Da alcuni giorni sto subendo crescenti problemi all’accesso alla programmazione del sito, pur essendo disponibile la sola visualizzazione come lettore. Stiamo verificando, con scarso successo, se la disfunzione possa dipendere da qualche plugin interno al sito. Molto più probabile, come temo, che ci siano intromissioni fraudolente particolarmente pesanti, corrompendo le quali il sito, inducono la piattaforma OVH a bloccare gli accessi. Non so se i pochi mezzi tecnici e finanziari saranno sufficienti a fronteggiare la situazione. Molto probabile che le pubblicazioni si interrompano nei prossimi giorni visto che ad oggi riesco ad accedere con grande difficoltà solo con un tablet. Gli accessi con altri terminali e altre linee vengono progressivamente bloccati. Presumo che a breve si ripeterà la stessa situazione con quest’ultimo. Nel caso non mi resterà che salutare i sempre più affezionati lettori e passare ad altra vita. Giuseppe Germinario
Marine Le Pen ha accettato di lanciarsi in una campagna presidenziale senza precedenti nella V Repubblica, quella di una favorita condannata ma non ostacolata, ferita ma ancora in piedi, indebolita da una decisione giudiziaria ma determinata a trasformare questa fragilità in una prova politica. La giustizia non le ha precluso la strada verso il 2027, non farà campagna con un braccialetto elettronico. Farà campagna con una scadenza giudiziaria che pende su di lei. I giudici l’hanno collocata esattamente su quel confine che lei stessa aveva tracciato. Martedì sera ha scelto di varcarlo. «Non aveva scelta, Marine non si arrende mai», ha assicurato una sua amica. Lasciare la scena adesso avrebbe significato dare ai suoi avversari ciò che aspettavano da tanto tempo: un’uscita di scena prima dello scontro, una resa senza elezione, un “dopo-Le Pen” inaugurato non dai francesi, ma dai giudici.
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12.07.2026 UNA CAMPAGNA SOTTO LA SPADA DI DAMOCLE Condannata ma eleggibile, Marine Le Pen mantiene la sua candidatura per il 2027 e ricorre in cassazione. Il braccialetto elettronico è ormai un ricordo, ma un’incertezza giudiziaria graverà sulla sua campagna presidenziale DI JULES TORRES
Marine Le Pen ha scelto di non fare marcia indietro. Poche ore dopo la sentenza della Corte d’appello di Parigi, la leader dei deputati del RN è apparsa al telegiornale delle 20:00 di TF1 non come una candidata liberata, ma come una candidata determinata.
Se i magistrati esercitano le loro attribuzioni «in nome del popolo francese», ciò non significa che ne siano l’emanazione. Opporsi al governo dei giudici non è un atteggiamento «populista», ma l’esigenza di una democrazia degna di questo nome.
10.07.2026 EDITORIALE A nome del popolo francese?
Fino all’ultimo minuto, la suspense sull’ineleggibilità di Marine Le Pen è stata totale. Nessuno sapeva cosa avrebbero deciso i tre magistrati. E questa incertezza dimostra chiaramente che la giustizia, contrariamente a quanto molti ripetono pigramente, non si limita ad applicare la legge.
Lo spirito del Male si è impadronito della nostra epoca. «Il male collettivo è cambiato dagli anni ’80- ’90: i lettori di gialli sanno bene che le aggressioni e le violenze a cui sono confrontati non si spiegano con la supremazia del capitalismo o con il supremacismo bianco». I fatti di cronaca ci dicono di più sull’umanità e sullo stato del mondo rispetto alle vane dispute tra fazioni ideologiche o agli scontri tra piccole formazioni politiche. Il romanzo poliziesco è un laboratorio della natura umana quando ci spiega come e perché un individuo trasgredisce le norme e quando esplora le reazioni di coloro che cercano di giudicare o riparare a tale trasgressione.
10.07.2026 JOSEPH MACÉ-SCARON: «Ogni fatto di cronaca che mette in scena il Male è un fatto di civiltà» L’ex direttore editoriale di «Figaro Magazine» e di «Marianne» pubblica «Les Remplacés» (Les Presses de la Cité), un romanzo poliziesco che descrive tanto bene, se non meglio, di un saggio la violenza che si è impadronita della società francese. In netto contrasto con una magistratura altrettanto angelica quanto gli intellettuali che la influenzano, l’autore afferma che lo spirito del Male si è impadronito della nostra epoca. «Il male collettivo è cambiato dagli anni ’80-’90: i lettori di gialli sanno bene che le aggressioni e le violenze a cui sono confrontati non si spiegano con la supremazia del capitalismo o con il supremacismo bianco»
Intervista raccolta da Alexandre Devecchio Lei è stato direttore di «Figaro Magazine» e di «Marianne», oltre che saggista. Da alcuni anni la ritroviamo come autore di gialli. Come si passa dall’uno all’altro? In entrambi i casi, si tratta di decifrare la società, di fornire un commento sociopolitico. Ho avuto la fortuna, nelle due testate che lei cita, di incontrare giornalisti appassionati di «fatti di cronaca».
Per Marine Le Pen ci sono due avversari principali: l’avversario di centro e l’avversario dell’estrema sinistra. L’avversario di centro è oggi molteplice. Ma forse non lo sarà ancora per molto. Ormai c’è un’abitudine piuttosto deplorevole nelle campagne presidenziali: alcuni si candidano non per diventare presidente della Repubblica, ma per negoziare in seguito un incarico ministeriale. Uno spera in Matignon, l’altro agli Affari esteri, alla Giustizia o a chissà quale altro portafoglio. È una completa snaturazione delle elezioni presidenziali. Ci saranno senza dubbio molti meno candidati sulla linea di partenza rispetto a oggi. Alla fine, ci sarà un candidato di centro. Resta da vedere se questo centro sceglierà una figura di centro-destra o di centro-sinistra. Ma, in ogni caso, sarà la continuazione della politica di Emmanuel Macron.
12.07.2026 MARINE LE PEN – «Non permetterò a nessuno di sottrarre queste elezioni presidenziali ai francesi» 2027: la candidata del RN alle elezioni presidenziali, eleggibile, vuole chiudere la vicenda giudiziaria e imporre un dibattito di fondo – TANDEM: insieme a Jordan Bardella, Marine Le Pen punta sul duo e sulla «rinascita» per rimettere in piedi la Francia INTERVISTA A CURA DI GEOFFROY LEJEUNE E JULES TORRES In che stato d’animo si trova dopo questa settimana movimentata? Sono combattiva e, come ho già avuto modo di dire, felice che ciò che mi appariva come un ostacolo insopportabile al processo democratico sia stato fermato dalla Corte d’appello.
Sotto un sole cocente e un caldo opprimente, martedì la parata XXL voluta dal presidente della Repubblica ha unito festa popolare e messaggio strategico. A chiusura della parata, i giovani portabandiera dei trentacinque paesi si sono fatti avanti, formando una V vicino alla tribuna presidenziale, mentre tra loro si apriva una bandiera francese. Il capo dello Stato, che presiedeva il suo ultimo 14 luglio, si è poi alzato per andare a salutarli, accompagnato dagli altri leader. Il simbolo della determinazione e della coesione europea non aveva bisogno di altro. La dimostrazione ha irritato Mosca, che ha denunciato una coalizione di «guerrafondai». Emmanuel Macron sottolinea il raddoppio del bilancio delle forze armate, ma anche il riarmo delle menti.
15.07.2026 14 luglio: una dimostrazione di modernità e determinazione Macron ha ribadito che la Francia è in grado di difendere i propri valori, «a costo del sangue, se necessario»
Di Nicolas Barotte In alta uniforme, con passo cadenzato e l’arma in pugno, i soldati ucraini della Guardia presidenziale indipendente, scelti per sfilare a Parigi il 14 luglio, attraversano gli Champs-Élysées e Place de la Concorde con sguardo fiero e mento sollevato.
I problemi strutturali dell’Alleanza Atlantica permangono: a causa della volubilità e dell’imprevedibilità di Donald Trump, gli Stati Uniti non garantiscono più la sicurezza dei paesi membri della NATO e non dissuadono più la Russia dal ricostituire l’impero sovietico. L’Europa – non più del Giappone, della Corea del Sud o delle monarchie del Golfo – non può continuare a delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti e a scommettere sulla continuità dei loro impegni. L’unica incertezza riguarda il modo in cui gli americani si ritireranno. Gli europei non hanno quindi altra scelta che farsi carico della propria sicurezza e dotarsi della capacità di dissuadere la Russia. E ciò passa attraverso l’europeizzazione della NATO, unico quadro in cui le forze armate europee possano operare insieme. Tuttavia, questa sfida dell’Alleanza Atlantica è ben lungi dall’essere vinta, tanto sono numerosi gli ostacoli.
16.07.2026 La sfida dell’europeizzazione della NATO L’Europa non può più delegare la propria sicurezza agli Stati Uniti e puntare sulla continuità degli impegni americani
L’EDITORIALE DI NICOLAS BAVEREZ Il 36° vertice della NATO, tenutosi ad Ankara (Turchia) il 7 e l’8 luglio, si è svolto in un momento cruciale. In Ucraina, l’interminabile guerra di logoramento scatenata dall’aggressione russa sta volgendo a vantaggio di Kiev sul fronte, il che spinge Vladimir Putin a moltiplicare gli attacchi devastanti contro le città e la popolazione civile.
La Commissione Europea opera in «silos» e manca di una cultura collettiva – «uno spirito di corpo. Ne deriva «una mancanza di fiducia tra colleghi, tra servizi e tra livelli gerarchici». È un dato di fatto: le direzioni generali hanno sviluppato nel corso del tempo la propria cultura. Quella incaricata dell’ambiente, per citarne solo una, ha un slogan più ecologista rispetto alle direzioni generali dell’agricoltura o delle imprese. Da qui derivano battaglie a volte epiche prima delle decisioni politiche. Si tratta di un fenomeno che si verifica in numerose amministrazioni nazionali. In Francia, i ministeri non hanno tutti la stessa visione del mondo. Ma a Bruxelles la questione è particolarmente acuta. E questa organizzazione a compartimenti stagni è tanto più dannosa, secondo la Commissione, in quanto le crisi ricorrenti – internazionali, energetiche, commerciali – la costringono a una maggiore «agilità».
15.07.2026 La Commissione di Bruxelles alla vigilia di un big bang Esame di coscienza – Per combattere le proprie disfunzioni, l’istituzione avvia una vasta riforma, la prima in un quarto di secolo
Di Simon Carraud (da Bruxelles) Ursula von der Leyen si è ripromessa di rivedere l’organizzazione della sua Commissione. Si baserà, tra l’altro, su un rapporto interno, presentato lunedì ai funzionari, che l’Opinion ha potuto consultare. C’È UN GIUDICE più severo di se stessi?
L’esperienza della guerra non è la stessa per gli algerini e per i francesi d’Algeria. I primi hanno subito per otto anni una violenza ininterrotta e, su 8 milioni, 2 milioni sono stati sradicati e rinchiusi in campi di raccolta. A ciò si aggiunge la violenza particolare dell’estate del 1962, quando le fazioni rivali si contesero il potere. Per i secondi, la guerra si concluse con l’esplosione di violenza dell’OAS, che essi avevano sostenuto. A poco a poco, l’obiettivo di mantenere l’Algeria francese si ridusse a una questione di estrema destra. Da allora, fa parte della nostra cultura politica, sotto forma di un mito che riemerge quando l’estrema destra è forte. Così, oggi, il modo in cui i musulmani vengono presi di mira in Francia riecheggia la designazione degli algerini come «musulmani» da parte dell’amministrazione coloniale.
Giugno 2026 “LA COLONIZZAZIONE NON È MAI STATA ACCETTATA” Un’occupazione brutale, disuguaglianze vertiginose e atti di resistenza ininterrotti: questi sono gli elementi che hanno portato alla guerra d’indipendenza nel 1954, analizza la storica Sylvie Thénault
Intervista a cura di ÉRIC AESCHIMANN e SARAH DIFFALAH Illustrazione di JACQUES FERRANDEZ Nel novembre 1954, quando il FLN lanciò la serie di attentati che avrebbe segnato l’inizio della guerra d’indipendenza, qual era la situazione dell’Algeria? Il Paese era «pacificato», come talvolta si sente dire? L’idea che l’Algeria coloniale abbia vissuto, dalla fine del XIX secolo, un periodo di stabilità è irenica.
Per il suo ultimo 14 luglio in qualità di presidente della Repubblica, Emmanuel Macron ha voluto lasciare il segno con una dimostrazione di forza, volta in particolare a mostrare l’unità dell’Europa di fronte alla Russia. Mentre il suo bilancio è più che mai oggetto di critiche da parte dei candidati alla sua successione, la Festa nazionale è stata anche l’occasione per Emmanuel Macron di mettere in evidenza ciò che è stato fatto per le forze armate negli ultimi nove anni.
15.07.2026 Per Emmanuel Macron, un ultimo 14 luglio all’insegna del bilancio Martedì il capo dello Stato ha presieduto la sua ultima parata militare del 14 luglio. L’ha dedicata al tema del «risveglio strategico europeo», alla presenza del presidente ucraino
Di Grégoire Poussielgue Venticinque capi di Stato e di governo, tra cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, un record «storico» secondo l’Eliseo di partecipanti alla parata sugli Champs-Élysées con 6.800 soldati, tra cui numerosi europei e ucraini, il 30% in più di veicoli e velivoli per una parata in versione XXL sul tema del «risveglio strategico europeo»…
Emmanuel Macron non ha mai smesso di cercare di appianare i rapporti tra Kiev e Washington. Il presidente francese intende rendere l’Ucraina meno dipendente dagli aiuti americani, lavorando al contempo per l’autonomia strategica del vecchio continente, direttamente minacciato da Mosca. L’ultimo 14 luglio del suo secondo mandato doveva simboleggiare «l’Europa che si risveglia, che prende coscienza della pericolosità del mondo», spiega un consigliere presidenziale. Un diplomatico europeo conclude: «All’inizio della guerra, la Francia non aveva la stessa visione del conflitto. Oggi abbiamo un interesse strategico ben chiaro: l’Ucraina ci difende».
15.07.2026 Tra Macron e Zelensky, un rapporto singolare La presenza del presidente ucraino alla parata del 14 luglio incarna il sostegno di Parigi a Kiev e la vicinanza tra i due capi di Stato. Legami a volte messi a dura prova
Di Claire Gatinois Il 14 luglio 2023, Vadym Omelchenko fece un sogno. Mentre le truppe francesi sfilavano sugli Champs- Élysées, l’ambasciatore ucraino in Francia immaginava che anche i soldati ucraini prendessero parte alla parata per festeggiare, già dall’anno successivo, la vittoria del suo Paese sulla Russia. «Eroi dell’esercito dei vincitori. Ci credo», scriveva su X.
Quattro economisti hanno esaminato la crescita naturale della spesa pubblica, ovvero la sua evoluzione «a politica invariata». Secondo il rapporto, in assenza di misure correttive il disavanzo pubblico raggiungerebbe il 5,9% del PIL già dal prossimo anno e c ontinuerebbe poi a peggiorare fino a sfiorare il 7% del PIL nel 2030. L’impennata della spesa è da ricercarsi nell’aumento degli interessi versati ai detentori di obbligazioni francesi, ma in termini di importo, sono soprattutto le spese sociali a crescere vertiginosamente. Quelle sanitarie aumentano di circa 10 miliardi di euro all’anno a causa dell’invecchiamento della popolazione, dell’aumento delle patologie croniche, del costo delle nuove terapie, ecc. E le pensioni costano ogni anno da 11 a 12 miliardi di euro in più (+47 miliardi entro il 2030, pari al +13%), a causa dell’aumento del numero di pensionati e dell’importo medio delle pensioni. Queste due principali voci di spesa crescono entrambe a un ritmo superiore a quello della crescita economica.
16.07.2026 Uno sforzo di bilancio pari a 125 miliardi entro il 2032 per stabilizzare il debito Su richiesta del Ministero delle Finanze francese (Bercy), quattro economisti hanno analizzato l’andamento naturale della spesa pubblica. Il loro rapporto indica che, in assenza di misure politiche, il deficit è destinato ad aumentare già dal prossimo anno e ad aumentare ulteriormente in seguito, con il rischio di perdere il controllo
Di Sébastien Dumoulin 125 miliardi. È questa l’entità dello sforzo di bilancio minimo da compiere entro la fine del prossimo quinquennio, semplicemente per stabilizzare il debito pubblico ed evitare una crisi finanziaria.
Tre anni di reclusione, di cui uno senza condizionale. Soprattutto, l’ineleggibilità viene ridotta da cinque anni con esecuzione provvisoria a quindici mesi senza esecuzione provvisoria. Da brava avvocatessa, Marine Le Pen ha capito immediatamente cosa significasse: può candidarsi. Istintivamente, uscendo dal tribunale sapeva che sarebbe stata candidata. La rinascita di Marine Le Pen riaccende la speranza dei suoi sostenitori tanto quanto potrebbe riattivare, a destra, una diffidenza nei confronti di un clan che incarna l’impossibilità di liberarsi dall’antica trappola mitterrandiana. Non importa. Per il RN e per l’intero schieramento nazionale, la candidatura di Marine Le Pen è ormai un dato di fatto.
16.07.2026 La buona sorte di Marine Le Pen Condannata, data per politicamente finita, Marine Le Pen è tornata a essere candidata alle elezioni presidenziali. Il racconto di una rinascita politica che rimescola le carte in vista del 2027
Di Marc Eynaud Tutta la saggezza umana sta in queste due parole: aspettare e sperare. È con questa frase che Alexandre Dumas conclude Il conte di Montecristo. Per mesi, gli avversari di Marine Le Pen l’hanno creduta politicamente sepolta.
Trump ha spostato i confini di ciò che si può pensare e dire. Avrebbe voluto, in occasione del 250° anniversario che gli Stati Uniti celebrano in questi giorni, spostare anche i confini fisici del Paese, oltre il Canada e la Groenlandia. Quello che inizialmente era stato liquidato come una stravaganza narcisistica, ora appare sempre più a molti osservatori come un disturbo patologico. Da parte sia politica che medica vengono poste domande urgenti, sempre più spesso anche da repubblicani che non sono più disposti a seguire incondizionatamente il presidente. E se si trattasse davvero di una forma di follia: quali conseguenze avrebbe? E come si dovrebbe affrontarla? «Trump è un narcisista maligno». Il termine implica quattro elementi di struttura della personalità: la mania di grandezza e il bisogno permanente di ammirazione; la psicopatia e la mancanza di empatia; il pensiero paranoico, secondo cui chi la pensa diversamente rappresenta costantemente una minaccia; nonché il sadismo. «Abbiamo a che fare con qualcuno che prova piacere nel ferire le persone e nel distruggere le cose. Questo gli dà un senso di potere».
STERN 02.07.2026 PRÄSIDEMENT I suoi momenti di smarrimento si stanno moltiplicando, gli ex collaboratori lanciano l’allarme. Donald Trump sta perdendo il controllo di sé stesso – e della sua carica? La situazione potrebbe diventare molto pericolosa
Di Marc Etzold e Leonie Scheuble Il 16 marzo di quest’anno, il presidente degli Stati Uniti d’America ha rivelato quasi per caso che il deputato Neal Dunn soffriva di una malattia «incurabile» e che i medici gli avevano pronosticato che sarebbe «morto entro giugno».
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«Il male più grande della schiavitù era il mito secondo cui i bianchi fossero migliori dei neri». Questo vecchio schema di pensiero esiste ancora. Per Trump, l’anniversario dell’indipendenza è l’occasione per raccontare una storia immacolata della democrazia americana. La schiavitù è una nota a piè di pagina che sui siti web governativi dedicati all’anniversario ricorre solo quando si parla degli sforzi compiuti all’epoca per abolirla. I parchi nazionali e i parchi storici sono chiamati a rivedere i propri contenuti. Anche se una giudice federale ha recentemente sospeso in via provvisoria il decreto: la storia non può essere riscritta con il Tipp-Ex. Ci sono cose per cui dovremmo collettivamente piangere e provare rammarico: chi parla solo del «miglior paese di tutti i tempi» e di gloriose conquiste, non riconosce tutti gli aspetti della storia americana.
01.07.2026 Il vecchio male In occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti, Donald Trump impone una narrazione storica patriottica. In Alabama, un attivista per i diritti civili si oppone
Di Sofia Dreisbach, Montgomery Nel settembre 1959 un giudice federale dell’Alabama stabilì che la segregazione razziale nei parchi pubblici di Montgomery era illegale. La città reagì.
La domanda se la sinistra politica abbia una parte di responsabilità nel successo delle forze di destra preoccupa un numero crescente di Verdi. Sono preoccupati per la democrazia, ma anche per i propri risultati elettorali. Sono più i giovani uomini che le donne a votare per partiti di destra o di estrema destra. Il 25,2 per cento degli uomini tra i 18 e i 24 anni ha votato per l’AfD, partito di estrema destra, alle ultime elezioni federali. Tra le donne della stessa fascia d’età la percentuale era solo del 12,6 per cento. I Verdi ottengono risultati particolarmente deludenti soprattutto tra i giovani uomini. Tra i Verdi ci sono sempre più politici che ritengono che il femminismo abbia destabilizzato e spaventato i giovani uomini. Nella lotta per i diritti delle donne qualcosa è rimasto indietro, scrivono 13 Verdi in un manifesto finora inedito. Il loro partito ha definito ciò che gli uomini non dovrebbero essere: non violenti, non dominanti, non oppressivi. «Ma abbiamo dimenticato di proporre cosa possa essere invece la mascolinità», si legge nel testo. «Abbiamo creato un vuoto, e in questo vuoto stanno ora tornando a riversarsi le vecchie immagini».
03.07.2026 I Verdi al maschile I leader politici dei Verdi sono insoddisfatti della loro immagine da “morbidi” e hanno redatto un manifesto per una nuova immagine maschile: da oggi sono consentiti sia l’allenamento in palestra che le auto potenti
di Christoph Schult Un venerdì mattina alle dieci, Anton Hofreiter entra nella Marie-Elisabeth-Lüders-Haus nel quartiere governativo di Berlino. L’ufficio del presidente della commissione per gli affari europei si trova nell’edificio sulla riva opposta della Sprea, ma oggi Hofreiter ha altri programmi.
Trump è stato rieletto una seconda volta, ha messo in secondo piano lo Stato di diritto, ha fatto dare la caccia agli immigrati dagli agenti dell’ICE e ha conferito al Paese tratti autocratici. Amo comunque ancora gli Stati Uniti, ma devo giustificarmi sempre più spesso per questo. Perché non riesco a fare altrimenti, perché molti tedeschi non riescono a fare altrimenti e perché va comunque bene così.
03.07.2026 Si possono ancora amare gli Stati Uniti? Buon compleanno, America! Ti faccio gli auguri come si fa con un ex che si continua a rimpiangere
Di Philipp Oehmke I primi dubbi mi sono venuti dopo circa due ore in una spoglia stanza seminterrata dell’aeroporto di Los Angeles. Era l’estate del 2021, il mondo era in preda ai lockdown per il Covid, Joe Biden era presidente degli Stati Uniti, Donald Trump sembrava ormai un ricordo del passato. Le restrizioni all’ingresso erano ancora in vigore, ma poiché avevo vissuto negli Stati Uniti poco prima,
La lotta per le maggioranze al Congresso USA si preannuncia estremamente serrata. Alla Camera dei Rappresentanti vengono riassegnati tutti i 435 seggi, mentre al Senato sono in palio 33 seggi. Per ottenere la maggioranza al Senato, i democratici dovrebbero difendere tutti i propri seggi – tra cui quello della Georgia – e conquistarne altri quattro. Nella maggior parte degli Stati e dei collegi elettorali, le preferenze di partito sono così consolidate che l’esito si profila già all’orizzonte. Ma in alcuni casi la situazione è diversa – e questi potrebbero rivelarsi decisivi alla fine. La corsa al Senato è ancora aperta soprattutto nel Maine, nel Michigan e nell’Ohio. Altri sei Stati sono considerati contesi.
01.07.2026 L’ora dei democratici? Il presidente degli Stati Uniti è più impopolare che mai. Alle elezioni di medio termine di novembre, gli americani potrebbero fare i conti con la politica di Trump e punire i repubblicani – a patto che le figure chiave dei democratici non commettano errori
di Dana Heide, Atlanta, Washington Jon Ossoff non si perde nemmeno il tempo di attaccare il suo diretto avversario repubblicano. Fin dall’inizio del suo discorso elettorale ad Atlanta alla fine di maggio, il senatore democratico della Georgia preferisce attaccare direttamente il presidente degli Stati Uniti.
Negli ultimi mesi la coalizione ha preso sempre più coscienza di quanto il «shock cinese» pesi sull’industria tedesca: i produttori cinesi stanno recuperando terreno dal punto di vista tecnologico in un numero sempre maggiore di settori chiave, invadendo il mercato mondiale con sovraccapacità sostenute dallo Stato e una politica dei prezzi aggressiva. Tra il 2019 e il 2025 la competitività in termini di prezzi dell’economia tedesca si è fortemente deteriorata rispetto alla Cina, ma non rispetto ai principali partner commerciali tedeschi nel loro complesso; forse la Germania non presenta una debolezza competitiva così grave come spesso si presume. Il problema è soprattutto la Cina.
01.07.2026 La base industriale si sta erodendo Berlino e Bruxelles inaspriscono la politica nei confronti della Cina. Pechino si mostra disposta al dialogo. Un cedimento – o uno stratagemma?
Di M. Greive, J. Hanke, M. Koch, J. Olk – Berlino, Bruxelles Riduzione della burocrazia, riforme in corso in materia fiscale e sul mercato del lavoro: questi sono i temi all’ordine del giorno della riunione della commissione di coalizione di mercoledì.
L’Unione Europea investe solo una minuscola somma per difendere la verità. Tuttavia, non si tratta solo di denaro, ma anche di atteggiamento di fondo. Ci difendiamo cercando di smascherare le menzogne dopo che si sono diffuse. Questo non basta: dobbiamo anticipare la propaganda. Abbiamo bisogno di qualcosa di più che semplici azioni a breve termine. Sia la Russia che la Cina pianificano le loro strategie di informazione con decenni di anticipo. Dovremmo fare lo stesso. Ciò significa che dobbiamo fornire maggiori risorse e sostegno ai professionisti dei media moderni – influencer, podcaster, artisti digitali, futuristi, analisti e visionari. Essi plasmano il pensiero e i sentimenti di milioni di persone. Dobbiamo investire nelle piattaforme, nelle voci e nei formati che raggiungono le persone oggi.
05-06.07.2026 Difendere la verità: l’Europa deve anticipare la propaganda La Russia spende ogni anno quasi due miliardi di dollari in propaganda. L’attività mediatica della Cina è ancora più estesa e nebulosa. L’Unione Europea investe solo una minuscola frazione di queste somme
Di Pekka Kallioniemi – è uno studioso e blogger finlandese. Svolge ricerche e scrive di propaganda e disinformazione sui social media e si è occupato, tra l’altro, in modo approfondito delle relative campagne russe
Paesi come la Russia e la Cina puntano già da anni sulla disinformazione. Non solo mentono, ma lo fanno a gran voce, costantemente e su tutte le piattaforme.
Cosa sta succedendo quindi tra AfD e BSW? E quale calcolo sta alla base di questo corteggiamento? Il fatto è che per entrambi i partiti le cose potrebbero andare meglio in questo momento. Ed entrambi sanno che devono fare qualcosa. L’AfD ha recentemente perso terreno politico per la prima volta dopo molto tempo. Nei sondaggi si attesta tra il 22 e il 23 per cento, il risultato peggiore dalle elezioni federali. Allo stesso tempo, nonostante la sua forza, al partito manca una chiara prospettiva di potere. Per questo motivo l’AfD è attualmente alla ricerca di un partner. I nemici comuni favoriscono un avvicinamento: il BSW di Wagenknecht è l’unica opzione realistica. Non perché ci si piaccia particolarmente a vicenda, ma perché si hanno gli stessi nemici: i «partiti tradizionali» CDU, SPD e Verdi.
05-06.07.2026 AfD e BSW si avvicinano: il flirt degli outsider politici La politica del “muro di contenimento” ha reso l’AfD sempre più forte e non dovrebbe essere portata avanti
Di Thorsten Metzner e Dennis Pohl È un flirt un po’ strano quello che si sta attualmente sviluppando tra l’AfD e il BSW. Qualche giorno fa, in Turingia, i capigruppo dei due partiti nel Landtag si sono incontrati per un colloquio.
Il successo di Vannacci costringe Meloni a combattere sul suo terreno politico – su temi quali l’immigrazione, l’identità nazionale, i rapporti con la Russia o le spese per la difesa della NATO. Ma se Meloni dovesse decidere di corteggiare l’elettorato di Vannacci, rischierebbe di allontanare gli elettori moderati e il suo alleato di centro-destra, il terzo partner di coalizione, Forza Italia. Questi ultimi considerano l’estremismo xenofobo di Vannacci e le sue posizioni ostili all’UE una minaccia per la credibilità dell’Italia sulla scena internazionale.
01.07.2026 L’ex generale che supera Meloni sulla destra La presidente del Consiglio italiana si trova di fronte a uno sfidante che sostiene posizioni più radicali rispetto al suo governo
di HANNAH ROBERTS La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha lavorato per anni per portare la destra italiana al centro dello schieramento politico. Ora, però, un ex generale la sta spingendo nuovamente a destra. Il partito di recente fondazione Futuro Nazionale, guidato dall’ex paracadutista ed eurodeputato Roberto Vannacci, sta rapidamente guadagnando consensi e attirando transfughi dal campo di governo.
Il necessario potenziamento della Bundeswehr, che dovrebbe passare dagli attuali 184.000 a 260.000 soldati in servizio attivo, dovrebbe, secondo le speranze politiche, avvenire sulla base del principio del volontariato. Le prime esperienze con questo progetto, tuttavia, smentiscono questa visione idealistica. Da gennaio fino alla data di riferimento del 18 giugno 2026 sono state inviate circa 298.200 lettere con un questionario di interesse a uomini e donne di 18 anni. Circa 530 di questi, ovvero lo 0,18%, sono ora previsti per il servizio militare quest’anno – hanno quindi dato la loro disponibilità, pur non essendo ancora stati arruolati. Dalla riunione di gabinetto di mercoledì, si evince un senso della realtà ben più spiccato. Viene infatti approvata una «legge per il rafforzamento della riserva», con la quale il governo abbandona il principio della volontarietà.
01.07.2026 Il cambiamento di rotta di Pistorius sulla riserva delle Forze Armate Federali Le esercitazioni diventano obbligatorie per gli ex militari. Tuttavia, questo cambiamento di rotta rischia di creare un nuovo squilibrio – e un altro piano del ministro potrebbe esserne fortemente compromesso
DI THORSTEN JUNGHOLT Per la seconda volta in questa legislatura, il Consiglio dei ministri federale si riunisce oggi, mercoledì, presso il Ministero della Difesa. Con il trasferimento dalla Cancelleria al Bendlerblock di Berlino, il governo intende sottolineare la particolare importanza della politica di sicurezza e di difesa nell’attuale contesto politico mondiale. La prima volta, nell’agosto 2025, l’iniziativa non ebbe grande successo.
Orbán ha trasformato l’Ungheria in una «democrazia illiberale», occupando posizioni chiave nei media, nella magistratura e nelle università con i propri favoriti. Orbán se n’è andato, il suo sistema rimane. Magyar vuole smantellare tutto questo e costruire una nuova Ungheria. Tuttavia, il nome che ha dato alla sua visione sembra un po’ fuori dal tempo. Il nuovo capo del governo parla di una «Operazione Purgatorio»: «liberiamo il nostro Paese dalla prigionia della mafia politica ed economica che ha governato negli ultimi 16 anni».
27.06.2026 Operazione Purgatorio Il nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar si trova di fronte a un dilemma: come si fa a trasformare uno STATO AUTORITARIO in una DEMOCRAZIA senza ricorrere a sua volta a misure autoritarie?
Di Franziska Tschinderle Péter Magyar è in carica da sei settimane quando presenta quello che è probabilmente il suo pacchetto di riforme più importante. Lunedì scorso Magyar è salito sul podio del Parlamento ungherese a Budapest, dove il suo partito Tisza detiene una maggioranza di due terzi dopo la schiacciante vittoria di aprile. Voti sufficienti per modificare la Costituzione e riorganizzare lo Stato.
La scommessa su un futuro dorato, caratterizzato da tassi di interesse bassi e crescita, andrà a buon fine? «Le tecnologie trasformative spesso promettono più di quanto possano mantenere nel breve termine. È stato così per la macchina a vapore, l’elettricità, il computer e potrebbe valere anche per l’intelligenza artificiale», afferma Dirk Schumacher, capo economista della banca statale tedesca KfW, il cui team ha condotto uno studio sull’argomento. «Tuttavia, vi sono elementi che indicano che l’IA potrebbe affermarsi più rapidamente rispetto alle precedenti tecnologie di base come la macchina a vapore o l’elettricità, poiché l’IA si basa su un mondo già completamente digitalizzato e su una potenza di calcolo gigantesca. Potrebbe quindi fungere da catalizzatore finale, accelerando la spinta alla produttività». Il mondo è in una fase sperimentale, si stanno ancora cercando i migliori modelli di business per il mondo dell’IA.
02.07.2026 L’intelligenza artificiale manterrà le promesse di Trump? Il presidente degli Stati Uniti spera che l’intelligenza artificiale favorisca una rapida crescita economica. Tuttavia, nel caso di innovazioni tecnologiche come l’elettricità, spesso ci sono voluti decenni. Uno studio esamina se questa scommessa possa andare a buon fine
Di Markus Zydra Gli investimenti sono sempre scommesse sul futuro. Attualmente si scommette con particolare entusiasmo sull’intelligenza artificiale e, di conseguenza, sui benefici economici e sociali che ci si aspetta da essa. Secondo uno studio della società di consulenza Gartner, quest’anno dovrebbero affluire in questa tecnologia circa 2,5 trilioni di dollari provenienti da fonti private e pubbliche.
Il drone è il segno di un modo di fare la guerra completamente nuovo. Ci sono ancora uomini rannicchiati nelle trincee con il fucile in mano; ma sopra di loro ronzano droni semiautonomi, guidati dall’intelligenza artificiale. La guerra del futuro è già qui da tempo. Il mondo è alle soglie di una nuova era pericolosa. Immagini inquietanti e di difficile interpretazione ne danno un’impressione quasi ogni giorno. Il conflitto tra Russia e Ucraina mette in luce, come sotto una lente d’ingrandimento, la corsa allo sviluppo di nuovi sistemi di combattimento guidati dall’IA. Protagonisti principali: gli Stati Uniti e la Cina. Per la sua portata, questo cambiamento è paragonabile agli sconvolgimenti avvenuti all’inizio dell’era delle armi nucleari, scrive il New York Times: «Ogni nazione sta cercando di costruire l’arsenale tecnicamente più avanzato per essere pronta a un caso di guerra in cui i droni combattono contro altri droni, gli algoritmi contro altri algoritmi». Andrà davvero così? E, se sì, in quanto tempo?
STERN 25.06.2026 MACCHINE SENZA PIETÀ Le guerre del futuro saranno condotte con l’intelligenza artificiale. Alcuni militari la paragonano già alla bomba atomica
Di Steffen Gassel Sette giorni alla scoperta delle «destinazioni da sogno sull’Adriatico»? O piuttosto due settimane tra le «perle insulari del Mediterraneo»? Chi sfoglia gli itinerari estivi delle navi da crociera «Mein Schiff 4» e «Mein Schiff 5» non può fare a meno di lasciarsi trasportare dalla fantasia.
C’è qualcosa di magico, qualcosa che ricorda una favola estiva in Nord America. I Mondiali possono essere una competizione tra nazioni, una celebrazione del patriottismo, eppure sono piuttosto il pacifico incontro delle Nazioni Unite, la più grande festa del mondo. E certamente non è: il temuto spettacolo di propaganda dell’uomo alla Casa Bianca. Da quasi due settimane il calcio celebra se stesso e il mondo, e gli osservatori giungono a una conclusione non del tutto sorprendente: non si tratta di «America First», ma di «Soccer First». Il calcio è più grande di Trump, e soprattutto è un elemento di unione. Neanche l’attenzione-dipendente di Washington riesce a competere con i Mondiali, soprattutto non con un evento così ricco di atmosfera. Deve farlo impazzire. Ma allo stadio non si fa vedere. Il sospiro di sollievo collettivo è letteralmente palpabile.
STERN 25.06.2026 L’AMORE È SENZA CONFINI Trump qui non ha voce in capitolo: durante i Mondiali in Nord America regnano la gioia e l’amicizia. Il calcio può davvero cambiare il mondo in questo modo?
UN MESSAGGIO DI GIOIA PER SEI MILIARDI DI SPETTATORI
Di Jan Christoph Wiechmann A due ore dalla fine della partita, Rob Garfield è ancora allo N Stadium di Seattle e festeggia con la sua famiglia allargata e migliaia di tifosi il passaggio degli Stati Uniti al turno successivo.
Pensioni, assicurazioni sanitarie, assistenza, mercato del lavoro, tasse e burocrazia. La coalizione nero-rossa vuole intervenire su tutto, recuperare riforme in parte trascurate per decenni, e tutto questo in una volta sola. Ma: come intende Merz preparare la popolazione a questo sforzo titanico? Dov’è la promessa chiara, l’idea, il titolo ad effetto? Nella storia della Germania federale, le grandi riforme sono state spesso accompagnate da slogan accattivanti, che in molti casi si sono impressi nella memoria collettiva. Ciò che molti ancora oggi non capiscono è: perché la coalizione dispone di centinaia di miliardi di euro di fondi per gli investimenti eppure intende comunque operare tagli in molti settori? A questo proposito non esiste una struttura comunicativa di base.
STERN 25.06.2026 COME POSSO RENDERLO APPETIBILE AL MIO POPOLO? Con le sue riforme, il governo guidato dal cancelliere Merz chiederà molto ai tedeschi, ma non ha una narrativa in grado di suscitare entusiasmo
Di Julius Betschka e Veit Medick Friedrich Merz ha ancora difficoltà a spiegare chiaramente quali siano esattamente le intenzioni del suo governo. «Vogliamo riformare il nostro Paese in modo che anche le generazioni future abbiano la possibilità di vivere in libertà, pace e benessere», ha affermato Merz di recente in occasione del vertice del G7 a Évian, in Francia.
Giorgia Meloni ha ribattuto a Trump con un’osservazione davvero azzeccata: «Non so perché il presidente degli Stati Uniti si comporti così nei confronti dei propri alleati». È «una vergogna», ha affermato Meloni, «che non mostri la stessa determinazione nei confronti dei nemici dell’Occidente», riferendosi evidentemente alle cordialità di Trump nei confronti di Vladimir Putin e Xi Jinping. Questa donna, unico uomo in mezzo a un mare di uomini, ha semplicemente, scusate l’espressione, dato una risposta per le rime alla caricatura di un presidente degli Stati Uniti. Oh sì, lo so, dal punto di vista della teoria diplomatica è sicuramente altamente discutibile. Ma per un brevissimo istante è anche incredibilmente benefico.
STERN 25.06.2026 NICO FRIED (editoriale) «Giorgia Meloni è una presidente del governo controversa. Ora ha posto a Donald Trump una domanda davvero interessante. Per questo dovremmo esserle grati.»
Giorgia Meloni e Donald Trump sono in contrasto. La leader italiana aveva irritato il presidente degli Stati Uniti con la sua posizione sulla guerra in Iran.
E’ una sorta di eroe del momento. Insieme alla copresidente, la professoressa di diritto sociale Constanze Janda, Frank-Jürgen Weise è riuscita a realizzare ciò che sembrava quasi impossibile: mettere d’accordo dieci esperti e tre deputati su una riforma del sistema pensionistico. All’unanimità. «Non ricordo un solo rapporto della commissione pensionistica senza voti dissenzienti», afferma Bas, parlando di un’«opera d’arte totale». Il sollievo è palpabile, non solo per la ministra del Lavoro, ma anche per il Cancelliere federale. Le 33 proposte della commissione sono di «massima importanza», afferma Merz. L’introduzione di una pensione a capitalizzazione obbligatoria nell’assicurazione pensionistica obbligatoria, è addirittura «geniale», secondo lui. «Mi sono solo arrabbiato per non averci pensato io stesso». Il Cancelliere e la sua ministra del Lavoro celebrano oggi la loro intesa.
26.06.2026 Riunificazione Coalizione – Proprio sul tema controverso delle pensioni, il governo è riuscito a fare ciò che quasi nessuno gli avrebbe più attribuito: un compromesso. E questo viene persino lodato. «Bisogna agire in fretta», esorta ora il Cancelliere
di Benjamin Bidder, Markus Dettmer, Sophie Garbe, Andreas Niesmann, Christian Teevs, Gerald Traufetter Il salvatore del governo inizia con una confessione. Martedì mattina Frank-Jürgen Weise è seduto su un podio alla Cancelleria, alla destra della ministra del Lavoro Bärbel Bas (SPD).
Un esperimento, dall’esito incerto, che potrebbe fornire soluzioni a una delle maggiori sfide politiche, economiche e sociali dell’attuale Germania: la carenza di personale. O, per essere precisi: la carenza di giovani. Come dovrà essere l’assistenza alla popolazione nella “repubblica dei pensionati” del futuro, se ci saranno sempre più persone da assistere e sempre meno operatori sanitari? Il cambiamento demografico è una crisi che coinvolge quasi tutti gli ambiti della vita: mancano procuratrici e giudici, così come insegnanti, artigiane e fisioterapiste. Nella Sassonia- Anhalt, regione scarsamente popolata e con la popolazione più anziana della Germania, è già possibile intravedere questo futuro cupo.
26.06.2026 Una regione senza orari di chiusura dei negozi Demografia: l’invecchiamento della popolazione e l’esodo colpiscono con tutta la loro forza molte regioni rurali. Ma esistono idee non convenzionali che si possono già ammirare nella Sassonia-Anhalt
di Peter Maxwill Qualcuno ha quindi appeso questo cartello sulla porta d’ingresso, e ci si chiede se abbia lo scopo di rassicurare o di intimidire. «In questo studio medico», c’è scritto, «è vietato portare armi». Manganelli, coltelli, pistole: tutto è vietato. Qualsiasi minaccia o offesa verrà denunciata.
Erfurt: il 17° congresso federale dell’AfD. Per il primo fine settimana di luglio sono attesi 600 delegati, 400 giornalisti, 400 ospiti – e soprattutto più di 50.000 contromanifestanti. In un rapporto riservato, di cui lo SPIEGEL è in possesso, la direzione della polizia regionale prevede, in occasione del congresso che si terrà alla Fiera di Erfurt, «un elevato rischio astratto da parte della scena dell’estremismo di sinistra». L’intervento della polizia in occasione del congresso del partito sarà il più grande che la capitale regionale Erfurt abbia mai visto.
26.06.2026 Città in stato di emergenza Proteste: Erfurt si prepara al più grande dispiegamento di forze di polizia della sua storia: all’inizio di luglio l’AfD terrà il proprio congresso. I contro-manifestanti di estrema sinistra potrebbero far degenerare la situazione
DI Wolf Wiedmann-Schmidt, Steffen Winter Il colore blu un tempo rese ricca Erfurt. Per oltre quattro secoli i turingi commerciarono una pianta speciale, la guada. Il mercato di Erfurt era il più grande dell’Europa centrale. Grazie alla manna finanziaria derivante dall’Isatis tinctoria, come si chiama in latino questa pianta della famiglia delle crucifere, già nel 1392 la città poté permettersi una propria università.
In questi giorni il termometro in Germania potrebbe battere record di caldo, non solo per una giornata di giugno. Potrebbe essere superato anche il valore più alto mai registrato dall’inizio delle rilevazioni meteorologiche: 41,2 gradi Celsius, raggiunto nel luglio 2019 a Tönisvorst e Duisburg- Baerl. In Germania la pericolosità del caldo viene spesso sottovalutata. È giunto il momento di definire le ondate di calore per quello che sono: assassine di massa e nemiche della crescita.
26.06.2026 Assassini di massa e killer della crescita Il caldo costa migliaia di vite e danneggia gravemente l’economia. La Germania deve smetterla una volta per tutte di minimizzarne la gravità
Di Susanne Götze È giugno e l’Europa è in fiamme. Sulle mappe dei servizi meteorologici si è estesa un’area di alta pressione, il continente è immerso nel rosso e nel viola. A circa 1500 metri di altitudine – là dove i meteorologi misurano il calore di una massa d’aria per escludere le influenze locali – le temperature sono attualmente superiori di oltre dieci gradi alla media pluriennale.
Nella foresta Rūdninkai, a sud della capitale lituana, gli ebrei fuggiti dal ghetto di Wilna (oggi Vilnius) opposero resistenza agli occupanti tedeschi insieme ai partigiani sovietici. In questi giorni, all’interno della NATO si scontrano due visioni storiche fondamentalmente diverse: mentre il governo federale tedesco sostiene «con forza» la conservazione dell’ex campo dei partigiani ebrei, il governo lituano preferirebbe demolire quel relitto della propaganda sovietica. In Lituania i partigiani ebrei non sono considerati eroi, ma nemici. Questo perché durante la guerra combatterono al fianco degli odiati russi, sotto la direzione di Mosca. Per i tedeschi, la visione lituana della storia suona inquietante, come un ribaltamento dei ruoli tra carnefici e vittime. Ma non è solo lì che la memoria della Seconda guerra mondiale è meno univoca di quanto sembri dalla prospettiva tedesca. Su chi sia considerato un eroe e chi un criminale, si discute da tempo non solo in Lituania, ma anche altrove, tra il Mar Baltico e il Mar Nero.
19.06.2026 Carri armati nella foresta dei partigiani Controversie: la Bundeswehr dovrebbe difendere il fianco orientale della NATO dalla Russia. Tuttavia, il suo campo di addestramento si trova in un’area storicamente delicata. Gli ebrei che qui combatterono contro Hitler sono considerati nemici dello Stato in Lituania.
di Solveig Grothe Aušra Mikulskienė ha già accompagnato più volte visitatori stranieri alle cavità sotterranee nella foresta vicino a Rūdninkai, a sud della capitale lituana Vilnius. È uno dei pochi luoghi in Europa in cui ebrei ed ebree combatterono attivamente contro il proprio sterminio.
Putin ha fatto della vittoria nella Seconda guerra mondiale il fulcro del suo patriottismo nazionale. Egli presenta l’attacco all’Ucraina come la continuazione della lotta contro il fascismo – o come una lotta contro un presunto «Occidente collettivo». La Germania è in questo contesto un bersaglio gradito alla propaganda, perché concetti come «genocidio», «nazismo» e «fascismo» si prestano facilmente a essere strumentalizzati.
19.06.2026 «Stalin non voleva credere che la Germania avrebbe attaccato il suo Paese» Intervista dello SPIEGEL: suo padre, soldato sovietico, sopravvisse alla battaglia di Stalingrado, mentre la sua bisnonna fu uccisa nell’Olocausto. La storica Irina Scherbakova parla della visione russa della guerra di sterminio di Hitler.
L’intervista è stata condotta dalle redattrici Eva-Maria Schnurr e Anastasia Trenkler Scherbakova, nata nel 1949, è membro fondatore dell’organizzazione russa per i diritti umani Memorial. Dal 1989 l’ONG si occupa, tra l’altro, dell’elaborazione storica della dittatura comunista, in particolare dei crimini dell’era staliniana.
La narrativa secondo cui la nazionale sarebbe lo specchio della società tedesca presenta una notevole debolezza: in questo Mondiale, infatti, non scende in campo per la Germania nemmeno un giocatore di origine turca. E questo nonostante i turchi costituiscano il gruppo più numeroso di immigrati in questo Paese. Molti tedeschi di origine turca vivono già in terza o addirittura quarta generazione in questo Paese, e di talenti calcistici non mancano. Qui quindi c’è qualcosa che non va, e la domanda è: perché?
19.06.2026 Se il cuore non batte per la Germania Nella rosa della nazionale tedesca ai Mondiali, metà dei giocatori ha un passato di immigrazione. Ciò che salta all’occhio: mancano i nomi turchi.
Di Katrin Elger La partita d’esordio della Germania ai Mondiali di calcio ha regalato gioia a molti tifosi. 7-1 contro Curaçao. Quattro gol sono stati segnati da giocatori con un passato di immigrazione: Felix Nmecha, Jamal Musiala, Nathaniel Brown e Deniz Undav. La Germania è un paese di immigrazione – e questo si riflette in questa nazionale. Metà della rosa ha un background migratorio.
Spesso sono i lavori edili o gli scavi a riportare alla luce i morti, ricordando ai tedeschi che molti crimini sono ancora irrisolti, anche nel Paese che ama definirsi campione mondiale della cultura della memoria. Molti ancora oggi sanno poco di ciò che i loro padri, nonni e bisnonni hanno commesso nell’Unione Sovietica, di come abbiano ucciso e contribuito a deportare persone in Germania, e di quanti europei dell’Est abbiano trovato la morte sul suolo tedesco. Allo stesso tempo, la commemorazione di questi crimini è politicamente carica come non lo era da tempo. Ciò è dovuto soprattutto alla guerra che il presidente russo Vladimir Putin sta conducendo oggi in Ucraina e che giustifica con la lotta contro i «nuovi nazisti». Da quando la Germania fornisce all’Ucraina carri armati da combattimento e obici, anche la Repubblica Federale è nuovamente considerata in Russia un aggressore, uno «Stato ostile». La Germania sarebbe alla ricerca di una «rivincita» per la Seconda guerra mondiale, si leggeva a febbraio in una dichiarazione del Ministero degli Esteri russo. Una strumentalizzazione maliziosa della storia. Ma una strumentalizzazione alla quale il governo federale, così come la società tedesca, devono fare fronte, ad esempio quando si tratta di nuove forniture di armi all’Ucraina.
19.06.2026 La nostra guerra contro la Russia 85 anni fa la Germania nazista invase l’Unione Sovietica. Le ripercussioni dei crimini sulle famiglie e sulla politica – La colpa sepolta – Storia contemporanea – Con il nome in codice «Operazione Barbarossa», nell’estate del 1941 le truppe di Hitler invasero l’Unione Sovietica. Una guerra di sterminio le cui tracce sono visibili ancora oggi anche in Germania. Il conflitto con la Russia di Putin minaccia di riaprire vecchie ferite.
di Felix Bohr, Christoph Gunkel, Katja Iken, Frederik Seeler, Frank Thadeusz Nella sabbia della Marca, a sud di Berlino, i morti di un crimine dimenticato stanno venendo alla luce. Lo storico Stefan Gerbing ci guida attraverso l’erba e la boscaglia fino a raggiungere la barriera antirumore dell’autostrada A10 nei pressi di Ludwigsfelde. Lì il terreno è smosso in alcuni punti.
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Un matrimonio costa caro, un divorzio ancora di più. Il 23 giugno 2016, i britannici hanno optato per la rottura con l’Unione europea, dopo oltre quarant’anni di un rapporto disfunzionale. Sono volati insulti, sono stati rotti dei piatti, nessuno ha vinto. Almeno in Europa. « Tutti questi anni passati a negoziare un nuovo rapporto sono costati una cifra esorbitante al nostro continente, mentre questa energia avrebbe dovuto essere impiegata per affrontare i nostri veri problemi, sia politici che economici», si rammarica l’ex ministro britannico per gli Affari europei, il conservatore David Lidington, in un’intervista a L’Express. I nostri avversari, dal canto loro, andavano avanti. » Mentre noi litigavamo sull’Europa, la Russia ha potuto preparare la sua invasione dell’Ucraina, la Cina ha stretto la morsa della nostra dipendenza economica e gli Stati Uniti si sono radicalizzati al punto da prendere in considerazione l’annessione di un territorio europeo, la Groenlandia. In questo nuovo mondo, il nostro continente non ha né il tempo né l’energia per i rimpianti. A Londra, Keir Starmer ha promesso un «reset» con l’Unione europea, ma procede a piccoli passi: ritorno nel programma Erasmus, volontà di integrarsi nell’Europa della difesa e dell’energia… Troppo poco, troppo tardi? Il primo ministro più impopolare della storia britannica non avrebbe granché da perdere nell’assumere il desiderio europeo della Gran Bretagna, nell’ammettere che le sue imprese se la caverebbero molto meglio nel mercato comune e che, sì, gli inglesi sono europei come gli altri. Un «ritorno», anche se non ufficiale, rimane indispensabile per i nostri interessi. Prima sarà, meglio sarà per la nostra vecchia coppia.
18.06.2026 Brexit: se tornate, annulleremo tutto Dieci anni dopo aver scelto di uscire dall’UE, il Regno Unito deve accelerare il proprio ritorno
Di Corentin Pennarguear
In questo giovedì, pesanti nuvole grigie avvolgono Londra. Un tempo piuttosto normale dall’altra parte della Manica, che provoca comunque alcune inondazioni nella zona sud della capitale.
Bloch studia la storia uscendo dal singolo evento per descrivere un fenomeno nel lunghissimo periodo; fa storia comparata; ricorre all’antropologia per comprendere la struttura del potere. Inaugura quella che verrà chiamata la storia delle mentalità. È in germe la rivoluzione che scaturirà dal suo incontro con il collega Lucien Febvre. Nel 1929, i due fondano una nuova rivista, le «Annales d’histoire économique et sociale». Come indica il titolo, la rivista apre la loro disciplina a questi due ambiti, fino ad allora troppo trascurati. Numero dopo numero, getterà le basi per un nuovo modo di fare storia e darà vita a quella che verrà chiamata «la scuola delle Annales». I suoi principi fondanti? Allontanarsi dalla «storia storicizzante», ovvero dalla semplice narrazione, per orientarsi verso la «storia-problema», quella che cerca di rispondere a una domanda che si pone il ricercatore; aprire il campo alle altre scienze sociali; ampliare la propria prospettiva oltre i confini nazionali.
12.02.2026 MARC BLOCH, L’INTELLETTUALE DELLA RESISTENZA Il 23 giugno, il Pantheon accoglierà questo grande storico, cofondatore della Scuola delle Annales e autore de “L’Etrange Défaite”, morto martire della resistenza contro i nazisti all’età di 57 anni. Dopo essere stato oggetto di fraintendimenti e strumentalizzazioni politiche, rimane, sia per la sua opera che per la sua vita, l’esatto contrario di un’icona reazionaria
Di François Reynaert L’uomo fu uno degli storici più eminenti del XX secolo. Fondando la Scuola delle Annales insieme al suo amico Lucien Febvre, rivoluzionò la scienza storica. Fu anche un eroe della Resistenza e morì da martire al termine di quella lotta.
BLANDINE CHELINI-PONT, docente di storia contemporanea all’Università di Aix-Marseille e ricercatrice associata al CNRS, ripercorre settant’anni di un progetto politico giunto al potere: «Per i fondamentalisti, Trump è stato scelto da Dio». Durante il secondo mandato di Donald Trump, il nazionalismo cristiano si è affermato come matrice ideologica della destra repubblicana, si è verificata una sintesi che gli analisti hanno definito «nazionalismo cristiano», con una nuova dimensione populista. La lotta contro il liberalismo è diventata una lotta contro i liberali, quelle «élite senza coscienza» che distruggerebbero gli Stati Uniti e imporrebbero al popolo la loro ideologia antiamericana.
Giugno 2026 DIO È MOLTO ORGOGLIOSO DEL MIO LAVORO Come Trump e i suoi alleati tradiscono il cristianesimo Circondato da pastori evangelici, Donald Trump prega affinché le bombe sganciate sull’Iran raggiungano i loro obiettivi, il 5 marzo 2026. La scena ha fatto il giro del mondo. Essa rivela l’influenza del nuovo nazionalismo cristiano negli ambienti più vicini alla Casa Bianca. «Le Cri» ha ripercorso la genesi di questa ideologia agli antipodi del messaggio dei Vangeli. BLANDINE CHELINI-PONT, docente di storia contemporanea all’Università di Aix-Marseille e ricercatrice associata al CNRS, ripercorre settant’anni di un progetto politico giunto al potere: «Per i fondamentalisti, Trump è stato scelto da Dio». Durante il secondo mandato di Donald Trump, il nazionalismo cristiano si è affermato come matrice ideologica della destra repubblicana.
INTERVISTA A CURA DI GRÉGOIRE LAURENT E MIKAËL FAUJOUR «Le Cri»: Come è diventata la destra cristiana un attore politico di primo piano negli Stati Uniti? Blandine Chelini-Pont: L’origine dell’attuale conservatorismo politico-religioso risale al dopoguerra. Si è costituito in gran parte grazie a pensatori cattolici tra gli anni ’50 e ’60, che rappresentavano una minoranza
sia nel panorama intellettuale americano che all’interno della comunità cattolica, piuttosto orientata verso il campo democratico.
Se ha scelto il nome di Leone XIV, è perché ha intuito fin dall’inizio che ciò che Leone XIII aveva fatto per fornire elementi di discernimento di fronte alla rivoluzione industriale, anche lui avrebbe dovuto farlo di fronte alla rivoluzione digitale e dell’IA. Egli non considera l’IA come un semplice strumento in più, ma come una realtà che trasforma il nostro rapporto con il mondo. Allo stesso tempo, occorre essere molto precisi sul significato delle parole. Nell’intelligenza artificiale c’è forse qualcosa di simile a una forma di coscienza, di autocoscienza [presa di coscienza], qualcosa che può avvicinarsi alla sensibilità. Ma queste parole vanno intese solo in senso analogico: la coscienza e la sensibilità propriamente umane sono di un altro ordine.
22.06.2026 LA CHIESA CONTRO LA SILICON VALLEY Il saggista tecnofilo Laurent Alexandre e il vescovo di Nanterre Matthieu Rougé discutono dell’enciclica che Leone XIV ha appena dedicato all’intelligenza artificiale
INTERVISTA A CURA DI AZILIZ LE CORRE L’enciclica distingue radicalmente l’intelligenza artificiale dall’intelligenza umana: l’IA «non vive di esperienze, non ha un corpo, né una coscienza morale». Questa distinzione resisterà a lungo di fronte ai progressi tecnici?
Laurent Alexandre: No. Questa distinzione non reggerà, perché l’intelligenza artificiale progredisce molto rapidamente. Sta iniziando ad acquisire un embrione di coscienza – ciò che gli anglosassoni chiamano «self- awareness». La finzione di un’IA come strumento ai nostri ordini sta per crollare.
La guerra in Iran offre, su vasta scala, informazioni chiave sul modus operandi dell’avversario americano, costretto a sottrarre le proprie batterie del sistema antimissile THAAD dislocate in Corea del Sud a vantaggio degli alleati del Golfo. Essa incide già sui calcoli strategici nei confronti di Taiwan, che il Partito vuole «riunificare» con il continente. Con un monito implacabile al Politburo: la superiorità militare non va necessariamente di pari passo con la vittoria politica. Se la spettacolare mossa di forza di Trump contro Caracas gli ha consegnato Nicolas Maduro, l’assassinio mirato della guida suprema non ha annientato la Repubblica islamica. Al contrario. «La lezione principale che la Cina ha tratto dalla guerra è che una decapitazione non porta al crollo del regime»
22.06.2026 Dal punto di vista della Cina, la resistenza dell’Iran depone a favore di un lento strangolamento di Taiwan La guerra in Medio Oriente mette in luce i rischi che l’esercito cinese correrebbe nel caso di un tentativo di invasione dell’isola
Di Sébastien Falletti, corrispondente dall’Asia Mentre Donald Trump vuole voltare pagina sull’Iran, la Cina smorza l’ottimismo della Casa Bianca, preannunciando un percorso laborioso verso la pace.
«Il 2027 è l’elezione dell’ultima possibilità, la più importante da mezzo secolo», avverte Bruno Retailleau, candidato di Les Républicains, scommettendo al contempo sull’«enorme sorpresa» che sta per arrivare: «Questa enorme sorpresa saremo noi, perché vinceremo. Vi giuro che vinceremo». Messaggio rivolto a coloro che, tra i suoi avversari, vicini o lontani, scommettono sulla sua rinuncia qualora Édouard Philippe, candidato di Horizons, continuasse a primeggiare nei sondaggi. «Andrò fino in fondo», ha promesso a riprova della sua determinazione.
22.06.2026 Bruno Retailleau mantiene la rotta verso l’Eliseo Durante il suo primo comizio elettorale, sabato, il candidato di Les Républicains (LR) alle presidenziali ha promesso di «andare fino in fondo»
Di Claire Conruyt e Emmanuel Galiero Questa volta è sul serio. Venerdì provava, ascoltava la musica di sottofondo, controllava un’ultima volta l’intensità dei riflettori. I bassi rimbombano
È l’opinione pubblica a dettare legge, e i politici seguono. L’unica dichiarazione davvero rivoluzionaria, e davvero rispettosa dei cittadini, è: «Dirò la verità a qualunque costo». Senza dire la verità, è impossibile andare avanti. È questo il tema di questo libro «Alerte sur la France qui vient» (edizioni dell’Observatoire), dell’ex primo ministro FRANÇOIS BAYROU. “Tutti dicono che il RN abbia già vinto. Non mi rassegno a questa fatalità. I suoi candidati e le loro prese di posizione mi sembrano, al contrario, poco solidi. Usciremo dalla menzogna generalizzata e faremo di queste elezioni un appuntamento con la verità. Non la scelta di un presidente per mancanza di alternative, ma una personalità che avrà l’energia e le competenze del XXI secolo”.
21.06.2026 L’opinione pubblica comanda, i politici seguono INTERVISTA A FRANÇOIS BAYROU, EX PRIMO MINISTRO, PRESIDENTE DEL MODEM Indebitamento – Nel libro «Alerte sur la France qui vient» (edizioni dell’Observatoire), l’ex primo ministro sottolinea la responsabilità dei francesi riguardo alla situazione del Paese. Pur nonostante il suo bilancio sul debito, conferma il proprio sostegno a Emmanuel Macron e, per il momento, non appoggia alcun candidato alle presidenziali
INTERVISTA A CURA DI ANTONIN ANDRÉ E VICTOR ISAAC ANNE Tre mila cinquecento miliardi di debito, interessi che divorano l’equivalente dell’imposta sul reddito di tutti i contribuenti: cosa rischia la Francia, in termini molto concreti?
Eppure, va avanti! L’Europa esce dal suo torpore strategico e cerca, con i mezzi a sua disposizione, con la sua demografia in declino, con la sua lentezza strutturale, di recuperare il ritardo economico e digitale. Come sempre, quando è con le spalle al muro e non ha più scelta. La difesa, dal tabù all’arsenale. Per molto tempo, la difesa europea è stata una questione di metafisica. Se ne parlava durante i vertici, si firmavano dichiarazioni d’intenti, si rinviava la questione al prossimo. Lo stesso generale de Gaulle aveva dovuto rinunciarvi nel 1959. Nel 2026, è finita. I fondi ci sono, i regolamenti vengono adottati in tempi record, gli ordini cominciano ad arrivare.
18.06.2026 Quando l’Europa crede (finalmente!) in se stessa Sovranità. Maltrattata da Trump, aggredita da Putin, minacciata di declassamento, l’Europa sembra rialzare la testa nonostante gli ostacoli. Intelligenza artificiale, difesa, industria, spazio: fino a dove si spingerà questa rinascita?
DI EMMANUEL BERRETTA La scena si svolge durante uno degli ultimi Consigli europei a cui partecipava Viktor Orbán. Approfittando di una pausa, l’ex primo ministro ungherese si aggira per i corridoi dell’edificio Europa, sede dei vertici a Bruxelles, e incrocia Emmanuel Macron.
Mercoledì gli eurodeputati hanno dato il loro definitivo via libera al quadro normativo per i «centri di rimpatrio», quei centri di permanenza temporanea che potranno essere istituiti in paesi al di fuori dell’Unione europea. Il puzzle legislativo sembrava completo. Fine della storia? L’argomento è stato inserito nell’ordine del giorno del vertice dei capi di Stato e di governo europei tenutosi giovedì e venerdì scorsi a Bruxelles su iniziativa delle prime ministre italiana e danese, Giorgia Meloni e Mette Frederiksen. Entrambe hanno affrontato la questione a porte chiuse. L’Italia e la Danimarca hanno ottenuto il sostegno della maggioranza dei leader europei, tra cui i primi ministri polacco, svedese, olandese e belga. I firmatari sono in totale 19. Il cancelliere tedesco non ha aderito all’iniziativa; il presidente francese ha atteso la conferenza stampa del giorno successivo per ribadire la sua opposizione al principio dei centri di rimpatrio. «La Francia non sostiene questa politica», ha affermato. Il primo ministro spagnolo ha denunciato i centri di rimpatrio, un sistema che secondo lui è inutile, e la politica migratoria della Spagna è conforme ai valori cristiani.
22.06.2026 Il disaccordo tra Meloni e Macron sui centri di rimpatrio La presidente del governo italiano vuole creare al più presto questi centri di permanenza temporanea in paesi extraeuropei . Disaccordo europeo: il tema dell’immigrazione è stato inserito nell’ordine del giorno del vertice europeo di giovedì e venerdì a Bruxelles
Di Simon Carraud (da Bruxelles) Sarebbe stato un errore pensare che l’adozione di un vasto arsenale legislativo potesse porre fine agli eterni dibattiti europei sulla politica migratoria. Il «patto sull’asilo e la migrazione», adottato nel 2024, è entrato in vigore il 12 giugno.
La gerarchia degli argomenti più discussi corrisponde esattamente agli shock che i francesi hanno subito nel corso di questi dieci anni», osserva Frédéric Dabi, sondaggista dell’Ifop. Con un presidente della Repubblica al centro delle crisi, figura centrale di questi dieci anni. Dopo la sua vittoria nel 2017 contro Marine Le Pen, l’83% dei francesi parlava della sua elezione, ovvero il decimo argomento più discusso del decennio. Nella classifica, Emmanuel Macron compare altre quattro volte, ogni volta in relazione al Covid. La sua popolarità ristagna, come se il Paese cristallizzasse su di lui la stanchezza di dieci anni passati ad affrontare crisi.
22.06.2026 Macron sotto la lente d’ingrandimento – Autoritratto di una Francia in crisi In quasi dieci anni, il Paese ha affrontato il Covid, i movimenti sociali, la guerra in Europa, il terrorismo e l’accelerazione del riscaldamento globale. I francesi se lo ricordano
Questi sono i temi che hanno segnato il quinquennio di Emmanuel Macron Percentuale di francesi che hanno menzionato questo argomento (nel mese in cui è stato pubblicato lo studio), in % Di François-Xavier Bourmaud Ogni mese, l’Ifop interroga i francesi sugli argomenti che hanno animato le loro discussioni in famiglia, al lavoro o tra amici.
Le elezioni locali e una febbrile scena politico-mediatica britannica hanno segnato il destino di Starmer. Il Regno Unito dovrebbe quindi avere presto il suo settimo primo ministro dal referendum sulla Brexit del 2016, ovvero uno ogni diciotto mesi! Non appena Andy Burnham prenderà posto lunedì alla Camera dei Comuni, non si saprà più chi comanda la maggioranza. Sir Keir Starmer è ancora in carica, ma privo di potere. La questione ora è capire se Andy Burnham, soprannominato «King of the North», verrà «incoronato», ovvero se prenderà direttamente il posto di Keir Starmer, oppure se verrà organizzata una transizione con una sorta di elezione interna al partito. Burnham, anch’egli filoeuropeo, apostolo di un «socialismo favorevole alle imprese» e noto per possedere quelle doti comunicative che mancano a Keir Starmer, avrà il suo bel da fare.
22.06.2026 Il Regno Unito si aspetta l’imminente dimissione di Keir Starmer Il primo ministro laburista è indebolito da una serie di dimissioni all’interno del suo governo
Di Nicolas Madelaine — Corrispondente da Londra La squadra di Keir Starmer a Downing Street ha ribadito domenica mattina che lui avrebbe lottato per mantenere la guida del partito e la carica di primo ministro.
J. D. Vance ha salutato un «incontro storico» con l’Iran, parlando di «grandi progressi». «Ciò che il presidente ci ha chiesto di fare è voltare pagina» in Medio Oriente. Si tratta di «dire loro che se i loro leader sono disposti a rinunciare al loro ruolo di fattore di instabilità regionale, se sono disposti ad abbandonare definitivamente ogni ambizione di dotarsi di armi nucleari, allora gli Stati Uniti sono pronti a trasformare radicalmente il loro rapporto con quel Paese», ha affermato. Un accordo a lungo termine tra Iran e Stati Uniti ridisegnerebbe gli equilibri in Medio Oriente, analizzava venerdì «Les Echos».
22.06.2026 Gli Stati Uniti e l’Iran avviano negoziati «storici» Il vicepresidente americano J. D. Vance ha invitato a «voltare pagina» in occasione dell’avvio dei negoziati, domenica in Svizzera
Di Muryel Jacque Un’altra cornice sontuosa per colloqui caratterizzati da forte tensione.
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Sembra che proprio Merz, l’antipodo della Merkel, sia passato alla modalità Merkel. Manca solo che annunci di volersi avvicinare d’ora in poi all’obiettivo prefissato a piccoli passi. Vede la montagna di riforme che si è accumulata fino a diventare una catena montuosa, così alta che anche a giugno sarebbe ancora coperta di neve. La cordata nero-rossa ha già superato i primi scogli pericolosi con la riforma del diritto d’asilo e quella del reddito di cittadinanza, che da inizio luglio si chiamerà reddito di sicurezza. Più in alto si trovano una riforma sanitaria non ancora approvata, una riforma dell’assistenza in fase di bozza, una riforma della legge sull’orario di lavoro e una riforma dell’imposta sul reddito, che forse potrà essere finanziata solo con un aumento dell’IVA. Da lì in poi l’aria si fa rarefatta. Lì l’SPD spinge per una riforma del freno all’indebitamento e l’Unione per una riforma della legge elettorale. E quando, tra pochi giorni, una commissione di esperti presenterà le sue proposte per la riforma del sistema pensionistico, ci sarà un grave pericolo di frana.
STERN 11.06.2026 QUANDO SI ANDRÀ AVANTI? Il cancelliere Merz smorza le aspettative su un grande pacchetto di riforme. La storia dimostra quanto velocemente falliscano i cambiamenti politici – e cosa si possa imparare da essi Forse è stato a Pentecoste, quando è scaduta senza esito l’ennesima di quelle tante scadenze. Forse è stata colpa dell’ultima dichiarazione della sua ministra degli Affari sociali, Bärbel Bas.
Chi sia nel calcio il GOAT, il Greatest Of All Time, è, secondo i cosiddetti esperti, piuttosto indiscusso: Lionel Messi, rappresentante argentino del dio del calcio. Il mio collega Jan Christoph Wiechmann lo ha incontrato già nel 2006. All’epoca Messi riusciva a malapena a dire una parola, aveva 18 anni, era alla vigilia del suo primo Mondiale e borbottava frasi incomplete come «grande onore» e «grande gioia» e nutriva rispetto per le «macchine» tedesche. Messi voleva semplicemente giocare, più possibile, meglio era. Così è rimasto fino ad oggi.
STERN 11.06.2026 EDITORIALE
Non dimenticherò mai il 7 luglio 1985: fu il giorno della vittoria a Wimbledon di Boris Becker, un prodigio diciassettenne dai capelli rossi.
Nei sondaggi l’SPD si attesta tra l’11 e il 13 per cento. Il crollo sotto la soglia del 10 per cento sembra attualmente più vicino rispetto al magro 16,4 per cento che i compagni hanno ottenuto alle ultime elezioni federali. E già quello era un risultato storicamente negativo. Non si intravede alcuna ripresa. Per i due presidenti dell’SPD è un dilemma: da un lato devono trovare compromessi con CDU e CSU. Dall’altro, i propri membri accusano già ora la leadership dell’SPD di sottomettersi troppo al partner di coalizione. A ciò si aggiunge la pressione delle tre imminenti elezioni regionali di settembre: nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, per l’SPD si tratta di difendere la presidenza del Land. A Berlino, il partito lotta per riconquistare il Rotes Rathaus. E in Sassonia-Anhalt si sta sforzando, non per la prima volta nella sua storia, di non essere espulsa dal parlamento regionale.
12.06.2026 Prepararsi per il giorno X Lars Klingbeil e Bärbel Bas dell’SPD devono fare i conti con un partito frustrato. All’interno del partito si specula già sui possibili successori. Tra questi figurano volti noti
Di Sophie Garbe, Andreas Niesmann Esistono ancora, gli appuntamenti piacevoli per Lars Klingbeil. Come lunedì sera in un tendone vicino alla Cancelleria. Una rivista di PR assegna dei premi ai politici, il veterano dell’SPD Franz Müntefering riceve il riconoscimento per la sua opera di una vita.
La Germania soffre sotto la tirannia degli anziani. Gli interessi delle generazioni che subentrano vengono messi in contrapposizione con i presunti bisogni degli anziani. La denuncia dei giovani, secondo cui sarebbero sistematicamente discriminati, è giustificata. L’accordo di coalizione tra CDU e SPD ne è pieno. Gli accordi dei governi precedenti non erano migliori.
12.06.2026 EDITORIALE La tirannia degli anziani Da decenni il dibattito politico si svolge lungo la linea di demarcazione tra ricchi e poveri. In realtà, è un altro conflitto a minacciare il futuro del Paese
Di Christian Reiermann È nella natura delle società che invecchiano che i loro dibattiti politici finiscano col tempo per logorarsi. La lotta della coalizione nero-rossa per la riforma del sistema fiscale e della previdenza sociale ne fornisce un chiaro esempio.
Il governo federale spera che l’economia tedesca si riprenda dal recente shock dei prezzi del petrolio e torni a crescere in modo leggermente più forte nel 2027. L’Handelsblatt Research Institute (HRI) dipinge un quadro più cupo. Le conseguenze della guerra in Iran dovrebbero diventare sempre più visibili dopo l’inizio d’anno sorprendentemente forte del 2026: sotto forma di difficoltà di approvvigionamento, prezzi energetici più elevati e costi di produzione in aumento. Già nel secondo trimestre l’economia ristagnerà quindi. Per il terzo e il quarto trimestre, l’HRI prevede un leggero calo della performance economica: la Germania scivolerebbe quindi nuovamente in una recessione tecnica. La fine della spinta alla globalizzazione durata due decenni, la trasformazione dell’approvvigionamento energetico e il rafforzamento dei concorrenti cinesi rappresentano un pericolo acuto per il modello economico tradizionale dell’economia tedesca. Il settore privato è attualmente travolto da un’ondata di fallimenti che distrugge attività imprenditoriali, posti di lavoro, capitale umano.
12.06.2026 PREVISIONI CONGIUNTURALI HRI: la Germania scivola nuovamente in recessione Dopo un inizio d’anno piuttosto positivo, l’economia tedesca tornerà a contrarsi nella seconda metà dell’anno. Il commercio estero, un tempo fiorente, sta diventando un grave problema
Di Dennis Huchzermeier, Bernhard Köster, Axel Schrinner – Düsseldorf L’Handelsblatt Research Institute (HRI) ha nuovamente rivisto al ribasso le sue previsioni economiche per la Germania. Per l’anno in corso, gli economisti prevedono, in linea con il governo federale, una crescita economica reale dello 0,5%; per il 2027, tuttavia, si aspettano solo un aumento molto modesto dello 0,3%. Tre mesi fa, gli economisti dell’HRI prevedevano ancora una crescita dello 0,7 e dello 0,8%.
Molti economisti temono che le conseguenze economiche più gravi della guerra con l’Iran debbano ancora arrivare. Il nuovo presidente del World Economic Forum ritiene che alcune conseguenze economiche di una guerra con l’Iran siano state sottovalutate. Parla dei nuovi rischi legati alla crisi dello Stretto di Hormuz e dei margini di manovra dell’Europa.
12.06.2026 «Potrebbe esserci un ulteriore inasprimento della situazione» Il nuovo presidente del World Economic Forum ritiene che alcune conseguenze economiche di una guerra con l’Iran siano state sottovalutate. Parla dei nuovi rischi legati alla crisi dello Stretto di Hormuz e dei margini di manovra dell’Europa
Di Annett Meiritz, Tom Thiele Berlino Alois Zwinggi è presidente del World Economic Forum dal marzo 2026. Dal 2010 ha ricoperto diverse posizioni dirigenziali presso il WEF.
Il Trumpator potrà anche cambiare le sue frasi più velocemente di quanto un bambino cambi i suoi giocattoli, ma non rinuncerà a Ramstein ecc. Perché le guerre “interessanti” sono a migliaia di miglia dall’America. Per puro interesse personale, l’America protegge gli europei, i presunti “free rider”. I due principali rivali, Cina e Russia, non dispongono di nulla di paragonabile. Trump vuole punire gli europei, non mettere a rischio la posizione di potenza mondiale degli Stati Uniti. Trump, però, agisce come Arnold Schwarzenegger nei panni del “Terminator”. Conduce guerre tariffarie contro gli amici, li ricatta e smantella le istituzioni internazionali. In questo modo non si crea né legittimità né potere “morbido”. Winston Churchill predicò ad Harvard nel 1943: «Il prezzo della grandezza è la responsabilità».
12.06.2026 SAGGIO Gli Stati Uniti hanno bisogno della Germania Nonostante tutti gli attacchi contro i «parassiti»: il presidente americano Trump non abbandonerà i suoi alleati europei. Perché noi abbiamo qualcosa di cui la potenza mondiale americana non può fare a meno
Donald Trump, nemico della NATO, ha colpito ancora una volta scatenando i soliti riflessi di paura: «Rivelata la lista dei martelli», «Per l’Europa sarà dura», «Il ritiro di Trump dalla NATO colpisce duramente l’Europa», recitano i titoli.
Per gli israeliani, questa vicenda dimostra che Trump usa due pesi e due misure. Mette anche in evidenza che il tono tra i partner, che fino a poco tempo fa apparivano come alleati inseparabili, sta diventando sempre più aspro. «Times of Israel» ha scritto che il rapporto tra Stati Uniti e Israele ha raggiunto un nuovo punto di minimo 100 giorni dopo l’inizio della guerra comune. La “fratellanza” tra Trump e Netanyahu, durata dieci anni, sembra trovarsi in una grave crisi. Si tratta di un allontanamento che ormai ha coinvolto entrambe le sponde dell’Atlantico. Il sostegno a Israele è sempre stato negli Stati Uniti una questione trasversale. Ma ora non è più così. Gli interessi dei partner nella guerra contro l’Iran divergono sempre più. Anche la popolazione israeliana si sente sempre più abbandonata dal partner americano.
12.06.2026 Resoconto di un allontanamento Con insolita durezza, Donald Trump prende le distanze da Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano minimizza la controversia definendola una «divergenza tattica». Ma gli interessi dei due capi di governo si stanno allontanando, toccando questioni esistenziali
Di CLEMENS WERGIN Che differenza possono fare 48 ore. Quando domenica l’Iran ha lanciato una raffica di missili balistici contro Israele, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato con veemenza di dissuadere Israele dal contrattaccare.
Mediatori pakistani e qatarioti si recano regolarmente a Teheran per consegnare le bozze di testo americane e ricevere le modifiche iraniane. Si dice che a volte circolino contemporaneamente bozze diverse e che solo pochi addetti ai lavori sappiano su quale documento si stia negoziando in quel momento. Le personalità e i vincoli politici di Donald Trump e della Guida Suprema iraniana Khamenei non facilitano il raggiungimento di un accordo. Entrambe le parti cercano di indebolire la posizione negoziale dell’altra. Nonostante l’indebolimento militare, Teheran non solo è in grado di causare danni con i droni nelle regioni immediate del Golfo Persico, ma è anche ancora in grado di attaccare Israele con i missili. Questo non fa fare bella figura a Trump agli occhi dell’opinione pubblica americana. La sua incostanza non facilita le cose: in vista delle elezioni congressuali in autunno, egli vuole almeno un accordo provvisorio con Teheran.
12.06.2026 Negoziare con la forza bruta Donald Trump vuole costringere l’Iran a un accordo con le bombe. Ma il regime di Teheran sembra determinato
Di Friederike Böge, Istanbul, e Majid Sattar, Washington Da più di due mesi Teheran e Washington si scontrano su una misera dichiarazione d’intenti, che per ora dovrebbe solo riaprire lo Stretto di Hormuz.
Quando il Parlamento discute questioni di bioetica e di etica medica, non c’è vincolo di partito. I deputati sono tradizionalmente vincolati solo alla propria coscienza quando si tratta, ad esempio, di modificare le condizioni per la donazione di organi o la gestione dei test prenatali. In questi casi si formano gruppi interpartitici di deputati che cercano di convincere più della metà dei deputati della loro causa. Ma che dire dell’AfD? Ormai rappresenta quasi un quarto dei deputati. Il presidente del Consiglio etico, Helmut Frister, afferma di non ritenere riprovevole che nelle votazioni di etica medica si formino maggioranze che non sarebbero possibili senza i deputati dell’AfD.
12.06.2026 Quando il muro di contenimento raggiunge i propri limiti Il presidente del Consiglio etico non ritiene riprovevole il raggiungimento di maggioranze con l’AfD su questioni etiche delicate
Di Paul Gross Di norma, i discorsi al Bundestag hanno una funzione puramente di facciata. Il loro scopo è quello di illustrare in modo incisivo la posizione del proprio gruppo parlamentare, evidenziare le carenze dell’avversario politico e attirare l’attenzione.
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Putin in persona ha dato il tono a ciò che è in gioco, dal punto di vista di Mosca, nelle elezioni legislative di domenica in Armenia. «Tutto ciò che sta accadendo attualmente in Ucraina, come è iniziato? Con il tentativo dell’Ucraina di entrare nell’UE», ha dichiarato il capo del Cremlino il mese scorso. Un parallelo che suona fortemente come una minaccia e che mira direttamente al primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, dato per favorito in un voto ritenuto dominato da una questione chiave: rafforzare i legami con Bruxelles o rimanere sotto la tutela russa? Il capo del governo armeno ha scelto la prima opzione.
06.06.2026 L’Armenia cerca il proprio posto tra Russia ed Europa Tra aspirazioni europee e dipendenza economica dalla Russia, gli elettori dovranno scegliere la direzione che il Paese prenderà il 7 giugno
Di Juliette Vandestraete, Yerevan Ci troviamo in una fase di transizione. Non siamo abbastanza vicini all’adesione all’Unione europea per voltare le spalle alla Russia. Ma non siamo più in rapporti abbastanza buoni con i russi per allontanarci dall’Occidente», sussurra Narek, un giovane armeno di Erevan, seduto al tavolo di un bar della capitale.
Tutto è cambiato dopo le europee del giugno 2024. Il PPE ha acquisito lo status di partito chiave: può scegliere se rimanere nella «maggioranza von der Leyen» con i socialdemocratici e i centristi di Renew, oppure se orientarsi verso destra. Per Weber, non si tratta di un’alleanza: le sue truppe non cambiano idea, ma convincono gli altri a condividere il loro punto di vista. Egli afferma che il PPE si attiene a tre criteri per scegliere i propri partner: essere filoeuropei, filoucraini e filostato di diritto. Tre criteri sbandierati come un baluardo.
04.06.2026 Europa: alleanze caso per caso Punto di snodo. Il PPE funge ormai da arbitro tra due possibili maggioranze, creando una frattura nel blocco repubblicano
DI EMMANUEL BERRETTA Basta menzionare l’«unione delle destre» a Manfred Weber per irritare questo bavarese che presiede il gruppo dei conservatori (PPE, Partito Popolare Europeo) a Strasburgo. Ad ogni sessione parlamentare al Parlamento europeo, gli viene rivolta una domanda sui suoi rapporti con gli altri due gruppi alla sua destra, i sovranisti dell’ECR (Conservatori e Riformisti Europei, tra cui i fedeli di Giorgia Meloni) e i nazionalisti di Jordan Bardella (gruppo dei Patrioti per l’Europa).
Secondo l’Economist, pur essendo un fervente sostenitore di Kiev, una ragione ancora più imperiosa per allargare l’UE spinge ora i capi di Stato e di governo europei: «Se è rischioso accogliere l’Ucraina, è più pericoloso lasciarla fuori.» Il settimanale britannico riassume così le conversazioni «off the record» tenutesi a Bruxelles: «Quando la guerra con la Russia finirà, l’Ucraina conterà centinaia di migliaia di ex soldati temprati dai combattimenti. Se l’Unione la respinge, nulla garantisce che potenti fazioni non si allontaneranno dall’Occidente. Tra i pericoli citati, un’Ucraina travolta da conflitti interni, lotte per l’appropriazione delle sue risorse, un riavvicinamento alla Russia.»
giugno 2026 Il lato oscuro della scommessa ucraina
Di Serge Halimi e Pierre Rimbert Innanzitutto bisognava difendere l’Ucraina aggredita dalla Russia. Armarla, finanziarla con centinaia di miliardi di euro. Sostenerla aprendole le porte dell’Unione europea. Accelerarne l’adesione per evitare che la Russia tentasse nuovamente di attaccarla.
La costruzione degli Stati polacco e ucraino nella loro forma attuale avvenne quindi, negli anni ’40, a prezzo di pulizie etniche, che si inseriscono in un ciclo di violenze e spostamenti di popolazioni in Europa che ha inizio con il conflitto mondiale del 1914 per concludersi alla fine degli anni ’40.
giugno 2026 Due nazionalismi alla ricerca di confini Ai confini tra Polonia e Ucraina, l’ombra delle minoranze cancellate. Dall’invasione russa, milioni di ucraini hanno trovato rifugio in Polonia. Ma le relazioni tra i due paesi presentano anche un lato oscuro. I loro conflitti durante la seconda guerra mondiale avevano costretto le autorità sovietiche e polacche a procedere a un gigantesco scambio di popolazioni, realizzando di fatto il sogno di omogeneità etnica dei nazionalisti che avevano combattuto
Di Catherine Gousseff
Solidali di fronte all’aggressione russa all’Ucraina, Kiev e Varsavia non hanno risolto le controversie sulla memoria che le oppongono. Il loro confine comune attraversa antichi confini imperiali la cui realtà multiculturale è stata compromessa dall’emergere di Stati-nazione che aspiravano a una certa uniformità etnica, il che ha provocato lacerazioni il cui ricordo rimane vivo.
Il cambio forzato del dollaro per l’acquisto di petrolio è stato la vittima collaterale della guerra russo-ucraina. Gli Stati Uniti erano l’unico paese al mondo a non avere alcun «vincolo del commercio estero», poiché i loro deficit esterni finanziavano i loro deficit interni. Beneficiavano di ciò che Jacques Rueff, uno dei primi a identificare questo fenomeno, definiva «il privilegio imperiale». Notiamo, tra l’altro, che questo sistema garantiva a lungo termine la scomparsa dell’industria americana, resa non competitiva dalla costante sopravvalutazione del dollaro americano. Ed è proprio ciò che è accaduto. Successivamente, nel 1973, è apparsa una seconda declinazione di questo privilegio imperiale. All’inizio degli anni 2000 il legislatore americano adottò una misura che non poteva non distruggere il ruolo internazionale del dollaro. Poiché il dollaro era la valuta degli Stati Uniti, le autorità americane si arrogarono unilateralmente il diritto di essere le uniche competenti a giudicare la legalità dell’uso del dollaro da parte di stranieri, mentre i nemici degli Stati Uniti non erano più autorizzati a utilizzare il dollaro. In ogni transazione che utilizzava il dollaro statunitense, tre entità ne erano a conoscenza in tempo reale: il venditore, l’acquirente… e la CIA. La buona notizia è che i pilastri di questo potere monetario esorbitante stanno crollando.
Maggio-giugno 2026 Nessuno ha più bisogno di una valuta di riserva IL DOLLARO NON È PIÙ LA VALUTA DI UN IMPERO, MA DI UN SOLO PAESE, GLI STATI UNITI
Di Charles Gave. Economista e finanziere Com’è noto a tutti, il dollaro è stato la valuta di riserva mondiale dal 1945. Dietro questo privilegio c’era innanzitutto una realtà: chiunque volesse acquistare petrolio doveva farlo utilizzando la valuta degli Stati Uniti. Qualsiasi paese che fosse importatore netto di energia doveva quindi procurarsi dollari, altrimenti la sua economia si sarebbe bloccata.
Come credere che decapitando il regime iraniano si sarebbe potuto provocarne il crollo e la fioritura quasi miracolosa della democrazia e della laicità? Come credere che, impegnandosi in una guerra, questa sarebbe stata breve e conclusa in poche ore o pochi giorni? Questa guerra sembra essere scoppiata per un capriccio, ma provoca un colpo di grazia in un Golfo che era già in fermento. C’era bisogno di questa nuova guerra nel Golfo perché tutti capissero che i conflitti sono una realtà? Che questi non sono solo militari, ma anche economici, cognitivi e comunicativi, che non riguardano solo gli Stati, ma anche le imprese, indipendentemente dalle loro dimensioni, e le persone? Il ritorno della guerra nel Golfo è un ritorno alle realtà umane e storiche. Di fronte alle sfide, il riarmo è essenziale; prima intellettuale, poi militare.
Maggio-giugno 2026 EDITORIALE Ritorno nel Golfo
LA GUERRA NEL GOLFO PERSICO RICORDA ALLE IMPRESE CHE NON BISOGNA GUARDARE AL MONDO SOTTO LA LENTE DEI RISCHI, MA SOTTO QUELLA DELLE OPPORTUNITÀ La storia degli ultimi decenni torna incessantemente sullo stesso punto: il Medio Oriente e il Golfo Persico. Rivoluzione iraniana del 1979, guerra civile in Libano, guerre in Iraq nel 1991 e nel 2003, Afghanistan, incessanti intifada, speranze di pace e permanenza della guerra. Un colpo di testa.
Il rapporto sulla giustizia globale, che sarà presentato e discusso giovedì 4 giugno alla Scuola di Economia di Parigi da economisti di fama come Mariana Mazzucato, Branko Milanovic o Emmanuel Saez, formula proposte fiscali incisive su ricchezza e capitale. Una pubblicazione che dovrebbe rilanciare il dibattito alla vigilia della Giornata mondiale dell’ambiente e del bilancio 2027. «L’obiettivo è rispondere alle esigenze planetarie e umane da qui alla fine del secolo», afferma Lucas Chancel, codirettore del laboratorio sulle disuguaglianze globali. Questo approccio si inserisce nella continuità dell’opera del famoso economista Piketty pubblicata nel 2021, «Une brève histoire de l’égalité».
05.06.2026 Il «big bang» fiscale degli economisti di fronte al pericolo climatico ed economico Un gruppo di economisti guidato da Thomas Piketty propone di introdurre un’imposta mondiale sul patrimonio e un’imposta sul reddito più progressiva che arrivi fino al 90%. L’obiettivo? Finanziare gli investimenti astronomici necessari alla transizione ecologica.
Di GREGOIRE NORMAND Ondate di caldo precoci, siccità, stress idrico… Il pericolo climatico si sta accelerando in tutto il pianeta. Nonostante i ripetuti allarmi degli scienziati, gli Stati faticano a imboccare la strada della transizione ecologica per mancanza di mezzi per finanziare investimenti astronomici.
Thomas Piketty: La riduzione delle disuguaglianze è essenziale. In uno scenario senza riduzione delle disuguaglianze, è impossibile ottenere un sostegno politico. La riduzione delle disuguaglianze è fondamentale per finanziare gli enormi investimenti nel clima e nella sanità. Ciò deve passare attraverso una fiscalità mondiale e una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale. L’attuale sistema internazionale è plutocratico. I diritti di voto presso il FMI e la Banca mondiale dipendono in gran parte dal PIL pro capite. L’Europa e gli Stati Uniti hanno molti più diritti di voto rispetto alla loro quota nella popolazione mondiale. Al contrario, l’Africa subsahariana è molto poco rappresentata. È paragonabile a un sistema censitario del XIX secolo. Finché si accetterà questa situazione, tutti i discorsi sull’universalismo, la giustizia e la democrazia mancheranno di credibilità.
05.06.2026 «L’attuale sistema internazionale è plutocratico»: lo scenario di Thomas Piketty per un pianeta sostenibile nel 2100 Imposta globale, 1.000 ore di lavoro, 5.000 euro di reddito… Thomas Piketty delinea una tabella di marcia ambiziosa per riuscire a rendere il pianeta sostenibile garantendo al contempo la prosperità per tutti entro il 2100. Riuniti a Parigi per tre giorni, una cinquantina di economisti di fama mondiale vogliono lanciare un allarme sulla crisi climatica.
INTERVISTA DI GRÉGOIRE NORMAND LATRIBUNE – La guerra in Medio Oriente ha riacceso il dibattito sulla tassazione dei superprofitti in Europa e in Francia. Il CEO di Total, Patrick Pouyanné, ha minacciato di delocalizzare parte delle attività. Parallelamente, la Francia non è riuscita a tassare questi settori al momento della guerra in Ucraina. Come si spiega un tale fallimento in Francia?
La penisola arabica si scopre doppiamente vulnerabile. Né l’ombrello americano né i petrodollari la proteggono dai colpi iraniani. Ormai ogni Stato segue la propria strategia: Abu Dhabi punta sulla potenza militare, Riyadh tenta la via della distensione, Doha e Oman fungono da mediatori. Ma tutti sanno che il futuro è incerto. La sfida principale è l’affidabilità della garanzia di sicurezza americana. La dottrina Carter, formulata dopo la rivoluzione iraniana e l’invasione sovietica dell’Afghanistan, affermava esplicitamente che qualsiasi tentativo di prendere il controllo del Golfo Persico sarebbe stato considerato una minaccia diretta contro gli interessi vitali americani. Ma da diversi anni i leader del Golfo dubitano dell’affidabilità di questo impegno. Si stanno delineando due linee strategiche: pacificazione o scontro.
Giugno 2026 PAESI DEL GOLFO: IL PETROLIO NON FA LA FELICITÀ
Di Gil Mihaely Sembravano vivere fuori dal tempo e dallo spazio, proprio come il loro urbanismo e la loro ostentazione di lusso. Per molto tempo, le monarchie del Golfo, dal confine iracheno fino al Mar Arabico, si sono credute protette dalle brutalità del Medio Oriente grazie ai petrodollari.
Dall’aumento dei prezzi dell’energia a seguito della chiusura dello Stretto di Ormuz, l’Italia sembra aver messo il freno ai propri investimenti militari. Contrariamente a quanto previsto all’inizio dell’anno, Roma non ha attivato prima del 31 maggio il programma europeo di riarmo SAFE (Security Action for Europe) dopo aver chiesto, nel 2025, di concedergli quasi 15 miliardi di euro di prestiti per finanziare le proprie spese militari. Nonostante la forte deindustrializzazione del territorio negli ultimi anni, l’economia sarda rimane a galla grazie all’industria degli armamenti. Da sola, la regione ospita il 65% del settore militare italiano: poligoni di tiro e campi di manovra per le truppe della NATO.
07.06.2026 Industria della difesa o pacifismo, gli italiani in bilico Nonostante le proteste, uno stabilimento che produce droni e munizioni dovrebbe raddoppiare la propria produzione entro il 2027 in Sardegna
Di OLIVIER BONNEL Con il ritorno della guerra in Medio Oriente, a seguito dell’offensiva americano-israeliana contro l’Iran, l’Italia si ritrova nuovamente di fronte a un dilemma ben noto: come continuare a investire negli armamenti quando l’opinione pubblica rimane in maggioranza contraria alle spese militari?
Donald Trump ragiona in termini di vittorie, trofei da esibire, slogan che risuonano al vento. Ma, per quanto ciò sia vero, l’ipotesi di una manipolazione israeliana non regge di fronte ai fatti. Ogni volta che Trump dice una cosa del tipo “sei pazzo”, alcuni si affrettano ad annunciare la fine del loro rapporto. Non è vero. Il loro rapporto gli permette proprio di dire questo. Ciò che è vero è che Trump può danneggiare Netanyahu, soprattutto prima delle elezioni israeliane, e non il contrario. Se ci fosse una vera rottura prima di quella scadenza, sarebbe disastroso per Bibi. » Il magnate non ha mai dimenticato la fretta con cui il leader israeliano si è affrettato a congratularsi con Joe Biden per la sua vittoria nel 2020. Un gesto sinonimo di tradimento, nel linguaggio trumpiano.
07.06.2026 Il rapporto Trump-Netanyahu messo alla prova dalla guerra Mentre il conflitto contro l’Iran si avvicina alla soglia dei cento giorni, le divergenze strategiche e di interessi tra Stati Uniti e Israele generano attriti tra i due leader
Di PIOTR SMOLAR La «piccola incursione» degli Stati Uniti in Iran, secondo l’espressione di Donald Trump, si sta protraendo pericolosamente. La guerra si avvicina alla soglia dei cento giorni e la Casa Bianca è ancora alla ricerca di un protocollo d’intesa con il regime iraniano, armato di risorse senza precedenti, come il controllo dello stretto di Ormuz.
L’una o l’altro: Marine Le Pen o Jordan Bardella. La leader storica o l’erede designato. La candidata naturale o la riserva già pronta. Un’incertezza che alimenta il disagio. Il RN non è mai sembrato così vicino al potere, ma non sa ancora dietro quale figura affronterà il rush finale. Tra le due teste del partito, nessun malinteso: Marine Le Pen rimane la candidata del partito. Jordan Bardella ribadisce di essere lì in caso di impedimento. Ma, dietro le apparenze, tutti si costringono alla prudenza. Il partito avanza come su un parquet lucido: senza passi falsi, senza rumore, senza movimenti bruschi. La sera del 7 luglio, Marine Le Pen prenderà la parola in un telegiornale. Qualunque cosa accada. Per trasformare una decisione giudiziaria nel calcio d’inizio di una quarta campagna presidenziale o per convertire una ferita politica in un passaggio di testimone controllato.
07.06.2026 Il processo a Marine Le Pen: il RN con il fiato sospeso a un mese dal verdetto ELEZIONI PRESIDENZIALI: Favorito nei sondaggi, il RN trattiene il respiro in attesa del 7 luglio, con lo sguardo rivolto all’esito giudiziario di Marine Le Pen
Di JULES TORRES Al Rassemblement National si contano i giorni. Non quelli che separano il partito dalle presidenziali, ma quelli che lo avvicinano al 7 luglio: esattamente un mese.
La debolezza degli effettivi ucraini è inversamente proporzionale al fatto che la Russia, dal canto suo, non manca di reclute. Anche se quattro anni di una guerra di cui nessuno intravede ancora la fine stanno facendo calare la popolarità di Vladimir Putin e l’economia russa dà segni di surriscaldamento, i volontari per il fronte da parte russa non hanno bisogno di essere reclutati per strada come invece avviene da parte ucraina. Resta il fatto che la conquista dell’intero Donbass, obiettivo definito da Putin, sembra molto meno vicina di quanto non fosse l’anno scorso. La campagna di attacchi contro le infrastrutture petrolifere russe condotta dall’Ucraina è impressionante, ma l’obiettivo di minare la capacità della Russia di autofinanziare la propria guerra non è stato raggiunto.
07.06.2026 Dopo quattro anni di guerra l’Ucraina sta ribaltando le sorti del conflitto? FRONTE – Mentre l’Ucraina rivendica conquiste territoriali, la Russia prosegue la sua strategia di logoramento nel Donbass. INCRINATI – L’intensificarsi dei bombardamenti, il coinvolgimento degli europei e le ripercussioni del conflitto iraniano allontanano la prospettiva di una soluzione negoziata alla guerra
Di RÉGIS LE SOMMIER Respinta dalla resistenza ucraina, la Russia di Vladimir Putin ha subito una battuta d’arresto sul fronte nel mese di maggio, come già era accaduto ad aprile.
Il primo ministro della Sassonia-Anhalt Sven Schulze (CDU) critica i continui litigi della coalizione di Berlino. Chiede che i primi ministri abbiano voce in capitolo nella riforma delle pensioni e riaccende un vecchio dibattito: se necessario, sarebbe ipotizzabile un allentamento del freno all’indebitamento. “Abbiamo un accumulo di crisi: la guerra in Ucraina, quella contro l’Iran. Abbiamo a che fare con un presidente degli Stati Uniti imprevedibile, a cui non importa se la Germania sta bene o meno. La gente qui ne avverte direttamente le conseguenze. Il carburante diventa più caro, le nostre aziende di ingegneria meccanica ne risentono”
24.05.2026 Con me non ci saranno ministri dell’AfD Sven Schulze (CDU), presidente del Land della Sassonia-Anhalt – Nato nel 1979 a Quedlinburg, Schulze è presidente del Land della Sassonia-Anhalt da gennaio di quest’anno. Lì guida una coalizione con SPD e FDP. Dal 2014 al 2021 il politico della CDU è stato membro del Parlamento europeo. Schulze è il più giovane primo ministro in carica della Germania
Di NIKOLAUS DOLL WELT AM SONNTAG: Signor Schulze, da martedì alle otto di questa settimana ha di nuovo una possibilità concreta di continuare a governare la Sassonia-Anhalt dopo le elezioni regionali di settembre.
Il fatto che le decisioni di politica di sicurezza di Washington non siano più comprensibili, dal punto di vista strategico o in relazione agli obblighi di alleanza degli Stati Uniti, per molti decisori a Varsavia, ma anche per gran parte della popolazione del Paese, bensì siano prese per un capriccio di Trump, li ha allontanati dal loro alleato più importante. Si tratta di un processo senza precedenti che avrà ripercussioni sugli Stati Uniti e sulla Polonia, ma anche sugli alleati europei della Polonia. La Polonia, infatti, sta ridefinendo il proprio orientamento. A prescindere dal trasferimento di truppe annunciato da Trump. Il riorientamento della politica di sicurezza della Polonia ha ripercussioni significative anche sulla Germania.
24.05.2026 Basta con i capricci di Trump Prima gli Stati Uniti vogliono ritirare i soldati dalla Polonia, poi ci ripensano. Varsavia è irritata e sta riorientando la propria politica di sicurezza
Di PHILIPP FRITZ Il rapporto tra Polonia e Stati Uniti assomiglia attualmente a un giro sulle montagne russe. «Grazie all’elezione dell’attuale presidente polacco, Karol Nawrocki, che ho sostenuto con orgoglio, e al nostro rapporto con lui, sono lieto di annunciare che gli Stati Uniti invieranno altri 5000 soldati in Polonia.» Questa frase è stata pubblicata da Donald Trump nella notte tra giovedì e venerdì sulla sua piattaforma Truth Social.
Gli americani hanno disattivato Microsoft Office; programmi essenziali sono improvvisamente fuori uso. I dipendenti non riescono nemmeno più ad accedere alle loro e-mail. Queste si trovano sui server Microsoft e sono irraggiungibili. Per ora è solo uno scenario da incubo, ma uno che in questi tempi può verificarsi rapidamente. La Germania non dipende dagli Stati Uniti solo dal punto di vista militare, ma è anche attaccata alla flebo digitale dei colossi tecnologici americani. E non solo nella vita privata, ma anche nella pubblica amministrazione: nel 2019, secondo uno studio del Ministero, il 96% dei posti di lavoro nel settore pubblico era gestito da Microsoft. La Germania farebbe bene a diventare il più rapidamente possibile più indipendente dall’America sul piano digitale.
24.05.2026 Alla mercé degli americani Non solo gli utenti privati, ma anche i funzionari pubblici tedeschi dipendono da aziende tecnologiche come Microsoft. Un’idea inquietante nell’era di Trump
Di Oliver Georgi In un ministero è in programma una riunione importante, quando improvvisamente i computer smettono di funzionare. Gli americani hanno disattivato Microsoft Office; programmi essenziali come Word, Excel o Teams sono improvvisamente fuori uso.
La popolarità di Friedrich Merz cala, anche tra la popolazione; l’Unione si avvicina nei sondaggi alla soglia del 20%. E su tutto questo aleggia l’ombra che perseguita il Cancelliere federale sin dall’inizio e che ora minaccia di raggiungerlo: Angela Merkel. Improvvisamente la sua (pre)predecessora in carica è di nuovo una persona celebrata. La Merkel vuole definire e contribuire a plasmare la sua eredità storica, il che, dal suo punto di vista, sembra escludere il confronto con i critici. Il suo obiettivo non è il confronto, ma l’agiografia. Di conseguenza, raramente viene confrontata con domande scomode.
24.05.2026 La «cancelliera ombra» Angela Merkel è tornata. Parla in pubblico e offre a Friedrich Merz consigli ambigui. Questo non è d’aiuto
Di Jochen Buchsteiner Per il cancelliere il quadro si fa sempre più cupo. Il partner di coalizione SPD non solo rifiuta le sue idee di riforma, ma ora definisce disumani anche i cambiamenti minimi; il partito gemello CSU impone imperturbabile i propri interessi, mentre nelle file della CDU cresce l’inquietudine.
E’ di moda interpretare la scelta consapevole a favore dell’AfD come una sorta di atto di legittima difesa contro «quelli lassù». Merkel, Scholz, Merz, la bolla di Berlino – la loro incapacità, i loro litigi e la loro arroganza sarebbero la causa del fatto che ai disperati non resti altro che la miscela Weidel-Höcke-Siegmund. Beh… io non ci credo. Ritengo questa spiegazione ipocrita.
22.05.2026 EDITORIALE Disperazione o rabbia ipocrita: cosa spinge così tante persone verso l’AfD?
Di Franziska Reich, caporedattrice Si è parlato quindi di «colpo di Stato». Se l’AfD dovesse ottenere la maggioranza assoluta in Sassonia-Anhalt e riorganizzare a proprio piacimento parte dell’apparato burocratico, si tratterebbe di un «colpo di Stato», secondo il ministro dell’Interno della SPD della Turingia.
In Germania una collaborazione basata sulla fiducia tra capitale e lavoro, tra datori di lavoro e lavoratori, impedisce apparentemente che in tempi di crisi si arrivi subito a licenziamenti di massa. Al presidente degli Stati Uniti Donald Trump un modello del genere, che è pur sempre un pilastro fondamentale della nostra economia sociale di mercato, deve sembrare piuttosto curioso. È in contrasto con la sua mentalità “amico-nemico”, quel gioco a somma zero in cui uno vince solo se l’altro perde il più possibile. Per fortuna in Germania abbiamo molti datori di lavoro che si prendono cura dei propri dipendenti con un vero senso di responsabilità. Abbiamo inoltre l’enorme fortuna di disporre di sindacati che difendono con forza i propri iscritti, senza però rinunciare alla competenza economica durante le trattative. Non dobbiamo sacrificare nessuna delle due cose proprio ora.
STERN 21.05.2026 EDITORIALE
Quando le parole tedesche entrano nell’uso linguistico inglese, spesso finiscono per rovinare l’atmosfera. «Angst» è una di quelle parole che gli anglosassoni amano spargere qua e là, o una variante ancora più crudele, la «Schadenfreude».
Merz ha minacciato di interrompere le trattative se l’SPD avesse mantenuto la sua richiesta di aumentare le tasse per i ricchi. All’interno dell’Unione si è verificato un dissidio proprio sullo stesso tema. Sembra quasi un atto di disperazione il modo in cui il ministro delle Finanze Lars Klingbeil e il Cancelliere lottano su questa maledetta riforma dell’imposta sul reddito. Si sta combattendo una vera e propria guerra di ideologie: l’SPD ha promesso sgravi fiscali al 95% dei cittadini e vuole una ridistribuzione dall’alto verso il basso. L’Unione, invece, vuole alleggerire il carico fiscale della classe media alta, i “motori dell’economia”. Che senso ha questa disputa se, alla fine dei conti, ne deriva solo un alleggerimento fiscale pari al valore di un paio di tazze di cappuccino, mentre nelle casse dello Stato mancano importi a due cifre nell’ordine dei miliardi?
STERN 21.05.2026 PER UNA TAZZA DI CAPPUCCINO La coalizione nero-rossa promette una grande riforma fiscale. C’è solo un piccolo problema: da dove prendere i soldi? Ognuno ha le proprie idee
Di Julius Betschka, Florian Schillat La prevista riforma fiscale ha già portato due volte questo governo sull’orlo del baratro. In primo luogo, ancora durante i negoziati di coalizione, Friedrich Merz ha minacciato di interrompere le trattative se l’SPD avesse mantenuto la sua richiesta di aumentare le tasse per i ricchi.
«Sono un grande ammiratore dell’America, ma la mia ammirazione al momento non sta aumentando», ha detto Merz. Sono parole dure. Sono ingiuste e sbagliate. Rimane nell’interesse della Germania rimanere alleata con gli Stati Uniti a lungo termine, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Ciò non significa piegarsi a Trump. Ma allo stesso tempo, un governo tedesco non dovrebbe scatenare inutili conflitti con lui. Anche per questo motivo, vale per tutti i critici degli Stati Uniti – e in particolare per il Cancelliere: per favore, prima pensate e poi parlate!
22.05.2026 EDITORIALE Anti-americanismo? No, grazie! Dal ritorno di Trump, sempre più tedeschi guardano con occhio critico agli Stati Uniti, compreso il cancelliere Merz. Ma i giudizi generici sul Paese sono sbagliati.
Di Roland Nelles Il 4 luglio il presidente Donald Trump e gli americani festeggiano il 250° anniversario degli Stati Uniti; potrebbero farlo quasi tra di loro. Infatti, molti ospiti stranieri di alto rango non sembrano aver ancora confermato la loro presenza al grande evento. Almeno non dall’Europa. Si dice che forse il presidente francese Emmanuel Macron potrebbe fare un salto. Ma proprio solo: forse.
M. è uno dei 4800 soldati tedeschi che il governo tedesco stazionerà in modo permanente in Lituania fino alla fine del 2027. A questi si aggiungono impiegati amministrativi, insegnanti ed educatori; in totale dovrebbero essere 5000 membri della Bundeswehr. Una volta raggiunto questo obiettivo, la Bundeswehr dichiarerà «FOC», «Full Operational Capability»: piena operatività. Una cosa del genere non si è mai vista nella storia della Bundeswehr. E’ la conseguenza della «svolta epocale» proclamata dall’ex cancelliere Scholz. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, la Germania distacca una brigata a lungo termine al di fuori dei propri confini. «La sicurezza della Lituania è anche la nostra sicurezza. La protezione di Vilnius è la protezione di Berlino.»
22.05.2026 Pericolosamente vicino Bundeswehr – Il soldato tedesco Florian M. si è trasferito in Lituania per proteggere il fianco orientale dell’Europa dalla Russia. Alcune minacce, che di solito compaiono solo nei documenti strategici, lì sono già realtà
Di Kristin Haug Il capitano Florian M. è rimasto chiuso fuori dal suo appartamento questa mattina, mentre portava fuori la spazzatura. Ora sta cercando di contattare la sua padrona di casa. Forse lei può lasciargli la chiave da qualche parte? Ma lei non risponde al telefono. In realtà, il capitano, che è venuto per proteggere il fianco orientale, non ha proprio tempo per queste cose.
La Repubblica Popolare Cinese attua una politica economica aggressiva e crea condizioni di concorrenza ineguali. Ciò suscita un dibattito sul libero scambio: PRO e CONTRO.
22.05.2026 Abbiamo bisogno di dazi protettivi contro la Cina?
A livello nazionale, nell’ultimo sondaggio Insa l’AfD si attesta al 29 per cento, chiaramente davanti all’Unione, che raggiunge il 22 per cento. In Sassonia-Anhalt, un recente sondaggio Infratest Dimap vede l’AfD al 41 per cento e la CDU al 26 per cento. Molti osservatori vedono il rischio che un forte sostegno all’AfD in Sassonia-Anhalt possa portare al partito un ulteriore afflusso di consensi a livello nazionale – con possibili conseguenze negative per la stabilità del governo federale. Non è da escludere che la coalizione a livello federale possa andare in pezzi.
22.05.2026 SASSONIA-ANHALT: la minaccia blu per la coalizione berlinese I consensi del partito di estrema destra sono in crescita da mesi. Tra i partiti di centro si discute già su quali conseguenze avrebbe a livello federale una vittoria elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt
Di Annett Meiritz, Dietmar Neuerer Berlino Un governo di maggioranza AfD in Sassonia-Anhalt sarebbe più di un semplice cambio di potere in un Land. A Berlino, un simile scenario è ormai considerato un possibile banco di prova per il governo federale, le autorità di sicurezza e lo Stato federale nel suo complesso. Dietro a ciò c’è la preoccupazione che un possibile governo AfD possa portare a conflitti che non riguardano solo la Sassonia-Anhalt, ma direttamente il governo federale e la cooperazione federale.
L’obiettivo principale del vertice era quello di mettere in atto delle misure di salvaguardia, al fine di consentire alle due superpotenze di intrattenere relazioni nel quadro di una «stabilità strategica costruttiva» in cui ciascuna rispettasse gli interessi ritenuti vitali dall’altra. È probabilmente per questo motivo che il presidente cinese ha posto la questione di Taiwan al primo posto nei suoi colloqui con Donald Trump. I comunicati ufficiali americani pubblicati dopo l’incontro non ne facevano alcuna menzione, né menzionavano la formula della «stabilità strategica costruttiva» proposta da Pechino.
18.05.2026 Taiwan, una questione cruciale nelle relazioni sino- americane Durante i suoi colloqui con Donald Trump, Xi Jinping ha ribadito che nulla sarebbe possibile senza un allontanamento da parte di Washington. Dopo Emmanuel Macron a dicembre, Keir Starmer a gennaio e Donald Trump la scorsa settimana, il presidente cinese accoglierà Vladimir Putin il 20 maggio a Pechino. La Cina sarà il primo Paese ad aver ricevuto i quattro leader degli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite negli ultimi sei mesi, affermando così il suo peso crescente negli affari mondiali
Di Claude Leblanc LE VISITE DI STATO si concludono generalmente con la firma di accordi commerciali che consentono di valutarne il livello di successo.
Per Édouard Philippe, è chiaro: presentandosi come l’unico in grado di battere il RN al secondo turno delle presidenziali, sondaggi alla mano, spera di imporsi come il «candidato naturale» della destra e del centro, di fronte ai suoi rivali Gabriel Attal e Bruno Retailleau. Marine Le Pen «auspica un secondo turno contro il blocco centrale», poiché ritiene «necessario avere la forza di un’elezione di scelta e non di un’elezione di rifiuto dell’altro candidato». L’altro candidato? Jean- Luc Mélenchon, etichettato come il nuovo «diavolo» della Repubblica. Tutto dipenderà dalla decisione del 7 luglio. Gli stati maggiori del RN e di Horizons attendono questa data: sapranno allora se la Corte d’appello di Parigi confermerà o revoca la pena di ineleggibilità di Marine Le Pen per «appropriazione indebita di fondi pubblici».
18.05.2026 Édouard Philippe e Marine Le Pen, i migliori nemici delle presidenziali Il candidato di Horizons e il partito nazionalista stanno già iniziando a scontrarsi. Se per il primo il duello sembra una cosa naturale, per Marine Le Pen e Jordan Bardella tutto dipenderà da una decisione della giustizia
Di Loris Boichot e Paul Laubacher A Marine Le Pen sono fischiati le orecchie. A Reims, domenica 10 maggio, Édouard Philippe è stato fedele alla sua reputazione: quella di un uomo che non si tira indietro davanti a una battuta. «Ci sono alcuni argomenti su cui il RN non cambia.
Dal suo ritorno al potere, Trump ha notevolmente offuscato le distinzioni tra gli affari privati – i suoi e quelli della sua famiglia – e la politica americana, estera ed economica, smantellando o neutralizzando al contempo le istituzioni incaricate di vigilare sugli abusi. La maggioranza repubblicana al Congresso si è mostrata poco incline a esercitare il proprio potere di supervisione. I democratici, che sperano di conquistare la maggioranza alle prossime elezioni, stanno già preparando delle indagini. Ma l’ampiezza, la complessità e talvolta l’opacità del sistema che negli ultimi quindici mesi ha trasformato la politica americana rendono difficile cogliere il fenomeno nel suo insieme. L’indebolimento delle regole e delle istituzioni incaricate di farle rispettare, l’immunità concessa dalla Corte Suprema al presidente e la generosità con cui questi la estende ad altri utilizzando il suo diritto di grazia aprono nuove possibilità.
18.05.2026 Come il clan Trump sfrutta il potere per arricchirsi Dal suo ritorno alla Casa Bianca, il miliardario ha trasformato la sua presidenza in un’impresa redditizia, approfittando del silenzio del Congresso e dell’indebolimento degli organismi incaricati di combattere la corruzione
Di Adrien Jaulmes, corrispondente da Washington La presenza di Eric Trump durante il viaggio presidenziale in Cina ha attirato più attenzione dell’assenza di Melania, la first lady. Il figlio minore del presidente è stato presentato come membro della delegazione «a titolo personale», e la Trump Organization, società di famiglia di cui è amministratore, ha assicurato che «non avrebbe partecipato a nessuna discussione o riunione riguardante alcuna entità commerciale».
Elie Barnavi ed Elias Sanbar dialogano da decenni. Questo israeliano e questo palestinese hanno in comune il fatto di essere nati poco dopo la Seconda Guerra Mondiale, di essere stati storici e ambasciatori, e di aver sempre sostenuto, instancabilmente, la riconciliazione tra i loro due popoli. Dal 7 ottobre, e fino all’uscita dei loro libri, non si erano espressi insieme sui media. Nonostante due anni e mezzo di guerra accanita, i due instancabili combattenti per la pace spiegano perché nutrono ancora speranza sull’esito del conflitto.
14.05.2026 “Gli israeliani e i palestinesi sono fratelli siamesi” Elie Barnavi ed Elias Sanbar – Uno pubblica un “Dizionario d’amore di Israele”, l’altro un “Nuovo Dizionario d’amore della Palestina”. Dialogo tra due instancabili combattenti per la pace
Intervista a cura di Nathalie Funès Voi continuate a portare una voce di pace, mentre i pacifisti sono sempre più in minoranza, sia dal lato israeliano che da quello palestinese. Non è difficile? Elias Sanbar – Bisogna assolutamente tenere a mente che nel 1991, durante i negoziati degli accordi di Oslo a Madrid, i palestinesi sono scesi in strada per applaudire: «Ci siamo, stiamo andando verso la pace. » La colonizzazione, che da allora ha subito un’accelerazione, e la guerra a Gaza hanno dato l’impressione che ciò che era un po’ utopistico stia cominciando a diventare impossibile.
Il modo in cui l’economia mondiale si sta sviluppando ormai da una decina d’anni è chiaramente insostenibile, con tre grandi aree che presentano ciascuna le proprie sfide: la Cina che non consuma abbastanza, gli Stati Uniti che consumano troppo e l’Europa che non investe abbastanza. Questi squilibri globali sono diventati un bene comune di cui dobbiamo discutere in primo luogo all’interno del G7, ha dichiarato Roland Lescure, ministro dell’Economia francese. La Francia, che quest’anno presiede il G7, intende ridare lustro a questo forum nato sulla scia della prima crisi petrolifera del 1975. «Siamo convinti che sia più importante che mai dialogare in un contesto che esiste da cinquantuno anni». Cooperazione multilaterale fruttuosa: la gestione dell’accesso ai minerali critici e la riduzione della dipendenza dalle terre rare della Cina, di cui si discuterà a Parigi. Su questo piano, il consenso è praticamente assicurato.
18.05.2026 I ministri delle Finanze del G7 alla ricerca di unità di fronte al caos mondiale Riuniti a Parigi lunedì e martedì, i ministri delle Finanze del G7 concentreranno la loro attenzione sul modo migliore per ridurre gli squilibri economici, insostenibili nel lungo periodo
Di Richard Hiault Evitare che gli squilibri macroeconomici e le tensioni geopolitiche sfociano in una grave crisi commerciale e finanziaria. Questa è la grande sfida della riunione dei ministri delle Finanze del G7, che si terrà a Bercy il 18 e 19 maggio.
Organizzare un confronto con i due leader del RN, oggi grandi favoriti nei sondaggi, comporta numerosi vantaggi agli occhi dell’entourage di Edouard Philippe. Secondo i sondaggi, l’ex juppéista è, a questo punto, l’unico in grado di evitare un duello tra Jean-Luc Mélenchon e il partito di estrema destra al secondo turno nel 2027. E anche se i sondaggi vanno presi con le pinze a un anno dalla scadenza, è anche l’unico dato per vincitore (di misura), sia contro Jordan Bardella che contro Marine Le Pen. Contro ogni aspettativa, un duello Philippe-RN andrebbe benissimo anche a Marine Le Pen. Dopo essersi opposta frontalmente a Jean-Luc Mélenchon, la leader dei deputati del RN ha dichiarato che vorrebbe un «secondo turno contro il blocco centrale». Preferibilmente contro Edouard Philippe; l’angolo d’attacco è già pronto sul blocco centrale: il bilancio di dieci anni di macronismo.
18.05.2026 Il Rassemblement National e Philippe cercano di impostare il loro duello in vista del 2027 L’ex primo ministro punta a presentarsi come l’unico candidato in grado di riunire la destra e il centro per fare da baluardo contro Jordan Bardella e Marine Le Pen. Anche quest’ultima spera di affrontarlo al secondo turno nel 2027
Di Ulysse Legavre-Jérôme e Anne Feitz Marine Le Pen sogna un duello al sole con Edouard Philippe? È una coincidenza fortunata, perché anche l’ex primo ministro lo desidera. Discreto negli ultimi tempi, il sindaco di Le Havre è passato a «un’altra fase» il 10 maggio a Reims.
Constatando il vantaggio della Cina sulle terre rare, Trump ha deciso di attaccarla sul suo tallone d’Achille, ovvero l’energia. La cattura di Nicolas Maduro e la presa dei giacimenti petroliferi venezuelani rientrano in questa logica. I cinesi importavano la quasi totalità di questo petrolio, pari al 10% del loro fabbisogno. La stessa idea sottende la guerra contro l’Iran. Dietro gli obiettivi di rovesciare il regime iraniano e di prendere il controllo dell’uranio arricchito si nasconde la presa di controllo di questo petrolio, che copre circa il 15% del fabbisogno cinese. In questo scontro che va crescendo, Xi Jinping si è chiesto come evitare la «trappola di Tucidide», dal nome dello storico greco della guerra del Peloponneso, dove l’ascesa di Atene a fronte di Sparta finisce da sola per rendere la guerra inevitabile… «Abbiamo molte cose da dirci», annunciava martedì Donald Trump prima di prendere l’aereo per Pechino. Senza dubbio avrà voluto dimenticare che, se si fosse recato in Cina prima dello scorso 28 febbraio, si sarebbe trovato in una posizione ben migliore per negoziare. Trump ha provato di tutto per riaprire Hormuz, senza successo. Ora ha bisogno dell’aiuto di Pechino, che lo sa benissimo. La Cina è infatti l’unico attore in grado di esercitare pressione sull’Iran. Al di là delle prese di posizione e delle confidenze rilasciate con il contagocce, le due parti hanno comunque trovato un accordo su un nuovo quadro per le relazioni sino- americane, denominato «stabilità strategica costruttiva».
18.05.2026 Donald Trump-Xi Jinping – Il grande chiarimento FACCIA A FACCIA – A Pechino, Trump e Xi cercano un nuovo equilibrio tra guerra commerciale, rapporto di forza militare e interessi economici – CONTRATTAZIONE – Sullo sfondo, l’Iran, lo Stretto di Hormuz e Taiwan delineano i contorni di un accordo implicito
Di RÉGIS LE SOMMIER Se si fosse voluto convincersene, l’importanza della visita di Donald Trump in Cina si poteva leggere dall’elenco dei magnati che il presidente americano ha portato con sé a Pechino. Elon Musk ha viaggiato a bordo dell’Air Force One.
La Francia è tornata ad essere la fanalino di coda della crescita tra i principali paesi dell’eurozona. Cosa ben più grave, alla luce degli ultimi indicatori anticipatori della congiuntura, il suo PIL rischia di calare nettamente nel secondo trimestre del 2026. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto l’8,1%, il più alto dal primo trimestre del 2021. L’indice di fiducia delle famiglie ha registrato il calo mensile più forte dal marzo 2022, livello inferiore a quello registrato durante la pandemia di Covid- 19 e durante la crisi dei Gilet Gialli. L’aumento dei prezzi dell’energia si sta ripercuotendo su tutte le materie prime, i beni manifatturieri e i servizi, l’inflazione francese dovrebbe presto superare il 4%, erodendo ulteriormente il potere d’acquisto dei francesi. Infine, con una crescita al massimo dello 0,4% nel 2026, il disavanzo pubblico tornerà a superare la soglia del 6% del PIL e il debito pubblico raggiungerà un nuovo record storico di circa il 122% del PIL. Per non parlare del rischio di crisi sociale.
18.05.2026 Il crollo è ormai alle porte! Crescita a zero, fallimenti record, disoccupazione in aumento, inflazione in ripresa: l’economia francese sta precipitando in una crisi profonda che il potere non riesce più a nascondere – ALLARME – Tutti gli indicatori sono in rosso. Dietro i discorsi rassicuranti, la Francia sprofonda in una spirale di declino economico e sociale dalle conseguenze esplosive
DI MARC TOUATI, ECONOMISTA Siamo lucidi e non cadiamo nella trappola della negazione della realtà che i dirigenti del paese ci tendono da anni: la situazione dell’economia francese è purtroppo catastrofica. Lo era già prima della crisi petrolifera, lo è ancora di più oggi.
Trump rischia di essere sorpreso dai progressi compiuti dalla Repubblica Popolare dalla sua ultima visita sul posto, nove anni fa. Per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’America si trova di fronte a un rivale che minaccia la sua supremazia. E non nasconde la sua ambizione di diventare la prima potenza mondiale entro il 2049, in occasione del centenario della sua fondazione. La madre di tutte le battaglie è senza dubbio quella dell’IA. La posta in gioco è considerevole sul piano economico, militare e geopolitico. Per il momento, gli Stati Uniti sono in leggero vantaggio, grazie alle prestazioni dei modelli linguistici di ChatGPT e Claude. Ma, dall’altra parte del Pacifico, anche il presidente Xi Jinping ne ha fatto una priorità. Con primi risultati impressionanti.
13.05.2026 Cina contro Stati Uniti: l’intelligenza artificiale al centro della battaglia del secolo 1,3 MILIONI DI INGEGNERI ESCONO DALLE UNIVERSITÀ CINESI OGNI ANNO, 130.000 NEGLI USA
Di CyrillePluyette Fino a dove si spingerà «l’imperatore rosso» per impressionare il suo omologo americano? Durante l’ultima visita di Donald Trump a Pechino, nel 2017, Xi Jinping lo aveva invitato ad assistere a un’opera cinese nella segretissima Città Proibita – anche se i gusti del miliardario tendono piuttosto verso gli incontri di wrestling.
Il presidente americano non è riuscito a domare Teheran prima di incontrare Xi Jinping. La sua incapacità di riaprire lo stretto di Hormuz lo ha persino costretto a trasferire in Medio Oriente mezzi militari schierati in Asia per contenere l’influenza cinese. L’Esercito popolare di liberazione non chiedeva di meglio. Rivelatore. Peggio ancora, la crisi iraniana agisce come un brutale rivelatore delle priorità di Pechino. Otto anni e mezzo dopo la sua ultima visita di Stato, nel 2017, il 47° presidente degli Stati Uniti dovrebbe ritrovare una Cina irriconoscibile. Il tempo dell’asimmetria è finito: Pechino pretende ora di trattare con l’America su un piano di parità. Questo senso di potere si basa su due importanti successi ottenuti di recente.
14.05.2026 E nel frattempo, la Cina… Difesa, tecnologia, automobilistica, energia… Il piano di Xi Jinping per superare gli Stati Uniti
DI JULIEN PEYRON, CON OLIVIER UBERTALLI IN CINA E CLAIRE MEYNIAL NEGLI STATI UNITI Negli ultimi giorni si è assistito a un’insolita parata aerea sopra Pechino. Diversi C-17 Globemaster, di colore grigio opaco dell’US Air Force, hanno solcato il cielo della capitale cinese prima di atterrare sotto gli obiettivi di decine di curiosi.
I membri del «G2», questa espressione sprezzante per i membri del G7 che Donald Trump ama usare, potrebbero vivere ciascuno per conto proprio, senza preoccuparsi l’uno dell’altro? Inconcepibile nel breve termine: un anno fa, molti osservatori scommettevano su un profondo disaccoppiamento tra Cina e Stati Uniti, ma nessuno dei due vuole davvero disaccoppiarsi dall’altro al 100%. La Cina ha bisogno dei consumatori americani per smaltire le proprie merci. Sia in modo diretto, sia in modo indiretto, ovvero passando per paesi amici come il Vietnam o il Messico. Gli Stati Uniti non possono permettersi un blocco sulle terre rare cinesi. Nessuno sa, per ora, a quale tipo di «accordo» potrebbe sfociare un incontro al vertice tra i presidenti Trump e Xi. Né se ci sarà tra loro un accordo concreto. Ma una cosa è certa: i due imperi hanno destini legati. Perché ciascuno di essi possiede o produce qualcosa di cui l’altro ha bisogno e che non ha.
14.05.2026 Cina – Stati Uniti, la sfida del secolo Duello. La loro battaglia è spietata, ma la loro dipendenza reciproca li costringe al dialogo
DI FRANÇOIS MIGUET Era ottobre, durante la nostra ultima visita a Shanghai. Un rinomato economista ci aveva posto la seguente domanda, così pertinente: «Cosa produce l’Europa che noi non abbiamo già e di cui abbiamo davvero bisogno? L’unica eccezione, forse, sono le macchine ASML necessarie per la produzione di semiconduttori avanzati.
Forse Merz semplicemente non vuole guardare al futuro, perché non sembra affatto roseo, né per la Germania né, a maggior ragione, per lui? Quando il Cancelliere ha fatto un’apparizione televisiva da solista non si è lamentato, ma ha azzardato per ben due volte una visione piuttosto distopica. In primo luogo, rivolgendosi ai suoi compagni di partito, ha escluso una collaborazione con l’AfD, che con lui non sarebbe possibile. Il che, naturalmente, ha portato subito alla mente la domanda che alcuni nell’Unione si stanno comunque ponendo: e allora cosa ne sarebbe senza Merz? In secondo luogo, ha chiarito spontaneamente di non avere alcun mandato per “uccidere” la CDU. Eh?
STERN 07.05.2026 EDITORIALE
Non mi ha sorpreso quando Friedrich Merz ha dichiarato ai colleghi dello «Spiegel» che nessun cancelliere prima di lui aveva dovuto sopportare tanta ostilità. Una certa tendenza al lamento è sempre stata propria di Merz, e si tratta comunque di una caratteristica che, nella solitudine della Cancelleria, ha influenzato anche personalità meno vulnerabili: anche Olaf Scholz e Angela Merkel si sono talvolta considerati particolarmente tormentati.
Merz, Cancelliere federale da appena un anno, sta vivendo in questi giorni un rapido declino del potere. Anche altri cancellieri si sono trovati in crisi profonde, egli invece sembra solo. La coalizione nero-rossa è in crisi di fiducia, il Cancelliere trascina il suo partito nel suo cupo baratro di impopolarità, mentre l’AfD, in parte di estrema destra, sta guadagnando terreno nei sondaggi. Il malcontento nella CDU e nella CSU per i compromessi in seno al governo sta aumentando sempre di più. E non solo ha grandi difficoltà a spiegare le sue decisioni ai tedeschi e a tenere a bada il partner di coalizione SPD. Merz deve inviare un segnale al suo partito logorato: sono Cancelliere federale, ma anche leader della CDU – e lotto per voi. La paura di affondare, di essere lacerati, appare curiosa alla luce del bilancio finora della coalizione. I due progetti finora più grandi di questo governo, la svolta in materia di asilo e la riforma del reddito di cittadinanza, portano la firma dell’Unione e del suo Cancelliere. Ma evidentemente non basta.
STERN 07.05.2026 NEL BUCO NERO All’interno della CDU cresce il timore di un declino. Per salvare il proprio partito, i politici dell’Unione stanno discutendo di cose finora impensabili
Di Julius Betschka, Veit Medick e Jan Rosenkranz Quanto sia cupo il suo intimo stato d’animo, il Cancelliere federale lo ha rivelato ai tedeschi domenica sera scorsa. Friedrich Merz, l’impopolare, era seduto al tavolo accogliente dello studio ARD di Caren Miosga in prima serata e a un certo punto ha pronunciato questa frase brutale: «Non ho il potere di distruggere la CDU».
Ha appena iniziato, la pressione è enorme, così come la delusione nei confronti del Cancelliere, il quale a sua volta è deluso dal calo di consensi. Merz, dopo un anno e un giorno, è un Cancelliere che deve continuamente motivarsi per non cedere al clima negativo. Ma deve invece convincere con grinta che ce la può fare. Che può guidare la Germania fuori dalla crisi come capo della sua coalizione nero-rossa. Dopo un anno, per il Cancelliere iniziano i primi mesi decisivi del suo mandato. Riuscirà, insieme all’SPD, a far passare riforme che rimettano in moto l’economia? E riuscirà a restituire al Paese la fiducia che il governo da lui guidato sia in grado di compiere i passi necessari? Oppure Merz fallirà nel trovare le maggioranze necessarie? Dopo un anno ha dovuto subire la prima valutazione: i voti erano insufficienti. Ma la domanda più importante trova risposta solo ora: riuscirà a invertire la rotta e a dare il via a un nuovo inizio? Assistenza, tasse, pensioni: entro l’estate il Cancelliere vuole avere una risposta alle questioni decisive del Paese.
09.05.2026 Ce la farà ancora? Un anno in carica, il morale a terra: il cancelliere Friedrich Merz lotta per affermare la propria autorità e per mantenere viva la speranza di poter ancora invertire la rotta
Di GORDON REPINSKI («POLITICO») Friedrich Merz pensava probabilmente a una partita in casa – si tratta comunque di uno di quegli appuntamenti. Ma a un anno dall’inizio del suo mandato da cancelliere, tutto sembra diverso. È il pomeriggio di giovedì di questa settimana.
Dopo lo scoppio della guerra in Iran, il governo federale aveva rivisto al ribasso le prospettive di crescita ad aprile. Ha così dimezzato le sue previsioni per quest’anno e prevede ora solo un aumento del prodotto interno lordo (PIL) dello 0,5%. Per il prossimo anno 2027, il governo ha abbassato le sue previsioni dall’1,3% allo 0,9%. Come colmare questi buchi di bilancio è ancora del tutto da vedere. Il cancelliere Friedrich Merz (CDU) questa settimana ha chiesto ulteriori risparmi e si è espresso contro gli aumenti delle tasse e nuovi debiti. Klingbeil, invece, intende gravare ulteriormente i redditi più alti, attraverso un aumento delle imposte e, possibilmente, anche attraverso un innalzamento del limite massimo di contribuzione per l’assicurazione pensionistica, come ha recentemente accennato. La nuova stima fiscale dovrebbe alimentare ulteriormente la disputa all’interno della coalizione.
08.05.2026 Il gettito fiscale è in calo A causa della guerra in Iran e della crisi economica, le nuove stime fiscali fino al 2030 registrano un calo di 87,5 miliardi di euro. E un altro problema attende il ministro delle Finanze Klingbeil
Di Martin Greive, Jan Hildebrand Berlino Il ministro delle Finanze Lars Klingbeil (SPD) dovrà fare i conti nei prossimi anni con un gettito fiscale inferiore alle aspettative. Giovedì gli esperti del gruppo di lavoro sulle stime fiscali hanno inviato le loro nuove previsioni al Ministero delle Finanze.
Non è più inimmaginabile che anche in Germania qualcosa cambi, che l’AfD prenda il potere, svuoti lo Stato di diritto, limiti le libertà liberali, stabilisca il razzismo come linea guida della politica, renda difficile il cambio di potere. Finora può solo bloccare e avvelenare il clima, perché non governa né a livello federale né a livello regionale. Ma quest’anno potrebbe riuscire a salire alla ribalta, in occasione delle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt e forse anche nel Meclemburgo- Pomerania Anteriore, se dovesse ottenere la maggioranza assoluta o se la CDU o la BSW dovessero accettare un’alleanza. La democrazia tedesca è in crisi, questo è chiaro, è risaputo. Dipende anche dal fatto che negli ultimi anni è cambiato troppo poco, non è riuscita a soddisfare i bisogni di molte persone, non è riuscita a garantire una crescita significativa e sostenibile e quindi a migliorare la vita di molti.
25.04.2026 EDITORIALE Più soluzioni, meno moralismo Quest’anno l’AfD potrebbe entrare per la prima volta al governo. Per noi è un’occasione per analizzare a fondo la democrazia tedesca in un numero speciale
Di Dirk Kurbjuweit La democrazia è in crisi, questo è chiaro, è risaputo. Il governo sconsiderato di Donald Trump negli Stati Uniti, la furia dei populisti di destra e degli estremisti di destra in Europa, la minaccia militare della Russia, la concorrenza economica della Cina: tutto questo rende nervose molte persone e spaventa alcune.
Münzenmaier non è una persona qualsiasi nell’AfD, è considerato uno dei più importanti burattinai del partito. Il 36enne, che è vicepresidente sia nel gruppo parlamentare del Bundestag che nella sua sezione regionale della Renania-Palatinato, negli ultimi anni ha costruito una potente rete nell’AfD di estrema destra. È uno dei principali alleati interni della leader del partito Alice Weidel: ne garantisce il potere e fa in modo che molte controversie vengano risolte dietro le quinte. Il suo obiettivo dichiarato è quello di professionalizzare il partito. Eppure, quasi nessuno al di fuori dell’AfD lo conosce. Chi è quest’uomo? E cosa rappresenta? Per poter valutare l’operato di Münzenmaier all’interno del partito, lo SPIEGEL ha parlato con una dozzina di esponenti dell’AfD di primo e secondo piano, sia con amici di partito che con oppositori.
25.04.2026 Il burattinaio di Alice Weidel Quasi nessuno lo conosce, ma all’interno dell’AfD Sebastian Münzenmaier gode di una notevole influenza. Riunisce attorno a sé la maggior parte dei funzionari e sostiene la leader del partito. Chi è quest’uomo?
di Matthias Bartsch, Sophie Burkhart, Ann-Katrin Müller Sebastian Münzenmaier non parla a voce alta, ma con toni incisivi. La Corte costituzionale federale «non è necessariamente» nota per essere «politicamente neutrale», ha affermato di recente durante una delle sue tipiche apparizioni a Rockenhausen, nella Renania-Palatinato.
Per anni i governi, indipendentemente dalla loro composizione, hanno assistito passivamente mentre un numero sempre maggiore di lavoratori con redditi normali doveva versare una quota crescente del proprio reddito al fisco. Questo non solo è dannoso per la produttività e la crescita, ma rasenta il fallimento politico. Chi permette che persino i lavoratori si trasformino in top earners nella tabella fiscale, non deve stupirsi se questi si allontanano e scelgono una presunta alternativa. Soprattutto l’SPD deve cambiare mentalità. Dovrebbe ricordarsi che ha sempre avuto particolare successo quando ha conciliato la responsabilità sociale con la ragionevolezza economica.
25.04.2026 EDITORIALE Cambiare rotta Il governo federale dovrebbe finalmente decidersi a intraprendere una profonda riforma fiscale. Sono soprattutto i socialdemocratici a doversi muovere
Di Christian Reiermann In materia di politica fiscale, il governo di coalizione tra CDU/CSU e SPD ha dato prova, fin dall’inizio, di una totale mancanza di ambizione. Nel loro accordo di coalizione, l’Unione e l’SPD hanno concordato che una riforma fiscale avrebbe dovuto alleggerire il carico fiscale solo sui redditi medio-bassi.
Quando Merz si fa strada tra i ranghi verso il palco, l’accoglienza è fredda e gli applausi scarsi. Su di lui, che ha sempre avuto la reputazione di essere un uomo d’affari, i tanti uomini e le poche donne presenti qui hanno proiettato tutte le loro speranze, ma ora sono delusi. L’atmosfera questa sera è gelida. E poi c’è il discorso di benvenuto. «La pazienza dell’economia è esaurita», dice Astrid Hamker, presidente del Consiglio economico. Ci si aspetta che il governo federale «abbandoni finalmente la modalità annunci». Il Cancelliere deve essere più duro con i socialdemocratici. «Combatti le sciocchezze del tuo partner di coalizione!», gli grida. Questa sera sembra che persino il mondo di Merz si stia ormai allontanando da lui. Per lui è amaro. A un anno dall’insediamento, il bilancio pubblico del suo mandato è devastante.
08.05.2026 Il vincitore della crisi Il presidente del gruppo parlamentare CDU/CSU Jens Spahn è il nuovo uomo forte dell’Unione. Nell’entourage del Cancelliere ci si chiede come userà il suo potere
Di Konstantin von Hammerstein, Jens Gyarmaty, Paul-Anton Krüger, Christian Teevs Questo è il suo mondo. La grande sala del J. W. Marriott Hotel di Berlino è piena di uomini in abiti scuri, ci sono anche alcune donne in tailleur.
I vertici della coalizione avevano deciso, oltre a uno sconto sul carburante, anche un “bonus di sgravio” fino a 1000 euro, che le aziende avrebbero dovuto versare ai propri dipendenti e che avrebbero potuto dedurre dalle tasse. La misura ha tuttavia suscitato reazioni in parte indignate sia da parte delle aziende che dei Länder, poiché entrambi avevano la sensazione che il governo federale volesse scaricare su di loro la maggior parte dei costi. Ciononostante, il governo federale è stato evidentemente colto di sorpresa dal no del Bundesrat. Ora deve sopportare le critiche sulla sua capacità di agire e sulla sua professionalità. Allo stesso tempo, nell’ultimo trend l’AfD ha superato per la prima volta CDU e CSU, posizionandosi così in testa ai sondaggi a livello nazionale. Nuove scosse minacciano inoltre di arrivare con le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt a settembre. Qui, secondo un sondaggio, il partito di estrema destra può ottenere il 41% dei voti.
09.05.2026 Un finale amaro per una settimana difficile Anziché l’economia, per l’Unione e l’SPD crescono solo i problemi: sondaggi disastrosi, crollo del gettito fiscale – e una sconfitta al Bundesrat.
Di Daniel Brössler e Claus Hulverscheidt Naturalmente, le cose potrebbero sempre peggiorare. Dopo una settimana piena di contrattempi, litigi e nuove cattive notizie, però, il cancelliere federale Friedrich Merz (CDU) e i suoi coalizzati nero-rossi devono cominciare a chiedersi: quanto peggio potrà ancora andare?
Dalle elezioni per il sindaco non si ricava quindi quasi nessun segnale in vista delle elezioni regionali. Nei sondaggi a livello regionale, nonostante tutte le dispute interne, l’AfD si attesta intorno al 34 per cento. L’AfD punta a un governo di maggioranza. Il partito di governo SPD, invece, nei sondaggi raggiunge attualmente solo circa il 26 per cento, mentre la sinistra, che fa parte della coalizione di governo, si attesta intorno al dieci per cento. Ciò non dovrebbe bastare per una continuazione della coalizione. Tuttavia, non è chiaro come si possa formare un’alleanza contro l’AfD. La CDU nel Meclemburgo è in difficoltà, nei sondaggi si attesta solo al 12% circa.
09.05.2026 Generi e radicali L’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore appare moderata. Ma molti dei suoi politici hanno contatti con l’estrema destra.
Di Julian Staib, Amburgo L’AfD nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore mostra all’esterno un volto molto amichevole. Leif-Erik Holm, candidato alla carica di primo ministro nelle imminenti elezioni regionali, è conosciuto da molti nel Land. Nella DDR ha svolto un apprendistato come elettricista,
In queste settimane il costruttore tedesco sta dimostrando in Cina di poter ormai tenere il passo con i concorrenti locali nel campo dei sistemi di assistenza alla guida. Nei suoi nuovi modelli, entro l’estate Mercedes introdurrà gradualmente la guida automatizzata da punto a punto in tutta la Cina. Il conducente deve pur sempre essere in grado di intervenire in qualsiasi momento. Ma di norma l’auto si muove in modo autonomo in città e in autostrada. Non solo sulle strade di Pechino, ma in tutto il mondo l’industria automobilistica tedesca sta attualmente dimostrando una sorprendente forza innovativa. Di fronte agli aggressori da Tesla a BYD, alla transizione verso la mobilità elettrica e ai dazi automobilistici di Trump, il settore è stato ripetutamente dato per spacciato. Ma in realtà, nonostante tutte le avversità, produttori e fornitori dimostrano di avere la forza di reinventarsi grazie a una solida base. I nuovi modelli di auto, che in termini di prestazioni e software reggono il confronto con tutti i concorrenti, ne sono la prova più evidente.
09.05.2026 Pronti per la transizione elettrica L’industria automobilistica tedesca viene continuamente data per spacciata. In realtà, si moltiplicano i segnali che indicano come essa abbia la forza di reinventarsi
Di CHRISTOPH KAPALSCHINSKI Davanti alla scuola Tsinghua nel quartiere Sanlitun di Pechino, gli studenti si riversano in strada. C’è poco spazio e la situazione è caotica.
Il cambio della guardia ai vertici della Federal Reserve è più di un semplice evento di personale. Infatti, anche per l’economia mondiale molto dipende dal fatto che i mercati credano nell’indipendenza della banca centrale più importante del mondo e quindi nella sua capacità di agire in caso di aumento dell’inflazione. Jerome Powell il 15 maggio lascerà l’incarico a rotazione. Saluta e spiega perché, nonostante tutto, non può lasciare del tutto la banca centrale. Rimarrà governatore nel consiglio. Lo fa a causa degli attacchi all’istituzione. Una mossa del genere è insolita ed è avvenuta finora solo una volta nella storia della banca centrale, fondata nel 1913, ovvero quasi 80 anni fa. La decisione di Powell è anche un affronto al presidente degli Stati Uniti. Si tratta di capire se la Federal Reserve potrà rimanere indipendente o se in futuro agirà come una sorta di sottodivisione della Casa Bianca. Si tratta di capire quale ruolo abbia la Fed nella sostenibilità del debito degli Stati Uniti. Trump sta infatti distruggendo la base di questo privilegio: la fiducia. E si tratta, in ultima analisi, di capire se il dollaro possa rimanere a lungo termine la valuta di riferimento in queste circostanze e se il presidente degli Stati Uniti non stia forse segnando la fine del privilegio del dollaro. Il cambiamento più profondo dovrebbe riguardare la politica monetaria. Warsh rappresenta come nessun altro l’abbandono dell’era del “Quantitative Easing”. Con Warsh potrebbe effettivamente profilarsi una svolta nella politica monetaria.
08.05.2026 L’AZZARDATA SCOMMESSA DI TRUMP SUL DOLLARO Il presidente sta inaugurando una nuova era per la banca centrale statunitense. Le ripercussioni sull’economia e sul sistema finanziario mondiale sono incalcolabili. Con il cambio al vertice della Fed, il presidente degli Stati Uniti segna l’inizio della politicizzazione della banca centrale più potente del mondo. Il rischio per l’economia statunitense, il dollaro e il sistema finanziario mondiale è difficilmente quantificabile
Di Astrid Dörner, Antonia Mannweiler, Jens Münchrath Francoforte, New York, Düsseldorf
Jerome Powell sale sul podio, regna un silenzio carico di tensione. Il capo della Federal Reserve, 73 anni, inizia a parlare come ha sempre fatto negli otto anni del suo mandato: parla a bassa voce, in modo riflessivo e senza agitazione – dei tassi di inflazione, del mercato del lavoro, dei nuovi pericoli per l’inflazione.