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Intervista a Tiberio Graziani sul tema: “L’Europa nell’era del policentrismo mondiale”, a cura di Centrum Italicum

Intervista a Tiberio Graziani sul tema: “L’Europa nell’era del policentrismo mondiale”,

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 16 Luglio 2026

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Intervista a Tiberio Graziani sul tema:

“L’Europa nell’era del policentrismo mondiale”,

a cura di Luigi Tedeschi

Tiberio Graziani è Presidente di Vision & Global Trends. International Institute for Global Analyses (www.vision-gt.eu), direttore di Geopolitica. Journal of Geopolitics and Related Matters (www.geopoliticarivista.it).

1) La UE è sorta sulle ceneri dell’eurocentrismo. Con la fine della Guerra fredda, la UE divenne parte integrante del nuovo ordine mondiale globalizzato come potenza economica, ma tuttavia politicamente irrilevante. Una UE, soggetta alla governance politica e strategica americana, non conteneva in sé stessa, sin dalla sua fondazione, i germi del suo fallimento, resosi evidente con il venir meno della Alleanza Atlantica?

La questione appare più complessa di quanto suggerisca la formulazione della domanda. Non è infatti scontato che l’Unione Europea sia sorta sulle ceneri dell’eurocentrismo, né che il suo eventuale indebolimento possa essere interpretato come il semplice dispiegarsi di un destino inscritto nella sua fondazione.

L’integrazione europea nacque nel secondo dopoguerra come risposta a una duplice crisi: da un lato la devastazione prodotta dai conflitti intraeuropei, dall’altro la perdita della centralità mondiale che il continente aveva esercitato per secoli. In questo senso, il processo di integrazione fu certamente il prodotto del tramonto dell’Europa come centro esclusivo del sistema internazionale, ma non necessariamente della fine dell’eurocentrismo come paradigma culturale e politico. Molti dei principi che hanno orientato la costruzione europea — dall’universalismo giuridico all’idea di progresso lineare, fino a una particolare concezione dei diritti e del mercato — appartengono infatti alla tradizione storica europea e ne rappresentano, per certi aspetti, una prosecuzione.

Occorre inoltre distinguere tra Europa e Unione Europea. L’Europa costituisce una realtà storica, culturale e geografica di lunga durata, i cui confini storici e culturali, peraltro, non coincidono necessariamente con quelli geografici comunemente adottati; l’Unione Europea rappresenta invece una specifica forma di organizzazione politico-istituzionale sviluppatasi nel contesto della Guerra fredda e successivamente adattatasi al nuovo quadro internazionale emerso dopo il 1991.

Parimenti, vale la pena inoltre ricordare che la tendenza alla costruzione di forme più ampie di organizzazione dello spazio europeo precede di molti secoli la nascita dell’Unione Europea. La storia del continente può essere letta anche come una successione di tentativi di ricomposizione politica, economica e culturale di territori inizialmente frammentati. Dalle reti commerciali delle città-stato alle leghe mercantili, dalle alleanze dinastiche alle grandi monarchie territoriali, fino alle diverse esperienze imperiali che hanno interessato lo spazio europeo e i suoi prolungamenti euro-afroasiatici, il continente è stato costantemente attraversato da spinte centripete e centrifughe. In questo senso, la pluralità culturale europea non rappresenta un ostacolo all’integrazione, bensì il prodotto storico di una lunga interazione tra popoli, tradizioni, lingue e civiltà differenti, alimentata anche da apporti provenienti da aree esterne all’Europa stessa.

Con la fine del confronto bipolare, l’Unione Europea acquisì un peso economico considerevole e divenne uno dei principali poli della globalizzazione. Tuttavia, l’espansione della dimensione economica non fu accompagnata da una corrispondente capacità politica e strategica. L’assenza di una sovranità europea effettivamente unitaria, la permanenza di interessi nazionali divergenti e il mantenimento del legame strategico con gli Stati Uniti limitarono significativamente la possibilità che l’Unione si affermasse come soggetto geopolitico autonomo.

Più che di una subordinazione assoluta a Washington, parlerei di una condizione di progressiva dipendenza strategica sviluppatasi nel quadro dell’alleanza atlantica. Per decenni tale assetto apparve funzionale sia agli interessi statunitensi sia a quelli europei. Il problema è emerso quando la struttura internazionale ha iniziato a trasformarsi e il sistema unipolare ha mostrato segni di progressiva erosione. In una fase caratterizzata dall’emersione di nuovi centri di potenza e dalla crescente competizione tra grandi attori continentali, l’Europa si è trovata priva degli strumenti necessari per definire una propria collocazione autonoma.

Non appare del tutto convincente l’idea secondo la quale l’Unione Europea contenesse, sin dalla propria origine, i germi del proprio inevitabile declino. Piuttosto, essa ha progressivamente mostrato i limiti di una costruzione politico-istituzionale concepita per una determinata fase storica e successivamente confrontata con una profonda trasformazione degli equilibri internazionali. La crisi attuale appare dunque meno come il risultato di una condanna originaria e più come la conseguenza della difficoltà di adattare il progetto europeo alle dinamiche della transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico.

Se vi è una questione realmente decisiva, essa riguarda la capacità dell’Europa di ridefinire la propria funzione storica nel nuovo contesto internazionale. In altri termini, il problema non è soltanto il futuro dell’Unione Europea, ma il ruolo che il continente europeo intende svolgere nel processo di ricomposizione dell’ordine mondiale.

L’Unione Europea costituisce dunque soltanto l’ultima manifestazione, in forme inedite e prevalentemente economico-istituzionali, di una più lunga dinamica storica che ha caratterizzato il continente. La questione centrale non è pertanto se l’Europa possa integrarsi, poiché la sua storia testimonia che forme diverse di integrazione e coordinamento sono esistite in epoche differenti. Il problema consiste piuttosto nell’individuare quale forma politica sia adeguata alle condizioni storiche della presente fase di transizione internazionale.

2) L’Europa della UE è estremamente differenziata. L’Europa scandinava e baltica è integrata nell’anglosfera. L’Europa centrale è focalizzata nell’asse franco – tedesco. L’Europa mediterranea riveste il ruolo geopolitico di ponte tra il Vecchio Continente, l’Africa e l’Asia. Ci si chiede come sia concepibile e/o auspicabile una integrazione tra aree europee culturalmente e geopoliticamente diverse ed incompatibili, se non conflittuali nei loro interessi economici e strategici.

La domanda pone correttamente l’accento sulla pluralità delle realtà che compongono l’Europa contemporanea, ma tende forse a sovrapporre differenza e incompatibilità.

La diversità culturale, storica e geopolitica delle diverse regioni europee non deve necessariamente essere interpretata come un ostacolo insormontabile alla costruzione di forme di cooperazione o di integrazione.

L’Europa non è mai stata uno spazio omogeneo. Al contrario, la sua storia è caratterizzata dalla compresenza di popoli, lingue, tradizioni religiose, sistemi politici ed economie differenti. La pluralità non rappresenta dunque un’anomalia della costruzione europea contemporanea, ma una delle caratteristiche costitutive della civiltà europea.

Anche la rappresentazione proposta dalla domanda richiede qualche precisazione. L’Europa scandinava e baltica manifesta certamente una forte convergenza politico-strategica con il mondo anglosassone; l’Europa centrale continua a gravitare intorno all’asse franco-tedesco; l’Europa mediterranea conserva una naturale vocazione verso il Mediterraneo allargato, l’Africa e il Vicino Oriente. Tuttavia, queste diverse proiezioni geopolitiche non sono necessariamente incompatibili. Esse riflettono piuttosto la posizione geografica delle differenti regioni europee e la stratificazione storica dei loro rapporti esterni.

Il vero problema emerge quando si tenta di ricondurre tale pluralità entro modelli eccessivamente uniformi. Una delle difficoltà che ha accompagnato il processo di integrazione europea consiste proprio nell’aver spesso privilegiato l’omogeneizzazione rispetto alla valorizzazione delle differenze. In altre parole, non sempre si è distinta adeguatamente l’unità dalla uniformità.

La storia europea offre invece numerosi esempi di costruzioni politiche capaci di tenere insieme realtà differenti. Lo stesso Sacro Romano Impero, come pure altre esperienze imperiali sviluppatesi nello spazio europeo, non si fondavano sull’eliminazione delle diversità, bensì sulla loro organizzazione all’interno di un quadro politico più ampio. In questo senso, la pluralità può essere considerata non un limite, ma una risorsa.

Da un punto di vista geopolitico, occorre inoltre ricordare che l’Europa occupa una posizione singolare all’interno della massa continentale eurasiatica. Le sue diverse regioni costituiscono altrettante aperture verso differenti spazi strategici: l’Atlantico, l’Artico, il Baltico, il Mediterraneo, il Mar Nero, il Vicino Oriente e l’Asia interna. La varietà delle proiezioni geopolitiche europee deriva anche da questa particolare collocazione geografica.

La questione decisiva non è dunque se le diverse Europe siano compatibili tra loro. La storia dimostra che esse hanno saputo convivere e cooperare in molteplici forme nel corso dei secoli. Il problema consiste piuttosto nell’individuare un principio ordinatore capace di armonizzare interessi differenti senza annullarli. Una costruzione europea destinata a durare difficilmente potrà fondarsi sull’uniformità; dovrà piuttosto riconoscere la natura policentrica del continente e valorizzarne le differenti vocazioni geopolitiche.

In tale prospettiva, l’Europa potrebbe essere concepita non come uno spazio rigidamente omogeneo, ma come una comunità di popoli e di regioni storiche capaci di cooperare pur mantenendo specificità, interessi e sensibilità differenti. Del resto, è proprio questa tensione tra unità e pluralità ad aver accompagnato l’intera vicenda storica europea e a costituirne uno dei tratti più originali.

3) La fine della Nato non contempla necessariamente anche il ritiro della presenza militare USA in Europa. Non ritieni improbabile l’abbandono delle basi da parte degli USA, data la loro importanza strategica, quali piattaforme predisposte per gli interventi americani nell’est europeo e nel Medio Oriente?

La fine, o il ridimensionamento, della NATO non comporterebbe automaticamente il ritiro della presenza militare statunitense dall’Europa. Sarebbe ingenuo pensare che gli Stati Uniti abbandonino spontaneamente un sistema di basi, infrastrutture, comandi e dispositivi logistici che costituisce da decenni uno degli strumenti principali della loro proiezione strategica.

Tuttavia, il punto decisivo non è stabilire se gli Stati Uniti resteranno o se se ne andranno, ma comprendere in quale forma cercheranno di conservare la propria presenza. In una fase di progressiva contrazione della capacità egemonica statunitense, Washington tende infatti a riorganizzare la propria postura internazionale secondo criteri di maggiore selettività. Non potendo più sostenere ovunque, con la stessa intensità, il peso dell’ordine globale costruito dopo il 1945 e dilatato dopo il 1991, gli Stati Uniti sono indotti a scegliere con maggiore attenzione alleanze, priorità geografiche e obiettivi strategici.

Più che una scomparsa della NATO, appare più plausibile una sua progressiva riconfigurazione. La storia della politica estera statunitense mostra una costante attenzione alla preservazione della libertà d’azione. Se nel XVIII secolo ciò si traduceva nella diffidenza verso le alleanze permanenti, nel secondo dopoguerra si è tradotto nella costruzione di una rete di alleanze funzionale alla proiezione globale della potenza americana. Oggi, in una fase di crescente competizione sistemica e di risorse relativamente più limitate, Washington sembra orientarsi verso una gestione più selettiva delle proprie priorità strategiche, senza per questo rinunciare alle infrastrutture e alle relazioni che le consentono di mantenere influenza nei teatri considerati rilevanti.

Da questo punto di vista, le basi presenti in Europa non vanno considerate soltanto come strumenti di difesa del continente europeo. Esse svolgono una funzione più ampia: sono piattaforme di proiezione verso l’Europa orientale, il Mar Nero, il Mediterraneo, il Vicino Oriente, l’Africa settentrionale e, indirettamente, l’intero spazio eurasiatico. Per questa ragione è improbabile che gli Stati Uniti rinuncino facilmente a tale dispositivo.

Per comprendere la funzione delle basi americane in Europa occorre inoltre considerare che il sistema atlantico non si è sviluppato come un insieme di relazioni perfettamente reciproche. Come avviene in molti ordini egemonici, la cooperazione tra alleati si è accompagnata a una distribuzione differenziata delle prerogative strategiche. Gli Stati Uniti hanno potuto utilizzare il territorio europeo come componente della propria profondità strategica, mentre difficilmente si potrebbe immaginare una situazione speculare. Ciò non implica necessariamente coercizione o imposizione diretta, ma evidenzia il carattere asimmetrico dell’architettura atlantica.

Ridurre la questione alla sola permanenza delle basi rischia tuttavia di essere fuorviante. Le installazioni militari statunitensi in Europa non rappresentano soltanto infrastrutture operative. Esse costituiscono parte di una più ampia infrastruttura dell’ordine euro-atlantico attraverso cui Washington ha organizzato, nel corso dei decenni, la propria presenza strategica lungo l’arco che collega l’Europa, il Mediterraneo e il Vicino Oriente. Il problema, pertanto, non riguarda soltanto la loro eventuale permanenza, ma la funzione geopolitica che esse svolgono all’interno dell’assetto strategico euro-atlantico. In tale quadro, le basi non sono semplicemente luoghi di stazionamento delle forze armate, ma componenti di una struttura più vasta che consente agli Stati Uniti di preservare libertà di manovra, capacità di comando e profondità strategica ben oltre i propri confini nazionali.

Ciò non significa, però, che la presenza americana in Europa debba restare immutata. Più verosimilmente, essa potrebbe conoscere una trasformazione: meno impegno diretto e generalizzato, maggiore delega agli alleati, rafforzamento di alcune aree ritenute strategiche, riduzione dell’attenzione verso altre, uso più selettivo delle infrastrutture militari e crescente richiesta agli europei di sostenere i costi politici, economici e militari della sicurezza continentale.

In questo senso, il problema europeo non è soltanto la permanenza delle basi statunitensi. Il problema è la funzione politica che esse esercitano. Finché l’Europa resterà priva di una propria capacità decisionale autonoma, tali basi continueranno a rappresentare non solo un dispositivo militare, ma anche un vincolo strategico. Esse contribuiranno a definire lo spazio europeo come retrovia avanzata della potenza statunitense, più che come soggetto geopolitico dotato di una propria volontà.

La crisi della NATO, se dovesse effettivamente maturare, non aprirebbe dunque automaticamente uno spazio di autonomia europea. Potrebbe anche produrre una diversa articolazione della presenza americana: meno istituzionalizzata sul piano multilaterale, ma non necessariamente meno efficace sul piano operativo. Gli Stati Uniti potrebbero preferire rapporti bilaterali, accordi differenziati, coalizioni variabili e intese selettive con gli Stati europei maggiormente funzionali ai loro interessi.

La questione decisiva, pertanto, non riguarda soltanto la NATO come organizzazione formale, ma la struttura complessiva della dipendenza strategica europea. Un’Europa realmente autonoma non dovrebbe limitarsi a discutere della sopravvivenza dell’Alleanza Atlantica, ma dovrebbe interrogarsi sulla propria capacità di definire interessi, minacce, priorità e spazi di proiezione secondo una logica propria.

In assenza di questa capacità, anche un eventuale mutamento della NATO rischierebbe di non modificare la sostanza del problema. La forma dell’alleanza potrebbe cambiare, ma il rapporto di dipendenza resterebbe. Ed è proprio qui che si misura la difficoltà europea: non nella presenza statunitense in sé, ma nell’incapacità del continente di pensarsi e organizzarsi come soggetto strategico autonomo nella nuova fase policentrica dell’ordine mondiale.

4) La prospettiva del riarmo europeo non appare del tutto velleitaria, tenuto conto dell’estrema difficoltà (se non dell’impossibilità), di riconversione della manifattura europea in industria bellica, della carenza di risorse economiche adeguate (il cui reperimento comporterebbe un indebitamento degli stati insostenibile), e dell’assenza di una sovranità politica europea unitaria?

Anche in questo caso la domanda contiene alcuni presupposti che meritano di essere precisati. La questione centrale non riguarda tanto la possibilità materiale di un riarmo europeo quanto il significato politico e strategico che tale riarmo assumerebbe nel contesto della trasformazione dell’ordine internazionale. L’Europa dispone ancora di una rilevante base industriale, di elevate capacità tecnologiche e di risorse economiche considerevoli.

La storia dimostra che gli Stati e le grandi aggregazioni politiche sono in grado di mobilitare risorse significative quando percepiscono l’esistenza di una necessità strategica. Da questo punto di vista, le difficoltà industriali o finanziarie non rappresentano, di per sé, necessariamente, ostacoli insormontabili. Più problematica appare invece l’assenza di una chiara finalità politica condivisa.

Occorre infatti distinguere tra potenza militare e autonomia strategica. L’accrescimento delle capacità militari non produce automaticamente una maggiore autonomia decisionale. Una collettività politica può disporre di strumenti militari rilevanti e continuare tuttavia a dipendere da orientamenti strategici definiti altrove.

Una collettività politica può, in sostanza, aumentare le proprie capacità operative e, al tempo stesso, permanere in una condizione di eteronomia strategica. Con questa espressione intendo una situazione nella quale gli strumenti materiali della potenza non sono accompagnati da una corrispondente capacità di definire autonomamente interessi, priorità e finalità geopolitiche. In tali circostanze, le risorse militari possono risultare pienamente efficienti sul piano tecnico, pur rimanendo inserite all’interno di orientamenti strategici elaborati in altri centri decisionali.

In altre parole, il rafforzamento degli apparati militari non coincide necessariamente con l’acquisizione di una piena soggettività geopolitica.

Da questo punto di vista, il problema europeo appare anzitutto politico. L’Unione Europea non dispone oggi di una sovranità unitaria, né di una visione condivisa delle principali minacce, dei propri interessi permanenti o delle priorità strategiche da perseguire. Persistono sensibilità differenti tra le diverse regioni del continente, come differenti sono le percezioni relative alla Russia, al Mediterraneo, al Vicino Oriente, all’Africa e ai rapporti con le altre grandi potenze emergenti.

In assenza di un quadro politico comune, il rischio è che il riarmo si traduca in una semplice sommatoria di programmi nazionali o, alternativamente, nel rafforzamento di strutture destinate a operare all’interno di un quadro strategico sostanzialmente eteronomo. In tale circostanza, l’incremento delle spese militari non coinciderebbe necessariamente con un aumento dell’autonomia europea.

Più che domandarsi se il riarmo sia velleitario, sarebbe dunque opportuno interrogarsi su quale progetto politico esso dovrebbe servire. La questione decisiva non riguarda soltanto la produzione di armamenti, ma la definizione degli obiettivi strategici che tali strumenti dovrebbero perseguire.

Come insegna la storia, gli strumenti militari rappresentano sempre una conseguenza di una determinata visione politica dell’ordine internazionale e non il suo presupposto. Senza una riflessione preventiva sul ruolo che l’Europa intende svolgere nella fase di transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico, il dibattito sul riarmo rischia di rimanere confinato alla dimensione tecnica e finanziaria, trascurando il nodo fondamentale della questione: la definizione di una autonoma volontà strategica europea.

5) L’identità culturale dell’Europa è senza dubbio eurasiatica, peraltro non assimilabile all’anglosfera. L’Europa tuttavia non è solo una propaggine occidentale dell’Eurasia. Non è quindi più realistico idealizzare una nuova Europa autonoma, crocevia ineludibile nella dialettica dei rapporti tra Oriente e Occidente, con l’imprescindibile proiezione verso il bacino mediterraneo? A tal riguardo, non sarebbe necessario riportare alla luce il progetto dell’Eurafrica?

L’identità europea si è formata attraverso l’interazione di differenti direttrici storiche e geopolitiche; per tale ragione, essa non può essere ridotta né alla sola dimensione eurasiatica né a quella atlantica che ha caratterizzato una parte della sua evoluzione più recente.

La dimensione continentale eurasiatica, quella mediterranea e quella atlantica hanno contribuito, in epoche diverse, alla formazione della sua identità culturale e politica. La stessa civiltà europea si è sviluppata attraverso continui scambi con il Vicino Oriente, il Mediterraneo meridionale, il mondo islamico e le grandi civiltà asiatiche. Per questa ragione, l’Europa non può essere interpretata come una realtà isolata o autosufficiente, ma come uno spazio storicamente aperto alle interazioni tra differenti aree di civiltà.

Condivido invece l’idea secondo cui l’Europa non dovrebbe essere concepita come una semplice periferia dell’anglosfera né come una mera appendice occidentale dell’Eurasia. Più che un ponte tra Oriente e Occidente, definizione che rischia di attribuirle una funzione passiva, l’Europa potrebbe essere concepita come una cerniera geopolitica euro-mediterranea ed eurasiatica, vale a dire come uno spazio di articolazione tra differenti sistemi regionali e differenti tradizioni di civiltà, capace, pertanto, di sviluppare relazioni autonome con i diversi centri della vita internazionale.

Tuttavia, una simile prospettiva presuppone il superamento della condizione di eteronomia strategica che abbiamo richiamato nelle risposte precedenti. Nessuna funzione geopolitica autonoma può infatti svilupparsi in assenza della capacità di definire interessi, priorità e obiettivi propri. Prima ancora di interrogarsi sul ruolo dell’Europa tra Oriente e Occidente, occorre dunque domandarsi quale volontà politica sia in grado di sostenere tale ruolo.

In questa riflessione il Mediterraneo assume una rilevanza particolare. Esso non costituisce la semplice proiezione meridionale dell’Europa, né una sua periferia. Al contrario, rappresenta uno spazio storico autonomo che ha contribuito in maniera decisiva alla formazione della stessa civiltà europea. Le vicende dell’Europa, dell’Africa settentrionale e del Vicino Oriente risultano infatti intrecciate da millenni attraverso relazioni commerciali, culturali, religiose e politiche che hanno contribuito a modellare l’intero spazio mediterraneo.

Quanto al progetto dell’Eurafrica, è necessario affrontarlo con prudenza e senso storico. Nelle sue formulazioni originarie esso risentiva inevitabilmente delle condizioni politiche e culturali dell’epoca in cui venne elaborato e conservava, seppure in misura diversa a seconda degli autori, una prospettiva prevalentemente eurocentrica. Anche quando alcuni studiosi tentarono di differenziarsi dalle tradizionali concezioni coloniali britanniche e francesi, il continente africano continuava spesso a essere considerato in funzione delle esigenze strategiche europee.

Nel secondo dopoguerra il concetto di Eurafrica fu riproposto in ambienti politici differenti, compresi alcuni settori del nazionalismo europeo.

Tuttavia, molte di queste elaborazioni non compresero pienamente la portata storica dei processi di decolonizzazione e delle guerre di liberazione nazionale che stavano trasformando l’Africa e l’Asia.

Da questo punto di vista, la riflessione di Jean Thiriart presenta elementi di maggiore interesse. È noto che il suo pensiero si sia articolato in diverse fasi, talvolta fortemente contraddittorie — dal giovanile sostegno all’OAS in chiave coloniale al successivo progetto di un’Europa terza forza, fino alla provocatoria promozione di un “euro-sovietismo”. Tuttavia, pur muovendo da presupposti differenti rispetto a quelli odierni, egli ebbe il merito di comprendere progressivamente che i movimenti di liberazione nazionale e l’emergere di nuovi soggetti politici in Africa e in Asia rappresentavano trasformazioni storiche irreversibili. Per tale ragione, la sua riflessione si discostò dalle tradizionali impostazioni coloniali e tentò di ricollocare il problema europeo all’interno di una più ampia ricomposizione degli equilibri mondiali su scala continentale, fuori dall’orbita dell’anglosfera.

Il contesto contemporaneo è tuttavia profondamente diverso da quello nel quale tali concezioni furono elaborate. L’Africa non è più il terreno di proiezione delle strategie europee, ma uno spazio composto da Stati, organizzazioni regionali e soggetti politici che rivendicano una propria autonomia e una propria capacità di iniziativa nel sistema internazionale.

L’emergere dell’Area Continentale Africana di Libero Scambio (AfCFTA), i progetti delineati nell’Agenda 2063 dell’Unione Africana e il crescente protagonismo delle organizzazioni regionali africane testimoniano come il continente stia progressivamente elaborando proprie strategie di integrazione, sviluppo e cooperazione. Si tratta di processi che confermano la crescente capacità dei soggetti africani di intervenire autonomamente nella definizione delle proprie priorità economiche e geopolitiche.

Qualunque iniziativa europea dovrebbe inoltre confrontarsi con una realtà geopolitica già profondamente trasformata. L’Africa contemporanea non costituisce uno spazio privo di relazioni strategiche, ma uno dei principali teatri nei quali si manifesta la crescente pluralità dei centri di potenza che caratterizza la fase attuale della transizione internazionale. Cina, Turchia, Russia, Stati Uniti e altri attori regionali ed extra-regionali partecipano infatti, secondo modalità differenti, ai processi di trasformazione economica, infrastrutturale e tecnologica del continente. Qualsiasi prospettiva di cooperazione euro-africana dovrà pertanto misurarsi con tale realtà e collocarsi all’interno di un contesto caratterizzato dalla progressiva ricomposizione policentrica dell’ordine internazionale.

Per questa ragione, più che recuperare il progetto dell’Eurafrica nei termini in cui venne formulato nel Novecento, si rende necessario immaginare nuove forme di cooperazione tra Europa, Africa e spazio mediterraneo fondate sul riconoscimento della piena soggettività politica dei rispettivi attori. Una tale cooperazione potrebbe svilupparsi in ambiti strategici quali le infrastrutture, l’energia, la logistica, la ricerca, la formazione e lo sviluppo industriale, secondo modalità coerenti con le esigenze e le priorità definite dai diversi soggetti coinvolti.

Vi è tuttavia una questione preliminare che non può essere elusa. Una cooperazione euro-africana fondata sulla reciprocità presuppone che anche l’Europa acquisisca una più compiuta capacità di definizione autonoma dei propri interessi strategici. Finché il continente europeo rimarrà inserito in una condizione di significativa eteronomia strategica, difficilmente potrà proporsi come interlocutore pienamente autonomo nei confronti degli altri grandi spazi geopolitici.

La fase di transizione verso un ordine internazionale sempre più policentrico non richiede la ricostruzione di gerarchie continentali, ma la costruzione di rapporti fondati sulla reciprocità, sulla complementarità e sul rispetto delle differenti identità storiche e di civiltà.

Se l’Europa intende svolgere una funzione autonoma nel mondo che emerge, essa dovrà probabilmente riscoprire la propria vocazione mediterranea e la propria collocazione geopolitica all’interno della più ampia massa continentale eurasiatica. Ma tale prospettiva potrà svilupparsi soltanto attraverso relazioni paritarie con gli altri attori regionali e non attraverso la riproposizione, sia pure in forme aggiornate, di schemi elaborati in un contesto storico ormai definitivamente superato.

La morte improvvisa della Chiesa africana _ di D.P. Curtin

La morte improvvisa della Chiesa africana 

D. P. Curtin 20 luglio 2026

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Il crollo totale di una civiltà è un fenomeno insolito. In Occidente, esiste una continuità tra il passato romano e i nostri Stati contemporanei, nonostante le invasioni di gruppi “barbarici”. I Franchi, quell’antico popolo che si insediò nella Gallia romana, furono plasmati dalla cultura romana fino a diventare il popolo che oggi conosciamo come i francesi. Ma che dire dei casi in cui non vi è continuità — in cui una civiltà svanisce e tutto ciò che rimane è uno strato di cenere? È quanto accadde alla Gallia romana, una civiltà avanzata, peculiare ma immersa nel più ampio mondo romano. Il cuore pulsante di questa civiltà, la Chiesa africana, non ha discendenti viventi.

La Chiesa africana fu tra le più autorevoli dal punto di vista intellettuale del cristianesimo primitivo. Si dice che già nell’epoca apostolica le strade di Cartagine fossero popolate da cristiani. E non c’è da stupirsi: Cartagine era un centro nevralgico dell’Impero d’Occidente, forse seconda solo a Roma per cosmopolitismo. La Chiesa primitiva vi trovò terreno fertile. Cartagine ci ha dato Tertulliano e San Cipriano, giganti intellettuali che contribuirono a definire l’ortodossia della Chiesa nascente.

A differenza di gran parte dell’Impero romano di lingua latina, il Nord Africa era caratterizzato da un intreccio di influenze culturali contrastanti. La cultura romana dominante era sempre presente, ma lo era anche la più antica civiltà punica, sulla quale Roma aveva fondato il proprio impero alcuni secoli prima. Sant’Agostino di Ippona incarnava questa divisione culturale, con il padre romano, Patrizio, e la madre punica, Santa Monica.

Agostino fu la figura di spicco della Chiesa africana, regnando come vescovo di Ippona ma esercitando un’influenza ben oltre i confini della sua diocesi. Attraverso i sinodi e i concili di Ippona e Cartagine, fu adottato il canone occidentale della Bibbia, che non sarebbe stato più messo in discussione per undici secoli. Gli insegnamenti della Chiesa sul peccato originale, sul rapporto tra Chiesa e Stato, sul monachesimo occidentale e sulla morale furono sviluppati da Agostino all’interno della Chiesa africana e poi diffusi nel resto del mondo latino.

All’epoca di Agostino, il Nord Africa era una civiltà a forte impronta cristiana. Vantava centinaia di diocesi, sinodi frequenti e un forte senso di disciplina ecclesiale. Nella piccola città di Tagaste nacque il monachesimo occidentale secondo la Regola agostiniana. Agostino partecipò a decine di concili e intrattenne una fitta corrispondenza con vescovi, monaci, funzionari imperiali e papi. La Chiesa africana era profondamente cattolica nella sua tradizione e nella sua teologia sacramentale, pur essendo caratterizzata da un forte provincialismo e da un rigorismo morale.

La morte di Agostino nel 430, durante l’assedio vandalico di Ippona, costituisce una valida analogia con la situazione della Chiesa africana nel V secolo, circondata dai nemici e destinata ben presto a trovarsi in balia delle circostanze politiche della regione. I Vandali sottomisero la città attraverso la confisca dei beni ecclesiastici, l’espulsione del clero cattolico e l’imposizione dell’eresia ariana. Una volta che i Vandali occuparono il Nord Africa, i superstiti della Chiesa africana fuggirono in Italia e nella Gallia meridionale.

Ma la tirannia barbarica ebbe vita breve. I Vandali, in quanto tribù germanica, comprendevano malamente l’economia del Nord Africa e trovavano la logistica necessaria per governare uno Stato-nazione in un territorio a loro estraneo troppo complicata. L’Impero Romano d’Oriente riconquistò la regione nel 533 con uno spargimento di sangue limitato. Ma il danno era ormai fatto. Il Nord Africa era in gran parte spopolato, e il declino demografico e lo sconvolgimento economico resero la regione irriconoscibile. A differenza delle precedenti persecuzioni romane, che spesso avevano rafforzato l’identità cristiana, l’arianesimo dei Vandali svuotò la Chiesa africana dall’interno, prendendo di mira la sua leadership e la vitalità della sua vita sacramentale.

Inoltre, le principali controversie teologiche dell’impero, in particolare quelle relative alla cristologia, si svolgevano in gran parte nel mondo di lingua greca, lontano dall’Occidente di lingua latina. Il cristianesimo africano divenne una zona marginale nel nuovo Impero Romano, in cui il greco sostituì il latino come lingua ufficiale nel 620. La Chiesa africana, legata alla lingua latina, non fu in grado di partecipare alla cultura intellettuale della cristianità.

Il colpo di grazia avvenne alla fine del VII secolo con l’avanzata degli eserciti arabi, che si riversarono dalle pianure arabe verso l’Egitto e la Siria. Gli eserciti del Califfato conquistarono l’Africa romana nel 647, ma furono respinti dai Romani, per poi tornare trionfanti nel 698. Gli arabi assunsero il controllo delle istituzioni a Cartagine e nei dintorni, soddisfacendo l’antica richiesta di Catone il Vecchio: «Carthago delenda est». Cartagine, l’antica città di Didone e Annibale, fu distrutta, insieme a tutti i suoi palazzi, archivi e chiese. Gli eserciti arabi stabilirono il proprio quartier generale nella vicina città di Tunisi, utilizzando per la costruzione il materiale proveniente dalle rovine di Cartagine. Nonostante la sua distruzione, Cartagine rimase una sede titolare all’interno della Chiesa cattolica fino al 1964, quando fu definitivamente soppressa.

Dopo l’invasione araba, non esistono documenti conservati sulla Chiesa nordafricana. È come se le luci di un’intera civiltà si fossero spente improvvisamente e per sempre. Non ci sono lettere. Vi sono accenni fugaci a un vescovo africano che viveva in esilio alla corte di Carlo Magno o a Roma. Ma il cronista medievale, a quanto pare, non vide alcun motivo per fornire approfondimenti sul destino della Chiesa africana. Senza solide reti episcopali, monasteri o istituzioni educative, la Chiesa si affievolì. Le conversioni all’Islam, spesso dovute a pressioni economiche e culturali, ridussero progressivamente il numero dei cristiani. Col passare del tempo, la cultura cristiana latina scomparve del tutto, lasciando solo deboli tracce archeologiche.

In alcune delle antiche città romane del Nord Africa si trovano lapidi latine su cui sono incise benedizioni per i defunti, ultime vestigia materiali della Chiesa africana e della civiltà romano-punica. Le lettere papali sono gli ultimi testi a gettare luce sulla situazione finale dell’Africa tardo-romana. È giunta fino a noi una corrispondenza risalente al X secolo e, cosa ancora più significativa, all’XI secolo, quando furono inviate lettere in latino agli ultimi due vescovi conosciuti di Cartagine. Esse descrivono una Chiesa in uno stato di irrimediabile degrado, con solo cinque vescovi africani rimasti dopo tre secoli di occupazione. Un secolo più tardi, il califfo almohade Abd al-Mu’min dichiarò che gli ebrei e i cristiani della regione dovevano convertirsi o essere giustiziati. Ciò che seguì questo capitolo della Chiesa africana è andato perduto nel tempo.

La Chiesa africana tardoantica ha dato i natali a un’ultima figura di spicco, un medico a noi noto come Costantino l’Africano. Si dice che Costantino fosse un rifugiato proveniente da Cartagine, diventato monaco benedettino presso l’Abbazia di Monte Cassino, nell’Italia centrale. Egli introdusse in Occidente il corpus dei testi medici arabi e fu l’artefice della rinascita della medicina occidentale in Europa. Sebbene il suo biografo, Pietro il Diacono, lo descrivesse come un saraceno, egli è noto per la sua grande padronanza del latino, lingua in cui tradusse l’insieme delle sue opere specialistiche. È quindi probabile che Costantino fosse una delle ultime vestigia della Chiesa africana.

In definitiva, il declino della Chiesa africana ci pone di fronte a una verità che fa riflettere sulla fragilità della cultura e del suo partner pedagogico, la Chiesa. Tertulliano si chiedeva nel III secolo: «Che cosa ha a che fare, in effetti, Atene con Gerusalemme?». In altre parole, che cosa ha a che fare la cultura con la Chiesa? La Chiesa africana ha contribuito a definire il cristianesimo occidentale e ha fornito al mondo latino il suo linguaggio di dottrina, disciplina e devozione. Eppure, quella stessa Chiesa africana che ha plasmato con tanta sicurezza l’Occidente cristiano dimostra anche quanto profondamente la vitalità naturale della Chiesa sia intrecciata con la cultura, la lingua e le istituzioni sociali.

Il cristianesimo non è mai riducibile alla cultura, ma non esiste nemmeno nel vuoto. La Chiesa africana fiorì perché era radicata in un mondo vivace fatto di città, scuole, reti civiche e una lingua comune che consentiva di condividere e trasmettere gli insegnamenti della Chiesa. Quando quelle strutture crollarono, quando l’alfabetizzazione in latino andò scemando, la trasmissione episcopale divenne impossibile da sostenere. E quando la vita cristiana fu recisa dalle sue radici sacramentali ed educative, la Chiesa incontrò il tanto atteso cavallo bianco dell’Apocalisse. La lezione che ne possiamo trarre per il nostro tempo dovrebbe essere chiara. L’ortodossia da sola non è riuscita a preservare la Chiesa africana. Nemmeno l’eroica santità dei martiri è riuscita a salvarla. Senza la continuità della vita culturale e comunitaria, la vita di fede diventerà una reliquia del passato.

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Guerra in Ucraina _ di André Larané

La storia torna a fare da padrona

19 luglio 2026. Da quattro anni, la guerra in Ucraina alimenta le passioni e smentisce le profezie. Si sono sbagliati sia coloro che annunciavano la caduta di Kiev (Kyiv) nel giro di pochi giorni, sia coloro che promettevano il crollo della Russia. I droni stanno cambiando ancora una volta il corso della guerra. Ma nulla indica una soluzione a breve termine.  La Storia, come sempre, segue la propria strada. È ciò che scrivevamo già due anni fa, presentando tre scenari di uscita dal conflitto. Bisogna ammettere che gli eventi non ci hanno smentito…

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Da oltre un anno la guerra in Ucraina è passata in secondo piano nell’attualità, oscurata dalle iniziative a tutto campo del presidente statunitense, dalle ripetute sciocchezze dei leader europei e dagli avvertimenti a costo zero della Natura.

Lo storico delle guerre mondiali Stéphane Audoin-Rouzeau non ha mancato di sottolineare le analogie con la Grande Guerra (1914-1918): entrambe sono iniziate come una guerra lampo e si sono protratte in una guerra di trincea, prima che l’arrivo di nuove armi – ieri i carri armati, oggi i droni – sbloccasse il fronte.

La guerra in Ucraina sembra destinata a durare più a lungo della precedente; resta il fatto che coinvolge solo due parti in campo – la Russia e l’Ucraina – e, fortunatamente, sta causando un numero di vittime ben inferiore – almeno per il momento.

Mentre un anno fa la Russia sembrava avere il sopravvento, oggi è l’Ucraina ad aver ribaltato la situazione grazie alla sua ingegnosità nel campo dei droni (aerei e bombe senza pilota), al punto da colpire persino San Pietroburgo e isolare la Crimea dalla Russia!

L’Ucraina deve i suoi primi successi in questo campo innanzitutto alla Cina e alla società turca Baykar, e in secondo luogo all’Inghilterra e agli Stati Uniti. Oggi, grazie ai propri ingegneri e all’esperienza acquisita sul campo di battaglia, è diventata uno dei principali laboratori mondiali nel campo della guerra con i droni. L’Unione europea, nonostante le sue dichiarazioni bellicose e i suoi finanziamenti, è rimasta un attore secondario sul piano militare.

Questi successivi capovolgimenti di fronte sul fronte russo-ucraino non sono stati previsti da nessuno degli esperti che appaiono nei programmi televisivi, sulle pagine dei giornali e, ovviamente, sui social media.

Ovviamente, ogni volta hanno colto di sorpresa i governanti europei. Come non sorridere (amaro) di fronte all’annuncio del presidente Macron del varo, con ingenti spese, di una nuova portaerei, di cui ci si chiede a cosa potrebbe servire di fronte a un avversario che dispone di un gran numero di droni e missili a lungo raggio ?

Malintesi europei sull’Ucraina

L’eccezionale resilienza degli ucraini di fronte all’invasione russa non deve far dimenticare le realtà nazionali e storiche.
Essendo vittima di un’aggressione da parte della Russia e opponendovi con successo resistenza, l’Ucraina si presenta come la punta di diamante delle democrazie. Resta il fatto che, come la sua sorella russa, è una repubblica ex-sovietica, con un livello di corruzione paragonabile e istituzioni democratiche fragili, come dimostrano le ripetute turbolenze politiche. L’eroismo dei suoi soldati e la determinazione del suo presidente non le conferiscono un certificato di democrazia alla svedese.
La guerra ha forse rivelato l’Ucraina a se stessa; ciò non significa però che l’abbia sottratta alle leggi della geografia e della storia.

Tre scenari per la fine del conflitto

Herodote.net non ha competenze specifiche in ambito militare e riteniamo che l’influenza dei singoli individui sul corso degli eventi sia marginale. Ci sono delle eccezioni: ad esempio Churchill (13 maggio 1940: « Non ho altro da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore !…& nbsp;»)… o ancora Zelensky (24 febbraio 2022: « Ho bisogno di munizioni, non di un taxi »).

Ma la nostra familiarità con la Storia ci permette di osservare il presente senza lasciarci accecare dalla schiuma mediatica. Ci preoccupiamo di collocare l’attualità in una prospettiva di lungo periodo. Il nostro modello in questo campo è il generale de Gaulle: nei suoi discorsi diplomatici si asteneva dal menzionare «l’URSS» poiché, a differenza dei suoi contemporanei, la considerava una costruzione effimera e preferiva riferirsi ad essa come «la Russia di sempre»

È così che, tra marzo e agosto 2024, Herodote.net ha pubblicato un editoriale sulla guerra in Ucraina, illustrando «tre scenari di uscita dal conflitto». Ci siamo attenuti agli obiettivi delle parti belligeranti e dei loro partner; abbiamo analizzato le questioni geopolitiche e i dati demografici.

Sono passati due anni e bisogna ammettere che non c’è nemmeno una virgola da cambiare nel nostro testo. Ecco perché ve lo ricordiamo qui di seguito :

Tre scenari per la fine del conflitto (marzo-agosto 2024)

Da questa analisi emerge una conclusione purtroppo prevedibile: qualunque sia lo scenario che si concretizzerà, la guerra in Ucraina non avrà un vincitore, ma avrà sicuramente tre grandi perdenti: la Russia (con o senza Putin), l’Ucraina e l’Unione europea.

Gli Stati Uniti, come di consueto in tutte le guerre in cui sono intervenuti negli ultimi cinquant’anni, ne trarranno, se non un’ulteriore dose di gloria, almeno un’ulteriore dose di potere, qualunque cosa ne dica il nostro amico Emmanuel Todd (La sconfitta dell’Occidente).

Il presidente statunitense George W. Bush ha acceso la miccia della guerra in Ucraina nell’aprile 2008, a Bucarest, promettendo all’Ucraina e alla Georgia che un giorno sarebbero state ammesse nella NATO, contro il parere dei suoi consiglieri, della cancelliera Angela Merkel e del presidente Nicolas Sarkozy.

Il presidente Putin e i russi hanno quindi creduto di rivivere l’incubo delle aggressioni subite nel corso della loro lunga storia, dai mongoli ai nazisti, passando per i polacchi, i lituani, gli ottomani, i francesi, ecc.

La guerra era diventata un rischio grave e ci sarebbero volute molta intelligenza e diplomazia da parte dei leader europei per scongiurarla. Invece, hanno continuato senza sosta a sventolare la bandiera rossa davanti al Cremlino, di concerto con la Casa Bianca.

Ma questa è ormai storia antica. È quanto esponiamo nel nostro saggio: Le cause politiche della guerra in Ucraina, risalendo, come è giusto che sia, alle origini millenarie della Russia e delle nazioni europee. Questo saggio, pubblicato ormai due anni fa, conserva tutta la sua attualità. È comunque l’opinione dei suoi primi lettori.

André Larané

L’Ucraina ingaggia una battaglia sconcertante contro una catena di magazzini mentre la Russia blocca le operazioni al porto di Odessa _ di Simplicius

L’Ucraina ingaggia una battaglia sconcertante contro una catena di magazzini mentre la Russia blocca le operazioni al porto di Odessa

Simplicius 23 luglio
 
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La crisi in Ucraina è ormai superata: Zelensky ha nominato Mykhailo Drapatyi nuovo comandante in capo delle Forze armate ucraine (AFU) dopo aver destituito Oleksandr Syrsky.

Tuttavia, la questione relativa al ministro della Difesa Federov rimane irrisolta. Dopo che Zelensky gli ha offerto diverse cariche di livello inferiore, lo stesso Federov ha dichiarato che non accetterà nulla di inferiore alla carica di ministro della Difesa, poiché ritiene che nessun altro ruolo gli consenta di plasmare il futuro delle forze armate.

Christopher Miller@ChristopherJMMykhailo Fedorov ha ribadito questo pomeriggio in una dichiarazione ai giornalisti che non accetterà alcun altro incarico se non quello di ministro della Difesa, dopo che Zelenskyy lo aveva licenziato e gli aveva offerto numerose altre cariche. «Oggi nel Paese ci sono solo tre cariche che, insieme alle truppeChristopher Miller @ChristopherJMIl presidente Zelenskyy ha dichiarato ai giornalisti di aver offerto all’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov diverse cariche, l’ultima delle quali quella di vice primo ministro per le innovazioni militari. @FT aveva già riferito in precedenza che il presidente aveva offerto a Fedorov un ruolo di alto livello all’interno dell’Ucraina15:36 · 23 luglio 2026 · 41,8K visualizzazioni23 risposte · 97 condivisioni · 373 Mi piace

«Oggi nel Paese ci sono solo tre cariche che, insieme alle truppe sul campo di battaglia, determinano effettivamente l’andamento della guerra: il Presidente dell’Ucraina, il Ministro della Difesa e il Comandante in capo delle Forze Armate dell’Ucraina», ha affermato Fedorov.

« Ecco perché non accetterò alcuna carica diversa da quella di ministro della Difesa. Nessun altro ruolo conferisce l’effettiva autorità necessaria per combattere la corruzione negli appalti, portare a termine la trasformazione dell’esercito, pianificare ed eseguire operazioni asimmetriche contro il nemico, sradicare una cultura di menzogne e mancanza di responsabilità all’interno del sistema, né portare a termine le iniziative che il nostro team ha già avviato presso il ministero della Difesa.”

Ma la notizia più importante in questo momento riguarda la campagna di attacchi di rappresaglia della Russia contro le navi da carico ucraine, e in particolare contro il porto strategico di Odessa e il corridoio di trasporto del grano.

https://mezha.net/eng/bukvy/fa27d2e4_russia_attacked_twenty-eight/

Dopo aver messo in scena un altro spettacolare evento televisivo, colpendo la catena di negozi russa Wildberries con i suoi droni a cherosene di sua invenzione, Zelensky è rimasto sbalordito nello scoprire che la Russia era stata in grado di rispondere con una rappresaglia tre volte più potente.

Infatti, i ministri ucraini competenti sono ora in preda al panico per la chiusura totale dei porti di Odessa. Il ministro della Politica agraria Taras Vysotsky ha annunciato che Odessa è stata completamente chiusa e che nessuna nave è più in grado di entrare nei suoi porti:

Da una rivista economica ucraina:

https://epravda.com.ua/rus/infrastruttura/hanno-smesso-di-lanciare-botti-nei-porti-dell’Ucraina-Vysockiy-823909/

A partire dal 23 luglio, il traffico navale verso i porti ucraini sul Mar Nero è stato sospeso a causa della minaccia di attacchi russi.

Lo ha annunciato il ministro delle Politiche agrarie, Taras Vysotsky, durante un incontro con i giornalisti, secondo quanto riportato da Latifundist.

Secondo Vysotsky, la decisione di sospendere gli eventi è stata presa dagli stessi armatori. Il governo non ha imposto alcuna restrizione al traffico.

«Ieri sono entrate nei porti quattro o cinque navi. Non sono molte, ma c’è stato un po’ di movimento. A partire da oggi, l’ingresso delle navi è stato sospeso. Si tratta di una decisione presa dagli armatori, poiché il governo non ha imposto alcuna restrizione», ha affermato Vysotsky.

Non solo le navi vengono colpite, ma anche i principali terminal per la distribuzione delle merci:

A meno di un giorno dalla nostra precedente pubblicazione sui principali complessi logistici in Ucraina, l’Euroterminal del porto di Odessa è stato distrutto. Esso fa parte del valico di frontiera “Odessa Maritime Trading Port”. La struttura fornisce servizi quali sdoganamento, ispezione, scansione e pesatura delle merci. Ospita inoltre un’area di stoccaggio di transito dove vengono scaricati i container e un deposito di petrolio nelle vicinanze. Il terminal innovativo «Nova Poshta» di Odessa (nella seconda foto), situato a soli 13 km dall’Euroterminal, rimane intatto.

Il canale militare russo “Two Majors” ha pubblicato un post dettagliato in cui riassume le capacità dell’Ucraina di reindirizzare il flusso delle merci alla luce di questi eventi:

L’Ucraina sta cercando di reindirizzare parte del flusso di merci dalla regione di Odessa

A causa degli attacchi alle infrastrutture portuali di Odessa e alle navi nelle acque territoriali ucraine, il principale operatore di trasporto marittimo di container, Maersk, ha sospeso le operazioni presso il porto peschereccio del Mar Nero e ha dirottato le navi verso il porto rumeno di Costanza. Il 27 luglio l’Ucraina ha convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a causa della cessazione del traffico navale nei porti di Odessa.

Inoltre, si registra un leggero aumento del volume del traffico ferroviario di carichi di cereali e semi oleosi, reindirizzati dall’area metropolitana di Odessa verso i valichi ferroviari di frontiera occidentali (stazioni chiave: Chop, Uzhgorod, Mostyska, Rava-Ruska, Yagodin, Batievo, Vadul-Siret) e verso i porti sul Danubio (Izmail, Reni, Kilia). È previsto il coinvolgimento precoce del porto moldavo di Giurgiu e di quello rumeno di Constanta (dove le chiatte possono essere convogliate dai porti sul Danubio).

Nel quadro dell’aumento del trasporto ferroviario verso ovest, i grandi impianti di stoccaggio del grano, situati direttamente presso le stazioni di confine o entro un raggio di 5-30 km da esse, svolgeranno un ruolo chiave, data la necessità di effettuare il trasbordo dalla scartamento largo (1520 mm) a quello europeo (1435 mm).

Tuttavia, le rotte terrestri non sono in grado di sostituire completamente le esportazioni via mare: la loro capacità complessiva è stimata a soli 1-1,2 milioni di tonnellate al mese, rispetto ai 5-6 milioni di tonnellate necessari. E questo a condizione che gli attacchi alle infrastrutture ferroviarie non aumentino.

️È chiaro che la parte russa ha finalmente individuato un punto debole davvero sensibile del nemico e dei suoi sostenitori, e occorre aumentare la pressione su di loro.

L’importanza dei prodotti agricoli ucraini per i suoi sostenitori europei aumenterà in modo significativo in questa stagione: secondo le stime delle associazioni di categoria europee, l’ondata di caldo di giugno in Europa ha causato una perdita di quasi 9 milioni di tonnellate di cereali.

️Due grandi eventi

Come abbiamo affermato la scorsa volta, l’Ucraina è in grado di deviare efficacemente solo 1/5 o 1/6 delle merci, il che comporta ingenti perdite economiche per lo Stato ucraino e rappresenta ormai uno dei principali temi di dibattito.

Ad esempio, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha, in preda al panico, ha chiesto con urgenza una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU in merito alla “presa in ostaggio” dell’economia ucraina da parte della Russia:

L’ex ministro degli Esteri Kuleba ha spiegato in un’intervista che il conflitto sta ora evolvendo verso una “guerra totale”, in cui sia l’Ucraina che la Russia si infliggeranno a vicenda gravi danni alle rispettive economie.

Siamo onesti: tutte le guerre sono teleologicamente destinate a sfociare in una fase del genere. Nessuna guerra può rimanere per sempre una guerra “con i guanti di velluto”, perché il decoro e la condotta cavalleresca possono essere mantenuti solo fino a quando una delle parti non si avvicina in modo critico al proprio limite esistenziale – una soglia che l’Ucraina ha già raggiunto – a quel punto la parte in sconfitta non avrà sempre altra scelta che intensificare il conflitto, andando oltre le strette di mano da gentiluomini e gli accordi segreti.

Si innesca così una spirale di escalation. E, come abbiamo visto in Iran, quando una nazione non è in grado di infliggere una sconfitta militare al proprio nemico, l’unica opzione praticabile è quella di iniziare a colpire gli interessi dei civili nel tentativo di rovesciare l’ordine politico attraverso la pressione sociale e il malcontento della società.

L’Ucraina ha ormai poche carte da giocare e le sta utilizzando per pura disperazione. Ora la Russia non ha altra scelta che reagire.

Gli esperti ucraini fanno previsioni sull’inverno in arrivo:

L’ex direttore della Banca Nazionale dell’Ucraina, Kyrylo Shevchenko, scrive sul suo account ufficiale su X:

Kyrylo Shevchenko@KShevchenkoReal L’Ucraina ha di fatto perso il proprio corridoio per l’esportazione di cereali in acque profonde. A seguito dei ripetuti attacchi russi alle infrastrutture portuali, i principali operatori commerciali hanno sospeso gli acquisti dal #MarNero, gli armatori rifiutano gli scali invocando cause di forza maggiore e diversi terminal hanno sospeso le operazioni.6:57 · 20 luglio 2026 · 32,6 mila visualizzazioni57 risposte · 125 condivisioni · 353 Mi piace

Alla luce dei recenti sviluppi, sembra che l’Occidente sia tornato a nutrire crescenti preoccupazioni per il destino dell’Ucraina. Il presidente dell’Azerbaigian Aliyev ha confermato che dal 12 al 14 luglio si è tenuto a Baku un «incontro segreto» tra Germania e Russia, e secondo alcune voci l’incontro avrebbe avuto come tema la risoluzione della questione ucraina.

Ora, a margine del vertice dell’ASEAN a Manila, Rubio e Lavrov si sono incontrati per la prima volta dallo scorso settembre, con gli Stati Uniti che sembrano compiere nuovi sforzi per avvicinarsi alla Russia in vista della fine del conflitto. Perché questo improvviso tentativo di avvicinamento, quando si dice che l’Ucraina stia andando “meglio che mai” nella guerra?

In realtà, la Russia continua ad avanzare in aree chiave del fronte, mentre le deviazioni di cherosene ideate da Zelensky non stanno contribuendo in modo significativo a fermare l’avanzata. I rapporti indicano inoltre che molte delle raffinerie russe colpite settimane e mesi fa stanno ora tornando operative, con una miglioramento della situazione dei carburanti in molte regioni, come ha annunciato ieri lo stesso Putin. Lo stesso vale per l’operazione di «isolamento della Crimea», che è fallita poiché la Russia aveva già creato vie di comunicazione alternative e riparato i danni per consentire la ripresa del traffico e dei flussi di merci.

L’attuale concentrazione di truppe più consistente riguarda il fronte di Dobropillya, che a sua volta rientra nel vecchio fronte di Pokrovsk, dove, secondo quanto riferito, le forze russe si starebbero preparando a una grande offensiva. Infatti, ieri i canali ucraini hanno affermato che la Russia avrebbe già tentato un’offensiva di questo tipo con una colonna di almeno ~10+ veicoli corazzati, che sarebbe stata respinta, sebbene alcune fonti russe sostengano che i russi siano riusciti a penetrare con successo nella città stessa.

Fonti ucraine riportano quanto segue:

L’esercito russo si sta preparando a un’offensiva fulminea su Dobropillya, con l’obiettivo di conquistare la città il più rapidamente possibile.

Lo ha affermato l’esperto militare ucraino K. Mashovets.

La Russia ha già concentrato in questa zona le forze principali della 2ª e della 51ª armata interforze, nonché unità della 41ª armata del Distretto Militare Centrale. Negli ultimi giorni si è registrato un aumento del dispiegamento in prima linea di ulteriori gruppi d’assalto, artiglieria, operatori di droni, veicoli corazzati e equipaggiamento.

Mashovets osserva che le truppe russe continuano a ricorrere alla tattica di infiltrarsi con piccoli gruppi di fanteria in diverse aree contemporaneamente. Alcuni di questi gruppi sono riusciti a stabilire posizioni nelle zone di Dorozhne, Vasiivka, Volne, Novo Donbas, nonché a ovest di Rodynske e lungo la linea che va da Shevchenko a Novoaleksandrivka.

Secondo l’esperto, l’obiettivo principale della Russia è raggiungere Dobropillya il più rapidamente
possibile. La conquista della città e dell’area circostante consentirà al comando russo di mettere in sicurezza il fianco occidentale del raggruppamento che avanzerà su Kramatorsk da sud, oltre a rafforzarlo in modo significativo con truppe provenienti dal raggruppamento «Centro».


Allo stesso tempo, la 90ª Divisione corazzata è già impegnata in aspri scontri di contrattacco in
direzione di Novopavlivka. Se le Forze Armate ucraine riusciranno a mantenere la linea da Dobropillya a Druzhkivka, l’offensiva russa sull’agglomerato di Sloviansk-Kramatorsk rischia di trasformarsi in un difficile attacco frontale da est.

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Mappa attuale del Suriyak, più conservativa:

Al momento della stesura di questo articolo, l’Ucraina ha colpito un altro magazzino di Wildberries, il terzo finora. Qual è lo scopo di questa improvvisa campagna mirata? Perché l’Ucraina è passata dal colpire le raffinerie a quello che è di fatto l’“Amazon” russo?

Possiamo solo supporre che ciò sia dovuto al fatto che gli scioperi nelle raffinerie non hanno prodotto il risultato atteso. Come già detto, il *Kommersant* ha riferito che le raffinerie colpite dallo sciopero hanno già ripreso l’attività:

https://www.kommersant.ru/doc/8830760

Le raffinerie, con una capacità complessiva di lavorazione di circa 40 milioni di tonnellate di petrolio all’anno, hanno ripreso a vendere carburante sulla Borsa di San Pietroburgo dopo aver effettuato interventi di manutenzione programmata e riparazioni d’emergenza. È quanto emerge da un’analisi (a disposizione di Kommersant) dell’agenzia di analisi Platts, che fa parte di S&P Global. Alcune delle grandi raffinerie, che rappresentano oltre 45 milioni di tonnellate di lavorazione all’anno, non hanno ancora ripreso a partecipare alle negoziazioni.

Reuters riferisce che le vendite russe di petrolio e gas stanno registrando un aumento del 60% nel mese di luglio a causa dell’impennata dei prezzi del petrolio, che hanno nuovamente superato la soglia dei 100 dollari al barile (per il Brent):

https://www.reuters.com/affari/energia/le-entrate-della-russia-dal-petrolio-e-dal-gas-dovrebbero-aumentare-del-60%-a-parità-di-valuta-23-luglio-2026/

MOSCA, 23 luglio (Reuters) – Le entrate statali russe derivanti dal petrolio e dal gas, che rappresentano circa un quinto delle entrate totali del bilancio, dovrebbero aumentare del 60% a luglio rispetto allo stesso mese dell’anno precedente grazie all’aumento dei prezzi globali del petrolio, secondo quanto emerge dai calcoli di Reuters pubblicati giovedì.

Anche il forte aumento dei proventi fiscali derivanti dalla produzione petrolifera nel secondo trimestre, calcolati sulla base degli utili, ha contribuito all’incremento complessivo delle entrate rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Allo stesso tempo, il greggio russo trasportato via mare rimane ai massimi storici:

Le esportazioni russe di petrolio via mare rimangono stabili a livelli record

Secondo i dati relativi al monitoraggio delle petroliere, il volume medio su quattro settimane delle esportazioni russe di greggio via mare rimane vicino al massimo storico registrato nella prima settimana del mese, raggiungendo i 4,16 milioni di barili al giorno nel periodo fino al 19 luglio.

Le spedizioni medie giornaliere sono aumentate leggermente nell’ultima settimana, attestandosi a 3,96 milioni di barili al giorno, rispetto ai 3,93 milioni di barili al giorno (dati rivisti) della settimana precedente. Nella settimana terminata il 19 luglio, 37 petroliere hanno caricato 27,73 milioni di barili di petrolio russo, rispetto ai 27,51 milioni di barili trasportati da 36 navi la settimana precedente.

Nelle quattro settimane fino al 19 luglio, il valore lordo delle esportazioni russe è sceso a una media di 1,54 miliardi di dollari a settimana, 40 milioni di dollari in meno rispetto al dato relativo al periodo fino al 12 luglio, secondo i calcoli di Bloomberg. A un leggero calo delle spedizioni si è aggiunto il ribasso dei prezzi del greggio Urals. Ciononostante, i ricavi da esportazione rimangono superiori a quelli registrati in qualsiasi momento dello scorso anno.

Secondo Argus Media, i prezzi all’esportazione del greggio Urals spedito dal Baltico sono scesi di circa 0,50 dollari, attestandosi a 48,27 dollari al barile, mentre un calo di 0,60 dollari ha portato il prezzo delle spedizioni dal Mar Nero a 47,78 dollari al barile.

Il prezzo del greggio ESPO, al contrario, è salito di 0,20 dollari, attestandosi a una media di 63,69 dollari al barile. I prezzi per le consegne in India sono scesi per la tredicesima settimana consecutiva, registrando un calo di 1,60 dollari a 65,28 dollari al barile.

Quindi, Zelensky ha deciso di attaccare i magazzini civili come misura disperata perché la sua campagna contro le raffinerie si è semplicemente esaurita? Una cosa che possiamo sapere con certezza è che una campagna così coordinata contro una catena di magazzini civili puzza di totale disperazione. Non essendo riuscita a fermare l’esercito russo, né a incidere sull’economia russa, sembra che l’Ucraina stia ora puntando alla soluzione più facile, ovvero tentativi meschini di incitare il malcontento civile contro Putin.

Ma il pericolo, come sempre, è che finisca invece per alimentare ulteriormente la rabbia contro l’Ucraina tra la popolazione civile russa, rafforzando — anziché indebolendo — il loro morale.


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SUL DECLINO DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE, di Pierluigi Fagan

SUL DECLINO DELLA CIVILTA’ OCCIDENTALE. Arlacchi, sul Fatto, ha scritto un articolo di analisi sui rapporti tra declinante civiltà occidentale e ascendente gruppo delle civiltà oggi dette “Sud del mondo”, anche se alcune sono ad est piuttosto che a sud.

Ha citato Arnold Toynbee, storico il cui nome è legato in particolare proprio alla parte degli studi storici che si occupa delle civiltà. Toynbee segnalava come le civiltà muoiano per suicidio piuttosto che omicidio, ma avrebbe potuto anche dire per progressivo disadattamento.

Il ciclo di civiltà prevede nascita e affermazione, espansione, inizio delle contraddizioni adattative che accompagnano il declino, fine della civiltà che o si scioglie in altri sistemi e si riformula dopo un certo tempo, ma in maniera che è difficile ricondurre al corso della storia precedente. Il vertice della curva adattiva, lì dove terminano i “tempi d’oro” e inizia il declino, è dato dal semplice fatto che il tempo passa e modifica il contesto in cui la civiltà ha prosperato. Le civiltà sembrano cieche a questo cambiamento del loro contesto, non se ne accorgono o più spesso lo rifiutano e così vanno sempre più progressivamente in disadattamento perché non cambiamo quando intorno tutto cambia. Tutte le forme viventi sono soggette alle regole adattive, ma le civiltà sono soggetti solo in senso metaforico, sono sistemi acefali e incoscienti senza un unitario corpo biologico.

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Prendendo le élite di sistema che governano o amministrano i corsi di una civiltà, nella fase del declino, si nota una scadente produzione di leader, una assenza di nuove idee, un insistere pervicacemente e con sempre più cocciutaggine ad applicare i modi che hanno fatto grande quella civiltà come se il problema fosse di quantità e non di qualità.

Va detto che le élite di sistema si trovano in un ontologico conflitto di interesse. Le modifiche richieste da nuovi adattamenti sono strutturali, richiedono cioè di cambiare i modi con cui le élite stesse vengono ad essere tali, ovvio che non saranno certo loro a riformulare il sistema. Inoltre, essere “élite” non denota altro merito che l’essersi ben ambientati dentro un sistema, non porta affatto sapere bene cos’è quel sistema, la dipendenza dal contesto ed eventualmente in che senso e modo cambiare.

Nel declino, nelle società si vanno accumulando malfunzionamenti e contraddizioni, paure e disagi che aspiranti leader occasionali sfruttano per ascendere alle sfere di potere. Anche coloro che partono con sincere per quanto vaghe e stilizzate intenzioni di cambiamento, finiscono con l’essere risucchiati dalle inerzie dei modi consueti, tradendo le intenzioni originarie.

Va anche detto che è la società stessa ad avere una sua inerzia. Nel suo studio del 2020, lo psicologo sociale John T. Jost, ha analizzato proprio i meccanismi di questa inerzia, con il suo “Per una teoria della giustificazione si sistema”. In breve, oltre alle élite in conflitto d’interessi col cambiamento, sono spesso proprio gli strati più bassi della società a dare supporto alle élite di sistema per paura del cambiamento. Per quanto le cose vadano male, si trovano spesso molteplici modi per adattarsi e questa condizione che, per quanto scomoda, è preferita alle incognite del cambiamento radicale che quelle fasce sociali non sono neanche in grado di pensare e poi padroneggiare.

Ma pensare a questioni così complesse è arduo per tutti. Gli intellettuali si trovano strutturalmente legati al successo di teorie, idee, libri, articoli, che portano a cattedre e riconoscimento stante che debbono trovare un pubblico e visto che il pubblico pensa al contingente, si dedicano poco e male a questi studi.

Inoltre, la formazione disciplinare porta ad avere “esperti” di economia, di geopolitica, di sociologia, di storia, di filosofia, di ecologia e quant’altro, ai quali manca sistematicamente la visione d’insieme di cose che di loro natura concreta sono “intessute assieme” (cum-plexus).

Infine, le élite di sistema (che non sono così limitate numericamente, i portatori di interessi vari e a vari livelli sul funzionamento di un sistema vigente arriva fino ad un quarto della società, quella dell’1% è una semplificazione giornalistica non il frutto pensato di una seria analisi sociale), ostracizzano in molti modi ogni pensiero non conforme. Viepiù le cose vanno male, viepiù la liberalità delle idee si restringe e partono le scomuniche e gli ostracismi. L’Inquisizione comparve nell'”autunno del Medioevo”.

L’intellettuale lavora con l’intelletto, ma al di là di questa peculiarità, produce reddito e cerca posizione sociale come tutti. Sono pochissimi e certo non favoriti, coloro che possono permettersi reale libertà di pensiero. Infine, anche l’intellettuale più o meno libero o coraggioso, deve sintonizzarsi con il livello culturale, psichico, emotivo-razionale di un suo pubblico, altrimenti predica nel deserto salvo poi esser “riscoperto” qualche decennio o secolo dopo.

Attualizzando l’analisi ai giorni nostri, definire quando è iniziata la curva discendente della nostra civiltà è complesso. Ogni evento, specie di tale portata è una confluenza di diverse linee di causazione e la causazione è sempre plurale, solo intellettuali vincolati alla loro disciplina e ignari di altri sguardi che hanno altri oggetti del sistema complesso che sono le forme di vita associata, si fissano sull’evento x o la causa y dovuto all’argomento z di cui loro sono esperti.

Tuttavia, si può far risalire l’inizio conclamato del declino agli anni Ottanta. Da poco prima a poco dopo, è iniziato il problema ecologico e il declino demografico ed anche la riproduzione standard (almeno 2,1 figli per coppia) ha cominciato la sua discesa, mentre cresceva vistosamente la porzione di popolazione non occidentale. Eravamo un terzo del mondo ai primi del Novecento, oggi siamo un sesto scarso e in prospettiva ancora meno.

I movimenti sociali e culturali degli anni fine ’60 e ’70 hanno spaventato le élite che, consce di andare incontro a tempi non facili, hanno cominciato a sabotare la precedente ed elementare forma di democrazia combattendo in vari modi ogni attiva partecipazione politica e riducendo il pluralismo al bipolarismo convergente al centro.

Si comincia ad affermare l’ideologia neoliberista (invero nata più di cinquanta anni prima, ma coltivata in silenzio con quella “pazienza strategica” che le élite talvolta mostrano e il popolo no) e subito dopo si parte con la “globalizzazione” per l’intero mondo e la “finanziarizzazione” per i dotati di capitale occidentali, da cui l’inizio di inusitate curve di progressiva diseguaglianza.

L’altro mondo ha approfittato di questa improvvisa estroversione di capitali e de-localizzazioni e appropriatasi dei principi base di economia moderna, ha poi sviluppato una propria strada di sviluppo, formando inedite “potenze” ed “aree mercato” non occidentali. Sistemi che hanno davanti a loro decenni di crescita naturale mentre l’Occidente ha ormai il fatidico “brillante futuro alle spalle”.

Da notare, come notammo qualche post fa, che questa corposa riformulazione dell’economia occidentale è segnata da indici di crescita generale sempre più asfittici, con due ictus, uno nel 2008-9 e l’altro durante il Covid, più formazione e scoppio di bolle digitali a ripetizione. Si può mettere in sincronia la forma sempre più disperata di totalitarismo economico del neoliberismo proprio col fatto che l’economia produttiva funzionava sempre peggio mentre quella finanziaria veleggiava libera e felice sul nuovo mercato mondo.

Accanto a queste dinamiche ormai decennali, i grafici di impoverimento progressivo della classe media spinta ai livelli inferiori assieme a fenomeni di angosciosa precarizzazione, sottoccupazione, riduzione dei poteri d’acquisto.

Da qui in poi, dopo qualche guerra qui e lì, provocazioni verso la Russia che reagisce rovesciando il tavolo ucraino e quindi i fragili equilibri del tentato diritto internazionale, crisi ambientale e climatica, reazione scomposta alla SARS-Covid (come se il problema non fosse stato annunciato e ampiamente previsto sin dalla fine degli anni Novanta), colpo di mano in Siria, Gaza, Hormuz e Iran, fino al recente lancio della “Rivoluzione industriale della Difesa” per la quale gli anziani europei debbono devolvere parti di ricchezza per fare cosa non si riesce razionalmente a capire.

A livello di leader, la sequenza Bush sr, Clinton, Bush jr, Obama, Trump dice con chiarezza del declino americano che è anche culturale, è dentro la società americana. In Europa, l’ultimo leader è stata Merkel (per quanto possa non piacerci ideologicamente), i britannici hanno infilato una sintomatica sequenza di improbabili dopo aver pensato di slegarsi dall’UE per andare a vendere “servizi” al resto del mondo in crescita, sbagliando clamorosamente i calcoli. Macron ha vigilato sull’ultima trincea francese prima dell’avvento di una destra i cui reali programmi non sono noti, l’Italia lasciamo perdere.

In tutto ciò dal crollo dell’Urss nel ’91, la “sinistra” socialdemocratica, socialista, comunista si è o trasformata in liberalismo progressista sui soli diritti civili visto che quelli sociali sono in contraddizione col liberalismo o è letteralmente scomparsa per mancanza di una articolata ideologia che non fosse derivata da sistemi di pensiero addirittura della seconda metà dell’Ottocento.

Di contro, la destra è rifiorita in varie versioni ed ora sempre più pingue visto che si alimenta di paure ed oggi di paure c’è ricca abbondanza. Una breve ed effimera stagione di quello che è stato etichettato come “populismo”, ha svolto funzioni di apparente dissenso, privo di qualsiasi costrutto, sperperando energia sociale.

Di solito, i critici, scelgono bersagli facili come questo o quel leader, venduto, inadatto, squilibrato mentalmente o cos’altro, ma i leader sono solo l’espressione di una porzione di popolo. Sono gli occidentali ad essere l’anima del declino, una civiltà declina tutta assieme in tutti gli aspetti perché è un “sistema”, altrimenti ci sarebbe una frattura ed una ribellione o quantomeno dell’attrito. Ma se c’è una cosa che connota questi ultimi decenni è il quietismo sociale totale.

Del resto, mancando la funzione politica di sinistra storicamente alternativa al sistema in atto, visto che mai risulta esser stata la destra a formulare nulla di più che conservazione, tradizione, ordine e gerarchia, qualche odio un tanto al chilo e un silenzio-assenso verso il capitalismo, il magmatico centro ha avuto gioco facile.

Il declino culturale è stato parallelo e meriterebbe un post dedicato. L’unica forma culturale che sembra in relativa salute è il pensiero tecnico e in parte quello scientifico (più tecno-scientifico che scientifico propriamente detto), ma l’unica vera “innovazione” della seconda metà del Novecento è solo quella info-digitale il cui impatto economico è ancora da ben misurare (molto minore del promesso per ragioni meramente pubblicitarie che alimentano bolle finanziarie), quello occupazionale decisamente negativo, quello culturale al limite della distopia. Oltretutto, per l’Occidente, concentrato in pochissime mani mono-oligopoliste statunitensi, lo stesso Adam Smith sarebbe inorridito.

Si sta così andando verso un triste “finale di partita” in cui gli anziani europei vogliono riarmarsi (?), la democrazia pur relativa è in coma profondo, l’Occidente intero riporta ad interessi finanziari ristretti e strategicamente gestiti alla peggiore configurazione socioculturale di americani della storia, la “cultura” generale è ampiamente regredita, nessuno sa come rianimare i corsi economici.

Come molti sanno, la storia non produce leggi e i cinquemila anni di civiltà sono niente in confronto ai 3 milioni del genere umano, se fino ad oggi le civiltà sono nate, si sono sviluppate, hanno cominciato più o meno repentinamente a declinare fino al collasso o lenta sparizione, non è detto che non si possa trovare il modo di cambiare profondamente per evitare il disadattamento catastrofico.

Tuttavia, chi pensa che la storia possa essere compressa nell’ora e mezza di un film americano in cui si mangiano pop corn osservando catastrofi, si metta comodo, il declino può durare dilanianti decenni e chi guarda non è fuori dal film, è il film.

Per tentare di salvare la nostra civiltà ci vuole tempo, pazienza, competenze molto larghe e diffuse, immaginazione realista, cicli idee-prassi di prova-errore-riprovare. Meno “intelligenza” artificiale, più intelligenza umana diffusa.

Grazie, Sam, ma abbiamo già una partecipazione in OpenAI _ di Oren Cass

Che cosa significa Il futuro del diritto del lavoro? Come si presentano le cose, nel contesto del riallineamento politico in corso in materia di lavoro? Roger King ne parla con Oren nel podcast.


Grazie, Sam, ma abbiamo già una partecipazione in OpenAI.

E altre novità da questa settimana…

Oren Cass e Daniel Kishi17 luglio
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Sam Altman ritiene che il governo federale dovrebbe detenere una quota delle principali aziende di intelligenza artificiale del paese. Oren, invece, non è d’accordo.

Ho pensato di potermi prendere la briga, a nome dei contribuenti della nazione, di rispondere al suggerimento del CEO di OpenAI, Sam Altman , secondo cui il governo federale dovrebbe acquisire una partecipazione del 5% nelle principali aziende di intelligenza artificiale. Grazie, Sam, ma no grazie.

Come per la maggior parte delle strategie di marketing delle grandi aziende americane, la sottile patina di generosità non riesce a nascondere l’atteggiamento opportunistico, in questo caso volto a escludere la concorrenza legando l’interesse pubblico al destino di determinate imprese. Come per la maggior parte delle riflessioni del signor Altman, l’idea stessa rivela una notevole incomprensione del corretto rapporto tra settore pubblico e privato nel capitalismo democratico.

Il punto è che non abbiamo bisogno della magnanima offerta di OpenAI del 5% del suo capitale azionario. Abbiamo già diritto a oltre il 20% dei suoi profitti, a tempo indeterminato, attraverso l’imposta sul reddito delle società. Quel capitale azionario aumenterebbe di valore se OpenAI avesse più successo? Certamente. Ma “successo” in questo caso significherebbe generare profitti molto più elevati, dei quali riceveremmo di nuovo il nostro 20%. E se quella quota del 20% non fosse sufficiente, il popolo degli Stati Uniti, tramite i suoi rappresentanti al Congresso, può aumentarla.

Certo, le imposte sulle società sono un modo imperfetto per permettere al pubblico di partecipare ai profitti del settore privato. Ma in che modo una partecipazione azionaria diretta migliorerebbe la situazione? Le azioni non generano alcun valore concreto, utilizzabile a beneficio della collettività, finché OpenAI non distribuisce un dividendo o il governo non vende delle quote. I pagamenti delle imposte sono più affidabili e meno soggetti a sotterfugi gestionali rispetto ai dividendi. Il ricavato di una vendita sarebbe un guadagno una tantum, non una reale partecipazione ai benefici derivanti dall’intelligenza artificiale.

Forse, con l’apprezzamento del titolo, potremmo incassare parte dei guadagni virtuali. Ma possiamo comunque incassare quei guadagni, attraverso le imposte sulle plusvalenze riscosse dagli altri azionisti quando vendono le loro azioni: certo, un sistema imperfetto, ma pur sempre migliore del tentativo di prevedere l’andamento del mercato. Gli azionisti enormemente ricchi di società come OpenAI hanno modi per proteggere i loro guadagni dalla tassazione. Aziende enormemente redditizie – come, beh, sicuramente non OpenAI, ma forse Google o Microsoft – hanno modi per proteggere i loro profitti. Ma questi non sono argomenti a favore di una partecipazione azionaria diretta del governo. Sono argomenti a favore della chiusura delle scappatoie nelle imposte sulle società e sulle plusvalenze. Forse i nostri leader della Silicon Valley potrebbero sostenere questo sforzo?

Un simile cambiamento non porterebbe loro grandi benefici. Al contrario, dare al governo una partecipazione nell’andamento delle loro azioni comporta l’enorme vantaggio che il governo si interessi all’andamento delle loro azioni.

Quando il pubblico partecipa ai profitti e all’apprezzamento del capitale del settore privato attraverso la tassazione, possiamo essere tutti agnostici su chi vince e chi perde. Forse OpenAI dominerà l’economia globale, forse Anthropic, forse qualche startup ancora da lanciare avrà la formula giusta. Forse saranno i laboratori di intelligenza artificiale all’avanguardia ad accaparrarsi la parte del leone dei profitti derivanti dalle nuove tecnologie, forse saranno i produttori di energia, forse saranno le aziende che troveranno le applicazioni pratiche, forse saranno i lavoratori che vedranno aumentare la propria produttività. Purché definiamo bene la base imponibile – profitti aziendali, plusvalenze e reddito da lavoro – possiamo destinare una parte del risultato tangibile del progresso economico, in ogni scenario, a scopi pubblici.

Alcuni hanno proposto l’acquisizione di quote azionarie come una forma di fondo sovrano. Ma per nazioni come la Norvegia, Singapore e gli stati petroliferi del Golfo, che generano enormi ricchezze da un’attività economica fortemente concentrata, il principio alla base di tali fondi è quello di reinvestire i profitti nel modo più ampio possibile, solitamente al di fuori dei propri confini. Questo modello rappresenta un tentativo di ripiego per ottenere l’ampia esposizione alla crescita economica che gli Stati Uniti già possiedono.

Al contrario, poiché la nostra quota di valore dell’IA deriva dalle nostre partecipazioni azionarie in OpenAI e in altri importanti laboratori di IA, il nostro successo dipende dal loro. Qualsiasi proposta politica che non li avvantaggi verrebbe considerata incompatibile con l’interesse pubblico. Basti pensare a come gli interessi aziendali si oppongano già a qualsiasi cosa possa limitare il loro potere e la loro redditività, sostenendo che qualsiasi danno al mercato azionario metterebbe a repentaglio i risparmi previdenziali di milioni di americani. Consapevole dell’ironia, la CNBC ha titolato la sua copertura della proposta di Altman: ” OpenAI propone una partecipazione del 5% all’amministrazione Trump per allentare la pressione di Washington “.

Che dire di Intel e di altre aziende in settori strategici come quello dei minerali critici, in cui il governo federale ha acquisito partecipazioni ? A differenza della mossa di OpenAI, questi investimenti rappresentano una politica industriale volta a convogliare capitali verso settori sottofinanziati e a garantire che gli Stati Uniti abbiano aziende di successo in tali settori. Allo stesso modo, le proposte più solide per un fondo sovrano statunitense lo concepiscono come un meccanismo per sostenere gli investimenti di capitale necessari, non come un modo per ampliare l’esposizione del pubblico alla crescita economica. Ci sono molti dibattiti importanti da affrontare sull’opportunità e sulla tempistica di una politica industriale, e in particolare sull’utilità delle partecipazioni azionarie. Ma tali mosse, intese a indirizzare i capitali dove il mercato altrimenti non li indirizzerebbe, e a consentire ai contribuenti che si assumono il rischio di partecipare in modo sproporzionato agli eventuali rendimenti, non hanno nulla a che vedere con le aziende tecnologiche estremamente ben finanziate che cercano di ingraziarsi gli azionisti di alto profilo che già stanno distribuendo.

Affinché i cittadini americani comuni possano beneficiare concretamente dei vantaggi derivanti dall’intelligenza artificiale, quest’ultima dovrà a sua volta apportare benefici concreti, non attraverso complessi schemi di redistribuzione, bensì attraverso lo sviluppo e la diffusione di strumenti e tecnologie utili che migliorino le loro vite e le loro opportunità lavorative. È su questo che i politici, e i promotori dell’IA in cerca di visibilità, dovrebbero concentrare la loro attenzione.

Se una quota sostanziale del nuovo valore economico creato deriverà dall’intelligenza artificiale, e se vogliamo che una parte sproporzionata di tale valore sia destinata al sostegno dei beni pubblici, dovremmo istituire una base imponibile incentrata sull’IA e ricavarne entrate, proprio come facciamo con profitti, guadagni da investimenti e salari. E dovremmo essere chiari sul fatto che l’obiettivo è quello di indirizzare parte del valore dell’IA verso servizi pubblici a beneficio della nazione, non di finanziare qualche nuovo sussidio per compensare una realtà in cui la tecnologia sta causando più danni che benefici.

Questa è l’intuizione alla base di una “tassa sui token”, che catturerebbe una parte del valore di ogni calcolo effettuato. Potrebbe non essere la struttura più adatta: ad esempio, i chip stessi o il consumo energetico potrebbero costituire basi imponibili migliori. Gli economisti possono contribuire a perfezionare il meccanismo migliore, un uso del loro tempo decisamente più proficuo rispetto alla raccolta di firme per una dichiarazione vagamente comica del tipo ” Dobbiamo agire ora “. E i tecnologi, invece di recitare la parte del Lupo di Wall Street e chiamare Washington con un’offerta incredibile su un titolo azionario, ma con la precisazione che bisogna agire in fretta , dovrebbero concentrarsi sul rendere la loro tecnologia utile. — Oren

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BUONE LETTURE PER IL TUO FINE SETTIMANA

In Compact , Gregory Conti espone la sua tesi umanistica contro la macchina in ” L’apocalisse dell’IA è già qui “, sostenendo che l’intelligenza artificiale generativa non è un’altra rivoluzione industriale, ma un cataclisma morale e culturale già in atto, che corrode l’etica del lavoro, la cultura comune e la specificità umana che i conservatori affermano di apprezzare.

In ” I giovani adulti sono poveri nonostante ogni indicatore suggerisca il contrario “, Johann Kurtz scrive: “La mia tesi è che le generazioni precedenti hanno ricevuto un enorme patrimonio di capitale sociale: vicini fidati, scuole pubbliche efficienti, una cultura del corteggiamento produttiva, percorsi di carriera prevedibili e uno spazio pubblico in cui i bambini potevano giocare e gli adulti potevano essere considerati affidabili. Questo patrimonio, un tempo dato gratuitamente, è stato ora sostanzialmente liquidato. Di conseguenza, i giovani devono ora riacquistare, articolo per articolo e a prezzo pieno, ciò che i loro nonni hanno ricevuto come dono degli investimenti della civiltà precedente”.

Nell’articolo ” Mamma, papà, voglio fare il saldatore “, il New York Times riporta che “la generazione Z si sta rivolgendo sempre più alle scuole professionali nella speranza di garantire un futuro lavorativo a prova di intelligenza artificiale. Ma convincere genitori e coetanei può essere una sfida”.

E un pessimo articolo: per avere un’idea della povertà della scuola di “economia” di Deirdre McCloskey, leggete la conversazione tra la studiosa del Cato Institute e Yascha Mounk sul perché la Cina sia “più libera economicamente” degli Stati Uniti, argomento che lei usa per sostenere la necessità che gli Stati Uniti abbandonino le barriere commerciali sulle auto cinesi e ne consentano l’importazione (senza menzionare, tuttavia, i sussidi statali che il governo cinese fornisce al suo settore automobilistico e le politiche di “impoverimento del vicino” utilizzate per costruirlo e proteggerlo).

IMMIGRAZIONE E CRESCITA

La scorsa settimana , Daniel ha parlato di un nuovo studio di Daron Acemoglu, David Autor e colleghi, il quale ha rilevato che, in oltre cento paesi e centinaia di comunità statunitensi dal 1950, tassi di natalità più bassi hanno previsto una maggiore produzione per lavoratore e salari più alti, senza alcun calo della produzione aggregata. Il meccanismo causale è l’innovazione indotta: quando i giovani lavoratori scarseggiano, i datori di lavoro devono investire in tecnologia e miglioramenti dei processi, e questa corsa a fare a meno della manodopera a basso costo è ciò che determina i guadagni. Daniel ha sostenuto che questa scoperta dovrebbe influenzare la nostra politica sull’immigrazione: niente tiene a bada la cosiddetta “carenza di manodopera” e tiene bassi i salari in modo più efficace dell’importazione di lavoratori stranieri nel mercato del lavoro statunitense.

Questa settimana, il Wall Street Journal ha ripreso lo stesso studio, insieme a un recente lavoro del demografo Steven Ruggles dell’Università del Minnesota, per sostenere una tesi controcorrente con il titolo ” Perché l’IA potrebbe effettivamente aiutare a risolvere la prossima crisi del lavoro “. Ruggles prevede che l’ingresso netto nel mercato del lavoro diventerà negativo negli anni 2030, una carenza senza precedenti che, a suo avviso, farà aumentare i salari dei giovani lavoratori, offrirà ai sindacati una rara opportunità e produrrà la prima generazione in mezzo secolo a guadagnare più dei propri genitori. Una carenza di manodopera, sostiene Ruggles, è “un enorme incentivo ad adottare dispositivi che consentono di risparmiare manodopera, come l’IA”. La scarsità di manodopera, in altre parole, è la forza trainante che rende la macchina degna di essere costruita. Ruggles offre un’avvertenza che funge anche da punto cruciale: una ripresa dell’immigrazione smorzerebbe la carenza, e con essa gli aumenti salariali, rendendo ogni proposta di importare manodopera una proposta per precludere tali guadagni prima ancora che si concretizzino.

LINK BONUS: Leggi l’opinione di John Carney su Acemoglu, Autor e Ruggles: come l’immigrazione ha derubato la generazione X e i millennial del loro futuro

Nel frattempo, le pagine dedicate alle opinioni del Wall Street Journal , da tempo baluardo della tesi secondo cui l’immigrazione risolve quasi ogni problema economico, mostrano una crepa. In un editoriale che si schiera contro le imposte patrimoniali come soluzione ai problemi fiscali del Paese, l’autore ammette ciò che i sostenitori dell’immigrazione raramente ammettono: che importare lavoratori non è una cura per i nostri problemi demografici. “L’immigrazione si limita a rimandare il problema. Anche gli immigrati invecchiano e vanno in pensione, e i loro tassi di natalità convergono alla media nazionale entro una o due generazioni”.

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SULLA COLLINA DEL CAPITOL

Il disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia raggiunge 60 co-firmatari (Axios) . Un disegno di legge sulle sanzioni contro la Russia, promosso dal defunto senatore Lindsey Graham (R-SC), potrebbe presto arrivare in aula al Senato. La legislazione imporrebbe nuove sanzioni contro obiettivi russi nei settori della difesa, dell’energia e della finanza, nonché contro la flotta ombra che Mosca utilizza per eludere le restrizioni attuali. Autorizzerebbe inoltre il presidente Trump a imporre dazi fino al 100% sui cinque paesi che acquistano la maggior parte del petrolio e del gas russo, tra cui Cina e India, finché continueranno ad acquistare, e sui paesi e le entità che aiutano la Russia a eludere le sanzioni energetiche. Ciò segnerebbe la prima volta che il Congresso autorizza i dazi come arma geopolitica esplicita (a meno che non si creda che la Corte Suprema abbia commesso un errore nella sua sentenza Learning Resources, Inc. contro Trump …), e darebbe all’amministrazione una nuova autorità tariffaria su solide basi statutarie per tutta la durata della guerra russo-ucraina. Ciò rappresenterebbe anche un ulteriore esempio di fusione tra la sfera economica e quella della sicurezza nazionale, come descritto da Oren all’inizio del programma commerciale del secondo mandato dell’amministrazione, citando la previsione dell’ex presidente del Consiglio dei consulenti economici Stephen Miran, secondo cui i dazi sarebbero stati utilizzati in modi profondamente intrecciati con le preoccupazioni per la sicurezza nazionale.

Il Connected Vehicle Security Act è in programma per la discussione. La prossima settimana, la Commissione Commercio del Senato esaminerà il Connected Vehicle Security Act, una legge bipartisan e bicamerale presentata dai senatori Bernie Moreno (R-OH) ed Elissa Slotkin (D-MI), che American Compass ha appoggiato fin dalla sua presentazione. La legge codificherebbe una norma dell’era Biden che vieta l’immissione sul mercato statunitense di software per veicoli connessi di origine cinese ed estenderebbe il divieto anche all’hardware. Non sorprende che alcuni attori del settore stiano esercitando pressioni dietro le quinte per attenuare alcuni dei divieti previsti dal disegno di legge. La Commissione Commercio dovrebbe resistere a queste pressioni e presentare la versione più restrittiva possibile, soprattutto alla luce delle aspettative che la versione approvata dalla commissione verrà inclusa nel National Defense Authorization Act (NDAA) di quest’anno.

Parlando dell’NDAA : l’attuale versione della legislazione che deve essere approvata e che circola al Senato, nella sua formulazione attuale, include il MATCH Act, l’AI Overwatch Act e il Chip Security Act, un trio di misure che limiterebbero l’accesso della Cina ai semiconduttori per l’IA e alle apparecchiature per la produzione di semiconduttori. Come ha scritto American Compass in Stop Selling the Rope ,questiMisure simili e altre analoghe sono vitali per la competitività economica e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

REINDUSTRIALIZZAZIONE E DEINDUSTRIALIZZAZIONE

E infine, per concludere la settimana, ecco alcune notizie sulla reindustrializzazione (e sulla deindustrializzazione).

Sul Wall Street Journal, ” La Casa Bianca ha fatto del risanamento di Intel il suo progetto prediletto. E sta funzionando “. L’amministrazione ha acquisito una partecipazione del 10% in Intel e da allora ha convinto Apple, Nvidia e SpaceX a diventare suoi clienti. Il piano sta iniziando a dare i suoi frutti.

Sul New York Times , ” TSMC aggiunge 100 miliardi di dollari al suo piano di spesa negli Stati Uniti “. L’impegno porta l’investimento totale del colosso taiwanese in Arizona a 265 miliardi di dollari, una cifra che, come ammette il Times, è “in parte una risposta alle crescenti pressioni politiche sulle aziende straniere di semiconduttori affinché insedino stabilimenti negli Stati Uniti”.

E sempre sul Journal , ” Gli Stati Uniti stanno calpestando gli alleati nella caccia globale alle terre rare “. Negli ultimi cinque anni, gli Stati Uniti hanno speso circa otto volte di più dell’Unione Europea per i minerali critici, accaparrandosi le forniture non cinesi più velocemente di quanto l’Europa riesca a organizzare una riunione sull’argomento. La critica individua nella risolutezza americana la causa principale (che sollievo!). Ma la lezione più profonda è l’opposto: mentre l’Europa si avvia verso la dipendenza da Pechino, gli Stati Uniti stanno costruendo l’alternativa. Come ha affermato un dirigente europeo citato nell’articolo: “Mentre noi ne parliamo, la prossima catena del valore viene acquistata dagli americani”.

I titoli dei giornali recenti lo confermano : l’ UE accusa la Cina di voler rimodellare l’ordine globale in un nuovo, duro documento strategico. (SCMP), e l’Europa deve affrontare la Cina per salvare il libero scambio .Nuove prospettive e strategie per —controlla il calendario—luglio 2026. L’UE farebbe meglio ad agire presto: Volkswagen avverte che potrebbe dover tagliare altri 50.000 posti di lavoro ( WSJ ).

Buon fine settimana!

Come le istituzioni britanniche creano mostri _ di Morgoth

Come le istituzioni britanniche creano mostri

Sulle istituzioni britanniche come macchine per creare sociopatici

Morgoth21 luglio
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Ogni volta che Hope Not Hate menziona il mio nome, afferma che io abbia ispirato il pluriomicida americano Dylann Roof. La loro prova di questa affermazione è un articolo che ho scritto nel 2014/15 intitolato “When Jews Turned Blue” (Quando gli ebrei si sono convertiti al blu), che approfondiva un tema ricorrente all’epoca su /pol/ e 4chan.

Nel suo manifesto, Roof ha utilizzato anche questo espediente narrativo. Ho ricevuto un’email da qualcuno che me lo faceva notare e, non sentendomi a mio agio con tale associazione, ho rimosso l’articolo. Le vere vittime di Roof erano fedeli afroamericani e la sua motivazione dichiarata era il caso di Trayvon Martin e, più in generale, le problematiche relative alle persone di colore nel profondo Sud degli Stati Uniti.

Hope Not Hate non ha fornito la minima prova che Dylann Roof avesse mai letto il mio vecchio blog, o anche solo sentito parlare di me, figuriamoci che io lo abbia ispirato. Ovviamente, il loro obiettivo non è la verità, ma la diffamazione.

A quanto pare non c’è niente che io possa fare per ripulire il mio nome ed evitare di essere associato a un’atrocità tramite una menzogna oltraggiosa, perché Hope Not Hate è legata alle istituzioni del potere nel Regno Unito, e io non lo sono.

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O si è d’accordo con il programma, moralmente e ideologicamente, oppure no. E il più delle volte, Hope Not Hate verrà utilizzato dalle istituzioni del paese come fonte per stabilire chi rappresenta un problema e chi no.

L’organizzazione Hope Not Hate riteneva che la defunta Ann Widdecombe rappresentasse un problema.

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Poi, dopo che è stata picchiata a morte a 78 anni nella sua casa, hanno rimosso l’articolo diffamatorio su di lei. Si potrebbe dire “Speranza, non odio” (Archiviato da Ann Widdecombe).

L’uomo ora accusato del suo omicidio, il ventottenne Joshua Kerry, avrebbe avuto:

Secondo quanto riportato, gli investigatori hanno trovato ritagli di giornale, articoli e materiale stampato relativi a Reform UK, al leader del partito Nigel Farage e alle politiche sull’immigrazione del partito esposti all’interno dell’alloggio comunale dove Kerry viveva da sola.

Una fonte citata dai media britannici ha affermato che il materiale suggeriva che Kerry nutrisse una “profonda avversione” per Reform UK, il suo leader e le sue posizioni politiche.

Ann Widdecombe era una sostenitrice e portavoce di Reform UK. L’uomo accusato del suo omicidio aveva forse tra i suoi ritagli di giornale l’articolo diffamatorio di Hope Not Hate su Farage e il suo partito? Hope Not Hate è stata forse informata e consigliata di archiviare le informazioni su Ann Widdecombe?

Nel corso degli anni ho criticato aspramente Nigel Farage e i suoi vari partiti, perché li considero semplicemente conservatorismo con una nuova veste. Tuttavia, sono ben consapevole che la sinistra britannica non la pensa allo stesso modo. Credo che la sua vita sia effettivamente in pericolo e che abbia bisogno di una scorta 24 ore su 24.

Il motivo è che i media e le istituzioni radicalizzano intenzionalmente la propria base, portandola a una frenesia incontrollata, soffocando al contempo tutto ciò che si trova al di fuori del loro raggio d’azione e prendendo di mira chiunque si spacci per un individuo, o peggio. Quando a farlo sono le persone di destra, si parla di “terrorismo stocastico”. Tuttavia, applicando le stesse regole al contrario, organizzazioni come Hope Not Hate o James O’Brien dovrebbero essere chiuse o censurate.

James O'Brien: Il disprezzatoJames O’Brien: Il disprezzatoMorgoth·8 giugnoLeggi la storia completa

Chi ha “radicalizzato” Joshua Kerry? È improbabile che sia stata una chat di Telegram, uno YouTuber o la X di Elon Musk. Con ogni probabilità, si è trattato di testate giornalistiche mainstream e rispettabili, come Hope Not Hate o media che utilizzano i loro contenuti come fonti attendibili. Oppure The Guardian o LBC.

Kerry non era noto a Prevent, l’unità antiradicalizzazione, perché non prendono di mira persone con le sue idee politiche. Non esiste nemmeno una versione di destra di Hope Not Hate che sorveglia, monitora e perseguita i progressisti. I progressisti non vengono fermati negli aeroporti dalla polizia antiterrorismo per il sequestro di dispositivi e per una sessione di allenamento.

Non subiscono alcun controllo o difficoltà per le loro idee politiche.

In questo modo, l’apparato britannico dominante, preposto alla creazione del consenso, è diventato un crogiolo di corruzione e follia, persone che non devono mai affrontare conseguenze o controlli per opinioni letteralmente insensate. È l’adesione ossessiva a questo consenso che porta al grottesco esito di un ragazzo morente che insiste di non essere razzista, mentre la vita lo abbandona e la polizia si rifiuta di prendere sul serio le sue suppliche perché è bianco.

Quando un’anziana donna viene picchiata a morte nel suo bungalow, probabilmente perché non approva il transessualismo e l’aborto, l’istituzione che l’ha segnalata come problematica si limiterà a rimuovere le prove, come a voler dichiarare “caso chiuso”. Non ci saranno ripercussioni, né conseguenze, perché il sistema dovrebbe autoaccusare i propri presupposti ideologici e morali.

In effetti, persone provenienti dalle viscere di Hope Not Hate stanno per entrare a far parte del nuovo governo di Andy Burnham.

L’euristica “Un sistema è ciò che fa” è un po’ abusata, ma se la applichiamo al sistema di potere politico britannico e lo giudichiamo in base ai suoi risultati e non agli obiettivi dichiarati da chi ci lavora, cos’è in realtà? È una macchina che cerca di masticare, polverizzare e annientare la nazione, il popolo e i costumi che pretende di rappresentare. Chi favorisce questo processo viene ricompensato; chi lo ostacola viene punito. Questo è ciò che fa , non ciò che pretende di essere.

Pertanto, gli incentivi alla sociopatia sono intrinseci al sistema. Se il criterio stabilito è che un post satirico su un blog riguardante un gruppo può essere ritenuto responsabile di un’atrocità commessa contro un altro gruppo in un altro paese, senza alcuna prova che il colpevole abbia mai letto il materiale originale, che fine farà gran parte dell’apparato britannico preposto alla creazione del consenso?

Dobbiamo analizzare l’intero “ecosistema” o la “rete di influencer”?

Ci sarà un po’ di introspezione? O semplicemente verranno archiviate altre persone? Altri casi chiusi.

L’inarrestabile ascesa del grano russo _ di Andrea Pincin

L’inarrestabile ascesa del grano russo

Come la Russia si è trasformata da importatore netto di cereali nel principale esportatore mondiale.

Pensate ai BRICS19 luglio
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“Il raccolto”, dipinto dall’artista russo Aleksandr Makovsky nel 1896. Wikimedia Commons. Pubblico dominio.

Originariamente pubblicato su Krisis dalla Prof.ssa Andrea Pincin. Ripubblicato con autorizzazione.


Da ex importatore in difficoltà a primo esportatore mondiale : la Russia è leader nel mercato dei cereali. Con oltre 85 milioni di tonnellate prodotte nel 2025 e il 20% delle esportazioni globali , Mosca ha trasformato l’agricoltura in un pilastro strategico nazionale . Dalla crisi post-sovietica alla “rinascita rurale” promossa da Putin, riforme, credito e investimenti hanno rivitalizzato il settore. Le sfide strutturali e climatiche permangono, ma oggi il grano russo è anche uno strumento di influenza geopolitica .

La corsa al grano russo non accenna a rallentare. Secondo Standard & Poor’s Global, la produzione di grano in Russia nel 2025 è stimata in oltre 85 milioni di tonnellate, ma il raccolto effettivo ha superato questa previsione. Questo risultato è in linea con gli eccellenti livelli di produzione registrati negli anni precedenti. La Federazione conferma così la sua posizione tra i primi quattro produttori mondiali di grano , preceduta solo da Cina, India e Unione Europea. Inoltre, grazie a infrastrutture dedicate e a un basso consumo interno, la Russia detiene oltre il 20% delle esportazioni globali , posizionandosi come leader mondiale nell’esportazione.

Ma come ha fatto la Russia, che nel 1998 non riusciva nemmeno a sfamare la propria popolazione e traeva beneficio da Grazie a pacchetti di aiuti alimentari per un valore di 1,5 miliardi di dollari , il Regno Unito diventerà il primo esportatore mondiale di grano?

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La fragile eredità sovietica e i “selvaggi anni Novanta”

Già nel periodo sovietico il settore agricolo era estremamente fragile. All’inizio degli anni ’30 la produzione di cereali diminuì di quasi il 30% a causa delle politiche di collettivizzazione forzata – che non trovarono consenso tra i contadini – e dei periodi di siccità, causando tra 5,7 e 8,7 milioni di vittime . I modelli produttivi organizzati collettivamente da Josef Stalin – i kolkhoz (cooperative agricole) e i sovkhoz (aziende agricole statali) – consideravano lo Stato come il principale proprietario terriero, che controllava i prezzi dei fattori produttivi e dei prodotti, forniva specifiche forme di sussidi e gestiva i canali di approvvigionamento e distribuzione.

A partire dal 1963 , le importazioni di cereali nell’URSS iniziarono a crescere vertiginosamente : una media di 10 milioni di tonnellate all’anno negli anni ’60, 20 milioni negli anni ’70, fino a raggiungere i 36 milioni nell’ultimo decennio di esistenza dell’URSS. Il paese fu quindi un importatore netto di cereali per 28 anni consecutivi, fino al 1991. Il sostentamento della popolazione dipendeva anche dalle politiche alimentari sovietiche, che promuovevano il consumo di notevoli quantità di carne, destinando così gran parte della produzione e delle importazioni di cereali non al consumo umano diretto, bensì all’alimentazione animale.

La situazione peggiorò ulteriormente durante il primo e travagliato periodo della Federazione Russa – i « selvaggi anni Novanta » (Лихи́е девяно́стые) – impressi indelebilmente nella memoria collettiva del popolo russo e del mondo occidentale, che osservava da lontano le interminabili file di persone in attesa davanti ai negozi di alimentari con gli scaffali vuoti, insieme all’estrema povertà evidente nelle loro espressioni facciali e nei loro abiti logori.

Con lo scioglimento dell’Unione Sovietica, il neonato Stato russo si trovò ad affrontare la difficile transizione da un sistema economico rigidamente pianificato a un’economia di libero mercato . Questa transizione fu gestita dalla presidenza di Boris Eltsin attraverso la cosiddetta «terapia d’urto» , che produsse una contrazione economica di proporzioni devastanti. Il prodotto interno lordo crollò di oltre Il PIL è aumentato del 40% , la produzione industriale di circa il 30% e l’inflazione per i prodotti agricoli, solo nel 1992, è cresciuta di oltre il 2500% .

L’intero tessuto sociale fu colpito da un rapido, generalizzato e diffuso processo di impoverimento, che mise a dura prova la stabilità politica e istituzionale del paese. Mentre nell’URSS, negli anni ’80, la povertà si attestava solo al 2%, in Russia negli anni ’90 arrivò a colpire tra il 39% e il 50% dell’intera popolazione . Anche la mortalità aumentò esponenzialmente: l’aspettativa di vita si ridusse di cinque anni e, tra il 1991 e il 1999, la popolazione russa diminuì di oltre cinque milioni di persone . Ancora oggi, questo fenomeno demografico è noto come « croce russa » (Русский крест) , a causa della forma a X delle curve di natalità e mortalità, che si intersecano e fanno sì che il tasso di mortalità superi quello di natalità.

La difficile transizione ha quindi generato una serie di crisi complesse e sfaccettate – non solo economiche, ma anche sociali, culturali e identitarie – che non hanno risparmiato il settore agricolo . Con lo scioglimento dell’URSS, l’allevamento – principale destinazione della produzione e delle importazioni di cereali – è crollato rapidamente . Privato dei sussidi statali, il settore ha perso competitività, aggravata dal grave e diffuso impoverimento della popolazione, in un mercato interno ora esposto alla concorrenza internazionale senza adeguati strumenti normativi, infrastrutturali, organizzativi e finanziari.

Tra il 1992 e il 2000, le popolazioni di bovini e suini si sono dimezzate , mentre quelle di ovini e caprini sono diminuite di due terzi . La produzione di cereali si è dimezzata rispetto al periodo sovietico. Il calo più significativo si è registrato nella coltivazione di cereali destinati all’alimentazione animale (diminuita di due terzi), ma anche i prodotti agricoli destinati al consumo umano hanno subito una drastica riduzione (solo per i cereali, il tasso di riduzione è stato del 10%).

La transizione verso un’economia di libero mercato ha colto impreparata l’agricoltura russa . La presidenza di Eltsin, grande sostenitrice della privatizzazione , tentò di arginare il collasso del settore avviando alcune riforme agrarie e fondiarie , basandosi su quanto inizialmente implementato dalla presidenza Gorbaciov, nella speranza di incoraggiare la nascita di imprese agricole private. Tuttavia, i risultati di queste politiche furono molto limitati e la produzione primaria, come già accennato, diminuì drasticamente, a grave discapito della capacità e della qualità dell’alimentazione della popolazione. La neonata Federazione si trovò quindi in una situazione di grave deficit alimentare , al punto da dover ricevere ingenti aiuti alimentari .

Il punto di svolta: l’agricoltura come risorsa strategica

La svolta per il settore primario russo si è verificata con il riconoscimento del ruolo strategico dell’agricoltura come risorsa nazionale di primaria importanza, sancito dal celebre articolo « La Russia all’inizio del nuovo millennio » . Pubblicato il 30 dicembre 1999 e scritto dall’allora Primo Ministro Vladimir Putin – che sarebbe diventato presidente ad interim della Federazione il giorno successivo – il testo è considerato una dichiarazione di intenti politici e una visione per il futuro della Federazione. In esso, Vladimir Putin identifica lo sviluppo di « una moderna politica agraria » come uno degli obiettivi strategici primari, sottolineando che « la rinascita della Russia sarà impossibile senza la rinascita delle campagne e dell’agricoltura » e evidenziando la necessità di « una politica agraria che combini organicamente misure di assistenza e regolamentazione statale con le riforme di mercato nelle campagne e nei rapporti di proprietà fondiaria » .

Da quel momento in poi, l’agricoltura russa non solo divenne parte integrante della narrativa strategica, ma fu anche oggetto di politiche specifiche e lungimiranti. Tra queste, spicca l’istituzione, nel marzo 2000, di Rosselkhozbank , la banca agricola statale, con l’obiettivo di promuovere il credito nelle aree rurali e nei settori agricolo e alimentare ad alta intensità di capitale, favorire la crescita delle imprese, modernizzare macchinari e tecnologie e fornire finanziamenti per progetti nel settore primario.

Due anni dopo, a tale provvedimento ha fatto seguito l’emanazione della legge federale sulla circolazione dei terreni agricoli , che disciplina la complessa questione della proprietà fondiaria agricola, regolamentandone il possesso, la circolazione e la locazione. La circolazione dei terreni agricoli si basa sui principi di mantenimento dell’uso agricolo, di limitazione della concentrazione fondiaria e di riconoscimento del diritto di prelazione da parte delle autorità pubbliche e dei comproprietari. La legge disciplina anche le attività degli enti stranieri, ai quali è vietato possedere terreni rurali e che possono essere esclusivamente affittati.

Successivamente, la Federazione Russa ha avviato specifici programmi statali per lo sviluppo agricolo , in particolare a partire dal 2006. Questi interventi hanno promosso la crescita della produttività, la modernizzazione delle infrastrutture e la meccanizzazione rurale, nonché il rafforzamento delle filiere agroindustriali.

La dottrina della sicurezza alimentare e la crescita fenomenale

Una pietra miliare che ha rafforzato la rilevanza strategica dell’agricoltura nella Federazione Russa è stata la successiva adozione, nel 2010 , della Dottrina della Sicurezza Alimentare. Sotto la presidenza di Dmitry Medvedev , questo documento programmatico promosse la crescita del settore primario come garanzia dell’indipendenza alimentare nazionale e dell’accessibilità fisica ed economica dei prodotti agricoli e alimentari per il popolo russo. La Federazione stabilì soglie di autosufficienza: 95% per cereali e patate (la principale fonte calorica), 90% per latte e derivati, 85% per carne e derivati, 80% per zucchero, olio vegetale e prodotti ittici e 85% per il sale. La dottrina delineò anche obiettivi relativi alla qualità e alla sicurezza igienico-sanitaria dei prodotti alimentari.

Rinnovata nel 2020 , la dottrina presenta obiettivi ancora più ambiziosi, in particolare per quanto riguarda la sicurezza alimentare, vietando, ad esempio, l’importazione e la distribuzione di organismi geneticamente modificati . Ha inoltre ampliato le soglie di autosufficienza e l’elenco dei prodotti agricoli e primari soggetti a questo regime, includendo ora prodotti ortofrutticoli, frutta e la produzione nazionale di sementi per le principali colture agricole. La nuova dottrina promuove inoltre le esportazioni agricole , soprattutto all’interno dell’Unione economica eurasiatica.

Questa riconfigurazione dell’agricoltura come risorsa strategica non è stata meramente formale o una semplice dichiarazione di volontà politica; al contrario, ha avuto – e continua ad avere – un impatto significativo sull’economia reale. Tra il 2000 e il 2008, il valore nominale della produzione agricola è aumentato del 330% . La produzione di grano è balzata da 34 milioni di tonnellate nel 2000 a un record di 104 milioni nel 2022 – stabilizzandosi poi intorno ai 90 milioni – segnando un aumento di quasi il 200%. e trasformando la Russia da importatore netto di cereali al principale esportatore mondiale di grano.

Produzione di grano (in milioni di tonnellate) negli Stati Uniti e in Russia negli ultimi decenni. Fonte: FAO. Grafico di Andrea Pincin

L’analisi delle principali colture è di fondamentale importanza, ma lo è altrettanto l’andamento delle colture minori: ad esempio, i piccoli frutti (lamponi, mirtilli, fragole, ecc.) registrano una crescita costante , con stime che prevedono un aumento del 15% entro il 2025. Anche la viticoltura è in espansione, con piani per incrementare la superficie vitata di 7.000 ettari all’anno, in particolare nelle aree più idonee della regione del Mar Nero.

Come accade per tutti i processi altamente complessi, lo sviluppo dell’agricoltura russa non è stato strettamente lineare, dovendo affrontare ostacoli legati sia al clima che alla geopolitica, in particolare dal 2014, con l’imposizione di sanzioni internazionali e le corrispondenti contromisure . Ciononostante, va sottolineato che anche durante gli anni di più ampia stagnazione economica in Russia, il settore agricolo ha registrato una crescita significativa.

Investire nella crescita del settore primario implica allocare risorse non solo alla produzione grezza, ma anche ai servizi correlati, alla ricerca, alle infrastrutture di trasporto e commercio e alla filiera alimentare. In questo contesto, la Federazione ha promosso specifici interventi strutturali: in particolare, la Russia è emersa come leader mondiale nella produzione ed esportazione di fertilizzanti agricoli , essenziali per sostenere la produzione alimentare globale. Inoltre, il quadro scientifico russo in agricoltura comprende attualmente circa 10.000 ricercatori distribuiti in 235 istituti di ricerca e 57 università agrarie, coordinati dal Ministero della Scienza e dell’Istruzione Superiore e dal Dipartimento di Scienze Agrarie dell’Accademia Russa delle Scienze. I programmi di ricerca riguardano l’innovazione tecnologica, il miglioramento genetico e la bioeconomia, sebbene alcuni studi evidenzino un divario persistente rispetto ad altri paesi.

Implicazioni geopolitiche e sfide future

La rivalutazione del settore primario non serve solo come meccanismo interno per la stabilità alimentare e l’accesso ai prodotti, ma riveste anche un ruolo cruciale nelle relazioni internazionali . La Russia è diventata il principale esportatore mondiale di grano, nonché uno dei maggiori esportatori di fattori produttivi agricoli (compresi i fertilizzanti). Questi fattori conferiscono alla Federazione un peso geopolitico di grande rilievo , consentendole di dettare i mercati di allocazione e i prezzi dei prodotti agricoli, da cui dipende la stabilità alimentare di numerose nazioni, soprattutto le più povere. In questo contesto, le esportazioni russe di cereali sono fortemente orientate verso l’Africa e il Medio Oriente . Non si tratta di una questione puramente commerciale: nel 2024, la Federazione Russa ha donato centinaia di migliaia di tonnellate di grano a diversi paesi del Sahel, del Corno d’Africa e dell’Africa meridionale. Questo gesto umanitario, dal profondo significato simbolico e politico, riveste un’importanza cruciale in una regione strategica per la sua geografia, la sua crescita demografica e l’immensa ricchezza di risorse energetiche e minerarie.

È inoltre molto interessante osservare come la Federazione Russa abbia dato priorità alla produzione agricola destinata direttamente al consumo umano . Questa rappresenta una scelta geopolitica deliberata : produrre grano (e altri alimenti di base di origine vegetale) significa sfruttare le materie prime agricole per nutrire la popolazione. Al contrario, concentrarsi su rese massicce destinate all’alimentazione animale, come mais o soia – come avviene negli Stati Uniti – favorisce il settore zootecnico, che genera un valore aggiunto economico maggiore ma offre minori benefici diretti per la disponibilità alimentare globale. I paesi a basso reddito sono intrinsecamente più interessati ad approvvigionarsi di cereali per il sostentamento umano piuttosto che di carne o prodotti lattiero-caseari.

Nonostante questa crescita monumentale e la dedicata attenzione politica, l’agricoltura russa continua ad affrontare molteplici sfide. Da un lato, vi sono ostacoli tecnici, come ad esempio la meccanizzazione rurale: lo stesso Ministero dell’Agricoltura russo ha evidenziato una forte dipendenza dalle importazioni, che supera il 50% per alcune tipologie di macchinari . Inoltre, l’agricoltura russa rimane parzialmente dipendente da fonti estere nel settore delle sementi , sebbene siano in corso investimenti mirati in questo ambito altamente strategico.

Esiste inoltre una debolezza strutturale all’interno della più ampia filiera agroalimentare, che fa sì che la Russia, pur essendo un enorme produttore ed esportatore di materie prime agricole, sia al contempo un importante importatore di prodotti alimentari trasformati . Questa dinamica presenta due problematiche principali: in primo luogo, il valore aggiunto generato dalla trasformazione alimentare non transita nell’economia nazionale; in secondo luogo, accentua la dipendenza dai mercati esteri per i prodotti alimentari finiti. Nel 2018, la bilancia commerciale tra esportazioni agricole e importazioni alimentari è rimasta negativa, seppur in calo.

Inoltre, il settore agricolo russo deve confrontarsi con tendenze antropologiche globali condivise da molte nazioni: l’ abbandono e lo spopolamento delle aree rurali, causati dall’imposizione sociale di un modello culturale urbancentrico che attrae un numero sempre maggiore di persone – soprattutto giovani – verso i grandi centri metropolitani. Questo spostamento non è più semplicemente una ricerca di migliori prospettive economiche, come accadeva in passato, ma un fenomeno culturalmente radicato in cui le città fungono da simboli di riconoscimento sociale.

Infine, non si può ignorare la questione climatica ; essa pone degli ostacoli all’approvvigionamento idrico per l’agricoltura, ma al contempo crea nuove opportunità, soprattutto a causa dell’aumento delle temperature che amplia la superficie coltivabile in Siberia e nell’Estremo Oriente russo .

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Autonomia strategica russa

In conclusione, è fondamentale sottolineare il legame tra la Dottrina della Sicurezza Alimentare e la più ampia strategia di sicurezza nazionale della Russia. Quest’ultima definisce i principi, gli obiettivi e le priorità necessari a garantire l’integrità territoriale, la stabilità politica, la resilienza economica e la protezione sociale. L’integrazione del settore primario nella strategia di sicurezza nazionale promuove l’autonomia alimentare della Federazione, non in senso autarchico, ma strategico . La distinzione è cruciale: autarchia (da autos ‘sé’ e arkeo ‘sufficienza’) è « il tentativo di un paese di diventare autosufficiente rinunciando al commercio estero » . Questa non è certamente la prospettiva russa; al contrario, la Russia fonda la sua strategia politica agricola sull’autonomia (da autos ‘sé’ e nomos ‘governo’ o ‘legge’) . Tale autonomia mira alla sovranità alimentare nazionale in un’epoca di crescenti tensioni geopolitiche internazionali, conferendo alla Russia la leva per decidere come allocare una materia prima fondamentale per la sopravvivenza biologica di tutte le civiltà globali. In questo contesto, l’agricoltura non è un settore isolato dal mercato – come lo era durante l’era sovietica – tutt’altro; si tratta piuttosto di un settore in cui lo Stato traccia saldamente la rotta strategica .


Informazioni sull’autore: Andrea Pincin è un ingegnere forestale che dirige il Centro Servizi per la Silvicoltura e l’Agricoltura di Montagna in Friuli Venezia Giulia. Insegna all’Università di Udine e collabora con Krisis.info su agricoltura e geopolitica. È autore di “La città rurale”. I suoi contributi sono di carattere professionale, non istituzionale.

La prossima frontiera della crescita: la sintesi di energia, tecnologia e finanza. Di Karl Sanchez

La prossima frontiera della crescita: la sintesi di energia, tecnologia e finanza.

Un articolo di Nelson Wong Wai-Wai, vicepresidente del Centro di studi strategici e internazionali di Shanghai.

Karl Sanchez19 luglio
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Considerata la promozione decisamente positiva dell’integrazione e dello sviluppo sino-russo da parte dei due accademici citati negli ultimi due articoli, questa idea e la sua diffusione non sorprendono, poiché gli eventi rendono l’ovvio più evidente che mai. L’idea proposta, pubblicata da Russia in Global Affairs, non è destinata esclusivamente a Russia e Cina, ma può essere adottata da molte nazioni, come afferma l’autore:

Integrando profondamente energia, tecnologia e finanza, stiamo aprendo la strada a quello che si potrebbe definire un “dividendo di efficienza” e un “premio verde”: un vero e proprio nuovo spazio di crescita, che non richiede lo sviluppo di nuove terre, ma solo un nuovo modo di pensare. [Enfasi mia]

L’autore non è l’unico ad aver descritto la formazione di una simile relazione. La sua differenza risiede nella capacità di promuovere attivamente questa formulazione, data la sua posizione. È inoltre evidente che l’Impero degli Stati Uniti Fuorilegge non rinuncerà pacificamente alla sua posizione egemonica: non si tratta di una vera e propria “contrazione”. Per coloro che governano quell’Impero, i benefici superano di gran lunga qualsiasi altro aspetto, come dimostra la continua negligenza nei confronti di gravissimi problemi all’interno della Metropoli e il rifiuto della legge e della moralità. Pertanto, questa nuova regione o ecosistema in crescita può essere vista come un modo per aggirare l’egemonia e accelerarne la caduta. Ora passiamo al saggio:

Per decenni, la globalizzazione ha seguito uno schema ben preciso. L’energia è servita da strumento geopolitico, la tecnologia è diventata fonte di frammentazione e la finanza è stata sempre più utilizzata come arma. Tuttavia, questo schema è giunto al termine. La questione non è più come rafforzare il vecchio modello, ma dove si trovi il prossimo orizzonte di sviluppo di alta qualità.

La risposta non va cercata in qualche territorio inesplorato ai margini della mappa. Si trova negli spazi tra i settori. Oggi, le inefficienze derivano dal lavorare in aree isolate. Le maggiori opportunità si aprono grazie all’interconnessione. Integrando profondamente energia, tecnologia e finanza, apriamo quello che si potrebbe definire un “dividendo di efficienza” e un “premio verde”: un vero e proprio nuovo spazio di crescita, che non richiede lo sviluppo di nuove terre, ma solo un nuovo modo di pensare. Non si tratta di sottigliezze tecniche per specialisti. È un imperativo strategico per qualsiasi economia che voglia crescere senza essere ostaggio delle vecchie regole della competizione a somma zero.

Per la Cina e la Russia, questo riveste un’importanza particolare. Entrambi i paesi stanno ripensando il proprio ruolo in un mondo multipolare. Entrambi si trovano ad affrontare la necessità di diversificare le proprie economie e le partnership esterne. Ed entrambi possiedono risorse complementari che, se adeguatamente integrate, potrebbero trasformare l’idea astratta di un “nuovo spazio” in un motore concreto di reciproco vantaggio.

Perché il vecchio modello non funziona più

Siamo onesti riguardo alla situazione attuale. Il modello tradizionale di globalizzazione presupponeva che l’energia potesse essere garantita attraverso il controllo territoriale, che la tecnologia si sarebbe diffusa naturalmente oltre i confini e che la finanza sarebbe rimasta un facilitatore neutrale degli scambi commerciali. Nessuna di queste ipotesi si è avverata. Le catene di approvvigionamento energetico sono diventate focolai di rivalità. Le tecnologie avanzate sono bloccate da controlli sulle esportazioni e barriere di sicurezza. I sistemi finanziari vengono utilizzati sia per punire che per aiutare. Per quanto ci dispiaccia questo sviluppo, non possiamo ignorarlo.

Di conseguenza, ci troviamo in un mondo caratterizzato da un alto grado di conflitto e da un basso livello di fiducia.

C’è la tentazione di chiudersi ancora di più in se stessi: accumulare risorse energetiche, bandire le tecnologie straniere e usare la propria valuta come arma. Questa tentazione va contrastata, non perché sia ​​moralmente sbagliata, ma perché è economicamente autodistruttiva. [È proprio quello che sta facendo l’Impero statunitense fuorilegge.] Il vero costo della frammentazione è invisibile, ma enorme. Ogni ora di inattività di una fonte di energia rinnovabile perché la rete non riesce a gestire la sua variabilità, ogni anno in cui una promettente tecnologia di accumulo energetico attende i finanziamenti perché non rientra nei parametri del sistema bancario, ogni tonnellata di carbonio che non viene conteggiata perché i paesi non riescono a mettersi d’accordo su chi debba pagare, rappresenta un fallimento dell’integrazione. Ed è proprio lì che si trova il nuovo spazio per la crescita.

Per la Cina e la Russia, questa logica è particolarmente rilevante. La Russia possiede vaste risorse energetiche, tra cui gas naturale, petrolio e minerali critici per batterie ed energie rinnovabili. La Cina vanta le maggiori capacità al mondo nella produzione di energia solare, nella tecnologia di rete e nelle infrastrutture digitali.

Nessun Paese può completare la transizione energetica da solo. La Russia ha bisogno di diversificare le sue esportazioni al di là dei mercati tradizionali e della semplice vendita di idrocarburi grezzi. La Cina ha bisogno di energia affidabile, economica e pulita per alimentare i suoi macchinari industriali. La risposta ovvia non è solo comprare e vendere, ma costruire insieme.

Energia e tecnologia: dalla volatilità agli asset

Cominciamo dal rapporto tra energia e tecnologia, dove l’attrito è più evidente. Il rapido sviluppo dell’energia eolica e solare ha creato un problema ben noto: le energie rinnovabili funzionano in modo intermittente, mentre i nostri sistemi energetici necessitano di stabilità. Per decenni, il settore ha operato secondo un modello “la fonte segue il carico”, in cui la produzione regola passivamente la domanda. Una nuvola proietta un’ombra sulla centrale solare e la turbina a gas dovrebbe entrare in funzione. Il vento cala e la centrale a carbone deve compensare. Questo sta diventando sempre più costoso man mano che la quota di energie rinnovabili cresce oltre la capacità per cui i sistemi energetici tradizionali sono stati progettati.

La soluzione consiste nel trasformare il modello passivo in uno attivo, passando da un modello in cui “la fonte segue il carico” a un modello in cui “l’interazione tra fonte e carico”. Ciò significa utilizzare l’intelligenza artificiale per prevedere le condizioni meteorologiche e la domanda, implementare inverter intelligenti e sistemi di accumulo di energia distribuiti, e inviare segnali di prezzo in tempo reale che incoraggino fabbriche e famiglie a spostare i consumi nei momenti in cui splende il sole e soffia il vento.

In altre parole, il sistema energetico si sta trasformando da un sistema unidirezionale a un mercato bidirezionale.

In questo contesto, la partnership tra Cina e Russia ha il potenziale per essere trasformativa. La Russia possiede ricche riserve di gas naturale, che possono fungere da combustibile di transizione flessibile in attesa che l’energia proveniente da fonti rinnovabili aumenti. Ancora più importante, la Russia ha un enorme potenziale inesplorato per l’energia eolica e solare, soprattutto nelle regioni meridionali e dell’Estremo Oriente. La Cina ha la capacità produttiva per la produzione su larga scala di pannelli solari, turbine eoliche e sistemi di accumulo energetico, nonché le competenze digitali per costruire reti intelligenti. Combinando le risorse energetiche russe con la tecnologia e la capacità produttiva cinesi, i due Paesi potrebbero creare un sistema energetico integrato a basse emissioni di carbonio, un obiettivo che nessuno dei due potrebbe raggiungere da solo. Non si tratta di beneficenza o di retorica ostentata, ma di puro pragmatismo economico. Di conseguenza, un sistema di questo tipo sarebbe più stabile, efficiente e sostenibile di qualsiasi altro sistema basato sulla semplice estrazione di risorse.

Tecnologia e finanza: l’importanza del capitale paziente

Ma la tecnologia non può crescere su larga scala senza un’adeguata architettura finanziaria. Le tecnologie dei materiali – idrogeno verde, fusione nucleare, sistemi avanzati di accumulo di energia, energia solare di nuova generazione – richiedono lunghi cicli di sviluppo, ingenti investimenti iniziali e ammettono alti tassi di fallimento. Gli istituti di credito tradizionali le evitano perché misurano gli orizzonti temporali in trimestri, non in decenni. Il capitale di rischio può essere d’aiuto, ma è focalizzato sul software, dove il fallimento è economico e la scalabilità è rapida. Con le apparecchiature per la produzione di energia, è l’opposto: i fallimenti sono costosi e la scalabilità richiede anni.

Di conseguenza, si registra una cronica sotto-capitalizzazione delle tecnologie più importanti per la decarbonizzazione. Acquistare semplicemente prodotti finiti all’estero non è una soluzione. È costoso, non crea capacità produttiva interna e rende l’acquirente dipendente dalle catene di approvvigionamento estere. L’alternativa è un circuito chiuso che colleghi tecnologia, industria e finanza. Gli strumenti sono noti: cartolarizzazione della proprietà intellettuale, forme ibride di finanziamento e partecipazione azionaria, nonché strumenti di copertura del rischio adattati ai diversi stadi di maturità tecnologica. È necessario un cambio di mentalità. Non possiamo valutare le batterie di nuova generazione allo stesso modo di una miniera di carbone.

Ciò di cui il mondo ha bisogno ora è capitale paziente, non capitale a breve termine.

Nel caso di Cina e Russia, l’aspetto finanziario della cooperazione viene spesso trascurato. Entrambi i paesi stanno esplorando alternative al commercio in dollari, tra cui i pagamenti in valute locali e valute digitali. Il commercio di energia rappresenta un ambito naturale per sperimentare questi strumenti. Immaginiamo una compagnia energetica russa che venda gas naturale o idrogeno verde a un acquirente cinese, non in dollari, ma in una valuta digitale garantita da un paniere di materie prime. Immaginiamo inoltre che una parte del ricavato venga destinata a un fondo di investimento congiunto per lo sviluppo di tecnologie energetiche di nuova generazione. Non si tratta di fantascienza, ma di una logica evoluzione degli esperimenti già in corso con le valute digitali delle banche centrali e gli accordi di swap bilaterali. La chiave è passare da meccanismi non sistematici a una struttura sistematica.

Energia e finanza: il calcolo del “premio verde”

Energia e finanza sono un binomio a cui spesso si presta troppa poca attenzione. L’impronta di carbonio non è ancora stata pienamente monetizzata e non è ancora chiaro chi debba farsi carico dei costi del “premio verde”, ovvero i costi aggiuntivi derivanti dalla produzione di beni utilizzando energia pulita anziché combustibili fossili. Finché tale premio non si azzererà o diminuirà ulteriormente, ci sarà sempre la tentazione di optare per la soluzione più economica ma inquinante. Tuttavia, il premio non diminuirà da solo. Ciò richiede soluzioni di ingegneria finanziaria mirate.

La finanza dovrebbe fungere da indicatore della transizione energetica, non solo le macchine per votare. Diversi meccanismi possono contribuire a questo scopo. La certificazione transfrontaliera dell’energia pulita crea un mercato globale per l’elettricità pulita. L’utilizzo di asset di carbonio basati su blockchain riduce le frodi e il doppio conteggio. I quadri di finanziamento per la transizione aiutano le industrie ad alta intensità di carbonio a decarbonizzarsi in modo ordinato. Quando la riduzione delle emissioni di carbonio diventa un’operazione redditizia e redditizia, la transizione energetica non è più un peso, ma una nuova opportunità di crescita.

Cina e Russia hanno interesse a creare questi meccanismi, non solo ad adottare regole elaborate in altri Paesi. Un mercato del carbonio sino-russo congiunto, collegato a più ampie iniziative eurasiatiche, potrebbe creare un segnale di prezzo regionale che premierebbe la riduzione delle emissioni, proteggendo al contempo dalla volatilità del mercato globale del carbonio. Ciò renderebbe il “premio verde” reale ed economicamente vantaggioso.

Implementazione di successo: standard, rischi e talenti

Per la corretta attuazione di tutto ciò, sono necessari specifici meccanismi istituzionali. In primo luogo, il riconoscimento reciproco degli standard. Cina e Russia potrebbero assumere un ruolo guida nello sviluppo di standard comuni per i progetti di energia verde, dalla certificazione dell’idrogeno ai protocolli di rete, offrendo un modello per una più ampia cooperazione eurasiatica. In secondo luogo, i meccanismi di condivisione del rischio . Un fondo bilaterale di garanzia per la trasformazione tecnologica, incentrato su progetti di intelligenza artificiale in fase iniziale nel settore energetico, potrebbe attenuare l’incertezza iniziale e attrarre capitali privati. In terzo luogo, la mobilità dei talenti. Le vere innovazioni arriveranno da finanzieri che comprendono i dati energetici russi e le tecnologie di rete cinesi, e da ingegneri esperti negli strumenti finanziari di entrambe le giurisdizioni. Questi specialisti con qualifiche affini devono essere formati attraverso programmi di studio congiunti e lo scambio di ricerche scientifiche.

Conclusione: Sinfonia, non assolo

Nessuno di questi risultati può essere raggiunto da un singolo Paese. Uno sviluppo di alta qualità è una sinfonia di catene del valore globali. Per la Cina e la Russia, le opportunità sono evidenti.

La Russia possiede risorse energetiche, territorio e una posizione strategica che collega Europa e Asia. La Cina ha la capacità produttiva, le tecnologie digitali e verdi e una solida base finanziaria. Nell’ambito di un più ampio programma di diversificazione energetica e de-dollarizzazione, bisognerebbe concentrarsi sull’utilizzo della tecnologia per migliorare l’efficienza del trasporto energetico e sull’impiego di nuovi strumenti finanziari – pagamenti in valuta locale, valute digitali – per creare un nuovo spazio per il commercio di energia. Questo approccio è molto più produttivo che discutere su come dividere una torta già piena.

Il nuovo spazio per uno sviluppo di alta qualità non è lontano. È proprio qui – e arriva nel momento stesso in cui decidiamo di abbattere le barriere tra energia, tecnologia e finanza.

Per la Cina e la Russia, questo momento rappresenta un’opportunità per superare i tradizionali rapporti tra acquirenti e venditori e orientarsi verso una crescita autentica e complementare. La sfida non è competere per ciò che già esiste, ma utilizzare questi tre ambiti come un prisma, focalizzando la luce solare per innescare la prossima ondata di crescita. Questa è ora la principale frontiera che necessita di sviluppo. [Il testo in grassetto e corsivo è mio]

Ricordo che il Presidente Putin parlò del tipo di relazioni di cui sopra. Gli accordi di Rosatom con i suoi clienti presentano una sinergia simile, e i progressi nell’intelligenza artificiale, che aumentano i livelli di efficienza industriale di base, stanno procedendo molto rapidamente. La nuova Iniziativa globale per lo sviluppo dell’IA annunciata da Xi Jinping deve essere integrata in queste idee. L’Unione Economica Eurasiatica (UEE) sarà molto interessata a perseguire le idee discusse, e la costruzione di una rete intelligente eurasiatica, data la vastità del continente, sarebbe sostenuta da tutti i suoi membri: solo India ed Europa potrebbero opporsi a un progetto del genere. Sia la Russia che la Cina hanno la potenza finanziaria e la capacità di investimento necessarie per avviare un progetto simile, e la Russia deve aumentare rapidamente la sua produzione di energia elettrica per far fronte alla crescita dell’IA. Un altro ambito in cui Cina e Russia possono unire gli sforzi è l’Africa, dove entrambe sono profondamente coinvolte nei processi di sviluppo. Nonostante la necessità di incrementare rapidamente e in modo massiccio la produzione di energia elettrica, Trump e la sua banda sono decisamente contrari a qualsiasi investimento che non garantisca un profitto quasi immediato, escludendo quindi qualsiasi investimento nella produzione energetica e nel miglioramento della rete, a prescindere dalla necessità di mantenere gonfiata la bolla dell’intelligenza artificiale di Wall Street. Il dogma neoliberista non ammette investimenti reali a lungo termine, ed è proprio per questo che l’Impero dei Fuorilegge è in declino. Questo dogma verrà rovesciato quando il rischio concreto di rimanere sempre più indietro rispetto alle nazioni tecnologicamente più avanzate non potrà più essere ignorato? A mio parere, ciò potrebbe accadere non prima del 2029, con l’insediamento della prossima amministrazione. Prevedo che questo tema verrà discusso al Forum Economico dell’Estremo Oriente di quest’anno, che inizierà a settembre, circa dieci giorni prima del vertice dei BRICS.

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Il prossimo traguardo di crescita: la sintesi tra energia, tecnologia e finanza

N. 4, luglio/agosto 2026

DOI: 10.31278/1810-6439-2026-24-4-183-189

Nelson Wong

Vicepresidente del Centro di studi strategici e internazionali di Shanghai.

Per la citazione:

Wong N. La prossima frontiera della crescita: la sintesi tra energia, tecnologia e finanza // La Russia nella politica globale. 2026. Vol. 24. N. 4. Pp. 183–189.

Club di dibattito internazionale «Valdai»

Per decenni la globalizzazione ha seguito uno schema ben noto. L’energia è stata uno strumento di geopolitica, le tecnologie sono diventate fonte di frammentazione e la finanza è stata sempre più spesso utilizzata come arma. Tuttavia, questo schema è giunto al termine. La questione ora non è come rafforzare il vecchio modello, ma dove si trovi il prossimo orizzonte di sviluppo di alta qualità.

La risposta non va cercata in qualche territorio inesplorato negli angoli della mappa. Si trova negli spazi tra i settori. Oggi l’inefficienza deriva dal lavorare in ambiti isolati. Le maggiori opportunità si aprono grazie all’intreccio. Integrando profondamente energia, tecnologia e finanza, scopriamo ciò che si può definire «dividendo dell’efficienza» e «premio verde»: un autentico nuovo spazio di crescita che non richiede la conquista di nuovi territori, ma solo un nuovo modo di pensare. Non si tratta di sfumature tecniche riservate agli specialisti. Si tratta di un imperativo strategico per qualsiasi economia che voglia crescere senza diventare ostaggio delle vecchie regole della concorrenza a somma zero.

Per la Cina e la Russia ciò riveste un’importanza particolare. Entrambe le nazioni stanno ridefinendo il proprio ruolo in un mondo multipolare. Entrambe si trovano ad affrontare la necessità di diversificare la propria economia e le proprie partnership esterne. Ed entrambe dispongono di risorse complementari che, se adeguatamente integrate, potrebbero trasformare l’idea astratta di un «nuovo spazio» in un vero e proprio motore di reciproco vantaggio.

Perché il vecchio modello non funziona più

Cerchiamo di essere onesti riguardo alla situazione attuale. Il modello tradizionale di globalizzazione presupponeva che le risorse energetiche potessero essere garantite attraverso il controllo territoriale, che le tecnologie si sarebbero diffuse naturalmente oltre i confini e che la finanza sarebbe rimasta un fattore neutrale, favorevole allo sviluppo del commercio. Nessuna di queste ipotesi si sta realizzando. Le catene di approvvigionamento energetico sono diventate focolai di rivalità. Le tecnologie all’avanguardia sono bloccate dai controlli sulle esportazioni e dalle barriere protezionistiche. I sistemi finanziari vengono utilizzati sia per punire che per favorire. Per quanto possiamo deplorare tale andamento degli eventi, non possiamo ignorarlo.

Il risultato è un mondo caratterizzato da un elevato livello di conflittualità e da un basso livello di fiducia.

Si presenta la tentazione di chiudersi ancora di più in se stessi: accumulare risorse energetiche, vietare le tecnologie straniere, utilizzare la propria valuta come arma. È necessario resistere a questa tentazione non perché sia moralmente sbagliata, ma perché è economicamente autodistruttiva. Il costo reale della frammentazione è invisibile, ma enorme. Ogni ora di inattività di una fonte di energia rinnovabile, dovuta all’incapacità della rete elettrica di gestire la sua variabilità, ogni anno in cui una promettente tecnologia di accumulo dell’energia rimane in attesa di finanziamenti perché non rientra nei criteri bancari, ogni tonnellata di carbonio che non viene contabilizzata perché i paesi non riescono a mettersi d’accordo su chi debba pagare: sono tutti fallimenti dell’integrazione. Ed è proprio lì che si trova il nuovo spazio per la crescita.

Per la Cina e la Russia questa logica è particolarmente rilevante. La Russia dispone di enormi risorse energetiche, tra cui gas naturale, petrolio e minerali di fondamentale importanza per le batterie e le fonti di energia rinnovabile. La Cina vanta le maggiori capacità al mondo nel campo della produzione di energia solare, delle tecnologie di rete e delle infrastrutture digitali.

Nessun Paese può portare a termine la transizione energetica da solo. La Russia deve diversificare le proprie esportazioni al di fuori dei mercati tradizionali e andare oltre la semplice vendita di idrocarburi grezzi. La Cina ha bisogno di energia affidabile, accessibile e pulita per alimentare il proprio apparato industriale. La risposta ovvia è non limitarsi a comprare e vendere, ma costruire insieme.

Energia e tecnologie: dalla volatilità a un asset

Cominciamo dal rapporto tra energia e tecnologia, dove l’attrito è più evidente. Il rapido sviluppo dell’energia eolica e solare ha generato un problema ben noto: le fonti rinnovabili funzionano in modo intermittente, mentre i nostri sistemi energetici necessitano di stabilità. Per decenni il settore ha operato secondo il modello «la fonte segue il carico», in cui la generazione regola passivamente la domanda. Una nuvola getta ombra su una centrale solare e la turbina a gas deve entrare in funzione. Il vento cala e la centrale a carbone deve compensare questa mancanza. Ciò diventa sempre più costoso man mano che la quota delle fonti di energia rinnovabili cresce oltre i livelli per cui erano state progettate le reti energetiche tradizionali.

La soluzione consiste nel passare da un modello passivo a uno attivo: dal principio “la fonte segue il carico” all’interazione tra fonte e carico. Ciò significa utilizzare l’intelligenza artificiale per prevedere le condizioni meteorologiche e la domanda, implementare inverter intelligenti e sistemi di accumulo distribuiti, nonché inviare segnali di prezzo in tempo reale che incoraggino le fabbriche e le famiglie a spostare i consumi nei momenti in cui c’è il sole e soffia il vento.

In altre parole, il sistema energetico si trasforma da rete unidirezionale a mercato bidirezionale.

In questo contesto, la partnership tra Cina e Russia ha il potenziale per diventare rivoluzionaria. La Russia dispone di ricche riserve di gas naturale, che può fungere da combustibile di transizione flessibile mentre si aumentano i volumi di energia prodotta da fonti rinnovabili. Ma, cosa ancora più importante, la Russia possiede un enorme potenziale non sfruttato nel settore dell’energia eolica e solare, specialmente nelle regioni meridionali e dell’Estremo Oriente. La Repubblica Popolare Cinese dispone delle capacità produttive necessarie per la produzione su larga scala di pannelli solari, turbine eoliche e sistemi di accumulo dell’energia, nonché delle competenze digitali per la creazione di reti energetiche intelligenti. Unendo le risorse energetiche russe alle tecnologie e alla produzione cinesi, i due paesi potrebbero creare un sistema energetico integrato a basse emissioni di carbonio, cosa che nessuno dei due riuscirebbe a realizzare da solo. Non si tratta né di beneficenza né di retorica di facciata. È puro pragmatismo economico. Di conseguenza, un sistema di questo tipo risulterà più stabile, efficiente e sostenibile di qualsiasi altro basato sul semplice sfruttamento delle risorse.

Tecnologia e finanza: argomenti a favore del capitale paziente

Ma le tecnologie non possono essere scalate senza una corretta architettura finanziaria. Le tecnologie materiali – idrogeno verde, fusione termonucleare, sistemi avanzati di accumulo dell’energia, energia solare di nuova generazione – richiedono cicli di sviluppo lunghi, ingenti investimenti iniziali e comportano un alto tasso di insuccessi. Gli istituti di credito tradizionali le evitano, poiché misurano i propri orizzonti in termini di trimestri, non di decenni. Il capitale di rischio può essere d’aiuto, ma è concentrato nel settore del software, dove i fallimenti hanno un costo contenuto e la scalabilità avviene rapidamente. Nel settore delle apparecchiature energetiche è esattamente il contrario: i fallimenti costano caro e la scalabilità richiede anni.

Di conseguenza, si verifica una carenza cronica di investimenti proprio nelle tecnologie più importanti per la decarbonizzazione. Il semplice acquisto di prodotti finiti all’estero non rappresenta una soluzione. È costoso, non crea capacità interne e rende l’acquirente dipendente dalle catene di approvvigionamento estere. L’alternativa è un ciclo chiuso che colleghi tecnologie, industria e finanza. Gli strumenti sono noti: la cartolarizzazione della proprietà intellettuale, modelli ibridi di credito e partecipazione azionaria, nonché strumenti di copertura dei rischi adattati alle diverse fasi di maturità tecnologica. È necessario un cambiamento di mentalità. Non possiamo valutare le batterie di nuova generazione allo stesso modo di una miniera di carbone.

In questo momento il mondo ha bisogno di un capitale paziente, non di un capitale orientato al profitto immediato.

Nel caso della Cina e della Russia, l’aspetto finanziario della cooperazione viene spesso trascurato. Entrambe le nazioni stanno valutando alternative al commercio in dollari, tra cui i pagamenti in valuta locale e le valute digitali. Il commercio energetico rappresenta un ambito naturale per l’introduzione pilota di questi strumenti. Immaginate un’azienda energetica russa che vende gas naturale o idrogeno verde a un acquirente cinese, con pagamenti effettuati non in dollari, ma in una valuta digitale garantita da un paniere di materie prime. Immaginate inoltre che una parte dei ricavi venga destinata a un fondo di investimento congiunto per lo sviluppo di tecnologie energetiche di nuova generazione. Non si tratta di fantascienza, ma della logica prosecuzione degli esperimenti esistenti con le valute digitali delle banche centrali e gli accordi bilaterali di swap. Il punto chiave è il passaggio da meccanismi non sistematici a una struttura sistematica.

Energia e finanza: contabilizzazione del “premio verde”

Energia e finanza: una coppia a cui spesso viene dedicata troppo poca attenzione. L’impronta di carbonio non è ancora stata completamente monetizzata e non è chiaro chi debba sostenere i costi del «premio verde», ovvero i costi aggiuntivi legati alla produzione di qualcosa utilizzando energia pulita anziché combustibili fossili. Finché il sovrapprezzo non scenderà a zero o al di sotto, ci sarà sempre la tentazione di scegliere la strada più economica, ma anche più inquinante. Tuttavia, il sovrapprezzo non diminuirà da solo. A tal fine sono necessarie soluzioni attive di ingegneria finanziaria.

La finanza deve fungere da indicatore della transizione energetica, non semplicemente da strumento di voto. Diversi meccanismi possono contribuire a questo obiettivo. La certificazione transfrontaliera dell’energia verde crea un mercato globale dell’elettricità pulita. La gestione delle attività legate al carbonio basata sulla blockchain riduce le frodi e il doppio conteggio. I meccanismi quadro di finanziamento della transizione aiutano i settori ad alta intensità di carbonio a decarbonizzarsi in modo ordinato. Quando la riduzione delle emissioni di carbonio diventa una voce redditizia del bilancio, la transizione energetica smette di essere un onere e diventa un nuovo spazio di crescita.

La Cina e la Russia sono interessate alla creazione di questi meccanismi, e non semplicemente all’adozione di regole elaborate in altri paesi. Un mercato cinese-russo comune delle emissioni di carbonio, collegato a iniziative eurasiatiche più ampie, potrebbe creare un segnale di prezzo regionale che premerebbe la riduzione delle emissioni, fungendo al contempo da copertura contro la volatilità del mercato globale del carbonio. Ciò renderebbe il «premio verde» reale e redditizio.

Realizzazione di successo: standard, rischi e talenti

Per attuare con successo tutto ciò sono necessari meccanismi istituzionali concreti. In primo luogo, il riconoscimento reciproco degli standard. La Cina e la Russia potrebbero assumere un ruolo di primo piano nell’elaborazione di standard comuni per i progetti nel settore dell’energia verde, dalla certificazione dell’idrogeno ai protocolli di rete, proponendo un modello per una più ampia cooperazione eurasiatica. In secondo luogo, meccanismi di condivisione dei rischi. Un fondo bilaterale di garanzia per la trasformazione tecnologica, incentrato su progetti di intelligenza artificiale nel settore energetico nelle fasi iniziali, potrebbe attenuare l’incertezza iniziale e attrarre capitali privati. In terzo luogo, la mobilità dei talenti. Le vere e proprie innovazioni avverranno grazie a finanzieri che abbiano familiarità con i dati energetici russi e le tecnologie di rete cinesi, e a ingegneri esperti negli strumenti finanziari di entrambe le giurisdizioni. È necessario formare questi specialisti con competenze interdisciplinari attraverso programmi formativi congiunti e lo scambio di ricerche scientifiche.

Conclusione: una sinfonia, non un assolo

Nulla di tutto ciò può essere opera di un singolo Paese. Uno sviluppo di alta qualità è una sinfonia di catene globali di creazione di valore. Per la Cina e la Russia le opportunità sono evidenti.

La Russia dispone di risorse energetiche, territorio e una posizione strategica che collega l’Europa e l’Asia. La Cina vanta una produzione su larga scala, tecnologie digitali e verdi e una solida base finanziaria. Nell’ambito di un programma più ampio di diversificazione energetica e di de-dollarizzazione, occorre concentrarsi sull’utilizzo di tecnologie volte a migliorare l’efficienza del trasporto di energia e sull’impiego di nuovi strumenti finanziari – pagamenti in valuta locale, valute digitali – per creare un nuovo spazio per il commercio dell’energia. Questo è molto più produttivo delle discussioni su come spartirsi una torta già pronta.

Il nuovo spazio per uno sviluppo di alta qualità non si trova da qualche parte lontano. È proprio qui – e prende forma proprio nel momento in cui decidiamo di abbattere le barriere tra energia, tecnologia e finanza.

Per la Cina e la Russia, questo momento offre l’opportunità di andare oltre i tradizionali rapporti «acquirente-venditore» e di orientarsi verso una crescita autentica e sinergica. L’obiettivo non è quello di competere per ciò che già esiste. È necessario utilizzare questi tre settori come una lente che concentra la luce del sole per innescare la prossima ondata di crescita. Questa è attualmente la frontiera principale da esplorare.

Autore: Nelson Wong, vicepresidente del Centro di studi strategici e internazionali di Shanghai

Il presente articolo è stato commissionato dal Club di discussione internazionale «Valdai» e pubblicato sul suo sito web nell’aprile 2026. Altri commenti analitici del club sono disponibili all’indirizzo: https://ru.valdaiclub.com/a/highlights/

L’establishment statunitense è sconvolto dal rapido e paradossale aumento della “letalità” dell’Iran. _ di Simplicius

L’establishment statunitense è sconvolto dal rapido e paradossale aumento della “letalità” dell’Iran.

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La stampa statunitense continua a esprimere grande stupore per le capacità, paradossalmente crescenti, dell’Iran :

https://www.wsj.com/politics/irans-missiles-have-gotten-faster-and-deadlier-the-big-question-is-how-41c81ad7

Riassunto dell’articolo per chi non desidera leggerlo per intero:

Nonostante gli attacchi da parte di Stati Uniti e Israele, i missili iraniani stanno diventando sempre più veloci e sofisticati – The Wall Street Journal.

Nonostante i raid aerei condotti da Stati Uniti e Israele contro infrastrutture militari, depositi e fabbriche, l’Iran ha conservato una parte significativa del suo arsenale balistico (stimato in migliaia di unità) e la capacità di continuare a sviluppare e produrre nuove armi.

La pubblicazione sottolinea come, nel corso del tempo, l’Iran abbia spostato la sua attenzione dai droni lenti e dai missili obsoleti ai missili balistici a propellente solido, veloci e di elevata precisione. Le nuove versioni dei missili sono più rapide da preparare al lancio e dotate di testate manovrabili, il che ne complica notevolmente l’intercettazione.

Per Israele e le forze statunitensi, intercettare massicci attacchi balistici richiede il costante impiego di costosi sistemi antimissile (come Arrow 3, THAAD e Patriot), le cui scorte sono limitate. Il Wall Street Journal osserva che l’Iran ha imparato a sfruttare le vulnerabilità dei sistemi di difesa missilistica multistrato, sopraffacendoli con decine di bersagli in rapido movimento contemporaneamente.

Si comincia con l’apertura:

Dopo quasi cinque mesi di guerra, le capacità missilistiche dell’Iran rimangono letali. Almeno due militari statunitensi sono rimasti uccisi in Giordania sabato, in seguito a un attacco iraniano con missili balistici e droni.

Nessuno riesce a capire come sia possibile che, sotto un bombardamento statunitense così “senza precedenti”, che a quanto pare sta “degradando” l’Iran al punto da renderlo irriconoscibile, il Paese possa continuare ad aumentare la letalità dei suoi attacchi.

L’articolo rileva che gli Stati Uniti stanno addirittura cercando di identificare “ulteriori resti” nella stessa base aerea giordana dove sono stati appena uccisi dei militari americani, il che significa che le prime voci di un numero ancora maggiore di vittime sepolte sotto le macerie sono probabilmente vere:

Inoltre, domenica i funzionari statunitensi stavano lavorando per cercare di identificare ulteriori resti umani rinvenuti sul luogo dell’attacco in Giordania, mentre un terzo militare risultava ancora disperso. Un altro militare statunitense è rimasto ucciso questo fine settimana durante la detonazione controllata di un drone d’attacco iraniano abbattuto nel nord dell’Iraq .

Ma tornando all’argomento principale, sorge spontanea la domanda del WSJ:

Il testo prosegue evidenziando le affermazioni di Trump di inizio giugno, secondo cui l’esercito iraniano sarebbe stato “totalmente distrutto”, contrapponendole alla paradossale constatazione che i missili balistici iraniani stanno diventando solo “più veloci” e “più manovrabili”, il che riflette un esercito che si sta “adattando, non necessariamente sgretolando”.

Ciò ha scatenato una cacofonia di sconcerto nei principali media, che ora si interrogano su dove l’Iran stia prendendo questa meravigliosa “nuova tecnologia”.

Trump, ammettendo che l’Iran “ha fatto franca” in Giordania, incolpa gli operatori della difesa aerea giordana, sostenendo che se al loro posto ci fossero stati operatori più competenti , gli Stati Uniti non avrebbero subito le perdite che hanno subito.

Quindi gli Stati Uniti non possono permettersi di avere i propri operatori per proteggere le proprie basi e truppe? Com’è possibile?

Questa “nuova” capacità iraniana è stata dimostrata al meglio da una serie di foto trapelate, che si presume provengano dal sito della base statunitense colpita in Giordania: leggete la parte evidenziata in rosso.

Da quanto ho capito, stiamo ricevendo dati sull’impatto previsto, ma i missili cambiano traiettoria più volte durante il volo, quindi gli avvisi sull’impatto previsto non sono affidabili.

È evidente che i dati sugli obiettivi vengono forniti all’Iran dalla Cina o dalla Russia, perché la precisione con cui vengono individuati e colpiti è incredibile.

Qual è il vero segreto di questa ritrovata precisione? È merito degli obiettivi cinesi/russi, o ha più a che fare con le maggiori capacità missilistiche dell’Iran?

La risposta:

Probabilmente si tratta di una combinazione di entrambi.

Innanzitutto, è stato annunciato proprio ieri che la Russia ha lanciato il secondo lotto di satelliti della nuova costellazione Rassvet, considerata la “Starlink russa”, per quest’anno.

https://tass.ru/ekonomika/27932981

Il massimo esperto ucraino Serhiy “Flash” Beskrestnov ha commentato l’evento, affermando che ora ce ne sono fino a 40 in orbita:

La Russia ha lanciato il secondo lotto di satelliti “Razvedka”, destinati a essere la controparte di “Starlink”. Attualmente, in orbita si trovano circa 40 satelliti.

Va notato che i satelliti non hanno ancora raggiunto le posizioni designate all’interno della costellazione orbitale, ma potrebbero farlo a breve.

Per iniziare a utilizzare la costellazione “Razvedka” per scopi militari, l’avversario dovrebbe lanciare almeno diverse centinaia di satelliti.

Attualmente SpaceX possiede oltre 15.000 satelliti.
OneWeb ha 600-700 satelliti.
Il progetto Kuiper di Amazon prevede di avere 400-500 satelliti (con l’obiettivo di arrivare fino a 4.000).

Non che questo abbia ancora un effetto rilevante sull’Iran, almeno in teoria, ma dimostra che la Russia sta costantemente aumentando le proprie capacità e ha un forte incentivo a sfruttarle per aiutare l’Iran in molti modi possibili. Va ricordato che i satelliti Rassvet operano con un orientamento nord-sud:

Considerato che Iran e Ucraina non sono molto distanti in longitudine, sembrerebbe possibile utilizzare questo numero limitato di satelliti, almeno in parte, in entrambi i teatri operativi.

Dal punto di vista dei progressi compiuti dall’Iran, il cambiamento chiave è stato il completo annientamento della rete di difesa aerea statunitense che l’Iran era riuscito a mettere in piedi nella regione. Continuano a circolare affermazioni secondo cui l’Iran avrebbe colpito con successo una vasta gamma di radar statunitensi durante l’ultimo scontro.

MenchOsint@MenchOsint Continuano gli sforzi sistematici dell’Iran per smantellare la rete radar del CENTCOM nella regione. Dalla scorsa notte, le forze iraniane hanno preso di mira almeno dieci radar di vario tipo, inclusi sistemi di allerta precoce e un radar a lungo raggio AN/TPY-117. Arya Yadegaar @AryJeayBackupLe Guardie Rivoluzionarie hanno colpito l’isola di Bubiyan in Kuwait. In una nuova dichiarazione, le Guardie Rivoluzionarie affermano di aver colpito:  Un radar di allerta precoce  Un complesso radar tattico vicino alla base aerea di Ali Al Salem  Un sistema radar sull’isola di Bubiyan in Kuwait. Questi sistemi radar sono stati distrutti e messi fuori servizio.20:05 · 21 lug 2026 · 25.100 visualizzazioni11 risposte · 184 condivisioni · 745 Mi piace

Gli Stati Uniti hanno perso gran parte dei loro occhi e delle loro orecchie, e i pochi mezzi aerei rimasti sono costretti ad allontanarsi sempre di più per timore di essere colpiti al suolo.

Con la diminuzione di queste risorse statunitensi cruciali, l’Iran ha anche aumentato le proprie capacità di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) nella regione. Ad esempio, ci sono state segnalazioni non verificate di droni da ricognizione iraniani Ababil-3 che hanno sorvolato il Kuwait, sebbene alcuni abbiano affermato di averle smentite.

Da tempo si ipotizza che l’Iran abbia tenuto da parte i suoi missili più avanzati proprio per questo momento. Inizialmente, l’Iran sapeva che le difese aeree degli Stati Uniti e dei suoi alleati regionali erano ancora efficienti, quindi la sua strategia è stata quella di saturarle con lanci massicci di missili monostadio più economici. Ora che la copertura radar e le scorte di intercettori sono state ridotte, l’Iran ha iniziato a schierare missili multistadio sempre più costosi , come il Sejjil-2, dotati di una precisione di gran lunga superiore.

Inizialmente, l’invio di questi missili si sarebbe rivelato potenzialmente uno spreco, dato che l’Iran non ne possiede un gran numero. Questo spiega i primi attacchi missilistici a tappeto, che sembravano colpire vaste aree a caso. Ora che i sistemi di difesa antiaerea statunitensi sono esauriti, l’Iran può utilizzare le armi più efficaci per colpire con precisione obiettivi specifici, probabilmente scelti con l’ausilio della sorveglianza satellitare russo-cinese.

Ecco un video incredibile di un attacco avvenuto un paio di settimane fa, passato inosservato (e non è un gioco di parole). Notate come i missili balistici iraniani sfreccino proprio accanto ai missili intercettori Patriot, che sparano direttamente all’arrivo dei missili:

Mentre guardate, ricordate la precedente fuga di notizie:

Da quanto ho capito, stiamo ricevendo dati sull’impatto previsto, ma i missili cambiano traiettoria più volte durante il volo, quindi gli avvisi sull’impatto previsto non sono affidabili.

È evidente che i dati sugli obiettivi vengono forniti all’Iran dalla Cina o dalla Russia, perché la precisione con cui vengono individuati e colpiti è incredibile.

I missili più avanzati che l’Iran sta utilizzando ora, forse come l’Emad a propellente liquido. Ecco cosa diceva l’agenzia di stampa iraniana Fars News a proposito dell’Emad alcuni anni fa :

“Questo missile, la cui intera progettazione e costruzione è stata realizzata dagli scienziati e dagli specialisti dell’Organizzazione per le Industrie Aerospaziali del Ministero della Difesa, è il primo missile a lungo raggio della Repubblica Islamica dell’Iran dotato di capacità di guida e controllo fino al momento dell’impatto sul bersaglio , ed è in grado di colpire i bersagli designati con elevata precisione e di distruggerli completamente.

Da Wikipedia:
L’Emad è dotato di un veicolo di rientro di nuova concezione con un sistema di guida e controllo più avanzato, che lo rende il primo missile balistico a raggio intermedio (IRBM) iraniano a guida di precisione.

In breve, si diceva che fosse il primo missile balistico intercontinentale (IRBM) iraniano ad alta precisione, in cui il veicolo di rientro stesso – presumibilmente un MaRV – ha un proprio sistema di guida e controllo che gli permette di essere guidato fino al momento esatto dell’impatto. Ciò significa che il MaRV deve avere un sistema di propulsione di qualche tipo e, a differenza di armi come l’Oreshnik, le cui submunizioni vengono guidate da un “bus” giroscopico nello spazio, la testata iraniana può correggere la traiettoria fino al bersaglio. L’altra grande conseguenza di avere un proprio sistema di propulsione è la capacità di eseguire manovre fino alla fase terminale, il che sembra coincidere con la “fuga di notizie” statunitense di cui sopra, che descrive missili in grado di eseguire così tante manovre che gli Stati Uniti non sono in grado di prevedere il punto d’impatto.

La fuga di notizie, tra l’altro, è solo una parte di una più ampia operazione di “denuncia” descritta dal NYT e dal Telegraph nei loro ultimi articoli, che indicano perdite statunitensi negli ultimi attacchi iraniani molto più pesanti di quelle ammesse:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/07/21/hundred-us-soldiers-injured-iranian-strikes-pentagon/

Ora il Washington Post ha fatto una rivelazione ancora più sconvolgente, tramite una fuga di notizie da un altro “funzionario anonimo”: le scorte statunitensi sono in condizioni così pessime che non ci sono munizioni a sufficienza nemmeno per sostenere le operazioni. La parte più scioccante è che Trump a quanto pare viene tenuto all’oscuro di tutto questo, un fatto non così sorprendente per la maggior parte di noi che abbiamo seguito questa disastrosa follia.

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/07/19/us-teeters-return-all-out-war-with-iran-after-more-troops-killed/

Un funzionario ha inoltre dichiarato al Washington Post che un’operazione di terra è irrealistica, poiché gli “attacchi a distanza” iraniani avrebbero il controllo del fuoco su qualsiasi forza di terra statunitense:

“Credo che sarebbe un errore schierare forze di terra su qualsiasi isola dello stretto o sulla terraferma”, ha affermato Seth Jones, a capo del dipartimento di difesa e sicurezza del Center for Strategic and International Studies di Washington, riferendosi allo Stretto di Hormuz. “Non credo che le forze statunitensi siano preparate ad attacchi a distanza da parte degli iraniani”.

Ora l’ultima spinta è quella di far sì che gli Stati Uniti prendano di mira la “Montagna del Piccone” iraniana, che è diventata la nuova ossessione di Israele:

https://www.wsj.com/world/middle-east/israel-believes-iran-moved-nuclear-centrifuges-into-pickaxe-mountain-d29d21c0

Secondo fonti israeliane e statunitensi, l’intelligence israeliana ritiene che lo scorso autunno l’Iran abbia spostato migliaia di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio in tunnel sotterranei all’interno di una montagna , uno sviluppo che aumenterebbe i timori che Teheran possa ricostituire il suo programma nucleare.

Israele ha trasmesso i risultati dell’intelligence agli Stati Uniti , affermando che le centrifughe sono state trasferite al sito di Pickaxe Mountain lo scorso autunno, dopo la guerra di 12 giorni di giugno, durante la quale attacchi americani e israeliani hanno colpito i tre principali siti nucleari iraniani.

Israele continua a escogitare nuovi e disperati obiettivi per tenere gli Stati Uniti in guerra e impedire qualsiasi via d’uscita che comprometterebbe definitivamente le possibilità di Israele di vedere l’Iran fuori gioco. È diventato imbarazzante vedere gli Stati Uniti cadere goffamente in ogni trappola di questo falso obiettivo fornito da Israele come stratagemma diversivo.

Ma tra la folla si sono levate anche alcune voci di buon senso. Fonti del Washington Post ammettono che è improbabile che il governo iraniano subisca una reale pressione a causa degli attacchi statunitensi, che si stanno rivelando sempre meno efficaci:

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/07/20/us-strikes-unlikely-move-iran-intelligence-reports-say/

Secondo una nuova valutazione dell’intelligence, descritta da funzionari statunitensi, sia in servizio che in pensione, è improbabile che il governo iraniano risenta in modo significativo o ammorbidisca la propria posizione negoziale a seguito di nuove ondate di attacchi militari statunitensi come quelli attualmente in corso .

È la conclusione a cui sono giunte la maggior parte delle persone intelligenti fin dall’inizio.

Come ultima frecciata, ecco un altro membro del Congresso americano che, con noncuranza, chiede l’invio di truppe statunitensi sul terreno per impadronirsi del territorio iraniano e usarlo come leva per “portare l’Iran al tavolo dei negoziati”:

Il deputato statunitense Carlos Gimenez:

“Forse ciò che costringerà l’Iran a sedersi al tavolo delle trattative sarà l’occupazione di parte del suo territorio, con la conseguente dichiarazione: ‘Bene, questo non appartiene più all’Iran’.”

Lo stesso schema si ripete ogni volta, sia in Russia che in Iran. Quando imparerà l’establishment americano che le grandi potenze non cedono a “incentivi” ostili di questo tipo?


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