Italia e il mondo

REALISMO AMERICANO e MONDO MULTIPOLARE, di Pierluigi Fagan

REALISMO AMERICANO e MONDO MULTIPOLARE. Il mondo dell’interpretazione politica è talmente pervaso di ideologia sul come vorremmo il mondo fosse che parlare di come il mondo è, sembra una rinuncia al poterlo immaginare diverso. Dovremmo invece staccare i due ambiti.

L’atteggiamento idealista serve all’animo di chi lo interpreta, le cose non stanno come stanno, stanno molto vicino a come vorremmo fossero. È un meccanismo di salute psichica che, per salvaguardare il dominio della nostra forma mentale, distorce la cosa per farla assomigliare al nostro intelletto. Da qui in poi non importa quanto la realtà contesti la nostra credenza, si troverà sempre qualche artificio logico-linguistico che difenda la fondatezza della nostra credenza, ne va del nostro equilibrio mentale, quindi esistenziale. Eraclito diceva che costoro vivono come sonnambuli, ognuno con la sua inventata o manipolata ricostruzione della realtà nella mente, è quindi un fatto umano molto antico, connaturato la nostra cognizione.

L’atteggiamento realista, secondo gli idealisti, è invece un appiattirsi alla realtà accettata per come è, senza alcuna possibilità e conseguente volontà di cambiarla. In effetti c’è anche chi commette questo errore logico, dedurre dal come le cose sono la legge per cui non possono essere diversamente (Hume). Tuttavia, l’atteggiamento realista non deviato è più semplicemente cercare di percepire la realtà il più vicino possibile al come in effetti è per poi calcolare quanto lontano è dal come vorremmo fosse. L’esercizio serve anche a limitare questa realtà immaginata e auspicata, ma non per negarla, per renderla anch’essa realista ovvero realizzabile.

E veniamo alla cronaca geopolitica recente.

Su questa pagina, un anno fa e anche prima, s’era scritto delle intenzioni di Trump. Le questioni internazionali andrebbero seguite tutti i giorni mentre molti si svegliano solo quando accadono fatti. Ogni volta sobbalzano, si sorprendono e si mettono furiosamente a scrivere di cose le cui tracce si potevano rinvenire mesi o anni prima com’è ovvio in processi di causazione così complessi.

Che dietro a Trump ci fossero gruppi di interesse specifici non era noto solo al reparto delirio del manicomio interpretativo, per costoro Trump era il miliardario (fallito) paladino del popolo reale contro le élite woke. Il sonnambulo non può rendersi neanche conto di quanto stia confondendo la sua immaginazione con la realtà, ne avrebbe un crollo psichico, verrebbe risucchiato nel buco nero della dissonanza cognitiva.

Che tra questi gruppi di interesse ci fosse la lobby petro-carbonifera era chiaro anche ai meno informati, sin da quando alla sua prima elezione fece come prima nomina a Segretario di Stato un amministratore delegato della Exxon-Mobil, compagnia tra l’altro fortemente coinvolta -ai tempi- nei progetti di sfruttamento dei giacimenti polari e siberiani russi, nonché il megaprogetto Sachalin. Puntualmente, il giorno dopo l’incontro di Trump e Putin ad Anchorage, Exxon-Mobil ha ripreso i colloqui con la russa Rosfnet.

Trump, da sempre, ha negato ogni dato di allarme climatico, ogni richiamo a cause umane, ogni cautela ecologica e quelli del reparto deliri del manicomio idealistico lo hanno adottato come proprio mentore nella battaglia contro le élite di Davos, neoliberali, europeiste, lib-dem e le loro paturnie pseudo-green. Non si sono posti il crudo fatto, si sono solo preoccupati di opporre una ideologia a un’altra ideologia, per costoro i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni. In effetti nel mondo delle idee è così, peccato che ci sia poi un mondo reale che ignorano volutamente.

Scrissi un anno fa che la nomina a Segretario di Stato di Marco Rubio era significativa. Rubio, figlio di espatriati cubani, era stato storicamente un avversario di Trump e si sa che Trump ha memoria lunga verso coloro che non crollano in ginocchio davanti la sua immaginaria potenza. Unitamente a dichiarazioni in campagna elettorale e altri semplici ragionamenti, non ci voleva un genio geopolitico per conseguirne che la politica strategica della seconda presidenza Trump avrebbe avuto a obiettivo l’intero Centro e Sud America, quindi chi meglio di Rubio?

Così, per quanto riguarda l’Europa, le dichiarazioni di Trump ma anche il suo atteggiamento durante la prima presidenza, rendevano esplicita la volontà di sottomettere l’inconcludente condominio europeo alle strategie statunitensi con molti meno riguardi di quanto non aveva comunque già fatto Biden (operazione Ucraina). Da cui i dazi e l’imposizione di maggior spesa a supporto NATO tra l’altro ben sapendo che tutte queste nuove armi gli europei, non essendo in grado di produrle, le avrebbero comprate dagli USA.

A chiudere queste prime pagine del capitolo geopolitico della presidenza Trump, la faccenda della Groenlandia vista Artico, trattata qui anche molto prima di un anno fa in quanto ovvia. Trump minaccia guerra per ottenere accordi, mani libere per basi militari (che già ha e che un trattato gli permette anche di moltiplicare), stazionamento navale militare nelle acque prospicenti, ma soprattutto diritti di scavo delle tante stimate materie prime minerali depositate sotto i ghiacci (che Trump sa che sono destinati a sciogliersi nel medio-lungo tempo). Copenaghen prenderà qualcosa in percentuale (dipenderà dalla trattativa) e rimarrà formalmente il riferimento statuale sui sessantamila abitanti che intanto si arricchiranno un po’.

Quindi, che sta facendo Trump?

Semplicemente sta rinforzando la potenza complessiva (geopolitica, militare, commerciale, di alimentazione di ogni processo estrattivo base per la trasformazione industriale statunitense) sotto il profilo dell’allineamento geopolitico coatto. Da qui anche dazi e minacce aperte a Canada, Messico perché Brasile intenda e così Bruxelles. Questo il nuovo polo occidentale piramidale con gli USA al vertice.

Recentemente, leggendo qui e là, mi sono accorto che alcuni avevano idealisticamente inteso l’annunciato “mondo multipolare” come un eden armonioso di nazioni in pace perpetua, magari tendenti al socialismo. Ahimè, mondo multipolare è una semplice descrizione. Mondo bipolare era una descrizione occidental-centrica che raccontava una parte del mondo (scambiato per il Mondo tout-court) diviso in due blocchi. Mondo unipolare era una descrizione americana di un mondo immaginario il giorno dopo che è scomparsa l’URSS. Mondo multipolare, è una descrizione obiettiva quindi non occidentale o asiatica o di chi altro volete, di come si ripartiscono i poli di potenza su un pianeta affollato da 8 prossimi 10 miliardi di umani ripartiti in più di 200 Stati.

Mondo multipolare non è una ideologia è realistica presa d’atto del fatto che nessuno più può controllare l’intero mondo e che ci sono vari attori, a vari livelli di potenza, che operano per il proprio interesse di sviluppo e sicurezza in una geografia politica complessa.

Qui da noi in Europa, poiché siamo viziati dall’esser stati centro di tanta storia per millenni mentre oggi qui da noi non c’è alcuna potenza di rilievo ed anche le medie potenze come Francia o Germania o Gran Bretagna, non sono autonome ma coartate da Washington, si fa fatica a capire questo mondo nuovo. Una sezione del reparto deliri addirittura guarda il paesaggio fuori della finestra domandandosi malinconico “perché noi non siamo una potenza?”. Perché Europa non è uno Stato e non esiste, non è mai esistita e mai potrà esistere per ragioni logico-funzionali autoevidenti, una potenza che non sia uno Stato unificato. Ma l’auto-evidenza al reparto deliri non è mai tale altrimenti non sarebbe reparto deliri.

A Washington, invece, sono uno Stato ed anche molto potente, sanno -più o meno- come sta il mondo e quali linee di fenomeno ne faranno la consistenza almeno per i prossimi trenta anni e si organizzano di conseguenza. Già storicamente poco inclini a condividere potere (il potere per esser tale è indiviso), da sempre del tutto alieni da ciò che alcuni chiamano “diritto internazionale” (diritto senza Stato è volontario, quindi revocabile, quindi non regola alcunché), ieri hanno annunciato il ritiro unilaterale da 66 programmi e organizzazioni internazionali, di cui 31 fanno parte delle Nazioni Unite. Non è più il momento di far finta di essere educati condomini del Mondo, soft power, missioni moralizzatrice del mondo e finte gentilezze annesse (come ha ben compreso Netanyahu).

Quella del “rinforzo di potenza” è solo la fase 1 della strategia USA per un mondo multipolare, prima si rinforza il giocatore, poi si gioca, vedremo in seguito come.

Non è bello? Non è giusto? Ma quando mai il mondo è stato bello e giusto? Quello che sta facendo Trump (che non ha alcuna garanzia di successo) andrebbe letto come sintomo di quanto la posizione occidentale (e statunitense) in un mondo sempre più complesso è e sempre più sarà problematica. La realtà possiamo dirla bella o brutta secondo nostro giudizio ideale, ma politicamente il giudizio non ha alcuna rilevanza, la realtà è un fatto.

E se non piace, allora ci si dovrebbe fare la terribile domanda che l’idealista sonnambulo evita come la peste nera per quella incapacità a rispondere che genera impotenza e frustrazione: che fare?

(L’immagine è un articolo su Il Fatto sull’uscita del mio primo libro “Verso un mondo multipolare” in cui tutto ciò era più o meno ipotizzato. Era il gennaio di nove anni fa).

DELLA GUERRA. Lanciata da un economista marxista, è iniziata una guerra epistemica contro la geopolitica. Se ho ben capito la tesi di fondo, l’essenza e causa della guerra (e dell’imperialismo) è il capitalismo. Vediamo meglio.

La geopolitica e i geopolitici sono accusati di non esser scientifici, come se un economista lo fosse. Il problema è che fuori dalle scienze dure (da fisica a scienze della Terra passando per chimica e biologia), non si dà “scienza”, ma qualcos’altro che non è stato mai ben definito ereditando la categorizzazione delle discipline dal XIX secolo in cui erano tutti infatuati dalla fisica meccanica e pretendevano di estenderne metodi e assunti a tutto il sapere.

Si ha scienza di cose inanimate, quanto agli umani (singoli e in società) dotati di intenzionalità, le cose sono molto più complesse la cui comprensione non diventa magicamente certezza perché si usa la matematica.

Sono anche accusati di usare una disciplina che non ha neanche una sua critica epistemologica e su questo si conviene, anzi penso di averlo proprio scritto io in un commento ad un suo post. La disciplina è relativamente giovane (nata a cavallo tra XIX e XX secolo) e a lungo ostracizzata dai saperi occidentali poiché portante il marchio d’infamia di disciplina nazista. Sostituita da Relazioni Internazionali che è una disciplina nata realista e poi diventata idealista (o liberale) che è una disciplina prettamente americana, riemerge solo nei tardi anni ’70-’80 per merito di un francese, Yves Lacoste e la sua rivista Herodote.

C’è quindi dentro una bella confusione di metodo e molto da fare. A cominciare da quei geopolitici che espellono l’argomento economico e finanziario e relative lenti di analisi (anche perché probabilmente non conoscono neanche i fondamentali della materia), favoleggiando di spirito dei popoli, potenza astratta, ethnos e gloria, che, comunque, sono pur sempre variabili che hanno una dosata incidenza.

Il che ci porta ad un primo problema epistemologico generale ovvero la mania riduzionista di trovare “la” causa dei fenomeni. La stragrande maggioranza dei fenomeni non ha “una” causa, ma un complesso di cause. Le variabili incidenti un fenomeno soprattutto quando appartiene al mondo umano e non a quello naturale, quindi antropologia, sociologia, demografia, storia, economia, politica e ovviamente geopolitica. sono molteplici e concorrono a creare la dinamica del fenomeno, volta per volta, assemblandole in diverse dosi e reciproche relazioni, spesso non lineari.

Che la causa della guerra e anche dell’imperialismo sia la forma economica detta “capitalismo” è falsificata immediatamente dal verificare in Storia almeno cinque-seimila anni di guerre e primi regni espansivi, poi imperi (da quello di Sargon 2300 a.n.e. che si legge “ante nostra era” e corrisponde al più noto, avanti Cristo). Che il capitalismo si nutra anche di guerra è ovvietà.

Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso, non è una regola (in questo campo ci sono al massimo “regole”, le “leggi” tanto care ai positivisti con l’invidia per la fisica newtoniana meccanica, non ci sono). A volte, secondo i suoi cicli interni e di contesto, prospera nella pace e nel commercio espanso, a volte si butta a capofitto nella produzione di armi e loro utilizzo per garantirsi spazi, popoli subordinati, energie e materie prime o bruciare i bilanci e relativi debiti accumulati.

Anzi, si potrebbe argomentare invertendo il processo causativo. Furono le varie guerre europee tra XV e XVII secolo a muovere lo sviluppo tecnico e la rivoluzione artigiana che precede quella industriale, inclusa l’espansione marinara verso le future colonie, che faranno poi da base alla forma di economia moderna.

A volte ci si dimentica che il capitalismo è un sistema che ha bisogno di possedere uno Stato (F. Braudel: “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”) ed uno Stato è sempre iscritto in una geografia e una storia (una geo-storia). Da cui anche l’apporto di argomenti relativi lo spazio geografico, la competizione di potenza a vari livelli (grandi, medie e piccole potenze), la rilevanza della componente militare e la mentalità (cultura) di taluni popoli e non di altri (indo-cinesi ed euro-anglosassoni hanno tradizioni storiche molto diverse rispetto alla guerra), la demografia, includendo la stratificazione dei poteri interni e la tipologia e rilevanza delle élite locali.

Tuttavia, rimane vero e inconfutabile, che la forma economica e finanziaria di uno Stato moderno, sia una delle sue strutture primarie. Altrettanto rilevante ricordarsi che uno Stato non è solo la sua economia, da cui l’appello ad approcci multidisciplinari per leggere a grana fine quando più dell’una o dell’altra variabile causativa.

Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata. La partizione fondamentale è la costruzione sociale piramidale tra Pochi e Molti che connota tutta la storia delle civiltà umane, che il capitalismo ha interpretato nella modernità qualificando i Pochi come i possessori di capitale. Nell’URSS i Pochi di potere non erano capitalisti o generati dal modo economico e così lo stesso oggi in Cina o in Iran.

Infine, usando il modello logico dialettico, se dire “A determina B” è la tesi, val bene opporgli il “B determina A”, ma solo per arrivare al successivo “A e B si co-determinano in un anello causativo” così la finiamo di buttare via tempo con discussione ottocentesca sul primato della struttura o della sovrastruttura.

Limitandoci alle cronache recenti, la guerra operata pur sotto la vestizione di “operazione speciale” (una guerra limitata) dalla Russia verso l’Ucraina è di origine capitalistica? Non direi proprio. Non sappiamo se i russi avevano fatto bene i loro calcoli strategici; tuttavia, era prevedibile il perdere l’Europa come partner di scambio commerciale, industriale e tecnologico. Esattamente ciò che la Russia, dall’indomani del crollo dell’URSS, aveva pazientemente sviluppato come propria direzione di sviluppo economico, finanziario e capitalistico. Da cui la perdita per la loro élite della ricchezza di proprietà, soldi, investimenti, prospettive e libertà di operare nei ricchi mercati occidentali.

La sindrome di Procuste ovvero la mania di dover coartare i fatti all’interpretazione e non il contrario, ha portato un altro autore osservante marxista che leggevo ieri a dire che la guerra in Ucraina è stata mossa per il possesso di materie prime e terre rare. Quanto all’argomento basta andare sul sito dell’ISPI (Relazioni Internazionali) per avere la cartina del dove si troverebbero in Ucraina i giacimenti più interessanti di una decina di metalli, l’area interessata dall’invasione russa non è certo la più promettente. Inoltre, com’era prevedibile ad uno stratega di medio livello (credo che al Cremlino ce ne sia più d’uno), il grosso dei giacimenti ora verranno donati a statunitensi e forse europei, in cambio di armi e finanziamenti di sopravvivenza. Come si può dunque scrivere una stupidaggine del genere?

L’autore, in tutta evidenza, non sa nulla di Putin, delle élite di San Pietroburgo, degli equilibri politici interni alla Russia, della storia russa, dei trattati internazionali che regolavano gli equilibri tra USA e Russia via Europa, di ciò che statunitensi e nord-europei stavano facendo in Ucraina dal 2014 e di molto altro relativo la sicurezza tra cui il lungo accerchiamento della NATO, gli equilibri di potenza e le alleanze o amicizie geopolitiche di questa fase storica per poter scrivere una tale scemenza. Diciamo che fa il paio con quegli altri senza cervello che pretendevano di spiegare il conflitto col fatto che Putin s’è svegliato una mattina dopo che in sonno gli era apparsi Nicola I e s’era così ricordato quanto era fico essere “zar di tutte le Russie”.

Di contro, chi può negare che il motore della nuova effervescenza di potenza trumpiana volta a sottomettere tutto il suo continente e l’Europa, poi vedremo cosa farà in Asia (tra cui il processo che sta portando il Giappone a pensare di rompere il tabù e dotarsi di arma atomica mentre gli attriti di inimicizia tra i neocon di Tokyo e Beijing stanno facendo scintille), ha ragioni dettate soprattutto, ma non solo, dalla metrica del proprio capitalismo?

La guerra mossa da Netanyahu ai palestinesi di Gaza e a Hezbollah ha un fondo economico legato alle promesse della nuova via del Cotone, ma ha anche la partecipazione di altre cause che vanno dalla demografia, alla lunga storia culturale di difficile convivenza con gli arabi, alla sicurezza, all’opportunità per il Primo Ministro di evitare i propri guai giudiziari, a ragioni di politica interna dato che il governo si regge sul voto di integralisti coloniali avidi di terra (che attrae nuovi coloni quindi nuovi voti per quei partiti).

Ci sono poi altri conflitti come quello in Sudan o tra Thailandia e Cambogia dove è difficile rinvenire ragioni economiche.

Come si vede, metallurgia della certezza (leggi ferree, di bronzo, d’acciaio) non se ne vede, si vede pluralità e molteplicità dei casi e dei relativi contesti. Così anche gli studiosi dovrebbero abbandonare l’applicazione industriale dei modelli e dedicarsi alla cura artigianale del pensiero.

In conclusione, una rinnovata epistemologia delle discipline storico-sociali ed umane, dovrebbe darsi uno statuto che non è “chiacchiera in libertà” quanto non è e non può essere una “scienza”. Superare le ristrettezze cognitive della causa unica. Studiare diverse discipline per poterle usare con diverso approfondimento e gradazione passando dal o-o al e-e allo scopo di ricostruire gli anelli causativi non lineari dei fatti. Questo s’intende quando si dice che una faccenda è “complessa”.

Le polemiche (il polemos sulle idee) sui primati disciplinari andrebbero superate nel comune sforzo di evolvere una disciplina che ha in oggetto la guerra, disciplina che esiste (per quanto ignota ai più) anche se in forme ancora immature e che si chiama polemologia.

GEOECONOMIA o GEOPOLITICA ECONOMICA. Gli Stati Uniti hanno varato un progetto di polo industrial-commercial-tecnologico con loro al centro. Il progetto è quello di creare un girone ristretto di cooperazione, scambio e comune catena di sviluppo. Parliamo di ricerca e produzione chip, semiconduttori , infrastrutture di intelligenza artificiale (IA), minerali critici , produzione avanzata, logistica e infrastrutture energetiche e di dati associate. Insomma, un polo ICT.

Da un articolo di Adnkronos che linko al primo commento: “L’obiettivo finale è costruire un’economia a “circuito chiuso”: un sistema in cui un modello di IA può essere addestrato su chip americani, prodotti in Corea con minerali australiani e alimentati da data center indiani, senza che un singolo byte o elettrone attraversi infrastrutture avversarie.”, cioè cinesi.

Ad oggi, il progetto sinistramente titolato “PAX SILICA”, è stato approvato da: USA, GIAPPONE, COREA DEL SUD, SINGAPORE, AUSTRALIA, INDIA, ISRAELE, GRAN BRETAGNA, PAESI BASSI, QATAR. Stanno per aderire EMIRATI ARABI UNITI, CANADA, UNIONE EUROPEA mentre TAIWAN non comprare ufficialmente ma aderisce di fatto. Il titolo del progetto è “sinistro” perché porterebbe a concludere che chi non è nel sistema non ha garanzie di pace. Nei fatti, il progetto tende a creare un confine tra “amici” e non, escludendo questi secondi da qualsiasi condivisione di processo e relative interdipendenze.

Data la struttura dell’argomento in termini di potenza complessiva, è chiaro che gli USA fungeranno da centro del sistema ed è chiaro che dopo le sventatezze della globalizzazione “libera e bella” non c’è alcun ipotizzato rimbalzo verso la chiusura nazionale, ma la creazione di circoli con relazioni asimmetriche (il design è quello del “hub&spoke” ovvero mozzo e raggi come in una ruota di bicicletta) con Washington a far da perno. Ed è anche chiaro che questa sottomissione della logica economica e finanziaria alla logica geopolitica, prevede che queste nuove reti faranno da base anche all’allineamento geopolitico militare, viepiù data l’incidenza che questo argomento ha nella produzione del militare di oggi e sempre più nel futuro. Qualcosa del genere è già in atto e sempre più lo sarà, nei progetti di esplorazione e sfruttamento dello spazio.

Da ciò è anche più chiaro capire come mai il mondo ICT USA, già per lo più democratico, sia oggi allineato come un solo uomo all’amministrazione Trump.

Dopo l’esproprio del petrolio venezuelano, il processo di rinforzo del controllo USA sull’intero continente americano (in corso) e le mire sulla Groenlandia, vedremo come si evolverà la questione in Iran, questo progetto continua la strategia di potatura delle principali linee di relazione economica con la Cina, una sorta di lento soffocamento e accerchiamento di cui ci possiamo aspettare prossime nuove puntate.

Do la notizia così com’è, farne una valutazione è forse prematuro. Per il momento è una firma su una carta di intenti, ma proprio l’intento è chiaro.

Aggiungo solo un’altra notizia neanche poi così nuova. L’altro giorno, Bill Gates, ha pubblicato un suo articolo in cui da una parte paventa la possibilità che soggetti non allineati o non governativi possano produrre biotecnologie aggressive usando software A.I. open source. Il che porterà probabilmente ad un più stretto controllo proprio dell’open source e un motivo in più per il progetto della Pax Silica di cui sopra ovvero il controllo americano sull’intero comparto e relative filiere in nome della sicurezza.

Dall’altra però, ha ribadito che: “”Man mano che l’intelligenza artificiale sviluppa il suo potenziale, potremmo ridurre la settimana lavorativa o persino decidere che ci sono alcuni ambiti in cui non vogliamo utilizzarla. Dovremmo usare il 2026 per prepararci a questi cambiamenti” (fonte ANSA).

Gates e molti suoi colleghi della Silicon Valley, da qualche anno insistono unanimi su questa previsione di taglio del lavoro. Il che non impedisce ad alcuni attardati a scrivere libri ed articoli sul fatto che no, il lavoro rimarrà e si reinventerà in nuovi campi e fini.

Risulta bizzarro questo non credere a ciò che dicono personaggi dalle mani ed interessi così profondamente immersi nello sviluppo di questo nuovo ambito, loro sanno cose che altri non sanno ovvero cosa realmente stanno facendo, cosa prevedono di fare, quali sviluppi sono instradati sullo sviluppo di tecnologia la cui applicazione ancora non vediamo del tutto, ma presto le vedremo.

Certo, se uno ha l’immagine di mondo fondata su teorie politiche che riflettevano lo stato delle cose di seconda metà Ottocento, avrà qualche resistenza a evolvere il proprio sistema di analisi, giudizio e valori.

Abbiamo trattato il tema in un recente video per IBEX qui postato. Inviterei l’ambito sfilacciato delle intelligenze critiche a concentrarsi un po’ di più sul problema, non solo con esercizi di stile nella critica corrosiva al limite della paranoia, ma della formulazione di ipotesi di intervento politico per limitare i danni di tale epocale svolta. Gates stesso accenna all’ipotesi di vietare l’A.I. in certi campi (e non solo lui, in particolare proprio sul militare e la robotica) e da tempo in ambito americano c’è un certo fiorire di ipotesi che vanno da una partecipazione popolare agli azionariati delle Big Tech (in modo da recupere in profitti da titoli le perdite di salario), alle varie declinazioni del reddito di cittadinanza.

Sono queste problematiche prettamente politiche e sociali, ma dato lo stato dell’intelligenza politica critica, dovremmo preoccuparci seriamente del fatto che saremo destinati a subire interamente il fenomeno secondo logica e interessi elitisti e statunitensi se non ci diamo una svegliata. Una volta di più, insisto sul fatto che, secondo me, la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di reddito, sarà la battaglia decisiva se non vogliamo ridurci ad una poltiglia sociale in grado solo di lasciare i suoi inutili e strazianti lamenti sui social.

Se lo stato moderno e il senso della cittadinanza sono fondati sul lavoro, senza lavoro cosa diventeranno?

TEMPO e POLITICA. (Post+video su argomento di teoria politica) C’è un argomento che è scarsamente trattato nelle teorizzazioni politiche: il TEMPO. Quali sono i principali aspetti del rapporto tra politica e tempo?

In tempi normali la politica serve per gestire. In tempi anormali come gli attuali, la politica dovrebbe servire a cambiare. Ma cambiare gli attuali assetti elitisti, neoliberali, atlantisti, europeisti, implica quantomeno strategie di medio lungo periodo. Come si fa a stabilire, condividere e mettere in atto una strategia di cambiamento nel medio-lungo periodo? Dove abbiamo una teoria politica che analizzi la relazione tra TEMPO e CAMBIAMENTO?

Se il presente è troppo complesso anche solo per sognare una politica trasformativa radicale istantanea e bisogna pianificare il futuro, che previsioni sul mondo futuro (a breve-medio-lungo) facciamo? Come cambia il rapporto tra società umane del nostro tipo e il futuro?

E visto che PRESENTE e FUTURO conseguono il PASSATO, che porzioni di tempo geostorico prendiamo in esame per le nostre teorie politiche? Dalla riconsiderazione della consistenza del formato di Stato-nazione (problema europeo), ai problemi di sviluppo della ricerca e delle tecnologie, ai problemi ecologici o demografici, alla postura geopolitica, il mondo sempre più complesso impone fare e condividere strategie, programmi, progetti. Nessuno di questi argomenti si affronta con slogan e idee improvvisate o meccaniche sociali positivistiche, nessuno si risolve senza investimenti di tempo a medio-lunga prospettiva dato che qualsiasi cambiamento strutturale impone massa critica.

Forse la discontinuità più profonda dell’era Complessa è che la storia non possiamo più limitarci a subirla, dovremmo farla intenzionalmente. Chi non ha programmi articolati e seri per il futuro basato sulla mediazione tra idea e realtà, non avrà futuro alcuno o ne avrà di patimento.

E cosa ne è del moderno assetto tra tempo personale e politico e TEMPO DI LAVORO? Diverse forze congiurano per creare -in Occidente- una società post-lavoristica. Si sommano il fine ciclo di economia moderna occidentale (sono rimaste meno cose da produrre, l’innovazione è drasticamente diminuita rispetto alla prima metà del Novecento, l’intero mercato mondiale e l’incipiente maggiore scarsità di materie ed energie creerà sempre più perturbazione dei prezzi e la produzione soprattutto asiatica è molto più competitiva in diversi aspetti), nonché le limitazioni che dovremmo apportare per cautela ecologica.

Ma la variabile decisiva è l’erosione del lavoro umano (e il suo costo e indiretto) in favore del lavoro macchina (hard e soft) che promette di impattare anche fasce di lavoro concettuale oltre che manuale, routinario e a basso valore aggiunto. Si porrà (o già si pone) inderogabile sia la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sia quella successiva per la ridistribuzione del reddito senza il quale la società prenderebbe forme di ineguaglianza ben peggiori delle attuali.

Battaglie eminentemente “politiche” poiché c’è da decidere il quanto, cosa a chi e in base a quali criteri e prassi politiche si dà o poi magari si toglie. Decisioni che non hanno alcun criterio di oggettività in una società, l’unico criterio è politico con contrattazione di diritti e doveri tra Molti e Pochi.

Infine, proprio la battaglia sulla riduzione dell’orario di lavoro, anche più prioritaria di quella sul potere d’acquisto o la sovranità monetaria, serve proprio per la relazione tra TEMPO e POLITICA. Il tempo che dedichiamo all’auto-formazione, all’auto-informazione, alla distribuzione delle conoscenze senza le quali i Molti diventano masse informi da eccitare con propaganda e populismo (o auto-esclusione basata sull’astensione politica di vario tipo), fino al dibattito sulle idee e i progetti sulle forme di vita associata e la partecipazione alla loro realizzazione.

La consistenza politica di una società è direttamente correlata al tempo, il tempo che serve per passare da masse informi e masse critiche (“critiche” nel senso che hanno “peso” per operare trasformazioni sociali profonde).

Una -vera democrazia- è l’unica teoria politica che preveda l’autogoverno dei Molti, il resto è tutto elitismo. Una vera democrazia o democrazia radicale non ha nulla a che fare con un distratto voto di delega ogni quattro anni e preparazione, dibattito, deliberazione continuata e partecipazione diretta alla cosa pubblica (la famosa “res publica” da cui la “repubblica” in cui ci picchiamo di vivere) sono tutte attività ad alta disponibilità e intensità di tempo.

Una reale democrazia è cronofaga e solo una vera democrazia può affrontare e provare a risolvere il di quanto detto sopra e il vasto resto. Come altrimenti creare una massa critica di persone intenzionate, preparate, impegnate nell’esercizio del diritto (e dovere) ad esser soci naturali di una società?

Riprendiamo possesso del nostro tempo di vita e delle regole associative del sistema di cui viviamo, nessuna ipotesi politica che riequilibri diritti e doveri sociali avrà mai luce se non si ricrea una società politica di tipo realmente democratico, rivendicando tempo politico.

Come altrimenti cambiare il disgustoso stato delle cose e del Mondo in cui ci è toccato in sorte di vivere?

Iran: un mosaico di popoli che trabocca dai suoi confini_di Jean-Baptiste Iran: Erosione del regime e fragilità delle frontiere_di Kamran Bokhari

Due articoli di diversi orientamento e finalità che partono da uno stesso punto di osservazione_Giuseppe Germinario

Iran: un mosaico di popoli che trabocca dai suoi confini

di Jean-Baptiste Noé

L’Iran è un Paese vasto e la sua popolazione non è omogenea. L’Iran è anche il centro geografico di un continuum di popoli che si estende dal Caucaso al Pakistan e dalla Mesopotamia alle montagne dell’Asia centrale. Questa geografia umana influenza sia la politica interna di Teheran che le sue relazioni con i Paesi vicini.

Un cuore persiano e periferie ben identificate

Il blocco persiano (al centro e al sud del Paese) costituisce un nucleo territoriale importante, che corrisponde all’immagine classica dell’Iran: grandi altipiani, città centrali, asse storico del potere. Attorno a questo cuore, la mappa disegna insiemi periferici fortemente marcati, quasi come corone etnolinguistiche.

A ovest, le zone curde si inseriscono in una continuità transfrontaliera che attraversa la Turchia, la Siria, l’Iraq e l’Iran. A nord-ovest, l’insieme azero supera ampiamente i confini iraniani, abbracciando l’Azerbaigian e invadendo le regioni vicine. A sud-ovest, i Luri formano un’area compatta. A sud-est, i Baluchi estendono il territorio umano su entrambi i lati del confine tra Iran e Pakistan. E sulle rive del Mar Caspio, gruppi come i Gilak, i Mazani, i Tat o i Talysh ricordano che l’Iran non è solo un paese di altipiani, ma anche un paese di coste, montagne e micro-regioni culturali molto distinte.

(c) Hervé Théry, Conflitti

Queste periferie non sono margini nel senso di zone vuote: sono spazi abitati, organizzati e identitari, spesso vicini ai confini, quindi politicamente sensibili.

Confini politici che non coincidono con i confini umani

Il secondo insegnamento è che i confini dello Stato iraniano coincidono in modo molto imperfetto con quelli dei gruppi rappresentati. Ciò è particolarmente evidente nella parte orientale. L’area pashtun copre gran parte dell’Afghanistan e si estende fino al Pakistan; l’area tagika si estende a nord dell’Afghanistan e verso l’Asia centrale; più lontano, i Pamiri compaiono nei confini montuosi. In altre parole, la mappa disegna una regione in cui le identità si sviluppano per zone che non hanno atteso i confini moderni.

Questa realtà ha due conseguenze. Innanzitutto, rende i confini più vivi e permeabili di quanto si possa immaginare guardando una mappa politica: sono attraversati da famiglie, lingue, scambi e talvolta solidarietà. In secondo luogo, rende anche i confini più vulnerabili: quando scoppia una crisi in un paese vicino, questa può tradursi immediatamente in pressioni migratorie, economiche o di sicurezza, perché le popolazioni sono simili e comunicano tra loro.

Una lettura utile, ma da non sopravvalutare

Una mappa etnolinguistica è sempre uno strumento da usare con cautela. Essa semplifica necessariamente. Nella realtà, le grandi città iraniane sono multietniche, le zone di contatto sono numerose, le identità possono essere multiple e le appartenenze evolvono con l’urbanizzazione, la scuola, le migrazioni interne e l’economia.

Un azero non sostiene necessariamente la politica dell’Azerbaigian, un curdo non sviluppa automaticamente un senso di appartenenza comune con i curdi dell’Iraq e della Turchia. Si può essere baluchi, azeri, lur e riconoscersi anche come iraniani. La conoscenza etnolinguistica è essenziale, ma non è tutto e non presuppone tutto.

Cosa implica questo mosaico per la politica interna iraniana

L’Iran moderno si è costruito su una tensione permanente: come governare un Paese il cui centro è relativamente unificato, ma le cui periferie sono fortemente differenziate? La risposta storica ha spesso combinato integrazione amministrativa, centralizzazione e, talvolta, diffidenza in materia di sicurezza in alcune zone di confine.

In questo contesto, la questione non riguarda solo le minoranze, ma anche il rapporto tra centro e periferia. Una periferia che si sente trascurata dal punto di vista economico o culturale non ha bisogno di essere maggioritaria per diventare politicamente determinante. Quando i confini umani sono transnazionali, le autorità possono temere, a volte a torto, a volte a ragione, che influenze esterne amplifichino le tensioni interne: un discorso nazionalista, il sostegno dei media, reti economiche o religiose, o dinamiche regionali.

La mappa aiuta quindi a capire perché, in alcuni momenti di crisi, gli sguardi si rivolgono rapidamente verso ovest (zone curde), nord-ovest (zona azera) o sud-est (zona baluchi). Non si tratta solo di regioni lontane, ma di regioni che, grazie alla loro posizione e alla loro continuità transfrontaliera, possono diventare barometri di stabilità.

Vicini speculari: Caucaso, Iraq, Afghanistan, Pakistan

La mappa mostra anche quanto l’Iran sia circondato da paesi confinanti che, ciascuno a modo proprio, rispecchiano la sua diversità.

Nel Caucaso, l’esistenza di un vasto spazio azero su entrambi i lati del confine alimenta particolari sensibilità: il rapporto con l’Azerbaigian non si gioca solo sul piano diplomatico, ma anche nell’immaginario identitario, nella cultura e nella lingua.

A ovest, la continuità curda colloca l’Iran in uno spazio in cui le questioni di autonomia, riconoscimento e sicurezza sono in discussione da decenni, con dinamiche diverse a seconda degli Stati, ma con una geografia umana che ignora i confini.

A est, la vicinanza con l’Afghanistan e il Pakistan è evidente nelle aree pashtun, baluchi e tagike. Ciò ricorda che l’Iran non è rivolto solo verso il Medio Oriente: è anche un paese dell’Asia centrale e meridionale, coinvolto in flussi regionali (economici, migratori, religiosi) che sono visibili sulla mappa.

Una lezione fondamentale: l’Iran come mondo piuttosto che come semplice paese

In sostanza, questa mappa suggerisce un’idea semplice: parlare dell’Iran solo come di uno Stato significa tralasciare una parte dell’equazione. L’Iran è anche un crocevia di popoli appartenenti alla stessa grande famiglia culturale, ma distribuiti in Stati diversi, con storie politiche divergenti. Questa configurazione conferisce all’Iran una profondità regionale, a volte un’influenza culturale, ma anche potenziali linee di tensione e sempre la questione della fragilità politica e nazionale.

La mappa non dice che l’Iran è destinato alla frammentazione, e la scuola francese di geopolitica diffida sempre del determinismo geografico e storico. Ma dice che la sua stabilità è un esercizio di equilibrio: governare un centro persiano maggioritario, senza trasformare le periferie in margini, e gestire confini che sono meno muri che zone di contatto.

Cosa ci dice questo della crisi attuale

Concentrati sulle manifestazioni e sul ritorno dei Pahlavi, molti commentatori non hanno menzionato il mosaico etnico iraniano. Eppure è fondamentale. Non dice tutto, non spiega tutto, ma è una chiave essenziale.

Questo spiega in particolare la diffidenza dei paesi confinanti con l’Iran, in primo luogo Turchia e Iraq. Questi paesi non hanno alcun interesse a vedere la caduta del regime, che potrebbe risvegliare le tensioni e forse anche i separatismi. È quanto ha sostenuto Erdogan nei confronti di Trump. È quanto hanno evocato anche i paesi del Golfo. Anche per loro, un crollo dell’Iran causerebbe un’instabilità indesiderata.

Questa mappa mostra come la questione iraniana vada oltre i confini dell’Iran stesso. Le conseguenze riguardano l’intera regione, dal Mediterraneo all’Asia centrale. Per la sua posizione geografica centrale e per la sua composizione demografica, l’Iran è un pilastro fondamentale che nessuno nella regione vorrebbe vedere crollare.

Iran: Erosione del regime e fragilità delle frontiere

Il disgregarsi della Repubblica Islamica potrebbe trasformare i suoi confini in linee di frattura strategiche.

Di

 Kamran Bokhari

 –

15 gennaio 2026Apri come PDF

Le fondamenta del regime iraniano si stanno sgretolando e probabilmente continueranno a farlo ancora per molto tempo. Nel tentativo di accelerare questo processo e influenzarne l’esito, secondo alcune fonti la Casa Bianca di Trump starebbe valutando un attacco limitato contro il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), con l’obiettivo di indebolire la forza paramilitare e creare spazio affinché l’esercito regolare (Artesh) e le fazioni d’élite più pragmatiche possano affermare una maggiore influenza. Tuttavia, calibrare un’azione cinetica di questo tipo per ottenere questo specifico risultato è estremamente difficile e comporta un rischio significativo di conseguenze indesiderate.

Più probabile è un lungo periodo di contese interne, con élite e gruppi sociali rivali che si contendono il potere e perseguono obiettivi contrastanti, mentre la capacità del regime di far rispettare la propria autorità in tutto il Paese si indebolisce. Ciò avrà importanti conseguenze geostrategiche per le regioni limitrofe. L’Iran è il secondo Stato più grande del Medio Oriente per territorio (dopo l’Arabia Saudita) e, con circa 93 milioni di abitanti, ha la seconda popolazione più numerosa della regione (dopo l’Egitto). Ancora più importante, l’Iran occupa una posizione geopolitica fondamentale al crocevia tra il Medio Oriente, l’ex spazio sovietico e il subcontinente indiano-pakistano. Di conseguenza, qualsiasi indebolimento prolungato dell’autorità centrale a Teheran si ripercuoterebbe rapidamente lungo i confini occidentali, settentrionali e orientali dell’Iran.

Iran


(clicca per ingrandire)

Il fianco occidentale

A nord-ovest, l’Iran condivide un confine lungo e strategicamente importante con la Turchia, una linea di demarcazione lungo la quale le potenze turche e persiane si contendono il potere da oltre un millennio. Questa rivalità duratura ha posizionato Ankara e Teheran come i due principali concorrenti regionali che plasmano lo spazio geopolitico che si estende dal Mediterraneo al Mar Nero e al Mar Caspio, fino al Mar Arabico e al Mar Rosso.

Sin dalla fondazione dei moderni Stati nazionali di Turchia, Iran, Iraq e Siria all’inizio del XX secolo, ciascuno di essi ha dovuto affrontare la sfida del separatismo curdo, gestendo le pressioni persistenti delle rispettive popolazioni curde e dei gruppi ribelli che ne sono scaturiti. La minaccia è più grave per la Turchia, dove quasi 15 milioni di curdi – quasi un quinto della popolazione – sono concentrati nel sud-est, creando sia una sfida alla sicurezza interna che una dimensione transfrontaliera, data la presenza curda negli Stati confinanti.

L’intervento statunitense in Iraq del 2003, che ha portato alla creazione di una regione curda autonoma nel nord del Paese, è stata una sfida che la Turchia è riuscita a superare sfruttando la rivalità tra le due principali fazioni curde irachene. La Turchia stava ancora affrontando la situazione in Iraq quando la Primavera araba del 2011 ha portato alla nascita di una regione curda autonoma nel nord-est della Siria, sostenuta dagli Stati Uniti. I turchi erano molto preoccupati per lo stretto rapporto tra il movimento separatista curdo siriano e la principale forza ribelle curda della Turchia. Tuttavia, il crollo del regime di Assad in Siria poco più di un anno fa ha consentito ad Ankara di avere maggiore spazio per gestire i curdi siriani.

Con il regime iraniano che mostra segni di decadenza interna, la Turchia si trova ora ad affrontare la sfida di gestire quattro distinte fazioni curde iraniane che cercano di sfruttare il declino della Repubblica Islamica nell’instabilità. (Reuters ha riferito il 14 gennaio che i servizi segreti turchi avevano avvertito l’IRGC che militanti curdi erano entrati in Iran dall’Iraq, cercando di sfruttare le proteste nazionali e di esacerbare l’instabilità interna). Dal punto di vista di Ankara, ciò ha creato un fragile arco che abbraccia tre importanti paesi confinanti – Iraq, Siria e Iran – dove l’instabilità potrebbe estendersi oltre i confini. Se Teheran perdesse la capacità di far valere la propria autorità, potrebbe emergere una zona curda contigua, che si estenderebbe dalla Siria nord-orientale attraverso l’Iraq settentrionale fino all’Iran nord-occidentale. Tuttavia, anche Ankara potrebbe sfruttare questa instabilità e affermarsi come potenza regionale dominante in una zona instabile e strategicamente cruciale del Medio Oriente.

L’Iraq si estende lungo gran parte del confine occidentale dell’Iran. È caduto nella sfera di influenza dell’Iran come conseguenza involontaria dell’azione intrapresa dagli Stati Uniti nel 2003 per rovesciare il regime di Baghdad. Teheran, soprattutto attraverso la maggioranza sciita irachena, ha controllato il destino del suo vicino occidentale. Un indebolimento della Repubblica Islamica significa che i diversi partiti politici e milizie che costituiscono la sua rete di proxy inizieranno a scontrarsi tra loro, producendo due risultati chiave. In primo luogo, creerà spazio alla minoranza sunnita irachena, sostenuta dall’ascesa di un regime sunnita nella vicina Siria, per sfidare gli sciiti iracheni. In secondo luogo, consentirà al governo regionale del Kurdistan nel nord di aumentare il proprio margine di manovra grazie all’indebolimento di Baghdad.

Fianco settentrionale

L’Azerbaigian, l’Armenia e l’exclave azera del Nakhchivan si estendono lungo tutta la frontiera nord-occidentale dell’Iran, a ovest del Mar Caspio, formando una zona di confine di eccezionale importanza strategica. Quasi un quarto della popolazione iraniana è di etnia azera, concentrata in quattro province, il che rende questa regione significativa dal punto di vista demografico e sensibile dal punto di vista politico. Gran parte di quelli che oggi sono l’Azerbaigian, l’Armenia, la Georgia e parti del Caucaso settentrionale facevano storicamente parte dell’Impero persiano premoderno, che cedette questi territori alla Russia durante una serie di guerre tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo. In particolare, l’Impero Safavide – il primo grande dominio imperiale persiano emerso dopo l’ascesa dell’Islam – fu fondato all’inizio del XVI secolo da una dinastia turca azera, sottolineando il profondo legame storico tra l’etnia azera e la politica iraniana.

Iran's Internal Complexity


(clicca per ingrandire)

Da quando l’Azerbaigian ha sconfitto l’Armenia nella guerra del Nagorno-Karabakh nel 2020, grazie al sostegno di Ankara, la Turchia ha aperto una breccia strategica in quella che era, anche a trent’anni dal crollo dell’Unione Sovietica, una sfera di influenza russa. Storicamente, i turchi non sono mai stati un attore di primo piano nel Caucaso meridionale, nemmeno al culmine dell’Impero Ottomano, ma ora hanno stabilito una presenza sulla frontiera nord-occidentale dell’Iran. Per l’Iran, la sconfitta del suo alleato Armenia e il concomitante indebolimento di Mosca a causa della guerra tra Russia e Ucraina hanno creato un arco di vulnerabilità lungo il suo confine settentrionale. L’accordo dell’agosto 2025 mediato dagli Stati Uniti tra Baku e Yerevan, che include l’istituzione della Trump Route for International Peace and Prosperity, ha ulteriormente consolidato la presenza di Washington sul fianco settentrionale dell’Iran, intensificando l’esposizione strategica dell’Iran nella regione.

Nel frattempo, l’Azerbaigian sta emergendo come potenza media con la capacità di influenzare gli sviluppi al suo confine meridionale. Baku è preoccupata per un potenziale afflusso di rifugiati azeri iraniani qualora la Repubblica Islamica perdesse il controllo, ma vede anche un’opportunità per gli azeri iraniani di acquisire un’influenza significativamente maggiore all’interno di un futuro regime iraniano. Storicamente, la minoranza azera iraniana ha perseguito l’integrazione e il dominio all’interno dello Stato piuttosto che il separatismo, riflettendo un modello di ambizione dell’élite piuttosto che di ribellione nazionalista. Nel loro insieme, queste dinamiche suggeriscono che l’instabilità dell’Iran potrebbe aprire lo spazio per un’espansione dell’influenza azera – e, per estensione, turca – sulla traiettoria politica di Teheran.

Il fianco orientale

Per comprendere la situazione a est dell’Iran, è importante notare che il Paese condivide un lungo confine con il Turkmenistan, formalmente stabilito con il Trattato di Akhal del 1881 tra il Qajar e la Russia imperiale. Sul lato iraniano del confine vivono i turkmeni, una minoranza turca che, a differenza degli azeri, aderisce all’Islam sunnita, aggiungendo una dimensione etnico-settaria distintiva alla regione. Qualsiasi disordine in questa zona è motivo di immediata preoccupazione per il Turkmenistan, la cui capitale, Ashgabat, si trova a soli 24 chilometri a nord del confine. Quest’area, che comprende le province di Golestan, Khorasan settentrionale e Razavi Khorasan, si collega senza soluzione di continuità al fianco orientale dell’Iran, estendendosi lungo l’Afghanistan a nord fino al Pakistan a sud, fino al Mar Arabico.

Il confine orientale dell’Iran con l’Afghanistan è diventato particolarmente delicato alla luce del ritorno al potere dei talebani nel 2021. L’Afghanistan rischia di rimanere una fonte di instabilità a lungo termine, esportando l’estremismo islamico sunnita che Teheran ha cercato di contenere negli ultimi anni. Un ulteriore indebolimento del regime iraniano lascerebbe esposta la sua lunga e porosa frontiera orientale. E sebbene i talebani potrebbero vedere i disordini in Iran come un’opportunità per espandere la loro influenza verso ovest, devono anche fare i conti con il fatto che la teocrazia nel loro Paese è a rischio, mentre quella iraniana è già fallita, nonostante le ingenti entrate petrolifere. In questo scenario, la destabilizzazione potrebbe diffondersi in entrambe le direzioni.

Il confine sud-orientale dell’Iran con il Pakistan, nel frattempo, è una fonte costante di preoccupazione per la sicurezza che collega i separatisti balochi, i militanti islamici e i criminali transnazionali. Il governo di Islamabad sta già lottando per gestire una propria insurrezione balochi, quindi i suoi sforzi per contenere le ricadute transfrontaliere saranno limitati. Anche l’Iran sta affrontando una ribellione balochi, ma il fatto che i ribelli siano islamisti sunniti complica i calcoli di Teheran in materia di sicurezza interna. Le minacce in questo caso sono amplificate dalla sovrapposizione ideologica con la corrente islamica Deobandi dei talebani, che riflette la vicinanza e la permeabilità della regione di confine tra Afghanistan, Pakistan e Iran.

L’instabilità del regime creerà pressione sulla periferia dell’Iran. Il militante, il separatismo e il debole controllo statale metteranno in pericolo queste regioni di confine, ma non porteranno a un improvviso collasso centrale. Sia gli attori statali che quelli non statali stanno mettendo alla prova i limiti dell’autorità iraniana, cercando di isolarsi o di trarre vantaggio dall’instabilità. Il risultato è un periodo prolungato in cui l’Iran diventa uno spazio geopolitico conteso che collega il Medio Oriente, il Caucaso, l’Asia centrale e l’Asia meridionale.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Beggar thy neighbour” (“derubare il tuo vicino”)_di WS

Alla base della “sceneggiata Groenlandia” come era facilmente prevedibile c’è un strategia semplice : costruire la fortezza America e portare il caos in tutto il resto del mondo.

Ma come  nota  Simplicius  qui    c’è   soprattutto  una enorme valenza “psicologica” sia nella “conquista del Venezuela” che nella “annessione della Groenlandia”   con annesse  umiliazioni  pubbliche e gratuite   alla   €uroservitù.

Questa pressione psicologica  è diretta   tanto  agli “amici” quanto ai “nemici”. Il messaggio è imperiale :Ogni resistenza è futile , arrendetevi  o  sarete  annientati   perché  non  vi  saranno   concessi  margini” oltre al “chi mi teme mi obbedisca”.

 E l’ esito ( infausto) di simili operazioni mi sembra abbastanza scontato perché le “leggi ferree della geopolitica” non possono essere sovvertite dalla “narrazione”. Tra “chi non teme ” U$rael verrà prima o poi un giocatore razionale che riterrà inutile continuare a “trattare” con uno psicopatico pesantemente armato e  che concluderà che l’ unica  risposta  possibile  non potrà che  essere   “  a brigante un brigante  e mezzo”

Vorrei infatti far notare   che la “strategia  del pazzo”  di  Trump   è  una  estenzione  globale  della  “  strategia”  di Israele   in MO:  suprematismo , messianismo ,  eccezionalismo,  razzismo  e   totale   disprezzo  per  tutti.

Ma  a me non  sembra  che questa  ottantennale    ” strategia”  israeliana  abbia  poi risolto  i problemi  di Israele.  Certo,     il caos  in MO non è mancato,  ma non mi sembra   che gli “amici”  ( Egitto,  Turchia  e Arabia )  per  quanto   “timorosi”  siano  così obbedienti, tanto meno  che  pure  “il nemico “( Iran)  sia  tanto  terrorizzato  da    “ arrendersi  E perire”.

Anzi   senza il continuo   ( e autolesionistico)  appoggio  del   suo Golem  “occidentale”   Israele   avrebbe  dovuto  chiudere  questa   sua  strategia già da un pezzo;  quindi non  vedo  su  quali  solide basi poggi  questo  scimmiottamento   americano  che  alla  fine  andrà  a sbattere   senza  la  protezione   di nessun  “  Grande Fratello”.

 Gli U$A  attuali  infatti  sono   semplicemente  un Golem  della  Grande Finanza, preda   dei suoi   deliri   sempre più fuori  dalla  realtà.

Anzi  proprio  questa rapida   deriva   del MAGA    verso   questo “imperialismo  terminale”   segnala già  il fallimento     del movimento MAGA . Come infatti  era  facilmente prevedibile    Trump   NON può   ricostruire   un ‘  America  che non  c’è più   perché    I FATTI hanno  sempre  CONSEQUENZE   e   la  scelta  dell’ imperialismo  finanziario  ha distrutto per   sempre   gli USA   di Pound   e Twain.

Gli storici   domani , esattamente    come per la storia   di Roma , indagheranno     su  quando     sia   stata  compiuta  questa   “ svolta“ mortale  e/o   quando  questa  sia  diventata irreversibile.

 Io una qualche  idea in merito  ce l’ho   e  mi  era  chiaro     che   Trump     avrebbe   fallito   esattamente  come  da noi   mi  fu facile prevedere   che  avrebbe  fallito miseramente  Craxi,    unico     esponente  della  prima  repubblica   che  ne sia uscito  con qualche dignità.

La  storia infatti   ci  ricorda i “capi”  e  ce li  consegna   come  “vincitori”  o  “vinti”      come   se  fosse    stato  tutto  nelle loro mani    dimenticandosi  sempre   che  all’ esito  delle  loro   scelte   contribuiscono  sempre  fondamentalmente  le  risorse  umane  e materiali  di  cui  disponevano.  Nessun  “grande generale ”  può  vincere   guidando  un “esercito di Pulcinella”.

Un ‘ altra  interessante  questione   è  questa   elite   “ repubblicana “   che   guida ora  gli U$A.  Soprattutto  questo  pugno    di Colby , Miller  , Vance , Rubio  ect.  che    vorrebbero   ritornare  ai  fasti   della  “frontiera”    e che  rappresentano  una    giusta reazione    alle politiche  volute  dai   grandi “finanzieri”    i quali   detengono  il controllo del partito democratico,  dimenticandosi  però      che   sono   altrettanti   “grandi imprenditori”   della  stessa  etnia     che   riforniscono   di dollari    anche il loro partito.

Questi  “ repubblicani”  si considerano  gli eredi della   elite  di  “calvinisti”  che ha   fondato  e diretto  gli USA   fino a farli   diventare  “grandi”  . 

Il  calvinismo  è una programmatica imitazione    dell’ ebraismo    “placcata”  di  cristianesimo    e come  tale una religione  funzionale  agli  scopi precipui  di una Setta  intesa  come una elite  che vuole  dominare  il mondo operando    slegata  da ogni vincolo   e usando  ogni mezzo  grazie  al proclamato  proprio   eccezionalismo di un   diretto   rapporto  con Dio.

 Un “dio”   che però    è essenzialmente “mammona”   data  la loro  smodata  adorazione   del  danaro  ,  del potere e di una ricchezza  mostrata  a  pubblica  affermazione   della  ricevuta “benevolenza  divina”.

Per  capire  questa mentalità  è molto  istruttivo  il film   “  the  good  shepard”,  soprattutto in quel passaggio in cui il protagonista  risponde    al  capomafia   con cui  sta   ordendo un intrigo a  Cuba:     “noi possediamo  l’ America  e voi  siete   qui  solo di passaggio”

Bene,  ovviamente non è così        e la vecchia  elite  calvinista  oggi possiede  l’ America solo  “in società”      con una elite  finanziaria  ed economica   dei   “fratelli maggiori”   i cui interessi    non coincidono  esattamente con quelli  della  vecchia  elite  americana.

 E altrettanto  ovviamente  c’è   chi  dovrebbe   essere  “lì solo  di passaggio”  piuttosto che  per  restare;   invece ci  resterà.

In conclusione,  le attuali  contraddizioni  del  sistema  americano  sono  enormi   e richiederebbero  troppo  lungo  tempo per  essere  digerite.

La scelta   quindi  sarà  , come  sempre,  di scaricarle  all’ esterno,  perché  nella   innata visione   americana   di un  mondo  “a somma  zero”     “ beggar thy neighbour”  è sempre la soluzione più semplice.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi

Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;

– IBAN: IT30D3608105138261529861559

PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo

Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).

Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Consegna a domicilio – Operazione Absolute Resolve – Campa , Semovigo , Germinario

Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno scritto una nuova pagina della Dottrina Monroe con l’Operazione Absolute Resolve: l’estrazione militare di Nicolás Maduro da Caracas in meno di tre ore. Ma dietro il blitz notturno emerge una realtà geopolitica più complessa: l’inefficacia dei sistemi di difesa russi S-300 e Buk-M2, mai collegati ai radar, rimasti in gran parte nelle casse d’imballaggio originali. Un fallimento che solleva interrogativi strategici sulla capacità di Mosca di proiettare potenza oltre i teatri prioritari, con l’Ucraina che assorbe risorse critiche e limita il supporto agli alleati periferici. In questa puntata analizziamo con Gianfranco Campa (in collegamento dagli USA, analista di punta per italiaeilmondo.com), Cesare Semovigo e il direttore Giuseppe Germinario le dinamiche di un’operazione che riafferma il primato energetico americano sul Venezuela (303 miliardi di barili di riserve petrolifere) e ridefinisce gli equilibri nell’emisfero occidentale. Delcy Rodríguez assume la presidenza ad interim, mentre Trump annuncia l’ingresso delle major petrolifere USA per “ricostruire” il Paese—un caso di studio su realismo geopolitico, priorità strategiche russe e limiti del supporto militare extraterritoriale nell’era della competizione multidominio.

Temi trattati:

• Operazione Absolute Resolve: cronaca tattica e implicazioni strategiche del raid su Caracas • Armamenti russi in Venezuela: S-300, Buk-M2, Igla-S e il paradosso della deterrenza inutilizzata • Il peso della guerra in Ucraina sulle capacità di proiezione russa in America Latina • Petrolio venezuelano e interessi USA: dalla Dottrina Monroe al “Corollario Trump” • Delcy Rodríguez e la transizione: continuità chavista o nuova fase negoziale? • Russia, Cina e Iran: creditori esposti e ripercussioni sul debito sovrano venezuelano

GeopoliticaRealista #Venezuela #Maduro #OperazioneAbsoluteResolve #ArmamentiRussi

Con: Gianfranco Campa – Analista geopolitico dagli Stati Uniti, contributor italiaeilmondo.com Cesare Semovigo – Esperto di dinamiche strategiche , tech-Ai , analista Osint Mil. Giuseppe Germinario – Direttore italiaeilmondo.com Un’analisi realista, senza polarizzazioni, che esamina la riaffermazione del primato regionale americano, i vincoli operativi della Russia post-invasione ucraina e le implicazioni per l’ordine internazionale. Dalla mancata risposta dei sistemi antiaerei alla silenziosa ritirata diplomatica di Mosca, fino alle dinamiche petrolifere che ridisegnano il cortile di casa statunitense.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi

Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;

– IBAN: IT30D3608105138261529861559

PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo

Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).

Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

https://rumble.com/v74japm-consegna-a-domicilio-operazione-absolute-resolve-campa-semovigo-germinario.html

Dialogo tra Kaho Miyake ed Emmanuel Todd

Dialogo tra Kaho Miyake ed Emmanuel Todd

“Figli” e “Padri”, ma non “Mariti”: gli uomini giapponesi (Pubblicato in “Shukan Bunshun”)

Emmanuel Todd15 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

La geopolitica non è il fulcro della mia vita, anche se ultimamente l’urgenza civica mi ha costretto a dedicarle molto tempo. Sono quindi felice di prendermi una pausa per un momento e ripubblicare sul mio blog questa intervista realizzata lo scorso autunno a Tokyo con Kaho Miyake sulle relazioni interpersonali in Giappone e Francia. Kaho Miyake è una brillante critica letteraria e saggista, originariamente specializzata nel Man’yōshū (antologia di poesia classica). Analizza la letteratura giapponese moderna e contemporanea, i manga e il cinema dal punto di vista della famiglia, in particolare i rapporti tra genitori e figli o tra uomini e donne.

Qui discutiamo della cultura e della società giapponese attraverso il prisma della famiglia.

Kaho Miyake

Dialogo tra Kaho Miyake ed Emmanuel Todd

“Figli” e “Padri”, ma non “Mariti”: gli uomini giapponesi

(Pubblicato in ‘Shukan Bunshun’)

Grazie per la lettura! Iscriviti gratuitamente per ricevere nuovi post e supportare il mio lavoro.

 Iscritto


Todd: Innanzitutto, vorrei sottolineare che in “La sconfitta dell’Occidente” distinguo due Occidenti. C’è l’Occidente in senso stretto, il nucleo individualista costituito da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, basato sulla famiglia nucleare (dove i rapporti genitori-figli sono liberali). E poi c’è l’Occidente in senso più ampio, che include paesi come Giappone e Germania, che sono società basate sulla famiglia di base (eredità al figlio maggiore, rapporti genitori-figli autoritari, disuguaglianza tra fratelli); questi paesi autoritari sono stati integrati nel sistema americano dopo la guerra.

Miyake: Leggo i tuoi libri con grande interesse da molto tempo, ma una domanda continua a tormentarmi. Paragoni spesso il Giappone e la Germania come paesi patrilineari, ma vorrei chiederti del legame tra la famiglia patrilineare e le scrittrici.

Il Giappone vanta un numero eccezionalmente elevato di scrittrici a livello mondiale, in particolare nei periodi Nara e Heian. Tuttavia, con l’emergere della famiglia ancestrale nel Medioevo e il suo consolidamento dall’era premoderna a quella moderna, la presenza di scrittrici è andata diminuendo. Ciononostante, oggi sono di nuovo molto attive e stanno guadagnando popolarità all’estero.

In confronto, la letteratura tedesca conta molte meno scrittrici. Esiste un legame tra la struttura del nucleo familiare, il tasso di alfabetizzazione femminile e questo fenomeno?

Todd: Ottima osservazione! Il paragone tra Giappone e Germania è uno dei grandi interrogativi della mia vita di ricercatore. Sebbene questi paesi condividano somiglianze dovute alla famiglia allargata, ci sono molte differenze. Ad esempio, quando faccio una battuta a una conferenza, i giapponesi ridono, anche se la mia battuta è brutta, per cortesia, e i tedeschi non ridono, anche se è bella (ride). I tedeschi non hanno lo stesso senso dell’umorismo dei giapponesi. Questa è una differenza più significativa di quanto si possa pensare, ed è molto indirettamente correlata alla condizione femminile e alla presenza di scrittrici.

La famiglia allargata, a differenza della famiglia nucleare anglo-americana o francese, è una forma di famiglia che plasma l’individuo. Tuttavia, questo grado di costrizione è più debole in Giappone che in Germania. Come rivelato da Akira Hayami, il padre della demografia storica giapponese, la famiglia a radice ha raggiunto la sua forma definitiva in Giappone durante l’era Meiji, quindi la sua storia lì è forse un po’ più recente che in Germania. Ma solo di poco. Forse dovremmo distinguere tra una famiglia allargata rigida (Germania) e una famiglia allargata morbida (Giappone).

Durante le mie oltre venti visite in Giappone, ho spesso assistito a una dimensione di libertà, quella di un “uomo naturale”, tra i giapponesi, altrimenti così educati e disciplinati. Superiori e subordinati, il cui rapporto gerarchico dovrebbe essere rigido, discutono apertamente bevendo qualcosa. Un giornalista giapponese una volta ha parlato di “democrazia giapponese dopo le 17:00” (risate). Questa è una scena che non ho mai osservato in Germania, un paese con una struttura familiare intransigente.

Miyake: Forse questa è un’applicazione di quello che lei chiama il principio del conservatorismo nelle aree periferiche. La famiglia nucleare, che riteniamo nuova, è in realtà la forma più primitiva (vicina allo stato di natura). Proprio come parole antiche sopravvivono in aree lontane dal centro, la forma familiare vicina alla famiglia nucleare dell’Homo sapiens arcaico (l’uomo naturale) si trova nelle periferie del continente eurasiatico. Tra i tipi di radici familiari, il Giappone è più periferico e sarebbe quindi più vicino all'”uomo naturale” rispetto alla Germania.

Todd: Esatto! Se consideriamo la posizione geografica e le differenze culturali nel contesto dell’Asia orientale, anche all’interno della stessa sfera confuciana (il confucianesimo incarna i valori della famiglia staminale), possiamo dire che l’ordine di prossimità all'”uomo naturale”, dalla periferia, è: 1) Giappone, 2) penisola coreana e 3) Cina.

Tornando al paragone tedesco-giapponese, non percepisco questo aspetto maschile naturale nei tedeschi, soprattutto nelle relazioni uomo-donna. L’aspetto maschile naturale dei giapponesi è certamente legato all’esistenza di scrittrici alle origini della civiltà giapponese. Ho apprezzato molto la lettura di ” Il libro del cuscino” ( Makura no Sōshi ) di Sei Shōnagon; la letteratura classica scritta da donne ha indubbiamente lasciato un segno indelebile nella storia giapponese.

D’altro canto, il protestantesimo luterano, diffuso in tutta la Germania, ha un aspetto severo e violento (infatti, la mappa della distribuzione del luteranesimo corrisponde quasi a quella dei voti per il partito nazista), ed è estremamente ostile alle donne. La “Vergine Maria”, simbolo di dolcezza materna nel cattolicesimo, è stata sostituita da Eva e dal peccato originale tra i luterani, trasformando le donne in simboli del male.

Se osserviamo i tassi di iscrizione all’università oggi, negli Stati Uniti e in Francia le donne superano in numero gli uomini, ma non è così in Germania.

Miyake: Anche in Giappone, se includiamo i junior college (università a ciclo breve), la percentuale di donne è più alta. A questo proposito, leggi spesso letteratura giapponese?

Todd: Non ho molta familiarità con gli autori contemporanei, ma ho letto Jun’ichirō Tanizaki e Yasunari Kawabata con grande entusiasmo. In ogni caso, ho sempre letto letteratura giapponese per piacere, mentre non ho mai letto romanzi tedeschi per intrattenimento (ride). Ciò che apprezzo nei romanzi (e non necessariamente nei romanzi rosa) sono le sottigliezze dei rapporti tra uomini e donne, e questo non lo trovo nella letteratura tedesca.

Il modo in cui Kawabata o Tanizaki vedono le donne è normale per me. Vale a dire, le trovano belle e attraenti. La letteratura giapponese e quella francese sono forse le due “grandi” quando si tratta della complessità psicologica dell’erotismo. Questa comunanza franco-giapponese probabilmente non esiste in Germania. Spero che questa intervista non venga tradotta in tedesco (ride).

Detto questo, ritengo che ci siano anche grandi differenze tra Giappone e Francia in termini di relazioni uomo-donna.

Miyake: Che tipo di differenze?

Todd: Il tema classico della letteratura giapponese è la scarsa comunicazione all’interno delle coppie. La prima opera di Tanizaki che ho letto è stata La Chiave (sottotitolata La Confessione impudica in francese). È la storia di una coppia in cui ognuno legge segretamente il diario dell’altro, ma scrive per essere letto, e il libro in definitiva descrive qualcosa di peggio della mancata comunicazione. Al contrario, le relazioni tradizionali uomo-donna in Francia erano più vicine a una sorta di amicizia o cameratismo. Tra l’altro, ovviamente non sono riuscito a leggere Yukio Mishima.

Miyake: Il critico Norihiro Katō ha analizzato il Giappone del dopoguerra attraverso i concetti di Honne (sentimenti autentici) e Tatemae (principio di facciata/ostentato). La cultura giapponese privilegia le regole del Tatemae all’interno del gruppo, pur consentendo agli individui di condividere il proprio Honne durante incontri informali, come un drink. Secondo la sua terminologia, signor Todd, il Tatemae starebbe dalla parte della “famiglia” e l’Honne dalla parte dell'”uomo naturale”. Ma questa dualità non si limita al periodo postbellico.

Ad esempio, in The Dancer (Maihime) di Mori Ōgai, che studiò in Germania durante l’era Meiji, il protagonista, un giovane con una promettente carriera, si innamora di una donna tedesca.

La Danzatrice suscitò scalpore perché esprimeva a parole il conflitto, l’Honne, nato dalla divisione tra l'”io che vive per lo Stato” e l'”io individuale che ama una donna”. Fu proprio grazie a questo linguaggio letterario gentile, specifico dell'”uomo naturale”, che autori come Tanizaki e Kawabata riuscirono a esprimere la loro Honne in quanto uomini. Tuttavia, non appena gli uomini giapponesi si ritrovano in un gruppo, soffocano questa Honne e finiscono inevitabilmente per irrigidirsi.

Todd: Questo può essere compreso attraverso un approccio antropologico. Cos’è il sistema patrilineare della discendenza familiare, ovvero il principio di dominio maschile? È la superiorità degli uomini come gruppo. In altre parole, gli uomini sono forti come collettività, non come individui. L’uomo, come individuo all’interno del gruppo, si limita a obbedire all’ordine stabilito e ha un’esistenza debole, come un bambino. Ho capito qualcosa parlando con diverse coppie che vivono a Parigi, composte da uomini francesi e donne giapponesi. Mentre gli uomini francesi considerano le loro mogli giapponesi come loro pari, le donne giapponesi trovano i loro mariti francesi virili. Probabilmente ritengono che “essere in grado di decidere da soli” equivalga a essere “virili”. Paradossalmente, gli uomini sono più infantili (deboli) nelle società familiari patrilineari che in quelle nucleari.

Miyake: Questi bambini sono, in altre parole, figli e padri, ma non mariti. Nel mio libro ” Perché mi piace leggere persone che parlano bene” (titolo provvisorio), ho sottolineato un elemento comune tra il film ” Il ragazzo e l’airone” di Hayao Miyazaki e il romanzo ” La città e le sue mura incerte” di Haruki Murakami . Il fatto che l’eroina sia la Madre. In altre parole, il desiderio di innamorarsi della propria madre prima di nascere e di essere generati da lei; non è forse questo il desiderio comune a entrambe le opere?

In nessuna delle due opere compare una donna che interpreta il ruolo di moglie. L’immagine della madre è più forte di quella della moglie. Questo significa che prevale la consapevolezza di sé come figlio, piuttosto che come marito. Eppure c’è la prospettiva del padre che si chiede: “A chi trasmetterò il mio lavoro?”. In breve, sono figli e padri, ma non mariti.

Perché in Giappone il legame genitore-figlio è più forte del legame coniugale? Perché viene rappresentata la relazione verticale genitore-figlio mentre viene ignorata la relazione orizzontale di coppia? Credo che questo illustri un problema della società giapponese nel suo complesso. Soprattutto nelle prime opere di Murakami, ci sono molte scene in cui il protagonista tace dopo che la moglie gli dice: “Non so cosa stai pensando”. Poiché in Giappone non esiste un modello di relazione coniugale egualitaria, gli uomini si trovano di fronte a una scelta binaria: essere un padre patriarcale o un marito silenzioso.

Todd: Ascoltandoti, mi dispiace ancora di più di non poter leggere i tuoi libri.

Miyake: Questo problema è ancora più evidente oggi, dato che è diventata la norma che entrambi i coniugi lavorino. Molte donne trovano problematico il fatto che gli uomini della loro età vogliano che diventino mogli simili alle loro madri.

Todd: Anche se in Giappone la convivenza con i genitori è in calo e le famiglie nucleari sono in aumento, i valori basati sulla famiglia di origine non stanno scomparendo così facilmente.

Miyake: Esatto. Una caratteristica della Generazione Z giapponese non è l’odio per i genitori, ma piuttosto l’amore per loro, e sempre più giovani non lasciano la casa paterna.

Todd: Ho anche una domanda. Come nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Scandinavia, la bisessualità è in aumento tra le giovani donne in Francia. E in Giappone?

Miyake: Ci sono persone bisessuali dalla nascita, ma non credo che ce ne siano ancora molte. Ciò che sta aumentando in Giappone è l'” Oshikatsu” , l’atto di supportare e amare appassionatamente idol o personaggi degli anime. I giovani giapponesi tendono a preferire le relazioni virtuali a quelle reali.

Todd: Capisco. In ogni caso, stiamo parlando di Paesi che non cercano più di avere figli. Se i bambini scompaiono e la popolazione diminuisce, la società non ha altra scelta che scomparire. Questa è una crisi culturale comune ai Paesi sviluppati. La studio dal punto di vista dei sistemi familiari e delle strutture politico-economiche, ma questa crisi si sperimenta anche a livello individuale in una società che ha perso i suoi valori collettivi.

Miyake: Questo è il problema dello stato zero della religione e del nichilismo che lei sottolinea in ” La sconfitta dell’Occidente “. Tuttavia, la popolarità di “Oshikatsu” in Giappone e l’ascesa degli evangelici negli Stati Uniti non costituiscono una sorta di ritorno alla religione per sostituire le vecchie credenze?

Todd: Non credo proprio. Non ha nulla a che fare con le religioni del passato. Quella che una volta veniva chiamata religione aveva un sistema di credenze che abbracciava l’individuo, stabiliva standard morali e rendeva possibile l’azione collettiva. Al contrario, gli evangelici americani di oggi hanno un’interpretazione completamente folle della Bibbia, sostenendo che Dio distribuisce denaro o che i ricchi sono grandi. Se osassi usare il vocabolario religioso, direi che obbediscono all’Anticristo o praticano una setta di Satana.

Miyake: Capisco. Ma come possiamo comprendere questo stato zero di religione e nichilismo in Giappone, che non è un paese monoteista?

Todd: Lo stato zero della religione ha implicazioni diverse a seconda della cultura.

L’ambito più colpito è la sfera protestante, dove lo stato zero genera un particolare senso di vuoto e disperazione. Questo perché si tratta originariamente di una religione che proibisce severamente le immagini e ignora la bellezza. Dio e l’individuo sono collegati direttamente, senza intermediari, e il mondo terreno, che è per natura un intermediario, con la sua bellezza e le sue gioie della vita, viene rifiutato. Nello stato attivo della religione, questa fede rigorosa ha contribuito notevolmente all’innalzamento del livello di istruzione e dello sviluppo economico. Come ha sottolineato Weber, la prosperità dell’Occidente è stata principalmente determinata da questo dinamismo del protestantesimo.

Tuttavia, se perdiamo Dio, che era l’unica entità importante in relazione all’individuo, perdiamo tutto. Con la secolarizzazione e l’avvento dello Stato zero, possiamo paradossalmente cadere in un nichilismo estremo.

D’altra parte, in ambiti cattolici come Francia e Italia, lo stato zero della religione non ha conseguenze così gravi. In queste culture, dove la lotta protestante contro le immagini e la bellezza del mondo è fallita, le arti sono fiorite, la bellezza del mondo terreno e le gioie della vita sono state riaffermate, il che oggi ci permette di evitare di sprofondare nel nichilismo.

Come ha analizzato Ruth Benedict in Il crisantemo e la spada , la cultura giapponese, che giudica le cose in base all’estetica del bello e del brutto piuttosto che in base a criteri etici trascendenti del bene e del male, è vicina al cattolicesimo e può essere considerata resistente al nichilismo.

Miyake: Dici sempre che il problema del Giappone è il calo delle nascite. Indichi l’aumento del numero di giovani che rifuggono le relazioni sentimentali come causa, ma che dire della Francia?

Todd: In un tipico film americano, se un uomo e una donna iniziano a litigare, significa che sta per iniziare una storia d’amore. Il rapporto tra uomini e donne è fondamentalmente antagonistico. In Francia, invece, come ho detto, il rapporto tradizionale è più vicino all’amicizia o al cameratismo, e non è così antagonistico.

Tuttavia, il movimento #MeToo, nato nel mondo anglo-americano e che vede uomini e donne come antagonisti, si è diffuso anche in Francia. Questo potrebbe essere l’inizio di una parziale distruzione della cultura francese. Il fatto che uomini e donne non si amino più come amici sarebbe estremamente preoccupante.

Per quanto riguarda il calo delle nascite, si tratta di un fenomeno comune ai paesi sviluppati, ma i paesi dell’Asia orientale come Cina, Taiwan, Corea del Sud e Giappone si trovano in una situazione estrema. In Corea del Sud, il tasso di fertilità è dello 0,75. Questa è l’influenza della cultura confuciana: non solo le relazioni uomo-donna sono fragili, ma si dedica troppo tempo alla cura dei genitori. È ironico: rispettare troppo la famiglia significa ucciderla (causando un calo delle nascite).

Miyake: Il mio libro “Come può mia figlia uccidere sua madre?” (titolo provvisorio) analizza il rapporto madre-figlia attraverso diverse opere. In Giappone, i padri sono spesso assenti da casa ed è la madre a prendersi cura dei figli. Con i figli maschi, che sono di sesso opposto, si crea naturalmente una certa distanza, ma con le figlie femmine, che sono dello stesso sesso, le madri impongono tacitamente le proprie idee. Molte figlie ne soffrono. È una caratteristica della famiglia giapponese: il rapporto genitore-figlio, e in particolare quello madre-figlia, è sovraccarico, soprattutto perché il rapporto coniugale è fragile.

Todd: Capisco. Detto questo, anche nelle famiglie francesi il principio è che la madre svolga un ruolo predominante nell’educazione dei figli. Concordo con la tesi di Erich Fromm secondo cui l’errore di Freud fu quello di porre il rapporto padre-figlio al centro dei problemi familiari. Anche il mio problema non era con mio padre, ma con mia madre.

Miyake: Era severa?

Todd: Il problema era più che altro che non mi prestava molta attenzione, il che mi ha certamente dato grande libertà spirituale, ma era severa intellettualmente. Quando ero piccolo, se facevo un errore di lingua, mia madre, che era bilingue, mi diceva in inglese “Errore di categoria” (un termine logico, come dire “il numero è blu”) (ride).

Era una donna eccezionale, sorridente e bellissima. La sua risata era pura luce. Era un intenso mix di gioia e tristezza, generosità e avarizia, modestia e arroganza. Come figlia di Paul Nizan, era molto sicura di sé e mi confidò di essere più intelligente di mio padre (Olivier Todd), un famoso giornalista. Ed era vero!

Miyake: Grazie mille per questa interessante discussione.

Todd: Mi piacerebbe molto leggere i tuoi libri in francese. Sono sicuro che troveranno un pubblico.

(Interprete: Shigeki Hori)

Grazie per aver letto! Questo post è pubblico, quindi sentiti libero di condividerlo.

Ritorno al futuro_di Scott Ritter

Ritorno al futuro

Forse l’unico modo per ripristinare le relazioni tra Stati Uniti e Russia è tornare alla Guerra Fredda e ricominciare tutto da capo.

Scott Ritter16 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373
Back to the Future' fun facts: The original Marty wasn't Michael J. Fox |  Chicago Symphony Orchestra

Donald Trump si è candidato due volte alla presidenza con un programma che includeva il suo desiderio di dare priorità assoluta alla normalizzazione delle relazioni con la Russia. “Non sarebbe bello se andassimo d’accordo con la Russia?”, disse Trump durante la sua campagna presidenziale del 2016. “Ho un ottimo rapporto con il presidente Putin”, dichiarò Trump nel settembre 2024.

Ma le cose non andarono come previsto. “Non c’è mai stato un presidente così duro con la Russia come lo sono stato io”, dichiarò Trump nel luglio 2018, riflettendo la realtà della politica russa della sua amministrazione: severe sanzioni economiche e sostegno militare all’Ucraina in cima alla lista dei suoi successi nei confronti di Mosca.

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con Vladimir Putin, ma gli è successo qualcosa”, dichiarò Trump nel maggio 2025. “È completamente impazzito! Ho sempre detto che vuole TUTTA l’Ucraina, non solo una parte, e forse si sta rivelando vero, ma se lo fa, porterà alla caduta della Russia!”

Lo yin e lo yang della relazione a fasi alterne di Trump con il presidente russo Vladimir Putin ha creato confusione tra gli osservatori di Trump ormai da un po’ di tempo.

Ma la realtà è che nemmeno Trump sa cosa vuole dalla Russia, perché le sue dichiarazioni non derivano da alcun impegno personale nei confronti della Russia o del suo leader riguardo al miglioramento delle relazioni, ma sono piuttosto sintomatiche di un uomo (Trump) che ha la tendenza a dire qualsiasi cosa, non importa quanto inverosimile, irrealistica e infondata, pur di ottenere ciò che lui (Trump) vuole.

Trump non cerca di stringere una vera amicizia né con Putin né con la Russia, ma piuttosto di fare in modo che Putin, in quanto leader della Russia, esegua i suoi ordini.

In breve, Trump vuole un rapporto tra Stati Uniti e Russia che sostenga l’obiettivo decennale degli Stati Uniti, fin dalla fine della Guerra Fredda nel 1991, di mantenere la Russia debole e completamente subordinata alla volontà degli Stati Uniti.

In questo, Trump non è diverso da Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden, tutti ex presidenti che hanno perseguito politiche volte a indebolire e soggiogare la Russia e, forse ancora più importante, a indebolire e diminuire la capacità di Vladimir Putin di svolgere il ruolo di presidente della Russia.

Ci sono due cose che tutti questi leader hanno in comune quando si tratta della Russia. Innanzitutto, la convinzione che gli Stati Uniti abbiano vinto la Guerra Fredda, che crea un profilo psicologico di una Russia sconfitta, contribuendo a delineare una prerogativa politica coerente che pone gli Stati Uniti in una posizione di superiorità nella concezione di qualsiasi relazione tra Stati Uniti e Russia.

In secondo luogo, c’è l’infinita amarezza e il risentimento nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per aver assecondato il copione scritto dai vincitori americani, optando invece per sollevare la Russia e instillare in lei un orgoglio nazionale che la pone al pari degli Stati Uniti.

Il presidente russo Putin interviene alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007

La famosa dichiarazione d’indipendenza di Putin, pronunciata alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007, sconvolse l’élite dell’establishment americano, profondamente infettata dalla russofobia, che si aspettava che Putin riprendesse il ruolo svolto dal primo presidente russo, Boris Eltsin, prostrandosi ai piedi del vincitore americano e vero salvatore della Russia.

Il “reset” delle relazioni del 2009 orchestrato da Barack Obama non è stato altro che un’operazione di cambio di regime mascherata da diplomazia, in cui gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire Vladimir Putin con Dmitri Medvedev nella speranza che Medvedev si dimostrasse più accondiscendente. L’attuale resoconto di Dmitri Medvedev su X è la prova lampante che l’amministrazione Obama non aveva ben compreso l’ex presidente russo, né la Russia nel suo complesso.

La Russia non tornerà mai volontariamente alle condizioni che hanno causato il disastro degli anni ’90.

La Russia non subordinerà mai più il suo orgoglio nazionale, la sua cultura, la sua sicurezza e la sua storia ai capricci dell’Occidente.

Eppure è proprio questo che Donald Trump cerca oggi. Letteralmente, “o la faccio a modo mio o l’autostrada”, e l'”autostrada” di cui parla Trump è una rampa di uscita per l’inferno.

La politica di Trump nei confronti della Russia non si è mai discostata in modo significativo dal percorso strategico intrapreso fin dalla fine della Guerra Fredda.

Mantenere la Russia debole promuovendo l’indipendenza dell’Ucraina e incoraggiando l’integrazione dell’Ucraina nelle relazioni economiche e militari occidentali è stato un tema ricorrente fin dal 1991 e rimane in gran parte valido anche oggi.

E il controllo dell’economia russa – e, attraverso questo vettore, della sua stessa esistenza – è la componente fondamentale della politica di Trump nei confronti della Russia. L’obiettivo della politica sanzionatoria di Trump è il “collasso” dell’economia russa, il che significa il collasso della società russa e, con essa, del sistema politico russo.

Il rapporto economico che Trump immagina con una Russia post-conflitto è simile a quello che promuove con l’Ucraina: un forte coinvolgimento americano nelle attività principali come mezzo per esercitare un controllo diretto sulle politiche dei “partner” economici interessati.

Nel caso dell’Ucraina, questo si chiama “garanzie di sicurezza”.

Con la Russia, si tratta semplicemente di una resa economica.

Lo “spirito dell’Alaska”, promosso da funzionari russi e americani fin dal vertice di agosto tra Trump e Putin, non è altro che un sotterfugio, un lupo travestito da pecora che maschera i veri obiettivi politici dell’amministrazione Trump nei confronti della Russia.

Julia Gurganus, ex analista senior della CIA per la Russia

È un fatto poco noto che Julia Gurganus, ex analista senior della CIA per la Russia che, nel 2016-17, ha ricoperto il ruolo di responsabile dell’intelligence nazionale per la Russia e gli affari eurasiatici e, in questo ruolo, è stata responsabile della supervisione della produzione di una controversa valutazione della comunità di intelligence (ICA) che sosteneva che la Russia aveva colluso con Donald Trump per rubare le elezioni presidenziali del 2016, era sull’Air Force One mentre Trump volava in Alaska.

La missione di questo famigerato russofobo non era quella di informare il Presidente sulle possibilità di migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, ma piuttosto di come il Presidente avrebbe potuto usare il vertice dell’Alaska per mettere alle strette il Presidente Putin e creare la possibilità di far crollare il governo russo.

Gurganus era sull’Air Force One grazie all’intervento del suo capo, il direttore della CIA John Radcliff. Radcliff si era prodigato per insabbiare i peccati passati di Gurganus, declassificando un rapporto nel maggio 2025 che scagionava Gurganus da ogni illecito riguardante l’ICA del 2017 (purtroppo per Gurganus, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard condusse un’indagine più approfondita e onesta che dichiarò Gurganus colpevole, con conseguente revoca delle sue autorizzazioni di sicurezza e del suo impiego presso la CIA. Ma questo avvenne dopo il briefing sull’Air Force One).

Il compito di Gurganus non era quello di aiutare il presidente Trump a superare le macchinazioni politiche volte a normalizzare i rapporti con il presidente russo.

Non poteva essere, per il semplice fatto che lavorava per John Radcliff, e il suo compito era sconfiggere strategicamente la Russia e far cadere il governo di Vladimir Putin.

Questa era la missione che gli era stata affidata dal presidente Trump.

Radcliff e i suoi agenti paramilitari dello Special Activities Group della CIA avevano lavorato a stretto contatto con i servizi segreti e le forze speciali ucraine per pianificare ed eseguire attacchi strategici in profondità nel territorio russo. Erano stati strettamente coinvolti nell'”Operazione Spiderweb”, l’attacco dei droni ucraini contro i bombardieri strategici russi condotto nel giugno 2025. E la CIA ha pubblicamente ostentato il suo ruolo nel facilitare gli attacchi dei droni ucraini contro le infrastrutture di raffinazione del petrolio russe.

Ma il più grande indizio che la CIA e Trump non erano interessati alla pace con la Russia, ma stavano piuttosto usando la ricerca di una soluzione pacifica al conflitto russo-ucraino come copertura per un cambio di regime all’interno della Russia, è stato l’attacco del drone ucraino del 29 dicembre 2025 alla residenza personale di Vladimir Putin nella regione russa di Novgorod, eseguito mentre Putin era impegnato in colloqui telefonici con Donald Trump sulla fine della guerra in Ucraina.

Inizialmente Trump ha finto sgomento e rabbia. Ma in seguito ha definito la versione russa degli eventi una menzogna e ha accusato Vladimir Putin di inventarsi tutto.

Il problema per Trump era che l’attacco fallito aveva lasciato dietro di sé una scia di detriti, tra cui componenti di guida computerizzata intatti, contenenti le coordinate precise dell’obiettivo previsto (sì, la residenza di Putin) e dati sulla rotta che il drone avrebbe dovuto seguire.

Le “impronte digitali” americane erano ovunque su questo componente di guida, cosa che i russi sapevano quando il loro capo dell’intelligence militare consegnò uno di questi componenti intatti agli addetti militari statunitensi a Mosca.

La Russia conosce la verità.

E la verità è che gli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump puntano ancora alla sconfitta strategica della Russia.

Nulla è cambiato rispetto alle politiche di Joe Biden.

Di Barack Obama.

Del primo mandato di Donald Trump.

Il mese prossimo scadrà il trattato New START. Si tratta dell’ultimo trattato sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia, che affonda le sue radici nell’eredità del controllo degli armamenti dell’era della Guerra Fredda. Il presidente russo Vladimir Putin ha indicato la sua disponibilità a implementare una moratoria di un anno sui “limiti” imposti dal New START, che limitano a 1.550 il numero di armi nucleari strategiche dispiegate per ciascuna parte del trattato.

Sebbene inizialmente Trump avesse espresso sostegno all’estensione del New START, più di recente ha espresso indifferenza per il destino del trattato, sostenendo di poterne negoziare uno migliore.

Christopher Ford

Qui dobbiamo prendere nota delle parole e delle azioni di Christopher Ford, ex assistente segretario di Stato statunitense per la sicurezza internazionale e la non proliferazione e sottosegretario per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, durante il primo mandato di Donald Trump.

Christopher Ford era responsabile della supervisione delle questioni relative al controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia.

Christopher Ford ha contribuito a far naufragare il trattato INF nel 2019.

Christopher Ford è fermamente convinto che il controllo degli armamenti sia utile solo nella misura in cui consolida un vantaggio strategico degli Stati Uniti sui russi.

Christopher Ford è il volto della realtà del controllo degli armamenti del dopoguerra fredda.

In breve, Christopher Ford e le persone che la pensano come Christopher Ford ritengono che una corsa agli armamenti con la Russia sia meglio di un vero e proprio controllo degli armamenti.

Ecco perché ci stiamo dirigendo verso una corsa agli armamenti con la Russia e stiamo assistendo alla morte del controllo degli armamenti.

La domanda che oggi si pongono gli Stati Uniti e la Russia è: cosa si guadagna a portare avanti programmi che portano a risultati diversi?

Gli Stati Uniti chiedono alla Russia di cedere.

E la Russia non cederà.

Si dice che siamo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda.

Perché non accettare semplicemente questo risultato?

Sì, la Guerra Fredda ci ha portato sull’orlo di una guerra nucleare.

John F. Kennedy affermò, a proposito della crisi missilistica cubana dell’ottobre 1962, che in quel momento c’era il 30% di probabilità che scoppiasse una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

John F. Kennedy non voleva combattere una guerra nucleare con l’Unione Sovietica, quindi la evitammo.

Nel novembre 2024, alcuni membri selezionati del Congresso vennero informati dalla CIA che c’era più del 51% di probabilità che si sarebbe verificata una guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti prima della fine dell’anno.

E l’amministrazione Biden ha dichiarato di essere d’accordo e di essere pronta a vincere una guerra del genere.

Solo l’elezione di Donald Trump ci ha allontanato da questa strada.

E Donald Trump ha appena cercato di uccidere il presidente della Russia.

Al confronto, la Guerra Fredda sembra piuttosto rosea.

La Guerra Fredda è stata dipinta come una lotta esistenziale tra due ideologie concorrenti e intrinsecamente incompatibili.

Ma la realtà era ben diversa.

Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti e la Russia intrattennero intense relazioni diplomatiche.

Il turismo era possibile e incoraggiato.

Ci furono scambi culturali tra le nostre due nazioni.

Accademia specializzata in studi sull’area russa che ha formato gli studenti sulla realtà della Russia.

In breve, le nostre due nazioni si rispettavano a vicenda, in gran parte perché ci temevamo a vicenda. Sapevamo che qualsiasi sforzo concertato per sconfiggere strategicamente l’altra parte avrebbe portato a una distruzione reciproca assicurata, alimentata da armi nucleari.

La Guerra Fredda ha consentito l’avvio di un processo di controllo significativo degli armamenti, un processo basato sul rispetto reciproco e sulla necessità di reciproca affidabilità.

Ma la Guerra Fredda non fu tanto innescata da ideologie divergenti quanto piuttosto dal rifiuto sovietico di sottomettersi all’egemonia economica americana.

George Kennan

La maggior parte degli storici della Guerra Fredda indica il “Lungo Telegramma” di George Kennan del febbraio 1946 come l’inizio del processo che portò alla Guerra Fredda. La missiva di Kennan dipingeva un’Unione Sovietica in netto contrasto con le politiche e le priorità dell’Occidente. Questo telegramma diede avvio a quella che divenne nota come la “Dottrina Truman”, annunciata dal presidente Harry S. Truman nel 1947. La “Dottrina Truman” impegnò l’America al comunismo fornendo aiuti finanziari e militari a paesi come Grecia e Turchia minacciati dall’espansione sovietica. Stabilì il contenimento dell’Unione Sovietica come pietra angolare della politica statunitense. Queste idee furono poi trasformate in armi sotto forma di NSC-68, un documento top secret di 58 pagine che definiva formalmente l’obiettivo degli Stati Uniti di contenere il potere sovietico e l’ideologia comunista.

Kennan affermò in seguito che il suo lungo telegramma non aveva lo scopo di creare le basi ideologiche della Guerra Fredda e che il fatto che fosse stato utilizzato in questo modo era dovuto in gran parte a un’interpretazione errata dell’intento alla base della comunicazione.

La genesi del Lungo Telegramma non si basava sulla preoccupazione per il potere sovietico o per l’ideologia comunista in sé, ma piuttosto su un’indagine del Dipartimento del Tesoro sul motivo per cui l’Unione Sovietica era restia ad aderire alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale.

A quanto pare, Joseph Stalin non era molto favorevole al fatto che l’economia dell’Unione Sovietica fosse prigioniera di quello che sarebbe diventato “l’ordine internazionale basato sulle regole”.

L’incompatibilità intrinseca tra i sistemi economici statunitense e sovietico fu la vera causa principale della Guerra Fredda.

In Occidente si è diffuso un mito secondo cui gli Stati Uniti avrebbero sconfitto l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, costringendo i sovietici a dichiarare bancarotta attraverso una corsa agli armamenti con gli Stati Uniti.

Ma i fatti non corrispondono al mito.

Secondo la maggior parte delle stime, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 l’economia sovietica era entrata in una fase di relativa stagnazione per quanto riguarda i beni di consumo di base.

Questo è vero.

Ma l’economia sovietica funzionava.

La maggior parte dei cittadini sovietici in vita in quel periodo ricordano con affetto la società sovietica, perché non era, come la dipinge l’Occidente, una società in declino.

La sconfitta dell’Unione Sovietica non fu causata da forze esterne, ma piuttosto da forze interne. Il malgoverno di Mikhail Gorbaciov, acclamato dall’Occidente come un “riformatore”, è ampiamente considerato la genesi del crollo dell’Unione Sovietica.

Il desiderio di Gorbaciov di trasformare l’economia sovietica in un’economia consumistica di tipo occidentale andava controcorrente rispetto alla direzione politica intrapresa da Stalin nel 1946, ovvero evitare di essere consumati dalle organizzazioni e dai sistemi economici occidentali, perché ciò avrebbe significato la fine della sovranità sovietica.

Gorbaciov ignorò questo principio fondamentale, aprì l’Unione Sovietica alle idee economiche occidentali che poi vennero implementate in modo imperfetto, e il resto è storia.

Ma l’idea che l’Occidente abbia “sconfitto” l’Unione Sovietica non è semplicemente supportata dai fatti.

Le realtà della Guerra Fredda produssero una distensione.

Le realtà della Guerra Fredda hanno prodotto un vero e proprio controllo degli armamenti che ha cercato innanzitutto di porre fine alla corsa agli armamenti limitando la crescita dei rispettivi arsenali nucleari degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, poi di ridurli, con l’obiettivo (espresso nel 1986) di eliminare del tutto le armi nucleari.

La realtà della Guerra Fredda permise a Ronald Reagan, un conservatore convinto, di smettere di chiamare l’Unione Sovietica “l’Impero del Male” e di ammettere che le nostre due nazioni potevano essere amiche.

Perché ci rispettavamo a vicenda.

Perché ci fidavamo l’uno dell’altro.

Oggi la realtà è che gli Stati Uniti non rispettano la Russia e non la rispetteranno finché non sarà finita la mitologia di una “vittoria” americana nella Guerra Fredda.

E dato il comportamento degli Stati Uniti nel corso dei tre decenni trascorsi dalla fine della Guerra Fredda, non potrà esserci alcuna possibilità di fiducia da parte della Russia finché gli USA crederanno di aver vinto la Guerra Fredda e perseguiranno politiche subordinate alla concessione da parte della Russia della propria sconfitta e della successiva sottomissione.

Abbiamo bisogno di un reset.

È tempo di tornare al futuro, replicando le esperienze di Marty McFly nel film “Ritorno al futuro”, dove torna indietro nel tempo per cambiare gli esiti che si manifestano nel presente.

Mosca durante la Guerra Fredda

Una nuova guerra fredda accetta come necessaria una nuova corsa agli armamenti nucleari, perché solo facendo rivivere la paura dell’annientamento nucleare gli Stati Uniti potranno mai impegnarsi in un controllo degli armamenti significativo basato su risultati reciprocamente vantaggiosi, in contrapposizione ai vantaggi unilaterali che gli Stati Uniti cercano di accumulare e sostenere oggi.

Una nuova Guerra Fredda richiederebbe un impegno diplomatico, il che significa che le istituzioni accademiche dovrebbero adattarsi alla necessità di veri esperti russi, e non degli ideologi anti-Putin che vengono attualmente prodotti.

Una nuova Guerra Fredda porterebbe i media tradizionali a modificare la loro copertura della Russia, se non altro perché i loro padroni del governo avrebbero bisogno di concentrarsi su soluzioni reali a problemi reali e non su soluzioni fittizie a problemi creati ad arte.

Una nuova Guerra Fredda costringerebbe gli Stati Uniti a riprogrammare l’intero approccio nei confronti della Russia, eliminando dalle proprie politiche l’idea della necessità di sostenere la Russia come una nazione sconfitta e soggiogata e riconoscendo invece la Russia come un paese pari, dotato di caratteristiche potenti, tra cui una civiltà unica e importante.

Una nuova Guerra Fredda imporrebbe la fine dell’irrazionale russofobia, se non altro perché gli Stati Uniti sarebbero costretti a conoscere la realtà di questo nuovo avversario.

È tempo di piantare un paletto nel cuore delle fallimentari politiche degli Stati Uniti post-Guerra Fredda nei confronti della Russia. Gli Stati Uniti devono essere completamente rieducati sulla realtà russa. Ciò è impossibile nell’attuale clima politico ideologico.

Ciò può accadere solo se torniamo indietro nel tempo, resuscitiamo la Guerra Fredda e poi cerchiamo un esito diverso.

Uno in cui le nostre due nazioni accettano di occupare il mondo in cui viviamo come pari, rinunciando per sempre sia all’idea della Russia come nazione sconfitta, sia alla necessità di un vincitore e di un perdente quando si tratta delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.

Dobbiamo imparare a vivere insieme in pace, da pari.

Oppure morirete insieme come nemici.

Si tratta di un problema esistenziale che può essere affrontato solo in un contesto di Guerra Fredda.

Abbiamo bisogno di una nuova Guerra Fredda se vogliamo avere una possibilità di sopravvivenza.

Perché l’attuale stato delle relazioni tra Stati Uniti e Russia ci sta portando su un’autostrada per l’inferno, un viaggio di sola andata.

Passa alla versione a pagamento

La posta psicologica in Groenlandia_di Simplicius

La posta psicologica in Groenlandia

Simplicius 19 gennaio∙A pagamento
 
LEGGI NELL’APP
 CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Con il prossimo grande evento mediatico-geopolitico che si sposta in Groenlandia, ci troviamo nel mezzo di molte discussioni interessanti su cosa abbia catturato l’attenzione unanime di Trump in questo territorio antico.

Una proposta interessante è stata avanzata in un nuovo articolo di Michael McNairL’articolo approfondisce la teoria secondo cui il sottosegretario alla Difesa per la politica Elbridge Colby sarebbe il vero artefice dell’acquisizione della Groenlandia da parte di Trump e, di fatto, avrebbe delineato la sua visione di questa manovra nel suo libro del 2021, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict (La strategia del rifiuto: la difesa americana in un’epoca di conflitti tra grandi potenze).

L’articolo afferma che, proprio come si sospettava che la “mano nascosta” del Progetto 2025 della Heritage Foundation avesse fornito la “sceneggiatura” di base per il secondo mandato di Trump – nonostante le numerose smentite – in ambito interno, il “copione” di Elbridge Colby sta segretamente plasmando la visione di Trump non solo per la Groenlandia, territorio che rappresenta solo un tassello fondamentale nel quadro generale, ma anche per la più ampia strategia geopolitica americana, che include la nuova “Dottrina Donroe”.

L’articolo cita John Konrad nel descrivere l’influenza di Colby all’interno del Pentagono:

“… a parte Hegseth, la figura più influente nell’edificio è Elbridge Colby.” Ha aggiunto che “la grande strategia di Colby rimane esattamente quella che ha pubblicato nei suoi libri e nelle interviste molto prima di assumere l’incarico. Ora la sta mettendo in pratica.”

Prosegue poi elogiando il pensiero strategico “sofisticato” di Colby, suggerendo in ogni occasione che egli sia un sapiente raro e generazionale sotto la cui guida gli interessi geopolitici degli Stati Uniti saranno perseguiti in modo impeccabile.

Ciò che distingue Colby dalla maggior parte dei pensatori strategici è la sua consapevolezza che la strategia opera come un sistema adattivo complesso. Egli non si limita a chiedersi “cosa dovremmo fare riguardo a Taiwan?”, ma si interroga su “qual è la strategia ottimale della Cina e come possiamo far fallire tale strategia?”. Egli riflette sugli effetti di secondo e terzo ordine, comprende come le azioni in un teatro influenzano la capacità in un altro e costruisce un quadro in cui i pezzi si collegano effettivamente tra loro.

Naturalmente, se si presta davvero attenzione alla descrizione che l’autore fa del suo genio, ci si rende subito conto che Colby non è il grande pensatore che viene dipinto, ma piuttosto un tipico stratega neoconservatore americano unidimensionale, capace solo di elaborare il mondo attraverso una mentalità superficialmente binaria e antagonista, che lo distingue dalle persone che gestiscono la politica in Stati civilizzati come la Cina. I neoconservatori americani possono operare solo da una posizione imperiale, utilizzando modalità di ostilità e controllo delle risorse basate sulla teoria dei giochi.

Non sorprende quindi che Colby discenda proprio dal “migliore” di loro:

Si tratta di vero virtuosismo strategico o semplicemente del solito nepotismo clanico?

Wow, deve essere proprio come il protagonista di Beautiful Mind.

In breve, dobbiamo presumere che sia un uomo pericolosamente brillante. Pertanto, la sua campagna in Groenlandia, pianificata con cura, sarà una delle mosse strategiche più impressionanti del secolo.

Qual è esattamente la sua strategia, come descritta nel suo fondamentale libro citato in precedenza? L’autore ce la riassume così:

L’affermazione fondamentale di Colby è che la strategia degli Stati Uniti nel XXI secolo dovrebbe mirare a impedire alla Cina di raggiungere l’egemonia sull’Asia. Il resto del suo quadro teorico deriva da questo punto.

Abbastanza semplice, ma ecco il colpo di scena:

Anche l’attenzione rivolta all’emisfero occidentale rientra nel suo quadro di riferimento. Proteggere la base operativa non significa ritirarsi dall’Asia. È un prerequisito per mantenere la proiezione di potere nell’Indo-Pacifico. Non è possibile combattere una guerra nel Pacifico occidentale se gli attori ostili controllano gli approcci meridionali.

Ha scritto il copione. Ora lo sta mettendo in pratica.

In breve, si sostiene che la strategia attualmente messa in atto dalla Casa Bianca non sia un “ritiro” dal mondo esterno in stile Dottrina Monroe, come molti hanno ipotizzato, con gli Stati Uniti concentrati su un’enclave strategica di tipo “fortezza America” nell’emisfero occidentale, ma piuttosto una strategia completamente offensiva volta a impedire alla Cina la sua ormai inevitabile ascesa. L’attenzione degli Stati Uniti su progetti “interni” come il Venezuela e la Groenlandia ha il solo scopo di consentire agli Stati Uniti di agire all’estero privando la Cina e altri avversari delle loro linee di vita e dei loro vantaggi, ecc.

Questo sembra abbastanza logico.

Si tratta essenzialmente di una smentita del famoso meme che sta circolando, secondo cui Trump starebbe deliberatamente dividendo il mondo cedendo gli emisferi rimanenti a Putin e Xi.

L’idea è riassunta in questa sezione chiave:

La confusione deriva dal confondere la definizione delle priorità con l’abbandono. Quando Colby sostiene che l’Europa dovrebbe assumersi la responsabilità primaria della propria difesa, non sta dicendo che “la Russia si aggiudica l’Europa”. Sta dicendo che gli europei hanno le risorse per gestire il proprio continente, quindi le risorse americane dovrebbero concentrarsi dove sono effettivamente necessarie per mantenere l’equilibrio di potere.

L’attenzione rivolta all’emisfero occidentale non significa che l’America si stia ritirando nel proprio angolo. Significa piuttosto che sta mettendo in sicurezza la propria base operativa. Non è possibile proiettare il proprio potere nell’Indo-Pacifico se attori ostili controllano le rotte marittime del Golfo, l’accesso al canale o le catene di approvvigionamento critiche nel proprio emisfero. La riaffermazione della Dottrina Monroe rende possibile la strategia asiatica, ma non la sostituisce.

Nonostante il mio tono scherzoso, il contenuto dell’articolo è probabilmente accurato: è vero che gli Stati Uniti non sembrano “ritirarsi” nella loro sfera di influenza; è chiaro che intendono ancora dominare il Medio Oriente per il bene di Israele, come stiamo vedendo ora con la saga iraniana, gli interventi contro gli Houthi, ecc. Il ridicolo è invece rivolto all’idea che la cosiddetta “visione strategica” di Colby possa effettivamente avere successo ignorando le conseguenze reali di secondo e terzo ordine, che stanno già cominciando a manifestarsi.

La più evidente di queste conseguenze è ovviamente la totale alienazione dei principali alleati degli Stati Uniti, che – verrebbe da pensare – controbilancia in qualche modo i “vantaggi strategici” ottenuti dagli Stati Uniti con l’acquisizione di nuovi territori.

https://www.politico.eu/articolo/donald-trump-europa-groenlandia-minaccia-militare-difesa-alleati/

Ad esempio, l’articolo di Politico sopra citato rivela che i funzionari europei stanno discutendo “in modo discreto” possibilità delicate che includono la rimozione delle basi statunitensi in Europa, che consentono agli Stati Uniti di proiettare la propria forza in teatri chiave, in particolare in Medio Oriente.

Ma è stata avanzata la possibilità di tagliare il sostegno agli schieramenti militari americani, comprese proposte radicali di riprendere il controllo delle basi statunitensi, ha affermato uno dei diplomatici.

“Sono in corso discussioni su come potremmo esercitare pressione e dire ‘Ehi, avete bisogno di noi, e se fate questo reagiremo in qualche modo'”, ha detto il diplomatico. “Ma allo stesso tempo, nessuno vuole parlare apertamente di questo”.

Certo, gli eurocrati sono diventati dei piccoli adulatori così timorosi e servili che è estremamente difficile immaginare che possano mai trovare il coraggio necessario per mettere in atto la minaccia di cui sopra, quindi forse possiamo dare credito all’audacia di Colby nel prevedere la loro mancanza di forza d’animo e di determinazione. Il danno complessivo alle relazioni, tuttavia, è innegabile. Nel gioco a somma zero della politica di potere, vale la pena guadagnare un territorio vuoto in cambio di un tale costo in termini di reputazione?

Alcuni direbbero di sì, ma per chi?

La posta in gioco psicologica

https://www.rt.com/news/631104-us-trump-history-greenland/

Il brano sopra riportato attesta giustamente che l’acquisizione della Groenlandia porterebbe gli Stati Uniti al secondo posto tra i territori più grandi del mondo, superando il Canada.

Se Donald Trump dovesse portare a termine l’acquisto della Groenlandia, si assicurerebbe quasi certamente un posto nella storia americana e mondiale.

Al di là dello spettacolo, già solo le dimensioni sarebbero sbalorditive. La Groenlandia si estende su circa 2,17 milioni di chilometri quadrati – rendendola paragonabile per dimensioni all’intera Louisiana Purchase del 1803 e più grande dell’Alaska Purchase del 1867. Se quella massa continentale fosse aggiunta agli Stati Uniti odierni, la superficie totale dell’America supererebbe quella del Canada, collocando gli Stati Uniti al secondo posto dopo la Russia in termini di estensione territoriale. In un sistema in cui le dimensioni, le risorse e la profondità strategica continuano ad avere importanza, un tale cambiamento sarebbe interpretato in tutto il mondo come un’affermazione della durata dell’influenza americana.

Tuttavia, tale affermazione è rivelatrice: gli echi della storia, la grandiosità, la magnificenza… Questi appellativi non vanno tanto a vantaggio dell’immediato beneficio strategico degli Stati Uniti, quanto piuttosto, a quanto pare, solo a vantaggio dell’immagine di un uomo.

C’è un motivo per cui la natura strategicamente “imperativa” dell’acquisizione è stata improvvisamente enfatizzata con una minaccia artificiale sotto forma di affermazioni secondo cui Russia e Cina si stanno preparando a impossessarsi della Groenlandia – sì, la stessa Russia che “barcolla” in Ucraina e non è nemmeno in grado di proteggere le petroliere della sua “flotta ombra” non lontano dalla Groenlandia. Se la minaccia fosse reale, l’imperativo strategico sarebbe evidente. Ma è chiaro dalla natura artificiosa della messinscena che essa è stata orchestrata artificialmente senza una giustificazione reale e chiara; e questo ci dice che il vero motivo dietro di essa risiede probabilmente nell’autoesaltazione di nientemeno che Trump stesso, per il vano beneficio della sua eredità.

Cos’altro sostiene questa tesi? Beh, per esempio, sappiamo che gli Stati Uniti hanno già una grande base radar di allerta precoce antimissile balistico nella base spaziale di Pituffik, in Groenlandia, che ospita il 12° Squadrone di allerta spaziale della US Space Force. Che altro vantaggio potrebbero avere gli Stati Uniti se diventassero ufficialmente “proprietari” della Groenlandia, visto che già possono avere lì le loro enormi basi radar di allerta precoce antimissile?

Le altre giustificazioni addotte dagli Stati Uniti per l’acquisizione hanno ancora meno senso. Ad esempio, Scott Bessent sostiene che se la Groenlandia fosse attaccata, gli Stati Uniti sarebbero “coinvolti” in base alla garanzia prevista dall’articolo 5 del trattato NATO, e quindi in qualche modo, acquisendo la Groenlandia, gli Stati Uniti sarebbero più sicuri, sottintendendo forse che se gli Stati Uniti possedessero ufficialmente la Groenlandia, gli aggressori sarebbero dissuasi dall’invadere il territorio:

Ma questo non ha senso, perché nella stessa frase ammette che gli Stati Uniti sostengono la Groenlandia attraverso le garanzie della NATO, il che significa che gli ipotetici aggressori sarebbero ugualmente dissuasi dall’invadere il Paese, indipendentemente dal fatto che gli Stati Uniti possiedano materialmente la Groenlandia o meno. L’unico modo in cui la sua argomentazione potrebbe avere senso è se lui sapesse qualcosa che noi non sappiamo sui futuri piani degli Stati Uniti di lasciare completamente la NATO.

Se si sommano tutte queste piccole incongruenze e illogicità, diventa chiaro che non esiste alcuna esigenza immediata e urgente che richieda agli Stati Uniti di annettere la Groenlandia con l’urgenza che viene descritta. Pertanto, possiamo solo concludere che lo scopo dell’intera vicenda è quello di esaltare l’attuale amministrazione, gonfiandone l’importanza negli annali della storia come quella che ha affrontato questioni di vasta portata e compiuto imprese monumentali, anche se la maggior parte di queste “imprese” saranno state eccessivamente superficiali rispetto al miglioramento della vita dei cittadini americani, che è principalmente il compito dell’amministrazione.

Ma forse l’autore dell’articolo precedente ha ragione: i posteri americani non si preoccuperanno della “sostanza” – o della sua mancanza – e acclameranno Trump come un’icona storica per la semplice grandiosità e la sorprendente audacia della sua mossa epica:

Come sarebbe ricordato Trump nel suo Paese se avesse portato a termine l’operazione in modo pacifico, attraverso l’acquisto? La memoria americana tende a fissarsi sui risultati, non sul processo. L’acquisto della Louisiana è celebrato per aver raddoppiato la superficie della giovane nazione, non per gli scrupoli costituzionali che sollevò all’epoca. L’acquisto dell’Alaska, deriso come “la follia di Seward”, è ora insegnato come lungimiranza strategica. Le dimensioni della Groenlandia la renderebbero la più grande espansione in un’unica soluzione del territorio statunitense, superando di poco la Louisiana in termini di superficie. Questo basterebbe a collocare qualsiasi presidente nel pantheon dei leader più influenti; Trump verrebbe probabilmente citato insieme a Jefferson e, per la portata del cambiamento territoriale, accanto alle figure rivoluzionarie che gli studenti imparano per prime.

Dobbiamo ammettere che l’astuta autrice presenta argomenti molto convincenti. Infatti, prevede brillantemente il graduale superamento di qualsiasi contraccolpo contemporaneo e delle conseguenze negative grazie all’entusiasmo e all’orgoglio alimentati dalla “memoria selettiva” derivanti da una simile impresa storica:

A livello nazionale, l’opposizione sarebbe probabilmente forte nell’immediato, soprattutto per quanto riguarda il processo, i costi e i precedenti. Essa sarebbe amplificata in modo massiccio dalla figura divisiva di Trump. Tuttavia, la memoria politica americana è selettiva. Se l’acquisizione offrisse chiari vantaggi strategici e fosse seguita da un’integrazione e da investimenti efficaci, il dramma dei negoziati svanirebbe mentre la mappa rimarrebbe invariata. I mappamondi nelle aule scolastiche cambierebbero. Lo stesso varrebbe per i calcoli in materia di difesa, scienza del clima e politica delle risorse. Col tempo, sarebbero gli anniversari, e non l’acrimonia, a strutturare il modo in cui la maggior parte dei cittadini incontrerebbe la storia.

L’articolo, scritto in modo eccellente, si conclude con un’appropriata enfasi:

Naturalmente, ci sono modi in cui questa eredità potrebbe deteriorarsi. L’America ricorda i grandi cambiamenti, ma ricorda anche gli sprechi. Se il percorso verso l’acquisizione avesse calpestato il consenso, scatenato lunghe controversie o non fosse riuscito a produrre benefici tangibili, il bagliore sarebbe svanito e il paragone con Jefferson o Seward sarebbe sembrato forzato. Per un certo periodo.

Tuttavia, se Trump dovesse acquisire la Groenlandia, gli storici avrebbero difficoltà a scrivere la storia americana moderna senza dedicargli un capitolo centrale. La combinazione di dimensioni, simbolismo e riposizionamento strategico sarebbe troppo significativa per essere trattata come una nota a piè di pagina. Qualunque cosa si pensi dei suoi metodi, la questione dell’eredità in questo scenario è semplice: la mappa testimonierebbe a suo favore molto tempo dopo che le discussioni odierne si saranno placate. È così che spesso funziona la storia. I risultati, incisi nei confini, diventano monumenti.

Chi può contestare quanto sopra? E naturalmente, data la puntuale veridicità di queste parole, possiamo concludere che Trump stesso abbia previsto l’intero scenario di tali eventi, che possiamo quasi certamente considerare il principale motore delle sue ambizioni artiche. Ciò ha poco a che vedere con la “Cupola d’oro”, che, come sappiamo, trarrebbe pochi benefici dal controllo nominale del territorio da parte degli Stati Uniti, dato che questi ultimi già gestiscono basi radar in quella zona e potrebbero facilmente stipulare trattati per gestirne altre.

In realtà, per i non credenti, Trump stesso ha affrontato proprio questo argomento. In un’intervista al NYT ha apertamente lasciato intendere che ottenere la Groenlandia è psicologicamente importante per lui:

https://www.nytimes.com/2026/01/11/us/politics/trump-interview-transcript.html

Cos’altro si può dedurre da questo?

Uno dei problemi è che più crescono i fallimenti di Trump, più sarà psicologicamente spinto a perseguire ambiziosi “grandi successi” geopolitici per compensare le sue perdite percepite. Nella mente di Trump, egli probabilmente presume, a ragione, che una grande vittoria possa cancellare anche la macchia della più grande sconfitta. Quindi, man mano che le sue altre iniziative falliscono e la sua impopolarità cresce, potrebbe diventare sempre più squilibrato nel compiere “miracoli” geopolitici su larga scala, come essere l’uomo che abbatterà l’Iran, acquisirà il Venezuela, la Groenlandia e persino il Canada, ecc., al solo scopo di superare la perdita di prestigio derivante dal suo patrimonio presidenziale in declino.

E così otteniamo vettori come i seguenti:

Donald Trump ritiene che il Canada sia vulnerabile alla Russia e alla Cina nell’Artico, scrive la NBC.

Il Canada teme di poter diventare il prossimo obiettivo di Trump dopo il Venezuela e la Groenlandia – Bloomberg.

Nel frattempo, l’UE potrebbe imporre dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti per un valore di 93 miliardi di euro, riferisce il quotidiano Financial Times, citando funzionari europei.

Secondo i suoi dati, l’opzione degli europei per le azioni di ritorsione è quella di limitare l’accesso al mercato dell’UE alle aziende americane.

https://www.rt.com/news/631112-trump-taking-greenland-would-be-nail-nato-coffin/

Più sono le perdite subite, più “grande” sarà la compensazione eccessiva per rimediare a esse: questa è la chiave della natura “psicologica” di queste manovre territoriali, nonostante il loro attuale beneficio geopolitico marginale.

Come si concilia questo con i “grandi progetti” di Elbridge Colby, descritti in precedenza? Forse Trump ha selezionato alcune parti di tali strategie solo per legittimare le sue mosse e adornarle con i fronzoli di una “teoria” autentica, per il bene dei posteri.

O forse siamo noi gli sciocchi, e Trump ha accesso a informazioni riservate più approfondite di quelle a cui noi potremo mai avere accesso, che lo hanno convinto che questi colpi di grazia geopolitici sono una necessità assoluta per il futuro sostentamento degli Stati Uniti.

Ma questo è piuttosto improbabile: chiedetevi, la Russia, che è di gran lunga il Paese più grande del mondo, vuole davvero o ha bisogno di acquisire un altro enorme deserto innevato ancora più arido e remoto della Siberia? L’idea sembra assurda.

E la Cina, che riesce a malapena a proiettare la propria forza militare sulla vicina Taiwan e ad affermare in modo convincente la propria presenza nel Mar Cinese Meridionale, avrebbe intenzione di “conquistare” la Groenlandia, distante 10.000 km, e di stabilirvi basi difendibili? La stessa Cina che gestisce solo UNA piccola base straniera a Gibuti?

È tutto semplicemente assurdo.

No, sembra più probabile che Trump abbia già rivelato apertamente il vero motivo dietro queste disperate appropriazioni di terreni: la psicologia o, più concisamente, l’ego.

Ma condividete i vostri pensieri!

È una semplificazione eccessiva? O si riduce davvero a termini così semplici e basilari?


Un ringraziamento speciale a voi che state leggendo questo articolo Premium —siete voi i membri principali che contribuiscono a mantenere questo blog in buona salute e a garantirne il funzionamento costante.

Il Tip Jar rimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di fare il doppio gioco, per coloro che non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida dose di generosità.

Le forme della vita economica_di Spenglarian Perspective

Le forme della vita economica

spenglarian perspective16 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Spengler distingue diversi ruoli assunti dagli uomini nella storia economica. Questi ruoli cambiano natura e significato man mano che la sua storia morfologica progredisce, passando da una forma primitiva di autoservitù all’alto idealismo del periodo antico, al pensiero monetario del periodo tardo e della civiltà, per poi decadere in un miscuglio frammentato di atteggiamenti critici e superstiziosi. Questo articolo spiegherà i ruoli degli uomini in economia, avulsi dal linguaggio moderno che definisce chi o cosa si intende per classe operaia, classe alta, classe dirigente, classe media e così via.

Spengler si riferisce alle classi economiche come a quando gli uomini sono “in forma” per le attività economiche, allo stesso modo in cui sono “in forma” quando si organizzano in movimenti politici, ceti e stati. Ciò che rende difficile comprenderlo oggi, tuttavia, è che il periodo della civiltà tende a elevare alcuni gruppi economici allo status di ceto politico quando, in realtà, come abbiamo già stabilito, questi gruppi sono solo gli ancellari delle unità politiche. Marx definì nettamente la classe operaia e la contrappose come un gruppo politico ai proprietari terrieri come un altro gruppo politico. La conseguenza è un decadimento della vera forma politica, che è lo stato-nazione in cui entrambi sono annidati.

Questa classe operaia, divenuta di pubblico dominio a partire dal 1800, sostiene Spengler, è semplicemente un prodotto della teoria e non della realtà. Spengler riduce la classe operaia a una serie di servizi che emergono in ambienti industriali e urbani. La natura urbana di questo fenomeno è primaria, e la teoria e i partiti costruiti per rappresentarli sono secondari. Gli ambienti urbani sono il prodotto di una fase storica, e trattare la storia come una lotta dei lavoratori contro i governanti è l’aspetto peggiore di una falsa percezione.

Il modo di vita economico più primario e fondamentale è la vita del contadino. Egli vive sul suo appezzamento di terra, elemento caratterizzante del paesaggio, e ne coltiva e ne cura ciò di cui ha bisogno. Questo modo di vita è la produzione ed è il presupposto per tutto il resto. Il feudalesimo è il prodotto delle classi nobiliari e sacerdotali che consideravano la terra la proprietà più onorevole, da cui si poteva produrre tutto ciò di cui la società aveva bisogno.

Con questo, emerge un nuovo modo di vivere. Nel mercato locale, nelle città e nei paesi, vagando con le sue merci, c’è l’intermediario il cui modo di vivere è il commercio . Prima del denaro, barattava merci, e poi valutava le sue merci per ricavarne un profitto. Spengler definisce questo tipo di uomo un “parassitismo raffinato” per la sua improduttività.

Poi, tra loro, c’è il membro della corporazione. Ciò che rappresenta è la modalità di preparazione . Tradizionalmente, potrebbe essere un fabbro che ha padroneggiato il suo mestiere. Nella civiltà, potrebbe essere uno di quegli uomini della “classe operaia” che lavorano in fabbrica o preparano il caffè. Questi sono anche i vostri artisti e inventori che legano il loro senso di sé a ciò che creano a propria immagine. In questa “economia della tecnica”, c’è una tensione tra attaccamento e alienazione; un artista si sentirà vicino alla sua creazione, ma un operaio no; un artista a cui viene negata la capacità di dipingere per poter dedicare tempo al lavoro per pagare le bollette è un artista che probabilmente fallirà.

In questi tre modi di vita, come in tutte le cose viventi, ci sono seguaci e leader. Questi ultimi organizzano, innovano, assumono, licenziano e decidono il futuro di coloro la cui unica funzione è semplicemente eseguire gli ordini impartiti. I leader non sono una classe separata a sé stante, ma parte del processo insieme ai lavoratori. Danno forma a una folla altrimenti ignara, in attesa di sapere come guadagneranno oggi.

Spengler distingue questi gruppi per illustrare come contadini, banchieri, sarti e artisti conducano tutti esistenze completamente separate. Nelle condizioni della civiltà, le linee di demarcazione vengono rimescolate per concentrarsi sulle stesse questioni che riguardano la stabilità generale dello Stato. Improvvisamente, il contadino è qualitativamente uguale all’impiegato di banca, poiché entrambi sono fratelli nell’oppressione dei loro padroni. Ma una storia delle forme economiche e dei diversi modi in cui si sono manifestate in altre culture elevate dovrebbe servire a dare sfumature a quella che è diventata, persino per alcuni esponenti della destra, una semplice questione di oppressi e oppressori.

Come la narrazione plasma la realtà: poliziotti buoni e poliziotti cattivi in ​​Cina e negli Stati Uniti_di Ugo Bardi

Come la narrazione plasma la realtà: poliziotti buoni e poliziotti cattivi in ​​Cina e negli Stati Uniti

Ugo Bardi15 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Ripubblicato da “Chimeras”; leggermente modificato. 9 gennaio 2026

The Dumpling Queen (2025) è la storia di 臧健和 (Chong Kin Wo), una persona reale (1945-2019) che ha lottato duramente per guadagnarsi da vivere con le sue due figlie dopo essere stata abbandonata dal marito. Non so quanto sia vicina alla realtà la storia raccontata nel film, ma non importa. La narrazione non riguarda necessariamente la realtà. La narrazione serve a far emergere dall’anima i sentimenti per i propri simili. Ed è questo che fa questo film. Ipersentimentale, certo, e con diversi difetti come film. Ma anche un film di straordinaria bellezza: affascinante, divertente, commovente. Non si può evitare di immedesimarsi nella difficile situazione di questa giovane madre. Se, per caso, non la pensi così, sei un rettile, e questo è offensivo per i rettili.

C’è una scena nel film in cui la protagonista viene arrestata dalla polizia per aver venduto i suoi ravioli senza permesso. Alla stazione di polizia, un’altra donna dice al capo della polizia di non avere soldi per pagare la multa. Il capo ci pensa un attimo, poi tira fuori dei soldi di tasca propria e paga la multa, lasciandola andare libera. Da notare che rispetta la legge: avrebbe potuto semplicemente lasciar andare la donna. Ma la legge è la legge: la multa deve essere pagata. È un messaggio potente del film: rispetta la legge, ma aiuta anche i tuoi concittadini.

Questa non è l’unica prova che abbiamo del fatto che i cittadini cinesi si aspettino che la polizia li aiuti, non che li colpisca con un manganello o li spari. Ci sono molti filmati e immagini sul web cinese di poliziotti che aiutano persone in difficoltà, salvando bambini e animali domestici dai pericoli.

Certo, sappiamo tutti che la realtà e YouTube sono mondi diversi. Sappiamo anche che la propaganda esiste ovunque nel mondo. Ma se queste clip provenienti dalla Cina sono propaganda governativa (alcune sicuramente lo sono), significa che il governo cinese vuole che la polizia sia gentile con i cittadini. Se esistono film come “La regina dei ravioli”, significa che, entro certi limiti, in Cina le persone credono che la polizia sia lì per aiutarle. Le convinzioni plasmano la realtà e le buone convinzioni rendono il mondo migliore.

Non credo di dover dirvi quanto siano diverse le cose nel nostro mondo. Molti film e clip sul web mostrano la polizia occidentale che maltratta e uccide persone. E se la gente crede che la polizia sia lì per uccidere, allora la polizia ucciderà. Le cattive convinzioni peggiorano il mondo. E così via.

Who Is Renee Nicole Good? What We Know About the Woman Killed in  Minneapolis ICE Shooting - WSJ

Potete vedere l’intero film “Dumpling Queen” a questo link . La scena in cui il poliziotto paga la multa è al minuto 1:15:00.

Kurchatov, la bomba e la strada verso la multipolarità_di Constantin von Hoffmeister

Kurchatov, la bomba e la strada verso la multipolarità

Verso un mondo multipolare nucleare!

Costantin von Hoffmeister12 gennaio
 LEGGI NELL’APP 
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

In questo giorno, il 12 gennaio, il calendario segna la nascita di un uomo il cui lavoro ha silenziosamente riscritto le regole del potere mondiale. Mentre i generali parlavano di vittoria e i politici di pace, i laboratori decidevano il futuro. In quelle stanze di polvere di gesso, cavi e silenzio vigile, la storia si muoveva più velocemente dei discorsi. Igor Kurchatov fu al centro di questo cambiamento, plasmando un nuovo ordine globale attraverso la scienza applicata piuttosto che l’ideologia.

Kurchatov era il capo scienziato del programma atomico sovietico, a cui era stato affidato un compito che non ammetteva ritardi né fallimenti. La sua responsabilità era diretta: fornire allo Stato sovietico armi nucleari o lasciarlo esposto alla coercizione. Coordinando gli scienziati, gestendo la segretezza e traducendo la teoria in produzione, realizzò la prima bomba atomica sovietica nel 1949. Da quel momento, gli Stati Uniti cessarono di essere l’unica potenza nucleare e il linguaggio politico si adeguò a una nuova realtà.

Eurosiberia è una pubblicazione finanziata dai lettori. Per ricevere nuovi post e sostenere il mio lavoro, puoi sottoscrivere un abbonamento gratuito o a pagamento.

Passa alla versione a pagamento

Questo risultato costrinse all’emergere di un ordine bipolare. Due potenze si fronteggiarono ora con armi capaci di distruzione totale, e la moderazione divenne una questione di sopravvivenza piuttosto che di buona volontà. Il diritto internazionale e gli appelli morali svanirono in secondo piano, sostituiti da deterrenza, calcolo ed equilibrio. Kurchatov non sostenne questo sistema; lo rese inevitabile. Il suo lavoro impose limiti all’azione che nessuna conferenza avrebbe potuto far rispettare.

Kurchatov è spesso paragonato a J. Robert Oppenheimer, il leader scientifico del Progetto Manhattan americano. Entrambi organizzarono team di grandi dimensioni e corsero contro il tempo, eppure le loro posizioni storiche differirono. Oppenheimer operò da una posizione di monopolio iniziale e in seguito rifletté pubblicamente sulle sue conseguenze. Kurchatov operò da una posizione di necessità strategica, concentrato sulla fine di quel monopolio il più rapidamente possibile. Uno contribuì a creare il predominio; l’altro contribuì a dissolverlo.

In questo senso, l’eredità di Kurchatov si estende oltre la Guerra Fredda. Rompendo il monopolio e imponendo l’equilibrio, contribuì a creare le condizioni per la successiva transizione dal bipolarismo a un ordine multipolare, in cui esistono diversi centri di potere e nessuno può governare da solo. Nel giorno del suo compleanno, Kurchatov può essere considerato una figura di cambiamento strutturale: un uomo che ha dimostrato che gli ordini mondiali cambiano quando il potere viene condiviso, e che tale condivisione si ottiene attraverso capacità materiali piuttosto che con dichiarazioni o ideali.

Kurchatov non lavorò in isolamento. Collaborò a stretto contatto con Sergej Korolev, il capo ingegnere missilistico sovietico e l’ideatore dei sistemi missilistici che diedero alle armi nucleari una reale portata strategica. Kurchatov fornì la bomba, Korolev i mezzi per lanciarla, e insieme trasformarono il potere astratto in realtà operativa. Korolev, in seguito noto come il padre del volo spaziale sovietico, progettò i razzi che trasportavano testate nucleari e che avrebbero poi portato in orbita satelliti e uomini. La loro collaborazione legò la fisica nucleare alla missilistica e fuse la deterrenza con la gittata e la velocità. Korolev condivide il compleanno di Kurchatov, il 12 gennaio: entrambi appartengono allo stesso momento storico.

Acquista il libro MULTIPOLARITÀ di Constantin von Hoffmeister !

Al momento sei un abbonato gratuito a Eurosiberia . Per un’esperienza completa, aggiorna il tuo abbonamento.

Passa alla versione a pagamento

1 2 3 380