REALISMO AMERICANO e MONDO MULTIPOLARE, di Pierluigi Fagan
REALISMO AMERICANO e MONDO MULTIPOLARE. Il mondo dell’interpretazione politica è talmente pervaso di ideologia sul come vorremmo il mondo fosse che parlare di come il mondo è, sembra una rinuncia al poterlo immaginare diverso. Dovremmo invece staccare i due ambiti.
L’atteggiamento idealista serve all’animo di chi lo interpreta, le cose non stanno come stanno, stanno molto vicino a come vorremmo fossero. È un meccanismo di salute psichica che, per salvaguardare il dominio della nostra forma mentale, distorce la cosa per farla assomigliare al nostro intelletto. Da qui in poi non importa quanto la realtà contesti la nostra credenza, si troverà sempre qualche artificio logico-linguistico che difenda la fondatezza della nostra credenza, ne va del nostro equilibrio mentale, quindi esistenziale. Eraclito diceva che costoro vivono come sonnambuli, ognuno con la sua inventata o manipolata ricostruzione della realtà nella mente, è quindi un fatto umano molto antico, connaturato la nostra cognizione.
L’atteggiamento realista, secondo gli idealisti, è invece un appiattirsi alla realtà accettata per come è, senza alcuna possibilità e conseguente volontà di cambiarla. In effetti c’è anche chi commette questo errore logico, dedurre dal come le cose sono la legge per cui non possono essere diversamente (Hume). Tuttavia, l’atteggiamento realista non deviato è più semplicemente cercare di percepire la realtà il più vicino possibile al come in effetti è per poi calcolare quanto lontano è dal come vorremmo fosse. L’esercizio serve anche a limitare questa realtà immaginata e auspicata, ma non per negarla, per renderla anch’essa realista ovvero realizzabile.
E veniamo alla cronaca geopolitica recente.
Su questa pagina, un anno fa e anche prima, s’era scritto delle intenzioni di Trump. Le questioni internazionali andrebbero seguite tutti i giorni mentre molti si svegliano solo quando accadono fatti. Ogni volta sobbalzano, si sorprendono e si mettono furiosamente a scrivere di cose le cui tracce si potevano rinvenire mesi o anni prima com’è ovvio in processi di causazione così complessi.
Che dietro a Trump ci fossero gruppi di interesse specifici non era noto solo al reparto delirio del manicomio interpretativo, per costoro Trump era il miliardario (fallito) paladino del popolo reale contro le élite woke. Il sonnambulo non può rendersi neanche conto di quanto stia confondendo la sua immaginazione con la realtà, ne avrebbe un crollo psichico, verrebbe risucchiato nel buco nero della dissonanza cognitiva.
Che tra questi gruppi di interesse ci fosse la lobby petro-carbonifera era chiaro anche ai meno informati, sin da quando alla sua prima elezione fece come prima nomina a Segretario di Stato un amministratore delegato della Exxon-Mobil, compagnia tra l’altro fortemente coinvolta -ai tempi- nei progetti di sfruttamento dei giacimenti polari e siberiani russi, nonché il megaprogetto Sachalin. Puntualmente, il giorno dopo l’incontro di Trump e Putin ad Anchorage, Exxon-Mobil ha ripreso i colloqui con la russa Rosfnet.
Trump, da sempre, ha negato ogni dato di allarme climatico, ogni richiamo a cause umane, ogni cautela ecologica e quelli del reparto deliri del manicomio idealistico lo hanno adottato come proprio mentore nella battaglia contro le élite di Davos, neoliberali, europeiste, lib-dem e le loro paturnie pseudo-green. Non si sono posti il crudo fatto, si sono solo preoccupati di opporre una ideologia a un’altra ideologia, per costoro i fatti non esistono, esistono solo interpretazioni. In effetti nel mondo delle idee è così, peccato che ci sia poi un mondo reale che ignorano volutamente.
Scrissi un anno fa che la nomina a Segretario di Stato di Marco Rubio era significativa. Rubio, figlio di espatriati cubani, era stato storicamente un avversario di Trump e si sa che Trump ha memoria lunga verso coloro che non crollano in ginocchio davanti la sua immaginaria potenza. Unitamente a dichiarazioni in campagna elettorale e altri semplici ragionamenti, non ci voleva un genio geopolitico per conseguirne che la politica strategica della seconda presidenza Trump avrebbe avuto a obiettivo l’intero Centro e Sud America, quindi chi meglio di Rubio?
Così, per quanto riguarda l’Europa, le dichiarazioni di Trump ma anche il suo atteggiamento durante la prima presidenza, rendevano esplicita la volontà di sottomettere l’inconcludente condominio europeo alle strategie statunitensi con molti meno riguardi di quanto non aveva comunque già fatto Biden (operazione Ucraina). Da cui i dazi e l’imposizione di maggior spesa a supporto NATO tra l’altro ben sapendo che tutte queste nuove armi gli europei, non essendo in grado di produrle, le avrebbero comprate dagli USA.
A chiudere queste prime pagine del capitolo geopolitico della presidenza Trump, la faccenda della Groenlandia vista Artico, trattata qui anche molto prima di un anno fa in quanto ovvia. Trump minaccia guerra per ottenere accordi, mani libere per basi militari (che già ha e che un trattato gli permette anche di moltiplicare), stazionamento navale militare nelle acque prospicenti, ma soprattutto diritti di scavo delle tante stimate materie prime minerali depositate sotto i ghiacci (che Trump sa che sono destinati a sciogliersi nel medio-lungo tempo). Copenaghen prenderà qualcosa in percentuale (dipenderà dalla trattativa) e rimarrà formalmente il riferimento statuale sui sessantamila abitanti che intanto si arricchiranno un po’.
Quindi, che sta facendo Trump?
Semplicemente sta rinforzando la potenza complessiva (geopolitica, militare, commerciale, di alimentazione di ogni processo estrattivo base per la trasformazione industriale statunitense) sotto il profilo dell’allineamento geopolitico coatto. Da qui anche dazi e minacce aperte a Canada, Messico perché Brasile intenda e così Bruxelles. Questo il nuovo polo occidentale piramidale con gli USA al vertice.
Recentemente, leggendo qui e là, mi sono accorto che alcuni avevano idealisticamente inteso l’annunciato “mondo multipolare” come un eden armonioso di nazioni in pace perpetua, magari tendenti al socialismo. Ahimè, mondo multipolare è una semplice descrizione. Mondo bipolare era una descrizione occidental-centrica che raccontava una parte del mondo (scambiato per il Mondo tout-court) diviso in due blocchi. Mondo unipolare era una descrizione americana di un mondo immaginario il giorno dopo che è scomparsa l’URSS. Mondo multipolare, è una descrizione obiettiva quindi non occidentale o asiatica o di chi altro volete, di come si ripartiscono i poli di potenza su un pianeta affollato da 8 prossimi 10 miliardi di umani ripartiti in più di 200 Stati.
Mondo multipolare non è una ideologia è realistica presa d’atto del fatto che nessuno più può controllare l’intero mondo e che ci sono vari attori, a vari livelli di potenza, che operano per il proprio interesse di sviluppo e sicurezza in una geografia politica complessa.
Qui da noi in Europa, poiché siamo viziati dall’esser stati centro di tanta storia per millenni mentre oggi qui da noi non c’è alcuna potenza di rilievo ed anche le medie potenze come Francia o Germania o Gran Bretagna, non sono autonome ma coartate da Washington, si fa fatica a capire questo mondo nuovo. Una sezione del reparto deliri addirittura guarda il paesaggio fuori della finestra domandandosi malinconico “perché noi non siamo una potenza?”. Perché Europa non è uno Stato e non esiste, non è mai esistita e mai potrà esistere per ragioni logico-funzionali autoevidenti, una potenza che non sia uno Stato unificato. Ma l’auto-evidenza al reparto deliri non è mai tale altrimenti non sarebbe reparto deliri.
A Washington, invece, sono uno Stato ed anche molto potente, sanno -più o meno- come sta il mondo e quali linee di fenomeno ne faranno la consistenza almeno per i prossimi trenta anni e si organizzano di conseguenza. Già storicamente poco inclini a condividere potere (il potere per esser tale è indiviso), da sempre del tutto alieni da ciò che alcuni chiamano “diritto internazionale” (diritto senza Stato è volontario, quindi revocabile, quindi non regola alcunché), ieri hanno annunciato il ritiro unilaterale da 66 programmi e organizzazioni internazionali, di cui 31 fanno parte delle Nazioni Unite. Non è più il momento di far finta di essere educati condomini del Mondo, soft power, missioni moralizzatrice del mondo e finte gentilezze annesse (come ha ben compreso Netanyahu).
Quella del “rinforzo di potenza” è solo la fase 1 della strategia USA per un mondo multipolare, prima si rinforza il giocatore, poi si gioca, vedremo in seguito come.
Non è bello? Non è giusto? Ma quando mai il mondo è stato bello e giusto? Quello che sta facendo Trump (che non ha alcuna garanzia di successo) andrebbe letto come sintomo di quanto la posizione occidentale (e statunitense) in un mondo sempre più complesso è e sempre più sarà problematica. La realtà possiamo dirla bella o brutta secondo nostro giudizio ideale, ma politicamente il giudizio non ha alcuna rilevanza, la realtà è un fatto.
E se non piace, allora ci si dovrebbe fare la terribile domanda che l’idealista sonnambulo evita come la peste nera per quella incapacità a rispondere che genera impotenza e frustrazione: che fare?
(L’immagine è un articolo su Il Fatto sull’uscita del mio primo libro “Verso un mondo multipolare” in cui tutto ciò era più o meno ipotizzato. Era il gennaio di nove anni fa).

DELLA GUERRA. Lanciata da un economista marxista, è iniziata una guerra epistemica contro la geopolitica. Se ho ben capito la tesi di fondo, l’essenza e causa della guerra (e dell’imperialismo) è il capitalismo. Vediamo meglio.
La geopolitica e i geopolitici sono accusati di non esser scientifici, come se un economista lo fosse. Il problema è che fuori dalle scienze dure (da fisica a scienze della Terra passando per chimica e biologia), non si dà “scienza”, ma qualcos’altro che non è stato mai ben definito ereditando la categorizzazione delle discipline dal XIX secolo in cui erano tutti infatuati dalla fisica meccanica e pretendevano di estenderne metodi e assunti a tutto il sapere.
Si ha scienza di cose inanimate, quanto agli umani (singoli e in società) dotati di intenzionalità, le cose sono molto più complesse la cui comprensione non diventa magicamente certezza perché si usa la matematica.
Sono anche accusati di usare una disciplina che non ha neanche una sua critica epistemologica e su questo si conviene, anzi penso di averlo proprio scritto io in un commento ad un suo post. La disciplina è relativamente giovane (nata a cavallo tra XIX e XX secolo) e a lungo ostracizzata dai saperi occidentali poiché portante il marchio d’infamia di disciplina nazista. Sostituita da Relazioni Internazionali che è una disciplina nata realista e poi diventata idealista (o liberale) che è una disciplina prettamente americana, riemerge solo nei tardi anni ’70-’80 per merito di un francese, Yves Lacoste e la sua rivista Herodote.
C’è quindi dentro una bella confusione di metodo e molto da fare. A cominciare da quei geopolitici che espellono l’argomento economico e finanziario e relative lenti di analisi (anche perché probabilmente non conoscono neanche i fondamentali della materia), favoleggiando di spirito dei popoli, potenza astratta, ethnos e gloria, che, comunque, sono pur sempre variabili che hanno una dosata incidenza.
Il che ci porta ad un primo problema epistemologico generale ovvero la mania riduzionista di trovare “la” causa dei fenomeni. La stragrande maggioranza dei fenomeni non ha “una” causa, ma un complesso di cause. Le variabili incidenti un fenomeno soprattutto quando appartiene al mondo umano e non a quello naturale, quindi antropologia, sociologia, demografia, storia, economia, politica e ovviamente geopolitica. sono molteplici e concorrono a creare la dinamica del fenomeno, volta per volta, assemblandole in diverse dosi e reciproche relazioni, spesso non lineari.
Che la causa della guerra e anche dell’imperialismo sia la forma economica detta “capitalismo” è falsificata immediatamente dal verificare in Storia almeno cinque-seimila anni di guerre e primi regni espansivi, poi imperi (da quello di Sargon 2300 a.n.e. che si legge “ante nostra era” e corrisponde al più noto, avanti Cristo). Che il capitalismo si nutra anche di guerra è ovvietà.
Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso, non è una regola (in questo campo ci sono al massimo “regole”, le “leggi” tanto care ai positivisti con l’invidia per la fisica newtoniana meccanica, non ci sono). A volte, secondo i suoi cicli interni e di contesto, prospera nella pace e nel commercio espanso, a volte si butta a capofitto nella produzione di armi e loro utilizzo per garantirsi spazi, popoli subordinati, energie e materie prime o bruciare i bilanci e relativi debiti accumulati.
Anzi, si potrebbe argomentare invertendo il processo causativo. Furono le varie guerre europee tra XV e XVII secolo a muovere lo sviluppo tecnico e la rivoluzione artigiana che precede quella industriale, inclusa l’espansione marinara verso le future colonie, che faranno poi da base alla forma di economia moderna.
A volte ci si dimentica che il capitalismo è un sistema che ha bisogno di possedere uno Stato (F. Braudel: “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”) ed uno Stato è sempre iscritto in una geografia e una storia (una geo-storia). Da cui anche l’apporto di argomenti relativi lo spazio geografico, la competizione di potenza a vari livelli (grandi, medie e piccole potenze), la rilevanza della componente militare e la mentalità (cultura) di taluni popoli e non di altri (indo-cinesi ed euro-anglosassoni hanno tradizioni storiche molto diverse rispetto alla guerra), la demografia, includendo la stratificazione dei poteri interni e la tipologia e rilevanza delle élite locali.
Tuttavia, rimane vero e inconfutabile, che la forma economica e finanziaria di uno Stato moderno, sia una delle sue strutture primarie. Altrettanto rilevante ricordarsi che uno Stato non è solo la sua economia, da cui l’appello ad approcci multidisciplinari per leggere a grana fine quando più dell’una o dell’altra variabile causativa.
Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata. La partizione fondamentale è la costruzione sociale piramidale tra Pochi e Molti che connota tutta la storia delle civiltà umane, che il capitalismo ha interpretato nella modernità qualificando i Pochi come i possessori di capitale. Nell’URSS i Pochi di potere non erano capitalisti o generati dal modo economico e così lo stesso oggi in Cina o in Iran.
Infine, usando il modello logico dialettico, se dire “A determina B” è la tesi, val bene opporgli il “B determina A”, ma solo per arrivare al successivo “A e B si co-determinano in un anello causativo” così la finiamo di buttare via tempo con discussione ottocentesca sul primato della struttura o della sovrastruttura.
Limitandoci alle cronache recenti, la guerra operata pur sotto la vestizione di “operazione speciale” (una guerra limitata) dalla Russia verso l’Ucraina è di origine capitalistica? Non direi proprio. Non sappiamo se i russi avevano fatto bene i loro calcoli strategici; tuttavia, era prevedibile il perdere l’Europa come partner di scambio commerciale, industriale e tecnologico. Esattamente ciò che la Russia, dall’indomani del crollo dell’URSS, aveva pazientemente sviluppato come propria direzione di sviluppo economico, finanziario e capitalistico. Da cui la perdita per la loro élite della ricchezza di proprietà, soldi, investimenti, prospettive e libertà di operare nei ricchi mercati occidentali.
La sindrome di Procuste ovvero la mania di dover coartare i fatti all’interpretazione e non il contrario, ha portato un altro autore osservante marxista che leggevo ieri a dire che la guerra in Ucraina è stata mossa per il possesso di materie prime e terre rare. Quanto all’argomento basta andare sul sito dell’ISPI (Relazioni Internazionali) per avere la cartina del dove si troverebbero in Ucraina i giacimenti più interessanti di una decina di metalli, l’area interessata dall’invasione russa non è certo la più promettente. Inoltre, com’era prevedibile ad uno stratega di medio livello (credo che al Cremlino ce ne sia più d’uno), il grosso dei giacimenti ora verranno donati a statunitensi e forse europei, in cambio di armi e finanziamenti di sopravvivenza. Come si può dunque scrivere una stupidaggine del genere?
L’autore, in tutta evidenza, non sa nulla di Putin, delle élite di San Pietroburgo, degli equilibri politici interni alla Russia, della storia russa, dei trattati internazionali che regolavano gli equilibri tra USA e Russia via Europa, di ciò che statunitensi e nord-europei stavano facendo in Ucraina dal 2014 e di molto altro relativo la sicurezza tra cui il lungo accerchiamento della NATO, gli equilibri di potenza e le alleanze o amicizie geopolitiche di questa fase storica per poter scrivere una tale scemenza. Diciamo che fa il paio con quegli altri senza cervello che pretendevano di spiegare il conflitto col fatto che Putin s’è svegliato una mattina dopo che in sonno gli era apparsi Nicola I e s’era così ricordato quanto era fico essere “zar di tutte le Russie”.
Di contro, chi può negare che il motore della nuova effervescenza di potenza trumpiana volta a sottomettere tutto il suo continente e l’Europa, poi vedremo cosa farà in Asia (tra cui il processo che sta portando il Giappone a pensare di rompere il tabù e dotarsi di arma atomica mentre gli attriti di inimicizia tra i neocon di Tokyo e Beijing stanno facendo scintille), ha ragioni dettate soprattutto, ma non solo, dalla metrica del proprio capitalismo?
La guerra mossa da Netanyahu ai palestinesi di Gaza e a Hezbollah ha un fondo economico legato alle promesse della nuova via del Cotone, ma ha anche la partecipazione di altre cause che vanno dalla demografia, alla lunga storia culturale di difficile convivenza con gli arabi, alla sicurezza, all’opportunità per il Primo Ministro di evitare i propri guai giudiziari, a ragioni di politica interna dato che il governo si regge sul voto di integralisti coloniali avidi di terra (che attrae nuovi coloni quindi nuovi voti per quei partiti).
Ci sono poi altri conflitti come quello in Sudan o tra Thailandia e Cambogia dove è difficile rinvenire ragioni economiche.
Come si vede, metallurgia della certezza (leggi ferree, di bronzo, d’acciaio) non se ne vede, si vede pluralità e molteplicità dei casi e dei relativi contesti. Così anche gli studiosi dovrebbero abbandonare l’applicazione industriale dei modelli e dedicarsi alla cura artigianale del pensiero.
In conclusione, una rinnovata epistemologia delle discipline storico-sociali ed umane, dovrebbe darsi uno statuto che non è “chiacchiera in libertà” quanto non è e non può essere una “scienza”. Superare le ristrettezze cognitive della causa unica. Studiare diverse discipline per poterle usare con diverso approfondimento e gradazione passando dal o-o al e-e allo scopo di ricostruire gli anelli causativi non lineari dei fatti. Questo s’intende quando si dice che una faccenda è “complessa”.
Le polemiche (il polemos sulle idee) sui primati disciplinari andrebbero superate nel comune sforzo di evolvere una disciplina che ha in oggetto la guerra, disciplina che esiste (per quanto ignota ai più) anche se in forme ancora immature e che si chiama polemologia.

GEOECONOMIA o GEOPOLITICA ECONOMICA. Gli Stati Uniti hanno varato un progetto di polo industrial-commercial-tecnologico con loro al centro. Il progetto è quello di creare un girone ristretto di cooperazione, scambio e comune catena di sviluppo. Parliamo di ricerca e produzione chip, semiconduttori , infrastrutture di intelligenza artificiale (IA), minerali critici , produzione avanzata, logistica e infrastrutture energetiche e di dati associate. Insomma, un polo ICT.
Da un articolo di Adnkronos che linko al primo commento: “L’obiettivo finale è costruire un’economia a “circuito chiuso”: un sistema in cui un modello di IA può essere addestrato su chip americani, prodotti in Corea con minerali australiani e alimentati da data center indiani, senza che un singolo byte o elettrone attraversi infrastrutture avversarie.”, cioè cinesi.
Ad oggi, il progetto sinistramente titolato “PAX SILICA”, è stato approvato da: USA, GIAPPONE, COREA DEL SUD, SINGAPORE, AUSTRALIA, INDIA, ISRAELE, GRAN BRETAGNA, PAESI BASSI, QATAR. Stanno per aderire EMIRATI ARABI UNITI, CANADA, UNIONE EUROPEA mentre TAIWAN non comprare ufficialmente ma aderisce di fatto. Il titolo del progetto è “sinistro” perché porterebbe a concludere che chi non è nel sistema non ha garanzie di pace. Nei fatti, il progetto tende a creare un confine tra “amici” e non, escludendo questi secondi da qualsiasi condivisione di processo e relative interdipendenze.
Data la struttura dell’argomento in termini di potenza complessiva, è chiaro che gli USA fungeranno da centro del sistema ed è chiaro che dopo le sventatezze della globalizzazione “libera e bella” non c’è alcun ipotizzato rimbalzo verso la chiusura nazionale, ma la creazione di circoli con relazioni asimmetriche (il design è quello del “hub&spoke” ovvero mozzo e raggi come in una ruota di bicicletta) con Washington a far da perno. Ed è anche chiaro che questa sottomissione della logica economica e finanziaria alla logica geopolitica, prevede che queste nuove reti faranno da base anche all’allineamento geopolitico militare, viepiù data l’incidenza che questo argomento ha nella produzione del militare di oggi e sempre più nel futuro. Qualcosa del genere è già in atto e sempre più lo sarà, nei progetti di esplorazione e sfruttamento dello spazio.
Da ciò è anche più chiaro capire come mai il mondo ICT USA, già per lo più democratico, sia oggi allineato come un solo uomo all’amministrazione Trump.
Dopo l’esproprio del petrolio venezuelano, il processo di rinforzo del controllo USA sull’intero continente americano (in corso) e le mire sulla Groenlandia, vedremo come si evolverà la questione in Iran, questo progetto continua la strategia di potatura delle principali linee di relazione economica con la Cina, una sorta di lento soffocamento e accerchiamento di cui ci possiamo aspettare prossime nuove puntate.
Do la notizia così com’è, farne una valutazione è forse prematuro. Per il momento è una firma su una carta di intenti, ma proprio l’intento è chiaro.
Aggiungo solo un’altra notizia neanche poi così nuova. L’altro giorno, Bill Gates, ha pubblicato un suo articolo in cui da una parte paventa la possibilità che soggetti non allineati o non governativi possano produrre biotecnologie aggressive usando software A.I. open source. Il che porterà probabilmente ad un più stretto controllo proprio dell’open source e un motivo in più per il progetto della Pax Silica di cui sopra ovvero il controllo americano sull’intero comparto e relative filiere in nome della sicurezza.
Dall’altra però, ha ribadito che: “”Man mano che l’intelligenza artificiale sviluppa il suo potenziale, potremmo ridurre la settimana lavorativa o persino decidere che ci sono alcuni ambiti in cui non vogliamo utilizzarla. Dovremmo usare il 2026 per prepararci a questi cambiamenti” (fonte ANSA).
Gates e molti suoi colleghi della Silicon Valley, da qualche anno insistono unanimi su questa previsione di taglio del lavoro. Il che non impedisce ad alcuni attardati a scrivere libri ed articoli sul fatto che no, il lavoro rimarrà e si reinventerà in nuovi campi e fini.
Risulta bizzarro questo non credere a ciò che dicono personaggi dalle mani ed interessi così profondamente immersi nello sviluppo di questo nuovo ambito, loro sanno cose che altri non sanno ovvero cosa realmente stanno facendo, cosa prevedono di fare, quali sviluppi sono instradati sullo sviluppo di tecnologia la cui applicazione ancora non vediamo del tutto, ma presto le vedremo.
Certo, se uno ha l’immagine di mondo fondata su teorie politiche che riflettevano lo stato delle cose di seconda metà Ottocento, avrà qualche resistenza a evolvere il proprio sistema di analisi, giudizio e valori.
Abbiamo trattato il tema in un recente video per IBEX qui postato. Inviterei l’ambito sfilacciato delle intelligenze critiche a concentrarsi un po’ di più sul problema, non solo con esercizi di stile nella critica corrosiva al limite della paranoia, ma della formulazione di ipotesi di intervento politico per limitare i danni di tale epocale svolta. Gates stesso accenna all’ipotesi di vietare l’A.I. in certi campi (e non solo lui, in particolare proprio sul militare e la robotica) e da tempo in ambito americano c’è un certo fiorire di ipotesi che vanno da una partecipazione popolare agli azionariati delle Big Tech (in modo da recupere in profitti da titoli le perdite di salario), alle varie declinazioni del reddito di cittadinanza.
Sono queste problematiche prettamente politiche e sociali, ma dato lo stato dell’intelligenza politica critica, dovremmo preoccuparci seriamente del fatto che saremo destinati a subire interamente il fenomeno secondo logica e interessi elitisti e statunitensi se non ci diamo una svegliata. Una volta di più, insisto sul fatto che, secondo me, la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di reddito, sarà la battaglia decisiva se non vogliamo ridurci ad una poltiglia sociale in grado solo di lasciare i suoi inutili e strazianti lamenti sui social.
Se lo stato moderno e il senso della cittadinanza sono fondati sul lavoro, senza lavoro cosa diventeranno?

TEMPO e POLITICA. (Post+video su argomento di teoria politica) C’è un argomento che è scarsamente trattato nelle teorizzazioni politiche: il TEMPO. Quali sono i principali aspetti del rapporto tra politica e tempo?
In tempi normali la politica serve per gestire. In tempi anormali come gli attuali, la politica dovrebbe servire a cambiare. Ma cambiare gli attuali assetti elitisti, neoliberali, atlantisti, europeisti, implica quantomeno strategie di medio lungo periodo. Come si fa a stabilire, condividere e mettere in atto una strategia di cambiamento nel medio-lungo periodo? Dove abbiamo una teoria politica che analizzi la relazione tra TEMPO e CAMBIAMENTO?
Se il presente è troppo complesso anche solo per sognare una politica trasformativa radicale istantanea e bisogna pianificare il futuro, che previsioni sul mondo futuro (a breve-medio-lungo) facciamo? Come cambia il rapporto tra società umane del nostro tipo e il futuro?
E visto che PRESENTE e FUTURO conseguono il PASSATO, che porzioni di tempo geostorico prendiamo in esame per le nostre teorie politiche? Dalla riconsiderazione della consistenza del formato di Stato-nazione (problema europeo), ai problemi di sviluppo della ricerca e delle tecnologie, ai problemi ecologici o demografici, alla postura geopolitica, il mondo sempre più complesso impone fare e condividere strategie, programmi, progetti. Nessuno di questi argomenti si affronta con slogan e idee improvvisate o meccaniche sociali positivistiche, nessuno si risolve senza investimenti di tempo a medio-lunga prospettiva dato che qualsiasi cambiamento strutturale impone massa critica.
Forse la discontinuità più profonda dell’era Complessa è che la storia non possiamo più limitarci a subirla, dovremmo farla intenzionalmente. Chi non ha programmi articolati e seri per il futuro basato sulla mediazione tra idea e realtà, non avrà futuro alcuno o ne avrà di patimento.
E cosa ne è del moderno assetto tra tempo personale e politico e TEMPO DI LAVORO? Diverse forze congiurano per creare -in Occidente- una società post-lavoristica. Si sommano il fine ciclo di economia moderna occidentale (sono rimaste meno cose da produrre, l’innovazione è drasticamente diminuita rispetto alla prima metà del Novecento, l’intero mercato mondiale e l’incipiente maggiore scarsità di materie ed energie creerà sempre più perturbazione dei prezzi e la produzione soprattutto asiatica è molto più competitiva in diversi aspetti), nonché le limitazioni che dovremmo apportare per cautela ecologica.
Ma la variabile decisiva è l’erosione del lavoro umano (e il suo costo e indiretto) in favore del lavoro macchina (hard e soft) che promette di impattare anche fasce di lavoro concettuale oltre che manuale, routinario e a basso valore aggiunto. Si porrà (o già si pone) inderogabile sia la battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sia quella successiva per la ridistribuzione del reddito senza il quale la società prenderebbe forme di ineguaglianza ben peggiori delle attuali.
Battaglie eminentemente “politiche” poiché c’è da decidere il quanto, cosa a chi e in base a quali criteri e prassi politiche si dà o poi magari si toglie. Decisioni che non hanno alcun criterio di oggettività in una società, l’unico criterio è politico con contrattazione di diritti e doveri tra Molti e Pochi.
Infine, proprio la battaglia sulla riduzione dell’orario di lavoro, anche più prioritaria di quella sul potere d’acquisto o la sovranità monetaria, serve proprio per la relazione tra TEMPO e POLITICA. Il tempo che dedichiamo all’auto-formazione, all’auto-informazione, alla distribuzione delle conoscenze senza le quali i Molti diventano masse informi da eccitare con propaganda e populismo (o auto-esclusione basata sull’astensione politica di vario tipo), fino al dibattito sulle idee e i progetti sulle forme di vita associata e la partecipazione alla loro realizzazione.
La consistenza politica di una società è direttamente correlata al tempo, il tempo che serve per passare da masse informi e masse critiche (“critiche” nel senso che hanno “peso” per operare trasformazioni sociali profonde).
Una -vera democrazia- è l’unica teoria politica che preveda l’autogoverno dei Molti, il resto è tutto elitismo. Una vera democrazia o democrazia radicale non ha nulla a che fare con un distratto voto di delega ogni quattro anni e preparazione, dibattito, deliberazione continuata e partecipazione diretta alla cosa pubblica (la famosa “res publica” da cui la “repubblica” in cui ci picchiamo di vivere) sono tutte attività ad alta disponibilità e intensità di tempo.
Una reale democrazia è cronofaga e solo una vera democrazia può affrontare e provare a risolvere il di quanto detto sopra e il vasto resto. Come altrimenti creare una massa critica di persone intenzionate, preparate, impegnate nell’esercizio del diritto (e dovere) ad esser soci naturali di una società?
Riprendiamo possesso del nostro tempo di vita e delle regole associative del sistema di cui viviamo, nessuna ipotesi politica che riequilibri diritti e doveri sociali avrà mai luce se non si ricrea una società politica di tipo realmente democratico, rivendicando tempo politico.
Come altrimenti cambiare il disgustoso stato delle cose e del Mondo in cui ci è toccato in sorte di vivere?


























