Italia e il mondo

DIES IRAN_Pierluigi Fagan

DIES IRAN. Allora, com’è andata la Guerra d’Iran o Terza guerra del Golfo o il combinato de “Il Ruggito del Leone (ISR)” più “Epic Fury (US)”?

1. Se non la guerra armata, il conflitto regionale continuerà e quindi ogni considerazione che possiamo fare è parziale e provvisoria.

2. La gran parte dei “fatti” crudi non li conosciamo. Quello che abbiamo visto tutti è una parte dei fatti e soprattutto un enorme volume di chiacchiere, occorre però tenere ben distinti questi due piani. L’era dei social e del diluvio delle parole continua a creare una surrealtà (tra l’altro infarcita di surrealismo emotivo e ideologico) e ci sta abituando a scambiare questa “realtà inventata” con la realtà concreta che rimane quella in cui e di cui viviamo.

3. Ci troviamo così in una nuova forma di realtà quantistica nella quale le possibilità e probabilità sono una cosa, il fatto è rinvenibile solo dopo il collasso della funzione d’onda, la sua misurazione, la misurazione del fatto.

4. Parte Israele, pare che il consenso interno a Netanyahu che a ottobre va a elezioni perse le quali andrebbe a processo, sia aumentato. Hanno avuto la loro porzione di morti, feriti e distruzione materiale ma nessuno sa in che misura, anche perché se gli israeliani sapessero di questa misura forse il consenso diminuirebbe. Inoltre, il piano fantascientifico dell’immunità totale data dal mitico apparato missilistico di intercetto e retrocesso a ben minore certezza. Nel frattempo, coperti dal chiasso mediatico, i coloni hanno continuato l’espansione in Cisgiordania e si sono comunque presi un ampio pezzo del sud del Libano creando forti turbolenze interne al Libano e alla posizione di Hezbollah in quel contesto. Mai Israele e di alone la comunità ebraica, è arrivata a livelli così bassi di gradimento nell’opinione generale mondiale.

5. Parte Paesi del Golfo, hanno subito una significativa distruzione materiale e i vari progetti su un futuro di sviluppo extra-fossili sono ridotti in macerie. Un articolo di un rappresentante emiratino su FT, l’altro giorno, invitava non solo a guardare ciò che veniva distrutto, ma anche a ciò che si cominciava a costruire. Si riferiva ai nuovi progetti di nuove vie infrastrutturali che a questo punto danno al piano IMEC (somma di Patto di Abramo + Via del Cotone ovvero India-Medio Oriente-Europa) una rilanciata attualità. Tra Persico, Hormuz e Iran (Houti e Hezbollah), per i paesi CCG a questo punto è chiaro che debbono riorientare -in parte, anche solo per crearsi una alternativa in casi di emergenza- le linee logistiche. Di contro, l’esperienza vissuta dirà loro anche qualcosa relativamente ai rapporti con US e il petrodollaro, nonché il dover fare i conti con il sunnismo allargato del gruppo STEP (Saudi Arabia, Turkye, Egypt, Pakistan). Questioni complesse che eccedono un post su fb.

6. Parte Iran il bilancio provvisorio è anch’esso complesso. Si è confermato che la decisione di fare Guida Suprema un paralizzato semicosciente era un prender tempo per operare in tempo di guerra e l’impossibilità pratica e temporale di giocare la partita delle egemonie interne tra le varie anime del Paese. Hanno subito l’ennesima distruzione delle prime linee di comando e quindi anche la probabile attenuazione dell’influenza dei Pasdaran, ma soprattutto hanno subito una forte distruzione materiale. Non sono tornati all’età della pietra e non sono una civiltà cancellata (intento che non aveva senso se non nel fare “cinema” nel mondo social delle opinioni pubbliche di mezzo mondo) tuttavia la loro già non brillante condizione economica-strutturale vessata da anni di tensioni e sanzioni, ha subito un duro, ulteriore colpo che impiegheranno anni ad assorbire. Di contro, hanno senz’altro raccolto nel mondo più simpatia di quanto avevano prima (tanto quanta ne ha perso Israele e il mondo ebraico in generale), hanno resistito complessivamente molto bene, hanno mostrato capacità tecno-militari significative e soprattutto, hanno trasformato una libera via di navigazione (uno dei più classici “choke point”) ovvero Hormuz, in un casello in condominio con l’Oman (fatto significativo in termini di geopolitica degli spazi relativamente a gli EAU e i loro progetti di nuovi terminali da portare nel Mar Arabico saltando Hormuz), che rifinanzierà la ricostruzione e darà loro nuovo peso geopolitico regionale. Hanno anche dato senso al nuovo gruppo STEP e mantenuto ottimi rapporti con i partner tradizionali (Russia, Cina) e con altri (Pakistan, India, Francia, Giappone etc,). Tutti da seguire saranno gli sviluppi di politica interna e la tenuta della strategia dell’Asse della Resistenza non tanto per volontà, quanto per possibilità concrete di finanziamento e supporto militare ora che dovranno prioritariamente ricostruire il Paese.

7. Parte US la faccenda è complessa più di ogni altra. Se azzeriamo la nuvola di chiacchiere e ci mettiamo nei panni di Trump e Netanyahu al giorno prima del 28 febbraio, è molto probabile avessero un piano di massima e di minima. Quello di massima è fallito del tutto, quello di minima forse non del tutto. Degli obiettivi raggiunti da Israele abbiamo detto, quanto agli americani del nord, è da vedere. Mentre ieri tutti aspettavamo Armageddon, nei fatti, i siti militari, energetici, industriali, culturali, sanitari e logistici dell’Iran, dopo quaranta giorni di bombe, hanno subito una importante distruzione. In termini di potenza materiale, l’Iran è retrocesso di non poco. Se questo era l’obiettivo almeno di minima dell’azione intrapresa, si capisce allora anche la gestione pirotecnica del discorso pubblico. Ogni giorno il mondo oscillava tra il panico degli indici e la paura nucleare e speranze di pace e accordi, ma nei fatti mentre le emozioni scoppiettavano, il rallentato bombardamento di Dresda continuava sistematico. L’elenco di strutture distrutte conta centinaia e centinaia di siti. I Paesi del Golfo, volenti o nolenti, hanno verificato la loro impotenza e totale subalternità ed ora saranno ancor più motivati ad aderire al progetto delle nuove vie rivolte all’Europa.

La nuova relazione tra US e NATO da una parte e Indo-Pacifico (Corea del Sud, Giappone, Australia) dall’altra, dopo la stagione dei dazi indiscriminati, registra definitivamente il passaggio dal livello di finzione precedente di amicizia tra (quasi)-pari al nuovo livello di chiaro dominio gerarchico. Tutto da vedere se ciò si stabilizzerà o porterà a progetti di emancipazione della sfera occidental-capitalistica alleata nei confronti del dominus imperiale. Partita lunga, tutta da seguire.

US paga pesantemente la distruzione totale del suo soft power, la perdita di affidabilità strategica, la nuova imprevedibilità che forse è un vantaggio nelle relazioni commerciali ma antitetica nelle logiche di Relazioni Internazionali. Gli amici di Trump del comparto fossili festeggiano per i prezzi infiammati, il probabile aumento dell’export e dopo il Venezuela, la possibile entrata in nuove joint venture del Golfo (e Israele sui giacimenti mediterranei antistanti). Ma anche gli immobiliaristi hanno un radioso futuro dato che dopo tanta distruzione c’è ricostruzione, un classico della creazione di profitto. I miliari hanno subito un piccolo “regime change” e il comparto industriale militare ha svuotato gli arsenali per cui li dovrà riempire di nuovo, un altro classico. Internamente Trump perde un po’ o un po’ tanto consenso, le mid-term sono tra sette mesi, da vedere se e quanto recupererà. Il resto del mondo sarà a lungo alle prese con prezzi infiammati e turbolenze economiche e quindi US se non saranno primi perché salgono in classifica, staranno strategicamente meglio perché gli altri retrocedono.

Tuttavia, sarà da valutare questa nuova situazione nella quale orami tutto il mondo sa con evidenza quanto gli US sono la potenza destinata ad esser ridimensionata dall’evoluzione di un mondo complesso che ormai dista ottanta anni dalla fine della IIWW. Con anche però la paura del fatto che sembrano disposti a superare tutte le linee rosse del bon ton di convivenza planetaria pur di difendere il proprio privilegio.

Ci sarebbe molto altro da dire, ovvio, ma avremo tempo. Tutto ciò, quindi, solo in via parziale allo stato delle cose degli annunci di ieri notte ovvero due settimane di trattative diplomatiche che partono però da posizioni difficilmente conciliabili. Tutti e tre i convenuti terranno le pistole ben cariche sotto il tavolo, US e Israele più di Iran guadagnano tempo e rifornire gli arsenali e magari gestire la logistica delle eventuali truppe per nuove azioni mirate. La tregua è un prender tempo che a questo punto, conviene a tutti.

Dopo la “fine della civiltà” ora siamo a “incontriamoci e parliamo”, ma la partita reale rimane pienamente aperta e i conti si faranno solo alla fine che, nelle transizioni specie quelle epocali come questa, tende a rimanere lì sull’orizzonte lontano.

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L’Europa è legata all’America_di Jacob Kirkegaard – L’egemone predatore, di Stephen Walt

L’Europa è legata all’America

Sarà difficile sciogliere i legami economici

Jacob Kirkegaard

6 aprile 2026

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen durante una conferenza stampa a Bruxelles, gennaio 2026Yves Herman / Reuters

JACOB KIRKEGAARD è Senior Fellow presso Bruegel e Senior Fellow non residente presso il Peterson Institute for International Economics.

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Considerato che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha trascorso il primo anno del suo secondo mandato imponendo dazi elevati sui prodotti europei, accarezzando l’idea di ritirare le truppe statunitensi dall’Europa e arrivando persino a minacciare di «assumere il controllo» del territorio europeo, i leader europei hanno l’urgente necessità di ridurre la dipendenza economica e militare dei loro paesi dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono oggi il più grande mercato di esportazione dell’Europa, rappresentando oltre il 20 per cento delle esportazioni europee all’inizio del 2026, nonché il principale fornitore di capitale di rischio del continente per nuove iniziative imprenditoriali e la fonte di capacità militari cruciali per scoraggiare la Russia. Ci sono validi motivi per essere ottimisti sul fatto che i governi europei possano ridurre la loro dipendenza militare: la spesa per la difesa è in aumento, in particolare nei paesi dell’Europa settentrionale e orientale, e l’Europa sta finanziando la difesa dell’Ucraina contro la Russia, perseguendo al contempo una maggiore integrazione con il settore militare-industriale ucraino in crescita. Ma ridurre l’esposizione economica e tecnologica dell’Europa sarà molto più difficile.

In linea di principio, i governi europei potrebbero eliminare gradualmente i beni, i servizi e la valuta statunitensi nel settore pubblico e limitarne o vietarne l’uso nel settore privato, riducendo così le possibilità che un’amministrazione statunitense sfrutti la dipendenza europea a proprio vantaggio. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Per convincere le aziende private a fare meno affidamento sulla valuta, sui sistemi di pagamento, sul commercio e sulla tecnologia statunitensi, i governi europei dovrebbero fornire alternative europee altrettanto convenienti, convenienti dal punto di vista economico e tecnologicamente sofisticate quanto quelle statunitensi. Tali alternative oggi non sono disponibili. Per poterle fornire rapidamente, l’Europa potrebbe dover affrontare compromessi proibitivi in termini di costi: sacrificare la crescita economica e i guadagni in termini di produttività o diventare dipendente da altri fornitori, in particolare quelli cinesi. Senza un percorso convincente per allontanarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti – il tipo di percorso che l’Europa ha già intrapreso per mitigare la propria dipendenza militare – il continente non avrà altra scelta che accettare il rapporto economico transatlantico sostanzialmente così com’è per il prossimo futuro.

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IL DOLLARO DOMINANTE

I governi europei sono sempre più preoccupati per il ruolo dominante del dollaro statunitense nel sistema finanziario globale, vista la costante disponibilità delle amministrazioni statunitensi a utilizzare l’accesso alla liquidità in dollari come arma di sanzioni. Tuttavia, possono fare ben poco per ridurre il predominio del dollaro, almeno nel breve termine. La Banca centrale europea ha rinnovato i propri sforzi per promuovere l’euro, anche ampliando gli accordi di swap valutari e di riacquisto con altre banche centrali, ma l’UE non dispone dell’integrazione politica e fiscale necessaria per creare quel mercato del debito profondo e liquido che renderebbe l’euro un’alternativa attraente al dollaro per gli investitori globali. Per ora, la facilità delle transazioni transfrontaliere in dollari e la portata globale del dollaro impediranno alla maggior parte degli attori privati di passare ad altre valute.

Non è nemmeno probabile che i paesi europei possano limitare facilmente l’uso dei sistemi di pagamento transfrontalieri statunitensi nelle loro economie sempre più prive di contante. Visa e Mastercard rappresentano circa i due terzi delle transazioni con carta nell’area dell’euro. Il predominio iniziale degli Stati Uniti e del dollaro statunitense nelle nuove tecnologie relative a stablecoin e token potrebbe solo accentuare questa dipendenza. L’Europa ha a lungo faticato a potenziare le tecnologie di pagamento private locali in grado di competere con quelle delle aziende statunitensi e a integrare alternative specifiche per paese in materia di trasferimenti digitali, pagamenti in negozio ed e-commerce. Di conseguenza, attualmente non esiste una tecnologia europea comparabile in grado di sostituire i sistemi di pagamento statunitensi.

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La situazione potrebbe cambiare in futuro. La Banca centrale europea sta lavorando a un euro digitale che sarebbe disponibile per le transazioni al dettaglio e offrirebbe alle imprese private e agli istituti finanziari uno strumento privo di rischi per il regolamento delle transazioni basate su blockchain. Nel loro insieme, questi progetti potrebbero gettare le basi per un sistema europeo indipendente di pagamenti transfrontalieri, ma non si prevede che tale sistema sia pronto per l’uso prima della fine di questo decennio.

LINEA DI EMERGENZA ENERGETICA

Quasi il 25% dell’energia europea proviene dal gas naturale e, in questo settore, l’Europa potrebbe diventare più dipendente dagli Stati Uniti, anziché meno. Prima dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia all’inizio del 2022, i gasdotti russi fornivano dal 40 al 45% delle importazioni europee. Ma negli anni successivi, l’UE ha ridotto il proprio consumo di gas russo di circa il 75%. Ciò non sarebbe stato possibile senza le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti, che sono più che quadruplicate tra l’inizio del 2022 e il 2025 e, fino allo scoppio della guerra in Iran quest’anno, hanno contribuito a riportare al ribasso i prezzi del gas nell’UE dopo un picco nel 2022–23. Gli Stati Uniti e la vicina Norvegia sono ora i più importanti fornitori di gas naturale dell’UE.

Dato che i paesi dell’UE hanno concordato di porre fine a tutte le restanti importazioni di gas naturale russo entro la fine del 2027, le importazioni dagli Stati Uniti sono destinate a diventare ancora più importanti. Bruxelles deve trovare rapidamente delle alternative al gas naturale russo, pena un aumento dei prezzi. Potrebbe essere possibile colmare in parte il deficit con ulteriori forniture tramite gasdotti dalla Norvegia, dall’Algeria o dal Mediterraneo orientale, ma la stragrande maggioranza del fabbisogno dovrà essere coperta dalle importazioni di GNL. La guerra in Medio Oriente rende questa sfida ancora più ardua. Se gli attacchi di rappresaglia dell’Iran contro gli impianti di GNL del Qatar causeranno danni duraturi, la maggior parte del GNL dell’UE dovrà provenire dagli Stati Uniti. In breve, poiché l’Europa manterrà la linea sull’eliminazione delle importazioni di gas russo, la dipendenza del continente dalle forniture statunitensi aumenterà.

Washington è ben consapevole della vulnerabilità energetica dell’Europa. L’accordo commerciale di Turnberry, negoziato l’anno scorso dall’UE con l’amministrazione Trump, prevede che l’Europa importi maggiori quantità di GNL americano e altre fonti di energia fossile, oltre a fissare un tetto massimo del 15% sui dazi statunitensi applicati alle esportazioni europee. Quando a marzo il Parlamento europeo stava valutando la ratifica dell’accordo di Turnberry, l’ambasciatore statunitense presso l’UE, Andrew Puzder, ha dichiarato al Financial Times: «Non so cosa succederà in materia di energia se non andranno avanti con l’accordo». Ha aggiunto che «ci sono altri acquirenti là fuori». Cedere alla minaccia implicita dell’amministrazione Trump di strumentalizzare la dipendenza energetica dell’Europa è preoccupante per l’UE, ma è probabile che l’accordo venga approvato nell’interesse delle imprese di tutto il continente e della stabilità complessiva delle relazioni transatlantiche.

ACQUISTA PRODOTTI AMERICANI

Almeno dal 2016, le politiche protezionistiche degli Stati Uniti hanno sconvolto il commercio transatlantico di merci, mentre le imprese europee e americane dovevano fare i conti con la volatilità dei dazi effettivi e minacciati in settori chiave quali quello automobilistico, dei ricambi auto, farmaceutico e dei semiconduttori. In particolare, il dazio del 50% imposto dagli Stati Uniti sulle importazioni di acciaio, alluminio e rame dall’UE ha fatto lievitare i costi di produzione negli stabilimenti statunitensi e ha contribuito a creare un clima di forte incertezza nel contesto imprenditoriale transatlantico. In assenza di chiarezza sugli sviluppi futuri in materia di dazi, molte aziende dell’UE e degli Stati Uniti hanno prudentemente rinviato nuovi investimenti di capitale, nonostante l’esortazione di Washington a investire maggiormente negli Stati Uniti.

Una volta che l’accordo di Turnberry sarà definitivamente ratificato dall’UE, fissando le aliquote tariffarie statunitensi su una vasta gamma di prodotti dell’Unione, le condizioni commerciali transatlantiche dovrebbero stabilizzarsi. Tuttavia, l’Unione è stata anche spinta a cercare nuove opportunità commerciali e a diversificare i propri rapporti al di fuori degli Stati Uniti, perseguendo con determinazione accordi di libero scambio con altri paesi. Ora che gli Stati Uniti si sono sostanzialmente ritirati dalla tradizionale liberalizzazione del commercio basata su regole, molti potenziali partner commerciali potrebbero considerare l’UE come l’alternativa più attraente agli Stati Uniti e alla Cina. Bruxelles è riuscita a sfruttare questo nuovo status, raggiungendo negli ultimi mesi accordi di libero scambio con l’Australia, l’India, l’Indonesia e il blocco sudamericano del Mercosur – che insieme rappresentano oltre due miliardi di consumatori, la maggior parte dei quali nei mercati emergenti. Ciò non solo fornisce agli esportatori dell’UE nuovi mercati, ma offre loro anche un certo vantaggio competitivo rispetto alle imprese cinesi, che in questi mercati devono ancora affrontare dazi più elevati rispetto a quelli che le aziende europee pagheranno in base ai nuovi patti commerciali.

Tuttavia, tutti questi nuovi accordi di libero scambio non consentiranno all’UE di ridurre in modo significativo la propria dipendenza dagli Stati Uniti in termini di commercio e investimenti. Nel 2024, le esportazioni totali di beni e servizi dell’Unione verso gli Stati Uniti ammontavano a circa 920 miliardi di dollari, superando di gran lunga le esportazioni dell’UE verso l’Australia (40 miliardi di dollari), l’India (81 miliardi di dollari), l’Indonesia (16 miliardi di dollari) e il Mercosur (31 miliardi di dollari). L’UE e gli Stati Uniti non sono solo i principali partner commerciali tradizionali l’uno dell’altro, ma anche la principale destinazione degli investimenti reciproci e il luogo in cui le multinazionali realizzano la maggior parte dei loro profitti all’estero. L’espansione della rete globale dell’UE diversificherà gradualmente i flussi commerciali complessivi del continente e contribuirà ad attenuare alcune delle preoccupazioni dell’Unione riguardo all’approvvigionamento di minerali critici, ma l’enorme volume degli scambi e degli investimenti tra Stati Uniti ed Europa lascia all’Europa poche prospettive di ridurre in modo significativo l’importanza di questa relazione nel breve termine.

FUORI DALLA CORSA TECNOLOGICA?

L’Europa rischia inoltre di rimanere sotto il dominio delle grandi aziende statunitensi del settore tecnologico e dei servizi Internet. All’inizio dell’era di Internet, il continente non è riuscito a creare e a far crescere imprese competitive a livello globale, alla pari di Amazon, Google, Meta o Microsoft negli Stati Uniti. Oggi l’Europa fa affidamento sui loro servizi per molte operazioni aziendali e governative, ma difficilmente trarrà beneficio dai loro ingenti investimenti di capitale nell’intelligenza artificiale. Con il progresso dell’IA, l’UE potrebbe ritrovarsi ancora una volta principalmente acquirente, piuttosto che fornitore, di tecnologia all’avanguardia. Il pacchetto sulla sovranità tecnologica dell’Unione, che dovrebbe essere presentato dalla Commissione europea questa primavera, mira a ridurre la dipendenza del continente dalle tecnologie non europee, in particolare il cloud computing, l’IA e i semiconduttori. Ma la realizzazione di questo obiettivo richiede dei compromessi. Rendere i beni e i servizi digitali europei competitivi rispetto alle offerte commerciali delle aziende tecnologiche statunitensi è un’impresa costosa, e i costi devono essere coperti dai contribuenti europei o dalle imprese europee, riducendo la loro capacità complessiva di investire in questi settori cruciali.

La dipendenza dalle aziende tecnologiche statunitensi è un tema politicamente delicato in Europa, e si sta profilando una reazione contraria. Il governo francese, ad esempio, ha recentemente ordinato ai propri dipendenti pubblici di smettere di utilizzare i servizi di videoconferenza statunitensi Zoom e Microsoft Teams, privilegiando invece un’alternativa nazionale. Anche altre istituzioni e agenzie pubbliche europee hanno trasferito le proprie operazioni su software open source non americani e più economici. Inoltre, le autorità di regolamentazione europee hanno adottato misure di più ampia portata per contrastare le aziende tecnologiche statunitensi, tra cui divieti nazionali sull’uso dei social media da parte dei minori e norme dell’UE sulle piattaforme digitali che impongono ai fornitori responsabilità, moderazione dei contenuti, trasparenza delle piattaforme, divieti di bundling e regole di concorrenza leale. Le misure restrittive nei confronti delle aziende tecnologiche americane sono apprezzate dagli elettori europei e, pertanto, è probabile che continuino, anche se causano attriti con Washington.

La dipendenza economica dell’Europa non è motivo di preoccupazione quanto la sua dipendenza militare.

Il controllo normativo, tuttavia, non equivale a ridurre il predominio delle aziende statunitensi nell’infrastruttura europea di cloud computing, nel software aziendale, nella progettazione di semiconduttori e, ora, nell’intelligenza artificiale. Amazon, Google e Microsoft coprono attualmente i due terzi del mercato europeo del cloud. Tre quarti delle aziende europee – e quasi tutte le aziende in Irlanda e nei paesi nordici – utilizzano prodotti software statunitensi. Le aziende americane dominano anche la sicurezza informatica, fornendo a molte aziende e governi dell’UE un supporto cruciale per migliorare la resilienza contro gli attacchi informatici russi e altre forme di guerra ibrida.

Singole aziende tecnologiche europee, come la società francese di intelligenza artificiale Mistral, potrebbero scoprire di godere di un vantaggio commerciale nel mercato dell’UE, poiché alcuni clienti regionali, compresi i governi, attribuiscono grande importanza all’autonomia tecnologica rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia, la stragrande maggioranza dei consumatori pubblici e privati non sarà disposta o in grado di pagare le tariffe più elevate applicate dalle aziende tecnologiche europee per garantire tale indipendenza; per le imprese, farlo potrebbe compromettere la loro redditività commerciale e la loro capacità di integrarsi con i clienti che si affidano ai prodotti statunitensi. Le economie di scala delle aziende già affermate, l’utilità di aderire a una piattaforma con un’ampia base di utenti e la diffusa familiarità con i prodotti statunitensi tra gli utenti europei creano tutte formidabili barriere all’ingresso per gli imprenditori nei paesi dell’UE. Affinché tali aziende possano raggiungere il successo commerciale, i nuovi prodotti che lanciano devono essere dimostrabilmente migliori di quelli esistenti – e questa è un’impresa tecnica difficile da realizzare.

TOLLERANTE AL RISCHIO

In materia di difesa e sicurezza nazionale, le azioni e le dichiarazioni di Trump hanno costretto i governi europei a considerare come una possibilità concreta un improvviso ritiro dell’assistenza statunitense. Tuttavia, il settore privato europeo continua a prendere decisioni basandosi su previsioni di scenari futuri ben meno estremi, il che indebolisce le ragioni che spingono le aziende a rivolgersi a fornitori non statunitensi. Un possibile esito è il ritorno a quel tipo di relazioni transatlantiche più stabili che esistevano prima del secondo mandato di Trump. Finché c’è qualche speranza di un ritorno alla normalità, le aziende europee potrebbero, come minimo, voler rimandare una decisione così costosa come quella di cambiare le rotte di approvvigionamento. A meno di imporre nuove e onerose normative alle imprese europee, c’è poco che i loro governi possano fare per cambiare questa logica commerciale nel breve termine.

Ciò non significa che l’Europa non possa fare nulla per ridurre la propria dipendenza economica e tecnologica. Un futuro sistema di pagamento digitale basato sull’euro ha il potenziale per creare un’alternativa credibile all’infrastruttura finanziaria statunitense; potrebbero emergere tecnologie europee in grado di competere con quelle statunitensi e sostituirle; una rete sempre più ampia di accordi di libero scambio contribuirà a diversificare il commercio europeo. Ma se l’attuale priorità dell’Europa rimane la competitività e la crescita economica, qualsiasi strategia attenta ai costi richiederà al continente di continuare a fare affidamento sull’innovazione e sugli input economici statunitensi a livelli simili a quelli odierni.

La scelta dell’Europa di continuare a utilizzare beni, servizi e tecnologie americane non è semplicemente il risultato di una dipendenza unilaterale. Essa riflette anche la consapevolezza che l’accesso al mercato europeo garantisce enormi profitti alle imprese statunitensi in settori chiave e che queste aziende hanno un forte interesse a preservare le relazioni transatlantiche. In definitiva, la dipendenza economica dell’Europa non è fonte di timore quanto la sua dipendenza militare. E il continente sta già affrontando la sua preoccupazione più urgente – che Washington possa negare l’assistenza militare in un futuro scontro con la Russia – rafforzando le proprie capacità di difesa insieme all’Ucraina. Con le preoccupazioni di sicurezza dell’Europa sotto controllo, mantenere le relazioni economiche con gli Stati Uniti sostanzialmente invariate sta diventando un rischio accettabile.

L’egemone predatore

Come Trump esercita il potere americano

Stephen M. Walt

Marzo/aprile 2026Pubblicato il 3 febbraio 2026

Adam Maida

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Da quando Donald Trump è diventato presidente degli Stati Uniti, nel 2017, i commentatori hanno cercato un’etichetta adeguata per descrivere il suo approccio alle relazioni estere statunitensi. Sulle pagine di questa rivista, nel 2018 il politologo Barry Posen ha suggerito che la grande strategia di Trump fosse quella di una “egemonia illiberale”, mentre l’analista Oren Cass ha sostenuto lo scorso autunno che la sua essenza distintiva fosse la richiesta di “reciprocità”. Trump è stato definito realista, nazionalista, mercantilista all’antica, imperialista e isolazionista. Ciascuno di questi termini coglie alcuni aspetti del suo approccio, ma la grande strategia del suo secondo mandato presidenziale è forse meglio descritta come “egemonia predatoria”. Il suo obiettivo centrale è quello di utilizzare la posizione privilegiata di Washington per ottenere concessioni, tributi e dimostrazioni di deferenza sia dagli alleati che dagli avversari, perseguendo guadagni a breve termine in quello che considera un mondo puramente a somma zero.

Considerate le risorse ancora considerevoli e i vantaggi geografici degli Stati Uniti, l’egemonia predatoria potrebbe funzionare per un certo periodo. Nel lungo periodo, tuttavia, è destinata al fallimento. È inadatta a un mondo caratterizzato da diverse grandi potenze in competizione tra loro — specialmente in uno in cui la Cina è un pari sul piano economico e militare — poiché la multipolarità offre agli altri Stati la possibilità di ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti. Se continuerà a definire la strategia americana nei prossimi anni, l’egemonia predatoria indebolirà sia gli Stati Uniti che i loro alleati, genererà un crescente risentimento globale, creerà opportunità allettanti per i principali rivali di Washington e renderà gli americani meno sicuri, meno prosperi e meno influenti.

PREDATORE AL VERTICE

Negli ultimi 80 anni, la struttura generale dell’assetto mondiale è passata dalla bipolarità alla unipolarità fino all’attuale multipolarità sbilanciata, e la grande strategia degli Stati Uniti si è evoluta di pari passo con tali cambiamenti. Nel mondo bipolare della Guerra Fredda, gli Stati Uniti agivano come un egemone benevolo nei confronti dei propri stretti alleati in Europa e in Asia, poiché i leader americani ritenevano che il benessere dei propri alleati fosse essenziale per contenere l’Unione Sovietica. Hanno fatto libero uso della supremazia economica e militare americana e talvolta hanno giocato duro con i partner chiave, come fece il presidente Dwight Eisenhower quando Gran Bretagna, Francia e Israele attaccarono l’Egitto nel 1956 o come fece il presidente Richard Nixon quando abbandonò il sistema aureo nel 1971. Ma Washington ha anche aiutato i propri alleati a riprendersi economicamente dopo la Seconda guerra mondiale; ha creato e, per la maggior parte, seguito regole volte a promuovere la prosperità reciproca; ha collaborato con altri per gestire crisi valutarie e altre turbolenze economiche; e ha concesso agli Stati più deboli un posto al tavolo delle trattative e una voce nelle decisioni collettive. I funzionari statunitensi hanno guidato, ma hanno anche ascoltato, e raramente hanno cercato di indebolire o sfruttare i propri partner.

Durante l’era unipolare, gli Stati Uniti hanno ceduto all’arroganza, trasformandosi in un’egemone piuttosto incurante e ostinata. Non avendo avversari potenti e convinti che la maggior parte degli Stati fosse desiderosa di accettare la leadership americana e abbracciare i suoi valori liberali, i funzionari statunitensi hanno prestato scarsa attenzione alle preoccupazioni degli altri paesi; si sono lanciati in crociate costose e mal concepite in Afghanistan, Iraq e in diversi altri paesi; hanno adottato politiche conflittuali che hanno avvicinato Cina e Russia; e hanno spinto per l’apertura dei mercati globali in modi che hanno accelerato l’ascesa della Cina, aumentato l’instabilità finanziaria globale e alla fine provocato una reazione interna che ha contribuito a spingere Trump alla Casa Bianca. Certamente, Washington ha cercato di isolare, punire e minare diversi regimi ostili durante questo periodo e talvolta ha prestato scarsa attenzione ai timori di sicurezza degli altri Stati. Ma sia i funzionari democratici che quelli repubblicani credevano che l’uso del potere americano per creare un ordine liberale globale sarebbe stato un bene per gli Stati Uniti e per il mondo e che una seria opposizione sarebbe stata limitata a una manciata di piccoli Stati canaglia. Non erano contrari a usare il potere a loro disposizione per costringere, cooptare o persino rovesciare altri governi, ma la loro malevolenza era diretta verso avversari riconosciuti e non verso i partner degli Stati Uniti.

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Sotto Trump, tuttavia, gli Stati Uniti sono diventati un’egemonia predatoria. Questa strategia non è una risposta coerente e ben ponderata al ritorno della multipolarità; anzi, è esattamente il modo sbagliato di agire in un mondo caratterizzato da diverse grandi potenze. È invece un riflesso diretto dell’approccio transazionale di Trump a tutte le relazioni e della sua convinzione che gli Stati Uniti abbiano un’influenza enorme e duratura su quasi tutti i paesi del mondo. Gli Stati Uniti sono come «un grande e bellissimo grande magazzino», ha affermato Trump nell’aprile 2025, e «tutti vogliono una fetta di quel negozio». Oppure, come ha dichiarato in un comunicato diffuso dalla portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, il consumatore americano è «ciò che ogni paese desidera e che noi possediamo», aggiungendo: «Per dirla in altro modo, hanno bisogno dei nostri soldi».

Durante il primo mandato di Trump, consiglieri più esperti e competenti come il segretario alla Difesa James Mattis, il segretario al Tesoro Steven Mnuchin, il capo di gabinetto della Casa Bianca John Kelly e il consigliere per la sicurezza nazionale H. R. McMaster hanno tenuto a freno gli impulsi predatori di Trump. Ma nel suo secondo mandato, il suo desiderio di sfruttare le vulnerabilità di altri Stati ha avuto mano libera, rafforzato da una cerchia di funzionari selezionati per la loro lealtà personale e dalla crescente, seppur mal riposta, fiducia di Trump nella propria comprensione degli affari mondiali.

DOMINAZIONE E SOTTOMISSIONE

Un’egemonia predatoria è una grande potenza dominante che cerca di strutturare le proprie relazioni con gli altri secondo un modello puramente a somma zero, in modo che i benefici siano sempre distribuiti a suo favore. L’obiettivo primario di un’egemonia predatoria non è quello di costruire relazioni stabili e reciprocamente vantaggiose che migliorino la situazione di tutte le parti, bensì quello di assicurarsi di trarre da ogni interazione un vantaggio maggiore rispetto agli altri. Un accordo che avvantaggia l’egemone e svantaggia i suoi partner è preferibile a un accordo in cui entrambe le parti traggono vantaggio, ma il partner ne ricava di più, anche se quest’ultimo caso produce benefici assoluti maggiori per entrambe le parti. Un’egemonia predatoria vuole sempre la parte del leone.

Tutte le grandi potenze compiono atti di predazione, ovviamente, e competono invariabilmente per ottenere un vantaggio relativo. Quando hanno a che fare con i rivali, tutti gli Stati cercano di ottenere la parte migliore in ogni accordo. Ciò che distingue l’egemonia predatoria dal comportamento tipico delle grandi potenze, tuttavia, è la volontà di uno Stato di ottenere concessioni e benefici asimmetrici sia dai propri alleati che dai propri avversari. Un egemone benevolo impone oneri ingiusti ai propri alleati solo quando necessario, poiché ritiene che la propria sicurezza e ricchezza siano rafforzate quando i propri partner prosperano. Riconosce il valore delle regole e delle istituzioni che facilitano una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, sono percepite come legittime dagli altri e sono sufficientemente durature da consentire agli Stati di presumere con sicurezza che tali regole non cambieranno troppo spesso o senza preavviso. Un egemone benevolo accoglie con favore partnership a somma positiva con Stati che hanno interessi simili, come tenere a bada un nemico comune, e può persino consentire ad altri di ottenere guadagni sproporzionati se ciò migliorasse la situazione di tutti i partecipanti. In altre parole, un egemone benevolo si sforza non solo di rafforzare la propria posizione di potere, ma anche di perseguire quelli che l’economista Arnold Wolfers definiva «obiettivi di contesto»: cerca di plasmare l’ambiente internazionale in modi che rendano meno necessario il puro esercizio del potere.

Al contrario, un’egemonia predatoria è incline a sfruttare i propri partner tanto quanto a trarre vantaggio da un rivale. Può ricorrere a embarghi, sanzioni finanziarie, politiche commerciali protezionistiche, manipolazione valutaria e altri strumenti di pressione economica per costringere gli altri ad accettare condizioni commerciali che favoriscano la propria economia o ad adeguare il proprio comportamento su questioni di interesse non economico. Essa collegherà la fornitura di protezione militare alle proprie richieste economiche e si aspetterà che i partner dell’alleanza sostengano le sue iniziative di politica estera più ampie. Gli Stati più deboli tollereranno queste pressioni coercitive se dipendono fortemente dall’accesso al mercato più ampio dell’egemone o se devono affrontare minacce ancora maggiori da parte di altri Stati e devono quindi dipendere dalla protezione dell’egemone, anche se questa comporta delle condizioni.

Manifestazione contro i dazi statunitensi davanti all’ambasciata degli Stati Uniti a Brasilia, agosto 2025Mateus Bonomi / Reuters

Poiché il potere coercitivo di un’egemonia predatoria dipende dal mantenimento degli altri Stati in una condizione di sottomissione permanente, i suoi leader si aspettano che coloro che si trovano nella sua orbita riconoscano il proprio status subordinato attraverso atti di sottomissione ripetuti, spesso simbolici. Ci si potrebbe aspettare che paghino un tributo formale o che siano chiamati a riconoscere e lodare apertamente le virtù dell’egemone. Tali espressioni rituali di deferenza scoraggiano l’opposizione segnalando che l’egemone è troppo potente per opporgli resistenza e descrivendolo come più saggio dei suoi vassalli e quindi autorizzato a dettare loro legge.

L’egemonia predatoria non è un fenomeno nuovo. Era alla base dei rapporti di Atene con le città-stato più deboli del suo impero, un dominio che lo stesso Pericle, il leader ateniese più illustre dell’epoca, descrisse come una «tirannia». Il sistema premoderno e sinocentrico dell’Asia orientale si basava su relazioni di dipendenza simili, tra cui il pagamento di tributi e la sottomissione ritualizzata, anche se gli studiosi non sono d’accordo sul fatto che fosse costantemente sfruttatore. Il desiderio di estrarre ricchezza dai possedimenti coloniali era un ingrediente centrale degli imperi coloniali belga, britannico, francese, portoghese e spagnolo, e motivazioni simili influenzarono le relazioni economiche unilaterali della Germania nazista con i suoi partner commerciali nell’Europa centrale e orientale e le relazioni dell’Unione Sovietica con i suoi alleati del Patto di Varsavia. Sebbene questi casi differiscano per aspetti importanti, in ciascuno di essi una potenza dominante ha cercato di sfruttare i propri partner più deboli per assicurarsi benefici asimmetrici, anche se i suoi sforzi non sempre hanno avuto successo e se l’acquisizione e la difesa di alcuni clienti costavano più di quanto questi fornissero in termini di ricchezza o tributi.

In breve, un’egemonia predatoria considera tutte le relazioni bilaterali come intrinsecamente a somma zero e cerca di trarne il massimo vantaggio possibile. «Ciò che è mio è mio, e ciò che è tuo è negoziabile» è il suo credo guida. Gli accordi esistenti non hanno alcun valore intrinseco o legittimità e saranno scartati o ignorati se non producono benefici asimmetrici sufficienti. Alcuni tentativi predatori possono fallire, naturalmente, e ci sono limiti a ciò che anche gli Stati più potenti possono ottenere dagli altri. Per un egemone predatorio, tuttavia, l’obiettivo primario è spingere quei limiti il più lontano possibile.

ALZARE LA POSTA

La natura predatoria della politica estera di Trump è particolarmente evidente nella sua ossessione per i deficit commerciali e nei suoi tentativi di utilizzare i dazi per ridistribuire i benefici economici a favore di Washington. Trump ha ripetutamente affermato che i deficit commerciali sono una «fregatura» e una forma di saccheggio; a suo avviso, i paesi che registrano surplus stanno «vincendo» perché gli Stati Uniti pagano loro più di quanto essi paghino a Washington. Di conseguenza, Trump ha imposto dazi a quei paesi, apparentemente per proteggere i produttori statunitensi rendendo più costosi i beni stranieri (anche se il costo di un dazio è pagato principalmente dagli americani che acquistano beni importati), oppure ha minacciato tali dazi per costringere i governi e le aziende straniere a investire negli Stati Uniti in cambio di agevolazioni.

Trump ha anche utilizzato i dazi per costringere altri paesi a modificare politiche non economiche a cui si oppone. Lo scorso luglio ha imposto un dazio del 40% al Brasile nel tentativo, fallito, di esercitare pressioni sul governo brasiliano affinché concedesse la grazia all’ex presidente Jair Bolsonaro, un suo alleato. (A novembre ha revocato alcuni di quei dazi, che avevano contribuito all’aumento dei prezzi dei generi alimentari per i consumatori statunitensi.) Ha giustificato l’aumento dei dazi su Canada e Messico sostenendo che non stavano facendo abbastanza per fermare il contrabbando di fentanil. E in ottobre ha minacciato la Colombia di dazi più elevati dopo che il suo presidente aveva criticato i controversi attacchi della Marina degli Stati Uniti contro più di due dozzine di imbarcazioni nei Caraibi, che, secondo l’amministrazione Trump, erano state prese di mira perché coinvolte nel contrabbando di droghe illegali.

Trump è incline a esercitare pressioni tanto sugli alleati tradizionali degli Stati Uniti quanto sui nemici dichiarati, e il carattere altalenante delle sue minacce sottolinea il suo desiderio di ottenere il maggior numero possibile di concessioni. Trump ritiene che l’imprevedibilità sia un potente strumento di negoziazione, e il suo repertorio di minacce e richieste in continuo mutamento ha lo scopo di costringere gli altri a cercare incessantemente nuovi modi per assecondarlo. Minacciare di imporre una tariffa costa ben poco a Washington se l’obiettivo cede rapidamente, ma se l’obiettivo tiene duro o se i mercati si spaventano, Trump può rinviare l’azione. Questo approccio mantiene inoltre l’attenzione concentrata su Trump stesso, aiuta l’amministrazione a dipingere qualsiasi accordo successivo come una vittoria indipendentemente dai suoi termini precisi e crea evidenti opportunità di corruzione a vantaggio di Trump e della sua cerchia ristretta.

L’egemonia predatoria racchiude in sé i semi della propria distruzione.

Per massimizzare il proprio potere contrattuale, Trump ha ripetutamente collegato le sue richieste economiche alla dipendenza degli alleati dal sostegno militare statunitense, soprattutto sollevando dubbi sulla sua intenzione di onorare gli impegni dell’alleanza. Ha insistito sul fatto che gli alleati dovrebbero pagare per la protezione americana e ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero uscire dalla NATO, rifiutarsi di aiutare a difendere Taiwan o abbandonare completamente l’Ucraina. Ma il suo obiettivo non è rendere più efficaci i partenariati statunitensi spingendo gli alleati a fare di più per difendersi – e, di fatto, aumentare drasticamente i livelli tariffari danneggerà le economie dei partner e renderà loro più difficile raggiungere obiettivi di spesa per la difesa più elevati. Trump sta invece usando la minaccia di un disimpegno degli Stati Uniti per ottenere concessioni economiche. Questa strategia ha dato alcuni frutti a breve termine, almeno sulla carta. A luglio, i leader dell’UE hanno accettato un accordo commerciale unilaterale nella speranza di convincere Trump a continuare a sostenere l’Ucraina, mentre Giappone e Corea del Sud hanno ottenuto una riduzione dei dazi doganali, in accordi firmati rispettivamente a luglio e novembre, impegnandosi a investire nell’economia statunitense. Australia, Repubblica Democratica del Congo, Pakistan e Ucraina hanno tutti cercato di consolidare il sostegno degli Stati Uniti offrendo loro l’accesso o la proprietà parziale di minerali critici situati nel loro territorio.

Un egemone predatorio preferisce un mondo in cui, secondo la famosa frase di Tucidide, «i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono». Ecco perché un paese del genere guarderà con diffidenza alle norme, alle regole o alle istituzioni che potrebbero limitare la sua capacità di approfittare degli altri. Non sorprende che Trump abbia avuto ben poca considerazione per le Nazioni Unite; che sia stato felice di strappare accordi negoziati dai suoi predecessori, come l’accordo di Parigi sul clima e l’accordo nucleare con l’Iran; e che abbia persino rinnegato accordi che lui stesso aveva negoziato. Preferisce condurre negoziati commerciali bilaterali piuttosto che trattare con istituzioni come l’UE o l’Organizzazione mondiale del commercio, basata su regole, perché trattare faccia a faccia con i singoli paesi rafforza ulteriormente il potere contrattuale degli Stati Uniti. Trump ha anche sanzionato alti funzionari della Corte penale internazionale e ha sferrato un furioso attacco a un sistema di tariffazione delle emissioni sviluppato dall’Organizzazione marittima internazionale (IMO). La proposta dell’IMO mirava a rallentare il cambiamento climatico incoraggiando le compagnie di navigazione a utilizzare combustibili più puliti, ma Trump l’ha denunciata come una “truffa” e l’ha deliberatamente sabotata. Dopo che la sua amministrazione ha minacciato dazi, sanzioni e altre misure contro chi sosteneva la proposta, il voto per la sua approvazione formale è stato rinviato di un anno. La delegazione statunitense si è «comportata come dei gangster», ha affermato un delegato dell’IMO in ottobre. «Non ho mai sentito nulla di simile in una riunione dell’IMO».

Nessuna analisi dell’egemonia predatoria di Washington sarebbe completa senza menzionare l’interesse manifestato da Trump per territori appartenenti ad altri Stati e la sua disponibilità a intervenire nella politica interna di altri paesi in violazione del diritto internazionale. Il suo ripetuto desiderio di annettere la Groenlandia e le sue minacce di imporre dazi punitivi agli Stati europei che si oppongono a tale azione costituiscono l’esempio più evidente di questo impulso. Come ha avvertito l’intelligence militare danese nella sua valutazione annuale delle minacce, pubblicata a dicembre, «gli Stati Uniti usano il potere economico, comprese le minacce di dazi elevati, per imporre la propria volontà, e non escludono più l’uso della forza militare, nemmeno contro gli alleati». Le riflessioni di Trump sulla possibilità di rendere il Canada il 51° Stato o di rioccupare la zona del Canale di Panama suggeriscono un analogo grado di avarizia e opportunismo geopolitico. La sua decisione di rapire il presidente venezuelano Nicolás Maduro – un atto che costituisce un pericoloso esempio da seguire per altre grandi potenze – rivela il disprezzo di un predatore per le norme esistenti e la volontà di sfruttare le debolezze altrui. L’impulso predatorio si estende persino alle questioni culturali, con la Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione che dichiara che l’Europa sta affrontando una “cancellazione della civiltà” e che la politica statunitense nei confronti del continente dovrebbe includere “la coltivazione della resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle nazioni europee”. In altre parole, gli Stati europei saranno sottoposti a pressioni affinché abbracciano l’impegno dell’amministrazione Trump a favore del nazionalismo del sangue e del suolo e la sua ostilità verso le culture o le religioni non bianche e non cristiane. Per un egemone predatorio, nessuna questione è off-limits.

Trump sta inoltre sfruttando la posizione privilegiata degli Stati Uniti sulla scena internazionale per ottenere vantaggi per sé e per la sua famiglia. Il Qatar gli ha già regalato un aereo, la cui ristrutturazione costerà ai contribuenti statunitensi diverse centinaia di milioni di dollari e che potrebbe finire nella sua biblioteca presidenziale una volta terminato il suo mandato. La Trump Organization ha firmato accordi multimilionari per la realizzazione di hotel con governi che cercano di ingraziarsi l’amministrazione, e figure influenti negli Emirati Arabi Uniti e altrove hanno acquistato miliardi di dollari di token emessi dall’operazione di criptovaluta World Liberty Financial di Trump – più o meno nello stesso periodo in cui gli Emirati Arabi Uniti si sono assicurati un accesso speciale a chip di fascia alta che sono normalmente soggetti a severi controlli sulle esportazioni da parte degli Stati Uniti. Nessun presidente nella storia americana è riuscito a monetizzare la presidenza in misura neanche lontanamente paragonabile o con un così evidente disprezzo per i potenziali conflitti di interesse.

Una veduta di Nuuk, Groenlandia, gennaio 2026Marko Djurica / Reuters

Come un boss mafioso o un potentato imperiale, Trump si aspetta che i leader stranieri in cerca del suo favore si prestino a umilianti dimostrazioni di deferenza e a grottesche forme di adulazione, proprio come fanno i membri del suo gabinetto. In quale altro modo si può spiegare il comportamento imbarazzante del Segretario Generale della NATO Mark Rutte, il quale ha detto a Trump che “merita ogni lode” per aver convinto i membri della NATO ad aumentare la spesa per la difesa, anche se tali aumenti erano già ben avviati prima che Trump fosse rieletto, e l’invasione russa dell’Ucraina è stata almeno altrettanto importante nel determinare questo cambiamento? Rutte ha anche dichiarato, nel marzo 2025, che Trump aveva “sbloccato la situazione” con la Russia riguardo all’Ucraina (il che era palesemente falso); ha lodato i raid aerei statunitensi sull’Iran a giugno come qualcosa che “nessun altro aveva osato fare”; e ha paragonato gli sforzi di pace di Trump in Medio Oriente alle azioni di un “papà” saggio e benevolo.

Rutte non è l’unico: altri leader mondiali – tra cui quelli di Israele, Guinea-Bissau, Mauritania e Senegal – hanno pubblicamente appoggiato l’idea di assegnare a Trump il Premio Nobel per la Pace, con il presidente del Senegal che ha aggiunto anche qualche elogio gratuito alle doti golfistiche di Trump. Per non essere da meno, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung ha regalato a Trump un’enorme corona d’oro durante la sua recente visita a Seul e ha concluso una cena ufficiale servendogli un piatto denominato “Dessert del pacificatore”. Anche Gianni Infantino, presidente dell’organismo mondiale che governa il calcio, si è unito all’iniziativa, creando un insignificante “Premio FIFA per la Pace” e nominando Trump come suo primo vincitore in una cerimonia appariscente nel dicembre 2025.

Esigere dimostrazioni di fedeltà non è solo il risultato del bisogno apparentemente illimitato di Trump di attenzione e lodi; serve anche a rafforzare l’obbedienza e a scoraggiare anche i più piccoli atti di resistenza. I leader che sfidano Trump vengono rimproverati e minacciati di un trattamento più severo – come ha sperimentato in più di un’occasione il presidente ucraino Volodymyr Zelensky – mentre i leader che adulano spudoratamente Trump ricevono un trattamento più gentile, almeno per il momento. Nell’ottobre 2025, ad esempio, il Tesoro degli Stati Uniti ha concesso una linea di swap valutario da 20 miliardi di dollari per sostenere il peso argentino, anche se l’Argentina non è un importante partner commerciale degli Stati Uniti e stava soppiantando le esportazioni statunitensi di soia verso la Cina (che valevano miliardi di dollari prima che Trump lanciasse la sua guerra commerciale). Ma poiché il presidente argentino Javier Milei è un leader affine che elogia apertamente Trump come suo modello di riferimento, ha ricevuto un aiuto economico invece di una lista di richieste. Persino i trafficanti di droga condannati, compreso l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, possono ottenere la grazia presidenziale se sembrano allineati all’agenda di Trump.

I tentativi di ingraziarsi Trump con lusinghe assomigliano a una corsa agli armamenti, con i leader stranieri che competono per vedere chi riesce a elargire più complimenti nel minor tempo possibile. Trump, inoltre, non esita a rispondere per le rime ai leader che si discostano dal copione. Il primo ministro indiano Narendra Modi lo ha imparato quando, poche settimane dopo aver respinto l’affermazione di Trump secondo cui avrebbe fermato gli scontri di confine tra India e Pakistan, l’India è stata colpita da un dazio del 25 per cento (successivamente aumentato al 50 per cento per punire l’India per l’acquisto di petrolio russo). Dopo che il governo provinciale dell’Ontario ha mandato in onda uno spot televisivo che criticava la politica tariffaria di Trump, quest’ultimo ha prontamente aumentato l’aliquota tariffaria sul Canada di un altro dieci per cento. Il primo ministro canadese Mark Carney si è subito scusato e lo spot è immediatamente scomparso dalle onde radio. Per evitare tali umiliazioni, molti leader hanno scelto di piegarsi preventivamente, almeno per ora.

ORA BASTA

Trump e i suoi sostenitori vedono questi atti di deferenza come la prova che adottare una linea dura porta agli Stati Uniti benefici tangibili e significativi. Come ha affermato ad agosto Anna Kelly, portavoce della Casa Bianca: «I risultati parlano da soli: gli accordi commerciali del presidente stanno garantendo condizioni di parità per i nostri agricoltori e lavoratori, investimenti per trilioni di dollari stanno affluendo nel nostro Paese e guerre che durano da decenni stanno volgendo al termine… I leader stranieri sono desiderosi di instaurare un rapporto positivo con il presidente Trump e di partecipare alla fiorente economia trumpiana». L’amministrazione sembra credere di poter sfruttare gli altri Stati all’infinito e che così facendo renderà gli Stati Uniti ancora più forti e aumenterà ulteriormente il loro potere. Si sbagliano: l’egemonia predatoria contiene i semi della propria distruzione.

Il primo problema è che i benefici sbandierati dall’amministrazione sono stati esagerati. La maggior parte delle guerre che Trump sostiene di aver concluso sono ancora in corso. I nuovi investimenti esteri negli Stati Uniti sono ben lontani dai trilioni di dollari e difficilmente si concretizzeranno pienamente. A parte i data center alimentati dalla mania per l’intelligenza artificiale, l’economia statunitense non è in forte espansione, in parte a causa dei venti contrari creati dalle politiche economiche di Trump. Trump, la sua famiglia e i suoi alleati politici potrebbero trarre vantaggio dalle sue politiche predatorie, ma la maggior parte del Paese no.

Un altro problema è che l’economia cinese è ormai alla pari con quella degli Stati Uniti sotto molti aspetti. Il PIL cinese è inferiore in termini nominali ma superiore in termini di parità di potere d’acquisto, il suo tasso di crescita è più elevato e oggi importa quasi quanto gli Stati Uniti. La sua quota delle esportazioni globali di beni è passata da meno dell’1% nel 1950 a circa il 15% oggi, mentre quella degli Stati Uniti è scesa dal 16% del 1950 a appena l’8%. La Cina detiene il monopolio del mercato degli elementi delle terre rare raffinati da cui dipendono molti altri, compresi gli Stati Uniti; sta rapidamente diventando un attore di primo piano in molti campi scientifici; e molti altri attori, compresi gli agricoltori statunitensi, vogliono accedere ai suoi mercati. Come hanno dimostrato le recenti decisioni di Trump di sospendere la guerra commerciale con la Cina e di accantonare i piani per sanzionare il Ministero della Sicurezza di Stato cinese per una campagna di spionaggio informatico contro funzionari statunitensi, egli non può intimidire le altre grandi potenze come ha fatto con gli Stati più deboli.

Trump fuori dalla Casa Bianca, Washington, gennaio 2026Jonathan Ernst / Reuters

Inoltre, sebbene altri Stati continuino a desiderare l’accesso all’economia statunitense e ai suoi facoltosi consumatori, gli Stati Uniti non sono più l’unica opzione disponibile. Poco dopo che Trump ha innalzato l’aliquota tariffaria sui prodotti indiani al draconiano 50 per cento, nell’agosto del 2025, Modi si è recato a Pechino per partecipare a un vertice con il leader cinese Xi Jinping e il presidente russo Vladimir Putin. A dicembre, Putin ha fatto visita a Modi a Nuova Delhi, dove il primo ministro indiano ha descritto l’amicizia del suo paese con la Russia come “simile alla Stella Polare” e i due leader hanno fissato un obiettivo di 100 miliardi di dollari di scambi commerciali bilaterali entro il 2030. L’India non si stava formalmente allineando con Mosca, ma Modi stava ricordando alla Casa Bianca che Nuova Delhi ha delle alternative.

Poiché riorganizzare le catene di approvvigionamento e gli accordi commerciali è costoso e richiede tempo, e le abitudini di cooperazione e dipendenza non svaniscono dall’oggi al domani, alcuni paesi hanno scelto di placare Trump nel breve termine. Il Giappone e la Corea del Sud hanno convinto Trump ad abbassare le aliquote tariffarie accettando di investire miliardi nell’economia statunitense, ma i pagamenti promessi saranno dilazionati su molti anni e potrebbero non essere mai realizzati appieno. Nel frattempo, nel marzo 2025 i funzionari cinesi, giapponesi e sudcoreani hanno tenuto i loro primi negoziati commerciali in cinque anni, e i tre paesi stanno valutando uno swap valutario trilaterale inteso a “rafforzare la rete di sicurezza finanziaria della regione e approfondire la cooperazione economica nel contesto della guerra commerciale del presidente degli Stati Uniti Donald Trump”, secondo il South China Morning Post. Nell’ultimo anno, il Vietnam ha ampliato i propri legami militari con la Russia, invertendo i precedenti sforzi volti ad avvicinarsi agli Stati Uniti. “L’imprevedibilità delle politiche di Trump ha reso il Vietnam molto scettico nei confronti dei rapporti con gli Stati Uniti”, secondo un analista citato dal New York Times. «Non si tratta solo di commercio, ma della difficoltà di interpretare i suoi pensieri e le sue azioni». La tanto decantata imprevedibilità di Trump ha un chiaro svantaggio: incoraggia gli altri a cercare partner più affidabili.

Anche altri Stati stanno lavorando per ridurre la loro dipendenza dagli Stati Uniti. Carney ha ripetutamente avvertito che l’era di una cooperazione sempre più stretta con gli Stati Uniti è finita, ha fissato l’obiettivo di raddoppiare le esportazioni canadesi verso paesi diversi dagli Stati Uniti entro un decennio, ha firmato il primo accordo commerciale bilaterale in assoluto del suo paese con l’Indonesia, sta negoziando un accordo di libero scambio con l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) e a gennaio ha compiuto una visita a Pechino per ricucire i rapporti. L’Unione Europea ha già firmato nuovi accordi commerciali con l’Indonesia, il Messico e il blocco commerciale sudamericano Mercosur e, alla fine di gennaio, era vicina alla conclusione di un nuovo patto commerciale con l’India. Se Washington continuerà a cercare di approfittare della dipendenza di altri Stati, tali sforzi non faranno che accelerare.

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In passato gli alleati degli Stati Uniti hanno tollerato una certa dose di prepotenza perché dipendevano fortemente dalla protezione americana. Ma tale tolleranza ha dei limiti. Il livello di prepotenza esercitato durante il primo mandato di Trump era limitato, e gli alleati degli Stati Uniti avevano motivo di sperare che il suo mandato fosse un episodio isolato destinato a non ripetersi. Quella speranza è ormai andata in frantumi, soprattutto in Europa. La Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione, ad esempio, è apertamente ostile a molti governi e istituzioni europei. Insieme alle rinnovate minacce di Trump di annettere la Groenlandia, ha sollevato ulteriori dubbi sulla sostenibilità a lungo termine della NATO e ha dimostrato che gli sforzi dei leader europei di conquistare Trump assecondandolo sono falliti.

Inoltre, le minacce di ritirare la protezione militare americana cesseranno di essere efficaci se non vengono mai messe in atto, e non possono essere messe in atto senza eliminare completamente la leva di pressione degli Stati Uniti. Se Trump continua a minacciare di ritirarsi ma non lo fa mai, il suo bluff verrà smascherato e perderà il suo potere coercitivo. Se invece gli Stati Uniti ritirassero davvero i propri impegni militari, l’influenza che un tempo esercitavano sui loro ex alleati svanirebbe. In entrambi i casi, usare la promessa della protezione americana per ottenere una serie infinita di concessioni non è una strategia sostenibile.

E nemmeno il bullismo. A nessuno piace essere costretto a compiere atti umilianti di fedeltà. I leader che condividono la visione del mondo di Trump potrebbero godersi l’occasione di cantarne le lodi in pubblico, ma altri trovano senza dubbio l’esperienza irritante. Non sapremo mai cosa pensassero i leader stranieri costretti a baciare l’anello di Trump mentre se ne stavano seduti a recitare banali frasi di circostanza, ma alcuni di loro hanno sicuramente provato risentimento per l’esperienza e se ne sono andati sperando in un’occasione per vendicarsi in futuro. I leader stranieri devono anche fare i conti con la reazione dell’opinione pubblica nei loro paesi, e l’orgoglio nazionale può essere una forza potente. Vale la pena ricordare che la vittoria elettorale di Carney, nell’aprile 2025, dovette molto alla sua campagna anti-Trump “gomiti in alto” e alla percezione degli elettori che il suo rivale del Partito Conservatore fosse una versione light di Trump. Altri capi di Stato, come il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, hanno visto la loro popolarità salire alle stelle quando hanno sfidato le minacce di Trump. Man mano che l’umiliazione cresce, altri leader mondiali potrebbero scoprire che opporre resistenza può renderli più popolari tra i loro elettori.

Trump non può intimidire le grandi potenze come ha fatto con gli Stati più deboli.

L’egemonia predatoria è anche inefficiente. Essa rifugge dal fare affidamento su regole e norme multilaterali e cerca invece di interagire con gli altri Stati su base bilaterale. Ma in un mondo composto da quasi 200 paesi, affidarsi a negoziati bilaterali richiede molto tempo e porta inevitabilmente a accordi affrettati e mal concepiti. Inoltre, imporre accordi unilaterali a decine di altri paesi incoraggia l’evasione degli obblighi, poiché questi sanno che sarà difficile per l’egemone monitorare il rispetto e far rispettare tutti gli accordi raggiunti. L’amministrazione Trump sembra aver capito, con un certo ritardo, che la Cina non ha mai acquistato tutte le esportazioni statunitensi che si era impegnata ad acquistare nell’accordo commerciale di Fase Uno firmato con gli Stati Uniti nel 2020, durante il primo mandato di Trump, e ha avviato un’indagine sulla questione in ottobre. Se si moltiplica il compito di monitorare il rispetto di tutti gli accordi commerciali bilaterali di Washington, è facile capire come altri Stati possano promettere concessioni ora ma poi venir meno agli impegni in un secondo momento.

Infine, rinunciare alle istituzioni, sminuire i valori comuni e intimidire gli Stati più deboli renderà più facile per i rivali degli Stati Uniti riscrivere le regole globali in modo da favorire i propri interessi. Sotto la guida di Xi, la Cina ha ripetutamente cercato di presentarsi come una potenza globale responsabile e altruista, impegnata a rafforzare le istituzioni globali a beneficio di tutta l’umanità. La diplomazia conflittuale dei “lupi guerrieri” di qualche anno fa, che vedeva i funzionari cinesi insultare e maltrattare abitualmente altri governi senza alcuno scopo utile, è ormai superata. Con rare eccezioni, i diplomatici cinesi sono ora una presenza sempre più energica, attiva ed efficace nei forum internazionali.

Le dichiarazioni pubbliche della Cina sono ovviamente di parte, ma alcuni paesi vedono questa posizione come un’alternativa allettante a degli Stati Uniti sempre più aggressivi. In un sondaggio condotto su 24 paesi principali, pubblicato dal Pew Research Center lo scorso luglio, la maggioranza degli intervistati in otto paesi aveva un’opinione più favorevole degli Stati Uniti rispetto alla Cina, mentre gli intervistati di sette paesi vedevano la Cina in modo più favorevole. Le due potenze erano viste in modo simile nei restanti nove. Ma le tendenze sono a favore di Pechino. Come osserva il rapporto, «le opinioni sugli Stati Uniti sono diventate più negative, mentre quelle sulla Cina sono diventate più positive». Non è difficile capire perché.

Il punto è che agire come un’egemonia predatoria indebolirà le reti di potere e influenza su cui gli Stati Uniti hanno a lungo fatto affidamento e che hanno creato quel vantaggio su cui Trump sta ora cercando di fare leva. Alcuni Stati cercheranno di ridurre la loro dipendenza da Washington, altri stringeranno nuovi accordi con i suoi rivali, e non pochi non vedranno l’ora che arrivi il momento in cui avranno l’opportunità di vendicarsi degli Stati Uniti per il loro comportamento egoista. Forse non oggi, forse non domani, ma una reazione potrebbe arrivare con sorprendente rapidità. Per citare la famosa frase di Ernest Hemingway sull’inizio della bancarotta, una politica coerente di egemonia predatoria potrebbe causare il declino dell’influenza globale degli Stati Uniti «gradualmente e poi improvvisamente».

UNA STRATEGIA PERDENTE

Il potere duro rimane ancora la valuta principale nella politica mondiale, ma sono gli scopi per cui viene impiegato e le modalità con cui viene esercitato a determinare se sia efficace nel promuovere gli interessi di uno Stato. Grazie a una posizione geografica favorevole, a un’economia vasta e sofisticata, a una potenza militare senza pari e al controllo sulla valuta di riserva mondiale e sui nodi finanziari critici, negli ultimi 75 anni gli Stati Uniti sono stati in grado di costruire una straordinaria rete di connessioni e dipendenze e di acquisire una notevole influenza su molti altri Stati.

Poiché sfruttare quel potere in modo troppo palese ne avrebbe compromesso l’efficacia, la politica estera degli Stati Uniti ha ottenuto i migliori risultati quando i leader americani hanno esercitato il potere a loro disposizione con moderazione. Hanno collaborato con paesi che condividevano la loro visione per creare accordi reciprocamente vantaggiosi, consapevoli che gli altri sarebbero stati più propensi a cooperare con gli Stati Uniti se non avessero temuto la loro ambizione. Nessuno dubitava che Washington avesse un pugno di ferro. Ma nascondendolo in un guanto di velluto – trattando gli Stati più deboli con rispetto e non cercando di spremere ogni possibile vantaggio dagli altri – gli Stati Uniti sono stati in grado di convincere gli Stati più influenti del mondo che allinearsi alla loro politica estera era preferibile rispetto a collaborare con i loro principali rivali.

L’egemonia predatoria sperpera questi vantaggi alla ricerca di guadagni a breve termine e ignora le conseguenze negative a lungo termine. Certamente, gli Stati Uniti non stanno per trovarsi di fronte a una vasta coalizione di opposizione né per perdere la propria indipendenza: sono troppo forti e in una posizione troppo favorevole per subire quel destino. Diventeranno tuttavia più poveri, meno sicuri e meno influenti di quanto lo siano stati per la maggior parte della vita degli americani viventi. I futuri leader statunitensi opereranno da una posizione più debole e dovranno affrontare una dura battaglia per ripristinare la reputazione di Washington come partner egoista ma imparziale. L’egemonia predatoria è una strategia perdente, e prima l’amministrazione Trump la abbandona, meglio è.

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Da sempre dipendente dalla scarica di adrenalina che gli procura l’escalation delle polemiche, Trump ha superato se stesso anche questa mattina con il «discorso presidenziale» più sfacciato finora pronunciato:

Minacciare il genocidio di un’intera civiltà è un nuovo minimo storico, anche per il peggiore dei peggiori. Ma stiamo parlando di un “uomo” che nutre da oltre quarant’anni un desiderio segreto di vendetta contro l’Iran, e la sua ascesa al potere gli ha fornito il biglietto d’ingresso di cui aveva bisogno per credere di poter realizzare il suo sogno di una vita, che è al tempo stesso destino e ambizione.

Trump è un grande pensatore e un visionario, ma è anche vittima — anzi, schiavo — delle sue insicurezze: più fallisce, più cerca di compensare con atti di presunta grandezza storica. Ai suoi occhi, sconfiggere l’Iran sarà visto come l’equivalente della “sconfitta dell’URSS” da parte di Reagan: un risultato storico per l’America che sicuramente consoliderà il suo posto negli annali e scolpirà il suo volto nel Monte Rushmore dei Grandi Leader Americani.

Trump è uno di quei classici grandi pensatori che sono tutto visione e niente realizzazione, tutta ambizione e niente concretezza. Dal punto di vista psicologico, un profilo del genere si sviluppa tipicamente in persone con una vita di privilegi che non hanno mai dovuto affrontare le conseguenze dei propri fallimenti grazie a un’infinita rete di sicurezza sotto forma di riserve finanziarie pari a miliardi di dollari. Una persona del genere sviluppa una visione e un gusto stravaganti, ma poca capacità mentale di valutare criticamente i costi e le conseguenze. L’evoluzione di Jeffrey Epstein in un “dilettante” è stata simile: queste persone, abituate a una vita di lusso, sviluppano interessi eclettici e desideri eccentrici e frenetici, ma con scarsa resistenza mentale nel perseguire i propri interessi fino a raggiungere un alto livello di abilità o competenza. Sono i tipici dilettanti con scarso controllo degli impulsi, governati dai capricci dei loro cicli di dopamina.

Il modo in cui Trump, con gli occhi sgranati e la lingua impastata, passa da un “barattolo dei biscotti” all’altro – dalla Groenlandia al Venezuela, all’Iran – sempre facendo marcia indietro per poi raddoppiare la posta – lo dimostra chiaramente. È lo stile di governo di un ragazzino viziato la cui vita di lusso sfrenato ha fritto i suoi circuiti neurali e ha riorientato i suoi percorsi di rischio-ricompensa verso un punteggio di dopamina a basso impulso, degradando drasticamente la sua capacità mentale di concettualizzare o seguire una pianificazione intricata, a lungo termine, coerente e multidimensionale, che dovrebbe essere il punto di forza di un vero leader.

Gli sfoghi deliranti che sfociano in minacce di genocidio e annientamento descrivono accuratamente questo carattere irascibile e poco controllato: l’incapacità di interiorizzare ed elaborare adeguatamente il fallimento e l’umiliazione — i circuiti neurali compromessi portano a un “dirottamento limbico” simile a quello delle scimmie e all’incapacità di controllare le funzioni corporee di base, un fenomeno non dissimile da quello osservato in alcuni tossicodipendenti.

Picture background

Ora entrambe le parti hanno annunciato un importante accordo di cessate il fuoco — o almeno così sembra a prima vista:

Trump si vanta che l’Iran si sia piegato al suo volere per paura del terrificante genocidio che aveva promesso di compiere. In realtà, è probabile che i paesi del Golfo abbiano esercitato pressioni sul Pakistan affinché intervenisse, poiché sapevano che l’inefficace campagna di bombardamenti di Trump non avrebbe fatto altro che spingere l’Iran a distruggere le infrastrutture energetiche dei loro paesi.

Va inoltre sottolineato che l’Iran, per bocca di Araghchi, fa notare che sono stati gli Stati Uniti a richiedere i negoziati e, presumibilmente, il cessate il fuoco, e che il cessate il fuoco stesso è condizionatoSE gli attacchi contro l’Iran vengono interrotti.

In secondo luogo, lo Stretto di Hormuz verrà riaperto sotto l’egida delle Forze Armate iraniane.

È interessante che Trump, nel suo messaggio, ammetta di aver ricevuto il piano di pace in dieci punti dell’Iran e che questo possa costituire una base praticabile per i negoziati. Ciò è sconcertante perché il piano in dieci punti pubblicato dall’Iran è di natura estremamente massimalista e, se attuato anche solo in parte, rappresenterebbe una sconfitta senza precedenti per gli Stati Uniti.

L’Iran afferma che gli Stati Uniti hanno accettato di:

1 —Impegno alla non aggressione
2—Mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz
3 —Accettazione dell’arricchimento dell’uranio
4—Revoca di tutte le sanzioni primarie
5 —Revoca di tutte le sanzioni secondarie
6—Abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU
7—Abrogazione di tutte le risoluzioni del Consiglio dei Governatori
8 —Pagamento di un risarcimento all’Iran
9—Ritiro delle forze combattenti statunitensi dalla regione
10—Cessazione della guerra su tutti i fronti, compresa quella contro Hezbollah in Libano

Una piccola precisazione su quanto detto sopra: l’Iran ha precisato che, per quanto riguarda le «riparazioni» richieste, è disposto ad accettare le nuove tariffe di transito nello Stretto di Ormuz come pagamento sufficiente di tale debito.

Solo un giorno fa Graham ne era terrorizzato:

Naturalmente, molti degli altri punti sono impossibili da attuare perché presuppongono che Israele rispetti gli accordi, cosa che non accadrà mai. Infatti, al momento della stesura di questo articolo Reuters riferisce che Israele ha già promesso di continuare a colpire l’Iran:

Secondo un ufficiale militare israeliano che ha parlato a condizione di rimanere anonimo in ottemperanza alle norme vigenti, mercoledì Israele sta ancora attaccando l’Iran. Pochi istanti prima, la Casa Bianca aveva dichiarato che Israele aveva accettato i termini dell’accordo di cessate il fuoco di due settimane tra Stati Uniti e Iran. Anche l’Iran ha continuato a sparare contro Israele.

Ma in fretta, e con un atteggiamento subdolo, ha corretto il testo indicando che il cessate il fuoco non includeva il Libano:

Perché mai? Israele semplicemente non può esistere senza uno spargimento di sangue di qualche tipo.

In effetti, è difficile immaginare come un accordo possa funzionare con una terza parte ostile che lo saboterà apertamente in ogni occasione. Come può l’Iran mantenere aperto lo Stretto di Hormuz e cessare ogni attacco se Israele si limita a ignorare gli Stati Uniti e continua a colpire le infrastrutture iraniane? Trump si crogiolerà di nuovo nella sua «rabbia impotente» nei confronti di Bibi?

Non è diverso dallo scenario della guerra in Ucraina, dove l’Europa non ha alcun interesse a permettere agli Stati Uniti di stringere un accordo con la Russia, e la Russia è quindi impossibilitata a concludere accordi concreti poiché non possono esistere garanzie di sicurezza quando gli europei stanno apertamente muovendo guerra alla Russia attraverso il loro alleato ucraino.

L’altro motivo alla base della tregua è stato probabilmente la pressione esercitata dagli oligarchi su Trump affinché concedesse ai mercati il tempo di stabilizzarsi e tornare alla normalità. È ormai da tempo che sottolineiamo come la “strategia” di Trump consista semplicemente nel continuare a bombardare per guadagnare tempo, nella speranza che il Mossad e la CIA riescano a capire cosa sta succedendo all’interno del Paese e a orchestrare un vero e proprio rovesciamento o un caos totale.

Ma l’Iran sembra aver imparato la lezione: i suoi leader rimasti si sono nascosti in una sorta di modalità fantasma, e in Occidente nessuno sembra avere la minima idea di chi stia effettivamente governando il Paese. Inizialmente questo era stato considerato una grave «debolezza» di un Iran «indebolito», ma l’Occidente si è presto reso conto che questa strategia del «mosaico di massa» ha trasformato l’Iran in un enigma senza pari.

Le agenzie di intelligence occidentali sono disorientate e hanno perso ogni punto d’appoggio. Una delle ragioni di ciò – a ragionare logicamente – potrebbe essere legata all’eliminazione della vecchia guardia, che di solito porta alla sclerotizzazione della leadership di un paese. Le nuove élite, più giovani e più astute, non sono così desiderose di diventare martiri e sono disposte a giocare al gatto e al topo con il colosso dai piedi d’argilla che si trova alle loro porte.

Altri hanno fatto notare che l’amministrazione Trump sembra voler far credere di aver costretto l’Iran a negoziare, quando in realtà l’Iran aveva già presentato apertamente il proprio piano in dieci punti molto tempo fa:

https://substack.com/redirect/32d62532-788a-41a5-99e0-c772e514227d?j=eyJ1IjoiMnJhdzVsIn0.LdPsTym_0XYgEMQmPxFMz7MUB4vK7RSk5p_iJ_FuNQQ

Caitlin Johnstone@caitozÈ pazzesco, Trump ha fatto davvero esattamente quello che Ryan Grim gli aveva suggerito di fare poche ore prima: fingere che il piano in dieci punti dell’Iran sia una nuova proposta, contando sul fatto che i media non abbiano dato risalto alle richieste dell’Iran, in modo da far sembrare che si tratti di una nuova offerta avanzata da Teheran in preda alla disperazione.Ryan Grim @ryangrimTrump mi segue chiaramente su TikTok https://t.co/qhW36GoxPm01:05 · 8 aprile 2026 · 613.000 visualizzazioni119 risposte · 2.290 condivisioni · 11.200 Mi piace

Si tratta dello stesso stratagemma utilizzato contro la Russia – uno che a quanto pare funziona solo su un pubblico americano indottrinato dalla propaganda – in base al quale le richieste espresse apertamente dalla Russia vengono costantemente ignorate per poi essere reintrodotte nel ciclo delle notizie quando ciò si adatta all’agenda politica dell’amministrazione, al fine di costruire la narrazione secondo cui si sta mettendo a punto un nuovo «accordo».

Ormai è una storia vecchia: i trucchetti politici di questo governo si vedono arrivare da un chilometro di distanza.

È altrettanto evidente che l’«accordo» sia stato raggiunto il giorno dopo che gli Stati Uniti hanno subito le perdite più gravi degli ultimi decenni, poco dopo che molte delle loro basi regionali più importanti sono state abbandonate, le loro portaerei messe fuori uso e costrette alla fuga, e si dice che anche la «Tripoli», che trasportava i marines, sia stata bersagliata da missili e costretta a fuggire proprio ieri. È chiaro che erano gli Stati Uniti a trovarsi in una posizione di debolezza e ad avere un disperato bisogno di questo cessate il fuoco.

Il New York Times ha addirittura affermato che la guerra ha ottenuto l’esatto contrario dell’obiettivo dichiarato: anziché distruggere la civiltà iraniana, l’ha proiettata al rango di superpotenza:

https://www.nytimes.com/2026/04/06/opinion/iran-war-strait-hormuz.html

Negli ultimi anni, secondo la visione geopolitica prevalente, l’ordine mondiale si stava orientando verso tre centri di potere: gli Stati Uniti, la Cina e la Russia. Tale visione partiva dal presupposto che il potere derivasse principalmente dalla portata economica e dalla capacità militare.

Tale presupposto non è più valido. Sta rapidamente emergendo un quarto centro di potere globale — l’Iran — che non rivaleggia con quelle tre nazioni né dal punto di vista economico né da quello militare. Il suo nuovo potere deriva invece dal controllo che esercita sul punto nevralgico più importante per l’economia globale in termini energetici: lo Stretto di Hormuz.

Il Financial Times si spinge oltre verso la conclusione logica della guerra:

https://archive.ph/PUTEv

«Il conflitto potrebbe fungere da catalizzatore per un indebolimento del predominio del petrodollaro e segnare l’inizio del “petroyuan”», sostiene Mallika Sachdeva, stratega della Deutsche Bank. In altre parole, la guerra di Trump potrebbe portare alla normalizzazione delle vendite di energia in valute diverse dal dollaro.

Infine, il conflitto rafforza l’immagine della Cina come partner più stabile rispetto agli Stati Uniti sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo. Proprio la settimana scorsa il premier cinese Li Qiang ha riunito oltre 70 amministratori delegati di aziende internazionali al China Development Forum per promuovere l’affidabilità del Paese e le sue catene di approvvigionamento. Secondo i dati esclusivi di un sondaggio condotto da Morning Consult, la popolarità della Cina rispetto agli Stati Uniti è effettivamente in aumento.

Per concludere, parlare di cessate il fuoco è probabilmente inutile, poiché è impossibile che le contraddizioni tra le due parti possano reggere. Per ora non è altro che una messinscena politica volta a dare a Trump una spinta di immagine di cui ha grande bisogno, con l’Iran che per il momento asseconda questa mossa poiché non ha nulla da guadagnare dal protrarsi di un conflitto che non ha nemmeno iniziato, soprattutto quando l’opinione pubblica mondiale ha già dichiarato l’Iran vincitore unanime.

Detto questo, resta da capire cosa accadrà una volta scaduto il termine, o quando Israele inevitabilmente violerà la tregua. Sappiamo che, in larga misura, le minacce di Trump di una «distruzione totale» dell’Iran erano solo un bluff, per due motivi:

  1. Gli Stati Uniti non hanno la capacità di «distruggere» l’Iran, nemmeno lontanamente, nella misura in cui Trump se lo immagina, almeno non senza ricorrere alle armi nucleari. L’Iran è un Paese troppo vasto, le sue industrie hanno una portata troppo ampia e gli Stati Uniti dispongono di troppo poche munizioni. Anche le principali fabbriche che sono già state colpite hanno subito solo danni lievi e saranno riparate nel giro di pochi giorni o settimane.
  2. Le ripercussioni e le conseguenze negative di eventuali attacchi di questo tipo danneggerebbero indirettamente gli Stati Uniti più di quanto danneggino l’Iran, dato che l’Iran riverserebbe il doppio del dolore sui paesi del Golfo; ciò non solo danneggerebbe gravemente gli interessi statunitensi, ma comprometterebbe per sempre il ruolo degli Stati Uniti come impero.

Trump sa bene, quindi, che i suoi deboli tentativi di bluff devono essere mascherati da continue «proroghe delle scadenze» per riuscire a trovare una via d’uscita dal disastroso errore di valutazione di cui è lui stesso responsabile.

Ricordo della spavalderia ingenua dei primi di marzo:

Siamo passati da «nessun accordo se non la resa incondizionata» a una tregua basata sulle richieste massimaliste dell’Iran. La realtà è dura da digerire.

Concludiamo con alcune dichiarazioni davvero sbalorditive di Trump:

Prima spiega che agli iraniani piace essere bombardati. Poi afferma che i manifestanti vengono uccisi dalle truppe del regime, per poi ammettere di aver armato proprio quei manifestanti… allo scopo di far sparare contro il regime. Come si fa ad armare delle persone per una rivolta violenta e poi lamentarsi quando quegli insorti armati vengono repressi?

Ma questa storia l’abbiamo già vista.

Con la sua propaganda senza compromessi, l’Iran ricorda al mondo che, a conti fatti – accordo di pace o meno – questo regime ha le mani sporche di sangue. Il mondo non dimenticherà il massacro della scuola di Minab e si chiederà per sempre se le anime dei responsabili saranno perseguitate.


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«Attento a ciò che desideri»: I cambiamenti di rotta nei rapporti tra la NATO e la “difesa europea”_di Hajnalka VINCZE

«Attento a ciò che desideri»:

I cambiamenti di rotta nei rapporti tra la NATO

e la «difesa europea»

Hajnalka VINCZE

Non-Resident Fellow presso il Foreign Policy Research Institute

(FPRI) di Filadelfia40, analista indipendente di politica internazionale e di difesa.

Dopo aver sentito esperti e responsabili politici annunciare, anno dopo anno, ora il riequilibrio dell’Alleanza, ora l’emancipazione dell’Europa, è difficile accogliere l’ennesimo slancio di questo tipo senza un briciolo di scetticismo. Eppure, questa volta, una vasta trasformazione è davvero in atto nelle relazioni transatlantiche.

Non sono le innumerevoli grida di guerra «indipendentiste» da parte europea a dimostrarlo, né le numerose dichiarazioni accese da parte americana.

Se dipendesse solo da questo scontro verbale, si potrebbe temere, o sperare, a scelta, in un ritorno alla normalità prima o poi. Purtroppo, dietro questo scontro retorico si nascondono motivazioni ideologiche, prima fra tutte il vecchio tema del federalismo.

La messa in primo piano di concetti un tempo tabù rivela un vero e proprio cambiamento di mentalità. Solo dieci anni fa, i termini «autonomia strategica» e «preferenza europea» erano mal visti nell’Unione europea. Le uniformi erano bandite dai corridoi del Consiglio, l’idea stessa di un uso militare dei progetti spaziali europei come Galileo e Copernicus era considerata un anatema – per paura di dare l’impressione di costruire un’alternativa alla NATO e provocare così il «disimpegno» degli americani.

Ma i tempi sono radicalmente cambiati. Oggi la «difesa» viene sbandierata in ogni occasione, e i burocrati di Bruxelles non fanno altro che ripetere le parole «autonomia» e «preferenza europea». Per di più, politici e analisti ora attaccano il sancta sanctorum: un tempo vacca sacra delle relazioni transatlantiche, l’articolo 5 del trattato NATO viene improvvisamente relativizzato per mettere in evidenza l’incertezza intrinseca della garanzia statunitense.41

Le dichiarazioni dei responsabili europei testimoniano ciò che l’ambasciatore francese presso la NATO ha definito «uno shock vertiginoso sul piano psicologico».42 Subito dopo le elezioni tedesche, il futuro cancelliere Friedrich Merz indicava che la sua priorità assoluta sarebbe stata quella di «rafforzare l’Europa affinché potessimo diventare indipendenti dagli Stati Uniti ».43 Qualche mese dopo, tornò alla carica. Alla fine del 2025, mise in guardia i suoi omologhi sull’importanza della posta in gioco, ovvero «decidere dell’indipendenza europea ».44 La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva inviato, in primavera, una lettera ai capi di Stato e di governo in cui spiegava: «I fondamenti dell’ordine del dopoguerra sono scossi. L’Europa deve essere responsabile della propria deterrenza e della propria difesa».45 Chiude l’anno dichiarando che, per l’Europa, è «il momento dell’indipendenza» .46 Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, arriverà addirittura a dire che gli europei devono proteggersi dai propri alleati.47

Una doppia spiegazione convenzionale viene avanzata ovunque per comprendere questo drammatico cambiamento di clima. La presa di coscienza europea sarebbe dovuta alla percezione della minaccia russa da un lato e, dall’altro, all’imprevedibilità americana sotto il presidente Trump.48 Questi due fattori entrano ovviamente in gioco, ma non spiegano tutto. Le motivazioni ideologiche pesa altrettanto e porta a una curiosa inversione dei ruoli. Gli atlantisti di un tempo, largamente maggioritari, non si riconoscono più nell’America «populista» e sono diventati, per questo motivo, i paladini dell’autonomia europea. Al contrario, i sostenitori tradizionali dell’autonomia strategica, per lo più sensibili alle questioni di sovranità, cominciano ad avere dei dubbi su come le forze integrazioniste si siano appropriate dell’obiettivo originario. Questa dimensione ideologica costituisce la grande novità dell’attuale crisi transatlantica. All’interno della NATO, una battaglia di idee oppone i «Due Occidenti»49: i governi europei e l’America di Trump. Da parte dell’UE, le aspirazioni federaliste sono tornate, sperando di prevalere sulla logica intergovernativa, con il pretesto dell’urgenza geopolitica.

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  1. La «difesa europea» esce allo scoperto

Nell’Unione europea, il settore della difesa sta vivendo un periodo di crescita senza precedenti: le misure si susseguono a un ritmo frenetico e, soprattutto, interrogativi fondamentali, finora messi sotto il tappeto, vengono ora affrontati di petto e posti in cima all’agenda. Per una volta, le due parti del termine «difesa europea» assumono pienamente il loro significato: nelle politiche condotte sotto la sua egida, l’aspetto militare prende ormai il sopravvento su quello civile e le iniziative vengono concepite con un’esigenza di autonomia. La Francia si compiace di questa presa di coscienza che sostiene da decenni. Resta il fatto che questa nuova situazione non è priva di pericoli: il progetto che Parigi avevaportato avanti a fatica rischia di sfuggirle.

11 – Una dinamica mozzafiato

Nel suo ultimo libro sulla difesa europea, Nicolas GrosVerheyde intitola un capitolo evocando «La trasformazione militare europea».50 Si tratta, infatti, dell’aspetto più spettacolare dei recenti cambiamenti. Solo pochi anni fa ancora, nelle politiche e nelle iniziative cosiddette «difesa», la componente militare poteva essere introdotta solo di nascosto, l’UE teneva a talpunto alla sua immagine di «potenza civile».

 Attualmente, è il contrario a verificarsi. Nell’aprile 2025, Charles Fries, segretario generale aggiunto del Servizio europeo per l’azione esterna dell’UE riassume così il fenomeno: « In servizio da cinque anni presso il SEAE, ho potuto constatare quanto le tematiche di sicurezza e militari abbiano acquisito importanza nell’agenda europea. Rafforzare la sicurezza e la difesa dell’Europa costituisce la priorità della nuova alta rappresentante, la signora Kallas, e l’UE dispone ormai di un commissario alla difesa. Inoltre, il Parlamento europeo dispone di una commissione per la difesa a pieno titolo e i capi di Stato e di governo affrontano ora questo tema praticamente in tutti i Consigli europei.»51

Il Fondo europeo per la pace si è trasformato per consentire, per un importo di 17 miliardi di euro, l’acquisto e/o il rimborso delle forniture di armi all’Ucraina. Le regole sugli investimenti nella difesa sono state rese più flessibili, sia per la Banca europea per gli investimenti sia attraverso la sospensione della tassonomia. I ventitré membri dell’Agenzia spaziale europea hanno adottato una risoluzione, accompagnata da un budget record di 22 miliardi di euro, che riorienta le attività dell’ESA verso la sicurezza e la difesa.52 Il Collegio d’Europa lancia un corso di un anno, specializzato in strategia e difesa. La missione di assistenza militare EUMAM Ucraina è la più importante missione PSDC (politica estera e di difesa comune dell’ UE) ad oggi, avendo permesso l’addestramento di 75.000 soldati ucraini e l’attivazione di due quartier generali di addestramento, in Germania e in Polonia. La Capacità di dispiegamento rapido (CDR), prevista dalla Bussola strategica del 2022, forte di 5.000 uomini, è ora operativa e testata durante esercitazioni che, dal 2023, sono esercitazioni reali.53 Segno del nuovo clima, più «militare», all’interno dell’UE, sempre più riunioni si svolgono ora a porte doppie chiuse: solo tra i capi, senza alcun consigliere, a porte chiuse e senza dispositivi elettronici.54

L’altro grande cambiamento riguarda l’ imperativo dell’autonomia.

L’esigenza di autonomia strategica anima attualmente tutte le iniziative. Tutte sono concepite con l’idea di un approccio a 360°, un termine in codice per mettere gli Stati Uniti, a Ovest, sullo stesso piano delle sfide di sicurezza del fianco Sud e del fianco Est.55 E questa diffidenza nei confronti dell’alleato americano si traduce ormai intermini concreti. Éric Trappier ricorda che all’epoca, insieme a Serge Dassault, «eravamo stati tra i primi a perorare a Bruxelles la preferenza europea, ma l’ambasciata francese riteneva allora che si trattasse di una provocazione ».56 In pochi anni, tutto è cambiato. Numerosi elementi della preferenza europea figurano in ciascuno degli strumenti messi in atto negli ultimi due anni. La strategia europea per l’industria della difesa (EDIS) presentata nel marzo 2024 propone tre indicatori a tal fine: entro il 2030, almeno il 40% delle attrezzature di difesa dovrà essere acquistate congiuntamente; il valore del commercio di armi all’interno dell’UE dovrà rappresentare almeno il 35% del valore del mercato della difesa dell’Unione; e non meno del 50% del budget degli appalti pubblici della difesa dovrà essere speso all’interno dell’UE (con un obiettivo del 60% entro il 2035). 57

È difficile confutare l’argomento – già sentito all’inizio del 2000, al momento del lancio della PSDC – secondo cui, di fronte a un aumento senza precedenti dei bilanci militari, i contribuenti europei non capirebbero perché, nonostante un tale investimento, i loro paesi debbano rimanere sotto la protezione degli Stati Uniti, in una posizione di dipendenza. I diplomatici francesi hanno quindi gioco facile nel far valere la logica preferenziale, spiegando che il denaro europeo deve andare all’industria europea. Come osserva Charles Fries: «Le linee di forza si sono chiaramente spostate all’interno dei Venti-Sette. Il tema di un’Europa sovrana e di un’autonomia strategica europea, portato avanti da anni dalla Francia, torna in auge». Il principio è oggi acquisito, anche se i dettagli della sua attuazione – i famosi criteri di ammissibilità per il finanziamento di acquisti e programmi, ovvero la percentuale di componenti extraeuropei, l’ubicazione dell’autorità di progettazione, l’assenza di restrizioni d’uso – rimangono «un argomento di divisione all’interno dell’Unione».58

12 – L’armamento al centro

La strategia EDIS è accompagnata da una proposta di regolamento che istituisce l’EDIP (Programma per l’industria europea della difesa). Questa mira ad ampliare l’ambito e la durata di applicazione degli strumenti precedentemente istituiti, quali ASAP per il sostegno alla produzione di munizioni ed EDIRPA per gli acquisti comuni di equipaggiamenti di difesa.59 Passare da misure puntuali di emergenza a strutture permanenti non è una cosa da poco. La Strategia lo afferma: «È tempo di passare dalle risposte di emergenza alla preparazione strutturale dell’UE in materia di difesa». La Commissione si posiziona come «facilitatore» imprescindibile nel settore degli armamenti, al crocevia tra la politica industriale e la politica estera e di difesa. Approfittando della breccia aperta dalla guerra in Ucraina, appare come l’istanza più adatta a orchestrare al contempo un aggregazione della domanda, una ristrutturazione dell’offerta e l’attrazione di capitali privati.60 L’EDIP, adottato nel dicembre 2025 e dotato di 1,5 miliardi di euro, ha lo scopo di aumentare la produzione, incoraggiare gli acquisti congiunti e propone una serie di nuove misure e nuovi strumenti, come il Fondo per l’accelerazione della trasformazione delle catene di approvvigionamento nel settore della difesa (FAST) o la struttura per i programmi di armamento europei (SPAE)61

La mobilitazione dei fondi avviene essenzialmente attraverso il PianoReArm Europe.62 Questo comprende due parti. La prima è  una clausola di deroga nazionale al Patto di stabilità e crescita per le spese di difesa. Secondo i calcoli della presidente von der Leyen: «se gli Stati membri aumentassero le loro spese di difesa fino all’1,5% del PIL in media, ciò consentirebbe di creare un margine di manovra di bilancio di circa 650 miliardi di euro in quattro anni».

 La seconda parte è un nuovo strumento di prestiti denominato SAFE (Security Action for Europe), dotato di 150 miliardi di euro, destinato agli Stati membri che desiderano investire in modo congiunto. Secondo von der Leyen, SAFE «permetterà agli Stati membri di mutualizzare la domanda e di procedere ad acquisti comuni». Fino a dicembre 2025, diciannove paesi hanno presentato domanda per un importo di 190 miliardi di euro, 40 miliardi in più rispetto alla dotazione disponibile, ma, alla fine, solo il 65% delle somme prestate andrà a acquisti congiunti, mentre il resto servirà per acquisizioni nazionali.63

Ciò non impedisce che i finanziamenti europei abbiano un effetto leva: il programma EDIRPA, dotato di 300 milioni di euro, avrebbe contribuito a un volume di ordini pari a 11 miliardi. Tuttavia, tutti questi miliardi mobilitati hanno chiaramente lo scopo di incoraggiare gli Stati membri a sviluppare e acquistare «in Europa». Il termine implica due cose. Da un lato l’indipendenza rispetto a  paesi esterni, ma anche, dall’altro, il superamento dei confini nazionali.

Al centro di questo attivismo «difensivo» c’è un inganno. La Commissione si difende da qualsiasi intento politico, di natura federalista, spiegando che rimane nel proprio ambito stretto e agisce «solo» sugli aspetti industriali e tecnologici. D’altro canto, per incoraggiare una maggiore azione nel settore, spiega quanto la BITDE costituisca la condizione sine qua non di qualsiasi politica di difesa degna di questo nome. Diventata paladina dell’autonomia strategica europea, il collegio di Bruxelles sottolinea anche i rischi di qualsiasi dipendenza da terzi. Solo che ciò che vale in un caso vale anche nell’altro. Se, senza una base industriale e tecnologica di difesa sovrana, non c’è politica di difesa, e se questa base ha senso solo se è indipendente, allora diventa difficile sostenere che l’europeizzazione a passo forzata della BITD lasci intatto il margine di manovra degli Stati membri nella conduzione della loro politica di difesa.

13 – Una federalizzazione strisciante

La Commissione europea afferma di «non essere interessata a un accaparramento di potere», ma le sue iniziative assomigliano ben a un assalto contro ciò che i trattati concepiscono come riserva degli Stati. L’articolo 346 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce una deroga alle regole del mercato comune e conferisce a ciascuno Stato membro il diritto sia di escludere dall’ambito comunitario tutto ciò che riguarda alla produzione e al commercio di materiale bellico e di non divulgare alcuna informazione alle autorità di Bruxelles.64 Con EDIP, questa esenzione viene direttamente messa in discussione. A cominciare dal diritto alla riservatezza: la mappatura delle catene di approvvigionamento, il catalogo centralizzato dei prodotti di difesa e il monitoraggio delle capacità di produzione proposti dalla Commissione costituirebbero un’intrusione nel cuore delle informazioni sensibili delle nazioni. Thierry Breton si rallegra del fatto che un’«autorità politica europea possa vedere cosa succede in tutte le fabbriche del continente, mentre prima erano gelosamente nascoste da ciascun paese».65

E non è tutto. La Commissione vuole attribuirsi il diritto di adottare misure di intervento diretto e di effettuare ordini prioritari qualora venga dichiarato uno «stato di crisi di approvvigionamento» venga dichiarato dal Consiglio… a maggioranza qualificata. Intende inoltre presiedere il nuovo Consiglio di preparazione industriale per la difesa. Tante invasioni di competenze giuridicamente contestabili– e contestate. Tre mesi esatti dopo l’annuncio dell’EDIP, il Senato francese ha concluso che la proposta di regolamento non è conforme ai principi enunciati nei trattati.66 Ha osservato che la Commissione fonda il proprio testo su quattro basi giuridiche (articoli 173, 114, 212 e 322), tralasciando l’articolo 42, che è tuttavia quello che disciplina il settore della difesa. La proposta conferirebbe così alla Commissione un ruolo che i trattati non le attribuiscono, in un settore di competenza nazionale in cui il quadro naturale della cooperazione è intergovernativo. Secondo il Senato, l’intenzione è chiara: «la Commissione voleva proporre un testo globale, in una logica esclusivamente comunitaria». 67

A più di un anno di distanza, l’obiettivo rimane lo stesso. Il pacchetto di misure «volte a ridurre le formalità amministrative» (Omnibus Difesa) in nome della semplificazione e dell’armonizzazione non è nemmeno questo privo di incidenza sul margine di manovra degli Stati membri.68 La rappresentante permanente della Francia presso il Comitato politico e di sicurezza dell’Unione europea (COPS) mette in guardia: «La semplificazione è lodevole, ma non deve essere condotta in modo affrettato. (…) è inoltre opportuno dare prova di vigilanza poiché si tratta di settori che rientrano nella sovranità nazionale».69

Solo che questa vigilanza, nessuno la eserciterà in seno al COPS, sede che riunisce gli ambasciatori dei ventisette paesi e incaricata di guidare la PSDC. Per la semplice e valida ragione che tutte le iniziative recenti in materia di difesa sono state prese sotto un regime giuridico che le sottrae alla competenza del COPS. Più in generale, espedienti giuridici qua e là facilitano la comunitarizzazione delle questioni di difesa.

Secondo Jean-Dominique Giuliani, presidente della Fondazione Robert Schuman, questo processo deve essere messo in discussione: «La Commissione europea, sulla base giuridica dell’articolo 173 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che riguarda l’industria, sta compiendo un’importante irruzione nella politica di difesa. Questa base giuridica deve essere almeno messa in discussione». 70

Stesso appello alla prudenza da parte di Arnaud Danjean, che consiglia di insistere sul fatto che «le azioni della Commissione europea possono rivelarsi estremamente utili purché essa rimanga nel proprio ruolo, ovvero un ruolo di facilitatore, di sostegno, o addirittura di finanziatore, ma certamente non un ruolo di operatore». Secondo Danjean, bisognerà fare in modo che ciascuno rimanga al proprio posto perché «quando la Commissione si occupa di un argomento, non lo molla più» . Tuttavia, aggiunge, «sarebbe molto pericoloso che la Commissione europea cercasse in un modo o nell’altro di sostituirsi agli Stati membri, che rimangono gli attori principali in materia di difesa, anche sul piano industriale e finanziario. In definitiva, sono gli Stati membri che effettuano gli ordini, equipaggiano le loro forze armate e le dirigono. Per noi francesi, è una cosa ovvia» .71 Solo che l’approccio « europeo» finisce per erodere, pezzo per pezzo, il margine di manovra degli Stati.

Il presidente Macron si inserisce pienamente in questa dinamica europea. Durante il suo discorso di auguri alle Forze Armate, nel gennaio 2026, non ha forse dichiarato: «Ho bisogno di un’industria della difesa che non consideri più le forze armate francesi come clienti vincolati, perché potremmo cercare soluzioni europee se queste sono più rapide o più efficaci (…) Dobbiamo essere più europei. E quindi, dobbiamo essere più europei nei nostri stessi acquisti, dobbiamo essere più europei nelle nostre strategie industriali».72

Allo stesso tempo, risulta che il Parlamento europeo intenda conferire alla Commissione europea il potere di esercitare il proprio controllo sulle esportazioni di armi degli Stati membri. Si tratta di un emendamento proposto alle direttive 2009/43/CE e 2009/81/CE (semplificazione dei trasferimenti intra-UE di prodotti legati alla difesa e semplificazione degli appalti di sicurezza e difesa). Tuttavia, come osserva Michel Cabirol: « questo emendamento è una vera e propria provocazione nei confronti degli interessi della Francia, il “controllo delle esportazioni” è una questione di vitale interesse per essa».73 A parte il fatto che, nel contesto attuale, molti considerano l’interesse nazionale come obsoleto, sarebbe quindi giunto il momento di sostituirlo con l’interesse europeo. L’unione fa la forza, ci viene detto. Ma è vero?

14 – Più problemi che soluzioni

Le tendenze attuali comportano diverse incognite, sia istituzionali che di capacità, ma soprattutto due fonti di tensione potrebbero rivelarsi fatali per l’intero progetto europeo.

La prima riguarda la rottura dell’equilibrio fondamentale, in particolare tra Francia e Germania. Tradizionalmente, l’intero edificio europeo poggiava sul fatto che i punti di forza militari della Francia (la sua deterrenza nucleare, ma anche i vantaggi che ne erano derivati in termini di industria spaziale e degli armamenti) costituivano un contrappeso alla potenza economica tedesca. Non è più così. L’equilibrio è compromesso in due modi. Da un lato, l’europeizzazione in corso della politica estera e di difesa, con tutto ciò che ciò implica in termini di messa in comune, di sottrazione finanziaria e di livellamento, erode meccanicamente i vantaggi di chi si distingueva in questi settori, ovvero la Francia.

D’altra parte, la Germania si sta riarmando con molte più riserve nazionali e decisamente meno spirito di sacrificio europeista rispetto a Parigi.74 Entro il 2029, Berlino prevede di spendere 153 miliardi di euro all’anno per la difesa, mentre la Francia conta di raggiungere un bilancio di 80 miliardi all’anno entro il 2030. I diplomatici a Bruxelles non si sbagliano, alcuni parlano di un cambiamento «tellurico» e vedono nel riarmo tedesco «la cosa più importante sulla scena europea». Un responsabile francese incaricato della difesa osserva, sotto la copertura dell’anonimato: «Sarà difficile lavorare con loro, perché saranno estremamente dominanti (…) È a metà strada tra la vigilanza e la minaccia». 75 In effetti, la Germania assume la leadership nel settore spaziale, con un contributo di 5,1 miliardi di euro al prossimo bilancio dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea), da confrontare con i 3,7 miliardi messi sul tavolo dalla Francia.76 Più in generale, le tensioni franco-tedesche sullo SCAF (sistema di combattimento aereo del futuro)77 o ancora la rivalità tra i due paesi per stabilire chi guiderà i progetti europei di difesa antimissile dimostrano che le carte sono state rimescolate.78 Tutto va nella direzione dell’analisi del defunto generale Pierre-Marie Gallois: «A poco a poco, la Germania impone ai paesi europei ciò che vuole. È lei a dettare le regole del gioco europeo. (…) La Germania sarà la superpotenza europea attraverso la costruzione dell’Europa, in grado di competere con i grandi blocchi di domani, facendo balenare ai paesi europei un futuro di cui sarebbero, insieme a lei, i motori – sottinteso: i motori obbedienti.» Resta solo una cosa da sistemare prima: «far abbassare la bandiera alla Francia».79

Oltre alla rottura dell’equilibrio franco-tedesco, l’altra fonte di pericolo risiede in quella che è un’inversione del motto «l’unione fa la forza». L’idea era accettabile fintanto che non riguardava il cuore stesso della sovranità delle nazioni, la loro capacità di difendersi, e/o fintanto che il diritto di veto era scolpito nella pietra, garantendo che nessuno Stato membro fosse messo in minoranza su ciò che considera essere i propri interessi fondamentali. Ma attualmente le istituzioni europee stanno diventando il luogo in cui gli Stati membri trattano ormai le questioni più delicate per la loro sicurezza. Parallelamente, si moltiplicano gli appelli all’abolizione del diritto di veto e si stanno mettendo in atto strategie per aggirare il metodo intergovernativo. Piuttosto che «l’unione fa la forza», il proseguimento di questa dinamica potrebbe indebolirel’Europa in tre modi: creando risentimento, distruggendo l’eccellenza e portando alla deresponsabilizzazione.

Lungi dall’essere un fattore di divisione, il diritto di veto permette di tenere uniti i paesi membri dell’Unione nonostante la grande diversità delle loro priorità e delle loro situazioni. Li obbliga a negoziare fino a quando non si trovi un compromesso che non leda gli interessi vitali di nessuno di loro. Questa considerazione delle linee rosse di ciascuno è indispensabile per la legittimità delle decisioni comuni.

Permette inoltre di evitare che un paese venga messo in minoranza su una questione che ritiene determinante, con tutto ciò che ciò implicerebbe in termini di risentimento e desiderio di rivalsa. Un altro problema è che la Commissione europea, animata dalla sua visione sovranazionale, tende a considerare i risultati precedenti e l’eccellenza come sospetti, fonte di disuguaglianza tra gli Stati membri. In nome di un’equa ripartizione delle risorse e dei compiti, rischia di emarginare i grandi Stati a vantaggio di quelli piccoli, l’eccellenza a vantaggio dell’apprendimento, incoraggiando così, in molti casi, l’appiattimento verso il basso.80

Infine, la costruzione europea che oggi segue un doppio movimento di espansione della difesa e di arretramento del controllo nazionale, non è un moltiplicatore ma un disattivatore di potenza. Una morsa strutturale piuttosto che la leva di Archimede di un tempo.81 Sulle pagine della prestigiosa rivista Survival, un articolo dal titolo provocatorio «L’Europa ha bisogno di meno cooperazione in materia di difesa», scritto da Bence Nemeth, va contro la tendenza del momento e confuta i soliti argomenti a favore dell’accelerazione dell’integrazione in materia di difesa.82 Nemeth vi riporta le ben note lacune dei programmi collaborativi che «procedono alla velocità del partecipante più lento», e i cui benefici in termini di costi e tempi di consegna sono tutt’altro che evidenti. Egli punta il dito contro l’errore fondamentale delle analisi secondo cui le attuali inefficienze sono solo « difetti di sistema» a cui è possibile porre rimedio dall’alto, con maggiore armonizzazione e condivisione.

L’articolo prende l’esempio dell’isola di Gotland per illustrare l’importanza di dare priorità al rafforzamento delle capacità a livello nazionale: «Gotland, l’isola svedese strategicamente vitale del Mar, ospita ormai solo 370 soldati svedesi, contro i 25.000 del periodo della guerra fredda. Quando al ministro degli Esteri svedese, Tobias Billström, è stato interrogato sull’eventualità di un rafforzamento militare, si è limitato a rispondere che la Svezia avrebbe partecipato ai comitati della NATO incaricati della questione e avrebbe atteso le raccomandazioni del Comandante supremo delle forze alleate in Europa prima di prendere qualsiasi decisione». E Nemeth aggiunge: « La responsabilità primaria di un paese europeo rimane tuttavia quella di proteggere il proprio territorio, (…) piuttosto che attendere passivamente istruzioni». Purtroppo, il caso dell’isola di Gotland è sintomatico di ciò che il generale de Gaulle già denunciava come l’effetto nefasto dell’integrazione in materia di difesa: la deresponsabilizzazione degli Stati. All’epoca, questa constatazione poteva riguardare solo la NATO, ma oggi si applica ancora di più all’UE: « Accade che, nell’integrazione, il paese integrato sia portato a disinteressarsi della propria difesa nazionale poiché non ne è responsabile. Allora l’insieme (…) vi perde della propria autonomia e della propria forza ».83

2 – La NATO messa alla prova

L’ombra che grava sull’Alleanza a causa dello scontro tra gli europei e la presidenza Trump non ha cambiato granché nella routine militare dell’organizzazione, sia per quanto riguarda i piani di difesa, le esercitazioni o l’adeguamento dei comandi. Resta tuttavia il fatto che la vita dell’istituzione transatlantica è ora scandita dai momenti salienti di natura politica. A differenza di quanto avveniva nell’immediato dopoguerra fredda, i «valori» dividono attualmente le due sponde dell’Atlantico, mentre i loro interessi dovrebbero unirli sempre di più.

21 – La psicosi Trump

Nelle sue memorie, Jens Stoltenberg, ex Segretario generale della NATO dal 2014 al 2024, descrive in dettaglio il trauma causato all’interno dell’Organizzazione dall’elezione di Donald Trump. Racconta come, durante la campagna del 2016 che vedeva Trump contrapposto a Hillary Clinton, «molti membri del personale americano si divertivano a far intendere il risultato che speravano. “Siamo lieti di accogliere il prossimo leader degli Stati Uniti al vertice di maggio 2017, e sarà un grande onore incontrarla”, dicevano.» Un sentimento condiviso, si intuisce tra le righe, con quasi tutti i loro colleghi stranieri. Di conseguenza, dopo la vittoria di Trump, Stoltenberg impose una disciplina ferrea tra le file: «Ho chiarito che i sospiri di esasperazione durante le riunioni interne erano inaccettabili. Non ci sarebbero stati alzare di occhi al cielo di fronte ai tweet e alle apparizioni pubbliche di Trump; nessuna risata beffarda davanti ai video; nessuna battuta sul golf o sui suoi modi. Una tolleranza zero nei confronti di questo tipo di comportamento era assolutamente indispensabile. Basta un piccolo gruppo di persone che deridono una dichiarazione o un comportamento perché questo si diffonda in tutta l’organizzazione e finisca per trapelare all’esterno. E se ciò fosse accaduto, sarebbe bastato poco perché Washington venisse a sapere che il personale della sede della NATO si divertiva a ridere di Donald Trump. Sarebbe stato disastroso. » 84

Stoltenberg afferma di aver finito per capire come lavorare con Donald Trump: «Un giorno poteva minacciare di lasciare la NATO; il giorno dopo, poteva dichiararsi un “grande, grandissimo fan” dell’Alleanza. Ma tutta l’attenzione che aveva rivolto alla NATO aveva portato alla mobilitazione di forze significative a favore dell’Alleanza, sia tra i repubblicani che tra i democratici al Congresso. Ben presto, lo stesso Trump era diventato favorevole al coinvolgimento della NATO». Favorevole è un’esagerazione. È tuttavia vero che, man mano che gli europei facevano concessioni sulla Cina, lo spazio, i bilanci, il presidente americano si è gradualmente adattato alla NATO. Dopo un vertice, alla fine del 2019, in cui gli alleati avevano ratificato alcune di queste priorità americane, si è detto soddisfatto: «Sono diventato un sostenitore ancora più convinto della NATO perché sono stati così flessibili. Se non fossero stati così flessibili, penso che non sarei così contento. Ma sono molto flessibili.»85

Tuttavia, tutte queste pressioni poco discrete e queste concessioni forzate hanno lasciato il segno. L’ex rappresentante della Francia presso la NATO, Muriel Domenach racconta: «Quando sono arrivata alla NATO nell’autunno del 2019, ho trovato un’alleanza in stato di stress post-traumatico. Donald Trump, durante i vertici del 2017 e del 2018, aveva trattato gli alleati con grande brutalità». Non sorprende che, in vista delle prossime elezioni americane, i team della NATO pregassero per la fine dell’incubo. Secondo Domenach: «Tutti speravano nella vittoria di Biden nel 2020 e nel “ritorno alla normalità”. Ricordo la fine di quella notte elettorale estremamente tesa, a casa della mia collega ambasciatrice americana, un’ex senatrice repubblicana della vecchia guardia, Kay Bailey Hutchison. L’angoscia alla NATO era palpabile ed esistenziale.”86 I loro desideri sono stati esauditi, ma nel 2024, si ripete la storia: Kamala Harris, vicepresidentessa di Joe Biden, non ha vinto le elezioni e Donald Trump era di ritorno. Si presenta, per di più, con una squadra più affiatata, mano libera grazie alla sua maggioranza al Congresso e la determinazione ad agire in fretta.

La nuova amministrazione non ha usato mezzi termini, fin da subito ha affrontato tutti i tabù. Il nuovo Segretario alla Difesa, diventato Segretario alla Guerra, ha fatto il suo ingresso nella sede della NATO con una franchezza insolita in quelle mura: «Dure realtà strategiche impediscono agli Stati Uniti di concentrarsi principalmente sulla sicurezza dell’Europa. Sfidiamo i vostri paesi a raddoppiare gli sforzi e a rinnovare il loro impegno a favore degli obiettivi di difesa e deterrenza a lungo termine dell’Europa. Ciò richiederà ai nostri alleati europei di entrare pienamente in campo e di assumersi la responsabilità della sicurezza convenzionale sul continente. Gli Stati Uniti non tollereranno più una relazione squilibrata che incoraggia la dipendenza. Al contrario, la nostra relazione darà priorità all’autonomia dell’Europa affinché si assuma la responsabilità della propria sicurezza ».87 Per incoraggiarli in tal senso, il presidente americano ha ribadito la minaccia: «Se non pagano, non li difenderò, è una questione di buon senso».88 Il suo ambasciatore presso la NATO ha lanciato l’idea di un Comandante supremo (SACEUR) che un giorno sarebbe stato tedesco, o comunque non americano.89 Alla fine del 2025, Washington ha fatto sapere di avere in mente una data limite per il riassunzione, da parte degli europei, della maggior parte dei compiti legati alla difesa convenzionale del vecchio continente: il 2027.90

22 – Servizio minimo

Dato questo contesto politico, a dir poco turbolento, non sorprende che l’organizzazione si accontentasse di gestire gli affari correnti in una sorta di pilota automatico. Si concentrava su tre temi: l’aumento dei bilanci, l’adeguamento delle strutture di comando e il rafforzamento del fianco orientale.

Conformemente al desiderio degli Stati Uniti, al vertice dell’Aia del giugno 2025 gli Alleati si sono impegnati, per il 2035, a portare al 5% la quota del prodotto interno lordo (PIL) destinata ogni anno al finanziamento della difesa e della sicurezza in senso lato, con il 3,5% per il finanziamento delle esigenze della difesa propriamente detta.91

Gérard Araud, ex ambasciatore di Francia negli Stati Uniti, si dice scettico: «Le promesse impegnano solo chi le riceve; certamente, è certo che, a parte gli Stati membri la cui sicurezza è direttamente minacciata, come gli Stati baltici e la Polonia, questa cifra non sarà raggiunta più di quanto lo sia stata la precedente – solo il 2% – ma il fatto stesso di accettarla dimostra che gli europei erano pronti a tutto per soddisfare Trump».

Araud vede lo stesso spirito di «vassallaggio» nell’allestimento del vertice. L’incontro è stato ridotto a una sola sessione – invece delle tre o quattro abituali – per paura di annoiare il presidente americano al punto che lasciasse la sala, i capi di Stato e di governo hanno avuto solo pochi minuti ciascuno per esprimersi. Il tutto, dopo che il segretario generale della NATO, l’olandese Mark Rutte, aveva inviato a Donald Trump «un messaggio in cui, nel più puro stile nordcoreano, lo ricopriva dei complimenti più enfatici». Per l’ex ambasciatore di Francia, questo vertice «richiama irresistibilmente Tacito che, negli Annali, descrive i senatori di fronte all’imperatore: “si precipitavano alla servitù”».92

È vero che, agli occhi della maggior parte degli europei, la percezione della minaccia russa è un potente motivo per piegarsi ai desiderata degli Stati Uniti, almeno temporaneamente, in mancanza di un piano B disponibile. Nell’autunno del 2025, alcuni incidenti di violazione dello spazio aereo di diversi alleati – Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Polonia e Romania – da parte di droni e aerei russi, hanno ricordato a chi lo avesse dimenticato l’importanza dell’articolo 5 e delle garanzie degli Stati Uniti.

Nell’immediato, l’Alleanza ha istituito Eastern Sentry, «un’ attività multimodale e flessibile il cui obiettivo è aumentare la vigilanza della NATO su tutto il suo fianco orientale.» Questo rafforzamento si aggiunge alle Forze terrestri avanzate (FLF) composte da otto gruppi tattici multinazionali. «In origine, si trattava di unità equivalenti a battaglioni, ma nel 2022 gli Alleati hanno concordato di schierare truppe supplementari e di trasformarle in unità delle dimensioni di una brigata, dove e quando necessario».93 Gli Stati membri più esposti continuavano a «esortare la NATO ad abbandonare il modello basato sul rafforzamento e ad adottare, per il fianco orientale, una strategia consistente nel ‘ respingere, e non cacciare’ : piuttosto che contare sui rinforzi, questi Alleati dovrebbero essere in grado di respingere qualsiasi incursione sin dall’inizio».94

Nonostante l’intensificazione delle attività della NATO, quali le operazioni di polizia marittima e aerea, l’equilibrio delle forze in questo teatro non è ancora a suo favore, ma il centro di gravità dell’Alleanza si è indubbiamente spostato verso est.

Un’altra direzione prioritaria: l’Artico. Il governo norvegese ha annunciato nel maggio 2025 la sua decisione di designare la città di Bodø, situata a nord del circolo polare artico, come sede permanente per ospitare il nuovo Centro combinato di operazioni aeree (CAOC). Ne esistono già due in Europa, uno a Uedem in Germania e l’altro in Spagna, a Torrejón. Quello di Bodø è diventato operativo nel corso dell’anno e copre lo spazio aereo della regione nordica e del Grande Nord.95 Sulla stessa linea, la Finlandia, la Svezia e la Danimarca si sono unite al quartier generale della NATO a Norfolk, in Virginia. 96 Faranno quindi parte, insieme al Regno Unito, Islanda e la Norvegia, alla responsabilità dell’unico comando operativo della NATO con sede negli Stati Uniti. Il loro trasferimento dal Comando interforze di Brunssum, nei Paesi Bassi, a quello di Norfolk è in conformità con i piani di difesa regionali definiti al vertice di Vilnius nel 2023 e si rientra nella volontà di «consolidare la nostra posizione nel Grande Nord», secondo il generale Alexus Grynkewich, Comandante Supremo delle forze alleate in Europa.97

23 – I valori dall’effetto centrifugo

Dal ritorno al potere di Donald Trump, i punti di tensione si sono moltiplicati tra Europa e America. Che si tratti dell’incertezza deliberatamente alimentata intorno all’articolo5, come mezzo di pressione per ottenere un maggiore contributo dagli alleati europei; o dell’inevitabile ritiro di una parte dei circa 100.000 soldati americani di stanza nel Vecchio; o ancora della controversia sull’appartenenza dell’isola della Groenlandia – lo stesso schema si ripete. Ogni volta, i ragionamenti strategici, spesso validi, passano in secondo piano rispetto alla logica conflittuale. A questa o quella controversia si aggiunge un’opposizione di fondo che la amplifica fino al punto di rottura. Questa opposizione riguarda «i valori» e si manifesta soprattutto in occasione delle critiche formulate dall’amministrazione Trump nei confronti dell’Europa riguardo all’immigrazione di massa e alla libertà di espressione. I due momenti salienti del 2025 su questo piano sono stati il discorso del vicepresidente J. D. Vance alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a febbraio e la pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale alla fine dell’anno.

La nuova Strategia (National Security Strategy: NSS) mette in guardia: l’Europa si sta dirigendo verso una «scomparsa civilizzazionale», aggiungendo che «se le tendenze attuali proseguiranno, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno». 98 La migrazione di massa è identificata come il fattore decisivo: «entro pochi decenni al massimo, alcuni membri della NATO diventeranno in maggioranza non europei». L’alleanza potrebbe inoltre essere indebolita a causa di questa trasformazione demografica in corso. La NSS ne parla in modo diretto: quando, in alcuni paesi della NATO, la maggioranza della popolazione non sarà più di origine europea, « è lecito chiedersi se questi paesi percepiranno ancora il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo». Agli occhi dell’amministrazione Trump, le violazioni della libertà di espressione sono anche legate, in parte, alla questione dell’immigrazione.

A Monaco, il vicepresidente Vance spiega: dal punto di vista di un’America in cui la libertà di espressione, la famosa «free speech», è garantita dalla Costituzione come quasi illimitata, il concetto di «contenuto che incita all’odio» sembra un pretesto per mettere a tacere le voci discordanti. Vance non ha mancato di notare che la conferenza di Monaco stessa aveva escluso i leader dell’AfD, il principale partito di opposizione tedesco. «Non dobbiamo necessariamente essere d’accordo con tutto — né tantomeno con qualcosa — di ciò che dicono alcune persone, ma quando i leader politici rappresentano una parte significativa dell’elettorato, è nostro dovere almeno avviare un dialogo con loro.» 99 I cordoni sanitari, gli archi repubblicani, i Brandmauern d’oltre Reno, dimostrano, secondo il vicepresidente, che i leader europei hanno paura dei propri cittadini. Egli vi vede, a lungo termine, un rischio per la resilienza e la sicurezza delle società europee.

La NSS afferma: l’America si opporrà alle «restrizioni delle libertà fondamentali in Europa, imposte dalle élite e contrarie ai principi democratici». Si darà come priorità quella di «coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle sue nazioni».

24 – Gli interessi a effetto centripeto

Le dichiarazioni dei leader americani e la stessa Strategia di sicurezza indicano chiaramente: l’amministrazione Trump ritiene sinceramente che l’Europa si stia dirigendo, a passo svelto, verso la propria auto-annullamento, e che Washington preferirebbe arginare questo movimento, se non altro per i propri interessi strategici.100

Con la fine dell’era unipolare e l’ascesa degli Stati cosiddetti revisionisti, nel senso di una messa in discussione l’ordine internazionale stabilito, Washington si ritrova in una posizione geopolitica indebolita. La sua visione strategica rimane la stessa: la sicurezza, la libertà e la prosperità americane sarebbero messe a rischio se un avversario riuscisse ad affermare la propria egemonia in una delle regioni considerate decisive, in primo luogo l’Asia.101

Per evitare che ciò accada, gli Stati Uniti devono ora essere in grado di prevalere in conflitti simultanei, su teatri lontani l’uno dall’altro, contro avversari di pari livello o quasi (peer e near-peer nella terminologia americana). Tuttavia, Washington è ben lungi dal raggiungere il suo obiettivo. La nuova legge di bilancio impone al Pentagono di stilare, il più rapidamente possibile, l’elenco del volume di munizioni di cui avrebbe bisogno in un conflitto simultaneo.102 Un rapporto bipartisan della Commissione sulla strategia di difesa nazionale ha lanciato l’allarme già nel 2024: il «nuovo allineamento di nazioni contrarie agli interessi degli Stati Uniti crea un rischio reale, se non una probabilità, che i conflitti, ovunque si verifichino, possano trasformarsi in una guerra su più teatri o in una guerra mondiale» . Il rapporto osservava senza giro di parole che, al momento, gli Stati Uniti «non sono preparati» a un simile scenario. 103

Ne derivano due conclusioni per l’Europa.

Da un lato, gli europei devono prendere sul serio gli appelli americani e ricostruire con urgenza le loro forze convenzionali. Ciò consentirebbe di ridistribuire le forze americane altrove, senza creare enormi lacune nella posizione di deterrenza della NATO.

D’altro canto, gli europei devono capire che l’America non è sul punto di abbandonarli. La NATO è il caso emblematico delle cosiddette coalizioni anti-egemoniche che gli Stati Uniti cercano per arginare i propri avversari, in primo luogo la Cina. La NSS è chiara: «L’Europa rimane vitale per gli Stati Uniti. Rinunciare all’Europa, sarebbe come spararsi sui piedi rispetto agli obiettivi che questa strategia cerca di raggiungere.»

Da parte degli europei, interessi altrettanto reali hanno di che raffreddare gli ardori dei nuovi cantori dell’autonomia. Nel corso dei decenni, la ricerca della soluzione più facile – meno spese militari, buona coscienza pacifista – ha fatto precipitare l’Europa in una situazione di dipendenza asimmetrica dagli Stati Uniti. A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane del 2020, il ministro della Difesa tedesco dichiarava: « Dobbiamo riconoscere che, nel prossimo futuro, rimarremo dipendenti. […] Le illusioni di un’autonomia strategica europea devono cessare: gli europei non saranno in grado di sostituire il ruolo cruciale dell’America come garante della sicurezza.»104 Da allora e paradossalmente, la retorica europea è cambiata radicalmente, mentre la dipendenza europea non ha fatto che aumentare. Come ha sottolineato Jeremy Shapiro, direttore di ricerca presso l’ECFR (Consiglio europeo per le relazioni internazionali), la dipendenza europea è aumentata in modo evidente dall’inizio della guerra in Ucraina.

La situazione precedente al 2022 — in cui la Germania, e l’Europa, erano percepite come dipendenti dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per i mercati — è profondamente cambiata: «Sempre più, l’Europa dipende dagli Stati Uniti per tutte e tre le cose.»105

Infatti, mentre l’Europa si impegna a ridurre fortemente la propria dipendenza dall’energia russa, gli Stati Uniti si sono imposti come fornitore chiave, sia di gas naturale liquefatto (GNL) che di petrolio greggio.106 Per quanto riguarda gli scambi con Pechino, gli sforzi di «derisking» e le sanzioni statunitensi sulle tecnologie avanzate complicano le relazioni commerciali. Inoltre, Inoltre, la guerra in Ucraina ha rivalutato l’ombrello nucleare americano e l’aumento degli acquisti di armi da parte dell’UE non ha fatto diminuire la quota proveniente dall’estero (il 63% di queste importazioni è ancora di origine americana). Al di là di questi interessi concreti, il ruolo indispensabile degli Stati Uniti in Europa si declina anche in un altro modo. Tradizionalmente, in qualità di potenza europea attraverso la NATO, l’America, per la sua sola dimensione, neutralizza le disparità di dimensioni e di forza e svolge così un ruolo di equalizzatore tra i paesi europei. Un contributo non trascurabile in un momento in cui la logica del potere e dei rapporti di forza sta tornando a farsi sentire nel Vecchio Continente.107

3 – Le 3D in piena ridefinizione

Gli interessi oggettivi di entrambe le parti non spingono quindi necessariamente, in questo momento, a un ribaltamento dei ruoli tra partner transatlantici. Eppure, «Sarebbe assurdo negare, scrive l’ambasciatore Araud, che le placche tettoniche di questo dibattito, che dura da decenni, abbiano recentemente iniziato a muoversi». 108 Ci sono segnali che non ingannano. Su Défense & Stratégie seguiamo da dieci anni quelli che consideriamo gli indicatori più affidabili delle evoluzioni nei rapporti UE-NATO e, più in generale, nelle relazioni transatlantiche. Si tratta delle famose 3D, ovvero i limiti imposti dagli Stati Uniti alla politica di difesa dell’UE al momento del suo avvio alla fine degli anni ’90. L’allora Segretaria di Stato Madeleine Albright le ha concettualizzate, coniando l’espressione «3D ».109 Il che significa: nessun «disaccoppiamento» tra il processo decisionale europeo e la NATO, nessuna «duplicazione» delle capacità e delle strutture della NATO e nessuna «discriminazione» nei confronti degli alleati non membri dell’UE.

Dal «rilancio» della PSDC nel 2016, e nonostante tutti gli scossoni subiti dalle relazioni transatlantiche – il primo mandato di Donald Trump, la crisi e poi la guerra in Ucraina o ancora la Brexit – i cambiamenti su questi tre aspetti sono stati minori.110 Tuttavia, improvvisamente, da un anno a questa parte, i dibattiti sui temi relativi alle 3D si svolgono su basi inedite. I concetti finora «banditi» attorno ai quali si articolavano tutti i punti nevralgici si impongono ormai con la forza dell’ evidenza. È ormai un dato di fatto che gli europei prendano alcune decisioni in materia di difesa tra di loro, prima di, o persino senza, consultare l’America; che stiano riflettendo su un piano di sostituzione credibile per garantire la loro difesa collettiva; che diano (una dose di) preferenza europea nell’intero ciclo degli armamenti; infine che riconoscano la legittimità di una distinzione tra membri UE e non UE dell’Alleanza. Ormai, l’unica questione che rimane è solo una questione di grado.

31 – Il non-disaccoppiamento

La prima richiesta avanzata dagli Stati Uniti, così come è stata formulata da Albright, stabiliva: «il processo decisionale europeo non deve essere separato dal processo decisionale più ampio all’interno dell’Alleanza». Da quell’epoca, ciò si traduceva nel rifiuto di vedere gli europei presentarsi alle discussioni della NATO con una posizione comune su cui si fossero accordati in precedenza. Joachim Bitterlich, ex ambasciatore tedesco presso la NATO, spiegava già nel 2007: «L’idea di un caucus europeo, emersa nella prima metà degli anni ’90, è un orrore per gli americani. Tuttavia, se gli europei vogliono essere presi sul serio da un lato dagli americani e dall’altro a livello mondiale, bisogna procedere verso la creazione di un tale caucus.».111 Segno dei tempi, nel 2025 l’ambasciatore francese presso la NATO, David Cvach, ha segnalato un «vero e proprio appetito per una concertazione europea più intensa». Egli ricorda: «Di solito, all’interno della NATO, ognuno ha la tendenza a rivolgersi agli Stati Uniti più che a qualsiasi altro partner, ma l’atmosfera ora, e per il momento, è un po’ diversa».112

La difficoltà consiste nell’assicurarsi che i responsabili nazionali trasmettano alla NATO lo stesso messaggio che esprimevano durante i loro contatti «tra europei». Secondo Cvach: «spesso esiste un fenomeno di “bolla” alla NATO dove non si parla esattamente allo stesso modo che altrove». Questo doppio discorso degli europei viene denunciato dagli interlocutori americani, esasperati da ciò che appare come un vero e proprio sdoppiamento di personalità in alcuni.

Durante il suo viaggio a Bruxelles nel dicembre 2025, il Sottosegretario di Stato Christopher Landau parla di palese incoerenza:

«Si tratta quasi degli stessi paesi in entrambe le organizzazioni. Quando questi paesi indossano il cappello della NATO, affermano che la cooperazione transatlantica è la pietra angolare della nostra sicurezza reciproca. Ma quando questi stessi paesi indossano il cappello europeo, perseguono ogni sorta di agenda che spesso è totalmente contraria agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti».113

Questo doppio gioco è sempre esistito, ma la tendenza si è invertita negli ultimi tempi. Man mano che si moltiplicano le sedi di coordinamento europee, dai formati informali fino alle riunioni del Consiglio Affari Esteri dell’UE in configurazione difesa, non sono più, o comunque meno spesso, le posizioni assunte in NATO ad essere importate nell’Unione, ma piuttosto si verifica il contrario. Per l’ambasciatore Cvach, anche se una «grande serata» istituzionale della governance e del processo decisionale in seno alla NATO non è per domani, «gli europei possono affermarsi maggiormente in occasione dei numerosissimi dibattiti e riunioni – e lo faranno tanto più che avremo definito al di fuori della NATO le grandi linee d’azione da declinare». Un’idea in controtendenza rispetto alla condizione di non disaccoppiamento posta 25 anni fa.

32 – La non duplicazione

Il criterio della non duplicazione tra la NATO e l’UE dovrebbe incarnare il famoso concetto di complementarità tra le due organizzazioni. Finora si è manifestato attraverso tre divieti: la PSDC non poteva portare a un «doppione» dei mezzi di pianificazione e di conduzione delle operazioni della NATO; né a una copia della sua funzione essenziale che è la difesa collettiva; né alla costruzione di una «fortezza» protezionista per gli acquisti di armamenti. Questi tre ambiti rimangono altamente sensibili dal punto di vista politico, ma il divieto assoluto che li riguardava appartiene ormai al passato.

A riprova di ciò, il continuo rafforzamento della Capacità militare di pianificazione e conduzione (MPCC in inglese) dell’UE.114

All’inizio, l’idea stessa era stata esclusa: coloro che osavano evocare la necessità di un nucleo di quartier generale europeo, come la Francia, la Germania, il Lussemburgo e il Belgio durante la loro riunione di Tervuren nel 2003, venivano derisi perché stavano organizzando «un vertice dei cioccolatieri». Tuttavia, sulla scia delrilancio del 2016, è stata presa la decisione di creare una capacitàpermanente per la pianificazione e la conduzione delle operazionimilitari della PSDC – ma all’epoca solo per lemissioni cosiddette «non esecutive» (senza uso della forza, di tipoconsultivo). In dieci anni, la sua funzione si è notevolmente ampliata:è diventata la chiave -portante della Capacità di dispiegamentorapido (CDR) volta a consentire all’UE di dispiegare rapidamentefino a 5000 soldati in un’operazione interforze. Vieneregolarmente impiegata nelle esercitazioni militari reali,sul campo, che l’ l’UE organizza dal 2023: LIVEX 25 si è svolta nelmarzo-aprile 2025 con la partecipazione di 13 Stati membri perconvalidare, con successo, lo stato operativo della CDR.115Un’evoluzione simile si osserva sul fronte della difesareciproca. Al lancio della Politica europea di sicurezza edifesa, era stato concordato che la difesa territoriale sarebbe rimasta dicompetenza esclusiva della NATO, mentre l’UE si sarebbe occupata della gestione delle crisi.I responsabili dell’Alleanza hanno tenuto a ricordare a intervalliregolari: «la cooperazione europea in materia di difesa non sostituirà ladifesa collettiva che la NATO garantisce agli alleati europei».116 Per laFrancia, invece, la politica di difesa europea hasempre avuto la vocazione di includere la difesa reciproca. Il Ministero delleForze Armate presenta la questione in questi termini: « L’Europa della difesa si concretizza nellaclausola di difesa reciproca tra gli Stati membri, sancita dall’articolo 42, paragrafo 7del Trattato di Lisbona del 2009. Gli europei sono, pertanto, vincolati da unobbligo di assistenza in caso di aggressione armata sul loro territorio».117A lungo tabù, questa idea ha fatto un vero e proprio passo avanti nell’ultimoanno. Per il Commissario alla difesa, una delle questioni piùurgenti riguardo alla preparazione istituzionale dell’UE è quella di«trovare le modalità di attuazione dell’articolo 42.7 sull’obbligodi assistenza reciproca tra Stati membri in caso di aggressione armata».118 Nel2025, la parola d’ordine è «rendere operativo» l’articolo 42.7.119 Con, al termine delle riflessioni, un’eventuale europeizzazione delladissuasione nucleare francese.120La questione degli acquisti di armi è sempre stata strettamente legata aquella delle garanzie ultime.

Nel 2024, Éric Trappier, amministratore delegato di Dassault, riassume lo stato d’animo degli europei per i quali: «stare sotto l’ombrello americano richiede l’acquisto di aerei americani».121 Un anno più tardi, spiega ai senatori che lo ascoltano: «la NATO è lo strumento di difesa di molti paesi in Europa, è dominata dagli americani e ciò che accade è che molti paesi europei temono per la propria sicurezza se gli americani si allontanassero dalla NATO – e che, per prevenire questo rischio, vogliano avvicinarsi maggiormente agli americani, acquistando loro più materiale, per legarli all’Europa».122 È così che più della metà degli alleati si è impegnata ad acquistare armi americane per l’Ucraina, per un valore di 4 miliardi di dollari entro la fine del 2025, nell’ambito dell’iniziativa PURL (elenco delle esigenze prioritarie dell’Ucraina).123

Tuttavia, alcune cifre spesso citate meritano di essere chiarite.

Nella sua Nuova strategia per l’industria europea della difesa, il collegio di Bruxelles sottolinea: «Circa il 78% degli acquisti effettuati nel settore della difesa dagli Stati membri dell’UE tra l’inizio della guerra di aggressione condotta dalla Russia e il giugno 2023 proveniva da fuori dall’UE, con gli Stati Uniti che da soli rappresentavano il 63% di tali acquisti ».124 Una cifra spesso ripresa in seguito per suggerire che gli europei acquistino quasi due terzi delle loro attrezzature militari dagli Stati Uniti. Falso. In realtà, questa cifra si applica solo alle importazioni e indica la quota statunitense in esse. Se, invece, si considera il totale degli acquisti (sia le importazioni che gli acquisti intraeuropei), allora la quota degli acquisti di armi americane scende al 36%, poiché i paesi europei si riforniscono per il 52% da produttori europei.125

È vero che, al di là del volume totale, ciò che conta è anche la quota delle importazioni in settori strategici o sensibili. Così, nell’artiglieria, solo il 27% dei contratti è stato eseguito da un fornitore europeo, e nell’aeronautica militare, il 64% del valore dei contratti europei è andato a imprese americane. Tuttavia, sotto il duplice effetto delle forniture di armi all’Ucraina e dell’aumento dei bilanci militari, l’origine delle attrezzature acquistate è ormai al centro dei dibattiti politici.

Il presidente francese ha gioco facile nel far valere l’argomento: « Ciò che dimostra l’Ucraina è che possiamo dare con certezza a Kiev solo ciò che abbiamo e ciò che produciamo. E ciò che ci arriva da terzi non europei è evidentemente meno maneggevole: soggetto a scadenze, code, priorità, a volte alle autorizzazioni di paesi terzi. Dipendendo troppo dall’esterno, ci si prepara i problemi di domani».126

33 – La non discriminazione

Non sorprende quindi che sia proprio nel settore degli armamenti che il terzo pilastro delle 3D, quello che sancisce la non discriminazione nei confronti degli alleati non membri dell’UE, si pone con la massima urgenza e acutezza. Questa esigenza è stata onnipresente nei comunicati ufficiali, l’ultimo dei quali risale al vertice di Washington del 2024: «È essenziale per il partenariato strategico tra NATO e l’UE che gli alleati non membri dell’UE siano associati il più ampiamente possibile alle iniziative dell’Unione in materia di difesa».127 È su questa base che gli alleati non UE rivendicano un accesso privilegiato alle iniziative e ai finanziamenti europei in materia di armamenti.

Come spiega l’ex ambasciatrice Muriel Domenach: «È naturale che la NATO si faccia portavoce anche degli interessi di quegli alleati non membri dell’Unione che esercitano pressioni affinché i criteri di ammissibilità agli strumenti di sostegno all’industria siano il più possibile possibile».128 Naturale, certo, ma lo è anche la resistenza a questa pressione.

La Commissione e i responsabili francesi ribadiscono a turno: « i fondi europei devono rimanere per gli europei e non alimentare imprese all’estero ».129 Il Commissario incaricato del dossier assicura: « Naturalmente, ci adoperiamo per spendere i fondi europei presso imprese con sede nel continente europeo ».130

Secondo il direttore dell’Agenzia europea per la difesa, la Francia è in prima linea:

« l’ambasciatrice francese presso il Comitato politico e di sicurezza (CPS) è stata on ne più chiara, affermando che i fondi europei devono andare alle imprese europee».131 Lo stesso obiettivo viene perseguito in seno alla NATO: «ci impegneremo con grande determinazione affinché i fondi europei siano destinati a programmi europei».132

 Su questo punto, Dassault e Airbus sono sulla stessa linea – e non esitano a precisare rispetto a quale paese sia opportuno proteggere la BITD. Per il vicepresidente di Airbus, «il denaro europeo deve essere accompagnato da una serie di linee rosse, che devono essere definite, affinché questo denaro non venga utilizzato per acquistare americano»133; per l’amministratore delegato di Dassault, « il colmo sarebbe far lavorare gli americani con denaro europeo».134

Tutti questi sforzi hanno indubbiamente dato i loro frutti. Certo, gli americani non hanno detto l’ultima parola, con il Dipartimento di Stato che rimprovera agli europei «politiche protezionistiche e discriminatorie che spingono le imprese americane fuori dal mercato e minano la nostra difesa collettiva».135

Certo, il diavolo sta nei dettagli, i dibattiti sono quindi lungi dall’essere conclusi. Ne è testimonianza la mobilitazione di Stati membri come la Polonia per aprire il programma SAFE alla partecipazione degli Stati Uniti.136 Tuttavia, si osserva qui lo stesso movimento generale di emancipazione che si riscontra negli altri aspetti delle 3D. Gli europei sono passati dall’ l’imperativo di «includere il più possibile tutti gli alleati» al decidere caso per caso. Sono persino pronti a escludere definitivamente o a esigere un contributo finanziario in cambio dell’accesso, come nel caso del Canada.137 Il principio della preferenza europea ha quindi ottenuto diritto di cittadinanza, cosa che sarebbe stata inimmaginabile solo pochi anni fa.

Conclusione: per la Francia, una vittoria illusoria?

Dal ritorno al potere di Donald Trump negli Stati Uniti, la stampa straniera si entusiasma per «le intuizioni» di Emmanuel Macron e ne elogia la «lungimiranza » sulla necessaria autonomia strategica. Gli articoli più avveduti sottolineano che non si tratta di una scoperta del presidente Macron, ma della politica perseguita dalla Francia dadecenni.138 Comunque sia, questo entusiasmo mediatico è il riflesso di ciò che sta accadendo nei circoli europei e transatlantici. L’ambasciatore francese presso la NATO racconta: « Vi confesso che l’atmosfera è molto particolare; sono probabilmente l’unico ambasciatore francese nella storia della NATO a ricevere regolarmente i propri colleghi in cerca di conforto. (…) Sentiamo dire, leggiamo che ‘la Francia aveva ragione’».139

Infatti… Un mondo dominato dalla fine delleillusioni globaliste, dal ritorno della Realpolitik e dalla competizione senza veli tra le potenze non poteva che confermare la correttezza dell’analisi gollista sull’imperativo di garantire la libertà di analisi, di decisione e di azione in ogni circostanza.

Tuttavia, il modo in cui questa «autonomia strategica » sia attualmente concepita e perseguita in Europa non è necessariamente a vantaggio della Francia.

L’oscillazione dell’atteggiamento degli europei tra la prima presidenza Trump (slancio autonomista), gli anni di Biden (sollievo e distensione), e poi il secondo mandato di Trump (sfiducia dichiarata) suggerisce che la lotta ideologica giochi un ruolo altrettanto importante, forse più, rispetto ai calcoli geopolitici. Eppure, nel frattempo, i rapporti di forza stanno subendo un capovolgimento sia a livello internazionale che all’interno dell’Europa. Nel complesso, le posizioni degli Stati Uniti sono in declino, Washington avrebbe, per una volta, davvero bisogno dei suoi alleati e, se possibile, di alleati che sianoal tempo stesso affidabili e forti. Nel continente europeo, la Germania si starimilitarizzando, uno sviluppo che rischia fortemente di rompere l’equilibriofondante tra Berlino e Parigi. Nel momento in cui l’America,progressivamente messa da parte, non potrebbe più svolgere il suo ruolo dineutralizzatore dei rapporti di forza tra i paesi europei. Nelmomento in cui la Brexit ha privato l’UE dell’alleato naturale della Francianel fare da contrappeso alla potenza tedesca enel contenere le mire federaliste della Commissione e di alcuniStati membri. Contemporaneamente, in modo metodico, il collegiodi Bruxelles si sta appropriando della difesa. Le implicazioni sono innumerevoli:attacco contro i bastioni di eccellenza visti come fontedi disuguaglianza; indebolimento generalizzato man mano chevengono delegate le responsabilità; riduzione del margine di manovradegli Stati, o addirittura la loro messa in minoranza, su questioni che sono tuttavia alcuore della loro sovranità.Il processo in cui l’Europa sembra impegnarsi potrebbe, senon sta attenta, far perdere alla Francia sia il suo seggio al Consigliodi sicurezza dell’ONU sia la sua forza di dissuasione nucleare. L’Europasarebbe allora «unita», sotto la preponderanza tedesca, con lapotenza militare e la legittimità popolare diluite in una «terra di nessuno»terra di nessuno» tra le Nazioni spossessate, private di responsabilità, e labolla tecnocratica e scollegata di Bruxelles. La Francia vi siscioglierebbe «come lo zucchero nel caffè».*

40 Nota: « Le contenu de l’article n’engage que son auteur et ne reflète pas

nécessairement la position du Foreign Policy Research Institute ».

41 EU countries should have ‘multiple’ security guarantees beyond Article 5,

Kubilius says, Euronews, 17 novembre 2025.

42 Audition de David Cvach, représentant de la France auprès de l’OTAN,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 5

mars 2025.

43 Europe turns to Germany’s Merz for leadership and stability, Deutsche Welle,

24 février 2025.

44 Friedrich Merz, Wir entscheiden jetzt über die Zukunft Europas, Frankfurter

Allgemeine Zeitung, 3 décembre 2025.

45 Letter by President von der Leyen on defence to the European Council

ahead of its meeting on Thursday, 6 March 2025, Bruxelles, 4 mars 2025.

46 Speech by President von der Leyen at the European Parliament plenary

debate in preparation of the European Council meeting of 18-19 December

2025, in particular the need to support Ukraine, transatlantic relations and the

EU’s strategic autonomy, Strasbourg, 16 décembre 2025.

47 Europe needs protection from its own allies, EU chief Costa says, Euractiv, 8

décembre 2025.

48 Barry R. Posen, European Military Autonomy: What Comes First?, in

Survival, octobre-novembre 2025. Plusieurs articles du numéro de janvierfévrier 2026 de la revue Foreign Affairs partent du même constat : Matthias

Matthijs – Nathalie Tocci, How Europe Lost – Can the Continent Escape Its

Trump Trap ?; Philip H. Gordon – Mara Karlin, The Allies After America – In

Search of Plan B.

49 Mathieu Bock-Côté, Les Deux Occidents, Les Presses de la Cité, 2025.

50 Nicolas Gros-Verheyde, La défense européenne à l’heure de la guerre en Ukraine –

Des tabous tombent, Editions du Villard, 2024.

51 Audition Charles Fries, secrétaire général-adjoint du service européen pour

l’action extérieure de l’Union européenne, sur l’Europe de la défense,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 30

avril 2025.

52 Resolution on Elevating the Future of Europe through Space, 27 novembre

2025.

53 Lt. Col. Felix Nieto, Enhancing EU Crisis Management through Exercises: A

Tenure of Transformation, Impetus n°34, Bruxelles, hiver 2025.

54 Nicolas Gros-Verheyde, Idem. p.78.

55 FIREPOWER: European Council adopts 360° defence mindset, Euractiv, 12

décembre 2025.

56 Audition d’Éric Trappier, président directeur général de Dassault Aviation,

sur l’Europe de la défense et les coopérations européennes, Commission de la

Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 25 mars 2025.

57 A new European Defence Industrial Strategy: Achieving EU readiness

through a responsive and resilient European Defence Industry, Bruxelles,

Communication de la Commission, 5 mars 2024.

58 Fries, Ibid.

59 Regulation establishing the European Defence Industry Programme and a

framework of measures to ensure the timely availability and supply of defence

products (‘EDIP’), 3 mai 2024.

60 Voir de l’auteur, « Pour le meilleur ou pour le pire : en matière d’armement

l’UE s’active », DefTech n°11 octobre-décembre 2024.

61 Programme pour l’industrie européenne de la défense: le Conseil donne son

approbation définitive, Communiqué de presse, 8 décembre 2025.

62 Déclaration de la Présidente von der Leyen sur le paquet défense, Bruxelles,

3 mars 2025.

63 Total bids for the Commission’s SAFE loans reach nearly €190 billion,

Euractiv, 12 décembre 2025; EU countries opt for solo projects in €150 billion

joint defence procurement scheme, Euractiv, 11 décembre 2025.

64 Voir de l’auteur : « L’article 296 du TCE : obstacle ou garde-fou ? », in Défense

& Stratégie, n°18, automne 2006.

65 Audition de Thierry Breton, commissaire européen au marché intérieur,

chargé de la politique industrielle, du tourisme, du numérique, de l’audiovisuel,

des industries de la défense et de l’espace, à la Commission des affaires

étrangères du Sénat, 30 avril 2024.

66 Résolution du Sénat portant avis motivé sur la conformité au principe de

subsidiarité de la proposition de règlement, 5 juin 2024.

67 Voir de l’auteur : « Pour le meilleur ou pour le pire : en matière d’armement

l’UE s’active », DefTech, N°11 octobre-décembre 2024.

68 Une nouvelle simplification pour accélérer les investissements en matière de

défense dans l’UE, Commission, Direction générale de la communication, 17

juin 2025. Sur la base du White Paper for European Defence – Readiness 2030,

présenté par la Commission le 19 mars 2025. Voir aussi : Parliament seeks

middle ground on EU defence red tape, Euractiv, 15 décembre 2025.

69 Audition de Mathilde Félix-Paganon, représentante permanente de la France

au Comité politique et de sécurité (COPS) de l’Union européenne,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 19

mars 2025.

70 Audition de Jean-Dominique Giuliani, président de la Fondation Robert

Schuman, Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée

nationale, 5 février 2025.

71 Audition d’Arnaud Danjean, ancien député européen, ancien président du

comité de rédaction de la Revue stratégique, Commission de la Défense et des

forces armées de l’Assemblée nationale, 19 février 2025.

72 Discours du Président de la République à l’occasion des vœux aux Armées,

15 janvier 2026.

73 Michel Cabirol, Exportations d’armements : l’Europe veut imposer son

contrôle à la France, La Tribune, 16 janvier 2026.

74

« Berlin to simplify rules in bid to speed up defence surge, draft law says »,

Reuters, 27 juin 2025.

75 Germany’s rearmament upends Europe’s power balance, Politico, 12

novembre 2025. Voir aussi : Michel Cabirol, « Défense : comment l’Allemagne

se réarme pour devenir leader en Europe », La Tribune, 14 janvier 2026.

76 Voir les articles de Michel Cabirol dans La Tribune : « Comment l’Allemagne

va mettre K-O la France dans le spatial », 10 novembre 2025 ; « Spatial : La

France ne boxe plus dans la même catégorie que l’Allemagne », 26 novembre

2025 ; « Spatial : l’Europe, portée par l’Allemagne, gonfle enfin ses muscles »,

27 novembre 2025.

77 Le PDG du groupe industriel franco-allemand KNDS veut croire à la

poursuite du projet d’avion de combat du futur malgré les difficultés, Euractiv,

15 décembre 2025.

78 La rivalité industrielle franco-allemande à son apogée pour le développement

d’un bouclier antimissile européen, Euractiv, 16 décembre 2025.

79 Pierre-Marie Gallois, Le consentement fatal, Éditions Textuel, 2001.

80 Voir de l’auteur: « Le ciel va-t-il nous tomber sur la tête? L’Europe s’active

en matière de défense aérienne/antimissile », DefTech, N°9 avril-juin 2024.

81 Le général de Gaulle employait l’image du levier d’Archimède pour évoquer

le potentiel de la construction européenne, qu’il concevait dans la logique

intergouvernementale, à amplifier la puissance des Etats membres.

82

« Bence Nemeth, Europe Needs Less Defence Cooperation », Survival, juinjuillet 2025. Nemeth est le directeur du Centre for Defence Economics and

Management du King’s College de Londres.

83 Charles de Gaulle, Conférence de presse du 11 avril 1961.

84 Jens Stoltenberg, On My Watch – Leading NATO in a Time of War, W. W.

Norton & Company, 2025.

85 Point de presse du Secrétaire général Stoltenberg et du président Trump, 3

décembre 2019.

86 « Vu de Washington, le maintien de 100 000 personnels en Europe ne va pas

de soi », une conversation avec Muriel Domenach, ancienne ambassadrice à

l’OTAN, par Pierre Ramond, Le Grand continent, 30 octobre 2024.

87 Opening Remarks by Secretary of Defense Pete Hegseth at Ukraine Defense

Contact Group, Brussels, 12 février, 2025.

88 Trump: If NATO members don’t pay, US won’t defend them, Reuters, 6

mars 2025.

89 US ambassador suggests Germany take NATO’s top military role in future,

Euronews, 26 novembre 2025.

90 Exlusive: U.S. sets 2027 deadline for Europe-led NATO defense, Reuters, 6

décembre 2025.

91 Déclaration du Sommet de La Haye, 25 juin 2025. Dépenses de défense et

engagement des 5 %, Site OTAN www.nato.int, mise à jour le 18 décember

2025

92 Gérard Araud, Leçons de diplomatie, Editions Tallandier, 2025, pp148-149.

93 L’OTAN renforce son flanc oriental, Site OTAN www.nato.int, mise à jour

le 4 novembre 2025. Pour plus d’information sur les groupements tactiques de

l’OTAN, voir Gros-Verheyde, Idem. pp 107-108.

94 Rebecca Patterson (rapporteur), La future stratégie de l’OTAN vis-à-vis de la

Russie, Rapport à l’Assemblée parlementaire de l’OTAN, 12 octobre 2025.

95 NATO opens new Combined Air Operations Centre in Norway, NATO

SHAPE Newsroom, 10 octobre 2025.

96 NATO’s Allied Command Operations to update provisional, regional

boundaries, News Release, 4 décembre 2025.

97 Nordics to Norfolk: NATO trio shifts to US-based command focused on

Atlantic, High North, in Stars and Stripes, 5 décembre 2025. La nouvelle famille

de plans de défense régionaux divise l’OTAN en trois zones : la première

couvre l’Atlantique et l’Arctique européen, dirigée par le Commandement

interarmées (JFC) de Norfolk. La deuxième couvre la région baltique et

l’Europe centrale, dirigée par le JFC de Brunssum. La troisième couvre la

Méditerranée et la mer Noire et est dirigée par le JFC de Naples.

98 National Security Strategy of the United States of America, Maison Blanche,

november 2025.

99 Remarks by the Vice President J. D. Vance at the Munich Security

Conference, 14 février, 2025.

100 Voir de l’auteur, « Right Assessment, Wrong Tactics: Europe in the New

National Security Strategy », FPRI Analysis, 17 décembre 2025.

101 Pour une vision d’ensemble sa l’approche américaine, voir le livre The

Strategy of Denial – American Defense in an Age of Great Power Conflict’, Yale

University Press, 2021 par Elbridge Colby, auteur de la Stratégie de défense

nationale de 2018 et proche conseiller du vice-président Vance et actuellement

numéro trois du Pentagone.

102 National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2026, entrée en vigueur

le 18 décembre 2025.

103 Commission on the National Defense Strategy, juillet 2024

104 Annegret Kramp-Karrenbauer, Europe still needs America, Politico, 2

novembre 2020.

105 Giada Santana, What the EU stands to lose from Trump 2.0, Euractiv

Podcast, 25 janvier 2025.

106 How did the EU get hooked on American gas?, Politico, 20 janvier 2026.

107 Voir de l’auteur: « Something Old, Something New: Transatlantic Discords

in the Second Trump Presidency », FPRI Analysis, mars 2025.

108 Araud, Idem. p150.

109 Madeleine K Albright, « The Right Balance Will Secure NATO’s Future »,

Financial Times, 7 décembre 1998.

110 Voir en particulier les numéros 40, 42, 44, 45 et 47 de Défense & Stratégie.

111 Audition de Joachim Bitterlich par la Commission du Livre blanc, 18

octobre 2007, in Défense et Sécurité Nationale. Livre blanc, Tome 2 Les Débats,

Paris, Editions Odile Jacob, La Documentation française, juin 2008. p.286.

112 Cvach, Ibid.

113 Christopher Landau sur son compte du réseau social X, le 6 décembre 2025.

114 Pour des détails sur cette structure, voir : Manel Bernado Arjona,

« European Command and Control Capabilities in Executive CSDP Missions

and Operations », Finabel – European Army Interoperability Center, décembre

2022.

115 Lt Col Felix Nieto, « Enhancing EU Crisis Management through Exercises:

A Tenure of Transformation, » EUMS/EEAS Impetus, n°34, hiver 2025.

116 Remarques de Jens Stoltenberg, Secrétaire général de l’OTAN, à la

Commission Politique étrangère et à la Sous-Commission sécurité et Défense

du Parlement européen, 8 mai 2017.

117 Europe de la défense : le réveil a sonné, Ministère des Armées,

www.defense.gouv.fr, 9 mai 2025.

118 Speech by Commissioner Kubilius at the Folk och Försvar – National

Conference 2026: “Europe Under Pressure”, Stockholm, 10 janvier 2026.

119 Brussels looking to beef up the EU’s collective defence clause, Euronews, 5

mai 2025; “We have no family of plans for European defence, as NATO does”

An interview with General Robert Brieger, former Chairman of the EU

Military Committee, The New Eastern Europe, 10 septembre 2025.

120 Voir dans ce numéro, l’article de Patrice Buffotot, « La dissuasion nucléaire

française face à l’évolution du système international ».

121 Interview d’Eric Trappier sur Cnews, Matinale, 23 avril 2024.

122 Audition d’Éric Trappier, président-directeur général de Dassault Aviation à

la Commission des affaires étrangères, de la défense et des forces armées du

Sénat, 25 juin 2025.

123 Initiative PURL : plus de 4 milliards de dollars d’équipements déjà financés

par les Alliés et leurs partenaires au profit de l’Ukraine, Site OTAN, 10

décembre 2025.

124

« Une nouvelle stratégie pour l’industrie européenne de la défense pour

préparer l’Union à toute éventualité en la dotant d’une industrie européenne de

la défense réactive et résiliente », Bruxelles, 5 mars 2025.

125

« Progress and Shortfalls in Europe’s Defence – An Assessment », The

International Institute for Strategic Studies, 2025, p58. L’analyse du IISS se

basaient sur les contrats placés entre février 2022 et septembre 2024.

126 Déclaration d’Emmanuel Macron sur la défense européenne, Inauguration

du 54ème édition du Salon International de l’Aéronautique et de l’Espace au

Bourget, 19 juin 2023.

127 Déclaration du Sommet de Washington, 10 juillet 2024, paragraphe 29.

128 Domenach, Ibid.

129 Fries, Ibid.

130 Audition d’Andrius Kubilius, commissaire européen à la Défense et à

l’Espace, Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée

nationale, 25 mars 2025.

131 Audition d’André Denk, directeur exécutif-adjoint de l’Agence européenne

de défense (AED), Commission de la Défense et des forces armées de

l’Assemblée nationale, 12 mars 2025.

132 Cvach, Ibid.

133 Audition de Jean-Brice Dumont, vice-président d’Airbus, Commission de la

Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 5 février 2025.

134 Trappier, Ibid.

135

« Top US official berates Europe over cutting American industry out of

defense buildup », Politico, 3 décembre 2025.

136 Fabrice Wolf, « Varsovie milite pour dépenser sa dotation SAFE vers

l’industrie américaine de défense », Meta-Defense , www.meta-defense.fr, 11

décembre 2025.

137

« Canada clinches deal to join Europe’s €150B defense schème », Euractiv, 1

décembre 2025.

138

« EU shifts on defence – and concedes maybe ‘Macron was right », The

Business Times, 7 mars 2025; « In a Europe Adrift, Macron Seizes the Moment »,

The New York Times, 13 mars 2025; « Il avait raison depuis le début » : « les

intuitions de Macron saluées par la presse étrangère », Le Point, 15 mars 2025 ;

« Macron was right about strategic autonomy », The Economist, 24 juillet 2025;

Aurélie Pugnet, « Merde! The French were right all along », Euractiv, 16 janvier

2026; Gregoire Roos, « EU leaders echo de Gaulle, saying Europe must

depend on no-one. But where should autonomy begin? », Chatham House, 29

janvier 2026.

139 Cvach, Ibid.

L’uragano Trump: «L’Europa messa alla prova»_di David Hanley

L’uragano Trump: «L’Europa messa alla prova»

David Hanley, Professore emerito, Università di Cardiff, Galles.

«La vera natura della guerra per procura che l’amministrazione Biden sta conducendo in Ucraina… non è altro che il perseguimento, da parte di una grande potenza, dei propri interessi strategici e un tentativo di mantenere la propria influenza e il proprio prestigio in tutto il mondo». Jeffrey Rubin, A Map of the New Normal, 2024. Se il primo mandato di Donald Trump lasciava presagire un momento difficile per l’Europa, il ritorno in auge del miliardario nel 2025 ha già preso una piega ben più problematica. Siamo abituati a sentire gli avvisi di tempesta che soffiano dall’altra parte dell’Atlantico; d’ora in poi dovremo aggiungere alla lista l’uragano Donald. Per Xavier Ragot, «crea il caos volontariamente per cambiare l’ordine mondiale». E, nonostante i cambiamenti di rotta spesso imprevedibili di Trump, non c’è nulla di arbitrario in tutto questo: « il quadro d’insieme è senza dubbio molto più studiato di quanto si creda in Europa»5. L’America vuole mantenere la propria influenza e il proprio prestigio; d’ora in poi lo farà in modo molto più visibile e con maggiore forza. Su uno sfondo decisamente più cupo – guerre sanguinose in Ucraina e a Gaza, accresciuta concorrenza con la Cina – il Vecchio Continente è sottoposto a un triplice assalto. Sul piano culturale, il trumpismo si sforza di imporre i propri valori, anche a costo di intromettersi invisibilmente nella vita politica dei propri alleati. Strategicamente, è evidente che gli Stati Uniti perseguono un ordine mondiale ridisegnato in cui l’Europa assumerà il ruolo che si vorrà assegnarle (peggio per il multilateralismo, che Washington non menziona più). E per quanto riguarda l’economia, assistiamo a uno sconvolgimento voluto delle regole del commercio internazionale, che mira senza mezzi termini a rafforzare l’economia americana a scapito dei suoi partner. Ciò che sembra nuovo in tutto questo è proprio il modo in cui questi diversi livelli si intrecciano; le pressioni economiche si alternano all’intimidazione culturale, entrambe al servizio di un grande disegno strategico volto a Make America Great Again (MAGA).

Per imitare il linguaggio dell’occupante della Casa Bianca, si potrebbe parlare di «one Big Beautiful plan». Questo, però, si realizzerà solo a scapito degli altri. Quegli isolazionisti americani degli anni ’30 erano senza dubbio più schietti con il loro slogan America First. In questo capitolo cercheremo di cogliere l’essenza del trumpismo e la minaccia che rappresenta per gli europei. I capitoli seguenti esamineranno le risposte che questi ultimi cercano, a diversi livelli, di dare a questa sfida che, come gli uragani sempre più violenti, ci arriva dall’Atlantico.

1- L’economia secondo Trump

Cominciamo quindi dall’economia e sottolineiamo un punto cardinale.

Istintivamente Trump appartiene alla corrente neoliberista;vuole meno tasse e meno regolamentazione, la massimizzazione del commercio. A priori ciò implica anche meno Stato. Ma è evidente che la prima caratteristica dell’approccio trumpiano è la volontà di utilizzare o minacciare di utilizzare tutti gli strumenti dello Stato americano per raggiungere i propri obiettivi economici.

In realtà, si tratta solo di un apparente paradosso; poiché il neoliberismo al giorno d’oggi si è dimostrato particolarmente abile nel dispiegare la forza dello Stato per perseguire la sua agenda di privatizzazioni, riduzioni della spesa pubblica, rafforzamento della concorrenza, ecc…6.

 Il regime di Emmanuel Macron lo dimostra bene. Ora, se alcune iniziative di Trump sembrano andare, momentaneamente, contro l’ortodossia neoliberista, non bisogna dimenticare che in fondo egli condivide i valori di questa ideologia che vuole soprattutto proteggere i potenti; se importanti frazioni del grande capitale lo hanno appoggiato, non è per vederlo attuare politiche di giustizia sociale o di ridistribuzione, come il suo discorso populista potrebbe talvolta far credere.

Un’altra considerazione merita attenzione. Trump proviene, come è stato detto sufficientemente volte, dal mondo degli affari, interessandosi alla politica solo relativamente tardi. Il suo settore d’attività, quello immobiliare, è noto per essere teatro di una concorrenza particolarmente feroce, dove i concorrenti vedono il campo come un gioco a somma zero e dove si spingono le regole del gioco al limite, anche a costo di scavalcarle se necessario.

Ora, senza voler sembrare riduttivi, ci sembra ragionevole affermare che questa cultura debba inevitabilmente influenzare il modo in cui Trump percepisce il mondo dell’economia.

L’approccio trumpiano alle relazioni internazionali, soprattutto per quanto riguarda la dimensione economica, deve molto alla sua esperienza nel settore immobiliare; si tratta di procedere a colpi per indebolire l’avversario e costringerlo ad accettare un prezzo conveniente. Questo prezzo sarà inferiore a quello inizialmente richiesto da Trump, ma superiore a quello che il suo interlocutorevorrebbe pagare.

Jens Stoltenberg, ex segretario generale della NATO, descrive questa tecnica così: «partire molto forte esigendo il massimo, per giungere a una soluzione intermedia, accettabile per tutte le parti». Stoltenberg parlava di  politica internazionale, ma questo metodo si riscontra nei negoziati commerciali, soprattutto nei confronti della Cina.

In primavera Trump impone alla Cina dazi che arrivano fino al 145%; la Cina risponde tassando le importazioni americane al 125%. Alla fine si trova un compromesso; gli Stati Uniti impongono il 30%, mentre la Cina si accontenta del 10%. Un compromesso, quindi, che può apparire agli americani come una vittoria; i cinesi, dal canto loro, ritengono di poterlo incassare senza troppe difficoltà. Succede esattamente come Trump avrebbe agito con un concorrente sul mercato immobiliare di Manhattan.

Ora sta cercando di ripetere la mossa, minacciando di colpire la Cina con nuovi dazi doganali (100% in più rispetto alle aliquote esistenti) se questa si mostrasse riluttante a vendere quei metalli rari di cui il 90% si trova sul suo territorio. Senza dubbio la Cina venderà un po’ di più in cambio di vantaggi che restano da negoziare. Gli europei, dal canto loro, sono chiamati ad associarsi a questainiziativa aumentando le loro tariffe nei confronti della Cina, mentre il loro rapporto con il gigante asiatico si basa su un calcolo dei propri interessi che non coincidono affatto con quelli di Washington.

Anche gli europei hanno fatto le spese di questo metodo. Trump conosceva l’importanza del mercato americano per le auto tedesche, i prodotti di lusso francesi e tutta una gamma di esportazioni italiane. Ha potuto vedere i lobbisti di queste industrie fare pressione su Ursula von der Leyen affinché accettasse un accordo che prevede l’applicazione di un dazio del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, mentre i beni industriali americani entreranno nel mercato europeo senza essere tassati. L’Europa ha inoltre rinunciato alla parte essenziale del suo progetto di tassazione delle multinazionali e Trump ne approfitta per spingere l’UE ad abbandonare la sua regolamentazione digitale, che prende di mira i GAFA. È stato solo con molta riluttanza, del resto, che la Commissione ha accettato di infliggere una multa a Google, per paura di irritare ulteriormente il presidente americano. Questo episodio ha messo in luce, secondo Mario Draghi, i limiti del tanto decantato soft power dell’UE. La presidente della Commissione europea Von der Leyen è stata molto criticata ed è stata oggetto di censura al Parlamento europeo; ne è uscita indenne perché le principali forze politiche sanno che l’Europa non è in grado di imporre un rapporto di forza. Questo modo di mettere alla gogna la presidente della Commissione non ha nulla di sorprendente, in realtà, poiché i governi usano da sempre l’Europa come capro espiatorio; lasciati a se stessi avrebbero agito con più forza, non è vero? Ma c’è sempre «Bruxelles» che li impedisce… Nel frattempo il Regno Unito approfitta del suo «rapporto speciale» e del talento diplomatico di Peter Mandelson, ambasciatore a Washington, per ottenere un accordo leggermente più favorevole; è vero che la promessa di acquistare caccia F-35 di cui il Paese non ha quasi bisogno ha facilitato l’accordo. È l’esempio perfetto di quel bilateralismo che Trump vorrebbe imporre a tutti i suoi partner, sapendo che l’unità all’interno di un blocco è più difficile da aggirare; finora gli europei hanno resistito, anche se alcune pressioni provengono da attori potenti (costruttori automobilistici tedeschi, settori del lusso francesi o italiani) per spingere von der Leyen a trovare rapidamente un compromesso con gli Stati Uniti. Un’altra novità dell’economia politica trumpiana si vede nel modo in cui Trump affronta la questione del debito

commerciale americano. Secondo lui, l’eccesso di importazioni americane non sarebbe dovuto né all’appetito dei consumatori americani né all’incapacità dell’industria americana di soddisfare la domanda (non da ultimo perché gran parte della produzione americana è stata delocalizzata oltreoceano, dove la manodopera costa molto meno) ma al fatto che, in un modo o nell’altro, i partner commerciali praticano una concorrenza sleale. Una parte delle sue lamentele riguarda il ruolo del dollaro9. Il suo economista preferito, Steven Miran, afferma che il debito americano è dovuto all’eccessivo valore del dollaro, che costituisce un ostacolo per gli esportatori americani, e che questa sopravvalutazione è semplicemente una conseguenza dell’eccessiva domanda di dollari da parte di questi partner; se gli investitori stranieri non fossero così avidi di buoni del Tesoro americani (denominati in dollari), il Tesoro americano non avrebbe bisogno di ricorrere alla stampa di banconote e quindi di aumentare il debito. Logicamente, quindi, bisognerebbe svalutare la valuta verde per stimolare le esportazioni (o ridurre la spesa pubblica, cosa che non piace affatto a un governo desideroso di fare regali ai propri elettori). Ma ecco che la logica politica prevale sulla dottrina dell’economia classica. In fondo, il mantenimento di un dollaro forte (oggettivamente sopravvalutato rispetto alla capacità produttiva dell’economia americana) va a vantaggio degli interessi di Washington. Senza dubbio un dollaro forte penalizza alcuni settori esportatori, ma si tratta di un male minore. Grazie alle dimensioni della sua economia e alla garanzia offerta dalle sue forze armate, lo Stato americano sa di poter contare sugli altri per l’acquisto dei propri titoli, il che gli permette di accumulare un debito commerciale e di bilancio praticamente illimitato. Le riduzioni fiscali senza contropartita che Trump vuole offrire ai suoi elettori non faranno altro che aumentare il debito. Gli economisti trumpisti esigono comunque che i paesi partner facciano uno sforzo per ridurre il debito americano; le pressioni per acquistare più beni americani o per investire direttamente nell’economia americana devono essere viste in questa prospettiva. Qualunque sia lo status del dollaro, quando si tratta del deficit commerciale Trump vede solo cifre lorde, senza interrogarsi su ciò che queste potrebbero nascondere, come ad esempio il fatto che gli Stati Uniti abbiano un surplus nei servizi, il che significa che il loro deficit consiste essenzialmente in beni manifatturieri a basso costo importati in massa. Se la Cina o l’UE hanno quindi accumulato un

surplus e gli Stati Uniti un deficit, per Trump si tratta di correggere quest’ultimo riducendo il surplus tramite dazi. Il denaro guadagnato da questa operazione rifinanzierebbe le casse del Tesoro americano e ridurrebbe il debito estero. Non importa se questa iniziativa va contro le regole dell’OMC, tra cui quella detta della «nazione più favorita» che garantisce gli stessi diritti doganali a tutti i suoi membri, senza discriminazioni10. E non importa, almeno nel breve termine, la reazione dei partner. Si tratta di un gioco a somma zero dal quale gli Stati Uniti devono uscire vittoriosi. Molti economisti concordano nel ritenere che questa tattica abbia una portata limitata; essa produce guadagni nell’immediato, ma a medio termine questi si esauriscono perché i partner commerciali riducono la loro produzione e/o cercano mercati altrove, il che fa diminuire il volume complessivo degli scambi. Nella teoria classica, lo spazio creato dall’imposizione di dazi dovrebbe consentire la creazione di industrie sostitutive, e questa era una delle promesse di Trump per riportare migliaia di posti di lavoro delocalizzati. Finora ha avuto un successo modesto, nella misura in cui alcune aziende straniere (Sanofi, LVMH solo per la Francia) si sono impegnate a investire negli Stati Uniti (in cambio di riduzioni dei dazi concesse da Trump). Ma alcuni ritengono che il miglior risultato che si possa sperare da questa tattica sarebbe quello di aumentare il tasso di occupazione nell’industria manifatturiera al 9% (rispetto all’8% attuale e al 26% degli anni ’60)11. Ma Trump conta senza dubbio sull’impatto simbolico di questo gesto sui suoi elettori della «rust belt», quelle zone deindustrializzate da cui i posti di lavoro sono scomparsi a causa della globalizzazione. Ciò che è evidente è che Trump ha fatto saltare in aria le regole commerciali internazionali che hanno funzionato più o meno bene dal 1945. Queste fanno parte di un sistema di governance globale largamente ispirato dagli Stati Uniti e che ne garantiva l’egemonia12. Se si guarda alla situazione da un punto di vista storico, si potrebbe vedere questa evoluzione come la continuazione di un certo unilateralismo. Nel 1972 Richard Nixon non esitò a rompere gli accordi di Bretton Woods ponendo fine alla parità fissa del dollaro, diventata a suo avviso un ostacolo; così facendo inaugurò un nuovo ciclo dell’economia politica. In altre parole, gli americani hanno stabilito le regole, ma le cambiano quando fa comodo a loro.

Le azioni di Trump non dovrebbero quindi essere del tutto sorprendenti. Altrettanto prevedibili sono le sue azioni sul piano dei valori e della cultura

2- La crociata ideologica del trumpismo

2.1. Esiste un’ideologia trumpista?

Prima di analizzare l’offensiva culturale trumpista, occorre definire il trumpismo. Quando usiamo questo termine, non si tratta tanto di una dottrina politica precisa quanto piuttosto di una pratica; la prospettiva del presidente è, come è stato ampiamente detto, quella di un uomo d’affari, non quella di un dottrinario. Detto questo, si può comunque individuare uncontesto ideologico visibile a cui Trump attinge man manoche procede.

Già da un certo tempo si nota nel Partito Repubblicano e tra i suoi elettori uno spostamento verso destra. Questo si nota nel cambiamento della leadership (i patrizi WASP del tipo George Bush padre sono sostituiti da parvenu ambiziosi, spesso self made men, privi della cultura e dell’orientamento europeo delle vecchie élite); Trump ne è la perfetta illustrazione. Si nota anche un cambiamento di stile; il tono moderato e diplomatico dei vecchi leader cede il posto a un discorso più diretto e più muscoloso. Ciò riflette in parte un cambiamento all’interno dell’elettorato, dove si fanno sentire le voci del Midwest alleate a quelle del rust belt; queste sono spesso di ispirazione religiosa, conservatrici sul piano dei costumi ed esigenti di politiche interventiste13. L’offerta tradizionale dei repubblicani (meno Stato e meno tasse) non basta più. Questi cittadini si sentono spesso vittime e tendono ad attribuire le loro disgrazie agli immigrati; sono quindi sensibili a un discorso nazionalista e identitario che promette di riportare il gloria di un tempo – Make America Great Again (MAGA). Ma se alcuni ideologi come Steve Bannon o altri scrittori della cosiddetta Alt right hanno cercato di riunire tutti questi elementi in una sintesi ideologica, in particolare Bannon con la sua insistenza sulla necessità di preservare la natura cristiana dell’Occidente, non è il caso di Trump. Quest’ultimo coglie perfettamente lo spirito del tempo e attinge volentieri ai temi dell’Alt-right quando gli fa comodo. Il suo nazionalismo MAGA ne è un segno evidente, ma ci sono altri elementi.

L’offensiva culturale e politica del trumpismo riprende in particolare alcune tendenze già visibili nella vita politica europea, in particolare l’attacco a ciò che viene chiamato wokismo, termine polisemico che incorpora molti dei cavalli di battaglia della destra populista14. Vi si ritrovano alla rinfusa femministe, militanti della causa LGBT, attivisti di genere e oppositori della discriminazione razziale (gli anti-woke si oppongono ferocemente a qualsiasi misura di discriminazione positiva) ma anche, più indirettamente, tutti coloro che criticano la narrativa nazionale prodotta dalla destra. Una narrativa che privilegia in particolare il passato imperiale: coloro che osano analizzare questo passato sarebbero potenziali traditori15. Insomma, è un concetto onnicomprensivo che serve a giustificare la persecuzione di numerose categorie di oppositori politici. Il wokismo viene così invocato per giustificare attacchi contro le università o la magistratura, accusate di essere preda delle forze progressiste a scapito della gente comune (cioè la destra); in molti di questi casi di violazione allo Stato di diritto si intravede il desiderio di vendetta di un Trump più volte condannato dai tribunali. Questa demonizzazione degli oppositori politici trova il suo apice nella decisione di Trump di inviare la Guardia Nazionale in città che sono da tempo roccaforti del Partito Democratico, incarnazione del wokismo secondo il presidente. Il pretesto era ovviamente quello di reprimere una criminalità che sarebbe diventata incontrollabile, mentre in realtà il tasso di criminalità è in calo: a ciò si aggiunge l’accusa, ancora difficile da verificare, secondo cui queste città servono a nascondere gli immigrati clandestini che a loro volta fanno parte del nemico interno demonizzato nel discorso trumpiano. I woke, i clandestini e i democratici riuniti in una trinità del male: cosa c’è di meglio per mobilitare questi elettori dell’America profonda? Ma i fatti non hanno la minima importanza per Trump; ciò che conta è mostrare la sua forza, intimidire, imporre la sua ideologia. La forza bruta viene in rinforzo all’assalto culturale. Questo assalto riguarda anche le università e i media pubblici. Per un’analista, almeno, questo assalto alle istituzioni della democrazia americana supera di gran lunga tutto ciò che fu fatto all’epoca di Joseph McCarthy in piena Guerra Fredda16. Possedendo tutte le leve – controllo del parlamento e della Corte Suprema (grazie alla nomina di giudici ideologicamente vicini), il sostegno della maggioranza dei media e di interi settori del grande capitale – Trump vede poca resistenza davanti a sé e si lancia con ancora maggiore aggressività.

Un aspetto degno di nota di queste guerre culturali si trova paradossalmente nel cuore dell’istituzione militare. Pete Hegseth, il giovane militare catapultato da Trump alla guida del Pentagono, ha rilasciato una dichiarazione sull’istituzione militare che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro17. Denunciando la diffusione del wokismo all’interno delle forze armate, promette di porvi fine; non ci saranno più promozioni all’insegna dell’affermazione positiva e i soldati saranno sottoposti a un addestramento rigoroso come quello di un tempo per ricordare loro che il loro mestiere è uccidere e vincere (sic). Anche nelle città americane, se necessario.

In un torrente di retorica machista, con sentori di supremazia bianca, Hegseth ammette che le donne possono avere al limite un ruolo nell’esercito, ma non un ruolo serio: è un mestiere per il guerriero maschio. A tratti verrebbe da credere di leggere un Nietzsche di bassa lega o di assistere a un film di Tom Cruise (anche se gli eroi delle sue ultime imprese includono piloti neri o donne, a riprova del fatto che la diversità sta facendo strada).

Ma al di là degli effetti retorici, il messaggio è chiaro. È una nuova America aggressiva e potente che si afferma, e bisogna esserne orgogliosi. Chi non fosse d’accordo non è un vero americano.

22 – È possibile esportare il modello trumpiano?

Ora, se non è la prima volta che una destra nazionalista rivendica il monopolio del patriottismo, il modo in cui i trumpisti lo fanno è caratterizzato da un intervento non dissimulato nella vita interna di altri paesi, soprattutto alleati (si è più indulgenti con gli altri Russia e la Cina). È così che gli americani chiedono la liberazione di un Bolsonaro in Brasile, ritenuto colpevole di fomentare un colpo di Stato (forse questo ricorda un po’ troppo gli eventi del gennaio 2021, quando una folla trumpista ha assaltato il Campidoglio per protestare contro un risultato elettorale che

non gradiva?). Per quanto riguarda l’Inghilterra, Elon Musk sostiene a gran voce la demagogia dell’agitatore di destra Stephen Yaxley Lennon (nome d’arte Tommy Robinson), che ha scontato una pena detentiva per aggressione e frode18. Il vicepresidente J. D. Vance abbonda di critiche alla democrazia britannica. Nigel Farage, leader della destra dura britannica, ha i suoi contatti a Washington, e Trump aveva persino suggerito che sarebbe stato un eccellente ambasciatore! In passato, se un governo aveva rimproveri o suggerimenti da fare agli amici, lo faceva attraverso i canali discreti della diplomazia. Ma questo approccio rumoroso e pubblico non è un caso; Trump intende dimostrare con questo nuovo stile che cerca la rottura. In America Latina, gli Stati Uniti hanno da tempo l’abitudine di intimidire più o meno apertamente. È così che Trump minaccia il regime chavista del Venezuela; la sua proposta di inviare agenti della CIA in quel paese per rovesciare il regime (come se non fossero già all’opera da tempo) ribadisce a gran voce ciò che Washington ha sempre pensato: l’America Latina fa parte della sua riserva di caccia privata, dove agisce a suo piacimento. In modo meno clamoroso in Argentina, corre in soccorso di Milei mentre la politica alla motosega di quest’ultimo ha prodotto i risultati inevitabili del neoliberismo sfrenato: aumento della povertà e crollo della moneta nazionale.

Trump propone un prestito massiccio per evitare il ricorso al FMI. Milei è un disastro economico, ma è un alleato ideologico, iconoclasta e flagellatore di quell’ « establishment», o «palude» (swamp) per usare il linguaggio di Steve Bannon, che sarebbe al centro della vita politica che da tempo sta corrodendo. Poche persone sembrano notare che questi detrattori della classe politica provengono dallo stesso ambiente e che, pur pretendendo di parlare a nome dell’intero popolo, hanno gli interessi di certi ambienti potenti da difendere.

Ci si è chiesti se il trumpismo possa essere esportato come dottrina politica.

A nostro avviso, poiché è soprattutto una pratica politica, è da questa prospettiva che bisogna guardare al rapporto tra i repubblicani e i loro amici europei piuttosto che cercare affinità intellettuali. Questi ultimi, che si possono definire populisti di destra seguendo gli autori di un recente studio19, si sono strutturati in partiti in tutta Europa, costruendo la loro ascesa sullo stesso terreno di malcontento sociale, risentimento verso l’Altro e disprezzo per una classe politica apparentemente incapace di fornire soluzioni; si stanno strutturando in modo duraturo anche in gruppi al Parlamento Europeo e persino in partiti transnazionali.

L’emergere di una nuova forza ha ovviamente preceduto l’avvento di Trump e si sarebbe verificato indipendentemente da chi occupasse la Casa Bianca. Quest’ultimo, d’altra parte, può aiutare questi alleati europei e non si fa scrupolo di farlo quando se ne presenta l’occasione; gli interventi, per lo più verbali, nella vita interna dei paesi europei sono diventati all’ordine del giorno. Non si può tuttavia parlare di un tentativo di costruire una sorta di Internazionale trumpista.

Ciò che accomuna tutte queste azioni dei trumpisti è la volontà di promuovere ovunque l’ideologia e l’influenza politica di una nuova destra nazionalista e autoritaria, che si basa sociologicamente su un elettorato conservatore e spesso religioso.

Il nuovo partito conservatore sotto la guida di Trump cerca di promuovere essenzialmente in Europa e in Sud America questa offensiva politico-culturale sostenendo le forze politiche locali. Solo il tempo dirà quanto durerà questa offensiva e quali saranno i suoi effetti sull’equilibrio delle forze politiche.

Questa offensiva «ideologica » si sviluppa di pari passo con quelle che si svolgono nei campi economico e strategico.

3- Il trumpismo nel mondo: prospettive strategiche

31 – Un isolazionismo ingannevole?

Per parlare di strategia, occorre considerare quanto il contesto geopolitico sia cambiato dal primo mandato di Trump. A un certo punto si è creduto che l’America fosse diventata un «gendarme stanco» (weary policeman), per riprendere l’espressione di Erik Jones, che non voleva più la responsabilità di garantire una certa stabilità nell’ordine internazionale per occuparsi meglio dei propri affari interni. Ma per quanto forti possano essere i sentimenti nazionalisti e isolazionisti dei trumpisti, non osano allontanarsi dal loro ruolo imperiale. La famosa svolta verso l’Asia, già percettibile sotto Obama, si è accentuata; è ormai chiaro che la priorità degli Stati Uniti è contrastare l’ascesa della Cina, rivale soprattutto sul piano economico. Il che significa che si interessano molto meno alla Russia. Gli analisti americani vi vedono senza dubbio una potenza in declino: un enorme serbatoio di materie prime, certamente, e di manodopera/carne da cannone apparentemente inesauribile (anche se le tendenze demografiche indicano il contrario) e una forza militare convenzionale di scarsa efficacia, pur possedendo quell’elemento chiave che è l’arma nucleare. È vero che nell’uso dei droni e negli attacchi informatici la Russia ha compiuto progressi che spingono gli occidentali a riflettere20. Detto questo, rispetto alla potenza industriale e demografica cinese, essa non rappresenta una minaccia seria, nonostante le istanze dell’apparato di sicurezza dal DNA russofobo, sempre incline «l’inflazione della minaccia», per usare il termine di John Mearsheimer21.

32- La guerra russo-ucraina

Se durante la guerra fredda la linea di difesa degli interessi americani si trovava in Europa, oggi non è più così. Al contrario, mentre la creazione dell’UE era vista – e promossa – dagli Stati Uniti al fine di rafforzare il fronte contro un’Unione Sovietica percepita come pericolosa, oggi l’UE sarebbe lì semplicemente « per dare fastidio all’America», secondo Trump. Si capisce quindi che Washington sia irritata dallo scoppio della guerra russo-ucraina (pur rifiutando ogni responsabilità per le origini del conflitto). In una prospettiva trumpiana, si tratta di un conflitto lontano tra alleati la cui utilità sta diminuendo e una potenza che non rappresenta affatto una minaccia, almeno non per l’America. Gli alleati europei si sentono tuttavia coinvolti ed esercitano una pressione sugli americani affinché agiscano. Per Trump è il locus classicus di una situazione che lui – e i suoi predecessori – denunciano da tempo; gli Stati Uniti sono chiamati a garantire la sicurezza dei loro alleati e tutto questo a spese di Washington.

 È la conferma di un giudizio che ha fatto suo da tempo; gli europei sono dei «free riders» che non pagano la loro giusta quota del mercato che è la NATO. Per l’uomo d’affari che è Trump si tratta di un obbligo monetario dal quale bisogna liberarsi. A differenza di Biden, citato all’inizio di questo saggio, egli vuole liberarsi dell’Ucraina; per lui gli interessi vitali del suo paese si trovano altrove. Gli Stati Uniti avranno quindi dedicato uno sforzo minimo per rallentare i russi, spingendo al contempo i propri alleati ad aumentare i loro bilanci della difesa fino a un irrealizzabile 5%, mentre Washington intende mantenere il comando supremo delle forze NATO e gestire i contratti di acquisto di armamenti della NATO a vantaggio delle imprese americane22. saranno quindi gli europei ad assumersi l’onere della guerra, ammesso che vogliano continuare a combatterla. Si suppone che acquistino materiale americano per passarlo a Kiev. Allo stesso tempo hanno accettato di ridurre i loro acquisti di petrolio e gas russi per rifornirsi… per lo più oltreoceano23.

Trump vede l’intera faccenda in termini monetari. Se gli europei vogliono rafforzare la loro sicurezza nei confronti dei russi, non devono far altro che pagarlo24. Acquistando materiale dagli Stati Uniti, come questi F-35 che hanno prestazioni di alto livello ma che dipendono

interamente dalla tecnologia americana, anche dopo il loro acquisto25. Trump sa perfettamente che gli europei non sono pronti ad assumersi la responsabilità della propria difesa e acconsente a lasciare una certa presenza americana sul Vecchio Continente, pur mantenendo un controllo americano. Nel suo linguaggio, è una situazione vantaggiosa per tutti: gli Stati Uniti non cedono nulla politicamente ma risparmiano molto.

Strategia e finanza sono intimamente legate. Si potrebbe aggiungere che, nonostante le vanterie di Trump («Io porrò fine al conflitto russo-ucraino in 24 ore»), e nonostante un incontro faccia a faccia con Vladimir Putin, che lo ha visibilmente preso in giro, l’unico risultato concreto della sua azione in Ucraina è la firma con Zelenskyi di un accordo che garantisce agli americani l’accesso ai metalli rari presenti sul territorio ucraino. È vero che Zelensky, dopo aver subito un’umiliazione pubblica durante il famoso incontro con Trump e Vance alla Casa Bianca, non ha avuto molta scelta. Un’ulteriore prova del disinteresse fondamentale di Trump per l’Europa.

Per quanto riguarda l’andamento del conflitto, è difficile prevederne la fine.

Gli ottimisti occidentali tendono a credere che il moltiplicarsi delle sanzioni, forse più dell’invio di missili sempre più potenti, finirà per indebolire l’economia russa e che Putin dovrà alla fine accettare una pace umiliante. Ma uno degli effetti delle sanzioni è quello di riorientare l’economia russa; ora dominata dallo sforzo bellico, essa rimane resiliente, con le industrie della difesa che fungono in qualche modo da motore. In questo la Russia è stata aiutata anche da un’altra conseguenza inaspettata delle sanzioni, ovvero il riorientamento degli scambi internazionali, come ha ben dimostrato Jeffrey Rubin26. I paesi del Sud del mondo, essenzialmente i BRICS, vedono a malapena l’interesse di compiacere glioccidentali imponendo sanzioni che vanno contro i loro interessi, tutto questo in nome di una guerra lontana che non li riguarda. Cina e India continueranno quindi ad acquistare petrolio e gas russi, mentre l’Iran continuerà a rifornire la Russia di materiale bellico.

Questi paesi emergenti, come si dice, non vedono perché dovrebbero seguire un Occidente che li ha a lungo sfruttati e che ora dà loro lezioni di ecologia, esigendo al contempo la loro obbedienza strategica. Più in profondità, Emmanuel Todd fa notare che la maggior parte del mondo al di fuori dell’Europa, il Nord America e alcuni altri bastioni della democrazia capitalista non sostenga affatto né gli ucraini in particolare né l’Occidente in generale. Come sua abitudine, Todd individua la causa profonda di questi atteggiamenti nella struttura familiare: autoritaria/solidalista a Sud e a Est e individualista/egoista (quindi meno adatta a durare) a Ovest27. Per lui il modello autoritario, disprezzato in Occidente, rimane tuttavia più attraente per le popolazioni del Sud.

33- La guerra nella Striscia di Gaza (2023-2025?)

L’indifferenza di Trump nei confronti degli europei si rivela in modo crudele in un altro dossier, ovvero quello della Palestina.

Per molto tempo europei e americani hanno dato carta bianca agli israeliani per perseguire la loro politica lentamente ma risolutamente espansionista; si indebolisce e si affama, letteralmente in alcuni casi, Gaza e si erode poco a poco la Cisgiordania estendendo la colonizzazione28. Prima o poi lo Stato ebraico finirà per ottenere quell’Eretz Israel Hashlema con un territorio allargato «dal fiume al mare» e più facile da difendere; i palestinesi saranno stati persuasi, in un modo o nell’altro, ad andarsene. Coloro che rimangono rischiano di vedersi confinati in una sorta di bantustan, per riprendere l’espressione dei leader dell’apartheid sudafricano. Certo, non si è mai parlato di applicare sanzioni da parte degli occidentali; raramente si è andati oltre i rimproveri morali, sempre accompagnati dall’affermazione del diritto di Israele a difendersi.

L’incursione omicida di Hamas del 7 ottobre 2023 ha radicalizzato l’intero processo. In generale gli europei hanno assistito impotenti ai cambiamenti della politica americana. Se Biden ha cercato di moderare, senza successo, i bombardamenti israeliani su Gaza, Trump ha lasciato fare, preoccupandosi poco delle numerose vittime palestinesi29. A un certo punto accarezza persino l’idea bizzarra di colonizzare Gaza per trasformarla in una sorta di Costa Azzurra con l’espulsione degli abitanti. Questo progetto immobiliare sarebbe assolutamente ideale per gli interessi commerciali di alcuni dei suoi sostenitori, in particolare Jared Kushner, suo genero e consigliere politico. Se di recente Trump sembra aver cambiato idea lanciando il suo piano di pace, ciò sarebbe dovuto soprattutto al passo falso di Netanyahu che, dopo aver bombardato l’Iran con il suo permesso, ha cercato di ripetere l’impresa questa volta contro il Qatar, alleato chiave di Trump e partner d’affari di Kushner in particolare. Così facendo, il leader israeliano ha varcato una linea rossa economica che è diventata politica. Resta da vedere fino a che punto il piano sarà efficace, poiché non si sa quali saranno le reazioni di Netanyahu e dei responsabili di Hamas, nonché degli altri gruppi palestinesi rivali nel corso di questo fragile processo di pace.

Tutto è ancora possibile.

34- L’emarginazione degli europei

Ma qualunque sia l’esito, ciò che bisogna ricordare, oltre allo stretto legame tra affari e diplomazia, è la totale emarginazione degli europei. I loro leader politici protestano da tempo perché né la Francia né l’Inghilterra svolgono alcun ruolo in Medio Oriente (il che, visti i loro sforzi in passato, forse non è da rimpiangere) ; i loro media hanno sostenuto la causa israeliana con vigore, per usare un eufemismo30. La verità è che in nessun momento gli europei sono riusciti a influenzare il corso degli eventi.

Forse il segno definitivo di questa impotenza è la proposta di Trump di insediare come viceré di un’eventuale amministrazione incaricata di ricostruire Gaza un certo Tony Blair.

Disprezzato un po’ ovunque in Europa, questo simbolo della capitolazione di fronte agli Stati Uniti esce dall’oscurità per svolgere un ruolo neocolonialista. Poche persone sembrano rendersi conto della suprema ironia che costituisce la visita dei leader europei (Macron, Meloni, Starmer ecc.) a Sharm-el-Sheikh per assistere alla firma di un accordo di pace il 13 ottobre 2025 che a loro non deve evidentemente nulla31. Si potrà obiettare che all’interno delle Nazioni Unite la Francia e i partner europei si sono adoperati per elaborare un piano che preveda la piena partecipazione dei palestinesi alla governance di un futuro Stato.

Ma è altrettanto vero che questi elementi chiave non figurano affatto nel piano trumpiano. Si può quindi concordare con Jean Paul Chagnollaud, secondo cui questo piano seppellisce effettivamente la possibilità di un tale Stato32. È persino dubbio che il pubblico interno in Europa, a cui questo gesto è sicuramente rivolto, ne sia impressionato nonostante gli sforzi dei propri media33.

35- La Groenlandia e il Canada americani?

L’intreccio di interessi finanziari e disegni strategici si rivela chiaramente in questi due casi dell’Ucraina e del Medio Oriente.

Si osserva lo stesso fenomeno in altri due casi. Trump ambisce alla Groenlandia, territorio autonomo sotto la sovranità danese. Il paese è destinato a un ruolo strategico sempre più importante, dato che le sue terre sono ricchi giacimenti di terre rare e che gode di una posizione geografica sul passaggio dal Pacifico all’Atlantico, che sarà percorso da un numero sempre maggiore di navi. Trump è arrivato persino a evocare la possibilità di un’occupazione militare se i danesi si fossero rifiutati di cedere (o di vendere?) il territorio. E ha inviato Vance in visita alla piccola base militare che gli Stati Uniti mantengono sul territorio, segno dell’importanza che attribuisce a questa questione. La prima reazione degli europei è stata quella di credere che si trattasse di una sorta di scherzo; come potrebbero infatti gli Stati Uniti agire in questo modo contro un paese amico e alleato? Si è capito subito che era una cosa seria, perché allo stesso tempo Trump lanciava osservazioni simili contro il Canada, sostenendo che dovesse diventare il 51° stato degli Stati Uniti e definendo Trudeau, primo ministro, di «governatore», che è il titolo del capo amministrativo di uno Stato dell’Unione. Per il momento Trump sembra aver distolto lo sguardo dalla Groenlandia, ma le sue dichiarazioni sul Canada hanno avuto un effetto che certamente non aveva previsto. È riuscito a mobilitare l’opinione pubblica canadese contro di lui. Durante le recenti elezioni legislative, il suo candidato preferito, il conservatore Pierre Poilièvre, dato come grande favorito nei sondaggi, è stato nettamente sconfitto da Mark Carney, che i liberali avevano avuto la saggezza di scegliere a scapito di un Trudeau ormai allo stremo. Carney ha basato la sua campagna sul tema del patriottismo e dell’identità canadese. Ha risposto al ricatto tariffario di Trump imponendo contro-tariffe, costringendo così l’americano a trovare un compromesso. I canadesi hanno boicottato i prodotti americani in segno di solidarietà con il loro governo. Il Canada non è immune alle pressioni americane, ma ha dimostratoche la resistenza paga34.

36 – Un’opportunità per gli europei?

A questo punto dell’argomentazione, i commentatori ottimisti tendono a dire che questo atteggiamento americano rappresenta comunque una grande opportunità per gli europei; questi ultimi potranno finalmente organizzare la loro difesa in modo da non dipendere più da Washington. In un capitolo introduttivo come questo, non è il momento di raccontare ancora una volta la storia dell’«esercito europeo» che non è tale. Sebbene vi siano segnali incoraggianti con il massiccio aumento delle spese tedesche e le collaborazioni variabili nelle industrie della difesa, per quanto queste industrie siano lente ad accelerare la loro produzione35, i problemi di fondo persistono. Li accenneremo qui in modo sommario, tanto rimangono irrisolvibili.

Come integrare i britannici, gli unici insieme alla Francia a disporre di uno strumento militare adeguato, ma atlantisti fino in fondo? Si può avere fiducia in un paese capace di avallare un affare come il patto AUKUS, in cui la Francia è stata ingannata da una collusione tra britannici, americani e australiani? Si comprende l’avidità del complesso militare-industriale britannico di partecipare alla manna rappresentata dalla nuova fonte di finanziamento del programma «Rearm Europe», ma la Francia ha già espresso le sue riserve a giusto titolo riguardo alla partecipazione anglosassone. E poi, parlando dei due principali paesi militari, che ne è della famosa «dissuasione condivisa», che Emmanuel Macron sembra voler offrire alla Germania o addirittura a tutta l’UE senza aver riflettuto troppo sulla complessità delle garanzie nucleari. La storia ricorderà che mezzo mezzo secolo fa Edward Heath e Georges Pompidou affrontarono questa questione per scontrarsi rapidamente con un muro36.

Supponendo poi che ci si metta d’accordo su una maggiore disponibilità delle forze nazionali, quale struttura di comando adottare, dato che le forze armate nazionali sono integrate nei piani di battaglia della NATO? E quale sarà il rapporto tra questa e la nuova struttura che potrebbe emergere?

Come conciliare l’entusiasmo dei francesi e l’atlantismo di paesi importanti come la Polonia o la Germania? Come superare la diffidenza di paesi lontani dalla potenziale minaccia e che forse contano su un cambio di rotta americano dopo Trump (scommessa più che imprudente; le grandi linee della politica americana non cambieranno in un futuro prevedibile)? Soprattutto, se occorre davvero prepararsi alla possibilità di una guerra terrestre convenzionale (cosa per nulla scontata),

come convertire eserciti professionali di dimensioni ridotte che sono stati sviluppati per missioni di proiezione e non per classici conflitti prolungati con occupazione del territorio?

Qualsiasi sviluppo di un’autonomia strategica europea richiederà anni, e nel frattempo si continuerà a dipendere dalla tecnologia e dalla garanzia ultima di Washington. Questi problemi sono noti da tempo. L’unica previsione che faremo sarà quella di concordare con l’ l’analisi di Anand Menon, per il quale l’attuale UE è un apparato concepito per un’epoca di pace in cui le controversie potevano risolversi attraverso lunghi processi di dialogo e compromesso; l’esatto contrario di una situazione di conflitto in cui la decisione deve essere presa rapidamente. Sarà quindi necessario creare qualcos’altro37.

Conclusione: nessun risveglio europeo?

Ecco quindi l’Europa condannata a vivere sotto lo shock dell’uragano Trump. Una sfida al tempo stesso economica, culturale e strategica alla quale l’UE e i suoi governi devono trovare una risposta. Il contesto economico sarà sempre più difficile, con la ristrutturazione dei flussi commerciali a seguito del regime di sanzioni; l’inflazione rimarrà elevata, così come il costo della vita e degli alloggi. Trump spingerà gli europei a seguirlo nella sua guerra economica contro la Cina, così come li ha costretti ad assumersi una guerra contro la Russia le cui origini risalgono alla cattiva gestione delle relazioni con l’ex URSS dalla caduta del muro di Berlino. Allo stesso tempo proseguirà l’assalto contro i valori democratici degli europei, mentre gli americani sono aiutati dai loro allievi europei della destra populista; la risposta a questa sfida dipenderà in larga misura dall’andamento delle economie nazionali. Finora, a giudicare dai risultati della Francia o della Gran Bretagna, la prospettiva non è incoraggiante; i governi al potere, continuando la loro politica neoliberista, non rischiano forse di non avere abbastanza vantaggi da offrire a questa massa di elettori esasperati, sempre più tentati da rimedi semplicistici come quelli proposti dalla destra populista di tipo RN? Si può inoltre notare che attualmente nessuna forza politica dello scacchiere francese abbia una soluzione seria da proporre, non avendo compreso l’evoluzione del mondo e del sistema internazionale.

Per prendere un esempio di attualità, che valore ha, dopotutto, la sospensione di una riforma impopolare contro la promessa di porvi fine completamente, grazie ai risparmi da realizzare a spese degli immigrati e di una funzione pubblica ritenuta pletorica? Queste proposte sono un esempio di «bricolage» e di «improvvisazione» politica a fini elettorali. C’è da dubitare che un partito o un politico osi toccare la funzione pubblica nazionale e territoriale e ancor meno l’immigrazione. L’azione politica si riduce a un discorso che serve solo a distinguere i concorrenti per accedere alle cariche. Poi non succede nulla perché non c’è alcuna volontà di cambiare nulla, per paura delle reazioni.

Sul piano strategico, l’Europa rischia di continuare a essere messa da parte in tutte le questioni prioritarie e di dipendere sempre da una garanzia americana indebolita e concessa con una malagrazia sempre più evidente. La lotta tra le due superpotenze continuerà, mentre nel Sud il blocco dei paesi emergenti rischia di consolidarsi ulteriormente, lasciando gli europei ancora più isolati. Isolati perché insufficientemente uniti, poiché ogni paese cerca di difendere i propri interessi e di salvare la propria pelle.

Ci piacerebbe poter scrivere che ciò dovrebbe suscitare una reazione di rabbia, un’esplosione di attività creativa. Purtroppo ciò che abbiamo visto finora suggerisce piuttosto una continuazione della passività. Alcuni saranno tentati, sull’esempio dei britannici, di cercare un accordo bilaterale con l’America: altri accetteranno ciò chel’UE riuscirà a strappare al fratello maggiore. All’interno

dell’Unione stessa, la Germania rischia di imporre sempre più la propria agenda e di essere tentata di assumere la guida dell’Europa approfittando del declino politico ed economico della Francia, che si trova ad affrontare le difficoltà economiche e finanziarie che ben conosciamo.

Non ci sarà, ad esempio, quel sistema fiscale unico suggerito da Xavier Ragot; il dollaro manterrà la sua preminenza rispetto all’euro, come predisse Alan Wheatley alcuni anni fa38. La struttura militare integrata tanto sognata rimarrà ben lontan Riprendendo una famosa espressione di Raymond Aron, Jeff Rubin ci chiede se, col passare degli anni, l’Europa non finirà per ridursi a un piccolo promontorio attaccato a una massa territoriale eurasiana dominata dalle potenze del BRICS: Cina, Russia, India. L ’avvento dell’uragano Trump pone questa domanda con un’urgenza lancinante39.

5

« Guerra commerciale; Trump crea il caos per cambiare l’ordine mondiale »,

Le Nouvel Obs n. 3180, 17 aprile 2025

6 B. Amable, Il neoliberismo, Que sais-je ? 2023, pp. 28 e segg.

7 Nelle anteprime delle sue memorie Vigie du Monde (Flammarion, 2025),

riportate su Le Monde il 2 ottobre 2025.

8 Noto per le sue prodezze manovrali e la sua capacità di persuasione, questo

veterano dell’apparato laburista ha senza dubbio trovato parole lusinghiere per

adulare Trump, anche se le sue dichiarazioni pubbliche sono ben lontan

dalla servilità di un Mark Rutte. Il suo mandato di ambasciatore terminò poco

, quando Starmer fu costretto a licenziarlo a seguito delle rivelazioni

sulla sua amicizia con il pedofilo Jeffrey Epstein.

9 R.G. Rajan, «Un dollaro forte è davvero un peso per gli

americani? », Le Monde, 21 marzo 2025.

10 Non dimentichiamo che sono stati gli Stati Uniti ad accogliere la Cina nell’

OMC nel 2001.

11 J. Bouissou, «Come la guerra dei dazi di Trump destabilizza il

commercio mondiale», Le Monde, 2 ottobre 2025.

12 P. Anderson, «American Foreign Policy and its Thinkers», numero speciale di

New Left Review 83, settembre-ottobre 2013

13 È nota la forza del protestantesimo nel Midwest, ma anche molti

cattolici hanno votato per Trump, a dimostrazione del fatto che il suo approccio può

superare le divisioni confessionali. Un simbolo di questo successo è visibile nella

figura del vicepresidente J. D. Vance, convertitosi dal protestantesimo

fondamentalista al cattolicesimo. Per questi uomini la religione è, come

diceva Maurras, una necessità sociale. È difficile, invece, vedere in Trump

un grande credente, ma egli sa bene come fare appello ai sentimenti religiosi dei suoi

elettori per perseguire obiettivi politici.

14 P. Valentin, L’idéologie woke, 2 volumi, Fondation pour l’innovation politique,

luglio 2021.

15 Per un’eccellente analisi delle guerre culturali americane si veda

Quinn Slobodian, Hayek’s Bastards; the neoliberal roots of the populist right,

Princeton UP, 2025. L’autore mostra chiaramente gli stretti legami tra l’ideologia anti-woke di quella che viene chiamata la destra alternativa (Alt right in inglese) e un neoliberismo economico di fondo.

16 S. Laurent, «Il maccartismo era una versione minore di ciò che sta accadendo

negli Stati Uniti», Le Monde, 12 ottobre 2025.

17 «Benvenuti al Dipartimento della Guerra», 1° ottobre 2025. Traduzione di JD. Merchet, blog Secret Défense. Sono grato a Patrice Buffotot per

avermi fornito questo documento.

18 Robinson ha appena affermato che Musk si è impegnato a pagare le spese legali

in un processo che la polizia britannica gli ha intentato per aver rifiutato di obbedire ai

protocolli doganali.

19 Y. Algan et al., Les origines du populisme, Seuil, 2019. Questi movimenti (RN in

Francia, Reform nel Regno Unito, Fidesz in Ungheria, ecc.) vanno contrapposti, secondo

questi autori, ad altri populismi cosiddetti di sinistra, come LFI in Francia.

20 Il sorvolo di territori europei da parte di droni, senza dubbio di origine russa

, è stato citato come prova delle intenzioni minacciose della Russia. A nostro

parere, si tratta piuttosto di una provocazione. V. Putin sa bene di non avere i

mezzi per invadere l’Occidente, ma può pur sempre stuzzicarlo.

21 Quando si osserva la difficoltà dei russi a sconfiggere l’esercito ucraino dopo

tre anni di guerra, ci si può chiedere se la minaccia non sia esagerata,

soprattutto a vantaggio degli apparati di sicurezza e dei loro amici nelle industrie

della difesa, sempre avidi di appalti pubblici. Per un punto di vista simile

vedi P.-C. Hautecoeur, «Faut-il vraiment remilitariser l’Europe?», Le Monde, 27

marzo 2025.

22 P. Jacque e E. Vincent, «Malaise à l’OTAN sous pression américaine», Le

Monde, 22-23 giugno 2025. Emmanuel Todd parla di una « russofobia

postmoderna » nel suo libro Défaite de l’Occident, Gallimard, 2024, pp. 116

e segg.

23 La Russia rappresenta il 3% delle importazioni petrolifere dell’UE contro il 26% nel

2022; per quanto riguarda il gas, le cifre sono rispettivamente del 13% e del 45%. Vedi P.

Jacque et al., «Cina, Russia: il ricatto di Trump sugli europei», Le

Monde, 16 settembre 2025.

24 F. Heisbourg stima che il costo aggiuntivo a carico degli

europei nel caso in cui gli Stati Uniti si ritirassero semplicemente da ogni

impegno in Ucraina sarebbe, a dir poco, compreso tra 100 e 350 miliardi di dollari.

Vedi il suo “War or peace in Ukraine. US moves and European choices”, Survival

67,1, febbraio-marzo 2025, pp. 7-22.

25 N. Bourcier et al., « L’F-35, simbolo della dipendenza europea”, Le Monde

15-16 giugno 2025.

26 J. Rubin, A Map of the New Normal; how inflation, war and sanctions will change your

world forever, Allen Lane, 2024.

27 E. Todd, op. cit. Vedi anche la sua intervista “L’Occidente è fatto di oligarchie”,

Marianne, 18-24 gennaio 2024, pp. 52-55. Todd insiste forse un po’ troppo

su quello che definisce il nichilismo dell’Occidente, mentre la religione ha perso il suo ruolo centrale

di pilastro morale della società, ma sottolinea bene l’assenza di un

progetto e di una volontà comune degli europei.

28 L. Aeschimann e P. Casagrande, «Contadini in Cisgiordania, resistere a tutti i costi»,

Le Monde diplomatique, ottobre 2025, p. 14.

29 Le cifre variano, ma il Financial Times stima che siano stati uccisi più di 67.000

palestinesi, la grande maggioranza dei quali non apparteneva a Hamas.

M. Srivastava, «Gaza: Hamas ha ripreso il controllo», citato in Courrier

International n. 1825 del 23-29 ottobre 2025.

30 S. Halimi e P. Rimbert, «La lobby filoisraeliana in Francia», Le Monde

diplomatique, agosto 2025, pp. 1, 16-17.

31 Si fa un gran caso del riconoscimento da parte della Francia di un

ipotetico Stato palestinese. Ciò significa dimenticare che è stata preceduta in questa

azione dall’Irlanda e dalla Spagna, per non parlare della Svezia… un decennio fa.

32 J.-P. Chagnollaud «I contorni della pace disegnata da Trump nella

Striscia di Gaza restano ambigui », Le Monde, 15 ottobre 2025.

33 Si nota l’avidità della classe politica britannica nel rivendicare qualche

briciola di merito per il piano di Trump nella dichiarazione di Bridget Phillipson,

ministro dell’istruzione, secondo cui il Regno Unito avrebbe svolto un ruolo chiave.

Mike Huckabee, ambasciatore americano a Tel Aviv, ha definito la sua affermazione

illusa! Vedi K. Stacey, “Trump takes centre stage as questions linger over

UK’s role in Gaza ceasefire”, Guardian, 13 ottobre 2025.

34 Si potrebbe fare la stessa osservazione riguardo al Messico, la cui

presidente Claudia Sheinbaum ha dato prova di fermezza e flessibilità,

convincendo Trump ad abbassare i dazi doganali punitivi in cambio di

adeguamenti alla politica di sicurezza e di controllo dell’immigrazione

dello Stato messicano. Vedi A. Vigna, « Di fronte a Trump, l’abilità della presidente

messicana », Le Monde 2 ottobre 2025.

35 B. Bonnefous, « La difficile accelerazione della difesa », Le Monde 22

luglio 2025.

36 La dichiarazione di Northwood del luglio 2025 mantiene una certa vaghezza. Le

due armi di dissuasione rimarranno indipendenti ma coordinate. Resta da

vedere se ciò cambi molto nel panorama strategico. Vedi L. Allard,

“Reading between the lines of the new France-UK nuclear entente”, New

Atlanticist, 6 luglio 2025. www.atlanticcouncil.org/blogs. Lawrence Freedman

ritiene invece che le armi di deterrenza francesi e britanniche

costituiscano una minaccia sufficiente anche in assenza di una garanzia

statunitense. Vedi il suo “Europe’s nuclear deterrent: the here and now”, Survival

67, 3, giugno-luglio 2025.

37 A. Menon, “Il problema del potere duro dell’Europa”, Il Regno Unito in un’Europa che cambia

, Newsletter, 2 ottobre 2025.

38 A. Wheatley, ‘The pretenders to the dollar’s crown’ dans son The Power of

currencies and currencies of power, Londre, IISS/Routledge, 2013, pp.45-74.

39 J. Rubin, op.cit., p. 227

La Serbia ha sventato un grave attentato terroristico ucraino contro l’Ungheria_di Andrew Korybko

La Serbia ha sventato un grave attentato terroristico ucraino contro l’Ungheria.

Andrew Korybko6 aprile
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L’obiettivo era quello di interferire nelle elezioni parlamentari di domenica prossima al fine di contribuire alla destituzione di Orban.

Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha annunciato che le autorità hanno scoperto due bombe piazzate lungo il gasdotto TurkStream che attraversa il suo paese. La loro posizione, in prossimità del confine ungherese, suggerisce che quest’ultimo fosse l’obiettivo del tentato attacco terroristico. L’Ungheria riceve il 60% del suo gas attraverso questo gasdotto di origine russa, quindi un’interruzione improvvisa sarebbe disastrosa per la sua economia. Potrebbe inoltre gettare la popolazione nel panico in vista delle elezioni parlamentari di domenica .

Su questo argomento, l’UE e l’Ucraina si sono intromesse nel processo democratico per aiutare l’opposizione, sotto la loro influenza, a deporre il Primo Ministro in carica Viktor Orbán, che entrambe disprezzano perché considerato un nazionalista conservatore che privilegia gli interessi ungheresi. A nessuna delle due piace il fatto che si sia rifiutato di armare l’Ucraina e continui ad acquistare apertamente energia dalla Russia. Se, nonostante le loro interferenze, Orbán dovesse vincere, intendono delegittimarne la vittoria attraverso l’ ennesimo complotto del Russiagate .

Questo è il Piano B, mentre il Piano A prevede ovviamente la sua sconfitta, obiettivo che il tentato attacco terroristico a TurkStream avrebbe potuto favorire se non fosse stato sventato dalla Serbia. Come accennato nell’introduzione, la popolazione avrebbe potuto essere presa dal panico, spingendola potenzialmente a votare per l’opposizione filo-europea, nella convinzione che l’Ungheria avrebbe avuto bisogno dell’UE più che mai. Anche se Orbán avesse vinto, l’economia sarebbe comunque crollata, legittimando in modo fittizio le proteste già pianificate.

A questo proposito, sebbene RT abbia minimizzato lo scenario di un “Maidan sotto steroidi” in caso di sconfitta dell’opposizione, la combinazione dell’ultimo complotto del Russiagate e di un’economia in crisi potrebbe comunque fungere da pretesto “pubblicamente plausibile” per tentare disperatamente di rovesciare Orban, anche se alla fine dovesse fallire. Come minimo, la dispersione dei manifestanti da parte dei servizi di sicurezza potrebbe essere sfruttata come pretesto per sanzioni dell’UE, comprese misure radicali per escludere di fatto l’Ungheria dal blocco.

Tornando al tentato attacco terroristico appena sventato, il ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto ha osservato che questo “si inserisce in una serie di incidenti in cui l’Ucraina cerca costantemente di ostacolare il trasporto di gas e petrolio russi verso l’Europa”. Ha inoltre ricordato a tutti come “decine di droni abbiano attaccato ripetutamente il gasdotto TurkStream, che rifornisce di gas l’Ungheria, in territorio russo, e ora l’attacco terroristico sventato dalla Serbia sembra essere parte di questi attacchi”.

L’Ucraina, prevedibilmente, ha negato qualsiasi coinvolgimento e il portavoce del suo Ministero degli Esteri ha replicato ipotizzando che si trattasse di una provocazione russa sotto falsa bandiera, ipotesi che il leader dell’opposizione Peter Magyar ha insinuato essere proprio quella. Ciononostante, un’analisi dello scorso dicembre avvertiva che agenti dei servizi segreti ucraini si erano probabilmente già infiltrati in Europa sotto la copertura di rifugiati e che alcuni rifugiati, a causa della loro difficile situazione, avrebbero potuto collaborare con tali agenti, aumentando così il rischio di attacchi terroristici a sfondo politico.

Sembra che sia proprio questo ciò che è accaduto con il fallito attentato a TurkStream: agenti ucraini si sono affidati a propri cittadini o ad altri per piazzare le bombe nell’ambito di un attacco terroristico a sfondo politico contro l’Ungheria, con l’obiettivo di interferire nelle elezioni e punirla preventivamente in caso di vittoria di Orbán. Tenendo presente questa ricostruzione dei fatti, qualsiasi altro Paese, come la Slovacchia , che emuli la sua politica di interrompere le forniture di armi all’Ucraina e di continuare ad acquistare apertamente energia dalla Russia, potrebbe diventare il prossimo obiettivo dell’Ucraina.

Allerta fake news: la Russia non ha fornito all’Iran un elenco di obiettivi energetici israeliani

Andrew Korybko7 aprile
 
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La diffusa ma errata convinzione che Putin sia un antisionista segretamente alleato con l’Iran contro Israele, alimentata da anni sia da presunti amici che da innegabili nemici, fa sì che molte persone in tutto il mondo finiscano probabilmente per cadere nella trappola dell’ultima provocazione di guerra dell’informazione lanciata dall’Ucraina contro la Russia.

Il Jerusalem Post ha citato lunedì «una fonte vicina ai servizi segreti ucraini» per riferire che «i servizi segreti russi hanno fornito all’Iran un elenco dettagliato di 55 obiettivi critici delle infrastrutture energetiche in Israele». Ciò fa seguito alle notizie dell’ultimo mese secondo cui la Russia starebbe aiutando l’Iran a prendere di mira le risorse regionali degli Stati Uniti, notizie che sono state valutate qui come credibili, ma è stato anche spiegato qui perché sia il Cremlino che la Casa Bianca stiano insabbiando la questione. Lo stesso non si può dire di questa notizia, tuttavia, che è una fake news.

Per cominciare, la fonte è una persona «vicina ai servizi segreti ucraini», il che getta immediatamente discredito su qualsiasi affermazione riguardo alla Russia, dato l’evidente interesse di Kiev a seminare zizzania tra Russia e Israele. Il contesto di notizie, in parte credibili, secondo cui la Russia starebbe aiutando l’Iran a colpire gli interessi statunitensi nella regione conferisce una falsa credibilità all’ultima notizia, secondo cui ora starebbe aiutando l’Iran a colpire anche le infrastrutture energetiche israeliane. Tutto ciò che i servizi segreti ucraini dovevano fare era trovare un giornalista e un organo di stampa disposti a diffondere questa menzogna al pubblico.

Ci sono diversi motivi per cui la Russia non lo ha fatto, non ultimo il fatto che l’ubicazione delle infrastrutture energetiche israeliane è di dominio pubblico e facilmente verificabile tramite fonti aperte, quindi l’Iran non ha bisogno dell’aiuto della Russia in questo senso. La seconda è che Putin una volta ha dichiarato in modo famoso che “russi e israeliani hanno legami di famiglia e di amicizia. Questa è una vera famiglia comune; posso dirlo senza esagerare. Quasi 2 milioni di persone di lingua russa vivono in Israele. Consideriamo Israele un paese di lingua russa.”

È quindi improbabile che aiuterebbe l’Iran a creare disagi, a danneggiare e, soprattutto, a uccidere i suoi connazionali di lingua russa, per i quali prova un affetto così profondo da aver autorizzato l’operazione speciale in gran parte proprio per difendere i loro diritti in Ucraina. La comunità di lingua russa in Israele occupa un posto speciale nel suo cuore, poiché Putin è un orgoglioso filosemita di lunga data, i cui migliori amici dall’infanzia ad oggi sono tutti ebrei. Naturalmente ha anche amici non ebrei, ma le sue amicizie più durature sono tutte con ebrei russi.

I lettori che non sono a conoscenza dell’affetto di Putin per gli ebrei e lo Stato di Israele possono consultare queste citazioni tratte dal sito web del Cremlino dal 2000 al 2018 che smentiscono completamente la falsa narrazione “potemkinista” promossa dai ciarlatani dei media alternativi che sostengonoche egli sia un antisionista segretamente alleato con l’Iran contro Israele. È proprio a causa di quanto questa menzogna su di lui si sia diffusa, essendo stata propagata sia da presunti amici che da innegabili nemici, che l’ultimo attacco di guerra dell’informazione dell’Ucraina contro la Russia probabilmente ingannerà molti.

È proprio qui che risiede la genialità dell’operazione, poiché questa provocazione sfrutta al massimo la tattica narrativa fuorviante impiegata dai «filorussi non russi» (NRPR) con l’approvazione tacita dei loro «supervisori del soft power» (SPS) in Russia. Questi SPS – membri dei media russi finanziati con fondi pubblici, funzionari pubblici e organizzatori di conferenze/forum che sono in contatto con i principali influencer NRPR – non hanno mai spinto con discrezione questi NRPR nella direzione di un riflesso più accurato della politica russa.

Si è invece apparentemente concluso che fosse più importante far sì che la gente apprezzasse la Russia sulla base di premesse false piuttosto che sulla base di premesse reali, nonostante il rischio che potesse scoraggiarsi o addirittura rivoltarsi contro la Russia una volta scoperta la verità facilmente verificabile sulle sue politiche, il che è stato un errore. Il massimo esperto russo Dmitry Trenin ha appena lanciato coraggiosamente un appello per correggere le percezioni errate in materia di politica estera tra i suoi colleghi, quindi si spera che ciò porti anche all’abbandono del “potemkinismo”, anche se è troppo presto per dirlo.

Interpretazione dell’aggiornamento del capo del controspionaggio serbo sul complotto di TurkStream

Andrew Korybko7 aprile
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In quella che è stata definita la “Battaglia per l’Ungheria”, questo attacco terroristico sventato rappresenta finora di gran lunga lo sviluppo più eclatante, ben più significativo delle recenti affermazioni sul Russiagate.

Il capo del controspionaggio serbo, Duro Jovanic, ha fornito tre aggiornamenti sul fallito attentato terroristico contro il gasdotto TurkStream, che le autorità ungheresi hanno fortemente insinuato essere stato ordinato dall’Ucraina. Secondo Jovanic : “una persona appartenente a un gruppo di migranti” sarebbe stata responsabile del posizionamento delle due bombe; “non è vero che gli ucraini abbiano cercato di organizzare l’attentato”; e “i contrassegni sugli esplosivi indicano che sono stati fabbricati negli Stati Uniti”. Ecco come interpretare questi aggiornamenti:

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1. L’Ucraina in realtà non è stata scagionata

In questa fase iniziale dell’indagine, Jovanic non può affermare con certezza che l’Ucraina non abbia avuto un ruolo nell’organizzazione di questo attentato terroristico sventato. L’unica ragione per cui ha escluso prematuramente tale coinvolgimento è probabilmente la necessità di ridurre la pressione esercitata dall’Ucraina e dall’UE, dopo che si era diffusa la teoria del complotto secondo cui si trattava di un’operazione sotto falsa bandiera russa per danneggiare l’opposizione filogovernativa in vista delle prossime elezioni parlamentari di domenica. Pertanto, la forte insinuazione delle autorità ungheresi sulla responsabilità dell’Ucraina rimane credibile.

2. Potrebbe aver reclutato il sospettato

Per quanto riguarda il sospettato, descritto come “una persona appartenente a un gruppo di migranti”, è possibile che sia stato reclutato dall’Ucraina, anche a sua insaputa. Entrambe le parti coinvolte nel conflitto ucraino si sono accusate a vicenda di reclutare complici terroristi tramite Telegram, pagandoli in criptovaluta. Questo modus operandi è uno dei motivi per cui la Russia ha vietato Telegram . Non è quindi inconcepibile che l’Ucraina abbia reclutato il sospettato in questo modo, anche senza sapere che fosse proprio l’Ucraina a offrirgli l’incarico.

3. Le bombe di fabbricazione statunitense scagionano la Russia

La teoria del complotto secondo cui si sarebbe trattato di un’operazione sotto falsa bandiera russa è smentita dal fatto che le bombe sono state prodotte negli Stati Uniti. La Russia non ha accesso a tali armamenti, a differenza dell’Ucraina e dei suoi alleati della NATO; pertanto, la prima è scagionata, mentre i secondi rimangono potenziali colpevoli. Sebbene resti da stabilire con esattezza come le bombe di fabbricazione statunitense siano arrivate in Serbia, non sarebbe sorprendente se alcuni degli alleati europei dell’Ucraina nella NATO avessero contribuito al loro approvvigionamento, dato che anche loro desiderano deporre Orbán.

4. Entrambe le parti continueranno ad accusarsi a vicenda.

È difficile immaginare che l’indagine si concluda prima di domenica, quindi fino ad allora entrambe le parti continueranno ad accusarsi a vicenda: l’Ungheria insisterà sull’insinuazione che la responsabilità sia dell’Ucraina, mentre l’Ucraina e l’opposizione ungherese, sostenuta dall’estero, continueranno a sostenere la teoria del complotto dell’operazione sotto falsa bandiera. Pertanto, spetterà agli elettori decidere autonomamente cosa sia successo e come questo possa influenzare la loro decisione, ma tutti coloro che hanno un interesse nell’esito – Ucraina, UE, Russia e persino gli Stati Uniti – cercheranno di influenzarli.

5. Interverranno Vance e/o Trump?

Il vicepresidente JD Vance sarà a Budapest da martedì a mercoledì per dimostrare il sostegno di Trump 2.0 a Orban, e in quell’occasione potrebbe esprimere la sua opinione su quanto accaduto (di sua iniziativa o se interpellato dai media), oppure potrebbe farlo lo stesso Trump prima di domenica. È improbabile che entrambi diano credito alla teoria del complotto della falsa bandiera, quindi potrebbero avvalorare l’insinuazione dell’Ungheria secondo cui la colpa è dell’Ucraina, ma non in un modo che danneggi le relazioni bilaterali.

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In quella che è stata definita la ” Battaglia per l’Ungheria “, questo attacco terroristico sventato contro TurkStream è di gran lunga lo sviluppo più eclatante, molto più significativo delle ultime affermazioni sul Russiagate . Come già argomentato in precedenza interpretando gli aggiornamenti del capo del controspionaggio serbo su questo complotto, la teoria della cospirazione sotto falsa bandiera è stata screditata e sembra inequivocabilmente che la responsabilità sia dell’Ucraina, con i quesiti che restano aperti riguardo al supporto europeo della NATO e, in caso affermativo, alla sua effettiva portata.

Analisi del punto di vista del presidente finlandese Stubb sulla spaccatura transatlantica.

Andrew Korybko7 aprile
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Egli ritiene che gli Stati Uniti guidino quello che ora definisce l’Occidente globale, più orientato alle transazioni, mentre l’UE guidi il Nord globale, che mira a ripristinare l’ordine liberale mondiale.

Il presidente finlandese Alexander Stubb si è presentato come un leader di enorme influenza in Occidente grazie alla sua stretta amicizia con Trump e alle opinioni esplicite che spesso esprime sugli affari globali. Lo scorso dicembre ha pubblicato un lungo articolo su Foreign Affairs intitolato ” L’ultima possibilità per l’Occidente: come costruire un nuovo ordine globale prima che sia troppo tardi “, che è stato analizzato qui . Il succo dell’articolo è che divide il mondo in un Occidente globale guidato dagli Stati Uniti, un Oriente globale guidato dalla Cina e un Sud globale.

Stubb ha appena aggiornato il suo modello in una breve intervista a Politico e ora ritiene, dopo la cattura di Maduro da parte degli Stati Uniti e la decisione di scatenare la Terza Guerra del Golfo , che “probabilmente non stiamo assistendo a una rottura, ma a una spaccatura nel partenariato transatlantico. Quindi il Nord globale assume il ruolo di difensore dell’ordine mondiale liberale, mentre l’Occidente globale diventa gli Stati Uniti, più orientati allo scambio”. Non ha fornito ulteriori dettagli, ma è comunque possibile estrapolare da ciò e valutare il suo modello aggiornato.

Sebbene non si possa affermare con certezza, Stubb potrebbe star cercando di separare l’UE dagli Stati Uniti rispetto a come il Sud del mondo percepisce l’Occidente nel suo complesso, al fine di associare le percezioni negative di quest’ultimo, che ora definisce Occidente globale. È possibile che sia stato influenzato dalla risposta del diplomatico singaporiano Kishore Mahbubani al suo articolo su Foreign Affairs, ” The Dream Palace of the West: Why the Old Order Is Gone for Good “, pubblicato a febbraio e analizzato qui .

L’argomentazione di Mahbubani si riduce al fatto che l’Occidente si sta screditando da solo a causa dei suoi doppi standard nei confronti del conflitto ucraino e della guerra di Gaza, continuando a perseguire politiche ideologicamente orientate controproducenti e rifiutandosi arrogantemente di attuare riforme significative nella governance globale. Attribuendo la colpa di tutto ciò a Trump e differenziando l’UE dagli Stati Uniti come la metà settentrionale dell’Occidente, Stubb probabilmente crede che la visione articolata nel suo articolo di dicembre possa ancora realizzarsi.

Il problema è che l’UE non è abbastanza potente, influente o ricca per convincere il Sud del mondo ad abbandonare il multipolarismo e a ripristinare l’ordine liberale mondiale, invece di optare per il modello multipolare cinese o per quello che si potrebbe definire il modello statunitense sotto Trump 2.0. Non esiste un esercito europeo in grado di costringere gli stati riluttanti, il soft power dell’UE impallidisce rispetto a quello degli Stati Uniti, della Russia, della Cina e persino di potenze di medio livello come la Turchia, e la gestione della crisi energetica globale rimarrà la priorità fiscale dell’UE ancora per un po’.

Tuttavia, Stubb ha probabilmente ragione nel differenziare l’UE e gli Stati Uniti in termini di approccio agli affari globali, poiché è vero che la prima vuole ripristinare l’ordine mondiale liberale, mentre i secondi “sono più orientati allo scambio”, e questo potrebbe persino portare ad attriti tra di loro nel tempo. La retorica di alcuni leader europei, ispirata dal loro paradigma ideologico, rischia di irritare Trump, come è successo di recente con la battuta del cancelliere tedesco Friedrich Merz, secondo cui la terza guerra del Golfo “non è la nostra guerra”.

Trump ha replicato : “Beh, l’Ucraina non è la nostra guerra, abbiamo aiutato, ma l’Ucraina non è la nostra guerra”, il che allude in modo inquietante all’idea di abbandonare l’Ucraina al suo destino a scapito dei presunti (parola chiave) interessi dell’UE. In futuro, sebbene il modello di Stubb descriva accuratamente le differenze tra Stati Uniti e UE al momento, l’UE non deve dimenticare di essere il partner minore degli Stati Uniti e non suo pari. Commettere lo stesso errore di Merz potrebbe provocare Trump, che impartirebbe loro una lezione che non dimenticheranno mai.

Un eminente esperto russo ha lanciato un appello per correggere le percezioni errate in materia di politica estera

Andrew Korybko6 aprile
 
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È estremamente raro che un esperto russo esprima critiche costruttive nei confronti della politica estera del proprio Paese.

Il massimo esperto russo Dmitry Trenin è stato appena eletto presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali (RIAC), uno dei principali think tank del suo Paese, e ha rilasciato la sua prima intervista da allora a Kommersant in cui ha lanciato un appello per correggere le percezioni errate sulla politica estera. Qualsiasi tipo di critica costruttiva è vietata tra coloro che lavorano in questo campo in Russia, dove la maggior parte preferisce invece dire ai propri superiori ciò che questi si aspettano di sentire, portando così a circuiti di feedback interrotti con tutto ciò che ne consegue.

Trenin ritiene che la Russia sia impegnata in una «nuova guerra mondiale» contro «una parte significativa dell’Occidente collettivo», ma ha sottolineato l’aspetto «nuovo» di questo conflitto per distinguerlo dai due precedenti, sui quali l’opinione pubblica nutre determinati preconcetti che in questo caso non si sono concretizzati. La posta in gioco lo giustifica nel rompere il tabù di criticare l’establishment della politica estera russa. Nelle sue parole, «una parte significativa delle competenze in materia di politica estera – e non solo in Russia – è o poco interessante o fuori dalla realtà».

Ha poi aggiunto che «un esperto di relazioni internazionali deve concentrarsi innanzitutto sul proprio Paese: sulle sue esigenze nei confronti del mondo esterno e sulle opportunità e i rischi che questo mondo comporta per esso». La priorità successiva sono gli avversari come l’Ucraina e l’Europa. Riguardo alla prima, ha detto che «dobbiamo comprendere meglio le radici del suo comportamento. Ad esempio, perché non si sono ancora arresi? Chiaramente, i fattori esterni giocano un ruolo significativo in questo caso, ma ce ne sono anche di interni».

Per quanto riguarda il secondo punto, Trenin ha affermato che «fin dall’era sovietica abbiamo considerato gli europei come una sorta di ostaggi degli Stati Uniti, vassalli poveri e privi di volontà ai quali Washington impone la propria volontà. Allo stesso tempo, era diffusa la forte convinzione che fossero pragmatici e che non avrebbero sacrificato gli affari per la politica». Questa percezione è stata smentita durante l’operazione speciale. Allo stesso modo, anche le percezioni dei partner russi sono obsolete e la priorità di aggiornarle dovrebbe procedere da cerchi concentrici attorno alla Russia.

«Dobbiamo quindi conoscere molto meglio i paesi del Caucaso, il Kazakistan e l’Asia centrale, senza limitarci a ripensare alle vacanze a Pitsunda o alle passeggiate nel Registan. Dobbiamo prendere sul serio questa questione, perché la nostra ignoranza o incomprensione dei nostri vicini creerà problemi del tutto inutili nelle nostre immediate vicinanze. L’Ucraina dimostra quanto possa essere pericoloso un simile approccio». Seguono poi la Cina e l’India, altri Stati asiatici e infine l’Africa e l’America Latina.

Trenin ha concluso invitando a un riequilibrio della politica estera che «sostenga i nostri partner e alleati (contro gli avversari comuni dell’Occidente) preservando al contempo la libertà di manovra» tra tutte le parti. A questo proposito, ha messo in guardia dal diventare il partner minore della Cina e anche dai complotti occidentali volti a mettere l’India contro la Cina. Anche i legami con le ex repubbliche sovietiche dovrebbero essere riformati «in modo tale da apportare alla Russia benefici ben maggiori rispetto al precedente modello “centro-periferia”».

È estremamente raro che un esperto russo critichi in modo costruttivo la politica estera del proprio Paese, figuriamoci con la stessa durezza con cui Trenin ha appena fatto, insinuando che le percezioni errate sull’Ucraina «abbiano creato problemi del tutto inutili nelle nostre immediate vicinanze». Ciò vale anche per Armenia-Azerbaigian e Kazakistan, che potrebbero essere i prossimi. L’elezione di Trenin a presidente del RIAC potrebbe quindi portare alla riparazione, attesa da tempo e probabilmente dolorosa, dei circuiti di retroazione interrotti della Russia che le hanno causato così tanti problemi.

Un alto funzionario russo ha lanciato l’allarme sul deterioramento delle relazioni con l’Armenia.

Andrew Korybko5 aprile
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La franchezza con cui ha affrontato le sfide che l’Armenia pone ora agli interessi della Russia contrasta con la discrezione finora impiegata dai funzionari e suggerisce che ora vogliano preparare l’opinione pubblica a ciò che potrebbe accadere in futuro, dopo aver previsto il peggio.

Il vice primo ministro russo Alexei Overchuk ha rilasciato un’intervista dettagliata all’agenzia TASS sulle relazioni con l’Armenia dopo l’ultimo incontro tra il primo ministro Nikol Pashinyan e Putin al Cremlino. Il tema ricorrente è stato lo sforzo dell’Armenia di trovare un acquirente che sostituisca la Russia nella gestione della sua rete ferroviaria, ben prima della scadenza dell’accordo del 2008, prevista per il 2038. La presunta giustificazione è che il mantenimento della proprietà russa scoraggerebbe i partner internazionali dall’utilizzare le ferrovie armene per agevolare il commercio eurasiatico.

Overchuk ha contestato con veemenza tale affermazione, dichiarando che “la leadership armena è concentrata sulla riduzione della presenza degli interessi russi nel proprio Paese. Questa situazione viene sfruttata da attori esterni alla regione, che perseguono i propri obiettivi, i quali non coincidono con gli interessi a lungo termine dell’Armenia”. Per questi motivi, “si giunge alla conclusione che i nostri colleghi sono molto vicini al punto in cui dovremo ristrutturare le nostre relazioni economiche con questo Paese”.

Ciò sarebbe disastroso per l’economia armena, che dipende dal commercio con la Russia e dall’energia che quest’ultima acquista a prezzi fortemente scontati, poiché tali vantaggi non possono essere facilmente sostituiti dall’UE. A tal proposito, Overchuck ha descritto l’UE come “un blocco politico-militare ostile alla Russia”, affermando che l’Armenia si sta preparando ad aderirvi. Pur negando che l’Armenia nutra intenzioni ostili nei confronti della Russia, Overchuck ha dichiarato che “dire una cosa e farne un’altra, bisogna ammetterlo, non è il modo migliore per sviluppare le relazioni”.

Ha inoltre fatto riferimento alla violazione dei diritti di proprietà di un cittadino russo con doppia cittadinanza, citando la nazionalizzazione da parte dell’Armenia della compagnia elettrica del leader dell’opposizione Samvel Karapetyan, attualmente incarcerato, e ha insinuato che la continua ostilità nei confronti degli interessi dei cittadini russi in Armenia potrebbe provocare ritorsioni. Come minimo, ha avvertito, potrebbe anche dissuadere altri imprenditori russi dall’investire in Armenia. Il che è probabilmente ciò che i nuovi partner occidentali dell’Armenia desiderano che accada a spese del Paese.

A tal proposito, ha messo in dubbio l’utilità per l’Armenia di ospitare un enorme data center americano dedicato all’intelligenza artificiale, dato che gli ingenti costi dell’elettricità ricadrebbero sui consumatori, non verrebbero creati praticamente posti di lavoro ed è notoriamente difficile calcolare le tasse per tali imprese. Per questo motivo, a suo avviso, l’Occidente cerca di trasferire questi centri in giurisdizioni straniere. Overchuck ha anche affermato che “le aziende russe del settore nucleare non avranno concorrenza” se la procedura di appalto sarà equa, lasciando intendere che non lo sarà.

Nell’ultima parte significativa dell’intervista, ha condannato l'”Accordo di Trump per la pace e la prosperità internazionale” ( TRIPP ) dello scorso agosto, accusandolo di aver sconvolto l’equilibrio di sicurezza regionale nei confronti di Russia, Iran e Turchia. Il coinvolgimento della Russia in questo corridoio, ora rinominato, avrebbe mantenuto tale equilibrio a vantaggio di tutti, ma ora gli Stati Uniti lo stanno unilateralmente alterando. Si è detto molto preoccupato per il TRIPP, pessimista sulle sue prospettive economiche e fortemente contrario al nuovo ruolo regionale degli Stati Uniti.

Riflettendo sull’intuizione che ha condiviso e ricordando come la sua diffusione al pubblico sia avvenuta subito dopo l’incontro di Putin con Pashinyan, non c’è dubbio che i responsabili politici, dal Comandante in Capo fino al Vice Primo Ministro e oltre, siano consapevoli del gioco dell’Armenia. Ora stanno affrontando apertamente le sfide che questo gioco pone, invece di rimanere discreti al riguardo, comprese quelle legate all’accordo TRIPP, probabilmente perché ora si aspettano il peggio e vogliono preparare l’opinione pubblica.

Il momento della verità sta arrivando nelle relazioni russo-armene

Andrew Korybko4 aprile
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La Russia riconosce tacitamente che le elezioni parlamentari di giugno rappresentano una “battaglia per l’Armenia”, proprio come quelle ungheresi di fine mese rappresentano una “battaglia per l’Ungheria”.

Di recente Putin ha ricevuto il Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan per un colloquio franco in vista delle prossime elezioni parlamentari di giugno. Ha ribadito che la sua campagna elettorale non dovrebbe indulgere nella russofobia, ha messo in guardia sull’incompatibilità tra l’appartenenza dell’Armenia all’Unione Economica Eurasiatica (UEE) e gli sforzi per l’adesione all’UE, ha ricordato l’importanza economica dell’energia russa a prezzi scontati, ha difeso la scelta di non combattere contro l’Azerbaigian per conto dell’Armenia e ha espresso la speranza che le forze politiche filo-russe non vengano perseguitate.

In risposta, Pashinyan ha replicato di apprezzare gli stretti legami dell’Armenia con la Russia, ha insistito sul fatto che i colloqui con l’UE non minacciano ancora la sua appartenenza all’Unione Economica Eurasiatica (UEE), ha sottolineato la politica di diversificazione energetica del suo paese, ha ribadito la sua delusione nei confronti della CSTO e ha difeso lo stato della democrazia armena. Come si può notare, Putin e Pashinyan hanno posizioni perlopiù diametralmente opposte su queste delicate questioni, e le prossime elezioni rappresenteranno probabilmente il momento della verità nelle relazioni tra i loro paesi.

In breve, Pashinyan ha trascorso il suo mandato da primo ministro orientando l’Armenia verso l’Occidente, un processo che ha subito una forte accelerazione dopo la sconfitta del suo paese alle elezioni del 2020. Guerra nel Karabakh. Ha poi concordato con il presidente azero Ilham Aliyev, durante l’incontro alla Casa Bianca con Trump lo scorso agosto, di sostituire il ruolo concordato della Russia in un corridoio logistico regionale con gli Stati Uniti, ora noto come TRIPP , che amplierà l’influenza occidentale lungo tutta la periferia meridionale della Russia. Ecco cinque brevi note di approfondimento:

* 12 novembre 2025: “ Un think tank statunitense considera Armenia e Kazakistan attori chiave per il contenimento della Russia ”

* 29 dicembre 2025: “ Le prossime elezioni parlamentari in Armenia si preannunciano come un altro punto critico ”

* 12 febbraio 2026: “ La svolta filoamericana dell’Armenia potrebbe comportare costi socio-culturali radicali ”

* 5 marzo 2026: “ Ecco come il Karabakh è diventato il catalizzatore delle battute d’arresto della periferia meridionale della Russia ”

* 26 marzo 2026: “ L’Armenia sta politicizzando il prossimo pacchetto di aiuti umanitari della Russia per i rifugiati del Karabakh ”

Se il partito di Pashinyan vincesse e lui non riadattasse le sue politiche in una direzione più favorevole alla Russia, le relazioni tra i due Paesi potrebbero entrare in crisi. Al contrario, una sua sconfitta per mano dell’opposizione filorussa garantirebbe il ripristino delle relazioni, ristabilendo forse un certo equilibrio regionale qualora la Russia fosse invitata a difendere il TRIPP e a ispezionare il carico che lo attraversa. Dopotutto, sostituendo il ruolo concordato della Russia, come ha fatto Pashinyan, la NATO può ora utilizzare il TRIPP come corridoio logistico militare verso l’Asia centrale.

Timofei Bordachev, uno dei massimi esperti russi, specializzato anche nei paesi che confinano con la Russia a sud, ha omesso in modo significativo qualsiasi riferimento all’accordo TRIPP nel suo recente e dettagliato rapporto sul Caucaso meridionale e l’Asia centrale per il Valdai Club . Ciò ha suscitato preoccupazione, in quanto si teme che i responsabili politici non siano consapevoli della minaccia che il TRIPP rappresenta per gli interessi di sicurezza nazionale della Russia. Tuttavia, a giudicare dai messaggi velati che Putin ha trasmesso a Pashinyan, il Comandante in capo lo comprende benissimo.

Questo è rassicurante e suggerisce che, nella formulazione della politica estera russa, egli si affidi maggiormente ai rapporti riservati dei servizi di sicurezza del suo paese piuttosto che a quelli pubblici dei think tank, per quanto prestigiosi possano essere. Tenendo conto di ciò, si può concludere che la Russia riconosce tacitamente che le elezioni parlamentari di giugno rappresentano una “battaglia per l’Armenia”, proprio come quelle ungheresi di fine mese rappresentano una ” battaglia per l’Ungheria “, con una posta in gioco molto alta per gli interessi russi in entrambe le occasioni.

Qual è l’importanza del dialogo interparlamentare russo-americano, recentemente riattivato?

Andrew Korybko4 aprile
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L’instaurazione di maggiori contatti tra i due Paesi a questo livello può portare a nuovi canali di dialogo, anche informali e riservati, per chiarire eventuali dubbi e smentire le falsità riguardanti i colloqui in corso tra Russia e Stati Uniti, al fine di evitare un ulteriore deterioramento delle relazioni.

La deputata Anna Paulina Luna ha ospitato una delegazione di parlamentari russi in visita a Washington dopo che le sanzioni a loro carico erano state temporaneamente revocate per agevolare il loro viaggio. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito “molto utili” i colloqui avuti con le loro controparti americane di entrambi gli schieramenti politici. L’inviato speciale di Putin per i colloqui con gli Stati Uniti, che ha collaborato con la Luna per rendere possibile l’incontro, ha poi invitato i membri del Congresso americano in Russia. Anche le sanzioni a loro carico sarebbero state temporaneamente revocate per agevolare la visita.

Sebbene il dialogo interparlamentare russo-americano, recentemente riattivato (e che, come ha ricordato Luna , era rimasto sostanzialmente congelato per quasi un quarto di secolo), non abbia prodotto alcun risultato concreto, il solo fatto che i legislatori russi abbiano visitato Washington per incontrare le loro controparti bipartisan rappresenta di per sé un traguardo. La revoca temporanea delle sanzioni contro la delegazione russa ha dimostrato la sincerità del Dipartimento di Stato nel voler riprendere il dialogo a questo livello, nonostante le pressioni esercitate da democratici, europei e ucraini.

L’instaurazione di maggiori contatti tra i due Paesi a questo livello può anche portare a nuovi canali di dialogo, compresi quelli informali e riservati, per chiarire eventuali dubbi e smentire le falsità riguardanti i colloqui in corso tra Russia e Stati Uniti, man mano che emergono. I parlamentari che vi partecipano possono poi condividere con i loro colleghi quanto appreso dai nuovi interlocutori, evitando così che tale incertezza comprometta ulteriormente i già tesi rapporti che i rispettivi leader si stanno adoperando per migliorare.

Ciò non implica che queste figure fungerebbero da lobbisti dell’altro paese, ma solo che si impegnerebbero in buona fede con le loro controparti su questioni delicate e poi trasmetterebbero ai loro pari ciò che hanno appreso nell’interesse di sostenere e possibilmente anche promuovere la politica ufficiale del loro governo. Dopotutto, coloro che da entrambe le parti hanno partecipato volontariamente a questo dialogo presumibilmente sostengono gli sforzi dei rispettivi leader per promuovere un ” Nuovo ” Distensione “, o quantomeno non vi si oppongono abbastanza da sovvertirla.

Certamente, negli Stati Uniti ci sono ancora molte personalità al Congresso e ad altri livelli che si oppongono fermamente a questa politica e lavorano attivamente per sabotarla, mentre il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha iniziato a mettere pubblicamente in discussione l’impegno degli Stati Uniti nei confronti dello “Spirito di Ancoraggio”. Esperti un tempo favorevoli all’Occidente come Dimitri Simes e Dmitry Trenin sono ora scettici sulle prospettive di una “Nuova Distensione” con Trump 2.0 e, pur non volendo screditare Putin, potrebbero consigliargli di abbandonare questa politica.

Il continuo sabotaggio della politica di Trump volta a migliorare i rapporti con la Russia (alla quale, peraltro, potrebbe non essere più sinceramente impegnato), unito alla rinnovata opposizione alla politica di Putin di migliorare i rapporti con gli Stati Uniti, non fa ben sperare per il futuro delle loro relazioni. La ripresa del dialogo interparlamentare russo-americano potrebbe non invertire le suddette dinamiche che rischiano di avvelenare ulteriormente i loro già tesi rapporti, ma non può certo nuocere, e potrebbe anzi, in una certa misura, rallentare queste tendenze.

Ecco perché i colloqui della scorsa settimana rivestono così importanza: segnalano che ci sono ancora parlamentari di entrambe le parti che sostengono questa politica in stallo o, quantomeno, non vi si oppongono a tal punto da desiderare un ulteriore deterioramento delle relazioni. Si è trattato, a dire il vero, di un evento simbolico che non ha avuto effetti tangibili sui rapporti bilaterali, ma i canali di dialogo che si sono instaurati potrebbero essere utilizzati per impedire un ulteriore peggioramento delle relazioni. Ciò potrebbe a sua volta far guadagnare tempo prezioso per una svolta nella “Nuova distensione”.

Analisi della recente intervista rilasciata dall’ambasciatore pakistano a un importante quotidiano russo.

Andrew Korybko6 aprile
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È stato davvero sorprendente che non abbia incontrato alcuna reazione negativa alle sue affermazioni scandalose sull’India, nonostante la Russia sia il suo partner strategico “speciale e privilegiato”.

A fine marzo , l’ambasciatore pakistano in Russia, Faisal Niyaz Tirmizi, ha rilasciato un’intervista a Izvestia toccando temi quali la guerra afghano-pakistana , l’India , la terza guerra del Golfo e le relazioni bilaterali , queste ultime particolarmente rilevanti alla luce dell’improvviso rinvio del viaggio in Russia del Primo Ministro Shehbaz Sharif a causa della terza guerra del Golfo. Tirmizi ha esordito accusando i talebani di aver tradito il Pakistan esportando il terrorismo nel Paese, arrivando persino ad accusare il gruppo di essersi alleato con l’ISIS-K, dopo che i talebani avevano accusato il Pakistan l’anno precedente di aver fatto esattamente la stessa cosa.

Tirmizi ha poi affermato che un recente attacco pakistano contro quello che lui sostiene essere un deposito di armi in prossimità di un ospedale, e non contro l’ospedale stesso come affermato dai talebani (sottintendendo quindi solo danni collaterali anziché un colpo diretto), ha ucciso anche “elementi” indiani. Questo ha introdotto l’affermazione del Pakistan secondo cui l’India starebbe sfruttando l’Afghanistan come base per condurre attacchi terroristici contro il Pakistan per procura. Tirmizi ha approfondito questo punto nell’intervista e, sorprendentemente, non ha ricevuto alcuna obiezione dal suo interlocutore.

Ha poi affermato, in modo scandaloso, che “l’India usa [l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai] non solo contro il Pakistan, ma anche contro la Cina. Ho partecipato a molte riunioni dell’SCO: l’India agisce in contrasto con le politiche di tutti gli Stati membri e promuove gli obiettivi di forze esterne. Questa non è solo una mia opinione personale. Questo è ciò che ho sentito dai miei colleghi cinesi e da altri membri dell’SCO”. Tirmizi ha anche affermato che il terrorismo sostenuto dall’India dall’Afghanistan contro il Pakistan “in definitiva (colpisce) anche la Russia”.

A tal proposito, ha confermato che il Pakistan è in contatto con la Russia riguardo alla sua proposta di mediazione con l’Afghanistan, il che lo ha portato a parlare del ruolo del Pakistan nella mediazione tra Stati Uniti e Iran. Si augura che il conflitto si concluda presto e ha espresso la speranza che non ci siano più proteste antiamericane in Pakistan come quella mortale al consolato statunitense di Karachi all’inizio di marzo. Successivamente, Tirmidhi ha parlato brevemente dei rapporti bilaterali con la Russia, che ha descritto come un “amico affidabile”.

Si aspetta che si tengano colloqui sull’acquisto di petrolio e GNL russi, ma non si è espresso sulle prospettive di raggiungere un accordo su entrambi i fronti per alleviare l’impatto della crisi energetica causata dalla Terza Guerra del Golfo. Sharif dovrebbe visitare la Russia entro la metà dell’estate e sono in corso trattative per riattivare le acciaierie pakistane di costruzione sovietica, avviare un servizio ferroviario merci diretto , lanciare voli diretti ed espandere il turismo e il numero di studenti russi in Pakistan, argomento su cui si è conclusa l’intervista.

È stato molto istruttivo, ma è stato anche sorprendente che Tirmizi non abbia incontrato alcuna reazione negativa per le sue affermazioni scandalose sull’India, nonostante la Russia sia il suo partner strategico ” speciale e privilegiato “. Forse Izvestia intendeva solo dargli l’opportunità di condividere con i russi le politiche del Pakistan su vari argomenti, inclusi quelli più delicati. In tal caso, potrebbero presto offrire la stessa opportunità all’ambasciatore indiano, senza alcuna reazione negativa, qualora anche lui facesse affermazioni altrettanto scandalose sul Pakistan.

Ad ogni modo, l’intervista di Tirmizi ha dimostrato che le relazioni russo-pakistane continuano a rafforzarsi, tanto che uno dei principali quotidiani russi ha deciso di intervistare il proprio ambasciatore con l’obiettivo di migliorare la percezione che i russi hanno del Pakistan, man mano che il riavvicinamento tra i due Paesi prosegue. Molti russi nutrono ancora un’opinione negativa sul Pakistan a causa del suo sostegno ai mujaheddin durante la guerra afghana degli anni ’80, ma la situazione sta lentamente cambiando, anche se non lo apprezzeranno mai quanto amano l’India.

Quanto è probabile che i regni del Golfo diversifichino le loro rotte di esportazione dopo la fine della guerra?

Andrew Korybko4 aprile
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Ora odiano l’Iran per aver danneggiato le loro infrastrutture energetiche e quindi non vogliono pagare indefinitamente il “petroyuan” come parte del sistema di “pedaggio” che la Repubblica islamica sta prendendo in considerazione di imporre.

Il Financial Times ha recentemente riportato che ” gli stati del Golfo stanno valutando la costruzione di nuovi gasdotti per evitare lo Stretto di Hormuz “. Secondo la loro analisi, “nel breve termine, le opzioni più praticabili potrebbero essere l’ampliamento del gasdotto Est-Ovest e anche della rotta esistente di Abu Dhabi verso Fujairah”. I piani futuri, tuttavia, potrebbero includere nuovi gasdotti verso il Mar Arabico, il Mar Rosso e/o il Mar Mediterraneo, quest’ultimo parallelo al corridoio economico ghiacciato India-Medio Oriente-Europa (IMEC), ma solo in caso di riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.

Dal punto di vista dei Regni del Golfo, ammesso che si raggiunga un accordo tra Stati Uniti e Iran, in modo che Trump non dia seguito alla sua minaccia di distruggere le infrastrutture energetiche iraniane e non spinga quindi l’Iran a fare altrettanto, la diversificazione delle rotte di esportazione rappresenta la massima priorità. Visti i danni già subiti dalle loro infrastrutture energetiche a causa dell’Iran, che si giustifica sostenendo che gli Stati Uniti abbiano utilizzato le loro basi e/o il loro spazio aereo per attaccare, non intendono pagare alcun cosiddetto “pedaggio”.

A tal proposito, l’Iran sta prendendo in considerazione un sistema simile come forma di “risarcimento”, che potrebbe anche portare lo yuan a sfidare il dollaro come valuta di riserva globale se Teheran dovesse richiederne il pagamento per il transito. Recentemente si è giunti alla conclusione che “gli Stati Uniti avranno perso la Terza Guerra del Golfo se la Cina potrà ancora contare sull’Iran come fornitore di energia affidabile a basso costo, trasformando al contempo lo yuan in una valuta di riserva globale in grado di competere con il petrodollaro”. Tale valutazione rimane valida, ma con un’importante precisazione.

Trump potrebbe porre fine al coinvolgimento degli Stati Uniti nella guerra senza riaprire lo stretto, dopo aver chiesto, nel suo ultimo discorso alla nazione, a coloro che ne dipendono di farlo . In tal caso, l’Iran potrebbe effettivamente imporre il suo sistema di “pedaggi” e contribuire al lancio del “petrodollaro” (se le infrastrutture energetiche della regione non verranno distrutte secondo la sequenza descritta due paragrafi fa), portando così alla sconfitta strategica degli Stati Uniti. Tuttavia, se i regni del Golfo smettessero definitivamente di utilizzare lo stretto, si tratterebbe di una vittoria di Pirro.

Pertanto, uno scenario possibile e non escludibile è che la guerra si concluda con l’introduzione di un sistema di “pedaggi” e la nascita del “petroyuan”, ma che questi esiti vengano poi gradualmente abbandonati man mano che i Regni del Golfo espandono gli oleodotti esistenti lontano dallo stretto e successivamente ne costruiscono di nuovi. Mentre il Financial Times ha stimato che un altro oleodotto Est-Ovest costerebbe 5 miliardi di dollari, mentre uno nel Mediterraneo potrebbe raggiungere i 15-20 miliardi, il risparmio complessivo derivante dall’evitare il sistema di “pedaggi” sarebbe comunque vantaggioso.

Certamente, i regni del Golfo sono delusi dagli Stati Uniti per non aver difeso adeguatamente le loro infrastrutture energetiche dalle ritorsioni iraniane, quindi non amano più il petrodollaro, ma ora odiano l’Iran per quello che ha fatto loro molto più di quanto non detestino gli Stati Uniti. Per questo motivo, non ci si aspetta che tollerino indefinitamente il suo ipotetico sistema di “pedaggi” e la sua domanda di “petroyuan”, ma che diano invece priorità alla diversificazione delle rotte di esportazione dopo la guerra (se le loro infrastrutture energetiche esisteranno ancora a quel punto).

Tenendo presente questo imperativo, è lecito aspettarsi che i Regni del Golfo, dopo la guerra, abbandoneranno gradualmente l’utilizzo dello stretto se l’Iran imporrà loro un sistema di “pedaggi” in petroyuan . Anche senza questo, hanno ormai compreso l’importanza di disporre di rotte di esportazione alternative, ma non è chiaro quali saranno le prime ad essere esplorate da Bahrein e Qatar. Il transito attraverso l’Arabia Saudita rafforzerebbe l’influenza di Riad su di loro, ma la costruzione di oleodotti sottomarini verso gli Emirati Arabi Uniti, rivali del Regno, irriterebbe Riad. Solo il tempo lo dirà.

È ufficiale: truppe statunitensi sul territorio iraniano, dopo un’altra giornata di umilianti sconfitte_di Simplicius

È ufficiale: truppe statunitensi sul territorio iraniano, dopo un’altra giornata di umilianti sconfitte.

Simplicio5 aprile
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La mattina è iniziata con la notizia di una vasta operazione statunitense per recuperare il secondo pilota iraniano abbattuto, che si era eiettato dal suo F-15E giovedì. L’entità delle perdite per questa sola operazione si è rivelata enorme, con gli Stati Uniti che hanno perso aerei per centinaia di milioni di dollari, presumibilmente nel tentativo di riportare il pilota in salvo.

L’operazione ha coinvolto ogni sorta di unità delle forze speciali, il che ha comportato per la prima volta, almeno ufficialmente, la presenza di truppe sul territorio iraniano.

La storia è più o meno questa:

L’F-15E è precipitato giovedì sopra l’Iran sud-occidentale, e il secondo membro dell’equipaggio avrebbe stabilito il primo contatto radio intorno a mezzogiorno di venerdì, dopo essersi arrampicato su una montagna per trasmettere il segnale di emergenza.

Dal corrispondente capo di Fox News per la sicurezza nazionale:

Fox News può confermare che il secondo membro dell’equipaggio del caccia F-15E abbattuto è stato tratto in salvo e che lui e i membri della squadra di soccorso che lo ha estratto da dietro le linee nemiche in Iran sono tutti sani e salvi fuori dall’Iran. Lo affermano due alti funzionari statunitensi e diverse fonti ben informate nella regione. L’ufficiale addetto ai sistemi d’arma si è eiettato insieme al pilota quando il loro F-15E Strike Eagle è stato colpito giovedì sera (nelle prime ore di venerdì ora locale) nel sud-ovest dell’Iran.

Il WSO ha utilizzato l’addestramento SERE (Sopravvivenza, Evasione, Resistenza e Fuga) per sfuggire alla cattura, nascondendosi su una cresta elevata dopo essersi allontanato a piedi dal relitto e aver acceso un segnalatore di emergenza. Le forze di soccorso delle Operazioni Speciali statunitensi, inclusi i PJ (Pararescuemen dell’Aeronautica degli Stati Uniti (PJ) e molti livelli di forze di soccorso d’élite, hanno partecipato alla complessa missione per trovare il membro dell’equipaggio e tenere a bada le forze iraniane che davano la caccia all’operatore del sistema d’arma americano. Sono emersi video di testimoni oculari locali che mostrano quelli che sembrano essere membri iraniani delle Guardie Rivoluzionarie e dei Basij feriti e morti che stavano cercando il membro dell’equipaggio americano abbattuto. Fox ha appreso che ci sono stati combattimenti sul terreno, ma nessun americano è rimasto ucciso durante l’operazione. “È stata un’operazione molto complessa per recuperare il militare abbattuto”, mi ha detto una fonte ben informata sull’operazione. Molte diverse branche delle forze armate statunitensi sono state coinvolte nel salvataggio.

Fox News può confermare che l’A-10 Warthog precipitato venerdì era impegnato a fornire copertura alle squadre di soccorso alla ricerca del pilota. L’A-10 si è schiantato in Kuwait (come riportato per la prima volta da ABC venerdì), ma il pilota è riuscito a eiettarsi in sicurezza ed è stato tratto in salvo. Mi è stato riferito che c’è stata la distruzione di velivoli che trasportavano apparecchiature sensibili, il tutto nell’ambito di questa complessa missione CSAR (Ricerca e Soccorso in Combattimento).

L’F-15E è stato praticamente distrutto nell’impatto. Due elicotteri di soccorso sono stati colpiti dal fuoco nemico venerdì e i membri dell’equipaggio a bordo sono rimasti feriti, ma sono riusciti a lasciare l’Iran.

Mi è stato riferito che in questo salvataggio hanno agito in modo complesso, tenendo conto di molti fattori.

https://www.dailymail.co.uk/news/article-15707635/Trumps-extraction-airman-Iran-failed.html

Le varie squadre delle forze speciali statunitensi, tra cui i Pararescue dell’aeronautica, avrebbero ingaggiato scontri a fuoco con le milizie Basij iraniane per tenerle sotto fuoco di copertura durante l’estrazione del militare.

Secondo alcune fonti, le squadre di soccorso aereo dell’aeronautica statunitense starebbero conducendo un’operazione per recuperare l’ultimo pilota di F-15 ancora presente in territorio iraniano.

Secondo quanto riferito, gli elicotteri HH-60 Pave Hawk sono attivi sulle province di Chaharmahal e Bakhtiari, dove sono in corso pesanti combattimenti.

Nell’ultima ora, l’unità ‘Saberin’ delle Guardie Rivoluzionarie iraniane e le forze speciali aviotrasportate “65th (NOHEN)” si sono scontrate con i paracadutisti di soccorso e le forze speciali statunitensi presenti nella zona.

Secondo le accuse, gli Stati Uniti avrebbero impiegato due aerei da trasporto HC-130, oltre a diversi tipi di elicotteri e altri velivoli (Dash-8, MH-60, droni Reaper, ecc.).

Il C-295W modernizzato dell’aeronautica militare statunitense è stato avvistato a bassissima quota nei cieli sopra l’Iran.

L’aereo è in servizio presso il 427° Squadrone Operazioni Speciali (427° SOS), un’unità specializzata e segreta che fa parte del Comando Operazioni Speciali dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti (AFSOC).

La versione ufficiale afferma che gli HC-130 rimasero impantanati nel “fango” dopo l’atterraggio e dovettero essere distrutti a terra insieme a diversi elicotteri, sebbene in seguito questa versione sia stata corretta in “guasto meccanico”, nonostante siano stati trovati fori di proiettile sulle ali e sulla fusoliera dei rottami.

Ma allacciate le cinture, perché è qui che la storia comincia a sgretolarsi.

Si ritiene che l’F-15E originale abbattuto sia precipitato nell’Iran sudoccidentale, e le foto del suo relitto sono state geolocalizzate approssimativamente alle coordinate 30.787710, 50.701440, a circa 80 km dalla costa iraniana.

Come si può notare, anche le principali testate giornalistiche hanno riportato che l’incidente è avvenuto nella provincia sud-occidentale del Khuzestan:

https://www.usatoday.com/story/graphics/2026/04/03/where-did-us-f15-jet-crash-iran/89451983007/

Per quanto mi è stato possibile, ho rintracciato la geolocalizzazione originale fino a questo post , che mostra gli elicotteri di ricerca e soccorso da combattimento US Pave Hawk in volo sopra l’area che si presume essere il luogo dell’incidente originale dell’F-15E.

Ma ecco il colpo di scena: il nuovo filmato degli aerei da trasporto e degli elicotteri americani C-130 distrutti è stato geolocalizzato a oltre 200 km di distanza, alle seguenti coordinate: 32.258394, 51.901927.

Aerei C-130 ed elicotteri MH-6 distrutti.

La geolocalizzazione sopra riportata si trova appena a sud di Isfahan e, come potete vedere, a circa 200 km dalla precedente geolocalizzazione del CSAR:

Una precisazione: la geolocalizzazione del CSAR sembrava mostrare solo un gruppo di elicotteri di ricerca che transitavano in quella zona, non geolocalizzava effettivamente il relitto dell’F-15E abbattuto. Per quanto ne sappiamo, quegli elicotteri potrebbero essere stati diretti da lì verso il sito di Isfahan. Ma ricordiamo che anche fonti ufficiali dei media mainstream con contatti nel governo avevano inizialmente riportato che l’incidente era avvenuto proprio nell’area in cui erano stati avvistati e geolocalizzati gli elicotteri del CSAR; quindi questa conclusione non si basa su un singolo elemento di prova.

Inoltre, è ovviamente più logico che un F-15E operasse nella zona costiera piuttosto che a 300 km di profondità a Isfahan, in Iran, a lanciare bombe a corto raggio, compito che si penserebbe più adatto a velivoli stealth.

Tuttavia, una successiva geolocalizzazione avrebbe individuato il luogo dello schianto dell’F-15E appena a sud di Isfahan, alle coordinate 32°22’52.5”N 51°40’19.6”E .

Samir@obritix Luogo dello schianto di un F-15E dell’USAF, geolocalizzato a circa 25 km a sud di Isfahan google.com/maps?ll=32.381… 21:08 · 5 aprile 2026 · 82.800 visualizzazioni13 risposte · 81 condivisioni · 452 Mi piace

La foto qui sopra, utilizzata per la geolocalizzazione e che mostra il cratere, proviene dalla serie originale di foto con i detriti dell’F-15E visibili qui . Ciò collocherebbe la distanza tra i due siti dei detriti a circa 25 km:

Quello a nord-ovest è il luogo dello schianto dell’F-15E, mentre quello a sud-est è il campo dei detriti del C-130. Torneremo su questo punto tra un attimo.

Poi c’è il fatto che sono stati usati due C-130 per recuperare un singolo pilota abbattuto, un aereo progettato per trasportare quasi 100 passeggeri. Non sembra sospetto anche a voi ?

Certo, la versione ufficiale afferma che un gran numero di forze speciali sono state trasportate in aereo:

ULTIM’ORA: I due aerei MC-130 che trasportavano circa 100 membri delle forze speciali statunitensi in Iran per recuperare l’ultimo membro dell’equipaggio dell’F-15, il WSO (War Officer Officer), hanno subito guasti meccanici e non sono riusciti a decollare, rischiando di lasciare i commando bloccati dietro le linee nemiche – Reuters

Ma se così fosse, come hanno fatto a ottenere lo stesso numero dopo che entrambi gli aerei hanno subito “guasti meccanici”?

Ma aspettate, c’è dell’altro.

I resti geolocalizzati dei C-130 che apparentemente utilizzavano una “pista di atterraggio agricola” locale (32.223369, 51.897678) si trovano proprio oltre una montagna, a circa 35 km di distanza, dall’impianto nucleare di Isfahan, dove si presume sia stoccato l’uranio arricchito iraniano “quasi per uso bellico”.

In un articolo pubblicato il mese scorso, Rafael Grossi ha dichiarato quanto segue:

Quasi metà dell’uranio iraniano arricchito fino al 60% di purezza, un passo fondamentale per raggiungere il livello necessario alla produzione di armi nucleari, era stoccato in un complesso di tunnel a Isfahan e probabilmente si trova ancora lì, ha dichiarato lunedì Rafael Grossi, capo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

https://archive.ph/pCo90

Ascoltate attentamente qui sotto:

Tramite il link sopra riportato nella citazione, è possibile confermare che si fa riferimento al Centro di Tecnologia Nucleare di Isfahan, al centro della discussione. A quanto pare, presso il “complesso missilistico” collegato, si trova un complesso sotterraneo, il cui ingresso meridionale è alle seguenti coordinate: 32.585522° N, 51.814933° E.

Ciò colloca la fallita operazione clandestina statunitense a 35 km a sud-est di uno dei principali siti di estrazione di uranio dell’Iran.

È quindi logico ipotizzare che l’operazione di “salvataggio” dell’F-15E fosse una messinscena, un tentativo di depistare le indagini e nascondere qualcosa di ben più losco. Ricordiamo che Trump aveva parlato di esfiltrare l’uranio iraniano, un’operazione che avrebbe richiesto la costruzione di piste di atterraggio nel Paese. È plausibile che questo piano fosse già in atto da tempo, e che Trump abbia guadagnato tempo affermando che si trattava solo di una “possibilità” teorica attualmente in fase di valutazione.

Uno dei vicepresidenti iraniani, Esmaeil Saghab Esfahani, ha dato un indizio sul suo account ufficiale:

Ma se l’F-15E si fosse davvero schiantato vicino a Isfahan, sorgerebbero molti interrogativi:

Perché mai un F-15E dovrebbe sorvolare direttamente Isfahan? Anche se stesse bombardando il complesso nucleare con munizioni a corto raggio, non avrebbe bisogno di avvicinarsi così tanto, soprattutto sopra un importante centro abitato che probabilmente dispone di un sistema di difesa aerea concentrato.

È possibile che gli F-15 venissero utilizzati per fornire copertura all’altra operazione clandestina e che fosse necessario avvicinarli ulteriormente per scopi diversivi e per il supporto aereo ravvicinato (CAS) diretto con missili Maverick, bombe a guida laser, ecc., che hanno una gittata estremamente limitata e necessitano di una linea di vista diretta con l’aereo per colpire i bersagli. Ad esempio, i rapporti affermano apertamente che i caccia statunitensi hanno condotto attacchi diretti contro le forze iraniane che si avvicinavano all’area dell’operazione SAR. Ciò significa che sappiamo con certezza che i jet sono stati, almeno a detta di alcuni, impegnati in attacchi in quella zona, ma non dobbiamo necessariamente credere alla motivazione ufficiale . È molto probabile che abbiano attaccato per supportare la vera missione clandestina delle forze speciali, che fosse legata all’uranio o che si trattasse dell’inizio della base FARP (Forward Arming and Refueling Point) per scopi futuri.

C’è anche la nuova storia secondo cui la CIA avrebbe condotto un’operazione psicologica diversiva per far credere agli iraniani che gli Stati Uniti stessero trasferendo il pilota recuperato verso la costa in un convoglio, mentre la vera operazione di ricerca e salvataggio si svolgeva nell’entroterra del paese:

https://www.yahoo.com/news/articles/us-fooled-iran-rescue-downed-112116412.html

Funzionari statunitensi avevano precedentemente confermato la missione a FOX News, spiegando che la Central Intelligence Agency (CIA) aveva condotto un’ampia campagna di depistaggio nell’ambito dell’operazione di salvataggio.

La campagna della CIA consisteva nel diffondere in Iran la notizia che le forze statunitensi lo avevano già trovato e lo stavano trasferendo via terra per l’esfiltrazione, confondendo così le forze e la leadership iraniane impegnate nella ricerca del pilota scomparso.

Mentre le forze iraniane lottavano contro la disinformazione, l’intelligence statunitense è riuscita a localizzare il pilota in Iran e a fornire assistenza in una missione di estrazione delle forze speciali americane.

Conclusione

Possiamo formulare diverse conclusioni speculative.

1. Le truppe di terra sono già in azione in profondità nel territorio iraniano, e si concentrano proprio nell’area in cui l’Iran immagazzina il suo prezioso uranio. È molto probabile che Trump volesse mettere in scena un colpo di scena a sorpresa prima di annunciare al mondo una grande “vittoria”.

2. Molti hanno fatto notare che tutta questa vicenda dimostra quantomeno che l’Iran è stato indebolito a tal punto da permettere agli Stati Uniti di condurre missioni aeree in profondità nell’Iran centrale, anche con truppe a bordo, che riescono a entrare e uscire senza subire perdite.

Può darsi, ma allo stesso tempo, qualunque fosse lo scopo di quest’operazione, sembra essere stata un fallimento clamoroso con enormi perdite di materiale, se non di uomini, a seconda che si creda o meno alle versioni ufficiali. Possiamo presumere che se gli Stati Uniti avessero perso uomini, i corpi sarebbero stati ritrovati tra i rottami o altrove, e l’Iran li avrebbe esibiti con orgoglio. Quindi è lecito supporre che gli Stati Uniti non abbiano subito molte perdite, anche se non si tratta di una certezza assoluta.

L’Iran è un paese prevalentemente montuoso e, pertanto, è possibile effettuare piccole missioni clandestine che eludono la copertura radar, poiché è estremamente difficile far funzionare radar a lungo raggio in aree dove le montagne bloccano le onde radar in ogni direzione.

La mia personale ipotesi riguardo al punto precedente è la seguente: se dovesse verificarsi un’operazione delle forze speciali, verrebbe condotta solo con l’aiuto di “informatori interni”, come è successo in Venezuela. Se gli americani riuscissero a creare rapidamente un FARP (Forze Armate di Riserva) vicino a Isfahan allo scopo di organizzare un’incursione lampo, ciò sarebbe probabilmente possibile solo se scienziati e altri traditori, corrotti o ricattati, avessero intenzione di aiutare le unità delle forze speciali a entrare nei complessi, probabilmente sotto mentite spoglie o con qualche altro stratagemma.

L’operazione ha comportato perdite piuttosto considerevoli:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/04/05/iran-war-latest-news-trump-strait-hormuz-f15-pilot-rescue/

Totale dall’Operazione Epic Failure finora:

Il disastro sembra aver fatto precipitare un Trump squilibrato e instabile in un vero e proprio parossismo di rabbia incontrollata:

Sì, si tratta di un post autentico del Presidente in carica degli Stati Uniti.

A ciò si aggiunge il fatto che, secondo alcune fonti, gli Stati Uniti starebbero implorando l’Iran di concedere un cessate il fuoco di 48 ore, richiesta che l’Iran avrebbe respinto. Questo probabilmente è legato all'”operazione di salvataggio”, uno stratagemma per indurre l’Iran a cessare il fuoco e permettere così agli Stati Uniti di salvare le proprie truppe.

Gli iraniani hanno recuperato oggetti interessanti dal campo di macerie, tra cui crema solare, in vista di un “soggiorno prolungato” in territorio nemico:

La televisione iraniana ride del fallimento:

Il NYT conferma ancora una volta quanto avevamo già riportato, ammettendo che l’Iran sta riparando rapidamente tutte le sue basi missilistiche danneggiate.

https://www.nytimes.com/2026/04/03/us/politics/iran-missiles-launchers.html

Ascolta un po’:

Valutare con precisione le attuali capacità dell’Iran è stato difficile perché l’Iran sta impiegando un numero significativo di esche e gli Stati Uniti non sono certi di quanti dei presunti lanciatori distrutti fossero in realtà reali. Sebbene gli Stati Uniti dispongano di una stima dei lanciatori missilistici iraniani risalenti al periodo precedente la guerra, tale cifra non è precisa. È stato inoltre difficile valutare quanti lanciatori possano trovarsi in bunker o grotte colpiti dai raid aerei americani o israeliani.

In breve, è proprio come abbiamo sempre sostenuto: gli Stati Uniti non hanno la minima idea di cosa abbiano effettivamente eliminato, stanno solo tirando a indovinare. Praticamente tutti gli obiettivi che colpiscono sono in realtà dei bersagli diversi.

Oltretutto, come abbiamo già detto, gli Stati Uniti stanno esaurendo i veri obiettivi perché l’Iran ha semplicemente nascosto tutto, permettendo agli Stati Uniti di “scatenarsi” su obiettivi vuoti, infrastrutture civili, ecc.

https://www.politico.com/news/2026/04/02/trump-vows-to-keep-attacking-iran-but-hes-running-out-of-targets-to-hit-00856497

L’aviazione iraniana, la forza missilistica balistica, ecc., sono rimaste pressoché intatte. Sono tutte nascoste sottoterra e fortificate nella parte orientale del paese, con le Guardie Rivoluzionarie disperse sul territorio che si limitano ad “aspettare che gli Stati Uniti si arrendano” finché non si esauriranno le principali munizioni offensive.

Ricordate questo meme?

È proprio per questo che Trump ora si è concentrato esclusivamente sulle infrastrutture civili, come ha affermato nel suo delirante sfogo di prima. Non gli è rimasto più nulla da colpire che possa minimamente cambiare le cose: non ha più alternative.

Anche Israele ha fatto lo stesso, per le stesse ragioni. Sconfitti militarmente, gli Stati Uniti e Israele non possono far altro che fare ciò che sanno fare meglio: terrorizzare i civili nella speranza di trasformare l’Iran in uno stato fallito come Cuba, o come gli innumerevoli altri sfortunati che sono stati “liberati” dal potente Impero.


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Rassegna stampa tedesca 70a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Trump si era già fatto notare per la sua passione per l’oro quando era ancora un losco
imprenditore immobiliare newyorkese. In nessun altro luogo lo si può vedere meglio che nella
Trump Tower, la torre di uffici e abitazioni nel cuore di Manhattan che Trump fece costruire
all’inizio degli anni Ottanta e in cui ha vissuto fino al suo trasferimento in Florida. Ormai l’oro è il
colore non ufficiale della presidenza di Trump. Già durante la campagna elettorale aveva venduto
scarpe da ginnastica dorate, a 399 dollari al paio. In seguito ha inventato la «Trump Gold Card»,
una Green Card per milionari. In occasione del 250° anniversario degli Stati Uniti e del suo
ottantesimo compleanno, Trump si fa ora un regalo speciale. Una moneta d’oro con il suo ritratto,
24 carati, coniata dalla Zecca degli Stati Uniti.

23.12.2025
Dorato fuori, vuoto dentro
Trump, MAGA e l’oro: si dovrebbe parlare di amore, o meglio di ossessione. Ma alla destra americana
non si tratta solo di ostentazione in “stile dittatoriale” e della sua visione distopica del mondo, bensì
soprattutto di una cosa: gli affari

Di Ann-Kathrin Nezik
Donald Trump è sdraiato in una tenda di plastica e sembra che stia dormendo. Non ci sarebbe da stupirsi,
dopotutto al presidente degli Stati Uniti gli si chiudono spesso gli occhi anche durante le riunioni di
gabinetto.

Nel 1989, un giovanissimo Orbán, da un palco a Budapest, esortò le truppe sovietiche a ritirarsi. 37 anni dopo, il 62enne si scaglia con parole dure contro Bruxelles. «Non permetteremo che ciò che abbiamo costruito in tutti questi anni venga venduto per 30 denari di Bruxelles». Orbán non vuole abolire la democrazia e la libertà, no – ma al centro del suo sistema deve esserci un partito portante dello Stato che rappresenti la volontà popolare, che per lui si riflette nella triade di nazione, cristianesimo e famiglia. Per i partiti europei di destra come l’AfD, l’Ungheria è così
diventata il luogo del desiderio per la rinascita della nazione. Ma il paradiso conservatore di destra è in pericolo: poco prima delle elezioni parlamentari del 12 aprile, lo sfidante Péter Magyar è nettamente in testa con il suo partito Tisza. E proprio ora che lo spirito del tempo sembra spostarsi definitivamente a destra a favore di Orbán, egli potrebbe perdere.

STERN
02.04.2026
FIGURA DI RIFERIMENTO
Lo sfidante Péter Magyar potrà davvero trionfare in Ungheria? Le forze di resistenza del vecchio sistema,
che Viktor Orbán ha modellato interamente su se stesso e sul proprio potere, sono forti

Di Moritz Gathmann
Uno come lui non si arrende così facilmente. In una soleggiata giornata di metà marzo, Viktor Orbán è su un
palco a Budapest, davanti a decine di migliaia di suoi sostenitori, e fa ciò che fa da quattro decenni, ciò che
lo ha portato alla guida dell’Ungheria e lo ha reso un modello per i populisti di destra di tutto il mondo:
tiene un discorso infuocato.

Boris Pistorius è ancora il politico tedesco più popolare, ma ha pochissimo tempo. Entro il 2029 – o
anche prima – la Russia potrebbe attaccare anche altri Stati oltre all’Ucraina. Il ministro della
Difesa federale punta quindi sulla rapidità nel potenziamento militare. Ma le truppe saranno
davvero più sicure? O si stanno solo bruciando miliardi per colmare le lacune? Le ricerche del
nostro collaboratore Christian Schweppe mostrano come i progetti di armamento subiscano ritardi.

STERN
02.04.2026
EDITORIALE

Quando si tratta della storia delle riforme politiche della Repubblica Federale, non devo rovistare tra archivi
o documenti: mi basta chiedere a Nico Fried. Il nostro capo redattore politico ha assistito a così tanti
tentativi di ripartenza che nessuna svolta gli è estranea.

Vuole «prendersi il petrolio» in Iran, ha detto Donald Trump in un’intervista, come se fosse la cosa
più ovvia del mondo. Chi detiene il potere può farne ciò che vuole: questa è la visione del mondo
del cosiddetto leader del mondo libero. O, per citare le se parole: «L’unica cosa che può fermarmi
è la mia stessa morale». Tuttavia, il presidente dimostra quasi quotidianamente, dall’inizio del suo
secondo mandato, come stanno realmente le cose riguardo alla sua morale. E non è affatto certo
che alla fine riuscirà a mettere le mani sul petrolio iraniano, come nel caso del Venezuela. Al
momento prevale piuttosto l’impressione che il presidente degli Stati Uniti abbia completamente
sbagliato i calcoli con la sua impresa temeraria. Tra gli effetti collaterali della guerra c’è anche la
distruzione delle relazioni transatlantiche. L’Europa, che non è stata consultata né tantomeno
informata prima della guerra, nega il proprio sostegno al presidente degli Stati Uniti.

02.04.2026
Il bilancio devastante di Trump
Obiettivi di guerra mancati, effetti collaterali indesiderati incalcolabili, possibile uscita dalla NATO:
questa è l’eredità di Trump

Di Jens Münchrath
Pete Hegseth ha recentemente invocato anche Gesù Cristo per legittimare l’uso della forza militare in Iran.
Al Pentagono, il ministro della Guerra statunitense ha recitato una preghiera pasquale. Ha chiesto che le
truppe americane «usino una forza schiacciante contro coloro che non meritano pietà». Ha interpretato il
successo militare come espressione della volontà divina.

La Repubblica Islamica rimane salda anche senza la sua prima linea di comando, mentre gli Stati
Uniti, sotto il loro presidente irrazionale, si stanno perdendo: questa è l’immagine che viene dipinta.
La cosa assurda è che, a prima vista, è vero. In effetti, un mese dopo l’inizio della guerra, l’Iran,
apparentemente in svantaggio, appare chiaramente indebolito. Ma comunque come il più forte.
Come colui che era preparato, che aveva un piano. Questo si manifesta anche in un ambito
sorprendente: la comunicazione. Per la prima volta il sistema appare all’esterno non solo
controllato, ma quasi offensivo – e a tratti umoristico. Sui social media, figure ultraconservatrici
come il presidente del Parlamento Bagher Ghalibaf si presentano improvvisamente con arguzia.

02.04.2026
«Che gli americani vengano pure»
Perché l’Iran si sente già vincitore della guerra

DI LEA FREHSE E OMID REZAEE
La voce è calma, ma decisa. L’uomo sembra convinto di aver già vinto. La registrazione del suo discorso
dura esattamente 15 minuti. Si ritiene che provenga dall’Iran. La rivista ZEIT l’ha ricevuta da una ristretta
cerchia di ex politici iraniani che, già prima dello scoppio della guerra, avevano preso le distanze dal regime
e si erano rifugiati all’estero.

Il vicepresidente prende sempre più chiaramente le distanze da Trump – e si assicura così un
vantaggio nella corsa interna al partito contro il segretario di Stato Marco Rubio per la successione
di Trump. All’inizio della guerra, le prime dichiarazioni di Vance e Rubio non avrebbero potuto
essere più diverse. Il segretario di Stato ha dichiarato senza giri di parole che c’erano molte ragioni
per la guerra; J.D. Vance si è comportato in modo completamente diverso, ha rilasciato
un’intervista a Fox News senza rivelare cosa ne pensasse personalmente. Espressioni come «il
presidente vorrebbe», «il presidente è determinato», «gli obiettivi del presidente» hanno dominato
la conversazione. Anche nelle interviste successive ha sempre eluso le domande sulla sua
posizione personale riguardo alla guerra.


02.04.2026
Lotta di potere nella cerchia ristretta di Trump
L’intervento statunitense in Iran sta creando agitazione, non solo nel campo MAGA, ma anche nella
cerchia più ristretta del capo di Stato. A differenza del Segretario di Stato Rubio, il Vicepresidente Vance
prende chiaramente le distanze. Ciò ha a che fare con le sue ambizioni per il futuro

Di GREGOR SCHWUNG
«Qual è la migliore politica estera di Trump?», si chiedeva l’allora senatore J.D. Vance nel gennaio 2023 in
un articolo pubblicato sul «Wall Street Journal». «Non iniziare nuove guerre», scriveva in risposta. Per
questo motivo sosteneva Trump nella sua ricandidatura.

Martedì sera alla Casa Bianca ha affermato che la Francia e altri paesi sono in grado di
«provvedere a se stessi». Alla fine la situazione sarà molto sicura, ma Washington non avrà nulla
a che fare con essa. Gli attacchi del repubblicano all’alleanza transatlantica non sono una novità.
Trump considera la NATO una piattaforma transazionale, non una comunità di valori.


02.04.2026


Con tutta la forza contro la NATO
Trump e i suoi ministri suggeriscono di uscire dall’alleanza. Non ci si può fidare dei partner

Di Sofia Dreisbach, Washington
Donald Trump, dall’inizio della guerra con l’Iran, ha rivolto ogni sorta di insulti e minacce agli alleati della
NATO e dell’Unione Europea. Li ha definiti codardi, una delusione.

L’attacco russo all’Ucraina nel febbraio 2022 è stato caratterizzato da errori di calcolo e da un
atteggiamento di ottimismo ingenuo. La Russia ha sottovalutato le capacità dell’esercito ucraino,
che era stato modernizzato soprattutto durante il primo mandato presidenziale di Trump.
Quest’ultimo controllava il campo di battaglia grazie alle competenze americane nel campo delle
tecnologie dell’informazione e della comunicazione. La Russia, invece, ha condotto una guerra
ancora influenzata dalle esperienze della Seconda guerra mondiale. In seguito, l’esercito russo ha
dimostrato capacità di apprendimento e adattamento. Errori di calcolo e illusioni hanno cambiato
campo. In Germania è riemersa la vecchia arroganza nei confronti dei russi, che già
contraddistingueva la Wehrmacht e ne causò la rovina. Il motivo per cui si è arrivati a questo punto
lo si scopre in questi libri consigliati.

Numero di Aprile 2026
L’esito di ogni guerra è imprevedibile
La Seconda guerra mondiale è ormai storia, ma gli insegnamenti che ne derivano sono ancora attuali.
Spesso funge da punto di riferimento per comprendere meglio le guerre del presente. Tre autori
anglosassoni mettono a fuoco questa catastrofe

DI FRANK LÜBBERDING
Il 30 aprile 1942, il pilota britannico Ronnie Harker, impiegato presso la Rolls-Royce Motor Works, prova un
nuovo caccia americano. Si trattava di una delle tante novità, ma le prestazioni dell’aereo sviluppato dalla
North American Company lo delusero.

La dottrina Trump: una conversazione con Aslı Ü. Bâli e Aziz Rana_Trita Parsi

La dottrina Trump: una conversazione con Aslı Ü. Bâli e Aziz Rana 1 aprile 2026, dalle 12:30 alle 13:30 (ora della costa orientale degli Stati Uniti)

La trascrizione di un interessante dibattito organizzato dal Quincy Institute sui principi che informano la conduzione della politica estera di Trump_Giuseppe Germinario

Trita Parsi Benvenuti al webinar del Quincy Institute intitolato “La dottrina Trump”, una conversazione con Aslı Ü. Bâli e Aziz Rana.

 Mi chiamo Trita Parsi. Sono il vicepresidente esecutivo del Quincy Institute, un think tank di politica estera con sede a Washington che promuove idee volte a distogliere la politica estera degli Stati Uniti dalla guerra senza fine e a orientarla verso una diplomazia rigorosa. Siamo favorevoli a una strategia di sicurezza nazionale incentrata sulla moderazione militare e sulla diplomazia.

In un recente saggio della Boston Review, assolutamente da leggere – e vorrei precisare che questo webinar è co-ospitato o co-sponsorizzato dalla Boston Review – i membri non residenti del Quincy Institute, Asli Bali e Aziz Rana, hanno sostenuto che la nascente dottrina Trump sostituisce il multilateralismo e il diritto internazionale con una coercizione a tempo indeterminato, punizioni economiche e la normalizzazione del dominio sugli Stati più deboli. Fondamentalmente, essi fanno risalire questo quadro alla politica dell’amministrazione Biden su Gaza e al modo in cui essa considera la sovranità come condizionata e impiega sanzioni, blocchi e forza non come ultima risorsa, ma come strumento primario di politica.

Oggi, questa dottrina si riverbera dal Medio Oriente ai Caraibi, poiché a Israele è stato permesso di imporre un assedio su Gaza e impedire che cibo e medicine raggiungessero i civili. I critici avvertono che un simile ragionamento sta riemergendo altrove. Così, ad esempio, a Cuba, l’amministrazione Trump sta aggravando la carenza di cibo, carburante e medicinali attraverso un blocco navale sull’isola, suscitando accuse di punizione collettiva; in Iran, gli Stati Uniti e Israele stanno bombardando università, impianti di desalinizzazione e fabbriche farmaceutiche. Ciò che è stato reso ammissibile a Gaza viene ora impiegato altrove, erodendo decenni di norme internazionali volte a proteggere i civili.

Asli e Aziz sono qui con noi per aiutarci a fare chiarezza su tutto questo. Per chi di voi si è collegato tramite Zoom, vi preghiamo di utilizzare la funzione Q&A per porre le vostre domande. Se state guardando su Twitter, Facebook o YouTube, potete inserire le vostre domande nella sezione commenti e cercheremo di rispondere anche a quelle. Senza ulteriori indugi, vi presento i nostri relatori. Asli Bali è ricercatrice non residente presso il Quincy Institute e docente alla Yale Law School. La sua ricerca si concentra su due grandi aree, il diritto internazionale pubblico e il diritto costituzionale comparato, con particolare attenzione al Medio Oriente; i suoi studi sono stati pubblicati su tutte le principali riviste giuridiche del mondo. Non posso elencarle tutte qui. Aziz Rana è anch’egli ricercatore non residente presso il Quincy Institute e professore di diritto e scienze politiche al Boston College. La sua ricerca e il suo insegnamento si concentrano sul diritto costituzionale americano e sullo sviluppo politico. È autore di *The Two Faces of American Freedom* (2010), un libro che colloca l’esperienza americana nella storia globale del colonialismo. Il suo attuale manoscritto, *Rise of the Constitution*, esplora l’ascesa moderna della venerazione costituzionale nel XX secolo. Allora, Asla e Aziz, siamo lieti di avervi con noi. Vorrei concedere a entrambi circa tre minuti per esporre la tesi chiave che state proponendo nel vostro articolo su The Boston Review, e da lì passeremo a domande più approfondite.

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Aziz Rana 3:47

Beh, innanzitutto, grazie mille, Trita, per la bella introduzione. Vorrei dire che il mio secondo libro, intitolato The constitutional bind, how Americans came to idolize a document that fails them, è stato pubblicato di recente, quindi è disponibile.

Ma è meraviglioso essere qui e avere l’opportunità di interagire con il Quincy Institute e con tutte le persone che stanno guardando. Quindi, quello che pensavo di fare per un paio di minuti, magari all’inizio, è dare una breve panoramica su come stiamo interpretando questo momento della politica estera americana.

E noterete che, riflettendo sull’ultimo anno, fino alla guerra degli Stati Uniti contro l’Iran inclusa, ci sono stati fondamentalmente due approcci. Il primo approccio è dire: “Aspettate un attimo. Tutto questo è una rottura. Gli Stati Uniti erano i garanti di un ordine internazionale globale basato su regole, e Trump rappresenta una violazione di una premessa fondamentale della vita americana. Un altro approccio, che si vede forse più diffusamente a sinistra, è dire che tutto questo è sostanzialmente lo stesso. C’era la diplomazia delle cannoniere nel XIX secolo. Stiamo assistendo alla diplomazia delle cannoniere. Vedi, l’Impero è continuo.

E ciò che volevamo sostenere era che in questo momento potremmo davvero comprendere gli Stati Uniti come una storia sia di continuità che di rottura. Quindi forse traccerò molto rapidamente a grandi linee questo percorso a partire dal dopoguerra e poi forse passerò la parola ad Asla affinché parli un po’ più specificamente di alcuni elementi dell’articolo. Il modo in cui si può concepire il potere americano, specialmente nel periodo tra il 1945 e la caduta dell’Unione Sovietica, è che gli Stati Uniti hanno stabilito una serie di norme dopo la Seconda guerra mondiale basate sul multilateralismo e sulle regole. In seguito, lo hanno inteso come essenziale per la propria autorità globale. Quindi hanno interpretato il costituzionalismo a livello interno come parte di ciò che gli Stati Uniti offrono alla scena globale e di ciò che è diverso, diciamo, dagli ordini imperiali che lo hanno preceduto. Ma il pensiero alla base di tutto questo era che, affinché questo sistema funzionasse, ci dovesse essere un unico egemone, la supremazia americana, un unico paese in grado di uscire dalle regole per garantire che non ci fossero nazioni canaglia, che le persone fossero sostanzialmente impegnate a seguire le regole e che il mondo non precipitasse in qualcosa di simile alla Terza Guerra Mondiale.

E la cosa che noterete di quella dinamica è che significava che gli Stati Uniti consideravano fondamentalmente la propria osservanza delle regole come qualcosa che dipendeva dalla loro valutazione della sicurezza nazionale, perché la loro comprensione dei propri interessi di sicurezza nazionale era essenzialmente coincidente con gli interessi del mondo. E così, nel periodo dal 1945 al 1990, se si guarda solo a noi, le violazioni delle norme sono state incredibilmente estese: gli Stati Uniti hanno sostenuto ciò che, come sapete, è equivalso a quello che gli studiosi definiscono un genocidio in Indonesia, vari tentativi di colpo di stato, campagne di bombardamenti illegali nel contesto del Vietnam, operazioni segrete, l’assassinio di funzionari eletti, incluso, per esempio, in Iran nel 1953; quindi si ha una violazione continua delle norme.

Ma l’idea è che questa violazione sia parte integrante del mantenimento di un sistema complessivo.

E quindi la storia di fondo, in un modo che forse può sorprendere, è la violazione delle regole, ma allo stesso tempo un impegno da parte degli Stati Uniti, sia in termini di legittimazione interna, sia per quanto riguarda l’interazione con altri attori a livello globale, a favore delle regole stesse. E questo è anche rafforzato dal fatto che c’è un’altra potenza globale nell’Unione Sovietica. E quindi gli Stati Uniti devono conquistare i cuori e le menti rispetto all’Unione Sovietica. Ciò significa investimenti massicci in elementi del Sud del mondo. Significa un impegno a mantenere fede alle idee di rispetto delle regole. Ed è proprio questo, questo tira e molla, che definisce l’era.

E poi ciò che accade, essenzialmente, con il crollo dell’Unione Sovietica, è che i vincoli esterni sugli Stati Uniti, ovvero il fatto che esistano ragioni globali per cui gli Stati Uniti hanno davvero bisogno di un consenso, iniziano a scomparire.

E così, dopo l’89, non è che gli Stati Uniti decidano semplicemente di abbandonare completamente la premessa delle regole, delle regole. Anzi, gli Stati Uniti investono in nuove istituzioni multilaterali, come, ad esempio, l’Organizzazione mondiale del commercio, in sforzi di integrazione economica internazionale, e poi in un impegno verso vari tipi di organizzazioni multilaterali e regionali, specialmente quando si tratta dei paesi del Nord del mondo in Europa. Ma ciò che accade è anche che il Medio Oriente, in particolare, diventa un banco di prova per una nuova serie di politiche, dove proprio per il fatto che gli Stati Uniti sono ora privi di vincoli a livello globale, e considerano sempre più gli eventi in Medio Oriente come parte effettiva del loro vicino estero, a causa del desiderio di accesso all’energia, delle questioni relative al contenimento dell’Iran, degli impegni verso Israele e della sicurezza israeliana. Ciò che finisce per accadere in Medio Oriente, in realtà, dagli anni ’90 ad oggi, è un costante e sistematico allontanamento dalle regole stesse, anche, in relazione a Internet, ai nuovi accordi internazionali; gli Stati Uniti svolgono un ruolo centrale nella stesura della Corte penale internazionale, dello Statuto di Roma, ma poi, di fatto, a causa delle proprie azioni in Medio Oriente, si rifiutano di impegnarsi a firmarlo. E poi possiamo vedere questo svolgersi in modo abbastanza continuo, con alcune limitazioni. Ad esempio, nel contesto dell’accordo nucleare di Obama del 2015, fino all’amministrazione Biden, e poi dopo il 7 ottobre, la complicità assoluta dell’amministrazione Biden nelle azioni di Israele, compreso ciò che studiosi, attivisti per i diritti umani e organizzazioni internazionali finiscono per definire un genocidio a Gaza, dimostra essenzialmente fino a che punto le regole stesse siano state completamente sopraffatte dalla volontà degli Stati Uniti di impegnarsi in una violazione sistematica. Ed è in questa circostanza che Trump prende il potere. E ciò che Trump fa effettivamente è impegnarsi in una continuazione di quella defezione dalle regole in un modo in cui. Ora la visione che viene presentata è che le stesse istituzioni multilaterali sono un vincolo al potere americano, e che l’unico modo per difendere effettivamente gli Stati Uniti è riaffermare un impegno all’egemonia regionale nel suo vicino estero. Quindi l’America Latina, con l’enfasi sul Venezuela, su Cuba, ecc., con il Medio Oriente trattato di fatto ancora come parte del suo vicinato, e una visione dei vincoli multilaterali e del diritto internazionale come ciò che in realtà mina la posizione globale degli Stati Uniti, quindi un impegno alla coercizione, all’esclusione di un precedente quadro di consenso, e inoltre, a un approccio che ora tratta le regole internazionali stesse, proprio perché sono una minaccia, come un bersaglio di attacco diretto. Quindi gli Stati Uniti sono ora impegnati a smantellare di fatto le regole che hanno stabilito l’egemonia americana nel ’45 e quindi questa è una lunga storia di continuità, ma anche di rottura.

Asli Bali 10:58

Allora sì, lasciatemi intervenire un attimo; forse, sapete, Aziz ha fatto un ottimo lavoro nel ricostruire, in effetti, la lunga storia che ci ha portato al momento in cui ci troviamo. Quindi penso che la cosa migliore che potrei fare sia forse solo sottolineare un paio di punti, e poi potremo passare a riflettere su come il nostro articolo si applichi all’attuale dilemma. Perché, ovviamente, l’abbiamo scritto prima della guerra in Iran, e in realtà era il culmine di una serie di articoli che abbiamo scritto sulla Boston Review praticamente a partire dall’amministrazione Trump, almeno su questa linea. Quindi abbiamo avuto, sapete, “America’s Imperial Unraveling”, il nostro articolo sulle sanzioni del 2020 e ora questa dottrina di Trump e ciò che, esattamente come dice Aziz, sono storie di continuità, ma che continuano ad applicare la nostra argomentazione in modo aggiornato alle nuove espressioni dei modi in cui gli Stati Uniti si stanno posizionando in questo ordine globale.

Quindi, voglio dire, la prima cosa che direi essere continua è, come dice Aziz, che durante la Guerra Fredda, e poi dopo la Guerra Fredda, gli Stati Uniti si sono impegnati in forme di unilateralismo aggressivo su tutta la linea, ma un tempo venivano presentate come giustificate al servizio del multilateralismo, mentre ora, invece, si tratta di una sorta di unilateralismo aggressivo che è letteralmente in guerra con il multilateralismo, quindi va direttamente contro le istituzioni stesse. E questo solo per portarci al presente, hai appena avuto la lunga Duree. Ma è davvero importante capire le continuità dell’amministrazione Biden e fino a che punto, e ne potremo parlare di più man mano che entriamo nel vivo della conversazione. Ma le decisioni chiave prese, e i decisori chiave oltre allo stesso Biden, persone come Jake Sullivan, persone come John Beinner, a cui ora ci si rivolge come a una sorta di statisti responsabili in grado di guidare scelte sagge, sono stati essi stessi gli autori di queste decisioni, giusto?

Quindi questo è il tipo di cose in cui abbiamo visto un’espansione della discrezionalità esecutiva, che è una storia secolare, ma su cui l’amministrazione Biden ha assolutamente raddoppiato la posta in gioco, anche per quanto riguarda i poteri di guerra o l’isolamento delle scelte amministrative dell’amministrazione da un significativo scrutinio legislativo o da qualsiasi tipo di interrogatorio, anche nei momenti in cui quelle scelte erano profondamente impopolari. E Gaza è un’espressione davvero fondamentale di questi incrementi crescenti, sempre crescenti, di sostegno militare e finanziario a espressioni essenzialmente dirette e indirette della politica militare statunitense mai giustificate, senza mai perseguire alcun vincolo costituzionale interno né rispettare il diritto internazionale, l’uso strumentale del diritto internazionale per legittimare selettivamente particolari progetti, ad esempio in Ucraina, e la richiesta di una sorta di partecipazione obbligatoria alla politica economica che gli Stati Uniti hanno deciso di perseguire per isolare la Russia, abbandonando completamente i quadri internazionali quando questi diventavano scomodi, nel valutare Gaza o altri impegni che gli Stati Uniti erano disposti a sostenere nello Yemen e altrove; Trump ha amplificato, piuttosto che inventare, queste tendenze.

Quindi abbiamo intitolato il nostro articolo, sapete, usando questa frase, la dottrina Trump, non perché pensiamo che Trump abbia una dottrina coerente, cosa che assolutamente non ha, ma piuttosto perché tutti questi approcci hanno cristallizzato tendenze latenti già presenti nella politica statunitense, esprimendole però nei modi più estremi. Quindi il rifiuto aperto dei vincoli istituzionali internazionali, l’approccio totalmente transazionale alle alleanze, dove è come se fosse esplicitamente “pay to play”, ma a causa di quelle precedenti defezioni in cui gli Stati Uniti erano sempre più disposti, a propria discrezione, ad abbandonare sia le regole e i vincoli istituzionali sia gli interessi degli altri alleati, secondo il proprio giudizio, questa non è una novità, voglio dire, ovviamente il grado di transazionalismo, il tentativo di estorcere tangenti finanziarie e pagamenti agli individui all’interno dell’amministrazione, è una dimensione nuova, ma l’approccio transazionale alle alleanze non lo è e l’uso della coercizione economica, delle tariffe e delle sanzioni come strumenti primari, questi sono in un continuum con le scelte.

Che l’amministrazione Biden e le amministrazioni precedenti all’amministrazione Biden utilizzavano da tempo; ciò che forse è più evidente in Trump è il totale abbandono delle rivendicazioni normative sugli scopi del potere statunitense utilizzato in questo modo; non solo non è legato a un’agenda del, come dire, linguaggio ormai antiquato sulla promozione della democrazia, i diritti umani, ecc., che si sentiva ancora zoppicare sotto l’amministrazione Obama, sempre meno nell’amministrazione Biden, ma non è nemmeno legato a rivendicazioni normative sui modi in cui questo è una forza stabilizzante per la comunità internazionale in senso lato. Quindi ciò che abbiamo cercato di evidenziare nel saggio è il grado in cui i vincoli legali sull’azione unilaterale erano già stati spinti al limite, ben prima di Trump, certamente anche prima di Trump, ma già alla fine dell’amministrazione Obama, a causa della normalizzazione di queste scelte di deroga, molte delle quali sono state rese più visibili nel contesto della guerra al terrorismo. E quali sono, quindi, le implicazioni globali di tutto questo, e concludo qui, non sono solo l’indebolimento delle alleanze e delle istituzioni, ma certamente anche la normalizzazione di crescenti livelli di coercizione unilaterale per perseguire fini politici. E tutto questo accelera, non solo il multipolarismo.

Quindi l’ironia qui è che si tratta, in molti casi, di ferite autoinflitte alla capacità degli Stati Uniti di esercitare credibilità, legittimità e, in ultima analisi, soft power in un sistema internazionale in cui non hanno più lo stesso tipo di monopolio incontrastato sulle forme di hard power, perché si trovano di fronte a veri e propri concorrenti regionali in una varietà di arene. Quindi si tratta di un’accelerazione della multipolarità, lontano dall’unipolarità, ma non verso, sapete, un ordine multipolare che si inserisca in una sorta di quadro istituzionale globale e internazionale, ma piuttosto che sia sempre più libero da vincoli, complessivamente meno legato alle regole in ogni modo immaginabile, meno capace di essere contenuto all’interno di un unico insieme di istituzioni globali, e più incline a degenerare proprio in ciò che la cosiddetta dottrina Dunroe immagina, ovvero silos regionali non più in grado di essere riuniti in alcun formato multilaterale.

Grazie mille. Sia a te, Asli, che ad Aziz per la fantastica spiegazione. Vorrei approfondire. Avevo alcune domande in mente, ma prima di affrontarle, vorrei mettere alla prova una cosa, perché state delineando una storia in cui l’effettivo attacco alle istituzioni multilaterali tende ad arrivare piuttosto tardi. Prima di allora, anche se c’erano state molte deviazioni dal diritto internazionale, ecc., non c’era stato un vero e proprio attacco sistematico.

Mentre parlavate, ho recuperato questo articolo di Richard Perle pubblicato proprio il giorno in cui gli Stati Uniti invasero l’Iraq nel 2003, il 20 marzo, sul Guardian.

Il titolo dell’articolo è: “Grazie a Dio per la morte dell’ONU”. E lui prosegue dicendo che, sapete, Saddam è terribile, ma ciò che morirà con il regime di Saddam è la fantasia dell’ONU come fondamento di un nuovo ordine. E sostanzialmente sostiene la necessità di sbarazzarsi di tutti questi vincoli dell’ONU sugli Stati Uniti, e afferma che ciò che serve è una coalizione dei volenterosi per governare il mondo d’ora in poi.

E poi, naturalmente, c’è il famoso John Bolton che diventa ambasciatore all’ONU, e il suo obiettivo è andare lì e dire, in sostanza, che nessuno se ne accorgerebbe se l’intero edificio dell’ONU andasse a fuoco: la visione molto profonda secondo cui queste istituzioni multilaterali non fanno altro che limitare il potere americano e, di conseguenza, non hanno alcun valore particolare. Come inseriresti, e questo è il movimento neoconservatore, non era una parentesi, come inseriresti questo nel più ampio arco della storia e dell’evoluzione di questo approccio alle norme e al sistema multilaterale?

Asli Bali 19:03

Se posso, forse affronterò questo punto molto rapidamente e poi, Aziz, passerò la parola a te. Ma è, penso che sia un momento interessante. Prima di tutto, è così curioso pensare a Richard Perle, che una volta è stato descritto come il principe delle tenebre, mentre scrive sulle pagine del Guardian; questo, di per sé, è un motivo per conservarlo come un reperto di un momento particolare. Ma penso davvero che, come se ci fossero state molte persone nell’amministrazione Bush durante l’invasione dell’Iraq che si identificavano in questi termini, giusto, che stavano andando in guerra anche per liberare il Gulliver americano trattenuto dai Lillipuziani eccetera, per esprimere davvero, in un momento in cui la guerra al terrorismo era, sapete, nelle sue fasi iniziali, una sorta di capacità nuda e cruda di rimodellare coercitivamente il mondo secondo un’immagine impressa dalla concezione americana di ciò che la sicurezza richiedeva, ecc.

Ma direi che, nel giro di un anno, in un certo senso, Bush e il suo entourage hanno imparato la lezione umiliante che Trump potrebbe essere sul punto di imparare. Per quanto riguarda l’apprendimento di se stesso in questo momento, innanzitutto c’è un’enorme differenza tra ciò che c’era allora e ciò che è stato denunciato all’epoca da Richard Perle, John Bolton e altri: gli Stati Uniti hanno trascorso due anni, o un anno e mezzo, cercando di costruire un vero e proprio caso giuridico internazionale per la guerra in Iraq, sostenendo che le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU l’avessero già autorizzata, che l’Iraq rappresentasse questa grave minaccia, ecc. E naturalmente erano frustrati, perché il Consiglio, e sorprendentemente non solo Russia e Cina, ma anche la Francia, respinse fondamentalmente quelle argomentazioni.

E infatti, in seguito abbiamo appreso che all’interno dello stesso governo britannico, il loro ufficio legale diceva di no, ma il grado di preoccupazione riguardo all’ONU e all’ottenimento di quell’imprimatur era davvero evidente. È stato solo il fallimento di ciò che li ha portati ora a esprimere questo disprezzo. Beh, in meno di 12 mesi, erano tornati al Consiglio di Sicurezza dell’ONU chiedendo, in sostanza dicendo: non siamo riusciti a mettere insieme una coalizione abbastanza grande per distribuire i costi di questo conflitto disastroso, questa guerra elettiva che abbiamo lanciato; ora abbiamo subito queste ferite autoinflitte e abbiamo bisogno di assistenza. E hanno dovuto ottenere una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per approvare, in sostanza, le infrastrutture post-invasione. Coinvolgere l’ONU, costringerla, sapete, a condividere l’onere dei costi umanitari e di sicurezza regionale di ciò che avevano scatenato. E così l’ONU viene coinvolta di nuovo.

E naturalmente, l’ONU non è in grado di evitarlo, perché gli Stati Uniti rimangono una potenza egemonica capace di distruggere l’istituzione quando non si impegna in questo tipo di azione, e gli alleati erano disposti a farlo, Trump non avrà questa possibilità a sua disposizione.

Penso che le possibilità che l’ONU o gli europei accettino un progetto di ripulitura per un uso grottesco della forza coercitiva unilaterale americana, senza base giuridica internazionale e prematura in Iran, siano pari a zero, e questo in parte a causa della perdita di credibilità che rappresenta proprio quel momento che hai descritto. Ma vale la pena comprendere la distinzione tra ciò che è continuo e ciò che è diverso, giusto? Ciò che è continuo è esattamente il tipo di logica che hai appena descritto, in cui almeno una parte delle persone coinvolte nella definizione della politica americana vede il diritto internazionale e le istituzioni internazionali come una sorta di fastidio e di vincolo che impedisce agli Stati Uniti di esercitare appieno i propri poteri.

La lezione appresa in quel momento, anche da quella stessa cerchia di persone, è che è estremamente costoso, in modo insostenibile, anche per lo Stato più potente del sistema – e gli Stati Uniti erano molto più potenti nel 2003-2004 di quanto lo siano oggi, in termini relativi – che è insostenibile, attraverso la pura coercizione e il potere duro, portare effettivamente a termine gli obiettivi strategici che si sono prefissati; qualunque cosa pensino di poter ottenere con la coercizione, si rendono conto molto rapidamente di non avere il controllo dei risultati che hanno messo in moto compiendo quell’atto iniziale di coercizione, e che in realtà hanno bisogno di distribuire quei costi. Nel 2004 l’ONU era ancora disponibile come attore per facilitare quel progetto e l’amministrazione Bush abbandonò quel modo di parlare. E sapete, nonostante l’ambasciata di Bolton, gli Stati Uniti, in pratica, hanno effettivamente collaborato sistematicamente con l’ONU sotto Kofi Annan, Ban Ki-moon, ecc. E sono tornati alla loro precedente visione dell’ONU come elemento del proprio arsenale di arte di governo, piuttosto che come un vincolo esterno.

Trita Parsi 23:14

Molto interessante, Aziz, vuoi aggiungere qualcosa?

Aziz Rana 23:16

Voglio dire, penso che la cosa che vorrei sottolineare è che è davvero importante rendersi conto che nel dopoguerra gli Stati Uniti si trovano ad affrontare la bipolarità, la decolonizzazione globale e anche il resto della popolazione interna. Quindi questa è l’era del movimento per i diritti civili, dei disordini sindacali, e una delle cose che le élite nazionali americane devono essenzialmente sviluppare è un’argomentazione del tipo: beh, cosa rende gli Stati Uniti diversi? Cioè, perché gli Stati Uniti dovrebbero avere la supremazia globale e non opereranno necessariamente nello stesso modo in cui si sono comportate in passato le altre potenze imperiali egemoni e la legge? L’idea degli Stati Uniti è quella di impegnarsi in una visione di democrazia costituzionale, sia a livello interno, ma anche a livello internazionale.

E il sistema internazionale diventa davvero centrale per la sua autodefinizione. E poi, quando l’Unione Sovietica crolla, si pone una domanda concreta: beh, fino a che punto i tipi di vincoli che gli Stati Uniti si sono imposti dovrebbero rimanere in vigore? E fondamentalmente, penso che ciò che si osserva sia un costante allontanamento, durato decenni, da parte dell’establishment bipartisan della politica estera – di cui i neoconservatori fanno parte – dai tipi di vincoli che erano stati considerati giustificati. E quindi, quando Pearl fa commenti come questo, o si osserva il linguaggio utilizzato nei primi anni 2000, è un indicatore di un processo, già lungo un decennio, di allontanamento dall’idea che questi sistemi sostengano effettivamente gli interessi americani.

Ma penso che siano davvero degne di nota due cose. In primo luogo, il punto sollevato da Asli, ovvero che nel contesto della prima guerra del Golfo, nel contesto della seconda guerra del Golfo, nel contesto dell’Afghanistan, le élite americane, anche quelle affiliate al neoconservatorismo, sono ancora impegnate nell’idea che le leggi forniscano legittimità all’uso della forza, alle autorizzazioni all’uso della forza a livello interno. Quindi c’è un dibattito interno su questo, il ricorso al Consiglio di Sicurezza dell’ONU come modo per fornire legittimità internazionale all’uso della forza. Questo fa ancora parte della storia. In secondo luogo, anche l’argomentazione neoconservatrice sul perché si dovrebbero abbandonare le istituzioni internazionali si basa ancora su un’affermazione riguardo al ruolo eccezionale degli Stati Uniti nello stabilire una comunità globale impegnata in qualcosa di simile alla democrazia costituzionale. L’idea è che questi vincoli internazionali, proprio perché ci sono dittature coinvolte in organismi come il Consiglio per i diritti umani dell’ONU,

Questi sono i tipi di argomenti che sono stati avanzati. In realtà minano la capacità di generare qualcosa di simile alla democrazia locale. C’è un’affermazione su interessi diretti ad altri che è collegata all’intervento americano, e fondamentalmente, penso che una delle cose che abbiamo visto ora sia che questo non significa che la violenza effettiva che è stata perpetrata in luoghi come l’Iraq non sia stata incredibilmente distruttiva per la regione. Ha prodotto situazioni di stallo e regimi crollati, innumerevoli morti, intense sofferenze umane, ma significa che la linea che tracciamo non è solo l’abbandono dell’impegno verso le norme e il diritto internazionali, ma sempre più la lezione che, diciamo, le persone ora impegnate nel cambio di regime e nella guerra contro l’Iran hanno imparato.

La lezione che è stata imparata è che l’intera visione dell’eccezionalità americana, di una sorta di quadro morale per il potere americano, era di per sé il problema: in realtà non si può promuovere qualcosa come la democrazia in Medio Oriente.

Si tratta dell’investimento nell’idea, fondamentalmente, di una visione etnonazionale e civilizzazionale del mondo, diviso in comunità distinte. Non è una sorpresa che le persone che stanno portando avanti una guerra contro l’Iran in questo momento sostengano anche politiche di immigrazione, per esempio, che vieterebbero totalmente o parzialmente l’ingresso a oltre 70 paesi del Sud del mondo, in maggioranza in Africa e in Medio Oriente. Ciò significa che l’attacco ora è diretto proprio all’idea stessa di costruzione della nazione, alla premessa stessa che il potere degli Stati Uniti debba essere collegato a una visione di diffusione della democrazia. E quindi è un rifiuto del diritto internazionale. È un rifiuto delle premesse sottostanti dell’autorità immorale, e una ricostruzione del mondo, in realtà, attorno a un manicheismo molto duro del “noi contro loro”, in cui gli Stati Uniti hanno la propria sfera di influenza che dovrebbero dominare, anche attraverso pratiche di estrazione delle risorse e attraverso l’imposizione, tramite la coercizione, dei propri bisogni e fini.

Trita Parsi 27:51

Quindi questo non è uno scenario in cui ci si può opporre all’idea che l’America svolga un ruolo di “costruttrice di nazioni”, come la forza che deve spingere per la democrazia in vari luoghi, che lo abbiano chiesto o meno, in generale, perché, sapete, si può assumere quella posizione senza necessariamente credere che il motivo per cui si dovrebbe essere contrari sia che queste altre persone siano semplicemente, dal punto di vista culturale o civilizzazionale, inadatte alla democrazia. In sostanza, stai dicendo che esiste una visione che è in realtà piuttosto diffusa, nel senso che gli Stati Uniti dovrebbero fare un passo indietro rispetto a queste diverse questioni.

Ma coloro che stanno conducendo la baracca in questo momento stanno arrivando a questa visione da un’angolazione completamente diversa, da un punto di vista, per così dire, civilizzazionale, in cui, essenzialmente, non si tratta di cosa sia bene o male per gli Stati Uniti. Si tratta semplicemente di un compito impossibile, perché ci sono profonde differenze di civiltà e il potere americano non è sufficiente per poterle superare. Ti ho capito bene?

Aziz Rana 28:45

Sì. Quindi questo fa parte dell’errata interpretazione, a mio avviso, di Trump come anti-guerra, o addirittura anti-imperialista. Nel 2015 e nel 2016, ciò a cui Trump è riuscito a dare voce era che all’interno della base del Partito Repubblicano conservatore c’era un’opposizione intensa alla guerra in Iraq e in particolare ai progetti di nation building. E il modo in cui Trump, credo, alla fine ha dato voce a questo, è stato che la ragione per cui queste guerre sono fallite, e questa è la politica razziale che si gioca all’interno del Partito Repubblicano e nella politica di Trump.

Ora, la ragione per cui queste guerre alla fine sono fallite è a causa, sapete, dei limiti, dei limiti culturali all’interno delle società che gli Stati Uniti stavano cercando di trasformare, e quindi la lezione che si impara è che non dovremmo essere coinvolti. Non è che gli Stati Uniti non debbano impegnarsi in pratiche aggressive, estrattive, coercitive, tra cui il rovesciamento di regimi, eccetera, eccetera. È che gli Stati Uniti non dovrebbero essere coinvolti in quel tipo di guerre infinite che tentano di trasformare altre società in varianti degli Stati Uniti. Quindi non è una sorpresa. Nel 2015-2016 ha attaccato sia Jeb Bush, a causa della continuità di Jeb Bush con la dinastia Bush e la guerra in Iraq, sia ha invocato un divieto di ingresso ai musulmani. E questo è un momento storico, se si osservano i grafici sull’aumento dei crimini d’odio, in cui si nota un picco nei crimini d’odio nei confronti dei musulmani negli Stati Uniti.

Trita Parsi 30:23

Oltre a ciò, critica Bush per non aver preso il petrolio.

Aziz Rana 30:29

Esattamente il problema. Quindi l’idea è che proprio perché ci sono questi, virgolette, difetti intrinseci nelle società che non sono come la nostra, dobbiamo avere un muro fortificato che limiti la loro capacità di entrare, e dobbiamo assumere un atteggiamento fondamentalmente di belligeranza xenofoba. E quell’atteggiamento di belligeranza xenofoba potrebbe benissimo includere l’uso di forme estreme di violenza come modo per imporre il dominio, estrarre risorse e beni, ma ciò che non dovrebbe fare è impegnarsi in sforzi di trasformazione per alterare effettivamente quegli Stati in modi che sarebbero coerenti con le pratiche associate agli Stati Uniti. E così si sta preparando efficacemente il terreno per una visione del mondo divisa etnico-razzialmente, che immagina gli Stati Uniti come, sapete, uno Stato etnico-nazionale, e che tratta i nemici, sapete, al di fuori della fortezza come luoghi appropriati per, sapete, atti di violenza profondi, incompatibili sia con una teoria del diritto così senza legge, sia a livello nazionale che internazionale, che è fuori discussione.

Ma anche, dato che non si è necessariamente interessati, ad esempio, a modificare i termini della leadership. Quindi, se si riesce a trovare un Delsi Rodriguez, è fantastico. Se invece ciò che si ha è il collasso dello Stato, va bene, purché si sia in grado di esercitare il controllo sulle risorse primarie e mantenere il proprio senso di sicurezza e dominio dietro le mura della fortezza. Si tratta di un’estensione di elementi all’interno della coalizione di destra che emerge davvero con il crollo dell’Unione Sovietica e i limiti ai vincoli su una sorta di politica del dopoguerra. Ma è anche la vittoria, diciamo, di un elemento all’interno della politica di destra riguardo a come relazionarsi con il resto del mondo.

Asli Bali 32:30

Vorrei intervenire solo su un punto. Prima di tutto, sono assolutamente d’accordo con tutto ciò che hai detto, e l’idea di un rifugio solo per gli afrikaner bianchi, ecc., è proprio come se ci fossero così tanti modi in cui possiamo tracciare i collegamenti con l’IA oggi. Quella visione di un mondo in cui questa forma di nazionalismo bianco, del tipo: a chi siamo effettivamente collegati dal punto di vista della civiltà, quali interessi contano, ecc., è espressa in modo molto esplicito e chiaro attraverso l’amministrazione Trump.

Ma voglio riflettere sull’altro corollario, i luoghi in cui non abbiamo quelle poste in gioco civilizzazionali e che sono al di fuori delle mura della fortezza, ecc. C’è un altro elemento, chiamiamolo le premesse dottrinali, che è una sorta di raddoppio dell’asimmetria, la costruzione di una sorta di asimmetria controllata che si basa su una scommessa molto specifica. E anche questo è un’estensione di visioni precedenti che erano presenti, non solo tra i conservatori, che riflettono davvero una comprensione bipartisan del potere statunitense, man mano che diventava sempre meno vincolato nel XXI secolo, secondo cui gli Stati Uniti possono semplicemente applicare un’intensa pressione economica e militare selettiva per plasmare i risultati e piegare le geografie al proprio volere. Volenti o nolenti, che si voglia o meno provare a fare la nazione Bill, si può abbandonare tutto ciò, ma si ha comunque il desiderio di avere questo tipo di relazione estrattiva e transazionale, e dove i luoghi resistono, costringerli a partecipare a tale schema.

E questo si esprime in modo particolare nell’amministrazione Trump, come sottolineiamo nell’articolo, nei confronti di avversari che si presume siano strutturalmente più deboli e che, di conseguenza, si ritiene siano razionalmente avversi all’escalation: poiché si trovano in una posizione di debolezza, useremo questa forza schiacciante e loro si piegheranno alla nostra volontà. E il Venezuela è il miglior esempio di successo per coloro che credono in questo metodo, secondo cui è possibile evitare una guerra su vasta scala, raggiungere i propri obiettivi e farlo esclusivamente attraverso la coercizione. E l’Iran è quasi lo stress test ideale, per riprendere la tua espressione, Trita, per questa logica. Voglio dire, è stato trattato come, sai, economicamente vulnerabile alle sanzioni, dipendente, di fronte a un punto di pressione significativo, sia attraverso le sanzioni che attraverso i disordini interni che le condizioni economiche in Iran avevano prodotto. A gennaio, come sai, ci sono state proteste in Iran, militarmente inferiore in termini convenzionali, con quell’importante alleato americano che ha un vantaggio militare qualitativo come conseguenza di un impegno di politica estera americana a lungo termine, ancora una volta bipartisan, per preservare la sua superiorità militare qualitativa, ovvero Israele, mentre l’Iran è più limitato a livello regionale. I suoi proxy hanno subito un duro colpo, ecc.

Quindi questo è un luogo in cui la coercizione dovrebbe poter essere applicata esattamente in modo diretto, per piegare gli attori alla propria volontà e senza dover affrontare alcuna ritorsione significativa. Perché l’Iran è un altro classico esempio di “punching down”. E naturalmente, ciò che ha fatto è stato mettere in luce ancora una volta i limiti totali, e qui si sentono di nuovo gli echi della guerra in Iraq, di questo tipo di strategia, perché la guerra attuale mostra tutti i modi in cui queste premesse crollano. Prima di tutto, l’asimmetria agisce in più di una direzione. L’Iran potrebbe non essere in grado di competere con gli Stati Uniti in termini convenzionali, ma non ha bisogno di farlo. Può rispondere. A quanto pare hanno sottovalutato i proxy regionali, il che è sorprendente data la quantità di intelligence americana proprio su questo tema, e non sono riusciti a prevedere le interruzioni marittime.

Inoltre, l’Iran è in grado di una propria escalation incrementale che rimane ben al di sotto della soglia di guerra convenzionale a cui pensavano, mentre aumenta la pressione in modo tale che la coercizione si trasforma in un circolo vizioso; non sono affatto aversi all’escalation come immaginavano gli Stati Uniti, anche se si trovano in una posizione asimmetrica. Quindi non si tratta della campagna unilaterale che Trump immaginava di poter condurre, e questo è il primo punto: l’asimmetria funziona in entrambi i sensi. Secondo, le sanzioni e la pressione non producono sempre mancanza di resistenza o obbedienza, anzi, come abbiamo sottolineato in un articolo precedente, in quello sulle sanzioni che abbiamo scritto su The Boston Review. In realtà, questo tipo di coercizione selettiva può indurire. Invece di ammorbidire il bersaglio, possiamo indurire il regime. Lo stiamo vedendo in tempo reale proprio ora. Può aumentare la tolleranza al rischio o al dolore, proprio costringendo i paesi ad assumere una posizione sempre più resiliente, che è esattamente l’effetto che si è avuto a lungo termine su una serie di sanzioni nel contesto iraniano, a caro prezzo, ovviamente, per il bersaglio, ma non in un modo che non sia costoso anche per la strategia portata avanti da parte degli Stati Uniti, e potrebbe spostare gli incentivi verso l’escalation piuttosto che verso la concessione, perché hai già insegnato la lezione che la concessione genera più coercizione, cosa che, ancora una volta, gli Stati Uniti hanno fatto in abbondanza in Iran.

Quindi si stanno mettendo in luce i limiti. L’asimmetria è un’arma a doppio taglio. Le sanzioni e la pressione non producono necessariamente obbedienza. E infine, i limiti massimi dell’escalation sono totalmente illusori. La convinzione di colpire chi è più debole, di compiere un atto selettivo e coercitivo, e di poter calibrare la pressione con precisione e mantenere il controllo delle dinamiche che si sono scatenate è assolutamente falsa. E così ogni mossa incontra una contromossa.

Il confine tra i cosiddetti attacchi limitati o un’operazione e non una guerra si erode e si erode in modi che non hanno nulla a che vedere con il controllo degli Stati Uniti. Ed è anche ciò che è accaduto nel contesto iracheno, giusto? Questa è la storia di come gli Stati Uniti abbiano finito per dover distribuire il costo del proprio errore fondamentale.

Quindi quella che doveva essere una sorta di coercizione controllata, un’altra applicazione del potere asimmetrico degli Stati Uniti per plasmare il mondo a proprio piacimento, diventa un conflitto a tempo indeterminato con una sorta di deriva che è legata, e mi fermo qui, ma è davvero come, ve lo dico, la catena della nostra mente lavorativa e delle nostre malattie. È legata direttamente allo smantellamento dell’Impero. Questa è coercizione senza controllo, senza un’immagine di, sapete, gli Stati Uniti, ovviamente, sono ancora in grado di esercitare strumenti schiaccianti di coercizione commerciale, ma hanno assolutamente ridotto la loro capacità di plasmare i risultati in modo prevedibile, in parte come conseguenza del proprio smantellamento delle istituzioni che aiutano a incanalare le dispute politiche in modi particolari, e anche l’eccessiva ambizione strutturale che è necessaria quando si abbandona la logica delle istituzioni che incorporano e consolidano una sorta di organizzazione strutturale legittima o consensuale del globo a proprio favore, che è ciò che era il modello multilaterale originale dell’ONU, e invece ci si affida alla pura coercizione; allora si ha una sorta di eccessiva ambizione strutturale in cui, come sapete, la dottrina Trump fallisce nei suoi stessi termini, la sua stessa asimmetria di potere relativa che favorisce gli Stati Uniti non solo non può garantire il controllo sull’escalation, ma può effettivamente giocare a vantaggio del suo avversario in un ordine regionale frammentato e interconnesso in cui il dolore può essere distribuito rapidamente e a basso costo da un rivale asimmetricamente più debole.

Trita Parsi 39:19

Grazie. Vorrei fare un’altra domanda su questo, e poi dobbiamo passare, come sapete, ai dettagli su Gaza e su come questo stia influenzando la situazione odierna. Ma una cosa che emerge da tutto questo è che c’è una continuità, ma c’è un’escalation significativa con Trump e la sua dottrina, perché ora sta andando completamente contro le istituzioni multilaterali, mentre anche l’amministrazione Biden, di cui ero molto critico per come affrontava l’ONU, cercava questo RBI, o ordine internazionale basato sulle regole, come alternativa a un ordine incentrato sulla legge. Ma potrebbe esserci, di conseguenza, semplicemente questo?

Ma Trump è in realtà un’eccezione. È una continuazione, ma è anche un’eccezione perché compie quel passo in più che le amministrazioni precedenti non hanno fatto, e di conseguenza, gli Stati Uniti torneranno a un approccio ancora altamente problematico, in cui continuano a erodere molte di queste diverse norme, continuando a minare il sistema multilaterale nel suo complesso, ma senza questo tipo di attacco palese al sistema in sé, o il, sapete, il rifiuto dell’idea stessa che queste leggi debbano esistere o debbano essere prese in considerazione in alcun modo.

Intervengo molto brevemente e poi passo la parola ad Aziz per dire che questa era una storia che avrebbe potuto essere raccontata in Trump 1. Penso che questa sia un’eccezione, che ci sia una norma di fondo. C’è un consenso bipartisan sul fatto che gli Stati Uniti torneranno alla normalità, ecc., il che richiede un ordine internazionale disposto ad aderire a istituzioni che ritiene siano sostenute da una forma di potere in cui si ritiene che gli Stati Uniti siano in grado di riprendere un ruolo di garante, ecc.

Penso davvero che a questo punto questa non sia più un’opzione disponibile, che nessuna futura amministrazione statunitense sarà in grado di offrire le garanzie necessarie o di suggerire di essere soggetta ai vincoli rilevanti per far accettare agli altri nel sistema internazionale l’idea che gli Stati Uniti possano svolgere un ruolo stabilizzante, si è semplicemente dimostrata troppo instabile internamente e troppo ribelle ora non più, come ho detto, ricorrendo a ciò che un tempo, gli Stati assecondavano l’unilateralismo americano, anche quando comportava forme di coercizione con cui erano fondamentalmente in disaccordo – sanzioni secondarie, ogni genere di cose – perché credevano che, in fondo, gli Stati Uniti continuassero a sottoscrivere un impegno di fondo verso il multilateralismo.

Penso che la capacità di suscitare quella fiducia negli altri sia ormai compromessa. Questo non vuol dire che non ci sia una via di ritorno verso il multilateralismo o le istituzioni internazionali, perché penso che, in definitiva, l’alternativa a quel modello non sia un sistema multilaterale diverso che abbia anch’esso portata globale, eccetera, ma piuttosto, come ho detto, quello scenario davvero da incubo di compartimenti stagni regionali, eccetera, che sarà complessivamente peggiore per tutti gli Stati, giusto? È molto più incline ai conflitti, molto più probabile che degeneri rapidamente in una terza guerra mondiale. Quindi gli altri Stati hanno un incentivo a preservare le regole e le istituzioni, ma non hanno più motivo di credere che gli Stati Uniti fungano da garanti.

Quindi il problema è: come si supera il problema dell’azione collettiva, ovvero come si fa a far sì che quegli Stati agiscano collettivamente in un modo che sia nell’interesse di tutti, ma che comporti, sapete, innanzitutto l’internalizzazione di alcuni costi e, in secondo luogo, l’assunzione di una quota molto maggiore di responsabilità per preservare l’ordine. Quindi l’ONU è un ottimo banco di prova. In questo momento, l’amministrazione Trump è sul punto di mandare in bancarotta le Nazioni Unite. Potremmo trovarci di fronte a una situazione in cui, letteralmente, non sarà più in grado di tenere le luci accese e pagare il proprio personale di base così com’è. Si sta deteriorando sotto molti aspetti in questo momento; stiamo parlando di una somma di denaro ridicolmente piccola, che è un errore di arrotondamento sul costo giornaliero della guerra contro l’Iran in questo momento.

Eppure, in qualche modo, non abbiamo ancora visto il superamento del problema dell’azione collettiva che consiste semplicemente, sapete, nell’aggiungere questo minuscolo, minuscolo incremento di capitale per sostenere un sistema multilaterale al fine di superare questo periodo di Trump e poi farlo esistere ancora per qualunque cosa venga dopo, che non sarà mai un ritorno a un sistema ideato dagli Stati Uniti in quanto tale, ma almeno un sistema in cui gli Stati Uniti possano essere uno tra una serie di attori. Ma anche questo ostacolo piccolissimo, piccolissimo, piccolissimo sta risultando difficile da superare, quindi è difficile capire esattamente come potrà avvenire.

Quindi, voglio dire, sono totalmente d’accordo sul fatto che si possa raccontare una storia. In effetti, questa era la storia di Biden nel 2021 su un ritorno alla normalità, in cui Trump rappresentava una sorta di momento eccezionale che è stato sconfitto, e in cui lo stesso Trump potrebbe essere perseguito e condannato per aver tentato di rovesciare un presidente eletto democraticamente. Il problema, in sostanza, è che il ritorno di Trump ha sostanzialmente stravolto i calcoli sulla credibilità a lungo termine degli Stati Uniti e, in particolare, l’idea che si possa contare sugli Stati Uniti sia come baluardo della sicurezza globale sia come baluardo globale per gli accordi giuridici internazionali; in passato, anche se gli Stati Uniti si allontanavano proprio perché vedevano il sistema stesso come contrario ai propri interessi, si poteva presumere che gli Stati Uniti si sarebbero comportati in modo da pensare a impegni a lungo termine.

Il problema, ovviamente, ora è che se c’è un crescente riconoscimento della fondamentale instabilità americana, allora ciò suggerisce essenzialmente che l’unico modo per arrivare a un percorso che assomigli anche solo a un impegno verso il vecchio insieme di norme è attraverso un nuovo accordo multilaterale, scusate, multipolare, che non sia basato sulla supremazia americana. Quindi. C’è questo. L’altra cosa che vorrei solo sottolineare, e che ritengo sia una questione davvero significativa, è il fatto che tutte queste dinamiche di cui stiamo parlando a livello globale hanno i loro paralleli a livello interno negli Stati Uniti, perché possiamo raccontare esattamente la stessa storia di come il periodo del dopoguerra negli Stati Uniti abbia stabilito un insieme di pratiche costituzionali di base che avrebbero dovuto definire ciò che costituiva un patto costituzionale americano, dal liberalismo razziale a uno Stato sociale limitato, all’impegno per i controlli e gli equilibri, alla regolamentazione del capitalismo di mercato con infrastrutture amministrative, e poi a livello internazionale, alla promozione di tutti questi diversi elementi, comprese le libertà civili e le norme sui diritti umani, attraverso una serie di accordi internazionali.

E fondamentalmente, si può sostenere che il crollo dell’Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda abbiano comportato, tra le altre cose, che i tipi di pressioni che limitavano non solo la sinistra. Quindi pensiamo alla Guerra Fredda come a un periodo di repressione della politica socialista, della politica di sinistra negli Stati Uniti, ma che ha anche limitato l’estrema destra creando strutture di incentivo affinché il centro-destra comprendesse questo patto come coerente con i propri obiettivi di parte. Tutto ciò è stato rimosso, e in effetti ciò che è successo è che la destra ha abbracciato sempre più un tipo di politica che possiamo interpretare come fondamentalista in molti modi diversi. Quindi il rifiuto del liberalismo razziale, il rifiuto dei vincoli sui mercati, il rifiuto dei controlli e degli equilibri, compresa la difesa di una forma incredibilmente aggressiva di autorità esecutiva, per cui ci troviamo in un momento in cui Trump incarna anche un attacco alle premesse fondamentali del costituzionalismo americano che erano state erose, francamente, in modo bipartisan per decenni, ma che ora sta subendo una sorta di crollo in cui è possibile che i Democratici possano prendere il potere nel 2026 e che si possa avere un presidente democratico nel 2028, presumibilmente, nel 2028, supponendo che si tengano elezioni più o meno funzionanti. È probabile che ciò accada.

Ma non c’è alcuna presunzione che si possa rimettere il genio nella lampada, che si possa tornare a un momento storico precedente, o che si possa presumere una trasformazione a favore di qualcosa che sia più genuinamente una pratica di democrazia costituzionale; al contrario, si ha questa combinazione di paralisi e incertezza e di un nuovo presidente in carica che forse verrà sostituito da un altro presidente in carica che, ancora una volta, attacca in modo ancora più aggressivo i fondamenti della legge. E così queste dinamiche interne interagiscono con quelle internazionali in modi che rendono molto difficile immaginare un ordine internazionale stabile che consideri gli Stati Uniti come uno dei pilastri di tale stabilità.

Trita Parsi 47:54

Abbiamo una domanda dal pubblico: quale ruolo svolgono Israele e il suo eccezionalismo nella dottrina Monroe, specialmente quando le azioni israeliane diventano un tema di divisione tra gli Stati Uniti e i loro alleati europei della NATO? Israele occupa un posto specifico nella dottrina Donroe? E vorrei solo aggiungere a questo che se poteste fornire esempi di come la condotta di Israele a Gaza, che sembrava davvero una guerra contro il diritto internazionale stesso, cercando di cancellare tutte quelle diverse norme sull’uso della forza. È affascinante vedere che, all’inizio, si negava che ci fossero stati bombardamenti sugli ospedali. In seguito, non ci sono state smentite. Invece di dire: “Beh, sapete, ovviamente stiamo bombardando gli ospedali, Hamas è lì”. C’è stata una farsa. Ogni volta che uccidevano un giornalista dicevano: “Beh, è stato accidentale. Lo indagheremo”.

Ora, lo annunciano addirittura loro stessi.

Abbiamo quel giornalista in cui hanno semplicemente cambiato radicalmente la realtà. E vediamo che qualcosa di simile si sta verificando anche nella guerra contro l’Iran in questo momento: gli Stati Uniti, con tutti i difetti che avevano, e sapete, l’errore iniziale di attaccare e invadere l’Iraq, non hanno bombardato deliberatamente le università irachene, ma ora stiamo vedendo che ciò è stato fatto in modo assolutamente deliberato a Gaza, e ora viene fatto anche a Teheran, in quella che sembra essere l’israelizzazione della forma americana di guerra. Quindi potresti rispondere alla domanda di Jim e raccontarci la storia di come il comportamento di Israele abbia finito per avere un ruolo, qualunque esso sia, nella dottrina Donroe.

Asli Bali 49:38

Forse ricomincio da capo, Aziz, se vuoi. Allora, prima di tutto, penso che questa descrizione sia esattamente corretta, in particolare la descrizione molto incisiva che hai dato a Chita dei modi in cui abbiamo visto i vincoli essere gettati via in tempo reale mentre nuove interpretazioni vengono promulgate dagli israeliani, dove non hanno nemmeno più bisogno di fingere che non lo stiano facendo. Prendendo di mira direttamente ospedali, università, sistemi scolastici, infrastrutture, ecc. Penso che non sia una novità. Penso che si trattasse di un progetto risalente almeno alla metà degli anni ’90, da parte di particolari élite israeliane. E Benjamin Netanyahu ha messo, sapete, ha messo per iscritto, in sostanza, che aveva una visione per una sorta di nuovo ordine americano per il Medio Oriente, e il posto di Israele in quell’ordine.

E quindi, proprio sul punto della dottrina Donroe, direi, come ha menzionato Aziz in precedenza, che c’è un modo in cui il Medio Oriente stesso viene presentato come parte del vicino estero dell’America, un’altra sfera che deve rientrare nella sua influenza regionale. E Israele è, sapete, una sorta di Stato-guarnigione, dove gli Stati Uniti hanno piantato la loro bandiera più di ogni altro, sebbene abbia una struttura diversificata di alleanze, compreso il Golfo, e stiamo vedendo le conseguenze di quelle alleanze ora. Nei paesi arabi del Golfo, Israele è il partner centrale e l’articolazione della visione americana per la regione, e possiamo vedere nella guerra con l’Iran che anche i suoi interessi, la sua comprensione degli obiettivi strategici, sono prioritari in un modo che è praticamente coincidente con ciò che gli Stati Uniti stessi perseguono nella regione, indipendentemente dal fatto che ciò sia sostenibile, data l’evidente divergenza di interessi sottostante tra i due paesi, con Israele che ha una serie particolare di obiettivi per i risultati che vuole vedere nella regione, tra cui, a quanto pare, il crollo di numerosi Stati in tutta la regione. Se ciò rimanga coerente con gli obiettivi strategici americani è una questione a parte, ma per il momento direi che si inserisce perfettamente nella dottrina Donroe. Mi interesserebbe sapere se Aziz la pensa allo stesso modo. Ma sull’altra questione, quella che hai sollevato tu, Trita, voglio dire, gli Stati Uniti fin da subito dopo l’11 settembre hanno iniziato ad abbracciare una serie di nuovi principi di diritto umanitario internazionale, o di diritto bellico, come le leggi di guerra, dottrine che gli israeliani avevano già introdotto negli anni ’90.

Quindi, in questo contesto, si ha l’Operazione Grapes of Wrath nel sud del Libano sotto Shimon Peres, che fondamentalmente rappresenta la rottura del modello di governo laburista di Rabin in Israele, e diventa il passaggio verso il primo mandato di Netanyahu come primo ministro.

E in quel mandato, la questione palestinese si trasforma da una questione che verrà risolta attraverso un percorso diplomatico o in qualche modo in un processo di pace, a una questione che verrà interamente securitizzata e riguarda l’aumento progressivo della repressione e la piena militarizzazione del progetto, a partire dal 1996 direi, con Netanyahu come primo primo ministro. E poi si ha l’introduzione di cose come, ad esempio, l’uccisione mirata, presentata come qualcosa di diverso dall’uccisione extragiudiziale, che non è consentita. E la ridefinizione dei civili, della leadership politica civile, degli attori civili come soggetti che in qualche modo partecipano direttamente alle ostilità. Queste categorie esistevano nel diritto internazionale umanitario, ma sono state ampliate. Sono state ampliate in modi che sostanzialmente confondono o eliminano sistematicamente la distinzione tra obiettivi militari e civili in una serie di mosse dottrinali incrementali che erano proprie solo di Israele, ampiamente respinte dal CICR e da altri negli anni ’90, e persino nei primi anni 2000, fino a quando gli Stati Uniti non hanno iniziato ad abbracciarle.

L’idea che, sapete, ci siano combattenti irregolari di vario tipo che non godono dei benefici dei privilegi di belligeranza previsti dalle Convenzioni di Ginevra in Afghanistan, che ci siano, sapete, combattenti nemici che non sono o che non godono del beneficio di essere trattati come se partecipassero effettivamente a una forza di combattimento regolare, anche se stanno conducendo una guerra nell’esercito di uno Stato organizzato e così via. Quindi, come l’israelizzazione o l’adozione da parte degli Stati Uniti di varie dottrine – chiamiamole innovazioni – che emergono dall’IDF, l’Ufficio Legale ha una lunga tradizione ed è davvero parte della storia della guerra al terrorismo. E poi, man mano che gli Stati Uniti e Israele annunciano congiuntamente sempre più spesso che non si è in grado o non si vuole, si sa che si può ignorare la sovranità degli Stati e usare la forza sul territorio di uno Stato senza il suo consenso con la motivazione che si sta dando la caccia a un attore non statale.

Ancora una volta, ci sono argomentazioni a questo proposito che si cristallizzano nell’adozione esplicita della dottrina, e poi l’affermazione che questa dottrina è ormai diventata diritto internazionale. Perché? Perché c’è tanta pratica statale alle spalle. Quale pratica statale? Quella di Israele e degli Stati Uniti. Ma naturalmente, gli Stati Uniti sono impegnati in così tanti teatri contemporaneamente. Una volta abbracciate alcune di queste dottrine, iniziano a cercare di generalizzarle, e man mano che gli alleati della NATO e altri le accettano, sebbene persino il Regno Unito sia limitato nella propria condotta in Iraq, nell’abbracciare molte delle reinterpretazioni che gli Stati Uniti utilizzano.

Inoltre, ad esempio, l’interrogatorio potenziato e il tentativo di aggirare ciò che costituisce tortura, un altro prestito dottrinale o espansione di una serie di strategie israeliane. Ma c’è una Corte europea dei diritti dell’uomo. Ci sono vincoli reali di un tipo che altri attori devono affrontare, che gli Stati Uniti non affrontano. Gli Stati Uniti, senza vincoli, hanno un Dipartimento di Stato, un Dipartimento della Difesa, gruppi di avvocati che entrano ed escono dal mondo accademico. Kelley, anch’io, che insisto continuamente sul fatto che queste sono dottrine in qualche modo legittime, o sono reinterpretazioni significative del diritto esistente, finché non si arriva al punto, come dici tu, in cui siamo al genocidio. Siamo a Gaza, siamo alla guerra d’assedio, siamo alla punizione collettiva, siamo all’affamamento delle popolazioni civili. Eppure, vengono fornite argomentazioni tali da presentare in qualche modo Cuba come una sorta di amalgama del diritto unilaterale degli Stati Uniti, nelle proprie relazioni commerciali, di imporre embarghi commerciali, ecc.

Può scegliere di commerciare o meno, e poi imporre sanzioni secondarie, anche in circostanze come quelle attuali del JCPOA, dove essi stessi violano il relativo accordo giuridico internazionale,

JCPOA stipulato con una serie di altri Stati, sostenuto dal Consiglio di Sicurezza, ma impone sanzioni secondarie alla capacità di commerciare di altri paesi, e ora a Cuba, andando persino oltre e interdicendo, imponendo un blocco dei carburanti che comporta una limitazione fisica della capacità di altri paesi di commerciare con Cuba, il tutto presentato come se fosse in qualche modo in una zona grigia, o ammissibile o legale, così che vediamo non solo Israele imporre esplicitamente la “gazificazione” del Libano meridionale, annunciando l’uso della stessa dottrina che sta prendendo di mira le pratiche in Iran, ma anche gli Stati Uniti, come hai indicato, abbracciare strategie di targeting e altre a livello globale, al di là persino del teatro mediorientale, che riflettono questo. Quindi è di nuovo il culmine. Voglio solo dire che questa è, ancora una volta, la nostra storia di continuità e rottura, sia il culmine di una serie di tendenze che abbiamo visto ormai, purtroppo, da un quarto di secolo, ma anche qualcosa che rappresenta una vera e propria rottura a causa della differenza qualitativa di scala a questo punto.

Trita Parsi 56:38

Aziz, so che vorresti intervenire, ma se non ti dispiace, dato che ci restano letteralmente solo due minuti, farò un’ultima domanda e poi passerò a te: alla fine del tuo fantastico articolo, voi ci lasciate forse un po’ di speranza, perché in tutte le varianti del potere americano dal secondo dopoguerra, c’è un approccio che rimane genuinamente non testato: la multipolarità in termini inclusivi, piuttosto che attraverso la rivalità imperiale. Un tale approccio si fonderebbe, e sto sintetizzando un po’, su una visione di un mondo organizzato attorno all’autocontrollo reciproco, al processo decisionale collettivo e ai beni comuni globali condivisi. Aziz, la multipolarità è nell’interesse nazionale degli Stati Uniti?

Aziz Rana 57:21

Quindi la mia opinione è assolutamente che una delle cose che abbiamo effettivamente visto nel corso di questi decenni è che il percorso particolare che gli Stati Uniti stanno perseguendo a livello internazionale, ovvero un mondo organizzato attorno a una netta divisione tra insider e outsider, che considera le risorse non come un bene comune, ma come qualcosa da accumulare, che vede la legge, in modo puramente strumentale, come qualcosa che si applica ai nostri nemici, ma noi stessi siamo al di fuori della legge, ha creato a livello interno una cultura dell’impunità che avvantaggia pochi e che compromette il nostro stesso sistema democratico di base; e in verità, penso che la lezione da trarre qui sia che la visione postbellica della supremazia americana alla fine, in molti modi, si è autodistrutta perché era sempre, in qualche modo, costruita attorno a un presupposto di defezione. Nel 1973 Arthur Schlesinger parlava del presidente imperiale. Abbiamo condotto indagini sui tipi di violenza che venivano combattuti all’estero, sulle forme di abuso della sicurezza nazionale che vedevamo sul territorio nazionale, con la sorveglianza dei servizi segreti su vari tipi di organizzazioni per i diritti civili e contro la guerra, in modo che la supremazia non generasse effettivamente qualcosa di simile a un interesse nazionale, e ora ciò a cui stiamo assistendo con Trump è che una visione di multipolarità che in realtà riguarda solo la rivalità imperiale vecchio stile, e chiunque abbia il bastone più grande in qualunque zona, che si tratti di Israele in Medio Oriente o degli Stati Uniti e delle Americhe, è in grado di affermare una sorta di dominio estremo.

Non solo è qualcosa destinato a fallire perché le persone inevitabilmente lo rifiuteranno, come la loro stessa condizione di sofferenza permanente e la presunzione che la gente non abbia diritto all’autodeterminazione, ma produce anche società, e lo stiamo vedendo all’interno degli Stati Uniti, che non sono costruite per affrontare effettivamente le crisi sociali prevalenti e i problemi di base che le persone affrontano e che possono effettivamente produrre qualcosa di simile a una libertà equa ed efficace.

Quindi, in realtà, la multipolarità che presuppone che un bene comune globale debba essere un luogo di condivisione della ricchezza, che comprenda l’imposizione di vincoli a se stessi come meccanismo per creare un mondo in cui il vincolo diventi una norma di base, è essenziale, e forse, solo per dirlo come punto finale, questo è anche il motivo per cui penso che i quattro elementi di ciò che abbiamo visto messo alla prova a Gaza dopo il 7 ottobre debbano essere nominati. Biasimati e respinti.

Uno, l’idea che si possa semplicemente procedere all’assassinio di persone che non sono figure militari, quindi semplicemente l’assassinio di accademici, giornalisti, politici. Due, che si possa immaginare che il mondo possa essere organizzato come comunità etnico-nazionali chiuse. Lo stiamo vedendo ora in Libano, con il New York Times che riporta l’idea che Israele stia chiedendo alle comunità cristiane nel sud di allontanare essenzialmente gli sciiti che lì hanno goduto di una sorta di rifugio sicuro. Quindi, in sostanza, alterare demograficamente i termini della società in modo che ogni spazio sia riservato a una sola comunità etnica. Il terzo è l’idea che le leggi di guerra siano in realtà solo opportunità per l’imposizione di violenza estrema, compreso l’attacco alle infrastrutture civili e ai civili. E poi il quarto, che possiamo considerare cose come le sanzioni e i blocchi come una forma legittima di mettere in ginocchio le economie. Tutti questi elementi sono stati generalizzati in modi che ora gli Stati Uniti stanno effettivamente perseguendo a livello globale, da Cuba all’Iran, e che ciascuno di questi elementi rende impossibile vivere in un mondo con gli altri.

E quindi non solo i tipi di vincoli legali sono essenziali per ciò che potremmo considerare l’interesse nazionale degli Stati Uniti, ma aggiungerei anche che l’impero, in definitiva, l’impero del XIX secolo, non solo non era nell’interesse nazionale delle persone reali in alcune parti del Nord del mondo, ma era anche un modo di stare al mondo profondamente moralmente corrotto. E che, in fin dei conti, non conta solo quali siano gli interessi strategici della realpolitik, o cosa dica la legge, ma conta quale tipo di comunità etica vogliamo condividere con gli altri. E il fatto che negli Stati Uniti siamo arrivati al punto di non riuscire nemmeno a discutere apertamente del tipo di universo morale in cui vogliamo vivere è indicativo sia del lungo percorso che ci ha portato qui, sia delle particolari forme di coercizione che caratterizzano questo momento.

Trita Parsi 1:02:07 Fantastico.

Grazie mille. Asla e Aziz raccomandano vivamente a tutti di visitare Bostonreview.net e cercare l’articolo. Il link è presente anche sul nostro sito web, proprio nell’invito che avete visto tutti al momento dell’iscrizione a questo webinar. È stata una conversazione fantastica. Non vediamo l’ora di riavervi con noi, sperando in un articolo più ottimista la prossima volta. Ma questo è un contributo straordinario alla nostra comprensione più ampia del perché ci troviamo dove siamo in questo momento; prima di congedarvi tutti, e mi dispiace che siamo in ritardo di un paio di minuti, voglio solo assicurarmi di pubblicizzare il nostro prossimo webinar, che in realtà è piuttosto correlato a questo. È domani alle due. Si intitola “Qual è il nuovo paradigma delle relazioni tra Stati Uniti e Venezuela dopo Maduro” e vedrà la partecipazione di Francisco Rodriguez, Julia Buxton e Orlando Perez. Per chi non fosse iscritto alla mailing list di Quincy, vi invitiamo a visitare il sito quincyinst.org per iscrivervi, in modo da ricevere gli inviti a tutti i nostri webinar ed eventi, oltre alle nostre pubblicazioni. Detto questo, grazie ancora a tutti e speriamo di vedervi domani. Grazie mille.

Grazie mille, davvero mille grazie.

TRUMP STA IMPARANDO CHE TOP GUN MAVERICK NON È LA VITA REALE_di Chima e Laura Diplomatic

TRUMP STA IMPARANDO CHE TOP GUN MAVERICK NON È LA VITA REALE

L’abbattimento di un aereo dell’aeronautica statunitense in territorio iraniano farebbe rinsavire Trump?

Chima4 aprile
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D’accordo, questo mio scritto sarà estremamente breve perché sono impegnato a lavorare a un articolo esaustivo su un processo in corso in Nigeria, che vede coinvolti cittadini accusati di “spionaggio” per conto dell’Iran.

Come ho già affermato in precedenza, è una costante abitudine del governo statunitense sottovalutare i propri avversari. Ogni volta che si accende la televisione satellitare americana, si sente sempre un commentatore, un giornalista, un politico o un funzionario governativo statunitense definire il governo iraniano il “regime del Mullah Pazzo” . Il che è piuttosto ironico, considerando che la Repubblica Islamica dell’Iran è in realtà guidata da individui molto preparati e colti, alcuni dei quali hanno persino studiato nel Regno Unito e negli Stati Uniti.

Potreste non condividere i sentimenti religiosi dei leader sciiti iraniani, ma non hanno nulla a che vedere con i fanatici jihadisti sunniti che appartengono a gruppi terroristici come l’ISIS e Al-Qaeda, i quali hanno addirittura collaborato con i servizi segreti occidentali. Osama Bin Laden, nato in Arabia Saudita, e Mohammed al-Jolani, nato in Siria, sono esempi ben noti di jihadisti sunniti che hanno lavorato con i servizi segreti occidentali.

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Tornando all’Iran, è stato un terribile errore da parte di Donald Trump interiorizzare la volgare propaganda sionista secondo cui, una volta ucciso l’Ayatollah Khamenei e la leadership del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), l’Iran precipiterà nel caos. Per qualche ragione, a nessuno importa che l’Iran possieda forze armate convenzionali di gran lunga superiori alle forze paramilitari dell’IRGC.

Secondo la Costituzione iraniana, sono le forze armate convenzionali, che controllano la stragrande maggioranza dei mezzi corazzati pesanti e dell’artiglieria del paese, a dover assumere la guida nel respingere qualsiasi invasione terrestre da parte di un nemico straniero.

Il generale di brigata Ebrahim Zolfaghari dell’esercito regolare iraniano funge da portavoce del quartier generale delle operazioni congiunte, che coordina le attività tra le forze armate convenzionali e le Guardie Rivoluzionarie.

Nel corso degli anni, l’Iran ha ripetutamente avvertito i governi statunitensi che si sono succeduti che, in caso di attacco, avrebbe distrutto le basi militari americane negli stati arabi del Golfo e bloccato lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, i funzionari dell’amministrazione Trump sono rimasti sorpresi quando l’Iran ha effettivamente dato seguito a queste minacce in seguito ai raid aerei israelo-americani del 28 febbraio, che hanno ucciso più di 200 iraniani, tra cui 168 studentesse, numerosi leader militari iraniani, l’ayatollah Khamenei e diversi membri della sua famiglia.

L’amministrazione Trump si aspettava che l’Iran reagisse con alcuni attacchi a Tel Aviv e forse un attacco simbolico a una base statunitense in Qatar, prima di affrettarsi a tornare al tavolo delle trattative. Centinaia di droni e missili iraniani che distruggevano basi militari statunitensi in tutto il Medio Oriente sono stati un vero shock per i guerrafondai di Washington.

I droni iraniani Shahed, a basso costo, hanno distrutto aerei militari e radar statunitensi del valore di miliardi di dollari, situati a terra all’interno di basi sparse negli stati arabi del Golfo.

La guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran è giunta alla quinta settimana, ed è ormai chiaro a tutti gli osservatori di buon senso che la resistenza militare iraniana è destinata a durare. Eppure, Trump e i suoi sostenitori continuano a illudersi che l’Iran sia sul punto di esaurire missili e droni e che un’invasione di terra da parte delle forze speciali statunitensi riuscirà finalmente a sottomettere il Paese.

Circolano anche voci infondate secondo cui le truppe statunitensi potrebbero recuperare le scorte iraniane di uranio altamente arricchito da impianti nucleari nascosti all’interno di montagne. Gli americani non hanno idea di dove si trovino queste scorte di uranio e, anche se lo sapessero, l’unico modo per raggiungerle sarebbe che l’Iran cessasse ogni resistenza militare.

A questo punto, vorrei aggiungere che tutte le affermazioni secondo cui i raid aerei statunitensi avrebbero distrutto o bloccato l’accesso a questi siti nucleari montani sono pura assurdità. Lo stesso vale per la recente dichiarazione di Trump secondo cui le scorte di uranio iraniane sarebbero state sepolte in profondità nel sottosuolo dai raid aerei statunitensi e non sarebbero più recuperabili.

Sfruttando la mia esperienza come ex ricercatore a livello di dottorato nel campo dell’ingegneria meccanica, ho scritto un articolo nel giugno 2025 in cui spiego l’assurdità delle affermazioni di Trump. L’ articolo è consultabile cliccando sull’immagine sottostante:


LA BANALE SIMULACR DI TRUMP, UN FUORI DI TESTA IN IRAN
Chima·22 giugno 2025
LA BANALE SIMULACR DI TRUMP, UN FUORI DI TESTA IN IRAN
NOTA: In qualità di ricercatore accademico nel campo dell’ingegneria, ho pensato di condividere le mie prime impressioni sull’attacco statunitense di ieri contro gli impianti nucleari iraniani.
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Passiamo ora all’argomento di oggi…

La decisione del Pentagono guidato da Pete Hegseth di inviare numerosi velivoli militari statunitensi nello spazio aereo iraniano è stata chiaramente dettata dall’arroganza. L’Iran ha abbattuto costosi droni appartenenti sia a Israele che agli Stati Uniti. Droni MQ-9 Reaper, Elbit Hermes 900 e IAI Heron sono stati ripetutamente abbattuti da vari tipi di sistemi di difesa aerea di fabbricazione iraniana.

Un caccia F-35 statunitense in volo all’interno dello spazio aereo iraniano è stato danneggiato da un missile a guida infrarossa lanciato dal complesso di difesa aerea a corto raggio Majid. Il missile a ricerca di calore ha eluso la tecnologia stealth del caccia, progettata per eludere i radar.

L’Iran prende di mira gli aerei nemici sia a terra che durante le missioni di volo. Un aereo AWACS E-3G “Sentry” è stato distrutto mentre si trovava a terra in Arabia Saudita. L’AWACS, del valore di 500 milioni di dollari, era uno di almeno dieci velivoli militari statunitensi danneggiati o distrutti a terra nelle basi americane in Medio Oriente.

Nonostante le prove inequivocabili che l’Iran avesse la capacità di colpire gli aerei in volo sul suo spazio aereo con complessi di difesa aerea operanti in modalità infrarossa per eludere le emissioni di segnali radar, l’amministrazione Trump continuava a credere che gli aerei dell’aeronautica e della marina statunitense potessero operare all’interno dell’Iran senza rischi seri.

Il 25 marzo, il Segretario alla Guerra Pete Hegseth ha dichiarato che la tecnologia stealth statunitense rendeva le difese iraniane “irrilevanti” . Durante il suo discorso televisivo del 1° aprile, il Presidente Trump ha affermato che i radar iraniani erano stati “annientati al 100%” e che le forze statunitensi erano “inarrestabili” .

Naturalmente, non ci sono prove che l’Iran non possieda più alcun radar. Anzi, è molto probabile che gli iraniani ne abbiano ancora e li utilizzino solo in modo intermittente per non rivelare la loro posizione agli americani. In ogni caso, il metodo preferito dall’Iran per ingaggiare aerei nemici è quello di applicare i propri sistemi di difesa aerea in modalità di tracciamento ottico e a infrarossi passivo, che eludono i ricevitori di allarme radar.

Rappresentazione grafica del luogo dell’incidente dell’F-15E e dell’area coperta dagli elicotteri di ricerca e soccorso statunitensi (Fonte immagine: Ria Novosti )

Con l’abbattimento di un caccia F-15 americano sul sud-ovest dell’Iran e di un aereo d’attacco A-10 Warthog sullo Stretto di Hormuz, Pete Hegseth e il suo capo dalla carnagione arancione, Donald Trump, stanno iniziando a rendersi conto che la realtà di questa guerra è ben diversa da quella del film hollywoodiano Top Gun: Maverick .

Mentre scrivo questo articolo, giungono nuove notizie secondo cui gli Stati Uniti avrebbero tratto in salvo uno dei piloti del caccia F-15 abbattuto, mentre l’altro potrebbe essere stato catturato dagli iraniani, sebbene quest’ultima notizia non sia ancora stata confermata.

Secondo quanto riportato dai principali media americani, due elicotteri statunitensi impegnati in una missione di ricerca e soccorso nel sud-ovest dell’Iran sarebbero stati colpiti dal fuoco iraniano. Nel frattempo, l’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha riferito dell’abbattimento di un aereo da combattimento israeliano nei pressi di Teheran.

L’emittente americana NBC News afferma che due elicotteri statunitensi sono stati presi di mira.

Questi disastri in corso indurranno Trump a cambiare rotta e ad abbandonare i suoi folli piani di invasione di terra dell’Iran? Chissà. Visto il comportamento imprevedibile di Trump, tutto è possibile…

Trump ha abbandonato la falsa narrativa sulla “liberazione degli iraniani dai mullah folli” e ha rivelato il suo desiderio di aggiungere il petrolio iraniano al suo portafoglio di conquiste, che comprende già il greggio pesante del Venezuela.

Bene, ora torno a scrivere un articolo approfondito sul processo per spionaggio legato all’Iran che si sta svolgendo presso un tribunale federale nigeriano nella capitale Abuja .


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Assistere allo strano spettacolo di Trump che commette suicidio politico

Laura Rosen3 aprile
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Una donna siede tra le rovine della sua casa a Teheran. Fotografia di Maryam Saeedpoor. Pubblicata su Twitter da Kev Joon .

A cinque settimane dall’inizio, la guerra con l’Iran non sta andando bene. E in particolare non sta andando bene per il presidente Trump.

Venerdì, un caccia F-15E dell’aeronautica militare statunitense è stato abbattuto nel sud-ovest dell’Iran; un membro dell’equipaggio è stato tratto in salvo, mentre un secondo risultava ancora disperso alle 17:00 di venerdì. Un secondo aereo da combattimento statunitense, un A-10 10C Warthog, è stato anch’esso abbattuto dal fuoco iraniano, ma secondo alcune fonti è precipitato in Iraq. Due elicotteri HH-60G Pave Hawk impiegati nelle operazioni di soccorso “sono stati danneggiati dopo essere stati bersagliati dal fuoco delle forze iraniane, e alcuni membri dell’equipaggio di uno degli elicotteri sono rimasti feriti”, ha riportato il Washington Examiner .

Secondo il Comando Centrale degli Stati Uniti, al 1 ° aprile le forze armate statunitensi avevano colpito oltre 12.000 obiettivi in ​​13.000 voli di combattimento in Iran.

Ma il regime iraniano sembrava, semmai, rinvigorito, sempre più fiducioso di sopravvivere alla guerra tra Stati Uniti e Israele, e attualmente ricavava maggiori entrate dalle vendite di petrolio e dal suo controllo di fatto sullo Stretto di Hormuz rispetto a prima dell’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele, il 28 febbraio.

Secondo quanto riportato dai media statali iraniani, l’Iran avrebbe respinto l’offerta statunitense di un cessate il fuoco di 48 ore. Il Wall Street Journal ha riferito che l’Iran avrebbe comunicato a un gruppo di Paesi impegnati nella mediazione di non essere disposto a incontrare funzionari statunitensi in Pakistan nei prossimi giorni. Un funzionario iraniano non ha risposto immediatamente a una richiesta di chiarimenti in merito.

“È probabile che i decisori iraniani preferiscano la continuazione dei combattimenti a un cessate il fuoco che servirebbe solo da preludio a una futura ondata di ostilità”, ha scritto su Twitter Danny Citrinowicz, ex analista dell’intelligence israeliana specializzato in Iran. “In assenza di garanzie che affrontino le loro principali esigenze strategiche, l’Iran ha pochi incentivi a porre fine all’attuale campagna militare”.

“Sebbene l’Iran non abbia determinato il momento in cui il conflitto avrà inizio, è intenzionato a plasmare le condizioni in cui si concluderà”, ha affermato.

Venerdì Trump si è rintanato alla Casa Bianca con i suoi collaboratori e non ha fatto alcuna apparizione pubblica.

Giovedì ha insistito sul fatto che l’Iran fosse desideroso di raggiungere un accordo.

“Perché non ci hanno chiamato? Abbiamo appena fatto saltare in aria tre dei loro ponti la scorsa notte”, ha detto a Time giovedì, riferendosi all’Iran.

Ma è l’Iran che ritiene sempre più di avere il sopravvento, afferma l’analista iraniano Hamidreza Azizi.

“Il recente discorso di Trump era inteso a proiettare un’immagine di controllo sull’escalation e di una traiettoria di conclusione ben definita, ma l’Iran lo ha interpretato in modo opposto”, ha scritto Azizi . “La combinazione di minacce massimaliste, l’assenza di un chiaro punto di arrivo politico e la mancanza di un piano concreto per la riapertura di Hormuz consentono a Teheran di dipingere Washington non come dominante, ma come strategicamente incoerente”.

Le minacce di Trump, pronunciate mercoledì in un tardivo discorso alla nazione sulla guerra, di bombardare l’Iran per riportarlo all’età della pietra, hanno avvantaggiato il regime iraniano e hanno indotto alcuni iraniani, che inizialmente speravano nella nascita di un governo migliore a seguito della campagna statunitense contro di esso, a cambiare idea, ha affermato Alex Vatanka, esperto di Iran presso il Middle East Institute.

“Se gli Stati Uniti iniziano a far saltare in aria le cose solo per il gusto di farlo, credo che il regime ne trarrà vantaggio”, ha affermato Vatanka giovedì durante un panel virtuale sull’Iran organizzato dal Middle East Institute. “La reazione al commento del presidente Trump sul riportare l’Iran all’età della pietra non è stata affatto positiva… e sto usando un eufemismo”.

“Per quanto riguarda gli strumenti a disposizione degli Stati Uniti, l’idea di affidarsi semplicemente a una maggiore dimostrazione di forza, a un’escalation più marcata, è esattamente ciò che sembra volere il regime dall’altra parte”, ha affermato.

Nel frattempo, i sondaggi d’opinione continuano a mostrare un calo del gradimento di Trump ai minimi storici, con circa due terzi degli americani che disapprovano la sua gestione dell’economia statunitense e del costo della vita, e una diffusa opposizione alla guerra in Iran.

Vedi Il potere dei numeri di G. Elliott Morris Post di oggi sul calo del gradimento di Trump ai livelli di George W. Bush dopo l’uragano Katrina e di Nixon dopo il Watergate:

Il tasso di approvazione di Donald Trump ha toccato un nuovo minimo questa settimana. Al 2 aprile, la media di FiftyPlusOne indica un indice di gradimento netto di -21,4, con il 37,2% di approvazione e il 58,6% di disapprovazione. Si tratta del valore più basso registrato durante il suo secondo mandato.

Quanto è grave un valore di -21,4? Rispetto ai presidenti precedenti, l’indice di gradimento di Trump è il più basso di qualsiasi presidente a questo punto del suo mandato, a partire da Roosevelt.

Se si considera Trump come un presidente al secondo mandato, il suo indice di gradimento attuale è superiore solo a quello di Richard Nixon dopo il Watergate e pari alla fiducia riposta in George W. Bush dopo l’uragano Katrina e il peggioramento della guerra in Iraq:

Morris conclude :

“In sintesi: il calo di gradimento di Trump non sembra tanto il risultato di una singola crisi isolata, quanto piuttosto l’effetto cumulativo di una presidenza che continua a far sentire gli elettori inascoltati e meno sicuri economicamente. Ripetutamente, i maggiori cali di popolarità si verificano in seguito a eventi che hanno aumentato i costi, accresciuto l’incertezza o rafforzato la sensazione che il Paese sia fuori strada. E poiché il presidente ha dimostrato quasi nessuna capacità – o interesse – a riconquistare il sostegno, la sua impopolarità appare meno come un problema puramente politico o economico e più come una caratteristica distintiva del suo secondo mandato.”

Vedi anche:

Pew : Gli americani disapprovano in larga misura l’intervento militare statunitense in Iran.

Secondo un sondaggio Reuters/Ipsos , l’indice di gradimento di Trump tocca un nuovo minimo del 36% a causa dell’impennata dei prezzi del carburante in seguito alla guerra con l’Iran.

AP : Secondo un nuovo sondaggio AP-NORC, la maggior parte degli americani ritiene che l’intervento militare statunitense contro l’Iran sia andato troppo oltre.

RCP :

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IRAN: ANALISI DEI RELITTI DEGLI AEREI DA TRASPORTO MC-130

Questo breve articolo fa seguito all’articolo di ieri, riportato di seguito:

TRUMP STA IMPARANDO CHE TOP GUN MAVERICK NON È REALE
Chima·4 aprile
TRUMP STA IMPARANDO CHE TOP GUN MAVERICK NON È REALE
NOTA DELL’AUTORE: Bene, questo mio scritto sarà estremamente breve perché sono impegnato a lavorare a un articolo esaustivo su un processo in corso in Nigeria, che coinvolge cittadini accusati di “spionaggio” per conto dell’Iran.
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Ora passiamo al seguito…

Sui social media, Trump ha salutato come un successo l’operazione delle forze speciali statunitensi per salvare due piloti dell’aeronautica americana bloccati in Iran. Dal tono trionfalistico del suo sfogo sui social, è chiaro che il presidente Trump intende ancora portare avanti il ​​suo folle piano di inviare truppe di terra in territorio iraniano.

Sì, il salvataggio dei piloti è un successo, ma di Pirro . Nelle ultime 48 ore, undici velivoli – per un valore di oltre 400 milioni di dollari – sono stati danneggiati o distrutti. Ecco l’elenco:

A parte l’elicottero Chinook distrutto a terra in Kuwait e l’aereo A-10 distrutto vicino allo Stretto di Hormuz, i restanti nove velivoli sono stati danneggiati o distrutti durante missioni di volo all’interno dell’Iran. Otto di questi sono stati danneggiati o distrutti in Iran durante la missione di soccorso per estrarre due aviatori dell’aeronautica statunitense che si erano eiettati prima che il loro caccia F-15E si schiantasse.

L’ emittente televisiva della Repubblica Islamica dell’Iran (IRIB) ha trasmesso filmati del luogo dell’incidente che mostravano i rottami di un aereo statunitense:

Di seguito sono riportate ulteriori fotografie del vasto luogo dell’incidente, scattate da civili iraniani sul posto:

I resti sparsi degli aerei da trasporto MC-130

In primo piano si vedono le pale del rotore, presumibilmente appartenenti ai resti di un elicottero MH-6 Little Bird. Sullo sfondo si scorgono i resti di aerei da trasporto MC-130.

Primo piano delle pale dell’elica deformate di un aereo MC-130.

Anche la rete televisiva statale iraniana Student News Network ha pubblicato alcune fotografie del relitto:

Image

I riquadri rossi nelle foto evidenziano i fori di proiettile e i segni di esplosione sulle ali degli aerei da trasporto MC-130 precipitati.

Prima dello schianto degli elicotteri e degli aerei da trasporto, diversi civili iraniani armati si sono filmati mentre sparavano contro di essi. Di seguito un esempio:

Nel loro insieme, le fotografie e i filmati contraddicono la versione ufficiale del CENTCOM/amministrazione Trump, secondo cui le forze speciali statunitensi avrebbero distrutto a terra i due aerei da trasporto Lockheed MC-130 rimasti impantanati nel fango.

Il terreno è asciutto e duro. Non c’è fango in cui le ruote dell’aereo possano impantanarsi. Distruggere gli aerei a terra con missili o esplosivi avrebbe lasciato crateri visibili nel terreno, elementi che sono stranamente assenti nelle fotografie. Anche ammettendo l’uso di granate incendiarie, che non creano crateri da impatto, ciò non spiega comunque la deformazione delle eliche dell’aereo né l’assenza di un’ampia zona di terreno annerita dal calore intenso di un simile ordigno.

Un’attenta analisi della fotografia ravvicinata delle pale dell’elica deformate avvalora la tesi che gli aerei da trasporto siano stati abbattuti mentre sorvolavano l’Iran. Le deformazioni delle pale indicano che le eliche ruotavano ad alta velocità quando hanno impattato improvvisamente al suolo, suggerendo un incidente aereo e non una distruzione controllata a terra.

Molto probabilmente, gli MC-130 si sono schiantati dopo essere stati presi di mira da colpi di arma da fuoco sparati da civili iraniani mentre volavano a bassa quota o in fase di atterraggio. I danni visibili causati dai proiettili sulle ali avvalorano l’ipotesi dell’incidente, a differenza della versione ufficiale, fornita dal CENTCOM/amministrazione Trump per salvare la faccia, secondo cui le truppe statunitensi avrebbero intenzionalmente affondato gli aerei dopo che questi si erano impantanati nel fango.


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