L’“Ordine” del re del 12 settembre 1944 e la guerra civile jugoslava _ di Vladislav Sotirovic
L’“Ordine” del re del 12 settembre 1944 e la guerra civile jugoslava
Uno dei mantra e dei luoghi comuni titoisti più duraturi nella storiografia riguardante i popoli e le nazionalità della Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale è il presunto «decreto» emanato dal re Pietro II Karađorđević il 12 settembre 1944 — una narrazione che persiste ancora oggi nei mass media e nella letteratura accademica. Tale ordine avrebbe presumibilmente esortato tutti i serbi, i croati e gli sloveni (i tre «popoli» ufficialmente riconosciuti della Jugoslavia) a unirsi e ad aderire al cosiddetto Esercito di Liberazione Nazionale della Jugoslavia (Narodno Oslobodilačka Vojska Jugoslavije – NOVJ) – ovvero i partigiani comunisti – sotto il comando di Josip Broz Tito, e a proseguire la lotta contro gli occupanti tedeschi sotto la sua bandiera.
In particolare, tra le altre cose, l’appello — che fu trasmesso da Radio Londra — recita:
«Tutti coloro che si affidano al nemico contro il proprio popolo e il proprio futuro, e che non danno ascolto a questo appello, non potranno sfuggire allo stigma del tradimento — né agli occhi del popolo né davanti alla storia. Con questo messaggio, condanno fermamente l’uso improprio del nome del Re e dell’autorità della Corona — un uso improprio impiegato per giustificare la collaborazione con il nemico e per seminare discordia tra un popolo attualmente impegnato nella lotta nel momento più grave della propria storia — servendo così esclusivamente gli interessi del nemico». [tratto da: Miomir Garašanin, «Perché il re Pietro II Karađorđević rinnegò Draža e la JVUO», Politika, Belgrado, rubrica «Lettere dei lettori», edizione digitale, 19 settembre 2022 (Miomir Garašanin, «Perché il re Pietro II Karađorđević rinnegò Draža e la JVUO», Politika, Belgrado, rubrica «Lettere dei lettori», edizione elettronica, 19 settembre 2022)]
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Il punto più importante da sottolineare in questa fase è che, anche a otto decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale, quella stessa guerra — in un contesto globale — continua a essere combattuta in Serbia e tra i serbi. Tuttavia, anziché ricorrere alle armi da fuoco, il conflitto viene ora portato avanti attraverso la propaganda e mezzi politici (compresa la falsificazione delle fonti storiche), principalmente tramite i media pubblici — in particolare le piattaforme online ed elettroniche. Ciò è stato portato nuovamente alla nostra attenzione — come avviene ormai da molti anni — dai commenti apparsi sulla nostra stampa, che continuano a guardare alla nostra storia bellica e postbellica attraverso una lente comunista, caratterizzata da un immenso ottimismo retrospettivo. Ad esempio, in un commento al suddetto testo di Miomir Garašanin, abbiamo potuto leggere ancora una volta che i membri dell’Esercito jugoslavo in Patria (JVuO) — ovvero «ex cetnici di Draža Mihailović»—furono trasferiti all’Esercito jugoslavo di Tito (JA, ovvero l’esercito partigiano) in seguito al cosiddetto «Ordine» che si sostiene sia stato emanato dal re Pietro II Karađorđević di Jugoslavia il 12 settembre 1944. Poco è stato scritto su questo episodio ancora inesplorato della fine della guerra; di conseguenza, molti aspetti rimangono irrisolti — e, in effetti, sembrano quasi incredibili.
Tuttavia, finché gli storici jugoslavi — con cui intendiamo coloro nati dopo il 1935, e quindi non coloro che furono partecipanti attivi alla guerra e che, per questo motivo, non possono possedere la credibilità necessaria per l’obiettività storica — non faranno luce su questo periodo significativo della storia moderna serba e jugoslava —un periodo che avrebbe plasmato il carattere della società serba ed ex-jugoslava per i successivi decenni (e probabilmente per un intero secolo)—riteniamo che sia giunto il momento che alcuni fatti rilevanti, o almeno alcune indicazioni sugli effettivi avvenimenti storici, vengano presentati al grande pubblico dei lettori.
Cominciamo con il già citato e famigerato cosiddetto «Decreto» emanato dal re Pietro II — il quale si trovava in esilio a Londra in seguito all’occupazione del Regno di Jugoslavia nell’aprile del 1941 e il quale, di fatto, non governò mai realmente la Jugoslavia. Soprattutto, appare altamente improbabile che il sovrano nominale dello Stato — il quale, in tale veste, ricopriva anche la carica di Comandante Supremo della JVuO (le sue legittime forze armate all’interno del Paese di cui rimaneva il sovrano legittimo) — potesse emanare un ordine del genere. I membri della JVuO — primo fra tutti il generale Dragoljub «Draža» Mihailović, che lo stesso re aveva nominato Capo del Comando Supremo della JVuO — percepirono giustamente ciò come una pugnalata alle spalle o, in altre parole, un atto di alto tradimento. Ciò, tuttavia, solleva una questione cruciale: quale fosse la vera natura di questo cosiddetto «Ordine»? Fino a quando non verranno alla luce documenti storici — e non mi riferisco a quelli provenienti dagli archivi titoisti — i cittadini comuni dell’ex Jugoslavia non potranno fare altro che affidarsi principalmente a varie congetture, alcune più plausibili di altre.

In questo contesto, per il momento abbiamo a disposizione due opzioni:
1. Il primo ministro britannico Winston Churchill esercitò pressioni sul re jugoslavo Pietro II (serbo) — direttamente o tramite il governo di Ivan Šubašić (croato) — affinché destituisse il generale Dragoljub Mihailović (serbo). Ciò avvenne su esplicita richiesta del serbofobo Josip Broz Tito (le cui origini risalgono a Odessa o ai Balcani). Quest’ultimo — il quale, per inciso, si era autoproclamato «maresciallo» nel novembre 1943 — esigeva inoltre che la JVuO (Esercito jugoslavo in patria) fosse sciolta come formazione militare e che i suoi membri (che l’agitprop titoista aveva fino ad allora etichettato come «traditori interni», «collaboratori con gli occupanti», «criminali», ecc.) si unissero al cosiddetto NOV (Esercito di Liberazione Popolare) di Tito. Churchill aveva già abbandonato il JVuO a favore dei partigiani e di Josip Broz, per ragioni tanto logiche quanto spietate. Ne citeremo qui solo due:
A) L’esistenza di due movimenti rivali e antagonisti (i partigiani comunisti e i patrioti monarchici) comportava che, invece di combattere le forze di occupazione, essi si impegnassero in conflitti e distruzioni reciproci. Era necessario scegliere al più presto una di queste due forze opposte e sostenerla a scapito dell’altra — che sarebbe stata così sacrificata per il bene degli obiettivi strategici degli Alleati, sia durante che dopo la guerra. Josip Broz Tito (le cui origini sono estremamente oscure) riuscì a convincere gli Alleati — soprattutto Churchill (che potrebbe persino essere stato il suo padre biologico) — che egli era il rivale di gran lunga più forte e che il JVuO (Esercito jugoslavo in patria) fosse più debole dei suoi partigiani, oltre a collaborare, secondo quanto affermato, con gli occupanti (ironicamente, questo era proprio ciò che fecero i partigiani di Tito per tutta la durata della guerra: collaborarono innanzitutto con gli ustascia nazisti croato-musulmani e, successivamente, con gli italiani e i tedeschi, sia direttamente che indirettamente). Esiste un’ampia documentazione al riguardo, ben nota agli storici, pertanto non ci soffermeremo su questo punto (va osservato che, nel corso della sua intera carriera politica e militare, Tito era noto — sia in Oriente che in Occidente — come abile bugiardo, attore e truffatore; di conseguenza, gli storici odierni sono ben consapevoli che egli attribuì sfacciatamente ai propri partigiani gli atti di sabotaggio, le operazioni diversive e altre azioni militari dei cetnici contro le potenze dell’Asse).
Citiamo solo uno dei motivi chiave alla base della decisione di Churchill — Churchill, il quale, per inciso, detestava apertamente il comunismo in quanto tale. Gli era chiaro che Tito e i suoi partigiani combattevano principalmente per il potere e che le forze di occupazione costituivano semplicemente un ostacolo al suo raggiungimento. Per Tito, aggirare gli occupanti – o addirittura collaborare direttamente con essi – costituiva una strategia militare-politica deliberata piuttosto che una mera necessità; ciò rimase vero per tutta la durata della guerra. Il JVuO (Esercito jugoslavo in patria) combatteva per preservare il vecchio (seppur riformato) ordine, senza alcuna intenzione di assumere esso stesso le redini del Paese dopo la vittoria, né di partecipare alla ripartizione del potere. Questa differenza di motivazione determinò il livello di agilità dimostrato da entrambi i movimenti: nel caso dei partigiani, tale agilità rasentava il fanatismo. Churchill era ben consapevole di ciò che sarebbe accaduto una volta che i comunisti avessero preso il potere in Jugoslavia; tuttavia, come osservò cinicamente ad Anthony Eden (il suo ministro degli Esteri): « «Intende vivere lì?» — era chiaro dove risiedessero le sue priorità. Il pragmatismo politico-militare prevalse sull’onore — con l’aggiunta che Churchill nutriva piani postbellici di vasta portata che coinvolgevano Tito, poiché la Jugoslavia comunista di Broz era destinata a svolgere il ruolo chiave di «cavallo di Troia» all’interno del campo di Stalin. Stalin (Dzhugashvili) se ne rese conto relativamente in fretta e, di conseguenza, espulse Tito e il suo partito dall’Informbiro (ex Cominform) già nel giugno 1948. (In quell’occasione, fu Stalin a dire «No» a Tito — non il contrario!)
Va qui osservato che la Wehrmacht tedesca, comprensibilmente, seguiva una logica opposta. La sua strategia consisteva nel mantenere un equilibrio massimo tra le forze armate nazionali, affinché si annientassero a vicenda, alleviando così la pressione sulle forze di occupazione (come nel caso della cosiddetta «Battaglia della Neretva» del 1943). In Bosnia-Erzegovina, ciò significava operazioni belliche che non andassero a discapito della JVuO, dato che Josip Broz operava effettivamente per conto della Wehrmacht con armi tedesche e ustashe; tuttavia, in Serbia fino alla metà del 1944 (dove praticamente non esistevano forze partigiane) la Wehrmacht condusse una lotta senza compromessi contro le forze di Draža Mihailović (operazione «Mihailović», operazione «Forstrat», operazione «Kopaonik», operazione «Heinrich», operazione «Rudnik», operazione «Haika», operazione «Frilling»…) poiché non poteva fare affidamento sulle formazioni di J. B. Tito, considerando che erano praticamente inesistenti.
B) Garantire la partecipazione continuativa dell’Armata Rossa alle operazioni militari in Europa era fondamentale, poiché era chiaro che Josip Broz Tito fosse il rappresentante di Stalin — e Stalin (Dzhugashvili) esigeva esplicitamente che gli Alleati occidentali fornissero aiuti esclusivamente a Tito. Per tutta la durata della guerra, gli Alleati occidentali temettero il ripetersi dello scenario della Prima guerra mondiale — il Trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) — in cui la Russia sovietica di Lenin si ritirò unilateralmente dal conflitto. Questo era, infatti, il piano tedesco; fu proprio a tal fine che Lenin (che non era di origine etnica russa) era stato inviato dalla Svizzera in Russia su un treno sigillato nel 1917. Di fronte alla scelta tra Scilla e Cariddi — una pace separata o il «Terrore Rosso» di una guerra civile post-rivoluzionaria — Churchill scelse di sostenere l’agente di Stalin in Jugoslavia.
Una delle decisioni chiave prese durante la — sorprendentemente — indisturbata (!) «Seconda Sessione» dell’AVNOJ di Tito (il Consiglio Antifascista per la Liberazione Nazionale della Jugoslavia) nella città bosniaca di Jajce — tenutasi nella notte tra il 28 e il 29 novembre 1943, all’interno del territorio controllato dagli ustascia (a seguito dei vergognosi «Negoziati di marzo» e degli accordi firmati con i tedeschi dai partigiani di Tito proprio in quello stesso anno, il 1943, riguardo a una lotta congiunta contro la JVuO) — fu il «divieto» di ritorno nel Paese del re Pietro II e della dinastia reale jugoslava. Tale «divieto» era, ovviamente, giuridicamente nullo; si trattava semplicemente di uno dei tanti bluff che caratterizzarono la carriera di Josip Broz Tito fino alla sua morte (ufficiale) nel 1980. Quella morte — insieme al suo funerale grandioso — fu essa stessa un grande bluff, proprio come la decisione di conferirgli il grado di «maresciallo» (un titolo concesso a un uomo che durante la Prima guerra mondiale era stato un semplice caporale nell’esercito austro-ungarico). In realtà, egli utilizzava già da mesi il grado militare di «Maresciallo» prima della Seconda Sessione dell’AVNOJ — un evento che fu, in sostanza, un colpo di Stato perpetrato nella città bosniaca di Jajce.
2. A questo punto sorge la domanda principale: se il re jugoslavo avesse davvero emanato il suddetto cosiddetto «Ordine» — ovvero una decisione volta a cedere di fatto il proprio esercito e le forze armate dello Stato (di cui era il comandante in capo) proprio all’uomo che gli aveva «vietato» l’ingresso nel proprio Paese (in occasione della seconda sessione dell’AVNOJ a Jajce nel novembre 1943) — un Paese in cui egli stesso era nato (a differenza di Tito, che molto probabilmente era nato a Vienna o a Odessa), e in uno Stato creato — direttamente o indirettamente — dal suo stesso antenato; e considerando che suo nonno, il re Pietro II («zio Pera»), era il sovrano più amato del suo tempo — come, allora, fu «persuaso», o piuttosto «costretto», a compiere questo atto, che era, in sostanza, un atto di alto tradimento? Si trattò di un atto che i membri della JVuO (Esercito jugoslavo in patria) percepirono, a ragione, come una «pugnalata alle spalle» — rivolta contro di loro e contro la nazione — sferrata proprio dal sovrano al quale avevano prestato giuramento di fedeltà («Al Re e alla Patria»). Eppure, in virtù di questo cosiddetto «Ordine», l’autorità fu di fatto trasferita a un uomo che aveva attivamente smantellato e lacerato proprio quel Paese — sia durante la Prima guerra mondiale, mentre indossava l’uniforme delle truppe austro-ungariche (ammesso che ci si riferisca a Broz, originario di Kumrovec in Croazia), sia nel periodo tra le due guerre in qualità di alto funzionario del Partito Comunista di Jugoslavia (PCJ), e persino durante la mobilitazione generale di tutti i cittadini idonei al servizio militare nell’aprile 1941, quando i comunisti stavano sabotando su vasta scala la difesa del Paese, in conformità con il Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 (riguardo all’accordo di cooperazione contro lo Stato jugoslavo firmato tra gli ustascia croati e i comunisti jugoslavi nel 1932 è già stato scritto ampiamente, sia dall’autore del presente testo che da altri).
Affrontiamo inoltre questa questione con due osservazioni ipotetiche, dato che, ad oggi, nessuno ha mai prodotto prove d’archivio documentate del fatto che il Re stesso abbia effettivamente pronunciato questo cosiddetto «Ordine». Ricordiamo inoltre che questo stesso re, Pietro II Karađorđević, fu strumentalizzato con evidente intento malevolo dai golpisti sostenuti dagli inglesi — guidati dal generale jugoslavo Dušan Simović (serbo) — il 27 marzo 1941, quando alla radio fu trasmessa una «Proclamazione» audio a sostegno del colpo di Stato, sebbene il re non avesse mai effettivamente pronunciato quelle parole. Di conseguenza, gli stessi ambienti diplomatici che sfruttarono in modo così palese il re nella primavera del 1941 avrebbero potuto facilmente sfruttarlo nuovamente nell’autunno del 1944 con il cosiddetto «Ordine»:
A) È difficile credere che vi fosse coercizione — sia essa fisica o politica —, soprattutto considerando che la cerchia di consiglieri del re comprendeva figure quali il titano intellettuale e patriota dell’Università di Belgrado, il professor Slobodan Jovanović. L’unica possibilità che viene in mente è quella di false promesse — in altre parole, l’inganno. Non è inverosimile che al re sia stato offerto un «patto»: sciogliete il vostro esercito e vi sarà permesso di tornare nel Paese e di «continuare il vostro regno». Per un uomo d’onore, uno scenario del genere è difficile da credere; tuttavia, occorre prendere in considerazione ogni possibilità — in particolare se si tiene conto del fatto che si tratta della diplomazia britannica (che è, invariabilmente ed esclusivamente, egoista e perversa).
B) Una seconda possibilità — e a mio avviso altamente probabile — è la partecipazione forzata e fittizia del sovrano nominale. Ricordiamo come, durante il colpo di Stato militare a Belgrado del 27 marzo 1941 — un evento disastroso per i serbi, ma eseguito con notevole abilità dagli inglesi e dai croati — il principe ereditario, ancora minorenne, fosse stato bruscamente dichiarato maggiorenne e proclamato re; egli avrebbe letto un comunicato alla Radio di Belgrado in cui esprimeva il proprio sostegno al colpo di Stato e ai golpisti. In seguito emerse che il principe ereditario minorenne non aveva nulla a che fare con tutto ciò e che la proclamazione era stata letta da qualcun altro — qualcuno presentato come il re, dotato di una voce straordinariamente simile alla sua. Potrebbe essere accaduto qualcosa di simile il 12 settembre 1944?
La reazione dei membri della JVuO a questa manovra diplomatico-politica orchestrata è illustrata al meglio da un verso popolare spontaneo:
«Zio Draža, vi giuriamo,
che non ci allontaneremo dal vostro cammino»
(„Чика Дражо ми ти се кунемо,
да са твога пута не скрећемо“)
È un’ironia della storia che proprio quegli stessi versi — mutatis mutandis — siano stati intonati dai sostenitori di Broz in seguito alla risoluzione dell’Informbiro del 28 giugno 1948 (nel giorno di San Vito):
«Compagno Tito, vi giuriamo
che non ci allontaneremo dalla vostra via»
(«Друже Тито, ми ти се кунемо,
да са твога пута не скренемо»)
(dal punto di vista del diritto d’autore, un puro plagio [comunista]).
La domanda successiva è: quale parte della JVuO obbedì effettivamente al cosiddetto «ordine» del Re — il loro Comandante Supremo — di arrendersi ai partigiani di Tito; ovvero, di accettare un ex caporale austro-ungarico della Prima guerra mondiale (proprio come Adolf Hitler) come loro nuovo Comandante Supremo? Per ora non ne sappiamo nulla e possiamo solo formulare ipotesi. Inoltre, se ciò avesse coinvolto un numero significativo di truppe, che ne è stato di loro alla fine della guerra?
Uno scenario possibile può essere dedotto da alcuni episodi secondari verificatisi verso la fine della guerra nel 1945. Nello specifico, quando Tito partì per recarsi a Mosca — in seguito alla formazione del «Fronte dello Srem», un’impresa che si rivelò sfortunata e tragica per i serbi — era preoccupato per le divisioni provenienti dalla Serbia che stavano avanzando verso Zagabria. (A quel tempo, Tito emanò un ordine ai suoi partigiani affinché non distruggessero le chiese cattoliche in Slavonia; tuttavia, non emanò mai una direttiva analoga a quelle stesse unità affinché si astenessero dal distruggere i luoghi di culto ortodossi in Kosovo e Metohija o nella Serbia centrale). Dichiarò esplicitamente al Capo di Stato Maggiore, il generale Velimir Terzić, che il «Fronte di Srem» era, di fatto, il fronte del re Pietro II — e…
«Quando tornerò, non voglio più vederlo» [citato da: Милорад Екмечић, Од клања до орања. История сербов в Новом веке (1492−1992) (Milorad Ekmečić, Dal massacro all’aratura: Storia dei serbi nell’era moderna (1492–1992), terza edizione integrata, Београд, 2010, 494)].
Come va interpretato questo ordine di Broz? Oltre ai giovani imberbi della Serbia — che furono inviati al «Fronte dello Srem» di Tito, letteralmente come «carne da cannone» per garantire al caporale Broz la definitiva presa del potere su tutta la Jugoslavia — anche gli ex membri dell’Esercito jugoslavo nella Patria furono sicuramente «onorati» di tale ruolo. Ed ecco come si presentava la situazione, secondo la testimonianza del generale di Tito, Đoka Jovanić:
«La divisione comprendeva un reggimento di artiglieria russo e un battaglione di Katyusha.
Il comandante del reggimento di artiglieria russo venne da me e disse:
«Compagno Generale, ho osservato come conduce i Suoi attacchi: sta subendo pesanti perdite. Non è così che si dovrebbe fare. Deve effettuare una preparazione di artiglieria, far intervenire i carri armati e solo allora…» «Come dovremmo far intervenire carri armati e artiglieria se non ne abbiamo affatto?» «Dovrebbe attendere che il comando glieli fornisca, e solo allora sferrare il suo attacco.»
Risposi: «La ringrazio moltissimo; cercheremo di assicurarci di subire meno perdite d’ora in poi.»» [fonte: Milan Šarac, Confessione del generale Đoka Jovanović].
Non vi è alcun dubbio che gli ex membri della JVuO («Soldati del re Pietro») — coloro che si erano uniti ai partigiani — fossero «sacrificati» in battaglie come queste. I comandanti di Tito li mandarono — insieme a tutti gli altri serbi sul «Fronte dello Srem» — a una morte certa, proseguendo di fatto la politica croata di sterminio dei serbi nel campo di sterminio di Jasenovac, sebbene ora sulla riva destra del fiume Drina. Per inciso, il «fronte dello Srem» era presidiato non solo dalla Wehrmacht, ma anche dagli ustascia croati, i quali colsero questa occasione come un’opportunità perfetta per attuare la loro politica di «soluzione finale della questione serba» anche nei confronti dei serbi provenienti dalla Serbia propriamente detta. Caddero più di 30.000 combattenti da ciascuna parte. Il fronte fu, di fatto, sfondato dalle unità dell’Armata Rossa — proprio come avevano precedentemente conquistato Belgrado (solo per consegnarla al serbofobo Broz, consentendogli di fare ciò che meglio credeva con la popolazione locale lì e in tutto il resto della Serbia). In questo modo, l’accordo del 1932 tra i comunisti e gli ustascia in materia di cooperazione bilaterale giunse finalmente a conclusione. Il prezzo pagato fu il popolo serbo e il re Pietro II Karađorđević.
Infine, è necessario sottolineare quella che potrebbe benissimo essere la ragione fondamentale per cui, nel settembre 1944, Churchill optò in definitiva per sostenere i partigiani di Broz a scapito delle forze del re a Ravna Gora (i cetnici, JVuO). A giudizio di Churchill, non si poteva permettere che i serbi uscissero vittoriosi alla fine della guerra; al contrario, dovevano prevalere i croati. Egli era ben consapevole che il crollo della Germania nazista avrebbe significato anche la fine del movimento ustascia e del suo Stato Indipendente di Croazia (NDH); di conseguenza, i partigiani di Broz fungevano da piano di riserva per la realizzazione degli obiettivi nazionali croati. Pertanto, Broz e Churchill si trovarono allineati in uno sforzo comune, stringendo un patto anti-serbo durante il loro incontro bilaterale a Napoli — avvenuto in seguito all’operazione militare tedesca in Bosnia nota come «Raid su Drvar» del 25 maggio 1944 (un’operazione volta principalmente alla cattura del figlio di Churchill, Randolph — che all’epoca si trovava presso il quartier generale di Broz — piuttosto che di Tito stesso). Il cosiddetto «Decreto» del re del 12 settembre 1944 servì semplicemente da epilogo a questa politica; i danni collaterali colpirono sia le forze del generale Mihailović a Ravna Gora sia la Serbia nel suo complesso — una nazione che ancora oggi non si è ripresa da quella devastazione.
P.S.
Il testo del discorso del re Pietro II Karađorđević (rivolto contro se stesso), pronunciato il 12 settembre 1944, fu pubblicato nella Службене новин Краљевине Југославије (Gazzetta Ufficiale del Regno di Jugoslavia), n. 20, datata 25 ottobre 1944. 1.

Dott. Vladislav B. Sotirović
Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)
Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)
Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)
sotirovic1967@gmail.com
© Vladislav B. Sotirović 2026

The King’s “Order” of September 12, 1944, and the Yugoslav Civil War
One of the most enduring Titoist mantras and clichés in the historiography concerning the peoples and nationalities of Yugoslavia during World War II is the alleged “Order” issued by King Peter II Karađorđević on September 12, 1944—a narrative that persists in mass media and scholarly literature to this day. This order supposedly called upon all Serbs, Croats, and Slovenes (the three officially recognised „peoples“ of Yugoslavia) to unite and join the so-called National Liberation Army of Yugoslavia (Narodno Oslobodilačka Vojska Jugoslavije – NOVJ)—that is, the communist Partisans—under the command of Josip Broz Tito, and to continue the fight against the German occupiers under his banner.
Specifically, among other things, the call—which was read out over Radio London—states:
“All those who rely on the enemy against their own people and their future, and who fail to heed this call, will not be able to escape the stigma of treason—neither in the eyes of the people nor before history. With this message, I firmly condemn the misuse of the King’s name and the authority of the Crown—a misuse employed to justify collaboration with the enemy and to sow discord among a people currently engaged in struggle during the gravest hour of their history—thereby serving only the interests of the enemy.” [cited from: Миомир Гарашанин, „Зашто се Краљ Петар Други Карађорђевић одрекао Драже и ЈВуО“, Политика, Београд, рубрика Писма читалаца, електронско издање, 19. 09. 2022. г. (Miomir Garašanin, “Why King Peter II Karađorđević Renounced Draža and the JVUO,” Politika, Belgrade, “Letters to the Editor” section, electronic edition, September 19, 2022)]
The most important point to highlight at this juncture is that, even eight decades after the end of the Second World War, that same war—in a global context—is still being waged in Serbia and among Serbs. However, instead of using firearms, the conflict is now pursued through propaganda and political means (including the falsification of historical sources), primarily via public media—most notably, online and electronic platforms. This has been brought to our attention once again—as it has been for many years—by commentaries in our press that continue to view our wartime and post-war history through a communist lens, characterised by an immense, retrospective optimism. For instance, in a commentary on the aforementioned text by Miomir Garašanin, we could read once again that members of the Yugoslav Army in the Fatherland (JVuO)—that is, “former Chetniks of Draža Mihailović”—were transferred to Tito’s Yugoslav Army (JA, or the Partisan army) following the so-called “Order” allegedly issued by King Peter II Karađorđević of Yugoslavia on September 12, 1944. Little has been written about this still-unexplored episode from the end of the war; consequently, many aspects remain unaddressed—and, indeed, seem almost unbelievable.
However, until Yugoslav historians—by which we mean those born after 1935, and thus not those who were active participants in the war and who, for that reason, cannot possess the necessary credibility for historical objectivity—shed light on this significant period of modern Serbian and Yugoslav history—a period that would shape the character of Serbian and ex-Yugoslav society for the next several decades (and likely an entire century)—we believe it is high time that certain relevant facts, or at least some indications of the actual historical events, be presented to the broader reading public.
Let us begin with the aforementioned, notorious so-called “Order” issued by King Peter II—who was in exile in London following the occupation of the Kingdom of Yugoslavia in April 1941, and who, in fact, never actually ruled Yugoslavia. Above all, it seems highly implausible that the nominal sovereign of the state—who, in that capacity, also served as the Supreme Commander of the JVuO (his own legitimate armed forces within the country of which he remained the lawful sovereign)—would issue such an order. Members of the JVuO—foremost among them General Dragoljub “Draža” Mihailović, whom the King himself had appointed Chief of the Supreme Command of the JVuO—rightfully perceived this as a stab in the back, or, in other words, an act of high treason. This, however, raises a crucial question: what was the true nature of this so-called “Order”? Until historical documents are brought to light—and I do not mean those from Titoist archives—ordinary citizens of the former Yugoslavia are left to rely primarily on various conjectures, some more plausible than others.
In this context, two options are, for the time being, available to us:
1. British Prime Minister Winston Churchill exerted pressure on the Yugoslav King Peter II (a Serb)—either directly or through the government of Ivan Šubašić (a Croat)—to dismiss General Dragoljub Mihailović (a Serb). This was done at the explicit demand of the Serbophobe Josip Broz Tito (whose origins trace back either to Odessa or the Balkans). The latter—who, incidentally, had proclaimed himself a “Marshal” in November 1943—also demanded that the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) be disbanded as a military formation and that its members (whom Titoist Agitprop had until then labelled “domestic traitors,” “collaborators with the occupiers,” “criminals,” etc.) join Tito’s so-called NOV (People’s Liberation Army). Churchill had already abandoned the JVuO in favour of the Partisans and Josip Broz, for reasons that were as logical as they were ruthless. We shall mention just two of these reasons here:
- The existence of two rival, antagonistic movements (Communist Partisans and Royalist patriots) meant that, instead of fighting the occupying forces, they engaged in mutual conflict and destruction. It was necessary to choose one of these two opposing forces as soon as possible and support it at the expense of the other—which would thus be sacrificed for the sake of the Allies’ strategic objectives, both during and after the war. Josip Broz Tito (whose origins are extremely obscure) managed to convince the Allies—above all Churchill (who may even have been his biological father)—that he was the significantly stronger rival, and that the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) was weaker than his Partisans, while also allegedly collaborating with the occupiers (ironically, this was precisely what Tito’s Partisans did throughout the entire war: collaborating first and foremost with the Croat-Muslim Nazi Ustashi, and subsequently with the Italians and Germans, either directly or indirectly). There is extensive documentation on this, well-known to historians, so we shall not dwell on it here (it should be noted that throughout his entire political and military career, Tito was known—both in the East and the West—as an accomplished liar, actor, and swindler; consequently, historians today are well aware that he brazenly attributed Chetnik acts of sabotage, diversionary operations, and other military actions against the Axis Powers to his own Partisans).
Let us mention just one of the key motives behind Churchill’s decision—Churchill, who, incidentally, openly loathed communism as such. It was clear to him that Tito and his Partisans were fighting primarily for power, and that the occupying forces were merely an obstacle to attaining it. For Tito, bypassing the occupiers—or even collaborating directly with them—was a deliberate military-political strategy rather than a mere necessity; this remained the case throughout the entire war. The JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) fought to preserve the old (though reformed) order, with no intention of taking the helm of the country themselves after victory, nor of participating in the distribution of power. This difference in motivation shaped the level of agility displayed by both movements—in the case of the Partisans, this agility bordered on fanaticism. Churchill was well aware of what would happen once the Communists seized power in Yugoslavia; yet, as he cynically remarked to Anthony Eden (his Foreign Secretary)—“Do you intend to live there?”—it was clear where his priorities lay. Military-political pragmatism prevailed over honour—with the added note that Churchill had far-reaching post-war plans involving Tito, as Broz’s communist Yugoslavia was intended to play the key role of a “Trojan horse” within Stalin’s camp. Stalin (Dzhugashvili) realised this relatively quickly, and consequently expelled Tito and his party from the Informbiro (former Cominform) as early as June 1948. (In that instance, it was Stalin who said “No” to Tito—not the other way around!)
It should be noted here that the German Wehrmacht, understandably, had the opposite logic. Its strategy was to maintain a maximally balanced rivalry between the domestic armed forces, in order to destroy each other and thus release the pressure on the occupying forces (the case of the so-called “Battle of the Neretva” in 1943). In Bosnia and Herzegovina, this meant war operations that were not to the detriment of the JVuO, given that Josip Broz did work for the Wehrmacht with German and Ustashi weapons, but in Serbia until the middle of 1944 (where there were practically no partisan forces) the Wehrmacht waged an uncompromising fight against the forces of Draža Mihailović (“Mihailović” operation, “Forstrat” operation, “Kopaonik” operation, “Heinrich” operation, “Rudnik” operation, “Haika” operation, “Frilling” operation…) because it could not rely on J. B. Tito’s formation, considering that there were almost none.
- Ensuring the continued participation of the Red Army in military operations in Europe was crucial, as it was clear that Josip Broz Tito was Stalin’s proxy—and Stalin (Dzhugashvili) explicitly demanded that the Western Allies provide aid exclusively to Tito. Throughout the war, the Western Allies feared a repeat of the scenario from the First World War—the Treaty of Brest-Litovsk (March 3, 1918)—in which Lenin’s Soviet Russia unilaterally withdrew from the conflict. This had, in fact, been the German plan; it was for this purpose that Lenin (who was not of ethnic Russian origin) had been sent from Switzerland to Russia in a sealed train in 1917. Faced with a choice between Scylla and Charybdis—a separate peace or the “Red Terror” of a post-revolutionary civil war—Churchill opted to support Stalin’s agent in Yugoslavia.
One of the key decisions made during the—remarkably—unhindered (!) “Second Session” of Tito’s AVNOJ (the Anti-Fascist Council for the National Liberation of Yugoslavia) in the Bosnian town of Jajce—held on the night of November 28–29, 1943, within territory controlled by the Ustashi (following the shameful “March Negotiations” and the agreements signed with the Germans by Tito’s Partisans in that same year, 1943 regarding a joint struggle against the JVuO)—was the “prohibition” of the return of King Peter II and the Yugoslav royal dynasty to the country. This “prohibition” was, of course, legally void; it was merely one of the many bluffs that characterised the career of Josip Broz Tito right up until his (official) death in 1980. That death—along with his grandiose funeral—was itself a grand bluff, much like the decision to bestow upon him the rank of “Marshal” (a title granted to a man who had been a mere corporal in the Austro-Hungarian army during the First World War). In fact, he had been using the military rank of “Marshal” for months before the Second Session of AVNOJ—an event that was, in essence, a coup d’état carried out in the Bosnian town of Jajce.
2. Now, the main question arises: If the Yugoslav King truly issued the aforementioned so-called “Order”—that is, a decision to effectively hand over his own army and the state’s military (of which he was the Commander-in-Chief) to the very man who had “forbidden” his entry into his own country (at the Second Session of AVNOJ in Jajce in November 1943)—a country where he himself was born (unlike Tito, who was most likely born in Vienna or Odessa), and a state created—directly or indirectly—by his own ancestor; and considering that his grandfather, King Peter II (“Uncle Pera”), was the most beloved ruler of his time—how, then, was he “persuaded,” or rather “coerced,” into this act, which was, in essence, an act of high treason? It was an act that members of the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) quite rightly perceived as a “stab in the back”—to them and to the nation—delivered by the very sovereign to whom they had sworn an oath of allegiance (“To the King and the Fatherland”). Yet, under this so-called “Order,” authority was effectively handed over to a man who had been actively dismantling and tearing apart that very same country—whether during the First World War, while wearing the uniform of the Austro-Hungarian soldiery (assuming this refers to Broz from Croatian Kumrovec), or during the interwar period as a high-ranking official of the Communist Party of Yugoslavia (CPY), and even during the general mobilisation of all military able citizens in April 1941 when the Communists were sabotaging the country’s defense on a mass scale, in accordance with the Ribbentrop-Molotov Pact of August 23, 1939 (about the cooperation agreement against the state of Yugoslavia signed between Croatian Ustashi and the Yugoslav Communists in 1932 has already been written about extensively, both by the author of this text and by others).
Let us also address this question with two hypothetical observations, given that, to date, no one has ever produced archival, documented proof of the King himself actually uttering this so-called “Order.” Furthermore, let us recall that this same King, Peter II Karađorđević, was exploited with clear malicious intent by the British-backed putschists—led by Yugoslav General Dušan Simović (Serb)—on March 27, 1941, when an audio “Proclamation” in support of the coup was broadcast on the radio, even though the King had never actually spoken those words. Consequently, the same diplomatic circles that so blatantly exploited the King in the spring of 1941 could just as easily have exploited him again in the autumn of 1944 with so-called „Order“:
- It is difficult to believe that coercion—whether physical or political—was involved, especially given that the King’s advisory circle included figures such as the intellectual and patriotic titan at Belgrade University, Professor Slobodan Jovanović. The only possibility that comes to mind is the making of false promises—in other words, deception. It is not implausible that the King was offered a “deal”: disband your army, and you will be permitted to return to the country and “continue your reign.” For an honourable man, such a scenario is hard to credit; yet, every possibility must be considered—particularly when one takes into account that this concerns British diplomacy (which is, invariably and exclusively, self-serving and perverse).
- A second possibility—and one that, in my view, is highly probable—is the forced, fictitious participation of the nominal sovereign. We recall how, during the military coup in Belgrade of March 27, 1941—an event disastrous for the Serbs, yet executed with remarkable skill by the British and the Croats—the underage Crown Prince was abruptly declared of age and proclaimed King; he supposedly read a statement over Radio Belgrade expressing his support for the coup and the putschists. It later emerged that the underage Crown Prince had nothing to do with it, and that the proclamation had been read by someone else—someone presented as the King, possessing a voice remarkably similar to his. Could something similar have occurred on September 12, 1944?
The reaction of the members of the JVuO to this orchestrated diplomatic-political ploy is best illustrated by a spontaneous folk verse:
“Uncle Draža, we swear to you,
that we shall not stray from your path”
(„Чика Дражо ми ти се кунемо,
да са твога пута не скрећемо“)
It is an irony of history that those very same verses—mutatis mutandis—were sung by Broz’s supporters following the Informbiro resolution of June 28, 1948 (on St. Vytus Day):
“Comrade Tito, we swear to you,
that we shall not stray from your path”
(„Друже Тито, ми ти се кунемо,
да са твога пута не скренемо“)
(from the standpoint of copyright, pure [communist] plagiarism).
The next question is: what portion of the JVuO actually obeyed the so-called “order” from the King—their Supreme Commander—to surrender to Tito’s Partisans; that is, to accept a former Austro-Hungarian corporal from the First World War (much like Adolf Hitler) as their new Supreme Commander? For now, we know nothing about this and can only speculate. Furthermore, if this involved any significant number of troops, what became of them by the end of the war?
One possible scenario can be inferred from certain incidental episodes toward the end of the war in 1945. Specifically, when Tito set off to visit Moscow—following the formation of the “Srem Front,” an endeavour that proved unfortunate and tragic for the Serbs—he was apprehensive about the divisions from Serbia that were advancing toward Zagreb. (At that time, Tito issued an order to his Partisans not to destroy Catholic churches in Slavonia; yet, he never issued a similar directive to those same units to refrain from destroying Orthodox places of worship in Kosovo and Metohija or in central Serbia). He explicitly stated to the Chief of the General Staff, General Velimir Terzić, that the „Srem Front“ was, in fact, the front of King Peter II—and…
“When I return, I don’t want to see him anymore” [cited from: Милорад Екмечић, Од клања до орања. Историја Срба у Новом веку (1492−1992) (Milorad Ekmečić, From Slaughter to Plowing: A History of the Serbs in the Modern Era (1492–1992), third, supplemented edition, Београд, 2010, 494)].
How should this order from Broz be interpreted? In addition to the beardless youth of Serbia—who were sent to Tito’s „Srem Front”, quite literally as “cannon fodder” to ensure corporal Broz’s definitive seizure of power over all of Yugoslavia—former members of the Yugoslav Army in the Fatherland were surely also “honoured” with such a role. And here is what that looked like, according to the testimony of Tito’s General, Đoka Jovanić:
“The division included a Russian artillery regiment and a Katyusha battalion.
The commander of the Russian artillery regiment came to me and said:
‘Comrade General, I’ve been watching how you conduct your attacks—you are suffering heavy losses. That’s not how it should be done. You need to carry out an artillery preparation, bring in tanks, and only then…’ ‘How are we supposed to bring in tanks and artillery when we don’t have any at all?’ ‘You should wait for the leadership to provide them, and only then launch your attack.’
I replied: ‘Thank you very much; we will try to ensure we have fewer losses from now on.'” [source: Милан Шарац, Исповест генерала Ђока Јованића].
There is no doubt that former members of the JVuO (“King Peter’s soldiers”)—those who had joined the Partisans—were “expended” in battles such as these. Tito’s commanders sent them—along with all other Serbs on the „Srem Front“—to certain death, effectively continuing the Croatian policy of killing Serbs in the death camp of Jasenovac, albeit now on the right bank of the Drina River. Incidentally, the „Srem Front“ was held not only by the Wehrmacht but also by the Croatian Ustashi, who seized this as a perfect opportunity to implement their policy of a “Final Solution to the Serbian Question” against Serbs from Serbia proper as well. More than 30,000 fighters fell on each side. The front was, in fact, breached by Red Army units—just as they had previously captured Belgrade (only to hand it over to the Serbophobe Broz, allowing him to do whatever he pleased with the local population there and throughout the rest of Serbia). In this way, the 1932 agreement between the Communists and the Ustashi regarding bilateral cooperation finally reached its conclusion. The price paid consisted of the Serbian people and King Peter II Karađorđević.
Finally, it is necessary to highlight what may well be the fundamental reason why, in September 1944, Churchill ultimately opted to support Broz’s Partisans at the expense of the King’s Ravna Gora forces (the Chetniks, JVuO). In Churchill’s view, the Serbs could not be allowed to emerge victorious at the end of the war; rather, the Croats had to prevail. He was well aware that the collapse of Nazi Germany would also mean the demise of the Ustashi movement and its Independent State of Croatia (NDH); consequently, Broz’s Partisans served as a fallback mechanism for the realisation of Croatian national objectives. Thus, Broz and Churchill found themselves aligned in a common endeavour, forging an anti-Serbian pact during their bilateral meeting in Naples—which took place following the German military operation in Bosnia known as the “Raid on Drvar” on May 25, 1944 (an operation primarily aimed at capturing Churchill’s son, Randolph—who was then present at Broz’s headquarters—rather than Tito himself). The King’s so-called “Order” of September 12, 1944, served merely as the epilogue to this policy; the collateral damage included both General Mihailović’s Ravna Gora forces and Serbia as a whole—a nation that has yet to recover from that devastation to this day.
P.S.
The text of the speech by King Peter II Karađorđević (directed against himself), delivered on September 12, 1944, was published in the Службене новин Краљевине Југославије (Official Gazette of the Kingdom of Yugoslavia), No. 20, dated October 25, 1944. 1.

Dr. Vladislav B. Sotirović
Former University Professor (Vilnius, Lithuania)
Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)
Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)
sotirovic1967@gmail.com
© Vladislav B. Sotirović 2026






















































