A proposito di Zemmour, di Roberto Buffagni

Su twitter mi chiedono che ne penso sulla candidatura di Eric Zemmour alle presidenziali francesi. Ecco qua come ho risposto.
Volentieri per quel che posso. Ho letto “Le suicide français” di Zemmour, bel saggio di intelligente e colto polemista, e ho visto diversi interventi TV di Z. Secondo me è in buonafede. La sua diagnosi politica e la linea che ne consegue anche per la campagna presidenziale è la stessa da vent’anni: a) il gaullismo è stato catturato dai centristi b) il gaullismo autentico, invece, si fonda sull’alleanza tra “bourgeoisie patriote” e ceti popolari c) il FN è stato inventato come avversario ideale dei centristi e della sinistra da Mitterrand (e questo è un fatto) d) il FN non vincerà MAI al ballottaggio, anche dopo la nuova gestione Marine, per i limiti di Marine (v. suicidio al dibattito con Macron) e soprattutto perché la “bourgeoisie patriote” non lo voterà mai, e i ceti popolari non bastano e) dunque la ricetta per la vittoria di un nuovo gaullismo autentico è: portar via ai républicains la “bourgeoisie patriote” + una quota degli elettori FN, e al ballottaggio riunire l’elettorato “patriote” come riuscì al Generale. Dai sondaggi attuali, la scommessa potrebbe riuscire (FN e Zemmour sono testa a testa). Nel decisivo dibattito con Macron Z., un polemista televisivo abilissimo, esperto, colto, dovrebbe figurar molto bene. La “bourgeoisie patriote” lo ama (folle oceaniche e commosse alle sue conferenze e presentazione di libri). Z. è benvisto anche nelle città, al contrario del FN. La linea di Z. punta in primo luogo su immigrazione zero, riprendendo de Gaulle, che cedette l’Algeria nonostante la vittoria militare francese, per prevenire la frammentazione etnico-religiosa della Francia (rischio che finisca in una “partizione” del territorio, come ammesso da Hollande). È contrario all’euro ma constatata la resistenza all’uscita, non la programma (come Marine). In sintesi, è una linea nazionale e popolare di schietta impronta gaulliana di sinistra (Charles Pasqua ad es.). La domanda “è un gatekeeper?” ha due risposte possibili. Dal pdv soggettivo, secondo me NON è un gatekeeper. È in buonafede, e ha una effettiva possibilità di riuscire nell’impresa di ricreare la base elettorale del Generale, il “rassemblement” interclassista patriottico (è l’unico che attualmente ci possa riuscire). Dal pdv oggettivo, c’è la possibilità che sia un gatekeeper se: a) Marine ha la effettiva possibilità di vincere (secondo me, no, per limiti suoi e del FN) b) se i suoi finanziatori e sostenitori lo “centrizzano”, come hanno “centrificato” il partito del generale negli anni da Chirac in poi. Secondo me, insomma, NON è un gatekeeper, ma la sua scommessa ha una posta così elevata da rendere impossibile un pronostico sulla sua azione effettuale in caso di vittoria. Per cultura politica, Zemmour è tecnicamente un bonapartista, e in quanto tale è “di destra” per quanto attiene alla potenza nazionale, “di sinistra” per quanto attiene alla coesione sociale. Una sua vittoria non sarebbe una buona notizia per l’Italia, perché rafforzerebbe l’influenza francese su di noi; sarebbe però molto positiva per l’accelerazione della crisi UE che indurrebbe, forse avviando a una riconfigurazione di tutto il baraccone UE (nelle sue intenzioni, probabilmente un ritorno alle origini (6 paesi) oppure a una confederazione (ci credo meno). Non credendo che Marine possa vincere, secondo me Zemmour è l’opzione migliore per chi a) voglia limitare l’immigrazione b) indebolire la UE c) avviare a un rafforzamento delle sovranità nazionali.

Maurizio Candiotto

Trovo molto plausibile tutto quello che lei scrive in questo post (scarsissime probabilità di vittoria per Marine Le Pen, altissima la posta in gioco per E. Zemmour, rischio per lui di venire ‘recuperato’ dai finanziatori suoi ben finanziati e di poi assegnato a mansione da gatekeeper). Propongo però di sostituire ‘centrizzato’ con ‘centrificato’: suona meglio, e risuona bene con ‘gentrificare’ 🙂

Maurizio Candiotto

Un dubbio: e se la funzione di gatekeeper a cui i finanziatori spesso ‘assegnano’ fosse quella di guardiano della Porta della (loro) Legge?

Persio Flacco

Se è sionista, spero per i francesi che lo lascino a scrivere libri ed editoriali. 🙂

Roberto Buffagni

Persio Flacco Non è sionista. E’ solo di famiglia ebrea algerina, i suoi genitori si sono trasferiti in Francia e naturalizzati. Ha la posizione del duca di Clermont-Tonnerre ministro di Napoleone, “Per gli ebrei: tutto come individui, niente come comunità”, che è la posizione repubblicana classica.

Persio Flacco

Roberto Buffagni La comunità per gli ebrei è importante, e a mio parere dovrebbe essere riconosciuta e protetta dallo Stato.
Altro discorso per l’ideologia sionista, che fa di un ebreo un nazionalista israeliano, al quale pertanto sarebbe necessario interdire l’accesso a cariche statali.
Francamente mi sembra strano che si trovino ancora ebrei non sionisti di successo, visto che generalmente sono considerati poco meno che traditori dalle loro comunità, ormai tutte ultra nazionaliste.
Il sionismo 2.0 è una ideologia molto pericolosa per chi non sia ebreo sionista.

Franca M. Molino

seguendo un po’ i media francesi, noto che almeno in televisione è trattato come un estremista di destra più della LePen. Però ha una sua trasmissione in cui è presente ogni sera che è molto seguita. Raccoglie un malcontento molto diffuso. Non è sionista.

Marco Fedi

Limitare l’immigrazione… Ricordiamoci che la Francia è uno stato coloniale (non post-coloniale).
Immagino la sua prevenzione: morirete di fame nei vostri luoghi natii, da noi governati.
C’est plus facile.

Roberto Buffagni

Marco Fedi Il problema è che l’immigrazione, in ispecie arabo-maghrebina, ha già costituito delle enclaves comunitarie extraterritoriali, che sono di fatto eslege (non ci entra neanche la polizia). Vista la dinamica demografica, si instaura una tendenza verso una vera e propria partizione del territorio (lo dice Hollande nel libro intervista edito dopo la fine della sua presidenza) e, ovviamente, verso una guerra civile su base etnico-religiosa a intensità variabile. Nella tradizione repubblicana francese, l’immigrazione si accoglie per assimilazione ai costumi e alla cultura francese (l’accoglienza di tipo multiculturale è anglosassone). L’assimilazione è possibile quando a) gli immigrati vogliono assimilarsi, e ci riescono (non è facile b) quando NON si formano comunità di immigrati, dunque quando gli immigrati sono relativamente pochi. Questo è un problema molto serio e reale. Come dico nel post, de Gaulle riconobbe l’indipendenza algerina nonostante la vittoria militare francese sul campo, nella guerra contro l’FLN, perché “non voleva che Colombey Les Deus Eglises [suo paese natale] diventasse Colombey Les Deux mosquées”; riteneva infatti inassimilabile una forte immigrazione arabo-islamica in Francia, inevitabile se l’Algeria avesse continuato a far parte del territorio nazionale francese. Aveva ragione. Non è una posizione razzista (nella tradizione repubblicana non c’è posto per il razzismo), è una posizione di difesa della nazione.

Marco Fedi

Roberto Buffagni forse ci facciamo un po’ ingannare da certa terminologia. Ok, non si tratta di razzismo, ma di colonialismo sì. Con tutto il suo corollario: sfruttamento dei territori, presenza per questioni geo-politiche (quindi egemoniche e militari).
Insomma, non siamo razzisti ma….

Roberto Buffagni

Marco Fedi Il razzismo è una cosa precisa, e Zemmour non è razzista. La Francia è stata una potenza coloniale e conserva una zona di influenza nelle sue ex colonie. Tra questo fatto e l’accoglienza tous azimuts degli immigrati dalle ex colonie ce ne corre. Nessuno Stato, nessun popolo è moralmente temuto a suicidarsi (perché questo sarebbe letteralmente un suicidio culturale ed etnico).

Luciano Prando

caro buffagni, non sapevo che zemmour abbia probabilità di arrivare secondo davanti alla le pen, pensavo fosse messo in gara per sottrarre voti alla le pen….se la sua ipotesi fosse giusta il resto dell’analisi non fa una piega, ad una sola condizione che zemmour abbia dei sostenitori locali credibili, che è il punto debole del fn

Roberto Buffagni

Luciano Prando “Probabilità” è un po’ troppo. Ha certamente la “possibilità” concreta, almeno stando ai sondaggi degli ultimi tempi sulla stampa francese. Quanto al sostegno locale, Zemmour ha molto ascolto sia tra gli elettori del FN, sia tra settori di elettorato cittadino e benestante che per il FN non voterebbero mai. Come lei sa, Z. è un personaggio notissimo in Francia, da vent’anni. Non so come finirà ma può effettivamente finire al secondo turno.
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Marco Fedi

Roberto Buffagni i suoi testi dimostrano che è invece approdato nell’estrema destra.
Comunque staremo a vedere, da presidente potrebbe imporre la sua visione politica (credo in maniera cruenta, visti certi presupposti), oppure “suicidare” col suo operato la stessa civiltà che vorrebbe salvare.

Roberto Buffagni

Marco Fedi Essere di destra non significa essere razzista. Quanto ai mezzi cruenti, non vedo proprio la minima possibilità.
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Marco Fedi

Roberto Buffagni a parte che si tratta di estrema destra, mi congratulo per la (pre)visione da sfera di cristallo (ma magari c’e una certa logica, come accade da sempre, la crudeltà grazie ai media viene fatta percepire in maniera distorta, e spesso sdolcinata)

Roberto Buffagni

Marco Fedi Guardi che Zemmour è un gaulliano. In Francia l’estrema destra è ANTI gaulliana. Il FN nasce dall’OAS, l’organizzazione dei ribelli alla concessione dell’indipendenza all’Algeria che cercò di fare fuori de Gaulle+eredi del collaborazionismo di Pétain. Il FN nasce da lì, poi Marine ha cambiato la linea anche se una parte dei militanti continua a venire di lì. Poi c’è una estrema destra reazionaria in senso proprio, cattolico e monarchico (de Villiers). Nella tradizione culturale francese Z. è un bonapartista, che significa di destra in politica estera e di sinistra in politica sociale, certo favorevole all’autorità dello Stato ma niente a che vedere con nazismo, fascismo, razzismo etc.

Marco Fedi

Roberto BuffagniRoberto Buffagni non mi convince, non solo perché da wikipedia e tante testate giornalistiche viene definito di estrema destra e addirittura suprematista, ma anche perché ho già avuto modo di notare alcuni personaggi negativi (nel senso di razzisti, ecc.) che lo appoggiano

Roberto Buffagni

Marco Fedi Va bene, ciascuno la pensa come crede. Comunque non dobbiamo votare in Francia, ci penseranno i francesi.

Luciano Prando

buffagni grazie per l’informazione, ma da 13 a 20 c’è un aabisso, siamo ancora al voto di disturbo non al competitore…..se fossi un consiliori della le pen le direi di promettere il referendum sulla frexit, ciò spaccherebbe il fronte massonico che sostiene e fornisce i quadri a macron cioè notai, avvocati, huissiers (una spedie di ufficiale giudiziario ma dai poteri molto allargati), amministratori di condominio, edf, dirigenti provenienti dall’ena e/o alte scuole di specializzazione….che continua a mantenere i vecchi legami secolari con la massoneria inglese e non apprezza, al contrario, l’europa tedrsco-fiamminga però mantenendo la rotta al centro, insomma non ripetere l’errore di mussolini di rovesciare le tradizionali alleanze anti-tedesche……per la francia uscire sarebbe facile, la banca centrale è dello stato, possiede una seconda moneta il franco africano, il cambio franco-euro non è stato così disastroso come da noi, poi, la sola idea che l’europa potrebbe andare in frantumi obbligherebbe i tedeschi e i fiamminghi a venire a più miti consigli e a far godere del surplus export anche gli altri paesi che la vorano per loro, smettere di rubare l’iva dell’import extra europeo, fare giochetti fiscali sull’origine delle merci importate extra europee rendendole ancora più competitive…..ci sarebbe da guadagnare per tutti, anche per la francia e la sua bilancia commerciale sempre passiva

Roberto Buffagni

Luciano Prando Non so. Tempo ce n’è ancora tanto. Alla Marine bisognerebbe consigliare un altro mestiere, secondo me.

Lorenzo Biondi

Da quello che ho capito, ha una grandissima eco mediatica. Ecco, questo mi puzza.
I media sono i danai della nota massima latina.
Insomma, quanto può essere anti-sistema uno a cui il sistema stesso sta concedendo spazio?

Roberto Buffagni

Lorenzo Biondi I media hanno bisogno del conflitto, che sta alla base di ogni spettacolo. Zemmour è celebre da vent’anni come polemista e scrittore.

Lorenzo Biondi

Roberto Buffagni Il che mi fa pensare che verrà presto normalizzato, se sarà necessario

Stati Uniti! Vittorie di Pirro_con Gianfranco Campa

Non sarebbe la prima volta che una vittoria, oscurata per altro da sospetti giustificati, si può trasformare rapidamente in una sconfitta, addirittura in una rotta catastrofica. Ne sta prendendo atto la classe dirigente statunitense. Il gruppo dirigente democratico considera ormai la presidenza Biden-Harris una parentesi da chiudere e da contenere con il minor danno possibile. Confermata la pochezza disarmante di Kamala Harris, ormai il gruppo dirigente democratico sta pensando alle possibili alternative senza provocare ulteriori conflitti distruttivi. Nell’altro versante i neocon sembrano prendere atto della loro sconfitta e del loro drammatico isolamento. Considerano Trump non più un nemico, ma una risposta inadeguata a problemi reali. Stanno quindi pensando ad una tattica di condizionamento ed infiltrazione. Dal loro cappello iniziano a spuntare conigli e personaggi di varia umanità, medici dalla propensione istrionica, personaggi costruiti sulle scene televisive, proprio quando il movimento trumpiano sta superando brillantemente la propria dipendenza dal personaggio pubblico e si sta trasformando in una corrente strutturata, memore delle esperienze e delle debolezze della sua fase originaria legata ai Tea Party. Tattiche e strategie che tengono in poco conto l’accavallarsi di problemi, dalle caratteristiche a volte disgustose, perverse e di crisi che stringe drammaticamente i margini di azione e rivela i limiti di indirizzo politico di una classe dirigente ormai priva di autorevolezza e credibilità ma ancora con un enorme potere. La combinazione perversa di ambizioni smisurate e drammatica inadeguatezza è una miscela esplosiva. La tentazione di colpi di mano dalle conseguenze drammatiche si insinua pericolosamente, sia all’interno che all’esterno del paese. Il focolaio dell’Ucraina potrebbe essere la prima miccia disponibile. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

NB_ Abbiamo il fondato sospetto, quasi la certezza, che You Tube, in buona compagnia con piattaforme dello stesso orientamento, manipolano pesantemente i dati di accesso e la condivisione di testi e video. Suggeriamo, quindi, di digitare in maniera preferenziale la piattaforma di rumble, indicata con il link dedicato. Quando disporremo di altri mezzi attingeremo ad una fonte del tutto autonoma

https://rumble.com/vq8zbl-stati-uniti-vittorie-di-pirro-con-gianfranco-campa.html

COMUNITÁ, DIRITTO, STATO: IN MARGINE AD UN SAGGIO DI HÖHN, di Teodoro Klitsche de la Grange

COMUNITÁ, DIRITTO, STATO: IN MARGINE
AD UN SAGGIO DI HÖHN
1. L’Aja, agosto 1937, secondo congresso di diritto comparato. I vari paesi
mandano un proprio rappresentante per illustrare la condizione del diritto in
ciascun Stato. La Germania invia Theodor Maunz e Reinhard Höhn, che
illustra il contributo che qui viene commentato e proposto: Popolo, Stato e
diritto. La memoria va subito al saggio di C. Schmitt di quattro anni prima,
Stato, movimento e popolo, ma, nonostante l’assonanza dei titoli, il taglio
esprime due prospettive diverse.
Il saggio di Höhn conserva un tratto profondamente giuridico ed illustra in
modo magistrale le modalità con cui la nuova scienza del diritto dell’epoca
stesse cercando di superare la precedente impostazione di stampo
individualistico, con il risultato che il diritto viene inserito ora nel concetto
più ampio di comunità e perde la precedente primazia.
Nella Germania nazista emergeva una concezione che, nel momento in cui
provvede a livellare sul piano della comunità tutte le differenziazioni ed i
particolarismi (società, diritto, Stato, i suoi rappresentanti e via dicendo),
toglie autonomia a queste singole componenti e soprattutto alla relativa
premessa: l’individuo. In questa visione vanno buttati al macero istituti
fondamentalissimi del diritto moderno come il diritto soggettivo, la persona
giuridica dello Stato e quant’altro, ossia i fondamenti della civiltà giuridica
occidentale. Tutto viene spazzato via ora e prevale solo l’avvolgente e anzi
totalizzante concetto di comunità, tale da assorbire non solo l’individuo, ma
naturalmente anche le sue derivazioni, ossia il diritto e lo Stato, la società e
gli interessi organizzati.
2
Il saggio è diviso in cinque parti più una sintesi, di cui sono di seguito
trascritte alcuni passi per agevolarne la comprensione. L’interesse che
presenta, al di là di concezioni assai datate e per nulla condivisibili (in
particolare i richiami alla razza e alla “biologia” politica) è ancora notevole
per la coerenza con cui si contrappone ad una visione liberale. Tuttavia ora
che il liberalismo è inteso nel senso più depotenziato possibile – un
liberalismo “debole” e spoliticizzato – il richiamo a certi parametri realistici
e comunitari può servire a riflettere e riportare la democrazia
(asseritamente) liberale, sempre più simili al “dispotismo mite” descritto da
Tocqueville nella Démocratie en Amerique, a presupposti più concreti e
percorsi più utilmente praticabili.
2. All’inizio della relazione Höhn scrive “Il sistema giuridico
individualistico deve essere compreso sulla base del generale sviluppo
storico europeo. Si possono cogliere in pieno i suoi effetti solo se si
riconosce in esso un prodotto di decomposizione1
, debitore per la propria
nascita nei confronti della progressiva dissoluzione delle comunità di vita,
diventate salde, delle precedenti epoche storiche. La concezione
individualistica si è sviluppata storicamente dalla caduta dell’ordinamento
del mondo e della vita medievali e compare per la prima volta in modo
chiaro e senza dubbi, nei suoi principi di base, nello Stato sovrano del
principe. Si tratta qui di un sistema sociale fondato sul confronto tra
individui, di cui uno, il principe, è chiamato all’esercizio del potere su una
massa di sudditi. Il diritto appare in quest’epoca come un sistema di

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Il corsivo è nostro.
3
relazioni possibili che si possono egualmente sviluppare tra il principe e
alcuni dei suoi sudditi o anche tra diversi sudditi.
La rivoluzione francese comportò l’emancipazione dei cittadini
dall’assolutismo e diede inoltre al cittadino il diritto di collaborare
all’esercizio del potere. Da qui si determinò allora la possibilità di sviluppi
sul piano costituzionale e democratico. Dal punto di vista del diritto
pubblico ciò ha reso più profondo ed ulteriormente consolidato il sistema
giuridico individualistico attraverso l’introduzione di diritti di base, di diritti
pubblici soggettivi e soprattutto della persona giuridica dello Stato, che
subentra alla personalità del principe sovrano. Con il che trovò allora
compiutezza il sistema giuridico individualistico in quanto sistema di
relazioni tra individui. Sebbene solo in epoca più recente ben sotto l’influsso
di idee marxiste, possa essere fissato in molti Stati un tratto complessivo di
tipo collettivo, questo sistema giuridico si è però mantenuto invariato nei
suoi fondamenti fin direttamente ad oggi… In Germania si è ora attuato, nei
tempi più recenti, il distacco consapevole dal sistema giuridico
individualistico. La scienza giuridica tedesca ha intrapreso, nello spirito
della sua visione del mondo, il cui principio di base è la “comunità di
popolo e la guida [Führung]”, la verifica di tutti i precedenti concetti
giuridici di diritto pubblico sulla base della loro utilizzabilità. Essa intende
superare il dissidio sussistente tra la formazione di una comunità che si attua
nella prassi della vita, da un lato, e, dall’altro, la scienza del diritto pubblico
e della dottrina dello Stato.
L’odierno diritto tedesco si basa su una nuova concezione della comunità
che si pone in termini problematici nei confronti del sistema giuridico
tradizionale nella sua totalità. Questa nuova concezione della comunità parte
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da un nuovo sentire quale si è acceso nel popolo tedesco intorno
all’esperienza della guerra mondiale e che ha trovato la propria
caratterizzazione politica nel movimento nazionalsocialista.
Il principio di comunità richiede, ai fini della sistematica scientifica, un
nuovo orientamento di base. Diviene necessario per la scienza tedesca
rivedere le idee sul diritto e sullo Stato sulla base della loro conciliabilità
con l’idea della comunità2
, distanziarsi dai concetti e dalle costruzioni
individualistiche e andare oltre, verso la nuova conformazione del diritto.
La nuova scienza giuridica si confronta oggi con un sistema e con una
dogmatica emersi in un’epoca che si basava su una visione del mondo
completamente diversa. Un tale confronto presuppone però che si riconosca
la dipendenza del sistema individualistico dalle condizioni storiche e che si
intraprenda un chiarimento dell’intera sistematica giuridica a partire dal
punto di vista storiografico implicato dal concetto tradizionale di diritto. La
scienza giuridica tedesca parte infatti dal riconoscimento del fatto che
concetti scientifici non esistono mai di per sé, ma possono essere
considerati sempre e solo espressione del loro tempo. Trova così
progressivamente attuazione l’abbattimento delle idee giuridiche
individualistiche e deve essere visto come evidentissima caratteristica di ciò,
per esempio l’allontanamento dei concetti generali tradizionali nonché del
relativo pensiero giuridico, come la presa di distanza dalle costruzioni
relative ai diritti di base, ai diritti pubblici soggettivi e alla persona giuridica
dello Stato”. È interessante notare tuttavia come il giurista tedesco apprezzi
proprio la patria storica del liberalismo, cioè la Gran Bretagna e la sua

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Il corsivo è nostro.
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diversità dai sistemi giuridici occidentali “Lo sviluppo giuridico in
Inghilterra, che è stato poco toccato da quel processo storico, si pone in
opposizione con questo sviluppo europeo continentale. Qui non si è potuta
sviluppare perciò neanche la dottrina giuridica individualistica nella forma
con cui si manifesta nel continente. Qui il diritto si muove piuttosto
nell’ambito di antiche tradizioni, abitudini ed usi, quali sono saldamente
radicati nell’anima popolare inglese”.
Quindi comunità versus individualismo; a prescindere si noti, entro certi
limiti, dai valori fondanti. Ciò che più rileva appare che l’ordinamento (e
l’istituzione) siano conformi al sentire (e all’operare) comune.
3. Nel primo capitolo Höhn tratta di un tema assai frequentato, allora più di
ora: il rapporto tra diritto e sociologia. «Per comprendere il diritto è
importante ritornare ai suoi fondamenti nella vita sociale. Nelle dottrine
internazionali sullo Stato e sul diritto viene perciò trattata, quasi dappertutto
in modo approfondito, la questione di quali reciproci rapporti intercorrano
tra diritto e sociologia. Nella misura in cui si ponga attenzione ai fondamenti
sociali, sulla base della concezione finora dominante, sembra sussistere un
dissidio indissolubile tra diritto e realtà.
Esso si mostra anzitutto nella dottrina dello Stato, che rimane sottoposta ad
una duplice modalità di pensiero, quella normativa e quella sociologica…
Esiste ora però ancora un’altra differenza, che riguarda egualmente la vita
sociale e che spesso non viene considerata a sufficienza. La vita sociale può
essere rappresentata per una volta nelle forme di una vita chiusa di
comunità, così come però, se abbiamo davanti agli occhi le antiche relazioni
germaniche, può essere trovata d’altra parte anche nelle condizioni di un
allentamento, di uno scioglimento e di un dissolvimento. In opposizione alla
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comunità chiusa viene allora assunto come punto di partenza l’individuo
libero, piantato in sé, che entra in relazione con altri individui. La sociologia
prima dominante corrispondeva ampiamente a quest’ultimo mondo di idee.
Essa osservava e sperimentava in gran parte solo il singolo uomo. Tipica era
per la Germania la dottrina di Georg Simmel, cui era legata in modo
particolare la scuola di sociologia di Colonia, e di Leopold v. Wiese, che
risolve l’intera vita sociale nelle relazioni tra uomo e uomo. La sociologia è
per Leopold v. Wiese «la scienza degli avvenimenti nello spazio sociale». In
essa viene mostrato come gli uomini si incontrino, fraternizzino e si evitino.
L’intero sistema della dottrina delle relazioni non è altro che
un’interpretazione della parolina «infra». Quale oggetto della sociologia v.
Wiese vede «la sfera dell’esserci che sussiste tra gli uomini, quello spazio
quindi in cui gli uomini vengono alleati reciprocamente ovvero divisi l’uno
dall’altro». Con il che egli riconduce la vita umana di comunità a «processi
infraumani», in cui si dispiega «il comportamento di uomini nei confronti di
uomini»… Questa specie di sociologia assunse una posizione considerevole
nella scienza tedesca prima della rivoluzione nazionalsocialista. Essa
dichiarava in tutta chiarezza che non esiste affatto per essa un modello
sociale come scienza. Perché secondo v. Wiese modelli sociali «possono
essere compresi solo dalle serie in esse prevalenti dei processi sociali». I tre
gruppi di modelli sociali da lui costruiti: massa, gruppo e corpo, vengono
poi differenziati sulla base della distanza in base alla quale essi sono
«lontani dal singolo uomo empirico». Una compagnia di soldati ad esempio
è «solo un complesso di relazioni organizzate tra uomini in vista di scopi».
Per Leopold v. Wiese non c’è lo Stato come realtà. La sociologia non «cerca
lo Stato né nel regno della natura né in quello dello spirito. Essa non cerca
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affatto un tale modello, perché non lo troverebbe; perché esso come
sostanza non si trova da nessuna parte». Il popolo costituisce in ciò un
modello che, relativamente insignificante rispetto agli altri (massa, Stato e
classe), viene reso oggetto di relazioni sociologiche. Esso sembra allora, nel
sistema di v. Wiese dei modelli sociali, tale da insistere sulla «zona-limite
della sociologia», in cui l’elemento biologico si fa strada al di là del confine
e si mischia con una problematica scientifico-sociale. Irrompe così il
popolo, accanto alla famiglia e all’umanità, come «modello di generazione»,
con cui gli altri elementi più differenziati possono essere mischiati.
La scienza giuridico-sociale nazionalsocialista tedesca si confronta in
particolare con questa concezione unilateralmente individualistica
dell’oggetto della sociologia. Per essa il metodo di risolvere tutto l’accadere
sociale e giuridico in relazioni tra singole persone non è affatto valido in
generale. Quest’affermazione corrisponde piuttosto solo ad una visione del
mondo individualistica e a relazioni individualistiche. Essa diviene nulla
con il superamento dell’individualismo. Ciò accade nella scienza tedesca
con la dottrina del popolo. Popolo significa non somma di individui, ma una
comunità che poggia sulla razza, sullo spazio e sulla storia. Essa è stata
creata ex novo dal Führer e ci viene incontro visibilmente nella comunità dei
seguaci [Gefolgschaft] e nella guida [Führung]. La comunità di popolo va
ben al di là rispetto ad un puro spazio di relazioni infraumane e racchiude
l’aspetto biologico e spirituale dell’uomo nella sua esistenza complessiva.
La comunità di popolo non è, come noi stessi abbiamo sperimentato, un
dato e basta. Essa è realtà, ma anche scopo e compito. Essa è presente
proprio là dove uno spirito di comunità comprende uomini che stanno uno
di fianco all’altro e in effetti li comprende in modo tale che il singolo agisce
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a partire da questo spirito di comunità e vive in questo spirito di comunità.
Proprio così il singolo diventa persona nella comunità. Persona e comunità
appartengono necessariamente l’uno all’altra così come si corrispondono
l’individuo e la massa… Il divenire dello spirito di comunità è ora vincolato
a certi presupposti, soprattutto all’eguaglianza di stirpe [Artgleichheit] di
quegli uomini che costituiscono la comunità. In conseguenza di ciò la
concezione giuridica teedesca si basa sulla dottrina della razza. Uguale
pensiero, sentimento e agire in un popolo sono necessariamente vincolati
attraverso impostazioni coerenti con la stirpe (artmässig). Solo in presenza
di questi fondamenti esiste anche la possibilità della nascita dello spirito di
comunità in un popolo. Lo spirito di comunità non va compreso con i
metodi usuali di una descrizione scientifica secondo natura. Si tratta
piuttosto qui di una realtà di altro tipo. Lo spirito di comunità si mostra in
particolare nell’esperienza della comunità che comprende gli uomini che
prima stavano l’un insieme all’altro come singoli e li cinge con un vincolo
comune riguardante l’anima e lo spirito. Questa esperienza di comunità il
singolo ce l’ha non come singolo, ma come persona nella comunità. Non è
quindi come se l’esperienza della comunità fosse la somma delle esperienze
dei singoli consorziati nella comunità, ma si tratta di una esperienza che li
comprende tutti insieme e che viene vissuta da ciascuno non come singolo,
ma come persona all’interno della comunità. La dottrina della comunità e
della persona non ha pertanto nulla a che vedere con la contemplazione da
lontano del mondo da parte dei romantici, ma è l’espressione di una nuova
realtà della vita tedesca. Ed è a partire da questa concezione di fondo che si
determina per la scienza tedesca il punto di vista decisivo per tutti i campi
della scienza. In base ad esso sussiste anche la possibilità di superare
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l’opposizione tra diritto e sociologia… Il diritto tedesco della comunità si
basa su questa dottrina della comunità.
Rispetto a ciò la divisione tra diritto e sociologia è destinata a stare in
primo piano se la vita sociale rimane ferma alle battaglie di interessi tra
individui. Questa è la concezione quale ancora oggi viene estesamente
rappresentata negli Stati fuori della Germania. In conformità a ciò, come
Dumas illustra approfonditamente per la Francia, oggetto della sociologia è
la vita in continuo movimento, in cui si contrappongono gli interessi degli
uomini. Dumas vede incombere il caos nel campo sociale e contrappone il
diritto alla vita sociale quale creatore di ordine. Solo la materia del diritto
viene sottratta alla sociologia. Il diritto è norma, ordinamento, forma e
istituzione, ad esso, come spesso viene rilevato, è proprio il momento della
durata. Le organizzazioni di diritto sono chiamate “ad essere durevoli
nonostante l’eterno divenire delle cose umane. Grazie a queste istituzioni
c’è stabilità nella vita sociale. I processi sociali, per contro, si
contrappongono alla norma e alla durata, essi si esprimono nella mobilità e
nella trasformazione delle forme sociali… Ma se si vede nella vita sociale
null’altro che un caos, si può assumere il diritto solo come una funzione che
dà ordine al caos. La nuova dottrina giuridica tedesca non ha più bisogno di
venire fuori dal caos e dai conflitti d’interesse, essa ha una solida base nella
comunità di popolo creata dal Führer, la quale significa il superamento della
società del XIX secolo. Essa può pertanto basare il diritto sulla comunità e
considerarlo come espressione dell’ordinamento di vita della comunità. Ciò
emerge chiaramente, nella determinazione della comunità d’impresa e nella
legge sull’ordinamento del lavoro nazionale… È interessante il fatto che il
problema: diritto e sociologia, appena esista per la dottrina giuridica
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inglese. Qui lo Stato, il diritto e la società sono tanto buoni quanto identici.
Goodhart così dice: «Il diritto esiste poiché esso è una parte essenziale della
società che noi conosciamo come Stato». Il diritto consiste qui però non di
norme nel senso stretto quale viene inteso sul continente questo concetto.
Esso consiste ampiamente nell’osservanza di una generalità di principi che
vengono applicati nella giurisprudenza, anche se di recente può sussistere la
tendenza ad una più forte vincolatività della legge. «Poiché il diritto inglese
ha attraversato una crescita durevole sul piano storico nei passati nove
secoli, esso è diventato una parte inconscia della vita del popolo. Significa
perciò qualcos’altro il fatto che la dottrina giuridica inglese parli di
“signoria del diritto”. Tuttavia il problema qui è ancora completamente
diverso; in Inghilterra risultano contrapposti diritto e forza discrezionale di
decisione, non diritto e realtà. È infatti tipico che Goodhart dichiari che “la
differenza tra legge e comando discrezionale è stata riconosciuta con la
massima chiarezza».
Con una tale concezione non vi può essere neanche un settore particolare
della sociologia da porre alla base del diritto come “materia”. Il diritto è
basato sulla valenza e sul riconoscimento fattuale3
. “L’obbedienza nei
confronti della legge viene quindi determinata in ultima analisi attraverso la
premura di quanti fanno parte dello Stato e che hanno desiderio a che la loro
società possa risultare durevole”.
La distinzione tra sein e sollen, causa ed imputazione è ricondotta alla realtà
dalla comunità e dalla sua esistenza. Questa è un ordinamento di vita e il
diritto ne è l’espressione4
. La cosa più originale del pensiero del giurista

3
Il corsivo è nostro.
4
Il corsivo è nostro
11
tedesco è il “superamento” della impostazione hobbesiana caro al pensiero
borghese e al “tipo ideale di società di Tönnies” – che vede nello Stato il
creatore dell’ordine attraverso la risoluzione dei conflitti d’interesse (causa
principale del bellum omnium contra omnes)
5
.
4. Höhn passa poi a trattare il rapporto tra giustizia e diritto positivo
«Accanto al compito di comprendere la connessione tra diritto e relative
basi sociologiche, è inoltre necessario porre il quesito dei fini e delle idee
che il diritto positivo deve realizzare. In particolare, si tratta dell’idea di
giustizia, il cui rapporto con il diritto positivo è oggetto di un trattamento
approfondito nelle relazioni dei Länder. I positivisti di più stretta osservanza
– come chiarisce Dumas – “sono obbligati ad ammettere che le idee di
giustizia e di diritto, sebbene indivisibili, divergono l’una dall’altra”. Questa
contrapposizione tra “mondo e giustizia” sembra essere spesso
inconciliabile… La conciliazione tra giustizia e diritto positivo rimane però
ovunque un obiettivo, che non è mai da attuare in forma pura. Questo
dichiara Dumas: «al di sopra del diritto positivo esiste un ideale pieno di
mistero ed indefinibile: gli uomini non lo coglieranno mai, ma neanche vi
rinunzieranno mai».
Con questa concezione del rapporto tra idea di giustizia e diritto positivo le
idee in materia di giustizia danno attuazione ad un compito del tutto
determinato. Esse costituiscono la base portante di norme più stabili e
rappresentano in quanto tali una consapevole limitazione nei confronti di
una attività legislativa discrezionale. In esse dimorano rappresentazioni
etiche di valori che non possono trovare attuazione direttamente nella norma

5 V. sul conflitto d’interessi come base del diritto F. Carnelutti, Teoria generale del diritto,
Padova 1946, pp. 12 ss.
12
giuridica, ma che devono trovare considerazione nell’attività legislativa e
nell’attuazione del diritto. Per il diritto pubblico ne deriva il principio: salus
publica suprema lex esto, per il diritto privato il principio di fedeltà e di
fede. Ad esse il singolo deve essere vincolato anche allorquando il suo
comportamento non sia chiaramente determinabile con norma. Anche
quando, nel diritto privato, il singolo gode fondamentalmente di libertà
contrattuale ovvero può procedere, dal punto di vista del diritto pubblico,
nei confronti di un ufficio amministrativo per considerazioni di opportunità,
questo libero agire non può sostanziarsi in un abuso giuridico e non può
comunque apertamente contraddire le idee di giustizia. Tuttavia, queste idee
etiche di base non possono mai del tutto essere assorbite nel diritto positivo.
Esse rimangono solo regole per la conformazione del diritto in generale. Più
di tutte è l’idea di giustizia ad essere limitata ad una funzione negativa. Essa
offre la base per una critica. Mai riesce però, l’idea di giustizia, a pervadere
direttamente il diritto positivo.
Rispetto a ciò alla nuova concezione tedesca del diritto, che parte dal
popolo e dalla sua comunità concreta, è data la possibilità di superare la
spaccatura tra idea di giustizia e diritto legislativo. Diritto non è, secondo la
dottrina giuridica tedesca, né un sistema di norme né una somma di
rappresentazioni di valori, diritto è espressione dell’ordinamento della
società. La giustizia non si colloca al di fuori del diritto. Premessa del fatto
di potere vivere il diritto nella comunità è l’unità del sangue. Perciò la
dottrina giuridica si basa sul pensiero della razza. Nella razza si colloca,
secondo la concezione del mondo nazionalsocialista, la realtà di ogni unità
di ideali e di vita. Quando dunque la dottrina giuridica tedesca mette in luce
il fatto che la comunità non sta solo nel mondo delle idee, ma deve essere
13
vissuta e conosciuta come ordinamento concreto della vita, essa è
necessariamente costretta a rifiutare la limitazione della comunità di popolo
ad una pura comunità di diritto. Essa sente come insufficiente la comunità di
diritto, che rimane limitata ad un vincolo sentimentale in ordine a
determinate convinzioni generali. Perché anche la profonda frattura tra
diritto e moralità perde il proprio significato. Il diritto non è pura tecnica
per portare ad attuazione principi morali autonomi, diritto può solo
significare piuttosto la moralità stessa così come vissuta da un popolo…
Nella misura in cui il diritto si basa ancora ed in misura preponderante su
forme pervenute dalla tradizione e radicate nella vita, la questione del
rapporto tra rappresentazioni di valori e diritto positivo è piuttosto
irrilevante. Questo insegna il diritto inglese. Qui il concetto di legislazione
non si è sviluppato nella profonda misura in cui ciò è avvenuto nel diritto
continentale europeo come atto di volontà. La legge appare qui non
l’espressione della volontà della persona dello Stato, che può essere
riconoscibile solo se gli organi costituzionalmente chiamati alla costruzione
della volontà la esprimono nella forma della legge. In Inghilterra l’atto della
legislazione significa che fattori della politica da tutti riconosciuti, come il
re e il parlamento, si muovono all’interno di forme giuridiche, cioè
all’interno delle forme che risultano riconosciute in secoli di antico uso e
che pertanto risultano ancorate alla coscienza giuridica del popolo inglese. È
sulla base di questa circostanza che va chiarito anche il significato di fondo
della formula «King in Parliament» e «King in Council». Questa condizione
in cui versa il diritto inglese è essenzialmente da ricondurre al fatto che
l’assolutismo, che ha introdotto nel concetto di legge proprio quella
sottolineatura del momento della volontà, non si è mai realizzato del tutto in
14
Inghilterra. Tuttavia, ancora oggi il problema è qui ancora totalmente
diverso; con leggerezza vengono contrapposti diritto e potere di decisione
discrezionale, laddove per “discrezionalità” si intende più il comando
informale, cioè dato disconoscendo le forme tradizionali, che non la
mancata considerazione di certe rappresentazioni etiche di valori…La
questione del come possa essere superata la frattura tra idea di giustizia
diritto positivo riveste un significato fondamentale per una serie di questioni
giuridiche pratiche, in particolare ai fini dell’interpretazione e
dell’attuazione delle leggi. Per dare un fondamento alla differenza tra idea
di giustizia e diritto positivo sussistono due possibilità: o la preoccupazione
per un alleggerimento del diritto in vigore porta ad una rigida insistenza e ad
un rifiuto di punti di vista non giuridici e metagiuridici (ovvero)… Una
giurisprudenza intuitiva, che Georgasco fa passare come ideale per la
Romania, costituisce l’opposto al riguardo. Qui il giudice si cala nel caso in
esame e si sente “vicinissimo al calore e all’inesprimibile luce della
giustizia” e la giustizia “si colloca alla fine del processo dinamico della
intuitiva compenetrazione nel conflitto giuridico”.
In modo del tutto diverso si conforma il rapporto tra diritto e legge per la
dottrina giuridica tedesca sul terreno della concreta comunità di popolo. Il
nazionalsocialismo pone il diritto sopra la legge. Il diritto è per esso una
grandezza data con il popolo, nata dall’essenza del popolo, legata al popolo.
Questo diritto non può essere creato attraverso un atto di volontà
individuale. Esso viene vissuto nella comunità del popolo e può essere
vincolante anche senza normazione (il corsivo è nostro). La legge è per
contro solo l’espressione temporale dell’essere del popolo in ordine alla
soluzione di singoli compiti. Ciò significa una volta per tutte che legge non
15
è un atto di volontà di un individuo, ma un atto della collettività, che viene
ad espressione nell’agire del Führer. Ma significa d’alta parte che la legge
non costituisce la forma del diritto, ma un criterio di massima per lo
sviluppo del diritto. Corrispondentemente a ciò cade la profonda differenza
tra creazione e applicazione del diritto. Il giudice non è titolare individuale
della supremazia dello Stato, che deve attuare nei confronti del singolo,
nelle forme della conoscenza logica, l’ordinamento giuridico coattivo che si
colloca al di sopra dei concittadini ovvero rappresentazioni generali di
valori. Egli piuttosto deve tutelare, come persona della comunità, la vita
della comunità. Pertanto, egli è nella condizione di organizzare la nascita
della regolazione legislativa del campo [su cui si innesta] l’ordinamento
complessivo della vita”. Ma sul punto il giurista tedesco fa rilevare che,
contrariamente ai principi degli ordinamenti borghesi, il giudice deve
interpretare la legge “secondo la concezione del mondo nazionalsocialista”;
nel diritto penale ciò porta “all’annullamento del divieto di analogia”.
Sostiene Höhn “Con il che non c’è in nessun caso il pericolo della
incertezza giuridica. Esso esiste finché un ordinamento possa essere
pensato solo come tale da sostanziarsi in norme, come tale da evitare un
caos. Quindi la maggiore o minore libertà della magistratura (Richtertum)
dipende, in una tale concezione, dal se si ritenga un tale ordinamento come
il solo possibile. Prima della rivoluzione nazionalsocialista il giudice vedeva
dappertutto davanti a sé relazioni sociali non consolidate. Con una
configurazione giuridica autonoma egli stesso cadeva nel pericolo di
apparire come partito nella lotta tra i poteri della società, da un punto di
vista marxiano egli era inoltre osteggiato nella sua giurisprudenza come
esponente di una classe. In conseguenza di ciò, prima del 1933 non
16
rimaneva alla magistratura alcun’altra possibilità, in Germania, se non il
ritirarsi il più possibile in modo neutrale alla pura attuazione delle norme.
Solo la corte suprema si assegnava potere decisionale politico. Quando per
contro è l’ordinamento stesso ad essere vissuto in una comunità, la
normazione non gioca il solo ruolo decisivo. Su queste basi non è affatto
sorprendente se il giudice nazionalsocialista sia posto completamente in
libertà e spesso rileva solo il suo legame con i fondamenti in termini di
visione del mondo quali determinano l’intera vita del popolo6
.
Questa unità di visione del mondo per la magistratura costituisce oggi la
premessa autonoma, e da qui deriva anche la particolare posizione del
giudice nel popolo. L’essenza della magistratura va oltre il puro
funzionariato. La profonda opposizione tra attuazione del diritto e attività
che pone il diritto risulta qui addolcita. Entrambe fluiscono dalla fonte
unitaria della comunità di popolo. Ciò significa una riduzione della profonda
divisione che sussisteva prima sul piano scientifico tra il metodo della
politica in materia di diritto e quello dell’interpretazione giuridica. I modi di
pensare de lege ferenda e de lege lata presentano lo stesso orientamento
nell’ambito della realizzazione delle finalità programmatiche
nazionalsocialiste. Di conseguenza diritto e politica si contrappongono non
più come un rigido sistema di norme da un lato e un quadro discrezionale di
opinioni dall’altro. La politica è una continua creazione del diritto della
comunità con i mezzi della guida [Führung]”; il tutto richiede un nuovo tipo
di giurista il quale “deve trovare la propria realizzazione nel tipo del
difensore del diritto. Nel difensore del diritto vengono superate le profonde

6
Il corsivo è nostro.
17
ed in parte esagerate differenze tra l’attività che pone il diritto e i compiti,
per esempio, delle professioni giuridiche cosiddette libere ovvero a metà
dipendenti (per es. avvocato, notaio) e delle professioni giuridiche dei
funzionari (per es. giudici, pubblici ministeri), tra giudici e funzionari
amministrativi, giudici e per esempio amministratori fiduciari in economia.
Difensore del diritto è «ogni lavoro nel campo del diritto le cui funzioni
caratteristiche stanno nella cura e nella realizzazione del diritto in tutti i
campi della vita del popolo tedesco, senza che possa essere riconosciuta una
qualsivoglia degenerata differenza di valori», così viene detto nella
proclamazione dello stato del diritto [Rechtsstand] tedesco del dicembre
1933.
Difesa del diritto è dunque non solo l’esercizio della cosiddetta
amministrazione della giustizia, il campo del giudice indipendente e
dell’avvocato; a proposito della difesa del diritto sono in gioco tanto il
lavoro del funzionario amministrativo quanto la dottrina giuridica, ma
anche, per esempio, la funzione, che appare ad un primo esame puramente
economica, dell’amministratore fiduciario in economia».
5. Sostiene poi Höhn che «Nella dottrina dello Stato si incontrano i pensieri
in precedenza trattati in materia di sociologia e teoria del diritto… D’altra
parte, la dottrina tedesca dello Stato parte non dallo Stato, ma dal popolo,
come grandezza decisiva. Vista da questo punto di vista la più volte rilevata
opposizione tra Stato e diritto perde la propria profondità. Lo Stato come
comunità è il punto di partenza tanto della dottrina dello Stato quanto di
quella del diritto. Ciò si mostra anzitutto nella contrapposizione con il
concetto di personalità giuridica dello Stato. Proprio nel diritto tedesco del
18
XIX secolo il concetto della invisibile personalità giuridica dello Stato
costituiva la pietra miliare ed angolare dell’intero diritto pubblico.
La concezione dello Stato come persona giuridica discende dal mondo
ideale individualistico e in Germania rappresenta politicamente
l’espressione della lotta della borghesia contro lo Stato assoluto. Quando
non si poté più tollerare la personalità sovrana dei principi, si dovette, in
un’epoca in cui l’intero pensiero giuridico si muoveva solo nell’ambito di
relazioni tra individui, nuovamente porre una persona al posto della persona
del principe… Ma per l’odierna dottrina giuridica dello Stato, che aveva
sofferto lo sviluppo individualistico, in primo piano stava la
contrapposizione sul concetto della persona dello Stato. Questo era una
conseguenza necessaria del sistema giuridico individualistico. Il problema
di fondo del nuovo diritto pubblico tedesco suonava anzitutto così: persona
giuridica dello Stato ovvero popolo come punto di partenza di un nuovo
pensiero di diritto pubblico. È a partire da qui che si chiariscono le
contrapposizioni di dettaglio che aspirano ad una nuova concezione dei
rapporti tra Stato e popolo. Il concetto nazionalsocialista di popolo si
differenzia per motivi di fondo dalla concezione del popolo del XIX secolo.
Il popolo era qui determinato dallo Stato e risultava giuridicamente dalla
somma di tutti i singoli che comparivano innanzi alla persona dello Stato, in
parte ubbidendo come sudditi, in parte come cittadini dello Stato con pretese
giuridiche. Questo concetto di popolo proveniva dallo Stato assoluto ed è
rimasto in piedi anche nel diritto pubblico del XIX secolo così come nel XX
secolo con la costituzione di Weimar. Esso ha solo sperimentato un
ampliamento nella misura in cui il singolo è diventato titolare attivo di
diritto anche nei confronti dello Stato.
19
L’aspirazione ad elevare il popolo ad elemento portante del diritto pubblico
tedesco ha portato ai tentativi più disparati. Ciò si dimostra una volta per
tutte nella preoccupazione volta a includere più fortemente il popolo nello
Stato; collegato a ciò si pone un riallacciarsi alla dottrina organica dello
Stato di Gierke… caratteristica inoltre è la differenza tra un concetto più
ristretto di Stato e uno più ampio, laddove il concetto più ristretto di Stato
raccoglie l’essenza delle autorità e degli uffici, il concetto più ampio
descrive una sintesi concettuale tra Stato e popolo… Ma come oggi si
continua, nell’ambito del nuovo diritto pubblico, a portare avanti la
differenza tra i due concetti di Stato più ristretto e più ampio, si vuole allora
porre nello Stato individualistico il popolo al posto dei sudditi e lo si vuol
concepire, insieme all’organizzazione dello Stato, come una nuova totalità
per lo Stato in senso più ampio. Spesso si utilizza quindi il concetto di Reich
per questo più ampio concetto di Stato (così Heckel, Huber)… La differenza
tra concetto più ristretto e più ampio di Stato conduce spesso ad equivoci e a
scarsa chiarezza. Essa mostra però in ogni caso la chiara aspirazione ad
ammorbidire il concetto di Stato a partire dal popolo.
La soluzione conseguente a questi intendimenti sta però in una chiara
differenza tra popolo e Stato, laddove invece il popolo come comunità
rappresenta l’autonomo punto di partenza e il punto centrale della dottrina
del diritto e dello Stato, al cui servizio lo Stato è attivo come apparato di
uffici e di funzionari. Con il che, per la concezione tedesca, l’unità politica
dello Stato si colloca nel popolo. Il popolo, sottoposto ad una guida, non
acquista capacità giuridica e di agire con le modalità dello [auf dem Wege
über] Stato, ma è in sé una unità vivente e capace di agire. La funzione
dello Stato si limita con ciò ad una funzione al servizio della comunità di
20
popolo. Lo Stato perde il carattere di una grandezza propria e non può
essere più concepito in particolare come persona od organismo. In quanto
apparato di uffici e di funzionari lo Stato nelle mani del Führer serve alle
finalità della comunità di popolo. Con questa concezione dello Stato è
possibile superare la rappresentazione individualistica che domina lo Stato
liberale e assoluto. Viene qui solo portato ad espressione, con la descrizione
dello Stato come apparato, il fatto che lo Stato viene impiegato per scopi
determinati della comunità di popolo e non agisce come persona dotata di
signoria autonoma7
. Lo Stato come apparato non è neanche, per esempio,
un «puro» meccanismo con carattere puramente «strumentale»”. Si noti che
la concezione del giurista nazionalsocialista ha diversi tratti in comune con
la definizione di Hauriou del concetto d’istituzione, e con la di essa funzione
di protezione della comunità8
, comune a ogni Stato, di qualsiasi
orientamento ideologico (“valoriale”). E prosegue «I principi costituzionali
che ne derivano si basano su un altro principio rispetto alla relazione Statosuddito; al suo posto sono subentrati “comunità e guida” come principio del
diritto. In conseguenza di ciò la guida in quanto principio del diritto acquista
grandissimo significato. La legge non è un’emanazione del potere dello
Stato, ma un atto della guida. In quanto guida del movimento e del popolo il
Führer e cancelliere del Reich tedesco è al contempo capo dello Stato. Al
suo posto decisiva non è pertanto l’attivazione del potere dello Stato. Questa
è piuttosto solo la conseguenza necessaria della sua posizione di guida. Con
questa concezione della posizione del Führer si pone però la questione di

7
Il corsivo è nostro
8

21
come stiano in rapporto con il Führer le precedenti funzioni del potere dello
Stato, legislazione, amministrazione, giurisdizione. È evidente il fatto di
vedere nel Führer la sintesi di tutti i poteri pensabili. Con il che sarebbe però
disconosciuta l’essenza della guida quale si estende ben al di là della pura
attivazione dell’apparato dello Stato e dei suoi strumenti coercitivi. Il potere
del Führer non è subentrato al posto del potere di prima dello Stato. Se
oggi parliamo della legge come di un atto del Führer e quindi vediamo qui
una relazione Führer-comunità di seguaci, vediamo con ciò superata l’antica
rappresentazione del potere legislativo quale espressione delle autorità e
della possibilità di darvi attuazione… Questo lo dimostra particolarmente il
caso d’emergenza. Se tutto il popolo viene chiamato all’appello dal Führer
per la difesa nei confronti di un nemico esterno, la relazione Führercomunità di seguaci è destinata a dimostrare la sua grandissima forza. Il
potere dello Stato non comporta in sé quella forza che il Führer possiede
invece di una comunità. Essa, a differenza di quella del Führer che riesce a
collocarsi direttamente all’interno delle forze della comunità, si basa invece
ampiamente sul potere della costrizione. Con il che non si può più
giuridicamente concepire il Führer e cancelliere del Reich come organo
dello Sato. Il cuore della sua posizione sta piuttosto nel popolo e nel
movimento. A partire da qui si determinano impostazioni in ordine
all’attuazione di un nuovo principio costituzionale, che consiste nell’utilizzo
dell’amministrazione statale per gli scopi della guida. In questo legame tra
«guida e amministrazione» la dottrina giuridica tedesca fornisce una
possibilità di soluzione concreta ai fini della relazione tra statica e dinamica,
il cui contrario costituisce un problema permanente nella vita dello Stato”
22
con ciò la tripartizione di Montesquieu viene ovviamente meno, e con essa
la di essa funzione di proteggere la libertà (sociale e) individuale.
Invece il potere del capo, secondo Höhn serve all’unità politica e alla
capacità d’azione della comunità.
Lo stesso concetto di dittatura è superato “Molto spesso, soprattutto nella
letteratura straniera, si tenta di spiegare la posizione di diritto pubblico del
Führer nel Terzo Reich con il concetto di dittatura. Ciò risiede nel fatto che
specialmente le democrazie occidentali riescono a pensare solo nell’ambito
dell’opposizione tra democrazia e dittatura. Se si è ancora prevenuti da un
mondo rappresentativo individualistico si possono immaginare solo forme
di signoreggio grazie alle quali esercita il comando un insieme di singoli
organizzato da punto di vista parlamentare ovvero una singola personalità
sovrana. Tutto ciò che compone l’essenza del Führer, la sua posizione come
comunità e la concentrazione nella sua persona di tutte le forze della
comunità, viene pertanto ignorato”.
6. Come sopra scritto, l’impostazione comunitaria e antindividualista data
da Höhn al diritto nazionalsocialista si distingue decisamente non solo dalle
concezioni del diritto dello Stato borghese, ma anche da quelle di giuristi
non individualisti e perfino da quelle di teorici nazionalsocialisti – (o meglio
vicini al nazionalsocialismo) come Schmitt.
In effetti (la concezione e) l’esistenza effettiva della comunità, secondo
Höhn rende superflua tutta la ricostruzione teorica e la concatenazione
concettuale elaborata dalla dottrina dello Stato moderno, a cominciare da
Thomas Hobbes. Il quale, come scriveva Tönnies (così distinguendosi da
quanto ritenuto da gran parte di coloro che si sono occupati del filosofo di
Malhesbury) era un coerente anticipatore della società borghese e dello
23
Stato liberale, perché muoveva da una prospettiva individualistica, di
società e non di comunità. Anche se Höhn non cita Tönnies, se ne avverte
l’influenza.
Infatti Tönnies sosteneva descrivendo la concezione del “tipo ideale” della
società (borghese) “La società, aggregato unito dalla convenzione e dal
diritto naturale, viene quindi concepita come una massa di individui naturali
e artificiali, le cui volontà e i cui settori stanno in molteplici connessioni
l’una rispetto all’altra e l’una con l’altra, e tuttavia rimangono tra loro
indipendenti e senza influenze interne. Qui ci appare il quadro generale
della «società borghese» o «società di scambio», di cui l’economia politica
cerca di riconoscere la natura e i movimenti – una condizione in cui secondo
l’espressione di Adam Smith, «ognuno è un commerciante»”9
Il tutto lo differenzia anche da Schmitt. Il quale nella premessa alla seconda
edizione della Politische theologie scriveva distinguendo i tre “tipi” di

9 Comunità e società, trad. it. di P. Rossi, Milano 1979, p. 95, tale “visione del mondo” è
tendenzialmente illimitata “La società intesa come totalità al di sopra della quale deve
estendersi un sistema convenzionale di regole, è quindi, in linea ideale, illimitata; essa
rompe costantemente i suoi confini reali e accidentali. Nel suo ambito ogni persona tende al
proprio vantaggio, e afferma gli altri soggetti solamente in quanto e finché essi lo possono
favorire. Così, prima e al di fuori della convenzione – e anche prima e al di fuori di ogni
contratto particolare – il rapporto di tutti verso tutti può essere concepito come un rapporto
di ostilità potenziale o come una guerra latente, contro cui tutti quegli accordi delle volontà
spiccano poi come altrettanti trattati e conclusioni di pace. Questa è l’unica concezione che
sia adeguata a spiegare tutti i fatti del traffico e del commercio, in cui i diritti e i doveri
possono essere ricondotti a pure determinazioni patrimoniali e a valori: su di essa deve
quindi fondarsi, anche inconsapevolmente, ogni teoria di un diritto privato o di un diritto
naturale (socialmente inteso) puro” (op. cit.); quanto allo scambio “compratore e venditore
si trovano sempre, l’uno rispetto all’altro – pur nelle loro molteplici modificazioni – in
posizione tale che ognuno desidera e tenta di ottenere, in cambio della quantità minima del
proprio patrimonio, la quantità massima del patrimonio altrui” e alla concorrenza: “Questa
è la concorrenza generale che ha luogo in molti altri campi, ma in nessun modo così chiaro
e consapevole come in quello del commercio – al quale viene quindi limitato il concetto
nell’uso comune – e che è già stata descritta da più di un pessimista sul modello di quella
guerra di tutti contro tutti che un grande pensatore ha addirittura concepito come lo stato
naturale della specie umana” (op. cit., p. 96).
24
pensiero giuridico “Oggi distinguerei non più fra due, ma fra tre tipi di
pensiero giuridico: cioè, oltre al tipo normativistico e a quello
decisionistico, anche quello istituzionale… Mentre il normativista puro
pensa attraverso norme impersonali ed il decisionista stabilisce il giusto
diritto attraverso una decisione personale in una situazione politica
correttamente conosciuta, il pensiero giuridico istituzionale si articola in
istituzioni e conformazioni soprapersonali. E mentre il normativista nella
sua degenerazione fa del diritto una mera funzione di una burocrazia statale
ed il decisionista si trova sempre in pericolo di fallire, con la
puntualizzazione del momento, l’essenza implicita in tutti i grandi
movimenti politici, un pensiero isolatamente istituzionale conduce al
pluralismo di una crescita priva di sovranità, di tipo cetual-feudale. In tal
modo è possibile ricondurre le tre sfere ed elementi dell’unità politica –
Stato, movimento, popolo – ai tre tipi di pensiero giuridico”10
.
Sempre nella Politische theologie Schmitt sottolinea il carattere
personalistico quale componente insopprimibile di una concezione del
diritto e dello Stato11
.

10 E prosegue “Il cosiddetto normativismo e positivismo della dottrina tedesca del diritto e
dello Stato dell’epoca guglielmina e della repubblica di Weimar è un positivismo
degenerato – poiché, invece di essere fondato su un diritto naturale o razionale, dipende da
norme semplicemente «vigenti» di fatto – e perciò in sé contraddittorio, mescolato con un
positivismo che era soltanto un decisionismo degenerato, giuridicamente cieco, riferito alla
«forza normativa del fattuale» invece che ad una vera decisione. Questa commistione priva
e incapace di forma non era collegata a nessun problema di diritto statale o costituzionale”
(i corsivi sono nostri) v. Politische Theologie trad. it. di P. Schiera ne Le categorie del
politico, Bologna 1972, p. 30.
11 V. “Ciò corrisponde alla tradizione originaria dello Stato di diritto che è sempre partita
dal presupposto che solo una massima giuridica generale possa fungere da criterio di
giudizio… non è che chiunque possa eseguire e realizzare ogni possibile norma giuridica.
Quest’ultima in quanto norma di decisione dice solo come si deve decidere non anche chi
deve decidere. Chiunque potrebbe appellarsi alla giustezza del contenuto, se non vi fosse
un’ultima istanza. Ma l’ultima istanza non deriva dalla norma. Il problema dunque è quello
25
Nell’opera sul Leviatano, poi il giurista di Plettemberg ritorna più volte sul
carattere individualistico del pensiero di Hobbes e di fondazione della
concezione dello Stato borghese12
.
7. Altra conseguente cesura dal pensiero borghese sullo Stato e il diritto è
l’assenza nel saggio di Höhn di qualsiasi riferimento ai rapporti di scambio,
tipici di un tipo “societario” di aggregazione sociale. Il carattere organico
della comunità nazionale pone in secondo piano ogni legame di tipo
associativo-sinallagmatico. Perfino l’impresa è vista come una comunità
“minore” dove l’imprenditore non è (tanto) un datore di lavoro, ma il Führer

della competenza; un problema che non si può porre, né tantomeno risolvere, in base alla
qualità giuridica del contenuto della norma. Risolvere i problemi di competenza
rimandando al dato materiale, significa burlarsi della gente… Il rappresentante classico del
tipo decisionistico (se posso impiegare questo termine) è Hobbes… Hobbes ha anche
portato un argomento decisivo che riguarda il nesso esistente fra questo decisionismo e il
personalismo e che vanifica tutti i tentativi di sostituire alla concreta sovranità dello Stato
un ordinamento avente validità astratta” op. cit., pp. 56-57.
12 V. i saggi pubblicati in italiano col titolo Sul Leviatano a cura di C. Galli, Bologna 2011,
pp. 68-69; a p. 106 scrive “Hobbes in modo scientificamente oggettivo e neutrale, fonda lo
Stato come opera umana che nasce da un patto di tutti con tutti… Lo Stato
istituzionalizzato o «costituzionale» è infatti uno Stato ordinato nella forma di una
deliberazione di una «moltitudine di uomini», cioè da una «assemblea nazionale
costituente»”; a p. 112 Schmitt vi ritorna “Frattanto, soprattutto per merito dei lavori di
Ferdinand Tönnies, sono stati enucleati gli elementi di «Stato di diritto» presenti nella
dottrina di Hobbes, e quest’ultimo è stato riconosciuto come teorico dello «Stato di diritto
positivo». Ma per secoli Hobbes fu il malfamato rappresentante dello «Stato di potenza»
assolutistico; l’immagine del Leviatano fu enfatizzata come quella di un orrendo Golem o
di un Moloch, e ancor oggi ha la funzione di archetipo, in cui si vede tutto ciò che la
democrazia occidentale intende con lo spauracchio polemico di Stato «totalitario» e di
«totalitarismo»”; e p. 147 conclude “Hobbes è il padre spirituale del moderno positivismo
giuridico, il precursore di Jeremy Bentham e di John Austin, il pioniere dello Stato «di
leggi» liberale. È stato lui il primo a sviluppare con piena chiarezza sistematica il principio
«nullum crimen, nulla poena sine lege», essenziale per il diritto penale liberale”; si veda
invece che fine fa tale principio nel saggio di Höhn. La differenza principale sul punto tra la
concezione di Hobbes e quella di Schmitt è che nella prima sono pressocché assenti le
nozioni di popolo e di comunità, mentre nella seconda in specie il popolo è decisivo per la
sintesi politica.
26
della comunità di impresa, dove “il pensiero della comunità subentra al
pensiero degli interessi”.
Così il diritto (e lo Stato che lo pone (spesso) e deve applicarlo) non trova la
propria ragione fondamentale nel conciliare i contrapposti interessi
individuali e dirimere i relativi conflitti (cioè nello scongiurare il caos) ma è
espressione dell’ordine comunitario, così come la persona è tale nella
comunità. In questo senso la stessa distinzione tra uomo e cittadino (e
relativi diritti) perde senso (tant’è che Höhn non la tratta).
Di guisa che il diritto perde la primazia e la funzione di strumento del potere
per creare (e mantenere) l’ordine (Hauriou): è la stessa comunità quale
ordinamento di vita a costituire l’ordine e quindi ad esprimerlo. La
distinzione tra potere, ordine, diritto viene dissolta in quella di comunità
composta di capo e seguito, legati dal “sentimento” di appartenenza
comunitaria.
Tale prospettiva, a tacer d’altro, ha il difetto di mancare di realismo.
Che vi siano, pur nella stessa comunità, tanti individui (e relativi “gruppi”)
con diverse opinioni, interessi, credenze, è un dato reale ineliminabile. Che
poi la comunità sia una e abbia una “funzione” unificante di tante diversità
(anche a mezzo del diritto) è altrettanto reale. Il problema che si pone,
almeno nella dottrina dello Stato moderno, da Hobbes in poi, è quello come
fare e pluribus unum; compito sia politico che giuridico; e che consiste nel
punto centrale della costruzione dell’ordine e del potere. Affermare che la
comunità (e l’organizzazione che ne consegue) possa risolvere questo
problema è (forse) possibile: ma non che lo elimini, di guisa che il problema
non si ponga.
27
All’uopo basti ricordare ciò che ne pensavano Montesquieu, Hauriou e
Freund.
Il primo fa della distinzione dei tre poteri un fattore d’ordine e d’equilibrio
sociale, oltre che politico. Il secondo scrive che “Les equilibres sociaux sont
inviolables dans nos societés politiques”
13. Proprio per questo è necessario
contemperarli e equilibrarli. E regolarli giuridicamente. Anche se un
ordinamento costituzionale può limitarsi alla regola dell’ “appartenenza al
sovrano di tutti i poteri”14, tuttavia il sovrano (il capo, la guida) ha
comunque necessità di regolare il comportamento del “seguito” e ordinare i
poteri derivati e sottostanti. Pertanto anche se il regime nazionalsocialista
era sostanzialmente monista (e monocratico) ciò non implicava l’inesistenza
di una pluralità d’interessi e di poteri15
.
Sotto un altro profilo la concezione di Höhn si discosta vistosamente dal
“tipo ideale” del pensiero della scienza giuridica “borghese” tra il XIX e
l’inizio del XX secolo: nel sottovalutare la volontà e il potere. All’uopo è
utile confrontarlo con le concezioni, per certi versi emblematiche del
positivismo giuridico “classico”, di Max von Seydel. Secondo questi molti
errori hanno “condotto un falso idealismo del diritto. In nessun altro campo,
come in questo, finzioni fallaci hanno così facilmente pullulato rigogliose, e

13 Principes de droit public, rist. Paris Dalloz 2010, p. 11.
14 V. Santi Romano Principi di diritto costituzionale generale, Padova 1947, p. 3 e
prosegue “ma almeno questa norma non potrà mancare e non essere giuridica, se su di essa
si impernia per intero quell’ordinamento giuridico quale è sempre, per sua indeclinabile
natura, lo Stato”; il passo citato è in antitesi alle teorie “restrittive” del concetto di
costituzione, tipiche del costituzionalismo liberale.
28
impedita la via alla verità… La finzione è solo un modo di esprimersi
specifico per parificare giuridicamente e trattare con gli stessi criteri
rapporti diversi. Quindi non si può… con l’aiuto di finzioni spiegare o porre
rapporti giuridici”16; ciò che è reale è che “Lo Stato sorge per ciò che un
numero di uomini, il quale occupa una parte della superficie terrestre, si
unisce sotto un supremo volere. Da ciò appare che lo Stato non è altro che
un prodotto della volontà umana, anziché il prodotto di una forza naturale o
di un processo di evoluzione naturale… la tendenza della volontà umana a
formare lo Stato è senza dubbio fondata sulla disposizione naturale
dell’uomo: l’uomo è uno zoon politikon”
17 e sostiene “il diritto non sorge
che per opera dello Stato”. Dove invece von Seydel è meno distante dal
giurista nazionalsocialista è nella netta distinzione-subordinazione tra Stato
e Sovrano “risulta chiaramente che lo Stato non è affatto il volere sovrano,
né possiede il volere sovrano, anzi, è diverso da esso. Il volere sovrano è

15 V. sul punto in una teoria dell’ordine e degli equilibri nello Stato moderno, Hauriou op.
cit., pp. 11 ss. il quale scrive “La Costituzione degli Stati è ordine introdotto nella loro
organizzazione, separazione dei poteri ed equilibrio”.
16 E prosegue “Dinanzi a un unico concetto chiaro deve dileguare il fantasma nebuloso
dello spirito del popolo del Puchta; ad esso tengon dietro i soggetti giuridici non
effettivamente esistenti, ma solo immaginati; le totalità che sono qualcosa di diverso
dall’insieme dei loro elementi, i diritti che non sono uguali alla somma delle facoltà ad essi
corrispondenti, e così – non vogliamo continuare la lista che si potrebbe facilmente
moltiplicare – molto ancora che non è mai esistito, ma solo è stato pensato, che non deve il
suo essere alla realtà, ma semplicemente all’immaginazione”.
17 E prosegue “Il singolo Stato è sempre prodotto dalla volontà umana. È quindi un pensiero
senza alcun valore giuridico e filosofico quello che lo Stato sia un organismo. Questa
espressione figurata riposa sopra un pensiero oscuro, che scambia la tendenza della schiatta
umana a produrre lo Stato con l’atto creatore che produce lo Stato reale” (i corsivi sono
nostri) op. cit, p. 1153.
29
sopra lo Stato, e la soggezione ad esso dà al territorio e al popolo la qualità
di Stato. Essi si chiamano Stato soltanto se sono dominati, analogamente
come si chiama proprietà la cosa solo quando ha un padrone. È quindi un
modo di esprimersi affatto riprovevole scientificamente quello che pone alla
pari lo Stato e il volere sovrano, e attribuisce allo Stato un volere. Stato e
sovrano sono diversi così come proprietà e proprietario”18. Potere (di
comando) e volontà sono gracili se non assenti nella ricostruzione di Höhn,
contrariamente a quello che avviene in una coerente costruzione del diritto
“borghese” (v. anche, in seguito, le critiche dei giuristi antinazisti).
D’altra parte la concezione comunitarista di Höhn può essere confrontata
con la tesi di Schmitt sull’evoluzione dallo Stato liberale dualista dal XIX
secolo a quello “totale” dei XX secolo; analisi sviluppata in particolare nel
Hüter der verfassung. Dove è centrale l’affermazione del giurista di
Plettemberg che “la società che si organizza da sé in Stato passa dallo Stato
neutrale del liberale secolo XIX ad uno Stato potenzialmente totale. La
potente svolta può essere interpretata come parte di uno sviluppo dialettico,
che si svolge in tre stadi: dallo Stato assoluto del XVII e XVIII secolo
attraverso lo Stato neutrale del liberale secolo XIX allo Stato totale
dell’identità di Stato e società”19
.
Tuttavia lo Stato (nella specie la Repubblica di Weimar) ancorché totale (in
senso quantitativo) e “autorganizzazione della società” era pur sempre
anche “teatro del sistema pluralistico” perché (tra l’altro) “Per il fatto che

18 Op. cit., p. 1155 (il corsivo è nostro).
19 Il custode della Costituzione trad. it. di A. Caracciolo, Milano 1981, p. 125.
30
esiste una maggioranza di simili complessi, che entrano in concorrenza gli
uni con gli altri e si mantengono reciprocamente entro certi limiti, ossia uno
Stato pluralistico dei partiti, si impedisce che lo Stato totale in quanto tale si
ponga in risalto con quella stessa veemenza che ha già manifestato negli
Stati cosiddetti a partito unico, la Russia sovietica e l’Italia. Con la
pluralizzazione non è però eliminata la svolta verso il totale, ma è per così
dire soltanto parcellizzata, giacché ogni gruppo di potere sociale organizzato
– dalla società di canto e dal club sportivo dell’autodifesa armata – per
quanto possibile cerca di realizzare la totalità in se stessa e per se stessa”20
.
8. Nel saggio Staat, Bewegung, Volk, scritto dopo la presa del potere da
parte di Hitler, , Schmitt ricostruisce il regime nazionalsocialista come
sistema triadico21. Delle tre membra il movimento “sorregge lo Stato e il
popolo, penetra e conduce le due altre”22. Delle tre è il movimento (la cui
forma è il partito nazionalsocialista) ad essere il principio dinamico e ad
esercitare la direzione politica, a guidare da un lato lo Stato (inteso come
apparato di autorità ed uffici) e dall’altro il popolo. La sfera del popolo è
“lasciata all’amministrazione autonoma, che abbraccia tanto l’ordinamento

20 Op. ult. cit., p. 131
21 “L’unità politica dello Stato presente è l’unità di tre membra: Stato, movimento, popolo.
Essa si distingue radicalmente dallo schema statale liberaldemocratico pervenutoci dal
secolo decimonono, e non soltanto per i suoi presupposti ideologici e i suoi principii
generali, ma anche in tutte le linee essenziali della costruzione e organizzazione del
concreto edificio dello Stato. Ogni concetto essenziale e ogni istituzione importante risente
di questa diversità” trad. it. di D. Cantinori in Principi politici nel nazionalsocialismo, rist.
Settimo Siggillo, Roma 1996 p. 184.
22 E prosegue “Ciascuna delle tre parole: Stato, Movimento, Popolo, può essere usata da
sola per la totalità dell’unità politica. Essa designa però nello stesso tempo anche un lato
particolare e un elemento specifico di questa totalità. Così si può considerare lo Stato in
senso stretto come la parte politica statica, il movimento come l’elemento politico dinamico
e il popolo come il lato apolitico crescente sotto la protezione e all’ombra delle decisioni
politiche” op. cit. p. 185
31
economico e sociale a categorie di professioni come anche
l’amministrazione autonoma comunale”23. Lo Stato d’altro canto “nel senso
della classe statale dei funzionari e delle autorità perde il monopolio della
politica che si era acquistato nel secolo decimosettimo e decimottavo”24. La
legalità dello Stato borghese, formalizzata e meccanicizzata, per ciò stesso
“entra in opposizione al diritto, che permane buono nel contenuto”. Nello
Stato nazionalsocialista “ essa riceve il significato secondario che le spetta,
relativo perché strumentale; diventa il modo di funzionare dell’apparato
statale delle autorità. Questa legalità è tanto poco identica col diritto del
popolo quanto l’apparato statale con l’unità politica del popolo. Al diritto
nel senso sostanziale appartiene come prima cosa di assicurare l’unità
politica soltanto sulla base delle decisioni politiche incontestate, e in questo
senso positive, il diritto si può poi spiegare in tutti i campi della vita
pubblica in una crescita libera ed autonoma” (il corsivo è nostro).
Nell’opera suddetta il giurista di Plettemberg non insiste sul termine
comunità, ma utilizza il bagaglio concettuale e la problematica del pensiero
politico e giuridico “classico”. Manca il carattere pervasivo e “tentacolare”
della comunità espresso da Höhn. Schmitt distingue tra direzione politica ed
“amministrazione autonoma”; parla del Partito come élite (Pareto);
organizza la comunità in un sistema tripartito, con ambiti distinti, di cui una
delle “membra” è comunque decisiva rispetto alle altre (ed è l’élite a

23 Op. cit. p. 186
24 E prosegue “Esso viene riconosciuto come una semplice parte dell’unità politica e
precisamente una parte fondata sull’organizzazione che sostiene lo Stato. L’insieme delle
autorità e dei funzionari per sé solo non si identifica dunque più con la totalità politica né
con una autorità di “superiore” riposante su se stessa. Oggi non si può più determinare la
politica partendo dallo Stato, ma bisogna che sia determinato lo Stato partendo dalla
politica” op. cit. p. 189.
32
dirigere il “movimento”); distingue tra legalità (come modo di
funzionamento dell’apparato statale) e diritto (e così via): tutte dicotomie e
distinzioni “classiche” assenti nel saggio di Höhn.
9. Freund rileva che il “pubblico” è in primo luogo l’affermazione dell’unità
(in relazione al saggio di Höhn è la comunità a costituire l’essenza di ciò
che è pubblico) e fa notare l’esattezza del giudizio di Hegel relativo al
popolo il quale “considerato senza il suo monarca e senza l’organizzazione
necessariamente e immediatamente connettiva della totalità, è la moltitudine
informe che non è più Stato, alla quale non spetta più alcuna delle
determinazioni che esistono soltanto nella totalità formata in sé – sovranità,
governo, giurisdizione, magistratura, classi … Per il fatto che tali momenti
che si manifestano a un’organizzazione, alla vita dello Stato si presentano
…. cessa di essere quell’astrazione indeterminata”25. Nel pensiero di Hegel
la connessione tra poteri, uffici e organi e relativi rapporti con il vertice e la
base della sintesi politica è decisiva (per l’esistenza e la capacità d’azione
della collettività politica); e non può, come si legge invece in Höhn, essere
ricondotta al (solo) rapporto capo-seguito e al sentimento comunitario.
Freund sostiene anche, seguendo la tesi di Schmitt che “c’è sempre una
pluralità di gruppi di natura diversa all’interno di un’unità politica … anche
al tempo dello Stato assoluto esistevano gruppi dalle diverse funzioni:
chiese, corporazioni, confraternite, compagnie”26. I cui (potenziali, ma
certi) conflitti devono essere decisi, e ciò compete “al potere, ovvero al

25 Lineamenti di filosofia del diritto, prgrf 279 trad it. di F. Messineo, Bari rist. 1974.
26 L’essence du politique, Paris 1965 p. 211
33
Comando sovrano, che ha il compito di assicurare la concordia, di prendere
le decisioni opportune”27
.
A prendere le decisioni non è “la democrazia”, “la classe” o “la comunità”
ma un’autorità determinata; a doverle eseguire un’organizzazione da essa
dipendente. A fare la differenza tra l’una e l’altra forma o tipo di sintesi
politica, è a chi spetta di decidere e a chi d’eseguire le decisioni. Le altre
differenze, pur importanti, non hanno il carattere primario di queste.
Il carattere pervasivo della concezione di Höhn riduce o annulla la
distinzione tra pubblico e privato, e quella – avrebbe scritto Miglio – tra
obbligazione politica e obbligazione-scambio28; è illuminante leggere a tale
proposito il passo, sopra riportato, sulla concezione comunitaria
dell’impresa29
.
10. Anche nella dottrina politica e giuridica anti-nazionalsocialista le tesi di
Höhn erano (ovviamente) criticate. Franz Neumann scrive che: “I più
avanzati giuristi nazionalsocialisti, Reinhard Höhn e Gottfried Neesse,
respingono il concetto stesso di Stato e le loro idee sono ampiamente
approvate. Entrambi respingono il concetto della personalità dello Stato
come una mera costruzione liberale, poiché essi sostengono, se il concetto

27 Op. loc. cit.
28 V. Su detta distinzione G. Miglio, Lezioni di politica, Bologna 2011, pp. 153 ss.
29 È appena il caso di rammentare che il tutto ovviamente nega la (dualistica) lotta di classe,
riconducendola all’unità della comunità nazionale di destini. Sul punto è utile ricordare che,
come scriveva Tönnies “La storia della comunità muove – in conformità alle
determinazioni poste in luce – dalla premessa della perfetta unità delle volontà umane come
stato originario o naturale, che si è conservato nonostante e attraverso la separazione
empirica, atteggiandosi in forme molteplici secondo la natura necessaria e data dei rapporti
tra individui diversamente condizionati”, Comunità e società, Milano 1999, p. 51.
34
dello Stato venisse accettato, quelli che esercitano il suo potere sarebbero
semplicemente i suoi organi”30
.
Ernst Fränkel sostiene che la concezione giuridica nazionalsocialista, su
base biologica, “Si potrebbe definire nella teoria e nella prassi «biologismo»
politico, si basa sul riconoscimento e sulla cura di «forze» vitali…Al di là
del diritto naturale razionale e societario esiste un diritto naturale irrazionale
e comunitario, fondato biologicamente, che viene ad aggiungersi alla lunga
lista di varianti storiche del diritto naturale”31; la distinzione tra “diritto
naturale societario e diritto naturale comunitario fu formulata già dai
giuspubblicisti del XVII secolo mediante la contrapposizione dei concetti di
societas e socialitas”
32; tra questi Leibniz. Descrive poi i “tipi ideali” del
diritto naturale societario e del diritto naturale comunitario, i cui caratteri
si attagliano con notevole precisione a quanto esposto da Höhn nel saggio
qui commentato33
.

30 E prosegue “Secondo loro, invece, il potere politico in Germania si fonda sul Führer, che
non è un organo dello Stato ma è la comunità, e non agisce come il suo organo ma come la
sua personificazione” e “Questa teoria costituzionale nazionalsocialista avanzata, benché
attaccata persino da Carl Schmitt, ammette chiaramente che non è lo Stato a unificare il
sistema politico ma che vi sono tre (a nostro avviso, quattro) poteri politici coesistenti, la
cui unificazione non è istituzionalizzata ma solo personalizzata” e conclude che “le teorie
della comunità del popolo e il Führerprinzip siano semplici maschere che coprono i poteri
di apparati burocratici enormemente rigonfi. Ma, almeno un grano di verità può essere
contenuto in queste teorie; vale a dire che è difficile dare il nome di Stato a quattro gruppi
che entrano in trattativa. In effetti, eccettuato il potere carismatico del Führer, non vi è
alcuna autorità che coordina i quattro poteri, nessun luogo dove il compromesso fra di essi
può essere fondato su basi universali” v. Behemoth, trad. it. di M. Braccianini, Milano
1999, p.
31 Der Doppelstaat trad. it. di P.P. Portinaro, Torino 1983, p. 174.
32 Op. loc. cit.
33 “Il diritto naturale comunitario sostiene che fra gli individui singoli esiste un ordine
armonico fondato sugli istinti naturali, che scaturisce dalla «volontà essenziale» dei
componenti della comunità e ad essa corrisponde…Il diritto naturale comunitario vede nel
diritto soltanto una forma di manifestazione della comunità, la cui coesione è prodotta e
35
11. Dopo questa rapida esposizione occorre considerare quanto di ciò che
scrive Höhn appaia ancora rappresentativo non tanto di un modo concreto di
concepire il diritto da parte di un regime politico dato ma in quale misura sia
utilizzabile per la ricostruzione di connotati ed elementi costanti delle
istituzioni, indipendentemente dalla specifica ideologia politica che le
“conforma”. Se quindi la concezione comunitaria di Höhn, col suo carattere
pervasivo e totalizzante ma poco determinato e precisato presenti ancora
interesse per alcuni punti enunciati.
In primo luogo il concetto stesso di comunità: se quello di Höhn è un
ectoplasma così evanescente e dai contorni sfuggenti, l’assenza di quello in
buona parte della dottrina giuridica successiva al secondo conflitto
mondiale, è frutto di una concezione riduttiva e limitata del diritto, una
coperta corta che non considera la totalità dell’esperienza e (del fenomeno)
giuridico34
.

conservata da forze extragiuridiche. Il diritto svolge tutt’al più una funzione di
appoggio…Il diritto naturale comunitario è portatore di un potere delegato. Quanto al suo
contenuto, è determinato dalle forze terrene che lo hanno prodotto; da queste deriva la sua
autorità temporalmente e spazialmente limitata. Il diritto naturale comunitario rifiuta la
ragione non appena questa mette in questione la legittimità degli istinti, sulla cui
affermazione esso invece si fonda…Il diritto naturale comunitario possiede un limitato
ambito di validità cronologico, topografico come pure personale. La coscienza comunitaria,
a cui deve la propria esistenza, emerge soltanto nel processo di differenziazione da altre
comunità. Il diritto naturale conunitario è concepibile solo all’interno di un gruppo sociale
concreto. Il diritto naturale comunitario non è egualitario in analogia alla forma originaria
di tutte le comunità, la famiglia, che è fondata sulla disuguaglianza dei suoi membri …Per
il diritto naturale comunitario lo Stato è soltanto la secondaria espressione della primaria
unità di tutti i compagni di stirpe (Volksgenossen). La comunità di popolo è una
formazione biologica che esiste anche se non è organizzata in forma statale. Lo Stato è un
fenomeno organico derivato dalla comunità di popolo intesa biologicamente”, op. cit., p.p.
175-176.
34 Come scrive Carl Schmitt sul carattere “limitato” del positivismo giuridico “possiede nel
caso migliore, tanto e, nel caso peggiore, tanto poco valore quanto ne posseggono i trattati
fra stati e le leggi interne alle quali esso aderisce. Del resto, per la scienza del diritto, esso
non sta a significare altro che una funzione normativistica, il cui valore, come il valore
dell’intera prospettiva positivistica caratterizzante il XIX secolo, è relativo o storicamente
36
Ad esempio l’indeterminazione è un limite della concezione comunitaria di
Höhn,ma è tuttavia accostabile alla contrapposizione
nazione/costituzione/forma esposta da Sieyès in Qu-est-ce-que le Tiérs
État35. È chiaro che l’abate rivoluzionario calca la mano sulla volontà e
sull’associazione politica (di individui liberi ed uguali), concezione perciò
opposta a quella di Höhn, ma comune ad entrambi è che la comunità (la
Nazione) è superiore e decisiva rispetto alla forma costituita (e costituenda)
in cui si organizza. Al contrario di quanto ritengono in molti che la “forma”
(intesa peraltro in senso normativistico, cioè riduttivo) prevalga sulla
volontà e il consenso comunitario, di per sè elementi metagiuridici e perciò
espunti.
Peraltro la comunità di Höhn che è il fondamento (e la causa finale) e
dell’organizzazione dello Stato (sul punto v. anche E. Fränkel)36 ricorda
alcune considerazioni di Hauriou sull’istituzione-Stato; la quale “domata ed

determinato. Esso trascura intenzionalmente il significato dei contenuti e delle specificità
del diritto, cioè il senso politico, sociale ed economico delle istituzioni e degli ordinamenti
concreti e non può quindi pretendere, già per tale ragione, di possedere il monopolio del
pensiero giuridico e di dire l’ultima parola sul nostro tema. Un’interpretazione ed una
sistematizzazione di tipo scientifico-giuridico deve appunto tener conto del contenuto
concreto delle norme e del senso specifico delle istituzioni”v. Die Lage der europäischen
Rechtswissenschaft (il corsivo è nostro), trad. it. di L. Cimmino (con introduzione di A.
Carrino), Roma 1996, pp. 37-38.
35 “La comunità non si spoglia affatto del diritto di volere; si tratta di una proprietà
inalienabile, essa può solamente affidarne l’esercizio. Tale principio è sviluppato altrove” –
“La Nazione esiste prima di ogni cosa, essa è l’origine di tutto. La sua volontà è sempre
conforme alla legge, essa è la legge stessa. Prima di essa e al di sopra di essa non c’è che il
diritto naturale” trad. it. di G. Troisi Spagnoli in Opere, Tomo I, Milano, pp. 254-255.
36 “Hitler ha sostenuto: «Lo Stato è un mezzo per raggiungere un fine. Il suo fine consiste
nella conservazione e nell’incremento di una comunità di creature fisicamente e
moralmente omogenee…Stati che non servono a questo scopo sono costruzioni mal
riuscite, anzi aborti. Ciò non cambia in considerazione del fatto della loro esistenza, così
come il successo di un’associazione di filibustieri non può giustificare la rapina»” op. cit.,
p. 176.
37
addomesticata” secondo Hauriou dal costituzionalismo post-rivoluzionario
deve svolgere tre funzioni essenziali:
1) proteggere la società individualista a mezzo del governo, assicurarle la
pace e l’ordine all’interno e all’esterno… 2) controllarla e renderle servizi
attraverso l’amministrazione 3) Reprimere gli eccessi dell’individualismo37
.
Anche se Hauriou scrive di società e non di comunità
38, l’istituzione-Stato è
quindi la forma in cui s’organizza la società, la protezione dell’esistenza
della quale è funzione essenziale di quello: il che vuol dire che lo Stato è
strumento della società.
Inoltre una seconda analogia (nella “funzione”) del concetto di comunità di
Höhn con concezioni del tutto opposte ma omologhe, è che quello ha, come
queste, l’effetto di depotenziare l’aspetto autoritario – e necessario – del
comando. Così in certe concezioni dello Stato di diritto, inteso quale
“governo di leggi, non di uomini”, o in quella di Rousseau della volontà
generale come “eliminazione” del comando, perché ognuno obbedisce a se
stesso, avendo partecipato a deliberare la legge, la comunità col suo idem
sentire de re publica (e anche di più) diventa un modo per minimizzare il
lato “discendente” del rapporto politico (dal capo alla comunità) a vantaggio
di quello ascendente (dalla comunità al capo).
Peraltro c’è un terzo punto di convergenza strettamente connesso al
precedente: il rapporto tra “capo” e “seguito”, richiamato più volte da Höhn.
Il quale è il più chiaro e determinato del saggio. E pour cause: perché il

37 V. Precis de droit consitutionnel, Paris 1929, p. 49.
38 Tuttavia il termine società di Hauriou è prossimo (e non contrapposto) al significato di
comunità (o più in generale, di “gruppo sociale” – ossia il genere). Al punto che quando si
riferisce alla società “borghese” l’accompagna con l’aggettivo individualista.
38
rapporto tra capo e seguito, ovvero tra vertice e base della sintesi politica è
la condizione essenziale dell’esistenza e della capacità d’agire della
comunità: questo perché il presupposto del comando/obbedienza in una
comunità (anzi in ogni gruppo politico organizzato) è insostituibile. Le
sintesi politiche possono assumere diverse forme e costituire vari tipi: ma a
tutti è essenziale che i comandi del vertice ottengano l’obbedienza e la
minore possibile resistenza alla volontà dei governanti39
.
Vale al riguardo quanto scriveva Hegel distinguendo tra ciò che è necessario
perché esista uno Stato e ciò che è, invece, accidentale40. Inoltre il richiamo
continuo di Höhn al diritto “espresso” dalla comunità rammenta da un lato
la distinzione tra diritto statuito e diritto consuetudinario; dall’altro lo jus
involuntarium, la cui importanza è stata messa in evidenza – tra gli altri – da
Santi Romano41
.

39 Nell’esposizione di Höhn mentre è chiaro il rapporto di direzione del Führer, non lo è
come sia organizzato, in particolare nel lato ascendente se non sulla base, per appunto
dell’idem sentire, dell’appartenenza, della storia. Mentre nei regimi democratici quello che
Smend chiama integrazione funzionale (votazioni, plebisciti, accesso a cariche ed impieghi
pubblici) è dettagliatamente prevista e regolata.
40 Chiedendosi cosa sia necessario perché “una moltitudine formi uno Stato “Dobbiamo
nella nostra considerazione, separare le due cose: ciò che è necessario, che cioè una
moltitudine sia uno Stato e un potere comune, e ciò che invece è soltanto una particolare
modificazione di questo potere e non rientra nella sfera del necessario, bensì appartiene, per
il concetto, alla sfera del più o meno bene, per la realtà invece alla sfera del caso e
dell’arbitrio” Verfassung Deutchlands trad. it. a cura di A. Plede, in Scritti Politici Bari
1961 p. 31
41 “Del resto, anche fra gli Stati moderni ce ne sono alcuni che, non alla legge, ma alla
consuetudine attribuiscono il primo posto nella produzione delle norme giuridiche. Così,
come è noto, l’Inghilterra, dove la «common law» è considerata la base di tutto il diritto e la
legge scritta interviene solo quando è indispensabile, con la figura di un «emendamento»
della prima” v. Principi di diritto costituzionale generale Milano 1947 p. 91
39
Verosimilmente la considerazione che Höhn ha del diritto inglese è
attribuibile al carattere consuetudinario (e quindi involontario, comunitario)
di questo42
.
Bisogna tuttavia considerare che la concezione di Höhn di una produzione
prevalentemente (o quasi totalmente) spontanea del diritto era ampiamente
contestata dai giuristi antinazisti, tenuto conto che nel Terzo Reich non
mancava certo potere statuente e momento “autoritativo” onde appare
forzata ed edulcorata, come sopra cennato. Anche se in ogni ordinamento
convivono sia l’aspetto autoritativo che quello spontaneo-consensuale cioè,
sotto un diverso profilo, il comando e l’obbedienza.
Piuttosto occorre considerare il saggio di Höhn uno dei contributi più
conseguenziali alla “spolicitizzazione” dello Stato, tipica del XX secolo,
espressa da Carl Schmitt nel Begriff des politischen; in particolare nella
“Premessa” al testo del 193243
.

42 Sul punto v. Santi Romano “Del resto, anche fra gli Stati moderno ce ne sono alcuni che,
non alla legge, ma alla consuetudine attribuiscono il primo posto nella produzione delle
norme giuridiche. Così, come è noto, l’Inghilterra, dove la «common law» è considerata la
base di tutto il diritto e la legge scritta interviene solo quando è indispensabile, con la figura
di un «emendamento» della prima. Contrariamente all’opinione del Bentham, che del resto
anche agli «statuti» del parlamento rivolse critiche acerbe, la dottrina inglese ritiene che
alla volontà del legislatore, che può essere arbitraria e sbagliare, sia da preferire la comune
convinzione giuridica, nella quale si esprime direttamente e genuinamente la saggezza del
popolo” op. loc. cit..
43 L’epoca della statualità sta ormai giungendo alla fine: su ciò non è più il caso di spendere
parole… Lo stato come modello dell’unità politica, lo Stato come titolare del più
straordinario di tutti i monopoli, cioè del monopolio della decisione politica, questa fulgida
creazione del formalismo europeo e del razionalismo occidentale, sta per essere
detronizzato… Vi fu realmente n tempo in cui era corretto identificare i concetti di ‘statale’
e di ‘politico’. Infatti allo Stato europeo classico era accaduto qualcosa di assai
improbabile: di creare la pace al suo interno ed eliminare l’inimicizia come concetto
giuridico” trad. it. di P. Schiera ne Le categorie del politicoi, p. 90, Bologna 1972.
40
Anche il connotato della volontà viene messo in ombra nel saggio di Höhn e
più ancora se riferito allo Stato; ad esempio a fare un confronto con il
pensiero di Gentile, tutto incentrato sullo Stato, sul suo rapporto con il
cittadino e sul diritto come volontà dello Stato44
12. Altre idee di Höhn sono comunque trasmigrate, o comunque presentano
analogie – sotto diversa veste ideologica, con differenti termini e scopi – in
alcune concezioni della successiva dottrina giuridica. Così l’affermazione
che il Giudice nel regime nazionalsocialista è “posto in libertà” e rileva solo
il suo “legame con i fondamenti in termini di visione del mondo quali
determinano l’intera vita del popolo”, a prescindere con i collegamenti con
le (precedenti) teorie del “diritto libero” può accostarsi alle concezioni,
successive, che vedono il Giudice quale interprete – più che di norme – di
principi, valori e anche interessi. Del pari il richiamo alla “visione del
mondo” comunitaria è analogo a quelli alla tavola dei valori, ai principi
costituzionali, e differisce da questi principalmente perché non si basa su un
supporto scritto, qual è la costituzione45
.
Quel che invece appare irrealistico (e quindi impossibile) è la – pressoché
assente – trattazione della forma politica, onde non è chiaro in che modo la
comunità agisce – se non attraverso il Führer (ma così si ritorna alla forma,

44 Che è in molte affermazioni incompatibile con quello di Höhn. Per Gentile, ad esempio
“Non è la nazionalità che crea lo Stato; ma lo Stato crea (suggella e fa essere) la
nazionalità. Che conquistando la propria unità e indipendenza celebra la sua volontà
politica, realizzatrice dello Stato”; la “volontà dello Stato è diritto (pubblico o privato,
secondo che regola i rapporti tra Stato e cittadini, o tra cittadini e cittadini); quanto al
rapporto governanti-governati “come il diritto positivo è negato nell’attualità dell’azione
etica, così ogni opposizione di Governo e governati cade nel consenso di costoro, senza il
quale il governo non si regge”: quindi coazione e consenso sono complementari e ambedue
necessari, v. Genesi e struttura della società, rist. Firenze 1987, pp. 57-60.
45 V. sul punto le interessanti considerazioni di L. M. Bandieri Dallo Stato di diritto al neocostituzionalismo in Behemoth online, n. 54.
41
sia pure ridotta all’osso, dei pieni poteri). Il problema della necessità della
forma, al di là del diritto a dare forma, è di rendere la comunità capace di
esistere ed agire. E senza quella l’una, ma ancor più l’altra sono impossibili:
a meno di non integrarle, come un po’ fa in sordina Höhn, con i
Führerbehfele.
Teodoro Klitsche de la Grange

http://www.behemoth.it/index.php?pag=news&id=1235499015_59&titolo=COMUNIT%C1%2C%20DIRITTO%2C%20STATO%3A%20IN%20MARGINE%20%20AD%20UN%20SAGGIO%20DI%20H%D6HN-Teodoro%20Katte%20Klitsche%20de%20la%20Grange

Il dibattito sull’America prima di tutto, di  George Friedman

Il dibattito sull’America prima di tutto

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Dagli anni ’30, c’è stato un dibattito negli Stati Uniti su una politica estera basata su “America First”, una politica nazionalistica che dà la priorità agli obiettivi degli Stati Uniti rispetto ad altri. È un’idea che in tempi diversi è stata centrale sia per i Democratici che per i Repubblicani. Le posizioni andavano dalla destra che esortava gli Stati Uniti a non assumersi la responsabilità del destino di altre nazioni, e la sinistra che condannava gli Stati Uniti per aver agito come la polizia mondiale. La sinistra ha sostenuto una strategia secondo cui gli Stati Uniti devono rimanere invischiati nel mondo attraverso alleanze. A destra, c’era la convinzione che gli Stati Uniti dovessero rimanere invischiati nel mondo per sconfiggere, ad esempio, il comunismo. Ha assunto il carattere di principio morale e di azione prudente in entrambe le tendenze ideologiche, e anche di obbligo morale in entrambe.

La questione del corretto rapporto degli Stati Uniti con il resto del mondo è stata una questione centrale sin dalla fondazione dell’America. Thomas Jefferson ha messo in guardia contro le alleanze intricate, mentre George Washington e Benjamin Franklin stavano manovrando per cercare di coinvolgere la Francia nella rivoluzione americana. L’America è stata fondata come alternativa all’Europa e un nuovo ordine dei secoli. Era anche una nazione tra tante e per un po’ molto debole. Il rapporto americano con il mondo è sempre stato ambiguo come questione pratica e morale e in tempi diversi per entrambe le parti.

La nozione moderna di America First è emersa negli anni precedenti la seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti erano stati coinvolti nella prima guerra mondiale, in molti modi contro la loro volontà, e l’opinione generale e ragionevole era che poco si fosse guadagnato dalla guerra, che stava per riaccendersi. La sinistra vedeva l’intervento contro Hitler come un obbligo morale. La destra sosteneva che il principale obbligo morale degli Stati Uniti era il benessere degli americani e che se l’intervento fosse stato una necessità morale, Stalin sarebbe stato un bersaglio più appropriato.

Gli Stati Uniti presumevano che gli oceani che separavano gli Stati Uniti dall’Europa avrebbero protetto l’America dalle follie europee. Il problema con questo ragionamento era che non l’avrebbe fatto. Quando Hitler conquistò la Francia e lanciò una guerra contro l’Europa, apparve un vasto pericolo. La Gran Bretagna aveva la marina più potente del mondo. Se la Germania avesse sconfitto la Gran Bretagna, avrebbe potuto prendere il controllo delle sue navi, e ne sarebbe derivato il controllo del Nord Atlantico e avrebbe rappresentato una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti. Il movimento America First ha visto l’intervento come un atto di beneficenza, non come un imperativo strategico. America First ha sopravvalutato la sicurezza degli Stati Uniti in un mondo pericoloso. L’isolazionismo era pericoloso.

Dopo la seconda guerra mondiale, l’opinione americana era che il costo in vite americane fosse il risultato di un fallimento nell’agire prima contro la Germania e il Giappone. Di conseguenza, ha reagito al potere sovietico riducendo la sua forza bellica ma senza mai smobilitare. Gli Stati Uniti hanno creato l’alleanza più avvincente possibile, la NATO, e hanno intrapreso una politica per cui, come ha affermato il presidente John Kennedy, “pagheremo qualsiasi prezzo, sopporteremo qualsiasi onere, affronteremo qualsiasi difficoltà, sosterremo qualsiasi amico, ci opporremo a qualsiasi nemico per assicurare la sopravvivenza e il successo della libertà”. Questo era, ovviamente, l’impegno più estremo che una nazione potesse prendere. Fu la logica continuazione dell’interventismo liberale e aprì la porta a una serie di guerre, a cominciare dal Vietnam, che continuano ancora oggi. Ed è stato sostenuto nel complesso dalla destra.

In Vietnam la guerra non è andata né male né bene. È semplicemente andata. E mentre procedeva, lo stato d’animo contenuto nella dichiarazione di Kennedy svanì. La Dottrina Kennedy è stata attaccata dalla sinistra, che sosteneva che gli Stati Uniti, assumendosi la responsabilità del mondo, erano diventati un mostro imperialista, che conduceva una guerra spietata che non era affar loro. La visione andava oltre il Vietnam, fino all’idea che l’influenza e il potere americani in tutto il mondo stessero sfruttando e schiacciando i diritti di altre nazioni. La sinistra ha sostenuto il ritiro americano dal mondo, non come una dottrina America First, ma come una dottrina per la quale era immorale per gli Stati Uniti essere la polizia mondiale. Sfumature a parte, l’applicazione pratica era America First senza la celebrazione dell’America.

L’interventismo nel discorso di Kennedy era una reazione contro l’America First prima della seconda guerra mondiale. Sotto attacco da sinistra, il principio è sopravvissuto. Gli Stati Uniti hanno trascorso più tempo in guerra dal 2000 che in qualsiasi secolo precedente in totale. (E dall’11 settembre, ha condotto la guerra in gran parte senza successo.) Il tempo non è intensità, ma rimodella ancora la comprensione della nazione di se stessa.

America First è una dottrina evidentemente ragionevole se significa porre gli interessi americani al centro della considerazione. Ogni nazione del mondo mette al primo posto i propri interessi. Le alleanze devono servire l’interesse nazionale, così come l’isolamento. Nessuna sono dottrine strategiche in sé. Sono mezzi per un fine. Il governo ha l’obbligo morale di proteggere la nazione. A volte ciò richiede alleati ea volte la guerra, ma intraprendere la visione di Kennedy significherebbe creare una serie di obblighi che possono spezzare una nazione e in effetti è costato molto agli Stati Uniti.

E se l’idea che gli americani mettano l’America al primo posto è evidente, allora ciò che significa in pratica è sottile e complesso. Gli isolazionisti di destra pensavano che gli Stati Uniti fossero invincibili così com’erano. Gli isolazionisti di sinistra consideravano gli Stati Uniti un brutale oppressore. Entrambe le analisi erano semplicistiche, dannose e false. Ma al centro di ogni strategia nazionale deve esserci una comprensione dell’interesse nazionale, che non è mai semplice, né evidente. E sfida le ideologie semplicistiche. Il mondo è un posto pericoloso, e anche se non vogliamo la guerra, la guerra potrebbe volere noi. E un principio morale che richieda una guerra costante è insopportabile.

Il problema è sempre cosa faremo ora. Non quello che abbiamo fatto prima, e nemmeno quello che faremo dopo. Il futuro ci sorprende sempre. Il problema è essere riflessivi e sottili e mettere sempre l’America al primo posto, il che potrebbe portarci in molte parti del mondo. America First non è isolazionismo, è il nostro impegno morale nei confronti della nazione.

https://geopoliticalfutures.com/the-debate-over-america-first/

POLARIZZAZIONI, di Pierluigi Fagan

POLARIZZAZIONI. Il teorico di economia comportamentale Cass Sunstein, co-autore con R. Thaler di “Nudge” (2009) che in buona parte fu ragione del Nobel per l’economia a Thaler nel 2017, nel suo “Come avviene il cambiamento” (Einaudi, 2021), illustra il meccanismo sociale osservato ed indagato sperimentalmente della “polarizzazione”. Ve ne riferisco a titolo d’ipotesi su cui confrontarsi.
In breve, si tratterebbe di un meccanismo di precisazione delle opinioni nei gruppi per il quale chi è orientato verso un corno di un problema sociale, nel tempo, tende a precisare e polarizzare la propria iniziale tendenza, assumendo posizioni sempre più nitide, conformi a quelle del suo gruppo d’opinione, opposte radicalmente a quelle del polo avversario, per altro oggetto di pari dinamica.
Motivi della dinamica secondo il Sunstein, sarebbero: 1) ogni gruppo che si forma intorno una opinione, tende -nel tempo- a selezionare per lo più informazioni conformi alla propria opinione che, rinforzandosi, si polarizza; 2) il discorso svolto in una di queste enclave d’opinione diventa sempre più stilizzato e perentorio, centrato su verità ritenute acquisite, spostandosi su toni sempre più estremi (anche se questa estremizzazione è dovuta anche da pari progressiva estremizzazione dell’antitesi avversaria); 3) il tutto ha un dente d’arresto di irreversibilità in quanto l’opinione spesa ripetutamente e condivisa dal gruppo di riferimento diventa parte dell’identità e mostrare identità deboli depone in sfavore della reputazione sociale.
Si potrebbero aggiungere altri elementi sfuggiti al Sunstein, come il conformismo (che vale anche per il presunto anti-conformismo), l’allineamento a sovra-ideologie imperanti nel livello più fondamentale delle immagini di mondo, le strutture sociali che permettono e non permettono il confronto tra diversamente pensanti, la voglia di odiare un nemico costruito di tutto punto per meritarsi il nostro odio dovuto per lo più ad altre questioni sociali non proprie dell’argomento scelto per la polarizzazione.
Ma forse, il meccanismo più insidioso che spesso opera al di sotto della dinamica è il progressivo allontanamento dalla realtà, specie quando questa è, come spesso è, contradditoria. In verità sarebbero contradditori i sistemi di opinione, ma la volontà di pensare preciso, lucido, veritiero e condiviso, porta a sostituire la realtà con il sistema d’opinione in una forma di nevrosi che può sfociare nella psicosi. Quest’ultimo meccanismo diventa in realtà la convenzione del gioco sociale delle due polarizzazioni, unite nel progressivo allontanarsi dalla realtà, divise nel percorso scelto della direzione ideale cui tendere per rappresentarsi una realtà-verità nitida e non contraddittoria. Condividere nevrosi sociali, anche se poi si gioca ai guelfi e ghibellini, è pur sempre uno stare assieme. Non è che non siamo esistiti nei secoli i senesi, nonostante l’alta conflittualità rionale.
Ci sono poi altre dinamiche di contorno interessanti da indagare tra cui i polarizzatori professionali di cui sono ricchi i social e gli imprenditori della polarizzazione che tramite i media hanno infine scopi sempre politici o economico-politici, se non geopolitici. Vale per i poteri in atto come per quelli sfidanti.
Il tutto tende a diventare norma in tempi come questi in cui società sfibrate da almeno quaranta anni di deriva adattiva manifestatasi con globalizzazione, finanziarizzazione, crisi ripetute, terrorismi, migrazioni, discesa dei poteri d’acquisto, rottura dell’ascensore sociale, processi iniziati quarantacinque anni fa di esplicita “democrazia diminuita”, la poco analizzata profonda crisi di capacità che in questi decenni ha colpito le classi dirigenti generando una sfiducia ormai irrecuperabile, progressiva ed inquietante informatizzazione, de-socializzazione ed altro, si trovano sempre più spesso di fronte a vere e proprie sequenze di problemi inediti e minacciosi senza aver modo e tempo di almeno comprenderli.
La complessità intrinseca certi problemi come quello ambientale e climatico o quello pandemico o le contrazioni del sistema economico moderno occidentale in rapporto ai processi intenzionali di democrazia diminuita e lo stesso rapporto tra West vs the Rest, accresce l’ansia di ridurre questioni ricche di varietà ed interrelazioni, effetti e controeffetti non lineari, a quadri nitidi, tersi, confortevolmente polari. Si forma una sorta di condivisione dell’ignoranza in cui la convenzione è avere idee tanto più chiare quanta meno conoscenza ed informazione si ha di un fenomeno.
La certezza del poter aver un nemico da combattere, su un tema che assurge a “contraddizione principale” (come se un mondo contradditorio tale fosse perché c’è una contraddizione fondamentale quando in un sistema non c’è “un” fondamentale poiché l’intera sua struttura e funzionalità è fondamentale) è pur sempre meglio che l’incertezza totale, è un semplice fatto esistenziale.
A mio avviso tutto ciò non è socialmente un bene, depotenzia la coesione sociale che può esser anche basata su diversità ritenute necessarie ma ricordandosi che la vita biologica ha da 3,5 miliardi anni inventato come sua strategia adattiva il veicolo sociale o più banalmente “l’unione fa la forza” e forza per resistere alle intemperie adattive ce ne vuole sempre parecchia. Vero è che i senesi sono sopravvissuti e secoli di conflitto rionale, ma solo perché l’hanno sublimato in una innocua corsa di cavalli. Le polarizzazioni avvengono per lo più intorno interessi individuali o di gruppo, quasi mai rispetto al più importante interesse generale, l’interesse che tutti dovremmo avere verso il sistema di cui facciamo parte. Non si tratta di opporre una indesiderabile unipolarizzazione di gruppo alla bipolarizzazione di questo meccanismo. Si tratta di constatare che tra polo ed equatore, la vita si è maggiormente diffusa nelle fasce intermedie dove c’è del caldo ma anche del freddo.
In caso di polarizzazione assumere conoscenze ed informazioni in dosi massicce rafforza il sistema immunitario alle prese con questa sindrome tipica dei periodi storici di torsione adattiva profonda, quindi di crisi profonda. Lì dove tendiamo tutti a non fare più i conti con la realtà regalandoci momenti di confortevole certezza antagonista, viepiù se l’argomento su cui ci dividiamo è innocuo dal punto di vista del conflitto sociale basato sui più concreti rapporti di potere sociale.
[Nella foto, frame di “La parola ai giurati” del grande Sidney Lumet (1957), un film basato su un processo di inversione di polarizzazione che ben ne illustrava le dinamiche, sessanta anni prima di Sunstein]

UE, Italia, Francia, Germania! Il triangolo imperfetto_di Giuseppe Germinario

Grande emozione e tanta enfasi tra i protagonisti della firma del trattato del Quirinale. Peccato che a così grandi aspettative ostentate non sia corrisposta una corrispondente ed adeguata attenzione nella stampa italiana, relegata ben addentro alle pagine interne, alle spalle della scontata sequela su green pass e coronavirus; sorprendentemente almeno un qualche minimo accenno nella stampa transalpina. Un oscuramento che stigmatizza intanto un aspetto: la credibilità di Draghi, evidentemente, non coincide e non ha un effetto di trascinamento significativo su quella dell’Italia; il destino e le fortune politiche di uno sono evidentemente separati da quelli dall’altra. Il dubbio che il segno politico concreto dell’iniziativa si discosti pesantemente dall’immagine e dalla narrazione che si è voluto offrire si insinua nelle menti meno coinvolte dalla propaganda; tutto questo a cominciare dalla forma stessa adottata prima ancora di entrare ad esaminare i contenuti. Il valzer iniziato con il trattato bilaterale di Aquisgrana tra Francia e Germania nel 2019 e proseguito con quello odierno sottoscritto da Francia e Italia richiama l’immagine di un triangolo incompiuto.

Per essere un direttorio autorevole armato della volontà di imprimere una svolta al processo di costruzione della Unione Europea nella forma avrebbe dovuto concludersi con un accordo trilaterale o quantomeno con un ulteriore bilaterale tra Italia e Germania dai contenuti del tutto corrispondenti a quello di Aquisgrana; per essere un sodalizio latino-mediterraneo credibile in grado di sostenere il confronto con le altre due aree geopolitiche costitutive della UE avrebbe dovuto comprendere almeno la Spagna, per quanto ancora essa dibattuta storicamente tra Francia e Germania.

Nel primo caso la coerenza avrebbe richiesto tutt’al più un accordo tra capi di governo tale da definire le condotte nel Consiglio Europeo e in sede di Commissione Europea, quindi nelle sedi preposte; nel secondo avrebbe sancito definitivamente anche nella forma l’Unione Europea come il terreno di confronto e cooperazione tra stati nazionali raggruppati in sfere di influenza e di interessi più omogenei.

La scelta più o meno consapevole di adottare la forma così impegnativa e costrittiva del trattato tra stati sotto le spoglie del lirismo europeista avulso e nemico degli stati nazionali non fa che accentuare i limiti, i vincoli e le ambiguità della costruzione europea tali da rimuovere piuttosto che porre chiaramente sul terreno e possibilmente risolvere i problemi e i conflitti latenti, sino a renderli progressivamente dirompenti; con il risultato finale di rivelare finalmente nella NATO più che nella UE il reale fattore, per altro esogeno, di relativa coesione politica di gran parte del continente. In mancanza saranno i trattati stessi ad essere progressivamente svuotati di contenuti o dimenticati.

I rapporti di cooperazione rafforzata, pur nella loro ambiguità, sono qualcosa di diverso e di poco compatibile con la forma del trattato, checché ne dicano gli estensori di quest’ultimo, in quanto riconoscono implicitamente la trasversalità interna agli stati del confronto politico ed esplicitamente la loro coerenza e subordinazione agli indirizzi della Commissione Europea. I due trattati, in particolare quello più esteso e specifico tra Italia e Francia, di fatto formalizzano ed irrigidiscono il confronto tra stati all’esterno del circuito istituzionale.

Dubbi e riserve che non sono affatto attenuati dall’esame del merito delle clausole, pur avendo queste ultime più la forma di una dichiarazione di intenti che di impegni cogenti in entrambi i trattati, ma maggiormente in quello franco-tedesco.

Quest’ultimo deve pagare certamente pegno alla funzione di apripista, ma può permettersi di indugiare maggiormente nella retorica europeista grazie al ruolo di leadership locale dei due paesi.

Essendo carenti di aspetti cogenti e piuttosto pleonastici nella stesura, non rimane che individuare nell’enfasi attribuita ai singoli aspetti le diversità, le affinità e soprattutto le intenzioni riposte in questi due atti in attesa di conoscere i protocolli aggiuntivi, sempre che siano resi disponibili.

In quello di Aquisgrana prevale nettamente l’enfasi sul ruolo del sodalizio franco-tedesco nell’agone mondiale, con la ciliegina della richiesta velleitaria di un seggio alemanno all’ONU; nell’esplicita richiesta di coinvolgimento delle Germania nell’area subsahariana con un effetto solo secondario di trascinamento della UE.

Riguardo al contesto europeo la postura generale franco-tedesca è quella di due paesi impegnati a determinare genericamente gli indirizzi e l’organizzazione della Unione Europea; quella del trattato quirinalizio è piuttosto di due paesi impegnati ad adeguarsi all’indirizzo, specie giuridico, della Comunità, per quanto si possa parlare di indirizzo giuridico coerente di essa.

L’unico afflato europeista decisamente retorico presente in quello di Aquisgrana viene riservato alla collaborazione ed integrazione persino giuridica delle aree transfrontaliere, in particolare dei distretti; un vecchio cavallo di battaglia della retorica europeista non a caso più incisivo e pernicioso nei confronti dell’organizzazione statale francese che di quella teutonica.

Un ambito curato anche in quello italo-francese ma senza enfasi ed articolato in ambiti più definiti tra i due stati.

Un altro ambito comune trattato nei due accordi riguarda la forza e il complesso industriale militare.

In quello franco-germanico il tono è più generico ed enfatico; nell’altro è più scontato e precisato.

La ragione del primo risiede sicuramente nei trascorsi storici particolarmente drammatici tra i due paesi, come pure nella loro collocazione, con la Francia dibattuta in tre scenari geografici, dei quali uno prettamente terraneo dal quale sono arrivati i guai peggiori. Sono però il presente e le prospettive future a dettare le scelte. Al destino manifesto di duratura concordia verso una meta ed una casa comune annunciato nel patto corrisponde un percorso a dir poco contraddittorio se non controcorrente. A fronte di un paio di progetti industriali integrati in stato di avanzamento corrisponde lo stallo totale in materia di controllo e gestione dell’armamento strategico nucleare, di gestione delle comunicazioni, di indirizzo e addestramento comune delle due forze militari e di sviluppo di una logistica comune. Poca cosa rispetto a progetti più importanti (Gaia, il nuovo caccia europeo, semiconduttori, ect) in colpevole ritardo, ancora ai prodromi, con un divario terribile da colmare; troppo presto per distinguere il fumo dall’arrosto, la velleità dalla volontà. Il paradosso maggiore risiede in una Germania che di fatto predilige il coordinamento e l’integrazione militare con paesi come l’Olanda, la Repubblica Ceca e la Danimarca e di un corpo militare francese assai poco disposto a condividere i propri asset strategici, specie nel nucleare, nella missilistica e in aviazione, per quanto fragili e malconci, con un paese quasi del tutto privo di conoscenze in quei settori.

Dal lato italico il quadro generale della cooperazione ed integrazione militare appare almeno in apparenza molto più scontato con la parte francese che dimostra di avere le idee molto chiare e gli italiani a giocare di rimessa e limitare i danni quando non arriva a infliggersi la zappa sui piedi. La tradizione tutta italica di adesione a qualsivoglia avventura militare occidentale in giro per il mondo e di delega agli organismi internazionali delle decisioni non fanno che alimentare queste altrui aspettative. Lo si nota già nelle facilitazioni previste alla mobilità delle truppe molto più fruttuose per la Francia, visti i suoi interessi nel Mediterraneo, che per l’Italia, assente nello scenario Atlantico e renano. La decisione, improvvida quantomeno nei tempi, di affidare integralmente all’ESA (Agenzia Spaziale Europea) la gestione dei propri fondi del settore spaziale, presa dal quel campione dell’interesse nazionale del Ministro Colao, nonché l’esito nefasto del tentativo di controllo dei cantieri navali francesi STX da parte di Fincantieri, non fa che confortare ulteriormente questa impressione di subordinazione ed ignavia ormai ben sedimentata.

Non a caso l’intervento comune in questi ambiti sia specificato molto meglio nel trattato franco-italiano.

I due anni trascorsi tra un trattato e l’altro hanno con ogni evidenza modificato notevolmente il contesto che ha portato alla loro stesura.

Allora si trattava di contrapporre un polo europeista a guida franco-tedesca all’anomalia della politica estera trumpiana, all’insorgere dell’ondata “sovranista” in Italia, in Ungheria e alla Brexit.

Oggi si tratta di riportare nell’alveo dell’eterno confronto-scontro della competizione franco-tedesca la progressiva formazione di almeno tre aree culturali e di cooperazione distinte di stati europei. In queste sono comprese quella costitutiva dell’Europa Orientale e dei paesi sede di paradisi fiscali (Irlanda, Austria, Olanda) controllata con sempre maggiore difficoltà dalla Germania; l’altra latino-mediterranea, potenzialmente dirompente, ma tutta da inventare, comprensiva almeno di Italia, Spagna e Francia.

Una prima lettura dell’accordo italo-francese potrebbe indurre a coltivare l’illusione di un’area così strategica.

La diversa qualità del ceto politico, delle classi dirigenti e degli assetti istituzionali dei due paesi e il pesante ed evidente squilibrio tra questi dovrebbero ricondurci a considerazioni più prosaiche e prudenti.

Se a questo si aggiunge il sostegno entusiastico espresso dall’amministrazione Biden, parecchi altri dubbi dovrebbero dissolversi sulla reale natura dell’accordo. Un paese che non riesce e la sua corrispondente amministrazione che, a differenza di Trump, probabilmente nemmeno intende districare il groviglio di interessi economici che la avviluppano alla Cina, principale avversario-nemico strategico, con il suo appoggio all’accordo intende paradossalmente, ma non troppo, non tanto inibire tentazioni autonome pressoché velleitarie della classe dirigente tedesca dalla leadership americana a favore delle relazione con cinesi e russi, quanto di farle capire e ricordare che gli indirizzi e gli impulsi geoeconomici relativamente autonomi devono ormai sempre più essere ricondotti e sottomessi alle dinamiche geopolitiche di un contespo multipolare.

Il trattato di Aquisgrana ha seguito infatti metodi e significati opposti rispetto a quello dell’Eliseo del 1963 allorquando fu snaturato nel significato solo dal repentino voltafaccia tedesco sotto pesante pressione americana e vide l’esclusione dell’Italia, per il suo eccessivo e cieco filoatlantismo.

IL RAPPORTO TRA ITALIA E FRANCIA

Il giudizio sul “trattato del Quirinale” non può differire di molto dal suo equivalente di due anni fa.

Vi è un punto in realtà realmente qualificante per i due paesi e disconosciuto nei commenti: l’attenzione riservata al settore agricolo. Sia l’Italia che la Francia fondano gran parte del proprio investimento in agricoltura sul prodotto tipico con un relativo ridimensionamento da parte francese, anche per ragioni di ambientalismo liturgico, di alcune produzioni intensive di allevamento e vegetali su vasti territori e con una significativa riduzione negli ultimi tempi dei contributi finanziari europei elargiti di fatto a compensazione del sostegno finanziario francese alla Unione Europea. Un aspetto che mette in concorrenza tra loro le economie agricole dei due paesi, ma che li spinge a fare fronte comune contro la Commissione Europea tutta impegnata a penalizzare questo tipo di coltivazione.

Paradossalmente, quindi, più un fattore di polarizzazione all’interno della UE che di coesione.

Per il resto la sospensione di giudizio sul trattato pende purtroppo a sfavore di un rapporto più equilibrato tra i due paesi.

La Francia infatti dispone ancora a differenza dell’Italia:

  • di una organizzazione statale, pur insidiata dal regionalismo europeista, ancora sufficientemente centralizzata, con la presenza di una classe dirigente e dirigenziale compresa quella militare, preparata e in buona parte diffidente se non ostile all’attuale presidenza, tale da consentire la definizione e il perseguimento di una strategia; quella italiana in antitesi è frammentata e ridondante nelle competenze in modo tale da consentire flessibilità e capacità di adattamento passivo e reazione surrettizia;

  • di una grande industria strategica, pubblica e privata, anche se fragilizzata, specie nell’aspetto finanziario, da alcune scelte imprenditoriali e tecnologiche sbagliate; l’Italia, dal canto suo, continua a vivere e ad emergere in qualche maniera grazie alla presenza prevalente della piccola e media industria in gran parte però dipendente produttivamente da circuiti produttivi e imprenditoriali stranieri;

  • di un sistema universitario riorganizzato in sei grandi poli in grado di offrire nuovamente, rispetto a questi ultimi anni, una buona formazione e specializzazione tecnico-scientifica. Il numero e la qualità di ingegneri e ricercatori ha infatti ricominciato a risalire;

  • di un sistema finanziario e bancario più centralizzato e indipendente reso possibile dalla presenza della grande industria, da una gestione coordinata delle risorse finanziarie ricavate dalle attività agricole e dalla rendita monetaria garantita dalla gestione dell’area africana francofona; un vantaggio che le ha consentito di codeterminare, assieme alla Germania, anche se in posizione subordinata, le regole europee di regolazione del sistema bancario e finanziario con la supervisione statunitense;

  • di un sistema di piccole e medie imprese, al contrario il quale, a differenza di quello italiano, sta rasentando l’irrilevanza e trascinando il paese verso un cronico deficit commerciale e dei pagamenti, sempre meno compensato dalla fornitura di servizi evoluti e che costringe sempre più il paese ad assorbire la propria rendita finanziaria e a dipendere ulteriormente dai dictat tedeschi e dalle scorribande e acquisizioni americane. Con un peso dell’industria che non arriva nemmeno al 18% del prodotto francese, non a caso la stampa transalpina batte ormai da anni sul problema della reindustrializzazione del paese come fattore di coesione sociale, di riduzione degli enormi squilibri territoriali e di acquisizione di potenza. Un elemento che dovrebbe mettere sotto altra luce il lirismo professato a piene mani nel trattato sui propositi di collaborazione, integrazione e scambio imprenditoriali in questo ambito. Qualcosa di particolarmente evidente assurto agli onori della cronaca nel settore automobilistico in un rapporto di gran lunga peggiorativo rispetto a quello detenuto dalla componentistica italiana rispetto all’industria tedesca.

Una situazione non irreversibile a patto di avere una classe dirigente e un ceto politico non genuflesso e capace.

Per concludere giudicare l’accordo franco-italiano soprattutto dal punto di vista propagandistico e dal vantaggio di immagine offerto a Macron in vista delle prossime elezioni presidenziali risulta troppo limitativo se non proprio fuorviante. Tant’è, come già sottolineato, che la stampa francese lo ha del tutto ignorato, quella italiana lo ha glissato e relegato, per altro per breve termine, nelle pagine interne.

Il peso politico di questo accordo rischia di essere molto più soffocante per l’Italia, soprattutto per la qualità della nostra classe dirigente che prescinde dalla validità di numerosi suoi esponenti spesso relegati in funzioni periferiche e di second’ordine, ma anche purtroppo del nostro ceto politico nella sua quasi totalità.

Una ulteriore cartina di tornasole della direzione, oltre alla già citata decisione nel settore aerospaziale a favore dell’ESA presa da Colao & C., sarà l’esito de:

  • la vicenda TIM dove si prospetta il pericolo di una divisione dei compiti tra la gestione americana della rete strategica e quella francese del sistema multimediale italiani con la eventuale compartecipazione, bontà loro, italiana

  • la vicenda OTO-Melara con la possibile cessione ad un gruppo industriale del complesso militare franco-tedesco.

Chissà se questa volta sarà sufficiente per la nostra sopravvivenza la capacità tutta italica di adeguamento passivo e di atteggiamento erosivo così brillantemente esposto da Antonio de Martini. In mancanza non resterà che sperare nel “buon cuore” statunitense, possibilmente preoccupato di un dominio franco-tedesco che potrebbe indurre dalla condizione di dipendenza privilegiata a giungere realmente ad una forma di qualche indipendenza politico-economica dall’egemone americano e di rivalsa rispetto al tradimento britannico della Brexit. Nel caso ancora più nefasto, il placet americano così entusiasta al trattato del “Quirinale” potrebbe essere il segnale di via libera ad una aggregazione dell’Italia nel tentativo di mantenere una parvenza di influenza della Francia nell’Africa francofona; soprattutto di uno spolpamento definitivo del Bel Paese, anche come compensazione dell’affronto subito dalla Francia ad opera di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia sulla faccenda dei sommergibili e sulla sua silenziosa esclusione di fatto dal quadrante strategico del Pacifico, pur essendo lì presente con qualche residuo coloniale. A meno di un tracollo di Macron e della macronite. Solo a quel punto il giochino a fasi alterne, tra i tanti passi quello di affidare la maggior parte dei comandi militari nella periferia della NATO alla forza militare più limitata ed infiltrata, la Germania e al potenziale ribelle qualche pacca e qualche osso, potrà richiedere qualche nuova variante.

NB_Qui sotto il testo dei due trattati oggetto dell’articolo

aquisgrana 2019

TRATTATO DEL QUIRINALE ITA FRANCIA

Pragmatismo tecnocratico e inattualità della filosofia, di Andrea Zhok

Per la prima volta nella storia dei finanziamenti nazionali nessun PRIN (Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale) è stato finanziato per l’area filosofica. I progetti di quest’area rappresentavano il 10% dei progetti presentati, ma sono stati bocciati tutti.

Al netto del dispiacere per i mancati finanziamenti, credo che ci si possa compiacere di questo evento almeno per il suo contributo a fare chiarezza.

Si tratta di una scelta che si inquadra perfettamente nell’atmosfera del nuovo pragmatismo emergenziale, che non ha più tanto tempo da perdere con le apparenze.

Dopo tutto, come ha detto il ministro Cingolani, basta studiare quattro volte le guerre puniche. Ci vogliono più conoscenze tecniche.

Questo nuovo “pragmatismo” sta rapidamente dismettendo tutti gli orpelli, tutti i passati omaggi alla Costituzione, ai diritti, alla libertà di pensiero ed espressione, e sta andando rapidamente al cuore del progetto tecnocratico contemporaneo, senza più infingimenti. L’imperativo è la rapidità d’esecuzione previa cancellazione di controlli, pratiche di mediazione, tempi di riflessione.

In questo senso si tratta di un evento chiarificatore, molto meglio della strategia adottata sui finanziamenti alla ricerca a livello europeo, dove vige ancora (ma vediamo per quanto) un altro stile d’azione, quello per cui si finanziano progetti “trendy”. Adesso è il momento del Greenwashing e dunque i finanziamenti alla libera ricerca cadono e cadranno su progetti che si raccomandano per la capacità di sostenere l’attuale narrazione sull’emergenza climatica.

Beninteso, naturalmente non c’è niente di male a svolgere ricerca su questo importante tema.

Il problema – non proprio marginale per la libertà di ricerca – è che il finanziatore stabilisca i temi degni di essere ricercati a monte (e, in effetti, scelga anche le linee di fondo delle tesi che si andranno a testare). Questo qualche problema direi che lo genera, visto che l’agenda del finanziatore è eminentemente politica, mentre quella del ricercatore dovrebbe essere il perseguimento della verità.

In attesa di vedere come verranno valutati in futuro progetti filosofici su “Spinoza e la Piccola Era Glaciale” e “La stufa di Cartesio e il Global Warming“, possiamo apprezzare la chiarezza fatta dalla scelta italiana.

Va detto che l’idea stessa di concepire i finanziamenti, specificamente per aree come quelle afferenti a forme di pensiero critico, nella modalità di pochi grandi finanziamenti, è parte del problema. Questo modello viene promosso come “altamente competitivo”, e il presunto “alto livello della competizione” rende l’esclusione anche di progetti manifestamente meritevoli del tutto normale. Dunque, che i meritevoli, anche gli assai meritevoli, restino fuori è un’idea cui il modello ci abitua.

In questa idea di “alta competizione” c’è qualcosa di profondamente fuorviante. Qui non siamo in una gara di corsa in cui il più veloce arriva primo, o in un incontro di boxe in cui il più forte resta in piedi. Qui siamo in un ambito più simile a un concorso di bellezza, dove si mettono in mostra i propri punti di forza sperando di convincere la giuria. E siccome “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, questo modello conferisce alle “giurie” un totale controllo su quali linee di ricerca promuovere. Questo fatto stesso, a prescindere dall’obiettività e buona fede delle giurie che può essere adamantina, limita la libertà di ricerca, in quanto promuove implicitamente un gioco di anticipazione dei desiderata dei giudici. Progetti ambiziosi, fondati, ma “strani” tendono a scomparire per autocensura.

Detto questo, che la filosofia debba riciclarsi in un formato disciplinare “self-contained“, in un campo ben delimitato e dunque “tecnicizzabile”, è qualcosa di promosso e incentivato da tempo. Tuttavia la riflessione filosofica – finché esiste e non sono ottimista sul suo stato di salute – è intrinsecamente refrattaria alla chiusura in un campo.

Con qualche semplificazione, si potrebbe dire che mentre tutte le altre scienze possono di principio (magari malvolentieri) concepirsi come studio di “mezzi”, di “tecniche”, la filosofia perde completamente la sua natura se non è sempre insieme indagine sui “mezzi” e sui “fini”, sui mezzi in rapporto ai fini, sui fini in rapporto ai mezzi. E ogni discussione che chiami in campo i fini tende ad avere carattere olistico, non settoriale.

Ora, dovrebbe essere chiaro a chiunque sia aduso a riflettere sulla politica e sulla storia che, per il potere – chiunque lo gestisca di volta in volta – un sapere relativo ai mezzi è prezioso, perché ti fornisce ulteriore potenza; ma una riflessione aperta sui fini è invece esiziale, perché il potere la propria agenda di fini ce l’ha già e non desidera affatto che sia messa in discussione. Dunque i saperi tecnici sono i benvenuti, ma tutte le forme di riflessione che possono mettere in discussione l’agenda dei fini (forme che comunque, di fatto, possono nascere in qualunque area del sapere) rappresentano un problema.

La filosofia in questo senso, nella misura in cui esiste ancora in forme tradizionali, rappresenta un piccolo scandalo, una sorta di atavismo, il residuo di epoche al tramonto. In filosofia porsi domande intorno all’intero, alla storia e alla società in cui si è collocati, alla propria posizione nel cosmo, e farlo sulla base della critica radicale, del dubbio verso l’opinione maggioritaria, dell’uscita dallo schema pregresso, è precisamente la base, il cuore da cui tutto parte.

Per questo motivo la filosofia – finché esiste e nella misura in cui ancora esiste – esige innanzitutto libertà di pensiero ed espressione, e se c’è una battaglia rispetto a cui nessun filosofo che voglia dirsi tale può arretrare è una battaglia per la libertà di pensiero e di espressione.

Per far capire alla fine di che cosa ne va al momento, è utile riportare un breve passo da l’Avvenire; qui, proprio all’inizio di un articolo in cui si discute della mancata erogazione dei PRIN al settore filosofico, troviamo scritto:

“Qualche maligno attribuisce il risultato negativo a qualche isolato e presenzialista “avversario del Green pass” e all’avversione che può avere suscitato verso la disciplina, ma la comunità filosofica ha reagito con tempestività e con contributi di valore, mostrando al contrario di quanto bisogno vi sia di buone elaborazioni concettuali anche di fronte a un’emergenza sanitaria.”

Traduzione informale:

“Non lo dico io, naturalmente, mai mi permetterei; è solo una voce maligna, però, però, pensateci sopra, non sarà mica che il sostenere tesi eterodosse da parte di qualcuno che si fregia del nome di filosofo (Agamben? Cacciari?) abbia attratto sull’intera comunità filosofica l’ira funesta dei Giudici? No, no, cosa vado mai a pensare! Infatti – e per fortuna, altrimenti chissà cosa sarebbe potuto accadere – c’è stata una reazione pronta che ha riportato la nave sulla giusta rotta.”

Ecco, questa, per chi non lo avesse colto, è una garbata forma di intimidazione, ed è esattamente ciò che si desidera diventi la filosofia – altrimenti poi non ci si lamenti se non verrà finanziata: un amplificatore colto di tesi ortodosse, con bollinatura governativa.

Insomma veniamo lasciati scegliere come morire, se per soffocamento, senza soldi, o per snaturamento, senza critica.

https://www.lafionda.org/2021/11/29/pragmatismo-tecnocratico-e-inattualita-della-filosofia/?fbclid=IwAR09qFyVyeUum9zB_zEj6-EqVF07slcd1jGdRAKL28GdfvnDr9dKl1EOfl8

 

Seguono alcuni dei commenti apparsi su facebook:

Roberto Buffagni

Tutto giustissimo. Mi permetto però un parziale dissenso, o meglio una nota di specificazione a margine, sulla frase “Ora, dovrebbe essere chiaro a chiunque sia aduso a riflettere sulla politica e sulla storia che per il potere (chiunque lo gestisca di volta in volta) un sapere relativo ai mezzi è prezioso, perché ti fornisce ulteriore potere; ma una riflessione aperta sui fini è invece esiziale, perché il potere la propria agenda di fini ce l’ha già e non desidera affatto che sia messa in discussione.” Questo è senz’altro vero se la discussione sui fini è “aperta”, democratica, e può concludere ad atti politici efficaci (a nessuno piace cedere il posto). E’ meno vero se si considera la formazione culturale della classe dirigente. Ogni classe dirigente ha certo bisogno di saperi tecnici, dalla competenza militare alla competenza amministrativa. Per conservare il potere e accrescerlo nel conflitto sia interno, sia esterno al proprio campo, nella incessante lotta per l’egemonia tra le potenze, è invece indispensabile che la classe dirigente, e in specie i decisori politici di ultima istanza, siano culturalmente formati anche, e vorrei dire soprattutto, alla riflessione sui fini; perché la riflessione sui fini importa la riflessione sull’uomo e sul mondo, e le discipline indispensabili sono proprio la filosofia e la storia: anche la psicologia, la teologia, l’antropologia, etc., ma le prime due sono affatto necessarie. Per comprendere che cos’è la geopolitica, per formarsi al pensiero strategico, ossia per mettersi in condizione di prendere le decisioni di ultima istanza, che vertono sempre sull’essenziale, è indispensabile conoscere, assimilare, fare proprie la riflessione storica e filosofica (il che non vuol dire esserne specialisti, ovviamente). Alcuni errori colossali commessi dalle dirigenze occidentali negli ultimi anni – es. vent’anni di guerra persa in partenza in Afghanistan, traslocare infinite manifatture dagli USA alla Cina, un nemico potenziale di pari grado, la scelta del vaccino come unica risposta alla crisi pandemica – penso siano da ascrivere proprio a un difetto di riflessione in merito ai fini nei decisori di ultima istanza, a una povertà culturale, a un accecamento ideologico, a una mancanza di flessibilità intellettuale, a una imbecillità intelligente che hanno effetti concreti e rovinosi proprio sul piano della Realpolitik: perché per fare politica realistica bisogna prestare attenzione alla realtà, e la realtà è infinitamente vasta, inesauribile, misteriosa, e difficilissimo anche solo iniziare a comprenderla. Niente è più arduo che vedere le cose come sono; e l’arte politica è la più difficile delle arti, perché i materiali che deve mettere in forma sono i più riottosi, complessi, viventi. il disprezzo per la riflessione sui fini, per farla corta, prepara le sconfitte.
Andrea Zhok

Roberto Buffagni Capisco ciò che dici, ma qui credo sia da specificare una cosa. Quello che tu dici riguarda un’ideale élite al potere, che di riflessioni sui fini ha bisogno per non commettere gravi errori. Ma l’élite al potere oggi ha un carattere assai modestamente ‘personale’. E’ braccio esecutivo sostituibile di un sistema capitalistico acefalo. Il capitalismo sa sempre dove vuole andare. Nella direzione che incrementa le prossime trimestrali. Che questo a lungo termine possa condurre ad una qualche grande distruzione è irrilevante, anzi: il capitalismo fiorisce nelle grandi distruzioni, da cui emerge più forte di prima (beh, sì, salvo se la distruzione è planetaria, ma questa è ancora eventualità remota).
Antonio Boncristiano

Andrea e Roberto, scusate se mi intrometto nella vostra gara di fioretto, ma avrei un paio di considerazioni supplementari. Posto che la nonna di Einstein è sempre in agguato useró un linguaggio meno aulico. Condivido le osservazioni di entrambi in quanto ragionate, cionondimeno trovo che mal si attagliano alla situazione oggettiva sui punti seguenti.
Primo, la pericolosità della filosofia, per il Potere non è tanto a causa del proprio ruolo sui fini o sulle domande assolute ma rispetto ai destinatari. Vi siete persi la lotta di classe. Essi non hanno paura delle critiche se provengono da una piccola sezione comunque controllabile della società, anzi Agamben, Cacciari o chi per loro (vedi anche il caso di Borghi, Bagnai e Barra Caracciolo nella Lega nel caso politico) sono contorno necessario all’immagine della libera democrazia partecipativa. Il problema viene fuori quando figli e nipoti di operai, contadini, piccoli impiegati, ovvero milioni di persone potenzialmente, prendono coscienza e capacità critica e, soprattutto, forza reattiva.
Secondo, così come esiste un politically correct, esiste un condizionamento nella classe intellettuale di oggi nell’esprimere le proprie tesi, pur controcorrente, che rifiuta a priori di valutare l’ipotesi della malafede di Essi. Si ricorre a stigmi di incapacità politica, di miopia culturale o quant’altro pur di non essere ascritti al becero complottismo delle classi incolte. Mi dispiace di deludervi, Essi sono molto più avanti delle vostre ipotesi, in filosofia si destreggiano abbondantemente come in qualsiasi altra materia. Il che comporta l’ammissione che i loro atti e gli effetti derivanti siano accuratamente pianificati esattamente per tali effetti. Che poi a dirlo sono loro stessi. Ridisegnare la mappa del pianeta sotto vari profili, economico, digitale, genetico, ambientale e via discorrendo. Lo hanno teorizzato Essi e non qualche invasato complottista. E stanno procedendo come schiacciasassi. Il che puó voler dire tutto meno che impreparazione o improvvisazione. Trovate il coraggio di dire che sono proprio cattivi. E che non si sono venduti l’anima al diavolo. Rispetto a Essi, satana è un poveraccio qualsiasi.
Andrea Zhok

Antonio Boncristiano Capisco e in parte condivido. Non dimentico affatto la questione della lotta di classe, che oggi si ripresenta in una nuova forma, molto più radicale e misconosciuta che mai, essendo contrasto tra chi dipende essenzialmente dal proprio lavoro per vivere e chi dipende da varie forme di rendita (o da “lavori” che operano con la rendita).
Quanto al ‘piano’, ho letto “The Fourth Industrial Revolution” di Schwab e ne sono rimasto impressionato. Quello è un piano, ridente, ottimista, utopico e totalmente inconsapevole di essere una distopia fatta e finita. Non escludo che una qualche proiezione di un piano simile sia davvero all’opera. Ma anche in tal caso, la categoria della ‘malvagità’ è povera e inefficace. E’ una concettualità tecnologica che si è trasformata in un’ideologia filosoficamente miserabile, ma perfettamente all’altezza dei tempi. (E per quel che conta, combattere una visione del genere è al centro di tutto quello che ho pensato e scritto da buoni vent’anni.)
Andrea Zhok

Roberto Buffagni Non decide tutto. Non decide, perché non è una persona. Spinge in una direzione. E chi va nella direzione della spinta ha un supplemento di forza che spesso, quasi sempre, è decisivo. In quel quasi sta lo spazio in cui si possono incuneare occasionalmente altre ragioni.
Roberto Buffagni

Andrea Zhok Su questo concordo, e del resto si vede a occhio nudo. Secondo me uno dei fattori principali di questa scarsa capacità di direzione occidentale risiede proprio nella distorsione culturale che, in affinità con la tecnostruttura e l’ideologia dominante, tende a a) privilegiare lo studio dei mezzi sullo studio dei fini b) sopravvalutare la potenza materiale rispetto ad altri fattori di potenza come la qualità delle persone e le idee c) privilegiare la logica lineare sulla logica strategica, che NON è lineare ma paradossale (v. “si vis pacem para bellum”) d) privilegiare una concezione astratta e universale dei profili antropologici sulla valutazione empatica delle alterità e delle motivazioni profonde, tanto del proprio popolo quanto, a maggior ragione, degli altri. Questi sono punti ciechi molto pericolosi, perché oscurano una porzione molto grande e importante della realtà, che è indispensabile tentar di comprendere per partecipare con successo al conflitto tra le potenze.
Andrea Zhok

Roberto Buffagni Naturalmente concordo. Io però dubito molto fortemente della capacità delle odierne classi dirigenti, incluse quelle dell’Impero Americano di cui siamo provincia, di governare alcunché. Che alcuni ci provino, ok, su questo non ho dubbi.
Roberto Buffagni

Andrea Zhok Non so. Non sono d’accordo, almeno non sono d’accordo per intero. Che il capitalismo esista e pensi alla trimestrale di cassa e influenzi fortemente le decisioni politiche, non ci piove. Il capitalismo c’è dappertutto, coincide con la società industriale della quale nessuna formazione politica può fare a meno, perché essa sviluppa la potenza, e se non ce l’hai vieni spazzato via da chi ce l’ha. Però il capitalismo non è un soggetto, e però esistono, invece, oltre al capitalismo, anche gli imperi e gli Stati. Gli imperi, es. l’impero americano, non si fanno per fare profitti: si fanno per la gloria, per la primazia (poi spesso originano da un moto difensivo, vedi Roma alle origini circondata dalle altre piccole polis laziali, ma questo è un altro discorso). Negli Stati Uniti e in UK, ad esempio, c’è un fitto dibattito culturale in merito all’ordine dei fini, e proprio nell’ambiente che ospita e cresce le élites politiche al massimo livello. Negli USA è un dibattito poco invitante e spesso distorto perché la violenza dello scontro culturale è al livello “ti stermino la famiglia”, ma c’è eccome, con ricadute pratiche contraddittorie clamorose, vedi ad es. le preparatory schools più celebri e antiche che reintroducono nel curriculum obbligatorio il latino e a volte anche il greco, e le università della Ivy League in preda alla dinamica autodistruttiva del politically correct. Nell’ultimo discorso del presidente cinese, egli individua con precisione gli aspetti politicamente e culturalmente dannosi e pericolosi del capitalismo (disgregazione della personalità individuale e dell’armonia comunitaria) e vara una campagna pedagogica di massa. Analoga linea segue il presidente russo, istituendo il cristianesimo ortodosso come religione imperiale, promuovendo gli studi storici, difendendo la famiglia, etc. Insomma per farla corta e facile io al capitalismo che decide tutto non ci credo.
Roberto Buffagni

Andrea Zhok Certo. Ma il supplemento di forza che ti sospinge verso la vittoria ti può anche sospingere verso la sconfitta, appunto perché è forza cieca, “sistemica”. La potenza va governata, e non è per nulla facile governarla.
Roberto Buffagni

Andrea Zhok Il problema di fondo, spirituale, è che la potenza acceca, v. hybris greca, v. il racconto della Genesi, che mette a fuoco la linea di faglia essenziale della natura umana, il desiderio di essere “sicut dii”. Il controllo della potenza è la cosa più difficile del mondo, per chi ne dispone.
Giuseppe Germinario

Concordo con la riflessione con una noterella. L’impronta denunciata da Zhok è molto più evidente e incisiva nei paesi periferici e più subordinati. In Russia, in Cina, negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e Francia, paesi dal passato e presente imperiale e di resistenti, l’aspetto filosofico, umanistico e strategico viene curato; in alcuni in maniera più diffusa (Francia), in altri più riservati alle élites. Un aspetto che dovrebbe far riflettere sul ruolo politico degli intellettuali più orientati verso il realismo politico, di qualsiasi estrazione essi siano

Stati Uniti! Papaveri e papere_con Gianfranco Campa

Un ceto politico chiaramente impresentabile, incapace di un pensiero autonomo e preda dei giochi di potere e di colpi di mano. Il tempo stringe e con esso diventa stringente la necessità di un ricambio politico interno alla componente democratica e neoconservatrice in grado di sostenere il confronto con Donald Trump e soprattutto il trumpismo. Si tratta però di una ricerca quasi disperata, ridotta al lumicino di pochi uomini, scarsamente rappresentativi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vpxhfv-stati-uniti-papaveri-e-papere.html

 

Violenza sulle donne, di Roberto Buffagni

VIOLENZA SULLE DONNE
Se vogliamo cadere per un attimo nel serio, ciascuno e ciascuna dovrebbe, magari, interrogarsi un pochino sul fascino, anche erotico, che esercita la violenza. Resecare chirurgicamente l’eros dalla violenza, Afrodite da Ares, è affatto impossibile. Se ce ne si rende conto, il rapporto erotismo-violenza si può addomesticare. Non che sia facile ma si può. Sarebbe la funzione della virtù cardinale della temperanza, che non è il moderatismo ma la forgia del carattere, che si tempra come si tempra(va) l’acciaio, ossia immergendo nell’acqua gelida il metallo incandescente martellato dal fabbro. Un uomo che abbia imparato a dominare la paura e la violenza, trasmutando la violenza in forza, non userà mai violenza contro una donna, che è fisicamente più debole, perché è disonorante abusare della propria forza impiegandola contro chi non può reagire. Il ricorso alla violenza fisica, in una relazione, è il sintomo più appariscente di un blocco della capacità di comunicare altrimenti un’emozione soverchiante che non si riesce a dominare. Il punto chiave è “che non si riesce a dominare”, cioè una debolezza del carattere, che può derivare da semplice barbarie e rozzezza, perché il barbaro deve saper dominare la paura, ma di rado si pone il problema di dominare la violenza; o dalla “barbarie riflessiva” (Vico), ossia dall’eccesso di raffinatezza, cinismo, corruzione dei costumi, che compromette la formazione corretta della personalità; o da veri e propri disturbi della personalità individuale.
Se invece, per correggere l’uomo violento, si punta sulla riforma in senso moderato, coccoloso, politically correct del trasporto erotico, il risultato è: a) se la riforma riesce, il rapporto erotico è intenso come una minestrina di dado, l’investimento emotivo sotto il minimo sindacale, e probabilmente lo erano già prima che il riformatore si mettesse all’opera b) se la riforma non riesce (caso più frequente) non si fa che provocare una reazione emotiva ancor più potente e incontrollabile, perché reprimere, negare, dichiarare fuorilegge un’emozione profonda, che a volte è un vero e proprio affetto nel senso psichiatrico della parola, non l’ha mai fatta sparire da che mondo è mondo e uomo è uomo; e anzi, ciò che viene così represso e negato prende proporzioni formidabili nella vita interiore, più facilmente travolgendo la volontà cosciente. Un secolo e mezzo di studi psicoanalitici dovrebbe averci insegnato almeno questo.
Le relazioni affettive tra uomo e donna sono un mondo intero. In questo mondo ci stanno, giusto per nominare gli aspetti principali: a) la relazione erotica vera e propria, che anch’essa è un mondo intero, e presenta aspetti e livelli molto diversi. Esemplifico con l’Odissea: Circe è “appetitio”, sensualità incontrollata, istinto sessuale che prende il comando e imbestia l’uomo; Calipso è “perditio”, isolamento, oblio, sospensione della vita nella bolla erotica; Penelope è “affectio”, attrazione fisica + affinità d’anima. b) in una relazione stabile, di tipo matrimoniale, c’è il progetto di vita in comune, con la sua dimensione anche economica, sociale, giuridica, comunitaria, religiosa, e, quando dalla relazione nascono figli, questo progetto di vita in comune coinvolge necessariamente altri esseri ed entrambe le stirpi dei coniugi, e così diviene un albero – l’Albero della Vita, l’ulivo dal quale Ulisse ricava il letto matrimoniale intorno al quale fa costruire la casa – che affonda nel passato con le radici, e si protende nel futuro con i rami. Quanto sopra per dire che le relazioni tra uomo e donna sono qualcosa di molto complesso, delicato, e di un’importanza che è un vero e proprio suicidio sottovalutare, ridurre a un astratto modello impoverito di uomo e donna. Ue’ ragazzi: da questa cosa nasce il mondo dell’uomo, di tutti gli uomini e le donne che esistono, sono esistiti, esisteranno. Ci dovremmo impegnare di più per capirla, se non vogliamo che imploda e trascini il mondo vitale dell’uomo nella disgregazione.

Geopolitica dell’energia, di François Campagnola

L’energia è uno dei principali motori delle economie industriali e, come tale, terreno fertile per il confronto di interessi tra protagonisti in un contesto di scarsità di risorse. È quindi prima di tutto un fattore e un determinante della guerra. In tempo di pace, il confronto degli interessi rimane attraverso i mezzi pacifici di strutturazione dei mercati e determinazione dei prezzi.

Gli elementi costitutivi della geopolitica energetica

In tempo di guerra, l’energia è sia un fattore di guerra che una determinante della guerra. Per quanto riguarda il tempo di pace, cinque elementi stanno oggi riconfigurando la geopolitica globale dell’energia. Sono questi i vincoli dell’imperativo climatico, l’importanza assunta oggi dal gas, il peso assunto da Cina e India nel consumo energetico mondiale, il riemergere degli Stati Uniti come primo produttore mondiale di energia, il continuo peso energetico del Golfo paesi e Russia, nonché l’arrivo sul mercato di nuovi attori statali.

La geopolitica dell’energia in tempo di guerra: guerra ed energia

Dalla prima guerra mondiale, l’energia è stata tanto un fattore nella guerra quanto una determinante della guerra. L’energia infatti è diventata una determinante della guerra quando la meccanizzazione delle forze armate ha reso il peso dell’accesso al petrolio una costante nelle operazioni militari. A questo proposito, la seconda guerra mondiale ha consumato quasi 350 volte più petrolio della prima guerra mondiale. Come determinante, la supremazia della flotta britannica sulla flotta tedesca durante la seconda guerra mondiale è dovuta a una decisione di W. Churchill prima della prima guerra mondiale per dotare la flotta di propulsione a petrolio e non più a carbone. La dottrina tedesca Blitzkrieg basata sulla mobilità del carro armato, la sua azione combinata nell’aviazione, le scoperte tecnologiche nel campo dei segnali e la ricerca dell’elemento sorpresa è fondamentalmente una dottrina volta ad ottenere una rapida decisione militare perché la configurazione geopolitica di La Germania ha limitato le sue possibilità di fornire petrolio e materie prime per una lunga guerra. In fin dei conti, la decisione del 1942 che portò alla sconfitta tedesca a Stalingrado distolse la Germania dall’obiettivo di prendere Mosca in favore di un’azione militare nel Caucaso al fine di impossessarsi del petrolio di Baku per l’uso delle sue forze e per bloccare l’approvvigionamento di petrolio delle forze sovietiche.

L’energia è stata anche un fattore nella guerra quando, nel 1941, il Giappone ha lanciato la sua guerra preventiva contro gli Stati Uniti a Pearl Harbor per sfuggire al soffocamento economico prodotto dall’embargo petrolifero americano. All’indomani della seconda guerra mondiale, l’intervento franco-britannico a Suez nel 1956 fu una risposta alla nazionalizzazione del Canale di Suez attraverso il quale passava la maggior parte del petrolio importato dagli europei. Il primo shock petrolifero del 1973 fu anche una risposta diretta al sostegno occidentale a Israele attaccato nel 1973 da una coalizione guidata da Egitto e Siria. La guerra Iran-Iraq dal 1980 al 1988 tra due paesi che da soli hanno prodotto un terzo del petrolio del Golfo e che hanno prodotto 1, 2 milioni di morti sono in parte dovuti a una disputa di confine sul possesso di petrolio dallo Shatt-el-Arab allo sbocco del Golfo Persico. La prima guerra del Golfo del 1990/1991 segue l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq per il possesso delle riserve energetiche della seconda. La seconda guerra del Golfo del 2003 per il rovesciamento di Saddam Hussein è stata in gran parte motivata dal desiderio americano di prendere il controllo del petrolio iracheno. L’embargo petrolifero è ancora un’arma anche nelle controversie interstatali, compresa quella contro l’Iran, perché il suo possesso di armi nucleari rappresenterebbe un grande rischio per lo Stretto di Hormuz e per Israele. Infine, è probabile che la recente autosufficienza energetica degli Stati Uniti dovuta allo sfruttamento degli idrocarburi di roccia li porti a ritirarsi dal Medio Oriente per concentrarsi sulla Cina, divenuta nel frattempo il suo principale avversario strategico. Nei conflitti intra-statali, anche la risorsa petrolifera svolge un ruolo importante in quanto alimenta rivolte e guerre interne per il controllo della sua rendita, come avviene oggi in Libia, Ciad e Sudan, così come intorno al Golfo di Guinea.

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Geopolitica dell’energia in tempo di pace: l’attuale riconfigurazione

In termini di clima, è stato calcolato che il riscaldamento globale potrebbe essere limitato a 1,5°C. in caso di neutralità carbonica raggiunta nel 2050, a 2°C. se questo tappo fosse stato ottenuto nel 2070 e a 2,5°C. se fosse ottenuto nel 2100. La questione è dunque quella dei mezzi necessari per raggiungere questa carbon neutrality in un contesto internazionale segnato da una grande divergenza degli interessi economici e delle risorse ambientali dei paesi come recentemente dimostrato. Glasgow. In termini energetici, questo obiettivo prevede la riduzione del consumo di carbone e idrocarburi a favore del nucleare e delle rinnovabili. Per quanto riguarda il consumo mondiale di energia è previsto un aumento di un altro 50% nel 2030 rispetto al 2005 e la produzione annua di gas naturale che era di 3, 9 miliardi di m3 nel 2018 prima della crisi covid dovrebbero continuare ad aumentare entro il 2030/2040. Questo perché è un’energia alternativa meno inquinante del carbone in un contesto globale di tentativi di ridurre le emissioni di gas serra. All’interno di questa produzione di gas naturale, dovrebbe aumentare significativamente anche la quota di gas di base, in particolare dagli Stati Uniti.

La Cina oggi concentra il 24% del consumo mondiale di energia primaria e il 18,5% della sua produzione mondiale. È il primo produttore mondiale di carbone con una produzione di 3,8 miliardi di tonnellate, il 4 ° produttore di gas con una produzione di 191 Gm 3 e il 6 ° produttore di petrolio con una produzione di 195 milioni di tonnellate. È anche il primo importatore mondiale di energia con volumi rispettivamente di 505 milioni di tonnellate di petrolio, 125 miliardi di m 3 di gas e 306 milioni di tonnellate di carbone. Questa situazione non può che peggiorare entro il 2030 mentre, sulla sua scia, cresce anche il consumo energetico indiano. Si trova a 3 eclassifica mondiale per consumo dietro a Stati Uniti e Cina con, tuttavia, un basso livello di consumo pro capite. E ‘il 5 ° rango per le sue riserve di carbone, che corrispondono al 10% delle riserve mondiali e 2 e la produzione di rango dopo la Cina. Le sue riserve di petrolio e gas sono meno dell’1% delle riserve mondiali con produzioni che coprono solo il 16% del suo consumo di petrolio e il 45% di gas. Ha finalmente localizzato a 2 E in tutto il mondo per le sue importazioni di petrolio e carbone. Tuttavia, le sue energie rinnovabili coprono il 23% del suo consumo di energia primaria.

Grazie agli idrocarburi di roccia, gli Stati Uniti, che all’epoca erano il maggior importatore mondiale di petrolio e gas, sono diventati il ​​maggior produttore mondiale. La sua produzione di petrolio è così aumentata da 333 a 747 milioni di tonnellate tra il 2010 e il 2019 e la sua produzione di gas da circa 230 milioni di m3 nel 2010 a oltre 600 milioni di m3 nel 2019. Il tutto non dovrebbe raggiungere il suo picco prima del 2030 sebbene la caratteristica del substrato roccioso depositi è che si esauriscono più rapidamente rispetto ai depositi convenzionali. Per quanto li riguarda, Russia e Arabia Saudita sono il 2 ° e il 3 °produttori di petrolio con una produzione rispettivamente di 568 e 560 milioni di tonnellate nel 2019. La Russia è anche il primo esportatore di gas naturale in Europa e ora in Cina con una produzione annua di circa 650 miliardi di m 3. Infine, la geografia globale della produzione di energia si è arricchita di nuovi attori. Il Canada oggi beneficia delle sue immense riserve di petrolio e gas di base. La sua produzione annuale di petrolio oggi è di 275 milioni di tonnellate di petrolio. Il Brasile è diventato un importante produttore di petrolio con una produzione annua di 150 milioni di tonnellate grazie alla recente scoperta di grandi giacimenti di acque profonde al largo delle sue coste. Infine, molto importanti sono anche le riserve energetiche dell’Africa, soprattutto offshore, che offrono un forte potenziale di crescita anche se la produzione del continente è ancora di soli 400 milioni di tonnellate di petrolio all’anno. I principali giacimenti sono nel Golfo di Guinea, Nigeria, Angola, Gabon, Ghana, Niger e Mozambico.

L’energia in un’economia di mercato: logica di mercato e sistema dei prezzi

In un’economia di mercato, la geopolitica dell’energia è essenzialmente condizionata dalla struttura dei mercati e dalla determinazione dei prezzi. Nell’economia liberale, entrambi sono determinati dall’esistenza o meno di ostacoli alla libertà di mercato. Questi prendono la forma di nazionalizzazione, cartello, potere di mercato e contratti a lungo termine.

La struttura dei mercati energetici

In termini di produzione, l’energia è prima di tutto un settore fortemente capital-intensive per l’importanza dei suoi costi fissi e per la concentrazione della produzione nelle mani di poche grandi aziende attorno alle quali ruotano una miriade di società di servizi. Accanto alle compagnie statali che oggi controllano l’83% e l’85% delle riserve di petrolio e gas, le compagnie private continuano a svolgere un ruolo fondamentale nell’esplorazione e nello sfruttamento delle risorse energetiche del pianeta, investendo circa il 30% del totale mondiale. Sul primo elemento, l’attaccamento al principio di sovranità sulle risorse naturali ha portato a numerosi Stati produttori di energia in Medio Oriente, L’Africa e l’America Latina hanno nazionalizzato la loro produzione energetica tra il 1960 e il 1980 quando le risorse dell’URSS e della Cina erano già state nazionalizzate dalle rivoluzioni del 1917 e del 1949. Ciò ha portato in particolare alla creazione di società nazionali come Saudi Aramco per l’Arabia Saudita, Nioc per Iran, Sonatrach per l’Algeria e PEMEX per il Messico. Infine, le principali società cinesi sono Sinopec, CPC e CNOOC. Sul secondo elemento degli interessi privati, le risorse energetiche della Russia sono state parzialmente privatizzate negli anni ’90 dando vita ai colossi Gazprom e Lukoil mentre Saudi Aramco è stata parzialmente quotata in borsa nel 2019. In Occidente, lo smembramento nel 1911 della Standard Oil creata da Rockefeller in base alla legge antitrust americana aveva dato vita a 6 società private tra cui Chevron, Exxon e Mobil. Oggi, tra le major mondiali in ordine di importanza in termini di fatturato, la Royal Dutch Shell dei Paesi Bassi, ExxonMobil derivante dalla fusione delle due società nel 1998,British Petroleum (BP) per il Regno Unito, Total per la Francia che si è fusa con Elf nel 2000 e Gulf-Chevron.

Sul fronte dei trasporti, la geopolitica dei flussi energetici corrisponde prima di tutto a quella delle rotte marittime per il petrolio e ora per il gas. Le principali strozzature che richiedono un controllo sono lo Stretto di Hormuz attraverso il quale passa il 20% della produzione mondiale di petrolio, i canali di Suez e Mozambico, il Capo di Buona Speranza e gli Stretti di Gibilterra e Malacca e la Sonda. Le principali aree marittime interessate sono l’Oceano Indiano e l’Oceano Atlantico, nonché il Mar Mediterraneo, il Mar Nero e il Mare del Nord. Così, metà della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto passa attraverso l’Oceano Indiano verso l’Asia. Infine, i golfi di Aden e Guinea sono aree marittime a rischio per l’ondata di pirateria marittima e l’Oceano Artico è proiettato nel futuro come una nuova frontiera marittima ed energetica su scala globale. Per il gas e l’elettricità, la geopolitica dei flussi energetici coincide con quella dei tubi e delle reti. In Europa, molti gasdotti terrestri trasportano il gas russo dalla Siberia, passando tradizionalmente attraverso la Bielorussia e l’Ucraina. La Russia ha anche intrapreso una vigorosa politica di diversificazione delle sue rotte di esportazione del gas verso l’Europa attraverso la costruzione di gasdotti sottomarini volti a ridurre il potere di transito dell’Ucraina. Sotto il Mar Nero, ciò ha portato alla costruzione di gasdotti Per il gas e l’elettricità, la geopolitica dei flussi energetici coincide con quella di tubi e reti. In Europa, molti gasdotti terrestri trasportano il gas russo dalla Siberia, passando tradizionalmente attraverso la Bielorussia e l’Ucraina. La Russia ha anche intrapreso una vigorosa politica di diversificazione delle sue rotte di esportazione del gas verso l’Europa attraverso la costruzione di gasdotti sottomarini volti a ridurre il potere di transito dell’Ucraina. Sotto il Mar Nero, ciò ha portato alla costruzione di gasdotti Per il gas e l’elettricità, la geopolitica dei flussi energetici coincide con quella dei tubi e delle reti. In Europa, molti gasdotti terrestri trasportano il gas russo dalla Siberia, passando tradizionalmente attraverso la Bielorussia e l’Ucraina. La Russia ha anche intrapreso una vigorosa politica di diversificazione delle sue rotte di esportazione del gas verso l’Europa attraverso la costruzione di gasdotti sottomarini volti a ridurre il potere di transito dell’Ucraina. Sotto il Mar Nero, ciò ha portato alla costruzione di gasdotti La Russia ha anche intrapreso una vigorosa politica di diversificazione delle sue rotte di esportazione del gas verso l’Europa attraverso la costruzione di gasdotti sottomarini volti a ridurre il potere di transito dell’Ucraina. Sotto il Mar Nero, ciò ha portato alla costruzione di gasdotti La Russia ha anche intrapreso una vigorosa politica di diversificazione delle sue rotte di esportazione del gas verso l’Europa attraverso la costruzione di gasdotti sottomarini volti a ridurre il potere di transito dell’Ucraina. Sotto il Mar Nero, ciò ha portato alla costruzione di gasdottiBlue Stream e Turkish Stream , nonché un progetto di costruzione di South Stream . Sotto il Mar Baltico, ciò ha portato alla costruzione del Nord-Stream1 e 2 verso la Germania. In Asia esiste una vasta rete di oleodotti e gasdotti tra Cina e Russia e tra Cina e Asia centrale Uno degli obiettivi energetici delle nuove Vie della Seta è quello di aggirare finalmente lo Stretto di Malacca attraverso il quale passa l’80% dell’energia cinese importazioni, ma che la Cina non controlla. Questa è in particolare la funzione degli oleodotti progettati tra la costa meridionale del Pakistan e lo Xinjiang per trasportare 1 milione di barili al giorno, ovvero il 15% del consumo cinese. Infine, esistono anche progetti per realizzare collegamenti elettrici tra Europa e Cina in modo da far fronte all’aumento del 70% dei consumi cinesi previsto entro il 2040.

In termini di commercio, le risorse energetiche prima competono strutturalmente tra loro. La prima funzione del petrolio era quindi quella di sostituire l’olio di balena per l’illuminazione individuale prima di raggiungere gradualmente tutti i settori dell’economia, in particolare a scapito del carbone. Il petrolio ha così conquistato la sua quota di mercato perché è una risorsa di grande flessibilità di utilizzo e di costo di produzione altamente competitivo e la strategia delle compagnie petrolifere è stata sin dall’inizio molto aggressiva in ottica di controllo delle quote di mercato dell’energia. Ha anche beneficiato per lungo tempo del mercato vincolato del trasporto su strada. Il gas è anche un sostituto del carbone, in particolare per il riscaldamento in concorrenza con l’elettricità prodotta dal nucleare e dalle energie rinnovabili. Le ragioni del commercio energetico sono poi dominate da un’altissima concentrazione di aree di produzione di petrolio e gas e una relativa dispersione per il carbone. Il grosso della produzione petrolifera è infatti concentrato nei paesi OPEC più che sono i paesi OPEC (Arabia Saudita, Venezuela, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti. Iran, Algeria, Libia, Angola, Gabon, Nigeria, Guinea Equatoriale e Repubblica di Congo.) E i nuovi arrivati ​​all’OPEC Plus che sono Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Messico, nonché Bahrain, Brunei, Malesia, Oman e Sudan. Tre paesi infine condividono il 48% delle riserve di gas convenzionale che sono la Russia, Iran e Qatar a cui si aggiungono oggi i nuovi paesi produttori di idrocarburi di roccia, ancora principalmente gli Stati Uniti. Infine, le ragioni di scambio sono dominate dalla concorrenza dei contratti a lungo termine e dei mercati a pronti a breve termine in rapido sviluppo, i cui termini e prezzi non obbediscono alle stesse regole. A parte il GNL, la maggior parte delle consegne di gas naturale e due terzi delle consegne di petrolio per lungo tempo sono passate attraverso contratti a lungo termine. In tema di gas, la tendenza degli europei è stata comunque negli anni 2010 a rimettere in discussione i contratti a lungo termine a favore delle consegne al mercato spot. In parallelo,

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Determinazione dei prezzi dell’energia

Innanzitutto, i costi fissi sono inclusi nel calcolo del prezzo dell’energia. Si tratta di costi di esplorazione tanto più elevati quanto più difficili sono le condizioni di esplorazione, come nell’Artico o in acque profonde, e più incerto il risultato. In media, si ritiene che una campagna esplorativa su quattro porti a una start-up. Si tratta, invece, di costi operativi che si suddividono in spese infrastrutturali e spese operative. Nel primo caso si tratta in particolare del costo di installazione o noleggio di piattaforme di produzione, in particolare offshore. Il tutto induce costi di accesso che variano da 8 dollari al barile per il greggio onshore del Vicino Oriente a 45 dollari al barile per il deep offshore del Mare del Nord o del Golfo di Guinea. Nel calcolo del prezzo sono comprese anche le spese di trasporto che variano in base alle distanze e alla natura dell’energia trasportata. Poiché è pesante e costoso da trasportare e poiché i siti di produzione sono relativamente sparsi, il carbone è sempre stato consumato vicino ai siti di estrazione o nei paesi limitrofi. È quindi solo quando il prezzo di altre energie alternative aumenta che diventa interessante trasportarlo, come dimostra l’attuale importazione di carbone americano in Europa come sostituto dell’impennata del prezzo del gas. Al contrario, il prezzo del trasporto è basso per il petrolio, da uno a due dollari al barile, ma cinque volte più alto per il trasporto di gas naturale a potere calorifico equivalente. Per quanto lo riguarda, il costo del trasporto GNL è dell’ordine di 4-6 volte il costo del trasporto terrestre via metanodotto con un andamento comunque decrescente dovuto al progresso tecnologico e all’ammortamento degli investimenti già effettuati. Infine, l’importanza degli investimenti in queste ultime infrastrutture spiega perché i contratti per la fornitura di GNL siano contratti a lungo termine dell’ordine di un decennio.

Poiché sono soggetti alla legge della domanda e dell’offerta, il prezzo dell’energia oscilla in base ai capricci del mercato e alla politica dei prezzi dei produttori. A livello internazionale, la maggior parte del diritto internazionale applicabile, sia esso prodotto dall’OMC o dalle diverse leggi regionali, converge da tempo sul principio della rimozione degli ostacoli alla libertà di mercato. Il risultato è una tendenza alla veridicità dei prezzi e all’aumento dei mercati spot a breve termine. Tuttavia, ciò non impedisce l’uso continuato di contratti a lungo termine da 10 a 25 anni, come tradizionalmente avviene per la fornitura di gas russo all’Europa. Questo è il caso quando il peso degli investimenti necessari per la produzione e il trasporto richiede di assicurarsi gli investitori attraverso questo tipo di contratto. La verità dei prezzi può anche essere minata da politiche di prezzo aggressive delle aziende produttrici nazionali. Così, dal 2014 al 2016, in un contesto di rallentamento della domanda cinese di petrolio e di concomitante consolidamento della produzione americana di shale oil, l’Arabia Saudita e i paesi OPEC hanno intrapreso una politica di liberalizzazione dell’offerta a 30 $ al barile destinata, da un lato da un lato, per guadagnare quote di mercato attraverso prezzi più bassi e, dall’altro, per indebolire la situazione finanziaria dei produttori americani di idrocarburi di roccia madre che competono con loro e la cui sopravvivenza richiede un prezzo al barile superiore a $ 40.

Su questa base, la struttura dei prezzi del petrolio mostra da diversi decenni una curva al rialzo con periodi di elevata volatilità. Il prezzo medio del petrolio era quindi di 2 dollari al barile prima del primo shock petrolifero del 1973, di 12 dollari il giorno successivo e di 40 dollari dopo il secondo shock petrolifero del 1979. È sceso a 10 dollari al barile con il controshock del 1986. poi di nuovo al tempo della crisi asiatica del 1998. Dall’inizio degli anni 2000 al suo crollo nel 2014/2016, il prezzo del petrolio non ha smesso di salire fino a raggiungere i 100 $ all’inizio del 2008 per poi crollare nuovamente a 40 $ durante la crisi finanziaria del 2008 per poi risalire a 100 dollari tra il 2010 e il 2014 e crollare nuovamente a 30 dollari nel 2016. È poi risalito a 65 dollari all’inizio del 2019 e raggiunge oggi il livello di 80 dollari al barile. Per quanto la riguarda, la struttura dei prezzi del gas è distinta da quella del petrolio anche se ad esso è in tutto o in parte indicizzata. Si distingue perché, a differenza del mercato petrolifero, il mercato del gas non è globalizzato, ma segmentato tra un mercato americano, un mercato europeo e un mercato asiatico. Questa segmentazione regionale del mercato del gas si riflette quindi sui prezzi. Pertanto, il prezzo del gas in Europa è il doppio rispetto agli Stati Uniti e il 30% in meno rispetto all’Asia. Tuttavia, lo sviluppo del trasporto marittimo di GNL costituisce un potente fattore di unificazione del mercato del gas su scala globale che dovrebbe tradursi in ultima analisi in una tendenza alla convergenza dei prezzi. a differenza del mercato petrolifero, il mercato del gas non è globalizzato, ma segmentato tra un mercato americano, un mercato europeo e un mercato asiatico. Questa segmentazione regionale del mercato del gas si riflette quindi sui prezzi. Pertanto, il prezzo del gas in Europa è il doppio rispetto agli Stati Uniti e il 30% in meno rispetto all’Asia. Tuttavia, lo sviluppo del trasporto marittimo di GNL è un potente fattore di unificazione del mercato del gas su scala globale che dovrebbe tradursi in ultima analisi in una tendenza alla convergenza dei prezzi. a differenza del mercato petrolifero, il mercato del gas non è globalizzato, ma segmentato tra un mercato americano, un mercato europeo e un mercato asiatico. Questa segmentazione regionale del mercato del gas si riflette quindi sui prezzi. Pertanto, il prezzo del gas in Europa è il doppio rispetto agli Stati Uniti e il 30% in meno rispetto all’Asia. Tuttavia, lo sviluppo del trasporto marittimo di GNL è un potente fattore di unificazione del mercato del gas su scala globale che dovrebbe tradursi in ultima analisi in una tendenza alla convergenza dei prezzi. il prezzo del gas in Europa è il doppio rispetto agli Stati Uniti e il 30% in meno rispetto all’Asia. Tuttavia, lo sviluppo del trasporto marittimo di GNL è un potente fattore di unificazione del mercato del gas su scala globale che dovrebbe tradursi in ultima analisi in una tendenza alla convergenza dei prezzi. il prezzo del gas in Europa è il doppio rispetto agli Stati Uniti e il 30% in meno rispetto all’Asia. Tuttavia, lo sviluppo del trasporto marittimo di GNL costituisce un potente fattore di unificazione del mercato del gas su scala globale che dovrebbe tradursi in ultima analisi in una tendenza alla convergenza dei prezzi.

Infine, il potere di mercato dei produttori ha a lungo giocato un ruolo nella determinazione dei prezzi degli idrocarburi. Negli Stati Uniti, prima del suo smantellamento nel 1911, la Standard Oil di D. Rockefeller era il prezzo del petrolio perché monopolizzava l’80% del trasporto del petrolio americano e il 90% della sua raffinazione. A livello internazionale e fino alla creazione dell’OPEC, le Sette Sorelle americane che monopolizzavano il 90% del commercio petrolifero internazionale formarono un cartello che istituì un sistema noto come prezzo unico Gulf Plus ritenuto proveniente dalla costa orientale degli Stati Uniti. Oggi, però, le cinque major private rappresentano solo il 12% del mercato petrolifero dalla nazionalizzazione della produzione petrolifera e vedono quindi il loro potere di mercato notevolmente ridotto. La nazionalizzazione dell’83% delle riserve mondiali di petrolio in tutto il mondo e la corrispondente creazione dell’OPEC nel 1960 hanno quindi stabilito un potente potere di mercato per i paesi dell’OPEC. L’affermazione di quest’ultimo potere di mercato è stata tuttavia graduale. In un primo momento, l’OPEC ha semplicemente cercato di lottare contro il calo dei prezzi e quindi delle sue royalties. Con gli aumenti di prezzo del primo shock petrolifero, l’OPEC ha preso davvero coscienza del suo potere di mercato e poi lo ha testato con il secondo shock petrolifero del 1979 dopo la rivoluzione iraniana. L’OPEC ha semplicemente cercato di lottare contro la caduta dei prezzi e quindi delle sue royalties. Con gli aumenti di prezzo del primo shock petrolifero, l’OPEC ha preso davvero coscienza del suo potere di mercato e poi lo ha testato con il secondo shock petrolifero del 1979 dopo la rivoluzione iraniana. L’OPEC ha semplicemente cercato di lottare contro la caduta dei prezzi e quindi delle sue royalties. Con gli aumenti di prezzo del primo shock petrolifero, l’OPEC ha preso davvero coscienza del suo potere di mercato e poi lo ha testato con il secondo shock petrolifero del 1979 dopo la rivoluzione iraniana.

In termini di struttura dei prezzi, il primo shock petrolifero mirava a introdurre una rendita di scarsità nel prezzo del petrolio anticipando un probabile aumento dei prezzi del petrolio dovuto all’aumento della domanda internazionale in quel momento. Successivamente, il secondo shock petrolifero mirava a introdurre nel mercato una rendita di monopolio. Tuttavia, il potere di mercato dell’OPECtendeva rapidamente a erodere dal 54% della produzione mondiale di petrolio nel 1973 al 30% nei primi anni 1980. Di conseguenza, l’OPEC ha dovuto scegliere tra due tipi di strategie di prezzo di mercato. La prima strategia è una strategia di difesa delle proprie quote di mercato attraverso un aumento della produzione e una diminuzione dei prezzi in modo da escludere dal mercato i concorrenti con costi di produzione più elevati. Questo è stato il caso negli anni ’80 così come nella seconda metà degli anni 2010. La seconda strategia mira a mantenere il potere d’acquisto dei paesi produttori riducendo l’offerta di petrolio per aumentare i prezzi. Infine, si scopre oggi che, a parte il ruolo di bilanciamento che l’Arabia Saudita svolge nell’OPEC, quest’ultimo ha dovuto espandersi nel 2016 in un’OPEC Plus che includeva la Russia ei paesi dell’Asia centrale per garantire il potere di mercato di fronte all’ascesa dello shale oil americano. Il problema qui è che più membri di un cartello sono, più è difficile imporre una disciplina delle quote di produzione. Questo era già il caso all’interno dell’OPEC, quindi probabilmente sarà anche il caso all’interno dell’OPEC Plus. Infine, una delle sfaccettature del prezzo di equilibrio ricercato è quella che consente di impedire agli acquirenti di petrolio di ricorrere, quando possibile, alle energie alternative (rinnovabili, gas, carbone e nucleare). Il problema qui è che più membri di un cartello sono, più è difficile imporre una disciplina delle quote di produzione. Questo era già il caso all’interno dell’OPEC, quindi probabilmente sarà anche il caso all’interno dell’OPEC Plus. Infine, una delle sfaccettature del prezzo di equilibrio ricercato è quella che consente di impedire agli acquirenti di petrolio di ricorrere, quando possibile, alle energie alternative (rinnovabili, gas, carbone e nucleare). Il problema qui è che più membri di un cartello sono, più è difficile imporre una disciplina delle quote di produzione. Questo era già il caso all’interno dell’OPEC, quindi probabilmente sarà anche il caso all’interno dell’OPEC Plus. Infine, una delle sfaccettature del prezzo di equilibrio ricercato è quella che consente di impedire agli acquirenti di petrolio di ricorrere, quando possibile, alle energie alternative (rinnovabili, gas, carbone e nucleare).

https://www.revueconflits.com/geopolitique-de-lenergie-francois-campagnola/

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