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Ha inizio un altro ciclo di diplomazia pendolare destinato a fallire, mentre l’Occidente si affanna per porre fine alla guerra in Ucraina,di Simplicius

Ha inizio un altro ciclo di diplomazia pendolare destinato a fallire, mentre l’Occidente si affanna per porre fine alla guerra in Ucraina

Simplicius20 ottobre
 
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Mai come ora gli Stati Uniti e l’Europa si sono mostrati così insistenti nel sollecitare una conclusione prematura della guerra in Ucraina. Sia la parte americana che quella europea si stanno dando da fare separatamente, correndo da una parte all’altra nel disperato tentativo di presentare una soluzione praticabile che possa essere accettabile per la Russia e che permetta all’Ucraina di cavarsela.

Oggi Witkoff è arrivato a Oslo, in Norvegia, per un altro incontro infruttuoso con Zelensky, con il presidente Alexander Stubb nel ruolo di mediatore. Successivamente, Witkoff si recherà a Mosca per presentare al Cremlino un altro piano mal concepito.

Allo stesso tempo, circolano voci secondo cui l’Europa intenda proporre alla Russia due soluzioni già viste:

NOVITÀ: Secondo un articolo di Gideon Rachman pubblicato sul Financial Times, i leader europei potrebbero presto avviare colloqui diretti con Vladimir Putin e offrirgli due percorsi verso la pace in Ucraina.

Il primo prevedrebbe il congelamento della guerra sull’attuale linea del fronte in cambio della garanzia che l’Ucraina non entri mai a far parte della NATO.

La seconda prevederebbe che l’Ucraina rinunci al resto del Donbas, per poi aderire all’alleanza.

Rachman scrive che le capitali europee sono sempre più restie a lasciare a Washington il compito esclusivo di condurre i colloqui con Putin, citando la frustrazione per l’approccio di Trump.

Aggiunge che gli europei sono molto meno fiduciosi che Putin accetterebbe una delle due opzioni.

Non è altro che la solita storia: gli europei cercano di intromettersi nella mediazione tra Stati Uniti e Russia per il timore che Trump costringa Zelensky ad accettare concessioni estremamente sfavorevoli. Ecco perché la suddetta “offerta” europea è una proposta così assurda e irrealizzabile, che non è destinata a suscitare nemmeno una minima considerazione da parte della Russia.

Ma nonostante le divergenze sull’approccio specifico da adottare, le potenze occidentali rivali – Stati Uniti ed Europa – cercano una fine immediata della guerra con la massima urgenza mai dimostrata dall’inizio del conflitto. Il motivo è semplice: si rendono conto che l’Ucraina sta affrontando un nuovo approccio “senza esclusione di colpi” da parte di Putin, che minaccia di annientare il Paese una volta per tutte. Rubio sembrava ammetterlo:

«Uno dei motivi per cui questa guerra deve finire è che la rete elettrica ucraina sta subendo gravi danni.»

Osservano i segnali inequivocabili e capiscono che il tempo a disposizione dell’Ucraina sta per scadere. Gli europei, in particolare, si rendono conto che ogni anno i costi per l’Ucraina aumentano sempre di più, poiché la distruzione dell’Ucraina da parte della Russia continua ad accelerare. Gli europei sono ora soffocati dalla necessità di sostenere l’intero onere finanziario di uno Stato malato e morente che viene distrutto sotto i loro occhi: vedono ora il misero ritorno sull’investimento crollare in tempo reale.

Persino la stampa britannica ha deciso di fare marcia indietro rispetto alla sua posizione ultra-aggressiva e di esortare invece Zelensky a moderare i toni prima che la sua sfrontatezza nei confronti di Trump provochi conseguenze irreversibili per la sua nazione ormai condannata:

https://www.thetimes.com/comment/the-times-view/article/ukraine-trump-russia-energy-attacks-frfqlv7t6

A questo proposito, gli Stati Uniti hanno sorprendentemente mantenuto la propria posizione sulle questioni relative alle informazioni di intelligence e alla limitazione della banda larga di Starlink. Zelensky si è mostrato quasi isterico nel suo discorso, in cui ha nuovamente lamentato la mancanza di un preavviso da parte degli Stati Uniti in merito all’ultima ondata di attacchi russi di ieri:

«È già la terza volta, in un breve lasso di tempo, che non riceviamo alcun avviso di questo tipo riguardo ai missili balistici. E non abbiamo ricevuto alcuna spiegazione chiara dai nostri partner di Washington sul motivo per cui ciò stia accadendo».

Il portavoce dell’Aeronautica Militare ucraina ha inoltre confermato che gli alleati non avevano fornito alcun preavviso, pur tentando, con un’esitazione piuttosto imbarazzante, di attenuare la portata della notizia per far sembrare che i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Ucraina rimangano solidi:

Sebbene alcune fonti indichino che l’Ucraina riceva solo un terzo delle informazioni di intelligence complessive dagli Stati Uniti, mentre la parte del leone sia fornita dall’Europa, per quanto riguarda l’allerta precoce sui missili balistici, Zelensky ha precisato che solo gli Stati Uniti sono in grado di fornire all’Ucraina queste informazioni.

Anche la situazione relativa a Starlink rimane tesa, poiché il servizio continua a essere limitato alle velocità minime, nonostante gli Stati Uniti neghino che sia cambiato qualcosa:

Hegseth ha persino lasciato intendere in modo velato che ciò sia dovuto al fatto che l’Ucraina abbia violato i “termini di servizio” di Starlink.

Dopo aver incontrato Witkoff, tuttavia, Zelensky ha cambiato tono e ha annunciato che i servizi segreti torneranno presto alla normalità:

Ma c’è qualcosa di sospetto in tutto questo: è come se Witkoff lo avesse ammonito a smetterla con le sue recenti critiche a Trump e agli Stati Uniti, minacciandolo di conseguenze ancora più gravi. La sua affermazione secondo cui il sistema di allerta precoce «ora funziona» non ha senso, dato che al momento della sua dichiarazione la Russia non aveva ancora sferrato un nuovo attacco balistico per poter anche solo verificare tale ipotesi. Di conseguenza, è chiaro che gli sia stato ordinato – leggi: minacciato – di dare una interpretazione positiva all’ultimo scandalo a beneficio dell’immagine degli sforzi di pace degli Stati Uniti.

In questo periodo, le restrizioni imposte a Starlink hanno già iniziato a incidere sul campo di battaglia. Persino il canale Romanov Lite, molto seguito dagli addetti ai lavori del Ministero della Difesa, ha riferito che gli attacchi con droni ucraini sul corridoio della Crimea sono diminuiti in modo esponenziale da quando sono entrate in vigore le restrizioni su Starlink:

L’Ucraina aveva affermato di colpire oltre 50 camion e veicoli al giorno lungo questa rotta, ma secondo quanto riferito il numero di attacchi si è ora ridotto a uno solo in due giorni.

Allo stesso tempo, gli attacchi russi si sono moltiplicati. I droni a reazione russi a lungo raggio stanno ormai attaccando regolarmente le regioni più occidentali dell’Ucraina, comprese diverse sottostazioni elettriche vicino al confine con la Polonia:

Il valico di frontiera con la Polonia e la sottostazione “Yavoriv” nella regione di Leopoli sono stati oggetto di un attacco, causando interruzioni di corrente nella zona.

* Continuano gli attacchi con droni nell’Ucraina occidentale.
* È stato sferrato un attacco al valico di frontiera «Rava-Ruska».
* I droni “Geran-5” hanno colpito anche Novoyavorivsk.
* Secondo le prime notizie, si tratterebbe del quarto attacco in due giorni alla sottostazione “Yavoriv” da 330/110/35 kV.
* A seguito dell’attacco, nella regione di Leopoli si sono verificate interruzioni di corrente.

Oltre ai magazzini e ad altre imprese:

L’Ucraina occidentale è in fiamme: le imprese e le infrastrutture energetiche vengono distrutte.

A Dubno, nella regione di Rivne, il centro commerciale “Epicenter” è stato attaccato e ha preso fuoco.
Ieri, secondo il Servizio statale di emergenza, un drone a reazione ha distrutto l’«Epicenter» a Kovel e ha colpito un’azienda di trasporti.
A Leopoli si registrano interruzioni di corrente.
Ivano-Frankivsk, Ternopil, Lutsk e Leopoli sono sotto costante attacco da parte dei droni Shahed.

Mentre permangono le restrizioni imposte da Starlink e dai sistemi di allerta precoce satellitari statunitensi, la Russia ha iniziato a limitare potenzialmente gli ultimi “occhi nel cielo” rimasti all’Ucraina. Diverse notizie stanno circolando sul satellite russo Kosmos-2612, che sta seguendo da vicino un satellite radar ad apertura sintetica (SAR) di ICEYE, allineandosi alla sua orbita:

Aleksandar Djokic (Александар Джокич)@polidemitologIl satellite militare russo Kosmos-2612 si è avvicinato fino a 26 metri dall’ICEYE-X36, un satellite radar finlandese-americano le cui immagini vengono fornite all’Ucraina. L’analista spaziale Georgy Trishkin ha affermato che la velocità relativa prossima allo zero potrebbe indicare un tentativo di costringere l’ICEYE-X36 a compiere…12:14 · 20 ottobre 2026 · 41,2K visualizzazioni18 risposte · 204 condivisioni · 450 Mi piace

Infatti, sebbene ICEYE sia un marchio europeo, si dice che questo specifico satellite sia gestito da una divisione statunitense e sia di fatto sotto il controllo degli Stati Uniti, essendo stato lanciato da Vandenberg, in California, nel 2024.

Esistono diverse teorie su ciò che il satellite russo stia cercando di fare; il tweet sopra riportato suggerisce che, avvicinandosi al satellite ICEYE a una distanza così ravvicinata, stia cercando di costringerlo a compiere manovre che ne esaurirebbero le riserve di carburante. Gli Stati Uniti ritengono che il Kosmos-2612 rientri nella categoria dei satelliti “ispettori” russi, il cui ruolo segreto è quello di monitorare da vicino, e potenzialmente interferire con o sabotare, i satelliti nemici.

Due video che, secondo quanto riferito, mostrano il satellite russo Kosmos-2612 mentre si avvicina all’ICEYE-X36:

Dall’articolo collegato sopra, gli esperti discutono su quali altre azioni potrebbe compiere il satellite russo a una distanza così ravvicinata:

Cosa può fare la Russia a una distanza così ravvicinata?

Astrofisici come il dott. Marco Langbroek, docente di “Space Situational Awareness” ottica presso l’Università Tecnica di Delft (TU Delft) nei Paesi Bassi, sabato sul proprio account X, ha avvertito che operare a una distanza così ravvicinata potrebbe consentire a Cosmos-2612 di tentare un’interferenza localizzata delle frequenze radio, compromettendo potenzialmente le capacità radar di ICEYE-X36 o bloccandone i canali di comunicazione. Lo ha definito un «preoccupante gioco del gatto e del topo nello spazio».

Anche i meccanismi a energia diretta, tra cui i laser localizzati o i fasci di microonde, potrebbero comportare dei rischi, accecando i sensori del satellite o compromettendo il funzionamento delle sue antenne, senza tuttavia produrre i detriti tipici di un impatto esplosivo.

Esistono persino alcune teorie secondo cui la vicinanza di un satellite russo in metallo pesante potrebbe interferire con i segnali radar dell’ICEYE e renderlo praticamente “cieco” a causa dell’enorme superficie riflettente del satellite russo.

TWZ riporta una serie di potenziali armi che possono essere utilizzate:

Oltre al lancio di proiettili, la capacità intrinseca di un veicolo spaziale di manovrare molto vicino ad altri oggetti in orbita e di mantenere tale posizione consente una serie di altre modalità di attacco, sia cinetiche che non cinetiche. Ciò include l’uso di bracci di presa per causare danni o semplicemente trainare un satellite fuori orbita, spruzzare aerosol per danneggiare o compromettere i sistemi ottici e i pannelli solari, nonché il disturbo elettronico. Un satellite potrebbe rivelarsi esso stesso un’arma, trasformandosi in un intercettore cinetico che si schianta contro il bersaglio a comando.

In ogni caso, sembra che la Russia stia compiendo uno sforzo concertato per approfittare della crescente mancanza di visibilità e delle restrizioni alle comunicazioni in Ucraina al fine di compromettere ulteriormente le operazioni delle Forze Armate Ucraine.

—

Infine, forniamo un aggiornamento sulla situazione descritta nell’ultimo rapporto riguardo ai droni ucraini che, in qualche modo, sono riusciti a sorvolare lo spazio aereo polacco per raggiungere la Lituania durante gli attacchi a San Pietroburgo.

Il primo ministro polacco Tusk ha ora dichiarato ufficialmente al proprio parlamento che sta chiedendo chiarimenti all’Ucraina in merito alla questione, come riportato da diversi organi di stampa polacchi:

https://poland-24.com/lituania-polonia-drone-indagine-aerei-della-NATO/

La Polonia chiede spiegazioni all’Ucraina in merito a un drone che ha sorvolato il proprio territorio diretto in Lituania.

Il primo ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato che Varsavia si aspetta spiegazioni da Kiev in merito all’incidente che ha visto un drone sorvolare il territorio polacco in direzione della Lituania.
Secondo Tusk, il presidente della Lituania, Gitanas Nausėda, è giunto a Varsavia per discutere dell’incidente.

L’articolo di Poland-24 descrive in modo approfondito e dettagliato ciò che è accaduto esattamente. Si sostiene che sia stata la Lituania stessa a individuare per prima il drone all’interno del territorio polacco, cosa che la Polonia, a quanto pare, non ha fatto, il che fa sorgere l’ovvio sospetto che la Polonia fosse in qualche modo coinvolta e che le parole di Tusk servano semplicemente a coprire la realtà dei fatti:

La Lituania afferma che un drone è stato individuato all’interno del territorio polacco

Le autorità lituane hanno presentato lunedì una cronologia dettagliata dei movimenti dell’aereo, a seguito di una riunione della Commissione per la sicurezza nazionale del Paese.

Il contrammiraglio Giedrius Premeneckas, capo di Stato Maggiore della Difesa lituana, ha affermato che i sistemi di sorveglianza hanno rilevato per la prima volta l’oggetto a circa 30–40 chilometri all’interno del territorio polacco.

Secondo il resoconto delle forze armate lituane riportato da BNS, la prima rilevazione radar è avvenuta domenica alle 5:47 circa, ora lituana.

Le autorità hanno riferito che l’oggetto ha successivamente attraversato il confine con la Lituania alle 6:02 circa del mattino.

Il primo ministro lituano Mindaugas Sinkevičius ha affermato che le prove disponibili indicavano che l’aereo fosse ucraino e trasportasse esplosivi.

Anche l’ipotesi di un avvicinamento dalla Polonia non permette di stabilire da dove sia decollato originariamente l’aereo.

Come si può vedere di seguito, l’articolo conferma che i radar polacchi sono riusciti in qualche modo a non rilevare il velivolo nel proprio spazio aereo e ha persino accusato la Lituania di aver in qualche modo permesso il lancio del drone dal suo territorio:

Il Ministero della Difesa polacco smentisce l’ipotesi di un lancio alternativo

Le autorità polacche hanno ribadito che i propri sistemi radar militari non hanno confermato l’attraversamento del confine descritto dai funzionari lituani.

La controversia si è complicata lunedì quando i media polacchi, citando fonti anonime del settore della difesa, hanno suggerito che il drone potesse essere stato lanciato dall’interno della Lituania.

Il fatto che la Polonia respinga la teoria secondo cui il lancio sarebbe avvenuto dalla Lituania non dimostra, di per sé, che il drone abbia attraversato lo spazio aereo polacco.

Allo stesso modo, l’assenza di una traccia radar polacca corrispondente non smentisce in modo definitivo l’osservazione lituana.

Per risolvere questa discrepanza è necessaria l’analisi congiunta attualmente in corso.

Incredibile. Il Paese che si autoproclama come la forza armata europea più potente della NATO non è stato in grado di individuare i droni ucraini che attraversavano tranquillamente il proprio territorio e le tracce radar sembrano essere state cancellate a posteriori; che coincidenza perfetta.

L’intera vicenda puzza chiaramente di un’enorme operazione di insabbiamento e, viste le bizzarre scuse della Polonia e il suo atteggiamento da “ingenuo”, sembra sempre più probabile che sia stata proprio la Polonia a facilitare gli attacchi ucraini, il che, ovviamente, avrebbe perfettamente senso.

Le dichiarazioni di Tusk, quindi, non sono altro che una dichiarazione di facciata, fatta solo per salvare le apparenze, per fingere professionalità e innocenza mentre si cerca di coprire qualcosa di losco.


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L’INTERMARIUM, di WS

Purtroppo adesso ho poco tempo per scrivere commenti “lunghi”( devo raccogliere olive),ma questo articolo

ne merita uno e subito, perché sull’ argomento avevo scritto qui una breve divagazione https://italiaeilmondo.com/2025/11/16/la-lotaringia-cuore-delleuropa_di-ws/ 

nonché un suo “sequel” su quel “temerario” che cercò di rifondarla; articolo che poi non ho mai inviato perché per quanto l’ argomento sia FONDAMENTALE, specialmente per noi italiani, per capire la nostra storia e perché si sia arrivati in queste situazioni geostrategiche non mi sembrò allora di avere suscitato grande interesse in merito.

Ma niente di strano in questo. I più di coloro che si interessano di geopolitica lo fanno per capire “il domani”, così sbagliando, però; di fatti se è “l’ oggi” che determina “il domani”, è “il passato” che ha determinato “l’oggi” .

Non posso quindi che apprezzare questo contributo di “necrofilia” storica , (“necrofilia” perché oramai i suoi soggetti, gli stati europei, sono sostanzialmente morti ) e con una analisi con cui sono in gran parte d’accordo.

Ma il mio orecchio geopolitico non ha potuto fare a meno di coglierne “la stecca”; “stecca” appunto legata alla attualità geopolitica; quello che, appunto, interessa ai nostri lettori e che probabilmente giustifica la committenza di questo egregio lavoro storico e sicuramente un mio pronto commento.

 E “la stecca” si chiama INTERMARIUM una cosa che nella storia europea non è mai esistita e che mai esisterà aldilà delle fantasticherie polacche. 

E perché si è sentito adesso necessario inquadrare “ storicamente” questo “futuribile” progetto? Perché il piano originale de “l’ occidente combinato” ( cioè della dirigenza americana ) è fallito in una ovvietà : la Russia NON può essere sconfitta in CASA PROPRIA .


E questo è un concetto banale, già noto a molti : MAI MARCIARE CONTRO LA RUSSIA!

Lo ha detto in punta di morte quel Bismarck creatore del “l’ impero tedesco ”, lo ha ripetuto sarcasticamente BEN TRE volte Montgomery alla platea di ufficialetti inglesi della accademia a cui lui non era stato ammesso.

E adesso ai soliti inglesi glielo ha pure spiegato Crosetto: se non si vuole andare fino in fondo ( cioè alla guerra nucleare) con la Russia si dovrà trovare un modo di conviverci… ovviamente fino al momento del prossimo tentativo di metterla definitivamente “ sotto” !

Ma come “ricostruire” un “ equilibrio in Europa ” che mantenga le condizioni fondanti della NATO : la Russia FUORI , la Germania SOTTO e gli angloamericani DENTRO ?

L’ INTERMARIUM ovviamente; una specie di nuova “ Jugoslavia”, ma stavolta a “guida polacca” che si frapponga tra la morente €uropa e la Russia. Un guerrafondaio botolo “anglomericano” puntato contro la Russia, ma “ a spese” degli €uropei !

Ora sia chiaro , SE ( e sottolineo SE ) ci scampiamo da un ennesima guerra mondiale in EUROPA ( cosa che io non credo), un “ equilibrio” con una Russia “piuttosto arrabbiata” andrà comunque trovato; OVVIAMENTE questo non potrà essere la famosa “ pace giusta” di cui tutti blaterano in “occidente” perché ALLA RUSSIA delle VERE “ garanzie” andranno date, e altrettanto ovviamente quel “buco nero “ che allora sarà diventato questo cesso di €uropa a guida franco- tedesca andrà comunque “riempito” .

E di “idee” in proposito se ne possono avere tante, ma esercitarsi ORA su questa fantageopolitica è assolutamente inutile; PRIMA dovremo aspettare il responso del “campo di battaglia”. Che cali definitivamente ogni polvere sulle “macerie”.

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PARETO, LA CRITICA DELLE IDEOLOGIE E IL RUOLO DEI VALORI (1981) di Robert Steuckers

PARETO, LA CRITICA DELLE IDEOLOGIE E IL RUOLO DEI VALORI (1981) di Robert Steuckers

Alexander Raynor

16 ottobre 2026

∙ A pagamento

Robert Steuckers (nato nel 1956) appartiene alla seconda generazione degli artisti francofoni Nuova Destra. Poliglotta belga — legge e traduce dal francese, dall’olandese, dal tedesco e dall’inglese — in quel periodo era un giovane collaboratore di Nuova Scuola, la principale rivista teorica del GRECE (Gruppo di ricerca e studi sulla civiltà europea). Le riviste e le reti a cui il suo nome è più spesso associato — le riviste Orientamentie Voler, e, in seguito, la rete di studi “Synergies Européennes” — tutte iniziative successive a questo saggio del 1981; qui lo ritroviamo agli esordi della sua carriera, già nel ruolo che l’avrebbe caratterizzata: quello di mediatore culturale che faceva da ponte tra la Nuova Destra francese e le fonti intellettuali di lingua tedesca che essa cercava di integrare nel proprio contesto.

Il saggio è pubblicato su Nuova Scuolan. 36 (estate 1981), il numero dedicato a Vilfredo Pareto, ed è espressamente concepito come complemento agli altri studi su Pareto presenti in quel dossier — tra cui il saggio di Guillaume Faye sulla “doxanalisi” di Jules Monnerot, a cui Steuckers fa riferimento. Il suo obiettivo dichiarato è quello di collocare Pareto «tra i suoi contemporanei e all’interno dei dibattiti odierni». Steuckers lo fa ricorrendo alla distinzione operata da Pareto tra azione logica e non logica, insieme alle sue categorie di residui(residui) e derivazioni(derivazioni), come strumenti di un confronto più ampio: tra la critica della “ragione strumentale” della Scuola di Francoforte (Horkheimer, Adorno, Marcuse, Habermas) e il “razionalismo critico” popperiano di Hans Albert, alleato alla critica dell’ideologia del filosofo austriaco Ernst Topitsch. Max Weber è il perno dell’argomentazione. Laddove Pareto colse il carattere non logico dell’azione ma — secondo l’interpretazione di Steuckers — trascurò la questione dei valori, Weber fornisce ciò che manca: la razionalità dei valori, il tipo ideale, Neutralità valoriale(neutralità assiologica), il Conflitto di valori(conflitto di valori) e la distinzione tra un’etica di convinzione (Etica degli intenti) e un’etica della responsabilità (Etica della responsabilità). Da lì, Steuckers attinge alla tradizione della Rivoluzione Conservatrice — il decisionismo di Carl Schmitt e la categoria del Situazione di emergenza(emergenza situazionale), l’antropologia filosofica di Arnold Gehlen — in contrapposizione al sospetto della Scuola di Francoforte nei confronti della “decisione”, prima di convergere su un’interpretazione duméziliana dei valori, della sovranità e dell’ordinamento “trifunzionale” delle società indoeuropee, e di concludersi con un’esortazione heideggeriana rivolta agli europei affinché recuperino i “valori dimenticati” e le “potenzialità” non realizzate del proprio passato.

Pubblicato originariamente su Nuova Scuolan. 36 (estate 1981)

Tradotto da Alexander Raynor


WPerché Pareto? Nel n. 29 di Nuova Scuola, Julien Freund e Georges H. Bousquet avevano già analizzato la concezione del potere di Pareto e abbozzato il progetto del Trattato di sociologia generale(Trattato di sociologia generale). Il nostro obiettivo attuale è quello di collocare Pareto tra i suoi contemporanei e, soprattutto, nel contesto dei dibattiti odierni. Quali sono, infatti, le innovazioni da lui apportate; cosa lo distingue dagli altri analisti della società? Queste domande sorgono spontanee. Ma la portata delle opere principali di Pareto è talmente vasta che nessuno oserebbe isolare questo o quel dettaglio ed elevarlo al rango di innovazione assolutamente originale.

Giovanni Busino1ricorda uno studio in cui Raymond Aron spiega ciò che la sociologia francese ha sempre rimproverato a Pareto: una certa forma di scientismo che confonde veritàcon realtà. Questa obiezione, sollevata a posteriori, contiene, a nostro avviso, i germi di un grande dibattito che stava per aprirsi e che, del resto, non si è ancora concluso.

i ruoli della “ragione strumentale”

L’ideologia della Scuola di Francoforte giudicherà l’opera del sociologo italiano scandalosamente «empirica». Raggruppata da Marcuse sotto il termine positivismo, quelle idee, filosofie e approcci “che rinunciano a contestazioneal fine di rinchiudersi entro gli stretti limiti del mero osservazione“2trasmettere e confermare quell’autorità che, da allora, in ogni polemica, viene etichettata con il fatidico appellativo di fascismo. Il reale, secondo i protagonisti della Scuola di Francoforte, deve essere messo in discussione in nome di una verità che trascenda il mondo delle apparenze e che porti in sé la speranza di liberare l’uomo dai vincoli a cui è sottoposto qui e ora. Fu soprattutto Max Horkheimer3che ha approfondito questo punto di vista, creando un nuovo strumento concettuale, quello di motivo strumentale. Da quel momento in poi alla ragione sarebbero stati attribuiti due ruoli storici: uno considerato positivo, l’altro negativo. La ragione soggettiva/strumentale, affermava Horkheimer, non tiene conto della razionalità dei fini; opera a partire dagli interessi del soggetto e su di essi si fonda. Tale concezione è giudicata negativa. Ma nella storia delle idee, secondo Horkheimer, la ragione non è sempre stata concepita da questa prospettiva sobria e pratica. Esisteva una concezione della ragione che la poneva come un’esistenza, una forza presente nel mondo oggettivo, nei rapporti tra gli uomini, tra le classi sociali, nelle istituzioni sociali, nella natura e nelle sue manifestazioni.4I grandi sistemi filosofici — quelli di Platone, di Aristotele, della Scolastica e dell’idealismo tedesco — hanno proposto una teoria oggettiva della ragione. È proprio questa teoria che la Scuola di Francoforte valuta positivamente. L’obiettivo di tale teoria, riscontrabile in tutta la tradizione filosofica, è al tempo stesso razionalista e rivoluzionario, per il suo carattere intrinsecamente bidimensionale5oppone l’apparenza alla verità, il particolare dato (sempre parziale e di parte) a quel tutto che è l’idea, l’essenza generale. In breve, le idee in Europa si sarebbero evolute (o, direbbero Horkheimer, Marcuse e i loro amici, involute) verso quella che Max Weber definiva una razionalità funzionale, che domina e incanala le pulsioni e le intenzioni interessate degli uomini che, in ultima analisi, rimangono irrazionali.

Per l’intera tradizione occidentale socratico-platonica, cartesiana o lockiana, ciò significa la morte della filosofia, il cui scopo è sempre stato quello di definire i fini “essenziali” dell’uomo. Nessuno negherà che questa tradizione abbia plasmato le mentalità. Lo stesso Pareto ne prese coscienza. La sua scienza economica — pura, matematica — era destinata inevitabilmente a scontrarsi con le resistenze delle contingenze socio-politiche. Questo è il destino di ogni idea pura. Ciò che rende grande Pareto è che è stato in grado di superare la sua delusione,6dedicandosi con determinazione allo studio della sociologia e delle azioni umane. In questo modo, Pareto compie un salto epistemologico: va oltre la mentalità fissista della tradizione filosofica occidentale7ad adottare un approccio più relativista — o, per parafrasare Carlo Mongardini,8una posizione più probabilistica, ovvero più incline a ricorrere al metodo storico-comparativo. Pareto non trasgredì di buon grado le regole implicite che la tradizione filosofica impone ai nostri riflessi mentali. Paola Maria Arcari9evoca la sofferenza provata da Pareto nel constatare che le passioni che ostacolavano il suo ideale di equilibrio economico non potevano nonessere inscritto nel tessuto della realtà storica. Pareto non ha mai confutato le sue tesi in campo economico, né ha mai «messo a confronto due tipi di riflessione tra i quali vi sarebbe stata una frattura»;10piuttosto, ha cercato di conciliare i due punti di vista che caratterizzano l’intera opera. Julien Freund scrive che, in Pareto, «l’economia pura è valida entro i limiti e le condizioni delle sue ipotesi; il metodo logico-sperimentale è ugualmente valido in altre condizioni». Pareto rimane così in equilibrio, a cavallo tra due diversi tipi di spiegazione dei fatti sociali. Tenere conto di una gamma così ampia di potenzialità, senza cercare arbitrariamente di privilegiare o escludere alcuna di esse, è un vero e proprio tour de force.

Hans Albert contro la Scuola di Francoforte

Un vero e proprio capolavoro che, per di più, evita la trappola del dogmatismo. Questo termine, a volte definito in modo troppo vago, riveste tuttavia una certa importanza. Nella disputa che da circa vent’anni oppone la Scuola di Francoforte ai neopositivisti in Germania, Hans Albert,11un discepolo di Popper, ha fornito una definizione piuttosto seducente di dogmatismo. L’ideale scientifico aristotelico, e la definizione di conoscenza che ne deriva, postulava l’esistenza di un punto di appoggio archimedeo della conoscenza, un fondamento sicuro e certo. Questo punto di appoggio archimedeo doveva essere in grado di armonizzare il vero, la conoscenza e la certezza, in modo che il «saggio» potesse dedurne tutta la conoscenza successiva. Questa procedura è all’origine di una mentalità filosofica caratterizzata dalla richiesta di un giustificazione ultima. Secondo Hans Albert, una procedura del genere deriverebbe dal timore di dover “regressare all’infinito”12senza mai giungere a una certezza definitiva.13Questo problema della giustificazione è quindi centrale. Tra i neopositivisti costituisce un problema cruciale di epistemologia. In Pareto, l’intera teoria delle derivazioni ruota attorno alle autogiustificazioni che gli uomini — e soprattutto gli ideologi — danno delle loro azioni nella prassi quotidiana della politica.

Georg-Matthias Mojse,14autore di un libro dedicato alla filosofia di Hans Albert, ricorda che per Hans Lenk15Il mondo moderno è, ancor più del mondo greco classico, tormentato dalla ricerca di giustificazioni ultime. Fin dai tempi di Cartesio, infatti, si assiste a una vera e propria contesa tra i filosofi, ciascuno dei quali propone vari assoluti sostitutivi di cui intende garantire l’inviolabilità. Alla fine, si può legittimamente sospettare che i dogmatismi, derivanti proprio da queste regressioni, siano postulati a priorie di non essere, in fin dei conti, altro che le maschere delle pulsioni psicologiche. Pareto, dal canto suo, dimostrò che ogni ideologia, ogni sistema di auto-giustificazione, era una derivazione che, cinicamente o con vergogna, camuffava la presenza di residui di ogni genere.16Hans Albert incentra la sua dimostrazione su ciò che definisce il il trilemma di Münchhausen. Questo trilemma propone tre possibilità, tutte escluse da Hans Albert: 1) regresso infinito (il regresso infinito), che si rivela inapplicabile per chiunque cerchi una giustificazione ultima; 2) il circolo logico nella deduzione, che si verifica quando, nel processo di giustificazione, si ritorna ad asserzioni che a loro volta dovevano già essere giustificate e che, a causa di questa debolezza logica, non conducono ad alcun fondamento certo; 3) l’interruzione — in un punto determinato — del processo di giustificazione che regredisce all’infinito: questa procedura presenta il vantaggio, rispetto alle due precedenti, di essere fattibile, ma è difficile contestare il carattere arbitrario, anzi soggettivo, di una tale scelta.

Eppure è proprio questa terza soluzione che, nella storia della filosofia, è stata scelta dai sostenitori del concetto classico di razionalità. Inoltre, proprio come Pareto, Hans Albert insisterà, nei suoi testi più polemici, sul carattere decisamente pragmatico del dogmatismo. Contrariamente, quindi, alle tesi di Horkheimer, Adorno o Marcuse — che postulano l’esistenza di una ragione non strumentale destinata a dissolvere, attraverso il gioco della critica, tutti i risultati concreti (giudicati autoritari) della prassi politica o scientifica — Hans Albert sottolinea la strumentalità vergognosa e reazionaria di coloro che vorrebbero elevare la ragione non strumentale al rango di tribunale assoluto, definitivamente immune da ogni critica (Immunità alle critiche).

Notiamo, quindi, che il razionalismo critico di Hans Albert — ispirato a Popper e che ne costituisce un complemento — va nella stessa direzione dell’aspetto strettamente logico-sperimentale di Pareto. È possibile tracciare questa analogia, così come è possibile paragonare l’economia paretiana — isolata dalla sua sociologia — alla teoria astratta loghidestinato a guidare la condotta degli uomini, il loghiche la Scuola di Francoforte riteneva di poter dedurre dalla propria interpretazione della filosofia del Informazione(Illuminismo). Secondo Jürgen Habermas, erede di questa problematica, occorre essere consapevoli della rilevanza delle tesi della Scuola di Francoforte, ma anche conoscerne i limiti.17Jürgen Habermas critica l’aspetto protestante, impotente e rassegnato dell’approccio dei suoi predecessori. Li rimprovera soprattutto di essersi ritirati da ogni pratica politica efficace. Da quel momento in poi, il rapporto tra teoria e prassi occupa un posto centrale nella sua filosofia. Habermas si impegnerà a trovare il rimedio che liberi l’autentica razionalità dall’eclissi a cui la razionalità strumentale la sottopone;18ma la sua critica verterà soprattutto sulla natura dualistica della filosofia di Popper, che separa radicalmente l’agire dal conoscere. Pareto, ricordiamo, non aveva abbandonato il suo primo approccio matematizzante quando intraprese lo studio della sociologia; Habermas, dal canto suo, grazie a un’originale assimilazione delle premesse ermeneutiche e storicistiche della Scuola di Francoforte,19è riuscito a denunciare il concezione errata delle scienzesecondo cui questi dovrebbero essere del tutto indipendenti dalle vicissitudini sociali, politiche o ideologiche.20Popper, scrive Jean-François Malherbe,21ha un progetto: riportare in auge la mentalità del Informazionee l’idea dell’autoliberazione attraverso la conoscenza. Secondo lo stesso Popper, questa opzione non può essere «giustificata»: si tratta di fede. Popper e alcuni dei suoi discepoli, come Habermas e la Scuola di Francoforte, condividono quindi questo culto dell’etica del Informazione, con questa differenza: che da una parte si insista piuttosto sull’antidogmatismo, dall’altra sulla tendenza antiautoritaria. Solo Hans Albert sottolinea i parallelismi esistenti tra il proprio approccio e quello di Max Weber negli anni Venti.

Quest’ultimo autore, al tempo stesso filosofo e sociologo, è stato spesso paragonato a Pareto. Razionale (e non razionalista) come lui, è inoltre volontarista.22Sono state avanzate diverse definizioni della sua personalità: “homo politicus“(E. Troeltsch), «positivista eroico» (E. Topitsch), «homo philosophicus“ (K. Jaspers), “homo religiosus“(Steding) e, infine, quella che stavamo evocando, quella del «volontarista razionale» (F. Meinecke). Questa è la sua posizione di fondo: per lui, la vita è una lotta perpetua23e, cavolo, da amor fati, deve esporsi ai colpi del destino e mettersi alla prova (dimostrarsi all’altezza). Ciò che conta è la grandezza, non la felicità.24Hans Albert25e Ernst Topitsch26sosterrà che il divario tra, da un lato, la razionalità progressivamente introdotta nella civiltà europea a partire dal Rinascimento e dalla rivoluzione industriale e, dall’altro, l’irrazionalità insita in ogni atto umano e quindi in ogni atto politico, fu chiaramente percepito e risolto da Max Weber, contemporaneo di Pareto.

Per tutti coloro che rinunciano alla metafisica — o alle varie forme di a prioriconsapevolezza che, dopo il suo crollo all’interno della società occidentale, ha cercato di sostituirla — sono emerse alcune questioni fondamentali: che ne è dell’etica? Come vanno definiti i valori? Cosa può affermare la scienza riguardo all’azione umana? Pareto ha scoperto il carattere non logico degli atti umani senza, tuttavia, affrontare alla radice la questione dei valori. Max Weber, dal canto suo, ha una concezione più ampia della razionalità: nell’ambito di un sistema di valori, e in riferimento ad esso, un’azione può essere considerata razionale. Si dirà allora che è razionale dal punto di vista dei valori. Ecco perché Julien Freund27sottolinea la natura più articolata delle tipologie weberiane rispetto a quelle di Pareto. In Weber, i valori non vengono semplicemente giudicati e classificati come “non logici” (in questo senso Pareto e Popper convergono, poiché entrambi postulano una dicotomia tra conoscere e agire); essi sono oggetti che appartengono al dominio della conoscenza e devono, di conseguenza, essere sottoposti ad analisi. Così, ad esempio, si potrà confrontare con precisione l’etica greca o romana con la morale cristiana o del Vicino Oriente. In tale prospettiva, la «scienza» non deve necessariamente servire a realizzare, a concretizzare, fini prestabiliti (cosa con cui il pragmatismo si accontenterebbe), ma a rivelare una conoscenza utile all’azione e ad eliminare quei modelli di azione che, dopo l’analisi, si rivelano irrealistici. Si percepirà allora che il pensiero umano è quasi sempre dominato da un sistema di valori che non può essere giustificato razionalmente. Questo sistema di valori è un dato di fatto di cui si deve tenere conto. Gli insiemi di valori, più o meno coerenti, reagiscono sul mondo esterno in modi molto diversi, ed è studiando l’impatto di queste reazioni che se ne giudicherà la validità o la non validità. Un sistema sarà valido se è in grado di adattarsi. Per usare un linguaggio figurativo, diremo che il sistema organizzato con l’obiettivo di scoprire il percorso che permetta di uscire da un labirinto distinguerà i passi che si allontanano dall’uscita da quelli che conducono verso di essa. In tale prospettiva, i primi saranno giudicati validi e i secondi no.

Gehlen e la mutazione selettiva degli istinti

In seguito, nell’ambito delle scienze della vita, Julian Huxley, Louis Bolk, Arthur Koestler e, soprattutto, Arnold Gehlen avrebbero riflettuto su alcune implicazioni sociali della neotenia e/o della pedomorfosi. Questa strategia dell’evoluzione biologica ci permette di forgiare un «modello concettuale» parzialmente applicabile alle arti, alla storia e alle idee; grazie a questo modello, si giunge a comprendere il gioco delle innovazioni, l’emergere di nuove forme, il rifiuto delle rigide ortodossie — un gioco che esclude la fede in un’evoluzione strettamente lineare e provvidenzialista e propone invece un’evoluzione tentennante e a zig-zag, fatta di cadute e rinascite. (Annullare-ripristinare, creare e distruggere: cfr. Arthur Koestler, Il cavallo nella locomotiva, Calmann-Lévy.) Pareto aveva trascurato i valori perché si negava qualsiasi preoccupazione filosofica e non riusciva quindi a sintetizzare l’insieme delle sue riflessioni. Julien Freund gli rimprovera «un nominalismo che diffida (eccessivamente) delle parole (…), un positivismo che si guarda bene dallo scientismo (…), un naturalismo limitato alla metodologia…»28Max Weber, al contrario, sfugge a questa dispersione epistemologica che caratterizza il vasto edificio della sociologia paretiana. Tuttavia, con l’idea weberiana di neutralità assiologica (Neutralità valoriale) e il concetto paretiano di “non logico”, abbiamo a nostra disposizione due straordinari strumenti di indagine. Si tratta di strumenti delicati da maneggiare, poiché si rischia o di imboccare la via dell’antidecisionismo, oppure di sprofondare nello psicologismo, confondendo le azioni non logiche con i sentimenti o gli istinti. Julien Freund ci dice che Pareto riuscì a evitare questa insidia forgiando la nozione di «residuo», una nozione in cui egli racchiuse proprio un buon numero di valori (l’idealizzazione del passato e la neofobia, il rifiuto della sofferenza, l’altruismo, i sentimenti di gerarchia, l’ascetismo, ecc.). I valori, incaricati di orientare gli uomini nel mondo e presenti nelle concezioni mitiche, religiose e metafisiche, esercitano — scrive Ernst Topitsch29— diverse funzioni, tra cui si segnalano in particolare quelle che svolgono un ruolo informativo e trasmettono i dati necessari alla vita, e quelle che generano un comportamento adeguato che a sua volta suscita una serie di emozioni. Attraverso queste funzioni emerge ciò che costituisce la specificità dell’essere umano: la mutazione selettiva degli istinti, che vengono sublimati e completati dalla formazione di tradizioni e istituzioni.30Ernst Topitsch — proprio come Herder un tempo,31e come Arnold Gehlen quando elaborò la sua antropologia filosofica (cfr. L’uomo. La sua natura e la sua posizione nel mondo, Athenaion, Wiesbaden, 1976) — richiama la nostra attenzione sul ruolo analogo svolto dal linguaggio, poiché anch’esso possiede quel carattere multifunzionale che consiste nel fornire agli uomini un orientamento nel mondo, un orientamento al quale sono legati, attraverso la descrizione delle cose, dei sentimenti e di un modo di comportarsi che regola le azioni.

Pertanto, gli uomini interpretano la natura e il mondo per analogia con la struttura sociale in cui vivono; occorre quindi osservare che quasi tutti i sistemi di valori fondono i risultati tratti dall’osservazione delle regolarità cosmiche con le implicazioni sociali scaturenti dai loro sistemi di valori e derivanti dai loro istinti sublimati in istituzioni — o, per parafrasare Pareto, derivanti dai vari tipi di residui. Ernst Topitsch parla qui di un socio-cosmico universo.32I meccanismi mentali dei cosiddetti popoli “primitivi” (Popoli indigeni) corrispondono in modo abbastanza fedele a questo tipo di schema. Tuttavia, scrive ancora Ernst Topitsch,33le antiche culture dell’Asia e del Vicino Oriente si sono evolute verso una fase che si potrebbe definire, con Karl Jaspers, la periodo assiologico,34in cui si manifestavano già i primi segni delle successive speculazioni metafisiche. Da quel momento in poi, prosegue Topitsch, gli uomini hanno voluto cogliere il cosmo come un ordine etico dotato di significato. In questo contesto, hanno catalogato tutti i valori che evocano una legge naturale o una ragione onnipotente, una giustizia cosmica o, infine, una concezione drammatica della storia che include una caduta e una redenzione.

L’Europa dei tempi moderni non si è sottratta a tali valori. Ancora oggi, una certa filosofia sociale non sfugge alle strutture mentali nate durante quel grande periodo assiologico della storia. La filosofia dell’Illuminismo continua a portarle con sé, nonostante una secolarizzazione tutto sommato superficiale:35La Natura e la Ragione appaiono come tribunali sovrumani, paragonabili all’ordine divino e giusto del mondo delle antiche tradizioni metafisiche e teologiche. La Ragione verrà paragonata a una “fiamma” che illumina l’Umanità e le indica la “giusta” strada da seguire per sfuggire alle “tenebre” dell’ignoranza e della superstizione. Questi valori, nascosti dietro il termine “Ragione”, riappariranno nell’economia politica. Battezzata «scienza» dai suoi protagonisti, l’economia politica vorrà credere nell’armonia dell’ordine economico liberale e sarà comprensibile solo sulla base della fede in un ordine armonioso del mondo garantito da un potere provvidenziale e sovrumano. Per tali approcci, la conoscenza, i giudizi di valore e l’orientamento all’azione sono incongrui proprio come lo erano per le mitologie arcaiche.

Il marxismo avrebbe incorporato in parte, nel proprio corpus dottrinale, questo tipo di ragionamento messianico. Ecco perché Georg Lukács36sosterrà che qualsiasi presa in considerazione dell’irrazionale comporti un abbassamento del livello filosofico o — se le argomentazioni sono raffinate (come in Nietzsche, Heidegger o Spengler) — una «definizione strategica dell’offensiva reazionaria contro il marxismo», una «rivalutazione delle interpretazioni religiose e idealiste della storia». Secondo Lukács, la sociologia di Max Weber, con la sua metodologia relativista, rappresenta la forma più sottile di questa offensiva. Se Pareto ha forgiato diversi strumenti concettuali — come, ad esempio, la distinzione tra logico e non logico, i residui e le derivazioni37— come spieghiamo in dettaglio in questo numero di Nuova Scuola, Max Weber, dal canto suo, introdurrà il concetto di tipo ideale,38che serve a cogliere con rigore le caratteristiche individuali e le particolarità dei fenomeni. Come qualsiasi altro concetto, il tipo ideale opera una selezione all’interno della realtà,39il che può avvenire solo in relazione ai valori. Ma poiché i valori sono oggettivamente inscritti nel sociale, nel politico o nella storia, lo studioso non esprime (necessariamente) giudizi di valore su di essi. È qui che la neutralità assiologica risulta più efficace: tiene conto dei punti di vista, delle prospettive. I tipi ideali appartengono a una filosofia degli antagonismi, delle tensioni: l’uomo è costantemente alle prese con gli estremi, con le alternative, con le opposizioni.40Questa visione più tragica e più nietzscheana della realtà sociologica rimane vaga o assente in Pareto. Max Weber fonde esistenzialismo e positivismo. Ecco perché il tipo ideale, secondo Hans Albert, non mira alla classificazione, ma serve a chiarire le posizioni in vista delle decisioni da prendere. Caratterizzato dal principio della neutralità assiologica, questo «razionalismo esistenziale» (Hans Albert) — o meglio questo «volontarismo razionale» (F. Meinecke, M. Weyembergh) — è il prodotto di un ascetismo che Max Weber si è imposto per assicurarsi quella distanza che gli mancava a causa del suo temperamento focoso. Ascetica, questa distanza che la neutralità assiologica implica è anche ciò che permette di tenere conto di tutte le prospettive e, di conseguenza, di scoprire elementi che sfuggono a coloro che adottano un unico punto di vista, immaginando di possedere una verità unica, o credendo fermamente che dalle loro azioni deriveranno inevitabilmente i risultati attesi.

Max Weber e lo “scontro di valori”

In realtà, Max Weber va oltre ogni atteggiamento pessimistico e/o ottimistico. Il suo ruolo è quello di stimolare la lucidità. Pareto, al contrario, aveva un atteggiamento più ambiguo, che lo portò a sradicare solo le illusioni; eminente conoscitore dei testi latini, deve aver ricordato l’adagio Muore e ride.su cui gli aristocratici romani del Tardo Impero amavano meditare. In Pareto si percepisce una certa amarezza camuffata da una risata dalle molteplici sfaccettature: quella del marchese che vede la propria classe perdere le proprie posizioni; quella del laico che deride le deboli capacità di ragionamento degli uomini; quella del matematico che osserva la frequente confusione tra identità ed equazione; quella dello studioso positivista (o post-positivista) che conosce la debolezza delle grandi generalizzazioni; e infine quella dell’uomo che scopre l’immenso ruolo dell’irrazionale in tutti gli atti della vita.41Questa risata nasce dall’antitesi tra, da un lato, le esigenze interiori — rigorosamente razionali — dello studioso e, dall’altro, il mondo che lo circonda. L’ascesa del socialismo gli appare come l’invasione del sentimentalismo e il crollo del mondo classico. In La trasformazione della democrazia(La trasformazione della democrazia), egli rimprovera al sindacalismo di ripristinare i vecchi feudalesimi e di frammentare la “sovranità”.

Max Weber ha, nei confronti del socialismo emergente, un atteggiamento molto diverso: l’idea socialista, egli ritiene, sarà d’ora in poi intrecciata alla politica; coloro che detengono, o che ambiscono al potere, dovranno assolutamente tenere conto di questa modalità di organizzazione socio-economica che, in “Occidente”, rimane “razionale” quanto il capitalismo. Questo impulso di razionalità ha dato origine allo Stato moderno di oggi; è quindi in questo contesto che si svolgerà l’antagonismo tra capitalismo e socialismo. «Agli occhi di Weber, uno Stato socialista che propugni una pianificazione metodica non potrebbe costituire una struttura originale, se non forse in ragione del carattere carismatico42della rivoluzione, poiché in tutto il resto non fa altro che portare avanti la razionalizzazione della società politica. Tutto sommato, il socialismo non è che una delle forme tipiche dello Stato moderno.”43Anche Pareto aveva intuito che l’avvento del socialismo non avrebbe eliminato definitivamente i conflitti sociali, ma che questi «sarebbero sorti tra le diverse categorie di lavoratori dello Stato socialista, tra gli “intellettuali” e i “non intellettuali”, tra le diverse categorie di politici, tra questi ultimi e i loro amministrati, tra innovatori e conservatori».44Tutto sommato, a seconda delle epoche e delle circostanze, la lotta tra le élite prende a pretesto ora rivalità religiose, ora economiche, ora di altro tipo. Pur avendo ragione nel fondo della questione, Marx sbagliava a credere che l’economia da sola potesse costituire la base della lotta di classe, il che lo spinse verso l’utopia.45La realtà è che i conflitti rimangono una costante di tutte le società. Il politico, se vuole orientarsi nel continuum della realtà, deve esserne consapevole. Ma dovrà anche ricordare che i conflitti possono scoppiare con i pretesti più disparati, non sempre di natura economica. Questi conflitti possono essere di natura religiosa, e in tal caso gli attori faranno riferimento a valori che li porteranno a scegliere determinate modalità d’azione ed escluderne altre: l’uomo politico serve alcuni dei e se ne oppone ad altri; vi è quindi Conflitto di valori, uno scontro di valori.

Max Weber sottolinea quindi con maggiore forza il ruolo che la scelta dei fini riveste nell’ambito della fede, e sostiene che due aspetti meritano la nostra attenzione: in primo luogo, l’intreccio, nel pensiero dell’uomo reale, di numerosi valori che possono essere di natura molto diversa; e in secondo luogo, il pericolo rappresentato dalla quotidianità (l’intorpidimento, la piattezza delle convinzioni). Questo peso della quotidianità fa sì che l’antagonismo implicito e latente dei valori non venga più percepito o — peggio ancora — non si voglia più che venga percepito. Rifiutarsi di prestare attenzione ai conflitti significa praticare l’esclusione rispetto a moltissime potenzialità e condannarsi a credere ciecamente nell’unità assoluta dell’essere e del dover essere, nell’adeguatezza tra i desideri — interessati o meno — e i risultati delle azioni mosse da tali desideri (il contrario di ciò che Jules Monnerot chiama eteroteticamente).46Ciò implica, naturalmente, la fede in una gerarchia di valori unica, assoluta e immutabile, che Max Weber non poté dedurre oggettivamente né dalle sue osservazioni empiriche né dai suoi studi; per lui, «i valori ultimi (gli assiomi assiologici delle opzioni) sono in conflitto tra loro, e l’affermazione dell’uno o dell’altro dipende dalla decisione dell’individuo. Di conseguenza, esistono tanti sistemi di valori quanti sono i valori ultimi».47Il filosofo americano Leo Strauss,48scandalizzato da questa concezione decisamente politeista, sostiene che, per Max Weber, «lo stile di vita degli specialisti privi di anima e di visione e dei voluttuari senza cuore sia difendibile quanto quelli propugnati da Amos o da Socrate». In breve, Leo Strauss rimprovera a Max Weber un nichilismo e un machiavellismo della peggior specie. Eppure, come sottolinea Maurice Weyembergh, Max Weber non ha mai affermato che la validità dei valori fosse la stessa; ha detto solo che la loro validità era ugualmente indimostrabile (immediatamente indimostrabile).

In Max Weber, la discussione assiologica (che verte sui valori) può e deve svolgere un ruolo eminentemente pratico: assolutizzando ciascun valore (nell’astrazione della riflessione), è possibile vedere dove esso conduce e, in tal modo, chiarire il contenuto delle volontà. L’anarchia nasce quindi quando nessun valore viene preso davvero sul serio, quando vi sono troppe autorità, e non quando vi è assenza di autorità. Quando lo studioso — nel caso che ci interessa, Max Weber o Pareto — si mette a riflettere sui molteplici aspetti di un determinato valore al fine di ricavarne i suoi assiomi più fondamentali, il valore in questione proprio per questo motivoperde il suo carattere normativo (una normatività pratica e strumentale) per diventare un mero oggetto di indagine. La razionalità diventa così una modalità di comprensione dei fini, che metterà l’individuo di fronte a scelte finalmente consapevoli e che, nel groviglio di contraddizioni che costituisce in definitiva il tessuto del mondo, imporrà che ogni impegno sia lucido, e quindi libero. Non si potrà, per questo, far passare tale impegno per oggettivo. La libertà di giudizio deriverà dalla consapevolezza del soggetto di scegliere lucidamente valori non oggettivi. Una tale visione della razionalità è propriamente rivoluzionaria, poiché rifiuta l’idea di un significato che preceda e trascenda le comunità politiche; essa studierà le conseguenze causali perché gli uomini, per decisione volontaria, attribuiscono un significato alle loro esistenze e scelgono i propri destini.

etica della convinzione e della responsabilità

Max Horkheimer sviluppò una visione delle cose piuttosto diversa. Insieme a Theodor W. Adorno proporrà una nuova teoria del Informazioneche rifiuterà esplicitamente di avallare la “normatività del fittizio” (cioè dei fatti concreti). Horkheimer e Adorno contestano ciò che Max Weber accettava pienamente e che Pareto finì per ammettere dopo aver studiato la storia e le motivazioni in essa espresse. Per Max Weber e per Pareto, i fatti esigono un adattamento; ma, secondo Horkheimer e Adorno, riconoscere questa evidenza significa costringere la conoscenza a essere meramente ripetitiva e l’idea a limitarsi a una mera tautologia. Seguendo il loro ragionamento, Horkheimer e Adorno scrivono che se l’apparato concettuale si sottomette al Essere(l’«esistente»), non farà altro che riprodurlo prima di regredire alla mitologia dalla quale si era faticosamente liberata; come la mitologia, questo riconoscimento della fatticità dell’esistente (dei fatti) rinnega — secondo Horkheimer e Adorno — la speranza e nasconde, nelle sue forme, l’affermazione autoritaria di un’essenza di ciò che esiste (l’eterno ritorno, il destino) e di ciò che si suppone debba durare. Horkheimer e Adorno non si rendono conto che questa «speranza» è un residuo mitologico; anche il razionalismo (o meglio l’iper-razionalismo) della Scuola di Francoforte ci riconduce alla mitologia. Si potrebbero quindi ribaltare molto facilmente contro di loro le argomentazioni che scagliano contro i propri avversari. Così, Horkheimer e Adorno esortano i loro contemporanei a scoprire che le immagini mitologiche, come le formule scientifiche, confermano la chiarezza, l’eternità dei fatti e riducono il «significato» al mero Esistenzail quale — se percepito in modo convenzionale — nasconderebbe quel significato, che solo un approccio ermeneutico potrebbe cogliere.

Se, per i protagonisti della Scuola di Francoforte, l’idea di significato può essere concepita solo in termini di unicità — e se, proprio in virtù di tale unicità, essa è universale —, Max Weber, al contrario, osserva la pluralità dei significati che gli uomini, onorando valori e divinità molto diverse tra loro, attribuiscono al mondo. In questa pluralità si scopre la lotta perpetua che le convinzioni ingaggiano tra loro. Ma, nell’osservare questa situazione conflittuale, Max Weber non immagina certamente una lotta appassionata che non accetti alcuna moderazione: il politico deve sentirsi responsabile del risultato delle proprie azioni. Di conseguenza, Max Weber distingue un’etica della «convinzione» (Etica dei principi) derivante da un’etica della “responsabilità” (Etica della responsabilità). L’etica della convinzione, o della santità, che — in nome della purezza del proprio ideale — limita la propria responsabilità rifiutando ogni moderazione e ogni misura,49attribuirà sempre i propri fallimenti alla follia del mondo o a carenze materiali. Coloro che incarnano l’etica della responsabilità attribuiranno i propri fallimenti a un errato calcolo politico, e quindi a una errata analisi assiologica, a una lucidità carente. Il fallimento si verifica quando l’attore politico non possiede — o possiede in modo inadeguato — ciò che Max Weber chiama il «coup d’œil» o il Distanza, ovvero quella distanza, quel distacco che consentiranno alla sociologia di diventare uno strumento del politico, una conoscenza nomologica. Solo questa disciplina permette una razionalità in grado di accrescere la prevedibilità di certi aspetti del divenire e di offrire a chiunque si sottometta alle sue esigenze le maggiori possibilità di successo con un minimo di conseguenze indesiderate.

In Pareto ci si imbatte in quella visione secondo cui ogni azione è vana, a causa del carattere ciclico e ripetitivo della storia.50Il sociologo italiano non coglie la natura oggettiva dei valori che egli giudica tutti derivati da sentimenti o interessi, tutti ugualmente irrazionali. Con Julien Freund, concordiamo sul fatto che questa totale assenza di illusioni consenta a Pareto, nonché ai sociologi e ai politici paretiani, di affrontare la politica in modo più realistico e di doxanalyze51discorsi ideologici. Questo scetticismo integrale scaturisce dall’osservazione del declino di una ragione che si è esternalizzata e superficializzata. Pareto, nonostante la ricchezza della sua opera in termini di potenzialità realistiche, sarà egli stesso incapace di piegarsi ai compromessi del mondo — di quel mondo impenetrabile in cui gli uomini agiscono in modo misterioso.

Questo “mistero del mondo”, al contrario, sarà colto da Max Weber. L’interesse delle sue opere risiede nei suoi studi approfonditi sulle religioni e sulle implicazioni sociali del religioso.52È in questo modo che Weber — cresciuto in una civiltà in cui la razionalità si è radicata in misura molto ampia — riesce a cogliere (esternamente e/o internamente) questa impenetrabilità e questo mistero che tutte le religioni, e tutti i valori che spingono gli uomini ad agire, nascondono. In Max Weber non si trova alcun rammarico per aver dovuto abbandonare una razionalità pura antagonista all’azione, mentre Pareto e i protagonisti della Scuola di Francoforte convergono, paradossalmente, nel rammarico — anche se tale rammarico è di natura diversa nell’uno e negli altri. Nel rammaricarsi del declino della ragione, Pareto rileva l’inadeguatezza del metodo logico-sperimentale in sociologia (ma non in economia); nel rammaricarsi del declino della ragione, la Scuola di Francoforte contesta la razionalità strumentale (la strumentalizzazione della ragione) e deplora quello che ritiene essere il suo culmine storico nell’instaurazione di varie forme di Stato autoritario (per la Scuola di Francoforte si tratta, in ordine sparso, del liberalismo borghese e capitalista, del fascismo, del nazionalsocialismo e di tutte le forme di marxismo politico).53

In definitiva, la Scuola di Francoforte nega agli uomini politici la capacità di prendere decisioni chiare e ragionevoli. Questo rifiuto di ogni atto nomologico deriva dal fatto che il concetto di decisione (decisionismo) è stato arbitrariamente dichiarato sospetto. Utilizzato da Carl Schmitt e da altri autori della Rivoluzione Conservatrice, il concetto di decisione avrebbe — secondo Horkheimer, Marcuse e Adorno — giustificato, nella cosiddetta prassi politica «di destra», l’uso brutale della coercizione per ripristinare uno stato di cose normale e precedente, giudicato preferibile, in nome delle passioni e degli interessi. Eppure non si trattava affatto di questo. Le situazioni eccezionali richiedono che ogni potere (qualunque sia, del resto, l’ideologia che rivendica) decida le misure da adottare, scelga i mezzi per affrontare le sfide o le crisi. In termini esistenziali, si potrebbe dire che il primato ricade allora su queste situazioni eccezionali e non sulle regole della normalità. Carl Schmitt scrive, a questo proposito, che «nell’eccezione, la forza della vita reale rompe il carapace di una meccanica ripetitiva». Questo aspetto delle cose potrebbe naturalmente essere qualificato come romanticismo vitalista — cioè un romanticismo che gioca la carta della vita contro meccanismi disincarnati e disincarnanti, che ritiene l’eccezione più interessante54rispetto alla normalità. Tuttavia, l’aggettivo «romantico» non sembra adeguato; se il romanticismo nega la normalità, la quotidianità, a favore di un mondo migliore o a favore dell’azione, lo fa in modi molto diversi e si fonda su riflessi psicologici propri di un unico individuo (occasionalismo). In ambito politico, le decisioni vengono prese in modo collegiale (gli Ateniesi chiesa, il Senato romano o i Germanici cosa), oppure da personalità forti e autonome che esercitano le proprie prerogative nel quadro di ciò che Talcott Parsons,55secondo Durkheim,56definisce “individualismo istituzionale”. Per la loro comunità politica, queste individualità scelgono e combinano i mezzi. Ma è quando Talcott Parsons individua il punto in comune tra i reazionari e i marxisti che si rivela più pertinente: i primi si lamentano perché vogliono credere che gli uomini siano diventati tutti anomici; i secondi si lamentano perché, a loro avviso, tutti sono alienati. L’anomia e l’alienazione rimandano implicitamente a un uomo ideale che ha corrisposto, o che dovrebbe corrispondere, al proprio [essere proprio]. Se la Scuola di Francoforte percepisce Carl Schmitt ed Ernst Jünger come coloro che esigerebbero il brusco ritorno alla non corrispondenza dell’uomo al proprio essere, e quindi all’alienazione, essa si smaschera e mostra le proprie contraddizioni. Infatti, la scommessa sull’eccezione a scapito della normalità è uno dei temi principali delle filosofie di Ernst Bloch e di Adorno. Se esiste una differenza tra la Scuola di Francoforte e i teorici della Rivoluzione Conservatrice, è che il residuo è, per la prima, l’alienazione, mentre per i pensatori (de Maistre, Bonald, Donoso Cortés) di cui Carl Schmitt si è fatto portavoce,57È l’anomia. Ernst Bloch scopre che l’anticipazione, l’utopia e la fantasia oggettiva esprimono e riflettono il «non ancora» (il “non ancora”). Egli formula il “principio di speranza” (il principio della speranza) come forza che trasforma attivamente il mondo dispiegandosi a partire da un’infrastruttura ontologico-antropologica, in cui, da un lato, la Materia stessa, intesa come “Natura”, rimane aperta al qualitativamente nuovo e si afferma come la dinamite(la forza) che racchiude in sé e proietta nel reale tutte le tendenze e tutte le potenzialità (Latenza) che darà vita alle “forme” future; e dove, d’altra parte, la coscienza (la consapevolezza) forme, insieme al preconscio (il preconscio) e l’inconscio (l’inconscio), il riflesso della Materia — ovvero dello spazio possibile del non-ancora. Pertanto, per Ernst Bloch, l’uomo non attribuisce significato a ciò che lo circonda; egli è il riflesso della Materia dinamica e divinizzata. In tale prospettiva, coloro che ipotizzano atti soggettivi/decisionistici si illudono e agiscono senza fare riferimento al fondamento ontologico che è la Materia. Dobbiamo quindi osservare, utilizzando il vocabolario di Ernst Topitsch, che l’opera di Ernst Bloch è molto sociomorfa.

comprendere l’unità delle istanze separate

Ma non è assolutamente possibile ridurre l’opera di Bloch a questo fondamento generale;58ci sono alcuni altri aspetti che non possono essere trascurati, anche quando ci si definisce fin dall’inizio sulla base di prospettive radicalmente diverse. Ernst Bloch afferma che la prima cosa con cui l’uomo si trova a confrontarsi è la «mancanza» (la carenza). L’uomo non possiede ciò di cui ha bisogno per sentirsi soddisfatto. Fino a un’età avanzata, avverte la mancanza di «qualcosa», sente la propria incompletezza. La mancanza è una costante nella vita degli esseri umani, che li spinge ad agire. La necessità comporta la nascita del pensiero, la fabbricazione di strumenti, la scoperta del fuoco, la costruzione di ripari. La necessità costringe gli uomini a riunirsi in gruppi, in comunità, in Stati. Questa definizione negativa del fatto umano, Ernst Bloch e la Scuola di Francoforte l’hanno ereditata da una tradizione filosofica tedesca di cui non detengono il monopolio esclusivo. Essi affermano che la negazione è già inclusa nell’essere naturale e da lì passa all’essere sociale, che in tal modo eredita l’incompletezza naturale dell’uomo. Ora, questa distinzione tra una Materia che totalizza tutte le potenzialità e un soggetto incompleto ripristina il vecchio dualismo della tradizione filosofica occidentale. Questo dualismo si ritrova, prima e dopo numerose altre incarnazioni, nella filosofia di Fichte;59sebbene quest’ultimo parli piuttosto di una dualità tra razionalità e materia come caratteristica reale dell’universo. D’ora in poi, la destinazione dell’uomo sulla terra sarà quella di realizzare l’unità delle due istanze “ontologicamente” separate. Questa riflessione sulla duplice natura — spirituale e materiale — dell’uomo porta il filosofo a concepire l’uomo come l’essere che completerà la creazione, che ripristinerà il monismo (poiché Dio si è ritirato dalla Sua creazione il «settimo giorno», inaugurando così l’era del dualismo) e che permetterà a Dio di dimorare nel mondo. Questa esperienza è, per l’uomo, ancora tutta da compiere; è ideale, dà senso alla sua vita.

Nel dibattito della sociologia tedesca, questa eredità fichtiana si ritrova nell’approccio di Arnold Gehlen.60Anche per lui l’uomo è definito dalle sue lacune organiche; senza tuttavia condividere la speranza utopica di Bloch, la sua antropologia spiegherà che la natura dell’uomo è la sua cultura — da cui derivano la tecnica, il diritto e le istituzioni destinate a stabilizzare il caos causato dalle sue lacune istintuali. Pertanto, la negatività (ad esempio, la «dialettica negativa» di Adorno)61costituisce un’ipotesi operativa per l’antropologia. Nella prospettiva gehleniana, non si tratta affatto di quel «principio assoluto» che non si rassegna mai di fronte al reale, bensì di un fatto biologicamente osservabile, che spiega in parte la nascita della cultura e delle istituzioni — istituzioni che orientano gli uomini nel mondo sollevandoli dalla necessità di compiere scelte, risparmiando loro il pericolo di trovarsi disorientati di fronte alle molteplici possibilità di scelta. Questa funzione di «sgravio» permette alla personalità di costruirsi, di risparmiare energie grazie al ruolo stabilizzante delle istituzioni e, di conseguenza, di impiegare tali energie a fini creativi.

Nel lessico ancora molto teologico di Fichte, si direbbe che l’uomo introduca il divino nel mondo superando lo stadio della mera naturalità, varcando la soglia dell’indecisione in cui era immerso. Possono quindi agire efficacemente solo coloro che hanno una coscienza chiara e lucida del proprio destino e una conoscenza abbastanza completa dei valori che desiderano promuovere. Da Fichte a Max Weber, e da quest’ultimo a Carl Schmitt e Arnold Gehlen, esiste una tradizione metafilosofica che illustra una volontà di mobilitazione permanente inil mondo, e non di una mobilitazione permanente controil mondo. Bisogna ipotizzare delle azioni, ed è questo che conta. La Scuola di Francoforte diffidava delle volontà così come Pareto diffidava dell’irrazionale. Voleva opporsi al reale e al mitoil loghidi critica e di negazione.

Per tornare al concetto di “decisione” (la scelta dei mezzi d’azione), occorre sottolineare che essa deriva molto spesso da una conoscenza parziale, dalla mancanza di elementi sufficienti per definire le modalità d’azione. La decisione non è quindi fondamentalmente irrazionale. Pareto non ha sempre compreso chiaramente il fatto che gli espedienti ideologici colmano le lacune nella conoscenza pratica. Hans Albert (cfr. supra) ci ha dimostrato che il dogmatismo latente della maggior parte delle ideologie deriva dall’impossibilità di raccogliere tutti i dati empirici necessari alle loro dimostrazioni e dalla tendenza a esigere una giustificazione ultima — al fine, ad esempio, di ottenere l’approvazione di una prassi politica. In casi concreti, quando la situazione si rivela eccezionale, troppo spesso le decisioni devono essere prese senza una conoscenza completa di tutti gli elementi che, in precedenza, hanno contribuito a determinare il caso in questione.

lo Stato che si trova ad affrontare una “emergenza contingente”

Nonostante tutte le riserve che si possano nutrire riguardo alla sua oggettiva fragilità e al rischio di un’eventuale deviazione che ogni decisione comporta, una giusta valutazione del suo ruolo ci impedirà di condannarla come assurda. La sua onnipresenza — camuffata o meno — in tutti gli approcci politico-ideologici ci invita a non seguire coloro che vorrebbero sostituirla con una procedura esclusivamente logomachica, che crede di poter dissolvere la forza di una situazione politica nata da una decisione. Il marxista revisionista Jürgen Habermas comprende perfettamente che se la nozione di decisione fosse stata definita in modo pertinente dalle cosiddette ideologie «reazionarie» dell’inizio del XIX secolo62e dai loro eredi del XX secolo, emerge in modo del tutto evidente anche nell’approccio decisionista — fondatore della storia e creatore di un tipo di Stato — che si ritrova in Lenin. Quest’ultimo va di fatto oltre lo Stato liberale, di natura intrinsecamente dualista, che contrappone una sfera del privato (che di fatto racchiude l’idea e il desiderio di una sicurezza pianificabile, al riparo dagli imponderabili) e una sfera del politico e dello Stato (che porterebbe in sé il pericolo dell’arbitrarietà e dell’imprevedibilità, con il pretesto che, in epoche precedenti, serviva ad affrontare gli imponderabili dovuti alla pluralità del mondo e alla presenza di potenziali nemici). Lenin — e dopo di lui i nazionalismi quiritari — vedranno una sfera politica strutturata in tre funzioni, comprendente: 1) il dominio della società, dove la popolazione (il popolo) organizza la propria vita lavorativa; 2) il dominio del partito, che assicura il legame tra il popolo e lo Stato selezionando gli elementi più dinamici e più disciplinati; 3) il dominio dello Stato, dove i funzionari, l’esercito e la diplomazia assicurano il futuro del nuovo Stato all’interno della società delle nazioni, garantendogli quell’inviolabilità che sola permette una sicurezza interna atta a realizzare, materialmente, i valori scelti. Jürgen Habermas, dal canto suo, spiegherà63la comparsa, nell’Inghilterra del XVIII secolo, di un opinione pubblicaoppure la “sfera pubblica” (riflesso di una società borghese e mercantile in fase di formazione, nonché ambito dell’autonomia privata e individuale), che assume per proprio conto funzioni fino ad allora riservate alla sfera politica: la circolazione delle merci, la determinazione del lavoro. Lo Stato si depoliticizza e diventa uno strumento al servizio degli interessi economici privati — ma anche (e Habermas non lo menziona) degli interessi ideologici delle chiese, dei circoli filosofici o dei partiti. Lo Stato non può più prendere decisioni autonome. Eppure esistono situazioni in cui non basta applicare le norme giuridiche, perché l’imprevedibile non conosce la sobria meccanica delle regole sociali. Infatti, le leggi corrispondono solo agli eventi regolari della vita.64Solo la normalità può essere normata. L’economia di Pareto proponeva un tipo di normalità da cui erano escluse tutte le possibili eccezioni. Il Emergenza(emergenza situazionale) ironizza sui ragionamenti dei giuristi, che evocano solo situazioni-tipo generiche e ripetitive. Diventa quindi evidente che non si può fare a meno di ciò che costituisce l’atto politico per eccellenza: la decisione. Questa sarà determinata dai valori — ereditati o scelti — a cui il politico aderisce.

Osservando il rifiuto venato di paura che emerge dalle prese di posizione della Scuola di Francoforte sulla natura decisionista della politica, ci sembra interessante interpellare Ernst Bloch sui meccanismi concreti dell’emergere dell’utopia rivoluzionaria nel tessuto della storia. Nulla impedisce di considerare la rivolta dei contadini nella Germania del XVI secolo come la decisoreazione di un’élite popolare in ascesa e dell’aristocrazia condottieri(Ulrich von Hutten, Franz von Sickingen, Weigandt von Miltenberg) a una situazione di emergenza e a una sfida che rappresentavano la posta in gioco sociale, politica e nazionale del Paese. Questa risposta alla sfida di un doppio collasso politico e sociale potrebbe quindi benissimo essere interpretata come una rivolta nazionale, come la volontà di creare uno Stato centralizzato libero dall’ingerenza del Vaticano e degli Asburgo.65

la critica e il valore del decisionismo

Ernst Bloch concentra la sua attenzione, in qualità di filosofo e storico, sulla controversa figura di Thomas Münzer;66eppure Thomas Münzer decide, sulla base assiologica del messaggio profetico e biblico, per fondare una città ideale. Si suggerirà quindi, in modo del tutto oggettivo — riflettendo sulla nozione schmittiana e post-schmittiana del Situazione di emergenzae sul concetto blochiano di Noncome vettore dell’utopia — che si ammetta la definitiva distruzione delle nozioni incomplete e astratte di “sinistra” e “destra”. Nella complessa realtà della politica non è possibile, in definitiva, trovare alcuna tipologia ideale e rigorosamente dicotomica. Gli adepti degli slogan e delle etichette finiranno tutti per dover riconoscere i limiti delle loro opinioni meschine e ristrette.

È proprio la superficialità delle opinioni che Pareto critica. Jules Monnerot ha definito la sua opera come doxanalitico; studiandola, si potranno individuare alcuni elementi comuni a opinioni apparentemente divergenti. Ciò non basta; con Max Weber, occorre cercare di comprendere quali siano i valori ultimi che determinano le scelte — i valori in virtù dei quali metodi comuni a ideologie opposte, e derivanti da pertinenti analisi filosofiche (quella schmittiana Emergenza, l’utopizzazione No, il monismo/progetto fichtiano e il dualismo concreto), sono messi al servizio di valori fondamentali (religiosi) diversi. L’alienazione e l’anomia si completano a vicenda e si escludono l’una l’altra solo tra i politici che non hanno compreso la natura di ciò che Max Weber chiamava razionalità. Questi rimangono nella confusione dei valori. A tali uomini il futuro non appartiene. Lo scopo di questo articolo è stato quindi quello di correggere Pareto attraverso un’attenta lettura di Max Weber, per poi collocare la validità della sua doxanalisinell’ambito del dibattito che oppone alcuni neopositivisti (soprattutto Topitsch e, in misura minore, Albert) agli esponenti della Scuola di Francoforte.

La Ragione Assoluta, che nega le vicissitudini storiche e politiche; la critica al decisionismo; l’economia pura di Pareto; l’approccio positivista e scientista di Popper — tutto ciò non riesce a cogliere la vera natura della sociologia, quella scienza che si dovrebbe chiamare senza esitazione scienze politiche, perché ogni societassopravvive solo all’interno di un contesto politico, all’interno di un polis; in caso contrario, questa sociologia si perde nella catalogazione delle molteplici mode sociali, nella descrizione di fenomeni transitori, effimeri nello spazio e nel tempo. Ecco perché la sociologia, oggi di moda, si dissolve nell’informalità deliquescente di quella sfera privata difesa con tanta veemenza dal liberalismo mercantile. La dispersione porta all’inazione. Pareto — anche se i problemi posti dal confronto tra miti e realtà, tra fatti e teorie, si riferivano direttamente al quadro politico — non ragionava in termini di decisione. Habermas, dal canto suo, esclude la decisione, che concepisce come una deroga alla normalità auspicata, e propone micro-rivoluzioni frammentarie ed empiriche per evitare di cadere nella trappola di una globaleun’azione che — passando necessariamente attraverso il canale dell’opinione pubblica (opinione pubblica) e delle macrostrutture sociali — verrebbe così recuperata. In tal modo, la volontà rivoluzionaria marxista-leninista viene svuotata della sua sostanza, e Habermas, nel suo progetto d’insieme, auspica una trasformazione globale della società senza un atto decisionale e con la sola funzione critica del progetto utopico. Horkheimer si spinge ancora oltre; esalta le macrostrutture della società borghese per paura di vedere innescarsi sconvolgimenti — sconvolgimenti che, a suo avviso, sono sempre suscettibili di instaurare una tirannia. Si giunge così a un conservatorismo (un conformismo) che si ritaglia piccoli spazi privati distaccati da ogni norma sociale, dove i desideri insoddisfatti possono esprimersi a piacimento. Questa forma di dispersione ha un effetto globalmente demobilitante e nega i valori che guidano l’azione.

L’ultima incarnazione del cristianesimo, questa miscela di post-marxismo, freudismo e liberalismo edonistico, rappresenta in effetti un valore religioso. Escludendo tutti i fattori in grado di offrire agli uomini l’occasione di dare un senso alla propria vita, questa ideologia ritiene di abbattere definitivamente gli idoli che avrebbero sempre indotto i popoli a deviare da un percorso presumibilmente giusto.

Questi valori, che si sottraggono alla decisione, si riferiscono, implicitamente o esplicitamente, a elementi che sono sempre già lì. Ernst Topitsch ci parla67delle religioni dell’antica India che — al di sopra del mondo quotidiano e al di sopra della dimora degli dei antropomorfi della religione popolare — concepiscono una dimora del Sé supremo; questo Sé supremo, distaccato dalle vicissitudini della vita quotidiana, può essere percepito in due modi: o fungerà da metodo, da modello, per chi rifiuta di appesantire la propria mente con mode effimere, con l’invidia, con i desideri irrazionali di potere o di sicurezza; oppure degenererà in una speranza soteriologica o in un culto individualista.

La Scuola di Francoforte, e soprattutto la filosofia personale di Max Horkheimer, mirano infatti a isolare l’individuo al di fuori della sfera politica, poiché solo in questo modo egli raggiungerebbe la felicità, diventerebbe dio. Diventare dio — ovvero, se usiamo un linguaggio lucido e non teologico, vivere i propri valori. Poiché i valori che Marcuse sceglie,68è quello di denunciare le sofferenze inflitte all’individuo dalla sottomissione permanente degli istinti alla civiltà. Per lui, la libera soddisfazione dei bisogni istintuali è incompatibile con la società civilizzata; il principio del piacere è incompatibile con il principio della realtà. Marcuse rinnega così il lato prometeico69del marxismo, poiché lo schema marxiano della società di classe ammette un rapporto di dominio e introduce un’affermazione che è al tempo stesso collettiva e repressiva. Secondo Horkheimer, dominare il proprio ambiente rientra nell’autorepressione ascetica. Ciò che i protagonisti della Scuola di Francoforte auspicano è il ripristino di quello che Hobbes definiva lo stato di natura, precedente alla società civile — dove l’uomo era, tuttavia, un «lupo per l’uomo», cosa che, contrariamente a Hobbes, essi non percepiscono. Con Bernd Guggenberger70sottolineeremo che, nelle concezioni politico-psicologiche della Scuola di Francoforte, l’analista spaccia troppo facilmente la realizzazione concreta dei propri desideri personali per un ritorno dell’essere vero rimosso; tale essere vero nasconderebbe in sé la possibilità di una vera trasformazione sociale. All’ideologia fallimentare del progresso,71Marcuse afferma che occorre opporsi alla perennità statica dei desideri. È evidente che, senza un’idea di comunità e con una concezione molto parziale degli archetipi,72si può desiderare il paradiso e, per ironia della sorte, ottenere la legge della giungla. La concezione marcusiana della libertà risulta quindi regressiva rispetto alle teorie politiche del XVII secolo.

la tripartizione sociale e politica

Ora, esistono valori che tengono conto del concetto di sovranità. Piet Tommissen73auspica che si possano mettere in relazione le scoperte di Georges Dumézil con le nozioni schmittiane di politico, sovranità e decisione. Il contenuto della prima delle tre funzioni che Dumézil individua nelle società indoeuropee è proprio la sovranità giuridica e magica, ovvero l’ordinamento della vita degli uomini nel mondo; Frank D. Balog74richiama la nostra attenzione sulla persistenza, nella storia delle teorie politiche in Europa, della trifunzionalel’ideologia che Georges Dumézil ha definito così bene. Gli europei hanno sempre avuto la tendenza a suddividere le attività della città in tre settori — ispirandosi alle tre classi (sostanziale, formale e universale) di Hegel Filosofia del diritto(Filosofia del diritto) ai “tre stati” previsti da Daniel Bell nel suo L’avvento della società post-industriale. Questa ideologia trifunzionale è un concetto che si potrebbe definire “residuale”, in quanto combina i concetti di Max Weber e di Vilfredo Pareto. Nella stessa corrente, Edward A. Tiryakian75il sociologo Talcott Parsons interpreta alla luce delle ricerche di Dumézil. Quest’ultimo ha così individuato le radici religiose di quelle visioni della politica che riconoscono il valore della sovranità. Talcott Parsons distingue: 1) la funzione che determina gli obiettivi, che egli indica con la lettera “G” per obiettivi; 2) quella che adatta la società al proprio ambiente; 3) quella che mira all’integrazione (funzione “I” per integrazione) dei membri di una comunità per il perseguimento di un fine comune; 4) la funzione “L” della latenza (latenza) che consiste essenzialmente nella ricerca e nella ricreazione di nuovi obiettivi, nella ridefinizione di un nuovo consenso e nella ridefinizione dei valori fondamentali. Questa fase, nella dinamica sociale, serve a riorganizzare la società. Dumézil ci propone quindi una società trifunzionale, mentre Talcott Parsons una società in cui interagiscono quattro forze. Ma Dumézil ha studiato soprattutto società che hanno avuto un’evoluzione molto lenta, società che corrispondono a ciò che Oswald Spengler76denominata cultura apollinea, caratterizzata da uno statismo olimpico, da un senso dei limiti e incentrata esclusivamente sulla città. Talcott Parsons aggiunge l’elemento dinamico che manca nella descrizione della società di Dumézil. La tabella comparativa che Edward A. Tiryakian ci propone è, a questo proposito, estremamente istruttiva:


DUMÉZIL

Prima funzione

Il mantenimento dell’ordine cosmico e giuridico. L’amministrazione misteriosa e regolare del mondo. Questa funzione è rappresentata, in India, dalla casta dei bramini; tra i Celti, dai druidi; ecc. Di norma, corrisponde a tutte le classi che detengono il potere politico esovranità religiosa.

Seconda funzione

La seconda funzione si riserva l’esercizio della forza fisica, al fine di proteggere la società in caso di emergenza. Si tratta, in India, della casta dei Kshatriya; in Irlanda, dei Flaith; ecc.

Terza funzione

Questa funzione è responsabile del benessere e della fecondità. Raccoglie e produce i mezzi di sussistenza. Corrisponde alla casta indiana dei Vaishya, quella irlandese airig, gli agricoltori, ecc.


PARSONS

Prima funzione

Mantenimento delle norme culturali consolidate. Mantenimento del sistema giuridico.

Seconda funzione

Questa è la funzione di integrazione (“I”), destinata a produrre e a riprodurre la “solidarietà”. Essa controlla il rispetto delle regole sociali.

Terza funzione

Secondo Parsons, la terza funzione persegue i propri obiettivi attraverso il potere, ovvero mediante la mobilitazione di tutte le risorse di una società. Questo, sostiene Parsons, è il ruolo della politica dei politici.

Quarta funzione

Adattarsi all’ambiente, in modo da favorire la produzione di risorse finalizzata al raggiungimento degli obiettivi. Questo è il ruolo dell’economia.


Anche se, in questi due tipi di distribuzione dei compiti sociali, vi sono divergenze — dovute alla dispersione spazio-temporale delle società studiate — Edward A. Tiryakian ha ragione a sottolineare il loro punto di convergenza: sia per Dumézil che per Talcott Parsons, le funzioni che determinano i valori esercitano il loro controllo su quelle che regolano gli adattamenti economici. In una gerarchia che non esiteremo a definire cibernetica, si dirà che una funzione ricca di informazioni controlla sempre una funzione povera (o meno ricca) di informazioni, nonostante l’eventuale forza energetica che quest’ultima possa dispiegare. In una prospettiva weberiana, diremmo che i detentori della prima funzione hanno una coscienza chiara e lucida dei valori ultimi che costituiscono la spina dorsale del programma da realizzare, dell’armonia da promuovere. Un’altra caratteristica di queste due classificazioni è il loro comune rifiuto dell’individualismo. Tale analisi dei valori fondamentali delle società — resa possibile grazie ai testi forniti dalla filologia, dall’archeologia e, soprattutto, dalla mitologia — supera di gran lunga i falsi interrogativi del Frankfurtistai fedeli del loghie dei sostenitori dell’etica sociale popperiana. Infatti, dopo aver modestamente tentato di confutare l’argomentazione di Marcuse, Adorno, Horkheimer e Habermas — un’argomentazione che insiste sulla “necessità” di preservare l’individuo dalle “affermazioni” sociali — dobbiamo anche affrontare l’etica individualista e depoliticizzante di Karl Raimund Popper.

In un articolo pubblicato sulla rivista “Munich Review” Criticón,77Harald Holz spiega molto bene i presupposti dell’etica di Popper; ciò che ne costituisce il fondamento indiscutibile è che l’individuo ha sempre la precedenza sul tutto. Questa concezione dell’individuo — base assiologica della società aperta (depoliticizzata? neutralizzata dall’economismo?) — si ricollega a quelle concezioni del politico, molto diverse tra loro a causa delle loro contraddizioni inestricabili, la cui matrice comune è l’ellenocristianesimo; questa tradizione concepisce il mondo solo come un macropolis, in cui ci sarebbero solo cittadini del mondo (cittadino del mondo) seguendo un loghi, una razionalità totalizzante, che corrisponde a desideri intellettualizzati, che costituisce la derivazione suprema, la sublimazione di un’opinione pubblica già borghese. Questa visione irenica è tuttavia in gran parte fallita: sicura di detenere la verità assoluta, radunerà — come scrisse e auspicò Agostino — i propri sostenitori sotto la bandiera del civitas Dei; un unico e solo valore (la negazione di tutti gli altri) sarebbe così destinato a trionfare. Purtroppo, molti popoli, e ciascuna delle varianti, credono di detenere questo tipo di monopolio. Le varianti sovietico-comunista o americano-consumistica finiscono per generare noia, dopo aver generato uniformità; nello spazio in cui regna la seconda, e dove la popolazione è completamente depoliticizzata, si creano — in una miriade di sette — pseudo-valori78immaginati in modo fanatico da individui disorientati che cercano di imporre le proprie fantasie ai propri contemporanei. All’orizzonte: l’imminente scontro tra fanatismi incoerenti! Ecco dove può portare la giustapposizione, attraverso la depoliticizzazione, delle sfere private.

una comprensione più esistenziale delle relazioni sociali

Pareto, all’inizio, credeva implicitamente in una logica, in un ordine che l’irrazionale avrebbe mascherato. A poco a poco questa illusione svanì in lui, e divenne «il più nominalista di tutti i nominalisti». Questa posizione implicava che egli si limitasse a commentare gli eventi, il ruolo nascosto dei residui, il ruolo apparente delle derivazioni; così, il sociologo non interviene negli eventi e non ha alcuna presa su di essi. In questo caso, si tratta di capitolare di fronte alle decisioni altrui, di abbandonare la propria posizione di politico a vantaggio dei sociotecnologi, di confondere la decisione con la gestione.

Questa tecnologia sociale, scrive Gebhard Geiger,79deriva dalla concezione meccanicistica secondo cui il Informazioneaveva delle società umane; queste potevano essere create, costruite, come macchine. Basta quindi conoscere bene i meccanismi di funzionamento della società esistente per garantire la felicità e la pace agli uomini. Questa concezione della società non tiene conto del fatto che i dati circostanziali dell’esistenza umana sono solo secondari e non costituiscono mai il contenuto dell’azione politica. Spesso, le società che, in politica, credono di poter fare a meno dei valori (disarmo etico della politica) si rendono incapaci di affrontare i propri avversari — incapace di opporsi, come direbbe Arnold Gehlen.80Il politico è responsabile del programma che propone e dei valori che intende incarnare. Le circostanze contano poco: esse autorizzano o consentono la realizzazione delle potenzialità, favoriscono o ostacolano un progetto, influenzano la scelta dei mezzi, ma non determinano in alcun modo gli obiettivi dell’azione.

Realpolitiknon è affatto un adattamento servile alle circostanze o a configurazioni effimere; al contrario, saprà sfruttare a proprio vantaggio la resistenza del realtàal fine di perfezionare il proprio arsenale metodologico, di elaborare nuove strategie d’azione volte a imporre il proprio punto di vista proprio a coloro che realtà. La politica, intesa come arte di imporre se stessi e soprattutto i valori che si incarnano, concepisce come artificio ciò che è già politicamente imposto. Questa arte di vivere i valori e di volerli far vivere collettivamente si distingue quindi dalla mera gestione delle circostanze, che viene definita socio-tecnologia. Reinhardt Albrecht81sostiene che il punto di partenza della definizione popperiana delle scienze sia l’equazione stabilita tra interpretazione (interpretazione) e prognosi (pianificazione); Popper orienta così le scienze sulla via dell’empirismo. Realizza, quindi, un progresso incontestabile rispetto agli approcci classici: il suo metodo permette di non trascurare più il particolare. Tuttavia, nel suo approccio alle dinamiche sociali, si può intuire un timore nei confronti dell’azione politica su larga scala; in una certa misura, ha ragione a opporsi al profetismo storicista (profezia storica) alla sociotecnologia (ingegneria sociale), poiché — sebbene la sua analisi non vada chiaramente in questa direzione — i sostenitori di una beata “fine della storia” hanno cercato di realizzare i propri valori attraverso una rivoluzione politica, e quindi un atto deciso. La sua sociotecnologia accetta la situazione globale così com’è; le successive modifiche saranno il risultato di microdecisioni razionalmente ponderate. A Popper va quindi posta una domanda: come farà una società a superare una situazione eccezionale, un Emergenza? Per Popper e la sua sociotecnologia, sembra che tutto sia sempre perfettamente prevedibile, che gli eventuali avversari di una data società agiscano sempre in modo altrettanto razionale e ragionevole quanto lui; egli, infatti, rimprovera a Marx di aver adottato un’ideologia mobilitante, mentre si dovrebbe piuttosto rimproverargli di volere una società in cui, proprio, non sarà più necessario mobilitarsi. Popper giunge così, attraverso il suo metodo, a schierarsi a favore di un’etica individualista in cui le singole microdecisioni si trovano elevate al di sopra di ogni tribunale sociale, al di sopra di quello politico. Il suo empirismo, nelle scienze sociali e nella teoria politica, lo porterà ad adottare il cosiddetto metodo per tentativi ed errori (per tentativi ed errori), il che implica il rifiuto di immaginare la possibilità di grandi sconvolgimenti, di grandi decisioni che le emergenze situazionali (Emergenze) spesso richiedono. La socio-tecnologia si limiterà a prendere solo micro-decisioni, il che depoliticizzerà le comunità politiche. Inoltre, l’insieme di tutte le micro-decisioni non rischia forse di portare all’anarchia, dal momento che ciascuna avrà solo una visione parziale della società e non sospetterà mai delle conseguenze che tali micro-decisioni potrebbero avere su un gruppo umano concorrente all’interno della stessa comunità politica? Popper ignora, in politica, il ruolo della decisione, mentre in scienza è consapevole dell’artificialità delle convenzioni e delle leggi. Il suo biografo, Bryan Magee,82scrive che le teorie vengono elaborate e non scoperte, non ci vengono fornite dall’esterno dalle regolarità oggettive del nostro ambiente; ma, d’altra parte, Popper dirà — esattamente come Pareto — che le teorie sono, in ultima analisi, il prodotto di miti che a loro volta scaturiscono da desideri innati. Ogni teoria si rivela quindi, secondo Popper, un prodotto dell’osservazione empirica e dell’adozione di un quadro di riferimento. Questa interazione tra necessità fisiche e stabilità mentale, che Popper percepisce come disarmonica, viene proprio superata dalle decisioni concrete che gli uomini prendono in nome dei valori. È affermando innanzitutto i propri valori e poi, eventualmente, ricorrendo alla violenza, che una società risponde alle sfide che le vengono rivolte. L’etica sociale di Popper non corrisponde interamente alla sua teoria scientifica, e ciò in proporzioni simili al divario rilevabile tra l’economia paretiana e la sociologia.

Ciò che manca a questi due osservatori rigorosi e insostituibili delle nostre realtà e di quelle del nostro mondo è una comprensione più esistenziale delle relazioni macrosociali. I valori che mobilitano e le decisioni che innescano gli eventi non trovano spazio nelle strutture mentali nate dal Informazione. Gli eredi di questa tradizione — i membri della Scuola di Francoforte e i discepoli di Popper — non colgono, nonostante la loro sincera volontà di creare un mondo di libertà o una società veramente aperta, la grande ricchezza di potenzialità offerta da quei valori che essi trascurano e da quelle decisioni, quelle affermazioni, che condannano come irrazionali.

Vorremmo, insieme a loro, riflettere sull’interpretazione heideggeriana della storia. Inserendosi nella tradizione esistenzialista, Heidegger afferma che il Esistenzaè la prima entità storica. Il Esistenza, in quanto storia, è non autenticose si lascia guidare dagli eventi; di conseguenza, l’uomo inautentico è l’uomo indeciso, che non ha né un destino (Destino) né progetto (Bozza). Il Esistenzaattinge da ciò che è stato per scoprirvi le potenzialità che potrebbero (ri)prodursi. Non si tratta di un culto fissista del passato, ma della ricerca di potenzialità non ancora realizzate; in questo senso, significa rinnegare il passato in quanto tale. Esiste una reciprocità tra passato e presente, e non una mera copia del passato. D’ora in poi, la storia dovrà concentrare la propria attenzione sulle potenzialità e non sui fatti. Si dovranno esplorare quelle potenzialità che la storia ci ha permesso di intravedere, poiché conta solo il futuro. È urgente ricorrere alle potenzialità non ancora realizzate che la nostra storia ci suggerisce. Gli europei dovranno avere la volontà di recuperare i valori che un tempo hanno abbandonato e che consentiranno loro di costruire un futuro. Inserire queste riflessioni sulla filosofia heideggeriana della storia in un percorso sociologico non ha altra ragione se non quella di esortare i nostri contemporanei a dimenticare ciò che li demotiva: l’ideologia di una società avvolta nelle sue piccole comodità, il culto di una sociologia in cui il politico e le nozioni di urgenza e decisione non trovano spazio, l’incensamento di una filosofia che sacrifica i valori e il gioco fantastico che essi consentono. Dimenticare i valori è, senza alcun dubbio, demotivante; ma dimenticare i falsi valori, denunciarne l’illusione, significa trasformare l’oblio in una forza, significa rinunciare alle contingenze non essenziali per recuperare, sicuramente, l’immemorabile.83

1

Giovanni Busino, «Introduzione a una storia della sociologia di Pareto», Quaderni di Vilfredo Pareto, 12, Droz, Ginevra, 1967, p. 84.

2

André Vergez, Marcuse, PUF, 1970, p. 26.

3

Max Horkheimer, Critica della ragione strumentale. Da conferenze e appunti raccolti dopo la fine della guerra, a cura di Alfred Schmidt, Athenäum Fischer Taschenbuch, Francoforte sul Meno, 1974.

4

Ibid., p. 16.

5

André Vergez, op. cit., p. 18.

6

Julien Freund, Pareto, la teoria dell’equilibrio, Seghers, 1974, p. 23.

7

In un numero precedente di Nuova Scuola, n. 16, Jean-Yves Le Gallou ha affrontato il tema di La semantica generale e i metodi di valutazione non aristotelici; non ha esitato a citare il lavoro di Pareto per fornire un esempio (le derivazioni) che potesse avvalorare la validità della sua dimostrazione.

8

Carlo Mongardini (a cura di), Vilfredo Pareto, Scritti scelti, Ullstein, Berlino, 1975, pp. 17–25.

9

Paola Maria Arcari, «La formazione psicologica della teoria della circolazione delle aristocrazie (con in appendice documenti inediti)», Quaderni di Vilfredo Pareto, 5, Droz, Ginevra, 1965, pp. 216–217.

10

Julien Freund, op. cit., p. 49.

11

Hans Albert, Costruzione e critica, saggi sulla filosofia del razionalismo critico, Hoffmann und Campe, Amburgo, 1972, p. 17. Hans Albert ha affrontato l’argomento anche in altre opere, quali Trattato sulla ragione critica, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tubinga, 1975, e Appello a favore del razionalismo critico, R. Piper, Monaco di Baviera, 1971.

12

Hans Albert parla del regresso infinito.

13

L’esempio più calzante per illustrare questo tipo di timore è l’impatto che la cosmologia di Giordano Bruno ebbe sui suoi contemporanei; l’universo infinito che egli affermava con gioia sconvolse l’intellighenzia. Il destino che dovette subire è ben noto; tuttavia, ben un secolo prima, Nicola Cusano gli aveva aperto la strada.

14

Georg-Matthias Mojse, Teoria della scienza e dibattito etico secondo Hans Albert: un contributo al dibattito attuale sui valori fondamentali nella società pluralistica, Bouvier Verlag/Herbert Grundmann, Bonn, 1979.

15

L’importanza attribuita ora all’esperienza, ora alla razionalità, è cambiata più volte nel corso della storia. I teorici del “Circolo di Vienna” si definirono “empiristi logici”; in tal modo, elevarono il termine “empirismo” a sostantivo per sottolineare la loro posizione critica nei confronti dei dogmatismi (neoscolastica cattolica, marxismo). Avvalendosi delle conquiste di questa scuola di pensiero, Karl R. Popper definì la propria posizione «razionalismo critico», per sottolineare il fatto che non è il materiale empirico a condurre alla conoscenza, ma innanzitutto l’elaborazione delle teorie, ovvero la razionalità umana. Il suo discepolo Hans Lenk, dal canto suo, preferì la denominazione di «critica razionale» per riportare al centro dell’attenzione gli elementi empirici e critici ed evitare qualsiasi confusione con il razionalismo cartesiano, che cerca di determinare una giustificazione ultima.

16

Per una definizione più completa di questa terminologia paretiana, rimando il lettore agli altri testi pubblicati in questo numero di Nuova Scuola.

17

A questo proposito, si consiglia di leggere il libro di Jean-François Malherbe, La filosofia di Karl Popper e il positivismo logico, Presses Universitaires de Namur, 1976, e PUF, 1979, p. 235.

18

Ibid., p. 236.

19

Per comprendere cosa intenda Popper con il termine “storicismo”, occorre fare riferimento alla sua famosissima opera, La povertà dello storicismo, Routledge and Kegan Paul, Londra, 1957–1974.

20

Kurt Salamun (a cura di), Che cos’è la filosofia? Testi recenti sulla sua identità, J.C.B. Mohr (Paul Siebeck), Tubinga, 1980.

21

Jean-François Malherbe, op. cit., p. 277.

22

Maurice Weyembergh, Il volontarismo razionale di Max Weber, Bruxelles/Palazzo delle Accademie, Accademia Reale del Belgio, Memorie della classe delle lettere, Collana in-8° – 2ª serie, vol. LXI – Fascicolo 1, 1972.

23

Julien Freund, Max Weber, PUF, 1969, pp. 19 e 68.

24

Maurice Weyembergh, op. cit., p. XXX.

25

Hans Albert, op. cit., pp. 41–73.

26

Ernst Topitsch, Divinizzazione e rivoluzione, contributi all’analisi delle visioni del mondo e alla critica delle ideologie, Documentazione, Pullach presso Monaco di Baviera, 1973. Si consiglia di leggere soprattutto la parte intitolata Max Weber e la sociologia oggi, pp. 230–249.

27

Julien Freund, Pareto, op. cit., p. 188.

28

Julien Freund, Pareto, op. cit., p. 185.

29

Ernst Topitsch, Divinizzazione e rivoluzione, op. cit., p. 244. Si consiglia inoltre la lettura del libro di Ernst Topitsch e Kurt Salamun, Ideologia, il dominio del pregiudizio, Langen-Müller, Monaco di Baviera, 1972. Elementi interessanti si possono trarre anche dall’opera di Kurt Salamun, Che cos’è la filosofia?, op. cit. Un’eccellente panoramica delle riflessioni attuali si trova nell’opera di carattere molto generale di Franz Austeda, Panoramica sulla filosofia moderna, Het Spectrum, Utrecht/Anversa, 1974. Di carattere generale, ma più ricco di informazioni, è anche il libro di John Passmore, Cento anni di filosofia, Penguin, Harmondsworth, 1968–1978.

30

Nuova Scuolaintende approfondire la filosofia di Arnold Gehlen in modo più esaustivo rispetto a una semplice menzione. Finora pochissimi testi di questo autore sono stati tradotti in francese. In particolare, tutte le sue opere fondamentali rimangono inedite [in francese].

31

Per Herder, il linguaggio — o meglio, le lingue — cerca di colmare la povertà organica e istintiva dell’uomo. Le lingue rendono possibili le facoltà. Con Herder, si può quindi affermare che la comprensione e la ragione non si fondano sull’organizzazione animale dell’uomo, ma costituiscono una nuova direzione, un nuovo percorso che la natura offre all’uomo.

32

Ernst Topitsch, Sull’origine e la fine della metafisica. Uno studio sulla critica delle visioni del mondo, Vienna, 1958.

33

Ernst Topitsch, Divinizzazione e rivoluzione, op. cit., pp. 16–135. In quest’opera Ernst Topitsch analizza le religioni indiane ed elleniche che, attraverso un progressivo processo di secolarizzazione, hanno dato origine alle teorie metafisiche del mondo moderno.

34

Il concetto di “periodo assiologico della storia” è spiegato in modo conciso nell’opera di Karl Jaspers, Introduzione alla filosofia, Plon, 1965. Potrebbe inoltre risultare interessante consultare il capitolo intitolato La filosofia della natura e il mito, nel libro di Raymond Ruyer, Dio delle religioni, dio della scienza, Flammarion, 1970, pp. 37–44.

35

Ernst Topitsch e Kurt Salamun, Ideologia, il dominio del pregiudizio, op. cit., pp. 19 e 20.

36

Georg Lukács, La distruzione della ragione. I: L’irrazionalismo tra le due rivoluzioni, e III: Irrazionalismo e sociologia, Hermann Luchterhand, Darmstadt e Neuwied, 1962–1974.

37

Cfr. il testo di Arnold Gehlen che pubblichiamo in questo numero (pp. 21–41).

38

Julien Freund, Max Weber, op. cit., p. 39; Helmut Schoeck, Dizionario di sociologia, Herderbücherei, Friburgo in Brisgovia, 1969, p. 155.

39

Anche se non è questo l’obiettivo del presente articolo, non possiamo fare a meno di evocare la possibilità che esista un parallelo tra il carattere soggettivo del dogmatismo osservato da Hans Albert e il tipo ideale weberiano, frutto di una scelta che sarebbe essa stessa soggettiva. Nel caso del dogmatismo, il soggettivismo è inconscio o tattico; nel caso del tipo ideale, è consapevole e tattico.

40

Julien Freund, Max Weber, op. cit., p. 17.

41

Paola Maria Arcari, op. cit., p. 214.

42

Max Weber distingue tre tipi di legittimità: 1) il dominio tradizionale, che si fonda sull’autorità dell’«eterno ieri», sulle usanze santificate da una validità immemorabile; 2) il dominio legale, che si impone attraverso la fede nella validità di leggi e norme razionali che determinano le varie competenze all’interno dell’unità politica; 3) il dominio carismatico, che si fonda sul prestigio di un leader e sulla fiducia dei sudditi nelle sue qualità eccezionali (Julien Freund, Max Weber, op. cit., p. 55).

43

Julien Freund, Sociologia di Max Weber, PUF, 1968, p. 191.

44

Vilfredo Pareto, I sistemi socialisti, vol. II, Droz, Ginevra, pp. 454 e 455.

45

Julien Freund, Pareto, op. cit., p. 157.

46

Jules Monnerot, L’intelligenza della politica, I: L’anti-provvidenza, Gauthier-Villars, 1977. L’articolo firmato da Guillaume Faye in questo numero di Nuova Scuolaè un’analisi e un’interpretazione di questi neologismi coniati da Jules Monnerot.

47

Maurice Weyembergh, op. cit., p. 382.

48

Leo Strauss, Diritto naturale e storia, University of Chicago Press, Chicago, 1950–1953, pp. 35–81.

49

Le antiche virtù della temperentia e del mètron sono sempre state richieste alle caste che ricoprivano funzioni politiche.

50

Giovanni Busino, op. cit., p. 51.

51

Cfr. nota 46.

52

Si consulteranno le opere di Max Weber che trattano delle religioni: L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Lead, 1964; L’ebraismo antico, Plon, 1970. Anche altre opere possono aiutarci a comprendere appieno l’approccio weberiano alla sociologia delle religioni; si tratta del libro di Wolfgang Mommsen, Max Weber, Società, politica e storia, Suhrkamp, Francoforte sul Meno, 1974. L’autore riprende in quest’opera gli studi condotti da Max Weber sulle sette nordamericane e sulle loro implicazioni economiche. Sull’origine della razionalità nel mondo moderno, si veda la raccolta curata da Wolfgang Schluchter, Lo studio di Max Weber sul giudaismo antico, Suhrkamp, Francoforte sul Meno, 1981.

53

Il testo di Max Horkheimer intitolato Stato autoritario, scritto nel 1942, è disponibile nella raccolta curata da Werner Brede, Max Horkheimer. Società in transizione, saggi, discorsi e conferenze 1942–1970, Fischer Taschenbuch, Francoforte sul Meno, 1981. Queste tesi si ritrovano in una certa storiografia del fascismo, come, ad esempio, in Reinhard Kühnl, Forme di dominio borghese, liberalismo-fascismo, Rowohlt, Reinbeck presso Amburgo, 1971. L’autore vi analizza le origini “liberali” del fascismo, che diventerebbe così un’incarnazione dell’idea di progresso e del capitalismo mercantile.

(53 bis) Carl Schmitt, Teologia politica, Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, Duncker & Humblot, Berlino, 1979. Accanto a quest’opera di Carl Schmitt, si legga Hermann Lübbe, Teoria e decisione. Studi sul primato della ragione pratica, Rombach, Friburgo in Brisgovia, 1971. Anche l’articolo di Martin Rhonheimer è fondamentale per una comprensione completa dell’argomento: «Politica, ragione e decisione: note sulla teoria e la storia dell’intellighenzia conservatrice», Criticón, IV, 26, nov./dic. 1974.

54

In tedesco, il termine “interessant” viene spesso applicato ai dettagli piccanti dell’esistenza, al bizzarro, al particolare. Carl Schmitt si dichiarò avversario di ogni forma di romanticismo politico, sia esso reazionario o rivoluzionario. Si potrà leggere la lunga e avvincente confutazione di questi romanticismi politici in Romanticismo politico, Duncker u. Humblot, Berlino, 1968. Hermann Lübbe, tuttavia, parla di un «romanticismo della decisione» in riferimento a Carl Schmitt. Questa definizione è tratta da un’opera di C. von Krockow, La decisione. Uno studio su Ernst Jünger, Carl Schmitt e Martin Heidegger, Enke, Stoccarda, 1958.

55

Per quanto riguarda la sociologia di Talcott Parsons, si può leggere, in francese, l’opera fondamentale di François Bourricaud, L’individualismo istituzionale. Saggio sulla sociologia di Talcott Parsons, PUF, 1977.

56

François Bourricaud, op. cit., pp. 269–299.

57

Carl Schmitt, Teologia politica, op. cit., pp. 67–84. Carl Schmitt analizza la filosofia controrivoluzionaria dello Stato in de Maistre, Bonald e Donoso Cortés.

58

Silvia Markun, Ernst Bloch attraverso testimonianze personali e documenti fotografici, Rowohlt, Reinbeck presso Amburgo, 1977.

59

Didier Julia, Fichte, la sua vita, la sua opera, con una sintesi della sua filosofia, PUF, 1964.

60

Arnold Gehlen, Ricerca antropologica. Sull’incontro con sé stessi e la scoperta di sé nell’essere umano, Rowohlt, Reinbeck presso Amburgo, 1961–1975. Per comprendere i fondamenti filosofici dell’antropologia e della sociologia di Gehlen, si rimanda al testo conciso «Spirito» e «natura» nella filosofia dell’età moderna, pubblicato in un’opera collettiva curata da Ernst Topitsch, intitolata Logica delle scienze sociali(Kiepenheuer & Witsch, Colonia-Berlino, 1971, pp. 53–57).

61

Theodor W. Adorno, Dialettica negativa, Suhrkamp, Francoforte sul Meno, 1966–1980.

62

Cfr. nota 57.

63

Jürgen Habermas, Il cambiamento strutturale dell’opinione pubblica. Studi su una categoria della società civile, Hermann Luchterhand, Darmstadt e Neuwied, 1962–1980, pp. 94–95.

64

Josef Isensee, Una Costituzione senza situazioni di emergenza: lo Stato di diritto, in Anton Peisl e Armin Mohler (a cura di), L’emergenza, Propyläen, Berlino, 1979, pp. 98–124.

65

Wolfgang Vehnor, Documenti dell’esistenza tedesca. 500 anni di storia nazionale tedesca 1445–1945, Athenäum, 1980, pp. 9–39.

66

Ernst Bloch, Thomas Münzer, teologo della rivoluzione, Julliard, 1964.

67

Ernst Topitsch, Divinizzazione e rivoluzione, op. cit., pp. 16–135.

68

André Vergez, op. cit., pp. 68–70.

69

Pierre V. Zima, La Scuola di Francoforte, dialettica della particolarità, Edizioni universitarie, 1974, pp. 127–155.

70

Bernd Guggenberger, In che direzione sta andando il movimento di protesta?, Herderbücherei, Friburgo in Brisgovia, 1975, pp. 119–136.

71

Sidney Pollard, L’idea di progresso, storia e società, Penguin, Harmondsworth, 1971.

72

Ernst Bloch, La coscienza anticipatoria, Suhrkamp, Francoforte sul Meno, 1972.

73

Piet Tommissen, Su e riguardo a Carl Schmitt, Coll. «Eclectica», V, 2, Collana di monografie edita dalla Scuola Superiore di Economia Sant’Aloysius, Bruxelles, 1975.

74

Frank D. Balog, «Una valutazione della rilevanza della mitologia comparata di Georges Dumézil per il pensiero politico», Rivista europea di scienze sociali e Cahiers Vilfredo Pareto, XII, 33, 1974, pp. 195–208.

75

Edward A. Tiryakian, «Il mitologo e il sociologo», The Mankind Quarterly, XXI, 1, autunno 1980, pp. 53–70.

76

Nella sua opera principale, Il tramonto dell’Occidente, Oswald Spengler scrive che il mezzo per cogliere le forme morte è la legge matematica, mentre il mezzo per comprendere le forme vive è l’analogia.

77

Harald Holz, «Il progetto di etica individualista di Popper: vantaggi e limiti», Criticón, IV, 25, settembre-ottobre 1974, pp. 203–206.

78

Nella Repubblica Federale di Germania sta attualmente vedendo la luce un’abbondante produzione editoriale sulle sette giovanili; tra queste numerose opere, abbiamo selezionato: 1) Friedrich-Wilhelm Haack, La religione tra i giovani. Cause, tendenze, reazioni, Wilhelm Heyne, Monaco di Baviera, 1981; 2) Günther Duda, Sotto l’incantesimo della follia religiosa. Le sette giovanili: origini, natura, conseguenze, come difendersi, Hohe Warte, Pähl, s.d.; 3) Gerd-Klaus Kaltenbrunner (a cura di), Il calore della famiglia in una società ormai fredda. Ashram, comunità, kibbutz… e cos’altro ancora?, Herder, Friburgo in Brisgovia, 1981.

79

Gebhard Geiger, Il principio conservatore. La politica come arte del desiderabile, Langen-Müller, Monaco di Baviera, 1978, pp. 89–94.

80

Arnold Gehlen, Moralità e ipermoralità. Un’etica pluralista, Athenäum, Wiesbaden, 1973.

81

Reinhardt Albrecht, Tecnologia sociale e filosofia sociale olistica. Sulla critica di Karl R. Popper alla filosofia sociale olistica, Bouvier Verlag-Herbert Grundmann, Bonn, 1979.

82

Bryan Magee, Popper, Fontana-Collins, Glasgow, 1973–1975.

83

Pierre Bertrand, L’oblio: rivoluzione o morte della storia, PUF, 1975.

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MACHIAVELLI NEL CAMPO LARGO, di Teodoro Klitsche de la Grange

MACHIAVELLI NEL CAMPO LARGO

La situazione contemporanea è colma di politica, e più precisamente, di politico. Siamo tornati quindi a chiedere lumi, come sempre, a Niccolò Machiavelli, il quale ci ha ricevuti con l’usuale cortesia.

Riuscirà il centro-sinistra a realizzare il “campo largo”?

Di sicuro, tenuto conto però, di quanto la fortuna condizioni il corso degli eventi, come scrissi nel “Principe”.

Ma ci sono differenze e rivalità, anche personali, notevoli.

Distinguiamo: quanto alle rivalità personali, e cioè alla scelta del capo, sono evidenti: anche spesso si sono fatti la guerra tra loro.

Tuttavia c’è una necessità: che se non si accordano, il capo non ci sarà. Non ci sarà neanche il campo largo, la Meloni stravince. Rimarranno tutti a bocca asciutta: situazione che a loro non garba affatto.

Quanto alle diversità ideali o ideologiche, vale un discorso simile: che se vuoi battere un nemico, devi provvederti di forze superiori… Ai tempi miei Venezia era lo Stato italiano più forte: tuttavia se si accordavano per combatterla gli altri quattro, avrebbe perso la guerra. Nel secolo scorso l’Asse fu battuto dall’alleanza tra capitalismo e comunismo, che più differenti non potevano essere. Ma andavano di buon accordo nel dividersi gran parte del Mondo.

Ma nel caso nostro occorre trovare il consenso dei cittadini.

E infatti lo stanno cercando con i soliti sistemi. Il primo è modulare i messaggi sull’orecchio dei differenti uditori. Ma il motivo è lo stesso. Ad esempio considerate come hanno commentato i tumulti nelle città italiane la settimana passata…: chi ha detto che sono degenerati perché c’erano pochi poliziotti, altri che il Governo strumentalizzava le violenze; altri ancora che le ragioni dei manifestanti erano condivisibili (e così via). Tanti percorsi diversi ma con un  unico punto d’arrivo: la colpa del Governo. Al momento giusto, cioè nella cabina elettorale solo quest’ultimo avrebbe contato.

Ma hanno annunciato che avranno un programma deciso in comune.

Che faranno, come al solito, con il sistema che Pascal attribuisce ai redattori della condanna della tesi di Arnaud: di essere d’accordo sulle parole usate, ma divergenti sul loro significato: cioè sull’essenziale. Col risultato che, dopo le elezioni, ricominceranno a litigare, ognuno con le sue giustificazioni.

Ma non pensa che qui abbiano applicato il Suo consiglio che per il governante (o l’aspirante tale) è meglio parere che essere?

Il loro punto debole è di averlo applicato male; per così dire pro domo sua. Bisogna capirlo tutto. Perché hanno contravvenuto all’altro consiglio: che è meglio non toccare il patrimonio dei sudditi. Scrivevo che è meglio ucciderli che ridurli in miseria. Loro invece li hanno impoveriti e non sono cambiati: sono gli stessi a sbandierare le stesse soluzioni (e derivazioni), anzi la stessa soluzione: mettere le mani nelle tasche degli italiani. Non contenti di un trentennio di fallimenti.

E Vannacci?

Sperano nel generale, applicando la conseguenza del principio che ricordavo: dividere il nemico, riducendone le forze. Divide et impera. Come aggiungere  “amici” vuol dire aumentare. Scipione  lo applicava in modo egregio.

E allora come finirà?

Come girerà la fortuna, la virtù consiglia di comportarsi in un modo ma anche i più virtuosi (lo erano assai più dei vostri contemporanei) non sempre reggono i colpi della fortuna, come capitò al Valentino.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Parte I: La capacità che non è mai scomparsa – PARTE II: Dalle sabbiere alle urne elettorali, di Futur Early

Parte I: La capacità che non è mai scomparsa

Dalla controinsurrezione alla controdemocrazia: un’analisi retrospettiva su Cambridge Analytica

FuturEarly

17 ottobre 2026

Il 1993 non fu un anno come gli altri. Boris Eltsin fece sparare dai carri armati contro il parlamento russo. Yasser Arafat e Yitzhak Rabin si strinsero la mano e firmarono gli Accordi di Oslo. Nello stesso anno, alcuni elicotteri Black Hawk si schiantarono a Mogadiscio, in Somalia.

Eppure, dietro le quinte, stava prendendo forma qualcos’altro. Una nuova entità era stata concepita e aveva visto la luce:Gruppo SCL (Strategic Communication Laboratories), una società privata con sede nel Regno Unito specializzata in ricerche comportamentali e operazioni di influenza.

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Col tempo, la SCL avrebbe dato origine a una delle società più influenti nella storia dell’influenza politica moderna. Ma prima di giungere frettolosamente a questa conclusione, vale la pena capire cosa fosse effettivamente la SCL.

All’inizio la sua attività era incentrata sul supporto alle operazioni psicologiche (PSYOP): formazione, modellizzazione e progettazione di campagne di influenza. Tra i suoi clienti figuravano il Ministero della Difesa del Regno Unito, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e la NATO. Verso la metà degli anni 2000, SCL era impegnata in programmi di influenza contro l’insurrezione in Afghanistan e in Iraq.

Poi, circa due decenni dopo la comparsa di SCL, arrivò Cambridge Analytica, presentata come una società spin-off registrata negli Stati Uniti, creata per commercializzare la metodologia di SCL nel contesto della politica elettorale americana. Il nome “Cambridge” derivava da un legame accademico con Aleksandr Kogan (ricercatore associato presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Cambridge) e i suoi colleghi, piuttosto che da un’effettiva affiliazione istituzionale con l’Università di Cambridge.

SCL era una società britannica, appaltatrice del Ministero della Difesa del Regno Unito e di altri enti legati alla difesa e ai servizi di intelligence. Non era una costola del Pentagono, né di alcun governo. Lo Stato era un cliente. I legami con il personale si snodavano attraverso il mondo delle operazioni psicologiche della difesa britannica, piuttosto che attraverso una cessione formale o la creazione di Cambridge Analytica da parte di uno Stato.

Ed è qui che la storia si fa più interessante. La domanda fondamentale che dovremmo porci è semplicemente questa: come ha fatto un’azienda con radici nelle operazioni di influenza militare a entrare nel mondo della politica elettorale?

Quello a cui stiamo assistendo è il trasferimento, all’interno dei meccanismi della persuasione democratica, di metodi sviluppati per influenzare percezioni, atteggiamenti e comportamenti nelle zone di conflitto.

Il significato più profondo risiede proprio in questa transizione: dal cercare di influenzare le popolazioni all’estero al cercare di influenzare l’elettorato in patria, dal campo di battaglia alle urne, e dalla gestione strategica della percezione alla commercializzazione del comportamento politico.

Forse la storia più significativa risiede proprio nella convergenza delle forze che ne hanno reso possibile l’emergere. I metodi sviluppati per comprendere e influenzare il comportamento umano al servizio di obiettivi militari stavano trovando nuove applicazioni in ambito commerciale e politico.

Il campo di battaglia e le urne elettorali, un tempo separati da confini istituzionali apparentemente ben definiti, stavano venendo collegati da una visione condivisa di come gli esseri umani percepiscono, decidono e agiscono. La domanda urgente per tutti noi è: cosa succede all’architettura del potere quando la capacità di influenzare il comportamento umano si evolve più rapidamente di quanto le nostre istituzioni riescano a coglierne le implicazioni? Quando abbiamo iniziato a porci questa domanda, la trasformazione era già in atto.

Quella che in origine era stata presentata come “targeting psicografico” – una metodologia incentrata sulla modellizzazione di dati di massa e su operazioni di influenza su larga scala – è stata sviluppata in un contesto militare di controinsurrezione, per poi essere applicata direttamente alle elezioni democratiche.

Siamo forse passati dalla controinsurrezione alla controdemocrazia?

La rete era molto più vasta di quanto l’occhio nudo potesse vedere. Da Alexander Nix, amministratore delegato di Cambridge Analytica, a Steve Bannon negli Stati Uniti, fino a Robert Mercer, che ha finanziato l’iniziativa, si trattava di personaggi provenienti da contesti completamente diversi, ma tutti pienamente coinvolti nella creazione delle condizioni che hanno reso possibili l’amplificazione, l’effetto eco e l’influenza.

Ciò che allora non veniva quasi mai chiesto, e che oggi è più che mai rilevante, è questo: come diavolo è stato possibile che una capacità operativa dei servizi segreti militari venisse codificata, messa a punto e impiegata contro gli elettori su entrambe le sponde dell’Atlantico? Chi ha autorizzato tale trasferimento? Le tecniche che continuano a tormentare queste comunità di elettori ancora oggi.

Alcuni di quei sostenitori, infatti, si stanno ora candidando attivamente alle elezioni. Nigel Farage è il volto più in vista di quel gruppo, ma sarebbe ingenuo pensare che personaggi come Aaron Banks, Michael Gove e Boris Johnson, o gli strateghi laburisti, siano del tutto fuori dai giochi, immuni al fascino di tali strumenti.

L’operazione era di portata talmente vasta che persino il panorama piuttosto noioso, tranquillo e banale della politica canadese ne è stato coinvolto, attraverso AggregateIQ (AIQ), una società canadese con legami consolidati con SCL.

Nel ripercorrere il 2018 e l’impatto del caso Cambridge Analytica e di Facebook (ora Meta), dobbiamo guardare alle cose con lucidità: queste aziende hanno avuto un ruolo determinante nel calpestare le leggi britanniche in materia di referendum, di privacy e protezione dei dati e di finanziamento delle campagne elettorali, tutte considerate potenziali strumenti per influenzare il risultato.

Link: Articolo

Quello che io chiamo il PIE, l’ecosistema dell’influenza politica, è proprio il settore in cui molti di questi individui con un patrimonio netto molto elevato (UHNWI), esponenti della “Tech Mafia” e finanzieri hanno messo le mani. Da allora non ha fatto che crescere. E lo stesso vale per la loro influenza sulla nostra vita democratica ed elettorale.

Prima della sua riorganizzazione e trasformazione in Cambridge Analytica, SCL operava in circa 60 paesi, dall’India alla Malesia, dal Kenya alla Nigeria, solo per citarne alcuni, fornendo assistenza sia allo Stato che attori non statali. Ma Cambridge Analytica si è semplicemente arresa e se n’è andata? No. Cambridge Analytica è stata un caso di studio. Un attore che ha alzato la testa dal parapetto.

  • Tale capacità è stata sviluppata per garantire la sicurezza nazionale.
  • È stato commercializzato nel settore privato.
  • È stato utilizzato contro gli elettori nelle democrazie.
  • È stato venduto in diverse giurisdizioni senza alcun controllo effettivo.
  • Si è crollato, ma la capacità è rimasta. Si è dispersa.

Ma allora, dove sono finiti tutti quei diritti di proprietà intellettuale, quelle tecnologie e quel capitale umano? Sono forse semplicemente svaniti nel nulla?

No. Si sono separate come il mercurio e si sono trasformate in numerose società di consulenza, in diversi Stati e in molteplici piattaforme.

Lo scandalo è stato una rivelazione, ma la situazione che ne è derivata è stata una realtà permanente, a conferma del loro impatto nefasto. Le attività e la proprietà intellettuale di Cambridge Analytica sono state acquisite in sordina da Emerdata Limited, una società fondata e costituita dai sostenitori e finanziatori originari.

Le operazioni di influenza hanno cambiato nome, ma forse non chi le conduce. E da allora, senza dubbio, si sono aggiunte molte altre figure, di cui parlerò nella Parte II.

Mentre Alexander Nix e pochi altri se ne stavano lì in silenzio nell’ombra, Christopher Wylie si è fatto avanti come informatore e autore, raccontando la vicenda nel suo libro *Mindf*ck*, pubblicato nel 2019. Viene da pensare che Christopher abbia iniziato a scrivere la bozza molto prima, essendo stato testimone diretto dei fatti in qualità di direttore della ricerca presso Cambridge Analytica.

Una lettura che rimane interessante anche a distanza di 7 anni e dopo cinque primi ministri.

Mindf*ck: Dietro le quinte del complotto di Cambridge Analytica per sconvolgere il mondo

A Mark Turnbull, ex amministratore delegato di Cambridge Analytica, è stata revocata nel 2018 la nomina a membro onorario dell’Università di Exeter, in seguito alle riprese sotto copertura di Channel 4 in cui è stato ripreso mentre promuoveva i servizi della sua azienda per le elezioni in Sri Lanka e discuteva del suo operato in Messico, Malesia, Brasile e Cina. Attualmente lavora come relatore a pagamento e continua a occuparsi di consulenza politica. L’elenco è lungo, così come lo sono i residui: Auspex International, Data Propria e altre società che hanno portato avanti questa attività prima di scomparire a loro volta.

Link: Copertura

Con queste migrazioni aziendali, sono state trasferite anche le metodologie. Che cos’era il targeting, targeting psicografico, è ormai una pratica consolidata. L’intermediazione dei dati è ormai parte integrante dell’ad-tech. E le stesse operazioni di influenza sono ormai diffuse non solo tra gli attori statali, ma anche tra gli appaltatori privati che non sono soggetti ad alcuna supervisione significativa.

Cambridge Analytica è fallita nel 2018, è stata acquisita da Emerdata, una società di facciata gestita dalle stesse persone, e poi sciolta. Quasi nessuno è stato perseguito penalmente. La metodologia si è diffusa tra società di consulenza, piattaforme e Stati. Questa capacità è ormai permanente.

Eppure, nel 2016, gli strumenti erano rudimentali, i dati venivano raccolti in modo approssimativo e l’operazione poteva essere smascherata da un giornalista munito di una telecamera e da un informatore. A distanza di un decennio, nessuno di quei limiti esiste più. La capacità non è scomparsa. Si è evoluta.

«Il grembo da cui è venuto al mondo è ancora in piena forma.»

— Bertolt Brecht, L’ascesa resistibile di Arturo Ui

La seconda parte seguirà domani, domenica. Tornerà in una forma che non vi aspettereste.

PARTE II: Dalle sabbiere alle urne elettorali

La rinascita di Cambridge Analytica nell’era dell’intelligenza artificiale


PARTE II: Dalle sabbiere alle urne elettorali

La rinascita di Cambridge Analytica nell’era dell’intelligenza artificiale

18 ottobre
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Invertire la Brexit?

La votazione sulla Brexit si è svolta su un campo di battaglia digitale che Cambridge Analytica e i suoi partner hanno contribuito a costruire.

Mentre nei corridoi di Downing Street si respira un’aria di fermento per una possibile inversione di rotta sulla Brexit, in un modo o nell’altro, non dobbiamo dimenticare l’amplificazione che Cambridge Analytica e il suo ecosistema hanno dato a quella decisione e alla campagna Leave.EU. Questa rete ha gestito la campagna pubblicitaria, ha fornito la metodologia e la mitologia, i finanziamenti e l’infrastruttura, una strategia di influenza di livello militare e un accesso privilegiato a Washington e Londra.

Cambridge Analytica 2.0

Come sarebbe oggi una Cambridge Analytica basata sull’intelligenza artificiale? Le simulazioni personali basate su modelli lineari di apprendimento (LLM), i dati comportamentali, di acquisto, di geolocalizzazione e biometrici, sempre attivi e consensuali, provenienti da diverse piattaforme, la massiccia produzione di contenuti generativi personalizzati in tempo reale per ogni individuo, supportati da una schiera di bot, influencer e sistemi di raccomandazione nativi delle piattaforme, e l’assenza di informatori, rendono l’odierna Cambridge Analytica un mostro rispetto a ciò che ha avuto un impatto significativo sulle politiche e sugli esiti elettorali di Gran Bretagna e Stati Uniti.

La metodologia di Cambridge Analytica, basata sul targeting psicografico, sui micromessaggi e sulla demobilizzazione, era già rudimentale per gli standard del 2026. La versione moderna non è solo più potente, ma è anche invisibile. Il targeting avviene all’interno di sistemi di raccomandazione che nessuno controlla. I contenuti vengono generati da modelli che nessuno verifica. I dati vengono forniti volontariamente dagli utenti, che non leggono i termini e le condizioni.

Lo scandalo di Cambridge Analytica è stato palese. La versione del 2026 è peggiore perché è diventata la norma.

Fate entrare Morgan McSweeney

Alcuni fatti sono indiscutibili. McSweeney, ex capo di gabinetto di Keir Starmer, ha svolto un ruolo cruciale nell’ascesa al potere di Starmer e ha appoggiato la nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore britannico negli Stati Uniti. L’ambasciata di Mandelson ha poi organizzato la visita di Starmer a Palantir e, mesi dopo, Mandelson ha inviato delle email a McSweeney riguardo a un possibile incontro tra Starmer e il co-fondatore di Palantir, Peter Thiel.

Nel loro insieme, questi non sono eventi isolati, ma una sequenza interconnessa di influenze politiche, nomine e accessi. Sollevano una questione fondamentale: il ruolo di McSweeney si è esteso oltre l’aver contribuito all’ingresso di Mandelson nel governo, arrivando a facilitare l’accesso di Palantir a Starmer? Le prove stabiliscono i collegamenti, sebbene non di per sé dimostrino quest’ultimo aspetto.

Durante un pranzo con il Financial Times il 4 luglio 2026, McSweeney ha indicato l’intelligenza artificiale e il suo ruolo nei sistemi democratici come la sua prossima priorità. Considerata la sua carriera politica, il suo presunto interesse e la sua lealtà al Tony Blair Institute for Global Change , la sua esperienza nel cuore di Downing Street e il suo fermo sostegno alla nomina di Mandelson, tale affermazione merita attenzione.

Link: Pranzo con il Financial Times

In precedenza, il 25 aprile 2026, il Financial Times aveva riportato che l’ex capo dello staff di Starmer aveva avuto colloqui con DeepMind. Secondo quanto riportato:

“McSweeney era interessato al ‘divario che si sta creando tra il governo e le capacità dell’IA’ e al potenziale della tecnologia per migliorare l’erogazione dei servizi pubblici.”

Abbiamo già visto cosa Morgan ha apportato alla politica britannica.

Ma questo divario crescente è più di una semplice sfida tecnologica. È un ambito in cui l’influenza politica, le opportunità commerciali e i meccanismi della democrazia potrebbero essere profondamente rimodellati.

McSweeney comprende come si acquisisce il potere, come si costruiscono le identità politiche e come un candidato apparentemente poco promettente come Keir Starmer possa essere trasformato in un contendente credibile per la più alta carica del paese. Forse sta semplicemente esplorando come l’intelligenza artificiale potrebbe migliorare il governo.

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Ma l’intersezione tra la sua esperienza politica e le capacità delle principali piattaforme di intelligenza artificiale solleva una possibilità ben più ampia: l’emergere di un’operazione politica industrializzata e basata sull’IA, una sorta di Cambridge Analytica 2.0, ma potenziata al massimo.

Un’operazione di questo tipo potrebbe combinare dati degli elettori, modelli comportamentali, messaggi politici e strategie di campagna su una scala senza precedenti. L’intelligenza artificiale potrebbe aiutare a identificare quali ansie attivare, quali identità rafforzare, quali temi enfatizzare e quali narrazioni hanno maggiori probabilità di risuonare con diversi pubblici. Il cambiamento consisterebbe nel passare dalla campagna elettorale alla continua definizione del contesto politico in cui vengono prese le decisioni.

Questa rimane un’ipotesi, non un’accusa secondo cui McSweeney stia costruendo un sistema del genere. Il suo presunto interesse per l’IA e i suoi legami politici non dimostrano l’esistenza di un successore di Cambridge Analytica, né che il Tony Blair Institute, Palantir o elementi dello Stato britannico stiano appoggiando un progetto simile. Tuttavia, le motivazioni strutturali sono chiare. Gli strateghi politici vogliono comprendere gli elettori con maggiore precisione; le aziende di IA desiderano accedere ai governi e alle istituzioni che contano; e i governi dipendono sempre più dalla tecnologia privata per sviluppare capacità che non sarebbero in grado di creare autonomamente.

Nick Clegg è passato da Westminster a Meta. Con l’ex vice leader laburista Tom Watson ora consulente di Palantir, non è difficile immaginare che anche Keir Starmer possa entrare a far parte del consiglio di amministrazione di Palantir o di OpenAI.

La mia preoccupazione va quindi ben oltre il fenomeno delle porte girevoli tra cariche politiche e consigli di amministrazione aziendali. Riguarda ciò che accade quando chi sa come acquisire potere politico si lega strettamente a chi sviluppa le tecnologie in grado di analizzare e influenzare il comportamento politico.

I legami di Mandelson con Palantir, il suo ruolo nell’organizzazione della visita di Starmer e il suo successivo approccio a McSweeney riguardo a Peter Thiel forniscono un punto di partenza concreto per esaminare queste relazioni. Non dimostrano un progetto coordinato, ma rendono impossibile ignorare le intersezioni tra accesso politico, interessi privati ​​e potere tecnologico.

Il pericolo risiede nella convergenza stessa. Gli strateghi politici apportano la conoscenza della vulnerabilità elettorale; le piattaforme di intelligenza artificiale forniscono la potenza di calcolo per modellare i comportamenti e generare contenuti persuasivi; le aziende tecnologiche ottengono accesso ai decisori e alle istituzioni pubbliche. I loro interessi non devono necessariamente coincidere perché la loro influenza combinata diventi significativa.

Il premio finale dell’intelligenza artificiale in politica potrebbe non essere il potere di vincere le elezioni. Potrebbe essere il potere di plasmare la realtà politica in cui si svolgono le elezioni, le scelte che gli elettori credono di avere a disposizione e i futuri che possono immaginare.

Una Cambridge Analytica 2.0 non avrebbe bisogno di manipolare le urne. La sua ambizione più profonda potrebbe essere quella di influenzare tutto ciò che accade prima che il voto venga espresso.

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Il complesso industriale dei dati

Viene spontaneo chiedersi a quali informazioni abbiano accesso società di integrazione dati come Palantir, che si sono infiltrate e radicate nel mondo statale e aziendale, dalla difesa all’intelligence, dalle forze dell’ordine all’immigrazione e alla sanità.

Nel 2026 il famoso autobus di Boris non dovrà più percorrere Londra e il resto del paese. Forse lo vedremo direttamente sul vostro schermo e nella vostra casella di posta elettronica.

L’infrastruttura di previsione, controllo e influenza non è un’iniziativa ad hoc del 2026, ma permanente. Si potrebbe sostenere che stia diventando sempre più istituzionalizzata e che abbia conseguenze ben più gravi per l’erosione della nostra costituzione.

Poi ci sono personaggi come Elon Musk, che hanno investito centinaia di milioni di dollari nei cicli elettorali statunitensi. Controlla quasi il 60% dei satelliti globali tramite Starlink, con una dipendenza sia militare che civile, ed è proprietario di X (ex Twitter). Nel 2016 nessun singolo individuo possedeva contemporaneamente la piattaforma, il modello, il satellite e la distribuzione, con un tesoretto finanziario che farebbe invidia a molti politici.

Oggi, personaggi come Altman, Thiel, Amodei e altri ritengono sempre più di avere un’influenza senza precedenti non solo sul corso delle elezioni, ma si considerano anche gli evangelisti della tecnologia in grado di portare l’emancipazione eterna all’umanità con la loro Intelligenza Artificiale Generale.

Il capitale che viene impiegato, centinaia di miliardi di dollari, investiti in data center, intelligenza artificiale, difesa, droni e valute digitali, è di gran lunga superiore a qualsiasi cosa Cambridge Analytica possa anche solo sognare.

Il complesso militare-industriale si sta trasformando sempre più in un complesso industriale dei dati , perché anche un esercito senza dati è destinato alla rovina.

La domanda chiave è quindi: chi controlla questa enorme e intricata rete di piattaforme, modelli (LLM) e proprietà dei dati? Quali sono i meccanismi di controllo e bilanciamento attorno al capitale che decide e controlla quali campagne, quali media e quali istituzioni sopravvivono?

La combinazione di infrastrutture di trasmissione dati, Starlink, cloud e potenza di calcolo può risultare piuttosto complessa per il cittadino medio.

Il punto cruciale di tutta questa contaminazione incrociata è il seguente: un partito politico che si trova nel mirino dei magnati della tecnologia non affronta un’opposizione nel senso tradizionale del termine. Si trova ad affrontare un ambiente in cui il suo messaggio viene soffocato o amplificato da algoritmi che non controlla, i suoi elettori vengono segmentati e presi di mira da contenuti che non può vedere, i suoi finanziamenti impallidiscono di fronte a quelli di attori con bilanci illimitati e la sua narrativa viene riformulata da modelli che riassumono la realtà al posto suo.

Non si tratta di una cospirazione. È una caratteristica della struttura di mercato. E i mercati, se non regolamentati, concentrano il potere.

Cambridge Analytica era un appaltatore. I magnati della tecnologia del 2026 sono sovrani. Non hanno bisogno di comprare un’elezione. Possiedono il terreno su cui si svolgono le elezioni.

Link: BBC

La sabbiera e l’urna elettorale

Ciò che Cambridge Analytica ha fatto si basava su un prodotto originariamente concepito per lo stato di sicurezza nazionale, un sottoprodotto di operazioni psicologiche di livello militare , poi commercializzato, privatizzato e impiegato contro i sistemi democratici. Le parti interessate sapevano che Cambridge Analytica era problematica, ma le tentazioni erano forti. Il laboratorio di Cambridge Analytica era un ambiente controllato, i vermi erano le operazioni di influenza che poi si sono riversate nelle elezioni. Il crollo dell’azienda è stata una rivelazione, non una sentenza definitiva. Ma la sua capacità è sopravvissuta.

Oggi, nel 2026, grazie all’intelligenza artificiale, queste capacità vengono sviluppate in laboratori all’avanguardia e cucine segrete, con chef esperti nel settore della difesa e personale dell’intelligence . Vengono poi implementate nei settori dell’informazione, della finanza, delle infrastrutture e della governance.

I fondatori, ogni giorno, nelle loro “innocenti scuse” , ricordano che i loro agenti e worm sono veloci quanto i governi nell’hackerare le reti, mentre raccolgono fondi per i loro data center e l’acquisto di chip. I worm stanno già penetrando nell’IoT (Internet delle cose).

Link: BBC

La domanda che tutti noi ci poniamo è come e quando questi ambienti di sperimentazione prenderanno il sopravvento sulle urne. Sarebbe un’esagerazione affermare che oggi le aziende di intelligenza artificiale sanno più cose sui governi di quante i governi ne sappiano di se stessi?

È forse difficile affermare che la democrazia si sta trasformando sempre più in un castello di sabbia, quando le sabbiere distruggono le urne elettorali?

Nel 2016 Cambridge Analytica è uscita dai suoi schemi e ha cambiato la politica. L’intelligenza artificiale uscirà dai suoi schemi nel 2026 e cambierà tutto. L’unica differenza è che questa volta la fuga riguarda il modello di business. Nel 2016 abbiamo imparato che una capacità può uscire dai suoi schemi. Nel 2026, coloro che hanno creato gli schemi ci dicono che la capacità sta uscendo di nuovo. L’unica differenza è che questa volta la chiamano funzionalità.

La scheda elettorale può rimanere nelle mani dell’elettore. L’architettura prescelta può appartenere a qualcun altro.

«Orwell temeva coloro che avrebbero vietato i libri. Huxley temeva che non ci sarebbe stato alcun motivo per vietare un libro, perché non ci sarebbe stato nessuno che volesse leggerlo.»

— Neil Postman, Divertendoci fino alla morte

La democrazia digitale è un’illusione.

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Una diplomazia energetica creativa potrebbe consentire agli Stati Uniti di convincere l’UE a sbloccare i beni della Russia…e altro, di Andrew Korybko

Una diplomazia energetica creativa potrebbe consentire agli Stati Uniti di convincere l’UE a sbloccare i beni della Russia

Andrew Korybko19 ottobre
 
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La Russia potrebbe trasferire legalmente la proprietà dei propri beni congelati agli Stati Uniti, che verrebbero poi restituiti alla Russia in cambio di partecipazioni statunitensi nel suo settore energetico, il che potrebbe anche scoraggiare gli attacchi ucraini contro di essa; tuttavia, Trump dovrà prima ottenere dall’Europa quelli che diventerebbero poi i fondi congelati degli Stati Uniti.

Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato in modo plateale durante il Forum sulla sicurezza di Varsavia che i beni russi congelati in Europa sarebbero stati restituiti solo “dopo la nostra morte”. Ciò ha coinciso con un articolo del Financial Times in cui si sosteneva che «gli Stati Uniti stiano valutando lo sblocco di alcuni beni russi per riavviare i colloqui di pace sull’Ucraina». Gli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, avrebbero suggerito la settimana precedente «di trasferirli in un nuovo veicolo finanziario a scopo speciale supervisionato da Washington».

Nonostante l’opposizione degli europei, questo obiettivo potrebbe comunque essere raggiunto grazie a una diplomazia energetica creativa. Lo si è spiegato nell’aprile 2025 in “Come i gasdotti e i beni russi sequestrati potrebbero dare agli Stati Uniti un forte potere di leva sull’UE”. La Russia potrebbe trasferire la proprietà legale dei propri beni congelati in Europa agli Stati Uniti, in tutto o in parte, come pagamento per acquisti su larga scala di aerei Boeing, come era stato presumibilmente discusso all’epoca, e/o affinché gli Stati Uniti restituiscano i fondi alla Russia in cambio di partecipazioni nei suoi gasdotti e/o nelle sue società energetiche.

Tutte e tre le contropartite risultano allettanti per Trump 2.0, specialmente le ultime due, mentre gli Stati Uniti procedono con il loro lungamente negoziato incentrato sulle risorse partenariato strategico con la Russia, come dimostrato dall’accordo sul gasolio, la cui importanza in questo contesto è stata spiegata qui. Le ultime notizie relative al tentativo degli Stati Uniti di acquisire una partecipazione nel Nord Stream, che in seguito potrebbe includere partecipazioni in Yamal e/o Brotherhood, coincide con un rapporto separato sui piani per un grande accordo energetico come parte di un compromesso per porre fine al conflitto ucraino.

In sostanza, le esportazioni russe via gasdotto verso l’Europa potrebbero riprendere per stimolare l’economia in declino dell’Unione, il cui mercato vede ridotta la propria capacità di acquistare beni e servizi statunitensi, a condizione che gli Stati Uniti detengano partecipazioni in questi progetti in grado di esercitare un’influenza duratura sui rapporti postbellici tra Russia e UE. Tale influenza potrebbe essere ottenuta attraverso la restituzione dei fondi russi congelati in Europa, a condizione che la Russia ne trasferisca la titolarità legale, in tutto o in parte, agli Stati Uniti, che a loro volta li restituirebbero alla Russia in cambio.

Allo stesso modo, i continui attacchi di Zelensky contro le infrastrutture energetiche russe in spregio alle richieste di Trump di smetterla potrebbero essere scoraggiati dagli interessi statunitensi nelle principali società energetiche russe, oppure gli Stati Uniti potrebbero giustificare l’interruzione delle forniture di armi e di informazioni di intelligence all’Ucraina per aver attaccato quelli che sarebbero, di fatto, gli investimenti statunitensi. In entrambi i casi, il conflitto finirebbe probabilmente poco dopo. Per raggiungere questo obiettivo finale, tuttavia, gli Stati Uniti devono avere la volontà politica di costringere l’UE a sbloccare i fondi ipoteticamente trasferiti dalla Russia.

Ad esempio, la minaccia di imporre dazi paralizzanti e/o di ritirare una quota significativa delle forze statunitensi dall’Europa sarebbe sufficiente per indurre il blocco a sbloccare quelli che sarebbero allora legalmente considerati fondi statunitensi, dopodiché potrebbero finanziare acquisti russi su larga scala dagli Stati Uniti e/o partecipazioni statunitensi nel settore energetico russo. L’UE versa in pessime condizioni economiche e le sue élite nutrono una paura patologica della Russia, quindi la combinazione delle suddette minacce dovrebbe bastare a indurre l’Unione a eseguire gli ordini di Trump.

Lo scenario più estremo, in cui gli Stati Uniti isolino completamente l’Ucraina qualora Zelensky si opponga alle richieste di Trump di cessare gli attacchi contro quelli che sarebbero allora, letteralmente, gli investimenti statunitensi nel settore energetico russo, accompagnato da dazi paralizzanti sull’UE e dal massiccio ritiro delle forze statunitensi dall’Europa, è insostenibile. L’Ucraina crollerebbe rapidamente e l’UE seguirebbe a sua volta la stessa sorte. Tutto ciò che Trump deve fare è trovare la volontà politica di mettere in atto tali minacce e il conflitto ucraino si concluderà poco dopo.

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Korybko a Cichocki: ecco come la Polonia può gestire al meglio le relazioni russo-tedesche del dopoguerra.

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La Polonia dovrebbe consolidare il suo ruolo centrale lungo il fianco occidentale del “cordone sanitario” assumendo la leadership sull’Intermarium e sfruttando poi le reciproche iniziative di de-escalation con la Russia per ottenere vantaggi economici condivisi, il che renderebbe la Polonia un partner molto più importante per la Russia rispetto alla Germania.

In un articolo per il noto quotidiano conservatore Rzeczpospolita , il giornalista polacco Marek Cichocki ha offerto un’interessante reazione al recente incontro tra il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e il suo omologo tedesco, il primo in quattro anni. Nell’ultima parte del suo breve articolo, Cichocki ha affermato che “Impedire a Berlino di tornare alla sua precedente politica nei confronti della Russia è il nostro compito primario, e in questo senso l’Ucraina rappresenta un argomento cruciale”, per poi avvertire che “la Russia farà di tutto per riconquistare il suo principale alleato europeo”.

Per contestualizzare, il discorso nazionalista-conservatore polacco sulla Russia si concentra sul timore che la Polonia e la Germania possano stipulare un nuovo Patto Molotov-Ribbentrop per la spartizione dell’Europa centro-orientale in sfere d’influenza tra i due Paesi. Il Nord Stream è stato quindi interpretato come l’incarnazione di questo complotto, in quanto avrebbe fornito alla Germania un incentivo economico ad accettare un simile accordo con la Russia. Non sorprende pertanto che Cichocki abbia descritto il “compito principale” della Polonia come quello di mantenere separate le due potenze nell’era postbellica.

Le opzioni della Polonia per farlo sono tuttavia limitate, soprattutto alla luce della possibilità che gli Stati Uniti possano acquistare il Nord Stream nell’ambito di un accordo più ampio con la Russia per il controllo della ripresa postbellica delle sue esportazioni energetiche verso la Germania. Sia come sia, Lavrov ha recentemente ripreso il discorso nazionalista conservatore polacco sulla Germania avvertendo che “stiamo assistendo a tentativi di creare il Quarto Reich”, il che allude anche alla nuova percezione di minaccia della Germania da parte della Russia a seguito della sua rapida espansione. rimilitarizzazione .

A prescindere da ciò che potrebbe accadere, il modo più efficace per la Polonia di gestire la propria percezione della minaccia russa è quello di guidare l’Intermarium ed estendere la sua “diplomazia del bucaneve” con la Bielorussia a un riavvicinamento con la Russia, un processo in cui gli Stati Uniti potrebbero aiutare la Polonia. I lettori possono approfondire l’argomento qui e qui , ma in breve, l’essenza consiste nel consolidare il ruolo centrale della Polonia lungo il fianco occidentale del “cordone sanitario” e quindi sfruttare le reciproche iniziative di de-escalation a vantaggio dell’economia di entrambe le parti.

È probabile che gli Stati Uniti appoggino questa proposta per tre ragioni principali. In primo luogo, temono anch’essi le conseguenze geostrategiche di un potenziale riavvicinamento russo-tedesco nel dopoguerra, che potrebbe ridurre la nuova influenza egemonica degli Stati Uniti sull’UE, con tutto ciò che ne consegue. Di conseguenza, gli Stati Uniti potrebbero considerare la Polonia un alleato molto più affidabile per guidare il contenimento postbellico della Russia nell’ambito della NATO 3.0, compito che gli Stati Uniti intendono delegare all’Europa nell’ambito del loro “Pivot verso l’Asia” per un contenimento più incisivo della Cina.

In secondo luogo, gli Stati Uniti non vogliono che scoppi una guerra tra UE e Russia come potrebbe accadere se la Germania dominasse un’UE militarizzata, da qui il loro potenziale interesse in un Intermarium guidato dalla Polonia e sostenuto dagli Stati Uniti che controbilanci delicatamente la Germania e avvii un riavvicinamento con la Russia per gestire al meglio le tensioni postbelliche. E infine, gli Stati Uniti esplicitamente La Polonia, descritta come “alleata modello”, potrebbe quindi diventare il custode del commercio terrestre tra UE e Cina, qualora questo meccanismo venisse esteso attraverso la Bielorussia e la Russia, una situazione che gli Stati Uniti potrebbero sfruttare in caso di necessità.

Finora, nessuna figura pubblica del calibro di Cichocki ha proposto alternative realistiche alla soluzione qui presentata , riguardo al modo in cui la Polonia potrebbe gestire al meglio le relazioni russo-tedesche del dopoguerra. L’unica via percorribile è quella di assumere la leadership sull’Intermarium e di sfruttare le reciproche iniziative di de-escalation con la Russia a vantaggio dell’economia di entrambe le parti. In parole semplici, la Polonia deve diventare un partner molto più importante per la Russia rispetto alla Germania, e questo obiettivo può essere realisticamente raggiunto attraverso i mezzi sopra descritti, a patto che vi sia la volontà politica.

Questa analisi è stata originariamente pubblicata dal Consiglio russo per gli affari internazionali .

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La Russia potrebbe ricevere un certo sostegno indiretto dagli Stati Uniti nella sua corsa agli armamenti con l’Europa.

Andrew Korybko16 ottobre
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Anche un allentamento parziale delle sanzioni, con o senza la fine delle ostilità in Ucraina, genererebbe in Russia la crescita del PIL di cui ha tanto bisogno per competere più agevolmente con l’Europa in questa corsa.

A metà ottobre, il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz ha chiesto all’UE di intensificare la produzione militare-industriale portandola a livelli “di guerra”. L’emittente pubblica polacca TVP ha contestualizzato la richiesta citando un rapporto secondo cui la Russia avrebbe prodotto “circa sette milioni di munizioni per artiglieria, mortai, carri armati e razzi” lo scorso anno, a fronte di soli due milioni prodotti quest’anno da tutti i 27 Stati membri dell’UE più la Norvegia. Il contesto più ampio riguarda la Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti e la nuova “Teoria della Vittoria” della NATO .

Per quanto riguarda il primo punto, si afferma che “la NATO europea surclassa la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, di conseguenza, potenziale militare”, da cui la logica alla base dei piani statunitensi per la NATO 3.0, che prevedono che gli europei assumano la guida nel contenimento della Russia, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. Per quanto riguarda il secondo punto, si auspica il ricorso a forze convenzionali, droni e munizioni di precisione per bloccare, indebolire e annientare la Russia. Il loro scopo combinato è quello di innescare una nuova corsa agli armamenti.

Il rapporto precedentemente citato da TVP affermava che la Russia ha speso circa il 7,5% del suo PIL per la difesa lo scorso anno, una cifra destinata ad aumentare ulteriormente con l’avvio della nuova corsa agli armamenti con la NATO europea (E-NATO), come previsto. Tuttavia, secondo le stime del Cremlino, il PIL russo dovrebbe crescere solo dello 0,6% quest’anno, quindi maggiori spese per la difesa avranno un impatto più significativo. Il complesso militare-industriale occupa già una quota considerevole dell’economia e non può alimentare la crescita indefinitamente.

Ciò che è quindi urgentemente necessario è un ritorno alla pre- speciale Il tasso di crescita del 5,6% registrato nel 2021 durante l’operazione è stato attribuito a cause naturali e non alla produzione militare-industriale, a differenza della crescita del 4,1% registrata nel 2023 e del 4,9% nel 2024, prima di crollare all’1% lo scorso anno. È estremamente improbabile che ciò accada nei prossimi anni, a meno che la Russia non ottenga un allentamento delle sanzioni, il che a sua volta contestualizza i piani di Putin per porre fine rapidamente al conflitto ucraino e concludere importanti accordi con gli Stati Uniti.

Per raggiungere il primo obiettivo, la Russia intensificherà i suoi attacchi sistematici contro le infrastrutture ucraine durante l’inverno, mentre l’ accordo sul diesel è stato un “gesto di buona volontà” che funge da passo verso il secondo. La logica del collegamento ipertestuale precedente è stata avvalorata dal successivo articolo del Washington Post sul previsto allentamento delle sanzioni statunitensi contro la Russia, finalizzato all'”integrazione economica di Russia, Ucraina ed Europa attraverso un accordo energetico”. La potenziale acquisizione del Nord Stream da parte degli Stati Uniti potrebbe rivestire un ruolo di primo piano in tale contesto.

In cambio di concessioni speculative sui suoi obiettivi massimalisti nel conflitto ucraino, la Russia otterrebbe l’allentamento delle sanzioni necessario per partecipare agevolmente a questa nuova corsa agli armamenti con la NATO orientale, dalla quale gli Stati Uniti trarranno profitto attraverso la vendita di armi ai propri alleati. Trump 2.0 crede che gli Stati Uniti ottengano maggiori vantaggi a lungo termine da un approccio incentrato sulle risorse. partenariato strategico con la Russia a costo di agevolare la sua partecipazione alla suddetta corsa, piuttosto che mantenere la pressione finanziaria sulla Russia a vantaggio militare della NATO.

Che lo si consideri diabolico o pragmatico, rappresenta una sorta di gioco di equilibri machiavellico, sebbene a vantaggio della NATO orientale, dato che gli Stati Uniti le venderanno armi che un giorno potrebbero uccidere i russi, ma non le venderebbero mai alla Russia per uccidere gli europei. Anche attraverso una revoca parziale delle sanzioni, la Russia riceverebbe quindi un sostegno indiretto dagli Stati Uniti nella sua corsa agli armamenti con la NATO orientale, che, ironicamente, ha già contribuito a finanziare con 250 miliardi di dollari attraverso gli acquisti di energia dalla Russia successivi al 2022.

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Verifica dei fatti: Lavrov non ha “respinto” l’accusa dei talebani secondo cui il Pakistan sosterrebbe l’ISIS-K

Andrew Korybko17 ottobre
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Non ripetere la retorica dei talebani non significa “rifiutarla”.

Kamran Yousaf, corrispondente senior per gli affari esteri dell’Express Tribune, il cui recente articolo sui rapporti russo-afghani è stato oggetto di risposta qui , ha pubblicato un post intitolato “Il ministro degli Esteri russo respinge le affermazioni dei talebani afghani secondo cui il Pakistan rappresenta una grave minaccia per la sicurezza e ospita terroristi”. Ciò non è mai accaduto, tuttavia, poiché la trascrizione del suo discorso alla Conferenza sulla sicurezza in Asia centrale e Afghanistan della CSTO, CSI e SCO, redatta dal Ministero degli Esteri russo, mostra che non ha menzionato il Pakistan nemmeno una volta.

Sebbene sia vero che non abbia ripetuto la retorica dei talebani, ciò non equivale a “rifiutarla”, e lo stesso Lavrov ha lasciato intendere a luglio che munizioni e armi ucraine siano arrivate all’ISIS-K in Afghanistan attraverso il Pakistan, in quanto unico paese confinante in grado di facilitare realisticamente tale operazione. Ciononostante, come spiegato in precedenza in relazione alla recente fase dei rapporti bilaterali, la Russia non si è lasciata scoraggiare da questi sviluppi e non sarà certo la prima a peggiorare la situazione.

Dopo aver chiarito la verità in seguito al post di Yousaf che ha tratto in inganno oltre 18.000 persone che lo hanno visualizzato al momento della pubblicazione di questa verifica dei fatti, è opportuno riesaminare il discorso di Lavrov, che ha ripreso molti dei concetti espressi all’ottava Consultazione in formato Mosca sull’Afghanistan, tenutasi all’inizio di questo mese. Lavrov ha avvertito che “una presenza significativa di gruppi terroristici ed estremisti, insieme ai loro campi di addestramento e roccaforti, permane nelle aree afghane al confine con Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan”.

Ha aggiunto che “i membri di questi gruppi stanno tentando di infiltrarsi nei paesi dell’Asia centrale sotto le spoglie di rifugiati e persino di turisti. Secondo la nostra valutazione, condivisa dai nostri servizi di intelligence, la minaccia principale proviene dal gruppo Wilayat Khorasan”. Secondo Lavrov, l’ISIS-K “cerca apertamente di minare la capacità del governo di Kabul di mantenere la stabilità nel paese” e “di usare l’Afghanistan come trampolino di lancio per diffondere attività terroristiche in Asia centrale e in Russia”.

Questa valutazione della minaccia è significativa, soprattutto la parte in cui si afferma che è “condivisa dai nostri servizi di intelligence”, poiché contestualizza la storica visita del capo dei servizi segreti esteri russi a Kabul la scorsa settimana, che potrebbe preannunciare un armamento russo dei talebani contro l’ISIS-K . L’appello di Lavrov a “intensificare la cooperazione in seno al Gruppo di lavoro sull’Afghanistan nell’ambito del Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva” suggerisce che egli si aspetta anche che gli alleati della Russia contribuiscano alla sicurezza dell’Afghanistan nel modo che ritengono più opportuno.

Inoltre, le sue lodi alla “difficile e intransigente lotta delle autorità afghane contro il Wilayat Khorasan e altri gruppi terroristici” probabilmente irriteranno il Pakistan, che ormai non si stanca mai di accusare i talebani di allearsi con i terroristi. La disputa russo-pakistana sull’Afghanistan guidato dai talebani, balzata agli onori della cronaca durante le recenti Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, è ora innegabilmente una variabile politica di primaria importanza nella regione, che probabilmente continuerà a plasmarne le dinamiche in futuro.

Il Pakistan non deve fraintendere il sostegno russo ai talebani, comprese le potenziali forniture di armi che potrebbero includere droni di ultima generazione, come un attacco diretto al Pakistan, poiché si tratta unicamente di contrastare la minaccia regionale rappresentata dall’ISIS-K. La Russia non vuole che il Pakistan intraprenda azioni che possano intensificare la guerra in corso contro l’Afghanistan con questo falso pretesto, né che possano peggiorare le relazioni bilaterali, ma i responsabili politici sono presumibilmente preparati agli scenari peggiori qualora si concretizzassero.

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Putin potrebbe accettare il presunto piano di pace di Trump.

Andrew Korybko15 ottobre
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Rappresenta un equilibrio pragmatico di interessi tra tutte le parti.

Il Washington Post ha riportato che gli inviati speciali di Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, stanno lavorando a un piano di pace in quattro punti per risolvere il conflitto ucraino . La prima parte riguarda la ricostruzione dell’Ucraina, in cui BlackRock e la Banca Mondiale avrebbero un ruolo guida. Una scelta sensata, considerando la loro esperienza nella gestione patrimoniale e nei prestiti. La seconda parte riguarda le garanzie di sicurezza, con l’Ucraina che dovrebbe riceverne di simili a quelle previste dall’articolo 5 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Di fatto, però, ne è già in possesso.

Come spiegato qui nel marzo 2025, l’articolo 5 non obbliga all’invio di truppe, ma solo che gli alleati considerino di fornire un certo grado di supporto a quei loro compagni che si trovano sotto attacco. Questo è precisamente ciò che la NATO ha fatto dall’inizio della missione speciale. operazione fornendo all’Ucraina armi, fondi e informazioni. Il presunto piano di pace di Trump formalizzerebbe questi legami per “scoraggiare” la Russia dal riprendere le ostilità, ma potrebbe incoraggiare l’Ucraina a mettere in atto un’operazione sotto falsa bandiera a questo scopo.

La terza parte è la più interessante delle quattro e consisterebbe nell’integrazione economica di Russia, Ucraina ed Europa attraverso un accordo energetico, in modo da dare a tutti un interesse comune nel mantenimento della pace. Il rapporto non lo menziona, ma questo obiettivo potrebbe essere raggiunto attraverso un controllo almeno parziale da parte degli Stati Uniti sui gasdotti Nord Stream, Yamal e/o Brotherhood, nell’ambito della partnership strategica incentrata sulle risorse che Russia e Stati Uniti stanno negoziando. I lettori possono trovare maggiori informazioni qui .

Infine, l’ultima parte prevede un cessate il fuoco completo che congelerebbe a tempo indeterminato il conflitto lungo la Linea di Controllo, presumibilmente senza che nessuna delle due parti rinunci alle proprie rivendicazioni sull’altra, in modo che i rispettivi leader possano “salvare la faccia” di fronte ai propri popoli, data la delicatezza di un simile compromesso. Dal punto di vista della Russia, e nell’ordine in cui sono state menzionate, alla Russia non importa chi ricostruirà l’Ucraina, vuole solo che i suoi beni congelati in Occidente non vengano sottratti per questo scopo.

Per quanto riguarda la formalizzazione delle garanzie di sicurezza ucraine simili all’articolo 5, la Russia ovviamente le disapprova, ma queste non l’hanno spinta ad attaccare la NATO europea. Ci si aspetta quindi che la Russia le accetti, seppur a malincuore, dato che non è riuscita a recidere questi legami nonostante quasi un lustro di tentativi. Inoltre, la Russia ha sempre chiesto la revoca totale delle sanzioni occidentali, comprese quelle sul suo settore energetico. Pertanto, è probabile che favorisca un accordo energetico globale tra sé stessa, l’Ucraina e l’UE.

Ciò include lo scenario di un controllo parziale da parte degli Stati Uniti sui propri oleodotti per facilitare tale operazione. Infine, sebbene la Russia riconosca la totalità delle regioni contese come proprie, Putin potrebbe accettare di perseguire queste rivendicazioni per via diplomatica anziché militare, qualora il resto dei termini di un accordo complessivo gli fosse gradito. Dopotutto, ha recentemente ribadito, durante la sessione di domande e risposte all’ultimo incontro annuale del Valdai Club, di aver accettato le condizioni poste dagli Stati Uniti ad Anchorage, che a quanto pare prevedevano una sorta di compromesso territoriale.

Riflettendo sull’analisi emersa, è plausibile che Putin accetti il ​​piano di pace di Trump (se i dettagli riportati dal Washington Post sono accurati), soprattutto se la terza parte, relativa a un accordo energetico di ampio respiro, andrà a buon fine. Zelensky, invece, dovrebbe opporsi. Sarà quindi compito di Trump costringere Zelensky ad accettare, ad esempio interrompendo le forniture di armi e/o informazioni di intelligence, altrimenti tutto il duro lavoro svolto negli ultimi mesi dai suoi inviati speciali risulterà vano.

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La “Teoria della Vittoria” della NATO non è niente di nuovo

Andrew Korybko15 ottobre
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Come dice il proverbio, “più le cose cambiano, più restano le stesse”.

Il generale statunitense Alexus Grynkewich, comandante supremo della NATO, ha condiviso la tanto attesa “Teoria della Vittoria” del blocco durante il suo intervento al Forum sulla Sicurezza di Varsavia. Nelle sue parole , “se dovesse scoppiare la guerra, bloccheremo e neutralizzeremo qualsiasi attacco e, se non dovesse cessare, annienteremo le forze che conducono l’aggressione contro di noi”. Ha poi spiegato che le forze convenzionali bloccherebbero un attacco iniziale, i droni neutralizzerebbero qualsiasi invasione successiva e gli attacchi di precisione distruggerebbero il sistema bellico dell’avversario.

Non si tratta di una novità, dato che è considerato il metodo non nucleare per condurre una guerra tra potenze nucleari sin dall’inizio dell’era dei droni, inaugurata dal conflitto ucraino quasi cinque anni fa. Una potenza nucleare ricorrerà probabilmente a tali armi solo se completamente sopraffatta nella prima fase o se il suo sistema bellico verrà definitivamente compromesso. Recentemente, ” La Russia ha chiarito che una guerra nucleare seguirebbe qualsiasi aggressione seria contro Kaliningrad “, un’affermazione difficile da giustificare con metodi convenzionali.

Lo stesso non vale per nessuna parte della NATO, nemmeno per gli Stati baltici, che sono tutti collegati tra loro, a differenza dell’exclave russa di Kaliningrad. Persino nella fantasia politica di un’invasione russa del “corridoio/vuoto di Suwałki”, le controffensive potrebbero comunque essere lanciate dagli Stati baltici, Kaliningrad rimarrebbe esposta e Norvegia e Finlandia potrebbero aprire un fronte settentrionale. Riflettendo su questo, ” l’UE rappresenta una minaccia molto più credibile per la Russia di quanto non lo sia l’UE “, il che è sempre stata la realtà.

Sebbene Grynkewich abbia affermato che la “Teoria della Vittoria” della NATO sia puramente difensiva e venga resa pubblica a scopo di deterrenza, è improbabile che ciò rassicuri la Russia, che giustamente considera la continua espansione verso est del blocco – in particolare la sua espansione di fatto in Ucraina – una minaccia. Di conseguenza, la sua strategia di difesa a medio termine mirerà probabilmente a contrastare lo scenario in cui la “Teoria della Vittoria” della NATO venga sfruttata a fini offensivi, il che implica un contro-piano in tre fasi.

Così come gli Stati baltici e la Polonia stanno costruendo la cosiddetta ” Linea di difesa europea ” lungo i loro confini con Russia e Bielorussia, allo stesso modo potrebbero realizzare infrastrutture simmetriche per impedire qualsiasi offensiva convenzionale. Per quanto riguarda la dimensione dei droni nella seconda fase, potrebbero replicare il ” muro di droni ” pianificato dall’UE , che includerà droni sia offensivi che difensivi (intercettori). Infine, un maggior numero di sistemi di difesa aerea potrebbe contrastare gli attacchi contro i loro sistemi bellici, ma ciò dovrebbe essere esteso a livello nazionale.

Come dice il proverbio, “più le cose cambiano, più restano le stesse”. In questo caso, la logica fondamentale di una guerra non nucleare tra NATO e Russia rimane la stessa, ovvero che ciascuna farebbe affidamento su una combinazione di forze convenzionali, droni e attacchi di precisione a lungo raggio. Le armi nucleari verrebbero probabilmente utilizzate solo nel caso in cui una delle due parti sopraffacesse l’altra o ne distruggesse i sistemi bellici, ma ciò potrebbe accadere molto rapidamente, forse già nella prima ora.

Ciò che serve urgentemente per evitare lo scenario peggiore di una Terza Guerra Mondiale, causato da un errore di valutazione, è una reciproca de-escalation tra la NATO europea e la Russia, soprattutto lungo la “Linea di Difesa Europea”, che costituisce la maggior parte del fianco orientale della NATO , e che Trump potrebbe contribuire a mediare. Come proposto qui , il primo passo potrebbe essere un canale di gestione delle crisi tra Stati Uniti, Polonia e Russia, seguito da reciproci ritiri militari, che potrebbero porre le basi per la stabilizzazione dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.

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L’espansione de facto della NATO nel Mar Caspio è inevitabile

Andrew Korybko13 ottobre
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La Russia ha ancora tempo per proporre garanzie di sicurezza simili a quelle offerte all’Ucraina per scongiurare un’altra operazione speciale.

Politico ha recentemente pubblicato un articolo su come ” Francia e Turchia ostacolano l’iniziativa della NATO di rafforzare i legami con i paesi del Caucaso “, non per una questione di principio, ma perché la Turchia ha bloccato il rinnovo del piano di partenariato dell’Armenia dopo che la Francia si è rifiutata di approvare quello dell’Azerbaigian. Francia e Azerbaigian sono da tempo in disaccordo sul sostegno di Parigi all’Armenia, in particolare nel contesto del conflitto del Karabakh , e più recentemente sulla detenzione di cittadini francesi da parte dell’Azerbaigian (poi rilasciati).

Secondo Politico, “Il ritardo ha costretto la NATO a estendere temporaneamente le partnership obsolete tra Armenia e Azerbaigian, nonostante i negoziati sui nuovi piani siano quasi conclusi”, hanno affermato tre diplomatici. “I nuovi piani consentirebbero la loro partecipazione a esercitazioni militari congiunte, potenzierebbero l’addestramento militare reciproco e intensificherebbero la cooperazione culturale, arrivando persino a istituire corsi locali di inglese”, hanno aggiunto. Una volta approvato il piano, potrebbero tenersi esercitazioni congiunte della NATO sulla costa del Mar Caspio con l’Azerbaigian.

Niente di tutto ciò sorprende gli osservatori più attenti. Il “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ) dell’agosto 2025 ha il duplice scopo implicito di fungere da corridoio logistico militare della NATO verso il Mar Caspio e, da lì, verso l’Asia centrale. Il TRIPP è quindi il mezzo attraverso il quale la NATO mira a contenere la Russia lungo il fianco meridionale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha eretto attorno ad esso. L’Azerbaigian rappresenta per la Russia una sfida simile a quella ucraina , fungendo da stato di transito insostituibile del TRIPP.

Se l’Azerbaigian collaborasse con la Russia per garantire che l’accordo TRIPP non venisse sfruttato a fini militari, non ci sarebbe alcun problema, ma Baku non ha tali interessi e ha invece appoggiato l’Occidente. Di fatto, il presidente Ilham Aliyev ha annunciato lo scorso novembre che le forze armate del suo paese hanno completato l’adeguamento agli standard NATO e che i loro droni navali potrebbero minacciare la flotta russa del Caspio in scenari di crisi, proprio come i droni ucraini minacciano attualmente la loro flotta del Mar Nero.

L’Azerbaigian sta inoltre procedendo a ritmo sostenuto verso una maggiore integrazione della propria economia con quella dell’UE. Ciò non solo contribuisce a sostituire la dipendenza energetica russa con quella del blocco, ma faciliterà anche gli scambi commerciali con l’Asia centrale. A tal fine, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha annunciato il mese scorso che “puntiamo a convogliare fino a 12 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati” nella logistica regionale lungo quello che è noto come il ” Corridoio di Mezzo “. Tutto ciò stringe ulteriormente la morsa attorno al fianco meridionale della Russia.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha suggerito il mese scorso che il suo popolo a volte è ottimista fino al punto di rasentare l’ingenuità e tende a non affrontare in modo proattivo le crisi latenti. Con il massimo rispetto per coloro che sono responsabili della formulazione delle politiche, questo sembra essere il caso per quanto riguarda la minaccia che l’accordo TRIPP rappresenta per la Russia. Ciò non significa che la Russia debba intraprendere una guerra preventiva contro l’Azerbaigian, ma solo che dovrebbe urgentemente prendere coscienza delle minacce che provengono da esso.

Guardando al futuro, così come l’espansione de facto della NATO nel Mar Caspio è inevitabile, allo stesso modo è inevitabile che la percezione della minaccia da parte della Russia nei confronti dell’Azerbaigian si intensificherà. Prima accade, meglio è, dato che la Russia ha ancora tempo per proporre garanzie di sicurezza simili a quelle ucraine per evitare un’altra guerra speciale. operazione . In questo contesto, potrebbero riguardare l’accordo dell’Azerbaigian con le ispezioni russe del carico del TRIPP e il divieto di esercitazioni congiunte della NATO sul suo territorio, ma Aliyev potrebbe non acconsentire a meno che Putin non lo spinga un po’.

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Nawrocki ha condannato l’antiamericanismo e l’allarmismo di Tusk nei confronti della Russia.

Andrew Korybko13 ottobre
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Queste questioni e la vicenda ucraina saranno al centro delle prossime elezioni del Sejm polacco, previste per l’autunno del 2027, il cui esito determinerà se la politica estera polacca rimarrà in una situazione di stallo o si allineerà decisamente alla visione filoamericana di Nawrocki.

Il presidente conservatore polacco Karol Nawrocki ha dedicato gran parte della sua intervista al principale quotidiano conservatore Rzeczpospolita a criticare il primo ministro liberale Donald Tusk, rispondendo a domande pertinenti sulla rivalità tra i due che sta influenzando la politica estera e altre questioni di politica interna. Nawrocki ha ripetutamente ribadito di percepire la Russia come una minaccia, ma ha anche condannato Tusk per aver recentemente diffuso allarmismo su un presunto complotto russo per attaccare la Polonia in un futuro molto prossimo.

Ha poi dichiarato: “Il livello di minaccia non è cambiato in modo significativo negli ultimi sei mesi, ma non posso citare direttamente i rapporti né modificarne le clausole. Avevo già le informazioni che il Primo Ministro Donald Tusk sta rendendo pubbliche oggi quando sono diventato presidente. Una cosa è cambiata: un politico sta sfruttando persistentemente questa minaccia per il proprio tornaconto politico”. Nawrocki ha inoltre concordato con il suo interlocutore, il quale ha interpretato le sue osservazioni come un tentativo di Tusk di “creare un cosiddetto effetto bandiera attorno a sé”.

Successivamente, Nawrocki ha affermato che lui e Tusk dovrebbero concentrarsi sul “riarmarci, mantenere le relazioni internazionali, non offendere i nostri alleati più forti e, soprattutto, non diffondere paura per motivi di interessi personali e di parte”. Ha aggiunto che “dedicare tempo a diffondere paura invece di rafforzare la nostra resilienza è, a mio avviso, socialmente irresponsabile e potrebbe significare fare il gioco del nostro avversario”. Ciò implicava che Tusk, involontariamente, stesse assecondando gli ordini di Putin spaventando gli europei riguardo alla Russia.

La conversazione si è poi spostata sui legami transatlantici, in seguito alla recente conferma da parte di Trump dei progressi compiuti per la creazione di una base militare permanente statunitense in Polonia. Nawrocki ha affermato che “la garanzia più importante (per la sicurezza della Polonia) è l’esercito polacco, e la presenza di truppe americane rappresenta un’ulteriore garanzia”. Ha poi descritto Tusk come un politico “anti-americano”, “filo-tedesco” e “filo-europeo”, definendosi al contempo “filo-americano” e “filo-atlantico”.

A Nawrocki è stato prevedibilmente chiesto anche dei recenti resoconti secondo cui Trump avrebbe suggerito al Ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz di abbandonare la coalizione liberale al governo per guidare un nuovo governo conservatore con lui stesso come Primo Ministro. Ha risposto che “non posso dire con certezza quale sia l’atteggiamento della parte americana nei confronti del Primo Ministro anti-americano Tusk”, lasciando intendere che la cosa sia plausibile. In ogni caso, per quel che vale, ha affermato che né lui né Trump discutono degli affari interni dell’altro.

Infine, Nawrocki ha descritto la Confederazione della Corona Polacca, partito di opposizione libertario-nazionalista di Grzegorz Braun, considerato da alcuni ” filo-russo ” e coinvolto in quelli che alcuni percepiscono come scandali antisemiti , come “una presenza nella politica polacca”. Ciò lascia intendere la sua apertura a una coalizione tra i partiti di opposizione polacchi dopo le elezioni del Sejm dell’autunno 2027, nonostante l’ambasciatore statunitense (di origine ebraica) abbia presumibilmente sconsigliato un’alleanza con il partito di Braun. Anche Trump potrebbe appoggiare questa ipotesi.

L’importanza dell’intervista di Nawrocki in politica estera risiede nella sua riaffermazione della sua visione filoamericana/atlantica e del suo relativo pragmatismo (nel contesto polacco) nei confronti della Russia, in contrasto con la visione antiamericana, filotedesca e filoeuropea di Tusk e con la sua retorica allarmistica a fini elettorali nei confronti della Russia. Queste questioni, insieme alla vicenda ucraina, saranno al centro delle prossime elezioni del Sejm polacco, il cui esito determinerà se la politica estera polacca rimarrà in una situazione di stallo o si allineerà decisamente alla visione di Nawrocki.

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Perché Tusk ha insinuato che la recente retorica di Trump sull’Ucraina sia un “regalo prezioso” per Putin?

Andrew Korybko14 ottobre
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Egli si oppone fermamente a tale retorica, poiché potrebbe ragionevolmente sospettare che essa alluda all’interesse degli Stati Uniti a concludere ulteriori accordi con la Russia, come quello sul diesel, anche mentre il conflitto ucraino è ancora in corso.

Il primo ministro liberale polacco Donald Tusk, che durante il periodo di transizione dell’era Biden aveva scandalosamente dato credito ad affermazioni palesemente false secondo cui il suo omonimo americano sarebbe un agente russo, ha attaccato nuovamente Trump, suggerendo con forza che la sua recente retorica sull’Ucraina sia un “regalo prezioso” per Putin. Durante il Forum sulla sicurezza di Varsavia, Tusk ha dichiarato : “Chiunque suggerisca che l’Ucraina sia responsabile della guerra sta facendo un regalo prezioso all’aggressore: Putin”. Questo fa seguito agli attacchi di Trump contro Zelensky.

Nell’aprile del 2025, Trump pronunciò una frase indimenticabile riferendosi a Zelensky: “Non si inizia una guerra contro qualcuno venti volte più grande di te e poi si spera che ti diano dei missili”. Qualche giorno prima delle suddette dichiarazioni di Tusk, Trump aveva poi affermato : “Zelensky avrebbe potuto risolvere questa guerra molte, molte, molte volte, e ha scelto di non farlo. Molto difficile. È una guerra che non avrebbe mai dovuto essere iniziata”. In sostanza, ribadisce quanto aveva detto 18 mesi prima, anche se recentemente in modo meno diretto.

Il contesto più ampio riguarda il recente accordo russo-americano sul diesel , raggiunto tra rinnovate indiscrezioni su un possibile accordo anche per il gasdotto Nord Stream, e il malcontento dell’Ucraina e degli europei per il primo accordo tra Russia e Stati Uniti dal 2022 senza clausole a favore dell’Ucraina. Tutto ciò coincide con le voci secondo cui Trump potrebbe tagliare le forniture di armi e informazioni all’Ucraina se questa continuasse a colpire le raffinerie russe. Questo garantirebbe che la Russia metta in ginocchio l’Ucraina entro l’inverno.

Anche se questo scenario peggiore dal punto di vista di Kiev non si verificasse, Russia e Stati Uniti potrebbero comunque concludere altri accordi tra loro, seguendo il precedente del diesel, con o senza la fine delle ostilità in Ucraina, cosa che la recente reiterazione da parte di Trump della responsabilità dell’Ucraina in questo conflitto lascia fortemente intendere. Mentre l’ approccio incentrato sulle risorse La partnership strategica che stanno negoziando potrebbe non essere raggiunta fino alla fine del conflitto , ma qualsiasi altro accordo possano stipulare potrebbe comunque rappresentare un passo in quella direzione.

La coalizione liberale al governo di Tusk si oppone fermamente a questa ipotesi, ed è per questo che egli insinua ancora una volta che Trump sia un agente russo, descrivendo la retorica che quest’ultimo ha recentemente adottato come un “dono prezioso” per Putin. Tuttavia, nemmeno il presidente conservatore Karol Nawrocki gradisce questo scenario. Il capo del suo Ufficio per la Politica Internazionale ha ribadito che Nawrocki è favorevole al mantenimento delle sanzioni contro la Russia, ma, cosa importante, non critica mai i tentativi di Trump di riavvicinarsi alla Russia e intrattiene con lui ottimi rapporti.

Considerato che la politica estera polacca viene formulata attraverso un’interazione tra il Presidente, il Primo Ministro e il Ministro degli Esteri, è possibile che il Presidente e il governo perseguano politiche contraddittorie qualora i rapporti tra Trump e Putin portassero a una partnership strategica incentrata sulle risorse. Il pragmatismo di Nawrocki potrebbe spingerlo a valutare una possibile partecipazione polacca a tale accordo, o quantomeno a considerare i benefici che i consumatori polacchi potrebbero trarne, mentre Tusk potrebbe rimanere fermamente contrario.

Qualsiasi stallo non si risolverebbe fino alle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, e solo nel caso in cui una coalizione nazionalista conservatrice sostituisse quella liberale, il che è possibile . Anche così, se il governo di Tusk espandesse il suo “ bucaneve Se Nawrocki riuscisse a portare avanti la diplomazia con la Bielorussia fino al punto di replicare il riavvicinamento degli Stati Uniti, allora potrebbe esplorare la suddetta possibilità come tattica elettorale. Sarebbe quindi saggio da parte di Nawrocki fare il primo passo verso Putin con la mediazione di Trump.

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Il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo ha approfondito i rapporti con l’Afghanistan.

Andrew Korybko14 ottobre
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Le relazioni russo-pakistane sono a un bivio a causa dei sospetti di Mosca sulla veridicità delle affermazioni di Kabul riguardo ai legami tra Islamabad e l’ISIS-K, delle crescenti preoccupazioni del Cremlino che il Pakistan possa facilitare il ritorno delle infrastrutture militari statunitensi nella regione e della campagna di disinformazione condotta dal Pakistan contro la Russia, alimentata da troll, con false accuse di un presunto (anche indiretto) rafforzamento dei legami tra Pakistan e talebani.

Il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo, Alexander Venediktov, ha offerto alcuni spunti di riflessione sui rapporti tra il suo Paese e l’Afghanistan in seguito all’incontro della scorsa settimana tra il segretario Sergey Shoigu e il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi. Pur non avendo aggiunto nulla di nuovo rispetto a quanto già affermato da altri funzionari russi, ha comunque fornito una sintesi concisa delle relazioni tra i due Paesi. Venediktov ha ribadito gli elogi espressi di recente dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov nei confronti dei talebani per i successi ottenuti nella lotta al terrorismo e nella gestione del governo.

Ha inoltre fatto riferimento alla cooperazione nella lotta alla produzione e al traffico di droga, in particolare di sostanze sintetiche, e ha ribadito che “l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) sta discutendo il ripristino della cooperazione con l’Afghanistan attraverso il gruppo di contatto precedentemente esistente”. Venediktov ha inoltre affermato che “il ruolo dell’Afghanistan negli affari regionali non deve essere sottovalutato” perché “un Afghanistan prospero, pacifico e indipendente è nell’interesse di tutti i paesi della regione”.

Su questo argomento, ha affermato che “non dobbiamo permettere a un gruppo come l’ISIS di risorgere” e ha ricordato a tutti che “gli Stati Uniti non hanno fatto mistero dei loro piani di ripristinare le infrastrutture militari in Afghanistan. La creazione di una simile roccaforte rappresenterebbe una minaccia diretta per tutti i paesi della regione”. Lavrov ha espresso entrambi i concetti durante l’ottava Consultazione in formato Mosca sull’Afghanistan, dove lui e il rappresentante del Pakistan hanno assunto posizioni diametralmente opposte nei confronti dell’Afghanistan guidato dai talebani, come analizzato qui .

L’analisi precedente, con i relativi collegamenti ipertestuali, faceva riferimento all’articolo di Shoigu dell’agosto 2025 per la Rossiyskaya Gazeta, organo di stampa del governo russo, alle sue osservazioni all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) di maggio, a quelle del Ministro della Difesa Andrey Belousov del mese precedente, ad aprile , e ai commenti di Lavrov di luglio , tutti pertinenti al briefing di Venediktov. Sono tutti citati sopra, ma per comodità dei lettori occasionali, ribadiamo i punti sollevati da Venediktov riguardo al flusso di terroristi e armi verso l’ISIS in Afghanistan, nonché ai piani militari regionali degli Stati Uniti.

Il Pakistan è l’unico tra i paesi confinanti con l’Afghanistan che potrebbe realisticamente agevolare tutto ciò, ed è significativo che il briefing di Venediktov sia coinciso con la visita di quattro giorni del Ministro degli Interni Vladimir Kolokoltsev in Pakistan, che il Ministero degli Interni pakistano ha descritto come un ” nuovo capitolo ” nelle loro relazioni. L’ambasciata pakistana in Russia ha poi riferito che i colloqui si concentreranno “in particolare sul rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza interna, applicazione della legge e lotta al terrorismo”.

Considerata la gravità dei sospetti, impliciti nella Russia, sui legami del Pakistan con l’ISIS-K, sovversivi che riecheggiano quelli dei talebani, già espressi da Muttaqi durante il già citato incontro a Mosca e certamente discussi con Shoigu, la lunga visita di Kolokoltsev in Pakistan è probabilmente legata a questo. Si tratta tuttavia di una questione estremamente delicata, pertanto gli osservatori non dovrebbero aspettarsi che nessuna delle due parti confermi lo scopo, ragionevolmente ipotizzato, della sua visita. Anzi, è probabile che lo neghino se interrogate, ma tali smentite non dovrebbero essere prese per buone.

Le relazioni russo-pakistane sono a un bivio, a causa dei sospetti di Mosca sulla veridicità delle affermazioni di Kabul riguardo ai legami tra Islamabad e l’ISIS-K, delle crescenti preoccupazioni del Cremlino che il Pakistan possa agevolare il ritorno delle infrastrutture militari statunitensi nella regione e della campagna di disinformazione pakistana, alimentata da troll, contro la Russia, basata su false accuse di un (anche se indiretto) rafforzamento delle forze armate pakistane a danno dei talebani . Il briefing di Venediktov avvalora questa valutazione e i risultati della visita di Kolokoltsev influenzeranno le prossime mosse della Russia.

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Che ci fa il capo dei servizi segreti esteri russi a Kabul?

Andrew Korybko15 ottobre
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Da questa visita storica ci si aspetta una cooperazione antiterrorismo ben più significativa, come ad esempio il potenziale armamento dei talebani da parte della Russia contro l’ISIS-K.

Il capo del Servizio di intelligence estera russo (SVR), Sergey Naryshkin, è arrivato a Kabul mercoledì, tra le speculazioni secondo cui la Russia potrebbe armare i talebani contro l’ISIS-K. All’inizio del mese, una notizia falsa sosteneva che l’India stesse finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, ma questa analisi degli ultimi sviluppi nelle relazioni russo-pakistane sostiene che la notizia potrebbe essere stata diffusa dal Pakistan. Lo scopo, a quanto pare, è quello di creare un pretesto per un raffreddamento dei rapporti bilaterali.

Il recente rafforzamento delle relazioni russo-afghane non piace al Pakistan a causa della guerra in corso con i talebani e delle accuse secondo cui questi ultimi patrocinerebbero gruppi che Islamabad ha designato come terroristi. L’armamento dei talebani da parte della Russia, anche se fosse realmente finalizzato unicamente a combattere l’ISIS-K e non ad aiutare i talebani a combattere il Pakistan, come alcuni troll pakistani hanno falsamente affermato, verrebbe quindi percepito come una minaccia. È in questo contesto di tensione che il Ministro degli Interni russo ha compiuto la sua storica visita in Pakistan.

È il primo alto funzionario del suo ministero a recarsi in Pakistan, dove ha incontrato il Ministro degli Esteri , il Primo Ministro , il Presidente e persino il Capo delle Forze di Difesa Asim Munir , dittatore militare di fatto del Paese. Si tratta di un fatto insolito per un Ministro degli Interni e dimostra la serietà con cui il Pakistan ha preso la sua visita, il cui scopo non ufficiale è stato quello di indagare sui legami del Pakistan con l’ISIS-K, accusa mossa dai talebani, mentre alti funzionari russi si sono limitati a suggerirlo, come spiegato qui .

Allo stesso modo, si ritiene che il suo compito sia quello di spiegare la natura antiterrorismo del rapido rafforzamento dei legami tra la Russia e i talebani, in modo che il Pakistan non reagisca in modo eccessivo a un eventuale imminente armamento del gruppo da parte dell’Ucraina, il che infliggerebbe un duro colpo alle relazioni bilaterali. Una più stretta cooperazione antiterrorismo tra Russia e Pakistan potrebbe anche, in teoria, portare la Russia a chiedere al Pakistan di indagare su specifiche affermazioni dei talebani riguardo a campi dell’ISIS-K che i talebani trasmettono alla Russia.

In tale scenario, il Pakistan potrebbe anche ipoteticamente fare affidamento sulla Russia per trasmettere ai talebani richieste di indagine su specifiche affermazioni riguardanti campi terroristici in Afghanistan, il che potrebbe gradualmente portare la Russia a svolgere un ruolo cruciale nella de-escalation del conflitto, se tutte le parti avessero la volontà politica. Resta da vedere, ma l’importanza della visita di Naryshkin a Kabul e di quella del ministro degli Interni russo a Islamabad risiede nel fatto che il Cremlino sembra ora considerare Afghanistan e Pakistan come un’unica entità, con un trattino.

Il termine “coppigliamento” veniva utilizzato per caratterizzare i legami di alcuni paesi con l’India e il Pakistan, spingendoli a tenere in considerazione gli interessi reciproci nei rapporti con gli altri. Questo concetto caratterizza ora sempre più i legami della Russia con l’Afghanistan e il Pakistan. La Russia non può armare l’Afghanistan contro l’ISIS-K senza prima spiegare questa politica al Pakistan, altrimenti rovinerebbe i loro rapporti, così come non può rafforzare i legami con il Pakistan senza farlo anche con l’Afghanistan, altrimenti anche questi ultimi ne risentirebbero.

La “costituzione” di fatto dell’Afghanistan e del Pakistan da parte della Russia mira a mantenere un equilibrio tra questi rivali al fine di accelerare il suo ” ritorno in Asia meridionale ” negli ultimi anni. L’Afghanistan non ha problemi con questa strategia, ma il Pakistan potrebbe non gradirla, dato che la sua élite al potere tende a considerarsi superiore agli afghani, e quindi potrebbe sentirsi offesa dalla politica pragmatica russa. Finché ciò non comprometterà i rapporti bilaterali, non ci saranno problemi, ma la Russia non perderebbe molto nemmeno se ciò accadesse.

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L’ultima sequenza nelle relazioni russo-pakistane merita attenzione

Andrew Korybko15 ottobre
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È lecito chiedersi se il Pakistan abbia diffuso la notizia falsa all’inizio del mese, scatenando da allora una guerra di informazione sempre più feroce da parte dei suoi troll contro la Russia, che potrebbe servire da pretesto per un raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi, causato dalle loro posizioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani.

Russia e Pakistan sembrano stiano riconsiderando le loro relazioni, come suggerito da una recente serie di eventi. Il processo è stato innescato da una notizia falsa diffusa da Afghan International il 1° ottobre, secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia. La fonte citava cinque figure di alto livello, tra cui ex funzionari della sicurezza, che avrebbero potuto coordinare la notizia con il Pakistan a causa della comune opposizione ai talebani. Questa ipotesi appare ancora più plausibile alla luce di quanto accaduto in seguito.

Russia e Pakistan hanno espresso opinioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani durante l’ottava edizione delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan, tenutesi il 5 ottobre. La Russia ha elogiato i talebani per la lotta contro l’ISIS-K, mentre il Pakistan li ha accusati di sostenere l’ISIS-K. La Russia non ha chiaramente dato credito all’accusa del Pakistan, come dimostra l’incontro tra il ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi e il segretario del Consiglio di Sicurezza Sergey Shoigu il giorno successivo, il 6 ottobre.

Meno di una settimana dopo, il 12 ottobre, il ministro degli Interni russo Vladimir Kolokoltsev è arrivato in Pakistan per una lunga visita di quattro giorni, la prima in assoluto per un ministro degli Interni russo. L’ambasciata pakistana in Russia ha riferito che avrebbe posto “particolare enfasi sul rafforzamento della cooperazione in materia di sicurezza interna, applicazione della legge e antiterrorismo”. Sembra quindi che la Russia abbia dato credito all’accusa dei talebani secondo cui il Pakistan sostiene l’ISIS-K e abbia deciso di inviare Kolokoltsev a indagare.

Lo stesso giorno, il 12 ottobre, il vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo Alexander Venediktov ha condiviso alcune considerazioni sui legami del suo paese con l’Afghanistan, ribadendo semplicemente le posizioni già espresse in precedenza. In particolare, ha elogiato i talebani per il loro successo nella lotta al terrorismo e ha dichiarato che “il ruolo dell’Afghanistan negli affari regionali non deve essere sottovalutato” perché “un Afghanistan prospero, pacifico e indipendente è nell’interesse di tutti i paesi della regione”.

Dal rapporto di Afghan International del 1° ottobre ad oggi, sui social media è in corso una guerra di informazione sempre più feroce contro la Russia, condotta da account pakistani anonimi (“troll”) sulla falsa premessa che la Russia armi i talebani contro il Pakistan. Si sospetta che alcuni degli account più noti siano collegati all’establishment pakistano, ovvero alle potenti forze armate e ai servizi segreti, considerati la vera forza che governa il Pakistan, e non il governo civile.

È quindi lecito chiedersi se il Pakistan abbia diffuso quella notizia falsa che ha scatenato la guerra di informazione sempre più feroce dei suoi troll contro la Russia, e che potrebbe servire da pretesto per un raffreddamento delle relazioni bilaterali, causato dalle loro posizioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani. Shoigu e il ministro degli Esteri Sergey Lavrov avevano precedentemente insinuato che il Pakistan avesse legami con l’ISIS-K, come documentato qui , ma la Russia non si è lasciata scoraggiare da ciò e ha continuato a cercare di rafforzare i rapporti bilaterali, e non sarà certo la prima a peggiorarli.

La Conferenza CSTO-CIS-SCO sulla sicurezza in Asia centrale e in Afghanistan, che si terrà a Mosca dal 15 al 16 ottobre, rappresenterà la prossima opportunità per Russia e Pakistan di condividere le loro posizioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani. È persino possibile che le loro posizioni si siano irrigidite dopo l’ottava Consultazione in formato Mosca sull’Afghanistan, data la sequenza di eventi sopracitata, il che suggerisce una rivalutazione delle loro relazioni, ma si spera che il Pakistan non decida di peggiorarle ulteriormente.

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Qual è il piano della Russia in Afghanistan?

Andrew Korybko17 ottobre
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È in programma una partnership strategica a tutto campo.

I recenti elogi della Russia per i successi antiterrorismo dei talebani, la storica visita a Kabul del capo dei servizi segreti esteri Sergey Naryshkin e l’ imminente viaggio del vice primo ministro Alexei Overchuk come parte di una delegazione economica hanno suscitato l’interesse globale per la strategia russa in Afghanistan. È evidente che qualcosa di significativo sta accadendo. Quasi certamente va oltre l’armamento dei talebani contro l’ISIS-K e con ogni probabilità riguarda la conclusione di una partnership strategica in tutti i settori.

Per quanto riguarda la sicurezza, ciò potrebbe includere armi, addestramento all’uso dei droni ed esercitazioni antiterrorismo congiunte, queste ultime modellate su quelle annuali che la Russia svolge con il Pakistan. Ciò consentirebbe ai talebani di sconfiggere l’ISIS-K dalle sue roccaforti vicino al confine con gli alleati della Russia in Asia centrale, di cui il ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha messo in guardia la scorsa settimana . Questa “Internazionale terroristica”, come l’ha definita in modo memorabile, sta attivamente cercando di infiltrarsi in Asia centrale e deve essere fermata a tutti i costi.

La dimensione della sicurezza del partenariato strategico russo-afghano si collega a quella degli investimenti, in particolare all’interesse del Cremlino per l’ industria mineraria del paese, che vale 1.000 miliardi di dollari . La Russia è molto indietro rispetto a Stati Uniti e Cina nella corsa tecnologica che definirà la ” Quarta Rivoluzione Industriale “, ma può recuperare terreno grazie ai minerali critici afghani, fondamentali per l’intelligenza artificiale, i data center, la robotica e l'”Internet delle cose”. I colloqui sull’accesso prioritario a tali risorse, ovviamente a condizioni eque, saranno probabilmente il tema centrale della visita di Overchuk.

Gli interessi interconnessi della Russia in materia di sicurezza e attività minerarie gettano le basi per i suoi interessi economici, in particolare per quanto riguarda il ruolo che potrebbe svolgere nella ricostruzione dell’Afghanistan dopo decenni di guerra. Parte dei proventi derivanti dagli investimenti russi nel settore minerario potrebbe essere reinvestita nella costruzione (o quantomeno nella progettazione) di centrali elettriche, scuole, infrastrutture urbane, iniziative agricole e progetti di connettività. Su richiesta, la Russia sarebbe lieta di aiutare l’Afghanistan a elaborare un piano di ricostruzione realistico, che potrebbe costituire il fulcro della loro partnership.

Per agevolare quanto sopra, nonché gli sforzi complementari degli altri partner dell’Afghanistan come India e Cina , che costituiscono il nucleo della rete BRICS che sta accelerando la transizione sistemica globale verso la multipolarità, la Russia probabilmente aprirà molto presto un canale finanziario con l’Afghanistan. La Russia è finora l’unico paese ad aver formalmente riconosciuto il ritorno al potere dei talebani, quindi i suoi servizi bancari possono essere legalmente collegati all’Afghanistan, facilitando così il flusso di capitali da e verso. Prestiti Halal può essere offerto anche .

L’ultimo pilastro del partenariato strategico russo-afghano riguarda la connettività regionale , in particolare la ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan, che la Russia prevede possa un giorno raggiungere l’India qualora essa e il Pakistan risolvessero finalmente la loro decennale disputa sul Kashmir . Affinché ciò accada, tuttavia, è necessario che la guerra tra Afghanistan e Pakistan finisca. L’inviato speciale russo per l’Afghanistan, Zamir Kabulov, si è offerto di mediare , ma a condizione che entrambe le parti ne facessero richiesta, sebbene il Pakistan abbia fatto finta di niente al riguardo.

Questo ci porta al proverbiale elefante nella stanza, il Pakistan, che insiste con rabbia sul fatto che i talebani siano alleati dei terroristi. Il suo establishment, ovvero il potente esercito e i servizi segreti che di fatto governano il paese, potrebbe quindi reagire in modo eccessivo a un’eventuale futura partnership strategica russo-afghana, soprattutto nella sua dimensione di sicurezza. Se così fosse, rimarrebbero solo parte dei problemi dell’Afghanistan, con grande costernazione della Russia, che spera invece di diventare parte della soluzione .

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Korybko a Dawn: è il Pakistan che nega la realtà del terrorismo regionale.

Andrew Korybko19 ottobre
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Il Pakistan può avere qualsiasi opinione sui presunti legami dei talebani con i terroristi, ma non convincerà il Cremlino a ritirarsi dall’Afghanistan, e qualsiasi tentativo in tal senso potrebbe addirittura accelerare il loro già rapido riavvicinamento in segno di sfida.

Il quotidiano pakistano Dawn ha recentemente pubblicato un editoriale intitolato ” Stato di negazione “, in cui si sosteneva che le smentite dei talebani sui legami con gruppi terroristici “non reggono”, nonostante il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov li abbia elogiati due volte questo mese (qui e qui) per la loro lotta antiterrorismo. Dawn insinuava che i talebani stessero permettendo all’ISIS-K di operare dall’Afghanistan “nonostante i rapporti tesi con i talebani” e suggeriva che questa situazione potesse un giorno rappresentare una minaccia per la Russia.

Sebbene il secondo discorso di Lavrov citato avvertisse che “una presenza significativa di gruppi terroristici ed estremisti, insieme ai loro campi di addestramento e roccaforti, permane nelle aree afghane al confine con Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan”, è importante sottolineare che non implicava che i talebani approvassero tale situazione. Al contrario, la storica visita a Kabul la scorsa settimana del capo del Servizio di intelligence estera russo, Sergey Naryshkin, lascia intendere che Mosca potrebbe presto armare i talebani contro l’ISIS-K per ragioni di sicurezza regionale.

Dopo aver chiarito la politica russa nei confronti dell’Afghanistan, è il momento di affrontare il resto dell’editoriale di Dawn, in particolare l’affermazione secondo cui i talebani sarebbero legati al terrorismo. La Russia considera il Tehrik-e Taliban Pakistan (TTP, “Talebani pakistani”) un gruppo terroristico, in virtù della sua approvazione della designazione da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, ma non considera legalmente terroristi l'” Esercito di liberazione del Balochistan ” o altri separatisti del Balochistan. Ha tuttavia accettato questa terminologia in un accordo multilaterale. dichiarazioni con Cina, Iran e Pakistan.

Si sospetta che entrambi i gruppi siano presenti in Afghanistan, ma la Russia non ha valutato pubblicamente la potenziale relazione tra i talebani e questi ultimi. Tuttavia, come si evince dai recenti segnali che indicano una seria considerazione da parte della Russia di armare i talebani contro l’ISIS-K – in particolare la storica visita di Naryshkin a Kabul e la dichiarazione di Lavrov nel primo dei suoi due discorsi citati, secondo cui “fornire assistenza materiale e specialistica” ai talebani “risponde agli interessi di tutti” – la Russia non crede che i talebani cederebbero loro le proprie armi.

L’editoriale di Dawn concludeva che “Se il regime talebano si impegna a impedire ai gruppi con base sul suo territorio di attaccare gli stati vicini, il processo di normalizzazione e integrazione regionale dell’Afghanistan può iniziare”, ma questo processo è già iniziato con la leadership russa. Il Cremlino non crede affatto che i talebani permettano ai gruppi terroristici di attaccare gli stati vicini dal proprio territorio. Questo è il nodo cruciale della disputa tra Russia e Pakistan sull’Afghanistan guidato dai talebani, come spiegato in dettaglio qui .

Nel secondo dei discorsi di Lavrov citati, egli dichiarò addirittura che “stiamo lavorando per consolidare il sostegno esterno alle autorità di Kabul e ai loro sforzi che rispondono oggettivamente agli interessi di sicurezza regionale”. Chiese inoltre “un approfondimento della cooperazione in seno al Gruppo di lavoro sull’Afghanistan presso il Consiglio dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) e la ripresa delle riunioni del Gruppo di contatto SCO-Afghanistan, che rimane sospeso”. Tutto ciò dimostra che la Russia non considera i talebani una minaccia.

Il Pakistan può avere l’opinione che vuole sui talebani, ma non convincerà il Cremlino a ritirarsi dall’Afghanistan, e un eventuale tentativo in tal senso potrebbe addirittura accelerare il loro già rapido riavvicinamento in segno di sfida. Se il Pakistan crede davvero che i talebani abbiano legami con i terroristi, allora dovrebbe rafforzare il confine con l’Afghanistan per impedire l’infiltrazione di terroristi nel Paese. Pertanto, è il Pakistan, e non la Russia, a dover ritirarsi dall’Afghanistan, porre fine alla guerra contro il Paese e lasciarlo in pace.

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Korybko a Kamran Yousaf: le mosse regionali della Russia non hanno nulla a che fare con la NATO islamica

Andrew Korybko19 ottobre
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È necessario fare alcuni chiarimenti per dissipare le false percezioni sulla politica russa.

Kamran Yousaf, corrispondente senior per gli affari esteri dell’Express Tribune, il cui precedente articolo sulla “Scommessa dei talebani in Russia” è stato oggetto di una risposta qui , ha pubblicato un articolo sul ” Segnale russo per il Pakistan “. Sosteneva che l’invio di alti funzionari della sicurezza russa a Kabul , Islamabad e Delhi fosse significativo. A suo dire, “Nulla di tutto ciò dimostra che il coinvolgimento simultaneo di Mosca a Islamabad, Kabul e Nuova Delhi rappresenti una strategia coordinata mirata al Pakistan o all’accordo di Mecca”.

Comunque sia, “la tempistica non dovrebbe essere liquidata come una semplice coincidenza”, considerando le tensioni tra Pakistan, Afghanistan e India, né la recente formalizzazione della cosiddetta NATO islamica. Secondo Yousaf, “alcuni diplomatici collegano le valutazioni di Mosca ai mutamenti degli equilibri strategici successivi al Patto della Mecca. La Russia potrebbe star valutando le implicazioni del nuovo assetto per i propri interessi nel Golfo e nella regione in generale”.

Ha inoltre affermato che “un diplomatico si è spinto oltre, sostenendo che la Russia sta fornendo assistenza agli Houthi e che un prolungato conflitto nel Golfo avvantaggia Mosca attraverso prezzi dell’energia più elevati”. Yousaf ha concluso che “la Russia sta chiaramente diventando più attiva in una regione in cui le vecchie linee di faglia si stanno allargando e stanno emergendo nuove alleanze. Osservate attentamente le prossime mosse di Mosca; potrebbero essere un messaggio per Islamabad e i suoi alleati”. È necessario un chiarimento per dissipare le false percezioni sulla politica russa .

Innanzitutto, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha espresso il suo sostegno alla NATO islamica il mese scorso, un aspetto che è stato analizzato qui all’inizio di ottobre. L’unica minaccia percepita dalla Russia nei confronti del gruppo è legata al potenziale sfruttamento da parte della Turchia della “Trump Route for International Peace and Prosperity” dell’agosto 2025 come corridoio logistico militare della NATO a guida turca lungo l’intera periferia meridionale della Russia . La risposta a Yousaf citata in precedenza ha evidenziato i sospetti separati della Russia sui legami del Pakistan con l’ISIS-K.

Queste iniziative non sono collegate alla NATO islamica, pertanto l’opinione dei diplomatici pakistani, rimasti anonimi, secondo cui le recenti mosse della Russia in Asia meridionale sarebbero connesse alla formazione di tale blocco è errata. Allo stesso modo, la Russia non sta aiutando gli Houthi, il che comprometterebbe i suoi rapporti, faticosamente conquistati, con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. La sua politica nei confronti dello Yemen è stata chiarita qui alla fine di settembre per coloro che sono interessati ad approfondire l’argomento, in particolare i funzionari e gli esperti pakistani che dovessero imbattersi in questa analisi.

Se Islamabad percepisce erroneamente le mosse di Mosca in Asia meridionale come una risposta all’adesione del Pakistan alla NATO islamica, come insinuato da Yousaf, o se i funzionari pakistani sanno che ciò non è vero ma continuano comunque a diffondere questa falsa narrativa, allora aumentano le probabilità di una risposta ostile da parte del Pakistan con questo pretesto, o dell’armamento dei talebani da parte della Russia contro l’ISIS-K (reale o ipotetico che sia). Ciò potrebbe comportare l’armamento dell’Ucraina, le cui conseguenze, come analizzato in precedenza , potrebbero peggiorare le relazioni bilaterali.

A giudicare dall’articolo di Yousaf, i diplomatici pakistani hanno una percezione errata delle mosse regionali della Russia, che non sono dirette contro il Pakistan né sono in alcun modo collegate alla sua adesione alla NATO islamica. Se queste false percezioni non verranno dissipate, i rapporti bilaterali si raffredderanno inevitabilmente, se non addirittura peggioreranno. È quindi dovere dei diplomatici pakistani ammettere di essersi sbagliati sulle mosse regionali della Russia, ricalibrare le proprie valutazioni di conseguenza e non fare nulla che possa peggiorare i rapporti.

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L’ipotetico armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan potrebbe ritorcersi contro di lui.

Andrew Korybko16 ottobre
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Potrebbe inavvertitamente portare a una spaccatura con gli Stati Uniti, protettori del Pakistan, se Trump interpretasse una simile mossa, che potrebbe essere incoraggiata dal Regno Unito e dai suoi nemici del “deep state”, come un tentativo di minare i suoi recenti sforzi per porre fine al conflitto ucraino, incoraggiando ulteriormente Zelensky a respingere le sue richieste di raggiungere un accordo.

Lo scenario di un possibile armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan sta dilagando sui social media, nel contesto della guerra di informazione contro la Russia , condotta da troll pakistani a causa del presunto armamento russo dei talebani contro l’ISIS-K . Una notizia falsa, secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto di droni bielorussi da parte dei talebani con l’approvazione della Russia, è stata sfruttata come pretesto per questa campagna, che sostiene che la Russia stia armando i talebani contro il Pakistan. Questi troll pakistani ora incitano il loro Paese ad armare l’Ucraina “per vendetta”.

Tutti questi account sostengono il loro establishment, che si riferisce alle potenti agenzie militari e di intelligence che di fatto governano il Pakistan, e si sospetta da tempo che alcuni degli account più importanti siano collegati ad esso. Un ipotetico armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan non cambierebbe tuttavia le dinamiche del conflitto e potrebbe persino, inavvertitamente, portare a una rottura con il suo alleato americano. Prima di approfondire ulteriormente l’argomento, è necessaria una breve premessa per fornire ai lettori meno esperti un quadro generale della situazione.

Nel settembre 2023, The Intercept ha riportato che il Pakistan aveva accettato di vendere armi all’Ucraina per un valore di 900 milioni di dollari l’anno precedente, poco dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro multipolare Imran Khan, in cambio del sostegno americano per ottenere un altro piano di salvataggio dal FMI. Due mesi dopo, nel novembre 2023, la BBC Urdu ha pubblicato un rapporto dettagliato, citando documenti pubblici, per affermare che il Pakistan aveva venduto proiettili per un valore di 364 milioni di dollari a due compagnie militari private statunitensi, che li avrebbero poi spediti in Ucraina.

Il Pakistan ha sempre negato queste affermazioni e l’ambasciatore russo in Pakistan ha dichiarato nel marzo 2025: “Non abbiamo trovato alcuna prova di forniture di armi pakistane nel conflitto tra Ucraina e Russia . Tutte queste affermazioni sono infondate”. La sua dichiarazione in merito potrebbe essere stata intesa a mantenere lo slancio positivo complessivo nelle relazioni bilaterali, nel contesto di negoziati pluriennali su un importante accordo petrolifero sul quale, secondo alcuni, gli Stati Uniti avrebbero di fatto ottenuto un potere di veto dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022.

Non si tratta di speculazioni infondate, dato che la Russia chiude un occhio sulle vendite di droni cinesi all’Ucraina , che hanno contribuito notevolmente a perpetuare il conflitto fino ad oggi. Inoltre, non ha ( almeno non ancora? ) permesso che le vendite di armi turche all’Ucraina danneggiassero le relazioni bilaterali. Pertanto, è plausibile che la Russia possa aver chiuso un occhio sulle precedenti vendite di armi pakistane all’Ucraina, soprattutto se percepite come effettuate “sotto costrizione” a causa della combinazione di pressioni economiche e richieste statunitensi.

Se il Pakistan riprendesse le sue sospette vendite di armi all’Ucraina, i rapporti bilaterali ne risentirebbero, poiché la percezione della minaccia da parte della Russia nei confronti del Pakistan aumenterebbe . Tuttavia, le dinamiche del conflitto non cambierebbero, dato che Putin è pronto a mettere in ginocchio l’Ucraina entro l’inverno attraverso attacchi sistematici contro le sue infrastrutture. Trump si è anche recentemente scagliato contro Zelensky dopo che quest’ultimo si è rifiutato di raggiungere un accordo con Putin, i cui dettagli sono stati analizzati qui , e ora Trump sta perseguendo una partnership strategica incentrata sulle risorse con Putin.

Di conseguenza, un ipotetico armamento dell’Ucraina da parte del Pakistan potrebbe essere interpretato da Trump come un affronto volto a perpetuare ulteriormente il conflitto, nonostante i suoi recenti sforzi per porvi fine, rischiando così di scatenare la sua ira con tutte le conseguenze che ciò potrebbe comportare per le relazioni bilaterali, data la sua imprevedibilità. Per questo motivo, sebbene quegli elementi dell’establishment pakistano maggiormente influenzati dal Regno Unito e dai nemici del “deep state” di Trump potrebbero considerare l’idea di armare l’Ucraina qualora la Russia armasse i talebani, farebbero bene a pensarci due volte prima di farlo.

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Cinque motivi per cui la Russia dovrebbe armare i talebani

Andrew Korybko15 ottobre
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Il fatto che l’ipotesi che la Russia armi i talebani sia ora plausibile testimonia il pragmatismo di entrambe le parti nel superare il difficile passato di epoca sovietica per perseguire interessi comuni.

La visita a Kabul del capo dei servizi segreti esteri russi potrebbe preannunciare un armamento russo ai talebani contro l’ISIS-K, uno scenario che ha scatenato il panico tra i commentatori pakistani, in particolare tra gli account anonimi pakistani sui social media (“troll”). È in corso una campagna di disinformazione coordinata tra questi e “NAFO” per screditare rispettivamente i talebani e la Russia, accusandoli di essersi venduti ai loro ex nemici. In realtà, ciò soddisferebbe gli interessi di entrambi. Ecco cinque motivi per cui la Russia dovrebbe farlo:

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1. I talebani impediscono l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale

L’ISIS-K non ha mai nascosto i suoi piani di espansione in Asia centrale dall’Afghanistan, il che destabilizzerebbe la periferia meridionale della Russia con tutte le conseguenze di sicurezza non convenzionali che ne deriverebbero. Da qui l’interesse della Russia ad armare i talebani, in modo da poter prevenire questo scenario oscuro. A prescindere da ciò che si possa pensare del sistema socio-politico dei talebani, questi non hanno assolutamente alcuna intenzione di esportare questo modello in Asia centrale, quindi gli alleati regionali della Russia non si sentirebbero minacciati da un eventuale armamento del gruppo.

2. Il Pakistan è già stato informato sulla politica della Russia

Il Pakistan è in guerra con i talebani e li accusa di essersi alleati con terroristi designati da Islamabad, quindi non approverebbe un eventuale armamento dei talebani da parte della Russia. Tuttavia, il Pakistan è già stato informato della convinzione russa che i talebani rappresentino la forza più efficace per impedire l’espansione dell’ISIS-K in Asia centrale. Pertanto, il Pakistan non dovrebbe reagire in modo eccessivo se la Russia armasse i talebani contro l’ISIS-K fornendo armi all’Ucraina , il che indurrebbe la Russia a sospettare che il Pakistan stia cercando un pretesto per una provocazione premeditata.

3. La stabilità generale dell’Afghanistan è nell’interesse della Russia.

Sebbene la Russia non vorrebbe che i talebani usassero le armi appena ricevute contro il Pakistan, Mosca probabilmente non si opporrebbe al loro utilizzo contro gruppi armati come il ” Fronte di Resistenza Nazionale ” (NRF), sospettato di essere sostenuto dal Pakistan nell’ambito della sua strategia ibrida. Guerra in Afghanistan. Questa valutazione si basa sulla recente dichiarazione del vicesegretario del Consiglio di sicurezza russo, secondo cui “un Afghanistan prospero, pacifico e indipendente è nell’interesse di tutti i paesi della regione”.

4. La sicurezza è il prerequisito per vantaggi economici reciproci

Senza sicurezza, la maggior parte dei vantaggi economici reciproci che Russia e Afghanistan potrebbero trarre dalla loro partnership strategica rimarranno irraggiungibili, il che contestualizza ulteriormente il motivo per cui la Russia potrebbe armare i talebani affinché possano sconfiggere l’ISIS-K, l’NRF e altre minacce che ostacolano questo obiettivo. A tal fine, la Russia potrebbe anche addestrare i talebani in materia di antiterrorismo, guerra con droni e operazioni delle forze speciali, competenze che potrebbero poi essere utilizzate contro i suddetti gruppi.

5. Gli affari socio-politici dell’Afghanistan non riguardano la Russia.

Il rispetto della Russia per la sovranità dei suoi partner si estende naturalmente anche agli affari socio-politici dell’Afghanistan, che non la riguardano direttamente, sebbene possa comunque esprimere discretamente alcune preoccupazioni riguardo a vari aspetti di tali affari che, se non affrontati o migliorati, potrebbero avere implicazioni per la sicurezza nazionale. Ciò non significa, tuttavia, che la Russia subordinerà la cooperazione economica e di sicurezza alle riforme socio-politiche. La Russia rispetta il diritto dell’Afghanistan di gestire la propria società e la propria politica come meglio crede.

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Il fatto che l’ipotesi che la Russia armi i talebani sia ora plausibile testimonia il pragmatismo di entrambe le parti nel superare il difficile passato di epoca sovietica per perseguire interessi comuni. Il rapido riavvicinamento tra questi ex nemici rappresenta inoltre un esempio positivo per il resto del mondo. Se il partenariato strategico russo-afghano riuscirà a portare pace e prosperità a tutti gli afghani, si tratterebbe di un traguardo storico, e molti altri Stati potrebbero in seguito riconoscere la leadership dei talebani, che è stata ripristinata.

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La fratellanza azero-turca viene messa alla prova dalle proteste pro-hijab in Azerbaigian.

Andrew Korybko14 ottobre
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L’Azerbaigian potrebbe migliorare significativamente le sue relazioni con la Russia e rafforzare i legami militari e di sicurezza con Israele per bilanciare la Turchia, qualora Aliyev sospettasse che Erdogan nutra ambizioni egemoniche nel caso in cui Baku giungesse alla conclusione che Ankara stia giocando un ruolo nell’organizzazione di queste manifestazioni.

” La fratellanza azero-turca sta attraversando un momento difficile ” dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha criticato il divieto dell’hijab nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, poco prima dell’adozione della nuova politica sulle uniformi scolastiche dell’alleato Azerbaigian, interpretata da alcuni amministratori scolastici in questo modo. Il suo omologo azero Ilham Aliyev ha poi criticato non meglio specificati alcuni paesi per l’ingerenza negli affari del suo paese in un discorso al partito di governo, proprio mentre i turchi sui social media iniziavano a criticare l’Azerbaigian per il suo presunto divieto.

In Azerbaigian si sono svolte alcune proteste a favore dell’hijab, in seguito a notizie secondo cui le autorità avrebbero bloccato diversi social media che avrebbero potuto essere utilizzati per coordinare tali attività. Per contestualizzare, l’Azerbaigian è una società a maggioranza sciita ma storicamente laica, mentre la Turchia, alleata, è una società a maggioranza sunnita ma sempre più islamista. Entrambi i paesi sono di etnia turca e i loro leader hanno notoriamente descritto per decenni le relazioni bilaterali come quelle tra “una nazione, due stati”.

Ciononostante, la fratellanza azero-turca viene messa a dura prova dalle proteste pro-hijab in Azerbaigian, poiché alcuni sospettano che attori turchi stiano giocando un ruolo poco chiaro nell’organizzazione di tali proteste, e si moltiplicano le speculazioni sul fatto che si tratti di attivisti indipendenti o in qualche modo collegati allo Stato. A dire il vero, gli stessi sospetti circolano anche riguardo a un presunto coinvolgimento iraniano negli eventi, ma il punto cruciale è che alcuni azeri si chiedono ora se i loro fratelli turchi li stiano pugnalando alle spalle.

L’avversione dell’Iran per gli stretti legami tra Azerbaigian e Israele è ben nota, ma è stato solo con la spaccatura turco-israeliana sulla questione di Gaza che Ankara ha iniziato a preoccuparsi dei rapporti del suo alleato con Tel Aviv. Per contestualizzare, nel 2012 Foreign Policy riportò che Israele aveva pianificato di utilizzare l’Azerbaigian come base militare clandestina contro l’Iran. Nell’estate del 2025, l’emittente statale iraniana trasmise le testimonianze di residenti vicino al confine che affermavano di aver visto aerei e droni israeliani attraversare il confine dall’Azerbaigian durante la Guerra dei Dodici Giorni .

Più recentemente, la CNN ha riportato che i commando israeliani nel sud dell’Azerbaigian avrebbero “svolto missioni di raccolta informazioni e operazioni con droni” contro l’Iran durante la Terza Guerra del Golfo , ma l’Azerbaigian ha negato l’accusa e ora starebbe facendo causa alla CNN dopo che quest’ultima si è rifiutata di ritrattare l’articolo. Ciononostante, Israele è uno dei principali partner militari dell’Azerbaigian e Aliyev ha appena partecipato alla cerimonia di inaugurazione della prima fabbrica di armi israeliana in Azerbaigian . Tutto ciò certamente irrita la Turchia, data la sua nuova rivalità con Israele.

È quindi plausibile che attori turchi, siano essi realmente indipendenti o in qualche modo collegati allo Stato, stiano giocando un ruolo nell’organizzazione delle proteste pro-hijab in Azerbaigian come ritorsione per i legami con Israele. Sebbene sia prematuro concludere che sia così, se Aliyev lo ritenesse tale, potrebbe riconsiderare la possibilità di sfruttare la ” Trump Route for International Peace and Prosperity ” dell’agosto 2025 come corridoio logistico militare NATO a guida turca lungo l’intera periferia meridionale della Russia .

L’Azerbaigian potrebbe quindi migliorare significativamente le sue relazioni con la Russia e rafforzare i legami militari con Israele per bilanciare la Turchia, qualora sospettasse che Erdogan nutra ambizioni egemoniche. In tale scenario, non si può escludere che aderisca simbolicamente agli Accordi di Abramo, come ha fatto il Kazakistan lo scorso anno, per prendere le distanze da Erdogan, e che incoraggi gli altri paesi dell’Asia centrale a fare altrettanto. Israele potrebbe quindi sostituire il ruolo della Turchia nei propri giochi di equilibrio con la Russia, senza incontrare obiezioni da parte del Cremlino .

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La tabella di marcia per le relazioni russo-pakistane nel contesto della disputa sull’Afghanistan.

Andrew Korybko16 ottobre
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I loro disaccordi sull’Afghanistan governato dai talebani non devono necessariamente peggiorare le loro relazioni, a patto che il Pakistan non armi l’Ucraina con questo pretesto.

Le tensioni nei rapporti russo-pakistani, innescate dalle loro visioni diametralmente opposte sull’Afghanistan guidato dai talebani e, in particolare, dallo scenario in cui la Russia arma i talebani contro l’ISIS-K , che curiosamente procede parallelamente a gesti di amicizia reciproci, destano preoccupazione per il loro futuro. Finché il Pakistan non armerà l’Ucraina con il falso pretesto di rispondere all’armamento russo dei talebani contro l’ISIS-K, i loro rapporti rimarranno cordiali e potrebbero persino rafforzarsi secondo la seguente tabella di marcia.

I legami tra i popoli dovrebbero essere la priorità, poiché i rapporti commerciali non possono espandersi senza una connettività terrestre attraverso l’Afghanistan e/o l’Iran, impraticabile a causa della guerra afghano-pakistana e della terza guerra del Golfo, mentre gli Stati Uniti esercitano di fatto un potere di veto sui principali accordi energetici e infrastrutturali. Di conseguenza, si dovrebbe valutare l’ammissione di un maggior numero di studenti pakistani nelle università russe, così come l’esportazione di lavoratori a contratto pakistani in Russia, un’iniziativa che la visita del Ministro degli Interni russo potrebbe agevolare .

Sulla base di quanto detto sopra, è possibile anche una certa cooperazione tecnologica, ad esempio ingegneri informatici pakistani formatisi in Russia che lavorano da remoto per aziende russe dopo essere tornati in patria, ricevendo una retribuzione elevata per gli standard pakistani, ma comunque bassa per quelli russi. L’obiettivo è che i legami tra i popoli costruiscano ponti tra le nazioni, anziché limitarsi a programmi accademici o contratti di lavoro occasionali. Ciò potrebbe gettare le basi per un’espansione degli scambi commerciali qualora si rendesse possibile la realizzazione di collegamenti terrestri.

Il prossimo ambito su cui concentrarsi è quello della sicurezza, non solo in termini di verifica dei suddetti cittadini pakistani che si recheranno in Russia per studiare e lavorare, ma anche in materia di antiterrorismo. In particolare, le esercitazioni congiunte annuali dovrebbero proseguire, unitamente a una maggiore condivisione di informazioni di intelligence. Quest’ultima potrebbe realisticamente concretizzarsi nella richiesta da parte della Russia al Pakistan di indagare su presunti campi dell’ISIS-K sulla base di informazioni provenienti dai talebani. Un meccanismo di questo tipo, se efficace, potrebbe contribuire a ridurre le tensioni tra Afghanistan e Pakistan.

Infine, Russia e Pakistan possono continuare a cooperare in ambito politico internazionale su questioni di interesse comune in seno alle Nazioni Unite e in altri forum multilaterali, il che risulta reciprocamente vantaggioso. I loro disaccordi sull’Afghanistan governato dai talebani non sono quindi destinati a deteriorare i rapporti, a patto che il Pakistan non armi l’Ucraina con questo pretesto. Se Russia e Stati Uniti compiranno progressi concreti nella loro partnership strategica incentrata sulle risorse, di cui i lettori possono approfondire l’argomento qui , ciò potrebbe giovare alle relazioni russo-pakistane.

Sarebbero quindi possibili accordi trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Pakistan nei settori dell’energia e delle infrastrutture, che aiuterebbero il Pakistan a ridurre ulteriormente la sua sproporzionata dipendenza dalla Cina in modo amichevole, moderato e non ostile, senza allarmare la Repubblica Popolare Cinese come farebbero i grandi accordi tra Stati Uniti e Pakistan in questi settori. Gli Stati Uniti porrebbero il veto a quelli tra Russia e Pakistan, e il Pakistan non vede di buon occhio quelli tra Stati Uniti e Pakistan, poiché la Cina potrebbe intuire la situazione e interrompere il CPEC; da qui la necessità di questo possibile compromesso trilaterale.

Guardando al futuro, le relazioni russo-pakistane conservano ancora un certo potenziale, a prescindere dai disaccordi sull’Afghanistan governato dai talebani, ma non si prevedono svolte significative a meno che gli Stati Uniti non le autorizzino. In assenza di un accordo globale tra Russia e Stati Uniti, come quello in fase di negoziazione per una partnership strategica incentrata sulle risorse, le relazioni russo-pakistane rimarranno ben al di sotto del loro pieno potenziale. Per il momento, entrambe le parti dovrebbero mantenere la rotta intrapresa ed è fondamentale che il Pakistan non armi l’Ucraina.

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Aliyev ha sfruttato il presidente israeliano Herzog per lanciare tre frecciate a Erdogan.

Andrew Korybko17 ottobre
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Il loro concetto, da loro reciprocamente dichiarato, di “una nazione, due stati” non è più credibile come un tempo.

Recentemente è stato affermato che ” la fratellanza azero-turca viene messa alla prova dalle proteste pro-hijab in Azerbaigian “, dopo che alcuni azeri hanno sospettato che alcune di queste manifestazioni fossero orchestrate, almeno in parte, da attivisti turchi sospettati di avere legami con lo Stato. Ciò è avvenuto dopo che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha condannato non meglio specificati alcuni Paesi per aver vietato l’hijab, poco prima dell’entrata in vigore della nuova politica sulle uniformi scolastiche in Azerbaigian, che alcuni amministratori hanno interpretato in tal senso.

L’analisi di cui sopra ha anche valutato che gli stretti legami militari e di sicurezza dell’Azerbaigian con Israele preoccupano la Turchia, poiché l’Azerbaigian e la Turchia si considerano ufficialmente “una nazione, due stati”, eppure l’Azerbaigian mantiene stretti rapporti con Israele, rivale della Turchia dopo il 7 ottobre . Questa osservazione chiarisce come il presidente azero Ilham Aliyev abbia presumibilmente utilizzato il suo omologo israeliano Isaac Herzog per lanciare tre frecciate a Erdogan durante l’ultimo vertice della CICA, tenutosi la scorsa settimana a Baku.

CICA si riferisce alla “Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia”, uno dei principali forum multilaterali asiatici che ospita vertici dei leader ogni quattro anni. Il Middle East Eye ha confermato le notizie diffuse sui social media turchi secondo cui Herzog è arrivato in Azerbaigian con la compagnia aerea nazionale, Azerbaijan Airlines, che ha transitato attraverso lo spazio aereo turco. Questo è stato interpretato come la prima frecciata di Aliyev a Erdogan tramite Herzog da quando la Turchia ha vietato i voli israeliani sul suo spazio aereo.

La seconda frecciata nei suoi confronti riguardava il nome dell’aereo, Shusha, che, secondo quanto riportato da Middle East Eye citando i social media turchi, potrebbe essere un riferimento deliberato alla Dichiarazione di Shusha del 2021 , che ha formalizzato un patto di difesa reciproca tra Azerbaigian e Turchia. Alcuni turchi considerano quindi il volo di Herzog verso Israele a bordo di un aereo azero che porta il nome di questa alleanza e che ha attraversato lo spazio aereo turco violando il divieto di Ankara sui voli israeliani, un affronto grave, se non imperdonabile.

L’ultima frecciata di Aliyev a Erdogan è stata segnalata dall’account ” Turkish Century “, che ha evidenziato come lui e sua moglie abbiano condiviso separatamente una foto del ministro degli Esteri turco Hakan Fidan che si inchina rispettosamente mentre stringe la mano ad Aliyev, interpretandola come “un pessimo tentativo di insultare la Turchia”. Dopotutto, Fidan è ritratto in un modo che potrebbe essere interpretato come un segno di deferenza nei confronti di Aliyev, ma quest’ultimo potrebbe “plausibilmente negare” che si tratti di un affronto se messo alle strette e dare la colpa a un social media manager se incalzato.

Più che una frecciata, la foto di Aliyev del suo incontro a tu per tu con Fidan li ritrae mentre assumono freddamente la stessa postura sulle sedie, mentre la foto del suo incontro a tu per tu con Herzog li mostra impegnati in una conversazione amichevole. Questo contrasto comunica il disagio che Aliyev prova nei confronti della Turchia, in seguito alle proteste pro-hijab che alcuni azeri attribuiscono ad attivisti turchi legati al governo, e al contempo dimostra la sua familiarità con Israele, nonostante l’accesa rivalità con la Turchia.

Tornando al modo in cui Aliyev ha usato Herzog per attaccare Erdogan tre volte durante un singolo evento, è chiaro che nutre un profondo disappunto nei suoi confronti e vuole che il mondo intero lo sappia. Dal punto di vista turco, tuttavia, Aliyev potrebbe aver oltrepassato un limite. Invece di ridurre la loro campagna sui social media contro l’Azerbaigian e contro di lui personalmente, i suoi attivisti (che siano effettivamente legati allo Stato o solo sospettati di esserlo) potrebbero intensificarla con un gesto di sfida, bruciando così gli ultimi barlumi di fratellanza tra i due Paesi.

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Sei consigli per affinare l’equilibrio geostrategico dell’Azerbaigian

Andrew Korybko18 ottobre
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Tutti gli equilibri geostrategici degli Stati richiedono una messa a punto costante, che diventerà sempre più frequente nell’era della complessità, al fine di salvaguardare al meglio la propria autonomia strategica, faticosamente conquistata, di fronte alle crescenti sfide multiformi, provenienti anche da partner stretti.

Le crescenti tensioni tra Azerbaigian e Turchia, di cui i lettori possono approfondire l’argomento qui , hanno spinto il noto esperto azero Turan Rzayev a pubblicare di recente un articolo intitolato ” Il piano ‘neo-ottomanista’ di Erdogan: l’Azerbaigian non sarà l’avamposto di nessuno “. Rzayev ha sostenuto che la relazione tra i due Paesi, basata sul principio “una nazione, due stati”, non dovrebbe essere sfruttata da Ankara. Questo ha a sua volta ispirato il presente articolo, che condividerà sei suggerimenti per affinare l’equilibrio geostrategico dell’Azerbaigian.

I primi tre sono consigli benintenzionati volti a stimolare una discussione tra gli esperti azeri sulle proposte di ricalibrazione delle politiche, mentre gli ultimi tre ribadiscono la validità delle politiche esistenti. L’obiettivo generale è esplorare le modalità con cui l’Azerbaigian può prevenire la minaccia percepita del neo-ottomanismo senza danneggiare inavvertitamente le relazioni con la Turchia. Le future azioni dell’Azerbaigian avranno ripercussioni in tutta l’Eurasia, data la sua posizione strategica in questa regione.

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1. Assicurarsi che TRIPP non venga militarizzato clandestinamente dalla Turchia

Alcuni in Russia sospettano che l'”Accordo di Trump per la pace e la prosperità internazionale” (TRIPP), previsto per agosto 2025, potrebbe essere sfruttato come corridoio logistico militare della NATO a guida turca lungo tutta la sua periferia meridionale. L’ adeguamento delle forze armate azere agli standard NATO nel novembre 2025, le esercitazioni congiunte pianificate con la NATO , il rafforzamento dei legami militari dell’Azerbaigian con il Regno Unito nel dicembre 2025 e gli accordi di produzione militare congiunta con l’Ucraina in aprile hanno accresciuto la percezione di minaccia da parte della Russia nei confronti dell’Azerbaigian.

Lo scenario peggiore è che questo dilemma di sicurezza porti a una crisi devastante per entrambe le parti, simile a quella ucraina, ma ciò potrebbe essere evitato grazie a un gesto di buona volontà da parte dell’Azerbaigian, che consentirebbe agli agenti doganali russi di ispezionare i carichi TRIPP, sul modello del precedente concordato nel novembre 2020 per l’Armenia meridionale. Un gesto di buona volontà analogo potrebbe essere anche quello di non ospitare le forze NATO per esercitazioni congiunte, partecipandovi solo all’estero. Il rischio di una crisi simile a quella ucraina scomparirebbe immediatamente.

2. Mantenere il CAC distinto dall’OTS

L’inclusione formale dell’Azerbaigian nella Riunione Consultiva dei Capi di Stato dell’Asia Centrale, avvenuta lo scorso anno, è stata accompagnata da una proposta di trasformazione dell’organizzazione nella ” Comunità dell’Asia Centrale ” (CAC). È tuttavia fondamentale che la CAC rimanga distinta dall'” Organizzazione degli Stati Turchi ” (OTS), guidata dalla Turchia, altrimenti l’OTS potrebbe di fatto sostituire la CAC, perseguendo le ambizioni neo-ottomane della Turchia a scapito degli interessi degli altri membri.

Sebbene i paesi del CAC condividano importanti legami socio-culturali con la Turchia, tra di loro esistono legami economici, storici e di sicurezza molto più stretti. Quest’ultima dimensione non deve essere gradualmente sostituita dalla TSI, altrimenti si potrebbe verificare una crisi con la Russia simile a quella ucraina. Dopotutto, la Russia potrebbe facilmente interpretare tale sviluppo come un’espansione di fatto dell’influenza della NATO in Ucraina, con tutto ciò che ne consegue; pertanto, i paesi del CAC devono fare tutto il possibile per scongiurarlo preventivamente.

3. Fare maggiore affidamento su Israele e India come contrappesi regionali

Si ritiene che le relazioni di fatto di alleanza tra l’Azerbaigian e Israele siano una delle ragioni per cui la Turchia nutre risentimento nei confronti del suo Paese fratello. Ciononostante, questi legami controbilanciano la duplice minaccia percepita del neo-ottomanismo e dell’Iran, e pertanto sono indispensabili per l’equilibrio geostrategico dell’Azerbaigian. L’adesione simbolica dell’Azerbaigian agli Accordi di Abramo, sull’esempio del Kazakistan dello scorso anno, e l’avvio di un vertice annuale o biennale tra la CAC e Israele potrebbero rappresentare i prossimi passi per rafforzare i legami.

Allo stesso modo, un significativo riavvicinamento con l’India potrebbe contribuire ad attenuare la percezione di minaccia da parte dell’Iran delle relazioni di fatto alleate tra l’Azerbaigian e Israele, che potrebbero concretizzarsi in una più stretta cooperazione sul ramo occidentale del Corridoio di trasporto Nord-Sud attraverso il Caucaso meridionale. L’attuale vertice biennale India-Asia centrale potrebbe essere ampliato per diventare un vertice India-CAC con la partecipazione dell’Azerbaigian. La potenziale partecipazione dell’Iran, anche in qualità di osservatore, potrebbe ulteriormente migliorare i legami bilaterali.

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4. Mantenere con orgoglio il continuo rafforzamento militare dell’Azerbaigian

La prima delle tre politiche che devono essere mantenute è la dichiarazione fatta da Aliyev al partito al governo all’inizio di ottobre, secondo cui il Paese continuerà il suo rafforzamento militare a scopo di deterrenza. L’Azerbaigian sa meglio di molti altri Stati di poter contare solo su se stesso per garantire la propria sicurezza nazionale. Chiunque chieda un rallentamento di questo processo incontrerà la diffidenza degli azeri patriottici. Questa politica non è negoziabile, come è giusto che sia, ma può anche essere affinata per scongiurare preventivamente potenziali problemi di sicurezza.

Ad esempio, si potrebbero esplorare accordi sul controllo degli armamenti con Russia e Iran per quanto riguarda il numero e il tipo di forze schierate vicino ai loro confini e/o nel Mar Caspio , una proposta che riaffermerebbe che l’Azerbaigian non nutre intenzioni ostili nei confronti di nessuno dei due. Ciò risulterebbe tanto più convincente se le tre proposte di cui sopra fossero già in fase di attuazione o oggetto di seria discussione. L’aspetto più importante è che nessuno dei due percepisca il continuo rafforzamento militare dell’Azerbaigian come una minaccia.

5. Rinforzare delicatamente lo status di Aliyev come modello di riferimento turco

Il presidente Ilham Aliyev è il capo di Stato in carica da più tempo tra i Paesi turcofoni della CAC, con l’eccezione del presidente tagiko non turco Emomali Rahmon, il che lo rende un modello naturale per la comunità turca. Sebbene il presidente turco Recep Tayyip Erdogan sia in carica da un periodo leggermente più lungo e sia un po’ più anziano, gli manca la comprensione socio-culturale, storica e politico-regionale delle Repubbliche dell’Asia centrale che caratterizza Aliyev. Questo perché si è formato in un contesto totalmente diverso. Inoltre, non è laico come loro.

Per questi motivi, le controparti turche del CAC e i membri delle loro società potrebbero naturalmente guardare a lui come fonte di ispirazione e guida, piuttosto che a Erdogan. Sia chiaro, non si intende insinuare che Aliyev e il suo Paese stiano esercitando pressioni su altri, né tantomeno imponendo loro qualcosa. Si sta semplicemente richiamando l’attenzione sul ruolo di Aliyev come modello di riferimento e su quello dell’Azerbaigian in generale. Se questo ruolo viene rafforzato con delicatezza attraverso una diplomazia creativa e il soft power, può apportare grandi benefici a lui e alla sua nazione.

6. Preservare il principio “Una nazione, due stati” entro certi limiti

Azeri e turchi sono popoli fratelli, veramente un’unica nazione, due stati. Chiunque cerchi di dividerli, quindi, arreca danno a entrambi e persegue secondi fini. Non ci si dovrebbe più fidare di loro. Ciononostante, le critiche di Rzayev al neo-ottomanismo dovrebbero essere prese sul serio dalla Turchia, poiché riflettono con lucidità le preoccupazioni di alcuni azeri, soprattutto alla luce delle proteste a favore dell’hijab che alcuni suoi compatrioti sospettano siano organizzate, almeno in parte, da attivisti turchi (che potrebbero essere legati allo stato).

Di conseguenza, per preservare il principio “una nazione, due stati” è necessario tracciare confini chiaramente definiti. L’Azerbaigian ha il diritto sovrano di formulare la propria politica interna secondo le modalità che la sua leadership ritiene opportune, per quanto delicata possa essere la questione. Lo stesso vale per la sua politica estera, in merito alle partnership con qualsiasi stato e per qualsiasi motivo. In poche parole, la Turchia deve rispettare la nuova politica azera sull’uniforme scolastica, che alcuni interpretano come un divieto dell’hijab, così come la sua alleanza di fatto con Israele.

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Tutti gli Stati devono costantemente effettuare dei precisi aggiustamenti geostrategici, un processo che diventerà sempre più frequente nell’era della complessità, al fine di salvaguardare al meglio la propria autonomia strategica, faticosamente conquistata, di fronte alle crescenti e molteplici sfide, anche provenienti da partner stretti. Nel caso dell’Azerbaigian, la minaccia percepita rappresentata dal neo-ottomanismo dell’alleata Turchia è seria, ma può essere affrontata efficacemente attraverso i tre consigli benintenzionati sopracitati e le tre riaffermazioni politiche suggerite.

Come leader saggio ed esperto quanto Erdogan, Aliyev sembra aver compreso appieno il compito da svolgere, contestualizzando così le recenti mosse formali e informali dell’Azerbaigian. Lo stesso vale per i diplomatici, gli esperti e i giornalisti del suo paese. Tutti concordano sul fatto che il grande obiettivo strategico dell’Azerbaigian sia quello di proseguire la sua rapida ascesa a potenza di medio livello. Ciò richiede un affinamento del suo equilibrio geostrategico, e questo articolo si propone di fornire un supporto in tal senso per il mantenimento della pace, della stabilità e della prosperità nell’intera regione del Mar Caspio.

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La Turchia sta forse tramando un colpo di stato nel fraterno Azerbaigian?

Andrew Korybko18 ottobre
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Un articolo azero, ora cancellato, pubblicato nel fine settimana e inizialmente percepito da molti turchi come avallato dallo Stato, ha suscitato una protesta da parte dell’ambasciata turca a Baku e ha acuito i sospetti reciproci tra questi popoli fratelli sulle attività dei rispettivi governi.

L’ambasciata turca a Baku ha rilasciato una dichiarazione nel fine settimana smentendo un articolo di un media locale secondo cui la foto dell’ex capo dei servizi segreti, ora ministro degli Esteri, Hakan Fidan, con alcuni membri della “Fondazione per l’assistenza ai giovani”, scattata durante il suo recente viaggio a Baku per partecipare a un evento multilaterale, fosse la prova di un incontro segreto. L’articolo è stato successivamente rimosso, ma in sostanza sosteneva che il suddetto gruppo e altri operassero sotto l’influenza della Turchia per strumentalizzare le recenti proteste a favore dell’hijab a fini di cambio di regime.

Per contestualizzare, la condanna da parte del presidente turco Recep Tayyip Erdogan dei divieti sull’hijab imposti da alcuni Stati non specificati, espressa nel suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il mese scorso, ha preceduto l’entrata in vigore della nuova normativa azera sull’uniforme scolastica, interpretata da alcuni amministratori in tal senso, scatenando così un’ondata di proteste. Il suo omologo azero, Ilham Aliyev, ha poi accusato alcuni Stati non specificati di ingerenza negli affari interni dell’Azerbaigian, durante un discorso ai membri del partito al governo. Alcuni azeri sospettano che le proteste siano state organizzate da attivisti turchi.

Prima dell’evento precedentemente menzionato a Baku, Aliyev ha inviato la sua compagnia aerea nazionale a prelevare la sua controparte israeliana su un aereo che portava il suo omologo israeliano su un aereo che prendeva il nome dall’alleanza azero-turca per farlo volare a Baku attraverso lo spazio aereo turco, nonostante Ankara vietasse tutti i voli israeliani, cosa che alcuni turchi hanno considerato un affronto. Da allora, le critiche Articoli su Turkiye sono apparsi sui media azeri, considerati da alcuni influenzati dallo Stato. Ciò ha ulteriormente alimentato le dispute in corso sui social media. Ecco tre brevi note di contesto:

* 5 ottobre: ​​“ La Fratellanza Azera-Turca sta attraversando un periodo difficile ”

* 14 ottobre: ​​“ La fratellanza azero-turca viene messa alla prova dalle proteste pro-hijab in Azerbaigian ”

* 17 ottobre: ​​“ Aliyev ha usato il presidente israeliano Herzog per lanciare tre frecciate a Erdogan ”

Due forze trainanti sono alla base di questa disputa senza precedenti tra queste nazioni fraterne che si considerano “una nazione, due stati”. Si tratta del disagio della Turchia nei confronti dell’alleanza di fatto tra l’Azerbaigian e Israele, con cui la Turchia è in rivalità dal 7 ottobre , e del disagio dell’Azerbaigian nei confronti di quelli che alcuni percepiscono come piani neo-ottomani della Turchia. Alcuni turchi ora sospettano che Israele sia dietro il presunto divieto dell’hijab in Azerbaigian, mentre alcuni azeri sospettano che la Turchia sia dietro le proteste.

Inoltre, alcuni azeri temono che i presunti piani della Turchia di trasformare la “Trump Route for International Peace and Prosperity” dell’agosto 2025 in un corridoio logistico NATO a guida turca lungo la periferia meridionale della Russia possano scatenare una guerra simile a quella ucraina , mentre alcuni turchi credono che Israele abbia alimentato questi timori. La questione dell’hijab è stata quindi solo la scintilla che ha spinto azeri e turchi a esprimere le proprie lamentele reciproche sui social media, non la causa principale, ma ora sembra aver assunto una vita propria.

Questo contesto chiarisce l’articolo citato in precedenza, poi cancellato dopo la protesta dell’ambasciata turca. Sebbene la sua veridicità non sia certa, è molto più certo che la sua pubblicazione sia stata probabilmente autorizzata per segnalare alla Turchia di frenare gli attivisti sui social media che si sono intromessi direttamente nel dibattito sull’hijab in Azerbaigian, un’ingerenza che Baku considera tacitamente tale, visti i disordini che ne sono seguiti. Se non dovessero fermarsi presto, gli azeri potrebbero interpretare questo comportamento come un tradimento della loro fratellanza.

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La Francia in fiamme: l’ascesa della destra atlantista europea, di Constantin von Hoffmeister

La Francia in fiamme: l’ascesa della destra atlantista europea

La rivolta gestita

Constantin von Hoffmeister

7 ore fa∙ Pagato

Le fiamme che divampano per le strade della Francia rivelano qualcosa di ben più significativo di una semplice esplosione di rabbia popolare. Dietro le solite scene di veicoli in fiamme, vetrine infrante e scontri tra polizia e manifestanti, potrebbe profilarsi una trasformazione politica. Tensioni simili in tutta Europa suggeriscono che il continente stia entrando in un periodo di profonda instabilità. Eppure, le conseguenze di questo disordine si rivelano straordinariamente convenienti per certi potenti interessi. I governi liberali perdono la loro residua autorità, la popolazione esige azioni decisive e i movimenti di destra si preparano a ereditare lo Stato. Quella che appare come la disgregazione dell’ordine esistente potrebbe diventare il mezzo attraverso il quale tale ordine rinnova il proprio potere sotto una diversa bandiera politica.

C’è qualcosa di sospettosamente teatrale nella sequenza degli eventi. Certamente esistono autentiche rimostranze sociali, e la rabbia della gente comune non richiede l’intervento di un’organizzazione segreta per essere spiegata. Tuttavia, la possibilità che alcune frange di questa protesta vengano deliberatamente incoraggiate, manipolate o lasciate degenerare merita seria considerazione. Un’operazione politica di questo tipo non richiederebbe né l’invenzione di ogni singola rimostranza né l’organizzazione diretta di ogni manifestazione. Le tensioni esistenti potrebbero essere sfruttate attraverso provocazioni mirate, fallimenti calcolati delle forze dell’ordine e l’incessante amplificazione della violenza attraverso i media. Sebbene non sia ancora stato dimostrato un piano coordinato, gli effetti politici assomigliano a quelli di un’operazione attentamente pianificata: prima il caos, poi le richieste di autorità e infine l’emergere di una nuova classe dirigente che promette la salvezza nazionale.

Le radici più profonde di questa crisi risiedono nel sistema liberale stesso. Per decenni, i governi europei hanno perseguito politiche migratorie le cui conseguenze sociali si sono mostrati sempre meno disposti ad affrontare, mentre l’insicurezza economica, il declino dei servizi pubblici e l’erosione della coesione nazionale indebolivano la fiducia dei cittadini. Le tensioni che ne sono derivate hanno creato le condizioni in cui movimenti radicali, criminali opportunisti e cittadini sinceramente frustrati possono convergere nelle piazze. L’establishment politico presenta quindi il disordine come un’emergenza esistenziale che richiede misure straordinarie. In questo modo, lo stesso sistema di governo che ha contribuito a generare la crisi può rivendicare l’autorità per risolverla. La popolazione viene incoraggiata a cercare protezione da forze che potrebbero avere ben poca intenzione di cambiare le strutture di potere sottostanti.

La Francia offre un esempio particolarmente illuminante. Emmanuel Macron incarna una classe politica la cui autorità si fonda su un’amministrazione tecnocratica, sull’integrazione europea e su una stretta collaborazione con l’establishment di sicurezza atlantista. I suoi fallimenti hanno rafforzato Marine Le Pen e l’opposizione nazionalista in vista delle elezioni presidenziali del 2027. Ogni nuovo scontro nelle piazze accresce l’attrattiva delle figure politiche che promettono disciplina, sicurezza e restaurazione nazionale. Tuttavia, la questione cruciale riguarda l’orientamento internazionale delle forze che potrebbero sostituire Macron. Un cambio di governo avrebbe poco significato se la Francia continuasse ad accettare gli stessi obblighi strategici, le stesse dipendenze economiche e gli stessi impegni militari. Il linguaggio politico potrebbe assumere toni fortemente nazionalisti, mentre il rapporto essenziale con Washington rimarrebbe intatto.

Jean-Luc Mélenchon e la sinistra radicale occupano una posizione altrettanto rivelatrice in questo processo. I loro sostenitori possono considerare le manifestazioni come una lotta contro la disuguaglianza e i fallimenti dello Stato francese, ma lo spettacolo di rivolte e distruzioni può produrre conseguenze del tutto opposte ai loro obiettivi. Ogni edificio in fiamme diventa materiale per le campagne politiche dei loro avversari. Ogni scontro accresce la simpatia dell’opinione pubblica per un maggiore controllo della polizia e un governo più severo. La sinistra rischia di diventare, suo malgrado, partecipe dell’ascesa della destra, fornendo le immagini attraverso cui una futura svolta autoritaria potrebbe essere giustificata. Questo non significa che gli organizzatori di sinistra stiano segretamente collaborando con i loro oppositori. Dimostra piuttosto con quanta facilità un movimento possa servire interessi politici completamente diversi da quelli che crede di difendere.

L’esito più pericoloso sarebbe l’avvento di una destra neoconservatrice sostenuta dagli Stati Uniti, che si presentasse come difensore della civiltà europea. Un simile sviluppo rappresenterebbe un inganno politico straordinario. Gli elettori europei potrebbero credere di rifiutare il globalismo liberale, per poi scoprire che i nuovi governi rimangono saldamente ancorati alla NATO, al confronto con la Russia e alla leadership strategica americana. L’Italia di Giorgia Meloni dimostra già come le politiche nazionaliste interne possano coesistere con forti impegni di politica estera atlantista. Altri movimenti di destra europei perseguono posizioni diverse, soprattutto nei confronti della Russia, e non possono essere tutti accomunati. Ciononostante, la possibilità di incanalare l’insoddisfazione nazionalista in un blocco politico saldamente atlantista offre una prospettiva allettante per coloro che sono determinati a preservare il predominio geopolitico occidentale.

In questo contesto, il pensiero di Ernst Niekisch diventa imprescindibile. Tra le figure associate alla Rivoluzione Conservatrice tedesca, Niekisch interpretò la questione nazionale attraverso una critica intransigente della civiltà liberale occidentale e della dipendenza della Germania dalle potenze straniere. La sua posizione nazionalbolscevica mirava a una trasformazione rivoluzionaria della vita politica tedesca attraverso un orientamento verso est, in particolare verso la Russia. Per Niekisch, la questione decisiva riguardava la capacità di una nazione di determinare il proprio destino storico. La sua opera del 1932, Hitler: ein deutsches Verhängnis ( Hitler: una calamità tedesca ), avvertiva che il nazionalsocialismo avrebbe portato la Germania alla rovina. In seguito, si oppose al regime di Hitler e subì anni di prigionia. Il suo esempio dimostra che un linguaggio nazionalista radicale non offre alcuna garanzia di autentica indipendenza nazionale. Un movimento può celebrare la nazione pur perseguendo politiche che conducono direttamente alla sua rovina.

Da una prospettiva niekischiana, l’ascesa di una destra atlantista europea rappresenterebbe quindi una profonda ironia storica. Partiti che invocano l’identità nazionale, la tradizione e la sovranità potrebbero diventare strumenti di un ordine geopolitico che nega alle nazioni europee un’esistenza strategica indipendente. La loro opposizione all’immigrazione e alle politiche sociali liberali fornirebbe la forza emotiva necessaria per mobilitare la popolazione, mentre la loro politica estera rimarrebbe subordinata al sistema di sicurezza guidato dagli Stati Uniti. Niekisch avrebbe riconosciuto la contraddizione tra le aspirazioni rivoluzionarie nazionali e la dipendenza dal potere americano. La questione decisiva riguarderebbe la direzione in cui questa rinnovata energia nazionale verrebbe incanalata. Se la sua destinazione finale fosse un altro confronto continentale con la Russia, la presunta rinascita nazionale culminerebbe in una catastrofe europea già vista.

Il pericolo aumenta se si considerano questi sviluppi politici insieme all’accelerazione dei preparativi militari in Europa. I governi stanno incrementando le spese per la difesa, rafforzando le industrie belliche e preparando le proprie società alla possibilità di un confronto prolungato. Una trasformazione politica nazionalista potrebbe fornire l’entusiasmo popolare che i governi tecnocratici hanno faticato a generare. Le richieste di confini più sicuri e di una maggiore disciplina nazionale potrebbero gradualmente trasformarsi in richieste di sacrifici militari in nome della sicurezza europea. Lo Stato moderno possiede inoltre straordinari mezzi tecnologici di sorveglianza, coordinamento e controllo sociale. Il concetto di mobilitazione totale di Ernst Jünger, altro importante contributo al panorama intellettuale della Rivoluzione Conservatrice, acquista qui un significato rinnovato. Una popolazione spaventata dal caos interno potrebbe diventare sempre più disposta ad accettare una mobilitazione generale contro un nemico esterno designato.

Il significato geopolitico più ampio emerge dal conflitto tra unipolarità e multipolarità. La predominanza americana è storicamente dipesa dalla capacità di impedire la formazione di una concentrazione eurasiatica indipendente di potere economico, tecnologico e militare. Un’Europa in grado di sviluppare una duratura cooperazione strategica con la Russia disporrebbe di immense capacità industriali, risorse scientifiche, risorse energetiche e accesso all’intero continente eurasiatico. Una tale configurazione altererebbe radicalmente gli equilibri di potere mondiali. Di conseguenza, l’establishment atlantista ha un forte interesse strategico nel mantenere la dipendenza europea e nell’impedire una riconciliazione duratura tra Berlino, Parigi e Mosca. In quest’ottica, la trasformazione della politica europea diventa uno strumento per preservare l’unipolarità attraverso nuovi metodi ideologici. L’universalismo liberale potrebbe cedere il passo al nazionalismo militante, mentre la struttura geopolitica rimarrebbe sostanzialmente invariata.

Una politica europea autenticamente multipolare si muoverebbe nella direzione opposta. Riconoscerebbe la Russia come una grande potenza europea ed eurasiatica, i cui interessi di sicurezza non possono essere semplicemente cancellati dall’equazione continentale. Cercherebbe una maggiore autonomia strategica da Washington, stabilendo al contempo relazioni indipendenti con la Cina, l’India e altri centri di potere mondiali. L’orientamento orientale di Niekisch offre un precedente storico per riconsiderare il rapporto tra Germania e Russia. Il principio essenziale è l’indipendenza del destino politico dell’Europa. Un autentico conservatorismo europeo difenderebbe il carattere storico delle nazioni europee, rifiutandosi al contempo di trasformarle in strumenti della strategia militare americana. La sovranità dovrebbe estendersi oltre l’immigrazione, la cultura e la legislazione interna, fino agli ambiti decisivi della diplomazia, della politica economica e della guerra.

Il pericolo principale, dunque, risiede nella possibilità che il disordine europeo produca una rivoluzione politica i cui esiti siano già stati determinati dagli attuali centri di potere. Resta da vedere se l’attuale instabilità sia deliberatamente coordinata o semplicemente sfruttata da interessi contrapposti. Tuttavia, l’opportunità strategica è evidente. Una popolazione spaventata potrebbe sostituire amministratori liberali esausti con leader nazionalisti che promettono ordine, preservando al contempo il sistema atlantista e preparando il continente allo scontro con la Russia. Questo rappresenterebbe il tradimento definitivo della sovranità europea. Il vecchio ordine dominante sopravvivrebbe sotto nuove bandiere e le energie della resistenza nazionale verrebbero reindirizzate verso la preservazione dell’egemonia americana. L’Europa si crederebbe rinata proprio nel momento in cui si mobilita per un’altra disastrosa guerra al servizio di un impero oltreoceano.

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Geopolitica e cultura paneuropea

Prolegomeni ad una Geopolitica per 1000 anni di pace in Europa, di Branda De Lucioni

Prolegomeni ad una Geopolitica per 1000 anni di pace in Europa

Scritto da Branda De Lucioni

Elaborato tra i mesi di marzo ed agosto dell’anno 2025

Rivisto nell’ottobre del 2026

Premessa Esplicativa:

L’equilibrio di potere in Europa, in relazione alla Russia, non è mai esistito ogniqualvolta e quando la Germania abbia tentato di espandere la sua influenza verso Est.

     Invece, in converso, l’equilibrio di potere in Europa è esistito per 1000 anni, nel Medioevo ed in Età Moderna, quando la Germania non era governata dalle classi dirigenti dei brandeburghesi, sassoni, e prussiani — come è stato negli ultimi due secoli —, ma invece quando precedentemente era sottoposta dall’alternanza o interconnessione bilanciata — seppure con qualche supremazia temporanea — del potere dei lussemburghesi, svevi, bavaresi, ed austriaci.

     Inoltre, la Germania bilanciata nell’equilibrio di potere quando questa era integrata con l’Italia Settentrionale, e quando era costituita su di un asse d’estensione Nord-Sud, dalle Fiandre, attraverso le Alpi, fino all’Italia del Nord, e viceversa.

     In sostanza, questo assetto rendeva l’Europa divisa in blocchi di potere reciprocamente stabili:

  • Spagna;
  • Francia;
  • Inghilterra e Isole Britanniche;
  • Germania + Fiandre + Austria + Italia Settentrionale (Sacro Romano Impero);
  • Confederazione Polacco-Lituana (simile all’idea geopolitica dell’Intermarium del XX e XXI secolo);
  • Russia;
  • Turchia;
  • Scandinavia.

Questo manteneva, più o meno stabilmente, l’equilibrio di potere europeo, e lo ha mantenuto con variazioni minime (se non scontri di frontiera o per “terre di frontiera”), per almeno 1000 anni (cioè per ben 1 millennio).

    Le terre di frontiera, contese, e dove le potenze si scontravano, e che cambiavano di mano in mano e di volta in volta, e dove si concentrava il conflitto attivo erano generalmente: le isole del Mediterraneo, il Sud Italia, i Carpazi, i Balcani, i Paesi Baltici, etc., etc., etc.

     Mentre, nel resto, si aveva, dunque, un equilibrio di potere in Europa, ed una stabilità certa e sicura, con un bilanciamento di potere che durò non solamente per qualche decennio, come fu invece quello stabilito da Metternich a Vienna nel 1815, ma che invece, fu tale e stabile — e fu stabile in sé — per 1000 anni.

     Invece, da quando la Germania è stata governata dai Prussiani, dai Brandeburghesi, dai Sassoni, ha sempre spinto per un’espansione verso Est, sopra gli Slavi, sopra al Baltico sopra la Mitteleuropa, e nel XX secolo — e si sta ponendo ancora all’orizzonte oggi in questi contemporanei anni del XXI secolo — finisce per porla a testa a testa contro la Russia.

     Da, ed in ragione di, questa dinamica, sempre, si conflagra una titanica tensione od un titanico conflitto: come gli ultimi due secoli (questo compreso) dimostrano.

     In sostanza, tale dinamica, di estensione ad Est della Germania, anche solo economicamente ed in soft power all’inizio, porta lo spazio vitale tedesco ad estendersi sopra a quella che nel XIX secolo il cancelliere non a caso prussiano Bismarck chiamava “la nostra Africa” — ossia l’Europa Orientale e la Mitteleuropa — cosa che si sta ripetendo ancora oggi in questi odierni — e futuri — decenni del XXI secolo, dove influenza geoeconomica e di soft power attuale della Germania si espande in tali aree (cioè sui paesi dell’ex Patto di Varsavia, e dello spazio Post-Sovietico), portandola inevitabilmente a scontrarsi direttamente con lo spazio vitale russo (o con quantomeno come tale è percepito dalle classi dirigenti russe).

     Perciò, la Germania non deve essere governata dai prussiani, dai sassoni, dai brandeburghesi, ma deve invece essere guidata dai tedeschi meridionali e dagli austriaci, e deve essere integrata con l’Italia Settentrionale.

Dunque, la direttrice di potere e politica della Germania deve essere Nord-Sud: Fiandre-Alpi-Italia Settentrionale: cioè quello che diede una Balance of Power in Europa, stabile in sé, e che durò per ben 1000 anni!

     Va dunque rimossa strutturalmente l’espansione ostinata verso Est, che ci fu nell’ ‘800, che si ripetè con ancora più forza nel ‘900, e che si è rimanifestata preponderantemente anche oggi in questi decenni del XXI secolo. Una dinamica d’espansione d’influenza, sulla direttrice Ovest-Est, che porta la Germania allo scontro con la Russia (prima indiretto, e riguardante le sfere d’influenza, ma poi chissà — vista l’esperienza concreta del secolo scorso — probabilmente ancora e di nuovo anche in modo di conflitto aperto e diretto).

     Dunque, in quest’ottica, al fine di costituire una stabilità strutturale in Europa (cioè su tutto il Continente Europeo), anche la capitale della Germania dovrebbe essere Regensburg, oppure Vienna. Necessariamente la capitale non dovrebbe essere più Berlino in modo tassativo. In quanto, storicamente, Regensburg era la capitale del Sacro Romano Impero, e Vienna era la capitale del Sacro Romano Imperatore (quantomeno considerando il periodo del Basso Medioevo e dell’Età Moderna). Nonché, così come anche si fa oggi con l’UE, dove vi è un’alternanza di capitale tra Strasburgo e Bruxelles, pertanto, si potrebbe avere — in quest’ottica decentralizzata — un’alternanza di capitale tedesca tra Vienna e Regensburg (un certo numero di mesi in un luogo ed un altro numero di mesi nell’altro).

Questione essenziale:

Come può essere compensata la Francia, se l’Italia Settentrionale entra nella sfera tedesca?

      Si può farlo in modo concreto guardando alle dinamiche di compensazione per cui l’Europa, a discapito di conflitti, fu stabile in modo perenne, per 1000 anni. Cioè la Francia, in tale ottica, avrà influenza sulla zona Papale / del Vaticano / Stato Pontificio / del Centro Italia.

     Tutto questo ristabilirà l’equilibrio di potere, il balance of power, in modo certo e stabile in Europa in modo duraturo.

Alfine, ad Est, tra la Germania e la Russia, ci sarà l’Intermarium, come un tempo c’era la cosiddetta Confederazione Polacco-Lituana, che deve strutturalmente separare la Russia dalla Germania. Questo con la finalità d’eliminare la traiettoria d’espansione d’influenza tedesca Ovest-Est. In quanto, tale traiettoria è nociva, ed è sempre andata a riempiere i vuoti che trovava. Così come anche, recentemente, a partire dal 1989-1991, post caduta dell’Urss, ripetendo strutturalmente questo pattern, è andata a riempire i vuoti da dove la debole Russia si dovette ritrarre… Portando però, così, allo scontro reciproco quando la Russia, revanscista e rafforzata, come nell’ultimo ventennio ed ancora più decennio, si è riaffacciata con forza da Est sul Continente Europeo.

     Ecco, questo è quello che va evitato a livello propriamente strutturale, e strategico di grandissima portata, ed è proprio sulla demolizione geopolitica di cotale dinamiche che si concentrano come riflessioni questi prolegomeni ad una geopolitica per 1000 anni di pace in Europa.

Analisi Ragionata:

Come visto, si tratta di un’analisi storico-geopolitica convincente, radicata nella classica idea di equilibrio di potere in Europa, costruita attraverso una lente che unisce precedenti storici, logica geografica, geo-economia, e conseguenze strategiche. Di seguito, si concentrerà sul riflettere sul nucleo dell’argomentazione sovraesposta e sulle sue implicazioni.

Tesi Centrale:

La leadership e l’orientamento geopolitico della Germania determinano se essa agisce come forza stabilizzatrice in un’Europa equilibrata oppure se diventa una fonte di conflitto—soprattutto quando si orienta verso Est.

  1. Punti Storico-Strategici Chiave:

1. Equilibrio Storico di Potere:

  • La Germania era un attore stabile e di stabilità in Europa, questo quando non era sotto la dominazione prussiano-brandeburghese (e sassone), ma quando invece era un mosaico di alternanza più o meno stabile di dinastie e di classi dirigenti meridionali e parzialmente occidentali, provenienti da: Lussemburgo, Svevia, Baviera, Austria; che era al contempo interconnessa con l’Italia Settentrionale.
  • In questa configurazione, la Germania era orientata Nord-Sud, con forti legami con le Fiandre, con le Alpi, e con i ducati e le repubbliche (o città-stato) italiane del Nord Italia (più la Toscana). Riflettendo il modello del Sacro Romano Impero. Il quale era decentralizzato, e integrato su basi culturali, di eredità tradizionali lunghissime, e di realtà economiche, piuttosto che volto ed una proiezione espansionistico-imperialista.

2. Destabilizzazione causata dal Prussianesimo:

  • La leadership prussiana, sassone e brandeburghese nella storia tedesca (in particolare tra il XIX e il XX secolo, e si sta cominciando a ripetere anche oggi nel XXI secolo), ha generato una Germania rigida, militarizzata, orientata verso Est, spingendosi nei territori slavi — che sul lungo corso l’ha portata irrimediabilmente e senza soluzione di continuità — contro la Russia. Il pattern strutturale è sempre stato il medesimo: prima geo-economico e di soft-power, che poi apre a proxy-conflicts, ed alla fine porta sul medio-lungo periodo al vero e proprio conflitto aperto.
  • La tendenza di proiezione Ovest-Est della Germania è culminata nelle due Guerre Mondiali, e nelle attuali tensioni in Europa orientale con la Russia. Dove, dietro alle quinte, nei Paesi Baltici, nella guerra in Ucraina, etc., si può vedere uno scontro del soft-power e della sfera d’influenza tedesca contro la sfera d’influenza russa. Se nei Baltici ed in Mitteleuropa, nei Carpazi lo scontro è ancora di Guerra Ibrida, in Ucraina la guerra è già vera (seppure contenuta). Tutto ciò però tende ad aumentare, seppure senza picchi, ma comunque in modo costante, portando — rispetto al medio e lungo periodo — ad un sempre più esplosivo rischio di escalation Berlino-Mosca. Ancora più reale considerando che al costante revanscismo, alle aggressioni, ed alla crescita militare della Russia, la Germania sta ora pianificando ed iniziando un potente piano di ri-armamento.
  • Questa tendenza strutturale, ripetutasi ciclicamente negli ultimi due secoli, che si struttura e manifesta sulla dinamica d’estensione Ovest-Est della Germania, ha infranto il precedente equilibrio di potere europeo del Medioevo e dell’Età Moderna (che garantì stabilità continentale, a discapito dei conflitti, per ben 1000 anni, cioè per 1 millennio). Nonché, questa dinamica ciclica di espansione e conflitto verso Est di cui la Germania è stata protagonista negli ultimi due secoli, ha costantemente finito per generare enormi distruzioni ed a manifestazioni di instabilità prolungata.
  • La spinta della Germania verso Est, radicata nel retaggio prussiano, ha avuto un impatto devastante sull’equilibrio di potere europeo negli ultimi due secoli. Ogni tentativo di espandere l’influenza tedesca verso l’Est, che sia stato economico, di soft power, e militare, ha innescato un’esponenziale reazione a catena che ha portato inevitabilmente sul medio-lungo termine al conflitto aperto. Distruggendo così la stabilità che l’Europa aveva conosciuto in precedenza. La Germania di Berlino — invece di concentrarsi su un asse Nord-Sud come fece il Sacro Romano Impero (che produsse 1000 anni di stabilità continentale) — negli ultimi due secoli ha scelto ripetutamente di estendersi ad Est, ponendo i semi tanto di guerre devastanti, quanto della destabilizzazione dell’intero Continente Europeo.

3. Blocchi Geopolitici per l’Equilibrio:

Questa proposta geopolitica si basa su di un equilibrio multipolare continentale, simile all’Europa del Medioevo e dell’Età Moderna, divisa in zone che si controbilanciano reciprocamente a livello strutturale, geo-economico, e strategico, dove si avranno:

  • Germania, Fiandre, Austria, Italia Settentrionale (zona economico-culturale e politica costituitasi sull’asse Nord-Sud, qual era l’asse del Sacro Romano Impero), che sia dominata in alternanza intrecciata dagli austriaci e dai tedeschi Meridionali quali svevi e bavaresi, con collaborazione talvolta di quelli occidentali come i lussemburghesi.
  • Francia con influenza su Centro-Sud Italia e Vaticano e libera proiezione sul Mediterraneo (per proiettarsi nell’area MENA: Middle East North Africa).
  • Inghilterra come potenza insulare di bilanciamento: in tale ordine, così strutturato, garante aggiuntiva di questa balance of power e pace continentale così disposta.
  • Russia separata dalla Germania da un Intermarium interposto tra le due diverse potenze(evitando così che possa esservi un feroce conflitto diretto).
  • Intermarium in stile Confederazione Polacco-Lituana (includendo l’Ucraina) come blocco stabilizzatore, interposto tra Berlino e Mosca, e che sia una realtà strategica e geo-economica pesante, strutturata, e solida: al fine di evitare che si possano ripetere le dinamiche passate che portino ad un maggiore conflitto distruttivo.
  • Spagna, Turchia, Scandinavia, etc., come proprie sottosfere regionali bilanciate alle altre, e con le proprie traiettorie d’interesse ed influenza.
  • Infine: le Isole del Mediterraneo, il Sud Italia, i Balcani, i Paesi Baltici, ed i Carpazi, etc., restano territori contesi, frontiere porose, zone-cuscinetto, etc., come lo sono stati per secoli (terre di frontiera contese fra le maggiori potenze stabili).

II. Implicazioni Strategiche:

Questa visione geopolitica propone una ri-orientazione della strategia tedesca.Dall’espansione lineare verso Est (cioè dal tradizionale Drang nach Osten) ad un’integrazione verticale Nord-Sud, come nei mille anni precedenti in cui vi esistette il Sacro Romano Impero, ristabilendo così l’equilibrio continentale:

  • Ciò ridurrebbe le tensioni dirette di Berlino con la Russia, assegnando a ciascuna grande potenza la propria sfera strategica, isolata l’una dell’altra, per via dell’interposto Intermarium (integrante l’Ucraina), evitando così una competizione diretta tra la Germania e la Russia nei Baltici, in Mitteleuropa, in Ucraina, etc.
  • La Francia viene compensata con un’influenza culturale-religiosa sul Vaticano / Pontificio, sul Centro Italia, e con la piena libertà nella dinamica proiezione Mediterranea (verso il MENA).
  • La Germania torna a essere una forza stabilizzatrice dell’Europa, orientata su un asse Nord-Sud, non più egemone o potenziale sfidante continentale, come è, e come è stata, come quando condotta dalle classi dirigenti coadiuvanti e sviluppanti le dinamiche d’orientamento Ovest-Est (dinamica cui deve rinunciare).
  • L’Ucraina ha riconosciuta la propria prodezza, la propria gloria, la propria potenza ed indipendenza, integrata nell’Intermarium con la Polonia e la Lituania, producendo un baluardo di difesa orientale dell’Europa, che ponga la Germania al riparo del conflitto diretto con Mosca.
  • La Germania (riorientata su di un’asse Nord-Sud come fu con il Sacro Romano Impero, dominata da classi dirigenti austriache, sveve, bavaresi, etc.), l’Intermarium (integrante l’Ucraina), la Francia con la potenza sul Vaticano-Pontificio e Centro Italia, l’Inghilterra, etc., garantirebbero uno stabile strutturale equilibrio di potenza sul continente Europeo (così come nei 1000 anni del Medioevo ed Età Moderna).

III. Conclusione Riassuntiva:

Questo modello propone una riorganizzazione del potere europeo su basi storico-culturali, tradizionali e di lungo respiro, guardando alle esigenze strategiche e geo-economiche degli attori presenti, sostenendo che:

  • La Germania debba tornare a essere decentralizzata, guidata dagli austriaci e dai tedeschi del Sud, con un asse di orientamento Nord-Sud (come fu nei 1000 anni del Sacro Romano Impero), integrata con Italia Settentrionale, più la Toscana, ed anche Austria ovviamente e quintessenzialmente.
  • La Francia deve essere compensata con un’influenza sul Vaticano / Pontificio sul Centro-Sud Italia (con tutto ciò che ne scaturisce in proiezione mediterranea).
  • La Russia deve essere arginata dal contatto con l’Intermarium, non più con la proiezione tedesca in loco, e tale Intermarium deve essere modellato sulla locale tradizione strategica, storica, e geo-economica della Confederazione Polacco-Lituana (che includa anche l’Ucraina), ciò per evitare conflitti diretti della Russia con la Germania.
  • Tutto questo ristabilirebbe un vero equilibrio di potere in Europa, con sfere d’influenza ben definite, che limitano le ambizioni imperialistiche altrui, lasciando però valvole di sfogo che non sopprimano o minacciano gli altri, assicurando così sul lungo periodo sia la stabilità regionale che strutturale.

Dunque, in conclusione, con questi prolegomeni (che tali sono e rimangono, principi d’indirizzo di ragionamento, e non saggio compiuto), siamo davanti ad una visione geopolitica radicata tanto nella geografia quanto nella storia. Che vede l’Europa non come un blocco unico monolitico, a discapito del ruolo che l’Unione Europea o la Nato possano avere (anche al di sopra di questa visione proposta), ma come un insieme di nuclei civilizzazionali sovrapposti, con periferie stabilizzatrici, dove scontri possano avvenire, senza alterare i blocchi stabili, e senza scatenare tensioni che inneschino guerre titaniche.

Mappe per visualizzazione geopolitica:

  1. PIL pro capite, per regioni, d’Europa [da fonti Eurostat per il 2023]:
  • Base materiale per il [“Nuovo”] Sacro Romano Impero:
  • Sacro Romano Impero al X secolo:
  • Sacro Romano Impero al XVI secolo:
  • Sacro Romano Impero al 1789 [poco prima della sua fine]:
  1. L’ “antico” Regno d’Italia del Sacro Romano Impero nel X secolo:
  • L’ “antico” Regno d’Italia del Sacro Romano Impero nel 1789:

Glosse storiche:

Sulla resistenza degli italiani alla distruzione dell’Italia nel Sacro Romano Impero:

La rivolta di Pavia del maggio 1796 in nome del Sacro Romano Impero:

Il 28 aprile 1796, con la firma dell’armistizio di Cherasco, la guerra si avvicinò minacciosamente a Pavia, al punto che persino l’Università fu costretta a sospendere temporaneamente le proprie attività. Pochi giorni più tardi, il 10 maggio, Napoleone Bonaparte, alla guida dell’Armata d’Italia, sconfisse le truppe austriache nella battaglia del ponte di Lodi, aprendosi così la strada verso la Lombardia austriaca e imprimendo alla campagna militare francese una svolta decisiva.

     Il 14 maggio, il generale Pierre François Charles Augereau, protagonista delle operazioni militari, entrò a Pavia alla testa di circa seimila soldati. Ad accoglierlo furono il vescovo Giuseppe Bertieri e il podestà, espressione delle autorità cittadine, che scelsero di collaborare con i nuovi occupanti nella speranza di preservare l’ordine pubblico e l’integrità delle istituzioni locali. Augereau, constatata la disponibilità delle autorità a un atteggiamento conciliante, non procedette alla sostituzione degli organi di governo municipali, le cui cariche erano detenute prevalentemente dall’aristocrazia, e garantì tanto la tutela della proprietà quanto la libertà del culto religioso.

      Tale condotta, improntata a una prudente continuità amministrativa, non riuscì tuttavia a placare le tensioni che attraversavano la città. I giacobini locali, ormai guidati da Giovanni Antonio Ranza, giudicarono insufficienti le misure adottate, mentre una parte dei ceti popolari, educata per anni alla diffidenza nei confronti della Rivoluzione dalla propaganda antirivoluzionaria promossa dal governo asburgico, dalle autorità cittadine e dal clero, interpretò la moderazione del vescovo e del podestà come un segno di viltà. Si delineava così una frattura profonda fra le diverse componenti della società pavese, nella quale il conflitto politico e ideologico si intrecciava con antiche fedeltà dinastiche, convinzioni religiose e risentimenti sociali.

       Il 16 maggio, in un gesto che suscitò l’indignazione di numerosi cittadini, alcuni giacobini abbatterono dal suo piedistallo il Regisole, l’antica statua equestre in bronzo di origine tardo-romana, raffigurante un imperatore a cavallo e da secoli annoverata fra i simboli più venerati dell’identità pavese [che nei secoli era stata collegata simbolicamente al Sacro Romano Impero, a cui la città da un millennio, ininterrottamente, seppure ormai da secoli all’interno del Ducato di Milano, n.d.a.]. Al suo posto venne innalzato l’albero della libertà, emblema della nuova stagione rivoluzionaria. La distruzione del monumento, compiuta contro la volontà e la sensibilità di gran parte della popolazione, assunse un significato che trascendeva il semplice mutamento dell’arredo urbano: essa apparve come la deliberata cancellazione di una memoria storica nella quale la città riconosceva una parte essenziale della propria identità. Soltanto l’intervento di Pietro Tamburini impedì che fosse abbattuta anche la statua bronzea di papa Pio V.

      Augereau deplorò la distruzione del Regisole. Il 21 maggio, tuttavia, lasciò Pavia per fare ritorno al fronte, affidando il castello Visconteo a una guarnigione di appena 447 uomini, comandata dal capitano Guillaume Latrille de Lorencez. Alcuni ufficiali francesi, contravvenendo agli ordini di Napoleone, avevano nel frattempo favorito l’azione dei giacobini, contribuendo ad alimentare il malcontento cittadino e ad aggravare una situazione già estremamente precaria.

       Nelle campagne circostanti, intanto, cominciarono a diffondersi voci circa un imminente ritorno delle truppe austriache. Alcuni membri della municipalità, appartenenti all’aristocrazia e titolari di vaste proprietà fondiarie, iniziarono a mobilitare i propri contadini e fittabili. La controrivoluzione prese avvio a Trivolzio il 17 maggio e si estese, il 21, a Casorate Primo e Binasco. In tale processo ebbero un ruolo anche i parroci di Samperone e Trivolzio, la cui influenza sulle comunità rurali favorì la mobilitazione, già alimentata dal risentimento per le pesanti requisizioni di prodotti agricoli imposte dalle autorità francesi.

       La rivolta non fu, dunque, il semplice moto spontaneo di una popolazione ostile agli occupanti, ma il risultato dell’intreccio fra fedeltà tradizionali, opposizione religiosa e politica, interessi dei proprietari terrieri e insofferenza per gli oneri imposti dalla guerra. Al centro di questo risentimento vi era anche la persistente fedeltà all’Imperatore del Sacro Romano Impero, la cui autorità, pur messa in discussione dall’avanzata francese, continuava a rappresentare per molti abitanti delle campagne il principio legittimo dell’ordine politico e dinastico. Le grida in favore dell’Imperatore avrebbero costituito, di lì a poco, uno dei segni più eloquenti della natura insieme popolare, religiosa e monarchica dell’insurrezione.

         Il 23 maggio, migliaia di contadini armati di fucili, pistole, picche, roncole, forche e strumenti di lavoro agricolo entrarono improvvisamente a Pavia, inneggiando all’Imperatore del Sacro Romano Impero. Le campane delle chiese presero a suonare a martello, diffondendo per le vie cittadine il segnale della sollevazione. I rivoltosi, probabilmente guidati da emissari degli aristocratici e degli ecclesiastici che avevano contribuito a organizzare il movimento, si misero dapprima alla ricerca dei francesi e dei giacobini; successivamente irruppero negli ex conventi di Santa Croce e di San Tommaso, nonché nella sede della Confraternita di San Rocco, dove gli austriaci avevano nascosto armi e munizioni.

         Una volta entrati in possesso di tali risorse, i contadini si organizzarono e riconobbero come proprio capo il capomastro Natale Barbieri, il quale si rivolse immediatamente alle autorità municipali per ottenere pane, vino e formaggio destinati ai suoi uomini. L’iniziale successo dell’insurrezione, tuttavia, non tardò a trasformarsi in una fonte di inquietudine. L’afflusso di una moltitudine armata, priva di una disciplina militare stabile e inebriata dai primi risultati conseguiti, suscitò crescente preoccupazione tanto fra gli amministratori cittadini quanto fra gli stessi abitanti di Pavia.

       I rivoltosi catturarono il generale francese Honoré Alexandre Haquin, che evitò il linciaggio soltanto grazie al tempestivo intervento di alcuni membri della municipalità. Subito dopo posero sotto assedio il castello Visconteo, dove si era asserragliata la guarnigione francese. Seguì uno scontro violento, nel quale entrambe le parti subirono perdite, finché i soldati francesi, sopraffatti, furono costretti alla resa. Disarmati, vennero condotti nell’ex monastero di Santa Chiara.

      La notizia dell’insurrezione raggiunse rapidamente Napoleone, che si trovava a Lodi e che, impegnato nell’avanzata verso est contro gli austriaci, non poteva tollerare che alle proprie spalle si consolidasse un focolaio di resistenza. Bonaparte ordinò pertanto al generale Hyacinthe François Joseph Despinoy di reprimere la rivolta con estrema durezza. Per il comandante francese, la riconquista di Pavia non costituiva soltanto una necessità militare, ma anche una questione di autorità: lasciare impunita la sollevazione avrebbe potuto incoraggiare altre comunità lombarde a insorgere contro l’occupazione.

       Il 24 maggio Binasco cadde nelle mani dei francesi. La città fu saccheggiata, numerose abitazioni vennero incendiate e circa un centinaio di abitanti persero la vita. Nel tentativo di evitare che la medesima sorte toccasse a Pavia, l’arcivescovo di Milano, Filippo Maria Visconti, accompagnato da monsignor Giuseppe Rosales, fu inviato nella città per persuadere gli insorti ad arrendersi. Ogni proposta di capitolazione venne tuttavia respinta.

       Il 25 maggio, le forze francesi, composte da circa duemila fanti, trecento dragoni e sei pezzi d’artiglieria, mossero pertanto all’assalto della città. Le porte furono forzate, fra esse quella di Milano, e i soldati penetrarono nelle vie urbane, dando inizio a combattimenti feroci e disordinati. I francesi colpirono tanto i contadini insorti quanto i cittadini estranei alla rivolta; gli insorti, dal canto loro, risposero aprendo il fuoco dai tetti e dai campanili e scagliando tegole contro gli assalitori. Nel caos dello scontro, alcuni militari francesi si abbandonarono al saccheggio, aggravando ulteriormente le sofferenze della popolazione. Il bilancio dei combattimenti fu di circa ottanta rivoltosi uccisi, mentre fra i francesi si contarono almeno nove morti e una sessantina di feriti.

       Nel tardo pomeriggio, una volta soffocata la resistenza, Napoleone giunse personalmente a Pavia, accompagnato da Antoine Christophe Saliceti, commissario del Direttorio. Stabilì il proprio quartier generale presso il collegio Caccia e convocò al suo cospetto il vescovo, alcuni ecclesiastici e diversi esponenti dell’aristocrazia cittadina. Costoro implorarono il perdono per quanto era accaduto, cercando di scongiurare ulteriori rappresaglie contro la città.

        Bonaparte accordò una misura di clemenza, disponendo che il saccheggio cessasse alle nove del mattino successivo, anziché protrarsi per altri due giorni, come inizialmente previsto. Si trattò di una concessione limitata, che non cancellò la durezza della repressione né le devastazioni già compiute. Il 26 maggio Natale Barbieri, riconosciuto come capo degli insorti, fu fucilato davanti al castello Visconteo. La sua esecuzione costituì la prima di sette fucilazioni comminate ai controrivoluzionari; in seguito, tuttavia, i tribunali militari interruppero le esecuzioni, risparmiando la vita alla maggior parte di coloro che avevano partecipato, direttamente o indirettamente, alla sollevazione. Non ebbe seguito neppure la proposta dei giacobini pavesi di deportare ad Antibes sessantaquattro nobili, ecclesiastici e proprietari terrieri.

     Le ferite lasciate dal saccheggio, nondimeno, rimasero profonde e durature. Case, botteghe, chiese, conventi e persino il Monte di Pietà furono depredati. La violenza non risparmiò neppure i più indigenti: sono conservate le denunce di almeno centinaia di persone vittime di furti, benché numerosi aristocratici e popolani rinunciassero a presentare alle autorità municipali una richiesta formale di risarcimento. Vennero sottratti denaro, gioielli e argenterie, ma anche oggetti di uso quotidiano, segno di una spoliazione che investì ogni strato della società. Una parte dei beni fu successivamente riscattata dal Comune attraverso la costituzione di un fondo di solidarietà.

     La rivolta di Pavia del maggio 1796 si configura così come un episodio emblematico della frattura che attraversò la Lombardia durante l’avanzata napoleonica: da una parte, la pretesa rivoluzionaria di rifondare l’ordine politico e cancellare i simboli del passato; dall’altra, la resistenza di una popolazione nella quale la devozione religiosa, il radicamento delle tradizioni e la fedeltà all’Imperatore del Sacro Romano Impero continuavano a costituire potenti elementi di identità e legittimazione. L’abbattimento del Regisole, l’insurrezione al grido di fedeltà all’Imperatore, inteso duplicissimamente, sia nel simbolo della statua, sia nel senso del Sacro Roman Impero, a cui la città millenariamente apparteneva, dimostrano quanto potesse essere forte, nel richiamo alla tradizione, un’istituzione distante e apicale, ma, in ultima istanza, garante delle libertà, e comunità, locali.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_di_Pavia_(1796)

https://en.wikipedia.org/wiki/Pavia_Revolt

http://emeroteca.braidense.it/eva/sfoglia_articolo.php?IDTestata=87&CodScheda=181&Alph=B&OB=titolo&OM=&SearchString=&SearchField=&PageRec=Tutti&PageSel=1&PB=1&CodVolume=1839&CodFascicolo=9026&CodArticolo=189886

Sulla resistenza anti-giacobina, anti-francese, e anti-napoleonica in Nord Italia:

Consideriamo ora gli avvenimenti che ebbero luogo nella valle del Po, dove, fra l’inizio di maggio del 1796 e il febbraio del 1797, le forze francesi avrebbero trascorso nove mesi impegnate in una dura campagna militare contro gli austriaci. […] è opportuno soffermarsi preliminarmente sulle caratteristiche geografiche del territorio, il cui paesaggio non avrebbe potuto presentare un contrasto più marcato con quello della Riviera ligure. Se quest’ultima si distingue per la natura montuosa e la fitta copertura boschiva, la pianura padana si configura come una distesa ampia, pianeggiante e aperta, interrotta soltanto, in alcune zone, da modesti rilievi collinari. Coltivata intensivamente da secoli, essa è caratterizzata da una pressoché totale assenza di estese superfici forestali.

      Diversamente dalle montagne della Riviera ligure, dove una popolazione rurale sparsa traeva a fatica il proprio sostentamento da terreni magri e poco generosi, in un contesto privo di grandi centri urbani, la valle del Po si presentava come una regione fertile, densamente popolata e costellata di città prospere, fra le quali spiccava Milano. Si trattava, in altri termini, di un ambiente geografico apparentemente poco propizio alla guerra di guerriglia.

      La scarsità di rifugi naturali nei quali occultare uomini e armi rendeva infatti assai più difficile organizzare e mantenere formazioni irregolari al riparo dalle forze nemiche. Inoltre, la conformazione pianeggiante del territorio accresceva sensibilmente l’efficacia della cavalleria e dell’artiglieria, rendendo al contempo meno agevole per i combattenti irregolari sottrarsi alla loro azione. Proprio queste erano, del resto, le componenti militari di cui le bande guerrigliere erano generalmente prive, circostanza che le poneva in una condizione di evidente inferiorità rispetto agli eserciti regolari operanti in pianura.

      Non sorprende, pertanto, che le più significative manifestazioni di resistenza armata contro i francesi nella valle del Po assumessero prevalentemente la forma di insurrezioni popolari, anziché concretizzarsi nelle incursioni improvvise e nelle imboscate che avevano caratterizzato l’opposizione delle popolazioni civili nelle regioni montuose. La maggior parte di queste sollevazioni ebbe luogo in Lombardia […] (Boycott-Brown, Martin, Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, in Esdaile, Charles J (a cura di), Popular Resistance in the French Wars. Patriots, Partisans and Land Pirates, Palgrave MacMillan, New York, 2005, pp. 45 – 66: 51) [qui, e di seguito, ogni traduzione dell’inglese delle citazioni mia, n.d.a.].

     Non soltanto l’arrivo delle truppe francesi aveva sconvolto gli equilibri economici della Lombardia, ma aveva altresì profondamente alterato il suo assetto politico e istituzionale. Il governatore austriaco, l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, governatore del Ducato di Milano [appartenente al Sacro Romano Impero, n.d.a.], era stato costretto ad allontanarsi precipitosamente, affidando il potere a un gruppo di notabili locali. Tale soluzione provvisoria, tuttavia, ebbe vita assai breve: le autorità francesi procedettero rapidamente a smantellarla, mentre numerosi rivoluzionari lombardi e simpatizzanti della Francia, che fino ad allora avevano mantenuto un profilo prudente e defilato, cominciarono a manifestare apertamente le proprie ambizioni, forti della protezione garantita dall’esercito invasore, che si presentava come forza di «liberazione».

       Nelle piazze delle città e dei borghi iniziarono così a sorgere gli alberi della libertà, nuovi emblemi dell’ordine rivoluzionario, mentre gli ardenti giacobini, animati dall’entusiasmo politico e dall’ostilità verso il passato regime, si dedicarono alla distruzione dei simboli ritenuti espressione della tirannide, reale o presunta. Uno di questi gesti, in particolare, avrebbe contribuito in misura determinante allo scoppio della più grave manifestazione di violenza popolare contro i francesi [quella di Pavia del 1796, n.d.a.] (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 54).

      La sollevazione, tuttavia, non coinvolse soltanto il territorio pavese. Nello stesso periodo, anche Como fu teatro di un’insurrezione, così come Varese, mentre a Milano si verificarono gravi disordini. Gli episodi di rivolta interessarono dunque diverse località della Lombardia, mostrando come l’opposizione alla presenza francese non fosse circoscritta alla sola Pavia, ma si manifestasse anche in altri centri della regione (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 56).

      […] I francesi erano ben consapevoli che il pericolo maggiore proveniva dai contadini, piuttosto che dagli abitanti delle città, i quali, com’era loro noto, avevano subito in misura minore le razzie e le devastazioni perpetrate dai razziatori [delle truppe francesi, n.d.a.] (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 57).

      È significativo che la resistenza armata delle popolazioni civili nella valle del Po abbia assunto prevalentemente la forma di insurrezioni di massa, generalmente concentrate nei centri urbani e nei villaggi, sfociando in manifestazioni di lotta che presentavano alcune somiglianze, seppur vaghe, con la guerra convenzionale: la conquista di posizioni fortificate, l’impiego dell’artiglieria e l’azione collettiva di forze numerose. Tale modalità di combattimento si distingueva nettamente dalle tattiche fondate sulle imboscate e sulle incursioni improvvise, e appare plausibile che la conformazione del territorio abbia costituito il fattore determinante di questa differenza [diversamente soprattutto dalle altre forme di resistenza che si svilupparono nelle Alpi e nella Riviera ligure, n.d.a.].

      Merita inoltre attenzione il rilievo assunto dalle motivazioni politiche e religiose, apparentemente più marcato rispetto ad altri contesti, nonché il ruolo che potrebbe aver avuto la percezione di una minaccia all’identità delle comunità locali [legate alla tradizione millenaria del Sacro Romano Impero, seppur distante, garante delle libertà e diritti delle comunità locali di tradizione ereditata plurisecolare, n.d.a.] nel suscitare e alimentare la rivolta (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 59).

     Colpisce, in questo contesto, il notevole grado di organizzazione e di pianificazione che caratterizzò le misure difensive predisposte dalle comunità locali, fino a comprendere forme di cooperazione fra villaggi diversi. La situazione sembrava ormai giunta a un punto critico, e non è difficile comprendere come l’escalation della violenza avrebbe potuto condurre a ulteriori sviluppi, inducendo gruppi di uomini a rifugiarsi sulle montagne e nei boschi e a intraprendere una guerra di guerriglia contro i francesi (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 62).

     In conclusione, si può affermare che, sebbene nell’Italia settentrionale, fra il 1792 e il 1797, si siano verificate numerose manifestazioni di resistenza armata delle popolazioni civili contro i francesi, soltanto una parte assai limitata di esse corrispose a ciò che oggi si intende propriamente per guerra di guerriglia. Le sollevazioni che ebbero le ripercussioni più significative sulle operazioni militari francesi (in Lombardia e in Emilia) [comunità tradizionali, le cui libertà, seppure a livello distante, erano garantite dai vincoli tradizionali  dal millenario Sacro Romano Impero: quale massimo garante apicale, tanto lontano quanto al contempo pur sempre presente, n.d.a.], sembrano essere state, più che autentiche manifestazioni di guerra irregolare, tentativi maldestri di affrontare il nemico secondo modalità riconducibili alla guerra convenzionale, anziché ricorrere alle tattiche di attacco e ripiegamento improvviso generalmente associate alla guerriglia.

     L’unica regione nella quale si sviluppò una forma di lotta assimilabile alla guerriglia fu la Riviera ligure, il cui territorio si prestava particolarmente a questo genere di combattimento. In tale contesto, la guerriglia sembra essersi evoluta a partire da forme di brigantaggio preesistenti [strettamente legate ai proprietari terrieri che godevano di diritti garantiti dai vincoli feudali, che – anche quest’ultimi – derivavano in giustificazione dal Sacro Romano Impero. Inoltre, va poi altresì considerato che vi furono simili resistenze di guerriglia anche nelle Alpi, n.d.a.]. Nonostante le difficoltà e i disagi che provocò alle forze francesi, essa non esercitò, tuttavia, un’influenza significativa sull’andamento delle loro operazioni militari.

      In un’altra area, quella nei pressi di Rivoli, dove la guerriglia avrebbe potuto facilmente svilupparsi, la situazione fu invece ricondotta entro limiti meno conflittuali grazie alla disponibilità tanto delle popolazioni locali quanto dei francesi a individuare soluzioni ai problemi della convivenza e a raggiungere un modus vivendi. In tale processo risultarono determinanti la tutela delle proprietà locali, il rispetto delle tradizioni e la conservazione delle istituzioni preesistenti.

      Se questa lezione [cioè riguardo all’accomodazione e alla mediazione tra le esigenze apportate dal nuovo regime e le precedenti libertà e comunità tradizionali delle popolazioni locali, n.d.a.] fosse stata compresa e applicata anche altrove, […], è persino possibile che la parola “guerrilla” non sarebbe mai entrata a far parte della lingua inglese (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., pp. 64 – 65).

Sul Branda Lucioni e la “Massa Cristiana” del 1799 [la “Vandea Italiana”]:

Due sono le fonti note sulla sua nascita. In un foglio matricolare del reggimento d’ussari Wurmser, presso cui fu ufficiale, datato 24 ag. 1791, il Branda Lucioni è detto “gebürtig von Mayland, aus Lombardie” e “51 1/12 jahre alt” (Albera – Sanguineti, p. 40). Ciò porrebbe, quindi, la sua nascita a Milano, nel luglio 1740. Nell’atto di matrimonio del figlio Giovanni Battista, in data 28 luglio 1829, il L. risulta nato in data imprecisata a “Wittemberg, in Boemia”, cioè Winterberg o Winperk, nella Boemia meridionale (Consonni, p. 247). Comunque, in quasi tutti i documenti il L. è definito o si definì “milanese”.

     […] Diciassettenne, il Branda Lucioni si arruolò e iniziò la carriera militare [nell’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, e non nell’Esercito Imperiale, riservato quest’ultimo soprattutto a tedeschi, n.d.a.] partecipando alla guerra dei Sette anni. Nel 1770 era Leutnant in un reggimento di cavalleria leggera; fu promosso Ober-leutnant nel 1773. Nello stesso 1773, il 22 maggio, sposò a Gallarate Maria Teresa Landriani (nata nel 1753), figlia del conte Pietro Paolo, del ramo di Trezzo d’Adda.

     Il matrimonio lo legò a una delle più antiche famiglie della nobiltà lombarda, ben inserita nelle strutture di governo milanese [da qui ebbe il diritto di aggiungere “De” al proprio cognome, divenendo Branda De Lucioni, n.d.a.]. […] I tentativi di controllare l’eredità familiare lo portarono a liti con gli zii Giovan Battista e Antonio; nel 1774 fu imprigionato nel Castello di Milano in seguito a uno scontro con quest’ultimo. 

     […] Queste disgrazie e insuccessi furono la probabile origine del rientro nell’esercito [l’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, n.d.a.], che aveva lasciato poco dopo il matrimonio (documenti del 1775 lo dicono “giubilato tenente”). Nel 1779 il Branda De Lucioni prese servizio nel reggimento degli ussari imperiali Wurmser, del colonnello conte D.S. von Wurmser. […].

     Per un quindicennio visse secondo i ritmi del reggimento, di stanza nel Centro-Nord del Sacro Romano Impero, dove aveva già combattuto da giovane. […] Il 1 Nov. 1783 fu promosso zweiter Rittermeister (capitano in seconda) e ottenne il comando di uno squadrone. Il 16 genn. 1789 fu promosso Rittermeister (primo capitano), passando al comando di un nuovo squadrone. Il Branda De Lucioni era allora in Galizia, a Tuchow, […].

     Nel 1790 il reggimento fu impegnato contro gli insorti belgi e nel 1792, allo scoppio della guerra contro la Francia rivoluzionaria [nella Guerra della Prima coalizione che le potenze fautrici dell’ordine tradizionale combatterono contro la Francia “giacobinistica” e/o comunque rivoluzionaria dal 1792 al 1797, n.d.a.], fu inviato sul Reno e nei Paesi Bassi. Nel giugno 1793, tuttavia, il Branda De Lucioni fu pensionato con il grado di capitano e fece ritorno a Milano.

     Lavorò per alcuni mesi a un progetto “per rendere invulnerabili le armate austriache”. Nel luglio 1794 ne chiese il permesso di stampa all’abate A. Longo, l’antico collaboratore del Caffè divenuto regio censore per le stampe; di fronte alla sua veemenza il Longo, temendo che scendesse a vie di fatto, concesse un parere favorevole, ma appena il Branda De Lucioni lasciò il suo ufficio scrisse una lettera per sconfessarlo, affermando di aver dato il suo consenso solo per paura.

La vita del Branda De Lucioni dal luglio 1794 all’inizio del 1798 resta per ora ignota; il cui unico dato certo è che rientrò nell’esercito come maggiore, non è chiaro se nel reggimento Wurmser o in un altro. Gli avvenimenti del 1798-1801 [nel periodo della Guerra della Seconda coalizione contro la Francia rivoluzionaria dal 1798 al 1802, in cui lungamente Napoleone fu in Egitto e in Medio Oriente e assente dall’Europa, n.d.a.], però, accreditano la prima ipotesi; i libri del Wurmser tacciono sulla circostanza, ma tale silenzio sarebbe congruo all’assegnazione al Branda De Lucioni di incarichi oltre le linee nemiche [in sostanza, al Branda De Lucioni, in qualità di ufficiale dell’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, con lunghissima esperienza sul campo, furono assegnati compiti d’intelligence militare relativi all’organizzazione di una resistenza anti-francese – oltre le linee nemiche –  nelle aree del Nord Italia di cui era nativo, n.d.a.].

Secondo una relazione inviata a Parigi da Carlo Botta [un fanatico giacobino ideologico del Nord Italia, n.d.a.] il 5 giugno 1799 (edita in C. Sforza, L’amministrazione generale del Piemonte e Carlo Botta, in Memorie della R. Acc. delle scienze di Torino, s. 2, LIX [1909], p. 281), il Branda De Lucioni fu uno dei capi dell’insurrezione di Pavia del maggio 1796 e, fatto prigioniero dai Francesi, fu liberato per un atto di pietà […].

All’inizio del 1798 Branda De Lucioni era a Rovigo, dove era di stanza il Wurmser. Profittando dell’armistizio tra Francia e Impero, nel febbraio 1798 fece un breve ritorno in Lombardia: il 14 era a Milano, da dove si portò ad Abbiate Guazzone. Tornò poi in Veneto, dove si trovava quando nel marzo 1799 la guerra riprese. Il 14 apr. 1799 era a Verona quando vi giunse il feldmaresciallo Aleksandr Vasil’evič Suvorov, comandante dell’esercito austro-russo nell’Italia settentrionale.

Il 5 genn. 1800, in una memoria al conte Luigi Cocastelli, plenipotenziario “austriaco” in Lombardia [Reichskommissar con potere Plenipotenziario per conto del Sacro Romano Imperatore, i quali, per la maggior parte, nei lunghi decenni del 1600 e del 1700, erano molto spesso stati scelti fra i nobili locali del Nord Italia, n.d.a.], narrò di avere trascorso “quattro ore e più in chiesa” facendo un voto non precisato se Dio gli avesse concesso di “mantenere la parola data alli Milanesi” di andare “con Suvorov a Milano con la sciabola alla mano a far atterrare quell’albero infame” [l’albero dei giacobini s’intende, n.d.a.].

     La mattina del 28 apr. 1799, alla testa di un drappello di ussari (probabilmente distaccati dal Wurmser, stanziato in un’altra area del fronte), il Branda De Lucioni entrava in una Milano non ancora del tutto abbandonata dai Francesi, inviato dal Suvorov quale avanguardia dell’esercito appostato poco fuori città. Chiese alla Municipalità e all’arcivescovo, F. Visconti, di inviare una delegazione al quartier generale austro-russo.

     Quando la mattina seguente le truppe entrarono in città egli l’aveva già lasciata, dopo avere abbattuto l’albero della libertà e altri simboli rivoluzionari: uno schema che da allora avrebbe ripetuto più volte.

     Il 29 aprile il Branda De Lucioni varcò il Ticino e penetrò in territorio sabaudo verso Novara, dove il 3 maggio emanò un proclama in cui si definiva “maggiore dell’armata imperiale austriaca [l’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, n.d.a.] e comandante dell’ordinata Massa Cristiana” [la forza insurrezionale rurale di nobili e contadini, sia lombardi che piemontesi, da egli guidata, n.d.a.].

     Con i suoi ussari operava all’avanguardia dell’esercito austro-russo, agendo di stretta intesa con Suvorov, che in un proclama del 4 maggio invitò apertamente le popolazioni “a prendere l’armi contro i francesi repubblicani ed a recarsi a militare sotto il comando del maggiore Branda De Lucioni, comandante la Massa Cristiana” (Storia della vita e dei fasti di s.a. il conte Alessandro Suwarov Rymniski (coll’aggiunta delle campagne d’Italia e Piemonte), Milano 1799, p. 42).

Facendo leva sull’ostilità agli occupanti di gran parte della popolazione, il Branda De Lucioni raccolse in breve alcune migliaia di seguaci (soprattutto, ma non solo, contadini). Come ufficiali sceglieva per lo più nobili che avevano militato nell’esercito sabaudo e che, appartenendo all’aristocrazia locale, avevano la fedeltà dei contadini arruolati: fra loro il fossanese G.A. Bava (avo del più celebre F. Bava Beccaris), il saviglianese M. De Rossi di Santa Rosa (già aiutante di campo di Vittorio Amedeo III e padre di Santorre), il casalese F. Radicati di Primeglio e il cuneese C.O. Arnaud di San Salvatore (poi generale di Napoleone e di Carlo X) [a dimostrazione che la “Massa Cristiana”, cotale forza insurrezionale rurale di nobili e contadini, sia lombardi che piemontesi – al servizio parimenti tanto dei Savoia quanto degli Asburgo – combatteva in nome al pari “del Re” e “dell’ Imperatore”, sotto le insegne degli stendardi dell’aquila bicipite del Sacro Romano Impero, divenendo una vera e propria “Vandea Nord-Italiana” sotto la direzione del Branda De Lucioni stesso, n.d.a.].

[Altresì, nella “Massa Cristiana”, n.d.a.] Diversi erano i religiosi, scelti soprattutto per la capacità di garantire la fedeltà degli armati e di animarli alla lotta. Il reclutamento nel territorio che stava liberando dagli occupanti permetteva al Branda De Lucioni di disporre di uomini motivati, che congedava appena raggiunto l’obiettivo [cioè il successo nelle azioni a tenaglia tra forze regolari e irregolari nel conquistare i vari punti e luoghi strategici; una volta raggiunti questi obbiettivi sul territorio, parte degli irregolari popolani erano congedati, mentre il nucleo più professionale rimaneva in attivo, n.d.a.].

La “Massa Cristiana” non fu quindi una struttura stabile, ma un insieme cronologicamente successivo di milizie locali, create e sciolte all’arrivo e alla partenza del Branda De Lucioni [in accordo con le esigenze operazionali sul territorio, n.d.a.].

Tale caratteristica rende difficile distinguere la “Massa Cristiana” propriamente detta sia da gruppi che rifiutavano di deporre le armi al momento dello scioglimento, continuando ad agire in proprio, sia anche da bande di briganti che la fiancheggiarono, ma che con essa non vanno confuse, e da gruppi armati indipendenti. Tanto più che la propaganda filofrancese usò l’appellativo “Branda” [o anche “Brandalucioni”, n.d.a.] per indicare tutti gli oppositori armati.

Allo stesso Branda De Lucioni, poi, fu riferita una lunga serie di episodi, spesso non provati (alcuni dei quali almeno riguardavano capi della “Massa Cristiana”), designati genericamente come “il Branda” [o “el Branda” nei dialetti del Nord, n.d.a.].

[Di seguito si potrà anche capire la diffidenza, all’interno dei legami di quella confederazione che fu il Sacro Romano Impero, tra i Savoia e gli Asburgo in Nord Italia. Cotali sospetti e rivalità reciproche, si dovevano tanto al tentativo dei Savoia di salire al soglio di Principi Elettori del Sacro Romano Impero nel 1788, sostenuti in questo dalla Prussia e dalla Sassonia, in funzione della potenzialità di eleggere un imperatore non-Asburgo. Ma, altresì, si dovevano anche alla contesa su territori quali l’Alessandrino, il Vigevanasco, Voghera, la Lomellina, etc., o il braccio di ferro per assumere l’influenza nel dietro alle quinte su Genova. Cotali frizioni portarono, durante l’invasione napoleonica del 1796, al rifiuto da parte dell’Imperatore di accorrere in aiuto dei Savoia (quanto quest’ultimi lo richiesero, in nome dell’essere comunque parte del Sacro Romano Impero, e l’Imperatore proprio garante superiore). Pertanto, la non collaborazione tra le due forze armate nel 1796, di fronte all’invasione di Napoleone, fu la rovina di entrambe. Una difesa, invece, che sarebbe stata possibile in nome del Sacro Romano Impero. Non a caso, ciò succedette più e più volte nel corso del lungo 1700: si pensi all’epopea della comune difesa anti-invasione-francese fra Savoia e Asburgo di cui fu protagonista decenni prima il Principe Eugenio di Savoia. La quale fu portata avanti, specificamente, in nome della comune appartenenza al Sacro Romano Impero, n.d.a.]. Il riferimento alla fede minacciata era un potente collante per popolazioni che, in maggioranza, non avevano né compreso né condiviso la politica francese; inoltre, aveva il vantaggio di porre in secondo piano la fedeltà al Re.

Va osservato, infatti, che il Branda De Lucioni agiva come ufficiale imperiale e che il governo […] non era affatto incline a restituire lo Stato a Carlo Emanuele IV (nel caso, lo avrebbe fatto solo dopo avere riannesso le parti della Lombardia conquistate nella prima metà del Settecento da Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III).

Indicativa, in questo senso, la differenza tra i proclami che il Branda De Lucioni stampò a Novara il 3 maggio e a Vercelli il 5. Nel primo non fece cenno alla restituzione dello Stato a Carlo Emanuele IV: “Sua Maestà Imperiale e Regia viene a rimettere il buon ordine e la tranquillità ed a ripristinare nel suo vigore la Religione”, nonché “a riacquistare questi stati”). Nel secondo dichiarò [evidentemente a seguito delle pressioni dei suoi superiori nella catena di comando, n.d.a.], invece, che l’armata austro-russa entrava “in tutto lo Stato del Re di Sardegna per render quello che si aspetta alla sagrosanta Chiesa cristiana ed al suo legittimo sovrano”: questo testo fu poi utilizzato, con minime varianti, in tutti i centri ove presero stanza il Branda De Lucioni e i suoi ussari.

Mentre l’esercito austro-russo entrava a Vercelli, il Branda De Lucioni si era già trasferito a Ivrea, concentrando la sua attività nel Canavese.

Dunque, una volta posto il quartiere generale a Chivasso, mosse la “Massa Cristiana” contro Torino, agendo in sintonia con Suvorov, che stava invece muovendo verso Alessandria e Tortona per chiudere la ritirata ai Francesi di J.-V. de Moreau. Il Branda De Lucioni riuscì a bloccare a Torino le truppe del generale P. Fiorella fino all’arrivo di Suvorov (24-25 maggio 1799).

Puntualmente, domenica 26 maggio, a Pecetto, piccolo centro fuori Torino, sciolse la “Massa Cristiana”.

Dopodiché, raccolti nuovi uomini, il 28 maggio partiva per Carmagnola (dove quel giorno stampò il consueto proclama) e da lì seguitò ad agire nel Piemonte sudoccidentale almeno sino a metà giugno, per tagliare la strada ai Francesi in ritirata.

Non è esatto, quindi, come scritto da Botta e più volte ripetuto, che a Pecetto la “Massa Cristiana” si sciogliesse definitivamente; più attendibile appare, invece, P. Custodi che nel suo diario scrisse che quella ricostituita dopo Pecetto fu sciolta dal Branda De Lucioni il 16 giugno.

[Va poi anche presa in seria considerazione, seppure tratta da poche fonti disponibili, n.d.a] […] la tesi del Botta (ripresa da N. Bianchi e D. Carutti), secondo la quale le autorità austro-russe, preoccupate dell’attività del Branda De Lucioni, lo avrebbero arrestato e detenuto per tre mesi [cosa che non dovrebbe apparire strana, giacché egli mobilitava le genti sfruttando un mix esplosivo di motivazioni legate tanto alla religione cattolica tradizionalmente radicata nel popolo quanto alle tradizioni e libertà comunitarie ereditate millenariamente sin dal medioevo per tramite del Sacro Romano Impero (distante manto, pur sempre presente, e massimo garante). Aizzando così le masse e mobilizzando le moltitudini – sia la nobiltà locale, sia il clero, e sia le masse contadine armate, a lato del nucleo di truppe professionali da egli personalmente guidate – il tutto sullo sfondo dell’autonomia localistica tradizionalmente ereditata. Pertanto, davanti a risultati straordinari, come quello relativo all’assedio e liberazione di Torino dallo straniero, essendo poi lui un ufficiale tanto con pluridecennale esperienza sul campo, quanto d’intelligence operativa, tutto questo, raggiunta una certa dimensione sia qualitativa che quantitativa del proprio fenomeno politico-sociale-militare non poteva che destare una profonda preoccupazione nelle catene di comando ufficiali e superiori. Rendendo, pertanto, più che plausibile la possibilità di un suo arresto, n.d.a.].

Pertanto, conclusa l’esperienza della “Massa cristiana”, egli riprese il suo posto nell’armata, come prova anche un manifesto che Suvorov emanò da Alessandria l’11 luglio 1799 a difesa dell’operato del conte Arnaud, divenuto nel frattempo suo aiutante di campo, accusato di aver dato “ordini e composti scritti senza la saputa ed il consenso del signor maggiore imperiale Branda De Lucioni”. Suvorov negò che ciò fosse vero e non solo difese Arnaud, “essendo esso e gli suoi seguaci degni d’ogni lode e distinzione”, ma si assunse la responsabilità di quanto operato dalla “Massa Cristiana” nei mesi precedenti.

All’inizio di settembre il Branda De Lucioni seguì Suvorov in Svizzera, per contrastare l’esercito di A. Massena e favorire la liberazione della Repubblica.

Infine, stando a una lettera scritta dopo il ritorno a Milano, con i suoi ussari funse ancora da avanguardia e partecipò a tutte le fasi della guerra, fra cui le battaglie di Chänis e Nafels (25 settembre e 1-2 ottobre 1799).

In novembre l’alleanza austro-russa si interruppe, e così il rapporto fra il Branda De Lucioni e Suvorov.

Ad ogni modo, il 5 genn. 1800, in una supplica al conte Luigi Cocastelli plenipotenziario imperiale per la Lombardia [cioè, il Reichskommissar con potere Plenipotenziario per conto del Sacro Romano Imperatore: tipicamente, la maggior parte di quest’ultimi, nel corso del 1600 e del 1700, erano molto spesso stati nobili locali del Nord Italia, n.d.a.], il Branda De Lucioni, affermando di scrivere su preghiera di Suvorov, rivendicò i meriti della “Massa Cristiana” e chiese di ripetere l’esperienza, dandole un più forte significato politico con il porla sotto il supremo comando dell’imperatore e del pontefice [cioè, in una visione super-Tradizionale, con la T maiuscola, quasi “neo-medievale”, d’insurrezione di massa dal basso ma militarmente diretta dall’alto da chi con esperienza e addestrato, di natura militare-politica, di mobilitazione di massa, in funzione anti-francese, anti-giacobina, anti-rivoluzionaria, anti-napoleonica – e si potrebbe dire anche anti-capitalista (essendo tutti quei fenomeni all’epoca intrinsecamente collegati) – in nome tanto dell’Imperatore del Sacro Romano Impero quanto del Pontefice Papa della Chiesa Cattolica Romana: da qui di si può anche comprendere il perché dell’opposizione delle gerarchie superiori ufficiali, molto più attente al realismo ed alla “realpolitik” dei bilanciamenti e scontri al fine di salvaguardare i propri privilegi e potere strutturale acquisito, n.d.a.].

Non si hanno notizie della sua attività nei mesi successivi. Da una lettera scritta dalla moglie il 12 genn. 1801 risulta che era passato dalla Lombardia nel Veneto fra maggio e giugno del 1800, subito dopo Marengo. Nella primavera del 1801 era a Verona, da dove fece almeno brevemente ritorno a Milano in giugno [ad ogni modo, va osservato che a seguito della sconfitta di Marengo da parte delle forze del Sacro Romano Impero e dell’Imperatore nel 1800, nel Trattato di Lunéville del 9 febbraio 1801, firmato in Francia da Giuseppe Bonaparte per la Repubblica francese e dal conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl per l’Impero, si poneva fine alla Guerra della Seconda coalizione in Europa. Ma, in cui, al contempo, il Sacro Romano Impero e l’Imperatore abdicavano non solo sostanzialmente ma anche formalmente alle pretese sull’Italia del Nord. Vanificando così una tradizione d’appartenenza durata per un intero millennio, n.d.a.].

Tornato in Veneto e lasciato il servizio militare attivo, nel marzo 1802 il Branda De Lucioni. era a Vicenza. Vi morì il 22 ag. 1803, come risulta dal Militäralmanach del 1804 (p. 368), che lo definì “pens. Major”.

[Va considerate che di lì a breve anche il Sacro Romano Impero verrà a mancare. Interrompendo così un millennio di storia e tradizione. Giacché, in risposta al fatto che il 18 maggio 1804 il Senato conservatore francese (Senato Consulto) avesse il governo repubblicano in “Impero”, nominando Napoleone “Imperatore dei Francesi” (il titolo fu poi confermato – democraticamente – da un plebiscito popolare), rompendo ogni logica tradizionale di relazioni, ruoli, e giurisdizioni, dunque, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, che era Francesco II d’Asburgo-Lorena, si autoproclamò “Imperatore d’Austria” sui territori di sua dinastica diretta giurisdizione: assumendo su di essi il nome Francesco I d’Austria. Successivamente, nel 6 agosto del 1806, Francesco II (anche per via del dar retta ai propri consiglieri “realisti”), abdicò il titolo di Imperatore dei Romani e sciolse il Sacro Romano Impero. Rimanendo però “imperatore”, col nuovo auto-inventato titolo di “Imperatore d’Austria”, ristretto ai propri territori dinastici. Qui noterei ancora di più la grave cosa, che, durante il Congresso di Vienna, nel 1814 – 1815, per stabilire l’ordine post-Napoleonico, evidenti scelte folli e di tradimento vennero fatte. Non a caso, in tal contesto, Francesco I, profondamente influenzato dalle direttive di quel proprio “Rasputin” che fu Klemens von Metternich, e dalle veline che provenivano dall’ordine Whig di Londra, venne convinto ad andare contro i Tradizionalisti – con la T maiuscola – che volevano la restaurazione del Sacro Romano Impero in toto; e di mantenersi invece il solo il neo-creato “Impero d’Austria”. Quindi, infine, di porsi esso stesso come sovrano assoluto di uno stato di polizia centralizzato e non-tradizionale. Nonché, si vedrà poi quanto bene queste scelte daranno agli Asburgo: dopo aver dominato per 354 anni sul Sacro Romano Impero, e dopo che il Sacro Romano Impero era durato per 1000 anni – un millennio – dall’800 d.C. al 1806 d.C., regneranno per meri 114 anni sull’Austria, finendo in disastro e perdendo tutto nel 1918, n.d.a.].

[Tornando ora sul Branda De Lucioni, si può osservare come tanto in vita, quanto in post-morte, fu pesantemente sottoposto a denigrazione e diffamazione, n.d.a.] […] La pubblicistica avversaria attuò una denigrazione sistematica. Il Diario torinese, dal 12 al 25 maggio 1799 (23 fiorile – 6 pratile anno VII), quasi a esorcizzare (senza successo) l’assedio che stava ponendo alla città, lo chiamava “Illustrissimo”, “Celebre Illustrissimo”, “Illustrissimo Signor Maggiore”, autore di proclami “curiosi”. I Francesi lo presentarono sistematicamente come un millantatore, privo di serietà e legittimità. Il generale Fiorella nei suoi proclami non gli riconobbe il grado di maggiore e gli negò il ruolo militare. Tale linea riprese in grande stile quando i Francesi, dopo Marengo, rioccuparono il Piemonte.

[A lato di una propaganda ideologica, pubblicistica, e teatrale contro il Branda De Lucioni che venne fatta capillarmente in tutto il Nord Italia durante il quasi-quindicennio napoleonico, in cui veniva presentato in termini grotteschi e diffamatori, n.d.a.] […] La stessa immagine diede Botta [uno storico giacobino fanatico, n.d.a.] nella Storia d’Italia ed essa passò, senza tanti problemi, alla storiografia risorgimentale (che, pur non amando troppo la Rivoluzione, vide nel Branda De Lucioni soprattutto l’ufficiale austriaco) [una sofisticata falsificazione storica di stampo capitalista, liberale, radicale, etc. tipica del “Risorgimento”, turpemente anti-Tradizionale, che faceva slittare nell’Impero dell’Austria il Sacro Romano Impero – senza contare che fu una parte della classe dirigente dell’Austria traditrice stessa e pugnalatrice alle spalle, per mano di Metternich e Francesco I, del Sacro Romano Impero, da loro stessi distrutto (in scelte scellerate, per quanto disperate) – che permetteva di annichilire, cancellare, ed annullare, in nome della “liberazione dallo straniero”, secoli e secoli, se non un millennio, di ordini ereditati, forme sociali, e tradizioni, gettando tutto quanto – se non comodo e ingombrante per le nuove classi dirigenti dello sfruttamento economico senza limiti – sotto il tappetto. Recidendo però così, in modo davvero vile e turpe e menzognero, un millennio di tradizione che aveva definito gran parte dell’identità e del senso stesso del Nord Italia: “lobotomizzando” e denaturando un’intera società e un’intera realtà geopolitica, un intero popolo, e un intero precedentemente ininterrotto millennio di tradizione, n.d.a.].

In conclusione, gran parte della storiografia […] del Novecento, [è stata, n.d.a.] disattenta a dati […]. Solo di recente si è iniziato ad avvertire la necessità di sfuggire alla vera e propria leggenda nera del Branda De Lucioni e di affrontarne la figura con un approccio più attento alle fonti e alla loro analisi [seppure, ancora oggi, viste le profonde implicazioni politiche retrostanti tutte cotali questioni, le mezze verità abbondano (seppure esposte come neutre verità), e queste tematiche, come la resistenza in nome di una struttura millenaria quale fu il Sacro Romano Impero, così come si manifestò anche in Nord Italia, risulta ancora oggi – qualora tutto ciò fosse trattato seriamente e non in modo “incartapecorito” e antiquario, ma considerando invece tutte le implicazioni tradizionalistiche e geopolitiche – un tema fortemente “radioattivo”, n.d.a.].

Fonte:

https://www.treccani.it/enciclopedia/branda-de-lucioni_(Dizionario-Biografico)/

In una lettera del 5 gennaio 1800 al conte Luigi Cocastelli (1745-1824), plenipotenziario imperiale per la Lombardia, Lucioni riassume le sue imprese di guerra, sottolineando i meriti da lui avuti nella liberazione di Milano e del Piemonte — definita «un miracolo» — e rivelando una lucida comprensione del quadro strategico. […] Formatosi in un ambiente familiare profondamente religioso, epigono di una pregevole tradizione italiana di servizio all’Im­pe­ro, Lucioni — a differenza di molti leader naturali dell’In­sor­gen­za italiana — si rivela un intelligente e implacabile avversario della Rivoluzione, incarnata da coloro che chiama i «perfidi francesi» e dai giacobini. Uomo di azione che sa comprendere a­cu­tamente i «problemi dell’ora presente» e intuisce l’es­sen­­za non solo materiale della lotta contro la Rivoluzione, Bran­da de’ Lu­­cioni è un soldato, che non esita, a cinquantanove anni di età, a sporcarsi le mani in prima persona in una guerra ci­vile, per la quale avrà senz’altro provato la naturale ripugnanza propria del mi­­litare di carriera.  Credente forse sui generis — ma che prima di partire per la campagna del 1799 non esita, «[…] in Verona re­stando in quel freddo 4 ore e più in chiesa», a chiedere a Dio la grazia di mantenere l’impegno di liberare i mila­nesi dalla Rivo­luzione —, Lucioni dimostra uno zelo fuori del co­mune nel re­staurare i diritti di Dio e l’ordine tradizionale, che per lui, legit­timista, coincide tout court con il ritorno del­l’a­quila bicipite [il simbolo, bandiera, stemma, e stendardo, del Sacro Romano Impero, n.d.a.]. Buon conoscitore del popolo, l’ardito e alquanto pittoresco mag­giore «a riposo» Branda de’ Lucioni ha creato un’au­ten­ti­ca leg­­genda — quella degl’invincibili «branda» —, sedimentata a lun­­go nella memoria e nell’immagina­rio popolare dei piemontesi. La sua audacia, il suo impegno, il suo amor di patria e la sua devozione ai sovrani legittimi [e la sua devozione nei confronti di quella costruzione sopra locale, sopra dinastica, e garante apicale – seppur distante, e mai pressante, e sempre esistente – di ogni giurisdizione sotto il proprio manto, in tutela delle libertà e dei “modi ed ordini” delle comunità locali, quale fu il Sacro Romano Impero, n.d.a.], gli meritano senz’altro un posto non secondario nell’ideale galleria delle glorie militari e civili degl’italiani. 

Fonte:

https://alleanzacattolica.org/branda-de-lucioni/

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Stanno arrivando i russi, di Aurèlien

Stanno arrivando i russi.

Non sei sorpreso, vero?

Aurelien14 ottobre
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A quanto pare, i nostri politici e i nostri media faticano a gestire più di un conflitto alla volta. Così, mentre la folle avventura militare del signor Trump dentro e intorno all’Iran si trascinava a fatica, i combattimenti in Ucraina sono stati in gran parte dimenticati, a parte occasionali segnali di paura o aggressività da parte di leader e commentatori occidentali. Ora che l’Iran sembra avviarsi verso una lunga lotta economica che gli Stati Uniti perderanno, l’attenzione si sta spostando di nuovo a Nord, e improvvisamente ci rendiamo conto di quante cose siano successe lì dall’inizio dell’anno.

Come al solito, non capiamo cosa stiamo vedendo, né perché le cose accadono in questo modo. Questo accade essenzialmente perché il complesso della sicurezza occidentale non comprende la Strategia e come viene applicata, e non si preoccupa di capire la Russia e i suoi obiettivi. Perciò ho pensato che fosse giunto il momento di questo saggio, che spiega cosa sia effettivamente la Strategia, la strategia che i russi, con alcune variazioni, perseguono da oltre trent’anni, e soprattutto il dolore e il danno che questa strategia infliggerà all’Occidente nel suo complesso, mentre si avvia verso la sua fase terminale nei prossimi anni. La mentalità strategica occidentale è così poco preparata a comprendere questi problemi, e così lontana dal comprendere la realtà della situazione stessa, che intendo presentare le mie argomentazioni e conclusioni con forse un po’ più di brutalità di quanto impiego di solito, perché è necessario per stimolare la concentrazione. (Ho ripetuto elementi della stessa cosa in diverse occasioni nel corso degli anni, senza ottenere alcun risultato diverso da quello che mi aspettavo.)

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Innanzitutto, cosa non è la strategia. Non è un documento governativo o multinazionale, solitamente corposo e denso di informazioni e corredato da fotografie, né un discorso di un politico, né tantomeno un articolo su una rivista prestigiosa che suggerisce a un Paese o a un’alleanza di fare questo o quello. La strategia è ciò che i governi fanno, non ciò che dicono, guidati da un ampio insieme di obiettivi. Soprattutto, la strategia permette di rispondere alla domanda “stiamo andando nella giusta direzione?” e di apportare le modifiche necessarie. Le strategie sono piani di alto livello, molto generali, che si estendono per almeno anni, e spesso decenni, verso obiettivi che a loro volta sono piuttosto generali. Poiché l’Occidente è molto carente in materia di strategia, e in generale nel pensare oltre i prossimi cinque minuti, il termine è abusato, mentre l’attività in sé è raramente svolta. Nel contesto di questo saggio, ad esempio, non esiste una vera e propria “strategia NATO” nei confronti della Russia, e non è mai esistita. Ciò che c’è stato è un insieme variabile di atteggiamenti e aspirazioni nel corso del tempo, che hanno generato occasionali obiettivi e iniziative a breve termine, in gran parte scollegati tra loro. Certo, nessun politico ammetterà mai di “non avere una strategia”, così come non lo fanno i sostenitori (o, del resto, i critici) della NATO, ma per chiunque tenga al significato delle parole è innegabilmente vero. E poiché non elaboriamo strategie, non sappiamo riconoscere e interpretare quelle degli altri.

Come ho già detto, la strategia si basa su obiettivi generali e di alto livello. Per essere attuata, deve essere accompagnata da obiettivi e piani di livello inferiore, tradizionalmente definiti “a livello operativo”. E non è un caso che la Russia sia sempre stata all’avanguardia nella teoria e nella pratica del livello operativo. Analizziamo un paio di esempi concreti di strategia e della sua implementazione, provenienti da due lati opposti del mondo.

Negli anni ’90, in Corea del Sud, il nuovo governo civile decise di adottare una strategia volta a ridurre il predominio statunitense e a trasformarsi in una potenza militare regionale. Questa strategia rientrava in un quadro più ampio, che prevedeva anche l’imitazione e la progressiva sostituzione del Giappone, sia a livello industriale che commerciale. Importando inizialmente equipaggiamenti militari non statunitensi, ampliando i legami in materia di difesa e sicurezza e acquisendo proprietà intellettuale, i coreani riuscirono a creare un’industria bellica nazionale in grado di soddisfare gran parte del loro fabbisogno, ridimensionando la dipendenza dagli equipaggiamenti americani e diventando infine essi stessi esportatori di armi. Parallelamente, svilupparono una marina d’alto mare e la capacità di schierare navi a distanza, e gradualmente e silenziosamente elaborarono sistemi di comando nazionali per raggiungere la massima indipendenza possibile dagli Stati Uniti. Questa è una strategia, e ci è voluta una generazione per arrivare al risultato attuale.

In un contesto molto più vicino a casa, la Francia ha perseguito per un secolo una politica di massima indipendenza strategica, ma dopo il 1945 questa divenne critica. Con le forze statunitensi stanziate sul suo territorio, le armi nucleari americane operative dalle loro basi e impantanata irrimediabilmente in guerre coloniali senza speranza di vittoria, l’élite francese del dopoguerra si rese conto che bisognava fare qualcosa. Il fulcro di questa strategia fu il programma nucleare indipendente, avviato nei primi anni ’50 in gran segreto, insieme ai tentativi di rafforzare la posizione politica della Francia. Ma fu solo con l’arrivo al potere di De Gaulle, che riuscì a ritirare l’esercito dall’Algeria e ad avviare la sua modernizzazione, e con il primo test nucleare riuscito nel 1960, che le cose iniziarono a cambiare. Ciò permise un graduale disimpegno dalla struttura militare della NATO, lo sviluppo di un sistema di comando nazionale indipendente dalla NATO e, soprattutto, una forza nucleare indipendente e un’industria della difesa nazionale. Insieme al successivo sviluppo dei satelliti di ricognizione nazionali e di altri sistemi di intelligence tecnica, ciò ha conferito alla Francia l’autonomia strategica nel processo decisionale che cercava, sebbene ci sia voluta più di una generazione per raggiungerla. Questa è una strategia.

L’Occidente nel suo complesso non ha nulla di simile. Ha obiettivi vaghi e documenti strategici, ma nulla viene mai organizzato e portato a termine. Gli inglesi, ad esempio, non hanno mai avuto una strategia nei confronti dell’Europa, solo una scontrosa tendenza ad assecondare idee che in realtà non potevano contrastare. Gli Stati Uniti hanno avuto tante strategie nei confronti, ad esempio, della Cina quanti sono i gruppi di interesse, e raramente vengono messe in pratica. E non si può costruire una strategia dal basso: a prescindere da ciò che pensano gli esperti, una serie di obiettivi improvvisati e scollegati tra loro in momenti diversi non costituiscono, e non possono costituire, una strategia.

Sottolineo questo punto perché aiuta a spiegare perché non comprendiamo le strategie di altre nazioni quando le osserviamo. Nel caso della Russia, che vede le minacce provenire principalmente dall’Occidente, la sua strategia è da tempo quella di utilizzare vari mezzi per mantenere queste minacce il più lontano possibile e per prevenire o indebolire, per quanto possibile, i raggruppamenti di Stati che potrebbero diventare una minaccia. Una volta compreso questo semplice fatto, molte cose diventano più chiare. Tuttavia, questa strategia non è stata scelta a caso, né può essere liquidata semplicemente come un’ossessione per la propria storia e una paranoia culturale, sebbene entrambe contribuiscano. Le sue origini – ed è qui che inizia il pericolo – risiedono nella geografia e nel modo in cui la geografia è stata politicamente divisa.

La questione fondamentale nella politica internazionale è come lo spazio sia stato diviso dal potere nel corso del tempo e come e perché questa divisione cambi. Per la stragrande maggioranza della storia umana, si è assistito a una successione di imperi, e ancora oggi in alcune parti del mondo – il Libano ne è un buon esempio – si possono osservare i resti di migliaia di anni di imperi diversi, letteralmente ammassati uno sull’altro. Il modo normale in cui gli imperi crescevano era attraverso l’espansione e la conquista a partire dalla madrepatria, e gli imperi più stabili e longevi, come quello romano, persiano e ottomano, introducevano divisioni amministrative e sistemi di governo nei territori conquistati. Di tanto in tanto, gli imperi entravano in conflitto tra loro e con gli interessi di altri stati. A metà del XIX secolo, la Russia cercava di espandersi verso sud, in un’area dominata dall’Impero Ottomano, dove britannici e francesi avevano importanti interessi strategici. Da qui la guerra di Crimea, una tipica guerra intra-imperiale dell’epoca.

Questa era, in sostanza, la situazione del mondo nel 1914. Il moderno “stato-nazione” stava compiendo progressi limitati, perlopiù a partire da quelli che un tempo erano stati territori ottomani, e l’Italia aveva appena cessato di essere, per usare la celebre formula, “un’espressione geografica”, piuttosto che uno stato. Ma a Berlino, Praga, Varsavia, Vienna, Budapest, San Pietroburgo, Skopje, Damasco, Baghdad e Beirut, la gente viveva in imperi e giurava fedeltà a sovrani lontani, di cui i loro territori erano possedimenti. Il termine “nazione”, nella misura in cui aveva un significato, si riferiva all’eredità culturale e storica di un gruppo, spesso comprendente lingua e religione.

E poi tutto cambiò, poiché quasi da un giorno all’altro queste imponenti strutture semplicemente scomparvero. Al loro posto, arrivò il concetto più confuso e probabilmente più pericoloso della storia politica: lo Stato-nazione. Un secolo prima, la Francia repubblicana aveva introdotto una nuova entità politica: non il possesso di un re, ma uno Stato composto da tutti coloro che volevano viverci: un “referendum senza fine”, come lo definì lo storico Ernest Renan. Ecco perché la Francia, fino a poco tempo fa, poteva facilmente assorbire un gran numero di immigrati da tutto il mondo: erano venuti lì per essere francesi. In quest’ottica, il “popolo francese” era costituito dalle persone che vivevano, volontariamente, in Francia. La “nazione francese” era la somma totale di tutte queste persone. Questo principio repubblicano, aspramente osteggiato dalla destra, non si affermò definitivamente fino al secondo dopoguerra e ora, purtroppo, viene nuovamente minato, ma questa volta dalla sinistra.

Eppure, senza l’impalcatura ideologica repubblicana, i concetti di “popolo” e “nazione” sono stati inevitabilmente interpretati altrove in termini etnici e religiosi. Pertanto, il discorso odierno è irrimediabilmente confuso, persino in inglese, tra “nazione”, “popolo” e “stato”: quest’ultimo termine ha due significati ben distinti. La confusione è altrettanto grande all’interno e tra le altre lingue. La Carta delle Nazioni Unite afferma (articolo 1) che tra gli scopi dell’ONU vi è “sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni basate sul rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e di autodeterminazione dei popoli, e adottare altre misure appropriate per rafforzare la pace universale”. Questa affermazione è quanto di più privo di significato si possa immaginare, e pericolosamente, con la sua molteplicità di termini ambigui. L’intera, cruenta storia dei negoziati è utilmente esposta in uno studio delle Nazioni Unite .

Ciononostante, nuovi paesi furono accolti nel mondo dopo il 1918, così come dopo il 1945, nella convinzione ingenua che fosse possibile creare tali nazioni a partire da “nazioni” e “popoli” che avrebbero convissuto felicemente. Forse a questi entusiasti era venuto in mente che, persino prima della Prima Guerra Mondiale, nel 1912, Grecia, Bulgaria, Montenegro e Serbia, non appena cacciati gli Ottomani dai territori che ambivano, si erano subito combattute tra loro per quegli stessi territori. E il crollo degli imperi nel 1918 fu accompagnato da guerre, rivoluzioni e violenze diffuse, poiché l’autodeterminazione dei popoli si rivelò un po’ più difficile di quanto si fosse previsto.

In nessun altro ambito questo problema fu più grave e pericoloso che nel caso degli stati che sostituirono gli imperi asburgico, romanov e hohenzollern. Fin dall’inizio, questi stati erano in media più piccoli, più poveri e meno stabili della Francia e della Germania a ovest, e della nuova Unione Sovietica a est. Sebbene tendiamo a pensare alla diplomazia degli anni ’20 e ’30 come a un preludio un po’ tedioso all’ascesa del nazismo e alla Seconda Guerra Mondiale, in realtà fu un periodo di paura, violenza, rivoluzione e dittature, in cui le nuove nazioni si giravano incessantemente intorno, e intorno alle potenze più forti a est e a ovest, alla ricerca di alleanze difensive e di qualche tipo di garanzia.

Questo è un esempio di uno di quei problemi politici che, in definitiva, risultano insolubili. Non intendo dire che non ci sia nulla da fare, ma piuttosto che non può esistere una soluzione definitiva e giusta, nel senso idealistico del brano della Carta delle Nazioni Unite citato in precedenza, e che la cosa migliore da fare è cercare di gestire il problema e impedirgli di causare troppi danni. La Seconda Guerra Mondiale ha dimostrato che il problema era persino più grave di quanto si fosse compreso, poiché in alcuni casi gli stessi nuovi Stati si sono disgregati, e sono emersi brevemente e in modo poco attraente mini-Stati come la Croazia e l’Ucraina indipendenti. Questa è la realtà dell’autodeterminazione dei popoli nella pratica.

L’Unione Sovietica, che aveva visto molti di questi stati e attori sub-statali unirsi alla crociata antibolscevica tedesca, decise di non correre rischi e, laddove i suoi eserciti si fermarono, insediarono governi comunisti controllati da Mosca, guidati da leader compiacenti che avevano trascorso la maggior parte della guerra a Mosca, nonché attraverso massicce forze di occupazione e la formazione di efficienti organizzazioni di polizia segreta.

Questo era un modo di controllare lo spazio , e voglio sottolineare questo modo di vedere le cose, perché la grammatica del potere che controlla lo spazio è qui più importante come quadro analitico rispetto alle tradizionali divisioni per paese, confine, governo o partito politico. Lo spazio può essere controllato, o quantomeno negato ad altri, in tutta una serie di modi diversi, dall’occupazione militare diretta da un lato all’amicizia e alla cooperazione, e persino all’alleanza militare, dall’altro. Sebbene l’Armata Rossa fosse presente in forze in ogni paese tranne la Romania (un’eccezione che non c’è tempo di approfondire qui), l’Unione Sovietica godeva di una notevole influenza in Finlandia, al punto che i governi che si sono succeduti si sono posizionati con attenzione per non offendere Mosca, pur coltivando i rapporti con l’Occidente. Ciò faceva comodo a Mosca, così come la neutralità austriaca, che non sembra essere stata percepita come una minaccia. La Svezia, d’altro canto, con i suoi profondi, seppur segretissimi, legami con la NATO, sembra essere stata vista come un vero e proprio nemico.

Durante la Guerra Fredda, pertanto, Mosca controllava direttamente una porzione molto ampia dello spazio post-1918 a ovest, o quantomeno non si sentiva minacciata da esso. Ciò significava sia che una guerra preventiva (che la dottrina sovietica riteneva potesse essere necessaria) poteva essere scatenata più facilmente, sia che, in ogni caso, gran parte dei combattimenti e delle distruzioni si sarebbero verificati al di fuori del suo territorio nazionale, che Mosca era comprensibilmente desiderosa di preservare. Significava anche che da lì si potevano lanciare armi nucleari a raggio intermedio in grado di colpire l’Europa occidentale.

La fine della Guerra Fredda ha prodotto sia un cambiamento violento sia una surreale sovrapposizione di sistemi politici e militari. (Ricordo di essere passato in auto davanti a una guarnigione dell’Armata Rossa nei pressi di Dresda, in quella che era appena diventata una Germania unificata, nel 1991). Improvvisamente, lo spazio su cui Mosca aveva a lungo contato come cuscinetto strategico si trovava fuori dal suo controllo diretto, e persino indiretto, e nessuno aveva la minima idea di cosa sarebbe successo dopo. Il sistema politico russo era assorbito dagli affari interni e, in Occidente, gran parte della comunità strategica era, come disse un collega diplomatico dopo una visita a Washington, “in stato di shock”.

La questione di come gestire i paesi dell'”ex Patto di Varsavia”, così come le repubbliche sovietiche non russe, non è stata per un certo periodo una priorità nell’agenda delle capitali occidentali. Queste ultime stavano cercando di assorbire lo shock della fine di tutto ciò che avevano considerato centrale per le loro politiche di sicurezza per quarant’anni. Ma dovevano anche affrontare la dissoluzione dell’Unione Sovietica stessa, la finalizzazione e l’attuazione del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) del 1990, che ha dato una degna sepoltura alla Guerra Fredda, cosa fare con le armi nucleari sovietiche in Ucraina e Bielorussia, la guerra in Iraq e le sue conseguenze, e i Trattati sull’Unione Politica e Monetaria Europea, per citare solo i più significativi. C’era un vero punto interrogativo sul futuro della NATO, se mai ne avesse avuto uno, e si susseguivano lunghi e accesi dibattiti su cosa potesse significare un sistema di difesa autenticamente europeo e su come avrebbe interagito con la NATO, qualora esistesse. E in tutto questo, come un camion che fa retromarcia contromano, si inserì la crisi jugoslava, che (per variare la metafora) sembrò inghiottire tutto ciò che incontrava sul suo cammino, e aggravare e complicare molti degli altri problemi.

La questione delle future relazioni con la nuova Russia era uno di quei problemi che si presentano di tanto in tanto, troppo importanti per essere ignorati ma anche troppo complessi per essere risolti adeguatamente, soprattutto perché nessun paese occidentale aveva realmente le stesse priorità di un altro. La soluzione era parlarne, fare qualche gesto vagamente amichevole e aspettare di vedere cosa sarebbe effettivamente successo a Mosca. Non era affatto scontato che il regime di Eltsin sarebbe durato, o che non sarebbe salito al potere un governo neocomunista (un’ipotesi presa seriamente in considerazione da alcuni ambienti). La NATO non ha mai avuto una vera e propria “politica” collettiva nei confronti della Russia, a differenza dell’abitudine di discuterne, e l’idea di un’espansione della NATO non era formalmente considerata un principio in quel momento. Nella misura in cui esisteva un’opinione coerente, era che la NATO avrebbe comunque avuto difficoltà a rimanere unita e che l’idea di accogliere nuovi membri fosse una complicazione di cui i paesi occidentali semplicemente non avevano bisogno, in un momento in cui c’erano almeno una mezza dozzina di questioni più urgenti.

Le discussioni a cui ho partecipato, o di cui ho letto, ruotavano tutte attorno alla stessa serie limitata di domande. Per ammettere un nuovo membro, bisognava ammettere anche tutti gli altri. Questo avrebbe potuto includere la Russia, nel qual caso la NATO si sarebbe trovata ad avere un confine con la Cina. Oh. Oppure, se non si includeva la Russia, ci si creava un potenziale nemico. D’altra parte, se non si allargava la NATO, si prometteva di fatto di schierarsi, anche militarmente, in una crisi tra, diciamo, Germania e Polonia. Era questo che si voleva? Eppure, d’altra parte, come si poteva spiegare agli stati interessati (e al mondo in generale) che non potevano aderire a un’organizzazione che era teoricamente aperta a tutti e che era già stata allargata diverse volte? Realisticamente, “ai russi non piacerà” non era qualcosa che si poteva dire in pubblico. Bene, allora, si poteva provare a sostituire la NATO con qualcos’altro, ma non completamente, perché la sua esistenza era la chiave del Trattato CFE. Ma l’organizzazione avrebbe dovuto escludere gli Stati Uniti, nel qual caso sarebbe stata dominata dalla Russia, oppure includerli entrambi, nel qual caso si sarebbe trovata in una situazione di stallo permanente. L’unica via d’uscita era quella di creare un’organizzazione troppo debole per poter effettivamente agire. Naturalmente, veniva prodotta una mole enorme di pubblicazioni da parte di esperti che propugnavano di tutto, dall’espansione della NATO e la guerra con la Russia, alla fine della NATO e all’amore e alla pace ovunque, ma ben poco di tutto ciò ebbe un’influenza su un problema che, come era noto, non aveva soluzione.

Come spesso accade con i problemi senza soluzione, e in assenza di una vera e propria “strategia”, che peraltro la NATO non era in grado di elaborare, il risultato fu una serie di mini-decisioni improvvisate, man mano che le circostanze si evolvevano e ogni sorta di fattore transitorio si presentava e scompariva. Ci sarebbero potute essere conseguenze per questa o quella decisione in futuro, ma qualcun altro se ne sarebbe occupato, no? E qualsiasi iniziale nervosismo riguardo alle reazioni russe svanì dalla memoria, mentre i russi protestavano, ma niente di più. Curiosamente, i combattimenti in Jugoslavia, pur avendo complicato enormemente la gestione di altre questioni, si rivelarono utili come salutare shock per coloro che avevano ingenuamente dato per scontato che l’unico problema fosse stato il comunismo e che, ora che era scomparso, la pace, l’amore e l’economia di mercato sarebbero magicamente arrivati. Improvvisamente, i decisori politici occidentali iniziarono a rendersi conto che la storia era un fatto contemporaneo e che poteva essere un fattore di divisione persino all’interno dell’Occidente: Austria e Germania appoggiarono l’indipendenza croata per ragioni elettorali e culturali, mentre diversi altri governi occidentali, tra cui Washington, si lasciarono manipolare dal governo musulmano di Sarajevo. Sia per le potenze occidentali, sia per i governi dei nuovi paesi, divenne scomodamente chiaro che la fine del Patto di Varsavia non aveva risolto nulla, ma aveva piuttosto liberato importanti tensioni dal profondo congelamento in cui erano state mantenute.

Questa era l’epoca dell’arroganza post-Guerra Fredda, quando i governi occidentali davano per scontato, senza sentire il bisogno di un vero dibattito, che il modo migliore per garantire pace e stabilità a Est fosse quello di trasformare il più rapidamente possibile questi nuovi Stati in versioni dello stesso tipo di società liberale basata sulle norme, auspicata nei Trattati di Unione del 1991, e, in ultima analisi, di integrarli economicamente. Anzi, col passare del tempo, si levarono sempre più voci che suggerivano l’importanza di far entrare il Paese X o Y nell’UE, non perché l’organizzazione ne sarebbe uscita rafforzata, ma perché avrebbe aiutato il Paese X o Y a evitare di precipitare nel caos politico che le capitali occidentali temevano sempre più. L’autunno era arrivato alla Primavera delle Nazioni molto più velocemente di quanto chiunque avesse mai immaginato. (Le idee sull’Ucraina nell’UE sono, suppongo, la parodia definitiva di questa argomentazione.)

L’ effetto pratico di tutto ciò fu quello di colonizzare progressivamente uno spazio politico storicamente controllato dalla Russia, ma senza un vero e proprio piano complessivo, con iniziative perlopiù a livello nazionale e senza alcuna considerazione organizzata delle possibili reazioni russe (“Oh, si lamentano sempre!”). L’Occidente ottenne così il peggio di entrambi i mondi. All’estremo opposto, e con notevole sforzo di immaginazione, era possibile trasformare il tutto in una cospirazione per rovesciare la Russia. Solo che in tal caso l’Occidente non avrebbe ridotto drasticamente le dimensioni delle proprie forze armate, abolito la coscrizione, riconfigurato l’esercito per operazioni di spedizione su piccola scala, smantellato le proprie industrie della difesa e reso se stesso incapace di combattere una guerra seria per più di pochi giorni. Il problema era complicato dal fatto che una nuova generazione di decisori politici, basata sulle norme, aveva assimilato l’idea di poter fare comunque ciò che voleva, perché la Russia era economicamente e socialmente arretrata, il suo esercito debole e il suo Stato e il suo esercito sarebbero crollati alla prima sfida.

A partire dalla Georgia nel 2008, e soprattutto dall’Ucraina nel 2014, una tendenza all’interno della vasta e frammentata comunità strategica occidentale iniziò a preoccuparsi delle intenzioni russe, pur continuando a sottovalutarne le capacità. In genere, tuttavia, si presumeva che quella che veniva percepita come una crescente aggressività russa non avesse nulla a che fare con le azioni occidentali, ma fosse un ritorno al modello sovietico e l’inizio di un tentativo di ricostruzione di qualcosa di simile al Patto di Varsavia. L’Ucraina veniva sempre più vista come una prima linea di difesa contro tale aggressione, ma in modi e gradi diversi. Alcune personalità di spicco negli Stati Uniti e in Canada sembravano nutrire la sincera speranza di utilizzare l’Ucraina per innescare un cambiamento politico in Russia. L’opinione più moderata, soprattutto in Europa, era tuttavia sinceramente allarmata dai combattimenti nell’est del paese nel 2014. Come indicavano le loro dichiarazioni dell’epoca, i leader occidentali presumevano che il movimento separatista fosse organizzato e diretto dalla Russia come prima fase di una conquista dell’Ucraina, a cui sarebbe seguito chissà cosa. Gli accordi di cessate il fuoco e di separazione riassunti nei documenti di Minsk furono considerati un trionfo, in quanto impedirono la propagazione della guerra e diedero all’Ucraina la possibilità di rafforzare le proprie difese con l’aiuto occidentale, contro quella che le nazioni europee ritenevano un’invasione altamente probabile. Credevano (e credono tuttora) che la guerra in corso confermi la validità della loro analisi del 2014.

Eppure, ovviamente, i russi non videro affatto il periodo successivo alla metà degli anni ’90 in questo modo. Ciò che videro fu la perdita del controllo di quello che prima era stato un prezioso spazio strategico, senza alcuna via d’uscita evidente per recuperarlo. (Anche per la Russia, tuttavia, Minsk rappresentò un gradito sollievo, poiché non disponeva delle forze necessarie per intervenire in modo decisivo a fianco dei ribelli e aveva bisogno di tempo per prepararsi. In effetti, sfruttò meglio il periodo fino al 2022 rispetto all’Ucraina e all’Occidente). Tuttavia, poche delle nazioni che erano state membri del Patto di Varsavia erano desiderose di rinnovare strette relazioni, quindi la migliore speranza era quella di dissuaderle dal cadere sotto quello che i russi consideravano il controllo dell’Occidente. Ciò poteva essere accompagnato da tentativi di indebolire la coesione all’interno della NATO e dell’UE stessa, ed esercitare pressioni militari, contribuendo così, per estensione, a preservare almeno una certa influenza sullo spazio conteso. Ma fino a poco tempo fa, i russi non avevano le risorse per farlo in modo efficace.

Il fatto che il pensiero occidentale sulla Russia sia stato disorganizzato, arrogante, mal informato ed episodico, con ogni iterazione politica e diplomatica che lasciava nuovi problemi da risolvere per la successiva, è una delle cause della situazione catastrofica in cui si trova l’Occidente. L’altra causa è un’errata comprensione di cosa sia la strategia in primo luogo, e in particolare di cosa sia la strategia russa, e quali saranno le sue probabili conseguenze. Ciò porta a una situazione paradossale in cui l’Occidente non comprende appieno che è in atto una competizione a somma zero per il controllo e l’influenza sullo spazio strategico a ovest dei confini russi. Per l’Occidente, si tratta in parte di un processo robotico guidato da imperativi istituzionali e normativi e che giustifica l’esistenza della NATO. Per i russi è una questione esistenziale. Nessuno dei due comprende l’altro. Fino a poco tempo fa, l’Occidente aveva i mezzi ma non la strategia, e i russi avevano la strategia ma non i mezzi. Ora, i russi hanno sia la strategia che i mezzi, e l’Occidente non ha né l’uno né l’altro.

Esistono molte ragioni per cui la Russia ha storicamente dato grande importanza alla strategia, a differenza dell’Occidente. Ovviamente, una strategia complessiva è più facile da elaborare per un singolo Paese che per un gruppo ampio e diversificato. Ma la geografia è il fattore determinante: dominare lo spazio strategico a ovest, impedire ad altri di farlo ed esercitare il massimo controllo e influenza possibile in quella direzione, è sempre stata la principale priorità strategica. È la geografia, piuttosto che la politica, la causa della continuità tra la strategia sovietica e quella russa. Mantenere le potenziali minacce alla massima distanza geografica possibile è stata una priorità costante per la Russia, mentre l’Occidente è stato disorganizzato, con frequenti conflitti e ripensamenti su ciò che viene considerato pensiero strategico. (In effetti, tutti quegli articoli che si leggono che affermano di trovare coerenza e continuità nelle strategie occidentali sono probabilmente da considerarsi fantasie di appagamento dei desideri: ” magari… “).

Cosa faranno dunque i russi adesso? Non lo so, ovviamente, ma possiamo fare delle ipotesi plausibili, prendendo come esempio la loro evidente strategia e chiedendoci cosa farebbe un governo ragionevole per attuarla nelle circostanze attuali. L’obiettivo strategico, come indicato nella bozza di Trattato con la NATO del dicembre 2021, è il dominio politico di quella che un tempo era l’area del Patto di Varsavia, in modo che da lì non possano essere intraprese azioni ostili, e la garanzia del dominio strategico russo in Europa. In pratica, ciò non significa occupazione militare (che ha distrutto l’economia russa l’ultima volta che è stata tentata), ma l’uso della superiorità militare per ottenere un effettivo dominio politico su questi paesi. Potrebbero rimanere formalmente membri della NATO (in effetti, questo ha dei vantaggi dal punto di vista russo), ma non permetterebbero lo stazionamento di forze straniere, le loro forze armate dovrebbero essere di dimensioni modeste e presterebbero molta attenzione a quanto affermato da Mosca.

Ecco perché le idee di “cessate il fuoco” e di una divisione geografica dell’Ucraina non hanno avuto, e non avranno, alcun seguito. Il gioco è cambiato e la posta in gioco è molto più alta di prima. Nel 2022, i russi avrebbero probabilmente accettato un’Ucraina realmente neutrale, senza forze stanziate e con gli estremisti nazionalisti esclusi dal governo. (Avrebbero potuto chiedere di più, ovviamente, ma questo è ciò che probabilmente avrebbero accettato). Ora non c’è alcuna possibilità che ciò accada, e interpreto l’attuale bombardamento di Kiev come parte di una strategia a livello operativo per distruggere il paese come entità vitale, in modo che non possa essere utilizzato in futuro come base per operazioni militari. Ponti, sistemi di comunicazione, porti, produzione e distribuzione di energia elettrica, reti di trasporto, impianti industriali e aeroporti, tra gli altri, saranno distrutti. Ci vorrebbero decenni e una quantità di denaro inimmaginabile per ricostruire il paese, e ancora meno per renderlo una base per possibili operazioni militari. L’analogia sarebbe affondare una portaerei, piuttosto che allontanarla dalle proprie coste. In una situazione del genere, le prese di posizione occidentali, le attività dei fanatici nazionalisti o persino l’esatta composizione del governo di Kiev non avranno molta importanza. L’idea di ricostruire l’Ucraina in vista di un futuro conflitto sembrerà ancora più palesemente una fantasia di quanto non lo sia già. La migliore speranza è che Mosca, a un certo punto, fermi la distruzione, in cambio di un effettivo controllo politico del paese.

Non c’è alcun segno che l’Occidente lo capisca, perché non capisce la strategia. La Russia non ha alcun interesse in una guerra con l’Europa, sebbene sia in grado di vincerla in pochi giorni. Ma non ha comunque bisogno di combattere una guerra; può semplicemente minacciare l’Europa con l’uso di missili convenzionali di alta precisione che l’Occidente non possiede e contro i quali esistono difese molto limitate. Oppure, potrebbe semplicemente esibire alcune di queste armi per dimostrarne l’efficacia, e poi aspettare che l’Occidente tragga le ovvie conclusioni, cosa che ovviamente non accadrà. Non accadrà perché non si rende conto che la strategia russa è andata ben oltre l’Ucraina e mira a bandire lo spettro di un potenziale attacco dall’Occidente per almeno una generazione, forse di più. Ciò implica il dominio militare, e quindi politico, prima sull’ex spazio del Patto di Varsavia a ovest dell’Ucraina e poi, in misura minore, fino al Canale della Manica. (Gli Stati Uniti non sono un fattore rilevante: le loro forze in Europa sono più o meno equivalenti a quelle del Belgio e non c’è un modo evidente per aumentarle in modo utile.) Può anche essere vero, come ho sentito dire oggi da un idiota alla radio, che le forze europee nel loro complesso siano paragonabili per dimensioni a quelle russe. Ma basta guardare una mappa. Anche se per qualche miracolo di pianificazione logistica, utilizzando risorse inesistenti, le unità NATO potessero essere trasportate a costi esorbitanti su distanze mai tentate prima, in qualche modo organizzate in unità coese e adeguatamente addestrate e comandate, si tratterebbe prevalentemente di brigate meccanizzate leggere, e ci si aspetterebbe che venissero annientate in poche ore dalle armi e dalle tattiche russe a cui l’Occidente non ha risposta. E il loro obiettivo in una guerra contro la Russia sarebbe… Mosca? Ma stiamo scherzando? Nel frattempo, la Russia stessa potrebbe annientare le forze NATO schierate sul proprio territorio con droni e missili.

Infine, l’Occidente non si rende conto che la strategia russa, così come descritta in tutti quei noiosi libri che restano sugli scaffali, è olistica e coinvolge mezzi politici, psicologici, economici e militari. I russi non esiteranno a usare mezzi economici, comprese sanzioni e blocchi, se li riterranno utili. Certamente impiegheranno la guerra psicologica, perché fa parte del loro repertorio. Se siano dietro ai droni fuori controllo, agli incendi di fabbriche, agli attacchi informatici, alla disinformazione e così via, al momento non ne ho idea. Anche se lo fossero, sarebbero certamente abbastanza professionali da cancellare le proprie tracce. Ma non c’è dubbio che i russi considerino tali attacchi parte della loro potenziale strategia e vi ricorreranno se ne vedranno la necessità e l’utilità. A differenza dell’Occidente, tali attacchi non sarebbero casuali o compiuti a scopo propagandistico, ma parte di una strategia deliberata.

È un bel pasticcio in cui ci ha cacciato la nostra classe dirigente ignorante e arrogante, con un Paese molto più potente di noi, che abbiamo irritato e danneggiato. La cosa più straordinaria è che qualsiasi reazione negativa russa al nostro sostegno all’Ucraina venga considerata in qualche modo inappropriata. Va bene che aiutiamo Kiev a bombardare Mosca, ma qualsiasi accenno a possibili conseguenze negative in cambio viene visto con orrore e orrore come una violazione dell’ordine naturale delle cose. Ma l’ordine reale delle cose è che i russi sono arrabbiati e risentiti, e in una certa misura se la prenderanno con noi. Non sappiamo fino a che punto l’esperienza di quasi cinque anni di guerra influenzerà il pensiero e la pratica russi, ma le guerre, ovviamente, tendono a radicalizzare le posizioni degli Stati. Essendo un popolo legalista, cercheranno senza dubbio di negoziare trattati, e potrebbero anche riuscirci. Ma essendo un popolo pragmatico, cercheranno di creare dei fatti sul terreno, e alcuni di questi fatti potrebbero non piacerci affatto.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

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Rivelazione sconvolgente: il ministro della Difesa lituano rivela che i droni ucraini utilizzati nell’attacco a San Pietroburgo provenivano dallo spazio aereo polacco, di Simplicius

Rivelazione sconvolgente: il ministro della Difesa lituano rivela che i droni ucraini utilizzati nell’attacco a San Pietroburgo provenivano dallo spazio aereo polacco.

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Ieri sera l’Ucraina ha lanciato un altro attacco su larga scala nella regione di San Pietroburgo, che secondo le fonti è stato il più grande dall’inizio della guerra, in quanto ha preso di mira diverse imprese, tra cui impianti petroliferi e centri dati.

L’operazione ucraina contro San Pietroburgo, in Russia, è stata la più grande in questa guerra contro la città russa. Tre obiettivi principali sono stati colpiti durante l’operazione: – Il terminal petrolifero locale e i relativi depositi di petrolio – Il data center di VKontakte – L’hub logistico locale di Ozon. È opportuno precisare che né Starlink né Starshield possono essere utilizzati per questa operazione dalle forze armate ucraine, poiché tali servizi sono sempre stati off-limits per le forze ucraine. Vengono utilizzati esclusivamente prodotti finali ucraini.

La notizia più rilevante relativa all’attacco, tuttavia, è che ancora una volta l’Ucraina ha utilizzato lo spazio aereo della NATO per condurre l’attacco e, presumibilmente, per eludere le difese aeree russe.

Prima di entrare nei dettagli, ricordiamo che l’ultima volta che è successo qualcosa di simile è stato durante il Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) nel giugno di quest’anno, di cui abbiamo parlato nel seguente articolo:

L’attacco dell’Ucraina allo SPIEF mira alla massima provocazione, come testimoniato dai droni avvistati provenienti dalla direzione del Mar Baltico.
Simplicio·5 giugno
L'attacco dell'Ucraina allo SPIEF mira alla massima provocazione, come testimoniato dai droni avvistati provenienti dalla direzione del Mar Baltico.
L’Ucraina ha lanciato un massiccio attacco con droni contro San Pietroburgo, in Russia, in concomitanza con il Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF). L’obiettivo era ovviamente quello di umiliare la Russia di fronte ai numerosi partecipanti internazionali, tra cui funzionari del Dipartimento di Stato americano e dignitari stranieri.
Leggi la storia completa

Ricorderete che abbiamo geolocalizzato e triangolato le traiettorie dei droni durante quell’attacco e abbiamo concluso che, in base al punto di vista delle telecamere, almeno alcuni dei droni che hanno colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo provenivano in realtà da ovest, come segue:

L’articolo includeva anche un video ripreso da un’imbarcazione russa che mostrava un drone ucraino sorvolare il Mar Baltico in una zona che presumibilmente si trovava vicino al confine con l’Estonia.

Ora però abbiamo la conferma definitiva degli attacchi di ieri sera: il portavoce del Ministero degli Esteri ucraino ha ammesso che lo spazio aereo lituano è stato utilizzato da droni ucraini, ma ha attribuito la responsabilità alla “guerra elettronica russa”.

Heorhii Tykhyi@SpoxUkraineMFA Ci rammarichiamo per l’incidente verificatosi questa mattina nello spazio aereo lituano, che potrebbe essere stato causato da un’operazione di guerra elettronica russa che ha deviato dei droni durante un’operazione contro obiettivi militari legittimi in Russia. Ci scusiamo per qualsiasi disagio, rischio e preoccupazione che ciò possa aver causato. 12:52 · 18 ottobre 2026·119.000 visualizzazioni197 risposte·147 condivisioni·891 Mi piace

Il testo integrale della dichiarazione:

Ci rammarichiamo per l’incidente verificatosi questa mattina nello spazio aereo lituano, che potrebbe essere stato causato da un’operazione di guerra elettronica russa volta a deviare droni durante un’operazione contro obiettivi militari legittimi in Russia.

Ci scusiamo per qualsiasi disagio, rischio e preoccupazione che ciò possa aver causato.

Ci impegniamo a condividere tutte le informazioni rilevanti con i nostri partner lituani per accertare appieno le circostanze dell’incidente. Continueremo a collaborare strettamente per prevenire il ripetersi di episodi simili in futuro.

Ringraziamo sinceramente la Lituania, nostro alleato, per il sostegno offerto all’Ucraina nel contrastare l’aggressione russa, che rappresenta la causa principale delle minacce alla sicurezza nella nostra regione.

Alcuni canali russi hanno ricostruito l’incidente nel modo seguente, utilizzando gli allarmi aerei e gli avvisi civili emessi in diverse contee della Lituania orientale e centrale, nonché in quelle delle regioni di confine della Lettonia:

Alcuni hanno ipotizzato che i droni abbiano attraversato il territorio russo, costeggiando la Bielorussia, per poi virare a ovest verso il territorio lettone ed estone per la parte finale della missione. Ma questa ipotesi ha poco senso e non spiegherebbe perché la Lituania, che si trova piuttosto distante dai confini russi, avesse emesso allarmi aerei.

Ricordate la mia critica logica dell’articolo precedente: se la guerra elettronica russa fosse così inimitabile da riuscire a impedire ai droni ucraini di raggiungere la Lituania, come affermato dal portavoce ucraino – un paese che non confina minimamente con la Russia (esclusa Kaliningrad) – allora perché gli stessi potentissimi sistemi di guerra elettronica non dovrebbero essere in grado di impedire a tutti i droni di colpire i loro obiettivi a San Pietroburgo?

Per quanto ne sappiamo, la maggior parte degli obiettivi è stata effettivamente colpita. Come mai la Russia dovrebbe possedere sistemi di guerra elettronica estremamente efficaci dislocati nelle zone interne disabitate a est della Bielorussia, ma non avere sistemi altrettanto “potenti” vicino a San Pietroburgo, che avrebbero potuto facilmente deviare i droni ucraini nel Mar Baltico, proprio come, secondo queste affermazioni, li avrebbero deviati con tanta facilità verso la Lituania?

In breve: la spiegazione della guerra elettronica è una palese frode.

Ma con un colpo di scena sconvolgente, un rapporto Reuters ha citato il ministro della Difesa lituano Robertas Kaunasrivelando con nonchalance che i droni in realtà “provenivano dalla Polonia”:

https://www.reuters.com/world/lithuania-told-residents-go-shelters-after-detecting-flying-object-2026-10-18/

L’oggetto è entrato nello spazio aereo lituano provenendo dalla Polonia , ha dichiarato ai giornalisti il ​​ministro della Difesa lituano Robertas Kaunas, dopo aver proposto un’indagine congiunta al suo omologo polacco.

“La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina si sta riversando sul fianco orientale della NATO e dell’UE”, ha dichiarato il presidente lituano Gitanas Nauseda su X.

“Quello che sembra essere un drone è esploso nella parte settentrionale del Paese, rappresentando un pericolo per la popolazione civile”, ha aggiunto.

Le forze armate polacche hanno dichiarato di star verificando anche una possibile violazione del proprio spazio aereo da parte di un oggetto non identificato.

Un portavoce del Ministero della Difesa polacco ha successivamente dichiarato che i sistemi radar non hanno confermato l’attraversamento del confine con la Lituania da parte dell’oggetto , aggiungendo tuttavia che le autorità polacche restano in contatto con i funzionari lituani.

Ciò è stato confermato dai media lituani:

https://www.lrt.lt/en/news-in-english/19/3086051/drone-enters-lithuania-from-poland-debris-hits-a-car-on-rural-road

“Si ritiene, in via preliminare, che l’oggetto sia entrato nello spazio aereo lituano provenendo dalla Polonia. Ho già contattato il ministro della Difesa polacco e ho chiesto alla Polonia di partecipare alle indagini in modo da poter esaminare insieme questo incidente”, ha dichiarato ai giornalisti il ​​ministro della Difesa Robertas Kaunas.

È sconcertante che non se ne parli di più, né che ci siano più testate giornalistiche che se ne occupino.

Di seguito l’elenco degli avvisi di pericolo aereo:

Contea di Kaunas, Siauliai, Panevezys e Birzai, Lituania; Bauska, Aizkraukle e Ogre, tutti in Lettonia .

Ho mappato personalmente quei luoghi e la rotta di volo dalla Polonia sarebbe la seguente:

Sembrerebbe un mistero, tuttavia, che la Polonia non abbia lanciato allarmi più consistenti in tutte le sue regioni, comprese le zone vicino a Varsavia, se i droni provenissero effettivamente dall’Ucraina. Una spiegazione logica potrebbe essere che i droni siano stati lanciati dalla Polonia e/o dalla Lituania stesse, con la conoscenza e l’approvazione esplicita delle autorità o tramite qualche gruppo di sabotatori ucraini a cui è stato semplicemente permesso di operare “silenziosamente” in quelle zone.

Pochi giorni prima dell’attacco, il Primo Ministro estone Kristen Michal aveva auspicato con giubilo che le raffinerie russe venissero “ridotte in frantumi” e aveva insinuato che l’Estonia e la NATO avrebbero dovuto aiutare l’Ucraina a farlo, offrendole il loro pieno supporto:

Qualche mese prima, il ministro degli Esteri estone Margus Tsakhna aveva dichiarato al Financial Times che i “droni ucraini fuori controllo” “valgono il prezzo” da pagare per fermare la Russia, ammettendo che in sostanza all’Estonia non dispiace che i droni ucraini sorvolino il suo territorio:

https://www.ft.com/content/f487526b-9646-456b-bccb-001f31090919

“Naturalmente non siamo contenti di [questi incidenti]. Ma non stiamo dicendo all’Ucraina di smetterla. Questo sta colpendo la linfa vitale di Putin.”

Rileggete la dichiarazione del Ministro degli Esteri ucraino: si scusa apertamente per l’ingresso dei droni ucraini nello spazio aereo lituano , ma per qualche ragione non per quelli lettoni, estoni o polacchi. Possiamo supporre che ciò sia dovuto al fatto che almeno uno dei droni – come riportato in precedenza da Reuters – è effettivamente esploso o è stato distrutto sopra la Lituania, creando la prova più evidente del suo passaggio, mentre qualsiasi cosa possa aver sorvolato altri paesi potrebbe essere più facilmente negata. Questo è particolarmente vero considerando che è stata addotta la scusa delle “condizioni meteorologiche avverse”, proprio come l’ultima volta, il che permette a questi paesi di fingere che i loro aerei da combattimento non siano stati in grado di rilevare con precisione di che tipo di droni si trattasse, o dove esattamente siano andati, ecc.

Inoltre, si noti la scarsa capacità di pensiero critico e la mancanza di curiosità giornalistica dei media occidentali: ammettono nel loro stesso articolo che i droni provenivano dalla Polonia, eppure prendono per buona la parola del ministro degli Esteri ucraino, secondo cui la “guerra elettronica russa” ne sarebbe in qualche modo responsabile. Nessuno di loro si è chiesto come sia possibile che la guerra elettronica russa possa aver inviato droni ucraini dalla Polonia in Lituania, o cosa ci facessero in Polonia, in primo luogo? Naturalmente, conosciamo la risposta: è un argomento troppo “scomodo” da mettere in discussione per la narrativa imperialista, quindi ai burattinai pagati dalle multinazionali, travestiti da giornalisti, viene semplicemente detto di tacere.

Quale pensi sia la spiegazione?

Ciò che possiamo concludere sulla questione è che i paesi della NATO confinanti con l’Ucraina stanno chiaramente giocando a un gioco diplomatico di “patata bollente” per offuscare deliberatamente il loro probabile coinvolgimento negli attacchi contro la Russia. Facendo finta di niente e di non sapere nulla, possono continuare a scaricare la responsabilità, come hanno fatto con gli attacchi al Nord Stream – nonostante gli attentatori siano stati catturati e ora si sappia che lavoravano per l’Ucraina – in modo da prolungare la vicenda fino a quando l’interesse dei media non si spegnerà e nessuno farà più domande.

In realtà, sembra più evidente che mai che la Polonia e i Paesi baltici – e forse altri Paesi NATO vicini – stiano apertamente agevolando attacchi contro il territorio russo. E molto probabilmente lo fanno in modo semi-ovvio per provocare intenzionalmente la Russia, mantenendo al contempo una sufficiente possibilità di negazione plausibile per evitare qualsiasi responsabilità legale per il loro blocco. Mirano a provocare intenzionalmente la Russia affinché reagisca in modo da fornire un casus belli alla NATO e all’Europa per sollevare una solidarietà militare contro la Russia: è chiaro che le élite desiderano una guerra più ampia per salvare se stesse e il loro blocco, scaricando le colpe dei fallimenti europei su un comodo capro espiatorio.

Pertanto, possiamo concludere che una risposta militare diretta della Russia a questi paesi potrebbe non essere lontana, sebbene molto probabilmente Putin ignorerà le provocazioni il più a lungo possibile, poiché non vale la pena dare agli europei esattamente ciò che vogliono.

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Gli attacchi in sé non si sono rivelati particolarmente efficaci. Un terminal petrolifero di San Pietroburgo è stato colpito, e un serbatoio di stoccaggio ha subito danni minimi, come si è potuto constatare da un aereo di linea di passaggio.

Altri obiettivi sono stati raggiunti con risultati limitati, che hanno fornito poco più di un piccolo incremento giornaliero delle pubbliche relazioni.

Su un argomento correlato, proprio mentre l’Ucraina continua a lottare con i rallentamenti di Starlink, si sono verificati alcuni sviluppi interessanti.

Il giornalista ucraino Serhiy Flash ha rilasciato una nuova intervista all’Associated Press in merito alla questione:

https://apnews.com/article/ starlink-starshield-ukraine- russia-war-shahed-spacex- pentagon- 385eb944f6c34990bdf21f624416b8 20

Ma la cosa più interessante che ha detto è che l’avvento del nuovo sistema russo equivalente a Starlink, il sistema Rassvet o “Alba”, rappresenterà presto una catastrofe per l’Ucraina e per tutta l’Europa.

La rete satellitare russa Rassvet rappresenta la prossima grande sfida

“Per me, questo è il pericolo numero uno tra le sfide tecnologiche che la Russia ci pone in questo momento”, ha affermato. “E non solo per l’Ucraina, ma anche per l’Europa.”

Ha affermato di ritenere che la Russia stia già acquisendo la capacità di controllare via satellite e in tempo reale i droni Shahed, i droni da ricognizione e persino missili a basso costo come il Banderol e il Dan-M.

“Questa sarà davvero una grande catastrofe per tutti”, ha detto.

“Saranno in grado di attaccare l’intero Paese in tempo reale, e di farlo con grande precisione”, ha affermato Beskrestnov.

Conferma che la Russia dispone già di finestre temporali giornaliere per utilizzare il sistema Rassvet come analogo di Starlink. Ma, cosa ancora più significativa, ritiene che la Russia raggiungerà la copertura completa in soli sei mesi:

La Russia ha già delle finestre di copertura sull’Ucraina, ha affermato. Quando i suoi satelliti passano sopra la zona, forniscono una copertura temporanea per 30-40 minuti. Ha aggiunto di credere che una copertura completa potrebbe arrivare rapidamente, in circa sei mesi.

Beskrestnov ha affermato che l’Ucraina sta lavorando a contromisure, comprese le sanzioni. Ma il compito è arduo. Gli ingegneri russi hanno potuto testare i loro sistemi di disturbo su un sistema Starlink funzionante, mentre l’Ucraina deve costruire difese contro un sistema che non è ancora pienamente operativo.

Ora, a seguito della sua dichiarazione, l’esercito ucraino ha fatto una scoperta sconvolgente sul fronte la scorsa settimana. Un drone russo è stato abbattuto; sembrava già essere dotato di un’antenna Rassvet e probabilmente stava conducendo dei test controllati dai satelliti Rassvet.

L’antenna parabolica è stata fissata sul retro del drone Molniya, proprio come i droni ucraini hanno i sistemi Starlink posizionati sulla parte superiore della fusoliera e rivolti verso l’alto. Sul prototipo dell’antenna era visibile il logo dell’azienda Bureau 1440, produttrice del sistema Rassvet.

Quest’ultimo sviluppo rappresenta una grave notizia per l’Ucraina. Una volta che il sistema Dawn della Russia sarà pienamente operativo, rivoluzionerà la capacità della Russia di condurre una guerra di ogni tipo contro l’Ucraina. Non solo sarà in grado di controllare con precisione droni non disturbabili nelle zone più remote del territorio ucraino, sia per attacchi che per sorveglianza, ma le comunicazioni in prima linea diventeranno impeccabili, grazie a sistemi integrati di gestione del campo di battaglia incentrati sulla rete, in grado di fornire dati in tempo reale a tutte le unità come mai prima d’ora. Ciò garantirà loro una consapevolezza situazionale senza precedenti, aumentando notevolmente la loro efficacia contro le unità nemiche direttamente in prima linea.

Ribadisco che è importante sottolineare come un sistema del genere sia essenzialmente inattaccabile, almeno dall’Ucraina. Come afferma il realista Serhiy Flash, sarebbe un disastro totale per l’Ucraina, soprattutto se gli Stati Uniti dovessero in qualche modo continuare a limitare o ostacolare le capacità ucraine di Starlink/Starshield anche in futuro.

L’ultimo rapporto di Radio Liberty Europe afferma di aver trovato un “documento intercettato”, presumibilmente proveniente dal Ministero della Difesa russo, che descrive dettagliatamente una campagna prolungata volta a paralizzare le principali città ucraine riducendone la fornitura di energia elettrica fino al 90%, e illustra i metodi per realizzare tale obiettivo.

https://www.rferl.org/a/ ukraine-russia-energy-attacks- blueprint-exclusive/33872942. html

Questi mezzi comprendono i seguenti sistemi di stoccaggio:

Il documento ottenuto da Schemes individua quattro “obiettivi prioritari” della campagna: produzione e fornitura di energia elettrica, approvvigionamento idrico, sistemi fognari e riscaldamento.

Secondo le ultime notizie ucraine, la Russia avrebbe accumulato ben 17.000 droni Geran che saranno impiegati nella prossima campagna invernale per mettere in ginocchio l’Ucraina.

In conclusione, la Russia continuerà ad aumentare la pressione e i costi sull’Ucraina, introducendo al contempo le sue ultime innovazioni che sposteranno ulteriormente l’equilibrio militare a suo favore. Se l’Ucraina continuerà a essere ostacolata dagli Stati Uniti, le conseguenze per il prossimo anno non potranno che essere gravissime.

Zelensky ha dichiarato a Christopher Miller del Financial Times che, al momento, le restrizioni rimangono in vigore e, inoltre, afferma di averle testate inviando “veicoli” ucraini dotati di Starlink nel territorio dell’UE.

Collegamento

Viene spontaneo chiedersi se con “veicoli” intenda i droni che hanno recentemente sorvolato la Polonia e la Lituania.

In entrambi i casi, la pressione sull’Ucraina continuerà ad aumentare e la NATO sarà costretta ad intensificare proporzionalmente le provocazioni contro la Russia, come ultimo disperato tentativo di salvare il suo alleato.


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