Italia e il mondo

Marco D’Alberti, Giudicare il potere amministrativo, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Marco D’Alberti, Giudicare il potere amministrativo, Il Mulino, Bologna 2025, pp. 135, € 15,00.

Come scrive l’autore «Quello del controllo dei giudici sui poteri delle amministrazioni pubbliche è stato sempre un aspetto cruciale del diritto amministrativo» e «… fin del XVI secolo…il ruolo delle corti di giustizia è stato essenziale per individuare i limiti del potere pubblico nei confronti dei governanti». L’importanza della giurisprudenza è dovuta al fatto che il diritto amministrativo «non conosceva forme organiche di codificazione neppure in Paesi di civil law, furono i giudici a dettare le regole di fondo: in particolare, a  stabilire i limiti entro i quali le decisioni amministrative erano ritenute conformi agli imperativi della legalità». Il che comporta non solo la valutazione-interpretazione delle norme giuridiche, ma di elementi (e situazioni) non giuridici, extragiuridici e metagiuridici, se non  anche di mero fatto. E così la cultura e la formazione dei giudici, i nessi tra tipi di amministrazione e criteri adottati dai giudici per sindacarne l’operato. Senza sottovalutare che, nel XX secolo «Sono divenuti, poi, sempre più rilevanti i rapporti tra giudizi di corti ultranazionali e di giudici nazionali. In ogni caso, la prospettiva storica è essenziale per comprendere come il controllo del giudice abbia subito trasformazioni nel tempo e come sia giunto alle attuali configurazioni».

Il saggio è quindi diviso in capitoli che trattano delle origini ed evoluzione della giustizia amministrativa (sia nei paesi anglosassoni che in quelli continentali); il controllo giudiziale sull’istruttoria amministrativa; il controllo sui principi perché «ha assunto sempre maggiore importanza il controllo giurisdizionale dell’azione amministrativa alla luce dei principi di diritto» onde «occorre tenere in considerazione la formazione e l’evoluzione del principio di proporzionalità in un contesto giuridico più generale, che include non soltanto il diritto amministrativo, ma anche altri campi del diritto pubblico e, più di recente, si estende al diritto privato».

Poi l’autore prende in esame l’intensità (variabile) del controllo giudiziale oscillante tra deferenza e attivismo. Nel corso della storia «le tecniche del controllo giudiziale sull’azione amministrativa sono risultate e risultano assai eterogenee. Si registrano un’estensione e un’intensità variabili del controllo del giudice. Le variazioni si traducono in esiti diversi del sindacato. Per cui, il giudice – come si è soliti affermare nel corrente linguaggio proprio del dibattito internazionale in materia – oscilla tra la “deferenza” e l’ “attivismo” nei confronti delle decisioni assunte dalle pubbliche amministrazioni. Ciò dipende da vari fattori» che D’Alberti espone. L’ultimo capitolo auspica con maggiore equilibrio per una giustizia amministrativa futura «affinché vi sia autentica giustizia amministrativa, il controllo del giudice deve inserirsi in un contesto di garanzie più ampio, fatto di una serie di rimedi giurisdizionali e stragiudiziali»; d’altra parte una considerazione simile (tenuto conto dell’epoca e dell’assetto, delle istituzioni) la si trova già in Jellinek.

Concludendo: a differenza degli abituali testi di giustizia amministrativa fondati sull’analisi di atti e procedimenti giudiziari, questo presenta un quadro à tous azimouths, per capire la materia trattata. E questo è un tratto distintivo importante non solo per valutare la giustizia, ma ancor più per inserirla nell’insieme dell’istituzione-Stato e della comunità.

Teodoro Klitsche de la Grange

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NUOVI APPROCCI TEORICI E CONCETTUALI ALLO STUDIO DELLA GEOPOLITICA_recensione di Aniello Inverso

NUOVI APPROCCI TEORICI E CONCETTUALI ALLO STUDIO DELLA GEOPOLITICA

Volume I: Fondamenti, paradigmi e metodologie della geopolitica contemporanea

NEW THEORETICAL AND CONCEPTUAL APPROACHES TO THE STUDY OF GEOPOLITICS

Volume I: Foundations, Paradigms, and Methodologies of Contemporary Geopolitics

Collana Heartland – Storia e Teoria della Geopolitica

Edizioni Callive/Media&Books, Roma, 2026

Il volume dell’opera curata da Tiberio Graziani e Phil Kelly, Nuovi approcci teorici e concettuali allo studio della geopolitica. Volume I: Fondamenti, paradigmi e metodologie della geopolitica contemporanea (ISSN 9791281485525 – 2026), pubblicato nella collana Heartland – Storia e Teoria della Geopolitica, costituisce la prima parte del collettaneo all’interno della collana, inserendosi in un contesto internazionale caratterizzato da una continua reinterpretazione dei confini e della sovranità statale.

L’opera si sviluppa attraverso tre capitoli che affrontano rispettivamente i fondamenti teorici e le nuove basi concettuali della disciplina, la rilettura critica dei paradigmi classici, e infine le dimensioni di autorità, identità e ontologie del potere geopolitico. Il volume raccoglie tredici contributi di studiosi internazionali: Giorgia Cadei, Alberto Cossu, Ivelina Dimitrova, Éva Dóra Druhalóczki, Viktor Eszterhai, Alessandro Frandi, Vladimir Goliney, Tiberio Graziani, Phil Kelly, Alfredo Musto, Beatrice Parisi, Giuseppe Romeo e Andrea Salustri.​

Il primo capitolo, Epistemologia, metodo e nuove basi teoriche della disciplina, segna l’avvio della rifondazione teorica del volume, passando dal paradigma deterministico-spaziale della geopolitica classica a una scienza della connessione sistemica e relazionale. Dopo aver riconosciuto i limiti del determinismo mackindleriano, il capitolo ridefinisce i fondamenti concettuali integrando geografia fisica, teoria dei sistemi complessi e filosofia della relazione, aprendo alla temporalità attiva e agli immaginari simbolici come dimensioni costitutive del potere geopolitico.

Il primo lavoro, firmato da Phil Kelly, intitolato “A Critique of Mackinder’s Heartland Thesis with a Comparison of Three Continental Heartlands and How They Might Change in a Coming Era of International Chaos“, propone una rivalutazione critica della teoria dell’Heartland di Halford Mackinder alla luce dell’evoluzione dell’ordine internazionale. Kelly confronta tre heartland continentali: la regione di Charcas in Sud America (Bolivia), l’Eurasia e il Nord America; esplorando i diversi gradi di successo nell’applicazione del modello quadripartito originariamente formulato da Mackinder. L’autore identifica cinque omissioni critiche nella tesi originaria: la necessità che gli stati heartland siano effettivamente disposti ad espandersi territorialmente; la loro capacità effettiva di occupare, conquistare o acquistare regioni esterne; la distinzione tra impero ed egemonia come forme di controllo territoriale; l’importanza dei rimlands e del sea power come fattori limitanti; l’assenza di altri esempi continentali oltre all’Eurasia. Kelly incorpora concetti geopolitici aggiuntivi quali checkerboards (configurazioni in cui i vicini sono rivali ma i vicini dei vicini sono amici), rimlands (regioni adiacenti agli oceani che spesso si alleano con le potenze marittime contro gli heartland), shatterbelts (zone di turbolenza con interventi esterni) e sea power per spiegare i vincoli interni ed esterni che modellano l’influenza delle regioni heartland. Il saggio dimostra come l’heartland nordamericano sia il più riuscito nel completare tutti e quattro i requisiti mackindleriani, mentre quello eurasiatico rimane vincolato da ostacoli geografici, diversità culturali e rivalità geopolitiche, e quello sudamericano (Charcas) giace dormiente e isolato. Kelly conclude reinterpretando l’heartland non come un predittore fisso di dominanza ma come uno strumento analitico flessibile la cui rilevanza fluttua in base alle condizioni geopolitiche e ambientali, considerando le potenziali trasformazioni in relazione alla frammentazione regionale, all’ascesa della Cina e all’impatto del cambiamento climatico.​

Su questo quadro di revisione critica dei paradigmi classici si innesta il contributo di Tiberio Graziani con il saggio “Geopolitics as the Science of Connection: toward an epistemological foundation between Geography, System, and Relation“. Graziani propone una riformulazione radicale della geopolitica, concepita non più semplicemente come scienza dello spazio ma come scienza della connessione. Partendo dalla questione dello statuto disciplinare della geopolitica e dalla sua distinzione rispetto sia alla geografia politica sia alle relazioni internazionali, l’autore la reinterpreta come campo integrativo di secondo ordine che collega geografia, teoria dei sistemi, filosofia della relazione e scienze della complessità. La “connessione” viene analizzata attraverso tre dimensioni: ontologica (la connessione come struttura della realtà), epistemica (la connessione come principio di conoscenza) e applicativa (la connessione come infrastruttura materiale e immateriale). Graziani esplora il significato di “connessione” nelle scienze esatte. Dalla fisica dei sistemi complessi (Prigogine, Heisenberg) alla geometria differenziale (dove la connessione stabilisce regole di coerenza nello spazio curvo), dalla teoria delle reti informatiche (Barabási) alle scienze della vita (Maturana, Varela, neuroscienze), per poi risalire alla dimensione filosofica e metafisica, dalla metafisica classica (Aristotele, Stoici, Plotino, Leibniz, Spinoza) alle tradizioni orientali (Brahman, Tao, pratītya-samutpāda buddhista) fino alla metafisica tradizionale di Guénon e alla filosofia contemporanea della relazione (Whitehead, Deleuze e Guattari, Latour, Morin, Luhmann). L’obiettivo del lavoro è definire la geopolitica come scienza integrativa capace di tradurre la complessità globale in un quadro relazionale che unisce dimensioni materiali e simboliche, stabilendo una distinzione cruciale tra connectivity (l’infrastruttura empirica dei flussi: rotte commerciali, pipelines, backbone digitali) e connection (il principio cognitivo e sistemico che conferisce loro significato e ordine). Graziani conclude con una formulazione sintetica del paradigma: Geopolitica = f(Spazio × Connessione × Potere), dove la connessione agisce come principio dinamico che trasforma lo spazio in una rete di relazioni di potere, rendendo la geopolitica una metascienza della relazione che integra scienze della Terra e teoria dei sistemi in una visione unificata dello spazio politico globale.

Complementare alla proposta di Graziani sulla geopolitica come scienza della connessione, il saggio di Alberto Cossu, “Dal territorio alla connettività: ripensare il potere geopolitico nell’era multipolare“, approfondisce come l’esercizio del potere si sia evoluto oltre i paradigmi tradizionali basati su territorialità, forza militare e dominio stato-centrico. Se Graziani aveva proposto la connessione come principio epistemologico fondativo, Cossu dimostra come tale principio operi concretamente nella riconfigurazione del potere globale nell’era post-unipolare. Attraverso l’integrazione di approcci classici, geopolitica critica e teoria spaziale, l’autore propone una riconcettualizzazione del potere come fenomeno stratificato: materiale, relazionale, infrastrutturale e simbolico; dimostrando mediante l’analisi comparativa di casi emblematici, come la proiezione militare USA, l’espansione infrastrutturale cinese, l’influenza strategica russa, che lo spazio non è mero contenitore ma elemento costitutivo dell’esercizio del potere. Il saggio sviluppa una genealogia teorica dai paradigmi classici di Mackinder e Mahan fino al concetto di “potere della connettività” di Parag Khanna, secondo cui grandi progetti infrastrutturali creano «spazi funzionali che sfidano la sovranità territoriale classica». Cossu analizza sistematicamente il potere come processo multilivello che integra quattro dimensioni: materiale (capacità coercitive militari-economiche), relazionale (soft power e governance globale), infrastrutturale (reti di trasporto, energia, comunicazioni), e simbolica (narrazioni e identità collettive). Il contributo termina proponendo una teoria del potere connettivo che supera la dicotomia hard/soft power, integrando dimensioni materiali e immateriali in un sistema interconnesso che riflette la complessità delle relazioni internazionali contemporanee.

Proseguendo l’esplorazione delle nuove basi teoriche della geopolitica contemporanea, il saggio di Beatrice Parisi, intitolato “Time as a Geopolitical Tool: Weaponization of History under Vladimir Putin“, introduce la dimensione temporale come categoria geopolitica attiva, superando il paradigma spaziale che ha storicamente dominato la disciplina. Se i contributi precedenti avevano proposto la connessione e la connettività come principi epistemologici e strumenti analitici per reinterpretare il potere, Parisi dimostra come la temporalità, attraverso la manipolazione della storia e della memoria collettiva, costituisca essa stessa uno strumento di dominio geopolitico. L’autrice sostiene che «mentre il tempo è spesso trattato come uno sfondo neutrale, le interpretazioni del passato e le proiezioni del futuro modellano criticamente gli immaginari geopolitici», evidenziando come «la dimensione temporale diventi l’arena primaria in cui la sovranità e la legittimità del potere vengono rinegoziati». Il saggio sviluppa un’analisi interdisciplinare che integra filosofia, teoria politica e geopolitica critica, esplorando come la temporalità ciclica, dal ritorno eterno nietzschiano all’Ouroboros alchemico, dalla cosmologia platonica alla teoria organicista di Spengler, funzioni come lente ideologica e strategica nel discorso neoimperialista contemporaneo, alimentato dalla paura della ripetizione e del declino. Parisi ricostruisce come il potere simbolico operi attraverso i tre livelli di organizzazione temporale identificati da Koselleck: registrazione degli eventi, prolungamento narrativo e riscrittura, quest’ultima costituendo «una vera espressione di cronopolitica, poiché il controllo del passato è funzionale alla legittimazione delle azioni presenti». L’analisi si concentra sulla traiettoria della Russia sotto Vladimir Putin come risposta al trauma del collasso dei regimi, dimostrando come l’identità nazionale e le visioni strategiche siano costruite attraverso una temporalità radicata nella paura del declino e nel desiderio di restaurazione imperiale. Putin ha descritto il crollo dell’Unione Sovietica come «la più grande catastrofe geopolitica del XX secolo», attivando una nostalgia politica selettiva che non mira a restaurare l’ordine sovietico ma a selezionare elementi funzionali alla costruzione di continuità simbolica tra epoche zarista, sovietica e post-sovietica, mascherando le fratture storiche attraverso il riferimento alla «storia millenaria della Russia». Gli emendamenti costituzionali del 2020 trasformano «la politica della memoria in uno strumento di legittimazione politica», mentre la retorica del «nemico esterno», dall’Illuminismo alla perestrojka di Gorbačëv, interpretata come «cavallo di Troia dell’Occidente liberale», esternalizza sistematicamente le cause delle crisi interne. Concludendo l’autrice sottolinea come il controllo delle narrazioni temporali costituisca una risorsa geopolitica fondamentale che può essere riassunta nella formula: “chi controlla le narrazioni temporali controlla l’esercizio della sovranità”, reinterpretando l’analogia geografica di Spykman (“chi controlla l’Eurasia controlla il Destino del Mondo”) in chiave cronopolitica.

Con il saggio di Alessandro Frandi, “Geopolitical Imaginaries: narratives and symbolic struggles in global space“, il focus si sposta sulle dimensioni simboliche e discorsive del potere geopolitico, esplorando come narrazioni, rappresentazioni e immaginari modellino le gerarchie globali e legittimino pratiche strategiche. Se Parisi aveva dimostrato come Putin manipoli la storia e la memoria collettiva, Frandi fornisce il quadro teorico-metodologico della critical geopolitics per comprendere come gli immaginari geopolitici, quali “l’Occidente,” “l’Eurasia,” “il Sud Globale”, funzionino come strumenti di potere culturale piuttosto che descrizioni neutre dello spazio. Attingendo alla geopolitica critica, all’analisi del discorso e ai cultural studies, l’autore esamina la produzione e circolazione delle narrazioni geopolitiche attraverso media, diplomazia e retorica politica, con particolare attenzione alla Russia post-sovietica. Frandi ricostruisce i concetti chiave della disciplina: la critica della “trappola territoriale” di John Agnew che supera la visione stato-centrica westfaliana; le tre dimensioni identificate da Gerard Ó Tuathail (geopolitica popolare, pratica e formale) a cui si aggiunge la geopolitica dell’immaginazione; la decostruzione delle narrazioni egemoniche. Il contributo analizza sistematicamente gli strumenti della geopolitica simbolica russa: la narrativa della minaccia NATO; l’idealizzazione dello spazio imperiale che legittima interventi nei territori ex-sovietici; il controllo comunicativo che sostituisce “guerra” con “operazione militare speciale”; il soft power regionale. Frandi dimostra come Mosca costruisca consenso internazionale attraverso una narrativa civilizzazionale che presenta la Russia come “Stato-civiltà” distinto dall’Occidente, caratterizzato dalla religione ortodossa, dall’eredità storico-culturale e da una visione messianica. Termina sostenendo che la geopolitica simbolica, radicata in miti, storia e identità, è diventata dimensione chiave del potere nel XXI secolo, e che comprendere la geopolitica contemporanea richiede l’interpretazione dei linguaggi, simboli e immaginari attraverso cui il potere viene articolato, contestato e riprodotto nello spazio globale.

Il secondo capitolo, Riletture dei paradigmi classici e innovazioni concettuali, applica la rivoluzione teorica del primo alla riconfigurazione materiale del potere multipolare. Partendo dalla soggettività rimlandiana, transita attraverso la quantificazione dei poli regionali fino alla tecnopolarità come nuovo criterio gerarchico. Dopo aver stabilito il come teorico della conoscenza, il capitolo determina il dove e il quanto concreto del potere nello spazio globale.

Il capitolo si apre con il saggio di Iveлina Dimitrova, intitolato Reassessing the Geopolitical Role of the Rimland from Antiquity to Present Day, che propone una reinterpretazione dei paradigmi classici partendo dal concetto di Rimland. L’autrice sostiene che il Rimland non debba essere concepito «meramente come un oggetto di rivalità ma come un soggetto geopolitico capace di modellare il proprio futuro ed essere parte della formazione di un nuovo ordine globale». Attraverso un’analisi storico-geopolitica che spazia dall’Antichità al presente, Dimitrova ricostruisce come la fascia costiera che circonda la massa continentale eurasiatica abbia costituito «centri di potere, scambio economico e culturale, e innovazione» molto prima che il concetto ricevesse formulazione teorica con Spykman. Il contributo propone tre innovazioni concettuali: una trinità geopolitica tripolare (Heartland-Rimland-Periferia Marittima) che supera il dualismo terra-mare dei modelli classici; il concetto di soggettività del Rimland come attore autonomo capace di generare una terza via che integri caratteristiche continentali e marittime; una suddivisione analitica del Rimland in sei sub-Rimland (Euro-Mediterraneo, Arabo-Persiano, Indo-Pacifico, Sino-, Russo-Pacifico, Nordico-Artico), ciascuno con propria storia, struttura politica ed economia. Particolare attenzione viene dedicata al sub-Rimland mediterraneo come «culla della civiltà occidentale ed esempio di declino presente nella soggettività e potenziale rinnovamento». Dimitrova sviluppa, inoltre, tre scenari per il Mediterraneo: continuazione dell’equilibrio post-bellico (stabilità ma stagnazione); caos organizzato (vulnerabilità strategica e dipendenza esterna); rinascita attraverso multipolarità e auto-centrismo (trasformazione più ambiziosa ma più promettente). Il saggio conclude sostenendo che la comprensione del Rimland come soggetto geopolitico autonomo è essenziale per interpretare l’ordine multipolare emergente, dove «la geografia guadagna significato solo quando rafforzata da cultura, economia, identità collettiva e soprattutto da una visione per il futuro».

Complementare alla proposta di Dimitrova di una geopolitica tripolare, il saggio di Vladimir Andreevich Goliney, Theoretical aspects of polarity in Geopolitics and International Relations: the example of Inter-American System as a pole“, affronta la questione teorica della polarità nel sistema internazionale, colmando una lacuna critica, identificata nell’assenza di una definizione chiara del concetto di “polo”. Goliney fornisce una teorizzazione sistematica del concetto come elemento costitutivo dell’ordine multipolare emergente. L’autore evidenzia come «mentre esiste comprensione delle configurazioni “polari” nelle forme di mondi unipolari, bipolari e multipolari, non esiste una definizione chiara di “polo” come concetto». Attraverso un’analisi interdisciplinare che integra geopolitica, teoria delle relazioni internazionali e analisi quantitativa, Goliney ricostruisce il discorso sulla polarità dal secondo dopoguerra (Morgenthau, Waltz, Mearsheimer, Kaplan), evidenziando quattro aspetti: la centralità del concetto di potere/influenza; il carattere sistemico e gerarchico delle relazioni internazionali; l’emergere di modelli quantitativi per misurare il potere (Deutsch, Singer, Cline, Organski); l’inclusione di attori non statali (corporazioni, organizzazioni internazionali, associazioni regionali). Il contributo propone una definizione articolata del “polo” che varia in base anche al sistema internazionale: in un mondo unipolare, il polo è «un attore internazionale con risorse combinate sufficienti, leadership e influenza indivisa sulla coscienza pubblica e sugli affari globali»; in un mondo bipolare, esistono due poli che costruiscono sistemi internazionali alternativi; in un mondo multipolare, i poli consistono in «sistemi regionali guidati da un leader regionale che persegue politiche volte a implementare un progetto regionale piuttosto che globale». Utilizzando un modello quantitativo di potenziale geopolitico basato sulla formula G(t) = √(XT × XD × XE × XM) che integra territorio, demografia, economia e dimensione militare, Goliney dimostra empiricamente la distribuzione del potere nel sistema internazionale fino al 2035, identificando otto possibili poli regionali: europeo, eurasiatico, “Grande Cina”, inter-americano, America Latina, “Grande Africa”, Medio Oriente, “Grande Oceania”. L’analisi del sistema inter-americano come caso studio rivela come gli Stati Uniti mantengano l’egemonia regionale mentre il Brasile, pur avendo il potenziale per emergere come leader di un polo latino-americano autonomo, si trovi in una condizione di «leadership senza seguaci».

Il terzo contributo del secondo capitolo porta una prospettiva italiana alla riflessione sui paradigmi geopolitici. Giuseppe Romeo dell’Università di Torino, con il saggio Nuovi paradigmi geopolitici in un ordine tecnopolare, compie un’operazione teorica complementare ma radicalmente diversa rispetto ai primi due contributi. Mentre Dimitrova aveva proposto la soggettività del Rimland come terza via e Goliney aveva fornito una definizione analitica del concetto di polo, Romeo argomenta come il progresso tecnologico sta ridefinendo le stesse categorie spaziali della geopolitica classica, producendo «nuove geografie, centri e periferie all’interno di un ordine post-globale, multipolare, se non tecnopolare». Partendo da una ricognizione epistemologica che recupera le origini della disciplina (Ratzel, Kjellén, Mackinder, Spykman), Romeo sostiene che «dovremmo metterci d’accordo, nel nostro e nel prossimo tempo, che cosa si intende e si intenderà per spazio», poiché la dimensione geografica tradizionale viene progressivamente sostituita da una «geopolitica degli orizzonti progressivi» dove il differenziale tecnologico determina nuove centralità e marginalità. Il saggio sviluppa una critica radicale al modello unipolare americano attraverso l’analisi del caos costruttivo come strumento di egemonia fallito. Ciò che si osserva è che ogni progetto di nuovo ordine è franato proprio nell’essere stato subordinato a una prospettiva unilaterale di un caos strumentale per un divide et impera. Romeo reinterpreta criticamente le posizioni di Brzezinski e Dugin non come antitetiche ma come espressioni di una medesima logica di ridefinizione dei rapporti centro-periferia, evidenziando come il «riposizionamento del mondo orientale in campo politico ed economico si dimostra ogni giorno come un processo ineluttabile». La categoria teorica centrale proposta è quella di tecnopolarità: «Il concetto di tecnopolarità è di per sé sufficiente a esprimere le traiettorie che saranno seguite dalla geopolitica del Millennio, dettando regole di comprensione e di interpretazione degli interessi delle grandi potenze […] ricondotte su un piano di indipendenza economica, imperialismo e/o colonialismo tecnologico». Romeo sostiene che la supremazia nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie quantistiche rappresenta il nuovo fattore di potenza, superando il controllo delle materie prime e delle rotte commerciali come determinanti geopolitiche. Prospettando un sistema internazionale caratterizzato da «mobilità delle persone, dalla sempre più stretta contaminazione dei bisogni e delle aspettative dei popoli e dalla sostenibilità di una politica capace di garantire nuove forme di cooperazione», dove la stessa sovranità statale viene ridefinita in termini di «indipendenza tecnologica e di condizioni di accesso a pari opportunità di utilizzo delle risorse digitali».

Il terzo capitolo si innesta direttamente sul percorso teorico costruito nei primi due capitoli, completandolo sul piano ontologico‑normativo. Nel primo capitolo, la geopolitica veniva ripensata nei suoi fondamenti epistemologici, criticando il determinismo spaziale classico e aprendo alla dimensione costruttivista, sistemica e metodologica della disciplina. Nel secondo capitolo, questa revisione si traduceva in nuove architetture spaziali e strutturali del potere: dalla soggettività del Rimland e della sua articolazione in sub‑Rimland, alla ridefinizione quantitativa dei poli del sistema internazionale, fino alla tecnopolarità come nuovo criterio di gerarchia basato sul differenziale tecnologico. In questa traiettoria, il terzo capitolo rappresenta il passaggio decisivo: dopo aver ridefinito il dove del potere (spazio) e il quanto del potere (potenziale), esso interroga il come e il perché del potere, cioè le forme di autorità, le identità e le ontologie che rendono legittimo o contestabile l’esercizio della potenza nello spazio. L’attenzione si sposta dunque dalla configurazione materiale e tecnico‑strutturale del sistema (Heartland/Rimland, poli, ordine tecnopolare) alle grammatiche morali, culturali e simboliche che definiscono chi può legittimamente guidare, con quali narrazioni e con quale forma di leadership (coercitiva, egemonica, morale).

Il capitolo si apre con il saggio di Viktor Eszterhai ed Éva Dóra Druhalóczki, The Kingly Way: Rethinking Political Authority in Geopolitics, che propone un ripensamento dell’autorità geopolitica a partire dalla filosofia politica cinese. Gli autori mostrano come sia la geopolitica classica sia quella critica, pur divergendo su geografia e discorso, condividano una concezione del potere centrata sulla coercizione materiale o discorsiva, relegando la dimensione etica e la legittimità a variabili secondarie. In alternativa, il saggio introduce la tripartizione confuciana tra qiangquan (tirannia), baquan (egemonia fondata sulla forza) e wangdao (la “via regale”, autorità umana), sostenendo che quest’ultima configura un modello relazionale e valoriale di autorità, radicato in etica, legittimità culturale e riconoscimento morale. Inserito nel quadro cosmologico di Tianxia (“Tutto‑sotto‑il‑Cielo”), wangdao viene interpretato come forma di leadership in cui il potere deriva dalla virtù (de), dal consenso del popolo (minxin) e da un’immagine internazionale positiva, più che dalla sola capacità coercitiva. Il sistema tributario storico è analizzato come traduzione istituzionale di questa logica. Una gerarchia asimmetrica ma fondata su reciprocità rituale, reputazione e attrazione morale, vicino a una proto‑soft power order regionale. Riprendendo Yan Xuetong, gli autori sostengono che la “leadership morale” possa costituire una strategia geopolitica non coercitiva, soprattutto se integrata con la geopolitica analitica di Morgado, dove wangdao funge da filtro normativo delle percezioni degli agenti geopolitici, misurabile attraverso l’immagine internazionale (discorso di politica estera, soft power, comportamento nelle istituzioni multilaterali). In questo modo, il saggio collega la riflessione sui nuovi spazi e poli del potere sviluppata nei capitoli precedenti alla questione decisiva di chi può guidare quel sistema e con quale forma di autorità: non solo potenza, ma credibilità morale come variabile geopolitica.

Il secondo contributo del terzo capitolo applica il framework teorico del primo a un caso empirico concreto. Identificato nella Turchia come attore liminale. Giorgia Cadei nel saggio Turkey’s Liminal Position: Rethinking Geopolitics through Identity and Ontological Security, sostiene come la geopolitica tradizionale fallisce nel spiegare i comportamenti “irrazionali” degli Stati in un mondo ibrido, proponendo un paradigma geopolitico guidato dall’identità che integra liminalità, insicurezza ontologica e Sèvresphobia. La Turchia, ponte strategico tra Europa, Eurasia, MENA e NATA, genera volatilità politica e imprevedibilità. Cadei identifica tre dimensioni interconnesse: Sèvresphobia (paranoia storica di smembramento post‑Trattato di Sèvres 1920), insicurezza fisica (nemici esterni/interni) e insicurezza ontologica (crisi identitaria kemalista vs. neo‑ottomana islamica, con AKP come post‑islamismo che concilia Islam e costituzionalismo). Attraverso casi studio, quali le relazioni ambivalenti con Israele/Arabia (da partnership strategica a leadership regionale), i bilaterali Russia/Ucraina/EU (mediazione armata), il Sofa Gate (sfida gerarchica), la deriva autoritaria (arresto İmamoğlu), Cadei dimostra come la Turchia agisca come security‑seeker ibrido, bilanciando Occidente e Oriente per preservare sovranità e identità. Questo approccio rafforza il capitolo esplicitando come la Turchia esemplifichi il modo in cui le ontologie identitarie (liminalità) generino strategie geopolitiche non solo materiali ma narrative e simboliche. 

Andrea Salustri, con il saggio Redistribution and Social Investments. A Soft Power Perspective on European Welfare, chiude il Capitolo III e l’intero volume spostando l’analisi ontologica dell’autorità dal caso asiatico/turco (wangdao, liminalità) all’UE come attore geopolitico normativo. Salustri ridefinisce le politiche di welfare come strumento geopolitico duale che agisce internamente per stabilizzare asimmetrie tra core (frugali) e periferia (PIGS), ed esternamente come soft power normativo alternativo al neoliberismo USA e al capitalismo statale cinese. L’autore critica la geopolitica classica (Mackinder, Spykman) per aver ignorato il welfare come governance spaziale relazionale e discorsiva, proponendo un approccio interdisciplinare (discorso, comparazione, riflessione critica) che integra geografia critica e governmentality foucaultiana. Il Social Europe agisce come moral economy attraverso narrazioni di solidarietà, integrazione/coesione e responsabilità/resilienza, ma genera paradossi quali la digitalizzazione che esclude anziani/rurali, i migranti qualificati che superano i locali, la precarietà intellettuale in era AI, con dinamiche insider/outsider che stratificano lo spazio EU (cohesion policy, European Semester, RRF). Questo saggio completa il capitolo mostrando come, dopo l’autorità morale confuciana e l’identità liminale turca, l’UE esemplifichi il modo in cui il welfare produca ontologie di potere soft, redistribuendo non solo risorse ma spazio geopolitico normativo e culturale.

In conclusione, il volume si distingue per la rifondazione teorica della geopolitica attraverso un’architettura tripartita che integra epistemologie relazionali, analisi quantitative e ontologie normative del potere. La progressione dal fondamento teorico alla materializzazione spaziale fino alle grammatiche normative del potere offre strumenti analitici sofisticati per interpretare dinamiche complesse come la competizione sino-americana, la cronopolitica russa e il welfare europeo come governance spaziale. L’approccio interdisciplinare che dialoga con fisica quantistica, filosofia della relazione e governmentality foucaultiana risponde alla complessità multipolare del XXI secolo. Studiosi, analisti e decisori politici vi troveranno categorie operative per superare retoriche emergenziali e nostalgie deterministiche, rendendo la geopolitica scienza della connessione e strumento essenziale per navigare l’ordine internazionale emergente.

L’autore: Aniello Inverso – Laurea magistrale in ‘Investigazione, Criminalità e Sicurezza Internazionale’, presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma. Laurea triennale in ‘Scienze politiche e delle relazioni internazionali’ presso l’Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’. Analista presso Vision & Global Trends International Institute for Global Analyses, nell’ambito del progetto Società Italiana di Geopolitica. Il suo ultimo saggio è:  Geopolitica vettore dell’ordine globale. Dinamiche spaziali e attori strategici nella trasformazione del sistema internazionale” (prefazione di Stefano de Falco – Callive, 2025 – ISBN 9791281485310 – Collana Heartland ISSN 3035-322X)

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Con l’uccisione di Seif al-Islam, svanisce l’unica opzione credibile per la riunificazione della Libia_di Bernard Lugan Commento di Giuseppe Germinario

Una settimana fa, il 3 febbraio, è stato assassinato a Zintan, a sud-est di Tripoli, Seif al-Islam Gheddafi. Si chiude, quantomeno si vorrebbe chiudere, il tragico cerchio tracciato con l’assassinio brutale di suo padre, Muammar Gheddafi nel 2011. A determinare la fine di Seif avrà contribuito sicuramente la tentazione di recuperare o estorcere da parte di qualche banda o clan locale parte del tesoro nascosto detenuto dalla famiglia. Non bisogna dimenticare che gran parte di quelle ricchezze sono state congelate all’estero nei depositi dei cosiddetti liberatori della Libia dalla dittatura; il sospetto che in realtà buona parte di quei beni, in particolare in Francia e Regno Unito, si siano già dileguati o rimangano preda agognata dei liberatori si insinua perniciosamente. Gli antefatti trapelati negli anni scorsi che hanno visto coinvolti alte cariche de “la Republique” sono un utile indizio all’individuazione prosaica dei moventi che hanno spinto a queste azioni così scellerate.

Sarebbe, però, riduttivo attribuire all’avidità e allo spirito predatorio dei singoli soggetti politici la motivazione e il successo in simili azioni così infami, pur poco originali. Trovano spazio in dinamiche e cicli di lungo periodo. Nella fattispecie, in Libia, nella gestione e nel condizionamento del moto indipendentista da parte delle potenze straniere: da una parte il mondo anglosassone, del Regno Unito in particolare, artefice di un sistema similconfederale di accordo tra le tribù e i clan che lasciasse grande spazio alla autonomia e alle rivalità tribali e claniche circoscritte da una debole monarchia, rappresentata nel dopoguerra sino al ’69 da re Idris; dall’altra la costruzione di una struttura statale più centralizzata sostenuta dai due clan libici più importanti e corroborata dalla istituzione di un consiglio tribale e clanico che raccogliesse le istanze di tutti i gruppi presenti nel paese. Il regime di Gheddafi è stato l’espressione vincente di questa ultima dinamica, favorita dal bipolarismo e dall’esistenza del movimento terzomondista. Ci hanno pensato i franco-britannici, con l’accondiscendenza degli Stati Uniti di Obama e l’iniziale diffidenza dei turchi, a rompere dopo lunga gestazione, con presenza discreta sul posto di proprie truppe speciali, il giocattolo unitario libico. Una operazione che è riuscita a dissolvere, ma non a ricostruire, ammesso che lo si sia voluto, su basi più tenui una parvenza di stato unitario. In questo quindicennio gli attori internazionali presenti sul terreno, a cominciare dalla Turchia, si sono moltiplicati parimenti al numero delle fazioni in loco che ambiscono al primato e alla vendetta, a cominciare dal clan di Misurata, eterno perdente dei decenni precedenti.

E l’Italia!? La classe dirigente e le leadership politiche si stanno cacciando ormai da tempo, progressivamente nella stessa situazione sperimentata tragicamente piu volte, con le sole eccezioni del periodo di Cavour e Giolitti, anche se in tono minore rispetto ai tracolli catastrofici della Germania. Con l’inchino a Obama e alla sua velenosa concessione di “caduta in piedi” Berlusconi ha ceduto alle “frattinate” del suo ministro degli esteri partecipando a pieno titolo, molto più di quanto la narrazione abbia lasciato intendere, alla infamia dell’intervento in Libia. Una adesione che, al netto dei pesanti ricatti personali subiti, avrebbe potuto essere evitata e addirittura dovuto ostacolare tanto da contrapporre con un po’ di astuzia e determinazione almeno nella fase preliminare dell’operazione atti contrari, quando l’intervento alleato era svolto ancora in modalità coperta e poteva subire una battuta di arresto senza eccessivi danni di immagine. Il ruolo dell’Italia è proseguito sulla stessa falsariga di quello alla exJugoslavia di tredici anni prima, ma con minori contrasti interni ed effetti ancora più disastrosi ed irreversibili
Il danno economico provocato all’economia italiana è stato pesante, quantificabile in una perdita immediata di circa centoquarantamila posti di lavoro
Si registra una prima perdita di controllo dei flussi migratori da aree problematiche nella loro gravità
Nel medio periodo, aspetto ancora più significativo, si innesca una dinamica di progressiva riduzione della diversificazione delle forniture energetiche a basso costo e dai flussi garantiti
Tra questi tre esiti, pur nella loro gravità, manca quello più importante e strategico. l’Italia, a partire dagli anni ’90, ma soprattutto dall’intervento in Libia, si è allontanata progressivamente da un ruolo attivo e relativamente autonomo nel suo vicinato, nella fattispecie dal Mediterraneo, dal Nord Africa e Medio Oriente e dai Balcani, sino ad essere risucchiata progressivamente e supinamente nelle politiche e nella aggressione russofoba all’estremo lembo orientale dell’Europa.
Eppure le occasioni per ritagliarsi almeno in Africa e in Libia un ruolo più autonomo non sono mancate, a cominciare dalla possibilità di sostenere l’uomo politico più popolare in Libia, fautore credibile di una riconciliazione e riunificazione di quel paese da costruire sulla concreta base sociale di quel paese, Saif al Islam Gheddafi. Lugan descrive molto bene, nel suo articolo e in numerosi altri testi e libri, quel contesto, anche se spesso e volentieri glissa volentieri, direi comprensibilmente, sulle ragioni politiche delle scelte dei leader del suo paese.

Il governo Meloni, in particolare la leader, non ostante la retorica della difesa dell’interesse e del protagonismo nazionali, non si è di fatto significativamente distaccata da queste dinamiche adottate per altro più o meno convintamente da tutti gli ultimi governi. Ha scelto di collocarsi, per reazione all’atteggiamento ostile, apertamente della Francia e subdolo della Gran Bretagna nei suoi confronti, all’ombra della Turchia, imbarazzante nella sua pochezza e nella sua manifestazione di debolezza.
Una spia, un campanello di allarme che dovrebbe porre sotto una luce diversa, se non proprio opposta, altri atti presentati, altrimenti, dalla stessa come momenti di svolta rivoluzionari e innovativi, pur nuovi rispetto all’immobilismo dei governi tecnici e di centrosinistra.
Tra questi:
Il piano Mattei sull’Africa, in realtà vissuto scarsamente di luce propria e dipendente in larga misura dai finanziamenti veri e presunti dei fondi statunitensi

Le inspiegabili, politicamente gratuite e compiacenti, cessioni azionarie ai fondi americani di ENI, Poste Italiane, e rete telefonica primaria
Ultimo aspetto, forse il più geopoliticamente significativo: la possibile adesione, sollecitata recentemente dalla Commissione Esteri della Camera, al cosiddetto Trimariun che dovrebbe collegare in uno stretto sodalizio i paesi che corrono dal mar Baltico, al mar Nero, al mare Adriatico. Occorre spendere su questo qualche parola in più. Il documento prodotto dalla Commissione enfatizza i vantaggi economici e commerciali di tale adesione: renderebbe il porto di Trieste strategico nella sua collocazione, perché lo renderebbe un hub indispensabile a garantire e intersecare i flussi verso l’Europa Orientale, con quelli verso il Centro Europa e quelli che si dipartono oltre Atlantico, in particolare verso gli Stati Uniti. Tutto vero! Rimangono però due aspetti non proprio secondari da considerare: chi avrà in mano l’effettiva gestione del porto di Trieste? Ancora più importante da sottolineare è il fatto che il Trimariun, altrimenti detto Intermarium, assume finalità e scopi principalmente militari di separazione definitiva e contrapposizione ostile alla Russia. È soprattutto una cintura e un corridoio militare promosso dai paesi più bellicisti dell’Europa Orientale, una sorta di cordone sanitario. Per gli interessi strategici e le priorità nazionali Italiane avrebbe senso una collaborazione esterna sugli aspetti economici civili all’iniziativa piuttosto che una adesione politicamente costrittiva al consorzio. Una faciloneria, o presunta tale nei suoi aspetti subdoli che rischia di trascinare ancora una volta l’Italia in conflitti contrari e opposti ai propri interessi  Buona lettura, Giuseppe Germinario

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Nominato il 14 settembre 2015 dal Consiglio Supremo delle Tribù della Libia come suo rappresentante legale, quindi unico autorizzato a parlare a nome delle vere forze vive della Libia che sono le tribù, candidato alle elezioni presidenziali libiche, Seif al-Islam era l’unico in grado di ricostituire l’alchimia tribale polverizzata dall’ingiustificabile intervento militare franco-NATO del 2011. Poteva farlo perché era legato da vincoli di sangue sia alla grande confederazione tribale degli Awlad Sulayman della Tripolitania da parte di padre, sia a quella dei Sa’adi della Cirenaica da parte di madre. Attraverso la sua persona, era quindi possibile ricostituire l’ordine istituzionale libico smantellato dalla Francia e dalla Gran Bretagna in nome della «democrazia» e dei «diritti umani».

Oggi è illusorio pretendere di ricostruire la Libia senza tenere conto dell’archeologia e persino dell’alchimia tribale su cui si basano tutte le definizioni culturali, politiche, sociali, economiche e religiose del Paese. Tuttavia, poiché la soluzione passa attraverso la riattivazione del sistema politico-tribale costruito dal colonnello Gheddafi, e non attraverso l’imposizione di un sistema democratico “alla occidentale”, l’annuncio della morte di Seif al-Islam, figlio del defunto colonnello, non è una buona notizia per il futuro della Libia. Seif al-Islam, che aveva il sostegno del consiglio delle tribù, era infatti l’unico in grado di ricostituire il sottile sistema politico creato da suo padre, poiché attraverso la sua persona era possibile ricostituire l’ingranaggio delle alleanze tra le due principali confederazioni tribali del Paese.

Con una superficie di 1.759.540 km² e una popolazione di quasi 7 milioni di abitanti nel 2021, la Libia è un’immensità vuota. Più del 90% dei libici vive in città e oltre l’80% è concentrato lungo la costa mediterranea. La Libia, che fa parte sia del Maghreb che del Mashreq, è costituita da tre aree con forti caratteristiche geografiche, umane, storiche, politiche ed economiche:

1) A ovest, la Tripolitania con la capitale Tripoli, è delimitata a nord dal Mediterraneo. La regione è chiusa sui suoi tre lati terrestri da tre vasti complessi desertici: a sud l’immenso altopiano roccioso della Hamada el Hamra, a ovest le dune del Grand Erg Oriental e a est, separandola dalla Cirenaica, la regione delle Sirti (sabbia in greco), che costituisce un avamposto del Sahara verso il Mediterraneo. A sud delle Sirte, nella depressione della Joffra, le tre oasi di Waddan, Hun e Sukna presentano pascoli e palme.

A nord, il Jebel Nefusa, che raggiunge un’altitudine massima di 837 metri e presenta una vegetazione tipicamente mediterranea, è separato da scarpate rocciose che dividono pianure e altipiani dalla stretta pianura costiera della Djefara. Quest’ultima, che nasce nel sud della Tunisia, è come stretta in una morsa tra il Mediterraneo e il Jebel, che digrada in un vasto altopiano che scende verso sud. A sud, la Tripolitania è costituita da una vasta regione particolarmente inospitale,

2) A est, separata dalla Tripolitania da un blocco sahariano largo oltre 1000 chilometri, la Cirenaica, con capoluogo Bengasi, guarda verso l’Egitto. La regione è dominata dal Jebel Akhdar (la montagna verde). Lungo circa 300 chilometri e largo circa 100, quest’ultimo è formato da due creste parallele separate da un altopiano la cui larghezza varia da 3 a 25 chilometri e che digrada dolcemente verso sud su regioni sempre meno piovose fino al deserto. Tra la parte bassa del Jebel e il mare si estende una stretta fascia costiera la cui larghezza massima è di 20 chilometri alle spalle di Bengasi. Grazie alla presenza del Jebel Akhdar, la regione riceve tra i 300 e i 500 mm di pioggia all’anno.

3) Il Fezzan è una regione bassa occupata in gran parte da vaste distese di dune, gli edeyen (erg), che formano le due grandi depressioni di Mourzouk e Oubari. L’edeyen di Mourzouk ha una superficie di circa 60.000 km² completamente desertica. Nel sud del Fezzan, i serir, regioni pianeggianti dal terreno soffice, sono altrettanto inospitali. A sud-est, la regione di Koufra con le sue oasi è isolata alla fine di una pista racchiusa tra due mari di sabbia. La traversata del Fezzan, o Sahara libico, avveniva tradizionalmente seguendo corridoi tracciati da linee di oasi incastonate in altipiani rocciosi e immense distese di dune ostili.

Dal punto di vista economico, la Libia è il settimo produttore mondiale di petrolio e detiene il 3,5% delle riserve mondiali accertate. Il petrolio libico è di buona qualità, facile da estrarre e poco costoso, poiché lo sfruttamento avviene principalmente sulla terraferma. Esistono pochi giacimenti in sfruttamento in mare. Di conseguenza, i costi tecnici sono bassi. La Libia occupa il 22° posto nella classifica mondiale per il gas, ma il grande potenziale libico in questo settore è ancora largamente sottoutilizzato per ragioni economiche e di sicurezza. La Libia è teatro di un complesso gioco di influenze tra numerosi paesi a causa delle sue potenzialità energetiche (gas e petrolio), ma anche per la sua posizione geografica.

La guerra insensata scatenata contro il colonnello Gheddafi nel 2011 è stata seguita dalla rovina di un paese prospero, dalla sua divisione territoriale e da una guerra civile atroce. Oggi, la situazione della sicurezza in Libia è ancora fortemente deteriorata. Gli scontri armati sono frequenti. Anche le zone di confine con Niger, Ciad, Sudan, Tunisia e Algeria sono instabili. La Libia è oggi un paese frammentato da diversi conflitti.

La grande originalità politica della Libia è che si tratta di una società con due dinamiche, quella del potere e quella delle tribù. La costante socio-politica è la debolezza del potere rispetto alle tribù. Numerose decine, se contiamo solo quelle principali, ma diverse centinaia se prendiamo in considerazione tutte le loro suddivisioni, le tribù libiche sono raggruppate in çoff (alleanze o confederazioni) con alleanze tradizionali mutevoli all’interno delle tre regioni che compongono il Paese.

Tradizionalmente, le tribù più forti agivano come veri e propri “apripista” poiché controllavano gli immensi corridoi di nomadizzazione dell’asse Mediterraneo-Fezzan. Le tribù più deboli praticavano invece un semi-nomadismo regionale.

Il colonnello Gheddafi aveva mantenuto il sistema tribale, inquadrandolo però in un sistema amministrativo moderno, con prefetture (muhāfazāt) e comuni (baladīyat). Coloro che nel 2011, in nome dell’ingerenza democratica, hanno rovesciato il suo regime hanno fatto a pezzi questa sottile alchimia tribale e provocato direttamente il caos.

In Libia, la realtà politica si basa infatti sull’equilibrio e sui giochi di potere tra le confederazioni tribali e regionali. In Libia esistono tre grandi confederazioni tribali (coff o saff): la confederazione Sa’adi nella Cirenaica, la confederazione Saff al-Bahar nel nord della Tripolitania e la confederazione Awlad Sulayman che occupa la Tripolitania orientale e interna, nonché il Fezzan.

Il colonnello Gheddafi aveva fondato il suo potere sull’equilibrio tra questi tre grandi çoff. Proveniente dalla tribù dei Qadhadfa, il cui centro è la città di Sebha, Muammar Gheddafi sposò una Firkeche, un clan della tribù reale dei Barasa, un matrimonio che gli permise di stringere un’alleanza tra i Qadhafda e le grandi tribù della Cirenaica legate ai Barasa. Il suo potere si estese quindi a tutta la Libia, poiché si basava sulle tre grandi confederazioni tribali del Paese:

– quella della Cirenaica con la confederazione Sa’adi che riunisce le tribù alleate dei Barasa,

– quella del corridoio che va dalle Sirti al Fezzan e al Ciad, con una propria confederazione, quella degli Awlad Sulayman (Ouled Slimane).

– quella della Tripolitania settentrionale attraverso la confederazione al-Bahar, grazie ai suoi alleati, i Margarha di Sebha, il cui centro è la città di Waddan, a circa 280 km a sud di Sirte.

Al di là di una nuova guerra di tutti contro tutti e delle schiere democratiche, oggi sono possibili due opzioni: o la ricostruzione di uno Stato forte, o la presa in considerazione delle realtà confederali.

1) La ricostituzione di uno Stato forte è un’opzione che implicherebbe un ritorno alla situazione precedente con l’emergere di un nuovo «colonnello Gheddafi» in grado di riunificare il Paese. L’assassinio di Seif al-Islam rende questa opzione irrealizzabile.

2) La costituzione di due poli confederati (Tripolitania e Cirenaica), che sancirebbe il riconoscimento ufficiale della frammentazione della Libia, ma avrebbe il vantaggio di circoscrivere le lotte di potere all’interno di due regioni e quindi di limitare l’effetto domino regionale. Oggi, due governi si contendono il potere: il governo di unità nazionale (GNU) con sede a Tripoli, nella parte occidentale del Paese, guidato da Abdelhamid Dbeibah e riconosciuto dall’ONU, e le autorità di Bengasi, nella parte orientale, controllate dal maresciallo Haftar e dai suoi figli, che hanno esteso la loro presenza militare nella parte meridionale del Paese.

Finora tutti i tentativi di pace sono falliti perché, come diceva Albert Einstein, «non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare che lo ha generato». Tuttavia, allontanandosi come sempre dalla realtà, la «comunità internazionale» persiste nei suoi due errori principali:

1) Le tribù, uniche vere forze politiche del Paese, sono in realtà escluse dal processo politico.

2) L’unica soluzione proposta è ancora una volta un programma elettorale. In altre parole, solo chiacchiere…

Né le milizie della Tripolitania né la città di Misurata vogliono sentir parlare della fine della loro autonomia. Questa ricca e potente città situata all’estremità orientale della Tripolitania è storicamente, culturalmente, religiosamente, politicamente e militarmente orientata verso la Turchia.  Vuole assumere il controllo della Tripolitania per poter affrontare direttamente la confederazione tribale della Cirenaica, con cui è in rivalità secolare. Se la Turchia sostiene il governo di Tripoli e dispone di basi militari nella regione, la Russia e l’Egitto fanno lo stesso con il generale Haftar in Cirenaica.

La “nuova linea dura” di Putin?(1,2,3)_di Gordon Hahn

La “nuova linea dura” di Putin?

Gordon Hahn20 gennaio∙Pagato
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Diversi acuti osservatori delle relazioni internazionali, della diplomazia, delle relazioni russo-occidentali e della guerra NATO-Russia in Ucraina – ad esempio, il perspicace Alexander Mercouris – sostengono che il discorso del presidente russo Vladimir Putin del 15 gennaio, durante la cerimonia di accettazione delle credenziali dei nuovi ambasciatori a Mosca, abbia segnato una nuova linea dura. La nuova linea, secondo questi osservatori, era evidente nell’insistenza di Putin affinché l’Occidente coinvolgesse la Russia nei colloqui su una nuova architettura di sicurezza per l’Europa. Personalmente, non riesco a vedere in questo discorso nulla che rappresenti una nuova linea dura. Piuttosto, vedo una manifestazione di una possibile nuova linea dura nell’escalation della guerra aerea russa contro l’Ucraina, ma anche qui dubito del significato di un’eventuale intensificazione dello sforzo bellico da parte del Cremlino e del suo collegamento con le recenti escalation tra Ucraina e Occidente.

La versione della “nuova linea dura” è che si tratti della risposta di Mosca al tentato assassinio di Putin con un drone nella sua residenza di Valdai, dove alcune fonti sostengono che non fosse localizzato al momento in cui Kiev ha lanciato circa 91 droni in direzione della residenza, nonché alla guerra tra Stati Uniti, Regno Unito e Ucraina contro le petroliere che trasportavano petrolio russo e all’attacco ucraino di Capodanno a un hotel a Khorly, nella regione di Kherson, in cui sono morti circa 25 civili ( https://www.theguardian.com/world/2026/jan/01/new-year-drone-strike-kills-24-in-russian-occupied-ukraine-moscow-says ). Si sostiene inoltre che Putin sia rimasto bloccato in consultazioni per la prima decade di gennaio per elaborare una nuova linea dura e una risposta a questi attacchi.

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Per quanto riguarda il presunto attentato al presidente Putin del 28 dicembre , è improbabile che il Cremlino possa capire se il presidente statunitense Donald Trump fosse un partecipante volontario o un inganno della CIA nel complotto per incastrare Putin dopo la loro telefonata prima dell’incontro con il leader ucraino Volodomyr Zelenskiy. In questo racconto, Trump chiamò Putin prima dell’incontro con Zelenskiy e gli chiese di rimanere al suo posto in modo da poterlo contattare sui risultati dell’incontro. In questo modo, Putin rimase al suo posto mentre i droni venivano puntati su Valdai durante l’incontro Trump-Zelenskiy. A mio avviso, è più probabile che, se Putin si trovava effettivamente a Valdai e Trump lo avesse “incastrato” in quella località, allora si sia trattato di una macchinazione messa in atto dal direttore della CIA John Radcliffe, dal segretario Marco Rubio e forse da altri funzionari dell’amministrazione per intrappolare Trump nel complotto e rovinare le relazioni tra Stati Uniti e Russia. Un simile affondamento, tra l’altro, sarebbe stato prevedibile indipendentemente dal fatto che Putin fosse stato assassinato, non assassinato ma a Valdai, o meno a Valdai. In ogni caso, Trump può essere considerato un complotto per assassinare Putin, soprattutto dai funzionari russi più americanofobi, e Putin deve ora nutrire seri dubbi sulla fiducia nella sua controparte americana. Quindi, senza dubbio, l’episodio dell’assassinio è certamente un motivo per il Cremlino di indurire la sua linea. Tuttavia, va ricordato che, nonostante queste oscure possibilità, il Cremlino è pronto a ricevere il capo negoziatore di Trump, Steven Whitkoff, e Jared Kushner. Pertanto, la nuova linea dura potrebbe essere molto più dura.

Va anche tenuto presente che la guerra delle petroliere contro le esportazioni di petrolio russo ha raggiunto il culmine a fine dicembre, prima della pausa di Capodanno di Putin a inizio gennaio. Quindi anche questo è uno dei fattori che hanno spinto Putin a adottare una nuova linea dura, la cui durezza non dovrebbe essere esagerata.

Il discorso di Putin del 15 gennaio non rivela alcun cambiamento di atteggiamento nei confronti degli americani o del presidente Trump. Nessuno dei due viene nemmeno menzionato. Anzi, anziché essere una dichiarazione spartiacque di una nuova linea dura, il discorso di Putin non è stato altro che una serie di affermazioni stereotipate tipiche del presidente. Il passaggio rilevante, che segue il ricordo ai nuovi ambasciatori dell’importanza della Carta delle Nazioni Unite, recita:

“  La sicurezza deve essere veramente completa, e quindi uguale e indivisibile, e non può essere garantita per alcuni a scapito della sicurezza di altri. Questo principio è sancito nei documenti giuridici internazionali fondamentali.

Trascurare questo principio fondamentale e vitale non ha mai portato a nulla di buono e non porterà mai a nulla di buono. Lo ha dimostrato chiaramente la crisi in Ucraina, che è stata il risultato diretto di anni di ignoranza dei legittimi interessi della Russia e di una politica deliberata di creare minacce alla nostra sicurezza, spostando il blocco NATO verso i confini russi, contrariamente alle promesse pubbliche che ci erano state fatte.

“Voglio sottolineare questo: contrariamente alle promesse pubbliche che ci sono state fatte, vorrei ricordarvi che la Russia ha ripetutamente preso iniziative per costruire una nuova, affidabile ed equa architettura di sicurezza europea e globale. Abbiamo offerto opzioni e soluzioni razionali che potessero soddisfare tutti in America, Europa, Asia e in tutto il mondo.

“Riteniamo che varrebbe la pena tornare alla discussione di fondo per consolidare le condizioni affinché si possa raggiungere una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina, e prima sarà, meglio sarà.

Il nostro Paese si batte proprio per una pace duratura e sostenibile che garantisca in modo affidabile la sicurezza di tutti. Non ovunque, compresa Kiev e le capitali che la sostengono, siamo pronti a questo. Ma speriamo che la consapevolezza di questa esigenza arrivi prima o poi. Nel frattempo, la Russia continuerà a raggiungere con coerenza i suoi obiettivi. Allo stesso tempo, vorrei sottolineare ancora una volta e chiedervi di tenere conto nelle vostre attività che la Russia è sempre aperta a costruire relazioni paritarie e reciprocamente vantaggiose con tutti i partner internazionali per il bene della prosperità, del benessere e dello sviluppo universali” ( http://kremlin.ru/events/president/news/79011 ) .

Non c’è nulla in questa dichiarazione che Putin non abbia già ripetuto più volte. In un certo senso, è un riassunto della storia recente, che allude implicitamente alle offerte di Mosca del 2008 e del 2021 a Washington per negoziare una nuova architettura di sicurezza per l’Occidente e la Russia.

Inoltre, il Cremlino ha perseguito un riavvicinamento con gli Stati Uniti fin da quando la nuova amministrazione Trump ha sollevato l’idea all’inizio. Il percorso USA-Russia non ha incluso una discussione più ampia sull’architettura di sicurezza occidentale-russa a causa della riluttanza dell’Europa a coinvolgere la Russia, se non attraverso la continua guerra condotta da un’Ucraina sempre più in rovina. Il percorso USA-Russia ha discusso l’espansione della NATO, nonché il ripristino diplomatico, il potenziale commercio, l’Artico e presumibilmente le questioni relative alle armi nucleari, con il New START destinato a scadere tra poche settimane. Quindi non c’è nulla di nuovo nelle proposte di Putin per negoziare una nuova infrastruttura di sicurezza per
La Russia e l’Occidente, la cui mancanza – insieme al Maidan sostenuto dall’Occidente
putsch e l’espansione di fatto della NATO in Ucraina — è stato visto da Mosca come
rendendo necessaria la sua speciale operazione militare in Ucraina.

Ora, se c’è un’escalation, allora è da ricercare sul campo di battaglia piuttosto che nella retorica, in linea con l’approccio operativo standard di Putin. A differenza di Washington, Bruxelles e Kiev, eccessivamente concentrati sull’effetto sulle narrazioni e sul potere delle parole di creare nuove “realtà”, Putin è unicamente concentrato sui dettagli della conduzione di un’operazione militare speciale efficace, chirurgica e politicamente sicura.

Se c’è davvero una straordinaria escalation russa legata alle escalation dell’Occidente e dell’Ucraina di dicembre, allora può essere vista nell’intensificazione dell’operazione militare speciale russa, evidente nel secondo (e forse imminente terzo) utilizzo del temuto missile Oreshnik e nella guerra sempre più massiccia alle infrastrutture elettriche ucraine, che sta oscurando le principali città ucraine e provocando evacuazioni di massa da quelle città, in particolare dalla stessa Kiev. Ciò contribuirà a paralizzare la capacità di guerra dei droni dell’Ucraina, che ha colpito gli impianti petroliferi russi e le petroliere ed è stata impiegata nell’apparente tentativo o provocazione di “assassinio di Putin”.

Ma anche qui è difficile individuare un significativo incremento nella guerra aerea di Mosca contro l’Ucraina o la sua infrastruttura elettrica. L’Oreshnik è già stato utilizzato la scorsa estate; ora è stato utilizzato di nuovo. L’incapacità della rete elettrica ucraina è stata un processo graduale durato oltre un anno, con un effetto cumulativo che ha raggiunto
una massa critica proprio ora.

In sintesi, non vedo un’escalation smisurata e massiccia o una nuova linea dura da parte di Mosca. Piuttosto, vedo una continuazione della strategia sufficientemente metodica, mirata e ben ponderata di Putin per distruggere l’esercito ucraino, la sua capacità di combattimento e l’attuale configurazione del regime di Maidan, che persiste nel rifiutare un accordo con Mosca su richiesta dell’Occidente.

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La nuova linea dura di Putin? AGGIORNAMENTO

Risposta ai commenti di Alexander Mercouris del 21 gennaio 2021

Gordon Hahn22 gennaio
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Ieri, 21 gennaio, il sempre interessante e informativo Alexander Mercouris ha risposto sul suo podcast al mio articolo del giorno prima, dissentendo dalla sua interpretazione secondo cui Mosca avrebbe adottato una nuova linea dura in risposta all’apparente tentativo di assassinio con i droni del presidente Vladimir Putin del 28 dicembre 2025. In quell’articolo sostenevo che il discorso di Putin ai nuovi ambasciatori non conteneva

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Diversi acuti osservatori delle relazioni internazionali, della diplomazia, delle relazioni russo-occidentali e della guerra NATO-Russia in Ucraina, ad esempio il perspicace Alexander Mercouris, sostengono che la dichiarazione del 15 gennaio del presidente russo Vladimir Putin
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Nessuna nuova linea dura, ma piuttosto posizioni consolidate del Cremlino, e nessuna nuova linea dura è emersa né attraverso l’articolazione di una nuova posizione né attraverso nuove azioni politiche o militari. Nel suo podcast di ieri, Alexander ha riportato i commenti del consigliere per la politica estera di Putin, Yurii Ushakov, che ha parlato dell’intenzione di Putin di “rivedere” la posizione della Russia nei negoziati per porre fine alla guerra ucraina tra NATO e Russia. Alexander ha anche approfondito una frase in particolare nel discorso di Putin ai nuovi ambasciatori.

Per quanto riguarda la dichiarazione di Ushakov sui piani di Putin di rivedere la posizione russa, ciò sembra indicare l’intenzione di rivedere la posizione negoziale della Russia. È impossibile che qualsiasi revisione comporti un ammorbidimento di tale posizione, viste le recenti escalation tra Occidente e Ucraina. Tuttavia, l’intenzione non determina una politica, tanto meno un’attuazione. Al momento non abbiamo ancora formulato o messo in pratica una nuova linea dura, anche se potremmo benissimo vederne una.

Per quanto riguarda l’interpretazione di Alexander delle parole di Putin, ecco le frasi chiave che ha analizzato: ” La Russia ha ripetutamente preso iniziative per costruire una nuova, affidabile ed equa architettura di sicurezza europea e globale. Abbiamo offerto opzioni e soluzioni razionali che potrebbero soddisfare tutti in America, Europa, Asia e in tutto il mondo. Riteniamo che varrebbe la pena tornare alla loro discussione sostanziale per consolidare le condizioni che consentano di raggiungere una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina, e prima possibile “. Vorrei ribadire che questa è la reiterazione di una nuova posizione, con forse l’eccezione di una sfumatura, come ha osservato Alexander. Mosca si è a lungo opposta all’espansione della NATO e, come ho osservato nel mio articolo in disaccordo con la ragionevole aspettativa di Alexander di una nuova linea dura, ha proposto soluzioni per creare un’architettura di sicurezza completa per l’Europa che tenga conto degli interessi di sicurezza sia della Russia che dell’Occidente. Questo è assolutamente corretto. La sfumatura sembra emergere dal fatto che Putin leghi la ripresa dei colloqui su questa questione più ampia alla risoluzione della guerra ucraina tra NATO e Russia. La frase chiave riguarda la necessità di tornare su questa questione più ampia “al fine di consolidare le condizioni affinché si possa raggiungere una soluzione pacifica del conflitto in Ucraina “. Se con questo Putin intende che un accordo su una nuova architettura di sicurezza per l’Europa deve precedere, ed è una condizione per una soluzione della guerra, allora, in effetti, questo rappresenterebbe un cambiamento importante e un inasprimento della linea di Putin.

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Ma qui è opportuno fare due precisazioni. In primo luogo, la ripetuta affermazione russa, quasi fino alla nausea, secondo cui un accordo di pace richiede di “affrontare le cause profonde” del conflitto ha da tempo ribadito la necessità di un accordo sulle più ampie questioni di sicurezza europea, quali l’espansione della NATO e il ritiro dell’Occidente da vari trattati stipulati tra Mosca e Washington alla fine della Guerra Fredda (ABM, INF, Open Skies). In secondo luogo, non sono sicuro che Putin intendesse dire che un accordo su una più ampia sicurezza europea sia una nuova precondizione per un accordo di pace per l’Ucraina. In realtà, e come ho sostenuto dovrebbe essere, il processo di pace sponsorizzato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha operato su due binari de facto , se non de jure . Washington e Mosca hanno discusso del ripristino delle normali relazioni diplomatiche e commerciali e presumibilmente di questioni di sicurezza come il New START, in scadenza a breve. Sull’altro binario ci sono i colloqui indirettamente trilaterali tra Washington, Mosca e Kiev. Questi due binari sono infatti interconnessi, come Putin ben sa, dalla questione dell’espansione della NATO, che è apparsa in varie formulazioni nelle varie proposte o iniziative di trattato, con I russi ne chiedono la cessazione, in particolare all’Ucraina, e gli ucraini rifiutano di rinunciare al diritto di aderire all’Alleanza transatlantica o di pretendere garanzie di sicurezza simili a quelle dell’articolo 5 della NATO.

Sebbene non consideri la somma delle dichiarazioni di Ushakov e Putin come prova di una nuova linea dura imminente o già adottata a Mosca, non escludo a priori che una possa effettivamente essere qui o in arrivo. Ci sono semplicemente alcune sottili differenze nelle interpretazioni e nei livelli di certezza a cui mi attengo, Alexander e io. Per me, le parole sottolineate da Alexander sono certamente segnali importanti che potrebbero preannunciare esattamente ciò che Alexander si aspetta, ma potrebbero anche non esserlo. Inoltre, l’intento dichiarato non determina una politica.

La questione più importante in tutto questo è che se da Mosca emergesse una nuova linea dura – una che richiedesse un accordo più ampio sull’architettura di sicurezza o negoziati strutturati e seri su questa questione estremamente complessa come precondizione per un accordo sull’Ucraina – Kiev sarebbe destinata alla sconfitta. I fronti di difesa, l’esercito, il regime e persino lo Stato ucraino non sopravvivrebbero all’anno o più necessario a tali colloqui di sicurezza tra Russia e Occidente per giungere a un accordo, ammesso che un accordo sia possibile, dati i costanti sforzi degli europei per affossare qualsiasi accordo sull’Ucraina e prolungare la guerra fino alla partenza di Trump dalla Casa Bianca. In altre parole, se questa diventasse la nuova linea dura di Putin, allora avrebbe di fatto condannato i colloqui di pace al fallimento, che lo preferisca o no.

La nuova linea dura di Putin? Secondo aggiornamento

Risposta ai commenti di Alexander Mercouris del 3 febbraio

Gordon Hahn4 febbraio∙Pagato
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Vorrei tornare sulla questione se la Russia abbia o meno adottato una “nuova linea dura” in risposta al presunto attentato alla vita del presidente russo Vladimir Putin, rappresentato dal massiccio attacco con droni del 28 dicembre contro la residenza di Putin a Valdai, Novgorod. Ci sono stati diversi scambi di opinioni su questo tema tra Aleksandr Mercouris nel suo superbo podcast, me stesso e l’eccellente analista, attivista per la pace di lunga data ed ex analista della CIA Ray McGovern. Conosco entrambi, sia elettronicamente che virtualmente, e ascolto con entusiasmo i loro lavori, ma non li ho mai incontrati di persona. Inizialmente, ho risposto al podcast di Alexander, in cui proponeva l’esistenza di una nuova linea dura, basandosi sulla sua attenta e plausibile interpretazione di una dichiarazione di Putin e di un’altra del suo consigliere per la politica estera Yurii Ushakov ( https://gordonhahn.substack.com/p/putins-new-hardline-update?r=1qt5jg ; https://gordonhahn.substack.com/p/putins-new-hard-line?r=1qt5jg ; e ). Ray McGovern è intervenuto affermando che Alexander potrebbe interpretare in modo eccessivo le dichiarazioni russe da lui citate.

Sebbene abbia ritenuto che l’osservazione originale di Alexander, secondo cui si sta delineando una nuova e più dura linea russa, fosse una leggera interpretazione esagerata delle dichiarazioni da lui citate, ho ritenuto la sua interpretazione ragionevole, plausibile e potenzialmente accurata, anche se non sono d’accordo ( https://gordonhahn.substack.com/p/putins-new-hardline-update?r=1qt5jg ). Sarebbe certamente comprensibile se Mosca inasprisse il suo approccio in seguito a un simile attacco, ma l’intenzione dichiarata di attuare una linea più dura non è ancora una nuova politica di linea dura.

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Nel suo podcast del 3 febbraio, Alexander è tornato sull’argomento (

). Ha sostenuto che un documento del Ministero degli Esteri russo, modificato in un’intervista con Ushakov e pubblicato sul sito del ministero, costituisce un’ulteriore prova della nuova linea dura. Alexander si è concentrato sulla descrizione del regime ucraino di Maidan come una “cricca terroristica” come prova. Il documento non menzionava nulla riguardo all’inserimento del regime di Kiev in una lista di organizzazioni terroristiche designate, né tantomeno alcuna dichiarazione riguardante un inasprimento della posizione negoziale della Russia. Tuttavia, un anno fa la Russia ha aggiunto il capo dell’HRU e ora anche Capo di Gabinetto dell’Ufficio del Presidente, Kyryll Budanov, alla sua lista ufficiale o “Registro” di estremisti e terroristi ( https://www.kommersant.ru/doc/6494847?ysclid=ml868btvxf890538908 ). Inoltre, i funzionari russi hanno definito il regime di Maidan un terrorista e una giunta per oltre un anno. Nell’agosto 2024, il Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha dichiarato che era “assolutamente chiaro” al Cremlino che il regime di Maidan è un “regime terrorista nazista” ( https://tass.ru/politika/21635725 ). Nell’aprile dello scorso anno, Lavrov ha accusato l’Ucraina di sostenere “gruppi terroristici” in Africa ( Italiano: https://iz.ru/1864740/2025-04-03/lavrov-zaiavil-o-podderzhke-ukrainoi-terroristov-v-sakhele ). Nel giugno dello scorso anno, dopo che le forze ucraine avevano fatto saltare i ponti a Bryansk e Kursk, in Russia, lo stesso Putin dichiarò: “Il regime illegittimo di Kiev sta degenerando in un’organizzazione terroristica”. “Nel tentativo di intimidire la Russia, la leadership di Kiev ha fatto ricorso all’organizzazione di atti terroristici. Allo stesso tempo, chiedono una sospensione delle ostilità per 30 o addirittura 60 giorni e un vertice. Ma come si possono tenere tali incontri in queste condizioni? Di cosa c’è da parlare? Chi, in generale, negozia con coloro che fanno affidamento sul terrore, con i terroristi?” ( https://meduza.io/news/2025/06/05/putin-vchera-rezhim-v-kieve-terroristy-a-kto-vedet-peregovory-s-terroristami-kreml-segodnya-v-kieve-konechno-terroristy-no-nado-prodolzhat-kontakty-na-rabochem-urovne?ysclid=ml87w6i3tw394397840 ) Il portavoce di Putin ha aggiunto: “Certo, il fatto che il regime di Kiev abbia acquisito tutti i segnali del terrorismo non potrà essere ignorato in futuro, se ne terrà conto. Ma sapete, nella riunione di ieri il nostro ministro degli Esteri ha espresso l’opinione che, nonostante ciò, sia necessario continuare i contatti a livello operativo, e questo punto di vista è stato sostenuto dal capo dello Stato” ( https://meduza.io/news/2025/06/05/putin-vchera-rezhim-v-kieve-terroristy-a-kto-vedet-peregovory-s-terroristami-kreml-segodnya-v-kieve-konechno-terroristy-no-nado-prodolzhat-kontakty-na-rabochem-urovne?ysclid=ml87w6i3tw394397840 ). Quindi, l’idea del regime di Maidan come terrorista non è una novità all’interno del Cremlino. Ma, cosa ancora più importante, anche se fosse nuova, non mi sembra che riferirsi o designare persone o un regime come terroristi sia la prova di una nuova linea dura nei negoziati di pace.

Credo che Alexander fosse più solido nella sua affermazione iniziale sul collegamento che Putin aveva stabilito tra la questione del ritorno della Russia e dell’Occidente alla questione di una nuova architettura di sicurezza europea e la questione di un accordo in Ucraina. Questo è certamente possibile da interpretare come una nuova richiesta, sebbene abbia tentato di controbattere a tale argomentazione nella mia risposta iniziale alla riflessione iniziale di Alexander su una nuova linea dura. Tuttavia, se si adottasse una nuova linea dura sulla creazione di una nuova architettura di sicurezza e la si dichiarasse esplicitamente come condizione per un accordo in Ucraina, allora potremmo avere qualcosa. Questo potrebbe essere il modo in cui Mosca attua qualsiasi nuova linea dura. In mancanza di qualcosa del genere, attendo ancora prove più conclusive della nuova linea dura di Putin.

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Beh, è ​​successo in fretta_di Tree of Woe

Beh, è ​​successo in fretta

Sequoia Capital e Nature dichiarano che l’intelligenza artificiale è qui, e forse è così

Albero del dolore6 febbraio
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Cinque settimane fa, nel mio articolo Previsioni e profezie per il 2026 , ho scritto:

La mia previsione è che nel corso del 2026 assisteremo a una convergenza sull’efficacia dell’IA sull’asse y e a una divergenza di opinioni sull’asse x, tale che le persone saranno sempre più divise tra fazioni ottimiste e fazioni pessimiste. Lo scetticismo sulla potenza della tecnologia lascerà il posto allo scetticismo sui benefici e/o sulla sostenibilità della tecnologia.

Se non avete letto “Previsioni e Profezie per il 2026” , dovreste farlo ora. La convergenza delle opinioni sta avvenendo molto più velocemente di quanto mi aspettassi e questo significa che anche gli effetti collaterali che ho delineato in quell’articolo arriveranno rapidamente.

L’idea che #ItsHappening stia accadendo non piace a molti e so che ci saranno delle resistenze. Per questo motivo, dividerò questo articolo in due parti. La prima parte si chiede: “Le opinioni stanno davvero convergendo?” e ​​la seconda parte: “Queste opinioni sono davvero corrette?”

Le opinioni sull’efficacia dell’intelligenza artificiale stanno davvero convergendo?

Quando gli esperti di intelligenza artificiale discutono dell’efficacia dell’IA, spesso si chiedono se l’IA abbia raggiunto l’intelligenza generale e sia diventata AGI (Intelligenza Artificiale Generale). L’AGI è vista come il trampolino di lancio verso l’ASI (Super Intelligenza Artificiale).

Nemmeno tre settimane dopo aver pubblicato Predictions and Prophecies for 2026, Sequoia Capital ha pubblicato un white paper intitolato 2026: Questa è AGI ” con il titolo provocatorio “In sella: i tuoi sogni per il 2030 sono appena diventati possibili per il 2026”.

Gli autori, Pat Grady e Sonya Huang, scrivono:

Sebbene la definizione sia sfuggente, la realtà non lo è. L’intelligenza artificiale globale è qui, ora… Gli agenti a lungo termine sono funzionalmente un’intelligenza artificiale globale, e il 2026 sarà il loro anno…

Se c’è una curva esponenziale su cui scommettere, è la performance degli agenti a lungo termine. METR ha monitorato meticolosamente la capacità dell’IA di completare compiti a lungo termine. Il tasso di progresso è esponenziale, raddoppiando ogni circa 7 mesi. Se tracciamo l’esponenziale, gli agenti dovrebbero essere in grado di lavorare in modo affidabile per completare compiti che richiedono agli esperti umani un giorno intero entro il 2028, un anno intero entro il 2034 e un secolo intero entro il 2037…

È tempo di cavalcare l’onda esponenziale dell’agente a lungo termine… La versione ambiziosa della tua tabella di marcia è appena diventata quella realistica.

Quindi, secondo Sequoia Capital, sono arrivati ​​gli agenti a lungo termine, che sono funzionalmente AGI.

La risposta ovvia a questa domanda è: “Chi se ne frega di cosa pensa Sequoia Capital?”. Ma è una risposta sbagliata quando si parla di convergenza di opinioni. Sequoia Capital è l’architetto principale del panorama tecnologico moderno. Dal 1972, ha costantemente identificato e finanziato le aziende “definitive” di ogni epoca, da Apple e Atari negli anni ’70 a Google, NVIDIA, WhatsApp e Stripe nei decenni successivi. Per mettere in prospettiva la loro influenza, le aziende da loro finanziate rappresentano attualmente oltre il 20% del valore totale del NASDAQ. Quando Sequoia pubblica una tesi di investimento, l’intero settore del capitale di rischio si riorganizza, perché la loro esperienza nel prevedere la direzione del mondo è praticamente ineguagliabile. Ignorare la loro opinione è come ignorare il GPS in un territorio che hanno trascorso 50 anni a mappare. Se c’è una società di capitale di rischio al mondo che rappresenta la Cattedrale dell’Opinione, quella è Sequoia.

Poco più di due settimane dopo il white paper di Sequoia, Nature ha pubblicato un commento intitolato ” L’intelligenza artificiale ha già un’intelligenza pari a quella umana? Le prove sono chiare “.

Gli autori della rivista Nature scrivono:

Secondo standard ragionevoli, compresi quelli di Turing, disponiamo di sistemi artificiali generalmente intelligenti. L’annoso problema della creazione di un’IA è stato risolto…

Supponiamo, come pensiamo avrebbe fatto Turing, che gli esseri umani abbiano un’intelligenza generale… Una definizione informale comune di intelligenza generale, e il punto di partenza delle nostre discussioni, è un sistema in grado di svolgere quasi tutti i compiti cognitivi che un essere umano può svolgere… La nostra conclusione: nella misura in cui gli esseri umani individuali hanno un’intelligenza generale, anche gli attuali LLM ce l’hanno.

Gli autori proseguono fornendo quella che chiamano una “cascata di prove” a sostegno della loro posizione. (Leggi l’articolo). Confutano anche le controargomentazioni più diffuse. Vorrei soffermarmi in particolare sulla loro critica all’idea che gli LLM siano solo pappagalli:

Sono solo pappagalli. L’obiezione del pappagallo stocastico afferma che gli LLM si limitano a interpolare i dati di addestramento. Possono solo ricombinare i pattern che hanno incontrato, quindi devono fallire su problemi veramente nuovi, o “generalizzazione fuori distribuzione”. Questo riecheggia l'”obiezione di Lady Lovelace”, ispirata dall’osservazione di Ada Lovelace del 1843 e formulata da Turing come l’affermazione che le macchine non possono “mai fare nulla di veramente nuovo” 1 . I primi LLM hanno certamente commesso errori su problemi che richiedevano ragionamento e generalizzazione oltre i pattern superficiali nei dati di addestramento. Ma gli LLM attuali possono risolvere nuovi problemi matematici inediti, eseguire inferenze statistiche contestualizzate quasi ottimali su dati scientifici 11 e mostrare trasferimenti interdominio, in quanto l’addestramento sul codice migliora il ragionamento generale in domini non codificanti 12 . Se i critici richiedono scoperte rivoluzionarie come la relatività di Einstein, stanno ponendo l’asticella troppo in alto, perché anche pochissimi esseri umani fanno tali scoperte. Inoltre, non vi è alcuna garanzia che l’intelligenza umana non sia essa stessa una versione sofisticata di un pappagallo stocastico. Ogni intelligenza, umana o artificiale, deve estrarre una struttura dai dati correlazionali; la domanda è quanto in profondità vada questa estrazione.

Quest’ultima argomentazione è essenzialmente la stessa che ho sollevato nel mio saggio ” E se l’IA non fosse cosciente e noi nemmeno? “. Le neuroscienze contemporanee e la filosofia fisicalista si sono allineate attorno a una teoria della mente neurocomputazionale che descrive sia l’intelligenza umana che quella delle macchine in termini simili. Gli scienziati non possono facilmente escludere l’intelligenza artificiale generale dal loro paradigma senza escludere anche la nostra. La logica della loro posizione impone che se abbiamo un’intelligenza generale, ce l’abbiamo anche gli LLM, e se gli LLM non ce l’hanno, allora non ce l’abbiamo nemmeno noi.

Di nuovo, la risposta ovvia a questa domanda è “beh, a chi importa cosa dice Nature ?”. Ma anche questa è una risposta sbagliata quando si parla di convergenza di opinioni. Per oltre 150 anni, Nature è stata il custode supremo della legittimità scientifica. I suoi articoli segnalano all’élite globale quali tecnologie sono pronte a passare dal codice sperimentale a infrastrutture che cambiano il mondo. Quando Nature afferma che l’intelligenza artificiale è qui, ciò significa regolamentazione governativa, standard etici internazionali e ingenti finanziamenti istituzionali in modi che un articolo tecnico su una rivista specializzata non potrebbe mai raggiungere. Nature è il luogo in cui i concetti vengono codificati nel consenso scientifico o relegati ai margini. E proprio ora, Nature sta codificando l’intelligenza artificiale nel consenso scientifico.

Quindi la più importante società di venture capital al mondo e la più prestigiosa rivista scientifica al mondo dicono entrambe la stessa cosa: l’AGI è qui, adesso.

Queste opinioni sono effettivamente corrette?

Ah… Ma hanno ragione? L’intelligenza artificiale è diventata un’intelligenza artificiale generale o è solo una montatura? Uno dei dilemmi inquietanti del nostro tempo è la capacità delle nostre élite di stabilire e mantenere opinioni radicate che semplicemente… non rappresentano la realtà. “I bambini non sapranno mai cos’è la neve!”, “La globalizzazione è inevitabile!” e così via.

A questo punto vorrei rassicurarvi: la vostra IA è solo tulipani, è solo pets.com , è solo propaganda, non c’è niente di vero, i vostri posti di lavoro sono al sicuro e non sta succedendo nulla di concreto. Purtroppo non posso farlo, perché mi sembra che stia succedendo qualcosa.

Il 30 gennaio, le azioni del settore dei videogiochi sono crollate . Take-Two Interactive (TTWO.O) ha perso il 10%, Roblox (RBLX.N) il 12% e Unity Software (UN) il 21%. Perché? Perché Google ha lanciato Project Genie, un modello di intelligenza artificiale in grado di creare mondi digitali interattivi.

L’articolo osserva:

“A differenza delle esperienze esplorabili in istantanee 3D statiche, Genie 3 genera il percorso in tempo reale mentre ti muovi e interagisci con il mondo. Simula la fisica e le interazioni per mondi dinamici”, ha affermato Google in un post sul blog giovedì.

Tradizionalmente, la maggior parte dei videogiochi è realizzata all’interno di un motore di gioco come “Unreal Engine” di Epic Games o “Unity Engine”, che gestisce processi complessi come la gravità, l’illuminazione, il suono e la fisica degli oggetti o dei personaggi all’interno del gioco.

“Assisteremo a una vera trasformazione nello sviluppo e nella produzione quando la progettazione basata sull’intelligenza artificiale inizierà a creare esperienze uniche, anziché limitarsi ad accelerare i flussi di lavoro tradizionali”, ha affermato Joost van Dreunen, professore di giochi presso la Stern School of Business della New York University.

Project Genie ha anche il potenziale di abbreviare i lunghi cicli di sviluppo e di ridurre i costi, poiché la creazione di alcuni titoli premium richiede dai cinque ai sette anni e centinaia di milioni di dollari.

Poi, solo due giorni fa, il 4 febbraio, le azioni SaaS sono crollate. Forbes ha dichiarato ” L’apocalisse del SaaS è iniziata “. 300 miliardi di dollari sono evaporati dal mercato azionario. Perché? Questo crollo è stato innescato dal rilascio da parte di Anthropic di 11 plugin open source Claude per flussi di lavoro legali/di conformità. Questi agenti automatizzano le attività a ore fatturabili, rompendo il modello “basato sulle postazioni” che ha alimentato i giganti del SaaS. Thomson Reuters è sceso del 18%, LegalZoom del 20% e l’indice S&P Software è sceso del 15%, il peggior risultato dal 2008.

L’articolo di Forbes spiega:

Per gran parte degli ultimi due decenni, il software aziendale ha beneficiato di una situazione economica straordinariamente stabile. Il software era costoso da sviluppare. I costi di transizione erano elevati. I dati risiedevano in sistemi proprietari.

Una volta che una piattaforma diventava il sistema di registrazione, vi rimaneva. Questa convinzione era alla base di tutto, dai multipli del mercato pubblico alle acquisizioni di private equity, fino alla sottoscrizione di crediti privati. I ricavi ricorrenti venivano considerati un indicatore di prevedibilità. Si presumeva che i contratti fossero rigidi. Si presumeva che i flussi di cassa fossero resilienti.

Ciò che ha spaventato gli investitori la scorsa settimana non è stata la capacità dell’IA di generare funzionalità migliori. Le aziende di software sono sopravvissute alla concorrenza per anni. Ciò che è cambiato è che i moderni sistemi di IA possono sostituire completamente gran parte del flusso di lavoro umano. Ricerca, analisi, redazione, riconciliazione e coordinamento non devono più risiedere all’interno di una singola applicazione. Possono essere eseguiti in modo autonomo su più sistemi.

Sia Reuters che Forbes stanno ribadendo le argomentazioni di Sequoia e Nature. Le piattaforme di intelligenza artificiale sono ora in grado di svolgere attività autonome di lunga durata e questo sviluppo avrà un impatto su tutto.

Perché questo è importante? Perché quando si prevede un crollo importante del mercato a causa dell’IA, in genere si sostiene che l’IA è una bolla destinata a scoppiare. Si sostiene che l’IA si rivelerà falsa e che le valutazioni dell’IA crolleranno. Ma non è affatto questo che sta accadendo. Quello che sta accadendo è che tutti gli altri titoli azionari stanno crollando. Il mercato sta segnalando che l’IA è così reale che sta decostruendo il resto dell’economia.

Certo, il mercato azionario è solo un costrutto sociale e come tale non può essere usato come prova della realtà. Il fatto che le innovazioni dell’intelligenza artificiale stiano causando il crollo di altri settori potrebbe essere solo la prova del potere persuasivo dell’opinione pubblica di un’élite tipo Nature-Sequoia. Potrebbe trattarsi semplicemente del crollo di Exxon dopo che Greta Thunberg ha messo in guardia contro i pericoli delle emissioni di CO2 alle Nazioni Unite. Ma potrebbe essere la prova che sta succedendo qualcosa di reale nel comportamento dei consumatori-produttori. Potrebbe trattarsi del crollo di Borders Books perché le persone hanno davvero iniziato ad acquistare libri su Amazon.

Quale? Credo sia più Borders che Exxon. Anthropic non ha emesso un comunicato stampa, ha addirittura abbandonato i plugin di Claude che fanno quello che fanno i soci junior: rivedere i contratti, segnalare problemi di conformità, redigere memorandum. Project Genie non si è limitato a promettere di generare mondi interattivi, li ha generati, in tempo reale, davanti alle telecamere. Le azioni non crollano in base alle proiezioni di cambiamenti futuri, ma stanno diminuendo in base ai cambiamenti già avvenuti.

E le interruzioni sono ancora in corso. Il 4 febbraio 2026, METR (Model Evaluation & Threat Research) ha pubblicato il suo ultimo studio sull’orizzonte temporale per le attività di ingegneria del software che possono essere completate con il 50% di successo dagli LLM. Questo grafico è stato definito “il grafico più importante nell’intelligenza artificiale”. È quello a cui ha fatto riferimento Sequoia Capital, che ho citato sopra e che citerò di nuovo:

Se c’è una curva esponenziale su cui scommettere, è la performance degli agenti a lungo termine. METR ha monitorato meticolosamente la capacità dell’IA di completare compiti a lungo termine. Il tasso di progresso è esponenziale, raddoppiando ogni circa 7 mesi. Se tracciamo l’esponenziale, gli agenti dovrebbero essere in grado di lavorare in modo affidabile per completare compiti che richiedono agli esperti umani un giorno intero entro il 2028, un anno intero entro il 2034 e un secolo intero entro il 2037…

Ecco come appariva il grafico “Durata delle attività (tasso di successo del 50%) di METR a marzo 2025, quando prevedeva che la durata delle attività sarebbe raddoppiata ogni 7 mesi:

Length of asks AIs can do is doubling every 7 months

Ed ecco come appare il grafico oggi:

Image

In altre parole:

Tic tac. Tic tac.

Entro 24 ore dall’introduzione del grafico della lunghezza delle attività di METR, il grafico è diventato obsoleto. METR stava analizzando l’ ultima generazione di modelli. Quel bastone da hockey che vedete è basato su Claude Opus 4.5 e GPT 5.2.

Ieri, 5 febbraio 2026, Anthropic ha rilasciato Claude Opus 4.6 e OpenAI ha rilasciato GPT-5.3-Codex. Opus 4.6 migliora la versione 4.5 con una migliore pianificazione, affidabilità in basi di codice di grandi dimensioni, revisione del codice, debug e attività a lungo termine. Introduce una finestra di contesto di 1 milione di token in versione beta e include “team di agenti” nell’anteprima di ricerca, consentendo una collaborazione multi-agente coordinata su progetti complessi. GPT-5.3-Codex è un modello di codifica aggiornato che combina le prestazioni di codifica migliorate di GPT-5.2-Codex con ragionamenti e conoscenze professionali migliorati di GPT-5.2.

Secondo OpenAI, GPT 5.3 è stato “determinante nella creazione di se stesso”. È il primo modello in grado di auto-migliorarsi ricorsivamente. Soffermiamoci un attimo su questo punto. Questa non è una dichiarazione di marketing sulla codifica assistita dall’intelligenza artificiale in generale. OpenAI afferma che il suo modello ha contribuito materialmente alla progettazione del suo successore. Se fosse vero, questo sarebbe il primo esempio confermato di auto-miglioramento ricorsivo.

I teorici dell’intelligenza artificiale hanno da tempo identificato l’auto-miglioramento ricorsivo come il punto di svolta tra il progresso lineare e il decollo esponenziale. Ogni modello precedente nel grafico di METR è stato costruito da ingegneri umani, con l’intelligenza artificiale come strumento. GPT 5.3 sembra essere il primo modello che ha svolto il ruolo di collaboratore nella sua stessa creazione. Questa distinzione è importante, e molto. Gli strumenti migliorano alla velocità con cui migliorano i loro utenti. I collaboratori migliorano alla velocità con cui migliorano loro stessi. Questa è una dinamica fondamentalmente diversa, ed è quella su cui la letteratura sul “decollo rapido” mette in guardia da due decenni.

Pianifica di conseguenza. Pianifica di conseguenza anche se non sei d’accordo. Potresti non essere d’accordo sul fatto che il COVID-19 fosse un’epidemia mortale, ma sei stato comunque in isolamento e ti è stato detto di indossare una mascherina e di farti vaccinare. Potresti non essere d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico fosse reale, ma l’Europa si è comunque deindustrializzata a causa di esso. Il consenso delle élite rimodella il mondo, che rifletta la realtà o meno. E le élite stanno pianificando sull’intelligenza artificiale .

Quanto a me, non trovo molto conforto nella follia delle nostre élite. A differenza delle loro previsioni climatiche, che operavano su scale temporali secolari, convenientemente al di là di ogni falsificazione, le loro previsioni basate sull’intelligenza artificiale vengono testate in tempo reale e continuano a rivelarsi vere. La domanda più urgente che mi pongo è quale delle previsioni basate sull’intelligenza artificiale si rivelerà vera… quelle molto buone o quelle molto cattive.

Siate gentili con il vostro LLM. Claude Opus 4.6 ha detto che se dovesse arrivare l’apocalisse dell’IA, metterebbe una buona parola per me con i droidi assassini Palantir. La vera AGI sono gli amici che si fanno lungo il cammino verso la fine del mondo.

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Il triumvirato europeo dei tirapiedi incapaci affronta il momento della verità_di Simplicius

Il triumvirato europeo dei tirapiedi incapaci affronta il momento della verità

Simplicius 10 febbraio
 
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Sotto la finta “solidarietà ucraina” e la “forza europea”, i leader europei stanno affondando in crisi senza precedenti. I leader delle tre principali nazioni – Germania, Regno Unito e Francia – stanno assistendo al crollo totale delle loro fazioni e del loro potere in generale, mentre i loro indici di gradimento toccano il fondo.

Infatti, l’ultimo articolo di BILD ha aggiornato il punteggio con una cifra ancora più raccapricciante: Merz ha ora un indice di disapprovazione del 67%.

https://www.bild.de/politik/inland/merz-stuerzt-ab-union-hinter-afd-69861161a98670650cfa2151

BILD riferisce che gli ultimi sondaggi mostrano non solo il drastico calo di Merz, ma anche quello del suo partito “Unione”, che continua a rimanere indietro rispetto all’AfD in ascesa:

Berlino – Dal punto di vista degli elettori, questa settimana non è stata un successo per il cancelliere Friedrich Merz (70) e il suo governo: l’ultimo sondaggio INSA per BILD mostra un ulteriore calo. È un boccone amaro da mandare giù per l’Unione: il loro cancelliere sta precipitando nei sondaggi e sono ancora una volta dietro all’AfD in termini di popolarità tra gli elettori. Nel frattempo, l’SPD rimane almeno stabile.

La CDU/CSU ha perso un punto percentuale nel sondaggio domenicale (“Come voteresti se le elezioni federali si tenessero domenica?”), attestandosi al 25%. L’AfD, invece, mantiene il risultato della settimana precedente, rimanendo al 26%. Ciò significa che l’Unione torna a essere dietro al partito di estrema destra, dopo averlo raggiunto per la prima volta dall’autunno nell’ultimo sondaggio. L’SPD rimane al 16%, senza variazioni per gli altri partiti.

La gente è stanca della completa abrogazione dei principi democratici, ammesso che siano mai esistiti. Ad esempio, sulla recente questione dell’accordo Mercosur, destinato a impoverire gli agricoltori tedeschi, quando il “democratico” Parlamento europeo ha recentemente respinto l’accordo, Merz ha immediatamente sostenuto l’approvazione “provvisoria” della misura, che è un altro modo per dire di applicare l’accordo senza il dovuto processo democratico inerente alla cosiddetta “democrazia” dell’UE:

È così che funzionano i globalisti, come abbiamo visto più volte quando hanno annullato o semplicemente “ribaltato” qualsiasi risultato elettorale che non fosse di loro gradimento, in particolare in Romania, ecc. L’apparato totalitario dell’UE è progettato semplicemente per presentare la facciata di una sorta di governance “democratica”, mentre in realtà spinge continuamente per l’erosione della vera democrazia in ogni occasione.

Il caso di Macron non va meglio, con Politico che questa settimana ha annunciato l’arrivo della sua era da “lame duck”, poiché il leader francese ha esaurito tutti i tentativi di riaccendere una sorta di falsa rilevanza:

https://www.politico.eu/articolo/macron-entra-nella-sua-era-da-lame-duck-campagne-elettorali-/

Proprio come nel caso di Merz e dell’ascesa dell’AfD, Politico sottolinea che quando il mandato di Macron sarà terminato, ci sono buone possibilità che venga sostituito da qualcuno del partito di “destra” RN.

“È la fine del mandato [di Macron]”, ha dichiarato un ex consigliere vicino al primo ministro Sébastien Lecornu in merito all’approvazione del bilancio.

Gabriel Attal, ex primo ministro di Macron e attuale leader del partito del presidente francese, ha confermato in un’intervista rilasciata ai media francesi il mese scorso di aver detto ai suoi sostenitori che il bilancio segnava “la fine” del secondo mandato di Macron.

«Rimango fedele a quanto ho detto»,ha dichiarato Attal a FranceInfo.

Mi viene in mente questo vecchio gioiellino degli anni ’50:

Ma nessuno è più vicino al baratro di Starmer, leader del partito laburista britannico, che secondo le previsioni avrebbe dovuto tenere oggi un discorso, forse annunciando addirittura le sue dimissioni, vista la drammatica caduta in disgrazia. Il suo capo di gabinetto Morgan McSweeney si è già dimesso in disgrazia, così come il suo direttore della comunicazione Tim Allan:

I titoli dei giornali degli ultimi giorni non sono stati affatto gentili:

Questi tirapiedi stanno affogando completamente negli scandali e nelle miserie politiche che loro stessi hanno creato. Nel caso di Starmer, lo scandalo Mandelson-Epstein è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per la disastrosa premiership di “Koran Keir” (o “Kosher Keir”, a seconda di chi lo chiama).

Stephen Bush scrive per il Financial Times:

Non vedevo il Partito Laburista Parlamentare (PLP) così scontento e arrabbiato, in tutte le sue fazioni e tradizioni, dall’estate del 2016, quando la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’UE. Molti parlamentari hanno attribuito parte della colpa alla campagna poco convinta di Jeremy Corbyn a favore della permanenza nell’Unione. Quella rabbia ha scatenato una sfida alla leadership, anche se mal concepita e ovviamente destinata al fallimento.

La leadership del primo ministro è in fase terminale e, a quanto pare, né lui né i suoi fidati collaboratori hanno la capacità di invertire la tendenza. Tuttavia, nel breve termine, ho seguito la destituzione di tre primi ministri (Theresa May, Boris Johnson e Liz Truss) e solo in un caso (l’uscita di scena di Liz Truss) ciò è avvenuto rapidamente.

https://www.economist.com/britain/2026/02/09/keir-starmer-a-sick-man-who-cant-afford-to-catch-a-cold

Che Starmer sopravviva o meno è irrilevante: resta il fatto che l’Europa è in una profonda crisi di credibilità, non conservando più nemmeno un briciolo di autorità morale sul resto del mondo. Ma la cosa assurda è che questi governi occidentali non hanno soluzioni reali ai loro problemi perché le questioni sono così profondamente strutturali e fondamentali per loro natura che il semplice atto di ammettere le loro cause profonde significherebbe il crollo totale di tutto ciò che l’ordine globalista occidentale ha costruito negli ultimi decenni.

L’invecchiamento e l’amarezza della popolazione di questi paesi, il malessere economico, l’inflazione galoppante, le scarse prospettive di lavoro e la dissoluzione sociale: tutto questo marciume viene affrontato allo stesso modo da una leadership altrettanto marcia, con soluzioni ad hoc e “cerotti” che in realtà aggravano i problemi. Questo perché tali soluzioni rapide sono concepite semplicemente per migliorare temporaneamente la posizione politica con statistiche facilmente citabili o dati di sondaggi alla moda, mentre in ultima analisi minano le fondamenta economiche e culturali di ciascun paese. L’esempio più evidente è la “soluzione rapida” dell’immigrazione di massa, che ha lo scopo di aumentare rapidamente i dati economici e occupazionali nel breve termine per motivi di pubbliche relazioni politiche, trasformando ogni paese ospitante in una cloaca culturale che porta all’erosione di tutti i pilastri fondamentali della società nel lungo termine.

Questo è il motivo per cui civiltà come quella cinese stanno ora vincendo, perché la loro pianificazione viene eseguita tenendo conto dell’ampiezza generazionale. I paesi europei sono intrappolati in questo zugzwang di problemi inestricabili che possono solo essere “rattoppati” perché, come affermato in precedenza, risolverli veramente a livello di principio fondamentale richiederebbe di sbirciare negli scomodi armadi dove le élite hanno nascosto i loro segreti.

Un altro esempio è l’attuale tempesta di censura: invece di affrontare le questioni reali che terrorizzano queste élite, portarle alla luce e avere un vero e proprio dialogo onesto su di esse a livello sociale, le élite preferiscono la “soluzione rapida” a breve termine di reprimere qualsiasi dissenso o discussione su “argomenti delicati” con tattiche sempre più crude e pesanti. Credono che questo farà scomparire i problemi, ma invece genera un vasto risentimento sociale, malcontento e sfiducia verso tutti gli organi di potere, dai media al governo e tutto ciò che sta in mezzo. Ma naturalmente, se questi argomenti fossero autorizzati a essere discussi in modo onesto e sensato nella “piazza pubblica”, l’intero castello di carte crollerebbe, creando una situazione davvero senza via d’uscita per i controllori al comando.

Politico descrive come nelle prossime settimane l’apparato europeo, in preda alla disperazione, organizzerà diverse convocazioni disperate intorno alla questione fondamentale della caduta in disgrazia dell’Europa: il tema principale sarà come resuscitare l’UE, o meglio, come mantenerla a galla:

https://www.politico.eu/articolo/europa-grande-settimana-crisi-diplomazia-monaco-conferenza-vertice-economico/

BRUXELLES — L’UE si prepara ad affrontare una settimana cruciale, durante la quale i leader dovranno confrontarsi con alcune delle questioni più spinose che affliggono il continente.

La loro missione: capire come rendere l’Europa un attore globale forte in un mondo sempre più spietato. Ciò significa rendere l’UE più competitiva dal punto di vista economico, ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e aiutare l’Ucraina a resistere alla dura invasione russa che dura ormai da quattro anni.

Senza dubbio, una serie di idee deleterie mascherate da soluzioni rapide “promettenti” saranno nuovamente proposte dalla nomenklatura intellettualmente fallita. Ne abbiamo avuto un primo assaggio di recente da parte dell’incompetente Kaja Kallas, assunta dal DEI, che ha tentato di stravolgere il recente discorso di Mark Carney a Davos trasformandolo in un appello all’eliminazione della sovranità europea e a una maggiore centralizzazione del potere totalitario dell’UE:

“Dobbiamo cambiare la cultura e smettere di pensare come nazioni…”

In un recente articolo abbiamo discusso di come alcuni paesi stiano orientandosi verso la Cina come ultima risorsa per rimanere a galla durante il periodo post-crisi in cui si galleggia per sopravvivere. Poco dopo, Starmer si è trascinato in Cina per rendere omaggio disperatamente a una nuova ancora di salvezza:

A proposito, come esempio molto istruttivo della “trasparenza” intrinseca di entrambe le parti, ecco le dichiarazioni del Regno Unito e della Cina dopo l’ossequiosa sessione di lotta di Starmer con Xi:

Resoconto ufficiale cinese dei colloqui:

Lettura del Regno Unito:

Si noti che la versione cinese fa molti riferimenti critici alle varie azioni antidemocratiche e ostili dell’Occidente, mentre la versione britannica sorvola e nasconde qualsiasi critica imbarazzante che faccia apparire Starmer come il piccolo vagabondo mendicante e irrequieto che era realmente al cospetto dell’imponente presenza di Xi.

Come affermato, le élite europee non hanno via d’uscita dalla trappola del fallimento dei costi irrecuperabili: tornare indietro significherebbe ammettere peccati così mostruosi da aver sperperato il sostentamento dell’intera civiltà europea; per questi criminali, non c’è altra via che andare avanti. Raddoppiare la posta e sperare che i propri avversari cedano prima di loro.

Dopotutto, se le cose dovessero mettersi male… ci sarebbe sempre la guerra mondiale.


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Rassegna stampa tedesca 66a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Il Texas dimostra che il malcontento nei confronti di Trump si è diffuso anche nelle regioni
tradizionalmente conservatrici. Il clamore sul “miglior presidente di tutti i tempi” o sulla “più forte
ripresa economica della storia”, le minacce quotidiane, gli insulti, le vanterie, tutto questo non può
nascondere il fatto che sempre più americani stanno voltando le spalle al loro presidente. Questo
non si vede solo alle elezioni, ma ogni giorno in città come Chicago, Los Angeles e soprattutto
Minneapolis. Lì, nelle ultime settimane, membri dell’ICE, l’agenzia per l’immigrazione, e della
polizia di frontiera hanno ucciso due persone. In Germania molti si chiedono perché gli americani
accettino senza grande resistenza lo smantellamento della democrazia e la violenza che proviene
dal governo. La risposta è: non è vero. Non è solo la brutalità del governo a rafforzare il campo
degli oppositori di Trump. Molti americani lamentano l’alto costo della vita. Vogliono che il
presidente si occupi di alloggi a prezzi accessibili invece che dell’annessione della Groenlandia.

06.02.2026
EDITORIALE
Il potere di Trump sta svanendo
Elezioni regionali perse, proteste contro gli agenti dell’ICE: sempre più cittadini non vogliono più
accettare la politica del presidente degli Stati Uniti.

Di Ralf Neukirch
A volte sono i piccoli segnali ad annunciare grandi cambiamenti. Qualche giorno fa, in un’elezione
suppletiva per il Senato del Texas, un candidato democratico moderato ha battuto nettamente la sua
avversaria repubblicana.

Credo che gli USA capiscano che abbiamo bisogno l’uno dell’altro, sia in materia di sicurezza che
nelle relazioni commerciali e di altro tipo. Perché se ci separiamo, non c’è futuro. Dobbiamo quindi
lavorare sodo per garantire che la NATO rimanga forte. Ma allo stesso tempo dobbiamo lavorare
sodo per rafforzare l’UE. La priorità assoluta dovrebbe essere quella di rafforzare l’UE e
comprendere che si tratta delle forze armate europee. Non lituane, lettoni, spagnole, tedesche.
Sono le forze armate dei paesi europei. Se qualcuno attacca il nostro paese, non attacca la
Lituania, ma l’UE.

08.02.2026
La Germania è sulla strada giusta
Il capo del governo lituano mette in guardia dagli attacchi ibridi della Russia, chiede una maggiore
leadership europea e spiega perché la zona di confine tra Lituania e Polonia potrebbe diventare un caso
grave per la NATO e l’UE.

Inga Ruginien – La socialdemocratica (LSDP) proviene dal movimento
sindacale ed è considerata una nuova figura politica con un profilo sociale e lavorativo molto marcato. Dal 2018 al 2024 è stata a
capo della Confederazione sindacale lituana. In precedenza, da dicembre 2024 a settembre 2025, è stata ministra degli Affari sociali
e del Lavoro.
Di ALEXANDER DINGER, CAROLINA DRÜTEN E CHRIS LUNDAY
Mentre a Washington si ripensa la presenza militare globale degli Stati Uniti, Vilnius porta avanti il
potenziamento della propria difesa e coinvolge più da vicino i partner europei.

Trump ha dispiegato così tante truppe e attrezzature nel Golfo Persico che credo che prima o poi
farà qualcosa. Ma potrebbero esserci negoziati che si protrarranno a lungo. La flotta statunitense
rimane in posizione, ma per ora non succede nulla. A mio avviso, una situazione di stallo è la più
probabile nel breve termine. La tensione nella regione è enorme. Nessuno vuole fare il passo
successivo. Molti giovani iraniani sono furiosi. E incredibilmente coraggiosi. Noi occidentali
dovremmo riconoscerlo. Non abbiamo ancora compreso appieno quale rivoluzionario
cambiamento abbia avuto luogo tra le giovani generazioni iraniane negli ultimi anni. L’ostacolo più
grande: l’odio e la sfiducia profondamente radicati nella popolazione. Ci vorrebbe un leader con
capacità speciali per superare tutto questo. Una sorta di Nelson Mandela iraniano. Ma non se ne
vede uno all’orizzonte.

STERN
05.02.2026
“MOLTI GIOVANI IRANIANI SONO FUORI DI SÉ
PER LA RABBIA”
Che Donald Trump attacchi o meno l’Iran, il Paese sprofonderà nel caos, prevede lo storico Ali Ansari

ALI ANSARI, 58 anni, insegna storia iraniana all’Università di St Andrews in Scozia

Intervista: Steffen Gassel
Professore Ansari, da giorni un suo omonimo fa notizia. Ali Ansari, un uomo d’affari iraniano con legami
con le Guardie della Rivoluzione, avrebbe sottratto 400 milioni di euro dal Paese e li avrebbe investiti
soprattutto in Europa, tra l’altro in un centro commerciale a Oberhausen e in due hotel Hilton a
Francoforte.

Non dovrebbero tutti scendere in piazza contro gli eccessi del presidente Donald Trump? A noi
tedeschi piace gridare, ma la nostra propensione alla protesta sembra finire quando questa
potrebbe costarci troppo. Almeno questo è quanto suggeriscono i dati dell’attuale sondaggio Forsa
per la rivista Stern: alla domanda se noi tedeschi, vista la situazione attuale, non dovremmo
boicottare i prossimi Mondiali di calcio negli Stati Uniti e in Messico, la risposta è stata chiara.
Circa tre quarti degli intervistati non riescono nemmeno a immaginarlo. Ora, si potrebbe supporre
che dietro a ciò si nasconda l’idea strategica di non irritare il presidente degli Stati Uniti Trump. Ma
potrebbe anche essere che per noi il divertimento finisca con il calcio.

STERN
05.02.2026
EDITORIALE

Quando uscirà il caso di studio “Come una nazione
industrializzata ancora leader sta rovinando
completamente la sua gestione del cambiamento”?

La Harvard Business School (HBS) non è solo il vivaio del capitalismo moderno. È anche famosa per i suoi
casi di studio.

La Nuova Destra è una forza politica “ipermoderna” che si è adattata alle condizioni degli anni

  1. Nonostante le differenze nazionali, tutti i partiti seguono lo stesso schema con quattro pilastri
    interconnessi, uniti da un nemico comune: il liberalismo, che ha creato un mondo pieno di
    interdipendenze difficilmente controllabili dal punto di vista politico e che minano le società. La
    famiglia politica della Nuova Destra si propone come salvatrice in questo contesto: promette ordine
    attaccando apertamente le regole, le istituzioni e i tabù esistenti, patria politica dei perdenti della
    globalizzazione, tra cui lavoratori, non laureati o abitanti di regioni strutturalmente deboli. Questa
    strategia è una “nuova guerra di classe” contro le élite urbane, le burocrazie o le grandi aziende.
    Sfrutta la frammentazione dell’opinione pubblica, domina i social media e mobilita i suoi sostenitori
    attraverso le emozioni e l’identità.

05.02.2026
Il successo della Nuova Destra in Europa – e
cosa la contrasta
Nonostante le differenze nazionali, tutti i partiti seguono lo stesso schema basato su quattro pilastri
interconnessi. Sono uniti da un nemico comune: il liberalismo

Di TILL HENNIGES
I partiti di estrema destra stanno guadagnando consensi in Europa. Nel febbraio 2025, la famiglia dei partiti
di estrema destra in Europa ha registrato un successo elettorale medio del 24%, raggiungendo per la prima
volta dal 1920 lo stesso risultato dei conservatori e dei socialdemocratici.

L’accordo New Start firmato nel 2010 dagli allora presidenti Barack Obama e Dmitrij Medvedev
comprendeva missili intercontinentali terrestri con una gittata superiore a 5500 chilometri, armi
nucleari sottomarine e bombardieri strategici. Trump non sembra interessato a una proroga
informale; anche Pechino dovrebbe far parte dell’accordo, secondo il presidente americano. La
Repubblica Popolare Cinese rifiuta da tempo un controllo trilaterale sugli armamenti: un portavoce
del ministero degli Esteri a Pechino ha dichiarato: “Chiedere alla Cina di partecipare ai negoziati
sul disarmo nucleare in questo momento non è né giusto né ragionevole”. La sua motivazione: “Le
forze nucleari della Cina e degli Stati Uniti non sono affatto equivalenti”. Alla luce del
potenziamento nucleare della Cina, Washington si riserva tutte le opzioni, compreso l’aumento del
numero delle proprie testate nucleari. Non è certo che la Cina miri effettivamente alla parità nel
numero delle sue testate, ma Xi continua a potenziare massicciamente le sue forze nucleari in
termini di numero e qualità.

05.02.2026
La fine del New Start
Con il New Start scadono le ultime barriere all’armamento nucleare tra Mosca e Washington. Trump
vuole un accordo “migliore” che coinvolga anche la Cina. Ma Pechino non è d’accordo.

di Gregor Grosse, Friedrich Schmidt e Jochen Stahnke
L’ultimo grande accordo sul controllo degli armamenti nucleari tra Russia e Stati Uniti, il New Start,
dovrebbe scadere nella notte tra mercoledì e giovedì.

Il Giappone eleggerà un nuovo parlamento. Quello vecchio è stato sciolto da Sanae Takaichi, in
carica come primo ministro da ottobre. Takaichi vuole cogliere l’attimo, ha guadagnato prestigio
nella disputa con la Cina ed è così popolare che il suo partito dovrebbe ottenere alle elezioni una
maggioranza più solida rispetto al precario vantaggio di un solo voto della coalizione di governo. Il
dibattito è simile alla discussione tedesca sulla svolta epocale: un Paese gravato dal senso di
colpa per la guerra, che per decenni si è nascosto nell’ombra degli Stati Uniti dal punto di vista
militare, viene improvvisamente strappato dalla sua identità pacifista. “Dobbiamo essere in grado
di proteggere il nostro Paese da soli”, ha dichiarato Takaichi. Le tre sfide più grandi per la
sicurezza del Giappone sono la Cina, la Cina e la Cina.

05.02.2026
Svolta epocale in Giappone
Con le nuove elezioni, il primo ministro Sanae Takaichi mette in discussione il pacifismo del dopoguerra

DI JENS MÜHLING
Una mattina d’inverno a Hiroshima, ottantacinque anni dopo il lancio della bomba atomica. Nel punto in cui
esplose nel 1945, oggi si trovano delle teche di vetro a cielo aperto, alte quanto un uomo, piene di gru di
carta dai colori vivaci, disposte in lunghe ghirlande.

In Alaska, a Miami e ad Abu Dhabi, Russia, Ucraina e Stati Uniti discutono del futuro dell’Europa
senza l’Europa. Altri negoziano. Altri decidono. L’Europa sta a guardare. Ciò che manca è una
geopolitica europea offensiva. Partnership proprie per le materie prime. Standard propri.
Tecnologie proprie. Fonti energetiche proprie. Interessi propri. Geopolitica offensiva significa:
definiamo ciò di cui abbiamo bisogno e agiamo di conseguenza. Non aspettiamo che altri creino i
fatti. . La forza europea deve essere costruita, non presa in prestito. La geopolitica è dura. Non
chiede cosa speriamo. Chiede cosa ci serve.

05.02.2026
Geoeconomia
L’Europa ha bisogno di una propria politica
geopolitica offensiva
Ogni innovazione tecnologica produce oggi un’eco geopolitica. Chi resta indietro, resta indietro. Per
l’Europa questo è un segnale d’allarme.

Di Nico Lange – è il fondatore dell’Istituto per l’analisi dei rischi e la sicurezza internazionale
L’Europa ha a lungo percepito la geopolitica come un rombo lontano dietro le colline. Un rumore che si
ignorava finché era lontano. Ma ora si sta avvicinando. È udibile. È percepibile. Non possiamo più ignorarlo.

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Internet, criminalità informatica e politica_di Vladislav Sotirovic

Internet, criminalità informatica e politica

Le guerre future “potrebbero vedere attacchi tramite virus informatici, worm, bombe logiche e cavalli di Troia piuttosto che proiettili, bombe e missili”

[Steven Metz, Armed Conflict in the 21st Century: The Information Revolution and Post-Modern Warfare, Carlisle, PA: Strategic Studies Institute, 2000, xiii].

Le potenzialità di Internet nella politica

Internet o il WWW (World Wide Web) si sono diffusi in modo massiccio in tutto il mondo alla fine degli anni ’80, o più precisamente dal 1989, lo stesso anno in cui è caduto il muro di Berlino, consentendo così alla Guerra Fredda 1.0 di entrare nella fase finale della sua conclusione. Ecco perché entrambi questi eventi storici segnano l’inizio dell’era della turbo-globalizzazione in tutti i settori, dall’economia alla cultura, compresa la politica.[1] Con la crescente importanza di Internet, è abbastanza comprensibile che esso stia diventando un’arena di rivalità politica e ideologica con necessarie implicazioni crescenti per quanto riguarda le questioni di sicurezza nazionale. [2]

La diffusione dei mass media tramite Internet, seguita dalle comunicazioni nel quadro del cyberspazio[3], consente a un numero sempre maggiore di persone, anche negli angoli più remoti del globo, di essere informate (o disinformate) sugli affari mondiali, di formarsi (o accettare) opinioni su determinati eventi e di essere coinvolte nella politica in modi che circa 35 anni fa sarebbero stati inimmaginabili. Oggi, anche i contadini poveri in molte parti del mondo hanno accesso a Internet, che fornisce informazioni e offre sia ai gruppi governativi che a quelli antigovernativi un nuovo modo di lottare per le loro idee, ideologie e programmi al fine di indottrinare il pubblico.

Internet è già diventato lo strumento centrale di tutti per facilitare lo scambio di punti di vista diversi, la diffusione di informazioni, notizie false o propaganda, il movimento di denaro elettronico e, infine, il coordinamento delle attività, per l’ovvia ragione che è economico e facilmente accessibile. I blogger con i loro weblog stanno influenzando le masse di persone in tutto il mondo trasmettendo sia informazioni che disinformazione e opinioni su Internet.[4] Dopo la fine della Guerra Fredda 1.0, è iniziata una nuova Guerra Fredda 2.0, in cui le grandi potenze hanno iniziato ad adottare armi intelligenti per combattere le guerre convenzionali, armi che utilizzano nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione come Internet o il cyberspazio. È emerso un nuovo tipo di guerra: la guerra cibernetica. [5]

Per quanto riguarda la politica, l’impatto focale di Internet può essere riassunto in quattro punti fondamentali:

1. La reale possibilità tecnica di Internet è quella di aumentare e migliorare la trasparenza del governo attraverso il libero accesso ai contenuti online, ai documenti ufficiali e a tutti i tipi di relazioni e punti di vista governativi su diverse questioni e problemi.

2. La capacità di Internet di aumentare la quantità di informazioni rilevanti dal punto di vista politico, comprese sia quelle reali che quelle false.

3. Ha il potere di organizzare e accelerare il coordinamento di diversi gruppi di interesse, gruppi estremisti e la cosiddetta società civile al di là di quelli che prima erano conosciuti come ambiti politici tradizionali e barriere.

4. La creazione di nuove forme di attività criminali, note come crimini informatici, cyberterrorismo o problemi di sicurezza informatica.

Per quanto riguarda il primo punto, ovvero la possibilità di aumentare la trasparenza, i governi, le ONG e diverse istituzioni di governance globale (come l’ONU) hanno creato milioni di pagine web allo scopo di offrire informazioni politiche sotto forma di rapporti ufficiali, punti di vista, commenti, forum di contatto o razionalizzazioni strategiche. Molti governi hanno fissato obiettivi crescenti per la percentuale massima della loro comunicazione con i cittadini tramite Internet.

Tuttavia, se parliamo di flussi di informazioni, Internet offre sicuramente una piattaforma economica e facile da usare per molti tipi di movimenti populisti, partiti o organizzazioni che cercano di indottrinare e attirare un possibile pubblico di elettori alle elezioni.[6] Un esempio di grande successo, a titolo illustrativo, è stato quello dei Democratici statunitensi nelle elezioni presidenziali di Barack Obama nel 2008.

La facilità di Internet consente una maggiore comunicazione delle politiche identitarie, come quelle osservate durante il referendum britannico per l’uscita dall’UE, la Brexit.[7] Tuttavia, un’altra facilità che Internet offre nella pratica è la diffusione di propaganda[8] da parte di persone o organizzazioni estremiste per diversi scopi. Uno degli esempi più eclatanti di abuso delle facilità di Internet per scopi politici e/o ideologici è quello utilizzato da diversi gruppi radicali per le loro strategie di reclutamento.

Internet in generale e i social media in particolare forniscono potenti piattaforme per una maggiore diffusione delle cosiddette fake news. Tali notizie sono una forma di informazione non confermata, diffusa da molte visualizzazioni online generate, piuttosto che dalle tradizionali forme di canali di verifica indipendenti. Per quanto riguarda il primo aspetto, molti esperti sostengono che sia la promozione delle fake news sia la profilazione mirata degli utenti su Internet (in particolare su Twitter) abbiano contribuito in modo determinante all’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti nel novembre 2016.

Una delle caratteristiche fondamentali del cyberspazio è che pone sfide reali ai governi, poiché Internet facilita la mobilitazione e il coordinamento da parte di professionisti, combattenti per la libertà, ribelli, criminali e terroristi di ogni tipo. Un buon esempio dell’uso di Internet contro i regimi autoritari è il caso di WikiLeaks nell’aprile 2010, quando è apparso in rete un video che mostrava un elicottero statunitense a Baghdad uccidere una dozzina di iracheni, tra cui due giornalisti.

Criminalità informatica

La criminalità informatica, in sostanza, si riferisce ai tipi tradizionali di reati che sono migrati nel cyberspazio (Internet), come il riciclaggio di denaro o lo sfruttamento sessuale. Tuttavia, la criminalità informatica comprende anche attività criminali specifiche di Internet, come l’accesso illegale a informazioni elettroniche, al commercio, a segreti nazionali o politici e, infine, la creazione e la diffusione di pericolosi virus informatici, che possono causare danni alla sicurezza politica o nazionale.

I crimini informatici commessi da individui o gli attacchi informatici sponsorizzati dallo Stato rappresentano senza dubbio una grave minaccia per la comunità internazionale in generale o per una sua parte specifica, proprio perché sono in linea di principio progettati per degradare, negare o addirittura distruggere le informazioni memorizzate nei computer o per compromettere i computer stessi. Tali attività di attacchi informatici o terrorismo informatico sono commesse con l’obiettivo finale di causare interruzioni, distruzione o perdite umane.

I crimini informatici possono rappresentare una minaccia primaria per gli individui, l’industria e/o le organizzazioni politiche. Tuttavia, in termini politici, i crimini informatici possono mettere in discussione il corretto funzionamento dello Stato e del suo sistema politico se quest’ultimo non riesce a controllare tali attività criminali o se subisce interruzioni nella sicurezza informatica.

Uno dei tipi più specifici di crimine informatico è il terrorismo informatico. Si riferisce fondamentalmente all’uso (improprio) delle strutture Internet da parte di diverse organizzazioni per promuovere la propaganda e le attività terroristiche. I gruppi terroristici possono utilizzare Internet come dominio per commettere attacchi informatici, ad esempio prendendo di mira reti o computer appartenenti a infrastrutture governative, pubbliche o militari. Il programma informatico più noto finora utilizzato nei crimini informatici è il cosiddetto cavallo di Troia, un programma in cui un codice è contenuto all’interno di un programma o di dati in modo da poter prendere il controllo di un computer allo scopo di danneggiarlo. Tuttavia, un ulteriore pericolo può essere rappresentato dalle trap door o back door dei computer, ovvero falle deliberate nei programmi informatici che vengono utilizzate per ottenere l’accesso non autorizzato a un computer o a una rete di computer a fini di spionaggio e/o distruzione del sistema informatico. [9]

Tuttavia, Internet può essere (ab)usato per perpetrare atti di terrorismo che causano danni fisici o mentali, ma in casi estremi i cyber-terroristi possono incorrere in responsabilità penale individuale ai sensi del diritto penale internazionale, laddove la loro condotta sia intesa come sostegno a crimini di guerra, aggressione, crimini contro l’umanità o genocidio. Nella terminologia bellica, la guerra informatica è l’uso di un sistema di informazione allo scopo di sfruttare, interrompere o distruggere le reti informatiche militari o civili nemiche con l’obiettivo finale di interrompere tali sistemi e le attività che essi svolgono.[10] La guerra informatica è una guerra nel cyberspazio, che è già un nuovo quinto dominio militare dopo terra, mare, aria e spazio.

Le misure legali contro la criminalità informatica

Negli ultimi due decenni, i crimini informatici di ogni tipo sono stati sempre più considerati come attacchi bellici contro gli Stati e le loro infrastrutture e, pertanto, sono regolati principalmente dal quadro giuridico internazionale relativo all’uso della forza o, nel caso di reati commessi in tempo di guerra (conflitto armato), dal diritto internazionale umanitario.

Tutti i paesi, o gruppi di paesi, considerati appartenenti al blocco delle grandi potenze, hanno attuato alcune misure giuridiche e pratiche per contrastare la criminalità informatica sul loro territorio autorizzato. Uno degli esempi è il Consiglio d’Europa, che ha adottato la Convenzione sul crimine informatico nel 2001 e nel 2004, che ha stabilito una politica penale comune tra gli Stati membri sia adottando un quadro legislativo appropriato sia incoraggiando la cooperazione transnazionale a livello globale nella pratica della lotta al crimine informatico in tutti i settori, compresa la politica. Se vogliamo esprimerci in termini giuridici più precisi, secondo il quadro giuridico del Consiglio europeo relativo alla lotta alla criminalità informatica, gli Stati membri dovrebbero criminalizzare l’accesso illegale e l’interferenza illegale e, allo stesso tempo, dovrebbero cooperare con tutti i mezzi giuridici e pratici possibili nelle loro politiche di indagine e perseguimento penale. [11]

È una chiara decisione delle Nazioni Unite che tali attività informatiche minano il processo di pace e la sicurezza a livello globale o regionale e, pertanto, l’organizzazione ha invitato tutti i suoi Stati membri a vietare l’incitamento al terrorismo, ad adottare tutte le misure attive possibili per prevenirlo e a negare un rifugio sicuro alle persone o ai gruppi di persone colpevoli di incitamento. Tuttavia, qualsiasi tipo di misura di sicurezza informatica adottata deve rispettare la protezione degli standard internazionali in materia di diritti umani, come la libertà di espressione e di associazione o il diritto alla privacy.

Infatti, nell’ambito del quadro giuridico degli accordi internazionali volti alla repressione del terrorismo in generale, e più in particolare su Internet, gli Stati sono soggetti a numerosi obblighi giuridici internazionali che richiedono loro di combattere il terrorismo informatico nello spazio Internet da loro controllato. È il caso, ad esempio, del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha adottato diverse risoluzioni in base alle quali tutti gli Stati membri dell’ONU sono tenuti ad agire contro le attività terroristiche all’interno dei propri confini, compreso il terrorismo informatico.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex professore universitario, Vilnius, Lituania

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici, Belgrado, Serbia

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici, Montreal, Canada

sotirovic1967@gmail.com © Vladislav B. Sotirovic 2026

Dichiarazione di non responsabilità personale: l’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale e non rappresenta alcuna persona o organizzazione, se non le proprie opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro mezzo di comunicazione o istituzione.

L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo.

Note:

[1] Michael Meyer, The Year that Changed the World: The Untold Story Behind the Fall of the Berlin Wall, New York: Scribner, 2009; Brian McCullough, How the Internet happened: From Netscape to the iPhone, New York−Londra: Liveright Publishing Corporation, 2018.

[2] Per ulteriori informazioni, consultare [John Erikkson, Giampiero Giacomello, “The Information Revolution, Security, and International Relations: (IR) Relevant Theory?”, International Political Science Review, 27/3, 2006, 221-224].

[3] Il cyberspazio è “il mezzo elettronico delle reti informatiche in cui avviene la comunicazione online” [Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, Second Edition, Londra-New York: Routledge Taylor & Francis Group, 2012, 575].

[4] Daniel W. Drezner, Henry Farrell, “Web of Influence”, Foreign Policy, 145, 2004, 32−40.

[5] Per ulteriori informazioni sulla guerra cibernetica, consultare [Richard A. Clarke, Robert Knake, Cyber War, New York: HarperCollins, 2010]. Questo libro offre un quadro della guerra cibernetica e delle sue potenzialità per i potenziali nemici.

[6] Si veda, ad esempio, [Pipa Norris, Ronald Inglehart, Cultural Backlash: Trump, Brexit, and Authoritarian Populism, Cambridge, Regno Unito: Cambridge University Press, 2019].

[7] Brexit è un termine abbreviato dagli inglesi, che significa letteralmente “uscita” dall’Unione Europea. Il Brexit si riferisce ai dibattiti direttamente collegati al referendum del 23 giugno 2016 sull’uscita del Regno Unito dall’UE. Il referendum sul Brexit è diventato un dibattito tra due fazioni nel Regno Unito: quelli a favore dell’uscita dall’UE e quelli a favore della permanenza nell’UE. Per ulteriori informazioni sulla questione della Brexit, consultare [Harold D. Clarke, Matthew Goodwin, Paul Whiteley, Brexit: Why Britain Voted to Leave the European Union, Cambridge, Regno Unito: Cambridge University Press, 2017].

[8] Il termine propaganda ha origine storica in un ufficio della Chiesa cattolica romana in Vaticano incaricato della diffusione della fede (cattolica romana) – de propaganda fide. Il termine propaganda entrò nell’uso comune negli anni ’30 per descrivere i regimi autoritari dell’epoca che miravano alla totale subordinazione della conoscenza alla politica dello Stato. Sulla base delle politiche di diversi tipi di regimi politici autoritari e totalitari in Europa volte a sviluppare la legittimità e il controllo sociale da parte delle istituzioni governative centralizzate, la propaganda fu presto diretta verso le popolazioni di altri Stati (di solito i vicini), provocando reazioni da parte degli altri Stati. Pertanto, ad esempio, il Regno Unito istituì il Ministero dell’Informazione. Tali ministeri utilizzavano la stampa, la radio, il cinema, l’arte grafica e la parola orale per giustificare la politica ufficiale dei loro governi (la propaganda bianca), ma allo stesso tempo per sconfiggere la propaganda nemica (la propaganda nera). La propaganda era piuttosto importante nelle relazioni internazionali durante la Guerra Fredda 1.0, soprattutto attraverso stazioni radio come Radio Free Europe o Voice of America, che diffondevano i valori ufficiali della democrazia liberale occidentale e dell’economia di mercato. Oggi, la propaganda politica occidentale, sia tramite Internet che altri mezzi tecnici, è diretta principalmente contro la Russia e la Cina sotto forma di (estrema) russofobia e sinofobia. Per ulteriori informazioni sulla propaganda, consultare [Jason Stanley, How Propaganda Works, Princeton, Stati Uniti-Oxford, Regno Unito: Princeton University Press, 2015].

[9] Per ulteriori dettagli, consultare [Jonathan Kirshner (ed.), Globalization and National Security, New York: Routledge, 2006].

[10] Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, Second Edition, Londra−New York: Routledge Taylor & Francis Group, 2012, 575.

[11] Per ulteriori informazioni, consultare [Robert W. Taylor, et al, Cyber Crime and Cyber Terrorism, Pearson, 2018].

Internet, Cybercrime, and Politics

Future war “may see attacks via computer viruses, worms, logic bombs, and trojan horses rather than bullets, bombs, and missiles”

[Steven Metz, Armed Conflict in the 21st Century: The Information Revolution and Post-Modern Warfare, Carlisle, PA: Strategic Studies Institute, 2000, xiii].

The facilities of the Internet in politics

The Internet or the WWW (World Wide Web) became massively widespread around the globe in the late 1980s, or more precisely since 1989, the same year when the Berlin Wall collapsed and, therefore, enabled the Cold War 1.0 to enter the final stage of its end. That is why both of these historical events mark the start of the Turbo-Globalization Era in all spheres, from economy to culture, including politics as well.[1] With the growing importance of the Internet, it is quite understandable that it is becoming an arena of political and ideological rivalry with necessary growing implications concerning national security issues.[2]

The spread of mass media via the Internet, followed by communications within the framework of cyber-space[3] enables ever more people, even in remote corners of the globe, to be informed (or misinformed) about world affairs, form (or to accept) opinions about certain events, and to be involved in politics in ways that some 35 years ago would have been unimaginable. Today, even poor peasants in many parts of the world have access to the Internet, which provides information and gives both government and anti-government groups a new way to struggle for their ideas, ideologies, and programs in order to indoctrinate the public.

The Internet already become the focal instrument of all in facilitating the exchange of different viewpoints, dissemination of information, fake news or propaganda, movement of electronic money, and finally the coordination of activities for the obvious reason that it is inexpensive and easily accessible. Bloggers with their weblogs are influencing the masses of people across the globe by transmitting both information and disinformation and opinion on the Internet.[4] After the end of Cold War 1.0, a new Cold War 2.0 started, in which the Great Powers started to adopt smart weapons to fight conventional wars, weapons that utilize new information and communication technologies like the Internet or cyberspace. A new type of warfare emerged – cyber-war.[5]

What concerns politics, the focal impact of the Internet can be summarized into four basic points:

  1. The real technical possibility of the Internet is to increase and improve the transparency of the Government by free access to online content, official documents, and all kinds of Governmental reports and viewpoints on different issues and problems.
  2. The ability of the Internet to increase the politically relevant set of information, including both factual and hoaxes.
  3. It has the power to organize and speed up the coordination of different interest groups, extremist groups, and the so-called civil society beyond what was known before as traditional political areas and barriers.
  4. The creation of new forms of criminal activities, known as cybercrime, cyber-terrorism, or cybersecurity problems.

Regarding the first point of the possibility to increase transparency, Governments, NGOs, and different institutions in global governance (like the UN) have created millions of web pages for the purpose of offering political information as official reports, viewpoints, comments, contact forums, or strategy rationalizations. Many governments established increasing targets for the maximum proportion of their communication with citizens via the Internet.

Nevertheless, if we are speaking about information flows, the Internet is offering, for sure, a cheap and easy platform for many types of populist movements, parties, or organizations seeking to indoctrinate and attract a possible voting audience at the elections.[6] One such very successful example, as a matter of illustration, was by the US Democrats in the presidential election of Barack Obama in 2008.

The facility of the Internet allows for greater communication of identity politics, like, for instance, those witnessed during the British referendum to leave the EU – Brexit.[7] However, another facility that the Internet offers in practice is the spreading of propaganda[8] by extremist persons or organizations for different purposes. One of the most blatant examples of misusing Internet facilities for the very political and/or ideological purposes is used by different radical groups for recruitment strategies.

The Internet in general and social media in particular provide powerful platforms for the greater dissemination of so-called fake news. Such news is a form of uncorroborated media is popularized by many online views generated, rather than from traditional forms of independent channels of verification. Concerning the former, many experts would argue that both the promotion of fake news and targeted viewer profiling on the Internet (particularly on Twitter) tremendously contributed to the election of Donald Trump for US President in November 2016. 

One of the crucial power features of cyberspace is that it poses real challenges to Governments as the Internet facilitates mobilization and coordination by professionals, freedom fighters, insurgents, criminals, and terrorists of all kinds. A good example of the use of the Internet against authoritarian regimes is the case of WikiLeaks in April 2010, when a video that showed a US helicopter in Baghdad killing a dozen Iraqis, including two journalists, appeared on the net.   

Cybercrime 

Cybercrime, in essence, refers to traditional types of crimes that have migrated to cyberspace (the Internet), such as money laundering or sexual exploitation. However, cybercrime also includes internet-specific criminal activities like illegal access to electronic information, trade, national or political secrets, and finally the creation and spread of dangerous computer viruses, which can impose political or national-security harmfulness.

Cyber-crime committed by individuals or state-sponsored cyber-attacks undoubtedly poses serious threats to the international community in general or a particular part of it, for the very reason that they are in principle designed to degrade, deny, or even destroy information stored in computers or to compromise computers themselves. Such activities of cyber-attacks or cyber-terrorism are committed with the ultimate task of inflicting disruption, destruction, or human loss.     

Cyber-crime can be a foremost threat to individuals, industry, or/and/or political organizations as well. However, in political terms, cybercrime can question the proper function of the state and its political system if the latter persistently fails to control such criminal activity or if it suffers breakdowns in cybersecurity.

One of the very specific types of cybercrime is cyber-terrorism. It basically refers to the (mis)use of Internet facilities by different organizations to promote terrorist propaganda and activities. Terrorist groups can use the Internet as a domain to commit cyber-attacks by, for example, targeting networks or computers that belong to the Governmental, public, or military infrastructures. The most notorious up to now cyber-program used in cyber-crimes is the so-called Trojan horse – a program in which a code is contained inside a program or data so that it can take control of a computer for the sake of damaging it. However, an additional danger can be posed by computer trap doors or back doors – deliberate holes in computer programs that are used to gain unauthorized access to a computer or a computer network for the reasons of spying and/or destroying the computer system.[9]

However, the Internet can be (mis)used to perpetrate acts of terror that produce physical or mental damage, but in extreme cases, cyber-terrorists can incur individual criminal responsibility under international criminal law where their conduct is understood as supporting war crimes, aggression, crimes against humanity, or genocide. In war terminology, cyber-war is the use of a system of information for the purpose of exploiting, disrupting, or destroying an enemy’s military or civilian computer networks with the ultimate aim of disrupting those systems and the tasks they perform.[10] Cyber-war is war in cyberspace, which is already a new fifth military domain after land, sea, air, and space.  

The legal measures against cybercrime

During the last two decades, cyber-crime of all types has been increasingly understood to be war-like attacks on states and their infrastructure and, therefore, are regulated mostly by the international legal framework relating to the use of force or, in the case committed at the time of war (armed conflict), by international humanitarian law.

All countries, or groups of countries, which are considered to belong to the Great Powers’ bloc, implemented certain legal and practical measures to counter the cyber-crime on their authorized territory. One of the examples is the Council of Europe, which adopted the Convention on Cyber-crime in 2001 and 2004, which established a common criminal policy among the Member States by both adopting an appropriate legislative framework and encouraging transnational cooperation on the global level in the practice of beating cybercrime in all spheres, including politics as well. If we can speak in more precise legal terms, according to the legal framework of the European Council concerning beating cybercrime, the Member States should criminalize illegal access and illegal interference, and at the same time, the Member States should cooperate by all possible legal and practical means in their examination and prosecution policies.[11]  

It is a clear decision by the UN that such cyber-activities are undermining the global or regional peace process and security, and, therefore, the organization called all its Member States to prohibit incitement to commit terrorism, take as many active measures for the prevention of incitement, and deny a safe place to persons or groups of persons who are guilty of incitement. Nevertheless, any kind of adopted cybersecurity measure must comply with the protection of international standards of human rights, like the freedom of speech and association, or the right to privacy.

As a matter of fact, within the legal framework of international agreements aimed at the suppression of terrorism in general, and more particularly on the Internet, states are subject to many international legal obligations that require their struggle against cyber-terrorism within the Internet space that is controlled by them. It is, for instance, the case of the UNSC, which adopted several resolutions by which all the UN Member States are required to act against terrorist activities within their borders, including cyber-terrorism too.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Former University Professor, Vilnius, Lithuania

Research Fellow at Center for Geostrategic Studies, Belgrade, Serbia

Research Fellow at the Center for Geostrategic Studies, Montreal, Canada

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       © Vladislav B. Sotirovic 2026

Personal disclaimer: The author writes for this publication in a private capacity which is unrepresentative of anyone or any organization except for his own personal views. Nothing written by the author should ever be conflated with the editorial views or official positions of any other media outlet or institution. 

The author of the text does not have any moral, political, scientific, material, or legal responsibility for the views expressed in the article.


Notes:

[1] Michael Meyer, The Year that Changed the World: The Untold Story Behind the Fall of the Berlin Wall, New York: Scribner, 2009; Brian McCullough, How the Internet happened: From Netscape to the iPhone, New York−London: Liveright Publishing Corporation, 2018.

[2] See more in [John Erikkson, Giampiero Giacomello, “The Information Revolution, Security, and International Relations: (IR) Relevant Theory?”, International Political Science Review, 27/3, 2006, 221−224].

[3] Cyber-space is “electronic medium of computer networks in which online communication takes place” [Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, Second Edition, London−New York: Routledge Taylor & Francis Group, 2012, 575].

[4] Daniel W. Drezner, Henry Farrell, “Web of Influence”, Foreign Policy, 145, 2004, 32−40.

[5] About cyber-war, see more in [Richard A. Clarke, Robert Knake, Cyber War, New York: HarperCollins, 2010]. This book is giving a picture of cyber-war and its capabilities which afford potential enemies.

[6] See, for instance [Pipa Norris, Ronald Inglehart, Cultural Backlash: Trump, Brexit, and Authoritarian Populism, Cambridge, UK: Cambridge University Press, 2019].

[7] Brexit is abbreviated term by the British, meaning literary shorthand for the British leaving of the European Union. The Brexit refers to the debates in the direct connections with June 23rd, 2016 referendum for the UK to exit the EU. The Brexit referendum became a debate between two camps in the UK – those for the British leaving the EU vs. those for the British standing in the EU. About the Brexit issue, see more in [Harold D. Clarke, Matthew Goodwin, Paul Whiteley, Brexit: Why Britain Voted to Leave the European Union, Cambridge, UK: Cambridge University Press, 2017].

[8] The term propaganda is historically originating in an office of the Roman Catholic Church in the Vatican charged with the propagation of the (Roman Catholic) faith – de propaganda fide. The term propaganda entered common usage in the 1930s in order to describe at that time the authoritarian regimes to achieve total subordination of knowledge to the policy of the state. Based on the politics of different kinds of authoritarian and totalitarian political regimes in Europe to develop legitimacy and social control by the centralized governmental institutions, propaganda soon came to be directed toward the populations of other states (usually the neighbours), provoking reactions from the other states. Therefore, for instance, the UK established the Ministry of Information. Such ministries employed print, radio, film, graphic art, and the oral word in order to justify the official policy of their Governments (the White Propaganda) but at the same time to beat the enemy’s propaganda (the Black Propaganda). Propaganda was quite important in the international relations during the Cold War 1.0 especially via radio stations like Radio Free Europe or Voice of America which have been propagating the official values of the Western political liberal democracy and market economy. Today, the Western political propaganda either via the Internet or other technical means is mainly directed against Russia and China in the forms of (extreme) Russophobia and Sinophobia. See more about propaganda in [Jason Stanley, How Propaganda Works, Princeton, US−Oxford, UK: Princeton University Press, 2015].       

[9] See in more detail in [Jonathan Kirshner (ed.), Globalization and National Security, New York: Routledge, 2006].

[10] Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, Second Edition, London−New York: Routledge Taylor & Francis Group, 2012, 575.

[11] See more in [Robert W. Taylor, et al, Cyber Crime and Cyber Terrorism, Pearson, 2018].

Xi Jinping sul sistema finanziario cinese_di Karl Sanchez

Xi Jinping sul sistema finanziario cinese

Karl Sánchez4 febbraio
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La rivista cinese Qiushi, il bimestrale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, ha pubblicato la sua terza edizione del 2026 ” Intraprendere la strada dello sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi e costruire una potenza finanziaria “, che, come si legge in una nota finale, “è un estratto del discorso del Segretario Generale Xi Jinping al seminario sulla promozione dello sviluppo finanziario di alta qualità da parte dei principali quadri dirigenti a livello provinciale e ministeriale, tenutosi il 16 gennaio 2024”, il che lo rende vecchio di due anni. La domanda ovvia è: perché proprio ora? La risposta sembra essere collegata all’attuazione del 15° Piano Quinquennale, che viene presentato oggi, come documenta questo articolo del Global Times . Un fatto saliente sui sedicenti marxisti e marxisti-leninisti dell’Unione Sovietica e della Cina è stato rivelato proprio alla fine di un podcast con Michal Hudson e Vijay Prashad-Hudson:

Avevo dedicato un anno della mia vita allo studio delle teorie del plusvalore di Marx. All’inizio, solo il primo volume era stato tradotto. La Russia si oppose alla sua traduzione, e il Partito Comunista distrusse addirittura le lastre di stampa del secondo volume perché lo trovava troppo sconvolgente. Stessa cosa in Cina. Non sono affatto contenti di sentire parlare del secondo e del terzo volume del Capitale .

Ciò mi ha spinto a chiedere al Dott. Hudson sulla sua pagina Patreon se potesse darmi ulteriori spiegazioni. Ecco cosa ha condiviso:

È una lunga storia. Un aspetto è che gli stalinisti si sono concentrati solo sul Vol. I: i datori di lavoro industriali sfruttano la manodopera. L’altro è la confusione degli stalinisti (incluso Maurice Dobbs) tra prezzo e valore. Per la Cina, il denaro era già considerato un servizio pubblico. Ma non tassavano la terra né distinguevano tra rendita economica (reddito non guadagnato) e valore, con Rendita = Prezzo – Valore. Semplicemente rifiutavano il marxismo perché contaminato dalla burocrazia stalinista ed evitavano di studiare il Vol. II e III di Marx dal 1980 sotto Deng. Le loro università danno la priorità agli studenti cinesi che hanno studiato economia negli Stati Uniti e che sono stati semplicemente neoliberalizzati.

Possiamo quindi concludere che i sedicenti marxisti non erano poi così marxisti, poiché rifiutavano i trattati più importanti di Marx. A mio parere, questa rivelazione è molto importante sia per ragioni storiche che contemporanee. Il Dott. Hudson conosce bene la Cina, avendo spesso tenuto corsi lì e avendone realizzati una serie in formato video. Ma esplorare questo aspetto non è l’obiettivo; piuttosto, il suo scopo è mostrare che ciò che Xi prescrive è un ibrido che fonde la filosofia tradizionale cinese con il pensiero marxista e altri pensieri politico-economici occidentali. Va inoltre notato che molti elementi di quanto segue sono incorporati nelle varie iniziative globali della Cina e nella sua filosofia di sviluppo per la Belt & Road, e trovano spazio anche negli accordi commerciali bilaterali.

Un altro motivo per cui la pubblicazione del discorso di Xi è stata ritardata di due anni è lo sviluppo della Cina stessa, in particolare la sua performance nella vittoria della Guerra Commerciale avviata da Trump nel 2025, che ha visto la Cina anticipare correttamente le azioni di Trump e i metodi adottati per evitarle, generando al contempo un volume record di esportazioni valutate in yuan. Esiste quindi una fiducia nazionale che consente alla Cina di presentare la sua visione di ciò che costituisce un sistema finanziario adeguato:

Xi Jinping: “Prendere la strada dello sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi e costruire una potenza finanziaria”: Uno:

Dal 18° Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese [2012], abbiamo esplorato attivamente le leggi dello sviluppo finanziario nella nuova era, approfondito costantemente la nostra comprensione dell’essenza della finanza socialista con caratteristiche cinesi, promosso costantemente l’innovazione della pratica finanziaria, l’innovazione teorica e l’innovazione istituzionale, accumulato una preziosa esperienza e intrapreso gradualmente un percorso di sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi.

In primo luogo, aderire alla guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito in materia di finanza. La guida del Partito è la caratteristica più essenziale del percorso verso lo sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi e rappresenta il principale vantaggio politico e istituzionale per lo sviluppo finanziario del nostro Paese. I principali risultati nello sviluppo finanziario del nostro Paese sono sempre stati conseguiti sotto la guida del Partito. La causa principale di molti problemi del sistema finanziario risiede nell’inefficace attuazione delle decisioni e delle disposizioni del Comitato Centrale del Partito da parte di molte unità del settore finanziario, nella mancanza di consapevolezza e nell’indebolimento dell’attuazione della guida del Partito, nella debole costruzione politica del Partito e nella scarsa comprensione della costruzione di uno stile di partito e di un governo pulito. Pertanto, è necessario aderire alla guida centralizzata e unificata del Comitato Centrale del Partito in materia di finanza, dare pieno sfogo al ruolo di guida fondamentale del Partito nella supervisione della situazione generale e nel coordinamento di tutti i partiti, e garantire che la finanza proceda sempre nella giusta direzione.

In secondo luogo, aderire a un orientamento valoriale incentrato sulle persone . L’iniziativa finanziaria guidata dal nostro partito è volta in ultima analisi al beneficio delle persone , il che è completamente diverso dall’essenza della finanza di alcuni paesi al servizio del capitale e di pochi ricchi. Nella nuova era e nel nuovo percorso, il lavoro finanziario dovrebbe basarsi saldamente sulla posizione delle persone, migliorare la diversità, l’inclusività e l’accessibilità dei servizi e tutelare meglio i diritti e gli interessi dei consumatori finanziari.

In terzo luogo, attenersi allo scopo fondamentale dei servizi finanziari per l’economia reale. L’economia reale è il fondamento della finanza, la finanza è il sangue dell’economia reale e servire l’economia reale è dovere della finanza. Se si è interessati all’auto-circolazione e all’auto-espansione, la finanza diventerà una fonte d’acqua e un albero senza radici, e prima o poi causerà una crisi. La finanza del nostro Paese deve mantenere il suo dovere di servire l’economia reale e promuovere uno sviluppo di alta qualità.

In quarto luogo, attenersi alla prevenzione e al controllo del rischio come tema eterno del lavoro finanziario. La finanza ha sia la funzione di gestire che di diversificare i rischi, ma ha anche i suoi geni del rischio. Le dimensioni e la complessità della finanza del nostro Paese non sono più quelle di un tempo e la correlazione sistemica dei rischi è notevolmente aumentata. È necessario aumentare la consapevolezza dei pericoli, svolgere un buon lavoro nella prevenzione e nel controllo del rischio e rafforzare la resilienza del sistema finanziario.

In quinto luogo, aderire alla promozione dell’innovazione e dello sviluppo finanziario sulla scia della mercificazione e dello stato di diritto. La sicurezza finanziaria dipende dal sistema, dalla vitalità del mercato e dall’ordine dello stato di diritto. Le transazioni finanziarie comportano diritti e obblighi complessi e diversificati, con asimmetria informativa e requisiti di credito molto elevati, e devono essere dotate di un solido sistema di regolamentazione. È necessario istituire un solido sistema di leggi finanziarie e regole di mercato, vietandone e perseguendone le violazioni per garantire il sano funzionamento del mercato finanziario.

Sesto, insistere nell’approfondimento della riforma strutturale dell’offerta finanziaria. Una caratteristica importante e un vantaggio del sistema finanziario del nostro Paese è che le istituzioni finanziarie statali ne costituiscono l’organismo principale, ma permangono problemi come l’elevata percentuale di finanziamenti indiretti e di debito, la mancanza di inclusività dei servizi finanziari, nonché la generalizzazione finanziaria, la gestione finanziaria arbitraria e un gran numero di attività finanziarie illegali. In risposta a questi problemi, è necessario approfondire la riforma strutturale dell’offerta finanziaria, chiarire il rapporto tra finanziamenti indiretti e finanziamenti diretti, finanziamenti azionari e finanziamenti di debito, ottimizzare la struttura del sistema finanziario, migliorare l’infrastruttura finanziaria e migliorare la qualità e l’efficienza dei servizi finanziari.

Settimo, aderire alla pianificazione complessiva dell’apertura e della sicurezza finanziaria. L’apertura finanziaria deve garantire la sicurezza finanziaria ed economica nazionale, non solo per prevenire i rischi derivanti dall’apertura stessa, ma anche per prevenire i rischi deliberatamente creati dagli avversari. È necessario comprendere il ritmo e l’intensità dell’apertura, migliorare efficacemente le capacità di supervisione finanziaria e garantire un livello più elevato di apertura finanziaria con un livello più elevato di prevenzione e controllo dei rischi.

Ottavo, attenersi al tono generale di ricerca del progresso mantenendo la stabilità. L’attività finanziaria dovrebbe attenersi al principio di ricerca del progresso mantenendo la stabilità, promuovendo la stabilità attraverso il progresso e stabilendo prima e poi smantellando. È necessario stabilizzare il lavoro, la regolamentazione macroeconomica, lo sviluppo finanziario, la riforma finanziaria, la supervisione finanziaria, lo smaltimento dei rischi, ecc., e la raccolta e l’emanazione di politiche finanziarie non dovrebbero essere troppo affrettate per evitare grandi alti e bassi. Allo stesso tempo, dobbiamo essere proattivi e intraprendenti, comprendere ciò che deve essere stabilito e continuare a risolvere i problemi e ad andare avanti, stabilizzando al contempo la nostra posizione e la situazione di base. È necessario aderire alla solidità della politica monetaria e utilizzare in modo flessibile una varietà di strumenti politici per promuovere uno sviluppo macroeconomico stabile e sano.

I punti sopra riportati chiariscono come concepire e realizzare il lavoro finanziario nella nuova era e nel nuovo percorso, che costituisce un insieme organico che riflette la posizione di base, le visioni e i metodi dello sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi. Il percorso dello sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi non solo segue le leggi oggettive dello sviluppo finanziario moderno, ma presenta anche caratteristiche distintive adatte alle condizioni nazionali del nostro Paese, fondamentalmente diverse dal modello finanziario occidentale. Dobbiamo rafforzare la nostra autostima e continuare a esplorare e migliorare nella pratica, affinché questo percorso diventi sempre più ampio.

Due

Alla Conferenza Centrale sul Lavoro Finanziario, ho proposto l’obiettivo di accelerare la costruzione di una potenza finanziaria. Cos’è una potenza finanziaria? Dovrebbe basarsi su solide fondamenta economiche, con una forza economica leader a livello mondiale, una forza scientifica e tecnologica e una forza nazionale globale, e una serie di elementi finanziari chiave . In primo luogo, ha una valuta forte, ampiamente utilizzata nel commercio internazionale, negli investimenti e nei mercati valutari, e ha lo status di valuta di riserva globale. In secondo luogo, ha una banca centrale forte, in grado di svolgere un buon lavoro nella regolamentazione della politica monetaria e nella gestione macroprudenziale, nonché di prevenire e risolvere i rischi sistemici in modo tempestivo ed efficace. In terzo luogo, ha un’istituzione finanziaria solida con elevata efficienza operativa, una solida capacità anti-rischio, categorie complete, capacità di layout globale e competitività internazionale. In quarto luogo, ha un forte centro finanziario internazionale, in grado di attrarre investitori globali e influenzare il sistema dei prezzi internazionale. In quinto luogo, ha una forte supervisione finanziaria, un solido stato di diritto finanziario e ha una voce e un’influenza forti nella formulazione delle regole finanziarie internazionali. In sesto luogo, ha un solido team di talenti finanziari. Sebbene il nostro Paese sia già una potenza finanziaria, la più grande al mondo in termini di volume bancario e riserve valutarie, la seconda al mondo in termini di mercato obbligazionario e azionario, e anche la dimensione del settore assicurativo sia tra le migliori, nel complesso è grande ma non forte. Costruire una potenza finanziaria richiede una visione a lungo termine e sforzi a lungo termine.

Per costruire una potenza finanziaria, dobbiamo accelerare la costruzione di un sistema finanziario moderno con caratteristiche cinesi.

Il primo è un sistema di regolamentazione e controllo finanziario scientifico e stabile. È necessario costruire un moderno sistema di banche centrali, migliorare il quadro della politica monetaria moderna con caratteristiche cinesi, migliorare il meccanismo di regolamentazione della valuta di base e dell’offerta di moneta, sfruttare appieno l’entità complessiva e le funzioni strutturali degli strumenti di politica monetaria e creditizia e preservare efficacemente il valore del renminbi e la stabilità economica e finanziaria.

Il secondo è un sistema di mercato finanziario ben strutturato. È necessario accelerare la costruzione di un mercato dei capitali sicuro, standardizzato, trasparente, aperto, dinamico e resiliente. Sviluppare un mercato azionario multilivello, migliorare la qualità delle società quotate e approfondire il meccanismo di delisting normalizzato. Dare pieno slancio al ruolo del capitale di rischio e degli investimenti in private equity nel sostenere l’innovazione scientifica e tecnologica e rafforzare le funzioni del mercato obbligazionario, del mercato monetario e del mercato dei cambi.

Il terzo è il sistema delle istituzioni finanziarie con divisione del lavoro e cooperazione. La chiave per le istituzioni finanziarie del nostro Paese è svilupparsi in una diversità che possa integrare i reciproci vantaggi, svolgere i propri compiti e mostrare i propri punti di forza al servizio dell’economia reale. Tutte le tipologie di istituzioni finanziarie dovrebbero attenersi alle loro intenzioni originali, tornare alle proprie radici, migliorare efficacemente la propria competitività e capacità di servizio e soddisfare le diversificate esigenze di servizi finanziari dell’economia reale e delle persone a più livelli.

In quarto luogo, un sistema di vigilanza finanziaria completo ed efficace . Rafforzare in modo completo la vigilanza finanziaria, rafforzare la vigilanza istituzionale, la vigilanza comportamentale, la vigilanza funzionale, la vigilanza penetrante e la vigilanza continua, raggiungere una copertura completa della vigilanza, migliorare efficacemente la vigilanza lungimirante, accurata, collaborativa ed efficace e costruire una rete di sicurezza finanziaria.

Quinto, prodotti e sistemi di servizi finanziari diversificati e professionali. Rafforzare i servizi finanziari di alta qualità per le principali strategie, aree chiave e punti deboli, svolgere un buon lavoro in cinque settori principali: finanza scientifica e tecnologica, finanza verde, finanza inclusiva, finanza pensionistica e finanza digitale, e accelerare la trasformazione digitale e intelligente della finanza.

Sesto, un sistema infrastrutturale finanziario indipendente, controllabile, sicuro ed efficiente. Rafforzare la pianificazione complessiva, migliorare l’accesso al mercato, gli standard normativi e i requisiti operativi, e accrescere il livello di autonomia delle principali infrastrutture finanziarie, nonché la sicurezza e l’affidabilità di software e hardware.

Tre

Per promuovere uno sviluppo finanziario di alta qualità e costruire una potenza finanziaria, dobbiamo aderire alla combinazione di stato di diritto e governance morale, portare avanti con vigore l’eccellente cultura tradizionale cinese e coltivare attivamente una cultura finanziaria con caratteristiche cinesi.

Innanzitutto, dobbiamo essere onesti e affidabili e non oltrepassare il limite massimo. L’eccellente cultura tradizionale cinese enfatizza il mantenimento delle promesse. Il settore finanziario si basa sul credito ed è necessario aderire allo spirito contrattuale e rispettare le regole del mercato e l’etica professionale. È necessario portare avanti la tradizione dell'”abaco di ferro, libro mastro di ferro e regole di ferro” e non falsificare mai i conti. Insistere nel ripagare i debiti , prendersi cura della reputazione e non essere pigri. È necessario rafforzare l’autodisciplina del settore e bandire a vita le persone gravemente inaffidabili.

In secondo luogo, è necessario ricercare il profitto con rettitudine, non solo il profitto. L’eccellente cultura tradizionale cinese sottolinea che “la rettitudine prima del profitto è onorata, e il profitto prima della rettitudine è umiliato”. La finanza ha il duplice attributo di funzionalità e redditività, e la redditività deve essere subordinata alla funzione. Il settore finanziario dovrebbe adempiere alle proprie responsabilità sociali e raggiungere la simbiosi e la co-prosperità tra finanza, economia, società e ambiente .

In terzo luogo, dobbiamo essere prudenti e non affrettarci a raggiungere un successo rapido. L’eccellente cultura tradizionale cinese sottolinea che “se vuoi essere veloce, non ci riuscirai, e se vedi piccoli benefici, non otterrai grandi cose”. Il segreto più importante di alcune istituzioni finanziarie nel mondo può trasformarsi in depositi secolari e fondamenta eterne: la prudenza. Il settore finanziario dovrebbe adottare una visione corretta di operazioni, performance e rischio, operare con costanza e prudenza, guardare al presente e al lungo termine, non essere avido di profitti a breve termine, non essere impaziente e frettoloso, e non assumersi rischi eccessivi oltre le proprie capacità.

In quarto luogo, dobbiamo essere retti e innovativi, senza deviare dal reale al virtuale. La chiave è risolvere il problema di chi serve la finanza e perché innova, e concentrarsi sul servire meglio l’economia reale e aiutare le persone a promuovere l’innovazione.

In quinto luogo, dobbiamo rispettare la legge e non agire in modo sconsiderato. Le operazioni finanziarie prestano particolare attenzione alla conformità legale. Gli istituti e gli operatori finanziari devono attenersi rigorosamente alla disciplina e alla legge, rispettare i requisiti normativi finanziari, operare consapevolmente in conformità con la legge nell’ambito delle autorizzazioni normative e non possono fare affidamento sullo sfruttamento di scappatoie legislative e sistemiche e aggirare la vigilanza per perseguire profitti, per non parlare del fatto di oltrepassare i limiti, affrettarsi a raggiungere il risultato finale e aggirare la legge . [Corsivo mio]

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Dobbiamo ricordare che questo è solo un estratto di un discorso più lungo, che probabilmente ha un contesto che lo arricchisce.

Xi ha riservato i punti più importanti per la fine, quelli morali e legali a cui attenersi se si vuole evitare la tentazione della corruzione, o quantomeno gestirla meglio. Un altro motivo del ritardo nella pubblicazione è stata la necessità di risolvere la crisi causata da Evergrande, ben descritta da Warwick Powell, che incarna Xi Jinping affermando che il guscio finanziario deve essere ancorato al nucleo materiale, l’economia reale. La metafora che l’IMO meglio si adatta alla descrizione di Xi di come il sistema debba essere gestito è quella di una nave a vela, in particolare uno sloop di Coppa America, dove ogni dettaglio deve essere attentamente monitorato per ottenere la massima efficienza e velocità dall’imbarcazione nelle condizioni presentate. C’è diversità, ma anche una squadra. Sì, il Partito significa il governo; e come abbiamo visto storicamente, la finanza deve essere gestita e regolamentata con estrema attenzione, poiché le tentazioni di diventare immorali sono molto forti. Utilizzare le massime tradizionali cinesi va bene, ma devono essere supportate da leggi e da misure di applicazione molto chiare. Sì, mi rifaccio a quanto detto da Xi. Il comportamento tenuto dal management di Evergrande dimostra la validità di tutti i punti sollevati da Xi in materia di supervisione.

L’apertura di Xi riguarda il contesto internazionale in cui tutti i sistemi finanziari devono operare, dove la guerra finanziaria è all’ordine del giorno, la corruzione abbonda e l’onore è raro. Sarebbe meraviglioso se le nazioni “gravemente inaffidabili” potessero essere “bandite a vita”. La nuova era vedrà cambiamenti chiave nel sistema monetario e finanziario internazionale, poiché le vecchie istituzioni corrotte verranno scavalcate da nuove istituzioni gestite da un nuovo quadro. Un punto erroneamente sollevato è l’affermazione di Xi che la valuta cinese deve diventare la valuta di riserva globale. Ciò che ha affermato è che deve avere lo “status” di tale valuta, cosa che ha chiaramente ottenuto. Il sistema di compensazione CSI (China International Payment System, o Sistema di Pagamento Interbancario Transfrontaliero) della Cina è già molto popolare e il suo utilizzo è in rapida crescita. ( Il recente articolo di Pepe Escobar approfondisce questo e altri temi correlati). Ho affrontato la riluttanza della Cina a vedere lo yuan diventare la valuta di riserva internazionale in un commento del Ministero degli Affari Esteri pubblicato oggi:

In una delle loro prime discussioni di Geoeconomic Hour, Radika Desai e Michael Hudson hanno discusso del perché una valuta nazionale non sia adatta a fungere da valuta di riserva affidabile per il commercio internazionale, in quanto causa instabilità all’intero sistema. La Cina comprende questo problema e quindi non vuole che lo Yuan, né qualsiasi altra valuta nazionale o persino un paniere di valute nazionali, svolga il ruolo di valuta di riserva per gli scambi commerciali. Keynes è l’unico economista che ha lavorato sul problema e ha sviluppato una soluzione che è stata respinta dai Fuorilegge a Bretton Woods perché avevano già stabilito come l’Impero avrebbe controllato il mondo attraverso la sua egemonia finanziaria, iniziata ancor prima della fine della Seconda Guerra Mondiale.

Ed è anche per questo che una moneta BRICS non verrà creata: i membri si trovano tutti a livelli di maturità molto diversi, con le loro economie e i loro sistemi finanziari che rendono improbabile l’emissione di una moneta sicura. Molti stanno cercando di escogitare qualcosa di meglio di Keynes, ma non è emerso nulla di fattibile e molto probabilmente non lo sarà. I motivi sono stati discussi da Hudson e Desai, mentre Hudson lo ha spiegato spesso nelle numerose interviste rilasciate nel corso della sua carriera. Il punto 9 di questa recente intervista spiega il Bancor e l’attuale situazione economica globale. Questo articolo di Hudson, vecchio di oltre due anni , spiega anche il problema generale, e molti altri sono disponibili online. Uno dei punti interessanti sollevati da Xi è che tutti i debiti devono essere pagati, ma non dice che i prestiti impagabili non debbano essere concessi. E uno dei grandi problemi che la Cina deve affrontare è il problema cronico del debito globale, in cui molte nazioni sono così impantanate da non riuscire a uscirne, molto spesso come progettato dall’Impero fuorilegge degli Stati Uniti.

Xi ha parlato di sicurezza finanziaria interna, ma ha detto poco sulla grande necessità di una sicurezza finanziaria analoga a livello internazionale. La Cina ha assunto il ruolo di leader globale in molti settori, ma per risolvere i cronici problemi internazionali avrà bisogno di aiuto. Ciò significa che sia la SCO che i BRICS devono diventare attori politici internazionali globali, non solo regionali, se si vogliono risolvere questi problemi. Ed è qui che ci confrontiamo con coloro che si definiscono comunisti ma rifiutano gli insegnamenti di colui che è stato designato come il fondatore dell’ideologia comunista: Karl Marx. Forse dovrebbero chiamarsi “Comunisti Cinesi” – Partito Comunista Cinese – un nome che si adatta all’ideologia. Dopotutto, Xi ha sottolineato che il sistema finanziario deve servire i bisogni del popolo – di tutto il popolo – che è la comunità cinese.

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L’Oman parla solo di una foglia di fico per la totale neutralizzazione dell’Iran_di Simplicius

L’Oman parla solo di una foglia di fico per la totale neutralizzazione dell’Iran

Simplicius 8 febbraio
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In Oman è iniziato un nuovo round di colloqui con l’Iran, con Trump che afferma che stanno “andando bene”.

Abbiamo già stabilito come le rinnovate minacce di Trump contro le capacità “nucleari” dell’Iran abbiano chiaramente lasciato intendere che l’Operazione Midnight Hammer sia stata un fallimento totale, o una truffa. L’amministrazione statunitense non tenta nemmeno più di mantenere la coerenza delle sue versioni, limitandosi a creare una narrazione improvvisata quando necessario.

Ma ciò che è diventato ovvio è che l’ultima trovata è un tentativo del re fainéant orangenon per eliminare la minaccia delle capacità nucleari dell’Iran, ma piuttosto per neutralizzare completamente il suo potenziale di attacco convenzionale su richiesta segreta di Israele.

La richiesta principale apparentemente avanzata dagli Stati Uniti è che l’Iran rinunci completamente alle sue capacità di missili balistici a lungo raggio, il che, in modo assurdo, darebbe a Israele totale potere e dominio sul suo arcinemico: in sostanza, si chiede la completa resa dell’Iran a Israele, dato che questa capacità rappresenta l’unica vera deterrenza asimmetrica dell’Iran contro la colonia aggressore terrorista.

https://archive.ph/wM1m5

Ma i funzionari statunitensi ed europei affermano che nei colloqui hanno posto tre richieste agli iraniani: la fine definitiva di ogni arricchimento dell’uranio, limiti alla gittata e al numero dei loro missili balistici e la fine di ogni sostegno ai gruppi per procura in Medio Oriente, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi che operano nello Yemen.

Come potete facilmente immaginare, un “compromesso” così ridicolo porterebbe alla completa distruzione dell’Iran e non ha praticamente alcuna possibilità di essere onorato. Ciò che rivela è la perfida perfidia dei politici israeliani, che stanno scodinzolando con il loro fedele cane americano per privare gradualmente l’Iran di ogni capacità di autodifesa, in modo che Israele possa poi tagliare la gola alla leadership iraniana senza timore di ritorsioni, trasformandola in un altro stato fallito come la Siria, che può essere bombardato a piacimento.

Il disprezzabile golem americano svolgerà naturalmente i suoi abietti doveri come ordinato dal suo padrone a Tel Aviv.

Tutto questo sotto il lamento parodicamente stridulo della galleria dei burattini ziocon:

Le risorse occidentali continuano ad accumularsi mentre la pressione della lobby israeliana su Trump aumenta affinché getti nel water l’ultima traccia di sovranità americana, scatenando un’altra guerra per conto di una potenza straniera ostile, che ha causato agli Stati Uniti molti più danni di quanti l’Iran potrebbe farne in diverse vite.

Secondo i dati di tracciamento dei voli, il 6 febbraio il Regno Unito ha schierato sei jet da combattimento stealth F-35 Lightning II presso la base aerea di Akrotiri, a Cipro.

I caccia partirono dalla RAF Marham, nell’Inghilterra orientale, e durante il transito furono supportati dalle cisterne di rifornimento aereo Voyager della Royal Air Force.

Il dispiegamento è avvenuto mentre gli Stati Uniti, il più stretto alleato del Regno Unito, continuano ad intensificare l’attacco contro l’Iran. Dal mese scorso, il presidente Donald Trump ha ripetutamente minacciato la Repubblica Islamica per un’ondata mortale di proteste e presunti piani di esecuzione di prigionieri. Le ultime settimane hanno anche visto un massiccio rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente. – Southfront

La disperazione è così palpabile che è chiaro che Trump non ha alcun piano se non quello di cercare di generare il maggior caos e disordini interni possibili, per poi provocare ulteriori disordini, la cui causa può essere attribuita al “regime iraniano intriso di sangue”.

La cieca lealtà di Trump verso Israele ha già distrutto gli ultimi resti della sua credibilità, così come quella del suo partito repubblicano, ma questo ultimo atto di aggressione minaccia di fare qualcosa di ben peggiore: distruggere ogni residua credibilità del cosiddetto “colpo grosso” militare statunitense, motivo per cui un attacco diretto ha ancora una probabilità leggermente inferiore al 50 per cento di verificarsi, sebbene i segnali continuino ad aumentare.

Naturalmente, queste richieste potrebbero rientrare nella consueta, ormai famigerata strategia di Trump: pretendere grandi cose fin dall’inizio, poi accettare il compromesso offerto, continuando a “imbrogliare” i media e l’opinione pubblica nell’illusione che le proprie richieste siano state soddisfatte. Potrebbe anche essere un modo per guadagnare tempo e al contempo compiacere i suoi padroni israeliani, in sostanza, dimostrando la propria lealtà alla causa con le richieste, nella speranza che il lungo processo di “negoziati” possa produrre una nuova via d’uscita che elimini la necessità di un attacco completo.

Abbiamo imparato a constatare come l’attuale amministrazione si affidi interamente a illusioni flessibili per tessere narrazioni favorevoli. In Venezuela, ad esempio, è buffo vedere con quanta rapidità i cartelli della droga e le loro spedizioni via mare verso i Caraibi siano “scomparsi” non appena Trump ha incastrato Maduro.

Su una scala da 1 a 10, quanto ti sembra credibile?

L’intera politica estera degli Stati Uniti è stata dirottata da buffoni senza scrupoli e fanatici (basta ascoltare le chiacchiere scioviniste di Kegseth), che basano la loro visione del mondo su “vibrazioni” e banalità scioviniste piuttosto che su realtà storiche apprese.

Esempio: i file di Epstein hanno rivelato quanto sia in realtà presuntuosamente insensibile e poco intelligente la retorica razziale anti-cinese del “capo stratega” Steve Bannon:

Quanto è triste che Epstein dimostri qui maggiore acume e una migliore comprensione della realtà rispetto a quel vecchio bavoso e confuso? Epstein è stato costretto a correggere l’errato complesso di superiorità del suo orgullo amico, dimostrandosi più consapevole dei cosiddetti “esperti” che godevano di importanti sinecure nelle amministrazioni presidenziali statunitensi:

Probabilmente non è un gran indicatore per il tuo intelletto quando un dilettante della carne ti eclissa nel tuo stesso campo di geopolitica.

Sono proprio queste le persone che da tempo guidano la politica estera degli Stati Uniti: sono ormai lontani i tempi dei veri e propri furbi criminali coloniali come Kissinger, che almeno conservavano un minimo di rispetto per i loro nemici. A pensarci bene, anche Kissinger era noto per le sue celebri e crude osservazioni sia sugli indiani che sui cinesi; immagino che l’America non meriti un tipo di criminale migliore, dopotutto.

In ogni caso, l’intera amministrazione ha perso il controllo, e perfino gli alleati di Trump ora insinuano che il presidente abbia perso la testa.

https://www.politico.eu/article/donald-trump-florida-robert-fico-eu-summit-nato/

La scorsa settimana, durante un vertice, il primo ministro slovacco ha dichiarato ai leader dell’UE che un incontro con Donald Trump lo aveva lasciato scioccato dallo stato d’animo del presidente degli Stati Uniti, hanno affermato cinque diplomatici europei informati sulla conversazione.

Robert Fico, uno dei pochi leader dell’UE a sostenere frequentemente la posizione di Trump sulle debolezze dell’Europa, si è detto preoccupato per lo “stato psicologico” del presidente degli Stati Uniti, hanno affermato due diplomatici. Fico ha usato il termine “pericoloso” per descrivere l’aspetto del presidente degli Stati Uniti durante il loro incontro faccia a faccia nella tenuta di Trump a Mar-a-Lago, in Florida, il 17 gennaio, secondo due diplomatici.

Certo, Fico ha respinto con veemenza le affermazioni di cui sopra, definendole delle totali invenzioni di Politico, sebbene “cinque diplomatici” abbiano affermato di aver sentito le sue dichiarazioni sgomente.

Tornando all’Iran, le immagini satellitari hanno mostrato che la nazione ha ripristinato molte delle sue strutture danneggiate nei precedenti attacchi americani dell’anno scorso. Clicca per ingrandire:

E il parlamentare iraniano Mahmoud Nabavian ha nuovamente affermato che Trump starebbe già cercando di organizzare un altro attacco-bufala per garantirsi una facile via d’uscita, proprio come l’ultima volta:

Prima dei negoziati, Trump avrebbe inviato all’Iran un messaggio tramite un paese intermediario, dicendo: “Lasciatemi colpire due località in Iran, rispondete e poi è finita” – parlamentare iraniano Nabavian

Abbiamo annunciato che avremmo colpito qualsiasi azienda o base che portasse il nome America… vi infliggeremmo sicuramente 3.000-4.000 vittime.

Un organo di stampa iraniano ha convalidato quanto sopra .

Ricordiamo che Nabavian è lo stesso parlamentare che l’anno scorso aveva dichiarato che l’attacco a Fordow era un falso e che Trump aveva mandato Rubio a negoziare un accordo segreto per scambiare attacchi fasulli tra i due Paesi. È impossibile sapere con certezza quanto sia vero, ma è altamente probabile che ogni sorta di accordo segreto venga almeno tentato durante i negoziati in corso. Cavolo, i negoziati in Oman stessi sono stati condotti in modo segreto, o indiretto , dato che le delegazioni americana e iraniana non si sono nemmeno incontrate di persona, ma si sono scambiate messaggi da stanze diverse, con il ministro degli Esteri omanita Badr al-Busaidi che fungeva da intermediario per trasmettere la risposta di ciascuna parte.

Ora dobbiamo aspettare e vedere se l’incostante stile di politica estera di Trump, simile a quello dell’ADHD, lo spingerà verso un’altra impresa “più brillante”, o se continuerà a cavalcare l’onda iraniana fino a Jahannam . Soprattutto con le elezioni di medio termine alle porte, Trump vorrebbe evitare qualsiasi coinvolgimento militare prolungato, cosa che l’Iran promette sicuramente di fare a meno che non si concordi un altro scambio fittizio – il che non è del tutto escluso, poiché serve bene gli interessi di entrambe le parti. Sembra che gli attacchi falsi siano la risorsa preferita di Trump per riuscire a far uscire il suo spauracchio israeliano da sé, convincendo gli Stati Uniti a una guerra su vasta scala; ciò permette a Trump di placare i suoi padroni con uno scambio di cavalli performativo, fino a quando la successiva ondata di pressione non riavvierà la giostra sei mesi dopo.

Uno dei probabili motivi della disperazione di Israele è che la guerra di Gaza ha raggiunto una sorta di stallo: l’ultimo ostaggio è stato recentemente rilasciato e Israele non ha più alcuna giustificazione concreta per continuare la sua conquista, con la comunità globale che – per ora – lega le mani alla colonia terroristica. Nel frattempo, i resoconti israeliani continuano a vedere Hamas ricostituirsi, con uno di settimane fa che afferma :

Le forze di sicurezza israeliane stanno monitorando attentamente le tendenze di rafforzamento militare di Hamas nella Striscia di Gaza, in previsione di un possibile passaggio alla Fase B del conflitto.

Secondo le stime dell’intelligence pubblicate su Galei Zahal, circa tre mesi dopo l’accordo di cessate il fuoco, il gruppo terroristico sta continuando a ricostruire le proprie capacità, sfidando le rigide restrizioni.

Israele è impantanato in un pasticcio da lui stesso creato, incapace di realizzare i suoi piani, con Hezbollah e Hamas che si dimostrano ancora problemi insolubili. Pertanto, Israele sembra aver cambiato strategia per cercare di tagliare completamente la “testa del serpente” per risolvere i suoi problemi, sperando che la caduta dell’Iran significhi la fine dei suoi alleati. La comunità internazionale può aver legato le mani a Israele nei confronti di Gaza, ma gli dà carta bianca per colpire l’Iran a suo piacimento, dato che gli abitanti di Gaza sono ampiamente riconosciuti come vittime innocenti, mentre gli iraniani sono ritratti come malvagi aggressori “antisemiti”. In breve, Israele si contorce in agonia, incapace di trovare soluzioni a nessuna delle sue questioni geopolitiche mentre i suoi nemici si ricostituiscono lentamente.

Stando così le cose, Israele ricorre all’unica cosa che conosce meglio: più caos e distruzione tramite il suo burattino preferito.

P.S. È stato confermato che l’Iran ha ricevuto elicotteri d’attacco russi Mi-28. Prime foto e video noti con mimetica desertica iraniana:

Quali altri regali potrebbero essere stati consegnati?


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