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L’AfD in un mondo multipolare, di Bob Hickok

L’AfD in un mondo multipolare

di Bob Hickok

19 settembre
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Bob Hickok analizza come l’ascesa dell’AfD si stia inserendo nella più ampia rivolta multipolare contro l’ordine politico atlantista.

I recenti successi dell’AfD l’hanno spinta ancora più al centro del dibattito politico tedesco, con risultati positivi nell’Est, un crescente consenso a livello nazionale e rinnovati scontri su immigrazione, energia, Russia e limiti del “muro di fuoco” politico del Paese. Da una prospettiva multipolare, l’ascesa dell’AfD è significativa perché mette in discussione il consenso post-Guerra Fredda sull’allineamento della Germania con Washington, Bruxelles e il sistema atlantista, e solleva la questione se Berlino possa perseguire un ruolo più indipendente tra i centri di potere globali in competizione.

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Nei sondaggi nazionali, l’AfD è ormai stabilmente in vantaggio sulla CDU (Unione Cristiano Democratica, il partito del Cancelliere Merz). I sondaggi pubblicati a metà settembre la davano tra il 27 e il 30% , mentre l’Unione si attestava perlopiù tra il 18 e il 20% . L’INSA attribuiva all’AfD il 29% il 15 settembre, contro il 19,5% della CDU; il GMS la dava al 30%. I sondaggi sono istantanee, non elezioni, ma il quadro che emerge da diversi istituti è chiaro: l’AfD ha superato la posizione di grande partito di protesta ed è entrata in competizione per il primo posto a livello nazionale. Persino la Bassa Sassonia, lontana dalla roccaforte orientale dell’AfD, ha prodotto un altro risultato sorprendente il 13 settembre. Il partito ha ottenuto il 15,9% alle elezioni comunali dello stato, più del triplo rispetto al 2021, superando i Verdi e diventando la terza forza politica. A Salzgitter, è diventato il partito più grande nel consiglio comunale con il 27,39%.

La prossima prova arriva quasi subito. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore e Berlino voteranno il 20 settembre. Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore potrebbe riservare un altro risultato sorprendente nell’est, sebbene gli ultimi sondaggi si siano fatti molto più serrati. Un sondaggio INSA pubblicato il 16 settembre dava l’AfD al 37% e l’SPD (Partito Socialdemocratico) al 35%. Un sondaggio ZDF pubblicato il giorno successivo ha ribaltato la situazione, portando l’SPD al 37% e l’AfD al 36%, con il 21% degli intervistati ancora indecisi. Il cambiamento riflette la popolarità personale della leader dell’SPD Manuela Schwesig, così come i tentativi degli elettori di altri partiti di concentrarsi su di lei. La CDU, nel frattempo, si attesta intorno al 6-7% nei sondaggi e si trova di fronte alla straordinaria possibilità di faticare a rimanere nel parlamento regionale. Il candidato dell’AfD, Leif-Erik Holm, ha incentrato la sua campagna elettorale sui temi del costo del carburante, della sanità, della stagnazione economica e degli interessi regionali. Qualunque sia il risultato finale, un voto per l’AfD intorno al 35% rappresenterebbe un cambiamento radicale rispetto al 16,7% ottenuto nel 2021.

A Berlino la situazione è diversa, ma correlata. Lì l’AfD non è in testa, ma l’ultimo sondaggio ARD BerlinTrend la dava al 18%, dietro alla Sinistra al 21% e alla CDU al 20%, e davanti ai Verdi al 16% e all’SPD al 12%. Il tema degli alloggi e degli affitti ha dominato la campagna elettorale più dell’immigrazione. L’AfD ha collegato la carenza di alloggi a Berlino in parte alla crescita demografica dovuta all’immigrazione. L’importanza di Berlino risiede meno in una vittoria dell’AfD che nel crollo della vecchia geometria partitica. CDU, SPD, Verdi, Sinistra e AfD sono ora ammassati in un sistema politico in cui la formazione di governi senza uno dei partiti maggiori può richiedere coalizioni sempre più complesse e bizzarre.

La risposta del cancelliere Merz si è fatta più dura con l’affermarsi dell’AfD. Dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt, ha accusato il partito di sostenere politiche equivalenti a una “pulizia etnica” attraverso il suo concetto di remigrazione . L’AfD respinge tale definizione e afferma che le sue proposte riguardano l’immigrazione clandestina, l’espulsione di persone senza diritto di soggiorno e una più rigorosa applicazione della legge sull’immigrazione vigente. Lo stesso Merz ha affermato che la Germania ha bisogno di più espulsioni, sostenendo al contempo che il Paese deve distinguere tra chi lavora legalmente e contribuisce all’economia e chi è tenuto a lasciare il Paese. La controversia, quindi, non riguarda solo l’entità dell’immigrazione, ma anche il significato e la possibile portata della remigrazione. La formulazione di Merz ha suscitato una reazione furiosa da parte dell’AfD, mentre il risultato delle elezioni in Sassonia-Anhalt ha riacceso le richieste, da parte di alcuni politici dell’SPD e di altri oppositori, di valutare una procedura di divieto dell’AfD. Il senatore degli Interni di Amburgo, Andy Grote, ha appoggiato la creazione di un gruppo di lavoro federale-statale per studiare se sussistano i requisiti costituzionali per un simile caso. Altri hanno avvertito che tentare di mettere al bando un partito subito dopo un’importante vittoria elettorale comporterebbe seri rischi politici e legali.

Lo sviluppo più importante dal punto di vista multipolare, tuttavia, potrebbe essere emerso al di fuori della campagna elettorale. Il 18 settembre Reuters ha riportato che i leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla, stanno preparando possibili colloqui nel 2027 con Kirill Dmitriev, uno dei principali inviati economici di Vladimir Putin, per il ripristino delle forniture di gas russo alla Germania. L’incontro proposto dipenderebbe dai progressi verso una soluzione della guerra in Ucraina, e tra le possibili sedi discusse figurano Israele, gli Emirati Arabi Uniti e l’India. Reuters ha riferito che potrebbero essere coinvolte anche personalità legate alla diplomazia statunitense, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff. L’AfD chiede da tempo la revoca delle sanzioni sull’energia russa e sostiene che l’energia a basso costo proveniente dalla Russia abbia contribuito a sostenere la forza industriale tedesca. I critici replicano che ricostruire questo rapporto ricreerebbe una pericolosa dipendenza da Mosca. Tale disaccordo ora va ben oltre la politica energetica. La questione riguarda il ruolo della Germania nel mondo: se Berlino debba rimanere saldamente ancorata all’attuale struttura di sicurezza atlantista o cercare maggiore spazio per relazioni indipendenti con la Russia e altre potenze non occidentali.

Questa disputa di politica estera si interseca direttamente con i problemi economici della Germania. L’AfD presenta la combinazione di sanzioni, prezzi elevati dell’energia, ristrutturazione industriale e continuo sostegno militare all’Ucraina come prova che i governi tedeschi hanno subordinato gli interessi economici interni a una più ampia strategia occidentale. Chrupalla ha recentemente chiesto una riduzione delle tasse sull’energia a fronte dell’aumento dei prezzi dei carburanti, mentre il partito ha attaccato la perdita di posti di lavoro e la ristrutturazione dell’industria automobilistica. I suoi oppositori sostengono che le difficoltà della Germania abbiano molteplici cause: la debole crescita della produttività, la pressione demografica, la concorrenza cinese, la costosa transizione del settore automobilistico e anni di investimenti ritardati. Essi rifiutano l’idea che il solo ripristino delle forniture energetiche russe possa risolvere il problema. Eppure, l’importanza politica della questione energetica è innegabile. Essa fornisce all’AfD un argomento concreto a sostegno della sua posizione in politica estera: le relazioni con la Russia non vengono presentate come una astratta simpatia per Mosca, ma come parte di un diverso modello economico per la Germania.

La dimensione della Germania dell’Est rende questo fenomeno particolarmente significativo. I risultati migliori dell’AfD rimangono concentrati nell’ex Repubblica Democratica Tedesca, dove gli atteggiamenti nei confronti della Russia, della sovranità tedesca, dell’immigrazione e dell’establishment politico differiscono sostanzialmente da quelli prevalenti in molte aree metropolitane occidentali. Allo stesso tempo, il risultato della Bassa Sassonia dimostra che il fenomeno non può più essere descritto semplicemente come una rivolta dell’Est. Il suo elettorato si sta espandendo geograficamente, mentre il suo programma si intreccia sempre più con questioni che la politica tedesca un tempo teneva separate: immigrazione, declino industriale, energia, sovranità nazionale, Russia e autorità di Bruxelles. I critici vedono il programma sull’immigrazione dell’AfD come una minaccia per gli immigrati e per un’economia che ha bisogno di lavoratori stranieri. Reuters ha riportato il 19 settembre che alcuni immigrati nella Germania dell’Est temono sempre più ostilità con l’aumento del sostegno all’AfD. L’AfD, dal canto suo, afferma di distinguere tra immigrazione illegale o indesiderata e immigrazione legale qualificata. Questo conflitto rimarrà centrale perché la Germania dell’Est si trova ad affrontare sia il declino demografico sia una forte resistenza politica alle politiche migratorie perseguite nell’ultimo decennio.

Vista in un’ottica multipolare, la vera svolta non consiste semplicemente nell’ascesa di un altro partito tedesco, bensì nell’indebolimento di un consenso politico formatosi nel periodo post-Guerra Fredda. L’AfD contesta la politica migratoria tedesca, la sua politica energetica, i rapporti con la Russia, alcuni aspetti dell’integrazione europea e il presupposto che la politica estera tedesca debba rimanere strettamente allineata alle priorità strategiche di Washington e delle istituzioni dominanti dell’UE. I suoi oppositori sostengono che queste posizioni potrebbero indebolire le alleanze della Germania, danneggiare le relazioni con i paesi vicini ed esporre nuovamente il paese all’influenza russa. L’AfD e i suoi sostenitori descrivono quasi gli stessi fatti al contrario: affermano che la Germania ha ceduto troppa libertà politica ed economica e deve recuperare la capacità di perseguire i propri interessi nazionali in un contesto di competizione tra i diversi centri di potere mondiali. I dati immediati sono eloquenti: 43,8% in Sassonia-Anhalt, 15,9% alle elezioni comunali della Bassa Sassonia, circa il 27-30% a livello nazionale e una gara serrata intorno al 35% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Ma la questione più profonda sollevata dall’ascesa dell’AfD è se la vecchia architettura politica tedesca possa continuare a funzionare quando un partito escluso da ogni coalizione di governo diventa una delle maggiori forze elettorali del paese.

https://bm2yp.r.ag.d.sendibm3.com/mk/mr/sh/1t6AVsd2XFnIGAAOIEUsc8TP9zUZLK/HOeoxl395KjBNewsletter BSW | 20 settembre 2026
Cari soci,Cari sostenitori,
Il BSW è tornato ed è una vera forza politica nel Landtag della Sassonia-Anhalt. I media non possono più ignorarci! E nelle elezioni comunali della Bassa Sassonia, lo scorso domenica il BSW è riuscito a conquistare circa 60 seggi, tra cui quelli di Braunschweig, Hannover, Osnabrück e Wolfsburg. Grazie a tutti coloro che hanno reso possibile tutto questo. Questo ci dà slancio per Berlino e il Meclemburgo-Pomerania Anteriore, dove oggi gli elettori possono dare un altro segnale importante votando per il BSW – contro l’SPD e la CDU, che non fanno nulla per contrastare gli alti prezzi del carburante e il declino economico del nostro Paese, contro il cancelliere più incompetente della storia della Germania federale e a favore di un nuovo inizio politico, in cui si torni finalmente a concentrarsi sul miglioramento della vita dei cittadini.
I prezzi del carburante stanno schizzando alle stelle e potrebbero superare, per la prima volta nella storia della Germania, la soglia dei 3 euro. Per molte persone, fare rifornimento sta diventando quindi un peso insostenibile. Dopo lunghe esitazioni, il governo federale ha ora deciso, poco prima delle elezioni, un mini-sgravio di appena 17 centesimi al litro. Entro la fine dell’anno dovrebbe entrare in vigore un tetto massimo temporaneo al prezzo del carburante. Merz e Klingbeil non intendono però intaccare gli enormi profitti delle grandi compagnie petrolifere. Noi diciamo: abbassate le accise sul carburante, fissate immediatamente un tetto massimo di 1,50 euro al litro, affinché gli automobilisti possano beneficiare di un reale sgravio! E aprite il Nord Stream, affinché il riscaldamento in inverno non porti alla rovina totale.
Un voto per il BSW è un voto per mandare via Merz! Sia a Berlino che nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Se entreremo in Parlamento e la CDU verrà espulsa dal Landtag di Schwerin, quel Cancelliere sarà storia. Nella Sassonia-Anhalt molti elettori della CDU hanno votato per il BSW. Se lo ripetiamo, Merz se ne andrà. Un altro obiettivo elettorale del BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore è impedire una coalizione rosso-rosso-verde! Solo se il BSW entrerà nel Landtag ci sarà la possibilità che la coalizione rosso-rosso non ottenga la proroga della durata di esercizio delle centrali nucleari. Come già in Sassonia-Anhalt, anche qui promuoviamo un primo ministro apartitico che governi con maggioranze variabili – coinvolgendo anche l’AfD.
La posta in gioco è alta! Mobilitate ancora una volta oggi tutti i vostri amici e conoscenti, colleghi e familiari affinché votino per il BSW nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore e a Berlino!
Cordiali saluti
Fabio De Masi, Amira Mohamed Ali, Oliver Ruhnert e Sahra Wagenknecht

Sei mesi — e il conto alla rovescia continua, di Jude Russo

Sei mesi — e il conto alla rovescia continua

Non si intravede all’orizzonte una fine evidente alla guerra in Iran.

Daily Life In Tehran As Iran-U.S. 60-day Ceasefire Expires

Foto di Morteza Nikoubazl/NurPhoto via Getty Images

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Jude Russo

28 agosto 2026cinque minuti dopo mezzanotte

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Oggi ricorre il semianniversario dell’inizio della guerra in Iran. Le previsioni più allarmistiche non si sono avverate, come spesso accade, ma la realtà si è rivelata comunque abbastanza spiacevole. È stata consumata un’enorme quantità di materiale bellico americano senza raggiungere l’obiettivo politico (certamente irrealistico) di rovesciare gli ayatollah, né tantomeno di costringerli ad accettare, sotto pressione, un accordo vantaggioso per gli Stati Uniti. I flussi energetici dalla regione del Golfo Persico sono ancora limitati e i prezzi del greggio Brent continuano a oscillare tra gli 85 e i 90 dollari al barile. Gli attacchi di rappresaglia iraniani hanno danneggiato le basi statunitensi in Medio Oriente al punto da rendere l’esercito americano riluttante a utilizzarle. Per quanto ungemütlich sia questa situazione per noi, è ancora peggiore per i nostri partner regionali; per citare solo un esempio recente, i dati riportati mercoledì mostrano che le esportazioni di gas naturale del Qatar sono diminuite del 96 per cento dallo scoppio della guerra. 

Allora, qual è il piano? A quanto pare, più o meno lo stesso di sempre. Stiamo mantenendo il nostro blocco sull’Iran — vale a dire, chiudendo lo Stretto di Hormuz per aprirlo — e intensificando ancora una volta la pressione delle sanzioni. È comprensibile che si possa essere scettici; sono quasi 50 anni che imponiamo sanzioni all’Iran con intensità variabile e, sebbene ciò abbia certamente danneggiato gravemente l’economia iraniana, non si è rivelato una strategia vincente per ottenere i risultati politici desiderati. Nel suo annuncio di lunedì sul «D-Day economico» (ma davvero, da dove prendiamo questi nomi?), il segretario al Tesoro Scott Bessent ha fatto alcune allusioni minacciose all’idea che le nazioni che non collaborano all’isolamento dell’Iran potrebbero essere escluse dal sistema del dollaro. Sarebbe una novità, ma è anche il tipo di mossa che si può fare solo una volta e che tende a provocare conseguenze indesiderate e imprevedibili. (Ci si chiede anche se funzionerebbe davvero; l’azione più simile, l’esclusione della Russia dal sistema SWIFT nel 2022, avrebbe dovuto mettere in ginocchio l’Orso in un mese o meno, ma eccoci qui, a distanza di tutti questi anni.) Il Pakistan, che ha svolto con zelo, se non con finezza, il ruolo di mediatore tra Washington e Teheran, ha già dichiarato che non collaborerà alle nuove sanzioni americane, quindi potrebbe profilarsi all’orizzonte un caso di prova interessante. 

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L’intensificarsi della guerra economica contro l’Iran potrebbe determinare qualche sviluppo, anche se non necessariamente del tipo auspicato dalla Casa Bianca. A Washington circola la voce che l’amministrazione, in una concessione molto limitata alla realtà politica, stia rinviando ulteriori azioni militari fino a dopo le elezioni di medio termine — il che dovrebbe costituire motivo di dubbio per coloro che vorrebbero pensare che la questione possa essere risolta rapidamente con un uso adeguato della forza. Ma anche l’Iran ha voce in capitolo nel decidere quando la situazione si surriscalderà nuovamente. Se l’economia iraniana dovesse diventare insostenibilmente disfunzionale, è del tutto plausibile che l’Iran prenda l’iniziativa di un’escalation e ricominci a colpire gli obiettivi statunitensi e alleati nella regione, comprese forse le infrastrutture energetiche, come forma di ritorsione contro quelle armi economiche per le quali non dispone di alcun equivalente.

Nonostante queste circostanze poco allettanti, il tavolo delle trattative non sembra essere un elemento d’arredo molto apprezzato in questi giorni. Mercoledì il presidente Donald Trump ha affermato di “non avere fretta” di raggiungere un accordo con l’Iran, mentre Karoline Leavitt ha trascorso la sua ultima mattinata come portavoce della Casa Bianca promuovendo l’“Operazione Emarginazione Economica” (ancora con questi nomi!) e rassicurando i bravi cittadini che guardano Fox News che “non ci sono negoziati in corso”. Alti funzionari provenienti dal Pakistan e dal Qatar si sono recati a Teheran questa settimana, e sembra improbabile che (nonostante le smentite della parte pakistana) la ripresa dei rapporti diplomatici non figurasse nei loro programmi. Eppure sembra esserci, per dirla con delicatezza, scarsa propensione da parte americana, e non molto di più da parte iraniana. Gli Stati Uniti desiderano tornare allo status quo ante nello Stretto di Hormuz e garantire una qualche forma di accordo sul nucleare, anche se a questo punto è ancora poco chiaro se ciò si limiterà a misure di contenimento sulla militarizzazione o si estenderà al completo smantellamento del programma nucleare iraniano. L’Iran vuole mantenere l’unico strumento di pressione efficace che ha trovato per colpire gli americani – ovvero il controllo di Hormuz – e continua a insistere sui propri privilegi ai sensi del Trattato di non proliferazione. (Sebbene ci si chieda se la fatwa antinucleare sia oggetto di riconsiderazione da parte di Mojtaba in questi giorni.) L’Iran vuole anche una sorta di risarcimento per il danno economico subito, che, a seconda di come andrà la campagna di Bessent, potrebbe di fatto rappresentare una preoccupazione esistenziale per la Repubblica Islamica. È difficile capire come questi aspetti possano essere conciliati, a meno di un profondo ripensamento delle premesse da parte dell’una o dell’altra parte – un ripensamento che probabilmente è stato reso politicamente impossibile dalla guerra. Quando si dà e si riceve in tempo di pace, si tratta di un accordo; quando si dà e si riceve in tempo di guerra, si tratta di una capitolazione.

Sono passati sei mesi. Non si intravede una fine all’orizzonte. Ma può andare avanti così per sempre?

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jude

Jude Russo

Jude Russo è caporedattore di The American Conservative e redattore collaboratore di The New York Sun. È borsista James Madison per l’anno accademico 2024–25 presso l’Hillsdale College ed è stato inserito nella classifica ISI Top 20 Under 30 per il 2024.

La vittoria dell’AfD accelera il declino dei falsi conservatori tedeschi

Le recenti elezioni in Sassonia-Anhalt dimostrano che il partito di estrema destra è diventato una seria alternativa politica.

Saxony-Anhalt Holds State Elections

Foto di Sean Gallup/Getty Images

Phillip Linderman

10 settembre 202600:05

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La Sassonia-Anhalt un tempo faceva parte del cuore della Germania dell’Est. Oggi è uno Stato tedesco spesso trascurato, con uno dei redditi pro capite più bassi della Repubblica Federale. Eppure, proprio come il nostro Mississippi, la Sassonia-Anhalt custodisce numerosi tesori storici per i visitatori che ne esplorano le piccole città e i villaggi. La chiesa di Martin Lutero a Wittenberg si trova in Sassonia-Anhalt; il Museo del Bauhaus dell’architetto Walter Gropius si trova nella piccola città di Dessau. Quando il regime di Hitler crollò nel 1945, i soldati americani conquistarono lo stato, avanzando fino alla sua capitale, Magdeburgo, prima di ritirarsi e cedere la regione ai russi. Seguirono quattro decenni di comunismo.

Come molti europei che vivono nelle zone rurali e nei piccoli centri, i tedeschi della Sassonia-Anhalt mostrano autentici istinti conservatori. Ritengono, a ragione, che le élite di Berlino e Bruxelles siano lontane dai loro valori culturali. Sebbene il loro passato complesso sia segnato dal comunismo e dal nazismo, gli abitanti della Sassonia-Anhalt credono di conservare il diritto fondamentale di essere orgogliosi della propria terra. Tra tutti i partiti politici tedeschi, solo l’Alternativa per la Germania (AfD) è riuscita a entrare in sintonia con questi valori profondamente radicati. Questo è uno dei motivi principali per cui l’AfD ha ottenuto una schiacciante maggioranza del 44% dei voti nelle elezioni regionali di domenica.

La vittoria dell’AfD ha scatenato un’altra ondata di panico tra la classe dirigente tedesca. Il cancelliere Friedrich Merz e i suoi cristiano-democratici (CDU), un tempo la forza politica di destra dominante in Germania, si trovano ora a dover affrontare la realtà: per anni non sono riusciti a rappresentare autentici valori conservatori, lasciando il campo libero all’AfD per emergere e prosperare. Sebbene avesse l’opportunità di condurre la Germania in una nuova direzione, Merz non ha voluto rompere con le politiche disastrose dell’ex cancelliera Angela Merkel e dell’élite berlinese. Oggi appare come un fallimento politico. Merz si era vantato pubblicamente di voler dimezzare i consensi dell’AfD, che invece sono raddoppiati da quando è entrato in carica nel 2025.

Merz ha iniziato il suo mandato da cancelliere ignorando l’appello dell’AfD e formando un governo di coalizione con i socialdemocratici di sinistra (SPD). Com’era prevedibile, la coalizione “conservatrice-socialista” di Merz ha prodotto una leadership nazionale disfunzionale. Merz non è riuscito a imprimere alla Germania una nuova direzione su questioni chiave quali la produzione energetica, l’energia nucleare, la politica climatica, la fiscalità e la regolamentazione e, soprattutto, l’immigrazione. Per anni, l’SPD e i Verdi, con la collaborazione riluttante della CDU, hanno plasmato l’approccio di Berlino a tali questioni da una prospettiva di sinistra (e spesso di estrema sinistra).

Le famiglie e le piccole imprese tedesche sono sommerse da norme che regolano il modo in cui riscaldano le loro case, guidano i loro veicoli e svolgono innumerevoli altre attività quotidiane. Molte di queste norme paternalistiche provengono direttamente dalle stanze di pianificazione dei politici dell’SPD e dei Verdi, che in privato ritengono che Karl Marx avesse ragione. La tradizionale propensione dei tedeschi ad accettare tasse elevate e normative opprimenti potrebbe finalmente essere giunta al termine. Certamente sembra essere così in Sassonia-Anhalt.

Ma invece di tracciare una nuova rotta per la Germania, le classi dirigenti di Berlino hanno ribadito con forza la loro narrativa secondo cui l’incredibile crescita dell’AfD è un fenomeno estremista con radici sinistre nel passato autoritario della Germania. La vera spiegazione dell’ascesa dell’AfD è molto più semplice: la Germania ha smesso di avere un partito autenticamente conservatore poiché le sue élite – proprio come hanno fatto negli Stati Uniti e in tutta Europa – hanno spinto il quadro politico sempre più a sinistra. La sinistra tedesca ha sapientemente marciato attraverso le istituzioni e se ne è impadronita, prendendo l’iniziativa su temi scottanti come il cambiamento climatico, la cultura, la crescita economica e, soprattutto, le frontiere e l’immigrazione. L’establishment della CDU è emerso come una vittima politica di questa offensiva di sinistra, poiché un numero crescente dei suoi elettori passa all’AfD (e molti di coloro che rimangono prendono in considerazione la possibilità di formare una nuova coalizione di maggioranza con questo partito di estrema destra).

I tre temi principali della campagna elettorale in Sassonia-Anhalt sono stati l’immigrazione, l’economia e l’istruzione. Sebbene gli immigrati costituiscano meno del quattro per cento della popolazione dello Stato, gli abitanti della Sassonia-Anhalt condividono la più ampia preoccupazione nazionale secondo cui l’apertura delle frontiere abbia spinto la Germania verso un multiculturalismo indesiderato in stile americano. Considerano il sistema di asilo del Paese, ormai allo sfascio, come il veicolo di questa trasformazione, con programmi di assistenza sociale eccessivamente generosi che incentivano l’arrivo dei migranti illegali. Come molti conservatori americani, si indignano quando gli stranieri a cui è stato ordinato di andarsene si rifiutano di farlo, un fenomeno sconcertantemente comune.

Merz e i suoi sostenitori sostengono che, sebbene i rifugiati di guerra ucraini rientrino in una categoria speciale, la coalizione di governo di Berlino abbia ridotto il numero complessivo di arrivi di stranieri in Germania. “Troppo poco, troppo tardi”, hanno replicato i politici dell’AfD. Essi sostengono che la CDU si limiti ad apportare piccole modifiche a un sistema fondamentalmente fallimentare imposto al Paese dalle élite tedesche e dell’Unione Europea, che sfruttano abilmente le interpretazioni favorevoli all’apertura delle frontiere del diritto internazionale e nazionale tedesco. L’AfD sostiene che la legge possa essere interpretata in modo diverso, e questa tesi ha trovato ampio riscontro in Sassonia-Anhalt.

In Germania, l’istruzione è di competenza dello Stato. Nella Sassonia-Anhalt, la questione è diventata un tema centrale per l’AfD soprattutto perché le scuole statali hanno adottato politiche estreme in materia di “woke” e identità di genere. Sì, la lunga marcia della sinistra attraverso le istituzioni educative di tutto il mondo ha raggiunto persino il sistema scolastico statale della Sassonia-Anhalt, dove i genitori — proprio come molti dei loro omologhi delle zone rurali americane — sono costernati dai valori che vengono insegnati ai loro figli. Il modello educativo tedesco, un tempo potente, che formava diplomati del Gymnasium destinati al percorso universitario, è ormai un ricordo lontano. Nell’ambito della sua opposizione al “wokeismo”, l’AfD ha condotto una campagna a favore del diritto dei cittadini della Sassonia-Anhalt di istruire i propri figli a casa.

L’antiamericanismo latente dell’AfD va inteso come una reazione alle stesse cause dell’estrema sinistra contro cui stanno lottando i nostri stessi conservatori. Per molti in Germania e in tutto il mondo, i valori americani non corrispondono più a concetti tradizionali quali la libertà costituzionale, l’individualismo e la libera impresa. Questi valori sono ora, purtroppo, il multiculturalismo aggressivo, l’ideologia di genere e il «wokeismo». È molto significativo che i leader dell’AfD della Germania dell’Est guadagnino consensi tra i propri sostenitori di base definendo in modo sprezzante i tedeschi dell’Ovest «americani di lingua tedesca».

Un altro tema della campagna dell’AfD in Sassonia-Anhalt che troverebbe riscontro tra i conservatori americani è la proposta di porre fine ai finanziamenti pubblici destinati alle ONG, ai think tank dei partiti politici e alle emittenti televisive e radiofoniche pubbliche. I governi tedeschi a tutti i livelli tendono a sovvenzionare qualsiasi cosa si muova, e quando tali istituzioni vengono “catturate”, i contribuenti tedeschi finiscono per finanziare istituzioni di sinistra e promuovere inconsapevolmente i valori di sinistra. I media tedeschi finanziati con fondi pubblici — molto più potenti dell’emittenza pubblica e della NPR negli Stati Uniti — conducono da tempo una guerra di propaganda contro i conservatori in generale e l’AfD in particolare. In Sassonia-Anhalt, l’AfD ha condotto con successo una campagna elettorale incentrata sulla fine di tali contributi obbligatori.  

Il leader dell’AfD in Sassonia-Anhalt è Ulrich Siegmund, una giovane stella politica in ascesa e molto promettente. Il trentacinquenne Siegmund è un politico nato, alla Bill Clinton, che si immerge tra la folla e parla con persone di ogni orientamento, sfoggiando sempre un sorriso radioso. Che sia in grado di mobilitare gli elettori è ormai fuori dubbio. La sua sfida: riuscirà a governare se gli verrà data l’occasione?

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A causa del complesso sistema parlamentare tedesco basato sulla formazione di coalizioni, che funziona allo stesso modo sia a livello nazionale che regionale, l’AfD potrebbe ancora essere esclusa dal governo regionale della Sassonia-Anhalt. Finora, tutti gli altri partiti tedeschi hanno mantenuto saldamente la cosiddetta “Brandmauer” (barriera di contenimento) che tiene isolata l’AfD. Con il 44% dei voti, l’AfD ha ancora bisogno di un partner di coalizione per ottenere la maggioranza nel parlamento regionale ed eleggere il nuovo ministro-presidente (equivalente a un governatore americano). Siegmund potrebbe ottenere la maggioranza con l’aiuto del piccolo partito BSW (un gruppo ideologico eterogeneo che comprende ex comunisti della Germania dell’Est). Un’altra possibilità è che alcuni deputati della CDU rompano con il proprio partito e sostengano un governo regionale dell’AfD. I prossimi giorni e le prossime settimane vedranno notevoli manovre politiche dietro le quinte in un sistema fondamentalmente antidemocratico, con più difetti di quanti ne avessero mai contemplato i suoi artefici, timorosi della storia della Repubblica di Weimar. 

Quel che è certo è che una stampa ostile non darà tregua a un governo dell’AfD e cercherà di sfruttare ogni errore. Certo, l’AfD è inesperta; potrebbe non possedere le competenze necessarie per assumere senza intoppi la responsabilità di un governo regionale. Ma ciò che le élite trascurano è che si tratta di una lotta ideologica – in Sassonia-Anhalt e, in ultima analisi, a Berlino – che ha meno a che fare con la competenza che con i valori. Siegmund è il tipo di nuovo talento che potrebbe ribaltare la situazione a danno dei media e della classe politica al potere in Germania, anche se dovesse commettere qualche passo falso lungo il percorso.

A prescindere da come andranno le cose, è molto probabile che i risultati in Sassonia-Anhalt scuotano il sistema federale tedesco. Si tratta di uno sviluppo positivo e necessario per la Germania e, in ultima analisi, per l’Europa. Ciò sta accadendo perché la CDU ha smesso di essere un partito autenticamente conservatore.

Informazioni sull’autore

Phillip Linderman

Phillip Linderman è presidente della Ben Franklin Fellowship e membro del consiglio di amministrazione del Center for Immigration Studies.

Come ridurre il rischio di una guerra tra la Russia e la NATO

Consentire ulteriormente all’Ucraina di sferrare attacchi in profondità non farebbe che aggravare la minaccia proveniente da Mosca.

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(Foto di Vyacheslav PROKOFYEV / POOL / AFP via Getty Images)

Doug Bandow

Doug Bandow

10 settembre 2026tre minuti dopo mezzanotte

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Tra gli alleati europei degli Stati Uniti abbondano le previsioni di un’aggressione russa. Non importa se sostengono che l’Ucraina sia in avanzata e sul punto di sconfiggere l’Orso aggressivo. Se Mosca dovesse alla fine trionfare, avvertono, le legioni di Vladimir Putin marceranno inevitabilmente verso ovest, nonostante le devastanti perdite in termini di uomini e materiale subite in uno scontro proprio ai confini della Russia. 

In realtà, Putin non ha mai dimostrato un simile interesse. Ovviamente, non ha alcuna obiezione morale all’uso della forza militare. Tuttavia, Putin sembra essere più un nazionalista russo che un comunista sovietico e, dopo aver preso il potere, inizialmente ha cercato di migliorare i rapporti con l’Occidente. Appena un paio di settimane dopo l’11 settembre, ha dichiarato al Bundestag tedesco:  

Sono fermamente convinto che, nel mondo odierno in rapida evoluzione, caratterizzato da cambiamenti demografici davvero radicali e da una crescita economica eccezionalmente elevata in alcune regioni, anche l’Europa abbia un interesse immediato a promuovere le relazioni con la Russia.

Nessuno mette in discussione il grande valore delle relazioni tra l’Europa e gli Stati Uniti. Ritengo semplicemente che l’Europa rafforzerà in modo solido e duraturo la propria reputazione di centro forte e veramente indipendente della politica mondiale se riuscirà a unire il proprio potenziale con quello della Russia, comprese le risorse umane, territoriali e naturali, nonché il potenziale economico, culturale e di difesa.

Purtroppo, il suo atteggiamento alla fine cambiò. L’amministrazione Clinton aveva deciso di trattare la Russia come una potenza sconfitta, partendo dal presupposto che, proprio come la Germania dopo la Prima guerra mondiale, non avrebbe avuto altra scelta se non quella di sottomettersi. Sia il popolo russo che le élite erano indignati dal continuo trattamento sprezzante da parte dell’Occidente nei confronti del loro Paese. Proprio come la Germania si era ripresa dalla sconfitta, così fece anche la Russia. E Putin abbandonò ogni tentativo di compromesso.

Il presidente russo ha dichiarato alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco del 2007: «Oggi assistiamo a un ricorso smodato e quasi incontrollato alla forza — la forza militare — nelle relazioni internazionali, una forza che sta facendo precipitare il mondo in un abisso di conflitti permanenti». Di chi è la colpa? «Uno Stato — e, naturalmente, in primo luogo gli Stati Uniti — ha oltrepassato i propri confini nazionali in ogni modo. Ciò è evidente nelle politiche economiche, politiche, culturali ed educative che impone alle altre nazioni».

Soprattutto, Putin si è opposto ai tentativi di far entrare l’Ucraina nella NATO e alla fine ha scatenato una guerra per impedire che ciò accadesse. Ciononostante, ha evitato di trasformare la guerra in Ucraina in un conflitto diretto con il resto d’Europa e, soprattutto, con gli Stati Uniti. Dopotutto, Putin è entrato in guerra principalmente per assicurarsi che la Russia non si trovasse ad affrontare un lungo confine dominato dall’alleanza transatlantica. Non avrebbe alcun senso per lui attaccare direttamente uno Stato membro della NATO, garantendo così una guerra con l’Europa e, molto probabilmente, anche con l’America. L’ipotesi secondo cui, dopo aver fallito nel tentativo di estendere il conflitto ucraino, avrebbe rischiato un conflitto globale e persino nucleare solo per mettere alla prova la tenuta dell’alleanza è un ragionamento troppo ingegnoso.

Il conflitto ucraino dura ormai da più tempo della Prima guerra mondiale e non mostra segni di tregua. Nel corso del conflitto, europei e americani hanno condotto una guerra per procura sempre più aspra, sostenendo la difesa di Kiev e contribuendo all’uccisione di decine di migliaia di soldati russi. Mosca sembra intensificare la propria risposta, soprattutto se fosse responsabile, come sostiene la Germania, dell’attacco con droni dello scorso mese all’aeroporto di Lipsia.

I responsabili politici europei sono sempre più preoccupati per il rischio di un conflitto più ampio. Come riporta il Financial Times: l’episodio di Lipsia «ha rappresentato un brutale campanello d’allarme riguardo all’intensificarsi della campagna ibrida di Mosca contro l’Europa e ha messo in luce l’incapacità della NATO di dissuadere la Russia dal sferrare attacchi al di sotto della soglia necessaria per attivare la clausola di difesa reciproca dell’“articolo 5” dell’alleanza». David Ignatius del Washington Post si è detto d’accordo:

La triste realtà è che la guerra della Russia contro l’Ucraina si sta intensificando e si sta estendendo ai paesi della NATO. Si tratta di una nuova realtà che la maggior parte degli americani (compresi molti alti funzionari dell’amministrazione Trump) sembra non riconoscere. La guerra “ibrida” della Russia contro i sostenitori europei dell’Ucraina sta passando dalla zona grigia al rosso sangue, e gli Stati Uniti stanno facendo ben poco per scoraggiare gli attacchi.

Certo, la situazione è pericolosa. Ma è importante comprendere le cause del comportamento conflittuale della Russia. 

L’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca nel febbraio 2022 è stata criminale e ingiustificata, così come lo sono le sue attuali azioni belliche. Tuttavia, Washington e i suoi alleati non hanno certo l’autorità morale per lamentarsi. Innanzitutto, hanno stupidamente trattato il governo russo come se non meritasse alcuna considerazione e hanno ignorato i numerosi avvertimenti sulle “linee rosse” russe. Hanno così incoraggiato una risposta ancora più avventata da parte di Mosca.

In secondo luogo, hanno regolarmente avviato azioni militari unilaterali illegali a proprio vantaggio. Si pensi all’invasione dell’Iraq da parte dell’amministrazione di George W. Bush, che ha portato a conflitti interni diffusi e a vittime civili in massa. Le amministrazioni Obama, Trump e Biden hanno sostenuto l’assalto prolungato dell’Arabia Saudita allo Yemen, che ha provocato sofferenze straordinarie alla popolazione civile e un numero significativo di morti. L’amministrazione Trump ha attaccato illegalmente l’Iran, uccidendo migliaia di non combattenti, trasformando gli Stati del Golfo in obiettivi militari e minacciando l’economia globale.

Infine, gli Stati Uniti e i loro partner della NATO stanno ora conducendo una costosa guerra per procura contro la Russia. Se gli alleati lo stiano facendo principalmente per difendere l’Ucraina o per indebolire Mosca è oggetto di controversia. In ogni caso, il sostegno degli alleati è stato fondamentale per la resistenza di Kiev. Ci sono stati russi feriti e uccisi da munizioni occidentali guidate dai servizi segreti occidentali. I funzionari alleati si sono persino attribuiti il merito della morte e della distruzione.

È proprio questo ruolo letale che sta spingendo il governo russo verso uno scontro diretto con l’Europa. Ha spiegato Ignatius:

Ciò che rende la situazione così pericolosa in questo momento è che Putin sta chiaramente cercando di riprendere il sopravvento attaccando i Paesi europei che sono diventati i principali fornitori di armi dell’Ucraina. Ad aprile, il Ministero della Difesa russo ha pubblicato i nomi e gli indirizzi di 21 aziende europee che, secondo quanto affermato, producevano droni o componenti per Kiev, e i funzionari hanno avvertito che si trattava di “potenziali obiettivi”.

I responsabili politici degli alleati stanno ora esprimendo sgomento di fronte alla scoperta che Mosca sta minacciando di ricorrere alla violenza. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato nell’ottobre 2025,

Affrontare la guerra ibrida della Russia… richiede a tutti noi un cambio di mentalità radicale. Dobbiamo essere pronti a uscire dalla nostra zona di comfort. Dobbiamo esplorare nuovi modi di agire. E, soprattutto, dobbiamo scoraggiare chiunque cerchi di nuocere al nostro territorio e alla nostra gente.

Finora, ciò significa un’escalation che non sfocia nella guerra. Tuttavia, cresceranno le pressioni affinché gli Stati Uniti si impegnino più a fondo nella lotta dell’Europa a favore dell’Ucraina. È difficile prevedere la reazione dell’amministrazione Trump. Sebbene il presidente continui a concentrarsi sul miglioramento delle relazioni diplomatiche con la Russia, negli ultimi mesi la sua posizione sembra essersi spostata a favore dell’Ucraina. Inoltre, ha in gran parte abbandonato i suoi discorsi sull’uscita dalla NATO, apparentemente soddisfatto della propria capacità di utilizzare le forze armate americane per estorcere accordi commerciali sbilanciati agli Stati europei, i cui funzionari ammettono di accettare tali richieste nel tentativo di mantenere la protezione militare di Washington.

Nel frattempo, la maggior parte dei membri dell’establishment della politica estera, talvolta noto come “il blob”, è favorevole non solo a mantenere, ma anche a rafforzare il sostegno americano all’Europa in materia di difesa. Ritengono che la NATO debba a sua volta opporsi a Mosca. Ad esempio, Max Boot del Council on Foreign Relations ha chiesto “una risposta risoluta per dissuadere Putin dall’intensificare i suoi attacchi contro l’Europa.” 

Ignatius ha espresso un’opinione simile. «Gli Stati Uniti dovrebbero innanzitutto rilasciare una dichiarazione congiunta con i propri alleati europei in cui avvertano senza mezzi termini che il protrarsi degli attacchi sponsorizzati dal Cremlino contro i paesi della NATO comporterà gravi conseguenze», ha scritto. «E se Putin dovesse continuare a sferrare attacchi incessanti contro le città ucraine, gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero aiutare in modo discreto l’Ucraina a sferrare attacchi proporzionati contro la Russia».

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Purtroppo, ciò non farebbe che rafforzare proprio la causa dell’escalation di Mosca: il fatto che gli alleati rendano possibili attacchi più estesi e distruttivi sul territorio russo. La politica di Ignatius spingerebbe probabilmente Putin, sottoposto a pressioni sempre maggiori da parte delle élite russe favorevoli a una guerra più dura e spietata, a intensificare ulteriormente il conflitto. Ciò non dovrebbe sorprendere i funzionari di Washington, che non tollererebbero mai che la Russia fornisse aiuto per attacchi contro il territorio americano. Per Mosca, la guerra contro l’Ucraina è una questione esistenziale, ed è più probabile che Putin raddoppi la posta in gioco piuttosto che ritirarsi, cosa che potrebbe mettere a repentaglio il suo governo, o almeno il suo controllo personale. Al contrario, l’Ucraina ha un’importanza di gran lunga minore per la maggior parte degli Stati europei, e soprattutto per Washington e il popolo americano.

Al contrario, gli alleati — almeno gli Stati Uniti — dovrebbero fare un passo indietro, riducendo il proprio ruolo nel conflitto. Putin ha commesso una grave ingiustizia nei confronti dell’Ucraina, il che ha giustificato il sostegno degli alleati alla sua sopravvivenza. Ma la NATO, e in particolare gli Stati Uniti, dovrebbero evitare un confronto militare più ampio.

I politici di Washington tendono a considerarsi figure angeliche dedite al bene e alla luce, determinate a inaugurare una nuova era utopica di pace. Purtroppo, nessun altro, specialmente i russi, li vede in questo modo. La guerra per procura condotta dagli alleati contro Mosca sta aumentando la probabilità di una guerra su vasta scala. L’amministrazione dovrebbe ritirare il proprio sostegno a una battaglia per procura sempre più pericolosa e fare pressione sui propri alleati affinché facciano altrettanto. Mettere l’America al primo posto significa sicuramente evitare una guerra con la Russia a causa dell’Ucraina.

Informazioni sull’autore

Doug Bandow

Doug Bandow

Doug Bandow è ricercatore senior presso il Cato Institute. Ex assistente speciale del presidente Ronald Reagan, è autore di Foreign Follies: America’s New Global Empire.

Patrick Buchanan

Patrick Buchanan: Di chi è, in fin dei conti, questo Paese? – Editoriale

 

A cura di Patrick J Buchanan

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Per il terzo anno consecutivo, il reddito mediano della tipica famiglia americana è diminuito nel 2010. Al netto dell’inflazione, è tornato ai livelli del 1996, il periodo più lungo di crescita zero dalla Grande Depressione.

E il tasso di povertà è salito al 15,1%.

Entrambe le cifre, tuttavia, vanno contestualizzate.

Ad esempio, una famiglia può essere classificata come povera pur possedendo un’automobile, un televisore a schermo piatto, un computer, una lavatrice-asciugatrice e un tritarifiuti.

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Le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà vedono i propri figli istruiti gratuitamente tramite il programma Head Start, per 13 anni nelle scuole pubbliche, e poi ricevono borse di studio Pell per l’università. Hanno diritto a buoni pasto gratuiti e assistenza sanitaria tramite Medicaid. Beneficiano di alloggi sovvenzionati e crediti d’imposta sul reddito da lavoro, sono ammissibili a tutti gli altri programmi di assistenza sociale e possono guadagnare 23.300 dollari di reddito lordo senza pagare imposte sul reddito.

La povertà nell’America del XXI secolo non è la stessa della Parigi de “I Miserabili”, della Londra di Oliver Twist o del Dust Bowl di Tom Joad.

La stagnazione quindicennale del reddito medio delle famiglie americane, tuttavia, ovvero la scomparsa del sogno americano secondo cui i propri figli avranno una vita migliore, è una questione ben più seria.

Esistono infatti cause della crescita stentata del tenore di vita della famiglia americana che nessuna delle due parti è disposta ad affrontare, ammesso che una delle due ne riconosca l’esistenza.

Innanzitutto, l’integrazione dell’economia statunitense nell’economia globale ha gettato i lavoratori americani in diretta concorrenza con i lavoratori asiatici e latinoamericani, disposti a svolgere gli stessi lavori per salari molto inferiori, in fabbriche con normative decisamente meno stringenti.

I dirigenti delle aziende statunitensi hanno colto al volo l’opportunità di chiudere gli stabilimenti sul territorio nazionale e trasferirli all’estero. Questo spiega la scomparsa di 50.000 fabbriche durante il decennio di Bush e la perdita di 5,5 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero.

Non è possibile avere un tenore di vita in aumento quando i posti di lavoro più remunerativi nel settore della produzione vengono delocalizzati all’estero.

Ora, per acquistare i prodotti delle fabbriche straniere che un tempo si trovavano qui, stiamo sborsando una quantità sempre maggiore della ricchezza americana. Il nostro conto nazionale per beni e servizi importati ammonta a 2.500 miliardi di dollari all’anno. Il deficit commerciale degli Stati Uniti è risalito a una cifra compresa tra 550 e 600 miliardi di dollari all’anno.

Se il presidente Obama vuole sapere perché il suo piano di stimolo economico da 800 miliardi di dollari non ha avuto l’effetto sperato, dovrebbe esaminare il problema delle “infiltrazioni”.

Come si può stimolare l’economia statunitense quando i lavoratori che si mantengono o si riassumono grazie ai miliardi di dollari stanziati per il piano di stimolo economico si dirigono sabato verso i supermercati Walmart per acquistare prodotti fabbricati in Giappone, Corea e Cina?

I nostri 6 trilioni di dollari di deficit commerciale durante il decennio di Bush hanno stimolato le economie di tutto il mondo, tranne la nostra. Anzi, le economie di maggior successo dell’ultimo decennio sono state la Cina e la Germania. Non a caso, sono stati i due maggiori paesi esportatori al mondo.

Esistono metodi collaudati con cui le nazioni hanno superato situazioni simili. Cosa ci impedisce di adottarli? L’ignoranza della nostra storia, gli ingenti investimenti delle nostre multinazionali nel nuovo assetto globale e l’opposizione a un’Organizzazione Mondiale del Commercio alla quale abbiamo ceduto la nostra sovranità nazionale.

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Un secondo motivo per cui il reddito medio delle famiglie americane è tornato ai livelli del 1996 ed è in calo è l’immigrazione di massa, sia legale che illegale.

Secondo l’analista Ed Rubenstein di VDARE.com, gli Stati Uniti, nonostante un tasso di disoccupazione superiore al 9%, importano 100.000 lavoratori immigrati ogni mese. Numbers USA sostiene invece che ogni mese vengano importati 125.000 lavoratori stranieri.

Pertanto, ogni anno si aggiungono alla nostra forza lavoro ben oltre un milione di lavoratori, a fronte di 14 milioni di americani in cerca di occupazione.

Perché lo stiamo facendo?

È xenofobo affermare che i nostri cittadini debbano venire prima di tutto, che l’importazione di lavoratori stranieri debba cessare finché i nostri disoccupati non avranno trovato un impiego?

Una quota enorme della nostra popolazione immigrata è di origine ispanica. E Rubenstein ha scoperto che per ogni 100 ispanici impiegati negli Stati Uniti nel 2001, oggi ne lavorano 126. Ma per ogni 100 non ispanici impiegati nel 2001, oggi ne lavorano solo 98.

Cosa impedisce ai nostri politici di mettere al primo posto gli americani, di espellere gli immigrati clandestini e di sospendere l’importazione di manodopera straniera finché i nostri lavoratori non saranno tornati al lavoro?

Una delle ragioni è la politica. I democratici vedono gli immigrati clandestini e i loro figli come futuri elettori democratici. I repubblicani, invece, temono di essere etichettati come razzisti e di inimicarsi le lobby etniche.

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Un altro motivo è il mero interesse commerciale.

Le aziende statunitensi vedono negli immigrati, legali o illegali, una fonte inesauribile di manodopera a basso costo per contenere i costi salariali. E hanno ragione.

Ma chi si preoccupa dell’interesse nazionale, di tutti i membri della famiglia americana, soprattutto dei disoccupati?

Se il reddito medio della famiglia americana è in calo, già tornato ai livelli del primo mandato di Bill Clinton, la classe media americana è tra le grandi perdenti dell’economia globale. E chi sono i grandi vincitori?

Informazioni su Patrick J Buchanan

Patrick J. Buchanan è un commentatore politico conservatore statunitense, autore, editorialista, politico e conduttore televisivo.

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale” organizzata ad un anno dalla scomparsa del pensatore veneto.


L’evento si terrà a Rovereto (TN) il 26 settembre p.v. presso la sala Caritro – Piazza Rosmini,3.

L’iniziativa rappresenta un momento unico di confronto sul pensiero lagrassiano e sulle potenzialità di un  suo sviluppo ulteriore.

La partecipazione è gratuita, ma priva di sponsorizzazioni. Le spese sono quindi  totalmente a carico degli organizzatori. 

Ogni contribuzione volontaria è ovviamente gradita. Nel caso, gli estremi per l’eventuale accredito, specificando accuratamente la causale, sono:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559 _ Giuseppe Germinario
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Si consiglia caldamente, comunque, di segnalare l’adesione e la presenza all’iniziativa a questo indirizzo: italiaeilmondo2@gmail.com onde predisporre al meglio la capienza della sala e il servizio di refezione nei due intervalli.

Seguiranno ulteriori aggiornamenti, compresa l’indicazione del link per assistere alla diretta.

Mania di guerra: “Crisi di sicurezza” annunciata dalle élite europee che seminano il panico, di Simplicius

Mania di guerra: “Crisi di sicurezza” annunciata dalle élite europee che seminano il panico,

Simplicius19 settembre
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È iniziato un nuovo ciclo di allarmismo sulla guerra mondiale, mentre l’Europa viene aizzata dal panico. Le ragioni sono molteplici.

Da un lato, l’Europa è entrata in una crisi politica ed economica, e quindi ora più che mai è necessario trovare dei diversivi. Affinché i cittadini possano sopportare le difficoltà che li attendono, bisogna far loro capire che tali difficoltà sono assolutamente necessarioper la loro sopravvivenza. A tal fine, non c’è mezzo di propaganda migliore della BBC orwelliana per battere il tamburo:

https://www.bbc.com/news/articles/cmn0jke547r5o

Si inizia così:

Il governo vuole che tutti noi cominciamo a prepararci a gravi sconvolgimenti nella nostra vita. Vuole che facciamo scorte di cibo in scatola e acqua potabile, che rafforziamo la nostra resilienza civile e che ci prepariamo all’eventualità di una guerra.

Sono iniziati i lavori sul cosiddetto “libro di guerra” del governo, che non veniva aggiornato da decenni.

Il più alto ufficiale dell’esercito britannico ha lanciato l’allarme. Il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Sir Richard Knighton, ha affermato questa settimana che la minaccia rappresentata dalla Russia sta facendo sì che la Gran Bretagna stia vivendo il periodo “più pericoloso” dei suoi 35 anni di carriera nelle forze armate.

La domanda tendenziosa viene posta in vista di una risposta altrettanto tendenziosa, volta a influenzare le menti impressionabili e oppresse della popolazione britannica:

In un atto di “menticidio” incredibilmente trasparente, la BBC arriva persino a ricorrere a uno psicologo per costruire la narrazione perfetta con cui plasmare la coscienza collettiva:

La convinzione di essere minacciati è fondamentale, afferma lo psicologo Jim Orford, professore emerito di psicologia clinica e comunitaria all’Università di Birmingham. «È quello che io chiamo pensiero semplicistico». Per poter prendere in considerazione la possibilità di entrare in guerra, dobbiamo ragionare in termini semplicistici. In termini di nemici ed eroi. Dobbiamo considerare la Russia come un nemico. Le narrazioni sono tutte semplificate.

Espone il piano senza mezzi termini, una sorta di episodio di ipnosi schietta rivolto a chi è facilmente influenzabile e sottoposto a lavaggio del cervello; una vera e propria lezione magistrale di manipolazione, senza dubbio.

Con una serie coordinata di comunicati, i leader e le istituzioni europee hanno iniziato a mettere in guardia da una grave “crisi” che si profila sempre più incombente:

La situazione della sicurezza in Europa viene ora definita “in peggioramento”, mentre le sirene di guerra si fanno sempre più insistenti.

In perfetta sincronia, Le emittenti francesi iniziano a discutere dei preparativi per la guerra mondiale:

Gran parte delle tensioni è scaturita da due vertici europei tenutisi la scorsa settimana: la conferenza del Comitato militare della NATO e il nuovo vertice “Carpathian Eight” indetto da Zelensky, al quale hanno partecipato il polacco Tusk e altri leader.

https://meduza.io/en/news/2026/09/18/poland-s-prime-minister-says-russia-is-preparing-accidental-drone-and-missile-strikes-on-nato-countries-that-support-ukraine

La nuova campagna di operazioni psicologiche, coordinata di recente, è incentrata su una falsa operazione sotto falsa bandiera che prevedrebbe “attacchi ibridi” russi contro il cosiddetto “fianco orientale” della NATO. Dall’articolo di Meduza sopra citato:

Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato in Parlamento che la Russia sta pianificando attacchi “ibridi”, con l’uso di missili e droni, contro i paesi che sostengono l’Ucraina.

Tusk ha fatto riferimento alle valutazioni dei servizi segreti, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Reuters. «Esiste il rischio concreto che droni o altri tipi di missili possano penetrare nel territorio di uno o più paesi della NATO sul fianco orientale, causando persino distruzione», ha affermato.

«Questi potenziali attacchi sarebbero, per così dire, di natura “accidentale”, con l’intento di paralizzare o almeno indebolire la determinazione degli Stati della NATO a invocare le disposizioni pertinenti dell’Alleanza in caso di aggressione contro un Paese membro», ha affermato Tusk.

Questo è ormai lo spauracchio del momento, mentre i leader europei lottano disperatamente per salvare l’Ucraina dal pericolo:

https://www.politico.eu/article/russia-vladimir-putin-nato-drone-attacks-europe-leaders-warning/

Nel frattempo, è proprio la NATO stessa ad aumentare di giorno in giorno le provocazioni, pur puntando il dito contro la Russia:

WarMonitor@WarMonitor3

Negli ultimi 4 giorni i voli di ricognizione della NATO lungo il confine orientale con la Russia e Kaliningrad sono aumentati drasticamente; particolare attenzione sembra concentrarsi sull’area della Polonia e della Lituania F24: -Sembra ormai che i voli di routine dei velivoli AWACS E-3A Century della NATO e della Germania…

14:30 · 19 settembre 2026· 169.000 visualizzazioni


40 risposte· 406 condivisioni· 2,48K Mi piace

Secondo quanto riferito, la Francia starebbe già mettendo in atto “rispose” militari segrete nei confronti della Russia:

Faytuks Network@FaytuksNetwork

Una fonte militare francese ha dichiarato a *Le Monde* che la Francia sta già mettendo in atto risposte militari convenzionali, di cui non sono stati resi noti i dettagli, agli attacchi ibridi russi. Alla domanda se Parigi potesse reagire militarmente senza renderlo pubblico, la fonte ha risposto: «Sta già accadendo».

19:09 · 19 settembre 2026· 47,8K visualizzazioni


18 risposte· 279 condivisioni· 1,86K “Mi piace”

Praticamente tutte le testate dei media mainstream occidentali si sono unite al coro infernale di sensazionalismo bellicista, nonostante la maggior parte di questi “attacchi” venga falsamente attribuita alla Russia, mentre dietro ci sono ogni volta droni ucraini o sabotatori — un fatto che, naturalmente, viene insabbiato:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-17/russia-s-attacks-on-europe-are-getting-more-brazen-and-more-dangerous

È il classico segno del genio militare: quando il proprio Paese sta crollando e sta perdendo un conflitto di grande portata, come si dice stia accadendo alla Russia contro l’Ucraina, la cosa migliore da fare è invadere immediatamente la più grande alleanza militare del mondo per strappare la vittoria dalle fauci della sconfitta. Questo è ciò che i leader europei fantoccio stanno propinando alla loro credulona plebe; ma la gente se la beve?

Putin afferma che l’Europa si sta continuamente preparando alla guerra contro la Russia e ne spiega correttamente i motivi: per distogliere l’attenzione dalle proprie molteplici crisi, come abbiamo affermato in precedenza:

Con un ridicolo colpo di ironia, l’Europa sostiene di essere la Russia a pianificare le “operazioni sotto falsa bandiera”:

La NATO è pronta a rispondere a una potenziale escalation russa sul fianco orientale dell’Europa, ha affermato oggi il generale di punta dell’alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un contesto caratterizzato da crescenti allarmi riguardo a un possibile attacco pianificato da parte di Mosca.

politico.eu

Politica europea@POLITICOEurope

La NATO è “pronta” a un potenziale attacco sotto falsa bandiera da parte della Russia, afferma il generale di più alto rango dell’Alleanza

La NATO è pronta a rispondere a una potenziale escalation russa sul fianco orientale dell’Europa, ha affermato oggi il generale di punta dell’alleanza, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, in un contesto caratterizzato da crescenti avvertimenti riguardo a un possibile attacco pianificato da parte di Mosca.

16:29 · 19 settembre 2026· 22,1K visualizzazioni


12 risposte· 76 condivisioni· 206 Mi piace

Qualche giorno fa, il buffone del ministro degli Esteri polacco Sikorski ha affermato che l’Europa avrebbe sconfitto la Russia “abbastanza rapidamente” e senza difficoltàse la Russia tentasse qualcosa. Stando così le cose, c’è da chiedersi allora perché gli europei si mostrino così preoccupati.

In realtà, l’Europa è impantanata in una crisi sempre più grave e ha bisogno di uno sfogo significativo per le frustrazioni e il malcontento dell’opinione pubblica.

C’è poi anche il fatto che Trump intenda ora ritirare potenzialmente un gran numero di truppe statunitensi da quel continente dilaniato dai conflitti e pieno di rancore, il che ha alimentato le teorie secondo cui gli Stati Uniti starebbero, come sempre, mettendo subdolamente la Russia contro l’Europa per trarre vantaggio dalla conseguente distruzione dei propri rivali economici e geopolitici:

https://www.nbcnews.com/politics/national-security/pentagon-weighs-pulling-nearly-third-us-forces-europe-rcna597722

Nel frattempo, l’Ucraina continua a trovarsi in una situazione disperata. La campagna annunciata in precedenza da Zelensky contro gli aeroporti e i “cieli” russi si è rivelata un nulla di fatto. Non è chiaro se ciò sia avvenuto perché gli Stati Uniti lo abbiano convinto a fare marcia indietro attraverso canali riservati, oppure se egli stesse bluffando fin dall’inizio e non abbia mai effettivamente posseduto le capacità per portare a termine quei piani eccessivamente ambiziosi.

Un canale russo avanza un’ipotesi sul motivo per cui ciò potrebbe verificarsi, sostenendo che l’invio di sciami composti da 900 droni al giorno in territorio russo potrebbe costare all’Ucraina fino a 50 milioni di dollari al giorno:

L’affascinante aspetto economico della guerra: perché i massicci attacchi con droni contro la Russia rappresentano una sfida significativa per il bilancio dell’Ucraina

La notte del 18 settembre, alla vigilia delle elezioni parlamentari, le Forze Armate ucraine hanno sferrato un massiccio attacco con droni contro Mosca e le regioni circostanti.

Tuttavia, il piano del nemico è fallito: oltre 900 droni sono stati abbattuti dalle forze di difesa aerea russe. In precedenza, veniva riferito quotidianamente che venivano intercettati tra i 200 e i 400 droni ucraini.

Qual è il significato di tutti questi dati? È una questione di soldi. I droni sono indubbiamente più economici dei missili avanzati che costano milioni di dollari, ma hanno comunque un costo di decine, a volte centinaia, di migliaia di dollari.

Quindi, Kiev lancia quasi un migliaio di droni, di cui circa il 95-99% viene abbattuto. Quanto costa tutto questo? Se ipotizziamo che un drone costi 50.000 dollari (che corrispondono all’incirca a 5 milioni di rubli, e il prezzo è probabilmente molto più alto), allora il costo di una singola raffica è di circa 50 milioni di dollari. E naturalmente, a ciò si associa un costo finanziario, superiore a zero, ma comunque significativamente inferiore al costo del lancio dei droni.

Ne consegue, quindi, che il lancio dei droni ucraini rappresenti da tempo un onere ingente per il bilancio dell’Ucraina, mentre i danni inflitti alla Russia sono, in confronto, molto più modesti.

Fonte

Ieri un articolo di Reuters riportava che Il presidente della Commissione parlamentare ucraina per il bilancio ha ammesso che i costi giornalieri della guerra per l’Ucraina ammontano a 190 milioni di dollari. Ciò significherebbe che una simile raffica di droni potrebbe rappresentare una parte significativa dell’intero bilancio militare stanziato per ciascun periodo. Questo dovrebbe chiarire rapidamente perché un’operazione di tale portata prolungato le campagne con i droni sono infatti non sostenibile per l’Ucraina, e qualsiasi affermazione contraria da parte di Zelensky è una bugia volta a dare l’impressione che l’Ucraina abbia ancora la possibilità di fare qualcosa di significativo contro la Russia.

Rinfreschiamoci la memoria su come si è svolta la nuova “campagna di 40 giorni” di “sanzioni aeree” dell’Ucraina contro la Russia. Dalle minacce alle suppliche per un cessate il fuoco:

È interessante notare che, due giorni fa, il primo ministro polacco Donald Tusk ha suscitato grande scalpore, essendo apparentemente il primo leader europeo a rendere pubbliche le vere cifre mensili delle vittime ucraine. Egli afferma che sono stati gli stessi ucraini a informarlo che il numero attuale si attesta a 27.000, tra morti e feriti:

Ricordiamo che proprio il mese scorso lo stesso Budanov, in Ucraina, ha ammesso che l’Ucraina ha bisogno di 30.000 nuove “reclute” al mese per sostenere ciò che già esiste:

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/08/28/8050796/

Pertanto, possiamo tranquillamente ipotizzare che le perdite ucraine si attestino più o meno ai livelli che conoscevamo fin dall’inizio, ovvero intorno alle 30.000 al mese. Teoricamente, di queste, circa 1/4 – 1/3 dovrebbero essere morti, un altro 1/4 circa feriti gravi e definitivamente fuori combattimento, mentre il resto sarebbe costituito da feriti lievi. Su un totale di 27.000 – 30.000, ciò potrebbe significare circa 7.500 morti al mese, altri 7.500 feriti in modo permanente e 15.000 feriti lievi.

Ricordiamo che, per ora, per l’Ucraina è ancora relativamente facile colmare questa lacuna. L’Ucraina conta circa 25 regioni amministrative, ciascuna con poco più di 1.000 insediamenti, paesi e città. Si tratta, in totale, di circa 25.000 insediamenti. Per raggiungere i 30.000 uomini al mese, l’Ucraina deve reclutare 1.000 uomini al giorno, ovvero un solo «maschio in età da combattimento» per ogni insediamento, oppure 40 da ciascuna delle 25 regioni principali, il che non è un compito del tutto impossibile da portare a termine per decine di migliaia di «ufficiali di reclutamento» TCK. Tuttavia, il bacino di reclute continua a ridursi di giorno in giorno, il che diminuisce ulteriormente la disponibilità di manodopera per le industrie ucraine, comprese quelle legate alla produzione militare essenziale.

Come sempre, l’ondata crescente di allarmismo europeo non è altro che una reazione al calo del sostegno all’Ucraina e al crescente deficit di bilancio. I vari piani di emergenza sono tutti falliti e l’Ucraina sta nuovamente esaurendo le risorse per finanziare le sue spese militari in forte aumento.

In occasione del suo primo vertice C8, Zelensky ha definito il deficit “astronomico” e ha sottolineato la necessità di un intervento urgente:

Quest’inverno richiederà uno sforzo e un impegno finanziario straordinari per sostenere l’Ucraina, che subirà danni ingenti a causa del crescente divario tra la potenza di fuoco russa e le capacità di difesa aerea ucraine in costante calo.

Probabilmente l’Europa potrà fare ben poco, se non limitarsi a tappare altre falle con misure provvisorie a breve termine, e la situazione è destinata a continuare il suo naturale declino.


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Oltre la Pax Americana: cosa ci rivela Penang sul mondo emergente, di Pascal Lottaz

Oltre la Pax Americana: cosa ci rivela Penang sul mondo emergente

Il “Penang Peace Dialogue” ha riunito influenti esponenti asiatici per discutere di un mondo al di là del dominio occidentale. Alcuni dei momenti più rivelatori si sono verificati proprio quando la conversazione ha assunto toni scomodi.

Pascal Lottaz16 settembre
 
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Avrei dovuto trovarmi in Malesia per il Penang Peace Dialogue (5-6 settembre). Purtroppo non ho potuto partecipare, ma Dennis e Michael Riches hanno colto l’occasione per partecipare a nome di Neutrality Studies. Il loro resoconto dalla Malesia ci offre una panoramica delle discussioni, degli incontri e delle realtà del Sud-Est asiatico che rivelano la direzione verso cui si sta orientando il pensiero politico.

Organizzato dal Commonwealth of World Chinatowns, l’incontro ha visto la partecipazione di Kishore Mahbubani, Victor Gao, Joanna Lei, Jomo K. Sundaram e persino dell’ex presidente indonesiano Joko Widodo. Jeffrey Sachs ha partecipato in videoconferenza. Si trattava di persone che conoscevano bene i governi, le università e le istituzioni internazionali; pertanto, le loro critiche alla Pax Americana erano frutto di una notevole esperienza su come funziona quell’ordine.

Dennis e Michael descrivono una sorprendente fiducia tra i partecipanti nel fatto che l’Asia stia acquisendo il potere di plasmare il proprio futuro. La domanda interessante è: cosa intendono farne?

Un luogo diverso in cui affrontare l’argomento

Dennis ha notato un dettaglio che potrebbe sembrare secondario, ma che evidenzia come gran parte del Sud del mondo abbia mantenuto uno spirito di analisi critica non solo in ambito politico, ma anche in quello economico: alcune aziende malesi hanno sponsorizzato un incontro in cui i relatori hanno apertamente condannato la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno discusso dell’ascesa della Cina e hanno messo in discussione le pretese occidentali di leadership morale.

La sponsorizzazione da parte delle aziende difficilmente garantisce l’indipendenza politica. Tuttavia, ci fornisce indicazioni su quali opinioni siano considerate rispettabili in una determinata società. Argomenti considerati discutibili in alcuni ambiti della sfera pubblica occidentale potrebbero essere espressi in questa sede da personalità di spicco senza apparente imbarazzo.

L’osservazione più ampia di Michael era che tale fiducia andasse oltre i confini della Cina. Aveva sentito intellettuali dell’Asia meridionale e sud-orientale parlare delle loro regioni come attori con obiettivi propri e non come “alleati” di questa o quella grande potenza. Un mondo multipolare offrirebbe ben poca emancipazione se i paesi più piccoli si limitassero a sostituire un rapporto di dipendenza con un altro.

La stessa Penang ha offerto una cornice perfetta. Dennis ha descritto le gallerie, l’arte di strada e gli edifici restaurati di George Town; entrambi i fratelli hanno apprezzato lo spazio riservato agli artisti e alle esibizioni musicali. Il dibattito sulla cultura della diaspora cinese ha inoltre messo in discussione l’idea che una civiltà appartenga esclusivamente a uno Stato. Le comunità preservano, adattano e trasmettono le tradizioni oltre i confini. Le mappe politiche non racchiudono tutto.

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Gaza e i limiti delle Nazioni Unite

Il momento più commovente, ha ricordato Dennis, è stato quando una studentessa palestinese che studiava in Malesia ha raccontato di aver perso alcuni membri della sua famiglia a Gaza. Il suo intervento ha riportato il dibattito sull’ordine internazionale a ciò che tale ordine dovrebbe proteggere: le persone che cercano di vivere.

L’Iniziativa per le borse di studio di Gaza ha offerto una via concreta per la solidarietà. Dennis ha anche riferito della preoccupazione di un organizzatore secondo cui la raccolta fondi internazionale avrebbe potuto incontrare ostacoli nei trasferimenti finanziari. A quanto pare, anche l’assistenza deve districarsi nell’infrastruttura attraverso cui opera il potere politico.

La questione di Gaza ha acuito il dibattito sulle Nazioni Unite. A cosa serve un’istituzione le cui decisioni più urgenti possono essere bloccate da un membro permanente del suo Consiglio di Sicurezza?

I relatori hanno difeso l’ONU sostenendo che la sua scomparsa lascerebbe gli Stati più piccoli ancora più indifesi. Il diritto di veto è stato considerato sia una fonte di paralisi sia parte dell’accordo che mantiene gli Stati potenti all’interno dell’istituzione.

C’è una logica scomoda in tutto questo. Un’organizzazione che include le grandi potenze deve venire loro incontro in misura sufficiente per assicurarsi la loro adesione. Tuttavia, tali concessioni possono impedirle di esercitare un controllo su di esse.

Per i paesi che aspirano a una maggiore indipendenza, la riforma comporta quindi un compito pratico non facile: preservare una sede comune, riducendo al contempo la capacità dei suoi membri più forti di renderla inefficace.

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La storia incompiuta di Bandung

Una proposta ricorrente durante la conferenza è stata quella di “Bandung 2.0”: un movimento rinnovato per la cooperazione e l’indipendenza tra le società un tempo colonizzate. Tuttavia, Dennis ha chiesto in modo incisivo che fine avesse fatto effettivamente Bandung 1.0 e quali insegnamenti se ne fossero tratti.

Ha sollevato la questione della distruzione della precedente linea politica dell’Indonesia e delle violenze di massa legate agli sconvolgimenti del 1965. Il suo ricordo della reazione è stato eloquente: rassicurazioni sul fatto che lo spirito di Bandung fosse ancora vivo, con scarsa attenzione ai meccanismi attraverso i quali le sue possibilità politiche erano state soffocate.

Dennis riteneva che la presenza dell’ex presidente indonesiano e dei giornalisti indonesiani al suo seguito fosse motivo di cautela. Questa è la sua interpretazione, ma la questione irrisolta rimane importante a prescindere dal motivo.

Un movimento rinnovato deve comprendere quali fattori potrebbero metterlo in ginocchio. L’intervento straniero, la repressione interna e i conflitti all’interno dei paesi che invocano la solidarietà non possono semplicemente svanire dietro lo slogan di un anniversario.

Potrebbe anche essere una buona idea includere altre voci provenienti da tutto il Sud-Est asiatico. Una conferenza dedicata all’emancipazione regionale deve lasciare spazio alle divergenze presenti nella regione. Altrimenti, le persone le cui storie mettono maggiormente in discussione la narrativa dominante potrebbero ritrovarsi ancora una volta escluse da essa.

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Taiwan e lo spazio dell’immaginazione

Michael, che vive a Taiwan da anni, ha messo alla prova un altro limite. Con Victor Gao e Joanna Lei tra i relatori, ha proposto un ipotetico “Commonwealth della Cina”: due entità politicamente distinte unite da accordi volti a rispondere alle preoccupazioni di Pechino in materia di sicurezza.

La sua proposta andava ben oltre la cooperazione economica. Comprendeva un’alleanza militare con la Cina e accordi relativi all’accesso marittimo. Si trattava di un esperimento mentale volto a verificare se un compromesso in materia di sicurezza potesse coesistere con la salvaguardia del sistema politico di Taiwan.

Secondo quanto riferito da Michael, Gao ha respinto l’idea di uno Stato separato e ha insistito sulla riunificazione sotto un unico governo. Gli altri partecipanti alla tavola rotonda non hanno avuto il tempo di rispondere.

Non dovremmo né scambiare l’ipotesi di Michael per una soluzione concordata, né considerare la risposta di Gao come una posizione governativa negoziata. Lo scambio mette tuttavia in luce una difficoltà fondamentale: sicurezza, sovranità e identità politica si sovrappongono senza però diventare intercambiabili. Affrontare una di queste questioni non risolve automaticamente le altre.

È incoraggiante che, secondo Michael, Gao lo abbia avvicinato in seguito e lo abbia invitato a rimanere in contatto. Un disaccordo sul palco aveva lasciato aperto un canale di comunicazione.

Questa potrebbe essere la lezione più utile da trarre da Penang. La fiducia in un ordine multipolare emergente sta crescendo, ma le relazioni pacifiche dipenderanno da come si gestiranno i disaccordi tra attori sicuri di sé. Lo stesso incontro che ha messo in discussione il predominio occidentale si è scontrato con limiti scomodi nelle discussioni sulla storia regionale e sulla sovranità.

Questi limiti meritano un’attenzione costante. Un maggior numero di centri di potere significherà un maggior numero di centri in grado di dire «no». Costruire la pace richiederà istituzioni, relazioni e immaginazione politica sufficientemente forti da mantenere vivo il dialogo anche dopo che lo avranno fatto.


Un ringraziamento speciale a Dennis e Michael per aver partecipato alla conferenza e averne dato notizia! — Pascal.


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I piani di difesa di von der Leyen mettono l’Europa sulla strada della guerra con la Russia, di Andrew Korybko – Il discorso di von der Leyen

I piani di difesa di von der Leyen mettono l’Europa sulla strada della guerra con la Russia

Andrew Korybko19 settembre
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Parlare di preparativi di una guerra certa alla Russia dell’Unione Europea allargata prevista entro il 2030, mi pare al momento azzardato. Questo, però, non comporta che un conflitto non possa innescarsi entro tre anni per un accidente ed un errore di calcolo. La pressione militarista in nome della indipendenza della Unione Europea è una impostura di questa classe dirigente ai fini della propria sopravvivenza. Serve a nascondere sotto il tappeto la polvere della loro perdita di autorevolezza, la deindustrializzazione dei territori, la disgregazione sociale e la progressiva formazione di vere e proprie enclaves interne, l’affarismo parassitario che le caratterizza. Tenta di offrire una alternativa parziale al cimitero industriale che si sta profilando con una riconversione delle principali attività residue verso la produzione di armamenti e ricostruire su di essa una nuova base sociale e una strutturazione di potere alternativa. Un investimento per la loro sopravvivenza, possibile con il solo saccheggio della Russia. E questa l’idea di indipendenza propugnata dalla nostra commissaria, oltre a un riequilibio commerciale con la Cina. A prescindere dal tipo di esercito che si intenderebbe costruire a sostegno di una qualsiasi politica estera autonoma, pur discutibile e suicida, edificarlo in quattro anni è semplicemente velleitario, se non attingendo alle capacità militari strategiche statunitensi, anche esse, per altro, messe già a dura prova. Bel modo di essere indipendenti. Non è la sola impostura. Basta leggere tra le righe del discorso del 17 scorso della von der Leyen per ripescare, sotto i consueti toni trionfalistici, la solita mistificazione di una Europa spavalda, come una mosca cocchiera che pretende di stabilire le regole nei settori strategici, senza disporre della relativa tecnologia e delle capacità industriali o cercando di acquisirla, come nell’ambito della intelligenza artificiale, nei meri settori derivati. Esattamente la riproposizione dello stesso tracciato che sta riducendo al ruolo depresso di comparsa il nostro subcontinente asiatico. Questa classe dirigente e questo ceto politico, solido ma fragile, così arroccato, è la mera espressione e appendice degli interessi e delle politiche più conservatrici ed interventiste, più o meno subdole, degli Stati Uniti sull’altare dei quali sacrificare quelli propri nazionali europei, quantomeno della maggior parte di essi. La loro è una scommessa e un bluff che poggia su una presunta mancanza di deterrenza della Russia e su una presunta ambiguità, ritenuta di fondo, piuttosto che tattica, dei suoi alleati. Il vero pericolo sta in questa presunzione. Il terreno su cui combatterli è proprio la difesa e la definizione di quegli stessi interessi nazionali dei quali si arrogano la detenzione esclusiva. Giuseppe Germinario

L’unica cosa che potrebbe scongiurare la Terza Guerra Mondiale, che appare sempre più inevitabile, è che la Russia ripristini in modo deciso la sua capacità di deterrenza.

Nel suo discorso annuale, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto diverse iniziative in materia di difesa, la più nota delle quali è la designazione del Canada come primo ” membro associato ” dell’UE per “l’integrazione delle basi industriali della difesa” e per “fare dell’Artico un progetto comune di punta”, tra le altre cose. In relazione a ciò, il Canada è stato invitato a entrare a far parte del nuovo Consiglio di sicurezza europeo, che includerà anche Ucraina, Regno Unito, Norvegia e altri paesi non specificati, i quali probabilmente parteciperanno anche all’articolo 4 del Trattato di sicurezza dell’UE.

Ciò si riferisce al diritto dei membri di avviare consultazioni urgenti ogniqualvolta si sentano minacciati. L’inclusione dell’Ucraina suggerisce fortemente che ciò fungerà da ulteriore garanzia di sicurezza , un ulteriore vantaggio offerto a quel paese dai principali membri europei della NATO. A tal proposito, von der Leyen ha proposto un progetto congiunto per la creazione di un sistema modulare di difesa missilistica e ha annunciato che i fondi rimanenti del programma “Azione per la sicurezza in Europa” (SAFE) saranno utilizzati per realizzare altri progetti comuni.

Sul fronte interno, verrà adottata una nuova strategia di sicurezza europea, i cui dettagli non sono stati resi noti, ma che presumibilmente influenzeranno l’approccio del blocco alla Russia nel prevedibile e teso contesto postbellico. Infine, von der Leyen ha annunciato uno Strumento europeo per i fattori abilitanti strategici, che si riferisce a ciò che ha definito “le risorse di supporto critiche e i moltiplicatori di forza su cui si basa qualsiasi difesa credibile. Dalla difesa aerea e missilistica al trasporto strategico e al rifornimento in volo. Dallo spazio al cyberspazio”.

Mettendo insieme tutti gli elementi, le proposte di difesa interconnesse di von der Leyen ottimizzeranno i processi decisionali dell’UE, amplieranno la sua influenza sui paesi non membri e, nel complesso, prepareranno l’Europa a una guerra con la Russia entro il 2030, in linea con alcune delle precedenti previsioni dei suoi esperti. Trattando tacitamente l’Ucraina come un alleato di difesa comune attraverso la sua inclusione nel proposto Consiglio di sicurezza europeo e la sua industria della difesa come se appartenesse all’UE, l’Ucraina rimarrà il fattore scatenante più probabile di una guerra tra UE e Russia nella nuova era.

Si prevede che l’isteria bellica che ha contagiato il blocco verrà sfruttata anche come manovra di potere federalista, man mano che l’UE si evolve da un’unione economica e poi, in seguito, da una sorta di unione politica, fino a diventare un’unione militare. La Germania di von der Leyen dovrebbe guidare l’UE militarizzata, sia per la sua predominante influenza economico-politica sul blocco, sia per la sua capacità di spendere molto di più per la difesa rispetto a qualsiasi altro membro. Sebbene la Polonia attualmente disponga del più grande contingente militare europeo della NATO , quello tedesco è destinato a superarlo di gran lunga.

I liberali al governo in Polonia immaginano il Paese come il principale partner minore della Germania nel contenimento della Russia nella NATO 3.0, mentre l’opposizione conservatrice, rappresentata in particolare dal presidente, lo vede come il partner degli Stati Uniti. Se gli attuali governanti rimarranno al potere dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, il destino geopolitico della Polonia sarà segnato, ma il ritorno dei conservatori (probabilmente in una coalizione con i nazionalisti libertari) potrebbe portare la Polonia a tentare di formare un’alleanza Intermarium per controbilanciare la riemersa egemonia della Germania.

Questi sono i due scenari più probabili per il nuovo fianco occidentale del ” cordone sanitario “: un’UE militarizzata e dominata dalla Germania, oppure un’UE militarizzata in cui l’ Intermarium, guidato dalla Polonia, controbilancia l’egemonia tedesca sul blocco, integrando al contempo i suoi sforzi per contenere la Russia. In entrambi i casi, von der Leyen ha appena messo l’Europa sulla strada della guerra con la Russia, e l’unica cosa che potrebbe scongiurare la Terza Guerra Mondiale, che appare sempre più inevitabile, è che la Russia ripristini in modo decisivo la sua capacità di deterrenza .

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Qual è la probabilità che si verifichi uno scontro tra la NATO e la Russia intorno al 2030?

Se la Russia continuerà a combattere questa “guerra di logoramento” per gli anni a venire, invece di porvi fine in modo decisivo al più presto, allora intorno al 2030 sarà più vulnerabile che mai alle minacce di invasione provenienti dal “cordone sanitario”, costringendola così a capitolare o a ricorrere alle armi nucleari per legittima difesa.

RT ha richiamato l’attenzione sulla recente valutazione del viceministro degli Esteri Alexander Grushko, secondo cui «partiamo dal presupposto che [la NATO] si stia davvero preparando a uno scontro militare con la Russia intorno al 2030». Ciò ha fatto seguito alla Strategia di difesa nazionale che afferma che «la NATO europea supera di gran lunga la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, di conseguenza, potenza militare latente», ma che tali risorse devono essere gestite in modo adeguato per poterne sfruttare appieno il potenziale. Gli Stati Uniti intendono assumere questo ruolo di gestione per conto dell’UE.

Di conseguenza, si è giunti alla conclusione che “L’UE rappresenta una minaccia molto più credibile per la Russia rispetto al contrario”, il che ha preceduto l’avvertimento dell’ex presidente e attuale vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev riguardo alla minaccia simile a quella del 1941 rappresentata dalla rimilitarizzazione della Germania. All’inizio di questo mese, l’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov ha richiamato l’attenzione sulla “nuova guerra” in cui, a suo avviso, la Russia è coinvolta e che potrebbe durare decenni, con l’obiettivo primario di neutralizzarne le capacità nucleari.

La valutazione di Grushko ha coinciso con l’inizio della “guerra di logoramento” di Trump 2.0 contro la Russia; pertanto, considerando la sequenza degli eventi, si può sostenere che gli Stati Uniti sperino di indebolire la Russia attraverso l’Ucraina prima che l’UE diventi abbastanza potente da minacciare di invasione una Russia ormai indebolita. Il “cordone sanitario” che si è formato attorno alla Russia nell’ultimo anno, in gran parte a causa della dottrina neo-reaganiana di Trump 2.0, potrebbe anche portare la Turchia e/o il Giappone a minacciare lo stesso, al fine di ottenere le massime concessioni dalla Russia.

Questo assetto geostrategico organizzato dagli Stati Uniti è stato realizzato nell’Artico e nel Baltico grazie all’impegno guidato dal Regno Unito, nell’Europa centrale grazie all’impegno guidato dalla Polonia, lungo l’intera periferia meridionale della Russia grazie all’impegno guidato dalla Turchia e nell’Asia nord-orientale  grazie all’impegno guidato dal Giappone. Se le capacità nucleari della Russia fossero neutralizzate o gravemente compromesse entro quel momento, il Paese potrebbe essere costretto a cedere quote di controllo delle sue aziende statali operanti nel settore delle risorse naturali all’Occidente per una cifra irrisoria, il che rappresenta il grande obiettivo strategico di Trump 2.0.

Alla luce di questo obiettivo e della strategia che prevede innanzitutto di cercare di raggiungerlo attraverso l’incipiente “guerra di logoramento” contro la Russia, per poi minacciare l’uso della forza intorno al 2030 qualora tale strategia fallisse, gli interessi urgenti della Russia sono i seguenti. Deve porre rapidamente fine al conflitto ucraino alle condizioni più favorevoli possibili, per potersi poi concentrare sulla preparazione a potenziali scontri imminenti con il «cordone sanitario» guidato dagli Stati Uniti. Rimanere invischiata nella «guerra di logoramento» ne minerebbe le forze e la renderebbe relativamente più debole per quel momento.

Da qui ad allora, la Russia dovrà anche ricorrere a mezzi creativi per rompere questo “cordone sanitario” o, quantomeno, impedire che si estenda al Kazakistan, il che potrebbe potenzialmente comportare operazioni di intelligence prioritarie contro  l’Azerbaigian, membro ombra della NATO o persino un’altra operazione speciale operazione. Parallelmente, potrebbe anche fare leva sulla propria influenza sulla Corea del Nord per incoraggiare Kim Jong Un a effettuare ulteriori test missilistici e, possibilmente, nucleari, nella speranza di spostare bruscamente l’attenzione degli Stati Uniti dall’Europa all’Asia-Pacifico.

Se la Russia dovesse continuare a combattere questa “guerra di logoramento” per gli anni a venire, invece di porvi fine in modo decisivo in tempi brevi, allora risulterà più vulnerabile alle minacce di invasione provenienti dal “cordone sanitario” intorno al 2030, costringendola così a capitolare o a ricorrere alle armi nucleari per autodifesa. Nessuno dei due scenari è favorevole, ma entrambi sarebbero dovuti al fatto che la Russia non fosse riuscita a ristabilire la deterrenza entro quella data. È quindi imperativo ripristinare immediatamente la deterrenza, vincere rapidamente il conflitto ucraino e poi rompere questo nuovo “cordone sanitario”.

https://korybko.substack.com/p/whats-the-likelihood-of-a-nato-russian-1fc

 Tag: NATORussia

Andrew Korybko

Andrew Korybko è un analista politico statunitense con sede a Mosca, specializzato nelle relazioni tra la strategia statunitense in Afro-Eurasia, la visione globale cinese della “Belt & Road” (Nuova Via della Seta) e la guerra ibrida.

Trump: gli Stati Uniti siglano un accordo sulla sicurezza con la Groenlandia e la Danimarca 

Colin MeynLaura KellyThe HillAggiornato: 18 settembre 2026 / 18:55 CDTCommenti:

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Il presidente Trump ha dichiarato venerdì che gli Stati Uniti hanno stipulato un accordo di sicurezza con la Groenlandia e la Danimarca che conferisce all’America maggiore voce in capitolo negli affari di quel territorio artico e ne amplia la presenza militare nel Paese. 

Trump ha affermato che l’accordo «garantisce agli Stati Uniti il controllo permanente sulla sicurezza e su tutte le altre esigenze in Groenlandia, rispondendo pienamente a TUTTE le numerose preoccupazioni degli Stati Uniti».

«Inoltre, d’ora in poi, nessun avversario degli Stati Uniti potrà MAI avere una base in Groenlandia, mantenere una presenza militare in Groenlandia o effettuare investimenti sensibili in Groenlandia senza la nostra espressa approvazione scritta», ha aggiunto in un post online.

The Hill sta cercando di ottenere un commento dai funzionari che rappresentano la Groenlandia e la Danimarca, paese proprietario dell’isola, che gode di autonomia amministrativa. 

Trump ha fatto infuriare la Groenlandia e i suoi alleati della NATO con le sue richieste di acquisizione dell’isola da parte degli Stati Uniti all’inizio di quest’anno. L’accordo delineato da Trump sembra non soddisfare tale desiderio.

Il presidente ha sostenuto che un maggiore controllo degli Stati Uniti sull’isola è necessario per garantire che non finisca nelle mani della Cina o della Russia, in un contesto di crescente competizione per il controllo dell’Artico. 

«Avvieremo immediatamente il processo per la creazione di una consistente presenza militare in una delle numerose aree idonee della Groenlandia», ha scritto Trump nel suo post. «Collaboreremo con la popolazione groenlandese allo sviluppo e alla realizzazione di tale progetto».

Un funzionario del Dipartimento di Stato ha affermato che l’accordo soddisfa “completamente e definitivamente” tutte le richieste degli Stati Uniti relative all’isola artica.  

Venerdì la Groenlandia e la Danimarca hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui affermano che la firma di un accordo con gli Stati Uniti è prevista per la prossima settimana, in occasione del vertice di alto livello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Anche i parlamenti della Groenlandia e della Danimarca dovranno approvare l’accordo, si legge nel comunicato.

«È gratificante che stiamo per stipulare un accordo che garantisca e rafforzi la sicurezza della Groenlandia, del Regno di Danimarca, degli Stati Uniti e dell’alleanza occidentale», ha affermato il primo ministro della Groenlandia Jens-Frederik Nielsen.

«L’accordo riconosce gli interessi della Groenlandia e il nostro ruolo nella cooperazione internazionale. È a vantaggio di tutti noi.»

Il primo ministro danese Mette Frederiksen ha affermato che l’accordo «riconosce la sovranità e l’integrità territoriale del Regno, nonché il diritto del popolo groenlandese all’autodeterminazione».

In un successivo post pubblicato venerdì sulla piattaforma social X, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha ribadito l’affermazione di Trump secondo cui le forze armate statunitensi avrebbero immediatamente iniziato a sviluppare “una massiccia presenza militare” in Groenlandia, riferendosi al Comando Nord degli Stati Uniti — il comando militare che sovrintende alle operazioni in Nord America.

Il contrappasso di Giorgia

IL CONTRAPPASSO DI GIORGIA

Il lettore capirà – se ha avuto in precedenza occasione di leggermi – il mio piacere nel sentire che la Meloni abbia, come strepitano le prefiche di sinistra “aperta la campagna elettorale”(e loro che facevano?) annunciando la riduzione della tassa di circolazione. E ciò per tante ragioni, che elenco:

Se la Meloni si preoccupa tanto delle tasche degli elettori è perché a loro deve di aver governato e di continuare a farlo. Se invece fosse stata nominata e mai eletta (neppure in un consiglio scolastico) come Monti e Draghi, o designata alla carica non per decisione popolare ma dalle consorterie partitocratiche o plutocratiche (e così via) avrebbe fatto una bella distribuzione di benefici pubblici – diretti o indiretti – ai propri sostenitori.

In secondo luogo perché quelle distribuzioni – e le imposte che lo permettono con gli aumenti – sono accompagnate  (scriveva Pareto “per non far strillare l’oca mentre la spennano”) da una debordante melassa di buonismo da parte della stampa mainstream, volta a magnificare l’operato dei governanti che fanno opere di bene con i quattrini dei governati. E qua non si può fare perché non si prelevano risorse, ma si lasciano a ciascuna le proprie.

Inoltre si nota il pressoché costante discrimine tra le misure del centrosinistra e quelle del centrodestra: le prime sono esaltate per la conformità (vera o presunta) a intenzioni, valori, esigenze che andrebbero a soddisfare. Ad esempio l’ambiente (e la riduzione dei consumi) il superbonus; la solidarietà agli immigrati, l’accoglienza. Le seconde di tale armamentario non hanno bisogno: ridurre un’imposta non ha bisogno di inni di giubilo (o ne ha assai meno) o di messe di ringraziamento.

Un altro gruppo di critiche è riconducibile all’adagio “c’è ben altro da fare”, in un paese dove la pubblica amministrazione è la più sgangherata d’Europa (occidentale) ha il pregio di partire da un fatto vero. Troppo, perché nello sconquasso diffuso da qualche parte bisogna pur iniziare; e perché i governi di centrosinistra non hanno sanato le storture ora denunciate (dalla sanità al lavoro, alle retribuzioni). Il che li rende poco credibili.

Ma soprattutto ciò che rende appetibile la proposta della Premier sono due circostanze, la prima rievocante il contrappasso dantesco.

Questo è che il “bollo auto” è un’imposta patrimoniale, cioè dovuta per la proprietà di un bene, indipendentemente dal reddito e dalle prestazioni ricavabili dal proprietario. E cioè l’idealtipo di imposta di chi concepisce la finanza pubblica come un’imposizione che debba pretendersi e prelevare anche a prescindere dal reddito che il contribuente possa trarne. Questi può morire di fame, perché l’apparato sopravviva. Con buona pace della “capacità contributiva” di cui all’art. 53 della “Costituzione più bella del mondo” e delle sentenze della Cosrte costituzionale. Che proprio da un’imposta patrimoniale parta l’abolizione (quasi) totale è un contrappasso. Anche perché da un po’ di tempo capi e capetti del centrosinistra avevano riscoperto la patrimoniale, col solito coro di esaltazioni. Per lo più basate sul fatto che la maggior parte degli elettori non capisce che cosa sia e soprattutto che la base imponibile è il patrimonio e non il reddito.

Con la conseguenza che la platea dei contribuenti è enormemente superiore e percepisce redditi non alti; non è solo Paperone a pagarla, ma tanti i paperini. Speriamo che tutti se ne ricordino l’anno prossimo alle elezioni, così che possa dirsi “chi di patrimoniale ferisce, di patrimoniale perisce”; il che servirà come democratica lezione per i governanti futuri.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Il volto tragico dell’Europa: Mille anni di guerre europee, di André Larané

Il volto tragico dell’Europa

Mille anni di guerre europee

Vedi la versione abbreviata

La storia dell’Europa è costellata di guerre: nel corso del millennio scorso, non è trascorso alcun decennio senza che gli eserciti si scontrassero qua e là. Il Vecchio Continente non rappresenta tuttavia un’eccezione nel mondo. È semplicemente che queste guerre sono meglio documentate che in qualsiasi altro luogo perché furono condotte da Stati dotati di solide amministrazioni.

Facciamo attenzione anche a non cadere in un errore di prospettiva. Le guerre che in Europa opposero i sovrani e gli Stati-nazione furono, da un punto di vista strettamente aritmetico, meno costose in termini di vite umane rispetto a quelle che colpirono i grandi imperi asiatici. Furono inoltre meno sanguinose delle guerre civili (nota)…   

André Larané

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Templiers en partance pour la croisade (XIIe siècle, peintures murales de la chapelle romane de Cressac, au sud d'Angoulême (Charente)

La dolorosa gestazione dell’Europa

La dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente portò, a metà del I millennio, alla quasi totale scomparsa di ogni forma di amministrazione in quella che allora veniva chiamata Regnum francorum o regno dei Franchi. Intorno all’anno 800, Carlo Magno spingeva i propri confini fino all’Ebro (Spagna), al Tevere (Italia) e all’Elba (Germania): i Sassoni conservarono a lungo il ricordo del modo brutale con cui egli aveva loro rivelato la Buona Novella (il Vangelo). A Carlo Magno mancò solo di sottomettere l’Inghilterra e la Scandinavia per riunire la cristianità occidentale sotto un unico scettro.

La conversione al cristianesimo di tutti i popoli dell’Impero carolingio non è tuttavia sufficiente a garantirne la felicità. La cristianità occidentale appare divisa in modeste signorie che traggono le proprie risorse dallo sfruttamento dei contadini e si combattono tra loro, mentre lottano anche contro le incursioni dei Vichinghi e dei Saraceni. 

Affrontement entre Saxons et Normands à Hastings (détail de la tapisserie de Bayeux)È proprio intorno all’anno 1000 che da questo nulla sociale nascerà, in senso stretto, la civiltà europea:

I guerrieri che controllano il territorio formano un gruppo sociale prestigioso, la cavalleria. Su sollecitazione della Chiesa, accettano un codice d’onore e le «tregue di Dio» che limitano gradualmente i danni causati dalle guerre private, tanto più che le strategie difensive (castelli fortificati) prendono il sopravvento su quelle offensive (battaglie in ordine di battaglia).

Da questa  società feudale emergono alcuni principati che daranno origine ai futuri Stati nazionali, i primi e più importanti dei quali sono il regno dei Capetingi, ovvero la Francia, e l’Inghilterra, consolidata dall’invasione normanna e dall’incoronazione di Guglielmo il Bastardo nel 1066.

A Clermont (Alvernia), un papa di origine francese, Urbano II, lancia nel 1095 un appello memorabile. Invita i suoi compatrioti a riaprire con le armi le vie di pellegrinaggio verso Gerusalemme, chiuse da temibili nuovi arrivati, i Turchi. L’appello viene accolto con entusiasmo in quella cristianità in piena espansione demografica e permeata da una fede profonda e ingenua. Ne consegue uno slancio senza precedenti che spinge folle di persone verso l’Oriente. Questo movimento, in seguito definito «crociate», è la prima guerra offensiva condotta in Europa ed è opera soprattutto dei francesi.

Le pape Urbain II prêchant la première croisade sur la place de Clermont, Francesco Hayez, 1835, Milan, Gallerie di Piazza Scala.

Le retour du croisé. Hugues de Vaudémont, parti en 1147, retrouve son épouse, XIIe siècle (Nancy, musée lorrain)Un secolo più tardi, nel XIII secolo, nel nostro Esagono fiorì il « bel Medioevo ». Gli interventi militari del principale sovrano dell’epoca, il re Luigi IX (San Luigi), mobilitarono sempre e solo poche migliaia di uomini. Fu così a Taillebourg contro gli inglesi, nel 1242.

Allo stesso tempo, il mondo slavo, a est, viene assalito con brutalità, da un lato dai monaci-cavalieri tedeschi, i Cavalieri Teutonici e i Portatori di Spada, che si insediano sulle rive del Mar Baltico ; è il Drang nach Osten (dico), dall’altra  dai Mongoli che si insediano stabilmente a nord del Mar Caspio. Ne consegue, per due secoli, la rovina di quel mondo fino ad allora risparmiato dalle invasioni.

La fine del Medioevo (XIV e XV secolo) è caratterizzata in Occidente da grandi prove, dalla peste alle guerre dinastiche: la Guerra dei Cento Anni, la Guerra delle Due Rose, la lotta tra Guelfi e Ghibellini, la guerra di Castiglia e la Reconquista. La cristianità occidentale ne esce rafforzata ma anche divisa, con l’emergere di almeno tre grandi Stati: la Francia, l’Inghilterra e la Spagna.

Appena la Francia aveva ritrovato prosperità e vigore, i suoi sovrani si lanciarono all’assalto dell’Italia con i pretesti più assurdi. Dal 1494 al 1559, i francesi aggredirono e tormentarono l’Italia senza trarne alcun vantaggio politico… Ne ricavarono però qualcosa di più importante: le buone maniere, il gusto per le cose belle, Chambord e la Gioconda.

La bataille de Pavie, le 24 février 1525, Albama, Birmingham Museum of Art.

Con una serie di conquiste trionfali, dal 1353 al 1515, la dinastia turca degli Ottomani sottomise al proprio dominio i popoli del Mediterraneo orientale e dei Balcani. Li tenne all’esterno dello spazio europeo per tre o quattro secoli.

All’altra estremità del continente, il principato di Mosca emerge dal caos russo e si libera dal dominio mongolo. Nel 1547, l’incoronazione dello zar Ivan IV, futuro Ivan il Terribile, sancisce la nascita dell’impero russo. Quest’ultimo si espande verso il Mar Nero a spese degli ultimi regni mongoli, mentre avventurieri cosacchi si avventano a conquistare e colonizzare la Siberia con uno slancio che ricorda non poco quello dei conquistadores spagnoli in America. Allo stesso tempo, nel cuore dell’Europa, un’alleanza matrimoniale porta alla costituzione di un immenso regno slavo e cattolico che si estende da Danzica a Kiev. È la Polonia-Lituania.

All’inizio del XVII secolo, i polacchi, cattolici tanto odiati dai russi ortodossi, approfittano di una disputa successoria per invadere la Russia. Arrivano persino a sfilare a Mosca. Gli svedesi, dal canto loro, attaccano i russi sul Baltico. Il fragile impero rischia di scomparire. Questo « Periodo dei Disordini » si conclude nel 1613 con l’ascesa al trono di una nuova dinastia, i Romanov, che restituirà ai russi la loro piena indipendenza.

Capitulation de la garnison russe à Smolensk devant Ladislas IV Vasa en 1634.

La nascita delle nazioni moderne

Nell’Europa occidentale, le guerre di religione tra cattolici e protestanti (Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, Germania) aprono la strada alla nascita di Stati coesi, saldamente ancorati alla propria identità religiosa e culturale. Il più importante tra questi è la Francia. Appena uscita dalle guerre di religione, nel 1635 essa interviene deliberatamente nella guerra dei Trent’anni che devasta la Germania, con l’unico scopo di indebolire gli Asburgo.

In seguito, Luigi XIV si lancia in guerre prive di qualsiasi giustificazione: la guerra di devoluzione e la guerra d’Olanda. Queste si traducono in gravi violenze (saccheggio del Palatinato). Ciò non turbò il Re Sole, uomo colto e raffinato che fece apporre sui propri cannoni la locuzione: Ultima ratio regum («L’ultimo argomento dei re»). Ma finì per mettere contro di sé la maggior parte dell’Europa.

In Russia, i primi Romanov, Michele I e Alessio I, consolidarono i propri confini meridionali con l’aiuto dei cosacchi ma, a causa degli svedesi, non riuscirono a ottenere l’accesso al Mar Baltico a cui aspiravano. Fu infine lo zar Pietro I il Grande a riuscirci al prezzo di una lotta titanica contro il re di Svezia Carlo XII, che sconfisse nel 1709 a Poltava, nelle pianure dell’Ucraina. Questa « Grande Guerra del Nord » è il primo dei grandi tentativi di invasione del territorio russo provenienti dall’Occidente.

Come la Russia, l’Austria degli Asburgo non si cura granché delle guerre di conquista. Si limita a contenere l’avanzata ottomana. La sua politica si riassume in questo simpatico distico: Bella gerant alii, tu felix Austria, nube («Che gli altri facciano la guerra, tu, felice Austria, stringi matrimoni»). Ma nel 1740, la successione di Carlo VI viene contestata dai suoi vicini, che non vogliono che sua figlia Maria Teresa salga al trono.

Il giovane re di Prussia Federico II entra in guerra contro Vienna e, al termine della battaglia di Mollwitz, si impadronisce della provincia della Slesia senza averne alcun diritto e in violazione di tutte le tradizioni diplomatiche dell’Ancien Régime. Si tratta di un precedente che i regimi autoritari dell’epoca contemporanea sapranno tenere ben presente, a cominciare dai rivoluzionari francesi… 

La guerre russo-polonaise de 1792 par le peintre et militaire Aleksander Or?owski.

Una principessa tedesca diventata imperatrice di Russia con il nome di Caterina II approfitta dell’anarchia che regna in Polonia, sua nemica secolare, per far eleggere il suo amante Stanislas Poniatowski sul trono della « Repubblica delle Due Nazioni » (Polonia-Lituania) nel 1764. Ma con l’appoggio della Francia di Luigi XV, nel 1768 la nobiltà polacca si alleò contro il nuovo sovrano.

La loro alleanza, denominata «Confederazione di Bar», viene rapidamente sconfitta e il re di Prussia Federico II, noto per i suoi intrighi, propone una spartizione della Polonia all’arciduchessa d’Austria Maria Teresa e all’imperatrice Caterina II. Un’offerta del genere non si può rifiutare. A questa prima spartizione, avvenuta nel 1772, ne seguirà una seconda nel 1793 e poi una terza e ultima nel 1795.

La Francia, alleata dei polacchi, spinge l’Impero ottomano a dichiarare guerra a Caterina II. Per impedire ai turchi di prestare aiuto ai Confederati polacchi, le truppe russe marciano verso i Balcani e raggiungono la Grecia, mentre la flotta russa distrugge quella ottomana. Sul fronte orientale, i russi occupano la Crimea. Fondano Sebastopoli e Odessa sulle rive del Mar Nero. Con un trattato, la Russia si proclama protettrice di tutti gli ortodossi dell’Impero ottomano e ottiene la libera circolazione attraverso gli stretti turchi. Il vecchio sogno di Pietro il Grande è diventato realtà.

Allégorie de la victoire de Catherine II sur les Turcs, Stefano Torelli, 1772, Moscou, Tretyakov Gallery.

La Russia coinvolta nella politica europea

Il 20 aprile 1792, la Francia rivoluzionaria dichiarò guerra al «re di Boemia e d’Ungheria», ovvero l’arciduca d’Austria Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero. I sovrani europei avrebbero preferito lasciare che i francesi si sbranassero tra loro in nome della Libertà e dei Diritti dell’Uomo, anche a costo di raccogliere poi i cocci come avevano fatto con la Polonia, ma in questo caso non avevano scelta, se non quella di perdere ogni legittimità agli occhi dei propri sudditi. Ne seguì una prima coalizione contro la Francia, alla quale si unì la Russia.

Nel 1799, grazie alla seconda coalizione, il generale russo Suvorov e i suoi cosacchi, giunti per la prima volta nell’Europa occidentale, approfittano della fuga disordinata delle truppe francesi e si preparano a invadere la Francia. Ma vengono fermati a Zurigo.

Stanco della guerra, lo zar Paolo I, successore di Caterina II, si ritira dalla coalizione. Vittima di un complotto di palazzo, viene strangolato poco dopo, nel 1801. Suo figlio e successore Alessandro I aderisce nel 1805 alla terza coalizione contro la Francia. Ciò gli costò la sconfitta per mano di Napoleone I ad Austerlitz e poi, nel 1807, a Eylau e Friedland. Decise quindi di negoziare con l’imperatore dei francesi a Tilsit il 7 luglio 1807.

Napoleone I, ormai disperato nel tentativo di spezzare la resistenza inglese, impone un blocco continentale. Ma per far rispettare da tutti gli europei questo divieto di commerciare con l’Inghilterra, è costretto a occupare l’intero continente, fino alla Russia, che ha la pessima idea di invadere il 24 giugno 1812. Questa campagna di Russia gli sarà fatale.

Il 31 marzo 1814, Alessandro I fa il suo ingresso a Parigi; si presenta come il vincitore di Napoleone e il liberatore del continente europeo. La Russia si ricompensa dei propri sacrifici ponendo sotto il proprio protettorato la Finlandia e gran parte della Polonia. Da quel momento in poi entra a far parte del club delle grandi potenze su cui si fonda la sicurezza europea. 

Nel giugno del 1815, l’imperatore d’Austria, l’imperatore di Russia e il re di Prussia costituiscono una Santa Alleanza. Il re d’Inghilterra e, poco dopo, lo stesso re di Francia vengono invitati ad aderirvi. L’anno successivo, lo zar Alessandro I suggerisce ai suoi illustri alleati una riduzione simultanea delle forze armate e persino la creazione di un esercito europeo di mantenimento della pace!…

Le triomphe du tsar Alexandre Ier ou La Paix, Louis Léopold Boilly, 1814, Paris, musée du Louvre.

Le buone intenzioni di Alessandro I saranno tradite da… François-René de Chateaubriand, capofila dei poeti romantici (!) e, occasionalmente, ministro degli Affari esteri di Luigi XVIII. Egli convince quest’ultimo a intervenire militarmente in aiuto del re Alfonso VII di Spagna, alle prese con i liberali del suo paese. Ne consegue la vittoria francese di Trocadéro (vicino a Cadice). È la prima manifestazione del « diritto di ingerenza » (dico).

Nel 1825, alla morte di Alessandro I, suo fratello gli succedette in circostanze turbolente con il nome di Nicola I. Questo zar poco conosciuto, sostenitore dell’autocrazia, è senza dubbio colui al quale si può associare più chiaramente una guerra di aggressione. Ne pagherà caro il prezzo. La vicenda ha inizio in modo surreale nel 1848 con una disputa tra monaci latini e ortodossi nella Basilica della Natività, a Betlemme, allora sotto la sovranità ottomana! Il governo della Seconda Repubblica, nel tentativo di conciliarsi con i cattolici francesi, trasmette le rivendicazioni dei monaci latini al sultano. L’imperatore Nicola I non può fare altro che schierarsi in difesa degli ortodossi. Ritiene giunto il momento di risolvere la «Questione d’Oriente» sollevata dal declino dell’Impero ottomano, che definisce «l’uomo malato d’Europa». Propone all’Inghilterra di risolvere la questione della successione in modo amichevole. Ma l’Inghilterra rifiuta l’offerta poiché, in concorrenza con la Russia, nutre anch’essa ambizioni sull’Asia centrale, dove entrambe le potenze conducono il « Grande Gioco ». 

Il cielo si sta oscurando

Sconfortato, lo zar attacca e distrugge di propria iniziativa la flotta turca del Mar Nero nel 1853. Invade inoltre le province rumene dell’Impero turco, la Moldavia e la Valacchia. Approfitta dell’occasione per combattere le tribù ribelli del Caucaso, in particolare i ceceni. Napoleone III non tollera questa violazione delle convenzioni internazionali. Convince il governo di Victoria a intervenire al suo fianco contro la Russia.

Ne seguì la guerra di Crimea: per due anni (1854-1856), francesi e inglesi affrontarono i russi, non senza difficoltà. Dal punto di vista militare, questa guerra preannuncia la Grande Guerra e i suoi orrori: assalti inutili e sanguinosi, trincee difensive, uso intensivo dell’artiglieria e prima comparsa della mitragliatrice… Nicola I muore nel 1855 e lascia il posto a suo figlio, il molto liberale Alessandro II.

Appena concluso il trattato di Parigi che pose fine alla guerra di Crimea, l’imperatore Napoleone III si impegnò ad aiutare il re di Piemonte-Sardegna a unificare l’Italia. Impegnò le sue truppe in una guerra sanguinosa contro l’Austria, che ostacolava tale unità. Nel 1861, Vittorio Emanuele II diventa così re d’Italia.

Questo dà delle idee ai prussiani e in particolare al più importante tra loro, Otto von Bismarck, che diventa cancelliere nel 1862 con l’obiettivo di unificare la Germania… contro l’Austria. Nel 1866 intraprende una breve guerra vittoriosa contro di essa, poi, nel 1870, provoca abilmente Napoleone III, che gli dichiara guerra e riunisce attorno alla Prussia tutti gli Stati tedeschi. Ecco che a sua volta la Francia viene sconfitta, Napoleone III rovesciato e la Germania unificata sotto il pugno di ferro dei prussiani e di Bismarck.

Napoléon III se rend au roi Guillaume de Prusse après la bataille de Sedan, Anonyme, vers 1870.

Lo zar riformatore Alessandro II, irritato dall’ostilità che gli nutrivano i rivoluzionari russi, cercò uno sfogo nella guerra contro il rivale storico della Russia, la Turchia ottomana. Nel 1878, vendicandosi del trattato di Parigi, le sue armate marciano su Costantinopoli e lo zar impone un protettorato di fatto sui popoli balcanici. Ma il primo ministro britannico Benjamin Disraeli teme che la Russia possa presto ostacolare la rotta verso le Indie e il Canale di Suez e minaccia Mosca nientemeno che di una guerra. Il cancelliere Bismarck coglie l’occasione per proporsi come arbitro delle relazioni internazionali. Dal 13 giugno al 13 luglio 1878 si tiene a Berlino una conferenza che risolve il conflitto per un’intera generazione.

Nel 1894, un vero e proprio colpo di scena nelle cancellerie con l’alleanza franco-russa. Essa avvicina la Repubblica francese alla Russia del molto autocratico Alessandro III, successore di Alessandro II, e minaccia in modo molto diretto la Germania. Ma poiché nulla è mai semplice, dieci anni dopo, nel 1904, la Repubblica francese stringerà anche un’Entente cordiale con la sua nemica ereditaria, l’Inghilterra, che però nel 1905 non esiterà a spingere il Giappone a dichiarare guerra alla Russia, alleata della sua alleata!…

Si trattava del fallimento della sottile diplomazia di Bismarck, che era riuscita a garantire la neutralità della Russia in caso di un eventuale conflitto. Ma il cancelliere era stato destituito nel 1890 dal nuovo imperatore Guglielmo II, il quale non intendeva rinnovare quell’accordo. Aveva preferito rafforzare i propri legami con l’Austria-Ungheria. La Grande Guerra del 14-18 era già in gestazione in quella fatale frattura…

La scintilla proverrà dai Balcani, dove, a poco a poco, i popoli si stanno affrancando dal dominio ottomano pur combattendosi tra loro. Ciò che si sa meno è che la miccia è stata accesa dall’Italia. Irritato dal fatto che la Francia si fosse insediata in Marocco, il capo del governo Giovanni Giolitti voleva la sua fetta di torta e pretese dal sultano la cessione della Tripolitania e della Cirenaica (l’attuale Libia).

Il 5 ottobre 1911, le truppe italiane sbarcano a Tripoli, ma questa palese aggressione non ha esito positivo. In preda alla disperazione, la flotta italiana bombarda gli Streti e Roma ottiene finalmente ciò che vuole. Questa deliberata violazione del diritto internazionale, approvata dalla Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia), scatena le ambizioni dei piccoli Stati balcanici. I serbi ritengono che sia giunto il momento di liquidare ciò che resta dei possedimenti ottomani in Europa e si alleano con i bulgari contro i turchi. La prima guerra balcanica scoppia due giorni dopo. La vicenda si concluderà a Sarajevo

A distanza di un secolo, è ancora illusorio cercare un responsabile della Grande Guerra, anche se i vinti hanno sempre torto (Guillaume II, in questo caso). Resta il fatto che il grande perdente è la Russia, che si ritrova ridotta al Granducato di Moscovia di prima dell’avvento di Ivan il Terribile!  Sprofonda nella prima rivoluzione totalitaria della storia, aggravata da una guerra civile, con in più l’intervento armato dei suoi ex alleati.

I francesi e gli inglesi sbarcano nel Mar Nero e nel Mare di Barents per dare man forte agli avversari di Lenin e dei bolscevichi. La Polonia riconquista la propria indipendenza sotto l’autorità del generale Pilsudski e il suo esercito entra addirittura a Kiev nel maggio 1920. La Polonia sogna di unirsi agli indipendentisti ucraini per ricostituire l’antica Polonia-Lituania, ma i bolscevichi riprendono il sopravvento e Varsavia viene salvata solo grazie all’intervento dei francesi (tra cui un certo capitano Charles de Gaulle).

Nel marzo 1919, i bolscevichi fondarono a Baku la Terza Internazionale comunista, il Komintern, con l’obiettivo di riunire tutti i propri sostenitori attorno al Cremlino. Ma contro il parere di Trotsky, che sognava di esportare la rivoluzione, Lenin e Stalin preferirono salvare ciò che era possibile e si accontentarono della rivoluzione in un solo paese, la Russia, trasformata in una federazione senza riferimenti nazionali: l’URSS.

A ovest, tuttavia, le tensioni si riaccendono a causa di diversi fattori che erano stati anticipati dallo storico e giornalista Jacques Bainville (Le conseguenze politiche della pace, 1920) : l’umiliazione della Germania, lo smantellamento dell’Austria-Ungheria, il ritorno degli Stati Uniti all’isolazionismo e l’ ossessiva preoccupazione degli inglesi di mantenere l’equilibrio delle forze nel continente. La politica di austerità del cancelliere Brüning e la leggerezza degli ambienti economici portarono Hitler al potere contro la volontà della maggioranza degli elettori.

La corsa alla guerra riprende tra il marzo 1935 e il marzo 1936, l’anno in cui tutto è cambiato. Il tradimento britannico (trattato navale anglo-tedesco, 18 giugno 1935) e l’inerzia delle democrazie fanno credere a Hitler di avere mano libera nei suoi progetti di aggressione verso est, che egli non nasconde affatto. Tra l’ottobre 1938 e il marzo 1939, egli smembrò la Cecoslovacchia. Per non essere da meno, il suo alleato Mussolini invase l’Albania nell’aprile 1939. 

Stalin è consapevole che presto toccherà a lui. Già nel 1938 avvia il trasferimento delle fabbriche strategiche dall’ovest verso gli Urali, il più lontano possibile dal Terzo Reich. Per guadagnare tempo, il 24 agosto 1939 decide di stipulare un patto di non aggressione con Hitler. I due dittatori invadono la Polonia già il mese successivo. 

È l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Ma il leader del Cremlino non si fa illusioni su ciò che accadrà in seguito. Chiede ai vicini finlandesi uno scambio di territori e una base per rafforzare le proprie difese contro il Terzo Reich. Poiché i finlandesi rifiutarono, l’Armata Rossa invase il loro paese ma, nonostante la sproporzione delle forze, ebbe grandi difficoltà a vincere questa « Guerra d’Inverno ». Queste difficoltà rafforzarono in Hitler la convinzione che avrebbe sconfitto l’URSS con la stessa facilità con cui aveva sconfitto la Francia… 

In definitiva, la determinazione eroica di Churchill e degli inglesi, nonché la resistenza altrettanto eroica dei popoli sovietici, con il sostegno attivo dell’industria statunitense, avranno la meglio sulla Wehrmacht e sul Terzo Reich. Grande vincitrice di questa guerra, al costo di venti milioni di morti, l’Armata Rossa occupa l’Europa centrale ed entra nelle rovine di Berlino.

Subito dopo emerge la rivalità ideologica tra le due superpotenze del dopoguerra, entrambe dotate di armi nucleari (gli Stati Uniti rimangono fortunatamente, ad oggi, gli unici ad averle utilizzate).

È l’inizio della «guerra fredda» che preserverà il continente europeo da ogni nuovo conflitto armato per quattro decenni. Il crollo dell’URSS ne pone fine nel 1991 e la guerra ritorna immediatamente sul continente con lo scompiglio della Jugoslavia e, quindici anni dopo, nel 2014, con la rivolta armata del Donbass in Ucraina.

ANALISI – Sicurezza portuale: l’Africa alla prova del gendarme americano – Come la Cina sta lasciando il segno nei porti africani, di Olivier d’Auzon

ANALISI – Sicurezza portuale: l’Africa alla prova del gendarme americano

Di Olivier d’Auzon / 05.09.2026

Sûreté portuaire
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

Di Olivier d’Auzon – Scoprite il suo ultimo libro pubblicato da Erick Bonnier: AFRICA 3.0

La Nigeria può tirare un sospiro di sollievo. Dopo dodici anni di emarginazione, i suoi porti sono stati finalmente ritenuti conformi alle norme antiterrorismo di Washington. Ma per altre dieci nazioni africane, la morsa si stringe. Dietro i meandri tecnici della sicurezza marittima si delinea una geopolitica imperiale in cui gli Stati Uniti, grazie al Maritime Transportation Security Act(MTSA), tracciano le loro linee rosse ben oltre le proprie acque territoriali.

Il 19 agosto 2026, la Guardia Costiera degli Stati Uniti ha confermato che Madagascar, Camerun, Seychelles, Guinea Equatoriale, Sudan, Gambia, Guinea-Bissau, Libia, Comore e São Tomé e Príncipe rimangono sotto stretta sorveglianza. Tutti questi Stati sono accusati di non applicare «misure antiterrorismo efficaci» nelle proprie strutture portuali. In pratica, qualsiasi nave che abbia fatto scalo in uno di questi paesi durante i suoi ultimi cinque scali dovrà, prima di attraccare negli Stati Uniti, sottoporsi a un regime speciale: ispezioni approfondite, guardie armate, dichiarazioni di sicurezza rafforzate. In caso di inadempienza, l’ingresso in un porto statunitense potrà essere semplicemente negato.

Da leggere anche: ANALISI – Il dilemma marittimo dell’Etiopia: un’ambizione in acque agitate

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La diplomazia del container

Questa decisione non è affatto un semplice capriccio amministrativo. È il riflesso di una diplomazia in cui la sicurezza delle catene logistiche diventa un’arma di enorme influenza. Imponendo i propri standard al resto del mondo, Washington ricorda di tenere il timone della globalizzazione marittima. I valutatori della Guardia Costiera degli Stati Uniti non si limitano a controllare recinzioni spinate o tesserini di riconoscimento: esaminano attentamente la governance degli Stati, la loro capacità di controllare le coste di fronte alla minaccia terroristica e la loro volontà politica di conformarsi al codice ISPS (International Ship and Port Facility Security Code), quel quadro normativo internazionale nato dalle ceneri dell’11 settembre.

E così facendo, tracciano una netta linea di demarcazione all’interno del continente africano. Da un lato, la Nigeria, che ha superato con successo quattro audit statunitensi tra marzo 2024 e aprile 2026. Il Paese è riuscito a potenziare la propria agenzia marittima (NIMASA) e a integrare i dati di sorveglianza nei centri regionali di condivisione delle informazioni. Una bella lezione di realismo per Abuja, che ora vede diminuire i propri costi logistici e aumentare vertiginosamente l’attrattiva dei propri porti.

Fallimenti statali e minacce jihadiste

D’altra parte, i dieci “bocciati” hanno un triste punto in comune: uno Stato di diritto marittimo carente, se non addirittura un quasi fallimento politico. La Libia e il Sudan, dilaniati dalle guerre civili, semplicemente non hanno più i mezzi per controllare i propri moli. Ma il problema è ancora più profondo. Nel Golfo di Guinea, dove operano il Camerun e la Guinea Equatoriale, la minaccia non proviene solo dai pirati. 

La rete terroristica del Sahel (JNIM, Stato Islamico) cerca inesorabilmente di espandersi verso il mare, con l’intento di utilizzare i porti come vie d’accesso per il traffico di armi o di stupefacenti. Le Seychelles, le Comore e il Madagascar, dal canto loro, sono le fragili sentinelle dell’Oceano Indiano, vulnerabili al dirottamento di navi e ai traffici provenienti dal Corno d’Africa.

E la Francia in tutto questo?

Parigi non può restare a guardare di fronte a questa sorveglianza rafforzata. Il settore marittimo francese, attraverso armatori come la CMA CGM, è in prima linea. Ogni scalo in questi porti «sensibili» comporta un aumento dei costi operativi (assunzione di guardie private, burocrazia più onerosa, ritardi e sovrattasse). 

Questi vincoli compromettono direttamente le nostre catene di approvvigionamento e la nostra competitività. Inoltre, la Francia ha interessi strategici vitali nelle acque in cui si trovano questi paesi, in particolare nell’Oceano Indiano con le isole della Riunione e Mayotte. L’instabilità portuale in Madagascar o nelle Comore ci espone, di riflesso, a un’insicurezza regionale che non siamo in grado di controllare.

Questa decisione statunitense dovrebbe far riflettere l’Europa. Bruxelles si limita troppo spesso a seguire gli standard dell’IMO senza imporli con lo stesso vigore. Washington non chiede l’impossibile; esige una disciplina ferrea e investimenti nella sicurezza. Forse è giunto il momento che l’Unione europea, e la Francia in particolare, si dotino di propri meccanismi di verifica per avere un peso in questo contesto, pena il rischio che la sicurezza marittima diventi un semplice sinonimo di legge americana.

In sostanza, ciò che ci dice la Guardia Costiera degli Stati Uniti è che la libertà dei mari non esiste più senza il rigore degli Stati. E che per una decina di paesi africani il percorso verso la conformità sarà lungo. L’esempio della Nigeria dimostra che è fattibile, ma richiede ai governi una volontà politica che le capitali interessate non hanno ancora dimostrato. Nel frattempo, saranno gli armatori e, in ultima analisi, i consumatori a pagare il conto di questa insicurezza portuale. Un severo monito, rivolto all’Africa, ma anche ai suoi partner europei che seguono la scia degli Stati Uniti.

ANALISI – Come la Cina sta lasciando il segno nei porti africani

Di Olivier d’Auzon / 27.03.2025

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Di Olivier d’Auzon

Percorrendo la costa africana, emerge chiaramente un dato di fatto: la Cina è diventata un attore imprescindibile nello sviluppo portuale del continente. Da Lagos a Mombasa, passando per Gibuti e Luanda, le aziende cinesi costruiscono, finanziano e gestiscono infrastrutture marittime strategiche. 

Ma al di là delle promesse economiche, questi investimenti sollevano questioni cruciali riguardo all’influenza cinese, alla sovranità degli Stati africani e alle potenziali implicazioni per la sicurezza regionale e globale. 

È quanto evidenzia Paul Nantulya nel suo articolo « Mappa dello sviluppo strategico dei porti cinesi in Africa», pubblicato il 10 marzo 2025 per Africa Center.

Una presenza massiccia e ben organizzata

Secondo Nantulya, le imprese statali cinesi sono presenti in circa 78 porti distribuiti in 32 paesi africani, coprendo così oltre un quarto delle infrastrutture marittime del continente. Questo livello di presenza non ha eguali in nessun’altra parte del mondo, superando di gran lunga quello dell’America Latina o del Sud-Est asiatico.

Il caso del porto in acque profonde di Lekki, in Nigeria, illustra bene questa dinamica. La China Harbor Engineering Company (CHEC) non solo ha costruito il porto, ma ne detiene anche una quota del 54%, grazie a un finanziamento della Banca di sviluppo cinese. 

Questo modello si ritrova in numerosi altri progetti, in cui le imprese cinesi non solo si occupano della costruzione e della gestione, ma controllano anche i flussi commerciali, influenzando le tariffe, i diritti di attracco e le priorità di movimentazione.

Una leva economica al servizio degli interessi strategici

L’argomento economico è al centro della giustificazione di questi investimenti. In Africa, dove i costi di movimentazione portuale sono in media superiori del 50% rispetto ad altre regioni, la privatizzazione delle operazioni è spesso vista come un modo per migliorare l’efficienza. 

I porti gestiti dalla Cina offrono in genere servizi più rapidi e meglio organizzati, ma a costo di un maggiore controllo da parte di soggetti stranieri.

Nantulya sottolinea che ogni dollaro investito dalla Cina nei porti africani genera in cambio fino a 13 dollari di entrate commerciali. Questo rendimento è doppiamente vantaggioso: rafforza la presenza economica cinese e, al contempo, crea una dipendenza strutturale delle economie africane dalle infrastrutture sotto il controllo cinese. Tale influenza si traduce talvolta in un processo decisionale più favorevole agli interessi cinesi sulla scena diplomatica internazionale.

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La tentazione di un impiego militare

Ma questi investimenti non riguardano solo il commercio. L’esempio di Gibuti dimostra come un porto commerciale possa essere trasformato in modo discreto in un’infrastruttura militare. 

Inizialmente progettato per il commercio marittimo, il porto di Doraleh ha finito per ospitare nel 2017 la prima base militare cinese all’estero. Da allora, la presenza della marina cinese in Africa non ha smesso di crescere.

Secondo Nantulya, dal 2000 la marina cinese ha effettuato 55 scali e 19 esercitazioni militari nel continente. Porti come quelli di Durban, Dar es Salaam, Lagos o Maputo hanno già accolto navi da guerra cinesi, e le basi navali costruite da Pechino in Tanzania e in Madagascar vengono utilizzate per addestramenti militari. 

Questa progressiva espansione della presenza militare cinese in Africa alimenta le speculazioni sulla futura trasformazione di alcuni porti in basi strategiche.

Una strategia pianificata a lungo termine

Questo sviluppo rientra nella strategia globale di Pechino. L’ultimo piano quinquennale cinese (2021-2025) pone l’accento su una maggiore connettività marittima, integrando i porti africani nella « Via della Seta marittima ». Tre corridoi principali attraversano l’Africa: l’Africa orientale (Kenya e Tanzania), l’Egitto e la regione del Canale di Suez, nonché la Tunisia.

Un concetto spesso citato negli ambienti strategici cinesi è quello di « punto d’appoggio strategico all’estero » (海外战略支点, haiwai zhanlue zhidian). Si riferisce ai porti sotto il controllo cinese che rivestono un’importanza economica e geopolitica cruciale. In questo contesto, le infrastrutture civili possono essere adattate alle esigenze militari in caso di necessità, grazie alla politica di « fusione militare-civile » ( junmin ronghe) promossa dal Partito Comunista Cinese.

Un’influenza crescente ma contestata

L’espansione cinese nei porti africani non si limita a questioni commerciali. Dietro questi investimenti si delinea una strategia globale che combina ambizioni economiche, diplomatiche e militari.

Se da un lato queste infrastrutture offrono ai paesi africani opportunità di sviluppo, dall’altro li rendono anche più dipendenti da un attore esterno. 

Inoltre, pongono delle sfide in materia di sovranità e sicurezza, in particolare alla luce delle crescenti rivalità geopolitiche tra le grandi potenze.

Come sottolinea Paul Nantulya, l’ascesa della Cina in Africa non si misura solo in tonnellate di merci trasportate, ma anche in termini di influenza politica e presenza strategica. 

Il futuro dei porti africani dipenderà quindi non solo dalla loro redditività economica, ma anche dalle scelte che i governi africani compiranno in merito all’equilibrio tra sviluppo, sovranità e indipendenza strategica.

Come Elite Theory è diventato un contenuto drammatico _ di Morgoth

Come Elite Theory è diventato un contenuto drammatico

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Nelle ultime settimane, in questo angolo di Internet si è creata una certa tensione, apparentemente riguardo al successo o meno del progetto “Restore Britain”. La spaccatura è tra coloro che possiamo definire favorevoli al “Restore Britain” e i teorici dell’élite. Per quanto riguarda i miei contenuti, non ho quasi mai scritto o detto nulla sul “Restore”, ma per qualche ragione, sono finito per essere visto dai teorici dell’élite come un ingenuo sbandieratore di ideali, meritevole di disprezzo per “esserci cascato di nuovo”.

È importante fare una distinzione:

La teoria delle élite è una branca della scienza politica che postula che un piccolo gruppo detterà sempre ciò che accade in una società.

I “Teorici dell’élite” sono YouTuber che creano contenuti attaccando la destra.

Nello specifico, Academic Agent, Blamblas Britannica, Scrump ed Evelyn. Insieme, hanno prodotto almeno 18 dirette streaming e 8 video che attaccano e minano Restore Britain, coloro che sono coinvolti nel partito o chiunque (come me) si rifiuti di attaccare il partito.

Un processo iniziato sotto la maschera di critiche e consigli in buona fede si è gradualmente trasformato in una vera e propria guerra di insulti e calunnie, scatenata dagli esponenti dell’élite teorica contro persone che considerano chiaramente nemiche. Academic Agent ha ripetutamente chiesto ai suoi seguaci di cessare le calunnie e le menzogne, ma continua comunque a promuovere e diffondere questi contenuti.

C’è una forte componente di “Motte and Bailey” in cui i teorici dell’élite si ergono a paladini della tesi che, ad esempio, Charlie Downes sia un infiltrato sionista o un truffatore, oppure che Rupert Lowe sia semplicemente un imbroglione. Quando vengono messi alle strette, si rifugiano nel loro “Motte and Bailey” e pretendono che tu confuti la Legge Ferrea dell’Oligarchia o un principio della Teoria dell’Elite così come enunciato da James Burnham, Machiavelli o Pareto.

L’ironia sta nel fatto che nessuno dei coinvolti contesta realmente i principi della Teoria delle Elite. Non si tratta di una vera e propria lotta tra Teoria delle Elite e Populismo, ma di un dramma interno alla Teoria delle Elite, in cui la fazione legata a Internet insulta e diffama coloro che si sono spostati nel mondo reale per organizzarsi e creare una rete di contatti. E il punto è questo: probabilmente falliranno.

Non c’è bisogno di spiegare a nessuno che la forte influenza sionista cercherà di sovvertire il partito. Lo sanno tutti.

Non c’è bisogno di lezioni sul fatto che la democrazia sia un gioco truccato. Lo sanno tutti.

Non c’è bisogno di spiegare a nessuno come le frasi fatte di Lowe, tipiche dei “boomeristi”, potrebbero far fallire il progetto. Lo sanno tutti.

Si tratta di un processo in cui brave persone creano reti e si organizzano nel mondo reale, e per di più, provengono principalmente dalle nostre stesse cerchie. Hanno letto ” The Populist Delusion” di Academic Agent . Hanno assimilato i contenuti, hanno imparato, sono usciti e hanno cercato di metterli in pratica, solo per poi essere sommersi da secchiate di urina stagnante da parte della cricca che un tempo ammiravano.

Il sadismo della democraziaIl sadismo della democraziaMorgoth·22 aprile 2025Leggi la storia completa

Elite Theory è diventato un fenomeno mediatico perché non riuscivano a smettere di sparlare. Non gli bastava dire che il regime era invincibile; dovevano insinuare che tutti fossero degli imbroglioni, dei truffatori o dei burattini sionisti. Un’altra diretta streaming in cui davano del ritardato a tutti, un altro video saggio condiscendente e beffardo prima di nascondersi tra i folti baffi di Mosca quando venivano messi alle strette.

Da parte mia, mi considero un lealista, niente di più che un buon membro della squadra. Vedo persone come Charlie Downes, Harrison Pitt, Lucy White, Lewis Brackpool e Frank Wright come rappresentative della politica settaria del futuro. Non sono ottimista. È proprio perché soffriamo sotto un regime ostile che coloro che si muovono in questa direzione sono così critici.

La moneta di scambio di una società balcanizzata e settaria è la lealtà. La lealtà è il prerequisito per raggiungere qualsiasi obiettivo o costruire qualsiasi rete di contatti. Sono leale meno a un partito politico che a un gruppo. Sono leale agli individui che si espongono e rischiano di essere presi di mira per aver difeso il nostro popolo.

I nostri partiti e le nostre organizzazioni politiche sono così facilmente infiltrati e sovvertiti perché mancano di lealtà verso il gruppo. Questa è la preoccupazione comprensibile riguardo a un baby boomer come Rupert Lowe: la loro lealtà è rivolta a un insieme di principi e idee, non alle persone.

Ecco perché Restore Britain ha un aspetto alquanto schizofrenico. Persone con una mentalità tribale, come Downes e Pitt, si scontrano con chi ha principi “civnat” o universalisti. Chi prevarrà? Lo vedremo. Certamente, in termini di regime e dinamiche di potere, i non tribalisti, che non fanno distinzioni razziali, hanno un vantaggio strutturale. Ma questo progetto è in corso; non è ancora concluso.

Ecco perché, a mio avviso, i teorici dell’élite si dedicano così spesso alla diffamazione. Dopotutto, se tutti fossero degli imbroglioni e dei cinici bugiardi, cosa ci sarebbe da sostenere?

Si tratta di malafede mascherata da analisi seria. È, prima di tutto, un contenuto di scarso valore destinato a generare drammi.

Ho assistito a numerose conversazioni private di persone che si grattavano la testa confuse mentre le tirate dei Teorici dell’Elite degeneravano da “analisi prive di valori” in vere e proprie calunnie, distorsioni e veleno. E per cosa? Per dimostrare una tesi? Per attaccare l’unica organizzazione che ha alleati anche solo lontanamente vicini?

Da questo triste episodio abbiamo tratto molti insegnamenti, ma il più importante non riguarda la teoria politica, bensì l’importanza della lealtà.

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