«LA FINE DELL’IMPERO» (6/8) – Suez 1956: Il giorno in cui l’Impero britannico capì che era finita, di le Diplomate
STORIA – DOSSIER «LA FINE DELL’IMPERO» (6/8) – Suez 1956: Il giorno in cui l’Impero britannico capì che era finita
Di Le Diplomate / 12.09.2026
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A cura della redazione
Sesta puntata della nostra serie dedicata alla “Fine dell’Impero”. Dopo Roma, Bisanzio, la Spagna degli Asburgo, la “rivolta napoleonica” e le due catastrofi tedesche del 1914-1945, il caso britannico è forse quello che parla più direttamente all’America contemporanea. L’Impero britannico, infatti, non crollò sotto i colpi di un’invasione nemica. Non fu conquistato, la sua capitale non fu occupata e il suo Stato non scomparve mai. Londra uscì addirittura vittoriosa dalle due guerre mondiali. Eppure, dietro le bandiere della vittoria del 1945, l’essenziale era già avvenuto: il centro finanziario, industriale e strategico dell’Occidente aveva attraversato l’Atlantico. Il Regno Unito, che sin da Waterloo era stato la prima potenza mondiale, era diventato debitore, dipendente e progressivamente subordinato al suo ex vascello americano. Churchill incarnò allora, secondo il concetto sviluppato da Roland Lombardi, uno di quegli straordinari «sussulti di fine Impero» in cui un uomo d’eccezione dà ancora per qualche anno l’impressione che il corso della Storia possa essere invertito. Ma undici anni dopo la vittoria su Hitler, Suez rivelò brutalmente la nuova realtà: quando Eisenhower decise nel 1956 che Anthony Eden doveva cessare la sua operazione contro Nasser, Londra dovette obbedire. Una potenza può continuare a possedere l’arma nucleare, portaerei, una diplomazia mondiale e un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza pur avendo smesso di essere padrona della propria strategia. È proprio questo che rende Suez una delle lezioni di Realpolitik più significative del XX secolo.
Prima dell’Impero: Cromwell, il mare e la rivoluzione strategica inglese
Per comprendere come un’isola relativamente periferica sia diventata il centro del più vasto impero della storia moderna, occorre risalire a prima di Waterloo, e persino prima dell’Inghilterra imperiale del XVIII secolo. Le basi del potere britannico si affermarono progressivamente nell’epoca moderna, quando l’Inghilterra comprese che la sua posizione insulare, lungi dall’essere un punto debole, poteva diventare il suo principale vantaggio strategico a condizione di dominare i mari, il commercio e i circuiti finanziari. Elisabetta I aveva già avviato questa trasformazione di fronte alla Spagna di Filippo II, ma Oliver Cromwell le conferì, a metà del XVII secolo, una dimensione particolarmente brutale e moderna. Il Navigation Act del 1651, volto in particolare a contrastare la supremazia commerciale olandese, afferma questa volontà di riservare alle navi inglesi una parte essenziale del commercio nazionale e coloniale. Le guerre anglo-olandesi che seguirono testimoniano una convinzione destinata a diventare permanente: la sicurezza e la potenza inglesi dipendono dal controllo delle vie di comunicazione marittime.
Cromwell è ovviamente una figura paradossale nella storia di una potenza che sarebbe diventata una delle grandi monarchie costituzionali del mondo. Aveva fatto giustiziare Carlo I, abolito temporaneamente la monarchia e governato in qualità di Lord Protettore. Eppure, la crisi rivoluzionaria del XVII secolo, la Restaurazione del 1660 e, soprattutto, la Gloriosa Rivoluzione del 1688-1689 e il Bill of Rights contribuirono a far emergere una delle peculiarità fondamentali del modello britannico: una monarchia progressivamente costituzionale e parlamentare in cui il sovrano regna, ma il potere politico effettivo si sposta gradualmente verso il Parlamento, il governo e il Primo Ministro.
Questa evoluzione istituzionale non è secondaria nella storia dell’Impero. Al contrario, gli conferisce una capacità di adattamento che molti altri sistemi imperiali non hanno mai avuto. La Spagna degli Asburgo, la Francia dei Borboni, la Russia zarista e poi la Germania guillermiana si basavano su strutture politiche molto più verticali. Il sistema britannico, invece, consentiva la circolazione e il ricambio delle élite, il confronto tra strategie, l’integrazione degli interessi finanziari e commerciali e, quando le circostanze lo richiedevano, cambiamenti di governo senza cambiamenti di regime. La monarchia garantiva la continuità simbolica; il Parlamento, la flessibilità politica; la City, i capitali; la Royal Navy, la forza. L’Impero britannico fu quindi meno l’opera di un monarca assoluto che quella di un sistema istituzionale in grado di organizzare il potere in modo duraturo.
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Waterloo: quando inizia davvero il Secolo britannico
Il “Secolo britannico” non inizia quindi con Vittoria, anche se il suo regno ne diventerà il simbolo più lampante, bensì con la progressiva distruzione del principale rivale in grado di organizzare l’Europa continentale contro Londra: la Francia. La rivalità franco-britannica è ovviamente più antica. Fin dal XVII secolo, le due monarchie si affrontano sui mari, nelle colonie e persino nei continenti americano e asiatico. La guerra dei Sette Anni, talvolta definita la prima vera guerra mondiale, conferisce a Londra un vantaggio decisivo dopo il 1763; ma la rivincita francese durante la guerra d’indipendenza americana dimostra, sotto Luigi XVI, che la competizione rimane aperta. La Rivoluzione francese e poi Napoleone trasformano questa rivalità imperiale in uno scontro esistenziale.
È allora che entra in scena una delle figure più importanti della storia britannica, Horatio Nelson. La sua vittoria a Trafalgar, il 21 ottobre 1805, vanifica il progetto napoleonico di contestare in modo duraturo il dominio britannico sui mari. Nelson perde la vita in quella battaglia, ma offre al suo Paese un vantaggio strategico di cui Londra beneficerà per oltre un secolo. Trafalgar non sconfigge Napoleone sulla terraferma; gli impedisce però di trasformare il suo dominio continentale in dominio mondiale. Da quel momento in poi, la Francia può vincere ad Austerlitz, Jena o Wagram, ma non può più sbarcare in Inghilterra né rompere il blocco navale britannico. Nelson diventa così più di un eroe nazionale: incarna quel legame tra geografia, marina e strategia che costituisce uno dei segreti della potenza britannica.
Dieci anni dopo, Arthur Wellesley, duca di Wellington, portò a compimento sulla terraferma la vittoria di Nelson. Dopo aver combattuto i francesi nella penisola iberica, Wellington comandò insieme a Blücher le forze che sconfissero definitivamente Napoleone a Waterloo nel giugno 1815. Bisogna peraltro guardarsi dal ridurre Waterloo a una vittoria esclusivamente britannica: l’esercito di Wellington era multinazionale e l’intervento prussiano fu determinante. Ma nella memoria politica britannica, Nelson e Wellington diventano i due volti complementari di un’unica vittoria strategica: il primo aveva reso impossibile la conquista marittima dell’Inghilterra; il secondo contribuì ad abbattere la potenza che dominava il continente.
Waterloo è quindi molto più che l’ultima sconfitta dell’Imperatore. Come abbiamo illustrato nella precedente puntata dedicata alla «rinascita napoleonica», essa pone fine all’ultimo grande tentativo francese di organizzare l’Europa attorno a Parigi e inaugura un secolo in cui la potenza britannica unisce una marina senza veri rivali, una rivoluzione industriale precoce, la City, una moneta internazionale, un commercio globale e un impero che si estende progressivamente su tutti i continenti.
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Una monarchia costituzionale alla guida del più grande impero del mondo
Questa egemonia presenta un’altra caratteristica fondamentale. Contrariamente all’immagine retrospettiva di un Impero governato personalmente da Buckingham Palace, la Gran Bretagna imperiale è una monarchia costituzionale e parlamentare. Il potere politico spetta sempre più al governo, responsabile dinanzi al Parlamento, mentre la Corona costituisce uno straordinario strumento di continuità, rappresentanza e legittimazione.
Il regno di Victoria, dal 1837 al 1901, ne costituisce l’apogeo simbolico. Quando sale al trono, l’industrializzazione britannica è già in atto; alla sua morte, l’Impero copre circa un quarto delle terre emerse e riunisce quasi un quarto della popolazione mondiale. Diventata imperatrice delle Indie nel 1876, Vittoria dà il nome a un’epoca più di quanto non la governi personalmente. Dietro di lei agiscono i governi, il Parlamento, la City, gli industriali, le società commerciali, gli amministratori coloniali e la Royal Navy. Uomini come Palmerston, Disraeli, Gladstone, Salisbury o, in precedenza, Castlereagh incarnano di volta in volta una diplomazia capace di combinare alleanze temporanee, interventi limitati, equilibrio continentale e ostinata difesa degli interessi britannici.
Castlereagh svolge così un ruolo determinante al Congresso di Vienna e nella ricostruzione dell’equilibrio europeo dopo Napoleone. Nel XIX secolo Palmerston incarna una Realpolitik britannica quasi chimicamente pura: Londra non ha amici né nemici eterni, ma interessi permanenti. Disraeli comprende l’importanza di Suez e nel 1875, grazie in particolare al finanziamento dei Rothschild, fa acquisire le azioni del khedive d’Egitto nella Compagnia del Canale. Salisbury, alla fine del secolo, cerca ancora di adattare l’equilibrio britannico all’emergere di nuove potenze.
È proprio questa continuità strategica, ben più che la sola personalità dei sovrani, a spiegare la straordinaria longevità della Gran Bretagna. La monarchia costituzionale fornisce un quadro in cui i governi si susseguono, ma gli interessi fondamentali della potenza rimangono immutati.
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L’equilibrio europeo: impedire che un impero continentale possa bloccare i mari
La Gran Bretagna non ha mai avuto alcun interesse a vedere emergere un’Europa politicamente unificata attorno a una potenza ostile. Ha combattuto in successione le ambizioni degli Asburgo quando minacciavano l’equilibrio, la Francia di Luigi XIV e poi di Napoleone, la Russia quando questa avanzava verso il Mediterraneo e l’India, e infine la Germania quando la sua potenza industriale e navale iniziò a mettere in discussione la supremazia britannica.
Non si tratta affatto di una misteriosa dottrina segreta. È la conseguenza quasi meccanica della geografia britannica. Un’isola relativamente poco popolata rispetto alle grandi masse continentali può dominare un sistema internazionale se controlla le comunicazioni marittime e se nessun singolo attore riunisce le risorse del continente contro di essa. Deve quindi mantenere l’equilibrio, sostenere, a seconda dei periodi, le potenze in grado di contenere l’attore dominante e impedire la costituzione di un’egemonia continentale duratura.
La Francia ne fece esperienza durante le guerre napoleoniche. La Russia lo scoprirà nel XIX secolo. Il famoso «Grande Gioco» in Asia centrale oppose così Londra e San Pietroburgo sulla questione della sicurezza dell’India e delle vie di accesso verso l’Oceano Indiano. La guerra di Crimea del 1853-1856, durante la quale inglesi e francesi combatterono insieme contro la Russia, nacque dallo stesso timore di fronte all’avanzata russa verso gli stretti e il Mediterraneo.
Da questo punto di vista, le rivalità britanniche con Parigi, San Pietroburgo e poi Berlino sono meno contraddittorie di quanto possano sembrare. L’avversario cambia; la logica rimane. È proprio quella che Roland Lombardi evoca regolarmente nelle sue analisi: per le grandi potenze marittime anglosassoni, impedire la costituzione di un blocco continentale europeo o eurasiatico in grado di riunire popolazione, industria, materie prime e profondità strategica è una costante di lunghissima durata.
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Mackinder: il teorico dell’Impero che aveva compreso l’Eurasia
Il 25 gennaio 1904, Halford John Mackinder presenta alla Royal Geographical Society il suo famoso articolo The Geographical Pivot of History. Egli osserva che il periodo delle grandi scoperte, che definisce «epoca colombiana», sta volgendo al termine: il pianeta è ormai quasi interamente esplorato e politicamente assoggettato, mentre le ferrovie cominciano a restituire alle potenze continentali quella mobilità di cui l’era marittima europea le aveva private.
Mackinder individua quindi nel cuore dell’Eurasia una vasta zona centrale che in seguito diventerà l’Heartland. In Democratic Ideals and Reality del 1919, formulerà la massima ormai famosa secondo cui chi domina l’Europa orientale comanda l’Heartland, chi domina l’Heartland comanda la «World-Island» eurasiatica e chi domina questa massa continentale dispone potenzialmente dei mezzi per comandare il mondo.
L’importanza di Mackinder risiede meno nel carattere meccanico di questa formula che nella questione strategica che essa pone all’Impero britannico: cosa accadrebbe se una potenza continentale unisse le gigantesche risorse dell’Eurasia all’industria moderna e ai mezzi di trasporto in grado di neutralizzare il vantaggio marittimo britannico? Il timore britannico di un avvicinamento o di un dominio tedesco sull’Europa centrale e orientale prima del 1914 trova in questo schema tutta la sua coerenza. E sopravviverà allo stesso Impero britannico. Dopo il 1945, gli Stati Uniti assumeranno progressivamente questa funzione di equilibrio eurasiatico. Da Nicholas Spykman a Zbigniew Brzezinski, e poi, in una prospettiva diversa, in George Friedman, la grande strategia americana manterrà questa ossessione: impedire che una singola potenza o un’alleanza continentale possa aggregare risorse eurasiatiche sufficienti a rendere la presenza americana marginale o superflua. Su questo punto, Washington non ha inventato la geopolitica anglosassone; ne ha in gran parte ereditato i principi.
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1914: vittoria britannica, primo colpo all’Impero
Quando scoppiò la Prima guerra mondiale, Londra ritenne che il dominio tedesco sul Belgio e sulla costa continentale avrebbe costituito una grave minaccia per l’equilibrio europeo e la sicurezza britannica. Decise quindi di entrare in guerra. La vittoria del 1918 sembrò confermare la potenza dell’Impero: la Germania era stata sconfitta, la flotta tedesca neutralizzata, l’Impero ottomano smantellato e i possedimenti britannici sembravano aver raggiunto la loro massima estensione. Londra controlla o influenza nuove regioni del Medio Oriente. Gli accordi Sykes-Picot, la dichiarazione Balfour, il mandato sulla Palestina e la presenza britannica in Iraq si inseriscono in questa riorganizzazione imperiale, come hanno ricordato diversi articoli del Diplomate.
Ma questa vittoria è costata un prezzo straordinariamente alto. La Gran Bretagna, un tempo creditrice del mondo, ha contratto ingenti prestiti per finanziare la guerra. Il centro finanziario occidentale comincia così a spostarsi verso New York. Gli Stati Uniti diventano creditori dei loro ex padroni e partner europei. I britannici continueranno del resto a farsi carico per quasi un secolo di alcuni debiti derivanti dalla prima guerra mondiale: il governo britannico ha riacquistato gli ultimi titoli del War Loan solo nel 2015.
Questo cambiamento finanziario rappresenta forse la vera data di inizio del declino britannico. Londra ha vinto la guerra, ma ha iniziato a perdere il sistema che le aveva permesso di dominare il mondo.
Churchill: la straordinaria rinascita di una potenza già in declino
La crisi degli anni ’30 e poi la Germania hitleriana offrono tuttavia alla Gran Bretagna uno dei momenti più straordinari della sua storia. Ed è proprio qui che il concetto di «sussulto di fine Impero», elaborato da Roland Lombardi, assume tutto il suo significato.
All’età di 65 anni, Churchill affronta il 1940 con la reputazione di avventuriero della politica. Con alle spalle numerosi fallimenti, era allora ampiamente considerato un politico ormai finito. Non arriva alla guida di una potenza al culmine del suo splendore. Quando diventa Primo Ministro il 10 maggio 1940, l’Impero britannico rimane gigantesco, la Royal Navy temibile e la City influente, ma gli equilibri di potere mondiali sono già profondamente mutati. Gli Stati Uniti possiedono una capacità industriale superiore; l’Unione Sovietica dispone di un territorio e di una popolazione immensi; la Germania controlla ben presto la quasi totalità dell’Europa occidentale.
Dopo Dunkerque e la caduta della Francia, la Gran Bretagna sembra rimasta sola. È proprio qui che Churchill diventa esattamente ciò che Giustiniano era stato per Roma e Napoleone per il “Secolo francese”: l’uomo che, per alcuni anni, dà l’impressione che una potenza ormai in declino possa tornare a guidare il corso della Storia.
Nei suoi editoriali dedicati alle fasi finali dei cicli storici, Roland Lombardi mette esplicitamente in relazione queste figure. Giustiniano riconquista temporaneamente l’Impero romano d’Occidente, Napoleone prolunga di una quindicina d’anni la supremazia francese, Churchill, grazie alla sua astuzia, alla sua esperienza e alla sua straordinaria determinazione, salva il proprio Paese e gli permette di entrare nel campo dei vincitori proprio mentre le basi dell’egemonia britannica sono già irrimediabilmente indebolite.
La grandezza di Churchill non sta quindi nell’aver salvato l’Impero britannico, ma nell’aver salvato la Gran Bretagna stessa. La differenza è enorme.
1940-1945: il momento in cui l’Impero si rifiuta di scomparire
La battaglia d’Inghilterra, la sopravvivenza della Royal Navy, l’Impero, il Commonwealth, la finanza britannica e, soprattutto, la capacità politica di Churchill – che si appoggia al popolo contro l’establishment britannico che lo detesta, che vorrebbe negoziare con Hitler e quindi concedergli la capitolazione – di rifiutare una pace negoziata con i nazisti, consentono a Londra di resistere fino a quando il rapporto di forza mondiale non cambia. Ma Churchill sa benissimo che la Gran Bretagna non può vincere da sola. Gli Stati Uniti diventano progressivamente indispensabili. Il programma Lend-Lease fornisce quantità gigantesche di materiale agli inglesi. Roosevelt e Churchill costruiscono un rapporto personale e strategico straordinario, ma dietro la fratellanza di guerra emerge già una gerarchia: Washington possiede ormai la profondità industriale, i capitali e, dopo il suo ingresso in guerra, una potenza militare di cui Londra non può più fare a meno.
La vittoria del 1945 è quindi paradossale. La Gran Bretagna figura tra i vincitori, possiede uno degli eserciti vittoriosi, controlla ancora un immenso impero e conserva un prestigio eccezionale grazie al “Vecchio Leone” Churchill, ma ne esce finanziariamente allo stremo. La brusca fine del programma americano Lend-Lease nel settembre 1945 colpisce un’economia già esausta. Londra deve negoziare l’Accordo finanziario anglo-americano del 1946, che prevede in particolare un credito americano di 3,75 miliardi di dollari, a cui si aggiunge un prestito canadese. Contrariamente a quanto talvolta si sostiene, la Gran Bretagna ovviamente non rimborsa più oggi questi prestiti diretti: le ultime rate sono state pagate nel 2006. Ma il fatto stesso che un prestito contratto alla fine della guerra sia rimasto in essere per sei decenni illustra la portata del cambiamento.
La vecchia metropoli era diventata finanziariamente dipendente dalla sua ex colonia.
India 1947: quando il gioiello scomparve
L’indipendenza dell’India rappresenta un altro momento fondamentale. Quando Delhi ottenne l’indipendenza nell’agosto del 1947, l’Impero perse non solo il suo «gioiello della Corona», ma anche uno dei pilastri principali dell’intera sua architettura strategica. Per oltre un secolo, gran parte della politica britannica era stata organizzata intorno alla sicurezza dell’India: il controllo di Suez, l’influenza nel Golfo, la presenza in Egitto, la rivalità con la Russia in Asia centrale, la politica in Afghanistan, le basi navali e le rotte marittime.
La fine del Raj non significa ovviamente che la Gran Bretagna smetta immediatamente di essere una potenza mondiale. Ma una geografia imperiale che risale a diverse generazioni fa ha appena perso la sua ragion d’essere. Il declino britannico non è quindi causato da Suez: Suez lo rende visibile. È proprio ciò che ha dimostrato lo storico G. C. Peden, sottolineando che il 1956 rivela e accelera una dipendenza dagli Stati Uniti già di lunga data, piuttosto che crearla.
Nasser: l’uomo che ha il coraggio di dire no all’antico Impero
Il 26 luglio 1956, Gamal Abdel Nasser annuncia ad Alessandria la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez. La mossa è una risposta, in particolare, al ritiro dei finanziamenti statunitensi e britannici alla diga di Assuan e si inserisce nel contesto dell’affermazione di un nazionalismo arabo che rifiuta il persistere dei vincoli coloniali.
Per Londra, la posta in gioco è enorme. Il canale rimane un’arteria fondamentale verso l’Oceano Indiano e le forniture petrolifere. Per Anthony Eden, che è stato a lungo ministro degli Esteri di Churchill, Nasser appare come un dittatore espansionista che egli paragona volentieri ai leader autoritari europei degli anni ’30. Il paragone lo acceca. Eden ragiona ancora come un leader di una potenza imperiale in grado di decidere da sola i propri interessi fondamentali e non comprende a sufficienza che il potere decisionale finale all’interno del campo occidentale ha cambiato capitale.
Lo storico Keith Kyle, autore del classico Suez, ha dimostrato, sulla base dei documenti d’archivio, l’instabilità della politica britannica e, soprattutto, l’errore madornale di Eden: aver valutato in modo straordinariamente errato la reazione americana. È proprio questo errore che trasformerà un’operazione militarmente fattibile in un’umiliazione geopolitica.
Sèvres: l’ultima operazione imperiale alla vecchia maniera
La Francia e la Gran Bretagna hanno ragioni diverse per voler eliminare Nasser. Londra desidera riprendere il controllo del canale e proteggere la propria posizione nella regione. Parigi, inoltre, considera Nasser uno dei principali sostenitori del FLN algerino. Israele, dal canto suo, vuole smantellare il dispositivo militare egiziano e ottenere la libertà di navigazione.
A Sèvres, nei pressi di Parigi, francesi, britannici e israeliani mettono quindi a punto segretamente un piano: Israele attaccherà l’Egitto nel Sinai; Londra e Parigi rivolgeranno poi un ultimatum alle due parti belligeranti ordinando loro di ritirarsi dal Canale; il rifiuto egiziano fornirà il pretesto che consentirà alle forze franco-britanniche di intervenire e riprendere il controllo di Suez. Dal punto di vista militare, l’operazione non è assurda. Dal punto di vista politico, appartiene già al mondo di ieri.
Il 29 ottobre Israele sferra l’attacco. I franco-britannici intervengono pochi giorni dopo. Ma Eisenhower non è stato realmente coinvolto nel piano, e Washington è furiosa.
Eisenhower: quando l’America ricorda a Londra chi comanda ormai l’Occidente
Il presidente americano si oppone all’operazione per diversi motivi. Teme che un intervento coloniale occidentale possa offrire all’Unione Sovietica un enorme vantaggio politico nel mondo arabo; rifiuta di apparire come complice di un’aggressione proprio nel momento in cui Washington condanna l’intervento sovietico in Ungheria; soprattutto, non accetta che due alleati di primo piano conducano un’operazione così importante senza il consenso degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti ricorrono quindi alla leva da cui la Gran Bretagna è diventata tragicamente dipendente: il dollaro. La sterlina subisce forti pressioni, le riserve britanniche in dollari diminuiscono rapidamente e Londra ha bisogno di un sostegno finanziario internazionale. Washington dispone della leva necessaria per subordinare tale sostegno alla cessazione dell’intervento. Il 6 novembre, Eden cede. La Gran Bretagna e la Francia cessano l’operazione, Nasser rimane al potere e Suez rimane egiziana.
Qualcosa di molto più importante di un canale è appena passato di mano: la capacità britannica di condurre un’operazione strategica di grande portata contro la volontà degli Stati Uniti è appena scomparsa agli occhi di tutti.
Suez: quando la sovranità strategica conta più della vittoria militare
È proprio per questo che Suez è così istruttivo. La coalizione franco-britannico-israeliana non è stata sconfitta sul campo di battaglia; è stata fermata dai rapporti di forza internazionali. Londra disponeva ancora di soldati, aerei, navi, commando e di un esercito in grado di condurre un’operazione complessa. Ma non disponeva più dell’autonomia monetaria, economica e diplomatica necessaria per sostenere tale operazione contro Washington.
Ecco la vera definizione della fine di un impero. Una grande potenza non smette necessariamente di essere potente; smette di essere pienamente autonoma. La frase attribuita alcuni anni dopo a Dean Acheson diventerà famosa: la Gran Bretagna aveva perso un impero senza aver ancora trovato un ruolo. Dopo Suez, ne trova progressivamente uno diventando il partner privilegiato di Washington.
Dall’Impero alla «special relationship»
Sarebbe ridicolo ridurre il rapporto anglo-americano a una semplice vassallaggio. Londra conserva una notevole capacità diplomatica, militare, finanziaria e di intelligence. La rete Five Eyes, la cooperazione nucleare, i legami tra i servizi di intelligence, l’integrazione delle forze armate e un’eccezionale vicinanza culturale rendono il rapporto del Regno Unito con Washington qualcosa di molto più complesso di una semplice dipendenza.
Ma la gerarchia è reale. Il Regno Unito sta diventando progressivamente il principale alleato europeo degli Stati Uniti, a volte al prezzo di un allineamento molto stretto alle scelte americane. Le guerre in Iraq e in Afghanistan, il ruolo di Tony Blair al fianco di George W. Bush e, più in generale, l’integrazione strategica anglo-americana alimenteranno persino la vecchia battuta secondo cui la Gran Bretagna sarebbe diventata il «51° Stato» americano. La formula è polemica e giuridicamente assurda, ma storicamente rivelatrice: nel 1815, Londra era il banchiere e l’arbitro di un’Europa uscita dalle guerre napoleoniche; nel 1945, Washington diventa il banchiere e l’arbitro del mondo occidentale; nel 1956, l’America può costringere Londra a porre fine a una guerra. Il passaggio di testimone è ormai quasi completato.
La Gran Bretagna in Europa: partner o cavallo di Troia degli Stati Uniti?
Questo rapporto particolare spiega anche in parte la diffidenza di Charles de Gaulle nei confronti dell’adesione britannica alle Comunità europee. Inizialmente la Gran Bretagna si era rifiutata di partecipare alla costruzione comunitaria, privilegiando il proprio Commonwealth, le relazioni transatlantiche e una concezione molto più flessibile del libero scambio europeo. Ma di fronte al dinamismo economico della CEE e al relativo declino britannico, Harold Macmillan finì per chiedere l’adesione.
De Gaulle pone il veto nel 1963 e poi nel 1967. Uno dei suoi timori è proprio che l’ingresso del Regno Unito rafforzi eccessivamente l’influenza americana all’interno dell’Europa comunitaria. L’espressione «cavallo di Troia americano» è quindi storicamente difendibile se presentata come una lettura de Gaullista della posizione britannica e non come una descrizione esaustiva dell’intera politica di Londra.
La Gran Bretagna finì per entrare nella CEE nel 1973, ma mantenne sempre un rapporto particolare con il progetto europeo. Sosteneva con forza il mercato unico pur rimanendo molto più diffidente nei confronti della costruzione di un’Europa politica federale; difendeva l’allargamento, la concorrenza, il libero scambio e un’architettura largamente intergovernativa, rifiutava l’euro e rimaneva fuori da Schengen. Un’Europa aperta, allargata ed economicamente integrata si adatta perfettamente alla tradizione britannica; un’Europa politicamente centralizzata, dotata eventualmente di una politica estera e di una difesa autonome in grado di emarginare le relazioni transatlantiche, le si addice molto meno. Non si tratta di affermare che tutti i governi britannici abbiano consapevolmente perseguito la stessa strategia plurisecolare, ma la continuità geopolitica è sorprendente: Londra vuole partecipare all’equilibrio europeo senza lasciarsi assorbire da una potenza continentale o sovranazionale.
Thatcher: un nuovo piccolo sussulto?
Alla fine degli anni ’70, tuttavia, la Gran Bretagna attraversava una profonda crisi. La scarsa crescita, l’inflazione, i conflitti sociali, il declino di interi settori industriali e l’umiliazione derivante dal ricorso al FMI nel 1976 alimentavano l’immagine del «malato d’Europa». Margaret Thatcher salì al potere nel 1979 con l’ambizione dichiarata di spezzare questo circolo vizioso.
Il thatcherismo rimane profondamente controverso. Le privatizzazioni, la deregolamentazione, la riforma dei rapporti sociali, l’indebolimento del potere sindacale e la trasformazione dell’economia britannica hanno determinato una frattura duratura, i cui effetti sociali e territoriali sono ancora oggetto di dibattito. Gli storici Ben Jackson e Robert Saunders, in Making Thatcher’s Britain, così come Eric J. Evans in Thatcher and Thatcherism, sottolineano sia la portata del cambiamento sia i limiti di una lettura che presenta gli anni ’80 come un indiscutibile miracolo economico.
Ma sul piano politico e psicologico, lo slancio è innegabile. La guerra delle Falkland del 1982 ne costituisce il simbolo. Quando l’Argentina invase le isole Falkland/Malouines, Londra inviò una forza navale a quasi 13.000 chilometri dalle sue basi principali e riconquistò l’arcipelago. L’operazione dimostrò che la Royal Navy possedeva ancora una notevole capacità di intervento all’estero e ripristinò una fiducia nazionale profondamente scossa dopo Suez. La Thatcher, «La Signora di Ferro», restituì momentaneamente alla Gran Bretagna la sensazione di essere ancora in grado di agire da sola, ma lo fece già in un ordine mondiale dominato da Washington. La rinascita thatcheriana non ripristinò quindi l’Impero; ripristinò una parte della sicurezza di sé britannica.
Brexit: errore storico o ritorno a una vecchia logica britannica?
Anche il referendum del 2016 può essere reinterpretato alla luce di questa lunghissima storia. La Brexit è stata spesso presentata come l’ultimo spasmo di una potenza nostalgica del proprio Impero. Questa interpretazione contiene un fondo di verità per alcuni sostenitori della Global Britain, ma rimane insufficiente. Una parte significativa degli elettori ha votato soprattutto in merito alla sovranità, all’immigrazione, al controllo delle leggi e al rifiuto delle istituzioni europee.
Da un punto di vista economico, le valutazioni ufficiali britanniche rimangono severe. L’Office for Budget Responsibility continua a stimare che le nuove barriere commerciali con l’Unione ridurranno a lungo termine la produttività britannica di circa il 4% rispetto a quanto sarebbe stato se il Paese fosse rimasto nell’UE. Sarebbe quindi difficile sostenere che la Brexit abbia già rappresentato un successo economico indiscutibile. Ma ridurla a una catastrofe assoluta sarebbe altrettanto semplicistico: il Regno Unito conserva un’economia di primo piano, Londra rimane uno dei principali centri finanziari mondiali e il Paese ha riacquistato un’autonomia normativa e commerciale che riteneva politicamente essenziale.
La vera portata della Brexit è quindi forse meno economica che politica. La Gran Bretagna ha ritrovato qualcosa che si adatta perfettamente alla sua tradizione storica: una maggiore libertà di manovra. Ciò non garantisce affatto che saprà sfruttarla al meglio.
Il vecchio pregiudizio anti-russo non è mai scomparso del tutto
La guerra in Ucraina ha riportato Londra in uno dei suoi ruoli storici più antichi: quello di potenza marittima europea particolarmente diffidente nei confronti della Russia continentale. Il sostegno britannico a Kiev è tra i più decisi del campo occidentale. Questo atteggiamento trova ovviamente le sue spiegazioni contemporanee nella guerra scatenata dall’invasione russa del 2022 e negli impegni britannici in materia di sicurezza, ma possiede anche una notevole profondità storica. Dal «Grande Gioco» del XIX secolo alla guerra di Crimea, dal contenimento sovietico all’attuale confronto, Londra ha spesso considerato l’espansione russa verso ovest o verso i mari come una minaccia per l’equilibrio continentale.
Il pensiero di Mackinder non è mai molto lontano. Per la Gran Bretagna, e poi per gli Stati Uniti, la questione fondamentale rimane quella dell’equilibrio della massa eurasiatica. Ovviamente non bisogna trasformare questa continuità strutturale nell’unica causa della guerra attuale: l’Ucraina agisce secondo i propri interessi, gli Stati dell’Europa orientale hanno la loro storia e i propri timori nei confronti della Russia, mentre l’invasione del 2022 rimane una decisione sovrana di Mosca. Ma credere che la diffidenza strategica britannica nei confronti della Russia sia nata nel febbraio 2022 denota una singolare amnesia storica. La geografia ha una memoria più lunga dei governi.
Il paradosso britannico contemporaneo: sempre nucleare, sempre globale… ma con quali mezzi?
Il Regno Unito rimane indiscutibilmente una potenza di primo piano. Dispone di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza, di armi nucleari, di servizi di intelligence di prim’ordine, di università prestigiose, della City, di una diplomazia attiva e di un’influenza culturale a livello mondiale. Le sue forze speciali godono di una reputazione internazionale e la sua integrazione con gli Stati Uniti gli garantisce l’accesso a un sistema di intelligence e difesa unico in Europa.
Ma il divario tra le ambizioni dichiarate e alcune risorse militari sta diventando preoccupante, e in nessun altro ambito questo paradosso è più evidente che nella Royal Navy. La flotta che un tempo proteggeva un impero su cui il sole non tramontava mai sta attraversando una difficile fase di transizione tra le Type 23 ormai obsolete e le nuove fregate Type 26 e Type 31. Il governo prevede a lungo termine otto Type 26 e cinque Type 31, oltre ai sei cacciatorpediniere Type 45, per un totale di diciannove fregate e cacciatorpediniere negli anni 2030. Ma il periodo di transizione è particolarmente delicato: nel luglio 2026, una commissione parlamentare ha interrogato direttamente il Ministero della Difesa sul numero di fregate effettivamente disponibili nel 2030 e sulla capacità di portare avanti contemporaneamente diversi nuovi programmi navali.
Il dato storico rimane impressionante: la Royal Navy disponeva ancora di 23 fregate e cacciatorpediniere nel 2010 contro le 17 del 2024, con un calo del 26%, prima di ulteriori ritiri dal servizio legati all’attuale programma di rinnovamento. Il governo sostiene che questa riduzione debba essere compensata da navi più efficienti, dall’integrazione di sistemi autonomi e dal concetto di «Hybrid Navy», che prevede in particolare nuove navi e piattaforme senza equipaggio. Sarebbe quindi eccessivo affermare che la Royal Navy sia diventata irrilevante: le sue due portaerei, i suoi sottomarini nucleari, le Type 45, la sua capacità di deterrenza e le future Type 26 le garantiscono una capacità rara in Europa. Ma la massa rimane un dato strategico che nessuna sofisticazione tecnologica può abolire completamente. Una singola nave non può proteggere contemporaneamente l’Atlantico settentrionale, scortare un gruppo aeronavale, pattugliare il Mediterraneo, mantenere una presenza nel Golfo e issare la bandiera nell’Indo-Pacifico.
La differenza rispetto al XIX secolo è quindi vertiginosa. All’epoca di Nelson e poi di Vittoria, la Royal Navy era lo strumento che consentiva a Londra di determinare autonomamente l’equilibrio marittimo mondiale. Nel 2026, essa rimane una marina di prim’ordine, ma la cui piena efficacia strategica si basa in misura molto maggiore sulla NATO, sull’interoperabilità alleata e sull’architettura militare statunitense. Lo stesso ministero britannico rifiuta di rendere noti i dettagli relativi alla disponibilità immediata di ciascuna nave per ragioni di sicurezza operativa, pur assicurando che la flotta mantenga un elevato livello di prontezza operativa. La constatazione più significativa non è quindi quella della scomparsa della Royal Navy, ma quella di un divario crescente tra il ricordo di una marina egemonica, le ambizioni globali ancora manifestate da Londra e le risorse che ora impongono compromessi molto più severi.
Immigrazione, multiculturalismo e interrogativi sulla coesione nazionale
A questa relativa contrazione della potenza esterna si aggiunge una trasformazione interna che alimenta un dibattito politico estremamente acceso. Il Regno Unito ha registrato da diversi decenni un’immigrazione significativa e, anche se l’espressione «sovraccarico migratorio» appartiene più al vocabolario politico che al linguaggio statistico, la portata della trasformazione demografica è innegabile. Gli ultimi dati mostrano tuttavia un’inversione di tendenza molto netta: dopo un picco di migrazione netta rivisto a circa 944.000 persone nell’anno conclusosi a marzo 2023, questa è scesa a circa 171.000 per l’anno 2025, secondo le stime provvisorie dell’Office for National Statistics.
Ciò non significa ovviamente che le conseguenze politiche e sociali dei flussi molto elevati degli anni precedenti scompaiano dall’oggi al domani. La società britannica ha subito una profonda trasformazione, soprattutto nelle grandi metropoli. Il censimento del 2021 mostrava già che meno della metà della popolazione dell’Inghilterra e del Galles si dichiarava cristiana e che circa il 6,5% si dichiarava musulmana, con percentuali nettamente superiori in alcune grandi città. Questi sviluppi non dimostrano di per sé né un’incompatibilità tra le comunità né un percorso inevitabile verso lo scontro. Sollevano invece una questione classica per tutte le grandi potenze che attraversano rapidi mutamenti demografici: quella della capacità dello Stato di mantenere una cultura civica, regole comuni e un senso di appartenenza sufficientemente forte da impedire che la diversità si trasformi in frammentazione.
Per una potenza imperiale che un tempo governava immense popolazioni al di fuori dei propri confini, l’ironia storica è sorprendente: le questioni relative alla pluralità culturale e religiosa, che per lungo tempo hanno riguardato l’Impero, sono ormai diventate questioni interne. La vera sfida non è quindi la diversità in sé, ma la coesione politica. Uno Stato può assorbire trasformazioni demografiche considerevoli se possiede una forte identità civica, un sistema scolastico in grado di trasmettere un patrimonio comune, un’economia che favorisca l’integrazione e un’autorità pubblica riconosciuta. La difficoltà emerge quando lo stesso centro dubita di ciò che desidera trasmettere e quando le diverse componenti della popolazione non condividono più a sufficienza la stessa visione del destino nazionale. È qui che la questione migratoria si ricollega alla nostra riflessione sulla fine dell’Impero: le grandi potenze non declinano solo quando le loro navi invecchiano o le loro finanze si deteriorano, ma anche quando la loro società smette di sapere esattamente ciò che desidera preservare.
Farage: un nuovo «risveglio» britannico o solo il sintomo di una crisi?
È in questo contesto che va inquadrata l’ascesa di Nigel Farage e di Reform UK. Farage è già una delle figure più influenti della politica britannica contemporanea, pur non avendo mai ricoperto cariche di potere a livello nazionale. Il suo ruolo nella battaglia sulla Brexit è stato considerevole e l’avanzata di Reform riflette una profonda rottura con il vecchio bipartitismo britannico. Questa riorganizzazione politica è tanto più interessante in quanto avviene mentre il Regno Unito è guidato, dal 20 luglio 2026, da Andy Burnham, il cui governo deve affrontare contemporaneamente i vincoli di bilancio, le ambizioni in materia di difesa, la questione migratoria e le persistenti difficoltà dei servizi pubblici.
Sarebbe prematuro trasformare Farage in un nuovo Churchill o addirittura in una nuova Thatcher. La storia non si ripete mai meccanicamente e il carisma elettorale non basta a forgiare uno statista. Ma la sua ascesa solleva una questione interessante nel quadro del concetto di «sussulto di fine impero»: perché una parte significativa dell’elettorato britannico cerca nuovamente una rottura con i consensi politici accumulati nel corso di diversi decenni? Churchill doveva impedire la scomparsa politica del suo Paese; la Thatcher voleva ripristinare un’economia, un’autorità e una fiducia nazionale profondamente erose; Farage, Burnham o qualsiasi altro leader che oggi pretenda di riorientare il Regno Unito deve risolvere un’equazione diversa ma ardua, quella di un paese che vuole contemporaneamente rimanere una potenza nucleare e mondiale, mantenere un rapporto privilegiato con Washington, svolgere un ruolo militare di primo piano in Europa, modernizzare forze armate costose, finanziare uno Stato sociale sviluppato, controllare maggiormente i propri confini e ritrovare una crescita economica sufficiente. La questione non è quindi chi sarà il prossimo «salvatore», ma se le risorse materiali e la volontà politica consentiranno ancora una vera e propria ripresa.
Il «salto di Churchill» e i limiti dell’uomo provvidenziale
Negli editoriali in cui Roland Lombardi sviluppa il suo concetto di «sussulto di fine Impero», Churchill occupa proprio un posto particolare. Giustiniano aveva tentato di ricostruire territorialmente Roma; Napoleone aveva restituito alla Francia una spettacolare preponderanza continentale dopo la rottura rivoluzionaria; Churchill, dal canto suo, salva la potenza britannica da un’immediata scomparsa politica, ma non riesce a impedire il suo declino strutturale. Ottiene quindi il risultato essenziale — la sopravvivenza nazionale, la vittoria nella guerra, il posto tra i vincitori — ma non riesce a invertire la tendenza di fondo del sistema internazionale.
È proprio questo che distingue il grande uomo dal mago. Uno statista eccezionale può comprendere prima degli altri i rapporti di forza, sfruttarne i margini, ritardare un declino, trasformare una sconfitta annunciata in una vittoria politica e talvolta dare al proprio Paese il tempo necessario per reinventarsi; non può però abolire in modo duraturo le realtà demografiche, industriali e finanziarie. Churchill poteva mobilitare l’Impero, ma non trasformare la Gran Bretagna nella prima potenza industriale mondiale di fronte agli Stati Uniti. Poteva convincere Roosevelt, ma non impedire a Washington di diventare il centro del sistema occidentale. Poteva vincere la guerra senza riuscire a riportare in vita il mondo dell’epoca vittoriana. È proprio questo il «sussulto»: non l’abolizione del declino, ma il momento in cui la volontà politica riesce ancora a imporre una deviazione temporanea a una tendenza storica ormai sfavorevole.
Da Waterloo a Suez: la fine di un’egemonia, non la scomparsa di una potenza
Tra Waterloo nel 1815 e Suez nel 1956 trascorrono centoquarantuno anni. Durante questo periodo, la Gran Bretagna vive uno dei periodi di potere più straordinari di tutta la storia moderna. Controlla le principali rotte marittime, costruisce il più vasto impero territoriale mai costituito, domina a lungo il sistema finanziario, avvia la prima rivoluzione industriale, impone la propria lingua su diversi continenti e organizza una parte considerevole del commercio mondiale. Nelson ne aveva garantito il dominio marittimo, Wellington aveva contribuito a eliminare il rivale napoleonico, Vittoria ne incarnò l’apogeo, mentre Castlereagh, Palmerston, Disraeli, Salisbury e tanti altri amministrarono con notevole pragmatismo l’equilibrio europeo e imperiale.
Il suo declino, tuttavia, non ha inizio quando perde una battaglia decisiva. Inizia quando deve destinare una quota crescente delle proprie risorse al mantenimento di un sistema mondiale che non è più in grado di finanziare da sola. La Germania la supera in diversi settori industriali già prima del 1914, gli Stati Uniti diventano la prima economia mondiale, la Grande Guerra trasforma progressivamente Londra da creditrice a debitrice, la Seconda guerra mondiale completa l’esaurimento finanziario, l’India ottiene l’indipendenza e Suez rivela finalmente pubblicamente la nuova gerarchia occidentale. Nel 1956, Anthony Eden ragiona ancora come se Palmerston potesse dettare le condizioni britanniche in Medio Oriente; Eisenhower gli ricorda che il centro del sistema finanziario e strategico si trova ormai a Washington.
Ecco perché Suez rappresenta, più che una sconfitta militare, la vera Waterloo geopolitica dell’Impero britannico. I soldati britannici non sono stati schiacciati, la Royal Navy non è stata distrutta e Londra conserva persino l’arma nucleare. Ma la sua sovranità strategica si scontra ormai con un limite esterno che non può superare: l’opposizione americana. Una potenza imperiale aveva potuto a lungo scegliere da sola le proprie guerre; una grande potenza alleata deve ora fare i conti con l’egemone.
Il successo paradossale del declino britannico
Sarebbe tuttavia errato concludere questa storia con l’immagine semplicistica di una Gran Bretagna ormai insignificante. È proprio qui, probabilmente, che il caso britannico si distingue più profondamente dalle altre fine dell’Impero analizzate in questo dossier. Roma si è disgregata in Occidente; Bisanzio fu infine conquistata; la Spagna degli Asburgo perse progressivamente la sua centralità europea; la Francia napoleonica crollò militarmente; la Germania fu distrutta e occupata nel 1945. La Gran Bretagna, invece, riuscì in qualcosa di molto più sottile: trasformare la perdita della propria egemonia nel mantenimento duraturo del proprio rango tra le grandi potenze.
La monarchia costituzionale svolge probabilmente in questo contesto un ruolo sottovalutato. Poiché la continuità dello Stato e della nazione non era identificata con il possesso personale di un impero da parte di un sovrano assoluto, Londra poté abbandonare progressivamente la maggior parte dei propri possedimenti senza che la scomparsa dell’Impero comportasse quella del regime. La Corona rimase, il Parlamento rimase, la City rimase, le istituzioni rimasero e la diplomazia britannica trasformò progressivamente il Commonwealth, il rapporto speciale con Washington, la NATO, la deterrenza nucleare e il seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza in strumenti di una nuova potenza post-imperiale. La decolonizzazione britannica fu certamente molto meno pacifica di quanto a volte suggerisca la memoria nazionale — dalla Malesia al Kenya, da Cipro ad Aden — ma non sfociò né nella distruzione dello Stato britannico né in una rivoluzione interna.
Il Regno Unito ha così perso la propria egemonia senza però rinunciare completamente alla propria capacità di influenza. È diventato il partner privilegiato di una potenza superiore, anziché tentare all’infinito di mantenere da solo un dominio ormai materialmente impossibile. La definizione di «51° Stato americano» è esagerata proprio perché Londra conserva i propri interessi, la propria diplomazia, i propri servizi, la propria capacità di dissuasione e una notevole capacità di influenzare Washington; contiene tuttavia una parte di verità quando descrive l’asimmetria fondamentale del rapporto. Gli Stati Uniti forniscono ormai la maggior parte della massa militare, tecnologica e finanziaria del sistema anglosassone, mentre il Regno Unito apporta competenze diplomatiche, militari e di intelligence sproporzionate rispetto alle sue dimensioni. Non si tratta più di un’alleanza tra pari, ma di un adattamento particolarmente riuscito al declassamento.
Dall’Impero britannico all’America: la vera lezione di Suez
È proprio qui, in definitiva, che il caso britannico si ricollega direttamente al vero oggetto del nostro dossier: l’attuale declino dell’egemonia americana e, più in generale, l’erosione di cinque secoli di preponderanza occidentale. Il futuro degli Stati Uniti assomiglierà forse meno alla caduta di Roma o al crollo dell’Unione Sovietica che al lungo declino britannico. Un’America meno egemonica non sarebbe affatto un’America debole. Potrebbe rimanere per diverse generazioni una delle principali potenze mondiali, conservare l’arma nucleare, il dollaro, un vantaggio tecnologico in numerosi settori, università eccezionali, un gigantesco mercato interno, forze armate di livello mondiale e una rete di alleanze senza pari, pur cessando progressivamente di essere in grado di imporre da sola le regole del sistema internazionale.
La difficoltà principale sarebbe quindi meno di natura materiale che psicologica e politica: accettare il passaggio dall’egemonia al potere relativo prima che una crisi lo imponga brutalmente. La Gran Bretagna impiegò diversi decenni per comprendere che le vittorie del 1918 e del 1945 nascondevano un trasferimento di potere verso gli Stati Uniti. Suez le fornì in pochi giorni la dimostrazione di ciò che i bilanci economici e i rapporti di forza avevano già stabilito da tempo. Washington potrebbe un giorno trovarsi ad affrontare una prova simile, non necessariamente sotto forma di una sconfitta militare, ma in occasione di una crisi in cui scoprirà che le sue sanzioni non sono più sufficientemente vincolanti, che i suoi alleati non la seguono più automaticamente, che la sua moneta non basta più a imporre una decisione o che il costo di un intervento supera il beneficio strategico atteso.
È proprio qui che il percorso della Gran Bretagna offre forse la lezione più utile. Il declino di un impero non condanna necessariamente la nazione che lo ha sostenuto. È tuttavia necessario che essa distingua con sufficiente anticipo il potere reale dal ricordo del potere. Nelson, Wellington, Vittoria, Palmerston e Churchill appartengono a momenti diversi di una stessa straordinaria storia nazionale, ma nessun governo britannico contemporaneo potrebbe ragionevolmente governare come se la Royal Navy controllasse ancora da sola gli oceani e come se la City finanziasse ancora il mondo intero. La grandezza politica consiste quindi meno nel coltivare la nostalgia che nell’adattare le ambizioni ai mezzi, nel preservare ciò che può essere preservato e nello scegliere gli impegni essenziali piuttosto che disperdere risorse ormai sempre più scarse.
È proprio questo che Anthony Eden non capì nel 1956. Possedeva ancora le navi, i paracadutisti e gli aerei necessari per attaccare l’Egitto; non possedeva più però il sistema finanziario, diplomatico e strategico che gli avrebbe permesso di portare avanti quella guerra contro la volontà di Washington. Suez fu quindi non tanto il momento in cui l’Impero britannico morì, quanto quello in cui gli inglesi scoprirono che era già morto. La Gran Bretagna ebbe poi l’intelligenza di non morire con esso.
Forse è proprio questa la differenza tra la fine di un impero e la fine di una civiltà.
Ed è proprio per questo che, in un momento in cui la Cina sta acquisendo sempre più potere, la Russia mette in discussione l’ordine europeo, le potenze del Sud del mondo affermano con maggiore forza la propria autonomia e gli stessi Stati Uniti si interrogano sul costo della loro leadership mondiale, il precedente britannico merita di essere studiato a Washington con la stessa attenzione riservata a quello di Roma.
Perché la vera questione non è mai solo quella di sapere quando finisce un’egemonia.
Si tratta di capire cosa potrà ancora diventare, dopo di lei, il potere che la governava.
Prossimamente: STORIA – DOSSIER «LA FINE DI UN IMPERO» (7/8) – 1991: come una superpotenza può scomparire senza perdere una guerra mondiale.
Riferimenti storiografici
Per approfondire questa storia, le opere di Paul Kennedy, in particolare The Rise and Fall of British Naval Mastery e The Rise and Fall of the Great Powers, rimangono fondamentali per comprendere l’interazione tra potenza economica, impegni strategici e dominio marittimo. Keith Kyle, in Suez, rimane un punto di riferimento fondamentale sulla crisi del 1956, mentre G. C. Peden ha profondamente sfumato l’idea di un crollo provocato da Suez, dimostrando che la dipendenza britannica da Washington era già strutturale prima della crisi. John Darwin, con The Empire Project e Unfinished Empire, permette di ricollocare la fine dell’Impero nella lunga storia del sistema britannico; David Reynolds, in particolare nei suoi lavori su Churchill e sulle relazioni anglo-americane, fa luce sull’evoluzione dei rapporti di forza transatlantici; Correlli Barnett, in The Audit of War, ha proposto una lettura particolarmente severa delle debolezze economiche britanniche; Andrew Gamble, in Britain in Decline, ha riportato il declino al centro della riflessione politica britannica contemporanea. I lavori di Niall Ferguson, in particolare Empire, così come quelli di P. J. Cain e A. G. Hopkins sul gentlemanly capitalism, consentono di comprendere che l’Impero britannico fu tanto un sistema finanziario, marittimo e commerciale quanto una costruzione territoriale. Infine, Mackinder rimane una figura imprescindibile: il suo articolo del 1904, The Geographical Pivot of History, e Democratic Ideals and Reality, pubblicato nel 1919, restano due testi fondamentali per qualsiasi riflessione geopolitica sulla tensione tra le potenze marittime e il continente eurasiatico.
Per quanto riguarda gli “ultimi sussulti dell’Impero” e la loro attualità, si può fare riferimento anche agli editoriali di Roland Lombardi dedicati alla fine dei cicli e al possibile ultimo sussulto occidentale, in cui Giustiniano, Napoleone, Churchill e, in un contesto contemporaneo ovviamente molto diverso, Donald Trump vengono citati come esempi di quei momenti in cui una personalità politica cerca di invertire o ritardare una dinamica di declino già avviata.


































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