Affidamenti di minori! Psichiatria, psicologia e tribunali_ Intervista a Paolo Di Remigio

Paolo Di Remigio è professore di storia e filosofia e studioso di Hegel. Questa conversazione trae spunto da un suo articolo intitolato ‘Le scienze umane a Bibbiano’. Bibbiano è il luogo dell’Emilia dove è emerso lo scandalo degli affidamenti dei bambini strappati dalle famiglie e affidati o a persone o a case-famiglia, a cui sono stati riservati maltrattamenti, sia psicologici che fisici, da regime totalitario. Sono vicende che hanno impressionato le coscienze. Mi interessa molto il modo in cui nell’articolo hai considerato questi fenomeni. Ora, se si collegano i vari fatti accaduti e che sono per la verità molto frequenti, sembra di intravvedere una sorta di cupola che avrebbe immaginato e costruito tutto questo. È una scorciatoia un po’ deviante per spiegare questi fatti. In realtà sappiamo che dietro ogni azione umana c’è una rappresentazione, c’è una cultura, c’è una ideologia nel senso generale del termine, in base alla quale gli uomini, i gruppi agiscono. In questo caso è accaduto qualcosa del genere. Che cosa è successo secondo te?

 

Rispetto a ogni avvenimento c’è la possibilità di essere complottisti, cioè di cercare spiegazioni in intenzioni segrete, inconfessabili, non rilevabili nell’esperienza quotidiana. Invece le intenzioni di quanto è successo negli ultimi trenta, quaranta anni non soltanto sono chiare, ma divulgate da una propaganda ossessiva. Per questo non abbiamo bisogno di spiegazioni aggiuntive rispetto a quelle offerte dall’esperienza. Abbiamo visto che il capitalismo si è trasformato da capitalismo keynesiano che affida allo Stato il compito di creare la piena occupazione a capitalismo finanziario. E questo ha portato a profonde trasformazioni: a livello ideologico, il consumismo è stato sostituito dall’ecologia; a livello economico lo Stato è stato reso impotente. Sono state imposte cioè non solo le liberalizzazioni, ma la privatizzazione dei servizi pubblici, perfino delle istituzioni, ossia la loro cessione a privati perché li facessero funzionare in modo da accumulare profitto. Mi spiego gli avvenimenti di Bibbiano come un caso particolare di questa trasformazione che ha riguardato tutti gli ambiti della nostra vita. Ciò che prima era dello Stato e non era gestito secondo criteri di profitto, perché per sua natura non poteva esserlo, è stato privatizzato; la nuova gestione ha portato con sé la possibilità di scatenare comportamenti cinici, tali da violare la natura intima del servizio e dell’istituzione acquisiti. Se si guardano le cifre, mi sembra che la spiegazione possa tenere: 200 € al giorno per l’affidamento di un bambino rappresentano una somma notevole. Questo motivo di fondo trova alleanze in passioni, in ideologie, in deliri di onnipotenza; però credo che senza l’interesse economico passioni, ideologie, abusi di posizioni di potere non avrebbero raggiunto la soglia per organizzare un sistema totalitario quale l’assistenza sociale sembra essere diventata in alcune regioni d’Italia. Tutto ciò deve rammentarci che ci sono vasti ambiti della società che non possono essere gestiti dai privati, non possono essere gestiti secondo il principio del profitto, perché sono composti da soggetti deboli, indifesi, come le famiglie in difficoltà economica, i malati, i bambini, i giovani, rispetto ai quali il perseguimento del profitto, legittimo in altri ambiti, si degrada in un approfittare senza scrupoli.

 

Ridurre tutto a un fatto di interesse economico, di guadagno, quindi di vantaggio, serve a spiegare fino a un certo punto la questione. Anche chi trae profitto, chi instaura dinamiche tese al guadagno, cerca quanto meno di giustificare la propria attività e di trarre delle motivazioni che lo portano a quel tipo particolare di attività. Qui subentra il ruolo delle scienze umane, di fatto. Sono stati introdotti dei protocolli indiscutibili in base ai quali venivano catalogati i comportamenti dei bambini e in base ai quali si arrivava a decisioni insidacabili degli operatori – assistenti sociali, psichiatri e poi anche giudici. Com’è che viene giustificata questa dinamica?

 

Il puro interesse è qualcosa di mortalmente arido. La capacità di trasformare ogni cosa, ogni circostanza in un’occasione per fare soldi è un talento che è al tempo stesso una maledizione. La saggezza greca ha rappresentato la potenza letale di questo talento nel mito di re Mida, che con la sua mano trasforma tutto in oro, ma proprio per questo si condanna a vivere nell’inorganico, nell’inanimato. Chi agisce secondo il puro interesse ha necessità di intrecciare la sua azione con motivi ulteriori. Pensiamo ai monopolisti, ai finanzieri che in genere si danno anche il vestito di filantropi. La grande finanza internazionale va sempre a braccetto con la filantropia. È vero che questa filantropia è così pelosa da suscitare in noi normali una ripugnanza superiore a quella suscitata da un comportamento esclusivamente affaristico. Ma è una nostra illusione; dobbiamo fare lo sforzo di fantasia per comprendere che ridurre tutto a valore di scambio è il massimo peccato contro lo spirito; conduce infatti alla legittimità dello schiavismo, che ha deturpato le società antiche e dal cui rifiuto nascono il cristianesimo e il nostro diritto. Nei giorni passati stavo riflettendo su quello che è accaduto nella scuola. I vari ministeri dell’istruzione che si sono succeduti negli ultimi trent’anni hanno profuso uno sforzo spasmodico per imporre la cosiddetta didattica digitale. Non c’era nessuno studio scientifico che ne mostrasse la fecondità. Poi, quando sono cominciati gli studi – essi seguono sempre l’innovazione invece di precederla, come sarebbe auspicabile – si è scoperto il contrario, che l’uso didattico di supporti digitali ostacola l’apprendimento. La precedente mancanza di studi scientifici, anziché suggerire prudenza nell’applicazione delle novità, è stata compensata da un diluvio di piani, di convegni, di citazioni, di rappresentazioni ideologiche della realtà storica, che per incoraggiare il nuovo non aveva altro argomento che diffamare il tradizionale. In chi la subiva, la pressione ossessiva incoraggiava l’ipotesi di un grande complotto contro la scuola ordito da incappucciati per realizzare piani innominabili. Ora che gli studi scientifici esistono, si capisce bene che non occorreva l’ipotesi degli incappucciati, che tutto si spiega con il fatto che i produttori di software scolastico devono vendere la loro merce, e per venderla devono pubblicizzarla; la pubblicità genera discorsi ideologici, sgangherati, ma usati dai decisori politici, spesso in mala fede, ma a volte anche in buona fede, per giustificare le loro iniziative. Che qualcuno creda in questi discorsi che ripetono le bugie del marketing è importante per la sua riuscita, perché chi vi si oppone, si oppone innanzitutto a coloro che credono, quindi il suo buon senso assume esso stesso l’apparenza di una credenza, e così è facile farla passare per una predilizione personale dettata dalla pigrizia. Nel caso di Bibbiano, ciò che è stato fatto implica un disprezzo profondo per la famiglia; ma io penso che questo disprezzo in certi ambienti ci sia sempre stato; se questo disprezzo in un certo momento storico è diventato un sistema e ha prodotto quelle situazioni spaventose, la spiegazione storica non può che partire dall’interesse materiale di un capitalismo che rifiuta la crescita economica e aumenta i margini di profitto a scapito del reddito dei lavoratori, impoveriti e precarizzati da una studiata disoccupazione. La forza abnorme acquisita oggi dalle ideologie che condannano la famiglia è una conseguenza diretta della precarizzazione subita dai lavoratori.

 

Nel tuo articolo parti dalla differenza di fondamento tra le scienze naturali e le scienze umane e affronti il tema della debolezza intrinseca del carattere scientifico delle scienze umane, legata all’impossibilità del riscontro oggettivo, all’impossibilità di falsificazione, come si dice in gergo, della propria teoria, della propria ipotesi.

 

La distinzione tra filosofia teoretica che ha per oggetto la natura, che non è fatta dall’uomo, e filosofia pratica, che non mira soltanto alla conoscenza di ciò che è fatto dall’uomo ma lo aiuta a realizzare il suo bene, è molto antica, è di Aristotele. Aristotele non dice che le scienze etiche siano meno importati; dal punto di vista teoretico sono più deboli, ma dal punto di vista dell’utilità complessiva sono anche più interessanti delle scienze teoretiche. Le scienze umane tendono a violare la distinzione aristotelica: esse vogliono conoscere l’uomo, ma vogliono conoscerlo oggettivamente, come gli scienziati della natura conoscono la natura. Nelle scienze umane il dato oggettivo è però l’intenzione. Lo psicanalista ascolta il paziente e dietro le intenzioni evidenti, dietro il contenuto esplicito, riscontra delle intenzioni più profonde, nascoste allo stesso paziente, che soffre le conseguenze di questa sua inconsapevolezza. Dall’analisi che ho fatto dello scritto di Freud si evince però che queste intenzioni nascoste, più che pura realtà oggettiva, sono in parte costruzioni del paziente che parla, in parte costruzioni dell’analista che ascolta, solo in parte realtà oggettiva. Non solo: la terapia guarisce a prescindere dalla verità della ricostruzione delle intenzioni inconsapevoli; ai suoi fini è sufficiente raggiungere il convincimento. Se una scienza non raggiunge la piena oggettività, ma si ferma alla probabilità, come fa per lo più la medicina, o addirittura al convincimento, questa scienza non può farsi portavoce di necessità assolute, anzi, nel suo operare deve rispettare un codice deontologico. Lo psicologo non può dunque affermare la sua teoria, e tanto meno il giudice può assumerla, come se fosse infallibile; la teoria deve essere applicata nel rispetto del diritto del paziente. E qui diritto è determinabile con precisione: la capacità dell’uomo di provvedere a sé stesso, l’autosufficienza della persona. Se il paziente è una famiglia, l’intervento dell’assistente sociale, dello psicologo e del giudice, non può che essere finalizzato al diritto della famiglia, al suo conservarsi come persona, alla sua coesione, alla sua compattezza, alla soluzione dei conflitti diventati troppo esasperati. Se pretende di derivare da una millantata onniscienza che gli consente di porsi al di là del bene e del male, l’operare dell’assistente sociale, dello psicologo, del giudice si trasforma in violenza contro ciò che dovrebbe sanare. Il rifiuto della finitezza di una scienza che non potendo arrivare al dato oggettivo si accontenta del convincimento, equivale all’esercizio di una prassi arbitraria e onnipotente. E questa è storia. Parenti di Freud sono stati protagonisti nell’applicare tecniche di manipolazione di massa negli Stati Uniti. Conosciamo l’applicazione delle tecniche psicologiche da parte dei servizi segreti. È terribile il fatto che una professione che dipende innanzitutto dall’atteggiamento morale di chi la pratica può assumere una pretesa di onniscienza di fronte alla quale lo stesso giudice, che deve far valere il principio etico contenuto nella legge, si arrende. Uno dei giudici implicati in queste vicende si costituisce parte civile perché si sente ingannato dai referti degli psicologi e degli psichiatri. Doveva però essergli chiaro che lo psicologo dà soltanto un parere e che la decisione doveva essere presa sulla base di un’ampia raccolta di altri pareri e secondo il principio etico fissato nelle leggi. Ho letto del caso di una madre a cui è stato strappato il bambino perché secondo una psichiatra gli sarebbe stata troppo legata, e non c’è stato verso di piegare il giudice perché ha ritenuto le testimonianze portate contro il parere della psichiatra testimonianze di persone non esperte; ma nel campo del conoscersi degli uomini tutte le persone normali, cioè le persone che sanno badare a sé stesse, che sanno affrontare e risolvere i loro problemi, sono esperte. Come scrivevo nell’articolo, l’uomo è trasparente a sé stesso, e normalmente gli uomini si capiscono guardandosi, ascoltandosi, perfino annusandosi. Io non capisco le equazioni della fisica nucleare e le formule chimiche guardandole, ma capisco subito, in quanto docente, che cosa significhi veramente un’espressione di un mio studente, e gli studenti capiscono a primo sguardo cosa possono permettersi con il docente; capisco subito, in quanto genitore, che cosa significhi un’espressione di mio figlio, magari con maggiore sicurezza di quanto possa capirlo uno psicologo che lo vede per la prima volta. È quella trasparenza per cui gli uomini riescono a vivere insieme. Succede tra marito e moglie: all’inizio si litiga, poi ci si adatta, alla fine, senza una parola, si sa benissimo cosa pensi e come reagisca il proprio coniuge. È quella trasparenza nei rapporti normali tra gli uomini di cui il giudice deve tener conto non meno che dei referti psichiatrici.

 

Facciamo un passo avanti rispetto a questo discorso. Un ruolo fondamentale sembrano averlo gli psicologi e gli psichiatri e gli assistenti sociali, che sono una sorta di psicologi. Una delle caratteristiche della psichiatria è quella di vedere la realtà come sommatoria di patologie. Questa visione contrasta con un criterio scientifico che tende a fissare la normalità, la regola dei fenomeni. È possibile attribuire un carattere scientifico e insindacabile a una prassi di questo genere?

 

Tu mi chiedi del pericolo legato alle scienze dell’uomo di vedere ovunque malattia. La tendenza a generalizzare la diffusione della malattia è la grande tentazione dei terapeuti. L’individualità è negazione del riferimento all’altro, direbbe Hegel; l’essere dei viventi non è inerte, ma è una attività e anche una lotta. Siamo dotati di un apparato immunitario che ci protegge dalle aggressioni dei microorganismi, di un apparato scheletrico e muscolare che ci protegge permettendoci la fuga o la lotta. Certo, non siamo soltanto individui in lotta. Possiamo superare la nostra individualità, stringere alleanze, allacciare rapporti positivi, rapporti di solidarietà, di amore. In ogni caso la vita ha la sua durezza; essa comporta sconfitte, disagi che possono infliggere ferite, provocare malattia. Come distinguere salute e malattia? Come determinare la salute? Come ho già detto, non è difficile: è la capacità, l’onore di provvedere a sé stessi, di non dover chiedere aiuto, anzi di poter aiutare i figli, la moglie, il prossimo, le persone incontrate nella professione. Davanti a una persona che sa provvedere a sé stessa non dovrebbero scattare categorie che vengono dall’ambito del patologico. È vero, però, che le scienze umane più fortunate, per esempio la psicoanalisi che deborda spesso dai suoi confini,  sono scienze che nascono da terapie, cioè i loro concetti principali sono concetti che hanno funzionato all’interno del rapporto tra medico e paziente. Estendere questi concetti di origine terapeutica dal rapporto con il paziente all’intera realtà non soltanto le applica un punto di vista interpretativo ma vi trasporta la malattia. L’ultimo Freud è molto apprezzato e lodato: è il Freud che si interessa non solo e non tanto di terapia, ma soprattutto di estendere i concetti della psicanalisi alla letteratura, all’arte, alla storia, alla civiltà, in particolare alla religione. Ma fatalmente i nuovi fenomeni a cui sono estesi i concetti di origine terapeutica diventano tutti più o meno patologici; quindi la religione è marchiata come nevrosi collettiva, la stessa civiltà appare definitivamente contrassegnata da un disagio derivante dal dover barattare la pulsione sessuale e quella aggressiva, quindi la felicità, con la sicurezza – come se l’essenza dell’uomo fosse la felicità e non la libertà, e la felicità fosse la soddisfazione delle pulsioni sessuali e aggressive. Si tratta di ipotesi rese interessanti dalle grandi capacità letterarie di Freud, che però si riducono spesso a miti privi di consapevolezza filosofica. Quando poi manca l’accuratezza analitica di Freud, a volte si finisce nel delirio interpretativo.

 

Non è un caso quindi che quando la funzione dello scienziato sociale si unisce al potere decisionale rischi di sfociare in un fenomeno di totalitarismo e di giudizio insindacabile nei confronti di persone, più che essere un supporto di decisioni.

 

Il principio dell’agire degli uomini rispetto agli uomini è interno all’etica. E non occorre fare chissà quali studi: essa è esposta nella Costituzione. Nella Costituzione è scritto che la legge garantisce l’unità familiare e che la Repubblica protegge non soltanto l’infanzia e la gioventù, ma innanzitutto la maternità. È la Costituzione il principio a partire dal quale il giudice emette le sue sentenze, non il parere di uno psicologo o di uno psichiatra che, per quanto esperto, non dispone di una conoscenza per principio più sicura di quella di cui dispongono i non psicologi. Nel caso della madre privata del figlio perché troppo affettuosa, le persone senza titoli professionali che hanno testimoniato contro la valutazione della psichiatra conoscevano meglio il bambino e la madre.

 

Abbiamo visto invece che sono gli stessi professionisti ad assumere il ruolo di giudici come giudici onorari, con un peso decisionale determinante, insindacabile; mentre la famiglia, i genitori, il parentado, il vicinato non assumevano più un ruolo positivo.

 

Quando la specializzazione professionale consiste nello scovare malattie occulte allo stesso malato, ogni comportamento diventa un sintomo. Quando poi chi ha questa competenza così invasiva è anche giudice, il comportamento interpretato come patologico si connette, per la natura stessa della professione di giudice, alla presunzione di colpevolezza – del genitore, ma perfino del bambino. Nel giudice onorario, nello psichiatra-giudice la malattia universale è nello stesso tempo colpa universale. Si ripropongono allora situazioni terrificanti, analoghe ai processi di stregoneria, in cui la colpa era così identica all’essere dell’imputato da essere dimostrata sia dal suo cedere che dal suo resistere alle torture.

 

Questo potrebbe spiegare come le procedure burocratiche abbiano potuto consolidarsi nel corso degli anni fino ad arrivare allo scempio a cui stiamo assistendo nelle cronache attuali. Questa rappresentazione del ruolo dello scienziato, del ruolo della scienza sociale, ha aperto le strade e fornito giustificazioni.

 

C’è un interesse economico molto forte; è incautamente concessa a certe figure professionali, che onniscienti non sono per la natura stessa dell’oggetto su cui affermano la loro competenza, la possibilità di attribuirsi l’onniscienza e di esercitare un potere assoluto; da questa confluenza è chiaro che nasce l’abuso.

 

Stiamo assistendo all’affermazione delle teorie LGBT che rivendicano il diritto di famiglie non tradizionali ad allevare, educare e anche a creare bambini. Mi sembrano teorie interessate a denigrare la funzione della famiglia tradizionale, predestinata alla procreazione, all’educazione degli affetti. Questo approccio alla scienza, questa relativizzazione è un ulteriore passo destinato ad ampliare lo spazio di queste teorie?

 

Qui direi che si verifica il caso contrario a quello di prima. Prima avevamo una scienza che è presunta totale e definitiva, che quindi abilita all’onnipotenza; qui invece si presenta una tendenza a non tener conto dei dati scientifici. Premetto che gli atteggiamenti omofobici sono sempre vergognosi. Se si guarda alla storia, in Italia non ci sono state, almeno dal Novecento, esplicite persecuzioni giudiziarie nei confronti delle persone per la loro omosessualità; invece negli altri Stati, in particolare nell’Europa luterana e calvinista, c’erano leggi che la punivano – i casi dolorosi di Oscar Wilde, di Alan Turing sono tra i più eclatanti. Anche in Italia erano però normali manifestazioni di omofobia; se capita di guardare spezzoni dei film spazzatura degli anni ’70, degli anni ’80, spesso vi compare la figura dell’omosessuale affinché faccia ridere, affinché sia umiliato. Che simili atteggiamenti in sé ignobili e pericolosi dal punto di vista educativo dovessero essere superati, che a ogni essere umano a prescindere dai suoi gusti sessuali debba essere garantito rispetto, su questo non può esserci nessuna riserva. D’altra parte, però, ci si imbatte a volte in discorsi forzati. Mi è capitato per esempio di assistere a un video, una conversazione tra Piero Angela e uno scienziato qualificato tra l’altro come sessuologo, in cui il conduttore tendeva ad esporre la questione della differenza sessuale in modo piuttosto distorsivo. Per quello che ne so – ma qui si tratta di conoscenze minime acquisibili a livello di scuole medie – la sessualità si gioca su quattro livelli: innanzitutto su quello del codice genetico; nel momento in cui i due gameti si uniscono, lo zigote ha nel suo codice genetico la determinazione sessuale, è già maschio oppure femmina, senza possibilità intermedie; è il codice genetico che, in misura sempre meno determinante, provvede al secondo livello, cioè alla differenziazione ormonale, poi al terzo, alla differenziazione anatomica, e infine al quarto, alla differenziazione psicologica. In questo sviluppo l’alternativa netta maschio/femmina propria del livello genetico può dunque stemperarsi in una pluralità di differenze. Ora in quella intervista il livello genetico, l’unico a presentare l’alternativa sessuale netta tra maschio e femmina, era presentato in modo così sfumato che sembrava inesistente. È vero che il professore aggiungeva che si nasce definitivamente maschi o femmine, ma se si trascura di menzionare che a livello genetico tertium non datur, si rischia di trascurare una differenza importante, quella tra sessualità ed erotismo, su cui lo stesso linguaggio quotidiano, che risente di una lunga tradizione di pruderie, è ambiguo. La sessualità è una forma di riproduzione dei viventi e come tale implica la differenziazione genetica tra maschio e femmina. Per questo motivo il termine ‘omosessualità’ non ha senso biologico: la congiunzione maschio-maschio, quella femmina-femmina, a cui si riferisce il prefisso ‘omo-’, non hanno carattere sessuale perché non possono svolgere alcuna funzione riproduttiva. Invece, la possibilità che i quattro livelli della sessualità si sviluppino in modo particolare determina forme intermedie di erotismo, cioè di attrazione e di piacere, oltre quello maschile e quello femminile. Il termine più esatto per molte di queste forme intermedie potrebbe essere ‘omoerotismo’. Tutto questo ha importanti conseguenze. Innanzitutto l’omoerotismo, essendo fondato sulla natura complessa dello sviluppo sessuale, è in sé stesso innocente quanto lo è l’eterosessualità, quindi l’omofobia che presuppone che l’omoerotismo derivi da una perversione della volontà è per principio ingiustificabile. La seconda conseguenza è però la differenza di dignità tra sessualità ed erotismo. Piacere e sentimento erotico non sono la sessualità, anche se di solito l’accompagnano. Si tratta del motivo esposto in modo magistrale da Platone nel Simposio. Il sesso è l’arma della fecondità con cui il vivente vince la morte, la sua ontologia, dalla cui sublimazione nell’uomo nasce tutto ciò che c’è in lui di grande; in quanto tale esso non è piacevole, ma penoso: il parto comporta pericolo e dolore, l’allevamento è sfibrante, l’educazione difficile. Proprio perché il sesso è penoso, la natura ha provveduto ad addolcirlo con il piacere erotico e con la bellezza. Il piacere erotico è per lo più un invito alla fecondità sessuale; ma può rendersene indipendente, addirittura fino all’incompatibilità. Se si tengono fermi i significati che ho attribuito ai termini, risulta evidente che il primo scopo, non l’unico, certo, della famiglia è sessuale, non erotico: la famiglia è innanzitutto la solidarietà dei sessi di fronte a un compito essenziale e difficile quale quello della riproduzione, ed è per questa difficoltà ed essenzialità del suo compito che essa va appoggiata e difesa. Ma è altrettanto evidente che il progetto di rendere biologicamente feconde le forme di omoerotismo incompatibili con la sessualità è artificiale e volontaristico. Che sia artificiale permette l’irruzione dell’interesse economico; credo che proprio questo interesse economico, nel contesto dell’attuale capitalismo teso a superare ogni vincolo che immobilizzi la forza-lavoro, renda attualmente influenti le opinioni più esagerate degli LGBT. Che sia volontaristico apre le porte alla violenza: le procedure che permettono alle coppie cosiddette omosessuali di ottenere figli, implicano sempre la rottura dei legami umani più profondi, quelli tra genitori biologici e figli biologici, e costituiscono una indubbia violazione dei loro diritti.

 

Quindi la novità rispetto alle prime fasi di questo processo, iniziato nel ’95 con le case-famiglia e quindi  con gli allontanamenti, è che allora c’era una corrente scientifica dogmatica, legata a determinati ambienti della psichiatria, della psicologia con connessioni dirette agli apparati giudiziari che portavano avanti questa ipotesi e vedevano tendenzialmente la famiglia come l’origine del male, adesso a questa tendenza si sovrappongono queste correnti che, per affermare una loro identità, una loro efficacia anche di tipo lobbistico, hanno interesse a denigrare il ruolo della famiglia tradizionale. È una loro affermazione.

 

La critica della famiglia, in genere di una superficialità irresponsabile, è un motivo fiorito negli anni ’60 e che si radica in tanti autori precedenti. Neanche occorre aspettare Freud per trovare un atteggiamento di estremo sospetto nei suoi confronti. Si può pensare a Schopenhauer, per esempio; egli rifiuta l’erotismo non tanto per un’esigenza ascetica di liberarsi dalla schiavitù dei piaceri, ma per una posizione opposta a quella di Platone, sulla base dell’odio della sessualità, in quanto l’erotismo sarebbe l’inganno con cui l’essenza maligna della natura, che Schopenhauer chiama volontà, ci alletta a riprodurci con lo scopo di perpetuare sé stessa. Se vogliamo tornare ancora più dietro la preferenza per la vita asessuata rispetto alla vita sessuata è già accordata dal cristianesimo. È vero che nelle prime comunità i presbiteri, i vescovi non solo erano sposati ma erano tenuti a sposarsi, in quanto l’amministrazione familiare era l’indispensabile tirocinio per l’amministrazione della comunità; già per San Paolo, però, il matrimonio è un ripiego per chi non ha la forza di dominare la propria sensualità ed è quindi esposto all’irregolarità erotica, più che la via privilegiata verso la santità. In seguito si sono affermati l’obbligo della castità per gli ecclesiastici e una posizione definitivamente subordinata dei laici, cioè delle famiglie, nei confronti del clero. Così, all’interno della Chiesa cattolica il matrimonio è certo un sacramento, dunque un’unione sigillata da Dio, ma la scelta matrimoniale è inferiore alla vocazione sacerdotale, l’agape è superiore al sesso.

 

In queste dinamiche c’è un rapporto molto squilibrato. La logica vorrebbe che dal punto di vista istituzionale, nelle procedure, negli affidamenti ecc., questo equilibrio si ricrei dando voce a chi non ce l’ha, tipo i genitori, tipo il bambino che in qualche maniera deve essere rappresentato in questi processi che rischiano di portarlo all’allontanamento. Quindi si tratta di ripristinare un equilibrio anche a livello istituzionale.

 

Si tratta di attenersi alla Costituzione, che nel Titolo II considera la famiglia società naturale fondata sul matrimonio, che riconosce ai genitori il diritto e il dovere di mantenere, istruire ed educare i figli e consente l’intervento della legge solo nel caso di loro incapacità. Nessuno può rompere alla leggera una famiglia, può strappare sulla base di impressioni paludate da un gergo psicologistico i figli ai genitori; tutto deve essere fatto per tenere insieme la famiglia e soltanto in caso di situazioni estreme si può ricorrere a misure estreme.

 

Per concludere, lo sforzo che dobbiamo fare non è tanto indugiare sull’aspetto kafkiano, mostruoso della situazione, ma reagire al pericolo che possa diventare una normalità perché legata a certe logiche, siano esse economiche, di interesse, ma anche legate a rappresentazioni ideologiche e culturali. È lì che bisogna battere per ripristinare una situazione più equilibrata. Superare dunque l’approccio scandalistico a quello che sta emergendo.

 

Riassumi bene le mie opinioni. La grande trasformazione del capitalismo della piena occupazione in capitalismo della finanza che deve controllare tutta la società attraverso la disoccupazione, comporta innanzitutto la fluidità di ogni legame umano, l’estraneazione dalla patria e dalla famiglia; comporta poi l’impotenza economica dello Stato: la sua incapacità di porre limiti all’affarismo, la gestione privatistica dei servizi più legati alla fragilità umana: il servizio sanitario, l’assistenza sociale, la scuola; e quando in questi ambiti entrano gli interessi, per quanto si mascherino con passioni, sogni, ideologie, entra l’aridità, la smania di trasformare tutto in denaro.

 

Non può essere che sotto ci sia qualcosa di più profondo che, più che al capitalismo, all’attività legata al profitto, sia legato a una logica di affermazione di élite che tendono ad acquisire sempre più potere, che non trovano contrasto e quindi attraverso questo vincolo anche ideologico tendono ad affermarsi senza alternative? Entriamo così nella discussione tra il marxismo che vede il motore della storia nelle forze produttive e Weber, Carl Schmitt che concepiscono il politico come dominante, come logica delle dinamiche e dei conflitti.

 

Forse le due prospettive non si escludono; forse la supremazia dell’economico non è eterna, ma la forma di dominio propria dell’impero anglosassone. Finché ne siamo però sudditi conviene fare della supremazia dell’economico la principale chiave interpretativa. Penso che la banca centrale indipendente che favorisce le élite finanziarie lesinando la moneta in modo da farne una merce scarsa, e quindi impedisce gli investimenti, provoca sottosviluppo, crisi, disoccupazione, migrazioni, la distruzione delle famiglie, sia il principio non segreto, anzi proclamato e difeso come un dogma religioso, sufficiente a spiegare perché attualmente l’uomo resti schiavo dei suoi bisogni quando potrebbe esserne libero.

 

IL SISTEMA CHE RUBA I BAMBINI, a cura di Barbara Tampieri

Prosegue il dibattito intorno alla gestione degli affidamenti di minori iniziato, a seguito dell’emersione dei fatti di Bibbiano, con la conversazione con Paolo Roat http://italiaeilmondo.com/2019/06/29/affidamento-di-minori-tra-tutela-ed-abusi_-una-conversazione-con-paolo-roat/ Qui sotto un approfondimento redatto da Barbara Tampieri, curatrice del canale Youtube e del blog omonimo http://ilblogdilameduck.blogspot.com/ , che vede coinvolto anche www.italiaeilmondo.com. Buon Ascolto_Giuseppe Germinario

 

MEDINSAHARA e la guerra ibrida, a cura di Giuseppe Germinario e Roberto Buffagni

 

Negli ultimi articoli[1] dedicati all’ operazione Carola,  http://italiaeilmondo.com ha analizzato le azioni delle ONG che trasbordano immigrati irregolari nel nostro paese come veri e propri atti di guerra ibrida concepiti, diretti e organizzati da centri decisionali legati a potenze straniere. A queste operazioni prestano la loro indispensabile collaborazione, con gradi diversi di consapevolezza e organicità, settori tutt’altro che trascurabili delle istituzioni e dei media italiani[2].

Il governo ha reagito agli attacchi, seppur in modo non del tutto collegiale e adeguato. Il Ministro Salvini, principale bersaglio politico degli attacchi, sta tentando di rispondervi con l’ inasprimento delle sanzioni e un assiduo impegno nella comunicazione e nel sostegno a FFOO e FFAA. In termini di dissuasione, qualche risultato si comincia a vedere: ma si tratta pur sempre di un’azione di rimessa, indispensabile ma insufficiente. E’ invece di importanza capitale prendere l’iniziativa e contrattaccare, dettando l’agenda politica e costringendo l’avversario – anzi gli avversari, esterni e interni – a combattere sul nostro terreno e alle nostre condizioni.

Tra le prerogative e i doveri fondamentali di qualsiasi Stato c’è, naturalmente, la difesa delle frontiere e il controllo del territorio. E’ dunque benemerita e indispensabile la politica dei “porti chiusi” proposta e accanitamente difesa da Salvini, perché ha segnato una svolta netta, anche simbolica, rispetto alle politiche migratorie irresponsabili dei governi precedenti.

E’ chiaro a tutti che è responsabilità storica di qualsiasi governo puntare ad una netta diminuzione, regolamentazione e regolarizzazione di flussi migratori, in modo da renderli compatibili con la struttura socioeconomica e la coesione culturale d’Italia.

E’ così chiaro a tutti, che persino i diretti responsabili politici della grave crisi migratoria italiana  hanno la faccia tosta di sventolare  – a parole e a favor di telecamere – lo slogan “Aiutiamoli a casa loro”.

Sinora, l’unico “aiuto a casa loro” che la classe dirigente europeista italiana ha dato agli immigrati è stata la sciagurata collaborazione all’aggressione anglo-francese alla Libia: li hanno aiutati ad ammazzare il  dittatore antidemocratico, precipitandoli nell’anarchia e nella guerra civile per poi piangere lacrime di coccodrillo sulle sofferenze dei migranti e l’insicurezza dei porti libici, e cianciare di “corridoi umanitari” che come l’araba Fenice, che vi sian ciascun lo dice, dove sian nessun lo sa.

Non c’è dubbio: anarchia e guerra civile sono “democratiche”, nel senso che coinvolgono tutto un popolo nessuno escluso, ma sarebbe questo, “aiutarli a casa loro”? Semmai, è mitragliare qualcuno, regalargli una scatola di cerotti e poi pretendere la medaglia al valore civile.

Un’altra cantafavola con allegate lacrime di coccodrillo e boccuccia ipocrita a culo di gallina che ogni tanto fa capolino nei media è quella del “piano Marshall europeo per l’Africa”, svergognata sciocchezza alla quale nemmeno il fratello più scemo della scemo può prestare una briciola di fede.

Da trent’anni l’Unione Europea applica, in Europa, una dura politica deflattiva iscritta nei trattati fondativi. Nell’Unione Europea, da trent’anni gli investimenti diminuiscono e la disoccupazione cresce, toccando vette abissali in Grecia e nel Meridione d’Italia. Con queste premesse, per “restare umani” (ammesso e non concesso che mai lo siano diventati) i diretti responsabili della catastrofe sociale europea sarebbero in procinto di inaugurare un “piano Marshall per l’Africa”?!

Ma insomma: è possibile aiutarli a casa loro, sì o no?

Sì che è possibile. E’ possibile “aiutarli a casa loro” se un governo italiano si ricorda della vocazione mediterranea del nostro paese, e degli antichi scambi culturali, politici ed economici che ci legano al Levante; è possibile aiutarli a casa loro se governo italiano e governi del Levante riconoscono i reciproci, comuni interessi e avviano una fattiva collaborazione economica e politica.

Basta ciarle a vuoto, basta ipocrite mozioni degli affetti,  basta eroismi umanitari a costo zero, basta carità pelosa con capital gain garantito sul C/C del caritatevole: avviare invece trattative su un piede di cordiale parità, e sulla base del reciproco rispetto e interesse.

Gli immigrati non sono i bambolotti di pezza, le coperte di Linus dei professionisti della bontà, non sono i personaggi di un brutto melodramma TV , e non sono il Buon Selvaggio Sventurato oppresso dal Cattivo Uomo Bianco Colonialista.

Gli immigrati sono uomini come noi, con la nostra stessa capacità di bene e male, con interessi e ambizioni e bisogni, con i quali dobbiamo trattare da pari a pari, sulla base del reciproco interesse, come con gli uomini dei paesi europei.

Leggiamo che proprio in questi giorni, il governo italiano tratta con il governo tunisino per ridurre l’afflusso dei barchini pilotati dagli scafisti, i trafficanti di schiavi che trasportano gli immigrati nel nostro paese.

E’ un’iniziativa opportuna, ma è anche un’occasione preziosa per riprendere in esame un progetto italiano che sul serio può “aiutarli a casa loro”.

italiaeilmondo.com ha già presentato https://www.medinsahara.org/   il progetto di collaborazione tra governo italiano e tunisino per l’escavazione di un mare artificiale nel deserto del Sahara, del quale è promotore e referente italiano il nostro collaboratore e amico Antonio de Martini.

Il progetto “ Mare nel Sahara” è stato presentato nell’ottobre scorso a Biserta, nel corso del « Forum de la Mer / rencontres euro-méditerranéennes de l’économie bleue durable », organizzato dall’ Institut tunisien des études stratégiques (ITES), con l’appoggio dell’ Unione Europea e dell’ Unione per il Mediterraneo, e la partecipazione dell’ambasciata di Francia in Tunisia. Vi collaborano le Università di Ferrara, Bologna e “La Sapienza” di Roma, l’ Istituto per l’Oriente Carlo Alfonso Nallino (Roma), l’UNESCO.

E’ un progetto che sarebbe di interesse nazionale per il nostro paese anche se il problema migratorio non esistesse: per il vantaggio economico immediato (4-5 MLD di lavori per imprese italiane, circa 2.000 posti di lavoro per tecnici italiani), e per il vantaggio politico a breve e lungo termine di una ripresa in grande stile della cooperazione italiana con le nazioni del Nordafrica (il progetto è replicabile anche in Algeria).

Ma oggi che il problema migratorio è al primo posto dell’agenda del governo, il progetto “Mare nel Sahara” moltiplica la sua importanza e il suo valore, tanto economico quanto politico, internazionale e interno.

Il progetto “Mare nel Sahara”  è importante, anzi decisivo per la politica interna italiana, perché è questo il modo di “aiutare a casa loro” gli immigrati: creando nelle nazioni nordafricane opportunità di lavoro, sviluppo e speranza che tengano conto insieme dell’interesse loro e nostro.

Solo dando agli immigrati concreta speranza di lavoro e di vita dignitosa nel continente africano possiamo costruire le condizioni per  la nostra e la loro sicurezza, come per la reciproca intesa nella diversità.

Solo così svergognamo e tappiamo la bocca agli ipocriti fautori di un’immigrazione incontrollata e incontrollabile, ai bugiardi che cianciano di umanità mentre trattano noi e loro come animali “da meticciare”. Politica realistica ci vuole, non zootecnia ideologica.

Qui sotto il lettore troverà una intervista ad Antonio de Martini, principale promotore dell’iniziativa, e il link a un sintetico dossier sull’argomento.

Speriamo che finalmente, la vox clamantis in deserto Sahara trovi un ascolto attento nel governo. Per avviare il progetto,  basta finanziarne lo studio di fattibilità con 300.000 euro, da destinare alle tre Università italiane che lo sponsorizzano.

Sì, avete letto bene: non abbiamo scritto “trecento milioni” di euro. Abbiamo scritto “trecentomila”. Troppo? Non ci sembra._Roberto Buffagni, Giuseppe Germinario

[1] http://italiaeilmondo.com/2019/07/07/guerra-ibrida-navi-corsare-a-sud-e-pokeristi-a-bruxelles-con-piero-visani/

http://italiaeilmondo.com/2019/07/09/dopo-l-operazione-carola-la-fine-dellinizio-di-roberto-buffagni/

[2] http://italiaeilmondo.com/2019/07/06/navi-corsare-a-lampedusa-con-augusto-sinagra/

http://italiaeilmondo.com/2019/07/09/una-traversata-nella-teratologia-giuridica-su-alcuni-profili-dellordinanza-del-g-i-p-di-agrigento-in-merito-alla-vicenda-della-nave-sea-watch-3-di-emilio-ricciardi/

https://www.medinsahara.org/

 

TRIBUNALE PER I MINORENNI: UNA GIUSTIZIA PRIVA DI CONFINI, a cura di Giuseppe Germinario

Qui sotto una lettera aperta-documento stilato dallo psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Raspadori. Il testo risale al 2010. E’ una critica, di fatto un atto di accusa, alla condotta e alle procedure adottate dall’allora Tribunale dei Minori riguardanti le sentenze di allontanamento di minori dalle famiglie. In pratica un protocollo alternativo a quello adottato dalla maggior parte dei consulenti e degli assistenti sociali che fungono da supporto alle decisioni del giudice; il ruolo dei quali, spesso e volentieri, è ben più pregnante. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti. La situazione in provincia di Trento, nel frattempo, è cambiata in meglio, più nelle zone urbane che nella periferia. Ad una situazione che si equilibra se ne aggiungono però tante altre, in Italia, che seguono un percorso drammaticamente inverso. I fatti di Bibbiano, come quelli di Forteto e di tanti altri che però emergono solo nelle cronache locali come meri fatti di colore e di costume sono lì a testimoniarlo. Questo documento fu il segnale di avvio di un movimento ostinato e pervicace che testimonia della possibilità di modificare una situazione apparentemente immobile e intangibile. Al prezzo però di enormi sacrifici e rischi. Tanto per citare un esempio, questo documento ha comportato per l’estensore, il deferimento e la richiesta di un provvedimento di radiazione dall’albo professionale. Un atto proditorio rintuzzato a fatica. La finalità che ha spinto questo sito ad affrontare il tema è ovviamente diversa da quella dei vari comitati sorti nel frattempo. Si tratta di porre un tema cruciale alla comprensione delle dinamiche di funzionamento della nostra formazione sociale, di confronto e conflitto politico e di formazione di una particolare classe dirigente del tutto inadeguata: il peso e la capacità di influenza del cosiddetto terzo settore. Il caso di Pamela Mastropietro e della gestione degli immigrati ne ha messo a nudo un filone; quello di Bibbiano e in generale degli affidamenti e della gestione delle case-famiglia ne ha evidenziato un altro_Giuseppe Germinario

https://www.ccdu.org/sites/default/files/media/docs/tribunale_per_i_minorenni_una_giustizia_priva_di_confini.pdf

TRIBUNALE PER I MINORENNI: UNA GIUSTIZIA PRIVA DI CONFINI
“dedicato al silenzio delle madri a cui il dolore toglie anche la dignità della parola”
Premessa
L’altro giorno la dott.ssa Santaniello, presidente del Tribunale dei Minori, nell’ambito di un’udienza in cui intervenivo ripetutamente affinché fossero definiti a priori dei criteri precisi, oggettivi intendo, per la valutazione di “un caso”, mi ha detto “Raspadori, lei si coinvolge troppo”.
Eh già, è vero, e lo rivendico.
Respingo l’idea di svolgere silenziosamente, da bravo scolaretto, il mio “compitino” di Consulente Tecnico di Parte (CPT), delineare cioè il profilo psicologico di un bambino o di un adulto, consegnarlo alla scadenza, farlo affluire assieme a mille altri atti di altri psicologi, psichiatri, assistenti sociali, educatori, avvocati, sul tavolo del giudice, senza chiedermi come è sorto “un caso”, perché proprio quel genitore è finito nel mirino dei tanti ruoli che girano attorno al Tribunale dei Minori, quali sono e che valore hanno i criteri con cui improvvisamente viene valutata la “capacità genitoriale” di una madre, e viene esclusa.
Nel “piccolo” di un Tribunale per i Minori, io dico che, così come sono le procedure e i comportamenti di tanti personaggi che accettano di svolgere il proprio compito parcellizzato, rivive in pieno quella “banalità del male” che Hanna Arendt descrisse per i campi di concentramento, in cui ogni funzionario svolgeva burocraticamente e disciplinatamente il proprio “compitino” nell’ambito prescrittogli, al punto di perdere la coscienza del maggiore dramma che avveniva, e a cui lui era chiamato ad aggiungere “solo” un mattoncino, il proprio.
Se nulla di peggio c’è di quando l’immacolatezza dell’infanzia viene violata, dobbiamo dirci però che oggi i casi di abusi e di violenze conclamate ad opera di genitori sui propri bambini riguardano meno del cinque per cento di quelli per cui il Tribunale per i Minori sancisce la perdita della potestà genitoriale ed il collocamento dei figli altrove.
So bene, come tutti noi sappiamo, che la violenza non è solo fisica, ma quando ci addentriamo nel campo indefinito della psicologia, al di fuori cioè di fattispecie certe di reato, quando noi decidiamo di valutare modi, comportamenti, sentimenti, espressioni, collegate al carattere, a tratti di personalità, a stati d’animo, a tutto quell’insieme, cioè, spesso contraddittorio di ansie, paure, sicurezze, aspettative, gelosie, dipendenze, orgogli, che compongono la psiche umana, noi entriamo inevitabilmente nel campo della discrezionalità.
La discrezionalità dei nostri valori, sentimenti, vissuti, visioni della vita, e molto più semplicemente del nostro modo di amare e di crescere i figli.
E quando la discrezionalità delle valutazioni psicologiche si accompagna al potere di irrorare il massimo della pena,la perdita di tuo figlio e la negazione di te stessa, il rischio di passare dalla discrezionalità all’arbitrio è enorme, e foriero di danni e drammi di molto maggiori di quelli che astrattamente si dichiara di volere evitare.
Il minore ha diritto di essere educato nell’ambito della propria famiglia
Dichiarare un genitore, ed in particolare una madre, “incapace” e sottrargli i figli, ed oggi, assai frequentemente, l’unico figlio, è lacerante ben più della galera, molto più vicino ad una pena di morte, specie e proprio per le modalità con cui questi provvedimenti, come vedremo, vengono attuati.
Ed è più che lacerante per lo stesso figlio, quando è un bambino, perché lui non è alla ricerca del miglior modello di genitore, ma a quel genitore, così com’è, lui è attaccato.
Quel genitore, ed in particolare quella madre, con le sue caratteristiche, è stata la sua costante. Di quella madre conosce le dolcezze e le sfuriate. Da quella madre ha imparato anche a difendersi, oserei dire, da quella madre sa cosa aspettarsi, ma sa anche che c’è.
Perdere questa presenza concreta, di punto in bianco, perché un giudice o un assistente sociale o uno psichiatra decreta tra sé e sé, perché ad un bambino non viene detto e in ogni caso è un’astrazione che non può comprendere, che solo altrove c’è ciò che converrà al suo futuro, è più che una violenza, più che un trauma, è come precipitare un piccolo nel vuoto accompagnandolo con volti di adulti sconosciuti e sorridenti.
Noi che, proprio qui in Trentino, all’epoca della guerra in Jugoslavia e poi in Cecenia, quando per generosa ma falsa coscienza sull’aiuto possibile da portare, comprendemmo, solo dopo, che non si possono separare i piccoli dalle madri, perché il benessere psichico di un bambino è maggiore tra le braccia materne pur sotto le bombe, come ci dicemmo allora, piuttosto che in una lacerante separazione, tutto questo, quotidianamente, psicologi/educatori/assistenti sociali, sembrano oggi dimenticarlo. In nome di un decisionismo tutto fondato sulla più vaga e incerta delle scienze, la psicologia, che diventa arrogante supponenza quando viene usata per giudicare e per punire e non per accompagnare ad una maggiore consapevolezza.
Allora, del Tribunale per i Minori voglio dire le seguenti cose:
1) I procedimenti con cui si separano i bambini dalle madri in nome dell’incapacità genitoriale, facendo risalire questa capacità/incapacità ad una caratteristica psicologica, ad un tratto di personalità cioè, sono un abuso anche scientifico. Non esiste in nessun manuale di psicologia o psichiatria la categoria o la sindrome di incapacità genitoriale.
Non esiste l’incapacità genitoriale in quanto categoria psicologica AD EXCLUDENDUM.
Gli atti a cui così frequentemente ricorre il Tribunale per i Minori di Trento, di affidamento a terzi (Servizi Sociali) di un minore è una ipotesi che dovrebbe essere perseguita solo per gravissimi ed eccezionali motivi
“La potestà genitoriale costituisce un ufficio di diritto privato, dice la letteratura giuridica, e il genitore, verso lo Stato e verso i terzi, h .un vero e proprio diritto soggettivo alla titolarità dell’ufficio e all’esercizio
personale e discrezionale del medesimo, con l’unico limite…di indirizzarlo verso il soddisfacimento delle sole esigenze del minore.
In altri termini, la titolarità della potestà genitoriale, oltre che un dovere ed officium, è anche e ad un tempo un insieme di poteri, dal contenuto personale e patrimoniale, talmente incisivi da assurgere al rango di diritto soggettivo; pertanto i provvedimenti del giudice, che su quel diritto possono incidere fortemente, hanno pur sempre uno spiccato carattere contenzioso e non di decisioni unilaterali”.
I principi generali lasciano fuori i bisogni concreti del minore: è stato giustamente osservato che l’interesse del bambino è visto attraverso il mondo degli adulti, ed una tale ottica può essere drammaticamente deformante. Non ha senso perseguire la individuazione di una astratta idoneità genitoriale, dato che le conseguenze che se ne volessero trarre potrebbero benissimo non adeguarsi al caso che ci sta davanti.
La “capacità genitoriale” è l’oggetto ricorrente nelle CTU (le perizie predisposte dal tribunale)
Non pensate a chissà quali virtù debbano possedere i genitori adeguati e chissà quali pecche contraddistinguono quelli inidoei.
Ormai una dichiarazione di inacapacità genitoriale la potete leggere ad occhi chiusi, tanto si sviluppa ripetitivamente dai presupposti ai passaggi diagnostici intermedi, fino alle conclusioni.
Una madre di fronte al perito è in partenza una madre ferita, che non comprende perchè tutto questo sta succedendo, attraversata da dubbi, paure e sospetti e dalla certezza di doversi difendere, che tutto può essere usato a suo scapito.
Da qui, regolare come un’equazione matematica, la prima diagnosi di sentimenti persecutori di stampo paranoide.
Sicuramente nel passato della madre c’è qualche forte dolore rimosso che porta ad una elaborazione depressiva nella forma di comportamenti troppo accuditivi, protettivi o possessivi della madre nei confronti del proprio piccolo.
E a questo punto non c’è scampo perchè se prevale una elaborazione rabbiosa, maniacale, narcisistica la madre può diventare pericolosa, e altrimenti i comportamenti troppo accuditivi, di stampo regressivo, vengono equiparati ad incapacità genitoriale di crescere i figli, di cogliere i loro reali bisogni, ovvero di inadeguatezza al ruolo materno.
Tutto questo in nome della indiscutibile verità che l’equilibrata crescita psicologica di una persona è fondata sulla capacità di vivere relazioni oggettuali, ovvero la capacità di distinguere perfettamente sè dagli altri, di non essere attraversati da facili meccanismi di identificazioni o proiezioni, che inducono dipendenza o misconoscenza e negazione delle altrui caratteristiche, necessità, bisogni e desideri.
Affermare che la madre ideale è una madre che sappia rapportarsi oggettualmente con il proprio figlio, che sappia in lui vedere una persona ben distinta da sè, a 2, 5, 8, 15, 25 anni, è altrettanto banale della presunzione “tutta materna” di conoscere perfettamente il proprio figliolo, anche quando questi ha 30 o 50 anni. Se fosse per questa incongruenza dovremmo affidare ai Servizi Sociali, ben più della metà dei nati.
Ciò che reputo importante è che una madre sappia essere ben protettiva negli anni in cui il piccolo è completamente affidato a lei, ed essa deve sapere prevenire le possibilità di pericolo per il piccolo indifeso. Quando ce l’ha in pancia e per alcuni anni successivi ancora.
Poi, può avvenire che lei lo consideri sempre il “suo bambino”, che sia più ansiosa e protettiva del dovuto, ma in ogni caso è la socializazzione che prende avvio con la scuola materna e poi le elementari che introduce il bambino a nuove relazioni..
E’ l’ingresso in scena di nuovi adulti significativi, a cominciare dalle maestre ma non solo, che portano a ridimensionare la magia infantile della mamma “la più buona e la più bella” e del papà “il più forte ed il più giusto”, e questo avviene comunque, anche se la mamma continua a ritenersi unica e insostituibile.
La pubertà e l’adolescenza, poi, faranno il resto. Gli amori dell’adolescenza, i rapporti amicali, la scuola con il suo chiedere conto, formeranno definitivamente il nostro piccolo al rapporto con la realtà ed alla reciprocità con l’altro.
Dimenticare questi principi della vita e della crescita, pretendere che una madre sia come una operatrice sociale o una psicologa, pretendere cioè di misurare e giudicare la qualità dell’amore materno e il modo di esprimere affettuosità da un lato, e quanta la capacità di asettico coinvolgimento operativo, senza tenere conto della naturale visceralità del rapporto, non solo rischia di far prendere solenni cantonate, ma purtroppo anche commettere ingiustizie, quando non le vogliamo chiamare crudeltà.
A volte dovremmo riflettere che il genitore che a noi non piace è forse il miglior genitore accanto a cui può crescere un figlio.
E che forse c’è un eccesso nella sostituzione di un genitore con l’assistente sociale.
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Ancora sulle capacità genitoriali
Ci sono due casi che possono sembrare assai diversi uno dall’altro, due bambini tolti alle rispettive madri, uno nel corso della prima infanzia, l’altro verso la fine delle scuole elementari.
Le madri sono assai diverse, i gesti ed i comportamenti a cui danno vita sono assai diversi, eppure entrambe accumunate nel dovere dimostrare la propria adeguatezza genitoriale.
Ebbene non è assolutamente vero che l’esame per la valutazione delle capacità genitoriali debba tradursi nei meandri di una perizia psichica, come se fosse l’equilibrato psichismo a generare i bambini ed il loro benessere.
Sarebbe sufficiente invece, per comprendere se il percorso è stato fin lì adeguato, analizzare il comportamento del piccolo nelle relazioni con il suo mondo prevalente.
Cosa intendo? Che per un piccolissimo ci sono le otto-nove ore quotidiane che lui trascorre al nido o alla scuola materna e per un bimbo più grandicello le ore a tempo pieno della scuola elementare.
Quale osservatorio migliore per valutare con gli insegnanti lo sviluppo cognitivo, emotivo e del giudizio critico, la curiosità dei percorsi ed il coraggio, l’elaborazione positiva dell’aggressività e la capacità cooperativa, l’affermazione di sè ed il rispetto degli altri, la franchezza, la lealtà, la vivacità degli interessi, e via dicendo.
Se un bambino, a seconda dell’età, e delle tappe dello sviluppo psichico previsto, risponde positivamente a canoni di normalità e non presenta particolari difficoltà e intoppo da indagare, allora è segno che la madre, o il padre, ma prevalentemente la madre, comunque sia portatrice dei propri vissuti psicologici, è una madre più che adeguata.
La terribile equazione astratta “disturbo o tratto particolare di personalità = fattore di rischio = incapacità genitoriale” non ha senso, non risponde a nessuna verità, specie poi oggi che, ripeto, il bambino vive una forte socializzazione fin dai primissimi mesi di vita e una moltitudine di figure significative di riferimento.
2) Il Tribunale per i Minori in nome della sacra difesa dei diritti dei minori toglie qualsiasi diritto e garanzia agli adulti, ovvero ai genitori.
La funzione inquirente e quella giudicante si somma nella stessa persona, il giudice è al contempo organo giudicante e portatore dell’interesse del minore.
Non è super partes ma assume di fatto le vesti di difensore del minore, con la conseguenza che, in modo aprioristico e preconcetto, la voce del genitore viene disattesa e neppure ascoltata.
Il punto di partenza è fare arrivare una segnalazione che appaia credibile, in cui si sbatte il mostro, la madre, in prima pagina: il Tribunale, con decreto “provvisorio e urgente”, non impugnabile da nessuno, sospende la potestà genitoriale e affida il minore ai servizi sociali.
C’è un meccanismo, a mio parere perverso, per cui è talmente grave il primo provvedimento, la sottrazione del minore alla madre, che successivamente il Tribunale, seppur difronte all’emergere di una realtà diversa o in ogni caso non così allarmante quanto la denuncia iniziale aveva fatto credere, non ammette di essere stato tratto in inganno e si intestardisce a dare la parola e il potere di gestire il caso alle stesse assistenti sociali affidatarie dei bambini e, dopo l’urgenza quasi vitale del primo provvedimento, tutti i tempi si allungano.
I genitori vengono ascoltati per la prima volta dopo mesi.
La loro rabbia e la loro disperazione, i loro gesti a volte inconsulti, il loro contrapporsi al coacervo di figure mai considerate prima, le assistenti sociali, si trasformano in ulteriori relazioni negative a loro danno che affluiscono sul tavolo del giudice. Il giudice a questo punto nominerà un CTU (consulente tecnico d’ufficio) che, tempo 90 giorni più eventuali proroghe, svolgerà una perizia. A quel punto saranno trascorsi per lo meno otto/dieci mesi: più che sufficienti a stravolgere per sempre la vita di un bambino di due anni, e della madre.
In tutto questo tempo la difesa non ha alcun potere, se non di produrre “memorie” che non ho mai visto essere tenute in alcuna considerazione. Mai, mai, che l’aver dimostrato che l’accusa iniziale era fondata ad arte su falsi o su insignificanti stereotipi, mai ho visto un giudice correre velocemente ai ripari, ammettere l’errore, rimediare.
E’ il caso, gravissimo, di una giovanissima trentina che al momento del parto è stata raggiunta immotivatamente da una procedura di adottabilità del figlio: lei che partoriva chiedendo coscientemente un affido condiviso per il bimbo che momentaneamente non era in grado di mantenere, ma che era sua intenzione tenere. Il Tribunale senza interpellarla hanno dato avvio alla procedura di adottabilità. Questo ha voluto dire che il figlio le è stato sottratto alla nascita e non l’ha più visto. Dopo più di un mese si è potuta incontrare con il giudice. Il giudice ha compreso di essersi sbagliato, di aver sottovalutato quella ragazza. Ma invece di rimediare prontamente, in fondo era passato un mese appena, ha preferito mantenere integro l’aplomb del proprio potere e ha sentenziato “va bene, vorrà dire che faremo una CTU sulle tue capacità genitoriali”. In questo modo i mesi da uno sono diventati otto, e la ragazza rivedrà solo allora suo figlio. Addio fase primaria dell’attaccamento ! Addio giustizia per il minore !
Da ultimo :
in Italia si discute tanto di garantismo. Al Tribunale per i Minori i genitori sono privi di qualsiasi diritto. Al punto che gli avvocati saltano come birilli, tanto sono sfiduciati dai loro clienti che non capiscono cosa accade, che non credono assolutamente possibile che non esista il diritto di parola.
Mi meraviglio che l’Ordine degli Avvocati così pronto a battersi per la separazione delle carriere non dica nulla di un istituto dove gli avvocati, per quanto bravi e appassionati, sono zimbello.
3) Il potere delle assistenti sociali, vero braccio operativo del Tribunale dei Minori
A volte addirittura sembra il contrario: che le assistenti siano la mente, e il Tribunale il braccio esecutivo.
Sono loro quelle a cui viene affidato un figlio il giorno dell’allontanamento dal genitore.
Sono loro quelle che decidono quando e come e dove il genitore potrà rivedere il figlio alla loro presenza.
Sono loro, prima del giudice stesso che incontrano il genitore spodestato e gli altri attori della vicenda.
Sono loro che nella loro prima relazione rilevano, con un uso spregiudicato della psicopatologia, gli stati di “disagio psicologico” vissuto dagli attori, quali sono quelli più lievi e quali quelli più importanti, quali quelli gestiti razionalmente e quali no, quali le ossessioni, quali quelli da diagnosticare più approfonditamente e quali da “curare”, quali quelli dannosi per il minore, e, sempre nella prima relazione quali i percorsi per la riabilitazione psicologica genitoriale.
Il giudice riceve, e questi sono gli elementi nuovi in base ai quali dispone gli ulteriori provvedimenti.
E’ evidente a chiunque che diventa fondamentale l’alleanza che si crea fin dalle prime battute tra gli attori della vicenda e gli assistenti sociali. Per alleanza intendo la simpatia, la disponibilità, la collaborazione, la non opposizione anzi la remissione. Le assistenti sociali nelle loro lunghissime relazioni sono veramente abili a coniugare in positivo o in negativo qualsiasi comportamento. Per esempio chiedere indicazioni sull’atteggiamento da tenere con il bambino, a seconda della simpatia o antipatia di cui godi può significare “mostrare consapevolezza e disponibilità all’aiuto e al cambiamento” oppure, viceversa “solitudine…stanchezza…insicurezza genitoriale”.
4) I provvedimenti del Tribunale per i Minori e i “media”
Raramente sulla stampa nazionale, più frequentemente su quella locale, irrompe drammaticamente la notizia di provvedimenti del Tribunale dei Minori.
Notizie che durano un giorno e che al più vedono nei giorni successivi lettere di sensibile sdegno e umana solidarietà.
Notizie che sono gestite con la riservatezza dei nomi per il doppio motivo che c’è una privacy di un minore che va salvaguardata, e c’è uno stigma che colpisce il genitore oggetto del provvedimento di separazione dal minore.
Ma quello che dobbiamo dirci è che gli stessi cronisti esperti giudiziari si muovono con estrema difficoltà di fronte a questi eventi, di cui non sono mai chiari i contorni, salvo nei rarissimi casi di violenze e abusi conclamati. Non sono chiare le fattispecie di reato, le prove, le procedure.
Quanto un cronista giudiziario si muove agevolmente nei riferimenti ben codificati del Tribunale Ordinario, altrettanto è l’incertezza, il dubbio, la sfuggevolezza degli elementi che hanno dettato un provvedimento di separazione di un figlio dai genitori.
Se per un cronista giudiziario è chiaro l’articolo del codice a cui si riferisce un reato, sa che cosa è un rinvio a giudizio, commenta la sentenza di condanna “tre anni, minimo erano due, massimo otto”, commenta le attenuanti concesse o rifiutate, non altrettanto avviene per il Tribunale dei Minori. Dove non ci sono condanne, non ci sono sentenze, ma “provvedimenti”, che però pesano come condanne, che colpiscono la sensibilità delle persone più della galera, che creano dolori laceranti rispetto a ciò che di più caro hai al mondo.
Ed il cronista giudiziario si accorge che questi “provvedimenti” tanto drammatici si riferiscono a comportamenti che di per sé non sono reati, che sono diffusi nella maggior parte degli interni famigliari, ma che improvvisamente vengono classificati come altamente pericolosi, al punto da dover mettere in salvo il minore.
Ed è tanto grande la discrezionalità di queste valutazioni che il cronista giudiziario non si raccapezza, e, dopo la notizia, molla. Anche perché a differenza di qualsiasi altra cronaca di indagini, a parte il “provvedimento” tutto il resto è astrattamente anonimo e motivato da valutazioni psicologiche soggettive prive di riscontri.
Ma non pensate che per un genitore lo sconcerto di fronte ad un provvedimento del Tribunale per i Minori, sia inferiore, che cioè il suo sentire sia lo stesso di un mariuolo preso con le mani nel sacco, e che, se anche l’ha sempre fatta franca, era ben consapevole delle proprie illegalità.
Tra i genitori si sa ci sono quelli più pacati e quelli più isterici, quelli che alzano più spesso la voce, che gridano, che danno scapaccioni, ed anche sonore “bussate”, che spesso “scaricano” la goccia che ha fatto traboccare il (loro) vaso, quelli che assolutamente sono subalterni ai capricci e ai pianti dei figli, quelli più possessivi, più ansiosi, quelli severi e rigorosi oltre misura (qual è la misura?), quelli che “viziano” troppo i loro pargoletti, quelli che rincarano la dose quando l’altro genitore sgrida i figli, quelli che li difendono contrapponendosi al coniuge (ahi ahi è sbagliatissimo, lo sanno tutti, ma avviene), quelli che lo lasciano impossessarsi del lettone “vai a dormire tu sul divano”( ahi, ahi, il triangolo perverso), quelli che usano tranquillamente lo sproloquio, i vaffa, le bestemmie…:
improvvisamente, finiti attraverso mille vie in una “segnalazione” al Tribunale dei Minori, scoprono che quei comportamenti sono oggetto di pagine di valutazioni e che il loro figlio è sotto la potestà del Tribunale, loro monitorati, e da un momento all’altro la forza pubblica può intervenire per “mettere in salvo il figlio” da un genitore più che pericoloso.
Voglio dire che ciò che ritenevate “normale” e in ogni caso appartenente alla diversa soggettività genitoriale, improvvisamente si scontra con la diversa soggettività di un giudice o di un’assistente sociale, che però hanno il potere di sancire quale sarà la sorte del vostro minore.
5) La solitudine dei genitori “espropriati”
Il secondo motivo per cui ho convocato questo incontro è il totale isolamento e la totale solitudine del genitore a cui è stata tolta la potestà sui figli.
Sei stata giudicata madre incapace, pericolosa per tuo figlio: il massimo della condanna sociale e personale. Il silenzio dei giornali, l’anonimato comunque, non è una difesa: è un’ulteriore condanna alla solitudine, all’impossibilità di dire le tue ragioni, di chiedere il perché.
State attenti che il provvedimento viene deciso, ma non viene comunicato, men che meno discusso con il genitore.
Un bambino di due anni e mezzo è stato portato via il 7 maggio, la madre ha incontrato per la prima un’assistente sociale il 28 maggio e ha incontrato per la prima volta il giudice il 22 giugno, e ha potuto rivedere per la prima volta il suo bambino, per un’ora, dalle 16 e 15 alle 17 e 15, l’otto luglio: lei che per i primi due anni e mezzo di vita di suo figlio non l’aveva mai lasciato, nemmeno per un giorno.
La vita di un genitore viene, così, stravolta e negata nella sua identità, da un momento all’altro.
Non ha con chi parlare, lui solo sa, non il perché, ma quanto gli è successo.
Se esterna angoscia, rabbia, dolore, le persone attorno, i conoscenti, i colleghi, ascoltano con compatimento, certo, ma ognuno è portato a pensare “chissà cosa nasconde, chissà cosa ha combinato”. Meglio tacere, mimetizzarsi, sparire, che vivere lo stigma di “madre incapace”, incapace e pericolosa al punto che i giudici hanno dovuto mettere al sicuro i figli.
Tutto questo perché il Tribunale per i Minori esiste ed agisce nella “esclusiva tutela del minore”, il “minore” e basta, non il figlio di una madre e di un padre, eventualmente da aiutare o da accompagnare in una genitorialità ritenuta carente, il “minore” il cui bene è qualcosa di astratto che prescinde dal contesto in cui è nato e cresciuto, il cui bene è un assunto posseduto solo dal giudice e dalle assistenti sociali: i genitori sono un optional da interpellare a tempo debito, da valutare in ub secondo tempo, a cui proporre al più dei non ben definiti “percorsi” in cui saranno monitorati e valutati dalle stesse assistenti sociali che già li hanno giudicati e puniti.
Un genitore spodestato è solo, senza ragione, senza ascolto, e senza parole.
6) Dieci anni dopo
Maria Rosa, così 10 anni fa
il dirigente psicologo del Servizio territoriale “nel complesso la signora appare una madre adeguata…prevalentemente attenta agli aspetti fisici e concreti della relazione coi figli”
la psichiatra chiamata ad una prima CTU “il test di Rorschach esclude la presenza di una struttura psicotica di personalità…è capace di una forte attenzione ai bisogni primari dei bambini, perché lei vi si identifica e proietta i propri bisogni insoddisfatti…”
Nelle conclusioni esprime un giudizio negativo sulla famiglia affidataria e perora un collocamento in un’area neutra, “un istituto come il S.O.S.”, fase intermedia per permettere ai genitori di recuperare un modalità serena….ecc.ecc.
E’ un caso di molti anni fa, in cui una madre fu messa sotto accusa da parte di tutto il clan famigliare del marito, e con il consenso delle assistenti sociali le furono tolti tre figli di cui un neonato che stava allattando.
Lo riporto perché in esso appare quell’equazione tra capacità accuditive di una madre uguale a sintomo di grave disturbo di personalità.
Ovvero la capacità accuditiva, se rilevata e valutata in eccesso, da elemento positivo si trasforma in negativo e di grave pericolo per i minori.
La madre, con i suoi comportamenti prevalenti, darebbe risposta ai propri bisogni affettivi irrisolti, passando di volta in volta dagli accudimenti ai sentimenti di persecuzione, senza alcuna capacità di cogliere i bisogni oggettuali dei figli che stanno crescendo.
Allora, fu pertanto svalutato il giudizio del dirigente psicologo che conosceva bene la situazione famigliare della signora e le conclusioni della psichiatra CTU vennero definite conclusioni “più emotive che lucide”.
Tali conclusioni non soddisfacevano in realtà il sentimento e la valutazione che l’allora Presidente del Tribunale aveva espresso sul caso d’accordo con le Assistenti sociali, quella prima CTU fu rigettata e decisa una seconda CTU, che non doveva assolutamente verificare le capacità e le possibilità della madre ma unicamente il benessere dei bambini presso la famiglia affidataria.
Questa verifica avvenne dopo oltre un anno che i tre bambini colà risiedevano e la famiglia affidataria riceveva dai servizi lauti compensi (risultano ben cinque milioni solo nei primi due mesi), La CTU, una professoressa di chiara fama, si adeguò alle richieste del Tribunale di verificare unicamente la bontà del collocamento e non i motivi per cui erano stati tolti alla madre.
Il caso praticamente terminò lì. Ora sono passati più di otto anni, e quella triplice maternità di una donna che, a detta della prima CTU “il test di Rorschach mette in evidenza una certa ricchezza interiore e la presenza di buone risorse intellettive, un adeguato senso di realtà e capacità di controllo degli impulsi”, è rimasta solo un ricordo tragico e lei, perennemente esautorata, via via travolta ed estraniata.
Ancora, un secondo caso, sempre emblematico dell’abuso che si fa del concetto/categoria di “capacità genitoriale”.
Quasi 10 anni orsono : Teresa
Una donna ha il sospetto che il marito addotti pratiche ambigue, toccamenti di natura morbosa nei confronti del figlioletto di poco più di due anni. Siamo alla fine del 2001.
Si confida, ne parla col parroco, col pediatra, si reca all’ospedale, le viene consigliato di rivolgersi al Servizio di Psicologia per l’infanzia, ha ben sei incontri durante l’anno successivo con la dott.ssa dirigente, la quale, insospettita da strane reazioni del bambino che confermerebbero i sospetti le consiglia di rivolgersi al Tribunale per i Minori. Quella esperta psicoterapeuta, non le dice “signora, lei ha delle fisime, si curi”, no, avvalla i sospetti della madre e la invita ad adire al Tribunale dei Minori. Siamo alla fine del 2002, e qui inizia la sua tragedia, perché, come io dico, il Tribunale dei Minori se lo conosci lo eviti.
In rapida successione il Tribunale dispone l’affido del bambino ai Servizi sociali e colloca la donna e il bambino in una struttura protetta.
La signora solo a questo punto comprende di non avere più potere, sente di essere sotto il giudizio delle assistenti sociali, che iniziano ad inviare relazioni al Tribunale “comportamento schivo, disturbato, non collaborativo, segni di confusione mentale –a volte chiama “capo” il direttore della struttura, a volte lo chiama “giudice”- diffidenza profonda….non coerenza nei pensieri e nelle azioni…relazione madre-bambino poco serena…non educativa”, e via scrivendo in un crescendo di note negative.
Povera Teresa ! non cercava simpatia, e finiva sempre più nel tritacarne.
Io feci notare al Tribunale che erano molto pregiudizievoli quelle relazioni, che la signora non era affatto paranoica ma che ogni tanto chiamava “giudice” il direttore non per sindrome di persecuzione, ma perché il benemerito direttore della struttura lei lo aveva conosciuto per la prima volta proprio ad una udienza del Tribunale dei Minori in qualità di Giudice Onorario a fianco del Presidente Agnoli.
Viene nominata una prima CTU nella persona della dott.ssa Luisa Della Rosa di Milano, invero una luminare che è ben nota agli insegnanti di Trento per i suoi corsi di formazione.
Questa prima CTU termina alla fine 2003, ma complessivamente non soddisfa il Presidente del Tribunale.Il figlio viene tolto alla madre e avviato al Villaggio SOS. La madre viene inviata al centro di salute mentale di Trento. Al termine del 2004 dopo otto colloqui diagnostici il lo psichiatra dott. Luca Re psichiatra certifica che “la signora non ha evidenziato patologie psichiatriche” . Viene nominata una seconda CTU, ancora la dott.ssa Della Rosa che conclude i lavori nella primavera del 2005 e scrive “nel corso degli incontri sono emersi elementi che fanno temere che il bambino possa essere stato oggetto di comportamenti pregiudizievoli nell’area della sessualità ad opera della figura paterna”. Poco importa, il Tribunale rimane convinto che sia la madre ad essere un pericolo per il figlio e alla fine del 2005 da mandato ad uno psichiatra locale per una terza CTU che termina a metà del 2006 con la diagnosi di grave disturbo paranoie di personalità “impedente la crescita psicologica del figlio a cui sa dare accudimento fisico e dolcezza simbiotica ma null’altro”.
Alla fine del 2006, dopo che c’è stato anche un contraddittorio tra lo psichiatra e il sottoscritto, il Tribunale sancisce “l’assenza di attitudini genitoriali nella madre del minore assumendo come verità la diagnosi ultima dello psichiatra. L’elemento decisivo è stato una crisi nella capacità di auto controllo della madre giunta alla trentesima udienza di valutazione psichica, dopo cinque anni di un allucinante percorso che, iniziato su suggerimento di una psicologa del servizio pubblico in nome della difesa del figlio, si è tradotto in un autentico massacro della sua genitorialità. Termino con una frase tratta da una relazione psicologica della dott.ssa Sabina Grigolli dell’APSS “il suo atteggiamento oltre ad apparire sincero non può non far trapelare anche i sentimenti di paura e spavento rispetto ad una situazione che sembra esserle sfuggita di mano e di cui pare non conoscere le regole”.
Siamo nel 2010, il piccolo va per gli 11 anni, nulla è cambiato ed oggi lei dice.” Non auguro a nessuno una storia come la mia, perché questa cosa toglie dignità alla vita”
Giuseppe Raspadori – 20 luglio 2010

Qui sotto i due link inerenti lo stesso tema:

http://italiaeilmondo.com/2019/06/29/affidamento-di-minori-tra-tutela-ed-abusi_-una-conversazione-con-paolo-roat/

http://italiaeilmondo.com/2019/07/04/non-solo-reggio-emilia-di-vincenza-palmieri/

GUERRA IBRIDA: NAVI CORSARE A SUD E POKERISTI A BRUXELLES, con Piero Visani

Detto fatto! Il colpo di cannone è partito dal Tribunale di Agrigento. Il segnale è stato raccolto immediatamente e con esso l’assalto ai porti. La meta però è Roma. Ad una forma di guerra ibrida riesumata dalle guerre corsare si son aggiunte le scaramucce a Bruxelles. I passi felpati non hanno però impedito di entrare ai soliti noti con i piedi nel piatto. Le nomine a Bruxelles lasciano presagire poco di buono. Eppure in quella sede le contraddizioni non mancano; come pure la complessità dello scacchiere geopolitico, con attori sempre più numerosi a tenere il banco, offrirebbe margini di iniziativa. Ci mancano una squadra sufficientemente coesa e qualche giocatore audace e di classe. Due partite apparentemente distanti tra loro. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

NAVI CORSARE A LAMPEDUSA, con Augusto Sinagra

Il dispositivo con il quale il Giudice Alessandra Vella ha sollevato da ogni responsabilità penale il Capitano Carola Rackete e l’equipaggio della Sea Watch 3 ha aperto una voragine nella diga, già di per se precaria, posta dal Governo a contenimento dei flussi migratori via mare. Un provvedimento costruito, a detta di numerosi giuristi, su argomentazioni mal costruite e peggio argomentate, ma dalle implicazioni pesantissime. Una deligittimazione del potere esecutivo; un ingresso a gamba tesa dell’arbitro nel campo di gioco politico; un invito alle varie ONG, appollaiate intorno al teatro degli sbarchi, a forzare la mano all’esecutivo. Una figura terza la quale fa fatica a nascondere la propria attrazione fatale verso una delle parti. 

Un confronto politico che si sta trasformando in conflitto istituzionale per il momento tra esecutivo e organi giudiziari, ma che inizia ad estendersi agli organi di polizia e di sicurezza. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

NON SOLO REGGIO EMILIA, di Vincenza Palmieri

“​NON SOLO REGGIO EMILIA​”
Vincenza Palmieri: (tratto da facebook) https://www.facebook.com/palmierivincenza/posts/2205697042813204
la Filiera Psichiatrica in Italia e le Riforme necessarie

CONVOCAZIONE DEGLI STATI GENERALI SULLE SOTTRAZIONI DEI MINORI

Emozionati, sorpresi, increduli. Ciò a cui assistiamo oggi è la conferma di decenni di lavoro. Un lavoro fatto di ricerca, ascolto, raccolta di informazioni. E di denunce, richieste di aiuto. Di infinito lavoro nelle aule dei Tribunali, nelle sedi dei Servizi, negli angusti spazi di CTU “terre di nessuno”, arroganti e colluse.

Sembrava, fino a poco fa, ancora e sempre la protesta di gente inascoltata. Per quanto, a protestare, fossimo: professionisti, ricercatori, accademici, giornalisti, famiglie, bambini. Eppure, erano una protesta e una voce che cadevano costantemente nel vuoto, di fronte al gelo e all’indifferenza delle Istituzioni.

Improvvisamente, oggi, tutto questo non c’è più.
Improvvisamente, tutto appare vero. Tutto appare credibile.
Tutto è credibile.

Lo abbiamo raccontato attraverso le pubblicazioni, i best seller di questi anni: “Mai più un bambino”, “I Malamente”, “Papà, portami via da qui – dedicato ad Anna Giulia, sette anni, cittadina italiana”.

E oggi è doveroso dire grazie a coloro che hanno creduto e condiviso.

Siamo qui perché non ci siamo fermati mai, neanche per un solo momento.
Ma è proprio qui e ora che non possiamo che dire “NON SOLO REGGIO EMILIA”. Non possiamo che fare l’elenco, infinito, delle città, dei paesi, delle mamme e dei papà, dei bambini che forse aspettano ancora di ritrovare il ricordo e l’immagine della propria famiglia.

Non è solo Reggio Emilia, non è solo lo scandalo di un Paese, non è solo quell’orrore infinito.

Finalmente ha iniziato a emergere ciò che andiamo denunciando dal 2000: dalla Sardegna al Trentino, dalla Lombardia alla Sicilia.
Ci sono 40.000 minori, in Italia, in queste stesse condizioni.
Questi bambini fantasma devono ritornare in vita: è il momento di costruire il dossier Italia e di sbrogliare la matassa, caso per caso.

Con tutto il lavoro fatto, siamo detentori di storie e documenti che raccontano una infinità di tragedie simili.
Ora che l’attenzione delle Amministrazioni e del Potere politico non potrà voltarsi dall’altra parte, è il momento di spingerci a denunciare fino in fondo.

Ho sempre sostenuto che non si tratti solo del business delle case famiglia; ma che, da anni, il cuore del problema si annidi nelle pieghe del potere politico; perché le cooperative private che ottengono gli appalti, di fatto, garantiscono pacchetti di voti.

È così: è una questione di voto di scambio. A partire dalla Legge 328 del 2000 che, riformando il Sistema Assistenziale, delegò – di fatto e di norma – la Tutela dei Minori (quella che dovrebbe essere l’area più attenzionata di tutto il nostro Paese) a cooperative di privati, al servizio di più Comuni e interconnesse fra di loro.

Tale norma, infatti, prevede che i Comuni sotto i 5000 abitanti, in consorzio o associati tra di loro, si possano convenzionare con cooperative private per offrire servizi.
Ed ecco che ritroviamo – su territori molto estesi – la cooperativa dei Servizi Sociali, quella degli Educatori Domiciliari, quella dei Centri per la Famiglia (in genere Centri di Neuropsichiatria) e infine quella delle Case Famiglia che, in alcuni territori, è presente anche nella forma di case gestite da ordini religiosi.

In Italia ci sono oltre 6000 Comuni con meno di 5000 abitanti. Immaginiamo quante cooperative e quanti servizi parcellizzati, che si autoalimentano e sostengono fra di loro.

Dal punto di vista amministrativo, non sono strutture dipendenti dal Comune né delle ASL. Sono privati che hanno vinto un appalto; un bando pubblico spesso pagato profumatamente. A volte sono parenti tra di loro. Non rispondono all’autorità del Sindaco, a meno che non sia stato lo stesso Sindaco a pilotare la gara di appalto, per garantirsi così favori e nuovi voti.

In alcuni territori, sono i grandi poteri politici che si muovono. Tali cooperative, per continuare a vincere appalti, devono garantire voti e fare promesse.

Per sopravvivere, questo sistema ha bisogno di segnalazioni da parte dei Servizi, di valutazioni della capacità genitoriali che si risolvono (quasi) sempre con il “verdetto” di inadeguatezza, presso i Centri per la Famiglia e simili.

Mentre la valutazione della capacità dura da 6 mesi ad un anno – e dà lavoro ai membri di una cooperativa – il bambino a rischio sottrazione riceve l’Educativa Domiciliare (nota come ADM) da parte di membri di un’altra cooperativa o viene direttamente collocato in casa famiglia, per la sua “messa in sicurezza”.

Tutti privati, vincitori di appalti.

L’ADM è un’altra criticità all’interno di questo sistema. Nonostante la riforma che ha interessato gli Educatori e che dovrebbe dare dignità a tali figure professionali, questo delicato servizio spesso è svolto da lavoratori sottopagati (anche a pochi euro di paga). Sostituiti in più casi da sedicenti mediatori culturali, utilizzati impropriamente nel ruolo di educatori, badanti, OSS, semplici adulti che devono occuparsi di bambini di 3 anni. Mi è capitato di incontrarne alcuni con l’aspetto più da secondini che da teneri educanti; a volte anche con una scarsa conoscenza della lingua italiana.

Da sottolineare che costoro devono poi stilare improbabili “relazioni copia/incolla”, in cui spesso si travalica il buon senso. Fino ad esprimere valutazioni diagnostiche che finiscono sul tavolo dell’ignaro giudice; il quale, a fronte di tale relazione, può anche ordinare una messa in sicurezza urgente del minore.

Il tutto mentre genitori e nonni vengono travolti da valutazioni, test, colloqui clinici, osservazioni; ingerenze sulla pulizia della casa o sull’ordine degli armadi, sulla tenuta o meno della cameretta o circa il lettone in cui dormiva il bambino.

Relazioni e richieste del genere: “cambia casa, metti la dentiera, allontana i nonni dai tuoi figli, vai a vivere da sola, prendi la patente”. O comunicazioni attraverso WhatsApp che recitano: “tornando a casa non troverai i tuoi figli perché siamo già andati a prelevarli”. Magari parlando di “rapporto simbiotico” e prescrivendo un allontanamento perché “di troppo amore si può morire”.

Questo sistema di gare ed appalti vede bandi milionari, in cui le Case Famiglia rappresentano solo un aspetto del gigantesco giro di soldi che viene mosso.

Le cifre degli appalti, essendo pubblici, sono visionabili su tutti i portali delle amministrazioni comunali. Ogni cittadino può sapere quanto guadagnano le varie cooperative sul territorio e scoprire il sistema clientelare, il politico territoriale che li governa, li sponsorizza e da cui ricava bustarelle e bacini di voti.

Se un bambino costa da 70 a 400 euro al giorno quando è collocato in casa famiglia, pensiamo a quanto frutti l’appalto vinto dal “Centro per la Famiglia” (nome convenzionale) per le valutazioni, quanto quello gestito dai Servizi Sociali, quanto costi la Cabina di Regia Territoriale.

Ed ecco che comprendiamo il senso dell’allora Legge Turco, n. 328/2000 – Legge Quadro di Riforma dei Servizi Socio Assistenziali – che tradì le prime opportunità per l’infanzia e l’adolescenza previste dalla Legge 285/97, che tanto invece era stata apprezzata.

Si è andati, così, a privatizzare e trasformare un fiore all’occhiello dell’Italia in un sistema mafioso.

Oggi è un sistema che si autoalimenta e si tutela attraverso l’omertà tra i vari pezzi del puzzle.
Il nutrimento sono i bambini, il target-bersaglio sono le famiglie fragili; solitamente quelle economicamente più bisognose, che spesso si aggirano nei corridoi dei Comuni a chiedere un sussidio o qualche buon consiglio dal Sindaco, dall’assessore che hanno votato in precedenza e da cui si aspettano, nelle more della legalità, un buono pasto per la scuola, qualcuno che aiuti i bimbi a fare i compiti, la casa con una stanza in più. O che si sentono al sicuro lì, nella “casa del popolo”. Ma che, invece, finiscono nella trappola della filiera psichiatrica

La convocazione degli Stati Generali sulla Sottrazione dei Minori, prevista per la fine di settembre a Roma – e di cui ci facciamo immediatamente promotori – ha lo scopo di mettere sul tavolo degli imputati la Legge 328/2000, il Sistema delle CTU e delle perizie che pilotano le sentenze e alimentano questo sistema, le Linee Guida nazionali per l’applicazione del sistema diagnostico.

Un sistema che è una rete di interconnessione in cui vogliamo vedere cadere squali e non bambini, bambini bersaglio.

Vogliamo completare il dossier Italia sulla sottrazione dei Minori perché tutto questo non accada più.

Grazie alla sinergia tra Associazioni, Enti, Istituzioni, Liberi Cittadini, Famiglie colpite da questo orrore italiano, vittime che vogliono diventare artefici di un nuovo percorso, Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani, Consorzi per i Diritti Umani, Pedagogisti Familiari, Avvocati, Operatori, Giornalisti, Educatori, Amministratori e tutta la Cittadinanza Attiva.

Ora è il momento del fare, lasciando il dolore “un po’ più in là”. Il momento è ORA.

Vincenza Palmieri

Per informazioni e adesioni:

pedagogiafamiliare@gmail.com

affidamento di minori tra tutela ed abusi_ Una conversazione con Paolo Roat

La recente inchiesta giudiziaria di Bibbiano, riguardante la presunta manipolazione dei procedimenti di affidamento dei minori, culminata con l’arresto di professionisti, gestori di casa-famiglia e di politici, ha sollevato su scala nazionale un velo sulla gestione opaca delle procedure di allontanamento di minori dalle proprie famiglie. Gli episodi emersi qua e là in questi anni sono stati trattati sempre come fatti di cronaca locale o come manifestazioni di colore legate, come nel caso delle fughe dei minori dalle case-famiglia, a semplici gesti di insofferenza. Le cose, purtroppo, non stanno così. Gli episodi di abuso e di sopraffazione sono solo la manifestazione estrema di procedure e logiche le quali, più che tutelare il bene dei minori, pare invece alimentare le necessità di riproduzione e le logiche di potere  di strutture autoreferenziali. Nelle procedure di affidamento si condensano, spesso in maniera allucinante e paradossale, temi fondamentali come l’esercizio del potere, le logiche di funzionamento delle strutture burocratiche, la tutela del cittadino, la funzione degli ordini professionali, la valenza assoluta di tesi scientifiche o presunte tali, in un ambito tra i più intimi e delicati: quello della famiglia, del rapporto tra genitori e bambini, della tutela del minore. La conversazione metterà in evidenza gli aspetti kafkiani di questa gestione, riguardo ad un problema pluridecennale ma che solo ora inizia ad emergere nella sua drammaticità e tragicità. Assieme al tema della gestione emergenziale del problema degli sbarchi e dell’immigrazione potrebbe essere l’occasione per affrontare senza omissioni ed omertà  la funzione ed il peso crescente del terzo settore nella nostra formazione sociale. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

VIP E CICISBEI, di Giuseppe Germinario

La settimana ormai all’epilogo è stata caratterizzata dal via vai. È iniziata con il viaggio di Matteo Salvini negli Stati Uniti; si è conclusa con l’arrivo di Obama a casa Clooney, sulle rive del Lario. Nel mezzo il soggiorno del Presidente del Consiglio Conte a Bruxelles, al Consiglio Europeo.

Una coincidenza di eventi, probabilmente casuale, comunque sorprendente dal punto di vista simbolico. Sembra offrire, sotto traccia, qualche barlume di verità su alcune dinamiche nello scacchiere geopolitico europeo e mediterraneo.

La gran parte degli addetti all’informazione però sembra sempre più attratta, se non accecata, dagli aspetti mondani di questi appuntamenti. Da produttori e portatori di informazione si stanno trasformando irreversibilmente in moderni cicisbei, maestri di colore, di costumi e di pettegolezzi.

Tra i tre, paradossalmente, chi ci ha rimesso in efficacia di immagine è stato Giuseppe Conte, notoriamente maestro in bon ton e passi felpati. In un Consiglio Europeo impegnato a concordare le nomine della Commissione Europea, della Presidenza del Consiglio Europeo e della BCE, si è trovato nella condizione di dover rintuzzare la procedura di infrazione annunciata proditoriamente dalla Commissione Europea uscente. Tra le due opzioni opposte di una reazione d’orgoglio a un atto strumentale e provocatorio e un atteggiamento pragmatico teso a contenere i danni accettando logica e spirito della lettera, ha prevalso la seconda e con esso qualche atteggiamento di troppo da questuante verso i pari grado più potenti, pur se ormai sempre meno autorevoli. Non lo ha certo aiutato una consuetudine pluridecennale di totale accondiscendenza e complicità di un ceto politico ed una classe dirigente nazionale; accondiscendenza che ha disabituato a trattative serie le varie élites europee. Peggio ancora, come insegna il mercimonio truffaldino operato dal “rottamatore” Renzi tra la resa sottobanco sull’approdo in Italia di immigrati (Operazione Triton) e la concessione di pochi decimi di deficit, le ha incoraggiate ad operazioni di vera e propria corruttela utile ad alimentare un sottobosco di attività assistenziali e parassitarie necessarie a garantire la sopravvivenza politica del sistema. Non lo ha sostenuto in autorevolezza, per altro, il suo comportamento deludente e rinunciatario seguito al promettente avvio e alla conclusione della Conferenza sulla Libia, tenutasi a Palermo l’autunno scorso. Un appuntamento organizzato con il beneplacito del Presidente Americano, accettato a denti stretti da Francia e Germania e conclusosi addirittura trionfalmente, con l’investitura di Conte a mediatore ad opera del Ministro degli Esteri russo, Lavrov. In quel momento Conte avrebbe dovuto comprendere l’insostenibilità della figura di al Serraji come Presidente capace di unire le varie tribù della Libia, in quanto privo di forza propria e mantenuto a galla da una delle tre principali fazioni in lotta. Avrebbe dovuto puntellare la sua sopravvivenza per impedire il pieno successo del Generale Haftar, espressione delle tribù di Cirenaica e nel contempo favorire l’emersione di una figura terza, capace di mediare e riunire il paese. Questa figura può emergere con migliori possibilità, dalla tribù più numerosa e centrale di quel paese e non è escluso che, ad osservare i fatti, possa essere uno dei superstiti dei figli del colonnello Gheddafi. Una operazione certamente ardua e complessa, che richiederebbe grandi capacità diplomatiche e sufficienti coperture militari. Ipotizzabile sotto la Presidenza di Trump, ma decisamente più traumatica se il rospo dovesse essere offerto ad eventuali epigoni di Obama, Sarkozy e Macron. Con l’offensiva in corso di Haftar, fortunatamente esauritasi, l’atto più significativo di Conte è stato la sua richiesta di aiuto americano, evitando così il disastro ma perdendo così ogni parvenza di autonomia verso i vari contendenti libici ed esterni e gran parte della credibilità verso il suo stesso principale estimatore, Trump. Alla luce di ciò, il memorandum con la Cina e la posizione sul Venezuela, di per sé poco rilevanti nell’agone geopolitico, hanno assunto un significato dirimente per l’amministrazione statunitense. Il cerchio si è chiuso quasi del tutto con il suo progressivo avvicinamento a Mattarella e la gestione partigiana, piuttosto che calmieratrice, del conflitto giallo-verde durante l’ultima campagna elettorale.

Di queste difficoltà sembra approfittare a piene mani Matteo Salvini. Il suo viaggio a Washington ha assunto l’aspetto di una vera e propria investitura a leader. L’incontro con Mike Pompeo, Segretario di Stato e Pence, Vicepresidente sono un riconoscimento che va certamente oltre lo status proprio di un Ministro dell’Interno. È un lustro che, se prematuro ed improprio, espone il personaggio ad un rischio da non sottovalutare. Quello di apparire come uno dei tanti pellegrini che hanno dovuto recarsi a Washington per ottenere una investitura che dovrebbe essere in realtà prerogativa esclusiva delle istituzioni e del popolo italiano; viandante dotato magari di una aura più fulgida e lucente, ma sempre di luce riflessa più che propria. L’intero sistema mediatico ha indugiato sulle dichiarazioni di Salvini, tanto su quelle di politica economica, quanto soprattutto quelle in politica estera, riguardanti il Venezuela e il memorandum con la Cina. Queste ultime sono di fatto una sconfessione delle posizioni ufficiali del Governo Conte ed un allineamento pedissequo e a buon mercato alle posizioni dell’Amministrazione Trump. Pedissequo, perché acriticamente allineate, a buon mercato perché esulano dalle competenze del suo ministero. Risulta quindi evidente l’apparente e impropria investitura di leader politico da parte di esponenti di un governo straniero. Il mancato incontro con il Presidente Trump non è solo la residua cautela sulle esigenze di etichetta e di correttezza istituzionale. Rivela soprattutto una persistente diffidenza di Trump verso una forza politica che non ha superato del tutto i retaggi delle proprie origini secessioniste; poco importa se sia una diffidenza di tipo culturale e/o di mero interesse politico, legato a possibili ritorni di fiamma filobavaresi, nemmeno filotedeschi nel prossimo futuro. Visto lo spessore e le funzioni di uno degli ospiti e del pellegrino è probabile che la parte più succosa e pertinente, prosaica dei colloqui riguardi l’implicazione, pur in filoni secondari, di tanta parte del ceto politico e dei funzionari di settori nevralgici dello Stato Italiano nella costruzione del Russiagate. Nei blog e in numerose testate americane circolano da tempo apertamente numerosi nomi di politici ed alti funzionari italiani. Segno di insofferenza e volontà di rivalsa verso gli artefici di una caccia alle streghe congelata malamente al prezzo però di paralisi politica e di numerose vittime. A questo riguardo le prossime elezioni presidenziali americane potrebbero essere il prodromo ad una definitiva resa dei conti nella quale Trump non avrebbe più l’esclusiva della figura di vittima designata.

Il soggiorno di Obama, famiglia e seguito similpresidenziale, presso la sontuosa residenza sul lago di Como, ospite del suo amico e attore George Clooney, sembra assecondare la bramosia dei cicisbei più accaniti; non ha in realtà, probabilmente, un esclusivo carattere mondano e godereccio. Accecati dal gossip e dalla vacuità, i nostri pennuti cicisbei si sono dilettati sulle frivolezze le più varie del soggiorno, compresi i fuochi d’artificio di borbonica memoria. In realtà Obama, abbandonata a malincuore la Casa Bianca e il suo orto, già altre volte ha pedinato e tampinato, sovrapponendosi con appuntamenti ed itinerari paralleli, il proprio odiato successore. Poiché uno dei bersagli grossi di un possibile ribaltamento della direzione delle inchieste sul Russiagate potrebbe essere, ancor più della Clinton, proprio lui, quanto meno come responsabile politico, il suo interesse per l’Italia si arricchirebbe di ulteriori aspetti, questa volta più politici. Alcuni giornali italiani sussurrano di un incontro con Matteo Renzi, ma solo per affinità elettiva. Alcuni giornali inglesi, invece, più smaliziati, ipotizzano una investitura di Clooney a prossimo candidato democratico Presidente. Non si conosce il grado di superstizione di Obama. Tenuto conto che l’ultima consumazione alla Casa Bianca tra i due, Renzi e Obama, da sanzione di investitura reciproca si è risolta repentinamente in una sorta di “ultima cena” con scarse possibilità di resurrezione, si presume che gli incontri politici, quantunque riservati, riguarderanno personaggi più titolati e meno predisposti a naufragi fragorosi.

Ipotizzando temerariamente cotante intenzioni, a Matteo Salvini si presenterebbe una occasione d’oro, per quanto rischiosa, per garantirsi un futuro da leader riconosciuto.

La concomitanza di interessi con l’attuale inquilino d’oltreatlantico potrebbe rendere più praticabile una azione di riforma istituzionale, a cominciare dal ruolo e dalle competenze della magistratura e una operazione di rinnovamento del personale, specie dirigenziale, degli apparati di sicurezza. Se e come riuscirà a portarla avanti, potrà fare di lui un personaggio politico di statura, capace di sostenere alla pari un confronto con alleati ed avversari o piuttosto, in caso di sopravvivenza, l’ennesimo emissario di una delle fazioni in lotta nei centri decisionali che contano; uno dei tanti che con valigia o borsello, vuoti o pieni che fossero al ritorno, hanno costellato le vicende italiche dal dopoguerra.

Il contesto è proibitivo, le qualità soggettive, se esistono, appaiono dissimulate sin troppo bene, lo scetticismo prevale, ma………………….chissà!?

“Europa: accademismo contro storia” (6/6), di Annie Lacroix-Riz

“Europa: accademismo contro storia” (6/6)

Siamo alla sesta ed ultima puntata del saggio di Annie Lacroix_Riz. La sentenza è drammaticamente impietosa sia nei confronti degli storici che dei protagonisti citati ed eletti a “padri dell’Europa”. Un saggio da conservare e rileggere periodicamente. Giusto per comprendere la natura del pulpito da cui partono le filippiche “antipopuliste”_Giuseppe Germinario

Annie Lacroix-Riz è professore emerito di storia contemporanea presso l’Università Paris 7.

Mappa:

– Introduzione

– “Eminenti storici europei” contro il monarchico documentato Philippe de Villiers

– Un fascicolo storico “di parte” di “eminenti storici europei”

  • Le origini fallaci dell’Unione europea
  • Adenauer e la sua gente, dalla vecchia alla “nuova Germania”
  • Dalla Francia “europea” e “resistente” contro Petain al trionfo dei Vichysto-americani?
  • Dimenticando le “prime comunità europee”
  • Jean Monnet “l’americano”: una calunnia?
  • Il tandem Monnet-Schuman e la cosiddetta “bomba” del 9 maggio 1950
  • Robert Schuman diffamato?
  • Walter Hallstein, semplice ” non resistente”?

– Conclusione

Walter Hallstein, semplice “non resistente”?

Per quanto riguarda Walter Hallstein, Philippe de Villiers esprime un sorprendente stupore, data la conoscenza che ha inevitabilmente accumulato sui leader della Germania Ovest durante la sua lunga carriera politica . Ma offre un dossier serio, abbastanza solido da suscitare particolare indignazione ai redattori del 27 marzo, mista a cieca rabbia miste il 17 aprile.

La storiografia inglese e tedesca compresa, dal dopoguerra, la sua frazione della Germania Est, ricca di storici attenti al passato nazista del Reich 1 ha da tempo stabilito che la “nuova Germania” era stata costituita, sotto la tutela dell’AMGOT, da quasi tutte le élite che avevano guidato il Reich sia prima che durante l’era nazista; e che il Vaticano e Washington sono stati collusi nel offrire un eccezionale percorso di riciclaggio a criminali di guerra 2 . La regola del mantenimento dello status quo, anticipata dall’episodio di “Quisling” Darlan ad Algeri, nel novembre-dicembre 1942, e dai negoziati bernesi di Allen Dulles e del suo entourage nazista o nazificato era assoluto in Germania come in tutta la sfera di influenza occidentale 3 . L’abitudine alla non traduzione delle opere, tuttavia, si è moltiplicata dagli anni ’50, il silenzio plumbeo che osserva su di loro la storiografia dominante 4 e la sepoltura delle rare opere francesi sulla questione spiegano di per sé come la popolazione francese sia stata ampiamente tenuta all’oscuro del fenomeno.

Si argomenta che Alfred Wahl ha prodotto, nel 2006, un’eccellente sintesi sulla completa continuità economica, amministrativa, politica e culturale tra la Germania di Hitler e la RFD. Questa opera, la seconda storia del nazismo in Germania Occidentale dal 1945 , fa chiarezza sui “ministri e segretari di Stato Adenauer”, nonostante evidenti prudenze e pudori dei quali Walter Hallstein ha anche beneficiato 5 , è stata oggetto, mi ha ricordato molto recentemente il suo autore, di un assordante silenzio mediatico che ne ha notevolmente ostacolato la diffusione. Dovrebbe comunque essere incluso in qualsiasi bibliografia di base sulla RFD.

Un antico hitleriano, come molti e più di tutti i suoi pari in carica

” Sì, all’epoca di Hitler ,” hanno ammesso nostri “storici europei eminenti,” Walter Hallstein ” aveva aderito alla Federazione nazionalsocialista dei giuristi, senza la quale non sarebbe stato possibile avere un lavoro ” di appartenenza, quindi, adesione quindi eretta a modesta “scheda di pane” (tessera del pane , secondo l’espressione italiana del partito fascista), in merito a una professione anti-repubblicano e nazificata avviata ben prima del 1933, noto per la profondità del suo impegno per il piano – ” e [ it] era un membro di un’altra associazione professionale, Lega dei professori nazionalsocialisti. Ridussero così notevolmente (a due) l’elenco dei raggruppamenti nazisti di cui Hallstein era membro, e censurarono la cronologia della loro fondazione (spesso precedente al 1933) e le adesioni del giurista.

L’elenco di Philippe de Villiers, per altro non esaustivo, proviene dal grande dizionario dello specialista tedesco del III e Reich, Ernst Klee. Disponibile dal 2003 , non tradotto (“chi era chi prima e dopo il 1945”), questo Who’s Who contiene “quasi 4.300 nomi” del pantheon hitleriano, la cui carriera è quasi sempre continuata, persino arricchita “dopo il 1945” 6 : Hallstein appare su una carta che ho menzionato su di lui nel 2016 7 Carcan , nota 4, p. 120. , fondata, secondo l’usanza, su lavori di ricerca supportati da fonti originali: qui Klee fa riferimento a due specialisti delle università dell’era nazista, Notker Hammerstein e Helmuth Heiber.

Hammerstein, nel suo libro sulla Goethe University di Francoforte, che nominò Walter Hallstein non solo “professore ordinario di diritto commerciale, diritto del lavoro e diritto economico nel 1941″, ma anche “doyen” 8 , presenta tre delle organizzazioni hitleriane a cui lui apparteneva:

1 ° ” NS-Luftschutzbund “, ovvero “Unione nazionale socialista di protezione antiaerea”, organizzazione non specificamente legata alla legge ma strettamente nazista e militare;

2 ° “NSV”, acronimo del ” National Socialistische Volkswohlfart “, ovvero “l’unione nazionalsocialista del benessere del popolo”, innegabilmente nazista e poco sofisticato come lo stesso vichysto-collaborazionista Soccorso nazionale 9 . Aveva, sotto lo stesso acronimo e titolo, fondato prima della salita al potere, ” nel 1932 “, e solo per promuovere i nazisti iper-protetti come precisa di seguito: fu ” riconosciuto per ordine di Hitler il 3 maggio 1933 come organizzazione interna del NSDAP “, incaricato di” un’assistenza strettamente riservata ai compagni del popolo di particolare spirito nazional-socialista “;

3 ° ciò che i nostri “eminenti storici europei” chiamano la “Federazione nazionalsocialista dei giuristi”, ovvero ” NS-Rechtswahrerbund “, nuovo nome, “del 1936, la Lega nazionalsocialista Giuristi tedeschi “: cioè il National Socialistischer deutscher Juristen(BNSDJ),” l’organizzazione professionale di NSDAP fondata nel 1928 da Hans Frank ” 10 . Frank, l’avvocato di lunga data nazista e Supreme III e Reich, era tra l’altro governatore generale della Polonia occupata, condannato a morte a Norimberga e giustiziato 10 ottobre 1946 11 . E ‘stato subito prima della guerra innegabile protettore di Hallstein 12 .

Il partito si oppose anche alla nomina di Hallstein alla cattedra di diritto comparato presso l’Università di Francoforte nel 1941 , argomentano i nostri ‘eminenti storici europei’. È curioso, dal momento che alle suddette specialità del professore hanno aggiunto ” il diritto comparato “, secondo il suo archivio pubblicato dalla fondazione molto ufficiale Konrad Adenauer, dedicato alla ” storia della CDU ” 13 . È stato quindi eletto professore e decano, come sopra specificato. I firmatari della “tribuna” hanno fatto affidamento sulla ” ricerca dello storico tedesco Thomas Freiberger “, che afferma, tra l’altro, che Hallstein ” non è mai stato un membro del Partito Nazionalsocialista“. de Villiers ha scoperto nell’Archivio federale tedesca, la tessera No. 310212 di Hallstein, deliberata nel luglio 1934, del “NS-Lehrerbund” uno dei due soli concessi da nostri storici, e ne fornisce copia 14 . Il NSLB non era meno discutibile delle “leghe” naziste precedente “; fondata nel 1929, questa associazione collegata al NSDAP” aveva la sede presso la “casa della formazione [nazionalsocialista] Bayreuth ” 15 .

 

Infatti, ” le [cosmetiche] ricerche dello storico tedesco Thomas Freiberger ” sono limitate sull’argomento ad una comunicazione compiacente del 2010 di meno di 40 pagine, significativamente intitolata ” La rivoluzione pacifica: la percezione del momento di Walter Hallstein “. Esaltando la sua missione di padre dell’Europa, proviene da un’opera ufficiale ed europeista, rigorosamente di seconda mano, che tratta solo del “dopo 1945”, pubblicato da Gruyter 16 come parte della serie ufficiale italotedesca a finanziamento europeo 17 . Freiberger, ” collaboratore scientifico della sezione storica attuale dell’istituto storico dell’Università di Bonn ” , lavora esclusivamente su ” la storia delle relazioni internazionali durante la Guerra Fredda, la storia della NATO negli anni ’50, la storia della politica estera americana e la storia delle idee dell’integrazione europea “. Nel 2010, ha anche contribuito (in 20 pagine) a un libro sulla politica estera americana dagli anni ’50 18e autore di un libro sulla “Crisi di Suez” del 1956, tratto dal suo Thesis 19 : Questo articolo e questo libro sono privi di qualsiasi collegamento con la carriera di Walter Hallstein prima e sotto Hitler. Il riferimento a Freiberger, in assenza di specialisti delle università dell’era nazista, è quindi una frode intellettuale.

Rimane un altra quarta “organizzazione professionale” direttamente connessa alle tre precedenti, “Unione Nazionale Socialista di assistenti tedeschi [Nationalsozialistischer Deutscher Dozentenbund] “, uno dei ” dipartimenti del partito ” con il quale Hallstein certificava come “ tutti i […] di aver lavorato senza problemi “: ha anche affermato il suo attaccamento speciale a questo NSDDB a sostegno della sua candidatura” per [l’Università di] Francoforte “secondo Helmuth Heiber, vero specialista, lui, de” l’Università sotto la svastica “, e seconda fonte di Ernst Klee, citato anche da Villiers 20. Hallstein fu fedele certamente al NSDDB da quando era un membro, così come delle altre tre organizzazioni naziste “come molti avvocati ,” eufemizza la Fondazione Adenauer che elenca queste quattro associazioni naziste nella sua quotazione minimalista sul grande uomo dal curriculum eccezionale prima del maggio del 1945, con il titolo ” Un avvocato con intelletto acuto ” 21 (è stato nominato medico e assistente in 1925 , cinque anni prima di essere eletto professore di diritto privato e sociale a Rostock nel 1930, a 29 anni, il più giovane in Germania 22 ).

 

Questa associazione di assistenti era un ramo della “NS-Lehrerbund”, fondata, lo ricordiamo nel 1929. Era una roccaforte hitleriana che, come confermato dall’esauribile bibliografia tedesca sugli intellettuali nazisti 23 , garantiva che solo i nazisti approvati potevano, e ufficialmente dal 1933, sostenere la loro tesi e quindi essere oggetto di un appuntamento universitario. La qualità nazista del NSDDB continuò ad essere promossa dal regime, come ricordava Klee: “fino al 1935, era aperta solo ai membri del partito ” e fu promossa il 24 luglio 1935 “divisione del NSDAP […]. Per aderire era necessario il sostegno di due esperti nazionalsocialisti. Il NSDDB sedeva con diritto di voto nel Senato Accademico e ha tenuto un diritto di veto sulle procedure di nomina e di abilitazione “delle università 24 .

Nazista e militarista: Hallstein NS-Führungsoffizier

L’entusiasmo nazista e militarista di Walter Hallstein emerse anche nelle comunicazioni più ufficiali, come quella che Rostock University dedicò al suo professore in carica dal 1930 al 1941: Decano aggiunto, Hallstein nel 1935 aveva ” integrato un servizio militare volontario nell’artiglieria “(perché, per preparare la pace europea?). Questo acceso militarismo gli aveva guadagnato la posizione di decano di Rostock già nel 1936, abbandonato, come abbiamo visto, per Francoforte, università più prestigiosa, nel 1941 25 . Prima di essere, secondo la Fondazione Adenauer, ” chiamato al servizio militare, [dove] ha servito nel 1942 come luogotenente nel nord della Francia ” 26 .

È questo “credente” appassionato (in contrapposizione agli scettici, “avversari o indifferenti”, secondo Heiber, che l’Università di Francoforte ha inserito nella lista ristretta (“quindici uomini”) precisamente soggetta, ” all’inizio del 1944 ” , al giudizio di NSDDB – giudice supremo in materia ” come NS-Führungsoffizier con grado di ufficiale ” 27 termine intraducibile in francese.

Il NS-Führungsoffizier (NSFO), recante il Weltanschauung nazista, era ” vocato a rafforzare l’impegno dei soldati a mantenere la rotta ” in una guerra generalizzata nel fronte occidentale, riprendendo a partire dal 1943 i metodi di sterminio fin dall’inizio applicati nei Balcani e sul fronte orientale. E’ stato ” incaricato della leadership specializzata e militare della formazione politica e ideologica nazista nello spirito del nazionalsocialismo “, vale a dire in gran parte orientata verso lo sterminio degli ebrei rossi e ” parassiti del mondo » 28. Si noti che Hallstein ha esercitato il suo talento NSFO in Francia, dove l’esercito americano lo fermò (Cherbourg); arresto che segnò il debutto della sua americanizzazione, in apparenza spettacolare, ma del tutto normale per le elite dei governi Adenauer e Ludwig Erhard (successore cancelliere Adenauer nel 1963 dopo essere stato dal 1949 il Ministro degli affari economici, un altro uomo di fiducia della comunità finanziaria, dal passato nazista simile ai suoi pari 29 . Non sappiamo quindi cosa fece Hallstein in Francia dal 1942 al 1944, ma certamente non insegnò solo la legge nazista.

Si può rimproverare a de Villiers l’ignominia della similitudine tra i criminali nazisti e i “commissari dell’Armata Rossa”, iniziale obiettivo prioritario comunista è noto, dell’impresa tedesca genocida in URSS, deciso prima dell’Operazione Barbarossa 30 . Non può essere accusato di aver tradotto male Klee e le sue fonti accademiche sul nazista Walter Hallstein.

conclusione

Due dei firmatari del primo Forum non di meno sono meno testardi, il 17 aprile nel difendere Hallstein minimizzando la portata della sua adesione a due delle quattro organizzazioni naziste cui aveva certamente appartenuto, imputando a de Villiers  una disonestà complottista sull’argomento (come Monnet e Schuman): ” Quella di Hallstein (sic) membro della Lega nazionalsocialista dei docenti e della Federazione nazionalsocialista degli avvocati (non una ” Federazione dei giuristi nazisti”, come Villiers continua a chiamare erroneamente) non prova nulla, tranne la sua ambizione di continuare la sua carriera accademica. 

L’argomento generale avanzato e la presa in giro del posto dell’aggettivo sono di per sé sconcertanti. In relazione all’inesauribile storiografia tedesca sul nazismo in generale, sulla profondità del nazismo nel mondo accademico in particolare – per non parlare di tutti i tipi di leader della Germania occidentale del dopoguerra, sono pietosi. Osare qualificare, in un secondo “consesso”, come un semplice ” non resistente”

un precoce nazista, espressione tipica del suo ambiente, che sostenne l’espansionismo tedesco fino alla fine di una guerra di sterminio chiamata NSFO nel 1944, sottolinea, da un lato, l’entità della distruzione della storia degli anni ’20 e ’50, in cui gli storici europei sono stati coinvolti direttamente, e la rilevanza dell’accusa contro il loro onore professionale.

Perché vanno ben oltre a ciò che l’ex funzionario di alto rango di Vichy e il defunto Gaullista Couve de Murville li accusava di non essere ” spericolati ” e di non osare ” pubblicare ” ciò che ho trovato “, per non rischiare di ” perdere “le prebende universitarie 31 .

. Confermano la loro responsabilità nel saccheggio della storia scientifica e nell’abdicazione della missione civica che connatura anche la professione dello storico. Cosa rimane qui del significato della sconfitta tedesca del maggio 1945? In breve, a parte la “minaccia sovietica”, non c’è nulla di serio nella storia e soprattutto nessun motivo per condannare “l’ ambizione di continuare la sua carriera accademica ” sotto Hitler? E in che modo il perseguimento di una carriera di polizia sarebbe più riprovevole?

Villiers, insieme alla storia americana delle Memorie di Monnet, descrive un altro aspetto di questo panico pre-elettorale che rimbalza fino al punto che gli accademici rivendicano l’impossibilità di una storia scientifica “ufficiale” dell’Unione Europea. Sì, la missione politica della storia ben intenzionata, incompatibile con l’indipendenza nei confronti del potente indispensabile per l’opera storica, porta i suoi rappresentanti a violare le regole metodologiche che fondano il loro lavoro. Ciò che precede riduce a un semplice volo tattico la litania contro il ” volantinaggio distorto ” e le ” irruzioni ” che minano l’onore dei ricercatori francesi ed europei impegnati negli studi sull’Unione europea “. Questa, siamo certi, ” sovvenziona tutti i tipi di lavoro, compresa la ricerca critica sulla costruzione dell’Europa. Nessuno è mai venuto a dire agli storici cosa cercare o trovare. Quest’ultima frase non è del tutto falsa, l’autocensura più spesso parla all’essenziale. È incompleto perché le condizioni per finanziare questa ricerca e le richieste di carriere, pubblicazioni di successo e visibilità dei media portano a ” raccontare agli storici cosa possono trovare o cercare. 

No, l’Unione europea non ” sovvenziona [tutti] i tipi di lavoro ” e ha bloccato, implicitamente ed esplicitamente (posso testimoniare personalmente), tutte le ” ricerche critiche sulla costruzione dell’Europa”. Altri dettagli possono essere raccontati sui bastoni incastonati nelle ruote di ricercatori indipendenti e sull’incompatibilità tra “ricerca critica” e brillanti carriere accademiche. Tuttavia, è chiaro da questa difesa e illustrazione dell’Unione europea, al fine di incoraggiare il pubblico francese a credere nelle sue virtù e nel suo brillante futuro, che ” i ricercatori francesi ed europei si sono impegnati in [studi] sul Unione europea“finanziata dalle sue istituzioni sino a “minare [il proprio] onore. L’apertura delle fonti, a lungo termine, lo dimostrerà chiaramente come la descrizione dell’attrezzatura americana delle Mémoires de Monnet. A breve termine, tali passi sono tanto più dannosi per il prestigio degli “eminenti storici europei” firmatari specie in questa fase di spossatezza popolare di un’Europa di Konzerne e “trust”, che rischiano di essere inutili . Nel frattempo, la revisione delle fonti dispensa polemiche.

Proponiamo questo articolo per ampliare il tuo campo di riflessione. Ciò non significa necessariamente che siamo d’accordo con la visione sviluppata qui. In ogni caso, la nostra responsabilità si ferma con le osservazioni che riportiamo qui. [Leggi di più]

https://www.les-crises.fr/europe-lacademisme-contre-lhistoire-6-6/

Note

1. Fonte iniziale di Gilbert Badia, Storia della Germania contemporanea , 2 volumi, 1917-1933 e 1933-1962 , Parigi, Edizioni sociali, 1965.
2. Lavoro in lingua inglese, Non purificazione , cap. 9, “Gli americani e lo stato di diritto” contro la pulizia francese
3. Wahl, La seconda storia ; Lacroix-Rice, Non-purificazione ; James Miller, Stati Uniti e Italia 1940-1950, Politics and Diplomacy of Stabilization , Chapel Hill, 1986, ecc.
4. Vedi Supra e Rouquet François, Virgili Fabrice, Il francese, il francese e la purificazione. Dal 1940 ai giorni nostri , edizione di Gallimard, 2018, cap. XVI, p. 427-465.
5. Wahl, La seconda storia , Parigi, Armand Colin, passim 2006 , di cui cap. 3, “Continuità tra manager e servizi statali”, pag. 127-198.
6. Klee Ernst, Das Personenlexikon zum Dritten Reich. La guerra è durata fino al 1945 , Francoforte, Fischer-Taschenbuch-Verlag, 2007.
7. Carcan , nota 4, p. 120.
8. Villiers (o il suo team tecnico) non capì il riferimento di Klee al primo storico, scrivendo “secondo Hammerstein (Goethe)”: designazione, tra parentesi, solita in questo dizionario, un lavoro con una sola parola, in questo caso, Die Johann Wolfgang Goethe-Universität Frankfurt am Main, Von der Stiftungsuniversität zur staatlichen Hochschule. 1914-1950, Alfred Metzner Verlag, Neuwied und Frankfurt am Main, 1989 1 ° volo. 3. Elenco dei lavori, https://de.wikipedia.org/wiki/Notker_HammersteinSottolineato da me, data la reputazione del diritto del lavoro tedesco dal 1933 al 1945; la carta della Fondazione Adenauer ( vedi sotto)) dimentica la “legge sul lavoro”.
9. Il paragone con National Relief appartiene a me.
10. Tre organizzazioni, record di Hallstein, pag. 221, Klee Personenlexikon (riprodotto da Villiers, ho girato , documento 26). Precisione nel corso degli ultimi due organizzazioni, Klee, pag. 728; il “NS-Luftschutzbund” https://www.google.com/search?q=NS-Luftschutzbund&tbm=isch&source=iu&ictx=1&fir=afbsL2T6K_XL1M%253A%252CTc_aMDYukzwz7M%252C_&vet=1&usg=AI4_-kQRnOZGDp-lmAaK7HOkQgskWu5KiA&sa=X&ved= 2ahUKEwilrY6juvXhAhUSnhQKHSqeBl4Q9QEwBnoECAkQBA # imgdii = CcDK_wlXPzf0XM: & imgrc afbsL2T6K_XL1M =: = 1 & veterinario
11. Bibliografia, https://de.wikipedia.org/wiki/Hans_Frank
12. Riferimenti su Hallstein a sostegno di I shot , p. 194-197 non prestano l’accusa di “cospirazione”.
13, 26. https://www.kas.de/web/geschichte-der-cdu/personen/biogramm-detail/-/content/walter-hallstein-v1
14. Ho sparato , p. 198 e documento 27.
15. Klee, Personenlexikon , p. 728.
16. Freiberger, “Der friedliche Revolutionär: Walter Hallsteins Epochenbewusstsein”, in Depkat Volker e Graglia, Piero S., dir. Entscheidung für Europa: Erfahrung, Zeitgeist und politische Herausforderungen am Beginn der europäischen Integrazione[Decisione per l’Europa. Esperienza e sfide politiche all’inizio dell’integrazione europea], Gruyter, Berlino-New York, 2010, p. 205-242, citato in https://de.wikipedia.org/wiki/Walter_Hallstein e https://en.wikipedia.org/wiki/Walter_Hallstein
17. https://www.degruyter.com/view/serial/36339 . Sulla dittatura europeista e le sue pubblicazioni ufficiali, Storia contemporanea, cap. 1 e 3.
18. Freiberger, “Libertà dalla paura: Die Illusion der republicanische americanischen Aussenpolitik” in , Freiberger, Bormann Patrick Michel Judith, tutti e tre hanno la stessa funzione di Bonn, dir =. Angst in den Internationalen Beziehungen, vol. 7 della serie Internationalen Beziehungen. Teoria e Geschichte. Serie PU dell’Università di Bonn, 2010, p. 295-315, presentazione di Freiberger, p. 317.
19. Allianzpolitik in der Suezkrise 1956 , ovviamente senza Walter Hallstein in generale, dal 1925 al 1945 in particolare, PU dell’Università di Bonn, 2013.
20. Heiber, Universität unterm Hakenkreuz . Der Professor im Dritten Reich: Bilder aus der Akademischen Provinz , Saur, München 1991-1994, Teil 1 I shot , p. 197, riferimento omesso qui.
21. “Jurist mit scharfem Verstand”, https://www.kas.de/web/geschichte-der-cdu/personen/biogramm-detail/-/content/walter-hallstein-v1
22. Quest’ultima precisione https://en.wikipedia.org/wiki/Walter_Hallstein
23. Vedi la bibliografia di Klee, Personenlexikon , p. 701-718.
24. Klee, Personenlexikon , p. 727, basato in particolare sul lavoro di Gehrard Aumüller et al. , ed., Die Marburger Medizine Fakultät , Saur, München 2001 (e https://de.wikipedia.org/wiki/Gerhard_Aum%C3%BCller ); altra bibliografia, tra cui Heiber https://de.wikipedia.org/wiki/Nationalsozialistischer_Deutscher_Dozentenbund ,
25. http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:dl-TF9-41TUJ:cpr.uni-rostock.de/resolve/id/cpr_person_00003297+&cd=1&hl=fr&ct=clnk&gl=fr
27. Klee, Personenlexikon , p. 221, citando Heuber, Der Professor im Dritten Reich , p. 360, lui stesso citato da Villiers, ho girato , p. 198-199 (e 10, 290).
28. Al contrario, in particolare, per la missione dei “commissari dell’Armata Rossa, la cui missione era solo politica, l’esercito tornava ai soli ufficiali, https://de.wikipedia.org/wiki/Nationalsozialistischer_F%C3%BChrungsoffizier , nota che evoca solo l’odio antisemita, non quello del comunismo.
29. Bower Tom, Occhio cieco per omicidio. Gran Bretagna, America e Purging della Germania nazista, un impegno tradito , Londra, André Deutsch, 1981, p. 18-19.
30. Sul “decreto del commissario” del 6 giugno 1941 dedicato alla “lotta contro il bolscevismo”, bibliografia, https://de.wikipedia.org/wiki/Kommissarbefehl
31. Couve de Murville, citato da Villiers, ho girato , p. 19.
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