Simplicius13 settembre∙ CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Sono circolati due articoli illuminanti sull’Ucraina, che rivelano il clima sempre più cupo che regna dietro le quinte tra gli intellettuali e i personaggi influenti dell’establishment riguardo alla situazione attuale e alle prospettive future dell’Ucraina.
Va sottolineato che i media mainstream stanno assumendo toni sempre più schietti nelle loro valutazioni, come si evince da diversi articoli recenti che invocano “onestà” nel dibattito occidentale sul vero status dell’Ucraina.
Il problema è che l’onestà deve partire dai principi fondamentali: ciò significa stabilire i fatti più elementari, fondamentali e cruciali di un determinato scenario. Nel caso dell’Ucraina, una valutazione basata sui principi fondamentali dovrebbe derivare dai costi di guerra quantificabili di base, in particolare quello relativo a vittime. Se l’Occidente non è in grado di analizzare con onestà la situazione dell’Ucraina perdite effettivese lo facesse con la stessa frequenza settimanale con cui lo fa per la Russia, non si avvicinerebbe mai alla realtà dei fatti. Questo perché praticamente tuttiMolti dei problemi attuali dell’Ucraina derivano dall’elevatissimo numero di vittime, ed è proprio questo il problema fondamentale che l’Occidente continua a ignorare palesemente.
L’articolo inizia con tre “conclusioni deprimenti” sulla scia dell’ultimo, inutile botta e risposta diplomatico tra Kushner e Witkoff:
Vladimir Putin non ha modificato minimamente i suoi obiettivi di guerra dal 2022 e rimane determinato a continuare a combattere. Donald Trump non ha alcun nuovo piano di pace se non quello di porre fine alla guerra in Ucraina alle condizioni di Putin. E Kiev sta esaurendo sia i fondi che gli uomini necessari per difendersi, proprio come ha già esaurito i missili intercettori Patriot per proteggere i propri cieli dai bombardamenti del Cremlino.
Queste sono le tre conclusioni deludenti che si possono trarre dall’ultima serie di incontri diplomatici a Mosca e Kiev condotti dal genero di Trump, Jared Kushner, e dall’inviato speciale Steve Witkoff.
L’autore mantiene il tono cupo della sua analisi nel descrivere il crescente vantaggio della Russia sul campo di battaglia, che avrà un ruolo chiave nella nostra interpretazione che seguiremo più avanti:
Ma soprattutto, mentre il Cremlino prosegue la sua spietata campagna volta a rendere invivibili le città ucraine, a distruggere l’economia del Paese e a privarlo del suo futuro, la capacità di Kiev di difendersi è seriamente messa in dubbio.
Parte dell’incubo che si sta consumando in Ucraina è di natura tattica. Ciascuno dei sistemi d’attacco a lungo raggio della Russia è diventato sempre più devastante. Una nuova generazione di droni d’attacco Geran a propulsione a reazione, molto più veloci e precisi rispetto ai vecchi modelli iraniani Shahed, viene dispiegata su larga scala. La Russia sta sviluppando almeno due nuovi sistemi di missili da crociera a basso costo e sta intensificando la produzione di missili balistici lanciati dall’aria e da terra.«Questa è una guerra tra città e infrastrutture. Nessuno la vincerà», ha dichiarato questo fine settimana al Guardian Serhii Beskrestnov, consigliere di Zelensky in materia di tecnologie di difesa e figura di spicco dell’apparato difensivo di Kiev. «L’attacco è diventato più forte della difesa». Beskrestnov prevede che l’Ucraina non riuscirà a procurarsi un numero sufficiente di missili per proteggere completamente le città ucraine dalla devastazione quest’inverno.
L’articolo è sorprendentemente perspicace nella sua analisi sincera dei mille modi in cui l’Ucraina sta perdendo la guerra:
Ma una parte consistente della sconfitta dell’Ucraina, che si sta lentamente delineando, è di natura strategica…
…il terzo e più grave errore è il rifiuto di prendere in seria considerazione la possibilità di coinvolgere il Cremlino in negoziati di pace, nonché la convinzione ostinatamente radicata che incoraggiare l’Ucraina a combattere all’infinito porterà in qualche modo, come per magia, alla vittoria.
Cosa ancora più importante, l’autore fa riferimento all’imminente disastro di bilancio dell’Ucraina in un momento in cui la disponibilità europea a concedere prestiti senza fine si è esaurita:
Il momento cruciale – in cui quelle promesse si scontreranno definitivamente con la realtà – arriverà presto sotto forma di un’imminente crisi fiscale a Kiev. Il primo ministro ucraino Serhii Koretsky ha recentemente annunciato che Kiev ha già speso la maggior parte dei fondi destinati alla difesa per il 2026 e si trova ad affrontare un incombente buco di bilancio di 26 miliardi di euro (30 miliardi di dollari), nonostante un recente prestito di 90 miliardi di euro (104 miliardi di dollari) concesso dall’UE. Quel prestito, ottenuto dopo mesi di trattative a Bruxelles, ha rappresentato il massimo che l’UE è realisticamente in grado di raccogliere. Mentre l’Ucraina si appresta ad affrontare l’inverno più duro e devastante di tutta la guerra, sta per esaurire non solo i missili Patriot e gli uomini per il fronte, ma anche i fondi necessari per continuare a combattere.
Il colpo di scena finale dell’autore è il più onesto e realistico: invece di invocare subdolamente un aumento delle armi e un’escalation senza fine, come hanno fatto la maggior parte di questi articoli nei loro paragrafi conclusivi, l’autore ammette che l’unico modo rimasto per salvare l’Ucraina è dialogare diplomaticamente con la Russia, osservando giustamente che ogni singola offerta di pace è stata progressivamente peggiore della precedente:
Cosa può salvare l’Ucraina dal collasso politico e militare? Ci sono segnali che indicano che il tabù politico europeo sul dialogo con Putin si stia incrinando. Alice Weidel dell’AfD tedesca, reduce dalla vittoria alle elezioni in Sassonia, ha chiesto “un canale aperto con la Russia per giungere a un’intesa e raggiungere una soluzione pacifica”. Secondo Iuliia Mendel, addetta stampa di Zelensky dal 2019 al 2021, «stanno emergendo nuove forze, che stanno diventando sempre più forti» e che rappresentano «la nostra unica possibilità per un’Europa pacifica… Più armi non ci salveranno. Non l’hanno mai fatto».
Ad oggi, ogni successiva proposta di pace si è rivelata peggiore per Kiev rispetto alla precedente. Sembra che l’intenzione chiara di Putin sia quella di infliggere alle città ucraine un ultimo, brutale colpo prima di porre definitivamente fine alla guerra alle sue condizioni, forse l’anno prossimo. L’amministrazione Trump ha da tempo rinunciato all’idea di sostenere una vittoria completa dell’Ucraina, e spetterà agli storici decidere se quella decisione di ritirare gli aiuti e le armi americane sia diventata una profezia che si autoavvera. L’Europa, dal canto suo, continua a fare belle promesse. Ma non ha alcun piano concreto per aiutare, o salvare, l’Ucraina dalla furia del Cremlino – tanto meno per schiacciare l’economia russa o spezzare la volontà di Putin.
Questo ci porta al prossimo articolo, il più significativo, corredato da due titoli alternativi:
L’articolo è stato scritto per il Washington Post dall’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt, che ha vissuto una seconda carriera in ascesa come organizzatore e imprenditore nel settore delle tecnologie belliche anti-russe. Sulla scia di un recente viaggio a Kiev, la valutazione di Schmidt è più cupa che mai:
Ho viaggiato in Ucraina durante tutta la sua lunga guerra con la Russia, aiutando le forze armate ucraine a sviluppare tecnologie all’avanguardia per il campo di battaglia. Ma sono tornato da questo ultimo viaggio più preoccupato di quanto non lo sia mai stato dai primissimi giorni dell’invasione.
Prosegue poi descrivendo con lucidità come la Russia stia acquisendo una superiorità tecnologica determinante sull’Ucraina, grazie all’avvio di una massiccia industrializzazione in tempo di guerra che può essere eguagliata solo dall’intero Occidente messo insieme:
La Russia sta diventando sempre più abile nel condurre questo conflitto, e Washington deve rendersi conto che sta virando verso una strategia di guerra totale, mobilitando le proprie fabbriche e le proprie risorse umane per costringere l’Ucraina alla resa con i bombardamenti.Per sconfiggere la Russia oggi non basta più la semplice fornitura di armi. L’Ucraina avrà bisogno che l’Occidente mobiliti le proprie risorse collettive in misura tale da superare il nemico in termini di produzione e resistenza.
L’Ucraina ha goduto a lungo di un vantaggio asimmetrico, scrive. Mentre la Russia puntava sulla “massa industriale”, ovvero sulla quantità piuttosto che sulla qualità, l’Ucraina ha sfruttato l’innovazione come contrappeso. Ora, afferma, la Russia ha compiuto un balzo in avanti in entrambicategorie: una portata senza precedenti, unita a un’innovazione fulminea che sta riducendo l’Ucraina a brandelli:
Questo vantaggio si sta rapidamente riducendo. Quando l’Ucraina ha sviluppato intercettori in grado di distruggere gli sciami di droni Shahed russi, la Russia si è adattata, schierando Shahed a reazione più veloci e molto più difficili da intercettare. La Russia sta attualmente implementando una costellazione di satelliti in grado di rivaleggiare con Starlink, che le unità di droni ucraine utilizzano per colpire le forze russe nell’Ucraina occupata. Per anni la strategia del Cremlino è consistita nel contrapporre la forza industriale all’innovazione ucraina, ma ora sta combinando tale forza con le proprie innovazioni.
È interessante notare che il suo articolo ruota attorno al tema della “sopravvivenza all’inverno”. L’Ucraina ha bisogno di aiuto, poiché l’inverno più rigido di tutta la guerra si avvicina rapidamente. I fili della vicenda si stanno intrecciando davanti ai nostri occhi: l’establishment si è reso conto che l’Ucraina, ferita, zoppicante e a corto di fondi, quest’inverno sarà ormai agli sgoccioli.
L’articolo di Reuters riferisce che la chiusura dei porti di Odessa da parte della Russia sta mandando in tilt il bilancio dell’Ucraina.
[La presidente della commissione parlamentare per il bilancio, Roksolana Pidlasa] ha affermato che la guerra sta diventando sempre più costosa e che l’Ucraina non è più in grado di finanziare interamente le proprie esigenze di difesa attingendo alle risorse interne, come aveva fatto negli anni precedenti.
Ora la Russia sta prendendo di mira i valichi di frontiera dall’Ucraina verso la Romania e la Moldavia. Il posto di controllo di Orlovka, al confine con la Romania, è stato colpitoall’inizio di settembre, mentre il posto di controllo di Starokazachye, che conduce in Moldavia, è stato preso di mira nella notte del 9 settembre:
Questi posti di blocco venivano utilizzati dall’Ucraina lungo le rotte terrestri nel tentativo di trasportare il proprio grano dopo che i terminal cerealicoli di Odessa erano stati messi fuori uso. Ma ora anche queste rotte vengono bloccate dalla Russia, privando l’Ucraina delle entrate necessarie in un momento critico.
Il tema dominante che emerge dai rapporti sopra citati, compreso quello di Eric Schmidt, è il modo in cui la Russia si sta adattando e innovando, in particolare attraverso l’uso di una nuova generazione di droni che stanno mettendo in difficoltà le difese aeree ucraine, incapaci di tenere il passo:
L’articolo del Financial Times riportato sopra verte sugli ultimi modelli russi di Geran a reazione, le serie -4 e -5:
I nuovi droni russi Geran-4 e Geran-5, dotati di motore a reazione, hanno martellato le città ucraine nelle ultime settimane, eludendo le difese aeree con una frequenza molto maggiore rispetto ai loro predecessori a elica, rappresentando così una nuova grave minaccia.
Si tratta di un cambiamento sorprendente per un esercito le cui conquiste sul campo di battaglia, dall’invasione di Vladimir Putin nel 2022, sono state ottenute a un costo umano enorme e con pesanti perdite di equipaggiamento di epoca sovietica. Sebbene l’Ucraina si sia distinta nell’innovazione tecnologica in campo difensivo a livello nazionale, secondo gli esperti i nuovi droni dimostrano che anche la Russia è in grado di sviluppare, perfezionare e impiegare nuove armi su larga scala.
Una delle rivelazioni che ha fatto scalpore contenute nel rapporto è che gli sviluppi russi relativi a questi droni hanno spinto l’Iran a mostrare un forte interesse nell’acquisizione delle ultime versioni per uso proprio:
Secondo funzionari occidentali della sicurezza e una fonte vicina al Cremlino, le capacità della Russia nel campo dei droni sono migliorate a tal punto che quest’anno Teheran ha chiesto a Mosca di fornirle droni Geran di ultima generazione da impiegare nella guerra contro Israele e gli Stati Uniti.
In particolare, le squadre antidrone mobili ucraine hanno riscontrato estrema difficoltà a tenere il passo con questi droni. In precedenza, i Geran a elica, che volavano lentamente, venivano individuati dai radar e da altri sistemi di preallarme, il che consentiva alle squadre antidrone mobili a bordo di pick-up “tecnici” di raggiungere rapidamente un punto di intercettazione lungo la traiettoria di volo del drone. Ma i droni a reazione ora impediscono tutto ciò, poiché i veicoli terrestri civili semplicemente non possono raggiungere una velocità sufficiente per intercettare le traiettorie di volo dei droni.
L’Ucraina intercetta solo circa il 60% dei droni a propulsione a reazione, rispetto alle percentuali comprese tra il 90% e il 95% che raggiunge abitualmente rispetto ad altre versioni, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’aeronautica militare Yuriy Ihnat.
«Probabilmente presto vedremo questi droni dotati di capacità di occultamento», e questo significa che diventerà ancora più costoso produrli, acquistarli e utilizzarli, ma anche distruggerli”, ha affermato.
Una volta che questi droni saranno integrati con il sistema russo “Starlink”, denominato Rassvet e attualmente in fase di implementazione, ciò rappresenterà un problema del tutto nuovo e inarrestabile per l’Ucraina, in particolare nelle regioni dell’estremo ovest che finora hanno goduto di una relativa sicurezza nelle “retrovie” protette.
Un importante comandante ucraino ha recentemente suscitato scalpore ammettendo che ciò porterà alla sconfitta totale dell’Ucraina entro il prossimo anno:
ULTIME NOTIZIE: Entro il prossimo anno la Russia disporrà di una copertura di comunicazione satellitare su tutto il territorio dell’Ucraina,“e questo porterà alla nostra sconfitta,”ha affermato il comandante del 1° Battaglione d’assalto delle Forze armate ucraine, “Perun”.
Un importante analista ucraino esprime una valutazione altrettanto pessimistica:
Per ora l’economia russa continua ad andare avanti, contrariamente alle previsioni occidentali più catastrofiche che ne prevedevano il crollo. Secondo Bloomberg:
Concludiamo con un video in cui Medvedev torna a smentire le voci secondo cui la Russia avrebbe bisogno di una sorta di mobilitazione di massa per sconfiggere l’Ucraina, un meccanismo di difesa ormai diffuso tra i sostenitori dell’Ucraina, alla disperata ricerca di un vantaggio narrativo:
Un ringraziamento speciale a voi, abbonati a pagamento, che state leggendo questo articolo Premium a pagamento—Siete voi i membri fondamentali che contribuiscono a mantenere questo blog attivo e funzionante in modo sano e costante.
Il Consiglio di Jarrimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di approfittarne due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda e avida porzione di generosità.
Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00.
Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.
Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.
Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.
Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.
Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.
Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.
Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.
Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.
E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).
Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i governanti tengano conto.
Teodoro Klitsche de la Grange
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Stefan Evers, candidato CDU alle elezioni di Berlino: farò di tutto per tenere gli estremisti lontani dal potere. Viviamo in un’epoca in cui i partiti radicali sono più forti che mai e a Berlino minacciano le fondamenta di questa città libera. Non vorrei dovermi chiedere tra cinque anni se ho davvero fatto tutto il possibile per impedirlo. A Berlino si percepisce un evidente degrado. Anche questo non è solo colpa della politica, ma è espressione di un’evoluzione sociale. Il nostro servizio di nettezza urbana svolge un lavoro infernale, ma per le strade vediamo che molte persone stanno perdendo il rispetto per la propria città e per il prossimo. La libera circolazione nell’area Schengen è soggetta a determinate condizioni. Chi non è in grado di provvedere autonomamente al proprio sostentamento in modo permanente deve lasciare questo Paese. Questa è la legge vigente. Dobbiamo farla rispettare. Molti paesi, tuttavia, non sono affatto disposti a riaccogliere i propri cittadini. Così non può andare. Dobbiamo parlare chiaro con i paesi di origine.
04.09.2026 «Si nota un evidente stato di degrado» A dieci settimane dalle elezioni, la CDU di Berlino ha sostituito il proprio candidato di punta. Ora Stefan Evers sta lottando contro la tendenza negativa a livello federale e contro una forte sinistra
Intervista di Felix Heck e Alisha Mendgen Stefan Evers riceve ancora i visitatori in un semplice ufficio del sindaco. Qui, nel Municipio Rosso, il senatore alle finanze è vice del sindaco in carica Kai Wegner.
L’Iran dispone, oltre alle rotte di contrabbando e ai confini terrestri con, tra gli altri, la Turchia e il Pakistan, anche di una via d’accesso via mare a nord finora poco considerata. E, a differenza di quanto avviene nel Golfo, gli Stati Uniti non hanno un accesso così facile in quella zona. Il Mar Caspio, nonostante il nome, non è un mare, bensì un lago, per la precisione il più grande specchio d’acqua interno del mondo. Non ha accesso diretto agli oceani ed è, soprattutto per l’Occidente, una sorta di buco nero. Solo le marine degli Stati rivieraschi sono autorizzate ad accedervi: Iran, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan. Esse non ostacolano il commercio tra Mosca e Teheran, sebbene un numero sempre maggiore di compagnie di navigazione figuri nelle liste delle sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea e nonostante vi siano indicazioni secondo cui le navi da carico avrebbero temporaneamente disattivato il proprio sistema di identificazione automatica. In questo modo non è più possibile tracciare la posizione e la rotta di una nave. Tutto ciò rende il Mar Caspio il corridoio di trasporto ideale per la Russia e l’Iran, due degli Stati più pesantemente soggetti a sanzioni al mondo.
05.09.2026 La porta sul retro dell’Iran Nella guerra contro l’Iran, tutti gli occhi sono puntati sullo Stretto di Hormuz. Ma Teheran ha ancora una carta da giocare: IL MAR CASPIO
Di Franziska Tschinderle
Il 25 luglio 2026 i servizi segreti ucraini sono riusciti a mettere a segno un’operazione azzardata. L’episodio si è verificato lontano dal fronte vero e proprio con la Russia, a circa 1700 chilometri a est di Kiev.
La Repubblica Federale sta attualmente vivendo un nuovo estremismo di sinistra, come non se ne vedevano più dalla fine della RAF negli anni ’90. Chi si nasconde esattamente dietro queste nuove coalizioni di estrema sinistra? Dal punto di vista ideologico, in ogni caso, i servizi di sicurezza attribuiscono i «gruppi Vulcano» allo spettro anarchico orientato alla violenza. Gli investigatori della polizia ritengono che i «gruppi vulcanici» costituiscano una rete e che il nome venga utilizzato come una sorta di etichetta per diverse formazioni. L’obiettivo dei «vulcanici»: paralizzare, per quanto possibile, la vita civile in questa Repubblica. Durante i festeggiamenti di Capodanno del 2026 a Berlino, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto: non solo decine di migliaia di persone sono rimaste per cinque giorni senza elettricità, riscaldamento e rete mobile, ma anche la fiducia nei rappresentanti politici ha subito un grave danno. Tuttavia, nonostante tutti gli sforzi degli investigatori, fino ad oggi i funzionari non sono riusciti ad arrestare i criminali del gruppo «Vulkan». E ciò nonostante l’Ufficio federale di polizia criminale (BKA) avesse già assunto le indagini in precedenza, nel marzo 2024, in seguito al loro incendio più devastante fino a quel momento – contro un traliccio elettrico dello stabilimento Tesla di Grünheide – con l’accusa di «sabotaggio anticostituzionale».
Settembre 2026 Il silenzio dopo l’attentato incendiario La RAF si è sciolta più di 25 anni fa. All’epoca la Repubblica tirò un sospiro di sollievo. Oggi le forze di sicurezza si trovano ad affrontare strutture terroristiche ben più complesse. Le informazioni che emergono dalle loro indagini sono allarmanti
Di BUTZ PETERS – giornalista e avvocato a Dresda. È uno dei massimi esperti tedeschi di storia della RAF
All’inizio di gennaio, quando il 2026 era iniziato da appena tre giorni, alcune immagini dall’aspetto apocalittico sono diventate virali, suscitando sgomento in tutta la Repubblica: con temperature sotto lo zero e nevicate, 45.000 famiglie nella zona sud-occidentale di Berlino si sono ritrovate improvvisamente senza elettricità né riscaldamento.
Elenco delle decisioni della classe politica che quasi nessuno al di fuori della Germania comprende. Anche all’interno della Repubblica Federale, molti cittadini considerano una follia ciò che accade nei settori dell’energia e dell’economia, ma anche della migrazione e in molti altri ambiti, a volte con un metodo, a volte senza. Una vasta coalizione che va dall’estrema sinistra fino all’Unione, tuttavia, come è noto, la valuta diversamente. Essa vede la Germania come un pioniere e un innovatore moderno. È proprio qui che risiede il problema centrale: nell’incapacità e nella riluttanza a correggere anche gli errori più evidenti. Ad esempio, qualche tempo fa il Cancelliere federale Friedrich Merz ha affermato che l’uscita dal nucleare è stata un «errore strategico» – per poi annunciare, allo stesso tempo, che non si può tornare indietro, ma solo proseguire con determinazione in quel vicolo cieco già intrapreso. Ciò si può definire coerenza, irresponsabilità o, semplicemente: stupidità.
Numero di Settembre 2026 UN DISASTRO CHE CI SIAMO COSTRUITI DA SOLI Le dodici maggiori follie della Germania, dall’immigrazione incontrollata alla politica energetica costosa e inefficiente, fino alla distruzione dell’industria: quando i leader berlinesi si assumono un incarico, lo fanno con grande determinazione. Una panoramica delle follie politiche dalle conseguenze più gravi. La buona notizia: si potrebbe quasi fare marcia indietro su tutto DI A L E X A N D E R WENDT
Del medesimo autore Disprezzo verso il basso. Come un’élite morale minaccia la società civile – e come possiamo difenderla Editore Lau, 372 pagine, 26 €. Disponibile su www.tichyseinblick.shop
Per stilare un elenco delle più grandi follie politiche in Germania, si presenta innanzitutto un problema di definizione: «Stupidità»: suona come un errore involontario, come goffaggine, ma non come un atto intenzionale.
Di fronte alla schiacciante vittoria elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt e al crollo della CDU in quella regione, anche i più fedeli sostenitori di Merz vacillano. La coalizione, che dopo la pausa estiva voleva finalmente migliorare ogni cosa e approvare le più grandi riforme sociali degli ultimi decenni, sta perdendo fiducia in se stessa. Nel frattempo, fuori, nel Paese, la situazione si sta aggravando. L’economia implora un segnale che confermi il proseguimento delle riforme. L’energia è troppo costosa. La concorrenza cinese sta schiacciando gli imprenditori. I dazi doganali precludono le prospettive sul mercato americano. Il Paese non può permettersi una situazione di stallo o addirittura di instabilità politica. I governi vanno e vengono, questa è la normalità in una democrazia. Ma per il Cancelliere e la sua coalizione la posta in gioco va ben oltre il mantenimento del potere. Si tratta dell’eredità liberale della Repubblica, del legame politico ed economico con l’Occidente, dell’adesione all’economia sociale di mercato e alla moneta europea. È tutto in gioco. Per la prima volta dalla fine della dittatura nazista, nella storia della Repubblica Federale un partito di estrema destra può sperare di ricoprire cariche di governo.
11.09.2026 Paralisi da paura L’ascesa dell’AfD rischia di spegnere ogni residuo slancio riformista del governo federale. Gli economisti mettono in guardia dalle drastiche conseguenze per la più grande economia europea
Il crepuscolo dei cancellieri L’ascesa dell’AfD rischia di spegnere ogni residuo slancio riformista della coalizione. Friedrich Merz intende mantenere la rotta. Ma il suo partito è ancora al suo fianco? Di D. Delhaes, J. Fokuhl, M. Greive, J. Hanke Vela, J. Hildebrand, M. Koch, J. Münchrath, D. Neuerer, J. Olk Berlino, Bruxelles, Düsseldorf
Mercoledì sera, poco dopo le 19, Friedrich Merz dà il benvenuto al suo «fan club».
Merz, dopo il disastro elettorale della CDU in Sassonia-Anhalt, ha sottolineato: «Arrendersi non è un’opzione». È stato eletto per quattro anni e adempirà alle proprie responsabilità. Un colpo di mano interno al partito per indurre il Cancelliere a dimettersi è considerato un tabù. Per Wüst vi sono fattori di rischio: dovrebbe essere certo del consenso dei gruppi parlamentari della coalizione, ovvero Unione e SPD, che insieme dispongono solo di una maggioranza risicata di dodici voti in Parlamento. All’interno dell’SPD potrebbe esserci la disponibilità a sostenere un nuovo Cancelliere al Bundestag, al fine di evitare nuove elezioni. Ma si tratterebbe più di una speranza che di una certezza. Con la sua richiesta di una procedura di verifica costituzionale nei confronti dell’AfD, Wüst si è isolato all’interno delle proprie file e ha suscitato incomprensione. Ha invece riscosso ampio consenso presso SPD, Verdi e Sinistra, che stanno lavorando per ottenere la messa al bando dell’AfD. Non sarebbe inoltre chiaro come un cancelliere Wüst riuscirebbe a rapportarsi con gli uomini di fiducia di Merz.
11.09.2026 Perché la crisi di Merz giunge in un momento inopportuno per Wüst Il primo ministro della Renania Settentrionale-Vestfalia coltiva la propria reputazione di aspirante cancelliere. Tuttavia, i rischi per lui sono enormi. E cosa intende fare Söder?
Di KRISTIAN FRIGELJ E NIKOLAUS DOLL Qualche giorno fa Hendrik Wüst ha avuto difficoltà a fornire una risposta chiara. Al presidente del Land della Renania Settentrionale-Vestfalia è stato chiesto se fosse «senza riserve» disponibile come candidato di punta della CDU per le elezioni regionali del 27 aprile 2027.
Un viaggio attraverso la Sassonia-Anhalt. Molti raccontano con orgoglio di aver votato l’AfD, ma poi non vogliono rivelare il proprio nome. Tutti, invece, esprimono una speranza: che ora qualcosa cambi. Ma cosa dovrebbe cambiare? «La situazione economica», dicono alcuni, «l’immigrazione», dicono altri; e «i prezzi», dicono quasi tutti. E nella loro vita personale? A questa domanda molti rispondono: «In realtà sto bene». «Qui nel comune, in realtà, sono d’accordo con la politica», afferma un ex meccanico di macchine edili di 74 anni. Parla di un «voto di frustrazione». Allo stesso tempo, per lui un tema decisivo in occasione delle elezioni è stato il sistema educativo. Su questo fronte l’AfD promette grandi cambiamenti: un allentamento dell’obbligo scolastico e l’abolizione dell’inclusione nelle scuole della Sassonia-Anhalt figurano nel programma del partito. E anche dal punto di vista dei contenuti l’AfD intende intervenire sui programmi scolastici. «Più Bismarck, meno Hitler», è il motto secondo il deputato dell’AfD Hans-Thomas Tillschneider.
11.09.2026 Sperare che qualcosa cambi Non sono solo gli elettori dell’AfD a ritenere che il partito abbia individuato i veri problemi. Altri si chiedono come possano ancora dialogare con i propri concittadini. Un viaggio attraverso la Sassonia- Anhalt
Di Luca Neuschaefer-Rube, Neinstedt/Quedlinburg Il quaranta per cento si presenta così: una lunga strada statale, campi gialli, sullo sfondo le montagne e gli alberi verdi dell’Harz.
Mosca ha gradualmente ridotto le forniture. Inizialmente Gazprom accettava solo rubli come pagamento, poi il gruppo ha interrotto le forniture verso la Bulgaria e la Polonia, successivamente attraverso il gasdotto ucraino «Soyuz» e, infine, alla fine di agosto 2022, anche attraverso il gasdotto del Mar Baltico «Nord Stream 1». La Russia intendeva così mettere sotto pressione i sostenitori dell’Ucraina. Poiché il gas è fondamentale anche per la produzione di energia elettrica, i prezzi dell’elettricità hanno subito un aumento. Gli importatori di gas, in primis il gruppo Uniper di Düsseldorf, non sono più riusciti a onorare i propri contratti e hanno dovuto a loro volta essere salvati. In 27 voci il Ministero elenca quanto è costato lo «scudo protettivo».
11.09.2026 La crisi del gas di Putin è costata 50 miliardi Dopo l’attacco della Russia all’Ucraina, il governo federale ha garantito l’approvvigionamento di elettricità e gas ai cittadini. Ora rende noto quanto ha speso a tal fine. Alcuni sostengono che la cifra sia stata molto più elevata
Di Michael Bauchmüller e Georg Ismar La situazione era grave, ma a causa del coronavirus il Cancelliere è rimasto nel proprio appartamento per precauzione. Solo tramite schermo, alla fine di settembre 2022, Olaf Scholz ha annunciato il «doppio colpo».
Siegmund sente il profumo del potere. Eppure ha temuto proprio questa situazione. Un governo senza una maggioranza sicura rappresenterebbe un rischio per lui, ma anche per la sua sostenitrice, la presidente federale Alice Weidel. Dopotutto, Magdeburgo dovrebbe essere solo il punto di partenza per la marcia verso la capitale federale. Un fallimento metterebbe a rischio anche il piano di potere della Weidel per Berlino. Un primo ministro Siegmund eletto con un margine risicato dovrebbe sentirsi dire che ora sta facendo proprio ciò che ha sempre rimproverato ai partiti tradizionali, ovvero mettere insieme a malapena delle maggioranze. Oppure ha addirittura intenzione di chiamare ripetutamente Sahra Wagenknecht per sapere se porrà il suo veto su questo o quel progetto di legge? Siegmund non è sotto pressione solo da parte del suo partito, ma anche da parte dei suoi elettori. Ora ha un impegno anche nei confronti di quelle persone che ha incontrato a migliaia durante i mesi della campagna elettorale e dalle quali si è lasciato acclamare come una pop star. Ha scattato selfie a raffica con loro, ha autografato magliette con la sua effigie e ha promesso loro ciò che era scritto sui manifesti blu in tutto il Paese: «Tutto è possibile». E ora che tutto sembra davvero possibile, vuole tirarsi indietro? Siegmund sa che non è così semplice.
STERN 10.09.2026 ESTREMO, NAZIONALISTA, INCAZZATO… L’AfD nella Sassonia-Anhalt ha il potere a portata di mano, ma ha bisogno di un partner. La lotta per il potere a Magdeburgo potrebbe sconvolgere anche il partito a livello federale
Di Martin Debes Il potere assume molte forme. Può presentarsi freddo e silenzioso – oppure ardente e chiassoso. E brutale.
E’ visibile la linea di frattura che divide la Repubblica in due schieramenti. Mentre in uno si teme per la sopravvivenza della democrazia liberale, per i diritti di libertà e i principi dello Stato di diritto, nell’altro si mette apertamente in discussione il sistema stesso. Il Paese sembra più politicizzato che mai. Nulla è più scontato, tutto è ideologicamente controverso, come due fronti in lotta per la nuova Germania. Al vertice, nella Cancelleria, siede una persona che dovrebbe condurre questa battaglia con sicurezza, ma al momento non si può nemmeno pensare a una leadership. «Sembra proprio come ai tempi della caduta del muro nel 1989, quando abbiamo già mandato a casa un sistema», esulta Oliver Kirchner al microfono, insieme a Siegmund, capogruppo dell’AfD nella Sassonia-Anhalt. Ulrich Siegmund e la sua AfD sono riusciti a dare il via a un movimento che in molti ha risvegliato il desiderio di tornare a essere protagonisti della propria storia. Il giorno delle elezioni si è trasformato in un momento di autoaffermazione. Il risultato della Sassonia-Anhalt non è un monito, è una dichiarazione di guerra. Con la bocciatura dei partiti di governo, molti cittadini esprimono la loro rottura interiore con un sistema che questi partiti hanno rappresentato per così tanto tempo. Sarebbe un’illusione credere che qualche correzione alla riforma delle pensioni o l’aggiustamento di alcune leve nel sistema fiscale possano placare questo malcontento. Gli sguardi si spostano ora da Magdeburgo a Berlino. Per il Cancelliere, lì è iniziata la fase decisiva.
STERN 10.09.2026 UNA NUOVA GERMANIA? Le elezioni in Sassonia-Anhalt stanno cambiando la Repubblica – e potrebbero far cadere il Cancelliere
L’AfD mette in discussione il sistema. Il Cancelliere ha ancora abbastanza forza per opporre resistenza? QUALE PAESE VOLETE? Il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt dimostra quanto sia divisa la Repubblica. Ora è in gioco il futuro della democrazia – e quello del Cancelliere.
Di Julius Betschka, Nico Fried, Paul Krauß, Veit Medick, Jan Rosenkanz A mezzogiorno Catalina Möwes nutre ancora speranze. «A metà scrutinio abbiamo già raggiunto il 50 per cento di affluenza alle urne», afferma l’insegnante quarantaduenne.
Quanto sarebbe pericoloso questo primo governo dell’AfD per la democrazia liberale? Quali sono le sue intenzioni in Sassonia-Anhalt? E da lì può davvero conquistare la Cancelleria? Il partito cercherà di aumentare la pressione su CDU e CSU e di dividere la coalizione. L’Unione è già in stato di shock dopo la debacle elettorale in Sassonia-Anhalt, mentre nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore si profila un nuovo crollo. Gli estremisti di destra intendono sfruttare questa incertezza per continuare a scuotere il muro di contenimento, già di per sé fatiscente. Se la CDU e la CSU, sotto la pressione dell’AfD, dovessero spostarsi a destra, ciò destabilizzerebbe la coalizione con l’SPD e porterebbe ulteriormente i temi centrali dell’AfD nel mainstream. In Sassonia-Anhalt e in altre regioni della Germania orientale, l’AfD è già riuscita a modificare profondamente il clima sociale a proprio favore. Ora dovrebbe essere il turno del resto della Repubblica.
11.09.2026 Ecco come l’AfD sta ora cercando di conquistare il potere All’AfD mancano pochi voti per ottenere la maggioranza assoluta, ma dopo la vittoria elettorale in Sassonia-Anhalt gli estremisti di destra vogliono assolutamente governare. Alcuni esponenti del partito sognano già la Cancelleria
Di Astrid Geisler, Fabian Hillebrand, Ann-Katrin Müller, Philipp Wittrock La Sassonia-Anhalt dovrebbe essere solo l’inizio, almeno così se lo immagina l’AfD. «Si tratta della Germania», afferma Ulrich Siegmund, seduto alla conferenza stampa federale a Berlino il giorno dopo la sua vittoria elettorale.
È in gioco ciò che dal 1945 ha garantito stabilità alla Repubblica Federale: un conservatorismo democratico che sa cosa va preservato, ma anche come conciliare progresso e apertura al mondo. Se l’Unione continuerà su questa strada, dopo le elezioni federali del 2029 rischia di diventare irrilevante – e alla Germania si prospetta un governo di estrema destra. Le dimissioni del Cancelliere o un ricambio di alcuni volti non cambierebbero il quadro generale: la guerra in Ucraina, Donald Trump alla Casa Bianca, la concorrenza con la Cina e la crisi industriale. L’Unione ha bisogno di una risposta molto più radicale, proveniente dal centro del partito: Merz è in grado di garantirla? Forse. Per ora può ancora impostare la rotta. Se non ci riuscirà, sussiste il rischio che il conservatorismo democratico in Germania perda la propria rappresentanza politica.
11.09.2026 EDITORIALE L’ultima possibilità dell’Unione Friedrich Merz si trova con le spalle al muro. Tuttavia, un semplice cambio di leadership non basterà a salvare la CDU. Il partito deve osare un nuovo inizio all’insegna di un conservatorismo convincente
Di Swantje Karich L’Unione ha un problema di fiducia. Con maggiore «emotività», come ha affermato Friedrich Merz dopo il devastante risultato elettorale in Sassonia-Anhalt, si vorrebbe ora raggiungere i cittadini. Sembrava tuttavia che il Cancelliere federale stesse annunciando un programma politico.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Ansarullah controlla Bab el-Mandeb. Ma Moka non è caduta: è stata abbandonata. Chi combatte nello Yemen, perché la fazione avversaria è crollata e cosa ci perde l’Europa in tutto questo.
Pubblicato il 12 settembre 2026·20 minuti di lettura
Condividi questo articolo
Di Thibault de Varenne
Il 10 settembre, le forze della Resistenza nazionale yemenita hanno lasciato il porto di Moka prima dell’alba. Il giorno dopo, Ansarullah — il movimento che la stampa occidentale chiama «gli Houthi» — controllava l’intera costa yemenita del Mar Rosso e l’isola di Perim, al centro dello stretto di Bab el-Mandeb. Da questa via di transito passano il petrolio e i container diretti a Marsiglia, Genova e Rotterdam. Prima di dire chi ha vinto, bisogna chiarire chi sta combattendo e perché.
LA LETTERA DEGLI STRATEGHI
Rimanete liberi!
LA NEWSLETTER · GRATUITA
Il Courrier, ogni mattina.
Le notizie più importanti, analizzate dai cinque giornalisti del Courrier. Nella tua casella di posta, ogni giorno lavorativo.
Giovedì 10 settembre all’alba, alcuni combattenti di Ansarullah sono entrati a Moka, sulla costa occidentale dello Yemen. Venerdì hanno raggiunto Dhoubab, per poi imbarcarsi alla volta di Mayyoun — l’isola di Perim — e insediarsi nel campo di al-Omari, che domina il passaggio. Al Jazeera riassume la situazione in una frase: il movimento controlla ormai l’intera costa yemenita del Mar Rosso.
Questa costa domina uno stretto largo trenta chilometri, tra la punta sud-occidentale dell’Arabia e il Corno d’Africa. Gli arabi lo chiamano Bab el-Mandeb, la Porta dei Lamenti. È l’imbocco meridionale del Mar Rosso, quindi l’imbocco meridionale del Canale di Suez, e quindi la rotta attraverso la quale il greggio del Golfo e i container dall’Asia risalgono verso l’Europa. Si stima comunemente che vi transiti dal 12 al 15 per cento del commercio marittimo mondiale. Da febbraio, questa rotta non è più una semplice opzione: è l’unica rimasta, e tornerò su questo punto.
Un lettore francese non ha alcun motivo di conoscere i protagonisti di questa vicenda. Ha però ottimi motivi per volerli conoscere, dato che ora sono in parte responsabili del suo approvvigionamento. Prendiamoci quindi il tempo di nominarli.
LA LETTERA DEGLI STRATEGI
Rimanete liberi!
ABBONAMENTO
Andate al nocciolo della questione.
Due numeri di grande formato al giorno. I cinque editorialisti del Courrier. La rubrica “Sécession”, la domenica.
Lo Yemen si trova all’estremità sud-occidentale della penisola arabica, di fronte a Gibuti. Conta 34 milioni di abitanti, circa la metà della popolazione francese, su un territorio montuoso a nord e desertico a est. Va ricordato che questo paese non è sempre esistito in questa forma: fino al 1990 c’erano due Yemen, quello del Nord intorno a Sanaa e quello del Sud intorno ad Aden, quest’ultimo essendo stato una repubblica marxista e poi uno Stato a tutti gli effetti. L’unificazione del 1990 è avvenuta senza che venisse mai risolta la questione della ripartizione del potere e delle risorse. Nel 1994 è scoppiata una guerra civile, che ha causato da settemila a diecimila morti. Il problema allora sollevato non è stato risolto, ma solo rinviato. Tutto ciò che segue ne è una conseguenza.
Ansarullah, «i sostenitori di Dio», è nato sulle montagne di Saada, al confine con l’Arabia Saudita, a cavallo tra gli anni Novanta e il 2000. Il movimento si rifà allo zaydismo, un ramo dell’Islam sciita proprio del nord dello Yemen, distinto dallo sciismo duodecimano che è quello dell’Iran — la parentela esiste, ma è più labile di quanto si dica. I suoi membri si definiscono Ansarullah; in Occidente vengono chiamati Houthi, dal nome della famiglia del suo fondatore, Hussein al-Houthi, ucciso nel 2004. Sei guerre lo hanno contrapposto al potere centrale tra il 2004 e il 2010. Nel settembre 2014, è sceso dalle montagne e ha conquistato Sanaa, la capitale. Non l’ha mai ceduta: il territorio che amministra ospita oggi la grande maggioranza della popolazione yemenita. Da marzo 2015, sta affrontando una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, e sta tenendo duro. Teheran lo arma, lo consiglia e lo loda ; ciò non significa però che sia una sua marionetta, il che sarà importante per il seguito.
Il governo riconosciuto è ciò che resta dello Stato cacciato da Sanaa. Ha sede ad Aden e non si definisce più un governo, ma un Consiglio di direzione presidenziale : otto uomini, insediatisi nell’aprile 2022, che esercitano collegialmente un’autorità riconosciuta dalla comunità internazionale, ma molto meno sul campo. Questi otto uomini non fanno capo allo stesso capo. Alcuni sono gli uomini di Riyadh, altri quelli di Abu Dhabi.
Il Consiglio di transizione del Sud, fondato nel maggio 2017 e presieduto da Aïdarous al-Zoubaïdi, ha sede anch’esso ad Aden e non persegue lo stesso obiettivo: vuole l’indipendenza del Sud, ovvero il ritorno ai confini precedenti al 1990. Eppure fa parte del Consiglio presidenziale. Gli Emirati Arabi Uniti lo hanno sostenuto, finanziato e armato.
Le forze della Resistenza nazionale sono il terzo attore di questo schieramento, quello che ci interessa oggi. Controllano — o meglio, controllavano — la costa del Mar Rosso e sono comandate da Tareq Saleh, nipote di Ali Abdallah Saleh, l’uomo che ha presieduto lo Yemen per trentatré anni, si è alleato con gli Houthi nel 2014, si è rivoltato contro di loro nel 2017 e fu ucciso proprio da loro il 4 dicembre dello stesso anno. Anche Abu Dhabi sostiene questo nipote.
I due sostenitori, infine, sono il fulcro della questione. L’Arabia Saudita sta conducendo una guerra nello Yemen per un motivo semplice: non vuole un governo allineato con Teheran al suo confine meridionale, né missili a portata dei suoi giacimenti petroliferi. Gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo una guerra contro lo Yemen per un altro motivo, altrettanto semplice: vogliono porti, isole e sbocchi sul Mar Rosso, il che li porta a preferire un Sud separato e docile a uno Yemen unificato. Questi due obiettivi non sono complementari. Sono contrari. Da dieci anni la si chiama «coalizione».
Ecco il quadro della situazione. Ricordiamo tre cose, che bastano: un Paese diviso in due, la cui linea di demarcazione non ha mai tenuto; un fronte anti-Houthi che obbedisce a due capitali con obiettivi opposti; e uno stretto che, da febbraio, vale più di tutto il resto.
LA LETTERA DEGLI STRATEGHI
Rimanete liberi!
TELEGRAM · NOTIZIE IN TEMPO REALE
Tra un’edizione e l’altra, il filo.
La newsletter ti aggiorna al mattino. Il feed ti aggiorna in tempo reale.
Perché la conquista di settembre non si spiega con settembre. Si spiega con l’inverno precedente e con il Sud.
Il 2 dicembre 2025, il Consiglio di transizione del Sud lancia un’offensiva generale in tutto lo Yemen meridionale. Non si tratta di uno scontro minore. Nel giro di pochi giorni, i separatisti conquistano Seiyoun e Tarim, poi l’Hadramaut petrolifero e la Mahra — strappandole a unità che fanno capo allo stesso governo di cui fanno parte loro, ma che sono sostenute da Riyadh. La nota della biblioteca della Camera dei Comuni osserva che non sono stati segnalati scontri di rilievo. Le alleanze si sono semplicemente spostate, tutto qui.
Il 2 gennaio, Zoubaïdi annuncia un referendum sull’indipendenza e una costituzione per lo Stato del Sud, da varare entro il 2028. Il 7 gennaio, le forze governative entrano ad Aden. Il 9, il Consiglio di transizione del Sud annuncia il proprio scioglimento. Il suo leader viene allontanato dal Consiglio presidenziale, accusato di tradimento, e si rifugia negli Emirati. Subito dopo, Abu Dhabi ritira le sue ultime truppe dallo Yemen.
Cinque settimane. Una secessione proclamata, una capitale conquistata, un movimento sciolto, un protettore che fa i bagagli. Si è parlato molto della rapidità; si è prestata poca attenzione al prezzo da pagare. Per due mesi, il fronte che da dieci anni combatte contro Ansarullah ha dedicato tutta la propria energia militare, le proprie munizioni e la propria coesione interna a combattere contro se stesso. Gli Houthi, dal canto loro, non hanno dovuto fare altro che stare a guardare. Il comunicato del Consiglio dei Comuni lo afferma senza enfasi: essi sono stati «ampiamente risparmiati» da questi eventi.
Andreas Krieg, docente del King’s College, descrive ciò che resta oggi del fronte anti-Houthi: un fronte «altamente frammentato», in cui «diversi sostenitori hanno comprato la fedeltà con il denaro», dove sono state radunate milizie per contendersi le clientele locali nel Sud senza mai concentrarsi sugli Houthi nel Nord. Aggiunge che la narrazione di un fronte unito era una costruzione, promossa principalmente dagli emiratini e in parte dai sauditi.
Quella cosa si è chiamata “alleanza” per dieci anni. Aveva un vertice, un segretariato, comunicati congiunti e una dottrina ufficiale. È bastato il primo inverno.
E il Sud non è per questo scomparso. È proprio questo che lo scioglimento del 9 gennaio nasconde più di quanto risolva: una questione politica che viene affrontata con l’incriminazione del leader e il suo esilio non viene risolta, ma solo rinviata. Alcuni membri del movimento contestano lo scioglimento, mentre altre manifestazioni lo hanno sostenuto. Il Sud aspetta il suo turno dal 1990. E continuerà ad aspettarlo.
LA RIVISTA DEGLI STRATEGI
Rimanete liberi!
CONSIGLI · SENZA ABBONAMENTO
Offriteci un caffè.
Un media libero vive grazie ai suoi lettori. Una piccola donazione occasionale, senza account né impegni, quando ne avete voglia.
Passiamo ora alla seconda parte, quella del raccolto — che spiega perché tutto questo stia accadendo proprio ora.
Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele danno il via a una guerra aerea contro l’Iran. Teheran risponde bloccando di fatto lo stretto di Ormuz, all’imbocco del Golfo Persico, attraverso il quale transitava circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, si ripiega allora sull’altra via d’uscita: il Mar Rosso. In quel preciso istante, uno stretto che nessuno in Europa sapeva individuare diventa l’arteria di soccorso del mercato petrolifero mondiale. E si dà il caso che una delle sue due sponde sia yemenita.
Il seguito è una questione di routine. A luglio, le forze governative bombardano l’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo proveniente dall’Iran; i combattimenti riprendono. Lo stesso mese, Ansarullah decreta un blocco delle navi saudite nel Mar Rosso. Il 3 settembre, l’offensiva si apre su tre fronti: Taiz occidentale, Hodeida meridionale e Moka. L’8, missili balistici e droni colpiscono Abha, Khamis Mushait, Jizan e Najran, nel sud del regno: settantatre feriti secondo il portavoce della coalizione; sono state colpite anche alcune strutture dell’Aramco. Il 10, Moka. L’11, Bab el-Mandeb.
I mercati hanno reagito lo stesso giorno: il prezzo del barile ha superato i cento dollari per la prima volta dalla metà di maggio. Un membro dell’ufficio politico di Ansarullah, Hazem al-Assad, ha subito assicurato che la navigazione internazionale non correva «alcun pericolo» da parte yemenita. Forse è vero. Ma è soprattutto la frase pronunciata da chi ha appena acquisito il potere di rendere vero il contrario. Non è una garanzia: è l’affermazione di una leva.
Ancora una parola su come è andata, perché chiarisce tutto. Le forze di Tareq Saleh si sono ritirate da Moka durante la notte. Il corrispondente di Al Jazeera a Taëz parla di un «ritiro tattico e di un riposizionamento», con l’ordine di istituire un posto di comando sostitutivo. L’analista militare Wolfgang Pusztai aggiunge il dettaglio che conta: il porto di Moka era l’ultimo che il governo riconosciuto controllava interamente. Un esercito che si ritira prima dell’alba, un porto che non viene difeso, un comando che annuncia un riposizionamento: sono le parole che si usano quando non si vuole dire ciò che è realmente accaduto.
A questo punto sorge l’obiezione secondo cui: Ansarullah sta vincendo perché è l’unica forza yemenita autenticamente nazionale, l’unica che abbia resistito per dieci anni ai bombardamenti di una coalizione dotata di una aviazione moderna, l’unica che si rifiuta di svendere la sovranità del Paese. Lo si sente dire da Teheran, dove il presidente della commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento ha elogiato uno Yemen che «resiste da solo contro l’egemonia imperiale». Lo si sente dire, in termini più sommessi, anche da osservatori che non nutrono alcuna simpatia per l’Iran, ma che ne constatano la tenacia.
La durata è un dato di fatto. L’obiezione non regge, e occorre spiegare con precisione il perché.
Innanzitutto perché un potere viene giudicato in base alle sue azioni, e le azioni sono documentate. Il Programma alimentare mondiale — l’agenzia delle Nazioni Unite che sfama le popolazioni in guerra — ha interrotto le sue operazioni nelle zone controllate da Ansarullah nel marzo 2026, dopo mesi di perquisizioni negli uffici dell’ONU e di detenzioni arbitrarie del personale. Le Nazioni Unite contano decine di agenti tuttora detenuti, e le restrizioni riguardano le zone in cui si concentra circa il settanta per cento dei bisogni umanitari del Paese. Allo stesso tempo, oltre diciotto milioni di yemeniti — la metà della popolazione — si trovano in una situazione di insicurezza alimentare acuta, e più di due milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta. Un movimento che allontana i convogli di generi alimentari dal territorio che amministra non conquista un Paese: lo tiene sotto controllo. Non è la stessa cosa, e la differenza si misura in termini di bambini.
In secondo luogo, perché la sovranità a cui ci si appelliamo è in questo caso un termine dal doppio significato. Un potere che chiude uno stretto da cui dipende il commercio di tre continenti non afferma la propria sovranità: prende in ostaggio quella degli altri, il che è esattamente la critica che rivolge ai propri nemici. Lo stesso presidente iraniano, dieci giorni fa, avvertiva che la multipolarità ha senso solo se non sostituisce un centro di egemonia con un altro. L’affermazione era corretta. E non si applica solo a Washington.
Infine, perché la vittoria di settembre non è, dal punto di vista militare, ciò che si dice. Moka non è caduta: è stata abbandonata. Si può controllare uno stretto senza aver vinto una battaglia. È proprio questa la definizione di ciò che è appena accaduto.
Che l’altra parte ne esca indenne in questo quadro, non se ne parla proprio. L’aviazione saudita bombarda Mareb, al-Jawf e Taëz; Ansarullah le attribuisce la distruzione di una prigione e la morte di diciassette uomini; il bilancio delle agenzie umanitarie solo per le ultime due settimane si attesta a centonovantaquattro morti e ottocentottanta feriti, con oltre ventimila persone costrette a fuggire lungo le strade intorno a Taëz e Hodeïda. In questa vicenda non c’è nessuna parte innocente. C’è un Paese conteso da dodici anni, i cui abitanti pagano a caro prezzo ogni fase del conflitto.
IV. Ciò che ci riguarda
Rimane la questione che ci riguarda e che raramente viene posta nell’ordine giusto.
Due stretti controllano oggi l’approvvigionamento energetico dell’Europa. Quello di Ormuz è chiuso dall’Iran da febbraio. Quello di Bab el-Mandeb è nelle mani di un movimento che l’Iran arma e appoggia. Attraverso il Mar Rosso risalgono il greggio del Golfo verso il Mediterraneo e i container dall’Asia verso i nostri porti. Il Paese che paga il prezzo più alto per la chiusura di queste due vie di accesso non è né l’Iran, né l’Arabia Saudita, né gli Stati Uniti, che producono il proprio petrolio. È l’Europa.
E l’Europa cosa fa? Si limita a commentare. Il portavoce del Foreign Office ha dichiarato che gli Houthi sono «gli unici responsabili di questa crisi» e li ha esortati a cessare immediatamente le ostilità. Probabilmente è vero, ma è del tutto inutile. La Francia non ha detto nulla, per quanto ne so, e non è detto che avesse qualcosa da dire.
Nel frattempo, si stanno organizzando senza di noi. L’accordo di La Mecca, concluso ad agosto tra Riyadh, Ankara e Islamabad, stabilisce che un attacco contro uno di essi è un attacco contro tutti — la clausola dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, trasposta nel mondo musulmano. Il 9 settembre, il ministro della Difesa pakistano ne ha precisato la portata: «Se dovesse verificarsi un’aggressione non provocata, o se la situazione nello Yemen dovesse estendersi all’Arabia Saudita, l’accordo della Mecca entrerà in vigore. » Bisogna valutare bene questa affermazione: una potenza nucleare dell’Asia meridionale ha appena indicato che potrebbe intervenire in una guerra civile nella penisola arabica. I tre firmatari schierano complessivamente quasi un milione e quattrocentomila uomini sotto le armi. L’Oman, dal canto suo, riunisce gli Stati del Golfo per discutere della riapertura dello Stretto di Ormuz.
A Parigi nessuno ha chiesto il suo parere. A Bruxelles nessuno ha chiesto il suo parere. In questa vicenda, siamo gli utenti di una strada la cui sicurezza viene negoziata tra Riyadh, Ankara, Islamabad, Muscat e Teheran.
C’è qui una lezione che ci rifiutiamo di imparare da trent’anni. Ci siamo abituati a considerare le rotte commerciali come un dato di fatto naturale, alla stregua dei venti e delle maree: ci sono, le navi passano, i prezzi si formano. Ma non è affatto così. Una rotta marittima è un fatto politico, garantito da qualcuno, e quel qualcuno lo fa perché ne ha interesse e perché ne ha i mezzi. Abbiamo creduto che la garanzia fosse acquisita. In realtà era stata solo delegata. Oggi sta passando di mano, e noi non abbiamo né i mezzi per riprenderla, né le alleanze per esercitare pressione su chi se ne sta appropriando, né tantomeno — e questa è la cosa più grave — l’abitudine intellettuale di porre la questione in questi termini.
Un Paese che era presente a Suez, che detiene ancora Gibuti all’altra estremità dello stesso stretto, che arma fregate e dispone della prima marina d’alto mare dell’Unione avrebbe avuto qualcosa da dire sulla sicurezza di Bab el-Mandeb. Ha scelto di tacere, non avendo riflettuto su ciò che voleva fare in quella zona. Il silenzio, in queste materie, non è prudenza: è il nome che assume l’assenza di politica quando dura abbastanza a lungo da sembrare una scelta.
Il verdetto è semplice. Ansarullah non ha vinto una guerra; ha raccolto ciò che un fronte diviso aveva lasciato cadere, e lo ha raccolto proprio nel momento in cui valeva di più. Riyadh e Abu Dhabi hanno perso, a causa delle loro divisioni, ciò che non erano riusciti a conquistare con le armi, e lo stanno pagando a caro prezzo. Quanto a noi, non abbiamo perso nulla a Moka, poiché ormai da tempo non avevamo più nulla lì. È l’unica cosa che possiamo dire a nostra discolpa, e non è di alcuna consolazione.
Guerra di logoramento: scelta o subita? Piuttosto che gli istituti occidentali, tre documenti russi e le dogane cinesi. Ciò che dimostrano e ciò che non dimostrano
Pubblicato il 10 settembre 2026·15 minuti di lettura
Condividi questo articolo
Di Thibault de Varenne
Da quattro anni, due narrazioni si scontrano senza che nessuna delle due ceda. Per alcuni, la Russia sta impantanandosi. Per altri, procede al proprio ritmo, logora l’avversario e aspetta il momento giusto. Entrambe le parti hanno annunciato la propria vittoria, sbagliando con la stessa regolarità. Propongo di lasciarle da parte e di andare a leggere ciò che lo Stato russo scrive di sé stesso.
LA LETTERA DEGLI STRATEGI
Rimanete liberi!
LA NEWSLETTER · GRATUITA
Il Courrier, ogni mattina.
Le notizie più importanti, analizzate dai cinque giornalisti del Courrier. Nella vostra casella di posta, ogni giorno lavorativo.
Esiste una tesi, sostenuta da persone serie, che occorre innanzitutto esporre nella sua versione più estrema, poiché è così che la si conosce meglio.
Lei afferma quanto segue. La Russia non ha mai cercato quella rapida conquista che le viene attribuita. Sta conducendo una guerra di logoramento metodica, il cui obiettivo dichiarato fin dal primo giorno era la smilitarizzazione del proprio avversario — e tale obiettivo lo sta raggiungendo. Non ha decretato la mobilitazione generale: combatte con soldati a contratto, il che sarebbe assurdo se ne andasse della sua sopravvivenza. La sua economia avrebbe dovuto crollare sotto il peso delle sanzioni; lo si annunciava per l’autunno, ogni autunno, e invece ha registrato una crescita di quasi il quattro per cento nel 2024. I suoi avversari, dal canto loro, hanno svuotato i propri arsenali — l’Istituto internazionale di studi strategici parla di escalation e non di stallo. E questo mese, due emissari americani si sono recati a Mosca e poi a Kiev, il presidente degli Stati Uniti ha telefonato al Cremlino e sono stati annunciati dei negoziati — senza che nessun europeo fosse al tavolo delle trattative. Chi negozia bilateralmente con Washington quattro anni dopo essere stato condannato all’isolamento non sembra affatto un sconfitto.
Tutto ciò è esatto. Non ne tolgo nulla.
Ecco ora tre fatti che, anch’essi, sono esatti e che non si conciliano facilmente con il quadro precedente.
Lo scorso 28 giugno, davanti al congresso del suo partito, il presidente russo ha riconosciuto pubblicamente una carenza di carburante sul proprio territorio — «stiamo attraversando un periodo difficile», ha affermato, pur giudicandola non critica e ricordando che era già in vigore un divieto temporaneo di esportazione di benzina e carburante per aerei. Il 2 luglio, il suo primo ministro ha firmato un decreto che autorizza le raffinerie a produrre benzina Euro-3 anziché Euro-5 fino alla fine dell’anno — con un contenuto di zolfo quindici volte superiore — e il divieto di esportare tale carburante. E il 25 febbraio, un ambasciatore del Ministero degli Affari Esteri russo ha dichiarato che gli obiettivi dell’operazione speciale non erano stati raggiunti e che «i territori costituzionali della Russia non sono stati liberati».
Nessuna informazione occidentale in questi tre documenti. Un discorso presidenziale, un decreto governativo, un comunicato diplomatico. Tutti russi, tutti di dominio pubblico.
Allora possiamo porci le domande con sincerità. Una potenza che ha scelto di procedere con lentezza ha bisogno di legalizzare un carburante di qualità inferiore per continuare ad averne? Uno Stato che raggiunge i propri obiettivi invia la propria diplomazia a spiegare che non li sta raggiungendo? E se la lentezza non fosse né una scelta né un fallimento, ma la conseguenza di qualcosa di cui non si parla mai — né a Mosca, né a Bruxelles, né nei nostri dibattiti?
I documenti sono di dominio pubblico. Lo stesso vale per i registri del commercio e per le statistiche doganali cinesi. Ciò che vi si trova non assomiglia né alla storia di una situazione di stallo, né a quella della pazienza strategica.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Primo documento: la Costituzione russa
Cominciamo dal punto di riferimento, e prendiamo quello che la Russia si è data da sé. Nell’autunno del 2022, la Federazione Russa ha sancito nella propria Costituzione l’annessione di quattro regioni ucraine: Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson. Non si tratta di una rivendicazione retorica, ma di un atto costituzionale — e da allora il Cremlino ha escluso qualsiasi passo indietro nel corso di un negoziato.
Quattro anni dopo, non ne detiene il controllo totale: né Kherson né Zaporizhzhia, le due capitali regionali, sono sotto il suo controllo. Ed è proprio il suo Ministero degli Affari Esteri ad ammetterlo, lo scorso febbraio, nei termini citati in precedenza.
Questo documento non chiarisce le intenzioni: si può sempre sostenere che l’inserimento nella Costituzione fosse uno strumento di negoziazione. Stabilisce invece un fatto che nessuna delle due versioni può aggirare: l’obiettivo che Mosca ha definito, messo per iscritto e promulgato non è stato raggiunto, e Mosca lo ammette. Qualsiasi discussione sulla vittoria parte da qui, oppure non parte affatto.
Secondo documento: il decreto del 2 luglio
Un Paese può scegliere di procedere lentamente. Non sceglie però di abbassare gli standard del carburante che vende ai propri cittadini. Lo standard Euro 5 ammette dieci milligrammi di zolfo per chilogrammo; l’Euro 3 ne ammette centocinquanta. Questa decisione non viene presa per strategia: viene presa quando mancano le capacità di raffinazione e bisogna comunque rifornire le stazioni di servizio. La cronologia della crisi è di dominio pubblico, e un’agenzia turca — che nessuno sospetterà di atlantismo — la riporta negli stessi termini.
Mi si obietterà che si tratta di una misura congiunturale, adottata a seguito dei bombardamenti, e che ogni guerra danneggia le infrastrutture. È vero. Ma allora il quadro di una potenza che logora l’avversario senza subire danni deve essere corretto di conseguenza: il retroterra russo non è più un rifugio sicuro, e non lo è più da abbastanza tempo da giustificare l’adozione di una legge in materia.
Terzo documento: una legge sul reclutamento
Per quanto riguarda le vittime, non citerò alcuna cifra. Le stime variano da una a tre volte a seconda dell’ente che le pubblica, ognuno dei quali ha una propria posizione; basarsi su di esse significa fornire al proprio interlocutore l’unica risposta di cui ha bisogno.
Ma ci sono gli stipendi, e gli stipendi sono pubblici. Lo scorso 1° maggio, una legge russa ha cancellato i debiti dei neoassunti a contratto, fino a dieci milioni di rubli. A ciò si aggiungono i bonus di firma che rappresentano diverse volte uno stipendio medio annuo. Nessuno Stato concede una cosa del genere per un posto di lavoro per cui c’è grande concorrenza. Una tabella retributiva non ha opinioni politiche: indica quanto costa una firma, quindi quanto vale, e quindi ciò che si sa di ciò che l’aspetta.
LA LETTERA DEGLI STRATEGI
Rimanete liberi!
TELEGRAM · NOTIZIE IN TEMPO REALE
Tra un’edizione e l’altra, il filo conduttore.
La newsletter ti aggiorna al mattino. Il feed ti aggiorna in tempo reale.
Ciò a cui si riferiscono i tre documenti, e di cui nessuno parla
Resta da capire perché una potenza di queste dimensioni, con un’economia dieci volte superiore a quella del proprio avversario e una popolazione tre volte più numerosa, non sia riuscita in quattro anni a raggiungere un obiettivo che aveva sancito nella propria Costituzione.
La risposta non sta né nel coraggio degli uni né nell’astuzia degli altri. Sta nel modo in cui i due paesi producono armi.
Da un lato, un apparato verticale, concentrato, sostenuto dallo Stato e da alcuni grandi gruppi. Eccelle in termini di dimensioni: il complesso industriale del Tatarstan, che produce mezzi d’attacco a lungo raggio si è esteso di oltre trecento ettari in un anno, e ora produrrebbe diverse migliaia di velivoli al mese — questa stima proviene dai servizi segreti militari ucraini, parte in causa nel conflitto, e la riporto con questa riserva; l’espansione del sito, invece, è visibile via satellite. Si tratta di un successo industriale. È anche un unico prodotto, un unico sito, un’unica catena decisionale.
D’altra parte, qualcosa che nessuno aveva previsto. L’Ucraina contava sette produttori di droni prima del 2022; ora ne conta circa cinquecento. La piattaforma pubblica che cataloga questo ecosistema riunisce un migliaio e mezzo di aziende e diverse migliaia di prodotti. Soprattutto, le unità al fronte ordinano autonomamente il proprio materiale, spendendo i punti guadagnati in combattimento, scegliendo tra centinaia di modelli concorrenti. Il soldato che ritiene che un apparecchio voli male smette di ordinarlo; il produttore lo viene a sapere entro quindici giorni; chi non lo viene a sapere scompare.
Ecco ciò che nessun bilancio può sostituire. Il sapere che determina l’esito di questa guerra — quale frequenza viene disturbata questa settimana, quale angolo di trasmissione funziona ancora, quale batteria resiste al freddo intenso — non è detenuto da nessun stato maggiore. È sparso tra migliaia di uomini sul campo e diventa obsoleto nel giro di poche settimane. Un’amministrazione centrale non può né raccoglierlo né utilizzarlo in tempo. Un mercato, invece, sì.
Aggiungete ciò che emerge dalla collusione, e che gli stessi tribunali russi hanno accertato: un ex viceministro della Difesa condannato a tredici anni nel 2025 per appropriazioni indebite che ammontano a miliardi di rubli, un altro a diciannove anni lo scorso aprile, almeno nove alti funzionari del ministero perseguiti in pochi mesi. Non si tratta di accuse occidentali: sono sentenze russe. Quando un sistema deve ripulire il proprio apparato di approvvigionamento nel bel mezzo di una guerra, ciò indica dove veniva destinata una parte delle risorse.
È finanziato dall’estero: un mercato sovvenzionato dall’estero non è proprio un mercato, e non si potrà sapere quanto valga finché non dovrà reggersi sulle proprie entrate. È l’obiezione più forte contro quanto sostengo, e non ho una risposta.
Finalmente la Russia sta imparando. In tre anni ha sviluppato una capacità che prima non possedeva, ha cambiato modello, ha aumentato i ritmi di produzione; un centro di ricerca turco descrive un conflitto giunto a un bivio, non un crollo. Affermare che il colosso rimanga immobile sarebbe una cecità opposta a quella che descrivo.
Nel frattempo
Le autorità doganali cinesi pubblicano i propri dati, che valgono più di molte analisi. Nei primi due mesi del 2026, le forniture russe di greggio alla Cina sono aumentate di oltre il quaranta per cento in volume e di meno del sei per cento in valore. Tutta la differenza sta nello sconto. Uno studio basato su questi stessi dati stima che gli sconti concessi alle raffinerie cinesi solo nel 2025 ammontino a oltre due miliardi di dollari. Lo yuan e il rublo regolano ormai la quasi totalità degli scambi tra i due paesi.
Non è Washington a dirlo. Sono le autorità doganali di Pechino.
LA LETTERA DEGLI STRATEGI
Rimanete liberi!
CONSIGLI · SENZA ABBONAMENTO
Offriteci un caffè.
Un media libero vive grazie ai propri lettori. Una donazione occasionale, senza account né impegni, quando ne avete voglia.
Ho dimostrato che la Russia sta impantanandosi? No, e non lo sostengo. La tesi della guerra lenta e metodica non è confutata da quanto esposto sopra: non si dimostra un’intenzione con dei documenti, e sarà sempre possibile sostenere che Mosca abbia scelto questo ritmo. Non dispongo di alcuna prova che lo escluda.
Ciò che è stato stabilito è più modesto e più solido. La Russia non ha messo in pratica ciò che ha sancito nella propria Costituzione, e lo ammette il suo Ministero degli Affari Esteri. Ha dovuto abbassare gli standard dei propri carburanti. Si compra la fedeltà dei propri soldati cancellando i loro debiti. Vende il proprio petrolio a prezzo scontato a un cliente che ha capito che non ne ha altro. Questi quattro fatti non dimostrano alcuna intenzione; descrivono semplicemente una situazione.
Ognuno giudicherà se una strategia che porta a questa situazione meriti il nome di strategia. Ma si noti bene questo, che vale a prescindere dalla posizione che si sostenga: coloro che si aspettavano che questa potenza venisse a rimettere in sesto l’Occidente le chiedevano di essere, da noi, ciò che Washington è stata per altri. Non ci si libera da una condizione di vassallaggio cambiando sovrano. E un popolo che spera nella propria liberazione da un capo straniero ha già risposto, senza volerlo, alla domanda se sia ancora in grado di conquistarsela da solo.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
NUOVA DELHI — Il 18° vertice dei BRICS si è aperto il 12 settembre con il blocco che ha compiuto il passo più concreto finora per allentare la presa del dollaro statunitense, adottando il primo giorno una Dichiarazione di Nuova Delhi di 45 pagine e approvando un’architettura dei pagamenti concepita per instradare gli scambi transfrontalieri al di fuori del sistema finanziario occidentale. Per la maggior parte dei membri, si è trattato di un passo graduale. Per l’Iran, invece, sotto pesante sanzione statunitense, blocco navale e a circa sei mesi dall’inizio di una guerra con Stati Uniti e Israele, si è trattato di una vera e propria ancora di salvezza.
La dichiarazione e le linee di pagamento
I leader riuniti al centro congressi Bharat Mandapam hanno adottato all’unanimità la Dichiarazione di Nuova Delhi 2026 nel giorno di apertura, con il Primo Ministro Narendra Modi che, al termine di una sessione a porte chiuse, ha riferito che nessun membro aveva sollevato obiezioni al testo. Il fulcro economico era l’impegno ad espandere gli scambi commerciali e gli investimenti regolati nelle valute nazionali dei Paesi membri e a collegare i rispettivi sistemi di pagamento e messaggistica nazionali, in modo che le transazioni possano avvenire senza passare attraverso la rete SWIFT denominata in dollari. Secondo la dichiarazione, la task force del blocco sui pagamenti ha studiato l’interoperabilità transfrontaliera di tali canali e ha esaminato l’utilizzo delle valute locali per il regolamento degli scambi commerciali e degli investimenti.
Son of the New American Revolution è una pubblicazione sostenuta dai lettori. Per ricevere nuovi articoli e supportare il mio lavoro, valuta la possibilità di abbonarti gratuitamente o a pagamento.
Il meccanismo che ha attirato maggiormente l’attenzione è stato BRICS Pay, un framework decentralizzato di messaggistica e pagamenti che unisce UPI (India), CIPS (Cina) e SPFS (Russia) in un livello di interoperabilità condiviso, consentendo la compensazione dei pagamenti tra i membri al di fuori di SWIFT. La dichiarazione ha inoltre fatto riferimento a un progetto pilota per un token “Unit” garantito dall’oro.
Altrettanto significativo è stato ciò che il blocco ha nuovamente rifiutato di fare. Non c’è stato alcun sostegno a una moneta unica comune dei BRICS; l’India in particolare ha resistito a questo passo, preferendo un sistema di regolamento interoperabile in valuta nazionale alla complessità politica e monetaria di un’unità comune. Il risultato, come lo hanno osservato diversi studiosi, è una graduale de-dollarizzazione finanziaria piuttosto che un’unione monetaria: un intervento sulle infrastrutture, non la creazione di una nuova valuta di riserva.
La risposta di Washington
La risposta di Washington è stata immediata. Il presidente Trump ha minacciato dazi fino al 100% sul blocco, intensificando la campagna di pressione che ha condotto per tutto l’anno contro quella che definisce la traiettoria “anti-americana” dei BRICS. La minaccia ha un peso reale per i membri che dipendono dalle esportazioni e che si affidano al mercato statunitense, ma il suo potere deterrente si erode con ogni transazione che il blocco riesce a instradare attraverso canali non in dollari. Questo è il paradosso che Washington si trova ad affrontare: i dazi sono pensati per punire la de-dollarizzazione, eppure è proprio la de-dollarizzazione che ne smorza l’effetto.
L’Iran in prima linea
Nessun membro si è presentato con una posta in gioco più alta dell’Iran. Il presidente Masoud Pezeshkian ha insistito per il commercio in valuta nazionale, dichiarando ai giornalisti che l’espansione dell’uso delle valute dei paesi membri negli scambi intra-blocco era tra i passi più importanti che il gruppo potesse compiere. Teheran ha spinto per tutto il vertice per l’adozione di meccanismi che proteggano i membri dalle pressioni finanziarie occidentali, una priorità accentuata dalle sanzioni e dal blocco che ora si trova ad affrontare.
Fondamentalmente, il vertice istituzionalizza a livello multilaterale ciò che l’Iran ha già costruito a livello bilaterale. Il 29 gennaio 2026, Teheran ha firmato un patto strategico trilaterale con Cina e Russia, un accordo il cui nucleo economico è la costruzione di meccanismi finanziari alternativi che aggirano SWIFT e riducono l’esposizione al sistema incentrato sul dollaro. Tale patto si basa su fondamenta già esistenti: un accordo monetario tra Iran e Russia, operativo dall’inizio del 2025, che regola gli scambi commerciali direttamente in rial e rubli e collega la rete di carte Mir russa al sistema Shetab iraniano; un quadro di cooperazione tra Iran e Cina della durata di 25 anni; e il fatto innegabile che la Cina acquisti ormai la stragrande maggioranza del petrolio iraniano, gran parte del quale viene regolato in yuan.
Questa implicazione contraddice l’ipotesi comune secondo cui l’Iran stia cercando disperatamente una soluzione alternativa al dollaro. In realtà, ne ha già una. Per Teheran, BRICS Pay non è una nuova via di fuga, ma una rete più ampia e resistente alle sanzioni, sulla quale può innestare gli scambi commerciali che già conduce al di fuori dei canali occidentali, e una benedizione multilaterale per l’architettura finanziaria parallela che ha impiegato due anni a costruire con Mosca e Pechino.
Dove i BRICS hanno tracciato la linea e dove non l’hanno fatto
La formulazione della dichiarazione in merito alle guerre nella regione è stata la parte più controversa del testo, e il risultato è stato altalenante: incisiva in alcuni punti, volutamente vaga in altri. Il raggiungimento di un consenso avrebbe richiesto negoziati protrattisi fino alle 4 del mattino, principalmente a causa di una spaccatura tra l’Iran e gli Emirati Arabi Uniti.
Sulla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il blocco ha espresso profonda preoccupazione e ha chiesto la massima moderazione, il dialogo e la diplomazia, ma non ha nominato né gli Stati Uniti né Israele, né ha condannato esplicitamente alcun Paese. Questa cautela è stata il prezzo dell’unanimità. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi aveva sollecitato i BRICS a condannare quella che ha definito un’aggressione illegale da parte di Stati Uniti e Israele; gli Emirati Arabi Uniti hanno reagito con forza, accusando Teheran di utilizzare il vertice per giustificare i propri attacchi missilistici e con droni contro gli Stati del Golfo. L’India, che presiedeva il vertice, ha riconosciuto “opinioni divergenti tra alcuni membri” e ha orientato il testo verso un terreno comune. Il linguaggio utilizzato era più fermo di un blando appello alla pace, ma ben lontano dalla condanna inequivocabile degli attacchi contro l’Iran che Teheran aveva ottenuto dal vertice di Rio un anno prima: un notevole passo indietro su quella specifica questione, non avanti.
Eppure l’Iran ha comunque firmato il testo, e questa è stata la storia diplomatica più discreta del vertice. Teheran, che ha trascorso la guerra lanciando missili e droni contro gli Emirati Arabi Uniti, più recentemente contro la base aerea di Al Minhad alla fine di agosto, ha dato il suo nome a un linguaggio che anche il suo avversario del Golfo poteva accettare, mentre Pezeshkian ha incontrato il principe ereditario di Abu Dhabi a margine del vertice, nel contatto di più alto livello tra le due parti dall’inizio dei combattimenti. La disponibilità dell’Iran a rimanere all’interno del consenso piuttosto che forzare una rottura ha segnalato che interpretava l’orientamento della dichiarazione – profonda preoccupazione per l’escalation e appello alla protezione dei civili – come sufficientemente accettabile, anche senza la firma esplicita che aveva richiesto. Ma le stesse parole sono servite anche ad Abu Dhabi: l’appello al rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati si riferiva tanto agli attacchi iraniani nel Golfo quanto all’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Il consenso ha retto perché il testo poteva essere interpretato in entrambi i modi.
Sul Libano, il blocco è stato più duro e ha nominato direttamente Israele. I leader hanno condannato le continue violazioni della sovranità e dell’integrità territoriale del Libano, hanno chiesto a Israele di ritirare le sue forze di occupazione da tutto il territorio libanese, hanno richiesto la piena attuazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e hanno condannato tutti gli attacchi contro la forza di pace UNIFIL, esprimendo condoglianze per i caschi blu uccisi nel sud, tra cui quattro indonesiani, e chiedendo che i responsabili vengano chiamati a risponderne. Si tratta di una delle critiche più dirette a Israele in una dichiarazione dei BRICS fino ad oggi, sebbene Israele venga nominato solo tre volte nell’intero documento di 45 pagine. La dichiarazione ha inoltre preso atto del procedimento avviato dal Sudafrica contro Israele presso la Corte Internazionale di Giustizia per la questione di Gaza e ha respinto qualsiasi iniziativa unilaterale volta a modificare lo status di Gerusalemme occupata.
Per l’India, il cambiamento va misurato rispetto alla posizione di Modi appena sei mesi prima. Il 25 e 26 febbraio ha compiuto una visita storica in Israele: è stato il primo premier indiano a parlare alla Knesset, insignito della medaglia del Presidente della Camera come primo leader straniero a riceverla, e ha presieduto all’elevazione delle relazioni a “partnership strategica speciale” e all’avvio di un percorso di coproduzione nel settore della difesa. Quando gli Stati Uniti e Israele hanno aperto la guerra contro l’Iran quarantotto ore dopo la sua partenza, uccidendo la Guida Suprema iraniana in un raid aereo, Nuova Delhi è rimasta ostentatamente in silenzio: nessuna condanna degli attacchi, nessuna condoglianza per l’uccisione, e ha lasciato che i suoi legami con l’Iran, dai finanziamenti al porto di Chabahar agli scambi commerciali bilaterali, si indebolissero sotto la pressione degli Stati Uniti. Quel silenzio è durato mesi.
La svolta arrivò a Bishkek. Il 1° settembre, al vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, Modi firmò una dichiarazione in cui condannava gli attacchi militari sul territorio iraniano come violazioni del diritto internazionale, porgeva le condoglianze per il leader iraniano assassinato e sosteneva la sovranità dell’Iran e i suoi diritti ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare: la prima volta che l’India approvava una formulazione di condanna dell’attacco israelo-americano. Da un leader che a febbraio aveva appoggiato Netanyahu, si trattò di un vero e proprio dietrofront, non di un aggiustamento di rotta. La Dichiarazione di Nuova Delhi, undici giorni dopo, fu in realtà più conciliante nei confronti dell’Iran rispetto a quella di Bishkek, e il motivo è illuminante: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai non ha membri arabi del Golfo, mentre i BRICS hanno gli Emirati Arabi Uniti, che hanno reagito con forza e imposto la formula non esplicitamente dichiarata di “profonda preoccupazione”, pur mantenendo una posizione ferma e critica nei confronti di Israele per la questione del Libano. La vera misura di questa svolta è rappresentata dalla parabola dell’India nel corso del 2026, dalla medaglia della Knesset alla condanna di Bishkek. Il passaggio cauto sull’Iran nel testo di Nuova Delhi riflette la posizione negoziale dei BRICS, non una ritirata da essa.
Cosa è reale e cosa è simbolico
È necessaria una valutazione oculata. BRICS Pay è un livello di messaggistica e interoperabilità, non un sostituto del dollaro come riserva mondiale, e nulla nella Dichiarazione di Nuova Delhi scalza il dominio del dollaro nelle riserve globali, nella determinazione dei prezzi delle materie prime o nel commercio con paesi terzi. L’unità del blocco ha anche limitato la dichiarazione, che si è limitata a mascherarne i punti più deboli anziché risolverli: il consenso sul Medio Oriente si è mantenuto solo perché il testo ha evitato di nominare gli aggressori che l’Iran voleva identificare, e la frattura tra Iran ed Emirati Arabi Uniti, che ha quasi fatto fallire i negoziati, non si è risolta. Le grandi dichiarazioni su un ordine post-dollaro hanno una lunga storia di risultati che vanno oltre la realtà pratica.
Ma il punto cruciale è l’asimmetria interna al blocco. Ciò che per l’India o il Brasile – paesi con pieno accesso ai mercati e alla finanza occidentali – può sembrare un passo avanti graduale, per l’Iran e la Russia è quasi una questione esistenziale. Per uno Stato escluso dal sistema SWIFT e dalla compensazione in dollari, un sistema di pagamento che funziona proprio perché non si basa sul dollaro vale molto più di qualsiasi dibattito sulla teoria della valuta di riserva. La Dichiarazione di Nuova Delhi non detronirà il dollaro. Ciò che fa è offrire ai membri del blocco sanzionati un’alternativa collettiva, in espansione e ora formalmente approvata, al sistema che Washington ha utilizzato per isolarli.
Lo sfondo
Tutto ciò si svolge all’ombra di guerre simultanee – in Ucraina e in tutto il Medio Oriente – e di un conflitto con l’Iran, innescato dagli attacchi statunitensi e israeliani di fine febbraio, che ha spinto il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, ha sconvolto lo Stretto di Hormuz e ora si ripercuote sull’escalation tra l’Arabia Saudita e gli Houthi in Yemen. È un contesto che conferisce urgenza all’agenda di de-dollarizzazione: maggiore è la pressione finanziaria e militare esercitata da Washington, maggiore è l’incentivo per gli Stati presi di mira a costruire canali che sfuggano alla sua influenza. Il secondo giorno del vertice si concentra sulle catene di approvvigionamento, sulla sicurezza energetica e sulla Strategia economica 2030 del blocco.
Ho iniziato la serata con Sulaiman:
Brandon ha sostituito Mario e abbiamo fatto una bella chiacchierata sullo Yemen e sulla questione saudita:
Durante la nostra conversazione, Nima ha incentrato la maggior parte del discorso sulla situazione in Yemen e sui progressi compiuti dagli Houthi:
Son of the New American Revolution è una pubblicazione sostenuta dai lettori. Per ricevere nuovi articoli e supportare il mio lavoro, valuta la possibilità di abbonarti gratuitamente o a pagamento.
Mentre i leader dei paesi BRICS si riuniscono a Nuova Delhi, l’economista russo Yaroslav Lissovolik analizza il programma di de-dollarizzazione, attualmente in fase di stallo, la svolta economica dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) e i motivi per cui il consenso potrebbe ora rappresentare il principale ostacolo per questo blocco.
Nota della redazione: Il presente articolo è pubblicato con l’espressa autorizzazione dell’autore, Marco Fernandes(Brasil de Fato).
L’economista Yaroslav Lissovolik vanta una visione privilegiata dell’architettura finanziaria globale. Ha fatto il suo ingresso nel mercato alla fine degli anni ’90 attraverso Renaissance Capital, all’epoca la principale banca d’investimento russa, per poi passare al Fondo Monetario Internazionale (FMI), dove ha ricoperto il ruolo di consulente del direttore esecutivo russo Alexei Mozhin: a meno di 30 anni, era già membro del Consiglio esecutivo. Laureato ad Harvard, alla London School of Economics e all’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), è stato coautore, insieme al suo relatore, di uno dei primi libri esaustivi sull’adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio (OMC).
Dopo l’esperienza al FMI, è entrato a far parte della Deutsche Bank, dove ha ricoperto il ruolo di capo economista per la Russia e la Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) per circa dieci anni – un periodo in cui si riteneva ancora possibile costruire ponti economici tra l’Occidente e la Russia, e che si è concluso con l’annessione della Crimea nel 2014. Successivamente è entrato a far parte della Banca per lo Sviluppo dell’Unione Economica Eurasiatica e della Sberbank, la più grande banca russa, dove ha diretto la divisione di ricerca sugli investimenti.
Nel 2023 ha fondato BRICS+ Analytics, una società di consulenza dedicata allo sviluppo di proposte per il blocco e per il Sud del mondo. È stato proprio lui, nel 2017, a scrivere l’articolo che ha introdotto l’acronimo R5: l’idea di utilizzare le valute nazionali dei cinque paesi del BRICS nelle operazioni della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e delle banche regionali – che ha costituito il punto di partenza dell’intero dibattito successivo su una moneta comune.
L’intervista con Brasil de Fato si è svolta il 2 settembre, dieci giorni prima del vertice dei BRICS a Nuova Delhi (India) e un giorno dopo la conclusione del vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) a Bishkek (Kirghizistan).
Leggi l’intervista
Il Brasile nella realtà: La settimana scorsa si è tenuto a Bishkek il vertice della SCO. L’organizzazione sta acquisendo sempre maggiore importanza e il presidente Vladimir Putin ha sottolineato che il volume degli scambi commerciali della Russia con il gruppo ha raggiunto i 400 miliardi di dollari, di cui il 98% è stato effettuato in valute locali. La SCO si sta trasformando in una piattaforma economica? Qual è la sua valutazione del vertice?
Yaroslav Lissovolik: Hai ragione a sottolineare l’orientamento fondamentale della SCO, ovvero l’evoluzione del blocco verso un’unione economica. All’inizio l’accento era posto fortemente sulla sicurezza: per ragioni comprensibili all’epoca, 25 anni fa. Oggi le esigenze economiche sono enormi. Con il passare degli anni, i limiti che le economie regionali devono affrontare in termini di integrazione economica e commercio sono diventati sempre più evidenti.
Di conseguenza, le esigenze economiche sono diventate più evidenti, e ciò si è riflesso negli sviluppi dello scorso anno, nell’ambito delle discussioni sulla banca di sviluppo. Quando l’istituzionalizzazione comincia a prendere forma, fornendo un quadro più basato su regole, prevedibile e sostenibile, assistiamo a un maggiore sostegno da parte della comunità economica, degli investitori e dei mercati.
Pertanto, non mi preoccupa più di tanto il fatto che quest’anno non si siano registrati grandi progressi riguardo alla banca. Ci sono molte questioni da definire. È meglio prendersi un po’ più di tempo ed evitare di commettere errori fin dall’inizio. E ritengo che una delle questioni chiave possa essere l’ubicazione della sede centrale [il Kirghizistan e il Kazakistan si sono offerti di ospitare la banca].
La 26ª riunione dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) si è tenuta dal 31 agosto al 1° settembre 2026 a Bishkek, in Kirghizistan.
Sono un convinto sostenitore della diversificazione geografica delle istituzioni, ove possibile. Dobbiamo abbandonare questo modello occidentale in cui una o due città rappresentano l’intera struttura di governance globale, affinché tutte le regioni del mondo inizino a rappresentarla. È ora. È una questione che è all’ordine del giorno, di cui si sta discutendo, e ci saranno sicuramente dei progressi.
Durante il vertice sono stati firmati 28 accordi. Quale di questi ha attirato la tua attenzione nella dichiarazione finale?
Sono stati fatti riferimenti alle attività nell’ambito del sistema finanziario: ovvero, i pagamenti in valute nazionali, e si è parlato di progetti di connettività relativi ai principali corridoi. Il più importante tra questi sarebbe il Corridoio Nord-Sud.
Mi ha fatto molto piacere vedere, nell’elenco dei documenti approvati, le tabelle di marcia dei membri relative a progetti, portafogli di progetti e connettività. Tutto questo sta cominciando ad assumere un carattere sistemico e basato sui progetti: qualcosa di meno retorico, più concreto e più radicato in progetti reali.
Corridoio di trasporto internazionale Nord-Sud. Fonte: Wikimedia Commons
Per quanto riguarda il commercio, il modello rimane, proprio come nel BRICS+, incentrato sugli accordi bilaterali, in cui i due paesi concordano un obiettivo commerciale specifico e lavorano per attuarlo. Questo vale per la Russia, il Brasile e praticamente tutti gli altri. Raggiungere livelli più elevati attraverso questo approccio è perfettamente accettabile; sembra funzionare e produrre risultati. Ma un percorso più rapido sarebbe una tabella di marcia di accordi commerciali riuniti sotto piattaforme comuni, che porterebbe a un quadro molto più sistematico e prevedibile.
La mia preferenza va a un quadro di accordi commerciali nel formato “SCO+”, che comprenderebbe non solo i membri a pieno titolo, ma anche i partner e gli osservatori, nonché l’integrazione eurasiatica e i blocchi regionali quali l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC). Questo formato sta diventando sempre più evidente: la Cina più il GCC, la Cina più l’ASEAN – e potrebbe benissimo essere integrato in un quadro SCO+.
La visione a lungo termine che sta prendendo forma è quella di una SCO+ come piattaforma eurasiatica per la cooperazione con il Sud del mondo, in grado di riunire tutti gli attori chiave e di fungere da piattaforma per aggregare istituzioni per lo sviluppo, blocchi di integrazione e progetti di connettività.
Lei ha indicato la connettività come una delle due questioni chiave sul fronte economico e ha messo in evidenza il Corridoio Nord-Sud tra i progetti contenuti nella dichiarazione. Questo corridoio collega il porto di Mumbai all’Iran e prosegue fino a San Pietroburgo via ferrovia e attraverso il Mar Caspio, accorciando in modo significativo il percorso che attualmente passa attraverso il Canale di Suez. Coinvolge esattamente tre paesi presenti a entrambi i tavoli: Russia, Iran e India sono membri sia della SCO che dei BRICS. Cosa significa questo per lei?
Ciò significa che è del tutto possibile che le due istituzioni collaborino. Abbiamo visto che la NDB ha cofinanziato progetti con banche regionali, come la Banca di sviluppo dell’Unione economica eurasiatica. Ciò potrebbe benissimo verificarsi anche con la banca dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) una volta che questa diventerà operativa. L’SCO deve assolutamente essere coinvolta nel Corridoio Nord-Sud, poiché la questione delle rotte commerciali alternative rappresenta l’anello cruciale che potrebbe anche collegare più saldamente l’SCO al BRICS+.
Attualmente, quattro paesi sono membri a pieno titolo di entrambi i blocchi: Russia, Cina, Iran e India. Se si includono i partner, gli osservatori e altre categorie, il numero totale di paesi in entrambi i gruppi sale a undici.
Si tratta di un aspetto molto positivo. Sono ponti, modi per creare connessioni e espandersi. Mentre un tempo si pensava che le sovrapposizioni rappresentassero una duplicazione e un problema, non è così: ciò è vantaggioso per il Sud del mondo in termini di espansione dei progetti e delle piattaforme.
Le sovrapposizioni migliorano le prospettive di creazione di piattaforme trasversali agli accordi di integrazione regionale – come la piattaforma “Beams” da me proposta, che riunisce l’Iniziativa del Golfo del Bengala per la cooperazione tecnica multisettoriale (BIMSTEC), l’Unione Economica Eurasiatica (EAEU), l’Area di libero scambio continentale africana, il Mercosur e la stessa SCO. Si costruisce una casa con “BRICS e Beams”: questi sono i due elementi chiave. Il tempo lo dirà, ma ci stiamo muovendo, lentamente ma inesorabilmente, verso un paradigma in cui non sono solo i singoli paesi, ma i blocchi regionali, a diventare gli elementi costitutivi di queste piattaforme.
E l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (SCO) sarà la spina dorsale, l’anello di congiunzione assolutamente fondamentale di questo grandioso progetto che chiamano “Grande Eurasia”. Io lo definirei “SCO+”.
Prima delle elezioni, il presidente Donald Trump, in un altro dei suoi slanci di schiettezza, ha affermato che la perdita dell’egemonia del dollaro equivarrebbe, per gli Stati Uniti, a perdere una Terza Guerra Mondiale. Oggi si discute molto del debito statunitense pari a 40 trilioni di dollari e della crescita degli scambi in valute locali tra Cina, Russia, India e Brasile, ad esempio. Allo stesso tempo, nel 1999 il dollaro rappresentava il 71 per cento delle riserve globali; oggi si attesta al 57 per cento. Ma solo una piccola parte di questa differenza di 14 punti percentuali è effettivamente andata al Sud del mondo: il renminbi, che all’epoca non figurava nelle riserve globali, ora rappresenta quasi il 2 per cento. La maggior parte è andata all’Australia, al Canada, alla Corea del Sud e ai Paesi nordici, mentre l’euro è rimasto invariato. Perché sta accadendo questo, e perché questa quota non va in misura maggiore alle economie dei BRICS? Cosa serve ancora per compiere progressi nella cosiddetta «de-dollarizzazione»?
Se c’è un ambito in cui i paesi BRICS presentano carenze, è proprio quello dei mercati. Queste alternative devono essere sviluppate. Ciò di cui abbiamo bisogno sono sistemi di pagamento e sistemi finanziari accessibili e trasparenti per gli investitori, gli investitori istituzionali e le banche centrali. Abbiamo bisogno di strumenti e meccanismi di mercato per farli conoscere.
Ciò riguarda anche la misura in cui viene affrontata la questione dei controlli sui capitali. Quando le economie dei paesi BRICS affrontano questo tema, lo fanno in modo coordinato, con l’obiettivo di rafforzare reciprocamente la propria posizione riguardo all’accessibilità dei propri asset come potenziali riserve per l’economia globale. In questa fase, ciò che risulta chiaramente evidente è la tendenza alla diversificazione rispetto al dollaro. Si tratta di una tendenza a lungo termine, e chi è in grado di trarne vantaggio ne raccoglierà i frutti.
Finora sono state altre economie sviluppate a trarne vantaggio, poiché dispongono già, in misura diversa, di infrastrutture consolidate e di valute di riserva. È prevedibile che valute finora poco utilizzate, come il franco svizzero e il dollaro canadese, vengano impiegate in misura maggiore. Tuttavia, i principali mercati emergenti sono in una posizione favorevole per aggiudicarsi una fetta di questa torta che sta per essere distribuita.
Non deve necessariamente trattarsi di una moneta unica, anche se ritengo che una moneta dei BRICS sarebbe uno degli strumenti in grado di svolgere tale ruolo. Potrebbero essere le valute nazionali. Ma in tal caso, uno dei punti all’ordine del giorno sarebbe l’allentamento dei controlli sui capitali.
Chi altro, oltre alla Cina, applica oggi controlli sui capitali? Tendo a concordare con gli analisti che indicano i controlli sui capitali come uno dei segreti alla base del successo della Cina negli ultimi decenni.
In India e, ovviamente, in Russia i controlli sono molto rigidi, soprattutto negli ultimi anni. Il Brasile è l’esatto contrario: non ne ha affatto. Se parliamo di coordinamento delle politiche macroeconomiche, questo tema deve essere inserito nell’agenda dei BRICS.
Il principio guida del FMI, per quasi tutti i suoi membri, era che l’assenza di controlli fosse un fattore positivo. Ha cambiato rotta circa dieci, quasi 15 anni fa, a seguito delle critiche ricevute dalle economie del Sud-Est asiatico colpite dalla crisi del 1997. Oggi si ritiene che i controlli possano far parte degli strumenti a disposizione. Ciò non significa aumentarli all’infinito: la liberalizzazione è possibile, ma deve essere graduale, assicurando che non vi siano deflussi di capitali eccessivamente volatili e massicci, che sono così distruttivi. Questo è l’approccio che la Cina sta adottando e che altre economie dei BRICS stanno prendendo in considerazione.
In Russia, si è proceduto alla vecchia maniera: ci siamo allontanati dai controlli sovietici, ne abbiamo mantenuti alcuni negli anni ’90 e, a partire dagli anni 2000, li abbiamo aboliti tutti. Ciò ha creato enormi squilibri nei flussi di capitale, con un ingente afflusso di capitali speculativi – e, anche in assenza di gravi shock geopolitici, già all’epoca si discuteva della necessità di reintrodurli.
I controlli rimarranno, in una forma o nell’altra. L’idea, però, è quella di ridimensionarli, in modo da conferire agli strumenti finanziari del Sud del mondo un ruolo più rilevante e vantaggioso all’interno del sistema finanziario internazionale.
Lei ha accennato al fatto che altre economie sviluppate stanno prendendo posizione. In che modo?
Parte di questo calo della quota del dollaro viene assorbita da attività come l’oro. È tuttavia evidente che le economie sviluppate, ad eccezione degli Stati Uniti, comprendono queste tendenze e intendono trarne vantaggio. Faranno tutto il possibile per garantire che il vantaggio di cui godono attualmente – in termini di espansione della quota delle loro valute e dei loro strumenti nel sistema finanziario globale – venga sfruttato in modo efficace.
Stiamo iniziando a vedere economie di piccole e medie dimensioni – che sono economie avanzate – creare le proprie piattaforme. Una di queste è la Partnership per il Futuro degli Investimenti e del Commercio (), nota con l’acronimo FIT, istituita nel settembre 2025 da Singapore, Svizzera, Emirati Arabi Uniti e Nuova Zelanda. Si è già estesa a 19 paesi. Attualmente è uno dei blocchi più dinamici dell’economia globale.
Non si tratta solo di accordi commerciali, ma anche di un partenariato in materia di investimenti. E ciò solleva la questione di queste economie sviluppate di dimensioni più ridotte, che ora possono aumentare in modo sostanziale la loro quota di mercato, con rischi sempre crescenti per gli Stati Uniti. Si tratta di un’opportunità straordinaria all’interno del sistema finanziario globale, che le economie del BRICS+ non devono sprecare.
Qualsiasi ritardo su questo fronte ha un peso notevole. Nel caso delle banche di sviluppo, che hanno orizzonti a lungo termine, potrebbe esserci una pausa di un anno per appianare le divergenze. Non in questo caso: si tratta di una questione in rapida evoluzione. Queste quote di mercato stanno cambiando radicalmente nel giro di pochi anni – un fenomeno che non vedevamo da decenni.
Credo che la Cina ne sia consapevole. E proprio per questo motivo, ho l’impressione che a volte opti per un approccio che favorisca principalmente la propria valuta. In una certa misura, ciò è comprensibile. Tuttavia, se il BRICS+ agisse come un gruppo unico e promuovesse iniziative e progetti comuni, ciò potrebbe accelerare il processo.
Nel 2023, in occasione del vertice di Johannesburg (Sudafrica), ai ministri delle finanze e ai governatori delle banche centrali è stato affidato il compito di valutare alternative relative alle valute locali, ai sistemi di pagamento e persino a una possibile moneta comune. Questa decisione è stata annunciata ufficialmente dal presidente Lula. Nel 2024, la Russia ha presentato un rapporto contenente numerose proposte innovative. Da allora, non è successo nulla. Perché la discussione si è arenata proprio nel momento in cui la situazione geopolitica richiede a gran voce delle alternative?
Uno dei fattori è stato lo shock geopolitico proveniente dagli Stati Uniti, da Trump, che ha iniziato a prendere di mira i paesi del BRICS in modo molto deciso, soprattutto sul piano finanziario. Da parte di alcuni membri si è verificata una reazione quasi istintiva nel cercare di capire come adattarsi a questo tipo di shock.
Ma l’altro aspetto è che l’intera struttura dei BRICS si basa sul consenso. E il consenso, a mio avviso, sta cominciando a diventare un ostacolo.
Ho scritto diversi articoli sulla necessità di un approccio plurilaterale, che consentirebbe di stipulare accordi tra tre, quattro o cinque economie, con il resto dei paesi BRICS che seguirebbero l’esempio e permetterebbero a questa linea d’azione di svilupparsi. È proprio così che si stanno sviluppando molti dei blocchi concorrenti.
Prendiamo ad esempio il FIT: il suo principale punto di forza risiede proprio nel fatto di operare su base plurilaterale. Il motivo per cui è passato da 14 a 19 paesi in meno di un anno è che i partecipanti comprendono di poter portare avanti praticamente qualsiasi progetto con chiunque desiderino all’interno della piattaforma. Non esiste un veto forte che blocchi ogni iniziativa. È proprio questo tipo di flessibilità che i BRICS devono adottare.
All’interno del BRICS vi è ormai la consapevolezza che sia necessario un consenso per sostenere l’accordo sui valori fondamentali e sulle questioni chiave. Questo invia un segnale importante al mondo esterno, e ciò è positivo. Tuttavia, è necessario integrare una certa flessibilità nella struttura del BRICS+, in modo da consentire accordi plurilaterali. Nella dichiarazione del vertice del 2024 in Russia si sono già intravisti i primi segnali in tal senso, con riferimenti a progetti avviati da alcuni membri interessati, mentre gli altri ne hanno consentito lo sviluppo. Ciò che serve non è una formulazione di uno o due punti nella dichiarazione finale, ma un quadro chiaro e basato su regole che consenta tali accordi.
Probabilmente inizieremmo allora a vedere molte “troike”, molti “quad”, molti gruppi diversi — e sarebbe molto più entusiasmante. Inizieremmo a vedere i BRICS operare non solo sulla base dei vertici, con notizie che emergono una volta all’anno, ma su base continuativa. E per questo non sarebbe nemmeno necessario avere una sede centrale o un segretariato.
Nel 2026 l’India assumerà la presidenza del BRICS, ma lo stesso ministro degli Esteri Jaishankar ha già affermato che il Paese non è interessato alla cosiddetta “de-dollarizzazione”. Possiamo aspettarci qualche progresso in tal senso quest’anno?
Ritengo che all’interno dell’India vi siano vari gruppi con priorità diverse: a volte prevale la politica estera, altre volte le semplici esigenze economiche di una delle più grandi economie del mondo, che sta finalmente iniziando a svolgere un ruolo più significativo nella finanza internazionale e a garantire che la propria valuta assuma un ruolo più di rilievo sulla scena internazionale.
In definitiva, ritengo che questo fattore avrà la precedenza su qualsiasi considerazione a breve o medio termine. L’India intraprenderà sicuramente, in modo graduale, il processo di diversificazione delle valute del Sud del mondo e di maggiore utilizzo delle valute nazionali. Il dibattito si è già spostato negli ultimi anni, se si osserva la retorica proveniente da quel Paese. Anche il sistema che hanno sviluppato, l’Unified Payments Interface [UPI, il “Pix indiano”], è ormai in uso in tutto il Paese.
“Non abbiamo assolutamente alcun interesse a indebolire il dollaro”, ha dichiarato il ministro degli Esteri Jaishankar nel marzo 2025
E non vogliono rinunciarvi, perché comporta enormi vantaggi. Quando ero in India, i giovani indiani mi hanno parlato con entusiasmo di questo sistema, dicendomi quanto ne siano orgogliosi. Sta già diventando parte integrante del sistema finanziario del Sud del mondo, che progredirà, maturerà e forse si evolverà in qualcosa di competitivo. Perché ciò che vogliamo è una vera concorrenza. Vogliamo concorrenza tra le valute, tra i sistemi di pagamento – qualunque essi siano. Lasciamo che competano. Se siete capitalisti, perché non c’è concorrenza? Che la concorrenza abbia inizio. E vediamo cosa succede.
Una delle proposte più interessanti avanzate dai paesi BRICS negli ultimi anni è quella relativa alla borsa dei cereali, presentata dalla Russia. Secondo i dati dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il blocco produce il 61 per cento del riso mondiale, il 48 per cento della soia, il 47 per cento del grano e il 42 per cento del mais — e, se si includono i paesi partner, la quota relativa al riso sale al 72 per cento. Ciononostante, tra l’80% e il 90% degli scambi di materie prime agricole ed energetiche viene ancora regolato in dollari statunitensi. Cosa occorrerebbe per iniziare a cambiare questa situazione?
Non esiste una bacchetta magica. Non è che ci sia una singola cosa che i paesi del BRICS potrebbero fare e il gioco sarebbe fatto. Se si istituisse una borsa dei cereali, questo risolverebbe il problema? In realtà no, perché non si tratta solo di quella piattaforma o della sua istituzionalizzazione, ma dei flussi commerciali e della valuta di denominazione. Il fattore più fondamentale è l’intensità degli scambi: più intenso è il commercio Sud-Sud, maggiori sono le possibilità per i paesi del Sud del mondo di iniziare a denominarlo nelle proprie valute.
Riguardo alla valuta dei BRICS, si sostiene che debba esserci innanzitutto un volume significativo di scambi commerciali tra le economie del blocco. Ciò è in parte vero, anche se, nelle fasi iniziali di un progetto valutario, non è poi così necessario. Tuttavia, affinché una quota maggiore degli scambi commerciali sia denominata nelle valute nazionali, sì: l’intensità degli scambi è piuttosto importante.
E dal punto di vista istituzionale? Quali strumenti sarebbe necessario creare?
Dobbiamo creare tutti gli stessi strumenti che esistono oggi nel sistema finanziario: contratti futures, derivati e strumenti di copertura, in modo che gli operatori di mercato possano proteggersi dai rischi. Per quanto riguarda la copertura, ciò che serve è uno strumento che, una volta acquistato, protegga dalle variazioni improvvise del valore della materia prima. Se il prezzo scende, si dispone di uno strumento con un andamento opposto, che compensa tale variazione. È una sorta di assicurazione.
Anche l’istituzionalizzazione ha la sua importanza. La borsa dei cereali mette in luce il Sud del mondo con un’istituzione tutta sua. Ma dovrà competere con le istituzioni consolidate, che vantano decenni — e probabilmente ben più di decenni — di pratiche commerciali consolidate. Il Chicago Board of Trade, ad esempio. C’è una notevole inerzia in questi flussi commerciali, ed è proprio contro questa che bisogna competere.
Queste cose richiedono tempo. Lo sviluppo istituzionale richiede tempo; i volumi degli scambi hanno una loro inerzia; e la decisione di operare in una valuta diversa, dopo decenni in cui si è operato in altro modo, comporta molte sfide — l’inerzia è probabilmente la più forte di tutte. Ecco perché è necessario agire su più fronti contemporaneamente, e ciò richiede un livello di coesione e di accordo che non sembra esistere.
Qui in Russia posso constatare chiaramente che c’è slancio, sostegno e persino una visione chiara riguardo alla borsa dei cereali. Si tratta di uno dei progetti più avanzati in termini di approfondimento della pianificazione. Tuttavia, se deve essere un’iniziativa dei BRICS, deve essere concordata con gli altri membri.
Economisti come lei, Paulo Nogueira Batista Jr. e Alexei Mozhin – entrambi ex direttori generali del FMI – stanno sviluppando da anni l’idea di una nuova valuta di riserva per i paesi BRICS. Come verrebbe creata e quali sono le sfide da affrontare?
Le idee hanno cominciato a prendere forma nel 2017 e nel 2018. All’epoca, avevo chiamato la proposta “R5” o “R5+”, e il primo articolo che ho scritto verteva esclusivamente sull’uso delle valute nazionali dei paesi BRICS.
È stato lei a coniare il famoso marchio “R5”?
Sì. Nel 2017 è stato pubblicato il primo articolo sull’R5, nell’ambito di un’iniziativa volta a promuovere l’uso delle valute nazionali nelle operazioni della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e delle banche regionali di sviluppo.
Nel 2018, in un articolo per la rivista sudafricana The Thinker, scrissi che dovevamo esplorare nuove idee — e, all’epoca, una valuta BRICS sembrava un po’ irrealistica. Dissi: esploriamo questa possibilità, perché le valute nazionali dei paesi BRICS sono le più liquide del Sud del mondo. Sarebbe possibile prendere in considerazione un paniere sul modello dei Diritti Speciali di Prelievo (DSP) — la valuta contabile del FMI — che riunisca queste valute con ponderazioni diverse? Nel 2018 si trattava essenzialmente di un solo paragrafo. Poi sono seguiti quattro anni di silenzio, fino a quando l’idea è stata ripresa nel 2022.
Alexei Mozhin, che purtroppo ci ha lasciati quest’anno, ha svolto un ruolo fondamentale nel raccogliere questa idea e svilupparla a livello concettuale. In alcune interviste, iniziò a citare ponderazioni specifiche per queste valute all’interno del paniere e a parlare di quanto sarebbe stato facile avviare le fasi iniziali — non come valuta fisica, ovviamente, ma come unità di conto, allo stesso modo dell’Unità Monetaria Europea (ECU) utilizzata dall’Unione Europea prima dell’euro. Dal punto di vista operativo, è molto semplice: invece di effettuare tutte le transazioni e registrarle in dollari, lo si fa non in DSP, ma nella valuta composita del Sud del mondo, ovvero l’R5.
La fase successiva è stata guidata in gran parte da Mozhin e Paulo Nogueira Batista Jr. Nel suo ultimo rapporto per il Club Valdai, Paulo ha prodotto la ricerca più ampia, completa e aggiornata — esattamente come richiesto dal presidente Luiz Inácio Lula da Silva nel 2023, quando affermò che era necessario condurre tale ricerca. E devo dire che da allora non sono state condotte molte ricerche. Il rapporto presenta tutte le caratteristiche di una proposta in grado di trasformare ciò – che era una sorta di aspirazione e visione – in qualcosa che funga almeno da unità di conto, sotto forma di valuta digitale.
Ma questa proposta di una valuta di riserva dei BRICS sembra essere stata accantonata, per il momento, non è vero? Quale pensi che sia ora la mossa più plausibile?
Una delle piste che probabilmente verrà approfondita è quella della valuta digitale emessa dalla banca centrale. Qualora venisse sviluppata una valuta comune, essa si baserà molto probabilmente su quanto l’India è attualmente disposta a fare, ovvero garantire l’interoperabilità tra queste valute digitali.
Contrariamente alle mie aspettative — e a quelle di molti osservatori — stanno infatti iniziando a portare avanti il dibattito tra tutte le banche centrali dei paesi BRICS su questa interoperabilità. E non lo stanno facendo all’insegna di una moneta comune, alla quale dichiarano di essere contrari. Ma ciò è perfettamente accettabile, poiché la fase di interoperabilità è fondamentale per il sistema dei pagamenti e per le transazioni. Si tratta di collegare le valute digitali dei diversi paesi.
In pratica, questa potrebbe rappresentare un’alternativa a SWIFT, la rete di messaggistica che collega la maggior parte delle banche del mondo?
In effetti, sarebbe così. Non è ancora una moneta comune. Ma è in fase di sviluppo come parte di un sistema di pagamento pensato per ridurre i costi. Si tratta di un progetto interamente commerciale. E, naturalmente, aprirà la strada a molte possibilità future.
Pensi che la notizia possa essere resa nota proprio ora, in occasione del vertice di Nuova Delhi?
È possibile. Da quanto ho sentito, sono in corso intense discussioni, anche a livello di banche centrali ed esperti. Recentemente si sono tenute riunioni ufficiali delle banche centrali in cui, a quanto mi risulta, si è discusso proprio di questo. Non riuscivo a crederci quando l’ho visto. Ma sembra che probabilmente qualcuno li abbia convinti sui vantaggi della valuta digitale.
Francesco Borgonovo, I nuovi padroni del pensiero, Liberilibri 2026, pp. 12, € 15,00.
Da un po’ di tempo non mancano saggi che stigmatizzano il divorzio (in Occidente) tra élite governanti (alcune delle quali, nel frattempo detronizzate) e masse governate. Carattere originale del saggio di Borgonovo è di aver individuato tra le ragioni della frattura l’ideologia gnostica delle élite – RICONDUCIBILE ALL’ANTICO rapporto tra religione e potere – e quello (inverso) tra autorità e potere.
Quanto al primo è noto che ad indicarlo fu Luciano Pellicani, facendo tesoro delle concezioni di Vögelin e Del Noce.
Sulla gnosi, scrive Borgonovo «Una delle caratteristiche di questa visione sta, dice Voegelin, “nel credere che sia possibile salvarsi dal male del mondo. Da ciò deriva la convinzione che l’ordine dell’essere dovrà essere cambiato nel corso del processo storico. Da un mondo cattivo deve emergere, per evoluzione storica, un mondo buono”». Questo si fonda sulla capacità di minoranze in possesso della verità – di comandare e dirigere le masse (gli psichici) – che quelle verità non sono in grado di comprendere o comunque non conoscono. Quanto all’autorità, al potere (e al totalitarismo) nella modernità, anche questo studiato da del Noce, si fonda sul Discurso sobre la dictadura di Donoso Cortes e se ne trovano considerazioni simili in Kojève e in Jesus Fueyo.
Carattere comune tra la tesi di Donoso e quella di Del Noce è che la diminuzione dell’autorità (conseguente alla secolarizzazione) ha progressivamente incrementato il potere: tra autorità e potere il criterio distintivo essenziale (Kojève) è che la prima si fa obbedire senza provocare reazioni, e senza che sia necessaria la coazione fisica (e neanche quindi la minaccia di questa). Ricorda anche Borgonovo: «L’autorità dunque è qualcosa che eleva, innalza. E per questo motivo non può che essere qualche cosa di spirituale, di superiore. “oggi, invece”, prosegue del Noce, “la sensibilità corrente associa per lo più l’idea di autorità a quella di “repressione”, la fa coincidere, al contrario di ciò, che l’etimo esprime, con ciò che arresta la “crescita”, che vi si oppone”. Eccoci al cuore nero della modernità: essa spaccia l’autorità per oppressione e la combatte ostinatamente, causandone l’eclissi. Sfumata l’autorità, resta il potere, che è invece tutto materiale: non più rapporto tra l’uomo e qualcosa che lo trascende, ma rapporto fra uomini che in cui uno domina e l’altro serve» (il corsivo è mio).
Partendo da queste (ed altre concause) Borgonovo ci mostra come la comunicazione di massa falsifichi sostanzialmente la realtà, per lo più ricorrendo ad occultamenti o minimizzazioni, quando quella è in contrasto con le idee delle élite. Ricorda l’autore il tentativo di collegare la violenza politica al solo fascismo; di far passare Salim el Koudry per matto; la dannatio memoriae di Kirk, già avviata appena ucciso; l’utilizzo (politico) dell’odio per odiare gli odiatori e così via.
Il tutto al fine di mantenere il potere. Il guaio è, scrive Borgonovo, che «i cosiddetti progressisti detengono un potere molto piccino e sudaticcio, dominano la burocrazia della cultura, governano una macchina sempre più acefala. Il dramma vero italiano è, ancora una volta, il conformismo, compreso (anzi soprattutto) quello degli anticonformisti. E’ l’indisponibilità ad accettare l’Altro, a creare relazioni creative, sane e fertili».
Saggi come questo contribuiscono ad uscire da un modo di pensare (e di far pensare) ormai in ritirata, come confermano, da ultimo, le auto-critiche al wokismo.
Teodoro Klitsche de la Grange
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Sono nato in un’epoca di miracoli e meraviglie, o almeno così sembrava.
Le automobili erano ancora piuttosto rare, soprattutto nei quartieri operai, ma i televisori si stavano lentamente diffondendo, con la loro affascinante, seppur sconcertante, capacità di proiettare immagini del mondo esterno su un piccolo schermo all’interno di un gigantesco mobile. I giornali pubblicavano articoli su aerei a reazione che trasportavano personaggi famosi in luoghi altrettanto famosi, sebbene il numero di questi velivoli che si potevano effettivamente vedere in volo fosse minuscolo rispetto agli standard odierni. E naturalmente i ragazzini di quell’epoca seguivano con il fiato sospeso i voli dei cosmonauti e degli astronauti, culminati nella celebrazione religiosa mondiale del volo dell’Apollo 11. Per i più appassionati di tecnologia, c’erano i radiotelescopi, l’energia nucleare, i nuovi antibiotici, il DNA e il Big Bang, tra le altre cose.
Le notizie scientifiche erano ovunque, anche sul nuovo mezzo di comunicazione televisivo, e il presupposto universale, seppur tacito, era che con lo sviluppo della tecnologia la vita quotidiana sarebbe diventata più facile e sicura per le persone comuni. Questo perché gran parte della ricerca scientifica era svolta dai governi e gran parte del resto da aziende a partecipazione statale. La figura dell’imprenditore tecnologico come un imbroglione interessato solo a fare soldi il più velocemente possibile era ancora lontana.
Ma a sovrastare tutte queste tecnologie, remota e inspiegabile, materia di sogni, fantasie e incubi, c’era la tecnologia di cui oggi voglio parlare per il suo significato culturale: il computer. Di tutte le entusiasmanti tecnologie del dopoguerra, i computer erano i più misteriosi, perché la maggior parte delle persone non aveva la minima idea di come funzionassero o di cosa facessero realmente. Per molto tempo, i computer sono stati una soluzione in cerca di un problema e, in un certo senso culturale, come vedremo, lo sono ancora. Dopotutto, gli aerei volavano; l’energia nucleare era un modo per produrre calore, gli antibiotici facevano guarire. Ma fin dall’inizio, i computer sono rimasti intrappolati in una nebbia concettuale, e ciò che veniva loro attribuito allora (come lo è ancora oggi) era sempre proiettato in un futuro lontano e sempre presentato in termini estremamente generici. Coloro che prevedevano grandi cose per loro spesso non erano molto esperti di tecnologia, e non era sempre chiaro come si sarebbero concretizzati i meravigliosi benefici promessi.
******************************
Questi saggi saranno sempre gratuiti, ma potete continuare a sostenere il mio lavoro mettendo “mi piace”, commentando e, soprattutto, condividendoli con altri e con altri siti che frequentate. Se desiderate sottoscrivere un abbonamento a pagamento, non vi ostacolerò (anzi, ne sarei molto onorato), ma non posso promettervi nulla in cambio, se non una piacevole sensazione di merito. Un ringraziamento speciale a coloro che hanno recentemente sottoscritto un abbonamento a pagamento. Ho anche creato una pagina “Offrimi un caffè”, che potete trovare qui .Grazie a tutti coloro che hanno contribuito di recente e un ringraziamento speciale per le tante gentili parole di supporto che ho ricevuto da chi ha inviato denaro. Significano moltissimo per me.
*********************************
Eppure, fin dall’inizio, era chiaro che l’immaginario collettivo desiderava e al tempo stesso temeva qualcosa di completamente diverso dalle enormi e ingombranti macchine per l’elaborazione dati che esistevano realmente negli anni ’60 e ’70. Molti tecnologi e giornalisti, peraltro molto autorevoli, credevano che, qualunque cosa fosse, il suo arrivo fosse solo questione di tempo. Immaginavano macchine dotate di coscienza, che possedevano quella che oggi definiremmo, in modo fuorviante, “intelligenza artificiale”. E queste macchine avrebbero compiuto grandi e meravigliose imprese, poiché sarebbero state più intelligenti di noi, ma anche – sebbene raramente si dicesse esplicitamente – più sagge di noi. E il desiderio di credere in macchine in grado di risolvere tutti i nostri problemi, e le fantastiche promesse che ne derivarono, non sono poi cambiate molto negli ultimi cinquanta o sessanta anni.
Non so se a quei tempi abbiate mai visto un computer. Quando ero uno studente di dottorato, il College ne aveva uno, che occupava diverse stanze, dove docenti e studenti potevano “noleggiare tempo di utilizzo del computer”, ad esempio se dovevano modificare un testo. Non l’ho mai usato, ma so che c’era un rito di iniziazione simile a quello dei Rosacroce. Nel frattempo, chi studiava materie tecniche si aggirava con pile di carta verde e bianca e ti mostrava come, dopo molte e attente manovre, le enormi e rumorose stampanti a matrice di punti dell’epoca potessero produrre qualcosa che assomigliava vagamente all’immagine di una figura umana. Eppure, a quanto pare, queste macchine, non domani, ma dopodomani o dopodomani ancora, avrebbero dovuto gestire le nostre società.
Parte della discrepanza era di natura verbale. “Computer” è una parola inglese, un sostantivo derivato da “compute”, che significa eseguire calcoli. Questo è ciò che facevano i primi modelli: gli inglesi usarono il primo vero computer operativo al mondo, il Colossus, per decifrare il codice Enigma tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo la guerra, gli inglesi, pragmatici e orientati al business, utilizzarono la tecnologia in rapida evoluzione non solo per continuare a decifrare codici e per la ricerca scientifica, ma anche per la gestione delle scorte, la logistica e la contabilità. Ancora lontani dal conquistare il mondo, certo, ma si trattava di una tecnologia che si stava espandendo in un vuoto nell’immaginario collettivo che doveva essere colmato da qualcosa .
Stranamente, la relazione è più chiara in francese, dove il termine equivalente è ” Ordinateur “, coniato per la prima volta negli anni ’50. Il significato letterale è qualcosa come “organizzatore” o “colui che porta ordine”, e la parola ha affinità in inglese con “order” e, soprattutto, “ordain”, come nel caso di un vescovo. In francese, la parola conserva il raro significato di qualcuno che esercita la disciplina all’interno della Chiesa. (Ah, forse ora iniziamo a capire qualcosa). È successo, e con una tempistica assolutamente perfetta, che il concetto di supercomputer, piuttosto che la realtà, sia arrivato proprio nel momento in cui la fede religiosa stava entrando in un rapido declino e dove, in particolare, l’autorità della Chiesa e degli interpreti della Bibbia veniva messa in discussione. (Questa relazione era più evidente nella disciplinata Francia cattolica che nell’anarchica Inghilterra protestante.) Di fatto, gli enormi computer dell’epoca erano chiese, i manuali operativi erano la Bibbia e le opere sacre, e il gran numero di dipendenti, dai programmatori più brillanti agli umili operatori, rappresentava la gerarchia del clero: un’idea che si ritrovava nei cliché della cultura popolare dell’epoca. Inutile dire che i mortali non potevano rivolgersi a queste macchine con un linguaggio che assomigliasse a quello di tutti i giorni, né comprenderne l’output senza qualcuno che lo interpretasse per loro.
Così, oltre all’effetto di spinta tecnologica dovuto al progresso tecnologico, vi fu un effetto di attrazione culturale, ovvero la richiesta di qualcosa che colmasse un vuoto intellettuale, ma anche spirituale ed etico. Questo vuoto era in parte legato al declino della religione, ma in realtà va oltre, riflettendo, riprendendo la discussione della scorsa settimana sul paganesimo, il bisogno di accedere a qualcosa di più saggio e potente di noi, in un mondo disincantato. Fin dall’inizio, quindi, c’è stato inevitabilmente un divario gigantesco tra ciò che si desidera e ciò che i computer sono effettivamente in grado di fare: un divario sfruttato fin da subito dagli appassionati di tecnologia e, più recentemente, anche dai truffatori. E con l’aumento delle reali capacità dei computer, sono cresciute ancora più rapidamente le fantasie su ciò che avrebbero potuto realizzare.
Le due grandi influenze sul modo in cui i computer venivano percepiti dal grande pubblico, e in una certa misura lo sono ancora, sono state la fantascienza e le pubblicazioni di divulgazione scientifica. (La seconda era spesso ispirata dalla prima, piuttosto che il contrario). La fantascienza, come sostengo da tempo, è la mitologia dell’era tecnologica. In alcuni casi i parallelismi sono espliciti (in ” 2001 : Odissea nello spazio”, ad esempio, o in alcune opere di C.S. Lewis, Roger Zelazny o Gene Wolfe) o indiretti (i racconti apocalittici di J.G. Ballard e altri) o semplicemente pervasivi, come nel caso di elementi mitici quali poteri magici, fulmini e la capacità di volare. Nelle mani di maestri come Ballard, elementi allora moderni come i radiotelescopi che ricevevano misteriosi messaggi dalle stelle assumevano una vita mitica inquietante e indipendente, completamente slegata dalla monotona realtà quotidiana del lavoro scientifico.
Tra tutti i temi tradizionali della mitologia, e quindi della fantascienza, nessuno è più potente della ricerca della saggezza e della conoscenza del futuro, soprattutto del proprio destino. Questo può significare oracoli, divinazione (l’ I Ching è stato paragonato a un semplice computer binario), libri profetici o profeti ispirati, ma anche, e più pertinentemente, statue parlanti, jinn, angeli e demoni, revenant e animali parlanti. Gran parte di tutto ciò, naturalmente, è stato assimilato nella letteratura mondiale, da Omero alla leggenda di Faust, ma ha trovato spazio anche nella fantascienza moderna, che ha utilizzato l'”Intelligenza Artificiale” come espediente narrativo ben prima che nascessero gli aspiranti geni dell'”IA” di oggi. Quasi fin dagli inizi, gli scrittori di fantascienza (molti dei quali scienziati) hanno semplicemente dato per scontato che, man mano che i computer di ogni tipo diventavano più complessi, si sarebbero automaticamente evoluti verso la coscienza: l’idea di base non è cambiata da allora. E, logicamente, man mano che queste macchine diventavano più grandi e complesse, si pensava che sarebbero diventate rapidamente più intelligenti degli esseri umani. Ma useranno questa conoscenza per il bene o per il male? Saranno più saggi di noi?
La letteratura sui computer come esseri dotati di proprietà o effetti divini richiederebbe un saggio a parte, ma a volte produce riflessioni ironiche, quasi borgesiane, sulla nostra tendenza a scaricare questioni morali ed etiche su qualsiasi contenitore comodo. L’esempio più famoso è probabilmente il racconto di Frederick Brown del 1954, ” La risposta” , in cui gli scienziati collegano tutti i computer dell’Universo per porre la domanda “Esiste Dio?”. “Ora sì”, risponde bruscamente il sistema, fondendo i circuiti in modo da non poter essere mai spento. (Il racconto viene ovviamente parodiato nella ” Guida galattica per gli autostoppisti” di Douglas Adams , dove gli scienziati costruiscono un computer chiamato Deep Thought che fornirà loro la risposta a “La vita, l’universo e tutto il resto”. La risposta si rivela essere “quarantadue”, il che è un peccato perché si erano dimenticati di specificare quale fosse la domanda).
Che siano prese sul serio o scherzose, tutte queste storie incorporano una domanda essenziale, presente nelle culture monoteistiche fin dalle origini: la conoscenza è sempre un bene? La storia del Giardino dell’Eden e del consumo del frutto proibito è stata interpretata in modi molto diversi, e suppongo che la nostra società moderna, liberale e basata sui diritti, si schiererebbe dalla parte di Adamo ed Eva, e di conseguenza si opporrebbe al divieto di mangiare il frutto dell’albero della vita e quindi di acquisire la conoscenza del Bene e del Male. Eppure, qui si è sempre presentato un problema concettuale, poiché il Bene e il Male sono in definitiva giudizi di valore, per quanto ben fondati possiamo ritenerli in un dato caso, e non qualcosa che si possa ridurre a semplice “conoscenza” empirica. In effetti, la storia può essere vista come un’allegoria dei tentativi umani di arrogarsi il diritto di formulare giudizi morali assoluti indipendentemente da un potere trascendente. (Cambiare l’argomentazione limitandosi ad affermare che esiste una differenza non semplifica di molto la questione.) L’esperienza suggerisce che, nella migliore delle ipotesi, i giudizi umani sul Bene e sul Male sono complessi, ma una volta che la fede in un creatore divino scompare, non c’è altra opzione. In altre parole, siamo tutti discendenti di Adamo ed Eva ed eredi della loro scelta di formulare giudizi puramente umani sul Bene e sul Male. Sfortunatamente, la storia suggerisce che non siamo molto bravi in questo, e quindi cerchiamo dei sostituti di Dio che lo facciano per noi.
Oggi abbiamo qualche difficoltà ad accettare il concetto stesso di conoscenza proibita, e anzi lo consideriamo un affronto al nostro ego e un perverso incentivo a scoprire ciò che non dovremmo sapere. Di tanto in tanto, solitamente verso la metà di agosto di ogni anno, qualcuno si chiede ad alta voce se non sarebbe stato meglio se la fisica atomica non fosse mai stata sviluppata come campo di studio. Ed è comune lamentarsi degli effetti negativi delle scoperte tecnologiche, dalla plastica ai chip di silicio. Ma, con pochissime eccezioni (la ricerca sul guadagno di funzione dei virus, ad esempio), è insolito sostenere che la ricerca della conoscenza debba essere controllata o che certi tipi di ricerca debbano essere attivamente vietati. (Non mi riferisco, ovviamente, alla ricerca che potrebbe produrre conclusioni politicamente impopolari).
È quindi significativo che l’unico ambito in cui un gran numero di esperti e non esperti abbia suggerito di rallentare, o addirittura interrompere, la ricerca sia proprio quello noto con stancante prevedibilità come “Intelligenza Artificiale”. E anche qui, ancora una volta, ciò che spaventa le persone non sono tanto le effettive capacità dei sistemi informatici odierni, quanto piuttosto il modo in cui potrebbero potenzialmente evolversi in futuro, qualora le previsioni fatte negli ultimi settantacinque anni si avverassero. Di fatto, e per la prima volta da molto tempo, si comincia a temere che la ricerca della conoscenza infinita non comporti alcuni piccoli potenziali svantaggi. (Ricorderete forse che nel “Dottor Faustus” di Marlowe , le ultime parole del protagonista mentre viene trascinato all’inferno sono “Brucerò i miei libri!”). Se i governi e le aziende private debbano essere autorizzati a possedere una conoscenza infinita sui cittadini è di per sé un argomento di acceso dibattito.
Certo, alcuni di questi problemi esistono già da tempo. Molti derivano dall’erronea convinzione che l’“Intelligenza Artificiale” sia già una realtà, e dalla conseguente tendenza ad antropomorfizzare il comportamento dei programmi per computer, argomento su cui tornerò tra un attimo. Me ne accorsi per la prima volta circa quarant’anni fa, lavorando con la prima generazione di computer installati negli uffici governativi in Gran Bretagna. Per darvi un’idea del contesto, basti dire che il sistema operativo era più difficile da usare di CP/M, e che il computer stesso, con il suo enorme disco rigido da 20 MB e la stampante che faceva un rumore simile a quello di un trapano pneumatico, doveva essere tenuto in una stanza separata. La macchina era un dio capriccioso, che ti puniva arbitrariamente per un minuscolo errore di sintassi e, occasionalmente, si rifiutava di comunicare per ore, semplicemente perché ne aveva voglia. Quando il sistema smetteva di funzionare, le persone si radunavano intorno al terminale da cui proveniva il problema, grattandosi il mento e dicendo cose come “hai provato…?” Non c’era stata alcuna formazione, perché a quei tempi non esistevano istruttori, e nient’altro che un opuscolo del produttore, che ometteva tutto ciò che si sarebbe potuto effettivamente voler sapere. (Suppongo che da qui derivi la vecchia battuta: se tutto il resto fallisce, leggi il manuale).
Ma in uno di quei giorni in cui la macchina sembrava finalmente collaborare, e io ero tranquillamente impegnato a lavorare su un foglio di calcolo, un dirigente di altissimo livello per cui lavoravamo entrò in ufficio e sbirciò oltre la mia spalla. “Ah-ha”, disse scherzosamente, “quindi la tua macchina mi dirà come gestire il bilancio?”. Ma non potevo biasimarlo. Tutta la cultura popolare fino a quel momento – 2001 : Odissea nello spazio , Star Trek, Doctor Who e molti altri – aveva incoraggiato questa visione, proprio perché c’era un enorme vuoto intellettuale da colmare; quindi l’idea di un computer in grado di gestire autonomamente i bilanci governativi era sufficientemente attraente da assumere, col tempo, una vita simbolica e mitica propria. Questo accadeva anche all’inizio del periodo in cui i computer venivano ampiamente diffusi sulle scrivanie individuali, spesso senza una chiara idea di come sarebbero stati utilizzati, anticipando con precisione l’ottimismo fatufo e la visione a breve termine degli odierni sostenitori dell'”intelligenza artificiale”. Era un’epoca in cui si potevano ancora usare frasi come “gli studi sui computer dimostrano che…”. con un’espressione impassibile.
Il Tesoro britannico, ovviamente (il cui motto non ufficiale era “un soldo risparmiato è un fine in sé”), colse immediatamente l’opportunità di risparmiare anche i più piccoli. Decine di migliaia di posti di lavoro qualificati potevano essere “salvati” (ovvero persi), si illudevano, e ora tutti potevano scrivere al computer. I risultati furono prevedibili: invece di impiegare cinque minuti per dettare una lettera, persone di alto livello ne impiegavano un’ora a digitarla faticosamente, cercando di formattarla, scoprendo che il testo traboccava sulla pagina successiva di una sola riga, dimenticandosi poi di salvarla o salvandola nel posto sbagliato e non riuscendo più a trovarla. Dato che avevo la reputazione di essere un po’ meno analfabeta informatico della media, la gente mi si avvicinava, con la faccia pallida, dicendo: “Credo di aver perso il documento di tre pagine su cui stavo lavorando. È sparito dallo schermo”. Non proprio un risultato impressionante per una tecnologia che avrebbe dovuto conquistare il mondo, e in effetti non sorprende che gli studi sulle prove di un aumento della produttività grazie alle tecnologie informatiche non siano generalmente riusciti a trovarne alcuna. Questo era un problema che si sarebbe dovuto risolvere da solo nel corso delle generazioni, ma di fatto non è successo, soprattutto perché i produttori di software e computer hanno continuato ad aggiungere funzionalità e caratteristiche una sull’altra per giustificare nuove versioni e nuovi prezzi. (Per motivi professionali, un paio d’anni fa sono stato costretto a scaricare l’ultima versione di Microsoft Office, che ero riuscito a evitare di usare per un po’ di tempo, e ho passato diversi minuti a guardare l’interfaccia di Word, sopraffatto da una sorta di orrore paralizzante). Tutto lascia pensare che la stessa cosa accada con l'”intelligenza artificiale”.
Ammetto di essermi già macchiato di antropomorfismo, cosa praticamente impossibile da evitare quando si ha a che fare con una tecnologia che attraversa processi visibili e produce in output parole e numeri. Ma se a quei tempi dovevi lottare con quei dannati computer, almeno capivi che non c’era davvero un omino lì dentro a fare tutto. Oggi, nonostante la maggior parte delle persone appartenga teoricamente alla “generazione informatica”, l’antropomorfismo inconscio è ancora più forte, a causa dei tentativi di rendere i computer più “amichevoli”, con un’interfaccia teoricamente comprensibile e persino con invadenti menu “Aiuto”, che sostituiscono il micidiale prompt “C:\>” su uno schermo vuoto di trent’anni fa. (Ai tempi, ogni tanto entravo nei negozi di computer e, per puro divertimento, digitavo “qual è il senso della vita?” al prompt. Non sorprende che il computer rispondesse “errore di sintassi”).
Sono assolutamente a favore delle interfacce intuitive e della facilità d’uso (sono un utente Mac entusiasta praticamente dagli albori di OS X), ma il problema è che, man mano che i computer sono diventati in grado di fare sempre più cose, le persone hanno iniziato a credere sempre di più di poter fare qualsiasi cosa, e meglio di noi. Da qui il panico attuale sull'”IA fuori controllo” e sull'”apocalisse dell’IA”, entrambi frutto di marketing e diretti eredi della letteratura sui pericoli dell’eccessiva ricerca della conoscenza, che risale a migliaia di anni fa. La differenza è che, mentre i jinn e le teste parlanti erano pura magia e basta, i moderni oracoli dell'”IA” dovrebbero funzionare secondo leggi scientifiche. Ma questo non impedisce alle persone di attribuire loro qualità umane inesistenti, o di trattare i loro risultati come intelligenti, tanto sono disperate alla ricerca della verità sulla Vita, l’Universo e Tutto quanto.
Ora, io non sono un informatico, ma Cal Newport lo è, e ha spiegato in sostanza cosa sta succedendo. I modelli linguistici di grandi dimensioni (perché di questo si tratta), inclusi i programmi che forniscono istruzioni ad altri programmi per agire, sono limitati a descrivere le proprie azioni e a fornire istruzioni basate su formule verbali su cui sono stati addestrati. Se il materiale di addestramento include molta fantascienza, comprese storie di computer che conquistano il mondo, allora i risultati non sono difficili da intuire. Se i dati di addestramento fossero limitati, ad esempio, alle opere di Platone e dei suoi seguaci, si otterrebbe un output di tipo diverso.
Nessuna di queste ipotesi risolve realmente la questione fondamentale : vogliamo davvero che qualcosa o qualche macchina possieda una conoscenza infinita? In effetti, probabilmente la questione non può essere risolta in modo soddisfacente, perché le nostre sensazioni al riguardo dipenderanno quasi interamente dal contesto in cui si pone. Se in una determinata area si verificasse un omicidio, e tutti i telefoni cellulari presenti venissero registrati, e i loro proprietari confrontati con le identificazioni dei passanti tramite software di riconoscimento facciale e con i dati dei servizi di intelligence criminale, e se questo producesse una breve lista di cinque persone, una delle quali risultasse essere l’assassino, beh, crimine risolto. Ottima idea. Ma supponiamo che tu ti trovassi in quella zona e che il tuo telefono fosse tra quelli rilevati, ma che tu venissi controllato automaticamente e scartato senza alcun intervento umano. Potresti affermare che i tuoi diritti siano stati violati da un codice informatico quando né tu né la persona che ha effettuato la ricerca eravate a conoscenza della tua presenza nella lista?
Non lo so, ma mi preoccupano le tentazioni faustiane a cui l’intelligenza artificiale (IA) darà origine, soprattutto quando persone influenti ma disinformate si convinceranno che l’IA possa fare un lavoro migliore e più accurato degli esseri umani. Questo non è generalmente vero, ovviamente, al di fuori di settori specialistici, a meno che non si definisca “migliore” come “più veloce e quindi più conveniente”. Ma l’IA conosce solo ciò che le è stato detto ed è per definizione in grado di produrre solo risultati probabilistici. Ecco perché il suo apparente utilizzo per la definizione degli obiettivi nei conflitti armati è così preoccupante: anche il processo decisionale umano non è perfetto, ma richiede un vero e proprio pensiero e un processo decisionale esplicito. Dopotutto, uno dei problemi dell’IA e dei suoi predecessori è sempre stata la precisione spuria e ingannevole dei suoi risultati, in alcuni casi fino alla cifra decimale. Ricorderete forse i tentativi di modellare al computer la guerra del Vietnam, che produssero risultati spazzatura estremamente dettagliati e convincenti, frutto ovviamente di input spazzatura.
Si può avere troppa informazione o troppa conoscenza? Ci sono domande che non andrebbero poste? L’era dell'”IA” ha improvvisamente reso queste domande tradizionali profondamente attuali e, naturalmente, non possediamo più il quadro intellettuale per affrontarle adeguatamente, motivo per cui il “dibattito” pubblico oscilla tra entusiasmo, compiacimento e panico senza una logica precisa. Faustus, ricorderete, voleva sapere tutto , e non è fantasioso supporre che i governi moderni, per quanto malconci e impopolari, si addentreranno sempre più nella raccolta di massa di dati e in ciò che considerano “IA”, nel tentativo di compensare il profondo senso di insicurezza che sicuramente provano. Storicamente, come un tossicodipendente che aumenta la dose, i governi hanno teso a credere di poter compensare la propria inettitudine acquisendo sempre più informazioni, fino a esserne sommersi. Avevano dimenticato, ovviamente, che l’informazione di per sé non significa nulla, che ciò che serve perché sia utile è l’analisi e l’organizzazione. Ecco che entra in gioco l’intelligenza artificiale, che fa la promessa entusiasmante ma illusoria di estrarre rapidamente il segnale dal rumore, ma che in realtà non è in grado di farlo con sufficiente affidabilità, nemmeno in linea di principio. Ma in ambito governativo, uno strumento che affronta un problema, o almeno dà l’impressione che un problema venga affrontato, è una risorsa troppo preziosa per rinunciarvi con leggerezza.
Se l’informazione sia sinonimo di conoscenza o se necessariamente conduca ad essa, se più informazioni siano sempre meglio, se esistano davvero cose che non dovremmo sapere e che sarebbe pericoloso scoprire, sono tutte domande da affrontare in un altro momento. Qui, vorrei solo ricordare che, in termini pratici, sia nella vita quotidiana che in questioni più complesse, a volte ci rendiamo conto che, dopotutto, ci sono cose che vorremmo non aver mai imparato. “Dopo una tale conoscenza”, si chiedeva T.S. Eliot un secolo fa in Gerontion , “quale perdono?” (Lo scrittore di fantascienza americano James Blish ha scritto una tetralogia su questo tema, intitolata After Such Knowledge (1958-71), e C.S. Lewis ha riproposto la storia del Giardino dell’Eden in Perelandra (1943)). In questo contesto, è curioso che Eliot, in Gerontion , suggerisca che “I segni vengono scambiati per prodigi”. Quale epitaffio migliore si potrebbe dare all'”intelligenza artificiale”?
Ripeto, le fantasie che creiamo attorno all'”IA” non sono generate dalle virtù reali o ragionevolmente prevedibili della tecnologia in sé, ma da vuoti esistenziali nella nostra cultura che rimangono dolorosamente incolmati. Uno di questi, il desiderio di conoscenza o almeno di informazione, l’ho già trattato a sufficienza. Ma c’è anche l’idea correlata ma distinta di Saggezza. Le due, sebbene entrambe molto antiche, si riferiscono a cose sottilmente diverse. “Conoscenza” ha sempre avuto il significato più tecnico di “consapevolezza delle cose”, mentre “saggezza” ha sempre avuto un elemento normativo, di giusto giudizio in una data situazione o su un argomento specifico. Quindi parliamo di “un pezzo di conoscenza” come qualcosa di essenzialmente contingente e temporaneo, mentre “un pezzo di saggezza” è qualcosa da ricordare per il futuro. (Sarebbe bello se l’una portasse necessariamente all’altra, ma non è necessariamente così.) Parliamo della Saggezza di Salomone, non solo della Conoscenza di Salomone, sebbene egli possedesse chiaramente entrambe. Così, nella famosa storia biblica del Giudizio di Salomone, narrata nel Primo Libro dei Re, Salomone affida la custodia di un bambino conteso, rivendicato come proprio da due madri rivali, alla donna disposta a rinunciare al bambino piuttosto che vederlo diviso a metà, perché presumibilmente è lei ad amarlo. Questa storia, che trae origine dalla mitologia e dai racconti popolari di tutta la regione e compare in tutte le religioni monoteiste, narra essenzialmente di Salomone come abile conoscitore dell’animo umano e della sua saggia decisione. Dopotutto, non c’era modo di sapere con certezza quale delle due donne fosse la madre.
Questa è saggezza, ed è qualcosa di cui la nostra società ha disperatamente bisogno. Non si tratta solo di conoscenza, vera o falsa, non si tratta solo di “fatti”, giusti o sbagliati, o di “competenza”, qualunque cosa essa sia esattamente. È qualcosa di difficile da acquisire senza esperienza ed età, cosa che oggigiorno è difficile da ammettere, e dipende da relazioni gerarchiche e dalla volontà di imparare, elementi che non fanno parte della nostra cultura attuale. Ma questo non significa che respingiamo la saggezza: tutt’altro. Possiamo voltare le spalle ai genitori, agli anziani, alle scuole, alle istituzioni e simili, ma istintivamente cerchiamo comunque figure autorevoli che sappiano, o almeno sembrino sapere, come fare le cose e cosa fare. A volte questo ha un senso logico. Su YouTube, ad esempio (e tralasciando tutti i siti politici polemici e marginali), ci sono innumerevoli siti pragmaticamente utili gestiti da persone con molta esperienza pratica e un talento per la comunicazione, per quei momenti in cui le istruzioni fornite con i mobili da montare che abbiamo ordinato sono incomprensibili in qualsiasi lingua. Potreste dire che si tratta di nozioni banali, ma esistono anche siti che insegnano, ad esempio, ciò che vostro nonno ha insegnato a vostro padre sulla lavorazione del legno, sulla gestione del denaro o su come rapportarsi con l’autorità, ma che voi non avete mai imparato perché i vostri genitori si sono separati quando eravate piccoli e non andavate d’accordo con nessuno dei vostri patrigni.
Questo, ma in versione potenziata e in tutti i campi, è ciò che vogliamo dall'”IA”, e alcune persone sono così ingenue da credere di poterlo ottenere. In un mondo di gerarchie abbandonate e autorità decostruita, desideriamo qualcosa che funga da guida e interlocutore affidabile per aiutarci a risolvere i nostri problemi personali e professionali, senza la sensazione di sacrificare nulla del nostro Ego nel processo. La tecnologia dell'”IA” è tale che qualsiasi risposta a qualsiasi domanda su qualsiasi argomento ha lo stesso livello di verosimiglianza apparente, ma in realtà ha livelli di accuratezza e utilità del tutto imprevedibili e inconoscibili. Tra tutti i guru su Internet che ti dicono come vivere la tua vita (e ce ne sono alcuni validi, ammettiamolo) presto ci saranno molte figure generate dall'”IA” di utilità più o meno elevata, programmate con qualsiasi cosa, dalle opere complete del Buddha o di Tommaso d’Aquino fino, beh, al Mein Kampf. Non so se esistano già psicologi e psicoterapeuti “IA” interattivi online (anche se i bot esistono di certo), ma se non esistono ancora, esisteranno presto e sarà impossibile controllarne l’utilizzo.
Fin dagli albori dell’era informatica, gli esseri umani hanno fantasticato su macchine infinitamente più intelligenti di loro, e quindi più sagge e capaci di guidare e persino dirigere la vita umana. In termini di cultura popolare, l’esempio classico è la serie di romanzi “Culture” di Iain M. Banks, purtroppo scomparso alcuni anni fa. I romanzi narrano le vicende di una specie umanoide spaziale la cui esistenza dipende interamente da Menti benevole, incredibilmente complesse e potenti, che si assumono la responsabilità di praticamente tutto ciò che ha una certa importanza, lasciando ai cittadini della Cultura ben poco da fare se non godersi la vita. (In effetti, trovare qualcosa di interessante da far fare agli umani nei libri rappresentava una sfida continua per Banks nello sviluppo delle sue trame: da qui la creazione di una serie di specie aliene sgradevoli e pericolose con cui fare i conti).
Per quanto mi siano piaciuti i libri della serie “Culture”, l’aspetto che emerge con maggiore chiarezza (come ho già fatto notare qualche anno fa) è che i personaggi sono fondamentalmente tutti bambini, i cui desideri vengono appagati all’istante. Non c’è quindi da stupirsi che la noia sia uno dei principali problemi della Cultura, e che i suoi cittadini più riflessivi si dedichino alle Buone Opere su altri pianeti, cercando di guidarli verso la civiltà. Ma Banks iniziò a scrivere i libri della Cultura ai tempi di MS-DOS (ora sciacquatevi la bocca), quando l’idea di un’intelligenza artificiale in grado di fare tutto per noi era essenzialmente pura fantasia. Ora, se crediamo agli entusiasti, è proprio dietro l’angolo. Ci troveremo in un mondo in cui tutto ciò che è difficile verrà fatto per noi da altri. Torneremo allo stadio di bambini preadolescenti, per i quali i genitori sono esseri onnipotenti che fanno tutto per loro e risolvono tutti i loro problemi. Si dice spesso che l’intelligenza artificiale ci “permetterà di fare” questo o quello. Nella migliore delle ipotesi, è una semplificazione eccessiva. In generale, permetterà alle macchine di svolgere determinate attività al posto nostro , anziché costringerci a imparare a farle da soli.
In questo senso, non sorprende affatto che i primi usi dell'”IA” siano stati per imbrogliare e ingannare. Chi non avrebbe voluto che qualcuno facesse i compiti al posto nostro? Chi non avrebbe voluto che qualcuno scrivesse per noi una candidatura di lavoro impeccabile? Ad alcuni, almeno, non sarebbe piaciuto conseguire un dottorato senza dover lavorare? Ad altri non sarebbe piaciuto un romanzo o una composizione musicale da poter spacciare per propri, guadagnandoci sopra? Tutto questo senza fare alcun lavoro effettivo, secondo i migliori principi neoliberisti. Il risultato più ovvio dell’uso diffuso dell'”IA”, anche nel suo attuale stato deplorevole, sarà quindi un massiccio dequalificamento della popolazione, a favore di tecnologie e processi che “fanno il lavoro” per noi, ma che non sono comunque abbastanza precisi e aggiornati da rendere realmente utili le produzioni di quel mondo dequalificato. Avrò avuto dieci anni quando un insegnante delle elementari disse che insegnare matematica aveva sempre meno senso, perché presto avremmo usato tutti le calcolatrici tascabili. Beh, in parte era vero, ma si è scoperto che, con l’uso su larga scala di tali dispositivi, le competenze matematiche a livelli avanzati sono diminuite drasticamente negli ultimi decenni. Questo è probabilmente un presagio per il futuro.
Le menti nei romanzi di Banks sono funzionalmente indistinguibili dal tipo di divinità di cui ho scritto la settimana scorsa, e naturalmente il rischio maggiore, ma in gran parte non discusso, è che alla fine trasformeremo l’intelligenza artificiale in un Dio Creatore sostitutivo, del tipo che abbiamo formalmente bandito nel mondo occidentale. Come ha fatto notare Alasdair McIntyre, guarda caso proprio all’inizio dell’era della fantasia dell’IA, gli esseri umani si sono dimostrati incapaci di elaborare schemi etici generali che possano sostituire Dio. Non è poi così strano, se ci pensiamo: possiamo immaginare che il gruppo sia collettivamente più sapiente del singolo, ma è molto più difficile immaginare che il gruppo sia in qualche modo eticamente superiore. Eppure, come ha descritto con eloquenza David Bentley Hart , una spiegazione puramente materialistica della Vita, dell’Universo e di Tutto si disintegra necessariamente non appena viene tentata. Suppongo che si potrebbe altrettanto bene aspettarsi che un gruppo di pulci sul panciotto di Mozart discuta in modo intelligente della struttura tonale del Flauto Magico .
L’idea che esistano aspetti dell’universo, e persino del suo perché, che gli esseri umani non potranno mai conoscere, si scontra con l’etica egoistica del liberalismo. L’idea che da qualche parte, qualche Essere, possa conoscere cose che noi non potremo mai conoscere è psicologicamente inaccettabile, e questo probabilmente spiega il declino delle religioni organizzate più di qualsiasi altro fattore. Ed è difficile immaginare come gli esseri umani possano costruire un sistema di pensiero, per non parlare di una semplice macchina, in grado di comprendere veramente cose di cui loro stessi sono incapaci. Ed ecco che entra in gioco, per l’ultima volta, la magia dell'”IA”, che può fornire l’illusione di questa comprensione e, inoltre, ci consolerà dandoci tutte le risposte che desideriamo, senza alcuno sforzo intellettuale o morale da parte nostra. Senza dubbio esistono già culti religiosi basati sull'”IA”; possiamo presumere che ce ne saranno molti altri, e tutto ciò che dovremo fare sarà adorare e obbedire.
Forse i figli dei nostri figli non cresceranno mai.
********************************
Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.
Il Mossad e gli Stati Uniti: alleanza segreta, guerra nell’ombra e interdipendenza strategica
Nella storia delle relazioni tra Stati Uniti e Israele, il settore dell’intelligence rappresenta non solo un ambito di intensa cooperazione tra i servizi israeliani e le loro controparti americane, ma anche di rivalità nascosta. Il Mossad, fondato nel 1949 sotto la guida di Reuven Shiloah, intrattiene con la CIA, la NSA, la DIA (Defense Intelligence Agency, agenzia di intelligence della Difesa) e la rete globale della comunità di intelligence statunitense un rapporto che va oltre le consuete categorie della cooperazione interalleata. Non si può ridurla a un semplice scambio di dati tra partner benevoli, né a un rapporto di subordinazione in cui Washington imporrebbe le proprie priorità a Tel Aviv. Ciò che si è costruito a partire dagli anni Cinquanta rientra piuttosto in una simbiosi strutturale: ciascuna parte offre all’altra ciò che non è in grado di produrre da sola, e ciascuna tollera nell’altra pratiche che condannerebbe in qualsiasi altra circostanza. Tale simbiosi si fonda su una fondamentale asimmetria di mezzi, compensata da una notevole complementarità delle capacità. Gli Stati Uniti dispongono di un bilancio destinato all’intelligence – di entità incomparabile rispetto a quello dello Stato ebraico – pari a diverse decine di miliardi di dollari all’anno, contro un bilancio israeliano stimato in alcune centinaia di milioni. Ma Israele offre ciò che il denaro americano non può acquistare direttamente: un accesso umano insostituibile alla regione più sensibile per la sicurezza mondiale, competenze linguistiche in arabo, farsi e russo, accumulate grazie a decenni di immigrazione, reti di informatori radicate da tempo nei paesi arabi e in Iran, e una cultura operativa che pone l’assunzione di rischi al centro della propria dottrina. Questa complementarità delinea un rapporto i cui equilibri interni non hanno mai smesso di evolversi senza mai spezzare il legame fondante.
Sébastien Quéré, laureato all’IEP di Tolosa, ha insegnato storia e geografia per quindici anni prima di dedicarsi alla scrittura e alle conferenze di geopolitica. In *1979: una rivoluzione della storia*(2026), esplora un anno di svolta in cui si delineano le linee di forza del mondo contemporaneo dietro i grandi sconvolgimenti politici, ideologici ed economici.
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Le origini di una relazione: Angleton e la matrice CIA-Mossad (1951–1973)
La nascita del Mossad nel contesto della guerra fredda
L’atto di nascita del Mossad nell’aprile 1951, diciotto mesi dopo la proclamazione dell’indipendenza israeliana, si inserisce in un contesto geopolitico che ne determina fin dall’inizio la vocazione internazionale. Il primo direttore operativo del Mossad, Reuven Shiloah, è uno stratega che comprende come la sopravvivenza di Israele non possa basarsi esclusivamente sulla sua capacità militare. È necessario costruire un valore di scambio nel sistema di intelligence occidentale, diventare indispensabile per gli americani in quei settori in cui questi ultimi sono strutturalmente limitati. Questa intuizione fondante plasmerà la dottrina del Mossad per diversi decenni: rendersi indispensabile attraverso la qualità del lavoro, non attraverso la quantità dei mezzi.
Il canale Angleton-Harel
L’atto fondatore del rapporto tra la CIA e il Mossad porta un nome proprio: James Jesus Angleton¹. Angleton, capo del controspionaggio della CIA dal 1954 al 1975, entrò in contatto con Israele prima ancora che Israele esistesse come Stato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, in qualità di membro dell’OSS (Office of Strategic Services, predecessore della CIA) in Italia, entrò in contatto con agenti della Haganah (organizzazione paramilitare sionista nella Palestina sotto mandato tra il 1920 e il 1948), che operavano per far passare i sopravvissuti alla Shoah verso la Palestina.
Questo rapporto iniziale, fondato non su un interesse geopolitico razionale, ma su un’ammirazione quasi mistica per la capacità di resilienza e di intelligence del futuro Stato ebraico, avrebbe strutturato tutta la sua visione successiva.
fig. 1. Isser Harel, 1969.
Foto: Government Press Office (Israele) / Wikimedia Commons (di pubblico dominio)
fig. 2. James Jesus Angleton, capo del controspionaggio della CIA. Archivi del governo statunitense (National Counterintelligence Center) / Wikimedia Commons (di pubblico dominio).
Già nel 1951 Angleton instaurò un rapporto personale con Isser Harel, secondo direttore del Mossad. Tale rapporto precedette gli accordi formali di cooperazione e rivelò una caratteristica persistente del legame tra CIA e Mossad: esso si costruì innanzitutto tra individui, nell’ambito di rapporti di fiducia personale, prima di istituzionalizzarsi in protocolli burocratici. Ciò che i due uomini si scambiarono fu soprattutto la conoscenza operativa sulle reti sovietiche in Medio Oriente. Israele, i cui agenti parlavano arabo, russo e yiddish e i cui immigrati appena arrivati dall’Unione Sovietica costituivano una risorsa umana impareggiabile, offrì alla CIA un accesso geografico e linguistico che Washington non poteva replicare nel breve termine. In cambio, la CIA forniva risorse finanziarie, coperture diplomatiche e informazioni di intelligence tecnica. Lo scambio era diseguale in termini di mezzi, ma equilibrato nelle reciproche esigenze. Angleton operava di fatto come un agente della politica israeliana all’interno di Langley, convinto che Israele fosse l’alleato occidentale più affidabile contro l’Unione Sovietica in Medio Oriente². In quanto canale esclusivo tra Langley e il Mossad, nessuna informazione doveva transitare senza la sua approvazione. Questo monopolio informativo era una costruzione deliberata. Angleton riuscì a convincere prima Allen Dulles e poi John McCone che solo lui poteva gestire il rapporto con Israele, data la particolare delicatezza degli interessi in gioco. In tal modo, trasformò il «canale speciale» in uno strumento di politica estera parallelo, impermeabile alle direttive della Casa Bianca. Sotto Eisenhower, questa configurazione non pose problemi di rilievo: il rapporto tra Stati Uniti e Israele era importante, ma ancora relativamente equilibrato, e lo stesso Eisenhower era sufficientemente diffidente nei confronti di Israele da non creare alcuna dipendenza strategica.
L’evento che consolidò definitivamente il rapporto avvenne nel 1956, quando Isser Harel trasmise ad Angleton una copia integrale del discorso segreto che Nikita Khrushchev pronunciò a febbraio dinanzi al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico, denunciando i crimini di Stalin e dando avvio a quella che sarebbe stata presto definita la destalinizzazione. Il testo, ottenuto dalle reti israeliane in Polonia tramite un agente del Partito comunista polacco che aveva avuto accesso al resoconto del discorso, fu trasmesso da Allen Dulles a Eisenhower, il quale ordinò in seguito di organizzarne la divulgazione sul *New York Times*. Tale pubblicazione scatenò una tempesta mondiale, provocando così un notevole shock politico nei partiti comunisti occidentali³. Dwight Eisenhower, informato della provenienza del documento, comprese immediatamente il valore strategico di un partner dalle capacità così notevoli e il rapporto uscì dall’ambito della tolleranza tacita per entrare in quello della necessità strategica riconosciuta. Nello stesso anno, il Mossad mise in atto la «dottrina della periferia», basata su un’alleanza tripartita di intelligence, con il nome in codice «Trident», che coinvolgeva paesi non arabi, l’Iran dello scià e la Turchia. Tale alleanza scambiava ingenti volumi di documenti segreti e conduceva operazioni congiunte contro i sovietici e gli arabi. Eisenhower fu allora convinto da Ben-Gurion a stanziare fondi a sostegno delle attività dell’operazione Trident⁴.
La caduta di Angleton e l’eredità strutturale
La carriera di Angleton giunse al termine nel dicembre 1974, quando il direttore William Colby, nel contesto del Watergate e delle rivelazioni sulle attività illegali della CIA raccolte nel rapporto «Family Jewels» (Gioielli di famiglia), lo costrinse a dimettersi. Nel corso delle audizioni della Commissione Church (1975-1976), Angleton rese una testimonianza evasiva, ammettendo l’esistenza del «canale speciale» con Israele, ma minimizzandone l’importanza. I suoi ex colleghi lo descrissero come un uomo convinto fino alla fine di aver agito nel superiore interesse degli Stati Uniti così come egli lo concepiva, ovvero intimamente legato alla sicurezza di Israele. Il rapporto tra la CIA e il Mossad dovette quindi ricostruirsi su altre basi istituzionali, una transizione difficile che avrebbe lasciato tracce durature.
La Guerra dei Sei Giorni e la condivisione delle informazioni
La crisi del giugno 1967 offre un perfetto esempio del funzionamento della simbiosi tra le due agenzie, ma anche delle sue contraddizioni. I servizi israeliani, anticipando l’imminenza del conflitto con l’Egitto, la Siria e la Giordania, trasmettono agli americani le loro analisi sul dispiegamento militare di Nasser e sulla probabilità di un attacco preventivo egiziano o sulla necessità di un attacco preventivo israeliano. Ma la trasmissione non è a senso unico: la NSA, tramite le proprie stazioni di intercettazione nel Mediterraneo orientale e in Etiopia, fornisce contemporaneamente a Tel Aviv dati di sorveglianza elettronica sui movimenti delle truppe egiziane. Tale cooperazione tecnica prefigurò l’architettura di condivisione delle informazioni di intelligence dei segnali (SIGINT) che si sarebbe consolidata nei decenni successivi con l’accesso pressoché illimitato di Israele al sofisticatissimo satellite di intelligence KH 115.
All’indomani della chiusura dello stretto di Tiran da parte dell’Egitto, il 23 maggio 1967, Johnson chiese a Richard Helms, direttore della CIA, una valutazione immediata della situazione. L’OCI (Office of Current Intelligence, Ufficio dell’intelligence operativa) giunse in poche ore alla conclusione che Israele fosse in grado di difendersi da qualsiasi attacco nemico. Successivamente, alla fine di maggio, la CIA e la DIA redassero congiuntamente un documento in cui si affermava che Israele avrebbe vinto la guerra e conquistato il Sinai nel giro di « pochi giorni ». In effetti, i servizi segreti israeliani sapevano «quasi tutto ciò che era necessario per la vittoria sul nemico». Gli agenti Wolfgang Lotz in Egitto ed Eli Cohen in Siria fornirono contributi decisivi. Richard Helms, sostenitore della cooperazione con i servizi segreti israeliani, incaricò l’Office of National Estimates di valutare una stima trasmessa dal Mossad. La conclusione fu inequivocabile: la valutazione israeliana «probabilmente non era una stima seria del tipo sottoposta ai propri alti funzionari», ma piuttosto «uno stratagemma volto a influenzare gli Stati Uniti affinché fornissero equipaggiamenti militari, assumessero impegni pubblici nei confronti di Israele, approvassero iniziative militari israeliane ed esercitassero maggiore pressione su Nasser»6.
Dopo un teso confronto con il capo della stazione della CIA a Tel Aviv, John Hadden, il quale il 25 maggio 1967 aveva avvertito che gli Stati Uniti avrebbero aiutato a difendere l’Egitto qualora Israele avesse sferrato un attacco a sorpresa, il direttore del Mossad, Meir Amit, partì alla volta di Washington per incontrare il segretario alla Difesa Robert McNamara. Egli riferì al governo israeliano che gli Stati Uniti avevano dato a Israele un « via libera incerto » per attaccare.
All’inizio di giugno, sulla base di un incontro con Meir Amit, Helms riferì a Lyndon Johnson che la guerra era imminente e sarebbe stata avviata dagli israeliani. Quando la guerra scoppiò, la CIA informò la Casa Bianca che Israele aveva « sparato i primi colpi » con i suoi attacchi aerei contro gli egiziani, contrariamente alla versione israeliana⁷.
L’incidente della USS Liberty (8 giugno 1967)
L’incidente della USS Liberty, verificatosi l’8 giugno 1967 mentre il conflitto entrava nel suo terzo giorno, costituisce il primo grave scontro nei rapporti tra CIA e Mossad e la rivelazione più brutale delle loro ambivalenze.
Quel giorno, aerei Mirage e cacciatorpediniere della marina israeliana attaccarono per due ore la USS Liberty, una nave da intercettazione della NSA schierata nel Mediterraneo orientale per monitorare le comunicazioni delle parti belligeranti. L’attacco causò la morte di trentaquattro marinai americani e ne ferì centosettanta. Israele presenta le scuse ufficiali e risarcisce le famiglie delle vittime, adducendo un errore di identificazione⁸.
L’amministrazione Johnson, ansiosa di preservare i legami con Tel Aviv nel contesto della guerra fredda e desiderosa di evitare una crisi diplomatica nel momento in cui l’esercito israeliano ottiene una vittoria decisiva contro gli alleati sovietici, accetta la spiegazione israeliana senza condurre indagini approfondite. Le testimonianze dei sopravvissuti, le analisi delle intercettazioni radio disponibili e le successive ricostruzioni suggeriscono tuttavia che la Liberty fosse stata identificata come nave statunitense prima dell’attacco. La tesi più documentata sostiene che Tel Aviv volesse impedire alla NSA di intercettare le comunicazioni israeliane, rivelando la decisione di non attenersi alle linee concordate con Washington, in particolare sul fronte siriano. Questo episodio, a lungo occultato in entrambi i paesi, rivela la dimensione asimmetrica del rapporto nella sua versione più cruda: quando i suoi interessi immediati lo richiedono, Israele è in grado di agire contro gli asset statunitensi e Washington, per ragioni geopolitiche, sceglie di non sanzionarlo.
fig. 1. Jonathan Pollard, analista della Marina degli Stati Uniti, condannato per spionaggio a favore di Israele.
Foto segnaletica della Marina degli Stati Uniti / Wikimedia Commons (di pubblico dominio).
Anatomia di un’operazione contro un alleato
Il 21 novembre 1985, Jonathan Pollard, un ebreo americano analista della DIA presso il Naval Intelligence Command di
Washington, fu arrestato dall’FBI all’ingresso dell’ambasciata israeliana dove cercava asilo. Nel corso di diciotto
mesi, Pollard aveva consegnato al Mossad e al LAKAM (servizio di intelligence israeliano, 1957-1986) oltre un milione
di pagine di documenti riservati. Tra questi documenti, immagini satellitari relative agli arsenali siriani, libici e
iracheni, informazioni sulle capacità nucleari pakistane e sulle filiere di approvvigionamento di Islamabad, dati sui sistemi sovietici di guerra elettronica e, soprattutto, rapporti della NSA sulle comunicazioni diplomatiche arabe che Washington
si rifiutava di trasmettere a Tel Aviv9.
Per Israele, il valore operativo di tali informazioni era immenso e multidimensionale: la loro divulgazione parziale e controllata avrebbe compromesso in modo duraturo la fiducia tra i due servizi10. Il caso Pollard mise in luce una tensione strutturale che il rapporto tra CIA e Mossad era finora riuscito a contenere all’interno di canali informali e illustrò in modo crudo una dimensione perversa di tale partenariato: l’alleato più stretto spiava il proprio protettore, nonostante l’accordo di non spionaggio reciproco del 1951.
La comunità di valori autoproclamata non escludeva pertanto né la diffidenza né la competizione per il vantaggio informativo
L’operazione LAKAM e la catena di comando
Nel 1987, Pollard si dichiarò colpevole di spionaggio a favore di un paese alleato e fu condannato all’ergastolo. Confessò di essere stato reclutato dall’agente del Mossad Rafael «Rafi» Eitan, che ammirava profondamente. L’inchiesta giudiziaria e le successive indagini del Congresso stabilirono effettivamente che Pollard era gestito dal direttore del LAKAM, Rafi Eitan, leggendario veterano del Mossad che aveva guidato l’operazione di rapimento di Adolf Eichmann a Buenos Aires nel 1960. Questo legame operativo era rivelatore: l’operazione Pollard non rientrava in un’iniziativa individuale, bensì in una decisione istituzionale ai massimi livelli dei servizi segreti israeliani. Quando lo scandalo venne alla luce, il governo israeliano di Shimon Peres negò qualsiasi conoscenza ufficiale della vicenda, affermando che l’operazione era stata condotta da agenti che agivano senza autorizzazione. Tale spiegazione, alla quale gli ufficiali americani del controspionaggio non credettero mai, sarà parzialmente smentita dalle successive dichiarazioni dello stesso Eitan, il quale ammetterà di aver riferito ai suoi superiori. Si dovette attendere il 1998 perché Israele riconoscesse ufficialmente che Pollard aveva agito sotto la direzione ufficiale israeliana.
La gestione politica del caso da parte dell’amministrazione Reagan illustra perfettamente la logica di tale rapporto. Il segretario alla Difesa Caspar Weinberger, in una nota al tribunale che rimarrà a lungo segreta¹¹, definì il danno causato da Pollard come il più grave nella storia dei servizi segreti americani, una formulazione che suggerisce che i dati trasmessi a Israele fossero stati anche parzialmente ceduti all’Unione Sovietica, forse nell’ambito dei negoziati israeliani sull’emigrazione degli ebrei sovietici, forse tramite altri canali. Questa ipotesi, mai del tutto confermata né totalmente smentita, costituisce l’elemento più oscuro del caso12.
Il periodo post-Pollard: la politicizzazione di un detenuto
Pollard diventerà una delle figure più costantemente utilizzate dalle reti di pressione filoisraeliane negli Stati Uniti, una causa permanente, un test ricorrente della fedeltà americana all’alleanza13. Ogni richiesta di grazia presidenziale si trasformerà in un indicatore della pressione esercitata sull’esecutivo americano: Clinton prese in considerazione la sua liberazione a Wye River nel 1998 14, prima di rinunciarvi sotto la pressione del direttore della CIA, George Tenet, il quale minacciò di dimettersi¹⁵. Bush rifiutò. Obama rifiutò più volte, prima di accettare la sua liberazione condizionale nel novembre 2015, un gesto interpretato da alcuni come una concessione a Netanyahu nel contesto dell’accordo nucleare iraniano che Tel Aviv condanna. La revoca degli arresti domiciliari negli Stati Uniti nel maggio 2020, seguita dall’autorizzazione a recarsi in Israele, consentirono a Netanyahu di accogliere Pollard come un eroe all’aeroporto Ben Gurion nel dicembre 202016. In tale occasione, egli si recò in Israele a bordo del jet privato di Sheldon Adelson (miliardario sionista e principale finanziatore della campagna di Donald Trump). La visita di Pollard all’ambasciatore evangelico Mike Huckabee, che la CIA fece trapelare al «New York Times», dimostrò che un funzionario americano poteva ancora sostenere un uomo che era ancora considerato un traditore dalla comunità dell’intelligence statunitense¹⁷.
Questo epilogo illustra la capacità delle reti di influenza israeliane di ottenere, nel lungo periodo e attraverso l’accumulo di pressioni politiche, ciò che la diplomazia ufficiale non può rivendicare pubblicamente. Esso rivela inoltre un’asimmetria nel rapporto: un alleato che avesse trattato un cittadino americano in circostanze analoghe sarebbe stato verosimilmente oggetto di sanzioni economiche e diplomatiche sostanziali. La « specialità » del rapporto americano-israeliano si misura proprio in base a queste eccezioni.
Le conseguenze istituzionali: compartimentazione e controllo
In risposta al caso Pollard, la CIA e l’FBI hanno messo in atto rigorosi protocolli di compartimentazione nei confronti degli ufficiali di collegamento israeliani. L’accesso alle aree di sicurezza degli edifici dei servizi segreti statunitensi è stato limitato. Diversi accordi di condivisione dei dati vengono sospesi o limitati. Tali misure, documentate nei rapporti della Commissione per l’Intelligence del Senato, testimoniano una rottura di fiducia i cui effetti operativi si protraggono per diversi anni. Parallelamente, l’FBI rafforza le proprie capacità di controspionaggio rivolte verso Israele, un’attività politicamente delicata, ma operativamente necessaria.
I rapporti dell’Agenzia sulle operazioni israeliane contro obiettivi statunitensi rivelano un’attività di reclutamento e di raccolta di informazioni nettamente più estesa rispetto a quella di un partner ordinario. Secondo fonti declassificate e testimonianze di ex funzionari, in particolare il rapporto del General Accounting Office del 1996 sulle minacce di controspionaggio, Israele figura regolarmente tra le principali minacce sul territorio statunitense in termini di volume di attività di intelligence ostile, insieme alla Russia e alla Cina. Nel 2026, il «New York Times» ha riportato i tentativi israeliani di intercettare alti funzionari, in particolare il principale negoziatore del presidente Donald Trump, Steve Witkoff, e l’alto funzionario politico del Pentagono, Elbridge Colby18. Successivamente, in un contesto di tensioni tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, il Pentagono innalzerà il livello di minaccia di controspionaggio israeliano¹⁹. Questa realtà, che i rapporti diplomatici rendono politicamente quasi impossibile enunciare pubblicamente, costituisce uno dei paradossi strutturali più stabili dell’alleanza americano-israeliana.
Il caso Franklin-AIPAC e i suoi limiti
Il caso Franklin, venuto alla luce nel 2004 e giudicato nel 2005-2006, illustra i rischi che tali pratiche comportano quando oltrepassano i limiti di legalità.
Lawrence Franklin, analista del Pentagono specializzato sull’Iran, è stato condannato per aver trasmesso informazioni riservate a due funzionari dell’AIPAC, Steven Rosen e Keith Weissman, i quali le avrebbero a loro volta trasmesse a un funzionario dell’ambasciata israeliana²⁰. Il caso è politicamente esplosivo: se i procedimenti contro Rosen e Weissman fossero andati a buon fine, avrebbero richiesto di dimostrare che la trasmissione di informazioni riservate a cittadini stranieri tramite un lobbista intermediario costituisce una violazione della legge sullo spionaggio, un’interpretazione che il Dipartimento di Giustizia finì per abbandonare nel 2009, in parte per ragioni giuridiche e in parte per evitare un processo pubblico sul funzionamento dell’AIPAC. Il caso Franklin-AIPAC mette in luce la zona grigia in cui opera una parte delle relazioni estese tra CIA e Mossad²¹: tra la cooperazione ufficiale, i flussi informali di informazioni legali e i trasferimenti di informazioni classificate che costituiscono spionaggio, il confine è reale ma permeabile, e gli attori che operano in prossimità di tale linea godono di una notevole protezione politica di cui non dispongono coloro che sono privi di sostegno istituzionale22.
Dalla Guerra Fredda alla lotta al terrorismo: la rifondazione post-11 settembre
Lo shock dell’11 settembre e la ridefinizione dei ruoli
Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno prodotto un effetto paradossale sul rapporto tra CIA e Mossad. Da un lato, essi sembrano confermare a posteriori gli avvertimenti che Israele aveva formulato da anni sulla minaccia jihadista, avvertimenti che i servizi statunitensi avevano talvolta accolto con scetticismo, sospettando un tentativo israeliano di strumentalizzare Washington contro i propri avversari arabi. D’altro canto, la commissione nazionale sugli attacchi terroristici (commissione Kean-Hamilton) e diverse indagini interne rivelano che alcune comunicazioni del Mossad, in particolare quelle relative ad al-Qaeda, non erano state trasmesse tempestivamente alle agenzie statunitensi competenti. L’istituzione del Director of National Intelligence (DNI) nel 2004 e la riorganizzazione dell’architettura dei servizi di intelligence statunitensi hanno trasformato il quadro istituzionale in cui si inserisce la cooperazione con Tel Aviv.
Il nuovo regime di condivisione, più formalizzato, più documentato e soggetto a un maggiore controllo parlamentare, ha costretto i due servizi a ufficializzare canali che in precedenza funzionavano in modo informale. Questo processo di istituzionalizzazione è ambivalente: da un lato rende più sicura la relazione, ma ne riduce la flessibilità operativa. Sul campo, la cooperazione si intensifica in Iraq, in Afghanistan e in Libano. Il Mossad trasmette dati sulle reti di Hezbollah e sui canali di finanziamento iraniani dei gruppi armati sciiti in Iraq. In cambio, la CIA condivide dati tecnici provenienti dalla sorveglianza satellitare e dalle intercettazioni telefoniche. Questa cooperazione tattica è documentata nelle memorie di diversi direttori della CIA, in particolare George Tenet e Michael Hayden²³, i quali descrivono il rapporto come uno dei più produttivi, ma anche dei più complessi, all’interno della comunità di intelligence statunitense.
La questione nucleare iraniana: cooperazione, divergenze e operazioni autonome.
La questione nucleare iraniana costituisce, sin dagli anni Novanta, l’asse centrale della cooperazione tra CIA e Mossad, ma anche il terreno delle loro divergenze più profonde. Sul piano analitico, i due servizi condividono una base comune: l’Iran sta cercando di sviluppare una capacità nucleare militare, o di posizionarsi alle soglie di tale capacità. Tuttavia, le loro conclusioni operative divergono radicalmente. In diverse occasioni, in particolare nel 2009, sotto la guida di Meir Dagan, il Mossad si è rifiutato di avallare le valutazioni statunitensi più pessimistiche sull’imminenza del superamento della soglia nucleare da parte dell’Iran. Tale posizione, paradossalmente più moderata rispetto a quella di alcuni think tank neoconservatori statunitensi, testimonia una propria razionalità strategica: Tel Aviv preferisce mantenere la minaccia iraniana a un livello di certezza calcolata, tale da giustificare pressioni continue, piuttosto che farla sfociare nell’imminenza, il che avrebbe comportato un attacco preventivo con tutte le sue conseguenze regionali. Sul piano operativo, è il programma Stuxnet a rivelare al meglio la natura di tale rapporto. Sviluppato congiuntamente dalla NSA e dall’Unità 8200 israeliana, l’equivalente della NSA per Israele, questo worm informatico ha attaccato, tra il 2009 e il 2010, le centrifughe dell’impianto di arricchimento di Natanz, distruggendo circa un migliaio di apparecchiature e ritardando così in modo significativo il programma iraniano. Operazione denominata «Olympic Games» da Washington, Stuxnet rappresenta la prima arma cibercinetica della storia militare moderna²⁴. La sua progettazione congiunta, la sua attuazione coordinata e la sua involontaria diffusione nello spazio digitale globale illustrano sia la profondità della cooperazione tecnica tra i due servizi sia i rischi di una relazione che opera al di fuori di qualsiasi quadro giuridico stabilito²⁵.
L’Unità 8200 e la NSA: la simbiosi dell’intelligence elettronica.
Due agenzie, una rete.
Il rapporto tra la NSA e l’Unità 8200, il servizio di intelligence dei segnali delle Forze di Difesa di Israele (Tsahal), il cui organico conta diverse migliaia di analisti, costituisce forse la dimensione più significativa e meno mediatizzata della cooperazione americano-israeliana nel campo dell’intelligence. Rivelata in parte dai documenti di Snowden nel 2013²⁶, questa cooperazione va ben oltre lo scambio di dati: comporta la condivisione di metodi di crittoanalisi, di vettori di exploit informatici e di banche dati biometriche. Un memorandum della NSA risalente al 2009, reso pubblico da Glenn Greenwald e Laura Poitras, rivela che Washington trasmette a Israele dati grezzi di sorveglianza, comprese le comunicazioni di cittadini statunitensi, senza i filtri solitamente applicati ai partner del Five Eyes. Questo livello di condivisione, esplicitamente documentato, colloca la cooperazione tra la NSA e l’Unità 8200 in una categoria a sé stante, distinta dagli accordi SIGINT standard. Solleva inoltre questioni costituzionali che né l’esecutivo americano né il Congresso hanno mai affrontato pubblicamente in modo sostanziale. L’Unità 8200 occupa una posizione singolare nell’ecosistema tecnologico mondiale. I suoi ex membri costituiscono la spina dorsale della sicurezza informatica civile israeliana. Da essa provengono Check Point, CyberArk e NSO Group, e molti di loro entrano a far parte direttamente dei team di grandi aziende statunitensi della Silicon Valley.
Questa permeabilità tra l’intelligence militare e il settore tecnologico privato ha creato una struttura di trasferimento di know-how di cui gli Stati Uniti beneficiano, ma che non controllano interamente. NSO Group e la questione degli strumenti a duplice uso: la controversia intorno a NSO Group, società israeliana produttrice del software spia Pegasus, illustra le implicazioni inerenti a questa struttura di interdipendenza. Fondata da ex membri dell’Unità 8200, NSO opera su licenza del Ministero della Difesa israeliano, il che rende ogni vendita all’estero una decisione quasi diplomatica dello Stato ebraico. Quando i telefoni di alcuni funzionari statunitensi sono stati infettati da Pegasus, Washington si è trovata nella paradossale posizione di dover sanzionare un’azienda israeliana le cui capacità tecniche derivavano direttamente da una cooperazione che essa stessa aveva finanziato e incoraggiato. L’inserimento di NSO Group nella lista nera del Dipartimento del Commercio statunitense nel novembre 2021, seguito dalle esitazioni dell’amministrazione Biden nel mantenere tale decisione, illustrarono perfettamente l’ambivalenza strutturale del rapporto: gli Stati Uniti non potevano fare a meno delle capacità israeliane, ma non potevano neppure permettere che queste si diffondessero senza controllo nello spazio digitale globale.
Questa tensione, priva di una chiara risoluzione istituzionale, riproduce nell’era cibernetica le dinamiche che il caso Pollard aveva portato alla luce nel campo dell’intelligence umana. Nel 2021, un’inchiesta giornalistica internazionale denominata Pegasus Project ha rivelato che tale software era stato utilizzato per sorvegliare illegalmente giornalisti, difensori dei diritti umani, avvocati e politici in diversi paesi alleati degli Stati Uniti. Pegasus era in grado di infettare telefoni Android e iPhone senza alcun intervento da parte dell’utente, consentendo l’accesso a messaggi, chiamate, fotocamera e microfono27.
Nel luglio 2021, il Citizen Lab (Università di Toronto) e Microsoft hanno rivelato che l’azienda israeliana Candiru utilizzava un software spia denominato Devils Tongue. Questo spyware sfruttava vulnerabilità di sicurezza «zero day» in Windows e nei browser per infettare di nascosto computer e telefoni. Una volta installato, consentiva l’accesso a file, messaggi, password e microfoni/fotocamere.
Il 7 ottobre 2023 e la questione della mancanza di informazioni
Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 sollevano una questione fondamentale per il rapporto tra CIA e Mossad: come hanno potuto servizi di intelligence dalle capacità così riconosciute come lo Shin Bet e il Mossad non anticipare un’operazione pianificata nell’arco di diversi mesi28 ? La risposta, progressivamente documentata da indagini interne israeliane e analisi statunitensi, è complessa. È dovuta a una combinazione di pregiudizi analitici, frammentazione istituzionale e, secondo alcune fonti, a un’eccessiva concentrazione delle risorse di intelligence sulla Cisgiordania e sull’Iran.
Per la CIA, la sorpresa del 7 ottobre ha sollevato una questione diversa: i servizi statunitensi disponevano di informazioni che i loro omologhi israeliani non avevano sfruttato, oppure entrambi i servizi condividevano gli stessi punti ciechi analitici29 ? Le smentite ufficiali provenienti da Washington, secondo cui non vi era stata alcuna indicazione preventiva, non hanno dissipato le speculazioni. Ciò che è certo è che l’evento ha provocato una rimessa in discussione dei modelli di valutazione comuni e ha rilanciato i dibattiti interni sulla reale profondità della condivisione di informazioni tra i due servizi.
La successiva guerra di Gaza ha sottoposto il rapporto tra CIA e Mossad a una prova di natura diversa. Mentre Washington richiedeva informazioni sugli obiettivi prima di alcuni attacchi di alto valore, Tel Aviv trasmetteva tali informazioni in modo selettivo, preservando le proprie prerogative operative.
La CIA si è preoccupata delle implicazioni della campagna per le proprie fonti e reti nella regione. Rapporti non smentiti indicavano che la CIA e la DIA avessero a più riprese rifiutato di approvare obiettivi ritenuti incompatibili con il diritto dei conflitti armati. Questo attrito operativo, senza precedenti per la sua intensità pubblica, rivela un rapporto le cui basi consensuali si stanno incrinando sotto la pressione di una guerra prolungata.
L’intelligence come leva nella politica interna statunitense
Il rapporto tra Mossad e CIA non si svolge solo nelle sale riunioni protette di Langley o del quartier generale di Glilot. Si inserisce anche nella politica interna statunitense attraverso canali che uniscono informazione, attività di lobbying e pressioni sui rappresentanti eletti. La capacità del governo israeliano di diffondere valutazioni di intelligence talvolta classificate, talvolta declassificate in modo selettivo nei circoli decisionali di Washington, costituisce uno strumento di pressione sulle decisioni di politica estera statunitense.
Questo meccanismo, documentato in particolare dai lavori di John Mearsheimer e Stephen Walt sulla lobby filoisraeliana, non rientra nella manipolazione occulta, ma in una pratica diplomatica sofisticata in cui le informazioni di intelligence fungono da moneta di scambio politico.
I briefing del Mossad ai membri delle commissioni di intelligence del Congresso, le fughe di notizie selettive verso giornali come il «New York Times» o il «Washington Post», gli interventi dei successivi direttori del Mossad a Washington in periodi di crisi: tutte pratiche che rendono confusa la linea di demarcazione tra cooperazione tecnica e influenza politica.
Conclusione: un’alleanza senza pari, un’interdipendenza senza via d’uscita.
Ciò che la storia del rapporto tra CIA e Mossad rivela non è una semplice alleanza tra partner sovrani. Si tratta di un’interdipendenza strutturale in cui la potenza americana e la capacità israeliana si sono plasmate a vicenda nel corso di sette decenni, al punto da rendere qualsiasi separazione operativa non solo politicamente difficile, ma anche tecnicamente onerosa. Tale interdipendenza è asimmetrica in termini di risorse – Washington dispone infatti di un bilancio per i servizi segreti di gran lunga superiore a quello di Tel Aviv – ma notevolmente equilibrata nei suoi effetti.
Israele offre agli Stati Uniti un accesso geografico, umano e linguistico insostituibile nella regione più critica per la sicurezza mondiale. Gli Stati Uniti offrono a Israele una legittimità internazionale, una copertura diplomatica e capacità tecniche che lo Stato ebraico non potrebbe sviluppare da solo. Ciascuno, in pratica, ha bisogno di ciò che l’altro produce. Questa logica di reciproca necessità spiega la notevole resilienza del rapporto di fronte alle crisi di Pollard, della USS Liberty, di Stuxnet, del NSO Group e di Gaza, che in altre circostanze avrebbero potuto portare alla sua rottura. Spiega inoltre perché il discorso pubblico sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele rimanga così distante dalle loro realtà operative: né Washington né Tel Aviv hanno interesse a rivelare la profondità delle loro interconnessioni in democrazie in cui i servizi di intelligence sono, in linea di principio, soggetti a un controllo civile. Ciò che i documenti di Snowden, i processi a Pollard, le indagini successive al 7 ottobre e le polemiche sul NSO Group hanno progressivamente portato alla luce è la mappa di una relazione che opera al di fuori delle categorie disponibili: né un alleato ordinario, né un vassallo, né un rivale nascosto; una relazione la cui comprensione è indispensabile per chiunque voglia cogliere le vere molle della politica estera statunitense in Medio Oriente.
Opere complementari
\ Per un’analisi strutturale del rapporto CIA-Mossad nel contesto più
ampio della lobby: John Mearsheimer e Stephen Walt, The Israel Lobby and U.S. Foreign
Policy (La lobby israeliana e la politica estera americana), Farrar, Straus and
Giroux, 2007, capp. 4 e 9.
\ Uri Dan, Mossad: 50 anni di guerra segreta, Parigi, Presses de la Cité, 1995.
\ Benny Morris e Ian Black, Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence
Services (Le guerre segrete di Israele: una storia dei servizi di intelligence
israeliani), Grove Weidenfeld, 1991.
\ Gordon Thomas, Storia segreta del Mossad: dal 1951 ai giorni nostri, Points, 2007.
Bibliografia
1 Sulla fondazione del Mossad e sulla figura di Reuven Shiloah, Ian Black e Benny
Morris, *Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence Services* (Le guerre segrete
di Israele: una storia dei servizi di intelligence israeliani), Grove Weidenfeld,
1991, pp. 53-90 e Ronen Bergman, *Rise and Kill First: The Secret History of Israel’s
Targeted Assassinations (Alzati e uccidi per primo: la storia segreta degli omicidi
mirati di Israele), Random House, 2018, introduzione e cap. 1.
Su James Angleton e il rapporto fondante tra CIA e Mossad, si veda Tom Mangold, Cold
Warrior: James Jesus Angleton, The CIA’s Master Spy Hunter (Guerriero della Guerra Fredda: James
Jesus Angleton, il maestro cacciatore di spie della CIA), Simon & Schuster, 1991.
2 Jefferson Morley, *The Ghost: The Secret Life of CIA Spymaster James Jesus Angleton*
(Il fantasma: la vita segreta del maestro spia della CIA James Jesus Angleton), St.
Martin’s Press, 2017, pp. 92-95.
3 Il discorso di Krusciov e il suo reperimento da parte dei servizi israeliani: Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, The Mitrokhin Archive II (L’Archivio Mitrokhin II),
Penguin, 2005, pp. 163-165.
4 Ronen Bergman, Rise and Kill First: The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations, ibid.
5 Ephraim Kahana, « Mossad-CIA Cooperation » (La cooperazione tra Mossad e CIA),
International Journal of Intelligence and CounterIntelligence, 2001, n. 3, p. 416.
6 « CIA Analysis of the 1967 Arab-Israeli War » (L’analisi della CIA sulla guerra
arabo-israeliana del 1967), Studies in Intelligence, vol. 49, n. 1, 2005.
7 William B. Quandt, « The CIA’s Overlooked Intelligence Victory in the 1967 War »
(La vittoria trascurata dei servizi segreti della CIA nella guerra del 1967),
Brookings, 2017.
Andrew Cockburn e Leslie Cockburn, Dangerous Liaison: The Inside Story of the
U.S.-Israeli Covert Relationship (Legame pericoloso: la storia segreta del rapporto
clandestino tra Stati Uniti e Israele), 1991.
« Getting it Right: CIA Analysis of the 1967 War » (Capire bene: l’analisi della CIA sulla
guerra del 1967), Studies in Intelligence, CIA, vol. 62, n. 2, 2018.
8 Sull’incidente della USS Liberty, si veda James Bamford, *Body of Secrets: Anatomy of the
Ultra-Secret National Security Agency* (Il corpo dei segreti: anatomia dell’Agenzia di
sicurezza nazionale ultra-segreta), Doubleday, 2001, cap. 7 e il « Rapporto della Commissione d’inchiesta della
Marina degli Stati Uniti », 1967, parzialmente declassificato nel 2003.
James M. Ennes, Assault on the Liberty (L’attacco alla Liberty), Random House,
1979 (testimonianza di un sopravvissuto).
9 Caso Pollard: « Report on Jonathan Jay Pollard Espionage Case » (Rapporto sul
caso di spionaggio di Jonathan Jay Pollard), Commissione Intelligence del Senato, Senato
statunitense, 1987 (parzialmente declassificato).
10 Wolf Blitzer, Territory of Lies: The Exclusive Story of Jonathan Jay Pollard (Il territorio
delle menzogne: la storia esclusiva di Jonathan Jay Pollard), Harper & Row, 1989.
Ronald Olive, «Capturing Jonathan Pollard: How One of the Most Notorious Spies in
American History Was Brought to Justice» (La cattura di Jonathan Pollard: come una
delle spie più famigerate della storia americana fu assicurata alla giustizia), Naval
Institute Press, 2006 (scritto dall’investigatore capo della Marina).
Dan Raviv e Yossi Melman, Friends in Deed: Inside the U.S.–Israel Alliance (Amici nelle
azioni: nel cuore dell’alleanza Stati Uniti–Israele), Hyperion, 1994.
11 Sul LAKAM e su Rafi Eitan: Gordon Thomas, *Gideon’s Spies: The Secret History
of the Mossad* (Le spie di Gideon: la storia segreta del Mossad), St. Martin’s
Press, 2007, cap. 16.
Dan Raviv e Yossi Melman, Spies Against Armageddon: Inside Israel’s Secret Wars
(Spie contro l’Armageddon: nel cuore delle guerre segrete di Israele), Levant Books,
2012, cap. 17.
12 Caso Pollard: nota segreta di Caspar Weinberger al tribunale, 1987, declassificata nel 2012; Seymour M. Hersh, «The Traitor» (Il traditore), The New Yorker, 18
gennaio 1999 (Analisi approfondita dei danni causati ai servizi di intelligence
statunitensi e alla politica interna americana).
Angelo Codevilla, «Jonathan Pollard and America’s National Security» (Jonathan
Pollard e la sicurezza nazionale americana), Commentary Magazine, 1994 (critica
severa delle ripercussioni sulla sicurezza nazionale).
13 « Israel Eavesdropped on President Clinton’s Diplomatic Phone Calls » (Israele ha
intercettato le telefonate diplomatiche del presidente Clinton), Newsweek,
marzo 2014.
14 « Il direttore della CIA aveva promesso di dimettersi se Clinton avesse liberato la spia israeliana » (Il direttore della CIA
aveva promesso di dimettersi se Clinton avesse liberato la spia israeliana), The New York
Times, 11 novembre 1998.
15 «Jonathan Pollard, spia condannata, termina la libertà vigilata e potrebbe trasferirsi in Israele», The New York Times, 20 novembre 2020. « «Per Netanyahu e Israele, i doni di Trump hanno continuato ad arrivare» (Per Netanyahu e Israele, i doni di Trump hanno continuato ad arrivare), The New York Times, 21 novembre 2020.16 «Jonathan Pollard, spia per Israele, riceve un’accoglienza da eroe da parte di Netanyahu: “Sei a casa” » (Jonathan Pollard, spia per Israele, riceve un’accoglienza da eroe da Netanyahu: «Siete a casa»), The New York Times, 30 dicembre 2020.17 « Huckabee ha tenuto un incontro presso l’Ambasciata degli Stati Uniti con un americano che ha spiato per Israele » (Huckabee ha tenuto un incontro presso l’Ambasciata degli Stati Uniti con un americano che ha spiato per Israele), The New York Times, 20 novembre 2025.18 « Il Pentagono rileva una crescente minaccia di spionaggio proveniente da Israele » (Il Pentagono vede una crescente minaccia di spionaggio proveniente da Israele), The New York Times, 6 giugno 2026.19 Le Monde, 8 giugno 2026.20 Sull’AIPAC e sul caso Larry Franklin-Steve Rosen-Keith Weissman, si veda Jeff Stein, « I segreti dell’AIPAC » (I segreti dell’AIPAC), The Nation, 29 marzo 2009. Neil A. Lewis e David Johnston, « U.S. to Drop Spy Case Against Pro-Israel Lobbyists » (Gli Stati Uniti intendono archiviare il caso di spionaggio contro i lobbisti filoisraeliani), The New York Times, 1° maggio 2009. Glenn Kessler e Walter Pincus, « FBI Investigating AIPAC for Possible Spy Operation » (L’FBI indaga sull’AIPAC per una possibile operazione di spionaggio), The Washington Post, 28 agosto 2004.21 Glenn Kessler e Walter Pincus, « FBI Investigating AIPAC for Possible Spy Operation » (L’FBI indaga sull’AIPAC per una possibile operazione di spionaggio), The Washington Post, 28 agosto 2004. Justin Elliott, « How the AIPAC Spy Case Became a Dud » (Come il caso di spionaggio dell’AIPAC si è rivelato un buco nell’acqua), Salon, 2 maggio 2009. Stéphane Lefebvre, «Spiare gli amici? Il caso Franklin, l’AIPAC e Israele» (Spiare gli amici? Il caso Franklin, l’AIPAC e Israele), International Journal of Intelligence and CounterIntelligence, vol. 19, n. 4, inverno 2006–2007, pp. 600–621. Lefebvre, ex analista strategico presso il Dipartimento della Difesa nazionale canadese ed ex ufficiale dei servizi segreti militari, conclude che Israele sia stato «almeno un destinatario passivo» delle informazioni trasmesse. Ritiene che il caso non avrà effetti duraturi sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Grant F. Smith, Foreign Agents: The American Israel Public Affairs Committee from the 1963 Fulbright Hearings to the 2005 Espionage Scandal (Agenti stranieri: l’American Israel Public Affairs Committee dalle audizioni Fulbright del 1963 allo scandalo di spionaggio del 2005), Institute for Research: Middle Eastern Policy (IRmep), 2007. L’opera ripercorre la storia dell’AIPAC a partire dalle audizioni Fulbright del 1963 sul riciclaggio di denaro israeliano negli Stati Uniti, passando per le controversie elettorali degli anni 1980-1990, fino all’incriminazione di Rosen e Weissman. Smith è il ricercatore statunitense che ha documentato in modo più sistematico le attività dell’AIPAC dal punto di vista giuridico e del controspionaggio.22 Sylvain Cypel, « I dubbi della lobby filoisraeliana », Le Monde, 4 maggio 2009. Thomas E. Ricks, « FBI Probe Targets Pentagon Official » (L’indagine dell’FBI prende di mira un funzionario del Pentagono), The Washington Post, 28 agosto 2004 (prima rivelazione pubblica dell’indagine). Jerry Markon, « Defense Analyst Charged With Sharing Secrets » (Un analista della difesa accusato di aver divulgato segreti), The Washington Post, 5 maggio 2005. Dan Eggen e Jerry Markon, « 2 Senior AIPAC Employees Ousted » (Due alti funzionari dell’AIPAC licenziati), The Washington Post, 21 aprile 2005. Jerry Markon, « Gli Stati Uniti archivia il caso contro ex lobbisti » (Gli Stati Uniti archiviano il procedimento contro ex lobbisti), The Washington Post, 2 maggio 2009 (archiviazione del procedimento contro Rosen e Weissman). Nathan Gutman, diversi articoli, Haaretz, maggio-agosto 2005 (approfondita copertura israeliana). Grant F. Smith, «Foreign Agents: The American Israel Public Affairs Committee from the 1963 Fulbright Hearings to the 2005 Espionage Scandal» (Agenti stranieri: l’American Israel Public Affairs Committee dalle audizioni Fulbright del 1963 allo scandalo di spionaggio del 2005), Institute for Research, 2007 (opera documentata sulla storia istituzionale dell’AIPAC a partire dalle audizioni Fulbright, con particolare attenzione ai casi di spionaggio, come quello di Franklin-Rosen-Weissman). Caso Franklin-AIPAC: «United States v. Lawrence Anthony Franklin», Dipartimento di Giustizia, 2005.
23 Michael Hayden, Playing to the Edge: American Intelligence in the Age of Terror
(Giocare al limite: i servizi segreti americani nell’era del terrore), Penguin Press,
2016, cap. 19.
24 Programma Stuxnet/Olympic Games: David Sanger, Confront and Conceal:
Obama’s Secret Wars and Surprising Use of American Power (Affrontare e nascondere:
le guerre segrete di Obama e l’uso sorprendente del potere americano),
Crown, 2012, pp. 188–225.
Kim Zetter, Countdown to Zero Day: Stuxnet and the Launch of the World’s First Digital
(Conto alla rovescia verso il giorno zero: Stuxnet e il lancio della prima
arma digitale al mondo), Crown, 2014.
25 Per quanto riguarda la dimensione informatica e la sua recente evoluzione, si veda P. W. Singer e Allan
Friedman, Cybersecurity and Cyberwar: What Everyone Needs to Know (Sicurezza informatica
e guerra cibernetica: ciò che tutti devono sapere), Oxford University Press, 2014.
26 Memorandum NSA-Unità 8200 (2009): Glenn Greenwald, No Place to Hide: Edward
Snowden, the NSA, and the U.S. Surveillance State (Nessun posto dove nascondersi: Edward
Snowden, la NSA e lo Stato di sorveglianza americano), Metropolitan Books, 2014.
« NSA Shares Raw Intelligence Including Americans’ Data with Israel » (La NSA condivide
informazioni grezze, compresi i dati di cittadini statunitensi, con Israele), The
Guardian, 11 settembre 2013.
27 Su NSO Group e Pegasus: Citizen Lab, Università di Toronto, « Hide and Seek:
Tracking NSO Group’s Pegasus Spyware to Operations in 45 Countries » (Nascondino:
rintracciare il software spia Pegasus di NSO Group nelle operazioni condotte in
45 paesi), settembre 2018.
« Aggiunta all’Entity List, NSO Group Technologies » (Aggiunta di NSO Group Technologies
all’Entity List), Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, 3 novembre 2021.
Forbidden Stories e Amnesty International, « The Pegasus Project » (Il Progetto
Pegasus), luglio 2021 (consorzio di 17 testate giornalistiche internazionali).
28 In merito al 7 ottobre 2023 e alle carenze dei servizi di intelligence: « Rapporto della commissione d’inchiesta interna Shin Bet-Mossad », 2024 (versione parzialmente accessibile).
29 Ken Klippenstein e Daniel Boguslaw, « CIA Warned Israel of Hamas Plot Months
Before Attack » (La CIA aveva avvertito Israele di un complotto di Hamas diversi mesi
prima dell’attacco), The Intercept, dicembre 2023.
Ronen Bergman e Patrick Kingsley, « Israel Knew Hamas’s Attack Plan More Than a
Year Ago » (Israele era a conoscenza del piano d’attacco di Hamas già da più di un anno),
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi Il sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire: – Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704; – IBAN: IT30D3608105138261529861559 PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione). Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Riuniti a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026, i paesi del BRICS — che ora contano undici membri e rappresentano la metà della popolazione mondiale — intendono spostare il baricentro economico verso est e verso sud.
Ma tra l’affermazione di una voce del Sud e la messa in discussione dell’egemonia occidentale, il blocco rimane attraversato da fratture: la disputa sino-indiana, le divisioni sui conflitti, la moneta comune messa in secondo piano.
Negli ultimi decenni si sono affermati nuovi organismi multilaterali guidati dai paesi in via di sviluppo ed emergenti, quali l’OCS, l’Unione Africana o l’iniziativa « Belt and Road » (BRI). Tra questi raggruppamenti, i BRICS rimangono i più credibili, con il potenziale di esercitare un’influenza significativa sull’ordine mondiale e sulla sua architettura economica, offrendo così una voce e uno spazio credibili ai paesi del Sud.
Undici membri, un peso a livello mondiale
I BRICS riuniscono undici grandi mercati emergenti e paesi in via di sviluppo con l’obiettivo di rafforzare la cooperazione Sud-Sud. Quello che in origine era un concetto economico ideato da Goldman Sachs si è trasformato in un potente blocco geopolitico. Un tempo limitato a Brasile, Russia, India e Cina, a cui si è poi aggiunto il Sudafrica (da cui l’acronimo), questo gruppo si è da allora ampliato fino a includere Egitto, Etiopia, l’Indonesia, l’Iran, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Complessivamente, i paesi del BRICS rappresentano circa il 50 % della popolazione mondiale, il 40 % del PIL mondiale e il 26 % del commercio mondiale. Questo gruppo funge da forum di coordinamento politico e diplomatico per i principali paesi del Sud.
« Quello che in origine era un concetto economico ideato da Goldman Sachs si è trasformato in un potente blocco geopolitico. »
I BRICS in cifre
Membri
11 (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti)
Popolazione mondiale
≈ 50%
PIL mondiale
≈ 40%
Commercio mondiale
≈ 26%
Nuova Delhi: spostare il baricentro
Il 18° vertice dei leader dei paesi BRICS si terrà a Nuova Delhi il 12 e 13 settembre 2026. Questo forum mira a spostare il baricentro economico e politico mondiale verso est e verso sud, promuovendo una multipolarità in cui i paesi emergenti e in via di sviluppo abbiano un ruolo equo nel dibattito globale e nell’elaborazione delle politiche, a lungo dettate dalle potenze transatlantiche occidentali. Sotto la presidenza dell’India, i BRICS intendono far progredire questo forum adottando un approccio incentrato sulle persone e nello spirito dell’« umanità prima di tutto ». L’obiettivo è ridefinire i BRICS come uno spazio di «rafforzamento della resilienza e dell’innovazione al servizio della cooperazione e della sostenibilità». Il loro ampliamento da cinque a undici membri evidenzia un crescente malcontento nei paesi del Sud nei confronti delle nazioni e delle istituzioni occidentali che non rispondono ai loro problemi e alle loro preoccupazioni.
Se l’obiettivo è quello di ampliare e rafforzare la cooperazione tra i paesi membri su questioni quali il commercio intra-BRICS, gli investimenti, la resilienza delle catene di approvvigionamento, l’intelligenza artificiale o il finanziamento della lotta al cambiamento climatico, questo forum offre anche una tribuna per discutere di come affrontare gli ostacoli che la maggior parte delle nazioni membri si trova a dover superare a causa dei paesi sviluppati, in particolare degli Stati Uniti. Che si tratti dei conflitti in corso in Ucraina e in Iran, del protezionismo commerciale, della resilienza delle catene di approvvigionamento o delle preoccupazioni ambientali, i BRICS simboleggiano uno sforzo collettivo volto a ridurre la dipendenza dall’Occidente e a promuovere una cooperazione Sud-Sud più forte.
Un blocco pieno di contraddizioni
Nonostante i vantaggi sopra menzionati, resta il fatto che molti paesi membri del BRICS presentano marcate divergenze tra loro, come l’India e la Cina, a causa della loro disputa di confine che dura da decenni e della reciproca diffidenza riguardo alla rispettiva influenza geopolitica. Inoltre, sarà interessante anche l’eventuale presenza al vertice dei capi di Stato dell’Iran, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, poiché sarà la prima volta che questi leader potrebbero trovarsi faccia a faccia mentre infuria il conflitto con l’Iran. Si spera che gli sforzi diplomatici dietro le quinte e i colloqui consentano di raggiungere un cessate il fuoco. Tuttavia, poiché gli Stati Uniti non sono al tavolo dei negoziati, un esito positivo sembra poco probabile. Inoltre, il progetto di moneta comune dei BRICS destinata a competere con il dollaro americano è stato relegato in secondo piano: il forum sta ora lavorando a un sistema di pagamento comune. La riunione dei ministri degli Affari esteri dei BRICS del maggio 2026 non ha portato alla pubblicazione di una dichiarazione congiunta, a causa delle profonde divisioni sui conflitti in Asia occidentale, legate ad allineamenti geopolitici contrapposti e a priorità divergenti degli Stati membri. I critici considerano quindi questo blocco profondamente frammentato e minato da contraddizioni.
Il resto del mondo contro l’Occidente?
L’intensificarsi della contrapposizione «il resto del mondo contro l’Occidente» non deve essere interpretata esclusivamente come una posizione geostrategica dei paesi del BRICS in risposta all’egemonia occidentale. Si tratta piuttosto di una vera e propria cooperazione tra questi paesi in via di sviluppo ed emergenti, volta a condividere il loro programma comune e le loro preoccupazioni per il bene delle loro popolazioni e della comunità internazionale in generale, nell’interesse della stabilità, della sicurezza e dello sviluppo di tutti.
« La contrapposizione “il resto del mondo contro l’Occidente” non deve essere interpretata esclusivamente come una posizione geostrategica in risposta all’egemonia occidentale. »
I BRICS hanno la portata necessaria per ridefinire gli standard globali e creare un vasto blocco economico che favorisca gli scambi e il commercio tra i propri membri, nonché con i paesi in via di sviluppo dell’Asia, dell’Africa e del Sudamerica. Tuttavia, non dispongono della struttura unificata, della volontà politica e del livello di sofisticazione che si riscontrano in gruppi come l’UE. Hanno il potenziale per fungere da utile piattaforma di consultazione e cooperazione su questioni di attualità che rivestono importanza sia globale che regionale, nonché sulle sfide della governance politica ed economica mondiale. I principali ambiti di collaborazione potrebbero essere la cooperazione allo sviluppo, il cambiamento climatico o i meccanismi alternativi di pagamento degli scambi commerciali. I risultati del vertice di Nuova Delhi avranno un impatto considerevole sulla credibilità e sull’evoluzione futura dell’organizzazione. Rimane una sfida fondamentale: questo gruppo potrà davvero scuotere il dominio incentrato sugli Stati Uniti, oppure i disaccordi all’interno dei BRICS e le contromisure occidentali ne comprometteranno la legittimità?
« Questo gruppo può davvero minare il predominio degli Stati Uniti ? Oppure i disaccordi interni e le contromisure occidentali ne comprometteranno la legittimità ? »
In futuro, i BRICS dovranno affrontare le divergenze tra i propri Stati membri e risolvere i problemi che minano il forum. Solo allora potranno acquisire legittimità non solo per se stessi, ma anche per le nazioni del Sud, affermandosi così come una forza influente con cui bisognerà fare i conti nel nuovo ordine mondiale emergente.
A cura di Réseau International, il 7 settembre 2026
L’entità sionista genocida sta affrontando una crisi. Il suo agente negli Stati Uniti, Trump, vittima del ricatto della rete di Epstein, è ai minimi storici nei sondaggi. E la guerra di Israele contro l’Iran, condotta strumentalizzando l’esercito americano, si preannuncia come una sconfitta catastrofica.
Gli Stati Uniti hanno un disperato bisogno di porre fine alla guerra contro l’Iran e di arrestare l’emorragia. Gli alleati americani sono le principali vittime del lento naufragio economico causato dal blocco delle esportazioni di petrolio e fertilizzanti dall’Asia occidentale imposto dall’Asse della Resistenza.
In Asia, Giappone, Corea del Sud e Taiwan hanno quasi esaurito le loro riserve energetiche strategiche. E in Europa, la cui economia industriale è stata paralizzata dalla distruzione del gasdotto Nord Stream da parte degli Stati Uniti, le difficoltà nell’approvvigionamento energetico legate alla chiusura dello stretto di Ormuz aggravano ulteriormente la situazione. L’Europa sta iniziando a fare i conti con crescenti carenze di gasolio, cherosene e gasolio da riscaldamento.
I vassalli statunitensi del Medio Oriente si trovano in una situazione altrettanto disastrosa. Le fragili economie della Giordania e dell’Egitto sono state colpite dalla carenza di fertilizzanti e dall’impennata delle bollette energetiche. E naturalmente, gli schiavi del petrodollaro degli Stati Uniti — gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, il Bahrein, l’Arabia Saudita e il Qatar — sono economicamente strangolati dal controllo esercitato dall’Asse della Resistenza su Ormuz e Bab el-Mandeb.
Se questi paesi, sempre più disperati, tentassero di sopravvivere attingendo alle proprie riserve, vendendo i propri titoli di Stato statunitensi, il mercato obbligazionario crollerebbe. La bolla dell’intelligenza artificiale, costituita da investimenti colossali senza grandi rendimenti, scoppierebbe. Ne seguirebbe l’Armageddon economico.
E poi c’è la questione del petrodollaro. Le basi statunitensi in questi paesi sono state devastate dai lanci di droni e razzi iraniani, e la maggior parte di esse è stata praticamente abbandonata. Se gli americani non faranno concessioni dolorose all’Iran, saranno completamente cacciati dalla regione. Ciò minaccia il petrodollaro — e con esso, la rete mondiale di basi americane finanziata dal «privilegio esorbitante» che permette agli oligarchi americani di stampare moneta a piacimento e di costringere il mondo ad accettarla.
Gli Stati Uniti si trovano quindi di fronte a una scelta: o capitolare di fronte all’Iran e limitare i danni causati al proprio impero, oppure intraprendere un’escalation che porterebbe a una distruzione apocalittica. Capitolare pur rivendicando la vittoria è chiaramente l’opzione migliore dal punto di vista americano.
Ma gli israeliani la vedono in modo diverso. Per loro, la guerra contro l’Iran è una questione esistenziale. Se gli Stati Uniti capitolassero e l’Iran ne uscisse più forte che mai, vedremmo nascere un «Asse della Resistenza» rinvigorito proprio nel momento in cui l’opinione pubblica mondiale e quella statunitense si rivoltassero in modo decisivo contro l’«entità genocida». Ciò non solo porrà fine all’espansionismo senza fine del progetto del «Grande Israele», ma porterà probabilmente alla liberazione dell’intera Palestina occupata.
Storicamente, quando Israele percepisce una minaccia esistenziale e gli Stati Uniti se ne infischiano, si verificano eventi terribili. Nel 1963, il presidente americano Kennedy si era impegnato a porre fine al programma di armamento nucleare di Israele. Il padre fondatore di Israele, Ben-Gurion, indignato dall’intransigenza di Kennedy, si dimise dalla carica di primo ministro nel giugno 1963 e scomparve praticamente dalla scena pubblica. Fonti controllate dai sionisti, come Gemini, affermano che Ben-Gurion si dedicò «a una vita tranquilla incentrata sullo studio e sulla scrittura». Ma numerosi storici, come Michael Collins Piper e Laurent Guyénot, ritengono che Ben Gurion si sia «tenuto in disparte» per dedicarsi all’orchestrazione dell’assassinio di Kennedy. A seguito del colpo di Stato contro JFK, Lyndon Johnson, un agente israeliano, ha dato il via libera alle armi nucleari sioniste, alla guerra di espansione del 1967 e persino al tentativo di assassinio di 293 marinai americani a bordo della USS Liberty.
Nel 2001 si verificarono eventi ancora più terribili, mentre l’indifferenza americana nei confronti del progetto del «Grande Israele» lasciava che l’entità sionista andasse alla deriva verso il disastro. L’economia israeliana era in stallo a causa dello scoppio della bolla di Internet, i coloni emigravano anziché immigrare e un flusso costante di combattenti della Resistenza e di martiri rendeva la vita impossibile ai coloni che avevano scelto di restare. Le previsioni demografiche facevano presagire la fine del sionismo, mentre la regione si univa sempre più contro l’entità genocida — in parte a causa dell’ascesa del fervore e della solidarietà islamici.
Israele ha reagito orchestrando l’attacco sotto falsa bandiera dell’11 settembre contro gli Stati Uniti. Falsamente attribuito ai musulmani, il massacro del World Trade Center e del Pentagono ha spinto gli Stati Uniti in una guerra volta a distruggere «sette paesi in cinque anni» — ovvero i sette paesi che Israele considerava suoi nemici. Ciò ha inoltre innescato un’ondata multigenerazionale di «islamofobia permanente» al servizio degli interessi a lungo termine di Israele.
I colpi di Stato di JFK e dell’11 settembre illustrano la volontà di Israele di ricorrere a una violenza spettacolare contro gli Stati Uniti per far fronte a quelle che considera crisi esistenziali. Oggi, la sconfitta che si profila nella guerra israelo-americana contro l’Iran rappresenta, per Israele, la madre di tutte le crisi esistenziali. Un attacco spettacolare e sanguinoso sul suolo americano, attribuito all’Iran, potrebbe spingere gli Stati Uniti a lanciarsi nel tipo di escalation che Israele desidera disperatamente.
Assassinare Trump?
Israele potrebbe assassinare Trump e far ricadere la responsabilità sull’Iran. Il clamore mediatico — «dobbiamo portare a termine il lavoro iniziato dal nostro presidente martire Trump» — potrebbe benissimo far pendere l’opinione pubblica americana a favore di un’invasione terrestre dell’Iran.
Israele ha chiaramente preparato il terreno per questo scenario. Netanyahu non ha smesso di terrorizzare Trump sostenendo che dietro ogni cespuglio si nascondessero iraniani pronti ad ucciderlo. Più recentemente, la falsa accusa di Israele secondo cui l’Iran avrebbe pianificato di abbattere l’Air Force One ha convinto Trump a fuggire di nascosto dall’aereo nascondendosi in un container per il catering, lasciando i suoi consiglieri e i giornalisti a bordo del jet come esche per i missili anti-Trump.
Il presidente americano, in un impeto di vigliaccheria, ha minacciato più volte che se l’Iran lo avesse ucciso, sarebbe stato «cancellato dalla faccia della Terra», «fatto saltare in aria» o «decimato e distrutto». In un tweet particolarmente delirante, Trump ha perso le staffe:
«1.000 missili sono pronti al lancio e puntati verso la Repubblica Islamica dell’Iran, e migliaia di altri seguiranno immediatamente se il governo iraniano metterà in atto la sua minaccia, proclamata in ogni angolo del globo, di assassinare, o tentare di assassinare, l’attuale presidente degli Stati Uniti, ovvero IO! Gli ordini sono già stati impartiti e l’esercito americano è pronto, disposto e in grado, per un periodo di un anno, che potrà essere prolungato, di decimare e distruggere completamente tutte le regioni dell’Iran — GLORIA AD ALLAH!»
In queste dichiarazioni e in molte altre simili, Trump sembra quasi supplicare gli israeliani di ucciderlo e di far ricadere la responsabilità sull’Iran! Il presidente americano è davvero così stupido?
Ritengo che Trump sembri soffrire di una forma particolare della sindrome di Stoccolma, una diagnosi psichiatrica che descrive il caso in cui un prigioniero o una vittima di abusi sviluppi un legame di lealtà o di affetto ciecamente servile nei confronti del proprio rapitore o aggressore. In questo caso specifico, il rapitore abusivo è Israele, che detiene materiale compromettente alla Epstein su Trump. Ma la questione va oltre il ricatto: Trump ha trascorso tutta la sua carriera fungendo da copertura per la criminalità organizzata ebraica. I suoi hotel e casinò erano macchine per il riciclaggio di denaro, operazioni di «pump-and-dump» e truffe di tipo «bust-out». I suoi programmi televisivi, in particolare i concorsi di bellezza Miss Teen USA, Miss USA e Miss Universo, avevano come produttori mafiosi ebrei del calibro di Epstein. Non è un caso che i baroni della «kosher nostra», Jared Kushner e Steve Witkoff, agiscano come burattinai di Trump. E non è un caso che Netanyahu detenga le chiavi della Casa Bianca e possa entrarvi con la forza e scatenare guerre quando gli pare e piace.
Trump si sente talmente spaventato e impotente di fronte a Israele e alla sua mafia ebraica che compensa in modo eccessivo sbraitando sul fatto che l’Iran vorrebbe ucciderlo, mentre in realtà sa, a un livello profondo e forse non del tutto consapevole, che è Israele a poterlo uccidere — e molto probabilmente lo farà — quando gli sembrerà opportuno. Sfogandosi su immaginari assassini iraniani, Trump, che soffre della sindrome di Stoccolma, si illude di poter piacere ai suoi rapitori israeliani e di poter forse ottenere la loro clemenza.
L’influenza di Israele su Trump, e la sua capacità di ucciderlo a piacimento, sono state dimostrate non solo dall’omicidio di Charlie Kirk da parte dei sionisti, nonostante fosse pesantemente protetto (proprio dai sionisti), ma anche da almeno due dei tre presunti tentativi di omicidio contro la vita di quel babbuino arancione. Alcuni membri della sicurezza di Trump, fedeli a Israele, sono stati probabilmente coinvolti nei due attacchi palesemente inscenati contro Trump: il «taglio all’orecchio» di Butler, in Pennsylvania, che ha fatto il giro del mondo, e la farsa della cena dei corrispondenti della Casa Bianca. Poiché lo spazio a disposizione non consente qui un’analisi dettagliata, vi invitiamo a guardare i documentari di John Hankey «Trump in the Crosshairs» (su Butler) e «Hoax: The White House Correspondents’ Dinner».
Attenzione, spoiler: è di una evidenza schiacciante che Trump avesse accuratamente provato la sua messa in scena a Butler, in Pennsylvania, e che fosse altrettanto ben preparato per la finta sparatoria alla cena dei corrispondenti della Casa Bianca, alla quale ha assistito con calma, con un sorriso beffardo e complice, mentre altri, in particolare sua moglie Melania, erano in preda al panico. Gli agenti del Mossad incaricati della sicurezza di Trump, che hanno organizzato questi eventi, hanno senza dubbio filmato Trump mentre provava le sue mosse. Se mai Trump avesse disobbedito loro, avrebbero potuto divulgare i video che lo mostravano mentre si allenava a gettarsi a terra, a far scoppiare una capsula di sangue da wrestling professionistico e a spalmarsi l’orecchio e il viso di striature rosse, per poi rialzarsi di scatto, in spregio a tutto il protocollo dei servizi segreti, per brandire il pugno davanti alla bandiera, con fotografi complici pronti a immortalare la scena, urlando «Fight, Fight, Fight!»
Ma dato che Trump è uno schiavo così abietto, e che il suo potenziale successore, JD Vance, vede di cattivo occhio la «guerra contro l’Iran per conto di Israele», gli israeliani probabilmente non uccideranno il loro miglior agente di tutti i tempi negli Stati Uniti. Potrebbero invece inscenare un «fallito» tentativo di assassinio contro Trump utilizzando un «drone iraniano». Oppure potrebbero far esplodere una bomba sporca radioattiva a Washington DC o in un altro luogo di grande visibilità, nella speranza che un presunto «attacco nucleare iraniano contro gli Stati Uniti» provochi una risposta nucleare. Con Trump, quel pazzo al soldo di Israele, al comando, potrebbero benissimo vedere il loro desiderio avverarsi. Oppure potrebbero lanciare un devastante attacco informatico contro le infrastrutture statunitensi, provocando un tale caos che gli americani disorientati, spaventati e arrabbiati potrebbero mostrarsi vulnerabili alla propaganda mediatica che accusa l’Iran e invoca un’invasione americana. Una combinazione degli elementi sopra citati — una bomba sporca, un attacco informatico e un finto tentativo di assassinio di Trump — potrebbe massimizzare il caos e il suo impatto sull’opinione pubblica americana.
Un’operazione del genere potrebbe essere concepita per creare uno stato di emergenza, offrendo a Trump un pretesto per annullare le elezioni e proclamarsi presidente a vita, come minaccia sempre più spesso di fare. Questo scenario si inserisce perfettamente nel movimento «fine della democrazia» guidato dall’oligarca tecno-fascista sionista Peter Thiel e dal suo ideologo capo, Curtis Yarvin. E risolverebbe il problema più grande di Trump: come sopravvivere alle elezioni del 2026 ed evitare l’impeachment e il carcere, nonostante l’estrema impopolarità di cui lui e il suo partito sono oggetto.
Ma gli americani si lascerebbero ingannare da una nuova operazione sotto falsa bandiera su larga scala? Commentatori che godono di un pubblico paragonabile a quello dei media mainstream, come Tucker Carlson, Candace Owens e i Young Turks, esprimono sempre più apertamente i loro sospetti sul coinvolgimento di Israele nell’assassinio di JFK, nell’operazione sotto falsa bandiera della USS Liberty, nell’11 settembre, nella sparatoria di Butler e nell’omicidio di Charlie Kirk. Queste voci, tra le altre, continuano a proclamare a gran voce che Israele è in grado di assassinare presidenti americani e migliaia di civili americani, sfruttando al contempo la sua influenza sui media mainstream per spingere il Paese verso la guerra.
Considerata la crescente consapevolezza dell’opinione pubblica riguardo al coinvolgimento di Israele nei colpi di Stato contro JFK e nell’11 settembre, tra le altre atrocità, e data la massiccia impopolarità del genocidio perpetrato da Israele a Gaza, i sionisti andrebbero incontro a un contraccolpo senza precedenti se organizzassero un nuovo spettacolare attacco sotto falsa bandiera contro gli Stati Uniti. Ma, considerando il loro arrogante disprezzo per i goyim e la loro capacità, più volte dimostrata, di farla franca dopo aver commesso crimini colossali, uno scenario del genere non può essere escluso.