Epigenetica e fantasmagorie transumaniste_ 2a parte, di Massimo Morigi

Massimo Morigi

 

 

 

Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico

                                              (II parte di 5)

 

 Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali

 

A Lustig von Dom e alla sua madre in dialettica Frau Stockmann, Friederun von Miran-Stockmann

 

 

 

Questo documento, che ora viene presentato in anteprima sul blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo”, inteso a raccogliere e a dare un primo approccio alle valenze teoriche che per il Repubblicanesimo Geopolitico possono rivestire le ultime acquisizioni della biologia molecolare e dell’epigenetica e costituito dal presente commento su questo argomento più una  rassegna di URL attraverso i quali i lettori possono prendere visione di importanti documenti afferenti a queste branche della biologia, che erano già presenti sul Web ma che noi, vista la loro importanza sia scientifica  che per la teoria del Repubblicanesimo Geopolitico, abbiamo provveduto a caricare su Internet Archive (e nella rassegna bibliografica finale verranno debitamente indicati gli URL da cui originariamente sono stati scaricati i documenti  – URL e documenti relativi che, quando tecnicamente possibile,  sono stati da noi anche “congelati” tramite  la Wayback Machine – accanto agli URL creati ex novo attraverso i nostri caricamenti su Internet Archive), sviluppa la sua critica a queste nuove acquisizioni delle scienze biologiche nell’ambito dello studio e dell’elaborazione   del  paradigma olistisco-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico – teoria-paradigma dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico   ultima sintesi e sistemazione della filosofia della prassi i cui maggiori esponenti sono stati nel Novecento Antonio Gramsci, Giovanni Gentile e Karl Korsch – e azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale che, in primo luogo, dalla profonda   dialetticità del Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin (per quanto ancora  il Dialectical Biologist non sia riuscito del tutto a liberarsi dello pseudodialettico  engelsismo1 della Dialettica della natura e dell’ Anti-Dühring),  dall’epigenetica (principale esponente Eva Jablonka), dalla teoria endosimbiotica di Lynn Margulis e quindi da un aggiornato lamarckismo riceve potenti stimoli dialettici ed euristici. (Oltre che ottenere una riabilitazione, se non in sede di histoire événementielle, cioè in sede di una impossibile riabilitazione dello stalinismo, ma sì dal punto di vista di una nuova teoresi olistico-dialettica-gnoseologica-epistemologica-politica – cioè dal punto di vista di una rinnovata filosofia della prassi di cui si è appena detto – cui il Repubblicanesimo Geopolitico cerca di dar vita, del tanto ideologicamente diffamato Trofim Denisovič Lysenko, la cui genetica non può essere sbrigativamente liquidata come una infelice pseudoscienza frutto della pseudodialettica dell’autoritario e veteroengelsiano Diamat staliniano, quanto fu piuttosto una forma di lamarckismo ancora all’oscuro dei meccanismi    che    indirizzano   l’evoluzione  degli  organismi2, meccanismi  che cominciano solo ora ad essere compresi dall’epigenetica e, più in generale, da tutti quegli approcci di ricerca biologica e genetica che intendono costruire una Extended  Evolutionary Synthesis  –  Sintesi evoluzionistica estesa, per la  quale anche il dato culturale acquisito,  costruito ed introiettato  dall’organismo stesso in una sorta di autopoiesi genotipico-fentotipica per poi riverberarsi, questa autopoiesi culturale-genetipica-fenotipica, al livello dello stesso ambiente che ne rimane influenzato perché, evolutosi in seguito a questa modificazione dell’organismo, modifica a sua volta dialetticamente l’organismo stesso, è una decisiva componente dell’evoluzione3 – non contrapposta alla Modern Evolutionary Synthesis (Sintesi evoluzionistica moderna, detta anche neodarwinismo – responsabile di aver esasperato in senso meccanicistico le felici intuizioni darwiniane, e costituendo quindi la Sintesi Evoluzionistica Estesa non tanto una fuoruscita dal canone evoluzionista darwiniano ma bensì, attraverso la consapevole introduzione nel campo  teorico esplicativo dell’evoluzione di una Gestalt storicistico-dialettica, non una contrapposizione all’idea darwiniana di evoluzione, modello darwiniano di evoluzione  nel quale erano tenuti in precario equilibro valenze meccanicistiche e valenze storicistiche, ma semmai una sua pur profonda e radicale integrazione alla luce di un rinnovato lamarckismo che solo ora con le nuove tecniche di investigazione scientifica comincia a sviluppare tutte le sue potenzialità) ma al più o meno rozzo meccanicismo che precedentemente aveva afflitto la Modern Evolutionary Syntesis che ha portato alle più estreme ed infauste conseguenze i nodi irrisolti  presenti nel modello  darwiniano4. Si noti bene:  Darwin  era  ben  consapevole dei notevoli problemi che il suo schema di evoluzione delle specie animali e vegetali che vedeva questi organismi come soggetti passivi rispetto all’ambiente si portava con sé e, piuttosto che per il meccanicismo del suo schema evolutivo, l’immortale importanza del suo lascito scientifico consiste nel fatto che egli, a differenza di Lamarck, collegò la variabilità degli organismi all’interno di una specie con la comparsa di nuove specie che non sarebbero mai comparse se questa variabilità individuale non si fosse manifestata, mentre Lamarck, pur avendo correttamente individuato un meccanismo evolutivo dove l’organismo non giocava solo un ruolo passivo – classico l’esempio della giraffa che si allunga il collo per mangiare le foglie degli alberi e riesce poi a trasmettere direttamente alla prole questa sua caratteristica somatica – confinò questo meccanismo evolutivo all’interno di ogni singola specie, cosicché, per farla semplice, le giraffe potevano sì allungare il loro collo a seconda delle necessità ambientali ma dalle giraffe potevano evolversi solo delle giraffe e mai, mettiamo, una nuova specie di erbivori distinta dalle giraffe. Era un’idea di evoluzione un po’ modello arca di Noè, dove le specie del Creato sono sempre state le stesse ab initio temporum – nell’arca gli animali entrano a coppie  e, a parte la facile ironia che viene dalla domanda su come faranno i milioni di specie di viventi, anche se presenti solo a livello di una coppia composta da un maschio e una femmina, a stare dentro un così ridotto vascello, c’è una visione del mondo che sta dietro a questo singolare mito biblico, e cioè l’eterna fissità delle specie viventi che, dai tempi antidiluviani, quindi sin dall’inizio del mondo, sono sempre le stesse.  L’immortale lascito di Darwin non è, quindi, quello di avere recisamente rifiutato e sovvertito in direzione meccanicista il modello lamarckiano di un processo di attiva autopoiesi genotipico-fentotipica dell’organismo e di trasmissione di queste nuove caratteristiche così attivamente acquisite anche alle successive generazioni ma il fatto di aver compreso che la variabilità degli individui all’interno di una popolazione può generare nuove specie. Per rimanere all’esempio della giraffa. Secondo lo schema darwiniano, se particolari condizioni ambientali non costringono più le giraffe ad allungare il collo – o per attenerci ad una formulazione di ancor più stretta osservanza darwiniana, se particolari condizioni ambientali non favoriscono la selezione di giraffe dal collo sempre più lungo –, questo mutamento ambientale può selezionare   –  perché un collo troppo lungo che non risponda più a necessità alimentari è uno svantaggio in quanto una eccessiva massa dell’animale consuma troppe calorie – non solo giraffe dal collo più corto ma una nuova specie animale che non riesce più a riprodursi con le giraffe a collo lungo. Una eccezionale intuizione che, per la prima volta, riusciva a spiegare la presenza delle varie specie presenti sulla Terra partendo da una stessa famiglia di organismi. Insomma prima di Darwin sarebbe stato assolutamente impossibile concepire  LUCA (Last Universal Common Ancestor), e in mancanza di questo ‘ultimo antenato comune universale’ – o almeno in mancanza nella teoria evoluzionistica di un originario antenato iniziatore della vita, sia stato questo antenato un singolo organismo o un gruppo di (proto)organismi e/o molecole organiche (oppure vari e distinti gruppi di molecole organiche e/o (proto)organismi)  che siano divenuti una comunità di organismi  (o più comunità di organismi come nel secondo caso dei gruppi distinti) tramite il trasferimento di geni orizzontale ed evolutesi e differenziatesi in seguito in molteplici e diversificate altre comunità di organismi, cioè nelle varie specie biologiche presenti sul nostro pianeta – gli attuali  paradigmi evoluzionistici sulla varietà e differenziazione delle  specie dei viventi presenti sulla Terra, Sintesi evoluzionista moderna e Sintesi evoluzionistica estesa indifferentemente,  sarebbero gravemente mùtili  della loro  forza  euristica ed analogica nell’opposizione a qualsiasi Weltanshauung imperniata su una divinità personalistica e creazionistica ex nihilo ed ex suo5 – opposizione che è consustanziale alla filosofia della prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico –, una ingenua rappresentazione della religiosità popolare sull’origine del mondo  che iconicamente  trova oggigiorno la sua più limpida manifestazione nelle immagini devozionali di proselitismo religioso dei Testimoni di Geova rappresentanti il Paradiso Terrestre, dove leoni, giraffe e gazzelle ed altre specie selvagge vivono felici e rispettandosi a vicenda – povero leone costretto ad una dieta vegetariana, da costituirsi immediatamente un’associazione animalista contro i maltrattamenti alimentari che il leone subisce in questo paradiso terrestre, e alle fiamme il dipinto Paradiso di Jan Brueghel il Giovane, forse la più diretta fonte iconografica di queste immagini devozionali!6 –, e, a parte la bizzarria del leone vegetariano, recanti queste immagini un’altra informazione al devoto, e cioè che queste specie ora pacificate nel Paradiso sono state create tali e quali  ab initio temporum. Insomma, siamo sempre dalle parti dell’arca di Noè e delle mitologie veteroneotestamentarie e derivati7. Darwin  ha iniziato  a  liberarci  da  questa   mitica arca8. La Sintesi evoluzionistica estesa riesce, a sua volta, a liberarsi – e a liberarci –  nel campo della biologia e degli studi sull’evoluzione degli organismi dell’ideologia meccanicistica di stampo cartesiano-galileano – che nell’ Ottocento e  nel Novevento trovò la sua più tetra e ridicola interpretazione nel positivismo e nel neopositivismo – in cui finora era stata costretta questa liberazione e in cui era rimasto impastoiato, pur fra profondi dubbi, anche Darwin. E ovviamente il Repubblicanesimo Geopolitico non può che cogliere con profonda soddisfazione questo ulteriore avanzamento dialettico delle scienze biologiche e genetiche.).  Un’ultima notazione. Pur prendendo spunti ed analogie dalle nuove frontiere aperte dall’epigenetica, dalla sintesi evoluzionistica estesa  e dalla teoria endosimbiotica, ideata quest’ultima  da Lynn Margulis, il Repubblicanesimo Geopolitico si pone decisamente agli antipodi da tutte le ridicole e cupe impostazioni transumaniste, siano queste anche in forma più o meno attenuata come, per esempio, in Donna Haraway. Questo perché – sempre rimanendo al transumanismo harawayno, che attualmente  ne è la forma più attenuata, ed anzi la Haraway espressamente nega di condividerne i fini, anche se, in pratica, deve a buon diritto essere inserita in questa disumanizzante impostazione antropologica – pur riconoscendo volentieri e come segno indubbiamente positivo le potenzialità dialettiche e/o contro la vecchia suddivisione natura/cultura che promanano da tutto il lavoro della Haraway (dal Cyborg Manifesto per finire col Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene9),  si   deve   sottolineare  il fatto che 1) questa dialettica è espressa per lo più attraverso immagini simboliche (il cyborg del Cyborg Manifesto, l’endosimbionte del Stayng with the Trouble – quest’ultimo, comunque effettivamente esistente nella realtà mentre il primo, almeno per ora, è solo il frutto di una fantasmagoria fantascientifica), che per quanto immagini inconsce ed oniriche della dialettica si fermano sempre ad un passo da una piena consapevolezza della stessa e che 2) il progetto transumanista che traspare da tutto il lavoro della Haraway (per quanto il transumanismo venga formalmente respinto dalla Haraway) altro non si risolve alla fine, anche se abbandonando l’iniziale fantasmagoria fantascientifica del Cyborg perché evidentemente percepita dalla Haraway troppo disumanizzante, che in una fuoruscita dall’umano  non più in via bioingegneristica  come nel Cyborg Manifesto ma in via ingegneristico-genetica (cfr. in Staying with the Trouble il racconto fantascientifico The Camille Stories: Children of Compost10), ma fuoruscita storica dalle attuali contraddizioni storiche dell’umano –  e non dall’umano stesso inteso come dispositivo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale come invece propone il transumanismo che lo vorrebbe sostituire con un più perfezionato prodotto da laboratorio ma dal quale, ahinoi, scompare la dimensione storico-dialettica della sua evoluzione – che solo può compiere una soddisfacente Aufhebung attraverso una rinnovata e potenziata filosofia della prassi, insomma quella filosofia della prassi, erede dell’idealismo storicista italiano e tedesco e delle migliori espressioni del marxismo occidentale direttamente influenzate da questo idealismo,  che nel XXI secolo solo il Repubblicanesimo Geopolitico ha assunto su di sé il compito del suo sviluppo e potenziamento teorico-pratico. E, infatti, l’incapacità della Haraway a formulare coerentemente un suo autonomo ed originale pensiero dialettico e addirittura il tentativo di fare dell’endosimbionte il simbolo di un nuovo rapporto dell’uomo con la natura  e con la società – suggerendo quindi che l’endosimbionte è, in un certo senso, il  culmine della scala biologica e l’obiettivo cui deve tendere una rinnovata ingegneria sociale poggiata su un’ideologia ecologista e realizzata attraverso le sempre più penetranti tecnologie genetiche utilizzate per modificare il genoma umano: cfr. oltre al summenzionato apologo fantascientifico ancora, passim, Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene e, in particolare, alle pp. 61-62, 64 la trattazione sul simbionte   Mixotricha paradoxa11– sfocia  alla  fine,  sempre   in  Staying   with  the Trouble, certamente risultato non voluto dalla Haraway, nel progetto di una sorta di uomo nuovo, conseguito non attraverso una selezione e/o eliminazione di pool genetici e culturali umani come nel nazismo12 ma attraverso l’assorbimento nel stesso patrimonio genetico dell’homo sapiens, ad opera dell’ingegneria genetica,  del patrimonio genetico di altre specie animali e vegetali (questo processo di trasferimento di DNA e RNA non finalizzato a finalità riproduttiva all’interno di una specie ma fra membri appartenenti a specie diverse e quindi svincolato da qualsiasi teleologia riproduttiva – che, alla luce delle attuali acquisizioni nell’ambito del paradigma della sintesi evoluzionistica estesa, tutto si può dire di questo fenomeno tranne che si tratti di un ‘epifenomeno’ di trascurabile importanza, mentre è assai più verosimile pensare che si tratti di un passaggio decisivo dell’evoluzione degli organismi e dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitica ne è evidente la grande valenza euristica in quanto si pone agli antipodi di qualsiasi visione “fissista”  del mondo biologico e,  con profonda analogia,  della realtà tutta,  fisica, biologica, culturale e storica, proiettandoci quindi in uno schema olistico della realtà informato alla creazione autopoietica della stessa attraverso il  paradigma   dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale – non è una fantasmagoria fantascientifica ma avviene in natura, e avviene anche per quanto riguarda l’uomo nel cui materiale genetico sono state rinvenute tracce più o meno consistenti di materiale genetico di altre specie animali, un trasporto probabilmente avvenuto attraverso virus vettori). Questo ‘trasferimento genico orizzontale’ svincolato dalla riproduzione  (acronimo TGO,  o ‘trasferimento di geni laterale’, acronimo TGL, in inglese ‘Horizontal gene transfer’, acronimo HGT) che avviene, ovviamente, anche dall’uomo verso gli animali, mentre potrebbe costituire una potentissima metafora dell’intima dialetticità non solo del mondo biologico ma, nell’ambito di una visione olistica della realtà tutta, non solo del mondo della φύσις globalmene intesa ma anche della realtà culturale e storica dell’uomo, viene  quindi suggerito dalla Haraway in Staying with the Trouble  – con grande sfacciataggine ed ingenuità materialistica, ma mai come nel caso della Haraway questo materialismo non è altro che il volto deturpato e degradato di un non ben superato spiritualismo, e infatti la Haraway non ha mai fatto mistero della suo background cattolico e della centralità nello sviluppo del suo   Bildungsroman del mistero della transustanziazione13– come  una  sorta  di processo da intensificare ulteriormente attraverso una sempre più scaltrita ingegneria genetica, venendo così a delineare, sempre involontariamente per carità, una sorta di eugenetica non di marca nazista ma di tipo ecologista, ignorando, come del resto avviene sempre nel nazismo e nelle altre forme di totalitarismo, che se mai si può parlare di uomo nuovo, questo uomo nuovo – se vogliamo mantenere per comodità espositiva questa espressione, sideralmente lontana dalla Weltanschauung olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale (e storicista) del Repubblicanesimo Geopolitico – non può che avere la sua reale epifania attraverso il potenziamento del Logos (Logos che non è una peculiarità dell’uomo ma che nell’uomo, a differenza degli altri animali ed anche vegetali, è la principale forza di indirizzo e di sviluppo della sua evoluzione), potenziamento del Logos che trova la sua massima espressione – attraverso il manifesto e pubblico compimento nella società, di una cultura informata al modello dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale – nell’ Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico;  ed Epifania strategica che, per concludere,  può trarre, come effettivamente già trae attraverso la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, potenti spunti euristici e dialettici dall’epigenetica e, più in generale, dall’ Extended evolutionary synthesis che finalmente si è lasciata definitivamente alle spalle il mito di un’evoluzione biologica guidata meccanicamente da forze esterne all’organismo e verso le quali l’organismo non possa dialetticamente interagire (quindi si può dire che l’ Extended Evolutionary Synthesis è una sorta di filosofia della prassi  per quanto riguarda gli studi biologici e di storia naturale); ma Epifania strategica che è l’esatto contrario della fuga in utopie comunistiche, comunitaristiche o eugenetiche di destra o sinistra che esse siano ma è,  una sorta di obiettivo limite;  o, se vogliamo una sorta di mito, ma un mito che affonda le sue radici nella reale natura dell’uomo14, natura dell’uomo, che similmente al resto del mondo animato ed inanimato ma con maggior evidenza di questi due ambiti  – che, allo stesso titolo  dell’uomo, appartengono alla stessa totalità dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, e qui torniamo all’artificiosità della separazione fra mondo naturale biologico o fisico che esso sia e il mondo culturale, sociale e storico fino a poco tempo fa ritenuto di esclusiva costruzione umana, artificiosità nella separazione di questi due mondi che, alla luce di un vigoroso anche se non impeccabile sforzo dialettico perché impacciato da  un sentimento di reverentia ac metus verso la figura di Friedrich Engels, nessuno meglio del Dialectical Biologist è riuscito ad esprimere, cfr. del Dialectical Biologist pp. 277-288, sulle quali ritorneremo anche in future altre discussioni15 –,  è il Logos concreto ed immanente dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale; un Logos (o Epifania strategica) che anche dalle scienze biologiche di cui si è appena detto (nonché,  –  vedi Teoria della Distruzione del Valore   e Dialecticvs Nvncivs – dalla meccanica quantistica e dall’elaborazione  di modelli matematici non lineari, cioè dallo studio della  Teoria del caos  e dei Complex Adaptive Systems – antesignano di questo approccio non lineare nello studio della guerra e della società Carl von Clausewitz col suo Vom Kriege –,  approcci anche questi, analogamente a quelli introdotti dalla nuove scienze biologiche e genetiche appena illustrate, di grande valore dialettico  per lo  studio della società e dell’uomo perché ci liberano dai vecchi meccanicismi e determinismi cartesiani e galileiani che hanno afflitto gli ultimi cinque secoli di studi  “umanistici” e che fra Ottocento e Novecento hanno visto il loro triste trionfo nel positivismo, nel neopositivismo per finire col Diamat staliniano), trae potentissimi spunti dialettici ed operativi16  

 

Note

 

1   [Nota 1 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

2  [Nota 2 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

3  [Nota 3 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

4   [Nota 4 omessa perchè già riportata nella prima parte del presente saggio]

 

 

5  Dal De rerum natura di Lucrezio: «Principium cuius hinc nobis exordia sumet, nullam rem e nihilo gigni divinitus umquam.» :Titus Lucretius Carus,  De rerum natura I, 149-150. In buona sostanza, dal punto di vista della dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico assai poco importa che LUCA sia stato effettivamente l’ultimo comune antenato di tutta la vita sulla Terra o che si debba parzialmente detronizzare LUCA attraverso LACA, cioè il Last Archea Common Ancestor, o LECA, cioè il Last Eukaryotic Common Ancestor, o addirittura attraverso una combinazione di questi ultimi due: primato cronologico incerto ed eventuali ricombinazioni e che, dal punto di vista della ricostruzione della genealogia della vita hanno, fra l’altro, il divertente risultato che al posto di un primo progenitore si deve anche ammettere, in linea di principio, che questo iniziale progenitore comune non fosse più uno ma forse anche molteplici ed  anche senza nulla in comune fra di loro, fatta eccezione, in tutti, lo sforzo di mantenere strategicamente la propria neghentropia interna davanti agli stress ambientali esterni  e/o di altri organismi, ma se si ammettono meccanismi endosimbiotici secondo uno schema à la Margulis questo non  dovrebbe scandalizzare più di tanto. Nelle more del dibattito scientifico riguardo a chi si debba assegnare la palma di nostro primo progenitore, c’è anche chi ha pensato, stiamo qui parlando di un dettaglio lessicale ma un dettaglio che forse è anche un sintomo del feticismo con cui gli scienziati rendono pubbliche le loro pur importanti acquisizioni, che è incongruo definire tutti questi nostri simpatici pretendenti al momento alfa del nostro albero genealogico come ‘ultimi’ perché essi in realtà sarebbero i primi, e quindi ha proposto che invece  di LUCA, LECA e LACA di impiegare FUCA, FECA e FACA, certamente espressioni  più corrette dal punto di vista del reale significato che dovrebbero  esprimere gli acronimi in questione, cioè qualcosa che viene prima di tutti gli altri, più corrette ma che temiamo non siano state adottate dalla maggioranza della comunità dei biologi e genetisti per l’assonanza che un LUCA modificato con la consonante ‘F’ al posto della ‘L’ ha con una nota parola del turpiloquio inglese – il nostro non essere di madrelingua inglese non ci fa pronunciare su FECA e FACA, ma per chi parla italiano anche FECA e FACA possono suscitare risate da Bagaglino – e se si trattasse  di questa pruderie ciò denoterebbe, assieme ad una mancanza di spirito da parte di queste comunità di scienziati, anche l’inconscia pulsione da parte di costoro di dotare LUCA –  e poi di riflesso anche LECA e LACA che se anche nella nuova veste magari in inglese non dicono niente ma  farebbero comunque parte dell’illustre ed imbarazzante famiglia di FUCA – di una sorta di sacralità dove viene bandito qualsiasi riferimento a come avviene  la riproduzione negli organismi superiori e, soprattutto, nell’uomo. Ad ogni modo, per un primo approccio a questo forse non secondario aspetto della psicologia degli scienziati, una psicologia – e quindi anche un modus exprimendi che, visto il loro lavoro, alla fine diventa anche un modus operandi – che anche da questo piccolo dettaglio ben si vede potentemente influenzata da poco dialettici pregiudizi culturali, più o meno consci che siano, cfr.  Sylvie Coyaud, Leca discende da Laca o da Luca? E vice versa, “OCASAPIENS Dblog la Repubblica”, 20 febbraio 2019, URL http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2019/02/20/leca-discende-da-laca-o-da-luca-e-vice-versa/, Wayback Machine: https://web.archive.org/save/http://ocasapiens-dweb.blogautore.repubblica.it/2019/02/20/leca-discende-da-laca-o-da-luca-e-vice-versa/. Insomma siamo sempre dalle parti di amicus Plato, sed magis amica veritas perché quello che dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico  va bene di LUCA  e di tutto il resto della sua litigiosa e divertente famiglia e ce li rende simpatici non è tanto il fatto che si debba credere  come atto di fede che proprio uno o tutti i componenti di questa famiglia costituiscano  il termine ultimo cronologico (o primo se li chiamiamo FUCA, FECA e FACA) nella conoscenza dell’origine della vita ma il fatto che essi costituiscono una sorta di metafora della dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale creatore ex nihilo – o ancor meglio ex suo – di ogni aspetto della totalità  espressiva, la quale ottiene metaforicamente una sua, anche se ipotetica, biologica e genetica traduzione attraverso queste tre ipotesi in merito all’origine della vita; una vita che, comunque si considerino queste tre ipotesi, nulla deve ad un intervento esterno spirituale (ma anche materiale, simmetricamente errando si potrebbe dire) ma che, dal punto di vista della storia naturale, tutte deve alla traduzione biologica e/o genetica del suddetto paradigma. Come si vede, stiamo ancora ragionando sul nostro radicale rifiuto, sul piano ontologico ed epistemologico, del puerile principio suddividente le  estrinsecazioni fenomenologiche del mondo nelle due distinte e non comunicanti  fattispecie del  mondo della natura (fisica o biologica che sia) e mondo della cultura, del rifiuto quindi, sul piano ontologico ed epistemologico di qualsiasi dualismo dove uno di questi due termini – materia o spirito, non importa – sia prevalente sull’altro perché l’uno l’unico ed indiscusso creatore ex nihilo dell’altro, e siamo invece sul piano di un integrale monismo dialettico dove non si tratta più di individuare l’essenza di un qualche ente spirituale o materiale che sia ma dove, se vogliamo continuare ad usare questo termine, l’essenza della totalità espressiva è olisticamente da ricercarsi nelle varie ed infinite relazioni fenomeniche che in un paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale  si generano all’interno di questa totalità, relazioni fenomeniche che nella loro dialettica di cui sopra sono  ontogenetiche e creatrici ex nihilo-ex suo di esse stesse come della totalità che le comprende e che, a sua volta, le genera. (Tanto per essere chiari: esaltiamo la realtà  concreta ed empirica del fenomeno, non per niente il Repubblicanesimo Geopolitico è l’erede diretto  di Machiavelli e della sua realtà effettuale e, soprattutto, del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale che è il vero ramo d’oro  di tutto il suo rivoluzionario modo di interpretare la politica e che noi estendiamo, al di là del versante culturale-politico-storico, anche al mondo naturale fisico-biologico,  ma rigettiamo come mera superstizione il noumeno kantiano: il vero noumeno kantiano non sta dietro il fenomeno ma sta nella relazione dialettica che il fenomeno condivide con altri fenomeni e con l’olistica totalità che genera tutti questi fenomeni ma che, a sua volta, è da essi generata: in questo, la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico è immensamente debitrice ad Hegel e all’idealismo tedesco ma, consentiteci di dirlo, provvisto di una dialettica che non si presta ai facili ed ingenui schematismi dialettici che pretendevano di tracciare nel dettaglio la linea che la ricerca scientifica doveva intraprendere – Hegel arrivò a dire per illustrare il movimento a spirale dello spirito assoluto dove non si ritorna al punto di partenza ma lo si recupera ad un livello superiore: «Se il seme rimanesse tale, non si realizzerebbe. Il seme si realizza nella pianta, ma nella pianta il seme non è annientato, è semplicemente superato. Anche la pianta non si realizza in se stessa, ma tutto continua ad evolversi in un ciclo infinito» (Hegel. Metafora del seme e della pianta: scheda compendiosa della dialettica hegeliana, p. 2,  documento scaricato  dall’URL  https://digilander.libero.it/alemar85/Autori%20filo/hegel.doc#, Wayback Machine:

https://web.archive.org/web/20200924065542/https:/digilander.libero.it/alemar85/Autori%20filo/hegel.doc; ricaricato su Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/hegel-metafora-del-seme-e-della-pianta-dialettica/mode/2up e https://ia801405.us.archive.org/27/items/hegel-metafora-del-seme-e-della-pianta-dialettica/Hegel%2C%20%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20dialettica.pdf – altro caricamento su Internet Archive con documento leggermente manipolato con l’aggiunta della numerazione delle pagine agli URL  https://archive.org/details/georg-wilhelm-friedrich-hegel-dialettica-metafora-del-seme-e-della-pianta-metafohttps://ia601401.us.archive.org/12/items/georg-wilhelm-friedrich-hegel-dialettica-metafora-del-seme-e-della-pianta-metafo/Georg%20Wilhelm%20Friedrich%20Hegel%2C%20dialettica%2C%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20metafora%20del%20seme%20e%20della%20pianta%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico.pdf), che è una ottima illustrazione dell’ Aufhebung ma che ha il non piccolo difetto di voler rendere evidente questo principio non prendendo il processo di morte e sviluppo del seme  come una  euristica metafora ma come la prova provata della realtà della sua dialettica – ma prova provata  che si risolve  però solo  in una petitio principii –, e qualora quindi il procedere scientifico induttivo  avesse contraddetto la filosofia hegeliana – ma questo vale anche per Fitche e per Schelling; quest’ultimo, comunque, erede moderno del pensiero naturale magico rinascimentale affermò con vigore l’inesistenza di una linea di divisione fra mondo dello spirito e mondo della natura, consapevolezza molto affine a quella del Repubblicanesimo Geopolitico, peccato solo che Schelling non abbia mai elaborato un suo pensiero dialettico; e per quanto riguarda Fitche, è evidente il filo rosso che lega la sua filosofia della prassi con quella di Gentile, Gramsci e poi, infine, con la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico –, quello da buttare a mare senza se e senza ma era il risultato di questa ricerca induttiva senza nemmeno cercare una qualche forma di mediazione col suo pensiero dialettico. È qui evidente l’errore della logica dialettica hegeliana in cui A implica non A (A↔non A) e dove, al contrario che nella dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico dove A A≠A A≠A ≠ A≠A A≠A ≠ A≠A≠ A≠A ≠ A≠A↔… ∞↔∞≠∞ (principio di non identità, già illustrato supra alla nota n°4), essendo A una realtà determinata e quindi né dinamica né dialettica, questo non A non è ontogenetico e creatore ex nihilo-ex suo  ma il cui senso e le sue potenzialità, ivi compreso la sua negazione, trovano risoluzione solo nella totalità – il che in linea di principio è assolutamente corretto – ma una totalità che non riesce mai ad entrare in contatto con un A che ab origine nasce già non dialettico e statico – correttamente, invece, Fitche dà inizio al suo movimento dialettico dall’Io infinito,  solo che ahinoi quest’Io parte con il piede sbagliato in quanto come primo passo pone sé stesso e poi, come secondo passo, pone o crea un non Io divisibile. Ed è qui di solare evidenza che non si capisce come un Io così concepito possa porre un non Io se già non lo comprende ab origine nelle sue potenzialità per poi crearlo misteriosamente  in seguito, come è di altrettanto solare evidenza che quella di Fitche non è che la riscrittura in termini filosofici del creazionismo personalistico di origine biblica. Questo fatale errore hegeliano sul piano ontologico che le manifestazioni fenomeniche di questa totalità e la loro dialettica trovano una risoluzione solo nella totalità che le sovrasta e non, piuttosto, nelle loro dialettiche interconnessioni che creano questa totalità e che, a loro volta, sono create da questa totalità in un processo dove non sussiste una ripartizione gerarchica d’importanza generativa fra totalità e manifestazioni fenomeniche ma un processo dialetticamente circolare e bidirezionale che si svolge lungo il già menzionato paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, come invece cristallinamente individuato per la prima volta nella storia della filosofia  nella dialettica storicistica della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, anche sul piano epistemologico è gravidissimo di conseguenze per il  fatto che, vedi esempio dell’albero, la dinamica  empirica delle manifestazioni fenomeniche che sono subordinate a questa totalità vengono colte – proprio perché svalutate e considerate non importanti sul piano ontologico e quindi, in ultima analisi, non degne nemmeno di un’approfondita indagine sul piano empirico-sperimentale-induttivo – nella loro dimensione più banale ed estrinseca, vedi l’esempio del seme e dell’albero appena riportato, non errato dal punto di vista più bassamente empirico, ma che non fa progredire di un millimetro la nostra conoscenza dello sviluppo da seme ad albero. Anziché cercare la dimostrazione in specifiche e talvolta assai banali e poco profonde osservazioni –  scientifiche od anche derivanti dal buon senso comune – del mondo fenomenico, la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico in quanto approccio deduttivo alla realtà e per questo abbarbicata all’intelletto hegeliano molto meglio di quanto non fosse riuscito lo stesso Hegel, intende piuttosto indicare la direzione che le scienze induttive devono intraprendere nel loro percorso di verità ma di  questi risultati, anche se conseguiti attraverso una esplicita od implicita mentalità dialettica e quindi  segnalati, dal nostro punto di vista,  come la giusta direzione in prospettiva storica data al conoscere e all’agire umani e per questo da noi giudicati con una sorta di pregiudizievole simpatia, non intende farsi portavoce né pretende di assumerli come prova provata del suo metodo e della sua Weltanschauung. E questa è l’impostazione che abbiamo seguito in questa comunicazione dove la nostra simpatia verso le nuove frontiere dell’epigenetica, della teoria endosimbiotica e della Sintesi evoluzionistica estesa non ci faranno mai dire «ecco, alla luce dei più recenti avanzamenti di queste scienze è dimostrata la verità della nostra dialettica», quanto piuttosto affermare «queste scienze contengono in sé il germe del nostro approccio dialettico e, da un punto di vista storico, costituiscono un oggettivo avanzamento nella comprensione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della realtà»; il quale approccio dialettico, come già detto, può essere mostrato ma non dimostrato – ma, in ultima istanza, non esiste nulla che possa essere veramente dimostrato  e, alla stretta del chiodo, anche dopo  numerose prove e controprove su qualsiasi aspetto conoscitivo e/o del nostro umano agire, la certezza assoluta non può mai essere raggiunta e ci si deve fermare per affidarsi al nostro intuito che ci dice che abbiamo raggiunto un risultato che, se non la verità di ragione e/o prassistica in assoluto è, perlomeno, soddisfacente: fermare, ovviamente, perché limitati dalle specifiche contingenze storiche in cui ci troviamo ad operare e pensare e non perché si giudichi la nostra situazione hic et nuc portatrice di una dialettica storica valida per l’eternità, anzi il contrario: altrimenti degraderemmo il nostro intelletto ad un atto di fede, verso il quale, lo diciamo con profondo rispetto ma rimarcando anche la profonda distanza che ci separa da esso, non nutriamo particolare fiducia in merito alle sue potenzialità nell’avanzamento della umana conoscenza e/o azione: a meno che questo atto di fede sappia distaccarsi dalla mitologia personalistica e creazionistica ex nihilo e stringere, invece, una solida alleanza con l’intelletto hegeliano (si consideri dalla I tesi di Tesi di  filosofia della storia di Walter Benjamin la metafora del nano gobbo, che rappresenta la teologia, che nascosto sotto la scacchiera manovra un fantoccio inamimato, cioè il materialismo storico, che apparentemente è l’autore imbattibile delle mosse del gioco). E, oltre alla differenza fra intelletto e ragione, così ritorniamo, vedi supra, alla nota n° 4, dove si è anche detto che, sulla scorta del teorema di incompletezza di Gödel, un computer può rispondere con successo ad un quesito solo  laddove ci sia da risolvere un problema per via algoritmica, quindi un problema che comporti un numero delimitato di passaggi (sulle problematiche filosofiche dal punto di vista della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico suscitate dai computer, in particolare dai computer quantistici, cfr. infra la nota n° 16 della presente comunicazione). Ma come dice il teorema di incompletezza di Gödel, non può esistere alcun sistema logico in cui tutti gli elementi di questo sistema trovino la loro dimostrazione all’interno di questo sistema. Stiamo sempre parlando della differenza fra intelletto e ragione, dove è la ragione che, alla fine, deve subordinare l’intelletto. Amicus Plato, sed magis amica veritas… . Se invece, si rimanesse abbarbicati come atto di fede alla realtà empirica, ancora tutta da dimostrare, di LUCA, LECA o LACA, si compirebbe un’ operazione gnoseologico-epistemologica analoga  a quella che, in ultima istanza, prese forma agli inizi dell’embriologia con la teoria del preformismo dell’homunculus, che affermava che nella cellula germinale umana non stavano le forze e i principi che avrebbero generato l’uomo ma bensì una sorta di homunculus, il piccolo uomo che avrebbe generato poi il più grande uomo, o a quella, agli inizi dell’atomismo greco,   di considerare l’atomo l’ultima particella della materia che non può essere ulteriormente suddivisa e poi definitivamente accantonata dal modello atomico planetario di Rutherford. Oggi vediamo, sbagliando, questo homunculus come una sorta di ridicolaggine ma, a ben guardare, fu un’idea tutt’altro che ridicola, solo che, al netto del tentativo di autonomizzare l’aspetto generativo-riproduttivo degli organismi svincolandolo, almeno in linea di principio, dalla Weltanschauung creazionististca, dal nostro punto di vista ha il non piccolo difetto di renderlo assolutamente antidialiettico e con profonde analogie, nel potere generativo come  nella forma stessa dell’homunculus, con l’aspetto antropomorfo del Dio creatore – e personalistico – della tradizione giudaico-cristiana, rappresentato con caratteristiche fisiche,  psichiche e di dinamico intervento sulla realtà esterna, anche se infinitamente e numinosamente potenziate, analoghe a quelle dell’uomo (e dell’atomo di Rutherford,  con il nucleo composto da protoni e neutroni e con gli elettroni che ruotano attorno a questo nucleo in ordinate orbite planetarie, oggi rimane solo una credenza in chi non abbia un minimo approfondito la fisica moderna, e a cristallizzare iconicamente questa ora ingenua ma ancor molto condivisa  credenza, ma ai suoi tempi importante  cesura compiuta sul   più grezzo atomismo greco che, comunque, era stato esso stesso un passo importante alle origini della filosofia per svincolare  la c.d. natura dal c.d. spirito, si può ancor  oggi visitare l’Atomium, il gigantesco  monumento all’atomo e all’energia atomica che si trova nel parco Heysel di Bruxelles): tutte ipotesi scientifiche di una scienza che, volendo giustamente distaccarsi da un soffocante spiritualismo, attraverso un ingenuo monismo materialista cercava di trovare  l’essenza ultima e non più scomponibile della realtà. LUCA, LECA o LACA (con o senza la maliziosa consonante iniziale ‘F’…) a noi servono per aprire le porte ad una dialettica  più avanzata a quella dei  micro-omuncoli in biologia, delle palline dure ed indivisibili del primo atomismo greco di Leucippo e Democrito ma anche a quello dell’atomo di Rutherford che nell’ordinata traiettoria planetaria dei suoi elettroni (per non dire per l’avere imputato l’indivisibilità della materia ai neutroni e ai protoni – ma oggi questa superstizione sull’ultima particella della materia non è ancora morta e i fisici hanno degradato i protoni e i neutroni per sostituirli con nuove particelle subatomiche che di questi neutroni e protoni sono subcomponenti, la cui unica vera ragione per definirle ultime sarebbe che, al di là delle simpatiche e parareligiose elucubrazioni di questi fisici,  sono le ultime arrivate in questa ricerca  scompositiva che, tutto lascia ritenere, può essere protratta all’infinito) parimenti trasmetteva un’idea del mondo “naturale” antidialettica e governata da implacabili leggi meccaniche. Tutte queste teorie scientifiche qui velocemente descritte, anche solo considerando la prospettiva storico-filosofica, un grandioso progresso rispetto a quelle che le avevano precedute ed anche dialetticamente importanti, come s’e visto, rispetto alle precedenti visioni spiritualistiche (fossero esse imperniate su un Dio personale creatore o, platonicamente, su un mondo iperuranio che costituirebbe la verità vera delle forme rispetto alle forme concretizzatesi  nel mondo materiale) ma, tutte quante, anche una sorta di diabolica vendetta  dove le mort saisit le vif, dove cioè questa tentata immanentizzazione assumeva i peggiori caratteri antidialettici delle visioni trascendenti, senza, per’altro, saper sviluppare quello che di buono ha ogni visione trascendente, cioè il suo riferirsi –  anche se in termini ingenuamente antropomorfi e/o spiritualistici e/o creazionistici ex nihilo attraverso un atto puramente volitivo di un Dio personale – ad una totalità  dialetticamente espressiva di ogni aspetto della realtà. Quindi, per concludere, quello che noi apprezziamo di LUCA, LECA e LACA (con o senza la ‘F’ iniziale) è sì la loro importanza conoscitiva  nello sviluppo  della scienze biologiche e genetiche e nell’approssimazione di un modello verosimile intorno all’origine della vita ma, soprattutto, la loro capacità in sede storica e filosofica di designare uno schema ontologico-espistelomologico con forti analogie a quello olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico. Se le considerassimo diversamente, cioè come la prova provata della bontà del nostro paradigma, cadremmo in una sorta di feticismo scientifico, di cui si vedono in giro fin troppi rappresentanti e ancora una volta ci si allontanerebbe dalla profonda dialettica  del De Rerum natura di Lucrezio dove «Il suo fondamento prenderà per noi l’inizio da questo: che nulla mai si genera dal nulla per volere divino.»).

 

6 Da “Biblioteca Online Watchtower” citando  Isaia 11.6-11  (URL: https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1983761#h=25 – Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191021075528/https://wol.jw.org/it/wol/d/r6/lp-i/1983761 –, con link  che rimanda direttamente a Isaia 11.6-11  e all’URL sempre della “Biblioteca Online Watchtower” https://wol.jw.org/it/wol/b/r6/lp-i/nwtsty/I/2019/23/11#study=discover&v=23:11:6-23:11:9; Wayback Machine https://web.archive.org/web/20191021080344/https://wol.jw.org/it/wol/b/r6/lp-i/nwtsty/I/2019/23/11): «In effetti il lupo risiederà temporaneamente con l’agnello, e il leopardo stesso giacerà col capretto, e il vitello e il giovane leone fornito di criniera e l’animale ingrassato tutti insieme; e un semplice ragazzino li condurrà. E la vacca e l’orso stessi pasceranno; i loro piccoli giaceranno insieme. E pure il leone mangerà paglia proprio come il toro. E il piccino lattante per certo giocherà sulla buca del cobra; e un bambino svezzato effettivamente metterà la sua propria mano sull’apertura per la luce di una serpe velenosa. Non faranno nessun danno né causeranno alcuna rovina su tutto il mio monte santo; perché la terra sarà per certo piena della conoscenza di Geova come le acque coprono il medesimo mare.». Si tratta di un testo che, comunque losi giudichi, presenta una certa oscurità, specialmente quando parla del bimbo che mette la mano «sull’apertura per la luce di una serpe velenosa» Curiosamente, al secondo URL qui sopra menzionato della “Biblioteca Online Watchtower”, Isaia 11.6-11 viene citato diversamente in una lezione molto più chiara: «Il lupo starà con l’agnello,/ il leopardo si sdraierà accanto al capretto,/e il vitello, il leone e l’animale ingrassato staranno tutti insieme;/e li guiderà un bambino.//La mucca pascolerà con l’orsa/ e i loro piccoli si sdraieranno l’uno accanto all’altro./ Il leone mangerà paglia come il toro.// Il lattante giocherà sulla tana del cobra,/e un bambino svezzato metterà la mano nel nido di un serpente velenoso.//Non causeranno né danno né rovina/in tutto il mio monte santo,/ perché la terra sarà piena della conoscenza di Geova come le acque ricoprono il mare.». Non si tratta qui di fare della facile ironia, nel caso specifico sui Testimoni di Geova, non fosse altro per le persecuzioni che hanno dovuto subire ad opera del nazismo, qui si tratta solo di segnalare una particolare fenomenologia dei testi religiosi afferenti al Vecchio e Nuovo Testamento, i quali, monito anche per i testi non religiosi, sono soggetti, ma in maniera perversa, al c.d. circolo ermeneutico, dove il pregiudizio dell’esegeta sovente non è un positivo momento dialettico per una infinita e sempre più ricca interpretazione del testo ma sovente non è altro che una colposa-dolosa ignoranza sulle più elementari  avvertenze che si debbono mettere in atto quando si affronta un testo che è il frutto, inevitabilmente, di rimaneggiamenti, passaggi di mano, di traduzioni di traduzioni e di interpretazioni su interpretazioni che, sprovviste di qualsiasi sensibilità filologica, arrivano ad impattare sul testo stesso (purtroppo Lorenzo Valla è un illustre sconosciuto per la gran massa dei nostri ingenui fedeli che pur  possono disporre della più piena libertà di interrogare le Sacre Scritture ed anche di quel minimo d’istruzione di base che, se coltivata, consentirebbe di sviluppare un approccio maggiormente dialettico-strategico in merito non solo alla vicende strettamente ermeneutiche testuali ma anche a quelle che riguardano l’esperienza quotidiana – discorso che vale anche per i cattolici ed i fedeli delle chiese riformate – ed è un personaggio dolosamente rimosso da parte degli esperti ermeneuti religiosi, i quali hanno tutto l’interesse professionale a che il sopraddetto atteggiamento dialettico-strategico non si diffonda presso la gran massa dei fedeli: ovviamente questa ostilità verso una ermeneutica dialettica  vale per tutte le   tutte le religioni, nessuna esclusa). Al di là quindi delle insindacabili scelte valoriali che guidano ognuno di noi – e al di là delle nostre battute sulle costituende associazioni in difesa dei leoni carnivori da non convertire in caproni con affilati artigli – quello che qui si vuole sottolineare è che basare la propria vita sulla lettura – o, ancor più spesso, su una non lettura sostituita dalla lezione di “esperti” incaricati allo scopo – di questi testi è l’atteggiamento più antidialettico ed antistrategico che l’uomo abbia mai concepito. Con però una postilla finale di non lieve rilievo. Il senso del religioso non è assolutamente un atteggiamento antistrategico, anzi è il primo passo per giungere alla consapevolezza di una totalità espressiva che dialetticamente implica e genera  ex nihilo-ex suo  le manifestazioni fenomeniche del mondo che, a loro volta, implicano  e generano dialetticamente questa totalità. E, inoltre, lo studio della fenomenologia religiosa può e deve metterci in guardia, proprio nelle sue manifestazioni meno “strategiche”,  sul fatto che i circoli ermeneutici “perversi” non sono riservati solo alle religioni in senso stretto ma investono – oggigiorno come in passato, nella sua fenomenologia fideistica la moderna cultura di massa non ha nulla da invidiare alla peggiori manifestazioni fideistiche di quelle che un tempo venivano definiti i “secoli bui” – la cultura, la politica, e l’economia. Tralasciando i vari esempi a riguardo che potrebbero riguardare i vari tipi di totalitarismo, compreso quello liberale che non si avvale di istituzioni formalmente autoritarie e/o dittatoriali, ma di varie forme di propaganda il cui vero tratto comune è il fallace, menzoniero e totalitario individualismo metodologico, per rimanere su un piano più strettamente filosofico – ma che ha dirette ricadute sul piano culturale, politico ed economico nelle modalità negative appena indicate – intendiamo qui accennare ai vari materialismi filosofici, che pur partendo dalla necessità di avviare un del tutto legittimo e benvenuto  processo di immanentizzazione, hanno tramutato il pur fecondo riferimento della religione ad una totalità espressiva in una totalità, la materia, che ha però perso qualsiasi espressività dialettica ma assume una rigida legalità meccanica, perdendo quindi della religiosità giudaico-cristiana la volontaristica dialetticità contenuta nell’idea di un Dio sì personale e creatore ex nihilo ma creatore per un atto di espressiva volontà e quindi in rapporto dialettico col Creato e mantenendo di questa religiosità il lato autoritaristico-meccanico-meccanicistico, solo che nel caso del materialismo (poco importa se  un materialismo di stampo illuministico-vetero-holbachiano o un materialismo “dialettico”, il che è una contraddizione in termini, vedi le ridicolaggini pseudodialettiche e cripto-positiviste delle engelsiane Dialettica della natura e  Anti-Dühring) la meccanicità della legge non sta più in comandamenti divini da non trasgredire ma si inserisce direttamente nella costituzione stessa della totalità, senza nemmeno la dialettica e prassistica possibilità, anche se negativa, di peccare data dalle odierne e moderne versioni della religione giudaico-cristiana (in passato la libertà di peccare e di formulare, anche se solo istintivamente, una propria autonoma filosofia della prassi era pagata col rogo). E traducendo politicamente la Weltanschauung materialista, il totalitarismo che non ammette trasgressioni più o meno dialettiche (quindi, più o meno umane) ne è la logica conseguenza. Ma sui crampi del pensiero del materialismo torneremo fra breve a parlare.

 

7 Per continuare a parlare di religione e dintorni: qui non si intende negare, lo ripetiamo, il valore del momento religioso (certo le sue pretese creazionistiche – ci riferiamo qui, ovviamente, alle varie tradizioni religiose che partono dal Vecchio Testamento –   da parte di una divinità personale non possono essere che giudicate “al di là del bene e del male”),  si vuole solo sottolineare che,  globalmente intesi, molti aspetti della  tradizione giudaico-cristiana, appartenenti ancor più alla religiosità popolare e/o al sentimento popolare suscitato da una non approfondita – od addirittura assente, nella maggior parte dei casi – lettura delle Sacre Scritture rispetto ad  una  maggiormente scaltrita dottrina teologica, mal o per niente si accordano con la teoria olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia della prassi  sviluppata dal Repubblicanesimo Geopolitico. Discorso diverso, invece, si deve svolgere non riguardo la teoria della filosofia della prassi ma riguardo una concreta pratica storica di tale paradigma, in quanto  dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico che pone al centro del suo discorso filosofico-politico l’elaborazione di una monistica teoria del potere –  potere che, per farla breve, non è il nemico della libertà ma la sua originaria espressione, cfr. infra  su questa fondamentale  e rivoluzionaria rifocalizzazione del concetto di libertà operata dal Repubblicanesimo Geopolitico  infra alla nota n° 15 della presente comunicazione  i riferimenti internettiani dei nostri scritti teorici iniziali apparsi sul blog “Il Corriere della Collera” –, in quanto la tradizione giudaico-cristiana, in tutte le sue varie denominazioni e specialmente in quella cattolico-romana, è stata una gigantesca sprigionatrice ed organizzatrice di potere attraverso l’entusiasmo che ha saputo suscitare e attraverso l’opera di organizzazione e gerarchizzazione della società ed anche attraverso l’ispirazione di una fenomenale produzione artistica (cfr. Carl Schmitt, Römischer Katholizismus und politische Form, Hellerau, Jacob Hegner, 1923; su Internet Archive è possibile consultare  una edizione in lingua spagnola di questo saggio schmittiano sulla forma cultural-politica del cattolicesimo  agli URL  https://archive.org/details/schmittcarl.catolicismoromanoyformapolitica2011/mode/2up         e                                                                             

https://ia801003.us.archive.org/1/items/schmittcarl.catolicismoromanoyformapolitica2011/Schmitt%2C%20Carl.%20-%20Catolicismo%20Romano%20y%20Forma%20Politica%20%5B2011%5D.pdf, mentre la sua traduzione italiana in nessuna delle sue edizioni è disponibile  liberamente sul Web). Tutto ciò dal punto di vista della dialettica politica della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, la quale  si contraddistingue nel mettere l’accento sulla espressività del soggetto nel rapportarsi, attraverso l’esercizio del suo potere, con l’oggetto – oggetto che in questo rapporto espressivo di potere diviene così esso stesso attivo soggetto sprigionatore a sua volta di potere perché si relaziona dialetticamente col soggetto iniziale da cui era iniziata l’originaria promanazione del potere: esemplare, a questo proposito, la dialettica servo-padrone della Fenomenologia dello spirito – dando così origine ad un’autentica libertà che non sia quella dell’individualismo metodologico del liberalismo –  basato su una falsa mitologia dei diritti umani, universalmente garantiti, chissà perché e in virtù di non si sa che cosa,  perché non si capisce come possa essere possibile un simile “prodigio” se non ricorrendo alla iniziale  divinità personalistica ed onnipossente prima garante del paradiso celeste ma, ora più modestamente, nella debole theologia abscondita  della delirante teoria dei diritti umani, solo uno terrestre realizzato tramite l’universale-universalistica applicazione di questi diritti,  e su una delirante visione della società dove l’individuo è una sorta di monade che nulla deve all’evoluzione culturale, storica e sociale dalla quale proviene e che, soprattutto,  deve essere astoricamente totalmente dimentico della dialettica servo-padrone –, è certamente un merito non da poco. (Solo che nel caso del potere espresso dalle denominazioni religiose, “piccolo dettaglio”, il soggetto in questione è un soggetto, l’organizzazione clericale, che pretende di affermarsi su altri soggetti che devono rimanere ad esso sottoposti e considerati come passivi oggetti di esercizio del suo potere mentre il Repubblicanesimo Geopolitico, sulla falsariga del realismo politico machiavelliano olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale e della hegeliana Dialektik von Herrschaft und Knechtschaft e sviluppando compiutamente questi due momenti nella sua filosofia della prassi, trova fondamento nell’obiettivo limite dell’ Epifania strategica e non in uno stato finale paradisiaco – paradiso celeste seguendo la vecchia teologia, ma anche paradiso terrestre della nuova e debole theologia abscondita dei diritti umani  propalata  non dal vecchio clero sacerdotale ma da quella disinformatia di massa messa in atto tramite quegli strumenti non a caso definiti, infatti, mass-media e gestita  da quel nuovo clero sostitutivo delle moderne società di massa  che sono oggi gli “intellettuali”: giornalisti nella maggior parte dei casi ma anche menti più raffinate che volontariamente abdicano alla loro tradizione storica nata dall’Illuminismo e che nella onesta convinzione, da parte di chi sapeva, di poter e dover indirizzare la pubblica opinione anziché ripetere i luoghi comuni della mitologia  del trono e dell’altare costituisce la parte più viva e attuale di quel movimento, peraltro viziato da meccanico materialismo e/o da una depotenziata religiosità, il deismo e il teismo ed anche il materialismo –, trova cioè fondamento assiologico in uno stato della società dove tutti i suoi membri condividano una quota dinamicamente uguale di potere-libertà e questo potere-libertà fa sì che non ci siano soggetti ed oggetti passivi ma   soggetti  dialetticamente attivi in cui il loro vicendevole relazionarsi porti ad un arricchimento di tutti  i  soggetti, ma ci fu qualcuno che un tempo parlò di “astuzia della ragione”…). Piccola digressione di politique d’abord ma che, visto che queste note sono incentrate sulle valenze metaforico-dialettiche che per il Repubblicanesimo Geopolitico hanno le nuove frontiere delle scienze biologiche e genetiche, potrebbe essere definito un appunto riguardante l’ecosistema politico-culturale  di quella civiltà che negli ultimi duemila anni è partita dall’Europa per poi diffondersi, anche per “merito” del colonialismo ma anche per una sua forza propulsiva interna data dalla concreta  filosofia della prassi del paradigma culturale cristiano, sul resto del Mondo. Chi in Europa è a favore di un multiculturalismo religioso di massa derivante da gruppi di immigrati non europei e di tradizione non cristiana (cioè, per essere ancor più chiari e non lasciare adito ad alcun equivoco: di tradizione islamica, perché solo una mente ottenebrata dal “politicamente corretto” può mettere sullo stesso piano “buonista” i gruppi allogeni di musulmani trapiantati in terre cristiane con, mettiamo, comunità induiste o buddiste presenti nell’Occidente cristiano, le quali, se hanno dato problemi, sono essenzialmente problemi legati al loro sradicamento dalle terre d’origine e non suscitati dalla volontà di fare dell’Occidente una terra conforme al loro credo religioso, come invece vorrebbero molti bravi islamici insediatisi in Occidente), non scaturente, cioè,  come è verificato storicamente, dallo scontro-incontro fra le varie denominazioni cultuali cristiano-europee, non pone le basi per lo sviluppo della tradizione europea in fatto di tolleranza ma pone le condizioni per la distruzione di questo ecosistema culturale nato e svilluppatosi nell’alveo del mondo classico greco-romano e che avuto  la sua piena maturazione dopo la  fine della guerra dei Trent’anni, pone  cioè le condizioni, per parlare chiaro, per la messa in atto di un vero e proprio genocidio culturale e il cui primo risultato sarà proprio la fine di quel costume di tolleranza sempre a vanvera invocato da coloro che, senza fare alcuna distinzione in merito alla provenienza, appoggiano incondizionatamente tutti i flussi migratori verso il Vecchio continente e l’Occidente cristiano più in generale. (Ulteriore velocissimo  approfondimento  per tutti coloro che pensano che la tolleranza sia un frutto della “pappa del cuore”, anziché il risultato di un lungo e tormentato processo storico sovente più l’effetto perverso finale  della violenza più o meno istituzionalizzata piuttosto che  il risultato angelico dell’incontro degli uomini di buona volontà. Ora, a parte l’importante influsso delle sette ereticali protestanti italiane nell’elaborazione del moderno concetto di tolleranza – vedi a questo proposito gli importantissimi studi di Delio Cantimori e in particolare Id., Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche, Sansoni, Firenze, 1939 (1° edizione) su un’interpretazione dell’evoluzione del concetto e della pratica della tolleranza che abbandonando il paradigma liberale basato su Locke e sull’evoluzione del sistema politico-culturale inglese dominato dalla Chiesa anglicana ne elabora uno alternativo privilegiante gli  anabattisti e sociniani italiani che proprio perché perseguitati avrebbero, di fatto, elaborato una Weltanschauung animata da tolleranza, quella tolleranza che a loro era stata negata nell’interpretazione delle Sacre Scritture –, bisogna sottolineare che la tolleranza fu in Europa molto più il frutto di una violenza istituzionalizzata che non riusciva a trovare né vincitori né vinti, fu il frutto cioè della guerra dei Trent’anni e della Pace di Westfalia del 1648,  perché da questa pace, dando definitiva sanzione al  principio del cuius regio, eius religio  che poneva fine alla guerra,  hanno avuto  inizio gli stati nazionali all’interno dei quali veniva garantita, anche se sovente con difficoltà e spesso in maniera del tutto insoddisfacente, la tolleranza religiosa fra le varie denominazioni cristiane – preso alla lettera, infatti, cuius regio, eius religio significa solo che i sudditi devono seguire la religione del loro principe, ma l’importante era stabilire che i governanti appartenenti a diverse confessioni per questo motivo non si dovevano scannare; anche se  ai nostri occhi in maniera del tutto inadeguata, vedi per esempio il caso della revoca dell’editto di Nantes tramite l’emissione il 18 ottobre 1685 dell’editto di Fontainebleau da parte di Luigi XIV che comportò la cacciata degli Ugonotti dalla Francia, la tolleranza religiosa si affermò così gradualmente sul Vecchio continente ed un altro effetto, forse esteticamente non altrettanto attrattivo come la tolleranza ma ugualmente importante scaturente dalla Pace di Westfalia e dal conseguente formarsi di stati nazionali che non si dovevano prendere  alla gola per ragioni religiose, non fu, ovviamente, l’eliminazione della guerra in quanto tale, ma la nascita della guerre en forme, guerre en forme che significa che il nemico non è più l’antagonista da distruggere con tutti i mezzi a disposizione, ad ogni costo  e da considerare come mera cosa fungibile e privo d’umanità  ma un justus hostis verso il quale devono non essere adottate  condotte annichilatorie ma gli deve essere riconosciuto uno statuto, appunto, di legittimo nemico, un nemico quindi che, se sconfitto,  deve esserne assolutamente interdetta l’eliminazione dalla faccia della Terra. Sulla problematica della guerre en forme, cfr. ovviamente, Der Nomos der Erde im Völkerrecht des Jus Publicum Europaeum di Carl Schmitt; nella  edizione in lingua italiana da noi consultata, Id., Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello «Jus Publicum Europaeum», Milano, Adelphi, 1991, p.199). Purtroppo l’attuale Chiesa cattolica – principalmente, ma non solo, attraverso le sue errate e scriteriate prese di posizione in merito alle politiche di accoglienza, perché questo è solo uno dei tanti segnali della attuale grandissima difficoltà teologica, pastorale ed organizzativa della Chiesa cattolica – sembra proprio aver perso quella concreta pratica politica della filosofia della prassi – per non dire quella sapiente diffidenza soprattutto verso quelle “pappe del cuore” della religiosità popolare che da essa venivano sapientemente sopite e/o strumentalizzate ma che oggi sono soprattutto appannaggio dei “democratici” poteri secolarizzati e verso i quali la Chiesa cattolica si dimostra sempre più culturalmente sottomessa ed indifesa, evidenziando, così, di non possedere più tutta quella sua peculiare pratica filosofia della prassi ed abilità politica che però poteva solo scaturire dalla convinzione di possedere il ‘deposito della fede’, convinzione che a partire dal Concilio Vaticano II si è fatta sempre più debole –, che nei secoli ne aveva fatto una grandissima istituzione costruttrice di civiltà, forse la più grande mai  apparsa nella storia umana (sull’argomento confronta ancora Carl Schmitt, Römischer Katholizismus und politische Form, cit.). Certamente è nostra opinione che se si vuole rinvenire all’interno della fenomenologia religiosa elementi interessanti per quanto riguarda non solo la pratica politica della filosofia della prassi ma anche dal punto di vista della sua teoria non è alla tradizione giudaico-cristiana che ci si deve in prima battuta rivolgere (per esempio interessantissimi spunti da questo punto di vista possono essere tratti dal Mahābhārata e dalla storia  dei 47 Ronin – quest’ultima non allegoria  religiosa in senso stretto ma racconto di un fatto effettivamente avvenuto nel Giappone di inizio XVIII secolo ma nella vicenda in sé e nell’elaborazione successiva nell’immaginario collettivo della popolazione del Sol Levante frutto culturale di un Giappone formato dall’incontro del buddismo con il Shintoismo –,  storia  dei 47 Ronin, la storia cioè di 47 samurai  che per escogitare uno stratagemma per vendicare la morte del loro signore Asano decidono di perdere  la loro dignità di samurai, divenendo così Ronin, cioè senza signore,  e di fingersi depravati e viziosi, tutti mutamenti nel loro status intesi a trasmettere un falso senso di sicurezza verso chi, alla fine, avrebbe dovuto subire la loro vendetta, che è la più grandiosa traduzione in una  toccante epopea  dell’hegeliano concetto di Aufhebung, cioè del concetto di superamento/conservazione tanto caro al Repubblicanesimo Geopolitico; mentre riguardo una pietra miliare del pensiero teorico filosofico-politico che noi chiamiamo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, se la pietra miliare in epoca moderna dell’area culturale cristiano-occidentale è il Principe di Niccolò Machiavelli, in area asiatica come non citare Il libro dei cinque anelli di Miyamoto Musashi del 1642?; per non parlare, infine dei c.d. diritti dell’uomo, per i quali seppur giustamente vengono sottolineati i profondi influssi del cristianesimo, ciò non significa che il cristianesimo sia stato il solo movimento cultural-religioso ad aver dato forma, seppur dopo immani convulsioni storiche, a questa Weltanschauung antropologica, perché ben prima della sua comparsa, il 250 a.C. ca., gli editti di Ashoka, direttamente ispirati dal buddismo, espressamente contemplavano il diritto alla libertà religiosa con un afflato filosofico-religioso-espressivo che molto difficilmente potremmo rinvenire nel cuis regio, eius religio della Pace di Westfalia che poneva fine alla guerra di religione dei Trent’anni: «Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo d’esaltarlo»: citazione da Libertà religiosa: diritto della persona umana, all’URL http://amico.rivistamissioniconsolata.it/2014/10/13/libert-religiosa-diritto-della-persona-umana/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200925070203/http://amico.rivistamissioniconsolata.it/2014/10/13/libert-religiosa-diritto-della-persona-umana/), ma questo non significa che la tradizione giudaico-cristiana debba subire una sorta di genocidio culturale di massa ad opera di esotiche masse di immigrati, portatori di istanze cultural-religiose della massima dignità in sé ma antagoniste di quelle storicamente sviluppatesi nel Vecchio continente, a costo, anche, di immani lutti e scontri che non è proprio il caso di ripetere in omaggio a tutte le  più varie e scriteriate “pappe del cuore”. (L’ultimo dei quali, se ragioniamo in termini storici, anche molto recente: dice niente all’addormentata alta gerarchia cattolica l’assedio di Vienna del 1683 da parte  dell’esercito degli ottomani  condotti dal Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha e  la relativa battaglia di Vienna che li sbaragliò dell’ 11-12 settembre che ebbe come eroe della giornata il re polacco Giovanni III Sobieski e la travolgente carica di cavalleria dei suoi arcangeli?). Anzi, se si vuole che il Vecchio continente possa esprimere una sua Epifania strategica, è necessario agire proprio in senso contrario. Ma l’attuale Chiesa cattolica sembra aver dimenticato che, dal punto di vista politico, la sua grande missione storica è stata quella, attraverso l’esercizio del suo potere secolare e del suo magistero spirituale, di aver dato politicamente, culturalmente, spiritualmente ed artisticamente forma (fino a giungere alle più basilari forme di mentalità e comportamenti popolari), alla attuale – anche se ora profondamente in crisi –  civiltà del Vecchio continente, ora minacciata  –  anche se non solo – dall’arrivo delle esotiche masse di immigrati. Attuale crisi della Chiesa cattolica non certo perché abbia ceduto ad esotici pathos guerrieri come quelli del Mahābhārata o dei  47 Ronin o del Libro dei cinque anelli oppure abbia in qualche modo metabolizzato e fatto suo il grande pathos culturale, religioso e politico che potrebbe venire da altre grandi tradizioni religiose, vedi caso degli editti di Ashoka, uno dei più importanti precursori storici del concetto di  tolleranza religiosa e dei diritti dell’uomo, ma che non ci risulta abbiano avuto un qualche influsso nell’elaborazione nella Chiesa del concetto di tolleranza, più frutto di una progressiva e faticosa elaborazione storica da parte di essa che di una approfondita riflessione sulle fonti delle altre tradizioni religiose e sulle proprie (le quali se correttamente intese nel loro messaggio di fratellanza universale fra tutti gli uomini contengono anch’esse in nuce il concetto di tolleranza ma per acquisire questo tesoro la Chiesa – non solo quella cattolica ma discorso che vale anche per lo Scisma d’Oriente e per tutte le altre chiese che discendono dalla riforma luterana!, e quindi considerazioni qui svolte facilmente estendibili, mutatis mutandis, anche ad esse – ha  impiegato secoli e secoli di genocidi di popolazioni pagane, di  guerre, di lotte e sofferenze e roghi di eretici o semplicemente dissenzienti su marginali aspetti della fede) ma perché ha ora  frainteso l’ Aufhebung,  – il momento del superamento/conservazione che, oltre ad un concetto legato alla filosofia hegeliana, è pure una potente metafora di qualsiasi dialettica evolutiva non solo in  campo biologico ma anche in quello spirituale, e la storia della Chiesa cattolica, quando è di successo,  ne è una grandiosa dimostrazione – con un molto più modesto ed anzi antitetico superamento ma senza conservazione, una sorta di  adattamento al ribasso tipico di quando le popolazioni di organismi qualora sottoposti a stress invece di evolvere in nuovi gruppi e/o individui della stessa in grado di sopportare meglio questo stress semplicemente riducono il numero dei componenti e, talvolta, anzi molto spesso, scompaiono. «51 Et ecce unus ex his, qui erant cum Iesu, extendens manum exemit gladium suum et percutiens servum principis sacerdotum amputavit auriculam eius. 52 Tunc ait illi Iesus: “Converte gladium tuum in locum suum. Omnes enim, qui acceperint gladium, gladio peribunt. 53 An putas quia non possum rogare Patrem meum, et exhibebit mihi modo plus quam duodecim legiones angelorum? 54 Quomodo ergo implebuntur Scripturae quia sic oportet fieri?”»: Evangeliun Secundum Matthaeum, citato da http://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_nt_evang-matthaeum_lt.html; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190819183119/http://www.vatican.va/archive/bible/nova_vulgata/documents/nova-vulgata_nt_evang-matthaeum_lt.html. ‘Chi di spada ferisce, di spada perisce’ è il celebre adagio tratto da Matteo 26:52 nel quale Gesù redarguisce il discepolo che, con la spada di cui era armato, nel tentativo di impedire la cattura del Maestro taglia l’orecchio ad uno dei convenuti lì recatisi per catturarlo e nella mentalità religiosa popolare il detto viene ripetuto sia per significare che la Chiesa è contro qualsiasi forma di violenza e che i suoi fedeli si devono attenere a questa norma di comportamento, e in una interpretazione più banalmente spogliata di qualsiasi significato religioso, che è meglio, comunque, non reagire mai alla violenza perché le conseguenze sono sovente peggio del torto al quale si è inteso reagire. Tralasciando di commentare ulteriormente quest’ultima forma di “profonda” saggezza popolare derivante dalla traduzione in buon senso popolare del significato religioso delle sopraddette parole di Gesù durante la sua cattura ed anche dalla concreta esperienza di vita degli agenti omega-strategici nel rapportarsi con gli agenti alfa-strategici (per la dialettica fra questi due agenti rinviamo alla nostra Teoria della Distruzione del Valore, e quindi traduzione popolaresca non proprio “tradimento” del senso delle parole di Gesù, anzi!), ci limitiamo a sottolineare che da Matteo 26:51 ben si capisce che il discepolo è armato con una  spada che porta con sé e da sguainare alla bisogna e che in Matteo 26:53 Gesù dice chiaramente che una spada è ben poca cosa di fronte alle dodici legioni di Angeli del Padre suo. Infine, in Matteo 26:54 Gesù dice che non si deve impedire la sua  cattura perché si debbono adempiere le Scritture. Ancor più sorprendente dal punto di vista dell’idea di un Gesù predicatore disarmato, Luca 22:49-54, dove si capisce molto bene che il Figlio di Dio è scortato manu militari da un gruppo di seguaci che prima chiedono al Maestro se debbono reagire e ottenuto probabilmente un suo consenso più o meno esplicito in proposito o una sorta di silenzio-assenso,  rinunciano contro la loro volontà ad impedire l’arresto dopo che, avvenuto il ferimento di una delle guardie che dovevano arrestarlo, Gesù, verosimilmente in seguito a questa iniziale resistenza che minaccia di svilupparsi in senso sfavorevole ai resistenti, dà un preciso ordine a non protrarla e, compiendo il miracolo della guarigione della guardia ferita, molto probabilmente fa la mossa decisiva per riportare la situazione alla calma anche se ciò significa che egli si deve consegnare: «[49] Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. [50] E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. [51] Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio, lo guarì. [52] Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: “Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? [53] Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre”. [54] Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano.»: (Bibbia CEI, Vangelo secondo Luca, 22, presso l’URL  http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PVI.HTM, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20191111174203/http://www.vatican.va/archive/ITA0001/__PVI.HTM); mentre in Giovanni 18:10-11 viene nuovamente indicato un solo personaggio che porta la spada – e viene pure nominato, Simon Pietro – e la usa per ferire una delle guardie che vogliono arrestare Gesù e il Figlio di Dio, come già descritto da Matteo, non oppone resistenza all’arresto perché le scritture si devono compiere. Dal complesso del resoconto  dei tre succitati evangelisti in merito all’arresto di Gesù (in Marco 14:47 colui che reagisce violentemente all’arresto di Gesù viene più banalmente indicato come uno dei presenti al fatto), solarmente emerge il quadro   di una concreta situazione storica in cui l’eroe culturale del cristianesimo si trovò e volle attivamente agire non solo tramite il Logos da Dio ispirato e i miracoli che solo Lui poteva compiere perché Figlio di Dio e Dio lui stesso, ma, evidentemente, anche attraverso una precisa organizzazione politico-militare (ulteriori indizi di questa organizzazione politico-militare in 1) Luca 10:1-20 dove viene detto che Gesù incarica ben 72 discepoli per diffondere il suo insegnamento: si apre così un quadro assolutamente diverso, fatto di meticolosa organizzazione e della precisa volontà di aprire agli uomini non solo il Regno dei Cieli ma anche di mutare gli equilibri politici in Giudea, rispetto a quello tramandatoci dalla ingenua tradizione religiosa popolare che ci rappresenta un Gesù predicatore del Verbo di Dio presso le folle, in questo apostolato assolutamente non violento e accompagnato in questa missione solo dai 12 apostoli; in 2) nella cacciata dei profanatori dal Tempio  riferita in Marco 11:15-18 – dove Gesù rovescia i banchi dei mercanti e gli scribi cercano di ucciderlo perché impauriti dalla popolarità che questo gesto suscita presso il popolo –, in Matteo 21:12-17 – dove sempre per azione diretta di Gesù  avviene l’azione violenta contro i mercanti e i sacerdoti sono sdegnati da questa condotta ma non viene riferito alcun intento omicida da parte di costoro –, in Luca 19:45-48 – dove ancora  con un  Gesù protagonista dell’azione in prima persona,  avviene la cacciata dei mercanti dal Tempio e gli scribi vorrebbero  ucciderlo perché il gesto riscuote l’approvazione del popolo –, e in Giovanni 2:13-21, dove Gesù compie analoga azione a quella descritta dai precedenti evangelisti ma a differenza dei precedenti resoconti vengono espressamente citati i discepoli, i quali però si limitano a commentare l’azione mentre chi non è d’accordo si limita a manifestare la sua disapprovazione ma non cerca di uccidere Gesù: dal complesso di questi resoconti emergente quindi un quadro dove Gesù compie una clamorosa azione dimostrativa, la cacciata dei mercanti dal Tempio, per suscitare una sommossa popolare, in ciò supportato e protetto dai discepoli che, anche se non agiscono direttamente nel cacciare questi mercanti profanatori, costituiscono una sorta di guardia del corpo di Gesù pronti ad intervenire nel caso si verificassero resistenze all’ “energica” azione purificatrice all’interno  del Tempio che vede Gesù impegnato in prima persona e 3) da una lettura dei quattro Vangeli condotta attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, dove, se analizzati sotto questo punta di vista, questi testi sacri sono attraversati da una malcelata tensione fra dimensione politica e dimensione ultraterrena, dove l’espressamente e sinceramente proclamata dimensione spirituale funge anche da velo ad un telos politico che al momento non può essere pubblicamente rivelato perché questo disvelamento porterebbe al fallimento, visto al momento lo sfavorevole rapporto di forze politico-militari in campo, del disegno politico-religioso di Gesù, e cioè, ancor prima della cacciata dei romani dalla Giudea, il rinnovamento della religione ebraica attraverso la riduzione-eliminazione del potere sacerdotale ebraico) ed anche di un cristianesimo concretamente storico sviluppatosi dopo la morte di Gesù – ma in perfetta continuità soprattutto  con il versante politico della predicazione  del Figlio di Dio – fatto anche di sottintesi e non esplicitati messaggi che ai tempi della stesura dei Vangeli canonici (Marco: 65-80 d.C., Matteo: 70-90 d.C., Luca: 80-90 d.C., Giovanni: 95-100 d.C.) non dovevano  sfuggire nemmeno  ai più semplici dei fedeli, insomma messaggi che possono essere riassunti in «non rispondete alla violenza con la violenza perché il rapporto di forze è a nostro svantaggio» (la storia della Chiesa con le persecuzioni che dovette subire fino alla sua definitiva vittoria sul paganesimo è dimostrazione della profonda saggezza di questo comportamento), un quadro ante e post predicazione di Gesù  la cui Weltanschauung è nettamente diversa da quella delle piatte interpretazioni che solitamente vengono attribuite ad «Omnes enim, qui acceperint gladium, gladio peribunt»; ma anche una Weltanschauung che, nella sua dialettica storico-filosofica, non ha nulla da invidiare alla filosofia della prassi del Mahābhārata e a quella della storia dei 47 Ronin. Pur essendo definitivamente tramontato il suo diretto potere temporale, anche se solo come arcana imperii per la gestione dell’unico potere che le è rimasto, quello simbolico-spirituale, ma gestione che poi, se saggiamente condotta, si converte in forza politica e, quindi, di riflesso, di nuovo in potere spirituale per la realizzazione dei suoi obiettivi ultraterreni, la Chiesa deve solo riscoprire questa antica saggezza da lei per molto tempo praticata anche eccedendo nella sua applicazione e ora, solo momentaneamente si spera, completamente dimenticata. Ultima osservazione e, forse, nota di speranza. Quando in sede storica e sociologica trattiamo di soggetti collettivi ne parliamo come se si trattasse di persone fisiche dotate di una loro reale psichicità biologica e  personalità definite che non ammettono né sfaccettature né interne contraddizioni. Ora, a parte il fatto che l’attribuzione alla psichicità biologica una inevitabile relativa  personalità monolitica e non contraddittoria è un gravissimo errore anche quando si parla di singole e viventi persone fisiche, gravissimo errore che non solo il magistero freudiano e della psicologia che si sviluppata a partire dalla fine dell’Ottocento dovrebbe metterci in guardia ma che, sulla scorta del costruttivismo wendtiano ma in totale autonomia da esso,  buon ultimo il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, senza nemmeno ricorrere a particolarmente approfondite scepsi ispirate alle moderne scienze psicologiche, ha posto definitivamente fine attraverso la sua articolata filosofia della prassi che mette direttamente in relazione dialettica,  ontogenetica e creatrice ex nihilo ed ex suo il rapporto fra soggetto ed oggetto, ciò vale a maggior ragione per i soggetti collettivi, come in questo caso la Chiesa cattolica, in cui l’attribuirne una personalità può essere operazione sterile ed irrealistica se condotta in termini ingenuamente antropomorfi oppure feconda se lungo il tracciato dialettico appena delineato e che costituisce la Weltanschauung di tutta la presente comunicazione.  E per quanto quindi riguarda la Chiesa cattolica forse all’interno della sua contraddittoria personalità – contraddittoria,  diciamo,  speriamo che in questo caso lo si sia compreso, non come stigmatizzazione finale ma come dato di fatto di qualsiasi entità storicamente costituitasi; in ultima analisi, per essere chiari, di tutta la totalità espressivamente dialettica di cui l’uomo è sia parte che costruttore, in virtù del suo rapporto olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale con essa, della realtà tutta – vi sono ancora momenti teologico-liturgici che fanno sperare in un rimemoramento della sua antica saggezza sia politica che dottrinale. Pur confessando di non possedere specifiche sensibilità al riguardo, intendiamo qui riferirci, per esempio, a quei gruppi di cattolici che continuano a celebrare la Santa Messa in latino secondo il rituale tridentino. Certamente questi gruppi che continuano a praticare il Vetus Ordus Missae sono fondamentali per mantenere acceso il versante espressivo-culturale di tutta la complessa dialettica storica, spirituale e politica del cattolicesimo. Che poi le loro pratiche cultuali possano non solo mantenere viva la speranza di ridar vita al cattolicesimo ma anche effettivamente operarne una sorta di profonda e vigorosa Epifania strategica, è tutt’altro che scontato ma è un esito che, proprio per le cose che ci siamo appena dette, non possiamo che augurarci.                                             

 

 

8 Il pensiero evoluzionista ha una storia che come terminus a quo risale ben addietro a Charles Darwin e parte, per quanto riguarda l’Occidente, dai filosofi presocratrici, percorre come pensiero minoritario ma non sotterraneo tutta la Tarda antichità e il Medioevo (e.g. Sant’Agostino d’Ippona  e San Tommaso d’Aquino: Sant’Agostino non prendeva la Genesi alla lettera ed accettava anche una generazione di alcuni  organismi  dovuta a cause naturali; San Tommaso addirittura sostenne che la Genesi non era la fonte privilegiata per quanto riguarda l’origine di tutti gli organismi, e che qualora il testo sacro fosse stato in contraddizione con quanto sostenevano i filosofi naturali – oggi diremmo gli scienziati –, il testo sacro perdeva il privilegio di essere l’ultima parola dovendosi preferire l’opinione di questi studiosi) e, infine, ha la sua definitiva fioritura nel XVIII secolo con, citando solo i rappresentanti più importanti di questa Weltanschauung, Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon, Diderot, James Burnett, Lord di Monboddo, che sosteneva che l’uomo deriva dalla scimmia, Lamarck, fino ad arrivare al nonno di Charles Darwin, Erasmus Darwin per il quale gli animali a sangue caldo avevano un’origine in comune. Senza dimenticare, ovviamente, nel campo della geologia, Charles Lyell il quale, partendo dall’uniformitarismo elaborato inizialmente  da James Hutton (l’uniformitarismo sostiene che in processi naturali  sono rimasti inalterati di epoca in epoca),  pose le basi per l’attuale teoria della tettonica a zolle e della deriva dei continenti; e fuori del perimetro dell’Occidente cristiano, il pensiero islamico medievale (risale alla seconda metà del XIV secolo il  Muqaddima  di Ibn Khaldun dove vi si sostiene che l’uomo deriva dalla scimmia), per non parlare del Taoismo cinese, in un certo senso una filosofia intrinsecamente evoluzionista, perché fatto salvo l’indefinibile e monistico principio del Tao (o Dao), tutte le manifestazioni fenomeniche di questo principio sono soggette a continuo mutamento, comprese, ovviamente, tutte le specie dei viventi. Se scendiamo nei dettagli, le teorie evoluzionistiche qui sommariamente descritte –  ed anche quelle che non abbiano nominato – presentano notevoli differenze, e, a parte il banale dato di fatto che quelle a noi più vicine, cioè quelle dei nostri giorni che vanno sotto il nome di epigenetica, teoria endosimbiotica e, in generale, tutte quei nuovi approcci e conoscenze sull’evoluzione che vanno sotto il nome di Sintesi evoluzionistica estesa risultano più convincenti anche per la semplice ragione che, se non altro, evitano le contraddizioni di quelle che le hanno precedute, nessuna di queste, dal punto di vista della filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, gode di una posizione di primato per il semplice fatto di arrivare per ultima avendo così la  possibilità di “mettere nel sacco” quelle che le hanno precedute. Dal punto di Vista del Repubblicanesimo Geopolitico sono storicamente ed anche filosoficamente tutte ugualmente importanti perché, in maniera più o meno evidente – certamente più evidente nell’epigenetica,  nella teoria endosimbiotica e nella Sintesi evoluzionistica estesa – tutte queste rappresentano una embrionale prefigurazione a livello ontologico-epistemologico del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico, e questo vale anche per la Sintesi evoluzionistica moderna tarata sì da un profondo meccanicismo ed anche da  una non espressa accettazione della Weltanschauung che pone un rigido spartiacque fra natura e cultura ma anche, oggettivamente,  penultimo grandioso e fecondo  membro, anche per le sue contraddizioni che aprono le porte alla successiva Sintesi evoluzionistica estesa,  della grande famiglia delle teorie evoluzionistiche che sostengono l’importanza del fattore storico per comprendere i fenomeni della natura e tutte percorse da un telos ontologico-espistemologico che, più o meno consciamente a seconda degli autori e delle varie teorie, contesta qualsiasi creazione ex nihilo da parte di una divinità personalistica. E una volta introdotto il fattore storia nella spiegazione dei fenomeni, è molto difficile che le contraddizioni nascenti dalla artificiosa suddivisione natura-leggi di natura meccanico-meccanicistiche e deterministiche vs mondo della cultura dove non si sa quale  legalità applicare (secondo il positivismo e il neopositivismo una legalità meccanico-meccanicistica ma con esiti conoscitivi ridicoli, secondo lo storicismo di matrice positivistica, kantiana ed antidialettica, leggi non meccaniche ma leggi storiche sempre da definire e mai definite, con esiti conoscitivi altrettanto ridicoli e, per di più, implicando così una separazione fra mondo della natura e mondo della storia, spezzando il monismo ontologico-epistemologico del positivismo-neopositivismo, che era l’unico frutto non tossico di questa meccanicistica corrente di pensiero) non vengano alla luce e portino ad un’evoluzione nella spiegazione dei fenomeni storici ma anche di quelli naturali dove, alla fine,  in entrambi gli ambiti il paradigma ontologico-epistemologico olisitico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale debella totalmente nella comprensione della totalità e di ogni singolo suo aspetto  quello meccanico-meccanicistico. E da questo punto di vista, cioè dal punto di vista di una feconda contraddizione interna che attraverso un’Aufhebung conoscitiva   genera più convincenti esiti dialettici sia dal punto di vista storico-filosofico che della puntuale conoscenza dei meccanismi biologico-genetici-molecolari-evolutivi (stiamo parlando del passaggio dalla  Sintesi evoluzionistica moderna alla  Sintesi evoluzionistica estesa, con gli annessi e connessi di epigenetica e teoria endosimibiotica ma questo vale anche per le scienze fisiche in senso stretto, col passaggio dalla meccanica galileano-newtoniana alla meccanica quantistica ma sulla fisica quantistica e la sua importanza per la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico vedi in particolare, infra, note n°15 e n°16 della presente comunicazione), tutte le teorie evoluzionistiche condividono la medesima dignità e fecondità dialettica, e l’esprimere questo punto di vista è lo scopo del presente scritto. 

 

9 Il saggio che ha acceso i fari della notorietà su Donna Haraway è Donna Jeanne Haraway, Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, “Socialist Review”, n. 80, 1985, pp. 65-108 (una versione in italiano in Rete è consultabile all’URL https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190924210523/https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf/). È stato poi ripubblicato nel 1990 –  Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s,  in L. Nicholson (a cura di) Feminism/Postmodernism, New York, Routledge, 1990, pp. 190-233 ma non avendo rinvenuto alcuno di questi due documenti in Rete nella loro completezza ma solo come indicazione bibliografica,  per prendere visone del Cyborg Manifesto, si può benissimo ripiegare, con titolo leggermente cambiato,  su Id.,  A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth, in Id., Simians, Cyborgs, and Women. The Reinvention of Nature, New York, Routledge, 1991, pp. 149-181, scaricabile all’URL https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf   – Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20191115081308/https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf; dopo nostro scaricamento del documento dall’ ultimo iniziale, successivo caricamento su Internet Archive generando gli URL

https://archive.org/details/harawaydonnajsimianscyborgsandwomenthereinventionofnature/page/n1/mode/2up                                                                                                                  e 

https://ia903101.us.archive.org/34/items/harawaydonnajsimianscyborgsandwomenthereinventionofnature/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf – oppure sull’ Haraway Reader del 2004, che contiene diversi brevi saggi della Haraway fra cui anche il Cyborg Manifesto (qui di seguito tutti i saggi, più un’intervista all’autrice,  presenti nell’Haraway Reader e gli URL di Internet Archive presso cui si può prendere visione e scaricare il volume:  Donna Jeanne Haraway, A Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, in Id., The Haraway Reader, London, Routledge, 2004, pp. 7-45;  Ecce Homo, Ain’t (Ar’n’t) I a Woman, and Inappropriate/d Others: The Human in a Post-humanist Landscape, in ivi, pp. 46-61; The Promises of Monsters: a Regenerative Politics for Inapproriate/d Others, in ivi, pp. 63-124; Otherworldly Conversations; Terran Topics; Local Terms, in ivi, pp. 125-150; Teddy Bear Patriarchy: Taxidermy in the Garden of Eden, New York City, 1908-1936, in ivi, pp. 151-197; Morphing in the Order: Flexible Strategies, Feminist Science Studies, and Primate Revisions, in ivi, pp. 198-222;  Modest_Witness@Second­_Millenium, in ivi, pp. 223-250 (si tratta del cap. 1 della parte II di Donna Jeanne Haraway,  Modest_Witness @Second Millennium. FemaleMan© Meets OncoMouseTM: Feminism and Technoscience, New York, Routledge, 1997b, saggio scaricabile presso l’URL 

https://monoskop.org/images/6/65/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf; nostro congelamento Wayback Machine : http://web.archive.org/web/20191115153036/https://monoskop.org/images/6/65/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf; e nostro caricamento del documento  su Internet Archive generando gli URL:

https://archive.org/details/harawaydonnajmodestwitnesssecondmillennium1997/mode/2up     e                                            

https://ia803102.us.archive.org/18/items/harawaydonnajmodestwitnesssecondmillennium1997/Haraway_Donna_J_Modest_Witness_Second_Millennium_1997.pdf); Race: Universal Donors in a Vampire Culture. It’s all in the Family: Biological Kinship Categories in the Twentieth-Century United States, in ivi, pp. 251-293; Cyborgs to Companion Species: Reconfiguring Kinship in Technoscience, in ivi, pp. 295-320; Cyborgs, Coyotes, and Dogs: a Kinship of Feminist Figuration and There Are Always More Things Going On than You Thought! Methodologies as Thinking Technologies. An interview with Donna Haraway Conducted in two parts by Nina Lykke, Randi Markussen, and Finn Olesen, in ivi, pp. 321-342; gli URL di Internet Archive presso i quali è possibile scaricare l’Haraway Reader sono: https://archive.org/details/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/mode/2up     e 

https://ia800107.us.archive.org/35/items/162697775DonnaHarawayTheHarawayReader/162697775-Donna-Haraway-the-Haraway-Reader.pdf). Od anche visitando l’URL di SCRIBD https://it.scribd.com/document/373082337/Haraway-2016-Manifestly-Haraway (nostro download e ricaricamento del documento su Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/manifestlyharawaythecyborgmanifestothecompanionspeciesmanifestorepubblicanesimogeopolitico/mode/2up                                                                            e https://ia803104.us.archive.org/7/items/manifestlyharawaythecyborgmanifestothecompanionspeciesmanifestorepubblicanesimogeopolitico/MANIFESTLY%20HARAWAY%2C%20THE%20CYBORG%20MANIFESTO%2C%20THE%20COMPANION%20SPECIES%20MANIFESTO%2C%20REPUBBLICANESIMO%20GEOPOLITICO.pdf), dove  si può ugualmente prendere visione del Cyborg Manifesto, inserito nel volume  Donna Jeanne Haraway, Manifestly Haraway, Minneapolis, University of Minnesota Press, 2016, anche questo  una raccolta di lavori dell’Haraway,  che sono: A Cyborg Manifesto. Science, Technology, and Socialist-Feminism in The Late Twentieth Century, in ivi, pp. 5-90; The Companion Species Manifesto. Dogs, People and Significant Otherness, in ivi, pp. 93-198; Companion in Conversation, in ivi, pp. 201-296. Il Companion Species Manifesto,  già citato nella precedente raccolta, può essere incontrato  in Rete anche come documento singolo nella copia in formato PDF, anche se parzialmente mutila, della sua prima edizione,  Donna Jeanne Haraway, The Companion Species Manifesto: Dogs, People, and Significant Otherness, Chicago, Prickly Paradigm Press, 2003 – presso http://xenopraxis.net/readings/haraway_companion.pdf. Nostro congelamento URL e testo del documento tramite Wayback Machine all’URL https://web.archive.org/web/20190928141609/http://xenopraxis.net/readings/haraway_companion.pdf  e dopo download anche salvataggio del testo del documento presso Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/thecompanionspeciesmanifestodogspeopleandsignificantothernessdonnaharaway/mode/2up                                                                                                          e https://ia801002.us.archive.org/3/items/thecompanionspeciesmanifestodogspeopleandsignificantothernessdonnaharaway/The%20Companion%20Species%20Manifesto%20%20Dogs%2C%20People%2C%20and%20Significant%20Otherness%20%20Donna%20Haraway.pdf. Presso https://warwick.ac.uk/fac/arts/english/currentstudents/undergraduate/modules/fictionnownarrativemediaandtheoryinthe21stcentury/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf incontriamo uno stralcio della precedente raccolta che contiene solo il Cyborg Manifesto di Manifestly Haraway. È quindi possibile prendere pure qui  del Cyborg Manifesto in edizione e.book: Donna Jeanne Haraway, A Cyborg Manifesto. Science, Technology, and Socialist-Feminism in The Late Twentieth Century, University of Minnesota Press, 2016. Ad ogni buon conto, abbiamo provveduto a congelare URL e testo del documento tramite Wayback Machine e si è così generato il nuovo URL https://web.archive.org/web/20191231192653/https://warwick.ac.uk/fac/arts/english/currentstudents/undergraduate/modules/fictionnownarrativemediaandtheoryinthe21stcentury/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf. Inoltre abbiamo anche provveduto a scaricare il file e poi lo abbiamo caricato su Internet Archive. Questi gli URL generati da questa nostra  ulteriore azione: https://archive.org/details/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_…/mode/2up                                                                   e  https://ia803102.us.archive.org/24/items/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_…/manifestly_haraway_—-_a_cyborg_manifesto_science_technology_and_socialist-feminism_in_the_….pdf. Alla fine di questo percorso bibliografico harawayno, non potevamo mancare di segnalare  Donna Jeanne

Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016, che segna il definitivo passaggio di questa interessante autrice dal mito del Cyborg (anche se da costei inteso solo metaforicamente) al mito dell’endosimbionte (inteso sempre solo metaforicamente). Per le valenze dialettiche di questo passaggio ed anche per le sue contraddizioni, che si basano essenzialmente nel fatto che l’Haraway rimane anche in quest’ultimo lavoro saldamente – e disgraziatamente – legata ad una totalmente antidialettica teologia materialista che ha contraddistinto tutti i suoi lavori a partire dal Cyborg Manifesto (cfr. infra, note n°10, n°11 e n°13), indichiamo, per chi voglia affrontare anche questo importante ed irrisolto testo l’ URL  presso il quale è possibile prenderne visione e scaricarlo : https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, il nostro congelamento con la Wayback Machine del testo e dell’URL: https://web.archive.org/web/20190930132847/https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf  e, infine, gli URL del  nostro caricamento su Internet Archive del documento in questione: https://archive.org/details/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/mode/2up                                                                                                                                e

https://ia803104.us.archive.org/4/items/donnaj.harawaystayingwiththetroublemakingkininthechthulucene/Donna%20J.%20Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf.

 

[Le successive 7 note e la sezione bibliografica verrano pubblicate nelle prossime 3 tranche del presente saggio.]

 

 

 

 

Epigenetica e fantasmagorie transumaniste_1a parte, di Massimo Morigi

 

                      Massimo Morigi

Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico

                                              (I parte di 5)

 

                                    Presentazione

 Il saggio di Massimo Morigi Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste. Breve commento introduttivo, glosse al Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin, su Lynn Margulis,  su Donna Haraway e materiali di studio strategici per la teoria della filosofia della  prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale    del    Repubblicanesimo    Geopolitico può senza dubbio essere considerato come il primo vero tentativo, dopo lo spegnimento e rimozione compiuti a partire dalla seconda metà del Novecento della scuola dialettica italiana di Gentile e Croce, di far rivivere in maniera sistematica ed omogenea una Weltanschauung integralmente dialettica  e storicista ed integralmente unificatrice dei fenomeni sociali, culturali e storici  e di quelli naturali, siano questi di tipo biologico  che  attinenti al mondo fisico che prima  dell’inizio del Novecento venivano interpretati unicamente sulla scorta del meccanicismo galileiano, oppure, per quanto riguarda i fenomeni biologici, in goffa fuoruscita da questo meccanicismo in chiave spiritualista e vitalista (meccanicismo galileano che agli inizi del Novecento verrà messo definitivamente in crisi della meccanica quantistica, e infatti il saggio in questione risulta essere esplicitamente  influenzato da questa rivoluzione nella fisica, tanto che l’autore  definisce la fisica quantistica come una sorta di fisica della praxis, idealmente unita con duplice filo rosso alla filosofia della prassi degli autori che più gli sono cari: Antonio Gramsci e Giovanni Gentile). Non si vuole qui anticipare (e per certi versi è pure impossibile, perché solo immergendosi nella dialettica del saggio in questione è possibile) come il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale proposto dall’autore riesca a sostituire il canone galileiano-posititivistico dell’interpretazione della realtà che nell’odierno pensiero mainstream non vale solo per la c.d. realtà fisica e/o biologica ma sia, vero e proprio infarto del pensiero e del buon senso, per quella  culturale, sociale e storica ma basti sottolineare che gli “eroi” dell’ autore non sono i “liberali” Hobbes, Locke o Kant ma lungo il predetto paradigma di impianto storicistico-dialettico Aristotele, Machiavelli, Hegel, Gentile, Gramsci e Lukács, una genealogia di padri nobili che è quindi già tutto un programma rispetto alle fuorvianti narrazioni liberal-liberiste che sono l’attuale oppio ideologico delle odierne c.d. democrazie rappresentative. Vista la lunghezza del saggio, “L’Italia e il Mondo” ha deciso di pubblicarlo in cinque parti, in ognuna delle quali ogni volta per comodità di lettura verrà riproposto il testo principale che sorregge il corposissimo  apparato di note, non moltissime per la verità, sedici in tutto, ma di una estensione, complessità interna e vicendevole interconnessione che fanno sì che queste note costituiscano il vero e proprio nucleo dialettico del saggio, una sorta di motore dialettico che non sarebbe stato possibile concepire attraverso una stesura di tipo classico dove il “messaggio” viene trasmesso dal testo principale e le note sono, appunto, solo note (a meno di non ricorrere, ovviamente, a forme compositive dialettiche di marca benjaminiana, dove è il testo principale a trasmettere il messaggio ma dove questa trasmissione, per quanto in forme suggestive e poetiche, risulta essere quasi del tutto indecifrabile, vedi, per esempio, il Dramma barocco tedesco, saggio in cui la vertigine dei riferimenti immessi direttamene nel testo principale genera una sorta di indecifrabile – anche se assolutamente affascinante – esplosione dialettica, l’esatto contrario del testo che ora proponiamo dove, nonostante la vastità e complessità dei riferimenti trattati nelle note, assistiamo ad una sorta di condensazione dialettica proprio perché queste note trattano autonomamente, ma tutte dal punto di vista unificante olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale, i vari argomenti dai quali prendono lo spunto). Nella quinta ed ultima parte (vista la sua lunghezza ed anche la necessità di affrontarlo con debite pause di riflessione, pubblichiamo infatti questo saggio in 5 parti), segue alla nota 16 una lunghissima sezione bibliografica, la quale a differenza delle bibliografie classiche non solo  è unicamente basata su fonti reperibili in Rete ma dove queste fonti sono salvate für ewig  e sottratte al solito destino del  rapidissimo decadimento e della scomparsa dei documenti presenti sul Web tramite le odierne piattaforme di preservazione digitale che rispondono al nome di Internet Archive e Wayback Machine (quest’ultima una derivazione di Internet Archive). Una parola anche sulla natura di queste fonti. Si tratta per la maggior parte di articoli scientifici sugli argomenti indicati nel titolo del saggio (quindi si tratta di pubblicazioni sull’epigenetica e l’evoluzione, ci si scusi del gioco di parole, della teoria evoluzionistica darwiniana), ma una parte assai significativa, anche se in sottordine nel senso dello spazio che occupa, è dedicata alla preservazione digitale dei principali capisaldi del pensiero politico realistico-dialettico-strategico, documenti quest’ultimi  altrimenti disponibili indubbiamente anche su supporto cartaceo ma che, inseriti nel contesto della Weltanschauung di questo testo – che, come già detto, attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale intende riunificare i fenomemi storico-culturali con quelli c.d. naturali – ed anche nel contesto bibliografico sempre di questo testo assumono una sorta di nuova ed iridescente – anche se completamente conforme rispetto alla loro tradizione di realismo politico  – prospettiva. Per tutti questi motivi, che rendono il saggio in questione un profondo ragionamento filosofico ma di una filosofia integralmente immanentista  e realista con dirette conseguenze e sviluppi anche per i temi politici e geopolitici tanto cari all’ “Italia e il Mondo”, ne consigliamo un attento studio, propedeutico, ci si augura, a quei cambi di paradigmi politico-mentali liberal-liberisti che, veri e propri “crampi del pensiero” in Italia come nel resto delle c.d. democrazie industriali, assieme al tragico spegnimento delle spinte rivoluzionarie del Novecento, stanno causando, oltre ad un apparentemente inarrestabile degrado politico, anche un altro apparentemente inarrestabile degrado antropologico-culturale.

Buona lettura

Giuseppe Germinario

 

Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali

 

A Lustig von Dom e alla sua madre in dialettica Frau Stockmann, Friederun von Miran-Stockmann

 

Questo documento, che ora viene presentato in anteprima sul blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo”, inteso a raccogliere e a dare un primo approccio alle valenze teoriche che per il Repubblicanesimo Geopolitico possono rivestire le ultime acquisizioni della biologia molecolare e dell’epigenetica e costituito dal presente commento su questo argomento più una  rassegna di URL attraverso i quali i lettori possono prendere visione di importanti documenti afferenti a queste branche della biologia, che erano già presenti sul Web ma che noi, vista la loro importanza sia scientifica  che per la teoria del Repubblicanesimo Geopolitico, abbiamo provveduto a caricare su Internet Archive (e nella rassegna bibliografica finale verranno debitamente indicati gli URL da cui originariamente sono stati scaricati i documenti  – URL e documenti relativi che, quando tecnicamente possibile,  sono stati da noi anche “congelati” tramite  la Wayback Machine – accanto agli URL creati ex novo attraverso i nostri caricamenti su Internet Archive), sviluppa la sua critica a queste nuove acquisizioni delle scienze biologiche nell’ambito dello studio e dell’elaborazione   del  paradigma olistisco-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico – teoria-paradigma dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico   ultima sintesi e sistemazione della filosofia della prassi i cui maggiori esponenti sono stati nel Novecento Antonio Gramsci, Giovanni Gentile e Karl Korsch – e azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale che, in primo luogo, dalla profonda   dialetticità del Dialectical Biologist di Richard Levins e Richard Lewontin (per quanto ancora  il Dialectical Biologist non sia riuscito del tutto a liberarsi dello pseudodialettico  engelsismo1 della Dialettica della natura e dell’ Anti-Dühring),  dall’epigenetica (principale esponente Eva Jablonka), dalla teoria endosimbiotica di Lynn Margulis e quindi da un aggiornato lamarckismo riceve potenti stimoli dialettici ed euristici. (Oltre che ottenere una riabilitazione, se non in sede di histoire événementielle, cioè in sede di una impossibile riabilitazione dello stalinismo, ma sì dal punto di vista di una nuova teoresi olistico-dialettica-gnoseologica-epistemologica-politica – cioè dal punto di vista di una rinnovata filosofia della prassi di cui si è appena detto – cui il Repubblicanesimo Geopolitico cerca di dar vita, del tanto ideologicamente diffamato Trofim Denisovič Lysenko, la cui genetica non può essere sbrigativamente liquidata come una infelice pseudoscienza frutto della pseudodialettica dell’autoritario e veteroengelsiano Diamat staliniano, quanto fu piuttosto una forma di lamarckismo ancora all’oscuro dei meccanismi    che    indirizzano   l’evoluzione  degli  organismi2, meccanismi  che cominciano solo ora ad essere compresi dall’epigenetica e, più in generale, da tutti quegli approcci di ricerca biologica e genetica che intendono costruire una Extended  Evolutionary Synthesis  –  Sintesi evoluzionistica estesa, per la  quale anche il dato culturale acquisito,  costruito ed introiettato  dall’organismo stesso in una sorta di autopoiesi genotipico-fentotipica per poi riverberarsi, questa autopoiesi culturale-genetipica-fenotipica, al livello dello stesso ambiente che ne rimane influenzato perché, evolutosi in seguito a questa modificazione dell’organismo, modifica a sua volta dialetticamente l’organismo stesso, è una decisiva componente dell’evoluzione3 – non contrapposta alla Modern Evolutionary Synthesis (Sintesi evoluzionistica moderna, detta anche neodarwinismo – responsabile di aver esasperato in senso meccanicistico le felici intuizioni darwiniane, e costituendo quindi la Sintesi Evoluzionistica Estesa non tanto una fuoruscita dal canone evoluzionista darwiniano ma bensì, attraverso la consapevole introduzione nel campo  teorico esplicativo dell’evoluzione di una Gestalt storicistico-dialettica, non una contrapposizione all’idea darwiniana di evoluzione, modello darwiniano di evoluzione  nel quale erano tenuti in precario equilibro valenze meccanicistiche e valenze storicistiche, ma semmai una sua pur profonda e radicale integrazione alla luce di un rinnovato lamarckismo che solo ora con le nuove tecniche di investigazione scientifica comincia a sviluppare tutte le sue potenzialità) ma al più o meno rozzo meccanicismo che precedentemente aveva afflitto la Modern Evolutionary Syntesis che ha portato alle più estreme ed infauste conseguenze i nodi irrisolti  presenti nel modello  darwiniano4. Si noti bene:  Darwin  era  ben  consapevole dei notevoli problemi che il suo schema di evoluzione delle specie animali e vegetali che vedeva questi organismi come soggetti passivi rispetto all’ambiente si portava con sé e, piuttosto che per il meccanicismo del suo schema evolutivo, l’immortale importanza del suo lascito scientifico consiste nel fatto che egli, a differenza di Lamarck, collegò la variabilità degli organismi all’interno di una specie con la comparsa di nuove specie che non sarebbero mai comparse se questa variabilità individuale non si fosse manifestata, mentre Lamarck, pur avendo correttamente individuato un meccanismo evolutivo dove l’organismo non giocava solo un ruolo passivo – classico l’esempio della giraffa che si allunga il collo per mangiare le foglie degli alberi e riesce poi a trasmettere direttamente alla prole questa sua caratteristica somatica – confinò questo meccanismo evolutivo all’interno di ogni singola specie, cosicché, per farla semplice, le giraffe potevano sì allungare il loro collo a seconda delle necessità ambientali ma dalle giraffe potevano evolversi solo delle giraffe e mai, mettiamo, una nuova specie di erbivori distinta dalle giraffe. Era un’idea di evoluzione un po’ modello arca di Noè, dove le specie del Creato sono sempre state le stesse ab initio temporum – nell’arca gli animali entrano a coppie  e, a parte la facile ironia che viene dalla domanda su come faranno i milioni di specie di viventi, anche se presenti solo a livello di una coppia composta da un maschio e una femmina, a stare dentro un così ridotto vascello, c’è una visione del mondo che sta dietro a questo singolare mito biblico, e cioè l’eterna fissità delle specie viventi che, dai tempi antidiluviani, quindi sin dall’inizio del mondo, sono sempre le stesse.  L’immortale lascito di Darwin non è, quindi, quello di avere recisamente rifiutato e sovvertito in direzione meccanicista il modello lamarckiano di un processo di attiva autopoiesi genotipico-fentotipica dell’organismo e di trasmissione di queste nuove caratteristiche così attivamente acquisite anche alle successive generazioni ma il fatto di aver compreso che la variabilità degli individui all’interno di una popolazione può generare nuove specie. Per rimanere all’esempio della giraffa. Secondo lo schema darwiniano, se particolari condizioni ambientali non costringono più le giraffe ad allungare il collo – o per attenerci ad una formulazione di ancor più stretta osservanza darwiniana, se particolari condizioni ambientali non favoriscono la selezione di giraffe dal collo sempre più lungo –, questo mutamento ambientale può selezionare   –  perché un collo troppo lungo che non risponda più a necessità alimentari è uno svantaggio in quanto una eccessiva massa dell’animale consuma troppe calorie – non solo giraffe dal collo più corto ma una nuova specie animale che non riesce più a riprodursi con le giraffe a collo lungo. Una eccezionale intuizione che, per la prima volta, riusciva a spiegare la presenza delle varie specie presenti sulla Terra partendo da una stessa famiglia di organismi. Insomma prima di Darwin sarebbe stato assolutamente impossibile concepire  LUCA (Last Universal Common Ancestor), e in mancanza di questo ‘ultimo antenato comune universale’ – o almeno in mancanza nella teoria evoluzionistica di un originario antenato iniziatore della vita, sia stato questo antenato un singolo organismo o un gruppo di (proto)organismi e/o molecole organiche (oppure vari e distinti gruppi di molecole organiche e/o (proto)organismi)  che siano divenuti una comunità di organismi  (o più comunità di organismi come nel secondo caso dei gruppi distinti) tramite il trasferimento di geni orizzontale ed evolutesi e differenziatesi in seguito in molteplici e diversificate altre comunità di organismi, cioè nelle varie specie biologiche presenti sul nostro pianeta – gli attuali  paradigmi evoluzionistici sulla varietà e differenziazione delle  specie dei viventi presenti sulla Terra, Sintesi evoluzionista moderna e Sintesi evoluzionistica estesa indifferentemente,  sarebbero gravemente mùtili  della loro  forza  euristica ed analogica nell’opposizione a qualsiasi Weltanshauung imperniata su una divinità personalistica e creazionistica ex nihilo ed ex suo5 – opposizione che è consustanziale alla filosofia della prassi olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico –, una ingenua rappresentazione della religiosità popolare sull’origine del mondo  che iconicamente  trova oggigiorno la sua più limpida manifestazione nelle immagini devozionali di proselitismo religioso dei Testimoni di Geova rappresentanti il Paradiso Terrestre, dove leoni, giraffe e gazzelle ed altre specie selvagge vivono felici e rispettandosi a vicenda – povero leone costretto ad una dieta vegetariana, da costituirsi immediatamente un’associazione animalista contro i maltrattamenti alimentari che il leone subisce in questo paradiso terrestre, e alle fiamme il dipinto Paradiso di Jan Brueghel il Giovane, forse la più diretta fonte iconografica di queste immagini devozionali!6 –, e, a parte la bizzarria del leone vegetariano, recanti queste immagini un’altra informazione al devoto, e cioè che queste specie ora pacificate nel Paradiso sono state create tali e quali  ab initio temporum. Insomma, siamo sempre dalle parti dell’arca di Noè e delle mitologie veteroneotestamentarie e derivati7. Darwin  ha iniziato  a  liberarci  da  questa   mitica arca8. La Sintesi evoluzionistica estesa riesce, a sua volta, a liberarsi – e a liberarci –  nel campo della biologia e degli studi sull’evoluzione degli organismi dell’ideologia meccanicistica di stampo cartesiano-galileano – che nell’ Ottocento e  nel Novevento trovò la sua più tetra e ridicola interpretazione nel positivismo e nel neopositivismo – in cui finora era stata costretta questa liberazione e in cui era rimasto impastoiato, pur fra profondi dubbi, anche Darwin. E ovviamente il Repubblicanesimo Geopolitico non può che cogliere con profonda soddisfazione questo ulteriore avanzamento dialettico delle scienze biologiche e genetiche.).  Un’ultima notazione. Pur prendendo spunti ed analogie dalle nuove frontiere aperte dall’epigenetica, dalla sintesi evoluzionistica estesa  e dalla teoria endosimbiotica, ideata quest’ultima  da Lynn Margulis, il Repubblicanesimo Geopolitico si pone decisamente agli antipodi da tutte le ridicole e cupe impostazioni transumaniste, siano queste anche in forma più o meno attenuata come, per esempio, in Donna Haraway. Questo perché – sempre rimanendo al transumanismo harawayno, che attualmente  ne è la forma più attenuata, ed anzi la Haraway espressamente nega di condividerne i fini, anche se, in pratica, deve a buon diritto essere inserita in questa disumanizzante impostazione antropologica – pur riconoscendo volentieri e come segno indubbiamente positivo le potenzialità dialettiche e/o contro la vecchia suddivisione natura/cultura che promanano da tutto il lavoro della Haraway (dal Cyborg Manifesto per finire col Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene9),  si   deve   sottolineare  il fatto che 1) questa dialettica è espressa per lo più attraverso immagini simboliche (il cyborg del Cyborg Manifesto, l’endosimbionte del Stayng with the Trouble – quest’ultimo, comunque effettivamente esistente nella realtà mentre il primo, almeno per ora, è solo il frutto di una fantasmagoria fantascientifica), che per quanto immagini inconsce ed oniriche della dialettica si fermano sempre ad un passo da una piena consapevolezza della stessa e che 2) il progetto transumanista che traspare da tutto il lavoro della Haraway (per quanto il transumanismo venga formalmente respinto dalla Haraway) altro non si risolve alla fine, anche se abbandonando l’iniziale fantasmagoria fantascientifica del Cyborg perché evidentemente percepita dalla Haraway troppo disumanizzante, che in una fuoruscita dall’umano  non più in via bioingegneristica  come nel Cyborg Manifesto ma in via ingegneristico-genetica (cfr. in Staying with the Trouble il racconto fantascientifico The Camille Stories: Children of Compost10), ma fuoruscita storica dalle attuali contraddizioni storiche dell’umano –  e non dall’umano stesso inteso come dispositivo olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale come invece propone il transumanismo che lo vorrebbe sostituire con un più perfezionato prodotto da laboratorio ma dal quale, ahinoi, scompare la dimensione storico-dialettica della sua evoluzione – che solo può compiere una soddisfacente Aufhebung attraverso una rinnovata e potenziata filosofia della prassi, insomma quella filosofia della prassi, erede dell’idealismo storicista italiano e tedesco e delle migliori espressioni del marxismo occidentale direttamente influenzate da questo idealismo,  che nel XXI secolo solo il Repubblicanesimo Geopolitico ha assunto su di sé il compito del suo sviluppo e potenziamento teorico-pratico. E, infatti, l’incapacità della Haraway a formulare coerentemente un suo autonomo ed originale pensiero dialettico e addirittura il tentativo di fare dell’endosimbionte il simbolo di un nuovo rapporto dell’uomo con la natura  e con la società – suggerendo quindi che l’endosimbionte è, in un certo senso, il  culmine della scala biologica e l’obiettivo cui deve tendere una rinnovata ingegneria sociale poggiata su un’ideologia ecologista e realizzata attraverso le sempre più penetranti tecnologie genetiche utilizzate per modificare il genoma umano: cfr. oltre al summenzionato apologo fantascientifico ancora, passim, Staying with the Trouble. Making kin in the Chthulucene e, in particolare, alle pp. 61-62, 64 la trattazione sul simbionte   Mixotricha paradoxa11– sfocia  alla  fine,  sempre   in  Staying   with  the Trouble, certamente risultato non voluto dalla Haraway, nel progetto di una sorta di uomo nuovo, conseguito non attraverso una selezione e/o eliminazione di pool genetici e culturali umani come nel nazismo12 ma attraverso l’assorbimento nel stesso patrimonio genetico dell’homo sapiens, ad opera dell’ingegneria genetica,  del patrimonio genetico di altre specie animali e vegetali (questo processo di trasferimento di DNA e RNA non finalizzato a finalità riproduttiva all’interno di una specie ma fra membri appartenenti a specie diverse e quindi svincolato da qualsiasi teleologia riproduttiva – che, alla luce delle attuali acquisizioni nell’ambito del paradigma della sintesi evoluzionistica estesa, tutto si può dire di questo fenomeno tranne che si tratti di un ‘epifenomeno’ di trascurabile importanza, mentre è assai più verosimile pensare che si tratti di un passaggio decisivo dell’evoluzione degli organismi e dal punto di vista della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitica ne è evidente la grande valenza euristica in quanto si pone agli antipodi di qualsiasi visione “fissista”  del mondo biologico e,  con profonda analogia,  della realtà tutta,  fisica, biologica, culturale e storica, proiettandoci quindi in uno schema olistico della realtà informato alla creazione autopoietica della stessa attraverso il  paradigma   dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale – non è una fantasmagoria fantascientifica ma avviene in natura, e avviene anche per quanto riguarda l’uomo nel cui materiale genetico sono state rinvenute tracce più o meno consistenti di materiale genetico di altre specie animali, un trasporto probabilmente avvenuto attraverso virus vettori). Questo ‘trasferimento genico orizzontale’ svincolato dalla riproduzione  (acronimo TGO,  o ‘trasferimento di geni laterale’, acronimo TGL, in inglese ‘Horizontal gene transfer’, acronimo HGT) che avviene, ovviamente, anche dall’uomo verso gli animali, mentre potrebbe costituire una potentissima metafora dell’intima dialetticità non solo del mondo biologico ma, nell’ambito di una visione olistica della realtà tutta, non solo del mondo della φύσις globalmene intesa ma anche della realtà culturale e storica dell’uomo, viene  quindi suggerito dalla Haraway in Staying with the Trouble  – con grande sfacciataggine ed ingenuità materialistica, ma mai come nel caso della Haraway questo materialismo non è altro che il volto deturpato e degradato di un non ben superato spiritualismo, e infatti la Haraway non ha mai fatto mistero della suo background cattolico e della centralità nello sviluppo del suo   Bildungsroman del mistero della transustanziazione13– come  una  sorta  di processo da intensificare ulteriormente attraverso una sempre più scaltrita ingegneria genetica, venendo così a delineare, sempre involontariamente per carità, una sorta di eugenetica non di marca nazista ma di tipo ecologista, ignorando, come del resto avviene sempre nel nazismo e nelle altre forme di totalitarismo, che se mai si può parlare di uomo nuovo, questo uomo nuovo – se vogliamo mantenere per comodità espositiva questa espressione, sideralmente lontana dalla Weltanschauung olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale (e storicista) del Repubblicanesimo Geopolitico – non può che avere la sua reale epifania attraverso il potenziamento del Logos (Logos che non è una peculiarità dell’uomo ma che nell’uomo, a differenza degli altri animali ed anche vegetali, è la principale forza di indirizzo e di sviluppo della sua evoluzione), potenziamento del Logos che trova la sua massima espressione – attraverso il manifesto e pubblico compimento nella società, di una cultura informata al modello dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale – nell’ Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico;  ed Epifania strategica che, per concludere,  può trarre, come effettivamente già trae attraverso la filosofia della prassi del Repubblicanesimo Geopolitico, potenti spunti euristici e dialettici dall’epigenetica e, più in generale, dall’ Extended evolutionary synthesis che finalmente si è lasciata definitivamente alle spalle il mito di un’evoluzione biologica guidata meccanicamente da forze esterne all’organismo e verso le quali l’organismo non possa dialetticamente interagire (quindi si può dire che l’ Extended Evolutionary Synthesis è una sorta di filosofia della prassi  per quanto riguarda gli studi biologici e di storia naturale); ma Epifania strategica che è l’esatto contrario della fuga in utopie comunistiche, comunitaristiche o eugenetiche di destra o sinistra che esse siano ma è,  una sorta di obiettivo limite;  o, se vogliamo una sorta di mito, ma un mito che affonda le sue radici nella reale natura dell’uomo14, natura dell’uomo, che similmente al resto del mondo animato ed inanimato ma con maggior evidenza di questi due ambiti  – che, allo stesso titolo  dell’uomo, appartengono alla stessa totalità dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, e qui torniamo all’artificiosità della separazione fra mondo naturale biologico o fisico che esso sia e il mondo culturale, sociale e storico fino a poco tempo fa ritenuto di esclusiva costruzione umana, artificiosità nella separazione di questi due mondi che, alla luce di un vigoroso anche se non impeccabile sforzo dialettico perché impacciato da  un sentimento di reverentia ac metus verso la figura di Friedrich Engels, nessuno meglio del Dialectical Biologist è riuscito ad esprimere, cfr. del Dialectical Biologist pp. 277-288, sulle quali ritorneremo anche in future altre discussioni15 –,  è il Logos concreto ed immanente dell’azione olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale; un Logos (o Epifania strategica) che anche dalle scienze biologiche di cui si è appena detto (nonché,  –  vedi Teoria della Distruzione del Valore   e Dialecticvs Nvncivs – dalla meccanica quantistica e dall’elaborazione  di modelli matematici non lineari, cioè dallo studio della  Teoria del caos  e dei Complex Adaptive Systems – antesignano di questo approccio non lineare nello studio della guerra e della società Carl von Clausewitz col suo Vom Kriege –,  approcci anche questi, analogamente a quelli introdotti dalla nuove scienze biologiche e genetiche appena illustrate, di grande valore dialettico  per lo  studio della società e dell’uomo perché ci liberano dai vecchi meccanicismi e determinismi cartesiani e galileiani che hanno afflitto gli ultimi cinque secoli di studi  “umanistici” e che fra Ottocento e Novecento hanno visto il loro triste trionfo nel positivismo, nel neopositivismo per finire col Diamat staliniano), trae potentissimi spunti dialettici ed operativi16  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Note

 

1 Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, Cambridge (MA), Harvard University Press, 1985 (Delhi, Aakar Books for South Asia, 2009), documento da noi scaricato presso https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf. Nostro congelamento WebCite (quando ancora questa piattaforma accettava congelamenti diretti di URL e relativi documenti):  http://www.webcitation.org/75i27bpR1 e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fathens.indymedia.org%2Fmedia%2Fupload%2F2016%2F09%2F02%2FLEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf&date=2019-01-26. Successivo “congelamento” anche sulla Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20190618163839/https://athens.indymedia.org/media/upload/2016/09/02/LEWONTIN_-_THE_DIALECTICAL_BIOLOGIST.pdf.  Ricaricato su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/TheDialecticalBiologist/mode/2up   e

https://ia800900.us.archive.org/3/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf. Vista l’importanza del documento, ulteriore congelamento WebCite del documento da noi caricato su Internet Archive:    http://www.webcitation.org/75i3BdM3Q e http://www.webcitation.org/query?url=https%3A%2F%2Fia801507.us.archive.org%2F26%2Fitems%2FTheDialecticalBiologist%2FLewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf&date=2019-01-26 ed ora, alla luce del  funzionamento non soddisfacente di WebCite, congelamento tramite Wayback Machine di Internet Archive del documento già caricato direttamente su Internet Archive, generando l’URL  http://web.archive.org/web/20190618164825/https://ia800900.us.archive.org/3/items/TheDialecticalBiologist/Lewontin_-Levins_the_dialectical_biologist.pdf. Non è nostra intenzione elencare dettagliatamente in questo lavoro tutte le varie ingenuità veteromarxistiche e/o veteroengelsiane del Dialectical Biologist, lasciando al lettore, attraverso la possibilità di andare direttamente alla fonte tramite il Web e attraverso la nostra operazione di congelamento digitale di questa e delle altre fonti rilevanti per la presente discussione – vedi rassegna bibliografica internettiana finale –, la istruttiva e formativa fatica (e, comunque, dedicheremo una nostra successiva riflessione a separare analiticamente il grano dal loglio di questo fondamentale testo).  Per quanto riguarda questa  nota, ci limitiamo a citare  l’epigrafe nella pagina che segue il frontespizio: «To Frederick Engels, who got it wrong a lot of the time but who got it right where it counted». Come vedremo in questa comunicazione, per fortuna del Dialectical Biologist (e soprattutto, per nostra fortuna) questo libro ha saputo andare ben oltre queste ingenuità – anche se, come pure verrà evidenziato  nella presente riflessione,  sempre unendo folgoranti intuizioni con una difesa più o meno d’ufficio di Friedrich Engels  e della sua pseudodialettica  –, costituendo una pietra miliare per una rinnovata dialettica della filosofia della prassi, talché parafrasando abbiamo scritto in epigrafe al nostro lavoro queste parole: «Al Dialectical Biologist, che è in errore numerose volte ma che è  nel giusto sui punti essenziali».

 

 

 

 

2 «The Lysenkoist  movement, which agitated Soviet biology and agriculture for more than twenty years and which remains attractive to segments of the left outside the Soviet Union today, was a phenomenon of vastly greater complexity than has been ordinarily perceived. Lysenkoism cannot be understood simply as the result of the machinations of an opportunist-careerist operating in an authoritarian and capricious political system, a view held not only by Western commentators but by liberal reformers within the Soviet Union. It was not just an “affair”, nor the “rise and fall” of a single individual’s influence, as might be supposed from the titles of the books by Joraysky (1970) and Medvedev (1969). Nor, on the other hand, can the Lysenko movement be regarded, as it is by some ultraleft Maoists, as a triumph of the application of dialectical method to a scientific problem, an intellectual triumph that is being suppressed by the bourgeois West and by Soviet revisionism. None of these views corresponds to a valid theory of historical causation. None recognizes that Lysenkoism, like all nontrivial historical phenomena, results from a conjunction of ideological, material, and political circumstances and is at the same time the cause of important changes in those circumstances.»: Richard Levins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, cit., p. 163. Abbiamo appena affermato che non citeremo in dettaglio le varie debolezze del Dialectical Biologist ma in questo caso abbiamo fatto un’eccezione. Ovviamente è del tutto apprezzabile la difesa che nel passo riportato viene fatta di Lysenko ma pur non essendo questa una difesa d’ufficio non si può non rimarcare il grosso problema  che riguarda, complessivamente,  non solo il brano appena citato e tutta  la trattazione che nel Dialectical Biologist viene svolta del “caso Lysenko” (il capitolo “The Problem of Lysenkoism” del Dialectical Biologist da p. 163 a p. 196) ma, globalmente, tutto il Dialectical Biologist. Precisiamo. Il problema nella debolezza della difesa di Lysenko non può, in verità, essere attribuito ad una sorta di timidezza scientifica del Dialectical Biologist nei confronti della meccanicistica Sintesi evoluzionista moderna per il semplice fatto che le acquisizioni scientifiche nel campo dell’epigenetica e la teoria endosimbiotica di Lynn Margulis che mettono direttamente in crisi questo paradigma e vanno a costituire una rinnovato interesse verso Lamarck nell’ambito di una nuova Sintesi evoluzionistica estesa erano ai tempi del Dialectical Biologist o  ancora tutte da venire o, se già formulate, ancora con scarsissimo seguito presso la comunità scientifica internazionale  (Lynn Sagan – dopo aver divorziato dall’astronomo Carl Sagan e sposato Thomas Margulis, Lynn Margulis –, On the Origin of Mitosing Cells, in “Journal of Theoretical Biology, Vol. 14(3), 1967, pp. 225-274 (per consultare e scaricare  articolo  sul Web, vedi rassegna bibliografica internettiana finale), il primo articolo su una rivista scientifica dove Lynn Margulis avanza la sua teoria endosimbiotica – indicazioni bibliografiche internettiane in calce alla presente comunicazione –, fu pubblicato nel ’67 dal “Journal of Theoretical Biologydopo essere stato rifiutato da altre riviste scientifiche e ci vollero più di due decenni prima che la teoria endosimbiotica di Lynn Margulis fosse riconosciuta come una pietra miliare della biologia e della genetica; Eva Jablonka comincerà a pubblicare verso la fine degli anni Ottanta) e, quindi, non si può che apprezzare il coraggio  mostrato da questo testo  nel  cercare di porre una resistenza al pensiero mainstream in campo genetico – ma anche nel campo dell’ideologia anticomunista – che vedeva Lysenko come una sorta di teppista pseudoscientifico che si sarebbe fatto largo nel mondo accademico   sovietico solo in ragione del fatto che vi imperava lo stalinismo – la cui volontà di costruire l’uomo nuovo del socialismo ben si accordava con la strumentalizzazione del lamarckismo insito nella  biologia lisenkiana –  e la sua scimmia ideologica  che va  sotto il nome di Diamat  che in pratica del lisenkismo – al netto del suo meccanicismo engelsiano travestito da dialettica, meccanicismo diamattino  e suo maggiore compare politico stalinista che in linea di principio avrebbero dovuto confliggere con qualsiasi deriva lamarckiana nel campo della biologia che, a rigore, non avrebbe dovuto che enfatizzare un ruolo attivo dell’organismo nel foggiare il proprio genotipo-fenotipo, ma qui si trattava di giustificare col lamarckismo lisenkiano un ruolo attivo della volontà dello Stato a foggiare una nuova comunità e non un ruolo attivo dell’individuo ad autoeducarsi in senso socialista  – seppe cogliere le sue potenzialità di utilizzarlo come instumentum regni per propagandare la possibilità di edificare l’uomo nuovo sovietico in brevissimo tempo. (Utilizzazione ideologica sempre avvenuta, del resto, in ogni settore della ricerca scientifica e non certo inaugurata dallo stalinismo. Oltre al meccanicismo cartesiano-galileano giustificatore dell’individualismo metodologico di cui abbiamo già in altre sedi più volte discusso e di cui stiamo discutendo anche qui in quanto di questo meccanicismo si sta criticando la sua versione nelle scienze biologiche e genetiche, per quanto riguarda la teoria evoluzionistica in senso stretto, non si può fare a meno di ricordare che, oltre che uno stretto darwinismo meccanicistico è da sempre addotto come giustificazione  dell’individualismo metodologico della società liberale – e la versione più moderna di questo utilizzo ideologico è la sociobiologia, cfr., a questo proposito  Richard Dawkins, The Selfish Gene, New York, Oxford University Press, 1976, per indicazione internettiana  con relativi congelamenti dell’URL e del documento tramite le piattaforme di preservazione digitale, vedi infra nota n° 4 e rassegna bibliografica internettiana finale –,  il c.d. darwinismo sociale è stato anche la vera colonna portante dell’ideologia razziale nazista, nazismo che, al netto di tutte le sue fumisterie esoteriche, era proprio sostenuto dall’idea di un individualismo metodologico, dove però al posto del singolo individuo trionfatore ed eliminatore – in buona sostanza – degli altri individui nella lotta per la sopravvivenza nella libera e concorrenziale società di mercato, veniva esaltato una singolo gruppo di umani, la c.d. razza ariana, l’unica che aveva il diritto di dominare e persino eliminare gli altri ceppi umani presenti nel libero, perché per definizione anarchico, contesto geopolitico internazionale. Dominazione ed eliminazione, lo ricordiamo per ultimo, che il nazismo voleva compiere nel Vecchio continente e nelle adiacenti propagini asiatiche della Russia ma pratiche di dominio politico fino a giungere al consapevole vero e proprio genocidio che le potenze coloniali, specialmente il Belgio e la Germania guglielmina ma nessuna potenza europea in questa disgustosa vicenda può chiamarsi fuori,  avevano compiuto pochi decenni di anni prima in Africa. Su questo non si può non rinviare all’immortale Heart of Darkness di Joseph Conrad e a Hannah Arendt e sul suo The Origins of Totalitarianism). Seguendo infatti  uno schema darwiniano di stretta osservanza, e quindi operando meccanicamente attraverso una  selezione di nuovi ceppi umani che avrebbe dovuto agire su più generazioni,  sarebbe stato impossibile con la sola propaganda costruire l’uomo nuovo sovietico, mentre indubbiamente uno schema lamarckiano-lysenkiano  ingenuamente interpretato – in buona o cattive fede non importa – avrebbe potuto raggiungere questo risultato velocemente operando attraverso la propaganda e l’entusiasmo che fra le masse queste propaganda avrebbe dovuto suscitare – che poi questa entusiastica partecipazione fosse del tutto eterodiretta e quindi passiva e che quindi  l’attiva partecipazione dell’organismo uomo fosse di natura diametralmente opposta a quella dell’organismo giraffa che attivamente si sforza di allungare il collo, questo fu un dettaglio “secondario” che probabilmente mai sfiorò la mente dei burocrati sovietici, i quali, oltre ad essere giustamente preoccupati per le conseguenze personali cui si poteva andare incontro opponendosi al Diamat e alle relative strumentalizzazioni della ricerca scientifica, non potevano non riconoscere la validità operativa, al fine di costruire uno stato totalitario. di una strumentalizzazione di una dottrina scientifica che, in quella data situazione storica, ben si prestava a giustificare l’apparato propagandistico ed autoritario del costruendo stato sovietico (stricto sensu, gli studi di Lysenko riguardavano la vernalizzazione del grano, riguardavano cioè la possibilità che l’esposizione del grano alle avverse condizioni climatiche invernali ne facesse crescere la produzione e/o la resistenza a queste intemperie della stagione fredda e questo senza passare attraverso una previa selezione, come si sarebbe dovuto fare seguendo uno schema darwiniano, di linee di grano più resistenti al freddo. Ad oggi è difficile giudicare se si fosse trattato di una buona o cattiva idea. Quello che è certo è che la produzione granaria crollò verticalmente ma di mezzo ci fu la collettivizzazione delle campagne e quindi il lysenkismo è oggi ricordato solo come una dannosa pseudoscienza, stampella di un regime totalitario, corresponsabile della carestia che afflisse l’allora nascente regime sovietico e direttamente responsabile, negli anni che seguirono, dell’arretratezza della biologia e genetica sovietica. Ma dei fallimenti e problemi irrisolti della Sintesi evoluzionista moderna solo oggi si comincia a parlare…). Grosso modo questa è la ricostruzione storica che anche il Dialectical Biologist fa del “caso Lysenko” affermando che il lysenkismo non fu una sorta di pseudoscienza  che poteva solo sorgere in un sistema totalitario ma che, bensì, per farla breve, fu una legittima direzione della ricerca biologica e genetica che, per ragioni storiche contingenti, fu ridotta alla caricatura di sé stessa. Su questo, quindi, nemmeno noi abbiamo nulla da eccepire ma, però, il problema di una piena riabilitazione sussiste, perché per la difesa di una teoria scientifica non ci si può limitare a dire che era sorta con le migliori intenzioni, rovinate in seguito dai cattivi politici, se queste intenzioni, alla stretta del chiodo, saranno state magari sì buone ma anche sostanzialmente sbagliate. E su quest’ultimo problema il Dialectical Biologist non prende posizione, tentenna e tutto il suo discorso critico ruota attorno ad un meccanicismo veteromarxista e veteroengelsiano sostenendo che ogni teoria scientifica è, in ultima analisi, frutto della società dove questa nasce e quindi che il lysenkismo sarebbe stato il frutto di una società e/o del suo apparato politico totalitario  che voleva costruire il socialismo mentre la stretta osservanza darwiniana sarebbe il frutto di una società capitalista tutta tesa a santificare e a magnificare l’ineluttabilità del libero mercato e la ricerca del successo individuale, dove è chiara l’analogia di questo individualismo metodologico con lo schema darwiniano dove meccanicamente l’ambiente seleziona l’individuo migliore che poi, attraverso l’atto riproduttivo, consegnerà alle future generazioni queste sue caratteristiche che hanno avuto il successo di superare il vaglio posto dall’ambiente. Tutto questo incontra la nostra piena approvazione e anzi ne abbiamo appena discusso ma è ancora troppo generico, perché il problema che non affronta il Dialectical Biologist è analizzare, su un piano storico più generale, il significato gnoseologico-epistemologico che hanno la tradizione lamarckiana e la tradizione darwiniana; si tratta cioè del problema della dialettica e della natura che abbia questa dialettica e su questo punto il Dialectical Biologist, pur fornendo, come vedremo, spunti del più grande interesse, non osa pronunciarsi, anzi in più luoghi espressamente ammette di non sapere dare una definizione della dialettica pur sottolineando che, nonostante questo, la dialettica sia indispensabile per spiegare i fenomeni biologici (e su questo siamo pienamente d’accordo, come pure del tutto positivamente apprezziamo del Dialectical Biologist l’essere riuscito a fornire esempi concreti di dialettica operativa in campo biologico, specialmente quando vengono descritti gli ecosistemi e i vicendevoli  rapporti di feedback fra organismo e/o gruppi di organismi e il loro ambiente). Il punctum dolens e quindi quello della natura della dialettica e riandando   alla citazione che ha dato vita a questa nota possiamo tornare a leggere: «Nor, on the other hand, can the Lysenko movement be regarded, as it is by some ultraleft Maoists, as a triumph of the application of dialectical method to a scientific problem, an intellectual triumph that is being suppressed by the bourgeois West and by Soviet revisionism. None of these views corresponds to a valid theory of historical causation.» Il punctum dolens non è tanto se l’ultrasinistra maoista del tempo fosse o no nel torto a ritenere il lisenkismo il trionfo  della dialettica (in molti altri luoghi della presente comunicazione, verrà sottolineato il motto  latino amicus Plato, sed magis amica veritas, volendo con ciò significare che per un corretto procedere dialettico non si deve giudicare positivamente una teoria scientifica solo perché rifiuta una schema meccanicistico e deterministico e, quindi, unicamente  per questa sua intrinseca voluntas dialectica,  illusoriamente più nel vero di una corrispettiva teoria che su questo meccanicismo e determinismo si basa  – anche se ci sono, ovviamente  teorie scientifiche che si possono prestare più di altre, per una sorta di loro intima Weltanschauung dialettica, a  sviluppare efficaci ragionamenti dialettici, e questa comunicazione, come altre che l’hanno preceduta,  è pure basata su questo assunto), il punto è che bisogna individuare la vera Gestalt di questa dialettica e, nelle parole del Dialectical Biologist appena lette si parla di «una valida teoria per la causazione storica», con ciò – oltre a sottintendere una separazione fra causazione del mondo storico  e quello del mondo fisico-biologico, determinazione della illusorietà della separazione fra mondo storico-culturale e quello fisico-biologico che è il cardine del Repubblicanesimo Geopolitico ma che, in altri luoghi del Dialectical Biologist è pure, anche se maniera non esemplarmente cristallina, rifiutata – rivelando in pieno i debiti ancora pesanti che il Dialectical Biologist deve alla pseudodialettica engelsiana, la quale, in realtà, non è altro che un positivismo a malapena travestito e dove le tre leggi aristoteliche della logica (Il principio di identità, il principio di non-contraddizione e   il principio del terzo escluso) vengono sostituite goffamente dalle tre nuove ridicole leggi della dialettica   (la legge della conversione della quantità in qualità (e viceversa), la legge della compenetrazione degli opposti e la legge della negazione della negazione: per la definizione della Gestalt della dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico, in particolare vedi infra nota n° 4 ma, nella sua totalità, tutta la presente comunicazione è volta alla sua costruzione), ridicole sì ma che hanno l’assai poco ridicolo e molto triste risultato di rendere la dialettica altrettanto meccanica nella sua natura ed azione alle deterministiche leggi sociali che il positivismo riteneva di dover e poter individuare, perché dal positivismo pensate in perfetta analogia a quelle dei sistemi fisici – o meglio di come  ai tempi del positivismo si pensava operassero i sistemi fisici – e agenti entro un rigido schema di causa ed effetto con conseguente sicura ed infallibile prevedibilità dei fenomeni. Per fortuna, come mostreremo, il Dialectical biologist saprà anche lasciarsi alle spalle il sogno di ogni «valid theory of historical causation», intrinsecamente legata al meccanicismo, per approdare ad uno schema storicistico molto vicino al paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico.

 

3 Questo processo di feedback evolutivo ha profonde analogie col processo interpretativo detto circolo ermeneutico. Purtroppo l’attuale ermeneutica, pur giustamente affermando l’esigenza di un infinito moto circolare del sapere dal soggetto studiante all’oggetto studiato con costante modifica in questo processo sia del soggetto che dell’oggetto, ha tralasciato nella sua teoria una approfondita riflessione sulla forma della  dialettica e ha limitato il suo campo di studio solo alla linguistica e agli studi filologici. (Gadamer parla del processo messo in atto dal circolo ermeneutico come una ‘fusione di orizzonti’ e dell’atteggiamento che deve assumere l’ermeneuta la cui  attività  deve essere improntata alla phrónesis  altrimenti detta ‘saggezza’ o ‘prudenza’, in ragione del fatto che l’ermeneuta deve essere consapevole che la sua attività interpretativa è sempre carica di pregiudizi, pregiudizi che se  è intellettualmente onesto non solo egli deve giudicare ineliminabili  ma anche pensare come  una parte positiva nel dare inizio al circolo ermeneutico stesso. Ora a parte il fatto che riconosciamo una notevole bellezza poetica all’immagine della fusione degli orizzonti e che ben volentieri possiamo concordare con Gadamer sulla necessità di procedere prudenti non solo nelle vicende interpretative ma, aggiungiamo noi, anche nelle vicende della vita di quotidiana – e anche, a maggior ragione, di quella pubblica e filosofica: «Ecco: io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe. Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani.» (Matteo 10,16-18), come vediamo nell’appello alla prudenza Santa Madre Chiesa ha anticipato di molti anni l’ermeneutica –, liquidare il processo dialettico interpretativo con una  bella metafora ma  che però non ha più valore gnoseologico ed epistemologico di una suggestiva  immagine modello cartolina postale del sole che tramonta dietro l’orizzonte marino – magari tenendo teneramente per mano la propria amata mentre si assiste sulla battigia ed udendo il mantrico sciabordio delle onde che fa da colonna sonora al sublime spettacolo dell’astro morente; non ce ne vogliano gli ermeneuti di ogni ordine e grado, a noi personalmente la ‘fusione di orizzonti’ richiama alla mente quel quadro dell’artista russo appartenente alla Sots-art Erik Bulatov, Red Horizon,  che ci fa vedere un piccolo gruppo di uomini e donne  che  passeggiano in spiaggia, rappresentati di spalle    e stranamente vestiti, visto l’ambiente, con abiti formali  più consoni ad un contesto urbano mentre osservano un amplissimo e rettangolare arrossamento del cielo lungo la linea d’orizzonte del mare  attraversato da più strette linee rettangolari gialle. Red Horizon, quindi, rappresentazione surreale dell’osservazione da parte di queste persone di un tramonto dietro il mare e probabilmente queste persone formalmente vestite sono la metafora della  declinante nomenclatura sovietica: Red Horizon fu dipinto nel 1972 quando erano già evidenti gli inevitabili segnali d’involuzione che avrebbero portato al collasso della società sovietica poco meno di due decenni dopo. Ecco a noi la gademeriana ‘fusione d’orizzonti’ richiama la stessa Stimmung di Red Horizon… – e liquidare l’aristotelica phrónesis come semplice prudenza, mentre in Aristotele è l’unione di intelletto e desiderio al fine di elaborare una corretta linea d’azione – e questa unione di intelletto e desiderio, mutatis mutandis, con profonda analogia con l’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale della filosofia della prassi del  Repubblicanesimo Geopolitico – non può che lasciare perplessi in merito all’ermeneutica gadameriana e  di tutti quegli studi ermeneutici che da Gadamer prendono lo spunto, e per essere perplessi non è nemmeno necessario fare propria una particolare visione dialettica ma essere animati da semplice buon senso filosofico.). Il Repubblicanesimo geopolitico genera invece la sua particolare ermeneutica non accettando la suddivisione fra mondo culturale dell’uomo e mondo fisico-biologico, suddivisione che è un presupposto più o meno esplicito di tutte le attuali correnti ermeneutiche, e assegna anche una natura specifica a questa  sua peculiare ermeneutica che, attraverso la sua azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale non genera solo un feedback a livello linguistico, ma  investe olisticamente, invece, tutta la totalità espressiva (che non viene solo interpretata alla luce di questo paradigma ma ne viene, soprattuttto,  anche autopoieticamente generata), cioè il mondo culturale dell’uomo e mondo fisico-biologico, non più tenuti astrattamente distinti ma finalmente riunificati a livello ontologico ed epistemologico nello schema autopoietico della  teoria  della filosofia della  prassi dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale. Che questo riorientamento del circolo ermeneutico – riorientamento che, come si sarà capito, non riguarda solo la corrente filosofica detta ‘ermeneutica’ ma tutta la filosofia e la cultura occidentali moderne nate dal trionfo del meccanicismo cartesiano e galileiano –  sia una mossa decisiva per una rinascita non solo degli studi dialettici e degli studi sociali ma anche per un riorientamento olistico degli studi che riguardano le c.d. scienze dure (riorientamento olistico che – pur con tutte le avvertenze fin qui già espresse in merito al fatto che la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico non sposa alcuna teoria scientifica in particolare perché giudicata più dialettica di un’altra ma la osserva, la giudica e la utilizza essenzialmente  nell’ambito delle sua valenza dialettica riferita al più generale contesto olistico generato dall’ autopoiesi dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale e valenza dialettica di una teoria scientifica, quindi, che non è mai una volta per sempre ma può e deve mutare a seconda del momento storico  in cui si colloca il giudizio, perché a mutamento della situazione storica corrisponde un mutamento sia a livello ontologico che epistemologico del vettore di direzione dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, ma vettore di direzione che, lo ripetiamo ad nauseam, proprio per la sua natura dialettico-espressiva-conflittuale-strategica che attraversa un sempre mutevole medium storico, e sempre mutevole proprio per responsabilità diretta della sua azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale, è assolutamente quindi  incompatibile con la Gestalt di  una legge generale meccanicistica modello fisica galileano-newtoniana con conseguente deterministica previsione della sua forza ed orientamento ma che può essere compreso, e spesso solo ex post, inserendolo nel contesto della particolare ed unica situazione storica entro la quale non solo si trova ad agire cercando di modificarla a suo vantaggio ma della quale, ad ulteriore aggravio delle possibilità di determinarne ex ante la direzione, è pure dinamicamente ed espressivamente parte – è  un portato già oggi  non più ignorabile dei modelli matematici non lineari e della meccanica quantistica, ma sull’importanza euristica per la dialettica del Repubblicanesimo Geopolitico di questi modelli e della fisica quantistica ci siamo  già più volte altrove espressi e ritorneremo anche nel corso di questa comunicazione) non può essere certo dimostrato, come del resto nessuna delle cose veramente importanti per l’uomo possono essere decise attraverso un procedimento induttivo: fondamentale a questo punto ritornare alla distinzione che Hegel faceva fra intelletto e ragione, fra Verstand  e Vernunft. Può, però, essere mostrato nei suoi effetti e nella sua concreta azione dialettico-espressiva-strategico-conflittuale e quindi, da questo punto di vista, giudicato. E questa comunicazione non è che un passo verso questa concreta strategia ermeneutica basata, appunto, sulla hegeliana ragione.

 

4 A parte il vecchio darwinismo storico-sociale che nelle società liberal-capitalistiche ha giustificato il colonialismo e all’interno delle singole nazioni un “libero”mercato dove l’economicamente più debole era “libero” di morire di fame e, sempre a livello interno e poi  fuori dai confini nella Germania nazionalsocialista,  l’eugenetica e lo sterminio degli ebrei  e di altre etnie e gruppi umani ritenuti inferiori – oltre a deturpare criminalmente il concetto Lebensraum privandolo qualsiasi valenza dialettica che pur possedeva in origine per fargli giustificare l’aggressione  contro i paesi dell’Europa orientale e l’Unione Sovietica esplicitamente giustificata per compiere lo sterminio di gran parte delle popolazioni slave per sostituirle con popolazioni germaniche – senza nemmeno l’orrida razionalità economica che presiedeva il succitato progettato insediamento all’Est di popolazioni tedesche (una razionalità economica, comunque, del tutto irrazionale, perché i territori dell’Est Europa senza slavi sarebbero stati del tutto ingestibili, e infatti già nel corso della guerra i progetti tedeschi di sterminio di queste popolazioni slave avevano subito un drastico ridimensionamento, mentre, purtroppo, non si fece altrettanto per gli ebrei e gli zingari), qui, in particolare, intendiamo riferirci, alle  più rozze conseguenze ideologiche e meccanicistiche della Modern Evolutionary Syntesis, cioè alla sociobiologia che, in pratica, altre non è il vecchio darwinismo storico-sociale ma non più mosca cocchiera delle società imperialiste e colonialiste liberalcapitaliste ottonovecentesche o della feroce società nazionalsocialista ma che ha svolto e svolge tuttora – nonostante la sua palese infondatezza scientifico-sperimentale – un ruolo ideologico di giustificazione pseudoscientifica delle attuali società nate nel Secondo dopoguerra ed impostate sul consumismo e sulla “libera” concorrenza darwinista fra membri della società per consumare la maggior quantità di questi beni (impostate, cioè, sulla del tutto illusoria ed ideologica nozione che questo modello, pur diversamente benefico a seconda delle capacità produttivo-economiche del singolo consumatore, sia una volta per sempre e non sia più possibile tornare indietro a modelli produttivo-distributivi che non garantiscano questo infinito aumento dei consumi, pur se diversamente distribuiti a seconda delle varie e variabili capacità individuali di procacciarseli agendo egoisticamente sul “libero” mercato delle merci e del lavoro contemporaneamente attraverso i “liberi” prestatori d’opera – talvolta i “liberi” imprenditori – e i “liberi” consumatori). Il Selfish Gene di Richard Dawkins è stato il saggio che, in ragione del suo indubbiamente accattivante modo di presentare le sue tesi e quindi del suo larghissimo successo anche presso il più vasto pubblico dei non addetti ai lavori, maggiormente ha contribuito in questi ultimi decenni a diffondere e a rendere popolari la meccanicistiche ed antidialettiche tesi della sociobiologia. Vale quindi la pena di guardare un po’ più a fondo questo suo seminale saggio dell’odierna (e popolare) filosofia meccanicistica moderna (e di riflesso, quindi, dell’odierno individualismo metodologico liberale divenuto popolare anche grazie a libri come il Selfish Gene): «The next important link in the argument, one that Darwin himself laid stress on (although he was talking about animals and plants, not molecules) is competition. The primeval soup was not capable of supporting an infinite number of replicator molecules. For one thing, the earth’s size is finite, but other limiting factors must also have been important. In our picture of the replicator acting as a template or mould, we supposed it to be bathed in a soup rich in the small building block molecules necessary to make copies. But when the replicators became numerous, building blocks must have been used up at such a rate that they became a scarce and precious resource. Different varieties or strains of replicator must have competed for them. We have considered the factors that would have increased the numbers of favoured kinds of replicator. We can now see that less-favoured varieties must actually have become less numerous because of competition, and ultimately many of their lines must have gone extinct. There was a struggle for existence among replicator varieties. They did not know they were struggling, or worry about it; the struggle was conducted without any hard feelings, indeed without feelings of any kind. But they were struggling, in the sense that any mis-copying that resulted in a new higher level of stability, or a new way of reducing the stability of rivals, was automatically preserved and multiplied. The process of improvement was cumulative. Ways of increasing stability and of decreasing rivals’ stability became more elaborate and more efficient. Some of them may even have ‘discovered’ how to break up molecules of rival varieties chemically, and to use the building blocks so released for making their own copies. These proto-carnivores simultaneously obtained food and removed competing rivals. Other replicators perhaps discovered how to protect themselves, either chemically, or by building a physical wall of protein around themselves. This may have been how the first living cells appeared. Replicators began not merely to exist, but to construct for themselves containers, vehicles for their continued existence. The replicators that survived were the ones that built survival machines for themselves to live in. The first survival machines probably consisted of nothing more than a protective coat. But making a living got steadily harder as new rivals arose with better and more effective survival machines. Survival machines got bigger and more elaborate, and the process was cumulative and progressive. Was there to be any end to the gradual improvement in the techniques and artifices used by the replicators to ensure their own continuation in the world? There would be plenty of time for improvement. What weird engines of self-preservation would the millennia bring forth? Four thousand million years on, what was to be the fate of the ancient replicators? They did not die out, for they are past masters of the survival arts. But do not look for them floating loose in the sea; they gave up that cavalier freedom long ago. Now they swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots,* sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control. They are in you and in me; they created us, body and mind; and their preservation is the ultimate rationale for our existence. They have come a long way, those replicators. Now they go by the name of genes, and we are their survival machines.»: Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit.,  pp. 18-20 Testo da noi scaricato all’URL  https://pdfs.semanticscholar.org/206e/a4e48d95acd10fb9c2bdc291811cd341c04a.pdf?_ga=2.110581445.1974409258.1572036165-369721173.1568987673; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20191025204931/https://pdfs.semanticscholar.org/206e/a4e48d95acd10fb9c2bdc291811cd341c04a.pdf?_ga=2.110581445.1974409258.1572036165-369721173.1568987673Nostro successivo upload del file su  Internet Archive, generando gli URL https://archive.org/details/richarddawkinstheselfishgene30thanniversaryeditionwithanewintroductionbytheauthor/mode/2up e https://ia803102.us.archive.org/4/items/richarddawkinstheselfishgene30thanniversaryeditionwithanewintroductionbytheauthor/RICHARD%20DAWKINS%20THE%20SELFISH%20GENE%20%2030TH%20ANNIVERSARY%20EDITION%20WITH%20A%20NEW%20INTRODUCTION%20BY%20THE%20AUTHOR.pdf. Presso Internet Archive  è pure presente un’altra copia del Selfish Gene, URL https://archive.org/details/selfishgene00dawkrich, ma essendo il documento vincolato ad un regime di prestito online,  si è  preferito evitare a noi e ai nostri lettori questa procedura e rendere disponibile il documento senza restrizioni di sorta. In apparenza qui viene descritto un classico meccanismo di selezione darwiniano ma nelle ultime battute appare il telos del brano citato e di tutto il Selfish Gene. Non solo i geni egoistici sono i campioni, i numeri uno, i terribili e coriacissimi guerrieri  dell’ individualismo metodologico, i «replicators that survived were the ones that built survival machines for themselves to live in» ma, al di là di questa altissima esemplarità ideologica per tutti coloro che a questo individualismo si ispirano sono, ancor di più, gli autentici e materiali  animatori e ispiratori  di questa Weltanschauung, perché essi ora «swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots,*  sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control.». Traducendo ma contemporaneamente spiegando anche qui il non esplicitamente detto: ora i geni egoistici prosperano e sciamano in gigantesche colonie e al sicuro e protetti dalle aggressioni dell’ambiente esterno perché ospitati all’interno del corpo di giganteschi e legnosi robot. Come questi geni, così sigillati entro i corpo di questi robot riescano a rapportarsi con l’ambiente più che un problema scientifico è, evidentemente, un mistero di natura teologica, come ben si evince dalla  fraseologia impiegata per descrivere questo inesplicabile rapportarsi («sealed off from the outside world, communicating with it by tortuous indirect routes, manipulating it by remote control») ma ancor più di questo crampo del pensiero, ci preme qui sottolineare un fatto fondamentale, e cioè che questi «lumbering robots» siamo noi, quasi che l’onere della denotazione della meccanicità nel processo della selezione naturale si fosse spostato dal gene, il quale anche se opera in maniera teologicamente misteriosa ha comunque una relazione dialettica con l’ambiente, all’uomo, il quale viene ridotto ad una sorta di robot da vignetta o da film fantascientifico di serie B, che si muove appunto come un automa e che, ridotto a dover servire gli algoritmi  forniti dal gene, non può che agire servilmente e meccanicamente (o meccanicisticamente se si preferisce). Subito dopo il passaggio dove i geni «swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robots» compare, come si è visto, un asterisco. Torneremo fra poco sul significato di questo asterisco ma per ora continuiamo  a focalizzarci sull’ardita immagine dell’uomo robot. In fondo, si potrebbe dire che questa è un’interpretazione azzardata del testo perché forse quello che l’autore del Selfish Gene ci voleva comunicare è che i geni si erano insediati dentro il corpo umano che ora li protegge come se fosse un legnoso ma anche duro e potente robot, e qualsiasi altra analogia fra il meccanico robot  e la nostra dimensione umana è frutto della nostra immaginazione e non è nelle intenzioni dell’autore. Ma vediamo come nel Selfish Gene non si rinuncia volentieri alla metafora: «The individual organism is something whose existence most biologists take for granted, probably because its parts do pull together in such a united and integrated way. Questions about life are conventionally questions about organisms. Biologists ask why organisms do this, why organisms do that. They frequently ask why organisms group themselves into societies. They don’t ask – though they should – why living matter groups itself into organisms in the first place. Why isn’t the sea still a primordial battleground of free and independent replicators? Why did the ancient replicators club together to make, and reside in, lumbering robots, and why are those robots – individual bodies, you and me – so large and so complicated?» (Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., p. 237), e i lumbering robots, siamo proprio noi, con tutte le caratteristiche e le legnose e meccanico-meccanicistiche peculiarità dei robot da fumetto; lumbering robots le cui caratteristiche meccanico-meccanicistiche  evidentemente non solo sono il tratto qualificante del genere umano  ma di tutti gli organismi  mono e pluricellulari (almeno questa condivisione col resto dei viventi viene concessa ad una povera umanità così bistrattata e mal compresa) e quindi tutti i viventi sono una sorta di macchina, ma una insensibilità meccanica, la quale, chissà perché non coinvolge il gene: forse perché  esso è l’incarnazione e il simbolo col suo egoismo dell’individualismo metodologico della società liberal-capitalistica, e quindi, in questo suo ruolo di nuova divinità non può agire come una sorta di impersonale Dio spinoziano ma deve possedere la capacità di agire teleologicamente, magari al solo scopo di creare i lumbering robots, come una sorta di nuovo Dio personale?: «This brings us to the second of my three questions. Why did cells gang together; why the lumbering robots? This is another question about cooperation. But the domain has shifted from the world of molecules to a larger scale. Many-celled bodies outgrow the microscope. They can even become elephants or whales. Being big is not necessarily a good thing: most organisms are bacteria and very few are elephants. But when the ways of making a living that are open to small organisms have all been tilled, there are still prosperous livings to be made by larger organisms. Large organisms can eat smaller ones, for instance, and can avoid being eaten by them.» (Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., p. 258.). Ma ora torniamo alla questione dell’asterisco, al quale, molto stranamente, alla pagina 19 dove compare il segno non segue a piè di pagina alcuna spiegazione. Ma la spiegazione appare nella sezione finale del libro intitolata “Endnotes” (che sotto questa definizione delle pagine che seguono reca la spiegazione: «The following notes refer to the original eleven chapters only. Although the text of these chapters is almost identical to the first edition, the page numbers are different as the type has been completely reset. Each note is referenced by an asterisk in the main text.»), la quale informandoci delle polemiche suscitate dal succitato passaggio già apparso nella prima edizione (noi stiamo citando dalla terza edizione), goffamente cerca di giustificare ed attenuare la polemica sui lumbering robots: «p. 19  Now they swarm in huge colonies, safe inside gigantic lumbering robotsThis purple passage (a rare – well, fairly rare – indulgence) has been quoted and requoted in gleeful evidence of my rabid ‘genetic determinism’. Part of the problem lies with the popular, but erroneous, associations of the word ‘robot’. We are in the golden age of electronics, and robots are no longer rigidly inflexible morons but are capable of learning, intelligence, and creativity. Ironically, even as long ago as 1920 when Karel Capek coined the word, ‘robots’ were mechanical beings that ended up with human feelings, like falling in love. People who think that robots are by definition more ‘deterministic’ than human beings are muddled (unless they are religious, in which case they might consistently hold that humans have some divine gift of free will denied to mere machines). If, like most of the critics of my ‘lumbering robot’ passage, you are not religious, then face up to the following question. What on earth do you think you are, if not a robot, albeit a very complicated one? I have discussed all this in The Extended Phenotype, pp. 15-17. The error has been compounded by yet another telling ‘mutation’. Just as it seemed theologically necessary that Jesus should have been born of a virgin, so it seems demonologically necessary that any ‘genetic determinist’ worth his salt must believe that genes ‘control’ every aspect of our behaviour. I wrote of the genetic replicators: ‘they created us, body and mind’ (p. 20). This has been duly misquoted (e.g. in Not in Our Genes by Rose, Kamin, and Lewontin (p. 287), and previously in a scholarly paper by Lewontin) as ‘[they] control us, body and mind’ (emphasis mine). In the context of my chapter, I think it is obvious what I meant by ‘created’, and it is very different from ‘control’. Anybody can see that, as a matter of fact, genes do not control their creations in the strong sense criticized as ‘determinism’. We effortlessly (well, fairly effortlessly) defy them every time we use contraception.»: Richard Dawkins, The Selfish Gene, cit., pp.  270-271). Ora a parte il fatto che proprio non si capisce la ragione per cui si debba tirare in ballo Gesù, la sua nascita da una vergine per dire che se questa nascita è teologicamente necessaria, deve essere ugualmente inevitabile che un genetista affermi che il gene controlli ogni aspetto del nostro comportamento (complimenti, un gran bell’argomento e non andiamo oltre), il ridicolo di tutto questo almanaccare appena esposto è l’affermazione che il robot in questione è un po’ meno roboticamente meccanico e stupido di quel che comunemente si crede perché 1) all’origine della  figura letteraria del robot, quello di Karel Čapek, il robot riesce a concepire anche sentimenti umani (fra l’altro, aggiungiamo noi, il robot di Čapek non è un dispositivo meccanico ma è stato costruito montando varie parti di corpi umani e quindi concepisce anche umani sentimenti, insomma siamo più in presenza di un essere modello il mostro del Frankenstein di Mary Shelley che alla creatura meccanica similumana dei film di fantascienza ma questo è un dettaglio che non sfiora Dawkins) e 2) gli attuali robot, quelli realmente esistenti, sono sì robot ma sempre più capaci di azioni autonome e creative proprio come gli uomini. Ma lasciando perdere nel commentare questa penosa palinodia di soffermarci ulteriormente sul tentativo di Dawkins di  buttarla in letteratura (nella quale l’autore del Selfish Gene dimostra, tra l’altro, di non essere nemmeno molto ferrato), concentriamoci un attimo sugli attuali robot e sull’intelligenza artificiale. Certamente è vero che gli attuali robot sono anche in grado di autoprogrammarsi e quindi, almeno apparentemente, di assumere verso l’ambiente un atteggiamento non meccanico-meccanicistico, è però altrettanto vero che la capacità di questi robot a rapportarsi dinamicamente con un ambiente mutevole riguarda sempre e solamente il particolare compito cui è stato assegnato il robot. Tanto per fare un esempio. È già da ora possibile che se a un robot viene fornito un algoritmo che inizialmente non gli permette di superare uno specifico compito, mettiamo vincere a scacchi, il robot sappia far evolvere questo particolare algoritmo per ottenere il risultato (ma le proprietà evolutive di questo algoritmo sono fornite ab initio dal programmatore e non sono farina del sacco del computer; oppure è possibile immaginare anche un algoritmo che pur non possedendo in sé alcuna possibilità evolutiva, venga fatto evolvere tramite il  computer, ma ciò può essere reso possibile fornendo, sempre per iniziativa del programmatore umano, un   secondo algoritmo che permetta alla macchina di intervenire sul primo  e quindi siamo punto a capo)  ma finora non è stato ancora costruito un robot che se perde a scacchi, invece di elaborare una nuova strategia, si arrabbi –  o se riteniamo quest’ultimo stato emotivo troppo legato ad un concetto eccessivamente  intimo e lirico dell’agire – rovesci il tavolo (a meno che, ovviamente, non venga dotato dal suo programmatore di  un algoritmo che gli dica di comportarsi in questo modo in caso di sconfitta, bisogna però, come da tradizione dei film di serie B, farlo diventare un vero e proprio robot umanoide, con un bel paio di braccine e piedini meccanici, piccoli ed esili in questo caso visto che l’azione fisica da eseguire non è gravosa…). In altre parole, un robot può agire solamente nell’ambito della teleologia che gli è stata assegnata dal programmatore: nel metterla in pratica può essere sovente molto più abile dell’uomo ma nell’elaborazione di una autonoma e non eterodiretta teleologia alternativa questo “cervello elettronico” rimane totalmente muto ed inetto (detto ancor meglio: non si pone nemmeno il problema di darsi uno scopo diverso da quello fornitogli dal programmatore). Facciamo un altro esempio. Un robot, come del resto un uomo, può combattere e perdere una battaglia campale (meglio, però, se questa battaglia è virtuale, finora i computer hanno solo fornito potenza di calcolo alle battaglie reali dove scorre sangue reale).  Ma mentre tutto quello che può fare un robot riguardo a questa battaglia è cercare di vincerla o perderla ed anche di elaborare nuove strategie per ottenere il positivo risultato (impiegare, cioè, algoritmi genetici e/o evolutivi che simulando, tramite la veloce computazione della macchina, una evoluzione darwiniana dei parametri costituenti l’algoritmo, questi vengono progressivamente sostituiti da altri più adeguati ad ottenere il risultato desiderato, ma, lo ripetiamo, l’algoritmo genetico o evolutivo che dir si voglia capace di evolversi   tramite la potenza computazionale della  della macchina deve essere originariamente  fornito dal programmatore), l’uomo dopo aver vinto o perso la battaglia è costretto ad andare avanti e a non riposarsi. La vittoria gli apre diversi scenari umani, politici, culturali ed economici verso i quali la macchina robot-computer non solo è assolutamente incapace ad elaborare una adeguata strategia ma, ancor peggio, è del tutto non interessata a prenderli in considerazione ignorandone l’esistenza (a meno che, lo ripetiamo ad nauseam, non venga programmata per affrontare anche queste nuove situazioni: in questa incapacità, lo ammettiamo,  molto simile a molti uomini la cui cecità meccanica-meccanicistica ad affrontare scenari diversi da quelli imposti dall’abitudine quotidiana, dalla tradizione culturale e/o dall’autorità politica non è molto diversa a quella fin qui dimostrata dai computer nell’autoassegnarsi compiti non previsti dal programmatore: epifania strategica un obiettivo-mito modello spiritus durissima coquit per la presente e futura intelligenza artificiale ma anche per molti presenti – e futuri – rappresentanti di quel singolare animale chiamato homo sapiens,  che nelle sue soventi reazioni meno creative e più stereotipate – in questi casi non assolutamente all’altezza del nome assegnatogli dagli zoologi – potrebbe benissimo essere definito homo mechanicus, con tante nostre scuse, per via di questi  numerosi casi, a Cartesio e al suo tanto beffeggiato animal machine, e ancor più associando alle nostre doverose  scuse Julien Offray de La Mettrie e il suo altrettanto dileggiato homme machine). Parimenti la sconfitta, a meno che non abbia avuto come esito la sua uccisione o la sua autoeliminazione per la vergogna (suicidio), apre  altri e del tutto inediti scenari. Per esempio, il guerriero sconfitto può abbandonare le armi e darsi, tramite opere filosofiche, letterarie e poetiche a più o meno profonde riflessioni  sulla vanità delle cose umane (ci può anche essere uno scenario alternativo dal punto di vista letterario ed esistenziale: se la sconfitta non è stata troppo pesante e il nostro guerriero è riuscito  a salvare, oltre alla pelle, anche un po’  di soldi e di salute, può pure abbandonare le pose guerriere  e melanconiche da filosofo ipocondriaco dedito a coltivare la contemptio vitae da novello esegeta dell’Ecclesiaste e, anziché declamare il lamentoso vanitas vanitatum et omnia vanitas, dedicarsi alla produzione di letteratura erotica ed alla sua concreta applicazione nella vita di ogni giorno ma questo è un altro discorso – no, anzi lo stesso… –; tutto questo per mostrare – non dimostrare! – l’amplissima gamma del paradigma comportamentale olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale che può generarsi dal vario rapportarsi dell’uomo con l’ambiente fisico-culturale, e come sia difficile – anzi impossibile – tagliare col coltello i vari aspetti della suddetto). L’uomo cioè, a differenza degli attuali computer e anche di quelli prossimi venturi, computer quantistici compresi, che dai computer realizzati non tenendo conto della fisica quantistica si differenziano per la mostruosa capacità computazionale ma sono assolutamente identici ai computer classici per quanto riguarda una autonoma attività creativa (su cui, fra l’altro, ritorneremo nel prosieguo della presente comunicazione) ha sempre storicamente mostrato di potersi comportare dialetticamente e con estrema libertà creativa rispetto alle sfide ambientali e le ultime acquisizioni  della Sintesi evoluzionistica estesa, dell’ epigenetica e della  teoria endosimbiotica  suggeriscono che anche nell’evoluzione degli organismi e delle loro relative popolazioni le cose siano andate analogamente a come l’uomo si comporta davanti alla sfide storiche, culturali e  naturali  che gli si parano di fronte. Così come nell’uomo, anche nel resto del mondo vivente l’unico schema che agisce è il paradigma dell’azione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale (e anche del non vivente aggiungiamo: come già affermato nella presente comunicazione), dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico la legge fisica di natura non è altro che la provvisoria ed illusoria cristallizzazione di una vicenda storico-naturale dove il vero ed unico agente è il paradigma ontogenetico e creatore ex nihilo dell’azione dialettico-espressiva-conflittuale strategica) che, come abbiamo già qui affermato, si muove in una sempre cangiante e totalizzante dimensione storica e che quindi, oltre che per la sua natura espressiva che lo pone all’antitesi di qualsiasi schema meccanico, fosse solo per questa dimensione storica originante una linea di azione assolutamente imprevedibile e assolutamente non meccanica (dimensione storica in sé antimeccanica perché impossibile distinguervi causa ed effetto per il semplice fatto che 1) l’effetto, cioè uno stato originato da un certo stato  precedente, la causa,  modifica a sua volta la causa stessa – schema di azione e reazione che apparentemente potrebbe  essere risolto col termine di feedback se non fosse che, e ciò è evidente in biologia ma accade anche nella meccanica quantistica dove spesso, l’effetto previene la causa ancor prima che questa si manifesti, vedi esperimento della doppia fenditura dove le particelle, in seguito alla loro emissione, si dispongono impattando su uno schermo con uno schema ondulatorio se non osservate ma se, osservate successivamente alla loro emissione, lo schema di impatto sullo schermo è corpuscolare e caotico, con tanti saluti al meccanico paradigma temporale del post hoc ergo propter hoc ed introducendoci nell’ambito di una teleologica dialettizzante causalità (in particolare, sull’inversione dello schema causa → effetto vedi infra nota n° 16); ma ancor più importante che 2) la c.d. causa storica, è in realtà veramente una causa sui generis perché è di tutta evidenza che la sua individuazione e definizione è frutto della del tutto umana ipostatizzazione legata al post hoc ergo propter hoc, perché, in realtà, il suo manifestarsi  all’umana sensibilità dipende  della totalità storica e come la cultura dell’uomo e/o dello storico si pone – sovente errando – rispetto a questa totalità , totalità storica dove, al di là dello schema dialettico espressivo-strategico-conflittuale da noi proposto, risulta particolarmente inane lo schema di causalità legato al  post hoc ergo propter hoc. Sul fatto poi che tutte le cause, anche quelle delle scienze fisico-biologiche, rispondano ad una legalità dialettica e non meccanica, abbiamo appena già detto ma vedi anche infra nota n° 15). E detto ciò potremmo per il momento riporre il gene egoista. Se non fosse che non possiamo mancare di dare un’occhiata, anche se solo di sfuggita, al Teorema di incompletezza di Gödel (formulato da Kurt Friedrich Gödel nel 1931), il quale teorema afferma che non esiste alcun sistema formale in cui tutte le proposizioni di questo sistema possano essere dimostrate all’interno del sistema stesso. Con questo teorema veniva così rasa al suolo la speranza del matematico David Hilbert «che nel 1928, in un congresso internazionale di matematica a Bologna, aveva lanciato una sfida alla comunità dei matematici: escogitare una macchina logica che potesse dimostrare tutte le verità matematiche e, nello stesso tempo, dimostrare che il ragionamento matematico è affidabile. L’autocoerenza del sistema è fondamentale: se il sistema è incoerente, allora è possibile dimostrare sia la verità sia la falsità della stessa proposizione.» (Brunella Schettino, Avete mai sentito parlare di Kurt Gödel? (Genio sull’orlo di un abisso), Corso SICA 2006/2007, p. 11, URL presso il quale è stata presa visione del documento  http://people.na.infn.it/~murano/Abilitanti/Brunella%20Schettino%20-%20Godel.pdf, Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20191103082203/http://people.na.infn.it/~murano/Abilitanti/Brunella%20Schettino%20-%20Godel.pdf). Infine, nel 1935 Alan Turing sulla scorta del Teorema di Gödel confermerà l’impossibilità di costruire una macchina computazionale che possa decidere sulla verità o falsità di tutti i problemi matematici, per il semplice fatto che vi sono problemi matematici non risolvibili entro un numero finito di passaggi, cioè entro un algoritmo, e dato che le macchine computazionali, cioè quelle macchine che oggi chiamiamo computer, operano solo su algoritmi, questi problemi sono assolutamente impermeabili alla pur grandissima (ma non  infinita) potenza di calcolo del computer. Sulla scorta dei risultati di Gödel e del padre dei moderni computer Alan Touring, ci si potrebbe allora  limitare a dire che la mente umana è superiore al computer perché a differenza di questo possiede  una capacità intuitiva del tutto estranea al computer che procede solo attraverso  finiti algoritmi. Vero ma troppo poco. A meno che non si voglia far ricadere tutto i nostri ragionamenti in schemi vitalistici alla Bergson, dove l’uomo possederebbe, parafrasando l’ élan vital che rese celebre la dottrina del filosofo francese, una sorta di élan intellectuel irraggiungibile da tutti gli altri viventi e tantomeno dalle macchine computazionali o in schemi spiritualistico-evoluzionistici alla Teilhard de Chardin, dove l’uomo con le sue uniche capacità formatesi nel corso dell’evoluzione è il passaggio ineludibile per giungere al momento ultimo e più alto dell’evoluzione del Cosmo, per giungere cioè a quello che Teilhard chiama Punto Omega, che però, sempre per Teilhard non è un’astratta situazione  del nostro Universo, magari dove prevale lo spirito, ma si realizza attraverso la concreta figura di Cristo che richiama entro sé tutto il Cosmo (insomma Punto Omega che si risolve nella fine del Mondo, non proprio l’Epifania strategica del Repubblicanesimo Geopolitico…), né tantomeno degradare lo schema dialettico del Repubblicanesimo Geopolitico in una sorta di rozzo e risibile pragmatismo dove, in buona sostanza,  si afferma che – sulla scorta di un semplificato paradigma strategico-conflittuale, e quindi lasciando perdere il versante dialettico-espressivo del paradigma del Repubblicanesimo Geopolitico – l’uomo, pur più debole dal punto di vista computazionale alla macchina, è comunque a questa superiore perché l’uomo, nel caso intuisca una minaccia proveniente dalla macchina, può d’emblée e senza tanti ragionamenti o soppesando vari e complessi algoritmi spegnerla con successo mentre il contrario non è possibile (bella scoperta!, ma le scoperte del pragmatismo, tutte basate sulla divinizzazione del concetto di successo, ignorando il rapporto dialettico fra soggetto e oggetto sono tutte di questo tenore), bisogna allora  semanticamente ‘despiritualizzare’ (ed anche ‘dematerializzare’, ovviamente) il termine  ‘intuito’ ed inserirlo in un solido e realistico quadro di riferimento ontologico-epistemologico. E seguendo questa traccia possiamo così rimettere con i piedi per terra l’area filosofico-semantica del termine   ‘intuito’ affermando che con esso  non  si deve definire  altro che  l’estrinsecazione dialettico-espressiva-strategica-conflittuale dell’aspetto mentale  (sebbene molto spesso ingenuamente appesantita attraverso errate Weltanschauung materialistiche e spiritualistiche  di  valenze psicologico-psicologistiche e/o spiritualistico-spirituali o animistiche tout court: materialismo e spiritualismo: due facce della stessa medaglia antidialettica) di tutte le infinite espressioni della totalità nel loro rispecchiamento dialettico, ontogenetico, attivo e creativo, con tutte le altre manifestazioni di questa totalità e con la totalità espressiva stessa (non stiamo parlando delle passive monadi leibniziane né del rispecchiamento di leniniana memoria, entrambi caratterizzati da profonda ed antidialettica passività nel rapporto fra soggetto ed oggetto; meno il rispecchiamento leniniano di Materialismo ed empiriocriticismo per la verità, il cui telos era colpire l’ancor più antidialettico machismo ma purtroppo lo fece sulla scorta degli engelsiani  Dialettica della natura ed Anti-Dühring), un attivo rispecchiamento creatore ex nihilo, ontogenetico, ontologico ed  epistemologico che si svolge attraverso il paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale di cui abbiamo già detto ma di cui   anche l’etimo di intuire, il latino intuère, che significa guardare dentro, guardare con attenzione, ci aiuta nella  presente sottolineatura della valenza attiva del suo significato  a ripristinare o a formulare ex novo le potenzialità filosofiche e dialetticamente attive del temine stesso, come nel caso della nostra discussione sulle  macchine computazionali di intuito  appunto totalmente sfornite. Non è affatto detto che in futuro un dispositivo costruito dall’uomo non  possa attivamente incorporare dentro di sé la dialettica storicità che connota  tutti i viventi. Al momento né è solo il risultato passivo, alla stessa stregua di un martello o di un orologio, oggetti  sì immersi e frutto  della storicità ma che sono in grado di dare contributi all’olistica storicità solo attraverso una parte di questa storicità che, invece, riesce a sua volta ad incarnarla ed esprimerla dialetticamente ed attivamente, cioè l’uomo. E a questo punto siamo anche in grado di accettare intuitivamente anche il gene “egoista” di Dawkins, perché intuiamo che il termine ‘egoismo’ – misto di rappresentazione ideologica ma anche realtà nell’umana esperienza di tutti i giorni – rientra senza difficoltà in un paradigma dialettico-storico espressivo-strategico-conflittuale e accomiatandoci definitivamente dal Selfish Gene di Dawkins esponiamo l’unico ed esclusivo principio logico della  dialettica espressivo-strategica-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolico: dove il primo principio della logica aristotelica, il principio di identità, afferma che A=A il principio di non identità ontogenetico  e creatore ex nihiloma sarebbe ancora meglio dire ex suo – del Repubblicanesimo Geopolitico afferma che A A≠A A≠A ≠ A≠A A≠A ≠ A≠A≠ A≠A ≠ A≠A↔… ∞↔∞≠∞. Un tipico caso di problema irrisolvibile per un computer, ma forse di non impossibile comprensione per quegli esseri egoistici – anzi molto egoistici ma anche molto dialettici ed intuitivi solo che ci si impegni un po’ – che siamo noi.  

 

[Le successive 12 note e la sezione bibliografica verrano pubblicate nelle prossime quattro tranche del presente saggio.]

 

un augurio di buone feste da Cthulhu Morbus e da Massimo Morigi

Retracted by the News-Letter della Johns Hopkins University but available  here   (più un augurio di buone feste da Cthulhu Morbus e l’antica saggezza di Don Juan versus la moderna stoltezza di Sganarelle)

 

PRESENTAZIONE

 

Non potendo il semplice conoscente del Grande Antico, dott., prof., Conte, Duca di Romagna ecc. Massimo Morigi, licenziare per i lettori dell’ “Italia e il mondo” il suo saggio sulla dialettica dell’epigenetica, del paradigma endosimbiotico, della sintesi evoluzionista estesa e delle fantasmagorie transumaniste in tempo per le prossime imminenti festività, da Cthulhu Morbus i migliori auguri di Buon Natale 2020 e felice anno nuovo 2021 più un invito ad una attenta (per quanto umanamente possibile ai poveri mortali) lettura dei classici e degli odierni eventi (URL del download del primo documento: http://www.theatre-classique.fr/pages/pdf/MOLIERE_DOMJUAN.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200929043219/http:/www.theatre-classique.fr/pages/pdf/MOLIERE_DOMJUAN.pdf; del secondo documento: https://www.jhunewsletter.com/article/2020/11/a-closer-look-at-u-s-deaths-due-to-covid-19, Wayback Machine; http://web.archive.org/web/20201203034001/https:/www.jhunewsletter.com/article/2020/11/a-closer-look-at-u-s-deaths-due-to-covid-19; del terzo documento https://drive.google.com/file/d/1Tnb1a8TXHj_jJCM2BDfGSriUgdn-2gec/view, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20201205080145/https:/drive.google.com/file/d/1Tnb1a8TXHj_jJCM2BDfGSriUgdn-2gec/view. N.B. Il terzo documento e l’URL del download dello stesso sono –  probabilmente per poco tempo ancora –  raggiungibili e archiviabili cliccando sulla parola here  del secondo documento e, inoltre, i Due amanti di Giulio Romano in ultima pagina del presente documento non fanno parte del terzo documento copiaincollato ma sono un omaggio e riconoscimento di Cthulhu alla dialetticità della realtà e una benevola sua approvazione del paradigma olistico-dialettico-espressivo-strategico-conflittuale del Repubblicanesimo Geopolitico).

Cthulhu – R’lyeh, dicembre 2020

  1. S. di qualche tempo dopo. Siccome evidentemente qualche povero demone  concorrente al Grande Antico  –  uno di quelli della vecchia guardia, per intenderci, la cui occupazione è unicamente dividere e far litigare gli uomini o, al massimo, suscitare negli annoiati sopiti istinti riproduttivi e/o scioccamente trasgressivi – impedisce di visionare attraverso “L’Italia e il mondo” il PDF che riunisce i documenti di cui si è fatto qui sopra riferimento, il documento nella sua interezza è visionabile agli URL di Internet Archive https://archive.org/details/retracted-by-the-news-letter-della-johns-hopkins-university-but-available-here.-/mode/2up  e https://ia801704.us.archive.org/11/items/retracted-by-the-news-letter-della-johns-hopkins-university-but-available-here.-/Retracted%20by%20the%20News%20Letter%20della%20Johns%20Hopkins%20University%20but%20available%20%20here.%20Cthulhu%20Morbus%2C%20Cthulhu%2C%20a%20cura%20di%20Massimo%20Morigi%2C%20%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%2C%20Neomarxismo.pdf. Inoltre, i congelamenti Wayback Machine ci mettono talvolta un po’ di tempo per consolidarsi. Quindi la visione dei documenti che il Grande Antico ha provveduto a congelare può essere agevolmente effettuata presso gli URL di Internet Archive appena riferiti. Il dio del terrore e della follia rinnova i suoi auguri, assieme alle più sentite scuse per aver tardato a formularli.

da Cthulhu morbus, il dio del terrore, della follia e del caos, su richiesta di Massimo Morigi

R’lyeh, 17 ottobre 2020

 

Sempre su cortese richiesta di Massimo Morigi, per i lettori de “L’Italia e il mondo”  da Cthulhu morbus, il dio del terrore, della follia e del caos:

https://www.avvocatoinfamiglia.com/mascherine-si-mascherine-no-riflessione-pacata-tra-magistrati-ed-avvocati/, Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20201016122334/https://www.avvocatoinfamiglia.com/mascherine-si-mascherine-no-riflessione-pacata-tra-magistrati-ed-avvocati/                                                                      

https://www.laleggepertutti.it/425982_illegittimo-lobbligo-di-indossare-le-mascherine, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20201016122613/https://www.laleggepertutti.it/425982_illegittimo-lobbligo-di-indossare-le-mascherine                                                                                                                 

 https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-dell-emergenza-covid-19/1123-covid-e-mascherine, Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20201016123040/https://www.giustiziainsieme.it/it/diritto-dell-emergenza-covid-19/1123-covid-e-mascherine  

 

  1. S. Cthulhu morbus manifestamente approva la teoria del povero mortale Morigi sul colpo di extrastato.
  2. I link di Wayback Machine potrebbero essere temporaneamente non disponibili

DA  CTHULHU (MORBUS) SU  CORTESE   RICHIESTA  DI MASSIMO MORIGI: VERBA VOLANT SCRIPTA  MANENT 

DA  CTHULHU (MORBUS) SU  CORTESE   RICHIESTA  DI MASSIMO MORIGI: VERBA VOLANT SCRIPTA  MANENT   

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-verbali-del-comitato-tecnico-scientifico/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200807150916/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/i-verbali-del-comitato-tecnico-scientifico/

 

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-completo-CTS-n-12-del-28-02-2020.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200807150951/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-completo-CTS-n-12-del-28-02-2020.pdf

 

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-n-14-del-1-marzo-2020.pdf, Wayback  Machine: http://web.archive.org/web/20200807150959/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-n-14-del-1-marzo-2020.pdf

 

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-n-21-del-7-marzo-2020.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200807151011/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-n-21-del-7-marzo-2020.pdf

 

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-completo-CTS-n-39-del-30-03-2020.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200807151025/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-completo-CTS-n-39-del-30-03-2020.pdf

 

https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-completo-CTS-n-49-del-09-04-2020.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200807150947/https://www.fondazioneluigieinaudi.it/wp-content/uploads/2020/08/verbale-completo-CTS-n-49-del-09-04-2020.pdf

 

 Cthulhu – R’lyeh, A.D. MMXX, post Midsummer Night’s Dream

Intervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli sul coronavirus-Epifania Strategica e genesi e significato dell’ironico simbolo della morte della trascendenza dei moderni   Di Massimo Morigi

 

Intervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli sul coronavirus ovvero Cthulhu morbus come  teleologia  del (e) fallimento della moderna secolarizzazione. Epifania Strategica e genesi e significato dell’ironico simbolo della morte della trascendenza dei moderni

 

Di Massimo Morigi

 

 http://italiaeilmondo.com/2020/05/10/crisi-pandemica-e-modello-svedese-una-conversazione-con-max-bonelli/

 

The most merciful thing in the world, I think, is the inability of the human mind to correlate all its contents. We live on a placid island of ignorance in the midst of black seas of infinity, and it was not meant that we should voyage far. The sciences, each straining in its own direction, have hitherto harmed us little; but some day the piecing together of dissociated knowledge will open up such terrifying vistas of reality, and of our frightful position therein, that we shall either go mad from the revelation or flee from the deadly light into the peace and safety of a new dark age.

  1. P. Lovercraft, The Call of Cthulhu

 

 

«In questa intervista Max Bonelli mostra una notevole affinità con le tesi sul coronavirus espresse da Judy Mikovits ma la serietà e preparazione professionale di Max Bonelli nel campo della guerra batteriologica rende questa intervista, al di là dello specifico punto di dissenso sull’origine del coronavirus, uno dei più interessanti e stimolanti contributi che si sono potuti leggere in questi tempi in merito alla corretta metodologia  strategica su come affrontare la crisi epidemica del coronavirus  e che è distante anni luce dal delirio antiproduttivo ed antindustriale adottato in Italia ma va nella giusta direzione della responsabilizzazione dei comportamenti collettivi ed individuali, come si è cercato di fare pur fra grandi errori, ci riferisce nell’intervista Bonelli,  in Svezia. In conclusione, ribadendo dal  punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico il giudizio sulle reazioni delle autorità italiane sul coronavirus (e la cui censoria e totalitaria Weltanschauung, fra l’altro,  non è altro che un riflesso dei propositi censori  ed autoritari espressi dai grandi signori del Web) e con ciò esplicitando ancor meglio la finalità di questo lavoro di raccolta e congelamento di fonti: lo scaricamento e poi il ricaricamento  su Internet Archive di  questi video (con conseguente caricamento – per attenerci in maniera volutamente ridondante ad un principio di cautela per quanto riguarda la preservazione digitale delle fonti – sempre su Internet Archive di questa pagina Word con copiaincollati i video ed anche gli URL di Internet Archive che si sono generati con i caricamenti)  non sono stati realizzati perché dal punto di vista del Repubblicanesimo Geopolitico si sia  d’accordo sulle tesi “complottiste” di Judy Mikovits in merito alla creazione in laboratorio del coronavirus ma perché pur essendo con essa in disaccordo, si è ancora più in disaccordo con la censura  che, come nel caso della Mikovits, viene messa in atto contro tesi eterodosse, una censura che ci consente di affermare che effettivamente un grande complotto esiste, quella contro la libertà di pensiero nelle c.d. democrazie liberali e rappresentative e quindi nulla di meglio per stringere  erga omnes  bavagli che cominciare da chi, anche non possedendo solidi criteri di realismo dialettico e politico, osa andare contro il pensiero mainstream che vuole il nostro  essere un brave new world (ma non un coraggioso mondo nuovo ma il distopico Brave New World   di Aldous Huxley ottenuto, in questo caso specifico, ma già si vede la tendenza che si prepara per il futuro per le crisi prossime venture, attraverso una distopia alla Nineteen Eighty-Four di George Orwell o à la Fahrenheit 451 di Ray Bradbury). E sotto questo punto di vista, un congelamento digitale di fonti in piattaforme, si spera, non completamente asservite, rappresenta un atto di ostilità cultural-politica e quindi di guerra contro il Gran Sacerdote dei Grandi Antichi, Il gran sognatore, il dormiente di R’lyeh, il cosmico,  il talassico, il ctonio, lo smisurato, il  gelatinoso e tentacolare ben peggiore del coronavirus perché suscitatore delle  deliranti ed autodistruttive reazioni apparentemente contro questo agente patogeno ma, in realtà, contro il corpo e la psiche sociali ed individuali,  il sommo  e mitopoietico divo dell’antistrategicità e della follia e del terrore eterodiretti che risponde al nome di  Cthulhu morbus e che  simbolico e deforme parente, per parte di terra, di Behemoth e, per parte di mare,  del Leviatano  di Thomas Hobbes, ma anche della balena Moby Dick di Herman Melville e della Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo,  ammorba, ma anche ne evidenzia la loro vera  e più profonda entelechia, le attuali “democrazie” “liberali” e “rappresentative” (e perciò di concreto e prassistico attivo e produttivo riconoscimento dell’ Epifania Strategica, non solo il vero ed unico Katechon contro  questo mitopoietico,  mortifero  ma anche anfibio ed ambiguo mostro non solo per gli elementi, gli spazi uranici, talassici e ctoni e gli eoni  in cui soggiorna ma anche per l’ironia e la dissimulazione del Necronomicon di Abdul Alhazred necessari per infondergli vita, ma essa sì sola e somma fonte mitopoietica di tutta la totalità olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale da cui tutto si genera e tutto continuamente, nonostante gli smarrimenti del terrore e della follia, ritorna … ).»: da Massimo Morigi, (In)oltre Pandemic: Epifania Strategica vs Cthulhu morbus. Materiali di studio per il Repubblicanesimo Geopolitico scaricati dal Web e da YouTube su Judy Mikovits, Max Bonelli (intervistato sul Covid-19 da Giuseppe Germinario sul blog di geopolitica “L’ Italia e il Mondo”),  le teorie complottiste  sul Coronavirus ma in realtà solo non allineate rispetto al pensiero mainstream liberal-democraticistico e sul reale complotto che prendendo come pretesto una corretta informazione sulla presente pandemia vuole  tappare la bocca a tutte le voci dissenzienti sul brave  new    world     delle    c.d.    democrazie    liberali    e    rappresentative, p. 4, scaricabile agli URL https://archive.org/details/inoltre-pandemic-epifania-strategica-vs-cthulhu-morbus-massimo-morigi-judy-mikov_202005     e     https://archive.org/details/inoltre-pandemic-epifania-strategica-vs-cthulhu-morbus-massimo-morigi-judy-mikov, caricato su Internet Archive in data 30 maggio 2020; inoltre la versione PDF del documento, dal titolo leggermente modificato, (In)oltre Pandemic file PDF: Epifania Strategica vs Cthulhu morbus, etc.,   è consultabile e  scaricabile  presso                 https://archive.org/details/inoltre-pandemic-file-pdf-epifania-strategica-vs-cthulhu-morbus-massimo-morigi-j_202005/mode/2up e https://ia801403.us.archive.org/11/items/inoltre-pandemic-file-pdf-epifania-strategica-vs-cthulhu-morbus-massimo-morigi-j_202005/%28In%29oltre%20Pandemic%20file%20PDF%20%20Epifania%20Strategica%20vs%20Cthulhu%20morbus%20Massimo%20Morigi%2C%20Judy%20Mikovits%2C%20Max%20Bonelli%2C%20Repubblicanesimo%20Geopolitico%20neomarxismo%20neo%20marxism.pdf.  Anche se in due formati differenti (il documento formato PDF non contiene copiaincollati sul suo foglio i file mp4 dei video già direttamente disponibili sul foglio Word risultando così molto più leggero e di rapida consultazione), entrambi i documenti contengono, oltre gli URL della videointervista  di Giuseppe Germinario a Max Bonelli per l’ “Italia e il Mondo”  e relativi nostri caricamenti della  stessa su Internet Archive (che ad ogni modo forniamo anche qui:  accesso diretto alla  videointervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli Crisi pandemica e modello svedese. Una conversazione con Max Bonelli, pubblicata sul blog in data 10 maggio 2020: http://italiaeilmondo.com/2020/05/10/crisi-pandemica-e-modello-svedese-una-conversazione-con-max-bonelli/, il suo  caricamento ad opera sempre  dell’ “Italia e il Mondo” su YouTube: https://www.youtube.com/watch?v=Ik6kPIdJC1Y&feature=emb_logo e i  nostri autonomi caricamenti su Internet Archive: https://archive.org/details/y-2mate.com-crisi-del-coronavirus.-il-modello-svedese-tra-realta-e-rappresentazi                                                       e                                                                                                                                                                                                                       https://ia801401.us.archive.org/9/items/y-2mate.com-crisi-del-coronavirus.-il-modello-svedese-tra-realta-e-rappresentazi/y2mate.com%20-%20Crisi%20del%20coronavirus.%20Il%20modello%20svedese%20tra%20realt%C3%A0%20e%20rappresentazione%20e%20non%20solo.%20Con%20Max%20Bonelli_Ik6kPIdJC1Y_360p.mp4), anche l’URL  della videointervista  dell’intervista a Judy Mikovits rimossa da YouTube, da  noi recuperata  da altra piattaforma e poi ricaricata su Internet Archive, per la quale omettiamo la citazione bibliografica internettiana rinviando  per questi nostri ricaricamenti del documento su Internet Archive  a   (In)oltre Pandemic: Epifania Strategica vs Cthulhu morbus o a (In)oltre Pandemic file PDF  ma a questo punto non potendo glissare su  (In)oltre Pandemic: Epifania Strategica vs Cthulhu morbus e  (In)oltre Pandemic file PDF né su una giustificazione della loro pressoché uguale  titolazione né del loro comune brano qui inizialmente citato. Sulla veramente interessante e stimolante videointervista di Giuseppe Germinario a Max Bonelli e alla mia personale quasi totale compatibilità fra le sue opinioni  in quella sede espresse e le mie non c’è nulla da aggiungere e da togliere rispetto a quanto già detto nella citazione, se non per ribadire che per quanto  le tesi della Mikovits  e sposate da Bonelli sull’origine laboratoristica e statunitense del coronavirus siano assai discutibili, definirle complottiste non fa altro che definire la ristrettezza mentale  di chi in questo caso, come in altri casi, usa questa terminologia veramente degna di una intelligenza informata ad una visione del mondo umano modello fairy tales (e qui ci fermiamo per non scendere al turpiloquio e alle ingiurie…), e che per esprimere la nostra gratitudine a Bonelli, oltre a queste parole e al già riferito caricamento della sua intervista su Internet Archive, qui immediatamente di seguito forniamo anche, tramite la Wayback Machine, i congelamenti di tutti i suo interventi apparsi sull’ “Italia e il Mondo” sin dalla nascita del blog: http://web.archive.org/web/20200603065849/http://italiaeilmondo.com/?s=max+bonelli e http://web.archive.org/web/20200610060846/http://italiaeilmondo.com/page/2/?s=max+bonelli. Invece, sul titolo del documento caricato su Internet Archive prendente a prestito il mostro lovecraftiano per antonomasia   e sulla parte finale della citazione da questo documento, dove sempre questo mostro trova, in termini di aggettivazioni e definizioni,  abbondante,  rigogliosa e barocca ospitalità è pur necessario spendere qualche parola. È ovvio, su tutta la questione del coronavirus, nonostante la tragicità della vicenda sia dal punto di vista strettamente medico che da quello delle improvvide decisioni politiche prese per contenerlo (ultima notizia sulla follia da paura da coronavirus sulla quale poi s’inserisce il solito pescecanismo di guerra:  vedi il caso del governo italiano e di Francia, Germania e Olanda che hanno stanziato 750 milioni di euro per produrre un vaccino, quello in corso di sperimentazione  dalla AstraZeneca e sponsorizzato dal noto “filantropo” Bill Gates, per il quale la stessa AstraZeneca afferma che, allo stato,  non c’è alcuna prova sulla sua efficacia, e, comunque, sulle quali decisioni politiche e sulla quale follia ci siamo già ampiamente espressi sulle pagine di questo blog e per questo  nostro più approfondito commento  si   rinvia tramite il congelamento documentario della Wayback Machine, agli URL  http://web.archive.org/web/20200524061610/http://italiaeilmondo.com/?s=morigi e http://web.archive.org/web/20200616065116/https://italiaeilmondo.com/page/2/?s=morigi;  e il  secondo URL, pur rinviando ad articoli scritti prima della crisi del  coronavirus, permette coi documenti che attraverso questo URL  si possono consultare,  di mettere a fuoco il concetto di ‘colpo di extrastato’, che, specificamente, è la categoria politologica esprimente la crisi delle istituzioni italiane – ma non solo di quelle italiane, perché la c.d. democrazie rappresentative delle società occidentali sono anch’esse  “pregne” di ‘colpi di extrastato’– ma che, sul piano della critica  filosofico-politica che vuole dare chiara e consapevole epifania alla crisi antropologico-morale della società occidentale nata dall’Illuminismo e dal liberalismo, viene ora  rappresentata tramite il simbolo del ‘Cthulhu morbus’), pesa ormai, complice sia l’ossessiva stucchevolezza dei mezzi di informazione nel trattarlo sia, oggettivamente, l’inevitabile logoramento mediatico presso i passivi recettori di questi mass-media per una vicenda che dura da più di tre mesi,  un’inevitabile cappa di trito e ritrito e di tedio che ormai ha come intensità raggiunto e quasi superato l’iniziale paura e terrore sulla vicenda, e quindi l’uso, come nel caso del brano citato di una prosa  barocca e il tentativo di far nascere, prendendolo a prestito dalla mitologia di H. P. Lovecraft, una sorta di mito politico, anche se negativo, potrebbe anche inquadrarsi nell’ambito di un tentativo retorico-letterario per ravvivare un argomento che ha sinceramente “rotto”. Ma anche se la reazione alla noia indotta dalle “rotture”  e “controrotture”  mediatico-politiche non deve essere esclusa dalla genesi di questa ironica contro-retorica adversus il Cthulhu morbus, molto modestamente si segnala che, in pratica, non è mai esistito alcun discorso pubblico che abbia avuto ambizioni filosofico-politiche che non abbia impiegato figure mitologiche o per rendere più espressiva la sua comunicazione o, addirittura, per giustificare come prova provata le sue previsioni (come vedremo fra poco nelle narrazioni politiche filosoficamente più degradate, quelle cioè ruotanti attorno all’ideologia liberale, il mito assume la forma di una visione distorta e scioccamente immensamente ottimistica sulla realtà). In Machiavelli abbiamo il simbolo del Principe, in Antonio Gramsci, riallacciandosi direttamente a questo autore, il moderno Principe, cioè il costituendo partito comunista che attraverso la sua prassi filosofico-politica sconvolge tutti rapporti sociali mettendo in diretta e rivoluzionaria comunicazione gli strati più bassi della società con le avanguardie intellettuali, in Sorel il mito dello sciopero generale, per non parlare di Karl Marx che molto ingenuamente aveva elaborato il mito di una classe operaia come classe Cristo che, in quanto depositaria e vittima di tutte le contraddizioni della società capitalistica, proprio come Cristo dotato di natura divina ma anche umana e quindi di tutte le sofferenze e contraddizioni dell’uomo e  per questa sua doppia natura in grado di sollevare l’uomo dal peccato e dalla morte, avrebbe salvato l’umanità dalle grinfie del capitalismo facendolo approdare al socialismo prima e al comunismo poi. Hobbes per rendere espressivamente la sua idea di uno Stato in grado, attraverso l’irreversibilità del patto degli uomini che gli avevano dato vita, di garantire ed imporre la pace e l’ordine, prese a prestito la mitica e potentissima figura biblica del Leviatano dal Libro di Giobbe e dal Libro di Isaia ma per questa scelta mal gliene incolse, come magistralmente è sottolineato in Carl Schmitt, Der Leviathan in der Staatslehre des Thomas Hobbes: Sinn und Fehlschlag eines politischen Symbols, Hamburg,  Hanseatische Verlagsanstalt, 1938  (trad. it. Id, Il Leviatano nella dottrina dello Stato di Thomas Hobbes. Senso e fallimento di un simbolo politico, in Carlo Galli (a cura di), Carl Schmitt, Scritti su Thomas Hobbes, Milano, Giuffrè, 1986. Reperita presso Academia.edu  una versione in inglese di questo saggio di Schmitt, Carl Schmitt, The Leviathan in the State Theory of Thomas Hobbes. Meaning and Failure of a Political Symnbol (Foreword and Introduction by George Schwab,  Translated by George Schwab and Erna Hilfstein), Westport (CT),  London,  Greenwood Press, 1996, congelamento tramite Wayback Machine dell’URL e del  documento presente su questa piattaforma che trascriviamo in dimensione 4 perché eccessivamente lungo:http://web.archive.org/web/20200506221054/https://s3.amazonaws.com/academia.edu.documents/52250781/The_Leviathan_in_the_State_-_Theory_of_Thomas_Hobbes_-_Meaning_and_Failure_of_a_Political_Symbol.pdf?response-content-disposition=inline%3B+filename%3DTHE_LEVIATHAN_IN_THE_STATE_THEORY_OF_THO.pdf&X-Amz-Algorithm=AWS4-HMAC-SHA256&X-Amz-Credential=ASIATUSBJ6BAFIOKIN3I%2F20200506%2Fus-east-1%2Fs3%2Faws4_request&X-Amz-Date=20200506T220936Z&X-Amz-Expires=3600&X-Amz-SignedHeaders=host&X-Amz-Security-Token=IQoJb3JpZ2luX2VjEHYaCXVzLWVhc3QtMSJHMEUCIFHwFwHWX2OLx%2Bix4imUsREZ39bq0c1imLxmT3rwamkoAiEA7Jar3%2BhckDEKrTP3DfWYeybFwb6yTy6w7R6h%2F%2BHLLVoqvQMIr%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2F%2FARAAGgwyNTAzMTg4MTEyMDAiDDOxExNSCMoL2i3nmyqRA6f8tEK8OdqjNB1p8FDKrRulTFUL1fuTrWDPhEJW5apjyDcCO1jyBtBW8UC%2BKX87129cgV8JDJRFJsahmSgNS9SsYhBlGvCXxZS0d7vqVx9iF32udZ%2F43HomSq43WKYl1MYmkqNlLOAUbp0iqqGmOKQ7VeWGLczg0MKHyM5o0DevjuQ8QnFoI7tLhvv7lXCstat2AWcw7meXSxMcZ6SjJO%2FvaiKCxYtcDHBxP7C9hladHJfktNXgwcBnIn%2F0WF%2BrUumI6D0p5MwZGCtWB2vAAXLZY4mIuCe2HoQZNM96hgaYUN2bOF9l5hjYfAsaoJxFk%2FQzckmwlfL3OOnAGoSFmoh8b%2BIWC8HyUp2XOnS44OQcXHzpEkWho5QLew69WqGkTa0ux8kGzpAGN%2BqMdRwnut9aMbGSJpDaRCGch8fZU4SLmZ6Vb4MDCXDkmT0ti8F9Y9LQJKmKnljhT%2BHXZb2rfu6oSFh6VPKU7gMxs3qycDFGbldukwE4ZhmQb9OX8se9p%2B6G2D2asffP%2FnPIQrMFY%2FVtMOzjzPUFOusBz8U04MDeWLarTuFXSuR%2F9S1dkIdF9PlqmTh6Ls9Nh25H%2B3c7cHJ2D75ytemXzdV49W1A9iG%2FWXFkMboiUdOFnjsGRHMRJHGIOHl%2BaWTVkc2TcuziL%2FNMSOfsgN4%2Bm8cHIaVfV5hUTBUNJvhyyKKz7NEBd%2B0mu6fxx1JS3r4T%2Fwfa3B0l4f0gOVQ0cvkRvZJ7BzJtBTEb7oKYZDpU9VjUM%2BUw5hjtnL14Jj%2FafEPyNrNNK4OUAckiBH%2BDMBhw78oTli%2FE17OaC9nNyGo6h0KhrTghwqGTRKOZJf2BWFFUKz0qCbPZ2uG2dYRpAQ%3D%3D&X-Amz-Signature=92b81cd7522fce795f1ba267bae85c8a5279ba60f93ff607314a5a1c13217b42, e ricaricamento del  documento su Internet Archive, generando  gli URL https://archive.org/details/the-leviathan-in-the-state-theory-of-tho/mode/2up                              e https://ia801403.us.archive.org/32/items/the-leviathan-in-the-state-theory-of-tho/THE_LEVIATHAN_IN_THE_STATE_THEORY_OF_THO.pdf, e alle eventuali osservazioni sulla bizzarria della dimensione 4 per  la trascrizione bibliografica internettiana relativa alla Wayback Machine, oltre a fornire un’ulteriore bizzarria bibliografica internettiana consistente nella trascrizione  del  congelamento tramite Wayback Machine della riduzione del lungo URL operata tramite Urly,  una piattaforma a questi accorciamenti deputata, https://web.archive.org/web/20200613064335/https:/urly.it/36x2b, e oltre  alla già data giustificazione basata sulla  lunghezza dell’  URL, si aggiunge anche un  ‘senza commenti’ sul fatto che il dantesco   “bel paese dove il sì suona” sia quasi un deserto per quanto riguarda la presenza in Rete di  traduzioni o edizioni in lingua originale delle più importanti opere di filosofia politica, e un vuoto quasi pneumatico che non riguarda solo la filosofia politica…), dove il giuspubblicista di Plettenberg ben sottolinea il fraintendimento del simbolo biblico del Leviatano così come immaginato da Hobbes, che presso  i contemporanei e i posteri di questo padre della filosofia politica moderna venne inteso come la rappresentazione stessa del male e di uno Stato spietato che riconosceva solo la sua legge ed ignorava la morale mentre per Hobbes altro non era che il segnale della direzione che si doveva intraprendere dopo le guerre di religione per passare dal bellum omnium contra omnes dello stato di natura caratterizzato dall’antropologia dell’homo homini lupus all’homo homini dei, una condizione di pace che seppur generata dal monopolio della forza del Leviatano, denotava del tutto positivamente questa figura, ed infatti nel frontespizio della prima edizione del Leviatano di Hobbes – titolo originale: Leviathan or The Matter, Forme and Power of a Common-Wealth Ecclesiastical and Civil – questo mostro biblico, non chiaramente descritto nel Vecchio Testamento  come un  non ben definito mostro marino, era disegnato, cercando di mutarne radicalmente la rappresentazione e di dotarlo di un significato del tutto positivo,  come un’enorme corpo umano composto  da tanti piccoli uomini – evidentemente a simbolizzare il patto di tutti i contraenti che lo avevano creato –,  brandente con una mano una spada e con l’altra il pastorale – quindi il segno che con quel corpo immenso ed artificiale  si erano estinte e le guerre di religione e il conflitto fra Stato e potere ecclesiastico – ma con il volto severo ma anche energico di un giovane uomo che, tutt’altro che un mostro ma figura alla fine salvifica per il vivere civile, garantiva la pace proprio in virtù della sua soverchiante forza – e, ovviamente anche del terrore provato da tutti coloro che pensano di sfidarla – conferitagli dal patto degli uomini che, associandosi, lo avevano creato. «This is, says Hobbes, the coming into being of that great leviathan. or, he adds, “to speake more reverently,”  of the deus mortalis, of the mortal god, who, because of the fright (terror) that this power evokes, imposes peace on everyone.» (Carl Schmitt, The Leviathan in the State Theory of Thomas Hobbes, cit., p. 19).  Ma dai contemporanei di Hobbes e poi da coloro che vennero dopo fino ad oggi questo Dio mortale ha sempre assunto una connotazione totalmente negativa e piuttosto che un Dio – magari al quale offrire non solo sottomissione ma anche da proteggere in ragione della sua natura mortale derivante, in ultima istanza, da un patto umano che lo rendeva sì pressoché invincibile ma anche sottoposto alla finitudine di tutte le cose umane: deus mortalis, così lo definisce Hobbes nel Leviatano –, venne considerato non solo un demone   ma anche denotante la malvagità di tutta la costruzione politica di Hobbes, mentre per Schmitt era semplicemente un simbolo sbagliato di una visione politica verso cui il grande giuspubblicista di Plettenberg provava grande simpatia. Non è questa la sede per diffonderci, lo abbiamo fatto più volte in altre sedi, sulla incompatibilità del modello conflittuale hobbessiano con quello del Repubblicanesimo Geopolitico e con quello, in ultima istanza, di Niccolò Machiavelli, per il quale, per farla breve, la conflittualità non era da eliminare dalla società ma doveva essere il materiale attraverso il quale costruirla e tantomeno questa è la sede per ritornare sul decisionismo timido di Schmitt e sull’iperdecisionismo del Repubblicanesimo Geopolitico che trae la sua linfa vitale dall’ iperdecisionismo di Walter Benjamin e dalla migliore filosofia della prassi del marxismo occidentale (Gramsci, Korsch ma anche, seppur il più grande filosofo del Novecento, il fascistissimo nonché profondamente ingenuo sulla reale natura del fascismo Giovanni Gentile ed il suo attualismo), decisionismo timido di Schmitt che, facciamo notare solo di sfuggita, era potentemente influenzato dalla mitica figura paolina del Katechon, cioè del frenatore del degrado della rivoluzione, mentre anche il Repubblicanesimo Geopolitico e il suo iperdecisionismo  hanno anch’essi un mito, ma questi non è un frenatore ma, il suo contrario, un acceleratore, e cioè l’Epifania strategica, quello che qui si è voluto sottolineare è che le grandi narrazioni filosofico-politiche (e poi, naturalmente, la loro immediata traduzione nella più grezza ideologia) hanno sempre alla loro base un mito che, per quanto possa essere più o meno giustamente giudicato da coloro verso i quali è stato rappresentato in maniera più o meno distorta o più o meno negativa, sempre si basa su un’iniziale visione realistica e dialettica della realtà (che poi Hobbes come Carl Schmitt dicano ad un certo punto  «fermate il mondo… voglio scendere» questo è un altro paio di maniche, o meglio, questa segna i limiti del loro  timido realismo e della loro repressa dialettica). Ma a questo punto è giunto il momento di passare dai miti “forti” intrisi di realismo ai miti “deboli” (ovviamente così li definiamo non perché non riscuotano un forte assenso presso le masse ma perché fondati su una del tutto mancante visione realistica della realtà e da una totale ottusità dialettica), e nella modernità occidentale, che poi in breve tempo, ha ricoperto e quasi sommerso tutto il resto dell’ecumene, il principale contenitore e propalatore di “miti deboli” è stato ed è il liberalismo (l’altro grande agente mitopoietico è stato il marxismo ma questo, dal punto di vista filosofico, partendo da una base hegeliana, è filosoficamente meno debole per quanto sociologicamente e storicamente si sia dimostrato del tutto soccombente rispetto alla capacità mitopoietica del liberalismo). Sull’ingenuità della Weltanschauung smithiana poggiante sulla libera concorrenzialità dei mercati e sull’individualismo metodologico non è necessario spendere ulteriori parole, mentre qualcosa è pur necessario dire sulle radici cultural-religiose di questa visione del mondo, che, in estrema sintesi, altro non è, come del resto lo è sul piano più strettamente culturale l’Illuminismo, la traduzione e secolarizzazione delle promesse di vita buona e serena garantite dalle pratiche cultuali cristiane. Certo nel cristianesimo questa vita buona e serena sarebbe stata inconcepibile senza l’immortalità dell’anima, mentre, almeno nella sua parte più espressamente politica, il liberalismo si è sempre limitato a promettere un progresso ad infinitum della prosperità e della concordia umane, insomma, non a promettere un Paradiso celeste ma una sorta di giardino dell’Eden secolarizzato ma, solo se si gratti un po’ la crosta di questa ideologia credulona – e solo se si gratti un po’ la crosta della psicologia delle persone, quasi tutti, fedeli compresi nell’immortalità cristiana, che di questa ideologia sono permeati –, ben si vede che, sebbene privata nella credenza di un Dio ultraterreno, l’animatore di questa mentalità è sempre la Weltanschauung cristiana di un futuro mondo migliore dove tutte le contraddizioni saranno risolte e quindi il male, non solo quello sociale ma anche quello soggettivo, sarà definitivamente vinto. Ma sebbene secolarizzato dal liberalismo e dall’illuminismo (la matrice cristiana dell’Illuminismo è, nonostante il durissimo anticlericalismo materialismo e/o deismo dei suoi esponenti, del tutto evidente nella ideologia-mitologia dei diritti dell’uomo, che sarebbe del tutto inconcepibile senza la credenza cristiana che tutti gli uomini sono fratelli perché sono stati creati dall’unico e stesso Dio), questa tradizione cristiana non si  limita a prendere le nuove forme alle quali abbiamo appena accennato, ma permane  come desiderio  di immortalità in  coloro che abitano anche il nuovo mondo culturale e politico del liberalismo, e per di più, visto che il liberalismo su questo punto nulla dice, come una sorta di sempre più dolorosa ed inappagata speranza visto il tramonto del Dio personale unico e creatore che questa immortalità garantiva. Insomma il brave new world illuminista-liberale nasce anche come trascendenza senza trascendenza. Ovviamente questa nuova Stimmung liberal-cristiana secolarizzata ma pure oscuramente ancora desiderosa della vecchia trascendenza, rispetto al vecchio mondo dove regnava una integrale trascendenza, ha ingenerato nella mentalità popolare la fiducia e richiesta fideistica di protezione in nuove figure umane di riferimento e se prima i punti di riferimento pratici ed ideologici  erano il santo, il prete, il  guerriero (possibilmente combattente per la fede) per finire col re e col Papa, ora queste figure sono state sostituite da coloro che in questo mondo secolarizzato si suppone sappiano meglio muoversi per potere garantire le promesse così a piene mani garantite dal brave new world  liberale e secolarizzato, sono cioè state sostituite dall’imprenditore, dall’economista e last but not the least, dal medico e dalla sua arte medica. Sull’imprenditore e sull’economista, cioè sulla caduta presso la pubblica opinione della loro popolarità, il primo per la sua evidente rapacità ed immoralità e il secondo per la sua idiota supponenza, si  può benissimo, viste le vicende di questi due primi decenni del XXI secolo, benissimo sorvolare. Ma un discorso particolare deve essere fatto per il medico e per la sua arte medica, cosa che, come si sarà capito, ha molto a che fare con la faccenda del coronavirus e del mito negativo, ma finanche anche ironico, del ben più tremendo Cthulhu morbus. Sebbene come esegesi e/o propaganda del pensiero illuministico e/o liberale o protoliberale, l’attuale tradizione del commentario liberal-democraticistico (cioè gli attuali intellettuali, dopo la caduta del muro di Berlino tutti spiaccicati come da un rullo compressore sulla linea che questo è l’unico mondo possibile, cui fanno da degni compari tutti i maggiori mezzi di informazione ancora più tristi, venduti e pedanti sulla stessa linea)  non si degni di trasmetterci alcun autore su cui sviluppare il nostro tipo di riflessioni, noi abbiamo ritenuto non di indegno significato recuperare due autori del momento in cui veniva   segnato il trionfo della trascendenza senza trascendenza del mondo illuminista e liberale sulla vecchia trascendenza ultraterrena del cristianesimo. Scriveva William Goldwin nel suo An Enquiry concerning Political Justice and its Influence on Morals and Happiness: «Let us here return to the sublime conjecture of Franklin, that “mind will one day become omnipotent over matter3.” [Nota n° 3 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «I have no other authority to quote for this expression than the conversation of Dr Price. Upon enquiry I am happy to find it confirmed to me by Mr William Morgan, the nephew of Dr Price, who recollects to have heard it repeatedly mentioned by his uncle.»] If over all other matter, why not over the matter of our own bodies? If over matter at ever so great a distance, why not over matter which, however ignorant we may be of the tie that connects it with the thinking principle, we. always carry about with us, and which is in all cases the medium of communication between that principle and the external universe? In a word, why may not man one day be immortal? [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] {863} The different cases in which thought modifies the external universe are obvious to all. It is modified by our voluntary thoughts or design. We desire to stretch out our hand, and it is stretched out. We perform a thousand operations of the same species every day, and their familiarity annihilates the wonder. They are not in themselves less wonderful than any of those modifications which we are least accustomed to conceive. — Mind modifies body involuntarily. Emotion excited by some unexpected word, by a letter that is delivered to us, occasions the most extraordinary revolutions in our frame, accelerates the circulation, causes the heart to palpitate, the tongue to refuse its office, and has been known to occasion death by extreme anguish or extreme joy. These symptoms we may either encourage or check. By encouraging them habits are produced of fainting or of rage. To discourage them is one of the principal offices of fortitude. The effort of mind in resisting pain in the stories of Cranmer and Mucius Scævola is of the same kind. It is reasonable to believe that that effort with a different direction might have cured certain diseases of the system. There is nothing indeed of which physicians themselves are more frequently aware, than of the power of the mind in assisting or retarding convalescence. Why is it that a mature man soon loses that elasticity of limb, which characterises the heedless gaiety of youth? Because he desists from youthful habits. He assumes an air of dignity incompatible with the lightness of childish sallies. He is visited and vexed with all the cares that rise out of our mistaken institutions, {864} and his heart is no longer satisfied and gay. Hence his limbs become stiff and unwieldy. This is the forerunner of old age and death. The first habit favourable to corporeal vigour is chearfulness. Every time that our mind becomes morbid, vacant and melancholy, a certain period is cut off from the length of our lives. Listlessness of thought is the brother of death. But chearfulness gives new life to our frame and circulation to our juices. Nothing can long be stagnant in the frame of him, whose heart is tranquil and his imagination active. A second requisite in the case of which we treat is a clear and distinct conception. If I know precisely what I wish, it is easy for me to calm the throbs of pain, and to assist the sluggish operations of the system. It is not a knowledge of anatomy, but a quiet and steady attention to my symptoms, that will best enable me to correct the distemper from which they spring. Fainting is nothing else but a confusion of mind, in which the ideas appear to mix in painful disorder, and nothing is distinguished. The true source of chearfulness is benevolence. To a youthful mind, while every thing strikes with its novelty, the individual situation must be peculiarly unfortunate, if gaiety of thought be not produced, or, when interrupted, do not speedily return with its healing oblivion. But novelty is a fading charm, and perpetually decreases. Hence the approach of inanity and {865} listlessness. After we have made a certain round, life delights no more. A deathlike apathy invades us. Thus the aged are generally cold and indifferent; nothing interests their attention, or rouses the sluggishness of their soul. How should it be otherwise? The pursuits of mankind are commonly frigid and contemptible and the mistake comes at last to be detected. But virtue is a charm that never fades. The soul that perpetually overflows with kindness and sympathy, will always be chearful. The man who is perpetually busied in contemplations of public good, will always be active. The application of these reasonings is simple and irresistible. If mind be now in a great degree the ruler of the system, why should it be incapable of extending its empire? If our involuntary thoughts can derange or restore the animal economy, why should we not in the process of time, in this as in other instances, subject the thoughts which are at present involuntary to the government of design? If volition now can do something, why should it not go on to do still more and more? There is no principle of reason less liable to question than this, that, if we have in any respect a little power now, and if mind be essentially progressive, that power may, and, barring any extraordinary concussions of nature, infallibly will, extend beyond any bounds we are able to prescribe to it. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Nothing can be more irrational and presumptuous than to {866} conclude, because a certain species of supposed power is entirely out of the line of our present observations, that it is therefore altogether beyond the limits of the human mind. We talk familiarly indeed of the limits of our faculties, but nothing is more difficult than to point them out. Mind, in a progressive view at least, is infinite. If it could have been told to the savage inhabitants of Europe in the times of Theseus and Achilles, that man was capable of predicting eclipses and weighing the air, of explaining the phenomena of nature so that no prodigies should remain, of measuring the distance and the size of the heavenly bodies, this would not have appeared to them less wonderful, than if we had told them of the possible discovery of the means of maintaining the human body in perpetual youth and vigour. But we have not only this analogy, showing that the discovery in question forms as it were a regular branch of the acquisitions that belong to an intellectual nature; but in addition to this we seem to have a glimpse of the specific manner in which the acquisition will be secured. Let us remark a little more distinctly the simplicity of the process. We have called the principle of immortality in man chearfulness, clearness of conception and benevolence. Perhaps we shall in some respects have a more accurate view of its potency, if we consider it as of the nature of attention. It is a very old maxim of practical conduct, that whatever is done with attention, is done well. It is because this was a principal requisite, that many persons {867} endowed in an eminent degree with chearfulness, perspicacity and benevolence, have perhaps not been longer lived than their neighbours. We are not capable at present of attending to every thing. A man who is engaged in the sublimest and most delightful exertions of mind, will perhaps be less attentive to his animal functions than his most ordinary neighbour, though he will frequently in a partial degree repair that neglect, by a more chearful and animated observation, when those exertions arc suspended. But, though the faculty of attention may at present have a very small share of ductility, it is probable that it may be improved in that respect to an inconceivable degree. The picture that was exhibited of the subtlety of mind in an earlier stage of this work4, gives to this supposition a certain degree of moral evidence. If we can have three hundred and twenty successive ideas in a second of time, why should it be supposed that we shall not hereafter arrive at the skill of carrying on a great number of contemporaneous processes without disorder? [Nota n° 4 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «Book IV, Chap. VII, p. 330.»] Having thus given a view of what may be the future improvement of mind, it is proper that we should qualify this picture to the sanguine temper of some readers and the incredulity of others, by observing that this improvement, if capable of being realised, is however at a great distance. A very obvious remark will render this eminently palpable. If an unintermitted attention to the animal economy be necessary, then, before death can If an unintermitted attention to the animal economy be necessary, then, before death can be banished, {868} we must banish sleep, death’s image. Sleep is one of the most conspicuous infirmities of the human frame. It is not, as has often been supposed, a suspension of thought, but an irregular and distempered state of the faculty5. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione; nota n° 5 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «Book IV, Chap. VII, p. 335.»] Our tired attention resigns the helm, ideas swim before us in wild confusion, and are attended with less and less distinctness, till at length they leave no traces in the memory. Whatever attention and volition are then imposed upon us, as it were at unawares, are but faint resemblances of our operations in the same kind when awake. Generally speaking, we contemplate sights of horror with little pain, and commit the most atrocious crimes with little sense of their true nature. The horror we sometimes attribute to our dreams, will frequently be found upon accurate observation to belong to our review of them when we wake. One other remark my be proper in this place. If the remedies here prescribed tend to a total extirpation of our nature, then, though we cannot promise to them an early and complete success, we may probably find them of some utility now. They may contribute to prolong our vigour, though not to immortalise it, and, which is of more consequence, to make us live while we live. Every time the mind is invaded with anguish and gloom, the frame becomes disordered. Every time that languor and indifference creep upon us. our functions fall into decay. In proportion as we cultivate fortitude and equanimity, {869} our circulations will be chearful. In proportion as we cultivate a kind and benevolent propensity, we may be secure of finding something for ever to interest and engage us. Medicine may reasonably be stated to consist of two branches, the animal and intellectual. The latter of these has been infinitely too much neglected. It cannot be employed to the purposes of a profession; or, where it has been incidentally so employed, it has been artificially and indirectly, not in an open and avowed manner. “Herein the patient must minister to himself6.” [Nota n° 6 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «Macbeth, Act V.»] How often do we find a sudden piece of good news dissipating a distemper? How common is the remark, that those accidents, which are to the indolent a source of disease, are forgotten and extirpated in the busy and active? It would no doubt be of extreme moment to us, to be thoroughly acquainted with the power of motives, habit, and what is called resolution, in this respect. I walk twenty miles in an indolent and half determined temper, and am extremely fatigued. I walk twenty miles full of ardour and with a motive that engrosses my soul, and I come in as fresh and alert as when I began my journey. We are sick and we die, generally speaking, because we consent to suffer these accidents. This consent in the present state of mankind is in some degree unavoidable. We must have stronger motives and clearer views, before we can uniformly refuse it. But, though we cannot always, we may frequently refuse. This is a truth of which all mankind are {870} to a certain degree aware. Nothing more common than for the most ignorant man to call upon his sick neighbour, to rouse himself, not to suffer himself to be conquered; and this exhortation is always accompanied with some consciousness of the efficacy of resolution. The wise and the good man therefore should carry with him the recollection of what chearfulness and a determined spirit are able to do, of the capacity with which he is endowed of expelling the seeds and first slight appearances of indisposition. The principal part of the preceding paragraph is nothing more than a particular application of what was elsewhere delivered respecting moral and physical causes7. [Nota n° 7 del Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population,  di An Enquiry concerning Political Justice: «Book I, Chap. VII, Part I.»] It would have been easy to have cast the present chapter in a different form, and to have made it a chapter upon health, showing that one of the advantages of a better state of society would be a very high improvement in the vigour and animal constitution of man. In that case the conjecture of immortality would only have come in as an incidental remark, and the whole would have assumed less the air of conjecture than of close and argumentative deduction. But it was perhaps better to give the subject the most explicit form, at the risk of a certain degree of prejudice. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] To apply these remarks to the subject of population. The tendency of a cultivated and virtuous mind is to render us indifferent to the gratifications of sense. They please at present {871} by their novelty, that is, because we know not how to estimate them. They decay in the decline of life indirectly because the system refuses them, but directly and principally because they no longer excite the ardour and passion of mind. It is well known that an inflamed imagination is capable of doubling and tripling the seminal secretions. The gratifications of sense please at present by their imposture. We soon learn to despise the mere animal function, which, apart from the delusions of intellect, would be nearly the same in all cases; and to value it, only as it happens to be relieved by personal charms or mental excellence. We absurdly imagine that no better road can be found to the sympathy and intercourse of minds. But a very slight degree of attention might convince us that this is a false road, full of danger and deception. Why should I esteem another, or by another be esteemed? For this reason only, because esteem is due, and only so far as it is due. The men therefore who exist when the earth shall refuse itself to a more extended population, will cease to propagate, for they will no longer have any motive, either of error or duty, to induce them. In addition to this they will perhaps be immortal. The whole will be a people of men, and not of children. Generation will not succeed generation, nor truth have in a certain degree to recommence her career at the end of every thirty years. There will be no war, no crimes, no administration of justice as it is called, and no government. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] These {872} latter articles are at no great distance; and it is not impossible that some of the present race of men may live to see them in part accomplished. But beside this there will be no disease, no anguish, no melancholy and no resentment. Every man will seek with ineffable ardour the good of all. Mind will be active and eager, yet never disappointed. Men will see the progressive advancement of virtue and good, and feel that, if things occasionally happen contrary to their hopes, the miscarriage itself was a necessary part of that progress. They will know, that they are members of the chain, that each has his several utility, and they will need not feel indifferent to that utility. They will be eager to enquire into the good that already exists, the means by which it was produced, and the greater good that is yet in store. They will never want motives for exertion, for that benefit which a man thoroughly understands and earnestly loves, he cannot refrain from endeavouring to promote. Before we dismiss this subject it is proper once again to remind the reader, that the leading doctrine of this chapter is given only as matter of probable conjecture, and that the grand argument of this division of the work is altogether independent of its truth or falshood. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione]» : William Goldwin, An Enquiry concerning Political Justice and its Influence on Morals and Happiness (Libro VIII, Of Property, Capitolo 7, Of the Objection to this System from the Principle of Population), London, 1793 (citato da http://knarf.english.upenn.edu/Godwin/pj87.html, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200603202926/http://knarf.english.upenn.edu/Godwin/pj87.html; la pagina Web dell’ Università della  Pennsylvania che introduce a tutti i capitoli di An Enquiry concerning Political Justice scaricabili dal sito dell’Università è http://knarf.english.upenn.edu/Godwin/pjtp.html, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200603204534/http://knarf.english.upenn.edu/Godwin/pjtp.html). Gli faceva eco  Condorcet nel suo Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain: «Nous en avons exposé les preuves qui, dans l’ouvrage même, recevront par leur développement, une force plus grande; nous pourrions donc conclure déjà, que la perfectibilité de l’homme est indéfinie; et cependant, jusqu’ici, nous ne lui avons supposé que les mêmes facultés naturelles, la même organisation. Quelles seraient donc la certitude, l’étendue de ses espérances, si l’on pouvait croire que ces facultés naturelles elles-mêmes, cette organisation, sont aussi susceptibles de s’améliorer? et c’est la dernière question qu’il nous reste à examiner. La perfectibilité ou la dégénération organiques des races dans les végétaux, dans les animaux, peut être regardée comme une des lois générales de la nature. Cette loi s’étend à l’espèce humaine, et personne ne doutera sans doute, que les progrès dans la médecine conservatrice, l’usage d’aliments et de logements plus sains, une manière de vivre qui développerait les forces par l’exercice, sans les détruire par des excès; qu’enfin, la destruction des deux causes les plus actives de dégradation, la misère et la trop grande richesse, ne doivent prolonger, pour les hommes, la durée de la vie commune, leur assurer une santé plus constante, une constitution plus robuste. On sent que les progrès de la médecine préservatrice, devenus plus efficaces par ceux de la raison et de l’ordre social, doivent faire disparaître à la longue les maladies transmissibles ou contagieuses, et ces maladies générales qui doivent leur origine aux climats, aux aliments, à la nature des travaux. Il ne serait pas difficile de prouver que cette espérance doit s’étendre à presque toutes les autres maladies, dont il est vraisemblable que l’on saura un jour reconnaître les causes éloignées. Serait-il absurde, maintenant, de supposer que ce perfectionnement de l’espèce humaine doit être regardé comme susceptible d’un progrès indéfini, qu’il doit arriver un temps où la mort ne serait plus que l’effet, ou d’accidents extraordinaires, ou de la destruction de plus en plus lente des forces vitales, et qu’enfin la durée de l’intervalle moyen entre la naissance et cette destruction n’a elle-même aucun terme assignable? Sans doute l’homme ne deviendra  pas immortel; mais la distance entre le moment où il commence à vivre et l’époque commune où naturellement, sans maladie, sans accident, il éprouve la difficulté d’être, ne peut-elle s’accroître sans cesse? Comme nous parlons ici d’un progrès susceptible d’être représenté avec précision par des quantités numériques ou par des lignes, c’est le moment où il convient de développer les deux sens dont le mot indéfini est susceptible. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] En effet, cette durée moyenne de la vie qui doit augmenter sans cesse, à mesure que nous enfonçons dans l’avenir, peut recevoir des accroissements, suivant une loi telle, qu’elle approche continuellement d’une étendue illimitée, sans pouvoir l’atteindre jamais; ou bien suivant une loi telle, que cette même durée puisse acquérir, dans l’immensité des siècles, une étendue plus grande qu’une quantité déterminée quelconque qui lui aurait été assignée pour limite. Dans ce dernier cas, les accroissements sont réellement indéfinis dans le sens le plus absolu, puisqu’il n’existe pas de borne, en deçà de laquelle ils doivent s’arrêter.»: Marie Jean Antoine Nicolas de Caritat, Marquis of Condorcet, Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain (ouvrage posthume de Condorcet), Paris, 1794-1795, pp. 384-387 (direttamente citato da http://www.anthropomada.com/bibliotheque/CONDORCET-Marquis-de-Jean-Antoine-Nicolas-de-Caritat.pdf, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200602083540/http://www.anthropomada.com/bibliotheque/CONDORCET-Marquis-de-Jean-Antoine-Nicolas-de-Caritat.pdf, ma per PDF del testo originale ed indicazione delle pagine della citazione vedi Internet Archive agli URL https://archive.org/details/esquisseduntabl00conggoog/mode/2up/search/condorcet   e                          https://ia800905.us.archive.org/27/items/esquisseduntabl00conggoog/esquisseduntabl00conggoog.pdf). O tramite poteri della mente in William Goldwin (il quale, in chiusura del capitolo VII citato sembra mettere all’improvviso le mani avanti sulla promessa di immortalità sottolineando che questa è solo un’ipotesi) o per i più generici aumentati poteri della medicina annunciati dall’ Esquisse d’un tableau historique des progrès de l’esprit humain di Condorcet, la via è quindi tracciata per il futuro (cioè, è tracciata la via per la grande illusione messianica che alberga in ognuno di noi a partire dall’Illuminismo): l’uomo in un futuro più o meno lontano non dovrà più temere l’avvento della lugubre sorella  falcemunita. E se molto ci sarebbe da dire, e soprattutto da ironizzare, su come questi vaticini, nonostante i grandissimi progressi della medicina e delle condizioni igieniche, siano stati totalmente smentiti (certamente si è verificato un buon aumento della vita media rispetto al XVIII secolo di Goldwin e Condorcet nei paesi occidentali che hanno potuto godere di una plurisecolare civiltà industriale o in quelli non occidentali in cui l’innesto della forma culturale nata con la rivoluzione industriale ha avuto successo  ma veramente un battito di ciglia di fronte all’eternità che era stata promessa), ed anche da ironizzare sui punti specifici di questi vaticini (in questo Goldwin è veramente imbattibile nella sua avversione verso il sonno visto come anticipatore della morte, e come ironico segno del nostro giudizio su questo punto ben volentieri rimandiamo all’opera omnia di Freud,  oppure, sempre in Goldwin, quando afferma che uno spirito gioioso, buono e sereno già solo di per sé è la ricetta per una vita lunga e che, quindi, l’intensificazione di questo stato psico-fisico è la ricetta per la futura immortalità), è sicuramente migliore strategia retorico-ironica  e quindi conoscitiva non incentrarsi su singoli aspetti ma focalizzarci sull’inizio della nuova epoca che questi due scritti aprono, una nuova epoca caratterizzata da una trascendenza non più trascendente e totalmente secolarizzata, dove tramite il dominio della tecnica  all’umanità viene assicurata un aumento all’infinito della prosperità e un aumento altrettanto infinito della vita (Condorcet, infatti, come si è visto, non parla di immortalità ma di un aumento della vita che, man mano che aumentano le conoscenze, si avvicina, ma solo asintoticamente, all’eternità). E, a parte il fatto che Goldwin indica come sistema per ottenere questa immortalità tecniche di  autocondizionamento mentale (e da questo punto di vista si potrebbe aprire un intero capitolo della nostra discussione su Goldwin come anticipatore, nel male ma anche nel bene, ovviamente, di tutta l’ideologia New Age), siamo quindi pienamente tornati dalle parti dei nostri eroi – per la verità oggi sempre più acciaccati, viste le crisi economiche ed epidemiologiche – della nostra modernità: il tecnico esperto dell’economia (che può essere un tecnico pro domo sua, cioè l’imprenditore, o il tecnico funzionario al servizio di una organizzazione privata e/o pubblica, il manager o l’economista) oppure il tecnico deputato al mantenimento della nostra salute e, nell’inconscio delle popolazioni cresciute nella presente civiltà figlia dell’Illuminismo e del liberalismo, anche in grado di garantire l’immortalità (e cioè il medico, ancor meglio il grande luminare e specialista e, nella presente crisi epidemiologica, il virologo e/o l’epidemiologo, dei quali  le grandi imprese di quest’ultimi sono oggi sotto gli occhi di tutti…). Giunti a questo punto, potremmo qui chiudere tutta la faccenda, affermando sarcasticamente senza  tanti altri ulteriori approfondimenti che da diretti discendenti,  come noi tutti siano, di cotanto poco senno come così meravigliosamente evidenziato da Goldwin e Condorcet, non ci si poteva aspettare nulla di meglio sia per quanto riguarda, come si è visto e come si vede, le crisi economiche che periodicamente squassano il mondo industrializzato – e non solo, vista la globalizzazione – sia per quanto riguarda le crisi sanitarie e o epidemiologiche. Ma siccome il nostro scopo non è quello di fare della facile polemica – anche se del tutto filosoficamente e politicamente fondata – ma la creazione di un simbolo politico, il Chutlhu morbus, che rappresenti questo stato di cose e che attraverso la sua manifesta ironia possa al tempo stesso fornirci le armi per combattere la realtà che rappresenta (possa cioè dare anima e corpo all’Epifania Strategica), vediamo ora come ai giorni nostri ha avuto un esplicito sviluppo culturale questa promessa di immortalità iniziata da Goldwin e Condorcet (uno sviluppo, cioè dal punto vista della produzione professionale della cultura destinata al consumo delle masse, cioè la fantascienza e i racconti fantastici,  mentre per quanto riguarda più specificamente la più o meno inconscia credenza popolare nell’immortalità di origine illuministico-liberale garantita dalla tecnica e sulle sue conseguenze abbiamo appena già detto).  E se, su un piano generale, possiamo allora dire che, sin dagli inizi,  tutta questo produzione culturale, oltre ad essere il segno evidente della crisi della vecchia trascendenza cristiana, è anche il segno della speranza di un riscatto a questa crisi in via tecnologica e/o fantastica (esistono, come fra poco vedremo, anche una fantascienza o un narrare fantastico profondamente pessimisti, ma la nascita del genere è prevalentemente sotto il segno della speranza e anche quando le potenze malefiche sembrano prevalere di solito l’ingegnosità dell’uomo o l’intervento di una natura che viene in soccorso dell’uomo, vera e propria secolarizzazione della vecchia Provvidenza, riesce a mettere le cose a posto: vedi la Guerra dei Mondi di H. G. Wells, dove i Tripodi  marziani muoiono a causa dei batteri terrestri), perché il genere divenisse – ancor più esplicitamente di come prima era avvenuto, vedi per esempio Ursula Kroeber Le Guin, autrice  sì di racconti fantascientifici di  critica dell’esistente ma senza alcuna concreta proposta di suo cambiamento, tranne ovviamente l’auspicare l’avvento di una nuova umanità mondata dal presente imperante egoismo – un’esplicita e diretta proposta politica e si unisse così al genere utopico di più vecchia tradizione bisognava aspettare la metà degli anni ’80 del secolo passato. Ci stiamo ovviamente riferendo a Donna Jeanne Haraway, Manifesto for Cyborgs: Science, Technology, and Socialist Feminism in the 1980s, “Socialist Review”, N° 80, 1985, pp. 65-108 (una versione in italiano in Rete è consultabile all’URL https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf; Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190924210523/https://monoskop.org/images/6/64/Haraway_Donna_1985_1995_Un_manifesto_per_Cyborg_scienza_tecnologia_e_femminismo_socialista_nel_tardo_ventesimo_secolo.pdf/, mentre all’URL https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf;  Wayback Machine:  http://web.archive.org/web/20191115081308/https://monoskop.org/images/f/f3/Haraway_Donna_J_Simians_Cyborgs_and_Women_The_Reinvention_of_Nature.pdf, si può scaricare l’originale testo in inglese). Nonostante il suo dichiarato ed esplicito femminismo,  col   Cyborg Manifesto, che le donerà rinomanza mondiale,  Donna Haraway si discostò violentemente dai rigidi dettami del femminismo, che volevano, o meglio pretendevano, una superiorità antropologica della donna rispetto all’uomo, per proporre, culturalmente influenzata dalla letteratura fantascientifica ma anche dalle possibilità tecnologiche che l’informatica e la robotica sembravano dischiudere in quegli anni, la costruzione di una nuova umanità attraverso il sempre più massiccio inserimento nel corpo umano di dispositivi informatico-robotici. La proposta quindi era quella, appunto, della costruzione del cyborg che avrebbe sostituito il vecchio uomo in carne ed ossa, ma si farebbe veramente un grande torto alla Haraway e al suo manifesto liquidando tutta la faccenda affermando che si trattava del parto di una sovreccitata fantasia, lesa dalla consuetudine dell’autrice con la letteratura fantascientifica, perché, come emerge chiaramente dalla lettera del Cyborg Manifesto, questo cyborg era soprattutto il simbolo di un’umanità che, sulla scorta delle tecnologie di cui si è sopra detto, doveva abbandonare le vecchie illusioni di un ritorno alla purezza originaria prima che fosse contaminata dalla tecnologia e della  altrettanto illusoria  separazione fra cultura umana e mondo naturale non umano (per non dire, poi, che sulla scorta di questo simbolo di antipurezza originaria e biotecnologico, bisognava proprio gettare nella trotskyana pattumiera della storia tutti i sogni suprematisti di superiorità della donna sull’uomo tipici del peggior femminismo). In Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste, di imminente pubblicazione, viene discusso più ampiamente questo aspetto simbolico della figura del cyborg e, nonostante si rilevi che  questa figura simbolica è anche il segno della difficoltà di sviluppare una coerente dialettica olistico-dialettica-espressiva-strategica-conflittuale, proprio questo segnale di difficoltà è, al tempo stesso, l’inequivocabile indice di una sua ricerca e definizione. Ma, come sempre rilevato in Epigenetica, Teoria endosimbiotica, Sintesi evoluzionista moderna, Sintesi evoluzionistica estesa e fantasmagorie transumaniste, il punctum dolens è che dopo il Cyborg Manifesto, la Haraway non ha fatto un passo avanti verso l’elaborazione attraverso il suo simbolo – che per espressa ammissione della scrittrice era soprattutto simbolo ironico e quindi strumento euristico, e perciò retorico,  di nuova conoscenza –  di una accresciuta consapevolezza dialettica, ma ha fatto mille passi a ritroso, andando attingere ad un simbolo letterario di cui tutto si può tranne che sia espressione di una qualsiasi forma di benevolenza verso l’umanità, cyborghiana o naturale e sessualmente veterotestamentariamente polarizzata essa sia. Ma andiamo con ordine. Tre decenni dopo il Manifesto, Donna Haraway, forse perché disillusa dalle fallite aspettative simbolico-operative del suo cyborg o forse, molto più semplicemente, per rinverdire con qualcosa di ancora più estremo una fama letterario-filosofica bisognosa di nuova vigore, se ne esce con un nuovo saggio, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016 (è possibile scaricare Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, Durham (N.C.), Duke University Press, 2016 presso https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf, congelamento del documento e dell’ URL presso la Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20190930132847/https://edisciplinas.usp.br/pluginfile.php/4374763/mod_resource/content/0/Haraway-Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.pdf), saggio che segna il drastico  passaggio della Haraway dal mito del cyborg, anche se da costei inteso prevalentemente metaforicamente, al mito dell’endosimbionte, sempre prevalentemente una metafora ma una metafora, come vedremo, con un suo lato molto oscuro. Ora perché l’endosimbionte e il saggio che ne vuole creare la figura mitico-operativa rappresenta un grandissimo passo indietro rispetto al Cyborg Manifesto? Sul come questo nuovo simbolo si sviluppi in Staying with the Trouble accostato ad una densa semantica tanatofila  che va al di là delle intenzioni dell’autrice,  ne parleremo fra poco e, come vedremo, costituisce il vero convitato di pietra di tutta questa nuova operazione retorico-letteraria della Haraway. Sul piano invece di quello che l’utilizzo del simbolo dell’endosimbionte  implica in Haraway  sul piano di una nuova progettualità antropologica – anche se solo utopica nelle sue applicazioni estreme – che l’uomo dovrebbe intraprendere per superare le sue contraddizioni, nel saggio viene avanzato il progetto che nel corpo umano, anziché inserire un  numero sempre crescente di protesi informatico-bio-meccaniche come nel Cyborg Manifesto, deve essere inserito, allo scopo di rendere l’uomo più in simpatia, in diritto contatto e meno aggressivo verso la natura,  materiale genetico proveniente da altre specie animali e vegetali, e sempre allo scopo di un minor impatto delle comunità umane sempre sulla natura, l’uomo deve coscientemente dare inizio ad una vigorosa decrescita demografica (vedi la parte più espressamente narrativa del saggio, il capitolo VIII The Camille Stories. Children of Compost, dove cinque generazioni di ragazzine, tutte col nome di Camilla, per entrare in contatto simbiotico con una specie minacciata, le farfalle Monarca, generazione dopo generazione assumono sempre più materiale genetico e sembianze delle farfalle che devono proteggere, il tutto svolgendosi all’interno di una comunità animata dal proposito di un progressiva decrescita demografica). Oltre al tragico arretramento dialettico rispetto al Cyborg Manifesto  dove ora il concetto di natura-naturalità ritorna ad essere importante attraverso l’opposizione all’attività tecnico-tecnologica umana, si potrebbe a questo punto tangenzialmente notare non solo che le proposte di decrescita demografica hanno contrassegnato fin dall’inizio  l’Età dei Lumi  (e quindi che questa idea nasce in un ambito di tentativo di dominio tecnico-tecnologico sulla natura: vedi il caso Malthus, dove con visione pessimista, questa natura era la natura umana dedita alla lussuria e noncurante delle conseguenze economico-demografiche di questo vizio, oppure per rimanere all’interno del perimetro di questa comunicazione, vedi la nostra citazione di Goldwin, dove egli afferma che l’immortalità raggiunta tramite la tecnica mentale della serenità d’animo avrebbe reso superfluo la spinta a procreare per superare attraverso gli eredi la morte), un Illuminismo che con la sua smisurata fiducia nelle capacità dell’umanità  di interpretare senza compromessi il suo ruolo di Homo faber non deve mai essere stato troppo simpatico alla Haraway (si potrebbe dire che nel Cyborg manifesto siamo di fronte ad un Homo faber al quadrato, ma il cyborg è un postumano e, addirittura dall’incerta sessualità e certamente gli Illuministi, nonostante tutta la loro ingenua mentalità meccanicistica, non avrebbero approvato una nuova entità senziente non umana, mezzo uomo e mezzo dispositivo meccanico-macchinico,  e nemmeno sessualmente distinta), ma sia per comprendere meglio la Gestalt di Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene e sia per dar vita e al tempo stesso tempo combattere il mito ironico del Cthulhu morbus atteniamoci ad un’analisi dell’espressività retorico-letteraria del saggio. Iniziando dal titolo del capitolo VIII The Camille Stories. Children of Compost, nel quale le cinque generazioni di Camille vengono definite bambine del compost. Ora, in inglese la parola ‘compost’ è quasi sinonimo all’italiano letame, più precisamente indica «organic matter that has been decomposed in a process called composting. This process recycles various organic materials otherwise regarded as waste products and produces a soil conditioner (the compost)» (da https://en.wikipedia.org/wiki/Compost, Wayback Machine:  https://web.archive.org/web/20200612052442/https://en.wikipedia.org/wiki/Compost) e però, pur volendo tralasciare tutte le valenze negative del termine letame e pur volendo sottolineare tutta la semantica positiva che viene dall’etimologia della parola, «dal lat. composĭtus, […] part. pass. di componĕre «comporre»» (http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/compost/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200612052744/http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/compost/), e infatti anche in questo senso le Camille sono compost, cioè esseri compositi parte Homo sapiens e parte altra specie animale, non può assolutamente essere tralasciato l’elementare dato di fatto che tale parola, rimanda comunque ineluttabilmente al concetto di decomposizione. E tale concetto di decomposizione, e la ripetizione in numerosissimi luoghi del saggio della parola ‘compost’, è del resto centrale  in tutto il saggio della Haraway ma se si pensasse che questo ripetuto concetto di decomposizione segni nella Haraway un definitivo addio e dalle speranze di immortalità alla Condorcet, o alla Goldwin, o, per arrivare alla stessa Haraway, alla Cyborg Manifesto (nulla è più immortale del cyborg, potendo esso cambiare all’infinito i suoi pezzi) saremmo in grave errore, trattandosi, piuttosto, di un nuovo tipo di immortalità che non è l’immortalità del corpo ma una impersonale immortalità ottenuta attraverso la dissoluzione nel corpo di madre natura (che è poi quello che fanno ancora in vita le cinque Camille, le quali incorporano nel loro corpo parti di questa natura non umana). Piuttosto questa immortalità harawayna ha molto a che fare con una sorta di ritorno al passato, con l’immortalità cristiana nel paradiso celeste, del quale paradiso nulla si sa, tranne che i salvati ritroveranno il loro corpo (e il decomporsi dell’Haraway questo non garantisce, anzi nega) ma anche dove per dottrina viene affermato che questi salvati godranno della gloria di Dio, il che è anche una bella immagine ma è anche la negazione del corpo, bisognoso in quanto tale di precise condizioni fisico-chimiche e non solo di ineffabili stati psichico-spirituali.  Ma per la scrittrice di originaria formazione cattolico-romana Donna Haraway (sempre essa sottolinea questo suo originario background e a questo proposito si può vedere il film-intervista  che nel 2016 le ha dedicato il regista Fabrizio Terranova,   Donna Haraway: Storytelling for Earthly Survival (visionabile, sottotitolato in francese, all’URL di YouTube  https://www.youtube.com/watch?v=NPKGJQRjWAQ, nostro caricamento del documento presso Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/donna-haraway-story-telling-for-earthly-survival e https://ia601505.us.archive.org/10/items/donna-haraway-story-telling-for-earthly-survival/Donna%20Haraway_%20Story%20Telling%20for%20Earthly%20Survival.mp4), nonostante le accezioni negative e decompositorie del termine ‘compost’  e, diciamo noi in una sorta di stralunata reminiscenza del paradiso cattolico-cristiano, questa è il nuovo tipo di immortalità (composita) cui deve tendere l’uomo. A questo punto verrebbe da dire, contenta lei etc., ma il problema non è tanto prendere una posizione pro o contro questa cacotopia harawayna ma il fatto che all’interno dell’espressione letteraria di questo stesso sogno alberga un evidente mostro-incubo che la Haraway fa espressamente di tutto per dissolvere ma che, proprio in questo tentativo non fa altro che rafforzare e rendercelo anche palesemente evidente. E il mostro ha  la sua piena epifania già a partire dal titolo del saggio Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene, il quale titolo richiama direttamente Cthulhu il mostro Grande Antico creato da H. P. Lovecraft nel suo breve racconto del 1928 The call of Cthulhu. Vediamo quindi il tentativo intrapreso nel saggio di rifiutare l’eredità e di Cthulhu e del suo padre creatore H. P. Lovecraft: «So I think a big new name, actually more than one name, is warranted–hence Anthropocene, Plantationocene5,  [ndr: nota n° 5 non rilevante e quindi non citata ] and Capitolocene  (Andreas Malm’s and Jason Moore’s term before it was mine).6 [ndr: nota n° 6 non rilevante e quindi non citata ] I also insist that we need a name for the dynamic ongoing symchthonic forces and powers of which people are a part, within which ongoingness is at stake. Maybe, but only maybe, and only with intense commitment and collaborative work and play with other terrans, flourishing for rich multispecies assemblages that include people will be possible. I am calling all this the Chthulucene–past, present, and to come.7 [ndr: nota n° 7 non rilevante e quindi non citata ] These real and possible timespaces are not named after sf writer H. P. Lovecraft’s misogynist racialnightmare monster Cthulhu (note spelling difference), but rather after the diverse earthwide tentacular powers and forces and collected things with names like Naga, Gaia, Tangaroa (burst from water-full Papa), Terra, Haniyasu-hime, Spider Woman, Pachamama, Oya, Gorgo, Raven, A’akuluujjusi, and many many more. “My” Chthulucene, even burdened with its problematic Greek-ish rootlets, entangles myriad temporalities and spatialities and myriad intra-active entities-in-assemblages–including the more-than-human, other-than-human, inhuman, and human-ashumus. Even rendered in an American English-language text like this one, Naga, Gaia, Tangaroa, Medusa, Spider Woman, and all their kin are some of the many thousand names proper to a vein of sf that Lovecraft could not have imagined or embraced–namely, the webs of speculative fabulation, speculative feminism, science fiction, and scientific fact.8 [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione  e ancora ndr: nota n° 8 non rilevante e quindi non citata]  It matters which stories tell stories, which concepts think concepts. Mathematically, visually, and narratively, it matters which figures figure figures, which systems systematize systems.»: Donna Jeanne Haraway, Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene (Chapter 4: Making Kin. Anthropocene, Capitalocene, Plantationocene, Chthulucene), Durham (N.C.), Duke University Press, 2016, pp. 101-102. «Less simple was deciding how to spell Chthulucene so that it led to diverse and bumptious chthonic dividuals and powers and not to Chthulhu, Cthulhu, or any other singleton monster or deity. A fastidious Greek speller might insist on the “h” between the last “l” and “u”; but both for English pronunciation and for avoiding the grasp of Lovecraft’s Cthulhu, I dropped that “h.” This is a metaplasm.»: Ivi, p. 169 (nota n° 2 all’introduzione). «Chthonic derives from ancient Greek khthonios, of the earth, and from khthōn, earth. Greek mythology depicts the chthonic as the underworld, beneath the earth; but the chthonic ones are much older (and younger) than those Greeks. Sumeria is a riverine civilizational scene of emergence of great chthonic tales, including possibly the great circular snake eating its own tail, the polysemous Ouroboros (figure of the continuity of life, an Egyptian figure as early as 1600 BCE; Sumerian sf worlding dates to 3500 bce or before). The chthonic will accrue many resonances throughout my chapter. See Jacobsen, The Treasures of Darkness. In lectures, conversations, and e-mails, the scholar of ancient Middle Eastern worlds at uc Santa Cruz, Gildas Hamel, gave me “the abyssal and elemental forces before they were astralized by chief gods and their tame committees” (personal communication,  June 12, 2014). Cthulhu (note spelling), luxuriating in the science fiction of H. P. Lovecraft, plays no role for me, although it/he did play a role for Gustavo Hormiga, the scientist who named my spider demon familiar. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] For the monstrous male elder god (Cthulhu), see Lovecraft, The Call of Cthulhu. I take the liberty of rescuing my spider from Lovecraft for other stories, and mark the liberation with the more common spelling of chthonic ones. Lovecraft’s dreadful underworld chthonic serpents were terrible only in the patriarchal mode. The Chthulucene has other terrors–more dangerous and generative in worlds where such gender does not reign. Undulating with slippery eros and gravid chaos, tangled snakes and ongoing tentacular forces coil through the twenty-first centuryCE. Consider: Old English oearth, German Erde, Greek Gaia, Roman terra, Dutch aarde; Old English w(e)oruld (“affairs of life,” “a long period of time,” “the known life,” or “life on earth” as opposed to the “afterlife”), from a Germanic compound meaning “age of the human race” (wer); Old Norse heimr, literally “abode.” Then consider Turkish dunya and go to dunyā (the temporal world), an Arabic word that was passed to many other languages, such as Persian, Dari, Pashto, Bengali, Punjabi, Urdu, Hindi, Kurdish, Nepali, Turkish, Arumanian, and North Caucasian languages. Dunyā is also a loanword in Malay and Indonesian, as well as in Greek δουνιας–so many words, so many roots, so many pathways, so many mycorrhizal symbioses, even if we restrict ourselves only to Indo-European tangles. There are so many kin who might better have named this time of the Anthropocene that is at stake now. The anthropos is too much of a parochial fellow; he is both too big and too small for most of the needed stories.»: Ivi, p. 173 (nota n° 4 al Capitolo 2: Tentacular Thinking). Allora: il misogino e razzista H. P. Lovecraft non avrebbe mai approvato né immaginato che il mostro  Cthulhu, altrettanto razzista e misogino,  diversi decenni dopo sarebbe stato impiegato per illustrare la mia bella utopia di rinnovato accordo con la natura (il sublime del ridicolo: che non avrebbe approvato si può forse ipotizzare; affermare che non avrebbe immaginato un uso politicamente corretto di Cthulhu non va tanto a discredito delle capacità inventive del maestro del terrore ma delle capacità razionali dell’Haraway, la quale evidentemente pensa che chi non è misogino né razzista come lei evidentemente le possegga e, sia detto per inciso, H. P. Lovecraft non avrebbe certo immaginato che nel 2015 si sarebbe deciso che al vincitore del World Fantasy Award non avrebbe più ricevuto il solito trofeo che veniva consegnato dal 1975,  anno di nascita del premio,  e che era uno stilizzato  busto-caricatura di Lovecraft disegnato da Gahan Wilson ma un altro molto più “politically correct” riconoscimento, che dal 2016 risulta essere un animo bronzetto che raffigura rami intrecciati e contorti. Per chi voglia ricostruire questa vicenda segno del degrado dell’odierna cultura piegata ai peggiori automatismi buonisti – e paraculi ed intrinsecamente totalitari: una proposta, bandiamo i busti di Aristotele dai manuali di filosofia perché Aristotele non era contrario alla schiavitù – si rinvia ai seguenti URL e ai relativi congelamenti documentari tramite la Wayback Machine:  https://en.wikipedia.org/wiki/World_Fantasy_Award, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200606144010/https://en.wikipedia.org/wiki/World_Fantasy_Award; https://www.jimchines.com/2014/10/lovecraft-apologists-and-the-world-fantasy-award/; Wayback  Machine: http://web.archive.org/web/20200606144235/https://www.jimchines.com/2014/10/lovecraft-apologists-and-the-world-fantasy-award/; https://www.theverge.com/2017/4/15/15308118/world-fantasy-award-h-p-lovecraft-toxic-legacy, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200606144731/https://www.theverge.com/2017/4/15/15308118/world-fantasy-award-h-p-lovecraft-toxic-legacy; https://www.bustle.com/articles/124183-world-fantasy-convention-ditches-hp-lovecraft-award-amid-controversy-sparks-debate; Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200606145148/https:/www.bustle.com/articles/124183-world-fantasy-convention-ditches-hp-lovecraft-award-amid-controversy-sparks-debate; https://www.tor.com/2014/08/20/should-the-world-fantasy-award-be-changed/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200606145526/https://www.tor.com/2014/08/20/should-the-world-fantasy-award-be-changed/; https://www.syfy.com/syfywire/after-40-years-hp-lovecraft-statue-nixed-world-fantasy-awards, Waybck Machine: http://web.archive.org/web/20200606150102/https://www.syfy.com/syfywire/after-40-years-hp-lovecraft-statue-nixed-world-fantasy-awards; https://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2015/11/hp-lovecraft-world-fantasy-awards/415485/, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200612055620/https://www.theatlantic.com/entertainment/archive/2015/11/hp-lovecraft-world-fantasy-awards/415485/); comunque, anche se il nome e la fama sinistra di  Cthulhu sono stati certo importanti all’entomologo Gustavo Hormiga nell’assegnare il nome di ‘Cthulhu Pimoa’ al ragno ha egli per primo classificato e scoperto non lo sono certo per me, che, come si vede dal titolo del saggio, la parola   ‘chthulucene’ da me creata e che definisce l’epoca in cui stiamo vivendo, contiene, a differenza di Cthulhu, una ‘h’ prima della ‘c’, e ciò a significare non solo la mia abissale alterità rispetto a Lovecraft e al suo mostro ma anche la mia perizia come etimologista, linguista, e storica delle religioni e delle leggende, in quanto io ho forgiato il mio chthulucene attraverso il lemma khthonios, cioè della terra, con tutti gli annessi e connessi richiami  linguistici e mitici (chissà poi perché poi non si può concedere anche al povero Gustavo Hormiga lo stesso percorso logico-linguistico rendendolo così schiavo del Call of Cthulhu di Lovecraft. Ad ogni buon conto, oltre a fornire qui di seguito l’indicazione bibliografica del saggio di Hormiga che ha battezzato il ragno con un nome così inquietante, Gustavo  Hormiga, A Revision and Cladistic Analysis of the Spider Family Pimoidae (Aranae: Araneae),  “Smithsonian Contributions to Zoology”, N° 549 , 1994, pp.  1-104,  https://doi.org/10.5479/si.00810282.549, forniamo anche due URL e due congelamenti Wayback Machine attraverso i quali scaricare il documento e venire a capo dell’ “inquietante” accusa harawayna: https://pdfs.semanticscholar.org/56b6/df866a1845d9f741dc4246b6d515a5bf077b.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200605205240/https://pdfs.semanticscholar.org/56b6/df866a1845d9f741dc4246b6d515a5bf077b.pdf; https://repository.si.edu/bitstream/handle/10088/5401/SCtZ-0549-Lo_res.pdf?sequence=2&isAllowed=y, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200605205522/https://repository.si.edu/bitstream/handle/10088/5401/SCtZ-0549-Lo_res.pdf?sequence=2&isAllowed=y, ma per sollevare il lettore da questa fatica, citiamo anche da p. 39 del saggio di Hormiga il  passaggio che, evidentemente, ha incriminato agli occhi della Haraway Hormiga: «Pimoa cthulhu, new species FIGURES 85-117 TYPES.–Male holotype and female paratype from Mendocino Woodlands (S end), in hollow redwood stumps, Mendocino Co., California; 16-17 Sep 1990, D. Ubick col. Male and female paratypes from Mendocino Woodlands Camp, Mendocino Co.; 24 Feb 1979 (cf )and 2 Feb 1973 (9), S.C. Williams col. Holotype deposited in CAS. paratypes deposited in CAS and DU. ETYMOLOGY.–Named after H.P. Lovcrcraft’s mythological deity Cthulhu, akin to the powers of Chaos.»).  Queste ed altre successive dichiarazioni su come Chtulhu e Lovecraft non abbiano avuto alcuna influenza e nell’ideare il titolo del saggio (cfr. supra, il film di Terranova sulla Haraway, dove essa dichiara, nemmeno nominando Lovecraft che chthulucene è una sorta di scherzo lessicale, un neologismo inventato perché le parole ‘Anthropocene’, ‘Plantationocene’, ‘Capitalocene’ risultavano troppo “grandi” ed omnicomprensive;  vedi  anche la conferenza Anthropocene, Plantationocene, Capitalocene Chthulucene. Making String Figure with Biologies, Arts, Activism, tenuta il 25 aprile 2017 da Donna Haraway al San Francisco Art Institute per promuovere  Staying with the Trouble. Making Kin in the Chthulucene. Verso il cinquantesimo minuto della conferenza, sullo schermo di sala compare un’immagine di Cthulhu ma la Haraway non lo  nomina affermando che trattasi di una immagine tratta dalla serie televisiva del Doctor Who dalla quale essa è stata molto influenzata – e nella quale sono stati utilizzati esplicitamente  l’universo  e le suggestioni di Lovecraft e, nella specifico, Cthulhu: quando si dice: «Xe pèso el tacòn del buso» –. Finita la conferenza e dato il classico spazio per le domande, a domanda insidiosa di un partecipante alla conferenza se Cthulhu abbia in qualche modo influenzato la creazione del suo neologismo  ‘chthulucene’, Donna Haraway se ne esce, è trascorso circa 1 ora e 13 minuti dall’inizio della conferenza, con le seguenti sorprendenti parole: «I haven’t read Lovecraft’s Cthulhu stories, I’m sure that somewhere turning in my unconscious…. when chthulucene presented to me, but it didn’t became conscious  to me until friends said to me that Lovecraft [etc]». Siamo, come si dice, senza parole e, oltre a sottolineare che nel film-intervista di Terranova Donna Haraway si compiace della sua biblioteca privata  ricolma di romanzi di fantascienza e quindi, noi pensiamo, dovrebbe possedere una consapevole cultura in materia che non consente inconsce influenze lovecraftiane. Un’ipotesi per un’assoluzione con attenuanti: senza voler ricorrere ad un duro sarcasmo che ci farebbe dire che questa pur interessante ed anche simpatica scrittrice è una plagiara “a sua insaputa”, si può anche accettare l’idea di un influenza inconscia su di lei di Lovecraft, ma allora la cosa meriterebbe da parte sua un maggior e ben più rigoroso approfondimento in merito alle radici cthulhuiane e tanatofile del suo Staying with the Trouble. Comunque nonostante la simpatia che proviamo verso di lei, al momento la spiegazione ‘scherzo’ del termine ‘chthulucene e quella di tipo freudiano, trovano la risoluzione di questa contraddizione nel fatto che nel film a lei dedicato Haraway giocava in casa e si poteva permettere di fare la “šburóña”, mentre rispondendo alle domande post conferenza, pur trovandosi di fronte ad un pubblico di ammiratori, non poteva andare al di là di un certo limite di decenza trovandosi così costretta ad imbastire una sorta di spiegazione à la Freud, forse non del tutto falsa in linea di principio ma che necessiterebbe ben altra e più sincera e diretta articolazione. Per  diletto del lettore, oltre ad indicare qui di seguito l’URL di YouTube della conferenza dove tutti possono avere contezza di  cotanta disinvoltura e quelli del  nostro caricamento della stessa su Internet Archive: https://www.youtube.com/watch?time_continue=1298&v=GrYA7sMQaBQ&feature=emb_logo, https://archive.org/details/donna-haraway-staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene e https://ia601501.us.archive.org/7/items/donna-haraway-staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene/Donna%20Haraway%20-%20Staying%20with%20the%20Trouble_%20Making%20Kin%20in%20the%20Chthulucene.mp4, diamo anche  due altri URL relativi ad articoli che, fra i tanti, esprimono forse meno  costernazione ma simili pareri negativi su  queste dichiarazioni della Haraway: https://www.viewpointmag.com/2017/05/08/cthulhu-plays-no-role-for-me/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200112105102/https://www.viewpointmag.com/2017/05/08/cthulhu-plays-no-role-for-me/http://www.scienzaefilosofia.com/2019/06/29/cyborg-arrugginiti-e-animali-potenti-donna-haraway-alla-ricerca-di-un-mito-per-lantropocene/, Wayback Machine:

http://web.archive.org/web/20200112105433/http://www.scienzaefilosofia.com/2019/06/29/cyborg-arrugginiti-e-animali-potenti-donna-haraway-alla-ricerca-di-un-mito-per-lantropocene/) e tantomeno nella costruzione dell’ideologia organico-decompositiva-antinatalistica dello stesso (che dalla Haraway viene rivendicata però, come già detto, assegnandole una sorta di valenza positiva e di conferimento di una sorta di immortalità attraverso il dissolvimento nella natura e non certo di maligna avversità verso il genere umano, come invece il mostro Cthulhu sempre  mostra), hanno sempre ricevuto scarsissimo credito e presso i comuni lettori e presso la critica professionale. Per brevità, non le abbiamo elencate esaustivamente e commentate nel dettaglio, ma ce n’è una che merita essere ripresa integralmente: quella di Cthulhu stesso. In data 18 novembre 2016 il blog “Savage Minds. Notes and Queries in Antropology”  pubblica, preceduta da questa riverente ed intimorita introduzione: «Savage Minds welcomes guest blogger Cthulhu, Great Old One and Special Collections Librarian at Brown University.», la seguente recensione del Grande Antico sul saggio della Haraway: «When the puny mortals at Savage Minds invited me to review the latest work by Donna Haraway I was perplexed. After I had devoured the sanity of their pathetic messenger, I turned the book over in my tentacles. “Chthulucene,” eh? Was this meant to be a literary subversion of the Anthropocene, supplanting the implied anthropocentrism of that category with something alien and indifferent? And if so, was this really a wise move, politically speaking, when the purpose of the term was to draw attention to human actions that frequently remained hidden to those without the all seeing eyes of Yog-Sothoth? Needless to say, I was intrigued. Full disclosure: Haraway and I are somewhat estranged. She never forgave me for guiding my cultists to infect Sumatran rat-monkies with a zombie virus (for more on this consult the 1992 documentary Dead Alive). Sure my methods are “controversial” but she and I have the same goal in mind: confronting our shared ecological crisis by addressing the problem of accelerating human population growth. Whereas she seeks to carve out the possibility that feminism can navigate the racist and eugenicist histories of limiting human reproduction, I advocate for a strategy of direction action, i.e. human sacrifice. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Our professional disagreements not withstanding I gave her latest monograph a fair reading. At just 168 pages exclusive of endnotes Staying with the Trouble is Haraway at her most accessible. Readers familiar with her work with recognize her characteristic style and language, polysemous metaphors co-mingle with evocative refrains, deep etymological readings, and even the occasional sentence with internal rhyme schemes. Some will argue that word games will only take you so far and, to be frank, I am sympathetic to this critique. Unlike her most rigorous works, Staying with the Trouble can get vague and repetitive. I mean, its not The Necronomicon. While “Tentacular Thinking” probably won’t replace “Cyborg Manifesto” in your theory sylabus it must be recognized that this was never the author’s intent. This is a work to provoke and inspire. It is a call to arms (or pseudopods as the case may be)! Thus to judge it in the terms it sets out for itself, the book is a success. Let us delve into some of the details, begining with why I was summoned here. What is this Chthulucene? Monsters are a warning. Like the word “demonstrate” with which it shares an identical root, we are here to show. Haraway mistakenly believes she has inoculated herself against my minions by adding a superfluous “h” to Cthulhu in order to make her Chthulucene but yet I linger! Haraway herself denies this. Sadly and on multiple ocassions, in the text and in the notes, she lashes out against me – personally – calling me racist and misogynistic. This is not true. I am indifferent to everyone’s suffering equally. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Just as I sleep under the ocean, dead but dreaming in the city of R’leyh, the Chthulucene represents what comes from under. Invertibrates of all kinds abound, spiders and octopus especially, but it is bacteria that best embody this. (In an egregious oversight, Haraway fails to cite the Elder Things who created the slave race of shoggoths accidentally spawning bacteria and, hence, all life on Earth.) In other passages Haraway uses the Chthulucene to invoke indigeneity and the continuing struggles of native peoples for autonomy. At yet other times it takes on a quasi-spiritual and mythological mantle as she evokes Gaia and Medusa. A God Trick in reverse, perhaps? In short the Chthulucene is like an ecological unconscious, underneath it all but without necessarily being foundational in a teleological sense, constantly running in the background whether you care to notice it or not, a Lacanian “Real” that resists being made intelligible. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Another important trope in Staying with the Trouble are String Figures. These join Haraway’s growing list of SF phrases going back to her earliest publications: science fiction, science fact, speculative feminism, etc. Moreover the Cat’s Cradle, a classic string game, fits perfectly into her career interest in webs and weaving. In this case what makes the String Figure so effective as a metaphor to think with is the way in which they can embody exchange, collective creation, and storytelling, crisscrossing like the moist tentacles dripping from my gaping maw. By now you’re all familiar with the Multispecies turn (can we call it a “turn” yet?) the proactive rethinking of scientific and humanities inquiry beyond the human. Frankly this poststructural evolutionary ecology is still incomplete as it has failed to account for Azathoth, his sons, and the elder races of aliens. But Haraway, citing Latour, remains resolute in her instance that you mortals stay “earthbound.” Haraway is, of course, at the vanguard of this Multispecies moment but here she outlines her objection to the so-called “posthuman,” calling instead for the “compost.” Like the ticklish extended title of Modest Witness it is a smart joke, punning on posts. Compost is meant to convey the importance of death to life and how life rises out of death. As an expert on death I must concur. You all need to die. [Evidenziazione a cura dell’autore della presente comunicazione] Compost and the possibility of life coming from death is a key to what the author refers to as “ongoingness” (a productive alternative to philosophical discourses of “becoming”). For Haraway the key to unlocking an ongoingness that is more than mere survival is something she calls sympoiesis, or making with. Sympoiesis invites us to think beyond individualism to relationships, relations with relatives, human and not. String Figures can be a sympoesis because they are something you make with another. Kinship is sympoesis. Haraway: «We need to make kin symchthonically, sympoetically. Who and whatever we are, we need to make-with  – become-with, compose-with – the earth-bound.» (p.102) Haraway makes her case with theory and scholarship in the first 100 pages, following this up with three chapters of case studies. By way of conclusion the book finishes with a chapter not inaccurately described as fanfic. Throughout she relies heavily on the work of Anna Tsing, especially her recent Mushroom at the End of the World, with backing roles played by Latour, Le Guin, Strathern, Viveiros de Castro, Stengers, and Despret. As the god of an evil cult, one thing that I strongly identified with was Haraway’s reconception of theory and writing as something like magic. How else would you describe a worldview where the practice of thinking can have such transformative effective? Bizarre supernatural forces bend with realism. A world once inhabited by another race who was cast out and yearns to return. Unseen presences. Unspeakable names. There must be a reason she keeps repeating the same things over and over again! It is more than a refrain, it is a chant! These are merely a few of the reasons I am skeptical that she did not mean to summon me by speaking my name, extra-H or no.» Seppur solo attraverso un gioco letterario (al di fuori del gioco letterarario, citazione bibliografica e quindi autore reale del documento: Matt Thompson, Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene (review), “Savage Minds. Notes and Queries in Antropology”, 18 November 2016. Articolo pubblicato all’URL della rivista di filosofia online di cui sopra  https://savageminds.org/2016/11/18/staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene-review/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200112104253/https://savageminds.org/2016/11/18/staying-with-the-trouble-making-kin-in-the-chthulucene-review/), Cthulhu si è manifestato per inchiodare la Haraway alla sua responsabilità di irriconoscenza verso Lovecraft e verso lui stesso  ma la sua ironica messa in stato di accusa della scrittrice colpisce l’altro più fondamentale obiettivo che sta dietro la Haraway e che essa inconsapevolmente rappresenta: Cthulhu  giustamente rivendica l’inestricabile legame dialettico fra vita e morte, in altre parole che l’aspetto decompositorio e mortale-mortifero della natura non è altro che l’altra faccia della medaglia della dialettica vitale e generativa della stessa. Voler pretendere, come hanno fatto tre secoli prima Goldwin, Condorcet (e con loro tutto l’Illuminismo, il liberalismo e la civiltà, la nostra, che da essi  è derivata, e per ultima la Haraway) che la morte non esiste, è un assoluto non senso. Che poi Cthulhu sia personalmente dalla parte della morte, questo è poco importante, l’importante, e questo il mostro non ce lo dice espressamente ma inesorabilmente a questo il suo ragionamento  conduce, è che la trascendenza senza trascendenza della nostra civiltà ha fatto bancarotta, e il punto più alto di questa bancarotta è voler dare,  come ha fatto la Haraway in questo veramente simbolo del fallimento della rimozione della morte come ha fatto la nostra civiltà,  attraverso una sorta di gioco semantico-lessicale  una accezione positiva, o per meglio dire vitale,  alla morte  (stratagemma di rimozione della Haraway che raggiunge il massimo grado nel titolo e nel contenuto del capitolo VVIII, The Childen of Compost, dove non solo l’atto generativo è legato alla degenerazione del compost e questo se fosse inserito in una dialettizzazione della Weltanschauung cthulhuiana sarebbe totalmente accettabile perché volgendo positivamente la negatività del mostro otterremmo una vita strategicamente ed espressivamente significativa perché volta ad una consapevole riproduzione e quindi di vittoria sulla morte ma così non è perché  questi children of compost generazione dopo generazione sono sempre meno). Insomma la colpa della nostra civiltà, ci dice Cthulhu, è quella di avere rimosso la morte dal nostro orizzonte di senso. Ma questa rimozione non solo ci rende ovviamente più paurosi, come si è visto nella tremebonda psicologia  di massa e delle classi dirigenti durante la crisi del coronavirus, ma sin dalla sua nascita sotto le ali protettive dell’Illuminismo e del liberalismo ha avuto come inevitabile conseguenza la creazione di un tipo umano dalla Gestalt psicologica e sociale antistrategica (diritti dell’uomo universalistici, retorica sulla democrazia piuttosto che specifici gruppi umani che  strategicamente elaborano  una concreta filosofia-azione della prassi, Machiavelli e Gramsci docent),  il cui obiettivo esistenziale è sociale è quello dell’ ulteriore dissolvente mentre il tipo umano e sociale, che pur ha fatto la sua comparsa nella storia dell’umanità, cioè quello dell’ ulteriore definente, cioè il tipo umano e sociale che pensa sé stesso come strategico e non come astratto  contenitore di  astorici e metafisici diritti e rivendicazioni,  è andato sempre più degradando. E passaggio dopo passaggio, discesa dopo discesa, siamo arrivati al Chtulhu morbus, dove Chtulhu non e più come nei racconti di Lovecraft, una sorta di terribile divinità esterna che minaccia di travolgere con la sua quasi onnipotenza le fragili costruzioni umane ma la vera e palese manifestazione della forma che nei prossimi anni rischia di prendere espressamente la nostra civiltà. Insomma, quello che all’inizio della nostra civiltà si era malamente esorcizzato nascondendolo con ridicole promesse, cioè la morte,  oggi è rispuntato alla luce del sole (o dalle oscurità delle tenebre, se si preferisce, ma tenebre  da noi create perché la moderna società occidentale nata dall’Illuminismo e dal liberalismo ha preteso di  rescindere il legame dialettico fra la vita e la morte) ed è destinato ad accompagnarci per molti anni a venire. Un ultimo appunto. L’originale Cthulhu letterario nasce del tutto privo dell’ironia che ha mostrato nelle sua ultima evoluzione letterario-recensoria ma, comunque, dotato di una tanatologica terribilità che, rapportandolo ai nostri tempi,  ci permesso di ribattezzarlo Chtulhu morbus, il simbolo della bancarotta della nostra civiltà per la paura incontrollata che ha della morte. Ecco come nel racconto di H. P. Lovecraft, The Call of Chtulhu che ne ha visto la nascita, la vittima quasi condannata riesce momentaneamente a sfuggire dalle grinfie del mostro: «Three men were swept up by the flabby claws before anybody turned. God rest them, if there be any rest in the universe. They were Donovan, Guerrera, and Ångstrom. Parker slipped as the other three were plunging frenziedly over endless vistas of green-crusted rock to the boat, and Johansen swears he was swallowed up by an angle of masonry which shouldn’t have been there; an angle which was acute, but behaved as if it were obtuse. So only Briden and Johansen reached the boat, and pulled desperately for the Alert as the mountainous monstrosity flopped down the slimy stones and hesitated    
floundering at the edge of the water. Steam had not been suffered to go down entirely, despite the departure of all hands for the shore; and it was the work of only a few moments of feverish rushing up and down between wheel and engines to get the Alert under way. Slowly, amidst the distorted horrors of that indescribable scene, she began to churn the lethal waters; whilst on the masonry of that charnel shore that was not of earth the titan Thing from the stars slavered and gibbered like Polypheme cursing the fleeing ship of Odysseus. Then, bolder than the storied Cyclops, great Cthulhu slid greasily into the water and began to pursue with vast wave-raising strokes of cosmic potency. Briden looked back and went mad, laughing shrilly as he kept on laughing at intervals till death found him one night in the cabin whilst Johansen was wandering deliriously. But Johansen had not given out yet. Knowing that the Thing could surely overtake the Alert until steam was fully up, he resolved on a desperate chance; and, setting the engine for full speed, ran lightning-like on deck and reversed the wheel. There was a mighty eddying and foaming in the noisome brine, and as the steam mounted higher and higher the brave Norwegian drove his vessel head on against the pursuing jelly which rose above the unclean froth like the stern of a daemon galleon. The awful squid-head with writhing feelers came nearly up to the bowsprit of the sturdy yacht, but Johansen drove on relentlessly. There was a bursting as of an exploding bladder, a slushy nastiness as of a cloven sunfish, a stench as of a thousand opened graves, and a sound that the chronicler would not put on paper. For an instant the ship was befouled by an acrid and blinding green cloud, and then there was only a venomous seething astern; where
God in heaven! the scattered plasticity of that nameless sky-spawn was nebulously recombining in its hateful original form, whilst its distance widened every second as the Alert gained impetus from its mounting steam. That was all. After that Johansen only brooded over the idol in the cabin and attended to a few matters of food for himself and the laughing maniac by his side.»: Howard Phillips Lovecraft,  The Call of Cthulhu,  “Weird Tales”, Vol. 11(2), February 1928, p. 178 (prima edizione de The Call of Cthulhu scaricabile presso Internet Archive agli URL  https://archive.org/details/WeirdTalesV11N02192802/mode/2up                                                e                                                  https://ia903005.us.archive.org/24/items/WeirdTalesV11N02192802/Weird%20Tales%20v11%20n02%20%281928-02%29.pdf. Sempre su Internet Archive, per l’opera omnia di Lovecraft: https://archive.org/details/TheCompleteWorksOfH.P.Lovecraft/mode/2up                                           e                                                       https://ia802701.us.archive.org/17/items/TheCompleteWorksOfH.P.Lovecraft/The_Complete_Works_of_H.P._Lovecraft.pdf. Altra piattaforma presso la quale si possono scaricare tutte le opere di H. P. Lovecraft, The H. P. Lovecraft Archive, URL  http://www.hplovecraft.com/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200529091124/http://www.hplovecraft.com/; elenco dei testi sulla piattaforma di Lovecraft all’URL http://www.hplovecraft.com/writings/texts/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200529090522/http://www.hplovecraft.com/writings/texts/; e, infine l’URL della piattaforma relativo alla pagina del racconto in questione, http://www.hplovecraft.com/writings/texts/fiction/cc.aspx, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200527172444/http://www.hplovecraft.com/writings/texts/fiction/cc.aspx). E per quanto riguarda la sua mancanza d’ironia (sia del racconto in sé che del mostro, che non proferisce parola limitandosi a spaventare fino alla follia le sue vittime, ma in questo gioco simbolico-euristico l’uno vale l’altro): «Cthulhu still lives, too, I suppose, again in that chasm of stone which has shielded him since the sun was young. His accursed city is sunken once more, for the Vigilant sailed over the spot after the April storm; but his ministers on earth still bellow and prance and slay around idol-capped monoliths in lonely places. He must have been trapped by the sinking whilst within his black abyss, or else the world would by now be screaming with fright and frenzy. Who knows the end? What has risen may sink, and what has sunk may rise. Loathsomeness waits and dreams in the deep, and decay spreads over the tottering cities of men. A time will come – but I must not and cannot think! Let me pray that, if I do not survive this manuscript, my executors may put caution before audacity and see that it meets no other eye.»: Ivi, p. 287. Certo: «Chi può sapere come andrà a finire? Ciò che è risorto può cadere, ciò che è caduto può risorgere. L’orrore aspetta e sogna nel profondo, e la decomposizione e il marciume si spargono sulla Terra nelle fragili città degli uomini.» ma ai giorni nostri un divino Cthulhu che viene spappolato  dalla collisione contro un molto terreno vascello, per poi ricomparire come minaccia incombente, è francamente una figura ridicola che più che un demonio ci richiama la figura di Wylly il Coyote (e infatti l’originario Cthulhu lovecraftiano, vecchio di più di ottant’anni, ha subito una inarrestabile senescenza della sua terribilità e oggi, più che ispirare brividi di reale terrore  e sprofondamenti nella più cupa e delirante follia seppur letterariamente indotti,  è degradato a poco credibile nume tutelare della varie culture dark, a protagonista per filmacci di serie Z, a protagonista di giochi elettronici e, per non farsi mancare niente, a pupazzetto di peluche di umanoide con il viso, ovviamente, tentacolato similcalamaro. Un bel campionario di questi peluche, molti dei quali venduti tramite l’oggi ben più terribile,  spaventosa e tentacolare rispetto al Cthulhu originario Amazon all’URL https://www.google.com/search?q=cthulhu+peluche&tbm=isch&ved=2ahUKEwiHt6zh5_vpAhXS44UKHR2oD74Q2-cCegQIABAA&oq=cthulhu+peluche&gs_lcp=CgNpbWcQAzICCAAyBAgAEB4yBggAEAgQHjIGCAAQCBAeOgQIABBDOgYIABAFEB5QnTBY_D5guUBoAHAAeACAAdABiAHxBZIBBTUuMS4xmAEAoAEBqgELZ3dzLXdpei1pbWc&sclient=img&ei=WzbjXsedFNLHlwSd0L7wCw&bih=885&biw=1680, Wayback Machine: http://web.archive.org/web/20200612080327/https://www.google.com/search?q=cthulhu+peluche&tbm=isch&ved=2ahUKEwiHt6zh5_vpAhXS44UKHR2oD74Q2-cCegQIABAA&oq=cthulhu+peluche&gs_lcp=CgNpbWcQAzICCAAyBAgAEB4yBggAEAgQHjIGCAAQCBAeOgQIABBDOgYIABAFEB5QnTBY_D5guUBoAHAAeACAAdABiAHxBZIBBTUuMS4xmAEAoAEBqgELZ3dzLXdpei1pbWc&sclient=img&ei=WzbjXsedFNLHlwSd0L7wCw&bih=885&biw=1680). Ma tutt’altro che ridicolo l’incipit del racconto e, al di là delle accuse di sessismo e razzismo,   nel suo acutissimo pessimismo su una ragione che decide di farsi guidare solo dalle varie scienze senza avere una visione dialettica d’insieme, riecheggiante la distinzione di Hegel fra Intelletto e Ragione e   vera ragione profonda per l’epurazione di cui si è detto di H. P. Lovecraft, presentandosi  come un terribile segnale d’incendio dell’irreversibile attuale fallimento della trascendenza senza trascendenza, ma al cospetto del quale si gira il capo per la rimozione che la morte ha subito nella nostra civiltà: «Ritengo che la cosa più misericordiosa al mondo sia l’incapacità della mente umana a mettere in correlazione tutti i suoi contenuti. Viviamo su una placida isola di ignoranza nel mezzo del nero mare dell’infinito, e non era destino che navigassimo lontano. Le scienze, ciascuna tesa nella propria direzione, ci hanno finora nuociuto ben poco; ma, un giorno, la connessione di conoscenze disgiunte aprirà visioni talmente terrificanti della realtà, e della nostra spaventosa posizione in essa che, o diventeremo pazzi per la rivelazione, o fuggiremo dalla luce mortale nella pace e nella sicurezza di un nuovo Medioevo.» (nostra traduzione da Ivi, p. 159 dell’edizione in inglese da noi già citata), e oggi che l’ ironica dissimulazione del Grande Antico nelle originarie forme lovecraftiane non è più possibile, forme letterarie ed espressive del maestro del racconto del terrore di una civiltà occidentale che  non era ancora giunta al punto odierno di bancarotta della trascendenza senza trascendenza ma nelle quali già si potevano cogliere gli attuali terrorizzanti ed alienanti esiti, assistiamo alla sua mutazione ed epifania   (molto più micidiale di quella del coronavirus) in Haraway e in tutte le similari speranze transumaniste, veri e propri segnali d’incendio dell’attuale scoppio della trascendenza senza trascendenza, ma il punto è che la sua vera forza ironica è che esso, pur compiendo anche questa finale  epifania della morte della trascendenza senza trascendenza,  non viene assolutamente riconosciuto e che quindi più l’ ulteriore dissolvente che consegue il suo stupefacente non riconoscimento si mostra più palese più questa rimozione diviene più rimossa. Cthulhu morbus ha, insomma, mantenuta intatta la vecchia capacità di Cthulhu di far impazzire l’umanità, come ben si è visto nell’attuale crisi sanitaria del Coronavirus, in cui le azioni degli uomini e delle istituzioni che le rappresentano piuttosto che essere ispirate ad un corretto principio di costi benefici sono solamente state guidate dal principio del terrore della morte, sono state cioè guidate dal terrore di accorgersi che le inconsce speranze dell’immortalità che stanno alla base della nostra civiltà illuminista e liberale si rivelassero alla fine totalmente illusorie. Per ora l’Epifania Strategica dell’ ulteriore definente, bisogna dirlo in tutta sincerità, se può permettersi di prendersi beffe di un mostro schiacciato modello Gatto Silvestro sotto un rullo compressore che poi riprende la sua forma originale per tornare a minacciare il povero canarino Titti, non può certo trattare con sufficienza il vero Cthulhu morbus. Ma a suo modo, nel suo mortifero modo, anche Chtulhu, o meglio Cthulhu morbus, è un ulteriore definente che piuttosto che stare celato negli insondabili  e terribili spazi e luoghi dei racconti di Lovecraft  sembra molto voglioso di risalire definitivamente in superficie  e assai poco propenso di avere una dinamica da cartoon comico. Insomma, come si è con sarcastica metafora visto anche nel Web, la sua ironia da ironia del nascondimento e del suo manifestarsi in forme letterarie a noi oggi certamente del tutto desuete, è divenuta un’ironia del manifestarsi e al tempo stesso del non essere riconosciuto nella sua terribile forza di impazzimento dell’uomo e dei sui attuali punti di riferimento. E, come ancora diceva quel filosofo a noi molto vicino, la nottola di Minerva prende il volo sul far del crepuscolo…

Massimo Morigi – Fiume, Solstizio d’Estate 2020

 

 

 

 

 

 

 

Critica della critica delle armi del generale Marco Bertolini, di Massimo Morigi

Critica della critica delle armi del generale Marco Bertolini. Elementi contro  la pandemia del  Cthulhu morbus  dello  spazio psichico, culturale, sociale, politico e giuridico delle odierne democrazie rappresentative

 Di Massimo Morigi

«Se vi ricorda bene, Cosimo, voi mi dicesti che, essendo io dall’uno canto esaltatore della antichità e biasimatore di quegli che nelle cose gravi non la imitano, e, dall’altro, non la avendo io nelle cose della guerra, dove io mi sono affaticato, imitata, non ne potevi ritrovare la cagione; a che io risposi come gli uomini che vogliono fare una cosa, conviene prima si preparino a saperla fare, per potere poi operarla quando l’occasione lo permetta. Se io saprei ridurre la milizia ne’ modi antichi o no, io ne voglio per giudici voi che mi avete sentito sopra questa materia lungamente disputare; donde voi avete potuto conoscere quanto tempo io abbia consumato in questi pensieri, e ancora credo possiate immaginare quanto disiderio sia in me di mandargli ad effetto. Il che se io ho potuto fare, o se mai me ne è stata data occasione, facilmente potete conietturarlo. Pure per farvene più certi, e per più mia giustificazione, voglio ancora addurne le cagioni; e parte vi osserverò quanto promissi di dimostrarvi: le difficultà e le facilità che sono al presente in tali imitazioni. Dico pertanto come niuna azione che si faccia oggi tra gli uomini, è più facile a ridurre ne’ modi antichi che la milizia, ma per coloro soli che sono principi di tanto stato, che potessero almeno di loro suggetti mettere insieme quindici o ventimila giovani. Dall’altra parte, niuna cosa è più difficile che questa a coloro che non hanno tale commodità. E perché voi intendiate meglio questa parte, voi avete a sapere come e’ sono di due ragioni capitani lodati. L’una è quegli che con uno esercito ordinato per sua naturale disciplina hanno fatto grandi cose, come furono la maggior parte de’ cittadini romani e altri che hanno guidati eserciti; i quali non hanno avuto altra fatica che mantenergli buoni e vedere di guidargli sicuramente. L’altra è quegli che non solamente hanno avuto a superare il nimico, ma, prima ch’egli arrivino a quello, sono stati necessitati fare buono e bene ordinato l’esercito loro, i quali sanza dubbio meritono più lode assai che non hanno meritato quegli che con gli eserciti antichi e buoni hanno virtuosamente operato. Di questi tali fu Pelopida ed Epaminonda, Tullo Ostilio, Filippo di Macedonia padre d’Alessandro, Ciro re de’ Persi, Gracco romano. Costoro tutti ebbero prima a fare l’esercito buono, e poi combattere con quello. Costoro tutti lo poterono fare, sì per la prudenza loro, sì per avere suggetti da potergli in simile esercizio indirizzare. Né mai sarebbe stato possibile che alcuno di loro, ancora che uomo pieno d’ogni eccellenza, avesse potuto in una provincia aliena, piena di uomini corrotti, non usi ad alcuna onesta ubbidienza, fare alcuna opera lodevole. Non basta adunque in Italia il sapere governare uno esercito fatto, ma prima è necessario saperlo fare e poi saperlo comandare. E di questi bisogna sieno quegli principi che, per avere molto stato e assai suggetti, hanno commodità di farlo. De’ quali non posso essere io che non comandai mai, né posso comandare se non a eserciti forestieri e a uomini obligati ad altri e non a me. Ne’ quali s’egli è possibile o no introdurre alcuna di quelle cose da me oggi ragionate, lo voglio lasciare nel giudicio vostro. Quando potrei io fare portare a uno di questi soldati che oggi si praticano, più armi che le consuete, e, oltra alle armi, il cibo per due o tre giorni e la zappa? Quando potrei io farlo zappare o tenerlo ogni giorno molte ore sotto l’armi negli esercizi finti, per potere poi ne’ veri valermene? Quando si asterrebbe egli da’ giuochi, dalle lascivie, dalle bestemmie, dalle insolenze che ogni dì fanno? Quando si ridurrebbero eglino in tanta disciplina e in tanta ubbidienza e reverenza, che uno arbore pieno di pomi nel mezzo degli alloggiamenti vi si trovasse e lasciasse intatto come si legge che negli eserciti antichi molte volte intervenne? Che cosa posso io promettere loro, mediante la quale e’ mi abbiano con reverenza ad amare o temere, quando, finita la guerra, e’ non hanno più alcuna cosa a convenire meco? Di che gli ho io a fare vergognare, che sono nati e allevati sanza vergogna? Perché mi hanno eglino ad osservare che non mi conoscono? Per quale Iddio, o per quali santi gli ho io a fare giurare? Per quei ch’egli adorano, o per quei che bestemmiano? Che ne adorino non so io alcuno, ma so bene che li bestemmiano tutti. Come ho io a credere ch’egli osservino le promesse a coloro che ad ogni ora essi dispregiano? Come possono coloro che dispregiano Iddio, riverire gli uomini? Quale dunque buona forma sarebbe quella che si potesse imprimere in questa materia? E se voi mi allegassi che i Svizzeri e gli Spagnuoli sono buoni, io vi confesserei come eglino sono di gran lunga migliori che gli Italiani; ma se voi noterete il ragionamento mio e il modo del procedere d’ambidue, vedrete come e’ manca loro di molte cose ad aggiugnere alla perfezione degli antichi. E i Svizzeri sono fatti buoni da uno loro naturale uso causato da quello che oggi vi dissi, quegli altri da una necessità; perché, militando in una provincia forestiera e parendo loro essere costretti o morire o vincere, per non parere loro avere luogo alla fuga, sono diventati buoni. Ma è una bontà in molte parti defettiva, perché in quella non è altro di buono, se non che si sono assuefatti ad aspettare il nimico infino alla punta della picca e della spada. Né quello che manca loro, sarebbe alcuno atto ad insegnarlo, e tanto meno chi non fusse della loro lingua. Ma torniamo agli Italiani, i quali, per non avere avuti i principi savi, non hanno preso alcuno ordine buono, e, per non avere avuto quella necessità che hanno avuta gli Spagnuoli, non gli hanno per loro medesimi presi; tale che rimangono il vituperio del mondo. Ma i popoli non ne hanno colpa, ma sì bene i principi loro; i quali ne sono stati gastigati, e della ignoranza loro ne hanno portate giuste pene perdendo ignominiosamente lo stato, e sanza alcuno esemplo virtuoso. Volete voi vedere se questo che io dico è vero? Considerate quante guerre sono state in Italia dalla passata del re Carlo ad oggi; e solendo le guerre fare uomini bellicosi e riputati, queste quanto più sono state grandi e fiere, tanto più hanno fatto perdere di riputazione alle membra e a’ capi suoi. Questo conviene che nasca che gli ordini consueti non erano e non sono buoni; e degli ordini nuovi non ci è alcuno che abbia saputo pigliarne. Né crediate mai che si renda riputazione alle armi italiane, se non per quella via che io ho dimostra e mediante coloro che tengono stati grossi in Italia; perché questa forma si può imprimere negli uomini semplici, rozzi e proprii, non ne’ maligni, male custoditi e forestieri. Né si troverrà mai alcuno buono scultore che creda fare una bella statua d’un pezzo di marmo male abbozzato, ma sì bene d’uno rozzo. Credevano i nostri principi italiani, prima ch’egli assaggiassero i colpi delle oltramontane guerre, che a uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne’ detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d’oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co’ sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nello ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se alcuno avesse loro dimostro alcuna lodevole via, volere che le parole loro fussero responsi di oraculi; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe e le miracolose perdite; e così tre potentissimi stati che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e guasti. Ma quello che è peggio, è che quegli che ci restano stanno nel medesimo errore e vivono nel medesimo disordine, e non considerano che quegli che anticamente volevano tenere lo stato, facevano e facevano fare tutte quelle cose che da me si sono ragionate, e che il loro studio era preparare il corpo a’ disagi e lo animo a non temere i pericoli. Onde nasceva che Cesare, Alessandro e tutti quegli uomini e principi eccellenti, erano i primi tra’ combattitori, andavano armati a piè, e se pure perdevano lo stato, e’ volevano perdere la vita; talmente che vivevano e morivano virtuosamente. E se in loro, o in parte di loro, si poteva dannare troppa ambizione di regnare, mai non si troverrà che in loro si danni alcuna mollizie o alcuna cosa che faccia gli uomini delicati e imbelli. Le quali cose, se da questi principi fussero lette e credute, sarebbe impossibile che loro non mutassero forma di vivere e le provincie loro non mutassero fortuna. E perché voi, nel principio di questo nostro ragionamento, vi dolesti della vostra ordinanza, io vi dico che, se voi la avete ordinata come io ho di sopra ragionato ed ella abbia dato di sé non buona esperienza, voi ragionevolmente ve ne potete dolere; ma s’ella non è così ordinata ed esercitata come ho detto, ella può dolersi di voi che avete fatto uno abortivo, non una figura perfetta. I Viniziani ancora e il duca di Ferrara la cominciarono e non la seguirono, il che è stato per difetto loro, non degli uomini loro. E io vi affermo che qualunque di quelli che tengono oggi stati in Italia prima entrerrà per questa via, fia, prima che alcuno altro, signore di questa provincia; e interverrà allo stato suo come al regno de’ Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo che aveva imparato il modo dello ordinare gli eserciti da Epaminonda tebano, diventò, con questo ordine e con questi esercizi, mentre che l’altra Grecia stava in ozio e attendeva a recitare commedie, tanto potente che potette in pochi anni tutta occuparla, e al figliuolo lasciare tale fondamento, che potéo farsi principe di tutto il mondo. Colui adunque che dispregia questi pensieri, s’egli è principe, dispregia il principato suo; s’egli è cittadino, la sua città. E io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi dovea fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facultà a poterlo eseguire. Né penso oggimai, essendo vecchio, poterne avere alcuna occasione; e per questo io ne sono stato con voi liberale, che, essendo giovani e qualificati, potrete, quando le cose dette da me vi piacciano, ai debiti tempi, in favore de’ vostri principi, aiutarle e consigliarle. Di che non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perché questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura. Ma quanto a me si aspetta, per essere in là con gli anni, me ne diffido. E veramente, se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto stato quanto basta a una simile impresa, io crederei, in brevissimo tempo, avere dimostro al mondo quanto gli antichi ordini vagliono; e sanza dubbio o io l’arei accresciuto con gloria o perduto sanza vergogna.»: Niccolò Machiavelli, Dell’arte della guerra, libro VII, in   Mario Martelli (a cura di), Niccolò Machiavelli. Tutte le opere, Firenze, Sansoni, 1971, pp. 387-389. Se nel Principe il rapporto fra virtù e fortuna era risolta in un sempre instabile e dinamico equilibrio, con le amare parole dell’anziano condottiero Fabrizio Colonna davanti ai suoi giovani uditori che chiudono L’Arte della guerra («E veramente, se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto stato quanto basta a una simile impresa, io crederei, in brevissimo tempo, avere dimostro al mondo quanto gli antichi ordini vagliono; e sanza dubbio o io l’arei accresciuto con gloria o perduto sanza vergogna.»), suggello finale di tutto un ragionamento   dove sì si afferma che sarebbe possibile ripetere, anche se aggiornandole alle moderne esigenze, le virtù e le forme di combattimento dei romani solo se i principi lo volessero, ma i principi non vogliono o non ne sono capaci, Machiavelli ha ormai  risolto in favore della fortuna il dinamico ed instabile rapporto e L’arte della guerra può quindi essere considerata non solo un trattato polemologico (fra poco vedremo, al contrario di quanto ha detto parte della critica moderna, non viziato dal tarlo dell’imitazione dei modelli classici ma di pressante attualità) ma anche il resoconto di un’esistenza, quella del Segretario fiorentino, dove la  grande dottrina sull’arte dello Stato non era stata accompagnata da ugual fortuna nella vita e carriera personali. E veramente ascoltando le due videointerviste e gli interventi che del generale a riposo Marco Bertolini sono pubblicate sull’ “Italia e il Mondo” (le due videointerviste: Istituzioni e sovranità. La funzione dell’esercito italiano. Ne discutiamo con il generale Marco Bertolini ( videointervista al generale Marco Bertolini a cura di Giuseppe Germinario), in “L’ Italia e il Mondo”,  19 aprile 2020, agli URL http://italiaeilmondo.com/2020/04/19/istituzioni-e-sovranita-la-funzione-dellesercito-italiano-ne-discutiamo-con-il-generale-marco-bertolini/ e                                                                                                            https://www.youtube.com/watch?time_continue=4138&v=U2r8nvufsss&feature=emb_logo, e vista l’importanza del documento  successivo nostro download e ricaricamento su Internet Archive generando gli URL https://archive.org/details/y-2mate.com-esercito-identita-e-interesse-nazionali.-una-conversazione-con-il-ge  e https://ia601405.us.archive.org/32/items/y-2mate.com-esercito-identita-e-interesse-nazionali.-una-conversazione-con-il-ge/y2mate.com%20-%20esercito%2C%20identit%C3%A0%20e%20interesse%20nazionali.%20Una%20conversazione%20con%20il%20Generale%20Marco%20Bertolini_U2r8nvufsss_360p.mp4Intervista al generale Marco Bertolini. Il concetto di sovranità e la sua declinazione in politica (videointervista al generale Marco Bertolini a cura di Giuseppe Germinario), in “L’Italia e il Mondo”, 23 maggio 2019, agli URL originari  http://italiaeilmondo.com/?s=intervista+generale                                                                          e https://www.youtube.com/watch?time_continue=694&v=65AUs7rdmZM&feature=emb_logo; successivo nostro download e ricaricamento su Internet Archive, generando gli URL  https://archive.org/details/y-2mate.com-intervista-al-generale-marco-bertolini-la-sovranita-e-la-sua-declina                                                                                                                   e                                      https://ia801504.us.archive.org/15/items/y-2mate.com-intervista-al-generale-marco-bertolini-la-sovranita-e-la-sua-declina/y2mate.com%20-%20intervista%20al%20Generale%20Marco%20Bertolini_La%20sovranit%C3%A0%20e%20la%20sua%20declinazione%20in%20politica_65AUs7rdmZM_360p.mp4. Mentre per quanto riguarda i documenti scritti, all’ URL dell’ “Italia e il Mondo” http://italiaeilmondo.com/?s=bertolini, congelamento Wayback Machine  https://web.archive.org/web/20200429143150/http://italiaeilmondo.com/?s=bertolini, si può prendere visione di Marco Bertolini,  Considerazioni in tema di Forze Armate, in “L’Italia e il Mondo”, 15 aprile 2020;   Lo scenario libico secondo il generale Marco Bertolini ( intervista al generale Marco Bertolini a cura di Giuseppe Germinario), in “L’Italia e il mondo”, 25 gennaio 2020;  Marco Bertolini, Salvate il soldato  Esposito,  in  “L’Italia e il Mondo” 25 febbraio 2019; Caos migranti. Politica in Africa e caos in Libia. Tutte le colpe della Francia (intervista al generale Marco Bertolini a cura di Paolo Vites), in “L’Italia e il Mondo” 25 giugno 2018 ma originariamente su “Il sussidiario.net. il quotidiano approfondito” 23 giugno 2018, all’URL https://www.ilsussidiario.net/news/esteri/2018/6/23/caos-migranti-politica-in-africa-e-caos-in-libia-tutte-le-colpe-della-francia/826985/, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200503184858/https://www.ilsussidiario.net/news/esteri/2018/6/23/caos-migranti-politica-in-africa-e-caos-in-libia-tutte-le-colpe-della-francia/826985/ e  Marco Bertolini, Ripristino della leva, in “L’Italia e il Mondo” 6 settembre 2018; Idem, Geopolitica spietata, in “L’ Italia e il Mondo” 31 dicembre 2016. N. B. : anche presso  http://italiaeilmondo.com/?s=bertolini è possibile raggiungere le due videointerviste consultabili presso http://italiaeilmondo.com/2020/04/19/istituzioni-e-sovranita-la-funzione-dellesercito-italiano-ne-discutiamo-con-il-generale-marco-bertolini/  e http://italiaeilmondo.com/?s=intervista+generale) le assonanze fra la Stimmung (ed anche fra i contenuti) dell’ Arte della guerra con questo corpus pubblicato sul presente blog sono veramente suggestive andando, in entrambi i casi, ben al di là delle indicazioni tecnico-operative necessarie a comandare un apparato militare, ma affermando l’inscindibile legame fra la tecnicalità operativa nell’organizzare lo strumento militare e/o dispiegarlo sul campo di battaglia con il fattore politico, morale e psicologico che ne è il necessario presupposto. Riassunte compendiosamente le idee espresse nel succitato corpus dal generale Marco Bertolini (e che trovano una sorta di loro summa nell’ultima succitata recente  intervista magistralmente condotta da Giuseppe Germinario) sono le seguenti: 1) contrariamente a quanto si è voluto far credere da parte dell’italica – e politicamente  interessata – incultura militare un esercito costituito solo da un piccolo numero di professionisti (come quello che si voluto far diventare l’esercito italiano) è una totale assurdità. La guerra non può essere fatta solo da ristrette élite di corpi ultraspecializzati, dietro (o meglio: davanti) a loro ci deve essere sempre un’ingente massa d’urto; e se va da sé che se questa massa d’urto non può più essere la classica indistinta “carne da cannone” modello guerre napoleoniche o prima guerra mondiale, è ancora più assurdo che la guerra possa essere un affare riservato a qualche corpo ultraspecializzato e/o ultratecnologizzato; 2) conseguentemente a questo primo indiscutibile assunto, con l’abolizione nel nostro paese della servizio militare di leva, nell’esercito italiano è iniziato un inarrestabile declino caratterizzato da A) assoluta impossibilità di essere una reale e credibile difesa dei confini nazionali ma anche di fungere da strumento operativo per supportare, anche se solo a livello di deterrenza e come risorsa di ultima istanza,  la politica estera del nostro paese, B) visti gli esigui numeri conseguiti attraverso la “professionalizzazione” dell’esercito, impossibilità di effettuare un efficace turnover e quindi, in ultima istanza, con conseguente  graduale ed inarrestabile degrado professionale di questi professionisti per una professione, quella delle armi, che tutte le qualità umane richiederebbe, tranne quella di avere uomini da impiegare sul campo con la pancetta dell’impiegato e con gli acciacchi dell’età (con altrettanto conseguente deleteria tendenza da parte di costoro a sindacalizzarsi, il che confligge col più elementare concetto di gerarchia militare), C) vista la reale ed effettiva de professionalizzazione di questi “professionisti”, loro impiego improprio in funzioni di supporto alle forze dell’ordine, cosa in sé non sbagliata in linea di principio ma assolutamente sbagliata nei modi con cui vi si è massicciamente ricorsi in Italia perché, così facendo, si riducono ancor di più i momenti addestrativi di questi professionisti; 3) importanza assoluta nel mestiere delle armi, dal più umile fante alle più alte gerarchie, del fattore etico-morale di coloro che vi si dedicano. Torniamo all’Arte della guerra. I due snodi  sui cui ruota tutto il trattato polemologico machiavelliano sono la ordinanza e il deletto, vale a dire la leva obbligatoria e la scelta e/o addestramento di questi uomini  provenienti dalla leva obbligatoria nei diversi compiti, dove nell’Arte della guerra viene cristallinamente sottolineato che la successiva cernita da questa originaria massa umana proveniente dalla leva obbligatoria deve tenere nel massimo conto la componente etica-morale del combattente, cosa che viene altrettanto cristallinamente sottolineata e ripetuta ad ogni piè sospinto anche nel corpus del generale Bartolini pubblicato sull’  “Italia e il Mondo” e che costituisce, come è di tutta evidenza, il vero e proprio endoscheletro di tutta l’argomentazione illustrata nei precedenti punti. Orti Oricellari, l’accademia filosofico-politica di Palazzo Ruccellai nata nel clima  di un tardo Rinascimento che ha intrapreso la via di inarrestabile decadenza politica e civile e che a questa decadenza cercava di reagire  e in cui il protagonista indiscusso di questo tentativo di reazione fu  Machiavelli e dove il Segretario fiorentino aveva ambientato il suo trattato sull’Arte della guerra che ha  la forma letteraria di un dialogo svolto, appunto, nell’ameno giardino di Palazzo Ruccellai fra Fabrizio Colonna (capitano di ventura dell’epoca realmente esistito ma che, nella realtà, dietro il quale si celava la figura reale di Niccolò Machiavelli, che proprio negli incontri negli Orti Oricellari con i suoi giovani discepoli aveva concepito il suo trattato) e i suoi giovani ascoltatori, e un blog di geopolitica del XXI secolo, “L’italia e il Mondo” dove, nonostante le incommensurabili differenze nelle tecniche comunicative e di  sociabilità fra questi due luoghi di elaborazione politica distanziati da cinque secoli si cerca di far rivivere quella tradizione di realismo politico repubblicano che fiorito in quel tardo Rinascimento diede inizio alla nostra modernità politica, che idealmente ed operativamente ebbe il suo terminus a quo da Machiavelli e non da Hobbes e/o Locke come vorrebbe la vulgata liberale. La giustificazione di questo impegnativo assunto viene anche dalle parole del generale Bertolini, il cui potere iconoclastico rispetto alle attuali “pappe del cuore” del paradigma politico e culturale (e mitologico) democraticisitico-liberal-liberista ci piace vedere riassunto nella seguente sua  affermazione tratta da Geopolitica spietata, pubblicata sull’ “Italia e il Mondo” in data 31 dicembre 2018: «L’esempio dell’inutile articolo 11 della Costituzione è emblematico: al di là dell’inconsistenza di un “ripudio” (della guerra) che non può che essere solo retorico, tale presa di posizione impedisce all’Italia di fare i conti (almeno a parole) con una costante della storia e toglie dignità agli strumenti militari dei quali continua comunque ad essere dotata (le Forze Armate). Conseguentemente, al nostro paese non resta che mettersi disciplinatamente al seguito di coloro che tali remore non nutrono e che continuano ad essere ben determinati a perseguire i propri interessi – ovviamente travestiti da interessi “comuni” – con tutti i mezzi, inclusi quelli bellici.» e che nella rude parresia di un vigoroso (e combattivo e conflittualistico) repubblicanesimo civile di stampo machiavelliano sembrano quasi fare da contraltare  ai mesti (e totalmente giustificati) scambi di battute dell’ultima intervista di Giuseppe Germinario a Marco Bertolini, nei quali si dispera sulla possibilità di invertire la triste situazione del nostro paese. Ma come Fabrizio Colonna (cioè Machiavelli) disperava nell Arte della guerra di compiere questo revirement, la composizione dellopera avvenuta attraverso i colloqui degli ameni giardini Orti Oricellari ed anche, si parva licet compenere magnis, il nostro continuamente proporre le ragioni di un repubblicano realismo politico, una comunicazione ed elaborazione in cui i qualificati interventi del generale Bertolini costituiscono una preziosa componente, smentiscono questo pessimismo, che può essere sì della ragione ma solo se si premetta, come fa Bertolini, che la ragione non è mai una gelida analisi avulsa dai valori ma un processo dinamico e creatore in cui i valori morali (e quindi anche politici, se per politica si intende unazione pubblica guidata dalla più profonda morale machiavelliana sempre animata alledificazione e rafforzamento, a differenza e con segno polarmente contrario dalle attuali democrazie rappresentative, di una vitale e non retorica Res Publica) rivestono massima ed unica importanza.  Di questo era consapevole Machiavelli, di questo era consapevole Clausewitz (profondo conoscitore del Segretario fiorentino: sullimportanza nel riconoscimento  nel pensiero clausewitziano dello strettissimo legame fra guerra e politica,  cfr. Peter Paret, Machiavelli, Fichte, and Clausewitz in the Labyrinth of German Idealism, “Ethics & Politics”, Vol. XVII(3), 2015,  pp. 78-95, all’ URL  https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/12194/1/06_E%26P_2015_3_PARET.pdf, Wayback Machine: https://web.archive.org/web/20200503220857/https://www.openstarts.units.it/bitstream/10077/12194/1/06_E&P_2015_3_PARET.pdf/) e di questo è assolutamente consapevole anche Bertolini. Fosse sole per questo gli dobbiamo grande gratitudine e, assieme a questo riconoscente sentimento, una profonda fiducia su un comune e fattivo cammino contro la la pandemia da  Cthulhu morbus  dello  spazio psichico, culturale, sociale, politico e giuridico delle odierne democrazie rappresentative e   di cui le ultime vicende epidemiologiche ma soprattutto politiche e giuridiche del coronavirus non sono che lultima e più importante manifestazione e sintomo.  Ma di questo, ed anche sempre sostenuti da un retto pensiero polemologico (e quindi politico) che fu di Machiavelli, di Clausewitz e oggi rivive in Bertolini, fra non molto riparleremo.

Massimo Morigi – 4 maggio 2020

 

 

 

 

 

 

Commentario all’intervista ad Antonio de Martini. Contro la superstizione.., di Massimo Morigi

Commentario all’intervista ad Antonio de Martini di Giuseppe Germinario. Contro la superstizione ed oltre il coronavirus per un nuovo posizionamento internazionale dell’Italia

 

Di Massimo Morigi

 

In data 17 aprile 2020 il blog di geopolitica “L’Italia e il Mondo” ha pubblicato la videointervista Conversazione fra Giuseppe Germinario e Antonio de Martini. Crisi epidemica, implicazioni, conseguenze, opzioni politiche. L’URL dell’ “Italia e il Mondo” presso il quale si può prendere visione dell’intervista è http://italiaeilmondo.com/2020/04/17/le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini/#disqus_thread come è pure possibile visionare il documento presso YouTube all’URL https://www.youtube.com/watch?time_continue=5937&v=lEMtpmevFJU&feature=emb_logo.  Nell’augurio che l’ “Italia e il Mondo” protragga in saecula saeculorum la sua opera di risveglio del pensiero geopolitico e che la prima piattaforma commerciale di condivisione di documenti audiovisivi tenga a bada la sua natura commerciale, cioè non decida di punto in bianco di eliminare quei documenti che possono vantare meno contatti e quindi di scarsa potenzialità pubblicitaria, ma anche alla luce di un elementare principio di cautela, vista la fondamentale importanza dell’intervista per lo sviluppo del dibattito e (si spera) dell’azione per raddrizzare la schiena del nostro paese, piegata per ultimo dal coronavirus ma della cui tragica condizione  questo agente patogeno è solo la classica goccia che fa traboccare il vaso, dopo  scaricamento dell’intervista si è provveduto al suo ricaricamento presso il maggiore e più prestigioso archivio senza scopo di lucro di raccolta di documentazione digitale, generando così gli URL di Internet Archive  https://archive.org/details/y-2mate.com-le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini-l-emtpmev-fju-360p-1  e https://ia801401.us.archive.org/5/items/y-2mate.com-le-nuove-strade-aperte-dal-coronavirus-con-antonio-de-martini-l-emtpmev-fju-360p-1/y2mate.com%20-%20Le%20nuove%20strade%20aperte%20dal%20coronavirus%2C%20con%20Antonio%20de%20Martini_lEMtpmevFJU_360p%20%281%29.mp4, presso i quali non solo l’intervista può essere ugualmente apprezzata ma soprattutto, si spera, il fondamentale documento possa superare quella marxiana “critica rodente dei topi”, nel presente caso non più i piccoli roditori che metaforicamente assalirono l’ Ideologia tedesca ma i ben più temibili e reali roditori dell’universo internettiano che fanno sì che, o per ragioni di sfinimento personale di chi mantiene ed organizza pur fondamentali siti in Rete (e lo ripetiamo per l’ennesima volta, cento di questi giorni all’ “Italia e il Mondo” uno dei pochissimi siti che nel panorama Italiano ed internazionale sappia senza estremismi ma anche senza timidezze dare diffusione ad una concreta cultura politica realista) o per ragioni di bieco tornaconto commerciale (i. e. YouTube e fratellini imitatori) questi documenti, non importa il loro valore, in media abbiano una aspettativa di vita di non più di cinque anni. Tuttavia, siccome dello spirito della Conversazione fra Giuseppe Germinario e Antonio de Martini tutto si può dire (e dal nostro punto di vista non se ne può dire che bene) tranne che sia animata da un malintesa ambizione di passare ai posteri ma è, invece, tutta protesa a fornire concrete indicazioni per il presente, noi che invece ben volentieri gli accordiamo la qualità definita dall’oraziano Exegi monvmentvm aere perennivs, veniamo ora ad enuclearne i  passaggi principali. Se si volesse dare una definizione filosofico-politica della conversazione, definizione che con questo attributo iniziale immaginiamo desti già un moto di ripulsa allo spirito concretissimo (ed acutissimo) di de Martini, si potrebbe dire che essa, al di là della contingenza del coronavirus, non è altro che un dialogo contro la superstizione. Giustificheremo fra poco questa affermazione, apparentemente sorprendente visto che la parola ‘superstizione’ non viene pronunciata una sola volta nel corso del lungo scambio di battute, più di un’ora e tre quarti, fra Antonio de Martini e Giuseppe Germinario. L’intervista inizia con un excursus storico di de Martini sulle epidemie medievali del Vecchio continente, resoconto di de Martini del quale non facciamo il sunto completo perché non si vuole togliere il piacere a chi lo voglia conoscere di apprenderlo dalle vive (ed espressivamente vivaci, il che non guasta) parole dell’intervistato ma dalle quali si nota già dal breve accenno che segue  l’abissale scarto rispetto alle attuali narrazioni sul coronavirus che ad ogni piè sospinto ci vengono giornalmente propinate dall’attuale tristo sistema di informazione di massa. Ma come, al posto del parere dell’immancabile versipelle virologo e/o epidemiologo di turno, de Martini ci riferisce di un Visir di Granada  che nel XIV secolo aveva riconosciuto la natura contagiosa della peste e che alla luce di questa consapevolezza aveva preso opportune ed efficaci misura di quarantena. Ma come, al posto delle supercazzole e delle c…te sesquipedali sui cambiamenti climatici  che avrebbero favorito la diffusione e persino la nascita dell’attuale morbo (sempre a cura dei soliti superesperti virologi e/o epidemiologi da pronto intervento di rimbambimento delle masse, corpi  d’ élite e d’assalto del thumberghismo di massa) sempre de martini ci riferisce che un tal’altro Visir coevo al primo pensava invece alla peste come una sorta di punizione divina e si rifiutava di prendere provvedimenti efficaci (oggi,  ci permettiamo noi di integrare il ragionamento di de Martini ma senza tema di stravolgerlo nella sua saggezza storicistica,  siccome siamo definitivamente secolarizzati, caduta la punizione divina, c’è invece la punizione di Gea, il pianeta vivente, una bella mossa à la Thumberg per installare fra le masse un senso di colpa in versione anticonsumista e oscurare la realtà di una peste sorta per una globalizzazione senza regole e favorita dal sempre più marcato infiacchimento dello Stato nella sua capacità di controllo del territorio e della salute pubblica, una senso di colpa anticonsumistico  le cui irrazionali involuzioni psicologiche   non sono più le classiche espiazioni corporali medievali o l’inettitudine  del secondo Visir  ma la sotterraneamente esaltata dai mass media come momento catartico tragica compressione dei consumi tramite le odierne apparentemente scientifiche italiche quarantene generalizzate – in realtà,  e per fortuna, solo una tragica parodia di quelle ben più serie e totalitarie made in China –  che assieme al morbo rischiano anche di fare scomparire il paziente, ma tant’è).  Ma, il gustosissimo excursus storico di de Martini che, proprio per la sua mentalità storico-storicista, fa intrinsecamente piazza pulita di un approccio alla situazione espertocentrica, non è altro che la premessa al nucleo duro dell’intervista, che non ruota attorno a considerazioni epidemiologiche, virali (o presunte tali) ma vuole svolgere una radicale riflessione in merito all’attuale collocamento internazionale dell’Italia, argomento, in ultima analisi, assai più importante dell’attuale crisi sanitaria e dall’impostazione del quale dipendono – questo il parere di de Martini e, modestamente anche il nostro – anche gli esiti della fuoruscita più o meno positiva dell’Italia dall’attuale crisi sanitaria. Detto in estrema sintesi. De Martini ritiene che sia giunta l’ora di prendere il toro per le corna ed approfittare dell’attuale crisi dell’Unione europea, evidenziata come non mai dalla crisi del coronavirus, per cercare di stringere un’alleanza sempre più stretta, economica, monetaria, politica e militare, con coloro che hanno girato le spalle alla UE, cioè con il Regno Unito (in questa nuova alleanza foriera di uno spacchettamento in direzione atlantica di parte del Vecchio continente – ma, grande novità rispetto all’egemonismo monocratico statunitense nato nel secondo dopoguerra, via quella che de Martini continua icasticamente, e con grande realismo politico,  a chiamare la “perfida Albione” – delle nazioni meridionali del Vecchio continente, l’Italia, sempre sue icastiche e colorite parole, «deve mettere la trippa e l’Inghilterra le ossa» e dove la trippa dovrebbe essere e la posizione strategica dell’Italia nel Mediterraneo e, soprattutto, la sua capacità –  per la verità allo stato solo potenziale e derivante dalla sua  grande tradizione di realismo politico unita ad una fine ed unica mentalità dialettico-universalistica di marca cattolica e dalle sue realizzazioni risorgimentali ma non altrettanto, purtroppo, dagli ultimi settant’anni di vita repubblicana andanti in senso diametralmente opposto a questi grandi lasciti – di recitare, anche se di concerto con gli altri paesi del sud Europa, un ruolo egemonico e di traino in questo riorientamento strategico; mentre le ossa britanniche sarebbero  le sue capacità e pulsioni imperialistiche mai sopite, “perfida Albione”, appunto: non si potrebbe immaginare linguaggio ed approccio mentale più lontani dall’odierna “pappa del cuore” che impera nell’attuale pensiero politico, diffuso poi a rincoglionimento delle masse dai grandi mezzi di informazione). Si può essere più o meno d’accordo con questa radicalità di pensiero, ma quello che qui conta è che, contrariamente alla informazione massificata, questa intervista si presenta come una delle rarissime occasioni non sprecate di cui sono a conoscenza per riflessioni politiche e strategiche  sul coronavirus  che non facciano perno sui soliti esperti d’avanspettacolo, che poi, come si è visto, esperti non lo sono per niente (in primis, ovviamente, i soliti virologi, ma last but not the least, anzi, i soliti pensatori mainstream di destra o sinistra non importa che ora non sanno far altro che  tacere o dare a ragione a questo o a quel virologo a seconda che questi sia più o meno favorevole ad un più o meno radicale blocco delle attività produttive, blocco plaudito dal pensatore di sinistra, avversato da quello più a destra: ma come si diceva una volta, il problema è politico e non certo tecnico-sanitario, e ora  come non mai l’attuale occupazione della  carica di Presidente del Consiglio da parte di un  personaggio che esprime lo zero assoluto del ‘politico” e la perfetta incarnazione, attraverso i suoi Dpcm sanitari, dello schmittiano “legislatore motorizzato” dimostra la verità di questo assunto). Ed affermando che, a scanso di equivoci, io sono personalmente totalmente d’accordo anche con questa parte più direttamente politica dell’intervista a de Martini, vengo per ultimo a giustificare l’affermazione  iniziale che l’intervista è un dialogo adversus suspertitionem. Lasciando ai lettori il piacere di completare tutti i passaggi del ragionamento, limitiamoci qui ad affermare che il significato etimologico di ‘superstizione’ ci indica la credenza che vi siano momenti e/o istanze superiori –  o, meglio, presunte tali –  di fronte al quale l’uomo, soprattutto quello comune e non vicino ai misteri, sacri o profani che siano, deve chinare la testa. L’intervista a de Martini è un potentissimo farmaco contro la moderna superstizione scientifica essendo formata ed informata al superiore pensiero storico-strategico, l’unica forma mentis ed agendi che diede inizio all’ evoluzione da ominide a homo sapiens e, nello specifico, l’unica Weltanschauung-filosofia della prassi che non solo  può permettere al nostro paese di non uscire completamente distrutto dall’attuale morbo ma anche di liberarsi dai morbi ideologici democraticistici  degli ultimi settant’anni (verso i quali, vedi sempre l’intervista,  de Martini nutre, e a ragione, una profondissima avversione). Sulle forme politiche ed organizzative di come questo pensiero storico-strategico certamente all’altezza di un mondo sempre più violentemente policentrico e dinamico possa concretamente prendere la direzione indicata da Antonio de Martini, come da consolidata esortazione di prammatica, si dichiara aperto il dibattito (e  ancora più auspicabilmente l’azione)  e, per ora, proprio per questo de hoc satis

 

Massimo Morigi – 26 aprile 2020

 

 

 

 

 

 

 

ANCORA SUL COLPO DI EXTRASTATO (DALLA PIATTAFORMA ROUSSEAU AL CORONAVIRUS A COLAO AL BEHEMOTH NAZISTA) Di Massimo Morigi

 

ANCORA SUL COLPO DI EXTRASTATO (DALLA PIATTAFORMA ROUSSEAU AL CORONAVIRUS A COLAO AL BEHEMOTH NAZISTA)

Di Massimo Morigi

 

Molto acutamente osserva Vincenzo Cucinotta in Emergenza e Regime (https://italiaeilmondo.com/2020/04/11/emergenza-e-regime-di-vincenzo-cucinotta/#disqus_thread, Wayback Machine : https://web.archive.org/web/20200412091927/https://italiaeilmondo.com/2020/04/11/emergenza-e-regime-di-vincenzo-cucinotta/): «Cosa non va in questa questione della task force? Non certo che il governo acquisisca pareri tecnici da competenti, potremmo perfino tollerare che si tratti di un organismo  collegiale che pure già modifica il senso della sua funzione, ma la cosa ben più grave, è costituita dal fatto che venga pubblicizzato, svolgendo così una funzione indipendente. Conte avrebbe potuto benissimo dotarsi di un comitato di persone che godono della sua personale fiducia, sarebbe stata cosa saggia, ma se dichiara urbi et orbi la sua costituzione, allora conferisce a questo organismo una sua autonomia. Non si tratterà quindi di un comitato interno che comunica soltanto in via più o meno riservata con il governo, ma diventa una specie di secondo governo. In questo senso, si viene ad alterare il delicato equilibrio istituzionale previsto dalla carta costituzionale, e come in queste settimane vediamo Borrelli andare in TV a tenere la quotidiana conferenza stampa, ci dovremo domani aspettare di vedere il sig. Colao al quale nessuno di noi ha delegato alcun potere colloquiare con noi, ovvero prendere decisioni su di noi. Purtroppo, abbiamo evidenze dello scarso spirito democratico esistente nel nostro paese come osservato ampiamente nel caso del governo Monti che ha ricevuto un’amplissima fiducia perfino dallo stesso Berlusconi all’uopo defenestrato, e il cammino irresistibile della modifica costituzionale con l’obbligo di pareggio di bilancio che è stata approvata in pieno clima bulgaro, e i Bulgari non se l’abbiano a male. Stavolta, stiamo messi ancora peggio, non c’è alcuna procedura costituzionale che presieda alla costituzione di questa task force che ci dovrà dettare i nuovi termini di convivenza sociale, determinare quindi la nostra vita senza che si capisca in che senso siamo ancora in democrazia. Il secondo aspetto è quello che vado dicendo da parecchie settimane, e cioè che le misure anti-coronavirus sono in linea di principio permanenti (e li stabilisce un Colao qualsiasi). Riassumendo, noi stiamo cambiando la natura stessa del sistema politico della nostra patria e i connessi diritti individuali garantiti senza porre scadenze e conferendo poteri non meglio definiti a organismi improvvisati che Conte ha deciso di costituire con un meccanismo di composizione del tutto opaco, così che siamo autorizzati a credere che questi novelli sacerdoti gli siano stati segnalati per telefono da suoi sodali.» A settembre, a proposito delle (purtroppo giustificate) aspettative in merito ai pronunciamenti della piattaforma Rousseau in merito alle alleanze che i Pentastellati avrebbero dovuto cercare di stringere per formare il nuovo governo, avevo scritto sull’ “Italia e il Mondo” alcune considerazioni imperniate sul concetto di “colpo di estrastato”, con ciò denunciando che nel nostro paese era in atto sia un progressivo degrado e svuotamento sia delle istituzioni politiche c.d. democratiche sia un degrado del diritto tout court. Qualche ben intenzionato dall’alto di un’altissima scienza  trasmessa ovviamente dalla presente italica Accademia fortissima notoriamente nelle scienze giuridiche e in quelle sociali (altissima Accademia il cui culmine scientifico può essere riassunto nel concetto che la nostra “è la Costituzione più bella del mondo”) tacciò il concetto di “colpo di extrastato” di vuotaggine ed insensatezza. Ed è talmente vuoto ed insensato che oggi, supermanager Colao a parte, si può venire fermati per strada non tanto perché si è violata la legge sulla quarantena, ma perché il povero tutore dell’ordine di turno ha fatto una sua esegesi personale di una legge sulla quarantena assolutamente iincomprensibile e contraddittoria. E non bisogna essere certo dei finissimi giuristi per comprendere che quello che stiamo attualmente vivendo è sì uno stato d’eccezione ma uno stato d’eccezione che per la maniera sregolata ed anarchica del suo concepimento non è foriero ad un successivo ritorno ad una normalità giuridica ma è pronubo ad un ulteriore degrado e svuotamento delle istituzioni politiche e del diritto nel suo complesso. Insomma quella che l’attuale presidente del Consiglio sta de facto instaurando (de facto sottolineo e non per volontà sua perché attribuire un qualsiasi proposito politico, tranne la sua permanenza nella carica, al personaggio è come accusare una fiera di malvagità perché si nutre di altri animali) non è, schmittianamente esprimendoci, una dittatura commissaria volta a ristabilire l’ordine minacciato ma una sorta di dittatura sovrana ma il cui principio basilare non è tanto costruire un nuovo ordine migliore rispetto a quello messo in crisi ma bensì una totale anarchia giuridica e politica. Colpo di extrastato ed anarchia totalitaria di cui la storia del Novecento non è certo avara di esempi, e con questo lascio il campo ma anche la traccia alle altrui riflessioni:  solo chi abbia studiato un po’ più a fondo i fenomeni totalitari ed in particolare il nazismo avrà sentito parlare di Franz Neumann e del suo Behemoth. Struttura e pratica del nazionalsocialismo

Massimo Morigi – Pasqua di Risurrezione del Signore 2020

 

ADVERSUS L’ARTE DEL MICHELACCIO, di Massimo Morigi

ADVERSUS    L’ARTE DEL MICHELACCIO: MANGIARE, BERE E ANDARE A… SPASSO  OVVERO  STORIA  DELLA  COLONNA INFAME    OVVERO CONTRO IL CORONAVIRUS NON C’ E’ PIANO B  OVVERO NECESSITA  PIANO B   PER  CURARE IL VUOTO DI RAPPRESENTANZA IN ITALIA

 Di Massimo Morigi

 Mentre sto scrivendo, sera del 19 marzo, dopo l’ennesima mostruosa esplosione di contagi, nessuno può dire come andrà finire per l’Italia la tragedia del Coronavirus ma una cosa può essere già affermata con cristallina certezza. In Italia una democrazia rappresentativa totalmente malata sta riproducendo i meccanismi di creazione di capi espiatori che non hanno nulla da invidiare a quelli a suo tempo messi in atto dal nazifascismo e dal regime comunista staliniano.  Le misure più o meno draconiane messo in atto (con grande ritardo e quindi anche con conseguente ineludibile ma anche inutile  rigore poi) dal governo non stanno funzionando ma di chi è la colpa dell’insuccesso? Non certo di un governo totalmente non pervenuto all’inizio della crisi e mal pervenuto in questa fase ma, udite, udite, dei runner (nella inelegante e brutta lingua italiana dicesi podisti ma si sa, oltre a raccontare invereconde balle sesquipedali, la nostra classe dirigente, politici e mezzi di informazione indistintamente, hanno deciso che l’italiano è una lingua da bandire) i quali non rispettando le illuminate misure del governo in fatto di quarantena ed isolamento sociale hanno fatto sì che il contagio continuasse a diffondersi più o meno indisturbato. Insomma la nostra rovina non è più  l’ebreo ma il povero Michelaccio, che da simpatica macchietta dell’antico italico immaginario che mangia, beve e va a… spasso si è tramutato nel manzoniano untore della colonna infame. Quello che insomma sta succedendo è che una democrazia rappresentativa priva ormai del tutto di efficaci e reali meccanismi di rappresentanza ha come conseguenza inevitabile un vuoto di rappresentazione non solo politico ma anche  della realtà fisica, biologica e culturale tout court. E a dare una ulteriore pennellata  di macabra e, al tempo stesso, cenciosa coloritura a questa grandguignolesca atmosfera è l’esaltazione da parte dei mezzi di informazione dei flash mob sul balcone, dove con italica noncuranza, proprio mentre migliaia di persone muoiono in maniera schifosa, si urlano sguaiatamente allegre canzonette tipo Volare o il Cielo è sempre più blu (intanto a Bergamo lavorano i formi crematori per quelli che non ce l’hanno fatta. Piccola digressione: evidente segno della scristianizzazione della nostra società che, comunque si giudichi  la secolarizzazione in opera nelle moderne società occidentali, si traduce inevitabilmente in una evidente perdita di strategicità culturale da parte del popolo, essendo di tutta evidenza che gran parte dei cremati in tutta furia avrebbe preferito altro tipo di rito funebre e che una momentanea fossa comune con tanto  di nome e cognome di riconoscimento sulle bare avrebbe permesso poi, in un futuro più o meno lontano, un servizio funebre conforme alla sensibilità cristiana della maggior parte dei defunti e dei loro parenti). Concludo con l’intervista che il virologo Giorgio Palù ha rilasciato alla CNN nella quale l’esimio professore comincia a dubitare  che le misure del governo, proprio perché prese in ritardo, siano in grado di fermare l’epidemia  e nella quale sembra trapelare il desiderio di una sorta di piano B per uscire dalla situazione, piano B che, sembra di capire, per Palù non consisterebbe altro che nell’irrigidire ulteriormente le misure già prese ma se anche questo irrigidimento non dovesse servire …. . Qui di seguito l’URL attraverso il quale si possono leggere le dichiarazioni di Palù rese alla CNN, https://edition.cnn.com/2020/03/18/europe/italy-coronavirus-lockdown-intl/index.html  e il suo congelamento tramite la Wayback Machine, http://web.archive.org/web/20200319211048/https://edition.cnn.com/2020/03/18/europe/italy-coronavirus-lockdown-intl/index.html, insieme ad un video, all’URL https://video.ilsecoloxix.it/italia/coronavirus-quando-finira-la-quarantena-le-opinioni-di-un-matematico-e-di-un-virologo-a-confronto/58987/58967,  dove il prof. Palù intervistato avanza l’ipotesi che la velocissima progressione della pandemia in Lombardia ed anche l’altissimo tasso di mortalità che per l’infezione si registra in quella regione sia dovuta, udite, udite, alle altissime  percentuali di ospedalizzazioni effettuate per trattare i colpiti dall’infezione.  Noi non abbiamo certezze tranne una: ancor prima di un piano B per uscire dalla pandemia necessita un piano B per curare in Italia una democrazia rappresentativa in cui è saltato qualsiasi decente meccanismo di rappresentanza. Il vero dibattito   –  ed azione – che si dovrebbe mettere in atto è come dare realistica ed efficace rappresentazione politica e culturale di massa a questa consapevolezza (sulla qual cosa, Gramsci e il suo moderno principe avrebbero qualcosa da dire).

 

 

 

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