Henry Levavasseur, L’identità come fondamento della città. Riconciliare ethnos e polis, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Henry Levavasseur, L’identità come fondamento della città. Riconciliare ethnos e polis, Passaggio al bosco edizioni, 2021, € 10,00.

Questo saggio, chiaro e sintetico, si pone il problema di come conciliare ethnos e polis, ovvero in altri termini, ma di senso vicino, comunità e istituzione (politica).

Nella decadenza della modernità, cioè l’epoca in cui viviamo, ethnos e polis sono stati progressivamente separati: nel senso che si pensa possa costituirsi un’istituzione senza una certa omogeneità tra i cittadini. E tale omogeneità non è necessario che si fondi su dati concreti e reali.

L’autore cita a tale proposito, tra le tante, le interpretazioni moderne della celebre conferenza di Renan Cos’è una nazione? Il passo in cui Renan definisce la nazione come sintesi tra passato (possesso in comune di una quantità di ricordi, cose, rapporti, usi) e il presente (la volontà di vivere insieme ed avere un destino comune) è intesa pretendendo di ridimensionare e svalutare il passato, e attribuire alla volontà arbitraria (Tönnies) dei partecipanti la capacità di costruire un futuro comune tra persone prive di ogni passato comune. Un’esegesi che annichilisce totalmente ciò che nel pensiero di Renan era collegato necessariamente.

Alla volontà (arbitraria) e al diritto, inteso anch’esso riduttivamente (come atto volontario) dei consociati è rimessa la costituzione dell’ordine sociale o almeno della magna pars di esso, cioè la costituzione dell’istituzione. Così l’atto relativo è il risultato di una decisione comune degli associati, direttamente o per rappresentanza.

Il tutto non presuppone l’esistenza di una comunità: anche un’assemblea multietnica, multirazziale e multi religiosa potrebbe agevolmente trovare un modo d’esistenza comune e scriverlo su un pezzo di carta, sulla base della sola ragione. Una costituzione diventa così la sorella maggiore di un regolamento condominiale.

Ovviamente, nella realtà, non è così; anche le costituzioni frutto di un procedimento come quello descritto (come quasi tutte quelle moderne) sono poste in essere – e vengono bene – se espressione di una volontà comunitaria e di un ordine già – almeno in parte – esistente. Se non c’è in un gruppo politico almeno un certo tasso di omogeneità tra gli associati, l’impresa è destinata al fallimento.

Anche la storia recente l’ha provato. Oltre trent’anni fa, nella crisi (terminale) dell’URSS, Gorbaciov propose di stipulare (tra le repubbliche sovietiche) un nuovo trattato dell’unione (connotato da pluralismo e democrazia). L’impresa finì come tutti sappiamo: in gran parte perché era difficile tenere insieme repubbliche con maggioranza di cittadini cattolici o protestanti (come quelle baltiche) con altre a maggioranza cristiano ortodossa, o musulmana; peraltro tutte organizzanti popoli ed etnie diverse. In altra anche perché si può cercare di farlo, e molti imperi ci sono riusciti, ma a patto che il potere “federale” o meglio unificante non fosse democratico ma assoluto come quello zarista e, poi, comunista. Voler coniugare potere, disomogeneità e democrazia è un’impresa che non risulta riuscita nella storia.

Proprio questa refrattarietà al reale e al concreto è il principale connotato della modernità decadente. Scrive Levavasseur “questa situazione ricorda quella della fine del mondo sovietico, la cui ideologia marxista sembrava imporsi a tutti i popoli che controllava… sembrava che non ci fossero altri esiti possibili, se non quello del collettivismo, fino al giorno in cui il regime è crollato come un castello di carte, poiché la sua ideologia si basava su parole e concetti che non avevano più nulla a che fare con la realtà” e “La democrazia liberale potrebbe subire un giorno la stessa sorte, con la fondamentale differenza che la sua scomparsa provocherà un caos molto più consistente”. Distruggendo poi il passato comune, cancella l’ethos, che è fondamento dell’esistenza dell’ethnos. È necessario ricostruire il rapporto tra ethnos e polis, e così tra identità e sovranità “è più che mai necessario ritornare a una concezione dell’ordine politico che riconcilia nazione etnica (l’ethnos) e nazione civica (la polis)”.

In conclusione la concezione criticata della “democrazia liberale” – che a ben vedere è poco democrazia e anche poco liberale – rischia, assai più della caduta del comunismo, di far uscire non l’umanità, ma almeno i popoli europei dalla storia.

Teodoro Klitsche de la Grange

I confini dell’Europa, di Christophe Réveillard

Christophe Réveillard è uno dei maggiori storici ed analisti europei, per altro sconosciuto in Italia. Uno dei pochissimi che già sul finire degli anni ’80 ha offerto una ricostruzione storica molto ben documentata della costruzione europea a partire dal punto di vista e dalla spinta determinante americana nel dopoguerra, ma già preparata sin dagli anni ’30. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Christophe Réveillard

Christophe Réveillard è laureato in Diritto Internazionale Pubblico, Dottorato in Storia, Membro dell’UMR Roland Mousnier (Scuola di Dottorato Moderna e Contemporanea Paris-Sorbonne Paris IV – Centre for European History and International Relations), Direttore del Seminario di Geopolitica, War School, Joint Defense College (CID), Scuola Militare, Revisore dei Conti del Center for Advanced Studies on Modern Africa and Asia (CHEAM – classe 1999), Research Engineer, European Professor-Jean Monnet

Più che in qualsiasi altro continente, il concetto di confine ha un’evidente rilevanza geopolitica in Europa. Tuttavia, è anche legato alla complessità derivante dalla storia del continente che plasma, all’interno dell’identità globale, identità particolari.

Poiché la geografia da sola non può essere sufficiente a determinare e fissare i limiti del continente, si pone la questione delle caratteristiche dell’identità collettiva europea come legittimazione o invalidazione dell’appartenenza di territori e società all’Europa. Questi sono i confini dell’appartenenza. Se le coste delimitano facilmente il nord, l’ovest e il sud dell’Europa, è nei confronti della zona orientale che l’elemento identitario e culturale, attraverso il prisma storico e politico, deve sovrapporsi agli apporti della geografia. Ovviamente, come i recenti Stati baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, la delimitazione geografica copre la Bielorussia, la Moldova e l’Ucraina. La Russia è bicontinentale eurasiatica, ma ha una popolazione molto prevalentemente europea e soprattutto fissata ad ovest degli Urali, anche se il suo territorio è situato per il 75% in Asia; L’Europa continentale include quindi la Russia occidentale geografica. Le relazioni tra la Russia e l’Europa occidentale hanno a lungo alimentato dibattiti e continuano a scatenare passioni in Russia e in Occidente. L’europeismo russo – inteso come il modo in cui i russi comprendono l’Europa e si vedono all’interno del continente europeo – ha regolarmente agitato la società russa, la questione europea essendo indissolubilmente legata alla questione dell’identità così profondamente radicata nelle peculiarità nazionali del Paese. Seguendo Vasily Tatishchev, due famosi occidentali avevano in particolare fissato questo limite europeo per gli Urali: anche se il suo territorio è per il 75% situato in Asia; L’Europa continentale include quindi la Russia occidentale geografica. Le relazioni tra la Russia e l’Europa occidentale hanno a lungo alimentato dibattiti e continuano a scatenare passioni in Russia e in Occidente. L’europeismo russo – inteso come il modo in cui i russi comprendono l’Europa e si vedono all’interno del continente europeo – ha regolarmente agitato la società russa, la questione europea essendo indissolubilmente legata alla questione dell’identità così profondamente radicata nelle peculiarità nazionali del Paese. Seguendo Vasily Tatishchev, due famosi occidentali avevano in particolare fissato questo limite europeo per gli Urali: anche se il suo territorio è per il 75% situato in Asia; L’Europa continentale include quindi la Russia occidentale geografica. Le relazioni tra la Russia e l’Europa occidentale hanno a lungo alimentato dibattiti e continuano a scatenare passioni in Russia e in Occidente. L’europeismo russo – inteso come il modo in cui i russi comprendono l’Europa e si vedono all’interno del continente europeo – ha regolarmente agitato la società russa, la questione europea essendo indissolubilmente legata alla questione dell’identità così profondamente radicata nelle peculiarità nazionali del Paese. Seguendo Vasily Tatishchev, due famosi occidentali avevano in particolare fissato questo limite europeo per gli Urali: Le relazioni tra la Russia e l’Europa occidentale hanno a lungo alimentato dibattiti e continuano a scatenare passioni in Russia e in Occidente. L’europeismo russo – inteso come il modo in cui i russi comprendono l’Europa e si vedono all’interno del continente europeo – ha regolarmente agitato la società russa, la questione europea essendo indissolubilmente legata alla questione dell’identità così profondamente radicata nelle peculiarità nazionali del Paese. Seguendo Vasily Tatishchev, due famosi occidentali avevano in particolare fissato questo limite europeo per gli Urali: Le relazioni tra la Russia e l’Europa occidentale hanno a lungo alimentato dibattiti e continuano a scatenare passioni in Russia e in Occidente. L’europeismo russo – inteso come il modo in cui i russi comprendono l’Europa e si vedono all’interno del continente europeo – ha regolarmente agitato la società russa, la questione europea essendo indissolubilmente legata alla questione dell’identità così profondamente radicata nelle peculiarità nazionali del Paese. Seguendo Vasily Tatishchev, due famosi occidentali avevano in particolare fissato questo limite europeo per gli Urali: L’europeismo russo – inteso come il modo in cui i russi comprendono l’Europa e si vedono all’interno del continente europeo – ha regolarmente agitato la società russa, la questione europea essendo indissolubilmente legata alla questione dell’identità così profondamente radicata nelle peculiarità nazionali del Paese. Seguendo Vasily Tatishchev, due famosi occidentali avevano in particolare fissato questo limite europeo per gli Urali: L’europeismo russo – inteso come il modo in cui i russi comprendono l’Europa e si vedono all’interno del continente europeo – ha regolarmente agitato la società russa, la questione europea essendo indissolubilmente legata alla questione dell’identità così profondamente radicata nelle peculiarità nazionali del Paese. Seguendo Vasily Tatishchev, due famosi occidentali avevano in particolare fissato questo limite europeo per gli Urali:“Raduno dagli Urali a Gibilterra, dalla Tracia alle Ebridi; e seguita dalle sue processioni di imperi, [l’Europa] avrebbe potuto sfidare il mondo” (Jules Romains, Les hommes de bon will ) e il generale de Gaulle con l’obiettivo di “creare la solidarietà europea dall’Atlantico agli Urali” , ma anticipando che “l’URSS non è più quello che è, ma la Russia” . Gli Urali manifestano una scelta di europeizzazione senza fissare un termine politico, poiché Mosca conserva la scelta di proiettarsi anche sulle sue periferie orientali ( Michel Foucher ).

Dove finisce l’Europa?

La questione si pone quindi più particolarmente in primo luogo per il Caucaso meridionale, la Transcaucasia o quella che fu chiamata un tempo Asia occidentale comprendente gli Stati di Armenia, Georgia e Azerbaigian; sorge anche per l’Asia Minore o l’Anatolia, la Turchia per la maggior parte.

Il Caucaso è stato a lungo considerato l’asse di separazione tra l’Europa a nord e l’Asia a sud, ma il suo cuore georgiano e armeno beneficia del contributo di analisi storiche e politiche al servizio della profonda comprensione delle caratteristiche identitarie e culturali, per il riconoscimento europeo e respingere al fiume Araxe il vero limite con l’Oriente turco, la Persia e le sponde occidentali del Mar Caspio. La porzione di confine turco nel continente europeo è la Tracia orientale, confine politico che rappresenta meno del 3% della superficie totale del territorio turco schierato quasi esclusivamente nell’Asia anatolica. Ciò che la geografia suggerisce facilmente da questo rapporto totalmente squilibrato tra Europa e Asia è confermato dalla rigorosa linea di demarcazione tra i due continenti rappresentati dal Mar di Marmara. L’origine territoriale degli assi di penetrazione turca o ottomana in Europa è molto asiatica e si tratta di proiezioni orientali verso l’Europa fondate sul loro retroterra religioso, culturale e politico specificamente extraeuropeo, che ogni volta spiega il fallimento del tentativo di creare un continuum sul territorio europeo dalla matrice orientale. Prima potenza orientale dopo la linea di demarcazione tra Europa e Asia, la Turchia è per il continente europeo la porta d’accesso agli orizzonti vicini e mediorientali. L’origine territoriale degli assi di penetrazione turca o ottomana in Europa è molto asiatica e si tratta di proiezioni orientali verso l’Europa basate sul loro background religioso, culturale e politico specificamente extraeuropeo, che ogni volta spiega il fallimento del tentativo di creare un continuum sul territorio europeo dalla matrice orientale. Prima potenza orientale dopo la linea di demarcazione tra Europa e Asia, la Turchia è per il continente europeo la porta d’accesso agli orizzonti vicini e mediorientali. L’origine territoriale degli assi di penetrazione turca o ottomana in Europa è molto asiatica e si tratta di proiezioni orientali verso l’Europa basate sul loro background religioso, culturale e politico specificamente extraeuropeo, che ogni volta spiega il fallimento del tentativo di creare un continuum sul territorio europeo dalla matrice orientale. Prima potenza orientale dopo la linea di demarcazione tra Europa e Asia, la Turchia è per il continente europeo la porta d’accesso agli orizzonti vicini e mediorientali. il che spiega ogni volta il fallimento del tentativo di creare un continuum sul territorio europeo di matrice orientale. Prima potenza orientale dopo la linea di demarcazione tra Europa e Asia, la Turchia è per il continente europeo la porta d’accesso agli orizzonti vicini e mediorientali. il che spiega ogni volta il fallimento del tentativo di creare un continuum sul territorio europeo di matrice orientale. Prima potenza orientale dopo la linea di demarcazione tra Europa e Asia, la Turchia è per il continente europeo la porta d’accesso agli orizzonti vicini e mediorientali.

Il continente frammentato

Se Michel Foucher evoca i “frammenti d’Europa” è in particolare perché il continente ha vissuto una moltiplicazione dei suoi confini interni secondo un processo continuo e accelerato dalle crisi; inoltre, “più di ogni altro, l’Europa è il continente dei confini”  (Yves Gervaise). La creazione e poi la generalizzazione del concetto di stato-nazione è la causa principale di un periodo inaugurato a distanza dal Trattato di Westfalia.(1648), ma la cui vera portata si fonde con l’ideologia del diritto dei popoli all’autodeterminazione, favorita dal crollo dei maggiori gruppi politici storici. La scomparsa degli imperi russo, ottomano, austro-ungarico e tedesco è il risultato di un conflitto che ha visto il suo completamento la creazione di nuovi stati, in particolare Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, i tre Stati baltici, la nuova Polonia e Jugoslavia nonché il mantenimento di rivendicazioni di indipendenza da altre minoranze nazionali o il loro manifestarsi per contestare le disposizioni dei Trattati di Versailles (anche Saint-Germain, Trianon, Sèvres). Nuovo conflitto, nuovo sconvolgimento dei confini interni del continente europeo: la sovietizzazione, poi chiamata “sovranità limitata”dell’Europa centrale e orientale e di parte dei Balcani, la divisione della Germania e il recupero dei paesi baltici da parte dell’URSS. La Guerra Fredda (1947-1991) ha rappresentato un periodo di glaciazione geopolitica per l’Europa continentale durante il quale non si sono verificati notevoli cambiamenti di confine nello spazio continentale.

Leggi anche: Russia, lo spaventapasseri dell’Europa occidentale

Poi, improvvisamente, la caduta del comunismo ha provocato una riconfigurazione dello spazio europeo, degli Stati e dei loro rispettivi confini, secondo schemi derivanti dalla storia o in un inedito quadro essenzialmente orientale. La caduta dell’impero sovietico rende la loro rilevanza politica ai confini delle regioni sotto il giogo comunista, consente la riunificazione della Germania, ma mantiene l’enclave di Kaliningrad o Koenisberg. Più tardi, la Cecoslovacchia si divise in due entità e la Germania causò la disgregazione della Jugoslavia. In totale, è stata la comparsa di una quindicina di nuovi stati al suo interno e il numero di diadi corrispondenti, a cui l’Europa continentale ha assistito senza contare gli stati di fatto e contesi, come, ad esempio, Kosovo. , Cipro del Nord, Transnistria,Repubbliche Lugansk e Donetsk , Nagorno-Karabakh, Abkhazia, Ossezia del Sud, quasi cinquanta Stati di fatto o e de jure. Va precisato che l’Unione Europea a 27, quindi, non copre, tutt’altro, l’intero territorio europeo. La principale particolarità di questa frammentazione europea, e ciò che tendiamo a dimenticare troppo, è che queste delimitazioni politiche dei confini europei sono il risultato di crisi, insediamenti postbellici e lotte di potere. Un certo numero di questi confini non sono ancora stati accettati dai popoli e portano, in tutte le loro possibili varianti, a reazioni, sia contro l’isolamento politico serbo e per l’accesso alle coste dell’Adriatico, sia per la non adeguatezza del confini politici dell’Ungheria con le popolazioni magiare per citare solo questi due esempi. Sottolineando il posto unico dell’Europa nel mondo,“89 diadi o il 28  % del totale mondiale per il 23% del numero degli stati, l’8% della popolazione e il 3% della superficie. In totale, il continente europeo è aumentato di 26.000 km dagli anni ’90. Da questo punto di vista, l’Europa è il più nuovo dei continenti”.

Il caso dell’Unione Europea

La particolarità del rapporto dell’UE con la frontiera è che “  qualsiasi riflessione che voglia fissare definitivamente i limiti dell’Unione è in contraddizione con il processo di costruzione europea che, dal 1950, è una “creazione continua”” (Pascal Fontaine) . Deriva dal processo di integrazione sul tema delle frontiere sia interne che esterne dell’UE, la cancellazione del quadro territoriale e il disuso della linea di confine a favore del concetto di grande mercato interno, l’allargamento di uno spazio deterritorializzato gestito da istituzioni integrate e da una nuova identità plurale garantita dalla cittadinanza europea da un lato, e dalla moltiplicazione dei partenariati, della politica di vicinato e della gestione dei candidati, dall’altro.

I cambiamenti geopolitici degli anni ’90 hanno portato all’adesione 2004-2007-2013 all’Unione Europea e hanno raddoppiato il numero dei suoi chilometri di frontiere esterne e diadi. Oggi l’UE condivide più di 14.500 km di confini terrestri con 21 Stati. Confini di fattofurono anche erette come quelle che delimitano la Transnistria, il Kosovo, ecc. Ci sono anche casi particolari come l’isolamento di territori non membri dell’UE nel suo spazio territoriale, come Svizzera, Liechtenstein, Kaliningrad (Russia) e i piccoli stati, Andorra, Monaco, San Marino e lo Stato del Vaticano. Anche gli Stati balcanici extra UE possono essere considerati privi di sbocco sul mare a causa del loro accerchiamento in un asse nord-ovest-sud-est, da Croazia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Grecia, e ad ovest con la chiusura costiera dal mare Adriatico. Esiste una situazione geografica inversa con l’area senza sbocco sul mare spagnola di Ceuta e Melilla (16 km) al centro del territorio marocchino dall’indipendenza di quest’ultimo nel 1956, nonché la vicinanza dell’arcipelago delle Isole Canarie L’ondata di adesioni del 1995, Austria, Finlandia, Svezia, ha dato un confine di 1.300 km con la Russia, ampliato di ulteriori 1.000 km con l’adesione, nove anni dopo, della Polonia (Kaliningrad), della Lituania, dell’Estonia e della Lettonia. È con l’adesione della Bulgaria nel 2007 che la Turchia (446 km) può ormai condividere un confine con l’UE sulla rotta che era stata fissata nel 1923 dal Trattato di Losanna. Un altro caso particolare è l’uscita del Regno Unito dall’UE: quest’ultima perde i suoi 244.820 km 2di superficie e i vantaggi del dispositivo geopolitico globale offerto fino ad allora dalla presenza di Londra al suo interno. I negoziatori europei credevano di poter imporre, giocando sulla rete di sicurezza nordirlandese e nonostante la manifesta volontà popolare del Regno Unito per la Brexit, le regole di un’unione doganale con l’UE separando di fatto Gran Bretagna e Irlanda del Nord. Tuttavia, questo per dimenticare che la prima ragione del desiderio britannico di lasciare l’UE era il suo rifiuto del suo sistema di integrazione normativa e giudiziaria. Non va inoltre trascurato l’impatto sulla Brexit della presenza di oltre 3 milioni di stranieri europei nel Regno Unito. Ovviamente l’uscita britannica riguarda anche tutte le regioni ultraperiferiche del Regno Unito e in particolare Gibilterra.

All’interno dei meccanismi annessi alle frontiere esterne, i collegamenti tra l’Unione Europea e il continente sono realizzati sulla scala, in parte, dei Balcani occidentali; per l’altra parte dell’Europa orientale nell’ambito del partenariato orientale: Ucraina, Moldova, Bielorussia e Caucaso meridionale. Le articolazioni tra l’UE ei suoi margini esistono con la Turchia, la Russia, gli Stati del Maghreb e del Medio Oriente e l’arco di crisi mediorientale. L’UE ha svolto nella sua politica di vicinato alternativamente la ricerca realistica di poli di stabilità e l’avvio di grandi politiche di stretti accordi di associazione al servizio di una visione atlantica propositiva, soprattutto con il vicinato orientale,

È così che si conferma, su una base identitaria comune, la grandissima diversità delle caratteristiche che definiscono i territori all’interno della delimitazione dei confini dell’Europa continentale. Questa varietà europea ha radici profonde, in particolare mitiche, spirituali e culturali. Nulla può, però, garantirne la sostenibilità in modo assoluto rispetto alle diverse sfide e minacce che si sono recentemente accumulate al suo interno, senza un periodico richiamo ai limiti che ne costituiscono il quadro.

https://www.revueconflits.com/frontieres-europe-reveillard/

DAL MONDO DI IERI AL MONDO DI OGGI, di Pierluigi Fagan

DAL MONDO DI IERI AL MONDO DI OGGI (Aggiornamenti geopolitici) Come saprete, è stato varato l’AUKUS che sancisce una più stretta alleanza militare tra Australia-UK-USA ed i francesi se la sono presa non poco. Primo perché hanno perso una precedente commessa miliardaria concordata con gli australiani, secondo perché non sono stati ritenuti partner per la nuova avventura occidentalista in quel del Pacifico / orlo asiatico dove pure hanno trascorsi coloniali, terzo perché non sono stati neanche avvertiti per tempo e l’hanno appreso poco prima delle comunicazioni ufficiali. Ne è conseguito il ritiro degli ambasciatori per consultazioni. La faccenda, ma più in generale il “momento” ha molti aspetti da commentare.
Il primo aspetto è il riconfermarsi della svolta realista della dottrina estera degli USA. L’impostazione del programma di politica estera di Trump, si vociferava esser stato benedetto da Kissinger, il principe dei realisti americani per lungo tempo in ritirata dato il dominio delle impostazioni dette “liberali” ma sarebbe più simmetrico dire “idealiste” in politica delle Relazioni internazionali. In sostanza, l’impostazione realista leggeva praticamente quasi più nessun interesse per l’Europa, una partecipazione affettuosa agli interessi di Israele ed Arabia Saudita in Medio Oriente ma non più di tanto, un sostanziale agnosticismo verso la Russia. Tutta l’attenzione quindi, andava puntata sull’Asia, l’hot spot del mondo oggi e sempre più nei prossimi decenni e dentro questo frame, la messa a fuoco di varie strategia competitive e di contenimento, se non peggio, verso il vero main competitor degli USA: la Cina. Per effetto dei vari vestiti valoriali coi quali s’incarta la strategia, molti non hanno percepito questo ri-orientamento che invero risale al “Pivot to Asia” di Obama-Clinton del 2012. Con qualche variante ovvero ancor meno interesse verso il Medio Oriente e meno agnosticismo verso la Russia anche se non è chiaro, al momento, in favore di cos’altro, portando a conseguenza l’asse strategico col ritiro dall’Afghanistan che sì sta in Asia ma non la parte di Asia che interessa Washington, la nuova amministrazione Biden sembra sviluppare la stessa strategia. Del resto, chiunque dotato di intelligenza strategica ed al netto delle diverse inclinazioni ideologiche, al posto di un presidente americano, avrebbe pensato e poi fatto, più o meno, la stessa cosa. Biden all’inizio ha buttato lì la versione liberale della strategia con l’alleanza delle democrazie contro la Cina, un consiglio di qualche esperto di think tank ma non così esperto e con i piedi per terra, ora pare sia passato al “io vado chi vuole mi segue, poi facciamo i conti”.
Il secondo aspetto che discende dal primo è il definitivo spostamento deciso dell’asse di attenzione e competizione geopolitica verso l’Asia-Pacifico. Ne consegue il “senso di abbandono” provato sia nel Medio Oriente che in Europa. Segnalo che in Medio Oriente, vanno avanti da tempo tessiture che hanno portato a ricomporre la frattura tra i tre fratelli-coltelli delle famiglie regnanti di Arabia Saudita, EAU e Qatar, il che dovrebbe portare anche ad abbassare le antipatie reciproche tra Egitto e Turchia. Ma queste tessiture riguardano anche l’annosa inimicizia tra Arabia Saudita ed Iran, un gran lavoro diplomatico che va avanti da mesi e che è sfociato in un meeting tenuto a Baghdad ad agosto dove per la prima volta erano presenti Egitto, Kuwait, EAU, Giordania, il ministro degli esteri della Turchia mentre quello dell’Iran ha incontrato i suoi omologhi del Kuwait ed EAU. Ufficialmente non ci sarebbero stato incontri diretti AS-Iran, ma molti pensano di sì anche perché, come detto, i due si parlano da tempo a riparo da orecchie indiscrete.
Bene, a quel meeting era presente anche Macron. A riguardo ci si potrebbe domandare se Macron fosse lì in missione delegata anche dagli USA o fosse lì di propria iniziativa. Questo secondo caso direbbe che non solo gli USA, ma anche la Francia ha una sua autonoma agenda geopolitica. In questo caso la faccenda dei sottomarini australiani sarebbe solo una nuova puntata di un “liberi tutti” di tono multipolare, in cui partner prima tra loro in cordata, cominciano a giocare ognuno la propria partita. In questo caso, chissà se la vecchia commessa Iran-Total concordata dopo l’accordo sul nucleare iraniano firmato ai tempi di Obama e poi saltato (come saltarono accordi anche con l’ENI) con la non ratifica da parte di Trump, potrebbe tornare d’attualità, cosa più irriterebbe gli americani dopo che questi hanno irritato Parigi?
Oltre a varie ragioni geopolitiche, segnalo due ragioni per questi tentativi di pax-islamica. La prima è che il Covid ha messo in ginocchio più o meno tutti dal punto di vista economico, ma alcuni più di altri. Ovvio cerchino tutti di riprendersi, nessuno è tanto più forte degli altri da potersi permettere di approfittare della debolezza generale, quindi tutti sono obbligati a sospendere le varie competizioni per curarsi dalla ferite pandemiche. La seconda è che c’è una poco nota, veramente drammatica, crisi idrica. L’Eufrate ha perso quasi metà della sua portanza. Ben tredici organizzazioni umanitarie collegate all’ONU segnalano che 5 milioni di siriani e nove milioni di iracheni sono a rischio avanzato di “catastrofe umanitaria”. Ma altri dicono che oltre a siccità e crollo delle precipitazioni dovute al cambiamento climatico che solo qualche coglione prezzolato seguito da sciami di coglioni decerebrati continuano a negare su Internet, c’è anche una responsabilità turca che ha dighe a monte del corso del fiume. A volte le crisi sono benefiche, poiché crisi viene dal greco κρίσις che voleva dire “scelta, decisione” chissà che tipi di decisioni queste crisi congiunte porteranno a prendere i rissosi stati musulmani della regione. E chissà che ruolo di mediazione occuperà la Francia. E chissà cosa ne pensa Biden.
Il terzo aspetto riguarda l’Europa. Tutto ciò che oggi notiamo nella strategia USA era da tempo previsto, io ne scrissi su un libro quattro anni fa e non perché sia veggente, ma perché se si fanno analisi e non commento polemico nelle guerre tra immagini di mondo, il dato di fatto di una divergenza di interesse e di interessi tra USA ed Europa, emergeva chiaro e semplice. All’Europa occidentale piacerebbe fare affari con la Russia, ma a quella orientale ed in definitiva anche agli USA no. All’Europa tutta piacerebbe fare affari con la Cina ma agli USA no. La NATO è a corto di ragioni strategiche come tutte le cose nate settanta anni fa in altri tempi, in altro mondo. Gli USA non hanno più la potenza di spesa del passato ed il tavolo della roulette si è ampliato, tocca decidere dove porre le fiches, tocca “scegliere”. Gli USA essendo uno Stato possono riorientare la propria strategia e declinarne le tattiche, l’Europa no perché non è uno Stato ma una congerie di Stati, staterelli, burocrazie, geo-storie, culture ed economie diverse e storicamente tra loro diffidenti ed in competizione. Quindi gli USA possono ignorare la NATO e dedicarsi a costruire la propria rete di alleanze nel Pacifico, dopo l’AUKUS, venerdì prossimo, dovrebbe tenersi il vertice QUAD con USA-Australia-Giappone-India e vedremo quanta volontà di attrito mostreranno giapponesi per altro in crisi di governo e l’India di Modi a pezzi dal punto di vista economico per via del Covid su cui ha sparato cifre di contagi e morti di pura fantasia (la più “grande democrazia” del mondo, vabbe’ …). Agli europei, invece, una NATO sgonfiata, pone problemi insormontabili, perché gli “europei” non sono “uno” Stato, né mai lo saranno perché non è possibile sotto tutti i possibili punti di vista conduciate l’analisi, a meno di non sostituire la razionalità analitica con la fantasia delirante. Ne seguono varie cose che qui non possiamo approfondire, come il piano di Difesa europea, il mitico ed impossibile esercito europeo, la forza militare di pronto intervento su base 6000 uomini delle tre armi che però serve a poco, l’industria militare, la totale assenza di competitività sulle nuove tecnologie, la stessa dipendenza dai chip di altri e tanto altro, veri e propri drammi irrisolvibili come il riarmo tedesco, il problema nucleare che ha risolto la sola Francia, il seggio al Consiglio di Sicurezza, il con quali soldi finanzi la spesa militare dentro cornici di bilancio unioniste stabilite ai primi anni ’90 quando si credeva che la storia fosse finita ed il mondo diventava un unico mercato etc. etc. .
Simpatica (e sintomatica) l’iniziativa britannica di cancellare l’uso delle metriche di peso e misura europee in favore del proprio sistema imperiale, definire il proprio “numero-peso-misura” è un classico dell’atto di piena sovranità. E dire che appena qualche anno fa stavamo tutti in paranoia per il Grande Governo Mondiale Unificato! Nulla descrive meglio il cambiamento storico del cambiamento del contenuto paranoide.
Un quarto aspetto riguarderebbe la Cina. Cina che dopo aver creato il RCEP ha chiesto formalmente venerdì di entrare nel CP-TTP. Cosa significhino queste sigle e cosa significhi questa richiesta e come andrà a finire se cioè verrà accettata o meno (verrà accettata) non c’è spazio qui per approfondire. Diremo solo che gli interessi economici intra-asiatici vanno da una parte, quelli di difesa e militari potranno anche andare da un’altra, questa non è una contraddizione, è pura logica da sistema multipolare. Con simpatica sincronia, tra giovedì e venerdì si è tenuto anche il 21° incontro della SCO (Russia-India-Cina-Pakistan-quattro repubbliche centro asiatiche, Bielorussia ed Armenia osservatori ed Afghanistan invitato speciale). Ma senza che ovviamente qui nessuno ne sapesse niente, è stata anche ratificata ufficialmente la cooptazione dell’Iran, cosina non proprio da poco. Ma c’è stato anche un incontro CSTO, un’alleanza militare con al centro la Russia e di corona i centro-asiatici che avrebbero dovuto ratificare l’istituzione di una armata comune di impiego ed azione rapida, un po’ come stanno discutendo gli europei. I sistemi asiatici si stanno organizzando per digerire il buco afgano in qualche modo e non solo questo.
Si noti la sincronia tra riunione SCO con cooptazione Iran, la domanda ufficiale cinese di adesione al CP-TPP e l’annuncio AUKUS prima del prossimo QUAD.
Insomma, le cronache multipolari come vedete sono in pieno sviluppo e non sono facili da raccontare e spiegare, si sta creando una matassa complessa ed i più, anche a livello di analisti, fanno fatica stargli appresso e capirne i sottostanti, quindi gli sviluppi. Meno male che ci sono i social in cui il primo che passa può raccontare la sua mirabolante versione del Risiko planetario, come abbiamo visto nella “settimana del commento” a seguito della sensibilizzazione ai fatti afghani, fiumi di parole che hanno aiutato a capire praticamente nulla di ciò che è successo, del perché e di ciò che succederà. Ma tanto è flusso eracliteo, tutto scorre, qualcuno affoga, altri fanno il loro distratto bagnetto d’attenzione, poi la vita normale tra nazisti del green pass ed evasori vaccinali, riprende la sua giusta, centrale, ribalta. Fino a quando quello che accade nel mondo “grande e terribile” non ci ribalterà tutti, vaccinati e non.

I pensatoi americani al soldo del Pentagono?_di Giuseppe Gagliano

La qualità dei pensatoi (think tank) possono essere considerati una cartina di tornasole dello stato di salute di un paese egemone o al centro di un impero. Sono in gran parte strumenti di influenza, di manipolazione sino a diventare veri e propri portatori impropri di interessi lobbistici. Tutte caratteristiche però che non differenziano sostanzialmente la natura e il peso di questi rispetto a quelli operanti nella provincia e nella periferia imperiale ossequiente se non nel livello di sciatteria, rozzezza e provincialismo e nella collocazione gerarchica di questi ultimi. Significativa è invece la presenza o meno in esso di aree e centri di elaborazione indipendenti e alternativi, magari anche autonomi. Non sono necessariamente solo il segno di una tolleranza e di un paternalismo di centri decisionali ed egemoni sicuri della propria posizione; sono anche l’indizio di vitalità e soprattutto della necessità dei centri decisori di disporre di diversi punti di vista e della propensione ad accettare proficuamente spazi conflittuali necessari a rigenerare il sistema. Un equilibrio difficile da mantenere la cui caduta può altresì rivelare una condizione inquietante di declino o il limite che impedisce di assumere stabilmente una posizione egemonica. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Gagliano Giuseppe I pensatoi americani al soldo del Pentagono?

Che i celebri pensatoi americani – e non solo -fossero privi della necessaria neutralità e imparzialità nell’analizzare le scelte di politica estera americana e di politica militare lo aveva già ampiamente compreso Noam Chomsky analizzando i report dei pensatoi americani durante l’impegno fallimentare della guerra del Vietnam. Uno dei tanti impegni fallimentari sul piano militare gli Stati Uniti… Grazie alle indagini del periodico indipendente americano The Intercept sappiamo che il governo ha assegnato un massiccio contratto da 769 milioni di dollari ad Alion Science and Technology, un appaltatore della difesa, per soluzioni tecnologiche e di intelligence “all’avanguardia” “che supportano direttamente il combattente”. Tuttavia parte del denaro contenuto in quel contratto è andato anche ai più importanti think tank della nazione, che di routine sostengono budget più elevati del Pentagono e una maggiore proiezione della forza militare americana. Il Center for Strategic and International Studies, o CSIS, e il Pacific Forum sono solo due degli istituti di ricerca indipendenti a cui sono state assegnate parti dei 769 milioni di dollari ad Alion Science come subappaltatori. (Gli altri – Russia Research Network Limited, Center for Advanced China Research e Center for European Policy Analysis – sono meno importanti). sovvenzioni che affluiscono agli istituti di ricerca. Nello specifico Andrew Schwartz, un portavoce del CSIS, che ha ricevuto poco meno di 1 milione di dollari dal contratto di intelligence di Alion, ha scritto in una e-mail che il finanziamento è stato utilizzato “per aiutare gli analisti del governo degli Stati Uniti, incluso ma non limitato al personale militare, a comprendere meglio il processo decisionale russo, impatti climatici sulla sicurezza nell’Artico, problemi di sicurezza africana, compresi i legami sempre più profondi della Cina con il settore della sicurezza africano, e minacce alla sicurezza interna, compresa la cibernetica”. A luglio, Alion Science and Technology è stata acquisita da Huntington Ingalls Industries, un importante costruttore navale e una delle più grandi aziende di difesa del mondo. La società ha rifiutato di commentare i suoi legami con i pensatoi o come è stato utilizzato il contratto di intelligence. Il Pacific Forum non ha risposto a una richiesta di commento. L’organizzazione ha ricevuto $ 586.555 dal contratto di Alion. Il Forum del Pacifico ha fatto pressione in modo aggressivo per una maggiore difesa missilistica e spese navali. L’Hudson Institute – che non a caso fu oggetto di pesanti ironie da parte Chomsky -è un altro think tank aggressivo che fa molto affidamento sui finanziamenti del Pentagono. Il gruppo ha recentemente spinto per “avanzamenti all’avanguardia come aerei stealth”ft” per competere con la Cina e una maggiore attenzione alle capacità di guerra informatica. Il gruppo ha ricevuto quest’anno un contratto da 356.263 dollari direttamente dal Pentagono per produrre un report sulla difesa aerea. L’anno scorso, il gruppo ha ricevuto quasi mezzo milione di dollari per produrre rapporti e seminari per conto del Dipartimento della Difesa. Il Center for a New American Security, un think tank che quest’anno ha testimoniato davanti al Congresso per sollecitare maggiori finanziamenti per la tecnologia militare avanzata sul campo di battaglia e una maggiore attenzione alle armi che potrebbero essere utilizzate per uno scontro con la Cina, ha ricevuto almeno 1,1 milioni di dollari in Finanziamento del Pentagono. Ma perché è così importante analizzare il rapporto diretto tra il report prodotti da questi pensatori e finanziamenti provenienti dal Pentagono? Il ruolo dei think tank nel dibattito politico non può essere sottovalutato. Dalla metà del XX secolo, centri accademici apparentemente indipendenti, spesso con fonti di finanziamento opache, hanno svolto un ruolo smisurato nel consigliare il Congresso e le agenzie federali sulle principali priorità politiche. I media spesso si appoggiano all’opinione del gruppo di esperti quando cercano l’opinione degli esperti. E dato che i funzionari dei think tank raramente si registrano come lobbisti, sono visti come esperti politicamente neutrali che vengono assunti per lavorare all’interno di varie amministrazioni presidenziali. Opportuno- nonché ironico -è il giudizio di Ben Freeman direttore della Foreign Influence Transparency Initiative presso il Center for International Policy, un istituto di ricerca che non accetta finanziamenti militari secondo il quale con così tanti think tank che ottengono una fetta del budget del Pentagono, non sorprende che il coro dei think tank di Washington canti le lodi del Pentagono. Ma ancora più interessanti sono i dati rilevati dal Center for International Policy che ha esaminato i 50 migliori think tank del paese. Il rapporto ha rilevato ampi legami tra il Pentagono e gli appaltatori militari con i think tank più influenti. Il CSIS, osserva il rapporto, ha ricevuto oltre $ 5 milioni di finanziamenti dal governo e dagli appaltatori della difesa dal 2014 al 2019. Proprio per questo Freeman ha commentato “Nascondere potenziali conflitti di interesse nelle testimonianze del Congresso o nei lavori pubblicati dai gruppi di esperti dà al pubblico e ai responsabili politici l’impressione di leggere ricerche imparziali o ascoltare un esperto veramente obiettivo, quando in realtà potrebbero ascoltare qualcuno il cui lavoro viene finanziato da un’organizzazione con un’immensa partecipazione finanziaria nell’argomento di quella ricerca”. Un’ultima considerazione: i consigli di questi esperti profumatamente pagati dal Pentagono hanno condotto l’America a scelte spesso disastrose . Per questo i loro report, le loro relazioni e le loro pubblicazioni dovrebbero essere oggetto di un pubblico dibattimento all’interno del Congresso ma soprattutto da parte delle organizzazioni della società civile. Certe scelte non solo costano soldi ma costano anche il sangue dei cittadini americani.

La chimera delle forze armate comuni europee_con Gianandrea Gaiani

Il tema delle forze armate comuni europee ricorre periodicamente nei propositi dichiarati della dirigenza europea. Per un paradosso solo apparente il tentativo più serio e promettente lo avviarono negli anni ’50 gli statunitensi. Fallì nel momento in cui inglesi e francesi compresero di non detenere più il pallino delle dinamiche geopolitiche e che la Germania, per grazia americana ricevuta, avrebbe assunto un ruolo importante nel gioco europeo. Oggi il tema si ripropone come sempre per costrizione e contingenza esterna piuttosto che per consapevolezza e determinazione. Il tema di una forza comune è tuttavia troppo ambiguo e sottende ruolo geopolitico e sistemi di relazioni diverse se non antitetiche. Il rischio è che nella ricerca di una forza comune si nascondano sotto diverse spoglie le subordinazioni scaturite dall’esito della seconda guerra mondiale piuttosto che la ricerca di una autonomia politica che non può prescindere da una forza militare realmente autosufficiente. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vmo9ab-la-chimera-delle-forze-armate-europee-con-gianandrea-gaiani.html

 

Da Est sull’Ovest, di Antonio de Martini

QUALI CONSEGUENZE AVRA’ IL BIDONE “UKAUS” DI BIDEN ALL’EUROPA E A MACRON ?

L’ultimo “tradimento” della settimana a Macron l’ha fatto Yves Le Drian, il ministro degli Esteri, che , nel richiamare gli ambasciatori a Washington e a Canberra , ha precisato – a scanso di equivoci- di averlo fatto “ su richiesta del Presidente della Repubblica”.

La Francia ha mal digerito l’essere stata esclusa – lei membro permanente del Consiglio di sicurezza e alleata degli USA fin dalla guerra di indipendenza americana- dall’area indopacifico dove ha possedimenti ( la Nuova Caledonia e la Polinesia) e truppe ( ottomila uomini).

Il gesto non é inconsueto – la Francia lo fece, per un paio di giorni, nel 2019 anche verso l’Italia di De Maio che flirtava con i maillot jaunes– Ma è la prima volta che la reazione francese assume questa intensità multipla, anche se non é la prima crisi franco americana.

Charles De Gaulle mise in difficoltà gli USA chiedendo il rimborso in oro di due importanti partite di dollari che misero la parola fine al sistema di Bretton Woods, ma fu una guerra segreta.

Ecco un articolo inglese anni sessanta che parla di ” guerra segreta ” di De Gaulle con gli USA. Ora la guerra diventa pubblica e apre spazi all’Italia.

Il Ministro degli Esteri Michel Rocard criticò Russia e USA accoppiati per essere contemporaneamente i più grandi produttori di petrolio al mondo e pretendevano di essere anche i rappresentanti dei paesi che ne volevano l’abbassamento del prezzo.

Dominique de Villepin – ministro degli Esteri- nel 2003 in piena assemblea dell’ONU si dichiarò contrario alla guerra irachena di Bush jr e compari, scoprendo gli altarini della cricca di Dick Cheney.

Questa volta la crisi é più importante perché investe il Presidente della Repubblica, perché lo scontro non é rimasto nel chiuso delle cancellerie e perché la partecipazione alla “ congiura” ha coinvolto anche l’Inghilterra – da poco uscita dalla UE , il che dà un tocco antieuropeo alla mossa americana – poco dopo la solenne promessa di Joe Biden di non fare più come Donald Trump e consultarsi sempre con gli alleati europei, prima di fare scelte importanti.

Ma il Donald non avrebbe saputo far meglio: uno schiaffo politico, diplomatico e industriale ad un tempo a un alleato di sempre cui ha mandato un avviso di sfratto dal Pacifico…

Questa crisi giunge alla vigilia delle elezioni presidenziali francesi, in un momento di vuoto di potere in Germania, proprio in contemporanea alla proposta di creazione di una forza armata europea autonoma e alla fine di una settimana in cui il Presidente Mattarella ha giurato fedeltà alla NATO e all’Europa a due giorni di intervallo. La nostra intelligence non é tale se permette un contropiede di questa portata al Presidente della Repubblica.

Peggiore, se possibile, la situazione con l’Inghilterra. La Francia l’ha snobbata non richiamando l’ambasciatore come ha fatto coi protagonisti dell’Indopacifico dove gli inglesi non contan più, ma il gesto di Boris Johnson ha reso irrevocabile e geopolitica la secessione commerciale già consumata e questa scelta – se non sconfessata dal Parlamento britannico – potrebbe avere influenza su tradizionali ” amici” dell’Inghilterra, Italia inclusa, anche se sto pensando all’Ungheria e ai paesi del patto di Visegrad.

L’unto dai signori, di Antonio de Martini

La prima vittima della lotta per il potere é sempre il negoziatore preferito dagli USA. Baradar non ha fatto eccezione ed era facilmente prevedibile. Ecco la previsione fatta il 16 agosto.

Se fai satira di costume, limitati a quella.

“Trasmetto a riprova il servizio del Washington post di oggi a conferma che:

Il costo dell’impresa è stato di un trilione di dollari. Immaginate cosa ci si sarebbe potuto fare invece di ingrassare mercenari, Lockheed e compari.

I morti 3500 circa più gli alleati (800 inglesi, 50 italiani ecc)

Lo Stato Maggiore USA aveva previsto 90 giorni di resistenza dell’esercito regolare. Hanno resistito dieci.

Il Dipartimento di stato prevedeva una durata da sei a 12 mesi…

Ghani è partito “ per evitare spargimento di sangue”( il suo).

Baradar, il negoziatore talebano di Doha è stato tagliato fuori e resta a fare comunicati stampa ignorati dai generali vincitori.

I “ negoziati li fa chi ha combattuto e vinto “ sul campo”.

Questo spiega la fretta ad occupare la Capitale e ricorda analoghe corse di De Gaulle e di Tito ad occupare la Capitale anche un attimo prima del grande alleato, o l’attesa dei russi che finisse la rivolta di Varsavia prima di entrare per non spartire il potere.

L’ultima speranza degli Americani di avere una interlocuzione dal profilo conosciuto, crolla.

Mazziati e cornuti.

L’ex presidente Karzai ha deciso di restare in Patria con la famiglia e ha detto che i Talebani garantiranno vita e proprietà a tutti.

Anche Heikmatar ha aderito al nuovo regime assieme ai governatori di alcune provincie.

Il governo provvisorio ha comunicato un NUMERO VERDE ( di periferia) cui i cittadini vittime di soprusi o necessitanti aiuto possono ricorrere e ha comunicato che presìdi di 15 uomini ciascuno sono stati assegnati a tutte le ambasciate a protezione di persone e beni.

Russi e Turchi hanno gia annunziato che non se ne andranno, gli inglesi hanno detto che l’ambasciatore partirà stasera e tedeschi,danesi e Finlandesi alleggeriranno l’organico sospendendo la cooperazione.

Dalla ambasciata italiana nessuna nuova, buona nuova: la Difesa chiede di consentire l’ingresso in Italia a quattromila collaboratori.

In pratica chiunque abbia scopato con un italiano otterrà il visto d’ingresso.

Precauzioni anticovid, nessuna….”

http://italiaeilmondo.com/2021/09/16/e-sul-cadavere-della-nato-che-si-deve-costruire-una-difesa-delleuropa-a-cura-di-theatrum-belli/

Relazioni amorose di un altro mondo, a cura di Piergiorgio Rosso

Qui sotto la trascrizione del discorso di benvenuto del Ministro della Difesa giapponese indirizzato all’omologo vietnamita durante la visita ad Hanoi del 12 settembre scorso. Al di là della banalità dei convenevoli, assume un significato politico rilevante. E’ solo uno degli eventi che stanno investendo ormai freneticamente l’area indo-pacifica. Gli Stati Uniti stanno intensificando la collaborazione militare con l’Australia ai danni della Francia; la Cina inizia a spingere il proprio naviglio militare verso l’Alaska e l’Artico suscitando l’ovvia diffidenza statunitense, ma anche della Russia; l’India, attratta dalle lusinghe americane, rimane spiazzata dagli eventi in Afghanistan e tende ad assumere una postura più autonoma. Il default di oltre trecento miliardi di dollari in Cina del China Evergrande Group sembra essere ancora una sorta di pesante regolamento di conti interno alla dirigenza cinese tra la componente strategico-politica e parte di quella finanziaria-imprenditoriale; può altresì innescare una crisi finanziaria difficilmente controllabile. Si potrebbe continuare ad enumerare per parecchio. Sino a pochi anni fa le dinamiche geoeconomiche hanno avuto il netto sopravvento in quell’area. Le delocalizzazioni partite dagli Stati Uniti, ma ora avviate anche dalla Cina, le ambizioni di numerose classi dirigenti di quell’area tese a sfruttare con abilità in maniera selettiva e opportunistica le opportunità della globalizzazione hanno creato un groviglio di relazioni ormai molto complicato da districare tra paesi e formazioni politicamente rivali e spesso confliggenti. Le dinamiche geopolitiche, però, hanno ripreso a regolare e sussumere sempre più strettamente quelle geoeconomiche che sembravano sino a poco tempo fa alimentarsi di vita propria. Si sta avviando un confronto tra giganti, con popolazioni dell’ordine delle decine e centinaia di milioni di persone, dalle caratteristiche diverse da quelle offerte dallo scenario europeo e nel quale gli europei sembrano essere risucchiati senza alcun riguardo ai propri interessi strategici da perseguire autonomamente_Giuseppe Germinario

“La cooperazione Giappone-Vietnam per la difesa raggiunge un “nuovo livello”: una partnership focalizzata a livello globale”

(Traduzione provvisoria)

 

Xin chao. Piacere di conoscerti, sono KISHI Nobuo, Ministro della Difesa del Giappone.

È un grande onore visitare il Vietnam durante la mia prima visita all’estero come ministro della Difesa. Prima di tutto, vorrei esprimere la mia sincera gratitudine al tenente generale Vu Chien Thang, direttore generale del dipartimento per le relazioni estere, ministero della Difesa nazionale, Vietnam, e a tutti i partecipanti di oggi per avermi dato questa opportunità.

La cooperazione per la difesa tra Giappone e Vietnam è solida e ha un grande potenziale di crescita. Oggi sono qui per esprimere i miei pensieri su come possiamo sviluppare ulteriormente questo partenariato per la pace e la stabilità della regione e della comunità internazionale. Per questo motivo, vorrei esprimere candidamente le mie opinioni, compresi quei punti su cui noi, Vietnam e Giappone, potremmo non essere allineati.

Colgo l’occasione per parlare dei miei ricordi speciali in Vietnam. La mia esperienza personale con il Vietnam è iniziata quasi 20 anni fa. Prima di diventare membro della Dieta, ho viaggiato in tutto il mondo mentre lavoravo per una società commerciale. Ho lavorato qui in Vietnam per un anno e mezzo dall’estate del 2000. Ho girato per Hanoi, Ho Chi Minh City, Can Tho nel bacino del fiume Mekong, Kamau all’estremità meridionale, Phan Thiet sul mare, il Dalat Altopiano, e le montagne vicino al confine con la Cina.

All’epoca in cui la “Politica del Doi Moi” iniziò a decollare, ricordo di aver sentito che le persone e la città stavano esplodendo e che il paese si stava veramente sviluppando. E oggi continuo ad assistere allo sviluppo del Vietnam, che è un potente leader nella regione.Ricordo distintamente un’interazione con un collega vietnamita generoso e gentile. A quel tempo, ho avuto una disputa sul lavoro, e quando mi sono lamentato perché: “hai detto che avresti potuto farlo in quel momento“, ha risposto con un grande sorriso, “Signor KISHI, se avessi detto che non potevo farlo in quel momento, saresti stato triste, non volevo vedere il tuo viso triste.” Non avevo altra scelta che perdonarlo.Il tipo non era solo accomodante e divertente, ma lavorava anche sodo. Abbiamo potuto intenderci e costruire un buon rapporto di fiducia, anche se litigavamo per differenze di pensiero. Il Vietnam, dove ho lavorato duramente con molte persone, è speciale per me. Questo è il motivo per cui ho fatto del Vietnam la meta della mia prima visita all’estero come ministro della Difesa.Sono convinto che è grazie al popolo vietnamita che possiamo sviluppare ulteriormente la cooperazione in materia di difesa tra i nostri due paesi. Questa convinzione non è cambiata dalla mia visita qui come Viceministro Parlamentare della Difesa nel 2009.”Quando siamo nei guai, ci aiutiamo a vicenda.” Questa è una virtù che i giapponesi hanno cara da lungo tempo. Gli amici si aiutano a vicenda nei momenti di difficoltà. Nella sfida senza precedenti della pandemia, e per affrontare insieme questa difficoltà da amico, il Giappone ha fornito circa 3 milioni di dosi di vaccino al popolo del Vietnam, con il quale abbiamo una lunga e profonda amicizia.Se ricordiamo, 10 anni fa, nel marzo 2011, sulla scia del grande terremoto del Giappone orientale, un disastro naturale senza precedenti, il Giappone ha ricevuto una quantità straordinaria di donazioni e sentite condoglianze da molte persone in Vietnam. Abbiamo ricevuto un caloroso sostegno in varie forme come lettere, scritti e disegni. Il Giappone non lo dimenticherà mai.”Gian nan mới biết bạn hiền“, quanto è incoraggiante per noi giapponesi essere colpiti e incoraggiati dalle virtù di tutti espresse in questa lingua vietnamita. Vorrei ringraziarvi ancora. E questa è stata anche un’opportunità per noi Giappone e Vietnam per renderci conto ancora una volta che condividiamo la virtù di aiutare i nostri amici in difficoltà e quanto siano forti i nostri “legami”. Le relazioni bilaterali tra Giappone e Vietnam continuano a svilupparsi. Da quando le relazioni Giappone-Vietnam sono state elevate a “partenariato strategico globale” nel 2014, i due paesi si sono sviluppati fortemente in tutti i campi.Questo si estende al campo della difesa. Sulla base dei risultati cumulativi delle varie cooperazioni e scambi fino ad oggi, quando ci siamo incontrati con il ministro della Difesa GIANG nel giugno di quest’anno, egli ha proposto di elevare la cooperazione in materia di difesa tra i due paesi a un “nuovo livello”.
Vorrei fare di questa visita una pietra miliare che segna l’inizio della cooperazione per la difesa del Giappone-Vietnam verso un “nuovo livello”. Prima ho accennato al fatto che noi, Giappone e Vietnam, condividiamo la virtù dell’impegno ad aiutare i nostri amici di fronte alle difficoltà. E, insieme a questa virtù, condividiamo altri valori universali che sono essenziali per regolare le relazioni internazionali. Uno di questi è lo “stato di diritto” in mare. Ciò che ha collegato il Giappone e il Vietnam fin dall’antichità è stato il mare vasto e abbondante. Dal XVI al XVII secolo, i mercanti giapponesi navigavano liberamente dal Mar Cinese Orientale al Mar Cinese Meridionale sui “Goshuinsen”, velieri mercantili giapponesi, alla ricerca di un ampio commercio con i paesi del sud-est asiatico. Il “Raienbashi”, noto anche come “Nihonbashi”, che rimane ancora nell’antica città di Hoi An, città natale del presidente Nguyen Xuan Phuc, ricorda i vivaci scambi tra Giappone e Vietnam dell’epoca. I mari liberi e aperti sono stati la pietra angolare della nostra prosperità fin dall’antichità. Il precetto che il Giappone continua a difendere in mare è molto semplice e basilare. Il Giappone ha costantemente promosso lo “stato di diritto” anche in mare. La nostra prosperità non sarebbe possibile senza la libertà di navigazione e di sorvolo e la sicurezza delle rotte marittime. Il Vietnam, che si trova geopoliticamente alla sovrapposizione del sud-est asiatico e dell’Asia orientale, svolge un ruolo importante nella regione. Noi, Giappone, abbiamo molto apprezzato la leadership del Vietnam nella regione durante il suo ADMM Plus, sottolineando al contempo il valore universale dello “stato di diritto”. Quelli di noi, che condividono valori, hanno una missione comune per proteggere la pace e la stabilità della regione. Ora stiamo affrontando una realtà senza precedenti, anche nell’arena della sicurezza, oltre alle difficoltà di affrontare il COVID-19.

 

Soprattutto nel mare e nello spazio aereo del Mar Cinese Orientale e del Mar Cinese Meridionale, ci sono casi in cui vengono intraprese azioni, basate su asserzioni unilaterali che sono incompatibili con l’ordine internazionale esistente.

La libertà di navigazione e la libertà di volo non devono essere indebitamente violate. A tal fine, è importante promuovere ripetutamente l’importanza dello “stato di diritto” e del principio fondamentale della risoluzione pacifica dei conflitti e, soprattutto, metterlo in pratica.

Nel Mar Cinese Orientale, continuano i tentativi di cambiare lo status quo con la coercizione, anche nelle acque intorno alle Isole Senkaku, che è un territorio intrinseco del Giappone. La situazione si fa sempre più grave, con ripetuti casi di navi della Guardia costiera cinese che si sono insinuate nelle acque territoriali, avvicinandosi ai pescherecci giapponesi.

Nel Mar Cinese Meridionale, la Cina ha continuato a militarizzare il terreno conteso, ha condotto frequentemente esercitazioni militari e si ritiene che abbia lanciato missili balistici, intensificando le sue azioni. Il Giappone si oppone fermamente ai tentativi unilaterali di cambiare lo status quo con la coercizione e a qualsiasi attività che aumenti le tensioni e condivide le preoccupazioni con il Vietnam.

Nel febbraio di quest’anno è entrata in vigore la legge sulla guardia costiera cinese. Questa legge include clausole problematiche in termini di coerenza con il diritto internazionale, come la sua applicazione a zone marittime ambigue e l’autorizzazione all’uso delle armi. I diritti giustificati di tutti i paesi interessati, inclusi Giappone e Vietnam, non dovrebbero mai essere compromessi a causa della legge sulla guardia costiera e non possiamo mai tollerare nulla che possa aumentare le tensioni sull’acqua, come nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale.

 

Inoltre, Taiwan si trova al nesso tra il Mar Cinese Orientale e il Mar Cinese Meridionale, che è un punto chiave per la sicurezza marittima regionale. La pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan sono importanti sia per la regione che per la comunità internazionale. È stata una posizione coerente del Giappone aspettarsi che sarà risolta pacificamente attraverso dialoghi diretti da parte delle parti interessate.

Inoltre, è un fatto indiscutibile che ci siano varie sfide per garantire la pace e la stabilità della regione indo-pacifica.

In primo luogo, il lancio di missili balistici da parte della Corea del Nord, indipendentemente dalla loro gittata, è una violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che non solo minaccia la pace e la stabilità regionali, ma è anche un problema serio per l’intera comunità internazionale. Il Giappone sta lavorando con i paesi interessati per attuare pienamente le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per lo smantellamento completo, verificabile e irreversibile del programma di armi nucleari della Corea del Nord e la cooperazione con il Vietnam è importante.

Per quanto riguarda la situazione in Myanmar, il Giappone chiede con forza l’immediata sospensione delle violenze contro i civili, il rilascio dei detenuti e il rapido ripristino del sistema politico democratico, in collaborazione con la comunità internazionale. Il Giappone considera i “cinque consensi” come il primo passo verso una svolta e accoglie con favore la nomina di S.E. Erywan, Ministro degli Affari Esteri II del Brunei, come inviato speciale dell’ASEAN. In futuro sarà importante ottenere risultati concreti attraverso l’attuazione dell’iniziativa.

 

È inoltre necessario rispondere a questioni globali come la sicurezza informatica e la diffusione di nuove infezioni da coronavirus.

 

La regione indo-pacifica, dove viviamo, è al centro della vitalità del mondo. E quindi, la pace e la stabilità della regione sono essenziali per la prosperità del mondo.

I tentativi di cambiare lo status quo con la coercizione che abbiamo di fronte, possono colpire non solo questa regione ma l’intera comunità internazionale, e dovrebbero essere visti come una sfida globale che minaccia l’ordine internazionale esistente.

Tuttavia, ci sono naturalmente dei limiti a ciò che possiamo fare come singolo paese. È importante utilizzare tutte le partnership per affrontare questo problema.

Soprattutto, dobbiamo lavorare insieme per mantenere e rafforzare l’ordine internazionale basato sulle regole, libero e aperto, che è fondato sul diritto internazionale e ci ha portato prosperità. In queste circostanze, ciò a cui stiamo assistendo ora è che paesi che la pensano allo stesso modo condividono questa visione di come dovrebbe essere la regione indo-pacifica e si preoccupano e lavorano per la pace e la stabilità regionali. È qualcosa che stiamo cercando di rafforzare come mai prima d’ora.

Anche i paesi che sono partner chiave del Giappone stanno prestando attenzione al Vietnam. Dagli Stati Uniti, il segretario alla Difesa Lloyd J. Austin ha visitato la regione alla fine di luglio e il vicepresidente Kamala D. Harris ha visitato la regione ad agosto. Entrambi gli alti funzionari hanno scelto di fermarsi in Vietnam come parte del loro viaggio. Ciò dimostra chiaramente che gli Stati Uniti riconoscono l’importanza strategica del Vietnam.

E quest’anno, di particolare interesse è il maggiore coinvolgimento dei paesi europei nella regione. Il ministro della Difesa britannico Ben Wallace, che ha visitato il Giappone a luglio, ha visitato Hanoi per la prima volta come ministro della Difesa britannico. Il lancio della politica “Tilt to the Indo-Pacific” è rivoluzionario per la Gran Bretagna.

Al fine di promuovere con forza la visione del Giappone per un “Indo-Pacifico libero e aperto”, è indispensabile la cooperazione con i paesi europei che condividono l’ambizione di sostenere lo “stato di diritto”. Da quando ho assunto la carica di ministro della Difesa, ho lavorato attivamente per rendere l’impegno dell’Europa in questa regione ancora più forte e permanente

 

Nel 2019, il Vietnam, insieme a tutti gli altri paesi dell’ASEAN, ha annunciato l'”ASEAN Outlook on the Indo-Pacific (AOIP)” come proprio percorso. In esso, lo stato di diritto, l’apertura, la libertà, la trasparenza e l’inclusione sono promossi come principi di azione. Il Giappone sostiene pienamente l’AOIP, che condivide i principi essenziali con la FOIP. Andando avanti, continueremo a incoraggiare sforzi tangibili e cooperativi per realizzare l’AOIP, sostenendo nel contempo la centralità e l’unità dell’ASEAN.

L’espansione dei partenariati nell’Indo-Pacifico contribuirà a garantire la pace e la stabilità regionali. Cosa dovrebbero fare gli amici insostituibili, Giappone e Vietnam, nel mezzo di questa espansione delle partnership globali? La mia risposta è far evolvere la cooperazione di difesa Giappone-Vietnam a un “nuovo livello” adatto all’era attuale. E così facendo, vorrei camminare insieme come compagni che si tengono per mano, per adempiere al nostro obbligo di proteggere la pace e la stabilità della regione e della comunità internazionale. Fino ad ora, le autorità di difesa del Giappone e del Vietnam hanno rafforzato la loro capacità di proteggere le loro terre con sforzi continui. Sulla base delle rispettive capacità, abbiamo promosso la cooperazione e gli scambi in una vasta gamma di settori tra i due paesi, e i risultati hanno portato grandi benefici sia al Giappone che al Vietnam. Le forze di autodifesa giapponesi stanno ora contribuendo al mantenimento e al rafforzamento dell'”Indo-Pacifico libero e aperto”, e l’esistenza del potente esercito popolare vietnamita – che continua a migliorare ulteriormente le sue capacità – è diventata essenziale per mantenere la pace e stabilità nella regione. Alla luce della cruda realtà dell’ambiente di sicurezza che ci circonda, la nostra cooperazione deve mirare a ulteriori vette. In altre parole, nello spirito di “quando siamo in difficoltà, ci aiutiamo a vicenda” e “Gian nan mới biết bạn hiền”, siamo amici che danno una mano ad altri amici in difficoltà in questa regione e nella comunità internazionale. Dovremmo dire che siamo entrati in quella fase. Qui oggi vorrei “ridefinire” che la cooperazione per la difesa del Giappone e del Vietnam mira a contribuire in modo più positivo alla pace e alla stabilità non solo dei nostri due paesi, ma della regione e della comunità internazionale. Questo è l’intento della cooperazione di difesa Giappone-Vietnam nella “nuova fase” di cui parlavo prima.

 

Sia il Giappone che il Vietnam collaboreranno per affrontare varie questioni di sicurezza nella regione, sottolineando al contempo lo “stato di diritto”. Lavoreremo a stretto contatto non solo a livello bilaterale, ma anche con i paesi regionali e l’ASEAN a beneficio di tutti i paesi. Vorremmo fornire una pace duratura alla comunità locale e internazionale. Per il Giappone va detto che il Vietnam è uno dei paesi importanti con cui condividiamo la stessa barca.

 

Con la cooperazione che raggiunge questo “nuovo livello”, rafforziamo ulteriormente la cooperazione per la difesa tra Giappone e Vietnam, spostando la nostra attenzione sulla pace e la stabilità dell’Indo-Pacifico e del mondo.

Ora abbiamo un nuovo strumento per questo. È l’accordo di trasferimento di attrezzature e tecnologie per la difesa Giappone-Vietnam firmato ieri.

In futuro, in base a questo accordo, accelereremo le discussioni verso la realizzazione di trasferimenti tangibili di attrezzature, come la cooperazione nel campo delle navi che contribuiscono alla sicurezza marittima regionale.

E amplieremo l’ambito della cooperazione a campi senza precedenti e nuovi domini.

Ad esempio, rispondere alle minacce nel cyberspazio è una sfida urgente per la sicurezza globale. Lo scorso dicembre ho annunciato gli sforzi per migliorare le capacità di sicurezza informatica con i paesi dell’ASEAN. Lavoreremo a stretto contatto con il Vietnam per migliorare la sicurezza informatica nella regione in modo che questa iniziativa serva da modello per la cooperazione di difesa ASEAN Giappone-Vietnam al “nuovo livello”.

 

Anche la diffusione globale delle infezioni da coronavirus ha avuto un forte impatto sulla sicurezza. Alla teleconferenza dei ministri della Difesa Giappone-Vietnam nel novembre dello scorso anno, abbiamo deciso di promuovere la cooperazione nel campo del controllo delle malattie infettive.

Alla luce di questi sviluppi, le autorità di difesa di Giappone e Vietnam continueranno a coordinare la firma di un memorandum d’intesa in questi due importanti ambiti, al fine di promuovere la cooperazione nei settori della sicurezza informatica e della medicina militare.

 

Anche le operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite sono un campo in cui la cooperazione Giappone-Vietnam è notevole. Al fine di migliorare la capacità del personale PKO, il Giappone ha lanciato il Progetto ONU di Partenariato Triangolare (UNTPP) con le Nazioni Unite nel 2015. Finora, il Ministero della Difesa giapponese e le Forze di autodifesa hanno inviato un totale di circa 230 istruttori , e ha formato circa 360 persone – provenienti da 17 paesi dell’Asia e dell’Africa – per le missioni delle Nazioni Unite.

Dal 2018, con la piena collaborazione dell’Esercito popolare del Vietnam, gli istruttori delle forze di autodifesa giapponesi addestrano il personale dei paesi asiatici qui ad Hanoi e sotto la bandiera delle Nazioni Unite. Tale cooperazione tra Giappone e Vietnam sostiene fortemente le operazioni di mantenimento della pace delle Nazioni Unite.

Inoltre, da quest’anno Giappone e Vietnam co-presiedono il gruppo di lavoro di esperti dell’ADMM Plus sulla PKO e hanno tenuto la loro prima riunione ad aprile. Nei prossimi tre anni condurremo discussioni costruttive tra i paesi partecipanti e gli esperti di PKO.

Questo tipo di cooperazione tra i nostri due paesi dimostra la forte volontà che condividiamo entrambi di contribuire attivamente alla pace e alla stabilità della comunità internazionale. Continueremo a promuovere ulteriore cooperazione in futuro.

 

Oggi ho una visione grandiosa e ambiziosa della cooperazione per la difesa tra Giappone e Vietnam in una “nuova fase”. Alcuni di voi che hanno sentito questa aspirazione potrebbero chiedersi: “È davvero possibile?”

Ma sono molto convinto. Insieme al fermo popolo vietnamita che conosco, sono sicuro che sarò in grado di superare molte sfide e raggiungere questo obiettivo immenso e alto.

Oggi, mentre le partnership più forti che mai si espandono nella regione indo-pacifica, Giappone e Vietnam lavoreranno insieme per promuovere risultati positivi. Inoltre, in cooperazione con i paesi associati, lavoreremo insieme per affrontare questioni comuni e per contribuire alla pace e alla stabilità nella regione e nella comunità internazionale.

https://www.mod.go.jp/en/article/2021/09/418fe0507c857ab01e14fe7f2dc8d547410018da.html#1

L’EUROPA IN TRANSIZIONE DI FASE, di Pierluigi Fagan

L’EUROPA IN TRANSIZIONE DI FASE. Nella logica dei sistemi, le transizioni di fase sono cambiamenti strutturali dello stato, logica o ordine interno del sistema. Considerando l’Europa politica (l’UE) un sistema, vediamo di fare una fotografia aggiornata di quella che sembra proprio una transizione di fase.
La notizia, ed è una vera e propria notizia, è che Italia e Francia starebbero per firmare un trattato bilaterale, sul tipo di quello a suo tempo firmato da De Gaulle ed Adenauer agli albori della Comunità europea (1963), poi rilanciato nel famoso trattato di Aquisgrana (2019) tra Francia e Germania. Di questo hanno discusso nel recente incontro di Marsiglia Macron e Draghi, per cui pare che ora la bozza approvata a Parigi sia in ultimo esame a Roma per poi arrivare alla firma. I temi dell’accordo sono vari ma alcuni sono più rilevanti di altri.
Il tema fondamentale però, non è un contenuto dell’accordo ma l’accordo stesso. Gli accordi bilaterali Francia e Germania erano di corredo alla ragione prima sottostante la stessa idea di Comunità e poi Unione europea ovvero incatenare tra loro le due potenze continentali che hanno dato vita a una lunga sequenza di guerre lungo gli ultimi tre secoli. Erano quindi accordi diciamo “difensivi”, a difesa dal pericolo del riproporsi di una sregolata competizione diretta. Ma i singoli stati europei oggi, non vivono più una fase in cui il primo pericolo è interno, ma esterno. Russia, Cina, Medio Oriente, Africa, pandemie, nuove tecnologie, corsa allo spazio, precario sviluppo economico, migranti, difesa, demografia, ecologia, sono la sempre più problematica agenda del mondo a cui ci si deve politicamente adattare.
In più, l’atteggiamento americano verso l’Europa inaugurato da Trump, pur con stile diverso, viene conformato nei fatti da Biden. Gli USA hanno problemi loro, strategie loro, nuovi egoismi quali nascono dall’essere sottopressione e vivere una fase di contrazione di potenza. Tra cui l’ossessione cinese che invece per gli europei, tale non è affatto, anzi. Tanto per dirne una, il prossimo 24 settembre, Biden farà un vertice QUAD con Australia, India e Giappone ovvero l’asse Indo-Pacifico, il vero contesto primo delle preoccupazioni americane ovvero il contenimento della Cina. A tale proposito, spero siano fake news quelle che spifferano di una eventuale intenzione americana di aprire una propria base a Taiwan. Lo spero proprio, la reazione cinese potrebbe esser imprevedibile.
Passando dalla fase “difensiva” a quella “progettuale”, i francesi hanno dovuto prender atto che ciò che gli unisce alla Germania è davvero poco, se si esce da una logica di relazione di convenienza limitata, senz’altro meno di quello che li unisce all’Italia e più in generale ai paesi latino-mediterranei. Potenza della geo-storia, questa logica a lungo trascurata per dominio della logica puramente economicista. Da un paio di anni, la Francia capeggia per molti versi le richieste verso l’Europa del gruppo latino-mediterraneo di cui, in tutti i sensi, fa parte anche se da sempre coltiva una sua schizofrenia interna che vagheggia un asse franco-carlomagnesco.
In più, i tedeschi sono anche loro in transizione di fase. Lo sono perché lo è l’Europa ed il mondo (vedi “globalizzazione”), ma anche perché dopo sedici anni, perderà la sua capofamiglia, la signora Merkel. Tra undici giorni si vota per il nuovo Bundestag e nuovo Cancelliere. Al momento, si prevede un successo SPD ma soprattutto un crollo verticale di CDU/CSU, tanto da presentare l’ipotesi di un governo SPD-Verdi-Liberali con i democristiani fuori, una vera novità tellurica. Ma è prematuro fare congetture sull’esito del voto, però si possono fare tre considerazioni. La prima è che la Germania termina la sua lunga stabilità in accordo ad una relativa stabilità del quadro mondiale. La seconda è che l’eventuale coalizione “semaforo” è più numerica che politica. La terza è che sarà molto importante capire come e se si sposteranno gli equilibri interni alla Germania in rapporto ai problemi europei cosa che in sostanza si capirà quando verrà stabilito il ministro delle finanze, pare non prima di dicembre. I tedeschi impiegano molto tempo a fare un governo di coalizione dopo le elezioni, poi dura tutta la legislatura. Noi facciamo governi di coalizione in una settimana, poi durano qualche mese.
Due questioni, più di ogni altra, si presentano in chiave europea. La prima è la riforma del Patto di Stabilità. Qui si stanno già da tempo muovendo i pezzi sulla scacchiera con Francia-Italia e paesi latino-mediterranei da una parte e Austria, Finlandia, Paesi Bassi, Danimarca, Lettonia, Slovacchia, Svezia e Repubblica Ceca, dall’altra. In gioco, ovviamente, le questioni di bilancio, il debito comune e tutta la cascata di dettagli architettonici dell’economia e finanza dell’Unione per i prossimi anni che i latino-mediterranei vorrebbero più simili agli ultimi due che non ai precedenti intercorsi tra il 1997 e l’inizio della pandemia. Ma è forse la seconda questione la più importante. All’interno della Commissione, gli italo-francesi vorrebbero portare il principio di maggioranza semplice rompendo il paralizzante dogma dell’unanimità. Ad occhio, infatti, gli otto paesi detti “frugali” contano -tutti assieme- un terzo di popolazione dei cinque latino-mediterranei e gli interessi delle nazioni si pesano, non si contano solo come diceva il buon vecchio Cuccia a proposito delle azioni nei consigli di amministrazione. E’ ovvio che questo nuovo principio sovvertirebbe le logiche unioniste ed è quindi ovvio si aspetti di vedere cosa succede in Germania per capire i margini di manovra di tale possibile innovazione che procurerebbe qualche strappo politico di una certa rilevanza.
A latere, ci sono anche le questioni sulla nuova forza armata di pronto intervento europea con seimila effettivi tra esercito-marina-aeronautica. Piccola forza, ma di una certa rilevanza politica e geopolitica. La forza, infatti, presuppone un comando politico e questo, di nuovo, deve prodursi per maggioranza semplice stante che tale forza sarebbe in pratica fatta da francesi, italiani, spagnoli e tedeschi ed agli interessi geopolitici di questi risponderebbe. Interessi geopolitici che per Spagna, Francia ed Italia, non possono che esser mediterranei (Africa, Medio Oriente, Turchia) come geo-storia indica con precisione.
Ci sarebbe molto altro da dire ed approfondire su tutte queste ed altre questioni, ma qui siamo su un formato che ci limita. Aggiungerei solo due cose.
La prima è che dell’eventuale nuovo trattato italo-francese abbiamo anticipazioni, ma ovviamente nessun contenuto preciso. Il tono però sembra complesso e non solo formale. Si prevedono, almeno nelle intenzioni, forti intendimenti comuni certo economici, ma anche politici, culturali, geopolitici, insomma qualcosa di più che non una amicizia occasionale. Il che, lo diciamo chiaramente, ci piace assai. Chi segue questa pagina da più tempo, saprà che per quanto alle mie analisi, il futuro auspicato è quello di una vera Unione politica dei paesi latino-mediterranei, costituzionalizzata e parlamentare, quindi democratica e politica. Lo richiede l’adattamento al mondo dei prossimi trenta anni. La sovranità non è un principio astratto, si deve difendere con la potenza ed oggi, nessun singolo stato europeo ha la potenza adeguata. E quanto a “potenza” non ci sono solo questioni militari, si tratta anche di nuove tecnologie, investimenti e ricerca, politiche energetiche, questioni demografiche, peso geopolitico, peso economico-finanziario-monetario, peso culturale. Naturalmente questo prescinde da simpatie ed antipatie, anche da Macron e Draghi, non sottostima il pericolo che la Francia pensi di dominare la relazione a proprio egoistico vantaggio. Non so se mai si farà, come e quando, però dai contenuti che emergono del trattato una certa propensione a davvero unirsi ad altri per aver maggior massa che è presupposto della potenza necessaria a far qualsiasi cosa, sembra emergere. Ma siamo alla prima riga di un lungo romanzo ipotetico. Vedremo.
La seconda è che Italia e Francia sono i due soli paesi europei in cui si applica il Green Pass con una certa decisione. I due paesi hanno una quota vaccinati (completi) simile intorno al 67%, più bassa di Spagna e molto più bassa di Portogallo. I greci, invece, stanno più indietro. L’obiettivo mai esplicitato ufficialmente, ma quello che si ritiene a grana grossa tale, è arrivare il prima possibile almeno ad una copertura del 75%. Questo darebbe ragionevole garanzia (“ragionevole” per quanto lo permetta lo stato attuale delle conoscenze su questo virus che, come tutti notano, è quantomeno incerta) di un più limitata circolazione del virus, limitata cioè “gestibile” senza ricorrere di nuovo alle zone colorate, alle chiusure o limitazioni segmentate o addirittura a nuovi lockdown. E’ la capienza ospedaliera che fa da termine ultimo, fatto questo noto da due anni ma su cu i governi tacciono per pudore e cattiva coscienza e gli anti-governisti tacciono perché vanno appresso ad una loro nuvola di diversi presupposti per sostenere la loro narrazione sulla dittatura biopolitica ordita a Davos che ha come obiettivo ultimo la sola Italia perché “chi doma l’Italia doma il mondo”. Potenza degli immaginari. Problemi di gestibilità invece, attiverebbero di necessità nuove norme limitanti che limiterebbero la ripresa economica che limiterebbero lo spazio di agibilità politica per andare in Europa a richiedere di estendere in permanenza forme di debito comune e minor ossessione sulle politiche di bilancio. Quindi i due governi italiano e francese sono quelli che vanno più per le spicce, hanno fretta e non possono sbagliare, questo è per altro noto a tutte, ripeto “tutte” le fazioni politiche di governo e non in Italia che infatti stanno zitte, assecondano o giocano a fare la forza di lotta -su twitter- e di governo -nei fatti-. Fallire la ripresa economica e fallire l’utilizzo dei miliardi -per quanto condizionati- dati dall’UE, sarebbe la morte per il progetto di parziale modifica della logica UE italo-francese. E si tenga pure conto che Macron, ad aprile, va ad elezioni e sulla carta, pure non proprio per lui promettenti.
Bene, il post è ricco, lo saranno immagino anche i commenti. Tutti benvenuti eccetto quelli che invece di trattare l’argomento nel suo insieme ovvero nel suo complesso, estrapoleranno singoli fatti per esprimere qualche inutile, più o meno biliosa, convinzione personale non poggiata su analisi razionali. Del tutto da evitare, invece, polemiche sulle faccende Covid, il post non è su quello. Per vostra conoscenza non sono favorevole al Green Pass, lo sono personalmente verso i vaccini, preferirei lo sviluppo di forme di cura a casa per evitare le temute invasioni ospedaliere, trovo l’intera gestione di comunicazione del problema Covid delirante con distribuite responsabilità tra Governo, circo mediatico ed una certa parte di area critica egemonizzata da vari tipi di deliri anche psichici, ma non è di questo che il post invita a discutere.

 

È sul “cadavere” della NATO che si deve costruire una difesa dell’Europa, a cura di Theatrum Belli

Proseguiamo con la pubblicazione di saggi ed articoli di militari francesi a proposito di difesa europea_Giuseppe Germinario

È sul “cadavere” della NATO che si deve costruire una difesa dell’Europa secondo GA (2S) Jean COT, che la vede come una federazione degli Stati Uniti nella loro diversità.
Ci chiede di darci finalmente i mezzi di questa difesa altrimenti siamo condannati a cancellarci.
Europa e Difesa – Fascicolo G2S n° 24 – Luglio 2019 28

La difesa dell’Europa, del suo territorio e delle sue popolazioni, questo è il bene più evidente comune ai cittadini dell’Unione Europea (UE). Quella avrebbe quindi dovuto essere uno dei temi principali della campagna elettorale europea di maggio 2019.
Problema, non è l’UE come istituzione che ha la responsabilità della sua propria difesa, ma l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) in cui predominano gli Stati Uniti.
Un po’ di storia.

Fuori dalla seconda guerra mondiale, i paesi dell’Europa occidentale non potevano che mettersi sotto la protezione degli Stati Uniti, di fronte alla formidabile minaccia sovietica. Lo hanno fatto attraverso la NATO fondata nel 1949. Dobbiamo essere grati agli Stati Uniti per aver molto largamente contribuito a vincere la Guerra Fredda, senza sparare un colpo di cannone.
Ma siamo nel 2019. A settant’anni dal 1949, i rischi e le minacce si sono diversificate, globalizzate. Gli Stati Uniti hanno disegnato le conseguenze ritirando quasi tutte le loro forze dal suolo europeo,
dando priorità strategica all’Asia, la loro nuova sfida.
D’altra parte, l’UE è risorta dalle sue rovine. La sua ricchezza complessiva – il suo PIL – è ora equivalente a quello degli Stati Uniti. Non è quindi plausibile di 500 milioni di europei nell’UE, compresi di nuovo i nostri amici britannici!
– dipendono ancora a questo punto, per la loro difesa, da 325 milioni di americani. Mr. TRUMP dice lo stesso, senza mezzi termini, che gli Stati Uniti danno troppo per la difesa degli europei.
La NATO è un’organizzazione obsoleta e, altrettanto, l’articolo 5 del suo statuto che sancisce un reciproco impegno militare in caso di aggressione.
Sarebbe un grosso errore pensare che dopo TRUMP tutto rientrerà nell’ordine. TRUMP sta solo dicendo ad alta voce quello che molti negli Stati Uniti pensano sottovoce. Potrei dare molte testimonianze. Io ricorderò uno, da MM. SHAPIRO e WITNEY, degli eminenti membri di un importante Think Tank americano, riportato su Le Monde il 5 novembre 2009:
Gli europei hanno un rapporto infantile con gli Stati Uniti e feticista, nutrito di illusioni, tra cui:
Che gli interessi degli americani e gli interessi degli europei siano sostanzialmente identici,
 Quello secondo cui la sicurezza dell’Europa dipende ancora dalla protezione americana.
Bisogna ammettere che noi europei siamo abbastanza sordi e ciechi da non ammettere questa verità e trarne le conseguenze? È vero che dal Trattato di Maastricht del 1992, si costruisce lentamente una politica di sicurezza e un sistema di difesa comune (PSDC), i cui risultati non sono
trascurabili:
 Documento strategico europeo in materia di sicurezza e difesa (ESDS);
 Agenzia Europea per la Difesa (EDA) per gli armamenti;
 Embrione di staff per crisi civili e generazione di forze;
 Cooperazione strutturata permanente (CSP);
Fondo europeo per la difesa (FES).
Per limitarmi all’essenziale.

Il problema – capitale – è che questa difesa europea in gestazione non ha nulla a che vedere con la difesa dell’Europa sopra definita. È limitato all’effetto delle cosiddette missioni Petersberg, sotto l’egida dell’ONU:
 Mantenimento e applicazione della pace;
 Evacuazione di cittadini UE;
 Aiuti umanitari, disarmo, cooperazione.
Quindi ecco, in sintesi, l’incredibile paradosso:
 La NATO ha diritti esclusivi per difendere l’Europa mentre la credibilità degli Stati Uniti, che la dominano su testa e spalle, sono sempre di più incerti.
 L’UE si limita a esotici interventi di Petersberg senza nemmeno darsi uno staff operativo permanente per guidarli.
Questo paradosso non sembra preoccupare le autorità politiche e militari dell’UE, che lo ha mascherato dietro il comodo concetto di complementarietà, condivisione dei compiti tra NATO e UE. In realtà nessuno si lascia ingannare: la NATO è un buon alibi per limitare il loro sforzo di difesa. Perché pagare di più per la nostra difesa, anche se, attraverso la NATO, dipendiamo da
Stati Uniti ? Questa cultura della sottomissione agli Stati Uniti è inaccettabile.
Lo dico e lo scrivo da venticinque anni, un po’ meno solo oggi: la NATO è il principale ostacolo alla costruzione di una difesa dell’Europa indipendente. Ecco perché dobbiamo uccidere la NATO. Il meglio sarebbe che Mr TRUMP decida da solo.
Con la NATO morta, le potenze europee saranno costrette ad assumere prima le proprie responsabilità sovrane, la difesa del territorio e delle popolazioni e ne pagano il prezzo.
Questa potrebbe essere la mia conclusione. Aggiungo due osservazioni:
1. Ho letto il libro del generale de Villiers “Cos’è uno chef? ” Del proprio
Dei suoi propositi, ne estrapolerò due:
 “L’esercito europeo amalgamato è un sogno che potrebbe essere trasformarsi in un incubo. Credo nelle sovranità nazionali, non alla sovranità europea. ”
 “Se l’esercito europeo è composto da forze giustapposte, fondersi, trasformandosi in unità di combattimento agli ordini di una ipotetica sede a Bruxelles, lo ritengo IMPOSSIBILE. ” (le lettere maiuscole provengono da lui).
Queste osservazioni sono piuttosto illustrative della riluttanza che potrebbe rimanere anche nei nostri ranghi. Chiedono qualche risposta…
Cos’è allora la NATO se non un quartier generale – SHAPE –
a Bruxelles, quartier generale di corpi d’armata multinazionali, di cui uno corpo tedesco-polacco, l’altro corpo tedesco-olandese, un corpo della Unione Europea a Strasburgo con quattro nazionalità, un organismo di Reazione rapida francese (CRR) a Lille che può ospitare una mezza dozzina
contingenti stranieri?

Ciò che è giusto nella NATO sarebbe insopportabile in un quadro Europeo? L’esercito europeo non sarebbe altro, tanto per cominciare, che la NATO senza gli americani. Non che non li amiamo più,
ma semplicemente perché non possiamo più, non dobbiamo più contare su di essi. Lo dicono loro stessi. Devo ricordarti che avremmo avuto un Esercito europeo dal 1954 se DE GAULLE, all’opposizione, non avesse affondato il progetto, portato avanti dalla Francia? Allora ero a Saint-CyrCoëtquidan. Ero molto triste, come molti dei miei compagni.
Infine, allargherò il dibattito al di là della questione della difesa di Europa. La scelta da fare, come ce l’hanno le recenti elezioni europee ricordato, è quella tra due visioni inconciliabili dell’Europa di metà di questo secolo. O la visione esclusiva, sovranista, nazionalista, appoggiata al sacro stato-nazione: America First – Deutschland über alles – Francia prima. O una visione inclusiva, aperta, umanista, che non considera lo stato-nazione come il fiore all’occhiello dell’organizzazione
politica dell’Europa.
Credo di essere un buon patriota ma sono anche un fervente europeo, un cittadino dell’Europa. Nessuna contraddizione in questo! La mia Europa è quella del suo motto:
“Unità nella diversità”. Gli Stati Uniti d’Europa non sono un parolone! Questa è la condizione necessaria perché l’Europa conti domani nel contesto delle grandi potenze del pianeta.
UNITI o CANCELLATI – Gli Stati Uniti d’Europa Oppure i Balcani del mondo. Non c’è
bisogno di particolare passione per iscriversi a questo. Un piccolo motivo dovrebbe essere sufficiente.

https://theatrum-belli.com/wp-content/uploads/2019/06/G2S-Dossier-24-Europe-et-D%C3%A9fense-Juin-2019.pdf

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