholeness imagines the drama of life to be individuation, separation, the birth of the self, the tragedy of autonomy, the fall into writing, alienation – that is, war, tempered by imaginary respite in the bosom of the Other. These plots are ruled by a reproductive politics – rebirth without flaw, perfection, abstraction. In this plot women are imagined either better or worse off, but all agree they have less selfhood, weaker individuation, more fusion to the oral, to Mother, less at stake in masculine autonomy. But there is another route to having less at stake in masculine autonomy, a route that does not pass through Woman, Primitive, Zero, the Mirror Stage and its imaginary. It passes through women and other present-tense, illegitimate cyborgs, not of Woman born, who refuse the ideological resources of victimization so as to have a real life. These cyborgs are the people who refuse to disappear on cue, no matter how many times a “Western” commentator remarks on the sad passing of another primitive, another organic group done in by “Western” technology, by writing. These real-life cyborgs (for example, the Southeast Asian village women workers in Japanese and U.S. electronics firms described by Aihwa Ong) are actively rewriting the texts of their bodies and societies. Survival is at stake in this play of readings. To recapitulate, certain dualisms have been persistent in Western traditions; they have all been systemic to the logics and practices of domination of women, people of color, nature, workers, animals – in short, domination of all constituted as others, whose task is to mirror the self. Chief among these troubling dualisms are self/other, mind/body, culture/nature, male/female, civilized/primitive, reality/appearance, whole/part, agent/resource, maker/made, active/passive, right/wrong, truth/illusion, total/partial, God/man. The self is the One who is not dominated, who knows that by the service of the other, the other is the one who holds the future, who knows that by the experience of domination, which gives the lie to the autonomy of the self. To be One is to be autonomous, to be powerful, to be God; but to be One is to be an illusion, and so to be involved in a dialectic of apocalypse with the other. Yet to be other is to be multiple, without clear boundary, frayed, insubstantial. One is too few, but two are too many. High-tech culture challenges these dualisms in intriguing ways. It is not clear who makes and who is made in the relation between human and machine. It is not clear what is mind and what is body in machines that resolve into coding practices. Insofar as we know ourselves in both formal discourse (for example, biology) and in daily practice (for example, the homework economy in the integrated circuit), we find ourselves to be cyborgs, hybrids, mosaics, chimeras. Biological organisms have become biotic systems, communications devices like others. There is no fundamental, ontological separation in our formal knowledge of machine and organism, of technical and organic. The replicant Rachel in the Ridley Scott film Blade Runner stands as the image of a cyborg culture’s fear, love, and confusion. One consequence is that our sense of connection to our tools is heightened. The trance state experienced by many computer users has become a staple of science-fiction film and cultural jokes. Perhaps paraplegics and other severely handicapped people can (and sometimes do) have the most intense experiences of complex hybridization with other communications devices. Anne McCaffrey’s prefeminist The Ship Who Sang (1969) explored the consciousness of a cyborg, hybrid of girl’s brain and complex machinery, formed after the birth of a severely handicapped child. Gender, sexuality, embodiment, skill: all were reconstituted in the story. Why should our bodies end at the skin, or include at best other beings encapsulated by skin? From the seventeenth century till now, machines could be Animated – given ghostly souls to make them speak or move or to account for their orderly development and mental capacities. Or organisms could be mechanized – reduced to body understood as resource of mind. These machine/organism relationships are obsolete, unnecessary. For us, in imagination and in other practice, machines can be prosthetic devices, intimate components, friendly selves. We don’t need organic holism to give impermeable wholeness, the total woman and her feminist variants (mutants?). Let me conclude this point by a very partial reading of the logic of the cyborg monsters of my second group of texts, feminist science fiction. The cyborgs populating feminist science fiction make very problematic the statuses of man or woman, human, artifact, member of a race, individual entity, or body. Katie King clarifies how pleasure in reading these fictions is not largely based on identification. Students facing Joanna Russ for the first time, students who have learned to take modernist writers like James Joyce or Virginia Woolf without flinching, do not know what to make of The Adventures of Alyx or The Female Man, where characters refuse the reader’s search for innocent wholeness while granting the wish for heroic quests, exuberant eroticism, and serious politics. The Female Man is the story of four versions of one genotype, all of whom meet, but even taken together do not make a whole, resolve the dilemmas of violent moral action, or remove the growing scandal of gender. The feminist science fiction of Samuel R. Delany, especially Tales of Nevèrÿon, mocks stories of origin by redoing the neolithic revolution, replaying the founding moves of Western civilization to subvert their plausibility. James Tiptree Jr., an author whose fiction was regarded as particularly manly until her “true” gender was revealed, tells tales of reproduction based on nonmammalian technologies like alternation of generations of male brood pouches and male nurturing. John Varley constructs a supreme cyborg in his arch-feminist exploration of Gaea, a mad goddessplanet-trickster-old woman-technological-device on whose surface an extraordinary array of post-cyborg symbioses are spawned. Octavia Butler writes of an African sorceress pitting her powers of transformation against the genetic manipulations of her rival (Wild Seed), of time warps that bring a modern U.S. black woman into slavery where her actions in relation to her white master–ancestor determine the possibility of her own birth (Kindred), and of the illegitimate insights into identity and community of an adopted cross-species child who came to know the enemy as self (Survivor). In Dawn (1987), the first installment of a series called Xenogenesis, Butler tells the story of Lilith Iyapo, whose personal name recalls Adam’s first and repudiated wife and whose family name marks her status as the widow of the son of Nigerian immigrants to the United States. A black woman and a mother whose child is dead, Lilith mediates the transformation of humanity through genetic exchange with extraterrestrial lovers/rescuers/destroyers/genetic engineers, who re-form Earth’s habitats after the nuclear holocaust and coerce surviving humans into intimate fusion with them. It is a novel that interrogates reproductive, linguistic, and nuclear politics in a mythic field structured by late-twentieth-century race and gender. Because it is particularly rich in boundary transgressions, Vonda McIntyre’s Superluminal can close this truncated catalogue of promising and dangerous monsters who help redefine the pleasures and politics of embodiment and feminist writing. In a fiction where no character is “simply” human, human status is highly problematic. Orca, a genetically altered diver, can speak with killer whales and survive deep ocean conditions, but she longs to explore space as a pilot, necessitating bionic implants jeopardizing her kinship with the divers and cetaceans. Transformations are effected by virus vectors carrying a new developmental code, by transplant surgery, by implants of microelectronic devices, by analogue doubles, and other means. Laenea becomes a pilot by accepting a heart implant and a host of other alterations allowing survival in transit at speeds exceeding that of light. Radu Dracul survives a virus-caused plague in his outerworld planet to find himself with a time sense that changes the boundaries of spatial perception for the whole species. All the characters explore the limits of language; the dream of communicating experience; and the necessity of limitation, partiality, and intimacy even in this world of protean transformation and connection. Superluminal stands also for the defining contradictions of a cyborg world in another sense; it embodies textually the intersection of feminist theory and colonial discourse in the science fiction I have alluded to in this essay. This is a conjunction with a long history that many “First World” feminists have tried to repress, including myself in my readings of Superluminal before being called to account by Zoe Sofoulis (n.d.), whose different location in the world system’s informatics of domination made her acutely alert to the imperialist moment of all science fiction cultures, including women’s science fiction. From an Australian feminist sensitivity, Sofoulis remembered more readily McIntyre’s role as writer of the adventures of Captain Kirk and Spock in TV’s Star Trek series than her rewriting the romance in Superluminal. Monsters have always defined the limits of community in Western imaginations. The Centaurs and Amazons of ancient Greece established the limits of the centered polis of the Greek male human by their disruption of marriage and boundary pollutions of the warrior with animality and woman. Unseparated twins and hermaphrodites were the confused human material in early modern France who grounded discourse on the natural and supernatural, medical and legal, portents and diseases – all crucial to establishing modern identity. In the evolutionary and behavioral sciences, monkeys and apes have marked the multiple boundaries of late-twentieth-century industrial identities. Cyborg monsters in feminist science fiction define quite different political possibilities and limits from those proposed by the mundane fiction of Man and Woman.» (Ivi, pp. 57-65); e tutti segno, nella loro  feticistica fantasmagoria biotecnologico-genetistica-fantascientifica, oltre che di un concretamente possibile futuro della nostra specie da evitare a tutti i costi –  e che invece la Haraway, proprio per il suo deficit dialettico ritiene auspicabile: una cosa è dire, mettiamo, che con l’ingegneria genetica le future generazioni non saranno più angustiate dalla carie dentale, un’altra è risolvere questo problema dotando la futura umanità di un becco d’anatra al posto della tradizionale dentatura!, una modifica radicale del nostro fenotipo e genotipo che, come vedremo fra breve in questa stessa nota, la Haraway porta alle sue estreme conseguenze nel suo più recente lavoro, Stayng with the Trouble – del fatto che l’Haraway nel delineare la sua fantastica trasformistica umanità prossima ventura si dimostra del tutto conforme ed espressione di quella cultura occidentale, il cui grandissimo errore non è stato, come crede la Haraway, di essere una cultura maschilista, aristocratica, fallocentrica e tutte le altre grandi nequizie lessicali che si possono trarre dal suo dizionario più o meno femminista ma, molto più semplicemente, di non aver saputo sviluppare il grande spunto aristotelico dello zoòn lògon èchon, dell’uomo che proprio per essere  un “animale politico” (zoòn politikòn o ζῷον πολιτικόν) è anche l’unico “animale che possiede il linguaggio” (zoòn lògon èchon o ζῷον  λόγον  ἔχων) (Aristotele, Politica, 1253a 9-10, da noi consultato nella versione in inglese con testo originale a fianco Aristotle, Politics, London, William Heinemann LTD, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1959, presso gli URL di Internet Archive  https://archive.org/details/politicsrackh00arisuoft e https://ia800904.us.archive.org/6/items/politicsrackh00arisuoft/politicsrackh00arisuoft.pdf) e nel caso della Haraway, dominata dalla sua stessa fantasmagoria feticistica lessicale, verrebbe quasi voglia di sposare in toto il pensiero di Heidegger quando il filosofo afferma che «La parola che ci parla dell’essenza di una cosa ci viene dal linguaggio, perché noi sappiamo fare attenzione all’essenza propria di questo.[…] L’uomo si comporta come se fosse lui il creatore e il padrone del linguaggio, mentre è questo, invece, che rimane signore dell’uomo. Questo rovesciamento di rapporto è uno dei motivi dell’estraniazione (Unheimische) dell’uomo. Il linguaggio è l’appello supremo che viene rivolto all’uomo» (Martin Heidegger, Saggi e discorsi, Mursia, Milano, 1976, p. 97,  da noi citato dall’URL https://www.opuslibros.org/Index_libros/Recensiones_1/heidegge_dis.htm, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191122073121/https://www.opuslibros.org/Index_libros/Recensiones_1/heidegge_dis.htm), mentre in realtà, al netto della filosofia di Heidegger che, dal nostro punto di vista, può a buon diritto essere definito il pensatore più antistrategico, più antiprassistico e meno dialettico mai comparso sulla faccia della Terra, quello che il filosofo di Meßkirch ci segnala – anche se involontariamente e probabilmente anche con un inconscio riferimento a sé stesso  – è che l’uomo è quasi sempre dimentico di essere il creatore strategico del linguaggio e quindi, anziché essere un “animale che possiede il linguaggio”, il più delle volte è “un animale posseduto dal linguaggio” e questo essere dimentico della vera, autentica ed unica  natura dell’uomo già individuata da Aristotele nella sua Politica – e che nell’ambito dell’ulteriormente raffinato paradigma olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico è natura umana linguistico-politica in una dinamica prassistica dove l’uomo e il suo linguaggio sono dialetticamente interconnessi in un continuo rapporto di creazione del soggetto e dell’oggetto dove il soggetto uomo è contemporaneamente creato dalla sua creazione-oggetto linguaggio, che in questo modo diventa soggetto che crea il suo oggetto, che crea cioè l’uomo stesso – è il vero tratto distintivo della Haraway, la quale nonostante (anzi proprio per queste) fantasmagorie linguistiche non si distacca assolutamente da tutta la grande rimozione del pensiero occidentale sulla natura linguistico-politica dell’uomo già intravista da Aristotele, una rimozione che nel Novecento ha avuto in Heidegger il suo più grande interprete ma che in finale di XX secolo e nell’inizio del nostro successivo, vede schierata fra i suoi protagonisti anche la Haraway, in uno però strano pasticcio mitologico-linguistico dove, con intenzioni del tutto antitetiche a quelle di Heidegger, non si  vuole la soppressione della dialettica ma se ne è alla continua ricerca,  ricerca però del tutto frustrata  da questo   suo  fiammeggiante e soteriologico  feticistico-fantasmagorico-mitologico linguaggio (che dà espressione nel caso del Cyborg Manifesto al mito del  cyborg), del tutto inadeguato a raggiungere una minimamente accettabile dimensione dialettica. «“The Camille Stories: Children of Compost” closes this book. This invitation to a collective speculative fabulation follows five generations of a symbiogenetic join of a human child and monarch butterflies along the many lines and nodes of these insects’ migrations between Mexico and the United States and Canada. These lines trace socialities and materialities crucial to living and dying with critters on the edge of disappearance so that they might go on. Committed to nurturing capacities to respond, cultivating ways to render each other capable, the Communities of Compost appeared all over the world in the early twenty-first century on ruined lands and waters. These communities committed to help radically reduce human numbers over a few hundred years while developing practices of multispecies environmental justice of myriad kinds. Every new child had at least three human parents; and the pregnant parent exercised reproductive freedom in the choice of an animal symbiont for the child, a choice that ramified across the generations of all the species. The relations of symbiogenetic people and unjoined humans brought many surprises, some of them deadly, but perhaps the deepest surprises emerged from the relations of the living and the dead, in symanimagenic complexity, across the holobiomes of earth. Lots of trouble, lots of kin to be going on with.» (introduzione a Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016, p. 8, notazione bibliografica già  supra alla precedente nota n° 9, come sempre supra in questa nota URL presso il quale il documento può essere scaricato:  https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, nostro congelamento Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190930132847/https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, e URL del nostro caricamento del documento su Internet Archive: https://archive.org/details/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/mode/2up                                                                                                                                e https://ia803104.us.archive.org/4/items/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/Donna%20J.%20Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf. N.B. Successivamente,  questo caricamento su Internet Archive reso non disponibile dalla piattaforma per presunta  violazione delle clausole  sul copyright; rimane disponibile il congelamento Wayback Machine) (…) «And then Camille came into our lives, rendering present the cross-stitched generations of the not-yet-born and not-yet-hatched of vulnerable, coevolving species. Proposing a relay into uncertain futures, I end Staying with the Trouble with a story, a speculative fabulation, which starts from a writing workshop at Cerisy in summer 2013, part of Isabelle Stengers’s colloquium on gestes speculatifs. Gestated in SF writing practices, Camille is a keeper of memories in the flesh of worlds that may become habitable again. Camille is one of the children of compost who ripen in the earth to say no to the posthuman of every time. I signed up for the afternoon workshop at Cerisy called Narration Speculative. The first day the organizers broke us down into writing groups of two or three participants and gave us a task. We were asked to fabulate a baby, and somehow to bring the infant through five human generations. In our times of surplus death of both individuals and of kinds, a mere five human generations can seem impossibly long to imagine flourishing with and for a renewed multispecies world. Over the week, the groups wrote many kinds of possible futures in a rambunctious play of literary forms. Versions abounded. Besides myself, the members of my group were the filmmaker Fabrizio Terranova and psychologist, philosopher, and ethologist Vinciane Despret. The version I tell here is itself a speculative gesture, both a memory and a lure for a “we” that came into being by fabulating a story together one summer in Normandy. I cannot tell exactly the same story that my cowriters would propose or remember. My story here is an ongoing speculative fabulation, not a conference report for the archives. We started writing together, and we have since written Camille stories individually, sometimes passing them back to the original writers for elaboration, sometimes not; and we have encountered Camille and the Children of Compost in other writing collaborations too. All the versions are necessary to Camille. My memoir for that workshop is an active casting of threads from and for ongoing, shared stories. Camille, Donna, Vinciane, and Fabrizio brought each other into copresence; we render each other capable. The Children of Compost insist that we need to write stories and live lives for flourishing and for abundance, especially in the teeth of rampaging destruction and impoverization. Anna Tsing urges us to cobble together the “arts of living on a damaged planet”; and among those arts are cultivating the capacity to reimagine wealth, learn practical healing rather than wholeness, and stitch together improbable collaborations without worrying overmuch about conventional ontological kinds. The Camille Stories are invitations to participate in a kind of genre fiction committed to strengthening ways to propose near futures, possible futures, and implausible but real nows. Every Camille Story that I write will make terrible political and ecological mistakes; and every story asks readers to practice generous suspicion by joining in the fray of inventing a bumptious crop of Children of Compost. Readers of science fiction are accustomed to the lively and irreverent arts of fan fiction. Story arcs and worlds are fodder for mutant transformations or for loving but perverse extensions. The Children of Compost invite not so much fan fiction as sym fiction, the genre of sympoiesis and symchthonia – the coming together of earthly ones. The Children of Compost want the Camille Stories to be a pilot project, a model, a work and play object, for composing collective projects, not just in the imagination but also in actual story writing. And on and under the ground. Vinciane, Fabrizio, and I felt a vital pressure to provide our baby with a name and a pathway into what was not yet but might be. We also felt a vital pressure to ask our baby to be part of learning, over five generations, to radically reduce the pressure of human numbers on earth, currently set on a course to climb to more than 11 billion by the end of the twenty-first century CE. We could hardly approach the five generations through a story of heteronormative reproduction (to use the ugly but apt American feminist idiom)! More than a year later, I realized that Camille taught me how to say, “Make Kin Not Babies.” Immediately, however, as soon as we proposed the name of Camille to each other, we realized that we were now holding a squirming child who had no truck with conventional genders or with human exceptionalism. This was a child born for sympoiesis – for becoming-with and makingwith a motley clutch of earth others. // IMAGINING THE WORLD OF THE CAMILLES // Luckily, Camille came into being at a moment of an unexpected but powerful, interlaced, planetwide eruption of numerous communities of a few hundred people each, who felt moved to migrate to ruined places and work with human and nonhuman partners to heal these places, building networks, pathways, nodes, and webs of and for a newly habitable world. Only a portion of the earthwide, astonishing, and infectious action for well-being came from intentional, migratory communities like Camille’s. Drawing from long histories of creative resistance and generative living in even the worst circumstances, people everywhere found themselves profoundly tired of waiting for external, never materializing solutions to local and systemic problems. Both large and small individuals, organizations, and communities joined with each other, and with migrant communities like Camille’s, to reshape terran life for an epoch that could follow the deadly discontinuities of the Anthropocene, Capitalocene, and Plantationocene. In system-changing simultaneous waves and pulses, diverse indigenous peoples and all sorts of other laboring women, men, and children – who had been long subjected to devastating conditions of extraction and production in their lands, waters, homes, and travels – innovated and strengthened coalitions to recraft conditions of living and dying to enable flourishing in the present and in times to come. These eruptions of healing energy and activism were ignited by love of earth and its human and nonhuman beings and by rage at the rate and scope of extinctions, exterminations, genocides, and immiserations in enforced patterns of multispecies living and dying that threatened ongoingness for everybody. Love and rage contained the germs of partial healing even in the face of onrushing destruction. None of the Communities of Compost could imagine that they inhabited or moved to “empty land.” Such still powerful, destructive fictions of settler colonialism and religious revivalism, secular or not, were fiercely resisted. The Communities of Compost worked and played hard to understand how to inherit the layers upon layers of living and dying that infuse every place and every corridor. Unlike inhabitants in many other utopian movements, stories, or literatures in the history of the earth, the Children of Compost knew they could not deceive themselves that they could start from scratch. Precisely the opposite insight moved them; they asked and responded to the question of how to live in the ruins that were still inhabited, with ghosts and with the living too. Coming from every economic class, color, caste, religion, secularism, and region, members of the emerging diverse settlements around the earth lived by a few simple but transformative practices, which in turn lured – became vitally infectious for – many other peoples and communities, both migratory and stable. The communities diverged in their development with sympoietic creativity, but they remained tied together by sticky threads.The linking practices grew from the sense that healing and ongoingness in ruined places requires making kin in innovative ways. In the infectious new settlements, every new child must have at least three parents, who may or may not practice new or old genders. Corporeal differences, along with their fraught histories, are cherished. New children must be rare and precious, and they must have the robust company of other young and old ones of many kinds. Kin relations can be formed at any time in life, and so parents and other sorts of relatives can be added or invented at significant points of transition. Such relationships enact strong lifelong commitments and obligations of diverse kinds. Kin making as a means of reducing human numbers and demands on the earth, while simultaneously increasing human and other critters’ flourishing, engaged intense energies and passions in the dispersed emerging worlds. But kin making and rebalancing human numbers had to happen in risky embodied connections to places, corridors, histories, and ongoing decolonial and postcolonial struggles, and not in the abstract and not by external fiat. Many failed models of population control provided strong cautionary tales. Thus the work of these communities was and is intentional kin making across deep damage and significant difference. By the early twenty-first century, historical social action and cultural and scientific knowledges – much of it activated by anticolonial, antiracist, proqueer feminist movement – had seriously unraveled the once-imagined natural bonds of sex and gender and race and nation, but undoing the widespread destructive commitment to the still-conceived natural necessity of the tie between kin making and a treelike biogenetic reproductive genealogy became a key task for the Children of Compost. The decision to bring a new human infant into being is strongly structured to be a collective one for the emerging communities. Further, no one can be coerced to bear a child or punished for birthing one outside community auspices. The Children of Compost nurture the born ones every way they can, even as they work and play to mutate the apparatuses of kin making and to reduce radically the burdens of human numbers across the earth. Although discouraged in the form of individual decisions to make a new baby, reproductive freedom of the person is actively cherished. This freedom’s most treasured power is the right and obligation of the human person, of whatever gender, who is carrying a pregnancy to choose an animal symbiont for the new child. All new human members of the group who are born in the context of community decision making come into being as symbionts with critters of actively threatened     species, and therefore with the whole patterned fabric of living and dying of those particular beings and all their associates, for whom the possibility of a future is very fragile. Human babies born through individual reproductive choice do not become biological symbionts, but they do live in many other kinds of sympoiesis with human and nonhuman critters. Over the generations, the Communities of Compost experienced complex difficulties with hierarchical caste formations and sometimes violent clashes between children born as symbionts and those born as more conventional human individuals. Syms and non-syms, sometimes literally, did not see eye to eye easily. The animal symbionts are generally members of migratory species, which critically shapes the lines of visiting, working, and playing for all the partners of the symbiosis. The members of the symbioses of the Children of Compost, human and nonhuman, travel or depend on associates that travel; corridors are essential to their being. The restoration and care of corridors, of connection, is a central task of the communities; it is how they imagine and practice repair of ruined lands and waters and their critters, human and not. The Children of Compost came to see their shared kind as humus, rather than as human or nonhuman. The core of each new child’s education is learning how to live in symbiosis so as to nurture the animal symbiont, and all the other beings the symbiont requires, into ongoingness for at least five human generations. Nurturing the animal symbiont also means being nurtured in turn, as well as inventing practices of care of the ramifying symbiotic selves. The human and animal symbionts keep the relays of mortal life going, both inheriting and inventing practices of recuperation, survival, and flourishing. Because the animal partners in the symbiosis are migratory, each human child learns and lives in nodes and pathways, with other people and their symbionts, in the alliances and collaborations needed to make ongoingness possible. Literally and figurally, training the mind to go visiting is a lifelong pedagogical practice in these communities. Together and separately, the sciences and arts are passionately practiced and enlarged as means to attune rapidly evolving ecological naturalcultural communities, including people, to live and die well throughout the dangerous centuries of irreversible climate change and continuing high rates of extinction and other troubles. A treasured power of individual freedom for the new child is to choose a gender – or not – when and if the patterns of living and dying evoke that desire. Bodily modifications are normal among Camille’s people; and at birth a few genes and a few microorganisms from the animal symbiont are added to the symchild’s bodily heritage, so that sensitivity and response to the world as experienced by the animal critter can be more vivid and precise for the human member of the team. The animal partners are not modified in these ways, although the ongoing relationships with lands, waters, people and peoples, critters, and apparatuses render them newly capable in surprising ways too, including ongoing EcoEvoDevo biological changes. Throughout life, the human person may adopt further bodily modifications for pleasure and aesthetics or for work, as long as the modifications tend to both symbionts’ wellbeing in the humus of sympoiesis. Camille’s people moved to southern West Virginia in the Appalachian Mountains on a site along the Kanawha River near Gauley Mountain, which had been devastated by mountaintop removal coal mining. The river and tributary creeks were toxic, the valleys filled with mine debris, the people used and abandoned by the coal companies. Camille’s people allied themselves with struggling multispecies communities in the rugged mountains and valleys, both the local people and the other critters. Most of the Communities of Compost that became most closely linked to Camille’s gathering lived in places ravaged by fossil fuel extraction or by mining of gold, uranium, or other metals. Places eviscerated by deforestation or agriculture practiced as water and nutrient mining and monocropping also figured large in Camille’s extended world. Monarch butterflies frequent Camille’s West Virginia community in the summers, and they undertake a many-thousand-mile migration south to overwinter in a few specific forests of pine and oyamel fir in central Mexico, along the border of the states of Michoacan and Mexico. In the twentieth century, the monarch was declared the state insect of West Virginia; and the Sanctuario de la Biosfera Mariposa Monarca (Monarch Butterfly Biosphere Reserve), a UNESCO World Heritage Site after 2008, was established in the ecoregion along the Trans-Mexican Volcanic Belt of surviving woodlands. Throughout their complex migrations, the monarchs must eat, breed, and rest in cities, ejidos, indigenous lands, farms, forests, and grasslands of a vast and damaged landscape, populated by people and peoples living and dying in many sorts of contested ecologies and economies. The larvae of the leap-frogging spring eastern monarch migrations from south to north face the consequences of genetic and chemical technologies of mass industrial agriculture that make their indispensable food  – the leaves of native, local milkweeds – unavailable along most of the routes. Not just the presence of any milkweed, but the seasonal appearance of local milkweed varieties from Mexico to Canada, is syncopated in the flesh of monarch caterpillars. Some milkweed species flourish in disturbed land; they are good pioneer plants. The common milkweed of central and eastern North America, Asclepias syriaca, is such an early successional plant. Milkweeds thrive on roadsides and between crop furrows, and these are the milkweeds that are especially susceptible to herbicides like Monsanto’s glyphosphate-containing herbicide, Roundup. Another milkweed is also important to the eastern migration of monarchs, namely the climax prairie species native to grasslands in later successional stages. With the nearly complete destruction of climax prairies across North America, this milkweed, Asclepias meadii, is fiercely endangered. Throughout the spring, summer, and fall, a large variety of early, midseason, and late flowering plants, including milkweed blossoms, produce the nectar sucked greedily by monarch adults. On the southern journey to Mexico, the future of the North American eastern migration is threatened by loss of the habitats of nectar-producing plants to feed the nonbreeding adults flying to overwinter in their favorite roosting trees in mountain woodlands. These woodlands in turn face naturalcultural degradation in complex histories of ongoing state, class, and ethnic oppression of campesinos and indigenous peoples in the region, for example, the Mazahuas and Otomi. Unhinged in space and time and stripped of food in both directions, larvae starve and hungry adults grow sluggish and fail to reach their winter homes. Migrations fail across the Americas. The trees in central Mexico mourn the loss of their winter shimmying clusters, and the meadows, farms, and town gardens of the United States and southern Canada are desolate in summer without the flitting shimmer of orange and black. For the child’s symbionts, Camille 1’s birthing parent chose monarch butterflies of North America, in two magnificent but severely damaged streams, from Canada to Mexico, and from the state of Washington, along California, and across the Rocky Mountains. Camille’s gestational parent exercised reproductive freedom with wild hope, choosing to bond the soon-to-be-born fetus with both the western and eastern currents of this braid of butterfly motion. That meant that Camille of the first generation, and further Camilles for four more human generations at least, would grow in knowledge and know-how committed to the ongoingness of these gorgeous and threatened insects and their human and nonhuman communities all along the pathways and nodes of their migrations and residencies in these places and corridors, not all the time everywhere. Camille’s community understood that monarchs as a widespread global species are not threatened; but two grand currents of a continental migration, a vast connected sweep of myriad critters living and dying together, were on the brink of perishing. The child-bearing parent who chose the monarch butterfly as Camille’s symbiont   was   a   single     person   with the response-ability to exercise potent, noninnocent, generative freedom that was pregnant with consequences for ramifying worlds across five generations. That irreducible singularity, that particular exercise of reproductive choice, set in train a severalhundred-year effort, involving many actors, to keep alive practices of migration across and along continents for all the migrations’ critters. The Communities of Compost did not align their children to “endangered species” as that term had been developed in conservation organizations in the twentieth century. Rather, the Communities of Compost understood their task to be to cultivate and invent the arts of living with and for damaged worlds in place, not as an abstraction or a type, but as and for those living and dying in ruined places. All the Camilles grew rich in worldly communities throughout life, as work and play with and for the butterflies made for intense residencies and active migrations with a host of people and other critters. As one Camille approached death, a new Camille would be born to the community in time so that the elder, as mentor in symbiosis, could teach the younger to be ready. The Camilles knew the work could fail at any time. The dangers remained intense. As a legacy of centuries of economic, cultural, and ecological exploitation both of people and other beings, excess extinctions and exterminations continued to stalk the earth. Still, successfully holding open space for other critters and their committed people also flourished, and multispecies partnerships of many kinds contributed to building a habitable earth in sustained troubled times. //THE CAMILLE STORIES// The story I tell below tracks the five Camilles along only a few threads and knots of their lifeways, between the birth of Camille 1 in 2025 and the death of Camille 5 in 2425. The story I tell here cries out for collaborative and divergent story-making practices, in narrative, audio, and visual performances and texts in materialities from digital to sculptural to everything practicable. My stories are suggestive string figures at best; they long for a fuller weave that still keeps the patterns open, with ramifying attachment sites for storytellers yet to come. I hope readers change parts of the story and take them elsewhere, enlarge, object, flesh out, and reimagine the lifeways of the Camilles. The Camille Stories reach only to five generations, not yet able to fulfill the obligations that the Haudenosaunee Confederacy imposed on themselves and so on anyone who has been touched by the account, even in acts of unacknowledged appropriation, namely, to act so as to be response-able to and for those in the seventh generation to come. The Children of Compost beyond the reach of the Camille Stories might become capable of that kind of worlding, which somehow once seemed possible, before the Great Acceleration of the Capitalocene and the Great Dithering. Over the five generations of the Camilles, the total number of human beings on earth, including persons in symbiosis with vulnerable animals chosen by their birth parent (syms) and those not in such symbioses (non-syms), declined from the high point of 10 billion in 2100 to a stable level of 3 billion by 2400. If the Communities of Compost had not proved from their earliest years so successful and so infectious among other human people and peoples, the earth’s population would have reached more than 11 billion by 2100. The breathing room provided by that difference of a billion human people opened up possibilities for ongoingness for many threatened ways of living and dying for both human and nonhuman beings. [corsivo nell’originale]» (Ivi., pp. 134-144, dal capitolo 8 The Camille Stories. Children of Compost, pp. 134-168). Scenari postapocalittici, comunità umane e umani vaganti in cerca di una nuova utopia, o meglio di nuove utopie, e utopie più o meno diverse e più o meno realizzate in cui i tratti che le accomunano sono A) realizzare una decrescita demografica per raggiungere un migliore equilibrio ecologico (e se fosse solo questo, saremmo “solo” dalle parti delle decrescite più o meno felici tanto in voga in questi antistrategici tempi) e B) una inarrestabile tendenza in tutte queste comunità utopiche a modificare il patrimonio genetico umano sia  per combattere la tendenza dell’uomo a generare figli attraverso i quali possa rispecchiarsi, pulsione che, generando tendenzialmente un aumento del numero degli umani, implica una inevitabile aggressività della costituenda famiglia verso le altre famiglie e verso l’ambiente sociale ed ecologico perché ogni famiglia vede progressivamente ridotto lo spazio della propria nicchia ecologica di sopravvivenza (nella vecchia geopolitica ed anche nel Repubblicanesimo Geopolitico invece che ‘nicchia ecologica’ si impiega il termine  di  ‘Lebensraum’, ma mentre per il Repubblicanesimo Geopolitico il Lebensraum va inteso dialetticamente, qui anche  la Haraway, anche se si guarda bene di impiegare e il termine Lebensraum ed anche di esprimere chiaramente il suo concetto, è protesa verso la Gestalt di questo concetto, solo che, disgraziatamente, si tratta di uno spazio vitale inteso nella maniera meno dialettica possibile, insomma di un Lebensraum in versione nazista, il quale, per i suoi scopi politici imperialisti e per fare, quindi, del Lebensraum un concetto di pronto e facile uso per giustificare la conquista e la colonizzazione tedesca dell’Europa orientale e dell’Unione Sovietica, aveva accuratamente epurato gli elementi dialettici che pur esistevano nell’originario concetto: la differenza della Haraway con il nazismo è che il suo spazio vitale è uno spazio che anziché allargarsi deve restringersi favorendo l’allargarsi dello spazio vitale di altre specie, ma nel nazismo come nella Haraway il “gioco” dello spazio vitale è sempre a somma zero, insomma un Lebensraum totalmente antidialettico e a questo punto poco importano le intenzioni “politicamente corrette” espresse dall’autrice; e facciamo anche notare che, come il nazismo, anche l’Haraway è fautrice dell’eugenetica. Certo non per selezionare una razza umana superiore ma per realizzarne una non più umana, frutto della ricombinazione genetica con altre specie – per realizzare, cioè, il primo simbionte mezzo uomo e mezzo altra specie – allo scopo di raggiungere un miglior equilibrio ecologico sulla Terra: certamente un sorprendente riapparire di vecchie, deliranti e catastrofiche idee e senza ulteriori commenti: «le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni » e di inediti – e perniciosi – ritorni…) ed anche perché – e questo l’autrice non lo dice espressamente ma lo si legge fra le righe – il generare figli a propria immagine e somiglianza è un sentimento egoistico che già di per sé è antitetico con il telos di queste comunità di entrare in rapporto simbiotico con tutte le altre specie viventi, un rapporto simbiotico che concretamente si realizza con l’assunzione da parte di ogni nuovo nascituro di parte del materiale genetico di una particolare specie non umana a rischio più o meno di estinzione, in una abdicazione, quindi, delle caratteristiche genotipico-fenotipiche della specie umana che confligge sia con l’istinto espresso dal biblico “crescete e moltiplicatevi” sia con l’egoistica pulsione a vedersi rispecchiati nei propri figli («make kin not babies», cioè non fate figli ma diventate parenti con altre specie, è la frase mantra che percorre tutto il Staying with the Trouble e The Camille Stories ne è la sintesi perfetta  che esprime questa esortazione in forma di racconto fantascientifico. Per il Repubblicanesimo Geopoliltico, invece, la procreazione è sì un atto di strategia biologica – quindi, se vogliamo, anche “egoistico” –  ma è anche un decisivo passaggio perché la natura  linguistico-politica dell’uomo possa concretamente continuare e generare  nel tempo la sua dialettica prassistica. Pensiamo sia inutile aggiungere altre nostre osservazioni in merito a questa esortazione della Haraway). Per riassumere e concludere. Nel racconto fantascientico The Camille Stories: Children of Compost (significativo, fra l’altro, di una fortissima tendenza antistrategica e quindi antiumanista il sottotitolo del racconto, Children of Compost, bimbi, cioè, del fertilizzante naturale e la Haraway gioca evidentemente con l’ambivalenza semantica del termine che può essere inteso anche come ‘letame’), le cinque Camille che si succedono in un arco plurisecolare assumono progressivamente generazione dopo generazione sempre più le sembianze morfologiche della farfalla monarca con cui devono entrare in stretta simbiosi: in estrema sintesi questa è la trama del  racconto fantascientifico delle storie delle varie cinque Camille ma sarebbe veramente ingenuo liquidare il tutto come un semplice esercizio di narrativa fantascientifica, in cui le immaginifiche suggestioni di un’umanità geneticamente modificata non è altro che un espediente per  rinnovare dal punto di vista meramente letterario il genere fantascientifico  rimpiazzando  le vecchie fantasmagorie fantascientifiche modello Asimov dove è l’automa, il robot, ad essere il protagonista del racconto e il generatore delle fantasmagorie, sostituito ora in questo ruolo dal simbionte mezzo uomo e mezzo altra specie. In realtà, come la stessa Haraway espressamente ci dice, il racconto è un racconto utopico, il racconto indica cioè il desiderio di uno stato futuro dell’umanità dove magari i dettagli del racconto sono sì frutto di fantasia ma il telos dello stesso indica la direzione che l’umanità deve intraprendere per il suo bene e per il bene di tutti i viventi (e cioè, per essere chiari: decrescita demografica, modificazioni genetiche per porre riparo alla eccessiva aggressività della specie umana al suo interno e  verso le altre specie animali e vegetali, diminuzione dell’aggressività umana da raggiungersi anche attraverso l’annullamento delle differenze di genere), il tutto, per concludere, espresso in un fiammeggiante stile  fantasmagorico che ci fa affermare con Gestalt marxiana e contenuto dialettico da Repubblicanesimo Geopolitico che nella ultima Haraway il feticcio di un corpo umano in cui tutte le magìe sono possibili (ricordate il tavolo di Marx  che  «si trasforma in una cosa sensibilmente sovrasensibile. Non solo sta con i piedi per terra, ma, di fronte a tutte le altre merci, si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare.») altro non è che il segno del nascondimento ed occultamento dei rapporti dialettico-espressivi-strategici-conflittuali che  creano, animano e generano ex nihilo ed ex suo la società (che generano, cioè, in un prassistico vicendevole rapporto dialettico sia l’uomo che la società in cui questo si trova ad agire). In ultima analisi, anche se la prima Haraway aveva assunto come utopico modello il cyborg mezzo uomo e mezza macchina e ora invece il modello da imitare è l’uomo che rinuncia ai suoi tratti evolutivi caratterizzanti ma si fa simbionte con specie che hanno avuto una distinta evoluzione e si riduce quindi a mezzo uomo e mezzo animale (o mezzo vegetale, se si preferisce tutelare tramite simbiosi queste forme di viventi), siamo sempre in presenza di un messaggio feticcio che espelle e nullifica i pur interessanti vagiti  dialettici presenti nell’autrice, ma  spunti dialettici soffocati   nell’Haraway –  come, del resto, in tutta la tradizione filosofica occidentale, e in questo soffocamento, certamente subìto ma nondimeno attuato, l’Haraway non è rivoluzionaria come pretenderebbe, anzi è perfettamente conformista – che     solo sviluppando la teoria dello zoòn politikòn e dello zoòn lògon èchon possono dare attuazione e sviluppo ad una compiuta ed adeguata prassi dialettica espressiva-strategica-conflittuale. Noi chiamiamo questa attuazione  ‘Epifania strategica’, che è sì anch’essa un’utopia ma un’utopia non basata su una feticistica e fantasmagorica rimozione sulla natura linguistico-politica dell’uomo ma sul tentativo di un suo prassistico e dialettico pubblico inveramento. E, da questo punto di vista, anche i mostri cyborghiani e/o i similumani simbionti della Haraway che proprio attraverso le loro fantasmagoriche e feticistiche rappresentazioni sono i segnalatori di una mal repressa e dolente dialettica non solo ci indicano, per una sorta di effetto perverso certamente non voluto dall’autrice, una via che l’umanità non deve seguire (per essere chiari: una antiprassistica eugenetica di marca nazista, con la differenza che nell’eugenetica nazista si vuole realizzare il superuomo ariano alto, biondo e dolicocefalo mentre l’Haraway vuole realizzare il supersimbionte mezzo uomo e mezzo animale o vegetale con caratteristiche genotipico-fenotipiche prese a prestito dalla specie con cui il futuro nascituro dovrà stabilire uno strettissimo legame empatico e simbiotico, vedi ancora il racconto delle cinque Camille, con le Camille che generazione dopo generazione assumono in misura sempre crescente caratteristiche fisiche ed apparati della farfalla Monarca, la specie con cui all’inizio di questa particolare stirpe simbiotica è stato deciso che le varie Camille devono entrare in rapporto simbiotico) ma anche – e qui ritorniamo all’avvertenza da noi più volta espressa in questo lavoro – che il Repubblicanesimo Geopolitico rispetto agli avanzamenti tecnologici della genetica e della biologia e, più in generale, di tutte le scienze, deve attenersi alla massima ‘amicus Plato sed magis amica veritas’, il che tradotto nella  nostra Weltanschauung gnoseologico-epistemologica significa che il Repubblicanesimo Geopolitico accoglie con favore tutte le conoscenze e possibilità offertaci dalle scienze induttive o deduttive che siano ma non sposa di queste alcun esito in particolare – sia questo di natura prettamente tecnica o di più vasta portata culturale –limitandosi ad utilizzarlo nell’ambito del suo schema storicistico olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale. La Haraway ha fatto esattamente il contrario facendo divenire valore tutte le possibilità che ci offrono le scienze biologiche e genetiche e non curandosi affatto quando queste vanno in senso umanamente antiprassistico e realizzando questa sua mancata dialettizzazione di queste scienze attraverso il velo dei suoi feticistici e fantasmagorici simboli, il cyborg ed il simbionte. Ed è proprio per questo suo chiaro errore, una sorta di rimozione freudiana della vera dialettica dove il tavolo cyborg e simbionte «si mette a testa in giù, e sgomitola dalla sua testa di legno dei grilli molto più mirabili che se cominciasse spontaneamente a ballare», che l’Haraway ci indica attraverso la sua negazione la strada da seguire e dobbiamo quindi esserle grati.

 

11 «Mixotricha paradoxa is everyone’s favorite critter for explaining complex “individuality,” symbiogenesis, and symbiosis. Margulis described this critter that is/are made up of at least five different taxonomic kinds of cells with their genomes this way: «Under low magnification, M. paradoxa looks like a single-celled swimming ciliate. With the electron microscope, however, it is seen to consist of five distinct kinds of creatures. Externally, it is most obviously the kind of one-celled organism that is classified as a protist. But in side each nucleated cell, where one would expect to find mitochondria, are many spherical bacteria. On the surface, where cilia should be, are some 250,000 hairlike Treponema spirochetes (resembling the type that causes syphilis), as well as a contingent of large rod bacteria that is also 250,000 strong. In addition, we have redescribed 200 spirochetes of a larger type and named them Canaleparolina darwiniensis.8 [esponente di nota 8 a p. 62 di  Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble, cit., testo della nota p. 190: «Margulis and Sagan, “The Beast with Five Genomes.”». Notazione bibliografica incompleta. Completa: Lynn Margulis, Dorion Sagan,  The beast with five genomes, in “Natural History Magazine”,  giugno 2001, pp. 38-41. Abbiamo recuperato l’articolo presso http://www.naturalhistorymag.com/htmlsite/master.html?http://www.naturalhistorymag.com/htmlsite/0601/0601_feature.html  e vista l’impossibilità della Wayback Machine di congelare l’URL, dopo download dall’URL stesso abbiamo caricato il testo dell’articolo presso Internet  Archive agli URL  https://archive.org/details/lynnmargulisdorionsaganthebeastwithfivegenomes/mode/2up  e https://ia902800.us.archive.org/34/items/lynnmargulisdorionsaganthebeastwithfivegenomes/Lynn%20Margulis%2C%20Dorion%20Sagan%2C%20%20The%20beast%20with%20five%20genomes.pdf, vedi  infra rassegna bibliografica internettiana finale] Leaving out viruses, each M. paradoxa is not one, not five, not several hundred thousand, but a poster critter for holobionts. This holobiont lives in the gut of an Australian termite, Mastotermes darwiniensis, which has its own sf stories to tell about ones and manys, or holoents. Termite symbioses, including their doings with people, not to mention mushrooms, are the stuff of legends – and cuisine. Check out the holobiomes of Macrotermes natalensis and its cultivated fungus Termitomyces, recently in the science news.9» [esponente di nota 9 p. 62, testo della nota p. 190: «Poulsen et al., “Complementary Symbiont Contributions to Plant Decomposition in a Fungus Farming Termite.” On these termite-bacterial-fungal symbioses, see the superb science writer Yong, “The Guts That Scrape the Skies.”»] M. paradoxa and their ilk have been my companions in writing and thinking for decades. Since Darwin’s On the Origin of Species in 1859, biological evolutionary theory has become more and more essential to our ability to think, feel, and act well; and the interlinked Darwinian sciences that came together roughly between the 1930s and 1950s into “the Modern Synthesis” or “New Synthesis” remain astonishing. How could one be a serious person and not honor such works as Theodosius Dobzhansky’s Genetics and the Origin of Species (1937), Ernst Mayr’s Systematics and the Origin of Species (1942), George Gaylord Simpson’s Tempo and Mode in Evolution (1944), and even Richard Dawkins’s later sociobiological formulations within the Modern Synthesis, The Selfish Gene (1976)? However, bounded units (code fragments, genes, cells, organisms, populations, species, ecosystems) and relations described mathematically in competition equations are virtually the only actors and story formats of the Modern Synthesis. Evolutionary momentum, always verging on modernist notions of progress, is a constant theme, although teleology in the strict sense is not. Even as these sciences lay the groundwork for scientific conceptualization of the Anthropocene, they are undone in the very thinking of Anthropocene systems that require enfolded autopoietic and sympoietic analysis. Rooted in units and relations, especially competitive relations, the sciences of the Modern Synthesis, for example, population genetics, have a hard time with four key biological domains: embryology and development, symbiosis and collaborative entanglements of holobionts and holobiomes, the vast worldings of microbes, and exuberant critter biobehavioral inter- and intra-actions.10 [esponente di nota 10 p. 63, testo della nota p. 190: «For a closely argued analysis of the dead ends of competition/cooperation binaries and the relentless assumption that explanation in the last instance in biology must be competitive and individualistic, as well as for a fleshed-out description of more adequate explanatory practices, which are more and more in play among venturesome evolutionary, ecological, and behavioral biologists, see van Dooren and Despret, “Evolution.”»] Approaches tuned to “multispecies becoming-with” better sustain us in staying with the trouble on terra. An emerging “New New Synthesis” – an extended synthesis – in transdisciplinary biologies and arts proposes string figures tying together human and nonhuman ecologies, evolution, development, history, affects, performances, technologies, and more. Indebted first to Margulis, I can only sketch a few aspects of the “Extended Evolutionary Synthesis” unfolding in the early twenty-first century.11 [esponente di nota 11  p. 63, testo della nota p. 190: «Gilbert and Epel (Ecological Developmental Biology) document the evidence for what the authors call an “extended evolutionary synthesis,” encompassing the modern synthesis, eco-devo, and eco-evo-devo.»] Forming part of her cosmopolitan heritage, formulations of symbiogenesis predate Margulis in the early twentieth-century work of the Russian Konstantin Mereschkowsky and others.12 [esponente di nota 12 p. 63, testo della nota p. 190: «Mereschkowsky, “Theorie der zwei Plasmaarten als Grundlage der Symbiogenesis.”See also Anonymous, “History.”»] However, Margulis, her successors, and her colleagues bring together symbiogenetic imaginations and materialities with all of the powerful cyborg tools of the late twentieth-century molecular and ultrastructural biological revolutions, including electron microscopes, nucleic acid sequencers, immunoassay techniques, immense and comparative genomic and proteomic databases, and more. The strength of the Extended Synthesis is precisely in the intellectual, cultural, and technical convergence that makes it possible to develop new model systems, concrete experimental practices, research collaborations, and both verbal and mathematical explanatory instruments. Such a convergence was materially impossible before the 1970s and after. A model is a work object; a model is not the same kind of thing as a metaphor or analogy. A model is worked, and it does work. A model is like a miniature cosmos, in which a biologically curious Alice in Wonderland can have tea with the Red Queen and ask how this world works, even as she is worked by the complex-enough, simple-enough world. Models in biological research are stabilized systems that can be shared among colleagues to investigate questions experimentally and theoretically. Traditionally, biology has had a small set of hard-working living models, each shaped in knots and layers of practice to be apt for some kinds of questions and not others. Listing seven basic model systems of developmental biology (namely, fruit flies Drosophila melanogaster; a nematode, Caenorhabditis elegans; the mouse Musmusculis; a frog, Xenopus laevis; the zebrafish Danio rerio; the chicken Gallus gallus; and the mustard Arabidopsis thaliana), Scott Gilbert wrote: «The recognition that one’s organism is a model system provides a platform upon which one can apply for funds, and it assures one of a community of like-minded researchers who have identified problems that the community thinks are important. There has been much lobbying for the status of a model system and the fear is that if your organism is not a recognized model, you will be relegated to the backwaters of research. Thus, “model organisms” have become the center for both scientific and political discussions in contemporary developmental biology.13» [esponente di nota 13 p. 64, testo della nota p. 190: «Gilbert, “The Adequacy of Model Systems for Evo-Devo,” 57. See Black, Models and Metaphors; Frigg and Hartman, “Models in Science”; Haraway, Crystals, Fabrics, and Fields.»] Excellent for studying how parts (genes, cells, tissues, etc.) of well-defined entities fit together into cooperating and/or competing units, all seven of these individuated systems fail the researcher studying webbed inter- and intra-actions of symbiosis and sympoiesis, in heterogeneous temporalities and spatialities. Holobionts require models tuned to an expandable number of quasi-collective/quasi-individual partners in constitutive relatings; these relationalities are the objects of study. The partners do not precede the relatings. Such models are emerging for the transformative processes of EcologicalEvolutionaryDevelopmental biology. Margulis gave us dynamic multipartnered entities like Mixotricha paradoxa to study the evolutionary invention of complex cells from the intra- and interactions of bacteria and archaea. I will briefly introduce two more models, each proposed and elaborated in the laboratory to study a transformation of organizational patterning in the living world: (1) a choanoflagellate-bacteria model for the invention of animal multicellularity, and (2) a squid-bacteria model for the elaboration of developmental symbioses between and among critters necessary to each other’s becoming. A third symbiogenetic model for the formation of complex ecosystems immediately suggests itself in the holobiomes of coral reefs, and I will approach this model through science art worldings rather than the experimental laboratory. Although multicellular plants appeared on earth half a million years earlier, because of its robustness and sympoietic richness, I focus on a proposed model system for the emergence of animal multicellularity. Every living thing has emerged and persevered (or not) bathed and swaddled in bacteria and archaea. Truly nothing is sterile; and that reality is a terrific danger, basic fact of life, and critter-making opportunity. Using molecular and comparative genomic approaches and proposing infectious – symbiogenetic – processes, Nicole King’s laboratory at the University of California, Berkeley, works to reconstruct possible origins and development of animal multicellularity.14 [esponente di nota 14  p. 65, testo della nota p. 190: «“King Lab: Choanoflagellates and the Origin of Animals.”»] These scientists show that interspecies – really, interkingdom – meetings and enfoldings can produce entities that hold together, develop, communicate, and form layered tissues like animals do. As Alegado and King put it: «Comparisons among modern animals and their closest living relatives, the choanoflagellates, suggest that the first animals used flagellated collar cells to capture bacterial prey. The cell biology of prey capture, such as cell adhesion between predator and prey, involves mechanisms that may have been co-opted to mediate intercellular interactions during the evolution of animal multicellularity. Moreover, a history of bacterivory may have influenced the evolution of animal genomes by driving the evolution of genetic pathways for immunity and facilitating lateral gene transfer. Understanding the interactions between bacteria and the progenitors of animals may help to explain the myriad ways in which bacteria shape the biology of modern animals, including ourselves.15»  [esponente di nota 15 p. 65, testo della nota p. 190: «Alegado and King, “Bacterial Influences on Animal Origins.”»] In Marilyn Strathern’s sense, partial connections abound. Getting hungry, eating, and partially digesting, partially assimilating, and partially transforming: these are the actions of companion species. King’s ambitious program is crafting a stabilized and genomically well-characterized model system of cultures of choanoflagellates (Salpingoeca rosetta) and bacteria from the genus Algoriphagus to investigate critical aspects of the formation of multicellular animals. Choanoflagellates can live as either single cells or multicellular colonies; what determines the transitions? The close evolutionary relationship between choanoflagellates and animals lends strength to the model.16 [esponente di  nota 16 p. 65, testo della nota p. 190: «Choanoflagellates and their bacterial associates make an attractive model partly because sponges, long held to be the “most primitive” critters most closely related to animals, have choanoflagellate-like cells in their bodies that do things like capture their prey (bacteria and detritus). However, recent work argues that ctenophores (comb jellies) are genetically more closely related to animals than sponges are. Halanych, “The Ctenophore Lineage Is Older Than Sponges?” See Ed Yong’s beautifully written science news story “Consider the Sponge.” I do not know of any work exploring ctenophore-bacteria interactions, although, managing infections and responding to biofilm formations, ctenophores are tuned to bacteria and archaea, as are we all. In any case, phylogenetic relationships are not the only criteria of a good model. Up to 60 percent of the biomass of sponges is microbes. See Hill, Lopez, and Harriott, “Sponge-Specific Bacterial Symbionts in the Caribbean Sponge.” What a gold mine for the study of holobionts! No wonder Nicole King started looking into all those attachment sites and signaling activities that might tie choanoflagellate-like cells in sponges to her free-living choanoflagellates, their eating, their infections, and their rosette clumping habits. If anything is, eating – not fundamentalist neo-Darwinian selfishness – is “evolutionary explanation in the last instance”; and eating is definitely both infectious and social! Biologically, eating trumps sex for innovative power; and eating is what made sex possible in the first place.»] The symbiogenetic theory of origins of multicellularity is contested; there are attractive alternate explanations. What distinguishes King’s lab is its production of a model system that is experimentally tractable, transferable in principle to other sites, and generative of testable questions at the heart of being animal. To be animal is to become-with bacteria (and, no doubt, viruses and many other sorts of critters; a basic aspect of sympoiesis is its expandable set of players). No wonder the best science writers bring Nicole King’s lab into my dinner conversations on a regular basis.17 [esponente di nota 17 p. 65, testo della nota p. 190: «McGowan, “Where Animals Come From”; Yong, “Bacteria Transform the Closest Living Relatives of Animals from Single Cells into Colonies.”»]»: Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble, cit., pp. 61-65. Iniziamo la nostra glossa a questo passo dell’Haraway  con una semplice precisazione bibliografica.  Nel testo rinviato  dall’esponente di nota 8 di pagina 62 di Staying with the Trouble si legge «Margulis and Sagan, “The Beast with Five Genomes”». Come è di tutta evidenza, si tratta di una citazione bibliografica incompleta che noi abbiamo voluto integrare nel testo harawayno rinviato dall’esponente di nota 8  con la notazione bibliografica completa e non contenti di questo abbiamo pure scovato nella Rete l’articolo e così abbiamo pure intrapreso, come si vede accanto alla notazione completa della Beast with Five Genomes, il solito compito di “congelamento” internettiano del documento. Tutto questo non è dettato dalla volontà, come speriamo ci concedano i lettori, di mettere in atto un eccessivamente acribico e pedante “fare le pulci” alla scarsa precisione bibliografica della Haraway – abbiamo già illustrato i suoi meriti e i suoi demeriti e qualora fosse stata questa la nostra intenzione al lettore verrebbe veramente  la tentazione di non concederci più alcun credito e di trasformare ipso facto i suoi demeriti in meriti o, ancor peggio, di mettere nello stesso sacco, una volta trotzkianamente si sarebbe detto nella pattumiera della storia, i suoi fantasmagorici e feticistici demeriti con i così ritrovati demeriti della dialettica, della filosofia della prassi e dello zoòn lògon èchon – ma ciò è stato fatto per due motivi. Il primo è perché se The Beast with Five Genomes di Margulis e Sagan non fu il primo articolo scientifico a parlare del Mixotricha paradoxa, fu il primo articolo ad affrontare il problema di questo protozoo – organismo veramente singolare perché al suo interno vi sono, come sottolinea il titolo dell’articolo, ben cinque distinti genomi – nell’ambito della teoria dell’olobionte, nell’ambito cioè della teoria elaborata da Margulis che gli organismi pluricellulari, uomo compreso, hanno avuto origine dalla costituzione di colonie di diversi e separati organismi, un unirsi che prima ha generato, appunto, colonie di organismi in rapporto inizialmente solo simbiotico  e poi  ha costituito veri e propri organismi unitari ma che, nella loro pluricellularità, ricordano il loro iniziale costituirsi in colonie di organismi originariamente distinti. E, dal nostro punto di vista, sebbene sempre sensibili al monito di amicus Plato sed magis amica veritas,  quanto la teoria endosimbiotica e la teoria olobiontica (teoria che prese lo spunto dalla teoria endosimbiontica elaborata agli inizi degli anni Sessanta sempre dalla Margulis e che ipotizza che  che il genoma degli attuali organismi, uomo compreso, si sia costituito anche  attraverso lo scambio di pezzi di genoma reso possibile dai rapporti simbiotici che questi organismi hanno stabilito con organismi passati e anche con quelli che attualmente vivono accanto a loro o all’interno del loro stesso organismo: per tutto questo cfr. rassegna bibliografica internettiana del presente documento), siano importanti, come pars destruens,  per picconare una mentalità creazionistica ex nihilo e, come pars construens, per accompagnarci verso una Weltanschauung dialettico-espressiva-strategica-conflittuale non ci soffermeremo oltre avendo fin qui abbondantemente argomentato su questo punto. Il secondo motivo per cui abbiamo voluto mostrare la notazione bibliografica completa dell’articolo di Sagan  e Margulis sulla Beast with five Genomes (cioè sul Mixotricha paradoxa, che è un protozoo che vive all’interno dell’intestino della termite australiana Mastotermes darwiniensis e che è costituito dall’unione di cinque differenti organismi e che, quindi, contiene ben cinque genomi), ma, soprattutto,  dare la possibilità, tramite il rimando all’URL attraverso il quale abbiamo preso visione del testo dell’articolo e poi attraverso il “congelamento” su Internet Archive del documento stesso, è stato quello di invitare i nostri lettori ad un confronto stilistico fra Harway e Margulis, dove la prima si avventura nell’inferno fantasmagorico-feticistico di una mancata dialettica mentre la seconda, pur nell’estrema eterodossia delle sue tesi (eterodossia ai tempi che furono formulate, perché oggi vengono riconosciute come capisaldi teorici della biologia e della genetica), si mantiene sempre lungo una linea argomentativa strettamente legata allo schema induzione-ipotesi e  possibilità di verifica empirica dell’ipotesi stessa. (l’ipotesi Gaia è l’ulteriore prova che Margulis sempre evitò fantasmagorie  à la Haraway e, piuttosto, il suo percorso scientifico fu sempre all’insegna di una forte connotazione dialettica. Questa ipotesi, formulata inizialmente da James Lovelock, sostiene, per farla breve, che la Terra non è il contenitore della vita ma un macrorganismo, cioè che non solo le sue condizioni fisico-chimiche permettono l’esistenza della vita ma che il pianeta stesso è un organismo vivente. Margulis collaborò inizialmente con lo stesso Lovelock nel  dare una base  scientifico-induttiva a questa ipotesi e poi, proprio per questo suo approccio, gradualmente si allontanò da questa originaria versione “dura” dell’ipotesi Gaia per elaborarne una in cui veniva posto l’accento  sulla coevoluzione ed interazione dinamica  fra i processi biologici e quelli più propriamente geologici del pianeta Terra. Ovviamente, per tutto quanto detto finora, mentre rifiutiamo  la fantasmagoria della  “dura” Gaia, sempre con l’avvertenza amicus Plato sed magis amica veritas,  troviamo molta buona dialettica nella versione à la Margulis di Gaia e per chi voglia approfondire l’ipotesi Gaia rimandiamo per un primo approccio alla questione  a https://courses.seas.harvard.edu/climate/eli/Courses/EPS281r/Sources/Gaia/Gaia-hypothesis-wikipedia.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200311082455/https://courses.seas.harvard.edu/climate/eli/Courses/EPS281r/Sources/Gaia/Gaia-hypothesis-wikipedia.pdf). Al nostro paragone fra Margulis ed Haraway si potrebbe replicare che il mestiere  che faceva la Margulis (è venuta a mancare il 22 novembre 2011) e quello che tuttora svolge la Haraway non è lo stesso, una era infatti una biologa genetista mentre la seconda è una sorta di divulgatrice scientifica con pretese di rendere filosofica  questa sua divulgazione, ma il punto non è questo e questo punto ci consente, per l’ennesima volta, di sottolineare la differenza fra la vera dialettica, che è necessariamente deduttiva,  e un approccio, come quello della Haraway, che pur non riuscendo a procedere per via induttiva, non può certo dirsi deduttivo ma semplicemente feticistico-fantasmagorico (o se vogliamo, sintomo di una dialettica catastroficamente  abortita, allo stesso modo, con analogia ai nostri occhi veramente significativa, del discorso religioso nella sua concreta attuazione dogmatico-cultuale, dietro il quale, è di tutta evidenza, si cela una mal espressa Weltanschauung riferentesi ad una totalità espressiva, ma dove, nel concreto, questa totalità espressiva viene attuata e creduta non attraverso un approccio dialettico ma attraverso ingenue e mitologiche forme antropomorfe divinizzate). Ora, se la dialettica non può che riferirsi ad una totalità espressiva che, appunto, attraverso vari e differenziati passaggi dialettici si autogenera ex nihilo ed ex suo, questi momenti dialettici non sono, dal punto di vista della filosofia della prassi, individuabili tramite feticistici e fantasmagorici voli pindarici ma, principalmente, devono essere previamente empiricamente ed induttivamente individuati. E ciò è tanto più vero per il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, che è paradigma prassistico-conoscitivo-deduttivo che si poggia ed agisce su una storicità prevalentemente conosciuta in prima battuta induttivamente e  che poi su questa compie quindi una selezione  a priori dei fatti ritenuti significativi per la sua teoria e per la sua prassi ma che su questi momenti deduttivamente discriminati e poi ricombinati dialetticamente in più vasti ambiti prassistico-conoscitivi non compie assolutamente alcuna azione feticistico-fantasmagorica di invenzione-affabulazione come invece compie la Haraway ma, con spirito si spera di grande umiltà e produttività, compie una prima cernita  alla luce della sua impostazione dialettico-deduttiva per poi cercare di connetterli sempre attraverso il suo approccio deduttivo informato alla superiore totalità esprimentesi e autogeneratasi ex nihilo ed ex suo secondo la modalità olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale. (Ma bisogna sottolineare che la nostra deduzione  non solo compie una cernita sui dati raccolti induttivamente ed  anche li fonde facendone nascere così alcuni  inediti ma, infine, ne crea anche altri ex nihilo ed ex suo, senza cioè passare attraverso la previa fase di cernita e/o di ricombinazione dei dati affiorati dal momento induttivo: l’importante che cernita, ricombinazione od anche creazione ex nihilo ed ex suo che sia rimanga, in ultima istanza, non solo sempre all’interno di un realistico paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale ma anche costituisca un momento dialettico per la sua autogenerazione ex nihilo ed ex suo e quindi perchè, proprio sulla base di questo immanentistico realismo empirico ma non empiricistico in quanto  deduttitivamente basato sulla sua Weltanschauung dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, non si perda in vuote fantasmagorie: insomma, per essere chiari, la “scienza” deduttiva del Repubblicanesimo Geopolitico pur non pretendendo di dettare la linea  sulle direttrici di ricerca e/o sui risultati da conseguire dalle scienze induttivo-empiriche ed anzi avvalendosi dei risultati da queste ottenuti, si assume la prerogativa di fornire un giudizio sul significato  dialettico di  queste e dei loro risultati e facciamo per ultimo notare che è solo attraverso l’impiego di questa “scienza” – sia questo impiego pienamente dispiegato come nel Repubblicanesimo Geopolitico o meno consapevole come nelle impostazioni di pensiero realista e prassistico che l’hanno preceduto e da cui prende lo spunto  – che può essere messo in luce ciò che è autenticamente e genuinamente induttivo nelle scienze empiriche da ciò che deriva da una mal espressa, dolente e malata dialettica e/o da una ideologica negazione della stessa: il primo caso quello della Haraway, il secondo, per es., quello del positivismo, del neopositivismo, e, in campo politico, quello delle concrete pratiche cultuali-teologiche e di tutte le ideologie totalitarie, liberalismo compreso, tutti fenomeni, comunque,  teologico-politici accomunati, non a caso, da feticistiche e fantasmagoriche narrazioni.). Insomma, a proposito dell’Haraway, siamo sempre dalle parti del “cattivo infinito” denunciato da Hegel dove i vari snodi significativi concepiti dall’autrice (a volte empiricamente veramente interessanti, altre volte veri e propri miraggi Fata Morgana, dove l’immagine è data dalla composizione di elementi realistici ma il cui accostamento non rappresenta la realtà empiricamente ed induttivamente accertabile e nemmeno la possibilità di un suo futuro sviluppo in via autonomamente dialettica) non riescono mai a restituirci né una immagine della totalità cui questi fenomeni si riferiscono né un loro verosimile movimento dialettico che possa generare questa totalità ma sono incessantemente e caoticamente sovrapposti all’infinito al solo scopo di suggerirci che, in virtù dei progressi della cibernetica, delle scienze naturali e/o dell’ingegneria genetica, tutti i nostri desideri non solo sono possibili ma anche, solo per il fatto che questa possibilità ci è ormai data, anche desiderabili. Ma così facendo, avendo cioè un’idea dell’infinito solamente additiva e non produttiva, questi desideri risultano, alla fine, assolutamente non fondati e privi di qualsiasi dinamica dialettica, sono cioè, anche espressione di una dialettica che vorrebbe superare l’esistente ma un esistente che, alla fine, risulterà sempre vincente sull’espressione del desiderio perché questi sono momenti senza nessun reale legame organico con l’infinito, cioè con la totalità espressa dialetticamente, col risultato finale, quindi, di una produzione di fantasmagoriche e feticistiche  immagini o, se vogliamo, di una dialettica abortita prima ancora di nascere. Del resto, oltre alle a volte anche interessanti “Fate Morgane” sparse a piene mani nel passo appena citato della Haraway e veramente rappresentative di tutte le “Fate Morgane” di tutta la produzione dell’Haraway (a p. 63 considerazioni non banali su «An emerging “New New Synthesis” – an extended synthesis – in transdisciplinary biologies and arts proposes string figures tying together human and nonhuman ecologies, evolution, development, history, affects, performances, technologies, and more.» che possono essere propedeutiche ad abbattere la falsa barriera ontologica che la nostra cultura occidentale ha eretto fra uomo e mondo vivente non umano – e, quindi, di riflesso, fra mondo naturale e mondo umano culturale-storico – ma senza, però, che l’autrice riesca ad approdare ad un sia pur minimo schema dialettico; a p. 65 la visione-proposta di un’evoluzione degli organismi attraverso endosimbiosi e/o meccanismi olobiontici ma, dal nostro punto di vista, sempre con la medesima inanità dialettica e stessi rilievi alle pp. 61-62, 64 riguardo il Mixotricha paradoxa; ma a p. 63 rispunta il  cyborg: «symbiogenetic imaginations and materialities with all of the powerful cyborg tools of the late twentieth-century molecular and ultrastructural», con, come si vede, tutto il corredo delle sue fantasmagorie feticistiche), che esista un autentico conto mai regolato con la dialettica ne abbiamo la più patente dimostrazione a p. 62 dove viene nominato – non in termini puramente negativi, fra l’altro – il sociobiologo  Richard Dawkins, che può essere considerato uno dei più fieri avversari ad una qualsiasi visione dialettica della realtà e, in particolare, della biologia, e al cospetto del quale non faccia da contraltare  in tutto il Staying with the Trouble alcuna menzione del Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin. Siamo però forse in presenza di una sorta di svista oppure, sempre sul solco di un giudizio assolutorio, si è trattato di una non menzione per non incorrere in una banalità, simile a quella, mettiamo, di un moderno saggio storico che trattando della crisi della Roma repubblicana non si perita di non citare le fonti che ci parlano della nascita di Giulio Cesare perché ciò è un fatto accertato al di là di ogni dubbio e dove  rispetto all’argomento trattato, la crisi della Roma repubblicana appunto,  citare le fonti di primo  o secondo grado sulla nascita di Cesare non sarebbe altro che un appesantimento erudito? No, non è assolutamente così e non lo è perché se andiamo ad esaminare tutta la produzione della Haraway che ad oggi copre più di un trentennio, il Dialectical Biologist non viene citato nemmeno una volta. Non viene citato nel Cyborg Manifesto dell’ ’85 ma qui si potrebbe ben dire che visto lo stesso anno di pubblicazione, anche la prima edizione del Dialectical Biologist è dell’ ’85, la Haraway non ne fosse venuta a conoscenza, ma non cita il Dialectcal Biologist nemmeno nelle successive edizioni del Cyborg Manifesto, quando il Dialectical Biologist era divenuto universalmente noto e nemmeno in tutti gli altri lavori che si sono succeduti dall’ ’85 in poi, omissione mantenuta fino a giungere allo Staying with the Trouble del 2016. (Ma si può anche aggiungere che fra le altre già rilevate criticità, il Cyborg Manifesto, purtroppo, stenta moltissimo ad affrancarsi dall’influsso della sociobiologia: «Biological-determinist ideology is only one position opened up in scientific culture for arguing the meanings of human animality. There is much room for radical political people to contest for the meanings of the breached boundary.1 The cyborg appears in myth precisely where the boundary between human and animal is transgressed. Far from signaling a walling off of people from other living beings, cyborgs signal disturbingly and pleasurably tight coupling. Bestiality has a new status in this cycle of marriage exchange. [esponente di nota  1 a  p. 10 di Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs, cit., (in The Haraway Reader, cit.)., testo della nota 1 a p. 40: «Useful references to left and/or feminist radical science movements and theory and to biological/biotechnological issues include: Ruth Bleier, Science and Gender: A Critique of Biology and Its Themes on Women (New York: Pergamon, 1984); Elizabeth Fee, “Critiques of Modern Science: The Relationship of Feminist and Other Radical Epistemologies,” and Evelyn Hammonds, “Women of Color, Feminism and Science,” papers for Symposium on Feminist Perspectives on Science, University of Wisconsin, 11-12 April, 1985, in Ruth Bleier, ed., Feminist Approaches to Science (New York: Pergamon, 1986); Stephen J. Gould, Mismeasure of Man (New York: Norton, 1981 ); Ruth Hubbard, Mary Sue Henifin, Barbara Fried, eds., Biological Woman, the Convenient Myth (Cambridge, Mass.: Schenkman, 1982); Evelyn Fox Keller, Reflections on Gender and Science (New Haven: Yale University Press, 1985): R. C. Lewontin, Steve Rose, and Leon Kamin, Not in Our Genes (New York: Pantheon, 1984): Radical Science journal, 26 Freegrove Road, London N7 9RQ; Science for the People, 897 Main St., Cambridge, MA 02139. »]»: e da questa nota bibliografica dell’Haraway, oltre ad essere ben più che evidente che più che una ricerca dialettica l’interesse verte sui temi femministi e di genere, notiamo che,  in chiusura di nota, viene citato almeno un precursore dialettico del Dialectical Biologist,  in diretta  polemica con la sociobiologia e avente un autore dello stesso Dialectical Biologist: R. C. Lewontin, Steven  Rose, and Leon Kamin, Not in Our Genes, New York, Pantheon, 1984, del quale noi, vista la sua importanza di precursore dialettico del Dialectical Biologist forniamo prima l’URL da dove può essere scaricato: https://it.scribd.com/document/383665958/Not-in-Our-Genes-Richard-Lewontin-Steven-Rose-Leon-Kamin, e poi anche gli URL del nostro ricaricamento su Internet Archive: https://archive.org/details/r.c.lewontinstevenroseleonkaminnotinourgenesmassimomorigirepubblicanesimogeopolitico/mode/2up                                                                                         e https://ia903102.us.archive.org/21/items/r.c.lewontinstevenroseleonkaminnotinourgenesmassimomorigirepubblicanesimogeopolitico/R.%20C.%20Lewontin%2C%20Steven%20%20Rose%2C%20Leon%20Kamin%2C%20Not%20in%20Our%20Genes%20%2C%20Massimo%20Morigi%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico.pdf). Questa assordante assenza sul Dialectcal Biologist sarebbe del tutto sorprendente in un autore che, dopotutto, è in diretta contestazione della sintesi evoluzionistica moderna e che, nonostante che agli esordi, come abbiamo visto, stenti ad affrancarsi completamente dalla sociobiologia, nel progredire del sua produzione esprime sempre più una Weltanschauung comunque in antitesi a qualsiasi “gene egoista”. Ma fatte salve questioni personali con gli autori del Dialectical Biologist od anche questioni con quest’ultimi attinenti ad una lotta nel mercato accademico e pubblicistico degli autori con posizioni  alternative alla sintesi evoluzionistica moderna, questioni di cui, lo confessiamo candidamente, non sappiamo dire assolutamente alcunché di veramente significativo per il semplice fatto che, oltre a non esservi letteratura scientifica al riguardo, chi scrive non ha alcuna esperienza diretta dall’ambiente  socio-culturale di riferimento né dell’Haraway né di Levins e Lewontin, basta leggere la fantasmagorica prosa feticistica della produzione della Haraway ed anche alcuni suoi specifici riferimenti sparsi nei suoi testi per capire qual è l’area di riferimento culturale dell’Haraway e si tratta, per farla breve, del poststrutturalismo, cioè di quella corrente di pensiero di area francese, poi emigrata con grande fortuna presso il mondo accademico degli Stati uniti, erede di Heidegger e che, da vera e propria erede di Heidegger del filosofo di  Meßkirch ha colto, anche se volgarizzandola, l’essenza, cioè la natura antistrategica del suo pensiero, natura antistrategica ed antidialettica che si è innestata con tutti gli onori nella Weltanschauung del poststrutturalismo ed anche in quella  di coloro, che pur potenzialmente volendo sviluppare un pensiero strategico e dialettico autonomo, hanno dovuto soccombere alle malie heideggeriano-poststrutturaliste. Per il poststrutturalismo c’è solo il testo (il n’y a pas de hors-texte) per la Haraway, alla fine, c’era solo il cyborg e poi, ora, l’ olobionte e/o il simbionte, che proprio per la loro natura fantasmagoricamente e feticisticamente proteiforme possono sembrare l’incarnazione all’interno dello stesso vivente del derridiano il n’y a pas de hors-texte, ma il cui esito finale, come in Derrida e come in tutti i poststruturalisti,  non è altro che una fuga verso un cattivo infinito. Un cattivo infinito realizzato, piuttosto che attraverso metafisici testi collocati nella religione poststrutturalista nel regno dei cieli, attraverso cyborg, simbionti ed olobionti nella Haraway. Ma siamo sempre dalle parti dei feticistici e fantasmagorici tavoli già descritti da Marx.

 

12 Usiamo queste due locuzioni per introdurre meglio il concetto di ‘genocidio’ essendo tecnicamente inesatto – e, ancor peggio, storicamente una vera e propria scemenza – parlare di razze umane ed anche di gruppi umani, le etnie, determinati genotipico-fenotipicamente e culturalmente una volta per sempre. Questo non solo per non assumere le categorie politico-biologiche degli sterminatori nazisti (trappola in cui sono caduti e cadono sempre tutti coloro che in nome del “politicamente corretto” impiegano, alla fine, le stesse categorie di coloro che vorrebbero combattere e così farneticano misticamente delle meraviglie di società multietniche e multiculturali prossime venture e che partendo da un errore concettuale anche se di semantica invertita rispetto al nazismo, le razze umane appunto, si entusiasmano per un disastro socio-culturale da evitare ad ogni costo e tentato e programmato  al solo scopo di rimpolpare una sinistra politica in crisi politico-identataria-culturale e di consensi elettorali) ma soprattutto, in conformità costruttivo-costruttivista al paradigma prassistico del Repubblicanesimo Geopolitico, che pur politicamente basandosi su un fortissimo senso identitario ma rappresentato attraverso  la sua interpretazione cultural-dialettica del concetto di Lebensraum espressivo sia della vita della polis come di quella del singolo individuo, è paradigma storico-storicista olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale in totale antitesi rispetto a qualsiasi visione fissista e ab aeterno. E se ciò vale per le scienze fisiche, per quelle naturali e/o biologiche (cioè per queste scienze e per le realtà che sono oggetto del loro studio) e per le c.d. scienze umane della società e della cultura, vale, a maggior ragione, per le c.d. razze umane e/o etnie, che sia per quanto riguarda la loro realtà empirica di riferimento che per le “scienze” che hanno il compito di studiarle sono concetti che denotano realtà che – pur, lo ripetiamo, assai malamente per la loro deformazione metafisica fissista – stanno proprio a cavallo fra le c.d. scienze della natura e le c.d. scienze umane. Parafrasando Clausewitz dal Libro primo del Vom Kriege, tutto in dialettica è molto semplice ma la cosa più semplice è di difficile applicazione e quanto il concetto  di ‘Lebensraum’ sia per il Repubblicanesimo Geopolitco semplice ma, al tempo stesso, fonte di complessi, per non dire difficili percorsi, citiamo da Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico, di sempre rinviata pubblicazione, dove si vede che il concetto di ‘spazio vitale’ è a centro degli intricati percorsi bibliografici ma anche, al tempo stesso, pur nella loro dialetticità,  concettualmente lineari passaggi teorici  che hanno visto  la nascita del Repubblicanesimo Geopolitico che partendo dalla contestazione del concetto di libertà inteso dall’attuale neorepubblicanesimo come assenza di dominio ne elaborano  uno alternativo  come  ‘Republican Diffusive Domination’, ‘Aumentato dominio comune repubblicano’ o  RDD, basato non sulla contrapposizione fra potere e libertà come nell’attuale neorepubblicanesimo ma sulla complementarietà fra questi due momenti della vita psichico-individuale e sociale dell’uomo, inestricabilmente e dialetticamente uniti a tal punto da poter affermare che potere e libertà non solo altro che la concreta realizzazione del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale in due diverse ma complementari e dialetticamente connesse fasi, quella dell’affioramento del momento espressivo la libertà e quello della sua realizzazione strategico-conflittuale il potere, dove un potere dinamicamente distribuito in tutti gli strati della società in un processo di continuo accrescimento dello stesso, l’ ‘Aumentato dominio comune repubblicano’ appunto, altro non significa che la realizzazione concreta –  sul piano sociale come su quello individuale – della libertà, altrimenti detta Epifania strategica: «La videoregistrazione di questo intervento, originariamente Il Repubblicanesimo Geopolitico, presentato in questa modalità indiretta per l’impossibilità dell’autore ad essere presente fisicamente al convegno “Il mondo verso  un futuro multipolare – Milano-Bergamo 26-27-28 Novembre 2015”,  è visionabile e scaricabile all’URL https://archive.org/details/IlMondoVersoUnFuturoMultipolare-RepubblicanesimoGeopolitico

(direttamente sempre su Internet Archive all’ URL https://ia601304.us.archive.org/5/items/IlMondoVersoUnFuturoMultipolare-RepubblicanesimoGeopolitico/IlMondoVersoUnFuturoMultipolare-Milano26-27-28Novembre2015-InteventoDiMassimoMorigiSulRepubblicanesimoGeopolitico.ogv; URL su ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313602857_IlMondoVersoUnFuturoMultipolare-Milano26-27-28Novembre2015-InteventoDiMassimoMorigiSulRepubblicanesimoGeopolitico: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.36176.92165). Inoltre, sul Repubblicanesimo Geopolitico è possibile prendere visione di un altro contributo videoregistrato: per conto del blog “Conflitti e Strategie”, in data 5 maggio 2015, sono stato intervistato su questo argomento da Giuseppe Germinario. Gli URL presso i quali è visionabile questo documento sono     http://www.conflittiestrategie.it/repubblicanesimo-geopolitico-intervista-al-professor-massimo-morigi, https://www.youtube.com/watch?t=519&v=VeOUHYC8zq8    e                                                                                   https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoIntervistaAlProfessorMassimoMorigi; oppure andando direttamente agli URL di Internet Archive https://ia800508.us.archive.org/8/items/RepubblicanesimoGeopoliticoIntervistaAlProfessorMassimoMorigi/RepubblicanesimoGeopoliticoIntervistaAlProfessorMassimoMorigi.mp4 o https://archive.org/details/UnContributoAgliAmiciAllaRiflessioneDaMassimoMorigiAPropositoDi (gli URL di ResearchGate presso i quali è pure possibile scaricare l’intervista: https://www.researchgate.net/publication/313581660_Intervista_a_Massimo_Morigi_di_Giuseppe_Germinario_di_Conflitti_e_Strategie_sul_Repubblicanesimo_Geopolitico: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.13632.53760 o https://www.researchgate.net/publication/313598484_Intervista_a_Massimo_Morigi_sul_Repubblicanesimo_Geopolitico_di_Giuseppe_Germinario_per_il_blog_di_Geopolitica_e_di_conflittualismo_strategico_Conflitti_e_Strategie: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.22440.57606). Tralasciando i momenti aurorali e generativi di questa teoria politica, che per ogni autore potrebbero risalire al momento della sua nascita e al suo carattere e, volendo concedere un minimo di maggior spazio alle convenzioni filologiche, i primi passi verso la costruzione del Repubblicanesimo Geopolitico risalgono agli studi del sottoscritto sull’estetizzazione della politica nei regimi totalitari e i primi documenti sul Repubblicanesimo Geopolitico, incentrati sul concetto della ‘Republican Diffusive Domination”, apparvero a fine 2013 sul blog di geopolitica “Il Corriere della Collera”. Queste fonti primarie sono quindi consultabili agli URL  https://corrieredellacollera.com/2013/11/23/alla-ricerca-dellidentita-italiana-di-massimo-morigi/https://corrieredellacollera.com/2013/11/28/alla-ricerca-della-identita-italiana-dialogo-tra-morigi-e-stefanini/ (in alternativa, vista la volatilità delle fonti internet, si è provveduto a depositarle anche presso le piattaforme WebCite e Wayback Machine di Internet Archive, il cui compito è appunto dotare i documenti sul Web di un URL di riserva qualora la piattaforma originale dovesse cessare, agli URL http://www.webcitation.org/6aNTUJQ82, http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com%2F2013%2F11%2F23%2Falla-ricerca-dellidentita-italiana-di-massimo-morigi%2F&date=2015-07-29, http://www.webcitation.org/6aNSrbd66    e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fcorrieredellacollera.com%2F2013%2F11%2F28%2Falla-ricerca-della-identita-italiana-dialogo-tra-morigi-e-stefanini%2F&date=2015-07-29  per quanto riguarda WebCite e http://web.archive.org/web/20200315074249/https://corrieredellacollera.com/2013/11/23/alla-ricerca-dellidentita-italiana-di-massimo-morigi/http://web.archive.org/web/20200315074554/https://corrieredellacollera.com/2013/11/28/alla-ricerca-della-identita-italiana-dialogo-tra-morigi-e-stefanini/ per quanto riguarda Wayback Machine). Sempre riguardo al “Corriere della Collera”, in seguito vi sono stati altri contributi del sottoscritto sempre ispirati al Repubblicanesimo Geopolitico. Questi sono stati poi successivamente raccolti in unico file e – sebbene il contenuto di questo file abbia più l’aspetto di una bozza   che di un lavoro definitivo – esso è ora liberamente consultabile e scaricabile agli  URL di Internet Archive  https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoProvaMassimoMorigi.pdf/mode/2up e https://ia800903.us.archive.org/1/items/RepubblicanesimoGeopoliticoProvaMassimoMorigi.pdf/RepubblicanesimoGeopoliticoProvaMassimoMorigi.pdf (WebCite: http://www.webcitation.org/6dWqmW5BV e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801405.us.archive.org%2F2%2Fitems%2FRepubblicanesimoGeopoliticoProvaMassimoMorigi.pdf%2FRepubblicanesimoGeopoliticoProvaMassimoMorigi.pdf&date=2015-12-04;  ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313526603_REPUBBLICANESIMO_GEO-POLITICO_IL_CORRIERE_DELLA_COLLERA_Per_la_Repubblica_di_domani_IL_CORRIERE_DELLA_COLLERA_ALLA_RICERCA_DELL%27IDENTITA_ITALIANA: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.14903.93601). Nel 2017 questi contributi sul Repubblicanesimo Geopolitico apparsi sul “Corriere della Collera” e poi pubblicati autonomamente sul Web sono stati poi ripubblicati dal blog di geopolitica marxista “L’Italia e il Mondo” e si rinvia al blog in questione, URL http://italiaeilmondo.com/, per la consultazione di queste ripubblicazioni. A loro volta anche questi contributi “ripubblicati” sono stati immessi direttamente nel Web e a differenza della “ripubblicazione” originaria, questa volta il testo è stato ripulito dagli altri interventi apparsi a commento sul blog, dimodoché   Repubblicanesimo Geopolitico copiaincolla dal “Corriere della Collera” e dall’ “Italia e il Mondo”, questo il titolo del documento in questione, ha perso il carattere di bozza della prima immissione di questi articoli nel Web. Gli URL attraverso i quali risalire a Repubblicanesimo Geopolitico copiaincolla dal “Corriere della Collera” e dall’ Italia e il Mondo”: Internet Archive: https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoCopiaincollaDalCorriereDellaColleraE/mode/2up, https://ia801609.us.archive.org/19/items/RepubblicanesimoGeopoliticoCopiaincollaDalCorriereDellaColleraE/RepubblicanesimoGeopoliticoCopiaincollaDalCorriereDellaColleraEDallitaliaEIlMondo.pdf; WebCite: http://www.webcitation.org/6pApJZZD4, http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601500.us.archive.org%2F25%2Fitems%2FRepubblicanesimoGeopoliticoCopiaincollaDalCorriereDellaColleraE%2FRepubblicanesimoGeopoliticoCopiaincollaDalCorriereDellaColleraEDallitaliaEIlMondo.pdf&date=2017-03-23; ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/315516889_REPUBBLICANESIMO_GEOPOLITICO_COPIAINCOLLA_DAL_CORRIERE_DELLA_COLLERA_E_DALL%27ITALIA_E_IL_MONDO: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.26753.66407. Per chi volesse poi avventurarsi nei momenti aurorali e generativi del Repubblicanesimo Geopolitico profondamente influenzati dai miei studi sull’estetizzazione della politica nei regimi totalitari del Novecento, rinvio a Repvblicanismvs Geopoliticvs Fontes Origines et Via, che è visionabile e scaricabile all’URL https://archive.org/details/RepvblicanismvsGeopoliticvsFontesOriginesEtViaReloaded. Di questo URL non si fornisce il corrispettivo “congelamento” su  WebCite visto che questa piattaforma non consente  il caricamento di file audiovisivi (in questo documento sono visionabili anche dei  video musicali scaricati da YouTube), ma file audiovisivi il cui upload è consentito su  ResarchGate, per cui  Repvblicanismvs Geopoliticvs Fontes Origines et Via è consultabile  anche all’ URL https://www.researchgate.net/publication/313560201_Repvblicanismvs_Geopoliticvs_Fontes_Origines_et_Via_-_Karl_Marx: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.15152.97286). Nella formazione del mio pensiero politico e specialmente nella genesi del Repubblicanesimo Geopolitico questi studi sull’estetizzazione della politica rivestono una importanza fondamentale perché l’estetizzazione della politica nei regimi totalitari, per quanto sia stata certamente l’arma di   “distrazione di massa” per eccellenza impiegata da questi regimi è, al tempo stesso, il “segnalatore d’incendio” che le cosiddette democrazie rappresentative non sono assolutamente in grado di rispondere a quelle fondamentali necessità per una “vita buona” che il pensiero politico classico ha indicato  come l’ autentico obiettivo del vivere associato. Mentre nella retorica delle democrazie rappresentative questa “vita buona” sarebbe assicurata, oltre  che dalla prospettiva di un sempre maggiore benessere materiale che questi regimi hanno finora apparentemente garantito (apparentemente garantito perché questa crescente prosperità sotto i regimi democratici è avvenuta nei paesi industrializzati mentre per il “non Occidente” se non è avvenuto l’esatto contrario poco ci manca ma ancor più apparentemente garantito perché ora anche questi paesi del perimetro occidentale registrano un regresso in termini di redistribuzione delle risorse per quanto riguarda le classi non dirigenti), anche dall’innalzamento del livello  culturale ottenuto dalle masse attraverso la  partecipazione democratica (in realtà, questa partecipazione democratica è una “gentile” concessione delle classi dirigenti per tenere tranquille le classi sottoposte e tutto si può dire del rapporto cultura e democrazia tranne il fatto che le moderne democrazie industriali siano un ambiente favorevole all’elaborazione e diffusione culturale, si può affermare anzi il contrario), nella realtà tutto si può dire delle attuali forme politiche più o meno democratiche tranne il fatto che promuovano una “vita buona”. I regimi totalitari avevano compreso il bisogno di questa “vita buona” negata dalle forme politiche democratiche ma la loro risposta fu fornire una “negazione bella e buona” della vita associata e privata che soggiacendo  agli input espressamente totalitari dell’ideologia di partito estetizzava la politica,  nel senso che rendeva esteticamente accettabili  e quindi truffaldinamente eticamente positivi e con tutte le energie palesemente perseguibili  tutti quei rapporti di forza che cristallizzando il dominio di classe erano, di fatto, proprio la negazione della “vita buona” (nelle democrazie questi input totalitari sono egualmente presenti ma sono celati dalle retoriche politiche, prima fra tutte quelle dei diritti umani, che consentono sul piano interno di ritenere formalmente uguali individui appartenenti a classi con enormi disparità di reddito e di potere politico e all’esterno di esportare queste “democrazie”). La risposta invece del Repubblicanesimo Geopolitico al bisogno di “vita buona” è, lungo la direttrice del miglior pensiero politico realista che si dipana lungo la linea Aristotele-Machiavelli-Hegel-Marx, mandare letteralmente al macero ogni retorica politica sia di stampo democratico-criptototalitario che di forma estetizzante sfacciatamente totalitaria,  sottolineando che mentre la libertà nelle c.d. democrazie rappresentative o il mito della nazione o del popolo eletto sono delle retoriche ingannatrici e comunque intrinsecamente totalitarie, l’operare concretamente per il miglioramento della propria condizione implica l’abbandono dell’ottica totalitaria attraverso un’azione che, nella teoria come nella prassi,  si pronuncia  espressamente per una visione antitotalitaria e, perciò,  totale e dialettica  della realtà, visione totale e dialettica  della realtà che, al contrario di ogni visione totalitaria, implica sia la decisiva importanza del soggetto agente (azione del soggetto agente e non di  vaghe, fumose e mitologiche entità metastoriche come la razza o i diritti umani) sia la modificabilità dello stesso agente in ragione della sua azione modificatrice sulla realtà (il totalitarismo dei regimi totalitari persegue, invece, uno stadio finale di perfezione omega, la razza o la patria oltre il quale non è possibile il mutamento; per i regimi totalitari democratici lo stadio finale omega viene sostituito dal mito di una generica umanità perfettibile all’infinito, il mito cioè del progresso, mito del progresso che è però, in realtà, nient’altro che  regresso perché fa appello ad una generica umanità e non ad una concreta umanità che trova il suo progresso, se proprio vogliamo impiegare questo termine mitologico, in una concretissima azione modificatrice della realtà e quindi di creazione non generica proiettata in un tempo infinito e perciò inverificata ed inverificabile ma individuata, hic et nunc, anche di sé stessa). Con il Repubblicanesimo Geopolitico ha raggiunto quindi piena maturità – al di ogni miraggio “democratico”, totalitario comunque declinato e pure di ogni mitologia della classe operaia come classe intermodale e rigettando questo ultimo  universalismo marxista anche  attraverso, ma non solo, il farmaco “antiuniversalista” di una teoria e di una prassi che trae abbondante ispirazione dalla migliore tradizione della geopolitica, di quella geopolitica, cioè, non offuscata da miti “fissisti” di stampo positivistico  o neo-positivisitico – tutta quella filosofia della prassi che ha sempre compreso che la libertà non è né una retorica né una mitologia ma la piena comprensione e realizzazione dell’inestricabile legame dialettico fra soggetto e oggetto, legame dialettico che continuamente modifica sia il primo che il secondo e che consente, se correttamente inteso, sia un’efficace azione liberatoria perché basata su una concreta e non metafisica cognizione della realtà  e quindi delle concrete possibilità di miglioramento individuale e sociale sia l’evitare di  ricadere in Weltanschauung totalitarie che nella loro rigida e fissista visione sono la negazione della “vita buona” perché sono, di fatto, la negazione della vita. Vedremo nel corso del presente scritto, se questo radicale ed impegnativo riorientamento culturale e politico del Repubblicanesimo Geopolitico rispetto a tutta la tradizione liberale ma anche a quella marxista è stato mantenuto. La prima (garbata) polemica sul Repubblicanesimo Geopolitico risale al luglio del 2014 ed apparve sulle pagine del blog repubblicano “Democrazia Pura” ed era imperniata sull’osservazione da parte di “Democrazia Pura” che  «Sul criterio di lettura della storia e sulla prospettiva politica del [Repubblicanesimo Geopolitico] non mancano interpretazioni tendenzialmente finalistiche che non possono non suscitare forti perplessità per il loro carattere intrinsecamente assolutista». La risposta all’osservazione di “Democrazia Pura”, pur non accogliendo il mal interpretato carattere assolutista di questa dottrina politico-filosofica, fu che il Repubblicanesimo Geopolitico era integralmente e convintamente finalistico e compiendo questa affermazione, sempre in questa risposta al contempo il sottoscritto cominciò a mettere apertamente in discussione quelli che da “Democrazia Pura” (non solo da questa, ovviamente, ma  anche da parte della mentalità prevalente di coloro che oggi si proclamano repubblicani o neo-repubblicani) vengono considerati i capisaldi filosofico-politici del repubblicanesimo, vale a dire Kant e Popper. In questa risposta, è vero, non si menziona ancora alcun autore “dialettico” ma quello che si è affermato in seguito in merito al conflittualismo dialettico del Repubblicanesimo Geopolitico e per ultimo all’‘epifania strategica’ che, se vogliamo, costituisce la sua finalità (ed anche il suo mito: ma un mito che si basa non su vuote elucubrazioni totalitarie ma sulla natura stessa della realtà, che come cercheremo di mostrare, non è altro che la manifestazione espressiva del conflitto olistico-dialettico-espressivo-strategico), trova nella risposta alle garbate osservazioni di “Democrazia Pura” il punto di partenza e sviluppo. Si rimanda quindi in prima battuta all’URL di “Democrazia Pura” attraverso alla quale si accede alla pagina che ha pubblicato la polemica, http://www.democraziapura.altervista.org/?page_id=1119#comment-129, e poi ai successivi “congelamenti” di questa pagina per far sì che una volta cessata “Democrazia Pura” (si spera il più tardi possibile) di questa polemica rimanga adeguata documentazione: Internet Archive: https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraziaPuraRepubblicanesimoMarxMassimo/mode/2up e https://ia800905.us.archive.org/10/items/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraziaPuraRepubblicanesimoMarxMassimo/RepubblicanesimoGeopoliticoDemocraziaPuraRepubblicanesimoMarxMassimoMorigi.pdf; WebCite: http://www.webcitation.org/6oGSlmKEX e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.democraziapura.altervista.org%2F%3Fpage_id%3D1119%23comment-129&date=2017-02-14; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200316070941/http://www.democraziapura.altervista.org/suggerimenti; ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313675931_Polemica_su_Democrazia_Pura_sul_Repubblicanesimo_Geopolitico_di_Massimo_Morigi: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.31504.20489. Sempre all’estate del 2014 risale la mia prima intervista sul Repubblicanesimo Geopolitico fattami da Sauro Mattarelli per conto della rivista politica repubblicana “Il Senso della Repubblica” (Sauro Mattarelli, a cura di, Dialogo con Massimo Morigi. Il Repubblicanesimo Geopolitico, in Il “Senso della Repubblica”, anno VII, n. 8, agosto 2014), nel corso della quale viene ribadito quello che già nelle prime esposizioni del 2013 del Repubblicanesimo Geopolitico apparse sul “Corriere della Collera” era il punto di partenza di tutti i ragionamenti su questa nuova dottrina filosofico-politica, vale a dire  il rifiuto da parte del Repubblicanesimo Geopolitico di una visione della libertà intesa come “non dominio”. Questo concetto di libertà come “non dominio” rivela tutta la natura ideologica ed utopica (sarebbe ancor meglio dire mitologico-utopica ma di una mitologia-utopia regressiva: anche il Repubblicanesimo Geopolitico ha la sua componente utopica, l’ Epifania strategica, ma si tratta di un mito, o meglio  di un obiettivo limite, basato – come già sottolineato – sull’autentica natura olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale della realtà e non su una libertà intesa come sottrazione di potere, mentre il potere, come viene spiegato bene nell’intervista, non è il male della società ma ciò che costituisce il suo momento generativo) dell’attuale scuola filosofico-politica neo-repubblicana (per intenderci nominando i suoi due principali esponenti: Quentin Skinner e Philip Pettit), che pur ha avuto grandi meriti nell’aver iniziato a mettere in discussione all’interno del perimetro ideologico liberal-democratico una libertà che, e su ciò siamo d’accordo con questi autori neo-repubblicani, il pensiero liberale intravede solo come ‘non interferenza’del potere sui cittadini piuttosto che, come vorrebbero i neo-repubblicani, di “non dominio” od autonomia dal potere degli stessi. Purtroppo, e nell’intervista viene ribadito a chiare lettere, se si vuole innescare un processo di autentica, progressiva e dialettica libertà umana non si tratta di meglio precisare il ‘non’, non si tratta di istituire –  seppur inconsapevolmente da parte di questa scuola neo-repubblicana – una sorta di  adorniana ‘dialettica negativa’ sottrattiva di potere ma si tratta di risalire e guardare negli occhi il momento generativo ed evolutivo di ogni società, il potere, appunto, e come questo potere, effettualmente e non in un ipotetico mondo delle fate dove costituirebbe solo un momento negativo che molto ha a che vedere col mito cristiano del diavolo, crei il lagrassiano conflitto strategico e quindi si costituisca come l’autentica genesi ed unico motore  delle classi sociali e del dialetticamente necessitato e socialmente poietico confronto-scontro fra le stesse. Gli URL dove è possibile accedere al formato PDF delle pagine del numero in questione del “Senso della Repubblica”. Per Internet Archive: https://archive.org/details/DialogoConMassimoMorigi.IlRepubblicanesimoGeopolitico.IlSensoDella/mode/2up e https://ia600501.us.archive.org/9/items/DialogoConMassimoMorigi.IlRepubblicanesimoGeopolitico.IlSensoDella/DialogoConMassimoMorigi.IlRepubblicanesimoGeopolitico.IlSensoDellaRepubblicaAnnoViiN.8Agosto2014.pdf; per WebCite: http://www.webcitation.org/6oEzHotbi                                                                                                               e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia600501.us.archive.org%2F9%2Fitems%2FDialogoConMassimoMorigi.IlRepubblicanesimoGeopolitico.IlSensoDella%2FDialogoConMassimoMorigi.IlRepubblicanesimoGeopolitico.IlSensoDellaRepubblicaAnnoViiN.8Agosto2014.pdf&date=2017-02-13; per ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313648067_Tesi_di_Massimo_Morigi_sul_Repubblicanesimo_Geopolitico: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.34420.55689. La Democrazia che Sognò le Fate (Stato di Eccezione, Teoria dell’Alieno e del Terrorista e Repubblicanesimo Geopolitico) del gennaio 2015 potrebbe in apparenza essere considerato, come da titolo, un bizzarro divertissement trattando nelle sue poche paginette argomenti come la tesi n. 8 di Tesi di Filosofia della Storia di Walter Benjamin  e il suo conseguente ‘iperdecisionismo’ (iperdecisionismo che verrà affrontato poco dopo in maniera più approfondita  in Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione come Regola), il costruttutivismo del teorico politico neorealista Alexander Wendt affrontando, seppur da un punto di vista schmittiano e con precisa individuazione della natura parareligiosa del fenomeno degli avvistamenti degli UFO, la domanda che si pone Wendt sui cambiamenti politici e culturali cui andrebbe incontro l’umanità nel momento in cui avesse contezza di una civiltà aliena (l’alieno, secondo La Democrazia che Sognò le Fate, come postmoderna incarnazione del nemico assoluto schmittiano e come novella incarnazione del diavolo) e le radici culturali del Repubblicanesimo Geopolitico, per le quali, sempre  nella Democrazia che Sognò le Fate, non si ha alcuna remora di  recuperare anche il ratzeliano tanto demonizzato concetto di Lebensraum (una sprezzatura del Repubblicanesimo Geopolitico verso le mitologie negative e positive del passato – o, meglio, verso la mitologizzazione negativa o positiva del passato che è, sempre e comunque,  il velo di Maya intessuto dal potere dominante per nascondere, appunto, il suo potere –, tanto che, per rimanere a questo caso specifico,  una alternativa definizione di Repubblicanesimo Geopolitico potrebbe essere ‘Lebensraum repubblicanesimo’ o ‘Repubblicanesimo dello spazio vitale’). Gli autori citati nella Democrazia che Sognò le Fate,  Ratzel,  Benjamin, Schmitt, potrebbero sembrare in apparenza autori che nulla hanno a che spartire fra loro. In realtà hanno molto e questo molto è, assieme ad una visione conflittuale della società, un rifiuto della narrazione politica e storica che si dipana attraverso l’affabulazione mitologica dei principi universali dei diritti dell’uomo e della loro conseguente sacralizzazione ideologica da parte liberale e democratica. Questa loro idiosincrasia è fatta interamente propria anche dal Repubblicanesimo Geopolitico e per quanto riguarda la loro dialetticità, alcuni di loro sono più dialettici, per altri, vedi Ratzel, totalmente informato ad una visione geo-spaziale del potere, apparentemente non si potrebbe pensare ad  una elaborazione teorica più lontana da un approccio dialettico ma quello che  per noi conta dal punto di vista della rinnovata filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico è che tutti questi autori portarono efficacemente a consunzione il canone liberaldemocratico e che, quindi, anche quando la dialettica non viene espressamente riconosciuta, essi operano all’interno di una Weltanschuung che vede il fenomeno storico e sociale come una totalità, una totalità dove non è ammesso alcun sacro recinto, men che meno gli immortali diritti dell’uomo e la totalitaria sacralizzazione ideologica della democrazia rappresentativa. Discorso a parte, infine, si deve fare per Alexander Wendt. A rigore esso non può essere considerato un autore scettico della democrazia, anzi per il suo rifiuto di un realismo politico elementare e violento potrebbe essere considerato, sotto molti aspetti, come un modello del “politicamente corretto” ma il suo Anarchy is What States Make of It (per citazione bibliografica completa ed indicazione di reperibilità internettiana, vedi infra nota n°16), articolo il cui titolo e contenuto è divenuto il simbolo del suo pensiero  si ribella sì ad una teoria della relazioni internazionali ispirata ad un realismo meccanicista in cui le nazioni sono costrette alla conflittualità per via della intima struttura anarchica del sistema internazionale ma questa fuoruscita dal classico duro realismo delle relazioni internazionali non avviene in base ad una affabulazione ideologica sui sacri principi politici universalistici ma viene messa in atto attraverso una magistrale mossa: l’anarchia del sistema internazionale è, come tutte le creazioni sociali e storiche, frutto delle rappresentazioni degli attori sulla storia e sulla società e sono queste rappresentazioni, e non viceversa, che conferiscono una natura determinata alla storia e alla società stesse. Da qui la sfavillante conclusione che abbiamo anarchia (o, il suo contrario, armonia) nel sistema internazionale nella misura in cui i decisori (ed anche le masse) all’interno di questo sistema se lo rappresentano mettiamo alla Hobbes o alla Ghandi. Siamo qui veramente ad un passo da una pienamente dispiegata filosofia della prassi che vuole essere il nucleo costitutivo del Repubblicanesimo Geopolitico. Manca a Wendt, però, un tassello fondamentale per l’inveramento di una compiuta filosofia della prassi, e cioè che queste rappresentazioni mentali e/o culturali che muovono gli Stati e le loro subunità politiche (fino a giungere, come vedremo nel prosieguo di queste Glosse,  secondo l’integrale e compiuta filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, alle subunità  dialettico-espressive-strategiche-conflittuali della biologia, delle quali l’uomo è la più alta espressione nella sua pienamente sviluppata anche se quasi mai completamente consapevole – e anche non esclusiva rispetto alle altre  forme non solo biologiche ma anche culturali e fisiche meno evolute –  dialettica strategicità) hanno una genesi dialettico-espressiva-strategica-conflittuale. Questa consapevolezza dialettico-espressiva-strategica-conflittuale è la grande conquista della filosofia della prassi che troviamo in  György Lukács, Karl Korsch e Antonio Gramsci, e il Repubblicanesimo Geopolitico intende riprendere la loro bandiera prassistica depurandola, però, dalle mitologie politiche che albergavano in questi pensatori, vale a dire la classe operaia vista come la classe in grado di far scoppiare le contraddizioni all’interno del sistema capitalistico perché, a differenza di tutte le altre classi di oppressi apparse sullo scenario della storia, essa sarebbe, come pensavano Marx ed Engels nell’Ideologia Tedesca, una classe “intermodale”, in grado cioè di rappresentare tutte le potenzialità umane e non solo le istanze della propria classe. È qui di tutta evidenza che si è ricaduti nella mitologia, seppur riveduta e corretta a “sinistra”, degli universali diritti dell’uomo e la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico intende spazzare via, una volta per tutte, questa mitologia per sostituirla sì con un mito, quello dell’ Epifania strategica, ma un mito che si basa sul  riconoscimento realistico (e quindi al tempo stesso inestricabilmente dialettico e perciò mai  meccanicistico, fatalistico o psicologicamente disperato, ma dialetticamente creativo e quindi rivoluzionario) della  natura dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della realtà. Si forniscono gli URL del nostro caricamento diretto di  questo divertissement sul Web. Per Internet Archive: https://archive.org/details/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoEDel/mode/2up e https://ia801603.us.archive.org/16/items/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoEDel/LaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoEDelTerroristaERepubblicanesimoGeopolitico.pdf.                                                                                                                                                   Per WebCite: http://www.webcitation.org/6oSfQfMIr e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801501.us.archive.org%2F25%2Fitems%2FLaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoEDel%2FLaDemocraziaCheSognLeFatestatoDiEccezioneTeoriaDellalienoEDelTerroristaERepubblicanesimoGeopolitico.pdf&date=2017-02-22. Per ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313860507_La_democrazia_che_sogno_le_fate_Redux: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.31736.85760. Oltre questa immissione in proprio nel Web, nel 2017 La Democrazia che Sognò le Fate è stata pubblicata anche dal blog di geopolitica marxista “L’Italia e il Mondo” . Qui di seguito i due URL del blog attraverso i quali si prende visione di questa pubblicazione ed i relativi “congelamenti” su WebCite e Wayback Machine: http://italiaeilmondo.com/2017/02/19/la-democrazia-che-sogno-le-fate-stato-di-eccezione-teoria-dellalieno-e-del-terrorista-e-repubblicanesimo-geopolitico-di-massimo-morigi/ (WebCite: http://www.webcitation.org/6oO5aLz4z e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F02%2F19%2Fla-democrazia-che-sogno-le-fate-stato-di-eccezione-teoria-dellalieno-e-del-terrorista-e-repubblicanesimo-geopolitico-di-massimo-morigi%2F&date=2017-02-19; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200316084413/http://italiaeilmondo.com/2017/02/19/la-democrazia-che-sogno-le-fate-stato-di-eccezione-teoria-dellalieno-e-del-terrorista-e-repubblicanesimo-geopolitico-di-massimo-morigi/) e http://italiaeilmondo.com/category/zibaldone/ (WebCite: http://www.webcitation.org/6oO68C9Zj e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fzibaldone%2F&date=2017-02-19; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200316084705/https://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fzibaldone%2F&date=2017-02-19). Nel febbraio del 2015 il “Senso della Repubblica” ha pubblicato un altro mio contributo sul Repubblicanesimo Geopolitico, Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione come Regola (Massimo Morigi, Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione come Regola, in “Il Senso della Repubblica”, anno VIII, n. 2, febbraio 2015), attraverso il quale si continua, approfondendola, nell’operazione iniziata con la Democrazia che Sognò le Fate di inserimento nel canone del Repubblicanesimo Geopolitico di tutte quelle “elaborazioni di senso” che dall’Ottocento fino ai giorni nostri abbiano da un lato costituito una sorta di antemurale a tutte le Weltanschauung positivistiche e meccanicistiche (compreso quindi tutte le versioni più o meno diamattine del marxismo orientale con le loro interpretazioni  deviate e positivizzate del materialismo dialettico) e dall’altro si siano duramente contrapposte ad ogni forma di irrazionalismo e spiritualismo (e il culmine della suddetta “operazione di senso” dovrebbero essere, appunto, le presenti Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico). Ora Walter Benjamin può a buon diritto essere iscritto nel novero di coloro che rifiutarono sempre una meccanicizzazione della vita quotidiana e politica e la sua “illuminazione profana”, prima ancora di essere giustamente inquadrata nell’ambito degli influssi surrealisti, non sarebbe stata possibile senza un profondo immanentismo unito ad una indiscutibile visione dialettica della stessa. Ma andando nello specifico dell’articolo in questione, in Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione come Regola, si è voluto porre in rilievo che questa visone “antimeccanicistica” di Walter Benjamin si sostanziò in una sorta di “filosofia della prassi” che poneva la decisione al centro di tutto il suo universo umano e politico. Scrive infatti Benjamin nella VIII tesi di Tesi di filosofia della storia: «La tradizione degli oppressi ci insegna che lo ‘stato di eccezione’ in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro compito, la creazione del vero stato di eccezione; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta contro il fascismo. La sua fortuna consiste, non da ultimo, in ciò che i suoi avversari lo combattono in nome del progresso come di una legge storica. Lo stupore perché le cose che viviamo sono ‘ancora’ possibili nel ventesimo secolo è tutt’altro che filosofico. Non è all’inizio di nessuna conoscenza, se non di quella che l’idea di storia da cui proviene non sta più in piedi.». A differenza di Carl Schmitt per il quale la decisione suprema e superiore come ordine gerarchico alla legge stessa si manifesta (e si deve manifestare) solo nel momento dello stato di eccezione, per Walter Benjamin lo stato di eccezione non esiste o, meglio, dialetticamente parlando, lo ‘stato di eccezione’ è una ‘non eccezione’, cioè lo ‘stato di eccezione’ si manifesta come regola costante, pervasiva  e senza soluzione di continuità nel tempo e nello spazio e la consapevolezza di questo stato di eccezione/regola costituisce il nucleo primigenio e generativo di ogni autentico rivoluzionario   che, avendo compreso la funzione pantocratrice dello stato di eccezione/regola nella nascita e sviluppo dei rapporti sociali ed umani, deve  informare il proprio  operato teorico e pratico a questa ontologia iperdecisionista  e iperconflittualista della realtà (ben oltre il timido decisionismo di Schmitt per il quale, da vero conservatore cattolico – e fascista –, la decisione extra legem, seppure formalmente superiore alla legge stessa, in pratica non era altro che un episodio per opporsi alla rivoluzione e  finalizzato al ristabilimento dei vecchi ordini e gerarchie tradizionali della società). «Per essere ancora più chiari: per Carl Schmitt uno stato di eccezione che entra in scena solo nei momenti di massima crisi; per Walter Benjamin uno stato di eccezione continuamente ed incessantemente  operante e in cui il suo mascheramento in forme giuridiche è funzionale al mantenimento dei rapporti di dominio ma che, se pienamente riconosciuto e vissuto dalle classi dominate, diventa un Anti-Katéchon e quindi non il  frenatore [il Katéchon come aveva mitologicamente pensato Carl Schmitt, riprendendo questo termine dalla Seconda Lettera ai Tessalonicesi  nella quale  Paolo di Tarso evocava il frenatore dell’Anticristo e per traslato per il grande giuspubblicista fascista di Plettenberg Katéchon come ultima mitica risorsa per arrestare o frenare la rivoluzione, ndr]  ma un acceleratore della rivoluzione. Se giustamente, ma con intento nemmeno tanto nascostamente denigratorio, il pensiero di Carl Schmitt è stato definito ‘decisionismo’, Walter Benjamin apre al pensiero politico la dimensione dell’iperdecisionismo.»: Massimo Morigi, Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico: Lo Stato di Eccezione in cui Viviamo è la Regola, (Versione REDVX – Reloaded il 25 febbraio 2017), pp. 5-6, versione Redux di Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione in cui viviamo è la Regola, caricata autonomamente e visionabile  agli URL https://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_949/mode/2up e https://ia801900.us.archive.org/0/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_949/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDiEccezioneInCuiViviamoLaRegola-VersioneRedvx.pdf. Benjamin, quindi, come un vero campione di una filosofia della prassi integralmente immanentistica ed integralmente olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale che abbia rotto tutti i punti con tutte le filosofie meccanicistiche di destra e di sinistra (semplificando positivismo, neopositivismo e marxismo orientale, cioè Diamat) e per questo di fondamentale ed ineludibile importanza per il canone del Repubblicanesimo Geopolitico che intende informarsi ad una radicale, dialettica ed antimeccanicistica filosofia della prassi, che, come vedremo nelle note seguenti, porti al culmine della sua consapevolezza quanto già elaborato da Lukács, Korsch e Gramsci. Fondamentale (e fondante) quindi è, per il Repubblicanesimo Geopolitico, l’inserimento all’interno di questo canone anche di Walter Benjamin, visto così ora non più come una sorta di autore in cui il momento politico avrebbe costituito una sorta di forzatura della sua vera natura influenzata dal surrealismo (influsso reale ma che è stato travisato nel suo autentico senso) e da una visione mistico-poetica della realtà che lo avrebbe reso uno spirito essenzialmente impolitico (in realtà la sua fu una matura visione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale e se Benjamin fu un impolitico lo fu alla stessa stregua di un Aristotele, di un Machiavelli, di un Hegel o di un Marx e su questo penso non sia necessario aggiungere altro). Gli URL attraverso i quali si accede al formato PDF delle pagine del suddetto numero del “Senso della Repubblica”. Per Internet Archive: https://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi/mode/2up e https://ia800501.us.archive.org/34/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDiEccezioneComeRegola.IlSensoDellaRepubblicaAnnoViiiN.2Febbraio2015.pdf. Per WebCite: http://www.webcitation.org/6oF2D6q32 e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia800501.us.archive.org%2F34%2Fitems%2FWalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi%2FWalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDiEccezioneComeRegola.IlSensoDellaRepubblicaAnnoViiiN.2Febbraio2015.pdf&date=2017-02-13. Per ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/274641401_WALTER_BENJAMIN_IPERDECISIONISMO_E_REPUBBLICANESIMO_GEOPOLITICO_LO_STATO_DI_ECCEZIONE_COME_REGOLA_testo_preparatorio_di_Massimo_Morigi_sul_%27Repubblicanesimo_Geopolitico%27: https://doi.org/10.13140/RG.2.1.5099.7287. Non essendo il “Senso della Repubblica” un blog, cioè una piattaforma sul Web dove quello che viene caricato viene immesso direttamente e quindi corrisponde integralmente senza possibilità di discostamenti  alla volontà e agli errori del suo autore (al netto, ovviamente della sua eventuale non pubblicazione  o correzione sotto responsabilità del gestore del blog, interventi comunque non di natura tecnica ma dovuti ad una precisa volontà politica editoriale), ma un rivista che viene solo in seguito digitalizzata, sono possibili i classici errori tecnici redazionali  di natura editoriale nella pubblicazione dei documenti che le vengono sottoposti. Per questo motivo, e senza andare a segnalare eventuali piccoli discostamenti rispetto alla bozza originale sottoposta alla rivista stessa, si è provveduto da parte del suo autore all’autonoma immissione in rete del testo originale a suo tempo sottoposto alla rivista (ciò non è stato fatto per l’intervista sul Repubblicanesimo Geopolitico per la quale l’autore non è in possesso di bozze definitive perché la scrittura finale dell’intervista è stata interamente a cura del “Senso della Repubblica”; ciò, per lo stesso motivo, non è stato  fatto per la polemica sul  blog “Democrazia Pura” ma, nonostante la sua natura di blog dell’ “Italia e il Mondo”, si è provveduto pure, come vedremo in questa nota, di caricare autonomamente  sul Web il Dialecticvs Nvncivs, l’ultima saggio che precede e prepara le presenti Glosse che, nonostante  la sua pubblicazione  senza errori  e  revisioni  sull’ “Italia e il Mondo” – si ringrazia il blog per la fiducia ed anche per la condivisione teorica –, si è ritenuto, vista la sua importanza precorritrice rispetto alle Glosse, di fornirgli anche una ridondanza  autonoma rispetto alla pubblicazione su “L’Italia e il Mondo”). Tornando quindi agli URL della pubblicazione autonoma sul Web di Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione come Regola, per Internet Archive l’articolo è consultabile presso i già citati URLhttps://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_949/mode/2up e https://ia601900.us.archive.org/0/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_949/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDiEccezioneInCuiViviamoLaRegola-VersioneRedvx.pdf; presso il “congelamento” attraverso la piattaforma WebCite agli URL http://www.webcitation.org/6or3YW9yH  e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801509.us.archive.org%2F17%2Fitems%2FWalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDi_949%2FWalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.LoStatoDiEccezioneInCuiViviamoLaRegola-VersioneRedvx.pdf&date=2017-03-10;  e infine presso ResearchGate all’ URL https://www.researchgate.net/publication/314065896_Walter_Benjamin_Iperdecisionismo_e_Repubblicanesimo_Geopolitico_Lo_Stato_di_eccezione_in_cui_Viviamo_e_la_Regola: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.27706.39363. Inoltre Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico. Lo Stato di Eccezione come Regola è stato recentemente ripubblicato sempre dal blog di geopolitica marxista “L’Italia e il Mondo” agli URL http://italiaeilmondo.com/2017/02/22/walter-benjamin-iperdecisionismo-e-repubblicanesimo-geopolitico-lo-stato-di-eccezione-in-cui-viviamo-e-la-regola-di-massimo-morigi/ (WebCite: http://www.webcitation.org/6oUAR6xbI e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F02%2F22%2Fwalter-benjamin-iperdecisionismo-e-repubblicanesimo-geopolitico-lo-stato-di-eccezione-in-cui-viviamo-e-la-regola-di-massimo-morigi%2F+&date=2017-02-23; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200316100853/http://italiaeilmondo.com/2017/02/22/walter-benjamin-iperdecisionismo-e-repubblicanesimo-geopolitico-lo-stato-di-eccezione-in-cui-viviamo-e-la-regola-di-massimo-morigi/) e http://italiaeilmondo.com/category/zibaldone/ (WebCite: http://www.webcitation.org/6oUAhrwer e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fzibaldone%2F&date=2017-02-23; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200316101436/https://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fzibaldone%2F&date=2017-02-23). Una tappa fondamentale dell’elaborazione teorica sul Repubblicanesimo Geopolitico risale al 2015, la Teoria della Distruzione del Valore (Teoria Fondativa del Repubblicanesimo Geopolitico e per il  Superamento/conservazione del Marxismo), che è una riconsiderazione, dal punto di vista dell’integrale filosofia della prassi  del Repubblicanesimo Geopolitico, della teoria marxiana del plusvalore. È visionabile all’URL https://archive.org/details/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore/mode/1up e direttamente, sempre su Internet Archive,  all’URL https://ia800501.us.archive.org/20/items/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf (su WebCite, “congelando” l’upload su Internet Archive, agli URL  http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia800501.us.archive.org%2F20%2Fitems%2FMarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore%2FMarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf&date=2015-12-04                            e    http://www.webcitation.org/6dWOlPr8n – su ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313529225_Teoria_della_Distruzione_del_Valore: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.10604.77443 –, anche con se Internet Archive, per il suo ruolo istituzionale di conservazione della memoria digitale, non dovrebbe essere necessario ricorrere alla ridondanza di WebCite); inoltre segnaliamo che la Teoria della Distruzione del Valore è stata anche pubblicata sul sito di geopolitica marxista “Italia e il Mondo” agli ’URL http://italiaeilmondo.com/2017/02/04/teoria-della-distruzione-del-valore-teoria-fondativa-del-repubblicanesimo-geopolitico-e-per-il-superamentoconservazione-del-marxismo-di-massimo-morigi/ e https://italiaeilmondo.com/category/agora/, che queste due pagine del blog “Italia e il Mondo” sono state anche rispettivamente caricate su WebCite agli URL http://www.webcitation.org/6oAWYYDIZ e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2017%2F02%2F04%2Fteoria-della-distruzione-del-valore-teoria-fondativa-del-repubblicanesimo-geopolitico-e-per-il-superamentoconservazione-del-marxismo-di-massimo-morigi%2F&date=2017-02-10 e  http://www.webcitation.org/6oBx5xZNt e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fagora%2F&date=2017-02-11 (cui ha fatto seguito anche un “congelamento” su Wayback Machine all’URL http://web.archive.org/web/20200318073423/http://italiaeilmondo.com/2017/02/04/teoria-della-distruzione-del-valore-teoria-fondativa-del-repubblicanesimo-geopolitico-e-per-il-superamentoconservazione-del-marxismo-di-massimo-morigi/), che  la pubblicazione su “Italia e il Mondo” della Teoria della Distruzione del Valore è stata copiaincollata e poi così di nuovo caricata   su  Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/TeoriaSullaDistruzioneDelValorePubblicataSuItaliaEIlMondo/mode/2up                                                               e https://ia801602.us.archive.org/19/items/TeoriaSullaDistruzioneDelValorePubblicataSuItaliaEIlMondo/Teoria%20sulla%20Distruzione%20del%20Valore%20-%20Pubblicata%20su%20Italia%20e%20il%20Mondo.pdf e, per ultimo, che la Teoria della Distruzione del Valore era stata pubblicata anche nel 2015 sulla già citata rivista “Il Senso della Repubblica”. Quella pubblicata sul “Senso della Repubblica” è una versione della Teoria con un testo leggermente diverso da quello originariamente direttamente immesso nel Web (testo originale ora pubblicato anche dal blog “L’Italia e il Mondo”) ma, al di là delle differenze stilistiche fra la versione semplificata del “Senso della Repubblica” resa necessaria, a giudizio della rivista, per un più facile lettura e la versione originale, entrambe contengono un elemento che avrà una decisiva importanza per l’elaborazione teorica del Repubblicanesimo Geopolitico e che è già stato affrontato direttamente nel Dialecticvs Nvncivs e viene ancora di più approfondito nelle presenti Glosse: e, cioè, l’artificiosa e totalmente antidialettica divisione fra natura e cultura, o fra storia e natura, o fra scienze fisico-biologiche e scienze storico-sociali. Gli URL attraverso i quali si può prendere visione di questa versione semplificata della Teoria della Distruzione del Valore pubblicata sul “Senso della Repubblica”: Internet Archive: https://archive.org/details/TeoriaDellaDistruzioneDelValoreSRGiugno15/mode/2up, https://ia801600.us.archive.org/8/items/TeoriaDellaDistruzioneDelValoreSRGiugno15/Teoria%20della%20Distruzione%20del%20Valore%20-%20SR_Giugno_15.pdf; WebCite: http://www.webcitation.org/6oFMlBGla, http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601506.us.archive.org%2F28%2Fitems%2FTeoriaDellaDistruzioneDelValoreSRGiugno15%2FTeoria%2520della%2520Distruzione%2520del%2520Valore%2520-%2520SR_Giugno_15.pdf&date=2017-02-13; ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313656814_Teoria_della_Distruzione_del_Valore_-_SR_Giugno_15: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.25717.37608. Come per gli altri documenti pubblicati non solo direttamente dall’autore  ma anche a cura di altri  soggetti, si è provveduto   da parte nostra, senza verificare troppo attentamente eventuali errori nella pubblicazione da parte del “Senso della Repubblica” e al solo scopo di provvedere il cortese lettore di una indiscutibile fonte primaria per la discussione sul Repubblicanesimo Geopolitico,  ad immettere nel Web anche il testo  poi affidato alla redazione del “Senso della Repubblica”. Ancora qui di seguito gli URL attraverso i quali si può avere contezza del testo originale semplificato inviato al “Senso della Repubblica” senza i possibili (e quasi inevitabili) errori redazionali del “Senso della Repubblica”: Internet Archive:https://archive.org/details/TEORIADELLADISTRUZIONEDELVALOREREDUX/mode/2up , https://ia801600.us.archive.org/20/items/TEORIADELLADISTRUZIONEDELVALOREREDUX/TEORIA%20DELLA%20DISTRUZIONE%20DEL%20VALORE%20-%20REDUX.pdf; WebCite: http://www.webcitation.org/6oFLMkhYx, http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601508.us.archive.org%2F30%2Fitems%2FTEORIADELLADISTRUZIONEDELVALOREREDUX%2FTEORIA%2520DELLA%2520DISTRUZIONE%2520DEL%2520VALORE%2520-%2520REDUX.pdf&date=2017-02-13; ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313656735_TEORIA_DELLA_DISTRUZIONE_DEL_VALORE_-_REDUX: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.10617.88168. Infine, le presenti Glosse devono essere considerate come la parte conclusiva di un trittico sul Repubblicanesimo Geopolitico le cui prime due parti sono state composte e pubblicate nel secondo semestre del 2016 e sono Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats. Dialogo sulla moralità del Repubblicanesimo Geopolitico più breve nota all’intervista del CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi) (agli URL https://archive.org/details/MARXISMO_345/mode/2up            e https://ia601909.us.archive.org/4/items/MARXISMO_345/MARXISMO.pdf; WebCite:    http://www.webcitation.org/6o8vF7WLt  e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601909.us.archive.org%2F4%2Fitems%2FMARXISMO_345%2FMARXISMO.pdf&date=2017-02-09; ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/309427489_Repubblicanesimo_Geopolitico_Anticipating_Future_Threats_Dialogo_sulla_Moralita_del_Repubblicanesimo_Geopolitico_piu_Breve_Nota_all%27Intervista_del_CSEPI_a_La_Grassa_di_Massimo_Morigipdf: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.11532.72320) e Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’Aufhebung della gramsciana   e   lukacsiana   Filosofia   della  Praxis (agli URL https://archive.org/details/DialecticvsNvncivs_201701/mode/2up                                              e                            https://ia801904.us.archive.org/6/items/DialecticvsNvncivs_201701/Dialecticvs%20Nvncivs.pdf; WebCite:  http://www.webcitation.org/6o8wW4znJ e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801509.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FDialecticvsNvncivs_201701%2FDialecticvs%2520Nvncivs.pdf&date=2017-02-09; ResearchGate: https://www.researchgate.net/publication/313278043_Dialecticvs_Nvncivs_Il_punto_di_vista_del_Repubblicanesimo_Geopolitico_attraverso_i_Quaderni_del_Carcere_e_Storia_e_Coscienza_di_Classe_per_il_rovesciamento_della_gerarchia_della_spiegazione_meccanici: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.29749.47842. Similmente  alla Teoria della Distruzione del Valore, anche Dialecticvs Nvncivs è stato pubblicato sul blog  “L’Italia e il Mondo”, agli URL   http://italiaeilmondo.com/2016/12/13/dialecticus-nuncius-di-massimo-morigi/ e http://italiaeilmondo.com/category/agora/; WebCite: rispettivamente http://www.webcitation.org/6oBwn5kXP e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2016%2F12%2F13%2Fdialecticus-nuncius-di-massimo-morigi%2F&date=2017-02-11 e http://www.webcitation.org/6oBx5xZNt e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fagora%2F&date=2017-02-11, cui ha fatto seguito anche un “congelamento” su Wayback Machine all’URL   http://web.archive.org/web/20200318082736/http://italiaeilmondo.com/2016/12/13/dialecticus-nuncius-di-massimo-morigi/). Se Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats poteva essere considerato una breve esposizione della moralità (dialettica) del Repubblicanesimo Geopolitico e  Dialecticvs Nvncivs, sempre attraverso un’impostazione dialettica imperniata sulla filosofia della praxis di György Lukác, Karl Korsch e Antonio Gramsci, è il tentativo, come da titolo, per rovesciare l’inveterata primazia della spiegazione meccanicistico-causale su quella teleologica del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale mettendo questa seconda non solo come primo ed imprescindibile punto di partenza  nella spiegazione  dei cosiddetti fenomeni storico-sociali   ma anche in quella dei cosiddetti fenomeni naturali  e fisici, Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico è, in ultima analisi, il tentativo sia alla luce di una rinnovata morale dialettica sia proseguendo nell’ulteriore approfondimento del rovesciamento gerarchico fra i due tipi di spiegazione appena citati, di comprendere e riassumere nel canone del Repubblicanesimo Geopolitico stesso tutta quella tradizione filosofica, politica e filosofico-politica che nel corso dell’Ottocento e del Novecento, anche se spesso su versanti politici contrapposti, si è sempre caratterizzata per il rifiuto in campo politico del canone liberale e, in campo filosofico, per il rigetto del positivismo e del neopositivismo. Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico, insomma, vuole essere espressione di una  inedita moralità dialettica volta al rinnovamento della tradizione rivoluzionaria occidentale, una tradizione rivoluzionaria il cui rinnovato e rinvigorito nucleo dialettico si ponga il fondamentale ed ineludibile obiettivo dell’unificazione soprattutto  di quelle  esperienze filosofiche e politiche che nel recente passato si erano mortalmente combattute. Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico costituisce, quindi, sia uno sforzo puramente teorico ma, al tempo stesso, anche un atto di concreta moralità dialettica per unire in senso rivoluzionario sia sul versante gnoseologico ed epistemologico che su quello dell’azione sociale indirizzi di pensiero e di concreta azione politica che sempre contestarono il canone liberale ma nei quali, oltre che  la storia politica otto-novecentesca, anche una non ancora pienamente sviluppata visione dialettica (o, anche, il totale rifiuto della stessa) non consentiva di vedersi e di riconoscersi con profondissime affinità. E questo vicendevole riconoscimento, cui con le presenti Glosse si ritiene di apportare un fondamentale contributo, altro non essendo che il primo ed imprescindibile passo per una rinascita della filosofia della prassi è, di conseguenza, l’atto fondante di quella rivoluzionaria moralità dialettica alla quale con questo lavoro si vuole sì dare, come nei due precedenti lavori, annuncio e sostanza scientifica ma anche fare in modo che questo annuncio si concretizzi in quella Epifania strategica che seguendo il filo rosso di Eraclito, Aristotele, Machiavelli, Vico, Hegel, Carl von Clausewitz, Marx, Mazzini, Gentile, Lenin, György Lukács, Karl Korsch, fino a giungere ad Antonio Gramsci, rivoluzioni ab imis sia la nostra visione ed interpretazione  del mondo che il nostro agire nella società.».

 

13 «I am conscious of the odd perspective provided by my historical position – a Ph.D. in biology for an Irish Catholic girl was made possible by Sputnik’s impact on U.S. national science-education policy. I have a body and mind as much constructed by the post-World War II arms race and Cold War as by the women’s movements. There are more grounds for hope by focusing on the contradictory effects of politics designed to produce loyal American technocrats, which as well produced large numbers of dissidents, rather than by focusing on the present defeats. The permanent partiality of feminist points of view has consequences for our expectations of forms of political organization and participation. We do not need a totality in order to work well. The feminist dream of a common language, like all dreams for a perfectly true language, of perfectly faithful naming of experience, is a totalizing and imperialist one. In that sense, dialectics too is a dream language, longing to resolve contradiction. Perhaps, ironically, we can learn from our fusions with animals and machines how not to be Man, the embodiment of Western logos. From the point of view of pleasure in these potent and taboo fusions, made inevitable by the social relations of science and technology, there might indeed be a feminist science.» (Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, cit., in Id., The Haraway Reader, cit., London, Routledge, 2004, p. 31); «“Companion species” is a much bigger and more heterogeneous category than companion animal, and not just because one must start including such organic beings as rice, bees, tulips, and intestinal flora, all of whom make life for humans what it is – and vice versa. I want to rewrite the keyword entry for “companion species” to insist on four tones simultaneously resonating in the linguistic, historical voice box that makes uttering this term possible. First, as a dutiful daughter of Darwin, I insist on the tones of the history of evolutionary biology, with its key categories of populations, rates of gene flow, variation, selection, and biological species. All of the debates in the last 150 years about whether the category denotes a real biological entity or merely figures a convenient taxonomic box provide the over-and undertones. Species is about biological kind, and scientific expertise is necessary to that kind of reality. Post-cyborg, what counts as biological kind troubles any previous category of organism. The machinic is internal to the organic and vice versa in irreversible ways. Second, schooled by Thomas Aquinas and other Aristotelians, I remain alert to species as generic philosophical kind and category. Species is about defining difference, rooted in polyvocal fugues of doctrines of cause. Third, with an indelible mark on my soul from a Catholic formation, I hear in species the doctrine of the Real Presence under both species, bread and wine, the transubstantiated signs of the flesh. Species is about the corporeal join of the material and the semiotic in ways unacceptable to the secular Protestant sensibilities of the American academy and to most versions of the human sciences of semiotics. Fourth, converted by Marx and Freud, I hear in species filthy lucre, specie, gold, shit, filth, wealth. In Love’s Body, Norman O. Brown taught me about the join of Marx and Freud in shit and gold, in specie. I met this join again in modern U.S. dog culture, with its exuberant commodity culture, its vibrant practices of love and desire, its mongrel technologies of purebred subject and object making. Pooper scoopers for me is quite a joke. In sum, “companion species” is about a four-part composition, in which co-constitution, finitude, impurity, and complexity are what is.» (Id., Cyborgs to Companion Species: Reconfiguring Kinship in Technoscience, in Id., The Haraway Reader, cit., pp. 301-302). Mentre sul background cattolico di Donna Haraway pensiamo non ci sia altro da aggiungere, molto da aggiungere ci sarebbe sul fatto che la Haraway non operi mai un completo distacco da queste sue radici culturali ma cerchi di dialettizzarle intrecciandole con la cultura materialista-positivista e darwinista della comunità della maggior parte degli studiosi di genetica e biologia. Non vogliamo qui riprendere i discorsi appena fatti in merito allo stile fantasmagorico e profondamente feticistico della Haraway che denuncia una libido dialectica che non riesce mai (anche i ragione dei nefasti influssi heideggeriani e poststrutturalisti mostrati anche in queste nostre citazioni e che non sono solo una delle note dominanti di tutta la sua produzione ma sono anche il morbo antistrategico – il filosofo di  Meßkirch il pensatore più antistrategico ed antidialettico di tutta la tradizione filosofica occidentale! – che ha colpito il pensiero di “sinistra” a partire dagli anni ’80, dopo cioè che erano cadute, travolte dall’evidente fallimento storico ed  epistemologico del rozzo e monocorde conflittualismo classe operaia vs classe capitalista industriale che era stato il motore ideologico delle rivoluzioni anticapitalistiche del Novecento, tutte le illusioni millenariste e crolliste sul capitalismo del pensiero marxiano e marxista) a prendere piena consapevolezza di sé, preferiamo piuttosto concentrare la nostra riflessione su un passaggio del secondo brano da noi citato, dove l’Haraway in merito alla sua formazione cattolica e all’importanza che ha per lei il dogma della transustanziazione (che, per una sorta di pudore antiteologico essa non definisce dogma, come invece dovrebbe nominarlo attenendoci ad una corretta dottrina cattolica) essa chiaramente riconosce l’importanza di San Tommaso nella sua formazione. Riproponiamo il passaggio in questione: «Second, schooled by Thomas Aquinas and other Aristotelians, I remain alert to species as generic philosophical kind and category. Species is about defining difference, rooted in polyvocal fugues of doctrines of cause. Third, with an indelible mark on my soul from a Catholic formation, I hear in species the doctrine of the Real Presence under both species, bread and wine, the transubstantiated signs of the flesh.», nel quale, visto che si parla di San Tommaso d’Aquino e della transustanziazione, la prima cosa che notiamo è una assordante assenza, vale a dire non si menziona minimante il fatto che l’Aquinate è l’autore della preghiera Lauda Sion Salvatorem, il cui messaggio è riassumibile nelle parole «Dogma datur christianis, quod in carnem transit panis, et vinum in sanguinem» («Un dogma è dato ai cristiani: il pane si trasforma in carne e il vino in sangue») e il cui testo, oltre che per la sua evidente bellezza, per il suo ruolo di benjaminiano teologico nano gobbo nascosto dentro il tavolo della scacchiera filosofica della Haraway, citiamo per intero: «Lauda Sion Salvatórem/ Lauda ducem et pastórem/ In hymnis et cánticis.// Quantum potes, tantum aude:/ Quia major omni laude,/ Nec laudáre súfficis.// Laudis thema speciális,/ Panis vivus et vitális,/ Hódie propónitur.// Quem in sacræ mensa cœnæ,/ Turbæ fratrum duodénæ/ Datum non ambígitur.// Sit laus plena, sit sonóra,/ Sit jucúnda, sit decóra/ Mentis jubilátio.// Dies enim solémnis ágitur,/ In qua mensæ prima recólitur/ Hujus institútio.// In hac mensa novi Regis,/ Novum Pascha novæ legis,/ Phase vetus términat.// Vetustátem nóvitas,/ Umbram fugat véritas,/ Noctem lux elíminat.// Quod in cœna Christus gessit,/ Faciéndum hoc expréssit/ In sui memóriam.// Docti sacris institútis,/ Panem, vinum, in salútis/ Consecrámus hóstiam.// Dogma datur Christiánis,/ Quod in carnem transit panis,/ Et vinum in sánguinem.// Quod non capis, quod non vides,/ Animósa firmat fides,/ Præter rerum ordinem.// Sub divérsis speciébus,/ Signis tantum, et non rebus,/ Latent res exímiæ.// Caro cibus, sanguis potus:/ Manet tamen Christus totus,/ Sub utráque spécie.// A suménte non concísus,/ Non confráctus, non divísus:/ Integer accípitur.// Sumit unus, sumunt mille:/ Quantum isti, tantum ille:/ Nec sumptus consúmitur.// Sumunt boni, sumunt mali:/ Sorte tamen inæquáli,/ Vitæ vel intéritus.// Mors est malis, vita bonis:/ Vide paris sumptiónis/ Quam sit dispar èxitus.// Fracto demum Sacraménto,/ Ne vacílles, sed memento,/ Tantum esse sub fragménto,/ Quantum toto tégitur.// Nulla rei fit scissúra:/ Signi tantum fit fractúra:/ Qua nec status nec statúra/ Signáti minúitur.// Ecce panis Angelórum,/ Factus cibus viatórum:/ Vere panis fíliórum,/ Non mittendus cánibus.// In figúris præsignátur,/ Cum Isaac immolátur:/ Agnus paschæ deputátur/ Datur manna pátribus.// Bone pastor, panis vere,/ Jesu, nostri miserére:/ Tu nos pasce, nos tuére:/ Tu nos bona fac vidére/ In terra vivéntium.// Tu, qui cuncta scis et vales:/ Qui nos pascis hic mortales:/ Tuos ibi commensáles,/ Cohærédes et sodales,/ Fac sanctórum cívium./ Amen./ Allelúja.» (scaricato da https://it.cathopedia.org/wiki/Lauda_Sion_Salvatorem; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20160730225817/http://it.cathopedia.org/wiki/Lauda_Sion_Salvatorem; inoltre sull’importanza per la Chiesa cattolica della preghiera Lauda Sion Salvatorem, citiamo da Maria Francesca Carnea, Il “Lauda Sion Salvatorem” di Tommaso d’Aquino, 5 giugno 2012, all’URL http://comunicativaviva.blogspot.com/2012/06/il-lauda-sion-salvatorem-di-tommaso.html, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200929060931/http://comunicativaviva.blogspot.com/2012/06/il-lauda-sion-salvatorem-di-tommaso.html: «Contemplata ai vertici della poesia religiosa di ogni tempo, il Lauda Sion Salvatorem è mirabile preghiera della tradizione cristiana cattolica. In essa viene enunciato il dogma della transustanziazione e spiegata la presenza completa e reale di Cristo in ogni specie. L’autore è Tommaso d’Aquino, che la compose nel 1264, su richiesta di Papa Urbano IV quando questi stabilì la festa del Corpus Domini per tutta la Chiesa, festa che fu istituita l’8 settembre 1264 con la Bolla Transiturus de hoc mundo, in seguito al miracolo eucaristico di Bolsena. Papa Urbano IV fece convocare un’assemblea che riuniva i più famosi maestri di Teologia di quel tempo. Tra questi San Tommaso d’Aquino e San Bonaventura, noti per la brillante intelligenza e purezza della dottrina. Urbano IV desiderava che fosse composto in onore del Santissimo Corpus Domini un Ufficio, da utilizzare unicamente nella Messa cantata in occasione di quella solennità e, per questo, sollecitò ad ognuna di quelle dotte personalità una composizione. Il primo a esporre fu l’Aquinate che declamò la Sequenza da lui composta. Fra Bonaventura, ascoltandolo, con un autentico gesto di umiltà, rese tributo alla devozione dell’Aquinate e, senza indugio, cancellò la propria composizione.»). Questa preghiera, ottimamente illustrata dal punto di vista storico-dottrinale dall’autorevolezza della voce della filosofa e teologa cattolica Maria Francesca Carnea, riassume tutto il cattolicesimo perché 1) esprime una fondante e fondativa Weltanschaung dove regna una inestricabile commistione fra spirito e materia (ma dove né l’una né l’altra riescono ad essere superate in una convincente prospettiva dialettica); perchè 2) nonostante questa debolezza dialettica, meravigliosamente rappresenta il  fortissimo anelare del cattolicesimo verso una dimensione olistica della realtà, dimensione olistica che trova la sua rappresentazione mitico-materica nell’ostia consacrata che non funge da simbolo del passaggio di Cristo su questa Terra ma ne è il vero e proprio corpo vivente che, attraverso il rituale della sua ingestione, conferisce ai semplici credenti  laici nel Salvatore e ai sacerdoti della comunità cristiana  la stessa qualità di immortalità del corpo del Dio-uomo; e perché 3) vi si rappresenta come meglio non si potrebbe le difficoltà dialettica del cattolicesimo che ogniqualvolta non riesce ad elaborare una più o meno convincente sintesi dialettica fra i suoi vari contrastanti momenti ricorre al dogma e al mito. Ma se l’Haraway cela il suo teologico nano gobbo, noi espressamente gli riconosciamo il suo grande valore per la dialettica proprio in ragione del fatto che è uno dei testi della tradizione religiosa occidentale dove più chiara risulta la tensione fra una pulsione dialettica che non riesce a tramutarsi in un corpo filosofico e un ricorso al mito proprio in ragione di questo fallimento. Insomma, il Lauda Sion Salvatorem, oltre ad essere una delle più belle preghiere mai scritte sulla sacra transustanziazione è anche l’esito di una filosofica transustanziazione che ci svela il suo fallimento ma che proprio in questo suo chiaro fallimento apre le strade, per chi le voglia percorrere, ad una migliore comprensione dialettica. E la Haraway nascondendo questo  nano gobbo ancora una volta ci dimostra che l’unico percorso che le è consentito intraprendere dalla sua personale teologia è quello di sostituire i vecchi miti religiosi con altri nuovi, che nel suo caso sono i cyborg e gli endosimbionti, fantasmagoriche e feticistiche transustanziazioni del suo particolare e personale fallimento dialettico.  

 

14 Sulla natura olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale dell’uomo, natura che è completamente sovrapponibile a quella di tutto il resto della totalità espressiva  ma la cui realtà dialettica prassisticamente si realizza nelle modalità politiche dello ζῷον πολιτικόν e  dello  ζῷον  λόγον  ἔχων  e su come queste due Gestalt  aristoteliche  possano dare origine ad un mito che, a differenza dei miti dell’antichità, non ci parla attraverso poetiche mefafore ed allegorie ma si poggia  sulla  realistica e “scientifica” Weltanschauung dell’uomo animale politico e dell’uomo animale dotato di linguaggio, invitiamo ad una attenta e rivelatrice rilettura delle   Réflexions sur la violence di Georges Sorel (all’URL https://cras31.info/IMG/pdf/sorel_reflexions_violence.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200803152218/https://cras31.info/IMG/pdf/sorel_reflexions_violence.pdf, è consultabile e scaricabile l’edizione elettronica del testo di Georges Sorel, Réflexions sur la violence, Paris, Pages libres, 1908, del testo cioè della prima edizione delle Riflessioni sulla violenza.  Per ulteriori considerazioni bibliografico-internettiane sulle Riflessioni sulla violenza, vedi infra sezione bibliografica internettiana del presente lavoro).

 

 

15 Comunque, nessuno meglio del Dialectical Biologist ha saputo esprimere l’inanità della separazione  fra mondo culturale e mondo della natura basandosi sulla consapevolezza che la dimensione storico-dialettica è sempre prevalente sulla supposta meccanicità  delle c.d. leggi di natura e determinanti, quindi, in ragione di questa illusoria meccanicità, una sorta di separazione ontologico-epistemologica fra mondo naturale dove sarebbero vigenti queste leggi  e mondo umano storico-sociale-culturale dove queste non sarebbero valide (storicismo tedesco non hegeliano ma neokantiano, impostazione sostanzialmente corretta per quanto riguarda l’inapplicabilità di una legalità meccanica nello studio della cultura, storia e della società ma mancanza in questo storicismo di una consapevole visione dialettica, per cui ontologica separazione fra mondo naturale e mondo culturale e spiegazone di quest’ultimo tramite categorie psicologistiche e/o critpto-spiritualistiche che denotano una dialettica in nuce ma soffocata: Wilhelm Dilthey, separazione fra scienze della natura e scienze dello spirito, dove queste seconde riguarderebbero lo studio dell’Erlebnis, cioè dell’esperienza vissuta, dove ai nostri occhi è di tutta evidenza che l’Erlebnis è una sorta di inconscio grafema del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico; Wilhelm Windelband distingue fra scienze nomotetiche, le scienze della natura,  e scienze idiografiche, cioè le scienze storiche e quelle che riguardano lo studio della cultura: un tentativo epistemologico per il Repubblicanesimo Geopolitico di grande interesse non perché ribadisce la distinzione fra scienze della cultura e quella della natura ma perché, dando una definizione della scienza storica come scienza idiografica, cioè una scienza che studia una vicenda storica nella sua unicità, delinea anche il caratteristico movimento del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, che è appunto movimento che di volta in volta deve trovare la sua unica espressività non riconducibile ad alcuna legge meccanica; molto interessante, e potenzialmente eversivo rispetto al pensiero di Dilthey e Windelband, il discorso di Heinrich Rickert, dove egli pur riprende l’impostazione di Windelband in merito alla distinzione delle scienze ma a differenza di Windelband sostiene che questa distinzione non dipende dall’oggetto studiato ma dal metodo adottato dallo studioso, per cui anche la natura può essere studiata con metodo idiografico e le scienze naturali, al contrario, con metodo nomotetico: in Rickert, dal nostro punto di vista, vediamo attuata in nuce una sorta di atteggiamento strategico riguardo alla conoscenza, un atteggiamento strategico molto affine al paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, il quale, per esempio, per quanto riguarda le spiegazioni nomotetiche e meccanicistiche delle scienze fisiche non le rigetta in ragione di questa loro natura antidialettica ma, al momento, si limita a far notare che queste leggi sono l’umana estrapolazione hic et nunc di una vicenda dialettico-storica-fisica-naturale mal conosciuta dall’uomo e che quando verrà conosciuta – se mai ovviamente verrà conosciuta –  valuterà la veridicità della meccanicità di queste leggi alla stessa stregua di come noi moderni giudichiamo  la veridicità dei miti dell’antichità) o se valide, a differenza che nelle leggi di natura, di più complessa e complicata applicazione (positivismo e/o neopositivismo: nel giusto nel volere delineare un campo unificato fra mondo della natura e quello della cultura, in totale errore in quanto la sola legalità valida in questo mondo così unificato è quella meccanico-deterministica e non quella dialettica); primato del Dialectical Biologist che, però, gli riconosciamo solo  limitatamente al campo delle elaborazioni filosofiche direttamente ispirate dalla moderna biologia e/o dai più recenti sviluppi della genetica, cioè l’epigenetica, la teoria endosimbiotica e la sintesi evoluzionistica estesa, perché se allarghiamo il nostro esame al pensiero che direttamente scaturisce dall’elaborazione della tradizione filosofica, cioè il pensiero nato da filosofi professionali che non partono  per le loro elaborazioni da ragionamenti scaturenti dalla problematizzazione di nozioni tecnico-professionali originariamente estranee al dibattito filosofico, l’idealismo italiano aveva già saputo magistralmente e ancor più cristallinamente delineare il problema. Ecco cosa scrive in proposito Giuseppe Galasso (Napoli, 19 novembre 1929 – Pozzuoli, 12 febbraio 2018), che può essere considerato lo storico che meglio seppe far fruttare la lezione dell’idealismo italiano e, in particolare, di Benedetto Croce: «1.2 Il carattere della storicità. Per questo primo aspetto, dunque, il problema del rapporto con la filosofia non si pone per la storiografia in maniera difforme che per ogni altra scienza o disciplina. Per un secondo aspetto – secondo, ovviamente solo nell’ordine espositivo qui seguito – è, invece, da vedere se tale rapporto si ponga per la storiografia anche in maniera diversa, e cioè con una sua particolarità concettuale e metodologica, con una specificità sostanziale e, insomma, in modo da delineare tra storiografia e filosofia una special partnership, con un suo privilegium fori, i suoi contenuti e le sue procedure, irriducibili a ogni altra societas della filosofia con le varie branche del sapere. La risposta positiva a un tale quesito è dettata da una considerazione fondamentale: quella, cioè, relativa al carattere storico della realtà in tutte le sue determinazioni e qualificazioni. Se la filosofia è, innanzitutto, coscienza critica delle scienze e se le scienze sono lo studio della realtà, se la realtà è tutta storica e se c’è una scienza che specificamente si occupa di storia, la relazione alla quale accenniamo non solo non può sorprendere, ma appare come oggetto di una constatazione obbligata. Il carattere storico della realtà, di tutta la realtà è nozione fondamentale, ma di cui si è meno consapevoli di quanto non si dica e non appaia. Orgoglio umanistico e, all’apposto, senso religioso o filosofico o artistico della finitezza e della pochezza umane portano a ritenere che la storicità sia un privilegio o, a seconda dei punti di vista, un doloroso destino dell’uomo. Niente di ciò che sappiamo della realtà può, tuttavia, fare accettare una tale visione delle cose. Storico: cioè, non dato una volta per tutte, non immobile nella sua struttura e nelle sue condizioni, e quindi sottoposto a un mutamento perenne, a una modificazione continua, a un movimento inarrestabile; storico appare ed è tutto quello che l’uomo conosce del mondo, dell’universo in cui si ritrova. Cambiano e sono enormemente diversi tra loro i tempi del mutamento. I tempi biologici, i tempi geologici, i tempi galattici sono tempi di lunghezza incommensurabile rispetto ai tempi storici e a quelli dell’esperienza umana collettiva e individuale. Qualsiasi lunga o lunghissima durata di fenomeni storici si voglia postulare, quei tempi della «natura» sono incomparabili nella loro estensione. Le stesse più ampie misure storiche (il secolo, il millennio) sono, al confronto, semplicemente inani. La «natura» appare immobile e costante solo in grazia di queste enorme sfasatura temporale. Ma, se la ragione varca i limiti del tempo umano e non se ne fa tenere prigioniera, la storicità del mondo emerge come un dato fin troppo immediato ed evidente. Le nebulose, i sistemi solari, i soli, i pianeti quali l’esplorazione e lo studio astronomico ce li configurano sono assetti mutevoli, che hanno avuto un inizio e avranno, altrettanto certamente, una fine. La vita stessa in quanto fenomeno biologico, l’ordine delle specie vissute e viventi, oltre che l’assetto dei mari e delle terre e ogni altro elemento geografico, geologico ecc,  sono mutati nel tempo in maniera radicale, e sono innumerevoli gli aspetti della realtà terrestre che hanno cessato di essere dopo aver durato, in molti casi, per diecine di milioni di anni. Che si qualifichino queste grandiose e lunghissime vicende come evoluzione o in qualsiasi altro modo, il dato di fondo non cambia. La «natura» è tanto poco immobile e immutabile e duratura quanto, sulla propria e, al confronto, minima scala, lo è qualsiasi realtà umana. L’espressione «storia naturale» ha, da questo punto di vista, una pregnanza e una dimensione storica e filosofica che non deve sfuggire. È singolare che a mostrarsene avvertiti siano, in qualche caso, più i filosofi che i naturalisti: basti ricordare qualche pagina di Windelband o di Croce (filosofi, per giunta, di varia fisionomia idealistica). È solo da ricordare e da aggiungere che anche nella filosofia, ma soprattutto nella scienza moderna la nozione di «natura» ha progressivamente ceduto il campo ad una sua diversa, per non dire opposta, considerazione. Dalla natura come res, sostanza o materia più o meno inerte e passiva, si giunge alla materia come complesso di forze, di energie, nei cui equilibri e nelle relative modificazioni consistono propriamente quelli che noi chiamiamo corpi e cose e le loro vicende. Questa visione dinamica della natura non ha fatto che accentuarne – per quanto inconsapevolmente ciò possa essere accaduto –  il carattere storico, fino al punto che in termodinamica si è giunti all’ipotesi  della morte termica dell’universo e in meccanica statistica, ma anche fuori del campo strettamente fisico, si è parlato di entropia come una misura del disordine e dello stato indifferenziato di un sistema e, quindi, della probabilità che il sistema tenda agli strati macroscopici per esso più prevedibili. La nozione di entropia è, peraltro, ancor più raccordata con la riflessione qui avanzata. Il suo proprium scientificamente e filosoficamente più rilevante sta nell’aver fissato la irreversibilità non solo di un campo fondamentale di fenomeni qual è quello dei fenomeni entropici, bensì, e ancor più, del tempo, ossia della dimensione temporale, di tali fenomeni. La realtà si conferma così come un fiume che non può rifare all’inverso il suo percorso e che nel suo cammino consuma un tempo che va sempre nella direzione dell’anteriore al posteriore, sempre ex ante, mai ex post, un tempo cioè non rovesciabile. L’unità di destino spazio-temporale è, così, profondamente affermata e confermata. Direzione del moto e direzione del tempo non sono variabili indipendenti o elementi indifferenti del processo, che in quelle due congiunte direzioni sviluppa la sua irrecuperabilità, la impossibilità di restaurare le situazioni anteriori: impossibilità che non è, peraltro,  pura e semplice impotenza, bensì, insieme, spinta creativa a nuovi equilibri, a nuovi assetti, a nuovi movimenti. È, questa spinta, da un punto di vista non fisico, ma storico-filosofico, a consentire di parlare di entropia non come principio di morte, bensì come una condizione o un dato nello svolgimento del processo vitale. La menomazione proveniente dall’entropia è irrecuperabile, perché deriva da situazioni e rapporti chiusi, isolati; è, invece, compensabile in regime di sistemi aperti, connessi, in cui altre energie e altri slanci introducono nella direzione del moto e del tempo nuovi elementi, e cioè se la creatività non è solo consumo di una dotazione originaria, ma è anche funzione specifica di produzione in corso d’opera. Si capisce, perciò, la ritrosia degli scienziati ad ammettere un’estensione universale dell’entropia e la loro tendenza a limitarne senso e valore ai sistemi chiusi o parziali. Il che non significa la possibilità di invertire ciò che è irreversibile; vuol dire, invece, possibilità di proseguire o proiettare altrimenti, la vita, il moto, il tempo. Il carattere della storicità determina, dunque, tra filosofia e storiografia un nesso profondo e particolare. Esso determina, peraltro, un tale nesso anche tra la storia e qualsiasi altra scienza. Qualsiasi ramo dello scibile, in quanto attiene a un elemento della realtà, ha a che vedere, infatti, con problemi storici. Accade, nel caso di assetti fisici o biologici, geologici o di altro ordine, che la durata del regime sub specie del quale li conosciamo sia talmente estesa da togliere ogni rilievo pratico alla loro natura storica dal punto di vista dello studio che ne facciamo. L’aspetto istituzionale, strutturale appare allora nettamente prevalente e le relative scienze assumono, a tutto buon diritto, quel carattere «nomotetico», che è stato spesso opposto, come elemento fra loro discriminante, al carattere «idiografico» della conoscenza storica: le scienze fisiche, naturali ecc. guardano ai casi generali e ricorrenti e alle forme strutturali dei loro oggetti di studio e tendono a enunciare, al riguardo, leggi e principi rigorosi; le discipline storiche si interessano a casi singoli, irripetibili e tendono a descriverli nella loro individuante specificità. Checchè si voglia pensare di questa distinzione, sta di fatto che essa può valere solo se e in quanto si astrae dal carattere storico della «natura» quale sopra è stato illustrato. In realtà, poi, a questo carattere storico non si può, in ultima analisi, sfuggire. Perciò, qualsiasi sistemazione nomotetica (per dire tutto con una sola parola) in qualsiasi ramo dello scibile è convertibile in ordine idiografico: sull’orizzonte delle scienze dei corpi e delle cose, vicinissimo o lontanissimo, si staglia sempre il profilo  delle scienze della storia dei corpi e delle cose, e sono queste seconde il sovrano legittimo del campo che le prime, giustificatamente, per intanto possono occupare. Ciò è vero, contro ogni avversa apparenza, anche per le scienze matematiche. Le si consideri dedotte dalla considerazione astratta di aspetti o forme della realtà o le si consideri un’autonoma e soggettiva elaborazione dello spirito umano, esse non hanno fatto altro nella loro lunga storia che ampliare, modificandole anche in modo sostanziale, le nozioni elementari e primitive dell’aritmetica e della geometria: il numero e il calcolo, le linee e i volumi della fine del secolo XX non sono soltanto più complessi, sono anche in certo qual modo «altri» da quelli di trenta secoli prima.»: Giuseppe Galasso, Nient’altro che storia. Saggi di teoria e metodologia della storia, Bologna, Il Mulino, 2000, pp. 168-172. E ribadisce sempre in Nient’altro che storia: «Da questo punto di vista il rapporto tra storia e filosofia è destinato a riemergere sempre come un problema centrale di ogni metodologia storica, al di là di quelle che sono le occasionali congiunture di distacco fra le due attività e al di là delle periodiche, salutari e reciproche rivolte. Nella società contemporanea, in un periodo di profonda trasformazione, la storiografia ha fatto appello alle scienze sociali per riempire un vuoto, che costituisce esso stesso, come si è detto, un importante fatto storico. La risposta è stata oltremodo generosa e ha consentito un arricchimento delle procedure storiche proprio negli anni delle vacche magre, quando allo storico è venuto a mancare il suo tradizionale quadro di riferimento. Il dovere dello storico è quello di rivelarsi largamente ingrato verso le generose donatrici, conservandone i doni e utilizzandoli in un diverso e più sicuro e scaltrito rapporto con il proprio orizzonte umanistico53. [Nota 53 di p. 237 di Giuseppe Galasso, Nient’altro che storia, cit.: «L’espressione «orizzonte umanistico della storiografia» non dovrebbe essere fonte di equivoco, se si tiene fermo che gli oggetti della «scienza» storica non hanno limitazioni di campo e che la storicità non è definita da un tipo di contenuti, ma dall’impiego di categorie, come quelle di mutamento e successo, di cui si parla nel testo. Anche di recente è stato opportunamente sottolineato che, dal punto di vista storico,  «il nostro atteggiamento è esattamente lo stesso, così dinanzi agli avvenimenti umani come dinanzi agli avvenimenti naturali: ciò che solo ci interessa è la loro specificità» (Veyne, Come si scrive la storia, cit., p. 109). E il Croce, in pagine che si ha il torto di non tenere mai abbastanza presenti, negò energicamente che vi potesse essere «una “storia della natura”, la quale, pur essendo storia, ubbidirebbe stranamente a leggi diverse da quelle dell’unica storia» (Teoria e storia della storiografia, cit., p. 109); o che si potesse «restringere la storia al campo umano, che sarebbe conoscibile, e dichiarare tutto il resto metastoria e limite della conoscenza umana» (p. 122). L’affermazione della storicità dei processi naturali (che è il succo della tesi crociana circa la «risoluzione del concetto realistico di “natura” in quello idealistico di “costruzione” che lo spirito fa della realtà», p. 122) risponde, del resto, pienamente alla tendenza di fondo di tutta la scienza contemporanea. Si veda il semplice, ma lucidissimo cenno introduttivo di B. Russell, Storia della filosofia occidentale, trad. it. Milano, 1958, pp. 1207-1208,  alla cui risoluzione della «materia» in una «serie di avvenimenti» sembra in un certo qual modo, e magari inconsapevolmente, arieggiare la risoluzione dei «fatti» storici in «intrecci» da parte del Veyne, Come si scrive la storia, cit., p. 59.»]. Detto in altri termini, la disideologizzazione contratta dalla storiografia nel rapporto con le scienze sociali dev’essere trascesa, senza che nulla vada perduto delle acquisizioni nel frattempo conseguite, in una nuova capacità di storicizzazione, insieme più ampia e più profonda, che esalti ulteriormente la dimensione prospettica propria della storiografia. Solo così quest’ultima potrà evitare di rimanere chiusa nel dilemma che Adorno evidenziava per la stessa sociologia, quando notava che la «la sociologia, non filosofica si rassegna a una pura descrizione prescientifica di ciò che è il dato di fatto e che, privo di riferimenti col concetto dal quale viene mediato, rimane facciata, apparenza, insomma non vero» mentre, d’altra parte,  «la sociologia, per rendere giustizia a quell’idea di scienza cui si è subordinata fin dalle sue origini e che è indissolubilmente legata alla parola positivismo, deve di necessità emanciparsi dalla filosofia»54. [Nota 54 di p. 238 di Giuseppe Galasso, Nient’altro che storia, cit.: «Adorno, in La sociologia nel suo contenuto sociale, cit., p. 255.»]. Solo che questo dilemma, benché stringente, si è rivelato per la sociologia piuttosto fecondo che letale, mentre per la storia non è detto che possa accadere altrettanto, se è vero che storicizzare significa giudicare (sia pure senza emettere sentenze di condanna o di assoluzione) e che giudicare non si può senza la mediazione del concetto55. [Nota 55 di p. 238 di Giuseppe Galasso, Nient’altro che storia, cit.: «Ciò è sostanzialmente valido sia che si adotti il piano di una  «logica del ragionamento», sia che si adotti il piano  di una «logica dell’argomentazione», sia che ci si riferisca alla realtà, sia che ci si riferisca al significato; sia che ci si muova nell’ambito di una metodologia positivo-materialistica, sia che ci si muova nell’ambito dialettico-materialistico.»]. Forse questa affermazione apparirà più chiara, se si fa presente che il giudizio storico è fondato su categorie estremamente determinate come quelle del mutamento e del successo. La storicizzazione piena consiste appunto nellaindividuazione di un mutamento e nella qualificazione dell’orientamento di esso. È questo il problema fondamentale che sta alla base di ogni ricerca storica. Le società immobili e pietrificate esistono solo nelle ipotesi di alcuni antropologi. A dissolvere ogni fondatezza di simili ipotesi basterà ricordare che per lo storico non può avere importanza la lunghezza dei tempi entro i quali il mutamento si produce, minima o massima che essa sia. Le diversità del ritmo del tempo storico sono un presupposto ovvio della considerazione storiografica. Gli europei dell’Ottocento consideravano immobile attraverso i millenni la società cinese e la contrapponevano, come modello di immobilità storica appunto, al dinamismo della loro storia. Cattaneo protestava con energia contro questa veramente indebita ipostasi, e la liquidava in poche righe degne di quel grande storico che egli era56. [Nota 56 di p. 239 di Giuseppe Galasso, Nient’altro che storia, cit.: «Lo scritto di C. Cattaneo, La China antica e moderna, è ora nei suoi Scritti storici e geografici, a cura di G. Salvemini e E. Sestan, Firenze, 1967, pp. 130 ss.; e certamente si tratta del documento di una mente storica di eccezionale sensibilità e profondità. Per il suo valore pedagogico dovrebbe far testo. Che poi l’esame del caso cinese (come di quello indiano) serva al Cattaneo come esempio di una sorta di sociologia storica del fenomeno della decadenza (cfr. ibidem, p. 131) è un altro discorso. Per quanto è detto qui cfr. in particolare pp. 162-163.»]. Lo stesso si potrebbe fare, mutata la scala dei tempi, per qualsiasi civiltà57. [Nota 57 di p. 239 di Giuseppe Galasso, Nient’altro che storia, cit.: «Forse, almeno da un punto di vista sintomatico, nulla potrebbe meglio confermare ciò quanto le pagine dedicate da C. Lévi-Strauss (Antropologia Strutturale, trad. it. Milano, 1966, pp. 119 ss.) al concetto di arcaismo in etnologia. La conclusione, rigorosamente e positivamente ragionata, è che anche le società «che potrebbero sembrare le più autenticamente arcaiche sono contorte per discordanze in cui, inequivocabile, si scopre il segno dell’avvenimento» (corsivo dell’A., p. 137).»]. L’etnologia, o studio delle cosiddette società primitive, se non si esaurisce in una etnografia, per quanto complessa e articolatamente strutturata questa possa essere, è una disciplina storica né più né meno di quanto lo è l’archeologia58. [Nota 58 di p. 239 di Giuseppe Galasso, Nient’altro che storia, cit.: «Proprio per la dimostrazione di ciò è particolarmente significativa, nell’ambito della cultura italiana, la vicenda intellettuale di Ernesto De Martino, per cui si veda G. Galasso, Croce, Gramsci e altri storici, Milano, 1969.»].»: Ivi, pp. 235-239. Ora che abbiamo mostrato come Galasso (con Croce) sottolinea, sulla scorta di una impostazione storicistica di solido impianto hegeliano, «la  storicità dei processi naturali (che è il succo della tesi crociana circa la «risoluzione del concetto realistico di “natura” in quello idealistico di “costruzione” che lo spirito fa della realtà», p. 122) [e che] risponde, del resto, pienamente alla tendenza di fondo di tutta la scienza contemporanea.» (e noi, integrando il riferimento alla «storicità dei processi naturali» in cui Galasso implicitamente si riferisce alla teoria evoluzionistica ed esplicitamente alla termodinamica, aggiungiamo  anche la meccanica quantistica, nella quale non solo la presenza o meno dell’osservazione-osservatore nella storia dell’evento sperimentale incide – ed altera – il fenomeno stesso posto sotto osservazione ma che, rispetto alla termodinamica, presenta anche il vantaggio molto dialettico di non legare questa storicità ad un flusso unidirezionale del tempo, vedi l’esperimento della doppia fenditura, cfr., infra, nota seguente, ma al di là di questo appunto Galasso è veramente impareggiabile nel delineare il suo schema di storicità della conoscenza in cui le scienze nomotetiche indirizzate allo studio dei fenomeni fisico-naturali sono, appunto, nomotetiche solo perché questi fenomeni non vengono studiati nella loro genesi e genealogia originarie obbligatoriamente legate alla dimensione evolutivo-temporale; e analogamente noi  affermiamo che il paradigma esplicativo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale per certe scienze, quelle fisico-naturali – e nemmeno in tutti i loro aspetti, perché, come abbiamo già detto, la meccanica quantistica è fisica intrinsecamente storico-storicistica – richiede una proiezione probativa estesa per eoni, in mancanza della quale strategicamente e provvisoriamente ci si accontenta di spiegazioni di natura nomotetica) vediamo come analogamente sul medesimo punto argomenta il Dialectical Biologist: «There are, of course, physical constants like the mass of the electron, the speed of light, and Planck’s constant, which we regard as fixed and insensitive to the systems of which they are a part. Yet their constancy is not a law derived from yet other, more primitive principles, but an assumption. We do not, in fact, know that “the” mass of “the” electron has been the same since the beginning of matter nor, even if it has been so constant, that its value is not an accident of the history of matter. Whether such values are indeed changing and, if they are, at what rate, is a contingent question, not to be answered from principle. The difference between the reductionist and the dialectician is that the former regards constancy as the normal condition, to be proven otherwise, while the latter expects change but accepts apparent constancy. Not only do parameters change in response to changes in the system of which they are a part, but the laws of transformation themselves change. In the alienated world view, entities may change as a consequence of developmental forces, but the forces themselves remain constant or change autonomously as a result of intrinsic developmental properties. In fact, however, the entities that are the objects of laws of transformation become subjects that change these laws. Systems destroy the conditions that brought them about in the first place and create the possibilities of new transformations that did not previously exist. The law that all life arises from life was enacted only about a billion years ago. Life originally arose from inanimate matter, but that origination made its continued occurrence impossible, because living organisms consume the complex organic molecules needed to recreate life de novo. Moreover, the reducing atmosphere that existed before the beginning of life has been converted, by living organisms themselves, to one that is rich in reactive oxygen. The change that is characteristic of systems arises from both internal and external relations. The internal heterogeneity of a system may produce a dynamic instability that results in internal development. At the same time the system as a whole is developing in relation to the external world, which influences and is influenced by that development. Thus internal and external forces affect each other and the object, which is the nexus of those forces. Classical biology, which is to say alienated biology, has always separated the internal and external forces operating in organisms, holding one constant while considering the other. Thus embryology has always emphasized the development of an organism as a consequence of internal forces, irrespective of the environment. At most the environment is regarded as a signal that sets the interior developmental forces going. Developmental biology is consumed with the problem of how the genes determine the organism. On the other hand, evolutionary biology, at least as practiced in Anglo-Saxon countries, is obsessed with the problem of the organism’s adaptation to the external world and assumes without question that any favorable alteration in the organism is available by mutation. There is abundant evidence, however, that the ontogeny of an individual is a function of both its genes and the environment in which it develops. Moreover, it is certainly the case that no tetrapc.1 [sic!, prob. tetrapod] has ever, no

matter what selective forces are involved, succeeded in acquiring wings without giving up a pair of limbs. The separation of the external and internal forces of development is a characteristic of alienated biology that must be overcome if the problems of either embryology or evolution are to be solved. The assertion that all objects are internally heterogeneous leads us in two directions. The first is the claim that there is no basement. This is not an a priori imposition on nature but a generalization from experience: all previously proposed undecomposable “basic units” have so far turned out to be decomposable, and the decomposition has opened up new domains for investigation and practice. Therefore the proposition that there is no basement has proven to be a better guide to understanding the world than its opposite. Furthermore, the assertion that there is no basement argues for the legitimacy of investigating each level of organization without having to search for fundamental units. A second consequence of the heterogeneity of all objects is that it directs us toward the explanation of change in terms of the opposing processes united within that object. Heterogeneity is not merely diversity: the parts or processes confront each other as opposites, conditional on the whole of which they are parts. For example, in the predator-prey system of lemmings and owls, the two species are opposite poles of the process, predation simultaneously determining the death rate of lemmings and the birth rate of owls. It is not that lemmings are the opposite of owls in some ontological sense, or that lemmings imply owls or couldn’t exist without owls. But within the context of this particular ecosystem, their interaction helps to drive the population dynamics, which shows a spectacular fluctuation of numbers. What characterizes the dialectical world, in all its aspects, as we have described it is that it is constantly in motion. Constants become variables, causes become effects, and systems develop, destroying the conditions that gave rise to them. Even elements that appear to be stable are in a dynamic equilibrium of forces that can suddenly become unbalanced, as when a dull gray lump of metal of a critical size becomes a fireball brighter than a thousand suns. Yet the motion is not unconstrained and uniform. Organisms develop and differentiate, then die and disintegrate. Species arise but inevitably become extinct. Even in the simple physical world we know of no uniform motion. Even the earth rotating on its axis has slowed down in geologic time. The development of systems through time, then, seems to be the consequence of opposing forces and opposing motions. This appearance of opposing forces has given rise to the most debated and difficult, yet the most central, concept in dialectical thought, the principle of contradiction. For some, contradiction is an epistemic principle only. It describes how we come to understand the world by a history of antithetical theories that, in contradiction to each other and in contradiction to observed phenomena, lead to a new view of nature. Kuhn’s (1962) theory of scientific revolution has some of this flavor of continual contradiction and resolution, giving way to new contradiction. For others, contradiction is not only epistemic but political as well, the contradiction between classes being the motive power of history. Thus contradiction becomes an ontological property at least of human social existence. For us, contradiction is not only epistemic and political, but ontological in the broadest sense. Contradictions between forces are everywhere in nature, not only in human social institutions. This tradition of dialectics goes back to Engels (1880) who wrote, in Dialectics of Nature, that “to me there could be no question of building the laws of dialectics of nature, but of discovering them in it and evolving them from it.” Engels’s understanding of the physical world was, of course, a nineteenth-century understanding, and much of what he wrote about it seems quaint. Moreover, dialecticians have repeatedly attempted to make the identification of contradictions in nature a central feature of science, as if all scientific problems are solved when the contradictions have been revealed. Yet neither Engels’ factual errors nor the rigidity of idealist dialectics changes the fact that opposing forces lie at the base of the evolving physical and biological world. Things change because of the actions of opposing forces on them, and things are the way they are because of the temporary balance of opposing forces. In the early days of biology an inertial view prevailed: nerve cells were at rest until stimulated by other nerve cells and ultimately by sensory excitation. Genes acted if the raw materials for their activity were present; otherwise they were quiescent. Gene frequencies in a population remained static in the absence of selection, mutation, random drift, or immigration. Nature was at equilibrium unless perturbed. Later it was recognized that nerve impulses act both to excite and to inhibit the firing of other nerves, so the state of a system depends on the network of opposing stimuli, and that network can generate spontaneous activity. Gene action is regulated by repressors, repressors of the repressors, and all sorts of active feedbacks in the cell. There are no genetic loci immune to mutation and random drift, and no populations are free of selection. The dialectical view insists that persistence and equilibrium are not the natural state of things but require explanation, which must be sought in the actions of the opposing forces. The conditions under which the opposing forces balance and the system as a whole is in stable equilibrium are quite special. They require the simultaneous satisfaction of as many mathematical relations as there are variables in the system, usually expressed as inequalities among the parameters of that system. If these parameters remain within the prescribed limits, then external events producing small shifts among the variables will be erased by the self-regulating processes of stable systems. Thus in humans the level of blood sugar is regulated by the rate at which sugar is released into the blood by the digestion of carbohydrates, the rate at which stored glycogen, fat, or protein is converted into sugar, and the rate at which sugar is removed and utilized. Normally, if the blood sugar level rises, then the rate of utilization is increased by release of more insulin from the pancreas. If the level of blood sugar falls, more sugar is released into the blood, or the person gets hungry and eats some source of sugar. The result is that the blood sugar level is kept not constant but within tolerable limits. So far we are dealing with the familiar patterns of homeostasis, the negative feedback that characterizes all self regulation. However, the pancreas might respond weakly to a high sugar level, which could result in diabetic coma. Or the blood sugar level may fall so low that the person is incapable of eating. The opposing forces are seen as contradictory in the sense that each taken separately would have opposite effects, and their joint action may be different from the result of either acting alone. So far, the object may seem to be the passive victim of these opposing forces. However, the principle that all things are internally heterogeneous directs our attention to the opposing processes at work within the object. These opposing processes can now be seen as part of the self-regulation and development of the object. The relations among the stabilizing and destabilizing processes become themselves the objects of interest, and the original object is seen as a system, a network of positive and negative feedbacks. The negative feedbacks are the more familiar ones. If blood pressure rises, sensors in the kidney detect the rise and set in motion the processes which reduce blood pressure. If more of a commodity is produced than can be sold, prices fall, and the surplus is sold cheaply while production is cut back; if there is a shortage, prices rise, and that stimulates production. Or if a baby cries, this tells the responsible adult that something is wrong, and he or she initiates action to remove the cause of discomfort and stop the crying. In each case a particular state of the system – high blood pressure, overproduction, crying – is self-negating in that within the context of the system an increase in something initiates processes that leads to its decrease. But systems also contain positive feedback: high blood pressure may damage the pressure-measuring structures, so that blood pressure is underestimated and the homeostatic mechanisms themselves increase the pressure; overproduction may lead to cutbacks in employment, which reduce purchasing power and therefore increase the relative surplus; the crying of the baby may evoke anger, and the abuse of the child can then result in more crying. Real systems include pathways for both positive and negative feedback. Negative feedbacks are a prerequisite for stability: the persistence of a system requires self-negating pathways. But negative feedback is no guarantee of stability and under some circumstances can throw the system into oscillation. If there is a preponderance of positive feedback or if the indirect negative feedbacks by way of intervening variables are strong enough, the system will be unstable. That is, its own condition is sufficient cause of its negation. Thus systems are either self-negating (state A leads to some state not-A) or depend for their persistence on self-negating processes. We see contradiction first of all as self-negation. From this perspective it is not too different from logical contradiction. In formal logic process is usually replaced by static set-structural relations, and the dynamic of “A leads to B” is replaced by “A implies B.” But all real reasoning takes place in time, and the classical logical paradoxes can be seen as A leads to not-A leads to A, and so on. For instance, consider Russell’s paradoxical barber who shaves any and all men who do not shave themselves. If we assume that the barber shaves himself, then he belongs to the set of those he does not shave. Therefore, he is eligible to be a shaver by himself, and so we go round and round, as each affirmation is in turn negated. (Logicians would exclude the feminist solution that the barber is a woman and does not shave herself.) Material and logical contradiction share the property of being self-negating processes.  The stability or persistence of a system depends on a particular balance of positive and negative feedbacks, on parameters governing the rates of processes falling within certain limits. But these parameters, although treated in mathematical models as constants, are real-world objects that are themselves subject to change. Eventually some of these parameters will cross the threshold beyond which the original system can no longer persist as it was. The equilibrium is broken. The system may go into wider and wider fluctuations and break down, or the parts themselves, which have meaning only within a particular whole, may lose their identity as parts and give rise to a qualitatively new system. Further, the changes in the parameters may be a consequence of the stable behavior of the system that they condition in the first place. As a result of the cycle of over-and underproduction, businesses fail, firms merge and expand, a permanent body of unemployed people is created, and political struggles culminate in the replacement of the capitalist system with its whole dynamic. If predator and prey are in demographic balance, this may hide the prey’s evolution toward better predator avoidance, thus eventually resulting in the extinction of the predator; or the predator’s efficiency at hunting may evolve beyond the threshold compatible with the survival of the prey, and both become extinct. The dialectical model suggests that no system is really completely static, although some aspects of a system may be in equilibrium. The quantitative changes that take place within the apparent stability cross thresholds beyond which the qualitative behavior ;s [sic!, prob. is] transformed. All systems are in the long run self-negating, while their short-term persistence depends on internal self-negating states. The dialectical viewpoint sees dynamical stability as a rather special situation that must be accounted for. Systems of any complexity – the central nervous system, the national and world capitalist economies, ecosystems, the physiological networks of organisms – are more likely to be dynamically unstable. Even systems designed explicitly to be stable, such as nuclear power plants, have shown a remarkable propensity to behave in unplanned ways. The important point here is that complex systems show spontaneous activity. Each of these systems responds to events from outside, but it is not necessary to look to external sources for the causes of movement. The capitalist business cycle does not depend on sunspots. Political “unrest” is not explained by outside agitators. Changing abundance of species is not evidence of human impact on the environment. And it is becoming increasingly apparent that the prevention of change in wildlife management, environmental protection, or society is, in the long run, an impossible goal. Self-negation is not simply an abstract possibility derived from arguments about the universality of change. We observe it regularly in nature and society. Monopoly arises not as a result of the thwarting of “free enterprise” but as a consequence of its success: hence the futility of antitrust legislation. The freeing of serfs from feudal ties to the land also meant the possibility of their eviction from the land; freedom of the press has increasingly meant the freedom of the owners of the press to control information. The self-negating processes of capitalism are often expressed as ironic commentaries, as the realization of ideal goals turns out to thwart their original intent. Sometimes this self-negation is the consequence of quantitative changes that cross a threshold. For instance, at one time the Polish government established a policy of subsidizing the price of bread at a fixed level in order to guarantee the basic food supply. As inflation developed, the gap between the subsidized price of bread and the prices of other goods widened until one morning Warsaw was without bread: farmers had discovered that it was cheaper to buy bread to feed their livestock than to grow feed: the very mechanisms designed to guarantee the urban bread supply were turned into their opposite. A second aspect of contradiction is the interpenetration of seemingly mutually exclusive categories. A necessary step in theoretical work is to make distinctions. But whenever we divide something into mutually exclusive and jointly all-encompassing categories, it turns out on further examination that these opposites interpenetrate. In Chapter 3 we examined the interpenetration of organism and environment. Here we note briefly several more examples. At first glance, “deterministic” and “random” processes seem to exemplify mutually exclusive categories. Many trees have been sacrificed to the cause of printing debates about whether the world, or species aggregates, or evolution, is deterministic or random. (The deterministic side implying order and regularity, the stochastic side implying absence of system or explanation). In the first place, however, completely deterministic processes can generate apparently random processes. In fact, the random numbers used for computer stimulation of random process are generated by deterministic processes (algebraic operations). Recently, mathematicians have become interested in so-called chaotic motion, which leads neither to equilibrium nor to regular period motion but rather to patterns that look random. In systems of high complexity the likelihood of stable equilibrium may be quite small unless the system was explicitly designed for stability. The more common outcome is chaotic motion (turbulence) or periodic motion with periods so long as never to repeat during even long intervals of observations, thus also appearing as random. Second, random processes may have deterministic results. This is the basis for predictions about the number of traffic accidents or for actuarial tables. A random process results in some frequency distribution of outcomes. The frequency distribution itself is determined by some parameters, and changes in these parameters have completely determined effects on the distribution. Thus the distribution as an object of study is deterministic even though it is the product of random events. Third, near thresholds separating domains of very different qualitative behaviors, a small displacement can have a big effect. If these small displacements arise from lower levels of organization, they will be unpredictable from the perspective of the higher level. And in general the intrusion of events from one level to another appears as randomness. Finally, the interaction of random and deterministic processes gives results in evolution that are different from the consequence of either type of process acting alone. In Sewall Wright’s model, selection alone would lead all local populations to the same gene frequencies, so no selection among populations would be possible. The random drift that arises from small numbers within each population would result in the nonadaptive fixation of genes. The joint effect, however, is to allow variation among local populations, which provides the variability for new cycles of selection in different directions. People have long known that random search can be an important part of adaptive processes, the trial and error procedure leading to desired results by unexpected paths. Similarly, the dichotomy between equilibrium and nonequilibrium systems is not absolute. When ecologists realized that nature changes, there was a rush to abandon equilibrium analysis as unrealistic. However, it is not at all obvious that a changing system is not also in equilibrium. The proportions of various ionic forms of phosphorus in a lake reach equilibrium in seconds, even though the total amount of phosphorus may change. Algae populations may equilibrate with the mineral level, which itself changes, changing the algae. Phenomena that are very much slower than those of interest can be treated provisionally as constant, while those that are very much faster can be treated as if already at equilibrium. In the long run it is important to see equilibrium as a form of motion rather than as its polar opposite. Our conclusion, borne out by the history of our science, is that such dichotomies are both necessary and misleading and that there is no nontrivial and complet [sic!, prob. complete] decomposition of phenomena into mutually exclusive categories. Contradiction also means the coexistence of opposing principles (rather than processes) which, taken together, have very different implications or consequences then they would have if taken separately. Commodities embody the contradiction between use value and exchange value (reflected indirectly in price). If objects were produced simply because they met human needs, we would expect the more useful things to be produced before less useful things, and we would expect objects and methods of production to be designed to minimize any harm or danger and maximize durability or reparability. The amounts produced would correspond to the levels of need; any decline in need would allow either more leisure or the production of other objects. If objects had no use value at all, of course, they couldn’t be sold; use value makes exchange value possible. But the prospect of exchange value leads to results that often contradict the human needs that called forth the commodities in the first place. Commodities will be produced, for example, only for those who can afford them, and priority will be given to the production of those commodities with the highest profit margins. Productive innovations which make commodities easier and cheaper to make may create unemployment or ill health for workers and consumers. Thus the process of supplying human needs by the creation of commodities whose exchange value is paramount actually creates new hardship. A single proposition may have opposing implications. Consider, for example, the statement that more than half the population of Puerto Rico receives food stamps. This serves as a basis both for the party in power to justify the continuation of American rule and for the opposition to criticize that rule. On the one hand, eighty-six years after the United States occupied Puerto Rico, the island’s economy is more dependent and less able to support its population than before. Some $5 billion are extracted annually by United States businesses in the form of profits and interest, preventing Puerto Rico from accumulating what it needs for autonomous development. On the other hand, food stamps are not available in Honduras and the Dominican Republic. For the recipient of food stamps, the direct experience is of American benevolence. It requires an intellectual detour to perceive also that the necessity for food stamps is a result of being absorbed into the American economy, that the United States is the cause of the problem that it partly ameliorates. Much of the political conflict around the status of Puerto Rico derives from the contradictory implications of the same fact. The principles of materialist dialectics that we attempt to apply to scientific activity have implications for research strategy and educational policy as well as methodological prescriptions: Historicity. Each problem has its history in two senses: the history of the object of study (the vegetation of North America, the colonial economy, the range of Drosophila pseudoobscura) and the history of scientific thinking about the problem, a history dictated not by nature but by the ways in which our societies act on and think about nature. Once we recognize that state of the art as a social product, we are freer to look critically at the agenda of our science, its conceptual framework, and accepted methodologies, and to make conscious research choices. The history of our science must include also its philosophical orientation, which is usually only implicit in the practice of scientists and wears the disguise of common sense or scientific method. It is sure to be pointed out that the dialectical approach is ro [sic!, prob. no] less contingent historically and socially than the viewpoints we criticize, and that the dialectic must itself be analyzed dialectically. This is no embarrassment; rather, it is a necessary awareness for self-criticism. The preoccupation with process and change comes in part from our commitment to change society. An alertness to the fallacies of gradualism derives from a challenge to liberalism. An insistence on seeing things as integrated wholes reflects a belief that much of the suffering, waste, and destruction in the world today comes from the operation of patriarchal capitalism as a world system penetrating all corners of our lives rather than from a list of separable and isolatable defects. And the emphasis on the social interpretation of science comes from a political commitment to struggle for an alternative way of relating to nature and knowledge that is congruent with an alternative way of organizing society. One practical consequence of this viewpoint is that the study of the history, sociology, and philosophy of science is a necessary part of science education. Universal interconnection. As against the alienated world view that objects are isolated until proven otherwise, for us the simplest assumption is that things are connected. The ignoring of interconnections, especially across disciplinary boundaries, has been the main source of error and even disaster in complex fields of applied biology such as public health, agriculture, environmental protection, and resource management and the cause of the stagnation of theory in these areas. Therefore we urge that an early stage of any investigation should be to trace out the indirect, speculative, and even far-fetched connections among phenomena of interest and to justify any ignored connections. Heterogeneity. The internal heterogeneity of all things and all populations of things is the complementary perspective to universal connections: different things combine into greater, heterogeneous wholes. This perspective leads us to focus on quantitative and qualitative variability as objects of interest and sources of explanation. Then certain problems become especially appealing, such as the organization of phenotypic variability in plants and animals, the differentiation of classes in society, the recognition that plants which bear the same species name can be quite different to the herbivores that eat them, or that the same species may have different ecological significance in different places. When faced with an ensemble of things of any sort, we are suspicious of any apparent homogeneity. Interpenetration of opposites. The more we see distinctions in nature, and the more we subdivide and set up disjunct classes, the greater the danger of reifying these differences. Therefore, complementary to any process of subdividing is the hypothesis that there is no nontrivial and complete subdivision, that opposites interpenetrate and that this interpenetration is often critical to the behavior of the system.  Integrative levels. As against the reductionist view, which sees wholes as reducible to collections of fundamental parts, we see the various levels of organization as partly autonomous and reciprocally interacting. We must reject the molecular euphoria that has led many universities to shift biology to the study of the smallest units, dismissing population, organismic, evolutionary, and ecological studies as forms of “stamp collecting” and allowing museum collections to be neglected. But once the legitimacy of these studies is recognized, we also urge the study of the vertical relations among levels, which operate in both directions. We do not know whether or not these elements of a research and educational program will in fact result in solutions to long-standing problems of biology. Dialectical philosophers have thus far only explained science. The problem, however, is to change it.»: Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1985 (Delhi, Aakar Books for South Asia, 2009), pp. 277-288 (per indicazioni di bibliografia internettiana indispensabili per consultare e scaricare il documento, si rimanda, supra, alla nota n°1 e, infra, alla nota successiva n° 16 e alla sezione finale di bibliografia internettiana di documenti reperibili sul Web sugli argomenti trattati nella presente comunicazione). Prima di arrivare a decretare la profonda assonanza di fondo fra il brano citato di Nient’altro che storia e quello del Dialectical Biologist, riteniamo però anche di una certa utilità rilevare i problemi dialettici di quest’ultimo e che sono: 1) Estrema difficoltà di individuare la natura del metodo dialettico, con conseguente riduzione della realtà esperita dall’uomo in una serie di momenti distinti e il cui unico tratto comune è l’essere continuamente  ed incessantemente in moto, anziché questa realtà essere autocreata  ex nihilo ed ex suo e messa in azione attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale esprimente prassisticamente il rapporto generativo biderazionale fra soggetto ed oggetto («What characterizes the dialectical world, in all its aspects, as we have described it is that it is constantly in motion.»; «The dialectical viewpoint sees dynamical stability as a rather special situation that must be accounted for. Systems of any complexity – the central nervous system, the national and world capitalist economies, ecosystems, the physiological networks of organisms – are more likely to be dynamically unstable. Even systems designed explicitly to be stable, such as nuclear power plants, have shown a remarkable propensity to behave in unplanned ways.»; «Phenomena that are very much slower than those of interest can be treated provisionally as constant, while those that are very much faster can be treated as if already at equilibrium. In the long run it is important to see equilibrium as a form of motion rather than as its polar opposite. Our conclusion, borne out by the history of our science, is that such dichotomies are both necessary and misleading and that there is no nontrivial and complet [sic!, prob. complete] decomposition of phenomena into mutually exclusive categories.») ; 2) Estremo tentativo di recupero –  conseguente alla assolutamente non voluta ma de facto avvenuta nel testo del Dialectical Biologist  riduzione della realtà in momenti distaccati – di una dimensione olistica della realtà, ma tentativo che non approda a risultati soddisfacenti («Universal interconnection. As against the alienated world view that objects are isolated until proven otherwise, for us the simplest assumption is that things are connected. The ignoring of interconnections, especially across disciplinary boundaries, has been the main source of error and even disaster in complex fields of applied biology such as public health, agriculture, environmental protection, and resource management and the cause of the stagnation of theory in these areas. Therefore we urge that an early stage of any investigation should be to trace out the indirect, speculative, and even far-fetched connections among phenomena of interest and to justify any ignored connections. ») e non approda a risultati soddisfacenti perché se il Dialectical Biologist riesce a comprendere che le cose sono interconnesse non riesce a comprendere che le cose sono, cioè esistono, proprio in quanto interconnesse e, risultato di questa mancata consapevolezza sull’essenza della natura olistica della realtà –  essenza che è, lo ribadiamo, la sua continua ed incessante autocreazione ex nihilo ed ex suo  attraverso la sua dialetttica espressivo-strategica-conflittuale – abbassa la consapevolezza della interconnessione di tutte le cose a pura constatazione empirica, certamente frutto di buonsenso ma mortificante di qualsiasi altro progresso in senso dialettico, tantomeno un progresso in senso espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico; e 3) Conseguente a questa libido dialectica ma che non riesce mai a concretizzarsi in una innovativa e autonoma proposta dialettica, poco convincente – volutamente ci esprimiamo con termini non urticanti – riallacciarsi alla c.d. dialettica engelsiana con i suoi discutibili – ancora una volta decidiamo di esprimerci cortesemente visti, comunque, i grandi meriti del Dialectical Biologist – tre principi di logica dialettica (il principio della negazione della negazione, quello della conversione della quantità in qualità e quello della compenetrazione degli opposti): «Interpenetration of opposites. The more we see distinctions in nature, and the more we subdivide and set up disjunct classes, the greater the danger of reifying these differences. Therefore, complementary to any process of subdividing is the hypothesis that there is no nontrivial and complete subdivision, that opposites interpenetrate and that this interpenetration is often critical to the behavior of the system.», dove addirittura, come nel passaggio appena di nuovo evidenziato, la compenetrazione degli opposti viene visto come lo strumento conoscitivo per superare la fallace riduzione della realtà in momenti separati e distinti. Usando un termine marxiano questa scomposizione della realtà in momenti separati,  distinti e quindi ontologicamente ed epistemologicamente estranei viene definito dal Dialectical Biologist reificante, solo che, e qui apriamo velocemente a due considerazioni a latere, A) ovviamente la reificazione della realtà può essere affrontata solo all’interno del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, ma se facessimo solo questa considerazione potremmo essere accusati di accusare il Dialectical Biologist di non pensare come noi pensiamo e B) dal punto di vista olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico la reificazione non è affatto – o solo – uno stato negativo e disumanizzante ma, piuttosto, strettamente legato al momento strategico-conflittuale del succitato paradigma dialettico. E sulle differenze fra il conflittualismo marxiano-marxista ed il nostro di stampo machiavelliano-hegeliano abbiamo in molti altri luoghi ed anche qui più volte detto. Ma fatte tutte queste debite osservazioni critiche (attraverso le quali, qualche nostro benevolo ma attento lettore potrebbe accusarci non solo di aver voluto  imputare al Dialectical Biologist il reato di lesa maestà al paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale ma anche, in un nostro soprassalto di narcisismo, di non aver avuto nemmeno il più fioco barlume, invece di adottare la logica dialettica engelsiana, dell’unico principio logico-dialettico che agisce attraverso il suddetto paradigma e da noi individuato, e cioè il principio di non identità, già da noi rappresentato attraverso questa simbolizzazione: A A≠A A≠A ≠ A≠A A≠A ≠ A≠A≠ A≠A ≠ A≠A…↔∞↔∞), veniamo ora alla profonda assonanza del Dialectical Biologist con la visione galassiana dell’intrinseca storicità della realtà tutta e del bisogno quindi di adottare sempre un approccio storico per lo studio della stessa, anche di quella naturale-fisica, e riprendendo dalle prime parole della citazione in questa nota del Dialectical Biologist, concordiamo con Galasso e con Levins e Lewontin che «There are, of course, physical constants like the mass of the electron, the speed of light, and Planck’s constant, which we regard as fixed and insensitive to the systems of which they are a part. Yet their constancy is not a law derived from yet other, more primitive principles, but an assumption. We do not, in fact, know that “the” mass of “the” electron has been the same since the beginning of matter nor, even if it has been so constant, that its value is not an accident of the history of matter. Whether such values are indeed changing and, if they are, at what rate, is a contingent question, not to be answered from principle.» e anche se in The Dialectical Biologist il non aver messo a fuoco un convincente schema dialettico mette continuamente in crisi la dinamica del suo storicismo: «Historicity. Each problem has its history in two senses: the history of the object of study (the vegetation of North America, the colonial economy, the range of Drosophila pseudoobscura) and the history of scientific thinking about the problem, a history dictated not by nature but by the ways in which our societies act on and think about nature. Once we recognize that state of the art as a social product, we are freer to look critically at the agenda of our science, its conceptual framework, and accepted methodologies, and to make conscious research choices. The history of our science must include also its philosophical orientation, which is usually only implicit in the practice of scientists and wears the disguise of common sense or scientific method. It is sure to be pointed out that the dialectical approach is ro [sic!, prob. no] less contingent historically and socially than the viewpoints we criticize, and that the dialectic must itself be analyzed dialectically. This is no embarrassment; rather, it is a necessary awareness for self-criticism. The preoccupation with process and change comes in part from our commitment to change society. An alertness to the fallacies of gradualism derives from a challenge to liberalism. An insistence on seeing things as integrated wholes reflects a belief that much of the suffering, waste, and destruction in the world today comes from the operation of patriarchal capitalism as a world system penetrating all corners of our lives rather than from a list of separable and isolatable defects. And the emphasis on the social interpretation of science comes from a political commitment to struggle for an alternative way of relating to nature and knowledge that is congruent with an alternative way of organizing society. One practical consequence of this viewpoint is that the study of the history, sociology, and philosophy of science is a necessary part of science education.», il punto non è mai un nostro dissenso sulla storicità intrinseca della realtà ma su come questa storicità riesca concretamente ad esprimersi e quindi attraverso quale paradigma a rendersi creativamente autosufficiente ed autogenerante (ulteriore segno di questa difficoltà espressiva dialettica è il ricorso ad una sorta di visione modello ‘realtà come squilibrio incessante’ paradigma elaborato con questa formulazione da Gianfranco La Grassa – modello che il pensatore marxista di Conegliano ha cercato di coerentizzare in Gianfranco La Grassa, La realtà è “assenza”: (in squilibrio incessante), s.l., Conflitti&Strategie, 2015, anche questo saggio e pur fondamentale opera complessiva di La Grassa sintomo della medesima difficoltà espressiva della dialettica – poiché, coerentemente con una visione dinamica della realtà ma che stenta a trovare il suo ubi consistam, abbiamo già visto che il   Dialectical Biologist ha affermato che «The dialectical model suggests that no system is really completely static, although some aspects of a system may be in equilibrium. The quantitative changes that take place within the apparent stability cross thresholds beyond which the qualitative behavior ;s [sic!, prob. is] transformed. All systems are in the long run self-negating, while their short-term persistence depends on internal self-negating states. The dialectical viewpoint sees dynamical stability as a rather special situation that must be accounted for. Systems of any complexity – the central nervous system, the national and world capitalist economies, ecosystems, the physiological networks of organisms – are more likely to be dynamically unstable. Even systems designed explicitly to be stable, such as nuclear power plants, have shown a remarkable propensity to behave in unplanned ways. The important point here is that complex systems show spontaneous activity.», in questo caso impiegando i principi engelsiani della conversione della quantità in qualità e della negazione della negazione e sotto un’ottica, appunto, di un lagrassiano squilibrio incessante). Ma una volta fatta l’opzione fondamentale sulla storicità della realtà tutta, tutto il resto, in fondo, non è che un dettaglio, o, meglio, non è altro che un passaggio verso l’Epifania strategica. E il Dialectical Biologist ne costituisce un importante e dialetticamente cosciente passaggio (da mettere in antitesi con tutta la produzione della Haraway, anch’essa dialettica ma, per lo più, a sua insaputa, o, ancor meglio, con modalità espressiva mitico-fantasmagorica e totalmente incapace di esprimere, quindi, qualsiasi potenzialità autogenerativa ex nihilo ed ex suo), e che in questo caso nasce da studi biologici ma la cui genealogia trova i suoi punti fondanti negli aristotelici ζῷον πολιτικόν e ζῷον  λόγον  ἔχων, in Machiavelli, in Hegel, in Marx e nella filosofia della prassi di György Lukács, di Karl Korsch e del più grande pensatore del marxismo occidentale che risponde al nome di Antonio Gramsci (e sottolineando, fra l’altro che, specialmente in Antonio Gramsci,  la filosofia della prassi sarebbe impensabile senza gli sviluppi idealistici hegelo-fichtiani dello storicismo assoluto di Benedetto Croce e dell’ attualismo di Giovanni Gentile)  e, come oggigiorno momento di chiusura, nella dialettica prassistica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico.

 

 

16 Da I rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale africano REDVX: versione con integrazioni sulla filosofia della praxis e sul marxismo occidentale. Atto di riparazione strategica n°1: Primo inventario e “congelamento” tramite WebCite ed Internet Archive delle fonti Internet   riferentisi a Dante Cesare Vacchi, il creatore dei commandos portoghesi in occasione della guerra coloniale portoghese. Fonti primarie e secondarie presenti in Internet per una storia dei commandos portoghesi nella guerra coloniale del Portogallo in Africa, dei rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo ed Italia fascista e del secondo dopoguerra riguardo al problema coloniale africano e per un’applicazione su uno specifico case study, il fascista ed ex repubblichino  Dante Cesare Vacchi che crea i commandos portoghesi, della teoria politologica e filosofico-politica  del Repubblicanesimo   Geopolitico, di prossima pubblicazione: «Solo da un pensiero che fondi il suo sviluppo sulla  immanentizzazione del conflitto che fu in primo luogo di Niccolò Machiavelli ma  anche il filo rosso che lega indissolubilmente le migliori e più originali espressioni del pensiero italiano – e queste solo per limitarci al Novecento,  sotto il segno di una consapevole anche se variamente declinata filosofia della prassi, Gentile, Gramsci, Croce, con le più scaltrite e intimamente dialettiche manifestazioni del marxismo occidentale, György Lukács e Karl Korsch; per finire con Walter Benjamin che, stricto sensu, marxista non fu ma la cui intima e poetizzata Weltanschauung dialettica, il momento-ora attraverso il quale possono irrompere e manifestarsi quelle potenzialità messianiche presenti in ognuno di noi che rendano possibile la restitutio ad integrum di coloro che nel corso del conflitto strategico sono stati sconfitti e sepolti20 lo pone come una delle più umanamente ed umanisticamente dense espressioni, sia sul piano personale, filosofico ed anche religioso, della filosofia della prassi e una sorta di prefigurazione dell’Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico –, solo un pensiero che, detto altrimenti, sappia manifestare una piena  Epifania strategica consapevole erede di tutta la miglior tradizione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia occidentale, che iniziata dagli aristotelici ζῷον πολιτικόν e ζῷον λόγον ἔχων trova nel Secolo breve col gramsciano moderno Principe la sua più efficace e teoricamente evoluta sintesi politico-sociale21 e tradizione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale che nel XXI secolo ha manifestato  la sua ultima sistemazione col Repubblicanesimo Geopolitico che, ben oltre il “timido prassismo” costruttivista alla Alexander Wendt22 e piuttosto trovando un suo antesignano nell’antideterministica e antimeccancistica polemologia del Carl von Clausewitz del Vom Kriege23 rinnova, alla luce di una visione della scienza non meccanicistica e quindi ispirata all’intima dialetticità dell’epigenetica e della fisica quantistica, la grande tradizione della filosofia della prassi in un’ottica di radicale abolizione dell’idea della separazione fra scienze umane e scienze della natura e dell’illusorio iato, come già stigmatizzato da Adorno in L’idea della storia naturale, fra storia e natura24 potrà salvare non solo una morente  democrazia italiana ma anche l’oramai definitivamente esausta modernità politica democratica, che dopo l’abbattimento con l’Illuminismo e la sua traduzione politica nella Rivoluzione francese della ipostatica teologia politica dell’ancien régime dell’origine divina del potere e della conseguente alleanza fra trono ed altare, non ha saputo far altro che incardinare il suo concetto di libertà su altrettanto metafisici diritti dell’uomo e su una molto meno metafisica  ma altrettanto stupida – e criminale – concezione pratica della libertà basata sulla robinsonata  dell’individualismo metodologico di stampo liberale, capostipiti di questo monadico individualismo, Thomas Hobbes e John Locke e, nel secolo che è appena tramontato, su un piano di assoluta volgarità storica e filosofica ma di gran fortuna sul piano pubblicistico Francis Fukuyma, la cui ridicola previsione di fine della storia non è che il compendio ed exitus novecentesco di tutta una tradizione liberale antidialettica ed antiumanistica iniziata nel ’600 e che trova tragica espressività nelle hobbessiane metafora dell’homo homini lupus e nella grandiosa e tenebrosa allegoria del Leviatano. (Sulla “dialetticità” del nuovo modo di intendere la biologia che abbandona paradigmi meccanicistici per sottolineare il rapporto olistico e dialettico fra organismi e specie con l’ambiente vedi The Dialectical biologist (Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1985 (Delhi, Aakar Books for South Asia, 2009), documento in Rete  presso https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf 25. Nostri “congelamenti”: WebCite: http://www.webcitation.org/75i27bpR1 e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fathens.indymedia.org%2Fmedia%2Fupload%2F2016%2F09%2F02%2FLEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf&date=2019-01-26; Internet Archive: https://archive.org/details/TheDialecticalBiologist                                                                     e https://ia801507.us.archive.org/26/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf26; WebCite su Internet Archive: http://www.webcitation.org/75i3BdM3Q e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801507.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FTheDialecticalBiologist%2FLewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf&date=2019-01-26), e per quanto riguarda l’ aspetto dialettico dell’epigenetica cfr.   Eva Jablonka, Marion J. Lamb,  Evolution in Four Dimensions. Genetic, Epigenetic, Behavioral, and Symbolic Variation in the History of Life, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts, USA, 2005 (scaricabile all’URL https://epdf.pub/evolution-in-four-dimensions-genetic-epigenetic-behavioral-and-symbolic-variatio77b373b02c8e9bf92311cdc8ccb292ef95359.html, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200918075423/https://epdf.pub/evolution-in-four-dimensions-genetic-epigenetic-behavioral-and-symbolic-variatio77b373b02c8e9bf92311cdc8ccb292ef95359.html; da noi ricaricato su Internet Archive, generando gli URL URL https://archive.org/details/eva-jablonka-marion-lamb-evolution-in-four-dimensions-massimo-morigi-epigenetic-/mode/2up                                      e https://ia801506.us.archive.org/32/items/eva-jablonka-marion-lamb-evolution-in-four-dimensions-massimo-morigi-epigenetic-/EVA%20JABLONKA%2C%20%20MARION%20LAMB%2C%20%20%20EVOLUTION%20IN%20FOUR%20DIMENSIONS%2C%20MASSIMO%20MORIGI%2C%20EPIGENETIC%2C%20GEOPOLITICAL%20REPUBLICANISM%2C%20FILOSOFIA%20DELLA%20PRASSI%2C%20EPIFANIA%20STRATEGICA.pdf), dove, in una sorta di opportuno ritorno all’impostazione che fu prima di Lamarck e poi di Lysenko, che sostenevano il principio di una selezione naturale dove l’organismo non viene solo selezionato dall’ambiente ma questo è in grado di rispondere attivamente e creativamente agli stimoli ambientali, è prefigurato una sorta di modello biologico che ha profonde attinenze con l’impostazione della filosofia della prassi del rapporto dinamico e dialettico fra soggetto ed oggetto e sfatando quindi in Eva Jablonka, Marion J. Lamb, Evolution in Four Dimensions cit., il dogma della biologia della barriera di August Weismann dove vi si sosteneva l’esistenza di un barriera insormontabile negli organismi fra le cellule somatiche e quelle germinali; mentre per la sottolineatura dell’eliminazione del principio di non contraddizione, assunto basilare di ogni filosofia autenticamente dialettica e quindi fondamentale anche per il conflittualismo dialettico del Repubblicanesimo Geopolitico ma anche naturale portato  del principio della superposition  della fisica quantistica cfr. Garrett Birkhoff, John von Neumann, The Logic of Quantum Mechanics, “The Annals of Mathematics”, 2nd Ser., Vol. 37, No. 4. (Oct., 1936), pp. 823-84327, John von Neuman, On Alternative  System of Logics, unpliblished manuscript, 1937, von Neumann Archives, Library of Congress, Washington    e Id., Quantum Logics (Strict-and Probability-Logics), unpublished manuscript, 1937, von Neumann Archives, Library of Congress, Washington). [Nota 20: « «Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo «come propriamente è stato». Significa impadronirsi di un ricordo come esso balena nell’istante di un pericolo. Per il materialismo storico si tratta di fissare l’immagine del passato come essa si presenta improvvisamente al soggetto storico nel momento del pericolo. Il pericolo sovrasta tanto il patrimonio della tradizione quanto coloro che lo ricevono. Esso è lo stesso per entrambi: di ridursi a strumento della classe dominante. In ogni epoca bisogna cercare di strapare la tradizione al conformismo che è in procinto di sopraffarla. Il Messia non viene solo come redentore, ma come vincitore dell’Anticristo. Solo quello storico ha il dovere di accendere nel passato la favilla della speranza, che è penetrato dall’idea che anche i morti non saranno al sicuro del nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.»: Walter Benjamin, VI Tesi di filosofia della storia.»]; [Nota 21: «Certamente non si deve omettere il grande merito di Hannah Arendt che con Vita Activa (Vita Activa. La condizione umana, odierno titolo della traduzione italiana pubblicata in Italia nel 1964 per i tipi di Bompiani del saggio originalmente pubblicato nel 1958 negli Stati uniti: Hannah Arendt, The Human condition, University of Chicago Press, 1958) ha introdotto prepontemente nel Novecento ζῷον πολιτικόν e ζῷον  λόγον  ἔχων come figure archetipe dell’agire politico. Ma con Antonio Gramsci esse cessano di essere un elemento di archeologia politica legato al mondo ellenico per dialettizzarsi integralmente e nella storia e nella filosofia del XX secolo (e anche del XXI) attraverso la figura mitologica di conio machiavelliano – e figura mitologica carica di una dirompente carica prassistica – del moderno Principe.»]; [Nota 22: «Su questo “timido prassismo” wendtiano, timido soprattutto perché è completamente dimentico della grande tradizione della filosofia della prassi ma comunque importante perché introduce all’interno dello studio delle relazioni internazionali fondamentali spunti volontaristici e umanistici tratti da questa impostazione  filosofico-politica, cfr. Alexander Wendt, Anarchy is what States Make of it: The Social Construction of Power Politics in “International Organization”, Vol. 46, N°. 2. (Spring, 1992), pp. 391-425, articolo consultabile all’URL https://people.ucsc.edu/~rlipsch/migrated/Pol272/Wendt.Anarch.pdf, dai noi  caricato su WebCite agli URL  http://www.webcitation.org/76DqnzgU1 e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fpeople.ucsc.edu%2F~rlipsch%2Fmigrated%2FPol272%2FWendt.Anarch.pdf&date=2019-02-16 [e su Wayback Machine all’URL https://web.archive.org/web/20190618162554/https://people.ucsc.edu/~rlipsch/migrated/Pol272/Wendt.Anarch.pdf: aggiunta al testo della nota compiuta nella presente versione Redux]; su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf   e https://ia601506.us.archive.org/7/items/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf/AlexanderWendt.AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf [URL successivamente trasformati da Internet Archive in

https://archive.org/details/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf/mode/2up e https://ia600105.us.archive.org/23/items/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf/AlexanderWendt.AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf e nostro salvataggio aggiuntivo di quest’ultimo URL  per la versione Redux dei  Rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale, cit. tramite Wayback Machine all’URL https://web.archive.org/web/20190618163138/https://ia600105.us.archive.org/23/items/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf/AlexanderWendt.AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf: aggiunta al testo della nota compiuta nella presente versione REDVX] con successivo finale caricamento della stessa pagina di Internet Archive su WebCite agli URL http://www.webcitation.org/76DoCJ4ia e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601506.us.archive.org%2F7%2Fitems%2FAnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf%2FAlexanderWendt.AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf&date=2019-02-15.»]; [Nota 23: «Sull’importanza di Clausewitz per il Repubblicanesimo Geopolitico citiamo nuovamente da Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico. Il fatto che queste Glosse siano da tempo annunciate come prossime per pubblicazione ma che, nella realtà, subiscano sempre successivi e ripetuti rinvii nella loro pubblica presentazione, fa sì che i riferimenti di politica internazionale presenti in nota esaminino la “guerra infinita” al terrorismo  e i successivi   strategia del caos e  finanziamento dell’ISIS da parte degli Stati Uniti che erano stati messi in atto sotto l’amministrazione di Bush figlio e poi quella di Obama. Ma depurando il testo da questi elementi contingenti di politica internazionale (contingenti per modo di dire, perché l’amministrazione Trump, oltre ad essere caotica anche per manifesta incapacità del presidente USA, persegue con ancor più vigore delle precedenti la destrutturazione e disarticolazione dello scenario politico internazionale: sul caos supremo che vuole indurre l’amministrazione Trump, vedi i commenti di Giuseppe Germinario e Massimo Morigi sul terroristico assassinio USA del generale iraniano Qasem Suleimani pubblicati sull’ “Italia e il Mondo” in data 4 gennaio 2020 all’URL http://italiaeilmondo.com/2020/01/05/finestra-di-aggiornamento-sulla-situazione-in-medio-oriente/#disqus_thread; download del documento e copiaincolla dello stesso e poi caricato su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/giuseppegerminariomassimomorigidallitaliaeilmondofinestradiaggiornamentosullasit/mode/2up  e https://ia803102.us.archive.org/1/items/giuseppegerminariomassimomorigidallitaliaeilmondofinestradiaggiornamentosullasit/GIUSEPPE%20GERMINARIO%2C%20MASSIMO%20MORIGI%2C%20DALL%E2%80%99ITALIA%20E%20IL%20MONDO%20FINESTRA%20DI%20AGGIORNAMENTO%20SULLA%20SITUAZIONE%20IN%20MEDIO%20ORIENTE%20SULL%20UCCISIONE%20PUBBLICAM.pdf; ma l’URL originario del commento sull’ “Italia e il Mondo” del commento di Massimo Morigi  è http://italiaeilmondo.com/2020/01/06/soleimani-e-il-futuro-del-nostro-paese-di-massimo-morigi/; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200112150126/http://italiaeilmondo.com/2020/01/06/soleimani-e-il-futuro-del-nostro-paese-di-massimo-morigi/; inoltre si è provveduto anche a copiaincollare la pagina del commento del solo Massimo Morigi e caricandola su Internet Archive si sono generati gli URL https://archive.org/details/qasemsoleimanieilfuturodelnostropaeserepubblicanesimogeopoliticodonaldtrumprepub/mode/2up                                                                                                  e https://ia802800.us.archive.org/32/items/qasemsoleimanieilfuturodelnostropaeserepubblicanesimogeopoliticodonaldtrumprepub/QASEM%20SOLEIMANI%20E%20IL%20FUTURO%20DEL%20NOSTRO%20PAESE%2C%20REPUBBLICANESIMO%20GEOPOLITICO%2C%20DONALD%20TRUMP%2C%20REPUBBLICANESIMO%20GEOPOLITICO%2C%20MASSIMO%20MORIGI%2C%20GEOPOLITICAL%20REPUBLICANISM%2C%20NEOMARXISMO.pdf), il brano di Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico al quale qui si rinvia, connettendo in un unicum dialettico la dimensione “pacifica” della società con quella più strettamente bellica dei conflitti armati e questa rinnovata dimensione del vivere sociale connotata ed esplicata dal paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico contrapponendolo al modello meccanicistico-galileano di spiegazione della società umana (e della sua cultura e storia) e della natura biologica e fisica espresso filosoficamente per ultimi dal positivismo e dal neopositivismo e, a livello politico-economico  di indottrinamento delle masse omega-strategiche, dal liberalismo e dal liberismo, con tutti i loro vari ed assortiti camuffamenti democraticistico-riformistici –, non solo è particolarmente adatto ad esprimere la Weltanschauung del Repubblicanesimo Geopolitico ma, più nello specifico, riallaccia idealmente – e con notevole potenza euristica –  il più grande teorico della guerra, Clausewitz, con un grande applicatore nel concreto, benché fino ad oggi praticamente quasi sconosciuto, dei principi del Vom Kriege, Dante Cesare Vacchi, che, come le numerose testimonianze attestano, nel creare i commandos portoghesi, applicò alla lettera  i principi contenuti nel trattato clausewitziano, vale a dire che per i commandos formati da Vacchi il punto più importante della loro formazione era l’essere pronti ad affrontare situazioni impreviste; preparazione e prontezza  a reagire (ed agire)  all’imprevisto e all’imprevedibile della guerra (e, a maggior ragione, del conflitto sociale) che è il vero ramo d’oro dell’insegnamento del Vom Kriege e preparazione e prontezza (a reagire ma, soprattutto, ad agire) che è il cardine epistemologico, etico e pratico del Repubblicanesimo Geopolitico e della sua rivoluzionaria filosofia della prassi (perché il  filo rosso che unisce, al di là delle differenze dei singoli autori, ogni espressione della filosofia della prassi, è che  vera preparazione e prontezza significa alla luce della filosofia della prassi attiva azione e continua autocreazione ed automodificazione ex nihilo ed ex suo del soggetto che non considerando l’oggetto – nello specifico del Vom Kriege e del Repubblicanesimo Geopolitico, la guerra come la dinamica del conflitto sociale – come altro da sé  ma come momento dialettico della creazione, genesi, formazione e sviluppo del soggetto agente – ‘soggetto agente’: aggettivazione quasi pleonastica perché solo nell’azione dialettica rivolta all’interno come all’esterno di sé può costituirsi il soggetto ex nihilo ed ex suo, e quindi un’azione autocreatrice dove ‘dal nulla’ sta a significare non tanto una ridicola autosufficienza ma il rifiuto di qualsiasi trascendenza esterna e il ‘da sé’ altrettanto analogamente significa che in questo sé è compreso anche l’oggetto apparentemente esterno sul quale esso agisce ma avente, questo oggetto, la stessa piena dignità ontologico-epistemologica-prassistica del soggetto perché l’oggetto a sua volta agisce sul soggetto –, fa sì che  questo imprevisto ed imprevedibile si realizzi rivoluzionando, o meglio, realizzando e rendendo manifesta la natura conflittuale della  realtà, in altre parole rendendo autocosciente – perché se ne è presa coscienza fino a farne un elemento costitutivo della propria soggettività – l’intima strategicità della realtà, cioè pienamente e consapevolmente  manifestando dentro di sé e contemporaneamente realizzando nella società quella che il Repubblicanesimo Geopolitico ha definito ‘Epifania strategica’), filosofia della prassi la cui più alta manifestazione nel Novecento furono i Quaderni del Carcere di Antonio Gramsci  e della quale il Repubblicanesimo Geopolitico intende riproporre nel XXI secolo, portando alle estreme (e logiche) conseguenze, la demitologizzazione del marxismo economicistico  magistralmente (e coraggiosamente) eseguita da Gramsci e facendo affiorare, depurandolo, il nucleo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del pensiero di Marx (un pensiero quello del rivoluzionario di Treviri verso il quale, nonostante la demitologizzazione in senso  antieconomicistico operatane dall’autore dei Quaderni, Gramsci aveva pur dovuto pagare ancora pesanti tributi), incardinando il rivoluzionamento della società in uno schema operativo non più di tipo classista (che fu il pesante tributo che Gramsci pur dovette pagare alla mitologia marxista) ma di matrice integralmente olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale, che è l’enorme ed imperituro lascito dell’autore dei Quaderni e della sua filosofia della praxis, portata dal Repubblicanesimo Geopolitico alla sua piena entelechia: «Nel pàntheon del Repubblicanesimo Geopolitico, un posto a parte deve essere poi riservato a Carl von Clausewitz. Ancor prima di Marx – e ancor più di Marx – Clausewitz  utilizzò la dialettica hegeliana per elaborare un canone dall’incredibile valenza cognitiva in cui  i fenomeni sociali sono unificati dalla dimensione conflittuale (nello specifico, Clausewitz vide come il fenomeno della guerra si legava con la politica e con la cultura – celebre, anche, se spesso mal compreso nella sua rivoluzionaria portata dialettica, il suo motto tratto dal Vom Kriege «la guerra non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi»), comprendendo che sempre e comunque questa dimensione conflittuale si esprime attraverso sintesi dialettiche (si veda a questo proposito la “fantastica Trinità” clausewitziana – Clausewitz’ wunderliche Dreifaltigkeit –,  che comporta, in ultima analisi, l’assoluta imprevedibilità di qualsiasi guerra e, per esteso, di qualsiasi azione sociale, consentendoci, così, di porre Clausewitz  non solo nell’ empireo  del pensiero militare ma anche di considerarlo come il più grande sociologo di tutti i tempi: Clausewitz non è importante perché ha infallibili ricette su come combattere vittoriosamente una battaglia campale – ricette che lui stesso afferma di non avere perché impossibili da formulare in astratto –, è fondamentale perché per primo, attraverso l’immagine di questa Trinità, costruì la grammatica dell’azione  sociale – quindi  non solo militare –  intesa come strategia). Per Clausewitz l’esito della guerra era determinato da questa “fantastica Trinità” che era composta dai seguenti fattori: il furore irrazionale dei combattenti, la pura casualità che impera sui campi di battaglia e il calcolo razionale del governo e/o dei pianificatori militari. Fin qui si potrebbe dire che ci si trova di fronte ad una descrizione, nemmeno tanto profonda e fors’anche banale, di ciò che accade in ogni conflitto armato, con semmai l’aggravante, riportando il tutto ai conflitti dei nostri giorni, che le guerre hanno oggi assunto forme in cui, rispetto a quanto affermato da Clausewitz, cambiano i protagonisti e cambiano pure i loro comportamenti. Analizzando empiricamente le guerre del XXI secolo: il calcolo razionale dei decisori militari – civili o militari o civili-militari come più realisticamente si devono considerare – non è più, come era ai tempi di Clausewitz o come era stato idealizzato dall’autore del Vom Kriege, un calcolo razionale per arrivare ad un esito politico del conflitto («la guerra non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi») ma si riduce  o a un calcolo puramente tecnico per prevalere sul campo di battaglia o addirittura – si hanno buone ragioni per sospettarlo – a non altro che il tentativo consapevolmente perseguito di non concludere mai – de facto – il conflitto armato, rovesciando così  la predetta nota massima clausewitziana nel «la politica non è che la prosecuzione della guerra con altri mezzi». Esemplare, a questo proposito, sul piano lessicale, l’idiota locuzione  bushiana ‘guerra infinita’ – come se dopo ogni guerra, fatta eccezione per i casi di totale annientamento e/o sterminio del nemico, non fosse sempre seguito un periodo di pace, seppur conflittuale e propedeutico a nuova guerra, verso il vecchio nemico – contro il “terrorismo”, termine quest’ultimo del cui conio non si può dare la colpa a Bush figlio ma, comunque, appartenente allo sciocchezzaio della politica nonché alla sua demonologia  che non fa altro che nascondere il fatto che il demonio che si dice di voler annientare è uno strumento creato dagli stessi che lo hanno demonizzato per prevalere nello scontro geopolitico (ogni riferimento alla strategia del caos statunitense e agli Stati Uniti iniziali finanziatori dell’ISIS, per poi combatterli di malavoglia, è puramente non casuale) ed ora,  anche se ormai scoperti gli altarini, ancora comunque uno strumento utile per compattare un’alleanza che fa acqua da tutte le parti (ogni riferimento alla Nato e al suo  partner egemone è ancora puramente non casuale). E altro esempio che sembrerebbe rendere inattuale Clausewitz, potrebbe consistere nel fatto che fra i decisori politici che stanno al vertice della violenza organizzata oggi non sono solo gli Stati ma anche sempre i soliti “terroristi”; i quali, vedi sempre caso ISIS, arrivano non solo a controllare direttamente ampli territori ma, smentendo apparentemente Clausewitz, impiegano una razionalità che sembra sfuggire del tutto ad una corretta razionalità rispetto allo scopo,  ma in realtà non è così,  sia perché il terrore ha ottenuto dei risultati, lo dimostrano i territori in mano ai “terroristi” ma, soprattutto, perché il vero scopo che sta in capo a tutta la faccenda non è tanto quello di istituire fantomatici califfati – questo lo crede la carne da cannone che si fa saltare in aria per raggiungere questo obiettivo e lo crede la gran massa della credulona e manipolata pubblica opinione occidentale – ma destrutturare completamente un’area geopolitica a favore di una potenza che non potendo più intraprendere, per ragioni economiche, “guerre infinite”, preferisce, attraverso infiniti stragi ed eccidi, destrutturare ed annientare le espressioni politico-statali presenti in quell’area. Ma in tutto questo ragionamento riguardante la “fantastica Trinità”, l’errore fondamentale è considerare la “fantastica Trinità” non sotto il punto di vista dei fondamentali momenti dialettici che determinano il corso della guerra ma sotto il punto di vista delle figure storiche che, secondo Clausewitz, davano vita a questi momenti. Certamente Clausewitz parlando della “fantastica Trinità”, volle indicarne anche le sue incarnazioni storiche – incarnazioni storiche che riflettevano il mondo sociale a cavallo fra Ancien régime e successivi rivoluzionari sconvolgimenti delle guerre napoleoniche – ma oltre ad affermare che questa “fantastica Trinità” rendeva la guerra una sorta di camaleonte il cui esito è continuamente mutevole come la colorazione di quel rettile, per descrivere l’azione della Trinità ricorre ad un esempio tratto dalla fisica che la distacca definitivamente dalla piatta rappresentazione storica dei personaggi originariamente deputati ad incarnarla, affermando che la sua azione può essere rappresentata come  l’oscillazione di un pendolo il cui moto sia diretto da tre magneti posti ad uguale distanza: al contrario del pendolo tradizionale la cui oscillazione, partendo da un dato punto, è del tutto prevedibile, l’oscillazione del pendolo sottoposto a tre punti di forza magnetica, sebbene anch’esso parta apparentemente sempre dallo stesso punto e sebbene questo moto sia descritto da un’equazione che renderebbe esattamente determinabile l’oscillazione, non è mai la stessa: «War is more than a true chameleon that slightly adapts its characteristics to the given case. As a total phenomenon  its dominant tendencies always make war a [remarkable (1976) or paradoxical (1984)] trinity – composed of primordial violence, hatred and enmity, which are to be regarded as a blind natural force; of the play of chance and probability  within which  the creative spirit is free to roam and of its element of subordination, as an instrument of policy, which makes it subject to reason alone.[…] These three tendencies are like three different codes of law, deep-rooted in their subject and yet variable in their relationship to one another. A theory that ignores any one of them or seeks to fix an arbitrary relationship between them would conflict with reality to such an extent that for this reason alone it would be totally useless. Our task therefore is to develop a theory that maintains a balance between these three tendencies, like an object suspended between three magnets [evidenziazione nostra]. What lines might best be followed to achieve this difficult task will be explored in the book on the theory of war [Book Two]. At any rate, the preliminary concept of war which we have formulated casts a first ray of light on the basic structure of theory, and enables us to make an initial differentiation and identification of its major components.»: Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz, On War, edited and translated by Michael Howard an Peter Paret, introductory essays by Peter Paret, Michael Howard and Bernard Brodie; with a commentary by Bernard Brodie; index by Rosalie West, Princeton, N.J., Princeton University Press, 1984, p. 89 (p. 101 in Knopf’s “Everyman’s Library” edition), da noi citato attraverso  http://www.clausewitz.com/mobile/HPtrinity.htm; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190711052313/https://clausewitz.com/mobile/HPtrinity.htm. Clausewitz è quindi il primo pensatore che si sia consapevolmente avventurato nel mondo descritto dalle equazioni non lineari, nel mondo, per intenderci della Teoria del caos, dei frattali, della Teoria delle catastrofi, dei Complex Adaptive Systems, nel mondo dell’ “effetto battito ali di farfalla”. Clausewitz nella sua Trinità bellica era profondamente debitore della Trinità dialettica hegeliana e il più grande errore che si potrebbe fare sarebbe pensare che della dialettica egli avesse colto solo l’immagine esteriore e storicamente datata (tesi, antitesi, sintesi) espressa dal grande filosofo di Stoccarda. In realtà, della dialettica egli aveva colto il nucleo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale e questa Weltanschauung del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale aveva applicata alla guerra vista come l’imprescindibile momento dialettico, ontogenetico, demiurgico e, in ultima analisi,  creatore ex nihilo ed ex suo  di ogni società (da questa attenzione verso la dialettica della genesi e generazione del sociale,  derivano anche  le dramatis personae di questa genesi e generazione appartenenti alla società del suo tempo, questo sì l’aspetto strettamente datato e contingente della Trinità, incaricate di interpretare i tre momenti della “meravigliosa Trinità”), rendendosi conto che questa visione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale rendeva impossibile una rappresentazione della guerra (e della società) di tipo deterministico e meccanicistico. Clausewitz è stato quindi il più grande teorico dell’azione sociale, al quale il Repubblicanesimo Geopolitico riconosce di esser per primo riuscito, attraverso l’euristicamente potentissima immagine trinitaria, di tradurre l’hegeliana “lotta per il riconoscimento” – il cui agognato esito finale mantiene più di un’assonanza con il Dominio Repubblicano Diffusivo del Repubblicanesimo Geopolitico – in un formidabile strumento teorico per comprendere le dinamiche sociali (e quindi belliche). Un ultimo accenno sull’apporto che la fuoriuscita dal modello galileiano di scienza meccanicistica può dare allo sviluppo delle scienze sociali. Nonostante le oscillazioni del pendolo attratto da tre forze magnetiche non siano mai le stesse anche se (apparentemente) rilasciamo il pendolo partendo sempre dalla stessa posizione (in verità la posizione non può mai essere esattamente sempre le stessa ed è proprio questa infinitesimale differenza che fa sì che ogni volta le oscillazioni varino e non in maniera infinitesimale, come nel classico pendolo, ma in maniera macroscopicamente diversa e assolutamente non prevedibile, insomma il già menzionato “effetto battito ali di farfalla”), l’equazione che descrive la bizzarria ed imprevedibilità di queste oscillazioni è una equazione che porta ad un esito deterministico. Viene detta equazione non lineare la quale, appunto, come l’equazione lineare conduce immancabilmente ad un esito preciso e deterministico, solo che questa equazione non lineare è terribilmente sensibile, al contrario dell’equazione lineare,  alle pur infinitesimali  variabili immesse nell’equazione. Possiamo quindi dire che la “fantastica Trinità” clausewitziana se dal punto di vista dell’inquadramento analitico-empirico dei fenomeni sociali ci introduce nel regno di un’assoluta imprevedibilità di questi fenomeni che devono essere descritti da un’equazione non lineare dove alla fine impera il fenomeno del battito ali di farfalla, dal punto di vista del modello di riferimento teorico questo modello è sempre la meccanicistica e deterministica scienza fisica galileiana (solo che, novità di Clausewitz, questa fisica galileiana non era più in grado di condurre, in pratica, ad alcuna previsione, quindi se non in teoria, nella prassi si è già al di fuori dal determinismo galileiano perché con i fenomeni descritti dalle equazioni non lineari non si ha più, de facto,  alcuna certezza in merito all’evoluzione dei fenomeni osservati). Oggigiorno, inizio del secolo XXI, il paradigma della scienza meccanicistica galileiana, nonostante le scienze sociali e storiche ne soffrano ancora quasi totalitaristicamente  il nefasto influsso e cerchino o di ricavare un’illusoria autonomia da questo o, ancor peggio, tentino, in un supremo e vano sforzo neopositivistico, di adeguarvisi,  è caduto definitivamente in crisi. Non intendiamo qui tanto riferirci alla relatività ristretta einsteiniana che, nonostante le sue applicazioni pratiche e gli sconvolgimenti per il senso comune che introduce riguardo la visione del mondo fisico, non è altro che un’estensione del modello galileiano, in quanto sì, a differenza del  modello galileiano introduce un sistema di riferimento universale, e cioè la velocità della luce nel vuoto che rimane sempre uguale indipendentemente dal sistema di riferimento ma che, assolutamente in linea col protocollo galileiano, presuppone una totale separazione ed irrilevanza dell’atto osservativo rispetto al fenomeno osservato nel corso dell’esperimento ma alla meccanica quantistica,  il cui caposaldo è, secondo la più accredita interpretazione data a questa fisica, cioè quella della scuola  di Copenhagen di Niels Bohr, appunto l’impossibilità di isolare la perturbazione indotta dall’atto osservativo sul fenomeno osservato. Senza voler qui discutere se sia la semplice misurazione a perturbare l’esperimento o se, invece, questa perturbazione sia indotta da un atto osservativo cosciente (i fisici John von Neumann  e Eugene Paul Wigner pensavano che fosse l’atto osservativo cosciente a perturbare l’esito dell’esperimento) e senza nemmeno voler definitivamente affermare  se l’atto osservativo cosciente o no che sia ci porti completamente al di fuori dal modello meccanicistico e deterministico galileiano (la fisica classica – con le sue equazioni lineari o non lineari che siano – ci rappresenta un universo retto da ferree leggi meccaniche in cui noi non siamo altro che ingranaggi di un orologio. Invece, le succitate interpretazioni della fisica quantistica ci orientano fortissimamente verso una rappresentazione diametralmente opposta permettendoci di porci di nuovo al centro di un universo non più perfetto e ferreo meccanismo e non più rappresentabile con l’immagine dell’orologio o, aggiornando l’immagine, col computer ma un computer di tipo classico, perché con i computer quantistici prossimi venturi, il problema è la lettura dell’output da parte di un soggetto cosciente…), non è assolutamente rimuovibile il semplice dato di fatto che nella realtà (fisica, ma in extenso, anche umana, storica, culturale, sociale ed economica) reinterpretata alla luce della fisica quantistica la causalità e il determinismo vengono rimpiazzati da un totale indeterminismo ontologico  che va  ben oltre  l’ heisenberghiano principio di indeterminazione, che per quanto stabilisca l’impossibilità di una atto osservativo neutro e considerando l’evoluzione del sistema osservato prevedibile solo in termini probabilistici (nella fattispecie i parametri presi in considerazione dal principio di indeterminazione di Heisenberg sono  la posizione e la velocità dell’elettrone che, alla luce di questo principio, sono alterati, e quindi determinabili solo probabilisticamente, dall’emissione di energia esterna al sistema atomo, portato inevitabile dell’atto osservativo compiuto sull’elettrone)  non  attribuisce alcuna importanza al fatto se quest’atto osservativo sia o no cosciente. Comunque o attenendoci solo ad una stretta interpretazione heisenberghiana del principio di indeterminazione  oppure sposando  l’interpretazione di Wigner e von Neumann sul ruolo della coscienza nel fenomeno della decoerenza quantistica  (in questa interpretazione decoerenza quantistica che, oltre che essere descrivibile solo in sede statistica, diviene soggetta anche ad un elemento esterno assolutamente non computabile – la coscienza, appunto –, coscienza che secondo Wigner e von Neuman ed anche alla luce del teorema di incompletezza di Gödel, non può essere ridotta  ad alcun algoritmo  non potendo così più essere giudicata, come in passato dalla fisica classica, come una sorta di epifenomeno ma, in un certo senso, come la singolarità demiurgica e creatrice dell’Universo, cfr. a questo proposito il potente simbolo della grande U di Wheeler o grande occhio di Wheeler –   Wheeler’s big UWheeler’s U, Wheeler’s eye, Wheeler’s big eye

quello che senza alcun dubbio possiamo in questa sede affermare è che la fisica quantistica ha aperto un irrimediabile vulnus alla scienza galileiana (e kantiana e positivistica e neopositivistica) che aveva presupposto una separazione ontologica, prima che epistemologica, fra soggetto e oggetto. Insomma, con la fisica quantistica che non riconosce più una separazione ontologica fra soggetto ed oggetto si è passati da una fisica galileiana meccanicistica a una nuova e rivoluzionaria fisica della praxis. Gli attardati neopositivisti di destra e di sinistra (e, de facto, nemici giurati, tutti, di ogni rivoluzionamento della società perché, contraddittoriamente, affermano sì – e fanno atto di fede su – una libera volontà modificatrice del “dato”, ma libera volontà esistente solo metafisicamente e non nella realtà perché questa stessa realtà è per loro solo totalmente meccanica e non dialettica, naturale portato questa disperata e disperata Weltanschauung del loro volere omologare le scienze sociali alla meccanica galileiana, e con conseguente  relegare le azioni sociali a gruppi ristretti di esperti conoscitori degli ineluttabili meccanismi sociali e storici, insomma coloro chi più a sinistra o più a destra, rappresentano l’ideologia democratica dell’attuale liberal-liberismo) siano avvertiti perché ora esiste – o meglio sta prendendo una sempre più definita autocoscienza –  anche una  fisica della praxis (fisica quantistica) e accanto una fisica sociale, culturale, storica ed economica della praxis (ultimo e più avanzato stadio della filosofia della praxis che nel Novecento trovò la sua più alta espressione nei Quaderni del carcere di Gramsci), entrambe nei loro rispettivi ma dialetticamente intercomunicanti ambiti totalmente inutilizzabili  per i loro giochetti di infinocchiamento delle masse (agenti omega-strategici) ad adiuvandum gli agenti alfa-strategici (per l’inquadramento teorico di queste due locuzioni  nell’ambito del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico e che rappresentano la definitiva Aufhebung del vecchio conflittualismo bipolare marxiano, classe operaia vs classe capitalista, verso un panconflittualismo olistico, dialettico, espressivo, strategico, conflittuale ed attivistico, cfr. la nostra Teoria della Distruzione del Valore (Teoria fondativa del Repubblicanesimo Geopolitico e per il superamento/conservazione del Marxismo), reperibile in Rete). Il Repubblicanesimo Geopolitico ne ha invece già preso debita nota e nell’ambito della sua visione dialettica dell’inseparabilità fra natura e cultura o natura e storia non può che sottolineare le profondissime analogie (per non dire identità) fra la Weltanschauung della fisica della praxis, naturale e finale Gestalt espressiva della fisica quantistica e la Weltanschauung della compiuta filosofia della praxis  del Repubblicanesimo Geopolitico stesso, ora  anche ridefinita, alla luce dell’antideterminismo e dell’implicito psichismo (Scuola di Copenhagen di Niels Bohr) della fisica quantistica e dell’ugualmente antideterministica,  dialettica ed attivistica novecentesca filosofia della praxis – nonché frutto pressoché  maturo, grazie all’elaborazione ormai integralmente dialettica allora datane nei Quaderni del carcere da Antonio Gramsci, dell’ originario idealismo tedesco di Fichte, Hegel e Schelling –, fisica sociale, culturale, storica ed economica della praxis.». »]; [Nota 24: «L’idea della storia naturale, conferenza tenuta da Adorno nel  1932, può essere considerata e uno dei più efficaci attacchi nel Novecento, assieme alle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin, all’impostazione similpositivistica dello storicismo tedesco che aveva abbandonato tutti gli spunti dialettici della grande stagione dell’idealismo e contestualmente – e conseguentemente – come la presa d’atto, anche se espressa in maniera tutt’altro che cristallina, che la divisione fra mondo della natura retto da deterministiche leggi e mondo storico dell’uomo, che in ragione dell’impossibilità ad essere inquadrato in tali leggi sarebbe separato dal mondo della natura da un’alterità addirittura ontologica,  dal punto di vista teorico non aveva alcun fondamento: «Se si vuole che la domanda sul rapporto tra natura e storia abbia una risposta concreta, bisogna riuscire a comprendere l’essere storico stesso come un essere naturale, ossia a comprenderlo nelle sue determinazioni naturali, proprio laddove esso è maggior­mente storico; oppure riuscire a comprendere la natura come un essere storico proprio laddove essa si mostra come natura apparente.»: Die Idee der Naturgeschichte, trad. it. di M. Farina, L’idea della storia naturale, in T. W. Adorno, L’attualità della filosofia. Tesi all’origine del pensiero critico, Mimesis, Milano 2009, p. 69. Il tema dell’impraticabilità teorica della separazione fra mondo della natura e mondo storico-sociale dell’uomo verrà infine completamente sviluppato da Adorno in Dialettica negativa, dove si può anche apprezzare un suo deciso approssimarsi ad un modello dell’azione filosofico-politica con significative analogie al paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, unito però ad  una non soddisfacente focalizzazione della problematica del rapporto fra natura e storia in Marx, dove il filosofo e rivoluzionario di Treviri viene da Adorno praticamente – ed erroneamente – del tutto assolto delle degenerazioni della dialettica verificatesi tramite il Diamat staliniano: «Il concetto di storia universale, dalla cui validità la filosofia hegeliana è ispirata quanto quella kantiana da quella delle scienze naturali, divenne tanto più problematico, quanto più il mondo unificato si approssimava ad un processo globale. Da un lato la scienza storica avanzante con metodo positivistico ha disgregato la concezione di una totalità e di una continuità senza interruzioni. Rispetto ad essa la costruzione filosofica aveva il dubbio vantaggio di una minore conoscenza dei dettagli, che voleva spacciare fin troppo facilmente per una sovrana distanza; e veramente anche meno timore di dire qualcosa di essenziale, che si profili soltanto alla distanza. Dall’altro una filosofia sviluppata doveva cogliere l’accordo tra storia universale e ideologia1 e la vita sconvolta come discontinua [nota 1 di p. 287 di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, Torino, Einuadi, 1966: «Cfr. Benjamin, Scriften cit., vol. I, pp. 494 sgg. [pp. 81 sgg.].»]. Hegel stesso aveva concepito la storia universale come unitaria solo grazie alle sue contraddizioni. Con la sua riformulazione materialistica l’accento maggiore fu posto sulla comprensione della discontinuità di ciò che non era tenuto insieme da alcuna unità consolatoria dello spirito e del concetto. Tuttavia bisogna pensare insieme storia universale e discontinuità. Cancellare quella come residuo di superstizione metafisica, consoliderebbe la mera fattualità come l’unica cosa da conoscere e quindi da accettare, allo stesso modo della  sovranità precedente, che ordinava i dati nell’avanzata totale dello spirito uno, confermandoli con le sue manifestazioni. La storia universale si deve costruire e negare. Sarebbe cinico affermare dopo le catastrofi e nell’attesa delle future un piano mondiale verso il miglioramento che si manifesti nella storia e la unifichi. Però non si deve negare perciò l’unità, che salda insieme i momenti e fasi discontinui, caoticamente disgregati dalla storia, quella del dominio della natura, progredente nel dominio sugli uomini ed infine sulla natura interiore. Non c’è una storia universale che conduca dal selvaggio all’umanità, ma certo una che porta dalla fionda alla megabomba. Essa termina nella minaccia totale dell’umanità organizzata contro gli uomini organizzati, la quintessenza della discontinuità. Così Hegel viene terribilmente verificato e messo sulla testa. Se egli trasfigurava la totalità della sofferenza storica in positività dell’assoluto che si realizza, l’uno e il tutto che si sviluppa per prender fiato fino ad oggi è teleologicamente la sofferenza assoluta. La storia è l’unità di continuità e discontinuità. La società si mantiene in vita non malgrado il suo antagonismo, ma tramite esso; l’interesse al profitto, e quindi il rapporto di classe sono oggettivamente il motore del processo produttivo, da cui dipende la vita di tutti e il cui primato ha il suo punto di fuga nella morte di tutti. Ciò implica anche l’elemento conciliante nell’inconciliabile: poiché esso soltanto permette agli uomini di vivere; senza di esso non ci sarebbe nemmeno la possibilità di una vita trasformata. Ciò che quella possibilità creò storicamente, può anche distruggere. Lo spirito del mondo, degno oggetto di definizione, dovrebbe essere definito come catastrofe permanente.  Sotto il principio d’identità che assoggetta tutto, ciò che non si dissolve  nell’identità  e si sottrae alla razionalità pianificante nell’ambito dei mezzi diventa angoscioso, rappresaglia per quel male che il non identico subisce da parte dell’identità. La storia potrebbe difficilmente essere interpretata altrimenti, senza trasformarla magicamente in idea [evidenziazione nostra].»: Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit., pp. 286-88. «L’oggettività della vita storica è quella di una storia naturale. Marx lo ha riconosciuto contro Hegel, e precisamente in stretta connessione con l’universale realizzantesi sopra le teste dei soggetti: «Anche quando una società è riuscita a intravvedere la legge di natura del proprio movimento – e fine ultimo al quale mira quest’opera è di svelare la legge economica del movimento della società moderna – non può  né saltare né eliminare per decreto le fasi naturali dello svolgimento… Non dipingo affatto in luce rosea le figure del capitalista e del proprietario fondiario. Ma qui si tratta delle persone soltanto in quanto sono la personificazione delle categorie economiche, incarnazione di determinati rapporti e di determinati interessi di classe. Il mio punto di vista, che concepisce lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, può meno che mai rendere il singolo responsabile di rapporti dei quali egli rimane socialmente creatura, per quanto soggettivamente possa elevarsi al di sopra di essi1 [nota 1 di p. 319 di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit.: «Marx, Das Kapital cit., Vol. I, prefazione alla 1° ed., pp. 7 sg. [vol. I, I, p. 18].»]. Non s’intende certo il concetto antropologico di natura di Feuerbach, contro il quale Marx ha rivolto il materialismo storico, nel senso di una ripresa di Hegel contro gli hegeliani di sinistra2 [nota 2 di p. 319 di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit.: «Cfr. Schmidt, Der Begriff der Natur in der Lehre von Marx, cit., Vol. II, p. 15 [cap. I, sez. A].»]. La cosiddetta legge naturale, che pure è solo una legge della società capitalistica, viene perciò chiamata mistificazione da Marx: «La legge dell’accumulazione capitalistica mistificata in legge di natura esprime dunque in realtà il fatto che la sua natura esclude ogni diminuzione del grado di sfruttamento del lavoro o ogni aumento del prezzo del lavoro che siano tali da esporre a un serio pericolo la costante riproduzione del rapporto capitalistico e la sua riproduzione su scala sempre più allargata. Non può essere diversamente in un modo di produzione entro il quale l’operaio esiste per i bisogni di valorizzazione di valori esistenti, invece che, viceversa, la ricchezza materiale per i bisogni di sviluppo dell’operaio1.» [nota 1 di p. 320  di Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit.: «Marx, Das Kapital cit., Vol. I, pp. 652 sg. [Vol. I, 3, p. 69]».]. Tale legge è naturale a causa del carattere della sua inevitabilità sotto i rapporti di produzione dominante. L’ideologia non si sovrappone all’essere sociale come uno strato che si possa staccare, ma gli inerisce. Essa si fonda sull’astrazione, che è essenziale per il processo di scambio. Ciò implica nel processo della vita reale fino ad oggi un’apparenza socialmente necessaria. Il suo nocciolo è il valore della cosa in sé, «natura». La quasi naturalità della società capitalistica è reale e nello stesso tempo apparenza. Che l’assunto di legge naturale non deve essere preso alla lettera, e tanto meno ontologizzato nel senso di un qualche progetto del cosiddetto uomo, è confermato dal motivo più potente della teoria marxiana in generale, quello dell’eliminabilità di tali leggi. Dove inizia il regno della libertà, non varrebbero più. La distinzione kantiana fra un regno della libertà e uno della necessità viene trasposto al succedersi delle fasi, mobilitando come mediazione la filosofia della storia hegeliana. Soltanto uno stravolgimento dei motivi marxisti come il Diamat, che prolunga il regno della necessità assicurando che sia quello della libertà, poteva cadere nell’errore  di falsificare il concetto polemico marxiano di  normatività naturale da una costruzione della storia naturale in una dottrina scientistica di invarianti. Con ciò il discorso marxiano sulla storia naturale non perde nulla del suo contenuto di verità, appunto quello critico. Hegel si aiutò ancora ricorrendo ad un soggetto personificato trascendentale, che perde però già la natura di soggetto; Marx denuncia non solo la trasfigurazione hegeliana, ma la fattispecie che ne è oggetto. La storia umana, il progressivo dominio sulla natura, prosegue quella inconsapevole della natura, mangiare ed essere mangiato. In senso ironico Marx era un socialdarwinista: ciò che i socialdarwinisti esaltano e secondo cui godono di agire, per lui è la negatività, in cui si risveglia la possibilità della sua negazione [evidenziazione nostra].»: Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Dialettica negativa, cit., pp. 319-320. E a questo proposito  (e, riteniamo, senza bisogno di ulteriori commenti se non sottolineare che il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico permette di affrontare con un’inedita, rivoluzionaria – e soprattutto dialetticamente unitaria – prospettiva situazioni storiche e/o filosofiche ritenute erroneamente non connesse fra di loro e, comunque, prima di oggi, ricacciate negli inferi dalla trasognata ideologia  delle “magnifiche sorti e progressive” del mondo liberal-liberista del secondo dopoguerra: dalla storia  «che porta dalla fionda alla megabomba», ma anche alle elaborazioni culturali dalle più popolari alle più alte, fino a giungere all’espressività artistica e scientifica!, fino al fascista Dante Cesare Vacchi che crea i commandos portoghesi per aiutare il morente Portogallo salazarista nella guerra contro i movimenti di liberazione in Africa) accostiamo alla citazione adorniana una da una nostra riflessione, citando integralmente da pp. 3-23 il nostro Dialectivs Nvncivs  (agli URL di Internet Archive:

https://archive.org/details/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866/mode/2up e                                                                                     https://ia801603.us.archive.org/7/items/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopoliticoAttraversoIQuaderniDelCarcereEStoriaECoscienzaDiClasse.pdf, e di WebCite:

http://www.webcitation.org/76Q9qTn9X e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801603.us.archive.org%2F7%2Fitems%2FDialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866%2FDialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopoliticoAttraversoIQuaderniDelCarcereEStoriaECoscienzaDiClasse.pdf&date=2019-02-24 [Ulteriore congelamento per la presente versione REDVX tramite Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190618195114/https://ia801603.us.archive.org/7/items/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopolitico_866/DialecticvsNvncivs.IlPuntoDiVistaDelRepubblicanesimoGeopoliticoAttraversoIQuaderniDelCarcereEStoriaECoscienzaDiClasse.pdf: aggiunta al testo della nota compiuta nella presente versione Redux]): «Dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico,1 oltre alla “falsificazione” di Marx, innumeri volte rappresentata da La Grassa in tutta la sua opera e ora per ultimo di nuovo molto opportunamente ripetuta nella Intervista (teorica) a Gianfranco La Grassa (di F. Ravelli), cioè la nascita mai avvenuta della nuova classe al potere del lavoratore collettivo cooperativo associato, sulla quale ci soffermeremo fra poco, siamo di fronte a due ulteriori “crampi” del pensiero marxiano che, uniti alla “falsificazione” di cui sopra ci consentono davvero, alla luce dell’impostazione conflittuale-strategica lagrassiana, di compiere un passo decisivo per lo sviluppo delle scienze sociali e storiche che, non solo rivoluzionino gli attuali paradigmi teorici, ma anche possano dare l’inizio ad una reale prassi sociale anch’essa rivoluzionaria rispetto agli stantii paradigmi politici democraticistici. [Nota 1 di p. 3 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs. Il punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico attraverso i Quaderni del Carcere e Storia e Coscienza di Classe per il rovesciamento della gerarchia della spiegazione meccanicistico-causale e dialettico-conflittuale, per il rinnovamento degli studi marxiani e marxisti e per l’Aufhebung della gramsciana e lukacsiana Filosofia della Praxis: «L’occasione per l’elaborazione di questo punto di vista, Dialecticvs Nvncivs, oltre che dai precedenti lavori sul Repubblicanesimo Geopolitico, nasce originariamente come commento di Massimo Morigi in data 16 luglio 2016 all’intervista a Gianfranco La Grassa Intervista (teorica) a Gianfranco La Grassa (di F. Ravelli). Il commento all’intervista è agli URL http://www.conflittiestrategie.it/commento-di-massimo-morigi-allintervista-di-gianfranco-la-grassa-intervista-teorica-di-g-la-grassa-di-f-ravelli-pubblicata-su-conflitti-e-strategie; https://www.webcitation.org/6j4Ecswj9 ; http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.conflittiestrategie.it%2Fcommento-di-massimo-morigi-allintervista-di-gianfranco-la-grassa-intervista-teorica-di-g-la-grassa-di-f-ravelli-pubblicata-su-conflitti-e-strategie&date=2016-07-17 [ora anche sulla Wayback Machine all’URL http://web.archive.org/web/20200329071538/http://www.conflittiestrategie.it/commento-di-massimo-morigi-allintervista-di-gianfranco-la-grassa-intervista-teorica-di-g-la-grassa-di-f-ravelli-pubblicata-su-conflitti-e-strategie: aggiunta alla nota per la presente comunicazione sulla dialetticità delle nuove frontiere della biologia e la sintesi evoluzionistica estesa] ed è presente pure come commento sulla pagina di presentazione dell’intervista stessa caricata su Internet Archive all’URL https://archive.org/details/IntervistateoricaAGianfrancoLaGrassaECommentoDiMassimoMorigi  (l’intervista è poi scaricabile direttamente sempre    su    Internet   Archive      all’URL

https://ia601204.us.archive.org/32/items/IntervistateoricaAGianfrancoLaGrassaECommentoDiMassimoMorigi/IntervistateoricaAG.LaGrassadiF.Ravelli.html). L’Intervista (teorica) a Gianfranco La Grassa (di F. Ravelli) è stata inizialmente pubblicata in data 15 luglio 2016 sul sito di “Conflitti e Strategie” e su questo sito è all’URL http://www.conflittiestrategie.it/intervista-teorica-a-g-la-grassa-di-f-ravelli e, vista la sua importanza si è pure provveduto di caricarla, oltre presso i già citati https://archive.org/details/IntervistateoricaAGianfrancoLaGrassaECommentoDiMassimoMorigi e https://ia801204.us.archive.org/32/items/IntervistateoricaAGianfrancoLaGrassaECommentoDiMassimoMorigi/IntervistateoricaAG.LaGrassadiF.Ravelli.html, anche ricorrendo alla ridondanza di WebCite all’URL http://www.webcitation.org/6jFLY1dNh  [ora anche sulla Wayback Machine all’URL https://web.archive.org/web/20200329072642/http://www.conflittiestrategie.it/intervista-teorica-a-g-la-grassa-di-f-ravelli: aggiunta alla nota per la presente comunicazione sulla dialetticità delle nuove frontiere della biologia e la sintesi evoluzionistica estesa]. Si segnala anche che il Dialecticvs Nvncivs è stato preceduto, oltre che da tutta la precedente elaborazione presente nel Web sul Repubblicanesimo Geopolitico, specificatamente da tre lavori: la Teoria della Distruzione del Valore. (Teoria Fondativa del Repubblicanesimo Geopolitico e per il Superamento/conservazione del Marxismo), Repubblicanesimo Geopolitico. Intervista al professor Massimo Morigi e Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats. Saggio sulla Moralità del Repubblicanesimo Geopolitico più Breve Nota all’Intervista del CSEPI a La Grassa (di Massimo Morigi). La Teoria della Distruzione del Valore, oltre che essere sparsa in vari luoghi del Web, è recuperabile agli URL https://archive.org/details/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore/mode/1up; https://ia800501.us.archive.org/20/items/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf;http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia800501.us.archive.org%2F20%2Fitems%2FMarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore%2FMarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf&date=2015-12-04 e http://www.webcitation.org/6dWOlPr8n. L’intervista sul Repubblicanesimo Geopolitico, curata da Giuseppe Germinario, oltre ad essere visionabile su “Conflitti e Strategie” e su YouTube, rispettivamente agli URL http://www.conflittiestrategie.it/repubblicanesimo-geopolitico-intervista-al-professor-massimo-morigi e https://www.youtube.com/watch?v=VeOUHYC8zq8,  è  stata anche caricata su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoIntervistaAlProfessorMassimoMorigi e https://ia600508.us.archive.org/8/items/RepubblicanesimoGeopoliticoIntervistaAlProfessorMassimoMorigi/RepubblicanesimoGeopoliticoIntervistaAlProfessorMassimoMorigi.mp4. Infine Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats. Saggio sulla Moralità del Repubblicanesimo Geopolitico più Breve Nota all’Intervista del CSEPI a La  Grassa (di Massimo Morigi), prima parte sotto l’aspetto di una morale pubblica dialettica e di una conseguente filosofia della prassi che trovi la sua raggiunta entelechia in una pienamente manifestata epifania strategica di un trittico sul Repubblicanesimo Geopolitico che comprende oltre il presente lavoro anche il di prossima pubblicazione Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico (cfr. in proposito la nota introduttiva di Repubblicanesimo Geopolitico Anticipating Future Threats), è anch’esso tramite motori di ricerca reperibile in vari luoghi del Web o può essere direttamente visionabile e scaricabile ai seguenti URL

https://archive.org/details/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSulla_297/mode/2up; https://ia801909.us.archive.org/17/items/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSulla_297/RepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSullaMoralitaDelRepubblicanesimoGeopolitico.pdf; https://www.webcitation.org/6lXceRo2L;

http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Farchive.org%2Fdetails%2FRepubblicanesimoGeopoliticoAnticipatingFutureThreatsDialogoSulla_297&date=2016-10-26; https://www.researchgate.net/publication/309427489_Repubblicanesimo_Geopolitico_Anticipating_Future_Threats_Dialogo_sulla_Moralita_del_Repubblicanesimo_Geopolitico_piu_Breve_Nota_all%27Intervista_del_CSEPI_a_La_Grassa_di_Massimo_Morigipdf: https://doi.org/10.13140/RG.2.2.11532.72320. Ultima notazione di bibliografia internettiana: prima dell’immissione nel Web – iniziata il 25 dicembre 2016 – tramite le piattaforme di conservazione e condivisione digitale (in particolare Internet Archive), il Dialecticvs Nvncivs è stato pubblicato sul sito di geopolitica e di teoria politica marxista “Italia e il Mondo”. Gli URL presso “Italia e il Mondo” dove è possibile prenderne visione e scaricarlo sono http://italiaeilmondo.com/2016/12/13/dialecticus-nuncius-di-massimo-morigi/ e http://italiaeilmondo.com/category/agora/, rispettivamente WebCite http://www.webcitation.org/6mn0wfXNh                               o http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2016%2F12%2F13%2Fdialecticus-nuncius-di-massimo-morigi%2F&date=2016-12-15

 e http://www.webcitation.org/6mn1dOsRD                                                                              o

http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2Fcategory%2Fagora%2F&date=2016-12-15 [Wayback Machine all’URL https://web.archive.org/save/http://italiaeilmondo.com/2016/12/13/dialecticus-nuncius-di-massimo-morigi/: aggiunta alla nota per la presente comunicazione sulla dialetticità delle nuove frontiere della biologia e la sintesi evoluzionistica estesa]. (Ovviamente questa ultima notazione è assente nel file del Dialecticvs visionabile presso “Italia e il Mondo”). RAVENNA . DIES . NATALIS . SOLIS . INVICTI . ANNO . DOMINI . MMXVI . POST . CHRISTVM . NATVM»]. Partiamo, molto semplicemente, dal passo fondamentale del Capitale  dove Marx individua il carattere del tutto ideologico dell’allora (e tuttora) imperante economia politica: «Al possessore di denaro, che trova il mercato del lavoro come particolare reparto del mercato delle merci, non interessa affatto il problema del perché quel libero lavoratore gli compaia dinanzi nella sfera della circolazione. E a questo punto non interessa neanche a noi. Noi, dal punto di vista teorico, ci atteniamo al dato di fatto, come fa il possessore di denaro dal punto di vista pratico. Però una cosa è evidente. La natura non produce da un lato possessori di denaro o di merci e dall’altro semplici possessori della propria forza lavorativa. Tale rapporto non risulta dalla storia naturale né da quella sociale ed esso non è comune a tutti i periodi della storia. È evidente come esso sia il risultato d’uno svolgimento storico precedente, il prodotto di molte rivoluzioni economiche, della caduta di una intera serie di più vecchie formazioni della produzione sociale.»2 [Nota 2 di p. 5 di Massimo Morigi,  Dialecticvs Nvncivs, cit.: «Karl Marx, Il Capitale, trad. it., Roma, Newton Compton, 1970, I, pp. 199-200.»].  Marx ci dice quindi, al contrario di quanto sostenevano gli economisti classici (e di quanto sostengono ancor oggi gli attuali economisti), che è la storia e non la natura a produrre la società dominata dal capitalismo e che, di conseguenza, le presunte leggi economiche non sono per niente naturali ma totalmente dovute all’umana evoluzione storica. Questo totale cambio di paradigma segna ad un tempo la grandezza ed anche l’enorme ed invalicabile limite di Marx (e di tutte le varie scuole di pensiero e di azione che da lui prenderanno origine). Detto in estrema sintesi: vero è che la società capitalistica e le presunte leggi dell’economia non hanno affatto l’ineluttabilità della natura ma sono di pura origine storico-sociale. Falso è, come invece traspare chiaramente dal testo appena citato, che sussista una suddivisione reale fra natura e storia. Come ho già affermato in altri luoghi, questa errata epistemologia è l’errore più grande di tutta la tradizione filosofica occidentale, alla quale, con risultati del tutto insoddisfacenti, cercarono di porre rimedio Hegel e Schelling e che, quindi, non si può fare particolare biasimo a Marx per esservi ricaduto. Ma se non si può certo biasimare in particolare Marx per questo errore, sul piano del giudizio storico sono del tutto da deprecare i problemi derivatine. La conseguenza, veramente nefasta, è stata una visione terribilmente ristretta del metodo dialettico dove da una parte, cioè nel cosiddetto Diamat – sviluppo teorico finale delle cosiddette tre pseudoleggi dialettiche di Engels illustrate nella sua Dialettica della Natura e nell’Anti-Dühring (conversione della quantità in qualità, compenetrazione degli opposti e negazione della negazione, tre leggi che sono la scimmiottatura della logica aristotelica) –, la dialettica è diventata una forma corrotta di pensiero positivistico e che, sulla linea dell’ineluttabilità di queste leggi pseudodialettiche engelsiane, ha smesso, appunto, di essere dialettica per trasformarsi in instrumentum regni dei regimi totalitari del socialismo reale; dall’altra parte, invece, cercando di preservare i limiti di libertà e di creazione prassistica dell’azione che dovrebbe consentire la dialettica stessa, si è cercato di staccare la dialettica dalla comprensione dei fenomeni naturali, gravissima perdita gnoseologica il cui esempio più famoso è quello di György Lukács, dove in Storia e Coscienza di Classe afferma che «Questa limitazione del metodo alla realtà storico-sociale è molto importante. I fraintendimenti che hanno origine dall’esposizione engelsiana della dialettica poggiano essenzialmente sul fatto che Engels – seguendo il falso esempio di Hegel – estende il metodo dialettico anche alla conoscenza della natura. Mentre nella conoscenza della natura non sono presenti le determinazioni decisive della dialettica: l’interazione tra soggetto ed oggetto, l’unità di teoria e praxis, la modificazione storica del sostrato delle categorie come base della loro modificazione nel pensiero, ecc. Purtroppo è qui impossibile discutere di questi problemi in modo più minuzioso.»3. [Nota 3 di pp. 6-9 di Massimo MorigiDialecticvs Nvncivs, cit.: «György Lukács, Storia e Coscienza di Classe, Milano, Sugar Editore, p. 6. In Codismo e Dialettica, concepito per rispondere alle accuse di chi aveva giudicato Storia e Coscienza di Classe di non essere opera marxista ma bensì idealista, Lukács comincia a rispondere a questi problemi davvero in modo più minuzioso e, a proposito del problema dell’applicabilità nei vari campi del sapere e dell’attività umana del metodo dialettico, fornisce una regola veramente aurea che oggi è anche fatta propria – ma poco merito, un po’ di storia, di tragedie, di filosofia, di scienze biologiche, informatiche, fisiche, di epigenetica, di teoria del caos e di meccanica quantistica sono da allora passate sotto i ponti, discipline per una trattazione delle quali, sotto l’aspetto del loro decisivo apporto per una rifondazione della dialettica, il nunzio rimanda ancora a Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico, cit., di imminente pubblicazione – dalla dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico. Questa regola si esprime in questi termini: non è che la spiegazione dialettica debba sostituire in toto la spiegazione meccanicistico-causale ma deve essere in testa, rispetto a quella meccanistico-causale, nella gerarchia della preferenza fra le due (e oltre sotto l’aspetto dell’explanandum per il quale deve occupare questo primo posto, dal punto di vista dell’explanans, cioè della dialettica dell’origine del modello teorico stesso, occupa questo primato gerarchico perché 1) per quanto sia meccanico, un modello esplicativo esso come modello risale come genesi alla struttura dialettica della totalità, se no si è in presenza, per la sua isolata e presunta autosufficienza, ad un principio teologico, valido unicamente in ragione di una cieca fede nello stesso e quindi 2) esso è concretamente ed operativamente costituito da elementi del mondo anch’essi rapportati empiricamente e dialetticamente con la totalità, se no si ricade in fattispecie religiose già evidenziate in 1). Che poi non tutte le spiegazioni impiegate dalle scienze, allo stato attuale dello sviluppo delle conoscenze e del conseguente concreto sviluppo della dialettica della filosofia della praxis, non rispondano formalmente ad una legalità dialettica, poco importa. Quello che importa realmente è essere consapevoli della necessità di questo rovesciamento nella gerarchia della spiegazione e della dialetticità del reale, quella dialetticità che se assunta come forma mentis ed agendi è la sola condizione necessaria e sufficiente per generare mutamenti autenticamente rivoluzionari e quindi veritativi: «Nel materialismo dialettico il problema strutturale viene risolto storicamente (cioè mostrando la genesi concreta, reale e storica della struttura data), e il problema storico viene risolto teoricamente (cioè mostrando la legge che ha prodotto il contenuto concreto dato) [il Repubblicanesimo Geopolitico dice: cioè mostrando che è il principio dell’azione/conflitto/dialettico/epressivo/strategico – e non una galileiana meccanica e predestinante legalità esemplata sul modello di presunte leggi di natura – ad avere prodotto il contenuto concreto dato, ndr]. Ecco perché Marx, a proposito del susseguirsi delle categorie economiche, scrive: «La loro successione è determinata dalla relazione in cui esse si trovano l’una con l’altra nella moderna società borghese, e questo è esattamente l’inverso di quello che sembra essere il loro ordine naturale o di ciò che corrisponde alla successione dello sviluppo storico». [ndr: Karl Marx, Per la Critica dell’Economia Politica, introduzione di Maurice Dobb, traduzione di Emma Cantimori Mezzomonti, Roma, Editori Riuniti, 1974, p. 196] Da ciò comunque, cioè dal fatto che il processo oggettivamente reale è esso stesso dialettico e che l’origine reale e l’intreccio della conoscenza che gli corrisponde adeguatamente siano essi stessi dialettici, non segue affatto che ogni conoscenza debba apparire nella forma di conoscenza del metodo dialettico [corsivo di Lukács: nel Dialecticvs Nvncivs le evidenziazioni del testo delle citazioni, dove non di mia espressa autoattribuzione, sono di Lukács]. L’affermazione del giovane Marx: «La ragione è sempre esistita ma non sempre in forma razionale» [ndr: lettera di Karl Marx ad Arnold Ruge scritta nel settembre 1843 da Kreuznach, in Arnold Ruge, Karl Marx, Annali franco-tedeschi, a cura di Gian Mario Bravo e traduzione di Anna Pegoraro Chiarloni e Raniero Panzieri, Milano Edizioni del Gallo, 1965, p.81] vale anche per la dialettica. Dipende dalla struttura economica della società e dalla posizione di classe che il conoscente assume in essa, se fino e a che punto un rapporto oggettivamente dialettico assuma forma dialettica nel pensiero, se e fino a che punto gli uomini possano diventare coscienti del carattere dialettico del rapporto dato. In determinate circostanze può accadere che esso non appaia affatto dal punto di vista del pensiero conoscitivo; oppure può apparire sotto forma di contraddizione irrisolvibile, come antinomia; può essere compreso adeguatamente sotto certi aspetti, senza che possa essere determinato correttamente il suo giusto posto nello sviluppo complessivo etc. Da quanto abbiamo detto finora è chiaro che tali conoscenze possano comunque essere, almeno in parte,  oggettivamente giuste. Ma solo quando lo sviluppo storico della società è progredito fino al punto che i problemi reali che stanno alla base di queste contraddizioni etc. sono storicamente risolti, oppure che la loro soluzione non è lontana, solo allora può essere trovata la conoscenza teoricamente giusta e dialettica. In altre parole: la soluzione, il superamento di una contraddizione dialettica viene prodotta dalla realtà nel processo storico reale. Il pensiero può, a certe condizioni, anticipare mentalmente questi processi, ma solo quando il loro superamento esiste oggettivamente nel processo storico effettivo come una reale tendenza di sviluppo (anche se magari come tendenza ancora immatura dal punto di vista della prassi). E se questo rapporto con il processo storico reale non è divenuto pienamente cosciente, se quel problema dialettico non viene ricondotto al suo fondamento concreto e materiale, l’anticipazione mentale deve necessariamente rimanere incastrata nell’astrazione e nell’idealismo (Hegel).»: György Lukács, Codismo e Dialettica (titolo originale del manoscritto: Chvostismus und Dialektik), ed. it. Idem, Coscienza di Classe e Storia: Codismo e Dialettica, postfazione di Slavoj Žižek, Roma, Alegre, 2007, pp. 86-88. Purtroppo, la succitata regola d’oro non doveva risultare, evidentemente, di facile applicazione, perché costante è in Codismo la tensione fra la piena applicazione del predetto ordine gerarchico fra i due tipi di spiegazione e un piegarsi agli idola fori della gnoseologia del tempo che, nonostante quanto avrebbe voluto una conseguente ed integrale applicazione della appena esposta filosofia della prassi, finiva con l’accettare, de facto, una divisione di ambiti – usando un’area semantica compatibile con la Weltanschauung conflittuale/strategica della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico, noi ancor meglio diremmo una divisione delle sfere d’influenza – fra spiegazione meccanicistica e spiegazione dialettica, con complementariamente inevitabile separazione ontologica fra società e natura che da questa impostazione natural-meccanicistica consegue: «Fino a che, tuttavia, non siamo in grado di mostrare in senso storico-genetico l’origine delle nostre conoscenze a partire dalla loro base materiale concreta – cioè non solo il fatto “che” esse siano, ma anche “cosa” e “come” – come fece Marx per le nostre conoscenze storico-sociali, la nostra visuale sarà manchevole di un importante e oggettivo momento della dialettica: la storia. Ribadisco che non mi passa affatto per la testa di negare che le scienze della natura comprendano elementi della visione storica, che in essi ci sono gli inizi (Kant-Laplace, Darwin etc.) di quella “scienza unitaria della storia” richiesta da Marx. Anche la conoscenza sociale premarxista conteneva elementi storici (Steuart, Hegel, gli storici francesi etc.) ma una conoscenza  realmente e storicamente dialettica la si trova solo in Marx ed è sorta come conoscenza dialettica del presente in quanto momento del processo complessivo. Nessuno vorrà però sostenere che questi elementi storici si trovino al centro delle problematiche delle moderne scienze della natura o che proprio le scienze naturali più sviluppate e che fanno da modello metodologico per le altre si occupino coscientemente di queste problematiche. Viste tali questioni, sarebbe necessario, da un lato, chiarire per quali epoche o periodi valgano determinate conoscenze, poiché esse colgono col pensiero i loro rapporti specifici, storici, oggettivi e reali; dall’altro comprendere dialetticamente la genesi necessaria delle conoscenze a partire dallo stesso processo storico oggettivo e reale. (Per quanto concerne le conoscenze economiche si esprime chiaramente Engels). In che misura le conoscenze della natura possono essere trasformate in conoscenze storiche, ovvero, se si diano fatti materiali in natura che non mutano mai la loro struttura, oppure soltanto in periodi di tempo così lunghi che essi non possono essere percepiti come mutamenti dalla conoscenza umana, non è questione che possa essere trattata qui, poiché anche laddove ci sembra che sviluppi storici sono avvenuti, il loro carattere storico può ora essere affermato solo in misura molto limitata. Ciò significa che noi siamo spinti fino a conoscere che la storia dell’umanità deve essere preceduta da uno sviluppo storico oggettivo che copre un infinito lasso temporale, ma le fasi di passaggio tra questa storia e la nostra ci sono tuttavia note solo in piccola parte o, addirittura, per nulla. E ciò non avviene perché materiali a disposizione oggi siano ancora insufficienti o a causa del temporaneo sottosviluppo dei nostri metodi di ricerca (molte scienze della natura surclassano le scienze della storia per quanto concerne la precisione [sottolineatura nostra ad evidenziare quanto anche in Lukács agisse prepotentemente il pregiudizio di una maggiore “scientificità” delle cosiddette scienze della natura rispetto alle scienze sociali e storiche: per un definitivo e minuziosamente argomentato rigetto di questo fondamentale e fondante errore di tutta la tradizione filosofica della modernità occidentale, errore che non è altro che il negativo fotografico dell’altro fondante e fondamentale errore di questa tradizione, cioè l’illusoria e fantasmatica separazione ontologica ed empirica fra natura e cultura, Dialecticvs Nvncivs rinvia per l’ennesima volta a Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico, cit., di prossima pubblicazione]); ciò avviene perché la capacità di scoprire i fondamenti materiali della conoscenza e di derivare dialetticamente quest’ultima dalla sua base materiale, non è stata ancora prodotta dallo sviluppo oggettivo reale. Gli scienziati migliori si trovano perciò dogmaticamente prigionieri, come ad es., Ricardo rispetto alla società capitalistica (i peggiori sono divorati dallo scetticismo e possono essere qui considerati solo come sintomo di una crisi). Ciò non impedisce loro affatto – come mostra l’esempio di Ricardo – di raggiungere conoscenze oggettivamente valide, lo stesso Ricardo ne ebbe in alcuni campi. Ciò che è loro impossibile è di chiarire le contraddizioni che sorgono dal materiale concreto e mostrarle come contraddizioni dialettiche, di mostrare i momenti singoli come momenti di un processo storico unitario e, come è stato indicato prima, di ordinarli al tempo stesso teoricamente e storicamente in un contesto complessivo. Una tale storicizzazione delle scienze della natura, una crescente penetrazione nella loro origine (ad es., la consapevolezza del loro carattere geocentrico) le renderebbe tanto poco “relativiste” quanto lo sono diventate le scienze sociali come risultato della penetrazione marxista nella genesi reale della [sic!] loro conoscenze. Tutto l’opposto.»: Ivi, pp. 96-97. È sempre difficile discernere in un autore (come nella vita di tutti i giorni) quanto una scelta sia dettata da convinzione e quanto, invece, dalla preoccupazione – molto concreta e realistica nel caso di Lukács – delle conseguenze personali e politiche del comportamento o del messaggio che si intende rendere pubblico. Le parole conclusive di Codismo appena citate, nel loro incerto e tortuoso procedere teorico, ci fanno propendere per la seconda ipotesi ma non nel senso di una egoistica tutela personale ma nel significato di un tentativo di tutela, anche se solo  difensivistico, della dialettica dalla deriva positivistica che poi avrebbe definitivamente preso la forma del Diamat staliniano: «Per Engels, dunque, l’aver parzialmente omesso le mediazioni che gli hanno reso possibile la sua conoscenza dialettica e che appartengono oggettivamente a questa conoscenza, costituisce semplicemente un episodio. E se si trattasse solo di Engels, si potrebbe tranquillamente lasciare cadere la questione, oppure essa potrebbe essere una questione inessenziale da trattare in modo storico-filologico. Poiché però queste lacune vengono ampliate entusiasticamente ed erette a Sistema del Marxismo allo scopo di liquidare la dialettica, allora bisogna sottolineare con forza questi aspetti. La tendenza di Deborin e Rudas è evidente: essi vogliono – usando le parole di Marx ed Engels – fare del materialismo storico una “scienza” nel senso borghese, poiché essi non possono rinunciare a ciò che tiene in vita la società borghese e la sua concezione della storia, né al carattere puramente spontaneo dell’accadere storico, perché essi […: periodo non completo perché la pubblicazione di Codismo si è basata su un manoscritto mutilo di alcune pagine, ndr ]. »: Ivi, p. 118. La realtà teorica e politica era invece molto più cruda e (in tutti i sensi) molto più pericolosa di quella che in queste parole conclusive di Codismo Lukács si sforzava di voler rappresentare. L’abbandono e/o il depotenziamento della dialettica con la conseguente deriva positivistica in Engels non era un episodio ma la sua vera nota di fondo (vedi Anti-Dühring e Dialettica della Natura, opere nelle quale vengono esplicitate, in una vera e propria inconsapevole parodia della logica aristotelica, le tre farlocche engelsiane leggi dialettiche: la legge della conversione della quantità in qualità, la legge della compenetrazione degli opposti, la legge della negazione della negazione) e Deborin e Rudas non intendevano affatto perpetuare culturalmente e socialmente la società borghese ma criticando Storia e Coscienza di Classe (anche se la critica partiva dal corretto presupposto dell’insostenibile e niente affatto dialettica contraddittorietà dell’impostazione lukacsiana di una divisione fra società e natura – separazione, fra l’altro, come abbiamo visto, molto “opportunistica” e alla quale nemmeno Lukács, ad attenta  analisi, mostra di credere – dove per la natura non sarebbero valse le impostazioni dialettiche), agivano oggettivamente e con convinzione nel senso di creare sì una dialettica unificata fra questi due ambiti ma una dialettica falsa e positivizzata alla Engels. Il senso profondo quindi della reazione di Lukács, vero e proprio Defensor Dialecticae, era di creare una sorta di ridotta gnoseologica dove almeno lì sarebbe valsa la vera dialettica. Evidenti ragioni storico-politiche del secolo della violenza e degli sterminii organizzati su base scientifica e dei totalitarismi prima ancora che ragioni teoriche, resero questa difesa impossibile. Compito di chiunque voglia lasciarsi benjaminiamente lo strazio novecentesco alle spalle non è tanto proclamare vuoti slogan politici (oggi dopo la caduta dei regimi socialisti, totalmente di marca democratico-liberal-liberista) ma raccogliere quella bandiera dialettica che all’insegna di una vera filosofia della prassi possa costituire un reale progresso (per una volta sia consentito usare questo termine) rispetto agli immani lutti che non solo non ci siamo lasciati alle spalle ma che continuano non contrastati se non dalle vuote retoriche democraticistiche, una “distrazione/distruzione di massa” democraticistica vero frutto autentico e legittimo del secolo che ci ha lasciati poco più di un decennio fa e che non contrastato continua nei suoi nefasti – ma perciò pure rivoluzionari – effetti anche nel presente. (Per comprendere come un autore come Benjamin apparentemente così poco politico e apparentemente così distante e da György Lukács e da ogni possibile altra declinazione della filosofia della prassi – fra poco, alla nota 8 ci occuperemo di quell’altro gigante della filosofia della prassi che va sotto il nome di Antono Gramsci – ci possa venire in soccorso per superare e quindi recuperare la filosofia della prassi stessa e con ciò a prenderci dal Novecento un dialettico e non postmoderno commiato da fine di tutte le metanarazioni e da fine liberal-liberista alla Fukuyama della storia, cfr. le Tesi di Filosofia della Storia, in particolare la tesi numero 1, con le figure simboliche del fantoccio in veste da turco, del nano gobbo nascosto sotto la scacchiera asso nel gioco degli scacchi e della teologia piccola e brutta ma indispensabile per far vincere sempre «il fantoccio chiamato “materialismo storico”» e la tesi numero 9 con l’Angelus Novus di Klee, l’angelo della storia per Benjamin, al quale una tempesta che soffia dal paradiso, trascinandolo via contro la sua volontà, gli fa sorvolare le rovine del progresso, volto fisso alle passate e presenti sciagure, spalle rivolte al futuro e, pertanto, drammaticamente senza apparente possibilità di rendere pensabile né un intervento immediato e nemmeno di guardare – ed agire – oltre l’ “orizzonte degli eventi” ma, però, traslucendo da questa allegoria un’evidente fede soteriologica, noi diremmo un volontà di riscrittura ab imis delle “categorie del politico” – e della conoscenza – che è propria del Repubblicanesimo Geopolitico; una riscrittura ab imis che dovrà avvalersi non solo dei poeticamente dialettici simboli benjaminiani ma anche di quell’iperdecisionismo benjaminiano, che è una delle più potenti e veritative “categorie del politico” e del “filosofico” prodotte dal pensiero occidentale – assai più integrale del timido decisionismo schmittiano e che costituisce uno dei più importanti pilastri per il superamento/conservazione della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, e rimandiamo ancora alle prossime Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico per una più approfondita  trattazione di questo fondamentale aspetto iperdecisionista e prassistico del pensiero benjaminiano –, e di cui abbiamo già scritto in Massimo Morigi, Walter Benjamin, Iperdecisionismo e Repubblicanesimo Geopolitico: lo Stato di Eccezione in cui Viviamo è la Regola, in “Il Senso della Repubblica nel XXI Secolo. Quaderni di Storia e Filosofia”, anno VIII, n. 2, febbraio 2015. Questo numero della rivista, oltre ad essere visionabile all’ URL presso il quale è stato caricato dall’editore della rivista stessa, https://issuu.com/heos.it/docs/sr_febbraio_15, è stato caricato anche dallo scrivente su Internet Archive agli URL  https://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico e https://ia800504.us.archive.org/33/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.pdf e quindi su WebCite agli URL http://www.webcitation.org/6mudCd4pb e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia800504.us.archive.org%2F33%2Fitems%2FWalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico%2FWalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopolitico.pdf&date=2016-12-20; inoltre l’articolo, sempre dallo scrivente, è stato anche caricato direttamente sempre su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopoliticoMassimo [tramutato ora da Internet Archive in  https://archive.org/details/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopoliticoMassimo/mode/2up: aggiunta alla nota per la presente comunicazione sulla dialetticità delle nuove frontiere della biologia e la sintesi evoluzionistica estesa] e https://ia601501.us.archive.org/33/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopoliticoMassimo/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopoliticoDiMassimoMorigi.2.pdf [tramutato ora da Internet Archive in https://ia601901.us.archive.org/9/items/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopoliticoMassimo/WalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopoliticoDiMassimoMorigi.2.pdf: aggiunta alla nota per la presente comunicazione sulla dialetticità delle nuove frontiere della biologia e la sintesi evoluzionistica estesa] e quindi su WebCite agli URL http://www.webcitation.org/6mugMchmd e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia601501.us.archive.org%2F33%2Fitems%2FWalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopoliticoMassimo%2FWalterBenjaminIperdecisionismoERepubblicanesimoGeopoliticoDiMassimoMorigi.2.pdf&date=2016-12-20).»]. Altrove, sempre in Storia e Coscienza di Classe, Lukács sembra arrivare quasi ad un passo dallo scioglimento del nodo gordiano fra storia e natura che lo ha bloccato nel passo appena citato. Ad un passo senza mai arrivarci e non ci vuole molta immaginazione per vedere dove poggiasse questa impossibilità di “discutere di questi problemi in modo più minuzioso”: certamente non solo di natura teorica ma, soprattutto, di natura molto, molto pratica …4 [Nota 4 di p. 9 di Massimo Morigi,  Dialecticvs Nvncivs, cit.: «Se non arrivò mai a compiere questo passo, Lukács, attraverso il magistero marxiano ed in asprissimo contrasto col revisionismo, comprese assai bene la falsa “naturalità”, la farlocca “inevitabilità” ed il presunto “determinismo” delle presunte “leggi naturali” dell’economia. Storia e Coscienza di Classe è totalmente percorsa da questa consapevolezza prassistica e citando forse il più efficace di uno dei suoi tanti passaggi in proposito, il presente Dialecticvs Nvncivs ribadisce con ancora maggiore energia e convinzione, se possibile, la ridicolaggine della credenza nell’esistenza di leggi di natura economiche che non derivino dalle decisioni degli uomini (o, per meglio dire, da azioni/conflitti strategici che vengono compiuti più o meno consapevolmente da agenti singoli o collettivi: per un primo approccio del Repubblicanesimo Geopolitico sulla problematica del conflitto strategico, cfr. Teoria della Distruzione del Valore agli URL https://archive.org/details/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore [tramutato ora da Internet Archive in https://archive.org/details/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore/mode/1up

  : aggiunta alla nota per la presente comunicazione sulla dialetticità delle nuove frontiere della biologia e la sintesi evoluzionistica estesa]; https://ia800501.us.archive.org/20/items/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore/MarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf; https://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia800501.us.archive.org%2F20%2Fitems%2FMarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore%2FMarxismoTeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf&date=2015-12-04;https://www.webcitation.org/6dWOlPr8n). Ovviamente, tutta la filosofia della praxis del discorso marxiano e lukacsiano deve essere riorientato smontando la controdialettica (e veramente oggettivamente controrivoluzionaria) divisione fra natura e cultura: «Solo in questa coscienza [di classe, ndr] infatti viene in luce la profonda irrazionalità che sta in agguato dietro i sistemi razionalistici parziali della società borghese e che si manifesta altrimenti in modo catastrofico, in eruzioni improvvise, e proprio per questo senza modificare alla superficie la forma e la connessione degli oggetti. Si può senz’altro riconoscere questa situazione negli avvenimenti più semplici della vita quotidiana. Il problema del tempo-lavoro che abbiamo considerato provvisoriamente, dal punto di vista dell’operaio, come momento in cui nasce la sua coscienza in quanto coscienza della merce (quindi come coscienza del nucleo strutturale della società borghese), mostra nell’istante in cui essa sorge ed oltrepassa la mera immediatezza della situazione data, concentrato in un punto, il problema fondamentale della lotta di classe: il problema della violenza, come il punto in cui, in seguito al fallimento delle “leggi eterne” dell’economia politica, in seguito al loro dialettizzarsi, la decisione sul destino dello sviluppo viene necessariamente rimessa all’attività cosciente degli uomini. Marx sviluppa questa idea nel modo seguente. “È evidente: prescindendo dai limiti del tutto elastici, dalla stessa natura dello scambio delle merci non risulta nessun limite della giornata lavorativa, quindi nessun limite al plus-lavoro. Quando cerca di prolungare al massimo la giornata lavorativa fino al punto di giungere, se è possibile, a raddoppiarla, il capitalista non fa altro che affermare il proprio diritto di compratore. Dall’altra parte, la natura specifica della merce venduta implica un limite del suo consumo da parte del compratore, e l’operaio afferma il proprio diritto di venditore, quando vuole limitare la giornata lavorativa ad una grandezza normale determinata. Qui ha dunque luogo un’antinomia: diritto contro diritto, entrambi consacrati dalla legge dello scambio delle merci. Fra diritti eguali decide la violenza. Così nella storia della produzione capitalistica la regolazione della giornata lavorativa si presenta come lotta per i limiti della giornata lavorativa – lotta tra il capitalista collettivo, cioè la classe dei capitalisti, e l’operaio collettivo, cioè la classe operaia. [Karl Marx, Il Capitale, cit., p. 284]”»: György Lukács, Storia e Coscienza di Classe, cit., pp. 234-235.»]. Torniamo ora a Marx, quando afferma nella prefazione alla prima edizione del Capitale con una evidente contraddizione (per niente dialettica) rispetto al passo sempre del Capitale appena citato [appena citato nel testo principale, non in nota, ndr]: «Una parola ad evitare possibili malintesi. Non ritraggo per niente le figure del capitalista e del proprietario fondiario in luce rosea. Ma qui si tratta delle persone solo in quanto sono la personificazione di categorie economiche, che rappresentano determinati rapporti e determinati interessi di classe. Il mio punto di vista che considera lo sviluppo della formazione economica della società come processo di storia naturale, non può assolutamente fare il singolo responsabile di rapporti da cui egli socialmente proviene, pure se soggettivamente possa innalzarsi al di sopra di essi.5 [Nota 5 di p. 10 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs cit.: «Karl Marx, Il Capitale, cit., pp. 6-7.»]. Qui la società è quindi per Marx assimilabile ad una sorta di processo naturale, gli uomini piuttosto che agire in esso sono agiti da forze che li sovrastano e la loro natura, insomma, è quella del Gattungswesen, un ente naturale generico determinato dalle leggi e dalle forze che agiscono nella società stessa.6 [Nota 6 di p. 10 di Massimo Morigi,  Dialecticvs Nvncivs, cit.: «Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. Ad un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura.»: Karl Marx, Per la Critica dell’Economia Politica cit., p.5: per i due maggiori interpreti del marxiano Gattungswesen come un ente generico che proprio in ragione di questa sua genericità non è meccanicamente determinato dalla società ma in questa consapevolmente, culturalmente e pubblicamente vi agisce in analogia all’aristotelico Zoon Politikon e del marxismo come una teoria della libertà in cui questa libertà è data dal rapporto dialettico dell’uomo con la storia e la società, confronta, in particolare, Costanzo Preve e Giorgio Agamben e segnatamente: Costanzo Preve, L’Eguale Libertà. Saggio sulla Natura Umana, Vangelista, Milano, 1994; Id., I Secoli Difficili. Introduzione al Pensiero Filosofico dell’Ottocento e del Novecento, Petite Plaisance, Pistoia, 1999; Id., Marx Inattuale. Eredità e Prospettiva, Bollati Boringhieri, Torino, 2004; Giorgio Agaben, Mezzi senza Fine. Note sulla Politica, Bollati Boringhieri, Torino, 1996; Id., La Comunità che Viene, Bollati Boringhieri, Torino, 2001.»]. In questo passaggio si sviluppa sì una linea di pensiero che unisce società e natura ma è una linea di pensiero similpositivistica, anticipatrice della Dialettica della Natura e dell’ Anti-Dühring di Engels prima e poi del Diamat di cui abbiamo già detto. Veniamo ora ai nostri giorni. Il conflittualismo strategico di Gianfranco La Grassa nasce dopo la definitiva consunzione, filosofica prima che politica, di tutta la tradizione marxista che, se a livello storico-politico, è crollata per la tragicomica inefficienza economica dei vari sistemi socialisti effettivamente storicamente realizzatisi unita alle lusinghe (totalmente) false del paese dei balocchi della forma di stato “democratico-capitalistica”, sul piano teorico e filosofico praticamente sin dal suo inizio aveva fatto bancarotta in ragione del suo economicismo, prendendo poi successivamente le forme ideologiche di una pseudodialettica di stato, il Diamat, che altro non era che una forma di positivismo degradato, di pratiche e modelli economici meno inefficienti di quelli del cosiddetto “libero mercato” capitalistico e, last but not the least, di una visione filosofica dell’uomo come Gattungswesen, un ente naturale generico completamente sottoposto alle determinazioni sociali, con la non irrilevante conseguenza che alla mitizzata classe operaia (mito che era una versione degradata del marxiano lavoratore collettivo cooperativo associato) veniva riservato un trattamento da Gattungswesen, appunto, mentre alla nomenklatura veniva, in pratica, violentemente concesso di “elevarsi al di sopra” di essa; realizzando cioè nella prassi, a solo uso e consumo della burocratica classe dominante, un compiuto modello conflittuale-strategico, in cui il dominato era la tanto mitizzata (e presa per il fondelli) classe operaia-gattungswesen. Il conflittualismo strategico di Gianfranco La Grassa, portando esplicitamente il conflitto al centro dell’interpretazione della società, mantiene e approfondisce la fondamentale critica marxiana sulla falsa naturalità dell’economia politica, chiude quindi definitivamente con tutta questa tradizione marxista economicistico-positivistica da una parte (Diamat, altrimenti detto marxismo orientale) o dialettico-dimidiata dall’altra (il cosiddetto marxismo occidentale: uno dei massimi esempi di questa seconda – immensamente più feconda però per il futuro, nonostante le segnalate contraddizioni, della deriva diamattina – quella avanzata da György Lukács in Storia e Coscienza di Classe) e però, per il completo sviluppo rivoluzionario del suo paradigma, è per il Repubblicanesimo Geopolitico assolutamente necessario un dialettico riorientamento gestaltico sia della prassi del conflitto strategico che del suo stesso concetto.7 [Nota 7 di pp. 11-13 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs, cit.: «Una interpretazione dialettica dimidiata quella di Lukács e, allo stesso tempo, in contraddizione, con una precisa visione di quello in cui deve consistere il metodo dialettico. In vari luoghi successivi al passaggio citato alla nota 3, Storia e Coscienza di Classe mostra ad un tempo la natura totale e “anticosale” della dialettica – che sembra già una prefigurazione della consapevolezza dell’intima natura dialettica del conflitto/scontro strategico che modella di continuo e trasforma la realtà stessa – unita, però, contraddittoriamente, ad una interpretazione del tutto “cosale” dello scontro sociale che inevitabilmente da questa dialettica avrebbe dovuto scaturire (contro una lettura mitologica ed ipostaticizzata delle due classi antagoniste capitalistica ed operaia, il conflittualismo strategico lagrassiano costituisce il primo indispensabile passo per questo riorientamento. Per il Dialecticvs Nvncivs – e come si vedrà poi più per esteso nelle Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico, di prossima pubblicazione – sarà necessario poi riorientare a sua volta anche il conflittualismo strategico di La Grassa sulla falsariga dell’abolizione della divisione fra natura e cultura): «Ma anche in questo caso si deve sottolineare che la violenza, che appare come figura concreta dei limiti di irrazionalità del razionalismo capitalistico, del punto di intermittenza delle sue leggi, è per la borghesia qualcosa di completamente diverso che per il proletariato. Per la borghesia, la violenza è la continuazione immediata della sua vita quotidiana: essa non rappresenta dunque un problema nuovo: d’altro lato, e proprio per questo, essa non è capace di risolvere nemmeno una delle contraddizioni sociali che si autogenerano. Il suo intervento e la sua efficacia, la sua possibilità e la sua portata dipendono del resto dal grado in cui è stata superata l’immediatezza dell’esistenza. Certo, la possibilità di questo oltrepassamento, quindi la estensione e la profondità della coscienza stessa, è un prodotto della storia. Ma questo livello storicamente possibile non consiste qui nella continuazione graduale e rettilinea di ciò che si trova già nell’immediatezza (e delle sue “leggi”), ma nella consapevolezza, raggiunta attraverso molteplici mediazioni, sull’intero della società, nella chiara intenzione diretta alla realizzazione delle tendenze dialettiche dello sviluppo. E la serie delle mediazioni non può concludersi nella contemplazione immediata ma deve dirigersi alla novità qualitativa che scaturisce dalla contraddizione dialettica: essa deve essere un movimento di mediazione tra il presente e il futuro. Tutto ciò presuppone ancora una volta che il rigido essere cosale degli oggetti dell’accadere sociale si scopra come mera parvenza, che la dialettica – la quale rappresenta un’autocontraddizione, un’assurdità logica, finché si tratta del passaggio di una “cosa” ad un’altra, oppure di un concetto che ha la struttura di cosa ad un altro – trovi la propria conferma in tutti gli oggetti e che le cose si mostrino perciò come momenti che si risolvono nel processo. Siamo così pervenuti al limite della dialettica antica, al punto che separa questa dialettica da quella del materialismo storico. (Hegel rappresenta il momento di transizione metodologica, in lui si trovano cioè gli elementi di entrambe le concezioni in una funzione non interamente chiarita in rapporto al metodo). Infatti, la dialettica eleatica del movimento indica appunto le contraddizioni immanenti nel movimento in generale, ma essa lascia intatta la cosa che si muove. Sia che la freccia in volo si muova o si trovi in quiete – all’interno del vortice dialettico – essa resta nella sua oggettualità, come freccia, come cosa. Stando ad Eraclito, è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume: ma poiché lo stesso eterno mutamento non diviene, ma è, non produce nulla di qualitativamente nuovo, esso è un divenire soltanto rispetto all’essere rigido delle cose singole.[…] In Marx, invece, il processo dialettico trasforma le forme di oggettualità degli oggetti in un processo, in un flusso. Nella riproduzione semplice del capitale appare in tutta la sua chiarezza questa sovversione delle forme di oggettualità che caratterizza in modo essenziale il processo.[…] Non appena si abbandona quella realtà immediata, che si presenta come già definita, nasce così l’interrogativo: “Un lavoratore in una fabbrica di cotone produce soltanto cotone”? No, produce capitale. Produce i valori che serviranno di nuovo a comandare il suo lavoro, a creare, per suo mezzo, nuovi valori” [Karl Marx, Lavoro Salariato e Capitale, Roma, Editori Riuniti, 1967, p. 51]»: György Lukács, Storia e Coscienza di Classe, cit., pp. 235-238.  «Hegel stesso distingue tra dialettica meramente negativa e dialettica positiva, dove per dialettica positiva si deve intendere l’emergere di un determinato contenuto, il venire alla luce di una totalità concreta. Ed in sede di esecuzione effettiva, anch’egli percorre quasi sempre nello stesso modo la via che conduce dalle determinazioni della riflessione sino alla dialettica positiva, benché ad esempio, quest’ultima venga direttamente esclusa dal suo concetto di natura come “essere altro”, come essere “esterna a sé stessa” dell’idea (e indubbiamente qui si potrà trovare uno dei motivi metodologici delle costruzioni spesso forzate della sua filosofia della natura). D’altra parte, dal punto di vista storico, Hegel stesso vede chiaramente che la dialettica della natura – dove, almeno al grado finora raggiunto, il soggetto non può essere inserito nel processo dialettico – non è in grado di oltrepassare il piano di una dialettica del movimento che si presenta ad uno spettatore che non vi partecipa. Egli sottolinea, ad esempio, che le antinomie di Zenone si sono elevate sino all’altezza conoscitiva delle antinomie kantiane e che quindi non è possibile qui procedere oltre. Con ciò risulta la necessità della separazione metodologica della dialettica del movimento puramente oggettivo della natura dalla dialettica sociale, nella quale anche il soggetto è inserito nell’interazione dialettica, la teoria e la praxis debbono entrare in un reciproco rapporto dialettico ecc. (Va da sé che lo sviluppo della conoscenza della natura come forma sociale è sottoposto alla dialettica del secondo tipo). Inoltre, sarebbe tuttavia assolutamente necessario per la concreta costruzione del metodo dialettico illustrare concretamente i diversi tipi di dialettica. In tal caso, le distinzioni hegeliane di dialettica positiva e negativa così come quelle relative ai livelli dell’intuizione, della rappresentazione e del concetto (senza che ci si debba necessariamente attenere a questa terminologia) caratterizzerebbero soltanto alcuni tipi di differenze. Per gli altri, nelle opere economiche di Marx si trova un ricco materiale per un’analisi strutturale chiaramente elaborata. In ogni caso, una tipologia di queste forme dialettiche, sia pure presentata con pochi cenni, andrebbe ampiamente oltre i limiti di questo lavoro.»: Ivi, pp. 272-273. Prima Lukács afferma la necessità della separazione fra la dialettica della natura e la dialettica sociale improntata alla filosofia della praxis e poi, sentendo tutta la debolezza di questo ragionamento, rimanda la precisazione del suo pensiero ad un ulteriore lavoro. Conscio quindi della fragilità di tutto il suo ragionamento – e conscio che se si vuole dare una chance al proletariato è assolutamente indispensabile fuoruscire integralmente dal vecchio materialismo meccanicista – immediatamente dopo avere affermato che l’affrontare la questione della separazione fra dialettica della natura e quella sociale sarebbe andare “oltre i limiti di questo lavoro”, riprende il ragionamento sminuendo l’importanza della predetta distinzione dialettica e insistendo sull’importanza del processo di reificazione che, secondo Lukács, avrebbe un intimo legame diretto con la dialettica della natura: «Ma ancora più importante di queste distinzioni metodologiche è il fatto che anche quegli oggetti che si trovano manifestamente al centro del processo dialettico, possono rendere esplicita la loro forma reificata solo in un lungo e difficile processo. In un processo, nel quale la presa del potere del proletariato e la stessa organizzazione socialista dello Stato e dell’economia rappresentano soltanto tappe, certo molto importanti, ma non il punto di arrivo. Sembra anzi che il periodo in cui il capitalismo entra in una crisi decisiva abbia la tendenza ad accrescere ancor più la reificazione, a spingerla ai suoi estremi. All’incirca nel senso in cui Lassalle scriveva a Marx: “Il vecchio Hegel soleva dire: immediatamente prima del sorgere di qualche cosa di qualitativamente nuovo, il vecchio stato qualitativo si raccoglie nella sua essenza originaria puramente generale, nella sua totalità semplice, superando ancora una volta e riprendendo in sé tutte le sue marcate differenze e le sue peculiarità che esso aveva posto quando era ancora vitale”. D’altro lato, ha ragione anche Bucharin quando osserva che nell’epoca della dissoluzione del capitalismo le categorie feticistiche falliscono, ed è necessario risalire alla “forma naturale” che si trova alla loro base. Questi due modi di vedere sono contraddittori solo in apparenza. O più esattamente: il segno che contraddistingue la società borghese al suo tramonto è proprio questa contraddizione: da un lato, il crescente svuotamento delle forme della reificazione – si potrebbe dire, il lacerarsi della loro crosta per via del loro vuoto interno –, la loro crescente incapacità  di comprendere i fenomeni, sia pure nella loro singolarità e secondo modi calcolistici-riflessivi; dall’altro la loro crescita quantitativa, il loro vuoto diffondersi estensivamente sull’intera superficie dei fenomeni. E con il crescente acuirsi di questo contrasto, aumenta per il proletariato sia la possibilità di sostituire i propri contenuti positivi a veli svuotati e lacerati, sia il pericolo – almeno temporaneo – di soggiacere ideologicamente a queste vuote ed esautorate forme della cultura borghese. In rapporto alla coscienza del proletariato, non vi è automatismo di sviluppo. Per il proletariato è quanto mai vero che la trasformazione e la liberazione può essere solo opera della sua azione, che “l’educatore stesso deve essere educato”: cosa che il vecchio materialismo meccanicistico-intuitivo non riuscì a comprendere. Lo sviluppo economico oggettivo ha potuto soltanto creare la posizione che il proletariato occupa nel processo di produzione e dalla quale viene determinato il suo punto di vista; esso può solo far sì che la trasformazione della società diventi per il proletariato possibile e necessaria. Ma questa trasformazione può essere operata soltanto dalla libera azione del proletariato stesso.»: Ivi, pp. 273-274. Lukács era completamente nel giusto nel dire che le forme feticistiche e reificate abbiano un intimo legame con la dialettica della natura (volendo, però, così suggerire un legame errato della filosofia della praxis con la filosofia della natura, attraverso cioè il negativo, o meglio, la negazione della filosofia della praxis stessa, la reificazione e le forme di feticismo appunto; reificazione che, invece, non è che una delle manifestazioni della dialettica del confronto/scontro strategico, che a sua volta non è che la traduzione in atto concreto della filosofia della prassi, consapevoli o no che di questa Weltanschauung/Forma mentis/Forma mundi siano gli attori – alfa-strategici o omega-strategici, per i quali cfr. Teoria della Distruzione del Valore, cit. – del  confronto/scontro strategico stesso), era però completamente in errore, ma questo è l’errore che attraversa praticamente tutte le varie scuole marxiste, pensando che le forme feticistiche e la reificazione possano e debbano essere superate nella rivoluzione prossima ventura in cui il proletariato avrebbe dovuto essere la classe universale che avrebbe dissolto queste forme alienanti. Alla base di questo errore sta, lo ripetiamo, l’artificiale suddivisione marxiana (ma non di origine marxiana, non ci stancheremo mai di ripetere) fra natura e cultura, uno scenario artificiale nel quale il capitalismo frutto di una “cattiva” cultura umana avrebbe imposto agli uomini delle scelte del tutto innaturali, scelte innaturali alle quali sarebbe stato compito del proletariato, la classe universale ed erede della filosofia classica tedesca, porre rimedio. In realtà, questa suddivisione fra natura e cultura è del tutto innaturale; in realtà l’alienazione/reificazione/feticismo non è, di per sé, un fatto negativo, ma rappresenta il fondamentale momento di trasformazione dialettico-strategica del soggetto per venire incontro e incorporare l’oggetto che inizialmente gli si pone di fronte: insomma, l’alienazione/reificazione/forme di feticismo non è che lo sviluppo concreto del processo dell’Aufhebung; infine, in questo processo dialettico-strategico di superamento/conservazione del soggetto nell’oggetto e viceversa, credere che il proletariato, nelle condizioni storiche di allora, fosse l’unica classe in grado di interpretarlo e di dargli compiuta espressione è stato il più grande errore del marxismo essendo il processo dialettico-strategico un processo – giusto l’attualismo di Giovanni Gentile – cognitivo/attivo/creativo, un

processo che può essere sì guidato da una classe – storicamente non è mai stato guidato, ma semmai solo innescato, dalle classi subalterne ma per questo non si può certo affermare che, in un futuro totalmente imprevedibile dal punto di vista di una conseguente antideterministica filosofia della prassi, le classi subalterne, proprio per la natura dialettica e pantocratrice di questo processo, non possano farlo proprio e recitarvi una parte da protagoniste: la dittatura del proletariato altro non è che l’ingenua espressione utopico-mitologica di una potenzialità reale della dialettica del confronto/scontro strategico – ma  che attraversa tutte le classi e categorie della società. E volendo far sì che questo processo alienanante/reificante di trasformazione dialettica attraversi in senso rivoluzionario tutti gli strati della società, rende il Repubblicanesimo Geopolitico l’erede diretto – anche se sotto l’insegna dell’ Aufhebung, del suo, cioè, superamento/conservazione nel quadro di un totale rinnovamento che abolisca la suddivisione fra natura e cultura – di quella linea di realismo dialettico-cognitivo che corre lungo Machiavelli, Vico, Hegel e che culmina in Marx, l’erede diretto, quindi, anche di quella tradizione marxista – ci riferiamo in specie al quel marxismo occidentale che al contrario del diamattino marxismo orientale, oppose strenua resistenza alla deriva positivistica del marxismo – che sempre fu ai ferri corti con l’interpretazione meccanicistica e fatalistica del marxismo stesso, quest’ultima conseguenza inevitabile – ed anche voluta per le ovvie ragioni di più facile dominio delle masse Gattungswesen composte da miriadi di esseri naturali generici – della versione positivistica e eterodiretta dall’alto della lezione del pensatore di Treviri. A suivre, anche in Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico, di prossima pubblicazione, ulteriore giustificazione di questa impegnativa affermazione del Dialecticvs Nvncivs …»]  Questo riorientamento passa A) attraverso un deciso abbandono della mainstream impostazione della cultura occidentale che vede una suddivisione fra storia e natura (o cultura e natura: sotto questo punto di vista, l’annullamento cioè dell’antidialettico discrimine fra natura e cultura, è possibile ricuperare e superare, rovesciandolo, il significato del concetto di alienazione, facendolo, cioè, poggiare saldamente sui piedi di un sodo realismo politico e di un’altrettanto concreta epistemologia politico-filosofica prassistica anziché su una testa positivista e/o genericamente gattungsweseniana; l’uomo, comunque si intenda il marxiano Gattungswesen – in senso deterministico-positivista o come un segno delle sue potenzialità e libertà – non è un ente generico, ma è, polarmente al contrario, un ente naturale strategico, anzi il massimo ente strategico prodotto dalla natura, o per dare conseguente e migliore definizione a quanto fin qui affermato, il massimo ente strategico prodotto dalla natura/cultura – per un approfondimento su questo inestricabile rapporto natura/cultura e sull’uomo ente naturale strategico, il presente nunzio anticipa  Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico per una Fenomenologia della Dialettica della Natura e della Cultura attraverso il Conflitto Espressivo-Cognitivo-Evoluzionistico-Strategico. Nuovo Nomos della Terra, Nuovo Principe, Rivoluzione e Dialettica della Filosofia della Praxis Espressiva, Conflittuale e Strategica del Repubblicanesimo Geopolitico (Aufhebung della Rivoluzione e dell’Azione Strategica nello Sviluppo Storico-Dialettico della Cultura e della Natura), di prossima pubblicazione –, una nuova semantica dell’alienazione così interpretata ed indagata, contrariamente all’accezione negativa marxiana, attraverso il riorientamento compiuto su di questa dal concetto e dalla prassi dell’azione-conflitto strategico e, perciò, come la felice concreta manifestazione della dialettica di tale conflitto; felice anche da un punto di vista soggettivo solo se, è ovvio, questo processo alienante è vissuto consapevolmente e strategicamente da un agente alfa-strategico e non risulta, invece, dall’imposizione di un dominio esterno di un agente alfa-strategico su un agente omega-strategico – sulle dinamiche dei rapporti fra agenti alfa-strategici e agenti omega-strategici, i portatori storici, quest’ultimi, del negativo marxiano significato originario di ‘alienazione’ e, quindi, il permanente lato “infelice” dell’alienazione, cfr. la Teoria della Distruzione del Valore. Teoria Fondativa del Repubblicanesimo Geopolitico e per il Superamento/conservazione del Marxismo, riferimenti bibliografici in nota 1) [ma per la presente versione REDVX dei  Rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale cit., testo consultabile, oltre che in molte altre piattaforme di preservazione digitale,  su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/TeoriaDellaDistruzioneDelValore_792 e

https://ia800306.us.archive.org/24/items/TeoriaDellaDistruzioneDelValore_792/TeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf, con  ulteriore congelamento tramite Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190619160659/https://ia800306.us.archive.org/24/items/TeoriaDellaDistruzioneDelValore_792/TeoriaDellaDistruzioneDelValore.pdf: aggiunta al testo della nota compiuta nella presente versione Redux] e passa quindi B) attraverso un ripudio delle categorie positivistiche, in primis quella di legge di natura deterministica e immodificabile ed immutabile. Insomma, e qui dissento da La Grassa, il punto non è se il pensiero possa o meno riprodurre la realtà, il punto è che il pensiero, se veramente pensiero e quindi pensiero integralmente strategico e quindi strategia realmente in azione, produce – o, meglio, crea – la realtà. E ora mi taccio, in parte perché la giustificazione di questa mia ultima fondante e fondativa affermazione dovrebbe essere trovata nelle parole che l’hanno qui preceduta (e che, oltre a quanto si è già precedentemente scritto o ora espresso nel presente Dialecticvs Nvncivs – che introduce le prossime Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico che svolgono, attraverso il taglio del nodo gordiano natura/cultura o storia/natura, la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico stesso –, seguono il filo rosso di una filosofia della praxis che, partendo dalle marxiane Glosse a Feuerbach, approda prima in Giovanni Gentile – cfr. del filosofo dell’attualismo La Filosofia di Marx del 1899 – e poi nella filosofia della praxis compiutamente espressa da Antonio Gramsci nei Quaderni del Carcere)8 e  in parte perché, oltre La Grassa, altri grandi (vedi la teoria del rispecchiamento di Lenin in Materialismo e Empiriocriticismo)9 hanno sempre espresso una differente opinione, un contraddittorio che necessita acribia e anche una puntuta analisi delle relative fonti e non certo il presente discorso da intendersi solo come inquadramento generale – anche se con tutta la dignità ed autorevolezza che, in via di consolidata storica consuetudine, ogni nunzio merita che gli si accordi – del necessario e, ormai, non più rinviabile dibattito. Massimo Morigi, luglio-25 dicembre 2016. [Nota  finale di qualche tempo dopo (febbraio-marzo 2019) e in circostanze non solo puramente teoriche (una riflessione  filosofico-politica ma anche l’applicazione della stessa sul case study  del fascista Dante Cesare Vacchi che creando i commandos portoghesi si mostra nella prassi come una perfetta realizzazione della Gestalt del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale): lungo la linea tracciata dallo Zoon Politikon di Aristotele, dal  Principe di Niccolò Machiavelli, dalla dialettica hegeliana, dal Vom Kriege di Carl von Clausewitz, dalla potentissima azione teorico-prassistica nel disvelamento-costruzione dell’identità italiana svolta nel Risorgimento da Giuseppe Mazzini, dalle Tesi su Feuerbach di Karl Marx, dalle  Tesi di Filosofia della storia di Walter Benjamin,   dalla Filosofia di Marx di Giovanni Gentile, da Storia e coscienza di classe di György Lukács, da Marxismo e filosofia di Karl Korsch per finire con i Quaderni del Carcere di Antonio Gramsci,  l’invito, al dibattito con Gianfranco La Grassa è tuttora valido. ]. [Nota 8 di pp. 15-18 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs, cit.: «Dai Quaderni del Carcere emerge lo scarto decisivo gramsciano per una filosofia della praxis che non solo aveva superato in maniera definitiva ogni residuo positivistico (consapevolmente ma, purtroppo, come abbiamo visto, in maniera non del tutto conseguente ciò era avvenuto anche nel Lukács di Storia e Coscienza di Classe, di Codismo e Dialettica, per terminare – e in una prospettiva che, complici la sua travagliata vita personale sempre all’insegna, negli anni che seguirono alle critiche a Storia e Coscienza di Classe e fino alla sua morte, di una straussiana ermeneutica della reticenza e le non brillantissime prove che aveva dato il socialismo reale, aveva ridimensionato le originarie speranze millenaristiche e rivoluzionarie del comunismo novecentesco – nel Lukács di Ontologia dell’Essere Sociale – «É anche giusto, anche se del tutto evidente, ricordare che in Storia e Coscienza di Classe si riflette teoricamente il carattere messianico ed ottimistico del comunismo degli anni Venti, mentre nella Ontologia dell’Essere Sociale è presente l’inevitabile metabolizzazione della delusione staliniana e della sensazione di blocco e di crisi del processo rivoluzionario. Sarebbe sciocco se una grande opera filosofica non rispecchiasse anche le attese, le illusioni e le consapevolezze diffuse del tempo.»: Costanzo Preve, Il Testamento Filosofico di Lukács. II Parte, agli URL http://www.kelebekler.com/occ/lukacs02.htm,

WebCite: https://www.webcitation.org/6mHHmUGbL e https://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.kelebekler.com%2Focc%2Flukacs02.htm&date=2016-11-25; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200331065544/http://www.kelebekler.com/occ/lukacs02.htm [Ulteriore congelamento per la presente versione REDVX tramite Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200331065544/http://www.kelebekler.com/occ/lukacs02.htm: aggiunta al testo della nota compiuta nella presente versione Redux] –, una Ontologia dell’Essere Sociale anch’essa preda di questa illusoria separazione fra cultura e natura o storia e natura –, ma anche che, sull’onda dell’attualismo gentiliano, additava il positivismo come uno dei principali nemici da battere – ma non ricadendo negli errori del filosofo di Castelveltrano di derivazione ficthiana dell’atto puro, dove in Gentile l’atto puro soggettivistico era il creatore di tutta la realtà, la cosiddetta autoctisi, mentre in Gramsci, correttamente, non poteva sussistere l’autoctisi, non poteva esservi un “atto puro” soggettivo che crea la realtà ma un soggetto che agendo sull’oggetto trasforma e crea sé stesso e nel corso di questa attività morfogenetica interna/esterna si unisce inscindibilmente e dialetticamente con l’oggetto: «Idealismo-positivismo [“Obbiettività” della conoscenza.] Per i cattolici: “… Tutta la teoria idealista riposa sulla negazione dell’obbiettività di ogni nostra conoscenza e sul monismo idealista dello “Spirito” (equivalente, in quanto monismo, al quello positivista della “Materia”) per cui il  fondamento stesso della religione, Dio, non esiste obbiettivamente fuori di noi, ma è una creazione dell’intelletto. Pertanto l’idealismo, non meno del materialismo, è radicalmente contrario alla religione” (padre Mario Barbera, nella “Civiltà Cattolica” del I°-VI-1929). Per la quistione della “obbiettività” della conoscenza secondo il materialismo storico, il punto di partenza deve essere l’affermazione di Marx (nell’introduzione alla Critica dell’economia politica, brano famoso sul materialismo storico) che “gli uomini diventano consapevoli (di questo conflitto) nel terreno ideologico” delle forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche. Ma questa consapevolezza è solo limitata al conflitto tra le forze materiali di produzione e i rapporti di produzione – come materialmente dice il testo marxiano – o si riferisce a ogni consapevolezza, cioè a ogni conoscenza? Questo è il problema: che può essere risolto con tutto l’insieme della dottrina filosofica del valore delle superstrutture ideologiche. Né il monismo materialista né quello idealista, né “Materia” né “Spirito” evidentemente, ma “materialismo storico”, cioè attività dell’uomo (storia) [sottolineatura nostra] in concreto, cioè applicata a una certa “materia” organizzata (forze materiali di produzione), alla “natura” trasformata dall’uomo. Filosofia dell’atto (praxis), ma non dell’ “atto puro”, ma proprio dell’atto “impuro”, cioè reale nel senso profano della parola. [sottolineatura nostra]»: Antonio Gramsci, Quaderni del Carcere, ed. critica a cura di Valentino Gerratana, vol. I, Torino, 1975, pp. 454-455. Gramsci, in altre parole, era fortissimamente refrattario ad ammettere la separazione fra cultura e natura, e questo profondissimo rifiuto di uno dei più inveterati paradigmi della civiltà occidentale veniva inquadrato in una Weltanschauung dove filosofia della prassi si traduceva direttamente in una prassi, appunto, – al contrario delle visioni elitaristiche alla Mosca, alla Pareto o alla Michels – dove il vertice non doveva regnare dispoticamente ma fra l’alto (il nuovo Principe, cioè il partito comunista, e con questa immagine machiavelliana, unendo la filosofia della praxis con l’insegnamento del realismo politico del Segretario fiorentino Antonio Gramsci si pone anche come il più grande erede, nella teoria e, appunto, nella prassi, del magistero di Niccolò Machiavelli) e il basso della società (la classe operaia e contadina) si doveva dialetticamente istituire un’azione politica e sociale di continuo mutuo arricchimento cognitivo ed accrescimento di potenza politica, che avrebbe costituito, ancor prima e premessa ineludibile della pur necessaria lotta di classe condotta su base ed in prospettiva economicista, la vera ragion d’essere ed energia generatrice del costituito e sempre evolutivamente costituendo partito comunista/Nuovo principe, una dinamica della conoscenza e del potere che è praticamente sovrapponibile con la visione dialettico-conflittualistica-strategica del Repubblicanesimo Geopolitico: «“Marx e Machiavelli”. Questo argomento può dar luogo a un duplice lavoro: uno studio sui rapporti reali tra i due in quanto teorici della politica militante, dell’azione, e un libro che traesse dalle dottrine marxiste un sistema ordinato di politica attuale del tipo Principe. L’argomento sarebbe il partito politico, nei suoi rapporti con le classi e con lo Stato: non il partito come categoria sociologica, ma il partito che vuole fondare lo Stato. In realtà, se bene si osserva, la funzione tradizionale dell’istituto della corona è, negli stati dittatoriali, assolta dai partiti: sono essi che pur rappresentando una classe e una sola classe, tuttavia mantengono un equilibrio con le altre classi, non avversarie ma alleate e procurano che lo sviluppo della classe rappresentata avvenga col consenso e con l’aiuto delle classi alleate. Ma il protagonista di questo “nuovo principe” non dovrebbe essere il partito in astratto, una classe in astratto, uno Stato in astratto, ma un determinato partito storico, che opera in un ambiente storico preciso, con una determinata tradizione, in una combinazione di forze sociali caratteristica e bene individuata. Si tratterebbe insomma, non di compilare un repertorio organico di massime politiche, ma di scrivere un libro “drammatico” in un certo senso, un dramma storico in atto, in cui le massime politiche fossero presentate come necessità individualizzata e non come principi di scienza. [sottolineatura nostra per evidenziare l’antipositivitismo e l’impostazione dialettica del conflittualismo strategico di Antonio Gramsci]»: Ivi, vol. I, p. 432; «Il moderno Principe deve e non può non essere il banditore e l’organizzatore di una riforma intellettuale e morale, ciò che poi significa creare il terreno per un ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna. Questi due punti fondamentali – formazione di una volontà collettiva nazionale-popolare di cui il moderno Principe è nello stesso tempo l’organizzatore e l’espressione attiva e operante, e riforma intellettuale e morale – dovrebbero costituire la struttura del lavoro. I punti concreti del programma devono essere incorporati nella prima parte, cioè dovrebbero “drammaticamente”, risultare dal discorso, non essere una fredda e pedantesca esposizione di raziocini [sottolineatura nostra sempre per le ragioni appena esposte]. Può esserci riforma cultuale e cioè elevamento degli strati depressi della società, senza una precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico? Perciò una riforma intellettuale e morale non può non essere legata a un programma di riforma economica, anzi il programma di riforma economica è appunto il modo concreto con cui si presenta ogni riforma intellettuale e morale. Il moderno Principe, sviluppandosi, sconvolge tutto il sistema di rapporti intellettuali e morali in quanto il suo svilupparsi significa appunto che ogni atto viene concepito come utile o dannoso, come virtuoso o scellerato, solo in quanto ha come punto di riferimento il moderno Principe stesso e serve a incrementare il suo potere o a contrastarlo. Il Principe prende il posto, nelle coscienze, della divinità o dell’imperativo categorico, diventa la base di una laicismo moderno o di una completa laicizzazione di tutta la vita e di tutti i rapporti di costume.»: Ivi, vol. III, pp. 1560-1561; «“La tesi XI”: “I filosofi hanno soltanto variamente interpretato il mondo; si tratta ora di cangiarlo”, non può essere interpretata come un gesto di ripudio di ogni sorta di filosofia, ma solo di fastidio per i filosofi e il loro psittacismo e l’energica affermazione di una unità tra teoria e pratica.[…] Questa interpretazione delle Glosse al Feuerbach come rivendicazione di unità tra teoria e pratica, e quindi come identificazione della filosofia con ciò che il Croce chiama ora religione (concezione del mondo con una norma di condotta conforme) – ciò che poi non è che l’affermazione della storicità della filosofia fatta nei termini di un’immanenza assoluta, di una “terrestrità assoluta” – si può ancora giustificare con la famosa proposizione che “il movimento operaio tedesco è l’erede della filosofia classica tedesca”, la quale non significa già, come scrive il Croce: “erede che non continuerebbe già l’opera del predecessore, ma ne imprenderebbe un’altra, di natura diversa e contraria” ma significherebbe proprio che l’ “erede” continua il predecessore, ma lo continua “praticamente” poiché ha dedotto una volontà attiva, trasformatrice del mondo, dalla mera contemplazione e in questa attività pratica è contenuta anche la “conoscenza” che solo anzi nell’attività pratica è “reale conoscenza” e non “scolasticismo”. Se ne deduce anche che il carattere della filosofia della praxis è specialmente quello di essere una concezione di massa, una cultura di massa e di massa che opera unitariamente, cioè che ha norme di condotta non solo universali in idea, ma “generalizzate” nella realtà sociale. E l’attività del filosofo “individuale” non  può essere pertanto concepita che in funzione di tale unità sociale, cioè anch’essa come politica, come funzione di direzione politica.»: Ivi, vol. II, pp.1270-1271; «La posizione della filosofia della praxis è antitetica a questa cattolica: la filosofia della praxis non tende a mantenere i “semplici” nella loro filosofia primitiva del senso comune, ma invece a condurli a una concezione superiore della vita. Se afferma l’esigenza del contatto tra intellettuali e semplici non è per limitare l’attività scientifica e per mantenere una unità al basso livello delle masse, ma appunto per costruire un blocco intellettuale-morale che renda politicamente possibile un progresso intellettuale di massa e non solo di scarsi gruppi intellettuali. L’uomo attivo di massa opera praticamente, ma non ha una chiara coscienza teorica di questo suo operare che pure è un conoscere il mondo in quanto lo trasforma. La sua coscienza teorica anzi può essere storicamente in contrasto col suo operare. Si può quasi dire che egli ha due coscienze teoriche (o una coscienza contraddittoria), una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica della realtà e una superficialmente esplicita o verbale che ha ereditato dal passato e ha accolto senza critica. Tuttavia questa  concezione “verbale” non è senza conseguenze: essa riannoda a un gruppo sociale determinato, influisce nella condotta morale, nell’indirizzo della volontà, in modo più o meno energico, che può giungere fino a un punto in cui la contraddittorietà della coscienza non permette nessuna azione, nessuna decisione, nessuna scelta e produce uno stato di passività morale e politica. La comprensione critica di se stessi avviene quindi attraverso una lotta di “egemonie” politiche, di direzioni contrastanti, prima nel campo dell’etica, poi della politica, per giungere ad una elaborazione superiore della propria concezione del reale [evidenziazione nostra]. La coscienza di essere parte di una determinata forza egemonica (cioè la coscienza politica) è la prima fase per un’ulteriore e progressiva autocoscienza in cui teoria e pratica finalmente si unificano. Anche l’unità di teoria e pratica non è quindi un dato di fatto meccanico, ma un divenire storico, che ha la sua fase elementare e primitiva nel senso di “distinzione”, di “distacco”, di indipendenza appena istintivo, e progredisce fino al possesso reale e completo di una concezione del mondo coerente e unitaria. Ecco perché è da mettere in rilievo come lo sviluppo politico del concetto di egemonia rappresenta un grande progresso filosofico oltre che politico-pratico, perché necessariamente coinvolge e suppone una unità intellettuale e una etica conforme a una concezione del reale che ha superato il senso comune ed è diventata, sia pur entro limiti ancora ristretti, critica [evidenziazione nostra]. Tuttavia, nei più recenti sviluppi della filosofia della prassi, l’approfondimento del concetto di unità della teoria e della pratica non è ancora che ad una fase iniziale: rimangono ancora dei residui di meccanicismo, poiché si parla di teoria come “complemento”, “accessorio” della pratica, di teoria come ancella della pratica. [evidenziazione nostra]. Pare giusto che anche questa quistione debba essere impostata storicamente, e cioè come un aspetto della quistione politica degli intellettuali. Autocoscienza critica significa storicamente e politicamente creazione di una élite di intellettuali: una massa umana non si “distingue” e non diventa indipendente “per sé” senza organizzarsi (in senso lato) e non c’è organizzazione senza intellettuali, cioè senza organizzatori e dirigenti, cioè senza che l’aspetto teorico del nesso teoria-pratica si distingua concretamente in uno strato di persone “specializzate” nell’elaborazione concettuale e filosofica. Ma questo processo di creazione degli intellettuali è lungo, difficile, pieno di contraddizioni, di avanzate e ritirate, di sbandamenti e di riaggrupamenti, in cui la “fedeltà” della massa (e la fedeltà e la disciplina sono inizialmente la forma che assume l’adesione della massa e la sua collaborazione allo sviluppo dell’intero fenomeno culturale) è messa talvolta a dura prova. Il processo di sviluppo è legato a una dialettica intellettuali-massa; lo strato degli intellettuali si sviluppa quantitativamente e qualitativamente, ma ogni sbalzo verso una nuova “ampiezza” e complessità dello strato degli intellettuali è legato a un movimento analogo della massa di semplici, che si innalza verso livelli superiori di cultura e allarga simultaneamente la sua cerchia di influenza, con punte individuali o anche di gruppi più o meno importanti verso lo strato degli intellettuali specializzati. Nel processo però si ripetono continuamente dei momenti in cui tra massa e intellettuali (o certi di essi, o un gruppo di essi) si forma un distacco, una perdita di contatto, quindi l’impressione di “accessorio”, di complementare, di subordinato. L’insistere sull’elemento “pratico” del nesso teoria-pratica, dopo aver scisso, separato e non solo distinto i due elementi (operazione appunto meramente meccanica e convenzionale) significa che si attraversa una fase storica relativamente primitiva, una fase ancora economico-corporativa, in cui si trasforma quantitativamente il quadro generale della “struttura” e la qualità-superstruttura adeguata è in via di sorgere, ma non è ancora organicamente formata.[…] Una di queste fasi si può studiare nella discussione attraverso la quale si sono verificati i più recenti sviluppi della filosofia della praxis, discussione riassunta in un articolo di D. S. Mirsckij, collaboratore della “Cultura”. Si può vedere come sia avvenuto il passaggio da una concezione meccanicistica e puramente esteriore a una concezione attivistica, che si avvicina di più, come si è osservato, a una giusta comprensione dell’unità di teoria e pratica [evidenziazione nostra], sebbene non ne abbia ancora attinto tutto il significato sintetico. Si può osservare come l’elemento deterministico, fatalistico, meccanicistico sia stato un “aroma” ideologico immediato della filosofia della prassi, una forma di religione e di eccitante (ma al modo degli stupefacenti), resa necessaria e giustificata storicamente dal carattere “subalterno” di determinati strati sociali. Quando non si ha l’iniziativa nella lotta e la lotta stessa finisce quindi con l’identificarsi con una serie di sconfitte, il determinismo meccanico diventa una forza formidabile di resistenza morale, di coesione, di perseveranza paziente e ostinata [evidenziazione nostra]. “Io sono sconfitto momentaneamente, ma la forza delle cose lavora per me a lungo andare ecc.”. La volontà reale si traveste in atto di fede, in una certa razionalità della storia, in una forma empirica e primitiva di finalismo appassionato che appare come un sostituto della predestinazione, della provvidenza, ecc., delle religioni confessionali. Occorre insistere sul fatto che anche in tal caso esiste realmente una forte attività volitiva, un intervento diretto sulla “forza delle cose” ma appunto in una forma implicita, velata, che si vergogna di se stessa e pertanto la coscienza è contraddittoria, manca di una critica, ecc. Ma quando il “subalterno” diventa dirigente e responsabile dell’attività economica di massa, il meccanicismo appare a un certo punto un pericolo imminente, avviene una revisione di tutto il modo di pensare perché è avvenuto un mutamento nel modo sociale di essere [evidenziazione nostra]. I limiti e il dominio della “forza delle cose” vengono ristretti perché? perché, in fondo, se il subalterno era ieri una cosa, oggi non è più una cosa ma una persona storica, un protagonista, se ieri era irresponsabile perché “resistente” a una volontà estranea, oggi si sente responsabile perché non più resistente ma agente e necessariamente attivo e intraprendente. Ma anche ieri era egli stato mera “resistenza”, mera “cosa”, mera “irresponsabilità”? Certamente no, ed è anzi da porre in rilievo come il fatalismo non sia che un rivestimento da deboli di una volontà attiva e reale. Ecco perché occorre sempre dimostrare la futilità del determinismo meccanico, che, spiegabile come filosofia ingenua della massa e in quanto solo tale elemento intrinseco di forza, quando viene assunto a filosofia riflessa e coerente da parte degli intellettuali, diventa causa di passività, di imbecille autosufficienza, e ciò senza aspettare che il subalterno sia diventato dirigente responsabile [evidenziazione nostra]. Una parte della massa anche subalterna è sempre dirigente e responsabile e la filosofia della parte precede sempre la filosofia del tutto non solo come anticipazione teorica, ma come necessità attuale. Che la concezione meccanicistica sia stata una religione di subalterni appare da un’analisi dello sviluppo della religione cristiana, che in un certo periodo storico e in condizioni storiche determinate è stata e continua ad essere una “necessità”, una forma necessaria della volontà delle masse popolari, una forma determinata della razionalità del mondo e della vita e dette i quadri generali per l’attività pratica reale.»: Ivi, vol. II, pp. 1384-1389; «Non solo la filosofia della praxis è connessa all’immanentismo, ma anche alla concezione soggettiva della realtà, in quanto appunto la capovolge, spiegandola come fatto storico, come “soggettività storica di un gruppo sociale”, come fatto reale, che si presenta come fenomeno di “speculazione” filosofica ed è semplicemente un atto pratico, la forma di un contenuto concreto sociale e il modo di condurre l’insieme della società a foggiarsi una unità morale. L’affermazione che si tratti di “apparenza”, non ha nessun significato trascendente e metafisico, ma è la semplice affermazione della sua “storicità”, del suo essere “morte-vita”, del suo rendersi caduca perché una nuova coscienza sociale e morale si sta sviluppando, più comprensiva, superiore, che si pone come sola “vita”, come sola realtà in confronto del passato morto e duro a morire nello stesso tempo. La filosofia della praxis è la concezione storicistica della realtà, che si è liberata di ogni rediduo di trascendenza e di teologia anche nella loro ultima incarnazione speculativa; lo storicismo idealistico crociano rimane ancora nella fase teologico-speculativa. [evidenziazione nostra]»: Ivi, vol. II, pp. 1225-1226. A parte la mitizzazione della classe operaia e contadina che costituisce la parte oggi caduca dei Quaderni ma nei quali la gramsciana filosofia della praxis segna un decisivo distacco da una visione cosale delle classi e dove decisivo è per queste classi, proprio come nel Repubblicanesimo Geopolitico, il processo cognitivo legato all’aquisizione, mantenimento e creazione di nuovo potere, la forma della filosofia della praxis espressa nei Quaderni del Carcere rappresenta uno dei capisaldi per il Repubblicanesimo Geopolitico. Per l’approfondimento della decisiva importanza  della filosofia della praxis per il conflittualismo dialettico-strategico del Repubblicanesimo Geopolitico (e su come sia possibile far definitivamente evolvere questa filosofia della praxis in una dialettica in cui l’azione/scontro strategico – compiendo, sia individualmente che socialmente, la sua piena entelechia attraverso una consapevole ed attiva epifania strategica – sia il principio unificante dell’agire conoscitivo/teorico/pratico dell’uomo e perciò dissolvente della illusoria diarchia cultura/natura e quindi, in ultima istanza, generante quella vera e profonda rivoluzione politica e culturale inseguita con risultati del tutto deludenti – ma non per questo inutili, anzi! – durante tutto il Novecento), si rinvia ancora a Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico.»; [Nota 9 di pp. 15-18 di Massimo Morigi, Dialecticvs Nvncivs, cit.: «Riguardo la teoria leniniana del rispecchiamento, radicale è il rifiuto espresso in Storia e Coscienza di Classe: «La coscienza del proletariato può chiamare in vita, nella sua riconversione pratica, soltanto ciò che viene spinto ad una decisione dalla dialettica storica, ma non può disporsi “praticamente” al di sopra del corso della storia ed imporre ad essa puri e semplici desideri e conoscenze. Infatti, essa stessa non è altro che la contraddizione divenuta cosciente dello sviluppo sociale. D’altro lato, una necessità dialettica non è affatto identica ad una necessità meccanico-causale. Nel passo citato in precedenza Marx dice: “la classe operaia non deve far altro che mettere in libertà gli elementi della società nuova, che si sono sviluppati nel seno della società borghese nella fase del suo crollo”. Alla semplice contraddizione – che è un prodotto automatico secondo legge, dello sviluppo capitalistico – deve dunque aggiungersi qualcosa di nuovo: la coscienza del proletariato che si trasforma in azione. Tuttavia, poiché la semplice contraddizione si eleva così ad una contraddizione dialettica, poiché la presa di coscienza si trasforma in punto di passaggio per la praxis, appare ancora una volta e con maggior concretezza, il carattere essenziale, che abbiamo già più volte ricordato, della dialettica proletaria: la coscienza non è qui coscienza di un oggetto che si contrappone, ma autocoscienza dell’oggetto stesso – e per questo l’atto della presa di coscienza rovescia le forme di oggettività del proprio oggetto.»: György Lukács, Storia e Coscienza di Classe, cit., p. 234; un rifiuto in cui il proletariato è la classe universale che attraverso la sua dialettica realizza con la sua praxis l’unione fra soggetto ed oggetto e dove a sottolineare l’improponibilità di una pensiero che rifletta meccanicamente la realtà, Lukács arriva a cogliere l’inizio dell’ errore della teoria del riflesso nel mito della cosa in sé kantiana e nel mito platonico delle idee, entrambe posizioni che sono queste sì il riflesso di una concezione mitica e cosale della realtà: «Soltanto se comprendiamo tutto ciò siano in grado di penetrare sino all’ultimo residuo della struttura coscienziale reificata e della sua forma concettuale, del problema della cosa in sé. Anche Friedrich Engels si è una volta espresso a questo proposito in modo facilmente equivocabile. Descrivendo il contrasto che divedeva Marx e lui stesso dalla scuola hegeliana, egli dice: “Noi intendevamo i concetti  della nostra testa ancora una volta materialisticamente come riflessi (Abbild) delle cose reali in luogo di considerare le cose reali come riflessi di questo o quel grado del concetto assoluto”. [Friedrich Engels, Ludovico Feuerbach e il Punto di Approdo della Filosofia Classica Tedesca, Mosca, Edizioni in lingue estere, 1947, p. 41] Tuttavia, si deve porre qui l’interrogativo che del resto si pone lo stesso Engels ed al quale egli dà anzi, nella pagine [sic!] seguente, una risposta del tutto conforme a ciò che noi pensiamo: “Il mondo non è da comprendere come un complesso di cose già definite, ma come un complesso di processi”. Ma se non vi sono due cose – che cosa viene “riflesso” dal pensiero? Qui non è possibile, neppure per cenni, tracciare la storia della teoria della riflessione immaginativa, benché essa sola possa mostrare tutta la portata di questo problema. Infatti, in questa teoria si oggettiva teoricamente la dualità insuperata – per la coscienza reificata – tra pensiero ed essere, coscienza e realtà. E da questo punto di vista è lo stesso che le cose vengano intese come riflessi dei concetti o i concetti come i riflessi delle cose, dal momento che in entrambi i casi questa dualità riceve un’insuperabile fissazione logica. Il grandioso e coerente tentativo di Kant di superare logicamente questa dualità, la teoria della funzione sintetica della coscienza in generale nella creazione della sfera teoretica, non poteva portare alcuna soluzione filosofica alla questione, perché la dualità, allontanata dalla logica, veniva resa eterna come problema filosoficamente insolubile nella forma della dualità tra fenomeno e cosa in sé. Che questa soluzione kantiana possa difficilmente essere riconosciuta come soluzione in senso filosofico, è dimostrato dal destino della sua teoria. Le radici di questo equivoco si trovano tuttavia nella teoria stessa: certo, non direttamente nella logica, ma nel rapporto tra la logica e la metafisica, tra il pensiero e l’essere. Ora, bisogna comprendere che ogni comportamento contemplativo, quindi ogni pensiero “puro” che si assume come compito la conoscenza di un oggetto che gli sta di fronte, solleva al tempo stesso il problema della soggettività e dell’oggettività. L’oggetto del pensiero (come contrapposto) si trasforma in qualcosa di estraneo al soggetto ed ha origine così il problema se il pensiero concordi con l’oggetto. Quanto più il carattere conoscitivo del pensiero viene elaborato nella sua “purezza”, quanto più il pensiero diventa “critico”, tanto più grande ed incolmabile appare l’abisso tra la forma “soggettiva” del pensiero e l’oggettività dell’oggetto (essente). Ora, è possibile, come accade in Kant, intendere l’oggetto del pensiero come “generato” dalle forme del pensiero. Ma con ciò il problema dell’essere non viene risolto, ed in quanto Kant allontana questo problema dalla teoria della conoscenza, sorge per lui la questione filosofica: anche i suoi oggetti pensati debbono concordare con una “realtà” qualsiasi. Ma questa realtà viene tuttavia posta – come cosa in sé – al di fuori di ciò che è “criticamente” conoscibile. Nei confronti di questa realtà (che anche per Kant, come dimostra la sua etica, è la realtà vera e propria, la realtà metafisica) il suo atteggiamento resta lo scetticismo, l’agnosticismo: anche se l’oggettività gnoseologica, la teoria della verità immanente al pensiero ha trovato una soluzione ben poco scettica. Non è dunque affatto un caso che abbiano trovato un aggancio in Kant indirizzi agnostici di genere diverso (basti pensare a Maimon od a Schopenhauer). E lo è ancora meno il fatto che proprio Kant cominciò a reintrodurre nella filosofia quel principio che si trova in netto contrasto con il suo principio sintetico della “generazione”: la teoria delle idee di Platone. Infatti, questo è l’estremo tentativo di salvare l’oggettività del pensiero, la sua concordanza con il suo oggetto, senza essere costretti a ricercare il criterio della concordanza nell’essere empirico materiale degli oggetti. Ora è chiaro che in ogni conseguente riformulazione della teoria delle idee un principio che, da un lato, connette il pensiero con gli oggetti del mondo delle idee, dall’altro questo mondo con gli oggetti della conoscenza empirica (rimemorazione, intuizione intellettuale, ecc.). Con ciò tuttavia la teoria del pensiero viene spinta oltre il pensiero stesso: essa si trasforma in teoria dell’anima, in metafisica, in filosofia della storia. Anziché essere risolto, il problema assume una duplice o triplice forma. Infatti, la comprensione dell’impossibilità di principio di una concordanza, di un rapporto di “riflessione immaginativa” tra forme oggettuali che sono per principio eterogenee, è il motivo che guida ogni interpretazione di questo genere di teoria delle idee. Essa intraprende il tentativo di dimostrare questa stessa ultima essenzialità come nucleo negli oggetti del pensiero o nel pensiero stesso. Così Hegel caratterizza da questo punto di vista molto giustamente il motivo filosofico fondamentale della teoria della rimemorazione: in essa il rapporto fondamentale dell’uomo verrebbe presentato miticamente, “la verità si troverebbe in lui e si tratterebbe perciò soltanto di portarla alla coscienza” [Nota a piè di pagina di Lukács: «Werke, XI, p.160»]. Ma in questo modo è possibile dimostrare nel pensiero e nell’essere questa identità – dopo che, per via del modo in cui si presentano necessariamente all’atteggiamento intuitivo e contemplativo, il pensiero e l’essere sono stati già intesi nella loro reciproca eterogeneità di principio? Qui deve appunto intervenire la metafisica, per unificare ancora una volta in qualche modo, attraverso mediazioni apertamente e implicitamente  mitologiche, il pensiero e l’essere, la cui separazione, oltre a formare il punto di vista di avvio del pensiero “puro”, deve anche essere – volenti o nolenti – costantemente mantenuta. E questa situazione non muta minimamente, se la mitologia viene capovolta e il pensiero viene spiegato a partire dall’essere empiricamente materiale. Rickert definì una volta il materialismo un platonismo di segno rovesciato. A ragione. Infatti, finché il pensiero e l’essere mantengono la loro vecchia e rigida contrapposizione, finché essi restano immodificati nella struttura loro propria, ed in quella dei loro reciproci rapporti, la concezione secondo la quale il pensiero è un prodotto del cervello e concorda perciò con gli oggetti dell’empiria, non è meno mitologica di quella della rimemorazione del mondo delle idee. Ed anche questa mitologia non è in grado di spiegare a partire da questo principio i problemi specifici che qui emergono. Essa è costretta ad abbandonarli irrisolti a mezza via oppure a risolverli con i “vecchi” mezzi: la mitologia entra in scena soltanto come principio di soluzione del complesso non analizzato nel suo insieme. [nota a piè di pagina di Lukács: «Questo rifiuto del significato metafisico del materialismo borghese non muta nulla nella sua valutazione storica: esso fu la forma ideologica della rivoluzione francese e resta come tale praticamente attuale, finché resta attuale la rivoluzione borghese (anche come momento della rivoluzione proletaria). Cfr. in proposito i miei saggi su Moleschott, Feuerbach e l’ateismo in “Rote Fahne”, Berlino; e soprattutto l’ampio saggio di Lenin, Unter der Fahne des Marxismus, in “Die kommunitische Internationale”, 1922, n. 21.»] Ma, come sarà ormai chiaro da quanto precede, è impossibile anche togliere di mezzo questa differenza ricorrendo ad un progresso all’infinito. Allora ha origine una soluzione apparente oppure si ripresenta in una forma modificata la questione della riflessione immaginativa. [nota a piè di pagina di Lukács: «Molto coerentemente Lask introduce nella logica stessa una regione pre-immaginativa e post-immaginativa (Die Lehre vom Urteil). Benché egli escluda criticamente il platonismo puro, la dualità riflessiva tra idea e realtà, essa rivive in lui sul terreno della logica.»] Proprio nel punto in cui al pensiero storico si rivela la concordanza tra pensiero e essere, il fatto che entrambi hanno nell’immediatezza (e solo in essa) una rigida struttura di cosa, il pensiero dialettico viene costretto ad assumere questa insolubile impostazione del problema. Dalla rigida contrapposizione di pensiero ed essere (empirico) segue, da un lato, che essi non possono trovarsi l’uno con l’altro in un rapporto di riflessione immaginativa, ma dall’altro che solo in essa si deve ricercare il criterio del pensiero corretto. Finché l’uomo si comporta in modo intuitivo-contemplativo, egli può riferirsi al suo proprio pensiero ed agli oggetti dell’empiria che lo circondano solo in modo immediato. Egli li assume nel loro carattere di definitiva compiutezza, che è stato prodotto dalla realtà storica. Poiché vuole soltanto conoscere il mondo e non modificarlo egli è costretto ad assumere come inevitabile sia la fissità empirico-materiale dell’essere che la fissità logica dei concetti: e le sue impostazioni mitologiche dei problemi non sono orientate nel senso di accertare da quale terreno concreto abbia avuto origine la fissità di queste due datità fondamentali, quali siano i momenti reali che in esse si celano e che operano nel senso del superamento di queste fissità, ma tendono unicamente ad accertare in che modo l’essenza immutata di queste datità possa essere ricomposta nella sua immutabilità e spiegata in quanto tale. La soluzione che Marx indica nelle sue tesi su Feuerbach è la conversione della filosofia nella praticità. Tuttavia, come abbiamo visto, l’aspetto complementare ed il presupposto strutturale oggettivo di questa praticità è la concezione della realtà come un “complesso di processi”, la concezione secondo cui le tendenze evolutive della storia rappresentano una realtà superiore, la vera realtà rispetto alle fatticità rigide e cosali dell’empiria, pur emergendo dall’empiria stessa, e quindi senza essere al di là di essa. Ora, per la teoria del riflesso ciò significa che il pensiero, la coscienza deve orientarsi appunto alla realtà, che il criterio della verità consiste nell’incontro con la realtà. Tuttavia, questa realtà non è per nulla identica all’essere empirico fattuale. Questa realtà non è, essa diviene. Ed il divenire va inteso in due sensi. Da un lato, in quanto divenire, in questa tendenza, in questo processo si scopre la vera essenza dell’oggetto. E precisamente nel senso – si pensi agli esempi citati, che possono essere moltiplicati a piacere – che questa trasformazione delle cose in un processo porta concretamente a soluzione tutti i problemi concreti posti dal pensiero dai paradossi della cosa essente. Riconoscere che è impossibile bagnarsi due volte nello stesso fiume è soltanto un’incisiva espressione per indicare l’incolmabile contrasto tra concetto e realtà, ma non aggiunge nulla di concreto alla conoscenza del fiume. Invece, riconoscere che il capitale come processo può essere soltanto capitale accumulato o meglio capitale che si accumula, rappresenta una concreta e positiva soluzione di un complesso di problemi concreti e positivi, di contenuto e di metodo, che concernono il capitale. Quindi soltanto se viene superata la dualità tra filosofia e conoscenza particolare, tra metodologia e conoscenza dei fatti, si può aprire la via verso il superamento nel pensiero della dualità tra pensiero ed essere. Ogni tentativo orientato – come nel caso di Hegel, nonostante i molti sforzi nella direzione opposta – verso il superamento dialettico di questa dualità nel pensiero liberato da ogni rapporto concreto con l’essere, nella logica, è condannato al fallimento. Infatti, ogni logica pura è platonica: è pensiero separato dall’essere e fissato in questa separazione. Solo nella misura in cui il pensiero appare come realtà, come momento del processo complessivo, esso può andare dialetticamente al di là della propria fissità, assumere il carattere del divenire. [nota a piè di pagina di Lukács: «Le indagini puramente logiche e puramente metodologiche non fanno dunque altre che  contrassegnare il punto nel quale storicamente ci troviamo: la nostra provvisoria incapacità di afferrare e presentare i problemi categoriali nel loro complesso come problemi della realtà che si trasforma storicamente.»] D’altro lato, il divenire è al tempo stesso mediazione tra passato e futuro: tra il passato concreto, cioè storico ed il futuro altrettanto concreto, cioè altrettanto storico. Il concreto qui ed ora nel quale il divenire si risolve nel processo, non è più un istante passeggero ed inafferrabile, sfuggente immediatezza [nota a piè di pagina di Lukács: «Cfr. in proposito, la Fenomenologia di Hegel (in particolare Werke, II, pp. 73 sgg) dove questo problema viene trattato con maggiore profondità, ed anche la teoria di Ernst Bloch dell’ “oscurità del momento vissuto” e del “sapere non ancora cosciente”.»], ma il momento della mediazione più profonda ed articolata, il momento della decisione, della nascita del nuovo. Finché l’uomo rivolge intuitivamente e complessivamente il proprio interesse verso il passato o verso il futuro, entrambi si fissano in una estraneità d’essere – e tra soggetto ed oggetto si estende l’incolmabile “dannoso spazio” del presente. Soltanto se l’uomo è in grado di afferrare il presente, in quanto riconosce in esso quelle tendenze dal cui contrasto dialettico egli è capace di creare il futuro, il presente, il presente come divenire diventa il suo presente. “Infatti, la verità – dice Hegel – consiste nel non atteggiarsi nell’oggetto come verso qualcosa di estraneo”. [nota a piè di pagina di Lukács: «Werke, XII, p. 207.»] Ma se la verità del divenire è rappresentata dal futuro non ancora sorto, che deve essere reso prossimo, dal nuovo che emerge dalle tendenze che si realizzano (con il nostro ausilio cosciente), allora la questione della riflessività immaginativa del pensiero appare completamente priva di senso. Il criterio della correttezza del pensiero è appunto la realtà. Ma questa non è, diviene – non senza l’intervento del pensiero. Qui si realizza dunque il programma della filosofia classica: il principio della genesi e [sic!: è] di fatto il superamento del dogmatismo (in particolare nella sua massima figura storica, nella teoria platonica del riflesso). Ma la funzione di questa genesi può essere svolta soltanto dal divenire concreto (storico). Ed in questo divenire, la coscienza (la coscienza di classe divenuta pratica nel proletariato) è un elemento costitutivo necessario ed indispensabile. Il pensiero e l’essere non sono quindi identici nel senso che essi si “corrispondono” reciprocamente, si “riflettono” l’uno nell’altro, procedono “parallelamente” o “arrivano a coincidere” (tutte queste espressioni sono soltanto forme dissimulate di un rigido dualismo): la loro identità consiste piuttosto nel loro essere momenti di uno stesso processo dialettico storico-reale. Ciò che la coscienza del proletariato “riflette” è quindi il positivo e il nuovo che scaturisce dalla contraddizione dialettica dello sviluppo capitalistico. Non dunque qualcosa che il proletariato trova o “crea” dal nulla, ma una conseguenza necessaria del processo di sviluppo nella sua totalità: qualcosa che, non appena arriva alla coscienza del proletariato e viene da esso reso pratico, si trasforma da astratta possibilità in realtà concreta. Questa trasformazione non è tuttavia meramente formale, dal momento che il realizzarsi di una possibilità, l’attualizzarsi di una tendenza significa appunto trasformazione oggettuale della società, modificazione delle funzioni dei suoi momenti e quindi modificazione sia strutturale che contenutistica di tutti gli oggetti particolari. Ma non si deve dimenticare: soltanto la coscienza di classe divenuta pratica del proletariato possiede questa funzione trasformatrice. In ultima analisi, ogni comportamento contemplativo puramente conoscitivo si trova in un rapporto duplice rispetto al suo oggetto: e la semplice introduzione della struttura qui riconosciuta in un altro comportamento qualsiasi che non sia l’agire del proletariato – dal momento che solo la classe nel suo riferirsi allo sviluppo complessivo può essere pratica – riconduce necessariamente ad una nuova mitologia del concetto, ad una ricaduta nel punto di vista della filosofia classica superato da Marx. Infatti, ogni comportamento puramente conoscitivo resta affetto dalla macchia dell’immediatezza: cioè, in ultima analisi, trova di fronte a sé una serie di oggetti finiti, non risolubili in processi. La sua essenza dialettica può consistere soltanto nella tendenza alla praticità, nell’orientamento verso le azioni del proletariato. Nel fatto che esso si rende criticamente cosciente di questa sua tendenza all’immediatezza, insita in ogni comportamento non-pratico e tende di continuo a chiarire criticamente le mediazioni, i rapporti con la totalità come processo, con l’azione del proletariato in quanto classe. Il sorgere ed il realizzarsi del carattere pratico nel pensiero del proletariato è tuttavia anch’esso un processo dialettico. In questo pensiero, l’autocritica non è soltanto autocritica del suo oggetto, la società borghese, ma è anche il riesame critico tendente ad accertare in che misura la propria natura pratica sia realmente arrivata a manifestarsi, quale grado di vera praticità sia oggettivamente possibile e quanto sia stato praticamente realizzato di ciò che era oggettivamente possibile. È chiaro infatti che la comprensione del carattere processuale dei fenomeni sociali ed il disvelamento della parvenza della loro rigida cosalità, per quanto possano essere corretti, non possono tuttavia sopprimere praticamente la realtà di questa parvenza nella società capitalistica. I momenti in cui questa comprensione può realmente convertirsi nella praxis sono determinati appunto dal processo sociale di sviluppo. Perciò il pensiero proletario è anzitutto soltanto una teoria della praxis, per trasformarsi poi a poco a poco (e indubbiamente spesso a salti) in una teoria pratica che trasforma la realtà. Solo le singole tappe di questo processo – che non è possibile qui neppure schizzare – potrebbero mostrare in piena chiarezza la via dello sviluppo della coscienza proletaria di classe (del costituirsi del proletariato in classe). Soltanto qui si illuminerebbero le intime interazioni dialettiche tra la situazione oggettiva, storico-sociale, e la coscienza di classe del proletariato; solo qui si concretizzerebbe realmente l’affermazione che il proletariato è il soggetto-oggetto identico del processo di sviluppo sociale.»: György Lukács, Storia e Coscienza di Classe, cit., pp. 263-271. Per quanto la critica lukacsiana alla teoria del rispecchiamento arrivi con estrema precisione a minarne le fondamenta filosofiche e, come abbiamo visto, pagando un inevitabile pesantissimo pedaggio al mito del proletariato come classe universale, in Storia e Coscienza di Classe non si troverà un passo dove verrà attaccato Materialismo ed Empiriocriticismo. Nella edizione impiegata nel Dialecticvs Nvncivs di Storia e Coscienza di Classe, alla prefazione, alle pp. XXXV-VI, Lukács fornisce il seguente ritratto di Lenin come interprete della filosofia della praxis che, oltre ad avere una indubbia aderenza col personaggio storico reale, rappresenta anche una sorta di Imitatio Lenini, dalla quale ogni vero rivoluzionario per Lukács avrebbe dovuto trarre ispirazione seguendo una corretta – e concreta – filosofia della praxis (ma avrebbe dovuto trarre, pure questo traspare dalle parole di Lukács, se non dalla vita di Lenin, dalla storia del movimento comunista anche motivi di meditata e sorvegliata prudenza: questa prefazione fu apposta da Lukács all’edizione di Storia e Coscienza di Classe del 1967 e dal 1923 fino all’anno dell’edizione del 1967 utilizzata nel presente lavoro Lukács non aveva autorizzato nessun’altra edizione ufficiale: fra l’edizione del 1923 e quella del 1967 tutta l’operato di Lukács fu teso – se escludiamo l’episodio di Codismo e Dialettica, opera, fra l’altro, rimasta per oltre settant’anni solo manoscritta, che se fu verosimilmente conosciuta, direttamente o indirettamente, nei circoli ristretti degli addetti ai lavori della rivoluzione, non poté mai dispiegare quella carica dirompente che avrebbe avuto se, in occasione delle critiche paleodiamattine di Rudas e Deborin a Storia e Coscienza di Classe, fosse stato data allora alle stampe – a smorzare sul piano personale e su quello politico le gravissime potenzialità di frattura che all’interno di un movimento comunista dominato dall’incipiente sovietico Diamat recava con sé Storia e Coscienza di Classe): «Già nella prefazione che scrissi recentemente per la riedizione separata di questo breve studio ho tentato di mettere in luce con una certa precisione ciò che io ritengo ancora vitale ed attuale nel suo atteggiamento di fondo. Ciò che importa a questo proposito è anzitutto intendere Lenin nella sua vera peculiarità spirituale, senza considerarlo come un prosecutore rettilineo sul piano della teoria di Marx e di Engels e neppure come un geniale e pragmatico “politico realistico”. Nel modo più conciso si potrebbe formulare questo ritratto di Lenin come segue: la sua forza teorica poggia sul fatto che egli considera qualsiasi categoria – per quanto possa essere astrattamente filosofica – dal punto di vista della sua efficacia all’interno della praxis umana e al tempo stesso porta l’analisi concreta della situazione concreta data di volta in volta, su cui si basa costantemente ogni sua azione, in una connessione organica e dialettica con i principi del marxismo. Così egli non è nel senso stretto del termine, né un teorico né un pratico, ma un profondo pensatore della praxis, un uomo il cui penetrante sguardo è sempre rivolto al punto in cui la teoria trapassa nella praxis e la praxis nella teoria. Il fatto che la cornice storico-spirituale di questo mio vecchio studio all’interno del cui ambito si muove questa dialettica, porti ancora in sé i tratti tipici del marxismo degli anni venti, altera indubbiamente alcuni elementi della fisionomia intellettuale di Lenin, dal momento che soprattutto nei suoi ultimi anni di vita egli sviluppò molto più di quanto faccia il suo biografo la critica del presente, ma riproduce anche i suoi lineamenti fondamentali in modo sostanzialmente corretto, poiché l’opera teorico-pratica di Lenin è anche oggettivamente inscindibile dai momenti preparatori del 1917 ed associata alle loro conseguenze necessarie. Oggi io credo che il tentativo di cogliere la peculiarità specifica di questa grande personalità riceva una sfumatura non del tutto identica, ma non per questo completamente estranea, attraverso l’illuminazione compiuta a partire dalla mentalità degli anni venti.»: György Lukács, Storia e Coscienza di Classe, cit., pp. XXXV-VI. Gramsci, a differenza di Lukács, non ebbe la felice sorte di vivere abbastanza a lungo per vedere il fallimento dei regimi che iniziarono dalla Rivoluzione d’ottobre; ebbe però la fortuna di consegnarci un pensiero che giganteggia, forse anche per le sue eccezionali sventure personali, su tutti quanti coloro, fra questi indubbiamente Lukács, diedero fondamentali contributi per la fondazione di una filosofia della praxis che sapesse rompere definitivamente con tutti i positivismi e meccanicismi (e, conseguentemente, con tutti i postmodernismi liberal-liberisti) che hanno sempre tarpato le ali a coloro che vollero cogliere il vivo dell’insegnamento di Marx (e, ovviamente, della dialettica di Hegel: fra i giganti di quel marxismo occidentale che felicemente seppero far evolvere l’idealismo in una feconda filosofia della prassi nominiamo qui solo di sfuggita Karl Korsch e il suo Marxismo e Filosofia: autore ed opera che troveranno una ben più completa disamina in Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico). Il conflittualismo dialettico-strategico del Repubblicanesimo Geopolitico, forse immodestamente ma, si spera, anche con la consapevolezza di Bernardo di Chartres, a questo aspira.»]]; [Nota 25: «Ulteriore congelamento per la presente versione REDVX tramite Wayback Machine:

https://web.archive.org/web/20190618163839/https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf.»]; [Nota 26: «URL successivamente trasformato da Internet Archive in  https://ia800900.us.archive.org/3/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf  e nostro salvataggio aggiuntivo di quest’ultimo URL  per la versione REDVX dei  Rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale, cit. tramite Wayback Machine     all’ URL https://web.archive.org/web/20190618164825/https://ia800900.us.archive.org/3/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf.]; [Nota 27: «In Rete anche presso                                                                                           l’ URL http://www.fulviofrisone.com/attachments/article/451/the%20logic%20of%20quantum%20mechanics%201936.pdf; “congelamento” WebCite agli URL  http://www.webcitation.org/76DzVbjNK  e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fwww.fulviofrisone.com%2Fattachments%2Farticle%2F451%2Fthe%2520logic%2520of%2520quantum%2520mechanics%25201936.pdf&date=2019-02-16 [Ulteriore congelamento per la presente versione REDVX tramite Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190618193921/http://www.fulviofrisone.com/attachments/article/451/the%20logic%20of%20quantum%20mechanics%201936.pdf: aggiunta al testo della nota compiuta nella presente versione REDVX]; Internet Archive: https://archive.org/details/TheLogicOfQuantumMechanics1936 e   https://ia801506.us.archive.org/0/items/TheLogicOfQuantumMechanics1936/the%20logic%20of%20quantum%20mechanics%201936.pdf [URL successivamente trasformati da Internet Archive in

https://archive.org/details/TheLogicOfQuantumMechanics1936/mode/2up                            e                                         

https://ia800905.us.archive.org/21/items/TheLogicOfQuantumMechanics1936/the%20logic%20of%20quantum%20mechanics%201936.pdf e nostro salvataggio aggiuntivo di quest’ultimo URL  per la versione REDVX  dei  Rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale, cit. tramite Wayback Machine all’ URL    https://web.archive.org/web/20190618194424/https://ia800905.us.archive.org/21/items/TheLogicOfQuantumMechanics1936/the%20logic%20of%20quantum%20mechanics%201936.pdf: aggiunta al testo della nota compiuta nella presente versione REDVX] e infine “congelamento” della pagina Internet Archive agli URL WebCite http://www.webcitation.org/76E0F0hI7 e   http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801506.us.archive.org%2F0%2Fitems%2FTheLogicOfQuantumMechanics1936%2Fthe%2520logic%2520of%2520quantum%2520mechanics%25201936.pdf&date=2019-02-16.»]»: I rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale africano REDVX: versione con integrazioni sulla filosofia della praxis e sul marxismo occidentale. Atto di riparazione strategica n°1: Primo inventario e “congelamento” tramite WebCite ed Internet Archive delle fonti Internet   riferentisi a Dante Cesare Vacchi, il creatore dei commandos portoghesi in occasione della guerra coloniale portoghese. Fonti primarie e secondarie presenti in Internet per una storia dei commandos portoghesi nella guerra coloniale del Portogallo in Africa, dei rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo ed Italia fascista e del secondo dopoguerra riguardo al problema coloniale africano e per un’applicazione su uno specifico case study, il fascista ed ex repubblichino  Dante Cesare Vacchi che crea i commandos portoghesi, della teoria politologica e filosofico-politica  del Repubblicanesimo   Geopolitico. Il saggio  di cui per chiarezza abbiamo  ora replicato il titolo apparso ad inizio nota e da cui proviene la lunga citazione con una struttura a matrioska russa contenente altre subcitazioni da altri nostri lavori –  i quali, a loro volta, citano brani dei  principali autori basilari per la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico – e mostrante anche in questa pluristratificazione tutta la ricchezza euristico-dialettica per il paradigma prassistico olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico dello studio dei Complex Adaptive Systems (precursore di questa mentalità “non lineare” von Clausewitz col suo Vom Kriege) e  della meccanica quantistica e come la dialettica di queste due scienze impatti direttamente, come l’epigenetica  e la  Sintesi evoluzionistica estesa, sulla riconsiderazione della falsa suddivisione fra natura e cultura, è un lavoro che deve essere ancora pubblicato ma  è anche una sorta di riscrittura de I rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo e l’Italia fascista e del secondo dopoguerra in relazione al problema coloniale africano. Atto di riparazione strategica n°1: Primo inventario e “congelamento” tramite WebCite ed Internet Archive delle fonti Internet   riferentisi a Dante Cesare Vacchi, il creatore dei commandos portoghesi in occasione della guerra coloniale portoghese. Fonti primarie e secondarie presenti in Internet per una storia dei commandos portoghesi nella guerra coloniale del Portogallo in Africa, dei rapporti fra il Portogallo dell’Estado Novo ed Italia fascista e del secondo dopoguerra riguardo al problema coloniale africano e per un’applicazione su uno specifico case study, il fascista ed ex repubblichino  Dante Cesare Vacchi che crea i commandos portoghesi, della teoria politologica e filosofico-politica  del Repubblicanesimo   Geopolitico, pubblicato in data 9 marzo 2019 sul blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo” all’URL http://italiaeilmondo.com/2019/03/09/dante-cesare-telesforo-vacchi-il-portogallo-dellestado-novo-e-litalia-repubblicanesimo-geopolitico_di-massimo-morigi/ (WebCite: http://www.webcitation.org/76kjtWEou e http://www.webcitation.org/query?url=http%3A%2F%2Fitaliaeilmondo.com%2F2019%2F03%2F09%2Fdante-cesare-telesforo-vacchi-il-portogallo-dellestado-novo-e-litalia-repubblicanesimo-geopolitico_di-massimo-morigi%2F&date=2019-03-09; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190816143950/http://italiaeilmondo.com/2019/03/09/dante-cesare-telesforo-vacchi-il-portogallo-dellestado-novo-e-litalia-repubblicanesimo-geopolitico_di-massimo-morigi/). Come si evince dai quasi sovrapponibili titoli dei due lavori, in entrambi si discute dal punto di vista del paradigma dialettico prassistico del Repubblicanesimo Geopolitico su un personaggio italiano molto poco conosciuto, Dante Cesare Vacchi, che fondò i commandos portoghesi in occasione delle guerre coloniali scoppiate durante la fase terminale dell’Estado Novo di Salazar e entrambi i lavori sono, innanzitutto, una ricerca bibliografica internettiana su questo personaggio accompagnata da un “congelamento” di queste fonti Internet su apposite piattaforme informatiche di conservazione della memoria digitale, ma mentre nel lavoro pubblicato sull’ “Italia e il Mondo” il “congelamento” delle fonti avviene tramite WebCite nel secondo lavoro ancora da pubblicare tale congelamento è stato effettuato anche tramite la Wayback Machine di Internet Archive.  Ma se si trattasse solamente di questo, se cioè la differenza fra i due lavori fosse solamente l’aggiunta dei congelamenti bibliografici tramite la Wayback Machine di Internet Archive, la riscrittura del saggio non sarebbe giustificata mentre, secondo noi, è pienamente giustificata dal fatto che il pubblicando lavoro contiene anche riflessioni filosofico-politiche che nella sua prima stesura non erano presenti per il semplice fatto che il lavoro su Dante Cesare Vacchi era originariamente nato nell’ambito di una ricerca accademica di africanistica interessata alle guerre coloniali portoghesi e alla ricerca di nuove ed inedite fonti sull’argomento piuttosto che a sviluppare un discorso teorico filosofico-politico, come invece è stato fatto nel secondo lavoro ancora da pubblicare e di cui in questa nota abbiamo citato uno stralcio. Tuttavia per quanto il secondo lavoro in attesa di pubblicazione non lesini, come s’è potuto leggere, di considerazioni in merito all’importanza per la filosofia politica del Repubblicanesimo Geopolitico della meccanica quantistica e dello studio dei Complex Adaptive Systems e della teoria del Caos, si tratta sempre di uno studio biografico-bibilografico su un moderno capitano di ventura italiano e quindi non è stato lì possibile sviluppare fino in fondo (o, almeno, con la completezza che noi avremmo desiderato) il discorso sull’importanza di queste scienze per il nostro paradigma. (Un esempio di non completo sviluppo del nostro paradigma lo abbiamo nella subcitazione dal Dialecticvs Nvncivs – per essere più precisi alla nota 3 di pp. 6-9 del Dialecticvs Nvncivs, che è una subcitazione dalla nota 24 dal pubblicando lavoro su Dante Cesare Vacchi –, dove affermiamo a proposito del rapporto fra spiegazione dialettica e spiegazione meccanicistico-causale che «non è che la spiegazione dialettica debba sostituire in toto la spiegazione meccanicistico-causale ma deve essere in testa, rispetto a quella meccanicistico-causale, nella gerarchia della preferenza fra le due». Come  è definitivamente e cristallinamente sottolineato  dal presente lavoro e come parimenti è chiara consapevolezza  nella versione Redvx di prossima pubblicazione del  lavoro su Dante Cesare Vacchi già pubblicato nella sua versione semplificata sull’ “Italia e il Mondo”), oggi, alla luce di una ancor più chiarificata consapevolezza storicistica, abbiamo ancor meglio compreso che la meccanicità dei fenomeni, nella maggior parte afferenti alla fisica, sono meccanici solo ad un occhio non allenato ad una prospettiva storica di lunghissimo periodo, abbiamo cioè compreso che queste manifestazioni fisiche si sono consolidate in una attuale apparente legalità meccanica attraverso un lunghissimo processo storico di storia naturale; e un lunghissimo processo storico che ha modellato questi fenomeni, fino a giungere all’attuale apparente meccanicità e ineluttabilità della legalità che manifesta  gli stessi, generantesi ex nihilo e ex suo solo attraverso il movimento dialettico del paradigma olistico-espressivo-strategico-conflittuale, lo stesso movimento dialettico, cioè, della storia, cultura e società umane, le quali fra l’altro – sia detto per inciso – una volta che la loro evoluzione sviluppatasi attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale ha raggiunto un apparente equilibrio e stabilità, razionalizzano questo apparente stato di equilibrio conferendo alle consuetudini generatesi attraverso questo paradigma lo status di leggi, la cui natura sarebbe appunto quella di essere ab aeterno, proprio come le leggi fisiche. Oggi, in un’epoca comunque non più dominata dalla sacralità del potere, le leggi sono, de facto e de iure, continuamente modificabili attraverso un processo politico più o meno pubblico ma se esse hanno perso la loro aura di sacrale ineluttabilità ed eternità  continuano 1) ad essere espressione di una visione ed ideologia della società ispirata a principi non dialettici, “eternicistici” e dove lo scontro e il conflitto è visto, in ultima istanza, come una perturbazione, e poco importa se, ma solo apparentemente, l’ideologia democratico-liberale, renda un omaggio alla conflittualità sociale perché da questa (ipocriticamente) indicata come fattore di sviluppo e 2) continuano altresì, proprio per l’ipostatizzazione meccanicistica che racchiude nella semantica collettiva il termine stesso di ‘legge’, ad ispirare una visione della natura e della fisica totalmente meccanicistica e retta, appunto, dalle c.d. leggi fisiche e/o della natura. Solo da questi veloci spunti, traspare quanto sia politica la fisica e fisica la politica, quanto ambedue se dialetticamente considerate abbattano la soluzione di continuità fra cultura e natura e quanto il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico voglia far crescere accanto ad una “fisica della praxis” una “fisica sociale, culturale, storica ed economica della praxis” da Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico, citato alla subnota 23 della presente nota.). Ripetendo quindi per l’ennesima volta l’adagio amicus plato sed magis amica veritas affrontiamo in primo luogo il problema del computer quantistico. Avevamo già accennato al computer quantistico nella nostra Teoria della Distruzione del Valore, ma qui ci eravamo limitati ad affermare la sua numinosa capacità di calcolo che, sul piano politico sociale e culturale, non potrà che portare, quando sarà realizzato, ad epocali e terribili sconvolgimenti (in estrema sintesi: il computer quantistico in pochi secondi è in grado di compiere calcoli che  gli odierni più potenti computer impiegano  millenni ad eseguire e non occorre spendere ulteriori parole sulle spaventose – o felici, secondo il punto di vista – conseguenze culturali, politiche, sociali e storiche che discendono da questa numinosa e/o stregonesca – apparentemente evocatrice dei primigeni spiriti del Cosmo – capacità di calcolo). Ma il computer quantistico cela dentro di sé anche un quid filosofico estremamente interessante per la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico – filosofia della prassi per la quale non è possibile porre, in ultima analisi,  una distinzione ontologico-epistemologica fra soggetto ed oggetto, e questo per il semplice ed incontestabile fatto che  l’uno è creatura dialettica dell’altro e che l’uno senza l’altro non sarebbe né concepibile epistemologicamente e nemmeno ontologicamente –, perché uno dei problemi che ha fin qui ostacolato la costruzione di computer quantistici effettivamente operativi è il problema della decoerenza quantistica, decoerenza quantistica che, all’atto pratico e comprensibile nei suoi effetti anche ai profani, fa sì l’atto di leggere i dati prodotti dalla computazione quantica, alteri i dati stessi in uscita. Saremmo quindi certamente in presenza del paradigma prassistico che vede il soggetto (il lettore dei dati) inestricabilmente connesso con l’oggetto (l’output in uscita dal computer quantistico) ma non solo, siamo anche in presenza di una sorta di ribaltamento del classico schema storicistico dove il tempo può scorrere solo unidirezionalmente  dal presente verso il futuro e mai in senso contrario, perché nel caso della decoerenza quantistica che avviene nella computazione quantistica (ed anche, come vedremo, non solo nella computazione, ma anche in altre situazioni di questa bizzarra ma estremamente reale fisica) questa decoerenza avviene per una un’osservazione che è posticipata  rispetto all’elaborazione dell’output stesso. Se ricordate, cfr. supra nota n° 15, Galasso in Nient’altro che storia afferma che il flusso temporale va sempre in senso unidirezionale dal presente al futuro. Ora, alla luce delle conoscenze sulla meccanica quantistica (che, come abbiamo detto, sembrano trovare conferma anche dalle  difficoltà di costruire un computer quantistico efficacemente operativo), è nostra opinione che il paradigma storicistico olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale possa essere compatibile anche con uno schema temporale che viaggia dal futuro verso il passato. Ma prima di dilungarci in ulteriori considerazioni e sul computer quantistico ma, soprattutto, sulla significatività dialettica di uno schema temporale invertito, vediamo di approfondire, o perlomeno di fornire elementi di bibliografia internettiana di approfondimento, in merito al problema dell’importanza dell’osservazione-osservatore  sul verificarsi di questa decoerenza (osservazione o osservatore?: i fisici che si occupano di meccanica quantistica non si sono messi ancora d’accordo se sia l’atto osservativo o l’intenzione di osservare a causare la  decoerenza quantistica). L’esperimento cardine che dimostra che l’osservazione-osservatore determina la decoerenza quantistica è l’esperimento della doppia fenditura (in inglese, double slit experience), esperimento variazione dell’esperimento di Young sulla natura ondulatoria della luce e dove a differenza di Young invece di un fascio di luce che attraversa una doppia fenditura e che in ragione di questo attraversamento proietta su uno schermo posto dietro le due fenditure uno schema ondulatorio (come accade quando un’ onda nell’acqua attraversa due fenditure creando così dopo l’attraversamento  sub-onde che interferiscono a vicenda), viene realizzato facendo passare attraverso la doppia fenditura un solo fotone per volta (o anche altra particella) per poterlo osservare, col risultato sorprendente che se la particella, fotone o elettrone che sia, viene osservata si verifica una decoerenza quantistica e la proiezione sullo schermo dell’impatto non è ondulatoria e data dall’interferenza delle sub-onde ma solo la proiezione delle due fenditure, mentre se non effettuiamo l’osservazione otteniamo di nuovo proiettato sullo schermo lo schema ondulatorio. Per un primo approccio sull’esperimento della doppia fenditura cfr. https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_della_doppia_fenditura#Descrizione (Wayback Machine : https://web.archive.org/web/20191221090746/https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_della_doppia_fenditura) o anche l’originale più completo  in inglese di questa pagina: https://en.wikipedia.org/wiki/Double-slit_experiment (Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191221091308/https://en.wikipedia.org/wiki/Double-slit_experiment) ma in ottemperanza al principio ciceroniano del ‘docere, delectare, movere’, proponiamo sull’argomento anche il divertente Dr. Quantum Double Slit Experiment (originariamente su YouTube all’URL https://www.youtube.com/watch?v=NvzSLByrw4Q e da noi scaricato e poi da noi ricaricato agli URL di Internet Archive https://archive.org/details/drquantumdoubleslitexperiment1https://ia601501.us.archive.org/13/items/drquantumdoubleslitexperiment1/Dr%20Quantum%20%20%20Double%20Slit%20Experiment%20%281%29.mp4), un cartone animato dove il Dr. Quantum, un anziano e bizzarro professore con costume e poteri  da supereroe, ci illustra l’esperimento della doppia fenditura e lo stranissimo fenomeno della decoerenza quantistica qualora avvenga l’osservazione della particella. Ma Dr. Quantum Double Slit Experiment non è un audiovisivo autonomo essendo un breve stralcio del lungometraggio del 2004 What the Bleep Do We Know!? Down the Rabbit Hole che, con l’attrice sordomuta Marlee Matlin nel ruolo di protagonista, può essere considerato una sorta di manifesto dell’incontro dell’ideologia-religione New Age con la volgarizzazione della meccanica quantistica (per un primo approccio sul misticismo quantico, vedi l’articolo su Wikipedia Quantum Mysticism, all’URL https://en.wikipedia.org/wiki/Quantum_mysticism, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191222073151/https://en.wikipedia.org/wiki/Quantum_mysticism), e, proprio perché l’approccio misticheggiante  di What the Bleep Do We Know!? Down the Rabbit Hole è, apparentemente, quanto di più lontano dalla nostra Weltanschauung storicistica olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale ma, al tempo stesso, il misticismo quantico del film contesta intransigentemente tutte quelle categorie che repellono anche al Repubblicanesimo Geopolitico, in primo luogo l’esistenza della materia e dello spirito e la loro separazione e, in secondo luogo, errore direttamente correlato al primo, la suddivisione  ontologico-espitemologica fra natura e cultura, noi in omaggio all’esortazione didattico-retorica ciceroniana dove, dal nostro punto di vista, ‘movere’ non deve essere inteso solo come ‘commuovere’ ma anche come suscitare un movimento dialettico che metta in discussione vecchie e consolidate abitudini e convinzioni, abbiamo deciso di includere questo film fra gli espedienti euristici che possono affiancare la nostra filosofia prassistica e quindi, indicandolo come una delle fonti attraverso le quali, comunque, si può avere un primo approccio verso la meccanica quantistica ed anche una messa in discussione degli idòla fori e degli idòla theatri  contro i quali anche il Repubblicanesimo Geopolitico non fa alcuno sconto, forniamo l’URL di YouTube attraverso il quale si può prendere visione di questo film, https://www.youtube.com/watch?v=R6G3-Zc9mtM, e poi anche gli URL prodotti da Internet Archive dopo che, scaricato questo film da YouTube, abbiamo provveduto al suo upload  presso la più importante piattaforma di preservazione digitale oggi esistente: https://archive.org/details/whatthebleepdoweknowfullmovieextended e https://ia601500.us.archive.org/9/items/whatthebleepdoweknowfullmovieextended/What%20The%20Bleep%20Do%20We%20Know%20FULL%20MOVIE%20EXTENDED.mp4. In ogni modo, New Age o quantum mysticism che sia, né il Dr. QuantumWhat the Bleep Do We Know!? affrontano direttamente il problema della retrocausalità in relazione alla decoerenza quantica legata all’esperimento della doppia fenditura. Per un primo approccio  su questa questione, risulta di grande utilità Anthony Peake, The John Wheeler “Delayed Choice” Experiment, 19 aprile 2015, pubblicato sul sito che porta nell’indirizzo il nome dell’autore https://www.anthonypeake.com/, e scaricabile nello specifico all’URL https://www.anthonypeake.com/627/ (nostro congelamento Wayback Machine all’URL http://web.archive.org/web/20191221075403/https://www.anthonypeake.com/627/). Nell’articolo viene descritto l’esperimento mentale (col termine esperimento mentale si indica un esperimento che non si intende realizzare concretamente ma i cui passaggi solo immaginati vengono però svolti alla luce di reali principi della fisica) del fisico John Wheeler, il quale, per provare la possibilità che l’osservazione-osservatore agisse come retrocausa nella decoerenza quantistica, pensò  un esperimento in cui la funzione della doppia fenditura fosse svolta da una galassia posta a milioni di anni luce dall’osservatore terrestre e in cui immaginò che a seconda che l’osservatore attraverso un telescopio terrestre osservasse direttamente o  non osservasse il fascio di luce diviso in due onde dalla galassia, sullo schermo posto sulla Terra apparisse o uno schema ad onde che si sovrappongono oppure semplicemente due fasci di luce distinti, con ciò provando che un’osservazione effettuata milioni di anni dopo che la luce è passata attraverso la doppia fenditura cosmica ha causato la decoerenza quantistica («Wheeler suggested that we could consider the two light sources as being identical to the two streams of light coming out of the two slits in the “Double Slit Experiment”, it is just that their source is billions of years ago rather than the tiny fraction of a second it takes the light to leave the slit and arrive at the light-sensitive film or photon detector. Wheeler then suggested that we have a choice of either placing the light sensitive film in the path of the light, in which case we will see a classic banded interference pattern emerge or we point our telescope to the left or right side of the galaxy and, hey presto, we will see photons arriving which will create the blob pattern. In effect this example of the “delayed choice” experiment changes the past not from a few nano-seconds ago but from billions of years ago.» : Anthony Peake, The John Wheeler “Delayed Choice” Experiment). Una trattazione più tecnica del Wheeler’s delayed-choice gedanken  experiment  (formiamo questa dicitura internazionale dell’esperimento mentale di Wheeler per facilitare, per chi ne fosse interessato, un autonomo approfondimento sull’esperimento, visto che ormai in italiano su Internet in campo scientifico si trova sempre meno e sempre più fonti tradotte) e delle difficoltà operative che a tutt’oggi hanno reso impossibile realizzare l’esperimento di Wheeler può essere consultata su Wikipedia all’URL https://en.wikipedia.org/wiki/Wheeler%27s_delayed-choice_experiment (Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191220132231/https://en.wikipedia.org/wiki/Wheeler%27s_delayed-choice_experiment), mentre una versione “più realizzabile” (ed effettivaente realizzata) del  gedanken experiment     di Wheeler la possiamo apprendere da A. G. Manning, R. I. Khakimov, R. G. Dall and A. G. Truscott, Wheeler’s delayed-choice gedanken experiment with a single atom, “Nature Physics”, data di pubblicazione online: 25 maggio  2015;  https://doi.org/10.1038/NPHYS3343, da noi scaricato da https://it.scribd.com/document/383529835/Wheeler-s-Delayed-choice-Gedanken-Experiment-With-Single-Atom  e poi ricaricato su Internet Archive generando così gli URL https://archive.org/details/383529835wheelersdelayedchoicegedankenexperimentwithsingleatom/mode/2up                                                       e https://ia902809.us.archive.org/18/items/383529835wheelersdelayedchoicegedankenexperimentwithsingleatom/383529835-Wheeler-s-Delayed-choice-Gedanken-Experiment-With-Single-Atom.pdf. Analoga versione tecnicamente più abbordabile (ed anche questa realizzata) dell’esperimento mentale di Wheeler può essere esaminata in Experiment confirms quantum theory weirdness, data di pubblicazione online: 27 maggio 2015, sul sito istituzionale dell’Australian National University all’URL https://www.anu.edu.au/news/all-news/experiment-confirms-quantum-theory-weirdness e URL e documento da noi congelati con la Wayback Machine generando l’URL http://web.archive.org/web/20191221073319/https://www.anu.edu.au/news/all-news/experiment-confirms-quantum-theory-weirdness. Tuttavia, l’esperimento mentale di Wheeler, e soprattutto nelle sue due realizzazioni qui sopra indicate che non implicano come quadro di riferimento la presenza  di distanze cosmiche ed eoni ma, bensì, molto più ridotti laboratori e tempi di frazioni di secondi per determinare se sia possibile o meno una retrocausalità quantistica (e gli esperimenti appena citati dimostrerebbero che questa è proprio possibile), non fanno altro che parte, almeno dal punto di vista di profani della fisica quali noi siamo, della più vasta famiglia dei cosiddetti esperimenti  di cancellazione quantistica a scelta ritardata, la cui prima versione è illustrata in Yoon-Ho Kim, Rong Yu, Sergei P. Kulik, Yanhua Shih, and Marlan O. Scully, A Delayed Choice Quantum Eraser, “Physical Review Letters”, 2000, 3 gennaio; Vol. 84(1), pp. 1-5, PMID: 11015820, https://doi.org/10.1103/PhysRevLett.84.1, articolo da noi scaricato all’URL https://www.researchgate.net/publication/12307552_Delayed_Choice_Quantum_Eraser e poi da noi ricaricato su Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/adelayedchoicequantumeraseryoonhokimr.yus.p.kulikrepubblicanesimogeopoliticomassimomorigi/mode/2up                                                                                  e https://ia803100.us.archive.org/7/items/adelayedchoicequantumeraseryoonhokimr.yus.p.kulikrepubblicanesimogeopoliticomassimomorigi/A%20Delayed%20Choice%20Quantum%20Eraser%2C%20Yoon-Ho%20Kim%2C%20R.%20Yu%2C%20S.P.%20Kulik%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%2C%20Massimo%20Morigi.pdf. Ma  se si vuole una illustrazione meno ostica per i profani di questo esperimento rispetto a quella datane da coloro che per primi lo hanno realizzato, invece che a Scully e soci può rivolgersi alla solita Wikipedia all’URL  https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_di_cancellazione_quantistica_a_scelta_ritardata (Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200110073252/https://it.wikipedia.org/wiki/Esperimento_di_cancellazione_quantistica_a_scelta_ritardata; oppure al suo originale in inglese all’URL https://en.wikipedia.org/wiki/Delayed-choice_quantum_eraser, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191209234602/https://en.wikipedia.org/wiki/Delayed-choice_quantum_eraser), nel quale articolo viene spiegato che a differenza che nel classico esperimento della doppia fenditura dove le particelle che attraversano le fenditure vengono osservate ininterrottamente prima e dopo questo attraversamento (oppure non osservate né prima né dopo), queste particelle sono osservate solo successivamente il loro attraversamento  e ciò che determina o meno lo schema di interferenza è se questa osservazione successiva sia stata o no effettuata: «Nell’esperimento di base della doppia fenditura, un fascio di luce (di solito un laser) è diretto perpendicolarmente verso una parete forata da due aperture a fessura parallela. Se uno schermo di rilevamento è messo sull’altro lato della parete a doppia fenditura, si osserverà un modello di luce e ombra a frange, un modello che viene chiamato «modello di interferenza». Altri enti su scala atomica come gli elettroni si trovano a mostrare lo stesso comportamento quando vengono sparati verso una doppia fenditura. Diminuendo la luminosità della sorgente in maniera sufficiente, singole particelle che formano la figura di interferenza sono rilevabili. L’emergere di una figura di interferenza suggerisce che ogni particella che passa attraverso le fessure interferisce con se stessa e che quindi, in un certo senso, le particelle stanno attraversando entrambe le fessure nello stesso tempo. Questa è un’idea che contraddice la nostra esperienza quotidiana degli oggetti discreti. Un esperimento mentale ben noto, che ha svolto un ruolo fondamentale nella storia della meccanica quantistica, ha dimostrato che, se i rivelatori di particelle sono posizionati nelle fessure si mostra attraverso quale fenditura un fotone passa, ma in questo caso la figura di interferenza scompare. Questo esperimento illustra il principio di complementarità sul fatto che i fotoni possono comportarsi sia come particelle o come onde, ma non entrambi allo stesso tempo. Tuttavia, realizzazioni tecnicamente possibili di questo esperimento non sono state proposte fino al 1970. Le informazioni sul percorso e la visibilità delle frange di interferenza sono quantitativi complementari. [sic!: nostra traduzione dall’originale in inglese: «L’informazione sul percorso delle particelle  e la visibilità dello schema di interferenza mutualmente si escludono»: senza ulteriori commenti in merito alla già segnalata scarsa qualità delle traduzioni in italiano delle fonti scientifiche in inglese presenti sul Web]. Nell’esperimento della doppia fenditura, seguendo [sic!] con la conoscenza convenzionale, si è ritenuto che osservando le particelle esse vengono disturbate di una misura sufficiente a distruggere la figura di interferenza a causa del principio di indeterminazione di Heisenberg. Tuttavia nel 1982 Scully e Drühl hanno trovato una scappatoia a questa interpretazione. Hanno proposto un “cancellatore quantistico” ideale per ottenere le informazioni del percorso senza disperdere le particelle o comunque con l’introduzione di fattori di fase non controllati da loro. Piuttosto che tentare di osservare quale fotone entrasse in ogni fessura (in questo modo disturbandoli), hanno proposto di “marcarli” con l’informazione che, in linea di principio, permetterebbe ai fotoni di essere distinti dopo il passaggio attraverso le fessure. La previsione teorica è che la figura di interferenza scompare quando i fotoni sono marcati, ma riappare se le informazioni sul percorso vengono ulteriormente manipolate per cancellare le marcature dopo che i fotoni segnalati sono passati attraverso le doppie feritoie. Dal 1982 ulteriori esperimenti, ideali e reali, hanno dimostrato la validità della cosiddetta “cancellazione quantica”.[…] Questo risultato è simile a quello dell’esperimento a doppia fenditura quando l’interferenza [sic!: «il modello di interferenza»] è osservata fino a che non è nota da quale fenditura il fotone è passato, mentre non si osservano interferenze [sic!: «modelli di interferenza»] quando il percorso è noto. Ciò che rende questo esperimento sorprendente è che a differenza dell’esperimento della doppia fenditura classico, la scelta se mantenere o cancellare le informazioni del percorso non compiuto fino a 8 nsec dopo la posizione del fotone, avviene dopo che è già stata effettuata una misura su D0. La rilevazione dei fotoni su D0 non produce direttamente tutte le informazioni sul percorso. Il rilevamento dei fotoni pigri in D3 o D4, che forniscono informazioni sul percorso, significa che nessun modello di interferenza  può essere osservato nel sottoinsieme di fotoni individuati su D0. Allo stesso modo, la rilevazione dei fotoni pigri in D1 o D2, che non forniscono informazioni sul percorso, significa che i modelli di interferenza possono essere osservati nel sottogruppo di fotoni su D0. In altre parole, anche se un fotone pigro non è osservato se non molto tempo dopo che il suo segnale entangled arriva su D0 a causa del percorso ottico più breve, l’interferenza su D0 è determinata dal fatto che il fotone entangled pigro è rilevato in un rivelatore che conserva le informazioni del percorso (D3 o D4), o in un rivelatore che cancella le informazioni sul percorso (D1 o D2). Alcuni hanno interpretato questo risultato in merito alla scelta ritardata sul fatto che se si osservi o meno il percorso del fotone pigro si determina un cambiamento del risultato di un evento passato. La posizione del consenso contemporaneo è che la retrocausalità non è necessaria a spiegare il fenomeno della scelta ritardata. Si noti in particolare che una figura di interferenza può essere estratta solo per l’osservazione dopo che sono stati rilevati i fotoni pigri (cioè in D1 o D2). Il modello complessivo di tutti i fotoni di segnale su D0, di cui gli entangled pigri sono andati su più rivelatori, non mostrerà mai un’interferenza su ciò che accade ai fotoni pigri. Si può avere un’idea di come funziona il processo guardando i grafici di R01, R02, R03 e R04, e osservando che i picchi di R01 in linea con le depressioni di R02 (cioè in presenza di uno sfasamento π tra le due frange di interferenza). R03 mostra un singolo massimo e R04, che è sperimentalmente identico a R03 mostrerà risultati equivalenti. I fotoni entangled, come filtrati con l’aiuto del contatore di coincidenze, sono simulati nelle figure che inviano un’impressione visiva delle prove disponibili dall’esperimento. In D0, la somma di tutti i conteggi correlati non mostreranno interferenze. Se tutti i fotoni che arrivano su D0 dovevano essere tracciati su un grafico, si vedrebbe solo una fascia centrale luminosa.» Infine per chi volesse attingere ad una fonte di assoluta autorevolezza in merito alla retrocausalità invitiamo a consultare la voce Retrocausality in Quantum Mechanics della Stanford Encyclopedia of Philosophy, presso l’URL https://plato.stanford.edu/entries/qm-retrocausality/, pubblicato sul sito dell’Enciclopedia il 3 giugno 2019 (Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191220131958/https://plato.stanford.edu/entries/qm-retrocausality/), che oltre, per quanto possibile, rifuggire da una trattazione troppo tecnica che renderebbe l’argomento inaccessibile a noi profani, fa pure un excursus storico sul dibattito scientifico sulla retrocausalità, non disdegnando neppure di sfiorarne l’ambito filosofico. Usiamo volontariamente il termine ‘sfiorare’, perché l’impostazione filosofica della voce è di stampo positivista-neopositivista, vi si cita abbondantemente Russell, e di idealismo, storicismo, marxismo, liberalismo, di filosofia della prassi e di dialettica  – per non parlare dell’idea di retrocausalità storica che è la struttura portante delle Tesi di filosofia della storia di Walter Benjamin – nemmeno una parola. Risolvendo noi questa “piccola” pecca affermando che per questo ci siano noi, con ciò volendo dire un po’ più per esteso che il paradigma storicistico olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico si pone il compito, dal punto di vista ontologico-epistemologico, di ribaltare la vecchia ipostatica suddivisione fra natura e cultura non unendo artificialmente i due termini in uno sciocco e meccanico binomio natura-cultura ma rivoluzionando tutta la semantica che i due termini trasmettono, con ciò volendo significare che sia la natura che la cultura non sono altro che l’espressione storicamente definita del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, dove però ‘storicità’ significa solo che il paradigma per svolgersi necessita della dimensione temporale (e non solo per svolgersi, per la verità, ma anche assumendo questa storicità come un elemento costitutivo del suo telos dialettico) ma non che questa dimensione temporale  corra  unicamente dal passato verso il futuro, del tutto consapevoli, cioè, che  se si protestasse come articolo di fede questa unidirezionalità del tempo,  ricadremmo vittime di un rigido schematismo causa-effetto che è parente stretto della Weltanschauung che divede natura e cultura, cosa che dal nostro punto di vista non è accettabile perché nelle vicende della cultura e della storia vediamo che comportamenti e decisioni vengono assunti non solo per mantenere inalterato il presente o modificare il futuro ma anche come atti cristallizzatori, restauratori e riparatori verso il passato – culto delle tradizioni, vendette, commemorazioni funebri, fino a giungere all’attività storiografica vera e propria – e perché, conseguentemente, il passato continui ad essere di ispirazione per il presente e per il futuro (ritorniamo a Benjamin e alle sue Tesi di filosofia  della storia nelle quali il Messia viene innanzitutto a salvare chi è stato la vittima del potere nel passato e così dando una speranza di salvezza anche in questo presente), e il Repubblicanesimo Geopolitico proprio perché prassisticamente intende rivoluzionare il dualistico concetto di cultura-natura né intende ricadere in vecchi errori positivistico-neopositivistici (solo per riferirsi a chi, nel Novecento, ha sia ribadito la suddivione cultura-natura e ha sempre ribadito un rigido schematismo causa→effetto, perché lo schematismo della suddivisione cultura-natura, ed anche lo schematismo causa→effetto è, in un certo senso, la maledizione di tutto il pensiero occidentale che non ha saputo sviluppare, ulteriormente dialettizzandolo, lo spunto aristotelico dello ζῷον πολιτικόν e dello ζῷον  λόγον  ἔχων) ma dialettizzare integralmente ed olisticamente tutta la realtà espressiva attribuendo a questa realtà anche le modalità retrocausali della c.d.  cultura (che sì, dal punto di vista di un osservatore legato ed influenzato dalla fisica classica e/o dal positivismo-neopositivismo si è sviluppata storicamente con paradigmi temporali unidirezionali ma che, questa cultura, in ultima analisi, ha sempre aspirato ad agire anche retrospettivamente), non può certo rimanere abbarbicato ad una visione storico-temporale di modello unidirezionale (fatta salva, ovviamente, la solita osservazione, amicus plato sed magis amica veritas, perché come il Repubblicanesimo Geopolitico non è la traduzione filosofico-politica delle nuove frontiere della biologia evoluzionistica non lo è nemmeno della meccanica quantistica, rappresenta, se vogliamo, la loro realistica dialettizzazione nella realtà umana olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale ma una dialettizzazione che precede e non viene al seguito di queste scienze). Al termine di queste considerazioni sulla meccanica quantistica, appare di tutta evidenza che la costruzione di un computer quantistico solleva problematiche che vanno ben al di là delle difficoltà tecniche della sua realizzazione, coinvolgendo una riscrittura della categorie spazio-temporali che pur non  sbarazzandoci della dimensione storica ce ne propongono una nuova dove il senso comune (il senso comune, solo per rimanere nella nostra modernità delle “democrazie” rappresentative, borghese, positivistico e liberaldemocratico ma comprendiamo nella lista anche il senso comune espresso dal defunto Diamat, con tutti i suoi annessi e connessi politico-ideologici) è totalmente soppiantato da una visione della realtà storica totalmente dialettica e dove il percorso del tempo non è più unidirezionale ed è, per di più influenzato in questa bidirezionalità, dalla decisione o meno di compiere un atto osservativo e/o di dialettizzazione prassistica della realtà legante bidirezionalmente in vicendevolmente influenzati definizione e mutamento il soggetto e l’oggetto (per la verità, un primo scardinamento del tempo si era avuta con la teoria della relatività ristretta di Einstein ma mentre in questa le coordinate spazio-temporali erano determinate dal sistema di riferimento dell’osservatore, nella meccanica quantistica è la decisione di osservare e quando osservare che determina l’esito dell’esperimento), ed è quindi qualcosa più di un sospetto che la costruzione di questo computer non sia solo ostacolata dall’effettiva difficoltà di risolvere il problema della decoerenza quantistica cagionata dall’osservazione dei dati in uscita del computer ma anche dalle indubbie ricadute non solo politico-economiche e sociali (già evidenziate in Teoria della distruzione del valore, dove si parla delle numinose capacità  computazionali di questo computer) ma anche valoriali ed ideologico-religiose che  genererebbe  un dispositivo meccanico che avrebbe a che fare con una nuova visione del tempo che può anche andare a ritroso – meccanico sì ma veramente un terribile ircocervo perché per i più molto più affine, a questo punto, ad un atto di magia nera che ad una “solida” visione positivistica della scienza ed anche antitetico  alla  Weltanschauung cosmologica delle attuali religioni positive monoteiste, entrambe convergenti nel dare forma al “naturale” senso comune del flusso unidirezionale del tempo sul quale si modella la consuetudinaria vita sociale ed etica di ogni giorno. E, viste anche queste problematiche non solo tecniche, è forse allora troppo azzardato ipotizzare che, in realtà, gli studi su questo fantastico computer, siano  più avanzati di quanto finora non si è ammesso? Covavamo questo sospetto da molto tempo e, molto recentemente, abbiamo ricevuto anche un piccolo indizio che le cose potrebbero stare in questi termini. Ricapitoliamo velocemente questa vicenda. Nell’agosto del 2019 viene pubblicato sul sito ufficiale  della NASA un articolo, a firma di Eleanor G. Rieffel, intitolato Quantum Supremacy Using a Programmable Superconducting Processor e nel riassunto di presentazione dell’articolo così si afferma: «The tantalizing promise of quantum computers is that certain computational tasks might be executed exponentially faster on a quantum processor than on a classical processor. A fundamental challenge is to build a high-fidelity processor capable of running quantum algorithms in an exponentially large computational space. Here, we report using a processor with programmable superconducting qubits to create quantum states on 53 qubits, occupying a state space 253~1016. Measurements from repeated experiments sample the corresponding probability distribution, which we verify using classical simulations. While our processor takes about 200 seconds to sample one instance of the quantum circuit 1 million times, a state-of-the-art supercomputer would require approximately 10,000 years to perform the equivalent task. This dramatic speedup relative to all known classical algorithms provides an experimental realization of quantum supremacy on a computational task and heralds the advent of a much-anticipated computing paradigm.». Tutto giusto e perfetto (e dischiudente fantastici e lisergici paradisi dominati dalla supercapacità di calcolo di questo supercomputer: 200 secondi per compiere calcoli che il più potente degli attuali computer impiegherebbe 10.000 anni), se vogliamo, ma c’è un piccolo ma e questo piccolo ma consiste nel fatto che l’articolo fu tolto immediatamente dal sito della NASA. Sorge allora un legittimo sospetto: in realtà la Nasa non ha mai pubblicato sul suo sito questo articolo, e questo articolo è in realtà un falso diffuso sul Web su siti originariamente dediti – o poco attenti – alla diffusione di fake news (noi lo abbiamo recuperato da Scribd, non un sito che diffonde false notizie ma una piattaforma commerciale di preservazione digitale ma non sappiamo dei passaggi precedenti all’approdo in Scribd ma delle nostre peripezie per entrare in possesso di questo documento diremo fra breve). Ma contro l’ipotesi ‘fake’ militano tre considerazioni fondamentali.  La prima è che la NASA non ha mai smentito di aver messo in Rete sul suo sito l’articolo, e vista l’importanza dell’argomento, che non può essere rubricato come  la notizia dell’avvistamento da parte dell’Agenzia di un UFO e che quindi non meriterebbe da parte di questa alcun commento vista l’evidente stupidaggine ed irrilevanza della stessa, questo silenzio equivale ad una mezza prova sull’originaria presenza dell’articolo sul sito della Nasa stessa.  La seconda ragione che milita contro l’ipotesi ‘fake’ e che prende lo spunto dalla prima ragione, delinea una scenario un po’ diverso, dove piuttosto che incentrarsi sull’eventuale silenzio della NASA in merito alla messa in rete dell’articolo, preferisce considerare il problema dell’eventuale silenzio NASA in merito alla rimozione dell’articolo dal suo sito, rimozione che, nel caso fosse effettivamente avvenuta, o  causata come nel primo caso, per le conseguenze politico-sociali-tecnologiche dell’articolo, oppure perché, molto più banalmente, l’articolo sarebbe stato giudicato scadente e non sufficientemente all’altezza per gli standard scientifici dell’Agenzia. Noi che abbiamo letto l’articolo in questione, in ragione della nostra più volta ribadita profanità professionale non sappiamo proprio pronunciarci in merito alla qualità scientifica dell’articolo (che comunque sottoponiamo fra poco alla lettura integrale da parte  dei nostri gentili lettori non solo per la nostra acribia sulle fonti e bibliografica ma anche nella speranza che qualcuno più preparato di noi ci possa aiutare nel giudizio) ma la nostra, chiamiamola così, perizia professionale storico-dialettica ci suggerisce che l’articolo non sia stato rimosso perché giudicato scadente. In ogni modo, articolo interessante e valido o articolo scientificamente poco fondato, e quindi silenzio della NASA nell’ambito dei due sopraddetti scenari, equivale in entrambi i casi ad articolo originariamente pubblicato sul sito dell’agenzia. Ma la terza più forte ragione in merito al fatto che l’articolo sia stato pubblicato sul sito della NASA, ed anche avvalorante l’ipotesi che l’articolo sia tutt’altro che scadente, sta nel nome stesso dell’autrice, alla quale sul sito della NASA è dedicata una intera pagina di presentazione dove vi si afferma che essa è «Senior Research Scientist. Lead, Quantum Artificial Intelligence Laboratory (QuAIL) NASA AMES RESEARCH CENTER. Eleanor.rieffel@nasa.gov», che «Eleanor G. Rieffel joined the NASA Advanced Supercomputing (NAS) Division at NASA Ames Research Center in September 2012 to contribute to NASA’s expanding quantum computing effort.», che i suoi interessi di ricerca  «in quantum computing dates back to 1997, when she read early papers and saw the mix of the practical and fundamental, of physics, mathematics, and computer science. Through her research she hopes to catch glimmers as to the elusive source of the power of quantum computation. Her current research interests include adiabatic and measurement-based approaches to quantum computing, and the insights these different approaches give to into both fundamental questions in quantum computation and into algorithmic design. She has long been interested in heuristic quantum algorithms such as quantum annealing, and looks forward to experimenting with them on emerging quantum computing hardware. She is working with various teams at NASA to explore quantum approaches to attacking the many hard computational problems required for NASA’s ambitious missions.» e Il tutto corredato, alla fine della pagina dedicate alla ricercatrice, da una vasta e sontuosa bibliografia della Rieffel nel campo della ricerca sul computer quantico (pagina biografica della NASA dedicata alla Rieffel scaricata  all’URL https://ti.arc.nasa.gov/profile/erieffel/; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191226080454/https://ti.arc.nasa.gov/profile/erieffel/; inoltre vedere anche pagina di Wikipedia dedicata alla Rieffel: https://en.wikipedia.org/wiki/Eleanor_Rieffel, congelamento Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191226080933/https://en.wikipedia.org/wiki/Eleanor_Rieffel). Ora è del tutto inverosimile che una ricercatrice di tale livello non pronunciasse una parola in merito alla questione, cioè non pronunci una parola se l’articolo sia o no a lei attribuibile e/o se tale articolo sia stato o meno rimosso dal sito della NASA, se la vicenda dell’articolo fosse riconducibile a uno o dalla combinazione dei due sopraddetti ipotetici (ma poco verosimili) scenari. L’articolo e la sua pubblicazione sul sito della NASA (ed anche la sua alta qualità) sono quindi, dal nostro punto di vista storico-dialettico, più dimostrati del teorema di Pitagora stesso ed ora veniamo a rendere brevemente conto di come ne siamo venuti in possesso, anche nella presunzione che questo resoconto sulla nostra ricerca sulle fonti della vicenda costituisca parte della vicenda stessa (ricordiamo che per la filosofia della prassi soggetto ed oggetto sono inestricabilmente legati in rapporto mutualmente autogenerativo, che per molti fisici nella meccanica quantistica vale il principio che l’osservazione cosciente influisce direttamente sul fenomeno osservato e che, per ultimo, la ricerca storiografica, a meno che non lo si voglia degradare positivisticamente a mera e meccanica registrazione, vuole essere anch’essa parte viva di quella storia che si sforza di analizzare). Come già detto, la piattaforma presso la quale, dopo molte ed in parte infruttuose ricerche siamo entrati in possesso di Eleanor G. Rieffel,  Quantum Supremacy Using a Programmable Superconducting Processor è Scribd, URL: https://it.scribd.com/document/427430775/Quantum-Supremacy-Using-a-Programmable-Superconducting-Processor, e dopo il download da questo sito lo abbiamo ricaricato su Internet Archive, generando così gli URL  https://archive.org/details/427430775quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessor/mode/2up                                                                                                              e https://ia601007.us.archive.org/12/items/427430775quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessor/427430775-Quantum-Supremacy-Using-a-Programmable-Superconducting-Processor.pdf.  Ma questa è solo la parte finale della nostra acribia di bibliografi internettiani in merito a questo documento (documento che, fra l’altro, proprio alla pagina iniziale contiene un link col seguente URL:   https://ntrs.nasa.gov/search.jsp?R=20190030475%202019-09-14T15:29:28+00:00Z, dove cliccandolo compare una pagina Web dal sito della Nasa che recita: «The URL that you have entered in your browser is incorrect. Please re-enter the URL and try again or start a new NTRS search by clicking here.» e «The link that you clicked on points to a page on this server that no longer exists or has been moved». Cliccando su ‘here’ – venendo così rinviati all’URL https://ntrs.nasa.gov/search.jsp; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191226085315/https://ntrs.nasa.gov/search.jsp   –   compare un’altra pagina dal sito della NASA ma dell’articolo nessuna traccia ma, comunque, vista la mezza ammissione della NASA che l’articolo potrebbe essere anche stato rimosso, abbiamo tramite Wayback Machine congelato anche l’ URL https://ntrs.nasa.gov/search.jsp?R=20190030475%202019-09-14T15:29:28+00:00Z dal quale si risale alla pagina della NASA dove c’è la mezza ammissione della rimozione dell’articolo: http://web.archive.org/web/20191226085302/https://ntrs.nasa.gov/search.jsp?R=20190030475%202019-09-14T15:29:28+00:00Z), perché in data 7 ottobre 2019 avevamo caricato di nostra iniziativa su Internet Archive  –  generando così gli URL https://archive.org/details/quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessormassimomorigieleanorg./mode/2up               e https://ia903109.us.archive.org/22/items/quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessormassimomorigieleanorg./QUANTUM%20SUPREMACY%20USING%20A%20PROGRAMMABLE%20SUPERCONDUCTING%20PROCESSOR%2C%20MASSIMO%20MORIGI%2C%20ELEANOR%20G.%20RIEFFEL%2C%20%20REPUBBLICANESIMO%20GEOPOLITICO.pdf  –  Massimo Morigi, Commento ed Indicazioni di Bibliografia Internettiana di Massimo Morigi su “Quantum Supremacy Using a Programmable Superconducting Processor”. Materiali di Studio per il Repubblicanesimo Geopolitico, che oltre a contenere un copiaincolla dell’articolo della Rieffer, ma non desunto dal PDF originale dell’articolo pubblicato su Scribd, riportava gli URL dei siti che ospitavano, ma anche in questi non scaricato dal  PDF di Scribd, l’articolo della Rieffer (e quindi riportava anche l’URL dal quale noi avevamo poi svolto il copiaincolla presente in calce di quel nostro breve saggio), assieme alle nostre considerazioni, del tutto analoghe a quelle qui svolte in nota, sul perché in Rete non compariva la versione originale dell’articolo della Rieffer perché probabilmente ritirato dal sito della NASA. Successivamente  al nostro caricamento su Internet Archive di questo  saggio – poche ore dopo, per la verità – siamo  riusciti, come s’è visto, a rintracciare presso Scribd il PDF originale dell’articolo della Rieffer e presso la pagina introduttiva che Internet Archive mette a disposizione per gli upoloader dei documenti, noi, al breve commento di accompagnamento caricato poche ore prima,  aggiungevamo il seguente P.S. , dal quale abbiamo anche desunto l’URL di Scribd e i successivi relativi caricamenti e congelamenti esposti all’inizio del breve sunto di bibliografia internettiana relativo all’articolo della Rieffer (si potrà notare, confrontando col sopra riportato https://archive.org/details/427430775quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessor/mode/2up, che il caricamento del PDF rinvenuto su Scribd su Internet Archive ha generato successivamente un URL diverso da quello riportato in questo post scriptum. Ciò è dovuto al fatto che Internet Archive  sempre modifica  successivamente gli URL generati all’inizio: ad ogni modo anche attraverso questi URL provvisori è sempre possibile risalire al documento): «P.S. alla breve premessa esplicativa dell’elaborato di cui sopra e al testo contenuto nel file del documento. Pur permanendo tutti i dubbi e i sospetti in merito alle difficoltà (o, meglio, all’impossibilità) da noi inizialmente riscontrata di caricare su Internet Archive un file PDF dell’articolo  Quantum Supremacy Using a Programmable Superconducting Processor, problemi di cui si parla nel presente elaborato qui caricato su Internet Archive (è ovvio che un file ritirato dalla NASA possa avere “comportamenti” non proprio analoghi a file PDF dalla storia più “tranquilla”),  e problemi ai quali si è  data soluzione attraverso un copiaincolla in Word del testo in questione poi tramutato in PDF e qui caricato (all’URL  https://archive.org/details/quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessormassimomorigieleanorg._201910 è stato caricato direttamente il documento in formato Word), dopo molti sforzi siamo riusciti a scaricare un PDF del documento che è stato possibile caricare su Internet Archive.  L’URL dal quale è avvenuto il download è https://it.scribd.com/document/427430775/Quantum-Supremacy-Using-a-Programmable-Superconducting-Processor. Gli URL Internet Archive  del nostro caricamento del documento PDF Quantum Supremacy Using a Programmable Superconducting Processor                 sono  https://archive.org/details/427430775quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessor  e https://ia601007.us.archive.org/12/items/427430775quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessor/427430775-Quantum-Supremacy-Using-a-Programmable-Superconducting-Processor.pdf. Infine abbiamo anche provveduto ad un congelamento del documento caricato su Internet Archive tramite Wayback Machine all’URL https://web.archive.org/web/20191007201103/https://ia601404.us.archive.org/21/items/427430775quantumsupremacyusingaprogrammablesuperconductingprocessor/427430775-Quantum-Supremacy-Using-a-Programmable-Superconducting-Processor.pdf . Massimo Morigi – 7 ottobre 2019.». E attraverso questo resoconto sull’opacità dei percorsi del documento Quantum Supremacy Using a Programmable Superconducting Processor  (tanto per aggiungere a riguardo un’altra criticità: il PDF che abbiamo trovato su Scribd, risulta essere lì stato caricato da un certo Alexandre Couto in data 25 settembre 2019: le nostre ricerche internettiane su questo signore non ci hanno permesso di ricavare dati biografici significativi afferenti a  questo nominativo – abbiamo trovato qualche persona con questo nome ma nessuna di queste è legata in maniera significativa con la  fisica – e così non possiamo fare nemmeno ipotesi di come Alexandre Couto sia venuto in possesso del documento in questione e, al limite, vista l’opacità di questa immissione in Rete, si potrebbe anche dubitare che il PDF che noi abbiamo scaricato da Scribd  e poi caricato su Internet Archive, proprio perché da noi ritenuto il PDF del documento originale, sia veramente il documento originale e non, piuttosto, un  PDF di un falso originale confezionato sulla base dei documenti non PDF presenti in rete, ma tutti recanti lo stesso testo e lo stesso titolo Quantum Supremacy Using a Programmable Superconducting Processor: ma l’ipotesi più probabile è che si tratti del PDF del documento originale o scaricato dal sito della Nasa per iniziativa di Couto prima che la NASA lo ritirasse o, addirittura, immesso sempre da Couto su Scribd, ma non di sua autonoma iniziativa ma su sollecitazione e/o con l’assenso della Rieffel stessa, forse in previsione da parte di quest’ultima di una fugace e non sicura permanenza del documento sul sito della NASA) ed anche delle nostre difficoltà nel tentare di districare questa stessa opacità, non riteniamo ci sia alcunché da aggiungere riguardo a quanto si è già detto non solo sulla portata filosofico-politica che la meccanica quantistica riveste per la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico ma anche tutte  quelle scienze – in questo scritto ci si è concentrati specialmente sull’epigenetica e sulla sintesi evoluzionistica estesa,  ma si è qui  anche parlato, pur se molto più di scorcio, dei fenomeni descrivibili tramite equazioni non lineari,  mentre non si parlato delle geometrie non euclidee le quali con le precedenti branche del sapere qui trattate condividono verso la propria materia, a ben vedere, un approccio altamente storicistico ed avverso al trascendentalismo kantiano – che, più o meno consapevoli ne siano i diretti cultori,  implicano l’abbandono di qualsiasi legalità meccanico-meccanicistica agente nell’ambito di una congerie di fenomeni il cui unico punto di contatto sarebbe la loro mera esistenza e manifestazione alla sensibilità umana a favore di una visione olistica della realtà, in cui i fenomeni che vi si manifestano non solo sono intrecciati dialetticamente e attraverso questo intreccio dialettico pongono la condizione per l’esistenza della realtà stessa, ma sono interconnessi e vicendevolmente autogenerati entro una dialettica di natura storico-temporale, il che inevitabilmente comporta che l’azione del soggetto sull’oggetto è, in ultima analisi, l’azione responsabile della creazione-analisi di questa totalità e, al tempo stesso, della creazione-analisi del soggetto stesso, che in questa sua azione di creazione-conoscenza non può, né in linea di teoria né in punto d’azione, essere distinto dall’oggetto, ma distinzione solo possibile – ed anche operativamente utile sia dal punto di vista ontologico che da quello epistemologico – solo che questi due momenti, ovviamente, vengano considerati in prospettiva  dialettico-evolutiva storico-temporale – che può essere anche di eoni per i c.d. fenomeni fisici e molto più breve per i c.d. fenomeni umani e storico-sociali – e non meccanicamente congelandoli in un falso eterno e cadavericamente irrigidito presente, salma temporale che è il cimitero ed inferno di tutti i positivismi e di tutti i meccanicismi (non solo quelli materialistici ma anche di quelli spiritualistici, per finire con quelli più bassi di tutti derivanti dagli  idòla fori dell’ideologia liberal-liberista e diritto- umanista, disgustosa e malriuscita sintesi, col suo ridicolo ed antidialettico individualismo metodologico, del peggior materialismo e del peggior spiritualismo…). Seguono     ora      nella

successiva sezione bibliografica internetiana di cui si è detto all’inizio gli URL,  i congelamenti degli stessi e dei relativi documenti ed anche i ricaricamenti della maggior parte di quest’ultimi riguardanti prevalentemente l’epigenetica, la sintesi evoluzionistica estesa e la teoria endosimbiotica.

 

Massimo Morigi – 1° gennaio 2021. P. S. Queste considerazioni e la rassegna bibliografica di documenti qui in calce sono dedicati in concordia discors a Gianfranco La Grassa.

 

 

           

 

 

               Rassegna bibliografica internettiana

 

        Presso l’URL http://www.cybermuse.com/blog/2012/2/13/endosymbiosis-homage-to-lynn-margulis.html, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200112085207/http://www.cybermuse.com/blog/2012/2/13/endosymbiosis-homage-to-lynn-margulis.html, si ha visione del dipinto di Shoshanah Dubiner dedicato a Lynn Margulis e alla sua teoria endosimbiotica,  “endosymbiosis”: homage to Lynn Margulis. Abbiamo scaricato la pagina HTML e la abbiamo caricata su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/shoshanahdubinerendosymbiosishomagetolynnmargulisepigeneticepigeneticsrepubblica                                                                                                                 e https://ia801502.us.archive.org/24/items/shoshanahdubinerendosymbiosishomagetolynnmargulisepigeneticepigeneticsrepubblica/Shoshanah%20Dubiner%20%20endosymbiosis%20%20%20homage%20to%20Lynn%20Margulis%20epigenetic%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.html. Non essendo riusciti con questo caricamento a restituire l’immagine del dipinto, siamo quindi ricorsi ad un copiaincolla del documento dall’URL del download, che è poi stato successivamente caricato su Internet Archive col titolo Materiale iconografico per una teoria del Repubblicanesimo Geopolitico, della sua filosofia della prassi e del paradigma dialettico-espressivo-strategico-conflittuale,  generando gli URL https://archive.org/details/materialeiconograficoperunateoriadelrepubblicanesimogeopoliticodellasuafilosofia/mode/2up                                                                                                         e                                                                                                                     https://ia802803.us.archive.org/5/items/materialeiconograficoperunateoriadelrepubblicanesimogeopoliticodellasuafilosofia/Materiale%20iconografico%20per%20una%20teoria%20del%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20%20della%20sua%20filosofia%20della%20prassi%20e%20del%20paradigma%20dialettico%20espressivo%20strategico%20conflittuale%20Massimo%20Morigi%20Shoshanah%20Dubiner.pdf. La valenza simbolica di “endosymbiosis”: homage to Lynn Margulis, presenta, a nostro giudizio, nonostante le abissali differenze stilistiche e di epoca,  notevoli parallelismi simbolici col dipinto di Giulio Romano i Due amanti. Abbiamo così creato un altro copiaincolla, Materiale iconografico II per una teoria del Repubblicanesimo Geopolitico, della sua filosofia della prassi e del paradigma dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, che a differenza del primo copiaincolla contiene, assieme al dipinto della Dubiner, anche i Due amanti di Romano, e lo abbiamo anch’esso caricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/materialeiconograficoiiperunateoriadelrepubblicanesimogeopoliticoedelparadigmadi/mode/2up                                                                                                       e  https://ia802803.us.archive.org/26/items/materialeiconograficoiiperunateoriadelrepubblicanesimogeopoliticoedelparadigmadi/Materiale%20iconografico%20II%20per%20una%20teoria%20del%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20%20e%20del%20paradigma%20dialettico%20espressivo%20strategico%20conflittuale%20Massimo%20Morigi%20Shoshana%20Dubiner%20Giulio%20Romano%20Due%20amanti.pdf. Entrambi i caricamenti dei due copiaincolla sono avvenuti in data 20 gennaio 2020, e danno inizio a questa rassegna bibliografica internettiana sull’epigenetica che si svolge dai documenti più recenti fino a quelli temporalmente più distanti nel tempo.

 

 

 

       Documento senza data. Presso l’URL https://works.bepress.com/lynn_margulis/,  l’University of Massachusetts Amherst ha creato una pagina HTML attraverso la quale si possono scaricare numerosi articoli e lavori in formato PDF in cui Lynn Margulis è autrice unica o in collaborazione, oltre a contributi video relativi sempre alla Margulis. Il congelamento della pagina tramite Webcite ha generato l’URL http://web.archive.org/web/20161206124535/https://works.bepress.com/lynn_margulis/. Non avendo modo di conoscere la data di immissione in Rete dell’URL, la presente nota è stata inserita, come tutti gli URL e documenti di cui non si conosce la data, all’inizio del presente elenco bibliografico che  inizia dai documenti più recenti (e quelli senza data assimilati ai più recenti) fino ai più lontani temporalmente. I diversi documenti  in formato PDF recuperati tramite la suddetta pagina HTML e che però recano una indicazione temporale definita, saranno ovviamente ordinati come tutti gli altri documenti non recuperati tramite la già detta pagina HTML, cioè ad iniziare dai più recenti fino ai più remoti temporalmente.

 

       Documento senza data. Athel Cornish-Bowden, María Luz Cárdenas, Life before LUCA (senza data di redazione, senza data di immissione in Rete, senza rivista di pubblicazione perchè immesso direttamente in Rete e nota in prima pagina che recita: «This paper is dedicated to the memory of Lynn Sagan (Margulis), and especially of her paper “On the origin of mitosing cells”.». Comunicazione scaricata dall’URL http://bip.cnrs-mrs.fr/bip10/LUCA.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190704220220/http://bip.cnrs-mrs.fr/bip10/LUCA.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/athelcornishbowdenmarialuzcardenaslifebeforelucaepigeneticaepigeneticslynnsaganm/mode/2up  e                                                                                                                                    https://ia802806.us.archive.org/35/items/athelcornishbowdenmarialuzcardenaslifebeforelucaepigeneticaepigeneticslynnsaganm/Athel%20Cornish%20Bowden%20%20%20Mar%C3%ADa%20Luz%20C%C3%A1rdenas%20%20Life%20before%20LUCA%20epigenetica%20epigenetics%20Lynn%20Sagan%20Margulis%20%20Repubblicanesimo%20Geopoliltico%20Massimo%20Morigi%20sintesi%20evoluzionistica%20estesa%20neomarxismo.pdf.

 

 

       Documento senza data. The Endosymbiotic Hypotesis: buon sito divulgativo presso WordPress  dedicato alla teoria endosimbiotica di Lynn Margulis (non abbiamo notizie significative sugli autori del sito), con tutte le sue pagine da noi congelate tramite Wayback Machine: https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/, http://web.archive.org/web/20200112075535/https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/; https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/evidence-for-the-endosymbiotic-hypothesis/,

http://web.archive.org/web/20200112080647/https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/evidence-for-the-endosymbiotic-hypothesis/;  https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/history-the-formation-of-the-endosymbiotic-hypothesis/, http://web.archive.org/web/20200112075513/https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/history-the-formation-of-the%20-endosymbiotic-hypothesis/;

https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/primary-versus-secondary-endosymbiosis/, http://web.archive.org/web/20200112080701/https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/primary-versus-secondary-endosymbiosis/; https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/sources/, http://web.archive.org/web/20200112080701/https://endosymbiotichypothesis.wordpress.com/sources/.

 

       Cthulhu (From Wikipedia, the free encyclopedia: page  last edited on 21 May 2020). All’URL https://en.wikipedia.org/wiki/Cthulhu, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200521200939/https://en.wikipedia.org/wiki/Cthulhu.

 

       Presso gli  l’URL  https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/brv.12453, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200421162741/https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/brv.12453 e https://onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1111/brv.12453, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200421163127/https://onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.1111/brv.12453, abbiamo scaricato Etienne Danchin, Arnaud Pocheville, Olivier Rey,  Benoit Pujol,  Simon Blanchet, Epigenetically facilitated mutational assimilation: epigenetics as a hub within the inclusive evolutionary synthesis, “Biological Reviews”, Vol. 94(1), 2019, pp. 259-282, https://doi.org/10.1111/brv.12453. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/epigenetically-facilitated-mutational-assimilation-epigenetics-as-a-hub-etienne-/mode/2up                                                                                                       e https://ia801409.us.archive.org/2/items/epigenetically-facilitated-mutational-assimilation-epigenetics-as-a-hub-etienne-/Epigenetically%20facilitated%20mutational%20assimilation%20epigenetics%20as%20a%20hub%20%20%20Etienne%20Danchin%20Massimo%20Morigi%20Repubblicanesimo%20Geopolitico.pdf.

 

 

       Viola Carofalo, Cyborg arrugginiti e animali potenti. Donna Haraway alla ricerca di un mito per l’antropocene, “Scienza & Filosofia”, N° 21, 2019, pp. 32-49. Articolo scaricato presso l’URL della versione online della rivista http://www.scienzaefilosofia.com/2019/06/29/cyborg-arrugginiti-e-animali-potenti-donna-haraway-alla-ricerca-di-un-mito-per-lantropocene/, Wayback Machine http://web.archive.org/web/20200112105433/http://www.scienzaefilosofia.com/2019/06/29/cyborg-arrugginiti-e-animali-potenti-donna-haraway-alla-ricerca-di-un-mito-per-lantropocene/, e accedendo attraverso un link all’interno della pagina stessa all’articolo in formato PDF, raggiunto tramite un URL sempre appartenente al sito della rivista: http://www.scienzaefilosofia.com/wp-content/uploads/2019/07/21-04-CAROFALO.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200211085221/http://www.scienzaefilosofia.com/wp-content/uploads/2019/07/21-04-CAROFALO.pdf. Scaricato l’articolo in formato PDF e ricaricatolo su Internet Archive, si sono generati gli URL

https://archive.org/details/violacarofalocyborgarrugginitieanimalipotentiepigeneticaepigeneticsteoriaendosim/mode/2up                                                                                                            e                                                                                                                                 

https://ia902809.us.archive.org/11/items/violacarofalocyborgarrugginitieanimalipotentiepigeneticaepigeneticsteoriaendosim/Viola%20Carofalo%20Cyborg%20arrugginiti%20e%20animali%20potenti%20epigenetica%20epigenetics%20teoria%20endosimbiotica%20%20Donna%20Haraway%20Massimo%20Morigi%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20marxismo%20neomarxismo.pdf.

 

 

 

       Etienne Danchin, Arnaud Pocheville, Olivier Rey,  Benoit Pujol,  Simon Blanchet,  Epigenetically facilitated mutational assimilation: epigenetics as a hub within the inclusive evolutionary synthesis, “Biological Reviews”, Vol. 94(1), February 2019, pp. 259-282, https://doi.org/10.1111/brv.12453. Articolo scaricato da https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdf/10.1111/brv.12453, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200131073057/https://onlinelibrary.wiley.com/doi/pdf/10.1111/brv.12453. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/etiennedanchinepigeneticallyfacilitatedmutationalassimilationepigeneticsepigenet/mode/2up e                                                                                                                                                https://ia802801.us.archive.org/33/items/etiennedanchinepigeneticallyfacilitatedmutationalassimilationepigeneticsepigenet/Etienne%20Danchin%20%20Epigenetically%20facilitated%20mutational%20assimilation%20epigenetics%20epigenetica%20teoria%20endosimbiotica%20%20sintesi%20evoluzionistica%20estesa%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

       Ambra Lulli, Manifesto Cyborg. Ieri e oggi (recensione), “Philosophy Kitchen. Rivista di Filosofia Contemporanea”, Dicembre 2018. Articolo pubblicato all’URL della rivista di filosofia online di cui sopra http://philosophykitchen.com/2018/12/manifesto-cyborg-ieri-e-oggi/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200112110227/http://philosophykitchen.com/2018/12/manifesto-cyborg-ieri-e-oggi/.  Ricaricata la pagina HTML su Internet Archive, si sono generati gli URL https://archive.org/details/ambralullimanifestocyborgepigeneticaepigeneticsttranshumanismteoriaendosimbiotic                                                                                                                       e                                                                                                                                                          https://ia802801.us.archive.org/25/items/ambralullimanifestocyborgepigeneticaepigeneticsttranshumanismteoriaendosimbiotic/Ambra%20Lulli%20%20Manifesto%20Cyborg%20%20epigenetica%20epigenetics%20t%20transhumanism%20%20teoria%20endosimbiotica%20Repubblianesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20marxismo%20neomarxismo%20Cyborg%20Manifesto%20Donna%20Haraway.html. Avendo dato questo caricamento risultati del tutto deludenti, siamo così ricorsi ad un copiaincolla della pagina su foglio Word, tramutato in PDF e caricato quindi sempre su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/ambralullimanifestocyborgepigeneticaepigeneticstranshumanismtransumanismorepubbl/mode/2up                                                                                               e                                                                                                                                 https://ia802809.us.archive.org/0/items/ambralullimanifestocyborgepigeneticaepigeneticstranshumanismtransumanismorepubbl/Ambra%20Lulli%20%20Manifesto%20Cyborg%20%20epigenetica%20epigenetics%20%20transhumanism%20%20transumanismo%20Repubblianesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20marxismo%20neomarxismo%20Cyborg%20Manifesto%20Donna%20Haraway%20Manifesto%20Harawat.pdf.

 

       Kathleen E. Feyh, A Survey of Materialism in Thought and Communication, in Oxford Research Encyclopedia of Communication, December 2018, https://doi.org/10.1093/acrefore/9780190228613.013.554. Documento scaricato da https://www.academia.edu/38046481/A_Survey_of_Materialism_in_Thought_and_Communication?email_work_card=view-paper, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200914060526/https://www.academia.edu/38046481/A_Survey_of_Materialism_in_Thought_and_Communication?email_work_card=view-paper, ma congelamento fallito. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/a-survey-of-materialism-in-thought-and-kathleen-e-feyh-massimo-morigi/mode/2up e https://ia801501.us.archive.org/29/items/a-survey-of-materialism-in-thought-and-kathleen-e-feyh-massimo-morigi/A%20Survey%20of%20Materialism%20in%20Thought%20and%2C%20Kathleen%20E%20Feyh%20%2C%20%20Massimo%20Morigi.pdf.

 

       Alexis De Tiège, Stefaan Blancke, Johan Braeckman, The modern versus extended evolutionary synthesis  –  Sketch of an intragenomic gene’s eye view for the evolutionary-genetic underpinning of epigenetic and developmental evolution, “Life Science Press”, Vol. 2(1),  December 2018, pp. 70-78, https://doi.org/10.1007/s40656-017-0174-x. Articolo scaricato da
https://www.researchgate.net/publication/330281681_The_modern_versus_extended_evolutionary_synthesis_-_Sketch_of_an_intra-genomic_gene’s_eye_view_for_the_evolutionary-genetic_underpinning_of_epigenetic_and_developmental_evolution, Wayback Machine: https://www.researchgate.net/publication/330281681_The_modern_versus_extended_evolutionary_synthesis_-_Sketch_of_an_intra-genomic_gene’s_eye_view_for_the_evolutionary-genetic_underpinning_of_epigenetic_and_developmental_evolution. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/alexisdetiegestefaanblanckejohanbraeckmanthemodernversusextendedevolutionarysynt/mode/2up  e                                                                                                                                 https://ia802803.us.archive.org/29/items/alexisdetiegestefaanblanckejohanbraeckmanthemodernversusextendedevolutionarysynt/Alexis%20De%20Ti%C3%A8ge%20Stefaan%20Blancke%20Johan%20Braeckman%2C%20The%20modern%20versus%20extended%20evolutionary%20synthesis%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

        Alejandro Fábregas‑Tejeda, Francisco Vergara‑Silva, The emerging structure of the Extended Evolutionary Synthesis: where does Evo‑Devo fit in?, “Theory in Biosciences”, Vol. 137(2), August 2018, pp. 169-184, https://doi.org/10.1007/s12064-018-0269-2. Articolo scaricato da https://philpapers.org/archive/FBRTES.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190426135412/https://philpapers.org/archive/FBRTES.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/alejandrofabregastejedafranciscovergarasilvatheemergingstructureoftheextendedevo/mode/2up    e                                                                                                                                       https://ia802801.us.archive.org/4/items/alejandrofabregastejedafranciscovergarasilvatheemergingstructureoftheextendedevo/Alejandro%20F%C3%A1bregas%20Tejeda%20Francisco%20Vergara%20Silva%20The%20emerging%20structure%20of%20the%20Extended%20Evolutionary%20Synthesis%20%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

       Eva Jablonka, The Evolutionary Implications of Epigenetic Inheritance, “Interface Focus”, N° 7, 18 August 2017, https://doi.org/10.1098/rsfs.2016.0135. Articolo all’URL http://extendedevolutionarysynthesis.com/wp/wp-content/uploads/2017/09/Jablonka-E_Interface-Focus_2017.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190514184450/http://extendedevolutionarysynthesis.com/wp/wp-content/uploads/2017/09/Jablonka-E_Interface-Focus_2017.pdf. Download dell’articolo e caricamento presso Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/jablonkaeinterfacefocus2017/mode/2up       e                                                   https://ia803105.us.archive.org/3/items/jablonkaeinterfacefocus2017/Jablonka-E_Interface-Focus_2017.pdf. Documento anche all’URL https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5566804/pdf/rsfs20160135.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506061958/https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5566804/pdf/rsfs20160135.pdf. Caricamento del file dall’ultimo URL su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkateoriaendosimbioticaepigeneticasintesievoluzionisticaestesarepubblica/mode/2up  e                                                                                                                                            https://ia802804.us.archive.org/9/items/evajablonkateoriaendosimbioticaepigeneticasintesievoluzionisticaestesarepubblica/Eva%20Jablonka%20teoria%20endosimbiotica%20epigenetica%20%20%20sintesi%20evoluzionistica%20estesa%20Repubblicanesmo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf. Inoltre, tramite il succitato DOI: https://doi.org/10.1098/rsfs.2016.0135, abbiamo raggiunto l’URL https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rsfs.2016.0135. Congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200510062932/https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rsfs.2016.0135.

 

       Pierrick Bourrat, Qiaoying  Lu, Eva Jablonka, Why the missing heritability might not be in the DNA, “BioEssays”, Vol.  39, June 2017. Articolo scaricato da http://pierrickbourrat.com/wp-content/uploads/Bourrat_et_al-2017-BioEssays.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190523004302/http://pierrickbourrat.com/wp-content/uploads/Bourrat_et_al-2017-BioEssays.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/pierrickbourratqiaoyingluevajablonkawhythemissingheritabilitymightnotbeinthednae/mode/2up   e                                                                                                                                    https://ia802809.us.archive.org/12/items/pierrickbourratqiaoyingluevajablonkawhythemissingheritabilitymightnotbeinthednae/Pierrick%20Bourrat%20%20Qiaoying%20%20Lu%20%20Eva%20Jablonka%20%20Why%20the%20missing%20heritability%20might%20not%20be%20in%20the%20DNA%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

       Fredric M. Menger, Molecular Lamarckism: On the Evolution of Human Intelligence, “World Futures. The Journal of new Paradigm Research”, Vol. 73(2), 26 May 2017, pp. 89-103, https://doi.org/10.1080/02604027.2017.1319669. Articolo scaricato da https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/02604027.2017.1319669?needAccess=true, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200131081336/https://www.tandfonline.com/doi/pdf/10.1080/02604027.2017.1319669?needAccess=true&. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/fredricmmengermolecularlamarckismontheevolutionofhumanintelligenceepigeneticaepi/mode/2up  e                                                                                                                                    https://ia802808.us.archive.org/1/items/fredricmmengermolecularlamarckismontheevolutionofhumanintelligenceepigeneticaepi/Fredric%20M%20Menger%20%20Molecular%20Lamarckism%20On%20the%20Evolution%20of%20Human%20Intelligence%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

 

 

       Sophie Lewis, Cthulhu plays no role for me, “Wiewpoint Magazine”, 8 May 2017. Articolo pubblicato all’URL della rivista di filosofia online di cui sopra https://www.viewpointmag.com/2017/05/08/cthulhu-plays-no-role-for-me/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200112105102/https://www.viewpointmag.com/2017/05/08/cthulhu-plays-no-role-for-me/. Attraverso un link all’interno della pagina HTML raggiunta tramite il succitato URL, si rinvia ad un’altra pagina HTML dell’articolo: https://www.printfriendly.com/p/g/gNid9P, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200211080510/https://www.printfriendly.com/p/g/gNid9P, la quale, a sua volta ci rinvia ad un formato PDF dell’articolo. Lo abbiamo scaricato e poi ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/sophielewiscthulhuplaysnoroleformestayingwiththetroubleepigeneticaepigeneticsteo/mode/2up                                                                                                         e                                                                                                                                        

https://ia902800.us.archive.org/35/items/sophielewiscthulhuplaysnoroleformestayingwiththetroubleepigeneticaepigeneticsteo/Sophie%20Lewis%20%20Cthulhu%20plays%20no%20role%20for%20me%20Staying%20with%20the%20Trouble%20epigenetica%20epigenetics%20teoria%20endosimbiotica%20%20Donna%20Haraway%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20marxismo%20neomarxismo.pdf.

 

 

       Alyssa Battistoni, Monstruous, Duplicated, Potent. On Donna Haraway, “Half-Life”, N° 24, Spring 2017. L’articolo è visionabile e scaricabile all’URL https://nplusonemag.com/issue-28/reviews/monstrous-duplicated-potent./, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200112103446/https://nplusonemag.com/issue-28/reviews/monstrous-duplicated-potent./. Ricaricata la pagina HTML su Internet Archive, si sono generati gli URL

https://archive.org/details/alyssabattistonimonstruousduplicatedpotentondonnaharawayepigeneticaepigeneticstr                                                                                                                       e                                                                                                                                                        

https://ia802802.us.archive.org/9/items/alyssabattistonimonstruousduplicatedpotentondonnaharawayepigeneticaepigeneticstr/Alyssa%20Battistoni%20%20Monstruous%20%20Duplicated%20Potent%20%20On%20Donna%20Haraway%20epigenetica%20epigenetics%20transumanismo%20%20femiminismo%20feminism%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20marxismo%20neomarxismo.html. Pur avendo dato il caricamento della pagina HTML su Internet Archive buoni risultati, siamo anche ricorsi ad un copiaincolla della pagina su foglio Word, tramutato in PDF e caricato quindi sempre su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/alyssabattistonimonstruousduplicatedpotentondonnaharawayepigeneticaepigeneticstr_202002/mode/2up                                                                                         e                                                                                                                          

https://ia802804.us.archive.org/21/items/alyssabattistonimonstruousduplicatedpotentondonnaharawayepigeneticaepigeneticstr_202002/Alyssa%20Battistoni%20%20Monstruous%20%20Duplicated%20Potent%20%20On%20Donna%20Haraway%20epigenetica%20epigenetics%20transumanismo%20%20femiminismo%20feminism%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20%20neomarxismo.pdf.

 

 

 

 

 

 

       Zohar Ziv Bronfman, Simona Ginsburg, Eva Jablonka, The Transition to Minimal Consciousness through the Evolution of Associative Learning, “Frontiers in Psychology”, Vol. 7 (Article 1954), 22 December 2016, https://doi.org/10.3389/fpsyg.2016.01954. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/312279430_The_Transition_to_Minimal_Consciousness_through_the_Evolution_of_Associative_Learning/links/587a4a3308ae9a860fe8913e/The-Transition-to-Minimal-Consciousness-through-the-Evolution-of-Associative-Learning.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200123095848/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/312279430_The_Transition_to_Minimal_Consciousness_through_the_Evolution_of_Associative_Learning/links/587a4a3308ae9a860fe8913e/The-Transition-to-Minimal-Consciousness-through-the-Evolution-of-Associative-Learning.pdf (cliccando sul DOI si viene rinviati sul sito di “Frontiers in Psychology” e alla pagina che riporta anch’essa alla versione completa dell’articolo. L’URL così raggiunto è https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2016.01954/full, congelamento tramite Wayback Machine di URL e documento: http://web.archive.org/web/20200506063340/https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fpsyg.2016.01954/full). Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/zoharzivbronfmansimonaginsburgevajablonkathetransitiontominimalconsciousnessthro/mode/2up  e                                                                                                                  https://ia802804.us.archive.org/14/items/zoharzivbronfmansimonaginsburgevajablonkathetransitiontominimalconsciousnessthro/Zohar%20Ziv%20Bronfman%20%20%20Simona%20Ginsburg%20%20Eva%20Jablonka%20%20The%20Transition%20to%20Minimal%20Consciousness%20through%20the%20Evolution%20of%20Associative%20Learning%20epignetica%20epigenetics%20%20Massimo%20Morigi%20Repubblicanesimo%20Geopolitico.pdf.

 

       Matt Thompson, Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene (review), “Savage Minds. Notes and Queries in Antropology”, 18 November 2016. Articolo pubblicato all’URL della rivista di filosofia online di cui sopra

https://savageminds.org/2016/11/18/staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene-review/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200112104253/https://savageminds.org/2016/11/18/staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene-review/ . Ricaricata la pagina HTML su Internet Archive, si sono generati gli URL https://archive.org/details/mattthompsonstayingwiththetroublemakingkininthechthuluceneepigeneticaepigenetics                                                                                                                             e                                                                                                                                                        https://ia802801.us.archive.org/7/items/mattthompsonstayingwiththetroublemakingkininthechthuluceneepigeneticaepigenetics/Matt%20Thompson%20Staying%20with%20the%20Trouble%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene%20epigenetica%20epigenetics%20teoria%20endosimbiotica%20%20Donna%20Haraway%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20marxismo%20neomarxismo.html. Avendo dato il caricamento della pagina HTML su Internet Archive risultati non soddisfacenti, siamo anche ricorsi ad un copiaincolla della pagina su foglio Word, tramutato in PDF e caricato quindi sempre su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/mattthompsonstayingwiththetroublemakingkininthechthuluceneepigeneticaepigenetics_202002/mode/2up                                                                                              e                                                                                                                         https://ia802800.us.archive.org/11/items/mattthompsonstayingwiththetroublemakingkininthechthuluceneepigeneticaepigenetics_202002/Matt%20Thompson%20Staying%20with%20the%20Trouble%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene%20epigenetica%20epigenetics%20teoria%20endosimbiotica%20%20Donna%20Haraway%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20marxismo%20neomarxismo.pdf.

 

       McKenzie Wark, Chthulucene, Capitalocene, Anthropocene, “Theory & Practice”, 8 September 2016. All’URL http://publicseminar.org/2016/09/chthulu/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200521195532/http://publicseminar.org/2016/09/chthulu/.

 

Donna Jeanne Haraway, Tentacular Thinking: Anthropocene, Capitalocene, Chthulucene, “Journal #75”, September 2016. All’URL https://www.e-flux.com/journal/75/67125/tentacular-thinking-anthropocene-capitalocene-chthulucene/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200521194505/https://www.e-flux.com/journal/75/67125/tentacular-thinking-anthropocene-capitalocene-chthulucene/. In calce alla pagina si legge la seguente scritta:  «This text is an edited extract from chapter 2, “Tentacular Thinking: Anthropocene, Capitalocene, Chthulucene,” in Donna J. Haraway, Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene, Duke University Press, 2016. Copyright, 2016, Duke University Press. All rights reserved. Republished by permission of the copyright holder. www.dukeupress.edu».

 

       Ilaria Negri, Eva Jablonka, Editorial: Epigenetics as a Deep Intimate Dialogue between Host and Symbionts, “Frontiers in Genetics”, Vol. 7, 9 February 2016,  https://doi.org/10.3389/fgene.2016.00007. Articolo scaricabile all’URL https://www.researchgate.net/profile/Ilaria_Negri/publication/293636521_Editorial_Epigenetics_as_a_Deep_Intimate_Dialogue_between_Host_and_Symbionts/links/56cdc7f108ae059e375331a8/Editorial-Epigenetics-as-a-Deep-Intimate-Dialogue-between-Host-and-Symbionts.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191016063506/https://www.researchgate.net/publication/293636521_Editorial_Epigenetics_as_a_Deep_Intimate_Dialogue_between_Host_and_Symbionts. Dopo download, ricaricamento presso Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/epigeneticsasadeepintimatedialoguebetweenhostandsymbiontsilarianegrievajablonka/mode/2up   e                                                                                                                                        https://ia801000.us.archive.org/30/items/epigeneticsasadeepintimatedialoguebetweenhostandsymbiontsilarianegrievajablonka/Epigenetics%20as%20a%20Deep%20Intimate%20Dialogue%20between%20Host%20and%20Symbionts%20-%20Ilaria%20Negri%20-%20Eva%20Jablonka.pdf. Articolo anche presso https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fgene.2016.00007/full, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20180602094022/https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fgene.2016.00007/full. Altro URL dal quale si può scaricare l’articolo: https://pdfs.semanticscholar.org/8502/97f816c544be9b0782af9eca1a2878a2d6ef.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200124091759/https://pdfs.semanticscholar.org/8502/97f816c544be9b0782af9eca1a2878a2d6ef.pdf/. Cliccando sul succitato DOI:  https://doi.org/10.3389/fgene.2016.00007, si viene rinviati all’original URL https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fgene.2016.00007/full. Congelamento dell’ URL e del testo del documento tramite  Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506080237/https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fgene.2016.00007/full.

 

       Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016. URL  presso il quale è possibile prenderne visione      e scaricarlo: https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf;  Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190930132847/https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf  e, infine, gli URL del  nostro caricamento su Internet Archive del documento in questione: https://archive.org/details/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/mode/2up                                                                                                                                            e

https://ia803104.us.archive.org/4/items/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/Donna%20J.%20Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf. Questo ultimo caricamento su Internet Archive è stato in seguito annullato dalla piattaforma per ipotetica violazione delle clausole d’uso della stessa relativa ai diritti proprietari del file. Questa ipotetica violazione è stata segnalata, come si può leggere da https://archive.org/details/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/mode/2up,  con la seguente scritta: «This item is no longer available. Items may be taken down for various reasons, including by decision of the uploader or due to a violation of our Terms of Use.». Rimane comunque accessibile il congelamento documentario tramite la Wayback Machine sempre di Internet Archive.

 

       Kevin N. Laland, Tobias Uller, Marcus W. Feldman, Kim Sterelny, Gerd B. Müller, Armin Moczek, Eva Jablonka, John Odling-Smee, The extended evolutionary synthesis: its structure, assumptions and predictions,  “Proceedings of the  Royal Society B”, Received: 3 May 2015, N° 282,  Accepted: 9 July 2015, published: 22 August 2015,  https:// doi.org/10.1098/rspb.2015.1019. Articolo scaricato da https://royalsocietypublishing.org/doi/pdf/10.1098/rspb.2015.1019, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191027043246/https://royalsocietypublishing.org/doi/pdf/10.1098/rspb.2015.1019. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/kevinnlalandtobiasullermarcuswfeldmantheextendedevolutionarysynthesisepigenetics/mode/2up    e                                                                                                                                     https://ia802806.us.archive.org/21/items/kevinnlalandtobiasullermarcuswfeldmantheextendedevolutionarysynthesisepigenetics/Kevin%20N%20%20Laland%20%20%20Tobias%20Uller%20%20Marcus%20W%20%20Feldman%20%20%20%20The%20extended%20evolutionary%20synthesis%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

       Giuseppe Fusco,  For a new dialogue between theoretical and empirical studies in evo-devo, “Frontiers in  Ecology and  Evolutions”, 21 August 2015,  https://doi.org/10.3389/fevo.2015.00097Articolo raggiunto tramite https://www.researchgate.net/publication/283184352_For_a_new_dialogue_between_theoretical_and_empirical_studies_in_evo-devo  ma che nel suo formato PDF raggiungibile tramite l’URL di cui sopra  è sprovvisto di  URL, per cui non può essere impiegata Wayback Machine. Dopo download, ricaricamento dell’articolo presso Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/giuseppefuscoforanewdialoguebetweentheoreticalandempiricalstudiesinevodevoepigen/mode/2up  e                                                                                                                                       https://ia802808.us.archive.org/18/items/giuseppefuscoforanewdialoguebetweentheoreticalandempiricalstudiesinevodevoepigen/Giuseppe%20Fusco%20For%20a%20new%20dialogue%20between%20theoretical%20and%20empirical%20studies%20in%20evo-devo%20%20epigenetics%20%20%20sintesi%20evoluzionistica%20estesa%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf. Una pagina HTML dell’articolo è raggiungibile anche presso l’URL https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fevo.2015.00097/full, congelamento della stesso con Wayback Machine generando l’URL http://web.archive.org/web/20200131210439/https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fevo.2015.00097/full. Tramite il succitato DOI: https://doi.org/10.3389/fevo.2015.00097, raggiungimento dell’ URL https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fevo.2015.00097/full e del relativo documento: congelamento tramite  Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506064350/https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fevo.2015.00097/full.

 

       Presso https://environmentalhumanities.org/arch/vol6/6.7.pdf, Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20200112105720/https://environmentalhumanities.org/arch/vol6/6.7.pdf, abbiamo scaricato Donna Haraway, Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene: Making Kin (commentary), “Environmental Humanities”, Vol. 6, 2015, pp. 159-165. Ricaricato su Internet Archive, si sono generati gli URL https://archive.org/details/donnaharawayanthropocenecapitaloceneplantationocenechthulucenemakingkincommentar/mode/2up                                                                                            e                                                                                                                           

https://ia802802.us.archive.org/28/items/donnaharawayanthropocenecapitaloceneplantationocenechthulucenemakingkincommentar/Donna%20Haraway%20%20Anthropocene%20%20Capitalocene%20%20Plantationocene%20Chthulucene%20%20Making%20Kin%20commentary%20%20%20tranhumanism%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20%20neomarxismo%20filosofia%20della%20prassi%20%20epigenetics.pdf. Si tratta di un capitolo di Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016, documento da noi già congelato nella presente rassegna bibliografica internettiana.

 

 

       Max Gladstone, The Ghostbusters are an Antidote to Lovecraft’s Dismal Worldview, “TOR.COM. Science fiction. Fantasy. The universe. And related subjects”, 11 September  2014. All’URL  https://www.tor.com/2014/09/11/ghostbusting-lovecraft/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200521202403/https://www.tor.com/2014/09/11/ghostbusting-lovecraft/. Documento apparso originariamente all’URL https://www.maxgladstone.com/2014/09/ghostbusting-lovecraft/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200529064218/https://www.maxgladstone.com/2014/09/ghostbusting-lovecraft/, screenshot: https://web.archive.org/web/20200529064228/http://web.archive.org/screenshot/https://www.maxgladstone.com/2014/09/ghostbusting-lovecraft/.

 

 

 

 

       Zohar Z. Bronfman, Simona Ginsburg,  Eva Jablonka, Shaping the learning curve: epigenetic dynamics in neural plasticity, “Frontiers  in Integrative  Neuroscience”, Vol. 8, 7 July 2014, https://doi.org/10.3389/fnint.2014.00055. Articolo scaricato all’URL http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.783.3618&rep=rep1&type=pdf, Wayback Machine : http://web.archive.org/web/20200506070147/http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.783.3618&rep=rep1&type=pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/zoharzbronfmansimonaginsburgevajablonkashapingthelearningcurveepigeneticaepigene/mode/2up   e                                                                                                                                 https://ia802806.us.archive.org/11/items/zoharzbronfmansimonaginsburgevajablonkashapingthelearningcurveepigeneticaepigene/Zohar%20Z%20%20Bronfman%20%20Simona%20Ginsburg%20%20%20Eva%20Jablonka%20%20Shaping%20the%20learning%20curve%20epigenetica%20epigenetica%20epigenetics%20%20Massimo%20Morigi%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo.pdf. Tramite il succitato DOI: https://doi.org/10.3389/fnint.2014.00055,  raggiungimento dell’ URL https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnint.2014.00055/full e del relativo documento: congelamento tramite  Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506070152/https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fnint.2014.00055/full.

 

       Denis Noble, Eva Jablonka,  Michael J. Joyner, Gerd B. Müller, Stig W. Omholt, Evolution evolves: Physiology returns to centre stage, “The Journal of Physiology, Vol. 592(11), June 2014, https://doi.org/10.1113/jphysiol.2014.273151. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Gerd_Mueller/publication/262773527_Evolution_evolves_Physiology_returns_to_centre_stage/links/5a83d6b9a6fdcc6f3eb2ac4c/Evolution-evolves-Physiology-returns-to-centre-stage.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200119091844/https://www.researchgate.net/profile/Gerd_Mueller/publication/262773527_Evolution_evolves_Physiology_returns_to_centre_stage/links/5a83d6b9a6fdcc6f3eb2ac4c/Evolution-evolves-Physiology-returns-to-centre-stage.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/denisnobleevajablonkaevolutionevolvesphysiologyreturnstocentrestageepigenticaepi/mode/2up  e                                                                                                                                          https://ia802807.us.archive.org/15/items/denisnobleevajablonkaevolutionevolvesphysiologyreturnstocentrestageepigenticaepi/Denis%20Noble%20%20Eva%20Jablonka%20%20Evolution%20evolves%20Physiology%20returns%20to%20centre%20stage%20epigentica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20neo-marxismo%20neo%20marxismo%20neo%20marxis.pdf. Tramite il succitato DOI: https://doi.org/10.1113/jphysiol.2014.273151, abbiamo raggiunto l’URL https://physoc.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1113/jphysiol.2014.273151: congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506081317/https://physoc.onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1113/jphysiol.2014.273151.

 

 

 

 

       Claes Andersson, Anton Törnberg, Petter Törnberg, An Evolutionary Developmental Approach to Cultural Evolution, “Current Anthropology”, Vol. 55(2),  April 2014, https://www.jstor.org/stable/10.1086/675692. Scaricato da https://www.academia.edu/37557046/An_Evolutionary_Developmental_Approach_to_Cultural_Evolution, Wayback Machine:  impossibilità della Wayback Machine di operare su questo URL. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/claesanderssonantontornbergpettertornberganevolutionarydevelopmentalapproachtocu/mode/2up  e                                                                                                                                 https://ia802800.us.archive.org/27/items/claesanderssonantontornbergpettertornberganevolutionarydevelopmentalapproachtocu/Claes%20Andersson%20%20Anton%20T%C3%B6rnberg%20%20Petter%20T%C3%B6rnberg%20%20An%20Evolutionary%20Developmental%20Approach%20toCultural%20Evolution%20epigenetics%20epigenetica%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20marxismo%20neomarxismo.pdf.

 

       Moshe Szyf, Lamarck revisited: epigenetic inheritance of ancestral odor fear conditioning,  “Nature Neuroscience, Vol. 17(2-4), January 2014, https://doi.org/10.1038/nn.3603: articolo che parla del fenomeno dei topi che riescono a tramettere attraverso le generazioni, ma non per via culturale,  l’avversione verso stimoli che preannunciano situazioni di dolore fisico. Articolo scaricato da Academia.edu, URL https://www.academia.edu/6484497/Lamarck_revisited_epigenetic_inheritance_of_ancestral_odor_fear_conditioning, e poi da noi ricaricato su Internet Archive generando gli URL  https://archive.org/details/lamarckrevisitedepigeneticinheritance/mode/2up                              e                                     https://ia801008.us.archive.org/24/items/lamarckrevisitedepigeneticinheritance/Lamarck_revisited_epigenetic_inheritance.pdf.

 

       Arnaud Pocheville, Inheritance is where physiology meets evolution, “The Journal of Physiology”, Vol. 592(11), 1 January 2014, pp. 2307-2317. All’URL https://www.academia.edu/7447796/Inheritance_is_where_physiology_meets_evolution?email_work_card=view-paper, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200914064843/https://www.academia.edu/7447796/Inheritance_is_where_physiology_meets_evolution?email_work_card=view-paper, congelamento  fallito. Caricamento del documento su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/danchin-inheritance-is-where-physiology-meets-evolution-filosofia-della-prassi-e/mode/2up e https://ia801501.us.archive.org/32/items/danchin-inheritance-is-where-physiology-meets-evolution-filosofia-della-prassi-e/Danchin%2C%20Inheritance%20is%20where%20physiology%20meets%20evolution%2C%20Filosofia%20della%20prassi%2C%20Epigenetica%2C%20Neomarxismo%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%2C%20Massimo%20Morigi.pdf.

 

       Brian G. Dias, Kerry J. Ressler, Parental olfactory experience influences behavior and neural structure in subsequent generations, “Nature Neuroscience”, Vol. 17(1), December 2013, https://doi.org/10.1038/nn.3594: articolo che tratta sempre lo stesso argomento di Moshe Szyf, Lamarck revisited: epigenetic inheritance of ancestral odor fear conditioning della trasmissione nei topi per via epigenetica di informazioni in cui è esclusa, per l’iniziale separazione della prole dai genitori, la via culturale. Articolo inizialmente consultato su ResearchGate all’URL https://www.researchgate.net/publication/259109859_Parental_olfactory_experience_influences_behavior_and_neural_structure_in_subsequent_generations, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200522083905/https://www.researchgate.net/publication/259109859_Parental_olfactory_experience_influences_behavior_and_neural_structure_in_subsequent_generations,   ma che, per difficoltà di download, abbiamo preferito scaricare da altro sito, all’URL  https://www.aaronkrasner.com/wp-content/uploads/2014/02/Olfactory-Historical-Grief.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200522084136/https://www.aaronkrasner.com/wp-content/uploads/2014/02/Olfactory-Historical-Grief.pdf,  per poi effettuare il successivo upload su Internet  Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/olfactoryhistoricalgrief/mode/2up                                                                     e  https://ia801007.us.archive.org/16/items/olfactoryhistoricalgrief/Olfactory-Historical-Grief.pdf.

 

       Ali B. Rodgers, Christopher P. Morgan, Stefanie L. Bronson, Sonia Revello, Tracy L. Bale, Paternal Stress Exposure Alters Sperm MicroRNA Content and Reprograms Offspring HPA Stress Axis Regulation, “The Journal of Neuroscience”, Vol. 33(21), 22 May 2013, pp. 9003–9012. Articolo all’URL https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3712504/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191015150730/https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3712504/https://doi.org/10.1523/JNEUROSCI.0914-13.2013. Attraverso la pagina incontrata attraverso l’URL di cui sopra, è possibile anche accedere ad un formato PDF, venendo così rinviati all’URL https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3712504/pdf/zns9003.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200114160202/https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3712504/pdf/zns9003.pdf. L’articolo è anche scaricabile presso l’URL https://pdfs.semanticscholar.org/7d3e/042e5c196dc9b050a2f7a7619fa6fc6b24f1.pdf?_ga=2.171240928.1380457842.1571065521-369721173.1568987673, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191015151704/https://pdfs.semanticscholar.org/7d3e/042e5c196dc9b050a2f7a7619fa6fc6b24f1.pdf?_ga=2.171240928.1380457842.1571065521-369721173.1568987673. Download del documento dall’ultimo   URL qui indicato e caricamento del documento presso Internet Archive, generando così gli URL https://archive.org/details/paternalstressexposurealtersspermmicrornacontent/mode/2up     e                https://ia903106.us.archive.org/14/items/paternalstressexposurealtersspermmicrornacontent/Paternal%20Stress%20Exposure%20Alters%20Sperm%20MicroRNA%20Content.pdf.

 

       Ueli Grossniklaus, William G. Kelly, Anne C. Ferguson-Smith, Marcus Pembrey, Susan Lindquist, Transgenerational epigenetic inheritance: How important is it?, “Nature Reviews Genetics”, February 2013, Vol. 14(3), pp. 228–235, https://doi.org/10.1038/nrg3435. Articolo all’URL https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4066847/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191015150117/https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4066847/. Al primo URL indicato è possible anche accedere ad un formato PDF, venendo così rinviati all’URL https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4066847/pdf/nihms-599422.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200114151909/https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4066847/pdf/nihms-599422.pdf. Presso  https://www.researchgate.net/publication/235649085_Transgenerational_epigenetic_inheritance_How_important_is_it di ResearchGate è pure possibile scaricare il documento, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200522141847/https://www.researchgate.net/publication/235649085_Transgenerational_epigenetic_inheritance_How_important_is_it. Scaricato presso questo URL il documento, abbiamo provveduto al suo upload presso Internet Archive, generando così gli URL https://archive.org/details/transgenerationalepigeneticinheritancehowimportantisitquestionmark/mode/2up  e                                                                                                                                                                https://ia803101.us.archive.org/19/items/transgenerationalepigeneticinheritancehowimportantisitquestionmark/Transgenerational%20epigenetic%20inheritance%20How%20important%20is%20it%20question%20mark.pdf.

 

       Alex Mesoudi, Simon Blanchet,  Anne Charmantier,  Étienne Danchin,  Laurel Fogarty,  Eva Jablonka,  Kevin N. Laland,  Thomas J. H. Morgan,  Gerd B. Müller, F. John Odling-Smee,  Benoît Pujol, Is Non-genetic Inheritance Just a Proximate Mechanism? A Corroboration of the Extended Evolutionary Synthesis (Received: 10 December 2012 / Accepted: 29 January 2013), “Biological Theory”, 13 February 2013, http://dx.doi.org/10.1007/s13752-013-0091-5. Scaricato da https://www.academia.edu/3600079/Is_Non-genetic_Inheritance_Just_a_Proximate_Mechanism_A_Corroboration_of_the_Extended_Evolutionary_Synthesis, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200119100706/https://www.academia.edu/3600079/Is_Non-genetic_Inheritance_Just_a_Proximate_Mechanism_A_Corroboration_of_the_Extended_Evolutionary_Synthesis: ma impossibilità della Wayback Machine di operare su questo URL  non riproducendo testo dell’articolo. Documento caricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/alexmesoudievajablonkaisnongeneticinheritancejustaproximatemechanismmassimomorig/mode/2up   e                                                                                                              https://ia802801.us.archive.org/35/items/alexmesoudievajablonkaisnongeneticinheritancejustaproximatemechanismmassimomorig/Alex%20Mesoudi%20Eva%20Jablonka%20Is%20Non%20genetic%20Inheritance%20Just%20a%20Proximate%20Mechanism%20%20Massimo%20Morigi%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo.pdf. Inoltre articolo scaricabile anche presso https://synergy.st-andrews.ac.uk/lalandlab/files/2015/08/Publication193.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200119102551/https://synergy.st-andrews.ac.uk/lalandlab/files/2015/08/Publication193.pdf. Infine, tramite il succitato DOI http://dx.doi.org/10.1007/s13752-013-0091-5, raggiunto l’URL https://link.springer.com/article/10.1007/s13752-013-0091-5. Congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506083400/https://link.springer.com/article/10.1007/s13752-013-0091-5.

 

       Ricardo Guerrero, Lynn Margulis, Mercedes Berlanga, Symbiogenesis: the holobiont as a unit of evolution, “International Microbiology”, Vol. 16, 2013, pp. 133-143,   http://dx.doi.org/10.2436/20.1501.01.188  ISSN 1139-6709. Documento scaricato da  http://revistes.iec.cat/index.php/IM/article/viewFile/74108/73862, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20141020053450/http://revistes.iec.cat/index.php/IM/article/viewFile/74108/73862. Caricamento su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/symbiogenesistheholobiontasaunitofevolutionmargulisetal/mode/2up         e https://ia801004.us.archive.org/5/items/symbiogenesistheholobiontasaunitofevolutionmargulisetal/Symbiogenesis%20%20the%20holobiont%20as%20a%20unit%20of%20evolution%20-%20Margulis%20et%20al.pdf. Documento scaricabile anche da https://pdfs.semanticscholar.org/ca2d/a45168757a73cbd8256c9fba0dbb938abe8c.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200219160652/https://pdfs.semanticscholar.org/ca2d/a45168757a73cbd8256c9fba0dbb938abe8c.pdf.

 

       “Boxer dell’Agro di Spazzavento” (allevamento di Deutscher boxer e sito Internet), Un po’ di storia: Lustig von Dom, 30 ottobre 2012 (nella pagina HTML che pubblica il documento di cui sopra si legge la seguente manchette: «Pubblico l’articolo “La storia di Lustig” scritto dal dr.Tomaso Bosi sul n° 18/1977 della rivista BOXER del B.C.I. L’autore ci racconta il suo primo incontro con Frau Stockmann e soprattutto ci rende partecipi della storia di Lustig von Dom narrata con tono dolce e commosso dalla più grande allevatrice di Boxer di tutti i tempi. »). Articolo scaricato da http://www.boxerdispazzavento.it/content.php?type=blog&articolo=179; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200121095818/http://www.boxerdispazzavento.it/content.php?type=blog&articolo=179. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/boxerdellagrodispazzaventounpodistorialustigvondomtomasobosi e https://ia902800.us.archive.org/32/items/boxerdellagrodispazzaventounpodistorialustigvondomtomasobosi/Boxer%20dell%20Agro%20di%20Spazzavento%20%20Un%20po%20di%20storia%20Lustig%20von%20Dom%20Tomaso%20Bosi.html. Non avendo dato il caricamento della pagina HTML su Internet Archive soddisfacenti risultati, siamo ricorsi ad un copiaincolla della pagina su foglio Word, tramuto in PDF e caricato quindi sempre su Internet Archive, generando gli URL

https://archive.org/details/boxerdellagrodispazzaventounpodistorialustigvondomtomasobosilastoriadilustig/mode/2up                                                                                                               e                                                                                                                                        

https://ia902807.us.archive.org/21/items/boxerdellagrodispazzaventounpodistorialustigvondomtomasobosilastoriadilustig/Boxer%20dell%20Agro%20di%20Spazzavento%20%20Un%20po%20di%20storia%20Lustig%20von%20Dom%20Tomaso%20Bosi%20%20La%20storia%20di%20Lustig.pdf.  Si lascia alla sagacia dell’attento lettore comprendere la ragione di questo “bizzarro” inserimento bibliografico (e ve ne sono anche alcuni altri, la cui interpretazione è sempre lasciata all’indubbio acume di chi ha avuto la pazienza di seguirci fin qui) E, inoltre, sempre sull’argomento: http://www.boxerdispazzavento.it/content.php?type=blog&articolo=109, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200217164524/http://www.boxerdispazzavento.it/content.php?type=blog&articolo=109http://boxerdelsudsalento.it/2016/05/21/trentanni-di-dialoghi-dott-bosi/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200217155003/http://boxerdelsudsalento.it/2016/05/21/trentanni-di-dialoghi-dott-bosi/ e http://www.wpbc.co.za/history.html, Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20201223074101/http://www.wpbc.co.za/history.html.

 

       Eva Jablonka, Epigenetic Variations in Heredity and Evolution, “Clinical Pharmacology & Therapeutics”, Vol. 92(6), October 2012, https://doi.org/10.1038/clpt.2012.158. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/232277604_Epigenetic_Variations_in_Heredity_and_Evolution/links/0deec515af772d9c51000000.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200122085832/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/232277604_Epigenetic_Variations_in_Heredity_and_Evolution/links/0deec515af772d9c51000000.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkaepigeneticvariationsinheredityandevolutionepigeneticaepigeneticsrepub/mode/2up  e                                                                                                                                          https://ia802800.us.archive.org/8/items/evajablonkaepigeneticvariationsinheredityandevolutionepigeneticaepigeneticsrepub/Eva%20Jablonka%20%20Epigenetic%20Variations%20in%20Heredity%20and%20Evolution%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Geopolitical%20Republicanism%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

       Eva Jablonka, Simona Ginsburg, Daniel Dor, The co-evolution of language and emotions, “Philosophical Transactions of The Royal Society B Biological Sciences”, Vol. 367(1599),  August 2012, pp. 2152-2159, https://doi.org/10.1098/rstb.2012.0117. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Daniel_Dor/publication/228067280_The_co-evolution_of_language_and_emotions/links/00463530cce9dc7259000000.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200119104827/https://www.researchgate.net/profile/Daniel_Dor/publication/228067280_The_co-evolution_of_language_and_emotions/links/00463530cce9dc7259000000.pdf. Caricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkasimonaginsburgdanieldorepigeneticarepubblicanesimogeopoliticomassimom/mode/2up e                                                                                                                                  https://ia802807.us.archive.org/21/items/evajablonkasimonaginsburgdanieldorepigeneticarepubblicanesimogeopoliticomassimom/Eva%20Jablonka%20%20Simona%20Ginsburg%20%20Daniel%20Dor%20epigenetica%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20neo-marxismo%20neo%20marxismo%20The%20co-evolution%20of%20language%20and%20emotions.pdf. Tramite il succitato DOI: https://doi.org/10.1098/rstb.2012.0117, abbiamo raggiunto l’URL https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rstb.2012.0117. Congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200506123805/https://royalsocietypublishing.org/doi/10.1098/rstb.2012.0117.

 

       Eva Jablonka, Ehud Lamm, Commentary: The epigenotype  – a dynamic network view of development, “International Journal of Epidemiology”, Vol. 41(1), February 2012, pp. 16-20,  https://doi.org/10.1093/ije/dyr185  Articolo scaricato da https://pdfs.semanticscholar.org/ede9/ff82d6ba421f370682a17f36602bc1eb584f.pdf?_ga=2.257659016.20994297.1580505520-1163832075.1579693989, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200417063140/https://pdfs.semanticscholar.org/ede9/ff82d6ba421f370682a17f36602bc1eb584f.pdf?_ga=2.257659016.20994297.1580505520-1163832075.1579693989. Ricaricato su internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/ehudlammevajablonkacommentarytheepigenotypeadynamicnetworkviewofdevelopmentepige_202001/mode/2up   e                                                                                                            https://ia802803.us.archive.org/2/items/ehudlammevajablonkacommentarytheepigenotypeadynamicnetworkviewofdevelopmentepige_202001/Ehud%20Lamm%20%20Eva%20Jablonka%20%20Commentary%20The%20epigenotype%20%20%20%20a%20dynamic%20network%20view%20of%20development%20%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo%20Massimo%20Morigi%20marxismo.pdf. Un originale del documento (da https://pdfs.semanticscholar.org/ede9/ff82d6ba421f370682a17f36602bc1eb584f.pdf?_ga=2.257659016.20994297.1580505520-1163832075.1579693989 è stata scaricata una copia dattiloscritta del documento) è scaricabile presso https://watermark.silverchair.com/dyr185.pdf?token=AQECAHi208BE49Ooan9kkhW_Ercy7Dm3ZL_9Cf3qfKAc485ysgAAAlMwggJPBgkqhkiG9w0BBwagggJAMIICPAIBADCCAjUGCSqGSIb3DQEHATAeBglghkgBZQMEAS4wEQQMSqjkstz45T9DMmytAgEQgIICBlfgDr88SmyWel2z7Z380_d_J_NMHYLOKpRIv838h9aTbFRkARRRGuWnfmrq4cply35zZ-9haNZ8XoDUEfSofjXcZutWnUE-u7hmpy7W1NNIbLChy3GqwPY6LXkk0Xfo4EbLv3gIZw010uQ6vCPSLOj6DIljcKdMINrz9UuQKSqUgbE_arUibFGI5tpdfZRsTsfed4Lmn83OOFEbNjF8DcrWnn2SW2o2PDD7iKRbXcpgLJoDYRURhADDjtzTPpb7y5sD0PvzA2HuiJBDudFI7XIGQ67JZLmeSk9PmP1kwmcWth0TBh_pCrmfu4rqXaFlSukwaj0LEsmT-qraCfrjuHzNqx502YwQi-1LoYbRtGpg75dA_DWuDGVYq-tVgTaAg9Bf_MUerR6t46D6BGhrKbfD3eU4KYoG0Vof7J69WvQgqOUchQViltwix3FU7r5lsA4ZHTwNOpnIPpxyh0JeXstMz5yjHDX7ZTf_Yx4LSKZ5pvPlW05wnHfCByq1CAxY70vDTNFivALojvGNTc9oVvcoJ8I4hyfurD99lP83jq7AEhzdjSYZ2Tz2VIfXwkvWy2_XiCtIyIW23dOdOdyNMRaplTFLZyueGQVz1nlo6qN0C6p023aCoi1rHBtt1J7lym4_qBAQ_GC9tqQ3am-jWZSQuwzYxUD5__oM_itIdLuJZQ-1ThLy, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200131211720/https://watermark.silverchair.com/dyr185.pdf?token=AQECAHi208BE49Ooan9kkhW_Ercy7Dm3ZL_9Cf3qfKAc485ysgAAAlMwggJPBgkqhkiG9w0BBwagggJAMIICPAIBADCCAjUGCSqGSIb3DQEHATAeBglghkgBZQMEAS4wEQQMSqjkstz45T9DMmytAgEQgIICBlfgDr88SmyWel2z7Z380_d_J_NMHYLOKpRIv838h9aTbFRkARRRGuWnfmrq4cply35zZ-9haNZ8XoDUEfSofjXcZutWnUE-u7hmpy7W1NNIbLChy3GqwPY6LXkk0Xfo4EbLv3gIZw010uQ6vCPSLOj6DIljcKdMINrz9UuQKSqUgbE_arUibFGI5tpdfZRsTsfed4Lmn83OOFEbNjF8DcrWnn2SW2o2PDD7iKRbXcpgLJoDYRURhADDjtzTPpb7y5sD0PvzA2HuiJBDudFI7XIGQ67JZLmeSk9PmP1kwmcWth0TBh_pCrmfu4rqXaFlSukwaj0LEsmT-qraCfrjuHzNqx502YwQi-1LoYbRtGpg75dA_DWuDGVYq-tVgTaAg9Bf_MUerR6t46D6BGhrKbfD3eU4KYoG0Vof7J69WvQgqOUchQViltwix3FU7r5lsA4ZHTwNOpnIPpxyh0JeXstMz5yjHDX7ZTf_Yx4LSKZ5pvPlW05wnHfCByq1CAxY70vDTNFivALojvGNTc9oVvcoJ8I4hyfurD99lP83jq7AEhzdjSYZ2Tz2VIfXwkvWy2_XiCtIyIW23dOdOdyNMRaplTFLZyueGQVz1nlo6qN0C6p023aCoi1rHBtt1J7lym4_qBAQ_GC9tqQ3am-jWZSQuwzYxUD5__oM_itIdLuJZQ-1ThLy. Ricaricato il file ottenuto dallo scaricamento presso quest’ultimo URL  presso Internet Archive  si sono generati gli URL https://archive.org/details/evajablonkacommentarytheepigenotypeadynamicnetworkviewofdevelopmentepigeneticaep/mode/2up e                                                                                                                          https://ia802808.us.archive.org/31/items/evajablonkacommentarytheepigenotypeadynamicnetworkviewofdevelopmentepigeneticaep/Eva%20Jablonka%20Commentary%20%20The%20epigenotype%20a%20dynamic%20network%20view%20of%20development%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20paradigma%20dialettico%20espressivo%20strategico%20conflittuale.pdf. Inoltre, tramite il succitato DOI: https://doi.org/10.1093/ije/dyr185, abbiamo raggiunto l’URL https://academic.oup.com/ije/article/41/1/16/648042. Congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506124505/https://academic.oup.com/ije/article/41/1/16/648042.

 

 

 

 

       Eva Jablonka, Epigenetic inheritance and plasticity: The responsive germline, “Progress in Biophysics and Molecular Biology”,  2012, pp. 1-9, http://dx.doi.org/10.1016/j.pbiomolbio.2012.08.014. Articolo raggiunto presso l’URL di Academia.edu https://www.academia.edu/33012543/Epigenetic_inheritance_and_plasticity_The_responsive_germline. Ricaricato  su Internet Archive, generando gli URL    https://archive.org/details/evajablonkaepigeneticinheritanceandplasticitytheresponsivegermlineepigeneticaepi/mode/2up    e                                                                                                                                         https://ia802807.us.archive.org/22/items/evajablonkaepigeneticinheritanceandplasticitytheresponsivegermlineepigeneticaepi/Eva%20Jablonka%20%20Epigenetic%20inheritance%20and%20plasticity%20The%20responsive%20germline%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

Snait B. Gissis,  Eva Jablonka (eds.), Transformations of Lamarckism. From Subtle Fluids to Molecular Biology,  Cambridge (Massachusetts),  London (England), The Mitt Press, 2011. Documento (libro) scaricato da https://teoriaevolutiva.files.wordpress.com/2014/02/gissis-s-b-y-jablonka-e-eds-transformations-of-lamarckism.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191016132225/https://teoriaevolutiva.files.wordpress.com/2014/02/gissis-s-b-y-jablonka-e-eds-transformations-of-lamarckism.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/gissis-s-b-y-jablonka-e-eds-transformations-of-lamarckism/mode/2up e https://ia903100.us.archive.org/16/items/gissis-s-b-y-jablonka-e-eds-transformations-of-lamarckism/gissis-s-b-y-jablonka-e-eds-transformations-of-lamarckism.pdf.

 

  1. Shea, I Pen, T. Uller, Three epigenetic information channels and their different roles in evolution, “Journal of Evolutionary Biology”, Vol. 24(6), June 2011, pp. 1178–1187, https://doi.org/10.1111/j.1420-9101.2011.02235.x. Scaricato da https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3116147/pdf/jeb0024-1178.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200131083728/https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC3116147/pdf/jeb0024-1178.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/nsheaipentullerthreeepigeneticinformationchannelsandtheirdifferentrolesinevoluti/mode/2up   e                                                                                                                                          https://ia802805.us.archive.org/6/items/nsheaipentullerthreeepigeneticinformationchannelsandtheirdifferentrolesinevoluti/N%20Shea%20%20I%20Pen%20%20T%20%20Uller%20%20Three%20epigenetic%20information%20channels%20and%20their%20different%20roles%20in%20evolution%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20marxismo%20neomarxismo.pdf. Inoltre, tramite il succitato DOI: https://doi.org/10.1111/j.1420-9101.2011.02235.x, abbiamo raggiunto l’URL https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/j.1420-9101.2011.02235.x. Congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine: https://web.archive.org/save/https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1111/j.1420-9101.2011.02235.x.

 

 

 

       Presso l’ URL  https://works.bepress.com/lynn_margulis/10, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506125840/https://works.bepress.com/lynn_margulis/10/: impossibilità della Wayback Machine di congelare  direttamente  il documento tramite l’ URL https://works.bepress.com/lynn_margulis/, cfr. infra seconda nota della presente bibliografia internettiana, abbiamo scaricato Lynn Margulis, Symbiogenesis. A New Principle of Evolution Rediscovery of Boris Mikhaylovich Kozo-Polyansky (1890–1957),  “Paleontological Journal”,  Vol. 44(12), December 2010, pp. 1525-1539  (la  prima pagina del  documento PDF dell’originale dell’articolo da noi scaricato reca la scritta ‘University of Massachusetts Amherst From the Selected Works of Lynn Margulis (1938 – 2011)’), https://doi.org/10.1134/S0031030110120087. Ricaricato quindi l’articolo su Internet Archive, si sono generati gli URL https://archive.org/details/lynnmargulissymbiogenesisanewprincipleofevolutionrediscoveryofborismikhaylovichk_202002/mode/2up e                                                                                                                       https://ia802803.us.archive.org/25/items/lynnmargulissymbiogenesisanewprincipleofevolutionrediscoveryofborismikhaylovichk/Lynn%20Margulis%20Symbiogenesis%20%20A%20New%20Principle%20of%20Evolution%20%20Rediscovery%20of%20Boris%20Mikhaylovich%20Kozo-Polyansky%20%201890%201957%20epigenetica%20%20teoria%20endosimbiotica%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi.pdf.

                                                                                                    

       Simona Ginsburg, Eva Jablonka,   The evolution of associative learning: A factor in the Cambrian explosion, “Journal of Theoretical Biology”, Vol. 266(1), 15 June 2010, pp. 11-20, https://doi.org/10.1016/j.jtbi.2010.06.017. Articolo scaricato all’URL https://www.academia.edu/33012531/The_evolution_of_associative_learning_A_factor_in_the_Cambrian_explosion, Wayback Machine: impossibilità della Wayback Machine di operare su questo URL. Ricaricato  su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/simonaginsburgevajablonkatheevolutionofassociativelearningafactorinthecambrianex/mode/2up    e                                                                                                                                       https://ia802800.us.archive.org/5/items/simonaginsburgevajablonkatheevolutionofassociativelearningafactorinthecambrianex/Simona%20Ginsburg%20%20%20%20Eva%20Jablonka%20%20%20%20The%20evolution%20of%20associative%20learning%20%20A%20factor%20in%20the%20Cambrian%20explosion%20epigenetica%20%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

      Omri Tal, Eva Kisdi, Eva Jablonka, Epigenetic Contribution to Covariance Between Relatives, “Genetics”, Vol. 184(4), April 2010,  pp. 1037-1050, https://doi.org/10.1534/genetics.109.112466. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/41139255_Epigenetic_Contribution_to_Covariance_Between_Relatives/links/0c96052e254b76d382000000/Epigenetic-Contribution-to-Covariance-Between-Relatives.pdf, Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20200119073846/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/41139255_Epigenetic_Contribution_to_Covariance_Between_Relatives/links/0c96052e254b76d382000000/Epigenetic-Contribution-to-Covariance-Between-Relatives.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/omritalevakisdievajablonkaepigeneticcontributiontocovariancebetweenrelativesepig/mode/2up       e                                                                                                                                    https://ia902800.us.archive.org/7/items/omritalevakisdievajablonkaepigeneticcontributiontocovariancebetweenrelativesepig/Omri%20Tal%20Eva%20Kisdi%20Eva%20Jablonka%20Epigenetic%20Contribution%20to%20Covariance%20Between%20Relatives%20epigenetica%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo%20Massimo%20Morigi.pdf. Anche presso https://www.genetics.org/content/genetics/184/4/1037.full.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200418070155/https://www.genetics.org/content/genetics/184/4/1037.full.pdf. Inoltre, tramite il succitato DOI: https://doi.org/10.1534/genetics.109.112466, abbiamo raggiunto l’ URL https://www.genetics.org/content/184/4/1037. Congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine:    http://web.archive.org/web/20200506130947/https://www.genetics.org/content/184/4/1037.         

 

      Presso l’URL https://www.researchgate.net/publication/41760759_Spirochete_Attachment_Ultrastructure_Implications_for_the_Origin_and_Evolution_of_Cilia, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200419063538/https://www.researchgate.net/publication/41760759_Spirochete_Attachment_Ultrastructure_Implications_for_the_Origin_and_Evolution_of_Cilia,  abbiamo scaricato   Andrew M. Wier, Luciano Sacchi, M.F. Dolan, Claudio Bandi, James Macallister, Spirochete Attachment Ultrastructure: Implications for the Origin and Evolution of Cilia, “Biological Bulletin”, Vol. 218(1), February 2010, pp. 25-35. Ricaricato l’articolo su Internet Archive, si sono generati gli URL https://archive.org/details/andrewm.wierlynnmargulisspirocheteattachmentultrastructuresintesievoluzionistica/mode/2up                                                                                                              e https://ia902808.us.archive.org/24/items/andrewm.wierlynnmargulisspirocheteattachmentultrastructuresintesievoluzionistica/Andrew%20M.%20Wier%20Lynn%20Margulis%20%20%20%20%20Spirochete%20Attachment%20Ultrastructure%20sintesi%20evoluzionistica%20estesa%20epigenetica%20teoria%20endosimbiotica%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf. Inoltre, un altro nostro caricamento presso Internet Archive dello stesso file ha generato gli URL https://archive.org/details/andrewm.wierlynnmargulisspirocheteattachmentultrastructuresintesievoluzionistica_202002/mode/2up  e                                                                                                                  https://ia802806.us.archive.org/21/items/andrewm.wierlynnmargulisspirocheteattachmentultrastructuresintesievoluzionistica_202002/Andrew%20M.%20Wier%20Lynn%20Margulis%20%20%20%20%20Spirochete%20Attachment%20Ultrastructure%20sintesi%20evoluzionistica%20estesa%20epigenetica%20teoria%20endosimbiotica%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

       Eva Jablonka,  Maria L.  Johansson,  Mikaela Rohdin, Achievement as a Matter of Choice? , conference paper, January 2010, Conference:  “The Seventh Swedish Mathematics Education Research Seminar, January 2010. Documento scaricato all’URL https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka3/publication/259602709_Achievement_as_a_Matter_of_Choice/links/0deec52cdd146b452a000000/Achievement-as-a-Matter-of-Choice.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200124092400/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka3/publication/259602709_Achievement_as_a_Matter_of_Choice/links/0deec52cdd146b452a000000/Achievement-as-a-Matter-of-Choice.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkamarialjohanssonmikaelarohdinachievementasamatterofchoiceepigeneticaep/mode/2up  e                                                                                                                                 https://ia802802.us.archive.org/0/items/evajablonkamarialjohanssonmikaelarohdinachievementasamatterofchoiceepigeneticaep/Eva%20Jablonka%20%20%20Maria%20L%20%20%20Johansson%20%20%20Mikaela%20Rohdin%20%20Achievement%20as%20a%20Matter%20of%20Choice%20epigenetica%20epigenetics%20lamarckismo%20Massimo%20Morigi%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo.pdf.

 

       Daniel Dor, Eva Jablonka, Plasticity and canalization in the evolution of linguistic communication: An evolutionary developmental approach, Cambridge University Press, January 2010, pp. 135-147,  https://doi.org/10.1017/CBO9780511817755.010. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/265527075_Plasticity_and_canalization_in_the_evolution_of_linguistic_communication_An_evolutionary_developmental_approach/links/54d574e60cf2464758079fc6/Plasticity-and-canalization-in-the-evolution-of-linguistic-communication-An-evolutionary-developmental-approach.pdf, Wayback Machine https://web.archive.org/web/20200122152402/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/265527075_Plasticity_and_canalization_in_the_evolution_of_linguistic_communication_An_evolutionary_developmental_approach/links/54d574e60cf2464758079fc6/Plasticity-and-canalization-in-the-evolution-of-linguistic-communication-An-evolutionary-developmental-approach.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/danieldorevajablonkaplasticityandcanalizationintheevolutionoflinguisticcommunica/mode/2up  e                                                                                                                     https://ia902802.us.archive.org/27/items/danieldorevajablonkaplasticityandcanalizationintheevolutionoflinguisticcommunica/Daniel%20Dor%20%20Eva%20Jablonka%20%20Plasticity%20and%20canalization%20in%20the%20evolution%20of%20linguistic%20communication%20%20An%20evolutionary%20developmental%20approach%20epigenetica%20%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi.pdf.

 

      Simona Ginsburg, Eva Jablonka, Experiencing: A Jamesian ApproachProbabilmente caricato direttamente in Rete senza previa pubblicazione su rivista e dall’URL c’è forse indicazione o sulla data di composizione dell’articolo o della sua immissione in Rete: https://www.openu.ac.il/personal_sites/download/simona-ginsburg/Experiencing-A-Jamesian-Approach2010.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20161219060508/http://www.openu.ac.il/personal_sites/download/simona-ginsburg/Experiencing-A-Jamesian-Approach2010.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/simonaginsburgevajablonkaexperiencingajamesianapproachepigeneticaepigeneticsrepu/mode/2up   e                                                                                                                                  https://ia802800.us.archive.org/26/items/simonaginsburgevajablonkaexperiencingajamesianapproachepigeneticaepigeneticsrepu/Simona%20Ginsburg%20%20%20Eva%20Jablonka%20Experiencing%20%20A%20Jamesian%20Approach%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

      Simona Ginsburg, Eva Jablonka, Epigenetic learning in non-neural organisms, “Journal of Bioscience”, Vol. 34(4), October 2009, pp. 633–646. Articolo scaricato da https://www.openu.ac.il/personal_sites/download/simona-ginsburg/Epigenetic%20learning-2009.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200121091025/https://www.openu.ac.il/personal_sites/download/simona-ginsburg/Epigenetic%20learning-2009.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/simonaginsburgevajablonkaepigeneticlearninginnonneuralorganismsepigeneticaepigen/mode/2up   e                                                                                                                                     https://ia802802.us.archive.org/12/items/simonaginsburgevajablonkaepigeneticlearninginnonneuralorganismsepigeneticaepigen/Simona%20Ginsburg%20%20Eva%20Jablonka%20%20Epigenetic%20learning%20in%20non-neural%20organisms%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20neo%20marxismo%20neomarxism%20filosofia%20della%20prassi.pdf.

 

      Eva Jablonka, Some Problems with Genetic Horoscopes: The Charms and Perils of Genetic Astrology (nessuna indicazione di pubblicazione su rivista; nessuna indicazione di immissione in Rete ma in calce alla prima pagina del documento si legge la scritta ‘Based on a lecture delivered at the conference “Bioscience and Society: Biodiversity”, held on October 1-2, 2009, in Ljubljana, Slovenia.’). Documento scaricato da https://pdfs.semanticscholar.org/6040/44a9c79b3ed44149fd406245f580b29ce3a7.pdf, Wayback Machne: http://web.archive.org/web/20190225134718/http://pdfs.semanticscholar.org/6040/44a9c79b3ed44149fd406245f580b29ce3a7.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkasomeproblemswithgenetichoroscopesthecharmsandperilsofgeneticastrology/mode/2up   e                                                                                                                                  https://ia802808.us.archive.org/23/items/evajablonkasomeproblemswithgenetichoroscopesthecharmsandperilsofgeneticastrology/Eva%20Jablonka%20%20Some%20Problems%20with%20Genetic%20Horoscopes%20%20The%20Charms%20and%20Perils%20of%20Genetic%20Astrology%20epigeenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

      Eva Jablonka, Gal Raz, Transgenerational Epigenetic Inheritance: Prevalence, Mechanisms, and Implications for the Study of Heredity and Evolution, “The Quarterly Review of Biology”, Vol. 84(2), June 2009, pp. 131-176. Articolo scaricato da https://pdfs.semanticscholar.org/b94c/de654ce7c8401df574f717c9a15668835cca.pdf?_ga=2.196535020.1380457842.1571065521-369721173.1568987673, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191016161054/https://pdfs.semanticscholar.org/b94c/de654ce7c8401df574f717c9a15668835cca.pdf?_ga=2.196535020.1380457842.1571065521-369721173.1568987673. Caricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/transgenerationalepigeneticinheritanceprevalencemechanismsandimplicationsforthes/mode/2up  e  https://ia801008.us.archive.org/12/items/transgenerationalepigeneticinheritanceprevalencemechanismsandimplicationsforthes/Transgenerational%20Epigenetic%20Inheritance%20Prevalence%2C%20Mechanisms%2C%20and%20Implications%20for%20the%20Study%20of%20Heredity%20and%20evolution%20Jablonka%20Raz.pdf. Ugualmente scaricato all’URL http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.617.6333&rep=rep1&type=pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190119174514/http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.617.6333&rep=rep1&type=pdf. Download e caricamento su Internet  Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkagalraztransgenerationalepigeneticinheritanceprevalencemechanismsandim/mode/2up  e                                                                                                                                     https://ia902809.us.archive.org/23/items/evajablonkagalraztransgenerationalepigeneticinheritanceprevalencemechanismsandim/Eva%20Jablonka%20%20%20Gal%20Raz%20Transgenerational%20Epigenetic%20Inheritance%20%20Prevalence%2C%20Mechanisms%2C%20and%20Implications%20for%20the%20Study%20of%20Heredity%20and%20Evolution%20Massimo%20Morigi%20Repubblicanesimo%20Geopolitico.pdf.

 

      Ehud Lamm, Eva Jablonka, The Nurture of Nature: Hereditary Plasticity in Evolution, “Philosophical Psychology”, Vol. 21(3), June 2008, pp. 305-319, https://doi.org/10.1080/09515080802170093. Articolo scaricato da http://www.labex-whoami.org/images/documents/Lamm_Jablonka_Nurture_of_Nature.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200420073802/http://www.labex-whoami.org/images/documents/Lamm_Jablonka_Nurture_of_Nature.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/ehudlammevajablonkathenurtureofnaturehereditaryplasticityinevolutionepigeneticae/mode/2up                                                                                                          e https://ia802804.us.archive.org/4/items/ehudlammevajablonkathenurtureofnaturehereditaryplasticityinevolutionepigeneticae/Ehud%20Lamm%20%20Eva%20Jablonka%20%20The%20Nurture%20of%20Nature%20Hereditary%20Plasticity%20in%20Evolution%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf. Inoltre, apparentemente questo articolo è scaricabile anche presso l’URL di ResearchGate https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/247516095_The_Nurture_of_Nature_Hereditary_Plasticity_in_Evolution/links/541d35ae0cf241a65a15d050.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200123072202/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/247516095_The_Nurture_of_Nature_Hereditary_Plasticity_in_Evolution/links/541d35ae0cf241a65a15d050.pdf, ma dopo la prima pagina di introduzione all’articolo non segue il testo dell’articolo in questione ma quello di Eva Jablonka,  Ehud Lamm, Commentary: The epigenotype – a dynamic network view of development,  “International Journal of Epidemiology”, Vol. 41(1), February 2012, pp. 16-20, https://doi.org/10.1093/ije/dyr185.  Ad ogni buon conto, anche se, vedi  nota supra, avevamo già trattato questo articolo,  abbiamo provveduto a scaricarlo anche tramite questo nuovo URL, con successivo ricaricamento presso Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/ehudlammevajablonkacommentarytheepigenotypeadynamicnetworkviewofdevelopmentepige/mode/2up                                                                                              e https://ia802809.us.archive.org/19/items/ehudlammevajablonkacommentarytheepigenotypeadynamicnetworkviewofdevelopmentepige/Ehud%20Lamm%20%20Eva%20Jablonka%20%20Commentary%20The%20epigenotype%20%20%20%20a%20dynamic%20network%20view%20of%20development%20%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo%20Massimo%20Morigi%20marxismo.pdf. Inoltre tramite il DOI: https://doi.org/10.1093/ije/dyr185, abbiamo raggiunto l’URL: https://academic.oup.com/ije/article/41/1/16/648042. Congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506132644/https://academic.oup.com/ije/article/41/1/16/648042.

 

 

 

 

      Eva Jablonka, Marion  J.  Lamb, The Epigenome in Evolution: Beyond the Modern Synthesis, “Вестник ВОГиС”, Том 12, N° 1/2, 2008. Articolo scaricato da http://www.bionet.nsc.ru/vogis/pict_pdf/2008/t12_1_2/vogis_12_1_2_21.pdf, Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20200121080107/http://www.bionet.nsc.ru/vogis/pict_pdf/2008/t12_1_2/vogis_12_1_2_21.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkamarionj.lambtheepigenomeinevolutionbeyondthemodernsynthesisepigenetic/mode/2up        e                                                                                                                            https://ia802802.us.archive.org/18/items/evajablonkamarionj.lambtheepigenomeinevolutionbeyondthemodernsynthesisepigenetic/Eva%20Jablonka%20%20%20Marion%20%20J.%20%20Lamb%20The%20Epigenome%20in%20Evolution%20%20Beyond%20the%20Modern%20Synthesis%20epigenetica%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20neo%20marxismo%20neomarxism%20filosofia%20della%20prassi.pdf. Suggerito dalla necessità di variare il titolo di caricamento e di variare i tag, vista l’importanza del documento,  altro nostro caricamento sempre su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/theepigenomeinevolutionbeyondthemodernjablonkaandlamb/mode/2up  e https://ia803104.us.archive.org/9/items/theepigenomeinevolutionbeyondthemodernjablonkaandlamb/THE%20EPIGENOME%20IN%20EVOLUTION%20%20BEYOND%20THE%20MODERN%2C%20JABLONKA%20AND%20LAMB.pdf.

 

      Eva Jablonka,  Marion J. Lamb, Soft inheritance: Challenging the Modern Synthesis, “Genetics and Molecular Biology”, Vol. 31(2), 2008, pp. 389-395. Articolo scaricato da http://www.scielo.br/pdf/gmb/v31n2/a01v31n2.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20180725025839/http://www.scielo.br/pdf/gmb/v31n2/a01v31n2.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkamarionjlambsoftinheritancechallengingthemodernsynthesisepigeneticaepi/mode/2up      e                                                                                                                                 https://ia802802.us.archive.org/5/items/evajablonkamarionjlambsoftinheritancechallengingthemodernsynthesisepigeneticaepi/Eva%20Jablonka%20%20Marion%20J%20%20Lamb%20Soft%20inheritance%20%20Challenging%20the%20Modern%20Synthesis%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

      Eva Jablonka, Marion J. Lamb, Soft inheritance: Challenging the Modern Synthesis, “Genetics and Molecular Biology”, Vol. 31(2),  January 2008, https://doi.org/10.1590/S1415-47572008000300001, License CC BY-NC 4.0. Scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/228631064_Soft_inheritance_Challenging_the_Modern_Synthesis/links/02e7e515a9165ca3df000000.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200118144332/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/228631064_Soft_inheritance_Challenging_the_Modern_Synthesis/links/02e7e515a9165ca3df000000.pdf. Documento successivamente ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkamarionj.lambsoftinheritancechallengingthemodernsynthesismassimomorigi/mode/2up   e                                                                                                                                https://ia802802.us.archive.org/10/items/evajablonkamarionj.lambsoftinheritancechallengingthemodernsynthesismassimomorigi/Eva%20Jablonka%20%20Marion%20J.%20Lamb%20Soft%20inheritance%20Challenging%20the%20Modern%20Synthesis%20Massimo%20Morigi%20epigenetica%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo.pdf. Inoltre tramite il DOI: https://doi.org/10.1590/S1415-47572008000300001, abbiamo raggiunto l’URL: https://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S1415-47572008000300001&lng=en&tlng=en. Congelamento dell’URL e del documento tramite Wayback Machine: http://web.archive.org/save/https://www.scielo.br/scielo.php?script=sci_arttext&pid=S1415-47572008000300001&lng=en&tlng=en.

 

      Lynn Margulis, Discurs de Lynn Margulis (discorso letto alla cerimonia di Conferimento a Lynn Margulis della laura honoris causa svoltasi nell’aula del Rettorato dell’Università Automona di Barcellona il 6 giugno 2007, presentazione di Isabel Esteve Martínez), Bellaterra (Barcellona),  Servei de Publicacions de la Universitat Autònoma de Barcelona, s.d. . Versione elettronica del documento scaricata presso https://it.scribd.com/document/134276306/Discurso-l-Margulis, Wayback Machine: impossibilità della Wayback Machine di operare su questo URL.  Ricaricato il documento su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/lynnmargulisdiscursdelynnmargulisdoctorahonoriscausauniversitatautonomadebarcelo/mode/2up  e                                                                                                                                  https://ia802805.us.archive.org/16/items/lynnmargulisdiscursdelynnmargulisdoctorahonoriscausauniversitatautonomadebarcelo/Lynn%20Margulis%20%20Discurs%20de%20Lynn%20Margulis%20Doctora%20Honoris%20Causa%20Universitat%20Aut%C3%B2noma%20de%20Barcelona%20%20endosymbiotic%20theory%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20%20%20%20%20sintesi%20evoluzionistica%20estesa.pdf.

 

      Eva Jablonka, Marion J. Lamb, The expanded evolutionary synthesis – a response to Godfrey-Smith, Haig, and West-Eberhard, “Biology and Philosophy”, Vol.  22(3), pp. 453-472, May 2007,  https://doi.org/10.1007/s10539-007-9064-z. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/226664943_The_expanded_evolutionary_synthesis-a_response_to_Godfrey-Smith_Haig_and_West-Eberhard/links/55280b170cf29b22c9ba43c1/The-expanded-evolutionary-synthesis-a-response-to-Godfrey-Smith-Haig-and-West-Eberhard.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200121083218/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/226664943_The_expanded_evolutionary_synthesis-a_response_to_Godfrey-Smith_Haig_and_West-Eberhard/links/55280b170cf29b22c9ba43c1/The-expanded-evolutionary-synthesis-a-response-to-Godfrey-Smith-Haig-and-West-Eberhard.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/evajablonkamarionjlambtheexpandedevolutionarysynthesisaresponsetogodfreysmithhai/mode/2up e                                                                                                                                   https://ia802802.us.archive.org/31/items/evajablonkamarionjlambtheexpandedevolutionarysynthesisaresponsetogodfreysmithhai/Eva%20Jablonka%20%20Marion%20J%20%20Lamb%20%20The%20expanded%20evolutionary%20synthesis%20%20a%20response%20to%20Godfrey%20Smith%20%20Haig%20%20and%20West%20Eberhard%20epigenetica%20epigenetics%20Massimo%20Morigi%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo.pdf. Suggerito dalla necessità di variare il titolo di caricamento e di variare i tag, vista l’importanza del documento,  altro nostro caricamento sempre su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/theexpandedevolutionarysynthesis–aresponsetogodfreysmithhaigandwesteberhardevajablonkamarionlamb/mode/2up                  e               https://ia803106.us.archive.org/15/items/theexpandedevolutionarysynthesis–aresponsetogodfreysmithhaigandwesteberhardevajablonkamarionlamb/The%20expanded%20evolutionary%20synthesis%E2%80%94a%20response%20to%20Godfrey-Smith%2C%20Haig%2C%20and%20West-Eberhard%2C%20Eva%20Jablonka%2C%20Marion%20Lamb.pdf.

 

      Eva Jablonka, Marion J. Lamb, Précis of Evolution in Four Dimensions, “Behavioral and Brain Sciences”,  2007,  Vol. 30(4), pp. 353-392, https://doi.org/10.1017/S0140525X07002221. Sunto di Eva Jablonka, Marion J. Lamb,  Evolution in Four Dimensions: Genetic, Epigenetic, Behavioral, and Symbolic Variation in the History of Life, Bradford Books/The MIT Press. 2005. Articolo scaricato presso l’URL https://pdfs.semanticscholar.org/03df/28ec6a85110710521033ef253698ad06e0e1.pdf?_ga=2.137897584.1380457842.1571065521-369721173.1568987673, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191016060608/https://pdfs.semanticscholar.org/03df/28ec6a85110710521033ef253698ad06e0e1.pdf?_ga=2.137897584.1380457842.1571065521-369721173.1568987673. Download dell’articolo e caricamento presso Internet  Archive, generando gli URL https://archive.org/details/precisofevolutioninfourdimensionsevajablonkamarionj.lamb         e            https://ia601504.us.archive.org/26/items/precisofevolutioninfourdimensionsevajablonkamarionj.lamb/Precis%20of%20Evolution%20in%20Four%20Dimensions%20-%20Eva%20Jablonka%20-%20Marion%20J.%20Lamb.pdf.

 

      Lynn Margulis, Emily Case, The Germs of Life, “Orion Magazine”, 1 November 2006. Articolo originariamente scaricato (attraverso un link da https://works.bepress.com/lynn_margulis/27/, cfr. supra seconda nota bibliografica) da  https://orionmagazine.org/article/the-germs-of-life/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200421070453/https://orionmagazine.org/article/the-germs-of-life/ oppure http://web.archive.org/web/20200204162915/https://orionmagazine.org/article/the-germs-of-life/. Successivamente scaricato anche da  https://dayonecomptwo.files.wordpress.com/2011/02/margulis-case-germs-of-life.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200204163033/https://dayonecomptwo.files.wordpress.com/2011/02/margulis-case-germs-of-life.pdf. Dal primo URL abbiamo scaricato un file HTML che, ricaricato su Internet Archive ha generato gli URL https://archive.org/details/orionmagazinethegermsoflife            e https://ia802805.us.archive.org/0/items/orionmagazinethegermsoflife/Orion%20Magazine%20_%20The%20Germs%20of%20Life.html; mentre dal secondo abbiamo scaricato un file PDF che, ricaricato sempre su Internet Archive, ha generato gli URL https://archive.org/details/lynnmargulisemilycasethegermsoflifeepigeneticaepigeneticsteoriaendosimbioticasin/mode/2up   e                                                                                                                                        https://ia802807.us.archive.org/32/items/lynnmargulisemilycasethegermsoflifeepigeneticaepigeneticsteoriaendosimbioticasin/Lynn%20Margulis%20%20Emily%20Case%20%20The%20Germs%20of%20Life%20epigenetica%20epigenetics%20teoria%20endosimbiotica%20sintesi%20evoluzionistica%20estesa%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

      Lynn Margulis, Michael Chapman, Ricardo Guerrero, John Hall, The last eukaryotic common ancestor (LECA): Acquisition of cytoskeletal motility from aerotolerant spirochetes in the Proterozoic Eon, “PNAS” (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America), Vol. 103(35), 29 August 2006, pp.  13080-13085, https://doi.org/10.1073/pnas.0604985103. Articolo scaricato da https://www.pnas.org/content/pnas/103/35/13080.full.pdf,  Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20190501211429/https://www.pnas.org/content/pnas/103/35/13080.full.pdf (siamo giunti a questo URL che ci ha permesso di scaricare il PDF dell’articolo  attraverso la pagina HTML del PNAS dalla quale si può pure scaricare l’articolo. URL della pagina del PNAS: https://www.pnas.org/content/103/35/13080, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20181112162854/http://www.pnas.org/content/103/35/13080). Ricaricamento del PDF dell’articolo su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/lynnmargulismichaelchapmanricardoguerrerojohnhallthelasteukaryoticcommonancestor/mode/2up  e                                                                                                                              https://ia802807.us.archive.org/6/items/lynnmargulismichaelchapmanricardoguerrerojohnhallthelasteukaryoticcommonancestor/Lynn%20Margulis%20%20Michael%20Chapman%20%20Ricardo%20Guerrero%20%20%20John%20Hall%20%20The%20last%20eukaryotic%20common%20ancestor%20LECA%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

      Eva Jablonka, Epigenetics and Evolution: An Overview, “Memorie di Scienze Fisiche e Naturali” (Rendiconti Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL), Vol. 30(124), P. II, 2006,  pp. 327-337. Articolo scaricato dall’URL http://media.accademiaxl.it/memorie/S5-VXXX-P1-2-2006/Jablonka327-337.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200130072937/http://media.accademiaxl.it/memorie/S5-VXXX-P1-2-2006/Jablonka327-337.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkaepigeneticsandevolutionanoverviewepigeneticaepigeneticsrepubblicanesi/mode/2up   e                                                                                                                                      https://ia902805.us.archive.org/28/items/evajablonkaepigeneticsandevolutionanoverviewepigeneticaepigeneticsrepubblicanesi/Eva%20Jablonka%20%20Epigenetics%20and%20Evolution%20%20An%20Overview%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

       Eva Jablonka, Marion J. Lamb, The evolution of information in the major transitions, “Journal of Theoretical Biology”, Vol. 239(2), March 2006, pp. 236-246, https://doi.org/10.1016/j.jtbi.2005.08.038. Articolo scaricato all’URL http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.470.1735&rep=rep1&type=pdf,  Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200421084246/http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc/download?doi=10.1.1.470.1735&rep=rep1&type=pdf. Successivamente caricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/theevolutionofinformationinthemajortransitionsevajablonkaamarionj.lambepigenetic/mode/2up   e                                                                                                                                      https://ia802802.us.archive.org/18/items/theevolutionofinformationinthemajortransitionsevajablonkaamarionj.lambepigenetic/The%20evolution%20of%20information%20in%20the%20major%20transitions%2C%20%20Eva%20Jablonkaa%2C%20%20Marion%20J.%20Lamb%2C%20Epigenetica%2C%20Massimo%20%20Morigi%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%2C%20marxismo%2C%20neomarxismo.pdf.

 

       Eva Jablonka, Genes as Followers in Evolution – A Post-synthesis Synthesis?, “Biology and Philosophy”, Vol. 21(1), January 2006, pp.143-154, https://doi.org/10.1007/s10539-004-0319-7. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/226572469_Genes_as_Followers_in_Evolution_-_A_Post-synthesis_Synthesis/links/552806e90cf29b22c9ba0641.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20170918032727/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/226572469_Genes_as_Followers_in_Evolution_-_A_Post-synthesis_Synthesis/links/552806e90cf29b22c9ba0641/Genes-as-Followers-in-Evolution-A-Post-synthesis-Synthesis.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkagenesasfollowersinevolutionapostsynthesissynthesisepigeneticaepigenet/mode/2up  e                                                                                                                                           https://ia802806.us.archive.org/5/items/evajablonkagenesasfollowersinevolutionapostsynthesissynthesisepigeneticaepigenet/Eva%20Jablonka%20%20Genes%20as%20Followers%20in%20Evolution%20%20A%20Post%20synthesis%20Synthesis%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20neo%20marxismo%20filosofia%20della%20prassi.pdf.

 

  1. Peter Gogarten, Jeffrey Peter Townsend, Horizontal gene transfer, genome innovation and evolution, “Nature Reviews Microbiology”, Vol. 3(9), October 2005, pp. 679-687, https://doi.org/10.1038/nrmicro1204. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/publication/7623363_Gogarten_JP_Townsend_JP_Horizontal_gene_transfer_genome_innovation_and_evolution_Nat_Rev_Microbiol_3_679-687, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506193345/https://www.researchgate.net/publication/7623363_Gogarten_JP_Townsend_JP_Horizontal_gene_transfer_genome_innovation_and_evolution_Nat_Rev_Microbiol_3_679-687. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/gogartenjptownsendjp..horizontalgenetransfergenomeinnovationandevolution/mode/2up e https://ia801001.us.archive.org/13/items/gogartenjptownsendjp..horizontalgenetransfergenomeinnovationandevolution/Gogarten%20JP%2C%20Townsend%20JP..%20Horizontal%20gene%20transfer%2C%20genome%20innovation%20and%20evolution.pdf.

 

      Presso l’URL https://works.bepress.com/lynn_margulis/6, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200202083522/https://works.bepress.com/lynn_margulis/6/,  abbiamo scaricato Lynn Margulis, Hans Ris,  Genophore, Chromosomes and the Bacterial Origin of Chloroplasts,  International Microbiology”, Vol. 8(2), 2005, pp. 145-148 (la  prima pagina del  documento PDF dell’originale dell’articolo reca la scritta ‘University of Massachusetts Amherst From the SelectedWorks of Lynn Margulis (1938 – 2011)’). Ricaricato quindi l’articolo su Internet Archive, si sono generati gli URL https://archive.org/details/lynnmargulishansrisgenophorechromosomesandthebacterialoriginofchloroplastsepigen/mode/2up  e                                                                                                                                     https://ia802803.us.archive.org/34/items/lynnmargulishansrisgenophorechromosomesandthebacterialoriginofchloroplastsepigen/Lynn%20Margulis%20Hans%20Ris%20%20Genophore%20Chromosomes%20and%20the%20Bacterial%20Origin%20of%20Chloroplasts%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20%20Geopolitico%20teoria%20endosimbiotica%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo%20marxismo.pdf.

 

      Oladele Ogunseitan, Microbial Diversity. Form and Function in Prokaryotes, Blackwell  Publishing, 2005. Libro scaricato presso  https://www.academia.edu/27327840/Microbial_Diversity?email_work_card=view-paper, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200914070034/https://www.academia.edu/27327840/Microbial_Diversity?email_work_card=view-paper, congelamento fallito. Caricamento del documento su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/oladele-ogunseitan-microbial-diversity-lynn-margulis-repubblicanesimo-geopolitic/mode/2up e https://ia801502.us.archive.org/34/items/oladele-ogunseitan-microbial-diversity-lynn-margulis-repubblicanesimo-geopolitic/Oladele%20Ogunseitan%2C%20MICROBIAL%20DIVERSITY%2C%20Lynn%20Margulis%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%2C%20Filosofia%20della%20prassi%2C%20Dialettica%2C%20Neomarxismo%2C%20Neomarxism%2C%20%20Massimo%20Morigi.pdf.

 

      Eva Jablonka, Marion J. Lamb, Evolution in four Dimensions.  Genetic, Epigenetic, Behavioral, and Symbolic Variation in the History of Life, The MIT Press, Cambridge, Massachusetts, USA, 2005, documento (libro) fondamentale per la volgarizzazione delle tematiche dell’epigenetica e di notevole importanza anche per la dialettica prassistica del Repubblicanesimo Geopolitico.  All’URL  https://epdf.pub/evolution-in-four-dimensions-genetic-epigenetic-behavioral-and-symbolic-variatio77b373b02c8e9bf92311cdc8ccb292ef95359.html, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200918075423/https://epdf.pub/evolution-in-four-dimensions-genetic-epigenetic-behavioral-and-symbolic-variatio77b373b02c8e9bf92311cdc8ccb292ef95359.html. Download e ricaricamento su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/eva-jablonka-marion-lamb-evolution-in-four-dimensions-massimo-morigi-epigenetic-/mode/2up    e                                  https://ia801506.us.archive.org/32/items/eva-jablonka-marion-lamb-evolution-in-four-dimensions-massimo-morigi-epigenetic-/EVA%20JABLONKA%2C%20%20MARION%20LAMB%2C%20%20%20EVOLUTION%20IN%20FOUR%20DIMENSIONS%2C%20MASSIMO%20MORIGI%2C%20EPIGENETIC%2C%20GEOPOLITICAL%20REPUBLICANISM%2C%20FILOSOFIA%20DELLA%20PRASSI%2C%20EPIFANIA%20STRATEGICA.pdf.

 

      Eva Jablonka, The evolution of the peculiarities of mammalian sex chromosomes: an epigenetic view, “Biology Essays”,  Vol. 26(12),  18 November 2004, pp. 1327-1332. Documento scaricato da http://aerg.canberra.edu.au/library/sex_general/2004_Jablonka_evolution_of_sex_chromosomes.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200423063603/http://aerg.canberra.edu.au/library/sex_general/2004_Jablonka_evolution_of_sex_chromosomes.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkatheevolutionofthepeculiaritiesofmammaliansexchromosomesanepigeneticvi/mode/2up    e                                                                                                                                     https://ia902806.us.archive.org/24/items/evajablonkatheevolutionofthepeculiaritiesofmammaliansexchromosomesanepigeneticvi/Eva%20Jablonka%20%20The%20evolution%20of%20the%20peculiarities%20of%20mammalian%20sex%20chromosomes%20an%20epigenetic%20view%2C%20epigenetica%20%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

      Lynn Margulis,  Serial endosymbiotic theory (SET) and composite individuality. Transition from bacterial to eukaryotic genomes, “Microbiology Today”, Vol. 31, November 2004, pp. 172-174. Documento scaricato da https://www.socgenmicrobiol.org.uk/pubs/micro_today/pdf/110406.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190714151922/http://www.socgenmicrobiol.org.uk/pubs/micro_today/pdf/110406.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/lynnmargulisserialendosymbiotictheorysetandcompositeindividualityepigeneticaepig/mode/2up      e                                                                                                                                     https://ia802801.us.archive.org/4/items/lynnmargulisserialendosymbiotictheorysetandcompositeindividualityepigeneticaepig/Lynn%20Margulis%2C%20Serial%20endosymbiotic%20theory%20%28SET%29%20and%20composite%20individuality%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

      Eva Jablonka, Epigenetic Epidemiology, “International Journal of Epidemiology”, Vol. 33(5), November 2004, pp. 929-935, https://doi.org/10.1093/ije/dyh231. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/8540659_Epigenetic_Epidemiology/links/552806250cf29b22c9ba0279/Epigenetic-Epidemiology.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200119080323/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/8540659_Epigenetic_Epidemiology/links/552806250cf29b22c9ba0279/Epigenetic-Epidemiology.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkaepigeneticepidemiologyepigeneticaepigeneticsrepubblicanesimogeopoliti/mode/2up  e                                                                                                                                         https://ia802804.us.archive.org/4/items/evajablonkaepigeneticepidemiologyepigeneticaepigeneticsrepubblicanesimogeopoliti/Eva%20Jablonka%20%20Epigenetic%20Epidemiology%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo%20neo%20marxismo%20neo-marxismo%20neomarxism%20Massimo%20Morigi.pdf. Inoltre, presso il succitato DOI: https://doi.org/10.1093/ije/dyh231, abbiamo raggiunto l’URL: https://academic.oup.com/ije/article/33/5/929/623973. Congelamento dell’URL e del documento con Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200506194122/https://academic.oup.com/ije/article/33/5/929/623973.

 

      Abbiamo compreso in questa rassegna bibliografica What the Bleep Do We Know!? Down the Rabbit Hole, lungometraggio del 2004 di 109 minuti, attrice protagonista Marlee Matlin, film che tratta della connessione fra meccanica quantistica e coscienza. Sebbene si tratti di opera misticheggiante con pesante deriva New Age, può essere considerata una buona introduzione narrativa alle problematiche filosofiche della fisica quantistica. Su YouTube originariamente all’URL https://www.youtube.com/watch?v=R6G3-Zc9mtM (ora questo URL rimosso da YouTube e sul riquadro di creazione dell’immagine compare la seguente scritta “Video non disponibile. Questo video non è più disponibile a causa di un reclamo per violazione del copyright da parte di Gaia International.”) ma da noi scaricato e poi ricaricato su Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/whatthebleepdoweknowfullmovieextended e https://ia803107.us.archive.org/11/items/whatthebleepdoweknowfullmovieextended/What%20The%20Bleep%20Do%20We%20Know%20FULL%20MOVIE%20EXTENDED.mp4 (si tratta di una versione più estesa rispetto al film rilasciato nel 2004 della durata di 2 ore, 55 minuti e 25 secondi). Inoltre all’URL di YouTube  https://www.youtube.com/watch?v=NvzSLByrw4Q  si può prendere visione del divertente cartone animato  Dr. Quantum Double Slit Experiment, che è uno stralcio del succiato lungometraggio. Pur non essendo allo stato questo stralcio ancora rimosso da YouTube ( scriviamo queste parole nel mese di settembre del 2020)  anche questo documento, sempre  in omaggio al nostro molto praticato principio di cautela archivistica, è stato da noi scaricato e poi ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/drquantumdoubleslitexperiment1https://ia802809.us.archive.org/33/items/drquantumdoubleslitexperiment1/Dr%20Quantum%20%20%20Double%20Slit%20Experiment%20%281%29.mp4.Ovviamente, pensiamo non sia necessario dilungarsi in spiegazioni, visto il contenuto della presente comunicazione, sul perché questa sezione bibliografica internettiana sull’epigenetica e la sintesi evoluzionistica estesa ospiti questi due documenti sulla meccanica quantistica.  Inoltre, per i medesimi qui ulteriormente non esplicitati motivi ma, si spera, altrettanto chiari, alcuni URL sull’occhio di Wheeler o U di Wheeler (in inglese: Wheeler’s eye o Wheeler’s big U o Wheeler’s U) e su questo  scienziato, John Archibald Wheeler,  come nostro  fondamentale Virgilio della fisica della prassi: https://jamreilly.tumblr.com/post/827197410/the-wheeler-eye-universe-u-observing-itself,  Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200914163547/https:/jamreilly.tumblr.com/post/827197410/the-wheeler-eye-universe-u-observing-itself; https://www.organism.earth/library/document/participatory-universe,       Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200914171536/https://www.organism.earth/library/document/participatory-universe; http://christian-transhumanism.blogspot.com/2014/03/a-universe-from-nothing-but-not-by.html, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200914165909/http://christian-transhumanism.blogspot.com/2014/03/a-universe-from-nothing-but-not-by.html; https://plus.maths.org/content/it-bit, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200914164702/https://plus.maths.org/content/it-bit; https://uncommondescent.com/intelligent-design/if-the-universe-is-a-computer-who-is-the-computer-maker/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200914164932/https://uncommondescent.com/intelligent-design/if-the-universe-is-a-computer-who-is-the-computer-maker/; http://rationalcatholic.blogspot.com/2016/01/it-from-bit-what-about-god.html, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200914165208/http://rationalcatholic.blogspot.com/2016/01/it-from-bit-what-about-god.html; https://jawarchive.files.wordpress.com/2012/02/beyond-the-black-hole.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190807073928/https://jawarchive.files.wordpress.com/2012/02/beyond-the-black-hole.pdf; https://www.researchgate.net/publication/51892845_The_art_of_science_Interview_with_Professor_John_Archibald_Wheeler, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200915064430/https://www.researchgate.net/publication/51892845_The_art_of_science_Interview_with_Professor_John_Archibald_Wheeler;    https://archive.org/details/JohnArchibaldWheeler/mode/2up e https://ia803108.us.archive.org/30/items/JohnArchibaldWheeler/johnwheeler-fbi1.pdf;   https://archive.org/details/arxiv-1105.4532 e https://ia803004.us.archive.org/14/items/arxiv-1105.4532/1105.4532.pdf; https://archive.org/details/betweenquantumco0000unse, libro ottenibile solo in prestito presso Internet Archive; https://archive.org/details/fundamentalprobl00whee, documento ottenibile solo in prestito presso Internet Archive; https://archive.org/details/geonsblackholesq00whee, documento ottenibile solo in prestito presso Internet Archive; https://en.wikipedia.org/wiki/John_Archibald_Wheeler#Participatory_Anthropic_Principle, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200915065107/https://en.wikipedia.org/wiki/John_Archibald_Wheeler (comunque, per aiutare: si tratta sempre di una Weltanschauung che richiama un universo partecipativo molto affine alla tesi dialettica esposta nel presente elaborato e alla filosofia della prassi – e fisica della prassi –  del Repubblicanesimo Geopolitico).

 

      Eva Jablonka, From Replicators to Heritably Varying Phenotypic Traits: The Extended Phenotype Revisited, “Biology and Philosophy”, Vol. 19(3), January  2004, pp. 353-375, https://doi.org/10.1023/B:BIPH.0000036112.02199.7b. Articolo scaricato da https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/226573171_From_Replicators_to_Heritably_Varying_Phenotypic_Traits_The_Extended_Phenotype_Revisited/links/02e7e515a9165f34df000000/From-Replicators-to-Heritably-Varying-Phenotypic-Traits-The-Extended-Phenotype-Revisited.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200122092755/https://www.researchgate.net/profile/Eva_Jablonka2/publication/226573171_From_Replicators_to_Heritably_Varying_Phenotypic_Traits_The_Extended_Phenotype_Revisited/links/02e7e515a9165f34df000000/From-Replicators-to-Heritably-Varying-Phenotypic-Traits-The-Extended-Phenotype-Revisited.pdf. Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/evajablonkafromreplicatorstoheritablyvaryingphenotypictraitstheextendedphenotype/mode/2up  e                                                                                                                                      https://ia802802.us.archive.org/23/items/evajablonkafromreplicatorstoheritablyvaryingphenotypictraitstheextendedphenotype/Eva%20Jablonka%20%20From%20Replicators%20to%20Heritably%20Varying%20Phenotypic%20Traits%20%20The%20Extended%20Phenotype%20Revisited%20epigenetica%20epigenetics%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20%20Massimo%20Morigi%20neomarxismo.pdf.

 

      Presso l’URL  https://works.bepress.com/lynn_margulis/8, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200202100806/https://works.bepress.com/lynn_margulis/8/, abbiamo scaricato Lynn Margulis,  Review of Irwin M. Brodo, Sylvia Duran Sharnoff, Stephen Sharnoff: Lichens of North America,  “International Microbiology”, N° 6, 19 June 2003, pp. 149-150, https://doi.org/10.1007/s10123-003-0124-1 (la  prima pagina del  documento PDF dell’originale dell’articolo reca la scritta ‘University of Massachusetts Amherst From the SelectedWorks of Lynn Margulis (1938 – 2011)’).  Ricaricato quindi l’articolo su Internet Archive si sono generato gli URL https://archive.org/details/lynnmargulisreviewofirwinmbrodoepigeneticaepigeneticsteoriaendosimbioticasintesi/mode/2up      e