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Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale” organizzata ad un anno dalla scomparsa del pensatore veneto.


L’evento si terrà a Rovereto (TN) il 26 settembre p.v. presso la sala Caritro – Piazza Rosmini,3.

L’iniziativa rappresenta un momento unico di confronto sul pensiero lagrassiano e sulle potenzialità di un  suo sviluppo ulteriore.

La partecipazione è gratuita, ma priva di sponsorizzazioni. Le spese sono quindi  totalmente a carico degli organizzatori. 

Ogni contribuzione volontaria è ovviamente gradita. Nel caso, gli estremi per l’eventuale accredito, specificando accuratamente la causale, sono:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559 _ Giuseppe Germinario
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Si consiglia caldamente, comunque, di segnalare l’adesione e la presenza all’iniziativa a questo indirizzo: italiaeilmondo2@gmail.com onde predisporre al meglio la capienza della sala e il servizio di refezione nei due intervalli.

Seguiranno ulteriori aggiornamenti, compresa l’indicazione del link per assistere alla diretta.

«LA FINE DELL’IMPERO» (6/8) – Suez 1956: Il giorno in cui l’Impero britannico capì che era finita, di le Diplomate

STORIA – DOSSIER «LA FINE DELL’IMPERO» (6/8) – Suez 1956: Il giorno in cui l’Impero britannico capì che era finita

Di Le Diplomate / 12.09.2026

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Wellington, l’homme qui brisa Napoléon
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

A cura della redazione

Sesta puntata della nostra serie dedicata alla “Fine dell’Impero”. Dopo Roma, Bisanzio, la Spagna degli Asburgo, la “rivolta napoleonica” e le due catastrofi tedesche del 1914-1945, il caso britannico è forse quello che parla più direttamente all’America contemporanea. L’Impero britannico, infatti, non crollò sotto i colpi di un’invasione nemica. Non fu conquistato, la sua capitale non fu occupata e il suo Stato non scomparve mai. Londra uscì addirittura vittoriosa dalle due guerre mondiali. Eppure, dietro le bandiere della vittoria del 1945, l’essenziale era già avvenuto: il centro finanziario, industriale e strategico dell’Occidente aveva attraversato l’Atlantico. Il Regno Unito, che sin da Waterloo era stato la prima potenza mondiale, era diventato debitore, dipendente e progressivamente subordinato al suo ex vascello americano. Churchill incarnò allora, secondo il concetto sviluppato da Roland Lombardi, uno di quegli straordinari «sussulti di fine Impero» in cui un uomo d’eccezione dà ancora per qualche anno l’impressione che il corso della Storia possa essere invertito. Ma undici anni dopo la vittoria su Hitler, Suez rivelò brutalmente la nuova realtà: quando Eisenhower decise nel 1956 che Anthony Eden doveva cessare la sua operazione contro Nasser, Londra dovette obbedire. Una potenza può continuare a possedere l’arma nucleare, portaerei, una diplomazia mondiale e un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza pur avendo smesso di essere padrona della propria strategia. È proprio questo che rende Suez una delle lezioni di Realpolitik più significative del XX secolo.

Prima dell’Impero: Cromwell, il mare e la rivoluzione strategica inglese

Per comprendere come un’isola relativamente periferica sia diventata il centro del più vasto impero della storia moderna, occorre risalire a prima di Waterloo, e persino prima dell’Inghilterra imperiale del XVIII secolo. Le basi del potere britannico si affermarono progressivamente nell’epoca moderna, quando l’Inghilterra comprese che la sua posizione insulare, lungi dall’essere un punto debole, poteva diventare il suo principale vantaggio strategico a condizione di dominare i mari, il commercio e i circuiti finanziari. Elisabetta I aveva già avviato questa trasformazione di fronte alla Spagna di Filippo II, ma Oliver Cromwell le conferì, a metà del XVII secolo, una dimensione particolarmente brutale e moderna. Il Navigation Act del 1651, volto in particolare a contrastare la supremazia commerciale olandese, afferma questa volontà di riservare alle navi inglesi una parte essenziale del commercio nazionale e coloniale. Le guerre anglo-olandesi che seguirono testimoniano una convinzione destinata a diventare permanente: la sicurezza e la potenza inglesi dipendono dal controllo delle vie di comunicazione marittime.

Cromwell è ovviamente una figura paradossale nella storia di una potenza che sarebbe diventata una delle grandi monarchie costituzionali del mondo. Aveva fatto giustiziare Carlo I, abolito temporaneamente la monarchia e governato in qualità di Lord Protettore. Eppure, la crisi rivoluzionaria del XVII secolo, la Restaurazione del 1660 e, soprattutto, la Gloriosa Rivoluzione del 1688-1689 e il Bill of Rights contribuirono a far emergere una delle peculiarità fondamentali del modello britannico: una monarchia progressivamente costituzionale e parlamentare in cui il sovrano regna, ma il potere politico effettivo si sposta gradualmente verso il Parlamento, il governo e il Primo Ministro.

Questa evoluzione istituzionale non è secondaria nella storia dell’Impero. Al contrario, gli conferisce una capacità di adattamento che molti altri sistemi imperiali non hanno mai avuto. La Spagna degli Asburgo, la Francia dei Borboni, la Russia zarista e poi la Germania guillermiana si basavano su strutture politiche molto più verticali. Il sistema britannico, invece, consentiva la circolazione e il ricambio delle élite, il confronto tra strategie, l’integrazione degli interessi finanziari e commerciali e, quando le circostanze lo richiedevano, cambiamenti di governo senza cambiamenti di regime. La monarchia garantiva la continuità simbolica; il Parlamento, la flessibilità politica; la City, i capitali; la Royal Navy, la forza. L’Impero britannico fu quindi meno l’opera di un monarca assoluto che quella di un sistema istituzionale in grado di organizzare il potere in modo duraturo.

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Waterloo: quando inizia davvero il Secolo britannico

Il “Secolo britannico” non inizia quindi con Vittoria, anche se il suo regno ne diventerà il simbolo più lampante, bensì con la progressiva distruzione del principale rivale in grado di organizzare l’Europa continentale contro Londra: la Francia. La rivalità franco-britannica è ovviamente più antica. Fin dal XVII secolo, le due monarchie si affrontano sui mari, nelle colonie e persino nei continenti americano e asiatico. La guerra dei Sette Anni, talvolta definita la prima vera guerra mondiale, conferisce a Londra un vantaggio decisivo dopo il 1763; ma la rivincita francese durante la guerra d’indipendenza americana dimostra, sotto Luigi XVI, che la competizione rimane aperta. La Rivoluzione francese e poi Napoleone trasformano questa rivalità imperiale in uno scontro esistenziale.

È allora che entra in scena una delle figure più importanti della storia britannica, Horatio Nelson. La sua vittoria a Trafalgar, il 21 ottobre 1805, vanifica il progetto napoleonico di contestare in modo duraturo il dominio britannico sui mari. Nelson perde la vita in quella battaglia, ma offre al suo Paese un vantaggio strategico di cui Londra beneficerà per oltre un secolo. Trafalgar non sconfigge Napoleone sulla terraferma; gli impedisce però di trasformare il suo dominio continentale in dominio mondiale. Da quel momento in poi, la Francia può vincere ad Austerlitz, Jena o Wagram, ma non può più sbarcare in Inghilterra né rompere il blocco navale britannico. Nelson diventa così più di un eroe nazionale: incarna quel legame tra geografia, marina e strategia che costituisce uno dei segreti della potenza britannica.

Dieci anni dopo, Arthur Wellesley, duca di Wellington, portò a compimento sulla terraferma la vittoria di Nelson. Dopo aver combattuto i francesi nella penisola iberica, Wellington comandò insieme a Blücher le forze che sconfissero definitivamente Napoleone a Waterloo nel giugno 1815. Bisogna peraltro guardarsi dal ridurre Waterloo a una vittoria esclusivamente britannica: l’esercito di Wellington era multinazionale e l’intervento prussiano fu determinante. Ma nella memoria politica britannica, Nelson e Wellington diventano i due volti complementari di un’unica vittoria strategica: il primo aveva reso impossibile la conquista marittima dell’Inghilterra; il secondo contribuì ad abbattere la potenza che dominava il continente.

Waterloo è quindi molto più che l’ultima sconfitta dell’Imperatore. Come abbiamo illustrato nella precedente puntata dedicata alla «rinascita napoleonica», essa pone fine all’ultimo grande tentativo francese di organizzare l’Europa attorno a Parigi e inaugura un secolo in cui la potenza britannica unisce una marina senza veri rivali, una rivoluzione industriale precoce, la City, una moneta internazionale, un commercio globale e un impero che si estende progressivamente su tutti i continenti.

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Una monarchia costituzionale alla guida del più grande impero del mondo

Questa egemonia presenta un’altra caratteristica fondamentale. Contrariamente all’immagine retrospettiva di un Impero governato personalmente da Buckingham Palace, la Gran Bretagna imperiale è una monarchia costituzionale e parlamentare. Il potere politico spetta sempre più al governo, responsabile dinanzi al Parlamento, mentre la Corona costituisce uno straordinario strumento di continuità, rappresentanza e legittimazione.

Il regno di Victoria, dal 1837 al 1901, ne costituisce l’apogeo simbolico. Quando sale al trono, l’industrializzazione britannica è già in atto; alla sua morte, l’Impero copre circa un quarto delle terre emerse e riunisce quasi un quarto della popolazione mondiale. Diventata imperatrice delle Indie nel 1876, Vittoria dà il nome a un’epoca più di quanto non la governi personalmente. Dietro di lei agiscono i governi, il Parlamento, la City, gli industriali, le società commerciali, gli amministratori coloniali e la Royal Navy. Uomini come PalmerstonDisraeliGladstoneSalisbury o, in precedenza, Castlereagh incarnano di volta in volta una diplomazia capace di combinare alleanze temporanee, interventi limitati, equilibrio continentale e ostinata difesa degli interessi britannici.

Castlereagh svolge così un ruolo determinante al Congresso di Vienna e nella ricostruzione dell’equilibrio europeo dopo Napoleone. Nel XIX secolo Palmerston incarna una Realpolitik britannica quasi chimicamente pura: Londra non ha amici né nemici eterni, ma interessi permanenti. Disraeli comprende l’importanza di Suez e nel 1875, grazie in particolare al finanziamento dei Rothschild, fa acquisire le azioni del khedive d’Egitto nella Compagnia del Canale. Salisbury, alla fine del secolo, cerca ancora di adattare l’equilibrio britannico all’emergere di nuove potenze.

È proprio questa continuità strategica, ben più che la sola personalità dei sovrani, a spiegare la straordinaria longevità della Gran Bretagna. La monarchia costituzionale fornisce un quadro in cui i governi si susseguono, ma gli interessi fondamentali della potenza rimangono immutati.

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L’equilibrio europeo: impedire che un impero continentale possa bloccare i mari

La Gran Bretagna non ha mai avuto alcun interesse a vedere emergere un’Europa politicamente unificata attorno a una potenza ostile. Ha combattuto in successione le ambizioni degli Asburgo quando minacciavano l’equilibrio, la Francia di Luigi XIV e poi di Napoleone, la Russia quando questa avanzava verso il Mediterraneo e l’India, e infine la Germania quando la sua potenza industriale e navale iniziò a mettere in discussione la supremazia britannica.

Non si tratta affatto di una misteriosa dottrina segreta. È la conseguenza quasi meccanica della geografia britannica. Un’isola relativamente poco popolata rispetto alle grandi masse continentali può dominare un sistema internazionale se controlla le comunicazioni marittime e se nessun singolo attore riunisce le risorse del continente contro di essa. Deve quindi mantenere l’equilibrio, sostenere, a seconda dei periodi, le potenze in grado di contenere l’attore dominante e impedire la costituzione di un’egemonia continentale duratura.

La Francia ne fece esperienza durante le guerre napoleoniche. La Russia lo scoprirà nel XIX secolo. Il famoso «Grande Gioco» in Asia centrale oppose così Londra e San Pietroburgo sulla questione della sicurezza dell’India e delle vie di accesso verso l’Oceano Indiano. La guerra di Crimea del 1853-1856, durante la quale inglesi e francesi combatterono insieme contro la Russia, nacque dallo stesso timore di fronte all’avanzata russa verso gli stretti e il Mediterraneo.

Da questo punto di vista, le rivalità britanniche con Parigi, San Pietroburgo e poi Berlino sono meno contraddittorie di quanto possano sembrare. L’avversario cambia; la logica rimane. È proprio quella che Roland Lombardi evoca regolarmente nelle sue analisi: per le grandi potenze marittime anglosassoni, impedire la costituzione di un blocco continentale europeo o eurasiatico in grado di riunire popolazione, industria, materie prime e profondità strategica è una costante di lunghissima durata.

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Mackinder: il teorico dell’Impero che aveva compreso l’Eurasia

Il 25 gennaio 1904, Halford John Mackinder presenta alla Royal Geographical Society il suo famoso articolo The Geographical Pivot of History. Egli osserva che il periodo delle grandi scoperte, che definisce «epoca colombiana», sta volgendo al termine: il pianeta è ormai quasi interamente esplorato e politicamente assoggettato, mentre le ferrovie cominciano a restituire alle potenze continentali quella mobilità di cui l’era marittima europea le aveva private.

Mackinder individua quindi nel cuore dell’Eurasia una vasta zona centrale che in seguito diventerà l’Heartland. In Democratic Ideals and Reality del 1919, formulerà la massima ormai famosa secondo cui chi domina l’Europa orientale comanda l’Heartland, chi domina l’Heartland comanda la «World-Island» eurasiatica e chi domina questa massa continentale dispone potenzialmente dei mezzi per comandare il mondo.

L’importanza di Mackinder risiede meno nel carattere meccanico di questa formula che nella questione strategica che essa pone all’Impero britannico: cosa accadrebbe se una potenza continentale unisse le gigantesche risorse dell’Eurasia all’industria moderna e ai mezzi di trasporto in grado di neutralizzare il vantaggio marittimo britannico? Il timore britannico di un avvicinamento o di un dominio tedesco sull’Europa centrale e orientale prima del 1914 trova in questo schema tutta la sua coerenza. E sopravviverà allo stesso Impero britannico. Dopo il 1945, gli Stati Uniti assumeranno progressivamente questa funzione di equilibrio eurasiatico. Da Nicholas Spykman a Zbigniew Brzezinski, e poi, in una prospettiva diversa, in George Friedman, la grande strategia americana manterrà questa ossessione: impedire che una singola potenza o un’alleanza continentale possa aggregare risorse eurasiatiche sufficienti a rendere la presenza americana marginale o superflua. Su questo punto, Washington non ha inventato la geopolitica anglosassone; ne ha in gran parte ereditato i principi.

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1914: vittoria britannica, primo colpo all’Impero

Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, Londra ritenne che il dominio tedesco sul Belgio e sulla costa continentale avrebbe costituito una grave minaccia per l’equilibrio europeo e la sicurezza britannica. Decise quindi di entrare in guerra. La vittoria del 1918 sembrò confermare la potenza dell’Impero: la Germania era stata sconfitta, la flotta tedesca neutralizzata, l’Impero ottomano smantellato e i possedimenti britannici sembravano aver raggiunto la loro massima estensione. Londra controlla o influenza nuove regioni del Medio Oriente. Gli accordi Sykes-Picot, la dichiarazione Balfour, il mandato sulla Palestina e la presenza britannica in Iraq si inseriscono in questa riorganizzazione imperiale, come hanno ricordato diversi articoli del Diplomate.

Ma questa vittoria è costata un prezzo straordinariamente alto. La Gran Bretagna, un tempo creditrice del mondo, ha contratto ingenti prestiti per finanziare la guerra. Il centro finanziario occidentale comincia così a spostarsi verso New York. Gli Stati Uniti diventano creditori dei loro ex padroni e partner europei. I britannici continueranno del resto a farsi carico per quasi un secolo di alcuni debiti derivanti dalla prima guerra mondiale: il governo britannico ha riacquistato gli ultimi titoli del War Loan solo nel 2015.

Questo cambiamento finanziario rappresenta forse la vera data di inizio del declino britannico. Londra ha vinto la guerra, ma ha iniziato a perdere il sistema che le aveva permesso di dominare il mondo.

Churchill: la straordinaria rinascita di una potenza già in declino

La crisi degli anni ’30 e poi la Germania hitleriana offrono tuttavia alla Gran Bretagna uno dei momenti più straordinari della sua storia. Ed è proprio qui che il concetto di «sussulto di fine Impero», elaborato da Roland Lombardi, assume tutto il suo significato.

All’età di 65 anni, Churchill affronta il 1940 con la reputazione di avventuriero della politica. Con alle spalle numerosi fallimenti, era allora ampiamente considerato un politico ormai finito. Non arriva alla guida di una potenza al culmine del suo splendore. Quando diventa Primo Ministro il 10 maggio 1940, l’Impero britannico rimane gigantesco, la Royal Navy temibile e la City influente, ma gli equilibri di potere mondiali sono già profondamente mutati. Gli Stati Uniti possiedono una capacità industriale superiore; l’Unione Sovietica dispone di un territorio e di una popolazione immensi; la Germania controlla ben presto la quasi totalità dell’Europa occidentale.

Dopo Dunkerque e la caduta della Francia, la Gran Bretagna sembra rimasta sola. È proprio qui che Churchill diventa esattamente ciò che Giustiniano era stato per Roma e Napoleone per il “Secolo francese”: l’uomo che, per alcuni anni, dà l’impressione che una potenza ormai in declino possa tornare a guidare il corso della Storia.

Nei suoi editoriali dedicati alle fasi finali dei cicli storici, Roland Lombardi mette esplicitamente in relazione queste figure. Giustiniano riconquista temporaneamente l’Impero romano d’Occidente, Napoleone prolunga di una quindicina d’anni la supremazia francese, Churchill, grazie alla sua astuzia, alla sua esperienza e alla sua straordinaria determinazione, salva il proprio Paese e gli permette di entrare nel campo dei vincitori proprio mentre le basi dell’egemonia britannica sono già irrimediabilmente indebolite.

La grandezza di Churchill non sta quindi nell’aver salvato l’Impero britannico, ma nell’aver salvato la Gran Bretagna stessa. La differenza è enorme.

1940-1945: il momento in cui l’Impero si rifiuta di scomparire

La battaglia d’Inghilterra, la sopravvivenza della Royal Navy, l’Impero, il Commonwealth, la finanza britannica e, soprattutto, la capacità politica di Churchill – che si appoggia al popolo contro l’establishment britannico che lo detesta, che vorrebbe negoziare con Hitler e quindi concedergli la capitolazione – di rifiutare una pace negoziata con i nazisti, consentono a Londra di resistere fino a quando il rapporto di forza mondiale non cambia. Ma Churchill sa benissimo che la Gran Bretagna non può vincere da sola. Gli Stati Uniti diventano progressivamente indispensabili. Il programma Lend-Lease fornisce quantità gigantesche di materiale agli inglesi. Roosevelt e Churchill costruiscono un rapporto personale e strategico straordinario, ma dietro la fratellanza di guerra emerge già una gerarchia: Washington possiede ormai la profondità industriale, i capitali e, dopo il suo ingresso in guerra, una potenza militare di cui Londra non può più fare a meno.

La vittoria del 1945 è quindi paradossale. La Gran Bretagna figura tra i vincitori, possiede uno degli eserciti vittoriosi, controlla ancora un immenso impero e conserva un prestigio eccezionale grazie al “Vecchio Leone” Churchill, ma ne esce finanziariamente allo stremo. La brusca fine del programma americano Lend-Lease nel settembre 1945 colpisce un’economia già esausta. Londra deve negoziare l’Accordo finanziario anglo-americano del 1946, che prevede in particolare un credito americano di 3,75 miliardi di dollari, a cui si aggiunge un prestito canadese. Contrariamente a quanto talvolta si sostiene, la Gran Bretagna ovviamente non rimborsa più oggi questi prestiti diretti: le ultime rate sono state pagate nel 2006. Ma il fatto stesso che un prestito contratto alla fine della guerra sia rimasto in essere per sei decenni illustra la portata del cambiamento.

La vecchia metropoli era diventata finanziariamente dipendente dalla sua ex colonia.

India 1947: quando il gioiello scomparve

L’indipendenza dell’India rappresenta un altro momento fondamentale. Quando Delhi ottenne l’indipendenza nell’agosto del 1947, l’Impero perse non solo il suo «gioiello della Corona», ma anche uno dei pilastri principali dell’intera sua architettura strategica. Per oltre un secolo, gran parte della politica britannica era stata organizzata intorno alla sicurezza dell’India: il controllo di Suez, l’influenza nel Golfo, la presenza in Egitto, la rivalità con la Russia in Asia centrale, la politica in Afghanistan, le basi navali e le rotte marittime.

La fine del Raj non significa ovviamente che la Gran Bretagna smetta immediatamente di essere una potenza mondiale. Ma una geografia imperiale che risale a diverse generazioni fa ha appena perso la sua ragion d’essere. Il declino britannico non è quindi causato da Suez: Suez lo rende visibile. È proprio ciò che ha dimostrato lo storico G. C. Peden, sottolineando che il 1956 rivela e accelera una dipendenza dagli Stati Uniti già di lunga data, piuttosto che crearla.

Nasser: l’uomo che ha il coraggio di dire no all’antico Impero

Il 26 luglio 1956, Gamal Abdel Nasser annuncia ad Alessandria la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez. La mossa è una risposta, in particolare, al ritiro dei finanziamenti statunitensi e britannici alla diga di Assuan e si inserisce nel contesto dell’affermazione di un nazionalismo arabo che rifiuta il persistere dei vincoli coloniali.

Per Londra, la posta in gioco è enorme. Il canale rimane un’arteria fondamentale verso l’Oceano Indiano e le forniture petrolifere. Per Anthony Eden, che è stato a lungo ministro degli Esteri di Churchill, Nasser appare come un dittatore espansionista che egli paragona volentieri ai leader autoritari europei degli anni ’30. Il paragone lo acceca. Eden ragiona ancora come un leader di una potenza imperiale in grado di decidere da sola i propri interessi fondamentali e non comprende a sufficienza che il potere decisionale finale all’interno del campo occidentale ha cambiato capitale.

Lo storico Keith Kyle, autore del classico Suez, ha dimostrato, sulla base dei documenti d’archivio, l’instabilità della politica britannica e, soprattutto, l’errore madornale di Eden: aver valutato in modo straordinariamente errato la reazione americana. È proprio questo errore che trasformerà un’operazione militarmente fattibile in un’umiliazione geopolitica.

Sèvres: l’ultima operazione imperiale alla vecchia maniera

La Francia e la Gran Bretagna hanno ragioni diverse per voler eliminare Nasser. Londra desidera riprendere il controllo del canale e proteggere la propria posizione nella regione. Parigi, inoltre, considera Nasser uno dei principali sostenitori del FLN algerino. Israele, dal canto suo, vuole smantellare il dispositivo militare egiziano e ottenere la libertà di navigazione.

A Sèvres, nei pressi di Parigi, francesi, britannici e israeliani mettono quindi a punto segretamente un piano: Israele attaccherà l’Egitto nel Sinai; Londra e Parigi rivolgeranno poi un ultimatum alle due parti belligeranti ordinando loro di ritirarsi dal Canale; il rifiuto egiziano fornirà il pretesto che consentirà alle forze franco-britanniche di intervenire e riprendere il controllo di Suez. Dal punto di vista militare, l’operazione non è assurda. Dal punto di vista politico, appartiene già al mondo di ieri.

Il 29 ottobre Israele sferra l’attacco. I franco-britannici intervengono pochi giorni dopo. Ma Eisenhower non è stato realmente coinvolto nel piano, e Washington è furiosa.

Eisenhower: quando l’America ricorda a Londra chi comanda ormai l’Occidente

Il presidente americano si oppone all’operazione per diversi motivi. Teme che un intervento coloniale occidentale possa offrire all’Unione Sovietica un enorme vantaggio politico nel mondo arabo; rifiuta di apparire come complice di un’aggressione proprio nel momento in cui Washington condanna l’intervento sovietico in Ungheria; soprattutto, non accetta che due alleati di primo piano conducano un’operazione così importante senza il consenso degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti ricorrono quindi alla leva da cui la Gran Bretagna è diventata tragicamente dipendente: il dollaro. La sterlina subisce forti pressioni, le riserve britanniche in dollari diminuiscono rapidamente e Londra ha bisogno di un sostegno finanziario internazionale. Washington dispone della leva necessaria per subordinare tale sostegno alla cessazione dell’intervento. Il 6 novembre, Eden cede. La Gran Bretagna e la Francia cessano l’operazione, Nasser rimane al potere e Suez rimane egiziana.

Qualcosa di molto più importante di un canale è appena passato di mano: la capacità britannica di condurre un’operazione strategica di grande portata contro la volontà degli Stati Uniti è appena scomparsa agli occhi di tutti.

Suez: quando la sovranità strategica conta più della vittoria militare

È proprio per questo che Suez è così istruttivo. La coalizione franco-britannico-israeliana non è stata sconfitta sul campo di battaglia; è stata fermata dai rapporti di forza internazionali. Londra disponeva ancora di soldati, aerei, navi, commando e di un esercito in grado di condurre un’operazione complessa. Ma non disponeva più dell’autonomia monetaria, economica e diplomatica necessaria per sostenere tale operazione contro Washington.

Ecco la vera definizione della fine di un impero. Una grande potenza non smette necessariamente di essere potente; smette di essere pienamente autonoma. La frase attribuita alcuni anni dopo a Dean Acheson diventerà famosa: la Gran Bretagna aveva perso un impero senza aver ancora trovato un ruolo. Dopo Suez, ne trova progressivamente uno diventando il partner privilegiato di Washington.

Dall’Impero alla «special relationship»

Sarebbe ridicolo ridurre il rapporto anglo-americano a una semplice vassallaggio. Londra conserva una notevole capacità diplomatica, militare, finanziaria e di intelligence. La rete Five Eyes, la cooperazione nucleare, i legami tra i servizi di intelligence, l’integrazione delle forze armate e un’eccezionale vicinanza culturale rendono il rapporto del Regno Unito con Washington qualcosa di molto più complesso di una semplice dipendenza.

Ma la gerarchia è reale. Il Regno Unito sta diventando progressivamente il principale alleato europeo degli Stati Uniti, a volte al prezzo di un allineamento molto stretto alle scelte americane. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, il ruolo di Tony Blair al fianco di George W. Bush e, più in generale, l’integrazione strategica anglo-americana alimenteranno persino la vecchia battuta secondo cui la Gran Bretagna sarebbe diventata il «51° Stato» americano. La formula è polemica e giuridicamente assurda, ma storicamente rivelatrice: nel 1815, Londra era il banchiere e l’arbitro di un’Europa uscita dalle guerre napoleoniche; nel 1945, Washington diventa il banchiere e l’arbitro del mondo occidentale; nel 1956, l’America può costringere Londra a porre fine a una guerra. Il passaggio di testimone è ormai quasi completato.

La Gran Bretagna in Europa: partner o cavallo di Troia degli Stati Uniti?

Questo rapporto particolare spiega anche in parte la diffidenza di Charles de Gaulle nei confronti dell’adesione britannica alle Comunità europee. Inizialmente la Gran Bretagna si era rifiutata di partecipare alla costruzione comunitaria, privilegiando il proprio Commonwealth, le relazioni transatlantiche e una concezione molto più flessibile del libero scambio europeo. Ma di fronte al dinamismo economico della CEE e al relativo declino britannico, Harold Macmillan finì per chiedere l’adesione.

De Gaulle pone il veto nel 1963 e poi nel 1967. Uno dei suoi timori è proprio che l’ingresso del Regno Unito rafforzi eccessivamente l’influenza americana all’interno dell’Europa comunitaria. L’espressione «cavallo di Troia americano» è quindi storicamente difendibile se presentata come una lettura de Gaullista della posizione britannica e non come una descrizione esaustiva dell’intera politica di Londra.

La Gran Bretagna finì per entrare nella CEE nel 1973, ma mantenne sempre un rapporto particolare con il progetto europeo. Sosteneva con forza il mercato unico pur rimanendo molto più diffidente nei confronti della costruzione di un’Europa politica federale; difendeva l’allargamento, la concorrenza, il libero scambio e un’architettura largamente intergovernativa, rifiutava l’euro e rimaneva fuori da Schengen. Un’Europa aperta, allargata ed economicamente integrata si adatta perfettamente alla tradizione britannica; un’Europa politicamente centralizzata, dotata eventualmente di una politica estera e di una difesa autonome in grado di emarginare le relazioni transatlantiche, le si addice molto meno. Non si tratta di affermare che tutti i governi britannici abbiano consapevolmente perseguito la stessa strategia plurisecolare, ma la continuità geopolitica è sorprendente: Londra vuole partecipare all’equilibrio europeo senza lasciarsi assorbire da una potenza continentale o sovranazionale.

Thatcher: un nuovo piccolo sussulto?

Alla fine degli anni ’70, tuttavia, la Gran Bretagna attraversava una profonda crisi. La scarsa crescita, l’inflazione, i conflitti sociali, il declino di interi settori industriali e l’umiliazione derivante dal ricorso al FMI nel 1976 alimentavano l’immagine del «malato d’Europa». Margaret Thatcher salì al potere nel 1979 con l’ambizione dichiarata di spezzare questo circolo vizioso.

Il thatcherismo rimane profondamente controverso. Le privatizzazioni, la deregolamentazione, la riforma dei rapporti sociali, l’indebolimento del potere sindacale e la trasformazione dell’economia britannica hanno determinato una frattura duratura, i cui effetti sociali e territoriali sono ancora oggetto di dibattito. Gli storici Ben Jackson e Robert Saunders, in Making Thatcher’s Britain, così come Eric J. Evans in Thatcher and Thatcherism, sottolineano sia la portata del cambiamento sia i limiti di una lettura che presenta gli anni ’80 come un indiscutibile miracolo economico.

Ma sul piano politico e psicologico, lo slancio è innegabile. La guerra delle Falkland del 1982 ne costituisce il simbolo. Quando l’Argentina invase le isole Falkland/Malouines, Londra inviò una forza navale a quasi 13.000 chilometri dalle sue basi principali e riconquistò l’arcipelago. L’operazione dimostrò che la Royal Navy possedeva ancora una notevole capacità di intervento all’estero e ripristinò una fiducia nazionale profondamente scossa dopo Suez. La Thatcher, «La Signora di Ferro», restituì momentaneamente alla Gran Bretagna la sensazione di essere ancora in grado di agire da sola, ma lo fece già in un ordine mondiale dominato da Washington. La rinascita thatcheriana non ripristinò quindi l’Impero; ripristinò una parte della sicurezza di sé britannica.

Brexit: errore storico o ritorno a una vecchia logica britannica?

Anche il referendum del 2016 può essere reinterpretato alla luce di questa lunghissima storia. La Brexit è stata spesso presentata come l’ultimo spasmo di una potenza nostalgica del proprio Impero. Questa interpretazione contiene un fondo di verità per alcuni sostenitori della Global Britain, ma rimane insufficiente. Una parte significativa degli elettori ha votato soprattutto in merito alla sovranità, all’immigrazione, al controllo delle leggi e al rifiuto delle istituzioni europee.

Da un punto di vista economico, le valutazioni ufficiali britanniche rimangono severe. L’Office for Budget Responsibility continua a stimare che le nuove barriere commerciali con l’Unione ridurranno a lungo termine la produttività britannica di circa il 4% rispetto a quanto sarebbe stato se il Paese fosse rimasto nell’UE. Sarebbe quindi difficile sostenere che la Brexit abbia già rappresentato un successo economico indiscutibile. Ma ridurla a una catastrofe assoluta sarebbe altrettanto semplicistico: il Regno Unito conserva un’economia di primo piano, Londra rimane uno dei principali centri finanziari mondiali e il Paese ha riacquistato un’autonomia normativa e commerciale che riteneva politicamente essenziale.

La vera portata della Brexit è quindi forse meno economica che politica. La Gran Bretagna ha ritrovato qualcosa che si adatta perfettamente alla sua tradizione storica: una maggiore libertà di manovra. Ciò non garantisce affatto che saprà sfruttarla al meglio.

Il vecchio pregiudizio anti-russo non è mai scomparso del tutto

La guerra in Ucraina ha riportato Londra in uno dei suoi ruoli storici più antichi: quello di potenza marittima europea particolarmente diffidente nei confronti della Russia continentale. Il sostegno britannico a Kiev è tra i più decisi del campo occidentale. Questo atteggiamento trova ovviamente le sue spiegazioni contemporanee nella guerra scatenata dall’invasione russa del 2022 e negli impegni britannici in materia di sicurezza, ma possiede anche una notevole profondità storica. Dal «Grande Gioco» del XIX secolo alla guerra di Crimea, dal contenimento sovietico all’attuale confronto, Londra ha spesso considerato l’espansione russa verso ovest o verso i mari come una minaccia per l’equilibrio continentale.

Il pensiero di Mackinder non è mai molto lontano. Per la Gran Bretagna, e poi per gli Stati Uniti, la questione fondamentale rimane quella dell’equilibrio della massa eurasiatica. Ovviamente non bisogna trasformare questa continuità strutturale nell’unica causa della guerra attuale: l’Ucraina agisce secondo i propri interessi, gli Stati dell’Europa orientale hanno la loro storia e i propri timori nei confronti della Russia, mentre l’invasione del 2022 rimane una decisione sovrana di Mosca. Ma credere che la diffidenza strategica britannica nei confronti della Russia sia nata nel febbraio 2022 denota una singolare amnesia storica. La geografia ha una memoria più lunga dei governi.

Il paradosso britannico contemporaneo: sempre nucleare, sempre globale… ma con quali mezzi?

Il Regno Unito rimane indiscutibilmente una potenza di primo piano. Dispone di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, di armi nucleari, di servizi di intelligence di prim’ordine, di università prestigiose, della City, di una diplomazia attiva e di un’influenza culturale a livello mondiale. Le sue forze speciali godono di una reputazione internazionale e la sua integrazione con gli Stati Uniti gli garantisce l’accesso a un sistema di intelligence e difesa unico in Europa.

Ma il divario tra le ambizioni dichiarate e alcune risorse militari sta diventando preoccupante, e in nessun altro ambito questo paradosso è più evidente che nella Royal Navy. La flotta che un tempo proteggeva un impero su cui il sole non tramontava mai sta attraversando una difficile fase di transizione tra le Type 23 ormai obsolete e le nuove fregate Type 26 e Type 31. Il governo prevede a lungo termine otto Type 26 e cinque Type 31, oltre ai sei cacciatorpediniere Type 45, per un totale di diciannove fregate e cacciatorpediniere negli anni 2030. Ma il periodo di transizione è particolarmente delicato: nel luglio 2026, una commissione parlamentare ha interrogato direttamente il Ministero della Difesa sul numero di fregate effettivamente disponibili nel 2030 e sulla capacità di portare avanti contemporaneamente diversi nuovi programmi navali.

Il dato storico rimane impressionante: la Royal Navy disponeva ancora di 23 fregate e cacciatorpediniere nel 2010 contro le 17 del 2024, con un calo del 26%, prima di ulteriori ritiri dal servizio legati all’attuale programma di rinnovamento. Il governo sostiene che questa riduzione debba essere compensata da navi più efficienti, dall’integrazione di sistemi autonomi e dal concetto di «Hybrid Navy», che prevede in particolare nuove navi e piattaforme senza equipaggio. Sarebbe quindi eccessivo affermare che la Royal Navy sia diventata irrilevante: le sue due portaerei, i suoi sottomarini nucleari, le Type 45, la sua capacità di deterrenza e le future Type 26 le garantiscono una capacità rara in Europa. Ma la massa rimane un dato strategico che nessuna sofisticazione tecnologica può abolire completamente. Una singola nave non può proteggere contemporaneamente l’Atlantico settentrionale, scortare un gruppo aeronavale, pattugliare il Mediterraneo, mantenere una presenza nel Golfo e issare la bandiera nell’Indo-Pacifico.

La differenza rispetto al XIX secolo è quindi vertiginosa. All’epoca di Nelson e poi di Vittoria, la Royal Navy era lo strumento che consentiva a Londra di determinare autonomamente l’equilibrio marittimo mondiale. Nel 2026, essa rimane una marina di prim’ordine, ma la cui piena efficacia strategica si basa in misura molto maggiore sulla NATO, sull’interoperabilità alleata e sull’architettura militare statunitense. Lo stesso ministero britannico rifiuta di rendere noti i dettagli relativi alla disponibilità immediata di ciascuna nave per ragioni di sicurezza operativa, pur assicurando che la flotta mantenga un elevato livello di prontezza operativa. La constatazione più significativa non è quindi quella della scomparsa della Royal Navy, ma quella di un divario crescente tra il ricordo di una marina egemonica, le ambizioni globali ancora manifestate da Londra e le risorse che ora impongono compromessi molto più severi.

Immigrazione, multiculturalismo e interrogativi sulla coesione nazionale

A questa relativa contrazione della potenza esterna si aggiunge una trasformazione interna che alimenta un dibattito politico estremamente acceso. Il Regno Unito ha registrato da diversi decenni un’immigrazione significativa e, anche se l’espressione «sovraccarico migratorio» appartiene più al vocabolario politico che al linguaggio statistico, la portata della trasformazione demografica è innegabile. Gli ultimi dati mostrano tuttavia un’inversione di tendenza molto netta: dopo un picco di migrazione netta rivisto a circa 944.000 persone nell’anno conclusosi a marzo 2023, questa è scesa a circa 171.000 per l’anno 2025, secondo le stime provvisorie dell’Office for National Statistics.

Ciò non significa ovviamente che le conseguenze politiche e sociali dei flussi molto elevati degli anni precedenti scompaiano dall’oggi al domani. La società britannica ha subito una profonda trasformazione, soprattutto nelle grandi metropoli. Il censimento del 2021 mostrava già che meno della metà della popolazione dell’Inghilterra e del Galles si dichiarava cristiana e che circa il 6,5% si dichiarava musulmana, con percentuali nettamente superiori in alcune grandi città. Questi sviluppi non dimostrano di per sé né un’incompatibilità tra le comunità né un percorso inevitabile verso lo scontro. Sollevano invece una questione classica per tutte le grandi potenze che attraversano rapidi mutamenti demografici: quella della capacità dello Stato di mantenere una cultura civica, regole comuni e un senso di appartenenza sufficientemente forte da impedire che la diversità si trasformi in frammentazione.

Per una potenza imperiale che un tempo governava immense popolazioni al di fuori dei propri confini, l’ironia storica è sorprendente: le questioni relative alla pluralità culturale e religiosa, che per lungo tempo hanno riguardato l’Impero, sono ormai diventate questioni interne. La vera sfida non è quindi la diversità in sé, ma la coesione politica. Uno Stato può assorbire trasformazioni demografiche considerevoli se possiede una forte identità civica, un sistema scolastico in grado di trasmettere un patrimonio comune, un’economia che favorisca l’integrazione e un’autorità pubblica riconosciuta. La difficoltà emerge quando lo stesso centro dubita di ciò che desidera trasmettere e quando le diverse componenti della popolazione non condividono più a sufficienza la stessa visione del destino nazionale. È qui che la questione migratoria si ricollega alla nostra riflessione sulla fine dell’Impero: le grandi potenze non declinano solo quando le loro navi invecchiano o le loro finanze si deteriorano, ma anche quando la loro società smette di sapere esattamente ciò che desidera preservare.

Farage: un nuovo «risveglio» britannico o solo il sintomo di una crisi?

È in questo contesto che va inquadrata l’ascesa di Nigel Farage e di Reform UK. Farage è già una delle figure più influenti della politica britannica contemporanea, pur non avendo mai ricoperto cariche di potere a livello nazionale. Il suo ruolo nella battaglia sulla Brexit è stato considerevole e l’avanzata di Reform riflette una profonda rottura con il vecchio bipartitismo britannico. Questa riorganizzazione politica è tanto più interessante in quanto avviene mentre il Regno Unito è guidato, dal 20 luglio 2026, da Andy Burnham, il cui governo deve affrontare contemporaneamente i vincoli di bilancio, le ambizioni in materia di difesa, la questione migratoria e le persistenti difficoltà dei servizi pubblici.

Sarebbe prematuro trasformare Farage in un nuovo Churchill o addirittura in una nuova Thatcher. La storia non si ripete mai meccanicamente e il carisma elettorale non basta a forgiare uno statista. Ma la sua ascesa solleva una questione interessante nel quadro del concetto di «sussulto di fine impero»: perché una parte significativa dell’elettorato britannico cerca nuovamente una rottura con i consensi politici accumulati nel corso di diversi decenni? Churchill doveva impedire la scomparsa politica del suo Paese; la Thatcher voleva ripristinare un’economia, un’autorità e una fiducia nazionale profondamente erose; Farage, Burnham o qualsiasi altro leader che oggi pretenda di riorientare il Regno Unito deve risolvere un’equazione diversa ma ardua, quella di un paese che vuole contemporaneamente rimanere una potenza nucleare e mondiale, mantenere un rapporto privilegiato con Washington, svolgere un ruolo militare di primo piano in Europa, modernizzare forze armate costose, finanziare uno Stato sociale sviluppato, controllare maggiormente i propri confini e ritrovare una crescita economica sufficiente. La questione non è quindi chi sarà il prossimo «salvatore», ma se le risorse materiali e la volontà politica consentiranno ancora una vera e propria ripresa.

Il «salto di Churchill» e i limiti dell’uomo provvidenziale

Negli editoriali in cui Roland Lombardi sviluppa il suo concetto di «sussulto di fine Impero», Churchill occupa proprio un posto particolare. Giustiniano aveva tentato di ricostruire territorialmente Roma; Napoleone aveva restituito alla Francia una spettacolare preponderanza continentale dopo la rottura rivoluzionaria; Churchill, dal canto suo, salva la potenza britannica da un’immediata scomparsa politica, ma non riesce a impedire il suo declino strutturale. Ottiene quindi il risultato essenziale — la sopravvivenza nazionale, la vittoria nella guerra, il posto tra i vincitori — ma non riesce a invertire la tendenza di fondo del sistema internazionale.

È proprio questo che distingue il grande uomo dal mago. Uno statista eccezionale può comprendere prima degli altri i rapporti di forza, sfruttarne i margini, ritardare un declino, trasformare una sconfitta annunciata in una vittoria politica e talvolta dare al proprio Paese il tempo necessario per reinventarsi; non può però abolire in modo duraturo le realtà demografiche, industriali e finanziarie. Churchill poteva mobilitare l’Impero, ma non trasformare la Gran Bretagna nella prima potenza industriale mondiale di fronte agli Stati Uniti. Poteva convincere Roosevelt, ma non impedire a Washington di diventare il centro del sistema occidentale. Poteva vincere la guerra senza riuscire a riportare in vita il mondo dell’epoca vittoriana. È proprio questo il «sussulto»: non l’abolizione del declino, ma il momento in cui la volontà politica riesce ancora a imporre una deviazione temporanea a una tendenza storica ormai sfavorevole.

Da Waterloo a Suez: la fine di un’egemonia, non la scomparsa di una potenza

Tra Waterloo nel 1815 e Suez nel 1956 trascorrono centoquarantuno anni. Durante questo periodo, la Gran Bretagna vive uno dei periodi di potere più straordinari di tutta la storia moderna. Controlla le principali rotte marittime, costruisce il più vasto impero territoriale mai costituito, domina a lungo il sistema finanziario, avvia la prima rivoluzione industriale, impone la propria lingua su diversi continenti e organizza una parte considerevole del commercio mondiale. Nelson ne aveva garantito il dominio marittimo, Wellington aveva contribuito a eliminare il rivale napoleonico, Vittoria ne incarnò l’apogeo, mentre Castlereagh, Palmerston, Disraeli, Salisbury e tanti altri amministrarono con notevole pragmatismo l’equilibrio europeo e imperiale.

Il suo declino, tuttavia, non ha inizio quando perde una battaglia decisiva. Inizia quando deve destinare una quota crescente delle proprie risorse al mantenimento di un sistema mondiale che non è più in grado di finanziare da sola. La Germania la supera in diversi settori industriali già prima del 1914, gli Stati Uniti diventano la prima economia mondiale, la Grande Guerra trasforma progressivamente Londra da creditrice a debitrice, la Seconda guerra mondiale completa l’esaurimento finanziario, l’India ottiene l’indipendenza e Suez rivela finalmente pubblicamente la nuova gerarchia occidentale. Nel 1956, Anthony Eden ragiona ancora come se Palmerston potesse dettare le condizioni britanniche in Medio Oriente; Eisenhower gli ricorda che il centro del sistema finanziario e strategico si trova ormai a Washington.

Ecco perché Suez rappresenta, più che una sconfitta militare, la vera Waterloo geopolitica dell’Impero britannico. I soldati britannici non sono stati schiacciati, la Royal Navy non è stata distrutta e Londra conserva persino l’arma nucleare. Ma la sua sovranità strategica si scontra ormai con un limite esterno che non può superare: l’opposizione americana. Una potenza imperiale aveva potuto a lungo scegliere da sola le proprie guerre; una grande potenza alleata deve ora fare i conti con l’egemone.

Il successo paradossale del declino britannico

Sarebbe tuttavia errato concludere questa storia con l’immagine semplicistica di una Gran Bretagna ormai insignificante. È proprio qui, probabilmente, che il caso britannico si distingue più profondamente dalle altre fine dell’Impero analizzate in questo dossier. Roma si è disgregata in Occidente; Bisanzio fu infine conquistata; la Spagna degli Asburgo perse progressivamente la sua centralità europea; la Francia napoleonica crollò militarmente; la Germania fu distrutta e occupata nel 1945. La Gran Bretagna, invece, riuscì in qualcosa di molto più sottile: trasformare la perdita della propria egemonia nel mantenimento duraturo del proprio rango tra le grandi potenze.

La monarchia costituzionale svolge probabilmente in questo contesto un ruolo sottovalutato. Poiché la continuità dello Stato e della nazione non era identificata con il possesso personale di un impero da parte di un sovrano assoluto, Londra poté abbandonare progressivamente la maggior parte dei propri possedimenti senza che la scomparsa dell’Impero comportasse quella del regime. La Corona rimase, il Parlamento rimase, la City rimase, le istituzioni rimasero e la diplomazia britannica trasformò progressivamente il Commonwealth, il rapporto speciale con Washington, la NATO, la deterrenza nucleare e il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza in strumenti di una nuova potenza post-imperiale. La decolonizzazione britannica fu certamente molto meno pacifica di quanto a volte suggerisca la memoria nazionale — dalla Malesia al Kenya, da Cipro ad Aden — ma non sfociò né nella distruzione dello Stato britannico né in una rivoluzione interna.

Il Regno Unito ha così perso la propria egemonia senza però rinunciare completamente alla propria capacità di influenza. È diventato il partner privilegiato di una potenza superiore, anziché tentare all’infinito di mantenere da solo un dominio ormai materialmente impossibile. La definizione di «51° Stato americano» è esagerata proprio perché Londra conserva i propri interessi, la propria diplomazia, i propri servizi, la propria capacità di dissuasione e una notevole capacità di influenzare Washington; contiene tuttavia una parte di verità quando descrive l’asimmetria fondamentale del rapporto. Gli Stati Uniti forniscono ormai la maggior parte della massa militare, tecnologica e finanziaria del sistema anglosassone, mentre il Regno Unito apporta competenze diplomatiche, militari e di intelligence sproporzionate rispetto alle sue dimensioni. Non si tratta più di un’alleanza tra pari, ma di un adattamento particolarmente riuscito al declassamento.

Dall’Impero britannico all’America: la vera lezione di Suez

È proprio qui, in definitiva, che il caso britannico si ricollega direttamente al vero oggetto del nostro dossier: l’attuale declino dell’egemonia americana e, più in generale, l’erosione di cinque secoli di preponderanza occidentale. Il futuro degli Stati Uniti assomiglierà forse meno alla caduta di Roma o al crollo dell’Unione Sovietica che al lungo declino britannico. Un’America meno egemonica non sarebbe affatto un’America debole. Potrebbe rimanere per diverse generazioni una delle principali potenze mondiali, conservare l’arma nucleare, il dollaro, un vantaggio tecnologico in numerosi settori, università eccezionali, un gigantesco mercato interno, forze armate di livello mondiale e una rete di alleanze senza pari, pur cessando progressivamente di essere in grado di imporre da sola le regole del sistema internazionale.

La difficoltà principale sarebbe quindi meno di natura materiale che psicologica e politica: accettare il passaggio dall’egemonia al potere relativo prima che una crisi lo imponga brutalmente. La Gran Bretagna impiegò diversi decenni per comprendere che le vittorie del 1918 e del 1945 nascondevano un trasferimento di potere verso gli Stati Uniti. Suez le fornì in pochi giorni la dimostrazione di ciò che i bilanci economici e i rapporti di forza avevano già stabilito da tempo. Washington potrebbe un giorno trovarsi ad affrontare una prova simile, non necessariamente sotto forma di una sconfitta militare, ma in occasione di una crisi in cui scoprirà che le sue sanzioni non sono più sufficientemente vincolanti, che i suoi alleati non la seguono più automaticamente, che la sua moneta non basta più a imporre una decisione o che il costo di un intervento supera il beneficio strategico atteso.

È proprio qui che il percorso della Gran Bretagna offre forse la lezione più utile. Il declino di un impero non condanna necessariamente la nazione che lo ha sostenuto. È tuttavia necessario che essa distingua con sufficiente anticipo il potere reale dal ricordo del potere. Nelson, Wellington, Vittoria, Palmerston e Churchill appartengono a momenti diversi di una stessa straordinaria storia nazionale, ma nessun governo britannico contemporaneo potrebbe ragionevolmente governare come se la Royal Navy controllasse ancora da sola gli oceani e come se la City finanziasse ancora il mondo intero. La grandezza politica consiste quindi meno nel coltivare la nostalgia che nell’adattare le ambizioni ai mezzi, nel preservare ciò che può essere preservato e nello scegliere gli impegni essenziali piuttosto che disperdere risorse ormai sempre più scarse.

È proprio questo che Anthony Eden non capì nel 1956. Possedeva ancora le navi, i paracadutisti e gli aerei necessari per attaccare l’Egitto; non possedeva più però il sistema finanziario, diplomatico e strategico che gli avrebbe permesso di portare avanti quella guerra contro la volontà di Washington. Suez fu quindi non tanto il momento in cui l’Impero britannico morì, quanto quello in cui gli inglesi scoprirono che era già morto. La Gran Bretagna ebbe poi l’intelligenza di non morire con esso.

Forse è proprio questa la differenza tra la fine di un impero e la fine di una civiltà.

Ed è proprio per questo che, in un momento in cui la Cina sta acquisendo sempre più potere, la Russia mette in discussione l’ordine europeo, le potenze del Sud del mondo affermano con maggiore forza la propria autonomia e gli stessi Stati Uniti si interrogano sul costo della loro leadership mondiale, il precedente britannico merita di essere studiato a Washington con la stessa attenzione riservata a quello di Roma.

Perché la vera questione non è mai solo quella di sapere quando finisce un’egemonia.

Si tratta di capire cosa potrà ancora diventare, dopo di lei, il potere che la governava.

Prossimamente: STORIA – DOSSIER «LA FINE DI UN IMPERO» (7/8) – 1991: come una superpotenza può scomparire senza perdere una guerra mondiale.

Riferimenti storiografici

Per approfondire questa storia, le opere di Paul Kennedy, in particolare The Rise and Fall of British Naval Mastery e The Rise and Fall of the Great Powers, rimangono fondamentali per comprendere l’interazione tra potenza economica, impegni strategici e dominio marittimo. Keith Kyle, in Suez, rimane un punto di riferimento fondamentale sulla crisi del 1956, mentre G. C. Peden ha profondamente sfumato l’idea di un crollo provocato da Suez, dimostrando che la dipendenza britannica da Washington era già strutturale prima della crisi. John Darwin, con The Empire Project e Unfinished Empire, permette di ricollocare la fine dell’Impero nella lunga storia del sistema britannico; David Reynolds, in particolare nei suoi lavori su Churchill e sulle relazioni anglo-americane, fa luce sull’evoluzione dei rapporti di forza transatlantici; Correlli Barnett, in The Audit of War, ha proposto una lettura particolarmente severa delle debolezze economiche britanniche; Andrew Gamble, in Britain in Decline, ha riportato il declino al centro della riflessione politica britannica contemporanea. I lavori di Niall Ferguson, in particolare Empire, così come quelli di P. J. Cain e A. G. Hopkins sul gentlemanly capitalism, consentono di comprendere che l’Impero britannico fu tanto un sistema finanziario, marittimo e commerciale quanto una costruzione territoriale. Infine, Mackinder rimane una figura imprescindibile: il suo articolo del 1904, The Geographical Pivot of History, e Democratic Ideals and Reality, pubblicato nel 1919, restano due testi fondamentali per qualsiasi riflessione geopolitica sulla tensione tra le potenze marittime e il continente eurasiatico.

Per quanto riguarda gli “ultimi sussulti dell’Impero” e la loro attualità, si può fare riferimento anche agli editoriali di Roland Lombardi dedicati alla fine dei cicli e al possibile ultimo sussulto occidentale, in cui Giustiniano, Napoleone, Churchill e, in un contesto contemporaneo ovviamente molto diverso, Donald Trump vengono citati come esempi di quei momenti in cui una personalità politica cerca di invertire o ritardare una dinamica di declino già avviata.

Fico, il presidente slovacco, non permetterà che un’operazione sotto falsa bandiera (in Polonia?) trascini il suo Paese in guerra con la Russia….e altro, di Andrew Korybko

Fico, il presidente slovacco, non permetterà che un’operazione sotto falsa bandiera (in Polonia?) trascini il suo Paese in guerra con la Russia.

Andrew Korybko20 settembre
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L’articolo 5 non impone l’uso della forza militare a sostegno di un alleato, e certamente non era inteso per essere sfruttato tramite operazioni sotto falsa bandiera (o persino incidenti reali) come sembrano voler fare i liberali polacchi.

Il Primo Ministro slovacco Robert Fico ha recentemente fatto notizia per aver dichiarato ai suoi connazionali che farà tutto il possibile per tenere il suo Paese fuori da una guerra con la Russia, anche qualora gli venisse chiesto di partecipare a un conflitto di tale portata attraverso l’articolo 5. Durante lo stesso evento, ha anche avvertito che la NATO europea e la Russia sono più vicine alla guerra che mai, aggiungendo, riferendosi ai suoi omologhi che avevano appena visitato l’Ucraina : “Sono profondamente preoccupato che stiano semplicemente cercando un pretesto per un conflitto su vasta scala tra la NATO e la Russia”.

Ciò è particolarmente vero per quanto riguarda i liberali al governo in Polonia, che sembrano tramare una grave escalation contro la Russia, ma solo se riusciranno a manipolare il presidente conservatore per ottenere il suo appoggio. Il primo ministro liberale Donald Tusk ha seminato il panico riguardo a un attacco russo fin dalla primavera , ma questo mese ha intensificato la sua retorica fino all’isteria, mentre il ministro degli Esteri Radek Sikorski ha provocatoriamente affermato che “la Russia è già in guerra con l’Europa”. Potrebbero quindi orchestrare un’operazione sotto falsa bandiera con Zelensky.

Su questo argomento, l’ex presidente conservatore polacco Andrzej Duda ha affermato, parlando dell’incidente di Przewodów avvenuto alla fine del 2022 dopo aver lasciato l’incarico, che un missile della difesa aerea ucraino, finito fuori bersaglio, uccise due polacchi. All’epoca, aveva anche affermato che ” l’Ucraina aveva cercato di ingannare la NATO per scatenare la terza guerra mondiale dopo aver bombardato accidentalmente la Polonia “, mentendo e sostenendo che si trattasse di un missile russo, ma Duda non era caduto nella trappola, nonostante alcuni pensassero il contrario .

Allo stesso modo, le incursioni accidentali di droni russi in Polonia nel settembre 2025 ( probabilmente causate da un disturbo che li ha deviati dalla rotta) non hanno indotto il suo successore Karol Nawrocki a cadere nella trappola, dopo che il governo di Tusk aveva mentito affermando che un missile russo aveva distrutto una casa, quando in realtà si trattava di un missile antiaereo finito fuori traiettoria. Il fallito tentativo dello “stato profondo” polacco di manipolare Nawrocki per indurlo a una guerra con la Russia appena un anno prima, costituisce il precedente per sospettare ragionevolmente che qualcosa di simile possa essere tentato di nuovo.

Il portavoce di Nawrocki ha recentemente accusato Tusk di diffondere “una menzogna inventata per elettrizzare l’opinione pubblica” dopo aver affermato di aver ricevuto un rapporto della CIA che metteva in guardia su un imminente attacco da parte della Russia, e Trump ha confermato che Nawrocki ha la situazione “sotto controllo”. Gli Stati Uniti starebbero anche pianificando un massiccio ritiro militare dall’Europa, cosa che non accetterebbero se si aspettassero seriamente che l’articolo 5 possa essere presto messo alla prova dalla Russia . Pertanto, non ci si aspetta che né Nawrocki né Trump cadano in una trappola sotto falsa bandiera.

Nell’improbabile eventualità che ciò accadesse, e che i piani precedentemente proposti da Sikorski di intercettare i proiettili russi sull’Ucraina o di imporre una no-fly zone venissero approvati da Nawrocki, con il rischio concreto di scatenare la Terza Guerra Mondiale, Fico vuole che il suo popolo sappia che la Slovacchia non verrà trascinata in guerra. Dopotutto, l’articolo 5 non impone l’uso della forza militare a sostegno di un alleato, e certamente non è stato concepito per essere sfruttato con operazioni sotto falsa bandiera (o persino con veri e propri incidenti) come sembrano voler fare i liberali polacchi.

L’incidente del drone lituano della scorsa settimana è stato probabilmente un’operazione sotto falsa bandiera ucraina, come spiegato qui , e se a questo si aggiunge l’ultimo allarmismo sulla Russia diffuso dall’élite europea guidata dal duo Tusk-Sikorski, ci sono motivi per credere che sia in programma un’operazione sotto falsa bandiera anche in Polonia. Finché Nawrocki rimarrà fermo sulle sue posizioni, soprattutto se Trump (al quale tende a dare ragione) vacillerà, la grave escalation pianificata contro la Russia, con il rischio concreto di una Terza Guerra Mondiale, sarà scongiurata. Potrebbe dipendere tutto da lui, in ultima analisi.

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Come ha fatto “Russia Unita” ad aumentare la propria quota di voti nonostante le difficoltà dovute alla guerra?

Andrew Korybko22 settembre
 
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Il loro contratto sociale, basato sulla crescita economica, sulla sicurezza e sul non interferire, per la maggior parte, nella vita privata dei cittadini, è stato messo a dura prova dal conflitto in corso; tuttavia, i tentativi stranieri di influenzare gli elettori affinché infliggessero una sconfitta al partito al potere li hanno invece spinti a stringersi con spirito di sfida attorno ad esso.

Il partito al potere, “Russia Unita” ha vinto le ultime elezioni della Duma, le prime da quando la fase su larga scala del conflitto ucraino è iniziata quasi mezzo decennio fa, nonostante i tentativi stranieri di influenzare gli elettori per infliggergli una sconfitta. La sua quota di voti popolari quest’anno è stata pari a circa il 58%, rispetto al 49,82% del 2021, mentre l’affluenza alle urne è stata pari a circa il 59%, rispetto al 51,72% della precedente tornata elettorale. Questi risultati dimostrano che gli elettori si sono schierati a favore di Russia Unita, probabilmente sfidando le pressioni straniere, il che richiede una spiegazione dato il contesto.

Il contratto sociale di “Russia Unita” prevedeva che il partito, qualora fosse rimasto al potere, avrebbe garantito crescita economica e sicurezza, mantenendosi per lo più al di fuori della vita privata dei cittadini. Da quando, all’inizio del 2022, la guerra per procura tra la NATO e la Russia in Ucraina è entrata nella sua fase più intensa, tuttavia, l’economia ha subito un calo, le regioni di confine (soprattutto quelle che si sono riunificate alla Russia) sono molto meno sicure e le restrizioni su Internet hanno causato disagi ad alcuni russi. Queste tendenze non facevano ben sperare per «Russia Unita» in vista del voto.

L’operazione di influenza di 40 giorni condotta da Zelensky durante l’estate, sostenuta dagli Stati Uniti e – cosa interessante – anche dalla Francia, non mirava semplicemente a costringere Putin a un cessate il fuoco. Il suo duplice obiettivo, non dichiarato, era quello di esacerbare le tendenze sopra menzionate allo scopo di influenzare gli elettori affinché boicottassero le elezioni o votassero per qualsiasi partito tranne «Russia Unita», come forma di protesta, nella speranza che questi attribuiscono a tale partito la responsabilità delle loro difficoltà. L’Ucraina e l’Occidente speravano che ciò avrebbe poi esercitato una maggiore pressione su Putin affinché si arrendesse.

Al contrario, si è rivelato un enorme boomerang, spingendo Putin a una “escalation moderata per allentare la tensione” con grande soddisfazione della maggior parte dei russi, che già da tempo gli chiedevano di farlo e cominciavano a preoccuparsi perché non l’aveva ancora fatto. Ciò si è concretizzato nella sua autorizzazione a attacchi sistematici contro le stazioni di servizio ucraine, i porti e ora anche le locomotive, a integrazione degli attacchi già in corso contro le sue centrali elettriche; l’effetto combinato di questa campagna aumenta le probabilità di una vittoria decisiva della Russia entro la prossima primavera.

Inoltre, molti dei russi che durante l’estate hanno subito difficoltà a causa della campagna di influenza di Zelensky, sostenuta dall’Occidente, hanno attribuito la colpa a quest’ultima e non a “Russia Unita”. Ciò spiega ulteriormente perché la quota di voti popolari del partito sia cresciuta fino a raggiungere il livello più alto dal 2007 (64,30%) e l’affluenza alle urne ha raggiunto il livello più alto dal 2011 (60,10%). L’Ucraina e l’Occidente si aspettavano che la sua campagna avrebbe costretto «Russia Unita» a formare una coalizione e/o avrebbe fatto crollare l’affluenza alle urne per screditare la sua vittoria.

Per essere chiari, coloro che non hanno votato per “Russia Unita” non sono né “traditori” né “idioti utili” dei nemici della Russia, poiché nessuno mette in dubbio il patriottismo dei partiti che hanno partecipato alle elezioni. La stragrande maggioranza di loro probabilmente voleva semplicemente indicare quale direzione generale desiderasse che il governo prendesse. Ad esempio, i sostenitori del Partito Comunista presumibilmente desiderano maggiori riforme socio-economiche, mentre quelli del Partito Liberal-Democratico presumibilmente ne vogliono di più di stampo nazionalista.

Tutto sommato, le ultime elezioni della Duma in Russia hanno dimostrato che la maggior parte dei russi confida in Putin affinché prosegua sulla rotta da lui tracciata, nonostante gli eventi degli ultimi cinque anni abbiano ostacolato la capacità di “Russia Unita” di attuare il proprio contratto sociale. Anche i tentativi stranieri di influenzare gli elettori affinché infliggessero una sconfitta al partito si sono rivelati controproducenti, spingendo molti a schierarsi con aria di sfida a suo sostegno. Altrettanto importante è il fatto che la Russia abbia dimostrato che è possibile tenere elezioni in tempo di guerra; l’Ucraina non ha quindi alcuna scusa per continuare a rinviare le proprie elezioni con questo pretesto.

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Kaczyński ha affermato che l’Ucraina voleva trascinare la Polonia in una guerra con la Russia.

Andrew Korybko21 settembre
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Sebbene sarebbe stato meglio se avesse affermato che l’Ucraina sta ancora cercando di farlo, proprio come la coalizione liberale al governo, la sua dichiarazione garantisce quantomeno che il presidente conservatore alleato Nawrocki esaminerà attentamente qualsiasi potenziale provocazione sotto falsa bandiera prima di reagire in qualità di comandante in capo.

Il cardinale grigio dell’opposizione conservatrice polacca, Jarosław Kaczyński, ha affermato nel fine settimana che “penso che [gli ucraini] inizialmente avessero un’idea alquanto bizzarra di trascinarci in questa guerra, anche sulla base della creazione di un unico stato. Il discorso di Zelensky al Sejm andava proprio in quella direzione”. Il discorso virtuale di Zelensky dei primi di marzo 2022 può essere letto integralmente qui . In particolare, menziona una missione storica comune per salvare l’Europa dalla Russia e dichiara, in modo scandaloso, che “siamo già uniti”.

L’affermazione di Kaczyński riecheggia quella dell’ex presidente conservatore Andrzej Duda, rilasciata nel settembre 2025 poco dopo aver lasciato l’incarico. All’epoca, Duda rivelò : “Fin dall’inizio hanno cercato di trascinare tutti in guerra. È ovvio, è nel loro interesse, e sarebbe meglio se riuscissero a coinvolgere anche i paesi della NATO. È evidente che stanno cercando coloro che combatterebbero attivamente al loro fianco contro i russi. Questo accade fin dal primo giorno”.

Due mesi dopo, il vice primo ministro Krzysztof Gawkowski, dell’ala Lewica (“Sinistra”) della coalizione liberale al governo, dichiarò : “Zelensky vuole che la Polonia lanci missili sull’Ucraina, il che significa che vuole che la Polonia entri in guerra, il che significa che vuole che la Polonia sia in guerra con la Russia. Con queste dichiarazioni, Zelensky vuole trascinare la Polonia in una guerra con la Russia. Non sono d’accordo con queste affermazioni”. Nulla è cambiato, dato che Zelensky continua a volerlo e la coalizione al governo non fa eccezione.

Nel settembre 2024, il loro ministro degli Esteri Radek Sikorski chiese alla Polonia di intercettare i proiettili russi sull’Ucraina, e un anno dopo, nel settembre 2025, nello stesso mese in cui Duda ha condiviso la sua suddetta rivelazione, chiese l’ istituzione di una no-fly zone sull’Ucraina. Proprio la settimana scorsa, ha affermato che “la Russia è in guerra con l’Europa”, mentre lui e il primo ministro liberale Donald Tusk seminavano il panico riguardo a un presunto imminente attacco russo contro la Polonia, che potrebbe essere addirittura imminente.

Questa analisi sostiene che un simile attacco sarebbe probabilmente una provocazione ucraina sotto falsa bandiera, volta a coinvolgere la Russia e a manipolare il presidente Karol Nawrocki, rivale conservatore della coalizione di governo, affinché autorizzi le proposte di Sikorski, con il rischio concreto di una guerra totale con la Russia. Ricordiamo che ” l’Ucraina ha tentato di ingannare la NATO e scatenare la terza guerra mondiale dopo aver bombardato accidentalmente la Polonia ” nel novembre 2022, mentendo e attribuendo la responsabilità alla Russia, ma il comandante in capo Duda non è caduto nella trappola.

Il contesto emerso finora nell’analisi chiarisce l’affermazione di Kaczyński secondo cui l’Ucraina avrebbe tentato di trascinare la Polonia in una guerra con la Russia, poiché la tempistica suggerisce fortemente che stia segnalando alla base conservatrice condivisa da Nawrocki che l’Ucraina sta nuovamente cercando di ottenere lo stesso risultato. Nel 2022, il Presidente e il Primo Ministro erano conservatori, quindi il complotto ucraino fallì, ma ora il premier liberale potrebbe dare credito a una falsa operazione sotto falsa bandiera ucraina per manipolare il suo rivale conservatore.

Le probabilità che ciò accadesse erano già basse, ma ora sono ancora più basse dopo che il cardinale grigio di Nawrocki ha appena ricordato al pubblico che l’Ucraina in passato ha cercato di trascinare la Polonia in guerra con la Russia. Probabilmente sarebbe stato meglio se avesse detto che l’Ucraina sta ancora cercando di farlo, proprio come la coalizione liberale al governo, ma forse voleva prevenire le accuse di “insabbiamento di un attacco russo”. In ogni caso, la sua affermazione è stata importante e implica che qualsiasi provocazione sarà attentamente esaminata prima che Nawrocki risponda.

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La Marina russa svolge un ruolo significativo nel promuovere gli interessi nazionali

Andrew Korybko21 settembre
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Serve a scoraggiare gli avversari della NATO dotati di armi nucleari, partecipa alle operazioni speciali e difende la regione artica russa, ricca di risorse.

A fine luglio Putin ha incontrato il personale della Marina per commemorare la loro festività, la Giornata della Marina, e in quell’occasione ha condiviso alcune riflessioni sul ruolo cruciale che la marina svolge nel garantire gli interessi nazionali. Ha sottolineato che circa il 60% dei confini della Russia è costituito da acque interne, contestualizzando così il motivo per cui una potenza continentale sviluppa anche la propria flotta. Il ruolo della marina si è evoluto dai tempi di Pietro il Grande fino ad oggi, e la sua posizione attuale nella triade nucleare è di eccezionale importanza per garantire la sicurezza strategica.

Sul fronte convenzionale, le grandi navi “costituiscono ancora la componente centrale della flotta” e ora sono in grado di lanciare missili ipersonici. Lo stesso vale per i sottomarini russi. Allo stesso tempo, quando gli è stato chiesto in merito, Putin ha anche richiamato l’attenzione sullo sviluppo della cosiddetta “flotta zanzara” russa e sulle sue capacità di lancio di missili da crociera Kalibr, il che lo ha spinto a menzionare anche il drone sottomarino a propulsione nucleare (e in grado di trasportare armi nucleari) Poseidon.

Un altro argomento correlato di cui ha parlato è stato quello dei Marines, che ha elogiato definendoli “indubbiamente la parte più vitale delle Forze Armate nel loro complesso e [che] continuano a operare efficacemente in tutti i settori, ovunque combattano”. Putin ha anche affermato che “i Marines sono sempre in prima linea. Anche quest’anno, credo, più di 20 insediamenti sono stati liberati dai Marines”. Molti osservatori stranieri trascurano il loro ruolo nella campagna di terra dell’operazione speciale , quindi era importante che Putin lo ricordasse loro.

Oltre a scoraggiare gli avversari della NATO dotati di armi nucleari e a partecipare alle operazioni speciali, la Marina russa difende anche la regione artica, ricca di risorse. A tal proposito, Putin ha affermato: “Conosciamo tutti le parole di Lomonosov sulla crescita della ricchezza della Russia grazie alla Siberia. Ora, non è un’esagerazione dire che la ricchezza della Russia crescerà grazie all’Artico. È difficile persino quantificare o attribuire un valore monetario alle risorse che l’Artico custodisce”.

Di conseguenza, i dispiegamenti navali regionali proteggono la sovranità territoriale della Russia da attori predatori, aprendo al contempo la strada alla Rotta Marittima del Nord tra l’Europa occidentale e l’Asia orientale per quanto riguarda la flotta russa di rompighiaccio a propulsione nucleare. Questa combinazione di fattori facilitati dalla presenza navale consente allo Stato di impegnarsi in una pianificazione socio-economica a lungo termine nell’Artico. Come ha aggiunto Putin, “abbiamo già sviluppato un intero programma e continueremo a farlo: creare le condizioni affinché le persone possano vivere e lavorare lì”.

Non ha fornito ulteriori dettagli, ma i lettori possono consultare questa analisi, risalente a settembre 2025 e successiva al Forum economico orientale di Vladivostok di quell’anno, per saperne di più sul suo piano strategico per l’Artico e l’Estremo Oriente russo, che prevede un ruolo di primo piano per il Sud del mondo. In particolare, si prevede che la Cina svolgerà un ruolo preponderante nel loro sviluppo, soprattutto per quanto riguarda l’estrazione delle risorse, ma gli investimenti provenienti da India, Indonesia e altri paesi amici della Russia dovrebbero evitare una dipendenza sproporzionata da essa.

Ricapitolando, la Marina russa garantisce gli interessi nazionali scoraggiando gli avversari della NATO dotati di armi nucleari, partecipando alle operazioni speciali e difendendo la regione artica russa, ricca di risorse. Tutti e tre i ruoli sono incredibilmente significativi nel contesto geostrategico contemporaneo. Il loro contributo non riceve spesso il riconoscimento che merita dagli osservatori stranieri, ma con l’intensificarsi dello sviluppo russo nell’Artico, è solo questione di tempo prima che un numero maggiore di persone in tutto il mondo si renda conto della sua importanza.

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Perché gli Stati Uniti non bombardano l’Iran con armi nucleari e la Russia non bombarda l’Ucraina?

Andrew Korybko21 settembre
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Non sono in grado di rispondere alle domande su cosa esattamente intendono bombardare con armi nucleari in quel luogo e su come ciò consentirebbe di raggiungere gli obiettivi dichiarati nei rispettivi conflitti.

All’inizio di settembre, RT ha ripubblicato un articolo di Vasily Kashin , direttore del Centro di Studi Europei e Internazionali della Scuola Superiore di Economia, intitolato ” L’America ha il potere di sconfiggere l’Iran. Perché non lo usa? “. Kashin ha dedicato del tempo a confrontare la Terza Guerra del Golfo con la Prima Guerra del Golfo (considerando che in tre dei quattro conflitti gli Stati Uniti furono direttamente coinvolti). All’epoca, gli Stati Uniti impiegarono più risorse, mobilitarono una coalizione più ampia e tollerarono perdite umane molto maggiori.

Secondo Kashin, la situazione è cambiata perché “il sistema politico che accettava tali rischi (in termini di perdite umane) nel 1990 sembra oggi non disposto ad accettarli”. Ha citato come prova il drammatico salvataggio di un aviatore abbattuto avvenuto la scorsa primavera e le forze statunitensi che operavano a notevole distanza dall’Iran. Kashin ha anche menzionato le presunte difficoltà finanziarie. Facendo eco al suo collega Fyodor Lukyanov, ha concluso che gli Stati Uniti “faticano a trasformare la loro superiorità militare nei risultati politici che desiderano”.

Il paragone di Kashin tra la terza e la prima guerra del Golfo è convincente e le sue conclusioni sono logiche, ma i due conflitti presentano due differenze molto importanti che spiegano perché gli Stati Uniti ora stiano mobilitando meno risorse, una coalizione più ristretta (essenzialmente solo Israele) e una minore tolleranza alle perdite. L’ultima è ampiamente percepita come una guerra di scelta per impadronirsi delle risorse energetiche dell’Iran, mentre la prima fu una risposta all’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq e mirava quindi a costringerlo al ritiro completo.

Chiarite queste differenze, è giunto il momento di affrontare le conclusioni di Kashin, che riecheggiano quelle di Lukyanov. Non è la prima volta che gli Stati Uniti “hanno faticato a convertire la loro superiorità militare nei risultati politici desiderati”, come dimostrano le guerre di Corea e del Vietnam. Le opinioni divergono sul perché gli Stati Uniti non abbiano sganciato bombe atomiche sui rispettivi governi comunisti del nord, ma una spiegazione plausibile è che una reazione eccessiva di questo tipo avrebbe potuto essere interpretata come una tacita ammissione di sconfitta e avrebbe rischiato di innescare guerre di più ampio respiro.

Riguardo alla Terza Guerra del Golfo, a fine agosto a Trump è stato chiesto se avrebbe attaccato l’Iran con armi nucleari, domanda a cui ha risposto con rabbia dichiarando: “Sono stati completamente sconfitti militarmente, quindi li sconfiggo, e ora dovrei usare un’arma nucleare per di più? Che domanda stupida”. Questo avvalora la spiegazione secondo cui una reazione eccessiva, come l’attacco nucleare alla Corea del Nord, al Vietnam del Nord o all’Iran, sarebbe vista come sproporzionata e quindi dannosa per gli Stati Uniti, ancor più della sconfitta in quelle guerre.

Allo stesso modo, lo stesso vale per un eventuale attacco nucleare russo contro l’Ucraina, che verrebbe quasi certamente percepito come tale dagli avversari della Russia e probabilmente anche dal Sud del mondo. Ciò solleva anche interrogativi su cosa esattamente la Russia dovrebbe bombardare con armi nucleari in Ucraina e in che modo ciò le permetterebbe di raggiungere gli obiettivi dichiarati dalla Russia nel conflitto. Questa domanda risponde alla domanda, riformulata da Kashin, “Perché la Russia non sconfigge l’Ucraina pur avendone il potere?”. In poche parole, le armi nucleari non sono la soluzione né per la Russia né per gli Stati Uniti.

Ciononostante, l’Iran non rappresenta una minaccia per l’esistenza degli Stati Uniti, mentre la ” guerra di logoramento ” dell’Ucraina, sostenuta dalla NATO, potrebbe minacciare l’esistenza della Russia attraverso la sua graduale deindustrializzazione e smilitarizzazione. L’operazione di influenza di Zelensky, durata 40 giorni, è stata ben lungi dal raggiungere questo obiettivo, ma se dovesse mai essere ripresa su vasta scala e a tempo indeterminato , i calcoli della Russia potrebbero cambiare. Pur non sferrando un attacco nucleare contro l’Ucraina, potrebbe comunque radere al suolo le sue principali città con gli Oreshnik nel tentativo di ristabilire la deterrenza , ma Putin preferirebbe non dover arrivare a tanto per vincere.

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Korybko a Lukyanov: la Polonia avrà un ruolo centrale nella nuova architettura di sicurezza europea

Andrew Korybko20 settembre
 
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Il suo approccio pragmatico nei confronti della Polonia, recentemente manifestato, è incoraggiante e dimostra che la Russia ha iniziato a comprendere il ruolo centrale che è destinata a svolgere nell’ordine postbellico.

L’ultimo articolo ripubblicato da RT del direttore della ricerca del Club Valdai, Fëdor Lukyanov, riguarda il ruolo che i paesi dell’Europa centrale e (da lui definiti semplicemente come “Europa orientale”) sul fianco orientale della NATO potrebbero svolgere nel ridurre le tensioni e nel costruire una nuova architettura di sicurezza. Verranno innanzitutto citati i passaggi chiave, in modo che i lettori possano valutare la sua interpretazione degli stessi prima di descrivere la forma che ciò potrebbe assumere qualora vi fosse la volontà da parte di tutte le parti di attuare una serie di misure pragmatiche a tal fine.

Lukyanov ha osservato che «i Paesi più consolidati e con tradizioni statali più radicate – Polonia, Repubblica Ceca e Romania – sono perfettamente in grado di riconoscere il pericolo di essere sacrificati sull’altare dell’escalation militare nel perseguimento degli obiettivi più ampi dell’establishment europeo. Questa consapevolezza non modera necessariamente la loro retorica pubblica, ma il loro comportamento concreto dimostra un certo grado di cautela».

Ha poi scritto quanto segue: «Finora la Russia ha generalmente dato per scontato che, se qualche paese europeo dovesse alla fine contribuire a una soluzione, si tratterebbe delle altre grandi potenze del continente, Stati abbastanza grandi e sicuri da non definire le proprie politiche principalmente sulla base del timore nei confronti della Russia. In una vera e propria crisi militare, tuttavia, la logica potrebbe rivelarsi opposta, poiché i paesi che hanno i motivi maggiori per temere uno scontro incontrollato potrebbero anche avere il maggiore interesse a prevenirlo.”

Lukyanov ha concluso che «la razionalità non sempre prevale nella politica internazionale, ma ciò non significa che la Russia debba considerare l’Europa orientale una causa persa – perché i paesi più vicini a un conflitto potrebbero, in ultima analisi, avere le ragioni più valide per tenerlo sotto controllo». Tutto ciò è rilevante per la Polonia, che intende guidare l’Intermarium lungo il fianco orientale della NATO. I liberali al governo stanno tramando un’escalation contro la Russia, ma è il presidente conservatore ad avere l’ultima parola in qualità di comandante in capo.

Sta inoltre portando avanti una politica estera incentrata sugli Stati Uniti in contrapposizione a quella dei liberali, incentrata sull’Unione Europea, e nonostante sia un russofobo per convinzionedopo aver insultato i russi il mese scorso, egli si è impegnato per iscritto nel maggio 2025, prima del secondo turno delle elezioni presidenziali, a non schierare truppe in Ucraina. Karol Nawrocki potrebbe quindi accettare una serie di misure pragmatiche che gli sono state richieste da Trump a seguito dei colloqui avuti da quest’ultimo con Putin in merito, al fine di ridurre le tensioni e costruire una nuova architettura di sicurezza.

La proposta è stata illustrata in dettaglio qui, e può essere sintetizzata come un ridispiegamento parallelo delle forze statunitensi ed europee della NATO dagli Stati baltici alla Polonia, qualora la Russia riducesse le proprie forze in Bielorussia; ciò creerebbe zone cuscinetto parziali che rimarrebbero sotto l’ombrello nucleare dei rispettivi paesi protettori a fini deterrenti. Ciò potrebbe inoltre favorire progressi nella demilitarizzazione negoziata dell’Ucraina, al fine di estendere questa zona cuscinetto verso sud. Si getterebbero così le basi per una nuova architettura di sicurezza su cui poter costruire ulteriormente.

In sostanza, la Polonia guiderebbe la strategia di contenimento della Russia da parte della NATO 3.0 attraverso l’Intermarium, ma gli Stati baltici, la Bielorussia e l’Ucraina fungerebbero da zone cuscinetto parziali tra di essi per gestire in modo più efficace le tensioni, mentre gli Stati Uniti si disimpegnano relativamente dall’Europa per dare priorità all’Asia-Pacifico. Affinché questa proposta abbia qualche possibilità di successo, Putin deve discuterne con Trump durante una prossima telefonata, e sarebbe anche una buona idea riprendere senza indugio il dialogo tra Russia e Polonia.

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Tutti gli occhi sono puntati sulla Bielorussia in vista del presunto ritiro militare statunitense dall’Europa.

Andrew Korybko19 settembre
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Il potenziale ritiro di alcune forze statunitensi dagli Stati baltici al termine della revisione del proprio schieramento militare potrebbe essere seguito dalla NATO europea qualora la Russia accettasse di ritirare parte delle sue forze dalla Bielorussia, al fine di creare zone cuscinetto parziali nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.

La scorsa settimana la NBC ha riportato che gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di ritirare fino alla metà dei circa 80.000 soldati schierati in Europa, insieme a ingenti quantità di equipaggiamento. Ciò coincide con la campagna allarmistica europea, guidata da Polonia e Francia , secondo cui la Russia intende intensificare i suoi attacchi ibridi contro la NATO europea (E-NATO), trasformandoli in attacchi cinetici sempre più frequenti, che poi negherà. Anche la NATO europea sta attraversando una rapida militarizzazione, guidata da Polonia e Germania, mentre schiera un numero sempre maggiore di forze alle porte della Russia .

Le altissime tensioni tra NATO e Russia potrebbero attenuarsi con un potenziale ritiro delle forze statunitensi dall’Europa, a seconda del successo della seguente proposta diplomatica. Se alcune forze statunitensi venissero ritirate dagli Stati baltici, gli Stati Uniti potrebbero costringere i loro alleati della NATO a fare altrettanto, qualora la Russia procedesse con il ritiro di almeno una parte delle sue forze dalla Bielorussia, temendo che quest’ultima possa essere sfruttata come base di lancio per attaccare gli Stati baltici. La logica strategico-militare alla base di questa proposta richiede un approfondimento.

Così come la NATO orientale teme che la Russia possa sfruttare la Bielorussia come trampolino di lancio per attaccare gli Stati baltici, allo stesso modo la Russia teme che la NATO orientale possa sfruttare gli Stati baltici come trampolino di lancio per attaccare Kaliningrad, la Bielorussia o la Russia continentale. La NATO orientale afferma che il suo graduale rafforzamento militare negli Stati baltici ha lo scopo di dissuadere la Russia, mentre il rafforzamento regionale della Russia ha probabilmente lo scopo di dissuadere la NATO orientale. Il conseguente dilemma di sicurezza rischia di sfociare in una guerra di vaste proporzioni a causa di un errore di valutazione o di un’operazione sotto falsa bandiera (ucraina?) , ed è per questo che è urgente ridurre le tensioni.

La chiave di questa proposta è la Bielorussia, alleata della Russia nella difesa reciproca e Stato dell’Unione, con la quale gli Stati Uniti stanno attuando un rapido riavvicinamento , caratterizzato da una graduale revoca delle sanzioni in cambio del rilascio dei cosiddetti “prigionieri politici”. Il presidente Alexander Lukashenko si mostra ricettivo alle aperture di Trump 2.0 al fine di ridurre la pressione occidentale su più fronti esercitata sulla Bielorussia dall’inizio della fase su larga scala del conflitto ucraino , quasi cinque anni fa, e per controbilanciare la sproporzionata dipendenza dalla Russia.

Essi e Putin potrebbero quindi accordarsi su un’intesa in base alla quale qualsiasi previsto ritiro militare americano dagli Stati baltici porti a un parziale ritiro delle forze russe in Bielorussia, incentivato da un maggiore allentamento delle sanzioni per entrambi, a condizione che la NATO orientale ritiri le sue forze dagli Stati baltici. La Polonia, dove Trump sta valutando una presenza militare statunitense permanente e che già ospita il più grande esercito della NATO orientale , potrebbe quindi diventare il baluardo militare del blocco se vi ridispiegassero le proprie forze.

In precedenza è stato spiegato perché ” la Polonia sarebbe il miglior garante della sicurezza degli Stati baltici nella NATO 3.0 “, ovvero per ragioni geografiche, per i suddetti fattori militari e per la sua prevista leadership dell’Intermarium . Se questo assetto venisse attuato, gli Stati baltici e la Bielorussia potrebbero trasformarsi in zone cuscinetto parziali, entrambe sotto la protezione reciproca dei rispettivi alleati a scopo di deterrenza, il che potrebbe stimolare progressi nel processo di smilitarizzazione negoziata dell’Ucraina per lo stesso scopo.

Se abbinato a un meccanismo russo-americano (o forse polacco?) per verificare il rispetto degli accordi e affrontare eventuali problemi man mano che dovessero emergere (ad esempio, i voli di droni ucraini sullo spazio aereo bielorusso e baltico), allora le tensioni potrebbero essere ridotte e si potrebbero gettare le basi per l’ architettura di sicurezza europea del dopoguerra . Tutti gli occhi sono quindi puntati sulla Bielorussia in vista del previsto ritiro militare statunitense dall’Europa, poiché quel Paese e il suo leader sono fondamentali per questa visione, che mira a scongiurare una guerra di vaste proporzioni nel modo più realistico possibile.

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I liberali al governo in Polonia sembrano tramare una grave escalation contro la Russia.

Andrew Korybko19 settembre
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Le loro campagne allarmistiche sui presunti attacchi russi contro la Polonia, e soprattutto la proposta del primo ministro di una “coalizione antimissile” con l’Ucraina, suggeriscono che vogliano che la Polonia intercetti i proiettili russi sopra l’Ucraina, ma prima devono manipolare il presidente per ottenere la sua autorizzazione.

Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski è tornato a far parlare di sé poco dopo aver affermato che la NATO europea “sconfiggerebbe la Russia piuttosto rapidamente” in caso di guerra. Questa volta ha dichiarato che le azioni ibride russe contro l’Europa sono diventate “cinetiche”, come dimostrato dai recenti incidenti con droni e missili . Ha poi affermato che “la Russia sta chiaramente intensificando le sue azioni; la Russia è in guerra con l’Europa”. La drammatica conclusione di Sikorski è giunta significativamente dopo il discorso annuale della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen.

È stato recentemente spiegato che ” i piani di difesa di von der Leyen pongono l’Europa sulla strada della guerra con la Russia “, a causa dell’ottimizzazione dei processi decisionali militari del blocco e dell’espansione della sua influenza su paesi non membri come l’Ucraina, che farà parte del nuovo Consiglio di sicurezza europeo. Inoltre, i suddetti membri avranno il diritto, previsto dall’articolo 4, di convocare riunioni di emergenza ogniqualvolta si sentano minacciati, e l’UE proseguirà la fusione di fatto della propria industria della difesa con quella ucraina.

Il giorno dopo il suo discorso, pronunciato in concomitanza con la commemorazione dell’invasione sovietica del 1939, che Mosca insiste essere stata voluta per liberare gli slavi orientali oppressi dopo la fuga all’estero del governo, Sikorski ha concluso affermando che “la Russia è in guerra con l’Europa”. Nello stesso giorno, il Primo Ministro liberale Donald Tusk ha avvertito che “lo scenario più probabile” per il futuro prossimo è che la Russia effettui attacchi con droni o missili contro la Polonia , che poi definirà “incidenti”.

Praticamente come previsto, e alcuni polacchi sospettano cinicamente che si sia trattato di una reazione eccessiva premeditata per creare un effetto drammatico, le sirene d’allarme hanno risuonato nelle città polacche orientali di Lublino e Rzeszów dopo un altro attacco di precisione russo contro obiettivi ucraini al confine. Dopo il primo attacco di questo tipo contro un’infrastruttura ferroviaria la settimana scorsa, era prevedibile che altri attacchi potessero seguirne, quindi la notizia non è stata una sorpresa. Tuttavia, ha dato un’impressione di falsa credibilità all’avvertimento lanciato da Tusk all’inizio della primavera, secondo cui ci sarebbe stato un attacco russo “entro pochi mesi”.

Spingendosi ancora oltre con la sua campagna allarmistica, Tusk ha affermato di aver ricevuto un rapporto dal capo della CIA che metteva in guardia contro possibili attacchi russi alla Polonia, ma il portavoce per la politica estera del presidente conservatore Karol Nawrocki lo ha accusato di diffondere “una menzogna inventata per elettrizzare l’opinione pubblica”. Non ha specificato l’obiettivo, ma l’annuncio di Tusk secondo cui la Polonia si è appena unita alla “coalizione antimissile balistica” ucraina e le pressioni di Sikorski affinché la Polonia intercetti i proiettili russi sopra l’Ucraina lasciano intuire cosa vogliano.

La Polonia non ha ancora tentato una simile azione perché l’ex presidente conservatore Andrzej Duda e il suo successore Nawrocki hanno l’ultima parola in quanto comandanti in capo. Per quanto Nawrocki disprezzi la Russia, come dimostrato dal suo recente utilizzo di un insulto etno-nazionalista per riferirsi al suo popolo, non rischierà l’esistenza della Polonia autorizzando una così drastica escalation contro la Russia. La coalizione liberale al governo è tuttavia meno cauta e potrebbe quindi colludere con l’Ucraina per orchestrare una falsa bandiera e manipolarlo affinché lo induca a farlo .

I loro recenti messaggi potrebbero quindi essere un tentativo di predisporre l’opinione pubblica ad accettare questa escalation. Parallelamente, potrebbero lavorare dietro le quinte per simulare scenari con i loro alleati europei della NATO a seconda della risposta della Russia, ma tutto ciò è irrilevante se gli Stati Uniti non vogliono essere coinvolti. A quanto pare, Trump non vuole rischiare un’escalation potenzialmente incontrollabile, quindi è improbabile che Nawrocki – che si rimette agli Stati Uniti come Tusk si rimette alla Germania – autorizzi questa operazione, qualunque cosa accada.

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La campagna di attacchi alle locomotive della Russia minaccia di paralizzare la logistica militare dell’Ucraina.

Andrew Korybko18 settembre
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Se abbinati ad attacchi persistenti contro le stazioni di servizio, i porti, le centrali elettriche e altre infrastrutture ucraine per tutto il prossimo inverno, il conflitto potrebbe concludersi con una vittoria decisiva della Russia entro la prossima primavera, a condizione che questi attacchi portino a una svolta sul fronte.

A metà settembre, Politico ha pubblicato un articolo su come ” la Russia dà la caccia ai treni ucraini “. L’attenzione globale si è concentrata per la prima volta sugli attacchi di precisione russi contro questo elemento della logistica militare ucraina meno di una settimana prima, quando la Russia ha colpito per la prima volta una locomotiva al confine tra Ucraina e Polonia. L’ex primo ministro britannico Boris Johnson era appena passato di lì mentre l’ex direttore della CIA David Petraeus si trovava ancora in stazione, il che ha spinto i media occidentali a ipotizzare un tentativo di assassinio.

Riprendendo l’articolo di Politico, hanno riportato che “gli attacchi di Mosca hanno danneggiato o distrutto più di 500 locomotive dall’inizio dell’invasione su vasta scala nel 2022; oltre il 60% di queste è stato colpito negli ultimi otto mesi. Le Ferrovie Ucraine stanno perdendo dalle 37 alle 40 locomotive al mese”. Hanno anche citato il presidente dell’operatore ferroviario statale ucraino, il quale ha affermato che “il ritmo della distruzione è così rapido che le nostre risorse finanziarie (per effettuare le riparazioni) sono insufficienti”.

Un altro punto importante che Politico ha condiviso con il suo pubblico è che “[l’operatore ferroviario statale ucraino] utilizza uno scartamento di 1.520 millimetri, anziché lo standard di 1.435 millimetri utilizzato nella maggior parte d’Europa, limitando il numero di rotabili che i partner possono trasferire rapidamente. Solo gli Stati baltici e la Finlandia utilizzano materiale rotabile simile. La Lituania si è impegnata a inviare locomotive all’Ucraina nell’ambito del suo pacchetto di supporto invernale”. Ciò limita notevolmente il numero di locomotive di ricambio e di materiale rotabile disponibile per l’Ucraina.

Come valutato qui dopo il primo attacco con locomotiva russo al confine tra Ucraina e Polonia, “la Russia ora può effettuare attacchi di precisione ovunque in Ucraina e in qualsiasi momento a sua discrezione. Finché la Russia avrà munizioni a sufficienza… allora potrebbe sostenere indefinitamente tali attacchi per costringere l’Ucraina a significative concessioni unilaterali in vista della prevista ripresa dei colloqui trilaterali con gli Stati Uniti il ​​mese prossimo. L’escalation di Putin potrebbe anche mirare a prevenire la minaccia di Zelensky di chiudere lo spazio aereo russo “.

La nuova ” guerra di logoramento ” che gli Stati Uniti (e, cosa interessante, anche la Francia ) hanno aiutato l’Ucraina a condurre contro la Russia durante l’estate, nell’ambito della fallimentare operazione di influenza di 40 giorni di Zelensky, volta a costringere Putin a un cessate il fuoco, si è drasticamente ritorta contro di lui, provocando una lieve “escalation per de-escalation” di pari passo. Questa reazione si è poi concretizzata in attacchi mirati contro stazioni di servizio, porti e ora anche locomotive, minacciando di paralizzare la logistica militare ucraina e di interrompere il flusso di equipaggiamento NATO verso il fronte.

Putin ha quindi ribaltato Zelensky con una mossa di judo, scatenando la propria “guerra di logoramento” contro l’Ucraina in risposta a quella di Zelensky, e l’ultima isteria bellica europea è probabilmente una reazione alla consapevolezza dei suoi leader che la Russia potrebbe infliggere danni decisivi all’Ucraina entro la fine dell’inverno. La NATO europea può quindi scegliere se intensificare ulteriormente le ostilità, arrivando a intercettare i proiettili russi sull’Ucraina e/o a schierare un numero limitato di truppe sul territorio, con il rischio di una terza guerra mondiale, oppure accettare la potenziale e rapida sconfitta dell’Ucraina.

Non è quindi un’esagerazione prevedere che i continui attacchi di precisione russi contro le locomotive ucraine per tutto il prossimo inverno, se abbinati ad attacchi altrettanto continui contro le stazioni di servizio, i porti, le centrali elettriche e altre infrastrutture, potrebbero rivoluzionare le dinamiche del conflitto. Invece di un’altra guerra senza fine come quella che la NATO europea sta preparando , il conflitto potrebbe concludersi con una vittoria decisiva della Russia entro la prossima primavera, se questa campagna di attacchi di precisione portasse a una svolta sul fronte.

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Perché gli Stati Uniti non bombardano l’Iran con armi nucleari e la Russia non bombarda l’Ucraina?

Andrew Korybko21 settembre
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Non sono in grado di rispondere alle domande su cosa esattamente intendono bombardare con armi nucleari in quel luogo e su come ciò consentirebbe di raggiungere gli obiettivi dichiarati nei rispettivi conflitti.

All’inizio di settembre, RT ha ripubblicato un articolo di Vasily Kashin , direttore del Centro di Studi Europei e Internazionali della Scuola Superiore di Economia, intitolato ” L’America ha il potere di sconfiggere l’Iran. Perché non lo usa? “. Kashin ha dedicato del tempo a confrontare la Terza Guerra del Golfo con la Prima Guerra del Golfo (considerando che in tre dei quattro conflitti gli Stati Uniti furono direttamente coinvolti). All’epoca, gli Stati Uniti impiegarono più risorse, mobilitarono una coalizione più ampia e tollerarono perdite umane molto maggiori.

Secondo Kashin, la situazione è cambiata perché “il sistema politico che accettava tali rischi (in termini di perdite umane) nel 1990 sembra oggi non disposto ad accettarli”. Ha citato come prova il drammatico salvataggio di un aviatore abbattuto avvenuto la scorsa primavera e le forze statunitensi che operavano a notevole distanza dall’Iran. Kashin ha anche menzionato le presunte difficoltà finanziarie. Facendo eco al suo collega Fyodor Lukyanov, ha concluso che gli Stati Uniti “faticano a trasformare la loro superiorità militare nei risultati politici che desiderano”.

Il paragone di Kashin tra la terza e la prima guerra del Golfo è convincente e le sue conclusioni sono logiche, ma i due conflitti presentano due differenze molto importanti che spiegano perché gli Stati Uniti ora stiano mobilitando meno risorse, una coalizione più ristretta (essenzialmente solo Israele) e una minore tolleranza alle perdite. L’ultima è ampiamente percepita come una guerra di scelta per impadronirsi delle risorse energetiche dell’Iran, mentre la prima fu una risposta all’annessione del Kuwait da parte dell’Iraq e mirava quindi a costringerlo al ritiro completo.

Chiarite queste differenze, è giunto il momento di affrontare le conclusioni di Kashin, che riecheggiano quelle di Lukyanov. Non è la prima volta che gli Stati Uniti “hanno faticato a convertire la loro superiorità militare nei risultati politici desiderati”, come dimostrano le guerre di Corea e del Vietnam. Le opinioni divergono sul perché gli Stati Uniti non abbiano sganciato bombe atomiche sui rispettivi governi comunisti del nord, ma una spiegazione plausibile è che una reazione eccessiva di questo tipo avrebbe potuto essere interpretata come una tacita ammissione di sconfitta e avrebbe rischiato di innescare guerre di più ampio respiro.

Riguardo alla Terza Guerra del Golfo, a fine agosto a Trump è stato chiesto se avrebbe attaccato l’Iran con armi nucleari, domanda a cui ha risposto con rabbia dichiarando: “Sono stati completamente sconfitti militarmente, quindi li sconfiggo, e ora dovrei usare un’arma nucleare per di più? Che domanda stupida”. Questo avvalora la spiegazione secondo cui una reazione eccessiva, come l’attacco nucleare alla Corea del Nord, al Vietnam del Nord o all’Iran, sarebbe vista come sproporzionata e quindi dannosa per gli Stati Uniti, ancor più della sconfitta in quelle guerre.

Allo stesso modo, lo stesso vale per un eventuale attacco nucleare russo contro l’Ucraina, che verrebbe quasi certamente percepito come tale dagli avversari della Russia e probabilmente anche dal Sud del mondo. Ciò solleva anche interrogativi su cosa esattamente la Russia dovrebbe bombardare con armi nucleari in Ucraina e in che modo ciò le permetterebbe di raggiungere gli obiettivi dichiarati dalla Russia nel conflitto. Questa domanda risponde alla domanda, riformulata da Kashin, “Perché la Russia non sconfigge l’Ucraina pur avendone il potere?”. In poche parole, le armi nucleari non sono la soluzione né per la Russia né per gli Stati Uniti.

Ciononostante, l’Iran non rappresenta una minaccia per l’esistenza degli Stati Uniti, mentre la ” guerra di logoramento ” dell’Ucraina, sostenuta dalla NATO, potrebbe minacciare l’esistenza della Russia attraverso la sua graduale deindustrializzazione e smilitarizzazione. L’operazione di influenza di Zelensky, durata 40 giorni, è stata ben lungi dal raggiungere questo obiettivo, ma se dovesse mai essere ripresa su vasta scala e a tempo indeterminato , i calcoli della Russia potrebbero cambiare. Pur non sferrando un attacco nucleare contro l’Ucraina, potrebbe comunque radere al suolo le sue principali città con gli Oreshnik nel tentativo di ristabilire la deterrenza , ma Putin preferirebbe non dover arrivare a tanto per vincere.

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L’espansione del gruppo Azov in Polonia rappresenta una seria minaccia alla sicurezza nazionale.

Andrew Korybko20 settembre
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Le autorità avevano già messo in guardia sulle minacce alla sicurezza poste dai veterani traumatizzati, ma queste potrebbero assumere una dimensione nazionale se venissero strumentalizzate per sostenere le potenziali rivendicazioni territoriali dell’Ucraina nei confronti della Polonia e/o nell’ambito della grande provocazione sotto falsa bandiera che molti temono sia imminente.

Il battaglione Azov ucraino ha appena aperto scandalosamente un ufficio del suo “Corpo dei Veterani” a Varsavia, nel mezzo delle nuove tensioni politiche e sociali tra queste nazioni vicine a causa della glorificazione a livello statale della Volinia da parte di Zelensky. I responsabili del genocidio dell’OUN-UPA che Azov glorifica. Kresy.pl ha richiamato l’attenzione su questo, dopodiché la notizia è stata ripresa da Do Rzeczy , che ha citato il tweet di Marta Havryshko a riguardo. Si tratta di un’autrice e ricercatrice statunitense specializzata in nazionalismo ucraino, la quale ha scritto che:

“Le persone associate a un ambiente accusato di glorificare l’OUN e l’UPA, responsabili dell’omicidio di donne e bambini polacchi; di produrre una toppa con la scritta ‘Orgoglio della Volinia’ nel bel mezzo di una già tossica disputa storica polacco-ucraina; di far circolare toppe e mappe della ‘Grande Ucraina’ che si estendono nell’attuale territorio polacco; e di lodare la Divisione Galizia delle Waffen-SS, associata alla pacificazione di Huta Pieniacka e di altri villaggi polacchi, avranno ora un altro modo per raccogliere fondi dai polacchi.”

Paweł Usiądek, membro del Consiglio dei leader del partito di opposizione libertario-nazionalista Confederazione, ha reagito alla notizia con un post dettagliato , sottolineando come “Quattro istituzioni polacche parlino con una sola voce: gruppi di persone con esperienza in prima linea rappresentano una seria minaccia per la sicurezza dello Stato. Allo stesso tempo, un’organizzazione straniera che riunisce queste persone sta aprendo il suo primo centro in Europa nella capitale polacca. Domanda: dove sono gli stessi servizi che avevano messo in guardia su ciò che sta accadendo ora?”.

A prescindere dagli avvertimenti di queste quattro istituzioni, all’inizio del 2025 l’ex presidente Andrzej Duda aveva segnalato che i veterani ucraini traumatizzati potevano rappresentare una minaccia. Il ” Progetto Trident ” polacco, avviato in primavera, mira a contrastare preventivamente l’ondata di criminalità ucraina che si prevede travolgerà la Polonia una volta terminato il conflitto in corso . A tal proposito, ” l’Ucraina ha trascorso l’ultimo anno a preparare il terreno per chiedere risarcimenti e territori alla Polonia “, e questi stessi veterani potrebbero essere strumentalizzati a tal fine.

Grzegorz Braun, leader della Confederazione della Corona Polacca, partito di opposizione libertario-nazionalista, ha chiesto: “Perché una formazione le cui unità utilizzano gli emblemi delle SS dovrebbe occuparsi del reinserimento sociale dei veterani ucraini sul territorio polacco?”. Anche l’ex Primo Ministro Leszek Miller ha richiamato l’attenzione su come i predecessori di Azov abbiano contribuito a reprimere la Rivolta di Varsavia. Ha aggiunto che il loro comandante è stato onorato dallo Stato nel 2015 e che molte strade portano il suo nome.

Secondo sondaggi autorevoli, ” la polarizzazione polacca sulla questione ucraina è ormai la nuova normalità “, e la coalizione liberale al governo è destinata a perdere il potere dopo le prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. Si prevede che entrambe le tendenze, ampiamente interconnesse, si intensificheranno a causa di questo scandalo. Il sindaco liberale di Varsavia, Rafał Trzaskowski, che si era candidato senza successo alla presidenza con la coalizione di governo, non avrebbe mai dovuto permettere ad Azov di aprire il suo “Corpo dei Veterani” nella capitale polacca.

Oltre ai rischi per la sicurezza convenzionali associati a un gruppo neonazista anti-polacco composto da veterani traumatizzati che opera in Polonia, esiste un rischio non convenzionale legato al loro possibile coinvolgimento in un’operazione sotto falsa bandiera. Ci sono validi motivi per sospettare che una di queste operazioni sia attualmente in preparazione in Polonia, con l’obiettivo di manipolare il presidente conservatore e indurlo ad un’escalation contro la Russia, come auspicato dai liberali al governo . Pertanto, non sarebbe sorprendente se gli affiliati di Azov nel paese giocassero un ruolo in una simile provocazione.

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La Russia ha denunciato i doppi standard degli Stati Uniti nei confronti degli acquisti di energia da parte di diversi paesi asiatici.

Andrew Korybko18 settembre
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Le sanzioni vengono revocate per il Giappone, mentre Cina e India vengono “rimproverate e persino sottoposte a pressioni”.

A metà settembre, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha richiamato l’attenzione sul doppio standard degli Stati Uniti, che hanno sospeso le sanzioni contro il Giappone per l’importazione di petrolio e gas russi dal megaprogetto Sakhalin 2, mentre “rimproverano o addirittura fanno pressioni su Cina e India” per l’acquisto di energia dalla Russia. Ha aggiunto che molti Paesi hanno osservato come gli Stati Uniti “permettano al Giappone di sviluppare la cooperazione energetica con la Russia” e che “credo che ognuno debba trarne le dovute conclusioni”.

Per approfondire quanto da lei insinuato, il Giappone è un fedele alleato degli Stati Uniti, la cui leadership ha sempre creduto – a torto o a ragione – che gli interessi del Paese risiedano nel mantenimento dell’unipolarismo, mentre Cina e India si adoperano per facilitare gradualmente la multipolarità attraverso i BRICS . Di fatto, si prevede che la rete militare regionale di tipo NATO che gli Stati Uniti intendono creare nell’Asia-Pacifico, l’AUKUS+ , si baserà sul Giappone, a causa del suo triplice ruolo nel contribuire al contenimento simultaneo di Russia, Cina e Corea del Nord da parte degli Stati Uniti.

Al contrario, Cina e India hanno funzionato come valvole complementari contro la pressione delle sanzioni occidentali, aiutando l’economia russa a sopravvivere all’ondata di sanzioni senza precedenti imposta dall’Occidente negli ultimi cinque anni. Inoltre, la cooperazione tecnico-militare della Russia con l’India serve a scoraggiare le minacce convenzionali su larga scala del Pakistan, sostenuto dagli Stati Uniti, contro il suo tradizionale partner sud-asiatico, mentre il sistema di allerta missilistica che la Russia sta aiutando a costruire con la Cina riduce le probabilità di un primo attacco devastante da parte degli Stati Uniti.

Di conseguenza, il rafforzamento della sicurezza nazionale russa rende più difficile per gli Stati Uniti ricattarla sul piano strategico-militare; ecco perché gli Stati Uniti non revocano le sanzioni sulle importazioni di energia russa, come hanno fatto con il Giappone. Certo, non hanno imposto sanzioni secondarie radicali, ma solo per contribuire a riequilibrare il mercato globale. Allo stesso modo, la revoca delle sanzioni contro il Giappone contribuisce a sostenere la sua fragile economia, aspetto cruciale in un momento in cui lo yen è sempre più instabile .

Allo stesso tempo, è vero che gli Stati Uniti hanno “rimproverato e persino fatto pressione” su Cina e India per i loro acquisti di energia russa, mentre hanno permesso al Giappone di procedere senza problemi, dimostrando così alla comunità internazionale che la ricerca della sovranità ha un prezzo, mentre la sottomissione viene premiata. Se però la Terza Guerra del Golfo non avesse destabilizzato il mercato energetico globale, gli Stati Uniti avrebbero potuto avere un successo relativamente maggiore nel costringere Cina e India a ridurre le loro importazioni di energia russa.

A causa della complessa interdipendenza dell’economia americana con gli scambi commerciali con l’emisfero orientale, la maggior parte dei cui principali mercati dipendono in larga misura dalle importazioni di energia dal Golfo, gli Stati Uniti non possono punire eccessivamente Cina, India e altri Paesi senza rischiare gravi danni. Poiché non si prevede una stabilizzazione del mercato energetico globale prima del prossimo anno, ciò significa che la Terza Guerra del Golfo ha inavvertitamente ridotto, almeno per il momento, il potere contrattuale degli Stati Uniti in termini di sanzioni e tariffe sulle esportazioni energetiche russe.

Certamente, gli Stati Uniti conservano ancora una certa influenza, ma non è minimamente paragonabile a quella che avevano prima della guerra, il che potrebbe contestualizzare la recente ripresa del loro ruolo nel processo di pace russo-ucraino. Dopo aver compreso di non poter esercitare la stessa pressione sulla Russia e sui suoi partner di prima, è possibile che abbia deciso di esplorare nuovamente vie diplomatiche per promuovere gli interessi statunitensi in quel conflitto. Naturalmente, potrebbe anche cambiare idea e intensificare la pressione, ma ciò comporterebbe un rischio enorme per l’economia americana.

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Si prevede che lo status di “membro associato” del Canada nell’UE creerà problemi alla Russia nell’Artico.

Andrew Korybko18 settembre
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Una più stretta coordinazione militare-di sicurezza tra Canada e UE promuove la visione statunitense della NATO 3.0, in cui gli alleati si assumono maggiori responsabilità nel perseguimento di interessi comuni, che in questo caso consistono nel contenimento della Russia nell’Artico.

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione , la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha invitato il Canada a diventare ” membro associato ” del blocco, un rapporto che attualmente non esiste . Sebbene non sia chiaro cosa ciò comporti, data la sua natura senza precedenti, Trump ha preventivamente avvertito che gli Stati Uniti avrebbero imposto “tariffe molto elevate” all’UE se questa mossa fosse stata “un atto ostile” con “cattive intenzioni”, forse alludendo allo scenario di un’invasione del mercato statunitense da parte di merci europee attraverso il Canada.

I funzionari russi non hanno ancora reagito in modo simile, e forse non lo faranno mai, ma ci si aspettava già che il Canada cooperasse con l’UE nell’Artico in modi che minacciano gli interessi della Russia, come dettagliato nell’analisi sul perché ” Il fronte artico del ‘Cordon Sanitaire’ rappresenta la minaccia maggiore per la Russia “. La direttrice del Centro per gli studi interdisciplinari sull’Artico della Scuola Superiore di Economia, Irina Strelnikova, ha casualmente pubblicato, quello stesso giorno, un’analisi su come l’UE intende militarizzare l’Artico .

Il Primo Ministro canadese Mark Carney ha formalmente presentato domanda di adesione alla Forza di Spedizione Congiunta (JEF) a guida britannica, che comprende i Paesi nordici, gli Stati baltici e i Paesi Bassi. I primi due gruppi di Paesi possono essere collettivamente descritti come il Blocco Vichingo , che dovrebbe contenere più attivamente la Russia lungo il fronte artico-baltico di fatto unificato del “cordone sanitario”. L’adesione del Canada alla JEF porterà quindi a un maggiore coordinamento con il Blocco Vichingo.

Dal punto di vista della grande strategia statunitense, finché l’UE non sfrutta il Canada come porta d’accesso secondaria al mercato statunitense, la sua “adesione come membro associato” al blocco non rappresenta un problema. Anzi, una più stretta coordinazione militare-di sicurezza tra Canada e UE promuove la visione statunitense della NATO 3.0 , in cui gli alleati si assumono maggiori responsabilità per il perseguimento di interessi comuni, che in questo caso consistono nel contenere la Russia nell’Artico. L’ambasciatore statunitense presso la NATO ha persino recentemente dichiarato di voler affidare agli Stati Uniti la difesa convenzionale dell’Europa.

Un coordinamento strategico più stretto tra Canada e UE incarna anche il concetto di “Grande Europa” nel senso che l’UE espande la sua influenza in un altro paese extraeuropeo. Allo stesso modo, una maggiore influenza politica dell’UE sul Canada probabilmente non metterà in discussione in modo significativo l’influenza predominante degli Stati Uniti in quel paese, ma potrebbe portare a una ridefinizione delle priorità della ” Fortezza ” di Trump 2.0. Obiettivi ” americani “. Si riferisce al ripristino, da parte degli Stati Uniti, dell’egemonia sull’emisfero occidentale.

Se l’influenza degli Stati Uniti sul Canada venisse relativamente indebolita dall’adesione “associata” del suo vicino settentrionale all’UE, pur senza intaccare l’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale, allora Trump 2.0 potrebbe concentrarsi maggiormente sul ripristino della tradizionale influenza americana sull’Iberoamerica. A seconda della forma che assumerà questo processo e della sua durata, l’identità internazionale degli Stati Uniti potrebbe essere rimodellata in linea con le tendenze demografiche interne, assumendo un’identità complessivamente più ispanica che europea.

Tornando all’argomento principale dopo questa breve digressione, si prevede che l’adesione “associata” del Canada all’UE creerà problemi alla Russia, aggravando la minaccia che dovrà affrontare nell’Artico, minaccia che cambierà qualitativamente con la sinergia tra i due Paesi nei loro sforzi di contenimento nella regione. L’asse anglo-americano continuerà a supervisionare questo processo, dapprima attraverso la JEF (Joint Expansion Force) e poi attraverso la sua influenza predominante sul Canada, rimanendo così i principali avversari geostrategici della Russia.

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Una maggiore pressione occidentale sulla Russia potrebbe condurre il mondo sulla strada della bipolarità e della multipolarità.

Andrew Korybko18 settembre
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La guerra infinita che ci si aspetterebbe in seguito a una maggiore pressione occidentale sulla Russia potrebbe rendere la Russia più dipendente dalla Cina e l’UE più dipendente dagli Stati Uniti, facendo così deragliare bruscamente la transizione sistemica globale verso la multipolarità e trasformando le relazioni internazionali in un sistema bi-multipolare.

L’ex direttore della CIA David Petraeus , che in precedenza ha ricoperto ruoli di primo piano al CENTCOM, ha recentemente pubblicato un articolo sul Washington Post intitolato ” La corsa per rendere insostenibile l’aggressione di Putin “. Ha sostenuto che i partner europei dell’Ucraina dovrebbero “trattare la base industriale della difesa del paese come un’estensione della propria”, implicando così ulteriori finanziamenti in bianco per Kiev, e ha espresso il suo sostegno al Lindsey O. Graham Sanctioning Russia Act . Queste misure, a suo dire, costringerebbero Putin a un cessate il fuoco .

Questo perché Petraeus ritiene che “la guerra si stia trasformando in una corsa tra due teorie di vittoria. La Russia scommette sul fatto che le risorse umane, le difese aeree, le infrastrutture, le finanze e il sostegno occidentale dell’Ucraina si esauriranno prima di quelli russi. L’Ucraina scommette di poter impedire alla Russia di ottenere vantaggi decisivi, imponendo al contempo costi militari, economici e politici che aumentano più rapidamente di quanto Mosca possa assorbire”. Ha anche citato il recente articolo di Eric Schmidt su come “la corsa alla scala stia diventando decisiva”. Si tratta di considerazioni sensate.

Il problema, tuttavia, è che la Russia sta tenendo il passo con l’Ucraina in questa “corsa alla scala” e, per certi aspetti, la sta persino superando, come riconoscono sia Petraeus che Schmidt. Pertanto, il consiglio di Petraeus, secondo cui i partner europei dell’Ucraina dovrebbero “trattare la base industriale della difesa del paese come un’estensione della propria”, condannerà la trasformazione del conflitto ucraino in una guerra senza fine , che comporterà un rapido aumento dei costi economici e di altro tipo per l’Europa. L’UE potrebbe non avere le risorse necessarie per affrontare una situazione del genere.

Per quanto riguarda i costi che Petraeus prevede che il Sanctioning Russia Act imporrà alla Russia, egli ipotizza che Trump autorizzerà dazi doganali paralizzanti sui principali partner energetici della Russia, cosa che potrebbe non fare dato che la Terza Guerra del Golfo ha reso l’economia statunitense particolarmente vulnerabile in caso di un’altra guerra commerciale. Allo stesso modo, ipotizza anche che in tale scenario questi paesi abbandonerebbero la Russia, nonostante la crisi energetica globale innescata dalla suddetta guerra renda l’energia russa a basso costo fondamentale per la loro stabilità economica .

È più probabile che Trump minacci dazi paralizzanti attraverso il Sanctioning Russia Act, ma non li imponga, almeno non prima delle elezioni di medio termine, continuando nel frattempo il doppio gioco dei negoziati con la Russia e sostenendo la ” guerra di logoramento ” dell’Ucraina contro di essa. Petraeus ritiene che il tempo non sia più dalla parte della Russia, ma che la graduale escalation di Putin dall’estate scorsa stia aumentando i costi per l’Ucraina, e questi potrebbero addirittura intensificarsi durante l’inverno se la Russia dovesse attaccare con tutte le sue forze le infrastrutture del paese .

Se l’Occidente aumenta i costi per la Russia attraverso il suo sostegno multiforme all’Ucraina e l’imposizione di dazi sui principali partner energetici della Russia, ci si aspetta che la Russia aumenti a sua volta i costi per l’Ucraina, il che potrebbe comportare per l’Europa costi finanziari e strategici significativi che quest’ultima potrebbe non essere in grado di sostenere. Gli unici due paesi che trarrebbero vantaggio in questo scenario sarebbero gli Stati Uniti e la Cina, poiché l’UE e la Russia, rispettivamente, diventerebbero più dipendenti da loro se il conflitto si trasformasse davvero in una guerra senza fine.

In tal caso, il nuovo ordine mondiale diventerebbe bruscamente bi-multipolare , senza proseguire verso la multipolarità né tornare all’unipolarità. Gli Stati Uniti e la Cina sarebbero le due superpotenze, al di sotto delle quali si troverebbe un piccolo gruppo di Grandi Potenze, seguito dalle potenze regionali/medie e infine da tutti gli altri. L’UE potrebbe accontentarsi di essere il partner minore degli Stati Uniti in un futuro bi-multipolare, ma la Russia potrebbe non volerlo essere per la Cina, sebbene in questo scenario potrebbe avere difficoltà a evitare tale destino.

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L’Arabia Saudita potrebbe essere costretta dall’Occidente a riconoscere la divisione dello Yemen in due stati.

Andrew Korybko17 settembre
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Gli Stati Uniti potrebbero riconoscere lo stato di fatto degli Houthi come parte di un grande accordo regionale con l’Iran e per il suo contributo alla ripresa del mercato energetico globale, il che porterebbe probabilmente l’UE a fare altrettanto in tale scenario, lasciando poi all’Arabia Saudita poche alternative se non quella di procedere allo stesso modo per porre fine alla guerra.

L’offensiva lampo degli Houthi lungo la costa yemenita del Mar Rosso e nelle isole vicine ha conferito loro un’influenza determinante su Bab el-Mandab. Ha inoltre messo in luce la fragilità della NATO islamica, dopo che Pakistan e Turchia non sono intervenuti in soccorso dell’alleato saudita in seguito alla serie di attacchi del gruppo contro le infrastrutture energetiche del regno, paralleli all’offensiva stessa. In relazione a questi eventi, l’Arabia Saudita ha annullato alcune spedizioni di petrolio verso l’UE dopo la sospensione dell’oleodotto Est-Ovest.

Le conseguenze sul fronte energetico degli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita potrebbero essere sfruttate da Riad per incoraggiare gli europei ad aderire alla sua coalizione contro il gruppo, ma la loro riluttanza ad unirsi alla coalizione precedentemente proposta dagli Stati Uniti contro l’Iran suggerisce che rifiuteranno. L’Arabia Saudita non è in grado di scacciare gli Houthi da sola, come dimostrano gli ultimi 11 anni di tentativi e la sua recente richiesta di supporto aereo americano, che Trump avrebbe respinto. Potrebbe quindi essere costretta a raggiungere un accordo con loro per porre fine alla guerra.

Finora l’Arabia Saudita si è rifiutata di farlo, poiché il principe ereditario Mohammed bin Salman (MBS) non vuole accettare l’epica sconfitta del suo paese per ragioni legate alla sua eredità politica ed è a disagio con uno stato ostile, allineato con l’Iran, alle sue porte. Allo stato attuale, tuttavia, nessuno può affermare in modo credibile che l’Arabia Saudita stia vincendo la guerra. Inoltre, lo stato di fatto degli Houthi esiste già da oltre un decennio. L’Arabia Saudita è impotente a cambiare questa situazione, quindi accettarla finalmente sarebbe la cosa più sensata.

Ciononostante, MBS potrebbe comunque rifiutarsi di farlo per le ragioni legate alla sua eredità, ma le pressioni occidentali potrebbero costringerlo a riconsiderare la sua posizione. Il presunto rifiuto da parte di Trump della sua richiesta di supporto aereo è in linea con le notizie secondo cui gli Stati Uniti starebbero valutando una drastica riduzione della loro presenza militare regionale, se non un ritiro completo , che potrebbe far parte di un accordo con l’Iran, anche se concordato segretamente e non ufficiale. Anche il riconoscimento da parte degli Stati Uniti dello stato di fatto degli Houthi potrebbe essere un’opzione, qualora questi accettassero di arrestare la loro espansione.

Dopotutto, Trump ha recentemente dichiarato che gli Houthi e gli Stati Uniti non hanno problemi tra loro, nonostante i bombardamenti americani all’inizio dello scorso anno, quindi sembra aver accettato il perpetuarsi del loro stato di fatto e potrebbe persino immaginare una futura partnership nel settore minerario nell’ambito di un grande accordo regionale. Allo stesso modo, l’UE ha ragioni legate all’energia per fare lo stesso, al fine di garantire il passaggio sicuro delle petroliere attraverso Bab el-Mandab, quindi anche loro potrebbero riconoscere lo stato di fatto degli Houthi.

Il riconoscimento occidentale di tale situazione eserciterebbe un’enorme pressione sull’Arabia Saudita affinché ponga fine alla guerra, cosa che gli Stati Uniti potrebbero desiderare nell’ambito di un più ampio accordo regionale con l’Iran e per favorire la ripresa del mercato energetico globale, in linea con gli interessi dell’UE. Se ciò dovesse avvenire nell’ambito di un formale ritiro militare statunitense dalla regione, se non addirittura di un ritiro completo, l’Arabia Saudita potrebbe non avere altra scelta. Essere lasciata sola a combattere gli Houthi, con gli Stati Uniti che chiudono un occhio sulla sua difficile situazione, rappresenterebbe una condanna a morte geopolitica.

Questa guerra ha dimostrato che l’Arabia Saudita è una tigre di carta, a differenza dei suoi alleati pakistani e turchi che l’hanno abbandonata nel momento del bisogno, ed è solo una potenza regionale come loro, anziché la grande potenza che MBS credeva che il suo regno fosse già. Questa è una dura lezione per lui, e prima la accetterà, prima l’Arabia Saudita potrà uscire da questo pantano che sta infliggendo costi economici crescenti, con il rischio di conseguenze impreviste per il suo regno.

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Fino a che punto potrebbe spingersi Israele nel sostenere la richiesta dell’Etiopia di ottenere un accesso diretto al mare?

Andrew Korybko22 settembre
 
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Potrebbe aiutare l’Etiopia a difendere il Somaliland e/o a sconfiggere l’Eritrea, oppure potrebbe dissuadere l’Egitto e/o la Turchia dall’intervenire in uno dei due scenari di conflitto, pena il rischio di scatenare una guerra su vasta scala qualora lo facessero.

L’ambasciatore israeliano in Etiopia, Avraham Neguise ha dichiarato all’inizio di settembre che «rafforzare e potenziare l’Etiopia e garantire la stabilità nel Mar Rosso è nell’interesse di tutti, non solo dell’Etiopia. Israele sostiene l’Etiopia in questo sforzo. Questa è la chiara politica di Israele». Il contesto riguarda il tentativo, che dura ormai da diversi anni, da parte dell’Etiopia di ottenere un accesso diretto al mare per alleviare la sua dipendenza quasi totale da Gibuti. L’Etiopia intende inoltre ricostruire la propria marina militare per garantire le rotte logistiche marittime da cui dipende la sua stabilità economica.

I lettori possono trovare ulteriori informazioni su questa politica qui, compreso il legame tra stabilità economica, stabilità politica e sicurezza interna, mentre questa analisi qui descrive il modo in cui l’Egitto, storico rivale dell’Etiopia, si è affidato all’altro suo rivale, l’Eritrea, per ostacolare il proprio accesso diretto al mare. La Somalia, che oggi può essere descritta come un condominio congiunto egiziano-turco, svolge un ruolo complementare a causa del suo rifiuto di riconoscere la ripristinata indipendenza del Somaliland, stretto partner dell’Etiopia.

Di conseguenza, l’Eritrea funge da braccio armato dell’Egitto per attuare la strategia del “divide et impera” in Etiopia, sostenendo diversi gruppi armati antigovernativi, alcuni dei quali sono definiti come terroristi da Addis Abeba. Allo stesso modo, la Somalia e i suoi due protettori minacciano collettivamente il Somaliland, mettendo così a rischio i collegamenti logistici dell’Etiopia verso il mare attraverso quel Paese. Alla fine dello scorso anno, Israele ha riconosciuto il Somaliland in parte a causa della sua nuova rivalità con la Turchia, mentre quella gradualmente riaccesa con l’Egitto potrebbe portare a un deterioramento anche dei rapporti tra Israele ed Eritrea.

Israele non è l’unico Paese la cui politica regionale converge sempre più con quella dell’Etiopia, poiché lo stesso vale anche per gli Emirati Arabi Uniti. Proprio come Israele, gli Emirati Arabi Uniti hanno stretti legami con il Somaliland, dove, secondo quanto riferito, stanno costruendo una nuova base aerea, sono in rivalità con la Turchia e l’Egitto, e i loro rapporti con l’Eritrea si sono da tempo inaspriti. Anche Israele e gli Emirati Arabi Uniti sono partner strategici l’uno dell’altro, mentre entrambi intrattengono ottimi rapporti con l’Etiopia; sono quindi creati i presupposti per un coordinamento trilaterale delle loro azioni nel Corno d’Africa.

Ciò porta a chiedersi fino a che punto Israele potrebbe spingersi nel sostenere la richiesta dell’Etiopia di un accesso diretto al mare. Il suo sostegno politico è stato confermato dal proprio ambasciatore, mentre il sostegno militare potrebbe includere la difesa congiunta del Somaliland qualora questo venisse attaccato dalla Somalia, dall’Egitto e/o dalla Turchia. L’Etiopia intrattiene ottimi rapporti con la Turchia nonostante le divergenze sul Somaliland; pertanto, nell’ipotesi di un attacco turco al Somaliland, solo Israele potrebbe colpire le forze turche dalla sua presunta base aerea congiunta con gli Emirati Arabi Uniti situata in quella zona.

Se la “guerra ibrida” dell’Eritrea contro l’Etiopia dovesse scatenare un’altra guerra convenzionale, Israele potrebbe sferrare attacchi contro l’Eritrea. È anche possibile che Israele non si lasci coinvolgere direttamente in nessuno dei due conflitti, ma cerchi invece di scoraggiare il coinvolgimento di Egitto e/o Turchia minacciando di scatenare una guerra su vasta scala qualora intervenissero, rendendo così più facile per l’Etiopia difendere il Somaliland e/o sconfiggere l’Eritrea. Il sostegno di Israele alla ricerca da parte dell’Etiopia di un accesso diretto al mare è la conseguenza naturale del fatto che i rivali di Israele, Egitto e Turchia, stiano cercando di ostacolare tale obiettivo.

Se ci riusciranno, l’Etiopia rimarrà sotto controllo, e l’Egitto potrebbe allora tentare di “balcanizzare” l’Etiopia sfruttando la propria crescente influenza sullo stretto di Bab el-Mandab per tagliare fuori la logistica marittima da cui dipende l’economia etiope, innescando così un collasso nazionale. La ricchezza che ne deriverebbe e che l’Egitto potrebbe sottrarre a quella che sarebbe ormai l’ex Etiopia potrebbe accelerare la sua ascesa come potenza regionale e renderlo una minaccia molto più temibile per Israele. Questo è proprio lo scenario che Israele vuole evitare.

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L’Occidente potrebbe presto intensificare la pressione sull’India affinché prenda le distanze dalla Russia.

Andrew Korybko22 settembre
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Sembra che Stati Uniti e Francia stiano coordinando un’operazione di pressione concertata contro l’India.

Il popolare portale russo Izvestia ha riportato la notizia di un articolo a pagamento di Bloomberg secondo cui l’India potrebbe ridurre le importazioni di petrolio russo, pari al 45% del totale il mese scorso, per evitare i dazi statunitensi fino al 100% imposti di recente da Trump , che gli conferiscono il potere di sanzionare i principali partner energetici della Russia. All’inizio di settembre, ” Il massimo diplomatico indiano ha segnalato che l’India si opporrà a qualsiasi nuova pressione statunitense sugli acquisti di petrolio russo “, considerati indirettamente essenziali per la sicurezza nazionale del Paese.

Tuttavia, tale pressione potrebbe presto aumentare, come suggerisce non solo l’approvazione del suddetto disegno di legge sui dazi punitivi. Gli Stati Uniti e la Cina stanno negoziando un’estensione della tregua nella guerra commerciale in vista della visita di Xi prevista per la fine di questa settimana. Secondo il Financial Times , i disaccordi attuali riguardano principalmente la durata dell’accordo . Qualora si raggiungesse un accordo su tale estensione, gli Stati Uniti presumibilmente non imporranno dazi punitivi alla Cina per i suoi acquisti di petrolio russo, il che attirerebbe l’attenzione su quelli dell’India.

Sebbene gli Stati Uniti traggano vantaggio dall’equilibrio di potere russo-americano tra India e Stati Uniti, poiché i benefici strategici che l’India ne ricava le consentono di fungere da contrappeso alla Cina, Trump 2.0 potrebbe comunque diventare “geopoliticamente avido” e volere che gli Stati Uniti diventino il partner principale dell’India. In tale scenario, la minaccia di dazi punitivi sulle importazioni di petrolio russo potrebbe essere usata come spada di Damocle per fare pressione sull’India affinché riduca gradualmente tali dazi, parallelamente alla sua adesione alla coalizione occidentale di Hormuz.

A tal proposito, il Ministro degli Esteri francese ha proposto di collaborare con l’India per garantire la “libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e nello Stretto di Bab el-Mandeb ” durante i colloqui con il suo omologo a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Ciò coincide con l’accordo raggiunto dai presidenti francese e statunitense sulla questione di Hormuz, come riportato in un tweet di Emmanuel Macron dopo il suo colloquio con Trump. La potenziale partecipazione dell’India alla coalizione occidentale per Hormuz, sebbene soggetta a pressioni tariffarie qualora si concretizzasse, sarebbe significativa.

Innanzitutto, significherebbe che gli Stati Uniti hanno deciso di fare pressione sull’India per le sue importazioni di petrolio russo, chiudendo un occhio su quelle cinesi per tutta la durata della probabile tregua nella guerra commerciale, suggerendo quindi che gli Stati Uniti si sentono più a loro agio a esercitare pressioni sull’India su questo tema piuttosto che sulla Cina. In secondo luogo, la partecipazione dell’India confermerebbe che tale pressione tariffaria è stata efficacemente utilizzata dagli Stati Uniti come arma, e il terzo significato risiede nel fatto che l’India si è unita alla coalizione per sbloccare forniture di petrolio alternative a quelle russe.

In quarto luogo, i responsabili politici russi potrebbero notare il successo della politica statunitense di costringere l’India, attraverso pressioni tariffarie, ad allontanarsi dal loro Paese, giungendo alla conclusione che la Russia non sia in grado di fungere da contrappeso affidabile alla Cina. Ciò implicherebbe che la Russia potrebbe rafforzare il suo legame con la Cina, con tutte le ripercussioni che questo potrebbe avere sui rapporti con l’India. Infine, l’associazione dell’India con una coalizione navale occidentale potrebbe danneggiare la sua reputazione di neutralità, faticosamente conquistata, agli occhi del Sud del mondo.

Il coinvolgimento della Francia nel coordinamento di quella che sembra essere una campagna di pressione concertata da parte degli Stati Uniti contro l’India è significativo, dato che la Francia è ora il secondo partner commerciale dell’India nel settore degli armamenti e ha eroso la quota di mercato della Russia nell’ultimo decennio. Non si può quindi escludere che gli Stati Uniti possano minacciare ulteriori sanzioni ai sensi del CAATSA contro l’India, qualora le tariffe minacciate avessero successo, al fine di accelerare tale tendenza. La partecipazione dell’India alla coalizione occidentale di Hormuz potrebbe pertanto avere ripercussioni negative sui suoi futuri rapporti con la Russia.

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L’AfD in un mondo multipolare, di Bob Hickok

L’AfD in un mondo multipolare

di Bob Hickok

19 settembre
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD si stia inserendo nella più ampia rivolta multipolare contro l’ordine politico atlantista.

I recenti successi dell’AfD l’hanno spinta ancora più al centro del dibattito politico tedesco, con risultati positivi nell’Est, un crescente consenso a livello nazionale e rinnovati scontri su immigrazione, energia, Russia e limiti del “muro di fuoco” politico del Paese. Da una prospettiva multipolare, l’ascesa dell’AfD è significativa perché mette in discussione il consenso post-Guerra Fredda sull’allineamento della Germania con Washington, Bruxelles e il sistema atlantista, e solleva la questione se Berlino possa perseguire un ruolo più indipendente tra i centri di potere globali in competizione.

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Nei sondaggi nazionali, l’AfD è ormai stabilmente in vantaggio sulla CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del Cancelliere Merz). I sondaggi pubblicati a metà settembre la davano tra il 27 e il 30% , mentre l’Unione si attestava perlopiù tra il 18 e il 20% . L’INSA attribuiva all’AfD il 29% il 15 settembre, contro il 19,5% della CDU; il GMS la dava al 30%. I sondaggi sono istantanee, non elezioni, ma il quadro che emerge da diversi istituti è chiaro: l’AfD ha superato la posizione di grande partito di protesta ed è entrata in competizione per il primo posto a livello nazionale. Persino la Bassa Sassonia, lontana dalla roccaforte orientale dell’AfD, ha prodotto un altro risultato sorprendente il 13 settembre. Il partito ha ottenuto il 15,9% alle elezioni comunali dello stato, più del triplo rispetto al 2021, superando i Verdi e diventando la terza forza politica. A Salzgitter, è diventato il partito più grande nel consiglio comunale con il 27,39%.

La prossima prova arriva quasi subito. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino voteranno il 20 settembre. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbe riservare un altro risultato sorprendente nell’est, sebbene gli ultimi sondaggi si siano fatti molto più serrati. Un sondaggio INSA pubblicato il 16 settembre dava l’AfD al 37% e l’SPD (Partito Socialdemocratico) al 35%. Un sondaggio ZDF pubblicato il giorno successivo ha ribaltato la situazione, portando l’SPD al 37% e l’AfD al 36%, con il 21% degli intervistati ancora indecisi. Il cambiamento riflette la popolarità personale della leader dell’SPD Manuela Schwesig, così come i tentativi degli elettori di altri partiti di concentrarsi su di lei. La CDU, nel frattempo, si attesta intorno al 6-7% nei sondaggi e si trova di fronte alla straordinaria possibilità di faticare a rimanere nel parlamento regionale. Il candidato dell’AfD, Leif-Erik Holm, ha incentrato la sua campagna elettorale sui temi del costo del carburante, della sanità, della stagnazione economica e degli interessi regionali. Qualunque sia il risultato finale, un voto per l’AfD intorno al 35% rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto al 16,7% ottenuto nel 2021.

A Berlino la situazione è diversa, ma correlata. Lì l’AfD non è in testa, ma l’ultimo sondaggio ARD BerlinTrend la dava al 18%, dietro alla Sinistra al 21% e alla CDU al 20%, e davanti ai Verdi al 16% e all’SPD al 12%. Il tema degli alloggi e degli affitti ha dominato la campagna elettorale più dell’immigrazione. L’AfD ha collegato la carenza di alloggi a Berlino in parte alla crescita demografica dovuta all’immigrazione. L’importanza di Berlino risiede meno in una vittoria dell’AfD che nel crollo della vecchia geometria partitica. CDU, SPD, Verdi, Sinistra e AfD sono ora ammassati in un sistema politico in cui la formazione di governi senza uno dei partiti maggiori può richiedere coalizioni sempre più complesse e bizzarre.

La risposta del cancelliere Merz si è fatta più dura con l’affermarsi dell’AfD. Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, ha accusato il partito di sostenere politiche equivalenti a una “pulizia etnica” attraverso il suo concetto di remigrazione . L’AfD respinge tale definizione e afferma che le sue proposte riguardano l’immigrazione clandestina, l’espulsione di persone senza diritto di soggiorno e una più rigorosa applicazione della legge sull’immigrazione vigente. Lo stesso Merz ha affermato che la Germania ha bisogno di più espulsioni, sostenendo al contempo che il Paese deve distinguere tra chi lavora legalmente e contribuisce all’economia e chi è tenuto a lasciare il Paese. La controversia, quindi, non riguarda solo l’entità dell’immigrazione, ma anche il significato e la possibile portata della remigrazione. La formulazione di Merz ha suscitato una reazione furiosa da parte dell’AfD, mentre il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha riacceso le richieste, da parte di alcuni politici dell’SPD e di altri oppositori, di valutare una procedura di divieto dell’AfD. Il senatore degli Interni di Amburgo, Andy Grote, ha appoggiato la creazione di un gruppo di lavoro federale-statale per studiare se sussistano i requisiti costituzionali per un simile caso. Altri hanno avvertito che tentare di mettere al bando un partito subito dopo un’importante vittoria elettorale comporterebbe seri rischi politici e legali.

Lo sviluppo più importante dal punto di vista multipolare, tuttavia, potrebbe essere emerso al di fuori della campagna elettorale. Il 18 settembre Reuters ha riportato che i leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla, stanno preparando possibili colloqui nel 2027 con Kirill Dmitriev, uno dei principali inviati economici di Vladimir Putin, per il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania. L’incontro proposto dipenderebbe dai progressi verso una soluzione della guerra in Ucraina, e tra le possibili sedi discusse figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India. Reuters ha riferito che potrebbero essere coinvolte anche personalità legate alla diplomazia statunitense, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. L’AfD chiede da tempo la revoca delle sanzioni sull’energia russa e sostiene che l’energia a basso costo proveniente dalla Russia abbia contribuito a sostenere la forza industriale tedesca. I critici replicano che ricostruire questo rapporto ricreerebbe una pericolosa dipendenza da Mosca. Tale disaccordo ora va ben oltre la politica energetica. La questione riguarda il ruolo della Germania nel mondo: se Berlino debba rimanere saldamente ancorata all’attuale struttura di sicurezza atlantista o cercare maggiore spazio per relazioni indipendenti con la Russia e altre potenze non occidentali.

Questa disputa di politica estera si interseca direttamente con i problemi economici della Germania. L’AfD presenta la combinazione di sanzioni, prezzi elevati dell’energia, ristrutturazione industriale e continuo sostegno militare all’Ucraina come prova che i governi tedeschi hanno subordinato gli interessi economici interni a una più ampia strategia occidentale. Chrupalla ha recentemente chiesto una riduzione delle tasse sull’energia a fronte dell’aumento dei prezzi dei carburanti, mentre il partito ha attaccato la perdita di posti di lavoro e la ristrutturazione dell’industria automobilistica. I suoi oppositori sostengono che le difficoltà della Germania abbiano molteplici cause: la debole crescita della produttività, la pressione demografica, la concorrenza cinese, la costosa transizione del settore automobilistico e anni di investimenti ritardati. Essi rifiutano l’idea che il solo ripristino delle forniture energetiche russe possa risolvere il problema. Eppure, l’importanza politica della questione energetica è innegabile. Essa fornisce all’AfD un argomento concreto a sostegno della sua posizione in politica estera: le relazioni con la Russia non vengono presentate come una astratta simpatia per Mosca, ma come parte di un diverso modello economico per la Germania.

La dimensione della Germania dell’Est rende questo fenomeno particolarmente significativo. I risultati migliori dell’AfD rimangono concentrati nell’ex Repubblica Democratica Tedesca, dove gli atteggiamenti nei confronti della Russia, della sovranità tedesca, dell’immigrazione e dell’establishment politico differiscono sostanzialmente da quelli prevalenti in molte aree metropolitane occidentali. Allo stesso tempo, il risultato della Bassa Sassonia dimostra che il fenomeno non può più essere descritto semplicemente come una rivolta dell’Est. Il suo elettorato si sta espandendo geograficamente, mentre il suo programma si intreccia sempre più con questioni che la politica tedesca un tempo teneva separate: immigrazione, declino industriale, energia, sovranità nazionale, Russia e autorità di Bruxelles. I critici vedono il programma sull’immigrazione dell’AfD come una minaccia per gli immigrati e per un’economia che ha bisogno di lavoratori stranieri. Reuters ha riportato il 19 settembre che alcuni immigrati nella Germania dell’Est temono sempre più ostilità con l’aumento del sostegno all’AfD. L’AfD, dal canto suo, afferma di distinguere tra immigrazione illegale o indesiderata e immigrazione legale qualificata. Questo conflitto rimarrà centrale perché la Germania dell’Est si trova ad affrontare sia il declino demografico sia una forte resistenza politica alle politiche migratorie perseguite nell’ultimo decennio.

Vista in un’ottica multipolare, la vera svolta non consiste semplicemente nell’ascesa di un altro partito tedesco, bensì nell’indebolimento di un consenso politico formatosi nel periodo post-Guerra Fredda. L’AfD contesta la politica migratoria tedesca, la sua politica energetica, i rapporti con la Russia, alcuni aspetti dell’integrazione europea e il presupposto che la politica estera tedesca debba rimanere strettamente allineata alle priorità strategiche di Washington e delle istituzioni dominanti dell’UE. I suoi oppositori sostengono che queste posizioni potrebbero indebolire le alleanze della Germania, danneggiare le relazioni con i paesi vicini ed esporre nuovamente il paese all’influenza russa. L’AfD e i suoi sostenitori descrivono quasi gli stessi fatti al contrario: affermano che la Germania ha ceduto troppa libertà politica ed economica e deve recuperare la capacità di perseguire i propri interessi nazionali in un contesto di competizione tra i diversi centri di potere mondiali. I dati immediati sono eloquenti: 43,8% in Sassonia-Anhalt, 15,9% alle elezioni comunali della Bassa Sassonia, circa il 27-30% a livello nazionale e una gara serrata intorno al 35% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Ma la questione più profonda sollevata dall’ascesa dell’AfD è se la vecchia architettura politica tedesca possa continuare a funzionare quando un partito escluso da ogni coalizione di governo diventa una delle maggiori forze elettorali del paese.

https://bm2yp.r.ag.d.sendibm3.com/mk/mr/sh/1t6AVsd2XFnIGAAOIEUsc8TP9zUZLK/HOeoxl395KjBNewsletter BSW | 20 settembre 2026
Cari soci,Cari sostenitori,
Il BSW è tornato ed è una vera forza politica nel Landtag della Sassonia-Anhalt. I media non possono più ignorarci! E nelle elezioni comunali della Bassa Sassonia, lo scorso domenica il BSW è riuscito a conquistare circa 60 seggi, tra cui quelli di Braunschweig, Hannover, Osnabrück e Wolfsburg. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo. Questo ci dà slancio per Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove oggi gli elettori possono dare un altro segnale importante votando per il BSW – contro l’SPD e la CDU, che non fanno nulla per contrastare gli alti prezzi del carburante e il declino economico del nostro Paese, contro il cancelliere più incompetente della storia della Germania federale e a favore di un nuovo inizio politico, in cui si torni finalmente a concentrarsi sul miglioramento della vita dei cittadini.
I prezzi del carburante stanno schizzando alle stelle e potrebbero superare, per la prima volta nella storia della Germania, la soglia dei 3 euro. Per molte persone, fare rifornimento sta diventando quindi un peso insostenibile. Dopo lunghe esitazioni, il governo federale ha ora deciso, poco prima delle elezioni, un mini-sgravio di appena 17 centesimi al litro. Entro la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore un tetto massimo temporaneo al prezzo del carburante. Merz e Klingbeil non intendono però intaccare gli enormi profitti delle grandi compagnie petrolifere. Noi diciamo: abbassate le accise sul carburante, fissate immediatamente un tetto massimo di 1,50 euro al litro, affinché gli automobilisti possano beneficiare di un reale sgravio! E aprite il Nord Stream, affinché il riscaldamento in inverno non porti alla rovina totale.
Un voto per il BSW è un voto per mandare via Merz! Sia a Berlino che nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Se entreremo in Parlamento e la CDU verrà espulsa dal Landtag di Schwerin, quel Cancelliere sarà storia. Nella Sassonia-Anhalt molti elettori della CDU hanno votato per il BSW. Se lo ripetiamo, Merz se ne andrà. Un altro obiettivo elettorale del BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è impedire una coalizione rosso-rosso-verde! Solo se il BSW entrerà nel Landtag ci sarà la possibilità che la coalizione rosso-rosso non ottenga la proroga della durata di esercizio delle centrali nucleari. Come già in Sassonia-Anhalt, anche qui promuoviamo un primo ministro apartitico che governi con maggioranze variabili – coinvolgendo anche l’AfD.
La posta in gioco è alta! Mobilitate ancora una volta oggi tutti i vostri amici e conoscenti, colleghi e familiari affinché votino per il BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino!
Cordiali saluti
Fabio De Masi, Amira Mohamed Ali, Oliver Ruhnert e Sahra Wagenknecht

Vattene via – Ostacolo alla produzione – Parte II – Dare al terrorismo l’attenzione che merita, tre saggi di Jon Kurpis

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Un’analisi della pratica ricorrente di rinominare le cose da parte di chi detiene il potere e di come questi cambiamenti superficiali possano essere utilizzati per distogliere l’attenzione del pubblico da ciò che conta davvero.

Jon Kurpis16 settembre
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Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .


Nel corso della mia vita, ho sempre nutrito una grande passione per la storia. Fin da piccolo, desideravo capire come il passato avesse influenzato ciò che abbiamo oggi. Essendo cresciuto negli Stati Uniti, in particolare nel New Jersey, ho sviluppato una naturale affinità per la storia americana e per il suo legame con la mia zona.

Uno degli aneddoti che mi vennero raccontati fin da piccolo riguardava l’origine del termine “indiani” in America per descrivere gli abitanti nativi. Alle elementari ci veniva detto che nel 1492 Cristoforo Colombo attraversò l’oceano e sbarcò su isole che credeva fossero le “Indie”. Le Indie non erano l’India in senso stretto, ma piuttosto una vasta area geografica che comprendeva tutta l’Asia. Poiché Colombo credeva che le isole caraibiche su cui sbarcò fossero le isole più remote delle Indie, chiamò le popolazioni indigene di quei luoghi “Indios”, termine che si tradusse poi in “Indians” (indiani).

Qualche anno dopo aver appreso quella storia, ci fu detto di non chiamare più gli indiani “indiani” perché era offensivo. Dovevamo invece riferirci a loro come “nativi americani”. Poi, qualche anno dopo, l’argomento fu ripreso e ci fu comunicato che in realtà esistevano tribù di nativi americani che volevano essere chiamate “indiani” e non “nativi americani”.

Da questa disavventura ho capito che i cambi di nome sono una pratica comune e che esistono esempi di questo tipo almeno fin dalla scoperta dell’emisfero occidentale.

Crescendo, ho notato anche che i cambi di nome erano una pratica diffusa nello sport.

Nel baseball, la storica franchigia dei New York Yankees inizialmente si chiamava New York Highlanders. Nel basket, i Washington Bullets cambiarono nome in Washington Wizards nel 1997 perché ritenevano che i proiettili fossero un simbolo di violenza nella capitale degli Stati Uniti.

Oltre al baseball e al basket, la stessa cosa è successa nel football americano, dove i New York Titans hanno cambiato nome in New York Jets. E nell’hockey su ghiaccio, i Detroit Cougars sono diventati i Detroit Falcons, che ora sono i Detroit Red Wings.

Il fenomeno del cambio di nome non si è limitato alle sole squadre, ma ha coinvolto anche gli atleti stessi.

Ferdinand Lewis “Lew” Alcindor cambiò il suo nome in Kareem Abdul-Jabbar. E il grande Muhammad Ali era il suo secondo nome, che era un cambiamento rispetto all’originale, che era Cassius Clay. E tra questi due nomi, Muhammad Ali si faceva chiamare anche Cassius X.

Gerald Ford, il 38 ° Presidente degli Stati Uniti, che fu anche un grande atleta all’Università del Michigan, non si chiamava Gerald Ford alla nascita. Si scopre infatti che fino all’età di 22 anni, il Presidente Gerald Ford si chiamava Leslie Lynch King Jr., un fatto che la maggior parte delle persone ignora.

Presidenti
A proposito di presidenti e cambi di nome, nel 1789 George Washington cambiò il nome del Dipartimento degli Affari Esteri in Dipartimento di Stato, o State Department.

Nel 1901, Teddy Roosevelt cambiò il nome della residenza presidenziale in Casa Bianca.

Nel 1935, Roosevelt trasformò la Divisione Investigativa nell’FBI.

Nel 1947, il presidente Harry Truman trasformò il National Military Establishment nel Dipartimento della Difesa. E se vi siete mai chiesti perché si parli di “establishment militare” o “establishment”, ecco da dove ha origine questa espressione.

Questa pratica di cambiare i nomi è continuata anche dopo la Guerra Fredda. George H.W. Bush ha rinominato il Custer Battlefield National Monument in Little Bighorn. Suo figlio, George W. Bush, ha cambiato il nome del Presidential Committee on Mental Retardation in President’s Committee for People with Intellectual Disabilities. Obama ha rinominato Mount McKinley in Denali. Biden ha rinominato Fort Bragg in Fort Liberty nell’ambito di una procedura, imposta dal Congresso, per la ridenominazione di luoghi con nomi associati alla Confederazione. Infine, Donald Trump è riuscito a eludere la regola, riportando Fort Liberty al nome originale di Fort Bragg nel 2025, ma onorando un altro Bragg per conformarsi alla politica di non denominazione di luoghi con nomi confederati.

Kennedy
Se c’è un presidente a cui sono state intitolate delle cose, pur non avendo lui stesso cambiato nome durante il suo mandato, quello è sicuramente John F. Kennedy, e la famiglia Kennedy in generale.

Circa un mese dopo l’assassinio del presidente Kennedy, l’aeroporto internazionale di New York, comunemente noto come Idlewild, cambiò ufficialmente nome in Aeroporto Internazionale JFK.

E Cape Canaveral, da dove partivano i razzi e gli Space Shuttle statunitensi, fu ribattezzato Cape Kennedy nel 1963 da Lyndon Johnson, e le strutture di lancio della NASA presenti in quella zona furono chiamate John F. Kennedy Space Center. Tuttavia, nel 1973, l’area geografica fu ribattezzata Cape Canaveral perché il nome Cape Kennedy non era gradito, ma il centro spaziale continuò a portare il nome Kennedy.

E il legame tra Kennedy e il cambio di nome non finisce qui.

Il Triborough Bridge di New York, il cui nome era quanto mai appropriato dato che collegava tre distretti (Manhattan, Queens e Bronx), è stato ribattezzato Robert F. Kennedy Bridge nel 2008. Sebbene il cambiamento fosse giustificato come un modo per onorare l’impegno di RFK per i diritti civili e il suo servizio pubblico, risultava alquanto strano considerando che non aveva particolari legami con la zona e che il nome originale era perfetto.

Nel 2017, il governatore Andrew Cuomo, che era stato sposato con una Kennedy e aveva avuto tre figli con lei, cambiò il nome del ponte Tappan Zee in ponte Mario Cuomo in onore di suo padre.

Sebbene Mario Cuomo sia stato indubbiamente una figura importante per New York, il nome Tappan Zee Bridge ha una rilevanza storica, poiché attraversa un tratto del fiume Hudson che un tempo si chiamava “Tappan Sea” e che nel tempo ha assunto la denominazione di “Tappan Zee”. Analogamente alle proteste locali suscitate dal cambio di nome di Cape Canaveral in Cape Kennedy, molti newyorkesi non hanno gradito la ridenominazione e continuano a battersi per ripristinare il nome originale di Tappan Zee Bridge. Il deputato di New York Mike Lawler è attualmente il leader di fatto di questa campagna.

Come spiegato in precedenza, il “Mare di Tappan” fa parte del fiume Hudson. È interessante notare che in origine il fiume Hudson si chiamava North River. Ed è proprio questo fiume iconico che costeggia New York City, che in origine si chiamava New Amsterdam.

Sempre sul fiume Hudson si trova Liberty Island, dove sorge la Statua della Libertà. Questo lembo di terra ha iniziato a essere chiamato Liberty Island solo nel 1956, mentre prima era conosciuto come Bedloe’s Island.

Vicino a Liberty Island si trova la famosissima Ellis Island, precedentemente nota come Dyer’s Island. Tra il 1892 e il 1954, Ellis Island è stata il luogo in cui sono stati registrati 12 milioni di immigrati ed è stato anche il posto in cui molti di loro hanno cambiato il cognome per mano degli ufficiali dell’immigrazione.

Oltre New York
Come ci si potrebbe aspettare, questi cambi di nome non avvengono tutti nell’area di New York, sebbene il nome New York sia diffuso in lungo e in largo. Ad esempio, la grande città di Seattle non si chiamava inizialmente Seattle. Inizialmente si chiamava, incredibilmente, New York, poi fu ribattezzata New York Alki, prima di essere ribattezzata Seattle nel 1852 in onore del capo Seattle.

Poi c’era l’insediamento noto come Pig’s Eye, che prendeva il nome dal locandiere Pierre “Pig’s Eye” Parrant. Quel nome particolare fu cambiato a metà del XIX secolo in quello che oggi conosciamo come St. Paul, in Minnesota.

Anche la diga di Hoover fu teatro di un famoso fiasco legato al cambio di nome. Nel 1930, il Segretario degli Interni la ribattezzò ufficialmente diga di Hoover in onore dell’allora presidente Herbert Hoover, che aveva svolto un ruolo cruciale nella risoluzione dei problemi interstatali che permisero lo sviluppo del fiume Colorado.

Quando Hoover perse le elezioni contro Roosevelt nel 1932, tuttavia, il nuovo Segretario degli Interni cambiò il nome in Boulder Dam, una mossa che fu considerata fortemente politica.

Nel 1947, l’opera umanitaria intrapresa da Hoover dopo la fine del suo mandato presidenziale era così apprezzata che il presidente Harry Truman invertì la politica di Roosevelt e ribattezzò ufficialmente la diga “Diga di Hoover”.

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Globale
Se pensate che queste pratiche di cambio di nome siano un’esclusiva americana, vi sbagliate. Paesi e città di tutto il mondo hanno cambiato nome per svariati motivi. Ad esempio, nel 1930 Costantinopoli fu ufficialmente ribattezzata Istanbul. Nel 1935 la Persia divenne Iran, seguita dal Siam che divenne Thailandia nel 1939. Nel 1976 la città vietnamita di Saigon fu ribattezzata Ho Chi Minh City e nel 1995 Bombay divenne Mumbai.

Questo tipo di cambio di nome è particolarmente diffuso anche in Canada.

Nel 1882, la zona chiamata Pile of Bones (Pile di Ossa) fu ribattezzata Regina in onore della regina.

Nel 1905, Rat Portage fu ribattezzata Kenora, in Ontario.

Nel 1916, Berlin, in Ontario, fu ribattezzata Kitchener a causa del forte sentimento anti-tedesco legato alla Prima Guerra Mondiale. Successivamente, nel 1917, Prussia, nel Saskatchewan, fu ribattezzata Leader, sempre per via di sentimenti legati alla Prima Guerra Mondiale.

E più recentemente, in Canada, nel 2020, Asbestos, Québec, è stata ribattezzata Val-des-Sources per eliminare il nome che la maggior parte delle persone associa a un materiale da costruzione pericoloso che può causare il cancro ai polmoni.

Grandi imprese
Oltre a luoghi, governi, persone e sport, anche il mondo degli affari ama cambiare i nomi delle cose.

Ad esempio, la bevanda molto popolare alla fine del XIX secolo, nota come Brad’s Drink, cambiò nome in Pepsi-Cola. Nel 1919, la United Messenger Company cambiò nome in UPS. Nel 1946, U-Tote-M divenne 7-Eleven. Negli anni ’80, Datsun cambiò nome in Nissan. Negli anni ’90, la società di aste online eBay iniziò come AuctionWeb e BackRub cambiò infine nome in Google.

Inizialmente Amazon si chiamava Cadabra perché a Jeff Bezos piaceva il nome “Abracadabra”, ma poi decise di cambiarlo dopo aver capito che Cadabra poteva essere confuso con un cadavere, ovvero un corpo morto.

E più recentemente, l’uomo più ricco del mondo, Elon Musk, ha cambiato il nome di Twitter in X.

Wrestling professionistico
In ambito di affari internazionali e geopolitica, l’atto di dare un nome a qualcosa è spesso molto utile per distinguere e ricordare circostanze, politiche e attori coinvolti dalle diverse sfumature. Oggettivamente parlando, al momento non c’è nessuno più bravo di Alex Christoforou dei The Duran a coniare questi appellativi.

Da “BlackRock Merz” a “ragazzi fighi globalisti” fino a “Progetto Ucraina”, i nomi citati da Christoforou si sono diffusi nel dibattito geopolitico e vengono spesso utilizzati anche negli ambienti diplomatici.

Sebbene la lista di nomi e frasi attribuibili ad Alex Christoforou e ai Duran Duran sia piuttosto lunga, un’espressione molto importante e rilevante è “Pro Wrestling”, che si riferisce alle false posizioni e alla teatralità politica comunemente messe in atto dai politici.

Il motivo per cui Christoforou allude al “Pro Wrestling” è dovuto al collegamento con la World Wrestling Federation (WWF), ora World Wrestling Entertainment (WWE). La WWE è un marchio di wrestling professionistico di enorme successo, basato su un roster di atleti che interpretano personaggi fittizi. Esempi di questi wrestler professionisti sono Hulk Hogan, Macho Man Randy Savage e The Rock.

Quando Christoforou afferma che i leader si stanno impegnando in una sorta di “wrestling professionistico”, intende dire che si comportano in modo teatrale, agendo o parlando per ottenere un effetto politico piuttosto che in maniera onesta e legittima.

Vattene via
Casualmente, uno degli esempi più epici di cambio di nome nella storia aziendale riguarda proprio la World Wrestling Federation.

Il predecessore della WWE era la World Wrestling Federation, o WWF. La WWF ebbe un enorme successo negli anni ’80 e ’90 negli Stati Uniti. Per darvi un’idea della forza del marchio WWF, molte persone si riferiscono ancora alla WWE come WWF, nonostante il nome sia stato cambiato oltre due decenni fa.

Nel 2000, il Wildlife Fund for Nature, noto anche come WWF, fece causa alla World Wrestling Federation per l’uso improprio del nome WWF. Nel 2002, dopo aver perso la causa nel Regno Unito, Vince McMahon, proprietario della WWF, decise di eliminare la parola “Federation”, o la “F”, dal nome WWF e di ribattezzarla World Wrestling Entertainment, o WWE.

Da imprenditore tenace qual è, McMahon non si è demoralizzato per questo cambiamento. Anzi, lo ha sfruttato a suo vantaggio e ha lanciato un’aggressiva campagna di marketing con lo slogan “Get the F Out” (Andatevene a quel paese).

In sostanza, “Get the F Out” aveva un doppio significato, e si è trasformato da WWF a WWE “Get the F Out”, che alla fine è diventato un nome molto migliore per la crescita e come slogan per la compagnia.

Lago Ontario
In definitiva, la ragione per cui ho scelto di scrivere sul tema del cambio di nome è da ricondurre alla recente controversia riguardante il Lago Ontario.

Per chi non lo sapesse, alla fine di agosto del 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro canadese Mark Carney non riuscirono a raggiungere un accordo commerciale. Quando i negoziati fallirono all’ultimo minuto , Trump decise di cambiare il nome del lago Ontario in Lago America e poi iniziò a prendere in giro il mondo con questa trovata.

Prima di approfondire ulteriormente la questione, è importante chiarire che è perfettamente legale per il Presidente degli Stati Uniti o il Congresso apportare tali modifiche ufficiali. Questo è un fatto ben noto. Nello specifico, il documento “US Board of Geographic Names Principles, Policies and Procedures: Domestic Geographic Names”, Appendice C, Trattamento delle caratteristiche geografiche condivise da Stati Uniti e Canada, Sezioni 1.2 e 1.3 a pagina 44, lo consente.

Inoltre, approfondendo la ricerca, si possono trovare resoconti di un inventario del 1989 della zona di confine tra Canada e Stati Uniti, secondo il quale circa il 3% delle caratteristiche di confine condivise presentava nomi ufficiali completamente diversi.

Pertanto, le azioni del Presidente Trump riguardo al cambio di nome del Lago Ontario in Lago America, per quanto immature e ridicole, non sono nulla di nuovo o controverso. Si tratta essenzialmente di un altro esempio di “wrestling professionistico” e hanno lo scopo di distrarvi dai problemi più importanti che dobbiamo affrontare.

Riflettiamo un attimo su questa questione dal punto di vista del confine tra Stati Uniti e Messico. Gli Stati Uniti chiamano il fiume che segna il confine con il Messico Rio Grande. In Messico, invece, lo stesso fiume viene chiamato Rio Bravo. A nessuno in Messico importa che in America venga chiamato Rio Grande, e a nessuno in America importa (o addirittura sa) che in Messico venga chiamato Rio Bravo.

L’unica cosa che conta è il nome che un elemento geografico o un’area prende dai suoi cittadini nel proprio paese. In definitiva, il cambio di nome del Lago Ontario voluto da Trump non cambia il nome del Lago Ontario per il Canada o per i canadesi.

La dichiarazione di Google rispecchia questa realtà.

“Il Sistema di Informazione sui Nomi Geografici degli Stati Uniti (GNIS) ha ufficialmente cambiato il nome del “Lago Ontario” in “Lago America” ​​negli Stati Uniti. Poiché aggiorniamo Google Maps per riflettere i cambiamenti di nome nelle fonti governative ufficiali, ovvero il GNIS per gli Stati Uniti, gli utenti di Maps negli Stati Uniti visualizzeranno “Lago America”, quelli in Canada continueranno a visualizzare “Lago Ontario” e quelli al di fuori degli Stati Uniti e del Canada visualizzeranno entrambi i nomi.”

In effetti, se fossi il Primo Ministro Mark Carney e il Presidente Trump annunciasse che avrebbe cambiato il nome del Lago Ontario in Lago America, risponderei pubblicamente

“Congratulazioni Donald. Al Canada non importa come chiami un lago nel tuo Paese, dato che questo non cambia il nome del lago nel nostro. Inoltre, i leader responsabili non hanno l’abitudine di immischiarsi negli affari interni di altre nazioni sovrane. Quindi torniamo al lavoro e finalizziamo questo accordo commerciale, perché è per questo che il popolo ci ha eletto.”

Quello sarebbe il modo corretto di gestire una situazione del genere, e il fatto che non sia stata affrontata con decisione è un indizio che c’è qualcos’altro sotto, oltre all’idiozia del presidente Trump.

Ricordiamo che il Primo Ministro Mark Carney è un politico eloquente e intelligente. È anche l’unico uomo nella storia ad aver guidato le banche centrali di due Paesi del G7. Con un simile background, sa perfettamente che la manovra di Trump di cambiare nome è irrilevante e sa anche come essere un leader responsabile nei confronti delle persone che lo hanno eletto.

Il fatto che non stia cercando di disinnescare la situazione con decisione è intenzionale, e non è perché sia ​​nel migliore interesse del popolo canadese.

Bisogna ricordare che nel wrestling professionistico c’è sempre un buono e un cattivo. Funziona così. Pur non volendo insinuare che Trump e Carney stiano agendo di concerto, affermo tuttavia che si tratta, in larga misura, di una messa in scena politica.

E in questa performance, Carney interpreta il ruolo del buono, mentre Trump si è calato nei panni del pagliaccio. Ciononostante, alla fine dei conti, si tratta pur sempre di “Wrestling professionistico”.

Allora perché tutto questo clamore?
Ancora una volta, il presidente Donald Trump ha usato l’arte della retorica, condita con un pizzico di antagonismo, per distrarre il mondo dagli enormi problemi che affliggono sia l’America che, più in generale, l’Occidente nel suo complesso.

Nello specifico, ci sono problemi tariffari legati a controversie commerciali, deindustrializzazione, prezzi dell’energia alle stelle e inflazione. La guerra in Ucraina sta fallendo. Abbiamo carenze di capacità militari e di minerali delle terre rare. Il conflitto in Iran è stato ovviamente una decisione catastrofica e ora lo Stretto di Hormuz, di importanza strategica, funziona in modo diverso rispetto a prima della guerra. Più recentemente, si sono intensificati gli scontri tra gli Houthi in Yemen e l’Arabia Saudita.

E, a dire il vero, questi sono solo i problemi che mi vengono in mente al momento. Sono certo che ci siano molte altre questioni importanti, sia in America che nel resto del mondo, di cui tutti dovrebbero preoccuparsi e per le quali i nostri leader dovrebbero lavorare giorno e notte per risolverle.

Eppure, nonostante tutte queste condizioni preoccupanti, chi è al potere, che si tratti di Donald Trump, Mark Carney o di qualsiasi altro rampollo globalista, si rifiuta di affrontare questi problemi e preferisce impiegare tempo ed energie per distrarvi e farvi concentrare su sciocchezze che non contano.

Per fare ciò, aspettano che Trump dica qualcosa di assurdo tipo “Cambieremo il nome di un lago” e poi fingono tutti di andare nel panico, convincendo i media a stare al gioco.

Incredibilmente, questo accade nonostante il cambio di nome sia legale, irrilevante e non sia mai stato un argomento di cui qualcuno si sia veramente interessato. Eppure, in qualche modo, le élite benestanti riescono ancora a convincere le masse ad abboccare all’amo.

Conclusione
Se siete arrivati ​​a questo punto dell’articolo, probabilmente non siete tra coloro che si lasciano ingannare da simili messe in scena. E spero che queste informazioni storiche sui cambi di nome vi siano state utili.

Ancora più importante, il mio obiettivo è che, dopo aver letto questo articolo, comprendiate appieno il punto fondamentale: come ha detto Alex Christoforou, tutto questo è “Pro Wrestling”.

La proposta del presidente Trump di cambiare il nome del lago Ontario è una messa in scena politica. Non lasciatevi distrarre da essa o da qualsiasi altra cosa che sia chiaramente una mera operazione di facciata.

Visti i gravi problemi che affrontiamo come Paese e come mondo, è fondamentale rimanere concentrati. Non lasciate che la retorica accattivante catturi la vostra attenzione. Rimanete attivi. Confrontatevi con i vostri rappresentanti eletti e chiedete loro di rendere conto delle proprie azioni.

E se, alla fine, si rifiutano di fare il necessario per risolvere i problemi che stiamo affrontando, allora forse è il momento di dirgli di ” andare a quel paese” .

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Alla prossima,

Jon Kurpis

NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.

Ostacolo alla produzione – Parte II

Seconda e ultima parte di una serie che esamina la storia della macchina bellica industriale americana e i fattori strutturali alla base dell’attuale crisi della produzione militare degli Stati Uniti.

Jon Kurpis9 agosto
la prima parte qui https://italiaeilmondo.com/2026/09/09/un-settembre-da-ricordare-di-jon-kurpis/
 LEGGI NELL’APP 

Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .


Nella prima parte di “L’ostruzione alla produzione”, abbiamo ripercorso la storia della produzione militare americana dalla Guerra Civile degli anni ’60 dell’Ottocento fino ai giorni nostri. Questa ricostruzione storica ci permette di individuare i momenti in cui gli Stati Uniti hanno compiuto progressi significativi nella produzione per la difesa. Attraverso la nostra analisi della Seconda Guerra Mondiale, siamo stati anche in grado di determinare i limiti massimi di ciò che è possibile realizzare in termini di produzione militare, nonché i risultati ottenibili con investimenti sostenuti e a lungo termine alla fine della Guerra Fredda. Infine, abbiamo identificato il cambiamento strategico post-Guerra Fredda che ha ostacolato drasticamente la produzione militare americana e ha contribuito alla posizione di vulnerabilità in cui si trovano oggi gli Stati Uniti.

Nella seconda parte di “L’ostruzione della produzione”, riprendiamo l’analisi esaminando più a fondo i problemi relativi alla produzione militare che attualmente indeboliscono gli Stati Uniti. Attraverso questa analisi, individueremo i fattori acuti che hanno contribuito alla situazione attuale e determineremo cosa si può e si dovrebbe realisticamente fare per affrontare questi problemi.

Per comprendere meglio le problematiche generali che ostacolano la capacità produttiva militare degli Stati Uniti, basta dare un’occhiata a un recente rapporto dell’Ufficio dell’Ispettore Generale del Dipartimento della Guerra riguardante lo stabilimento di Mesquite, in Texas, per la produzione di componenti metallici per proiettili. Inaugurato nel 2024 dopo aver ricevuto almeno 469 milioni di dollari di finanziamenti per la difesa, lo stabilimento avrebbe dovuto produrre 30.000 componenti metallici critici per proiettili entro il 2026. Incredibilmente, a marzo 2026, lo stabilimento non era riuscito a produrre un singolo componente.

L’Ufficio dell’Ispettore Generale del Dipartimento della Guerra ha riferito:
“Senza le 30.000 parti metalliche aggiuntive per proiettili previste dallo stabilimento di Mesquite, l’Esercito non sarà in grado di raggiungere il suo obiettivo mensile di produzione di 100.000 proiettili di artiglieria da 155 mm.”

Inoltre, ha affermato:
“A marzo 2026, i funzionari del Capability Program Executive Ammunition and Energetics non avevano ancora elaborato un piano per la produzione dei proiettili aggiuntivi che avrebbero dovuto essere prodotti nello stabilimento di Mesquite.”

Questo esempio riassume i problemi di produzione militare che gli Stati Uniti si trovano ad affrontare.

Il Pentagono ha stanziato quasi 500 milioni di dollari per la costruzione di uno stabilimento con la previsione che entro il 2026 avrebbe fornito 30.000 componenti critici per proiettili. Ma al momento della produzione, la fabbrica non ha consegnato nulla. Come se non bastasse, l’Ispettorato Generale ha anche scoperto che non esiste nemmeno un piano per compensare la produzione persa. Di conseguenza, la produzione di munizioni cruciali è stata ritardata e l’Esercito si è ritrovato senza una strategia di riserva credibile.

In quanto cittadino e contribuente americano, mi aspetto che il mio Paese sia ben preparato militarmente, soprattutto considerando le somme astronomiche stanziate ogni anno per la difesa nazionale. Ciò non significa, tuttavia, che io condivida la politica estera neoliberista americana o che la consideri altro che sconsiderata e autodistruttiva. Ciò che affermo in questo articolo è pragmatico. Se gli Stati Uniti dovessero essere costretti a combattere un conflitto ad alta intensità per un periodo prolungato, in teoria dovrebbero disporre di ogni arma, aereo, munizione, rifornimento, tecnologia e altra risorsa necessaria per difendersi per tutto il tempo necessario. Date le dimensioni, le risorse naturali, la popolazione e le riserve finanziarie degli Stati Uniti, tale aspettativa è più che ragionevole. Detto questo, è evidente che attualmente gli Stati Uniti non soddisfano questi standard. Nonostante le spese annuali per la difesa si avvicinino a mille miliardi di dollari, permangono significative strozzature produttive e debolezze nella catena di approvvigionamento.

Tre periodi della produzione della moderna superpotenza statunitense
Per comprendere meglio le ragioni del problema di produzione militare degli Stati Uniti, è necessario esaminare alcune tendenze chiave emerse dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Queste tendenze possono essere suddivise in tre periodi distinti.

La prima era va dagli anni ’50 agli anni ’80 ed è caratterizzata da un’immensa base militare-industriale americana con la capacità di scalare rapidamente la produzione per soddisfare praticamente qualsiasi esigenza bellica. La seconda era copre gli anni ’90 fino alla fine degli anni 2010 ed è segnata dal cambiamento strategico verso forze tecnologicamente più avanzate, unitamente a una minore enfasi sul mantenimento di grandi scorte necessarie per sostenere una guerra ad alta intensità per un periodo prolungato. L’era finale è quella in cui ci troviamo oggi: gli anni 2020. È definita da budget enormi che sostengono continui investimenti tecnologici, ma anche dalla consapevolezza che gli Stati Uniti devono riorganizzare la propria capacità produttiva militare dopo decenni di produzione a basso volume.

Dalla fine della Guerra Fredda, le forze armate americane hanno dato priorità al potenziamento delle proprie capacità tecnologiche e all’efficienza tattica. Per efficienza tattica intendo la capacità delle forze statunitensi di raggiungere rapidamente e con decisione gli obiettivi militari immediati. Questa preferenza strategica è la ragione principale per cui gli Stati Uniti investono così tanto in tecnologie militari avanzate. L’obiettivo generale è sfruttare la tecnologia per diventare più efficienti dal punto di vista tattico e capaci di vincere le guerre rapidamente. Ma, parallelamente a questa focalizzazione, il Pentagono ha consapevolmente ridotto la propria capacità di espandere la capacità industriale e di sostenere lunghi periodi di conflitto ad alta intensità.

Al di là di questo cambiamento di strategia, vi è anche un sottile senso di arroganza che ha contribuito a creare gli attuali problemi di produzione militare. Per decenni, tra i responsabili politici e i pianificatori della difesa si è diffusa la convinzione che gli Stati Uniti non avessero bisogno di prepararsi a una guerra prolungata, poiché l’America possiede la capacità unica di ottenere rapidamente la vittoria. Sebbene i recenti conflitti in Ucraina e in Iran abbiano ribaltato questa convinzione, essa ha comunque influenzato la pianificazione della difesa e le relative decisioni produttive.

Soldi stupidi
Per garantire che questa strategia post-Guerra Fredda di superiorità tecnologica militare funzioni, il Pentagono spende ogni anno somme di denaro spropositate. Nel corso del prossimo anno, il governo degli Stati Uniti destinerà probabilmente più di mille miliardi di dollari alla difesa nazionale. Un trilione di dollari è una cifra incomprensibile e va contestualizzata correttamente.

Un bilancio della difesa di mille miliardi di dollari significa che il governo americano spenderà circa 2.700.000.000 di dollari al giorno, ovvero 114.000.000 di dollari all’ora, o all’incirca 1.900.000 di dollari ogni singolo minuto di ogni singolo giorno per un intero anno.

Quindi, alla fine dell’anno, il Congresso stanzierà un bilancio della difesa probabilmente più consistente, e il ciclo si ripeterà da capo, solo con più soldi a disposizione.

Per sottolineare ulteriormente l’enormità di un trilione di dollari, si pensi a questo: gli Stati Uniti hanno recentemente celebrato il loro 250° anniversario il 4 luglio , ovvero la fondazione della nazione il 4 luglio 1776. Se il governo federale statunitense avesse in qualche modo risparmiato 10 milioni di dollari ogni singolo giorno dal 4 luglio 1776 fino ad oggi, gli mancherebbero comunque oltre 85.000.000.000 di dollari per raggiungere un trilione di dollari.

Carne e patate
Se tutto ciò di cui abbiamo parlato finora è stato solo l’antipasto, ora stiamo per iniziare il piatto principale, il vero e proprio cuore pulsante delle problematiche che affliggono l’industria della difesa americana. Sebbene nessun singolo articolo possa esaminare in modo esaustivo ogni questione che incide sulla capacità produttiva militare statunitense, gli esempi qui trattati sono oggettivamente importanti e meritano attenzione.

Fornitori unici
Uno dei principali ostacoli alla produzione industriale militare è la dipendenza del Pentagono da fornitori unici. Sebbene i fornitori unici rappresentino indubbiamente un problema, non sono tutti uguali.

Ad esempio, se solo un’azienda presenta un’offerta per un contratto di fornitura di calzini ai Marines, è un conto. Ci sono molte aziende in grado di produrre calzini. Semplicemente, è successo che solo un’azienda abbia presentato un’offerta.

Sebbene problematico, un problema nella produzione di calze è ben diverso da uno scenario in cui esiste un solo produttore in grado di realizzare un componente specifico e, senza quel componente, qualcosa di importante come un missile Patriot non può essere costruito o lanciato. In questi casi, non esiste un’alternativa pratica. Se quell’unico fornitore non è in grado di produrre il pezzo, la produzione rallenta o si ferma del tutto.

Risorse insufficienti
Quando si parla di problemi di capacità produttiva che affliggono l’industria della difesa americana, l’attenzione tende a concentrarsi sui minerali delle terre rare, a causa della grande risonanza mediatica che hanno suscitato negli ultimi anni. Sebbene i minerali delle terre rare siano di fondamentale importanza e le forniture rimangano dominate dalla Cina, rendendo gli Stati Uniti fortemente dipendenti da essi, soprattutto nel breve termine, essi rappresentano solo una parte di un problema ben più ampio.

Il fatto è che esistono MOLTI altri materiali e componenti che rallentano la produzione militare e limitano la capacità del Paese di espandere la propria produzione. Tra questi figurano sostanze chimiche ad alto potenziale energetico come il TNT, la fibra di carbonio, i motori a razzo, i wafer di silicio, i trasformatori di grandi dimensioni e persino i piccoli cuscinetti a sfera. Quando anche solo una di queste risorse scarseggia, gli effetti si ripercuotono sull’intera catena di approvvigionamento. Il risultato è l’inefficienza della capacità produttiva militare che attualmente affligge le forze armate degli Stati Uniti.

Carrierismo dinamico
Negli ultimi 15 anni, il rapporto tra i membri delle forze armate statunitensi e il complesso militare-industriale è diventato sempre più incestuoso. Il complesso militare-industriale impiega regolarmente ex alti funzionari, compresi generali, che approvano ingenti spese per appaltatori della difesa. Dopo essersi congedati dal servizio militare, molti di questi stessi individui accettano posizioni redditizie proprio all’interno delle aziende che hanno beneficiato delle decisioni di approvvigionamento che hanno contribuito a prendere.

Di conseguenza, nei ranghi più alti delle forze armate statunitensi si è diffusa una cultura del carrierismo. Sebbene non tutti coloro che ricoprono posizioni di autorità la pensino in questo modo, un numero significativo di loro considera come le decisioni prese in uniforme possano influenzare le proprie opportunità dopo il congedo. Quando sono state istituite le leggi e le norme etiche che regolano questi rapporti, ci si aspettava che la maggior parte degli alti ufficiali militari si ritirasse semplicemente dopo il servizio, e non che passasse direttamente a posizioni altamente remunerative presso le principali aziende del settore della difesa. Questa dinamica crea incentivi che possono influenzare, e quasi certamente hanno influenzato, le decisioni e le priorità in materia di appalti, e deve cessare.

Fame di profitto contro fame reale
L’ultima questione relativa alle sfide della produzione militare americana che questo articolo affronterà è la fin troppo comune ossessione per il profitto in relazione alla guerra e alle forze armate. Oggi non è raro sentire qualcuno affermare che la spesa militare sia un bene per i rendimenti degli azionisti, i fondi pensione e i profitti aziendali. La fame di profitto è cresciuta a dismisura, soprattutto se considerata alla luce della reale realtà della fame negli Stati Uniti.

Sebbene a prima vista possa sembrare irrilevante paragonare la spesa militare all’insicurezza alimentare, i due fenomeni sono sorprendentemente collegati. Detto questo, il paragone non ha lo scopo principale di formulare un’argomentazione morale, quanto piuttosto di illustrare cosa si può realizzare con meno dell’uno per cento di un bilancio della difesa di mille miliardi di dollari.

Attualmente, oltre 45 milioni di americani soffrono di insicurezza alimentare, ovvero non sono in grado di acquistare il cibo nutriente di cui hanno bisogno perché non hanno i soldi per farlo. Ancora più preoccupante è l’elevato numero di bambini che vivono in condizioni di grave insicurezza alimentare. La grave insicurezza alimentare non si limita all’impossibilità di permettersi gli alimenti più nutrienti. Si riferisce a persone, in questo caso bambini americani, che saltano i pasti, mangiano porzioni ridotte, trascorrono intere giornate senza mangiare o soffrono la fame perché non hanno abbastanza soldi per garantire loro un’alimentazione adeguata. La popolazione di bambini statunitensi che vive in queste condizioni da terzo mondo è di circa 751.000.

Dal 2007 al 2021, il bilancio annuale della difesa degli Stati Uniti ha oscillato tra i 601 e i 711 miliardi di dollari, superando i 700 miliardi solo 3 volte in un periodo di 14 anni. Per tutto questo tempo, agli americani è stata data l’impressione che semplicemente non ci fossero abbastanza soldi per affrontare appieno problemi come l’insicurezza alimentare.

A partire dall’insediamento di Joe Biden alla presidenza nel 2021 e proseguendo con la seconda amministrazione Trump, il bilancio della difesa è lievitato fino a raggiungere circa mille miliardi di dollari all’anno. Le stime per l’eliminazione dell’insicurezza alimentare si attestano tra i 25 e i 100 miliardi di dollari all’anno, a seconda della portata del programma.

Ancora più sorprendente è il fatto che soddisfare le esigenze dei 751.000 bambini che vivono in condizioni di estrema insicurezza alimentare costerebbe molto meno. Anche ipotizzando, con grande generosità, una paghetta alimentare per ogni bambino più che doppia rispetto a quella fornita ai marinai della Marina degli Stati Uniti, il costo annuale sarebbe comunque inferiore a 7 miliardi di dollari. Questa cifra rappresenta meno dell’1% di un bilancio annuale della difesa di mille miliardi di dollari.

Il punto fondamentale è che gli Stati Uniti hanno aumentato la spesa per la difesa di circa 300 miliardi di dollari negli ultimi 4 anni, eppure qualsiasi accenno a investire una somma relativamente esigua per eliminare definitivamente la grave fame infantile viene marginalizzato o ignorato. Questa contraddizione rappresenta una flagrante violazione del contratto sociale e un profondo fallimento nella definizione delle priorità, soprattutto considerando la continua cattiva gestione da parte del Pentagono di ingenti somme di denaro pubblico.

Questa mentalità influenza inevitabilmente anche la produzione militare. Quando la massimizzazione del profitto e la creazione di valore per gli azionisti attraverso il bilancio annuale della difesa statunitense diventano la considerazione primaria, le decisioni sono guidate da ciò che è più redditizio piuttosto che da ciò che meglio serve gli interessi di sicurezza nazionale del paese. Questo squilibrio contribuisce alle inefficienze produttive ed è uno dei motivi per cui gli Stati Uniti sono afflitti da problemi di capacità industriale nel settore militare.

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Soluzioni pratiche

Padroneggiare il panorama dei fornitori unici
Il primo passo per alleviare i problemi che contribuiscono alle difficoltà di capacità produttiva dell’industria militare è che il Pentagono sviluppi un nuovo livello di padronanza del panorama dei fornitori unici delle forze armate. Sebbene non dubiti che il Dipartimento della Guerra sosterrebbe di essere già in grado di farlo, il sistema attuale è chiaramente inefficiente e necessita di una profonda revisione.

Visto che il Pentagono è già ossessionato dallo spendere soldi in intelligenza artificiale, la soluzione più ovvia è quella di utilizzare l’IA per identificare ogni singolo fornitore e organizzare l’intera catena di approvvigionamento fino al livello più granulare possibile. Una volta che queste informazioni saranno state scoperte, analizzate e classificate in ordine di priorità, i responsabili politici potranno affrontare in modo proattivo le specifiche vulnerabilità individuate.

Un’altra raccomandazione importante è che le forze armate inizino a garantire contrattualmente la continuità delle forniture da ogni azienda con cui intrattengono rapporti commerciali. Inoltre, ogni fornitore dovrebbe essere tenuto a presentare un piano completo di produzione di emergenza prima di aggiudicarsi un contratto militare. Se un’azienda non è in grado di garantire un livello minimo di produzione continuativa durante un conflitto di vasta portata, o non può dimostrare come aumenterebbe rapidamente la produzione quando necessario, non dovrebbe ottenere il contratto. Invece, il lavoro dovrebbe essere assegnato a un altro fornitore qualificato e dovrebbero essere intraprese misure a lungo termine per internalizzare tali attività produttive, in modo che possano essere svolte, in futuro, dagli uomini e dalle donne altamente qualificati delle forze armate degli Stati Uniti.

Resilienza e ridondanza della produzione
Una questione che le forze armate statunitensi devono affrontare in modo definitivo riguarda i casi in cui importanti fornitori unici si rifiutano di assumersi ulteriori responsabilità produttive. Se un’azienda è l’unico produttore di un componente militare critico, non dovrebbe esserle consentito di interrompere la produzione senza un piano di riserva.

Un modo proattivo per prevenire questo problema è che le forze armate si avvalgano di un fornitore di riserva, vincolato da contratto, per ogni componente realmente critico. L’appaltatore principale sarebbe consapevole fin dall’inizio che, in caso di inadempimento degli obblighi contrattuali o di rifiuto di ampliare la produzione quando richiesto, il fornitore di riserva si assumerebbe la responsabilità del lavoro. Per rendere praticabile questo tipo di sistema, il governo dovrebbe predisporre meccanismi legali che consentano all’azienda di riserva di accedere ai dati tecnici, alle informazioni di produzione o ad altra proprietà intellettuale necessaria per proseguire la produzione.

Accumulare risorse su larga scala
Un altro passo necessario per affrontare il problema della produzione militare americana è eliminare il maggior numero possibile di carenze di scorte e rifornimenti. Sebbene non sia facile da realizzare, ciò è possibile implementando un modello di acquisizione a tutti i costi che si preoccupi meno del prezzo di mercato a breve termine e più dell’ottenimento immediato di ciò di cui si ha bisogno. La priorità deve essere quella di acquisire, immagazzinare e continuare ad aumentare le riserve strategiche di tutto ciò che è considerato di eccezionale importanza fino a quando gli Stati Uniti non saranno in grado di sostenere un conflitto prolungato ad alta intensità.

Controllo del passaggio dal settore militare a quello privato
Per garantire che le decisioni di spesa del Pentagono siano prese esclusivamente per promuovere gli interessi militari e non per favorire le future carriere di generali o altri alti funzionari del Dipartimento della Guerra, è necessario riformare il rapporto tra il servizio militare e il settore privato. Le forze armate statunitensi non possono essere utilizzate come trampolino di lancio per una carriera milionaria post-servizio nel complesso militare-industriale o in altri settori che traggono profitto dalle decisioni di spesa militare.

Per porre fine a tutto ciò, è necessario vietare determinati impieghi post-servizio a generali e altri alti funzionari con una significativa influenza sulla spesa per la difesa. Tale divieto deve includere l’impiego presso appaltatori della difesa, aziende tecnologiche che intrattengono rapporti commerciali con il Dipartimento della Guerra, società di private equity, attività di lobbying, consulenza, multinazionali che dipendono dal settore della difesa e governi stranieri.

Queste restrizioni non significano che a queste persone sia completamente vietato lavorare. Sarebbero comunque libere di insegnare, esercitare la professione legale, accettare incarichi di relatore, lavorare nella sicurezza privata, nei media, in televisione, avviare una propria attività o intraprendere altre carriere che non creino conflitti di interesse diretti con le decisioni di spesa e di bilancio prese in precedenza.

Allo stesso tempo, se il governo intende limitare l’accesso di questi leader a numerose e redditizie opportunità lavorative post-servizio, dovrebbe compensarli adeguatamente. I generali e gli alti ufficiali militari soggetti a tali restrizioni dovrebbero ricevere prestazioni pensionistiche eccezionalmente generose. Tali prestazioni potrebbero includere un’indennità di pensionamento maggiorata, rimborsi spese di trasporto, agevolazioni di viaggio e altri incentivi per migliorare la qualità della vita, che tengano conto sia del loro servizio sia delle restrizioni imposte.

Controllare la cultura della fame per il profitto ponendo fine alla fame
Sebbene non arriverà mai il momento in cui la sete di profitto derivante dalla guerra sarà completamente eliminata dalla mentalità imperialista statunitense, esiste l’opportunità di inviare un segnale forte all’establishment e al complesso militare-industriale, indicando che le priorità della nazione sono in fase di ricalibrazione.

Un gruppo bipartisan di membri del Congresso degli Stati Uniti dovrebbe annunciare immediatamente che il prossimo bilancio della difesa sarà ridotto di 10 miliardi di dollari e che tali fondi saranno reindirizzati a una nuova iniziativa permanente che supervisionerà e garantirà che i circa 751.000 bambini che vivono in condizioni di estrema insicurezza alimentare non debbano mai più soffrire la mancanza di cibo a sufficienza a causa di difficoltà economiche, né che questo accada in futuro a nessun altro bambino americano.

Ci saranno indubbiamente persone che si opporranno e/o tenteranno di contestare questa proposta. Molti sosterranno che le frodi sono presenti negli attuali programmi di assistenza alimentare. Altri argomenteranno che ogni dollaro è necessario per la difesa nazionale. La mia risposta a qualsiasi obiezione di questo tipo sarà diretta: ridurre un bilancio esageratamente gonfiato di mille miliardi di dollari dell’1% o meno non avrà alcun impatto sulla nostra sicurezza nazionale. E allo stesso tempo, utilizzare quei fondi per sradicare definitivamente la fame infantile cambierà immediatamente la vita di oltre 750.000 bambini e impedirà a milioni di altri di soffrire inutilmente in futuro.

Se il Dipartimento della Guerra, i suoi vertici, i nostri funzionari eletti e il complesso militare-industriale non riescono a portare a termine la loro missione con un bilancio di oltre 300 miliardi di dollari superiore a qualsiasi bilancio precedente al 2021, allora queste persone sono patetiche e, francamente, inadatte a svolgere il loro incarico. Allo stesso modo, se i fondi di investimento e altri strumenti finanziari simili non riescono a mantenere rendimenti soddisfacenti senza dipendere da una spesa militare in continua crescita, allora non sono competenti a gestire il denaro altrui.

In definitiva, un messaggio inequivocabile deve essere inviato forte e chiaro. Il contribuente americano è vigile, più informato che mai, e non intende sprecare denaro pubblico solo perché classificato come spesa militare. Inoltre, nessun bambino americano dovrebbe soffrire la fame mentre la nazione spende quasi mille miliardi di dollari all’anno per la difesa nazionale e quando il gravissimo problema della sicurezza alimentare infantile potrebbe essere risolto in modo permanente con meno dell’1% di tale budget. L’America è abbastanza ricca da poter mantenere un esercito finanziato in modo spropositato e da garantire ai propri figli cibo a sufficienza. Questi obiettivi non si escludono a vicenda. L’unica domanda è se i cittadini avranno il coraggio di costringere i propri rappresentanti eletti a fare il loro dovere e a garantire che entrambi gli obiettivi siano raggiunti.

Conclusione
Nella seconda parte di “L’ostruzione alla produzione”, abbiamo identificato e affrontato alcuni dei problemi fondamentali che contribuiscono alle difficoltà di produzione militare delle forze armate statunitensi. Sono numerose le ragioni per cui gli Stati Uniti si trovano in questa situazione di vulnerabilità. Tra queste, l’erosione della base industriale americana, l’esternalizzazione della produzione in Cina e in altri Paesi, i cambiamenti nella strategia militare e l’incapacità sia del complesso militare-industriale di produrre quanto necessario, sia del Pentagono di responsabilizzare adeguatamente appaltatori e fornitori. In definitiva, non importa come siamo arrivati ​​a questo punto, il punto fondamentale è che questa situazione è insostenibile e deve cambiare.

È giunto il momento di esigere che i nostri rappresentanti eletti attuino riforme difficili. Se mettono in dubbio quale sia il problema o non ne riconoscono la gravità, ricordate le idee presentate in questo articolo e spiegatele loro razionalmente. Se continuano a ignorare il problema o a opporsi al cambiamento, anche loro contribuiscono a creare un clima di ostruzionismo produttivo .

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Alla prossima,

Jon Kurpis

Dare al terrorismo l’attenzione che merita.

Un altro fattore chiave che potrebbe influenzare le valutazioni belliche del presidente russo Putin.

Jon Kurpis19 settembre
LEGGI NELL’APP

Originariamente pubblicato da The Duran il 19 agosto 2026.


Nel corso dell’ultimo anno, si è discusso a lungo sul perché il presidente russo Vladimir Putin sia rimasto così calmo e generalmente non reattivo agli attacchi dei droni ucraini sul territorio russo. Sia chiaro, questi attacchi non sono episodi isolati o accidentali. Si tratta di assalti premeditati, mirati a infrastrutture non militari, che hanno causato la morte di civili, tra cui bambini. Molti russi ritengono che una risposta più decisa sia necessaria, e questa non è una posizione irragionevole.

Io stesso ho scritto in passato di questa dinamica, e non mancano i commenti di altri. Le spiegazioni per la reazione del Cremlino spaziano dal ridicolo (ad esempio, Putin è debole o l’Ucraina sta sopraffacendo l’esercito russo) al più intelligente. Per quanto riguarda le valutazioni in linea con la realtà, queste includono il fatto che Putin comprende che questi attacchi non faranno deragliare l’esito dell’operazione di cooperazione militare e sono quindi visti come un tentativo disperato da parte dell’Occidente di cambiare la narrazione e in qualche modo provocare la Russia a un’escalation che farebbe scattare l’articolo 5 o avrebbe qualche tipo di conseguenza militare negativa per loro. Qualunque sia la verità dietro le motivazioni di Putin, si può affermare con assoluta certezza che la risposta russa non è dovuta a una straordinaria campagna militare o a un’azione di droni che l’Ucraina sta conducendo con successo. Piuttosto, si allinea con una risposta calcolata che segnala che i russi non abbasseranno la guardia.

Come altri esperti di geopolitica, seguo quotidianamente la guerra in Ucraina. Dal mio ultimo articolo sull’argomento, pubblicato su The Duran Substack il 19 luglio 2026, si sono susseguiti attacchi ucraini contro obiettivi non militari (entro i confini russi pre-2014) che hanno causato vittime civili. Sebbene la Russia stia oggettivamente conducendo una guerra sempre più aggressiva contro gli ucraini, come dimostrano il blocco del porto di Odessa e i continui bombardamenti su Kiev, non si assiste a una reazione eccessiva a queste provocazioni ucraine. Pertanto, mi chiedo se ci sia qualcos’altro che possa influenzare questa politica di non reazione. Ho la sensazione che debba esserci un elemento più profondo in gioco, che con ogni probabilità sta influenzando Putin e la Russia dietro le quinte. Dopo aver dedicato molto tempo all’esame e all’analisi di ogni singola fonte di intelligence a mia disposizione, sono giunto alla conclusione che un tassello mancante del puzzle è la persistente minaccia del terrorismo ucraino.

Introduzione al terrorismo in Ucraina

Dall’inizio dell’operazione militare speciale nel febbraio 2022, e persino a partire dal 2014, il governo ucraino ha dimostrato con i suoi fatti la volontà di ricorrere a tattiche di guerra sporca che possono essere correttamente classificate come atti deliberati di terrorismo. Il presidente Zelensky ha addirittura mostrato la volontà di spingersi ben oltre ciò che i russi sembrano disposti a fare, in particolare per quanto riguarda gli attacchi contro i vertici del Cremlino e contro civili innocenti.

Gli esempi di complotti terroristici ucraini sono noti e numerosi. Il 20 agosto 2022, un’autobomba ha ucciso la figlia del noto filosofo russo di estrema destra Aleksandr Dugin. Il 2 aprile 2023, un attentato in un caffè di San Pietroburgo ha ucciso il blogger militare russo Vladlen Tatarsky e ferito altre 42 persone. Un mese dopo, il 3 maggio, droni ucraini hanno preso di mira e colpito il Cremlino. Il 6 giugno 2023, la diga di Nova Kakhovka è stata distrutta da un’esplosione che ha provocato un’enorme catastrofe umanitaria e ambientale, di cui la Russia accusa l’Ucraina. Tra il 31 maggio e il 1° giugno 2025, attacchi contro ponti a Kursk e Bryansk hanno causato la morte di otto persone. Il 29 dicembre 2025, 91 droni ucraini diretti verso la residenza del presidente Vladimir Putin a Valdai sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi. Il 22 maggio 2026, un attacco di droni contro un dormitorio a Starobilsk ha ucciso 21 persone, tra cui studenti innocenti. Il 17 giugno, un autobus che trasportava una squadra di calcio giovanile bielorussa è stato colpito da un drone ucraino a Bryansk, causando un morto e sei feriti. Il 1° agosto, un attentato dinamitardo contro un ufficiale militare russo in un ristorante italiano a Mosca ha ucciso cinque persone e ne ha ferite altre 19. Due giorni dopo, il 3 agosto, un attacco su una spiaggia vicino a Gelendzhik ha ucciso sette persone, tra cui tre bambini. Va notato che questo attacco è avvenuto nelle immediate vicinanze di un complesso alberghiero che l’Occidente erroneamente identifica come la residenza del presidente Putin, e non si può escludere un collegamento tra l’attacco del 3 agosto e questa struttura. Infine, Wildberries, l’equivalente russo di Amazon, ha subito almeno 25 attacchi alle sue strutture tra il 18 luglio e il 15 agosto 2026.

Sebbene questo non sia affatto un resoconto esaustivo di tutti gli attacchi ucraini contro la Russia, ciò che è emerso è un modello ricorrente da parte degli ucraini di ricorso a tattiche grottesche e al terrorismo vero e proprio, prendendo di mira civili innocenti, nonché il desiderio di assassinare lo stesso Vladimir Putin. Indipendentemente da come si possa interpretare la guerra in Ucraina, il terrorismo rappresenta una minaccia legittima e costante per la Russia e una preoccupazione molto reale di cui il Cremlino deve tenere conto.

Mettere insieme i pezzi

Da questo punto di vista, e in relazione alla situazione attuale dell’Organizzazione per la cooperazione militare internazionale (SMO), il presidente Putin si trova ad affrontare una questione complessa. Da un lato, la Russia è vicina a una vittoria militare. Sebbene la vittoria totale sia ancora lontana mesi, se non più di un anno, la Russia ha aumentato considerevolmente la pressione e gli ucraini stanno iniziando a comprendere la situazione. Ciò, tuttavia, non diminuisce il pericolo per la Russia, poiché mettere alle strette l’opposizione in guerra è di per sé una posizione precaria.

Questo accade perché, in situazioni avverse in cui una delle parti sta per perdere, che si tratti di guerra, politica o sport, i partecipanti spesso si comportano in modo incredibilmente aggressivo nel tentativo di opporre una resistenza finale formidabile. Spesso la tensione è tale che la parte vincente si arrende senza rendersi conto di quanto fosse vicina alla vittoria. Questo concetto è ben riassunto dal proverbio che mette in guardia dal “cedere a un centimetro dalla linea di porta”. In altre parole, quando la propria parte sta per vincere, la situazione diventa spesso così difficile e caotica che è necessario prendere precauzioni per evitare che la vittoria sfugga di mano a causa dell’incapacità di resistere all’assalto della persona o dell’entità che sta per perdere.

Il motivo per cui questo è rilevante per la nostra discussione è che forse non esiste esempio in cui una parte sconfitta sia più propensa ad agire in modo così reazionario, aggressivo e terroristico dell’Ucraina. Questa triste realtà è supportata da una storia documentata dal 2022 ad oggi, che dimostra come l’Ucraina sia disposta e capace di vendicarsi in un modo che va ben oltre qualsiasi limite legale o accettabile. Questo comportamento criminale si è già verificato, è tuttora in corso e peggiorerà drasticamente con l’avvicinarsi della fine dell’operazione di cooperazione in materia di sicurezza russa.

È importante considerare che, così come l’attivazione dell’articolo 5 potrebbe teoricamente far deragliare una vittoria altrimenti inevitabile per la Russia, anche il terrorismo ucraino, se perpetrato su scala più consistente e con maggiore letalità all’interno della Russia, potrebbe diventare altrettanto problematico.

Se il terrorismo appoggiato dall’Ucraina dovesse regolarmente causare un elevato numero di morti, il degrado di infrastrutture critiche o la demolizione di monumenti di importanza storica, il popolo russo chiederebbe a Putin di ordinare all’esercito di adottare misure immediate per porre fine all’operazione militare. Ciò richiederebbe a Putin di approvare offensive militari su vasta scala in Ucraina, con conseguenti perdite ingenti per le unità russe.

L’atteggiamento più aggressivo del popolo russo nei confronti dell’Organizzazione per la Mobilità Speciale non è una mera speculazione. Osservando le elezioni che si terranno in Russia a settembre, è interessante notare che i due partiti di opposizione con maggiori probabilità di vittoria condividono la posizione secondo cui la Russia dovrebbe adottare un approccio più duro nei confronti dell’Ucraina. Indipendentemente dai risultati elettorali, è chiaro che la popolazione tende a chiedere una campagna militare più incisiva, e questa tendenza aumenterà sicuramente se gli atti di terrorismo diventeranno più frequenti.

Esiste pertanto un rischio concreto che il terrorismo ucraino, se gestito in modo improprio dalla Russia, possa diventare un meccanismo in grado di interferire con la normalità ristabilita e, in ultima analisi, influenzare le modalità di svolgimento dell’operazione militare speciale.

Il presidente Vladimir Putin e le forze armate russe ne sono pienamente consapevoli. Sanno anche che il terrorismo appoggiato dall’Ucraina sul suolo russo è un problema a lungo termine che deve essere affrontato. Il vaso di Pandora è stato aperto e nessuno può più richiuderlo. Detto questo, il momento e le modalità con cui verrà affrontato sono di fondamentale importanza.

Il vaso di Pandora

Quando gli storici del futuro scriveranno la storia definitiva della guerra in Ucraina, dovranno purtroppo narrare come l’Occidente nel suo complesso abbia stretto un patto con il diavolo, sostenendo Zelensky e il suo sforzo bellico. Allo stato attuale, agli ucraini sono stati concessi centinaia di miliardi di dollari non verificabili, accesso alle tecniche e al know-how della NATO, esperienza sul campo di battaglia e operativa, e una sorta di lasciapassare morale per commettere qualsiasi atrocità ritengano necessaria. Non esiste letteralmente alcun meccanismo di controllo o di prevenzione per impedire che questi atti atroci si verifichino, né ora né in futuro. Anzi, raramente, se non mai, sento o leggo qualcosa da parte di un governo occidentale che condanni, critichi o chieda l’immediata cessazione di questi atti di terrorismo. Incredibilmente, sento invece funzionari governativi e opinionisti occidentali giustificare, scusare e persino applaudire attacchi che sono categoricamente inaccettabili secondo qualsiasi standard di comportamento moderno.

Come se tutto ciò non bastasse, un’ulteriore ragione per cui l’approccio collettivo dell’Occidente è stato così estremamente sconsiderato è che, una volta finita la guerra, le persone, siano esse membri delle forze di Azov allineate con i nazisti o altri che si nascondono nell’ombra e commettono questi atti terroristici in modo indipendente, rimarranno in gran parte al loro posto. Questi assassini ora dispongono di ingenti somme di denaro, accesso a enormi quantità di armi trafugate dalle forniture occidentali, e non c’è nessuno disposto o in grado di dire o fare qualcosa per impedire loro di commettere futuri atti di terrorismo.

In un modo o nell’altro, la Russia dovrà affrontare il problema del terrorismo ucraino. L’Occidente nel suo complesso ha aperto il vaso di Pandora e non c’è modo di controllarlo, anche se questo fosse l’obiettivo. Ma se dovessero scoppiare ora, o in qualsiasi momento prima della conclusione dell’operazione di pace, vi è una forte possibilità che ciò interferisca con il modo in cui la Russia conduce la guerra.

Cosa significa realmente

Tutto ciò indica che, quando il mondo percepisce un atteggiamento non reattivo nei confronti degli attacchi con droni sul suolo russo, entra in gioco un ulteriore fattore critico (ovvero il terrorismo ucraino). Pertanto, la minaccia del terrorismo ucraino e le modalità per contenerla nel breve termine sono probabilmente elementi determinanti nelle decisioni della Russia in merito alla sua strategia di comunicazione e reazione.

A prescindere da ciò che gli osservatori possano pensare, si può sostenere, con una certa dose di sfumature, che Putin consideri gli attacchi dei droni, per usare un’espressione appropriata, un male necessario, in quanto assolvono al loro scopo di ritardare l’ondata di terrorismo ucraino, ben più intensa, all’interno dei confini russi. E se si guarda la situazione da questa prospettiva non convenzionale, sembra che si sia sviluppato un meccanismo di stallo organico che permette silenziosamente agli attacchi dei droni di continuare, poiché ciò è, in misura variabile, nell’interesse immediato di tutte le parti coinvolte. Questo NON significa che Putin li approvi o desideri che continuino, ma piuttosto che potrebbero fungere da meccanismo di ritardo del terrorismo durante la fase finale dell’operazione di cooperazione in Russia.

Chi ne trae beneficio e in che modo?

Dal punto di vista dell’Occidente e dell’Ucraina, un’offensiva con i droni è molto auspicabile. Innanzitutto, gli ucraini vogliono perseguirla e ne hanno la capacità, ammesso che dispongano dei droni e dei dati di puntamento statunitensi. Dal punto di vista americano, permettere agli ucraini di condurre un’offensiva con i droni impedisce loro di richiedere armi più potenti che intensificherebbero seriamente il conflitto e le cui scorte potrebbero non essere così ingenti. Permette inoltre ad aziende come Palantir di testare le proprie tecnologie di droni e intelligenza artificiale in contesti di combattimento reali. Per i “ragazzini” globalisti dell’UE, non c’è niente di più allettante dell’idea di partecipare a un conflitto contro la Russia fornendo tecnologia per droni, poiché ciò si inserisce perfettamente nella loro narrativa finanziaria secondo cui le fabbriche di droni ripristineranno la capacità produttiva europea perduta. La guerra con i droni funziona persino per gli interessi cinesi, che a quanto pare vendono componenti per droni all’Occidente attraverso terze parti. Quindi, in modi diversi e per ragioni molto diverse, ogni attore partecipa in un certo senso allo stesso gioco.

Ma in che modo ciò aiuta la Russia?

Per quanto riguarda gli obiettivi militari russi, potrebbe essere sensato lasciare che gli attacchi dei droni ucraini si sviluppino con cautela e sistematicità nel breve termine. Dato che i russi si sono confrontati direttamente con l’Occidente riguardo alle forniture di armi più tradizionali, anche di recente in merito alle scorte statunitensi in Turchia, il Cremlino, con pochissime eccezioni, è stato notevolmente più silenzioso riguardo ai droni, e credo che questo possa essere uno dei motivi.

Per quanto riguarda la guerra moderna con i droni, non esiste al mondo un Paese altrettanto capace quanto l’esercito russo, grazie all’esperienza maturata sul campo durante l’esercitazione SMO. I russi sono diventati, per molti aspetti, maestri nell’impiego offensivo avanzato dei droni e hanno adattato tecnologie e tattiche per perfezionare questo settore dell’armamento. Inoltre, lo sviluppo dei droni russi è in continua evoluzione e si espanderà ulteriormente con l’entrata in funzione della loro versione di Starlink sui campi di battaglia ucraini.

In termini di capacità difensive per resistere agli attacchi dei droni, la Russia ha fatto grandi progressi, ma non ha ancora raggiunto il dominio in questo aspetto del campo di battaglia. L’Ucraina è particolarmente abile nel modificare e cambiare rapidamente le tattiche, e i russi devono continuamente ampliare le proprie capacità difensive per tenere il passo con la minaccia. Sebbene la Russia disponga di un sistema di difesa missilistica stratificato all’avanguardia, è un dato di fatto che non sia stato originariamente progettato per difendersi dai droni. Pertanto, avere l’opportunità di affinare i propri sistemi per contrastare ogni minaccia proveniente da NATO, Ucraina e Stati Uniti rappresenta un’occasione incredibilmente importante da sfruttare. Da un punto di vista difensivo, affrontare con cautela gli attacchi dei droni ucraini non solo ritarda il terrorismo palese nel breve termine, ma consente alle forze armate di apportare le modifiche cruciali necessarie per la protezione a lungo termine.

Nello specifico, gli attacchi con droni da parte dell’Ucraina stanno permettendo alla Russia di comprendere la tecnologia dei droni e l’intelligenza artificiale ad essa associata, come quella di Palantir, i grandi droni delle dimensioni di un Cessna alimentati da piccoli motori di fabbricazione italiana, i droni militari forniti dal Regno Unito e ogni sorta di armamento innovativo ideato dagli ucraini, inclusi droni che sganciano veicoli telecomandati che poi si muovono e detonano, e persino droni dotati di mitragliatrici. La Russia non solo è in grado di esercitarsi contro tutte queste diverse tecnologie occidentali per droni, ma sta anche acquisendo esperienza con i missili Flamingo, che si muovono lentamente.

Sebbene molti presumano che la vendita di componenti per droni da parte della Cina all’Occidente sia motivata esclusivamente da ragioni economiche, la questione potrebbe essere ben più complessa. Non mi sorprenderei affatto se un piccolo numero di questi componenti contenesse un micro-transponder integrato, che permetterebbe sia alla Cina che alla Russia di localizzarli. In tal caso, la Russia sarebbe in grado di tracciare il luogo di assemblaggio dei droni, il loro percorso verso l’Ucraina, i luoghi di stoccaggio prima del lancio e forse persino la loro traiettoria di volo. Si tratterebbe di dati di fondamentale importanza per la Russia, che le consentirebbero di individuare con precisione i bersagli per i propri attacchi missilistici, e sarebbero accessibili solo se gli attacchi con i droni dovessero continuare nel breve termine.

L’esempio più recente di come tali attacchi possano in definitiva essere nell’interesse a lungo termine dei russi è rappresentato dai massicci attacchi con droni lanciati dall’Ucraina a metà agosto 2026.

Per comprendere la portata e la gravità dell’attacco, è stato riportato che l’Ucraina ha lanciato circa 2.100 droni in un periodo di due giorni e, nel farlo, alcuni sono stati distrutti prima che raggiungessero i loro obiettivi, mentre in alcuni casi sono riusciti a colpire magazzini vuoti della Wildberries, senza causare vittime civili o militari. Considerando un costo di 60.000-200.000 dollari per drone, un attacco di tale portata, o anche uno con un numero di droni significativamente inferiore a quello riportato, potrebbe facilmente costare 100 milioni di dollari, senza peraltro portare a conseguenze significative per gli ucraini.

D’altro canto, l’esercito russo ha acquisito esperienza dovendosi difendere da un attacco di 2.100 droni in un periodo di 48 ore. I dati e l’esperienza ricavati da un simile attacco si tradurranno in misure difensive più efficaci in futuro. Nel frattempo, l’Ucraina ha distrutto 2.100 droni, la cui sostituzione potrebbe costare oltre 100 milioni di dollari. L’attacco fallito ha anche avvantaggiato la Russia, in quanto ha messo fuori circolazione 2.100 droni che avrebbero potuto essere utilizzati con maggiore parsimonia per futuri attacchi terroristici in Ucraina.

Conclusione

In definitiva, sono numerosi i fattori che determinano la risposta del presidente Putin e della Russia agli attacchi dei droni sul loro territorio. Molte delle ragioni di questa risposta sono già state discusse, e senza dubbio esistono altri fattori determinanti che non saranno mai noti a causa della natura riservata dell’argomento. Detto questo, è importante e doveroso considerare anche la natura complessiva della minaccia terroristica che la Russia si trova ad affrontare sia a breve che a lungo termine, e come questa stia probabilmente influenzando le decisioni e le risposte odierne.

Prima di concludere questo articolo, desidero ribadire che nulla di quanto detto finora significa affermare che il presidente Putin o l’esercito russo stiano intenzionalmente permettendo ai droni di colpire il loro paese, o che in qualche modo approvino o gradiscano le morti di civili. Piuttosto, potrebbe esserci un’intesa secondo cui, sebbene gli attacchi avvengano e causino danni minimi e persino vittime, è di gran lunga preferibile permettere all’Occidente nel suo complesso di impegnarsi in questo tipo di manovre, poiché ciò ritarda il terrorismo vero e proprio e fornisce al complesso militare-industriale russo il tempo e i dati necessari per perfezionare i propri sistemi di difesa dai droni, al fine di proteggere il paese in modo più efficace in futuro. Cosa ancora più importante, ciò garantisce all’esercito russo la continua flessibilità interna per perseguire l’organizzazione terroristica nel modo che ritiene più opportuno.

Tenendo conto di tutto ciò, quando in futuro si discuterà del perché il presidente Vladimir Putin stia affrontando gli attacchi al suo paese in modo apparentemente così non reattivo, il dialogo che ne seguirà non dovrà limitarsi a considerare i numerosi fattori già analizzati e commentati in passato, ma dovrà anche tenere conto del fatto che Putin sta dando al terrorismo l’attenzione che merita.

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Alla prossima,

Jon Kurpis



NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.

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Una giornata elettorale ricca di colpi di scena in tutto il mondo.

Prima ancora che lo “shock” provocato dalle elezioni regionali in Sassonia-Anhalt, tenutesi alcune settimane fa, avesse il tempo di placarsi, le elezioni tenutesi a Berlino e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore hanno inferto un doppio colpo al sistema politico allineato con Bruxelles.

L’AfD ha nuovamente dominato in Meclemburgo-Pomerania Anteriore e, sebbene fosse prevedibile, ciò ha comunque provocato un’altra ondata di sconvolgimenti in un’Germania già in fermento:

Il partito di governo CDU ha registrato un crollo di circa l’8% rispetto al ~13% ottenuto l’ultima volta. Di fatto, la CDU è ora scesa al di sotto della soglia del 5% necessaria per essere rappresentata nel parlamento regionale, il che significa che non le verrà assegnato nemmeno un seggio. Questo non era mai successo prima al partito in qualsiasielezioni statali; una sconfitta storica.

Nel frattempo, a Berlino il partito di sinistra Die Linke si è assicurato la vittoria, infliggendo a sua volta una pesante sconfitta alla CDU, che aveva dominato le ultime elezioni. Il fallito cancelliere del Reich Friedrich Merz, pallido e abbattuto, ha dichiarato con tono desolato che quella era stata una giornata disastrosa:

Ecco cosa le riserva il patto faustiano con BlackRock, Herr Reichskanzler.

Prendiamoci tutti un momento per deridere e schernire il leader più disonorato della storia tedesca. Indicate lo schermo e fatevi una bella risata davanti all’aspetto tirato e raggrinzito di quel patetico idiota.

L’ex banchiere di BlackRock e tirapiedi della Commissione Trilaterale registra il più basso indice di gradimento mai registrato da un leader nella storia della Germania. Questo abominio detestato, che ha portato il proprio Paese sull’orlo della rovina, ha ora annunciato il proprio rifiuto di compiere il gesto d’onore e dimettersi, scegliendo invece di continuare ancora per un po’ il suo miserabile lavoro di spremere i contribuenti tedeschi a vantaggio dei suoi mandanti globalisti.

BBC News (Mondo)@BBCWorld

Il cancelliere tedesco Merz promette di restare in carica nonostante i “disastrosi” risultati dei sondaggi a uscita dalle urne sulle elezioni regionali

bbc.in

Il cancelliere tedesco Merz promette di restare in carica nonostante i risultati “disastrosi” degli exit poll delle elezioni regionali

18:51 · 20 settembre 2026· 275.000 visualizzazioni


172 risposte· 144 condivisioni· 688 “Mi piace”

È uno dei motivi principali per cui i globalisti stanno ponendo così tanto l’accento sul 2027 come anno cruciale. È allora che dovrà iniziare la guerra con la Russia per salvare questi marci regimi europei occupati dal crollo totale e deviare l’ira ribollente della popolazione verso un falso nemico, anziché verso il vero nemico interno.

Faytuks Network@FaytuksNetwork

I servizi segreti francesi avvertono ora che la Russia potrebbe sferrare attacchi ibridi su larga scala contro le infrastrutture critiche della Francia (reti elettriche, ferroviarie, di telecomunicazioni e idriche) già nell’autunno del 2027, prima rispetto alla precedente stima del 2030 – France Télévisions

12:10 · 20 settembre 2026· 58,9K visualizzazioni


12 risposte· 142 condivisioni· 935 “Mi piace”

Il 2027 sarà proprio l’anno delle prossime importanti elezioni federali europee – quelle francesi – e, sebbene quelle tedesche siano ufficialmente previste per il 2029, non è affatto improbabile che possano tenersi molto prima, dopo che il regime marcio di Merz sarà crollato su se stesso come un pezzo di legno marcio divorato dalle termiti.

Contemporaneamente, la Russia ha tenuto le proprie elezioni legislative per la Duma di Stato. Non essendo tipo da lasciarsi sfuggire un’occasione, l’astuto narco-goblin di Bankova ha messo da parte il miniera d’orodi tutti gli sciami di droni previsti per l’occasione, al fine di:

  1. Scomportare il più possibile lo svolgimento delle elezioni, cercando al contempo di umiliare Putin
  2. Per cercare di screditare l’idea di elezioni in tempo di guerra, al fine di legittimare in modo subversivo la propria presidenza ormai scaduta, che continua a respingere le richieste di un voto democratico

Probabilmente Zelensky riteneva che, se fosse riuscito a interferire con le elezioni russe, ciò avrebbe dato credito alla sua argomentazione discutibile secondo cui l’Ucraina non dovrebbe tenere elezioni in tempo di guerra perché è troppo rischioso o pericoloso.

Ma la Russia ha smentito categoricamente questa ipotesi abbattendo il 99% di quello che potrebbe essere stato il più grande sciame di droni della storia, se dobbiamo credere alle cifre fornite dallo stesso sindaco di Mosca, Sobyanin sul suo canale ufficiale di TG:

È stato respinto il più massiccio attacco sferrato dai droni nemici contro Mosca. Da ieri sono stati intercettati oltre 1600 droni su tutti i fronti, di cui 450 in avvicinamento a Mosca. Ringraziamo le forze di difesa aerea per il loro lavoro altruistico. Ciononostante, diversi droni sono riusciti a raggiungere il territorio della raffineria di petrolio di Mosca e uno di essi ha colpito un edificio residenziale. Non si sono registrati decessi.

Questo attacco senza precedenti era chiaramente stato pianificato per ostacolare lo svolgimento delle elezioni, ma il nemico ha fallito.

Il canale ufficiale del Ministero della Difesa russo ha riportato un numero ancora maggiorenel corso delle 24 ore: 1.950 droni in totale sono stati abbattuti, il che fa supporre che il numero di quelli lanciati fosse ancora maggiore:

❗️ Nel tentativo di ostacolare l’espressione democratica dei cittadini della Federazione Russa in occasione delle elezioni della Duma di Stato dell’Assemblea Federale della Federazione Russa, il regime di Kiev, tra il 19 e il 20 settembre di quest’anno, ha sferrato un attacco su vasta scala sul territorio della Federazione Russa utilizzando velivoli senza pilota (UAV) e missili da crociera “Flamingo”.

▫️ Grazie all’abile intervento delle unità missilistiche antiaeree, dei gruppi di fuoco mobili e degli equipaggi dell’aviazione da caccia e dell’aviazione militare, nell’arco di 24 ore, 1.951 UAV d’attacco e otto missili da crociera a lungo raggiosono stati abbattuti sopra alcune regioni russe. Un altro missile da crociera lanciato dal nemico ha deviato dalla sua rotta e si è schiantato in una zona disabitata.

▫️ Inoltre, tutti i missili “Flamingo” lanciati dal regime di Kiev sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea russi mentre si avvicinavano a obiettivi civili nella regione di Mosca.Il tentativo di sferrare un attacco su larga scala contro Mosca è fallito. Il nemico non ha raggiunto i propri obiettivi.

Diversi media hanno riferito che, nell’ambito degli sciami massicci di droni, l’Ucraina avrebbe persino utilizzato per la prima volta il proprio missile balistico, una copia dell’Iskander, in un presunto tentativo di colpire Mosca:

Notizie successive hanno chiarito che il “Pelican” citato da Zelensky era in realtà un drone alato e non un missile. È difficile saperlo con certezza: forse, dopo che la nuova “wunderwaffe” è stata abbattuta, hanno semplicemente cambiato la versione dei fatti per evitare l’imbarazzo. Certamente, il missile balistico di nuova concezione sarebbe stato impiegato in modo ottimale durante un attacco a sciame di saturazione su vasta scala, quando le difese antibalistiche russe sarebbero state più che mai sopraffatte.

In ogni caso, i pochi droni che sono riusciti a superare le difese sono riusciti a colpire nuovamente la raffineria alla periferia di Mosca, regalando a Zelensky e ai suoi compari un brivido di gioia euforica di cui avevano bisogno da tempo:

Ricordiamo quanto avevamo appena scritto nell’ultimo rapporto riguardo agli attacchi con i droni dell’Ucraina: uno sciame di 900 droni costerebbe circa 50 milioni di dollari, ovvero più del 25% delle spese belliche giornaliere totali dell’Ucraina (190 milioni di dollari). Ciò significa che uno sciame di oltre 2.000 droni, come quello verificatosi oggi, sarebbe costato a Zelensky una somma non indifferente: forse più della metà del budget giornaliero destinato alla guerra.

Grok valuta:

Ricordiamo che Lo stesso Zelensky ha ammesso il mese scorso cheche l’intero bilancio del 2026 era stato sperperato in inutili attacchi con droni nella prima parte dell’anno:

Link

È quindi importante comprendere che questi spettacoli ad effetto speciale organizzati da Kvartal 95, volti a creare scenari di crisi nella capitale russa, finiscono per comportare costi ingenti per lo Stato ucraino, che devono poi essere coperti con urgenza dai contribuenti europei dopo ulteriori richieste di aiuti da parte di Zelensky.

Per quanto riguarda le elezioni russe, il partito al potere, “Russia Unita”, ha vinto a larga maggioranza, come previsto, mentre il Partito Comunista Russo si è classificato al secondo posto:

Elezioni della Duma di Stato russa: i primi exit poll indicano che il partito al governo, “Russia Unita”, è in testa con il 49,4% dei voti secondo un sondaggio del VCIOM e con il 52,8% secondo un sondaggio dell’INSOMAR.
Il Partito Comunista si è classificato al secondo posto con il 14,2% – 14,8%, seguito dall’LDPR con il 10,7% – 9,9%, da “Nuova Gente” con il 9,7% – 8,6% e da “Russia Giusta” con il 6,6% – 5,5%.
Il tasso di partecipazione finale è risultato superiore al 56%.

Ora l’unica speranza rimasta a Zelensky è l’incontro con Trump appena annunciato per la prossima settimana, durante il quale Zelensky cercherà di insistere per ottenere un cessate il fuoco e ulteriori fondi, mentre Trump probabilmente rimprovererà quell’imbroglione di Kiev per aver destabilizzato i prezzi globali del carburante. Alla fine, tutto finirà nel nulla e le cose torneranno al loro allegro corso.

Naturalmente, le voci che circolano in questo momento lasciano presagire un massiccio contrattacco russo contro Kiev nelle prossime 72 ore circa. Zelensky avrà il suo bel da fare a spiegare ai propri cittadini come la distruzione imminente che ha scatenato su di loro valga la temporanea chiusura di una singola raffineria russa.


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Il Consiglio di Jarrimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di approfittarne due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida porzione di generosità.

San Paolo aveva ragione, di WS

Il problema sollevato da Morgoth in questo post:

italiaeilmondo.com/2026/09/19/come-elite-theory-e-diventato-un-contenuto-drammatico-_-di-morgoth/ , sebbene relativo ad una caso “ particolare”, è generale e cruciale; non solo è “drammatico” ma , come spiegherò più avanti , addirittura anche “apocalittico”.

Di fatti, anche alla base del problema descritto da Morgoth c’ è il dato di fatto inoppugnabile che “sapere” non significa “potere”; avere una “verità” da rivelare non significa riuscire a “rivelarla”.

Questo dato di fatto , per chi sceglie il “lato oscuro” del ” sapere” ( la gnosi), non è un problema, ma addirittura una risorsa del proprio potere. 

Infatti in termini di comprensione dei problemi complessi, la “ mediana “, non la media, della massa degli uomini è molto bassa; quindi, la “maggioranza” dell’ umanità non solo non è in grado di capire le “idee complesse” ma può pure addirittura essere sapientemente “educata” a nemmeno cercare di capirle.

Non è un caso che per tutte le vecchie strutture sociali dichiaratamente impegnate a favore del popolo, dalle chiese ai primi socialisti, l’ elevazione culturale della massa era prioritaria rispetto a quella di sollevarla “ dal bisogno”.

E questo problema della intrinseca “stupidità del popolo” può essere addirittura aggravato dalla eliminazione di ogni “buon senso” nella testa delle masse ,onde pure far loro credere come vero e desiderabile il mondo distopico che gli viene apparecchiato. 

Tutto il mondo di “1984” è appunto fondato sulla contraddizione del buonsenso da ” la guerra è pace” a appunto ” l’ ignoranza è forza”, no?

Chi invece sceglie “il verbo”, cioè rivelare la SUA verità alle masse, va sempre incontro ad un sacco di guai ed ad un sostanziale fallimento, perché va sempre a sbattere contro gli interessi di una elite che è inevitabilmente “gnostica”. 

Lo “gnosticismo” è infatti la religione ( religio = tenere insieme ) perfetta agli interessi di ogni casta che voglia non solo “perpetuarsi” ma addirittura “ speciarsi” in una “ specie superiore” rispetto a mandrie umane allevate nella bestialità.

Tutte le convinzioni gnostiche servono solo a questo, a creare un sistema di dominio de “l’uomo su l’ uomo”.

E dato che l’ elite detiene tutto il potere , dire che il ” sistema è invincibile” è generalmente vero se si cerca di operarci da dentro. Anche frange organizzate dell’elite falliscono nel tentare di cambiarlo con le sole proprie forze “dall’interno”.

I Sistemi infatti crollano solo per le proprie inefficienze e solo quando vanno a sbattere contro “sistemi esterni” e crollando portano tutti con sé, “buoni e cattivi” che siano.

E bisogna proprio essere molto disperati affinché i “buoni” si augurino coscientemente un simile “apocalittico” risultato!

Quindi che fare? In ogni caso ” da soli ” la sconfitta è certa ed è sempre un passo positivo quando, come dice Morgoth, brave persone creano reti e si organizzano nel mondo reale.

  Però deve essere molto chiaro che l’ insuccesso è sempre dietro l’ angolo; che cioè per la natura umana tutti questi ” illuminati” sono estremamente presuntuosi e cedevoli alle lusinghe/minacce del sistema stesso. E quindi , come dice Morgoth , l’ unico metro di giudizio debba essere appunto: 

la lealtà. La lealtà è il prerequisito per raggiungere qualsiasi obiettivo o costruire qualsiasi rete di contatti .

 Ma qui nasce il problema di Morgoth : dobbiamo lealtà alle persone o ai princìpii ?  La risposta è semplice : dobbiamo lealtà solo alle persone leali ai nostri princìpii, perché nel “caos sistemico” trionfa solo “la tribù” .

In altre parole, non ci si può permettere di essere “universalisti” in un caos ” tribale.

Se le nostre idee sono giuste, capirle spetta agli altri e non a noi. Non serve a nessuno, ma soprattutto non serve a noi !, aspettare che capiscano ANCHE loro la bontà dei nostri principi ma dopo che noi saremo morti. 

Primum vivere, deinde philosofari !

E questo è un vecchio problema ben noto alla Chiesa cristiana che è per definizione “universalistica” e la cui filosofia quindi contiene in nuce il grande “mistero dell’ iniquità” di San Paolo per cui “i giusti devono perire affinché i figli degli “ingiusti” ereditino la Terra”.

Un “mistero” che la Chiesa ha sostanzialmente rifiutato “rinviandolo”, perché , ovviamente , è apocalittico ed assurdo anche per chi credesse davvero nella possibilità di una “umanità migliore” .

Se infatti nessuno ” trattenesse il male”, come dice San Paolo, la Parusia sarebbe già qui; ma che ne sarebbe allora dei “giusti”?

Tutti in paradiso? E la terra, di chi sarebbe ? 

Quindi per la Chiesa è lecito ” RESISTERE “al male” in nome “del bene” ,ma non è lecito anzi è peccato FARE ” il male”; è peccato ancor più grave farlo addirittura in nome del “bene”.

E così traccheggiando, “ la cristianità” ha rinviato i “tempi ultimi” per due millenni portando sostanzialmente le proprie “buone idee” a tutto il mondo e generando un progresso umano e materiale di TUTTA l’ Umanità, checché ne dicano tutti i suoi detrattori.

Ma adesso che TUTTO il mondo conosce la “buona novella” ed essa , come previsto fin da l’ inizio del cristianesimo , non è più apprezzata, tanto meno da chi ci è cresciuto dentro, adesso sì, che siamo nei “ guai”; chi ora “ tratterrà il male” ?

Non vediamo come TUTTI i buoni principii “ cristiani” siano rinnegati ora anche da chi ci è cresciuto dentro ? Se anche il papa non ha fede nella “rivelazione” che gli è stata affidata, dove si rifugerà la “ fede nel bene” ?

Io non ho alcun dubbio che siamo ora nella grande apostasia dei “ tempi ultimi” e che ci toccherà vedere se San Paolo avesse poi ragione o no.

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Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen _ di Cynthia Chung

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen

Prima puntata della Parte III della serie: Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese

Cynthia Chung

27 agosto 2026

Saggio molto interessante e documentato con tesi in parte già tempo fa ricalcate dal sito almeno su due aspetti: 1° il dibattito politico in Cina, contrariamente alla narrazione occidentale, è molto vivace con particolari livelli di apertura nelle province, non a caso i luoghi di formazione e selezione, almeno sino ad ora, delle classi dirigenti. In questo schema lo scontro politico fondamentale ha assunto precise collocazioni geografiche, con il lato cantonese e di Shangai, non a caso il più esposto alle aperture politiche occidentali legate inizialmente allo sviluppo della piccola e media industria di consumo. Da rilevare due aspetti: la grande intelligenza della componente “manciuriana” della dirigenza nell’aver prima congelato, piuttosto che distrutto, la grande industria pesante in vista di una radicale riorganizzazione, avvenuta in una seconda fase, che ha portato ai colossi nei settori strategici. La dirigenza cinese più accorta ha assunto come esempio negativo lo scempio avvenuto in Russia e nei paesi dell’Europa Orientale, come esempio positivo della prima fase di conversione la realtà delle “tigri asiatiche”. Una nota particolare merita riservata all’esperienza delle grandi industrie delle partecipazioni statali italiane; esperienza che spiega i noti rapporti di Romano Prodi, proseguiti nel tempo, con la dirigenza del paese. Giuseppe Germinario

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Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che si inizi a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nel redigere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare il nostro mondo odierno con conseguenze globali, quali Operazione Gladio, a cui Operazione Condorè una corrente, e i personaggi storici che si sono opposti ad essa. Considero questa serie attuale come una diretta continuazione di quel lavoro. Il presente articolo si concentrerà su come la Cina sia sfuggita alla terapia d’urto (a malapena, sebbene non del tutto), cosa che ritengo molto positiva. I veri risultati della terapia d’urto parlano ormai da soli e sono ben documentati in libri come «La dottrina dello shock». Poiché la terapia d’urto era letteralmente concepita come una «prescrizione» da somministrare come «cura» a un’economia malata, con quattro fasi di «shock», le sue conseguenze non solo sono molto evidenti, ma si manifestano rapidamente. La terapia d’urto è la forma più rapida di riforma economica e, pertanto, i suoi effetti reali possono essere attribuiti più chiaramente alla sua “prescrizione” prestabilita rispetto a molte altre scuole di pensiero economico, la cui attuazione richiede da diversi anni a decenni. Sebbene questo articolo sia chiaramente critico nei confronti della terapia d’urto di Milton Friedman, così come del ruolo delphico di George Soros in questa vicenda, vorrei chiarire che lo sto scrivendo, in ultima analisi, dal punto di vista di un documento di controspionaggio.

L’economia può essere utilizzata come forma di guerra. Come illustra “La dottrina dello shock”[1]Come risulta chiaro, la “terapia d’urto”, come suggerisce il nome stesso, è stata introdotta come politica economica quasi sempre ricorrendo alla forza bruta (cioè polizia, esercito) e al regime dittatoriale; nel caso dell’America Latina, spesso si trattava di una dittatura militare. Il risultato non è stato un «equilibrio», ma proprio l’opposto: un aumento della povertà per le fasce più basse della società e un massiccio accrescimento della ricchezza per i pochi al vertice. Infatti, è stata proprio la terapia d’urto di Milton Friedman a consentire il successo di Operazione Condor.[2]Pertanto, il campo di battaglia dell’economia è direttamente collegato al lavoro che ho già svolto, in particolare per quanto riguarda il mio libro L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai.

Scrivo questo articolo concentrandomi in particolare sulle tattiche della terapia d’urto e sui loro sostenitori in Cina, con un chiaro spirito critico. Tuttavia, in questo articolo non tratto l’economia in senso più ampio. In altre parole, non sostengo alcuna scuola di pensiero economica specifica.[3]in questo articolo e non va interpretato come se questa fosse la mia intenzione. Piuttosto, che, che lo si voglia ammettere o meno, la Cina non solo è riuscita a evitare il pieno impatto della terapia d’urto (il che è già di per sé un’impresa), ma è anche riuscita a evitare il pieno impatto di una crisi finanziaria che le è stata riversata addosso dalle onde d’urto del crollo orchestrato del 2008 (vedi la Parte II di questa serie) insieme ai prestiti tossici nel settore fintech P2P, ideati ancora una volta nel mondo anglo-americano, che hanno scatenato in Cina una crisi finanziaria e bancaria destabilizzante, giunta al culmine tra il 2013 e il 2018[4]da cui la Cina è riuscita ancora una volta a uscire relativamente indenne.

Pertanto, l’intento di questa serie è quello di studiare come la Cina abbia realizzato queste imprese, in modo da acquisire una maggiore consapevolezza della dottrina economica che è stata – e, nel caso della “terapia d’urto”, è sempre stata concepita – utilizzata come vera e propria arma contro chiunque l’abbia avventatamente adottata. Non si tratta di formulare affermazioni generiche e generalizzate sul “capitalismo” o sul “libero mercato”, né di sostenere che un “socialismo” “puro” sia superiore a essi. Piuttosto, la mia intenzione in questa serie è quella di dimostrare che questi termini sono in gran parte insufficienti come definizioni superficiali di un sistema economico che serva veramente al benessere della popolazione. Attraverso l’analisi di tali casi di studio, spero di chiarire meglio il motivo per cui ciò avvenga. In una prossima puntata le diverse scuole di pensiero economico saranno discusse in modo più diretto e approfondito; tuttavia, dal mio punto di vista, nessuno detiene la risposta assoluta a tali domande e nessuno dei termini che terminano in «-ismo» o delle «correnti» economiche si è guadagnato il titolo di «campione assoluto» del popolo. C’è ancora molto da imparare, e spero che questi casi di studio possano gettare ulteriore luce su questo aspetto.

Il presente articolo costituisce la Parte III della serieLe vere origini del “sistema di credito sociale” cinese:

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

·

23 aria

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Introduzione

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Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese – Parte I

Cynthia Chung

·

11 giugno

The True Origins of China’s “Social Credit System” Part I

Una delle critiche più famigerate mosse alla Cina negli ultimi anni, che ha costituito la base per considerare il Paese come uno Stato di sorveglianza orwelliano e i suoi cittadini come semplici automi simili a droni, è il suo presunto “sistema di credito sociale”. Ma cosa direste se vi dicessi che l’origine di questo “sistema di credito sociale” orwelliano e del fintech (finan…

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Il ruolo di Goldman Sachs nel provocare crisi finanziarie globali

Cynthia Chung

·

2 lug

The Role of Goldman Sachs in Engineering Global Financial Crises

Questa è la seconda parte della serie “Le vere origini del ‘sistema di credito sociale’ cinese”.

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Quando, il 1° ottobre 1949, fu fondata la Repubblica Popolare Cinese, la Cina era stata devastata da oltre un secolo di guerre (Prima guerra dell’oppio britannica 1839-1842, Seconda guerra dell’oppio contro gli inglesi 1856-1860, Prima guerra sino-giapponese 1894-1895, Seconda guerra sino-giapponese 1937-1945) era sommersa da una povertà di massa. Sebbene al momento della morte di Mao fosse stata raggiunta una industrializzazione urbana di base, il tenore di vita della maggior parte della popolazione cinese, costituita da contadini, era ancora molto basso e problemi come l’accesso a un’alimentazione adeguata rappresentavano ancora questioni importanti che non erano state completamente risolte. Quando Mao morì, la Cina, nonostante i risultati industriali ottenuti nei settori urbani, era ancora un paese molto povero.

Tuttavia, la storia di come la Cina sia entrata nel 20thIl fatto che la Cina fosse una nazione povera in quel secolo viene spesso convenientemente ignorato dai resoconti storici occidentali, pronti a promuovere l’idea che i cinesi fossero un popolo arretrato che non era riuscito a modernizzarsi – come se questa fosse la ragione per cui la Cina soffriva di povertà di massa e si trovava in una posizione incredibilmente debole sulla scena mondiale alla fine della Seconda guerra mondiale.

È importante che riconosciamo alla Cina il rispetto che merita per la sua potenza economica. La Cina era stata in testa al mondo per PIL sin dal 1500, seguita dall’India. E nel 1800 manteneva ancora un ampio vantaggio sul resto del mondo in termini di PIL. Il suo PIL iniziò a calare drasticamente solo dopo un secolo di guerre scatenate contro di essa, prima dalle invasioni britanniche e poi da quelle dell’Impero giapponese. Negli anni Novanta del XIX secolo, il PIL cinese subì un drastico calo durante la prima guerra sino-giapponese, quando il Giappone post-Restaurazione Meiji invase la Cina e la Corea, per poi entrare in una fase di quasi libera caduta durante la seconda guerra sino-giapponese, che causò il caos assoluto tra il popolo cinese per mano dei fascisti giapponesi.

Durante quello che la stessa Cina ha definito il suo “Secolo dell’umiliazione”, il Paese subì numerosi attacchi militari sia da parte degli inglesi che dei giapponesi, oltre che attacchi economici. Furono utilizzate persino operazioni di guerra psicologica, come nel caso della Ribellione dei Taiping (1850-1864). La Ribellione dei Taiping fu chiaramente istigata dall’estero e guidata da Hong Xiuquan, che si autoproclamò fratello minore di Gesù Cristo.[5]

[My New Book is Out!] The Shaping of a World Religion: From Jesuits, Freemasons and Anthropologists to the Ghost Dance Religion vol. I

[È uscito il mio nuovo libro!] La nascita di una religione mondiale: dai gesuiti, ai massoni e agli antropologi alla religione della Danza degli Spiriti, vol. I

Cynthia Chung

·

11 novembre 2024

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Entro il 20thNel XIX secolo, la Cina era in uno stato di totale disordine. Detto questo, è importante sottolineare che le antiche pratiche economiche, apprese inizialmente grazie agli insegnamenti contenuti nel Guanzi che risale a prima della dinastia Qin (fondata nel 221 a.C.), di cui si parla in il prologo di questa serie, era rimasto in gran parte invariato.

Sebbene non siano mancati episodi di violenza per costringere la Cina a piegarsi durante il suo “Secolo dell’umiliazione”, gli atti bellici più distruttivi furono di natura economica. Gli antichi Guanzi gli insegnamenti furono oggetto di attacchi da parte della potenza imperiale britannica, “a seguito di un ‘l’ideologia radicata, di fatto un’idée fixe, dei commercianti britannici a Guangzhou secondo cui ogni forma di regolamentazione statale e ogni monopolio sono dannosi”. Nel primo dei trattati iniqui stipulati dopo la sconfitta della Cina nella prima guerra dell’oppio contro gli inglesi, il governo cinese fu costretto ad abolire il proprio antico sistema di monopolio che regolava il commercio del sale e del ferro.[6]Wagner (1997)[7]«ritiene che questo sia il punto di partenza del declino dell’industria siderurgica cinese».[8]

Quello fu l’inizio dei dibattiti economici neoclassici più accesi, anche se, come si può notare, non c’era poi molto da discutere quando si ricorreva a sparare con i cannoni contro il proprio “avversario”. L’Impero britannico, nella sua crociata a favore del libero scambio, si era assunto il compito di denunciare come «perniciosi» tutti i regolamenti statali e tutti i monopoli, tranne, ovviamente, quelli presenti all’interno della stessa Gran Bretagna. Incredibilmente, i britannici assunsero un tono moralista su queste questioni mentre procedevano alla costituzione della Hongkong and Shanghai Banking Corporation (HSBC) per gestire il proprio commercio di oppio.

The Dope Trade and the Crown: A Very-British Wealth of Nations

Il traffico di droga e la Corona: una “Ricchezza delle nazioni” in chiave tipicamente britannica

Cynthia Chung

·

16 febbraio 2023

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Al governo cinese è stato detto che non poteva intervenire di fronte al commercio “libero”.

Ironia della sorte, o forse non così ironico se si guarda alla storia cinese in una prospettiva più ampia, Il Partito Comunista, una volta salito al potere, iniziò a reintrodurre gli insegnamenti del Guanzi nelle loro politiche economiche, in risposta alla galoppante inflazione che si erano ritrovati in eredità dopo la guerra con il Giappone e la guerra civile contro Chiang Kai-shek.(Per ulteriori informazioni su questa notizia, consultare il Il prologo di questa serie è disponibile qui.)

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

·

23 aria

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Contrariamente a quanto è stato fatto credere a molti occidentali, il dibattito seguito alla Rivoluzione Culturale non verteva sulla questione se la Cina dovesse o meno attuare riforme economiche. La stragrande maggioranza, se non la totalità, dei principali leader politici cinesi di quel periodo concordava sul fatto che la riforma economica fosse una necessità assoluta e che non si dovesse incoraggiare un cieco seguitarismo della dottrina maoista.

Va sottolineato che la morte di Mao segnò la fine della Rivoluzione Culturale. Un mese dopo la sua morte, fu arrestata la famigerata “Banda dei Quattro”, responsabile di aver istigato gran parte delle violenze e delle persecuzioni verificatesi durante la Rivoluzione Culturale (1966-1976).

Pertanto, alla morte di Mao, praticamente tutta la leadership politica cinese concordò sul fatto che la Rivoluzione Culturale dovesse terminare e che la Cina avesse un disperato bisogno di riforme economiche.

Ciò aprì le porte a quello che divenne un dibattito sempre più acceso all’interno della leadership cinese nel corso degli anni ’80, con i sostenitori radicali del libero mercato (compresi i fautori delle terapie d’urto del “big bang”) che finirono per dominare sempre più il dibattito sulla riforma cinese. Gli anni ’80 si sarebbero conclusi con la famigerata debacle di Piazza Tienanmen, che non fu solo l’esito di un dibattito interno alla Cina sulla questione delle riforme, ma anche lo strumento di una forte interferenza straniera, compresa quella dell’Open Society di George Soros, che svolse un ruolo diretto insieme alla CIA.

Questa panoramica storica ci fornirà le basi per comprendere meglio il dibattito ancora in corso in Cina sulla questione delle riforme, che avrebbe portato alla crisi del P2P del 2013-2018 e all’appello lanciato da Jack Ma nel 2020 per smantellare di fatto il sistema bancario cinese, argomento che verrà trattato nella Parte IV di questa serie.

Pertanto, con la scomparsa di Mao, la questione che si poneva alla leadership cinese non era se attuare o meno le riforme, ma come la Cina avrebbe dovuto attuare le riforme durante il periodo cruciale degli anni ’80. Questa serie cercherà di raccontare questa storia in tutte le sue sfaccettature, con i conflitti tra fazioni e, naturalmente, le interferenze straniere.

Come in uno specchio

Su questioni di geopolitica, controspionaggio, revisionismo storico e guerra culturale.

Di Cynthia Chung

La Banca Mondiale presenta alla Cina i sostenitori della terapia d’urto

L’aumento dei prezzi non va bene, ma nemmeno il calo dei prezzi è positivo per la produzione. È meglio cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume con maggiore sicurezza.”

– Chen Yun

Deng Xiaoping sarebbe diventato di fatto il presidente della Cina dal 1978 al 1987. Durante questo periodo, due economisti di spicco che ebbero un ruolo fondamentale nella riforma economica cinese furono Chen Yun e il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun, che facevano parte degli “Otto Anziani” della Cina post-Mao.

Chen Yun (immagine a sinistra) e il padre di Xi Jinping, Xi Zhongxun (immagine a destra)

Nel 1980, la Cina entrò ufficialmente a far parte della Banca Mondiale nell’ambito delle sue riforme di mercato note come “riforma e apertura”. Parte del gioco sporco che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale amano mettere in atto consiste nell’imporre condizioni ai paesi che hanno un disperato bisogno di un prestito. La Cina non fece eccezione. Il paese aveva un disperato bisogno di fondi per favorire lo sviluppo essenziale e la Banca Mondiale aveva accesso a tali fondi, ma c’era un prezzo da pagare. La Cina dovrebbe seguire i consigli della Banca Mondiale in materia di riforme economiche, che costituivano una promozione diretta della terapia d’urto.

In contrasto con questo consiglio della Banca Mondiale c’era Chen Yun.

Chen Yun, che viene tacciato di essere contrario alle riforme da alcuni radicali sostenitori delle riforme, riteneva che il mercato e l’economia pianificata non fossero incompatibili e che l’orientamento impartito dalla pianificazione statale avrebbe impedito al mercato di diventare instabile. Come illustrato nel prologo a questa serie, non si tratta di una nuova forma di regolamentazione introdotta dal Partito Comunista Cinese, bensì della continuazione di una politica economica che risale all’antica Cina, prima della dinastia Qin (fondata nel 221 a.C.), nota come Guanzi dottrine economiche.

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

·

23 aria

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Chen Yun era quindi favorevole alle riforme, così come lo erano tutti i principali economisti cinesi dell’epoca; la questione riguardava la velocità delle riforme e se, e in che misura, lo Stato dovesse svolgere un ruolo. I riformisti più radicali spingevano per una riforma rapida con un approccio quasi “tutto o niente”, affinché lo Stato fosse escluso da qualsiasi ruolo e si lasciasse che il mercato dettasse pienamente le regole, lasciando che le cose andassero come dovevano andare.

In Cina, personaggi come Chen Yun sono stati ripetutamente e ingiustamente dipinti come oppositori delle riforme semplicemente perché continuavano a sostenere il ruolo dello Stato nel guidarle. Non si è mai trattato di un contrapposto tra mercati e regolamentazione statale, come spesso viene erroneamente interpretato nelle narrazioni economiche moderne. Come già accennato, gli antichi insegnamenti economici cinesi noti come Guanzi, aveva sempre sostenuto che la regolamentazione statale e i mercati non dovessero essere considerati come entità separate e contrapposte, ma che potessero invece coesistere armoniosamente. Il dibattito tra l’una e l’altra opzione è sempre stato un falso dilemma, utilizzato per diffamare i riformatori come Chen Yun, che non si sono mai opposti alle riforme a favore del mercato.

Chen Yun riteneva che fosse responsabilità dello Stato garantire il benessere del popolo, una visione che risale anch’essa al Guanzie già in precedenza, pertanto era responsabilità dello Stato garantire che i beni di prima necessità fossero accessibili e a prezzi abbordabili per la popolazione. I mercati possono svolgere un ruolo, ma se i beni di prima necessità diventano troppo costosi o inaccessibili per la popolazione, spetta allo Stato intervenire di conseguenza. Anche in questo caso, si tratta di una pratica secolare in Cina.

Pertanto, ciò che Chen Yun sosteneva, in termini di riforma economica graduale per la Cina, era che ai mercati sarebbe stata concessa la massima libertà per quanto riguarda i beni non essenziali, quelli che vengono considerati beni “leggeri” nel Guanziinsegnamenti. La riforma inizierebbe quindi dai beni non essenziali, con l’intenzione di passare gradualmente a quelli più essenziali man mano che l’economia cinese «cerca a tentoni le pietre per attraversare il fiume»[9].” Tuttavia, i beni di prima necessità, considerati prodotti “pesanti”, dovevano rimanere soggetti a un certo grado di regolamentazione statale per consentire allo Stato di intervenire qualora tali beni fossero diventati troppo costosi o inaccessibili a causa della volatilità del mercato. Man mano che la Cina consolida la propria posizione sui mercati, secondo i sostenitori delle riforme graduali, ciò creerebbe un contesto più stabile per avviare la transizione dei beni di prima necessità.

In altre parole, l’idea sostenuta dai riformatori graduali come Chen Yun era che, man mano che la Cina si fosse aperta gradualmente ai mercati globali, a partire da una maggiore liberalizzazione dei prezzi dei beni non essenziali, il Paese sarebbe stato in grado di compiere una transizione senza intoppi, senza creare troppa instabilità per la popolazione. So che potrei sembrare troppo ripetitivo su questo punto, ma purtroppo la falsa narrativa è stata inculcata con tanta forza che non potrò mai sottolinearlo abbastanza, Questo approccio alla riforma del mercato non è una creazione comunista, ma era in realtà uno dei principi fondamentali della Cina che risale al 221 a.C. e anche a epoche precedenti, ovvero il ruolo dello Stato rispetto al mercato.

È proprio questa pratica che ha permesso alla Cina di diventare per secoli leader mondiale in termini di PIL e di creare stabilità economica. Non si tratta, come spesso viene descritta, di una sorta di oscura cospirazione volta a impedire che l’economia cinese venga cosiddetta “liberata” attraverso la terapia d’urto, la quale, come suggerisce il nome stesso, ammette di fatto che il dolore e l’instabilità siano inevitabili prima che si realizzi la sua promessa “utopia”. Tuttavia, come vedremo in questa serie, non esistono casi di terapia d’urto che possano effettivamente vantare il successo nel raggiungimento di tale utopia. C’è, tuttavia, una cosa su cui la terapia d’urto può fornire una garanzia assoluta, con un tasso di successo del 100%, ed è il risultato di una massiccia instabilità economica che, in ogni caso, è stata seguita da una massiccia instabilità politica.

Si potrebbe dire che questa sia la vera finalità della terapia d’urto: un’instabilità politica che apra le porte a un cambio di regime guidato da potenze straniere e dalle grandi somiglianze con il corporativismo di Mussolini.

The Story of How Trotskyism Gave Birth to the Frankenstein Child NeoConservatism in its mission for Permanent Warfare

La storia di come il trotskismo abbia dato vita al “Frankenstein” del neoconservatorismo nella sua missione di guerra permanente

Cynthia Chung

·

4 novembre 2024

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Il corporativismo di Mussolini era nato dal nazionalsocialismo di Sorel. In effetti, anche il neoconservatorismo negli Stati Uniti trova le sue origini in questo, come ho illustrato nel saggio sopra citato. È per questo motivo che all’interno della classe finanziaria americana c’era un forte sostegno al fascismo italiano. È importante qui ricordare di non lasciarsi coinvolgere troppo dagli «ismi», ma piuttosto di prestare maggiore attenzione agli aspetti specifici della politica economica, poiché, come possiamo vedere proprio in questo breve paragrafo, i termini «corporativismo», «neoconservatorismo» e «nazionalsocialismo» sono accostati in modo confuso al «fascismo». Invito i lettori a leggere l’articolo sopra citato, che costituisce il capitolo 13 del mio libro «L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai” per una spiegazione dettagliata di questa storia.

[My Book is Out] The Empire on which the Black Sun Never Set: The Birth of International Fascism and Anglo-American Foreign Policy

[Il mio libro è uscito] L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai: La nascita del fascismo internazionale e la politica estera anglo-americana

Cynthia Chung

·

12 novembre 2022

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Ne parlo qui proprio per mettere in evidenza che vi sia una grande somiglianza tra ciò che Milton Friedman e la Banca Mondiale proponevano nella loro “terapia d’urto” per la Cina e il corporativismo di Mussolini e non credo che si sia trattato di una coincidenza. Fornirò ulteriori chiarimenti sulle somiglianze quando tratterò del Cile di Pinochet e della dittatura militare brasiliana più avanti in questa serie. Questi casi di studio sono stati infatti utilizzati come modelli di riferimento dai riformatori cinesi favorevoli alla “terapia d’urto”, che per coincidenza collaboravano strettamente anche con George Soros. Tra i membri di questo gruppo attorno a Soros figuravano anche i principali istigatori della tragedia di piazza Tienanmen, ai quali fu garantito un passaggio sicuro fuori dalla Cina sotto la protezione della CIA tramite l’Operazione Yellowbird.

È inoltre interessante notare che i consulenti che la Banca Mondiale coinvolse nelle discussioni con i cinesi sulle riforme economiche negli anni ’80 erano tutti esponenti dell’Europa dell’Est che, pur avendosi un tempo definiti socialisti, avevano poi rinunciato al socialismo in favore della “terapia d’urto” di Milton Friedman.

Ancora una volta, a contrapporsi a questa linea della Banca Mondiale a favore della terapia d’urto c’era Chen Yun.

Chen Yun aveva dichiarato al Consiglio di amministrazione del Partito Comunista Cinese, già il 7 aprile 1950:

«L’aumento dei prezzi non è positivo, ma nemmeno il calo dei prezzi lo è, per la produzione». È meglio cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume con maggiore sicurezza.”

In altre parole, Chen Yun era favorevole a una riforma graduale, in cui fosse possibile vedere chiaramente i risultati di determinate misure di riforma e agire di conseguenza: decidere se adottare definitivamente tali riforme, modificarle o scartarle. La situazione della Cina era unica nel suo genere e non si trattava semplicemente di “copiare” ciò che altri paesi avevano fatto o stavano facendo in quel momento.

Il 6 dicembre 1980, Chen Yun dichiarò alla Conferenza centrale sul lavoro:

«Dobbiamo attuare delle riforme, ma i nostri passi devono essere costanti. Poiché le questioni oggetto della nostra riforma sono complesse, non possiamo permetterci di essere eccessivamente impazienti. È vero che la riforma deve basarsi su una teoria adeguata, su statistiche economiche e su previsioni, ma è ancora più importante iniziare con sperimentazioni in ambiti selezionati e trarre insegnamenti dall’esperienza al momento opportuno: è come cercare a tentoni le pietre per attraversare il fiume. All’inizio, i passi devono essere piccoli e bisogna procedere lentamente».

Questo approccio di Chen Yun era rimasto dominante per tutti i primi anni ’80, periodo in cui la Cina avrebbe avviato un processo di liberalizzazione graduale piuttosto che radicale, partendo dai margini del sistema economico.

Tuttavia, proprio in quel periodo, istituzioni come la Banca Mondiale offrivano sempre più spesso i propri consigli “amichevoli” in cambio dell’approvazione di prestiti alla Cina, e tali consigli stavano riscuotendo un successo crescente.

Nel tentativo della Cina di risolvere il problema dei prezzi, la Banca Mondiale ha organizzato una serie di incontri tra intellettuali cinesi di lunga data ed economisti emigrati dall’Europa dell’Est.«Questo dialogo tra gli economisti cinesi favorevoli alle riforme e i loro omologhi ha dato origine a uno dei principali approcci contrapposti alla riforma di mercato in Cina:» la cosiddetta riforma “a pacchetto”, il cui fulcro era costituito da una radicale riforma dei prezzi, primo passo della terapia d’urto.[10]

Questo pacchetto di riforme prevedeva, nella sua strategia di contrasto alla crisi, quattro misure principali: (1) la liberalizzazione di tutti i prezzi in un’unica mossa radicale (il cosiddetto “big bang”); (2) la privatizzazione; (3) la liberalizzazione del commercio; e (4) la stabilizzazione, sotto forma di politiche monetarie e fiscali restrittive (ovvero una rigorosa austerità).

«Le quattro misure della terapia d’urto, attuate contemporaneamente, dovrebbero, in teoria, costituire un pacchetto completo». Un’analisi più approfondita rivela che la parte di questo pacchetto che può essere attuata in un colpo solo si riduce a una combinazione degli elementi (1) e (4): la liberalizzazione dei prezzi, accompagnata da rigide misure di austerità.’[11]

Il rapporto congiunto su L’economia dell’URSS(1990)[12]da parte del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico e della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, è stato sollecitato,

Nulla sarà più importante, ai fini del successo della transizione verso un’economia di mercato, della liberalizzazione dei prezziper orientare l’allocazione delle risorse. Una liberalizzazione dei prezzi tempestiva e completa è essenziale per porre fine sia alle carenze che agli squilibri macroeconomici che affliggono sempre più l’economia.”

Isabella Weber[13][si veda la nota 13 per la mia precisazione su Weber] scrive in “Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto”:

Il “salto una tantum dei prezzi” che ci si aspettava derivasse dalla liberalizzazione dei prezzi all’ingrosso era visto con favore poiché avrebbe “assorbito la liquidità in eccesso” e, in tal modo, rafforzato le misure di austerità [come indicato nel rapporto del FMI *The Economy of the USSR* (1990)]. In altre parole, un aumento del livello generale dei prezzi comporterebbe una svalutazione dei risparmi e quindi una riduzione dell’eccesso cronico di domanda aggregata che caratterizza le economie socialiste.

Il costo derivante dalla privazione dei cittadini della modesta ricchezza che avevano accumulato sotto il socialismo di Stato era considerato un male necessarioDi fatto, ciò equivaleva a una ridistribuzione regressiva a vantaggio delle élite che possedevano beni non monetari. L’imposizione improvvisa dei rapporti di mercato alla società comportava inevitabilmente una maggiore disuguaglianza.

…La natura e le strutture delle istituzioni dominanti che avrebbero costituito la nuova economia di mercato non hanno ricevuto molta attenzione da parte dei sostenitori delle terapie d’urto. Il pacchetto raccomandato da [David] Lipton, [Jeffrey] Sachs e molti altri, compresi gli economisti che all’epoca operavano nel mondo socialista, non ha “creato” un’economia di mercato, come suggerisce il titolo del loro influente studio sulla Polonia (1990).

Si sperava invece che la distruzione dell’economia pianificata avrebbe automaticamente dato origine a un’economia di mercato. È una ricetta per la distruzione, non per la costruzioneUna volta che l’economia pianificata fosse stata “uccisa con uno shock”, ci si aspettava che la “mano invisibile” entrasse in azione e, in modo quasi miracoloso, consentisse l’emergere di un’economia di mercato efficiente.

La distruzione prevista dalla terapia d’urto non si limita al sistema economico. È necessario soddisfare un’ulteriore condizione: un “cambiamento rivoluzionario delle istituzioni”(Kornai, 1990). Oppure, come affermano Lipton e Sachs (1990), «il crollo del regime comunista monopartitico è stato la condizione sine qua non [cioè senza la quale non c’è nulla] per un’efficace transizione verso l’economia di mercato». Infatti, fu necessario il crollo dello Stato sovietico e del regime comunista monopartitico nel dicembre 1991 prima che potesse essere attuata una riforma radicale; il presidente russo Boris Eltsin eliminò quasi tutti i controlli sui prezzi il 2 gennaio 1992. Sotto il segretario generale Mikhail Gorbachev, una riforma radicale dei prezzi era stata ripetutamente all’ordine del giorno dal 1987, ma non era mai stata attuata, poiché i cittadini russi protestavano in massa e gli studiosi mettevano in guardia dal rischio di disordini sociali.

Con la promessa di benefici a lungo termine, il “Big Bang” ha comportato sacrifici a breve termine che hanno immediatamente inciso sugli interessi dei lavoratori, delle imprese e dei dipartimenti governativi. Una liberalizzazione radicale dei prezzi è diventata politicamente fattibile solo dopo lo scioglimento dello Stato sovietico. «Il crollo del regime comunista monopartitico si è rivelato, di fatto, “la condizione imprescindibile” per un big bang, ma il “Big Bang” non è riuscito a realizzare “una transizione efficace verso l’economia di mercato”. Anziché il previsto aumento una tantum del livello dei prezzi, la Russia è entrata in un periodo prolungato di inflazione molto elevata, accompagnato da un calo della produzione seguito da bassi tassi di crescita.[14]

URSS e Russia (dal 1990). Indice dei prezzi al consumo e PIL reale, 1980-2016. Fonti: CPI URSS, 1971-1990 (FMI et al., 1991, 100); IPC Russia, 1991 (Filatochev et al., 1992, 746), 1992 (Sachs, 1994b, 70), 1993-2016 (FMI, 2017); PIL (Alvaredo et al., 2017). Fonte: Isabella Weber, «How China Escaped Shock Therapy» (2021).

Isabella Weber prosegue:

«Quasi tutti i paesi post-socialisti che hanno applicato una qualche forma di terapia d’urto hanno attraversato una recessione profonda e prolungata. Al di là della devastazione documentata dagli indicatori economici, la maggior parte degli indicatori del benessere umano, quali l’accesso all’istruzione, l’assenza di povertà e la salute pubblica, ha subito un crollo.

La Cina ha adottato un approccio sperimentale che ha sfruttato le realtà istituzionali esistenti per costruire un nuovo sistema economico. Lo Stato ha gradualmente ricreato i mercati ai margini del vecchio sistema… Le riforme cinesi sono state graduali – non solo in termini di ritmo, ma anche nel passaggio dai margini del vecchio sistema industriale verso il suo nucleo centrale. Innescando una dinamica di crescita e reindustrializzazione, la graduale liberalizzazione del mercato ha finito per trasformare l’intera economia politica, mentre lo Stato manteneva il controllo sui settori chiave.[15]

IPC e PIL reale della Cina, 1980-2016. Fonti: IPC (FMI; 2017); PIL (Alvaredo et al., 2017). Fonte: Isabella Weber, “How China Escaped Shock Therapy” (2021).

La trasformazione del sistema economico è stata guidata in ogni sua fase dallo Stato. Al contrario, la liberalizzazione dei prezzi “big bang” attuata nell’ambito della terapia d’urto ha provocato una disorganizzazione dei collegamenti produttivi esistenti senza sostituirli con rapporti di mercato. ‘In questo vuoto, né le vecchie strutture di comando né il mercato funzionavano in modo efficace.Per la Cina, la questione fondamentale degli anni ’80 non era se attuare o meno le riforme – come sottolinea la contrapposizione binaria, spesso invocata, tra conservatori e riformisti. La questione era come attuare la riforma: distruggendo il vecchio sistema o facendo nascere il nuovo sistema da quello vecchio.’[16]

Quando, tra ottobre e novembre 1980, giunse la prima missione della Banca Mondiale per verificare se la Cina fosse idonea a ricevere prestiti dall’Associazione Internazionale per lo Sviluppo, i funzionari cinesi a livello centrale e provinciale esposero ai rappresentanti della Banca Mondiale il loro punto di vista in merito alla pratica della regolamentazione e della riforma dei prezzi.

La Banca Mondiale riteneva che la Cina potesse in qualche modo trarre insegnamento dai principali riformatori socialisti dell’Europa orientale, i quali avevano tutti alle spalle una storia terribile costellata solo di fallimenti e non ritenevano più che il socialismo, in qualsiasi forma, fosse fattibile; e, per di più, ora tutti sembrano aver abbracciato la dottrina economica della “terapia d’urto”. Tra i primi visitatori più influenti figuravano gli ex riformatori socialisti disillusi Wlodzimierz Brus e Ota Šik, nonché il neoliberista di fama mondiale Milton Griedman.

Il primo economista dell’Europa dell’Est ad aver lasciato un segno profondo sugli economisti cinesi fautori delle riforme fu Wlodzimierz Brus. Nel 1972, Brus entrò a far parte dell’Università di Oxford, che gli offrì rifugio, ma rimase comunque un luogo di esilio. «A Oxford, Brus aveva due dottorandi; uno era Anders Aslund, un convinto sostenitore delle politiche del “big bang”.» Insieme a David Lipton e Jeffrey Sachs, Aslund sarebbe diventato consulente del governo russo nel periodo cruciale del 1991-1994L’altro studente era Cyril Lin, fratello del primo capo missione della Banca Mondiale [in Cina] Edwin Lim.’[17] [18]

Su raccomandazione della Banca Mondiale, Brus è stato invitato a tenere delle conferenze in Cina, dove ha accennato a molti degli elementi chiave di quella che in seguito sarebbe stata definita “terapia d’urto”.[19]

Brus ha detto al suo pubblico cinese che, invece di armeggiare con misure isolate, ha affermato, i cinesi dovrebbero rendersi conto che la riforma economica comporta il passaggio dal vecchio al nuovo sistema. Pertanto, la riforma avrebbe dovuto essere attuata in un unico pacchetto; secondo Brus, un approccio frammentario era impossibile.[20]

Inoltre, secondo Brus, gli economisti dell’Europa orientale avevano raggiunto un accordo secondo cui Solo un cambiamento del sistema politico potrebbe garantire che la riforma non venga vanificata, impedendo così un ritorno al vecchio sistema. Pertanto, il cambiamento politico doveva far parte del pacchetto. Questo aspetto è stato volutamente lasciato vago e poco precisato durante i loro incontri con le delegazioni cinesi.

Wu Jinglian, che lavorava presso l’Istituto cinese di ricerca economica, rimase profondamente colpito dalla visita di Milton Friedman in Cina tra settembre e ottobre 1980. Friedman fu tra i primi economisti a recarsi in Cina dopo l’avvio della politica di apertura. Wu avrebbe poi scritto che Friedman aveva influenzato il suo modo di pensare in materia di prezzi.[21]A metà degli anni ’80, Wu sarebbe diventato uno dei principali sostenitori di una liberalizzazione radicale dei prezzi in Cina.

Ota Šik fu un altro influente economista che visitò la Cina per la prima volta nel 1981. In qualità di artefice delle riforme economiche della Primavera di Praga, Šik sperava che la Cina potesse trarre ispirazione dal suo modello di socialismo di mercato in Cecoslovacchia. La sua riforma prevedeva una radicale liberalizzazione dei prezzi e l’abolizione della pianificazione statale. Quando, nell’agosto del 1968, le truppe del Patto di Varsavia invasero Praga, ponendo bruscamente fine ai piani di riforma, Šik si trovava per caso in vacanza in Jugoslavia. Temendo persecuzioni politiche, Šik non tornò mai più in Cecoslovacchia. Trovò rifugio in esilio in Svizzera, dove divenne professore di economia all’Università di San Gallo.[22]

Šik ha indicato come obiettivo la completa liberalizzazione dei prezzi in CinaLa pianificazione, in quanto sistema di base, deve essere sostituita dal mercato. A Wu Jinglian fu affidato il compito di organizzare la visita di Šik del 1981. Durante le sue conferenze presso l’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS), Šik disse al suo pubblico: «Ritengo che il vecchio sistema di pianificazione sia incompatibile con il sistema di mercato; pertanto è impossibile mantenere la pianificazione direttiva adottando al contempo la regolazione di mercato». Ciò significava che la riforma doveva comportare l’abolizione della pianificazione obbligatoria, lo smantellamento dei monopoli e la liberalizzazione dei prezzi.[23]«Per Šik, non potrebbe esserci socialismo senza il libero mercato.»[24]

Wu Jinglian ha ricordato[25]fu proprio Zhao Ziyang a proporre che Šik diventasse il primo consulente straniero dell’Accademia cinese delle scienze sociali (CASS) e fosse invitato in Cina ogni anno. Zhao voleva inoltre organizzare un incontro con i principali dirigenti incaricati della riforma economica. L’incontro ebbe luogo l’ultimo giorno della visita di Šik.[26]Zhao Ziyang è stato primo ministro della Cina dal 1980 al 1987 e segretario generale dal 1987 al 1989. Inoltre, come vedremo, è stato al centro della tragedia di piazza Tienanmen del 1989.

Le conferenze di Šik ebbero una grande influenza sui riformatori cinesi, che iniziarono a seguire con maggiore attenzione i suoi consigli su come la Cina dovesse attuare le riforme. Sebbene tali discussioni fossero ancora a livello di ricerca e non di politica, le cose stavano procedendo molto rapidamente.

Tuttavia, non ci volle molto perché Šik compromettesse questo rapporto con la Cina in materia di riforme economiche. Circa un anno dopo, in Cina era emerso che Šik aveva rilasciato un’intervista al settimanale della Germania Ovest Settimana economicaappena poche settimane prima della sua prima visita in Cina. In questa intervista Šik espresse la sua opinione secondo cui la riforma economica non avrebbe potuto avvenire senza un sistema politico completamente nuovo. La “terapia d’urto” non solo prevedeva che l’economia fosse determinata dai mercati senza l’intervento dello Stato, ma richiedeva anche la creazione di uno Stato completamente nuovo che la accompagnasse – anche se sui dettagli concreti del tipo di Stato che immaginavano per questa nuova utopia si mostrarono piuttosto reticenti.

Šik ha dichiarato in questa intervista: «[I politici al potere] che capiscono ben poco o nulla di economia e che vivono ancora la vecchia visione della dittatura del proletariato, temono fortemente che ogni liberalizzazione e ogni cambiamento del sistema economico verso l’autonomia delle imprese e l’orientamento al mercato minino la loro posizione. Affinché le riforme funzionino davvero, occorre porre fine al diktat del partito sull’economia».[27]

È interessante notare che terapeuti dello shock come Šik, e Brus in modo più indiretto, chiedessero di porre fine al “diktat del partito” sull’economia. Viene da chiedersi se considerassero la dittatura militare di Pinochet in Cile sotto la stessa luce. A prima vista sembra ironico che i sostenitori della terapia d’urto fossero così irremovibili, anzi aggressivi, nell’affermare che il «diktat» dello Stato dovesse essere eliminato per «liberare» l’economia; tuttavia, nella maggior parte dei casi (se non in tutti) in cui è stata adottata la terapia d’urto, è stata necessaria una dittatura militare per imporre le sue politiche contro le proteste della popolazione.

Ma l’apparente ironia di tutto ciò svanisce presto, quando ci rendiamo conto che quello era l’obiettivo finale fin dall’inizio: instaurare una dittatura militare.

Šik non fu mai più invitato in Cina, ma la sua influenza, compresa la sua proposta di riforma dei prezzi, rimase un punto di riferimento importante per gli economisti cinesi favorevoli alla riforma “a pacchetto” (terapia d’urto), come Wu Jinglian.

Secondo Wu Jinglian, la riforma avrebbe potuto avere successo solo se il potere fosse stato decentralizzato. Colpiti da Brus e Šik, Liu Guoguang (che era stato il primo a invitarli in Cina) e Wu Jinglian contattarono Edwin Lim, capo della missione della Banca Mondiale in Cina, e proposero di organizzare una conferenza per approfondire le conoscenze degli economisti dell’Europa dell’Est.

Una delegazione composta principalmente da economisti esiliati dall’Europa dell’Est e da funzionari della Banca Mondiale si è incontrata con gli economisti cinesi incaricati della riforma dei prezzi. Lim aveva assunto Brus come consulente poco dopo l’inizio della missione della Banca Mondiale in Cina nel 1980 e gli aveva affidato il compito di costituire una delegazione composta prevalentemente da riformatori esiliati dall’Europa dell’Est.[28]

Tra questi figurava Jiri Kosta, un amico d’infanzia di Sik che aveva lavorato alle sue dipendenze sulle riforme economiche presso l’Istituto di Ricerca Economica Cecoslovacco e che viveva in esilio come professore a Francoforte, in Germania. Un importante elemento in comune tra tutti gli esperti invitati, tranne uno, era che avevano perso fiducia nel socialismo. Si trattava di una delegazione di esperti stranieri, invitati per contribuire alla riforma del socialismo, i quali, nella maggior parte dei casi, ritenevano non solo che il socialismo fosse irriformabile, ma anche che la terapia d’urto fosse l’unica vera via per la riforma economica.[29]

Gli esperti dell’Est, prima di recarsi in Cina, raccomandavano vivamente un “approccio globale” che prevedesse la riforma simultanea di tutti i settori, il più rapidamente possibile. In pratica, sostenevano quel tipo di politiche radicali che in seguito si rivelarono disastrose in Russia e nell’Europa dell’Est.

Weber scrive:

Juliusz Struminski, ex presidente della Commissione polacca per i prezzi (1953-1968), che viveva in esilio nella Germania occidentale e lavorava come giornalista, era un altro membro di spicco tra gli esperti dell’Europa dell’Est.

Struminski non ha spiegato in che modo la riforma generale dei prezzi da lui proposta avrebbe potuto evitare un grave sconvolgimento politico. Considerata la sua confessione secondo cui non riteneva che il socialismo fosse riformabile, viene da chiedersi se Struminski potesse aver visto nelle proteste su larga scala causate da variazioni di prezzo così radicali un modo per superare politicamente il sistema socialista. D’altronde, gli europei dell’Est hanno ripetutamente sottolineato le condizioni politiche necessarie per le riforme.[30]

Durante queste prime fasi di apertura, i cinesi erano ancora prevalentemente favorevoli a una graduale liberalizzazione del mercato. Gli economisti come Wu Jinglian, sostenitori della “terapia d’urto”, rappresentavano all’epoca una minoranza. Pertanto, la Banca Mondiale e i suoi partner avanzavano proposte di riforma più radicali di quanto la delegazione cinese si aspettasse e che dovevano apparire piuttosto irragionevoli, dato che questi riformatori dell’Europa dell’Est chiedevano una revisione completa dell’intero sistema economico e politico cinese in un colpo solo. La vera domanda a cui la maggioranza dei riformatori cinesi cercava di rispondere in quelle riunioni era di quanto dovessero modificare i prezzi specifici e quali sarebbero stati gli effetti sul livello generale dei prezzi – non se abolire o meno l’intero sistema di regolamentazione dei prezzi.

Weber scrive:

Quando la discussione si è spostata sul tema dell’inflazione, Brus ha cercato ancora una volta di rendere convincenti le ragioni a favore di riforme radicali, ricorrendo ad argomenti simili a quelli avanzati da Friedman sull’inflazione repressa durante la sua visita e attingendo all’opera di Kornai *Economics of Shortage* (1980). Agli occhi di Brus, nei paesi socialisti ci sarebbe sempre stata un’inflazione repressa… Se si lasciasse che fosse il mercato a determinare i prezzi, l’inflazione repressa si manifesterebbe immediatamente. Per Brus, così come per Friedman, l’inflazione era un male necessario per raggiungere l’equilibrio.[31]

Tuttavia, l’equilibrio di per sé non è un parametro di valutazione. Si può avere un equilibrio nella povertà così come si può avere un equilibrio nella ricchezza; il semplice desiderio di raggiungere un equilibrio non è un indicatore del fatto che un sistema sia effettivamente prospero.

János Kornai era un altro eminente riformatore dell’Europa dell’Est, sostenitore di un approccio globale, che fu chiamato a fornire consulenza ai cinesi in materia di riforme. Wu Jinglian incontrò Kornai per la prima volta nel 1981 in occasione di un convegno organizzato dall’International Economic Association ad Atene, al quale partecipavano personalità di spicco quali il matematico sovietico Leonid Kantorovich e l’economista di Oxford Sir John Hicks – entrambi vincitori del Premio Nobel negli anni ’70 – nonché Herbert Giersch, che di lì a poco sarebbe diventato presidente della neoliberista Mount Pelerin Society.

In occasione di quella conferenza, Wu incontrò per la prima volta János Kornai. «Kornai influenzò profondamente il pensiero di Wu sulle riforme, e Wu divenne il più grande sostenitore di Kornai in Cina, promuovendone la traduzione delle opere. Entrambi erano stati in precedenza paladini delle rispettive ortodossie in Ungheria e in Cina e stavano ora diventando riformatori radicali orientati al mercato, con Wu che seguiva le orme di Kornai. Questo avvenne prima che Kornai diventasse membro della facoltà di economia dell’Università di Harvard, ma al momento del loro incontro ad Atene, Kornai aveva già acquisito fama in Occidente».[32]

Nel suo libro “Economics of Shortages” (1980), Kornai attribuiva la causa delle carenze alla natura stessa del sistema dell’economia pianificata socialista. Ne conseguiva che, secondo la logica di Kornai, l’unico modo per superare le carenze fosse quello di eliminare la pianificazione centrale.

Questo gruppo di consulenti dell’Europa dell’Est era noto per elaborare teorie così contorte e stratificate che era difficile individuare con precisione quali fossero i punti esatti da seguire. Poiché tutti questi uomini avevano in realtà un pessimo curriculum quando si trattava di applicare l’economia nella realtà e non in teoria, erano molto cauti nella scelta delle parole; e ogni volta che avanzavano un suggerimento che comportasse un certo grado di concretezza, anziché generici commenti vaghi, si assicuravano di aggiungere rapidamente qua e là una clausola di esclusione di responsabilità, in modo da non poter mai essere realmente ritenuti responsabili di alcuna politica concreta che potesse prendere forma da tali incontri.

Molti hanno criticato l’«interpretazione» data da Wu Jinglian dell’economia di Kornai; se egli abbia seguito fedelmente o meno gli insegnamenti di Kornai è oggetto di dibattito; tuttavia, l’opinione comune era che il piano concreto di Wu Jinglian per la riforma dei prezzi equivalesse a una ricetta per il disastro e comportasse il rischio di iperinflazione.

Infatti, come vedremo, l’unico elemento di coerenza in tutte queste diverse teorie che verranno discusse in questo articolo — avanzate sia dai riformatori favorevoli al “pacchetto” sia dal think tank di Zhao Ziyang, l’Istituto per la Riforma del Sistema — è proprio il fatto che l’iperinflazione fosse considerata un dato di fatto.

I sostenitori della terapia d’urto dell’Europa dell’Est esortarono i riformatori cinesi ad abolire il loro vecchio sistema dei prezzi a più livelli, che dal 1949 aveva garantito la stabilità dei prezzi e si era dimostrato incredibilmente affidabile nel contrastare l’inflazione e gli attacchi speculativi.[33]Il sistema di prezzi a più livelli era infatti una continuazione di l’antico Guanzi principi di economia.

Ho intenzione di fornire una panoramica più approfondita su questo argomento in futuro, ma per ora l’idea fondamentale alla base del sistema dei prezzi a più livelli della Cina era una struttura dei prezzi più differenziata o graduata, che spesso andava oltre una semplice divisione binaria (piano vs. mercato) per arrivare a tre o più livelli di prezzo distinti in base al volume, alla qualità o alla destinazione. In agricoltura (come nel sistema di responsabilità familiare), ciò comprendeva il prezzo più basso per le consegne di quota base allo Stato, una tariffa negoziata più elevata per le vendite in eccesso rispetto alla quota allo Stato e un prezzo di libero mercato per i raccolti venduti in modo indipendente alle fiere rurali. Nell’industria, poteva comprendere prezzi pianificati, prezzi variabili, prezzi negoziati e prezzi di libero mercato.

I cinesi desideravano mantenere il sistema dei prezzi a più livelli nell’ambito della loro riforma graduale di “apertura” verso i mercati. Ciò che i cinesi intendevano per “graduale” – ovvero una liberalizzazione dei prezzi a partire dai settori marginali dell’economia – significava che avrebbero consentito una certa liberalizzazione dei prezzi per i beni classificati come “leggeri”, in altre parole beni non essenziali. Prodotti come il cotone, l’acciaio, il ferro, i prodotti agricoli e le scorte alimentari erano considerati «pesanti», essenziali per i bisogni primari della popolazione e dell’industria,e quindi al centro della stabilità economica. Si riteneva che questi beni “pesanti” dovessero continuare a essere soggetti alla regolamentazione statale attraverso il loro sistema di prezzi a più livelli. I cinesi desideravano attuare delle riforme, ma non a scapito della stabilità delle condizioni di vita della popolazione.

Sebbene questi riformatori dell’Europa dell’Est dovessero ammettere di non avere alcun risultato di rilievo da vantare in materia di riforme radicali dei prezzi, affermarono comunque alla delegazione cinese che era proprio il loro sistema dei prezzi a più livelli a impedire alla Cina di attuare una “corretta” riforma. Secondo questi “esperti”, se la Cina voleva crescere e “aprirsi”, la pratica economica più critica che le ostacolava il cammino era proprio l’uso del sistema dei prezzi a più livelli. Proprio quel sistema dei prezzi che aveva di fatto corretto l’inflazione che stava causando il caos a causa della leadership corrotta di Chiang Kai-shek, un sistema dei prezzi che vantava un record di stabilizzazione dei prezzi lungo oltre tre decenni. Ironia della sorte, il sistema di prezzi a più livelli era l’unico sistema di prezzi che potesse effettivamente vantare ottimi risultati tra quelli proposti in occasione di tali riunioni della Banca Mondiale.

Poiché non avevano un’eredità economica degna di nota, ma piuttosto il contrario, ovvero esiti economici e politici disastrosi che avevano aperto la strada a repressioni militari e instabilità sociale, questi consulenti dell’Europa dell’Est non si sentivano “a proprio agio” nel sostenere una replica esatta di ciò che avevano fatto; tuttavia, con il loro atteggiamento evasivo, i membri continuarono a sostenere un pacchetto di riforme, una soluzione “tutto in uno”. I dettagli, tuttavia, erano sempre poco chiari, e le regole su come il sistema avrebbe dovuto funzionare in teoria cambiavano continuamente. L’unica cosa davvero chiara in tutto ciò che dicevano questi economisti era l’obiettivo: la liberalizzazione dei mercati.

A quanto mi risulta, proprio questo obiettivo in sé – la liberalizzazione dei mercati – ha fatto sì che qualsiasi misura radicale (ovvero una riforma rapida) che si potesse adottare per raggiungerlo era quello di provocare il caos economico e politico.

Chen Yun guidò la riforma economica cinese dal 1978 fino ai primi anni ’80. Nel 1984, l’offerta di cereali era aumentata a tal punto che, per la prima volta, il prezzo pianificato e il prezzo di acquisto statale oltre la quota erano superiori al prezzo di mercato.[34]

In altre parole, nel giro di pochi anni, Chen Yun era riuscito a risolvere in modo eclatante il problema della carenza alimentare in Cina, creando per la prima volta da molti decenni una situazione di abbondanza.

Nonostante i risultati economici ottenuti da Chen Yun per la Cina in quegli anni cruciali, il sostegno alla ricetta della “modernizzazione” proposta dalla Banca Mondiale stava guadagnando popolarità tra alcuni intellettuali cinesi, che senza dubbio ritenevano di poter trarne notevoli vantaggi economici. Tuttavia, Chen Yun, che figurava tra gli “Otto Anziani” cinesi del periodo post-Mao, era un uomo per il quale il popolo cinese nutriva ancora, a ragione, un enorme rispetto, e Chen Yun non intendeva seguire i “consigli” della Banca Mondiale.

Il 20 ottobre 1984, il Comitato Centrale cinese definì prioritaria la sfida di individuare un sistema razionale di determinazione dei prezzi (con l’obiettivo di una riforma orientata all’economia di mercato):

«Man mano che il potere decisionale delle imprese cresce, la determinazione dei prezzi assumerà un’importanza sempre maggiore nel regolare la loro produzione e il loro funzionamento. È quindi tanto più urgente istituire un sistema razionale di determinazione dei prezzi…La fissazione dei prezzi è uno degli strumenti più efficaci di regolamentazione, e prezzi ragionevoli costituiscono una condizione importante per garantire un’economia dinamica ma non caotica. Pertanto, la riforma del sistema dei prezzi è la chiave per riformare l’intera struttura economica.”[35]

Poiché i sostenitori della “terapia d’urto” in Cina non potevano criticare direttamente Chen Yun, che stava ottenendo grandi successi per la Cina con il suo approccio alla riforma economica, iniziarono invece a travisare le sue parole nel tentativo di far sembrare che la loro versione di riforma graduale fosse in linea con il concetto di Chen Yun di “tastare il terreno per attraversare il fiume con maggiore sicurezza”.

Il “cavallo di Troia” assumerebbe la forma del “sistema di prezzi a doppio binario” proposto.

Al fine di placare l’opposizione alle critiche mosse dai riformatori favorevoli al pacchetto di riforme riguardo al sistema dei prezzi a più livelli della Cina, è stato proposto un “sistema dei prezzi a doppio binario” come forma di riforma “graduale” che, agli occhi di chi non ne sapeva di più, appariva coerente con la posizione di Chen Yun, secondo cui il nuovo sistema doveva svilupparsi a partire da quello vecchio.

È stato sostenuto che il sistema dei prezzi a doppio binario avrebbe fatto da ponte, facilitando la transizione dal sistema cinese dei prezzi a più livelli verso una completa liberalizzazione dei prezzi.

Tuttavia, ciò non corrispondeva al vero. Con il senno di poi che la storia ci offre, il sistema dei prezzi a doppio binario si rivelò in realtà un completo fallimento e aveva generato, nel giro di pochi anni, un’iperinflazione dilagante e una corruzione che colpirono la Cina alla fine degli anni ’80. Ciò, a sua volta, creò un’instabilità economica tale da alimentare le condizioni che avrebbero portato alle proteste di piazza Tienanmen, nonché alle manifestazioni in tutta Pechino. La debacle di piazza Tienanmen sarà discussa in dettaglio nella seconda parte di questo articolo, compreso il ruolo della CIA e dell’Operazione Yellowbird.

È importante sottolineare in questa sede che le condizioni che portarono alla crisi di Piazza Tienanmen — che in realtà riguardava questioni economiche e non di “democrazia” — non sarebbero state possibili senza l’introduzione del sistema dei prezzi a due livelli. Per la prima volta in diversi decenni, la Cina stava vivendo livelli di inflazione destabilizzanti che avevano innescato un effetto domino di altre reazioni molto prevedibili, come l’accaparramento dettato dal panico dei beni di prima necessità. Come già osservato, la stabilizzazione dei prezzi è stata uno dei grandi successi del governo del Partito Comunista Cinese (PCC), grazie all’applicazione del sistema dei prezzi a più livelli, che rappresentava una continuazione dei veri principi della Cina Guanzi.

Il sistema dei prezzi a doppio binario prevedeva che un singolo prodotto avesse due livelli principali: un prezzo basso e fisso, stabilito dallo Stato, per i quantitativi prodotti nell’ambito delle quote statali obbligatorie, e un prezzo di mercato più elevato e flessibile per la produzione in eccesso rispetto al piano. L’obiettivo era quello di mantenere la stabilità macroeconomica delle imprese statali (SOE) e dell’approvvigionamento urbano, introducendo al contempo, in modo graduale, incentivi di mercato a livello marginale.

La differenza fondamentale tra i due sistemi (multilivello e a doppio binario) sta nel fatto che il sistema a doppio binario definisce in linea di massimala coesistenza di percorsi pianificati e di mercato, mentre il sistema a più livelli descrive i livelli specifici graduati(spesso da 3 a 5 livelli di prezzo) utilizzati per gestire le quote, i bonus per il superamento delle quote e gli scambi sul mercato libero nell’ambito di tale transizione.

In altre parole, a causa della “definizione generica” del funzionamento del sistema dei prezzi a doppio binario, si è creato il terreno fertile per numerose attività predatorie e corruttive nelle sue varie zone grigie, ovvero nelle aree della politica in cui la normativa era carente. Di fatto, tale sistema ha eliminato il controllo preciso garantito dal sistema dei prezzi a più livelli, lasciando i prezzi in gran parte non regolamentati.

Il sistema di prezzi a doppio binario ha causato direttamente la crisi di iperinflazione del 1988 attraverso una combinazione di manipolazione dell’offerta, un boom creditizio alimentato da un “vincolo di bilancio flessibile” e un grave stato di panico psicologico tra i consumatori, che ha provocato un fenomeno di accaparramento su vasta scala. Sebbene fosse stato concepito per facilitare una transizione graduale della Cina verso l’economia di mercato, il sistema dei prezzi a doppio binario ha sostanzialmente svincolato l’offerta di moneta del Paese dai beni reali, creando le condizioni ideali per un’impennata dei prezzi.

Oltre a ciò, in quel periodo si verificò un’ondata di corruzione su vasta scala, nota come guandao (speculazione da parte di funzionari), che si traduce letteralmente come “speculazione ufficiale” o “rivendita ufficiale”. Le differenze di prezzo all’interno dei sistemi di determinazione dei prezzi a doppio binario e a più livelli in Cina, tra la metà e la fine degli anni ’80, hanno dato origine ad alcuni dei circoli viziosi di corruzione e ricerca di rendite più diffusi nella storia economica moderna. Poiché lo Stato, nell’ambito del sistema a doppio binario, fissava artificialmente a prezzi bassi i beni “previsti dal piano”, mentre i prezzi di mercato dei beni “non previsti dal piano” salivano alle stelle, chiunque riuscisse a colmare tale divario diventava ricco dall’oggi al domani. Questo fenomeno ha portato ad abusi strutturali senza precedenti, distorsioni del mercato e disordini sociali diffusi.

Piuttosto simile agli effetti che la Perestrojka ebbe sull’Unione Sovietica ormai al collasso, dove da un giorno all’altro nacquero oligarchi milionari e la corruzione dilagò su vasta scala.

Il sistema dei prezzi a doppio binario in Cina iniziò a essere ufficialmente integrato in una più ampia politica statale a partire dal 1984. Le figure chiave che hanno portato il sistema dei prezzi a doppio binario a diventare parte della politica ufficiale furono Deng Xiaoping, leader supremo della Cina dal 1978 al 1989, e Zhao Ziyang, premier della Cina dal 1980 al 1987.

Il sistema dei prezzi a doppio binario divenne una politica nazionale in Cina nel 1985.

Mentre il caos che si sarebbe scatenato con il sistema dei prezzi a doppio binario “definito in senso lato” stava per raggiungere il punto di ebollizione, i riformisti favorevoli al pacchetto hanno scatenato un’ondata di aspre critiche contro la politica del sistema dei prezzi a doppio binario e hanno continuato a sostenere che la Cina dovesse eliminare ogni forma di regolamentazione dei prezzi e liberalizzarli immediatamente, invocando una rapida transizione verso un “mercato libero”.

Gli economisti sostenitori della terapia d’urto, come Zhou Xiaochuan — che in seguito sarebbe diventato una figura di spicco nel sistema bancario cinese e avrebbe svolto un ruolo di primo piano nell’orchestrare la crisi del fintech P2P in Cina (ne parleremo più approfonditamente nella Parte IV di questa serie), noto come il “padre della tecnocrazia” cinese —, insistevano, insieme agli economisti neoclassici come Brus, che Stabilire i prezzi giusti era fondamentale per raggiungere l’equilibrio. Equilibrio in ciò che, dal punto di vista qualitativo, non è mai definito, ovviamenteCiò non impedì però al giovane Zhou Xiaochuan, insieme al suo collega Lou Jiwei, di giungere alla conclusione, piena di ottimismo, che sarebbe stato possibile individuare il “prezzo giusto” grazie ai progressi nelle tecniche di calcolo.

Questa tendenza a mettere da parte il proprio giudizio e a lasciare che la modellizzazione informatica gestisca il sistema finanziario presenta notevoli analogie con la crisi del fintech P2P che avrebbe colpito la Cina due decenni più tardi. Anche gli algoritmi dei prestiti P2P erano forme piuttosto complesse di fintech che iniziarono a mettere a dura prova il sistema bancario e finanziario cinese. Zhou Xiaochuan fu l’artefice dei prestiti fintech P2P, ai quali concesse il diritto di operare come quasi-banche.

Fortunatamente, la proposta di Zhou Xiaochuan e Lou Jiwei relativa agli adeguamenti dei prezzi basati su calcoli è stata respinta. Si riteneva infatti che, anche se le imprese avessero accettato un adeguamento dei prezzi di tale entità, il rischio di reazioni a catena sarebbe stato incalcolabile e avrebbe “sicuramente sconvolto l’intera economia”. Se c’era qualcosa che la Cina poteva imparare dall’esperienza dell’Europa dell’Est e dell’Unione Sovietica, era che “In realtà non esiste un aggiustamento una tantum che porti a una situazione razionale ideale.”

Il piano che prevedeva un unico grande adeguamento, che avrebbe comportato un’impennata dei prezzi, indipendentemente dal fatto che fosse calcolato al computer o meno, è stato respinto.

Zhou e Lou proponevano che, anziché procedere a una liberalizzazione totale dei prezzi, si ricorresse a un modello informatico per determinare i prezzi “ideali” che avrebbero consentito una transizione cosiddetta “graduale” verso un’economia di libero mercato. Tuttavia, gli economisti cinesi hanno riconosciuto che nessun modello informatico sarebbe stato in grado di farlo e non avrebbe avuto la capacità di valutare le decisioni sui prezzi alla luce degli altri fattori necessari per determinare un cosiddetto adeguamento “perfetto” dei prezzi.

Alla fine dei conti, non era diverso dal “big bang” proposto dai sostenitori della terapia d’urto, se non per il fatto che, sotto la patina della “scienza”, si ricorreva a modelli computerizzati considerati infallibili, fornendo così la falsa rassicurazione che fosse possibile attuare una riforma radicale dei prezzi senza compromettere la stabilità economica.

Zhao Ziyang era in realtà molto favorevole a questi sviluppi a favore della “terapia d’urto” e diede vita a un gruppo di giovani che sarebbe diventato il primo think tank cinese, denominato “Istituto per la Riforma del Sistema”, fondato ufficialmente e guidato dai discepoli di Zhao Ziyang, Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, che avrebbero poi svolto un ruolo di primo piano anche nella tragedia di piazza Tienanmen.

Il sistema dei prezzi a doppio binario era stato concepito fin dall’inizio come una misura temporanea, volta a favorire la transizione verso una futura liberalizzazione dei prezzi; pertanto, sembrava che Zhao Ziyang stesse semplicemente adempiendo al proprio dovere, gestendo il sistema dei prezzi a doppio binario proprio in vista di tale obiettivo.

George Soros, Zhao Ziyang e i sostenitori della terapia d’urto fanno fronte comune

L’Istituto per la Riforma del Sistema (noto anche come Istituto di Ricerca sulla Riforma del Sistema Economico Cinese) è considerato il primo think tank dedicato alle riforme nel mondo socialista; guidato da Chen Yizi e Wang Xiaoqing, è stato istituito ufficialmente all’inizio del 1985.[36]Era noto come il comitato consultivo riformista o “brain trust” di Zhao Ziyang. L’Istituto fu chiuso e i suoi membri si dispersero all’indomani della tragedia di piazza Tienanmen.

Come vedremo, l’Istituto ha svolto il ruolo di una sorta di “opposizione controllata” nei confronti dei riformatori favorevoli al pacchetto di misure.

Nel marzo 1986, Zhao aveva già definito con chiarezza la sua visione per il passo successivo: «La riforma globale è preferibile alla riforma per singole misure», disse Zhao ai suoi segretari personali Bao Tong e Bai Meiqing.[37]In particolare, Zhao ha suggerito, proprio come aveva fatto Brus, che la situazione di coesistenza di due prezzi diversi per lo stesso bene non potesse durare a lungo. Se le condizioni si fossero rivelate mature, La Cina dovrebbe «compiere un passo decisivo nei prossimi due anni e passare sostanzialmente a un sistema in cui prevale il nuovo modello».[38] Zhao Ziyang era quindi fortemente favorevole alla riforma “pro-pacchetto”, ovvero alla terapia d’urto: alla fine, una vera e propria conversione sulla via di Damasco.

«Quattro giorni dopo il colloquio con i suoi segretari, il 15 marzo 1986, Zhao intervenne alla Conferenza nazionale sul lavoro dedicata alla riforma del sistema economico urbano, ribadendo le stesse linee guida. Una riforma globale era l’approccio giusto, proclamò Zhao».[39]

Tra i principali sostenitori della riforma globale che ora facevano parte dell’Ufficio del Programma figuravano Lou Jiwei, che in precedenza aveva collaborato con Guo Shuqing alla stesura di una proposta per una riforma radicale dei prezzi; Zhou Xiaochuan; nonché Liu Guoguang, che nei primi anni della riforma aveva lavorato a stretto contatto con la Banca Mondiale per portare in Cina economisti dell’Europa dell’Est come Brus e Sik.

Wu Jinglian ha sottolineato che[40]che questo segnò l’inizio di una stretta collaborazione all’interno di questo gruppo, che giunse a compimento sotto la presidenza di Jiang Zemin e il mandato di primo ministro di Zhu Rongji negli anni ’90 e nei primi anni 2000, il periodo delle riforme di mercato più neoliberiste della Cina (ne parleremo più approfonditamente nella Parte IV di questa serie).

La prima proposta di riforma dell’Ufficio del Programma, intitolata “Linee guida di base per la riforma nei prossimi due anni” e datata 25 aprile 1986, fu redatta nell’arco di ventidue giorni.[41]Il programma rappresentava un’estensione delle idee di Guo Shuqing, Lou Jiwei, Zhou Xiaochuan e altri, oltre ad essere stato promosso dai riformatori dell’Europa orientale. Il programma era pienamente in linea con Il 15 marzo 1986 di Zhao Ziyang discorso in cui aveva sottolineato la necessità di un sacrificio a breve termine per ottenere benefici a lungo termine.

Il Programma ha sostenuto la “necessità e la possibilità di compiere un grande passo avanti” nella riforma entro i prossimi due anni, sottolineando che il successo o il fallimento della riforma si sarebbero decisi nel corso del Settimo Piano quinquennale (1986-1990).L’approccio è stato ancora una volta definito un “pacchetto”.[42]

Weber scrive:

I piani dell’Ufficio Programmi suscitarono una forte opposizione da parte dei riformatori gradualisti cinesi. Furono lanciati avvertimenti sui pericoli derivanti dall’aumento dei prezzi e dall’instabilità sociale causati da una riforma dei prezzi “big bang”… Man mano che queste voci critiche diventavano più incisive, gli economisti dell’Ufficio Programmi fecero nuovamente affidamento sul “vento favorevole proveniente dall’estero”. Il 21 giugno 1986, Edwin Lim, in qualità di rappresentante della Banca Mondiale, incontrò Zhao Ziyang e lo esortò: «Credo che possiate accelerare la riforma, in particolare quella dei prezzi» (Zhao e Lim, 2016, 415). Ripetendo ancora una volta la posizione di Brus… Lim ha affermato che il sistema di prezzi a doppio binario era una misura transitoria e, in quanto tale, non avrebbe dovuto durare troppo a lungo.

…Nonostante queste voci influenti si fossero schierate a sostegno dell’Ufficio del Programma, il piano per un “grande passo avanti” nella riforma dei prezzi è stato alla fine abbandonato.[43]

Nello stesso periodo, l’Istituto per la Riforma del Sistema stava conducendo degli “esperimenti sul campo” ed era giunto alla conclusione che una riforma globale (ovvero una “terapia d’urto”) avrebbe distrutto il nucleo dell’economia industriale cinese senza creare un mercato; continuava invece a sostenere il disastroso sistema dei prezzi a doppio binario, definendolo un successo.

Nel frattempo, il sistema di prezzi a doppio binario stava creando le premesse, probabilmente non a caso, per lo stesso esordio precoce dei sintomi della “ricetta” di riforma del pacchetto: ovvero, l’iperinflazione.

Il cosiddetto “dibattito” in Cina si tradusse in voci molto forti da una parte, quelle dei riformatori favorevoli al pacchetto di riforme sostenuti dalla Banca Mondiale e dai riformatori dell’Europa dell’Est, e dall’altra parte quelle del think tank giovanile di Zhao Ziyang, l’Istituto per la Riforma del Sistema, che sosteneva il mantenimento del sistema dei prezzi a doppio binario. Zhao Ziyang, nel frattempo, cercava di ingraziarsi entrambe le parti. Queste voci avrebbero soffocato quelle contrarie sia al pacchetto di riforme che al sistema dei prezzi a doppio binario, ovvero, di fatto, il gruppo di Chen Yun, che riteneva che entrambe le strade portassero al disastro.

È così che il System Reform Institute ha svolto il proprio ruolo di “opposizione controllata”. Promuovendo l’“alternativa” alla riforma del pacchetto, in cui il sistema di prezzi a doppio binario veniva presentato come l’unica altra scelta praticabile, il risultato sarebbe lo stesso: l’iperinflazione.

Weber scrive:

Alla fine del 1984, Chen Yizi aveva incontrato Marton Tardos, uno degli artefici del Nuovo Meccanismo Economico ungherese presso l’Istituto di Economia dell’Accademia delle Scienze ungherese, in occasione della visita di quest’ultimo in Cina. Tardos disse a Chen che il suo amico George Soros nutriva grande interesse per le riforme cinesi e avrebbe voluto invitare una delegazione cinese. Secondo Tardos, Soros era insoddisfatto della direzione che stavano prendendo le riforme ungheresi e riteneva che un cambiamento in un grande Paese come la Cina potesse attirare maggiore attenzione da parte del mondo rispetto a un piccolo Paese come la sua Ungheria natale.

La speranza di Soros poteva essere quella che, se la Cina avesse portato avanti riforme di mercato radicali, ciò avrebbe “sfondato l’argine” e creato un’apertura affinché altri paesi socialisti potessero seguire il suo esempio. He Weiling, un vecchio amico di Chen Yizi che studiava negli Stati Uniti, ha ribadito l’invito di Soros finché la dirigenza del System Reform Institute non ha finalmente deciso di cogliere questa opportunità.

Da maggio a metà giugno 1986, una delegazione guidata da Gao Shangquan, responsabile dell’Ufficio Programmi, con Chen Yizi e Wang Xiaoqiang in qualità di vice, si recò in Ungheria e in Jugoslavia, grazie al sostegno di George Soros.

Tra i membri della delegazione figuravano non solo i responsabili di diversi dipartimenti dell’Istituto per la Riforma del Sistema, ma anche Ma Kia, direttore dell’Ufficio dei Prezzi della città di Pechino (vice premier dal 2013 al 2018), Lu Mai (oggi segretario generale della Fondazione cinese per la ricerca sullo sviluppo) del Centro di ricerca sullo sviluppo rurale del Consiglio di Stato, inviato per conto di Wang Qishan (oggi vicepresidente); Li Jiange, del Centro di Ricerca per lo Sviluppo Tecnologico e Sociale del Consiglio di Stato, che è stato coautore insieme a Wu Jinglian, Zhou Xiaochuan e Lou Jiwei ed è considerato un sostenitore della riforma globale; Zhao Ming del Comitato di Pianificazione dello Stato; e altri.

Hanno organizzato 111 incontri di discussione in Ungheria e in Jugoslaviainsieme ai responsabili dei programmi di riforma a livello governativo, di partito e del mondo accademico, nonché ai rappresentanti delle imprese e dei dipartimenti governativi interessati dalla riforma, per analizzare «gli attriti, le contraddizioni e le aree problematiche generali emerse nella transizione dal vecchio al nuovo sistema» (Gao et al., 1987, 15).

Tra i loro interlocutori figuravano lo stesso Soros, Tardos e Kornai.[44]

Wang Xiaoqiang incontra George Soros in Ungheria, nel 1986. Wang Xiaoqiang (a sinistra, in piedi) saluta George Soros a nome del System Reform Institute (al centro). Fonte: Isabella Weber, per gentile concessione di Wang Xiaoqiang.

Nel 1986 la Cina sfuggì per un soffio a un “big bang”. Di fronte a avvertimenti contrastanti e autorevoli sui rischi imprevedibili derivanti dall’imposizione di una riforma dei prezzi a shock e sull’incertezza riguardo ai suoi benefici, Zhao Ziyang alla fine rinunciò al pacchetto di riforme, anche se tale rinuncia sarebbe stata di breve durata.

«Nel 1986, la liberalizzazione dei prezzi all’ingrosso fu smontata dagli economisti riformisti che credevano nella liberalizzazione del mercato ma si opponevano a un cambiamento radicale. Dopo che Zhao Ziyang abbandonò il progetto di riforma, il suo programma nel 1987 e all’inizio del 1988 consisteva nel combinare il sistema dei contratti d’impresa con una nuova strategia di sviluppo delle zone costiere. Ciò costituiva una versione internazionalizzata della liberalizzazione graduale a partire dalle periferie e del sistema a doppio binario.»[45]

Weber scrive:

Ma all’inizio dell’estate del 1988, una riforma radicale dei prezzi divenne improvvisamente il tema del giorno. La Cina si trovò ancora una volta a un soffio da un “big bang”. Questa volta, il costo fu drammatico. Per la prima volta dagli anni ’40, l’inflazione andò fuori controllo. In tutto il Paese, la popolazione reagì agli annunci di una forte spinta alla riforma dei prezzi con acquisti dettati dal panico, corse agli sportelli bancari e proteste locali, in una reazione popolare senza precedenti contro le riforme di mercato.

Nell’autunno del 1988 la leadership cinese non ebbe altra scelta che sospendere i piani di liberalizzazione dei prezzi.

…La dolorosa rinuncia della Cina al “big bang” del 1988 fa parte del contesto più ampio delle rivolte [in]… Piazza Tienanmen. La letteratura in lingua inglese presenta sostanzialmente due interpretazioni sul motivo per cui nel 1988 si tentò una riforma radicale dei prezzi. Una sottolinea l’importanza di Deng Xiaoping. Secondo questa versione, Deng prese personalmente l’iniziativa e promosse la riforma dei prezzi, ansioso di ottenere una svolta riformista prima che i suoi poteri si indebolissero. L’altra interpretazione pone l’accento sui consigli politici forniti a Zhao Ziyang da una delegazione in visita in America Latina, la quale avrebbe suggerito che l’inflazione non fosse da temere. Secondo questa versione, i consigli politici della delegazione portarono a una mossa audace in materia di riforma dei prezzi.

…Queste due interpretazioni coincidono grosso modo con le spiegazioni fornite dagli economisti che negli anni ’80 erano in competizione tra loro sul giusto approccio alla riforma del mercato. Ad esempio, Chen Yizi (2013, 512-15) e Zhu Jiaming (2013, 44) sottolineano che fu Deng Xiaoping ad avviare il tentativo di portare avanti la riforma dei prezzi, e che Zhao Ziyang non ebbe altra scelta che seguirlo. Al contrario, Wu Jinglian (2005, 368; Wu e Ma, 2016, 216) sostiene che Zhao Ziyang abbia preso l’iniziativa e abbia seguito il consiglio della delegazione in America Latina guidata da Zhu Jiaming e Chen Yizi. Probabilmente bisognerà attendere che gli storici abbiano accesso agli archivi pertinenti prima che la questione possa essere chiarita.[46]

Ritengo che il coinvolgimento diretto della CIA nell’Operazione Yellowbird e il fatto che si sia attivamente assunta il compito di garantire una via di fuga a persone come Chen Yizi dimostrino che non si è trattato semplicemente di un errore di teoria economica, come sembra suggerire Weber, ma che persone come Chen Yizi, che lavoravano a stretto contatto con George Soros, erano perfettamente consapevoli che le loro azioni miravano in realtà a creare instabilità economica, la quale a sua volta avrebbe generato l’instabilità politica che avrebbe portato alla tragedia di piazza Tienanmen. I principali leader delle proteste studentesche, e più specificamente delle proteste studentesche con sciopero della fame, avevano dichiarato pubblicamente che era loro intenzione provocare spargimenti di sangue nelle strade, poiché solo così le loro voci sarebbero state ascoltate e si sarebbero create le condizioni mature per una rapida riforma.

Questo argomento verrà trattato in dettaglio nella seconda parte di questo articolo; per ora, tuttavia, basti dire che George Soros ha una certa reputazione come istigatore di rivoluzioni colorate e quindi il fatto che esponenti di spicco del System Reform Institute abbiano partecipato a oltre 110 incontri con Soros e il suo team selezionato, seguiti da un viaggio in Sudamerica organizzato da Soros per studiare la terapia d’urto e il fatto che in seguito siano stati anche accusati di aver svolto un ruolo di primo piano nelle proteste di piazza Tienanmen non dovrebbe passare inosservato.

Inoltre, a queste oltre 110 riunioni hanno partecipato anche esponenti di spicco dell’Ufficio del Programma (sostenitori della riforma del pacchetto), il che conferma ulteriormente il fatto che l’Istituto per la Riforma del Sistema non fosse altro che una falsa facciata di opposizione. Non dimentichiamo che a queste numerose riunioni con la delegazione di Soros erano presenti anche alcuni membri del Partito di Stato cinese e figure influenti del mondo accademico.

Perché questi incontri si svolgevano su iniziativa di Soros senza che venisse redatto alcun verbale ufficiale di quanto discusso? Non si potrebbe forse interpretare questo come un tentativo di appropriarsi del ruolo del governo cinese nella politica economica, dato che questioni economiche cruciali venivano discusse da rappresentanti cinesi selezionati (che, in fin dei conti, erano tutti favorevoli alla terapia d’urto) e da rappresentanti della Banca Mondiale e di Soros, tutti riuniti nella stessa stanza per oltre 110 incontri (da maggio a metà giugno 1986), con membri come Chen Yizi direttamente coinvolti nelle proteste studentesche in Piazza Tienanmen e a cui era stato offerto un passaggio segreto fuori dalla Cina tramite la CIA!

Weber scrive:

Per comprendere il susseguirsi degli eventi nell’estate del 1988, dobbiamo innanzitutto considerare il quadro politico generale. Il XIII Congresso del Partito, tenutosi nell’ottobre 1987, segnò il consolidamento del programma di riforme di mercato della Cina. Ciò scatenò una tensione crescente tra i riformisti, come Zhao Ziyang e Deng Xiaoping, disposti a fare tutto il necessario per riformare il sistema economico cinese, e leader come Chen Yun, secondo i quali la riforma non doveva prevalere sul primato della pianificazione socialista.

…In un approccio illustrato da Zhao al XIII Congresso del Partito, le forze di mercato erano ben accette nella misura in cui avessero favorito lo sviluppo economico… Quando Zhao iniziò a pronunciare il suo discorso di apertura al Congresso, Chen [Yun] si alzò e uscì dall’aula. Chen, l’alto dirigente che aveva guidato le prime riforme economiche, manifestò la propria disapprovazione sotto gli occhi di tutti.[47]

Come già accennato, all’inizio dell’estate del 1988 la riforma radicale dei prezzi tornò improvvisamente all’ordine del giorno. Il caso volle che ciò avvenisse proprio nel periodo di massimo picco dell’iperinflazione in Cina.

Questo è sempre stato il vero ruolo del sistema di prezzi a “doppio binario” inteso in senso lato: creare le condizioni per un’instabilità economica che portasse a un’instabilità politica, aprendo così la strada alla terapia d’urto. Ma la Cina opponeva una resistenza ostinata a questa “medicina”.

Durante quel periodo di picco dell’iperinflazione, lo stesso gruppo alla guida dell’Ufficio del Programma presentò una proposta per i successivi sette anni di riforme (1988-1995), sostenendo che fosse necessario compiere un passo decisivo il prima possibile e ricorrendo alla tipica retorica della terapia d’urto:

«Sia il controllo dell’offerta di moneta che la liberalizzazione dei prezzi non sono facili da attuare e comportano l’assunzione di un rischio considerevole… Sebbene sia difficile avviare la riforma dei prezzi al momento giusto, non c’è modo di evitarla e più si aspetta, più diventa difficile e rischiosa… Purché mettiamo in atto un pacchetto completo di misure di riforma, potremo sicuramente superare l’ostacolo (cioè la riforma dei prezzi).»[48]

Weber scrive:

L’orientamento di fondo della proposta del 1988 rimase lo stesso del piano elaborato dall’Ufficio del Programma nel 1986. Tuttavia, il tono si era ulteriormente radicalizzato e la portata della riforma si era estesa, passando dalla combinazione di riforme dei prezzi, fiscali, salariali e finanziarie per includere la riforma della proprietà, una riforma del sistema di governo compatibile con l’economia di mercato, la liberalizzazione finanziaria e la mercificazione della terra e del lavoro. Come chiarì Wu (2013b, 200-201) in un articolo pubblicato più tardi quello stesso anno, egli invocava un «sistema economico completamente nuovo» come unico modo per migliorare l’efficienza. Ciò avrebbe richiesto «misure incisive per superare il sistema a doppio binario in un lasso di tempo relativamente breve».

Le piccole imprese statali dovrebbero essere cedute, mentre quelle più grandi dovrebbero essere trasformate in società per azioni. Questa strategia di privatizzazione dovrebbe “riformare la struttura giuridica di governance delle imprese statali… [in modo tale che] il governo mantenga solo il ruolo di gestione generale della società e dell’economia” e “non sia più l’agente diretto della proprietà pubblica, né tantomeno interferisca negli affari interni delle imprese”. In questo articolo, Wu ha illustrato nel dettaglio l’intero programma della terapia d’urto. I sostenitori cinesi delle riforme di mercato radicali erano andati ben oltre la semplice richiesta di compiere il primo e decisivo passo della “terapia d’urto” – ovvero un “big bang” nella liberalizzazione dei prezzi. Ora proponevano la “dottrina dello shock” nella sua interezza, che stava investendo il mondo dei paesi in via di sviluppo e quelli socialisti.[49]

Nel 1987, i prezzi di mercato di tredici beni di produzione di base erano superiori del 115% rispetto ai prezzi previsti dal piano. L’aumento dei prezzi dei fattori di produzione industriali esercitò una pressione al rialzo su tutti gli altri beni. I primi mesi del 1988 videro un aumento dell’indice generale dei prezzi al consumo senza precedenti nel periodo delle riforme.

Weber scrive:

È stato in questo contesto che l’esperienza latinoamericana di apertura, industrializzazione e inflazione ha assunto rilevanza nel dibattito sulle riforme in Cina. Questo collegamento con l’America Latina ha portato a interpretare che, nel 1988, Zhao Ziyang «avesse proposto di condurre la Cina sulla strada dell’iperinflazione brasiliana»…

È importante ricordare che, alla fine degli anni ’80, i riformatori cinesi guardavano con ammirazione al successo della modernizzazione dell’America Latina nel dopoguerra e aspiravano a raggiungere livelli simili di sviluppo infrastrutturale, industrializzazione e urbanizzazione (Zhu, 2009, 524). In un contesto di crescenti tensioni su come portare avanti la riforma economica, Zhu Jiaming ha organizzato un viaggio di studio in Brasile, Venezuela, Cile, Messico e ArgentinaAncora una volta, George Soros ha contribuito a finanziare il viaggio.

A quel punto la Open Society Foundation aveva costituito una filiale, la China Reform and Opening Up Foundation, grazie all’aiuto di He Weiling, Li Xianglu e Bao Tong, segretario di Zhao Ziyang, e con il sostegno dello System Reform Institute.

Nella recente letteratura in lingua inglese sull’impasse della riforma del 1988 è diffusa l’interpretazione secondo cui i rapporti inviati dalla delegazione in America Latina avrebbero causato l’episodio inflazionistico del 1988, che preparò il terreno per la rivolta del 1989.

Nel 1988, Zhu Jiaming era appena passato dalla Commissione per la riforma del sistema economico della provincia di Henan all’Ufficio internazionale della China International Trust Investment Corporation (CITIC), dove lavorava con l’ex segretario di Zhao, Li Xianglu. Entrambi hanno inoltre collaborato con la filiale cinese della Open Society Foundation.

…Zhu ha incoraggiato Chen Yizi a unirsi a lui in un viaggio di studio in America Latina con una delegazione dell’Istituto per la Riforma del Sistema, di cui faceva parte anche Song Guoqing, direttore del dipartimento di macroeconomia. Il viaggio di studio era incentrato sul Brasile,in particolare il decollo economico del Brasile sotto la dittatura militare alla fine degli anni ’60, poiché prometteva di fornire spunti utili per le riforme cinesi.

Colloqui incentrati su Delfim Netto… Gli oppositori dell’apertura agli afflussi di capitali sostenevano che questi avrebbero reso il Paese dipendente dalle potenze imperialiste – un’argomentazione che trovava eco tra gli oppositori cinesi della strategia di sviluppo costiero di Zhao. I sostenitori, tra cui Delfim Netto, al contrario, ritenevano che il capitale straniero avrebbe accelerato lo sviluppo. Ciò, secondo Delfim Netto, era stato dimostrato dall’esperienza del Brasile.

Alla domanda sull’inflazione, Delfim Netto ha sottolineato che, nei periodi di rapida crescita e industrializzazione, l’inflazione era inevitabile. L’inflazione potrebbe avere un effetto stimolante sulla crescita, ma doveva essere mantenuta entro certi limiti… La lezione da trarne non è che l’inflazione non abbia importanza, ma che dovrebbe essere tenuta sotto controllo con mezzi diversi dall’austerità e dalla restrizione monetaria.

Durante il viaggio, la delegazione inviò dei telegrammi a Pechino. Al loro ritorno, Chen Yizi si recò immediatamente da Zhao Ziyang per riferirgli il punto di vista di Delfim Netto sul capitale straniero e sull’inflazione. Chen disse a Zhao: «In ogni paese, in un periodo di sviluppo rapido, si verificherà l’inflazione. Nei paesi socialisti, l’inflazione si manifesterà anche nel corso delle riforme di mercato». Ha spiegato che «l’inflazione strutturale causata dall’espansione sia dei consumi che degli investimenti è inevitabile, in particolare quando le imprese non sono state riformate».

…Nel contesto delle epurazioni successive al 4 giugno [cioè alle proteste di piazza Tienanmen], i sostenitori della pianificazione accusarono Zhao e il suo cosiddetto gruppo di esperti, l’Istituto per la Riforma del Sistema, di diffondere l’idea che l’inflazione fosse innocua.[50]

Va sottolineato che, sebbene Delfim Netto non sia generalmente considerato un sostenitore della terapia d’urto, i suoi cosiddetti “miracoli economici” per il Brasile tra il 1967 e il 1974 coincisero proprio con il periodo della dittatura militare brasiliana, che durò dal 1964 al 1985. Non estraneo a questi sviluppi, Operazione Condorera attiva in America Latina, compreso il Brasile, negli anni ’70 e ’80.

Questo era il modello che George Soros suggeriva al System Reform Institute di adottare per la Cina…

Ricordiamo che l’Istituto per la Riforma del Sistema fu creato da Zhao Ziyang come think tank e fungeva da suo gruppo di esperti. Le accuse mosse all’Istituto per la Riforma del Sistema, a seguito di questo viaggio in America Latina, riguardavano il fatto che una delle principali conclusioni tratte dal loro “lavoro sul campo” fosse che l’inflazione elevata fosse considerata “inevitabile”, persino necessaria, durante il periodo delle riforme in Cina.

A peggiorare la situazione di Zhao Ziyang contribuì il fatto che egli avesse affermato che un certo grado di inflazione e corruzione fosse inevitabile durante il periodo delle riforme in Cina, come se i livelli di inflazione e corruzione che il Paese stava vivendo fossero accettabili, cosa che certamente non era.

Zhao avrebbe ribadito questa posizione piuttosto inconsistente in una delle sue lettere di ricorso contro la propria detenzione (dopo la debacle di Piazza Tiananmen), scrivendo che «sebbene l’inflazione avesse colpito nel 1988, ritenevo che la situazione non fosse né così grave, né così difficile da risolvere».[51]

Parole strane per qualcuno che ha effettivamente incontrato gli studenti manifestanti in Piazza Tienanmen e ha affermato che la colpa della corruzione era da attribuire al governo, in quanto conseguenza diretta della promozione, da parte di Zhao Ziyang, del sistema dei prezzi a doppio binario, che aveva inoltre provocato l’iperinflazione.

Weber cerca di assumere una posizione apologetica nei confronti di Zhao Ziyang e dei membri del suo Istituto per la Riforma del Sistema, sostenendo che le accuse relative al loro tour in America Latina travisassero la loro posizione sull’inflazione come “inevitabile”. Tuttavia, il fatto è che l’inflazione era grave, così come lo erano i livelli di corruzione, e se la questione non era «così difficile da risolvere», perché non è stata risolta, invece di lasciarla crescere e aggravarsi fino a raggiungere il culmine nel 1989?

Zhu Jiaming, membro di spicco dell’Istituto per la Riforma del Sistema che partecipò a quel tour in America Latina organizzato da George Soros, era in realtà favorevole a un “big bang” (ovvero a una terapia d’urto) già nel 1988.[52]Nel suo resoconto sul viaggio di studio in America Latina, Zhu ha sottolineato gli insegnamenti tratti dal Cile di Pinochet. Ironia della sorte, Zhu si era avvicinato molto alla visione di Wu Jinglian in materia di riforme, pur divergendo da lui sui tempi e sulla necessità di misure di austerità.[53]

Zhu Jiaming scrive nel suo “Il bivio della riforma cinese”:

«La lezione che si può trarre dall’esperienza cilena è che la liberalizzazione dei prezzi, del tasso di cambio e dei salari può essere attuata senza provocare un’inflazione eccessiva, purché faccia parte di un adeguato pacchetto di politiche economiche che garantisca una crescita economica stabile e l’espansione delle esportazioni».[54]

In realtà, nel caso di Pinochet non è vero che l’inflazione eccessiva possa essere evitata con la terapia d’urto. Il Cile di Pinochet riuscì a correggere l’inflazione solo quando smise di seguire la terapia d’urto, come vedremo più avanti in questa serie.

Weber scrive:

Anche Chen [Yizi dell’Istituto per la Riforma del Sistema] ammirava il successo economico di Pinochet, la stabilità sociale del Cile e il ricorso alle competenze economiche dei “Chicago boys” da parte del regime militare. Secondo Chen, il programma di nazionalizzazione e di controllo economico centralizzato di Salvador Allende si rivelò un fallimento e generò un malcontento diffuso. Al contrario, le persone con cui ha parlato in Cile gli hanno detto che «Vorrebbero avere il programma economico di Pinochet senza “Pinochet”»(Chen, 2013, 508). La visione del mondo di Chen si era in gran parte allineata al neoliberismo. Tuttavia, non era diventato un sostenitore della terapia d’urto.[55]

Giusto…

Si può davvero essere un sostenitore di Pinochet e non essere a favore della terapia d’urto?

Pertanto, due membri di spicco del System Reform Institute si sono dichiarati apertamente a favore di Pinochet, e uno di loro è addirittura un sostenitore del “big bang”. L’intero gruppo sembra ammirare la dittatura militare brasiliana, che è stata il momento clou del loro tour in America Latina, se non anche quella cilena.

In questo contesto, perché dovremmo credere che l’iperinflazione causata proprio dalle politiche che Zhao Ziyang stava portando avanti non fosse in realtà l’obiettivo stesso di tali politiche, un esito in linea con la “terapia d’urto”?

Questa instabilità economica avrebbe creato le premesse per una grave instabilità politica, favorendo al massimo la possibilità di un cambio di regime e aprendo la strada alla tragedia di Piazza Tienanmen.

Non era forse quello il vero obiettivo fin dall’inizio?



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La seconda puntata proseguirà questa storia, approfondendo i dettagli relativi alla tragedia di piazza Tienanmen e al ruolo dei servizi segreti britannici e statunitensi. In una prossima puntata si parlerà più approfonditamente della “terapia d’urto” in America Latina, nonché di come tali politiche economiche abbiano contribuito a giustificare le dittature militari nell’ambito dell’Operazione Condor.

Cynthia Chung è la presidente della Fondazione Rising Tidee autore dei libri “La nascita di una religione mondiale” e “L’impero su cui il Sole Nero non tramontava mai,” Valuta la possibilità di sostenere il suo lavoro effettuando una donazionee iscrivendosi alla sua pagina Substack Come in uno specchio.

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Sei mesi — e il conto alla rovescia continua, di Jude Russo

Sei mesi — e il conto alla rovescia continua

Non si intravede all’orizzonte una fine evidente alla guerra in Iran.

Daily Life In Tehran As Iran-U.S. 60-day Ceasefire Expires

Foto di Morteza Nikoubazl/NurPhoto via Getty Images

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Jude Russo

28 agosto 2026cinque minuti dopo mezzanotte

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Oggi ricorre il semianniversario dell’inizio della guerra in Iran. Le previsioni più allarmistiche non si sono avverate, come spesso accade, ma la realtà si è rivelata comunque abbastanza spiacevole. È stata consumata un’enorme quantità di materiale bellico americano senza raggiungere l’obiettivo politico (certamente irrealistico) di rovesciare gli ayatollah, né tantomeno di costringerli ad accettare, sotto pressione, un accordo vantaggioso per gli Stati Uniti. I flussi energetici dalla regione del Golfo Persico sono ancora limitati e i prezzi del greggio Brent continuano a oscillare tra gli 85 e i 90 dollari al barile. Gli attacchi di rappresaglia iraniani hanno danneggiato le basi statunitensi in Medio Oriente al punto da rendere l’esercito americano riluttante a utilizzarle. Per quanto ungemütlich sia questa situazione per noi, è ancora peggiore per i nostri partner regionali; per citare solo un esempio recente, i dati riportati mercoledì mostrano che le esportazioni di gas naturale del Qatar sono diminuite del 96 per cento dallo scoppio della guerra. 

Allora, qual è il piano? A quanto pare, più o meno lo stesso di sempre. Stiamo mantenendo il nostro blocco sull’Iran — vale a dire, chiudendo lo Stretto di Hormuz per aprirlo — e intensificando ancora una volta la pressione delle sanzioni. È comprensibile che si possa essere scettici; sono quasi 50 anni che imponiamo sanzioni all’Iran con intensità variabile e, sebbene ciò abbia certamente danneggiato gravemente l’economia iraniana, non si è rivelato una strategia vincente per ottenere i risultati politici desiderati. Nel suo annuncio di lunedì sul «D-Day economico» (ma davvero, da dove prendiamo questi nomi?), il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fatto alcune allusioni minacciose all’idea che le nazioni che non collaborano all’isolamento dell’Iran potrebbero essere escluse dal sistema del dollaro. Sarebbe una novità, ma è anche il tipo di mossa che si può fare solo una volta e che tende a provocare conseguenze indesiderate e imprevedibili. (Ci si chiede anche se funzionerebbe davvero; l’azione più simile, l’esclusione della Russia dal sistema SWIFT nel 2022, avrebbe dovuto mettere in ginocchio l’Orso in un mese o meno, ma eccoci qui, a distanza di tutti questi anni.) Il Pakistan, che ha svolto con zelo, se non con finezza, il ruolo di mediatore tra Washington e Teheran, ha già dichiarato che non collaborerà alle nuove sanzioni americane, quindi potrebbe profilarsi all’orizzonte un caso di prova interessante. 

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L’intensificarsi della guerra economica contro l’Iran potrebbe determinare qualche sviluppo, anche se non necessariamente del tipo auspicato dalla Casa Bianca. A Washington circola la voce che l’amministrazione, in una concessione molto limitata alla realtà politica, stia rinviando ulteriori azioni militari fino a dopo le elezioni di medio termine — il che dovrebbe costituire motivo di dubbio per coloro che vorrebbero pensare che la questione possa essere risolta rapidamente con un uso adeguato della forza. Ma anche l’Iran ha voce in capitolo nel decidere quando la situazione si surriscalderà nuovamente. Se l’economia iraniana dovesse diventare insostenibilmente disfunzionale, è del tutto plausibile che l’Iran prenda l’iniziativa di un’escalation e ricominci a colpire gli obiettivi statunitensi e alleati nella regione, comprese forse le infrastrutture energetiche, come forma di ritorsione contro quelle armi economiche per le quali non dispone di alcun equivalente.

Nonostante queste circostanze poco allettanti, il tavolo delle trattative non sembra essere un elemento d’arredo molto apprezzato in questi giorni. Mercoledì il presidente Donald Trump ha affermato di “non avere fretta” di raggiungere un accordo con l’Iran, mentre Karoline Leavitt ha trascorso la sua ultima mattinata come portavoce della Casa Bianca promuovendo l’“Operazione Emarginazione Economica” (ancora con questi nomi!) e rassicurando i bravi cittadini che guardano Fox News che “non ci sono negoziati in corso”. Alti funzionari provenienti dal Pakistan e dal Qatar si sono recati a Teheran questa settimana, e sembra improbabile che (nonostante le smentite della parte pakistana) la ripresa dei rapporti diplomatici non figurasse nei loro programmi. Eppure sembra esserci, per dirla con delicatezza, scarsa propensione da parte americana, e non molto di più da parte iraniana. Gli Stati Uniti desiderano tornare allo status quo ante nello Stretto di Hormuz e garantire una qualche forma di accordo sul nucleare, anche se a questo punto è ancora poco chiaro se ciò si limiterà a misure di contenimento sulla militarizzazione o si estenderà al completo smantellamento del programma nucleare iraniano. L’Iran vuole mantenere l’unico strumento di pressione efficace che ha trovato per colpire gli americani – ovvero il controllo di Hormuz – e continua a insistere sui propri privilegi ai sensi del Trattato di non proliferazione. (Sebbene ci si chieda se la fatwa antinucleare sia oggetto di riconsiderazione da parte di Mojtaba in questi giorni.) L’Iran vuole anche una sorta di risarcimento per il danno economico subito, che, a seconda di come andrà la campagna di Bessent, potrebbe di fatto rappresentare una preoccupazione esistenziale per la Repubblica Islamica. È difficile capire come questi aspetti possano essere conciliati, a meno di un profondo ripensamento delle premesse da parte dell’una o dell’altra parte – un ripensamento che probabilmente è stato reso politicamente impossibile dalla guerra. Quando si dà e si riceve in tempo di pace, si tratta di un accordo; quando si dà e si riceve in tempo di guerra, si tratta di una capitolazione.

Sono passati sei mesi. Non si intravede una fine all’orizzonte. Ma può andare avanti così per sempre?

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jude

Jude Russo

Jude Russo è caporedattore di The American Conservative e redattore collaboratore di The New York Sun. È borsista James Madison per l’anno accademico 2024–25 presso l’Hillsdale College ed è stato inserito nella classifica ISI Top 20 Under 30 per il 2024.

La vittoria dell’AfD accelera il declino dei falsi conservatori tedeschi

Le recenti elezioni in Sassonia-Anhalt dimostrano che il partito di estrema destra è diventato una seria alternativa politica.

Saxony-Anhalt Holds State Elections

Foto di Sean Gallup/Getty Images

Phillip Linderman

10 settembre 202600:05

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La Sassonia-Anhalt un tempo faceva parte del cuore della Germania dell’Est. Oggi è uno Stato tedesco spesso trascurato, con uno dei redditi pro capite più bassi della Repubblica Federale. Eppure, proprio come il nostro Mississippi, la Sassonia-Anhalt custodisce numerosi tesori storici per i visitatori che ne esplorano le piccole città e i villaggi. La chiesa di Martin Lutero a Wittenberg si trova in Sassonia-Anhalt; il Museo del Bauhaus dell’architetto Walter Gropius si trova nella piccola città di Dessau. Quando il regime di Hitler crollò nel 1945, i soldati americani conquistarono lo stato, avanzando fino alla sua capitale, Magdeburgo, prima di ritirarsi e cedere la regione ai russi. Seguirono quattro decenni di comunismo.

Come molti europei che vivono nelle zone rurali e nei piccoli centri, i tedeschi della Sassonia-Anhalt mostrano autentici istinti conservatori. Ritengono, a ragione, che le élite di Berlino e Bruxelles siano lontane dai loro valori culturali. Sebbene il loro passato complesso sia segnato dal comunismo e dal nazismo, gli abitanti della Sassonia-Anhalt credono di conservare il diritto fondamentale di essere orgogliosi della propria terra. Tra tutti i partiti politici tedeschi, solo l’Alternativa per la Germania (AfD) è riuscita a entrare in sintonia con questi valori profondamente radicati. Questo è uno dei motivi principali per cui l’AfD ha ottenuto una schiacciante maggioranza del 44% dei voti nelle elezioni regionali di domenica.

La vittoria dell’AfD ha scatenato un’altra ondata di panico tra la classe dirigente tedesca. Il cancelliere Friedrich Merz e i suoi cristiano-democratici (CDU), un tempo la forza politica di destra dominante in Germania, si trovano ora a dover affrontare la realtà: per anni non sono riusciti a rappresentare autentici valori conservatori, lasciando il campo libero all’AfD per emergere e prosperare. Sebbene avesse l’opportunità di condurre la Germania in una nuova direzione, Merz non ha voluto rompere con le politiche disastrose dell’ex cancelliera Angela Merkel e dell’élite berlinese. Oggi appare come un fallimento politico. Merz si era vantato pubblicamente di voler dimezzare i consensi dell’AfD, che invece sono raddoppiati da quando è entrato in carica nel 2025.

Merz ha iniziato il suo mandato da cancelliere ignorando l’appello dell’AfD e formando un governo di coalizione con i socialdemocratici di sinistra (SPD). Com’era prevedibile, la coalizione “conservatrice-socialista” di Merz ha prodotto una leadership nazionale disfunzionale. Merz non è riuscito a imprimere alla Germania una nuova direzione su questioni chiave quali la produzione energetica, l’energia nucleare, la politica climatica, la fiscalità e la regolamentazione e, soprattutto, l’immigrazione. Per anni, l’SPD e i Verdi, con la collaborazione riluttante della CDU, hanno plasmato l’approccio di Berlino a tali questioni da una prospettiva di sinistra (e spesso di estrema sinistra).

Le famiglie e le piccole imprese tedesche sono sommerse da norme che regolano il modo in cui riscaldano le loro case, guidano i loro veicoli e svolgono innumerevoli altre attività quotidiane. Molte di queste norme paternalistiche provengono direttamente dalle stanze di pianificazione dei politici dell’SPD e dei Verdi, che in privato ritengono che Karl Marx avesse ragione. La tradizionale propensione dei tedeschi ad accettare tasse elevate e normative opprimenti potrebbe finalmente essere giunta al termine. Certamente sembra essere così in Sassonia-Anhalt.

Ma invece di tracciare una nuova rotta per la Germania, le classi dirigenti di Berlino hanno ribadito con forza la loro narrativa secondo cui l’incredibile crescita dell’AfD è un fenomeno estremista con radici sinistre nel passato autoritario della Germania. La vera spiegazione dell’ascesa dell’AfD è molto più semplice: la Germania ha smesso di avere un partito autenticamente conservatore poiché le sue élite – proprio come hanno fatto negli Stati Uniti e in tutta Europa – hanno spinto il quadro politico sempre più a sinistra. La sinistra tedesca ha sapientemente marciato attraverso le istituzioni e se ne è impadronita, prendendo l’iniziativa su temi scottanti come il cambiamento climatico, la cultura, la crescita economica e, soprattutto, le frontiere e l’immigrazione. L’establishment della CDU è emerso come una vittima politica di questa offensiva di sinistra, poiché un numero crescente dei suoi elettori passa all’AfD (e molti di coloro che rimangono prendono in considerazione la possibilità di formare una nuova coalizione di maggioranza con questo partito di estrema destra).

I tre temi principali della campagna elettorale in Sassonia-Anhalt sono stati l’immigrazione, l’economia e l’istruzione. Sebbene gli immigrati costituiscano meno del quattro per cento della popolazione dello Stato, gli abitanti della Sassonia-Anhalt condividono la più ampia preoccupazione nazionale secondo cui l’apertura delle frontiere abbia spinto la Germania verso un multiculturalismo indesiderato in stile americano. Considerano il sistema di asilo del Paese, ormai allo sfascio, come il veicolo di questa trasformazione, con programmi di assistenza sociale eccessivamente generosi che incentivano l’arrivo dei migranti illegali. Come molti conservatori americani, si indignano quando gli stranieri a cui è stato ordinato di andarsene si rifiutano di farlo, un fenomeno sconcertantemente comune.

Merz e i suoi sostenitori sostengono che, sebbene i rifugiati di guerra ucraini rientrino in una categoria speciale, la coalizione di governo di Berlino abbia ridotto il numero complessivo di arrivi di stranieri in Germania. “Troppo poco, troppo tardi”, hanno replicato i politici dell’AfD. Essi sostengono che la CDU si limiti ad apportare piccole modifiche a un sistema fondamentalmente fallimentare imposto al Paese dalle élite tedesche e dell’Unione Europea, che sfruttano abilmente le interpretazioni favorevoli all’apertura delle frontiere del diritto internazionale e nazionale tedesco. L’AfD sostiene che la legge possa essere interpretata in modo diverso, e questa tesi ha trovato ampio riscontro in Sassonia-Anhalt.

In Germania, l’istruzione è di competenza dello Stato. Nella Sassonia-Anhalt, la questione è diventata un tema centrale per l’AfD soprattutto perché le scuole statali hanno adottato politiche estreme in materia di “woke” e identità di genere. Sì, la lunga marcia della sinistra attraverso le istituzioni educative di tutto il mondo ha raggiunto persino il sistema scolastico statale della Sassonia-Anhalt, dove i genitori — proprio come molti dei loro omologhi delle zone rurali americane — sono costernati dai valori che vengono insegnati ai loro figli. Il modello educativo tedesco, un tempo potente, che formava diplomati del Gymnasium destinati al percorso universitario, è ormai un ricordo lontano. Nell’ambito della sua opposizione al “wokeismo”, l’AfD ha condotto una campagna a favore del diritto dei cittadini della Sassonia-Anhalt di istruire i propri figli a casa.

L’antiamericanismo latente dell’AfD va inteso come una reazione alle stesse cause dell’estrema sinistra contro cui stanno lottando i nostri stessi conservatori. Per molti in Germania e in tutto il mondo, i valori americani non corrispondono più a concetti tradizionali quali la libertà costituzionale, l’individualismo e la libera impresa. Questi valori sono ora, purtroppo, il multiculturalismo aggressivo, l’ideologia di genere e il «wokeismo». È molto significativo che i leader dell’AfD della Germania dell’Est guadagnino consensi tra i propri sostenitori di base definendo in modo sprezzante i tedeschi dell’Ovest «americani di lingua tedesca».

Un altro tema della campagna dell’AfD in Sassonia-Anhalt che troverebbe riscontro tra i conservatori americani è la proposta di porre fine ai finanziamenti pubblici destinati alle ONG, ai think tank dei partiti politici e alle emittenti televisive e radiofoniche pubbliche. I governi tedeschi a tutti i livelli tendono a sovvenzionare qualsiasi cosa si muova, e quando tali istituzioni vengono “catturate”, i contribuenti tedeschi finiscono per finanziare istituzioni di sinistra e promuovere inconsapevolmente i valori di sinistra. I media tedeschi finanziati con fondi pubblici — molto più potenti dell’emittenza pubblica e della NPR negli Stati Uniti — conducono da tempo una guerra di propaganda contro i conservatori in generale e l’AfD in particolare. In Sassonia-Anhalt, l’AfD ha condotto con successo una campagna elettorale incentrata sulla fine di tali contributi obbligatori.  

Il leader dell’AfD in Sassonia-Anhalt è Ulrich Siegmund, una giovane stella politica in ascesa e molto promettente. Il trentacinquenne Siegmund è un politico nato, alla Bill Clinton, che si immerge tra la folla e parla con persone di ogni orientamento, sfoggiando sempre un sorriso radioso. Che sia in grado di mobilitare gli elettori è ormai fuori dubbio. La sua sfida: riuscirà a governare se gli verrà data l’occasione?

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A causa del complesso sistema parlamentare tedesco basato sulla formazione di coalizioni, che funziona allo stesso modo sia a livello nazionale che regionale, l’AfD potrebbe ancora essere esclusa dal governo regionale della Sassonia-Anhalt. Finora, tutti gli altri partiti tedeschi hanno mantenuto saldamente la cosiddetta “Brandmauer” (barriera di contenimento) che tiene isolata l’AfD. Con il 44% dei voti, l’AfD ha ancora bisogno di un partner di coalizione per ottenere la maggioranza nel parlamento regionale ed eleggere il nuovo ministro-presidente (equivalente a un governatore americano). Siegmund potrebbe ottenere la maggioranza con l’aiuto del piccolo partito BSW (un gruppo ideologico eterogeneo che comprende ex comunisti della Germania dell’Est). Un’altra possibilità è che alcuni deputati della CDU rompano con il proprio partito e sostengano un governo regionale dell’AfD. I prossimi giorni e le prossime settimane vedranno notevoli manovre politiche dietro le quinte in un sistema fondamentalmente antidemocratico, con più difetti di quanti ne avessero mai contemplato i suoi artefici, timorosi della storia della Repubblica di Weimar. 

Quel che è certo è che una stampa ostile non darà tregua a un governo dell’AfD e cercherà di sfruttare ogni errore. Certo, l’AfD è inesperta; potrebbe non possedere le competenze necessarie per assumere senza intoppi la responsabilità di un governo regionale. Ma ciò che le élite trascurano è che si tratta di una lotta ideologica – in Sassonia-Anhalt e, in ultima analisi, a Berlino – che ha meno a che fare con la competenza che con i valori. Siegmund è il tipo di nuovo talento che potrebbe ribaltare la situazione a danno dei media e della classe politica al potere in Germania, anche se dovesse commettere qualche passo falso lungo il percorso.

A prescindere da come andranno le cose, è molto probabile che i risultati in Sassonia-Anhalt scuotano il sistema federale tedesco. Si tratta di uno sviluppo positivo e necessario per la Germania e, in ultima analisi, per l’Europa. Ciò sta accadendo perché la CDU ha smesso di essere un partito autenticamente conservatore.

Informazioni sull’autore

Phillip Linderman

Phillip Linderman è presidente della Ben Franklin Fellowship e membro del consiglio di amministrazione del Center for Immigration Studies.

Come ridurre il rischio di una guerra tra la Russia e la NATO

Consentire ulteriormente all’Ucraina di sferrare attacchi in profondità non farebbe che aggravare la minaccia proveniente da Mosca.

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(Foto di Vyacheslav PROKOFYEV / POOL / AFP via Getty Images)

Doug Bandow

Doug Bandow

10 settembre 2026tre minuti dopo mezzanotte

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Tra gli alleati europei degli Stati Uniti abbondano le previsioni di un’aggressione russa. Non importa se sostengono che l’Ucraina sia in avanzata e sul punto di sconfiggere l’Orso aggressivo. Se Mosca dovesse alla fine trionfare, avvertono, le legioni di Vladimir Putin marceranno inevitabilmente verso ovest, nonostante le devastanti perdite in termini di uomini e materiale subite in uno scontro proprio ai confini della Russia. 

In realtà, Putin non ha mai dimostrato un simile interesse. Ovviamente, non ha alcuna obiezione morale all’uso della forza militare. Tuttavia, Putin sembra essere più un nazionalista russo che un comunista sovietico e, dopo aver preso il potere, inizialmente ha cercato di migliorare i rapporti con l’Occidente. Appena un paio di settimane dopo l’11 settembre, ha dichiarato al Bundestag tedesco:  

Sono fermamente convinto che, nel mondo odierno in rapida evoluzione, caratterizzato da cambiamenti demografici davvero radicali e da una crescita economica eccezionalmente elevata in alcune regioni, anche l’Europa abbia un interesse immediato a promuovere le relazioni con la Russia.

Nessuno mette in discussione il grande valore delle relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ritengo semplicemente che l’Europa rafforzerà in modo solido e duraturo la propria reputazione di centro forte e veramente indipendente della politica mondiale se riuscirà a unire il proprio potenziale con quello della Russia, comprese le risorse umane, territoriali e naturali, nonché il potenziale economico, culturale e di difesa.

Purtroppo, il suo atteggiamento alla fine cambiò. L’amministrazione Clinton aveva deciso di trattare la Russia come una potenza sconfitta, partendo dal presupposto che, proprio come la Germania dopo la Prima guerra mondiale, non avrebbe avuto altra scelta se non quella di sottomettersi. Sia il popolo russo che le élite erano indignati dal continuo trattamento sprezzante da parte dell’Occidente nei confronti del loro Paese. Proprio come la Germania si era ripresa dalla sconfitta, così fece anche la Russia. E Putin abbandonò ogni tentativo di compromesso.

Il presidente russo ha dichiarato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007: «Oggi assistiamo a un ricorso smodato e quasi incontrollato alla forza — la forza militare — nelle relazioni internazionali, una forza che sta facendo precipitare il mondo in un abisso di conflitti permanenti». Di chi è la colpa? «Uno Stato — e, naturalmente, in primo luogo gli Stati Uniti — ha oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo. Ciò è evidente nelle politiche economiche, politiche, culturali ed educative che impone alle altre nazioni».

Soprattutto, Putin si è opposto ai tentativi di far entrare l’Ucraina nella NATO e alla fine ha scatenato una guerra per impedire che ciò accadesse. Ciononostante, ha evitato di trasformare la guerra in Ucraina in un conflitto diretto con il resto d’Europa e, soprattutto, con gli Stati Uniti. Dopotutto, Putin è entrato in guerra principalmente per assicurarsi che la Russia non si trovasse ad affrontare un lungo confine dominato dall’alleanza transatlantica. Non avrebbe alcun senso per lui attaccare direttamente uno Stato membro della NATO, garantendo così una guerra con l’Europa e, molto probabilmente, anche con l’America. L’ipotesi secondo cui, dopo aver fallito nel tentativo di estendere il conflitto ucraino, avrebbe rischiato un conflitto globale e persino nucleare solo per mettere alla prova la tenuta dell’alleanza è un ragionamento troppo ingegnoso.

Il conflitto ucraino dura ormai da più tempo della Prima guerra mondiale e non mostra segni di tregua. Nel corso del conflitto, europei e americani hanno condotto una guerra per procura sempre più aspra, sostenendo la difesa di Kiev e contribuendo all’uccisione di decine di migliaia di soldati russi. Mosca sembra intensificare la propria risposta, soprattutto se fosse responsabile, come sostiene la Germania, dell’attacco con droni dello scorso mese all’aeroporto di Lipsia.

I responsabili politici europei sono sempre più preoccupati per il rischio di un conflitto più ampio. Come riporta il Financial Times: l’episodio di Lipsia «ha rappresentato un brutale campanello d’allarme riguardo all’intensificarsi della campagna ibrida di Mosca contro l’Europa e ha messo in luce l’incapacità della NATO di dissuadere la Russia dal sferrare attacchi al di sotto della soglia necessaria per attivare la clausola di difesa reciproca dell’“articolo 5” dell’alleanza». David Ignatius del Washington Post si è detto d’accordo:

La triste realtà è che la guerra della Russia contro l’Ucraina si sta intensificando e si sta estendendo ai paesi della NATO. Si tratta di una nuova realtà che la maggior parte degli americani (compresi molti alti funzionari dell’amministrazione Trump) sembra non riconoscere. La guerra “ibrida” della Russia contro i sostenitori europei dell’Ucraina sta passando dalla zona grigia al rosso sangue, e gli Stati Uniti stanno facendo ben poco per scoraggiare gli attacchi.

Certo, la situazione è pericolosa. Ma è importante comprendere le cause del comportamento conflittuale della Russia. 

L’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca nel febbraio 2022 è stata criminale e ingiustificata, così come lo sono le sue attuali azioni belliche. Tuttavia, Washington e i suoi alleati non hanno certo l’autorità morale per lamentarsi. Innanzitutto, hanno stupidamente trattato il governo russo come se non meritasse alcuna considerazione e hanno ignorato i numerosi avvertimenti sulle “linee rosse” russe. Hanno così incoraggiato una risposta ancora più avventata da parte di Mosca.

In secondo luogo, hanno regolarmente avviato azioni militari unilaterali illegali a proprio vantaggio. Si pensi all’invasione dell’Iraq da parte dell’amministrazione di George W. Bush, che ha portato a conflitti interni diffusi e a vittime civili in massa. Le amministrazioni Obama, Trump e Biden hanno sostenuto l’assalto prolungato dell’Arabia Saudita allo Yemen, che ha provocato sofferenze straordinarie alla popolazione civile e un numero significativo di morti. L’amministrazione Trump ha attaccato illegalmente l’Iran, uccidendo migliaia di non combattenti, trasformando gli Stati del Golfo in obiettivi militari e minacciando l’economia globale.

Infine, gli Stati Uniti e i loro partner della NATO stanno ora conducendo una costosa guerra per procura contro la Russia. Se gli alleati lo stiano facendo principalmente per difendere l’Ucraina o per indebolire Mosca è oggetto di controversia. In ogni caso, il sostegno degli alleati è stato fondamentale per la resistenza di Kiev. Ci sono stati russi feriti e uccisi da munizioni occidentali guidate dai servizi segreti occidentali. I funzionari alleati si sono persino attribuiti il merito della morte e della distruzione.

È proprio questo ruolo letale che sta spingendo il governo russo verso uno scontro diretto con l’Europa. Ha spiegato Ignatius:

Ciò che rende la situazione così pericolosa in questo momento è che Putin sta chiaramente cercando di riprendere il sopravvento attaccando i Paesi europei che sono diventati i principali fornitori di armi dell’Ucraina. Ad aprile, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i nomi e gli indirizzi di 21 aziende europee che, secondo quanto affermato, producevano droni o componenti per Kiev, e i funzionari hanno avvertito che si trattava di “potenziali obiettivi”.

I responsabili politici degli alleati stanno ora esprimendo sgomento di fronte alla scoperta che Mosca sta minacciando di ricorrere alla violenza. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato nell’ottobre 2025,

Affrontare la guerra ibrida della Russia… richiede a tutti noi un cambio di mentalità radicale. Dobbiamo essere pronti a uscire dalla nostra zona di comfort. Dobbiamo esplorare nuovi modi di agire. E, soprattutto, dobbiamo scoraggiare chiunque cerchi di nuocere al nostro territorio e alla nostra gente.

Finora, ciò significa un’escalation che non sfocia nella guerra. Tuttavia, cresceranno le pressioni affinché gli Stati Uniti si impegnino più a fondo nella lotta dell’Europa a favore dell’Ucraina. È difficile prevedere la reazione dell’amministrazione Trump. Sebbene il presidente continui a concentrarsi sul miglioramento delle relazioni diplomatiche con la Russia, negli ultimi mesi la sua posizione sembra essersi spostata a favore dell’Ucraina. Inoltre, ha in gran parte abbandonato i suoi discorsi sull’uscita dalla NATO, apparentemente soddisfatto della propria capacità di utilizzare le forze armate americane per estorcere accordi commerciali sbilanciati agli Stati europei, i cui funzionari ammettono di accettare tali richieste nel tentativo di mantenere la protezione militare di Washington.

Nel frattempo, la maggior parte dei membri dell’establishment della politica estera, talvolta noto come “il blob”, è favorevole non solo a mantenere, ma anche a rafforzare il sostegno americano all’Europa in materia di difesa. Ritengono che la NATO debba a sua volta opporsi a Mosca. Ad esempio, Max Boot del Council on Foreign Relations ha chiesto “una risposta risoluta per dissuadere Putin dall’intensificare i suoi attacchi contro l’Europa.” 

Ignatius ha espresso un’opinione simile. «Gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto rilasciare una dichiarazione congiunta con i propri alleati europei in cui avvertano senza mezzi termini che il protrarsi degli attacchi sponsorizzati dal Cremlino contro i paesi della NATO comporterà gravi conseguenze», ha scritto. «E se Putin dovesse continuare a sferrare attacchi incessanti contro le città ucraine, gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero aiutare in modo discreto l’Ucraina a sferrare attacchi proporzionati contro la Russia».

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Purtroppo, ciò non farebbe che rafforzare proprio la causa dell’escalation di Mosca: il fatto che gli alleati rendano possibili attacchi più estesi e distruttivi sul territorio russo. La politica di Ignatius spingerebbe probabilmente Putin, sottoposto a pressioni sempre maggiori da parte delle élite russe favorevoli a una guerra più dura e spietata, a intensificare ulteriormente il conflitto. Ciò non dovrebbe sorprendere i funzionari di Washington, che non tollererebbero mai che la Russia fornisse aiuto per attacchi contro il territorio americano. Per Mosca, la guerra contro l’Ucraina è una questione esistenziale, ed è più probabile che Putin raddoppi la posta in gioco piuttosto che ritirarsi, cosa che potrebbe mettere a repentaglio il suo governo, o almeno il suo controllo personale. Al contrario, l’Ucraina ha un’importanza di gran lunga minore per la maggior parte degli Stati europei, e soprattutto per Washington e il popolo americano.

Al contrario, gli alleati — almeno gli Stati Uniti — dovrebbero fare un passo indietro, riducendo il proprio ruolo nel conflitto. Putin ha commesso una grave ingiustizia nei confronti dell’Ucraina, il che ha giustificato il sostegno degli alleati alla sua sopravvivenza. Ma la NATO, e in particolare gli Stati Uniti, dovrebbero evitare un confronto militare più ampio.

I politici di Washington tendono a considerarsi figure angeliche dedite al bene e alla luce, determinate a inaugurare una nuova era utopica di pace. Purtroppo, nessun altro, specialmente i russi, li vede in questo modo. La guerra per procura condotta dagli alleati contro Mosca sta aumentando la probabilità di una guerra su vasta scala. L’amministrazione dovrebbe ritirare il proprio sostegno a una battaglia per procura sempre più pericolosa e fare pressione sui propri alleati affinché facciano altrettanto. Mettere l’America al primo posto significa sicuramente evitare una guerra con la Russia a causa dell’Ucraina.

Informazioni sull’autore

Doug Bandow

Doug Bandow

Doug Bandow è ricercatore senior presso il Cato Institute. Ex assistente speciale del presidente Ronald Reagan, è autore di Foreign Follies: America’s New Global Empire.

Patrick Buchanan

Patrick Buchanan: Di chi è, in fin dei conti, questo Paese? – Editoriale

 

A cura di Patrick J Buchanan

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Per il terzo anno consecutivo, il reddito mediano della tipica famiglia americana è diminuito nel 2010. Al netto dell’inflazione, è tornato ai livelli del 1996, il periodo più lungo di crescita zero dalla Grande Depressione.

E il tasso di povertà è salito al 15,1%.

Entrambe le cifre, tuttavia, vanno contestualizzate.

Ad esempio, una famiglia può essere classificata come povera pur possedendo un’automobile, un televisore a schermo piatto, un computer, una lavatrice-asciugatrice e un tritarifiuti.

https://7.html-load.com/session/etb/yk0/q7y/bu3/www.eurasiareview.com/zao/qwhvi331tyxywywxveny7m6eyky6mx6nw29y7ykoyf96ykwn9ny6vey6yrtvxnxgvjnyrcsscznt07y7fqv3fs7yrqsjywtvxnxgvjnyweyiwyi62ywi3jzywqs73vf7ngyri3jzynvtyin43gvycyzyky2yz99qs7xfcy37y7n4yz99yzkymwyzykyl

Le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà vedono i propri figli istruiti gratuitamente tramite il programma Head Start, per 13 anni nelle scuole pubbliche, e poi ricevono borse di studio Pell per l’università. Hanno diritto a buoni pasto gratuiti e assistenza sanitaria tramite Medicaid. Beneficiano di alloggi sovvenzionati e crediti d’imposta sul reddito da lavoro, sono ammissibili a tutti gli altri programmi di assistenza sociale e possono guadagnare 23.300 dollari di reddito lordo senza pagare imposte sul reddito.

La povertà nell’America del XXI secolo non è la stessa della Parigi de “I Miserabili”, della Londra di Oliver Twist o del Dust Bowl di Tom Joad.

La stagnazione quindicennale del reddito medio delle famiglie americane, tuttavia, ovvero la scomparsa del sogno americano secondo cui i propri figli avranno una vita migliore, è una questione ben più seria.

Esistono infatti cause della crescita stentata del tenore di vita della famiglia americana che nessuna delle due parti è disposta ad affrontare, ammesso che una delle due ne riconosca l’esistenza.

Innanzitutto, l’integrazione dell’economia statunitense nell’economia globale ha gettato i lavoratori americani in diretta concorrenza con i lavoratori asiatici e latinoamericani, disposti a svolgere gli stessi lavori per salari molto inferiori, in fabbriche con normative decisamente meno stringenti.

I dirigenti delle aziende statunitensi hanno colto al volo l’opportunità di chiudere gli stabilimenti sul territorio nazionale e trasferirli all’estero. Questo spiega la scomparsa di 50.000 fabbriche durante il decennio di Bush e la perdita di 5,5 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero.

Non è possibile avere un tenore di vita in aumento quando i posti di lavoro più remunerativi nel settore della produzione vengono delocalizzati all’estero.

Ora, per acquistare i prodotti delle fabbriche straniere che un tempo si trovavano qui, stiamo sborsando una quantità sempre maggiore della ricchezza americana. Il nostro conto nazionale per beni e servizi importati ammonta a 2.500 miliardi di dollari all’anno. Il deficit commerciale degli Stati Uniti è risalito a una cifra compresa tra 550 e 600 miliardi di dollari all’anno.

Se il presidente Obama vuole sapere perché il suo piano di stimolo economico da 800 miliardi di dollari non ha avuto l’effetto sperato, dovrebbe esaminare il problema delle “infiltrazioni”.

Come si può stimolare l’economia statunitense quando i lavoratori che si mantengono o si riassumono grazie ai miliardi di dollari stanziati per il piano di stimolo economico si dirigono sabato verso i supermercati Walmart per acquistare prodotti fabbricati in Giappone, Corea e Cina?

I nostri 6 trilioni di dollari di deficit commerciale durante il decennio di Bush hanno stimolato le economie di tutto il mondo, tranne la nostra. Anzi, le economie di maggior successo dell’ultimo decennio sono state la Cina e la Germania. Non a caso, sono stati i due maggiori paesi esportatori al mondo.

Esistono metodi collaudati con cui le nazioni hanno superato situazioni simili. Cosa ci impedisce di adottarli? L’ignoranza della nostra storia, gli ingenti investimenti delle nostre multinazionali nel nuovo assetto globale e l’opposizione a un’Organizzazione Mondiale del Commercio alla quale abbiamo ceduto la nostra sovranità nazionale.

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Un secondo motivo per cui il reddito medio delle famiglie americane è tornato ai livelli del 1996 ed è in calo è l’immigrazione di massa, sia legale che illegale.

Secondo l’analista Ed Rubenstein di VDARE.com, gli Stati Uniti, nonostante un tasso di disoccupazione superiore al 9%, importano 100.000 lavoratori immigrati ogni mese. Numbers USA sostiene invece che ogni mese vengano importati 125.000 lavoratori stranieri.

Pertanto, ogni anno si aggiungono alla nostra forza lavoro ben oltre un milione di lavoratori, a fronte di 14 milioni di americani in cerca di occupazione.

Perché lo stiamo facendo?

È xenofobo affermare che i nostri cittadini debbano venire prima di tutto, che l’importazione di lavoratori stranieri debba cessare finché i nostri disoccupati non avranno trovato un impiego?

Una quota enorme della nostra popolazione immigrata è di origine ispanica. E Rubenstein ha scoperto che per ogni 100 ispanici impiegati negli Stati Uniti nel 2001, oggi ne lavorano 126. Ma per ogni 100 non ispanici impiegati nel 2001, oggi ne lavorano solo 98.

Cosa impedisce ai nostri politici di mettere al primo posto gli americani, di espellere gli immigrati clandestini e di sospendere l’importazione di manodopera straniera finché i nostri lavoratori non saranno tornati al lavoro?

Una delle ragioni è la politica. I democratici vedono gli immigrati clandestini e i loro figli come futuri elettori democratici. I repubblicani, invece, temono di essere etichettati come razzisti e di inimicarsi le lobby etniche.

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Un altro motivo è il mero interesse commerciale.

Le aziende statunitensi vedono negli immigrati, legali o illegali, una fonte inesauribile di manodopera a basso costo per contenere i costi salariali. E hanno ragione.

Ma chi si preoccupa dell’interesse nazionale, di tutti i membri della famiglia americana, soprattutto dei disoccupati?

Se il reddito medio della famiglia americana è in calo, già tornato ai livelli del primo mandato di Bill Clinton, la classe media americana è tra le grandi perdenti dell’economia globale. E chi sono i grandi vincitori?

Informazioni su Patrick J Buchanan

Patrick J. Buchanan è un commentatore politico conservatore statunitense, autore, editorialista, politico e conduttore televisivo.

Mania di guerra: “Crisi di sicurezza” annunciata dalle élite europee che seminano il panico, di Simplicius

Mania di guerra: “Crisi di sicurezza” annunciata dalle élite europee che seminano il panico,

Simplicius19 settembre
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È iniziato un nuovo ciclo di allarmismo sulla guerra mondiale, mentre l’Europa viene aizzata dal panico. Le ragioni sono molteplici.

Da un lato, l’Europa è entrata in una crisi politica ed economica, e quindi ora più che mai è necessario trovare dei diversivi. Affinché i cittadini possano sopportare le difficoltà che li attendono, bisogna far loro capire che tali difficoltà sono assolutamente necessarioper la loro sopravvivenza. A tal fine, non c’è mezzo di propaganda migliore della BBC orwelliana per battere il tamburo:

https://www.bbc.com/news/articles/cmn0jke547r5o

Si inizia così:

Il governo vuole che tutti noi cominciamo a prepararci a gravi sconvolgimenti nella nostra vita. Vuole che facciamo scorte di cibo in scatola e acqua potabile, che rafforziamo la nostra resilienza civile e che ci prepariamo all’eventualità di una guerra.

Sono iniziati i lavori sul cosiddetto “libro di guerra” del governo, che non veniva aggiornato da decenni.

Il più alto ufficiale dell’esercito britannico ha lanciato l’allarme. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Sir Richard Knighton, ha affermato questa settimana che la minaccia rappresentata dalla Russia sta facendo sì che la Gran Bretagna stia vivendo il periodo “più pericoloso” dei suoi 35 anni di carriera nelle forze armate.

La domanda tendenziosa viene posta in vista di una risposta altrettanto tendenziosa, volta a influenzare le menti impressionabili e oppresse della popolazione britannica:

In un atto di “menticidio” incredibilmente trasparente, la BBC arriva persino a ricorrere a uno psicologo per costruire la narrazione perfetta con cui plasmare la coscienza collettiva:

La convinzione di essere minacciati è fondamentale, afferma lo psicologo Jim Orford, professore emerito di psicologia clinica e comunitaria all’Università di Birmingham. «È quello che io chiamo pensiero semplicistico». Per poter prendere in considerazione la possibilità di entrare in guerra, dobbiamo ragionare in termini semplicistici. In termini di nemici ed eroi. Dobbiamo considerare la Russia come un nemico. Le narrazioni sono tutte semplificate.

Espone il piano senza mezzi termini, una sorta di episodio di ipnosi schietta rivolto a chi è facilmente influenzabile e sottoposto a lavaggio del cervello; una vera e propria lezione magistrale di manipolazione, senza dubbio.

Con una serie coordinata di comunicati, i leader e le istituzioni europee hanno iniziato a mettere in guardia da una grave “crisi” che si profila sempre più incombente:

La situazione della sicurezza in Europa viene ora definita “in peggioramento”, mentre le sirene di guerra si fanno sempre più insistenti.

In perfetta sincronia, Le emittenti francesi iniziano a discutere dei preparativi per la guerra mondiale:

Gran parte delle tensioni è scaturita da due vertici europei tenutisi la scorsa settimana: la conferenza del Comitato militare della NATO e il nuovo vertice “Carpathian Eight” indetto da Zelensky, al quale hanno partecipato il polacco Tusk e altri leader.

https://meduza.io/en/news/2026/09/18/poland-s-prime-minister-says-russia-is-preparing-accidental-drone-and-missile-strikes-on-nato-countries-that-support-ukraine

La nuova campagna di operazioni psicologiche, coordinata di recente, è incentrata su una falsa operazione sotto falsa bandiera che prevedrebbe “attacchi ibridi” russi contro il cosiddetto “fianco orientale” della NATO. Dall’articolo di Meduza sopra citato:

Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato in Parlamento che la Russia sta pianificando attacchi “ibridi”, con l’uso di missili e droni, contro i paesi che sostengono l’Ucraina.

Tusk ha fatto riferimento alle valutazioni dei servizi segreti, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters. «Esiste il rischio concreto che droni o altri tipi di missili possano penetrare nel territorio di uno o più paesi della NATO sul fianco orientale, causando persino distruzione», ha affermato.

«Questi potenziali attacchi sarebbero, per così dire, di natura “accidentale”, con l’intento di paralizzare o almeno indebolire la determinazione degli Stati della NATO a invocare le disposizioni pertinenti dell’Alleanza in caso di aggressione contro un Paese membro», ha affermato Tusk.

Questo è ormai lo spauracchio del momento, mentre i leader europei lottano disperatamente per salvare l’Ucraina dal pericolo:

https://www.politico.eu/article/russia-vladimir-putin-nato-drone-attacks-europe-leaders-warning/

Nel frattempo, è proprio la NATO stessa ad aumentare di giorno in giorno le provocazioni, pur puntando il dito contro la Russia:

WarMonitor@WarMonitor3

Negli ultimi 4 giorni i voli di ricognizione della NATO lungo il confine orientale con la Russia e Kaliningrad sono aumentati drasticamente; particolare attenzione sembra concentrarsi sull’area della Polonia e della Lituania F24: -Sembra ormai che i voli di routine dei velivoli AWACS E-3A Century della NATO e della Germania…

14:30 · 19 settembre 2026· 169.000 visualizzazioni


40 risposte· 406 condivisioni· 2,48K Mi piace

Secondo quanto riferito, la Francia starebbe già mettendo in atto “rispose” militari segrete nei confronti della Russia:

Faytuks Network@FaytuksNetwork

Una fonte militare francese ha dichiarato a *Le Monde* che la Francia sta già mettendo in atto risposte militari convenzionali, di cui non sono stati resi noti i dettagli, agli attacchi ibridi russi. Alla domanda se Parigi potesse reagire militarmente senza renderlo pubblico, la fonte ha risposto: «Sta già accadendo».

19:09 · 19 settembre 2026· 47,8K visualizzazioni


18 risposte· 279 condivisioni· 1,86K “Mi piace”

Praticamente tutte le testate dei media mainstream occidentali si sono unite al coro infernale di sensazionalismo bellicista, nonostante la maggior parte di questi “attacchi” venga falsamente attribuita alla Russia, mentre dietro ci sono ogni volta droni ucraini o sabotatori — un fatto che, naturalmente, viene insabbiato:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-17/russia-s-attacks-on-europe-are-getting-more-brazen-and-more-dangerous

È il classico segno del genio militare: quando il proprio Paese sta crollando e sta perdendo un conflitto di grande portata, come si dice stia accadendo alla Russia contro l’Ucraina, la cosa migliore da fare è invadere immediatamente la più grande alleanza militare del mondo per strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta. Questo è ciò che i leader europei fantoccio stanno propinando alla loro credulona plebe; ma la gente se la beve?

Putin afferma che l’Europa si sta continuamente preparando alla guerra contro la Russia e ne spiega correttamente i motivi: per distogliere l’attenzione dalle proprie molteplici crisi, come abbiamo affermato in precedenza:

Con un ridicolo colpo di ironia, l’Europa sostiene di essere la Russia a pianificare le “operazioni sotto falsa bandiera”:

La NATO è pronta a rispondere a una potenziale escalation russa sul fianco orientale dell’Europa, ha affermato oggi il generale di punta dell’alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un contesto caratterizzato da crescenti allarmi riguardo a un possibile attacco pianificato da parte di Mosca.

politico.eu

Politica europea@POLITICOEurope

La NATO è “pronta” a un potenziale attacco sotto falsa bandiera da parte della Russia, afferma il generale di più alto rango dell’Alleanza

La NATO è pronta a rispondere a una potenziale escalation russa sul fianco orientale dell’Europa, ha affermato oggi il generale di punta dell’alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un contesto caratterizzato da crescenti avvertimenti riguardo a un possibile attacco pianificato da parte di Mosca.

16:29 · 19 settembre 2026· 22,1K visualizzazioni


12 risposte· 76 condivisioni· 206 Mi piace

Qualche giorno fa, il buffone del ministro degli Esteri polacco Sikorski ha affermato che l’Europa avrebbe sconfitto la Russia “abbastanza rapidamente” e senza difficoltàse la Russia tentasse qualcosa. Stando così le cose, c’è da chiedersi allora perché gli europei si mostrino così preoccupati.

In realtà, l’Europa è impantanata in una crisi sempre più grave e ha bisogno di uno sfogo significativo per le frustrazioni e il malcontento dell’opinione pubblica.

C’è poi anche il fatto che Trump intenda ora ritirare potenzialmente un gran numero di truppe statunitensi da quel continente dilaniato dai conflitti e pieno di rancore, il che ha alimentato le teorie secondo cui gli Stati Uniti starebbero, come sempre, mettendo subdolamente la Russia contro l’Europa per trarre vantaggio dalla conseguente distruzione dei propri rivali economici e geopolitici:

https://www.nbcnews.com/politics/national-security/pentagon-weighs-pulling-nearly-third-us-forces-europe-rcna597722

Nel frattempo, l’Ucraina continua a trovarsi in una situazione disperata. La campagna annunciata in precedenza da Zelensky contro gli aeroporti e i “cieli” russi si è rivelata un nulla di fatto. Non è chiaro se ciò sia avvenuto perché gli Stati Uniti lo abbiano convinto a fare marcia indietro attraverso canali riservati, oppure se egli stesse bluffando fin dall’inizio e non abbia mai effettivamente posseduto le capacità per portare a termine quei piani eccessivamente ambiziosi.

Un canale russo avanza un’ipotesi sul motivo per cui ciò potrebbe verificarsi, sostenendo che l’invio di sciami composti da 900 droni al giorno in territorio russo potrebbe costare all’Ucraina fino a 50 milioni di dollari al giorno:

L’affascinante aspetto economico della guerra: perché i massicci attacchi con droni contro la Russia rappresentano una sfida significativa per il bilancio dell’Ucraina

La notte del 18 settembre, alla vigilia delle elezioni parlamentari, le Forze Armate ucraine hanno sferrato un massiccio attacco con droni contro Mosca e le regioni circostanti.

Tuttavia, il piano del nemico è fallito: oltre 900 droni sono stati abbattuti dalle forze di difesa aerea russe. In precedenza, veniva riferito quotidianamente che venivano intercettati tra i 200 e i 400 droni ucraini.

Qual è il significato di tutti questi dati? È una questione di soldi. I droni sono indubbiamente più economici dei missili avanzati che costano milioni di dollari, ma hanno comunque un costo di decine, a volte centinaia, di migliaia di dollari.

Quindi, Kiev lancia quasi un migliaio di droni, di cui circa il 95-99% viene abbattuto. Quanto costa tutto questo? Se ipotizziamo che un drone costi 50.000 dollari (che corrispondono all’incirca a 5 milioni di rubli, e il prezzo è probabilmente molto più alto), allora il costo di una singola raffica è di circa 50 milioni di dollari. E naturalmente, a ciò si associa un costo finanziario, superiore a zero, ma comunque significativamente inferiore al costo del lancio dei droni.

Ne consegue, quindi, che il lancio dei droni ucraini rappresenti da tempo un onere ingente per il bilancio dell’Ucraina, mentre i danni inflitti alla Russia sono, in confronto, molto più modesti.

Fonte

Ieri un articolo di Reuters riportava che Il presidente della Commissione parlamentare ucraina per il bilancio ha ammesso che i costi giornalieri della guerra per l’Ucraina ammontano a 190 milioni di dollari. Ciò significherebbe che una simile raffica di droni potrebbe rappresentare una parte significativa dell’intero bilancio militare stanziato per ciascun periodo. Questo dovrebbe chiarire rapidamente perché un’operazione di tale portata prolungato le campagne con i droni sono infatti non sostenibile per l’Ucraina, e qualsiasi affermazione contraria da parte di Zelensky è una bugia volta a dare l’impressione che l’Ucraina abbia ancora la possibilità di fare qualcosa di significativo contro la Russia.

Rinfreschiamoci la memoria su come si è svolta la nuova “campagna di 40 giorni” di “sanzioni aeree” dell’Ucraina contro la Russia. Dalle minacce alle suppliche per un cessate il fuoco:

È interessante notare che, due giorni fa, il primo ministro polacco Donald Tusk ha suscitato grande scalpore, essendo apparentemente il primo leader europeo a rendere pubbliche le vere cifre mensili delle vittime ucraine. Egli afferma che sono stati gli stessi ucraini a informarlo che il numero attuale si attesta a 27.000, tra morti e feriti:

Ricordiamo che proprio il mese scorso lo stesso Budanov, in Ucraina, ha ammesso che l’Ucraina ha bisogno di 30.000 nuove “reclute” al mese per sostenere ciò che già esiste:

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/08/28/8050796/

Pertanto, possiamo tranquillamente ipotizzare che le perdite ucraine si attestino più o meno ai livelli che conoscevamo fin dall’inizio, ovvero intorno alle 30.000 al mese. Teoricamente, di queste, circa 1/4 – 1/3 dovrebbero essere morti, un altro 1/4 circa feriti gravi e definitivamente fuori combattimento, mentre il resto sarebbe costituito da feriti lievi. Su un totale di 27.000 – 30.000, ciò potrebbe significare circa 7.500 morti al mese, altri 7.500 feriti in modo permanente e 15.000 feriti lievi.

Ricordiamo che, per ora, per l’Ucraina è ancora relativamente facile colmare questa lacuna. L’Ucraina conta circa 25 regioni amministrative, ciascuna con poco più di 1.000 insediamenti, paesi e città. Si tratta, in totale, di circa 25.000 insediamenti. Per raggiungere i 30.000 uomini al mese, l’Ucraina deve reclutare 1.000 uomini al giorno, ovvero un solo «maschio in età da combattimento» per ogni insediamento, oppure 40 da ciascuna delle 25 regioni principali, il che non è un compito del tutto impossibile da portare a termine per decine di migliaia di «ufficiali di reclutamento» TCK. Tuttavia, il bacino di reclute continua a ridursi di giorno in giorno, il che diminuisce ulteriormente la disponibilità di manodopera per le industrie ucraine, comprese quelle legate alla produzione militare essenziale.

Come sempre, l’ondata crescente di allarmismo europeo non è altro che una reazione al calo del sostegno all’Ucraina e al crescente deficit di bilancio. I vari piani di emergenza sono tutti falliti e l’Ucraina sta nuovamente esaurendo le risorse per finanziare le sue spese militari in forte aumento.

In occasione del suo primo vertice C8, Zelensky ha definito il deficit “astronomico” e ha sottolineato la necessità di un intervento urgente:

Quest’inverno richiederà uno sforzo e un impegno finanziario straordinari per sostenere l’Ucraina, che subirà danni ingenti a causa del crescente divario tra la potenza di fuoco russa e le capacità di difesa aerea ucraine in costante calo.

Probabilmente l’Europa potrà fare ben poco, se non limitarsi a tappare altre falle con misure provvisorie a breve termine, e la situazione è destinata a continuare il suo naturale declino.


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