Italia e il mondo

Xi a Nuova Delhi, di Fred Gao – Riunione del 18° vertice BRICS nel formato BRICS Outreach/Plus, Putin

Xi a Nuova Delhi

Reciprocità commerciale, un approccio “a due binari” alla questione dei confini e il ruolo dell’intelligenza artificiale nella visione cinese per la cooperazione BRICS.

Fred Gao13 settembre
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Alcune delle mie opinioni:

Commercio

Questo è un punto che trovo particolarmente interessante. Xi ha chiesto:

Affrontare in modo equilibrato le reciproche preoccupazioni economiche e commerciali e promuovere lo sviluppo sano e stabile delle relazioni economiche e commerciali bilaterali.

“In modo equilibrato” è una scelta di parole che, a mio avviso, merita una riflessione. Non si tratta solo di un segnale di cooperazione, ma anche di un appello alla reciprocità. La interpreto come una reazione di Pechino a una visione unilaterale del miglioramento dei legami economici, inteso principalmente come una questione di soddisfare le richieste dell’India. La Cina si aspetta inoltre che l’India risponda alle sue preoccupazioni, oltre a quelle relative al contesto imprenditoriale per le aziende cinesi che operano in India. Implicitamente, segnala anche che Pechino ritiene che le proprie preoccupazioni economiche e commerciali non abbiano ancora ricevuto una risposta adeguata.

Problema di confine: l’approccio “a due binari” entra nella comunicazione a livello dirigenziale

La formulazione era già emersa in un incontro tra Wang Yi e il Rappresentante Speciale dell’India sulla questione dei confini, Ajit Doval . Cina e India hanno da tempo posizioni divergenti su come gestire la questione dei confini in relazione al più ampio rapporto bilaterale. Pechino sostiene che la questione dei confini debba essere inquadrata nel contesto più ampio dei legami bilaterali, mentre Nuova Delhi attribuisce maggiore importanza alla stabilità lungo il confine come prerequisito per il miglioramento delle relazioni. Questo tipo di tensione ha complicato il miglioramento dei legami bilaterali e ha reso la questione dei confini un ostacolo alle relazioni.

Il comunicato stampa cinese questa volta richiede:

Promuovere le relazioni bilaterali e la questione dei confini in parallelo, consentendo ai due percorsi di rafforzarsi a vicenda.

Questo rappresenta un passo avanti rispetto al linguaggio utilizzato nel resoconto cinese dell’incontro del 31 agosto 2025 a Tianjin, in cui si affermava che la questione dei confini non avrebbe dovuto definire le relazioni complessive tra Cina e India. Almeno dal punto di vista di Pechino, la questione dei confini si è spostata da un ostacolo al miglioramento dei legami a un’area in cui è possibile compiere progressi, supportati da un miglioramento delle relazioni. Tuttavia, rimango relativamente cauto riguardo agli sviluppi futuri.

Garanzie politiche?

Nella lettura cinese

Le politiche e le posizioni dell’India su Taiwan e sulle questioni relative al popolo Xizang rimangono invariate, e l’India non permette ad alcuna forza di condurre attività anti-cinesi sul suo territorio.

Non è la prima volta che l’India rilascia una dichiarazione del genere, quindi si tratta più di una riaffermazione di garanzie già esistenti che di un nuovo impegno. Ciononostante, ribadire queste posizioni può contribuire ad attenuare le preoccupazioni politiche, quindi ritengo che sia comunque un segnale relativamente positivo.

Un ulteriore punto sul discorso di Xi:

Tra le quattro proposte, lo sviluppo guidato dall’innovazione è al primo posto, seguito da pace, comunicazione tra civiltà e governance globale. Il discorso considera l’IA come uno strumento per modernizzare le industrie dei paesi membri. Interpretata insieme all’opposizione di questa sezione al “disaccoppiamento e alla recisione delle catene di approvvigionamento” e ai “piccoli cortili con alte recinzioni”, la cooperazione in materia di IA può essere compresa come un mezzo per favorire sia lo sviluppo sia la capacità dei membri di resistere alle restrizioni tecnologiche esterne.

Nel suo intervento alla seconda sessione, Xi ha nuovamente posto l'”Iniziativa per l’IA open-source e inclusiva” al primo posto tra le sue cinque proposte, a dimostrazione di quanto la leadership cinese stia puntando a massimizzare l’utilizzo dell’IA.

Ma l’intelligenza artificiale è solo il punto più ovvio. Ciò che a mio avviso merita maggiore attenzione sono gli appelli a “sviluppare un sistema di standard e specifiche” nell’ambito della quarta iniziativa, sulla cooperazione nella produzione intelligente, e al “riconoscimento reciproco degli standard di competenza” nell’ambito della quinta, sullo sviluppo di talenti scientifici e tecnologici. Il primo riguarda l’allineamento degli standard tra i sistemi di produzione; il secondo il riconoscimento delle competenze ingegneristiche. Entrambi sono imprescindibili per il trasferimento transfrontaliero della capacità produttiva. In un certo senso, queste proposte segnalano anche la volontà della Cina di contribuire alla creazione di capacità produttive in altri paesi BRICS, estendendo potenzialmente questo processo ad altre economie in via di sviluppo. Ma l’industrializzazione non è priva di prerequisiti; la realizzazione di tale ambizione dipenderà in larga misura dalla capacità dei paesi partecipanti di assorbire tali competenze. La volontà è solo il requisito più elementare; più importanti sono le infrastrutture e la capacità del governo di mantenere una politica coerente.

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Di seguito la trascrizione del resoconto cinese dell’incontro tra Xi e Modi. Per completezza, ho incluso anche il resoconto del Ministero degli Affari Esteri indiano. E anche il discorso di Xi, che ho tradotto con l’aiuto dell’intelligenza artificiale:

Xi Jinping incontra il Primo Ministro indiano Narendra Modi
Nel pomeriggio del 12 settembre 2026, ora locale, il presidente Xi Jinping ha incontrato il primo ministro indiano Narendra Modi a Nuova Delhi, in India, a margine del 18° vertice BRICS. I due leader hanno avuto un franco e approfondito scambio di opinioni e hanno raggiunto un importante consenso sulla necessità che Cina e India siano partner.

Xi Jinping ha osservato che la Cina ha sempre considerato e sviluppato le relazioni sino-indiane da una prospettiva strategica e di lungo termine. “Negli ultimi due anni, il Primo Ministro Modi ed io ci siamo incontrati due volte, guidando le relazioni sino-indiane da un nuovo inizio a un livello superiore. Gli scambi istituzionali tra i due Paesi sono gradualmente ripresi, l’elenco delle aree di cooperazione ha continuato a crescere e il commercio bilaterale ha raggiunto un nuovo record. Questi progressi, faticosamente conquistati, vanno custoditi”. Cina e India hanno circostanze nazionali diverse, ma sono pienamente in grado di attingere ai rispettivi punti di forza, sostenersi a vicenda, aiutarsi a vicenda ad avere successo e perseguire uno sviluppo comune. In un contesto internazionale caratterizzato da turbolenze e trasformazioni interconnesse, Cina e India, in quanto i due Paesi più popolosi al mondo e membri importanti del Sud globale, si assumono significative responsabilità. Entrambe le parti dovrebbero tenere a mente il futuro dell’umanità e il benessere dei propri popoli, collaborare per promuovere una cooperazione di alta qualità all’interno del gruppo BRICS allargato e contribuire con maggiore slancio positivo alla pace, alla stabilità, allo sviluppo e alla prosperità mondiali.

Xi Jinping ha delineato quattro punti per garantire uno sviluppo stabile e duraturo delle relazioni tra Cina e India.

Innanzitutto, è necessario tracciare la giusta rotta attraverso una comprensione strategica obiettiva e razionale. Cina e India sono partner di cooperazione, non rivali, e rappresentano reciproche opportunità di sviluppo, non minacce. Questa valutazione strategica si basa sulle fasi di sviluppo dei due Paesi e sul contesto internazionale, e serve gli interessi comuni di entrambi i Paesi e dei loro popoli.

In secondo luogo, dovrebbero aiutarsi reciprocamente a raggiungere il successo attraverso un impegno per una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Entrambe le parti dovrebbero concentrarsi sullo sviluppo – il loro più ampio terreno comune – e rafforzare gli scambi amichevoli e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Dovrebbero ampliare la cooperazione negli scambi tra persone, nei voli diretti e in altri settori per rafforzare efficacemente il sostegno pubblico alle relazioni bilaterali. Dovrebbero affrontare le reciproche preoccupazioni economiche e commerciali in modo equilibrato e promuovere uno sviluppo sano e stabile delle relazioni economiche e commerciali bilaterali.

In terzo luogo, superare gli ostacoli attraverso la saggezza politica del rispetto e della comprensione reciproci. Entrambe le parti dovrebbero lavorare per promuovere le relazioni bilaterali e la questione dei confini in parallelo, in modo che i due percorsi si rafforzino a vicenda, mantenendo al contempo la pace e la tranquillità nelle zone di confine.

In quarto luogo, contribuire al benessere del mondo attraverso una cooperazione multilaterale aperta e inclusiva. Entrambe le parti dovrebbero sostenere le rispettive presidenze dei BRICS, rafforzare il coordinamento all’interno dei quadri multilaterali, tra cui le Nazioni Unite, l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai e il G20, collaborare per affrontare le sfide globali e sostenere inequivocabilmente l’equità e la giustizia internazionali.

Modi ha affermato che lui e il presidente Xi Jinping hanno avuto numerosi incontri proficui, orientando le relazioni indo-cinesi in una direzione positiva, che serve gli interessi comuni degli oltre 2,8 miliardi di abitanti dei due Paesi. Le due grandi civiltà di India e Cina si sono scambiate idee, hanno imparato l’una dall’altra e hanno progredito insieme per millenni. L’India ha sempre considerato le relazioni indo-cinesi da una prospettiva strategica e di lungo termine ed è disposta a essere un partner della Cina piuttosto che un rivale, vedendo lo sviluppo reciproco come un’opportunità piuttosto che una sfida.

L’India persegue una politica estera indipendente e lo sviluppo delle sue relazioni con la Cina non è soggetto a influenze esterne. Le politiche e le posizioni dell’India su Taiwan e sulle questioni relative al popolo Xizang rimangono invariate e l’India non permette ad alcuna forza di svolgere attività anti-cinesi sul suo territorio.

L’India è disposta, sulla base del rispetto e della fiducia reciproci, a mantenere scambi ad alto livello con la Cina, a rafforzare la comunicazione strategica, a promuovere una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, ad approfondire gli scambi tra i popoli e a far progredire ulteriormente le relazioni bilaterali. Entrambe le parti dovrebbero collaborare per mantenere la pace e la tranquillità nelle zone di confine.

L’India ringrazia la Cina per il sostegno offerto nell’organizzazione del Vertice BRICS e appoggerà pienamente la presidenza cinese del BRICS il prossimo anno. L’India è disposta a coordinarsi e cooperare strettamente con la Cina per rafforzare la cooperazione tra i paesi del Sud del mondo, promuovere un mondo multipolare e la crescita economica, e fungere da forza di stabilità e progresso in un mondo turbolento.

Cai Qi, Wang Yi e altri funzionari hanno partecipato all’incontro.

Incontro bilaterale tra il Primo Ministro e il Presidente cinese Xi Jinping (12 settembre 2026)

Il Primo Ministro Shri Narendra Modi ha incontrato Sua Eccellenza il Signor Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, il 12 settembre 2026, a margine del Vertice BRICS a Nuova Delhi.

2. I due leader hanno accolto con favore i costanti progressi nelle relazioni bilaterali tra India e Cina dall’ultimo incontro tenutosi a Tianjin nell’agosto del 2025. Hanno ribadito che entrambi i Paesi dovrebbero adottare una prospettiva strategica e a lungo termine nei confronti dei loro rapporti. Le divergenze non devono trasformarsi in controversie. Il Primo Ministro ha sottolineato che entrambe le parti devono essere guidate da tre principi fondamentali: rispetto reciproco, sensibilità reciproca e interesse reciproco.

3. Il Primo Ministro ha sottolineato che la pace e la tranquillità nelle zone di confine rimangono un presupposto essenziale per il continuo sviluppo delle relazioni bilaterali. Ha ribadito la necessità che entrambe le parti rispettino gli accordi e le intese esistenti sulle questioni relative ai confini. I due leader hanno espresso l’impegno a una risoluzione equa, ragionevole e reciprocamente accettabile della questione dei confini, tenendo conto della prospettiva politica delle loro relazioni bilaterali complessive e degli interessi a lungo termine dei due popoli.

4. I due leader hanno preso atto dei progressi compiuti nei rapporti tra i popoli e hanno sottolineato la necessità di promuovere ulteriormente gli scambi culturali, i legami commerciali e una maggiore mobilità tra i due paesi. Per quanto riguarda le relazioni economiche e commerciali, hanno evidenziato la necessità di affrontare le reciproche preoccupazioni, tra cui gli squilibri commerciali strutturali e le problematiche relative alla catena di approvvigionamento, nonché di agevolare un accesso al mercato significativo e prevedibile.

5. I due leader hanno convenuto che entrambe le parti devono continuare ad ampliare il terreno comune sulle questioni regionali e globali e nell’affrontare le sfide.

6. Il Primo Ministro ha espresso apprezzamento per il sostegno della Cina alla presidenza indiana dei BRICS e per il suo contributo al successo del Vertice BRICS 2026.

Nuova Delhi
12 settembre 2026

Assumersi le responsabilità del nostro tempo e prendere l’iniziativa
—Discorso tenuto in occasione della prima sessione del 18° vertice BRICS

Sua Eccellenza il Primo Ministro Modi,
Colleghi,

È un piacere riunirmi con voi a Nuova Delhi. Ringrazio il Primo Ministro Modi e il governo indiano per l’attenta organizzazione.

Quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della cooperazione BRICS. Negli ultimi due decenni, il meccanismo di cooperazione BRICS ha continuato a crescere in forza e portata, dimostrando una solida vitalità e diventando la piattaforma più influente al mondo per la cooperazione tra mercati emergenti e paesi in via di sviluppo.

Questi sono stati 20 anni di impegno per una maggiore autosufficienza e forza. In quanto forza trainante del Sud del mondo, i paesi BRICS hanno difeso la propria indipendenza e esplorato attivamente percorsi di sviluppo adatti alle loro condizioni nazionali, offrendo un esempio per i mercati emergenti e i paesi in via di sviluppo che cercano di rafforzarsi attraverso la solidarietà.

Sono stati 20 anni di collaborazione e di superamento delle avversità. Senza lasciarci scoraggiare dalle difficoltà, i Paesi BRICS hanno proseguito il loro cammino, unendo le forze per affrontare sfide come la crisi finanziaria globale, la pandemia di COVID-19 e il cambiamento climatico. Abbiamo sempre tutelato gli interessi comuni del Sud del mondo e contribuito alla stabilità e a un impulso positivo a livello globale.

Questi sono stati 20 anni di risultati fruttuosi. I BRICS hanno vissuto un’espansione storica, istituito un quadro di cooperazione globale e multilivello e intensificato costantemente la collaborazione in ambito commerciale, degli investimenti, finanziario, scientifico e tecnologico, nonché in altri settori, entrando in una nuova fase di cooperazione di alta qualità all’interno del gruppo BRICS allargato.

Oggi, cambiamenti senza precedenti da un secolo stanno accelerando in tutto il mondo. Il Sud del mondo si sta rafforzando in modo significativo e la tendenza verso un mondo multipolare è inarrestabile. Allo stesso tempo, le correnti contrarie di unilateralismo e di politica di potenza si stanno intensificando, il multilateralismo e l’ordine internazionale sono sotto pressione e i deficit in materia di pace, sviluppo, sicurezza e governance continuano ad ampliarsi.

Ho proposto l’Iniziativa Globale per lo Sviluppo, l’Iniziativa Globale per la Sicurezza, l’Iniziativa Globale per la Civiltà e l’Iniziativa Globale per la Governance proprio per affrontare queste carenze e contribuire a costruire un mondo migliore. I Paesi BRICS devono schierarsi fermamente dalla parte giusta della storia, assumere un ruolo guida nel rispondere alle sfide del nostro tempo, orientare l’ordine internazionale verso una maggiore equità e giustizia e collaborare per costruire una comunità dal futuro condiviso per l’umanità.

In primo luogo, i paesi BRICS dovrebbero assumere un ruolo guida nella promozione di uno sviluppo basato sull’innovazione.

Una nuova ondata di rivoluzione scientifica e tecnologica e di trasformazione industriale, esemplificata dall’intelligenza artificiale, sta avanzando rapidamente e sta rimodellando profondamente lo sviluppo globale. I paesi BRICS devono cogliere con fermezza l’iniziativa, rafforzare la cooperazione nel campo dell’IA, incoraggiare lo sviluppo open source, l’apertura, la cooperazione e la condivisione, e promuovere la cooperazione pratica verso una maggiore innovazione e livelli di sviluppo più elevati.

Non molto tempo fa, la Cina ha collaborato con altri Paesi per istituire l’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale. La Cina sta inoltre sviluppando un centro internazionale di cooperazione per le applicazioni dell’IA, al servizio dei Paesi BRICS e di altri Paesi. Questi sforzi forniscono piattaforme importanti per rafforzare la cooperazione globale in materia di IA, in particolare tra i Paesi del Sud del mondo. Accogliamo con favore la partecipazione attiva di tutti i Paesi BRICS.

In questa sede, propongo un’iniziativa BRICS sulla nuova industrializzazione abilitata dall’intelligenza artificiale. La Cina è pronta a collaborare con tutte le parti per ottenere maggiori risultati in termini di ricerca, sviluppo e applicazione, e per approfondire la cooperazione nelle catene industriali e di approvvigionamento. I fatti dimostreranno che “disaccoppiare e recidere le catene di approvvigionamento” non può arrestare il nostro sviluppo, mentre costruire “piccoli cortili con alte recinzioni” non farà altro che confinare coloro che li erigono e dividere il mondo.

In secondo luogo, i paesi BRICS dovrebbero assumere un ruolo guida nella salvaguardia della pace e della stabilità.

Il mondo di oggi è tutt’altro che pacifico, con turbolenze e instabilità sempre più accentuate. Alla base di ciò vi è l’erosione dell’ordine internazionale del dopoguerra e l’incapacità di sostenere efficacemente gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite. I paesi BRICS devono rimanere fermi nelle loro posizioni, difendere la giustizia e adoperarsi per porre fine ai conflitti armati e preservare la pace.

Dobbiamo sostenere una visione di sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile; opporci alla mentalità della Guerra Fredda e al confronto tra blocchi; opporci alle violazioni della sovranità di altri paesi e all’ingerenza nei loro affari interni; e partecipare in modo costruttivo alla risoluzione delle questioni critiche, apportando un contributo distintivo dei BRICS a soluzioni che affrontino sia i sintomi che le cause profonde.

La situazione in Medio Oriente e nel Golfo continua a evolversi in modo complesso. Questo conflitto ha inflitto gravi perdite alle popolazioni dei paesi di tutta la regione e contrasta gli interessi comuni della comunità internazionale. Ho presentato una proposta in quattro punti per salvaguardare e promuovere la pace e la stabilità in Medio Oriente, chiedendo una de-escalation, la fine delle ostilità e il progresso della pace.

Le parti interessate dovrebbero rimanere impegnate a raggiungere una soluzione politica e a lavorare per un cessate il fuoco permanente e globale. Dovrebbero dedicare la dovuta attenzione ad affrontare le cause profonde, a ricostruire la fiducia tra i paesi della regione e a stabilire una nuova architettura di sicurezza. La questione palestinese rimane al centro della questione mediorientale. La sua soluzione fondamentale risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati e nel raggiungimento della coesistenza pacifica tra Palestina e Israele. La Cina è disposta a collaborare con gli altri membri dei BRICS per svolgere il proprio ruolo nel portare pace e tranquillità in Medio Oriente e nella regione del Golfo.

In terzo luogo, i paesi BRICS dovrebbero assumere un ruolo guida nella promozione dell’apprendimento reciproco tra le civiltà.

La bellezza di una zuppa armoniosa sta nel combinare ingredienti diversi. In quanto eredi di antiche civiltà e culla di culture diverse, i paesi BRICS dovrebbero diventare un giardino in cui civiltà differenti prosperino insieme in un’atmosfera di inclusione e coesistenza.

Dobbiamo sostenere i valori comuni dell’umanità e promuovere gli scambi, l’apprendimento reciproco e la coesistenza armoniosa tra le civiltà. Dobbiamo organizzare con successo il Forum BRICS sugli scambi tra i popoli, condividere esperienze in materia di governance e creare un impulso positivo per lo sviluppo stabile delle relazioni tra i paesi. Dobbiamo approfondire la cooperazione in ambito culturale, turistico, educativo e in altri settori, rafforzare gli scambi giovanili e incoraggiare interazioni più frequenti, la comprensione reciproca e l’amicizia tra i nostri popoli.

In quarto luogo, i paesi BRICS dovrebbero assumere un ruolo guida nella riforma e nel miglioramento della governance globale.

Il tipo di sistema di governance globale che costruiremo determinerà il futuro della società umana. I paesi BRICS dovrebbero rispondere alla tendenza generale verso una maggiore democrazia nelle relazioni internazionali, promuovere un sistema di governance globale più giusto ed equo, sostenere l’autorità delle Nazioni Unite e opporsi al ritiro dalle organizzazioni internazionali, al ripudio degli accordi e alla creazione di quadri normativi alternativi.

Dobbiamo sostenere il sistema commerciale multilaterale con l’Organizzazione Mondiale del Commercio al suo centro, promuovere la riforma dell’OMC, opporci all’imposizione indiscriminata di dazi doganali e resistere a ogni forma di misura protezionistica. Dobbiamo assumere un ruolo guida nella governance globale in nuovi ambiti come il cyberspazio, lo spazio extra-atmosferico e gli abissi marini, e rafforzare la voce dei paesi del Sud del mondo.

Colleghi,

Nel corso di due decenni di sfide e progressi, la solidarietà e la cooperazione sono rimaste la fonte di forza che ha spinto avanti l’impegno dei BRICS. Dobbiamo trattarci reciprocamente con sincerità, cercare un terreno comune mettendo da parte le divergenze, rispettare le preoccupazioni fondamentali di ciascuno e utilizzare la comunicazione e il dialogo per migliorare la comprensione reciproca e gestire adeguatamente i disaccordi e le divergenze, garantendo una cooperazione BRICS stabile e duratura.

La Cina assumerà la presidenza dei BRICS il prossimo anno e ospiterà il 19° Vertice dei BRICS. La Cina è pronta a cogliere questa opportunità per collaborare con tutte le parti al fine di costruire un consenso e plasmare il futuro, inaugurando un terzo “decennio d’oro” di cooperazione BRICS e creando insieme un futuro luminoso di prosperità e progresso.

Grazie.

Rafforzare le basi della cooperazione BRICS e dare maggiore potere al Sud del mondo

—Discorso tenuto in occasione della seconda sessione del 18° vertice BRICS

Sua Eccellenza il Primo Ministro Modi,
Colleghi,

Ringrazio il Primo Ministro Modi e il governo indiano per aver ospitato questo incontro.

Oggi, cambiamenti senza precedenti da un secolo stanno accelerando in tutto il mondo. L’ascesa collettiva del Sud globale è diventata una forza chiave che spinge il mondo verso la multipolarità. Allo stesso tempo, il panorama internazionale è caratterizzato da turbolenze e trasformazioni intrecciate, con rischi e sfide che emergono continuamente. Per portare maggiore stabilità al mondo e renderlo un posto migliore, i paesi BRICS devono cogliere l’iniziativa storica, unire i paesi del Sud globale e svolgere un ruolo positivo, stabilizzante e costruttivo negli affari internazionali per promuovere il benessere comune dell’umanità.

Un mondo senza regole è come un incrocio senza semafori: caos e disordine sono inevitabili. Equità e giustizia sono aspirazioni condivise da tutti i popoli. Le norme internazionali dovrebbero essere elaborate congiuntamente da tutti i paesi. La logica secondo cui “la forza fa la ragione” è insostenibile e avrebbe dovuto essere abbandonata da tempo. I paesi del Sud del mondo devono collaborare per sostenere lo stato di diritto internazionale e salvaguardare le norme fondamentali che regolano le relazioni internazionali, tra cui l’uguaglianza sovrana, la non ingerenza negli affari interni e la risoluzione pacifica delle controversie. Dobbiamo garantire che il diritto internazionale e le norme internazionali si applichino in modo equo a tutti, senza doppi standard.

Tutti i paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni, forza o ricchezza, sono membri uguali della comunità internazionale. I paesi del Sud del mondo devono tenere alta la bandiera del multilateralismo, sostenere l’autorità e il ruolo delle Nazioni Unite e appoggiare le riforme che rendano le istituzioni multilaterali più efficaci, garantendo che tutti i paesi possano partecipare in modo paritario agli affari internazionali. Dobbiamo mantenere la riforma dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sulla giusta strada, sostenere principi come il trattamento della nazione più favorita ed esplorare attivamente lo sviluppo di nuove regole orientate al futuro. Dobbiamo sostenere le attività e lo sviluppo della Nuova Banca di Sviluppo per promuovere la cooperazione tra i paesi del Sud del mondo. Dobbiamo inoltre riformare e migliorare l’architettura finanziaria internazionale per dare ai paesi in via di sviluppo una maggiore rappresentanza e una voce più forte.

Per realizzare grandi cose, dobbiamo mettere le persone al primo posto. I Paesi del Sud del mondo dovrebbero perseguire un approccio allo sviluppo incentrato sulle persone e promuovere l’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Nei cinque anni trascorsi da quando la Cina ha proposto l’Iniziativa globale per lo sviluppo, abbiamo collaborato con i nostri partner per realizzare oltre 2.000 progetti di cooperazione e formare più di 200.000 persone in vari settori, a beneficio di popolazioni in oltre 120 Paesi. Le porte della Cina verso il mondo esterno si apriranno sempre di più. Abbiamo pienamente attuato il trattamento a tariffa zero per tutti i 53 Paesi africani con cui manteniamo relazioni diplomatiche. Continueremo ad ampliare l’apertura volontaria e unilaterale e a condividere le opportunità di sviluppo con tutti i Paesi.

Di fronte al costante emergere di sfide globali, dovremmo adottare misure globali che affrontino sia i sintomi che le cause profonde. I Paesi del Sud del mondo dovrebbero collaborare per promuovere la governance della sicurezza e rispondere congiuntamente alle minacce alla sicurezza, sia tradizionali che non tradizionali. Dovremmo migliorare la governance globale del clima e promuovere la piena ed efficace attuazione dell’Accordo di Parigi. Guidati da un approccio incentrato sulle persone e dal principio di sfruttare la tecnologia per il bene comune, dovremmo accelerare lo sviluppo di un quadro di governance globale dell’IA basato su un ampio consenso, consentendo alle tecnologie emergenti di illuminare il cammino verso una prosperità condivisa.

Colleghi,

Affinché il gruppo BRICS allargato possa ottenere risultati migliori e svilupparsi ulteriormente, dobbiamo rafforzare le basi della cooperazione pratica. Dobbiamo fare leva sui nostri punti di forza come gruppo radicato nei mercati emergenti e connesso al più ampio Sud del mondo, sostenere la cooperazione aperta e il mutuo vantaggio, mantenere catene industriali e di approvvigionamento stabili e senza ostacoli e promuovere un mercato ampio e integrato. Dobbiamo creare incubatori per l’innovazione, modernizzare le industrie tradizionali, sviluppare le industrie emergenti e gettare le basi per le industrie del futuro. A tal fine, propongo cinque iniziative.

Innanzitutto, un’iniziativa per l’intelligenza artificiale open-source e inclusiva. La Cina assumerà un ruolo guida nella creazione di un hub dedicato all’IA open-source nei BRICS, sosterrà la cooperazione nello sviluppo e nell’applicazione di modelli linguistici su larga scala e organizzerà programmi di formazione specializzati in IA per costruire un ecosistema di IA aperto.

In secondo luogo, un’iniziativa per agevolare il commercio e gli investimenti. La Cina propone di istituire un partenariato BRICS sulle zone economiche speciali, creare un portale intelligente e promuovere il coordinamento delle politiche per sviluppare nuovi poli di apertura e sviluppo. Il prossimo anno, la Cina ospiterà un Forum BRICS sul commercio dei servizi per promuovere nuovi motori di cooperazione economica e commerciale. Accogliamo con favore la partecipazione attiva di tutte le parti.

In terzo luogo, un’iniziativa per la cooperazione nel settore digitale. La Cina promuoverà la creazione di una piattaforma cloud per l’industria digitale dei BRICS, offrendo formazione sulle competenze digitali, facilitando gli scambi tecnici e mettendo in contatto i partner industriali per promuovere lo sviluppo dell’economia digitale.

In quarto luogo, un’iniziativa per la cooperazione nella produzione intelligente. Attraverso questa iniziativa, la Cina si dichiara pronta ad aiutare i paesi BRICS a costruire fabbriche intelligenti e a sviluppare un sistema di standard e specifiche, promuovendo congiuntamente la trasformazione e l’ammodernamento del settore manifatturiero.

In quinto luogo, un’iniziativa per lo sviluppo dei talenti in ambito scientifico e tecnologico. La Cina propone di istituire un’alleanza BRICS per la formazione ingegneristica al fine di realizzare programmi di formazione congiunti e promuovere il riconoscimento reciproco degli standard di competenza. La Cina lancerà un programma di scambio BRICS per giovani talenti in ambito scientifico, tecnologico e dell’innovazione, al fine di formare un maggior numero di professionisti altamente qualificati in questi settori.

Colleghi,

Quest’anno segna l’inizio del 15° Piano quinquennale cinese. Il piano non è solo un progetto per lo sviluppo della Cina, ma anche un’agenda per la cooperazione con il mondo. La Cina continuerà a perseguire uno sviluppo di alta qualità, ad ampliare l’apertura verso gli standard più elevati, ad attuare l’Iniziativa globale per lo sviluppo e a promuovere una cooperazione di alta qualità nell’ambito della Nuova Via della Seta, condividendo opportunità e creando prosperità con i paesi di tutto il mondo. Lavoriamo insieme, con un solo cuore e una sola mente, per promuovere la cooperazione all’interno del gruppo BRICS allargato e scrivere un nuovo capitolo di solidarietà e forza collettiva per il Sud del mondo.

Grazie.

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Discorso di Xi Jinping alla seconda fase del 18° vertice dei leader dei paesi BRICS (testo integrale)

13 settembre 2026, ore 14:43

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Consolidare le basi della cooperazione tra i paesi BRICS e rafforzare il ruolo del Sud del mondo

——Discorso pronunciato durante la seconda fase del 18° vertice dei leader dei paesi BRICS

(13 settembre 2026, Nuova Delhi)

Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese

Egregio Primo Ministro Modi,
Cari colleghi:

Ringraziamo il Primo Ministro Modi e il governo indiano per aver ospitato questa conferenza.

Attualmente, i cambiamenti epocali che stanno interessando il mondo da un secolo stanno accelerando il loro corso, mentre l’ascesa collettiva del Sud del mondo sta diventando la forza trainante della multipolarità globale. Allo stesso tempo, la situazione internazionale è caratterizzata da un intreccio di turbolenze e cambiamenti, con rischi e sfide di ogni tipo che si susseguono senza sosta. Affinché il mondo ritrovi stabilità e prosperità, i paesi BRICS devono assumere un ruolo proattivo nella storia, unire i numerosi paesi del Sud del mondo e svolgere un ruolo attivo, stabilizzante e costruttivo negli affari internazionali, promuovendo il benessere comune dell’umanità.

Un mondo senza regole è come un incrocio senza semafori: il caos e il disordine sono inevitabili. L’equità e la giustizia sono ciò a cui aspira il cuore di ogni persona; le regole internazionali dovrebbero essere scritte congiuntamente da tutti i paesi. La logica secondo cui «la forza fa legge» non regge e avrebbe dovuto essere abbandonata già da tempo. I paesi del Sud del mondo devono difendere insieme lo Stato di diritto internazionale, salvaguardare i principi fondamentali delle relazioni internazionali quali l’uguaglianza sovrana, la non ingerenza negli affari interni e la risoluzione pacifica delle controversie, garantendo l’applicazione equa del diritto internazionale e delle norme internazionali, senza ricorrere a doppi standard.

Ogni Stato, indipendentemente dalle sue dimensioni, dalla sua forza o dal suo livello di ricchezza, è un membro a pieno titolo della comunità internazionale. I paesi del Sud del mondo devono tenere alta la bandiera del multilateralismo, difendere l’autorità e il ruolo delle Nazioni Unite, sostenere la riforma delle istituzioni multilaterali per migliorarne l’efficacia e garantire a tutti i paesi la partecipazione paritaria agli affari internazionali. Occorre promuovere la riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio mantenendo la giusta direzione, salvaguardare principi quali il trattamento della nazione più favorita ed esplorare attivamente la definizione di nuove regole orientate al futuro. È necessario sostenere il funzionamento e lo sviluppo della Nuova Banca di Sviluppo, promuovendo la cooperazione tra i paesi del Sud del mondo. Occorre riformare e perfezionare l’architettura finanziaria internazionale, aumentando la rappresentanza e il peso delle voci dei paesi in via di sviluppo.

Chi si occupa di questioni di grande importanza deve necessariamente mettere al centro le persone. I paesi del Sud del mondo devono attenersi a una visione dello sviluppo incentrata sulle persone e promuovere l’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo sviluppo sostenibile. Nei cinque anni trascorsi da quando la Cina ha lanciato l’Iniziativa per lo Sviluppo Globale, sono stati avviati, in collaborazione con tutte le parti interessate, oltre 2.000 progetti di cooperazione, sono state formate più di 200.000 persone di vario tipo e ne hanno beneficiato le popolazioni di oltre 120 paesi. La Cina continuerà ad aprire sempre più le porte al mondo: ha già applicato misure di azzeramento dei dazi doganali a tutti i 53 paesi africani con cui intrattiene relazioni diplomatiche e continuerà ad ampliare l’apertura autonoma e unilaterale, condividendo le opportunità di sviluppo con tutti i paesi.

Di fronte alle sfide globali che si susseguono senza sosta, occorre adottare misure sia sintomatiche che alla radice del problema, con un approccio globale. I paesi del Sud del mondo devono unire le forze per promuovere la governance in materia di sicurezza e affrontare insieme le minacce alla sicurezza sia tradizionali che non tradizionali. È necessario perfezionare la governance climatica globale e promuovere l’attuazione completa ed efficace dell’Accordo di Parigi. Guidati dai principi dell’approccio incentrato sulla persona e dell’aspirazione al bene, dobbiamo accelerare la creazione di un quadro di governance globale sull’intelligenza artificiale che goda di ampio consenso, affinché le tecnologie emergenti possano illuminare la via verso la prosperità comune.

Cari colleghi!

Affinché i “Grandi BRICS” possano compiere grandi imprese e realizzare un grande sviluppo, è necessario consolidare le basi di una cooperazione concreta. Dobbiamo sfruttare il vantaggio di poter contare sui mercati emergenti e di collegare il Sud del mondo, perseguire l’apertura e la cooperazione, il reciproco vantaggio e la vittoria comune, salvaguardare la stabilità e la fluidità delle catene industriali e di approvvigionamento e promuovere la creazione di un grande mercato integrato. Dobbiamo creare incubatori di innovazione, modernizzare le industrie tradizionali, sviluppare i settori emergenti e pianificare le industrie del futuro. A tal fine, propongo cinque iniziative.

In primo luogo, l’iniziativa per l’intelligenza artificiale open source e inclusiva. La Cina prenderà l’iniziativa nella creazione di un’area dedicata all’intelligenza artificiale open source dei paesi BRICS, sosterrà la cooperazione nello sviluppo e nell’applicazione dei modelli linguistici di grandi dimensioni, organizzerà corsi di formazione specialistica sull’intelligenza artificiale e costruirà un ecosistema aperto per l’intelligenza artificiale.

In secondo luogo, l’iniziativa per la facilitazione del commercio e degli investimenti. La Cina propone di istituire un partenariato tra le zone economiche speciali dei Paesi BRICS, creare un portale digitale, armonizzare le politiche e costruire un nuovo polo di sviluppo aperto. L’anno prossimo la Cina ospiterà il Forum sul commercio dei servizi dei Paesi BRICS, con l’obiettivo di coltivare nuovi punti di crescita per la cooperazione economica e commerciale, e invita tutte le parti a partecipare attivamente.

In terzo luogo, l’iniziativa di cooperazione nel settore digitale. La Cina promuoverà la creazione di una piattaforma cloud dedicata al settore digitale dei paesi BRICS, per organizzare corsi di formazione sulle competenze digitali, favorire lo scambio tecnologico e facilitare i contatti tra le imprese, al fine di promuovere congiuntamente lo sviluppo dell’economia digitale.

In quarto luogo, l’iniziativa di cooperazione per la produzione intelligente. La Cina è disposta, attraverso l’attuazione di tale iniziativa, ad assistere i paesi BRICS nella realizzazione di fabbriche intelligenti, nella creazione di un sistema di standard e norme e a promuovere congiuntamente la trasformazione e l’aggiornamento del settore manifatturiero.

In quinto luogo, l’iniziativa per la formazione di talenti nel campo della scienza e della tecnologia. La Cina propone di istituire un’alleanza dei Paesi BRICS per la formazione degli ingegneri, al fine di promuovere la formazione congiunta degli ingegneri e il reciproco riconoscimento degli standard di competenza. La Cina attuerà un programma di scambio per i giovani dei Paesi BRICS nel campo della scienza e dell’innovazione, con l’obiettivo di formare un numero maggiore di talenti di alto livello in questo settore.

Cari colleghi!

Quest’anno segna l’inizio del “Quinto Piano Quinquennale” della Cina. Il “Quinto Piano Quinquennale” rappresenta non solo il progetto di sviluppo della Cina, ma anche un programma di cooperazione rivolto al mondo. La Cina continuerà a promuovere uno sviluppo di alta qualità, ad ampliare l’apertura verso l’estero ad alto livello, ad attuare l’Iniziativa per lo Sviluppo Globale e a portare avanti la costruzione congiunta di alta qualità della “Belt and Road”, condividendo le opportunità e creando prosperità insieme a tutti i paesi del mondo. Uniamo le nostre forze e collaboriamo per promuovere la “grande cooperazione BRICS”, scrivendo insieme un nuovo capitolo di solidarietà e autosufficienza del Sud del mondo!

Grazie a tutti!

Riunione del 18° vertice BRICS nel formato BRICS Outreach/Plus

13 settembre 2026

08:10

Nuova Delhi

Group photo of the heads of delegation attending the 18th BRICS Summit in the BRICS Outreach/Plus format.
Group photo of the heads of delegation attending the 18th BRICS Summit in the BRICS Outreach/Plus format.

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Foto di gruppo dei capi delle delegazioni presenti al 18° vertice dei BRICS nel formato BRICS Outreach/Plus.

Vladimir Putin ha partecipato alla riunione del 18° vertice BRICS nel formato BRICS Outreach/Plus e ha pronunciato il suo discorso. La riunione si è svolta presso il complesso congressuale e fieristico Bharat Mandapam a Nuova Delhi.

I capi delle delegazioni partecipanti al vertice hanno posato per una foto di gruppo prima dell’ inizio dell’evento.

* * *

Il presidente della Russia Vladimir Putin: Primo ministro Modi, colleghi, amici.

Vorrei rivolgere un caloroso benvenuto a tutti i partecipanti a questo incontro BRICS Outreach/Plus. Questo formato ha acquisito autorevolezza, offrendo opportunità di dialogo diretto e aperto tra i membri alla pari del BRICS e i paesi partner , nonché con altri Stati e organizzazioni multilaterali interessati alla cooperazione con questo gruppo.

L’ampia rappresentanza alla riunione odierna conferma che l’interesse della comunità internazionale nei confronti dei BRICS continua a crescere. I nostri valori e ideali fondamentali – quali come l’impegno a seguire un percorso indipendente e autonomo, l’impegno a risolvere i problemi collettivamente, basandoci sul diritto internazionale e sulle disposizioni fondamentali della Carta delle Nazioni Unite – trovano risuono in molti nel mondo.

Il gruppo BRICS ha sempre sostenuto che tutti i paesi, senza eccezioni, debbano avere opportunità pari e illimitate per una crescita economica e sociale coerente ed equilibrata, al fine di garantire il benessere delle loro popolazioni, pur potendo  preservare le proprie culture e tradizioni nazionali uniche e di aderire ai propri modelli di sviluppo sovrani.

Il tema del nostro incontro, proposto dal signor Modi, si inserisce perfettamente in questo contesto. Ci permette di discutere di cosa i nostri paesi possano fare di più insieme per la stabilità e la sicurezza globali, e di promuovere uno sviluppo economico internazionale inclusivo.

Vorrei sottolineare che oggi i BRICS rappresentano una potente forza trainante per il rafforzamento di un autentico multilateralismo nelle relazioni internazionali e svolgono un ruolo fondamentale nella definizione di un nuovo ordine mondiale, più equo e multipolare.

Vale la pena sottolineare che i paesi del BRICS stanno registrando una crescita demografica costante e un rafforzamento dei mercati interni; hanno creato solidi poli industriali, tecnologici, finanziari e accademici, oltre a moderne infrastrutture nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale. Gli scambi commerciali all’interno della nostra associazione hanno già raggiunto 1,2 trilioni di dollari. Gli Stati membri rappresentano quasi un quarto delle esportazioni globali, ed è proprio il BRICS che, con il 49 per cento, contribuisce maggiormente alla crescita del PIL globale.

Detto questo, il potenziale per un ulteriore sviluppo dei BRICS è lungi dall’essere esaurito. Una delle principali risorse finora non sfruttate è la complementarità delle economie degli  Stati membri. Le differenze nella loro struttura e specializzazione offrono vaste opportunità di cooperazione concreta, per la creazione di nuove catene di produzione, tecnologie, servizi e mercati.

In sostanza, l’ obiettivo è quello di creare una piattaforma di crescita comune per i paesi BRICS che integri in modo organico i vantaggi competitivi delle nostre economie.

Devo sottolineare che è fondamentale costruire questa piattaforma sulla base dei principi di apertura e accessibilità, non solo per i membri del BRICS, ma per tutti i nostri partner e amici. Sono certo che sarà proprio così.

Gli Stati membri del nostro gruppo dispongono di propri canali per la circolazione di beni, servizi e capitali, che sono indipendenti dalle condizioni di mercato esterne. Questi ci consentono già di condurre operazioni commerciali, bancarie, finanziarie e di investimento in modo efficace, nonostante le pressioni esterne.

Invito inoltre tutti a esaminare più da vicino le promettenti iniziative proposte dalla  Russia per ottimizzare la nostra cooperazione. Tra queste figurano la creazione di un’ infrastruttura BRICS per i pagamenti, la custodia e la compensazione, nonché l’istituzione di un meccanismo di riassicurazione e di una borsa dei cereali all’interno dell’ associazione. Sono convinto che sia gli Stati membri che i partner del BRICS saranno in grado di utilizzare tutti questi strumenti in futuro.

Rafforzare ulteriormente la capacità della Nuova Banca di Sviluppo dei BRICS e aggiornarne il modello operativo rappresenta un compito urgente. La Banca ha già finanziato 123 progetti per un valore di quasi 40 miliardi di dollari. Sebbene si tratti certamente di un risultato concreto, le esigenze di finanziamento sono di gran lunga superiori. Una nuova piattaforma di investimento potrebbe contribuire a soddisfare tali esigenze. Sfruttando le moderne tecnologie finanziarie – comprese le risorse digitali – una piattaforma di questo tipo consentirebbe di mobilitare capitali a lungo termine, compresi i fondi privati, non solo per i paesi del BRICS ma anche, e soprattutto, per le economie dei nostri partner in tutto il Sud e all’Est del mondo.

Naturalmente, la trasformazione tecnologica è un motore fondamentale della crescita globale e dello sviluppo sovrano. Con la diffusione dell’ intelligenza artificiale, lo sviluppo di sistemi autonomi e l’ ascesa delle piattaforme di commercio digitale e delle soluzioni finanziarie, lo stesso modello di creazione di valore economico sta cambiando.

In conclusione, vorrei esprimere la mia fiducia nel fatto che il nostro gruppo continuerà a collaborare con tutti i partner internazionali per garantire uno sviluppo globale e sostenibile.

Prevediamo che questa riunione del BRICS Outreach/Plus si rivelerà estremamente produttiva a questo proposito.

Grazie.

Vertice dei BRICS

12 settembre 2026

13:25

Nuova Delhi

BRICS Summit.
During the 18th BRICS Summit meeting.

5 di 32

Nel corso del 18° vertice dei paesi BRICS.

Alla riunione dei capi delegazione dei paesi BRICS partecipano il presidente della Russia Vladimir Putin, il presidente dell’Egitto Abdel Fattah el-Sisi, il Primo Ministro dell’  India Narendra Modi, Presidente dell’ Indonesia Prabowo Subianto, Presidente dell’ Iran Masoud Pezeshkian, Presidente della Cina Xi Jinping, Primo Ministro dell’  Etiopia Abiy Ahmed, Presidente del Sudafrica Cyril Ramaphosa, Principe ereditario di  Abu Dhabi e Presidente del Consiglio esecutivo di Abu Dhabi (EAU) Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, Ministro degli Esteri del Brasile Mauro Luiz Iecker Vieira. 

Prima dell’incontro, il Primo Ministro dell’India Narendra Modi ha tenuto una cerimonia ufficiale di benvenuto per i partecipanti al vertice.

I partecipanti alla riunione discuteranno delle iniziative proposte sotto la presidenza indiana, le prospettive di un ulteriore rafforzamento del partenariato strategico dei BRICS nei settori della politica e della sicurezza, dell’economia e della finanza, nonché dei legami culturali e umanitari, oltre alle questioni internazionali e regionali più urgenti.

Il 18° vertice dei BRICS ha adottato la Dichiarazione di Nuova Delhi .

Al termine della sessione, il Presidente della  Russia e i capi delle delegazioni dei BRICS hanno visitato l’esposizione “Bharat Innovates” e una mostra fotografica in occasione del 20° anniversario dei BRICS.

I leader si sono poi riuniti nei giardini del complesso espositivo Bharat Mandapam, sede principale del vertice, dove Vladimir Putin si è unito ai suoi omologhi del BRICS per una cerimonia di piantumazione di alberi. La cerimonia è stata preceduta da una sessione fotografica di gruppo.

In serata, il Presidente di  Russia ha partecipato a un ricevimento di gala organizzato dal Primo Ministro dell’ India in onore dei capi delle delegazioni presenti al Vertice BRICS a Nuova Delhi.

* * *

Discorso del Presidente della Russia in occasione di una riunione del 18thVertice dei BRICS

Il presidente della Russia Vladimir Putin: Signor Primo Ministro Modi,

Cari colleghi,

Amici,

Come è stato sottolineato, i paesi del BRICS continuano ad approfondire la loro interazione in tutti i settori chiave . Ciò riguarda la politica e la sicurezza, l’ economia e la finanza, nonché gli ambiti culturale e umanitario. I miei colleghi hanno già osservato che il BRICS sia oggi, di fatto, la più grande associazione del mondo. Hanno inoltre affermato che noi copriamo un terzo della superficie terrestre, rappresentiamo il 40% del PIL globale e ospitiamo quasi la metà della popolazione del pianeta.

Tuttavia, vorrei anche richiamare la vostra attenzione su una circostanza che, nelle condizioni attuali, ritengo possa essere quella fondamentale: i nostri paesi possiedono un potenziale intellettuale e tecnologico immenso, enorme. Questo è, a mio avviso, il nostro vantaggio sostanziale.

La collaborazione all’interno del BRICS si fonda costantemente sui principi di uguaglianza, buon vicinato e rispetto reciproco degli interessi  – insieme al rispetto della diversità culturale e civile, della storia, delle tradizioni e dei valori di ciascuno. È quindi logico che la credibilità e l’influenza del BRICS in tutto il mondo stiano crescendo costantemente.

L’ associazione si è giustamente affermata come un punto di riferimento fondamentale della governance globale, e il futuro della politica internazionale, della sicurezza, dell’ economia e della cooperazione umanitaria dipende in larga misura dalle nostre decisioni e azioni collettive.

Alla luce di ciò, ritengo che il tema della sessione odierna, “Governance globale inclusiva e rafforzamento del multilateralismo”, proposto sotto la presidenza indiana, sia di grande rilevanza. Infatti, nel contesto dell’ emergere di un ordine internazionale multipolare, è più importante che mai rafforzare un multilateralismo autentico, coinvolgere un maggior numero di paesi nei meccanismi di governance globale e nelle attività delle principali istituzioni politiche ed economiche internazionali,  nonché nella ricerca di risposte alle sfide e alle minacce più pressanti e negli sforzi volti a garantire la pace e la stabilità internazionali a favore della prosperità e del benessere universali.

Il mondo sta attraversando profonde trasformazioni geopolitiche, geoeconomiche, tecnologiche e sociali. Questi cambiamenti stanno influenzando praticamente ogni aspetto della vita umana, dagli stili di vita e dagli standard sanitari alla qualità ambientale. La struttura stessa della società si sta evolvendo, insieme al panorama demografico globale. Il sistema unipolare delle relazioni internazionali, che serviva gli interessi di un ristretto gruppo di paesi, sta gradualmente diventando un ricordo del passato. L’equilibrio globale dei poteri si sta spostando verso nuovi centri di crescita nel Sud e nell’Est del mondo. Sempre più paesi stanno affermando apertamente la loro determinazione a difendere i propri interessi nazionali e a partecipare alla risoluzione delle sfide globali.

Tuttavia, la transizione verso un mondo multipolare non è priva di difficoltà. Come tutti possiamo constatare, essa incontra la resistenza di coloro che continuano a pensare in termini coloniali, dividendo il mondo in un giardino rigoglioso e una giungla selvaggia e cercando di prosperare a spese degli altri. Non essendo disposti ad accettare le nuove realtà, stanno utilizzando ogni mezzo a loro disposizione per frenare i concorrenti emergenti.

Questi metodi spaziano dalle guerre tariffarie e dalle sanzioni illegittime alle pressioni economiche e al ricatto, dall’ingerenza negli affari interni degli Stati sovrani all’uso diretto della forza. I focolai di tensione esistenti vengono deliberatamente alimentati, mentre si provocano nuovi conflitti e divisioni. Di conseguenza, l’ intero sistema delle relazioni internazionali funziona male, mentre le istituzioni e i meccanismi multilaterali stanno diventando meno efficaci.

In questo contesto, la Russia ritiene particolarmente importante preservare e rafforzare il ruolo centrale delle Nazioni Unite negli affari globali. La Carta delle Nazioni Unite rimane la pietra angolare del diritto internazionale, nonostante i tentativi da parte di alcuni paesi di sostituirla con un cosiddetto “ordine basato sulle regole”, fondato su regole ideate da non si sa chi. Riteniamo che, insieme ai nostri partner del BRICS, dobbiamo continuare a lavorare per rendere le Nazioni Unite più efficaci. L’ampliamento del Consiglio di Sicurezza , in particolare, garantendo una maggiore rappresentanza ai paesi dell’ Asia, dell’Africa e dell’America Latina, contribuirebbe certamente al raggiungimento di questo obiettivo.

La necessità di migliorare il sistema di governance economica globale è evidente da tempo. Istituzioni quali il Fondo Monetario Internazionale Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l’ Organizzazione mondiale del commercio sono state create in contesti politici ed economici molto diversi e stanno incontrando sempre maggiori difficoltà ad adattarsi a un mondo in cui l’attività economica si sta progressivamente spostando verso i mercati emergenti.

Allo stesso tempo, il FMI, l’ OMC e la Banca Mondiale rimangono importanti piattaforme di dialogo tra le principali economie mondiali; pertanto, è essenziale rafforzare il coordinamento tra i nostri paesi all’interno di queste istituzioni. Vale la pena ricordare che, durante la presidenza russa dei BRICS nel 2024, è stato istituito un meccanismo di consultazione dedicato alle questioni relative all’OMC.

Vorrei sottolineare che, nel mondo odierno, la semplice modernizzazione delle istituzioni di governance esistenti non è più sufficiente. Sono emersi settori completamente nuovi e in rapida evoluzione, tra cui l’ economia delle piattaforme, le tecnologie finanziarie e il commercio digitale. Ciascuno di essi richiede le proprie istituzioni e i propri quadri normativi, e la nostra associazione potrebbe assumere un ruolo di primo piano nella loro definizione. Come è già stato osservato, il lavoro in questo ambito è già in corso. La Repubblica Popolare Cinese, la Russia e altri paesi del BRICS sono stati tra i membri fondatori dell Organizzazione mondiale per la cooperazione sull intelligenza artificiale , istituita a Shanghai lo scorso luglio.

Vorrei inoltre richiamare l’attenzione su alcune iniziative concrete da parte della Russia. Tra queste figurano lo sviluppo di infrastrutture di pagamento, regolamento e deposito all’interno dei BRICS, nonché la creazione in tale ambito di una nuova piattaforma di investimento, un meccanismo di riassicurazione e una borsa dei cereali.

È incoraggiante vedere il forte interesse dimostrato dalla comunità imprenditoriale per l’ approfondimento delle relazioni economiche tra i paesi del BRICS. Come sapete, se ne è discusso ieri durante la sessione plenaria del Forum delle imprese. I leader aziendali e i membri del Consiglio delle imprese dei BRICS hanno proposto un’ampia gamma di iniziative volte a promuovere la cooperazione concreta e sono già in fase di pianificazione numerosi progetti multilaterali ambiziosi.

In conclusione, vorrei sottolineare ancora una volta che il Vertice dei BRICS qui a  Nuova Delhi ha dimostrato il notevole potenziale della nostra associazione nell’espandere ulteriormente la cooperazione reciprocamente vantaggiosa e nel migliorare il sistema di governance globale, contribuendo a costruire un ordine mondiale autenticamente multipolare e più equo.

Infine, vorrei ringraziare il Primo Ministro dell’India Narendra Modi e tutti i nostri colleghi indiani per aver creato un’atmosfera così meravigliosa, ospitale e accogliente per il nostro lavoro.

Grazie mille.

MINISTRI DELLE FINANZE E GOVERNATORI DELLE BANCHE CENTRALI DEI PAESI BRICS 10 settembre 2026 Mumbai DICHIARAZIONE CONGIUNTA 1 1. Noi, Ministri delle Finanze e Governatori delle Banche Centrali dei paesi del BRICS, ci siamo riuniti 2 a Jaipur nei giorni 12-13 agosto 2026 e a Mumbai, in India, il 10 settembre 2026, 3 all’insegna del tema “Costruire per la resilienza, l’innovazione, la cooperazione e la sostenibilità”. 4 Abbiamo ribadito il nostro impegno comune a rafforzare la cooperazione economica e finanziaria 5 tra i membri del BRICS e abbiamo concordato di emanare la presente Dichiarazione congiunta. L’6 ampliamento della composizione del BRICS ha ulteriormente rafforzato la diversità e la 7 rappresentatività del nostro gruppo, arricchendo la nostra cooperazione. Nell’ambito del tema del BRICS 8 per quest’anno, miriamo a rafforzare le nostre capacità collettive, a promuovere l’9 innovazione e a favorire lo sviluppo sostenibile e la resilienza di fronte alle mutevoli 10 sfide globali. 11 2. L’economia globale sta affrontando notevoli difficoltà. I rischi per le prospettive economiche globali 12 rimangono elevati, riflettendo le persistenti tensioni geopolitiche, la frammentazione commerciale 13 e il protezionismo, l’incertezza politica, le pressioni fiscali e inflazionistiche, 14 l’aumento del debito e le vulnerabilità finanziarie. Continuiamo a nutrire serie preoccupazioni riguardo all’imposizione unilaterale di misure in ambito commerciale e finanziario, tra cui l’aumento dei dazi doganali e l’adozione di misure non tariffarie, che distorcono gli scambi commerciali e sono in contrasto con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Tali pressioni gravano in modo particolarmente pesante sui mercati emergenti e sulle economie in via di sviluppo (EMDE). Le economie dei paesi BRICS, tuttavia, hanno 19 dimostrato resilienza e continuano a fornire un contributo significativo a una crescita globale stabile, 20 forte, sostenibile, inclusiva ed equilibrata. In questo contesto, rafforzeremo i nostri sforzi collettivi per potenziare la resilienza economica globale, sostenere gli investimenti e la crescita e preservare un contesto economico globale aperto e inclusivo. Ciò richiede la mobilitazione di finanziamenti per lo sviluppo, la riaffermazione del ruolo del multilateralismo, il rafforzamento della cooperazione finanziaria internazionale, il sostegno alle infrastrutture e agli investimenti produttivi, nonché la valorizzazione del commercio, dell’innovazione e della tecnologia, con particolare attenzione alle esigenze delle EMDEs. Ribadiamo il nostro sostegno 27 a un sistema commerciale multilaterale aperto, trasparente, inclusivo, non discriminatorio e basato su regole, 28 con l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) al centro. 2 29 3. Con la quota crescente delle economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE) nella produzione e nella crescita globali, la riforma della governance economica globale 30 rimane una priorità costante dei paesi BRICS. Continueremo a 31 rafforzare il coordinamento tra i membri dei BRICS per rendere le istituzioni finanziarie internazionali 32 più rappresentative, trasparenti e responsabili. Ribadiamo l’urgente 33 necessità di riformare le istituzioni di Bretton Woods (BWI) per renderle più agili, 34 efficaci, credibili, inclusive, adeguate allo scopo, imparziali, responsabili e 35 rappresentative, al fine di rafforzarne la legittimità. La struttura di governance delle BWI dovrebbe essere 36 riformata per riflettere la trasformazione dell’economia globale avvenuta dalla loro istituzione. 37 Il peso e la rappresentanza delle economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE) nelle BWI devono riflettere la loro posizione relativa 38 nell’economia globale. Ribadiamo inoltre il nostro appello a migliorare le procedure di gestione, 39 anche attraverso un processo di selezione basato sul merito, inclusivo e trasparente 40 che aumenti la diversità regionale e la rappresentanza delle economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE) nella 41 leadership del FMI e della Banca Mondiale. 42 4. Riaffermiamo la «Visione di Rio de Janeiro dei BRICS per la riforma delle quote e della governance del FMI» 43 e la necessità di un FMI forte, basato sulle quote e dotato di risorse adeguate, al centro della 44 rete di sicurezza finanziaria globale per sostenere efficacemente i propri membri, in particolare i paesi più 45 vulnerabili. Esortiamo all’entrata in vigore, senza ulteriori ritardi, degli aumenti delle quote concordati nell’ambito della 16ª 46 Revisione Generale delle Quote (GRQ) e chiediamo lo sviluppo di approcci per un significativo riallineamento delle quote nell’ambito della 17ª 47 GRQ il 48 prima possibile. Accogliamo con favore i Principi guida di Diriyah per le riforme delle quote e della governance 49 e ribadiamo che il riallineamento delle quote dovrebbe riflettere le posizioni relative dei paesi 50 nell’economia globale, aumentare le quote e i diritti di voto dei paesi emergenti e in via di sviluppo (EMDE) e 51 non dovrebbe avvenire a scapito dei paesi in via di sviluppo, garantendo al contempo che una nuova, 52 semplice, e trasparente tuteli le quote dei membri più poveri 53 e guidi, senza tuttavia limitarlo, l’accesso alle risorse del Fondo. Riteniamo inoltre che eventuali 54 contributi finanziari volontari non debbano influenzare l’assegnazione delle quote, la rappresentanza 55 in materia di governance e il potere di voto. In linea con la «Visione di Rio de Janeiro dei BRICS per la riforma delle quote e della governance del FMI», 56 siamo pronti a collaborare in modo costruttivo con gli altri 57 membri del FMI per garantire che nella 17ª revisione delle quote globali (GRQ) siano incluse un significativo riallineamento delle quote e 58 riforme della governance. 59 5. Riaffermiamo che la revisione delle quote della Banca Mondiale del 2025 costituisce uno strumento fondamentale per 60 rafforzare il multilateralismo e accrescere la legittimità del Gruppo della Banca Mondiale, in quanto istituzione di finanziamento allo sviluppo migliore, più ampia e più efficace. In linea con i 62 Principi di Lima, ribadiamo che i paesi del BRICS dovrebbero continuare a sostenere un 63 maggiore peso e una maggiore rappresentanza dei paesi in via di sviluppo, sostenuti da un 64 riallineamento delle quote azionarie che corregga la loro storica sottorappresentanza. 65 66 6. Sotto la presidenza dell’India, è stata istituita la Task Force dei BRICS su Crescita e Sviluppo 67 come piattaforma dedicata ad affrontare le sfide comuni in materia di crescita e sviluppo 68 rilevanti per i paesi BRICS e per altre economie emergenti e in via di sviluppo (EMDE). La Task Force è strutturata in 69 due filoni di lavoro che coprono i pilastri della Resilienza, dell’Innovazione e della Cooperazione, nonché il 70 pilastro della Sostenibilità. Accogliamo con favore la sintesi del presidente relativa alla Task Force. 3 71 7. Nell’ambito dei pilastri della resilienza, dell’innovazione e della cooperazione, accogliamo con favore la nota tecnica 72 n. 1 su «La resilienza in un mondo frammentato: rischi macroeconomici e architettura del finanziamento allo sviluppo» e la nota tecnica n. 2 su «Infrastrutture pubbliche digitali, intelligenza artificiale e riforme strutturali per una crescita inclusiva e la produttività». Queste 75 Note tecniche attingono alle discussioni della Task Force per individuare aree di convergenza 76 nell’agenda di riforma dell’architettura del finanziamento allo sviluppo, per facilitare una comprensione condivisa 77 delle implicazioni macroeconomiche e finanziarie della trasformazione digitale, dell’IA e 78 delle riforme strutturali, nonché per orientare l’impegno dei membri del BRICS nei pertinenti forum multilaterali 79. 80 8. Nell’ambito del pilastro della sostenibilità, ribadiamo il nostro fermo impegno all’attuazione piena ed 81 efficace della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e del relativo Accordo di Parigi, guidati dai principi di equità e di 83 responsabilità comuni ma differenziate e rispettive capacità (CBDR-RC), alla luce delle diverse 84 circostanze nazionali. Prendiamo atto della nota di discussione 85 che riflette le prospettive condivise in materia di finanziamenti per il clima, basandosi sui principi dell’86 UNFCCC e del suo Accordo di Parigi. La nota di discussione può fungere da riferimento non vincolante 87 per approfondire il dialogo e lo scambio di punti di vista, garantire la trasparenza sui 88 flussi di finanziamenti per il clima e facilitare la condivisione delle migliori pratiche. Prendiamo atto del 89 Compendio sui meccanismi di finanziamento per uno stile di vita orientato allo sviluppo sostenibile 90 e della Relazione sulle vulnerabilità legate al clima, che fornisce preziose indicazioni 91 sulle azioni intraprese dai paesi BRICS per mobilitare finanziamenti attraverso approcci e politiche determinati a livello nazionale 92 a sostegno delle priorità di sviluppo sostenibile. 93 Incoraggiamo il continuo scambio di esperienze su tali approcci e politiche. 94 Accogliamo inoltre con favore il documento di discussione sull’intelligenza artificiale e l’economia verde 95, che delinea le opportunità e le sfide legate all’utilizzo responsabile 96 dell’IA per una crescita sostenibile. Esprimiamo il nostro apprezzamento alla Task Force per aver organizzato le due tavole rotonde 97 sui temi «Crescita resiliente per le economie emergenti: integrazione tra finanza del rischio 98 e resilienza delle infrastrutture» e «IA ed economia verde», nonché i webinar su 99 «Finanziamento di stili di vita sostenibili» e «Decodificare e contrastare il greenwashing nei 100 paesi BRICS: approcci normativi e misure di salvaguardia del mercato». 101 9. Riconosciamo la Task Force su Crescita e Sviluppo come una piattaforma che offre 102 ai paesi del BRICS uno spazio per discutere modelli di crescita adeguati ai propri contesti nazionali 103 e alle proprie priorità di sviluppo, e incoraggiamo il proseguimento del suo lavoro, in linea 104 con i filoni di lavoro dei Ministeri delle Finanze e delle Banche Centrali. 105 10. Accogliamo con favore il lavoro della Task Force sui Partenariati Pubblico-Privati (PPP) e 106 sulle infrastrutture. La Task Force ha portato avanti le discussioni sui modelli e le modalità dei PPP, 107 sui quadri di riduzione del rischio e sugli approcci volti a rafforzare la resilienza alle catastrofi nei 108 progetti infrastrutturali. Accogliamo con favore la relazione tecnica della Task Force sui modelli 109 e sulle modalità dei PPP, nonché sui meccanismi di riduzione del rischio, che costituirà una preziosa risorsa di conoscenza 110 per i paesi membri nel rafforzamento dei propri ecosistemi di PPP e nel miglioramento 111 dei quadri di ripartizione del rischio. A tale riguardo, sottolineiamo l’importanza di uno scambio sistematico di conoscenze e della condivisione delle migliori pratiche, che consentano di costruire un solido portafoglio di progetti e di coinvolgere attivamente il settore privato in tali sforzi. Esprimiamo il nostro apprezzamento 114 alla Task Force per aver organizzato un Dialogo BRICS sulle infrastrutture resilienti alle catastrofi. 115 Ciò ha portato alla redazione di un Compendio delle migliori pratiche in materia di infrastrutture resilienti alle catastrofi. Accogliamo con favore il Compendio quale risorsa utile per i paesi membri 117 al fine di migliorare la loro comprensione dei vari approcci e delle migliori pratiche in materia di 118 infrastrutture resilienti alle catastrofi. 119 11. Mentre la Banca si avvia verso il suo secondo «decennio d’oro» di sviluppo di alta qualità, riconosciamo 120 e sosteniamo il ruolo crescente della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) in quanto solido e 121 strategico agente di sviluppo e modernizzazione nei paesi BRICS e nel Sud del mondo. Incoraggiamo 122 i continui sforzi della Banca volti a mobilitare risorse, ampliare i finanziamenti in valuta locale, 123 rafforzare gli strumenti di preparazione dei progetti, diversificare le fonti di finanziamento, promuovere 124 l’innovazione e sostenere progetti ad alto impatto che contribuiscano a una crescita inclusiva e 125 sostenibile nei paesi membri. Riconosciamo l’importanza di 126 rafforzare la capacità istituzionale della Banca, la sua efficacia operativa e il quadro di governance 127 in conformità con il suo Statuto, la Strategia Generale e 128 le politiche approvate, e incoraggiamo il continuo ampliamento della base associativa in conformità 129 con le procedure stabilite dalla Banca. Ribadiamo il nostro sostegno agli sforzi della NDB 130 volti ad adempiere al proprio mandato in modo equo, trasparente e non discriminatorio e a consolidare ulteriormente 131 il proprio ruolo di istituzione multilaterale di sviluppo di primo piano per i mercati emergenti 132 e le economie in via di sviluppo. 133 12. Accogliamo con favore il lancio del Portale della Conoscenza BRICS-NDB sotto la presidenza indiana 134, sviluppato in collaborazione con la Nuova Banca di Sviluppo. Il Portale 135 raccoglie esperienze di sviluppo, migliori pratiche, innovazioni politiche e 136 insegnamenti tratti dai programmi nazionali e dai progetti finanziati dalla NDB in tutti i 137 paesi membri del BRICS. Il portale è concepito per fungere da archivio dei risultati dei flussi di lavoro del «Finance Track» dei BRICS, tra cui la Task Force su Crescita e Sviluppo, la Task Force su PPP e Infrastrutture e la Rete dei Think Tank dei BRICS in ambito finanziario (BTTNF), previo accordo delle parti interessate, il che ne garantirà la continuità tra le presidenze e sosterrà lo scambio cumulativo di conoscenze tra i membri. In questo contesto, riteniamo che tale iniziativa rafforzerà la diffusione delle conoscenze, 143 sosterrà l’apprendimento tra i vari Paesi, potenzierà le capacità istituzionali e 144 contribuirà a risultati di sviluppo più efficaci e sostenibili in tutti i Paesi BRICS e 145 nel Sud del mondo. Incoraggiamo l’ulteriore sviluppo del Portale, al fine di 146 renderlo uno strumento pratico e accessibile per i Paesi BRICS. 147 13. Accogliamo con favore i progressi compiuti nel portare avanti l’iniziativa delle Garanzie Multilaterali dei BRICS (BMG) in linea con le indicazioni fornite dai leader dei BRICS nel 2025. Prendiamo atto del lavoro preparatorio intrapreso dalla NDB per la fase pilota dell’iniziativa nell’ambito della sua attuale Politica sulle Garanzie, volta a sostenere lo sviluppo sostenibile e progetti infrastrutturali resilienti. Riconosciamo il potenziale dell’iniziativa di 152 mobilitare capitali privati, migliorare l’affidabilità creditizia e ridurre i costi di finanziamento per 153 i progetti di sviluppo nei paesi del BRICS e nel Sud del mondo. Incoraggiamo il proseguimento 5 154 del lavoro tecnico e lo sviluppo di operazioni pilota, la cui esperienza potrà contribuire a 155 orientare la futura evoluzione ed espansione dell’iniziativa BMG. 156 14. In linea con l’incoraggiamento dei leader a proseguire gli sforzi a livello tecnico sulla Nuova 157 Piattaforma di Investimento (NIP) e sulla base delle linee guida definite sotto la Presidenza brasiliana, accogliamo con favore i progressi compiuti sotto la Presidenza indiana nel portare avanti 159 le discussioni sulla NIP. Prendiamo atto delle costruttive discussioni tecniche tenutesi tra i 160 membri in merito all’istituzione di un gruppo di studio dedicato nell’ambito del BRICS Finance 161 Track quale piattaforma per il dialogo tecnico e la condivisione delle conoscenze. Riconosciamo 162 l’ampio sostegno espresso dai membri a favore del proseguimento dei lavori secondo un approccio basato sul consenso, 163 graduale e guidato dai membri, nel rispetto della sovranità nazionale, 164 dei diversi quadri normativi e dei mandati istituzionali esistenti. Incoraggiamo il proseguimento del dialogo tecnico, compreso l’ulteriore perfezionamento del mandato del Gruppo di studio, al fine di promuovere una comprensione condivisa delle modalità operative e del ruolo delle istituzioni BRICS competenti. 168 15. Continuiamo a promuovere un sistema fiscale internazionale equo, inclusivo, stabile ed efficiente 169 e ribadiamo il nostro impegno a rafforzare il coordinamento globale tra le autorità fiscali 170 al fine di promuovere sistemi fiscali efficaci e progressivi, contrastando al contempo l’evasione 171 e l’elusione fiscale. Rimaniamo pienamente impegnati a frenare i flussi finanziari illeciti 172 di natura fiscale e a incoraggiare un’equa ripartizione dei diritti di imposizione. 173 16. Riaffermiamo inoltre il nostro impegno a rafforzare la cooperazione fiscale dei BRICS 174 attraverso la resilienza, l’innovazione, la cooperazione e la sostenibilità, promuovendo al contempo 175 la condivisione delle conoscenze e lo sviluppo delle capacità, nonché un impegno costruttivo in sedi internazionali 176 quali la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale 177 e i relativi protocolli, al fine di sostenere un ecosistema fiscale internazionale equo, efficiente e pronto per il futuro 178. 179 17. Accogliamo con favore le iniziative intraprese durante la presidenza indiana volte ad approfondire la cooperazione istituzionale, a promuovere l’innovazione e ad ampliare le opportunità di condivisione delle conoscenze tra le autorità fiscali dei paesi BRICS, tra cui l’istituzione dei gruppi di lavoro sulla fiscalità internazionale e i prezzi di trasferimento e sulle statistiche delle entrate, il programma in presenza 183 di sviluppo delle competenze per i giovani professionisti fiscali e il potenziamento 184 della Rete delle donne nel settore fiscale dei BRICS, pur rilevando l’importanza di definire chiaramente 185 i mandati, l’ambito di applicazione e i risultati attesi, al fine di integrare le iniziative internazionali esistenti ed evitarne, per quanto possibile, la duplicazione. Apprezziamo inoltre i continui sforzi 187 volti a promuovere l’innovazione e la condivisione delle conoscenze attraverso meccanismi esistenti e nuovi, 188 accogliendo con favore le iniziative relative all’istituzione della Rete di sostegno fiscale dei BRICS 189 e al lancio del Laboratorio di apprendimento incrociato in materia fiscale dei BRICS, nonché all’ulteriore 190 sviluppo dello Strumento di collaborazione fiscale dei BRICS, pur riconoscendo che 191 la partecipazione a qualsiasi attività di condivisione dei dati rimarrà soggetta alle leggi e ai regolamenti nazionali applicabili 192 che disciplinano la condivisione e la divulgazione dei dati. 6 193 18. La cooperazione doganale tra i paesi del BRICS ha continuato ad approfondirsi sin dal suo 194 avvio nel 2012, creando un solido quadro istituzionale per la collaborazione in 195 settori quali gli Operatori Economici Autorizzati (AEO), la digitalizzazione e l’196 «intellettualizzazione», l’applicazione delle norme doganali e lo sviluppo delle capacità. Sulla base del 197 mandato del Vertice di Rio del 2025, l’India, durante la propria presidenza del BRICS, ha promosso una 198 serie di iniziative concrete e orientate all’attuazione. Tra queste figurano 199 l’avvio della prima operazione congiunta di controllo doganale dei BRICS, 200 l’incoraggiamento rivolto ai Centri di eccellenza doganali dei BRICS affinché intraprendano programmi mirati di formazione 201 e cooperazione tecnica che rispondano alle esigenze dei membri e mirino a 202 rafforzare le capacità istituzionali e operative, nonché la promozione di una cooperazione strutturata 203 attraverso i gruppi di lavoro doganali dei BRICS. 204 19. Le amministrazioni doganali dei paesi BRICS hanno espresso apprezzamento per la convergenza raggiunta in merito all’Accordo di assistenza amministrativa reciproca in materia doganale; i membri in grado di farlo hanno confermato la loro approvazione di principio e la disponibilità a firmare l’Accordo, subordinatamente al completamento dei necessari processi di approvazione a livello nazionale, e hanno concordato di adoperarsi per garantire la partecipazione di tutti i membri. Inoltre, le amministrazioni doganali dei paesi BRICS 209 si adopereranno per procedere alla firma dell’Accordo BRICS 210 sulla cooperazione e l’assistenza amministrativa reciproca in materia doganale una volta 211 completate le necessarie procedure interne, al fine di consentire una tempestiva condivisione delle informazioni, 212 la cooperazione e l’assistenza reciproca tra le rispettive amministrazioni doganali per un’efficace 213 agevolazione degli scambi commerciali e applicazione delle norme. Si impegnano inoltre a continuare a rafforzare 214 la cooperazione sui programmi AEO attraverso l’attuazione volontaria del Piano d’azione BRICS 215 AEO 2026, lo scambio di informazioni, lo sviluppo delle capacità, la condivisione delle migliori 216 pratiche e il riconoscimento reciproco, tenendo conto dei quadri normativi e delle 217 priorità nazionali; a adoperarsi per lo svolgimento dell’Operazione congiunta di controllo doganale dei BRICS 218, quale iniziativa annuale, ove opportuno, in consultazione con i membri dei BRICS 219, coordinata dalla rispettiva Presidenza dei BRICS, sulla base di tendenze 220 di contrabbando transfrontaliero identificate di comune accordo, di priorità condivise e di fattibilità operativa; 221 e attingendo all’esperienza della prima operazione congiunta di controllo doganale per 222 migliorare il coordinamento operativo e affrontare le minacce doganali individuate di comune accordo e quelle emergenti. 224 225 20. Riconosciamo la necessità di sfruttare il potenziale collettivo dei paesi BRICS per costruire un ecosistema assicurativo BRICS più 226 autosufficiente, al fine di sostenere gli scambi commerciali tra i membri, e di approfondire 227 il dibattito sul potenziamento delle capacità di riassicurazione. Sulla base del lavoro svolto dalle precedenti 228 presidenze, accogliamo con favore il proseguimento delle discussioni tra i membri interessati 229 sull’esplorazione del concetto di un Centro di resilienza assicurativa dei BRICS (BIRC) quale piattaforma volontaria 230 di capacità condivisa per lo sviluppo di modelli di rischio comuni, lo scambio delle migliori 231 pratiche e lo sviluppo di competenze specialistiche. A tale riguardo, i membri hanno espresso 232 interesse a portare avanti le discussioni sulla proposta dell’India di ospitare un Laboratorio sui rischi dei BRICS (BRICS Risk Lab), aperto alla partecipazione dei membri interessati, presso il Centro internazionale dei servizi finanziari (IFSC) di GIFT City, nel Gujarat. Attendiamo con interesse ulteriori discussioni 235 relative al potenziamento della capacità di (ri)assicurazione dei membri del BRICS, con la partecipazione volontaria 7 236 delle parti interessate, tra cui autorità di regolamentazione e compagnie di riassicurazione 237 dei paesi del BRICS. 238 21. Riconoscendo le sfide poste dall’invecchiamento della popolazione e dall’ampia presenza di forza lavoro informale, accogliamo con favore i workshop tenutisi durante la presidenza indiana nell’ambito di un forum BRICS delle autorità di regolamentazione e di vigilanza in materia pensionistica, volti a rafforzare la cooperazione sulla regolamentazione delle pensioni e sulla sicurezza del reddito da pensione. Attendiamo con interesse ulteriori discussioni in seno al forum. 242 22. A seguito dell’incoraggiamento dei leader a esplorare potenziali formati adeguati per 243 il dialogo sulle infrastrutture di regolamento e di deposito, prendiamo atto del workshop tecnico 244 che ha approfondito le diverse dimensioni giuridiche, istituzionali, normative e tecniche 245 dei sistemi di regolamento e di deposito nei vari paesi membri. Ciò ha approfondito la nostra 246 comprensione tra le giurisdizioni dei paesi BRICS e fornirà una base per il proseguimento 247 dello scambio volontario di conoscenze, esperienze, nonché del dialogo tecnico e della cooperazione 248 tra le parti interessate. 249 23. Durante la presidenza indiana nel 2026, le banche centrali dei paesi BRICS hanno collaborato ampiamente 250 per portare avanti un’ampia gamma di iniziative nell’ambito dei sei filoni di lavoro delle banche centrali. Attraverso 251 diciannove riunioni e quattro eventi in presenza, il percorso dedicato alle banche centrali ha favorito 252 interazioni significative tra i propri membri. Tredici relazioni e documenti tecnici, 253 redatti sulla base di contributi sostanziali da parte dei membri, dimostrano 254 il nostro spirito di collaborazione. 255 24. I membri dell’Accordo sulle Riserve Contingenti (CRA) dei BRICS riconoscono gli 256 sforzi compiuti dal Gruppo tecnico del CRA volti a rafforzare la resilienza operativa 257 del CRA e a renderlo più reattivo in tempi di crisi. Le modifiche al 258 Trattato del CRA contribuiranno a far funzionare il CRA con maggiore flessibilità e reattività in quanto 259 rete di sicurezza finanziaria dei BRICS. I membri attendono con interesse il tempestivo completamento della 260 nona prova di funzionamento del CRA, la discussione sull’adesione di nuovi membri al meccanismo del CRA, 261 nonché la pubblicazione della settima edizione del Bollettino economico dei BRICS sul tema 262 «Incertezze economiche globali e implicazioni per i BRICS» . 263 25. Riconosciamo gli sforzi compiuti dalla Task Force sui pagamenti dei BRICS (BPTF) volti a 264 individuare soluzioni pragmatiche per meccanismi di pagamento transfrontalieri efficienti, 265 sulla base delle indicazioni fornite dai nostri leader nelle Dichiarazioni di Kazan e di Rio, 266 relative all’Iniziativa sui pagamenti transfrontalieri dei BRICS. A tale riguardo, prendiamo atto del 267 lavoro svolto per studiare l’interoperabilità transfrontaliera dei canali di pagamento e di messaggistica 268, nonché delle discussioni sulla promozione dei regolamenti commerciali e degli investimenti mediante 269 le valute locali dei paesi BRICS, nel rispetto delle priorità nazionali e riconoscendo che 270 non esiste un approccio unico valido per tutti. Incoraggiamo il BPTF a proseguire le discussioni, 271 basandosi sul lavoro in corso, per favorire soluzioni pratiche per i pagamenti transfrontalieri 272 tra i paesi del BRICS, che siano rapidi, a basso costo, più accessibili, efficienti, 273 trasparenti e sicuri. 274 26. Riconosciamo l’onere sproporzionato imposto dai cambiamenti climatici a tutti i paesi, 275 con i paesi emergenti e in via di sviluppo (EMDE) che devono affrontare sfide particolari nel gestire i rischi legati al clima e le 8 276 vulnerabilità, nonché i notevoli divari nei fabbisogni di finanziamento, in particolare per le 277 misure di adattamento. In tale contesto, accogliamo con favore il rapporto sul «Ruolo delle banche centrali nell’ottimizzazione della finanza sostenibile e verde, compreso l’adattamento», 279 che esamina le misure adottate dalle banche centrali e le tendenze della finanza sostenibile, compresi 280 gli sforzi volti a esplorare la possibilità di rendere i progetti di finanza climatica più finanziabili, 281 sia a livello globale che all’interno dei paesi del BRICS. Il rapporto individua i principali 282 ostacoli all’espansione della finanza sostenibile e verde, concentrandosi sul ruolo del settore pubblico 283 con particolare enfasi sulle banche centrali e sulle altre autorità di regolamentazione del settore finanziario, 284 nell’ambito dei rispettivi mandati e delle circostanze nazionali. Il seminario dal titolo 285 “Sviluppare la finanza per il clima e le capacità istituzionali: dai quadri politici all’attuazione” ha sostenuto il lavoro su questo tema. 287 27. Accogliamo con favore la condivisione di esperienze sui nuovi sviluppi in materia di sicurezza informatica, compreso 288 lo scambio volontario di informazioni su incidenti, tendenze e rischi emergenti affrontati 289 dai membri. Riconosciamo il lavoro svolto nell’ambito del Canale rapido di sicurezza informatica dei BRICS (BRISC) per promuovere il dialogo sui rischi derivanti dal cloud computing e le discussioni sulle normative in materia di sicurezza informatica nel settore finanziario. Apprezziamo inoltre la terza edizione delle esercitazioni e simulazioni informatiche dei BRICS sul tema «Resilienza e cooperazione per la difesa informatica». Riconosciamo l’importanza 294 di svolgere con cadenza annuale le esercitazioni e le simulazioni informatiche dei BRICS, le quali 295 sottolineano l’importanza di approcci collettivi e coordinati, dell’apprendimento reciproco 296 e della cooperazione pratica nel rafforzamento della resilienza informatica nel settore finanziario. Incoraggiamo 297 i membri del BRISC a intensificare lo scambio di informazioni sugli incidenti informatici 298. 299 28. Riconoscendo il potenziale di trasformazione dell’Intelligenza Artificiale (IA) e delle tecnologie emergenti, quali l’informatica quantistica, per il settore finanziario, abbiamo adottato un approccio incentrato sull’EMDE per valutare le opportunità e i rischi posti da tali tecnologie. Il seminario BRICS sull’IA nella finanza e una tavola rotonda sulle opportunità e i rischi dell’informatica quantistica hanno rappresentato un passo in questa direzione. Apprezziamo i preziosi contributi dei membri 304 nella definizione del «Documento di orientamento sull’IA nella finanza» e del «Kit di strumenti per la governance e l’abilitazione dell’IA», nonché la condivisione delle migliori pratiche relative 306 all’adozione di RegTech e SupTech nelle rispettive giurisdizioni. Accogliamo inoltre 307 con favore lo studio su «Opportunità e rischi derivanti dall’informatica quantistica per il 308 settore finanziario». Incoraggiamo il Gruppo di lavoro BRICS sul Fintech a proseguire il dialogo politico e la condivisione delle conoscenze al fine di sfruttare il potenziale innovativo delle tecnologie emergenti, rafforzando al contempo la loro vigilanza normativa e garantendo un loro impiego etico e responsabile. 312 29. Accogliamo con favore l’Hub delle Banche Centrali BRICS per lo sviluppo delle capacità, volto a rafforzare le competenze in settori emergenti dell’attività delle banche centrali. A tale riguardo, prendiamo atto della risposta incoraggiante 314 al programma sulla finanza sostenibile e attendiamo con interesse la partecipazione 315 dei membri interessati ai prossimi programmi su «L’uso del FinTech nelle operazioni bancarie centrali» 316 e «Cybersicurezza/Intelligenza artificiale/Apprendimento automatico, 9 317 e tecnologie emergenti». Incoraggiamo i membri a organizzare, in futuro, programmi di rafforzamento delle capacità su base volontaria. 319 30. Riconoscendo il suo ruolo nella ricerca politica e nella condivisione delle risorse intellettuali, accogliamo con favore il continuo contributo della Rete dei Think Tank dei BRICS per la Finanza, sotto la presidenza dell’India, nel promuovere l’uso del fintech per lo sviluppo inclusivo e il finanziamento di infrastrutture resilienti. Sosteniamo gli sforzi volti a rafforzare i risultati della ricerca e la loro diffusione, contribuendo a un processo decisionale basato su dati concreti, in linea con le priorità dei BRICS e le sfide globali emergenti. 325 31. Proseguiremo il nostro lavoro fino al 2026 con l’obiettivo di portare avanti le nostre iniziative e garantire una transizione agevole e il mantenimento dello slancio sotto la presidenza della Cina nel 2027.

DIFESA – Il riarmo europeo e la nuova economia della guerra – L’ottavo fronte di Israele: la battaglia americana per le menti, di Giuseppe Gagliano

DIFESA – Il riarmo europeo e la nuova economia della guerra

Par Giuseppe Gagliano / 12.09.2026

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Le réarmement européen
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

Di Giuseppe Gagliano, Presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Como, Italia)

Quando la sicurezza diventa una fonte di reddito

Il riarmo europeo viene presentato come una necessità storica, quasi come un dovere morale. La Russia, l’Ucraina, l’incertezza statunitense, la fragilità dell’Alleanza Atlantica, il ritorno della guerra convenzionale sul continente: tutto viene addotto per spiegare perché gli Stati europei debbano aumentare le loro spese militari. Ma dietro questa narrazione si nasconde un altro fenomeno, meno evidente e molto più concreto: la trasformazione della paura in un prodotto finanziario.

La guerra non è più solo appannaggio degli stati maggiori, dei ministeri della Difesa e delle industrie degli armamenti. È diventata un mercato. Nel maggio 2025 BlackRock ha lanciato un fondo quotato dedicato alla difesa europea, concepito per replicare la performance delle società che traggono vantaggio dalla nuova corsa al riarmo. Lo stesso gestore indica come data di lancio del fondo il 23 maggio 2025 e lo collega a un indice europeo incentrato sulla difesa.

Non si tratta di un caso isolato. Nel 2026 BNP Paribas ha annunciato di aver intensificato il proprio sostegno al settore della difesa con 6,5 miliardi di euro in più di investimenti e 2 miliardi di finanziamenti. Allo stesso tempo, la banca francese ha rivisto la propria politica sulle cosiddette armi controverse, adeguandola al nuovo clima politico e industriale europeo.

Il denaro pubblico entra, il profitto privato esce

È proprio qui che sta il nodo politico. Il riarmo europeo è finanziato dagli Stati, quindi dai contribuenti. Ma i profitti vanno alle banche, ai fondi, ai gestori patrimoniali, ai grandi gruppi industriali e agli intermediari finanziari. La sicurezza diventa così un circolo vizioso: il bilancio pubblico si indebita, l’industria privata riceve commesse, la finanza trasforma questi flussi futuri in strumenti di investimento e l’opinione pubblica è invitata a considerare tutto ciò come patriottismo.

Il caso di BPCE è esemplare. Nel 2025 il gruppo bancario francese ha emesso un’obbligazione da 750 milioni di euro destinata al settore della difesa, con una domanda che ha raggiunto i 2,8 miliardi, ovvero quasi quattro volte l’importo offerto. I proventi sono destinati al finanziamento o al rifinanziamento di attività nel settore militare.

La lezione è semplice: il riarmo non coinvolge solo le fabbriche e gli arsenali. Coinvolge anche i mercati. Ogni promessa di aumento delle spese militari diventa una garanzia implicita per gli investitori. Ogni piano pluriennale di difesa diventa una previsione di entrate. Ogni allarme sulla minaccia russa diventa una leva per convincere i parlamenti e i cittadini ad accettare tagli in altri settori.

Ecco perché la questione non è se l’Europa debba difendersi. La questione è chi guida il processo, chi lo finanzia, chi ne trae vantaggio e chi ne paga il conto.

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Il Lussemburgo come laboratorio

Il Lussemburgo, che nell’immaginario collettivo rimane il piccolo Stato della finanza, delle società di gestione e della riservatezza bancaria, entra in questo contesto con un ruolo molto più ampio di quanto suggeriscano le sue dimensioni. Yuriko Backes ricopre tre incarichi: Difesa, Mobilità e Lavori pubblici, Parità di genere e Diversità. Il governo lussemburghese conferma ufficialmente questa concentrazione di competenze.

La sua affermazione secondo cui l’Europa non può più aspettarsi che siano gli americani a risolvere al suo posto il problema della difesa coglie una verità concreta: il vecchio equilibrio, in cui Washington garantiva la sicurezza mentre gli europei spendevano relativamente poco, non regge più. Ma il modo in cui questa verità viene interpretata è determinante. Se per autonomia strategica si intende la capacità politica, industriale e diplomatica di agire per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti, allora si tratta di una prospettiva seria. Se, al contrario, significa trasformare l’Europa in un nuovo spazio di rendita militare, ci troviamo di fronte a un pericoloso malinteso.

Anche la nuova Banca per la difesa, la sicurezza e la resilienza va interpretata in questo contesto. In occasione del vertice dell’Alleanza Atlantica ad Ankara, nove paesi, tra cui Canada, Belgio, Grecia, Lettonia, Lussemburgo, Romania, Turchia e Ucraina, hanno aderito all’iniziativa. Secondo Reuters, la banca dovrebbe avere sede in Canada e puntare a raccogliere fino a 100 miliardi di sterline per offrire finanziamenti vantaggiosi e garanzie ai progetti nel settore della difesa.

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La valutazione militare

Dal punto di vista militare, il riarmo europeo nasce da una reale debolezza. Le scorte sono insufficienti, la produzione di munizioni è lenta, molte forze armate sono state ridimensionate nel corso dei decenni, la mobilità militare rimane fragile e le infrastrutture non sono sempre pronte a sostenere un conflitto ad alta intensità. Anche la Banca europea per gli investimenti ha ampliato il proprio sostegno all’industria della difesa, triplicando a 3 miliardi di euro le risorse disponibili per prestiti e garanzie intermedie e firmando un primo accordo con Deutsche Bank per favorire finanziamenti pari a un miliardo di euro destinati alla ricerca militare e alle infrastrutture legate alla sicurezza.

Il problema è che l’Europa rischia di confondere la preparazione militare con l’acquisto compulsivo di sistemi d’arma. Difendersi non significa solo spendere di più. Significa sapere contro chi, con quali mezzi, secondo quale dottrina, con quale autonomia industriale, con quale catena di comando. Senza una strategia comune, il riarmo diventa una somma di ordini nazionali, rivalità industriali e dipendenze tecnologiche. In questo caso, non nasce una difesa europea, ma un grande mercato europeo della difesa.

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La valutazione geopolitica e geoeconomica

Il paradosso è evidente. L’Europa afferma di voler diventare autonoma rispetto agli Stati Uniti, ma gran parte della nuova architettura di riarmo continua a favorire anche l’industria e la finanza americane. Warburg Pincus, importante società di investimento americana, ha creato una piattaforma europea per gli investimenti nei settori della difesa, della sicurezza e della resilienza strategica, in collaborazione con MEAG, società di gestione patrimoniale legata al gruppo Munich Re.

La Deutsche Bank, dal canto suo, ha costituito un gruppo dedicato alla difesa e alle infrastrutture correlate, composto da circa quaranta banchieri, secondo quanto riportato dalla stampa finanziaria internazionale.

La geoeconomia del riarmo è quindi chiara: il denaro europeo finanzia l’espansione di un settore in cui gli Stati Uniti mantengono un vantaggio decisivo in termini di tecnologia, sistemi d’arma, intelligence, logistica e mercati finanziari. L’Europa parla di sovranità, ma spesso acquista dipendenza. Parla di autonomia, ma opera all’interno di circuiti finanziari e militari ancora fortemente atlantici.

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Il costo sociale della nuova economia militare

La domanda finale è la più semplice e la più inquietante: da dove arriveranno i soldi? Se i bilanci pubblici dovranno sostenere maggiori spese per la difesa, maggiori interessi sul debito, maggiori aiuti militari, maggiori infrastrutture strategiche, qualcosa dovrà essere sacrificato. Sanità, istruzione, pensioni, trasporti, politiche sociali: lo Stato sociale europeo rischia di diventare la vittima silenziosa della nuova economia militare.

Il riarmo viene presentato come una forma di crescita, ma non tutte le forme di crescita hanno lo stesso valore. Una società che investe nella produzione di missili, droni, munizioni e sistemi di sorveglianza può aumentare il proprio prodotto interno lordo, ma non necessariamente la sicurezza delle persone. Può arricchire gli azionisti e gli intermediari, ma impoverire i cittadini. Può creare posti di lavoro nell’industria, ma anche costruire un’economia dipendente dal perdurare della minaccia.

La guerra, quando diventa un modello economico, non ha alcun interesse alla pace. Ha interesse alla tensione permanente, all’urgenza continua, alla paura indotta. Ed è proprio qui che l’Europa dovrebbe fermarsi a riflettere. Perché un continente che ha costruito la propria identità sul superamento della guerra rischia ora di trasformare la guerra in un nuovo motore finanziario.

Il risultato è una contraddizione storica: i cittadini sono invitati ad accettare sacrifici in nome della sicurezza, mentre le banche e i fondi trasformano quella stessa sicurezza in dividendi. Questa non è autonomia strategica. È la privatizzazione del pericolo. E quando il pericolo diventa una fonte di rendimento, ci sarà sempre qualcuno che avrà interesse a che non finisca mai.

ANALISI – L’ottavo fronte di Israele: la battaglia americana per le menti

Par Giuseppe Gagliano / 11.09.2026

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Le huitième front d’Israël
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

Di Giuseppe Gagliano, presidente del Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Como, Italia)

Quando la potenza militare non basta più

Israele afferma di aver combattuto su sette fronti dal 7 ottobre 2023. Ne esiste tuttavia un ottavo, meno visibile ma forse più decisivo: quello dell’opinione pubblica americana. Una battaglia condotta non con divisioni corazzate o aerei da combattimento, ma con società di comunicazione, gruppi di pressione, creatori di contenuti, campagne pubblicitarie e, ormai, sistemi di intelligenza artificiale.

Secondo un’indagine di Nick Cleveland-Stout, pubblicata dal Quincy Institute for Responsible Statecraft, da ottobre 2023 il governo israeliano avrebbe stanziato oltre un miliardo di dollari per la propria diplomazia pubblica. Oltre 100 milioni sarebbero stati spesi negli Stati Uniti nell’ambito delle attività soggette alla legislazione sui rappresentanti di interessi stranieri.

Questo aumento spettacolare riflette non tanto una dimostrazione di fiducia quanto piuttosto la portata di una certa inquietudine. I leader israeliani godono ancora di un notevole sostegno all’interno delle istituzioni statunitensi, ma constatano che la loro influenza storica non è più sufficiente a impedire l’erosione della loro immagine nella società.

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Dall’influenza indiretta all’intervento governativo

Per decenni, le relazioni tra Washington e Tel Aviv si sono basate su una vasta rete statunitense composta da organizzazioni politiche, donatori privati, associazioni cristiane evangeliche e gruppi filoisraeliani. Il loro finanziamento da parte degli Stati Uniti e la loro indipendenza ufficiale dal governo israeliano li esentavano generalmente dall’obbligo di registrarsi come rappresentanti diretti di una potenza straniera.

Il cambiamento avvenuto dal 2023 è notevole. Israele non si limita più a trarre vantaggio da questo contesto favorevole: il suo governo ingaggia direttamente aziende specializzate per controllare i messaggi, rivolgersi a determinate categorie sociali e rispondere rapidamente alle crisi politiche.

Sembra che nel 2024 e nel 2025 siano state registrate diciassette nuove società per operare a favore degli interessi israeliani. Una parte significativa dei contratti passa attraverso il gruppo francese Havas Media, che a sua volta subappalta alcune operazioni ad aziende statunitensi.

L’obiettivo è chiaro: riconquistare gli ambienti in cui il sostegno a Israele si sta erodendo più rapidamente, in particolare i giovani, i conservatori e alcuni cristiani evangelici. Questo calo preoccupa tanto più le autorità israeliane in quanto questi gruppi costituivano finora i pilastri sociali dell’alleanza con Washington.

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Dai creatori di contenuti ai bot conversazionali

I metodi utilizzati vanno oltre la comunicazione diplomatica tradizionale. Comprendono il finanziamento di creatori di contenuti, l’acquisto di spazi pubblicitari, l’invio massiccio di messaggi telefonici e l’organizzazione di viaggi per giornalisti, leader religiosi e personalità influenti.

Nel 2025, il Ministero degli Affari Esteri israeliano avrebbe finanziato circa 300 delegazioni, per un totale di 6.000 partecipanti provenienti da 70 paesi. Queste visite consentono di selezionare gli interlocutori, costruire una narrazione coerente e instaurare relazioni durature con coloro che possono poi influenzare il proprio pubblico.

La novità più importante riguarda l’intelligenza artificiale. Alcune aziende hanno il compito di creare reti di siti e contenuti in grado di influenzare le informazioni utilizzate dai bot conversazionali. La sfida non consiste più solo nel convincere direttamente gli utenti di Internet, ma nell’agire sulle fonti da cui i sistemi automatici traggono le loro risposte.

Questa strategia apre una nuova dimensione della guerra dell’informazione. Non si tratta più semplicemente di occupare i social network, ma di intervenire a monte sul contesto documentario che plasmerà la conoscenza di milioni di utenti.

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La trasparenza degli Stati Uniti alla prova

Queste operazioni non sono necessariamente illegali. La legislazione statunitense autorizza le attività di influenza svolte per conto di Stati stranieri, a condizione che siano dichiarate. Il problema risiede nell’applicazione incompleta degli obblighi di trasparenza.

Alcune aziende avrebbero fornito informazioni insufficienti sulle proprie attività. Alcuni creatori di contenuti retribuiti non avrebbero sempre rivelato i propri rapporti finanziari con il governo israeliano. Altre organizzazioni che apparentemente svolgono attività politiche avrebbero eluso l’obbligo di registrazione.

Esiste quindi un divario tra la legalità formale e la possibilità per i cittadini statunitensi di sapere chi finanzia realmente i messaggi che ricevono. È difficile per una democrazia valutare una campagna di influenza se la sua origine rimane nascosta dietro una serie di subappaltatori.

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Un potere politico trasformato in potere economico

La battaglia dell’immagine è anche un mercato. Gli stanziamenti previsti per la diplomazia pubblica israeliana nel 2026 dovrebbero ammontare a 2,35 miliardi di shekel, pari a circa 750 milioni di dollari. Questo settore alimentare alimenta società di consulenza, agenzie pubblicitarie, gruppi di comunicazione e intermediari digitali.

Il denaro pubblico israeliano entra così nel sistema americano di creazione del consenso. Finanzia posti di lavoro, contratti e reti professionali che hanno poi interesse a mantenere la percezione di una minaccia permanente contro Israele. L’influenza diventa un settore economico i cui attori sono retribuiti per produrre legittimità politica.

Questa spesa va messa in relazione con i circa 300 miliardi di dollari di aiuti che gli Stati Uniti avrebbero concesso a Israele dal 1948. Il rapporto non si basa quindi solo su una vicinanza diplomatica o ideologica: costituisce un sistema economico e militare in cui si intrecciano aiuti pubblici, vendite di armi, campagne elettorali e contratti di comunicazione.

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Il messaggio può cancellare la politica?

Nonostante le somme stanziate, l’opinione pubblica americana continua ad allontanarsi da Israele, soprattutto tra i giovani. Il paradosso è evidente: più le operazioni militari a Gaza, in Libano e in Iran diventano impopolari, più il governo israeliano investe per spiegare che il problema risiede in una comunicazione insufficiente.

Ma nessuna campagna può separare in modo duraturo l’immagine di uno Stato dalle sue decisioni. Si può migliorare una narrazione, selezionare i dati, invitare personalità di spicco o saturare i social media. È molto più difficile convincere il pubblico che ciò che vede quotidianamente non esiste o non debba influenzare il suo giudizio.

Israele potrebbe quindi vincere alcune battaglie tecniche, pur perdendo progressivamente la guerra politica. I suoi messaggi possono penetrare nei social network, nelle chiese, nelle università e nei sistemi di intelligenza artificiale senza però invertire l’andamento dell’opinione pubblica.

L’ottavo fronte rivela così una debolezza strategica. Una potenza in grado di colpire i propri avversari in tutta la regione si rende conto di non poter costringere una società straniera ad approvare le proprie scelte. Quando la diplomazia pubblica diventa il surrogato di una revisione politica, la propaganda non risolve più la crisi: ne conferma l’esistenza.


Giuseppe Gagliano

Giuseppe Gagliano ha fondato nel 2011 la rete internazionale Cestudec (Centro di studi strategici Carlo de Cristoforis), con sede a Como (Italia), con l’obiettivo di studiare, in una prospettiva realista, le dinamiche conflittuali delle relazioni internazionali. Questa rete pone l’accento sulla dimensione dell’intelligence e della geopolitica, ispirandosi alle riflessioni di Christian Harbulot, fondatore e direttore dell’École de Guerre Économique (EGE)
 
Collabora con il Centro Francese di Ricerca sull’Intelligence (CF2R) (Link),https://cf2r.org/le-cf2r/gouvernance-du-cf2r/
con l’Università della Calabria nell’ambito del Master in Intelligence e con l’Iassp di Milano (Link). https://www.iassp.org/team_master/giuseppe-gagliano/
 
Libri in italiano
 
Scopri i suoi libri in italiano su Amazon.
https://www.amazon.it/Libri-Giuseppe-Gagliano/s?rh=n%3A411663031%2Cp_27%3AGiuseppe+Gagliano
 
Libri in francese
https://www.va-editions.fr/giuseppe-gagliano-c102x4254171
 
Link utili
 
Biografia sul sito del Cestudec
http://www.cestudec.com/biografia.asp
 
Intelligence Geopolitica
https://intelligencegeopolitica.it/
 
Centro di studi strategici Carlo de Cristoforis
https://centrostudistrategicicarlodecristoforis.wordpress.com/?_gl=1*1nwazl2*_gcl_au*MTY0MDE3Njc2LjE3Mjg3NDI3NTM

Come trasformare la romanità in una fonte di potere? _ di Guy-Alexandre Le Roux

Come trasformare la romanità in una fonte di potere?

di Guy-Alexandre Le RouxCopia il link

L’Occidente non è mai stato una civiltà, ma solo un concetto politico. In un’epoca caratterizzata dal ritiro degli Stati Uniti e dall’ascesa dell’Asia, è ormai superato.

Rimane una realtà culturale ben più profonda e in gran parte trascurata: la romanità, fondata sul diritto romano, sull’eredità greca e sui pensatori cristiani.

E se la Francia e l’Europa ne facessero, finalmente, una vera leva di potere, di soft power e di politica estera?

Un articolo da leggere sunel n. 65. Roma: la continuità dell’Impero

Il Giappone è asiatico, Israele è orientale. Eppure, questi due paesi sono classificati nel campo occidentale, quello dell’Europa e dell’America, che trova le sue radici nella filosofia greca, nel diritto romano, nelle rappresentazioni cristiche, là dove si coltiva la vite e si beve il vino. La contraddizione non suscita interrogativi in nessuno. E a ragione: l’Occidente non è mai stato una civiltà. È un concetto politico che è stato elevato a concetto di civiltà, per contrapporre un «mondo libero» alla barbarie di un altro mondo, schiavo, aggressivo, primitivo. Racchiuso sotto la tutela americana, l’Occidente è una realtà distorta di ciò che è l’Europa. Con il ritiro americano, l’evidenza che l’Europa è per Washington solo uno spazio di proiezione tra tanti e non una figura materna, con l’ascesa dell’Asia, la concorrenza cinese, che rende obsoleta l’opposizione tra civiltà e barbarie, il concetto di Occidente è superato. Si tratta, per l’Europa, per la Francia e per i suoi alleati più stretti, di emanare un proprio splendore.

Leggi anche: L’Occidente: il primato della persona e dello Stato di diritto

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Romanità, realtà civile

Si tratta di una realtà civile, indipendente da qualsiasi autorità, che esiste nonostante le opposizioni diplomatiche e persino a dispetto delle strutture statali, con un’influenza onnipresente, il cui cuore è costituito da Roma, Parigi, Madrid, Vienna, la Germania Ovest e Varsavia. Questa realtà è la “romanità” ed è un grande elemento trascurato dalla geopolitica europea.

In un momento in cui la geopolitica mondiale si sta ridefinendo, questa rappresenta una magnifica opportunità per noi francesi ed europei. Se la “romanità” viene concepita in chiave politica, questa realtà civile può trasformarsi in una leva di potere, per noi stessi, per la politica europea e per la nostra politica estera.

Allora, cos’è la “romanità”? È innanzitutto un modo di concepire il mondo; si fonda sull’eredità greca, sul diritto romano e sui pensatori cristiani, che identificano la persona umana e la distinguono dalla tribù. Il cristianesimo ha rivoluzionato il rapporto tra l’uomo e Dio ponendo la libertà al centro di tale relazione. Da questa lunga maturazione deriva uno stile di vita: famiglia monogama, complementarità tra uomo e donna, tutela dei minori, libertà individuali, ecc.

La romanità non può essere slegata dalla Chiesa, che ha alimentato, animato e sublimato Roma. Chi è rivolto verso la Chiesa romana è permeato di romanità.

Si trova inoltre ovunque si beva vino. Cesare, nella Guerra gallica, osservava che i Galli bevevano vino a causa dei loro antichi rapporti con l’Italia, mentre i Germani, che preferivano la birra, ne vietavano l’importazione1. Lo accusavano di intorpidire i sensi e di minare il coraggio degli uomini. L’impronta geografica del vino segnava già il confine dell’influenza romana.

Infine, la civiltà romana intrattiene un rapporto unico con la sua culla, il Mediterraneo. Spazio di scambi, di mobilità, di avventure marittime e di innovazione, è all’origine di uno spirito aperto verso il mare e, quindi, verso il mondo.

«La romanità è un grande aspetto trascurato della geopolitica europea.»

In quanto spazio di influenza, i suoi confini non sono fissi. Essa vive insieme agli uomini, si rafforza o si indebolisce a seconda delle scelte politiche. Sebbene possa superare i conflitti, questi non sono privi di ripercussioni su di essa. Quando Pietro il Grande scelse di far entrare la Russia nel mondo europeo, la immerse nella cultura romana. Al contrario, Lenin, imponendo il bolscevismo, intraprende la cancellazione delle sue tracce. Nonostante un tentativo di riorientamento nel corso degli anni 2000, la Russia si è nuovamente allontanata dalla romanità, un movimento che ha subito un’accelerazione dal 2022. La guerra in Ucraina dimostra tuttavia che la Russia considera le questioni europee come proprie. Ma, respinta dai paesi della romanità, si lascia andare al suo antico istinto che la orienta verso l’Asia. In alcuni territori, la romanità è scomparsa. Nel Maghreb, che fu un’importante provincia dell’Impero romano, di Roma rimangono solo siti archeologici, come Volubilis e Cartagine. E anche le tracce della colonizzazione europea si stanno cancellando.

Un’influenza potente e sempre affascinante

L’influenza della cultura romana è tuttavia potente e continua ad esercitare un forte fascino. Ciò si spiega innanzitutto con il suo rapporto con l’universale. Essa è, nel senso letterale del termine, «eccentrica», ovvero i suoi centri culturali storici si trovano al di fuori di Roma2: in Grecia (Atene) e nel Vicino Oriente (Gerusalemme). La cultura romana è fondamentalmente erede e, in quanto tale, l’élite dell’antica Roma si è sempre considerata portatrice di un’eredità da trasmettere3. Ciò le permette di intrattenere un rapporto unico con le altre culture e gli altri spazi, con l’Altro. L’Altro può così riconoscersi nella romanità, perché la romanità può riconoscersi in lui.

Leggi anche: L’Europa e la cultura romana. Intervista a Rémi Brague

La forza della romanità sta quindi nel non essere ermetica nei confronti dell’Altro. È flessibile, mobile nel suo rapporto con lo spazio e con le diverse culture. La Chiesa, con la sua visione di lungo periodo, permette alla romanità contemporanea di ricordare a se stessa di essere una continuità di Atene, Roma e Gerusalemme. Per la sua natura aperta e mutevole, quindi, la romanità non si inserisce in uno schema di opposizione tra civiltà. Ciò dovrebbe consentirle — in linea di principio — di sviluppare un acuto senso politico, di privilegiare l’opportunità realistica piuttosto che lo scontro tra culture.

È proprio questo rapporto unico con l’universale che permette alla romanità di affascinare il mondo intero, di avvicinare i popoli e di diffondersi. Essa continua a esercitare un’immensa attrazione culturale e religiosa. Oltre ai milioni di turisti che la visitano ogni anno, le élite di tutto il mondo si recano almeno una volta a Roma, specialmente quelle dei paesi in cui la romanità ha lasciato un’impronta.

La mappa della romanità

È possibile tracciare una mappa della “romanità” sulla base di tre criteri: la pratica del cattolicesimo, la produzione e il consumo di vino pro capite, il livello di tutela dei diritti individuali. Naturalmente questa rappresentazione presenta dei limiti, ma il risultato è molto interessante.

Si riconosce chiaramente il cuore. L’Italia, la Spagna, il Portogallo e la Slovenia sono i paesi con la più forte impronta romana. Seguono poi i paesi del cuore romano: la Francia4, l’Austria, il Belgio, e anche tre paesi che non facevano parte del Limes romano, ma in cui le missioni cattoliche hanno dato frutti abbondanti: l’Irlanda, l’Argentina e il Cile (questa parte meridionale dell’America Latina viene anche soprannominata il «secondo Occidente»).

La Riforma protestante rappresenta un confine della romanità. La Germania dovrebbe tecnicamente apparire in due colori, tra l’Occidente romano e l’Oriente protestante5. Pertanto, nei paesi protestanti o in quelli che in un determinato momento della loro storia hanno rotto con Roma (ortodossia, conquiste ottomane), l’influenza romana è meno presente: il Regno Unito, l’area scandinava, l’Europa orientale, ad eccezione della Polonia, dove il cattolicesimo è molto forte, e della Slovacchia, i Balcani, la Grecia. Si osserva una forte impronta romana in Georgia, incastonata nel Caucaso, che non è mai stata integrata nell’Impero romano, ma che era in contatto con il mondo greco attraverso il Mar Nero. Il risultato è rafforzato dalla tradizione del vino. In Nord America, il Messico ottiene lo stesso punteggio degli Stati Uniti, ma non per le stesse ragioni. Uno è cattolico, l’altro sacralizza i diritti individuali, produce e consuma più vino. Lo stesso vale per il Canada e, nel Pacifico, per l’Australia. L’impronta romana dell’America Latina, come nel caso del Messico, è rafforzata dalla presenza del cattolicesimo. Infine, c’è il resto del mondo: la Russia, deromanizzata dal comunismo; le Filippine, dove vivono numerosi cattolici; il Giappone, per la sua forte tutela dei diritti individuali; e anche l’India, per il suo impegno nel riconoscerli.

I cattolici, la produzione e il consumo di vino, la tutela dei diritti individuali sono tutti punti di riferimento, elementi di richiamo, legami culturali e politici che ci avvicinano a questi paesi e che abbiamo a disposizione per la nostra proiezione.

Nello spazio europeo

I confini della “romanità” non spiegano necessariamente le divergenze tra gli Stati europei. La “romanità” non c’entra granché se gli Stati del Nord sono parchi e quelli del Sud più spendaccioni, né impedisce l’opposizione tra Est e Ovest sulle questioni migratorie. Ma mostrano ciò che avvicina i paesi europei e ciò che potrebbe allontanarli. Così, l’attrazione tra la Polonia e la Francia è più forte (l’avvicinamento storico è stato in parte reso possibile dall’appartenenza della Polonia alla cultura romana) rispetto alle relazioni tra la Francia e i paesi scandinavi.

È interessante notare che la divisione romana della Germania, tra il sud-ovest e il nord-est, corrisponde più o meno alla tensione continua tra la Renania, la Saar, la Baviera e una parte della Westfalia – orientate verso il centro romano – e la Sassonia, la Turingia, il Brandeburgo e la Pomerania – orientate verso est, attratte dai mondi slavi e asiatici. Del resto, le scelte dei principi tedeschi al tempo della Riforma seguono più o meno il tracciato del limes. Questa frattura è stata accentuata dalla separazione tra Germania Ovest e Germania Est, un chiaro indicatore del voto a favore dell’AfD oggi. Confrontando quattro mappe storiche della Germania (Limes, Riforma, Germania Est/Ovest, voto AfD) si nota un’interessante somiglianza.

«Anziché imporsi, attrae; anziché conquistare, irradia.»

Se non è romana, la Germania si rivolge naturalmente all’Asia orientale, senza mai dimenticare, ovviamente, l’Europa continentale. Il programma dell’AfD mira quindi a sviluppare i legami con la Russia, ormai più asiatica dopo la guerra in Ucraina, e con la Cina. L’identità romana dell’Occidente e le sue differenze rispetto all’identità germanica dell’Oriente costituiscono un punto di appoggio per la Francia al fine di impedire questo cambiamento di rotta.

Ogni paese vive la propria “romanità” in modo diverso; essa influenza la geopolitica, ma non la condiziona né la uniforma. Così, l’Italia è mediterranea, la Francia si estende su tredici fusi orari, la Spagna vuole affermare la propria presenza nel Nord Africa e in America Latina, l’Austria cura il proprio scrigno, la Polonia cerca di sopravvivere e ambisce a diventare la grande potenza continentale. Ma la romanità unisce, è il collante che tiene insieme i dialoghi, le cooperazioni o le alleanze tra popoli che si riconoscono l’uno nell’altro.

La “romanità” è una risorsa straordinaria e potrebbe forse fungere da motore dell’azione geopolitica in Europa, costituendo un asse romano forte e coerente. La Francia aspira a diventare leader europeo, in quanto detentrice del primo esercito d’Europa. La “romanità” offre al tempo stesso un’influenza di ampio respiro e una base per gli scambi. La Francia avrebbe tutto da guadagnare nel voler rendere l’Europa più romana. Avrebbe tutto da guadagnare nel lavorare, su questa base, a un asse Roma-Parigi-Varsavia, per orientarsi meglio verso il Mediterraneo, gli stretti, l’Oriente, da un lato, e dall’altro, contenere la Germania e la Russia (senza recidere i legami), assicurarsi la propria presenza nello spazio europeo orientale e settentrionale, la rotta del gas, l’accesso al Mar Baltico e al Mar Nero attraverso l’Ucraina.

Leggi anche: La romanità, un’opportunità per la Francia e l’Italia

La romanità, un punto di forza della politica estera

Al di fuori del suo centro, ogni impronta è un punto di proiezione. Laddove Roma ha lasciato il proprio segno, permane un punto di riferimento che la Francia e l’Europa possono mettere a frutto. Si tratta di avvalersi del potere di influenza della cultura romana, ciò che Joseph Nye definisce «soft power», per inserirsi in tutti gli spazi che le sono favorevoli e aperti. Anziché imporsi, essa attrae; anziché conquistare, irradia. È proprio questa natura flessibile, ereditara ed eccentrica, a renderla uno strumento diplomatico senza pari.

Perché la forza della romanità sta proprio nel mantenere vivo il dialogo laddove si scontrano le dinamiche geopolitiche del momento. Si mantiene un legame con chi si combatte perché si condivide un pezzo di identità comune. È esattamente ciò che sta accadendo con la Russia: respinta dai paesi della romanità, essa se ne allontana e si rivolge all’Asia, ma non smette di considerare le questioni europee come proprie. Finché permane un’impronta romana, una porta, preziosa per immaginare il dopoguerra, il dopoputin, rimane aperta.

Le comunità cristiane, così come i popoli “europeizzati” o “romanizzati”, costituiscono altrettanti punti di appoggio a disposizione di chi saprà riconoscerli e mobilitarli. I cristiani d’Oriente sono punti di appoggio naturali della nostra presenza e della nostra influenza in contesti in cui non abbiamo più una base territoriale. Tuttavia, non bisogna rinunciare al realismo: la romanità non impone una politica estera di tipo civilizzatorio. Il perseguimento dei nostri interessi nel conflitto tra Armenia e Azerbaigian, nella rivalità greco-turca, nel destino dei cristiani siriani di fronte al potere di Sharaa dimostra chiaramente che la solidarietà romana non può sostituire il realismo geopolitico.

È proprio questa la differenza rispetto all’Occidente. L’Occidente è una realtà politica che si è voluto utilizzare in termini di civiltà. La romanità, invece, è una realtà civile che deve essere utilizzata in termini politici. Pertanto, la romanità, grande elemento trascurato della geopolitica europea, potrebbe diventare una leva di potere.

Rafforzare il carattere

Infine, non esiste potere esterno – per quanto visibile attraverso il soft power e l’hard power – senza un potere interno, più discreto e spesso dimenticato. La grande questione del XXIe secolo è quella dell’essere, dell’identità, che i popoli d’Europa cercano, dopo essersi respinti a vicenda, disgustati di se stessi per le apocalissi che hanno scatenato. La romanità richiama un’identità filosofica, che supera le fratture sociali grazie alla sua universalità e alla sua ricerca di rinascita. E come abbiamo sempre fatto nei grandi momenti di crisi, è a Roma che possiamo trovare la nostra identità e rafforzare il nostro carattere.

«Ciò che c’è di eterno nel transitorio.» — Charles Baudelaire

Bisogna ricordare quelle parole straordinarie che Tucidide fa pronunciare ai Corinzi nella Guerra del Peloponneso, rivolgendosi agli Spartani a proposito degli Ateniesi: «Che differenza, che differenza totale rispetto a voi! Amano le innovazioni, sono pronti a concepire e a realizzare ciò che hanno deciso; voi, pur essendo abili nel salvaguardare ciò che esiste, mancate di inventiva e non fate nemmeno il necessario.» (I, 70-71). Il carattere di un popolo determina il percorso di un paese, la sua capacità di formarsi élite e una massa intraprendente e creativa.

Perché la grande forza della romanità risiede nella sua intensa modernità. Una modernità che il poeta francese Charles Baudelaire ha senza dubbio definito al meglio come «ciò che c’è di eterno nel transitorio6». Nella romanità c’è la volontà di tornare sempre a Roma per rinnovarsi nel presente, come una ricerca permanente di una rinascita. Così, già nel VIe secolo, il filosofo e politico Boezio esortava a proseguire lo studio dei classici greci e latini; Carlo Magno tentò di far rinascere l’Impero romano; i principi medievali si identificarono con gli imperatori assumendone gli attributi, riprendendone i titoli e impregnandosi di romanità per legittimare il proprio potere. Il Rinascimento italiano e francese ha poi cercato di ritrovare la romanità per dare nuovo slancio all’Europa. Persino la Rivoluzione francese, nei suoi esordi, voleva essere una nuova Roma. I tedeschi, solitamente così restii alla «romanità», vi si sono immersi per un certo periodo, dando origine al classicismo tedesco. Roma ispira sempre il rinnovamento, poiché è il punto di riferimento. È ciò che c’è di eterno nel transitorio, fonte di modernità e di rinascita.

Leggi anche: Riflessioni sul potere. Intervista a Rémi Brague


1 Cesare, La guerra gallica, IV, 2.
2 Rémi Brague, L’Europa, la via romana, Criterion, 1992, Parigi.
3 Ibid.
4 Per un’analisi geografica più approfondita, occorrerebbe distinguere tra il nord e il sud della Francia, quest’ultimo più mediterraneo e quindi più romano.
5 Bismarck sintetizzò questa opposizione nella sua formula (1854): «Cattolico e nemico della Prussia sono termini sinonimi». Ciò si concretizzò nella politica del Kulturkampf.
6 Charles Baudelaire, Il pittore della vita moderna, Michel Lévy frères, 1868.

L’ordine di sicurezza post-americano in Europa _ di Kamran Bokhari

L’ordine di sicurezza post-americano in Europa

I negoziati diretti di Washington con Mosca sull’Ucraina e la sua richiesta che l’Europa assuma un ruolo guida nella propria difesa sono due facce della stessa strategia.

Di

 Kamran Bokhari

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9 settembre 2026Apri come PDF

Il passaggio di Washington da un ordine post-seconda guerra mondiale a uno che scarica la responsabilità della sicurezza sui partner regionali pone l’Europa in una situazione difficile. Nonostante decenni di sviluppo istituzionale, il continente deve affrontare sfide formidabili nel costruire un’architettura di sicurezza coerente con una minore partecipazione degli Stati Uniti. Il sistema transatlantico ha funzionato in gran parte perché Washington deteneva saldamente il comando, in particolare all’interno della NATO, ed era responsabile di conciliare le varie prerogative nazionali europee. Sta già emergendo un mosaico di coalizioni guidate da interessi particolari e, man mano che queste si consolidano, Washington farà sempre più affidamento su molteplici accordi bilaterali e multilaterali piuttosto che su un unico punto di contatto europeo coeso a cui poter trasferire le proprie responsabilità.

Recentemente ho potuto osservare in prima persona queste dinamiche quando ho partecipato alla Conferenza annuale sulla sicurezza di Sarajevo, tenutasi dal 4 al 7 settembre. L’evento è stato organizzato dal New Lines Institute in collaborazione con istituzioni europee quali la NATO, l’UE, l’Europe Center dell’Atlantic Council e il Center for European Policy Studies. La conferenza ha riunito eminenti esperti di politica, professionisti del settore, comandanti militari attuali ed ex comandanti, nonché leader del mondo industriale, per valutare la transizione in corso e le sue implicazioni per la sicurezza europea.

Nello stesso fine settimana, gli emissari del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, si sono recati a Mosca per un incontro con il presidente Vladimir Putin: l’ultimo tentativo di porre fine alla guerra in Ucraina. In altre parole, mentre l’Europa si interroga su come assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza, Washington si sta sempre più posizionando per dialogare direttamente con Mosca sulle questioni di sicurezza più rilevanti per il continente.

I Balcani rappresentavano il luogo ideale per discutere di questo tipo di sviluppi: la regione è stata a lungo un crogiolo di conflitti e un laboratorio per iniziative di pace. Dalla battaglia del Kosovo del 1389 all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914, le potenze europee in competizione e gli ordini politici hanno sempre avuto la tendenza a convergere nei Balcani. È stato teatro della competizione tra grandi potenze durante la Seconda guerra mondiale, quando la Germania nazista e i suoi alleati dell’Asse occuparono e smembrarono la Jugoslavia, e durante la Guerra Fredda, quando la Jugoslavia di Tito ruppe con Stalin e perseguì una posizione distintiva tra il blocco sovietico e quello occidentale. Poi, quasi esattamente nel momento in cui l’Unione Sovietica stessa crollò nel 1991, la Jugoslavia iniziò a implodere, dando origine a una serie di guerre che durarono oltre un decennio.

Negli anni ’90 la NATO si è assunta la responsabilità primaria della stabilizzazione dei Balcani. In Bosnia, l’intervento militare della NATO ha contribuito a creare le condizioni per gli Accordi di Dayton del 1995, mentre nel 1999 l’Alleanza ha condotto una campagna di bombardamenti di 78 giorni contro la Jugoslavia per costringere Belgrado a ritirare le proprie forze dal Kosovo. Negli anni 2000, la NATO ha ampliato il proprio ruolo, passando dall’intervento in situazioni di crisi alla garanzia della sicurezza a lungo termine, mantenendo missioni di mantenimento della pace, sostenendo la riforma del settore della difesa e incorporando nell’alleanza diversi Stati dell’ex Jugoslavia. Questa esperienza ha rafforzato il patto centrale dell’ordine europeo del dopoguerra fredda: Washington forniva la spina dorsale strategica, mentre gli Stati europei operavano sempre più all’interno di un quadro guidato dagli Stati Uniti, anziché dover costruire una propria architettura di sicurezza autonoma.

Western Balkans


(clicca per ingrandire)

Da allora, i Balcani occidentali si sono stabilizzati in una pace precaria e irrisolta, piuttosto che in una vera e propria stabilità, con l’adesione all’UE e alla NATO ripetutamente promessa ma spesso in fase di stallo. L’ordinamento istituzionale della Bosnia-Erzegovina sta affrontando la crisi più grave dai tempi di Dayton, a causa della continua spinta secessionista dell’ex presidente della Republika Srpska Milorad Dodik, mentre gli sforzi per normalizzare le relazioni tra Serbia e Kosovo rimangono in gran parte inattuati.

In questo vuoto, le potenze esterne hanno ampliato la propria influenza: la Russia sostiene gli attori nazionalisti serbi e serbo-bosniaci, mentre la Turchia esercita la propria influenza attraverso la mediazione – tra cui la Piattaforma di pace balcanica lanciata nel luglio 2025 – oltre che tramite investimenti, legami religiosi e il ripristino delle istituzioni dell’epoca ottomana. Di conseguenza, la regione continuerà a essere plasmata da potenze esterne rivali che sfruttano le linee di frattura per promuovere interessi che spesso hanno ben poco a che fare con i Balcani stessi.

La più ampia linea di frattura tra Occidente e Russia è emersa dalla stessa trasformazione post-guerra fredda che ha ridisegnato i Balcani. Le rivoluzioni del 1989 che hanno travolto l’Europa orientale e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica due anni dopo hanno smantellato la sfera d’influenza di Mosca e spianato la strada all’espansione verso est della NATO e dell’UE. L’allargamento, avvenuto nell’arco di 15 anni, ha portato gran parte dell’Europa centrale e orientale a far parte delle istituzioni occidentali entro il 2004, ma ha anche creato una nuova frontiera strategica con la Russia, che considerava sempre più l’erosione della sua ex zona cuscinetto come una minaccia alla propria sicurezza e alla propria influenza. La guerra russo-georgiana del 2008 fu una delle prime manifestazioni di questa convinzione, ma il caso di gran lunga più significativo fu quello dell’Ucraina, la cui affermazione come Stato sovrano fu segnata da sconvolgimenti politici, disgregazione economica, identità nazionale contestata, potere oligarchico e ripetute lotte sul proprio orientamento geopolitico. L’Ucraina era, in altre parole, l’esempio emblematico delle conseguenze irrisolte del crollo dell’Unione Sovietica, poiché il tentativo della Russia di preservare una sfera d’influenza e l’espansione verso est dell’Occidente finirono per convergere in una guerra aperta.

La guerra in Ucraina, quindi, ha messo in luce una realtà strategica fondamentale: la Russia odierna non rappresenta la minaccia che un tempo era l’Unione Sovietica. A quasi cinque anni dall’inizio della guerra, la Russia non è riuscita a conquistare più del 20 per cento circa dell’Ucraina; pertanto, pur rimanendo una grave minaccia regionale, non rappresenta più lo stesso tipo di minaccia convenzionale schiacciante per l’Europa. Anziché invertire la traiettoria strategica post-sovietica di Washington, la guerra l’ha accelerata, rafforzando le ragioni per liberarsi della responsabilità della sicurezza europea e destinare le risorse statunitensi a teatri operativi di maggiore priorità e all’emisfero occidentale. L’amministrazione Trump ha formalizzato questa logica: nella Strategia di Sicurezza Nazionale del dicembre 2025 e nella Strategia di Difesa Nazionale del gennaio 2026, il governo ha esplicitamente sottolineato la condivisione degli oneri e invita gli alleati europei ad assumersi la responsabilità primaria della propria difesa convenzionale.

Ora spetta all’Europa elaborare un nuovo sistema di sicurezza collettiva. L’obiettivo di Washington è porre fine al conflitto in Ucraina e poi far sì che i propri alleati assumano un ruolo guida nella difesa dell’Europa. Il modo in cui tale architettura prenderà forma dipenderà meno da Bruxelles che dalla volontà dei governi europei di conciliare le rispettive percezioni delle minacce, le priorità strategiche e le concezioni di sovranità. L’UE fornirà finanziamenti e coordinamento, ma non ha l’autorità di imporre un unico modello di sicurezza ai propri membri.

La portata del riarme in atto è tuttavia notevole: la Polonia è in prima linea in questo rafforzamento, con una spesa per la difesa che si avvicina ai 60 miliardi di dollari nel 2026; la Germania dispone di un fondo di investimento da 580 miliardi di dollari e sta rapidamente ampliando i propri bilanci della difesa; il Regno Unito si sta orientando verso un obiettivo di spesa per la difesa pari al 3% del prodotto interno lordo; la Svezia e la Finlandia hanno abbandonato la neutralità aderendo alla NATO; e la Danimarca, l’Estonia e altri Stati stanno accelerando la propria espansione militare. Questi sforzi nazionali sono rafforzati dal meccanismo di prestiti “Security Action for Europe” dell’UE, pari a circa 162 miliardi di dollari, ma la sfida principale non è più se l’Europa sia in grado di generare le risorse per difendersi, bensì se i governi siano in grado di trasformare tali risorse in un’architettura strategica coerente.

A complicare la questione è la Turchia. Ankara esercita una forte influenza nel Mediterraneo e nel Mar Nero e vanta la seconda forza militare più grande della NATO, per cui è diventata un attore di primo piano nell’Europa orientale. La posizione geografica della Turchia, le sue capacità militari, l’industria della difesa e il suo ruolo crescente nel bacino del Mar Nero la rendono una componente sempre più importante di qualsiasi architettura di sicurezza europea post-americana. (La Polonia ha già iniziato ad approfondire la cooperazione bilaterale in materia di difesa con Ankara.)

In definitiva, la transizione dell’Europa dall’ordine postbellico guidato dagli Stati Uniti non darà vita a un unico pilastro europeo di sicurezza, quanto piuttosto a una costellazione mutevole di coalizioni nazionali e regionali che uniscono paesi con interessi e capacità che si sovrappongono. L’Europa si trova in una posizione unica per assorbire il passaggio di Washington dal ruolo di garante della sicurezza a quello di partner nella condivisione degli oneri, ma proprio quella frammentazione che rende possibile tale transizione potrebbe anche far sì che l’ordine emergente risulti meno coerente, più transazionale e più dipendente da alleanze mutevoli rispetto al sistema guidato dagli Stati Uniti che va a sostituire.

Kamran Bokhari

Kamran Bokhari, PhD, è un collaboratore abituale ed ex analista senior (2015-2018) di Geopolitical Futures. Esperto di previsioni strategiche, il dottor Bokhari è attualmente Senior Resident Fellow presso il Middle East Policy Council e direttore senior presso il New Lines Institute for Strategy & Policy a Washington, DC. Bokhari insegna inoltre Geopolitica eurasiatica presso il Programma di Studi sulla Sicurezza della Georgetown University. In precedenza, ha ricoperto il ruolo di coordinatore per gli studi sull’Asia centrale presso il Foreign Service Institute del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Seguitelo su X (ex Twitter) all’indirizzo @Kamran Bokhari

Star Trek compie 60 anni: La frontiera liberale, di Eurosiberia

Star Trek compie 60 anni: La frontiera liberale

La Federazione e i limiti della tolleranza

Constantin von Hoffmeister9 settembre∙Pagato
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Oggi, 8 settembre 2026, ricorre il sessantesimo anniversario di Star Trek , la cui prima apparizione sulla televisione americana risale al 1966. Per sei decenni, le sue astronavi hanno portato con sé una promessa familiare: l’umanità supererà le sue divisioni, padroneggerà i suoi strumenti e si avventurerà tra le stelle con le mani pulite. L’anniversario ci invita a esaminare cosa contenga questa promessa. Vista da una prospettiva multipolare, la Federazione Unita dei Pianeti assomiglia all’immagine che l’Occidente collettivo predilige di sé: ricco, istruito, pacifico nelle intenzioni e con il diritto di giudicare tutti gli altri. I suoi ufficiali arrivano sorridenti. Offrono medicine, conoscenza, protezione e l’appartenenza a una comunità più ampia. Eppure, sotto questa accoglienza si cela la ferma convinzione che la storia abbia una destinazione precisa e che la Federazione l’abbia già raggiunta. Altre civiltà possono contribuire con il loro cibo, i loro vestiti, la loro musica e i loro tratti somatici. Le loro convinzioni più profonde, però, si trovano ad affrontare una prova più ardua. Un popolo che antepone il sacro dovere alla libertà di scelta, l’autorità ereditata all’uguaglianza, o l’indipendenza della propria civiltà all’integrazione, diventa presto un problema da risolvere per la sceneggiatura. L’alieno può tenersi le sue creste sulla fronte. Se poi egli riesca a mantenere la sua concezione del bene è un’altra questione. Questa è la debolezza intrinseca alla tolleranza della Federazione: accoglie l’apparenza della diversità pur riservandosi il diritto di decidere quali differenze meritino un futuro.

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Questa abitudine era presente ben prima dell’attuale linguaggio della politica “woke”. Nell’episodio della serie originale “La Mela”, il Capitano Kirk incontra un popolo la cui vita ruota attorno a Vaal, una macchina che venerano come un dio. Vaal mantiene in vita il loro mondo limitandone lo sviluppo e minaccia l’ Enterprise , fornendo a Kirk un motivo immediato per agire. Ma l’episodio va oltre la difesa della sua nave, trasformandosi in un giudizio su un’intera società. Il Dottor McCoy contesta le condizioni degli abitanti perché mancano della libertà e della crescita che lui considera essenziali. Il Signor Spock solleva la questione più complessa: perché gli standard umani dovrebbero determinare ciò di cui un altro popolo ha bisogno? La sua obiezione è esattamente quella che solleverebbe un critico multipolare. Una civiltà non può essere compresa semplicemente misurandone la distanza dall’ideale del visitatore. Eppure Kirk distrugge Vaal e gli abitanti sopravvissuti ricevono istruzioni sulla nuova vita che li attende. La storia rende questo risultato facilmente applaudibile, attribuendo al vecchio ordine un dio meccanico e comandi omicidi. Questa è una forma efficace di propaganda liberale: l’autore costruisce una società straniera i cui difetti risolvono la questione prima ancora che la sua difesa possa iniziare. L’intervento si trasforma in liberazione perché il popolo che viene liberato è stato concepito come un bambino. Lo straniero armato diventa il loro maestro, e la sua vittoria fornisce la prova della sua saggezza.

Star Trek : The Next Generation conferisce a questa missione civilizzatrice una voce più pacata e un linguaggio più raffinato. Il Capitano Picard raramente ha bisogno della spavalderia di Kirk perché parla con la sicurezza di un uomo che crede che la ragione abbia già emesso il suo verdetto. In “Chi sorveglia i sorveglianti”, un incidente in un posto di osservazione della Federazione porta i Mintakani a scambiarlo per un essere divino. Il suo tentativo di correggere l’errore è sensato: difficilmente dovrebbe accettare un culto basato su un malinteso tecnico. Il significato ideologico risiede nel trattamento più ampio della religione. L’abbandono della credenza soprannaturale da parte dei Mintakani viene presentato come un progresso che l’interferenza della Federazione minaccia di invertire. La fede occupa un gradino inferiore della scala; la comprensione razionale si trova al di sopra di essa. Questa impostazione lascia poco spazio alla possibilità che una civiltà altamente sviluppata possa consapevolmente organizzare la propria vita attorno alla rivelazione, alla legge sacra o ai doveri verso i morti. La prospettiva laica diventa la condizione naturale di una specie adulta. Qui la Federazione assomiglia all’Occidente liberale nella sua forma più compiaciuta. Scambia una particolare interpretazione dello sviluppo umano per la legge dello sviluppo stesso. Un futuro multipolare ammetterebbe diverse forme di maturità, incluse civiltà la cui potenza tecnologica cresce senza che esse rinuncino alla fede religiosa. L’universo di Picard spesso considera una simile combinazione come una questione ancora irrisolta.

La stessa struttura regola il trattamento dell’identità, sebbene i dettagli a volte complichino la lezione che si intende trasmettere. In “The Outcast”, i J’naii rifiutano le identità maschile e femminile, e Soren subisce un trattamento obbligatorio perché si identifica come donna e si innamora di Riker. L’episodio condanna la distruzione della sua identità personale e la sua difesa è incisiva. In effetti, la sua rappresentazione di una società che definisce le differenze di genere primitive può turbare le convinzioni dei progressisti contemporanei tanto quanto quelle dei tradizionalisti. Ma il suo metodo politico rimane familiare: una civiltà aliena diventa il palcoscenico di una disputa tratta dalla vita pubblica occidentale, con la simpatia concentrata sulla persona i cui desideri la portano in conflitto con la collettività. Riker e Worf tentano di salvarla nonostante le restrizioni della Prima Direttiva. Il verdetto emotivo prevale su quello legale. Ciò che merita critica qui è la ripetuta riduzione della civiltà a un ostacolo tra l’individuo e la sua realizzazione. Obblighi condivisi, forme ereditate e l’autorità di una comunità raramente trovano un difensore altrettanto convincente. È qui che la vecchia mentalità liberale incontra la politica oggi definita “woke”: l’emancipazione fornisce il criterio in base al quale le istituzioni giustificano la propria esistenza. La questione di cosa un popolo debba preservare per rimanere tale riceve molta meno attenzione rispetto alla questione di cosa un individuo debba sfuggire per diventare libero.

In “Accession”, Deep Space Nine chiarisce in modo insolito i criteri di ammissione. Quando Akorem Laan cerca di ripristinare il tradizionale sistema di caste di Bajor, il Capitano Sisko spiega che la discriminazione di casta renderebbe il pianeta ineleggibile per l’adesione alla Federazione. L’episodio offre validi motivi per opporsi al ripristino: Kira viene costretta a svolgere un lavoro per il quale non ha talento, e un sacerdote uccide un altro uomo a causa della sua casta. Questi eventi mettono in luce la brutalità dell’ordine proposto. Rivelano anche quanto attentamente sia stata orchestrata la drammatica contesa. L’alternativa tradizionale si presenta con una crudeltà e un’assurdità tali da rendere le condizioni della Federazione inoppugnabili. Un’unione volontaria può stabilire le regole di adesione, ma queste regole ne svelano la natura. La Federazione è una comunità politica con una particolare dottrina di legittima vita sociale. La sua pretesa di rappresentare la diversità dovrebbe essere giudicata di conseguenza. Il culto bajoriano può continuare, l’abbigliamento religioso può rimanere e le preghiere possono essere recitate, ma le istituzioni che contrastano con i principi della Federazione bloccano l’ammissione. Il parallelismo con l’Occidente collettivo risiede in questo potere di definire l’appartenenza accettabile, pur parlando in nome dell’apertura universale. Una civiltà più piccola viene invitata a unirsi a un ordine più ampio i cui principi fondamentali sono già stati definiti. Le sue tradizioni vengono rispettate nello spazio che tali conclusioni lasciano disponibile.

L’accusa più diretta proviene dall’interno stesso di Star Trek . In “Per la causa”, Eddington dice a Sisko che la Federazione non può sopportare il rifiuto dei Maquis e paragona la sua sete di assimilazione a quella dei Borg. La sua accusa riguarda il bisogno della Federazione di credere che tutti debbano desiderare la vita che essa offre. Eddington è un partigiano che difende il proprio tradimento, il che ci dà motivo di mettere in discussione le sue parole, ma la sua accusa colpisce una vera debolezza della politica universalista. Una potenza che si considera una civiltà tra le tante può accettare che altre desiderino rimanere al di fuori di essa. Una potenza che si considera la promessa compiuta della civiltà trova più difficile comprendere il rifiuto. Il dissidente deve essere confuso, manipolato, arretrato o malvagio. Altrimenti il ​​suo rifiuto suggerisce che la meta promessa è solo una delle possibili destinazioni. Ecco perché la Federazione funge da immagine così utile dell’Occidente collettivo. La sua pretesa più profonda va oltre la forza militare e si spinge fino alla definizione di normalità. La civiltà indipendente diventa un’eccezione problematica in attesa di riforma. Da un punto di vista multipolare, la libertà decisiva è dunque la libertà di rifiutare l’assorbimento senza doversi scusare per la propria esistenza.

Deep Space Nine mostra anche cosa accade quando i custodi dei principi universali si trovano ad affrontare la sconfitta. In “In the Pale Moonlight”, Sisko collabora con Garak per fabbricare prove destinate a convincere i Romulani a entrare in guerra contro il Dominio. Quando il senatore romulano Vreenak scopre che la registrazione dei leader del Dominio che pianificano l’invasione dell’Impero Romulano è falsa, Garak distrugge la sua navetta, uccidendolo. Garak uccide anche Grathon Tolar, che ha creato la registrazione falsificata. Garak fa in modo che la morte del senatore sembri un assassinio del Dominio, volto a nascondere i piani di invasione, persuadendo così i Romulani a entrare in guerra. Sisko accetta le azioni di Garak e cancella il diario personale in cui aveva annotato il proprio coinvolgimento. L’episodio è incisivo perché costringe lo spettatore a confrontarsi con i mezzi con cui un ordine apparentemente superiore si preserva. È anche la prova che Star Trek può esaminare il proprio credo con notevole onestà. La sopravvivenza della Federazione diventa la ragione di azioni che i suoi ufficiali condannerebbero in un nemico. I suoi principi di pulizia pubblica dipendono da azioni che devono rimanere nascoste. Qui l’analogia con l’Occidente collettivo si trasforma in una questione di esenzione morale: una buona opinione del proprio sistema autorizza metodi che altrimenti sarebbero considerati crimini? Il pericolo sta nel lasciare che la risposta dipenda da chi detiene l’arma. Una volta che una potenza identifica i propri interessi con quelli della civiltà, quasi ogni sacrificio può essere descritto come necessario.

Sessant’anni di Star Trek meritano un giudizio serio, perché la serie ha aiutato milioni di persone a immaginare come dovrebbe essere il progresso. Il suo coraggio, la sua curiosità, l’amicizia e l’odio per le guerre inutili le conferiscono un fascino duraturo. Le sue storie migliori contengono anche argomentazioni contro la sua stessa autocompiacenza, come dimostrano l’obiezione di Spock a Kirk e l’attacco di Eddington a Sisko. Ma il sogno politico centrale rimane troppo ristretto per l’universo che pretende di esplorare. Un futuro multipolare conterrebbe civiltà le cui differenze si estendono al diritto, all’autorità, alla religione, alla famiglia e allo scopo storico. I loro incontri richiederebbero negoziati tra potenze che non possono risolvere ogni controversia appellandosi a un’unica dottrina morale condivisa. La pace richiederebbe limiti all’ambizione, pazienza con il disaccordo e l’accettazione del fatto che alcuni popoli non cercheranno mai di entrare nello stesso club. L’obiezione antiliberale alla Federazione inizia qui, e da essa deriva l’obiezione anti-woke: una stanza affollata di volti diversi non dimostra che a diverse visioni della vita sia stato permesso di parlare. L’Occidente collettivo ammira la diversità più facilmente quando questa conferma il suo stesso giudizio. Troppo spesso, anche la Federazione fa lo stesso. Un Star Trek più audace permetterebbe a una civiltà aliena di comprendere perfettamente l’offerta, di rifiutarla senza essere smascherata come un mostro e di proseguire per la propria strada. L’ultima frontiera includerebbe quindi qualcosa di più impegnativo di una nuova specie in un’uniforme familiare: un popolo il cui futuro appartiene a se stesso.

Se apprezzate i miei scritti, potete ordinare il mio nuovo libro, The Fate of White America qui .

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale” organizzata ad un anno dalla scomparsa del pensatore veneto.


L’evento si terrà a Rovereto (TN) il 26 settembre p.v. presso la sala Caritro – Piazza Rosmini,3.

L’iniziativa rappresenta un momento unico di confronto sul pensiero lagrassiano e sulle potenzialità di un  suo sviluppo ulteriore.

La partecipazione è gratuita, ma priva di sponsorizzazioni. Le spese sono quindi  totalmente a carico degli organizzatori. 

Ogni contribuzione volontaria è ovviamente gradita. Nel caso, gli estremi per l’eventuale accredito, specificando accuratamente la causale, sono:

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Si consiglia caldamente, comunque, di segnalare l’adesione e la presenza all’iniziativa a questo indirizzo: italiaeilmondo2@gmail.com onde predisporre al meglio la capienza della sala e il servizio di refezione nei due intervalli.

Seguiranno ulteriori aggiornamenti, compresa l’indicazione del link per assistere alla diretta.

Gli esperti affermano che l’Ucraina sta perdendo il proprio vantaggio tecnologico a causa delle innovazioni rivoluzionarie della Russia, di Simplicius

Gli esperti dichiarano che l’Ucraina sta perdendo il suo vantaggio tecnologico a causa dell’innovazione rivoluzionaria russa.

Simplicius13 settembre∙
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Sono circolati due articoli illuminanti sull’Ucraina, che rivelano il clima sempre più cupo che regna dietro le quinte tra gli intellettuali e i personaggi influenti dell’establishment riguardo alla situazione attuale e alle prospettive future dell’Ucraina.

Va sottolineato che i media mainstream stanno assumendo toni sempre più schietti nelle loro valutazioni, come si evince da diversi articoli recenti che invocano “onestà” nel dibattito occidentale sul vero status dell’Ucraina.

Il problema è che l’onestà deve partire dai principi fondamentali: ciò significa stabilire i fatti più elementari, fondamentali e cruciali di un determinato scenario. Nel caso dell’Ucraina, una valutazione basata sui principi fondamentali dovrebbe derivare dai costi di guerra quantificabili di base, in particolare quello relativo a vittime. Se l’Occidente non è in grado di analizzare con onestà la situazione dell’Ucraina perdite effettivese lo facesse con la stessa frequenza settimanale con cui lo fa per la Russia, non si avvicinerebbe mai alla realtà dei fatti. Questo perché praticamente tuttiMolti dei problemi attuali dell’Ucraina derivano dall’elevatissimo numero di vittime, ed è proprio questo il problema fondamentale che l’Occidente continua a ignorare palesemente.

Passiamo ora ai pezzi.

Il primo articolo tratto da Spectator lancia un messaggio forte:

https://spectator.com/article/ukraine-is-losing-the-war-kushner-witkoff/

L’articolo inizia con tre “conclusioni deprimenti” sulla scia dell’ultimo, inutile botta e risposta diplomatico tra Kushner e Witkoff:

Vladimir Putin non ha modificato minimamente i suoi obiettivi di guerra dal 2022 e rimane determinato a continuare a combattere. Donald Trump non ha alcun nuovo piano di pace se non quello di porre fine alla guerra in Ucraina alle condizioni di Putin. E Kiev sta esaurendo sia i fondi che gli uomini necessari per difendersi, proprio come ha già esaurito i missili intercettori Patriot per proteggere i propri cieli dai bombardamenti del Cremlino.

Queste sono le tre conclusioni deludenti che si possono trarre dall’ultima serie di incontri diplomatici a Mosca e Kiev condotti dal genero di Trump, Jared Kushner, e dall’inviato speciale Steve Witkoff.

L’autore mantiene il tono cupo della sua analisi nel descrivere il crescente vantaggio della Russia sul campo di battaglia, che avrà un ruolo chiave nella nostra interpretazione che seguiremo più avanti:

Ma soprattutto, mentre il Cremlino prosegue la sua spietata campagna volta a rendere invivibili le città ucraine, a distruggere l’economia del Paese e a privarlo del suo futuro, la capacità di Kiev di difendersi è seriamente messa in dubbio.

Parte dell’incubo che si sta consumando in Ucraina è di natura tattica. Ciascuno dei sistemi d’attacco a lungo raggio della Russia è diventato sempre più devastante. Una nuova generazione di droni d’attacco Geran a propulsione a reazione, molto più veloci e precisi rispetto ai vecchi modelli iraniani Shahed, viene dispiegata su larga scala. La Russia sta sviluppando almeno due nuovi sistemi di missili da crociera a basso costo e sta intensificando la produzione di missili balistici lanciati dall’aria e da terra.«Questa è una guerra tra città e infrastrutture. Nessuno la vincerà», ha dichiarato questo fine settimana al Guardian Serhii Beskrestnov, consigliere di Zelensky in materia di tecnologie di difesa e figura di spicco dell’apparato difensivo di Kiev. «L’attacco è diventato più forte della difesa». Beskrestnov prevede che l’Ucraina non riuscirà a procurarsi un numero sufficiente di missili per proteggere completamente le città ucraine dalla devastazione quest’inverno.

L’articolo è sorprendentemente perspicace nella sua analisi sincera dei mille modi in cui l’Ucraina sta perdendo la guerra:

Ma una parte consistente della sconfitta dell’Ucraina, che si sta lentamente delineando, è di natura strategica…

…il terzo e più grave errore è il rifiuto di prendere in seria considerazione la possibilità di coinvolgere il Cremlino in negoziati di pace, nonché la convinzione ostinatamente radicata che incoraggiare l’Ucraina a combattere all’infinito porterà in qualche modo, come per magia, alla vittoria.

Cosa ancora più importante, l’autore fa riferimento all’imminente disastro di bilancio dell’Ucraina in un momento in cui la disponibilità europea a concedere prestiti senza fine si è esaurita:

Il momento cruciale – in cui quelle promesse si scontreranno definitivamente con la realtà – arriverà presto sotto forma di un’imminente crisi fiscale a Kiev. Il primo ministro ucraino Serhii Koretsky ha recentemente annunciato che Kiev ha già speso la maggior parte dei fondi destinati alla difesa per il 2026 e si trova ad affrontare un incombente buco di bilancio di 26 miliardi di euro (30 miliardi di dollari), nonostante un recente prestito di 90 miliardi di euro (104 miliardi di dollari) concesso dall’UE. Quel prestito, ottenuto dopo mesi di trattative a Bruxelles, ha rappresentato il massimo che l’UE è realisticamente in grado di raccogliere. Mentre l’Ucraina si appresta ad affrontare l’inverno più duro e devastante di tutta la guerra, sta per esaurire non solo i missili Patriot e gli uomini per il fronte, ma anche i fondi necessari per continuare a combattere.

Un esempio calzante:

https://www.wsj.com/world/europe/defending-ukraine-is-getting-more-expensive-and-europe-is-struggling-to-foot-the-bill-eaecea4a

Il colpo di scena finale dell’autore è il più onesto e realistico: invece di invocare subdolamente un aumento delle armi e un’escalation senza fine, come hanno fatto la maggior parte di questi articoli nei loro paragrafi conclusivi, l’autore ammette che l’unico modo rimasto per salvare l’Ucraina è dialogare diplomaticamente con la Russia, osservando giustamente che ogni singola offerta di pace è stata progressivamente peggiore della precedente:

Cosa può salvare l’Ucraina dal collasso politico e militare? Ci sono segnali che indicano che il tabù politico europeo sul dialogo con Putin si stia incrinando. Alice Weidel dell’AfD tedesca, reduce dalla vittoria alle elezioni in Sassonia, ha chiesto “un canale aperto con la Russia per giungere a un’intesa e raggiungere una soluzione pacifica”. Secondo Iuliia Mendel, addetta stampa di Zelensky dal 2019 al 2021, «stanno emergendo nuove forze, che stanno diventando sempre più forti» e che rappresentano «la nostra unica possibilità per un’Europa pacifica… Più armi non ci salveranno. Non l’hanno mai fatto».

Ad oggi, ogni successiva proposta di pace si è rivelata peggiore per Kiev rispetto alla precedente. Sembra che l’intenzione chiara di Putin sia quella di infliggere alle città ucraine un ultimo, brutale colpo prima di porre definitivamente fine alla guerra alle sue condizioni, forse l’anno prossimo. L’amministrazione Trump ha da tempo rinunciato all’idea di sostenere una vittoria completa dell’Ucraina, e spetterà agli storici decidere se quella decisione di ritirare gli aiuti e le armi americane sia diventata una profezia che si autoavvera. L’Europa, dal canto suo, continua a fare belle promesse. Ma non ha alcun piano concreto per aiutare, o salvare, l’Ucraina dalla furia del Cremlino – tanto meno per schiacciare l’economia russa o spezzare la volontà di Putin.

Questo ci porta al prossimo articolo, il più significativo, corredato da due titoli alternativi:

https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/09/09/how-russia-is-erasing-ukraines-battlefield-advantage/

L’articolo è stato scritto per il Washington Post dall’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt, che ha vissuto una seconda carriera in ascesa come organizzatore e imprenditore nel settore delle tecnologie belliche anti-russe. Sulla scia di un recente viaggio a Kiev, la valutazione di Schmidt è più cupa che mai:

Ho viaggiato in Ucraina durante tutta la sua lunga guerra con la Russia, aiutando le forze armate ucraine a sviluppare tecnologie all’avanguardia per il campo di battaglia. Ma sono tornato da questo ultimo viaggio più preoccupato di quanto non lo sia mai stato dai primissimi giorni dell’invasione.

Prosegue poi descrivendo con lucidità come la Russia stia acquisendo una superiorità tecnologica determinante sull’Ucraina, grazie all’avvio di una massiccia industrializzazione in tempo di guerra che può essere eguagliata solo dall’intero Occidente messo insieme:

La Russia sta diventando sempre più abile nel condurre questo conflitto, e Washington deve rendersi conto che sta virando verso una strategia di guerra totale, mobilitando le proprie fabbriche e le proprie risorse umane per costringere l’Ucraina alla resa con i bombardamenti.Per sconfiggere la Russia oggi non basta più la semplice fornitura di armi. L’Ucraina avrà bisogno che l’Occidente mobiliti le proprie risorse collettive in misura tale da superare il nemico in termini di produzione e resistenza.

L’Ucraina ha goduto a lungo di un vantaggio asimmetrico, scrive. Mentre la Russia puntava sulla “massa industriale”, ovvero sulla quantità piuttosto che sulla qualità, l’Ucraina ha sfruttato l’innovazione come contrappeso. Ora, afferma, la Russia ha compiuto un balzo in avanti in entrambicategorie: una portata senza precedenti, unita a un’innovazione fulminea che sta riducendo l’Ucraina a brandelli:

Questo vantaggio si sta rapidamente riducendo. Quando l’Ucraina ha sviluppato intercettori in grado di distruggere gli sciami di droni Shahed russi, la Russia si è adattata, schierando Shahed a reazione più veloci e molto più difficili da intercettare. La Russia sta attualmente implementando una costellazione di satelliti in grado di rivaleggiare con Starlink, che le unità di droni ucraine utilizzano per colpire le forze russe nell’Ucraina occupata. Per anni la strategia del Cremlino è consistita nel contrapporre la forza industriale all’innovazione ucraina, ma ora sta combinando tale forza con le proprie innovazioni.

È interessante notare che il suo articolo ruota attorno al tema della “sopravvivenza all’inverno”. L’Ucraina ha bisogno di aiuto, poiché l’inverno più rigido di tutta la guerra si avvicina rapidamente. I fili della vicenda si stanno intrecciando davanti ai nostri occhi: l’establishment si è reso conto che l’Ucraina, ferita, zoppicante e a corto di fondi, quest’inverno sarà ormai agli sgoccioli.

https://www.reuters.com/world/ukraine-braces-harsh-winter-russian-attacks-hit-economy-2026-09-12/

L’articolo di Reuters riferisce che la chiusura dei porti di Odessa da parte della Russia sta mandando in tilt il bilancio dell’Ucraina.

[La presidente della commissione parlamentare per il bilancio, Roksolana Pidlasa] ha affermato che la guerra sta diventando sempre più costosa e che l’Ucraina non è più in grado di finanziare interamente le proprie esigenze di difesa attingendo alle risorse interne, come aveva fatto negli anni precedenti.

Ora la Russia sta prendendo di mira i valichi di frontiera dall’Ucraina verso la Romania e la Moldavia. Il posto di controllo di Orlovka, al confine con la Romania, è stato colpitoall’inizio di settembre, mentre il posto di controllo di Starokazachye, che conduce in Moldavia, è stato preso di mira nella notte del 9 settembre:

https://hromadske.radio/news/2026/09/09/unochi-rf-atakuvala-punkt-propusku-starokozache-na-kordoni-z-moldovoiu-ie-zahybli-ta-poraneni

Questi posti di blocco venivano utilizzati dall’Ucraina lungo le rotte terrestri nel tentativo di trasportare il proprio grano dopo che i terminal cerealicoli di Odessa erano stati messi fuori uso. Ma ora anche queste rotte vengono bloccate dalla Russia, privando l’Ucraina delle entrate necessarie in un momento critico.

Il tema dominante che emerge dai rapporti sopra citati, compreso quello di Eric Schmidt, è il modo in cui la Russia si sta adattando e innovando, in particolare attraverso l’uso di una nuova generazione di droni che stanno mettendo in difficoltà le difese aeree ucraine, incapaci di tenere il passo:

https://www.ft.com/content/7f01b434-0209-4783-b8eb-5a095ca5bd4f

L’articolo del Financial Times riportato sopra verte sugli ultimi modelli russi di Geran a reazione, le serie -4 e -5:

I nuovi droni russi Geran-4 e Geran-5, dotati di motore a reazione, hanno martellato le città ucraine nelle ultime settimane, eludendo le difese aeree con una frequenza molto maggiore rispetto ai loro predecessori a elica, rappresentando così una nuova grave minaccia.

Si tratta di un cambiamento sorprendente per un esercito le cui conquiste sul campo di battaglia, dall’invasione di Vladimir Putin nel 2022, sono state ottenute a un costo umano enorme e con pesanti perdite di equipaggiamento di epoca sovietica. Sebbene l’Ucraina si sia distinta nell’innovazione tecnologica in campo difensivo a livello nazionale, secondo gli esperti i nuovi droni dimostrano che anche la Russia è in grado di sviluppare, perfezionare e impiegare nuove armi su larga scala.

Una delle rivelazioni che ha fatto scalpore contenute nel rapporto è che gli sviluppi russi relativi a questi droni hanno spinto l’Iran a mostrare un forte interesse nell’acquisizione delle ultime versioni per uso proprio:

Secondo funzionari occidentali della sicurezza e una fonte vicina al Cremlino, le capacità della Russia nel campo dei droni sono migliorate a tal punto che quest’anno Teheran ha chiesto a Mosca di fornirle droni Geran di ultima generazione da impiegare nella guerra contro Israele e gli Stati Uniti.

In particolare, le squadre antidrone mobili ucraine hanno riscontrato estrema difficoltà a tenere il passo con questi droni. In precedenza, i Geran a elica, che volavano lentamente, venivano individuati dai radar e da altri sistemi di preallarme, il che consentiva alle squadre antidrone mobili a bordo di pick-up “tecnici” di raggiungere rapidamente un punto di intercettazione lungo la traiettoria di volo del drone. Ma i droni a reazione ora impediscono tutto ciò, poiché i veicoli terrestri civili semplicemente non possono raggiungere una velocità sufficiente per intercettare le traiettorie di volo dei droni.

L’Ucraina intercetta solo circa il 60% dei droni a propulsione a reazione, rispetto alle percentuali comprese tra il 90% e il 95% che raggiunge abitualmente rispetto ad altre versioni, secondo quanto dichiarato dal portavoce dell’aeronautica militare Yuriy Ihnat.

«Probabilmente presto vedremo questi droni dotati di capacità di occultamento», e questo significa che diventerà ancora più costoso produrli, acquistarli e utilizzarli, ma anche distruggerli”, ha affermato.

Una volta che questi droni saranno integrati con il sistema russo “Starlink”, denominato Rassvet e attualmente in fase di implementazione, ciò rappresenterà un problema del tutto nuovo e inarrestabile per l’Ucraina, in particolare nelle regioni dell’estremo ovest che finora hanno goduto di una relativa sicurezza nelle “retrovie” protette.

Un importante comandante ucraino ha recentemente suscitato scalpore ammettendo che ciò porterà alla sconfitta totale dell’Ucraina entro il prossimo anno:

ULTIME NOTIZIE: Entro il prossimo anno la Russia disporrà di una copertura di comunicazione satellitare su tutto il territorio dell’Ucraina, “e questo porterà alla nostra sconfitta,”ha affermato il comandante del 1° Battaglione d’assalto delle Forze armate ucraine, “Perun”.

Un importante analista ucraino esprime una valutazione altrettanto pessimistica:

Link

Per ora l’economia russa continua ad andare avanti, contrariamente alle previsioni occidentali più catastrofiche che ne prevedevano il crollo. Secondo Bloomberg:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-09/russia-records-its-biggest-monthly-budget-surplus-in-a-year

Concludiamo con un video in cui Medvedev torna a smentire le voci secondo cui la Russia avrebbe bisogno di una sorta di mobilitazione di massa per sconfiggere l’Ucraina, un meccanismo di difesa ormai diffuso tra i sostenitori dell’Ucraina, alla disperata ricerca di un vantaggio narrativo:


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Il Consiglio di Jarrimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di approfittarne due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda e avida porzione di generosità.

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia _ recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Sabino Cassese, Come si misura una democrazia. Proposte per riparare l’Italia, Solferino Editore 2026, pp. 268, € 19,00.

Scrive Cassese “I due secoli trascorsi sono stati agitati da grandi movimenti ideali, quali il liberalismo, il socialismo, il comunismo, che hanno mobilitato le masse in quasi tutto il mondo, svolgendo una funzione aggregativa e educando i cittadini a partecipare alla vita collettiva. Oggi si diffonde la disaffezione per la politica, gli iscritti ai partiti sono sempre di meno, e i partiti stessi, strumenti della democrazia, sono divenuti non democratici, mentre la politica si svolge senza politiche”. L’indice (tra i molti) più preoccupante per l’Italia nell’ultimo trentennio è la riduzione (di circa 30 punti, dal 90% al 60%) dei votanti alle elezioni.

Nel XIX e nel XX secolo si estese il diritto di voto per far coincidere paese reale (i cittadini) e paese legale.

Ora, di converso, scrive Cassese “La marcia indietro, che è in corso, deriva da un movimento silenzioso e spontaneo del popolo stesso, e tuttavia eloquente, che muove in una direzione opposta, rifiutando di manifestare il voto. Si apre una nuova fase nel ciclo di vita delle democrazie”. Inoltre “Il numero degli iscritti ai partiti, in 34 anni, dal 1994 al 2024, è passato da 4.411.000 a 659.000; quindi è ora solo il 16% circa di quello del 1990. Questa crisi è particolarmente grave in quanto una società libera non può vivere senza partiti”. Prosegue l’autore “Il tentativo di questo libro è dimostrare che una varietà di produttori di dati, l’Istat, la Camera dei deputati, l’Ocse, la Banca centrale europea, la Banca d’Italia producono dati e statistiche che misurano il funzionamento delle istituzioni e consentono di avere un’immagine più precisa dello stato attuale delle istituzioni”. I dati (e le fonti) ricordati, che comprendono anche altri paesi, mostrano una differenza particolare per l’Italia “Particolarmente critico il giudizio dell’opinione poubblica italiana sulle istituzioni nazionali. I giudizi negativi aumentano di quattro punti rispetto alla media Ocse, quelli positivi diminuiscono di altrettanto. Quanto ai servizi amministrativi, il divario tra la media Ocse e le valutazioni positive italiane è di più di 15 punti e quasi in corrispondenza è il giudizio negativo”. Cioè il giudizio negativo dei cittadini sulla pubblica amministrazione italiana è  di gran lunga superiore a quello degli elettori di altri paesi. Nonostante ciò Cassese manifesta una certa fiducia nella possibilità d’invertire l’andazzo peggiorativo come risulta già dal sottotitolo dove le “proposte per riparare” presuppongono un insieme da non buttar via, ma da correggere con opportune riforme. Previa, ovviamente, analisi delle cause e misurazioni anche degli effetti di queste sull’assetto democratico; cosa che nel saggio è fatta diffusamente.

Manca tuttavia un aspetto essenziale: quello tributario. Risulta dai dati statistici che la percentuale di prelievi fiscali sul reddito è, in Italia, ai massimi livelli tra i paesi europei (più o meno pari alla Francia). Diversamente dai quali, tuttora l’efficienza delle P.P.A.A. è molto inferiore: al comparto pubblico italiano si può applicare il giudizio di Leoparti sulla natura: che non rende poi ciò che promette allor.

Gli italiani si aspettano a fronte di un prelievo corrispondente o superiore una giustizia veloce almeno come quella dei grandi paesi UE (Germania in primis); un  Servizio sanitario cui non manchino infermieri (ne abbiamo un 20% di meno) e così via.

Il saggio è interessante perché affronta la crisi del regime politico da un angolo trascurato; infatti per lo più le spiegazioni partono dalle prospettive del pensiero e della scienza politica, che connota tutte quelle prevalenti, Ne ricordiamo alcune. In primo luogo quella di Lasch che, oltre trent’anni orsono, indicava la difficoltà della democrazia nelle diversità tra i valori delle élite e delle masse, onde non c’era più l’idem sentire de re publica.

Difficoltà cresciuta in questi anni, di pari passo dei partiti antiestablishement che l’hanno cavalcata.

Secondariamente l’inizio delle difficoltà della politica coincide con la fine, per implosione, del comunismo. E cioè della (principale) opposizione amico-nemico, quello tra borghesi e proletari, che aveva dominato nel “secolo breve”. Solo che le guerre, ostilità e politica si nutrono del sentimento politico (Clausewitz) cioè di quel composto di paura ed odio che identifica il nemico. Senza il quale la tensione politica si riduce e così l’interesse all’istituzione e alla sua funzione di protezione. Già lo aveva intuito Eschilo nelle Eumenidi venticinque secoli fa.

E si potrebbe continuare così per altre regolarità della politica, come l’integrazione (Smend) e la ridotta capacità integrativa dei partiti personali; per la regolarità della decadenza o delle di essa cause (le più varie).

Per cui è difficile pensare che una èlite dirigente che sia la prosecuzione della precedente, che ha realizzato o non contrastato gran parte della criticità percepite dai governati. possa farsi interprete di ampie riparazioni al “sistema”, come quelle raccolte dall’autore. Di cui, in ogni caso, è bene che i  governanti tengano conto.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Rassegna stampa tedesca, 79a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Stefan Evers, candidato CDU alle elezioni di Berlino: farò di tutto per tenere gli estremisti lontani dal
potere. Viviamo in un’epoca in cui i partiti radicali sono più forti che mai e a Berlino minacciano le
fondamenta di questa città libera. Non vorrei dovermi chiedere tra cinque anni se ho davvero fatto
tutto il possibile per impedirlo. A Berlino si percepisce un evidente degrado. Anche questo non è
solo colpa della politica, ma è espressione di un’evoluzione sociale. Il nostro servizio di nettezza
urbana svolge un lavoro infernale, ma per le strade vediamo che molte persone stanno perdendo il
rispetto per la propria città e per il prossimo. La libera circolazione nell’area Schengen è soggetta a
determinate condizioni. Chi non è in grado di provvedere autonomamente al proprio
sostentamento in modo permanente deve lasciare questo Paese. Questa è la legge vigente.
Dobbiamo farla rispettare. Molti paesi, tuttavia, non sono affatto disposti a riaccogliere i propri
cittadini. Così non può andare. Dobbiamo parlare chiaro con i paesi di origine.

04.09.2026
«Si nota un evidente stato di degrado»
A dieci settimane dalle elezioni, la CDU di Berlino ha sostituito il proprio candidato di punta. Ora Stefan
Evers sta lottando contro la tendenza negativa a livello federale e contro una forte sinistra

Intervista di Felix Heck e Alisha Mendgen
Stefan Evers riceve ancora i visitatori in un semplice ufficio del sindaco. Qui, nel Municipio Rosso, il
senatore alle finanze è vice del sindaco in carica Kai Wegner.

L’Iran dispone, oltre alle rotte di contrabbando e ai confini terrestri con, tra gli altri, la Turchia e il
Pakistan, anche di una via d’accesso via mare a nord finora poco considerata. E, a differenza di
quanto avviene nel Golfo, gli Stati Uniti non hanno un accesso così facile in quella zona. Il Mar
Caspio, nonostante il nome, non è un mare, bensì un lago, per la precisione il più grande specchio
d’acqua interno del mondo. Non ha accesso diretto agli oceani ed è, soprattutto per l’Occidente,
una sorta di buco nero. Solo le marine degli Stati rivieraschi sono autorizzate ad accedervi: Iran,
Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan. Esse non ostacolano il commercio tra Mosca e
Teheran, sebbene un numero sempre maggiore di compagnie di navigazione figuri nelle liste delle
sanzioni degli Stati Uniti e dell’Unione Europea e nonostante vi siano indicazioni secondo cui le
navi da carico avrebbero temporaneamente disattivato il proprio sistema di identificazione
automatica. In questo modo non è più possibile tracciare la posizione e la rotta di una nave. Tutto
ciò rende il Mar Caspio il corridoio di trasporto ideale per la Russia e l’Iran, due degli Stati più
pesantemente soggetti a sanzioni al mondo.

05.09.2026
La porta sul retro dell’Iran
Nella guerra contro l’Iran, tutti gli occhi sono puntati sullo Stretto di Hormuz. Ma Teheran ha ancora una
carta da giocare: IL MAR CASPIO

Di Franziska Tschinderle

Il 25 luglio 2026 i servizi segreti ucraini sono riusciti a mettere a segno un’operazione azzardata. L’episodio
si è verificato lontano dal fronte vero e proprio con la Russia, a circa 1700 chilometri a est di Kiev.

La Repubblica Federale sta attualmente vivendo un nuovo estremismo di sinistra, come non se ne
vedevano più dalla fine della RAF negli anni ’90. Chi si nasconde esattamente dietro queste nuove
coalizioni di estrema sinistra? Dal punto di vista ideologico, in ogni caso, i servizi di sicurezza
attribuiscono i «gruppi Vulcano» allo spettro anarchico orientato alla violenza. Gli investigatori della
polizia ritengono che i «gruppi vulcanici» costituiscano una rete e che il nome venga utilizzato
come una sorta di etichetta per diverse formazioni. L’obiettivo dei «vulcanici»: paralizzare, per
quanto possibile, la vita civile in questa Repubblica. Durante i festeggiamenti di Capodanno del
2026 a Berlino, l’obiettivo è stato pienamente raggiunto: non solo decine di migliaia di persone
sono rimaste per cinque giorni senza elettricità, riscaldamento e rete mobile, ma anche la fiducia
nei rappresentanti politici ha subito un grave danno. Tuttavia, nonostante tutti gli sforzi degli
investigatori, fino ad oggi i funzionari non sono riusciti ad arrestare i criminali del gruppo «Vulkan».
E ciò nonostante l’Ufficio federale di polizia criminale (BKA) avesse già assunto le indagini in
precedenza, nel marzo 2024, in seguito al loro incendio più devastante fino a quel momento –
contro un traliccio elettrico dello stabilimento Tesla di Grünheide – con l’accusa di «sabotaggio
anticostituzionale».

Settembre 2026
Il silenzio dopo l’attentato incendiario
La RAF si è sciolta più di 25 anni fa. All’epoca la Repubblica tirò un sospiro di sollievo. Oggi le forze di
sicurezza si trovano ad affrontare strutture terroristiche ben più complesse. Le informazioni che
emergono dalle loro indagini sono allarmanti

Di BUTZ PETERS – giornalista e avvocato a Dresda. È uno dei massimi esperti tedeschi di storia della RAF

All’inizio di gennaio, quando il 2026 era iniziato da appena tre giorni, alcune immagini dall’aspetto
apocalittico sono diventate virali, suscitando sgomento in tutta la Repubblica: con temperature sotto lo
zero e nevicate, 45.000 famiglie nella zona sud-occidentale di Berlino si sono ritrovate improvvisamente
senza elettricità né riscaldamento.

Elenco delle decisioni della classe politica che quasi nessuno al di fuori della Germania
comprende. Anche all’interno della Repubblica Federale, molti cittadini considerano una follia ciò
che accade nei settori dell’energia e dell’economia, ma anche della migrazione e in molti altri
ambiti, a volte con un metodo, a volte senza. Una vasta coalizione che va dall’estrema sinistra fino
all’Unione, tuttavia, come è noto, la valuta diversamente. Essa vede la Germania come un pioniere
e un innovatore moderno. È proprio qui che risiede il problema centrale: nell’incapacità e nella
riluttanza a correggere anche gli errori più evidenti. Ad esempio, qualche tempo fa il Cancelliere
federale Friedrich Merz ha affermato che l’uscita dal nucleare è stata un «errore strategico» – per
poi annunciare, allo stesso tempo, che non si può tornare indietro, ma solo proseguire con
determinazione in quel vicolo cieco già intrapreso. Ciò si può definire coerenza, irresponsabilità o,
semplicemente: stupidità.

Numero di Settembre 2026
UN DISASTRO CHE CI SIAMO COSTRUITI DA
SOLI
Le dodici maggiori follie della Germania, dall’immigrazione incontrollata alla politica energetica costosa
e inefficiente, fino alla distruzione dell’industria: quando i leader berlinesi si assumono un incarico, lo
fanno con grande determinazione. Una panoramica delle follie politiche dalle conseguenze più gravi. La
buona notizia: si potrebbe quasi fare marcia indietro su tutto
DI A L E X A N D E R WENDT

Del medesimo autore
Disprezzo verso il basso. Come un’élite morale minaccia la società
civile – e come possiamo difenderla
Editore Lau, 372 pagine, 26 €.
Disponibile su www.tichyseinblick.shop

Per stilare un elenco delle più grandi follie politiche in Germania, si presenta innanzitutto un problema di
definizione: «Stupidità»: suona come un errore involontario, come goffaggine, ma non come un atto
intenzionale.

Di fronte alla schiacciante vittoria elettorale dell’AfD in Sassonia-Anhalt e al crollo della CDU in
quella regione, anche i più fedeli sostenitori di Merz vacillano. La coalizione, che dopo la pausa
estiva voleva finalmente migliorare ogni cosa e approvare le più grandi riforme sociali degli ultimi
decenni, sta perdendo fiducia in se stessa. Nel frattempo, fuori, nel Paese, la situazione si sta
aggravando. L’economia implora un segnale che confermi il proseguimento delle riforme. L’energia
è troppo costosa. La concorrenza cinese sta schiacciando gli imprenditori. I dazi doganali
precludono le prospettive sul mercato americano. Il Paese non può permettersi una situazione di
stallo o addirittura di instabilità politica. I governi vanno e vengono, questa è la normalità in una
democrazia. Ma per il Cancelliere e la sua coalizione la posta in gioco va ben oltre il mantenimento
del potere. Si tratta dell’eredità liberale della Repubblica, del legame politico ed economico con
l’Occidente, dell’adesione all’economia sociale di mercato e alla moneta europea. È tutto in gioco.
Per la prima volta dalla fine della dittatura nazista, nella storia della Repubblica Federale un partito
di estrema destra può sperare di ricoprire cariche di governo.

11.09.2026
Paralisi da paura
L’ascesa dell’AfD rischia di spegnere ogni residuo slancio riformista del governo federale. Gli economisti
mettono in guardia dalle drastiche conseguenze per la più grande economia europea

Il crepuscolo dei cancellieri
L’ascesa dell’AfD rischia di spegnere ogni residuo slancio riformista della coalizione. Friedrich Merz
intende mantenere la rotta. Ma il suo partito è ancora al suo fianco?
Di D. Delhaes, J. Fokuhl, M. Greive, J. Hanke Vela, J. Hildebrand, M. Koch, J. Münchrath, D. Neuerer, J. Olk Berlino, Bruxelles,
Düsseldorf

Mercoledì sera, poco dopo le 19, Friedrich Merz dà il benvenuto al suo «fan club».

Merz, dopo il disastro elettorale della CDU in Sassonia-Anhalt, ha sottolineato: «Arrendersi non è
un’opzione». È stato eletto per quattro anni e adempirà alle proprie responsabilità. Un colpo di
mano interno al partito per indurre il Cancelliere a dimettersi è considerato un tabù. Per Wüst vi
sono fattori di rischio: dovrebbe essere certo del consenso dei gruppi parlamentari della coalizione,
ovvero Unione e SPD, che insieme dispongono solo di una maggioranza risicata di dodici voti in
Parlamento. All’interno dell’SPD potrebbe esserci la disponibilità a sostenere un nuovo Cancelliere
al Bundestag, al fine di evitare nuove elezioni. Ma si tratterebbe più di una speranza che di una
certezza. Con la sua richiesta di una procedura di verifica costituzionale nei confronti dell’AfD,
Wüst si è isolato all’interno delle proprie file e ha suscitato incomprensione. Ha invece riscosso
ampio consenso presso SPD, Verdi e Sinistra, che stanno lavorando per ottenere la messa al
bando dell’AfD. Non sarebbe inoltre chiaro come un cancelliere Wüst riuscirebbe a rapportarsi con
gli uomini di fiducia di Merz.


11.09.2026
Perché la crisi di Merz giunge in un momento
inopportuno per Wüst
Il primo ministro della Renania Settentrionale-Vestfalia coltiva la propria reputazione di aspirante
cancelliere. Tuttavia, i rischi per lui sono enormi. E cosa intende fare Söder?

Di KRISTIAN FRIGELJ E NIKOLAUS DOLL
Qualche giorno fa Hendrik Wüst ha avuto difficoltà a fornire una risposta chiara. Al presidente del Land
della Renania Settentrionale-Vestfalia è stato chiesto se fosse «senza riserve» disponibile come candidato
di punta della CDU per le elezioni regionali del 27 aprile 2027.

Un viaggio attraverso la Sassonia-Anhalt. Molti raccontano con orgoglio di aver votato l’AfD, ma
poi non vogliono rivelare il proprio nome. Tutti, invece, esprimono una speranza: che ora qualcosa
cambi. Ma cosa dovrebbe cambiare? «La situazione economica», dicono alcuni, «l’immigrazione»,
dicono altri; e «i prezzi», dicono quasi tutti. E nella loro vita personale? A questa domanda molti
rispondono: «In realtà sto bene». «Qui nel comune, in realtà, sono d’accordo con la politica»,
afferma un ex meccanico di macchine edili di 74 anni. Parla di un «voto di frustrazione». Allo
stesso tempo, per lui un tema decisivo in occasione delle elezioni è stato il sistema educativo. Su
questo fronte l’AfD promette grandi cambiamenti: un allentamento dell’obbligo scolastico e
l’abolizione dell’inclusione nelle scuole della Sassonia-Anhalt figurano nel programma del partito. E
anche dal punto di vista dei contenuti l’AfD intende intervenire sui programmi scolastici. «Più
Bismarck, meno Hitler», è il motto secondo il deputato dell’AfD Hans-Thomas Tillschneider.


11.09.2026
Sperare che qualcosa cambi
Non sono solo gli elettori dell’AfD a ritenere che il partito abbia individuato i veri problemi. Altri si
chiedono come possano ancora dialogare con i propri concittadini. Un viaggio attraverso la Sassonia-
Anhalt

Di Luca Neuschaefer-Rube, Neinstedt/Quedlinburg
Il quaranta per cento si presenta così: una lunga strada statale, campi gialli, sullo sfondo le montagne e gli
alberi verdi dell’Harz.

Mosca ha gradualmente ridotto le forniture. Inizialmente Gazprom accettava solo rubli come
pagamento, poi il gruppo ha interrotto le forniture verso la Bulgaria e la Polonia, successivamente
attraverso il gasdotto ucraino «Soyuz» e, infine, alla fine di agosto 2022, anche attraverso il
gasdotto del Mar Baltico «Nord Stream 1». La Russia intendeva così mettere sotto pressione i
sostenitori dell’Ucraina. Poiché il gas è fondamentale anche per la produzione di energia elettrica, i
prezzi dell’elettricità hanno subito un aumento. Gli importatori di gas, in primis il gruppo Uniper di
Düsseldorf, non sono più riusciti a onorare i propri contratti e hanno dovuto a loro volta essere
salvati. In 27 voci il Ministero elenca quanto è costato lo «scudo protettivo».


11.09.2026
La crisi del gas di Putin è costata 50 miliardi
Dopo l’attacco della Russia all’Ucraina, il governo federale ha garantito l’approvvigionamento di
elettricità e gas ai cittadini. Ora rende noto quanto ha speso a tal fine. Alcuni sostengono che la cifra sia
stata molto più elevata

Di Michael Bauchmüller e Georg Ismar
La situazione era grave, ma a causa del coronavirus il Cancelliere è rimasto nel proprio appartamento per
precauzione. Solo tramite schermo, alla fine di settembre 2022, Olaf Scholz ha annunciato il «doppio
colpo».

Siegmund sente il profumo del potere. Eppure ha temuto proprio questa situazione. Un governo
senza una maggioranza sicura rappresenterebbe un rischio per lui, ma anche per la sua
sostenitrice, la presidente federale Alice Weidel. Dopotutto, Magdeburgo dovrebbe essere solo il
punto di partenza per la marcia verso la capitale federale. Un fallimento metterebbe a rischio
anche il piano di potere della Weidel per Berlino. Un primo ministro Siegmund eletto con un
margine risicato dovrebbe sentirsi dire che ora sta facendo proprio ciò che ha sempre rimproverato
ai partiti tradizionali, ovvero mettere insieme a malapena delle maggioranze. Oppure ha addirittura
intenzione di chiamare ripetutamente Sahra Wagenknecht per sapere se porrà il suo veto su
questo o quel progetto di legge? Siegmund non è sotto pressione solo da parte del suo partito, ma
anche da parte dei suoi elettori. Ora ha un impegno anche nei confronti di quelle persone che ha
incontrato a migliaia durante i mesi della campagna elettorale e dalle quali si è lasciato acclamare
come una pop star. Ha scattato selfie a raffica con loro, ha autografato magliette con la sua effigie
e ha promesso loro ciò che era scritto sui manifesti blu in tutto il Paese: «Tutto è possibile». E ora
che tutto sembra davvero possibile, vuole tirarsi indietro? Siegmund sa che non è così semplice.

STERN
10.09.2026
ESTREMO, NAZIONALISTA, INCAZZATO…
L’AfD nella Sassonia-Anhalt ha il potere a portata di mano, ma ha bisogno di un partner. La lotta per il
potere a Magdeburgo potrebbe sconvolgere anche il partito a livello federale

Di Martin Debes
Il potere assume molte forme. Può presentarsi freddo e silenzioso – oppure ardente e chiassoso. E brutale.

E’ visibile la linea di frattura che divide la Repubblica in due schieramenti. Mentre in uno si teme
per la sopravvivenza della democrazia liberale, per i diritti di libertà e i principi dello Stato di diritto,
nell’altro si mette apertamente in discussione il sistema stesso. Il Paese sembra più politicizzato
che mai. Nulla è più scontato, tutto è ideologicamente controverso, come due fronti in lotta per la
nuova Germania. Al vertice, nella Cancelleria, siede una persona che dovrebbe condurre questa
battaglia con sicurezza, ma al momento non si può nemmeno pensare a una leadership. «Sembra
proprio come ai tempi della caduta del muro nel 1989, quando abbiamo già mandato a casa un
sistema», esulta Oliver Kirchner al microfono, insieme a Siegmund, capogruppo dell’AfD nella
Sassonia-Anhalt. Ulrich Siegmund e la sua AfD sono riusciti a dare il via a un movimento che in
molti ha risvegliato il desiderio di tornare a essere protagonisti della propria storia. Il giorno delle
elezioni si è trasformato in un momento di autoaffermazione. Il risultato della Sassonia-Anhalt non
è un monito, è una dichiarazione di guerra. Con la bocciatura dei partiti di governo, molti cittadini
esprimono la loro rottura interiore con un sistema che questi partiti hanno rappresentato per così
tanto tempo. Sarebbe un’illusione credere che qualche correzione alla riforma delle pensioni o
l’aggiustamento di alcune leve nel sistema fiscale possano placare questo malcontento. Gli sguardi
si spostano ora da Magdeburgo a Berlino. Per il Cancelliere, lì è iniziata la fase decisiva.

STERN
10.09.2026
UNA NUOVA GERMANIA?
Le elezioni in Sassonia-Anhalt stanno cambiando la Repubblica – e potrebbero far cadere il Cancelliere

L’AfD mette in discussione il sistema. Il Cancelliere ha ancora abbastanza forza per opporre resistenza?
QUALE PAESE VOLETE?
Il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt dimostra quanto sia divisa la Repubblica. Ora è in gioco il futuro
della democrazia – e quello del Cancelliere.

Di Julius Betschka, Nico Fried, Paul Krauß, Veit Medick, Jan Rosenkanz
A mezzogiorno Catalina Möwes nutre ancora speranze. «A metà scrutinio abbiamo già raggiunto il 50 per
cento di affluenza alle urne», afferma l’insegnante quarantaduenne.

Quanto sarebbe pericoloso questo primo governo dell’AfD per la democrazia liberale? Quali sono
le sue intenzioni in Sassonia-Anhalt? E da lì può davvero conquistare la Cancelleria? Il partito
cercherà di aumentare la pressione su CDU e CSU e di dividere la coalizione. L’Unione è già in
stato di shock dopo la debacle elettorale in Sassonia-Anhalt, mentre nel Meclemburgo-Pomerania
Anteriore si profila un nuovo crollo. Gli estremisti di destra intendono sfruttare questa incertezza
per continuare a scuotere il muro di contenimento, già di per sé fatiscente. Se la CDU e la CSU,
sotto la pressione dell’AfD, dovessero spostarsi a destra, ciò destabilizzerebbe la coalizione con
l’SPD e porterebbe ulteriormente i temi centrali dell’AfD nel mainstream. In Sassonia-Anhalt e in
altre regioni della Germania orientale, l’AfD è già riuscita a modificare profondamente il clima
sociale a proprio favore. Ora dovrebbe essere il turno del resto della Repubblica.

11.09.2026
Ecco come l’AfD sta ora cercando di conquistare
il potere
All’AfD mancano pochi voti per ottenere la maggioranza assoluta, ma dopo la vittoria elettorale in
Sassonia-Anhalt gli estremisti di destra vogliono assolutamente governare. Alcuni esponenti del partito
sognano già la Cancelleria

Di Astrid Geisler, Fabian Hillebrand, Ann-Katrin Müller, Philipp Wittrock
La Sassonia-Anhalt dovrebbe essere solo l’inizio, almeno così se lo immagina l’AfD. «Si tratta della
Germania», afferma Ulrich Siegmund, seduto alla conferenza stampa federale a Berlino il giorno dopo la
sua vittoria elettorale.

È in gioco ciò che dal 1945 ha garantito stabilità alla Repubblica Federale: un conservatorismo
democratico che sa cosa va preservato, ma anche come conciliare progresso e apertura al mondo.
Se l’Unione continuerà su questa strada, dopo le elezioni federali del 2029 rischia di diventare
irrilevante – e alla Germania si prospetta un governo di estrema destra. Le dimissioni del
Cancelliere o un ricambio di alcuni volti non cambierebbero il quadro generale: la guerra in
Ucraina, Donald Trump alla Casa Bianca, la concorrenza con la Cina e la crisi industriale. L’Unione
ha bisogno di una risposta molto più radicale, proveniente dal centro del partito: Merz è in grado di
garantirla? Forse. Per ora può ancora impostare la rotta. Se non ci riuscirà, sussiste il rischio che il
conservatorismo democratico in Germania perda la propria rappresentanza politica.

11.09.2026
EDITORIALE
L’ultima possibilità dell’Unione
Friedrich Merz si trova con le spalle al muro. Tuttavia, un semplice cambio di leadership non basterà a
salvare la CDU. Il partito deve osare un nuovo inizio all’insegna di un conservatorismo convincente

Di Swantje Karich
L’Unione ha un problema di fiducia. Con maggiore «emotività», come ha affermato Friedrich Merz dopo il
devastante risultato elettorale in Sassonia-Anhalt, si vorrebbe ora raggiungere i cittadini. Sembrava tuttavia
che il Cancelliere federale stesse annunciando un programma politico.

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La vittoria degli Houthi nello Yemen: una svolta nella guerra dell’Iran? – La Russia sta vincendo o sta perdendo lentamente? _ di Thibault de Varenne

La vittoria degli Houthi nello Yemen: una svolta nella guerra dell’Iran?

Ansarullah controlla Bab el-Mandeb. Ma Moka non è caduta: è stata abbandonata. Chi combatte nello Yemen, perché la fazione avversaria è crollata e cosa ci perde l’Europa in tutto questo.

Pubblicato il 12 settembre 2026·20 minuti di lettura


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Di Thibault de Varenne

Il 10 settembre, le forze della Resistenza nazionale yemenita hanno lasciato il porto di Moka prima dell’alba. Il giorno dopo, Ansarullah — il movimento che la stampa occidentale chiama «gli Houthi» — controllava l’intera costa yemenita del Mar Rosso e l’isola di Perim, al centro dello stretto di Bab el-Mandeb. Da questa via di transito passano il petrolio e i container diretti a Marsiglia, Genova e Rotterdam. Prima di dire chi ha vinto, bisogna chiarire chi sta combattendo e perché.

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Cominciamo dai fatti e dal costo.

Giovedì 10 settembre all’alba, alcuni combattenti di Ansarullah sono entrati a Moka, sulla costa occidentale dello Yemen. Venerdì hanno raggiunto Dhoubab, per poi imbarcarsi alla volta di Mayyoun — l’isola di Perim — e insediarsi nel campo di al-Omari, che domina il passaggio. Al Jazeera riassume la situazione in una frase: il movimento controlla ormai l’intera costa yemenita del Mar Rosso.

Questa costa domina uno stretto largo trenta chilometri, tra la punta sud-occidentale dell’Arabia e il Corno d’Africa. Gli arabi lo chiamano Bab el-Mandeb, la Porta dei Lamenti. È l’imbocco meridionale del Mar Rosso, quindi l’imbocco meridionale del Canale di Suez, e quindi la rotta attraverso la quale il greggio del Golfo e i container dall’Asia risalgono verso l’Europa. Si stima comunemente che vi transiti dal 12 al 15 per cento del commercio marittimo mondiale. Da febbraio, questa rotta non è più una semplice opzione: è l’unica rimasta, e tornerò su questo punto.

Un lettore francese non ha alcun motivo di conoscere i protagonisti di questa vicenda. Ha però ottimi motivi per volerli conoscere, dato che ora sono in parte responsabili del suo approvvigionamento. Prendiamoci quindi il tempo di nominarli.

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I. Chi combatte nello Yemen e per quale motivo

Lo Yemen si trova all’estremità sud-occidentale della penisola arabica, di fronte a Gibuti. Conta 34 milioni di abitanti, circa la metà della popolazione francese, su un territorio montuoso a nord e desertico a est. Va ricordato che questo paese non è sempre esistito in questa forma: fino al 1990 c’erano due Yemen, quello del Nord intorno a Sanaa e quello del Sud intorno ad Aden, quest’ultimo essendo stato una repubblica marxista e poi uno Stato a tutti gli effetti.  L’unificazione del 1990 è avvenuta senza che venisse mai risolta la questione della ripartizione del potere e delle risorse. Nel 1994 è scoppiata una guerra civile, che ha causato da settemila a diecimila morti. Il problema allora sollevato non è stato risolto, ma solo rinviato. Tutto ciò che segue ne è una conseguenza.

Ansarullah, «i sostenitori di Dio», è nato sulle montagne di Saada, al confine con l’Arabia Saudita, a cavallo tra gli anni Novanta e il 2000. Il movimento si rifà allo zaydismo, un ramo dell’Islam sciita proprio del nord dello Yemen, distinto dallo sciismo duodecimano che è quello dell’Iran — la parentela esiste, ma è più labile di quanto si dica. I suoi membri si definiscono Ansarullah; in Occidente vengono chiamati Houthi, dal nome della famiglia del suo fondatore, Hussein al-Houthi, ucciso nel 2004. Sei guerre lo hanno contrapposto al potere centrale tra il 2004 e il 2010. Nel settembre 2014, è sceso dalle montagne e ha conquistato Sanaa, la capitale. Non l’ha mai ceduta: il territorio che amministra ospita oggi la grande maggioranza della popolazione yemenita. Da marzo 2015, sta affrontando una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, e sta tenendo duro. Teheran lo arma, lo consiglia e lo loda ; ciò non significa però che sia una sua marionetta, il che sarà importante per il seguito.

Il governo riconosciuto è ciò che resta dello Stato cacciato da Sanaa. Ha sede ad Aden e non si definisce più un governo, ma un Consiglio di direzione presidenziale : otto uomini, insediatisi nell’aprile 2022, che esercitano collegialmente un’autorità riconosciuta dalla comunità internazionale, ma molto meno sul campo. Questi otto uomini non fanno capo allo stesso capo. Alcuni sono gli uomini di Riyadh, altri quelli di Abu Dhabi.

Il Consiglio di transizione del Sud, fondato nel maggio 2017 e presieduto da Aïdarous al-Zoubaïdi, ha sede anch’esso ad Aden e non persegue lo stesso obiettivo: vuole l’indipendenza del Sud, ovvero il ritorno ai confini precedenti al 1990. Eppure fa parte del Consiglio presidenziale. Gli Emirati Arabi Uniti lo hanno sostenuto, finanziato e armato.

Le forze della Resistenza nazionale sono il terzo attore di questo schieramento, quello che ci interessa oggi. Controllano — o meglio, controllavano — la costa del Mar Rosso e sono comandate da Tareq Saleh, nipote di Ali Abdallah Saleh, l’uomo che ha presieduto lo Yemen per trentatré anni, si è alleato con gli Houthi nel 2014, si è rivoltato contro di loro nel 2017 e  fu ucciso proprio da loro il 4 dicembre dello stesso anno. Anche Abu Dhabi sostiene questo nipote.

I due sostenitori, infine, sono il fulcro della questione. L’Arabia Saudita sta conducendo una guerra nello Yemen per un motivo semplice: non vuole un governo allineato con Teheran al suo confine meridionale, né missili a portata dei suoi giacimenti petroliferi. Gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo una guerra contro lo Yemen per un altro motivo, altrettanto semplice: vogliono porti, isole e sbocchi sul Mar Rosso, il che li porta a preferire un Sud separato e docile a uno Yemen unificato. Questi due obiettivi non sono complementari. Sono contrari. Da dieci anni la si chiama «coalizione».

Ecco il quadro della situazione. Ricordiamo tre cose, che bastano: un Paese diviso in due, la cui linea di demarcazione non ha mai tenuto; un fronte anti-Houthi che obbedisce a due capitali con obiettivi opposti; e uno stretto che, da febbraio, vale più di tutto il resto.

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II. Quello che è andato in pezzi ad Aden

Perché la conquista di settembre non si spiega con settembre. Si spiega con l’inverno precedente e con il Sud.

Il 2 dicembre 2025, il Consiglio di transizione del Sud lancia un’offensiva generale in tutto lo Yemen meridionale. Non si tratta di uno scontro minore. Nel giro di pochi giorni, i separatisti conquistano Seiyoun e Tarim, poi l’Hadramaut petrolifero e la Mahra — strappandole a unità che fanno capo allo stesso governo di cui fanno parte loro, ma che sono sostenute da Riyadh.  La nota della biblioteca della Camera dei Comuni osserva che non sono stati segnalati scontri di rilievo. Le alleanze si sono semplicemente spostate, tutto qui.

Il 2 gennaio, Zoubaïdi annuncia un referendum sull’indipendenza e una costituzione per lo Stato del Sud, da varare entro il 2028. Il 7 gennaio, le forze governative entrano ad Aden. Il 9, il Consiglio di transizione del Sud annuncia il proprio scioglimento. Il suo leader viene allontanato dal Consiglio presidenziale, accusato di tradimento, e si rifugia negli Emirati. Subito dopo, Abu Dhabi ritira le sue ultime truppe dallo Yemen.

Cinque settimane. Una secessione proclamata, una capitale conquistata, un movimento sciolto, un protettore che fa i bagagli. Si è parlato molto della rapidità; si è prestata poca attenzione al prezzo da pagare. Per due mesi, il fronte che da dieci anni combatte contro Ansarullah ha dedicato tutta la propria energia militare, le proprie munizioni e la propria coesione interna a combattere contro se stesso. Gli Houthi, dal canto loro, non hanno dovuto fare altro che stare a guardare. Il comunicato del Consiglio dei Comuni lo afferma senza enfasi: essi sono stati «ampiamente risparmiati» da questi eventi.

Andreas Krieg, docente del King’s College, descrive ciò che resta oggi del fronte anti-Houthi: un fronte «altamente frammentato», in cui «diversi sostenitori hanno comprato la fedeltà con il denaro», dove sono state radunate milizie per contendersi le clientele locali nel Sud senza mai concentrarsi sugli Houthi nel Nord. Aggiunge che la narrazione di un fronte unito era una costruzione, promossa principalmente dagli emiratini e in parte dai sauditi.

Quella cosa si è chiamata “alleanza” per dieci anni. Aveva un vertice, un segretariato, comunicati congiunti e una dottrina ufficiale. È bastato il primo inverno.

E il Sud non è per questo scomparso. È proprio questo che lo scioglimento del 9 gennaio nasconde più di quanto risolva: una questione politica che viene affrontata con l’incriminazione del leader e il suo esilio non viene risolta, ma solo rinviata. Alcuni membri del movimento contestano lo scioglimento, mentre altre manifestazioni lo hanno sostenuto. Il Sud aspetta il suo turno dal 1990. E continuerà ad aspettarlo.

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III. Ciò che Ansarullah ha raccolto

Passiamo ora alla seconda parte, quella del raccolto — che spiega perché tutto questo stia accadendo proprio ora.

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele danno il via a una guerra aerea contro l’Iran. Teheran risponde bloccando di fatto lo stretto di Ormuzall’imbocco del Golfo Persico, attraverso il quale transitava circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, si ripiega allora sull’altra via d’uscita: il Mar Rosso. In quel preciso istante, uno stretto che nessuno in Europa sapeva individuare diventa l’arteria di soccorso del mercato petrolifero mondiale. E si dà il caso che una delle sue due sponde sia yemenita.

Il seguito è una questione di routine. A luglio, le forze governative bombardano l’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo proveniente dall’Iran; i combattimenti riprendono. Lo stesso mese, Ansarullah decreta un blocco delle navi saudite nel Mar Rosso. Il 3 settembre, l’offensiva si apre su tre fronti: Taiz occidentale, Hodeida meridionale e Moka. L’8, missili balistici e droni colpiscono Abha, Khamis Mushait, Jizan e Najran, nel sud del regno: settantatre feriti secondo il portavoce della coalizione; sono state colpite anche alcune strutture dell’Aramco. Il 10, Moka. L’11, Bab el-Mandeb.

I mercati hanno reagito lo stesso giorno: il prezzo del barile ha superato i cento dollari per la prima volta dalla metà di maggio. Un membro dell’ufficio politico di Ansarullah, Hazem al-Assad, ha subito assicurato che la navigazione internazionale non correva «alcun pericolo» da parte yemenita. Forse è vero. Ma è soprattutto la frase pronunciata da chi ha appena acquisito il potere di rendere vero il contrario. Non è una garanzia: è l’affermazione di una leva.

Ancora una parola su come è andata, perché chiarisce tutto. Le forze di Tareq Saleh si sono ritirate da Moka durante la notte. Il corrispondente di Al Jazeera a Taëz parla di un «ritiro tattico e di un riposizionamento», con l’ordine di istituire un posto di comando sostitutivo. L’analista militare Wolfgang Pusztai aggiunge il dettaglio che conta: il porto di Moka era l’ultimo che il governo riconosciuto controllava interamente. Un esercito che si ritira prima dell’alba, un porto che non viene difeso, un comando che annuncia un riposizionamento: sono le parole che si usano quando non si vuole dire ciò che è realmente accaduto.

A questo punto sorge l’obiezione secondo cui: Ansarullah sta vincendo perché è l’unica forza yemenita autenticamente nazionale, l’unica che abbia resistito per dieci anni ai bombardamenti di una coalizione dotata di una aviazione moderna, l’unica che si rifiuta di svendere la sovranità del Paese. Lo si sente dire da Teheran, dove il presidente della commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento ha elogiato uno Yemen che «resiste da solo contro l’egemonia imperiale». Lo si sente dire, in termini più sommessi, anche da osservatori che non nutrono alcuna simpatia per l’Iran, ma che ne constatano la tenacia.

La durata è un dato di fatto. L’obiezione non regge, e occorre spiegare con precisione il perché.

Innanzitutto perché un potere viene giudicato in base alle sue azioni, e le azioni sono documentate. Il Programma alimentare mondiale — l’agenzia delle Nazioni Unite che sfama le popolazioni in guerra — ha interrotto le sue operazioni nelle zone controllate da Ansarullah nel marzo 2026, dopo mesi di perquisizioni negli uffici dell’ONU e di detenzioni arbitrarie del personale.  Le Nazioni Unite contano decine di agenti tuttora detenuti, e le restrizioni riguardano le zone in cui si concentra circa il settanta per cento dei bisogni umanitari del Paese. Allo stesso tempo, oltre diciotto milioni di yemeniti — la metà della popolazione — si trovano in una situazione di insicurezza alimentare acuta, e più di due milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta. Un movimento che allontana i convogli di generi alimentari dal territorio che amministra non conquista un Paese: lo tiene sotto controllo. Non è la stessa cosa, e la differenza si misura in termini di bambini.

In secondo luogo, perché la sovranità a cui ci si appelliamo è in questo caso un termine dal doppio significato. Un potere che chiude uno stretto da cui dipende il commercio di tre continenti non afferma la propria sovranità: prende in ostaggio quella degli altri, il che è esattamente la critica che rivolge ai propri nemici. Lo stesso presidente iraniano, dieci giorni fa, avvertiva che la multipolarità ha senso solo se non sostituisce un centro di egemonia con un altro. L’affermazione era corretta. E non si applica solo a Washington.

Infine, perché la vittoria di settembre non è, dal punto di vista militare, ciò che si dice. Moka non è caduta: è stata abbandonata. Si può controllare uno stretto senza aver vinto una battaglia. È proprio questa la definizione di ciò che è appena accaduto.

Che l’altra parte ne esca indenne in questo quadro, non se ne parla proprio. L’aviazione saudita bombarda Mareb, al-Jawf e Taëz; Ansarullah le attribuisce la distruzione di una prigione e la morte di diciassette uomini; il bilancio delle agenzie umanitarie solo per le ultime due settimane si attesta a centonovantaquattro morti e ottocentottanta feriti, con oltre ventimila persone costrette a fuggire lungo le strade intorno a Taëz e Hodeïda. In questa vicenda non c’è nessuna parte innocente. C’è un Paese conteso da dodici anni, i cui abitanti pagano a caro prezzo ogni fase del conflitto.

IV. Ciò che ci riguarda

Rimane la questione che ci riguarda e che raramente viene posta nell’ordine giusto.

Due stretti controllano oggi l’approvvigionamento energetico dell’Europa. Quello di Ormuz è chiuso dall’Iran da febbraio. Quello di Bab el-Mandeb è nelle mani di un movimento che l’Iran arma e appoggia. Attraverso il Mar Rosso risalgono il greggio del Golfo verso il Mediterraneo e i container dall’Asia verso i nostri porti. Il Paese che paga il prezzo più alto per la chiusura di queste due vie di accesso non è né l’Iran, né l’Arabia Saudita, né gli Stati Uniti, che producono il proprio petrolio. È l’Europa.

E l’Europa cosa fa? Si limita a commentare. Il portavoce del Foreign Office ha dichiarato che gli Houthi sono «gli unici responsabili di questa crisi» e li ha esortati a cessare immediatamente le ostilità. Probabilmente è vero, ma è del tutto inutile. La Francia non ha detto nulla, per quanto ne so, e non è detto che avesse qualcosa da dire.

Nel frattempo, si stanno organizzando senza di noi. L’accordo di La Mecca, concluso ad agosto tra Riyadh, Ankara e Islamabad, stabilisce che un attacco contro uno di essi è un attacco contro tutti — la clausola dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, trasposta nel mondo musulmano. Il 9 settembre, il ministro della Difesa pakistano ne ha precisato la portata: «Se dovesse verificarsi un’aggressione non provocata, o se la situazione nello Yemen dovesse estendersi all’Arabia Saudita, l’accordo della Mecca entrerà in vigore. » Bisogna valutare bene questa affermazione: una potenza nucleare dell’Asia meridionale ha appena indicato che potrebbe intervenire in una guerra civile nella penisola arabica. I tre firmatari schierano complessivamente quasi un milione e quattrocentomila uomini sotto le armi. L’Oman, dal canto suo, riunisce gli Stati del Golfo per discutere della riapertura dello Stretto di Ormuz.

A Parigi nessuno ha chiesto il suo parere. A Bruxelles nessuno ha chiesto il suo parere. In questa vicenda, siamo gli utenti di una strada la cui sicurezza viene negoziata tra Riyadh, Ankara, Islamabad, Muscat e Teheran.

C’è qui una lezione che ci rifiutiamo di imparare da trent’anni. Ci siamo abituati a considerare le rotte commerciali come un dato di fatto naturale, alla stregua dei venti e delle maree: ci sono, le navi passano, i prezzi si formano. Ma non è affatto così. Una rotta marittima è un fatto politico, garantito da qualcuno, e quel qualcuno lo fa perché ne ha interesse e perché ne ha i mezzi. Abbiamo creduto che la garanzia fosse acquisita. In realtà era stata solo delegata. Oggi sta passando di mano, e noi non abbiamo né i mezzi per riprenderla, né le alleanze per esercitare pressione su chi se ne sta appropriando, né tantomeno — e questa è la cosa più grave — l’abitudine intellettuale di porre la questione in questi termini.

Un Paese che era presente a Suez, che detiene ancora Gibuti all’altra estremità dello stesso stretto, che arma fregate e dispone della prima marina d’alto mare dell’Unione avrebbe avuto qualcosa da dire sulla sicurezza di Bab el-Mandeb. Ha scelto di tacere, non avendo riflettuto su ciò che voleva fare in quella zona. Il silenzio, in queste materie, non è prudenza: è il nome che assume l’assenza di politica quando dura abbastanza a lungo da sembrare una scelta.

Il verdetto è semplice. Ansarullah non ha vinto una guerra; ha raccolto ciò che un fronte diviso aveva lasciato cadere, e lo ha raccolto proprio nel momento in cui valeva di più. Riyadh e Abu Dhabi hanno perso, a causa delle loro divisioni, ciò che non erano riusciti a conquistare con le armi, e lo stanno pagando a caro prezzo. Quanto a noi, non abbiamo perso nulla a Moka, poiché ormai da tempo non avevamo più nulla lì. È l’unica cosa che possiamo dire a nostra discolpa, e non è di alcuna consolazione.

La Russia sta vincendo o sta perdendo lentamente?

Guerra di logoramento: scelta o subita? Piuttosto che gli istituti occidentali, tre documenti russi e le dogane cinesi. Ciò che dimostrano e ciò che non dimostrano

Pubblicato il 10 settembre 2026·15 minuti di lettura


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Di Thibault de Varenne

Da quattro anni, due narrazioni si scontrano senza che nessuna delle due ceda. Per alcuni, la Russia sta impantanandosi. Per altri, procede al proprio ritmo, logora l’avversario e aspetta il momento giusto. Entrambe le parti hanno annunciato la propria vittoria, sbagliando con la stessa regolarità. Propongo di lasciarle da parte e di andare a leggere ciò che lo Stato russo scrive di sé stesso.

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Esiste una tesi, sostenuta da persone serie, che occorre innanzitutto esporre nella sua versione più estrema, poiché è così che la si conosce meglio.

Lei afferma quanto segue. La Russia non ha mai cercato quella rapida conquista che le viene attribuita. Sta conducendo una guerra di logoramento metodica, il cui obiettivo dichiarato fin dal primo giorno era la smilitarizzazione del proprio avversario — e tale obiettivo lo sta raggiungendo. Non ha decretato la mobilitazione generale: combatte con soldati a contratto, il che sarebbe assurdo se ne andasse della sua sopravvivenza. La sua economia avrebbe dovuto crollare sotto il peso delle sanzioni; lo si annunciava per l’autunno, ogni autunno, e invece ha registrato una crescita di quasi il quattro per cento nel 2024. I suoi avversari, dal canto loro, hanno svuotato i propri arsenali — l’Istituto internazionale di studi strategici parla di escalation e non di stallo. E questo mese, due emissari americani si sono recati a Mosca e poi a Kiev, il presidente degli Stati Uniti ha telefonato al Cremlino e sono stati annunciati dei negoziati — senza che nessun europeo fosse al tavolo delle trattative. Chi negozia bilateralmente con Washington quattro anni dopo essere stato condannato all’isolamento non sembra affatto un sconfitto.

Tutto ciò è esatto. Non ne tolgo nulla.

Ecco ora tre fatti che, anch’essi, sono esatti e che non si conciliano facilmente con il quadro precedente.

Lo scorso 28 giugno, davanti al congresso del suo partito, il presidente russo ha riconosciuto pubblicamente una carenza di carburante sul proprio territorio — «stiamo attraversando un periodo difficile», ha affermato, pur giudicandola non critica e ricordando che era già in vigore un divieto temporaneo di esportazione di benzina e carburante per aerei. Il 2 luglio, il suo primo ministro ha firmato un decreto che autorizza le raffinerie a produrre benzina Euro-3 anziché Euro-5 fino alla fine dell’anno — con un contenuto di zolfo quindici volte superiore — e il divieto di esportare tale carburante. E il 25 febbraio, un ambasciatore del Ministero degli Affari Esteri russo ha dichiarato che gli obiettivi dell’operazione speciale non erano stati raggiunti e che «i territori costituzionali della Russia non sono stati liberati».

Nessuna informazione occidentale in questi tre documenti. Un discorso presidenziale, un decreto governativo, un comunicato diplomatico. Tutti russi, tutti di dominio pubblico.

Allora possiamo porci le domande con sincerità. Una potenza che ha scelto di procedere con lentezza ha bisogno di legalizzare un carburante di qualità inferiore per continuare ad averne? Uno Stato che raggiunge i propri obiettivi invia la propria diplomazia a spiegare che non li sta raggiungendo? E se la lentezza non fosse né una scelta né un fallimento, ma la conseguenza di qualcosa di cui non si parla mai — né a Mosca, né a Bruxelles, né nei nostri dibattiti?

I documenti sono di dominio pubblico. Lo stesso vale per i registri del commercio e per le statistiche doganali cinesi. Ciò che vi si trova non assomiglia né alla storia di una situazione di stallo, né a quella della pazienza strategica.

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Primo documento: la Costituzione russa

Cominciamo dal punto di riferimento, e prendiamo quello che la Russia si è data da sé. Nell’autunno del 2022, la Federazione Russa ha sancito nella propria Costituzione l’annessione di quattro regioni ucraine: Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson. Non si tratta di una rivendicazione retorica, ma di un atto costituzionale — e da allora il Cremlino ha escluso qualsiasi passo indietro nel corso di un negoziato.

Quattro anni dopo, non ne detiene il controllo totale: né Kherson né Zaporizhzhia, le due capitali regionali, sono sotto il suo controllo. Ed è proprio il suo Ministero degli Affari Esteri ad ammetterlo, lo scorso febbraio, nei termini citati in precedenza.

Questo documento non chiarisce le intenzioni: si può sempre sostenere che l’inserimento nella Costituzione fosse uno strumento di negoziazione. Stabilisce invece un fatto che nessuna delle due versioni può aggirare: l’obiettivo che Mosca ha definito, messo per iscritto e promulgato non è stato raggiunto, e Mosca lo ammette. Qualsiasi discussione sulla vittoria parte da qui, oppure non parte affatto.

Secondo documento: il decreto del 2 luglio

Un Paese può scegliere di procedere lentamente. Non sceglie però di abbassare gli standard del carburante che vende ai propri cittadini. Lo standard Euro 5 ammette dieci milligrammi di zolfo per chilogrammo; l’Euro 3 ne ammette centocinquanta. Questa decisione non viene presa per strategia: viene presa quando mancano le capacità di raffinazione e bisogna comunque rifornire le stazioni di servizio. La cronologia della crisi è di dominio pubblico, e un’agenzia turca — che nessuno sospetterà di atlantismo — la riporta negli stessi termini.

Mi si obietterà che si tratta di una misura congiunturale, adottata a seguito dei bombardamenti, e che ogni guerra danneggia le infrastrutture. È vero. Ma allora il quadro di una potenza che logora l’avversario senza subire danni deve essere corretto di conseguenza: il retroterra russo non è più un rifugio sicuro, e non lo è più da abbastanza tempo da giustificare l’adozione di una legge in materia.

Terzo documento: una legge sul reclutamento

Per quanto riguarda le vittime, non citerò alcuna cifra. Le stime variano da una a tre volte a seconda dell’ente che le pubblica, ognuno dei quali ha una propria posizione; basarsi su di esse significa fornire al proprio interlocutore l’unica risposta di cui ha bisogno.

Ma ci sono gli stipendi, e gli stipendi sono pubblici. Lo scorso 1° maggio, una legge russa ha cancellato i debiti dei neoassunti a contratto, fino a dieci milioni di rubli. A ciò si aggiungono i bonus di firma che rappresentano diverse volte uno stipendio medio annuo. Nessuno Stato concede una cosa del genere per un posto di lavoro per cui c’è grande concorrenza. Una tabella retributiva non ha opinioni politiche: indica quanto costa una firma, quindi quanto vale, e quindi ciò che si sa di ciò che l’aspetta.

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Ciò a cui si riferiscono i tre documenti, e di cui nessuno parla

Resta da capire perché una potenza di queste dimensioni, con un’economia dieci volte superiore a quella del proprio avversario e una popolazione tre volte più numerosa, non sia riuscita in quattro anni a raggiungere un obiettivo che aveva sancito nella propria Costituzione.

La risposta non sta né nel coraggio degli uni né nell’astuzia degli altri. Sta nel modo in cui i due paesi producono armi.

Da un lato, un apparato verticale, concentrato, sostenuto dallo Stato e da alcuni grandi gruppi. Eccelle in termini di dimensioni: il complesso industriale del Tatarstan, che produce mezzi d’attacco a lungo raggio si è esteso di oltre trecento ettari in un anno, e ora produrrebbe  diverse migliaia di velivoli al mese — questa stima proviene dai servizi segreti militari ucraini, parte in causa nel conflitto, e la riporto con questa riserva; l’espansione del sito, invece, è visibile via satellite. Si tratta di un successo industriale. È anche un unico prodotto, un unico sito, un’unica catena decisionale.

D’altra parte, qualcosa che nessuno aveva previsto. L’Ucraina contava sette produttori di droni prima del 2022; ora ne conta circa cinquecento. La piattaforma pubblica che cataloga questo ecosistema riunisce un migliaio e mezzo di aziende e diverse migliaia di prodotti. Soprattutto, le unità al fronte ordinano autonomamente il proprio materiale, spendendo i punti guadagnati in combattimento, scegliendo tra centinaia di modelli concorrenti. Il soldato che ritiene che un apparecchio voli male smette di ordinarlo; il produttore lo viene a sapere entro quindici giorni; chi non lo viene a sapere scompare.

Ecco ciò che nessun bilancio può sostituire. Il sapere che determina l’esito di questa guerra — quale frequenza viene disturbata questa settimana, quale angolo di trasmissione funziona ancora, quale batteria resiste al freddo intenso — non è detenuto da nessun stato maggiore. È sparso tra migliaia di uomini sul campo e diventa obsoleto nel giro di poche settimane. Un’amministrazione centrale non può né raccoglierlo né utilizzarlo in tempo. Un mercato, invece, sì.

Aggiungete ciò che emerge dalla collusione, e che gli stessi tribunali russi hanno accertato: un ex viceministro della Difesa condannato a tredici anni nel 2025 per appropriazioni indebite che ammontano a miliardi di rubli, un altro a  diciannove anni lo scorso aprilealmeno nove alti funzionari del ministero perseguiti in pochi mesi. Non si tratta di accuse occidentali: sono sentenze russe. Quando un sistema deve ripulire il proprio apparato di approvvigionamento nel bel mezzo di una guerra, ciò indica dove veniva destinata una parte delle risorse.

Le obiezioni, con tutta la loro forza

Tre, e non li escludo.

L’ecosistema ucraino non è irreprensibile: l’ufficio anticorruzione di Kiev ha documentato casi di appropriazione indebita relativi all’acquisto di droni e ha provocato le dimissioni di un ministro. Un sistema vivo è anche un sistema in cui si ruba.

È finanziato dall’estero: un mercato sovvenzionato dall’estero non è proprio un mercato, e non si potrà sapere quanto valga finché non dovrà reggersi sulle proprie entrate. È l’obiezione più forte contro quanto sostengo, e non ho una risposta.

Finalmente la Russia sta imparando. In tre anni ha sviluppato una capacità che prima non possedeva, ha cambiato modello, ha aumentato i ritmi di produzione; un centro di ricerca turco descrive un conflitto giunto a un bivio, non un crollo. Affermare che il colosso rimanga immobile sarebbe una cecità opposta a quella che descrivo.

Nel frattempo

Le autorità doganali cinesi pubblicano i propri dati, che valgono più di molte analisi. Nei primi due mesi del 2026, le forniture russe di greggio alla Cina sono aumentate di oltre il quaranta per cento in volume e di meno del sei per cento in valore. Tutta la differenza sta nello sconto. Uno studio basato su questi stessi dati stima che gli sconti concessi alle raffinerie cinesi solo nel 2025 ammontino a oltre due miliardi di dollari. Lo yuan e il rublo regolano ormai la quasi totalità degli scambi tra i due paesi.

Non è Washington a dirlo. Sono le autorità doganali di Pechino.

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Conclusione

Ho dimostrato che la Russia sta impantanandosi? No, e non lo sostengo. La tesi della guerra lenta e metodica non è confutata da quanto esposto sopra: non si dimostra un’intenzione con dei documenti, e sarà sempre possibile sostenere che Mosca abbia scelto questo ritmo. Non dispongo di alcuna prova che lo escluda.

Ciò che è stato stabilito è più modesto e più solido. La Russia non ha messo in pratica ciò che ha sancito nella propria Costituzione, e lo ammette il suo Ministero degli Affari Esteri. Ha dovuto abbassare gli standard dei propri carburanti. Si compra la fedeltà dei propri soldati cancellando i loro debiti. Vende il proprio petrolio a prezzo scontato a un cliente che ha capito che non ne ha altro. Questi quattro fatti non dimostrano alcuna intenzione; descrivono semplicemente una situazione.

Ognuno giudicherà se una strategia che porta a questa situazione meriti il nome di strategia. Ma si noti bene questo, che vale a prescindere dalla posizione che si sostenga: coloro che si aspettavano che questa potenza venisse a rimettere in sesto l’Occidente le chiedevano di essere, da noi, ciò che Washington è stata per altri. Non ci si libera da una condizione di vassallaggio cambiando sovrano. E un popolo che spera nella propria liberazione da un capo straniero ha già risposto, senza volerlo, alla domanda se sia ancora in grado di conquistarsela da solo.

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