Italia e il mondo

Rassegna stampa tedesca, 77a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Al momento in Germania abbiamo solo candidati per ruoli importanti, ma nessuna figura davvero
grande. È come in un’opera in cui bisogna assegnare il ruolo di un re. Diversi cantanti possono
fare un provino per quella parte, ma nessuno di loro è un re. Sul palcoscenico abbiamo
prevalentemente figure mediocri che dovrebbero ricoprire ruoli importanti – il cancelliere, il ministro
degli Esteri, il ministro della Difesa. Ma tutti percepiscono che si tratta piuttosto di sostituti o di
persone che simulano il personaggio che, secondo il copione, dovrebbe trovarsi lì. Viviamo in una
strana fase di transizione. Da un lato si predica costantemente l’uguaglianza. D’altra parte,
produciamo incessantemente nuove gerarchie. Per questo le nostre società sono tra le più
complesse dal punto di vista ideologico che siano mai esistite. Né la gerarchia né l’uguaglianza
funzionano. In Trump si vede infantilismo allo stato puro. Le attuali grandi potenze sono
aggrovigliate l’una nell’altra come un perverso gruppo del Laocoonte. Tutto fa presagire che si
arriverà a gravi escalation. La Germania è abbastanza impotente da poter rimanere spettatrice.

17.07.2026
L’ordine liberale è destinato al fallimento?
«Non si dovrebbe dare per scontato che il popolo conosca i propri interessi». Nella grande intervista
estiva, l’influente filosofo Peter Sloterdijk risponde alle domande del nostro tempo

Vita e opera
26 giugno 1947: Peter Sloterdijk nasce a Karlsruhe
Dal 1968 al 1974: studi di filosofia, storia e germanistica a Monaco
di Baviera e Amburgo
1976: dottorato con una tesi dal titolo «Letteratura e
organizzazione dell’esperienza di vita» sotto la guida del professor
Klaus Briegleb
Dal 1978 al 1980: Soggiorno nell’ashram di Bhagwan Shree
Rajneesh (in seguito Osho) a Pune, in India
1983: Pubblicazione del libro di Sloterdijk «Critica della ragione
cinica»
Dal 2001 al 2015: Rettore dell’Università statale di design di
Karlsruhe
2024: Serie di lezioni molto apprezzate al Collège de France (Parigi)

Intervista di Lukas Koperek e Leon Werner
Chi vive a Berlino forse lo ha già incontrato: Peter Sloterdijk, che sfreccia in bicicletta lungo il
Kurfürstendamm.

Non si parla più degli obiettivi iniziali di Trump, tra cui la liberazione del popolo iraniano. Dall’inizio
della guerra, il regime iraniano sta reprimendo ancora più duramente gli oppositori. Uno di questi è
Arash, uno scrittore di Teheran che in realtà ha un altro nome e che è in contatto con «profil» dalla
fine di febbraio. Il regime ha bloccato in gran parte Internet, ma Arash sa aggirare il blocco.
Tramite un canale sicuro invia messaggi e foto. A volte passano alcuni giorni prima che le
domande da Vienna arrivino e Arash possa rispondere. I suoi messaggi offrono uno spaccato della
vita quotidiana nella capitale iraniana. In Iran, scrive Arash, regna un clima di paura. «L’ala più
radicale della Repubblica Islamica ha preso il sopravvento e ha assunto il controllo della Guardia
Rivoluzionaria, nonché delle autorità di sicurezza e giudiziarie. Non ci sarà alcun accordo, a meno
che non avvenga un miracolo!». Prevale la convinzione che a Trump non sia mai importato nulla
della libertà del popolo. «Non si sente in alcun modo responsabile nei confronti del popolo
iraniano», scrive Arash. «Trump non ha mantenuto nessuna delle sue promesse». Gli oppositori
come Arash non sperano in primo luogo nella pace, ma piuttosto nella caduta del regime.

18.07.2026
«Il popolo iraniano maledice Trump»
La guerra tra gli Stati Uniti e l’Iran è divampata nuovamente. L’OPPOSITORE IRANIANO ARAS racconta
della sua delusione nei confronti del presidente statunitense Trump, delle esecuzioni degli oppositori del
regime in Iran e della vita quotidiana a Teheran nel quinto mese di guerra

Di Siobhán Geets
Se dipendesse da Donald Trump, la guerra contro l’Iran sarebbe già finita da tempo. All’inizio del conflitto,
alla fine di febbraio, il presidente degli Stati Uniti aveva previsto che l’operazione «Epic Fury» («Furia
epica») sarebbe durata dalle quattro alle sei settimane. Nel frattempo sono passati più di quattro mesi e
mezzo e non se ne vede la fine.

Il vecchio ordine basato sulle regole, così come lo abbiamo conosciuto a lungo, è in pericolo. A
causa della guerra di aggressione della Russia, ma anche a causa di capi di Stato che fissano
altre priorità, per dirla in modo diplomatico. L’Europa lotta per la propria indipendenza – in materia
di tecnologia così come nella produzione industriale o nella deterrenza. La diplomazia ha sempre
bisogno di credibilità militare. Non dovremmo dimenticare che la diplomazia è molto più della
politica ufficiale dei governi o del controllo degli armamenti. Non deve esserci un Iran dotato di
armi nucleari. La questione nucleare iraniana può essere risolta solo attraverso la via negoziale. Le
soluzioni militari non sono sostenibili. Per questo spero vivamente che i nuovi colloqui abbiano
esito positivo. È anche nel nostro interesse. Un Iran dotato di armi nucleari potrebbe innescare una
nuova corsa agli armamenti nucleari.

STERN
15.07.2026
«Situazione critica! Pericolosa! Inaccettabile!»
Nessuno negozia con tanta durezza: la diplomatica di alto livello Helga Schmid parla delle peculiarità
degli inviati iraniani e di cosa le dà forza durante le lunghe notti di trattative.

HELGA SCHMID, 65 anni, ha iniziato la sua brillante carriera
diplomatica a metà degli anni ’90 come funzionaria presso
l’ufficio del ministro degli Esteri tedesco Klaus Kinkel. Nel 2003
il suo successore, Joschka Fischer, la nominò capo del suo
ufficio ministeriale. Nel 2006 passò al Servizio europeo per
l’azione esterna, di recente istituzione, con sede a Bruxelles, di
cui divenne segretaria generale nel 2016. Schmid è inoltre
considerata l’artefice dell’accordo sul nucleare con l’Iran del

  1. Nata a Dachau, è stata la prima donna a ricoprire, dal
    2020/2021 al 2024, la carica di segretaria generale
    dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa
    (OSCE), una posizione di vertice nella diplomazia
    internazionale.

Intervista: Steffen Gassel
Signora Schmid, nel luglio 2016 un attentato razzista che ha causato nove vittime ha sconvolto la sua
città natale, Monaco di Baviera. Come ha raccontato in seguito, il giorno dell’attentato ha inviato
messaggi dal cellulare ai suoi contatti sul posto per assicurarsi che stessero bene. Ha fatto lo stesso anche
in Iran, quando in primavera sono cadute bombe su Teheran?

Se mettiamo a confronto lo stipendio di un cancelliere federale con quello di un allenatore della
nazionale, constatiamo che Friedrich Merz dovrebbe governare per un totale di quasi 28 anni per
arrivare a dieci milioni. Ciò significa che Merz dovrebbe essere rieletto almeno sei volte fino al
2053 e, a 96 anni, sarebbe di nove anni più vecchio di Konrad Adenauer al momento del suo addio
alla carica di cancelliere.

STERN
15.07.2026
EDITORIALE

«Un allenatore della nazionale guadagna diversi milioni di euro. Per guadagnare quella cifra, un
cancelliere deve lavorare a lungo. Eppure solo lui ha la reputazione di riempirsi le tasche.»
Il cancelliere tedesco guadagna circa 360.000 euro all’anno. È una somma ingente. In cambio, il cancelliere
– attualmente Friedrich Merz – ha una certa responsabilità per il benessere del Paese, anche se, a giudizio
dei tedeschi, Merz finora non si è dimostrato all’altezza di questo compito.

Il giornalista israeliano Ronen Bergman lo definisce la «macchina di omicidi più solida e razionale
della storia». Il Mossad, il cui nome completo è ha Mossad le Modiin u le Tafkidim Mejuchadim,
Istituto per l’intelligence e le operazioni speciali, è responsabile delle missioni al di fuori di Israele,
spesso in territorio nemico. In breve: l’«Istituto». Un nome sobrio per un’istituzione che molti
considerano «senza dubbio uno dei migliori servizi segreti», come afferma un ex agente dei servizi
segreti europei. Perché il Mossad è veloce e pronto ad assumersi rischi, non è soggetto a
restrizioni dovute a termini di conservazione dei dati o al controllo parlamentare, fa capo
direttamente al Primo Ministro, ma soprattutto perché il Mossad non si limita a raccogliere
informazioni come il Servizio federale di intelligence tedesco (BND), bensì conduce operazioni,
tanto brutali quanto brillanti, che nemmeno la CIA o l’MI6 britannico osano – o non sono autorizzati
a – compiere. Il Mossad suscita timore e fascino, è oggetto di teorie del complotto e di racconti
eroici. Nei primi decenni dopo la sua fondazione nel 1949, il Mossad dava la caccia ai nazisti,
spiava i regimi arabi e assassinava palestinesi. Ma da tre decenni, da quando nel 1996 due agenti
travestiti da turisti portarono con sé campioni di terreno radioattivo dall’Iran, si è dedicato quasi
esclusivamente a un unico obiettivo: impedire che la bomba atomica finisse nelle mani del regime
iraniano. Con l’ausilio di operazioni spettacolari, omicidi a sangue freddo e influenze occulte. E
mentre questa guerra nell’ombra era ancora in corso, il Mossad si preparava alla guerra vera e
propria.

17.07.2026
L’Istituto
Medio Oriente – Le spie israeliane suscitano paura e fascino. Per alcuni il Mossad è il miglior servizio
segreto del mondo, per altri il più criminale. Uno sguardo su un’organizzazione che ha condotto il mondo
alla guerra con l’Iran

Di Juliane von Mittelstaedt e Thore Schröder

La vista dalla casa di Ahmed Alafi è mozzafiato: all’orizzonte le cime innevate dei Monti del Libano, davanti
a esse la verde Valle della Bekaa e le colonne del tempio romano di Giove a Baalbek. Ma Alafi non vede
nulla di tutto ciò. Dove un tempo c’erano i suoi occhi, ora ci sono solo due buchi.

La legge sulla libertà di informazione è una conquista democratica. Sulla base di essa, tutti i
cittadini possono richiedere l’accesso agli atti dei ministeri e di altre autorità federali: verbali di
riunioni interne, e-mail di funzionari, documenti di lavoro destinati al ministro. Anche i giornalisti
utilizzano spesso questo strumento. Ad esempio, per scoprire chi ha esercitato influenza su una
legge. In futuro avrà diritto all’accesso alle informazioni solo chi abbia un «interesse legittimo».
Una formulazione vagamente interpretabile che porrebbe fine all’accesso incondizionato alle
informazioni. Altri passaggi fanno temere che in futuro alle ONG e ai giornalisti possa essere
negato, o quantomeno reso più difficile, avvalersi della legge. Non è accettabile il promettere ai
cittadini un «valore aggiunto» per poi limitare i loro diritti.

17.07.2026
EDITORIALE
La coalizione non deve riuscire nel suo intento
L’Unione e l’SPD vogliono limitare la libertà di informazione e la spacciano per una misura volta a ridurre
la burocrazia. È una sfacciataggine

Di Wolf Wiedmann-Schmidt
Nell’accordo di coalizione il progetto sembrava ancora innocuo, quasi una promessa. «Vogliamo riformare
la legge sulla libertà di informazione nella sua forma attuale, apportando un valore aggiunto per i cittadini e
l’amministrazione», scrivevano CDU, CSU e SPD.

Un episodio che mette in luce i cambiamenti nelle dinamiche di politica estera tra Ucraina, Russia
e Bielorussia. La Bielorussia si sarebbe resa conto della propria «vulnerabilità di fronte agli attacchi
a lungo raggio dell’Ucraina» e non potrebbe più fare affidamento sull’alleato Russia. L’enorme
espansione del programma ucraino sui droni, con attacchi che si spingono in profondità nel
territorio russo, non rappresenta una minaccia solo per Mosca. Lo stesso Lukashenko riconosce
che il territorio del suo Paese sarebbe «alla mercé» dell’Ucraina, qualora Zelenskyj decidesse di
sferrare degli attacchi. L’esercito bielorusso avrebbe infatti ben poco da opporre alla guerra aerea
ucraina. La Russia, il «fratello maggiore», non riesce nemmeno a proteggere in modo coerente il
proprio spazio aereo dagli attacchi ucraini.


22.07.2026
Un’ombra sul successo di Kiev
La Bielorussia, alleata di Putin, interrompe il sostegno ai droni russi sotto la pressione dell’Ucraina.
Tuttavia, questa mossa porta a Zelenskyj solo vantaggi limitati e potrebbe diventare un pericolo a lungo
termine

Di PAVEL LOKSHIN
A prima vista, il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj può vantare un chiaro successo. La sua strategia
nei confronti della leadership bielorussa ha dato i suoi frutti: dopo gli incontri con la leader dell’opposizione
in esilio Svetlana Tikhanovskaya, mesi di avvertimenti su un possibile attacco dalla Bielorussia e chiare
minacce rivolte all’autocrate Alexander Lukashenko, Zelenskyj ha ottenuto ciò che voleva dalla Bielorussia.

Il nostro Paese, la Repubblica Federale di Germania, è in declino da sette anni. Le imprese se ne
vanno, i posti di lavoro scompaiono. Il Paese sta percorrendo una strada catastrofica che porta a
enormi deficit in tutti i bilanci regionali. Ci troviamo in una situazione di emergenza di bilancio
assoluta. Ciò richiede disciplina da parte di tutti. Deve essere ancora più amaro per voi dover
finanziare cose che non condividete, ma che sono assolutamente necessarie per una
maggioranza. Abbiamo bisogno del 50 per cento più un voto. Questo vale sia per un governo di
maggioranza che per uno di minoranza. I processi di negoziazione sono il cuore della nostra
democrazia. Emarginare, rimproverare, screditare le opinioni, come stiamo vedendo nella crisi dei
rifugiati, durante la pandemia di Covid-19 o ora con la guerra in Ucraina e nella politica di
protezione del clima, è l’esatto contrario. Dobbiamo imparare di nuovo a riconoscere le opinioni e
gli interessi diversi come qualcosa di normale, di prezioso e, soprattutto, come qualcosa che
dobbiamo rispettare. L’attuale linea di Ursula von der Leyen non è al passo con i tempi. Dobbiamo
ridimensionare e abolire norme e direttive.

22.07.2026
Chi parla di “muro tagliafuoco” non ha colto i
segni dei tempi
Il primo ministro della Sassonia Michael Kretsckmer parla di come gestire l’AfD, delle difficoltà di un
governo di minoranza e della mancanza di slancio nelle riforme. Kretschmer non ha voluto esprimersi sulle
dimissioni del capogruppo dell’Unione Jens Spahn e sulla ricerca di un successore.
Di Daniel Delhaes, Jan Hildebrand – Berlino

Il negoziatore Michael Kretschmer ha partecipato ai colloqui esplorativi
per la formazione di una coalizione tra Unione e SPD in qualità di
rappresentante dei Länder della Germania orientale. Ha fatto in modo
che anche i Länder e i comuni ricevano 100 miliardi di euro dal fondo
speciale. Kretschmer ha insistito affinché i Länder ottengano dallo Stato
federale il rimborso dei costi sostenuti a livello locale a seguito delle
nuove leggi federali.
Il primo ministro, originario di Görlitz, governa la Sassonia dal 2017. Dalle
ultime elezioni regionali del 2024, il 51enne è costretto a guidare un
governo con l’SPD senza maggioranza. L’ingegnere economico di
formazione dipende dai voti della Sinistra e dei Verdi. Kretschmer è
vicepresidente federale della CDU

Signor Ministro Presidente, da ormai un anno e mezzo lei governa in Sassonia senza una maggioranza
propria. Quanto è difficile?
Ognuno deve fare fronte alla situazione in cui si trova. Del resto, in una democrazia bisogna sempre lottare
per ottenere le maggioranze.

L’obiettivo dell’Ucraina è quello di espellere dal Mar Nero settentrionale la flotta fantasma che
trasporta il petrolio russo verso i mercati mondiali, nonché di rendere più difficile a Mosca
l’esportazione di cereali. Tra questi vi è anche il cereale proveniente dai territori occupati dalla
Russia. In questo modo l’Ucraina si oppone al fatto che la Russia commercializzi sul mercato
mondiale il cereale proveniente da tali territori, finanziando così l’attacco al proprio Paese anche
con fondi che in realtà spettano all’Ucraina. In questa ottica, i recenti attacchi russi,
apparentemente intensificati, contro i porti della regione di Odessa, nel sud dell’Ucraina, appaiono
come un’azione di vendetta.


22.07.2026
La guerra navale si intensifica
L’Ucraina prende di mira navi da carico e petroliere nel Mar Nero e nel Mar d’Azov. La Russia bombarda
porti e navi a Odessa

Di Stefan Locke e Friedrich Schmidt
Per un paese che non dispone più di una marina militare, l’Ucraina sta mettendo la Russia sotto forte
pressione in mare.

Dibattito dopo le dimissioni di Spahn. Il caso del politico della CDU ha scatenato una polemica
sulla maternità surrogata. Cosa raccontano le persone che hanno intrapreso questa strada – e
qual è la situazione del divieto in Germania. Il comportamento di Jens Spahn è prova di un grave
doppio standard: da un lato si pronuncia a favore del divieto della maternità surrogata e dall’altro ci
mette contro un sacco di soldi e privilegi. Questo alimenta il disincanto nei confronti della politica.
Se autorizzassimo la maternità surrogata in Germania, potremmo controllare meglio la procedura e
garantire che queste informazioni siano accessibili. Oggi molte coppie si vedono costrette ad
andare all’estero, dove ciò non è garantito.


22.07.2026
«Questo è ciò che voglio fare con il mio corpo»
Autodeterminazione o sfruttamento? Cosa spinge una madre surrogata per l’ottava volta, da cosa mette
in guardia una ricercatrice e cosa hanno vissuto due padri.

Resoconti di Joshua Beer, Kyriaki Linoxylaki e Florian Ullmann
Tiffny Bish, madre surrogata per otto volte dalla California, incinta del nono bambino.
«Ho iniziato a fare la madre surrogata 13 anni fa. Fino ad allora non ne sapevo assolutamente nulla. La mia
cognata di allora era una madre surrogata e le chiesi: ‘Come puoi avere un bambino e poi darlo via così?’

L’uomo che fino a poco fa era considerato uno dei politici più potenti del Paese si trova a New York
con il marito e il figlio neonato, Georg, che porta il nome del padre di Jens Spahn. Dalla costa
orientale, la scorsa settimana il capogruppo dell’Unione ha dovuto assistere impotente mentre
prima il suo partito, poi metà della Repubblica, venivano sconvolti: per via di suo figlio, delle
circostanze del parto e del suo silenzio al riguardo. Spahn telefona, fornisce spiegazioni, chiede
tempo, ma proprio lui, che finora era sopravvissuto a ogni vicenda, a ogni scandalo, non può
impedire che nel giro di poche ore la sua carriera imploda, insieme alla sua vita politica. Mercoledì
il mondo aveva appreso della nascita del figlio di Spahn, sabato a mezzogiorno la lettera di
dimissioni è giunta ai deputati del suo gruppo parlamentare. Il caso continuerà a risuonare, perché
va ben oltre la persona di Spahn e solleva la questione etica fondamentale se sia giustificabile
ricorrere a una madre surrogata. Tocca anche il fondamento stesso della politica democratica:
l’onestà dei politici, che in quanto rappresentanti del popolo devono essere alla pari con il popolo.

STERN
23.07.2026
Un terremoto nero
Jens Spahn è diventato padre – e si è dimesso: il suo caso è emblematico di una repubblica nervosa e di
un conservatorismo in preda alla paura

Grande amore: dal 2017 Jens Spahn è sposato con il manager dei media Daniel Funke

( a sinistra)
Di Julius Betschka, Martin Debes e Veit Medick
Jens Spahn trascorre le 72 ore che gli stravolgono la vita a 6.000 chilometri di distanza dalla Germania,
dall’altra parte dell’Atlantico.

Spahn, che ha sempre voluto solo fare politica, entrando nel Bundestag già a 21 anni, si è
mostrato più privato che mai, foto con il passeggino inclusa. Forse sperava che così la gente
vedesse l’uomo dietro al politico, perdonandolo per aver contribuito a vietare la maternità surrogata
in Germania, pur avendola realizzata per sé stesso. La spietatezza della reazione può essere vista
come freddezza della politica, ma ha certamente «a che fare anche con la sua persona», come ha
affermato il cancelliere Friedrich Merz. Pretendere calore dalle persone è probabilmente chiedere
troppo, quando si è stati piuttosto sinonimo di freddezza politica. Inoltre, Spahn era un recidivo in
materia di mancanza di tatto morale. Il cancelliere Merz fatica a nascondere la sua gioia di essersi
liberato del rivale di sempre.

STERN
23.07.2026
EDITORIALE

La sfera privata è politica. Si può davvero scrivere questa frase quando si parla di Jens Spahn? Oppure il
paragone è già inappropriato, poiché la frase proviene dal movimento femminista e dovrebbe ricordare che
le sfide private hanno sempre una componente politica?

Spezzare la catena sionista-atlantica _ di Constantin von Hoffmeister

Spezzare la catena sionista-atlantica

La strada per l’Eurosiberia

Constantin von Hoffmeister22 luglio∙Pagato
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Constantin von Hoffmeister analizza il declino dell’America e sostiene che il futuro dell’Europa dipenda dalla capacità di liberarsi dal dominio atlantico e sionista.

Il pensatore politico William Pierce (1933-2002) esaminò la condizione americana con un realismo inflessibile. Dimostrò che gli Stati Uniti erano entrati in un profondo declino razziale e culturale, causato dalla perdita di omogeneità etnica e dalla crescente influenza di forze ostili alla storica nazione americana. Pierce sostenne che il controllo esercitato da un’élite straniera sulla finanza, sui media e sulla politica serviva interessi ristretti piuttosto che il benessere del ceppo fondatore americano. Avvertì che l’immigrazione incontrollata, il calo del tasso di natalità tra gli americani bianchi e gli infiniti coinvolgimenti all’estero facevano parte di una deliberata erosione della forza nazionale. Pierce invocò la difesa dei popoli di origine europea e la creazione di uno stato organizzato attorno all’integrità razziale e culturale.

Gli Stati Uniti sono in preda a un declino sistemico da decenni, e le loro élite politiche, economiche e mediatiche lo sanno benissimo. L’aspettativa di vita per la maggior parte degli americani comuni è in costante calo – un sintomo brutale di una società in profondo declino – eppure la classe dominante continua ad assistere a questo crollo con fredda indifferenza. L’emergere della Repubblica Popolare Cinese come rivale sistemico forte e di successo ha infranto la loro compiacenza. Messi alle strette da questa sfida, i capitalisti americani e l’amministrazione Trump hanno reagito con aggressività e spietatezza ancora maggiori di prima, scagliandosi contro gli avversari per preservare il loro dominio in declino. Nonostante le promesse elettorali, Trump si è dimostrato incapace di arrestare l’ondata di immigrazione di massa o di invertire la rapida dissoluzione demografica del patrimonio storico bianco europeo degli Stati Uniti. Questo fallimento ha ulteriormente messo in luce i limiti del suo potere e la natura radicata delle forze che guidano la sostituzione razziale e culturale della nazione.

L’Europa continuerà a sottomettersi a questo fallimentare ordine sionista atlantico, oppure riuscirà finalmente a liberarsi e a perseguire la via della sovranità continentale attraverso un’alleanza strategica eurosiberiana con la Russia?

Il mito fondativo dell’America, plasmato dal protestantesimo, ritraeva gli Stati Uniti come una nazione particolarmente benedetta e legittimata da Dio, un popolo eletto con una missione divina di espansione e dominio. Questa autoimmagine religiosa, radicata nelle idee calviniste di elezione e successo mondano, si fuse con il progetto americano fin dai suoi albori. Come sostenne il sociologo Max Weber nella sua celebre analisi dell’etica protestante, questa fede nel favore divino e nel successo materiale divenne una potente forza ideologica che giustificava sia l’inarrestabile espansione sia la superiorità morale dell’impresa americana.

L’amministrazione Trump abbraccia apertamente politiche sioniste radicali e l’ideologia del sionismo cristiano. Entrambi i principali partiti americani hanno fornito un sostegno bipartisan ininterrotto allo Stato di Israele per oltre sessant’anni. Questo sostegno include una protezione diplomatica incrollabile, ripetuti veti su risoluzioni critiche del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Israele, voti costanti a favore di Israele nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e miliardi di dollari in aiuti militari annuali e forniture di armamenti avanzati, tra cui aerei da combattimento, sistemi di difesa missilistica e munizioni di precisione. La potente lobby ebraico-sionista, in particolare l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), fornisce un sostegno politico e finanziario organizzato ai politici di entrambi i partiti. Il presidente Trump si è spinto oltre i suoi predecessori allineandosi apertamente all’ideologia del sionismo cristiano e guadagnandosi il loro entusiastico sostegno. Diversi dei suoi consiglieri e alti funzionari più influenti, compresi membri chiave del gabinetto, sono sionisti dichiarati, e molti si identificano esplicitamente come sionisti cristiani. Jared Kushner, genero e consigliere senior di Trump, ha svolto un ruolo centrale nel plasmare la politica filo-israeliana.

Al contrario, l’Unione Sovietica considerava il sionismo una pericolosa forma di imperialismo razzista e uno strumento di dominio capitalista occidentale. Dopo la fulminea vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, durante la quale Israele conquistò vasti territori a scapito di Egitto, Giordania e Siria in una guerra di espansione, l’URSS intensificò la sua opposizione. I leader e la propaganda sovietica condannarono aspramente il sionismo come un’ideologia aggressiva e colonialista. L’Unione Sovietica divenne uno dei più forti sostenitori internazionali degli stati arabi, armandoli contro Israele e dipingendo il progetto sionista come intrinsecamente espansionista e contrario ai principi di liberazione nazionale e socialismo. Questo scontro fondamentale sul sionismo trasformò il conflitto israelo-palestinese in uno dei principali campi di battaglia ideologici della Guerra Fredda, e l’entusiastica adesione di Trump al sionismo rappresenta la diretta continuazione della posizione americana in quello storico confronto.

Trump segue uno schema ben consolidato da molti presidenti americani prima di lui: annunciano pubblicamente il loro desiderio di pace, salvo poi iniziare o intensificare i conflitti. Il caso di Trump non fa eccezione. Ha parlato di porre fine a guerre interminabili, mentre alla fine si è mosso verso lo scontro con l’Iran. I presidenti precedenti hanno mostrato la stessa ipocrisia. Woodrow Wilson vinse la rielezione nel 1916 con lo slogan “Ci ha tenuti fuori dalla guerra”, salvo poi condurre l’America nella Prima Guerra Mondiale l’anno successivo. Mentre Wilson predicava la neutralità, le banche di Wall Street e le grandi aziende fornirono con entusiasmo armi, materie prime e ingenti prestiti alle parti in conflitto fin dall’inizio della guerra nel 1914. Lyndon B. Johnson si candidò nel 1964 come candidato pacifista contro Barry Goldwater, per poi intensificare drasticamente la guerra del Vietnam. Nel 2000 George W. Bush promise una politica estera moderata, salvo poi lanciare l’invasione dell’Iraq nel 2003. La questione centrale, quindi, non è se Trump rappresenti una vera e propria svolta, ma se si limiti a proseguire la lunga tradizione della politica estera americana, caratterizzata da un’alta retorica pacifista che maschera ripetute aggressioni militari.

Il governo degli Stati Uniti e i suoi principali capitalisti non sono la stessa entità. Sebbene i due spesso collaborino e il governo promuova frequentemente gli interessi del grande capitale, rimangono forze distinte con esigenze immediate diverse. Il governo deve costantemente presentarsi al pubblico come garante della democrazia, della pace e del benessere nazionale. I capitalisti, d’altro canto, perseguono il profitto, il dominio del mercato e il potere a lungo termine, anche quando questi obiettivi sono in conflitto con la politica ufficiale o la dichiarata neutralità. Questa separazione consente ai capitalisti di violare le leggi o ignorare le dichiarazioni del governo, come accadde negli anni ’30 quando fornirono armi e materiali a Mussolini, Franco e Hitler nonostante le leggi sulla neutralità approvate dal Congresso. Il rapporto è caratterizzato da una stretta alleanza e da una mutua dipendenza, ma non raggiunge la completa unità. Il governo fornisce la retorica pubblica e la legittimità politica; i capitalisti forniscono i finanziamenti e spesso influenzano le politiche sottostanti.

Il ruolo assegnato al governo consiste nel promettere democrazia, pace e prosperità per assicurarsi il sostegno popolare e mantenere un’apparenza di legittimità. Allo stesso tempo, i due principali partiti sono finanziati in larga misura da società e banche i cui concreti interessi economici e strategici spesso perseguono indipendentemente, o addirittura in diretta contraddizione, con le dichiarazioni pubbliche ufficiali. Questa dualità si allinea strettamente con la teoria politica di Carl Schmitt (1888-1985), il quale sosteneva che le democrazie liberali sono caratterizzate da una tensione permanente tra l’ordine costituzionale formale e i veri centri di potere. Secondo Schmitt, dietro la facciata liberale del parlamentarismo e del dibattito pubblico si cela l’influenza decisiva di potenti interessi economici e di attori sovrani occulti che determinano quando vengono fatte eccezioni e la cui volontà, in ultima analisi, plasma le politiche. Nel sistema americano, il governo svolge la funzione teatrale del rituale democratico, mentre il vero potere sovrano – concentrato nel capitale finanziario, nelle grandi aziende e nelle lobby allineate – opera con maggiore autonomia, spesso scavalcando la neutralità formale o i principi dichiarati quando sono in gioco i suoi interessi vitali.

Le case produttrici di armi americane ed europee, insieme ai principali fondi di investimento, stanno generando enormi profitti dalle guerre in corso, in particolare dal conflitto in Ucraina. Aziende come Lockheed Martin, Raytheon, Rheinmetall e BAE Systems hanno visto i prezzi delle loro azioni e i portafogli ordini impennarsi, poiché la guerra consuma ingenti quantità di missili, munizioni, droni e veicoli blindati. Anche i fondi di investimento fortemente esposti al settore della difesa hanno ottenuto rendimenti considerevoli, dimostrando ancora una volta come certi potenti interessi economici traggano profitto diretto da conflitti militari prolungati.

Le aziende cinesi operano su basi completamente diverse. La Cina ha certamente molti individui facoltosi e imprenditori di successo, eppure il sistema politico vieta rigorosamente il finanziamento privato del Partito Comunista. Una differenza fondamentale risiede nella politica cinese nei confronti dei capitali stranieri: ha accolto migliaia di aziende e investitori occidentali, ma li sottopone a regolamentazioni, requisiti di joint venture e controlli molto più severi rispetto a quelli a cui sono soggetti negli Stati Uniti o in Europa. Questi investitori accettano in larga misura tali condizioni perché la Cina rimane il mercato più grande e in più rapida crescita al mondo, offrendo una portata e opportunità senza pari nei settori in cui ha compiuto rapidi progressi tecnologici.

Negli ultimi trent’anni, i lavoratori cinesi hanno beneficiato di alcuni dei maggiori e più duraturi aumenti salariali reali al mondo. Nello stesso periodo, il Paese ha costruito un’enorme e prospera classe media urbana, composta da diverse centinaia di milioni di persone. Questo drastico miglioramento del tenore di vita dei cittadini cinesi comuni contrasta nettamente con la stagnazione e il declino che hanno colpito gran parte della classe lavoratrice e della classe media negli Stati Uniti e in molti Paesi occidentali. In America, la classe media, un tempo forte, si è progressivamente impoverita e ridotta. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti mantengono circa 850 basi e installazioni militari distribuite in circa 80 Paesi in tutto il mondo. Queste basi impongono un enorme onere finanziario, con costi annuali di centinaia di miliardi di dollari. Particolarmente costose sono le basi remote come Guam, nel Pacifico occidentale, Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, e Guantanamo Bay, a Cuba, che richiedono continui rifornimenti, infrastrutture specializzate e lunghe linee di approvvigionamento lontane dal continente americano. La Cina non sopporta nessuno di questi pesanti oneri finanziari o logistici.

Il governo statunitense afferma di spendere ingenti somme di denaro per proteggere i propri alleati. Agli europei viene ripetutamente ripetuto che un eventuale ritiro americano li lascerebbe esposti e insicuri. Questa idea costituisce un elemento centrale della narrativa ufficiale americana. Tuttavia, la Costituzione degli Stati Uniti impone esplicitamente al governo di servire esclusivamente gli interessi nazionali degli Stati Uniti. L’affermazione secondo cui il ruolo principale dell’America sia quello di garantire la sicurezza europea è quindi falsa. Attualmente, gli Stati Uniti stanno spostando gran parte delle proprie risorse militari verso l’Asia, poiché considerano la Cina il loro principale rivale geopolitico. Nell’ambito di questo spostamento, Giappone, Australia, Filippine e Corea del Sud stanno ricevendo maggiori armamenti e supporto dagli Stati Uniti. Nel frattempo, le basi militari americane in Europa rimangono attive come centri logistici per le operazioni con droni e il trasporto di munizioni. Sotto l’amministrazione Trump, i membri europei della NATO continuano ad aumentare le spese militari e si stanno riarmando contro la Russia. Nessun politico europeo di spicco sostiene l’uscita dalla NATO. Persino coloro che invocano una maggiore sovranità europea e una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti non contestano l’appartenenza alla NATO. La dipendenza economica rafforza l’assetto. In Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Lussemburgo e Svizzera, potenti investitori finanziari americani – tra cui BlackRock, Vanguard, State Street, KKR, Blackstone, Carlyle e Capital Group – figurano tra i maggiori azionisti delle più importanti aziende e banche. Questi investitori attuano tagli al personale e promuovono strategie di elusione fiscale. Per questi motivi, l’idea, spesso invocata, di un’indipendenza europea dagli Stati Uniti rimane al momento una promessa retorica, non una realtà consolidata.

La condizione essenziale per una vera sicurezza, pace e autentica prosperità è la completa fine dell’umiliante dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Le nazioni europee dovrebbero abbandonare la NATO senza indugio e creare una propria alleanza di sicurezza indipendente. La forma più forte e naturale di questa alleanza sarebbe un partenariato strategico continentale europeo-russo: un blocco eurosiberiano sovrano, libero dal controllo americano. Come sosteneva con forza il pensatore francese Guillaume Faye (1949-2019) nella sua visione dell’Eurosiberia, l’Europa deve forgiare una grande alleanza continentale con la Russia per contrastare l’egemonia americana, respingere l’immigrazione di massa, difendere la propria identità di civiltà e assicurarsi un futuro come potenza indipendente sulla scena mondiale.

Lo stratega americano Francis Parker Yockey (1917-1960) individuò negli Stati Uniti il ​​principale portatore esterno di una distorsione culturale che indebolisce le fondamenta organiche della civiltà europea. Yockey descrisse come la democrazia liberale e il capitalismo materialista, plasmati da influenze esterne, erodano l’unità spirituale e il destino storico dell’Occidente. Auspicò la creazione di un Impero europeo : un ordine continentale sovrano, gerarchico e spiritualmente illuminato, capace di resistere al dominio esterno e al decadimento interno. Yockey sottolineò che la vera indipendenza europea richiede il rifiuto del controllo finanziario americano, delle alleanze militari e dei modelli culturali che privilegiano la quantità alla qualità e l’individualismo senza radici alle comunità organiche. Avvertì che la continua sottomissione impedisce all’Europa di adempiere alla sua missione storico-mondiale e porta alla graduale sostituzione dei suoi popoli e delle sue tradizioni. I fatti confermano in gran parte la diagnosi di Yockey. Il modello di potere americano, il ruolo del sionismo, i legami economici e la pressione sugli stati indipendenti illustrano tutti i meccanismi che Yockey aveva messo in luce. Gli europei e le altre nazioni hanno ora l’opportunità di riconoscere questa realtà, porre fine alle strutture di dipendenza e costruire un futuro fondato sui propri punti di forza culturali e storici. La strada da percorrere risiede in un’azione lungimirante radicata nei principi organici che Yockey difendeva.

E la cosa continua _ di Aurelien

E la cosa continua.

Non siamo noi a decidere quando finirà.

Aurelien22 luglio
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Considerando che circa il novanta per cento di tutti coloro che hanno scritto di relazioni internazionali, studi sulla guerra e sui conflitti e questioni strategico-militari sono ancora vivi e attivi, potreste rimanere sorpresi nello scoprire che sappiamo ancora molto poco sulle cause principali dei conflitti reali, e ancor meno sul perché e sul come finiscono. Inoltre, ci manca persino una definizione condivisa di “conflitto”, il che significa che i vari tentativi di calcolare la frequenza e la durata dei conflitti, così come di individuarne la fine, producono risultati radicalmente diversi. Eppure il problema non risiede nella ricerca inadeguata, nelle risorse insufficienti o persino nel numero insufficiente di pubblicazioni. Migliaia di persone, almeno, con un dottorato di ricerca, lavorano instancabilmente producendo milioni di parole all’anno su tutti gli aspetti dei conflitti, eppure il settore non sembra fare progressi. Non sembriamo imparare nulla e non comprendiamo nessuno di questi problemi meglio di quanto non li comprendessimo cinquant’anni fa.

Vorrei subito precisare che non mi includo in quel “noi”. Non ho mai creduto nell’utilità di spiegazioni generiche per i conflitti e, anzi, per anni ho cercato invano di convincere le persone a smettere di parlare di “conflitto” e a concentrarsi sui singoli “conflitti”, dai quali si potrebbero forse trarre alcune conclusioni più ampie, seppur provvisorie. Il problema è che esistono diverse lobby con diverse idee universalizzanti e normative sul conflitto, che operano in contrasto tra loro e si basano su esempi differenti, che peraltro potrebbero non comprendere appieno. Ciò che trasforma questa confusione, da semplice spreco di denaro e di energie, in qualcosa di ben più pericoloso, è il fatto che limita notevolmente la nostra capacità di comprendere cosa stia accadendo nei conflitti in Ucraina e in Iran, e soprattutto come, e se, questi conflitti possano concludersi. Noi (loro) siamo come scienziati che cercano di effettuare misurazioni con strumenti obsoleti e, in molti casi, inadeguati, per poi discutere sui risultati. Oggi quindi esporrò brevemente il problema, fornirò alcuni esempi e cercherò di capire cosa la storia e persino il buon senso possono dirci sul modo in cui questi conflitti potrebbero eventualmente concludersi, ammesso che si possa persino decidere cosa significhi “concludersi” in questo contesto.

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Probabilmente non esiste un conflitto di grande portata nella storia moderna su cui gli esperti concordino completamente sulle “cause”. Questo perché la struttura e la definizione stessa di tali conflitti sono spesso oggetto di dibattito. Chi crede che esista una relazione organica e causale tra la Seconda Guerra Mondiale in Asia e quella in Europa, sosterrà che la guerra iniziò nei primi anni ’30 e cercherà nessi causali tra i due episodi. Chi (come me) le considera invece due guerre separate, con alcune connessioni tematiche e un certo grado di influenza reciproca, preferirà date, punti di conclusione e priorità differenti nelle ricostruzioni del periodo. Persino nella Prima Guerra Mondiale, geograficamente più circoscritta, si riscontrano enormi differenze di enfasi e un dibattito irrisolvibile sulle “cause”, sia immediate che a lungo termine. Il nesso causale tra l’assassinio di un arciduca austriaco da parte di nazionalisti serbi a Sarajevo e gli scontri tra truppe coloniali britanniche e tedesche in quella che allora era la Tanganica è fragile come un filo di cotone, ed è persino discutibile, alla fine, se stiamo parlando dello stesso conflitto.

Allo stesso modo, non è sempre ovvio quando le guerre “finiscono”. (I combattimenti non cessarono ovunque nel novembre del 1918, per esempio). Quante guerre ci sono state in Medio Oriente dal 1948? Alcuni sostengono che ce ne sia stata solo una, con lunghe pause e cambiamenti di fronte. Qualcuna di queste guerre è effettivamente “finita”? La guerra civile libanese è stata un evento a sé stante, le cui cause erano principalmente interne, anche se potenze esterne come la Siria sono intervenute fin dall’inizio? Si è trattato di un’unica guerra o di diverse guerre, con pause e riconfigurazioni? Quella guerra è effettivamente terminata nel 1990, o l’esaurimento delle risorse ha semplicemente prodotto una lunga pausa in cui la guerra non sembrava più allettante? E se effettivamente esiste una crisi di fondo insolubile che occasionalmente assume la forma di un conflitto, non dovremmo forse dedicare maggiore attenzione alla crisi in questione e meno ai conflitti periodici?

A queste domande non esiste una risposta definitiva, e pertanto qualsiasi tentativo di generalizzare a partire dalle risposte proposte, o di forzare gli eventi storici in un quadro applicabile altrove, è destinato al fallimento fin dall’inizio. Eppure, questi tentativi continuano, in gran parte a causa di quello che viene definito bias cognitivo: in generale, tendiamo a percepire e ad attribuire importanza a quegli elementi di una situazione che possiamo comprendere e di cui abbiamo una qualche esperienza o un interesse particolare. È risaputo che gli economisti individuano sempre cause economiche nei conflitti. Gli attivisti per i diritti umani sostengono che la responsabilità sia da attribuire alla negligenza in materia di diritti umani. I diplomatici individuano un fallimento nella diplomazia. Gli esperti di diritto internazionale attribuiscono la colpa al disprezzo per il diritto internazionale, gli oppositori dell’estremismo politico e del nazionalismo incolpano l’estremismo politico e il nazionalismo, e altri ancora, a seconda dei loro pregiudizi politici, incolpano i produttori di armi, gli “imprenditori della violenza” o le interferenze straniere. Data la varietà dei conflitti, molti di questi fattori hanno un’influenza in determinati casi. (Ironia della sorte, quello che certamente non è così è il mito fondante dell’ideologia moderna della sicurezza internazionale: l’idea che le guerre siano causate dall’odio popolare tra le nazioni, che siano colpa di persone come te e me.)

Questa incoerenza fa sì che teorie radicalmente diverse sulle cause, e persino sulle interpretazioni, delle guerre circolino contemporaneamente e, pur essendo considerate generiche dai loro sostenitori, in realtà hanno origini molto specifiche, legate a determinati casi e a specifici gruppi di interesse. Immaginate di rivolgervi a un governo occidentale, ad esempio, e dire: “L’Ucraina non è forse uno di quei casi di cui si parla sempre, in cui una soluzione militare non è appropriata e dovremmo invece cercare di affrontare i problemi di fondo?”. Oppure: “Non è forse giunto il momento che i cittadini americani e gli iraniani si siedano a un tavolo per cercare di risolvere pacificamente le loro divergenze?”. Beh, non si andrebbe molto lontano, ma questo è ciò che può accadere quando discorsi distinti, autonomi e contraddittori coesistono nello stesso spazio concettuale, sostenuti da diversi gruppi di interesse per scopi diversi e spesso in conflitto tra loro.

A tutto ciò si aggiungono i problemi della totale mancanza di familiarità con le principali crisi politico-militari che effettivamente colpiscono il proprio paese, e quindi della scarsità di esperienze recenti su cui fare affidamento, nonché della limitata capacità di valutare tutte queste sicure teorie normative. Un Capo di Stato Maggiore della Difesa di una grande nazione occidentale potrebbe aver comandato un battaglione durante la missione NATO in Afghanistan, ma niente di più. Potrebbe aver prestato servizio presso un quartier generale internazionale ad alto livello, ma non avrà avuto alcuna esperienza di guerra convenzionale su larga scala, semplicemente perché non ce n’era. Allo stesso modo, dieci anni fa, non aveva molto senso addestrare gli ufficiali militari al combattimento ad alta intensità o agli attacchi missilistici, poiché i loro paesi non avevano la capacità di farlo e non si aspettavano di combattere contro chi invece ce l’aveva. Ma questo era allora. E naturalmente, i politici civili che consiglia conosceranno solo ciò che hanno visto in televisione o al cinema. Questo non significa necessariamente che siano stupidi, significa solo che non hanno altro su cui basarsi se non stereotipi e folklore politico-militare.

La confusione inizia ai livelli più elementari. Ad esempio, fino al 1945 le nazioni potevano e di fatto “dichiaravano guerra” l’una all’altra, ed esisteva un corpus di leggi e precedenti a disciplinare tali situazioni e il comportamento delle nazioni. Ma la Carta delle Nazioni Unite, riservando questo diritto alle azioni approvate dal Consiglio di Sicurezza, ha creato un’enorme zona grigia (in cui si svolge ormai quasi ogni conflitto reale) non adeguatamente coperta da alcun quadro giuridico internazionale. Ora abbiamo i “conflitti armati”, un termine del Diritto Internazionale Umanitario, opportunamente non definito in modo preciso, il cui scopo è identificare le situazioni in cui il tipo e il livello di conflitto implicano l’applicazione del DIU e delle cosiddette “leggi di guerra”. Ma al di là di questo, questioni come il diritto di una parte di affondare le navi dell’altra (che era chiaro prima del 1945) sono diventate oscure e devono essere dedotte da altri trattati con interpretazioni controverse, poiché il tipo di guerra che si sta svolgendo ora tra Stati Uniti e Iran non avrebbe mai dovuto verificarsi.

Ma questo non impedisce ai politici, e soprattutto agli opinionisti, di continuare a usare il vocabolario di un secolo fa e di parlare di “atti di guerra”, “stato di guerra”, “belligeranti”, casus belli, “crimini di guerra ” , e così via, anche se a rigor di termini nulla di tutto ciò è più applicabile. E sul campo di battaglia non abbiamo altro che la formulazione tradizionale, riprodotta più recentemente nel Protocollo aggiuntivo 1 alle Convenzioni di Ginevra (1979) che afferma che “gli attacchi devono essere strettamente limitati agli obiettivi militari” che sono

“ Quegli oggetti che per loro natura, ubicazione, scopo o utilizzo contribuiscono efficacemente all’azione militare e la cui distruzione, cattura o neutralizzazione totale o parziale, nelle circostanze del momento, offre un vantaggio militare concreto.”

A parte l’aggiunta che, in caso di dubbio, si dovrebbe presumere che oggetti come case e scuole che potrebbero essere utilizzati per scopi militari non lo siano, questo è tutto. Come dico sempre, le Convenzioni di Ginevra sono un’ottima guida su come si sarebbe dovuta combattere la Prima Guerra Mondiale, ma non affrontano minimamente la complessità della guerra odierna. Quindi, cosa sono questi “obiettivi civili” di cui sentiamo sempre parlare, vi chiederete? Beh, non sono definiti come tali, sono semplicemente oggetti che non sono obiettivi militari. Grazie.

Tradizionalmente, le guerre iniziavano con una dichiarazione formale e terminavano con un trattato negoziato. La cultura politica moderna è ancora ancorata all’idea che i trattati pongano fine alle guerre, anziché considerarli segnali della loro effettiva conclusione. Da qui deriva l’ossessione per “negoziati”, “accordi” e “intese” che ha occupato così tanto spazio mediatico negli ultimi anni, come se tali documenti fossero una sorta di formula magica in grado di porre fine ai combattimenti. Ho già scritto abbastanza su questo argomento, quindi non vale la pena di approfondirlo ulteriormente, ma mi limiterò a osservare che non vi è alcun segno che politici e commentatori abbiano compreso meglio la situazione rispetto al passato, né che abbiano preso sul serio gli esempi moderni di come i conflitti si concludono effettivamente, a prescindere dal fatto che la fine sia suggellata o meno da pezzi di carta.

In questo contesto di ignoranza e dubbia comprensione, non sorprende riscontrare una vasta gamma di peccati intellettuali, di omissione e di commissione, tutti derivanti da fraintendimenti basilari e da una mitologia ereditata basata su idee obsolete le cui origini risalgono a decenni o addirittura generazioni fa. Ciò complica enormemente la comprensione occidentale della nostra posizione in questi conflitti e, di conseguenza, della nostra vicinanza alla fine. Sarebbe tedioso elencarli tutti, ma ne esaminerò alcuni, e vedrete i fili conduttori che li uniscono.

Lentamente, il concetto di logoramento sta riemergendo nella coscienza strategica occidentale. Dico “riemergendo” perché, naturalmente, la Prima Guerra Mondiale fu essenzialmente una guerra di logoramento, in cui la superiorità numerica, l’accesso alle materie prime e la capacità produttiva logorarono le Potenze Centrali fino al punto di farle crollare. Ma la Prima Guerra Mondiale è in gran parte scomparsa dalla memoria popolare e persino da quella delle élite, se non come una caricatura grottesca di un’inutile carneficina, e quindi crediamo che non ci siano lezioni da imparare da essa. (Le risorse dedicate allo studio e alla scrittura sulla Prima Guerra Mondiale sono enormemente inferiori a quelle dedicate alla Seconda, sebbene ci siano stati molti più combattimenti sul fronte occidentale tra il 1914 e il 1918 che nel conflitto successivo). Persino negli studi sulla Seconda Guerra Mondiale, le questioni relative alla produzione bellica, all’accesso alle materie prime e al vantaggio degli Alleati derivante dalle consistenti riserve di manodopera coloniale sono generalmente lasciate agli specialisti, a favore della narrazione delle grandi e avvincenti battaglie. Eppure è proprio lì che risiedeva il vantaggio decisivo. (I bombardamenti strategici si rivelarono una strategia di logoramento fallimentare perché non erano sufficientemente precisi per distruggere la produzione industriale tedesca.)

Non comprendiamo quindi che una guerra possa effettivamente “finire” quando una delle parti non è più in grado di schierare un numero sufficiente di uomini e attrezzature, e non ha più accesso al carburante, alle munizioni e persino al cibo per sostenerli, né ai mezzi per trasportarli. Ma questo non significa necessariamente annientamento totale. Persino nel maggio del 1945, la Wehrmacht poté schierare circa cinque milioni di uomini sul campo, ma pochi di loro si trovavano nel posto giusto. E pochi mesi dopo, quando il Giappone si arrese, aveva ancora un discreto numero di aerei, ma non carburante per rifornirli. Quindi, parte della strategia russa in Ucraina al momento sembra essere quella di distruggere la capacità ucraina di schierare effettivamente le truppe e i droni di cui dispone, attaccando depositi di carburante, collegamenti di trasporto e infrastrutture. Se non si riesce a mettere le proprie forze a contatto con il nemico, queste sono di scarsa utilità. Allo stesso modo, l’usura legata a determinate capacità chiave potrebbe essere sufficiente. Gli Stati Uniti e Israele si stanno avvicinando al punto in cui non avranno più missili a sufficienza per infliggere danni all’Iran. Una volta raggiunto quello stadio, il numero di navi o aerei nella regione diventa irrilevante, perché, a meno che l’Iran non sia già crollato prima, avranno perso.

Alcuni hanno trovato scioccante il fatto che gli Stati Uniti stiano esaurendo le scorte di missili, ma in realtà è una conseguenza naturale della dottrina e delle aspettative. Durante la Guerra Fredda, non ci si aspettava che un conflitto con il Patto di Varsavia durasse a lungo. Le forze aeree di entrambe le parti sarebbero state in gran parte obsolete dopo un periodo relativamente breve, e non aveva senso acquistare missili che non sarebbero mai stati utilizzati. Allo stesso modo, nei brevi e talvolta violenti conflitti successivi al 1990, non erano necessarie grandi scorte di missili. Dopotutto, scorte maggiori significavano costruire più depositi, impiegare più personale, organizzare più trasporti e, in ogni caso, presumere che le piattaforme stesse sarebbero durate abbastanza a lungo da consentire l’utilizzo delle armi aggiuntive. I russi, con una tradizione militare completamente diversa e una storica enfasi sulla guerra di logoramento, hanno mantenuto immense scorte di ogni genere, perché non si poteva mai sapere.

Sebbene siano in corso iniziative per incrementare le scorte di armi chiave, l’Occidente non potrà mai condurre con successo una guerra di logoramento contro la Russia, perché le infrastrutture industriali e ingegneristiche necessarie non esistono e non possono essere ricreate. Anzi, è dubbio che siano mai esistite su scala sufficiente. Questo vale a prescindere dalle capacità tecniche degli equipaggiamenti occidentali e dal (limitato) potenziale di incremento delle dimensioni delle forze armate occidentali. Le conseguenze politiche di tutto ciò sono enormi e non sembrano essere state minimamente considerate. Inoltre, inviando armi in Ucraina, l’Occidente non fa altro che aggravare il problema a lungo termine. (I droni non saranno d’aiuto, poiché i russi avranno sempre un vantaggio produttivo: e comunque si vedano i paragrafi successivi). Per di più, il mercato militare è ormai così internazionalizzato che i paesi occidentali importano in genere almeno il 50% dei loro componenti e sottogruppi, per non parlare delle materie prime. Probabilmente ci sono una mezza dozzina di paesi al mondo in grado di bloccare completamente la produzione e la manutenzione degli F-35.

Uno dei più curiosi punti ciechi dottrinali occidentali riguarda la sottovalutazione del valore del fuoco indiretto, che sta avendo enormi conseguenze se solo la gente si fermasse a riflettere. Sebbene l’artiglieria abbia sempre fatto parte delle strutture delle forze armate occidentali (Napoleone, per inciso, era un ufficiale di artiglieria), non le è mai stata attribuita la stessa importanza che aveva nella tradizione russa e successivamente sovietica. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, questa importanza iniziò a estendersi anche ai missili. L’Unione Sovietica catturò migliaia di scienziati e ingegneri tedeschi, molti dei quali con esperienza nello sviluppo del razzo V-2, e li impiegò nella produzione di un clone, che inizialmente era una copia, poi un’evoluzione del V-2, noto in Occidente come SCUD. Durante la Guerra Fredda, l’Unione Sovietica produsse missili sempre più numerosi e performanti, con gittate maggiori, e la tecnologia fu ampiamente esportata. Ma non fu mai una priorità per l’Occidente, che preferì gli aerei con equipaggio e trascurò quasi completamente i missili offensivi convenzionali. Sebbene il numero e la qualità dei missili russi siano emersi come uno shock dopo il 2022 (fino ad allora erano stati considerati semplici prototipi e dimostratori tecnologici), la reazione occidentale non è stata quella di sviluppare tecnologie simili, il che richiederebbe un ripensamento completo del proprio assetto strategico, e non accadrà. Piuttosto, la reazione è stata quella di ignorare il più possibile l’esistenza di questa capacità, per poi proporre di contrastarla con sistemi antimissile. Il fatto che paesi presumibilmente tecnicamente inferiori come la Corea del Nord e l’Iran possano schierare missili di questo tipo, contro i quali l’Occidente ha scarse difese, non sembra essere ancora stato pienamente compreso.

C’è però un altro problema, legato al concetto di logoramento. Fino a tempi recenti, gli attacchi aerei erano difficili e costosi, mentre la difesa aerea era economica. Un bombardiere della Seconda Guerra Mondiale era una macchina costosa e complessa, con un equipaggio che richiedeva diversi anni di addestramento. Poteva essere abbattuto da munizioni antiaeree economiche, o al massimo da un caccia notturno, molto più economico. Ancora oggi, un F-35 è vulnerabile ai missili prodotti in serie, che costano una frazione del suo prezzo. I missili offensivi ad alta precisione ribaltano la situazione. Difendersi da tali missili è un processo costoso e laborioso, che coinvolge sistemi complessi, e un numero relativamente ridotto di missili può sopraffarli. Inoltre, se i radar vengono distrutti (come nell’attuale guerra con l’Iran) o le scorte di missili si esauriscono, il sistema smette di funzionare. In qualsiasi conflitto con l’Occidente, i russi sarebbero in grado di inondare i sistemi di difesa missilistica occidentali con un numero enorme di droni e esche, consumando i missili difensivi e lasciando gli obiettivi in ​​gran parte indifesi.

È difficile rendere l’idea di quanto questo concetto sia estraneo all’esperienza e al modo di pensare occidentali, ma proviamo con un’analogia semplice: quella del cricket. (Gli americani possono pensare al baseball). Ecco il battitore davanti al wicket. Pur volendo segnare punti, la sua priorità principale è proteggere il wicket. Per questo, ha una buona consapevolezza della situazione. Sa chi sono i lanciatori e da dove arriverà la palla. Sa come è disposto il campo e quindi in quali direzioni è sicuro colpire. Sa che tipo di lanciatore ha di fronte e quando aspettarsi la palla. Ciononostante, ha solo un secondo circa per decidere come giocare la palla una volta che gli viene lanciata. Ora immaginate una situazione simile a quella della difesa missilistica, contro un attacco che ha già distrutto i radar a lungo raggio. Il nostro battitore non sa quale dei giocatori avversari abbia la palla e come e quando la lancerà. Non sa da quale direzione arriverà la palla, né quando, né a quale velocità e altezza. Tuttavia, la situazione è persino peggiore, perché molte palle potrebbero essergli lanciate contemporaneamente, e lui deve valutare quali siano pericolose. Inoltre, diversi altri giocatori avversari fingono di lanciare palle senza farlo realmente.

Come tutte le analogie, non si può spingere troppo oltre, ma voglio solo sottolineare il brevissimo lasso di tempo a disposizione per prendere una decisione. Più veloce è la palla, meno tempo c’è. Man mano che i missili diventano sempre più veloci e capaci di manovrare, potrebbe arrivare un punto in cui l’intercettazione diventa fisicamente impossibile nel tempo disponibile, tenendo presente che il difensore deve calcolare non dove si trova il missile, ma dove si troverà quando arriverà il missile difensivo, e il missile difensivo deve avere il tempo di arrivarci. (Immaginate un battitore che affronta una palla che arriva troppo veloce perché lui possa vederla e che devia per arrivare dall’altro lato del wicket). Diverse nazioni nel mondo, non necessariamente amiche dell’Occidente, ora possiedono questo tipo di tecnologia. I singoli missili possono forse essere contrastati in modo affidabile: salve di missili, come abbiamo già visto, non possono esserlo. Basta che una sola palla colpisca il wicket.

Ciascuno di questi punti ciechi è a sua volta il prodotto della mancanza di interesse per gli affari e la tecnologia militare da parte di una classe dirigente che non prestava più servizio militare, né aveva ricordi familiari di conflitti. (Il presidente Chirac ha prestato servizio come paracadutista in Algeria. Era praticamente l’ultimo). La “cultura militare” sia della classe dirigente che dell’élite intellettuale (chiamiamola così, per usare un eufemismo) è composta da vaghi ricordi di libri di storia dell’epoca di Tuchman o Shirer, film di guerra hollywoodiani, racconti popolari politici del passato, documentari su YouTube e frammenti trovati su Internet, tutti accomunati dallo stesso peso epistemologico e mescolati tra loro. Molto deriva da una sorta di saggezza ereditata da generazioni passate. Nient’altro, ad esempio, può spiegare le bizzarre idee di “scortare” navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Si tratta di un concetto che risale alle guerre del secolo scorso, quando la minaccia per la navigazione mercantile proveniva dai sottomarini tedeschi, e quindi le navi venivano raggruppate e protette da navi di scorta, riducendo drasticamente le perdite. La minaccia odierna non proviene da singole navi, ma da sciami di droni e missili, contro i quali, come abbiamo visto, non è possibile difendersi su larga scala. Inoltre, lo scopo dell’attacco non è necessariamente affondare le navi, ma scoraggiarle dal salpare. In queste circostanze, le “scorte” offrono più bersagli, ma ben poca protezione. Almeno, però, ci si consola sapendo cosa significano queste parole.

Questo è uno dei molteplici motivi per cui parlare di “riarmo” anziché di piccoli incrementi della forza militare non dovrebbe essere preso sul serio. Come ho spesso sostenuto, i veri problemi che l’Occidente affronta oggi sono principalmente concettuali e psicologici, tra cui un’eccessiva dipendenza dal pensiero astratto e l’adesione a una serie di norme derivate dal passato, come nell’esempio appena discusso. L’Occidente non sa più a cosa gli servano le forze militari, né come le impiegherebbe. “Difendersi dalla Russia” è uno slogan, non una missione, ed è a sua volta il risultato della riproposizione acritica di vecchi e stanchi cliché del folklore politico degli anni ’30-’80, perché è tutto ciò che i suoi leader conoscono. La conseguenza è che, nonostante le lezioni dell’Ucraina e dell’Iran, l’enorme inerzia del sistema continua a spingerlo in un’unica direzione: quella già nota.

Prendiamo ad esempio il misterioso programma statunitense F-47 , progettato per produrre l’aereo da superiorità aerea della metà del secolo. Si potrebbe sostenere che la stessa esistenza del programma dimostri che non è stato fatto alcun serio tentativo di imparare dalle lezioni dell’Ucraina e dell’Iran. Un aereo da superiorità aerea implica un contesto in cui altri velivoli contendono tale superiorità. Se gli avversari si stanno orientando sempre più verso l’uso di missili per dominare lo spazio aereo, allora è discutibile se un programma come l’F-47 abbia ancora molto senso. Certo, i programmi di difesa durano decenni e non si può cambiare tutto dall’oggi al domani, ma qualcuno, almeno, dovrebbe riflettere se l’era degli aerei da caccia con equipaggio stia finalmente volgendo al termine. Questo è particolarmente importante se, come sostengo, la “fine” dell’attuale crisi ucraina è molto lontana e se, una volta raggiunti i loro obiettivi immediati, i russi probabilmente useranno le tecnologie di cui dispongono e che noi non abbiamo per intimidire politicamente. (Detto questo, non ho molta fiducia nella capacità dei leader occidentali di rendersi conto di essere stati intimiditi.)

Questo, a sua volta, è un aspetto di un problema più ampio, ovvero la tendenza storica a considerare l’Occidente come la norma. Se i russi e gli iraniani fanno qualcosa di diverso da noi, devono per forza sbagliare. Se noi, per definizione, stiamo facendo la cosa giusta, allora dovremmo vincere e quindi non abbiamo bisogno di cambiare nulla di sostanziale. L’Occidente segue le mode del pensiero militare (i droni sono l’ultima novità), ma non c’è alcun segno che sia soddisfatto di revisioni fondamentali della propria strategia. (Avendo partecipato personalmente ad alcune presunte revisioni, è strano quanto spesso la conclusione sia che, in fondo, stiamo comunque facendo la cosa giusta). Questo fa parte di una massiccia sovrastima delle norme e del potere occidentali nel mondo, che è sopravvissuta a decenni di delusioni ed è ancora molto potente, in gran parte perché sappiamo poco delle questioni e delle preoccupazioni strategiche al di fuori dell’Occidente e non ci preoccupiamo di scoprirle. Formuliamo ipotesi sul potere e sull’influenza occidentali che si basano su presupposti normativi piuttosto che pragmatici. Diamo per scontato che le persone che sembrano pensarla come noi, in realtà la pensino come noi, perché il nostro modo di pensare è semplicemente superiore. Partiamo dal presupposto che la dottrina, l’addestramento e le attrezzature occidentali siano i migliori, perché non abbiamo mai seriamente esaminato altri sistemi, e cerchiamo qualcuno a cui dare la colpa quando uno di questi si rivela inadeguato.

Ne consegue che sovrastimiamo enormemente la nostra capacità di influenzare l’evoluzione delle crisi, e soprattutto la loro conclusione, e ci attribuiamo arrogantemente la responsabilità di cose su cui in realtà abbiamo avuto ben poca influenza. Questo è un problema particolarmente sentito a Washington, dove le dimensioni e la complessità del sistema, e le incessanti lotte personali per il controllo di ogni questione, fanno sì che il resto del mondo abbia solo un ruolo marginale. Sono certo che a Washington ci fossero persone che credevano davvero che le forniture di armi e denaro ai mujahidin in Afghanistan attraverso il Pakistan avessero contribuito al crollo dell’Unione Sovietica, così come non c’è dubbio che oggi ci siano persone che pensano che una manciata di soldati americani nel nord della Siria abbia rovesciato Assad e insediato l’attuale regime a Damasco. A Washington, suggerire che qualcun altro al di fuori degli Stati Uniti abbia un ruolo determinante in situazioni del genere, soprattutto la popolazione locale, equivale a un suicidio professionale. Un’allucinazione condivisa di questo tipo può essere molto allettante, naturalmente, finché non si scontra con la realtà.

Più in generale, cercare di comprendere a fondo la diabolica complessità della politica mediorientale o dell’Africa occidentale è un lavoro di una vita per gli specialisti, e le capitali occidentali, in generale, non sono interessate a questo livello di dettaglio. Da generazioni ormai, è più facile invocare argomentazioni da grande potenza che occuparsi delle reali circostanze sul campo, e nulla cambia di significativo. A partire dagli anni ’70, le potenze occidentali hanno sostenuto che i movimenti indipendentisti in Africa, avendo cercato il sostegno dell’Unione Sovietica, non fossero altro che strumenti di Mosca. (Ancora nel 1990, la BBC fu aspramente criticata da alcuni politici di destra per la sua copertura in diretta della liberazione del “terrorista” Mandela). E l'”ingerenza” dell’Unione Sovietica era ovunque: giornalisti di destra, spinti da “fonti di intelligence” non identificate, affermarono negli anni ’70 che la decisione di De Gaulle di ritirare le forze francesi dalla Struttura Militare Integrata della NATO fosse stata orchestrata dal KGB. Dato che il folklore politico è così privo di immaginazione e originalità, fondamentalmente circolano ancora oggi le stesse idee, che permettono a politici e opinionisti di evitare le complessità della vita reale e di crogiolarsi nell’idea di un mondo misterioso e affascinante fatto di “operazioni psicologiche”, “rivoluzioni colorate” e “cartoline” di cui, in realtà, non sanno quasi nulla. E se sbagliamo, beh, le conseguenze non ci riguardano.

Almeno, non lo facevano. Quando Chalmers Johnson coniò il termine “blowback” (contraccolpo), pensava a una più ampia disapprovazione politica nei confronti degli Stati Uniti e ai danni ai loro interessi derivanti dal loro comportamento. Ma più recentemente, abbiamo finalmente iniziato a capire che i paesi che abbiamo inimicato potrebbero sviluppare la capacità di dimostrare il loro disappunto in termini pratici, e persino cinetici. I missili iraniani possono probabilmente già raggiungere l’Europa sud-orientale, e la Corea del Nord sembra stia costruendo almeno un sottomarino a propulsione nucleare con missili balistici, teoricamente in grado di minacciare gran parte del mondo. Il risultato è il solito mix di negazione e panico nascente. Il mondo non dovrebbe essere così, e non ci è mai venuto in mente di immaginare cosa succederebbe se lo fosse.

Il panico nasce dalla crescente consapevolezza che le azioni occidentali possono avere conseguenze reali . Per diversi decenni, parlare e comportarsi in modo duro nei confronti di Cina, Russia o Iran è stato essenzialmente un tentativo di compiacere l’opinione pubblica interna, cercando di apparire più radicali e intransigenti degli altri. Ciò che i bersagli di questo comportamento potessero pensare fosse irrilevante, e in ogni caso non potevano farci nulla. Ora, naturalmente, le cose sono cambiate, ma le abitudini di una generazione sono dure a morire. Non è che i governi occidentali stiano cercando di “provocare una guerra” con la Cina, è che non riescono ad abbandonare l’abitudine di minacciare e insultare quel paese, sicuri che non ci saranno mai conseguenze concrete. Finora, però, la sottigliezza con cui i cinesi si stanno comportando è evidentemente superiore a quanto i sistemi politici occidentali possano facilmente comprendere.

Ne consegue che l’Occidente ha ormai in gran parte perso la capacità di determinare come si svilupperanno le crisi, e soprattutto quando e come si concluderanno. Ciò non significa che altri Stati siano diventati onnipotenti, ma semplicemente che non si può dare per scontata una supremazia occidentale permanente. Questo vale sia per il controllo quotidiano dell’evoluzione del conflitto (il cosiddetto ciclo di Boyd, di cui ho già scritto) sia per il lungo termine. Tuttavia, non vi è alcun segno che l’Occidente se ne sia reso conto, né che i suoi sistemi decisionali siano in grado di comprendere e tenere realmente conto degli obiettivi e delle capacità altrui. L’ossessione continua a concentrarsi su ciò che i sistemi politici occidentali possono accettare, come se fosse l’unica cosa che conta, e sulla conseguente convinzione che l’Occidente possa annunciare come finirà una crisi e che la realtà si adeguerà obbedientemente. Concludiamo tornando ai due esempi attuali in cui vedremo manifestarsi i problemi che ho descritto.

Nel caso dell’Ucraina, l’Occidente scelse di non credere agli avvertimenti di Mosca sulle possibili conseguenze del proprio comportamento. Ciò si basava in parte sull’illusione della forza occidentale e della debolezza russa, ma anche sull’inaccettabilità politica di un eventuale cambiamento di rotta della NATO per tenere conto delle opinioni altrui. L’Occidente non comprese la natura della guerra fin dall’inizio, optando per interpretarla come una guerra di conquista, quando inizialmente era concepita come uno shock politico, per poi trasformarsi in una guerra di logoramento per la quale i russi si erano preparati. All’Occidente non importava davvero capire: la guerra sarebbe finita presto comunque. Ma non fu così, e la durata stessa dei combattimenti divenne un problema, poiché rivelò importanti debolezze industriali in Occidente. L’uso di missili da parte della Russia sorprese tutti, ma per il momento è stato accantonato nella categoria “Troppo difficile da affrontare”. Soprattutto, ancorato alle nozioni tradizionali di guerra e pace, l’Occidente si aggrappa all’idea che la crisi finirà con una conferenza di pace i cui termini potrà dettare, dopo la quale le cose torneranno rapidamente alla normalità e la Russia implorerà di essere riammessa nel “sistema internazionale”.

Per quanto assurdo possa sembrare, questo rappresenta il massimo che il sistema occidentale è in grado di immaginare al momento. In realtà, saranno i russi a decidere quando tutto questo finirà, e non sappiamo (e forse non l’hanno ancora deciso nemmeno loro) quale forma assumerà la situazione postbellica. Ma possiamo aspettarci un uso intimidatorio delle capacità militari, una serie di crisi politiche all’interno della NATO e tra la NATO e la Russia, e altri divertimenti. Le opzioni occidentali per evitare tutto ciò sono poche e diminuiscono con ogni giorno di atteggiamenti bellicosi. Ho visto fantasie di guerriglia e terrorismo, ma non siamo negli anni ’50, e questo dimostra solo quanto sia forte la presa dei ricordi di un passato lontano e solo parzialmente compreso sui problemi del presente. Non ci sarà una guerra infinita contro la Russia, così come non ce n’è stata una dopo il 2021 in Afghanistan, dove gli esperti insistevano sul fatto che gli Stati Uniti avrebbero continuato la guerra oltre confine e non si sarebbero mai ritirati. Quand’è stata l’ultima volta che avete sentito un politico statunitense menzionare il Paese? E il temuto complesso militare-industriale: non costringerà forse la guerra a continuare? Forse non è poi così temuto: tra le maggiori aziende statunitensi per fatturato, secondo la rivista Fortune , nessuna delle aziende del settore militare rientra tra le prime cinquanta. Gran parte del potere economico risiede altrove, e in ogni caso non si può intensificare un conflitto con risorse che non si possiedono.

Lo stesso vale per l’Iran, dove gli iraniani, pur non essendo ancora i vincitori, hanno l’iniziativa, e dove gli Stati Uniti stessi non possono vincere. (Ecco perché è inquietante vedere gli esperti statunitensi che già cercano di delineare una sorta di futuro conflitto rinnovato con l’Iran, come se fosse possibile). Questo fallimento deriva da un misto di arroganza, dal folklore militare e politico ereditato menzionato in precedenza e da una semplice riluttanza a studiare le capacità militari iraniane, perché in fin dei conti a chi importava? Il sistema politico iraniano e la natura della sua società non necessitavano di essere studiati: si potevano dare per scontati. E l’idea di una rappresaglia iraniana efficace, se anche solo presa in considerazione, poteva essere scartata, perché avrebbe gettato dubbi sulla capacità dell’intera operazione. Tutto ciò era prevedibile, e in una certa misura previsto in termini generali. E ora, l’evoluzione futura della crisi dipende principalmente dall’Iran, un luogo scomodo e sconosciuto per l’Occidente.

Nulla della nostra concezione arcaica e radicata di guerra e pace, delle cause dei conflitti e delle ragioni per cui finiscono, è di alcuna utilità in questa situazione. In ogni caso, il risultato più probabile sarà un lungo periodo di bassa tensione, che farebbe comodo rispettivamente ai russi e agli iraniani, ma che metterebbe a dura prova, e probabilmente fratturerebbe irreparabilmente, la coesione occidentale. In altre parole, non è ancora finita, e non sarà l’Occidente a decidere quando finirà.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

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Intervista a Tiberio Graziani sul tema: “L’Europa nell’era del policentrismo mondiale”, a cura di Centrum Italicum

Intervista a Tiberio Graziani sul tema: “L’Europa nell’era del policentrismo mondiale”,

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 16 Luglio 2026

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Intervista a Tiberio Graziani sul tema:

“L’Europa nell’era del policentrismo mondiale”,

a cura di Luigi Tedeschi

Tiberio Graziani è Presidente di Vision & Global Trends. International Institute for Global Analyses (www.vision-gt.eu), direttore di Geopolitica. Journal of Geopolitics and Related Matters (www.geopoliticarivista.it).

1) La UE è sorta sulle ceneri dell’eurocentrismo. Con la fine della Guerra fredda, la UE divenne parte integrante del nuovo ordine mondiale globalizzato come potenza economica, ma tuttavia politicamente irrilevante. Una UE, soggetta alla governance politica e strategica americana, non conteneva in sé stessa, sin dalla sua fondazione, i germi del suo fallimento, resosi evidente con il venir meno della Alleanza Atlantica?

La questione appare più complessa di quanto suggerisca la formulazione della domanda. Non è infatti scontato che l’Unione Europea sia sorta sulle ceneri dell’eurocentrismo, né che il suo eventuale indebolimento possa essere interpretato come il semplice dispiegarsi di un destino inscritto nella sua fondazione.

L’integrazione europea nacque nel secondo dopoguerra come risposta a una duplice crisi: da un lato la devastazione prodotta dai conflitti intraeuropei, dall’altro la perdita della centralità mondiale che il continente aveva esercitato per secoli. In questo senso, il processo di integrazione fu certamente il prodotto del tramonto dell’Europa come centro esclusivo del sistema internazionale, ma non necessariamente della fine dell’eurocentrismo come paradigma culturale e politico. Molti dei principi che hanno orientato la costruzione europea — dall’universalismo giuridico all’idea di progresso lineare, fino a una particolare concezione dei diritti e del mercato — appartengono infatti alla tradizione storica europea e ne rappresentano, per certi aspetti, una prosecuzione.

Occorre inoltre distinguere tra Europa e Unione Europea. L’Europa costituisce una realtà storica, culturale e geografica di lunga durata, i cui confini storici e culturali, peraltro, non coincidono necessariamente con quelli geografici comunemente adottati; l’Unione Europea rappresenta invece una specifica forma di organizzazione politico-istituzionale sviluppatasi nel contesto della Guerra fredda e successivamente adattatasi al nuovo quadro internazionale emerso dopo il 1991.

Parimenti, vale la pena inoltre ricordare che la tendenza alla costruzione di forme più ampie di organizzazione dello spazio europeo precede di molti secoli la nascita dell’Unione Europea. La storia del continente può essere letta anche come una successione di tentativi di ricomposizione politica, economica e culturale di territori inizialmente frammentati. Dalle reti commerciali delle città-stato alle leghe mercantili, dalle alleanze dinastiche alle grandi monarchie territoriali, fino alle diverse esperienze imperiali che hanno interessato lo spazio europeo e i suoi prolungamenti euro-afroasiatici, il continente è stato costantemente attraversato da spinte centripete e centrifughe. In questo senso, la pluralità culturale europea non rappresenta un ostacolo all’integrazione, bensì il prodotto storico di una lunga interazione tra popoli, tradizioni, lingue e civiltà differenti, alimentata anche da apporti provenienti da aree esterne all’Europa stessa.

Con la fine del confronto bipolare, l’Unione Europea acquisì un peso economico considerevole e divenne uno dei principali poli della globalizzazione. Tuttavia, l’espansione della dimensione economica non fu accompagnata da una corrispondente capacità politica e strategica. L’assenza di una sovranità europea effettivamente unitaria, la permanenza di interessi nazionali divergenti e il mantenimento del legame strategico con gli Stati Uniti limitarono significativamente la possibilità che l’Unione si affermasse come soggetto geopolitico autonomo.

Più che di una subordinazione assoluta a Washington, parlerei di una condizione di progressiva dipendenza strategica sviluppatasi nel quadro dell’alleanza atlantica. Per decenni tale assetto apparve funzionale sia agli interessi statunitensi sia a quelli europei. Il problema è emerso quando la struttura internazionale ha iniziato a trasformarsi e il sistema unipolare ha mostrato segni di progressiva erosione. In una fase caratterizzata dall’emersione di nuovi centri di potenza e dalla crescente competizione tra grandi attori continentali, l’Europa si è trovata priva degli strumenti necessari per definire una propria collocazione autonoma.

Non appare del tutto convincente l’idea secondo la quale l’Unione Europea contenesse, sin dalla propria origine, i germi del proprio inevitabile declino. Piuttosto, essa ha progressivamente mostrato i limiti di una costruzione politico-istituzionale concepita per una determinata fase storica e successivamente confrontata con una profonda trasformazione degli equilibri internazionali. La crisi attuale appare dunque meno come il risultato di una condanna originaria e più come la conseguenza della difficoltà di adattare il progetto europeo alle dinamiche della transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico.

Se vi è una questione realmente decisiva, essa riguarda la capacità dell’Europa di ridefinire la propria funzione storica nel nuovo contesto internazionale. In altri termini, il problema non è soltanto il futuro dell’Unione Europea, ma il ruolo che il continente europeo intende svolgere nel processo di ricomposizione dell’ordine mondiale.

L’Unione Europea costituisce dunque soltanto l’ultima manifestazione, in forme inedite e prevalentemente economico-istituzionali, di una più lunga dinamica storica che ha caratterizzato il continente. La questione centrale non è pertanto se l’Europa possa integrarsi, poiché la sua storia testimonia che forme diverse di integrazione e coordinamento sono esistite in epoche differenti. Il problema consiste piuttosto nell’individuare quale forma politica sia adeguata alle condizioni storiche della presente fase di transizione internazionale.

2) L’Europa della UE è estremamente differenziata. L’Europa scandinava e baltica è integrata nell’anglosfera. L’Europa centrale è focalizzata nell’asse franco – tedesco. L’Europa mediterranea riveste il ruolo geopolitico di ponte tra il Vecchio Continente, l’Africa e l’Asia. Ci si chiede come sia concepibile e/o auspicabile una integrazione tra aree europee culturalmente e geopoliticamente diverse ed incompatibili, se non conflittuali nei loro interessi economici e strategici.

La domanda pone correttamente l’accento sulla pluralità delle realtà che compongono l’Europa contemporanea, ma tende forse a sovrapporre differenza e incompatibilità.

La diversità culturale, storica e geopolitica delle diverse regioni europee non deve necessariamente essere interpretata come un ostacolo insormontabile alla costruzione di forme di cooperazione o di integrazione.

L’Europa non è mai stata uno spazio omogeneo. Al contrario, la sua storia è caratterizzata dalla compresenza di popoli, lingue, tradizioni religiose, sistemi politici ed economie differenti. La pluralità non rappresenta dunque un’anomalia della costruzione europea contemporanea, ma una delle caratteristiche costitutive della civiltà europea.

Anche la rappresentazione proposta dalla domanda richiede qualche precisazione. L’Europa scandinava e baltica manifesta certamente una forte convergenza politico-strategica con il mondo anglosassone; l’Europa centrale continua a gravitare intorno all’asse franco-tedesco; l’Europa mediterranea conserva una naturale vocazione verso il Mediterraneo allargato, l’Africa e il Vicino Oriente. Tuttavia, queste diverse proiezioni geopolitiche non sono necessariamente incompatibili. Esse riflettono piuttosto la posizione geografica delle differenti regioni europee e la stratificazione storica dei loro rapporti esterni.

Il vero problema emerge quando si tenta di ricondurre tale pluralità entro modelli eccessivamente uniformi. Una delle difficoltà che ha accompagnato il processo di integrazione europea consiste proprio nell’aver spesso privilegiato l’omogeneizzazione rispetto alla valorizzazione delle differenze. In altre parole, non sempre si è distinta adeguatamente l’unità dalla uniformità.

La storia europea offre invece numerosi esempi di costruzioni politiche capaci di tenere insieme realtà differenti. Lo stesso Sacro Romano Impero, come pure altre esperienze imperiali sviluppatesi nello spazio europeo, non si fondavano sull’eliminazione delle diversità, bensì sulla loro organizzazione all’interno di un quadro politico più ampio. In questo senso, la pluralità può essere considerata non un limite, ma una risorsa.

Da un punto di vista geopolitico, occorre inoltre ricordare che l’Europa occupa una posizione singolare all’interno della massa continentale eurasiatica. Le sue diverse regioni costituiscono altrettante aperture verso differenti spazi strategici: l’Atlantico, l’Artico, il Baltico, il Mediterraneo, il Mar Nero, il Vicino Oriente e l’Asia interna. La varietà delle proiezioni geopolitiche europee deriva anche da questa particolare collocazione geografica.

La questione decisiva non è dunque se le diverse Europe siano compatibili tra loro. La storia dimostra che esse hanno saputo convivere e cooperare in molteplici forme nel corso dei secoli. Il problema consiste piuttosto nell’individuare un principio ordinatore capace di armonizzare interessi differenti senza annullarli. Una costruzione europea destinata a durare difficilmente potrà fondarsi sull’uniformità; dovrà piuttosto riconoscere la natura policentrica del continente e valorizzarne le differenti vocazioni geopolitiche.

In tale prospettiva, l’Europa potrebbe essere concepita non come uno spazio rigidamente omogeneo, ma come una comunità di popoli e di regioni storiche capaci di cooperare pur mantenendo specificità, interessi e sensibilità differenti. Del resto, è proprio questa tensione tra unità e pluralità ad aver accompagnato l’intera vicenda storica europea e a costituirne uno dei tratti più originali.

3) La fine della Nato non contempla necessariamente anche il ritiro della presenza militare USA in Europa. Non ritieni improbabile l’abbandono delle basi da parte degli USA, data la loro importanza strategica, quali piattaforme predisposte per gli interventi americani nell’est europeo e nel Medio Oriente?

La fine, o il ridimensionamento, della NATO non comporterebbe automaticamente il ritiro della presenza militare statunitense dall’Europa. Sarebbe ingenuo pensare che gli Stati Uniti abbandonino spontaneamente un sistema di basi, infrastrutture, comandi e dispositivi logistici che costituisce da decenni uno degli strumenti principali della loro proiezione strategica.

Tuttavia, il punto decisivo non è stabilire se gli Stati Uniti resteranno o se se ne andranno, ma comprendere in quale forma cercheranno di conservare la propria presenza. In una fase di progressiva contrazione della capacità egemonica statunitense, Washington tende infatti a riorganizzare la propria postura internazionale secondo criteri di maggiore selettività. Non potendo più sostenere ovunque, con la stessa intensità, il peso dell’ordine globale costruito dopo il 1945 e dilatato dopo il 1991, gli Stati Uniti sono indotti a scegliere con maggiore attenzione alleanze, priorità geografiche e obiettivi strategici.

Più che una scomparsa della NATO, appare più plausibile una sua progressiva riconfigurazione. La storia della politica estera statunitense mostra una costante attenzione alla preservazione della libertà d’azione. Se nel XVIII secolo ciò si traduceva nella diffidenza verso le alleanze permanenti, nel secondo dopoguerra si è tradotto nella costruzione di una rete di alleanze funzionale alla proiezione globale della potenza americana. Oggi, in una fase di crescente competizione sistemica e di risorse relativamente più limitate, Washington sembra orientarsi verso una gestione più selettiva delle proprie priorità strategiche, senza per questo rinunciare alle infrastrutture e alle relazioni che le consentono di mantenere influenza nei teatri considerati rilevanti.

Da questo punto di vista, le basi presenti in Europa non vanno considerate soltanto come strumenti di difesa del continente europeo. Esse svolgono una funzione più ampia: sono piattaforme di proiezione verso l’Europa orientale, il Mar Nero, il Mediterraneo, il Vicino Oriente, l’Africa settentrionale e, indirettamente, l’intero spazio eurasiatico. Per questa ragione è improbabile che gli Stati Uniti rinuncino facilmente a tale dispositivo.

Per comprendere la funzione delle basi americane in Europa occorre inoltre considerare che il sistema atlantico non si è sviluppato come un insieme di relazioni perfettamente reciproche. Come avviene in molti ordini egemonici, la cooperazione tra alleati si è accompagnata a una distribuzione differenziata delle prerogative strategiche. Gli Stati Uniti hanno potuto utilizzare il territorio europeo come componente della propria profondità strategica, mentre difficilmente si potrebbe immaginare una situazione speculare. Ciò non implica necessariamente coercizione o imposizione diretta, ma evidenzia il carattere asimmetrico dell’architettura atlantica.

Ridurre la questione alla sola permanenza delle basi rischia tuttavia di essere fuorviante. Le installazioni militari statunitensi in Europa non rappresentano soltanto infrastrutture operative. Esse costituiscono parte di una più ampia infrastruttura dell’ordine euro-atlantico attraverso cui Washington ha organizzato, nel corso dei decenni, la propria presenza strategica lungo l’arco che collega l’Europa, il Mediterraneo e il Vicino Oriente. Il problema, pertanto, non riguarda soltanto la loro eventuale permanenza, ma la funzione geopolitica che esse svolgono all’interno dell’assetto strategico euro-atlantico. In tale quadro, le basi non sono semplicemente luoghi di stazionamento delle forze armate, ma componenti di una struttura più vasta che consente agli Stati Uniti di preservare libertà di manovra, capacità di comando e profondità strategica ben oltre i propri confini nazionali.

Ciò non significa, però, che la presenza americana in Europa debba restare immutata. Più verosimilmente, essa potrebbe conoscere una trasformazione: meno impegno diretto e generalizzato, maggiore delega agli alleati, rafforzamento di alcune aree ritenute strategiche, riduzione dell’attenzione verso altre, uso più selettivo delle infrastrutture militari e crescente richiesta agli europei di sostenere i costi politici, economici e militari della sicurezza continentale.

In questo senso, il problema europeo non è soltanto la permanenza delle basi statunitensi. Il problema è la funzione politica che esse esercitano. Finché l’Europa resterà priva di una propria capacità decisionale autonoma, tali basi continueranno a rappresentare non solo un dispositivo militare, ma anche un vincolo strategico. Esse contribuiranno a definire lo spazio europeo come retrovia avanzata della potenza statunitense, più che come soggetto geopolitico dotato di una propria volontà.

La crisi della NATO, se dovesse effettivamente maturare, non aprirebbe dunque automaticamente uno spazio di autonomia europea. Potrebbe anche produrre una diversa articolazione della presenza americana: meno istituzionalizzata sul piano multilaterale, ma non necessariamente meno efficace sul piano operativo. Gli Stati Uniti potrebbero preferire rapporti bilaterali, accordi differenziati, coalizioni variabili e intese selettive con gli Stati europei maggiormente funzionali ai loro interessi.

La questione decisiva, pertanto, non riguarda soltanto la NATO come organizzazione formale, ma la struttura complessiva della dipendenza strategica europea. Un’Europa realmente autonoma non dovrebbe limitarsi a discutere della sopravvivenza dell’Alleanza Atlantica, ma dovrebbe interrogarsi sulla propria capacità di definire interessi, minacce, priorità e spazi di proiezione secondo una logica propria.

In assenza di questa capacità, anche un eventuale mutamento della NATO rischierebbe di non modificare la sostanza del problema. La forma dell’alleanza potrebbe cambiare, ma il rapporto di dipendenza resterebbe. Ed è proprio qui che si misura la difficoltà europea: non nella presenza statunitense in sé, ma nell’incapacità del continente di pensarsi e organizzarsi come soggetto strategico autonomo nella nuova fase policentrica dell’ordine mondiale.

4) La prospettiva del riarmo europeo non appare del tutto velleitaria, tenuto conto dell’estrema difficoltà (se non dell’impossibilità), di riconversione della manifattura europea in industria bellica, della carenza di risorse economiche adeguate (il cui reperimento comporterebbe un indebitamento degli stati insostenibile), e dell’assenza di una sovranità politica europea unitaria?

Anche in questo caso la domanda contiene alcuni presupposti che meritano di essere precisati. La questione centrale non riguarda tanto la possibilità materiale di un riarmo europeo quanto il significato politico e strategico che tale riarmo assumerebbe nel contesto della trasformazione dell’ordine internazionale. L’Europa dispone ancora di una rilevante base industriale, di elevate capacità tecnologiche e di risorse economiche considerevoli.

La storia dimostra che gli Stati e le grandi aggregazioni politiche sono in grado di mobilitare risorse significative quando percepiscono l’esistenza di una necessità strategica. Da questo punto di vista, le difficoltà industriali o finanziarie non rappresentano, di per sé, necessariamente, ostacoli insormontabili. Più problematica appare invece l’assenza di una chiara finalità politica condivisa.

Occorre infatti distinguere tra potenza militare e autonomia strategica. L’accrescimento delle capacità militari non produce automaticamente una maggiore autonomia decisionale. Una collettività politica può disporre di strumenti militari rilevanti e continuare tuttavia a dipendere da orientamenti strategici definiti altrove.

Una collettività politica può, in sostanza, aumentare le proprie capacità operative e, al tempo stesso, permanere in una condizione di eteronomia strategica. Con questa espressione intendo una situazione nella quale gli strumenti materiali della potenza non sono accompagnati da una corrispondente capacità di definire autonomamente interessi, priorità e finalità geopolitiche. In tali circostanze, le risorse militari possono risultare pienamente efficienti sul piano tecnico, pur rimanendo inserite all’interno di orientamenti strategici elaborati in altri centri decisionali.

In altre parole, il rafforzamento degli apparati militari non coincide necessariamente con l’acquisizione di una piena soggettività geopolitica.

Da questo punto di vista, il problema europeo appare anzitutto politico. L’Unione Europea non dispone oggi di una sovranità unitaria, né di una visione condivisa delle principali minacce, dei propri interessi permanenti o delle priorità strategiche da perseguire. Persistono sensibilità differenti tra le diverse regioni del continente, come differenti sono le percezioni relative alla Russia, al Mediterraneo, al Vicino Oriente, all’Africa e ai rapporti con le altre grandi potenze emergenti.

In assenza di un quadro politico comune, il rischio è che il riarmo si traduca in una semplice sommatoria di programmi nazionali o, alternativamente, nel rafforzamento di strutture destinate a operare all’interno di un quadro strategico sostanzialmente eteronomo. In tale circostanza, l’incremento delle spese militari non coinciderebbe necessariamente con un aumento dell’autonomia europea.

Più che domandarsi se il riarmo sia velleitario, sarebbe dunque opportuno interrogarsi su quale progetto politico esso dovrebbe servire. La questione decisiva non riguarda soltanto la produzione di armamenti, ma la definizione degli obiettivi strategici che tali strumenti dovrebbero perseguire.

Come insegna la storia, gli strumenti militari rappresentano sempre una conseguenza di una determinata visione politica dell’ordine internazionale e non il suo presupposto. Senza una riflessione preventiva sul ruolo che l’Europa intende svolgere nella fase di transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico, il dibattito sul riarmo rischia di rimanere confinato alla dimensione tecnica e finanziaria, trascurando il nodo fondamentale della questione: la definizione di una autonoma volontà strategica europea.

5) L’identità culturale dell’Europa è senza dubbio eurasiatica, peraltro non assimilabile all’anglosfera. L’Europa tuttavia non è solo una propaggine occidentale dell’Eurasia. Non è quindi più realistico idealizzare una nuova Europa autonoma, crocevia ineludibile nella dialettica dei rapporti tra Oriente e Occidente, con l’imprescindibile proiezione verso il bacino mediterraneo? A tal riguardo, non sarebbe necessario riportare alla luce il progetto dell’Eurafrica?

L’identità europea si è formata attraverso l’interazione di differenti direttrici storiche e geopolitiche; per tale ragione, essa non può essere ridotta né alla sola dimensione eurasiatica né a quella atlantica che ha caratterizzato una parte della sua evoluzione più recente.

La dimensione continentale eurasiatica, quella mediterranea e quella atlantica hanno contribuito, in epoche diverse, alla formazione della sua identità culturale e politica. La stessa civiltà europea si è sviluppata attraverso continui scambi con il Vicino Oriente, il Mediterraneo meridionale, il mondo islamico e le grandi civiltà asiatiche. Per questa ragione, l’Europa non può essere interpretata come una realtà isolata o autosufficiente, ma come uno spazio storicamente aperto alle interazioni tra differenti aree di civiltà.

Condivido invece l’idea secondo cui l’Europa non dovrebbe essere concepita come una semplice periferia dell’anglosfera né come una mera appendice occidentale dell’Eurasia. Più che un ponte tra Oriente e Occidente, definizione che rischia di attribuirle una funzione passiva, l’Europa potrebbe essere concepita come una cerniera geopolitica euro-mediterranea ed eurasiatica, vale a dire come uno spazio di articolazione tra differenti sistemi regionali e differenti tradizioni di civiltà, capace, pertanto, di sviluppare relazioni autonome con i diversi centri della vita internazionale.

Tuttavia, una simile prospettiva presuppone il superamento della condizione di eteronomia strategica che abbiamo richiamato nelle risposte precedenti. Nessuna funzione geopolitica autonoma può infatti svilupparsi in assenza della capacità di definire interessi, priorità e obiettivi propri. Prima ancora di interrogarsi sul ruolo dell’Europa tra Oriente e Occidente, occorre dunque domandarsi quale volontà politica sia in grado di sostenere tale ruolo.

In questa riflessione il Mediterraneo assume una rilevanza particolare. Esso non costituisce la semplice proiezione meridionale dell’Europa, né una sua periferia. Al contrario, rappresenta uno spazio storico autonomo che ha contribuito in maniera decisiva alla formazione della stessa civiltà europea. Le vicende dell’Europa, dell’Africa settentrionale e del Vicino Oriente risultano infatti intrecciate da millenni attraverso relazioni commerciali, culturali, religiose e politiche che hanno contribuito a modellare l’intero spazio mediterraneo.

Quanto al progetto dell’Eurafrica, è necessario affrontarlo con prudenza e senso storico. Nelle sue formulazioni originarie esso risentiva inevitabilmente delle condizioni politiche e culturali dell’epoca in cui venne elaborato e conservava, seppure in misura diversa a seconda degli autori, una prospettiva prevalentemente eurocentrica. Anche quando alcuni studiosi tentarono di differenziarsi dalle tradizionali concezioni coloniali britanniche e francesi, il continente africano continuava spesso a essere considerato in funzione delle esigenze strategiche europee.

Nel secondo dopoguerra il concetto di Eurafrica fu riproposto in ambienti politici differenti, compresi alcuni settori del nazionalismo europeo.

Tuttavia, molte di queste elaborazioni non compresero pienamente la portata storica dei processi di decolonizzazione e delle guerre di liberazione nazionale che stavano trasformando l’Africa e l’Asia.

Da questo punto di vista, la riflessione di Jean Thiriart presenta elementi di maggiore interesse. È noto che il suo pensiero si sia articolato in diverse fasi, talvolta fortemente contraddittorie — dal giovanile sostegno all’OAS in chiave coloniale al successivo progetto di un’Europa terza forza, fino alla provocatoria promozione di un “euro-sovietismo”. Tuttavia, pur muovendo da presupposti differenti rispetto a quelli odierni, egli ebbe il merito di comprendere progressivamente che i movimenti di liberazione nazionale e l’emergere di nuovi soggetti politici in Africa e in Asia rappresentavano trasformazioni storiche irreversibili. Per tale ragione, la sua riflessione si discostò dalle tradizionali impostazioni coloniali e tentò di ricollocare il problema europeo all’interno di una più ampia ricomposizione degli equilibri mondiali su scala continentale, fuori dall’orbita dell’anglosfera.

Il contesto contemporaneo è tuttavia profondamente diverso da quello nel quale tali concezioni furono elaborate. L’Africa non è più il terreno di proiezione delle strategie europee, ma uno spazio composto da Stati, organizzazioni regionali e soggetti politici che rivendicano una propria autonomia e una propria capacità di iniziativa nel sistema internazionale.

L’emergere dell’Area Continentale Africana di Libero Scambio (AfCFTA), i progetti delineati nell’Agenda 2063 dell’Unione Africana e il crescente protagonismo delle organizzazioni regionali africane testimoniano come il continente stia progressivamente elaborando proprie strategie di integrazione, sviluppo e cooperazione. Si tratta di processi che confermano la crescente capacità dei soggetti africani di intervenire autonomamente nella definizione delle proprie priorità economiche e geopolitiche.

Qualunque iniziativa europea dovrebbe inoltre confrontarsi con una realtà geopolitica già profondamente trasformata. L’Africa contemporanea non costituisce uno spazio privo di relazioni strategiche, ma uno dei principali teatri nei quali si manifesta la crescente pluralità dei centri di potenza che caratterizza la fase attuale della transizione internazionale. Cina, Turchia, Russia, Stati Uniti e altri attori regionali ed extra-regionali partecipano infatti, secondo modalità differenti, ai processi di trasformazione economica, infrastrutturale e tecnologica del continente. Qualsiasi prospettiva di cooperazione euro-africana dovrà pertanto misurarsi con tale realtà e collocarsi all’interno di un contesto caratterizzato dalla progressiva ricomposizione policentrica dell’ordine internazionale.

Per questa ragione, più che recuperare il progetto dell’Eurafrica nei termini in cui venne formulato nel Novecento, si rende necessario immaginare nuove forme di cooperazione tra Europa, Africa e spazio mediterraneo fondate sul riconoscimento della piena soggettività politica dei rispettivi attori. Una tale cooperazione potrebbe svilupparsi in ambiti strategici quali le infrastrutture, l’energia, la logistica, la ricerca, la formazione e lo sviluppo industriale, secondo modalità coerenti con le esigenze e le priorità definite dai diversi soggetti coinvolti.

Vi è tuttavia una questione preliminare che non può essere elusa. Una cooperazione euro-africana fondata sulla reciprocità presuppone che anche l’Europa acquisisca una più compiuta capacità di definizione autonoma dei propri interessi strategici. Finché il continente europeo rimarrà inserito in una condizione di significativa eteronomia strategica, difficilmente potrà proporsi come interlocutore pienamente autonomo nei confronti degli altri grandi spazi geopolitici.

La fase di transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico non richiede la ricostruzione di gerarchie continentali, ma la costruzione di rapporti fondati sulla reciprocità, sulla complementarità e sul rispetto delle differenti identità storiche e di civiltà.

Se l’Europa intende svolgere una funzione autonoma nel mondo che emerge, essa dovrà probabilmente riscoprire la propria vocazione mediterranea e la propria collocazione geopolitica all’interno della più ampia massa continentale eurasiatica. Ma tale prospettiva potrà svilupparsi soltanto attraverso relazioni paritarie con gli altri attori regionali e non attraverso la riproposizione, sia pure in forme aggiornate, di schemi elaborati in un contesto storico ormai definitivamente superato.

La morte improvvisa della Chiesa africana _ di D.P. Curtin

La morte improvvisa della Chiesa africana 

D. P. Curtin 20 luglio 2026

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Il crollo totale di una civiltà è un fenomeno insolito. In Occidente, esiste una continuità tra il passato romano e i nostri Stati contemporanei, nonostante le invasioni di gruppi “barbarici”. I Franchi, quell’antico popolo che si insediò nella Gallia romana, furono plasmati dalla cultura romana fino a diventare il popolo che oggi conosciamo come i francesi. Ma che dire dei casi in cui non vi è continuità — in cui una civiltà svanisce e tutto ciò che rimane è uno strato di cenere? È quanto accadde alla Gallia romana, una civiltà avanzata, peculiare ma immersa nel più ampio mondo romano. Il cuore pulsante di questa civiltà, la Chiesa africana, non ha discendenti viventi.

La Chiesa africana fu tra le più autorevoli dal punto di vista intellettuale del cristianesimo primitivo. Si dice che già nell’epoca apostolica le strade di Cartagine fossero popolate da cristiani. E non c’è da stupirsi: Cartagine era un centro nevralgico dell’Impero d’Occidente, forse seconda solo a Roma per cosmopolitismo. La Chiesa primitiva vi trovò terreno fertile. Cartagine ci ha dato Tertulliano e San Cipriano, giganti intellettuali che contribuirono a definire l’ortodossia della Chiesa nascente.

A differenza di gran parte dell’Impero romano di lingua latina, il Nord Africa era caratterizzato da un intreccio di influenze culturali contrastanti. La cultura romana dominante era sempre presente, ma lo era anche la più antica civiltà punica, sulla quale Roma aveva fondato il proprio impero alcuni secoli prima. Sant’Agostino di Ippona incarnava questa divisione culturale, con il padre romano, Patrizio, e la madre punica, Santa Monica.

Agostino fu la figura di spicco della Chiesa africana, regnando come vescovo di Ippona ma esercitando un’influenza ben oltre i confini della sua diocesi. Attraverso i sinodi e i concili di Ippona e Cartagine, fu adottato il canone occidentale della Bibbia, che non sarebbe stato più messo in discussione per undici secoli. Gli insegnamenti della Chiesa sul peccato originale, sul rapporto tra Chiesa e Stato, sul monachesimo occidentale e sulla morale furono sviluppati da Agostino all’interno della Chiesa africana e poi diffusi nel resto del mondo latino.

All’epoca di Agostino, il Nord Africa era una civiltà a forte impronta cristiana. Vantava centinaia di diocesi, sinodi frequenti e un forte senso di disciplina ecclesiale. Nella piccola città di Tagaste nacque il monachesimo occidentale secondo la Regola agostiniana. Agostino partecipò a decine di concili e intrattenne una fitta corrispondenza con vescovi, monaci, funzionari imperiali e papi. La Chiesa africana era profondamente cattolica nella sua tradizione e nella sua teologia sacramentale, pur essendo caratterizzata da un forte provincialismo e da un rigorismo morale.

La morte di Agostino nel 430, durante l’assedio vandalico di Ippona, costituisce una valida analogia con la situazione della Chiesa africana nel V secolo, circondata dai nemici e destinata ben presto a trovarsi in balia delle circostanze politiche della regione. I Vandali sottomisero la città attraverso la confisca dei beni ecclesiastici, l’espulsione del clero cattolico e l’imposizione dell’eresia ariana. Una volta che i Vandali occuparono il Nord Africa, i superstiti della Chiesa africana fuggirono in Italia e nella Gallia meridionale.

Ma la tirannia barbarica ebbe vita breve. I Vandali, in quanto tribù germanica, comprendevano malamente l’economia del Nord Africa e trovavano la logistica necessaria per governare uno Stato-nazione in un territorio a loro estraneo troppo complicata. L’Impero Romano d’Oriente riconquistò la regione nel 533 con uno spargimento di sangue limitato. Ma il danno era ormai fatto. Il Nord Africa era in gran parte spopolato, e il declino demografico e lo sconvolgimento economico resero la regione irriconoscibile. A differenza delle precedenti persecuzioni romane, che spesso avevano rafforzato l’identità cristiana, l’arianesimo dei Vandali svuotò la Chiesa africana dall’interno, prendendo di mira la sua leadership e la vitalità della sua vita sacramentale.

Inoltre, le principali controversie teologiche dell’impero, in particolare quelle relative alla cristologia, si svolgevano in gran parte nel mondo di lingua greca, lontano dall’Occidente di lingua latina. Il cristianesimo africano divenne una zona marginale nel nuovo Impero Romano, in cui il greco sostituì il latino come lingua ufficiale nel 620. La Chiesa africana, legata alla lingua latina, non fu in grado di partecipare alla cultura intellettuale della cristianità.

Il colpo di grazia avvenne alla fine del VII secolo con l’avanzata degli eserciti arabi, che si riversarono dalle pianure arabe verso l’Egitto e la Siria. Gli eserciti del Califfato conquistarono l’Africa romana nel 647, ma furono respinti dai Romani, per poi tornare trionfanti nel 698. Gli arabi assunsero il controllo delle istituzioni a Cartagine e nei dintorni, soddisfacendo l’antica richiesta di Catone il Vecchio: «Carthago delenda est». Cartagine, l’antica città di Didone e Annibale, fu distrutta, insieme a tutti i suoi palazzi, archivi e chiese. Gli eserciti arabi stabilirono il proprio quartier generale nella vicina città di Tunisi, utilizzando per la costruzione il materiale proveniente dalle rovine di Cartagine. Nonostante la sua distruzione, Cartagine rimase una sede titolare all’interno della Chiesa cattolica fino al 1964, quando fu definitivamente soppressa.

Dopo l’invasione araba, non esistono documenti conservati sulla Chiesa nordafricana. È come se le luci di un’intera civiltà si fossero spente improvvisamente e per sempre. Non ci sono lettere. Vi sono accenni fugaci a un vescovo africano che viveva in esilio alla corte di Carlo Magno o a Roma. Ma il cronista medievale, a quanto pare, non vide alcun motivo per fornire approfondimenti sul destino della Chiesa africana. Senza solide reti episcopali, monasteri o istituzioni educative, la Chiesa si affievolì. Le conversioni all’Islam, spesso dovute a pressioni economiche e culturali, ridussero progressivamente il numero dei cristiani. Col passare del tempo, la cultura cristiana latina scomparve del tutto, lasciando solo deboli tracce archeologiche.

In alcune delle antiche città romane del Nord Africa si trovano lapidi latine su cui sono incise benedizioni per i defunti, ultime vestigia materiali della Chiesa africana e della civiltà romano-punica. Le lettere papali sono gli ultimi testi a gettare luce sulla situazione finale dell’Africa tardo-romana. È giunta fino a noi una corrispondenza risalente al X secolo e, cosa ancora più significativa, all’XI secolo, quando furono inviate lettere in latino agli ultimi due vescovi conosciuti di Cartagine. Esse descrivono una Chiesa in uno stato di irrimediabile degrado, con solo cinque vescovi africani rimasti dopo tre secoli di occupazione. Un secolo più tardi, il califfo almohade Abd al-Mu’min dichiarò che gli ebrei e i cristiani della regione dovevano convertirsi o essere giustiziati. Ciò che seguì questo capitolo della Chiesa africana è andato perduto nel tempo.

La Chiesa africana tardoantica ha dato i natali a un’ultima figura di spicco, un medico a noi noto come Costantino l’Africano. Si dice che Costantino fosse un rifugiato proveniente da Cartagine, diventato monaco benedettino presso l’Abbazia di Monte Cassino, nell’Italia centrale. Egli introdusse in Occidente il corpus dei testi medici arabi e fu l’artefice della rinascita della medicina occidentale in Europa. Sebbene il suo biografo, Pietro il Diacono, lo descrivesse come un saraceno, egli è noto per la sua grande padronanza del latino, lingua in cui tradusse l’insieme delle sue opere specialistiche. È quindi probabile che Costantino fosse una delle ultime vestigia della Chiesa africana.

In definitiva, il declino della Chiesa africana ci pone di fronte a una verità che fa riflettere sulla fragilità della cultura e del suo partner pedagogico, la Chiesa. Tertulliano si chiedeva nel III secolo: «Che cosa ha a che fare, in effetti, Atene con Gerusalemme?». In altre parole, che cosa ha a che fare la cultura con la Chiesa? La Chiesa africana ha contribuito a definire il cristianesimo occidentale e ha fornito al mondo latino il suo linguaggio di dottrina, disciplina e devozione. Eppure, quella stessa Chiesa africana che ha plasmato con tanta sicurezza l’Occidente cristiano dimostra anche quanto profondamente la vitalità naturale della Chiesa sia intrecciata con la cultura, la lingua e le istituzioni sociali.

Il cristianesimo non è mai riducibile alla cultura, ma non esiste nemmeno nel vuoto. La Chiesa africana fiorì perché era radicata in un mondo vivace fatto di città, scuole, reti civiche e una lingua comune che consentiva di condividere e trasmettere gli insegnamenti della Chiesa. Quando quelle strutture crollarono, quando l’alfabetizzazione in latino andò scemando, la trasmissione episcopale divenne impossibile da sostenere. E quando la vita cristiana fu recisa dalle sue radici sacramentali ed educative, la Chiesa incontrò il tanto atteso cavallo bianco dell’Apocalisse. La lezione che ne possiamo trarre per il nostro tempo dovrebbe essere chiara. L’ortodossia da sola non è riuscita a preservare la Chiesa africana. Nemmeno l’eroica santità dei martiri è riuscita a salvarla. Senza la continuità della vita culturale e comunitaria, la vita di fede diventerà una reliquia del passato.

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Guerra in Ucraina _ di André Larané

La storia torna a fare da padrona

19 luglio 2026. Da quattro anni, la guerra in Ucraina alimenta le passioni e smentisce le profezie. Si sono sbagliati sia coloro che annunciavano la caduta di Kiev (Kyiv) nel giro di pochi giorni, sia coloro che promettevano il crollo della Russia. I droni stanno cambiando ancora una volta il corso della guerra. Ma nulla indica una soluzione a breve termine.  La Storia, come sempre, segue la propria strada. È ciò che scrivevamo già due anni fa, presentando tre scenari di uscita dal conflitto. Bisogna ammettere che gli eventi non ci hanno smentito…

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Da oltre un anno la guerra in Ucraina è passata in secondo piano nell’attualità, oscurata dalle iniziative a tutto campo del presidente statunitense, dalle ripetute sciocchezze dei leader europei e dagli avvertimenti a costo zero della Natura.

Lo storico delle guerre mondiali Stéphane Audoin-Rouzeau non ha mancato di sottolineare le analogie con la Grande Guerra (1914-1918): entrambe sono iniziate come una guerra lampo e si sono protratte in una guerra di trincea, prima che l’arrivo di nuove armi – ieri i carri armati, oggi i droni – sbloccasse il fronte.

La guerra in Ucraina sembra destinata a durare più a lungo della precedente; resta il fatto che coinvolge solo due parti in campo – la Russia e l’Ucraina – e, fortunatamente, sta causando un numero di vittime ben inferiore – almeno per il momento.

Mentre un anno fa la Russia sembrava avere il sopravvento, oggi è l’Ucraina ad aver ribaltato la situazione grazie alla sua ingegnosità nel campo dei droni (aerei e bombe senza pilota), al punto da colpire persino San Pietroburgo e isolare la Crimea dalla Russia!

L’Ucraina deve i suoi primi successi in questo campo innanzitutto alla Cina e alla società turca Baykar, e in secondo luogo all’Inghilterra e agli Stati Uniti. Oggi, grazie ai propri ingegneri e all’esperienza acquisita sul campo di battaglia, è diventata uno dei principali laboratori mondiali nel campo della guerra con i droni. L’Unione europea, nonostante le sue dichiarazioni bellicose e i suoi finanziamenti, è rimasta un attore secondario sul piano militare.

Questi successivi capovolgimenti di fronte sul fronte russo-ucraino non sono stati previsti da nessuno degli esperti che appaiono nei programmi televisivi, sulle pagine dei giornali e, ovviamente, sui social media.

Ovviamente, ogni volta hanno colto di sorpresa i governanti europei. Come non sorridere (amaro) di fronte all’annuncio del presidente Macron del varo, con ingenti spese, di una nuova portaerei, di cui ci si chiede a cosa potrebbe servire di fronte a un avversario che dispone di un gran numero di droni e missili a lungo raggio ?

Malintesi europei sull’Ucraina

L’eccezionale resilienza degli ucraini di fronte all’invasione russa non deve far dimenticare le realtà nazionali e storiche.
Essendo vittima di un’aggressione da parte della Russia e opponendovi con successo resistenza, l’Ucraina si presenta come la punta di diamante delle democrazie. Resta il fatto che, come la sua sorella russa, è una repubblica ex-sovietica, con un livello di corruzione paragonabile e istituzioni democratiche fragili, come dimostrano le ripetute turbolenze politiche. L’eroismo dei suoi soldati e la determinazione del suo presidente non le conferiscono un certificato di democrazia alla svedese.
La guerra ha forse rivelato l’Ucraina a se stessa; ciò non significa però che l’abbia sottratta alle leggi della geografia e della storia.

Tre scenari per la fine del conflitto

Herodote.net non ha competenze specifiche in ambito militare e riteniamo che l’influenza dei singoli individui sul corso degli eventi sia marginale. Ci sono delle eccezioni: ad esempio Churchill (13 maggio 1940: « Non ho altro da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore !…& nbsp;»)… o ancora Zelensky (24 febbraio 2022: « Ho bisogno di munizioni, non di un taxi »).

Ma la nostra familiarità con la Storia ci permette di osservare il presente senza lasciarci accecare dalla schiuma mediatica. Ci preoccupiamo di collocare l’attualità in una prospettiva di lungo periodo. Il nostro modello in questo campo è il generale de Gaulle: nei suoi discorsi diplomatici si asteneva dal menzionare «l’URSS» poiché, a differenza dei suoi contemporanei, la considerava una costruzione effimera e preferiva riferirsi ad essa come «la Russia di sempre»

È così che, tra marzo e agosto 2024, Herodote.net ha pubblicato un editoriale sulla guerra in Ucraina, illustrando «tre scenari di uscita dal conflitto». Ci siamo attenuti agli obiettivi delle parti belligeranti e dei loro partner; abbiamo analizzato le questioni geopolitiche e i dati demografici.

Sono passati due anni e bisogna ammettere che non c’è nemmeno una virgola da cambiare nel nostro testo. Ecco perché ve lo ricordiamo qui di seguito :

Tre scenari per la fine del conflitto (marzo-agosto 2024)

Da questa analisi emerge una conclusione purtroppo prevedibile: qualunque sia lo scenario che si concretizzerà, la guerra in Ucraina non avrà un vincitore, ma avrà sicuramente tre grandi perdenti: la Russia (con o senza Putin), l’Ucraina e l’Unione europea.

Gli Stati Uniti, come di consueto in tutte le guerre in cui sono intervenuti negli ultimi cinquant’anni, ne trarranno, se non un’ulteriore dose di gloria, almeno un’ulteriore dose di potere, qualunque cosa ne dica il nostro amico Emmanuel Todd (La sconfitta dell’Occidente).

Il presidente statunitense George W. Bush ha acceso la miccia della guerra in Ucraina nell’aprile 2008, a Bucarest, promettendo all’Ucraina e alla Georgia che un giorno sarebbero state ammesse nella NATO, contro il parere dei suoi consiglieri, della cancelliera Angela Merkel e del presidente Nicolas Sarkozy.

Il presidente Putin e i russi hanno quindi creduto di rivivere l’incubo delle aggressioni subite nel corso della loro lunga storia, dai mongoli ai nazisti, passando per i polacchi, i lituani, gli ottomani, i francesi, ecc.

La guerra era diventata un rischio grave e ci sarebbero volute molta intelligenza e diplomazia da parte dei leader europei per scongiurarla. Invece, hanno continuato senza sosta a sventolare la bandiera rossa davanti al Cremlino, di concerto con la Casa Bianca.

Ma questa è ormai storia antica. È quanto esponiamo nel nostro saggio: Le cause politiche della guerra in Ucraina, risalendo, come è giusto che sia, alle origini millenarie della Russia e delle nazioni europee. Questo saggio, pubblicato ormai due anni fa, conserva tutta la sua attualità. È comunque l’opinione dei suoi primi lettori.

André Larané

L’Ucraina ingaggia una battaglia sconcertante contro una catena di magazzini mentre la Russia blocca le operazioni al porto di Odessa _ di Simplicius

L’Ucraina ingaggia una battaglia sconcertante contro una catena di magazzini mentre la Russia blocca le operazioni al porto di Odessa

Simplicius 23 luglio
 
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La crisi in Ucraina è ormai superata: Zelensky ha nominato Mykhailo Drapatyi nuovo comandante in capo delle Forze armate ucraine (AFU) dopo aver destituito Oleksandr Syrsky.

Tuttavia, la questione relativa al ministro della Difesa Federov rimane irrisolta. Dopo che Zelensky gli ha offerto diverse cariche di livello inferiore, lo stesso Federov ha dichiarato che non accetterà nulla di inferiore alla carica di ministro della Difesa, poiché ritiene che nessun altro ruolo gli consenta di plasmare il futuro delle forze armate.

Christopher Miller@ChristopherJMMykhailo Fedorov ha ribadito questo pomeriggio in una dichiarazione ai giornalisti che non accetterà alcun altro incarico se non quello di ministro della Difesa, dopo che Zelenskyy lo aveva licenziato e gli aveva offerto numerose altre cariche. «Oggi nel Paese ci sono solo tre cariche che, insieme alle truppeChristopher Miller @ChristopherJMIl presidente Zelenskyy ha dichiarato ai giornalisti di aver offerto all’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov diverse cariche, l’ultima delle quali quella di vice primo ministro per le innovazioni militari. @FT aveva già riferito in precedenza che il presidente aveva offerto a Fedorov un ruolo di alto livello all’interno dell’Ucraina15:36 · 23 luglio 2026 · 41,8K visualizzazioni23 risposte · 97 condivisioni · 373 Mi piace

«Oggi nel Paese ci sono solo tre cariche che, insieme alle truppe sul campo di battaglia, determinano effettivamente l’andamento della guerra: il Presidente dell’Ucraina, il Ministro della Difesa e il Comandante in capo delle Forze Armate dell’Ucraina», ha affermato Fedorov.

« Ecco perché non accetterò alcuna carica diversa da quella di ministro della Difesa. Nessun altro ruolo conferisce l’effettiva autorità necessaria per combattere la corruzione negli appalti, portare a termine la trasformazione dell’esercito, pianificare ed eseguire operazioni asimmetriche contro il nemico, sradicare una cultura di menzogne e mancanza di responsabilità all’interno del sistema, né portare a termine le iniziative che il nostro team ha già avviato presso il ministero della Difesa.”

Ma la notizia più importante in questo momento riguarda la campagna di attacchi di rappresaglia della Russia contro le navi da carico ucraine, e in particolare contro il porto strategico di Odessa e il corridoio di trasporto del grano.

https://mezha.net/eng/bukvy/fa27d2e4_russia_attacked_twenty-eight/

Dopo aver messo in scena un altro spettacolare evento televisivo, colpendo la catena di negozi russa Wildberries con i suoi droni a cherosene di sua invenzione, Zelensky è rimasto sbalordito nello scoprire che la Russia era stata in grado di rispondere con una rappresaglia tre volte più potente.

Infatti, i ministri ucraini competenti sono ora in preda al panico per la chiusura totale dei porti di Odessa. Il ministro della Politica agraria Taras Vysotsky ha annunciato che Odessa è stata completamente chiusa e che nessuna nave è più in grado di entrare nei suoi porti:

Da una rivista economica ucraina:

https://epravda.com.ua/rus/infrastruttura/hanno-smesso-di-lanciare-botti-nei-porti-dell’Ucraina-Vysockiy-823909/

A partire dal 23 luglio, il traffico navale verso i porti ucraini sul Mar Nero è stato sospeso a causa della minaccia di attacchi russi.

Lo ha annunciato il ministro delle Politiche agrarie, Taras Vysotsky, durante un incontro con i giornalisti, secondo quanto riportato da Latifundist.

Secondo Vysotsky, la decisione di sospendere gli eventi è stata presa dagli stessi armatori. Il governo non ha imposto alcuna restrizione al traffico.

«Ieri sono entrate nei porti quattro o cinque navi. Non sono molte, ma c’è stato un po’ di movimento. A partire da oggi, l’ingresso delle navi è stato sospeso. Si tratta di una decisione presa dagli armatori, poiché il governo non ha imposto alcuna restrizione», ha affermato Vysotsky.

Non solo le navi vengono colpite, ma anche i principali terminal per la distribuzione delle merci:

A meno di un giorno dalla nostra precedente pubblicazione sui principali complessi logistici in Ucraina, l’Euroterminal del porto di Odessa è stato distrutto. Esso fa parte del valico di frontiera “Odessa Maritime Trading Port”. La struttura fornisce servizi quali sdoganamento, ispezione, scansione e pesatura delle merci. Ospita inoltre un’area di stoccaggio di transito dove vengono scaricati i container e un deposito di petrolio nelle vicinanze. Il terminal innovativo «Nova Poshta» di Odessa (nella seconda foto), situato a soli 13 km dall’Euroterminal, rimane intatto.

Il canale militare russo “Two Majors” ha pubblicato un post dettagliato in cui riassume le capacità dell’Ucraina di reindirizzare il flusso delle merci alla luce di questi eventi:

L’Ucraina sta cercando di reindirizzare parte del flusso di merci dalla regione di Odessa

A causa degli attacchi alle infrastrutture portuali di Odessa e alle navi nelle acque territoriali ucraine, il principale operatore di trasporto marittimo di container, Maersk, ha sospeso le operazioni presso il porto peschereccio del Mar Nero e ha dirottato le navi verso il porto rumeno di Costanza. Il 27 luglio l’Ucraina ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a causa della cessazione del traffico navale nei porti di Odessa.

Inoltre, si registra un leggero aumento del volume del traffico ferroviario di carichi di cereali e semi oleosi, reindirizzati dall’area metropolitana di Odessa verso i valichi ferroviari di frontiera occidentali (stazioni chiave: Chop, Uzhgorod, Mostyska, Rava-Ruska, Yagodin, Batievo, Vadul-Siret) e verso i porti sul Danubio (Izmail, Reni, Kilia). È previsto il coinvolgimento precoce del porto moldavo di Giurgiu e di quello rumeno di Constanta (dove le chiatte possono essere convogliate dai porti sul Danubio).

Nel quadro dell’aumento del trasporto ferroviario verso ovest, i grandi impianti di stoccaggio del grano, situati direttamente presso le stazioni di confine o entro un raggio di 5-30 km da esse, svolgeranno un ruolo chiave, data la necessità di effettuare il trasbordo dalla scartamento largo (1520 mm) a quello europeo (1435 mm).

Tuttavia, le rotte terrestri non sono in grado di sostituire completamente le esportazioni via mare: la loro capacità complessiva è stimata a soli 1-1,2 milioni di tonnellate al mese, rispetto ai 5-6 milioni di tonnellate necessari. E questo a condizione che gli attacchi alle infrastrutture ferroviarie non aumentino.

️È chiaro che la parte russa ha finalmente individuato un punto debole davvero sensibile del nemico e dei suoi sostenitori, e occorre aumentare la pressione su di loro.

L’importanza dei prodotti agricoli ucraini per i suoi sostenitori europei aumenterà in modo significativo in questa stagione: secondo le stime delle associazioni di categoria europee, l’ondata di caldo di giugno in Europa ha causato una perdita di quasi 9 milioni di tonnellate di cereali.

️Due grandi eventi

Come abbiamo affermato la scorsa volta, l’Ucraina è in grado di deviare efficacemente solo 1/5 o 1/6 delle merci, il che comporta ingenti perdite economiche per lo Stato ucraino e rappresenta ormai uno dei principali temi di dibattito.

Ad esempio, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, in preda al panico, ha chiesto con urgenza una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in merito alla “presa in ostaggio” dell’economia ucraina da parte della Russia:

L’ex ministro degli Esteri Kuleba ha spiegato in un’intervista che il conflitto sta ora evolvendo verso una “guerra totale”, in cui sia l’Ucraina che la Russia si infliggeranno a vicenda gravi danni alle rispettive economie.

Siamo onesti: tutte le guerre sono teleologicamente destinate a sfociare in una fase del genere. Nessuna guerra può rimanere per sempre una guerra “con i guanti di velluto”, perché il decoro e la condotta cavalleresca possono essere mantenuti solo fino a quando una delle parti non si avvicina in modo critico al proprio limite esistenziale – una soglia che l’Ucraina ha già raggiunto – a quel punto la parte in sconfitta non avrà sempre altra scelta che intensificare il conflitto, andando oltre le strette di mano da gentiluomini e gli accordi segreti.

Si innesca così una spirale di escalation. E, come abbiamo visto in Iran, quando una nazione non è in grado di infliggere una sconfitta militare al proprio nemico, l’unica opzione praticabile è quella di iniziare a colpire gli interessi dei civili nel tentativo di rovesciare l’ordine politico attraverso la pressione sociale e il malcontento della società.

L’Ucraina ha ormai poche carte da giocare e le sta utilizzando per pura disperazione. Ora la Russia non ha altra scelta che reagire.

Gli esperti ucraini fanno previsioni sull’inverno in arrivo:

L’ex direttore della Banca Nazionale dell’Ucraina, Kyrylo Shevchenko, scrive sul suo account ufficiale su X:

Kyrylo Shevchenko@KShevchenkoReal L’Ucraina ha di fatto perso il proprio corridoio per l’esportazione di cereali in acque profonde. A seguito dei ripetuti attacchi russi alle infrastrutture portuali, i principali operatori commerciali hanno sospeso gli acquisti dal #MarNero, gli armatori rifiutano gli scali invocando cause di forza maggiore e diversi terminal hanno sospeso le operazioni.6:57 · 20 luglio 2026 · 32,6 mila visualizzazioni57 risposte · 125 condivisioni · 353 Mi piace

Alla luce dei recenti sviluppi, sembra che l’Occidente sia tornato a nutrire crescenti preoccupazioni per il destino dell’Ucraina. Il presidente dell’Azerbaigian Aliyev ha confermato che dal 12 al 14 luglio si è tenuto a Baku un «incontro segreto» tra Germania e Russia, e secondo alcune voci l’incontro avrebbe avuto come tema la risoluzione della questione ucraina.

Ora, a margine del vertice dell’ASEAN a Manila, Rubio e Lavrov si sono incontrati per la prima volta dallo scorso settembre, con gli Stati Uniti che sembrano compiere nuovi sforzi per avvicinarsi alla Russia in vista della fine del conflitto. Perché questo improvviso tentativo di avvicinamento, quando si dice che l’Ucraina stia andando “meglio che mai” nella guerra?

In realtà, la Russia continua ad avanzare in aree chiave del fronte, mentre le deviazioni di cherosene ideate da Zelensky non stanno contribuendo in modo significativo a fermare l’avanzata. I rapporti indicano inoltre che molte delle raffinerie russe colpite settimane e mesi fa stanno ora tornando operative, con una miglioramento della situazione dei carburanti in molte regioni, come ha annunciato ieri lo stesso Putin. Lo stesso vale per l’operazione di «isolamento della Crimea», che è fallita poiché la Russia aveva già creato vie di comunicazione alternative e riparato i danni per consentire la ripresa del traffico e dei flussi di merci.

L’attuale concentrazione di truppe più consistente riguarda il fronte di Dobropillya, che a sua volta rientra nel vecchio fronte di Pokrovsk, dove, secondo quanto riferito, le forze russe si starebbero preparando a una grande offensiva. Infatti, ieri i canali ucraini hanno affermato che la Russia avrebbe già tentato un’offensiva di questo tipo con una colonna di almeno ~10+ veicoli corazzati, che sarebbe stata respinta, sebbene alcune fonti russe sostengano che i russi siano riusciti a penetrare con successo nella città stessa.

Fonti ucraine riportano quanto segue:

L’esercito russo si sta preparando a un’offensiva fulminea su Dobropillya, con l’obiettivo di conquistare la città il più rapidamente possibile.

Lo ha affermato l’esperto militare ucraino K. Mashovets.

La Russia ha già concentrato in questa zona le forze principali della 2ª e della 51ª armata interforze, nonché unità della 41ª armata del Distretto Militare Centrale. Negli ultimi giorni si è registrato un aumento del dispiegamento in prima linea di ulteriori gruppi d’assalto, artiglieria, operatori di droni, veicoli corazzati e equipaggiamento.

Mashovets osserva che le truppe russe continuano a ricorrere alla tattica di infiltrarsi con piccoli gruppi di fanteria in diverse aree contemporaneamente. Alcuni di questi gruppi sono riusciti a stabilire posizioni nelle zone di Dorozhne, Vasiivka, Volne, Novo Donbas, nonché a ovest di Rodynske e lungo la linea che va da Shevchenko a Novoaleksandrivka.

Secondo l’esperto, l’obiettivo principale della Russia è raggiungere Dobropillya il più rapidamente
possibile. La conquista della città e dell’area circostante consentirà al comando russo di mettere in sicurezza il fianco occidentale del raggruppamento che avanzerà su Kramatorsk da sud, oltre a rafforzarlo in modo significativo con truppe provenienti dal raggruppamento «Centro».


Allo stesso tempo, la 90ª Divisione corazzata è già impegnata in aspri scontri di contrattacco in
direzione di Novopavlivka. Se le Forze Armate ucraine riusciranno a mantenere la linea da Dobropillya a Druzhkivka, l’offensiva russa sull’agglomerato di Sloviansk-Kramatorsk rischia di trasformarsi in un difficile attacco frontale da est.

zachistka_ua

Mappa attuale del Suriyak, più conservativa:

Al momento della stesura di questo articolo, l’Ucraina ha colpito un altro magazzino di Wildberries, il terzo finora. Qual è lo scopo di questa improvvisa campagna mirata? Perché l’Ucraina è passata dal colpire le raffinerie a quello che è di fatto l’“Amazon” russo?

Possiamo solo supporre che ciò sia dovuto al fatto che gli scioperi nelle raffinerie non hanno prodotto il risultato atteso. Come già detto, il *Kommersant* ha riferito che le raffinerie colpite dallo sciopero hanno già ripreso l’attività:

https://www.kommersant.ru/doc/8830760

Le raffinerie, con una capacità complessiva di lavorazione di circa 40 milioni di tonnellate di petrolio all’anno, hanno ripreso a vendere carburante sulla Borsa di San Pietroburgo dopo aver effettuato interventi di manutenzione programmata e riparazioni d’emergenza. È quanto emerge da un’analisi (a disposizione di Kommersant) dell’agenzia di analisi Platts, che fa parte di S&P Global. Alcune delle grandi raffinerie, che rappresentano oltre 45 milioni di tonnellate di lavorazione all’anno, non hanno ancora ripreso a partecipare alle negoziazioni.

Reuters riferisce che le vendite russe di petrolio e gas stanno registrando un aumento del 60% nel mese di luglio a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio, che hanno nuovamente superato la soglia dei 100 dollari al barile (per il Brent):

https://www.reuters.com/affari/energia/le-entrate-della-russia-dal-petrolio-e-dal-gas-dovrebbero-aumentare-del-60%-a-parità-di-valuta-23-luglio-2026/

MOSCA, 23 luglio (Reuters) – Le entrate statali russe derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano circa un quinto delle entrate totali del bilancio, dovrebbero aumentare del 60% a luglio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente grazie all’aumento dei prezzi globali del petrolio, secondo quanto emerge dai calcoli di Reuters pubblicati giovedì.

Anche il forte aumento dei proventi fiscali derivanti dalla produzione petrolifera nel secondo trimestre, calcolati sulla base degli utili, ha contribuito all’incremento complessivo delle entrate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Allo stesso tempo, il greggio russo trasportato via mare rimane ai massimi storici:

Le esportazioni russe di petrolio via mare rimangono stabili a livelli record

Secondo i dati relativi al monitoraggio delle petroliere, il volume medio su quattro settimane delle esportazioni russe di greggio via mare rimane vicino al massimo storico registrato nella prima settimana del mese, raggiungendo i 4,16 milioni di barili al giorno nel periodo fino al 19 luglio.

Le spedizioni medie giornaliere sono aumentate leggermente nell’ultima settimana, attestandosi a 3,96 milioni di barili al giorno, rispetto ai 3,93 milioni di barili al giorno (dati rivisti) della settimana precedente. Nella settimana terminata il 19 luglio, 37 petroliere hanno caricato 27,73 milioni di barili di petrolio russo, rispetto ai 27,51 milioni di barili trasportati da 36 navi la settimana precedente.

Nelle quattro settimane fino al 19 luglio, il valore lordo delle esportazioni russe è sceso a una media di 1,54 miliardi di dollari a settimana, 40 milioni di dollari in meno rispetto al dato relativo al periodo fino al 12 luglio, secondo i calcoli di Bloomberg. A un leggero calo delle spedizioni si è aggiunto il ribasso dei prezzi del greggio Urals. Ciononostante, i ricavi da esportazione rimangono superiori a quelli registrati in qualsiasi momento dello scorso anno.

Secondo Argus Media, i prezzi all’esportazione del greggio Urals spedito dal Baltico sono scesi di circa 0,50 dollari, attestandosi a 48,27 dollari al barile, mentre un calo di 0,60 dollari ha portato il prezzo delle spedizioni dal Mar Nero a 47,78 dollari al barile.

Il prezzo del greggio ESPO, al contrario, è salito di 0,20 dollari, attestandosi a una media di 63,69 dollari al barile. I prezzi per le consegne in India sono scesi per la tredicesima settimana consecutiva, registrando un calo di 1,60 dollari a 65,28 dollari al barile.

Quindi, Zelensky ha deciso di attaccare i magazzini civili come misura disperata perché la sua campagna contro le raffinerie si è semplicemente esaurita? Una cosa che possiamo sapere con certezza è che una campagna così coordinata contro una catena di magazzini civili puzza di totale disperazione. Non essendo riuscita a fermare l’esercito russo, né a incidere sull’economia russa, sembra che l’Ucraina stia ora puntando alla soluzione più facile, ovvero tentativi meschini di incitare il malcontento civile contro Putin.

Ma il pericolo, come sempre, è che finisca invece per alimentare ulteriormente la rabbia contro l’Ucraina tra la popolazione civile russa, rafforzando — anziché indebolendo — il loro morale.


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SUL DECLINO DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE, di Pierluigi Fagan

SUL DECLINO DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE. Arlacchi, sul Fatto, ha scritto un articolo di analisi sui rapporti tra declinante civiltà occidentale e ascendente gruppo delle civiltà oggi dette “Sud del mondo”, anche se alcune sono ad est piuttosto che a sud.

Ha citato Arnold Toynbee, storico il cui nome è legato in particolare proprio alla parte degli studi storici che si occupa delle civiltà. Toynbee segnalava come le civiltà muoiano per suicidio piuttosto che omicidio, ma avrebbe potuto anche dire per progressivo disadattamento.

Il ciclo di civiltà prevede nascita e affermazione, espansione, inizio delle contraddizioni adattative che accompagnano il declino, fine della civiltà che o si scioglie in altri sistemi e si riformula dopo un certo tempo, ma in maniera che è difficile ricondurre al corso della storia precedente. Il vertice della curva adattiva, lì dove terminano i “tempi d’oro” e inizia il declino, è dato dal semplice fatto che il tempo passa e modifica il contesto in cui la civiltà ha prosperato. Le civiltà sembrano cieche a questo cambiamento del loro contesto, non se ne accorgono o più spesso lo rifiutano e così vanno sempre più progressivamente in disadattamento perché non cambiamo quando intorno tutto cambia. Tutte le forme viventi sono soggette alle regole adattive, ma le civiltà sono soggetti solo in senso metaforico, sono sistemi acefali e incoscienti senza un unitario corpo biologico.

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Prendendo le élite di sistema che governano o amministrano i corsi di una civiltà, nella fase del declino, si nota una scadente produzione di leader, una assenza di nuove idee, un insistere pervicacemente e con sempre più cocciutaggine ad applicare i modi che hanno fatto grande quella civiltà come se il problema fosse di quantità e non di qualità.

Va detto che le élite di sistema si trovano in un ontologico conflitto di interesse. Le modifiche richieste da nuovi adattamenti sono strutturali, richiedono cioè di cambiare i modi con cui le élite stesse vengono ad essere tali, ovvio che non saranno certo loro a riformulare il sistema. Inoltre, essere “élite” non denota altro merito che l’essersi ben ambientati dentro un sistema, non porta affatto sapere bene cos’è quel sistema, la dipendenza dal contesto ed eventualmente in che senso e modo cambiare.

Nel declino, nelle società si vanno accumulando malfunzionamenti e contraddizioni, paure e disagi che aspiranti leader occasionali sfruttano per ascendere alle sfere di potere. Anche coloro che partono con sincere per quanto vaghe e stilizzate intenzioni di cambiamento, finiscono con l’essere risucchiati dalle inerzie dei modi consueti, tradendo le intenzioni originarie.

Va anche detto che è la società stessa ad avere una sua inerzia. Nel suo studio del 2020, lo psicologo sociale John T. Jost, ha analizzato proprio i meccanismi di questa inerzia, con il suo “Per una teoria della giustificazione si sistema”. In breve, oltre alle élite in conflitto d’interessi col cambiamento, sono spesso proprio gli strati più bassi della società a dare supporto alle élite di sistema per paura del cambiamento. Per quanto le cose vadano male, si trovano spesso molteplici modi per adattarsi e questa condizione che, per quanto scomoda, è preferita alle incognite del cambiamento radicale che quelle fasce sociali non sono neanche in grado di pensare e poi padroneggiare.

Ma pensare a questioni così complesse è arduo per tutti. Gli intellettuali si trovano strutturalmente legati al successo di teorie, idee, libri, articoli, che portano a cattedre e riconoscimento stante che debbono trovare un pubblico e visto che il pubblico pensa al contingente, si dedicano poco e male a questi studi.

Inoltre, la formazione disciplinare porta ad avere “esperti” di economia, di geopolitica, di sociologia, di storia, di filosofia, di ecologia e quant’altro, ai quali manca sistematicamente la visione d’insieme di cose che di loro natura concreta sono “intessute assieme” (cum-plexus).

Infine, le élite di sistema (che non sono così limitate numericamente, i portatori di interessi vari e a vari livelli sul funzionamento di un sistema vigente arriva fino ad un quarto della società, quella dell’1% è una semplificazione giornalistica non il frutto pensato di una seria analisi sociale), ostracizzano in molti modi ogni pensiero non conforme. Viepiù le cose vanno male, viepiù la liberalità delle idee si restringe e partono le scomuniche e gli ostracismi. L’Inquisizione comparve nell'”autunno del Medioevo”.

L’intellettuale lavora con l’intelletto, ma al di là di questa peculiarità, produce reddito e cerca posizione sociale come tutti. Sono pochissimi e certo non favoriti, coloro che possono permettersi reale libertà di pensiero. Infine, anche l’intellettuale più o meno libero o coraggioso, deve sintonizzarsi con il livello culturale, psichico, emotivo-razionale di un suo pubblico, altrimenti predica nel deserto salvo poi esser “riscoperto” qualche decennio o secolo dopo.

Attualizzando l’analisi ai giorni nostri, definire quando è iniziata la curva discendente della nostra civiltà è complesso. Ogni evento, specie di tale portata è una confluenza di diverse linee di causazione e la causazione è sempre plurale, solo intellettuali vincolati alla loro disciplina e ignari di altri sguardi che hanno altri oggetti del sistema complesso che sono le forme di vita associata, si fissano sull’evento x o la causa y dovuto all’argomento z di cui loro sono esperti.

Tuttavia, si può far risalire l’inizio conclamato del declino agli anni Ottanta. Da poco prima a poco dopo, è iniziato il problema ecologico e il declino demografico ed anche la riproduzione standard (almeno 2,1 figli per coppia) ha cominciato la sua discesa, mentre cresceva vistosamente la porzione di popolazione non occidentale. Eravamo un terzo del mondo ai primi del Novecento, oggi siamo un sesto scarso e in prospettiva ancora meno.

I movimenti sociali e culturali degli anni fine ’60 e ’70 hanno spaventato le élite che, consce di andare incontro a tempi non facili, hanno cominciato a sabotare la precedente ed elementare forma di democrazia combattendo in vari modi ogni attiva partecipazione politica e riducendo il pluralismo al bipolarismo convergente al centro.

Si comincia ad affermare l’ideologia neoliberista (invero nata più di cinquanta anni prima, ma coltivata in silenzio con quella “pazienza strategica” che le élite talvolta mostrano e il popolo no) e subito dopo si parte con la “globalizzazione” per l’intero mondo e la “finanziarizzazione” per i dotati di capitale occidentali, da cui l’inizio di inusitate curve di progressiva diseguaglianza.

L’altro mondo ha approfittato di questa improvvisa estroversione di capitali e de-localizzazioni e appropriatasi dei principi base di economia moderna, ha poi sviluppato una propria strada di sviluppo, formando inedite “potenze” ed “aree mercato” non occidentali. Sistemi che hanno davanti a loro decenni di crescita naturale mentre l’Occidente ha ormai il fatidico “brillante futuro alle spalle”.

Da notare, come notammo qualche post fa, che questa corposa riformulazione dell’economia occidentale è segnata da indici di crescita generale sempre più asfittici, con due ictus, uno nel 2008-9 e l’altro durante il Covid, più formazione e scoppio di bolle digitali a ripetizione. Si può mettere in sincronia la forma sempre più disperata di totalitarismo economico del neoliberismo proprio col fatto che l’economia produttiva funzionava sempre peggio mentre quella finanziaria veleggiava libera e felice sul nuovo mercato mondo.

Accanto a queste dinamiche ormai decennali, i grafici di impoverimento progressivo della classe media spinta ai livelli inferiori assieme a fenomeni di angosciosa precarizzazione, sottoccupazione, riduzione dei poteri d’acquisto.

Da qui in poi, dopo qualche guerra qui e lì, provocazioni verso la Russia che reagisce rovesciando il tavolo ucraino e quindi i fragili equilibri del tentato diritto internazionale, crisi ambientale e climatica, reazione scomposta alla SARS-Covid (come se il problema non fosse stato annunciato e ampiamente previsto sin dalla fine degli anni Novanta), colpo di mano in Siria, Gaza, Hormuz e Iran, fino al recente lancio della “Rivoluzione industriale della Difesa” per la quale gli anziani europei debbono devolvere parti di ricchezza per fare cosa non si riesce razionalmente a capire.

A livello di leader, la sequenza Bush sr, Clinton, Bush jr, Obama, Trump dice con chiarezza del declino americano che è anche culturale, è dentro la società americana. In Europa, l’ultimo leader è stata Merkel (per quanto possa non piacerci ideologicamente), i britannici hanno infilato una sintomatica sequenza di improbabili dopo aver pensato di slegarsi dall’UE per andare a vendere “servizi” al resto del mondo in crescita, sbagliando clamorosamente i calcoli. Macron ha vigilato sull’ultima trincea francese prima dell’avvento di una destra i cui reali programmi non sono noti, l’Italia lasciamo perdere.

In tutto ciò dal crollo dell’Urss nel ’91, la “sinistra” socialdemocratica, socialista, comunista si è o trasformata in liberalismo progressista sui soli diritti civili visto che quelli sociali sono in contraddizione col liberalismo o è letteralmente scomparsa per mancanza di una articolata ideologia che non fosse derivata da sistemi di pensiero addirittura della seconda metà dell’Ottocento.

Di contro, la destra è rifiorita in varie versioni ed ora sempre più pingue visto che si alimenta di paure ed oggi di paure c’è ricca abbondanza. Una breve ed effimera stagione di quello che è stato etichettato come “populismo”, ha svolto funzioni di apparente dissenso, privo di qualsiasi costrutto, sperperando energia sociale.

Di solito, i critici, scelgono bersagli facili come questo o quel leader, venduto, inadatto, squilibrato mentalmente o cos’altro, ma i leader sono solo l’espressione di una porzione di popolo. Sono gli occidentali ad essere l’anima del declino, una civiltà declina tutta assieme in tutti gli aspetti perché è un “sistema”, altrimenti ci sarebbe una frattura ed una ribellione o quantomeno dell’attrito. Ma se c’è una cosa che connota questi ultimi decenni è il quietismo sociale totale.

Del resto, mancando la funzione politica di sinistra storicamente alternativa al sistema in atto, visto che mai risulta esser stata la destra a formulare nulla di più che conservazione, tradizione, ordine e gerarchia, qualche odio un tanto al chilo e un silenzio-assenso verso il capitalismo, il magmatico centro ha avuto gioco facile.

Il declino culturale è stato parallelo e meriterebbe un post dedicato. L’unica forma culturale che sembra in relativa salute è il pensiero tecnico e in parte quello scientifico (più tecno-scientifico che scientifico propriamente detto), ma l’unica vera “innovazione” della seconda metà del Novecento è solo quella info-digitale il cui impatto economico è ancora da ben misurare (molto minore del promesso per ragioni meramente pubblicitarie che alimentano bolle finanziarie), quello occupazionale decisamente negativo, quello culturale al limite della distopia. Oltretutto, per l’Occidente, concentrato in pochissime mani mono-oligopoliste statunitensi, lo stesso Adam Smith sarebbe inorridito.

Si sta così andando verso un triste “finale di partita” in cui gli anziani europei vogliono riarmarsi (?), la democrazia pur relativa è in coma profondo, l’Occidente intero riporta ad interessi finanziari ristretti e strategicamente gestiti alla peggiore configurazione socioculturale di americani della storia, la “cultura” generale è ampiamente regredita, nessuno sa come rianimare i corsi economici.

Come molti sanno, la storia non produce leggi e i cinquemila anni di civiltà sono niente in confronto ai 3 milioni del genere umano, se fino ad oggi le civiltà sono nate, si sono sviluppate, hanno cominciato più o meno repentinamente a declinare fino al collasso o lenta sparizione, non è detto che non si possa trovare il modo di cambiare profondamente per evitare il disadattamento catastrofico.

Tuttavia, chi pensa che la storia possa essere compressa nell’ora e mezza di un film americano in cui si mangiano pop corn osservando catastrofi, si metta comodo, il declino può durare dilanianti decenni e chi guarda non è fuori dal film, è il film.

Per tentare di salvare la nostra civiltà ci vuole tempo, pazienza, competenze molto larghe e diffuse, immaginazione realista, cicli idee-prassi di prova-errore-riprovare. Meno “intelligenza” artificiale, più intelligenza umana diffusa.

Grazie, Sam, ma abbiamo già una partecipazione in OpenAI _ di Oren Cass

Che cosa significa Il futuro del diritto del lavoro? Come si presentano le cose, nel contesto del riallineamento politico in corso in materia di lavoro? Roger King ne parla con Oren nel podcast.


Grazie, Sam, ma abbiamo già una partecipazione in OpenAI.

E altre novità da questa settimana…

Oren Cass e Daniel Kishi17 luglio
 LEGGI NELL’APP 
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Sam Altman ritiene che il governo federale dovrebbe detenere una quota delle principali aziende di intelligenza artificiale del paese. Oren, invece, non è d’accordo.

Ho pensato di potermi prendere la briga, a nome dei contribuenti della nazione, di rispondere al suggerimento del CEO di OpenAI, Sam Altman , secondo cui il governo federale dovrebbe acquisire una partecipazione del 5% nelle principali aziende di intelligenza artificiale. Grazie, Sam, ma no grazie.

Come per la maggior parte delle strategie di marketing delle grandi aziende americane, la sottile patina di generosità non riesce a nascondere l’atteggiamento opportunistico, in questo caso volto a escludere la concorrenza legando l’interesse pubblico al destino di determinate imprese. Come per la maggior parte delle riflessioni del signor Altman, l’idea stessa rivela una notevole incomprensione del corretto rapporto tra settore pubblico e privato nel capitalismo democratico.

Il punto è che non abbiamo bisogno della magnanima offerta di OpenAI del 5% del suo capitale azionario. Abbiamo già diritto a oltre il 20% dei suoi profitti, a tempo indeterminato, attraverso l’imposta sul reddito delle società. Quel capitale azionario aumenterebbe di valore se OpenAI avesse più successo? Certamente. Ma “successo” in questo caso significherebbe generare profitti molto più elevati, dei quali riceveremmo di nuovo il nostro 20%. E se quella quota del 20% non fosse sufficiente, il popolo degli Stati Uniti, tramite i suoi rappresentanti al Congresso, può aumentarla.

Certo, le imposte sulle società sono un modo imperfetto per permettere al pubblico di partecipare ai profitti del settore privato. Ma in che modo una partecipazione azionaria diretta migliorerebbe la situazione? Le azioni non generano alcun valore concreto, utilizzabile a beneficio della collettività, finché OpenAI non distribuisce un dividendo o il governo non vende delle quote. I pagamenti delle imposte sono più affidabili e meno soggetti a sotterfugi gestionali rispetto ai dividendi. Il ricavato di una vendita sarebbe un guadagno una tantum, non una reale partecipazione ai benefici derivanti dall’intelligenza artificiale.

Forse, con l’apprezzamento del titolo, potremmo incassare parte dei guadagni virtuali. Ma possiamo comunque incassare quei guadagni, attraverso le imposte sulle plusvalenze riscosse dagli altri azionisti quando vendono le loro azioni: certo, un sistema imperfetto, ma pur sempre migliore del tentativo di prevedere l’andamento del mercato. Gli azionisti enormemente ricchi di società come OpenAI hanno modi per proteggere i loro guadagni dalla tassazione. Aziende enormemente redditizie – come, beh, sicuramente non OpenAI, ma forse Google o Microsoft – hanno modi per proteggere i loro profitti. Ma questi non sono argomenti a favore di una partecipazione azionaria diretta del governo. Sono argomenti a favore della chiusura delle scappatoie nelle imposte sulle società e sulle plusvalenze. Forse i nostri leader della Silicon Valley potrebbero sostenere questo sforzo?

Un simile cambiamento non porterebbe loro grandi benefici. Al contrario, dare al governo una partecipazione nell’andamento delle loro azioni comporta l’enorme vantaggio che il governo si interessi all’andamento delle loro azioni.

Quando il pubblico partecipa ai profitti e all’apprezzamento del capitale del settore privato attraverso la tassazione, possiamo essere tutti agnostici su chi vince e chi perde. Forse OpenAI dominerà l’economia globale, forse Anthropic, forse qualche startup ancora da lanciare avrà la formula giusta. Forse saranno i laboratori di intelligenza artificiale all’avanguardia ad accaparrarsi la parte del leone dei profitti derivanti dalle nuove tecnologie, forse saranno i produttori di energia, forse saranno le aziende che troveranno le applicazioni pratiche, forse saranno i lavoratori che vedranno aumentare la propria produttività. Purché definiamo bene la base imponibile – profitti aziendali, plusvalenze e reddito da lavoro – possiamo destinare una parte del risultato tangibile del progresso economico, in ogni scenario, a scopi pubblici.

Alcuni hanno proposto l’acquisizione di quote azionarie come una forma di fondo sovrano. Ma per nazioni come la Norvegia, Singapore e gli stati petroliferi del Golfo, che generano enormi ricchezze da un’attività economica fortemente concentrata, il principio alla base di tali fondi è quello di reinvestire i profitti nel modo più ampio possibile, solitamente al di fuori dei propri confini. Questo modello rappresenta un tentativo di ripiego per ottenere l’ampia esposizione alla crescita economica che gli Stati Uniti già possiedono.

Al contrario, poiché la nostra quota di valore dell’IA deriva dalle nostre partecipazioni azionarie in OpenAI e in altri importanti laboratori di IA, il nostro successo dipende dal loro. Qualsiasi proposta politica che non li avvantaggi verrebbe considerata incompatibile con l’interesse pubblico. Basti pensare a come gli interessi aziendali si oppongano già a qualsiasi cosa possa limitare il loro potere e la loro redditività, sostenendo che qualsiasi danno al mercato azionario metterebbe a repentaglio i risparmi previdenziali di milioni di americani. Consapevole dell’ironia, la CNBC ha titolato la sua copertura della proposta di Altman: ” OpenAI propone una partecipazione del 5% all’amministrazione Trump per allentare la pressione di Washington “.

Che dire di Intel e di altre aziende in settori strategici come quello dei minerali critici, in cui il governo federale ha acquisito partecipazioni ? A differenza della mossa di OpenAI, questi investimenti rappresentano una politica industriale volta a convogliare capitali verso settori sottofinanziati e a garantire che gli Stati Uniti abbiano aziende di successo in tali settori. Allo stesso modo, le proposte più solide per un fondo sovrano statunitense lo concepiscono come un meccanismo per sostenere gli investimenti di capitale necessari, non come un modo per ampliare l’esposizione del pubblico alla crescita economica. Ci sono molti dibattiti importanti da affrontare sull’opportunità e sulla tempistica di una politica industriale, e in particolare sull’utilità delle partecipazioni azionarie. Ma tali mosse, intese a indirizzare i capitali dove il mercato altrimenti non li indirizzerebbe, e a consentire ai contribuenti che si assumono il rischio di partecipare in modo sproporzionato agli eventuali rendimenti, non hanno nulla a che vedere con le aziende tecnologiche estremamente ben finanziate che cercano di ingraziarsi gli azionisti di alto profilo che già stanno distribuendo.

Affinché i cittadini americani comuni possano beneficiare concretamente dei vantaggi derivanti dall’intelligenza artificiale, quest’ultima dovrà a sua volta apportare benefici concreti, non attraverso complessi schemi di redistribuzione, bensì attraverso lo sviluppo e la diffusione di strumenti e tecnologie utili che migliorino le loro vite e le loro opportunità lavorative. È su questo che i politici, e i promotori dell’IA in cerca di visibilità, dovrebbero concentrare la loro attenzione.

Se una quota sostanziale del nuovo valore economico creato deriverà dall’intelligenza artificiale, e se vogliamo che una parte sproporzionata di tale valore sia destinata al sostegno dei beni pubblici, dovremmo istituire una base imponibile incentrata sull’IA e ricavarne entrate, proprio come facciamo con profitti, guadagni da investimenti e salari. E dovremmo essere chiari sul fatto che l’obiettivo è quello di indirizzare parte del valore dell’IA verso servizi pubblici a beneficio della nazione, non di finanziare qualche nuovo sussidio per compensare una realtà in cui la tecnologia sta causando più danni che benefici.

Questa è l’intuizione alla base di una “tassa sui token”, che catturerebbe una parte del valore di ogni calcolo effettuato. Potrebbe non essere la struttura più adatta: ad esempio, i chip stessi o il consumo energetico potrebbero costituire basi imponibili migliori. Gli economisti possono contribuire a perfezionare il meccanismo migliore, un uso del loro tempo decisamente più proficuo rispetto alla raccolta di firme per una dichiarazione vagamente comica del tipo ” Dobbiamo agire ora “. E i tecnologi, invece di recitare la parte del Lupo di Wall Street e chiamare Washington con un’offerta incredibile su un titolo azionario, ma con la precisazione che bisogna agire in fretta , dovrebbero concentrarsi sul rendere la loro tecnologia utile. — Oren

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BUONE LETTURE PER IL TUO FINE SETTIMANA

In Compact , Gregory Conti espone la sua tesi umanistica contro la macchina in ” L’apocalisse dell’IA è già qui “, sostenendo che l’intelligenza artificiale generativa non è un’altra rivoluzione industriale, ma un cataclisma morale e culturale già in atto, che corrode l’etica del lavoro, la cultura comune e la specificità umana che i conservatori affermano di apprezzare.

In ” I giovani adulti sono poveri nonostante ogni indicatore suggerisca il contrario “, Johann Kurtz scrive: “La mia tesi è che le generazioni precedenti hanno ricevuto un enorme patrimonio di capitale sociale: vicini fidati, scuole pubbliche efficienti, una cultura del corteggiamento produttiva, percorsi di carriera prevedibili e uno spazio pubblico in cui i bambini potevano giocare e gli adulti potevano essere considerati affidabili. Questo patrimonio, un tempo dato gratuitamente, è stato ora sostanzialmente liquidato. Di conseguenza, i giovani devono ora riacquistare, articolo per articolo e a prezzo pieno, ciò che i loro nonni hanno ricevuto come dono degli investimenti della civiltà precedente”.

Nell’articolo ” Mamma, papà, voglio fare il saldatore “, il New York Times riporta che “la generazione Z si sta rivolgendo sempre più alle scuole professionali nella speranza di garantire un futuro lavorativo a prova di intelligenza artificiale. Ma convincere genitori e coetanei può essere una sfida”.

E un pessimo articolo: per avere un’idea della povertà della scuola di “economia” di Deirdre McCloskey, leggete la conversazione tra la studiosa del Cato Institute e Yascha Mounk sul perché la Cina sia “più libera economicamente” degli Stati Uniti, argomento che lei usa per sostenere la necessità che gli Stati Uniti abbandonino le barriere commerciali sulle auto cinesi e ne consentano l’importazione (senza menzionare, tuttavia, i sussidi statali che il governo cinese fornisce al suo settore automobilistico e le politiche di “impoverimento del vicino” utilizzate per costruirlo e proteggerlo).

IMMIGRAZIONE E CRESCITA

La scorsa settimana , Daniel ha parlato di un nuovo studio di Daron Acemoglu, David Autor e colleghi, il quale ha rilevato che, in oltre cento paesi e centinaia di comunità statunitensi dal 1950, tassi di natalità più bassi hanno previsto una maggiore produzione per lavoratore e salari più alti, senza alcun calo della produzione aggregata. Il meccanismo causale è l’innovazione indotta: quando i giovani lavoratori scarseggiano, i datori di lavoro devono investire in tecnologia e miglioramenti dei processi, e questa corsa a fare a meno della manodopera a basso costo è ciò che determina i guadagni. Daniel ha sostenuto che questa scoperta dovrebbe influenzare la nostra politica sull’immigrazione: niente tiene a bada la cosiddetta “carenza di manodopera” e tiene bassi i salari in modo più efficace dell’importazione di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro statunitense.

Questa settimana, il Wall Street Journal ha ripreso lo stesso studio, insieme a un recente lavoro del demografo Steven Ruggles dell’Università del Minnesota, per sostenere una tesi controcorrente con il titolo ” Perché l’IA potrebbe effettivamente aiutare a risolvere la prossima crisi del lavoro “. Ruggles prevede che l’ingresso netto nel mercato del lavoro diventerà negativo negli anni 2030, una carenza senza precedenti che, a suo avviso, farà aumentare i salari dei giovani lavoratori, offrirà ai sindacati una rara opportunità e produrrà la prima generazione in mezzo secolo a guadagnare più dei propri genitori. Una carenza di manodopera, sostiene Ruggles, è “un enorme incentivo ad adottare dispositivi che consentono di risparmiare manodopera, come l’IA”. La scarsità di manodopera, in altre parole, è la forza trainante che rende la macchina degna di essere costruita. Ruggles offre un’avvertenza che funge anche da punto cruciale: una ripresa dell’immigrazione smorzerebbe la carenza, e con essa gli aumenti salariali, rendendo ogni proposta di importare manodopera una proposta per precludere tali guadagni prima ancora che si concretizzino.

LINK BONUS: Leggi l’opinione di John Carney su Acemoglu, Autor e Ruggles: come l’immigrazione ha derubato la generazione X e i millennial del loro futuro

Nel frattempo, le pagine dedicate alle opinioni del Wall Street Journal , da tempo baluardo della tesi secondo cui l’immigrazione risolve quasi ogni problema economico, mostrano una crepa. In un editoriale che si schiera contro le imposte patrimoniali come soluzione ai problemi fiscali del Paese, l’autore ammette ciò che i sostenitori dell’immigrazione raramente ammettono: che importare lavoratori non è una cura per i nostri problemi demografici. “L’immigrazione si limita a rimandare il problema. Anche gli immigrati invecchiano e vanno in pensione, e i loro tassi di natalità convergono alla media nazionale entro una o due generazioni”.

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SULLA COLLINA DEL CAPITOL

Il disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia raggiunge 60 co-firmatari (Axios) . Un disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia, promosso dal defunto senatore Lindsey Graham (R-SC), potrebbe presto arrivare in aula al Senato. La legislazione imporrebbe nuove sanzioni contro obiettivi russi nei settori della difesa, dell’energia e della finanza, nonché contro la flotta ombra che Mosca utilizza per eludere le restrizioni attuali. Autorizzerebbe inoltre il presidente Trump a imporre dazi fino al 100% sui cinque paesi che acquistano la maggior parte del petrolio e del gas russo, tra cui Cina e India, finché continueranno ad acquistare, e sui paesi e le entità che aiutano la Russia a eludere le sanzioni energetiche. Ciò segnerebbe la prima volta che il Congresso autorizza i dazi come arma geopolitica esplicita (a meno che non si creda che la Corte Suprema abbia commesso un errore nella sua sentenza Learning Resources, Inc. contro Trump …), e darebbe all’amministrazione una nuova autorità tariffaria su solide basi statutarie per tutta la durata della guerra russo-ucraina. Ciò rappresenterebbe anche un ulteriore esempio di fusione tra la sfera economica e quella della sicurezza nazionale, come descritto da Oren all’inizio del programma commerciale del secondo mandato dell’amministrazione, citando la previsione dell’ex presidente del Consiglio dei consulenti economici Stephen Miran, secondo cui i dazi sarebbero stati utilizzati in modi profondamente intrecciati con le preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

Il Connected Vehicle Security Act è in programma per la discussione. La prossima settimana, la Commissione Commercio del Senato esaminerà il Connected Vehicle Security Act, una legge bipartisan e bicamerale presentata dai senatori Bernie Moreno (R-OH) ed Elissa Slotkin (D-MI), che American Compass ha appoggiato fin dalla sua presentazione. La legge codificherebbe una norma dell’era Biden che vieta l’immissione sul mercato statunitense di software per veicoli connessi di origine cinese ed estenderebbe il divieto anche all’hardware. Non sorprende che alcuni attori del settore stiano esercitando pressioni dietro le quinte per attenuare alcuni dei divieti previsti dal disegno di legge. La Commissione Commercio dovrebbe resistere a queste pressioni e presentare la versione più restrittiva possibile, soprattutto alla luce delle aspettative che la versione approvata dalla commissione verrà inclusa nel National Defense Authorization Act (NDAA) di quest’anno.

Parlando dell’NDAA : l’attuale versione della legislazione che deve essere approvata e che circola al Senato, nella sua formulazione attuale, include il MATCH Act, l’AI Overwatch Act e il Chip Security Act, un trio di misure che limiterebbero l’accesso della Cina ai semiconduttori per l’IA e alle apparecchiature per la produzione di semiconduttori. Come ha scritto American Compass in Stop Selling the Rope ,questiMisure simili e altre analoghe sono vitali per la competitività economica e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

REINDUSTRIALIZZAZIONE E DEINDUSTRIALIZZAZIONE

E infine, per concludere la settimana, ecco alcune notizie sulla reindustrializzazione (e sulla deindustrializzazione).

Sul Wall Street Journal, ” La Casa Bianca ha fatto del risanamento di Intel il suo progetto prediletto. E sta funzionando “. L’amministrazione ha acquisito una partecipazione del 10% in Intel e da allora ha convinto Apple, Nvidia e SpaceX a diventare suoi clienti. Il piano sta iniziando a dare i suoi frutti.

Sul New York Times , ” TSMC aggiunge 100 miliardi di dollari al suo piano di spesa negli Stati Uniti “. L’impegno porta l’investimento totale del colosso taiwanese in Arizona a 265 miliardi di dollari, una cifra che, come ammette il Times, è “in parte una risposta alle crescenti pressioni politiche sulle aziende straniere di semiconduttori affinché insedino stabilimenti negli Stati Uniti”.

E sempre sul Journal , ” Gli Stati Uniti stanno calpestando gli alleati nella caccia globale alle terre rare “. Negli ultimi cinque anni, gli Stati Uniti hanno speso circa otto volte di più dell’Unione Europea per i minerali critici, accaparrandosi le forniture non cinesi più velocemente di quanto l’Europa riesca a organizzare una riunione sull’argomento. La critica individua nella risolutezza americana la causa principale (che sollievo!). Ma la lezione più profonda è l’opposto: mentre l’Europa si avvia verso la dipendenza da Pechino, gli Stati Uniti stanno costruendo l’alternativa. Come ha affermato un dirigente europeo citato nell’articolo: “Mentre noi ne parliamo, la prossima catena del valore viene acquistata dagli americani”.

I titoli dei giornali recenti lo confermano : l’ UE accusa la Cina di voler rimodellare l’ordine globale in un nuovo, duro documento strategico. (SCMP), e l’Europa deve affrontare la Cina per salvare il libero scambio .Nuove prospettive e strategie per —controlla il calendario—luglio 2026. L’UE farebbe meglio ad agire presto: Volkswagen avverte che potrebbe dover tagliare altri 50.000 posti di lavoro ( WSJ ).

Buon fine settimana!

Come le istituzioni britanniche creano mostri _ di Morgoth

Come le istituzioni britanniche creano mostri

Sulle istituzioni britanniche come macchine per creare sociopatici

Morgoth21 luglio
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Ogni volta che Hope Not Hate menziona il mio nome, afferma che io abbia ispirato il pluriomicida americano Dylann Roof. La loro prova di questa affermazione è un articolo che ho scritto nel 2014/15 intitolato “When Jews Turned Blue” (Quando gli ebrei si sono convertiti al blu), che approfondiva un tema ricorrente all’epoca su /pol/ e 4chan.

Nel suo manifesto, Roof ha utilizzato anche questo espediente narrativo. Ho ricevuto un’email da qualcuno che me lo faceva notare e, non sentendomi a mio agio con tale associazione, ho rimosso l’articolo. Le vere vittime di Roof erano fedeli afroamericani e la sua motivazione dichiarata era il caso di Trayvon Martin e, più in generale, le problematiche relative alle persone di colore nel profondo Sud degli Stati Uniti.

Hope Not Hate non ha fornito la minima prova che Dylann Roof avesse mai letto il mio vecchio blog, o anche solo sentito parlare di me, figuriamoci che io lo abbia ispirato. Ovviamente, il loro obiettivo non è la verità, ma la diffamazione.

A quanto pare non c’è niente che io possa fare per ripulire il mio nome ed evitare di essere associato a un’atrocità tramite una menzogna oltraggiosa, perché Hope Not Hate è legata alle istituzioni del potere nel Regno Unito, e io non lo sono.

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O si è d’accordo con il programma, moralmente e ideologicamente, oppure no. E il più delle volte, Hope Not Hate verrà utilizzato dalle istituzioni del paese come fonte per stabilire chi rappresenta un problema e chi no.

L’organizzazione Hope Not Hate riteneva che la defunta Ann Widdecombe rappresentasse un problema.

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Poi, dopo che è stata picchiata a morte a 78 anni nella sua casa, hanno rimosso l’articolo diffamatorio su di lei. Si potrebbe dire “Speranza, non odio” (Archiviato da Ann Widdecombe).

L’uomo ora accusato del suo omicidio, il ventottenne Joshua Kerry, avrebbe avuto:

Secondo quanto riportato, gli investigatori hanno trovato ritagli di giornale, articoli e materiale stampato relativi a Reform UK, al leader del partito Nigel Farage e alle politiche sull’immigrazione del partito esposti all’interno dell’alloggio comunale dove Kerry viveva da sola.

Una fonte citata dai media britannici ha affermato che il materiale suggeriva che Kerry nutrisse una “profonda avversione” per Reform UK, il suo leader e le sue posizioni politiche.

Ann Widdecombe era una sostenitrice e portavoce di Reform UK. L’uomo accusato del suo omicidio aveva forse tra i suoi ritagli di giornale l’articolo diffamatorio di Hope Not Hate su Farage e il suo partito? Hope Not Hate è stata forse informata e consigliata di archiviare le informazioni su Ann Widdecombe?

Nel corso degli anni ho criticato aspramente Nigel Farage e i suoi vari partiti, perché li considero semplicemente conservatorismo con una nuova veste. Tuttavia, sono ben consapevole che la sinistra britannica non la pensa allo stesso modo. Credo che la sua vita sia effettivamente in pericolo e che abbia bisogno di una scorta 24 ore su 24.

Il motivo è che i media e le istituzioni radicalizzano intenzionalmente la propria base, portandola a una frenesia incontrollata, soffocando al contempo tutto ciò che si trova al di fuori del loro raggio d’azione e prendendo di mira chiunque si spacci per un individuo, o peggio. Quando a farlo sono le persone di destra, si parla di “terrorismo stocastico”. Tuttavia, applicando le stesse regole al contrario, organizzazioni come Hope Not Hate o James O’Brien dovrebbero essere chiuse o censurate.

James O'Brien: Il disprezzatoJames O’Brien: Il disprezzatoMorgoth·8 giugnoLeggi la storia completa

Chi ha “radicalizzato” Joshua Kerry? È improbabile che sia stata una chat di Telegram, uno YouTuber o la X di Elon Musk. Con ogni probabilità, si è trattato di testate giornalistiche mainstream e rispettabili, come Hope Not Hate o media che utilizzano i loro contenuti come fonti attendibili. Oppure The Guardian o LBC.

Kerry non era noto a Prevent, l’unità antiradicalizzazione, perché non prendono di mira persone con le sue idee politiche. Non esiste nemmeno una versione di destra di Hope Not Hate che sorveglia, monitora e perseguita i progressisti. I progressisti non vengono fermati negli aeroporti dalla polizia antiterrorismo per il sequestro di dispositivi e per una sessione di allenamento.

Non subiscono alcun controllo o difficoltà per le loro idee politiche.

In questo modo, l’apparato britannico dominante, preposto alla creazione del consenso, è diventato un crogiolo di corruzione e follia, persone che non devono mai affrontare conseguenze o controlli per opinioni letteralmente insensate. È l’adesione ossessiva a questo consenso che porta al grottesco esito di un ragazzo morente che insiste di non essere razzista, mentre la vita lo abbandona e la polizia si rifiuta di prendere sul serio le sue suppliche perché è bianco.

Quando un’anziana donna viene picchiata a morte nel suo bungalow, probabilmente perché non approva il transessualismo e l’aborto, l’istituzione che l’ha segnalata come problematica si limiterà a rimuovere le prove, come a voler dichiarare “caso chiuso”. Non ci saranno ripercussioni, né conseguenze, perché il sistema dovrebbe autoaccusare i propri presupposti ideologici e morali.

In effetti, persone provenienti dalle viscere di Hope Not Hate stanno per entrare a far parte del nuovo governo di Andy Burnham.

L’euristica “Un sistema è ciò che fa” è un po’ abusata, ma se la applichiamo al sistema di potere politico britannico e lo giudichiamo in base ai suoi risultati e non agli obiettivi dichiarati da chi ci lavora, cos’è in realtà? È una macchina che cerca di masticare, polverizzare e annientare la nazione, il popolo e i costumi che pretende di rappresentare. Chi favorisce questo processo viene ricompensato; chi lo ostacola viene punito. Questo è ciò che fa , non ciò che pretende di essere.

Pertanto, gli incentivi alla sociopatia sono intrinseci al sistema. Se il criterio stabilito è che un post satirico su un blog riguardante un gruppo può essere ritenuto responsabile di un’atrocità commessa contro un altro gruppo in un altro paese, senza alcuna prova che il colpevole abbia mai letto il materiale originale, che fine farà gran parte dell’apparato britannico preposto alla creazione del consenso?

Dobbiamo analizzare l’intero “ecosistema” o la “rete di influencer”?

Ci sarà un po’ di introspezione? O semplicemente verranno archiviate altre persone? Altri casi chiusi.

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