Christian Harbulot – Siamo in guerra economica

Intervista a Christian Harbulot – Siamo in guerra economica

Uno dei pionieri dell’intelligence economica, Christian Harbulot è a capo della School of Economic Warfare di Parigi dal 1997 ed è il direttore di Spin Partners. Ha coordinato la stesura del manuale di Intelligence Economica presso i PUF.

 

Conflitti: perché ti sei interessato alla guerra economica?

Christian Harbulot: Può sembrare paradossale. Da adolescente ero un attivista di estrema sinistra. Eppure sono sempre rimasto un patriota. Nato a Verdun, ho immerso tutta la mia infanzia in un’atmosfera patriottica. Non potevo essere insensibile alla parola “Francia”, alla massa di morti e drammi che mi circondavano. Ho persino sognato di diventare un paracadutista. Ma gli eventi in Algeria mi hanno deluso, non mi vedevo entrare nell’esercito del generale Ailleret. Questo spiega il mio passaggio all’estrema sinistra. Ma non tra i trotskisti, tra i maoisti, insisto, la realtà patriottica non mi ha mai abbandonato. I primi sono internazionalisti, i maoisti insistono sul rapporto tra una popolazione e un territorio. Mao Zedong vince con tutti contro di lui, Washington e Mosca, ma sa come mobilitare la sua gente intorno a lui.

In effetti, ciò che è stato decisivo è stato il mio tempo a Sciences-Po dal 1973 al 1975. Non da quello che ho imparato lì, ma da quello che non ho imparato lì. Nessuno si è dato da pensare al futuro della Francia, al potere della Francia. Non ho trovato nessun mentore che stimolasse la mia mente sul futuro del mio paese, su cosa lo potesse sconvolgere, su come una nazione come la nostra potesse non solo preservare i suoi successi ma svilupparli. Nessuno che mi dia griglie di lettura. E questo in un contesto in cui il gioco dell’opposizione tra i blocchi ha portato a nascondere le divergenze che potevano esistere all’interno di ogni blocco. Sciences-Po aveva scelto il suo campo, combatteva il comunismo, era quasi totalmente sotto l’influenza americana.

Questa legge del silenzio che prevaleva a Sciences-Po non poteva soddisfarmi. Una vera omertà .

 

Conflitti: è così che hai creato la School of Economic Warfare.

Christian Harbulot: Tutto è iniziato con discussioni con i militari. Il generale Pichon-Duclos, soprattutto che ho conosciuto nel 1993 dopo aver letto i suoi articoli. Poi i generali Courmont e Merment, un gruppo che lavorava all’interno di un think tank chiamato Stratos. La nascita è stata lunga, quasi cinque anni. Pensavamo di sviluppare le nostre attività in un’università o in una grande scuola, ma si è rivelato difficile. Affrontare il problema della guerra economica, svelandone la realtà, che rischiava di essere poco apprezzata al di là dell’Atlantico. Tuttavia, i professori della Superiora temevano di dispiacere e di essere banditi dalla pubblicazione sulle riviste americane. Quindi hanno frenato quattro ferri. Un pioniere come Le Bihan, che voleva introdurre questo insegnamento all’HEC, fu costretto ad arrendersi.

Alla fine ho trovato il supporto di ESCA e EGE iniziato nel 1998.

 

Conflitti: è qui che inizia a emergere il tema della guerra economica. Perché in questo momento?

Christian Harbulot: Il fenomeno essenziale è proprio la fine della Guerra Fredda e la fine dei blocchi, e quindi dell’omertà che proibiva la pubblicità delle rivalità tra i paesi occidentali e metteva in discussione la solidarietà atlantica. Ciò che una volta era nascosto lo è sempre di meno. Allo stesso tempo, vengono rilasciate nuove forze e emergono nuovi paesi. Ma la fine della guerra fredda non pone fine alla minaccia nucleare. La bomba atomica rende impossibile pensare a grandi conflitti tra grandi potenze in termini di guerra militare, almeno se restiamo razionali. Ciò spiega in parte la trasformazione della guerra sulla base di scontri economici.

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Un evento significativo mostra quanto è cambiato. Nel 1967, il generale de Gaulle chiese la conversione dei dollari detenuti dalla Banque de France in oro. Questo fatto è spesso trascurato, nella migliore delle ipotesi è considerato molto meno importante della costruzione della forza d’attacco nucleare. Eppure de Gaulle ha osato attaccare le fondamenta del potere americano. È stata una sfida incredibile e questa politica verrà abbandonata dai suoi successori. Oggi i BRICSContestando apertamente la supremazia del biglietto verde, V. Poutine chiede di porre fine al suo ruolo predominante e Pechino, più discretamente, sta mettendo in atto tutta una serie di misure per poterne, domani, farne a meno. Tuttavia, gli Stati Uniti non possono tirarsi indietro su questo argomento, è la chiave del loro potere, ma ancor di più del loro sistema. Quella che una volta era considerata la sfida folle di un uomo sta diventando la sfida di tutte le nazioni emergenti.

Quindi quello che potremmo nascondere o minimizzare in passato non può più essere oggi.

 

Conflitti: come definisci la guerra economica?

Christian Harbulot: È l’espressione estrema delle lotte di potere non militari. Se proviamo a dare la priorità all’equilibrio di potere, i due che mi sembrano i più importanti nella storia dell’umanità riguardano la guerra e l’economia. Questo non significa che non ce ne siano altri – culturali, religiosi, diplomatici… Ma sono questi due che contano di più se guardiamo alla lunga storia, gli altri passano in secondo piano. , le loro conseguenze sono meno gravi.

 

Conflitti: questa guerra è l’azione degli stati?

Christian Harbulot: Sì, certo, sono loro che hanno le risorse materiali e la visione a lungo termine necessaria.

 

Conflitti: che dire delle imprese?

Christian Harbulot: Hanno un ruolo, ma subordinato. Il loro posto è limitato da un fattore essenziale, il fattore tempo. Gli azionisti favoriscono l’utile a breve termine; i manager generalmente rimangono a capo della loro azienda per un breve periodo. Fernand Braudel ha dimostrato che a lungo termine lo Stato vince sul mercato. Perché costruire un territorio richiede investimenti pesanti che richiedono uno sforzo a lungo termine. La sostenibilità del potere non è un business, per quanto potente possa essere, ma una costruzione territoriale la cui durata sarà molto più lunga.

L’azienda può disporre di mezzi finanziari considerevoli, superiori a quelli di alcuni Stati. Ma dipende dal mercato, dai suoi rapidi cambiamenti. Nessuna azienda può dire: “Sono qui, resto lì. La vastità dell’Impero russo è stata inscritta nel tempo per secoli; nessuna impresa privata può pretendere di ottenere questo risultato.

 

Conflitti: la guerra economica sta spingendo le aziende a rivolgersi agli Stati?

Christian Harbulot: Sì, naturalmente. L’abbiamo visto con il subprime crisi . I movimenti di capitali che seguirono hanno dimostrato una cosa, che è stata mappata: il capitale è andato dove si sentiva protetto, spesso il suo paese di origine. Le nazionalità, descritte da alcuni economisti come sciocchezze, riacquistarono importanza.

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Conflitti: visto che stiamo parlando di guerra, ci sono aziende che “tradiscono”?

Christian Harbulot:È un dibattito completamente oscurato nel nostro Paese. Questo mi ricorda un caso che mi sembra essenziale nella storia del nostro paese, il piano informatico del generale de Gaulle per l’IT. Pensava in termini di sovranità, facendoci sfuggire agli Stati Uniti dalla dipendenza dalla tecnologia informatica, ma ancor più in termini di potere, in termini di conquista dei mercati. Peyrefitte lo mostra chiaramente quando riporta una discussione con lui sulla concorrenza tra i sistemi PAL e SECAM; per de Gaulle si tratta di prendere quote di mercato. Cosa ha fatto fallire questo piano? Molte cose, ovviamente, ma soprattutto l’azione di Ambroise Roux. Pensava solo agli interessi della General Electricity Company che dirigeva. Non parlerò di tradimento,

 

Conflitti: come si può dire che la visione dello Stato sia superiore a quella delle aziende? Affermano anche di servire il bene comune, producendo dove costa meno e fornendo al consumatore prodotti economici e vari? In che modo lo Stato impedirebbe loro di farlo?

Christian Harbulot: Prima di tutto, ricordiamoci che non siamo solo consumatori, ma anche produttori. Quello che ognuno di noi guadagna da una parte, rischiamo di perdere dall’altra.

Ma non è questa la radice del problema, non sto entrando nel dibattito sulle virtù e sui limiti del liberalismo economico. Economia e politica non sono proprio sullo stesso piano. Ciò che conta sono i rapporti di potenza. È un’idea che mi sta a cuore; per avere un divenire, dobbiamo pensare al potere. Questa è la ragion d’essere degli stati, non delle imprese.

Vedere. Negli anni ’20 e all’inizio degli anni ’30 le aziende americane investirono massicciamente in Germania; questo non ha impedito agli Stati Uniti di entrare in guerra contro di essa – anche se notiamo che i bombardamenti americani hanno sorprendentemente aggirato le fabbriche di questi gruppi …

Gli interessi economici privati ​​non dettano sistematicamente gli interessi del potere. Un caso attuale è rivelatore: le società energetiche americane hanno davvero interesse a sfruttare il gas di scisto che compete con il “loro” petrolio e contribuisce all’attuale caduta del prezzo del barile? E domani, cosa succederà se inizieranno ad esportare in Europa? Lo venderanno a un prezzo elevato, che è nel loro interesse? O a un prezzo basso per rendere l’Europa meno dipendente dal gas russo e più dipendente dagli Stati Uniti? Nel primo caso prevarrebbero gli interessi delle società; nel secondo, la logica del potere dello Stato americano. In ogni caso, sarà un ottimo test, se queste esportazioni avranno luogo, per verificare chi sta imponendo il suo punto di vista (tra interesse privato e interesse di potere).

La questione di chi detiene le chiavi del potere è al centro della trama della famosa serie americana House of Cards. In questa finzione un po ‘simbolica, un uomo d’affari americano è alla disperata ricerca di una raffineria in Cina, senza prestare il minimo interesse alle tensioni geopolitiche sino-americane. Interessi privati ​​a breve termine da un lato, interessi collettivi incarnati dallo Stato dall’altro. Alcuni dicono che lo sviluppo del commercio è il modo migliore per rendere difficile uno scontro tra Stati Uniti e Cina. Ma di questo dovrebbe essere convinto anche lo Stato cinese! E che non prenda iniziative che possano minare il potere, ma anche la competitività degli Stati Uniti. Torna al dollaro. Se i paesi emergenti riescono a ridurne l’utilizzo, tutti gli americani ne risentiranno e tutte le imprese di questo paese.

Le aziende che non giocano il gioco collettivo si comportano come clandestini. Approfittano del sistema, beneficiano di tutti i beni che lo Stato americano dà loro, e soprattutto delle facilitazioni che il dollaro porta loro, ma rafforzano i potenziali avversari del loro Paese. Ecco perché un giorno o l’altro sono chiamati all’ordine dal potere statale che fischia la fine del gioco.

 

Conflitti: il problema è che le aziende non sono dalla parte del potere.

Christian Harbulot: Sì, su questi argomenti non hanno alcun controllo. Non sono le aziende che possono mantenere il dollaro come strumento duraturo del potere economico americano. L’equilibrio economico del potere non è il risultato dell’aggiunta dell’avviamento delle aziende.

 

Conflitti: che rapporto instauri tra guerra economica e guerra?

Christian Harbulot: Questo è un argomento molto importante. Alcune guerre sono spiegate da motivazioni economiche, soprattutto quando si tratta di impossessarsi di risorse vitali. Lo vediamo oggi in Africa. Ma questo è il modo più semplicistico per farlo.

L’esperienza insegna che la guerra non è il modo migliore per garantire la sostenibilità del potere e della ricchezza di un paese – sottolineo la parola sostenibilità. L’esempio più convincente è il Regno Unito che esce incruento dalla seconda guerra mondiale.

Lo scopo della guerra economica è aumentare la ricchezza e quindi aumentare il potere. La guerra in sé non è il modo migliore per ottenere questo risultato, è spesso il modo migliore per perderlo.

 

Conflitti: ma ci sono gli Stati Uniti che non hanno chiuso le porte della guerra dal 1941.

Christian Harbulot: Sì, gli Stati Uniti. È vero. Hanno riconciliato la guerra con la ricchezza e il potere. Per il momento. E trovano sempre più difficile mobilitare pesanti risorse per questi conflitti. Stanno entrando in un periodo in cui fare la guerra sarà sempre più difficile per loro.

 

Conflitti: tutti i paesi sono consapevoli della realtà della guerra economica?

Christian Harbulot: distinguo tre tipi di paese. Coloro che hanno una logica per aumentare il loro potere e la loro ricchezza: Stati Uniti, Cina, Germania, la maggior parte dei paesi emergenti. Coloro che sono sulla difensiva come la Francia e molti altri paesi europei. E quelli che sono solo posta in gioco.

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Conflitti: in guerra come in politica, è prima necessario sapere chi è il nemico. Se ti dessi la possibilità di scegliere tra tre paesi, Stati Uniti, Germania, Cina, quale definiresti il ​​nostro principale nemico economico?

Christian Harbulot: Tutti e tre, da diverse angolazioni. Il principale potrebbe essere la Germania che ha una vera strategia di potere che ci manca. Quello che ci impedisce di pensare al potere sono gli Stati Uniti. Quello che mina le basi del nostro potere è la Cina.

 

Conflitti: non è possibile un’alleanza con la Germania?

Christian Harbulot: È desiderabile. L’aggiunta delle due culture strategiche, così diverse, gioverebbe a entrambe. La Germania dovrebbe comunque accettare di vedere in noi qualcosa di diverso dai potenziali collaboratori.

Ricordo che un originale, tedesco, che insegnava in organizzazioni prestigiose come Sciences-Po o INSEAD, venne a trovarmi per offrirmi un testo il cui titolo era: “Il ripristino della nozione di collaborazione”. La sua ingenuità mi ha incantato, ma l’ho rimandato a casa.

Se ci atteniamo all’idea della supremazia di una cultura su un’altra, non accadrà nulla.

 

Conflitti: sembra che tu stia pianificando i tuoi colpi più duri negli Stati Uniti. Di cosa li biasimi? I valori liberali di cui si vantano o i metodi che li rendono i principali protagonisti della guerra economica?

Christian Harbulot: Entrambi, o meglio il divario tra i due. Si basano su un discorso che non è verificato nella pratica, perché scollegato dalla realtà, e improvvisamente agiscono al contrario dei valori che pretendono di incarnare.

Espandiamoci alla geopolitica. Il generale de Gaulle una volta ha definito gli Stati Uniti una “potenza pericolosa”. Penso che si riferisse alla guerra d’Indocina dove inizialmente sostenevano il Vietminh per “scoprire” nel 1950, quando scoppiò la guerra di Corea, che erano comunisti e che lui Bisognava combatterli prima dai francesi interposti, poi direttamente intervenendo in Vietnam. Sono molto bravi a creare mostri che si rivoltano contro di loro, i talebani in Afghanistan, gli islamisti dell’ISIS contro Assad… È una forma di schizofrenia. E all’improvviso non possono rivendicare il ruolo di potere che rassicura e protegge. Le basi della loro legittimità sono scosse.

 

Conflitti: quale sarebbe per te la recente battaglia economica più significativa?

Christian Harbulot: la politica del gas di Putin. Questa lezione è la dimostrazione più illuminante di come possiamo giocare su un equilibrio economico di potere e mettere i paesi europei in uno stato di dipendenza. Nel caso della Russia, il gas è un’arma economica al servizio del potere.

 

Conflitti: questo non ha impedito all’Unione Europea di votare sanzioni contro la Russia durante la crisi ucraina?

Christian Harbulot: Ma possiamo vedere chiaramente l’imbarazzo della Germania su questo argomento. Gli accordi economici bilaterali che ha firmato con Putin, in particolare sull’energia, riflettono una visione etnocentrica sui suoi interessi immediati e non il desiderio di giocare la coesione europea su una questione vitale a lungo termine al fine di limitare la dipendenza nel campo energetico. Anche altri paesi hanno i propri interessi da difendere in questo caso. È il caso della Francia con l’esportazione di due navi della classe Mistral. Queste contraddizioni spiegano perché le sanzioni europee sono rimaste limitate.

 

Conflitti: in conclusione, quale valutazione trae da questi diciassette anni alla guida dell’EGE?

Christian Harbulot: Molte ragioni di orgoglio quando vedo il successo dei miei ex studenti e la qualità della formazione che ho fornito loro. Ma la cosa più importante è che, ora, possiamo parlare di guerra economica in questo paese. Non è solo o anche principalmente grazie a me, ovviamente, ma alla fine ho portato la mia pietra nell’edificio, o se preferite le mie macerie al muro.

https://www.revueconflits.com/entretien-christian-harbulot-guerre-economique-analyse-theorie/

Oceano e spazio, la terza dimensione della geopolitica, di Pierre Royer

Oceano e spazio, la terza dimensione della geopolitica

Per millenni, la geopolitica ha fatto parte delle due dimensioni che determinano la superficie terrestre. Le battaglie navali avvenivano nelle immediate vicinanze delle coste, assimilate così al prolungarsi dei conflitti il ​​cui esito si svolgeva spesso sulla terraferma. A partire dal XVII ° secolo, la navigazione oceano permette un’azione in profondità e rivela una certa sorpresa strategica da iniziative ai teatri lontani, almeno difesi. Ma queste azioni sono raramente provano decisivo e non è stato fino al XX ° secolo per il controllo di 3 edimensione diventa capitale. Gli spazi pionieri per eccellenza, l’oceano e lo spazio sono soprattutto aree di controllo, il che giustifica l’interesse delle grandi potenze.

  1. Limiti tecnici e umani

Il primo limite che gli uomini incontrano nel conquistare questi spazi è ovviamente tecnico, di fronte alla sfida dell’immensità. Ampiezza relativa degli spazi oceanici, con navi la cui velocità e capacità di trasportare cibo è limitata. Nel 1492, Colombo navigò per trentasei giorni senza toccare terra per andare dalle Canarie alle Bahamas, Magellan quasi cento giorni nel 1521 per attraversare il Pacifico. Ancora oggi, ci vuole più di un mese di navigazione (non-stop) per collegare l’Europa e l’Asia orientale o attraversare il Pacifico. Immensità assoluta, e persino infinità dello spazio esterno: anche la Luna, la stella a noi più vicina, si trova a una distanza equivalente a nove o dieci volte la circonferenza della Terra – le missioni Apollo impiegavano settanta ore per raggiungerla e un aereo di linea impiegava dai sedici ai diciotto giorni – e Marte, il nostro “vicino”, il unico pianeta che sembra ragionevolmente alla portata dell’uomo, è circa 200 volte più lontano! Un viaggio con equipaggio su Marte riprodurrebbe le condizioni delle esplorazioni marittime dei tempi moderni, aggravando il vincolo dell’esiguità, e quindi la pressione psicologica, che pone qualsiasi esperienza di questo tipo sul filo del rasoio, come marinai dell’era atomica.

 

Questi limiti spiegano perché la progressiva esplorazione di questi spazi può ancora essere considerata imperfetta: meno di vent’anni fa abbiamo un record del primo calamaro gigante vivente e abbiamo esplorato appena il 5% delle profondità oceaniche, come non sappiamo. 96% dell’universo (se questa stima ha senso per una nozione “infinita”) perché, nell’abisso come nello spazio, l’intervento umano diretto è difficile e molto puntuale, addirittura impossibile, sia per ragioni simili (mancanza di ossigeno) o opposte (assenza di gravità in un caso, pressione estrema nell’altro). Per scoprire questi spazi, senza nemmeno parlare di farli propri, è quindi necessario padroneggiare tecnologie complesse: cantieristica navale, cartografia, navigazione astronomica di ieri, costruzioni aerospaziali, automazione e digitalizzazione, la rete satellitare oggi. Si tratta di tecnologie d’élite, non solo perché richiedono un’incredibile quantità di competenze, intellettuali oltre che manuali, per implementarle, ma perché richiedono anche notevoli mezzi finanziari e molto tempo: l’ANS[1] Suffren , consegnato alla Marina francese nel 2020, è il risultato del programma Barracuda lanciato nel 2006, l’ultima unità del quale (la Duquesne ) dovrebbe entrare in servizio nel 2029 e rimanere nella flotta fino al 2060 circa.

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Queste tecnologie sono tanto meno accessibili a tutti in quanto sono generalmente oggetto di sorveglianza, di una politica di segretezza per mantenere un vantaggio essenziale da una prospettiva di potere o semplicemente commerciale. Carte nautiche, i trattati di navigazione sono stati tenuti segreti e nel XVI ° secolo, che gli algoritmi di oggi. Fu solo con l’esplorazione dell’Atlantico di Halley nel 1698-1699 che la conoscenza divenne un fattore di prestigio e da quel momento in poi fu mostrata (almeno in Europa) piuttosto che nascosta. Le imprese tecnologiche o le esplorazioni avventurose verranno ora pubblicizzate, anche se i dettagli delle tecniche per realizzarle rimangono sotto sorveglianza.

L’inaugurazione della SNA Suffren.

Dal mare allo spazio

La logica ultima di questa copertura mediatica era la conquista dello spazio, oggetto di una rivalità tra le due superpotenze del dopoguerra. Nel mondo bipolarizzato della Guerra Fredda, il progresso tecnologico è stato sia una vetrina del suo know-how, e quindi del suo avanzamento sull’altro modello, sia un sostituto di un conflitto diretto che non poteva aver luogo a causa di deterrenza nucleare. La corsa allo spazio aveva inoltre a che fare con il progresso dell’arma atomica, perché la tecnologia del razzo (motorizzazione, potenza, guida, controllo automatizzato) era la stessa, su scala più ampia, di quella usata per il missili intercontinentali, vettori invulnerabili della bomba.

È quindi comprensibile che gli americani fossero preoccupati per l’avanzata presa dai sovietici nelle prime fasi di questa corsa: primo satellite artificiale (Sputnik, 1957), prima essere vivente poi primo uomo nello spazio ( Gagarin, 1961). Il candidato democratico nel 1960, John F. Kennedy, ha utilizzato il tema del “gap missilistico” durante la sua campagna per screditare il suo avversario Richard Nixon, vicepresidente uscente. Sotto Johnson (1963-1968), la tendenza sarà invertita e Nixon, ora presidente, avrà la soddisfazione di assistere al primo sbarco sulla luna per il suo primo anno in carica (1969). E lo spazio testimonierà anche il cambiamento nelle relazioni tra i due grandi quando la logica del confronto succederà a quella della distensione: nel luglio 1975, nel mezzo della conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa a Helsinki (CSCE), il lo stivaggio di una cabina Apollo e di una navicella Soyuz ha dimostrato la capacità dei due grandi di cooperare in uno spazio da cui partono una serie di accordi internazionali, conclusi da un decennio,

  1. Spazi di controllo

Ciò è comunque vero per il dispiegamento permanente di sistemi d’arma o per uso militare (trattato del 1967, trattato ABM [2] del 1972). Eppure le prime mete della ” dimensione 3 E ” erano bene, e rimangono, militari: è l’osservazione e la conoscenza delle forze e dei movimenti del nemico. Aeroplani o dirigibili furono incorporati negli eserciti per questo scopo, prima di sviluppare capacità decisive di attacco al suolo alla fine della prima guerra mondiale; Dal 1916 e dalla battaglia di Verdun, la prima battaglia per la superiorità aerea, la padronanza dello spazio aereo “sovrastante” è una condizione sine qua non vittoria, a terra come in mare, come i satelliti, sono diventati la principale fonte di questo bene essenziale per i leader: l’informazione, nel suo doppio aspetto di raccolta (osservazione) e trasmissione (comunicazioni).

Uno spazio essenziale per la capacità di azione

In modo che il 3 °dimensione è la chiave per la libertà di intraprendere azioni su larga scala in geopolitica: è grazie alla sua maestria che un potere può avere informazioni sufficientemente precise, statiche e dinamiche (satelliti di osservazione e geolocalizzazione) , per decidere e condurre un’azione su qualsiasi scala. Dall’azione furtiva (squadre di commando) o addirittura invisibile, nel cyberspazio, come la contaminazione da parte di Stuxnet che probabilmente ha preso di mira il programma nucleare iraniano, all’azione senza risposta basata su missili tele o homing e / o droni lanciati da aerei o forze navali operanti in aree internazionali, inclusa la semplice esibizione di forza dissuasiva che costituisce il dispiegamento di una significativa forza aerea navale in prossimità di aree critiche.

La libertà di attuare tali mezzi e la loro efficacia sono tanto più sottolineate dalle difficoltà che le truppe di terra incontrano oggi, in particolare nei conflitti asimmetrici: per ottenere risultati, devono dispiegare in massa, che richiede logistiche disabilitanti e aumenta il rischio di tensioni con le popolazioni locali, senza una reale garanzia di efficacia contro un nemico che sfrutta anche le possibilità offerte dalla 3a dimensione in termini di comunicazione criptata, capacità tracciamento, ecc.

 

La questione dell’autonomia, quindi la sovranità è quindi molto direttamente correlata ai mezzi per agire in questa 3 e dimensione strategica, se non altro per avere un’indipendenza nell’informazione – ecco cosa che ha spinto Russia, Cina, ma anche Giappone o Unione Europea, a sviluppare ad esempio un proprio sistema di geolocalizzazione. L’affermazione del potere oggi passa attraverso le tecnologie balistiche – lo vediamo con la Corea del Nord – e attraverso programmi spaziali autonomi o in collaborazione limitata – come l’Agenzia spaziale europea, creata nel 1975, o la cooperazione israeliana. -indiano dagli anni 2000.

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Ma non dobbiamo dimenticare l’aspetto marittimo di questa terza dimensione, vale a dire la profondità. Il 99% delle comunicazioni istantanee di cui godono i nostri computer e telefoni passa attraverso cavi che si trovano sul fondo dell’oceano e la rete in continua espansione ora include più di 300 cavi che si avvicinano a un milione di miglia. E i sottomarini, in particolare a propulsione atomica che beneficiano di una totale autonomia [3], sono anche gli strumenti ideali per la raccolta di informazioni, siano esse tattiche (illuminazione di una forza navale) o strategiche e, naturalmente, per gli attacchi: con missili, sia da crociera che balistici , testata nucleare o meno, il 95% delle aree abitate del globo sono vulnerabili a un attacco innescato dal mare, in particolare le più grandi metropoli, la maggior parte delle quali si trova entro 200 km dalla costa. Viceversa, a causa della loro furtività e della loro mobilità, i sottomarini atomici sono piattaforme quasi impercettibili, e quindi quasi invulnerabili, salvo un incidente o un incredibile colpo di fortuna da parte del “cacciatore”. Questo è ciò che rende gli SSBN (sottomarini missilistici nucleari) i vettori essenziali della deterrenza nucleare,

  1. La tentazione della territorializzazione

Grazie alle profondità, il mare ha mantenuto il ruolo di spazio di sorpresa che ha sempre avuto, dalle incursioni vichinghe agli sbarchi alleati della seconda guerra mondiale e persino in Corea. Oggi, il rilevamento aereo, e ancor di più via satellite, impedisce a una flotta di superficie di nascondersi, ma i sottomarini mantengono questa capacità. Anche se la precisione dei satelliti è raffinata, il che consente loro di contribuire, ad esempio, a comprendere gli effetti del riscaldamento globale sugli oceani (temperatura, livello, correnti, ecc.), Non rilevano ancora i sottomarini oltre poche decine di metri di profondità.

Logicamente, la capacità di osservazione ha portato a un maggiore desiderio di controllo e regolazione. Questo è il XVII ° secolo, che l’idea di proprietà, o per lo meno il controllo legale delle aree marittime prendendo forma, con la prima estensione della sovranità di uno Stato per le acque costiere (1604) e con il dibattito avviato dal gli olandesi sulla libertà dei mari, difesi dal giurista Grotius (1583-1645) nel suo Mare liberum (1609). Questo lavoro, bandito in Inghilterra, ha suscitato una risposta da John Selden (1584-1654) attraverso il suo Mare clausum, completato già nel 1618, ma pubblicato una ventina di anni dopo. I principi ei metodi poi conservati per definire e tracciare le Camere del Re, la prima forma di acque territoriali, sono abbastanza vicini a quelli approvati quasi quattro secoli dopo a Montego Bay per la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, in particolare nozioni di linee di base o passaggi innocui.

 

Questo perché il diritto marittimo è soprattutto consuetudinario. La progressiva estensione delle acque sotto la giurisdizione nazionale avviene casualmente da casi pratici, ma accompagna anche le capacità di sorveglianza degli Stati: il limite di 3 miglia nautiche (circa 5 km) delle acque territoriali è stato per lungo tempo la norma perché corrispondeva al capacità pratiche di azione di uno Stato, e sono gli Stati Uniti che la estenderanno fino a 12 miglia nautiche per combattere contro le “barche del peccato”, queste navi casinò ancorate al limite di 3 miglia nautiche, quindi in vista della costa, al tempo del divieto di alcol (1917-1933) – questo diventerà il nuovo standard del mare territoriale alla conferenza di Ginevra nel 1958. La creazione della Zona Economica Esclusiva (ZEE) da parte di la convenzione del 1982, portando fino a 200 miglia (370 km) i diritti e le responsabilità dei residenti nella regolazione di determinate attività, corrispondeva a un compromesso tra gli Stati “poveri”, desiderosi di un’estensione del loro mare territoriale fino a questo limite, e le competenze navi marittime che desiderano mantenere la massima libertà di navigazione e di azione possibile. Si noti che lo spazio aereo riproduce fedelmente lo stato delle terre o dei mari sottostanti: lo spazio aereo nazionale si estende quindi anche al di sopra del mare territoriale.

ZEE e piattaforma continentale

La ZEE può anche essere estesa dalla piattaforma continentale fino a un massimo di 350 miglia (650 km) se questa estensione è giustificata da argomenti geologici e convalidata da una commissione specializzata delle Nazioni Unite. Questo è ciò che consente alla Francia, che ha la seconda ZEE più grande al mondo dietro gli Stati Uniti, di avere il primo dominio sub-marittimo dalla convalida delle estensioni nel 2015, con 11,6 milioni di km², in in attesa di ulteriori decisioni. Le aree che non rientrano nella ZEE o nelle piattaforme continentali (circa il 60% degli oceani) costituiscono l’alto mare, dove prevale il principio di libertà. Tuttavia, ciò non significa che sia una zona illegale, perché sono state concluse convenzioni specifiche per la regolamentazione della pesca, regionale (tonno, merluzzo) o globale (caccia alle balene,

Fino ad oggi, oltre alle risorse ittiche, sono principalmente le riserve di idrocarburi ad essere sfruttate, a profondità sempre maggiori – dell’ordine di 3.000 m di colonna d’acqua, a cui si aggiunge la profondità di foratura. La maggior parte delle nuove riserve scoperte, a parte il gas di scisto e il petrolio, sono ora in mare e lo sfruttamento offshore fornisce circa un terzo della produzione mondiale, grazie a giacimenti che si trovano in ZEE generalmente riconosciute, anche se la scoperta di tali ricchezze a volte riattiva controversie dormienti finché non c’erano quasi poste in gioco, ad esempio i giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale.

Sfruttare le risorse del mare

Lo sfruttamento delle risorse minerarie in mare, solitamente situate a profondità molto elevate, è solo all’inizio: la società australiana Nautilus Minerals ha lanciato nel 2019 il progetto Solwara 1 al largo della Nuova Guinea per la produzione di rame e oro – ma l’enorme dimensione dei depositi suggerisce che la corsa arriverà presto. Un rapporto congiunto CNRS e Ifremer pubblicato nel 2014 ha stimato che la zona di Clarion-Clipperton (15% dell’Oceano Pacifico), grazie al suo “campo” di noduli polimetallici, conteneva 6.000 volte più tallio, 3 volte più cobalto e più manganese e nichel di tutte le risorse individuate al di fuori degli oceani. Anche le risorse genetiche marine (codici del DNA degli organismi marini) sono oggetto di molte fantasie – e semplificazioni,

Piattaforma di perforazione petrolifera offshore.

Il problema però non è cambiato: si tratta ancora di garantire la più ampia libertà di accesso possibile a queste risorse, ma bisogna scegliere tra una libertà incantatoria, l’apertura all’accesso al saccheggio, secondo una concezione simile a quella di pirati di tutti i tempi, e non solo in mare, e libertà reale, che presuppone regole eque e autorità per farle rispettare. L’ONU ha anche avviato nel 2018 negoziati per completare la Convenzione sull’alto mare del 1982. Il senso della storia cresce in effetti con l’aumento della presenza dell’uomo nel 3 ° dimensione, che sia una presenza legale o una presenza fisica, con il proliferare di installazioni sostenibili in alto mare: piattaforme petrolifere, parchi eolici … Il problema sorgerà senza dubbio presto nello spazio esterno, che è indistinguibile non per il momento di un’estensione infinita dello spazio aereo.

Da leggere anche:  Cina, Stati Uniti, UE: chi vincerà la guerra?

Realisticamente, con un interesse strategico ed economico del 3 e rafforzato per dimensioni e capacità di intervento umano aumentato, il gioco del potere è sicuro di dispiegarlo, a volte a discapito della legge. L’appropriazione da parte della Cina di isolotti o scogliere nel Mar Cinese Meridionale per aumentare il suo mare territoriale e la sua ZEE, a dispetto delle rivendicazioni concorrenti e di un parere della Corte internazionale di giustizia dell’agosto 2016, annuncia conflitti a venire. E la possibilità di attraccare satelliti già in orbita apre anche la strada a una “guerra spaziale” che non ucciderà le persone, ma giocherà comunque un ruolo decisivo nella difesa della sua sovranità.

Cronologia: padronanza del mare e dello spazio in 21 date

  • 1405-1433: le 7 spedizioni di Zheng He
  • 1519-1522: prima circumnavigazione (Magellano – Elcano)
  • 1604: istituzione delle Camere dal re Giacomo I ° d’Inghilterra
  • 1843: prima nave in acciaio azionata da un’elica ( Gran Bretagna )
  • 1851: primo cavo sottomarino (Calais-Douvres)
  • 1869: apertura del Canale di Suez
  • 1905: primi voli controllati dei fratelli Wright
  • 1911: primo esempio di bombardamento aereo (Tripolitania)
  • 1914: siluramento di 3 incrociatori britannici da parte del sottomarino U9
  • 1929: definizione universale di miglio nautico
  • 1939: primo volo di un aereo a turbogetto autonomo
  • 1954: lancio del Nautilus , il primo sottomarino atomico della storia
  • 1957: lancio del primo satellite artificiale, Sputnik I.
  • 1960: il Bathyscaphe Trieste raggiunge il fondo della Fossa delle Marianne (- 11.000 m)
  • 1967: trattato sull’uso pacifico dello spazio cosmico
  • 1969: sbarco sulla luna della missione Apollo XI (21 luglio)
  • 1970: risoluzione 2749 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite
  • 1975: Apollo – Missione Soyuz
  • 1982: Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Montego Bay)
  • 2010: rilevamento del worm Stuxnet, il primo caso identificato di attacco informatico
  • 2020: primo ormeggio dei satelliti in orbita geostazionaria

[1] SNA: sottomarino da attacco nucleare. Sottomarino a propulsione atomica dedicato ad attaccare forze navali o obiettivi terrestri con armi non nucleari (missili, siluri).

[2] Missili antibalistici: armi destinate all’intercettazione di missili intercontinentali.

[3] Non hanno infatti bisogno di fare rifornimento e riciclano l’aria e l’acqua, potendo rimanere in immersione totale finché dura la loro scorta di cibo e l’equipaggio resiste al confinamento.

https://www.revueconflits.com/ocean-espace-geopolitique-pierre-royer/

Lavrov: “Siamo pronti a dialogare con tutti”_ intervista al Ministro degli Esteri Russo, Lavrov

L’informazione in Italia sta assumendo toni sempre più propagandistici e scioccamente unilaterali, specie sui temi di politica estera. Proprio quando con l’affermazione del multipolarismo i punti di vista e le campane tendono a diversificarsi e a divergere. Qui sotto una intervista al Ministro Lavrov pubblicata da https://it.sputniknews.com/intervista/202009189544338-esclusiva-lavrov-siamo-pronti-a-dialogare-con-tutti/

Essendo un alto dirigente politico e un fine diplomatico, il suo pensiero va letto soprattutto tra le righe.

Giuseppe Germinario

Per fare il punto della situazione attuale nelle relazioni internazionali, nelle prospettive nella risoluzione delle crisi in corso nel mondo e nelle relazioni bilaterali, Sputnik ha intervistato in esclusiva il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergey Lavrov.

— È con noi in collegamento il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergey Lavrov. Buongiorno, signor ministro!

— Buongiorno! Vi ringrazio per l’invito.

— Vorrei cominciare il nostro incontro parlando dei rapporti bilaterali russo-americani e, se non ha nulla in contrario, avrei una domanda in merito alle elezioni che attendono gli USA tra meno di 2 mesi. L’élite statunitense, indipendentemente dal suo colore politico, parla spesso del ruolo esclusivo del proprio Paese in qualità di leader assoluto a livello mondiale. Qual è la portata dell’impatto che questa agenda di politica interna ha sulla politica estera degli USA e sui rapporti con alleati e partner, nonché sui rapporti bilaterali con la Russia? In che modo, a Suo avviso, il principio statunitense di esclusività influisce sui processi a livello internazionale?

— Probabilmente tutti hanno già tratto le proprie conclusioni e con tutti intendo chi segue in maniera attenta e professionale il corso degli scontri politici interni al Paese. Tali scontri, infatti, sono sempre stati il pretesto delle posizioni assunte sia da democratici sia da repubblicani. Quello che succede oggi non fa eccezione. La cosa più importante è raccogliere il maggior numero possibile di argomentazioni per battere l’avversario sul piano retorico, informativo e polemico. Presto si terranno i dibattiti tra i principali candidati democratici e repubblicani alle presidenziali e già ora una posizione di rilievo la ricoprono temi come la questione russa, ossia la questione dell’ingerenza della Russia (ormai questa teoria si è imposta come cliché) negli affari interni degli Stati Uniti.

In verità, nelle ultime settimane o comunque negli ultimi 2 mesi si è aggiunta a noi la Cina che ora occupa una posizione d’onore di spicco tra i nemici dell’America che starebbero tentando in tutti in modo di far accadere eventi catastrofici in America. A questo in fin dei conti noi siamo già abituati da anni. È un processo cominciato non con la presente amministrazione, ma già con Obama. Proprio quest’ultimo dichiarava, tra l’altro anche pubblicamente, che i dirigenti russi stessero consciamente operando per rovinare le relazioni tra Mosca e Washington.

Inoltre, dichiarava che la Russia si sarebbe intromessa nelle elezioni del 2016 e con questo pretesto ha introdotto sanzioni senza precedenti, inclusa la confisca di proprietà russe sul suolo statunitense, l’espulsione di decine di nostri diplomatici e delle loro famiglie e molto altro. Poi, quanto alla teoria dell’esclusività statunitense, si tratta di una tesi condivisa sia da democratici sia da repubblicani, ma anche da tutte le altre correnti politiche degli USA. Abbiamo commentato più volte che già in passato nella storia vi sono stati tentativi di chi ha voluto presentarsi come infallibile e onnisciente fautore del destino dell’intera umanità. Questi tentativi, però, non hanno portato a nulla di buono. Pertanto, noi confermiamo il nostro approccio: qualsivoglia evento di politica interna a un Paese è un affare di quel Paese.

È un peccato che facciano un uso spregiudicato di retorica nei propri affari interni e, tra l’altro, di una retorica che non riflette la reale situazione a livello internazionale. È altresì un peccato che, per conquistare il maggior numero di preferenze in questa campagna elettorale, senza alcun dubbio o vergogna, introducano con o senza pretesto ingiuste sanzioni contro chi sullo scacchiere internazionale dica anche solo qualcosa non perfettamente in linea con gli Stati Uniti.

Questo istinto sanzionatorio che è stato implementato anzitutto durante la presente amministrazione (ma, lo ribadisco, anche Obama ne ha fatto ampia prova) sta contagiando purtroppo anche il continente europeo: anche l’Unione europea, infatti, ricorre sempre più spesso all’applicazione delle sanzioni. Pertanto, la conclusione che traggo è assai semplice. Lavoreremo naturalmente con qualsivoglia governo che il dato Paese sceglierà e questo vale anche per gli Stati Uniti. Ma dialogheremo con gli Stati Uniti su qualunque questione di interesse solamente sulla base di principi quali la parità, il reciproco vantaggio e la ricerca di un equilibrio di interessi. Dialogare con noi proclamando ultimatum è inutile e insensato. Chi non lo capisce, non è un buon politico.

— Lei ha menzionato la pressione sanzionatoria che in molti casi non nasce direttamente nei circoli politici, ma viene prefigurata dai media. Negli USA, in Gran Bretagna e in Europa questo succede assai spesso. La stampa statunitense ha accusato la Russia di aver cospirato con i tabloid contro i militari statunitensi in Afghanistan, il Ministero britannico degli Esteri ha confermato che la Russia si sarebbe quasi certamente intromessa nelle elezioni parlamentari del 2019, questa settimana gli Stati membri dell’UE stanno discutendo l’ennesimo pacchetto di sanzioni da comminare alla Russia in relazione a presunte violazioni dei diritti umani. Lei crede che questo approccio, ossia la politica di demonizzazione di Mosca, possa in qualche modo cambiare in futuro oppure non farà che crescere?

— Al momento non vediamo segnali di futuri cambiamenti a livello politico. Purtroppo questa inclinazione all’applicazione di sanzioni non farà che aumentare. Stando a ciò che abbiamo visto ultimamente vogliono punirci anche per ciò che sta accadendo in Bielorussia e anche per l’incidente di Navalny, sebbene si rifiutino categoricamente di mantenere gli impegni presi nell’ambito della Convenzione europea di assistenza giudiziaria e di rispondere alle istanze ufficiali della Procura generale. Sono state accampate scuse del tutto fittizie. La Germania sostiene: “non vi possiamo dire niente, rivolgetevi alla Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche”. Noi ci siamo andati più volte e ci hanno detto di rivolgerci a Berlino.

Spesso si sente dire “fare a scaricabarile”: ecco più o meno è il modo in cui i nostri partner occidentali, mi si conceda l’espressione, stanno reagendo alla nostra linea e stanno dichiarando a gran voce che “l’avvelenamento è ormai conclamato, nessuno se non la Russia avrebbe potuto farlo, ammettetelo”. È successo lo stesso con Skripal e, tra l’altro, sono convinto che, se non ci fosse stato questo caso Navalny, se ne sarebbero inventati un altro. Tutto ha finalizzato a minare il più possibile le relazioni tra Russia e UE. Nell’Unione europea vi sono Paesi che capiscono questa logica, ma da loro continua a prevalere il principio del consenso, la cosiddetta solidarietà. Questo principio è largamente sfruttato da quei Paesi che rappresentano una minoranza russofobica e aggressiva.

Oggi l’Unione europea sta valutando la possibilità, da quello che ho capito sulla base della presentazione del rapporto del presidente della Commissione europea, di assumere decisioni relative a determinati temi non in base al consenso, ma al voto. Questo cambiamento sarà interessante perché potremo vedere chi desidera sfruttare a proprio favore il diritto internazionale e chi invece predilige una politica ragionata e bilanciata, basata sul pragmatismo. Ricordo, però, che quando ci accusavano di aver stretto relazioni con i talebani per indurli previa ricompensa in denaro a condurre operazioni speciali contro i soldati americani, i talebani combattevano però per i propri interessi e le proprie convinzioni. Pensare che noi potremmo essere in grado di fare cose del genere, cose da fuorilegge, è una caduta di stile persino per gli alti funzionari statunitensi. Tra l’altro, il Pentagono è stato costretto a smentire riflessioni di questo tipo poiché non ne ha trovato alcuna riprova.

Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik
© SPUTNIK . ALEKSEY KUDENKO
Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik

Gli stessi talebani hanno dichiarato che si tratta di una menzogna bella e buona. Ma nell’epoca delle reti sociali, della disinformazione e dei comunicati fake, tanto vale dare in pasto ai media qualsiasi trovata perché poi nessuno si preoccupa di leggere le smentite. Il primo clamore che si viene a creare con questa sorta di sensazionalismi è ciò su cui fanno affidamento i loro autori. Pertanto, noi abbiamo detto più volte sia agli americani sia ai britannici: “se avete richieste nei nostri confronti, siete pregati di attivare le procedure diplomatiche ufficiali di dialogo che si devono basare su fatti reali”. Poiché la maggior parte delle richieste in merito all’ingerenza riguarda lo spazio cibernetico (ci accusano, infatti, di hackeraggio di enti pubblici e di intrusione in qualsivoglia sistema strategico dei nostri colleghi occidentali), abbiamo proposto di rinnovare il dialogo in materia di sicurezza informatica anche internazionale in tutti i suoi aspetti e hanno risposto di essere pronti a valutare le preoccupazioni in capo ad ambo le parti.

Anche noi, infatti, abbiamo registrato diversi casi che ci inducono a sospettare di avvenute ingerenze da parte di hacker occidentali all’interno di nostre risorse strategiche. In merito abbiamo ricevuto un secco no. E sa qual è stata la risposta? “Ci esortate a instaurare un dialogo sulla sicurezza informatica, ossia sullo stesso settore che voi sfruttate per intromettervi nei nostri affari interni”. Questo è quanto. Ed è di fatto quello che è emerso con Navalny, le stesse argomentazioni: “perché non ci credete, forse?”. Quando Rex Tillerson era segretario di Stato, dichiarò ufficialmente in un’occasione di essere in possesso di prove inconfutabili dell’ingerenza russa nelle elezioni americane. Non mi diedi pena di interessarmi in merito: “se vi fossero simili prove inconfutabili, le condivideresti, no? Saremmo noi poi i primi a fare in modo di capire di cosa si tratta perché non sarebbe nei nostri interessi inventare falsità”. Sa cosa mi disse? Mi rispose: “Sergey, non ti darò niente. I vostri servizi segreti hanno organizzato tutto questo e conoscono perfettamente la situazione. Rivolgiti a loro, te lo devono dire loro”.

Questo fu il nostro dibattito sul tema che è diventato probabilmente il principale elemento di discussione nelle nostre relazioni bilaterali. Pertanto siamo convinti che un giorno si dovrà comunque rispondere a domande concrete e presentare i fatti reali non solo in questo caso, ma anche con Navalny o ancora con l’avvelenamento di Salisbury. A tal proposito, in merito a Salisbury, due anni fa quando è accaduto il fatto e quando ci hanno additato come unico produttore di novichok, abbiamo risposto argomentando la nostra posizione. Tutti possono prendere conoscenza dei fatti: alcuni Paesi occidentali hanno messo a punto sostanze simili al novichok che tra l’altro negli USA sono state brevettate anche per uso bellico.

E tra quei Paesi in cui sono state condotte operazioni di questo tipo possiamo menzionare ad esempio la Svezia. Due anni fa ci hanno detto: “non osate annoverarci fra questi Paesi, non ci siamo mai occupati di novichok”. Ma adesso, come ben sapete, uno dei Paesi a cui si sono rivolti i tedeschi per riconfermare le loro conclusioni oltre alla prima conferma francese è stata proprio la Svezia. E gli svedesi hanno dichiarato che effettivamente confermavano l’esattezza dei risultati delle indagini condotte presso il laboratorio dell’esercito tedesco e che si trattava proprio di novichok. Ma se 2 anni fa la Svezia non disponeva delle competenze per capire se fosse novichok o meno e dopo 2 anni ne è capace, significa che qualcosa dev’essere accaduto. E se è accaduto ciò che ha permesso alla Svezia di capirne di novichok, probabilmente andrebbe considerato una violazione della Convenzione sulle armi chimiche. Concludo la mia risposta alla Sua domanda dicendo che siamo pronti a dialogare con tutti. Basta che non ci obblighino a giustificarci senza nemmeno presentare dei fatti reali. Saremo sempre pronti al dialogo professionale sulla base di questioni concrete e chiaramente formulate.

— Oltre alle controversie che stanno sorgendo tra di noi e i nostri partner occidentali in merito agli ultimi eventi all’ordine del giorno, si registra la presenza di dissensi in merito a visioni diverse della storia. Al momento le grandi manifestazioni che hanno avuto luogo negli USA hanno innescato cambiamenti radicali. In sostanza, ha preso avvio un processo di riesame di buona parte della storia e della cultura internazionale di stampo americano: si profanano i monumenti e si cerca di cambiare l’assetto degli eventi. In tal senso, ci sono stati e continuano ad esserci tentativi finalizzati a rivedere la Seconda guerra mondiale e il ruolo in essa rivestito dall’Unione Sovietica. A Suo avviso, a quali conseguenze per gli USA possono portare questi tentativi di revisionismo storico e quali invece saranno le conseguenze a livello globale?

— Lei ha assolutamente ragione. Siamo molto preoccupati per le sorti della storia europea e mondiale. Stiamo vivendo, per essere franchi, una aggressione storica finalizzata a riscrivere le fondamenta contemporanee del diritto internazionale posate dopo la Seconda guerra mondiale mediante l’operato dell’ONU e i principi del suo statuto. Oggi sono proprio queste fondamenta che si cercano di minare. Si ricorre anzitutto a un’argomentazione che non è altro se non un tentativo di porre sullo stesso piano l’Unione Sovietica e la Germania nazista, ossia gli aggressori e i vincitori degli aggressori, i vincitori di coloro che hanno tentato di asservire l’Europa e rendere schiava la maggior parte dei popoli del nostro continente.

Ci offendono dichiarando senza mezzi termini che l’Unione Sovietica ha persino più colpe della Germania di Hitler per aver provocato la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, nascondono accuratamente sotto al tappeto i fatti: ossia, che tutto era cominciato già nel ’38, che prima di quel momento erano le nazioni occidentali a condurre una politica di appeasement nei confronti di Hitler (in particolare, Francia e Gran Bretagna). Non mi dilungherò troppo su questo tema, perché molto è già stato detto. In merito rimando al noto articolo del presidente Vladimir Putin che tratta tutti gli elementi salienti della vicenda e, sulla base di diverse fonti, dimostra in maniera convincente quanto siano insensati, controproducenti e distruttivi i tentativi di minare i risultati conseguiti in esito alla Seconda guerra mondiale. Ricordo comunque che noi siamo supportati dalla stragrande maggioranza della comunità internazionale in questo senso.

Ogni anno in occasione delle sedute dell’Assemblea generale dell’ONU proponiamo ai voti la risoluzione sull’inammissibilità della glorificazione del nazismo. Solo 2 Paesi votano contro (USA e Ucraina) e l’intera Unione europea si astiene, con mio profondo rammarico. Si astiene perché, come ci spiegano loro stessi, a chiedere di non supportare questa risoluzione sono anzitutto i Paesi baltici. Ma, come si suol dire, hanno la coda di paglia: in questa risoluzione non vi è alcuna menzione specifica ad alcun Paese o governo. Semplicemente si invita l’intera comunità mondiale a non consentire che vi siano tentativi di glorificazione del nazismo. Ma, dunque, i Paesi che chiedono all’UE di non supportare questa chiara risoluzione, la quale non ha alcun doppio fine, sentono di non poter accettare questi principi. E alla fine è proprio quello che succede: assistiamo alle marce di nuove SS e alla distruzione dei monumenti. I nostri vicini polacchi sono molto attivi su questo fronte e anche in Repubblica Ceca si sono verificati casi simili. È inaccettabile.

Tra l’altro, oltre al fatto che così si minano i risultati della Seconda guerra mondiale sanciti nello statuto dell’ONU, si tratta anche di gravi violazioni dei trattati bilaterali stretti tra questi Paesi e altri Paesi che invece si preoccupano di tutelare le sepolture dei soldati e i monumenti eretti in Europa in memoria delle vittime della Seconda guerra mondiale e degli eroi che hanno liberato i loro rispettivi Paesi. Pertanto, continueremo a lavorare in questo senso e, a mio avviso, è importante assicurarsi che chi è contro l’abolizione della glorificazione del nazismo si muova effettivamente in linea con i diritti umani.

Dopotutto, la libertà di pensiero e di espressione che esistono negli USA e in altri Paesi occidentali non sono sottoposte ad alcun tipo di censura. Se questa libertà viene limitata dall’inammissibilità della glorificazione del nazismo, si andrebbe contro la data legge. Ma voglio dirlo chiaramente: ciò che sta accadendo oggi negli USA è probabilmente legato in qualche modo a ciò di cui stiamo parlando in merito all’inammissibilità di rivedere i traguardi raggiunti dopo la Seconda guerra mondiale. Una rabbia generalizzata a sfondo razzista è ovviamente presente negli USA e vi sono forze politiche che stanno tentando di fomentare questi sentimenti razzisti a proprio vantaggio. Di fatto è ciò che accade ogni giorno. Poc’anzi lei ha citato altri fatti o monumenti storici che sono oggetto di politiche effimere.

Tra le grinfie di chi negli USA intende distruggere la sua stessa storia perché in passato erano schiavisti è finito il monumento al primo governatore dell’Alaska Baranov che si trovava nella città di Sitka e ha sempre suscitato profondo rispetto sia negli abitanti del luogo sia nei turisti. Ci è giunta notizia che il governatore dell’Alaska e le autorità di Sitka non intendono distruggere il monumento ma riposizionarlo in un museo di storia, come ci hanno assicurato. E qualora questo dovesse realmente accadere, come ci hanno promesso, penso che dovremmo apprezzare questo gesto delle autorità di Sitka nei confronti della nostra storia comune e spero che il riposizionamento del monumento a Baranov in un museo di storia stimoli anche all’organizzazione di una mostra dedicata alla storia dell’America russa.

— Avrei alcune domande in merito all’ordine del giorno su Francia e Africa. Iniziamo dalla Francia. Emmanuel Macron è al potere da 3 anni e il suo primo invito ufficiale al capo di un altro Stato è stato rivolto a Vladimir Putin con il fine di migliorare le relazioni russo-francesi. Ci sa dire quali sono stati i veri cambiamenti avvenuti da allora a livello diplomatico nella collaborazione con la Francia e potrebbe confermare o smentire se la riunione del 16 settembre a Parigi è stata rinviata per via del caso Navalny? Per quanto ne so, ieri a Parigi doveva esserci un incontro che non ha però avuto luogo…

— Non ieri. Avrebbe dovuto avvenire qualche giorno prima, ma questo non cambia le cose. In primo luogo, la Francia è uno dei nostri principali partner internazionali. Da tempo abbiamo identificato la nostra cooperazione bilaterale alla stregua di partenariato strategico. E subito dopo la sua elezione, il presidente Macron ha invitato il presidente russo come una delle sue prime mosse di politica estera. E come risultato di questa visita, che ebbe luogo nel maggio 2017 a Versailles, furono confermate le intenzioni e la disponibilità di entrambi i Paesi e dei loro leader a coltivare il partenariato nell’ambito della cooperazione bilaterale delle relazioni internazionali, nonché a livello regionale e globale.

Sulla base del vertice di Versailles fu istituito il Forum di dialogo della società civile, il Dialogo di Trianon, che ad oggi funziona piuttosto bene, anche se per via delle restrizioni legate al coronavirus non è ancora possibile organizzare eventi in presenza. Da allora vi sono state più visite del presidente Macron in Russia e visite del presidente Putin in Francia. L’ultima visita tenutasi nell’agosto dello scorso anno è stata la visita del presidente Putin e le relative trattative con il presidente Macron presso la residenza Fort de Brégançon. Era agosto dello scorso anno, come ho detto. Si è tenuta una discussione molto produttiva e profonda in merito alla necessità di instaurare relazioni strategiche finalizzate ad affrontare i temi chiave del mondo moderno, anzitutto, naturalmente, in Europa, nell’Euro-Atlantico.

L’obiettivo è rafforzare la sicurezza in queste aree. All’epoca i due presidenti si sono accordati per creare meccanismi di interazione ramificati sia attraverso i Ministeri degli Esteri che quelli della Difesa. Si osservi anche la ripresa del formato 2+2 che, sebbene di lunga data, aveva registrato una pausa nel suo utilizzo. Lo scorso settembre si è tenuta a Mosca una seduta in formato 2+2. Oltre a questi due Ministeri, le questioni strategiche di stabilità vengono discusse anche dai consulenti di politica estera dei due presidenti. Con il loro benestare, con il benestare del presidente Putin e del presidente Macron, sono stati istituiti più di 10 gruppi di lavoro su temi diversi legati alla cooperazione in questo ambito: controllo sugli armamenti, non proliferazione delle armi di distruzione di massa, ecc.

E nel complesso la maggior parte di questi meccanismi funziona bene ed è finalizzata a far sì che noi possiamo congiuntamente ai colleghi francesi creare iniziative volte a stabilizzare le relazioni in Europa e a normalizzare l’attuale situazione. In particolare, quando si acuiscono le divisioni, quando la NATO incrementa le proprie infrastrutture militari sul territorio dei nuovi membri violando il patto Russia-NATO firmato già negli anni ’90 e considerato alla base della nostra collaborazione. Al momento sono diverse le tendenze che preoccupano: uno di questi fattori destabilizzanti è il ritiro degli USA dal Trattato INF e l’intenzione ufficialmente dichiarata di dispiegare tali missili non solo in Asia, ma apparentemente anche in Europa.

I lanciatori antimissilistici attualmente dispiegati in Romania e in fase di dispiegamento in Polonia possono essere utilizzati non solo per il lancio contro i missili, non solo dunque a scopo difensivo, ma anche offensivo, perché dagli stessi lanciatori possono partire missili da crociera d’assalto. L’uso di questi ultimi era vietato dal Trattato INF, ma ora il trattato non c’è più e gli americani non hanno più vincoli. Circa un anno fa (fra poco ricorrerà un anno da quell’occasione) il presidente Putin si è rivolto a tutte le autorità dei Paesi europei, di USA, Canada e di altre nazioni in merito al ritiro degli USA dal Trattato INF.

Il presidente ha esortato a non scatenare una corsa agli armamenti, ma a dichiarare una moratoria reciproca e volontaria su quegli stessi mezzi d’assalto vietati dal Trattato. Nessuno dei leader ha di fatto dato seguito a questa proposta, tranne il presidente Macron. E questo l’abbiamo apprezzato. Questo è sintomo del fatto che il leader francese è sinceramente interessato a sfruttare qualsivoglia spazio di dialogo con la Federazione Russa. E senza questo dialogo è impossibile garantire la sicurezza in Europa. Pertanto, abbiamo previsto degli incontri 2+2, ma in forza di ragioni che sono avvolte dal mistero, i colleghi francesi hanno chiesto di posticipare i nostri incontri. Dunque, il nostro prossimo incontro ministeriale 2+2 con i ministri di Difesa ed Esteri è stato rimandato a data da destinarsi. Non mi esprimerò in merito alle ragioni addotte, ma evidentemente il clima generale dell’UE nei confronti della Russia sta influenzando anche la cadenza degli incontri. Tuttavia, si sono da pochissimo tenute le consultazioni su tutta una serie di questioni importanti: lotta al terrorismo, problemi di sicurezza informatica. Sono tutti questi progetti che erano stati previsti e approvati dai presidenti Putin e Macron.

— Come ha di recente osservato Aleksandr Lukashevic, rappresentante permanente della Russia all’OSCE, la situazione dell’agenzia Sputnik in Francia non è affatto migliorata. I nostri giornalisti continuano a non essere ammessi alle conferenze stampa e a qualsivoglia evento dell’Eliseo. Vorrei sapere in che modo questa situazione può essere risolta e se il problema è stato affrontato con la parte francese.

— Ovviamente questo problema è stato affrontato. Riteniamo inaccettabile che i corrispondenti di Sputnik e di Russia Today (RT) vengano apertamente discriminati in Francia e nei Paesi baltici, com’è noto. Il fatto che negli ultimi anni (dal 2017) né RT né Sputnik vengano accreditati nell’Eliseo è ovviamente vergognoso. Ma a sorprendere ancor di più è il fatto che i nostri colleghi francesi confermino che non concederanno l’accreditamento in futuro perché RT e Sputnik “non sono media, ma strumenti di propaganda”.

A mio avviso, non vale la pena di commentare l’assurdità di tali dichiarazioni dato che RT e Sputnik godono di ampio successo. In tutti i Paesi aumenta il pubblico target, ho consultato io stesso le statistiche. Questo potrebbe semplicemente essere l’ennesima manifestazione di timori nei confronti della concorrenza di coloro che fino a poco tempo fa ricoprivano una posizione di spicco nel mercato globale dell’informazione. Vogliamo che la questione venga affrontata dai francesi e chiediamo loro di far cessare le discriminazioni nei confronti di media registrati in Russia. Se ci rispondono con la storia dei finanziamenti pubblici, allora ricordiamo loro che a godere di finanziamenti pubblici sono anche molte agenzie di stampa considerate fari della democrazia.

Sia Radio Free Europe sia la BBC godono di questi fondi ma per qualche motivo nei loro confronti non vengono adottate misure restrittive, nemmeno lato Internet dove al momento si opera un certo grado di censura. Google, YouTube e Facebook stanno prendendo decisioni, evidentemente su pressione delle autorità statunitensi che discriminano i media russi, in merito alla pubblicazione di materiali sulle loro piattaforme. La questione dev’essere affrontata non solo a livello bilaterale, ma a livello dell’OSCE dove è presente un rappresentante speciale per la libertà di stampa, nonché a livello dell’UNESCO che è chiamata a supportare il giornalismo libero e la libertà di espressione.

Infine esortiamo anche il Consiglio d’Europa a occuparsene. Interessante è che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, durante la fase della ricostruzione che permise alla Russia di aprirsi al mondo come si è soliti dire, nell’ambito dell’OSCE i nostri partner occidentali stavano avanzando proposte per garantire accesso libero a qualsivoglia informazione sia basata su fonti interne sia proveniente dall’estero. Questo fu evidentemente pensato per rafforzare la spinta all’apertura della società sovietica al mondo esterno. Dunque, oggi, quando ricordiamo loro queste proposte e richiediamo che l’accesso alle informazioni venga garantito a Sputnik e RT in Francia, i nostri partner occidentali sono poco inclini a confermare quelle stesse decisioni assunte su loro iniziativa 30 anni fa. Il doppio standard è un comportamento ipocrita. Ad ogni modo a dicembre si terrà l’ennesimo vertice ministeriale dell’OSCE. La questione non verrà cancellata per nessun motivo dall’ordine del giorno e i nostri colleghi occidentali avranno molte domande a cui rispondere.

Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik
© SPUTNIK . ALEKSEY KUDENKO
Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik

— Passiamo ora all’agenda sull’Africa. Al vertice di Sochi sono stati siglati più di 90 accordi di collaborazione con i Paesi africani. Vorrei sapere con quali ritmi la Russia sta tornando dopo la pandemia all’esecuzione degli accordi siglati e quali di questi sono prioritari e in quali Paesi africani.

— Dopo il vertice tenutosi lo scorso ottobre a Sochi abbiamo conseguito l’ennesimo successo della nostra politica estera, come testimoniano tutti i nostri ospiti africani. Non abbiamo fatto nessuna pausa. La pandemia ha imposto di prevedere alcuni correttivi nelle modalità di comunicazione, ma continuiamo a lavorare da remoto, come si dice. Anche in politica estera e in diplomazia è possibile. Il presidente Putin si è più volte messo in contatto per telefono con i leader africani, con i presidenti di Sudafrica, Congo, Etiopia. Ci sono state videoconferenze tra i ministri degli Esteri di Russia e della Triade africana (ossia, i presidenti precedente, in carica e futuro dell’Unione africana), ovverosia Sudafrica, Egitto e Repubblica Democratica del Congo.

All’interno del nostro Ministero è stato istituito un segretariato speciale denominato Forum Russia-Africa. La decisione di istituire questo ente è stata assunta a Sochi. Il segretariato è già operativo, proprio l’altro giorno ci siamo incontrati con il direttore di una delle commissioni regionali sul continente africano, la IGAD. L’ex ministro degli Esteri etiope ne è il segretario generale. Nello specifico, abbiamo discusso dei piani concreti di cooperazione nell’ambito del progetto Russia-IGAD. Abbiamo piani simili sia con l’Africa meridionale sia occidentale, nonché con tutte le organizzazioni a livello regionale e con l’Unione africana che è la struttura panafricana per eccellenza. La nostra operatività consiste in consultazioni su questioni di importanza per il continente africano, quali la normalizzazione di conflitti, lo svolgimento di eventi congiunti in ambito culturale e didattico, lo sviluppo della cooperazione economica, il supporto alla collaborazione in materia di politica estera, il sostegno all’attività delle imprese russe in Africa e dei loro partner.

Abbiamo molti progetti e il nostro operato è molto apprezzato dai colleghi africani. Per quanto riguarda la pandemia, decine di Paesi africani hanno ricevuto aiuti da noi per risolvere la questione dell’approvvigionamento di tamponi, dispositivi di protezione individuale, farmaci. La collaborazione su questo fronte continua ancora oggi. I Paesi africani come anche quelli asiatici e latinoamericani stanno manifestando il loro interesse per avviare sul proprio territorio la produzione del nostro vaccino Sputnik V e al momento i nostri organi competenti preposti alla risoluzione di tali questioni stanno valutando i potenziali candidati per avviare nuove linee di produzione. Infatti, servono grandi quantità di dosi. Abbiamo ottime esperienze in Guinea e Sierra Leone: quando vi fu l’Ebola, i nostri medici installarono un ospedale da campo e avviarono in Guinea la produzione del vaccino specifico.

L’esperienza dell’Ebola ha aiutato molto i nostri esperti a elaborare il vaccino contro l’infezione da coronavirus impiegando una piattaforma creata già per contrastare l’Ebola. Pertanto, a mio avviso, abbiamo all’attivo molti progetti interessanti. Ci siamo, tra l’altro, accordati per incrementare il numero di borse di studio che renderemo disponibili ai Paesi africani. Quanto al tema della cooperazione economica, poche settimane fa abbiamo creato l’Associazione per la cooperazione economica della Federazione Russa con i Paesi africani. Dunque, non appena saranno rimosse le restrizioni legate al coronavirus, sono sicuro che tutti questi progetti saranno realizzati con più entusiasmo che mai. Per adesso continuiamo a lavorare da remoto.

— Abbiamo parlato di USA e di Europa. Veniamo ora al mondo arabo. Non posso non partire dalla questione siriana. Che voto darebbe al Ceasar Act statunitense che ha interessato non solo la Siria ma anche i più prossimi partner di Damasco? Quali nuove soluzioni possono essere implementate per migliorare la situazione umanitaria del Paese in relazione anche alle difficili condizioni economiche?

— Il piano Ceasar Act prevede in sostanza l’introduzione di sanzioni considerate uno strumento per inibire la leadership della Repubblica araba siriana. In realtà queste sanzioni, così come i precedenti pacchetti di sanzioni, partono da USA, UE e diversi altri alleati statunitensi e colpiscono chiaramente i comuni cittadini siriani. Proprio ieri a New York il Consiglio di sicurezza ha discusso di come migliorare la situazione umanitaria in Siria e i nostri colleghi occidentali hanno insistito in maniera estremamente compiaciuta di essere nel giusto dichiarando che le sanzioni servono esclusivamente a limitare l’operato di funzionari e rappresentanti di quello che loro definiscono “regime” e che i comuni cittadini non ne soffrono perché le sanzioni non sono comminate su materiale umanitario quale i farmaci, il cibo e altri generi di prima necessità.

Attacco aereo della coalizione in Siria (foto d'archivio)
© AFP 2020 / ARIS MESSINIS

Tuttavia, sono menzogne perché nessuna spedizione di questi prodotti viene inviata in Siria da questi Paesi, ad eccezione di piccoli lotti. La Siria tratta principalmente con Russia, Iran, Cina, alcuni Paesi arabi e altri Paesi che comprendono quanto sia fondamentale superare la presente situazione di difficoltà e ripristinare le relazioni con la Repubblica araba siriana. Sempre più Paesi, anche del Golfo Persico, stanno decidendo di riavviare l’attività diplomatica in Siria e sempre più Paesi comprendono che è inaccettabile in ottica di diritti umani continuare con queste sanzioni.

Le sanzioni sono state annunciate in via unilaterale e sono illegittime. Proprio ieri o l’altroieri il segretario generale dell’ONU António Guterres ha rinnovato a questi Paesi che hanno annunciato sanzioni in via unilaterale contro uno determinato Paese in via di sviluppo il proprio invito (che già aveva espresso 6 mesi fa) a interrompere le sanzioni almeno durante l’emergenza sanitaria. L’Occidente rimane cieco di fronte a queste esortazioni sebbene la stragrande maggioranza dei Paesi membri dell’ONU abbia supportato questi inviti. Cercheremo di trattare ulteriormente questo tema. All’ONU si approvano speciali risoluzioni che dichiarano le sanzioni unilaterali illegittime e si conferma che solo le sanzioni in linea con il Consiglio di sicurezza debbono essere seguite poiché costituiscono l’unico strumento legale fondato sul diritto internazionale. Nel complesso sulla regolamentazione della questione siriana stiamo lavorando attivamente nell’ambito del “formato di Astana” con i partner turchi e iraniani. Di recente con il primo ministro russo Yury Borisov ci siamo recati in visita a Damasco. Il presidente Assad e i suoi ministri ci hanno confermato il loro impegno a mantenere quegli impegni che sono stati raggiunti tra governo e opposizione ad Astana.

A Ginevra è ripreso il lavoro del comitato costituzionale, si è tenuta la seduta della commissione redazionale. Le parti stanno giungendo a un accordo di intenti sul futuro della Siria: questo garantirà di avviare il lavoro per la riforma della Costituzione. Si restringe gradualmente lo spazio controllato dai terroristi: oramai è limitato alla zona di de-escalation di Idlib. In fase di graduale implementazione, anche se non tanto rapidamente quanto previsto, sono gli accordi russo-turchi in merito alla necessità di distinguere i comuni oppositori aperti al dialogo con il governo dai terroristi ritenuti tali dal Consiglio di sicurezza. Ma i nostri colleghi turchi si sono impegnati e noi collaboriamo con loro.

Preoccupa la situazione sulla sponda orientale dell’Eufrate dove sono dislocati in maniera illecita dei soldati americani i quali fomentano le tendenze separatiste dei turchi contenendo invece la naturale predisposizione dei curdi di dialogare con il governo. E chiaramente questo preoccupa sia in ottica di integrità territoriale della Repubblica araba siriana sia per la rischiosità che le azioni degli USA rappresentano in relazione alla questione curda. Come sapete, la questione è all’ordine del giorno non solo per la Siria, ma anche per Iran, Iraq, Turchia. Dunque, è un tema delicato per l’intera regione.

Gli americani sono abituati a ricorrere a questi espedienti per creare il caos che, sperano, si riuscirà a gestire. Loro non se ne interessano, ma le conseguenze per la regione possono essere catastrofiche se continuano a promuovere queste idee separatiste. Nell’ultimo periodo hanno annunciato alcune decisioni prese da questo gruppo illegittimo americano dislocato nella Siria orientale: il gruppo avrebbe siglato con i dirigenti curdi un accordo che consente a una società petrolifera americana di estrarre idrocarburi dal territorio della sovrana nazione siriana. Si tratta di una gravissima violazione di tutti i principi di diritto internazionale. Pertanto, i problemi nella Repubblica araba siriana sono davvero tanti.

Tuttavia, la situazione è stata significativamente normalizzata rispetto a qualche anno fa e l’operato del formato di Astana e le nostre iniziative hanno ovviamente svolto un ruolo decisivo. All’ordine del giorno ora vi sono la risoluzione dei cogenti problemi umanitari e la ripresa delle attività economiche interrotte per via della guerra. In queste direzioni ci impegneremo per mantenere il dialogo con gli altri Paesi, fra cui Cina, Iran e India. Crediamo sia importante coinvolgere organizzazioni ed enti dell’ONU agli eventi finalizzati a smobilitare in un primo luogo gli aiuti umanitari per la Siria e in seconda battuta aiuti internazionali per il risanamento di economia e infrastrutture. Il lavoro da fare non è poco, ma almeno ora sappiamo in che direzione muoverci.

Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik
© SPUTNIK . ALEKSEY KUDENKO
Intervista del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ai corrispondenti di Sputnik

— L’ambasciata russa in Libia ha ripreso a operare poche settimane fa. Questa rappresentanza potrebbe diventare in qualche modo una piattaforma di dialogo tra l’Esercito nazionale libico e il governo di accordo nazionale?

— La nostra ambasciata continua come prima a lavorare dalla Tunisia. A Tripoli la nostra ambasciata tornerà, spero, presto, non appena ci garantiranno un grado basilare di sicurezza. Nella città vi è una serie di ambasciate che continua a operare come prima, ma la sicurezza lì è molto instabile, pertanto è stato deciso che i nostri diplomatici per ora lavoreranno dalla Tunisia. In merito alla intermediazione tra l’Esercito nazionale libico e il governo di accordo nazionale come primo avamposto in Libia l’ambasciata intrattiene chiaramente contatti con tutte le parti libiche.

La questione qui è però ben più ampia e di gettare ponti tra parti in conflitto se ne occupa attivamente Mosca. I Ministeri di Esteri e Difesa stanno tentando di far convergere gli sforzi per trovare soluzioni di compromesso che consentano di risolvere la crisi libica. Non è un lavoro facile. Ricordo che tutti i problemi della Libia di oggi cominciarono nel 2011 quando la NATO, nonostante quanto disposto dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, commise una gravissima violazione della risoluzione ONU e attaccò militarmente la Libia per deporre il regime di Gheddafi. Quest’ultimo fu macabramente ucciso sotto gli applausi di approvazione dell’allora segretario di Stato Hillary Clinton, scena che fu trasmessa in diretta. Fu terribile.

Da allora noi, ossia chiunque voglia ripristinare ciò che è stato distrutto dalla NATO, stiamo tentando di rendere possibile l’attuazione di un qualche processo internazionale. I tentativi sono già stati diversi: si sono tenute conferenze a Parigi, Palermo e Abu Dhabi; è stato siglato l’accordo di Skhirat nel 2015, ecc. nel corso di un lungo periodo la maggior parte dei player esterni hanno puntato a collaborare con una delle forze politiche su cui avevano puntato. Noi sin dall’inizio abbiamo rifiutato questo approccio e, considerati i nostri contatti preesistenti e le relazioni di lunga data, abbiamo iniziato a collaborare con tutti senza distinzione di colore politico sia a Tripoli (dove si trova il Consiglio presidenziale e il Governo di accordo nazionale) sia a Tobruk (dove sono siti il parlamento e il Palazzo dei rappresentanti).

Più volte tutti i leader dei vari gruppi si sono recati in visita in Russia. Abbiamo tentato anche di organizzare incontri privati tra il comandante dell’Esercito nazionale libico Haftar e il capo del governo di accordo nazionale Sarraj. Sono stati a Mosca a inizio di quest’anno prima della Conferenza di Berlino. In gran parte grazie a questi sforzi che abbiamo profuso insieme ai colleghi turchi, egiziani ed emiratini siamo riusciti ad avanzare proposte che hanno determinato il successo della Conferenza di Berlino. Il cui esito è stata l’adozione di un’importante dichiarazione in seguito approvata dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Purtroppo, in questa fase è stata prestata poca attenzione al fatto che le idee proposte dalla comunità internazionale venissero approvate dalle parti libiche.

La crisi in Libia
© SPUTNIK . ANDREY STENIN

Alcuni nostri partner sono partiti dal presupposto che, non appena la comunità internazionale avesse preso una qualche decisione, sarebbe poi rimasto solo da convincere i player interni alla Libia per trovare un accordo. Oggi capiamo che avevamo ragione quando rifiutavamo questo approccio perché è risultato che questi accordi adottati a Berlino non sono stati pienamente elaborati dalle parti libiche. In sostanza, Berlino ha creato una buona base, ma ora bisogna rifinire i dettagli. E in tal senso vi sono diverse opportunità positive: il capo del parlamento di Tobruk, il signore Saleh, e il presidente del governo di accordo nazionale Saraj sono a favore del cessate il fuoco, della pace duratura e della ripresa dei lavori nel formato 5+5 che consente la risoluzione delle questioni di carattere militare e la ripresa dei negoziati sugli affari economici, anzitutto in merito alla risoluzione equa dello sfruttamento delle risorse naturali libiche. Una importante iniziativa è stata proposta da Saleh: il suo intento è far sì che vengano considerati gli interessi non solo di Tripolitania e Cirenaica, ma anche del Fezzan, l’area meridionale della Libia che non è stata spesso menzionata nelle precedenti discussioni.

Pertanto, ci sono già idee sul tavolo che devono essere validate mediante il confronto tra le parti. Una certa importanza l’ha rivestita l’incontro convocato in Marocco tra le parti libiche coinvolte. Adesso con i nostri colleghi siamo continuando a contribuire a questi sforzi congiunti. Pochi giorni fa ad Anakra si sono tenute le consultazioni con i nostri colleghi turchi. Continuiamo a sforzarci in questo senso, parliamo con Egitto e Marocco. Contatto per telefono i miei colleghi marocchino ed egiziano. Di recente ho parlato anche con il ministro italiano degli Esteri il quale per evidenti ragioni è altamente interessato a contribuire alla risoluzione della questione libica. A mio avviso, al momento si sono venute a creare condizioni favorevoli, cercheremo di sostenere questo processo virtuoso e di dare il nostro contributo.

Riteniamo di fondamentale importanza porre fine il prima possibile alla pausa che dura da più di 6 mesi con la nomina di un rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU per la questione libica. Il rappresentante precedente a febbraio è andato in pensione e da allora António Guterres non è riuscito per qualche motivo a risolvere la questione della nomina del successore. Vi è motivo di credere che alcuni Paesi occidentali stiano tentando di favorire i propri candidati, ma la nostra posizione è molto semplice: è necessario che il rappresentante venga concordato in linea con l’Unione africana. È una cosa evidente: la Libia è un membro attivo dell’Unione africana e quest’ultima vuole contribuire alla risoluzione del problema. Ho descritto in maniera diffusa la situazione. Vi è comunque modo di essere cautamente ottimisti.

LA PACE DI ABRAMO, di Antonio de Martini

Anche se per la verità gli esponenti politici da assassinare in contemporanea cominciano ad essere un po’ troppi. Gli accordi sanciscono comunque la frattura definitiva dei paesi arabi con l’Iran e molto facilmente con la Turchia piuttosto che il sodalizio con Israele_Giuseppe Germinario
LA PACE DI ABRAMO
Si tratta di un nuovo reality show col quale Trump pensa di vincere le elezioni a novembre?
Come noto, Abramo era un estraneo in Palestina proveniva dall’odierno Irak ( Ur di Caldea) come sua moglie Sara.
Si arricchì facendola prostituire ( lo dice la Bibbia) e facendosi pagare con pecore e capre, ma importò dalla Mesopotamia il monoteismo e la pratica della circoncisione.
Il nome dell’accordo di pace tra Bahrein, l’UAE e Israele è quindi stato scelto in base alla notorietà statunitense del personaggio, ma il contenuto degli accordi non è stato divulgato, dato che non c’è mai stato un contenzioso tra loro.
Storici accordi di pace tra Israele e suoi vicini con cui ha invece effettivamente guerreggiato ci sono gia stati: nel 1979 con l’Egitto di Saadat ( poi ucciso) e nel 1994 con la Giordania ( uccisero re Abdallah – bisnonno dell’attuale re- nel 1948 quando si accordò segretamente con gli israeliani).
Nessuno di questi accordi di pace ebbe impatti positivi sulla pace nella regione, ma, negativi, sulla salute dei firmatari.
Si capisce quindi il motivo per cui nessun rappresentante saudita e nessun regnante di Bahrein ( Ahmed ben Issa al khalifa di Bahrein e Mohammed ben Zayed al Nayhan dell’UAE ) fosse presente allo “ storico evento”. Le firme “ arabe” le hanno messe i ministri degli esteri.
Le grandi attese furono deluse anche il occasione degli accordi di Oslo ( tra palestinesi e Israeliani) in cui l’ucciso di turno fu il premier israeliano Isaac Rabin.
Ci sarà certamente – oltre alla prospettiva di vendere qualche F 35 – qualche contratto di tecnologie di sicurezza del polo elettronico israeliano e il possibile vantaggio militare che Israele avrà avvicinato all’Iran le basi di partenza della propria aeronautica verso l’Iran.
Vedremo chi morirà per primo stavolta.

scontro tra immagini, scontro tra pezzi di mondo, di Pierluigi Fagan

Alcune interessanti e, come sempre, lucide considerazioni di Pierluigi Fagan; in primo luogo la constatazione che lo scontro tra immagini e visioni del mondo, elaborate dai mainstream, anticipano, preparano, forniscono motivazioni allo scontro tra “pezzi di mondo”. Alla presa d’atto dell’affermazione di una fase multipolare, se non proprio ancora multicentrica, delle dinamiche geopolitiche corrisponde nel dibattito e nelle analisi ancora una sorta di inerzia che vede negli Stati Uniti gli artefici degli eventi, dei complotti, delle cantonate e così via. Se multipolarismo deve essere, anche gli artefici, con i loro complotti, errori e strategie, sono molteplici. Le loro motivazioni sono mosse da altri impulsi che la bontà, l’amicizia e la dirittura morale. La vicenda della pandemia da coronavirus si inserisce in una dinamica nella quale le élites americane tendono ormai sempre più a individuare nella Cina l’avversario principale, con qualche incertezza sulla sorte da riservare alla Russia. Diventa quindi una ottima occasione di manipolazione in un senso o nell’altro. Nella fattispecie gli Stati Uniti, ma anche Australia e Gran Bretagna, hanno accolto già all’inizio dell’inverno alcuni ricercatori transfughi in grado di rivelare alcuni segreti delle attività di ricerca cinesi. E’ probabile, sicuro direi, che gli americani manipolino e dosino in futuro le informazioni sulla base delle convenienze politiche interne e geopolitiche. La virologa Li Meng Yan è probabile che assuma al momento la funzione di parafulmine a copertura di ciò che si muove dietro le quinte. Stando ai tempi l’offensiva americana anticinese ha preso grande forza dopo i maldestri tentativi cinesi di attribuire la responsabilità dell’origine e della diffusione del virus prima ad americani in terra cinese e poi via via ad altri, parlando e sussurrando di virus giapponese, tedesco, coreano e così via, di virus nazionali quindi. Probabilmente la verità non la sapremo mai. Ritengo poco realistico e ragionevole una diffusione volontaria e programmata di un virus creato artificialmente. Proprio per le implicazioni che comporta l’innesco di una guerra batteriologica, di per sé poco gestibile e controllabile, in una fase così prematura. Se pure tale o tal’altra verità dovesse emergere, affiorerà tra talmente tante versioni da renderla invisibile e simil-veritiera essa stessa. Quello che conta è la gestione e manipolazione di un fatto così destabilizzante che vede partecipi diversi primi attori e con ruoli da protagonisti ormai sempre più equivalenti_Giuseppe Germinario
LO SCONTRO TRA IMMAGINI DI MONDO, ANTICIPA SEMPRE LO SCONTRO TRA PEZZI DI MONDO.
Si acuisce la deriva continentale delle immagini di mondo riguardo l’interpretazione del fenomeno conosciuto col nome SARS-CoV-2.
Il nuovo catalizzatore è la pubblicazione su un archivio open access (dove cioè scienziati e ricercatori fanno upload per conto proprio dei propri studi) del supporto scientifico alle accuse che la virologa cinese Li Meng Yan, fa costantemente da luglio 2020, ovvero che il virus è stato ingegnerizzato volutamente dai cinesi per scopi militari, guerra batteriologica. L’accusa venne anticipata da Trump ai primi di marzo, lasciando intendere lavori di accertamento in corso da parte dell’intelligence, nell’ancora indecisa questione relativa al fatto se i cinesi avessero volutamente rilasciato il virus o gli fosse sfuggito nottetempo per dabbenaggine. Il direttore dei servizi di intelligence americani, dichiarava però di esser d’accordo con “l’ampio consenso scientifico” della comunità degli scienziati internazionale che negava questa origine artificiale.
Da marzo fino a ieri, non risulterebbe nessuno studio peer reviewed in tutto il mondo, che sostiene l’origine non naturale del virus o meglio risulterebbero solo studi che dopo analisi su questa ipotesi, la escludono. Per lo più a firma di scienziati americani o inglesi. Potrebbe esser un caso di conformismo scientifico o addirittura interesse venale che inquinerebbe l’oggettività della scienza virologica mondiale? La questione, si capirà, sprofonda in tecnicalità di biologia molecolare assolutamente incomprensibili per chiunque non sia non solo un virologo, ma un virologo specializzato in coronavirus. Il fatto che la base tecnica dell’accertamento della verità sia così microscopico ed inaccessibile, è l’ideale per farvi fiorire sopra opinioni in libera uscita.
Dopo l’ondata di Trump a marzo e quella minore creata dalla stessa Li Meng a luglio, oggi c’è la terza creata dalle dichiarazioni della stessa scienziata ad un talk show inglese, visto che ora la cinese si trova sotto protezione americana in occidente. I cinesi sostengono addirittura che la Li Meng non risulterebbe negli archivi ufficiali dell’università di Hong Kong di cui lei dichiarò di esser membro del corpo scientifico di primo livello. Ovvio che i cinesi neghino, però non risulta neanche nella analisi di Web Archive che registra tutte le versioni delle pagine web nel tempo. In più registriamo che l’hanno tranquillamente fatta uscire dal paese invece che trasformarla in un pilone di un grattacielo di una delle loro famose città fantasma. Ma gente che si fa sfuggire i virus, è facile anche si faccia sfuggire la pericolosa “whistleblower”.
L’uscita nel talk show è presto diventata una nuova onda alimentata da due tipologie di media: quelli della destra trumpiana, sia americana che gli affiliati europei e quelli che non si dichiarano tali in prima battuta pur condividendo tra loro e con alcune frange della destra trumpiana americana ed ormai occidentale, vari tipi di teorie definibili “conspiracy fantasies”. Nel frattempo, ad oggi, gli USA hanno toccato il poco invidiabile tetto dei 600 morti per milione di abitanti.
Quanto a agli americani, nella ripresa della notizia della virologa o studentessa cinese, si segnalano l’immancabile Fox di Murdoch ed il fogliaccio scandalistico di New York Post sempre del magnate australiano amico di Trump che raggiunge 4,7 miliardi di persone nel mondo col suo impero media di news, sport e spettacolo. Murdoch che possiede il Sun, il conservatore The Times ed il Wall Street Journal (nonché l’intero gruppo Dow Jones da cui l’indice della borsa di Wall Street) che giusto pochi giorni fa pare abbia “sdoganato” Salvini. Per trenta anni è stato anche il proprietario di Sky dominando la tv digitale e satellitare del mondo, poi l’ha venduta due anni fa. Stranamente, le nuove teorie sulla misteriosa élite che controllerebbe i destini del mondo, non prevedono questo signore che obiettivamente, accanto a Zuckerberg, è quantomeno fratello di sangue del supposto Grande Fratello. Anzi, sono spesso i suoi media a veicolare o bordeggiare questa fumosa teoria su i controllori cospirativi, lasciando intendere che siano ovviamente altri ad impersonarla.
Di contro, si dovrebbe ipotizzare che la Cina, con WHO (OMS), l’intera comunità scientifica dei virologi e di quelli specializzati in coronavirus ed i compiacenti governanti di mezzo mondo a parte Trump e pochi altri magari silenziosi ma che sanno della cospirazione internazionale ma non parlano mentre il loro Pil viene distrutto, naturalmente asserviti ai disegni maligni di Big Pharma e Bill Gates (ma forse c’è anche Rockefeller che vuole diminuire la popolazione mondiale in esubero a botte di un virus che ad oggi però avrebbe fatto fuori solo lo 0,01% della popolazione mondiale, per lo più occidentale ) o affiliati nel disegno di sfruttamento dell’influenza trasformata in “peste nera” dai compiacenti media (eccetto quelli di Murdoch?) per istruire una dittatura sanitaria preludio di una dittatura neoliberista panoptico-orwelliana che ha deciso di auto-distruggere il tessuto economico (una dittatura neo-liberista che vuole distruggere il tessuto economico pare strano, ma in tutti i fenomeni di fede popolare c’è la sospensione dell’incredulità), siano in combutta.
Banale, ricordare che i “poteri” se tali sono, gestiranno anche le disgrazie a loro vantaggio. Ma questo è un altro argomento.
Di contro al contro, l’accusa di aperta cospirazione cinese tramite bioterrorismo, costituisce accusa gravissima che, con le giuste vibrazioni di sdegno, odio e ribellismo costruite nel tempo, anche con l’apparente movimento “grassroots” i cui coltivatori vediamo anche qui su i social tutti i giorni alacremente all’opera in nome del diritto/dovere al pensiero critico, può esser base per un arco di eventi che vanno dalle semplici sanzioni ed ostracismo totale, alla guerra nucleare di legittima ritorsione. Il tutto su una base popolare sempre più unificata dall’indignazione sebbene poi le sue variegate parti coltivino ognuna una agenda eterogenea all’altra (dal movimento americano tradizionalista, ai comunisti non di sinistra, ai libertariani anarco-capitalisti, ai fascisti che però ridono se li definisci tali negando abbia senso la definizione retaggio di mentalità otto-novecentesche). Il che ricorda molto Weimar.
Viepiù visto che Trump, alienandosi da tutte le istituzioni multilaterali, ha creato i presupposti per le “mani libere”, autonominandosi giudice globale a suo personale ed insindacabile giudizio. Libero e con “arma fine di mondo” come ha carinamente pensato di farci sapere prima di far incetta di Nobel per la Pace per aver fatto fare outing alle già intense relazioni amorose tra gli amici petrolieri arabi sunniti e gli amici tritura-palestinesi israeliani tramite il fido genero.
La faccenda è molto più complicata di questa breve nota, ma invito tutti a fare molta attenzione allo sviluppo di questa storia perché sta diventando “la storia” alla base della torsione globale che il mondo sta avendo sotto la sempre più insostenibile pressione delle miriadi di contraddizioni e conflitti tra interessi (politici, geopolitici, economici, finanziari, sociali, militari, strategici e financo culturali) che anima lo scontro delle civiltà, delle classi sociali e delle mentalità in un pianeta di quasi 8, prossimi 10 miliardi di abitanti in cui farà sempre più caldo, in molti sensi. In particolare, anzi quasi esclusivamente, nel nostro versante occidentale, almeno per ora…

 

Dalla guerra economica all’intelligence economica, di Alain Jullet

Dalla guerra economica all’intelligence economica

Che la guerra sia convenzionale o non convenzionale, sappiamo dai tempi di Sun Tzu che l’attacco o la difesa più efficace dipende direttamente dalla qualità dell’intelligence. Nella guerra delle corse i corsari più famosi non attaccarono una nave qualsiasi. Di recente e in modo simile, i pirati somali erano ben consapevoli dei loro obiettivi. In entrambi i casi ciò presupponeva l’esistenza di informatori nel cuore del nemico con i mezzi necessari per comunicare sul reale interesse delle barche in partenza. I sottomarini tedeschi dell’ammiraglio Dönitz che siluravano i mercantili nei convogli di rifornimenti alleati conoscevano le rotte che seguivano.

Utilità a colpo d’occhio

Ma sia nel contesto della guerra che per realizzare le sue conquiste, tutte queste azioni erano estremamente costose in termini di uomini e materiale. Questo spiega perché stiamo assistendo a un’evoluzione molto chiara delle concezioni strategiche. L’esercito diventa il complemento mirato di un’azione economica su vasta scala in cui la conoscenza dell’avversario mediante le tecniche dell’intelligence economica diventa la chiave del successo.

Leggi anche:  Industria francese e commercio internazionale: la Francia deve rispondere alla guerra economica

Gli Stati Uniti, che non hanno più i mezzi per imporre le proprie visioni egemoniche al mondo attraverso il rapporto di potere, lo hanno capito prima di molti altri. L’affare BNP può essere compreso solo integrando il desiderio americano di assicurarsi la supremazia nei negoziati commerciali con l’Iran. Impone regole esclusive attraverso il dollaro per garantire le proprie transazioni. Allo stesso modo, tutti sanno che l’acquisizione americana di una partecipazione in Peugeot ha costretto il marchio del leone a lasciare immediatamente l’Iran … il che ha permesso agli americani di sostituirlo con un mercato di ricambi di successo.

La procedura Discovery consente a un giudice statunitense di rivendicare tutti i documenti di una transazione eseguita altrove da uno straniero, se l’ha fatta in dollari o se utilizza la Borsa di New York. Il rifiuto di ottemperare comporta il divieto di attività sul territorio americano. Più che discutibile dal punto di vista del diritto internazionale, fornisce informazioni utili per lo Stato e le imprese. In questo ambito, l’affare Snowden ha mostrato a chi dubitava di quanto la raccolta di informazioni di ogni tipo consentisse di costruire strategie vincenti sia a livello politico che economico. Smettiamola di essere ingenui: nella competizione mondiale come nel bridge, una buona occhiata è meglio di un brutto vicolo cieco.

 

L’intelligenza economica attraverso la sua pratica di monitoraggio e analisi consente a qualsiasi azienda e qualsiasi Stato di ottenere dati utili sull’avversario o sul concorrente. Nel nostro mondo ipermediale, attraverso i social network e con l’ausilio dei motori di ricerca, la maggior parte delle informazioni su un argomento è legalmente a disposizione di chiunque sappia ricercarlo. La tecnica di benchmarking , che prevede di ottenere preventivamente i rapporti della controparte, permette di confrontarsi, di individuarne i punti deboli e di forza e quindi di fissare gli obiettivi di miglioramento richiesti. Lo sviluppo di un’efficienza mirata creerà un divario invalicabile per il concorrente che consentirà, anticipando o negoziando, di evitare una costosa guerra economica frontale.

Conosci l’avversario e il campo

Il miglior posizionamento prezzo-qualità, la migliore innovazione in relazione alle aspettative del mercato prevarrà senza che l’azienda debba davvero lottare. Se il concorrente è più efficiente e non è sospettoso, una campagna di influenza ben mirata sui suoi difetti ne limiterà l’impatto o, meglio, lo destabilizzerà agli occhi del suo mercato e dei consumatori abituali o potenziali. Così, paradossalmente, possiamo allontanarci dalla guerra economica attraverso la pratica congiunta del monitoraggio alla ricerca di informazioni, sicurezza per proteggere la propria e influenza per trasformare il consumatore o l’utente in un promotore convinto di il marchio o il prodotto.

I moderni strumenti di ricerca, selezione ed elaborazione dati devono essere aggiornati ogni giorno con la crescita esponenziale delle capacità delle tecnologie digitali e del cyberspazio. Siamo solo all’inizio di una rivoluzione dei processi che si svilupperà nei prossimi anni. In questo sconvolgimento permanente, chi trae vantaggio dalle migliori armi del momento ha un vero vantaggio competitivo. La crescente disponibilità di dati nei big data , il tracciamento degli oggetti da parte dei chip rfyd, l’uso di apparecchiature collegate ovunque ci si trovi cambia il trattamento dei conflitti competitivi. Se la strategia globale rimane essenziale perché dà l’asse dello sforzo, l’arte operativa cara al maresciallo Ogarkov e la tattica diventano inutili poiché sappiamo molto precisamente dove stiamo andando e come. È il più efficiente, il più veloce, il meglio posizionato che vince; può diventarlo solo attraverso la pratica permanente dell’intelligenza economica con strumenti costantemente aggiornati. Evitiamo la guerra ma questo ha un costo perché, in questo tipo di competizione, non si vince con uno sconto.

Leggi anche:  L’intelligenza economica, una cultura dell’intelligenza applicata all’azienda

La vittoria è pensabile solo avendo, durante tutto il corso del metodo, la volontà di avere permanentemente una perfetta conoscenza dell’avversario e del suo comportamento. Lungi dall’accontentarci di restare sulla difensiva, dobbiamo tornare all’adagio che la miglior difesa è l’attacco. Nella guerra in movimento l’importante è fissare l’avversario, se possibile in una posizione sfavorevole, che presuppone una perfetta conoscenza del nemico e del terreno. Lo stesso vale nel mondo economico.

 

La pratica dell’intelligence economica, pur permettendo che venga svolta nelle migliori condizioni, riduce la guerra alla sua forma più semplice. Ma ciò implica prima una perfetta conoscenza di se stessi, poi acquisire quella dei suoi concorrenti e partner, amici o nemici. È il confronto delle catene del valore specifiche di ogni persona che ci permetterà di creare la differenza costruendo un vantaggio competitivo nel tempo abbastanza forte da portare l’altro a rinunciare alla guerra perché sa che è persa in anticipo.

Come in una corsa campestre, chi corre in testa non può essere preso, se non in caso di incidente, negli ultimi chilometri.

https://www.revueconflits.com/guerre-economique-intelligence-renseignement-entreprises-alain-juillet/

Eterna Brexit Di: George Friedman

Eterna Brexit

Di: George Friedman

Nel 2016, il governo britannico ha chiesto un referendum sul fatto che il Regno Unito debba

rimanere membro dell’Unione europea. Il popolo britannico ha votato per andarsene. Da allora,

c’è stata una lotta in Gran Bretagna per invertire la decisione e una lotta tra la Gran Bretagna e l’UE

sui termini della partenza.

Ora è il 2020 e il processo non è ancora finito. Dato che l’UE si basa semplicemente su un trattato

– non su una federazione – la sovranità è una questione di singoli stati, non del “governo” di Bruxelles.

I trattati sono accordi tra nazioni, non una fusione di nazioni, e quindi sono reversibili.

Poiché stiamo per assistere a un nuovo e presumibilmente ultimo ciclo di negoziati sul divorzio,

con l’UE che ora chiede una rapida risoluzione, anche se la questione irlandese è ora il blocco, il vero

problema è come la questione si sia trascinata così a lungo . Per chiunque abbia divorziato o ne abbia

visto uno, ha senso: i divorzi sono quasi sempre pieni di rabbia, recriminazioni, desideri di infliggere

dolore e talvolta il desiderio che il vecchio affetto venga resuscitato. I bambini diventano pedine.

Gli amici devono scegliere da che parte stare. La differenza, ovviamente, è che il rapporto della Gran

Bretagna con l’UE è semplicemente una questione di interesse nazionale e non il risultato di una relazione

amorosa. La Gran Bretagna e l’UE hanno vissuto insieme quando hanno dovuto, ma

non si sono mai sposate. E così gli avvocati continuano a incontrarsi mentre ogni parte crea più barriere

a un amabile disimpegno.

La prima barriera alla separazione era all’interno della Gran Bretagna. Le classi tecnocratiche e la comunità

finanziaria davano per scontato che la Brexit sarebbe stata rifiutata dagli elettori. Quando non lo era, avevano

due scelte:

affrontare il fatto di aver frainteso il loro paese, o etichettare il voto imperfetto e il risultato dell’ignoranza

da parte di coloro che hanno votato per il ritiro. Naturalmente hanno scelto quest’ultima, una decisione che è

la principale responsabile del ritardo della Brexit. Se gli ignoranti votavano per la Brexit, tutto ciò di cui avevano

bisogno era un po ‘di educazione nell’errore dei loro modi, o almeno così andava il pensiero. La strategia migliore,

quindi, è stata quella di ritardare la Brexit e persuadere il paese che la Brexit sarebbe stata catastrofica in modo

che il governo potesse invertire il voto.

Il problema era che la tecnocrazia e la comunità finanziaria confondevano i loro interessi con quelli del paese

nel suo insieme.

Il libero scambio aveva beneficiato molti, ma aveva anche lasciato le classi industriali in difficoltà poiché i paesi

a basso salario avevano accesso al mercato britannico. Il risultato fu una quasi depressione nel cuore industriale

della Gran Bretagna.

Come in altri paesi, coloro che beneficiavano del libero scambio erano indifferenti o per lo più ignoranti del prezzo

che gli altri stavano pagando. Non avrebbero mai immaginato di perdere il referendum, ma poi non sapevano

quanti lavoratori industriali disoccupati ci fossero.

Un secondo ostacolo riguardava la sovranità nazionale, in particolare sull’immigrazione. L’élite illuminata sentiva

l’obbligo morale di aiutare gli immigrati. Su questo erano al passo con l’élite del continente europeo. Naturalmente,

gli immigrati non avrebbero vissuto con le élite nei loro quartieri. Gli immigrati vivono in alloggi a basso costo,

dello stesso tipo in cui ha vissuto la classe industriale dal suo declino. L’idea che l’immigrazione non potesse essere

bloccata in base alle norme dell’UE significava non solo una perdita della sovranità nazionale, ma un fardello che

doveva essere portato unicamente da coloro che avevano perso di più.

L’ironia era che, storicamente, le fazioni politiche che difendevano gli interessi della classe operaia industriale ed

erano ostili all’élite finanziaria si trovavano con la posizione opposta: la classe operaia industriale era ora percepita

come reazionaria e razzista, mentre quella finanziaria e tecnocratica l’élite era vista come illuminata. Se l’opposizione

alla Brexit fosse illuminata, il voto potrebbe essere annullato una volta che il resto del paese lo avesse capito. Da qui

la strategia per invertire il voto e riaffermare l’impegno britannico nei confronti dell’UE. Ciò è continuato fino a quando

l’elezione di Boris Johnson ha risolto la questione.

L’UE, nel frattempo, ha fatto il possibile per rendere sgradevole la Brexit con un duplice approccio. La prima era far

sembrare che la Brexit sarebbe stata finanziariamente catastrofica per la Gran Bretagna e relativamente irrilevante

per l’UE.

Il secondo obiettivo era rendere i negoziati il ​​più difficili possibile, fissando i termini il più onerosi possibile e difficili da

accettare per la Gran Bretagna.

L’ironia era che se la Brexit interessava così poco l’UE così come veniva rappresentata, allora era la posizione

apparentemente inflessibile che aveva non aveva senso. In verità, perdere il libero accesso alla seconda economia più

grande d’Europa era enormemente importante e, nonostante le posizioni di contrattazione, un po ‘di accomodamento

era essenziale.

La forza trainante di questa strategia era un’alleanza implicita tra i britannici anti-Brexit e l’UE. Entrambi volevano

fortemente mantenere la Gran Bretagna nell’UE, e le azioni di ciascuno avevano lo scopo di aiutare l’altro. Una posizione

negoziale rigida da parte di Bruxelles ha fatto sembrare impossibile una Brexit gestibile e potrebbe rafforzare la mano

degli inglesi anti-Brexit.

Allo stesso tempo, le continue manovre per invertire la Brexit hanno rafforzato la mano di Bruxelles dal

momento che avevano a che fare con quella che potrebbe essere una fazione in declino in Gran Bretagna. Insieme,

queste due fazioni potrebbero spezzare la schiena della Brexit.

La strategia fallì, ovviamente, perché nessuna delle due fazioni poteva riconoscere o occuparsi del prezzo che la classe

industriale britannica stava pagando. Entrambi si aspettavano che questa classe si indebolisse, ma in realtà la fazione

rimase intatta e ne attirò anche altre. I movimenti di classe inferiore, etichettati di destra dall’élite, sono diventati più

potenti ed estremi.

Il problema britannico è diventato il problema europeo, come sempre.

Stiamo ora entrando in quella che sembra essere la fase finale. Bruxelles sembra amareggiata per quanto tempo è durato

il processo, e il capo negoziatore dell’UE, che era stato minaccioso e implacabile nella sua strategia negoziale, sembra

essere stato rimosso dalla sua posizione. In altre parole, l’UE non è più il problema. Una volta che la Gran Bretagna aveva

deciso di andarsene, l’UE non poteva fare altro che ritardare.

La questione ora è la storica questione britannica: l’Irlanda. L’Irlanda è nell’UE e rimarrà. Vuole il libero scambio

con l’Irlanda del Nord. L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito e quindi lascerà l’UE. L’UE non può consentire il libero

scambio tra un membro dell’UE e una parte della Gran Bretagna poiché ciò si trasformerà in libero scambio con l’Inghilterra,

il che non è un problema tanto per l’Irlanda o la Gran Bretagna quanto per l’UE.

L’UE sta esitando e la Gran Bretagna se ne va.

Ciò potrebbe riaccendere il conflitto politico nell’Irlanda del Nord.

I matrimoni sono cose meravigliose. I divorzi stanno agonizzando le cose per tutti i soggetti coinvolti. Ciò è particolarmente

importante quando la coppia si è fusa completamente come richiede un buon matrimonio. La lezione per le nazioni è che tutte

le alleanze finiscono con il divorzio.

E più concentrato e limitato, meno angosciante è l’inevitabile separazione. In un matrimonio, tutti sono uno, o dovrebbero

essere. In un accordo politico questo non è mai il caso. Non sono altro che nazioni che perseguono il loro interesse nazionale.

Finché morte non ci separi non si applica agli stati-nazione.

https://geopoliticalfutures.com/eternal-brexit/?tpa=NzZlYTdjNmU3YTY5MzIwMzY0NjMzNDE2MDAwMTEzMDIxNjg5NWQ&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_term=https%3A%2F%2Fgeopoliticalfutures.com%2Feternal-brexit%2F%3Ftpa%3DNzZlYTdjNmU3YTY5MzIwMzY0NjMzNDE2MDAwMTEzMDIxNjg5NWQ&utm_content&utm_campaign=PAID+-+Everything+as+it%27s+published

MEGLIO GLI EUROCATTIVI, di Teodoro Klitsche de la Grange

MEGLIO GLI EUROCATTIVI

È confermativa dell’andazzo (e delle “costanti”) del governo giallorosso e della sua componente piddina ciò che la stampa ha riportato come affermato da Gentiloni (e confermato da Conte), che la U.E. non gradisce che gli aiuti europei del c.d. “recovery fund” vadano in riduzioni fiscali. Lo è per due motivi principali: il primo è che Gentiloni è esponente di un partito il quale, da sempre, ha come programma elettorale credere, obbedire (ma soprattutto) pagare e ciò (anche e soprattutto) allo scopo di accrescere il potere di chi poi dovrà spendere quei quattrini.

La seconda, a sentire questi statolatri (non solo piddini, dato che – tra i tanti – lo disse, rapito, Padoa Schioppa “pagare le tasse è bellissimo”) perché gli aiuti dell’U.E. saranno usati per le cause più condivise e commoventi: per far del bene, perché il modello di società fiscobulimica è il migliore dei mondi possibili, i tecnici (o simili) sanno più del popolo, per realizzare la “giustizia sociale” (quale?) e via affabulando.

Senza chiarire perché – negli ultimi venticinque anni – alla stagnazione dell’economia italiana sia corrisposto un aumento della pressione fiscale. Per cui la percezione del volgo ignorante è che stagnazione e tassazione sono due gemelli siamesi: non possono vivere lontani.

La spiegazione che sempre più, anche il popolo, tende a darne è che da decenni gli statolatri non abbiano in testa un modello produttivo, bensì un modello distributivo. e che questo sia in funzione degli interessi di chi governa. Il quale ha il vantaggio di distribuire le carte (bonus, esenzioni, agevolazioni, ecc.) in funzione del proprio interesse di governante: durare. O andreottianamente tirare a campare.

Ma c’è un terzo motivo, meno evidente, delle parole di Gentiloni: che tutte le élite decadenti – e quella cui appartiene Gentiloni lo è da decenni – tendono a celarsi dietro un entità “terza” o anche “neutra”. In particolare, in questo frangente, la U.E. Quante volte abbiamo ascoltato il grave e solenne richiamo “ce lo chiede l’Europa?”. E invece, più che l’Europa, ce lo impongono le élite burocratico-governative nostrane. Un caso eclatante, tra i tanti, fu il chiarimento di Bolkestein, il quale, giustamente, alcuni anni fa fece notare (ma fu subito dimenticato) come la normativa che aveva generato in Italia tante agitazioni non c’era nella direttiva europea la quale dallo stesso prendeva il nome, ma era stata introdotta nella “attuazione” nazionale da qualche misteriosa “manina” ministeriale.

E questa volta un aiuto ce lo può dare (perfino) sua cattiveria la signora Merkel. All’inizio di luglio Frau Merkel disse che tra le misure per la ripresa tedesca dopo il Covid, avrebbe ridotto temporaneamente di tre punti l’IVA tedesca, la quale è già di tre punti inferiore a quella italiana. Così che per circa un anno i tedeschi pagheranno sei punti di imposta in meno degli italiani: uno stimolo enorme all’aumento della domanda interna, crollata – con la produzione – a seguito del lock down. A fronte del quale green economy, monopattini e bici elettriche fanno sorridere.

E che somiglia, anche se più “avanzata” alla proposta di tregua fiscale fatta, al momento, più di rinvii di scadenze che di riduzioni d’imposte, caldeggiata dai capi dell’opposizione di centrodestra, i cattivissimi Salvini, Meloni e Berlusconi. I quali così sono dei merkeliani nei fatti, almeno quanto gli statolatri nostrani dicono di esserlo a parole.

Gli è che, a guardare i comportamenti, i cattivissimi governanti europei da Juncker alla Merkel (ed altri) hanno badato sempre agli interessi dei loro paesi (e cittadini): sono stati i mediocri governanti nostrani, soprattutto quelli della seconda repubblica, a non sapere e voler fare i nostri, perché troppo indaffarati a curare i propri.

Teodoro Klitsche de la Grange

Turchia, Grecia e Italia: scenari e prospettive nel Mediterraneo, di Lorenzo Centini

Disposizione delle pedine_Giuseppe Germinario

http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/turchia-grecia-e-italia-scenari-e-prospettive-nel-mediterraneo/

Turchia, Grecia e Italia: scenari e prospettive nel Mediterraneo

Sulla questione della Turchia nel Mediterraneo si può procedere a costruire una posizione in due modi diversi: o ci si schiera in virtù di simpatie di civiltà e antipatie secolari o ci si schiera mettendo in ordine alcuni diversi gradi di importanza in fila e osservando in che modo essi si dispieghino.

I temi per prendere posizione sulla questione, a mio avviso, sono:

A) il tema della NATO – vale a dire la sua palese inservibilità e tossicità quando si smetta di rivolgerla a nemici esterni.

B) il tema della agibilità del Mediterraneo – vale a dire il mantenimento del Mediterraneo come mare aperto alla competizione geoeconomica senza l’emersione di soggetti egemoni

C) il tema dell’Europa – vale a dire la possibilità che lo scontro turco-greco veda la nascita di una quota minima di convergenza europea in tema di politica estera.

Chiariti i temi principali del contendere (che non esauriscono tutte le sfaccettature possibili ma che ne rappresentano le tre più sistemiche e urgenti), lo scontro Turchia-Grecia è una Proxy di codeste coordinate.

I problemi suddetti pre-esistono e superano la diatriba tra Atene e Ankara, ma il loro scontro costituisce un’occasione di scioglimento nodiSui singoli problemi, sul piano cartesiano con questi tre assi ci si esercita con i propri riferimenti ideologici ed i propri strumenti di lettura. Il lato scientifico della geopolitica è pure codesto: scindere i piani e i problemi, costruire griglie in cui le posizioni prese seguono assunti di ordine razionale, ed in cui sia la posizione finale ad adattarsi all’effetto sperato, e non viceversa. Sui tre temi, personalmente, credo si possa proseguire all’incirca così:

A) Uno scontro frontale Grecia-Turchia, non mediante guerra aperta (che nessun attore permetterebbe) ma mediante scaramucce e reciproci blocchi sarebbe la fine della NATO, richiesta a gran voce prima di tutto dai singoli attori (Grecia e Turchia) e poi da tutti gli altri che già spingono per una sua liquidazione (Francia, Germania, ecc). Se la NATO dovesse schierarsi apertamente con la Grecia perderebbe la Turchia, riuscendo forse a resistere come organizzazione complessiva. Pertanto è interesse italiano lasciare la NATO fuori dai giochi, chiarendo la propria posizione di benevolenza terza rispetto a Grecia e Turchia (nel caso, ovvio, in cui si volesse disarticolare la NATO. In tutti gli altri appoggiare la Grecia sarebbe appunto il modo migliore per tutelare la NATO)

B) L’Italia deve mantenere il Mediterraneo aperto ai propri bisogni geoeconomici, e deve quindi impedire che la Turchia possa occupare gli spazi liberi da un punto di cista energetico, mercantile e navale. Su questo quadrante sarebbe quindi necessaria una forte posizione italiana contro l’espansionismo delle compagnie di ricerca turche e degli annessi militari, schierandosi quindi contro l’attività turca antigreca. Sempre che non si voglia, invece, costruire un ticket con la Turchia nel riempimento del Mediterraneo: nel caso sarebbe forse ottimo porsi come sponda turca in Europa, aprendo nei negoziati che quasi sicuramente si apriranno una posizione di ascolto della Turchia insieme alla Germania (che è sensibile ai bisogni turchi). Per costruire codesto ticket, tuttavia, servirebbe una forte attività di strategia industriale e alleanza tra società italiane e turche (giacché tutta una parte del gioco è giocata in registri diversi)

C) Se l’obbiettivo è quello di stimolare una politica estera europea e sfruttare questo attrito per disarticolare la NATO e compattare i paesi europei, buona idea sarebbe schierarsi con la Grecia, paese EU e paese centrale per una futura architettura militare europea. A questo invece si oppone attualmente la Germania, che continua a non percepire l’Europa come soggetto militare e geostrategico autonomo e vorrebbe solo far recitare a Bruxelles il ruolo di arbitro[*] . Il navalista europeista Macron[**] invece già segue la Grecia contro la Turchia (lui ha pure la partita Libano in ballo dove è contrapposto alla a Turchia) per risolvere la prima grana in sede europea difendendo un paese membro. Gli antieuropeisti si troverebbero quindi nella spiacevole condizione di dover tifare Ankara. A questo quadro si aggiungono due sottotemi, per noi europei meno immediate, ma solo in apparenza. Ad Est la partita è tra i più antiturchi[***] (Emirati già in orbite filogreca anche per una curiosa Israele-Grecia-EAU connection) e i meno, il che denota l’insofferenza mediorientale per l’attivismo turco. In politica interna Erdogan raccoglie però sincere simpatie, a dimostrazione di quanto la spoliticizzazione verso la politica estera sia abbastanza un’impressione occidentale. La cosa più importante, tuttavia, rimane che ogni attrito internazionale dovrebbe diventare la porta dalla quale far rientrare la cruda analisi geopolitica spassionata dalla porta. In una parola, l’occasione per ricostruire un modo di ragionare sul presente non già oggettivo (è impossibile) ma almeno un luogo riflessivo in cui cause, effetti, posizioni e auspici siano in catene riconoscibili. All’interno di quadri chiari (come ho tentato di dare) ciascuno imposta le proprie priorità e speranze e prova a ragionare sugli effetti a cascata circa una decisione.

*https://www.google.com/amp/s/amp.thenational.ae/world/europe/germany-calls-for-an-end-to-naval-posturing-in-the-eastern-mediterranean-1.1069355

** https://www.google.com/amp/s/www.voanews.com/europe/france-sends-forces-mediterranean-greece-turkey-dispute-territory%3famp

***https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/08/24/esercitazione-militare-nel-mediterraneo-orientale-gli-emirati-inviano-f-16/

Il mondo sta diventando più uguale, di Branko Milanovic

In calce un articolo particolarmente interessante del sociologo Branko Milanovic tratto dalla rivista americana Foreign Affairs. Il saggio tratta l’argomento della condizione dei ceti medi. In poche parole ci rivela che, se è vero che la condizione dei ceti medi dei paesi del Nord-America e dell’Europa Occidentale tende a peggiorare e ad avvicinarsi alle fasce basse di popolazione, la tendenza globale è opposta grazie all’apporto dei paesi emergenti specie quelli demograficamente rilevanti, in particolare la Cina, successivamente l’India e potenzialmente in futuro i paesi africani. Sottolinea che queste due dinamiche sono legate strettamente alla globalizzazione, al processo di apertura dei mercati e delle società. Una inversione di questo processo rallenterebbe altresì la dinamica di degrado nei paesi occidentali a scapito però della sua velocità di progressione su scala globale.

L’utilizzo esclusivo della capacità di reddito come criterio di determinazione  della stratificazione sociale e nella fattispecie dei cosiddetti ceti medi può essere tuttavia un indice approssimativo, indiretto e spesso fuorviante della condizione in un dato momento e della sua dinamica. Il perimetro dei vari ceti intermedi può essere definito molto più proficuamente se lo si traccia sulla base delle competenze professionali richieste, sul ruolo di comando e di controllo intermedi assegnati per determinazione politica o per le “inerzie” nelle relazioni sociali. Ne consegue che i fattori principali e diretti da analizzare dovrebbero essere soprattutto lo sviluppo, l’applicazione e la padronanza delle tecnologie; i modelli di gestione, di controllo e di comando adottati; l’assetto istituzionale e amministrativo e le dinamiche di conflitto sociale interno e geopolitico esterno agli stati e alle formazioni sociali. In ultima istanza dipende dalla ambizione e dalla capacità di centri decisionali e classi dirigenti di garantire potenza, dinamismo e coesione agli stati e alle formazioni sociali. L’attenzione e i desiderata si dovrebbero quindi spostare più che sulla positiva (relativa) apertura della globalizzazione e sulla nefasta (relativa) chiusura protezionistica, sulla capacità delle formazioni politico-sociali, degli stati che le conformano, dei centri decisionali che le indirizzano nell’individuare e influenzare le dinamiche di conflitto e competizione e i conseguenti processi di trasformazione sociale e innovazione tecnologica che queste innescano in maniera sempre più sistematica in un quadro di sviluppo complessivo ed equilibrato delle singole formazioni sociali. Una strada seguita brillantemente dagli Stati Uniti sino a quaranta anni fa. Una attenzione dovuta tanto più che gli attori principali e determinanti sono in entrambi i casi gli Stati. Va sottolineato che sia le fasi di apertura delle globalizzazioni, corrispondenti per lo più ad una fase tendenzialmente imperiale, che di relativa chiusura protezionistica hanno visto emergere e decadere stati, formazioni sociali e relativi ceti intermedi. Nella prima condizione abbiamo visto gli Stati, la Germania e il Giappone di fine ‘800, i paesi del Sud-Est Asiatico, la Corea e il Giappone nel secondo dopoguerra, la Cina e l’India alla caduta del blocco sovietico. Nelle fasi protezionistiche, in particolare negli anni ’30, abbiamo visto emergere gli Stati Uniti, il Giappone, la Germania nazista. In entrambe le fasi in realtà hanno saputo affermarsi quegli stati e quei centri decisionali che hanno saputo dosare al meglio contemporaneamente modalità di “apertura” e modalità di “chiusura” secondo contesto e necessità. Chi è stato vittima di un approccio dogmatico in un senso o nell’altro nel migliore dei casi ne ha tratto un beneficio immediato ma precario; nel medio-lungo periodo ne ha ricavato una sconfitta strategica e con essa la caduta, il degrado pesante e spesso l’oppressione dei ceti intermedi. Buona parte dei paesi africani e del Sud-America sono caduti nella prima trappola, i paesi socialisti del blocco sovietico, non i soli però, nella seconda.

Una chiosa a parte meriterebbe un altro segmento spesso inserito tra i ceti medi. La componente proprietaria, in particolare di immobili e di redditi da rendite di media entità. Una componente importante dal punto di vista dello status e della coesione, molto meno dal punto di vista della funzione; particolarmente vulnerabile e volubile quindi, ma meno decisiva. Si tratta comunque di un ambito di ricerca impantanato ormai da almeno trenta anni, probabilmente paralizzato da una visione dualistica ed economicistica del conflitto e delle dinamiche sociali, come quella marxista o da un procedimento prevalentemente quantitativo e statistico della analisi sociologica. Una questione non solo teorica e accademica; un nodo che numerosi regimi e intere classi dirigenti non hanno saputo sciogliere e nel quale sono rimasti intrappolati. Buona lettura, Giuseppe Germinario

https://www.foreignaffairs.com/articles/world/2020-08-28/world-economic-inequality

Un operaio in una fabbrica alla periferia di Nuova Delhi, India, novembre 2014
Anindito Mukherjee / Reuters

Gli oppositori della globalizzazione economica spesso indicano i modi in cui ha ampliato la disuguaglianza all’interno delle nazioni negli ultimi decenni. Negli Stati Uniti, ad esempio, i salari sono rimasti piuttosto stagnanti dal 1980, mentre gli americani più ricchi si sono portati a casa una quota sempre maggiore di reddito. Ma la globalizzazione ha avuto un altro effetto importante: ha ridotto la disuguaglianza globale globale. Centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà negli ultimi decenni. Il mondo è diventato più equo tra la fine della guerra fredda e la crisi finanziaria globale del 2008, un periodo spesso definito “alta globalizzazione”.

L’economista Christoph Lakner e io abbiamo riassunto questa tendenza in un diagramma pubblicato nel 2013. Il diagramma mostrava i tassi di crescita del reddito pro capite tra il 1988 e il 2008 nella distribuzione globale del reddito. (L’asse orizzontale ha le persone più povere a sinistra e le più ricche a destra.) Il grafico ha attirato molta attenzione perché riassumeva le caratteristiche di base degli ultimi decenni di globalizzazione e si è guadagnato il soprannome di “il grafico dell’elefante” perché è la forma sembrava quella di un elefante con la proboscide rialzata.

Le persone al centro della distribuzione del reddito globale, i cui redditi sono cresciuti notevolmente (più che raddoppiando o triplicando in molti casi), vivevano in modo schiacciante in Asia, molte delle quali in Cina. Le persone più a destra, più ricche degli asiatici ma con tassi di crescita del reddito molto più bassi, vivevano principalmente nelle economie avanzate del Giappone, degli Stati Uniti e dei paesi dell’Europa occidentale. Infine, le persone all’estremità destra del grafico, l’uno per cento più ricco (composto principalmente da cittadini di paesi industrializzati), hanno goduto di tassi di crescita del reddito molto elevati, molto simili a quelli al centro della distribuzione del reddito globale.

I risultati hanno evidenziato due importanti divisioni: una tra la classe media asiatica e la classe media occidentale e una tra la classe media occidentale ei loro compatrioti più ricchi. In entrambi i confronti, la classe media occidentale stava perdendo. Gli occidentali della classe media hanno registrato una crescita del reddito inferiore rispetto agli asiatici (relativamente più poveri), fornendo un’ulteriore prova di una delle dinamiche determinanti della globalizzazione: negli ultimi 40 anni, molti posti di lavoro in Europa e Nord America sono stati esternalizzati in Asia o eliminati di conseguenza di concorrenza con le industrie cinesi. Questa è stata la prima tensione della globalizzazione: la crescita asiatica sembra avvenire sulle spalle della classe media occidentale.

Un altro baratro si è aperto tra gli occidentali della classe media ei loro ricchi compatrioti. Anche qui la classe media ha perso terreno. Sembrava che le persone più ricche dei paesi ricchi e quasi tutti in Asia beneficiassero della globalizzazione, mentre solo la classe media del mondo ricco ne aveva perse in termini relativi. Questi fatti hanno supportato l’idea che l’ascesa di partiti politici e leader “populisti” in Occidente derivasse dal disincanto della classe media. Il nostro grafico è diventato emblematico non solo degli effetti economici della globalizzazione ma anche delle sue conseguenze politiche.

NUOVI SVILUPPI, VECCHIE TENDENZE

In un nuovo articolo, Torno su questa domanda e chiedo se gli sviluppi identici o simili siano continuati tra il 2008 e il 2013-2014, anni per i quali sono disponibili gli ultimi dati globali della Banca mondiale, lo studio sul reddito del Lussemburgo e altre fonti. Sono dati più raffinati di quelli a cui abbiamo potuto accedere in passato. Comprendono più di 130 paesi con informazioni dettagliate sui redditi a livello familiare. I risultati nel grafico sottostante mostrano infatti la continuazione di quella che ho chiamato la prima tensione della globalizzazione: la crescita del reddito della classe media non occidentale supera di gran lunga quella della classe media occidentale. In effetti, il divario di crescita tra i due gruppi è effettivamente aumentato. Ad esempio, il reddito medio degli Stati Uniti nel 2013 era solo del 4% superiore a quello del 2008; nel frattempo, i redditi mediani cinesi e vietnamiti sono più che raddoppiati, mentre il reddito mediano della Thailandia è aumentato dell’85% e quello dell’India del 60%. Questa disparità mostra come la crisi finanziaria globale, in particolare lo shock iniziale che si rivela in questi dati, abbia colpito l’Occidente in modo molto più grave di quanto abbia fatto in Asia.

Ma la seconda tensione – il crescente divario tra le élite e le classi medie nei paesi occidentali – è molto meno evidente in questo periodo più recente. La crisi finanziaria ha ridotto il tasso di crescita dei redditi (e in alcuni casi ha ridotto i redditi) dei ricchi nei paesi occidentali che costituiscono la maggior parte dell’uno per cento più ricco del mondo. Questo rallentamento si riflette anche nel fatto che la disparità di reddito all’interno di molti paesi ricchi non è aumentata. Ma se la recessione ha interrotto la crescita del reddito dei ricchi, potrebbe non averlo fatto a lungo. Dati globali dettagliati più recenti non sono ancora disponibili, ma alcune stime preliminari indicano che negli anni successivi al nostro periodo di studio, l’1% più ricco ha ripreso il suo precedente modello di crescita.

Con l’eccezione del rallentamento post-2008 della crescita del reddito tra i ricchi, la globalizzazione in questo nuovo periodo ha continuato a produrre molti degli stessi risultati di prima, inclusa la riduzione della disuguaglianza globale. Come misurato dal coefficiente di Gini, che va da zero (una situazione ipotetica in cui ogni persona ha lo stesso reddito) a uno (una situazione ipotetica in cui una persona riceve tutto il reddito), la disuguaglianza globale è scesa da 0,70 nel 1988 a 0,67 nel 2008 e poi ulteriormente a 0,62 nel 2013. Probabilmente non c’è mai stato un singolo paese con un coefficiente di Gini alto come 0,70, mentre un coefficiente di Gini di circa 0,62 è simile ai livelli di disuguaglianza che si trovano oggi in Honduras, Namibia e Sud Africa . (In parole povere, il Sud Africa rappresenta il miglior proxy per la disuguaglianza del mondo intero.)

Ma se la disuguaglianza globale ha continuato a diminuire durante il nuovo periodo di studio, i dati rivelano che lo ha fatto per una nuova serie di ragioni. La Cina, dall’inizio delle sue riforme di mercato alla fine degli anni ’70, ha svolto un ruolo enorme nel ridurre la disuguaglianza globale. La crescita economica della sua popolazione di 1,4 miliardi di persone ha rimodellato la distribuzione della ricchezza nel mondo. Ma ora la Cina è diventata sufficientemente ricca che la sua continua crescita non gioca più un ruolo così importante nell’abbassare la disuguaglianza globale. Nel 2008, il reddito medio cinese era solo leggermente superiore al reddito medio mondiale; cinque anni dopo, il reddito medio della Cina era del 50 per cento superiore a quello mondiale, e probabilmente è anche più alto ora. L’elevata crescita in Cina, in termini globali, smette di essere una forza di equalizzazione. Presto, contribuirà all’aumento della disuguaglianza globale. Ma l’India, con una popolazione che potrebbe prestosupera la Cina ed è ancora relativamente povera, ora svolge un ruolo importante nel rendere il mondo più equo. Negli ultimi 20 anni, Cina e India hanno guidato la riduzione della disuguaglianza globale. D’ora in poi, solo la crescita indiana svolgerà la stessa funzione. L’Africa, che vanta i tassi di crescita demografica più elevati al mondo, diventerà sempre più importante. Ma se i più grandi paesi africani continuano a seguire i giganti asiatici, la disuguaglianza globale aumenterà.

DISUGUAGLIANZA NEL TEMPO DEL COVID-19

La pandemia COVID-19 finora non ha interrotto queste tendenze e di fatto potrebbe portare alla loro intensificazione. La notevole decelerazione della crescita globale derivante dal nuovo coronavirus non sarà uniforme. La crescita economica cinese, sebbene molto più bassa oggi rispetto a qualsiasi altro anno dagli anni ’80, supererà ancora la crescita economica in Occidente. Ciò accelererà la chiusura del divario di reddito tra l’Asia e il mondo occidentale. Se la crescita della Cina continua a superare la crescita dei paesi occidentali di due o tre punti percentuali all’anno, entro il prossimo decennio molti cinesi della classe media diventeranno più ricchi delle loro controparti della classe media in Occidente. Per la prima volta in due secoli, gli occidentali con redditi mediocri all’interno delle proprie nazioni non faranno più parte dell’élite globale, vale a dire nel quintile più alto (20%) dei redditi globali. Questo sarà uno sviluppo davvero notevole. Dagli anni venti dell’Ottocento in poi, quando furono raccolti per la prima volta dati economici nazionali di questo tipo, l’Occidente è stato costantemente più ricco di qualsiasi altra parte del mondo. Entro la metà del diciannovesimo secolo, anche i membri della classe operaia in Occidente erano benestanti in termini globali. Quel periodo sta ora volgendo al termine.

Gli Stati Uniti rimangono un paese molto più ricco della Cina. Nel 2013, il divario tra il reddito medio di un americano e di un cinese era di 4,7 a 1 (e di 3,4 a 1 se confrontato con il reddito medio di un residente urbano cinese). Questo divario si è leggermente ridotto dal 2013 e diminuirà ulteriormente sulla scia della crisi COVID-19, ma ci vorrà del tempo per ridurlo. Se la Cina continua a sovraperformare gli Stati Uniti di circa due o tre punti percentuali di crescita del reddito pro capite ogni anno, il divario di reddito medio tra i due paesi richiederà ancora circa due generazioni per colmare.

Pendolari nel centro di Shanghai, Cina, luglio 2009
Pendolari nel centro di Shanghai, Cina, luglio 2009
Nir Elias / Reuters

A lungo termine, lo scenario più ottimistico vedrebbe tassi di crescita elevati continui in Asia e un’accelerazione della crescita economica in Africa, insieme a una riduzione delle differenze di reddito nei paesi ricchi e poveri attraverso politiche sociali più attiviste (tasse più alte sui ricchi , una migliore istruzione pubblica e una maggiore parità di opportunità). Alcuni economisti, da Adam Smith in poi, speravano che questo roseo scenario di crescente uguaglianza globale sarebbe derivato dalla diffusione uniforme del progresso tecnologico in tutto il mondo e dall’attuazione sempre più razionale delle politiche interne.

Sfortunatamente, previsioni molto più cupe sembrano più plausibili. La guerra commerciale e tecnologica tra Cina e Stati Uniti, sebbene forse comprensibile da un ristretto punto di vista strategico statunitense, è fondamentalmente pernicioso dal punto di vista globale. Impedirà la diffusione della tecnologia e ostacolerà il miglioramento degli standard di vita in vaste aree del mondo. Il rallentamento della crescita renderà più difficile sradicare la povertà e probabilmente preserverà gli attuali livelli di disuguaglianza globale. In altre parole, potrebbe verificarsi qualcosa di simile all’opposto della dinamica iniziale della globalizzazione: il divario tra le classi medie americane e cinesi può essere preservato, ma a costo della crescita del reddito più lenta (o negativa) sia negli Stati Uniti che Cina. I miglioramenti del reddito reale sarebbero sacrificati per congelare l’ordine gerarchico della distribuzione globale del reddito. Il guadagno netto del reddito reale per tutti gli interessati sarebbe zero.

  • BRANKO MILANOVIC è Senior Scholar presso lo Stone Center on Socio-Economic Inequality presso il CUNY Graduate Centre e Centennial Professor presso la London School of Economics.

 

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