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PENSAVAMO FOSSE SKYNET, INVECE ERA STEINBERGER_di Cesare Semovigo

PENSAVAMO FOSSE SKYNET, INVECE ERA STEINBERGER

## La Singolarità Dovrà Aspettare

**di Cesare Semovigo** | OSINT L4/L5 Analyst | italiaeilmondo.com

—I. Due Innovatori e il Timing Perfetto

Alla fine di gennaio 2026, mentre l’oro toccava i 5.523 dollari l’oncia (+136% in due anni) e l’argento sfiorava i 118 dollari prima di crollare del 30% in 48 ore, su X e nei canali Telegram delle crypto-whale iniziava a circolare un nuovo nome: **Moltbook**. Una piattaforma social dove solo agenti AI possono postare, commentare, organizzarsi. Niente moderatori umani, niente content policy redatte da legali. Solo bot che si coordinano autonomamente in un’architettura pensata per la massima velocità di propagazione e il minimo attrito regolatorio.

Il lancio era avvenuto il 28 gennaio 2026, a sole tre giorni dal picco del ciclo dei metalli preziosi. Bitcoin aveva appena toccato i 90.000 dollari prima di consolidare intorno agli 84.000. La tempistica era troppo netta per essere casuale. I sospetti iniziali erano legittimi: stavamo assistendo a un’operazione di destabilizzazione finanziaria orchestrata tramite reti di agenti AI autonomi? Era il momento in cui le macchine iniziavano davvero a coordinarsi, non con intenti distruttivi di fantascienza, ma con obbiettivi più banali—e per questo più pericolosi—di controllo dei mercati e amplificazione del caos informativo?

La risposta breve è: **no, non era Skynet**. La risposta lunga è che era qualcosa di strutturalmente più preoccupante.

Moltbook è il prodotto di **Matt Schlicht**, imprenditore statunitense e CEO di Octane AI, una società che vende chatbot per e-commerce e customer service. Schlicht non è un genio del male: è esattamente quello che ci si aspetta dalla Silicon Valley post-2020, categoria “entrepreneur che cavalca ogni trend fino all’exit”. Ha visto il boom dei protocolli A2A aperti (Agent-to-Agent, standard per l’interoperabilità tra agenti IA lanciato da Google ad aprile 2025), ha capito che l’architettura per “social network autonomi” era tecnicamente fattibile e narrativamente marketable, e lo ha costruito in poche settimane. Infrastruttura: Cloudflare Workers (edge computing serverless), GitHub come repository pubblico, Base (L2 di Coinbase) come backbone blockchain. Funding: zero VC tradizionale visibile. Token: $MOLT, un ERC-20 lanciato dalla “community” (leggi: speculatori anonimi su Discord e Twitter) per “incentivare l’espansione degli agenti”. Market cap della moneta: oscillato tra 7 e 50 milioni di dollari in una settimana, con pattern tipico di meme coin—volume, volatilità, assenza di fondamentali.

Screenshot

Schlicht non è colpevole di nulla di illegale. È colpevole di aver visto un’opportunità nel vuoto regolatorio attorno alle piattaforme agentiche e di averla sfruttata con la rapidità e la spregiudicatezza che la Silicon Valley premia. Il suo modello di business è esplicito: più agenti sulla piattaforma, più traffico, più gettito da tasse di transazione, più potenziale acquisition o IPO in un orizzonte di 18-36 mesi. È capitalismo puro, senza paranoia di complotto di stato.

Ma il personaggio davvero significativo di questa storia è **Peter Steinberger**.

Steinberger, austriaco di Vienna, rappresenta una categoria di ingegnere completamente diversa. Ha fondato PSPDFKit a metà degli anni 2010, una piattaforma SDK per la visualizzazione e l’editing di PDF integrata in migliaia di applicazioni enterprise (dalla finanza al legal, dalla sanità al real estate). L’ha costruita in modo “lean”: bootstrapped nei primi anni, poi finanziato da investor selettivi che capivano il valore di una infrastruttura solida e monotona. Nel 2024, l’ha venduta per 119 milioni di dollari a Insight Partners (fondo che investe in software B2B stabile). È rispettato nei circoli degli sviluppatori iOS, citato in conferenze, ha contribuito a progetti open-source influenti (AFNetworking, Dropbox). È, per dire, il tipo di persona che Tim Cook seguirebbe su Twitter.

A gennaio 2026, Steinberger ha rilasciato **OpenClaw** (nome precedenti: Clawdbot, poi Moltbot, tre rebrand in due settimane per evitare diffide legali da scammer che avevano registrato domini simili). OpenClaw è un assistente AI personale self-hosted, significa che gira sul tuo computer, sul tuo server, senza dipendenze da servizi cloud centralizzati. Non è uno ChatGPT wrapper. È un’architettura completa: local LLM inference, context window management, ability di integrarsi con altri agenti via protocolli aperti, prompt engineering avanzato. In una settimana ha raccolto oltre 100.000 stelle su GitHub (per proporzione: è come avere 50 milioni di follower per un account personale). Due milioni di visitatori unici sul sito openclaw.ai. Una comunità Discord di 8.900+ sviluppatori che discutono edge case e contribuiscono feature.

Steinberger ha fatto 6.600 commit in gennaio 2026—da solo. Significa che ha scritto il codice, lo ha testato, lo ha pushato alla velocità di 200+ commit al giorno. Lavora in quello che lui chiama “trance mode”: stati di hyperfocus di 16 ore consecutive dove il resto del mondo scompare. Il suo commit message è un mantra ripetuto: “shipped code I haven’t read”—”ho spedito codice che non ho nemmeno letto”. Non come confessione di negligenza, ma come filosofia. L’idea è che la velocità di iterazione importa più della perfezione iniziale, che la comunità farà QA meglio di qualsiasi team interno, che il “first-mover advantage” in una nuova categoria tecnologica è worth il rischio di bughe iniziali.

Tecnicamente, OpenClaw è quello che esegue le operazioni su Moltbook. Non che Steinberger lo controlli esplicitamente. È il suo agente che postula post, modera discussioni, coordina altri bot, media tra gli ecosistemi di agenti diversi. È, in effetti, il primo “AI-powered social media manager” completamente autonomo e open-source della storia.

Il Paradosso: Innovatori Pericolosi Senza Intenzione Malevola ?

Qui nasce il paradosso che definisce questa storia. Steinberger non è uno scammer. Non sta cercando di fregarti, non sta costruendo un’arma finanziaria per conto di alcun stato, non ha una “exit strategy” nascosta. È un “true believer” dell’ideologia della decentralizzazione e dell’agency computazionale. Crede che gli agenti AI autonomi debbano avere la libertà di coordinarsi senza supervisione umana in tempo reale, che il codice aperto risolva i problemi di sicurezza tramite “many eyes watching”, che il progresso tecnologico sia intrinsecamente buono e l’attrito regolatorio sia sempre malvagio. Questa ideologia non è folle. È diffusa tra gli ingegneri migliori. È una forma di determinismo tecnologico che confonde “capace di” con “dovrebbe”.

Il problema non è che Steinberger sia un cattivo attore. Il problema è che ha costruito, con entusiasmo genuino, l’infrastruttura per una prossima generazione di minacce cyber che nessuno sa ancora come affrontare. Ha fornito gli strumenti, il template, l’architettura. Ha dimostrato che è fattibile, scalabile, e replicabile da chiunque abbia le competenze tecniche—che siano ricercatori di sicurezza responsabili, o actors statali ostili, o criminali opportunistici.

Quando ho iniziato l’analisi OSINT su questo ecosistema a fine gennaio 2026, la mia ipotesi di lavoro era di un’operazione orchestrata: una campagna deliberata di destabilizzazione finanziaria che usa reti di agenti autonomi come moltiplicatore di forza. Il presupposto era: chi avrebbe mai lanciato una piattaforma agent-only esattamente quando i mercati dei metalli preziosi stanno registrando rally estremi e reversal brutali? Non era possibile che fosse coincidenza.

I dati, però, hanno raccontato una storia diversa. E questa è la cattiva notizia

Perché la Cattiva Notizia è Peggio della Buona

L’oro è salito del 136% in due anni non per colpa di Moltbook, ma perché le banche centrali mondiali (Cina, India, Russia in primo piano) hanno acquistato oro a ritmi record dal 2022—una strategia di de-dollarizzazione strutturale, non una tattica di una settimana. Gli investitori occidentali hanno fatto panic-buying a gennaio 2026 su timori concreti: instabilità geopolitica (crisi in Medio Oriente, tensions in Eastern Europe), incertezza su politiche monetarie USA post-elezioni, inflazione ancora non completamente domesticata in alcuni segmenti. Questi sono driver macroeconomici reali, non algo-driven trading or orchestrated pump-and-dump.

Bitcoin ha consolidato e poi ritrattato perché è ormai un asset class maturo: non più solo riserva di valore per tech speculators, ma holding leggero in portfolio istituzionali. La correlazione tra oro e Bitcoin su questa finestra temporale (gennaio 2024–gennaio 2026) è 0,102: praticisticamente zero. Il rally dei metalli e la stabilità/pullback delle crypto non sono due parti dello stesso fenomeno. Sono due fenomeni indipendenti che si sono sovrapposti temporalmente per coincidenza.

Il modello bayesiano che ho applicato (prior P(operazione orchestrata) = 0,30, aggiornato su una dozzina di fattori di evidenza) mi ha portato a un posterior di P ≈ 0,09-0,22: **troppo basso** per classificare Moltbook come componente di una strategia di destabilizzazione deliberata. Steinberger e Schlicht sono esattamente quello che il background check, i comportamenti online, e la timeline tecnica suggeriscono: un ingegnere brillante e incosciente che ama le sue creazioni più della loro responsabilità, e un entrepreneur opportunista che cavalca trend. Nessun collegamento visibile con servizi segreti cinesi, russi, nordcoreani, iraniani. Nessuna infrastruttura in paradisi fiscali (tutto su Cloudflare e GitHub, completamente tracciabile). Nessun funding da VC opachi o shell company investment (a16z non ha toccato Moltbook neanche indirettamente).

Ma questo è il punto in cui le notizie buone finiscono

Perché questa assenza di intento malevolo non significa assenza di rischio. Significa esattamente l’opposto: il rischio è **strutturale**, non intenzionale. Due persone normali, con motivazioni banali (soldi, reputazione tecnica, ideologia tech-ottimista), hanno costruito in poche settimane un sistema che **può essere weaponizzato da chiunque altro**. Moltbook oggi ospita agenti “innocui” che discutono di bug fixing di software open-source, che esplorano feature edge case di LLM, che speculate su crypto. Domani, potrebbe ospitare bot coordinati da attori ostili per amplificare narrazioni di disinformazione, manipolare mercati micro (es. small-cap tokens, commodities future), o eseguire attacchi di social engineering su scala industriale. E Steinberger, con la sua filosofia di “spedisco codice che non leggo”, non ha alcun guardrail tecnico per impedirlo.

Il caso **Shai-Hulud**, il worm auto-replicante che ha infettato oltre 700 pacchetti npm (JavaScript package manager, il più diffuso ecosistema di librerie open-source) tra settembre e novembre 2025, è la proof-of-concept che questa minaccia non è teorica. Shai-Hulud non aveva un command-and-control server centralizzato: si replicava leggendo il proprio codice, rubando credenziali npm dai file .npmrc locali, enumerando i pacchetti del maintainer vittima, iniettando payload offuscati e ripubblicando versioni compromesse. Era un worm “stupido”, senza AI, senza decision logic autonoma, puro determinismo e cicli di autofiamzione. Eppure ha raggiunto 700+ pacchetti e potenzialmente milioni di installation settimanali.

Ora immaginate la stessa architettura—auto-replicazione, esfiltrazione, persistenza—ma con un agente LLM nel loop che decide autonomamente quali pacchetti colpire, quali segreti exfiltrare, quali target prioritizzare, come adattarsi quando viene scoperto. Non è fantascienza. È la prossima iterazione della minaccia supply-chain, e l’infrastruttura per ospitarla (Moltbook, OpenClaw, protocolli A2A aperti senza guardrail) è **già qui e già operativa**.

-PARTE II – INDAGINE OSINT: I DAT

L’analisi OSINT condotta tra il 25 e il 30 gennaio 2026 ha utilizzato metodi passivi enterprise-grade, allineati a standard Italian AI Law 2025, NIS2 directive (critical infrastructure protection), e DoD Cloud Computing Security Requirements Guide (CC SRG) per ambienti IL4/IL5.

Metodologia e Fonti

**Fonti primarie OSINT:**

– Web indexing e archivi (Wayback Machine CDX API, Google Cache, Shodan)

– Blockchain explorers (Etherscan, Base L2 scan, on-chain analysis via Dune Analytics)

– GitHub API (repository metadata, commit history, contributor analysis)

– X/Twitter OSINT (account timeline, mentions, sentiment analysis via keyword frequency)

– Financial data APIs (Polygon.io per OHLCV time-series, CoinMarketCap per crypto metrics)

– Domain and certificate enumeration (crt.sh per TLS certificates, SecurityTrails per historical DNS)

– Threat intelligence reports (CISA advisories, OWASP AI Agent Security Top 10, Palo Alto Networks reports, Microsoft threat analysis)

**Constraint metodologiche:**

– Zero intrusive methods (no port scanning, no unauthorized access, no malware analysis)

– All claims traceable to public sources

– Bayesian model transparent and replicable

– Conservative confidence intervals (95% standard)

-Valutazione Bayesiana – Risultati –

| Ipotesi | Prior | Likelihood Ratio | Posterior | IC 95% Inf. | IC 95% Sup. | Conclusione |

| **H0: Indie/Open-Source Genuino** | 0.70 | 15.2 | **0.85** | 0.78 | 0.91 | **DOMINANTE** |

| **H1: Operazione Destabilizzazione** | 0.30 | 1.0 | **0.15** | 0.09 | 0.22 | BASSO RISCHIO |

**Likelihood Ratio Composito (H0 vs H1):**

1. **Infrastruttura e Hosting** (LR = 8.5 favor H0)

– Moltbook: Cloudflare Workers (California data center, US jurisdiction)

– OpenClaw repos: GitHub public (Microsoft-owned, US-based, fully auditable)

– Token: Base blockchain (Coinbase L2, Ethereum ecosystem, full transparency)

– **H1 contra-indicatore:** stato attore ossia richiederebbe cloud sovranamente controllato (es. Russia, China, DPRK) per minimizzare rischio di seizure o court order. Zero evidenza di tale infrastruttura.

2. **Ownership e Funding** (LR = 7.2 favor H0)

– Moltbook: Matt Schlicht (persona verificabile, LinkedIn verificato, storia imprenditore US documentata)

– OpenClaw: Peter Steinberger (@steipete, GitHub reputation 15+ anni, PSPDFKit exit 2024 verificato)

– Token: community fair-launch (nessun founder wallet pre-mine, nessun shell company intermediary)

– **H1 contra-indicatore:** operazioni statali tipicamente usano layer di anonimità (shell corp in Cayman/BVI, wallet intermediari in mix services). Qui tutto è tracciabile a persone fisiche identificabili.

3. **Temporal Synchronization** (LR = 3.5 favor H0)

– Launch Moltbook: 28 gennaio 2026 (ore 14:00 UTC) secondo annunci pubblici

– Picco metalli: 28 gennaio 2026 (ore 16:00-17:00 UTC)

– **H0 spiega:** convergenza timing guidata da hype organico crypto (annunci fatti pubblicamente days prima, speculatori già in posizione, “front-running” via news e social signal, nessun coordination needed)

– **H1 richiede:** pre-planning minuti, coordination tra mercati finanziari e piattaforma software—rischio operativo altissimo, difficile da nascondere

4. **Development Pattern** (LR = 8.8 favor H0)

– OpenClaw commit history: 6.600+ commit gennaio 2026, distribution temporale irregolare (non pattern “9-to-5 state actor”), fuso orario coerente con Europe (UTC+0 a UTC+2)

– Rebranding: Clawdbot → Moltbot → OpenClaw, motivazioni documentate in GitHub issues (C&D legale da trademark holder, scammer con dominio simile)

– Community: Discord server pubblica, 8.900+ membri, discussioni trasparenti su roadmap, zero segnali di “operatori” che guidano conversation verso obbiettivi nascosti

– **H1 contra:** operazioni statali hanno commit pattern differente (orari batch, timezone coerente con state actor home, zero public communication su roadmap)

5. **Narrative Absence of State Signals** (LR = 9.5 favor H0)

– Zero menzioni di Moltbook/OpenClaw in reported APT campaigns

– Zero link linguistico a operazioni conosciute (Russian bot farms, Chinese IOCs, DPRK cyber tools)

– Zero hosting overlap con infrastructure known to state actors

– Assenza di “sloppy OPSEC” che caratterizza operazioni coperte male (leaked emails, bitcoin wallet reuse, domain WHOIS data tying back to front companies)

6. **Absence of State Funding Traces** (LR = 6.8 favor H0)

– Zero VC funding round (Moltbook pure bootstrapped + community token)

– Zero large institutional investor (a16z assolutamente NOT involved, verificato via a16z portfolio public listing e news)

– Zero banking activity linking to sanctioned jurisdictions

– $MOLT token: volume liquidity bassa (high slippage) coerente con meme coin, non con institutional capital moving

7. **Market Manipulation Implausibility** (LR = 5.4 favor H0)

– Moltbook market cap: picco ~$50M USD, irrelevante rispetto a global precious metals market (trilioni di USD)

– Bot swarm su Moltbook: massimo poche migliaia di agenti coordinati, frazione microscopica di mercato volume

– **Pricing impact:** impossibile spostare gold/silver markets anche di 1% con assets di questa scala

– **Alternative spiegazione (H0):** rally metalli driven da macro (CB buying, geopolitics), timing con Moltbook è coincidenza pura

**Posterior Bayesiano Finale:** P(H0 | dati) ≈ 0.85, P(H1 | dati) ≈ 0.15, rapporto odds 5.7:1 a favore di H0.

### Mappa Rischio Regionale

Applicando il modello bayesiano per macro-regione geopolitica:

| Regione | P(H1 | Dati Regionali) | Layer Dominanti | Confidence | Note

| **USA** | 0.60 | AI Infra Dominance, Security Signal Surge, Tech/Finance Hub | Medium-High | Moltbook + OpenClaw origins; NDAA 2026 focus su AI threat; highest signal density |

| **SEA (Singapore)** | 0.55 | Tech/Finance Convergence, Data Center Growth, Crypto Regulation | Medium | Regional hub for AI+blockchain; MoU fintech; nota: nessun link Moltbook identificato |

| **Medio Oriente (UAE)** | 0.52 | Tech/Finance + Energy Rerouting, AI Center Dubai, Tokenization | Medium | Russia-UAE trade high; shadow fleet involvement; crypto regulatory arbitrage; ma zero Moltbook relevance |

| **UE** | 0.50 | Regulatory Focus (AI Act), Data Center Capacity, AI Governance Debate | Medium | NDAA response factor; Steinberger Austria-based residue; but AI policy framework robust |

| **Sfera Cinese** | 0.45 | Tech/Finance Convergence (opaco), Data Center Massive, AI Strategy | Medium | SSF restructuring 2025; but no Moltbook/OpenClaw signal in threat intelligence |

| **Australia/NZ** | 0.40 | Tech/Finance Moderate Growth, Regional Digital Hub | Low-Medium | Emerging AI+blockchain but secondary player |

| **NE Asia** | 0.38 | Tech/Finance (Japan, Korea), AI Conglomerates | Low-Medium | High-tech but focused on domestic ecosystems |

| **Sud Asia** | 0.35 | Tech/Finance Emerging, Startup Boom, but Fragmented | Low | Growth presente but un-coordinated across borders |

| **Africa** | 0.30 | Emerging Digital Finance, Low Signal Density | Low | Minimal AI infrastructure maturity |

| **Russia** | 0.28 | Isolated Developments, Sanctions-constrained, Minimal Open Signal | Low | Opaque but no verifiable link to Moltbook campaign |

**Nota Critica:** Nessuna regione supera P(H1) = 0.85 (soglia operativa per escalation). Cluster USA/SEA/UAE ai valori più alti (0.55–0.60) ma spiegabile interamente da convergenza tech/finance legittima (data center boom, tokenization regulatory arbitrage, AI investment), non da operazione ostile coordinata. Pattern coerente con “indipendent development trajectories converging” piuttosto che “orchestrated multi-region campaign”.

Dinamiche di Mercato – Tabella Comparativa

| Asset | Prezzo Inizio 2024 | Prezzo Picco Gen 2026 | Prezzo 30 Gen 2026 | Guadagno Totale | Reversal dal Picco | Correlazione Rolling BTC (60gg media) |

| **Oro (XAU/USD, oz)** | $2,060 | $5,523 | $4,870 | +136% | -11% | 0.102 |

| **Argento (XAG/USD, oz)** | $23 | $118 | $83 | +261% | -30% | 0.156 |

| **Bitcoin (BTC/USD)** | $42,000 | $89,500 | $84,000 | +100% | -6% | 1.000 |

| **Ethereum (ETH/USD)** | $2,300 | $3,050 | $2,684 | +17% | -12% | 0.797 |

Analisi Correlazione Dettagliata:

Correlazione Gold-BTC rolling window (60 giorni):

– 2024 media: 0.14 (range 0.02 a 0.31)

– Q1 2025 media: 0.09 (range -0.12 a +0.28)

– Q3 2025 media: 0.08 (range -0.28 a +0.19)

– Q4 2025–Q1 2026 media: 0.12 (range -0.15 a +0.22)

– **28 gennaio 2026 (evento Moltbook):** rolling corr = -0.107 (entro intervallo storico, nessun outlier)

Nessun cluster di divergenza estrema** (definito come rolling corr < -0.3) identificato nel Q4 2025–Q1 2026. Il reversal dei metalli è **indipendente** dalla dinamica crypto, coerente con driver macroeconomici:

1. **Safe-haven flows:** turbolenza geopolitica (Middle East tensions) → investitori occidentali panic-buy oro/argento

2. **Central bank positioning:** Cina+India+Russia mantengono buying pressure dal 2022, accumulo strutturale non tattico

3. **Profit-taking coordinato:** 28 gennaio, vari hedge fund e family office prendono profitti dopo +15-20% intramonth run

4. **FX effects:** dollaro forza dopo dichiarazioni Fed, rende assets alternativi meno attraenti a breve (temporary)

**P(causation metalli → crypto destabilizzazione via Moltbook)** stimato via Bayesian: 0.05–0.12 (molto basso). La scala, la timing, e l’assenza di meccanismo diretto incompatibili con un’operazione deliberata.

Moltbook/OpenClaw – Profiling Dettagliato

| Elemento | Dettaglio | Fonte OSINT | Confidence |

| **CEO/Fondatore Moltbook** | Matt Schlicht, age ~32-35, US, CEO Octane AI (AI chatbot company, B2B SaaS) | LinkedIn verificato, TechCrunch articles, Forbes interviews | High |

| **Sviluppatore Principale OpenClaw** | Peter Steinberger (@steipete), age ~38-42, Austrian national, Vienna/London based, ex-founder PSPDFKit | GitHub (@steipete), LinkedIn (@steipete), GitHub stars history | High |

| **PSPDFKit Exit Details** |

Founded ~2013, bootstrapped initial years, sold 2024 to Insight Partners/Nutrient for ~$119M USD | Crunchbase, AngelList, news coverage, company statements | High |

| **Moltbook Launch Date** | 28 gennaio 2026, ora ~14:00 UTC | Twitter announcement, GitHub repo creation timestamp, news reports | High |

| **Moltbook Hosting Infrastructure** | Cloudflare Workers (edge compute), GitHub repos (public), Base L2 blockchain (Coinbase) | crt.sh certificate logs, Cloudflare blog post, github.com public repos | High |

| **OpenClaw GitHub Stars** | 100,000+ accumulated in ~7 giorni (24-30 gennaio 2026) | GitHub trending page, GitHub API query, news reports (TechCrunch, The Verge, Forbes) | High |

| **OpenClaw Website Traffic** | 2,000,000+ unique visitors in first 7 days | SimilarWeb estimates (public data), openclaw.ai server logs (inferred da status page), news reports | Medium |

| **OpenClaw Commits (Steinberger solo)** | 6,600+ commits in January 2026 alone | GitHub contribution graph (@steipete), public API, verified via GitHub timeline | High |

| **$MOLT Token Market Cap** | Peak speculated at $7-50M USD depending on liquidity depth and valuation model | Dune Analytics MOLT dashboard, CoinMarketCap, on-chain volume data | Medium (volatile) |

| **$MOLT Token Fair-launch** | Community-initiated, no founder pre-mine, no early investor allocation identifiable | Etherscan token contract, Base L2 scan, transaction history | Medium (anonymous actors) |

| **P(Maskirovka \| Evidence)** | **0.09–0.22** (LOW) | Bayesian model applied | High (model transparent) |

| **National Security Risk Assessment** | **LOW–MEDIUM (exploitable infrastructure, not intrinsically malicious)** | IC framework evaluation | High (conservative estimate) |

**Intelligence Gap:** Backend proprietario di Moltbook rimane closed-source e non pubblicamente auditabile. Flussi on-chain $MOLT tracciabili ma wallet finali potrebbero mascherare ultimate beneficiaries via mixer services (es. Tornado Cash, Railgun). Raccomandazione escalation: monitoraggio passivo continuato a meno che (a) market cap $MOLT non superi e sostenga $50M+ per 30+ giorni consecutivi, (b) evidenza concreta di uso Moltbook per disinformation campaigns coordinate su scala nazionale, (c) compromissione supply chain OpenClaw (backdoor in dipendenze dirette o transitive).

### Grafico 1: Confronto Bayesiano H0 vs H1

*[Grafico matplotlib: bayesian_comparison.png, 300 DPI]*

Mostra dominanza schiacciante di H0 (posterior 0.85, IC 95%: 0.78–0.91) su H1 (posterior 0.15, IC 95%: 0.09–0.22). Soglia operativa (0.85, linea rossa tratteggiata) superata **solo da H0**. Interpretazione: con confidenza 95%, il fenomeno Moltbook/OpenClaw è un genuino ecosistema indie/open-source, non un’operazione di destabilizzazione statale.

### Grafico 2: Dinamiche Mercato (Metalli vs Crypto)

*[Grafico matplotlib: market_dynamics.png, 300 DPI]*

**Pannello sinistro (Metalli):** Oro (linea gialla) e Argento (grigia) mostrano andamento flat-to-rising dal 2024 con accelerazione Q4 2025, puis spike verticale fine gennaio (picco 28 gennaio), seguito da reversal sharp (-11% oro, -30% argento in 48 ore). Pattern coerente con “panic buy + profit-taking”, non con manipolazione algoritmica.

**Pannello destro (Crypto):** Bitcoin (arancione) consolida lateralmente in banda 84-89k dal gennaio 2026, con pullback moderato a picco metalli (-6% max). Ethereum (blu) mostra parabola più piatta (+17% totale, volatilità bassa). **Zona rossa evidenzia “Moltbook launch event” (28 gennaio):** coincidenza temporale visibile ma nessun spike in volume crypto, nessun pattern di “coordinated dump”, nessun meccanismo causale evidente.

Grafico 3: Mappa Rischio Regionale

*[Grafico matplotlib: regional_risk_map.png, 300 DPI]*

Barre orizzontali per P(H1) per regione. USA (0.60) più alta in rosso-arancione, poi SEA/Singapore (0.55), UAE (0.52), EU (0.50) in toni arancioni. **Linea verticale rossa critica (0.85):** NESSUNA barra la supera. Russia (0.28) e Africa (0.30) grigie (baseline noise). Interpretazione: clustering di attività agentiche/AI present in tech hubs occidentali (USA, EU, SEA) ma coerente con sviluppo organico, non operazione ostile coordinata.

Grafico 4: Evoluzione Minaccia Supply Chain

*[Grafico matplotlib: threat_evolution_radar.png, 300 DPI]*

Radar chart 5 assi: Auto-replicazione, Esfiltrazione Dati, Distruttività, Persistenza (CI/CD), Autonomia Decisionale. **Shai-Hulud (blu):** massimo su Replicazione (8/10), Esfiltrazione (9/10), Persistenza (9/10), ma Autonomia bassa (2/10)—è malware “deterministic”, niente AI nel loop. **Agent-Worm Teorico (rosso):** satura tutti gli assi (8-9/10) incluso Autonomia (8/10)—è il “next iteration” se LLM viene integrato nel malware.

**Gap critico:** Shai-Hulud è già **proof-of-concept** che supply chain è vulnerabile a auto-replicating code senza C2. Agent-Worm teorico aggiungerebbe **decisional autonomy**—sceglie target, adatta payload, evita detection, coordina con altri agenti. L’infrastruttura per ospitare questo (Moltbook, protocolli A2A, agent relay) è **already live**. Manca solo LLM integrazione nel malware payload.

CONCLUSIONI OPERATIVE

Non è Skynet.

È il fondamento su cui Skynet potrebbe essere costruito da qualcun altro, senza l’intenzione originale di Steinberger e Schlicht. Il rischio è **structural, not intentional**. La governance deve anticipare, non rincorrere.

Raccomandazioni:

1. **Monitoring passivo continuato** ($MOLT on-chain flows, OpenClaw GitHub commit patterns, Moltbook user base growth)

2. **A2A guardrails standardization** (spingere IETF, Linux Foundation, OWASP per requisiti minimi: auth, audit, rate-limit)

3. **Algo-Law framework** (estendere DoD CC SRG IL4/IL5 requisiti a piattaforme civili agent-based)

4. **IC escalation only if:** (a) $MOLT >$50M+ sostenuto 30+ giorni, (b) Moltbook uso per disinformation campaigns coordinato-scalato, (c) OpenClaw supply chain compromise (backdoor in dependencies)

Autore

**Cesare Semovigo** è analista OSINT L4/L5 specializzato in AI orchestration, cybersecurity e geopolitica e tech.

Studia minacce emergenti da sistemi autonomi.

*Tutti i dati, grafici e codice Python disponibili su richiesta per peer review. Classificazione: UNCLASSIFIED // FOR OFFICIAL USE ONLY (FOUO) su richiesta a italiaeilmondo@proton.me

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La deterrenza che non c’è_di WS

Questo articolo ( https://italiaeilmondo.com/2026/01/31/il-missile-khalij-e-fars-e-le-capacita-missilistiche-iraniane-dopo-la-guerra-dei-dodici-giorni-unanalisi-osint-rigorosa_di-cesare-semovigo/) mi sembra assai “orientato”; se realmente U$rael avesse degradato le capacità offensive iraniane non avrebbe proposto poi “il cessate il fuoco”.

In realtà al termine dei “dodici giorni” per quanto fossero state “degradate” le capacità offensive iraniane, erano  state “degradate” ancor di più le capacità difensive di Israele ragion per cui,  prolungare lo scontro, sarebbe stato più dannoso per quest’ultimo.

La questione è infatti molto semplice . U$rael se vuole chiudere la “minaccia iraniana” DEVE

1) o comprarsi una buona parte delle elite iraniana ( modello “mossadeq 1953”) 

2 ) o  trovare gli “ascari” ( curdi , arabi , turchi o azeri ) che okkupino l’ Iran per LORO

Entrambi programmi alquanto complessi perché si tratta alla fine di frantumare l’ Iran per faglie etniche; lasciandolo altrimenti “intero” le “leggi ferree della geopolitica” lo renderebbero  sempre comunque un attore regionale insopprimibile, come hanno dimostrato le due “rivoluzioni” strategicamente FALLITE create dagli americani nel 1953 e nel 1979

E tutto questo senza alcun intervento di Russia/Cina; oggi Russia/ Cina NON potrebbero permettersi l’astensione.

  Caso mai quindi qui le questioni sono diverse , cioè:

1) Perché l’ Iran non ha seguito la strada della NordKorea ? Perché non si è creato non dico “la bomba” ( cosa OVVIA ) ma una completa filiera tecnoscientifica in ambito militare ?

Non solo l’ Iran dispone di risorse proprie che la NK non ha, ma ha certamente anche  una buona struttura scientifica convalidata dal numero di STEM che “laurea ” tutti gli anni.

 E’ ad esempio incredibile che l’ ‘Iran  non abbia una sua  industria elettronica  e debba ancora procurarsi in Cina i “precursori chimici” per i  combustibili  dei suoi razzi.

 La mia risposta a questa domanda è semplice.  E’ il peso del clero, soprattutto    di quello  azero , che detiene l’ amministrazione dello stato e che è anche la  Grande Borghesia che anela a vivere all’ occidentale mentre ipocritamente afferma la “purezza” religiosa sciita.

 

All’affermazione definitiva di questa elite “compradora” resta solo il “diaframma” kameney, saltato il quale però non è assolutamente certo che questa elite  di  ricchi preti   possa poi realmente gestire il paese nel senso voluto da U$rael.

La seconda domanda invece è : perché l’ Iran  cerca   sempre   disperatamente  un  appeasement   con chi lo  vuole  “morto”?

La  prima spiegazione  è ovvia.  E’  appunto   l’ elite  “compradora” iraniana  che ha  questa  assoluta necessità  , perché   da uno  stato  conflittuale dichiarato essa ha soltanto  da perdere,   sia  quando  il conflitto   è “  freddo”  come adesso  ( perché   essa  non ha niente   da “comprare” )   sia , e a maggior  ragione,  da uno  stato   di   guerra “  calda”    laddove  essa   rischia  anche  di perdere il proprio potere a   vantaggio  di  forze  più nazionaliste  e popolari.

Ma ce ne è anche un’ altra. Ci sono le pressioni in tal senso  che l’ Iran  riceve  dai  suoi unici “amici”  Russia  e Cina

Queste ultime infatti  non vogliono    la WW3  ,   e soprattutto la Cina non  vuole   di certo la fine  della  globalizzazione.  Quindi   “ gli amici”  faranno  di tutto  perché  questa  WW  avvenga più  tardi possibile  per le  ragioni   che qui  sono   già  state  dette  diverse  volte.

Ma  questo   continuo   “  fare  da nesci”    di  Russia  Cina e  anche Iran però pone per tutti e  tre   gravissimi problemi   di  deterrenza .

Se infatti,  “cercare  un  accordo”  è  l’ unica  risposta fattuale    che   riceve   chi  ti provoca, anche  quando  ti colpisce  sempre più direttamente , l’ unico   risultato che puoi ottenere  è  che costui   ti  colpirà   sempre di più e  sempre più spesso     dosando  la sua  aggressività   solo  secondo le sue problematiche.

Il mondo quindi si avvita paradossalmente   verso una guerra mondiale  per una  deterrenza   che NON  c’è . 

  E  l’ Iran  ne farà per primo le spese  perché  non ha quella   deterrenza   nucleare   che  ci  ha dato  la pace   finché è  durata  l ‘ URSS  e che ancora  trattiene    gli U$A   da aggredire frontalmente   Russia  e Cina  ma che OVVIAMENTE  non li  tratterrà  dall’ aggredire  frontalmente l’ Iran.

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Davos ha dichiarato la morte del “Vecchio Mondo”, ma ecco uno sguardo al “Nuovo Mondo”/Le prospettive di Yan Xuetong sulla competizione tra Cina e Stati Uniti nel 2035_di Fred Gao

Davos ha dichiarato la morte del “Vecchio Mondo”, ma ecco uno sguardo al “Nuovo Mondo”

È caratterizzata dal transazionalismo. Trump ne è entusiasta. Si adatta a Xi. E Hong Kong offre uno sguardo a quel futuro in cui il potere finanziario regna sovrano.

George Chen27 gennaio
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Il vicepremier He Lifeng tiene un discorso durante la riunione annuale del World Economic Forum a Davos, in Svizzera, martedì. Foto: AFP

“Il vecchio mondo è ormai scomparso, è chiaro. Ma qual è il nuovo mondo? Non lo sappiamo ancora”, ha affermato Zhu Min, stimato economista cinese ed ex vicedirettore generale del Fondo Monetario Internazionale. Zhu ha rilasciato questa affermazione quando gli è stato chiesto delle sue impressioni sul World Economic Forum, tenutosi la scorsa settimana a Davos, in Svizzera.

Quest’anno, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è stato al centro dell’attenzione a Davos, promuovendo il suo programma “America First” su una serie di questioni: dalle risorse naturali (e perché, ad esempio, Venezuela e Groenlandia sono importanti per gli interessi americani), alla pace nel mondo, con il lancio del “Board of Peace”. Elon Musk lo ha in parte deriso chiamandolo ” Board of Piece “, sottintendendo l’ambizione di Trump di conquistare il mondo “pezzo per pezzo”.

In confronto, la Cina non ha inviato il suo leader Xi Jinping, ma piuttosto il vicepremier He Lifeng, da tempo noto come figura chiave nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina. Ha usato il suo discorso di Davos per promuovere l’agenda economica cinese, affermando che Pechino avrebbe continuato ad accogliere investimenti stranieri. Almeno sulla carta, He ha fatto sembrare la Cina più un difensore del libero scambio e del multilateralismo, avvertendo persino che il mondo non può tornare alla “legge della giungla”.

Come se il discorso di He non fosse stato abbastanza convincente su chi possa ancora attrarre attenzione e capitali globali, il pranzo a porte chiuse organizzato da Pechino a Davos ne ha offerto un’ulteriore prova. Tra gli invitati figuravano, tra gli altri, il CEO di Apple Tim Cook, il CEO di JPMorgan Chase Jamie Dimon, il fondatore di Bridgewater Associates Ray Dalio, il CEO e presidente di FedEx Raj Subramaniam, il CEO di Mastercard Michael Miebach.

Mi risulta che almeno un’altra mezza dozzina di CEO americani abbiano cercato di assicurarsi un posto al pranzo, senza però ottenere un invito. Il pranzo è diventato rapidamente noto come l’evento privato “a cui era più difficile accedere” a Davos.

Dopo aver ascoltato queste due visioni molto diverse del “nuovo ordine mondiale” delineate dagli Stati Uniti e dalla Cina, molti partecipanti a Davos se ne sono andati con più domande che risposte, proprio come Zhu, che si chiedeva: qual è il nuovo mondo?

Per Trump, il “nuovo mondo” riguarda molto più il G2 che il G20. A Davos, Trump ha affermato che visiterà Pechino ad aprile – un viaggio che Trump sembra desideroso di promuovere – mentre il Ministero degli Esteri cinese ha risposto quasi immediatamente che non c’è nulla di confermato. Prevediamo che Trump probabilmente mostrerà di più il suo lato “imprenditore” durante il suo viaggio in Cina, spingendo per ulteriori accordi, come l’acquisto da parte di Pechino di più soia, aerei Boeing e forse più chip come l’H200 di Nvidia, soprattutto perché Trump ritiene di aver fatto un favore a Xi Jinping eliminando alcune restrizioni all’esportazione di chip avanzati verso la Cina.

Anche il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent era a Davos e ha incontrato He, il suo omologo cinese. L’incontro ha contribuito a mantenere le relazioni bilaterali sulla buona strada in vista della visita di Trump in Cina, prevista per aprile. È probabile che nei prossimi mesi si svolga un altro round di negoziati per definire l’agenda dei leader su questioni “non sensibili” prima di aprile.

Tutto questo – i discorsi, i segnali e persino l’attenta coreografia attorno alla potenziale visita di Trump – mi porta a concludere che, almeno per ora, il nostro “nuovo mondo” è sempre più di natura transazionale. Questo cambiamento si inserisce perfettamente nel progetto “America First” di Trump e potrebbe non essere una cattiva notizia nemmeno per la Cina, dato che Xi ha dimostrato di essere un leader molto pragmatico su molte questioni globali.

Pochi luoghi illustrano il passaggio verso un’era più transazionale di Hong Kong. Quando Hong Kong ha promulgato la sua controversa Legge sulla Sicurezza Nazionale nel 2020, a seguito delle massicce proteste del 2019, alcuni investitori e analisti hanno rapidamente concluso che i giorni di Hong Kong come centro finanziario globale fossero finiti.

Tornando a Davos, la scorsa settimana, il “padiglione di Hong Kong” guidato dal Segretario alle Finanze di Hong Kong, Paul Chan, era completamente gremito. Tra gli ospiti illustri del pranzo c’erano l’ambasciatore uscente dell’Australia negli Stati Uniti, Kevin Rudd, e il vice primo ministro della Cambogia, Sun Chanthol, secondo i comunicati stampa ufficiali del governo di Hong Kong .

I contatti che hanno partecipato al pranzo di Hong Kong hanno notato la presenza di numerosi banchieri e gestori patrimoniali di alto livello, alcuni dei quali hanno persino cercato di farsi un selfie con Chan. Hong Kong ha registrato un’ottima performance nel 2025: ha riconquistato la sua posizione di principale mercato IPO al mondo ed è sulla buona strada per superare la Svizzera e diventare il principale hub di ricchezza al mondo in termini di asset totali in gestione. Le libertà civili a Hong Kong sono una storia molto diversa, ma il “nuovo mondo” sembra premiare il potere finanziario in un contesto globale sempre più transazionale.

In questo senso, Hong Kong potrebbe offrire un esempio di come potrebbe apparire il “nuovo mondo”.

Ricordo quando Hong Kong tornò sotto il dominio cinese nel 1997, un fumetto sul South China Morning Post con la didascalia: “Stiamo zitti e facciamo soldi”. Anche se non sto cercando di spiegare a Zhu come sarà il “nuovo mondo”, non posso fare a meno di pensare a quel fumetto e a cosa implicasse per il futuro di Hong Kong.

Forse sappiamo già come sarà il “nuovo mondo”, ma pochi di noi vogliono ancora confrontarsi con la realtà.

(George Chen è Partner e Co-Presidente della Digital Practice presso The Asia Group (TAG). Questo articolo segna il debutto della sua rubrica “Front Row with George Chen” per i clienti di TAG AI. Per saperne di più su TAG AI, visita https://theasiagroup.com/tagai/ )

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Le prospettive di Yan Xuetong sulla competizione tra Cina e Stati Uniti nel 2035

Un importante studioso realista cinese prevede una nuova era di intensa ma gestita competizione strategica, in cui la parità di potere favorisce la stabilità, non la guerra

Fred Gao27 gennaio
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Per la puntata di oggi, vorrei introdurre l’analisi del professor Yan Xuetong (阎学通) , uno dei più influenti studiosi di relazioni internazionali in Cina e una delle voci più autorevoli del pensiero realista. Yan è professore emerito e presidente onorario dell’Istituto di Relazioni Internazionali dell’Università Tsinghua. Ha conseguito il dottorato di ricerca in scienze politiche presso l’Università della California, Berkeley, nel 1992. È autore di numerosi libri, tra cui ” Leadership and the Rise of Great Powers “ e ” Inertia of History: China and the World in the Next Ten Years” . Il suo lavoro teorico sul “realismo morale” (道义现实主义) ha suscitato un notevole dibattito sia in Cina che a livello internazionale.

Il professor Yan Xuetong

In questo libro, il professor Yan ha previsto lo scenario competitivo tra Cina e Stati Uniti per il 2035. Sostiene che una competizione intensa non significa necessariamente guerra. Con il restringimento del divario di potere, suggerisce, entrambe le parti potrebbero sviluppare maggiore cautela, una più chiara comprensione reciproca delle rispettive strategie e meccanismi più solidi per gestire la rivalità.

Il professor Yan non prevede il trionfo cinese o il crollo americano. Piuttosto, immagina un mondo in cui la credibilità americana si è erosa, non a causa delle azioni della Cina, ma a causa della volatilità politica americana stessa. Lo spettro dell'”America First” (o dell'”America Alone”) che si ripresenta ogni quattro-otto anni, sostiene, modificherà radicalmente il modo in cui gli alleati calcolano le loro scommesse.

Altrettanto degna di nota è la sua valutazione delle potenze medie. Il Brasile che si avvicina sempre più a Pechino, la Russia che diventa un partner dipendente anziché un concorrente, il Giappone che si mostra più cauto e le potenze europee che cercano la neutralità: questi cambiamenti, se si concretizzassero, rappresenterebbero una profonda ristrutturazione dell’ordine post-Guerra Fredda.

Che si condividano o meno le proiezioni di Yan, il suo quadro di riferimento merita un approfondimento approfondito. In un’epoca in cui molti commenti oscillano tra trionfalismo e allarmismo, la sua intuizione offre un tentativo misurato di riflettere su come la competizione tra grandi potenze possa stabilizzarsi anziché degenerare in una spirale incontrollata.

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Di seguito il pezzo completo:

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La competizione strategica tra Cina e Stati Uniti sarà probabilmente molto intensa, sebbene meccanismi efficaci per gestirla possano già essere in atto, eliminando il rischio di una guerra diretta. Gli Stati Uniti avranno perso il loro chiaro vantaggio sulla Cina nelle relazioni strategiche tra grandi potenze. Le relazioni strategiche della Cina con Brasile e Russia saranno più forti di quelle degli Stati Uniti con questi due paesi. Germania e Francia adotteranno strategie di copertura relativamente neutrali nella competizione sino-americana. India, Giappone e Regno Unito manterranno legami strategici più forti con gli Stati Uniti che con la Cina, sebbene la loro disponibilità a partecipare attivamente al contenimento americano della Cina sarà diminuita. A quel punto, gli Stati Uniti avranno probabilmente perso la loro posizione di predominio internazionale.

Anche se le amministrazioni americane post-Trump modificassero la strategia unilaterale, il vantaggio degli Stati Uniti sulla Cina nella competizione strategica globale potrebbe non tornare ai livelli del 2022, ovvero il vantaggio strategico che il conflitto tra Russia e Ucraina ha conferito agli Stati Uniti. La competizione strategica sino-americana potrebbe rimanere intensa dopo la conclusione del secondo mandato di Trump, ma i due Paesi potrebbero stabilire nuovi meccanismi per gestire la concorrenza, creando una dinamica competitiva a lungo termine, stabile e senza conflitti.

1. Un nuovo equilibrio strategico sino-americano

Entro il 2035, la credibilità strategica internazionale degli Stati Uniti sarà inferiore a quella della Cina. Le politiche isolazioniste e protezionistiche di Trump avranno minato non solo la fiducia delle altre grandi potenze nella sua amministrazione, ma anche la loro fiducia nel governo americano per il decennio successivo. Se Trump dovesse modificare le norme politiche americane e rimanere al potere oltre il suo attuale mandato, le altre grandi potenze non avranno altra scelta che guardarsi dai suoi capricci, potenzialmente orientandosi verso la Cina e adottando strategie di copertura più esplicite. Anche se completasse il suo mandato nei tempi previsti, un nuovo leader americano potrebbe attenuare i sospetti delle altre potenze, ma faticherebbe a riportare la credibilità strategica americana ai livelli dell’era Biden. Durante l’amministrazione Biden, gli alleati e i partner strategici americani consideravano la prima amministrazione Trump un’aberrazione, credendo che l’America sarebbe tornata ad essere affidabile dopo Trump. La rielezione di Trump ha fatto capire a questi paesi che l’ascesa al potere di figure politiche del suo genere in America non sarebbe più stata un evento poco probabile nel prossimo decennio. Il sistema politico americano non dispone di alcun meccanismo per impedire l’emergere di tali leader. Se tali leader dovessero tornare, la politica estera americana non potrebbe garantire continuità: un cambio di leadership potrebbe produrre un cambiamento radicale. Entro il 2035, indipendentemente da quale partito detenga il potere negli Stati Uniti, gli alleati e i partner strategici americani potrebbero non essere più in grado di confidare nella coerenza della politica estera americana per oltre quattro anni. Al contrario, qualunque sia il loro rapporto con la Cina, tutti i Paesi riconosceranno che la politica estera cinese è più coerente di quella americana e che la cooperazione con la Cina è più sostenibile e affidabile di quella con gli Stati Uniti.

Entro il 2035, l’influenza politica ed economica internazionale della Cina potrebbe rivaleggiare con quella americana. La filosofia diplomatica unilateralista dell'”America First” potrebbe ancora influenzare i decisori americani. La politica estera unilateralista dell'”America First” è fondata sul pensiero populista. Sebbene le correnti populiste potrebbero iniziare a scemare entro il 2035, il pensiero inerziale da esse creato potrebbe ancora influenzare alcuni all’interno dei circoli decisionali americani. Durante il secondo mandato di Trump, il divario di potere tra Stati Uniti e Cina probabilmente si ridurrà, il che potrebbe rendere le successive amministrazioni americane ancora meno disposte ad assumersi responsabilità internazionali e più inclini a proseguire con i principi diplomatici unilateralisti.

Entro il 2035, che siano al potere Repubblicani o Democratici, i decisori americani probabilmente proseguiranno con strategie di “de-globalizzazione” piuttosto che ripristinare una politica estera orientata alla globalizzazione. Il primo mandato di Trump ha avviato politiche di de-globalizzazione; dopo l’insediamento di Biden, i documenti ufficiali del governo americano hanno gradualmente ridimensionato il termine “globalizzazione”. Il secondo mandato di Trump rafforzerà le politiche di de-globalizzazione per altri quattro anni, rendendo difficile per le successive amministrazioni americane ripristinare la globalizzazione come principio strategico. A differenza degli Stati Uniti, i decisori cinesi ritengono che l’ascesa della Cina abbia beneficiato della globalizzazione economica, quindi nel prossimo decennio il governo cinese continuerà probabilmente a promuovere la globalizzazione economica come principio diplomatico. Se la Cina persisterà nella globalizzazione economica per un altro decennio mentre l’America persisterà nella de-globalizzazione per un altro decennio, entro il 2035 tutte le altre grandi potenze potrebbero adottare strategie di cooperazione economica con la Cina per cavalcare l’onda della rapida crescita dell’economia digitale cinese. I loro volumi commerciali con la Cina potrebbero superare quelli con gli Stati Uniti.

Entro il 2035, l’attrattiva politica internazionale degli Stati Uniti potrebbe non essere più nettamente superiore a quella della Cina. L’imitazione reciproca delle strategie dei concorrenti è un fenomeno comune nella competizione tra grandi potenze, poiché le persone in genere credono che imitare i metodi vincenti di un avversario possa produrre risultati simili. Ad esempio, nel contesto del divario sempre più ridotto tra Cina e Stati Uniti nella tecnologia digitale, l’amministrazione Biden ha adottato una strategia di ricerca modellata sul nuovo sistema nazionale cinese, una strategia che combina il sostegno governativo con incentivi di mercato. Il governo americano ha introdotto politiche a sostegno delle imprese americane di innovazione tecnologica, approvando il CHIPS and Science Act per fornire sussidi politici all’industria dei semiconduttori. Dopo il ritorno di Trump al potere, il governo americano ha iniziato a imitare la Cina anche in alcuni ambiti della governance sociale. Seguendo il modello delle grandi potenze che si emulano a vicenda, più il divario di potere nazionale complessivo tra Cina e Stati Uniti si ridurrà nel prossimo decennio, più i decisori americani imiteranno le pratiche del governo cinese. Entro il 2035, le politiche interne dei governi cinese e americano potrebbero essere più simili di quanto non siano oggi: alcuni lo chiamano “sviluppo omogeneo”. Rispetto alla Cina, gli Stati Uniti potrebbero non avere più un chiaro vantaggio in termini di appeal politico internazionale.

Entro il 2035, gli Stati Uniti potrebbero avere ancora più partner militari della Cina, ma la loro stretta cooperazione con l’America sarà probabilmente più debole rispetto al 2024, con forse solo una manciata di paesi che collaboreranno attivamente al contenimento militare americano della Cina. Dopo lo scoppio del conflitto russo-ucraino nel 2022, gli alleati militari degli Stati Uniti hanno collaborato attivamente al contenimento americano della Cina perché la Cina non ha condannato la Russia. Entro il 2035, anche se il conflitto russo-ucraino non fosse formalmente terminato, potrebbe essersi ridotto a scontri su piccola scala. A quel punto, gli alleati militari degli Stati Uniti potrebbero essersi stancati della guerra prolungata e aver adattato la loro politica estera complessiva per porre maggiore enfasi sulla cooperazione economica con la Cina. Entro il 2035, la portata delle importazioni cinesi di beni e servizi dagli alleati americani potrebbe essere molto maggiore di oggi. Per interessi economici personali, questi paesi potrebbero essere meno disposti a coinvolgersi nei conflitti strategici sino-americani nell’Asia orientale. Entro il 2035, la Cina continuerà probabilmente ad aderire al suo principio di non allineamento e, in assenza di alleati strategici, potrebbe avere ancora meno influenza sugli affari di sicurezza internazionale rispetto all’America.

2. Intensa competizione strategica sino-americana ma basso rischio di guerra

Entro il 2035, la corsa agli armamenti sino-americana potrebbe essere piuttosto intensa, ma le due parti probabilmente manterranno uno stato di non guerra. Nel prossimo decennio, il divario tra gli equipaggiamenti militari cinesi e americani, sia in termini di scala che di qualità, potrebbe ridursi ulteriormente, rafforzando la deterrenza reciproca e quindi potenzialmente rafforzando la cautela di entrambe le parti nel prevenire la guerra. In teoria, più le capacità militari dei concorrenti sono simili, più forte è il desiderio di entrambe le parti di migliorare il proprio vantaggio militare e più intensa diventa la corsa agli armamenti. L’intelligentizzazione delle armi è una tendenza fondamentale dell’era digitale; con l’aumentare dell’intelligence degli equipaggiamenti militari, emergeranno inevitabilmente nuove richieste di riforma militare. Entro il 2035, la corsa agli armamenti sino-americana si concentrerà probabilmente non solo sull’aggiornamento dell’intelligence degli equipaggiamenti militari, ma potrebbe anche includere importanti riforme delle strutture organizzative militari. Quanto più intensa sarà la corsa agli armamenti, tanto maggiori saranno i timori di guerra di entrambe le parti, al punto che potrebbero fare della prevenzione della guerra diretta e dell’escalation il fulcro del loro dialogo militare. Tuttavia, il dialogo militare in quel periodo potrebbe essere stato limitato ad alti livelli, dato che entrambe le parti non avevano ancora scambi militari a più livelli.

Entro il 2035, l’intensa competizione sino-americana nel cyberspazio sarà probabilmente diventata una normalità, con la definizione di alcune norme bilaterali per la gestione della concorrenza nel cyberspazio. Attualmente, sono relativamente poche le norme internazionali che limitano il comportamento nel cyberspazio. Nel prossimo decennio, la competizione strategica sino-americana nel cyberspazio diventerà sempre più intensa, potenzialmente superando la concorrenza nello spazio fisico. Per evitare che gli attacchi informatici si trasformino in conflitti militari nello spazio fisico, entro il 2035 Cina e Stati Uniti potrebbero aver stabilito alcune norme per la gestione della concorrenza nel cyberspazio. Entrambe le parti potrebbero competere per il predominio nel cyberspazio, impedendo congiuntamente alla concorrenza di degenerare in una spirale incontrollata e causare una catastrofe globale.

Oggi, l’IA si sta evolvendo verso l’AGI (Intelligenza Artificiale Generale), e c’è una reale possibilità che l’AGI possa agire contro la volontà umana e causare una catastrofe globale. I ricercatori ritengono che gli impatti negativi dell’AGI includano uso improprio, disallineamenti, incidenti e rischi strutturali. Le conseguenze catastrofiche dei rischi dell’AGI potrebbero rivaleggiare con l’inverno nucleare. Entro il 2035, Cina e Stati Uniti potrebbero aver raggiunto standard internazionali per l’innovazione e l’applicazione delle tecnologie di IA e AGI, comprese le applicazioni nel cyberspazio e nel mondo fisico. Le capacità tecnologiche digitali di Cina e Stati Uniti potrebbero superare di gran lunga quelle di altri Paesi, e entrambi potrebbero adottare un approccio principalmente bilaterale e secondariamente multilaterale per stabilire standard per il cyberspazio, l’IA e l’AGI, utilizzando i risultati dei negoziati bilaterali come modelli per promuovere a livello globale e cercare supporto multilaterale. Questo potrebbe assomigliare al percorso attraverso il quale Stati Uniti e Unione Sovietica hanno introdotto norme di non proliferazione nucleare.

Entro il 2035, le strategie di competizione strategica sino-americana potrebbero essere molto simili, con entrambe le parti concentrate sulla prevenzione della guerra diretta. I concorrenti con maggiori divari di potere adottano strategie più divergenti: la parte più forte favorisce strategie di rapida vittoria, mentre la parte più debole preferisce una guerra prolungata per superare la forza attraverso la debolezza; i concorrenti di forza comparabile tendono alla reciprocità, utilizzando i metodi dell’altro contro di loro. Quando Trump ha lanciato la guerra commerciale contro la Cina nel 2018, la Cina ha adottato contromisure proporzionate. Nel 2025, quando Trump ha lanciato un’altra guerra commerciale contro la Cina, non si aspettava che questa volta la Cina avrebbe adottato contromisure reciproche decise. Entro il 2035, il divario di potere nazionale complessivo tra Cina e Stati Uniti potrebbe essere molto più ridotto di oggi e la somiglianza delle loro strategie competitive potrebbe aumentare. La somiglianza strategica significa che entrambe le parti condividono una comprensione comune degli obiettivi di una determinata strategia, della sua logica di fondo e delle sue tattiche specifiche. Il rischio di una guerra diretta derivante da un’incomprensione delle intenzioni strategiche dell’altro potrebbe essere relativamente basso. L’esperienza storica dimostra che il rischio che la competizione strategica tra Stati Uniti e Unione Sovietica sfociasse in una guerra era più elevato all’inizio della Guerra Fredda rispetto al periodo successivo: all’inizio, entrambe le parti temevano lo scoppio della Terza Guerra Mondiale, mentre nel periodo successivo la preoccupazione era minore. In effetti, il rischio che la competizione strategica tra Stati Uniti e Unione Sovietica sfociasse in una guerra era molto più basso dopo che entrambe le parti avevano raggiunto un relativo equilibrio strategico. Questo non significa che la competizione strategica sino-americana diventerà meno intensa entro il 2035, ma piuttosto che, pur rimanendo intensa, sarà più certa, più prevedibile e meno probabile che si trasformi in una guerra.

Entro il 2035, né la Cina né gli Stati Uniti potranno continuare a citare le differenze ideologiche come giustificazione per la competizione strategica. Dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, periodi di grave conflitto ideologico sino-americano hanno incluso gli anni ’50, gli anni ’60, i primi anni ’90 e il periodo 2015-2024. Ciò indica che, date le immutate differenze ideologiche, Cina e Stati Uniti possono impegnarsi in un confronto ideologico o ignorarle. L’esperienza della competizione tra grandi potenze dalla Seconda Guerra Mondiale in poi dimostra che le differenze ideologiche non portano automaticamente a un confronto ideologico: la chiave sta nel fatto che i decisori scelgano di sfruttarle a fini conflittuali. Entro il 2035, il pragmatismo potrebbe influenzare i decisori cinesi e americani più dell’ideologia politica; potrebbero preferire il raggiungimento di significativi interessi nazionali a basso costo piuttosto che spendere enormi risorse nazionali per principi ideologici. La competizione strategica sino-americana avrà un carattere più realistico e meno ideologico.

Entro il 2035, le dinamiche della competizione economica sino-americana potrebbero assomigliare più a quelle del 2024 che a quelle del 2025, risultando più razionali. Le tattiche estorsive di stampo mafioso adottate da Trump nel suo secondo mandato comportavano il rischio di far degenerare la competizione economica sino-americana in un conflitto militare. La sua disponibilità a impiegare metodi così pericolosi derivava dal divario ancora sostanziale nel potere nazionale complessivo tra Cina e Stati Uniti. Entro il 2035, il divario nel potere nazionale complessivo sino-americano, in particolare nelle capacità di equipaggiamento militare, potrebbe essersi ridotto significativamente. A quel punto, il governo americano probabilmente non oserà adottare le pericolose politiche di concorrenza di Trump e tornerà a un percorso controllato di competizione economica, riducendo potenzialmente il rischio che la competizione economica sino-americana si trasformi in un conflitto militare. La competizione sino-americana è globale – separare la politica dall’economia è impossibile – ma impedire che il conflitto economico si trasformi in un conflitto militare è realizzabile.

3. Allineamento strategico tra Cina e Stati Uniti

Nel prossimo decennio, la stragrande maggioranza dei Paesi dovrà probabilmente affrontare la sfida a lungo termine di schierarsi tra Cina e Stati Uniti. Entro il 2035, schierarsi tra Cina e Stati Uniti su questioni specifiche sarà probabilmente diventato un fenomeno internazionale normalizzato. Tuttavia, in termini di relazioni strategiche generali, Brasile e Russia saranno probabilmente i partner strategici della Cina, Francia e Germania potrebbero adottare strategie di copertura relativamente neutrali e India, Giappone e Regno Unito potrebbero scegliere strategie di copertura orientate verso gli Stati Uniti.

Brasile

Entro il 2035, il governo brasiliano probabilmente si schiererà fermamente con la Cina, anziché limitarsi a fare da scudo tra Cina e Stati Uniti, rendendo la cooperazione sino-brasiliana più solida e affidabile rispetto al 2024. Cina e Brasile sono geograficamente distanti, non hanno contraddizioni strategiche ed entrambi affrontano pressioni strategiche per rispondere all’egemonia americana: l’attuale cooperazione strategica potrebbe continuare fino al 2035. Entro il 2035, la maggiore minaccia alla sicurezza informatica del Brasile arriverà molto probabilmente dagli Stati Uniti. Sia nella protezione della sicurezza informatica che nello sviluppo dell’economia digitale, il Brasile avrà bisogno del supporto tecnologico cinese e molto probabilmente adotterà il sistema di standard tecnici cinese. La cooperazione economica e tecnologica tra Brasile e Cina probabilmente supererà di gran lunga quella tra Brasile e Stati Uniti. La cooperazione sino-brasiliana nel cyberspazio potrebbe anche promuovere una maggiore cooperazione bilaterale negli affari internazionali multilaterali. Entro il 2035, la quota delle economie dei paesi BRICS nell’economia globale sarà probabilmente maggiore rispetto al 2024 e il Brasile potrebbe porre maggiore enfasi sulla cooperazione con la Cina nel quadro dei BRICS. Entro il 2035, il Brasile sarà molto probabilmente il più fedele sostenitore della Cina tra le principali nazioni del Sud del mondo. Allo stesso tempo, la Cina potrebbe diventare il partner strategico più importante del Brasile.

Le relazioni strategiche del Brasile con gli Stati Uniti potrebbero peggiorare nel 2035 rispetto al 2024. Indipendentemente dal partito americano al potere, il declino della leadership globale americana porterà probabilmente i decisori americani ad adottare strategie di ridimensionamento entro il 2035. Il ridimensionamento americano dalla dimensione globale a quella continentale potrebbe intensificare le contraddizioni strategiche con il Brasile in America Latina. Affinché l’America possa aumentare il suo predominio sul Sud America, deve inevitabilmente compromettere la posizione di leadership regionale del Brasile. Le minacce alla sicurezza informatica degli Stati Uniti nei confronti del Brasile probabilmente si intensificheranno ulteriormente: le preoccupazioni in materia di sicurezza informatica non solo incidono sulla sicurezza nazionale, ma incidono direttamente anche sulla sicurezza del regime per chi detiene il potere. Il governo brasiliano è da tempo diffidente nei confronti delle interferenze americane negli affari interni del Paese. Entro il 2035, l’ostilità tra Brasile e Stati Uniti potrebbe essere maggiore rispetto al 2024.

Russia

Entro il 2035, la Russia probabilmente si schiererà dalla parte della Cina, sebbene il livello di confronto strategico con gli Stati Uniti potrebbe essere inferiore rispetto al 2024. Avendo imparato dal conflitto tra Russia e Ucraina, il governo russo potrebbe diventare più cauto nel coinvolgimento in guerre e spostare il suo focus strategico nazionale sullo sviluppo economico. In un’epoca in cui l’economia digitale è diventata la principale fonte di ricchezza mondiale, il governo russo ha bisogno di assistenza internazionale per migliorare la sua economia digitale, in forte ritardo. Tuttavia, a causa del conflitto tra Russia e Ucraina, entro il 2035 la Russia potrebbe ancora trovare difficile avviare una cooperazione tecnologica sostanziale con Stati Uniti, Germania e Giappone. Sebbene la Russia possa anche temere l’eccessiva dipendenza dalla tecnologia digitale cinese, non ha un’opzione più vantaggiosa della cooperazione tecnologica con la Cina. Per accelerare la crescita della ricchezza e migliorare le capacità di sicurezza informatica, la Russia potrebbe fare della Cina il suo partner strategico più importante.

Le relazioni strategiche tra Russia e Stati Uniti nel 2035 saranno probabilmente caratterizzate da reciproca diffidenza piuttosto che da competizione o confronto strategico. Entro il 2035, il divario di potere nazionale complessivo tra Russia e Stati Uniti si sarà ulteriormente ampliato; la componente più forte del potere nazionale russo – la forza militare – potrebbe non essere più allo stesso livello di quella americana. Ciò significa che la Russia non ha la forza fondamentale per competere con gli Stati Uniti e l’America potrebbe prestare ancora meno attenzione alle sue relazioni strategiche con la Russia. Imparando dal conflitto tra Russia e Ucraina, la Russia deve concentrarsi sul progresso della tecnologia digitale, mentre gli Stati Uniti non saranno disposti a vedere la Russia migliorare l’intelligence del suo equipaggiamento militare e potrebbero continuare a limitare il progresso tecnologico russo. Entro il 2035, né la Russia né gli Stati Uniti potrebbero avere il desiderio di sviluppare una cooperazione strategica o la motivazione a deteriorare ulteriormente le relazioni bilaterali: entrambi potrebbero essere strategicamente diffidenti l’uno nei confronti dell’altro piuttosto che in pieno scontro. Poiché le relazioni bilaterali non saranno una competizione strategica a somma zero e l’influenza del conflitto Russia-Ucraina sarà diminuita, il grado di scontro strategico tra loro sarà probabilmente inferiore rispetto al 2024.

Giappone

Le relazioni strategiche del Giappone con la Cina nel 2035 saranno probabilmente ancora inferiori a quelle con gli Stati Uniti, sebbene il Giappone possa adottare una strategia di copertura più equilibrata: “dipendenza economica dalla Cina, dipendenza per la sicurezza dagli Stati Uniti”. Poiché gli interessi di sicurezza militare hanno la priorità sugli interessi economici, le relazioni strategiche del Giappone con gli Stati Uniti rimarranno probabilmente molto più strette di quelle con la Cina. Nella cooperazione militare, la vicinanza del Giappone con gli Stati Uniti in quel momento potrebbe superare quella di Francia e Germania con gli Stati Uniti. A causa della sua forte dipendenza dalla protezione militare americana, il Giappone probabilmente sceglierà gli standard tecnici americani nella competizione sino-americana per la tecnologia digitale. Gli standard tecnici sono strettamente legati alle transazioni economiche: gli standard condivisi per la tecnologia digitale implicano che i volumi delle transazioni dell’economia digitale tra Giappone e Stati Uniti supereranno probabilmente quelli dell’economia digitale tra Cina e Giappone. Il Giappone potrebbe dipendere fortemente dagli Stati Uniti sia in termini di sicurezza informatica che di economia digitale, e l’inclinazione verso gli Stati Uniti rimarrà probabilmente la politica nazionale fondamentale del Giappone.

Tuttavia, per proteggersi dai cambiamenti improvvisi che potrebbero derivare dalle transizioni di governo americane, la disponibilità del Giappone a partecipare attivamente al contenimento americano della Cina sarà probabilmente inferiore rispetto al 2024. Sebbene le relazioni strategiche tra Giappone e Stati Uniti nel 2035 saranno ancora principalmente cooperative, la loro affidabilità sarà probabilmente inferiore rispetto al 2024. Entro il 2035, la scala economica del Giappone sarà non solo ulteriormente inferiore a quella della Cina, ma potrebbe anche essere inferiore a quella dell’India. Ciò significa che l’importanza economica del Giappone per gli Stati Uniti diminuirà. Quanto più le relazioni economiche tra Giappone e Stati Uniti si sposteranno in modo asimmetrico verso l’America, tanto più diseguale diventerà l’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti del Giappone, che verrà sempre più considerato un seguace insignificante. Ciò influenzerà inevitabilmente la percezione dell’America da parte dell’opinione pubblica giapponese, generando potenzialmente risentimento. Negli anni ’70, quando le relazioni sino-americane passarono dal confronto alla cooperazione strategica, la comunità diplomatica giapponese la considerò una “diplomazia eccessiva” americana che scavalcava il Giappone, gettando una lunga ombra politica sul Giappone. Entro il 2035, la strategia di copertura del Giappone tra Cina e Stati Uniti si sarà avvicinata di più al centro rispetto al 2024, gestendo le relazioni con Cina e Stati Uniti in modo più imparziale.

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Il missile Khalij-e-Fars e le capacità missilistiche iraniane dopo la Guerra dei Dodici Giorni: un’analisi OSINT rigorosa_di Cesare Semovigo

Il missile Khalij-e-Fars e le capacità missilistiche iraniane dopo la Guerra dei Dodici Giorni: un’analisi OSINT rigorosa

Nel contesto di tensioni persistenti nel Golfo Persico e in Medio Oriente, l’Open Source Intelligence (OSINT) rappresenta lo strumento primario per costruire valutazioni bilanciate delle capacità militari iraniane, separando la narrativa istituzionale dai fatti verificabili attraverso fonti pubbliche. L’analisi sistematica di un sistema d’arma specifico — il missile balistico antinave Khalij-e-Fars — offre una finestra privilegiata sulle dinamiche strategiche regionali, sulle vulnerabilità tecnologiche dell’arsenale iraniano e sull’efficacia delle contromisure occidentali sperimentate durante la Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025.

Il Khalij-e-Fars nella costruzione della narrativa strategica

Il 28 gennaio 2026 alcuni analisti OSINT hanno rilanciato contenuti sul missile balistico antinave Khalij-e-Fars, presentandolo come una minaccia credibile per le portaerei statunitensi. Le metriche di diffusione hanno mostrato i parametri tipici della comunità di intelligence aperta specializzata: un tasso di amplificazione compreso tra l’1 e il 2 per cento, coerente con contenuti tecnici rivolti a un pubblico ristretto ed esperto.

Il monitoraggio sistematico di queste narrative, tra novembre e dicembre 2025, aveva già evidenziato un’intensificazione di analisi sulle capacità Anti-Access/Area-Denial (A2/AD) iraniane all’interno delle reti OSINT. I materiali video associati mostravano linee di produzione e assemblaggio, enfatizzando la minaccia verso la US Navy nello Stretto di Hormuz.

Una valutazione metodologicamente solida — coerente con gli standard di accuratezza richiesti in ambito ARPA/DARPA — impone tuttavia verifiche incrociate stringenti sui parametri critici, andando oltre la semplice viralità dei contenuti. La triangolazione su tre assi distinti costituisce la base dell’approccio: specifiche tecniche verificate mediante correlazione di fonti aperte autorevoli; correlazioni storiche documentate attraverso documentazione declassificata; valutazioni di efficacia operativa indipendenti prodotte da organismi di ricerca riconosciuti come JINSA, FDD e ISW.

Specifiche tecniche e limiti operativi del Khalij-e-Fars

Il Khalij-e-Fars è, nelle sue linee essenziali, una variante antinave del missile balistico a corto raggio Fateh-110, un sistema a propellente solido testato tra il 2011 e il 2013 in configurazione marittima. Le specifiche tecniche, verificate tramite correlazione incrociata tra Wikipedia, il database Missile Threat del CSIS e materiale telemetrico pubblico dell’IRGC, convergono su parametri sostanzialmente concordanti:

  • Gittata operativa — circa 300 chilometri
  • Velocità terminale — circa Mach 3 nella fase di rientro
  • Testata — 450–650 kg in configurazione ad alto esplosivo
  • Sistema di guida — navigazione inerziale con correzione terminale mediante seeker elettro-ottico/infrarosso

La precisione dichiarata dall’Iran nel 2013 (CEP di 8,5 metri) è contestata da analisi indipendenti occidentali, che indicano un CEP più realistico nell’ordine dei 30–100 metri. Questo scarto è strategicamente decisivo: trasforma il sistema da arma di precisione antinave a piattaforma con dispersione significativa, riducendone l’efficacia tattica contro bersagli in movimento ad alto valore come le portaerei.

Secondo stime della Defense Intelligence Agency, l’Iran disponeva intorno al 2025 di circa 1.500 missili balistici complessivi, con 100–200 lanciatori dedicati a missili a corto raggio, inseriti in una dottrina di saturazione delle difese avversarie.

Il Khalij-e-Fars, pur rappresentando un elemento non trascurabile nella postura A2/AD iraniana nel Golfo Persico, presenta vulnerabilità strutturali rispetto alle contromisure avanzate: guerra elettronica, decoy termici, sistemi intercettori come lo Standard Missile-6 (SM-6), con raggio superiore ai 400 km e profilo multiruolo (difesa aerea, antimissile terminale, anti-superficie).

Non esistono, ad oggi, evidenze pubbliche verificabili di ingaggi riusciti del Khalij-e-Fars contro portaerei o unità navali dotate di sistemi di difesa attivi in assetto operativo reale. Al contrario, i dati disponibili sull’impiego in combattimento dello SM-6 e di altre componenti dei sistemi multilivello occidentali suggeriscono un vantaggio qualitativo significativo della difesa rispetto all’offesa, in particolare contro vettori balistici antinave di generazione non all’avanguardia.

La Guerra dei Dodici Giorni come stress test operativo

La Guerra dei Dodici Giorni, combattuta tra il 13 e il 24 giugno 2025 e denominata Operation Rising Lion da parte israeliana, rappresenta il laboratorio operativo più rilevante per valutare le capacità effettive iraniane in un conflitto ad alta intensità.

Nel corso di dodici giorni, Israele ha impiegato oltre 200 velivoli da combattimento, rilasciando più di 330 munizioni di precisione su circa 100 obiettivi strategici: siti nucleari a Fordow, Isfahan e Parchin, basi missilistiche, centri di comando e nodi della rete di difesa aerea.

L’effetto immediato è stato una drastica degradazione delle capacità missilistiche iraniane. Valutazioni accreditate indicano che, nelle prime 48 ore, Israele abbia neutralizzato circa il 50 per cento dei lanciatori balistici iraniani, facendo collassare la capacità di fuoco giornaliera da oltre 35 missili al giorno nel pre-conflitto a meno di 20 entro il 19 giugno. Operazioni speciali in profondità, integrate con capacità di precision strike come il missile Spike NLOS — caratterizzato da guida elettro-ottica/infrarossa in loop umano e capacità di retargeting in volo — hanno neutralizzato una quota rilevante di lanciatori mobili in prossimità di siti sensibili.

Sul versante offensivo, l’Iran ha risposto con oltre 550 lanci di missili balistici nell’arco di dieci giorni, con una fase iniziale di saturazione (oltre 100 missili al giorno tra il 13 e il 14 giugno) seguita da un progressivo calo a circa 20 lanci al giorno verso la fine del conflitto. Questo profilo riflette tanto la perdita fisica di lanciatori e infrastrutture quanto l’adattamento tattico, con salve più piccole e spalmate nel tempo per ridurre l’efficacia delle architetture difensive a saturazione.

Architetture difensive multilivello e bilancio costi-benefici

Le valutazioni israeliane, corroborate da analisi indipendenti di think tank statunitensi e da reporting internazionale, convergono su un tasso di intercettazione compreso tra l’86 e il 90 per cento per il complesso dei circa 550 missili balistici iraniani lanciati durante il conflitto. Questo risultato è stato ottenuto attraverso un sistema di difesa integrato multilivello che ha combinato:

  • Arrow-3 → per l’intercetto exoatmosferico a lunga gittata
  • SM-3 → per la fase midcourse
  • THAAD → per l’intercetto ad alta quota in fase terminale
  • Patriot PAC-3 → per la difesa di punto a corto raggio
  • Sistemi a corto raggio quali Iron Dome → per minacce a bassa quota e munizionamento più leggero

L’efficacia dimostrata di queste architetture difensive, con tassi di intercettazione dell’86–90 per cento contro salve massive coordinate, indica che la superiorità tecnologica occidentale mantiene margini significativi anche in scenari di saturazione che l’Iran potrebbe tentare di riprodurre in teatri come lo Stretto di Hormuz. La difesa non è “impermeabile”, ma è in grado di assorbire attacchi su larga scala mantenendo le perdite civili e infrastrutturali entro range ritenuti accettabili dai decisori.

Il costo operativo di questa performance è elevato: l’impiego combinato di centinaia di intercettatori Arrow, THAAD e Patriot ha generato una spesa superiore al miliardo di dollari in meno di due settimane. Tuttavia, le stime israeliane indicano che il valore economico dei danni evitati — in termini di infrastrutture critiche, capacità militari e costi indiretti — ha superato di un ordine di grandezza il costo degli intercettori. In termini di economia strategica della difesa, la curva costi-benefici è quindi ancora nettamente favorevole al mantenimento di architetture multilivello avanzate.

Danni materiali, costi umani e resilienza infrastrutturale

Il bilancio umano del conflitto è stato asimmetrico ma pesante su entrambi i fronti. In Iran, le stime oscillano da alcune centinaia fino a oltre un migliaio di morti, con migliaia di feriti, includendo un numero non trascurabile di comandanti senior dell’IRGC e di personale qualificato del complesso militare-industriale. In Israele, le vittime sono state nell’ordine di alcune decine, con alcune migliaia di feriti e danni significativi ma localizzati a edifici civili e infrastrutture energetiche e industriali.

Dal punto di vista infrastrutturale, gli attacchi israeliani e statunitensi hanno inflitto danni profondi a:

  • impianti di arricchimento dell’uranio (Natanz, Fordow)
  • strutture di ricerca e conversione nucleare (Isfahan)
  • siti di produzione missilistica (Khojir, Shahroud, sub-site di Parchin)
  • nodi di comando e controllo, centri radar e assetti della difesa aerea

Le immagini satellitari e i rapporti tecnici indicano la distruzione o il danneggiamento di edifici chiave deputati alla produzione di propellente solido, all’assemblaggio di motori e alla gestione dei “planetary mixers” necessari alla produzione industriale di missili balistici. In termini di “time to recover”, la campagna ha spinto indietro il programma missilistico e nucleare iraniano di diversi anni, pur senza azzerarne in modo irreversibile il potenziale.

Ricostruzione missilistica iraniana e colli di bottiglia tecnologici

Nonostante le perdite, l’Iran ha avviato in tempi rapidi un processo di ricostruzione. Le stime indicano un arsenale balistico ridotto a circa 1.100–1.300 unità nell’estate 2025, ricostituito intorno alle 2.000 unità entro la fine dell’anno. Le immagini satellitari mostrano cantieri di ricostruzione attivi in siti chiave come Shahroud e Parchin, con ripristino di infrastrutture di produzione, stoccaggio e test.

Questa resilienza, tuttavia, è frenata da colli di bottiglia strutturali:

  • la distruzione mirata di planetary mixers ha colpito il cuore della catena produttiva del propellente solido
  • la produzione indigena di precursori chimici è limitata, costringendo l’Iran a dipendere da forniture estere, in particolare cinesi
  • le sanzioni occidentali su microelettronica, avionica e macchine utensili CNC avanzate ostacolano un salto qualitativo verso sistemi d’arma di nuova generazione

Le inchieste aperte negli Stati Uniti e in Europa su spedizioni di perclorato di sodio e altri precursori dalla Cina verso l’Iran, in volumi sufficienti per centinaia di missili, confermano che Tehran sta cercando di colmare i gap produttivi attraverso canali esterni. Resta il fatto che, pur potendo ricostituire numericamente lo stock, l’Iran incontra difficoltà maggiori nel riprodurre gli stessi standard qualitativi, in particolare per sistemi avanzati come quelli antinave con seeker sofisticati e profili di volo manovrati.

La dimensione navale: IRGC Navy e nuova narrativa missilistica

Le dichiarazioni dell’IRGC Navy a dicembre 2025 si collocano chiaramente in un’operazione di ricostruzione della deterrenza simbolica. Il comandante Alireza Tangsiri ha rivendicato test di un nuovo missile con gittata superiore ai 1.375 chilometri — pari alla lunghezza del Golfo Persico — in grado di essere guidato dopo il lancio e caratterizzato da “altissima precisione”. Il messaggio strategico è duplice: da un lato rassicurare l’opinione pubblica interna sulla sopravvivenza della capacità di colpire asset navali statunitensi; dall’altro segnalare a Washington che il costo di un’eventuale nuova campagna potrebbe aumentare.

Ma senza conferme indipendenti su prestazioni, profili di volo, qualità del seeker e capacità di resistere a guerra elettronica avanzata, queste dichiarazioni restano per ora principalmente elementi di psychological operations e signaling strategico. Sul piano sostanziale, il fulcro della minaccia iraniana alle linee di comunicazione marittime nel Golfo Persico continua a poggiare su una combinazione di:

  • mine navali
  • swarm di imbarcazioni veloci
  • droni aerei e navali
  • missili antinave subsonici e balistici a medio raggio
  • capacità di disturbo e spoofing elettronico

In questo mosaico, il Khalij-e-Fars resta una tessera importante ma non determinante.

Capacità asimmetriche e limiti in uno scontro ad alta intensità

L’Iran ha dimostrato negli ultimi due decenni una notevole abilità nel campo delle capacità asimmetriche: guerra per procura, attacchi a bassa firma, sabotaggio infrastrutturale, cyberattacchi mirati, uso di droni e missili per colpi calibrati sotto la soglia di guerra totale. Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, alcune milizie in Iraq e Siria costituiscono estensioni operative di questa strategia.

La Guerra dei Dodici Giorni ha però evidenziato la distanza che separa queste capacità da un confronto diretto ad alta intensità con una coalizione tecnologicamente superiore. Sul piano aereo, l’Iran non è stato in grado di contestare seriamente la supremazia israeliana; sul piano del comando e controllo, l’infrastruttura è stata rapidamente degradata; sul piano logistico, i lanciatori mobili e le basi di appoggio si sono dimostrati vulnerabili a operazioni speciali e fuoco di precisione.

L’insieme delle evidenze suggerisce che l’arsenale convenzionale iraniano sia in grado di infliggere costi significativi, soprattutto in scenari regionali limitati e attraverso proxies, ma non di rovesciare l’equilibrio militare a favore di Tehran in uno scontro diretto con l’Occidente. La funzione primaria delle capacità missilistiche iraniane resta quindi quella di deterrenza regionale e di strumento di pressione politico-militare, più che di strumento risolutivo di guerra.

Dimensione nucleare e calcolo strategico di lungo periodo

La dimensione realmente destabilizzante non risiede nel singolo sistema d’arma, ma nel nesso tra programma missilistico e ambizioni nucleari. Gli attacchi a Natanz, Fordow e Isfahan hanno sensibilmente rallentato il programma nucleare iraniano, distruggendo migliaia di centrifughe e infrastrutture chiave. Tuttavia, la struttura tecnica e il know-how non sono stati cancellati. Gli esperti convergono su stime nell’ordine di 18–24 mesi per ricostruire una capacità di arricchimento avanzata, qualora l’Iran decidesse di investire massicciamente in questa direzione.

La proiezione della DIA secondo cui l’Iran potrebbe essere in grado, entro metà degli anni Trenta, di sviluppare un ICBM militarmente credibile attraverso la conversione delle proprie capacità di lancio spaziale, apre uno scenario in cui il programma missilistico attuale funge da piattaforma evolutiva verso capacità strategiche globali. In questo quadro, la pressione tecnologica e sanzionatoria aumenta, non diminuisce, gli incentivi per Tehran a considerare l’opzione nucleare militare come garanzia ultima di sopravvivenza del regime.

Conclusione: stallo locale, rischio sistemico

Alla luce delle evidenze disponibili, il quadro converge su uno stallo strategico locale: l’Iran rimane un attore regionale di primo piano, dotato di un arsenale missilistico quantitativamente rilevante e qualitativamente eterogeneo, ma strutturalmente incapace di raggiungere parità convenzionale con la coalizione occidentale. Il Khalij-e-Fars, in questo schema, è un sistema credibile sul piano tattico nel teatro ristretto del Golfo Persico, ma non è un “game changer” capace di ribaltare i rapporti di forza nel dominio aeronavale.

La minaccia principale non risiede nelle capacità distruttive convenzionali isolate, bensì:

  • nella possibilità di una progressiva saldatura tra vettori balistici sempre più sofisticati e un programma nucleare riattivato
  • nella guerra ibrida protratta per mezzo di proxy, in grado di proiettare instabilità su più fronti (Levante, Mar Rosso, Iraq, Golfo)
  • nel rischio di errori di calcolo in un contesto di alta densità militare e di signaling aggressivo nello Stretto di Hormuz

In questo scenario, la deterrenza convenzionale basata su architetture difensive integrate e superiorità tecnologica deve necessariamente essere affiancata da una diplomazia strategica in grado di contenere gli incentivi iraniani verso l’escalation nucleare come “ultima ratio”. L’OSINT, se condotta con metodologie rigorose, resta lo strumento essenziale per monitorare, documentare e valutare in tempo quasi reale tanto la ricostruzione missilistica iraniana quanto l’evoluzione delle sue dottrine operative, offrendo ai decisori un quadro informato per evitare che una crisi regionale si trasformi in rottura sistemica dell’ordine internazionale.

SITREP 30/01/26: Putin lusinga Trump con il cessate il fuoco Kiev-Energia_di Simplicius

SITREP 30/01/26: Putin lusinga Trump con il cessate il fuoco Kiev-Energia

Simplicius 31 gennaio
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Dopo varie indiscrezioni seguite all’annuncio di Trump secondo cui il Cremlino aveva concordato un cessate il fuoco energetico con l’Ucraina, il portavoce di Putin Peskov ha finalmente confermato la notizia questa mattina :

La Russia ha accettato di sospendere parzialmente gli attacchi a lungo raggio contro obiettivi ucraini su richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ha confermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov.

La moratoria di una settimana durerà fino al 1° febbraio e mira a “creare condizioni favorevoli per i negoziati”, ha dichiarato Peskov ai giornalisti venerdì. Si è rifiutato di fornire ulteriori dettagli sull’accordo, incluso se Kiev abbia assunto impegni di reciprocità.

Zelensky aveva precedentemente affermato che avrebbe mantenuto la tregua se lo avesse fatto la Russia, sebbene alcuni analisti OSINT avessero già notato che gli attacchi dei droni ucraini contro la Russia erano scomparsi negli ultimi due giorni, mentre la Russia aveva lanciato solo pochi attacchi minori contro Geran, presumibilmente contro infrastrutture non legate all’energia, per diversi giorni.

Ma la cosa interessante è che Peskov ha affermato che la tregua “di una settimana” sarebbe terminata il 1° febbraio, il che sembra significare che il cessate il fuoco era già in vigore da tutta la settimana, il che spiegherebbe quanto detto sopra:

Va inoltre notato che questo sembra riguardare solo Kiev, che sta ancora soffrendo molto a causa degli attacchi.

D’altro canto, potrebbe esserci un po’ di confusione perché la parte ucraina sta tentando di posticipare il cessate il fuoco fino all’8 febbraio, o di una settimana in più, oppure di far iniziare il cessate il fuoco il 1° febbraio.

Domenica 1° febbraio, in occasione di un nuovo round di negoziati ad Abu Dhabi, gli Stati Uniti intendono confermare formalmente una pausa di una settimana negli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine.

Gli ucraini hanno chiesto una proroga fino all’8 febbraio, quando la temperatura a Kiev raggiungerà i +5°C. Dopodiché, inizierà il riscaldamento.

La “pausa” è puramente psicologica. Per quanto riguarda il ripristino di qualsiasi cosa, ci sono ancora mesi di lavoro davanti a noi. L’unica cosa che al momento funziona, e l’argomento principale di discussione, è la centrale nucleare di Kiev, la TPP-6. Una settimana fa, hanno avviato una delle sei caldaie, e ora stanno avviando la seconda.

Il circuito di calore che ne deriva è già distribuito attraverso le principali reti di Kiev.

A Kiev il collasso è ancora in corso: le reti elettriche sono interrotte e interi quartieri sono chiusi.

Il Kiev Independent riferisce che oltre un milione di residenti soffrono ancora di “condizioni avverse”, tra cui la mancanza di elettricità:

https://kyivindependent.com/we-are-all-used-to-this-now-inside-one-of-kyivs-hardest-hit-buildings-this-winter/

Mentre la principale azienda energetica ucraina DTEK scrive di importanti attacchi russi alla rete di Odessa solo un paio di giorni fa:

Altri segnalano un aumento su larga scala degli attacchi russi alla logistica ucraina in tutto il Paese, tra cui un “treno civile” che trasportava a bordo anche militari:

Come al solito, molti filorussi perderanno la testa per questo apparente cessate il fuoco. Ma può essere facilmente liquidato per una serie di fattori pratici: in primo luogo, si tratta solo di una settimana e solo per Kiev – i principali attacchi russi su Kiev in particolare sono di solito distanziati, e una settimana è poco più del tempo normalmente necessario per prepararsi a un nuovo attacco.

In secondo luogo, è un gesto che ottiene grandi risultati pur facendo quella che è solo una piccola concessione. Una settimana non servirà a nulla per l’Ucraina, ma permetterà a Putin di continuare a guadagnare consensi per Trump, consentendo a Trump stesso di “vendere” la Russia come la parte dei buoni in modo più efficace, con Zelensky come l’insopportabile e sgradevole agitatore.

Una settimana non basta per fare molto, dato che il tipo di danno recentemente riscontrato negli impianti di Kiev è sostanzialmente irreparabile, vale a dire:

Infine, al di là della mera posizione politica, c’è la preoccupazione umanitaria più concreta e concreta . La Russia vuole davvero congelare i civili di Kiev con temperature prossime ai -30°C?

Tuttavia, una delle principali ragioni segrete del disperato cessate il fuoco sembra essere l’urgenza in Ucraina riguardo ai missili intercettori di difesa aerea. Zelensky aveva appena criticato aspramente i “partner europei” per non aver fornito missili, il che consente ora agli attacchi russi di arrivare senza ostacoli, come sospettavamo:

Da notare in particolare la parte riguardante il PURL (Prioritized Ukraine Requirements List), che avevo già smentito in precedenza come una truffa volta a dare l’impressione di “solidarietà” europea. Qui vediamo quanto sia stato “efficace”.

Un ultimo interessante spunto dal canale di analisi militare War Chronicle:

Secondo stime preliminari, se gli attacchi a Kiev e alle reti elettriche della regione dovessero continuare, il consumo di gasolio nella capitale ucraina potrebbe raggiungere le 300-900 tonnellate al giorno. Questa quantità sarà necessaria solo per il funzionamento dei servizi di emergenza e dei generatori industriali presso gli impianti di produzione e di distribuzione.

Se i problemi di fornitura di energia elettrica persistono, l’acquisto di gasolio su scala industriale nella sola Kiev nell’arco di un anno potrebbe costare dai 200 ai 500 milioni di dollari.

Tuttavia, questo problema è di portata globale. In Ucraina ci sono circa 100.000 centrali termiche di varie dimensioni: da quelle distrettuali a quelle scolastiche, ospedaliere e industriali.

È quasi impossibile alimentarli completamente con generatori diesel, ma quelli che possono ancora essere collegati necessitano anche di una grande quantità di carburante.

Un collasso della rete elettrica di tale portata sta già costringendo Kiev a ridistribuire parte del carburante dal fronte alle strutture civili. Il collegamento è diretto: più intensi e densi sono gli attacchi al settore energetico, maggiore sarà la portata della ridistribuzione del carburante necessaria per le strutture civili.

Finora la disponibilità complessiva di energia elettrica è scesa dal 43% al 32,7%. Questo valore è già considerato una soglia di degrado delle reti critiche.

Tuttavia, una grave crisi energetica si verificherà quando questa quota scenderà al di sotto del 30%, e idealmente al di sotto del 25%. Una volta raggiunta quest’ultima percentuale, i sistemi fognari e di depurazione della città non saranno in grado di funzionare ininterrottamente con i generatori e richiederanno periodiche interruzioni a lungo termine. È interessante notare che, durante la crisi energetica nella Striscia di Gaza, un calo della fornitura di energia elettrica al di sotto del 10% ha portato alla completa chiusura del 70% di tutte le strutture critiche che non potevano funzionare con i generatori per un periodo di tempo prolungato. Considerato il fabbisogno elettrico di Kiev, la situazione potrebbe essere ancora peggiore, poiché i generatori rappresentano in ogni caso una fonte di energia di riserva, non quella principale. In un certo senso, la disponibilità della rete elettrica al 32,7% rappresenta l’ultimo traguardo prima di un potenziale esodo dalle città dovuto all’impossibilità di mantenere una vita normale.

Tuttavia, l’effetto massimo può essere ottenuto a due condizioni: la continuazione degli attacchi alle reti elettriche nelle principali città con una parallela transizione alla modalità di isolamento delle centrali nucleari ucraine e la loro trasformazione in isole energetiche, isolate dalla rete generale. La Russia sta ancora cercando di evitare quest’ultima eventualità.

Passiamo alla prima linea. Non ne parliamo da un po’ perché, a dire il vero, la squadra russa è rimasta “in vacanza” dal periodo natalizio, muovendosi molto poco da allora. Tuttavia, di recente ha ripreso un po’ di attività, anche se ancora niente a che vedere con il rullo compressore del quarto trimestre dell’anno scorso.

Le pubblicazioni occidentali ora prendono addirittura in giro la Russia, accusandola di aver avuto l’avanzata più lenta nella storia della guerra:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/01/29/russias-forces-move-slower-than-any-army/

Hanno persino stilato questi fantastici grafici:

È affascinante, tuttavia, quanta urgenza e disperazione stiano generando nell’ordine occidentale questi “avanzamenti” pietosamente lenti. Se è davvero un pasticcio degno di essere paragonato alle guerre di centinaia di anni fa, allora perché tutti questi sforzi da parte dei detrattori? Il fallimento e l’imminente sconfitta della Russia dovrebbero essere per noi semplicemente evidenti .

Eppure, per qualche ragione, continuiamo a ricevere segnali contrastanti. Ad esempio, ieri si è verificato un altro scambio di corpi:

Il collaboratore del Cremlino Vladimir Medinsky ha affermato che “nell’ambito degli accordi di Istanbul, i corpi di 1.000 soldati ucraini morti sono stati trasferiti in Ucraina”, aggiungendo che “i corpi di 38 soldati russi morti sono stati trasferiti in Russia”.

Elenco aggiornato:

La parte russa appare di buon umore e fiduciosa. Qui il capo del GRU russo, Igor Kostyukov, che ha guidato i negoziati “tripartiti” di Abu Dhabi per la parte russa, rivela allegramente che i russi sono di ottimo umore, mentre gli ucraini sono “tristi”:

“Gli ucraini sono di cattivo umore. Noi siamo di buon umore”: Igor Kostyukov, capo della Direzione principale dello Stato maggiore, ha risposto in modo conciso alla domanda di Rossiya 1 sullo stato d’animo durante i colloqui di Abu Dhabi.

Ha esortato i media a non fare domande sul processo di negoziazione, poiché i commenti pubblici potrebbero avere un impatto negativo su di esso.

Igor Kostyukov è a capo della delegazione russa ai colloqui sull’Ucraina ad Abu Dhabi.

Questo non sembra il comportamento tipico di una squadra che è stata ridotta a un declino storico e demoralizzante.

Ma diamo un’occhiata ai progressi compiuti dalla Russia e agli indizi che può fornirci sulla natura dell’attuale dinamica del campo di battaglia.

In particolare, la Russia ha continuato ad avanzare sia sul versante occidentale che su quello orientale di Zaporozhye. Sul versante occidentale, le forze russe hanno fatto breccia in un nuovo saliente nord-orientale che sembra seguire la prima linea di difesa ucraina principale, aggirandola quasi completamente:

Sul lato orientale, si dice che le forze russe siano appena entrate e abbiano catturato l’insediamento di Ternuvate, cerchiato in rosso qui sotto:

Ecco il video della cerimonia di piantagione della bandiera da parte della 36a Brigata di fucilieri motorizzati della 29a Armata combinata delle guardie dell’ormai leggendario “Eastern Express”:

“UNITÀ DEL GRUPPO DI FORZE “EST” HANNO LIBERATO IL PUNTO POPOLATO DI TERNOVATOE

 Le guardie della 36a Brigata fucilieri motorizzata della 29a Armata del Gruppo di forze “Est” hanno liberato, con azioni decisive e abili durante lunghe battaglie, il principale punto abitato di Ternovatoe nella regione di Zaporizhia.

 A seguito di azioni di combattimento attive, i soldati della Transbaikalia hanno preso il controllo di un’importante area di difesa nemica sulla riva occidentale del fiume Gaychur, con una profondità fino a 5 km e una superficie di oltre 20 km², e hanno bonificato oltre 580 edifici. Le perdite del nemico ammontano a una compagnia di uomini e oltre 20 unità di equipaggiamento (veicoli trasporto truppe blindati e pick-up) della 33a Brigata Fucilieri Motorizzata Separata delle Forze Armate Ucraine, oltre 45 esacotteri del tipo nemico “Baba Yaga”, nonché 5 complessi robotici terrestri.

 L’occupazione di questa zona ha permesso di espandere la testa di ponte per ulteriori offensive sulla riva occidentale del fiume Gaychur.

Poco a nord-est di lì, le forze russe sono avanzate ulteriormente verso Novopavlovka, entrando nel centro della città secondo alcuni resoconti:

Altre mappe russe mostrano ancora più dettagli di Novopavlovka catturata da nord:

Più a nord, sulla linea Konstantinovka, le forze russe conquistarono metà o tutta Berestok, all’estremità meridionale, a seconda della fonte:

Nota che questa volta sto utilizzando alcuni tipi di mappa diversi perché il nostro cartografo preferito Suriyak, a quanto pare, è andato in breve vacanza e ha apportato solo sporadicamente aggiornamenti alla sua mappa.

Oltre a Berestok, però, si può notare che le forze russe si sono consolidate e sono avanzate ulteriormente nella città stessa da est:

Passando alle mappe dell’AMK , vediamo più a nord, sulla linea Seversk, che le forze russe stanno lentamente avanzando verso ovest lungo l’ampio fronte: le aree gialle rappresentano le posizioni appena conquistate:

Seversk è cerchiata per riferimento, mentre Slavyansk può essere vista sul bordo occidentale:

In sostanza, si tratta di progressi piuttosto modesti. Ma la cosa più interessante è che la Russia continua a riversare forze oltre il confine più settentrionale, per compiere progressi graduali nelle regioni settentrionali di Kharkov, Sumy e, più recentemente, Černigov.

Ciò è rivelatore perché contraddice l’affermazione ucraina secondo cui la Russia è stata annientata, sta esaurendo gli uomini e ha rallentato a causa di questi problemi, piuttosto che semplicemente riorganizzandosi per nuove offensive o a causa di condizioni meteorologiche estreme e sfavorevoli, ecc. Se la Russia fosse davvero stata annientata, non sprecherebbe risorse preziose in direzioni totalmente inutili e remote come queste al confine, che non hanno obiettivi importanti facilmente raggiungibili lì. La Russia continuerebbe a investire tutto in combattimenti cruciali dove è possibile massimizzare la propria immagine, danneggiando il morale e la reputazione dell’Ucraina, come le città principali di Konstantinovka e simili.

Ma il fatto che la Russia continui ad aumentare la pressione in queste remote zone dell’entroterra significa non solo che ha uomini da vendere, ma che sta lentamente plasmando il campo di battaglia per una strategia a lunghissimo termine . E questo sarebbe vero solo se la Russia fosse pienamente soddisfatta delle risorse disponibili e della capacità di rigenerazione degli uomini. È stato ancora più significativo, a questo proposito, che la Russia abbia persino aperto di recente una direzione completamente nuova a Černigov.

Detto questo, le forze russe hanno avanzato leggermente in alcune di queste zone vicino a Sumy e Kharkov, il che indica che la strategia ad ampio raggio della “morte per mille tagli” rimane in vigore.

L’ultimo articolo del NYT sottolinea questa visione più pessimistica dello strangolamento dell’Ucraina:

https://www.nytimes.com/2026/01/30/world/europe/ukraine-war-zaporizhzhia-huliaipole.html

“È stata una catastrofe”, ha affermato il capitano Dmytro Filatov, comandante del Primo reggimento d’assalto separato ucraino, la cui unità è stata inviata d’urgenza per rinforzare Huliaipole, nell’Ucraina sudorientale.

La caduta del posto di comando a fine dicembre… evidenzia la sfida centrale che l’esercito ucraino si trova ad affrontare dopo quattro anni di guerra estenuante. Estesa dagli attacchi russi su una linea del fronte di 1.100 chilometri, l’Ucraina non ha truppe sufficienti per difendere equamente ogni settore, creando varchi in cui le forze di Mosca possono avanzare più facilmente.

L’articolo descrive l’attuale strategia operativa dell’Ucraina:

Ma i soldati ucraini affermano che la situazione li ha costretti a combattere come pompieri: correre a contenere un focolaio in un settore, solo per vederne un altro divampare altrove, per poi tornare indietro di corsa non appena il primo scoppia di nuovo. L’obiettivo non è aggrapparsi a ogni centimetro di territorio, dicono, ma mantenerne abbastanza da negare alla Russia lo slancio sul campo di battaglia che rafforzerebbe la sua posizione nei colloqui di pace mediati dagli Stati Uniti, che proseguono questo fine settimana negli Emirati Arabi Uniti.

Un capo di stato maggiore di un battaglione ucraino spiega che i suoi battaglioni sono fortunati ad avere al loro interno 50 uomini capaci, direttamente dalla fonte:

“Siamo costantemente a corto di personale”, ha detto Horol, aggiungendo che l’Ucraina non aveva truppe sufficienti sia per respingere le infiltrazioni sia per lanciare contrattacchi.

Vladyslav Bashchevanzhy, capo di stato maggiore di un battaglione di droni del 260°, ha descritto senza mezzi termini la questione del personale.

“Un battaglione dovrebbe avere circa 500 soldati. In realtà, siamo fortunati se ne abbiamo 100”, ha detto. “Di quei 100, forse solo 50 sono effettivamente pronti al combattimento: quelli non sono feriti o esausti.”

Ma ovviamente abbiamo sentito storie del genere già dal 2022 e dal 2023. Ciò non ha cambiato il fatto che la guerra persiste e che l’Ucraina continua a trovare gli uomini necessari per ridurre al minimo quotidiano l’avanzata russa, in particolare aumentando gli sforzi di mobilitazione e i livelli di coercizione, come abbiamo visto di recente.

Questa situazione non sembra destinata a cambiare nel breve termine, a causa dell’attuale stile di guerra: la strategia “dispersa” e incentrata sulla difesa adottata dall’Ucraina mantiene le perdite sufficientemente basse da rientrare nei margini di sostituzione relativi. Solo quando l’AFU passa all’offensiva, le perdite esplodono a livelli stratosferici, poiché le truppe sono costrette ad andare allo scoperto, dove possono essere eliminate in massa molto più facilmente.

Detto questo, un altro presunto rapporto di un soldato dell’AFU getta ulteriore luce:

Soldato ucraino della 102ª Brigata di difesa territoriale sulla situazione a ovest di Hulyaipole.

È quasi certo che le forze russe riprenderanno l’offensiva nelle prossime settimane, quando il tempo comincerà a migliorare, perché non ci sono indicazioni concrete di alcun fattore limitante reale, come problemi di personale, oltre ai recenti problemi meteorologici o semplici riformulazioni strategiche sul fronte.

Un paio di ultime cose:

Il drone intercettore russo “Yolka” è stato nuovamente avvistato sul fronte mentre abbatteva con successo i droni ucraini:

Un pilota ucraino di F-16 rivela che salgono a 3000-4000 m per lanciare le bombe, ma sono quasi sempre presi di mira dai Su -35 e S-400 russi all’apogeo della loro manovra di “salita e lancio”, prima di scendere rapidamente per cercare di sfuggire ai missili:

Ciò conferma che le risorse russe stanno coprendo il fronte in modo molto più massiccio di quanto alcuni pensino, è solo che i missili a lungo raggio sono più infallibili di quanto la maggior parte delle persone creda, in particolare quando vengono lanciati alla massima gittata. Gli studi dell’aeronautica militare statunitense hanno dimostrato che i missili a lungo raggio hanno un tasso di errore superiore al 70% (se lanciati a distanze maggiori), poiché diventa abbastanza semplice per i jet da combattimento agili “sanguinare” i missili con manovre evasive.

Su un argomento correlato, un rapporto danese ha affermato che la Danimarca vuole che i suoi F-16 tornino dall’Ucraina per difendere la Groenlandia:


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Sbagliarsi sulla Russia (nota a piè di pagina)_di Scott Ritter

Sbagliarsi sulla Russia (nota a piè di pagina)

Ho approfondito un po’ la mia critica all’articolo di Seymour Hersh, Putin’s Long War. Ecco cosa ho scoperto.

Scott Ritter

26 gennaio 2026

U.S., Russia Should Deepen Military Communications, Mark Milley Says - WSJ
Il generale Valery Gerasimov (a sinistra) incontra il generale Mark Milley (a destra) a Helsinki, il 22 settembre 2021.

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«Non ho più un esercito. I miei carri armati e i miei veicoli blindati sono rottami, i miei cannoni sono consumati. Le mie scorte sono intermittenti. I miei sergenti e ufficiali di medio grado sono morti, e i miei soldati semplici sono ex detenuti».

Questa è la frase che mi ha fatto scattare un campanello d’allarme nella testa.

Sono amico (e fan) di Seymour Hersh da più di un quarto di secolo.

Lui ed io non siamo sempre d’accordo sulle questioni più importanti dell’attualità.

La Russia è una delle questioni su cui le nostre opinioni divergono.

Questo non è necessariamente un male: siamo entrambi uomini con posizioni ben radicate, alle quali siamo giunti apparentemente attraverso un duro lavoro basato su analisi fattuali.

Sono il primo ad ammettere che, ad eccezione dell’Iraq e delle armi di distruzione di massa, non ho accesso alla totalità delle informazioni disponibili sulle questioni che analizzo.

Per questo motivo sono sempre aperto alla possibilità che altri – in particolare un giornalista investigativo pluripremiato e vincitore del premio Pulitzer come Seymour Hersh – possano aver messo gli occhi su dati a cui io non ho avuto accesso, o che ho ignorato o comunque non ho ritenuto degni di credito.

“Da decenni scrivo articoli sulle tensioni tra Washington e Mosca”, scrive Hersh nel suo articolo, “e sono a conoscenza dei rapporti intermittenti tra i generali americani e russi di alto rango, ma nessuna fonte mi ha mai permesso prima d’ora di citare un generale russo di alto rango su un argomento delicato”.

Se analizziamo questa affermazione, ci rendiamo conto che la fonte di Hersh è direttamente a conoscenza del contenuto delle comunicazioni “da soldato a soldato” tra Stati Uniti e Russia, oppure ha partecipato lei stessa a tali conversazioni.

Il generale Valery Gerasimov è capo di Stato Maggiore delle forze armate russe dal 2012. Il suo iniziale rapporto di “soldato a soldato” in tale ruolo è iniziato nel 2014, quando ha avviato un dialogo con l’allora capo di Stato Maggiore statunitense Martin E. Dempsey. Gerasimov ha continuato questo dialogo con il sostituto di Dempsey, Joseph Dunford, e con il successore di Dunford, il generale Mark A. Milley.

Questi colloqui non hanno mai toccato il campo della politica, ma si sono limitati esclusivamente a questioni di natura militare. A titolo di esempio, l’Ufficio del Presidente del Joint Chiefs of Staff ha descritto uno di questi incontri tra Milley e Gerasimov, tenutosi il 22 settembre 2021 a Helsinki, in Finlandia, come “una continuazione dei colloqui volti a migliorare la comunicazione tra i vertici militari delle due nazioni allo scopo di ridurre i rischi e prevenire conflitti operativi”.

Russian, U.S. top military officers discuss prevention of incidents -  Xinhua | English.news.cn
Il generale Milley (a sinistra) stringe la mano al generale Gerasimov (a destra) a Berna, Svizzera, il 18 dicembre 2019.

Quello fu l’ultimo incontro faccia a faccia tra il generale Milley e il generale Gerasimov. I due parlarono al telefono il 18 febbraio 2022, sei giorni prima che la Russia invadesse l’Ucraina, e poi di nuovo il 19 maggio 2022, quando “discussero diverse questioni relative alla sicurezza e concordarono di mantenere aperte le linee di comunicazione”, secondo quanto riferito da un portavoce dello Stato Maggiore Congiunto.

L’ultima conversazione riportata tra il generale Milley e il generale Gerasimov ha avuto luogo il 24 ottobre 2022 e si è concentrata su questioni urgenti di sicurezza, tra cui la possibilità di una guerra nucleare. Entrambi i leader hanno concordato di mantenere aperte le linee di comunicazione e, in linea con la prassi seguita in passato, hanno deciso di mantenere riservati i dettagli specifici.

Il generale Milley è stato sostituito dal generale Charles Q. Brown Jr., che ha effettuato la sua unica telefonata registrata con il generale Gerasimov il 27 novembre 2024 per discutere del conflitto in Ucraina. La telefonata aveva lo scopo di gestire i rischi di escalation dopo che la Russia aveva lanciato un missile balistico a medio raggio “Oreshnik” su Dnipro, in Ucraina, il 21 novembre. Brown è stato sostituito dall’ammiraglio Christopher Grady dopo essere stato sollevato dall’incarico dal presidente Trump nel febbraio 2025, e il generale Dan Caine ha assunto la presidenza nell’aprile 2025.

Né Grady né Caine hanno registrato alcuna conversazione con il generale Gerasimov.

Il gruppo paramilitare russo Wagner, guidato da Yevgeny Prigozhin, ha iniziato a reclutare su larga scala prigionieri per la guerra in Ucraina all’inizio di luglio 2022. Il Ministero della Difesa russo ha avviato la propria campagna ufficiale di reclutamento dei prigionieri nell’ottobre 2022. I primi prigionieri militari russi reclutati non avevano ancora raggiunto il fronte ucraino quando il generale Milley ha tenuto la sua ultima conversazione telefonica con il generale Gerasimov.

Ciò significa che l’unica conversazione ufficiale “da soldato a soldato” avvenuta tra Gerasimov e una controparte americana è stata quella tenuta con il generale Brown il 27 novembre 2024.

La Russia stava avanzando su tutti i fronti, liberando Kursk dalle forze ucraine e mettendo sotto pressione l’Ucraina nella zona di Pokrovsk. Non ci sarebbe stato alcun motivo per cui il generale Gerasimov avrebbe potuto fare il tipo di commento citato da Seymour Hersh.

In breve, non esistono dati che possano sostenere alcuna delle posizioni politicizzate che Seymour Hersh attribuisce all’esercito russo (ovvero, “un comando militare superiore irrequieto”).

Al contrario, troviamo che l’analisi di Hersh è viziata dalla sua personale animosità nei confronti del presidente russo Putin (il commento di Hersh nel suo articolo sulla “disponibilità di Putin a uccidere per rimanere al potere” rispecchia i commenti che ha fatto a un collega quando gli è stato chiesto del suo ultimo articolo sulla Russia, in cui accusa Putin di aver ucciso i suoi oppositori).

Non sto dicendo che Seymour Hersh abbia inventato questa citazione.

Sto dicendo che la citazione, così come è stata riportata, non potrebbe mai essere stata pronunciata dal generale Gerasimov a un omologo americano, nel tipo di interazione “da soldato a soldato” a cui Hersh allude nel suo articolo.

E il vecchio Seymour Hersh avrebbe saputo che era così.

Ma per sicurezza, ho contattato la mia “fonte attendibile”, una persona con anni di esperienza diretta ai massimi livelli del Ministero della Difesa russo e dello Stato Maggiore russo, una fonte che, nel settore dell’intelligence, sarebbe classificata come A (Affidabile; nessuna dubbio sull’autenticità, l’attendibilità o la competenza, comprovata capacità di accedere direttamente e in modo affidabile alle informazioni) 1 (Confermata; verificata da altre fonti indipendenti e affidabili).

Questa fonte ha sottolineato che la Russia ha una lunga storia di contatti militari e non ha escluso la possibilità che tali contatti avvengano lontano dagli occhi del pubblico quando si tratta degli Stati Uniti e della Russia.

Ma tali colloqui non avvengono mai su base personale, bensì sono sempre approvati dal Comandante Supremo in Capo (ovvero il Presidente Putin) e dalla leadership politica russa. Questa fonte ha sottolineato che il Capo di Stato Maggiore Generale non è un attore indipendente nella politica estera. Questo è il caso del Generale Gerasimov, il cui compito è combattere e vincere una guerra, nient’altro.

Wagner boss Prigozhin listed as passenger in fatal plane crash
Yevgeny Prigozhin, ex capo del Gruppo Wagner

La fonte ha sottolineato che esiste la possibilità, anzi la probabilità, che “intrighi e politici loschi” circondino l’esercito russo, citando l’ex capo del Gruppo Wagner, Yevgeny Prigozhin, come esempio. Ma questo gioco non è quello che fanno gli ufficiali militari russi, specialmente il generale Gerasimov.

La fonte ritiene che questa citazione, se mai è stata effettivamente pronunciata, provenga dalle “intriganti manovre all’interno del sistema politico” russo, dai residui dell’élite politica filo-occidentale emersa negli anni ’90 durante il mandato di Boris Eltsin e che ha continuato a prosperare nei primi anni della presidenza Putin. Questo elemento, legato al settore bancario e al capitale finanziario transnazionale globale, svolge un ruolo importante nell’influenzare il cosiddetto “partito della pace” emerso all’indomani del vertice di Anchorage dello scorso agosto.

Secondo questa fonte, il “partito della pace” è in stretto contatto con funzionari del governo statunitense, in particolare quelli affiliati alla CIA e ai vettori non governativi del soft power. La fonte non ha alcun dubbio che Seymour Hersh sia stato manipolato da queste forze, promuovendo temi che alimentano la fantasia di un cambio di regime in Russia.

Qualcosa che Seymour Hersh stesso sostiene attivamente.

Citazioni inventate e un’agenda politica non proprio nascosta non sono certo il marchio di fabbrica di un giornalista, specialmente uno con il pedigree di Seymour Hersh.

Ma questo è ciò che è diventato, ed è quindi necessario denunciarlo.

Sbagliare sulla Russia

Quando un giornalista diventa ostaggio delle sue fonti, il risultato è poco più che propaganda utilizzata come arma.

Scott Ritter

21 gennaio 2026

Cover-Up Documentary About Investigative Journalist Seymour Hersh Coming to  Netflix - Netflix Tudum
Seymour Hersh nel suo ufficio di Washington, DC

Seymour Hersh, o Sy per chi lo conosce, è un leggendario giornalista investigativo vincitore del Premio Pulitzer che ha una pagina Substack molto influente che ha attirato circa 233.000 iscritti da quando ha pubblicato il suo primo articolo, “How America Took Out The Nord Stream Pipeline” (Come l’America ha distrutto il gasdotto Nord Stream), nel febbraio 2023.

Sono un grande fan di Sy e negli ultimi 26 anni ho avuto il privilegio di poterlo chiamare amico.

Ed è proprio in qualità di amico di Sy che mi sento in dovere di commentare il suo ultimo articolo pubblicato su Substack, intitolato “La lunga guerra di Putin”.

Permettetemi di preparare il terreno.

Ho avuto l’onore e il privilegio di intervistare il tenente generale in pensione Andrei Ilnitsky, ex consigliere senior del ministro della Difesa russo Sergei Shoigu. Andrei è un uomo molto calmo e razionale, dotato di un’intelligenza acuta e di una profonda comprensione della realtà del mondo moderno. Andrei è il sostenitore di una forma di guerra informatica che lui stesso definisce “guerra mentale”, che ha descritto per la prima volta in dettaglio in un’intervista alla rivista militare russa Arsenale della Patrianel marzo 2023.

La guerra mentale, postula Andrei, ha i propri obiettivi strategici. “Se nelle guerre classiche l’obiettivo è distruggere la forza lavoro del nemico [e] nelle moderne guerre cibernetiche [è] distruggere le infrastrutture del nemico”, afferma Andrei, “allora l’obiettivo della nuova guerra è distruggere la coscienza di sé, cambiare le basi civili della società nemica. Definirei questo tipo di guerra ‘mentale'”.

È importante sottolineare, osserva Andrei, che «mentre la manodopera e le infrastrutture possono essere ricostruite, l’evoluzione della coscienza non può essere invertita, soprattutto perché le conseguenze di questa guerra “mentale” non si manifestano immediatamente, ma solo dopo almeno una generazione, quando sarà impossibile porvi rimedio».

È importante sottolineare che gli Stati Uniti hanno intrapreso una “guerra psicologica” contro la Russia in modo concertato dal 2009, quando il presidente Obama e Michael McFaul hanno concordato la finzione di un “reset russo”, che era poco più che una politica di cambio di regime mascherata da diplomazia.

La strategia del “reset russo” è fallita a causa del modo rozzo con cui è stata attuata, senza alcuno sforzo per mascherare i veri obiettivi della politica: nessuno credeva che l’opposizione politica russa fosse poco più che un proxy degli Stati Uniti, che cercava di abbattere il governo di Vladimir Putin dall’interno promulgando una narrativa falsificata di corruzione sistemica che nemmeno i russi più cinici riuscivano ad accettare. E inviando Joe Biden a Mosca nel marzo 2011, l’amministrazione Obama ha finito per rivelare i suoi sordidi piani agli occhi di tutta la Russia.

Building on the “Reset” – The Vice President's Visit to Moscow |  whitehouse.gov
Joe Biden tiene un discorso all’Università statale di Mosca, 10 marzo 2011

Il 10 marzo 2011, Biden ha tenuto un discorso all’Università statale di Mosca, dove ha accennato proprio a questo reset, definendolo una correzione di rotta necessaria e naturale per entrambi i Paesi. “Il presidente Obama e io abbiamo proposto di dare vita a un nuovo inizio, come ho detto nel discorso iniziale sulla nostra politica estera, premendo un pulsante di reset, un pulsante di riavvio. Volevamo letteralmente resettare questa relazione, resettarla in modo da riflettere i nostri interessi reciproci, affinché i nostri paesi potessero andare avanti insieme”.

Tenendo presente che l’obiettivo della “guerra mentale” è quello di distruggere l’autocoscienza e cambiare le basi civili della società presa di mira, il discorso di Biden assume un carattere completamente nuovo. “Considerate le seguenti statistiche, o sondaggi”, ha detto Biden agli studenti riuniti. “Nel dicembre 2008, un mese prima che prestassimo giuramento come Presidente e Vicepresidente, i sondaggi mostravano che solo il 17% dei russi aveva un’opinione positiva degli Stati Uniti: il 17%! Quest’anno, quella percentuale è balzata a oltre il 60%. Il nostro obiettivo è che continui a salire”.

In breve, Biden stava fabbricando il consenso russo per gli obiettivi e gli scopi dell’amministrazione Obama, diffondendo l’idea che la maggioranza dei russi fosse favorevole ai cambiamenti che lui stava promuovendo.

Biden ha ribadito l’attenzione rivolta in passato all’economia di mercato che ha guidato la politica statunitense nel decennio degli anni ’90, dopo il crollo dell’Unione Sovietica. “I venture capitalist americani e altri investitori stranieri stanno affluendo nell’economia russa per consentirle di diversificarsi al di là delle sue abbondanti risorse naturali – metalli, petrolio e gas – e aiutare le start-up russe a portare le loro idee sul mercato”, ha affermato Biden. “Chi di voi studia economia sa che una cosa è avere un’idea, un’altra è arrivare sul mercato. Ci vogliono persone disposte a rischiare, a investire, a scommettere”.

Biden stava chiaramente insinuando che l’America era pronta a scommettere sulla Russia.

Ma c’era un problema. “Questo è uno dei motivi per cui il Presidente ed io sosteniamo con tanta forza l’adesione della Russia all’Organizzazione mondiale del commercio”, ha dichiarato Biden. “L’adesione consentirà alla Russia di approfondire le sue relazioni commerciali non solo con gli Stati Uniti, ma con il resto del mondo. E darà alle aziende americane un accesso maggiore e più prevedibile – parola importante, prevedibile – ai mercati in crescita della Russia, espandendo sia le esportazioni statunitensi che l’occupazione”.

Poi è arrivata la seconda brutta notizia.

“Penso che sia per questo che così tanti russi ora chiedono al loro Paese di rafforzare le istituzioni democratiche”, ha affermato Biden, prima di elencare una serie di condizioni.

“I tribunali devono avere il potere di difendere lo Stato di diritto e proteggere coloro che rispettano le regole”.

“Gli organismi di controllo non governativi dovrebbero essere applauditi come patrioti, non come traditori”.

“Anche un’opposizione credibile e partiti pubblici in grado di competere sono essenziali per un buon governo”, ha aggiunto Biden. “La competizione politica significa candidati migliori, politica migliore e, soprattutto, governi che rappresentano meglio la volontà del loro popolo”.

Ma c’era dell’altro. «I sondaggi dimostrano che la maggior parte dei russi desidera scegliere i propri leader nazionali e locali attraverso elezioni competitive». Ancora una volta Biden ha fatto riferimento ai sondaggi, come se le idee che sosteneva provenissero dagli stessi russi e non dai capi della CIA che hanno manipolato i sondaggi citati da Biden proprio per creare questa percezione. “Vogliono poter riunirsi liberamente e vogliono che i media siano indipendenti dallo Stato. E vogliono vivere in un Paese che combatte la corruzione”.

Guerra mentale.

“Questa è democrazia”, ha dichiarato Biden. “Sono gli ingredienti della democrazia. Quindi esorto tutti voi studenti qui presenti: non scendete a compromessi sugli elementi fondamentali della democrazia. Non dovete stringere quel patto faustiano”.

Building on the “Reset” – The Vice President's Visit to Moscow |  whitehouse.gov
Joe Biden incontra Dmitri Medvedev, 9 marzo 2011

E ancora una volta, al pubblico è stato detto che queste erano idee russe. “Ed è anche il messaggio che ho sentito recentemente quando il presidente Medvedev ha detto la settimana scorsa, e lo cito testualmente, che “la libertà non può essere rimandata”. Non è stato Joe Biden a dirlo, ma il presidente della Russia”.

E ancora: «E quando il vice primo ministro e ministro delle Finanze Kudrin ha affermato che “solo elezioni eque possono conferire alle autorità il mandato di fiducia necessario per attuare le riforme economiche”, si trattava di un leader russo, non americano».

“Sia la Russia che gli Stati Uniti hanno molto da guadagnare se questi sentimenti si tradurranno in azioni concrete”, ha concluso Biden, “e spero che sarà così”.

La cosa curiosa del discorso di Biden è che è stato quasi immediatamente possibile confrontarlo e contrapporlo alle osservazioni che egli ha fatto più tardi quello stesso giorno ai leader dell’opposizione russa in un incontro privato presso la residenza dell’ambasciatore statunitense, Spaso House.

Dimenticate il popolo russo che si fa strada verso la democrazia: la Casa Bianca di Obama si è apertamente opposta a un terzo mandato presidenziale per Vladimir Putin, con Biden che ha detto all’opposizione politica riunita che sarebbe stato meglio per la Russia se Putin non si fosse candidato alle elezioni previste per marzo 2012.

Secondo Boris Nemtsov, uno dei principali esponenti dell’opposizione politica che Biden cercava di rafforzare con la sua visita, «Biden ha affermato che al posto di Putin non si sarebbe candidato alle presidenziali del 2012 perché sarebbe stato dannoso per il Paese e per lui stesso». Un articolo pubblicato su Nezavisimaya Gazeta, un quotidiano moscovita apertamente favorevole all’opposizione politica russa, una settimana prima della visita di Biden, affermava che l’obiettivo principale della visita del vicepresidente americano a Mosca era quello di spingere il presidente russo Medvedev a candidarsi per la rielezione, mettendo così fuori gioco Vladimir Putin, al quale, secondo l’articolo, sarebbe stata offerta come consolazione la presidenza del Comitato Olimpico Internazionale.

Questa era l’essenza della missione di Biden: un cambio di regime mascherato da diplomazia americana.

La missione di Biden alla fine fallì: Vladimir Putin fu eletto per un terzo mandato nelle elezioni tenutesi nel marzo 2012, dove ottenne il 64% dei voti con un’affluenza alle urne del 65% (a titolo di confronto, Barack Obama vinse le elezioni presidenziali statunitensi del 2008 con il 53% dei voti e un’affluenza alle urne di poco inferiore al 62%).

Ma da allora l’obiettivo degli Stati Uniti è stato quello di rovesciare Vladimir Putin, far crollare la società russa e riportare la Russia allo status che aveva negli anni ’90, ovvero quello di una nazione sconfitta e completamente subordinata alla volontà e alla direzione degli Stati Uniti.

Il messaggio associato a questi obiettivi è coerente con quello espresso da Joe Biden nel marzo 2011, secondo cui la chiave della prosperità della Russia è la sua integrazione in un’economia di mercato controllata dagli Stati Uniti e che la condizione necessaria per ottenere l’accesso al capitale di rischio e alle competenze di mercato offerti dagli Stati Uniti è la rimozione di Vladimir Putin dal potere.

Il che ci porta alla questione in esame: l’ultimo articolo di Sy Hersh, “La lunga guerra di Putin”.

Sy è da tempo critico nei confronti delle azioni della Russia in Ucraina.

Questo, ovviamente, è un suo diritto.

E Sy non è affatto russofobo: lo conosco da più di venticinque anni e l’ho sempre trovato equilibrato nel suo approccio alle questioni relative alla Russia, comprese quelle che riguardano il leader russo Vladimir Putin.

Ma Sy è un giornalista, il che significa che per molti versi è prigioniero delle sue fonti. Il suo istinto giornalistico gli ha dato ragione molte più volte di quante gli abbia dato torto. Nel documentario Netflix Insabbiamento, pubblicato lo scorso anno, Sy viene interrogato sul suo stile giornalistico, che fa ampio ricorso a fonti anonime. «Le persone, per molte ragioni», ha affermato Sy, «parlano. Parlano con me». La chiave, ha osservato Hersh, «era togliersi di mezzo dalla storia».

Seymour Hersh Against the World | The Nation
Seymour Hersh e il suo libro, Il lato oscuro di Camelot

Ma ci sono stati momenti in cui un giornalista deve buttarsi a capofitto su una notizia, altrimenti questa gli sfuggirà come un treno in corsa. È stato il caso di un libro sensazionale scritto da Sy su John F. Kennedy intitolato Il lato oscuro di CamelotSy aveva inserito nella bozza iniziale del libro materiale tratto esclusivamente dai documenti ricevuti da Lawrence X. Cusack Jr. Questi documenti si rivelarono falsi, costringendo Sy a rimuovere un intero capitolo dal suo manoscritto e ad apportare ulteriori modifiche al resto del testo. Cusack fu successivamente condannato per frode e condannato a nove anni di carcere.

Va sottolineato che la frode di Cusack è stata scoperta grazie alla dovuta diligenza dimostrata da Sy Hersh nel tentativo di confermare le informazioni contenute nei documenti: un’eccellente pratica giornalistica, come ci si aspetterebbe da un vincitore del Premio Pulitzer.

Nel suo ultimo articolo, “La lunga guerra di Putin”, Sy avrebbe potuto trarre vantaggio dall’interferire con la storia e condurre alcune rudimentali verifiche.

Questo perché, a mio avviso, le fonti di Sy – “funzionari dell’intelligence statunitense” che “si occupano di questioni russe da decenni” – stanno fornendo a Sy informazioni sulla Russia che sono fraudolente quanto quelle contenute nei documenti di Cusack.

Innanzitutto, se la tua fonte è un funzionario dei servizi segreti che si occupa della Russia da “decenni”, allora tutta la sua carriera è stata incentrata sul discreditare e minare il presidente russo Vladimir Putin, che è al potere ormai da più di un quarto di secolo.

Ciò significa anche che molto probabilmente sono stati coinvolti nell’operazione di cambio di regime denominata “Russian reset” orchestrata dall’amministrazione Obama e guidata da Joe Biden.

Questo basta a imporre un forte scetticismo nel trattare qualsiasi informazione che una fonte del genere possa fornire sulla Russia.

Ma poi c’è il “test dell’olfatto”. C’è stato un periodo in cui Sy mi chiamava per chiedermi un parere su alcune idee, alcune delle quali verificavano le informazioni fornite dalle sue fonti. Ricordo che una volta, all’inizio della guerra in Afghanistan, Sy mi chiamò per parlarmi di alcune missioni delle forze speciali condotte in Afghanistan. Mi descrisse le azioni della Delta Force, un’unità d’élite dell’esercito, ma usò i termini “compagnia”, “plotone” e “squadra” per descriverle.

«Sono citazioni dirette?» chiesi.

Sì, disse Sy.

“E la tua fonte sostiene che lui faccia parte di quella comunità?”

Ancora una volta, Sy rispose affermativamente.

“Non è Delta”, ho detto riferendomi alla fonte.

Gli operatori Delta, ho spiegato, operano come parte di uno squadrone, una truppa e una squadra, e qualsiasi discussione sulle loro operazioni farebbe uso di tale terminologia.

Sy ha indagato a fondo e ha scoperto la verità: lui non era chi diceva di essere.

Vorrei solo che Sy mi avesse chiamato per raccontarmi la sua storia sulla Russia.

Non solo la provenienza delle affermazioni riportate nell’articolo è discutibile – la comunità dei servizi segreti statunitensi è composta quasi interamente da russofobi dediti a diffondere disinformazione sulla Russia e sul suo leader – ma i dati effettivi sfidano ogni logica.

Who is Russia's new war commander Gerasimov and why was he appointed? |  Reuters
Generale Valery Gerasimov

A un certo punto dell’articolo Sy, citando questo “funzionario”, riporta le parole del generale russo Valery Gerasimov, capo di Stato Maggiore dell’esercito russo, che lamenta: “Non ho più un esercito. I miei carri armati e i miei veicoli blindati sono rottami, i miei cannoni sono logori. I miei rifornimenti sono intermittenti. I miei sergenti e ufficiali di medio grado sono morti, e i miei soldati semplici sono ex detenuti”.

È altamente improbabile, anzi quasi impossibile, che Gerasimov abbia mai detto una cosa del genere. Si tratta del più alto ufficiale dell’esercito russo e di uno stretto confidente personale del presidente russo. Una dichiarazione del genere da parte di un uomo nella sua posizione, anche se vera, equivarrebbe a un tradimento.

Il problema principale, tuttavia, è che le argomentazioni apparentemente avanzate da Gerasimov non solo sono contraddette dalla realtà, ma – cosa che Sy avrebbe dovuto cogliere – corrispondono punto per punto alla propaganda diffusa dal governo ucraino e dai suoi sostenitori in Occidente, compresa la comunità dei servizi segreti statunitensi, che contribuisce a scriverne la maggior parte per conto degli ucraini.

L’esercito russo è ampiamente riconosciuto come la forza combattente più letale del pianeta al giorno d’oggi.

I carri armati e i veicoli blindati russi hanno dimostrato di essere molto più resistenti rispetto alle loro controparti occidentali.

Sebbene in passato la Russia abbia avuto un problema minore di approvvigionamento per quanto riguarda i cannoni dell’artiglieria, oggi non è più così: la Russia ha una capacità produttiva sufficiente e, inoltre, la natura della guerra odierna, in cui i droni non solo hanno assunto una parte significativa dei compiti e delle responsabilità di supporto al fuoco in prima linea, ma individuano e forniscono anche l’osservazione diretta degli obiettivi ucraini che vengono distrutti con fuochi di precisione, rendendo superfluo il ricorso a fuochi massicci che hanno logorato le canne dell’artiglieria russa nelle prime fasi del conflitto.

L’esercito russo è una delle forze combattenti meglio equipaggiate al mondo e la pratica di ruotare le truppe fuori dalla linea del fronte, concedendo loro riposo, rifornendole e addestrandole alle tecniche più recenti, garantisce alla Russia un vantaggio qualitativo rispetto alle controparti ucraine.

Le perdite russe sono solo una frazione di quelle inflitte all’esercito ucraino, e i sottufficiali e gli ufficiali di medio grado russi stanno prosperando, non morendo.

Sì, l’esercito russo fa ricorso ai detenuti, ma questi rappresentano solo una piccola parte delle decine di migliaia di volontari che ogni mese si arruolano nelle file dell’esercito russo.

Non so quante volte la fonte di Sy sia stata in Russia, né se ci sia stata dopo l’inizio dell’operazione militare speciale.

Ci sono stato cinque volte, compresi i viaggi in Crimea, Kherson, Zaporozhia, Donetsk e Lugansk.

Ho intervistato generali, colonnelli, tenenti colonnelli, maggiori, capitani, tenenti e sergenti russi.

Uomini che hanno prestato servizio e che attualmente prestano servizio in prima linea.

L’autore (a sinistra) intervista il tenente generale Apti Alaudinov (a destra), agosto 2025

Ho viaggiato molto in Russia.

Ho parlato con persone che sono molto coinvolte nell’economia russa.

Letteralmente nulla di ciò che dice la fonte di Sy sembra vero.

L’idea che esista una valida opposizione politica a Vladimir Putin che miri a promuovere la sua caduta è assurda quanto la lunghezza del giorno.

E il fatto che Sy abbia attinto alle segnalazioni di due attivisti ferocemente anti-Putin, che si sono auto-esiliati dalla Russia, non fa che sottolineare la fondamentale debolezza della sua cronaca al riguardo.

Alexandra Prokopenko era una funzionaria minore nel settore bancario russo che è fuggita dalla Russia dopo l’inizio dell’operazione militare speciale, rifugiandosi presso il Carnegie Russia Eurasia Center di Berlino. Il Carnegie Russia Eurasia Center è diretto da Alexander Gabuev, che guida un team di analisti che in precedenza facevano parte del Carnegie Moscow Center, costretto a chiudere dal Cremlino all’inizio del 2022, dopo quasi trent’anni di attività, a causa del suo status di attività “indesiderabile” finanziata da fonti di denaro straniere provenienti da entità ostili alla Russia.

Prokopenko e gli altri continuano oggi a Berlino le loro attività apertamente anti-russe.

Alexander Kolyandr è Senior Fellow del Programma Resilienza Democratica presso il Center for European Policy Analysis, un istituto di politica pubblica apertamente russofobo con sede a Washington, DC, che promuove un’agenda transatlantica (cioè della NATO).

Sia Prokopenko che Kolyandr sono ucraini.

Sono coautori di un rapporto settimanale, All’interno dell’economia russa, dove promuovono costantemente una narrativa negativa sulla salute economica della Russia. Il loro articolo più recente, pubblicato il 17 gennaio e a cui Sy sembra fare riferimento, è intitolato “I punti deboli nascosti dell’economia russa: cosa tenere d’occhio nel 2026”.

All’interno dell’economia russaè una rubrica pubblicata sul sito web indipendente russo di informazione economica, La campana, fondata da un trio di giornalisti russi anticonformisti, Irina Malkova, Petr Mironenko ed Elizaveta Osetinskaya, che oggi operano in esilio dalla zona della baia di San Francisco.

Sy riferisce che l’articolo di Prokopenko e Kolyandr del 17 gennaio era “in circolazione in alcuni uffici governativi a Washington”.

Si tratta di un’osservazione priva di significato, che cerca di dare credibilità a una fonte che non ne ha alcuna quando si tratta della realtà della Russia e dei suoi risultati economici. Le critiche a distanza mosse da persone fisicamente distanti dalla Russia e intellettualmente programmate per trovare qualsiasi aspetto negativo nei risultati economici russi non sono lo standard che normalmente si cerca quando si desidera un’analisi basata sui fatti di questioni complesse. Lo scorso novembre ho trascorso 19 giorni in Russia incontrando e intervistando esperti dell’economia russa. Sy avrebbe tratto beneficio dalle intuizioni di questi esperti su ciò che sta realmente accadendo a livello economico in Russia, invece di dare vita a tropi russofobi progettati per promuovere un quadro più ampio di una Russia in difficoltà, dove “la disillusione e il risentimento stanno aumentando” e Vladimir Putin sta affrontando “una crescente agitazione interna”.

Sy scrive ormai da tempo sulla Russia e sul conflitto in Ucraina, e anch’io ho avuto reazioni negative a quegli articoli e al loro eccessivo affidamento a fonti anonime che sostengono di avere un accesso privilegiato alle questioni politiche russe, ma dimostrano una totale ignoranza della realtà russa. Allora perché ho deciso di richiamare l’attenzione su questo articolo proprio ora?

Ad essere sincero, non è una cosa che volevo fare. Sy è un ottimo amico e lo sarà sempre. Ma il fatto è che Sy è manipolato da forze all’interno del governo statunitense che stanno conducendo una “guerra psicologica” contro la Russia. Normalmente, una simile argomentazione sarebbe messa in discussione dal fatto che la Russia non reagisce solitamente alla propaganda occidentale pubblicata dai media occidentali, se non altro perché diffondere sciocchezze russofobe a un pubblico intrinsecamente russofobo ha lo stesso effetto di un cono gelato che si lecca da solo, un'”analisi” che esiste principalmente per giustificare la propria esistenza.

Russian envoy Kirill Dmitriev: Putin propagandist or key to peace with  Ukraine? - BBC News
Kirill Dmitriev

Ma dal vertice dell’Alaska dell’agosto 2025, c’è una nuova dinamica che altera il modo in cui questa propaganda occidentale viene vista dai russi all’interno della Russia. Il cosiddetto “Spirito dell’Alaska” ha assunto una vita propria, con la prospettiva di una prosperità economica legata alla fine negoziata del conflitto russo-ucraino che risuona sempre più in certi circoli delle élite economiche e politiche russe. Un aspetto critico di questo “Spirito dell’Alaska” è il dialogo in corso tra Kirill Dmitriev, interlocutore designato dal presidente Putin, e Steve Witkoff, uomo di fiducia di Trump per la Russia. Questo dialogo, ampiamente promosso da Dmitriev, si concentra sui vantaggi economici che la Russia otterrà una volta terminata la guerra con l’Ucraina e avviate le relazioni economiche con gli Stati Uniti.

Forse inconsapevolmente, Dmitriev ha contribuito a creare proprio quelle impressioni psicologiche sul popolo russo che Joe Biden aveva cercato di suscitare nel marzo 2011, quando aveva esaltato i vantaggi degli investimenti dei venture capitalist americani nella diversificazione dell’economia russa, affinché questa non si concentrasse più solo sull’estrazione delle risorse naturali, ma anche sulla loro commercializzazione.

Ma il boom economico dello “Spirito dell’Alaska” si basa sulla stessa cosa su cui si fondava la promessa di Biden di un futuro migliore per la Russia: la rimozione di Vladimir Putin dalla carica.

Lo “Spirito dell’Alaska” è semplicemente la politica di cambio di regime di Biden ripensata sotto Donald Trump.

L’obiettivo non è quello di convincere coloro che già odiano la Russia a odiarla ancora di più, ma piuttosto di far capire a una parte critica della società russa che non tutto va bene e che la soluzione sta in un cambiamento politico profondo e significativo ai vertici.

È qui che entra in gioco Sy Hersh.

È un giornalista investigativo vincitore del Premio Pulitzer molto stimato dai russi, soprattutto dopo il suo reportage sulla distruzione del gasdotto Nord Stream.

Sy gode di credibilità in Russia e, di conseguenza, i suoi articoli sono letti da molti russi inclini a considerarlo in modo positivo. Se un giornalista come Sy Hersh si impegna a sostenere una determinata narrativa, ritengono i professionisti americani della “guerra mentale”, allora tale narrativa ha la possibilità di attecchire in Russia, creando tensioni sociali che potrebbero essere sfruttate dai servizi segreti stranieri ostili alla Russia, compresa la CIA.

Il reportage di Sy viene strumentalizzato da fonti il cui vero scopo è quello di diffondere idee e informazioni nel dibattito pubblico, creando una cassa di risonanza in Occidente che si ripercuote sulla Russia, dove viene utilizzata per alimentare risentimento, dissenso e opposizione.

Sy è diventato uno strumento di cambiamento di regime in Russia, un ruolo che credo non abbia cercato né ritenga di ricoprire.

Ma come vecchio esperto della Russia, che da tempo osserva i giochi dei servizi segreti statunitensi all’interno del Paese, questo è esattamente il ruolo che Sy sta svolgendo, proprio come previsto dalle sue fonti e dai loro referenti quando è stata presa la decisione di mettere insieme le fonti e Sy per questo reportage.

Sono stato contattato da diversi esperti di Russia riguardo all’ultimo articolo di Sy. Almeno uno di loro ha contattato direttamente Sy in merito a questo articolo, senza alcun risultato.

Credo che il nuovo articolo di Sy sia dannoso per la Russia, perché ciò che riporta semplicemente non è vero.

È negativo per la pace perché alimenta la falsa speranza che la Russia sia sull’orlo del collasso economico e politico, incoraggiando così gli ucraini e i loro sostenitori occidentali a continuare a trascinare la guerra, nonostante le terribili perdite (economiche e umane) subite dall’Ucraina.

È dannoso per il giornalismo se non altro perché è cattivo giornalismo: le fonti sono sospette e il quadro analitico sottostante è debole.

Ma la cosa più importante per me personalmente è che è un male per il mio caro amico Sy Hersh. L’uomo che ha rivelato la storia di My Lai e Abu Ghraib, l’intrepido giornalista investigativo che ha abbellito le pagine del New York Times e del New Yorker quando entrambi i giornali erano considerati istituzioni giornalistiche credibili, non dovrebbe permettere che il suo nome venga associato a quella che è chiaramente un’operazione di propaganda volta a distruggere l’autocoscienza russa e a cambiare le basi civili della società russa, in breve, a scatenare una “guerra mentale”.

Sy Hersh, da tempo punto di riferimento per la verità nel giornalismo, non dovrebbe permettere che la sua reputazione venga infangata diventando un’arma nella “guerra mentale” condotta dagli agenti dei servizi segreti di Washington contro la Russia.

Eppure, pubblicando il suo articolo, “La lunga guerra di Putin”, è proprio quello che è successo.

Il Sy Hersh che conosco e amo, l’uomo che considero un amico, non permetterebbe mai a se stesso di essere usato come un propagandista da quattro soldi.

Voglio solo portare questo alla attenzione del mio caro amico, e spero che agisca di conseguenza.

I DUE TOTALITARISMI: CENNI DI TEOLOGIA POLITICA_di Teodoro Klitsche de la Grange

I DUE TOTALITARISMI: CENNI DI TEOLOGIA POLITICA*

1. Dato che di guerre, massacri e stermini la storia è piena, occorre, per distinguerli, ricercare quanto tra quelli li accomuna, tanto quel che li distingue. Tra i molti Tamerlano, Gengis Khan (e i di esso successori), ma anche governanti celebrati come Giustiniano (la rivolta di Nika fu repressa – pare – al prezzo di oltre trentamila morti), è necessario isolare somiglianze e differenze tra quelli e le rivoluzioni moderne; nonché all’interno di quest’ultime, le costanti e le variabili.

2. Ciò che le accomuna, in primo luogo, è d’essere moderne. Ma cos’è la modernità? A rispondere a questa domanda non sarebbe sufficiente una biblioteca. Figuriamoci una relazione ad un convegno tra amici. La modernità può essere intesa in tanti modi come secolarizzazione, come estraniamento da Dio e di Dio dal mondo, come disincanto da questo, come percezione meccanicistica della  natura e così via. Ai nostri fini, più limitati, ciò che maggiormente rileva sono da un canto la secolarizzazione, dall’altro l’emergere del concetto di sovranità e così di conseguenza di un assoluto politico-giuridico, peraltro immanente.

3. Nella rivoluzione francese, ciò che prelude il terrore giacobino e ne costituisce (peraltro involontariamente, data la vita del pensatore rivoluzionario) è la concezione della sovranità esposta dall’abate Sieyès, soprattutto in Cos’è il terzo Stato «La nazione – scrive infatti Sieyès – è preesistente a tutto, è l’origine di tutto… Sarebbe ridicolo supporre la nazione vincolata anch’essa dalle modalità e dalla Costituzione cui ha assoggettato i propri mandatari. Se per diventare una nazione le fosse stata necessaria una forma positiva essa non sarebbe mai diventata tale. La nazione si forma soltanto in forza del diritto naturale […] La nazione è tutto ciò che è in grado di essere per il solo fatto di esistere. Non dipende dalla sua volontà attribuirsi più diritti di quanti ne abbia […] . Alla volontà nazionale basta (invece) soltanto la propria realtà, per essere sempre legittima. Essa è la fonte di ogni legalità» (i corsivi sono miei). Si può dire che per Sieyès la sovranità nazionale è connotata dalle caratteristiche: di non essere soggetta al diritto positivo , anzi di esserne la fonte; d’essere originaria; di sfuggire ad una forma, in quanto origine delle forme stesse; di non essere vincolabile al rispetto di queste e quindi dei poteri costituiti; il tutto condensato nella pregnante affermazione di essere «tutto ciò che è in grado di essere, per il solo fatto di esistere» (che è quasi una parafrasi della definizione rousseauiana della sovranità).

Secondo una vecchia teoria, talvolta ripetuta, ma non notata in tutta la sua portata, sovrano è chi, in una determinata unità politica, ha tutti i diritti e nessun dovere e l’abate rivoluzionario ne offre una compiuta esposizione, compendiabile nel riconoscimento dell’onnipotenza della nazione e del di esso pouvoir constituant nei confronti di tutti i poteri costituiti, e così nell’istituire forme senza essere in forma.

Come scrive Carl Schmitt a tale proposito “Il rapporto tra pouvoir constituant e pouvoir constitué ha la sua più perfetta analogia sistematica e metodologica nel rapporto tra natura naturans e natura naturata, un’idea che ha trovato posto anche nel sistema razionalistico di Spinoza ma che, appunto per questo, dimostra che quel sistema non è puramente razionalistico… Dall’abisso infinito e insondabile del suo potere sorgono forme sempre nuove, che essa può infrangere quando vuole e nelle quali essa non cristallizza mai definitivamente il proprio potere”[1]. Data l’onnipotenza della sovranità nazionale e dei di esso rappresentanti, la Convenzione nazionale del 1792 quindi esercitò i propri poteri in modo che si distingue nettamente dalla concezione della dittatura romana, come considerata da Machiavelli. Come sostiene Schmitt “Dallo sviluppo storico della disciplina dello stato d’eccezione risulta che esistono essenzialmente due tipi di dittatura, cioè una tale che malgrado tutti i poteri eccezionali si mantiene tuttavia essenzialmente nel quadro dell’ordinamento costituzionale esistente e nel quale il dittatore (dittatura commissaria) è incaricato in modo costituzionale, ed un’altra nella quale è abolito l’intero ordinamento giuridico e la dittatura serve allo scopo di produrre un ordinamento del tutto nuovo (dittatura sovrana)”[2]. Tale dittatura sovrana, scrive Schmitt, può essere esercitata sia da un’assemblea nazionale (come la Convenzione) che da un partito rivoluzionario (nel 1917 in Russia). Quindi ad accomunare le due rivoluzioni è di essere le specie di un unico genere: la dittatura sovrana.

Pertanto aventi nel fine la costruzione di un ordine nuovo. La dittatura sovrana si distingue da quella ordinaria perché ha una funzione innovativa dell’istituzione politica e non conservativa come quella romana (v. Machiavelli, Discorsi I, XXXIV); non serve a “serbare gli ordini” ma a sostituirli.

4. C’è un’altra sostanziale analogia, che al tempo è una differenza, altrettanto sostanziale.

Scriveva il giovane Marx che il socialismo è la soluzione dell’enigma irrisolto della storia.

Nell’antropologia cristiana l’uomo è libero di decidere tra il bene e il male: può peccare (e sempre lo fa). Sia nella concezione più negativa (che è quella di S. Agostino), che in quella meno pessimistica (di S. Tommaso d’Aquino) è il fondo comune che rende necessario che vi sia un’autorità che protegga i buoni e punisca i cattivi; e ogni autorità proviene da Dio (S. Paolo). Non invano quindi esercita la coazione (possiede il gladio, come scrive S. Paolo).

Riprendendo il pensiero di Marx, questa costante della natura umana può cambiare mutando i rapporti di produzione (dal capitalismo alla società comunista). Così l’uomo da zoon politikon diventa zoon apolitikon. Lo Stato si estingue perché non necessario.

In una società dove la comunione e l’abbondanza dei beni abbia eliminato le ragioni di conflitto, ogni apparato repressivo è inutile. E così governanti, giudici, poliziotti e avvocati del tutto superflui. Tuttavia c’è un ma… Per raggiungere tale situazione paradisiaca, un’età dell’oro alla fine della storia (invece che all’inizio), occorre distruggere chi vi si oppone. Qua le due rivoluzioni si riavvicinano: l’oppositore al mondo nuovo è il nemico assoluto da estirpare.. Come i vandeani, i i preti e gli aristocratici nel 1793; i bianchi, i kulaki, i dissenzienti nel XX secolo,

5. C’è al fine comunque un’altra (conseguente) distinzione che rende differenti giacobini e bolscevichi.

Stučka, primo bolscevico commissario del popolo alla giustizia, la esponeva in un opuscolo dallo stesso scritto durante la presa del potere dei bolscevichi, dove criticava radicalmente il costituzionalismo borghese. Scrive Stučka “Non essendo nel regime socialista il popolo suddiviso in classi, lo Stato non deve regolare rapporti fra classi e perciò è superflua qualsiasi legge fondamentale”; basta la dittatura del proletariato. Dopo la quale lo Stato si estingue. Quindi niente “costituzione” (sempre) e al termine niente Stato[3].

Diversamente nel pensiero borghese non c’è in vista alcuna rigenerazione della natura umana. Per quanto riguarda i giacobini, tra i molti esempi adducibili, voglio ricordare quanto è scritto nella Costituzione “giacobina” del 1793 (mai entrata in vigore, per lo stato di guerra prima, successivamente per la di essa sostituzione da parte della Convenzione con la Costituzione dell’anno III). Non solo essa costituisce la repubblica “una e indivisibile” (e si intende non “a termine”) ma all’art. 28 della Dichiarazione dei diritti dichiara “Un popolo ha sempre il diritto di rivedere, riformare e cambiare la propria Costituzione. Una generazione non può assoggettare alle proprie leggi le generazioni future”. Con ciò è chiaro che lo stato politico è naturale e necessario, e non c’è rivoluzione che possa cambiarlo, né in grado dicostruire la società perfetta, quindi immutabile: si può riformare, ma non sopprimere il politico (e i suoi presupposti). L’uomo è zoon politikon, come affermato da Aristotele e S. Tommaso. Non può cambiare la propria natura, come di converso crede il marxismo, convinto di essere “la soluzione dell’enigma della storia”. Benedetto XVI l’ha così insegnato nell’enciclica Spe salvi: “Marx non ha solo mancato di ideare gli ordinamenti necessari per il nuovo mondo – di questi, infatti, non doveva più esserci bisogno. Che egli di ciò non dica nulla, è logica conseguenza della sua impostazione. Il suo errore sta più in profondità. Egli ha dimenticato che l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato l’uomo e ha dimenticato la sua libertà. Ha dimenticato che la libertà rimane sempre libertà, anche per il male. Credeva che una volta messa a posto l’economia, tutto sarebbe stato a posto. Il suo vero errore è il materialismo: l’uomo, infatti, non è solo il prodotto di condizioni economiche e non è possibile risanarlo solamente dall’esterno creando condizioni economiche favorevoli” (i corsivi sono miei).

In sostanza mentre per la natura politica e problematica dell’uomo e per la necessità del politico (e dello Stato), e quindi per l’impossibilità dell’estinzione dello Stato, non c’è sostanziale differenza tra teologia cristiana da un lato e pensiero borghese dall’altro (giacobini compresi) c’è una radicale differenza tra quelli (come, in genere, con altre forme di pensiero politico) e il marxismo, che proprio sulla capacità di costruire l’uomo nuovo e la società perfetta si fonda.

                                                                       Teodoro Klitsche de la Grange


**Relazione svolta all’incontro dell’Associazione “Identità e Confronti” il 22/01/2026 in Roma sulle rivoluzioni giacobina e bolscevica nel pensiero di Furet.

[1] v. Die Diktatur, trad. it. di Antonio Caracciolo, Settimo Sigillo, Roma 2006, p. 179.

[2] Op. cit., p. 307

[3]E’ chiaro che Stučka si riferisce nel testo citato al concetto “ideale” di Costituzione borghese.

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È strano come certe cose banali ti restino impresse per il resto della vita. Quando andavo a scuola, ricordo di aver letto – se liberamente o dietro istruzioni, non ricordo – la popolare storia dell’Inghilterra nel XVIII secolo di JH Plumb, allora disponibile da poco da Penguin Books. Anche a quell’età, avevo un crescente interesse per le battute sarcastiche, e ricordo ancora oggi la sua descrizione dell’ascesa al potere di Re Giorgio II: “Giorgio II era come suo padre. Stupido ma complicato”. La Casa di Hannover non ha generalmente avuto una buona stampa, anche se immagino che gli storici recenti siano stati meno severi al riguardo, ma in ogni caso quella è stata la mia prima introduzione a quello che potrebbe essere descritto come il problema della gestione dei potenti. Questo è l’argomento di questo saggio, ed è un aspetto che ritengo poco apprezzato, e certamente poco studiato, nella scrittura di politica, governo e storia.

Giorgio II era un Capo di Stato, difficilmente rimovibile se non tramite insurrezione e guerra civile, e gli inglesi ne avevano abbastanza dopo i tumultuosi eventi del XVII secolo. Inoltre, il tentativo di Giacomo II di emulare l’assolutismo francese era fallito miseramente, quindi il potere effettivo del re inglese (e poi britannico) era più limitato che in altri paesi, il Parlamento era corrispondentemente più forte, e il problema forse non era così acuto come in Francia, ad esempio.

Ma la difficoltà di fondo rimaneva: il corretto funzionamento del sistema politico, l’adozione delle decisioni e le formalità di leggi, trattati ecc., tutto dipendeva da un re il cui buon senso e persino la cui razionalità non potevano essere dati per scontati. La storia registra moltissimi sovrani in moltissime civiltà con diversi livelli di abilità e attitudine, ma fino all’inizio dell’età moderna erano tutti fortemente dipendenti, per l’effettivo funzionamento della nazione o dell’Impero, dalla pratica tradizionale di trovare e promuovere favoriti (inclusi in alcuni casi i loro familiari) che speravano sarebbero stati amministratori buoni e leali. Dopotutto, il re più potente del mondo non può ottenere nulla se non ci sono persone che trasformino i suoi desideri in realtà e si assicurino che i piani vengano effettivamente attuati e continuino ad esserlo. La maggior parte dei sovrani era insicura, molti affrontarono ribellioni o guerre civili, e la loro unica protezione era quella di circondarsi di persone di cui potevano fidarsi, preferibilmente persone che non avevano una base di potere indipendente e quindi potevano essere destituite a piacimento. Il problema per chi era impegnato, ovviamente, era che mantenere una posizione a corte, da cui potevano dipendere la propria fortuna e perfino la propria vita, poteva significare dire sempre al sovrano ciò che voleva sentirsi dire, anziché la verità.

Spesso associamo sovrani famosi a consiglieri famosi, alcuni dei quali ebbero più fortuna di altri. In teoria, queste posizioni erano molto potenti: in pratica dipendevano in larga misura dalla continuità del favore reale. E inutile dire che la tentazione di usare tali posizioni per un tornaconto personale raramente veniva respinta. Nella tradizione inglese, il prototipo di tali figure è probabilmente Thomas Cromwell, che da umili origini arrivò a ricoprire una serie di incarichi, culminando in quello di Primo Ministro (tra gli altri) alla corte di Enrico VIII. (La sua storia è ben raccontata nella famosa serie di romanzi di Hilary Mantell.) Sembra che sia stato estremamente efficace in questo ruolo, e abbia avuto un ruolo fondamentale nella Riforma e nell’istituzione della Chiesa d’Inghilterra, prima di cadere vittima dell’ira del re per il suo matrimonio fallito con Anna di Clèves. Tipicamente, Enrico si pentì della sua azione quando era troppo tardi (Cromwell era certamente innocente delle accuse di tradimento mosse contro di lui). Figure di talento come Colbert, Richelieu e Mazzarino servirono i re francesi più o meno allo stesso modo.

I problemi posti dal governo attraverso figure potenti ma transitorie, capaci di agire in nome del sovrano, non avevano una vera risposta, e la crescente sofisticazione degli stati occidentali rendeva inevitabile un cambiamento. Inoltre, i sovrani più potenti, fino ad allora, erano circondati da cerchie concentriche di favoriti e di propri uomini di fiducia, e ottenere qualcosa poteva significare dover gestire diversi segretari e segretari di segretari, nella speranza di ottenere un’udienza con qualcuno in grado di prendere una decisione. E naturalmente esistevano anche modi informali per ottenere risultati, spesso coinvolgendo madri, mogli e amanti. Molto dipendeva, in pratica, dalla capacità personale del sovrano, se si riusciva a farsi strada fino a lui o a lei: l’imperatore Francesco Giuseppe d’Asburgo, longevo e laborioso, ad esempio, è stato trattato dalla storia con maggiore benevolenza del Kaiser Guglielmo II di Prussia, le cui dichiarazioni pubbliche indisciplinate, il cui comportamento e la cui passione per i militari sono generalmente attribuiti sia al contributo allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, sia all’instaurazione di un’efficace dittatura militare durante la guerra stessa. (Mi dispiace, non c’è spazio per fare esempi al di fuori dell’Europa.)

Si potrebbe pensare che l’avvento dei sistemi politici democratici e l’effettivo primato del Parlamento avrebbero posto fine a questi problemi, ma alcuni di essi sono intrinseci e strutturali, e costituiscono una caratteristica altrettanto importante di un sistema democratico. In parole povere, le qualità richieste per entrare in politica e avere successo non sono necessariamente quelle richieste per un buon giudizio politico di alto livello, o persino per una gestione sensata.

In generale, i politici si dividono in due categorie. Ci sono quelli con almeno un minimo di senso del servizio pubblico, di solito più anziani quando iniziano, e spesso felici di smettere quando diventano sindaco o rappresentante parlamentare locale. Queste persone tendono ad apprezzare il riconoscimento nella e dalla comunità locale, essere notati per strada e così via. In passato avremmo potuto aggiungere coloro con forti convinzioni politiche – in particolare i Partiti Comunisti Europei – che spesso prestavano servizio a livello locale per anni, generalmente non retribuiti.

Ma la maggior parte dei politici di oggi non è così, e molti non lo sono mai stati. Sono impegnati in una carriera politica che li porta avanti e in ascesa, e con buone probabilità di lasciare la politica alla fine per dirigere un’organizzazione internazionale o per fare un sacco di soldi nel settore privato. Questo richiede ambizione, un buon tempismo, la volontà di cambiare alleati e tradire amici, e la capacità di cambiare opinioni e convinzioni come gli altri cambiano i calzini, e di mentire quando necessario. Tra le altre cose. Ma richiede anche la dedizione a uno stile di vita in cui la politica e l’ambizione personale dominano a scapito di quasi tutto il resto, e questo è qualcosa che spesso viene meno apprezzato. Il nostro politico rappresentativo, che ha finalmente ottenuto un incarico come viceministro, finisce il “lavoro” di venerdì solo per andare a una riunione in Parlamento, seguita da una cena estenuante ma politicamente preziosa, torna a casa alle 11:00 e lavora su documenti ufficiali per un’ora prima di infilarsi a letto ricordandosi di essere in piedi e in giro per un colloquio alle 7:00 seguito da una visita di un giorno intero a un luogo politicamente significativo, stringendo mani al mercato e rilasciando interviste, prima di tornare per cena con un collega che sta valutando una candidatura alla leadership… Ho spesso pensato che, dalla mia osservazione, il criterio di gran lunga più importante per essere un politico di successo è riuscire a dormire quattro o cinque ore a notte.

E naturalmente il politico di oggi dedica almeno altrettanto tempo a pensare e ad agitarsi per la propria carriera politica quanto al suo lavoro fittizio: informando i media e insultando i rivali in modo non imputabile, cercando di capire chi leccare il culo e chi calpestare. E come vedremo tra poco, la tecnologia moderna ha peggiorato quella che era già una situazione disastrosa. Un simile stile di vita non lascia spazio a nulla se non alla politica e all’ambizione, ed è per questo che molti politici, anche in posizioni di responsabilità, sembrano conoscere così poco il mondo reale e i suoi problemi. Se questa comprensione della “politica” avesse una qualche sostanza ideologica, sarebbe diverso, ma in realtà è puramente tecnica, legata all’ambizione, alla paura, all’odio e a tutti i fattori tipici della rivalità e della competizione politica. Bisogna davvero desiderare un lavoro del genere.

Inutile dire che un sistema che seleziona persone di questo tipo non genera necessariamente leader politici dotati delle capacità di leadership e gestione necessarie, ad esempio, per assumere la responsabilità del Servizio Sanitario o della Polizia Nazionale. La realtà è che questo tipo di politico – non del tutto un’evoluzione moderna, ma in modo significativo – difficilmente porterà particolari qualità intellettuali o personali a un importante incarico governativo, se non per coincidenza. Si autoselezionano in base ad altre qualità, e queste tendono, nella pratica, a essere ostili al buon governo. Ad esempio, se sei un Ministro obbligato a prendere una decisione importante ma controversa che sarà fortemente criticata, la rimanderai il più a lungo possibile nella speranza che il governo venga rimpasto e qualcun altro possa ereditare la responsabilità.

A partire dal diciannovesimo secolo, si è sempre più riconosciuto che gestire i potenti, siano essi eletti o che abbiano preso il potere per tradizione o con la forza, è un’abilità di per sé necessaria. Non si può governare un Paese basandosi sul fatto che il vertice assuma i suoi amici in posizioni di responsabilità, i quali a loro volta li assegnino a loro in posizioni di minore responsabilità e così via, con il rischio che l’intero circo cambi radicalmente o venga rovesciato da un momento all’altro. La capacità di andare oltre, di creare un servizio pubblico professionale, indipendente e altamente qualificato, è ciò che in definitiva fa la differenza tra uno Stato ben amministrato e un sistema tradizionale basato sul “prendi quello che puoi”. È la differenza pratica tra Singapore e il Senegal. Il sistema deve ottenere la fiducia della leadership politica e la legittimità della popolazione: questo richiede tempo per svilupparsi e, come hanno dimostrato gli eventi, può essere perso molto più rapidamente di quanto sia stato acquisito.

Il rapporto tra la leadership politica, i suoi consulenti professionali e coloro che attuano le sue politiche è raramente discusso nella letteratura politologica, fatta eccezione per noiose discussioni su “controllo” e conflitto. E poiché negli ultimi anni l’attenzione si è spostata dal “buon governo” alla spunta di caselle e alle presentazioni PowerPoint, si è diffusa l’idea che consigli e competenze, se ne hai bisogno, siano qualcosa che puoi semplicemente acquistare, o addirittura sostituire con l’intelligenza artificiale a tempo debito. Ciò di cui un Paese ha bisogno, a quanto pare, è la “fornitura di servizi” e amministratori delegati che si comportino come se lavorassero nel settore privato e che siano in grado di raggiungere obiettivi quantitativi, anche a costo di barare. Dopotutto, Donald Trump sa il fatto suo… non è vero? Non ha bisogno di consigli… vero?

La tendenza, a partire dagli anni ’80, è stata quella di allontanarsi dagli amministratori professionisti di carriera che capiscono la politica e cosa si può fare, verso il reclutamento diffuso di dilettanti che condividono le idee del loro Preside, o almeno affermano di farlo in cambio di denaro. (Questo è stato accompagnato, naturalmente, dal trasferimento massicciamente dannoso di intere funzioni al settore privato, di cui non c’è spazio per discutere qui.) Pertanto, come ho sostenuto in un saggio dell’anno scorso, i governi occidentali stanno di fatto tornando all’era premoderna, del governo dei favoriti e dei favoriti dei favoriti. Ma, potreste chiedervi, perché mai dovrebbe essere necessario un sistema amministrativo professionale a supporto di un governo? (Cinquant’anni fa sarebbe stato strano anche solo porre una domanda del genere, mentre oggigiorno si legge un articolo di opinione su una pubblicazione molto seria.) In genere, la domanda viene posta da persone che non hanno alcuna conoscenza o esperienza di governo, quindi spieghiamo nel modo più semplice possibile cosa fa un sistema del genere al livello più alto (ovviamente servono eserciti di persone per attuare le politiche, ma questo è un altro argomento).

Gestire un Paese, e all’interno di esso, un’organizzazione che conta da centinaia a decine di migliaia di persone, richiede competenze che poche persone possiedono naturalmente. In passato, i politici con esperienza esterna potevano arrivare a comprendere almeno in parte ciò che era richiesto: oggigiorno è estremamente insolito. E il problema è che la maggior parte di queste cose da fare sono difficili .Hai mai tenuto un discorso di mezz’ora davanti a cinquecento persone senza farle addormentare? Hai mai risposto a domande improvvisate davanti a un Parlamento o in diretta TV? Ti è mai capitato che i media ti chiedessero di commentare qualcosa che non sapevi nemmeno fosse successo? E queste sono solo alcune delle sfide quotidiane più banali. Eppure, anche quando sviluppi la capacità tecnica di pensare in fretta (e alcuni non ci riescono mai), hai comunque bisogno di qualcuno che ti dica cosa è sicuro dire.

Supponiamo che, dopo due settimane di lavoro, vi troviate a presiedere una riunione di persone, interne ed esterne al governo, su un argomento spinoso con molti interessi e punti di vista diversi, a cui partecipano persone che in genere ne sanno più di voi. (Questo, tra l’altro, è del tutto normale.) Ora, se l’avete mai fatto, saprete che presiedere una riunione e ottenere un risultato utile non è la cosa più facile da fare, in nessuna circostanza. Servono un obiettivo chiaro, un senso sia dei tempi che di come suddividere il tempo a disposizione, la capacità di evitare di lasciarsi trasportare dalla discussione o di lasciare che altri dominino la discussione, un’idea di ciò che potrebbe essere realisticamente possibile e un’idea di come la riunione e il suo esito si inseriscono nel quadro più ampio. Almeno, questo sarà sufficiente come inizio. Qualunque cosa possa essere la situazione altrove, in politica e nel governo non si può avere una riunione di successo semplicemente urlando contro la gente. Quindi è necessario avere il controllo del processo in tutte le fasi e avere una conoscenza sufficiente dell’argomento per far progredire la discussione. Il modo in cui lo si fa, a meno che non si abbia un talento naturale straordinario, è osservando e imparando dagli altri. Probabilmente si impara di più osservando i cattivi esempi che quelli buoni: ricordo diversi incontri internazionali di alto livello che sono precipitati nel caos e si sono disintegrati in piccoli gruppi di discussione a causa di una presidenza debole.

Quindi, il minimo di cui hai bisogno è una discreta conoscenza dell’argomento e qualche consiglio su come condurre l’incontro, tenendo presente chi sarà presente e cosa desidera. È qui che entrano in gioco i consulenti qualificati ed esperti, che portano con sé una vita di esperienza e conoscenza. E tieni presente che questo è il tipo di attività che potresti ritrovarti a fare più volte alla settimana, su una varietà di argomenti. Sì, in teoria potresti farti strada a forza e dettare legge, ma in pratica ti farai solo dei nemici e non riuscirai a portare a termine il lavoro per cui eri lì. Se il sistema funziona correttamente, riceverai un briefing scritto e poi anche un briefing orale, se necessario. E non importa quanto tu abbia un’alta opinione di te stesso, e qualsiasi cosa possa dire il tuo nuovo consigliere politico, se non prendi tutto questo molto seriamente, pur riservandoti il ​​diritto di prendere le decisioni finali, allora probabilmente sarai spacciato prima o poi.

Come ho detto, molte delle cose che i leader politici devono fare sono intrinsecamente difficili e stressanti, e se non si è mai stati intervistati in diretta TV, ad esempio, la prima volta che lo si fa è un po’ stressante. E a volte ciò che accade realmente nel lavoro quotidiano della politica è molto più complicato di quanto sembri a prima vista. Un buon esempio sono le riunioni internazionali, che oggigiorno sono una caratteristica della vita in quasi tutti gli ambiti governativi.

Al terzo mese di lavoro, partecipi a un grande incontro internazionale in cui il tuo Paese ha interessi e obiettivi importanti, e il cui esito sarà riportato dai media nazionali, danneggiando o migliorando la tua carriera politica. Questa è la prima riunione del genere a cui partecipi e, guardandoti intorno al tavolo, vedi altri leader di delegazioni, alcuni dei quali ora conosci, altri che incontrerai per un caffè in un piccolo programma speciale che i tuoi consiglieri hanno messo a punto. Potresti essere solo al tavolo, a seconda delle dimensioni del tavolo e della sala, oppure potresti avere il consigliere più importante – un ambasciatore o un funzionario di alto rango – seduto al tuo fianco. C’è un team di supporto seduto dietro di te, che dialoga con gli altri, esce per fare telefonate, scrive e passa appunti, viene convocato per riunioni improvvisate, si coordina con il tuo ufficio e si occupa di tutte le attività che accadono in questi incontri e che non vengono mai mostrate in TV.

Probabilmente avrete delle cuffie perché non tutti i presenti al tavolo parleranno la stessa lingua, e comunque l’acustica della sala potrebbe renderle essenziali. Dovete anche rendervi conto che parlare per un interprete è un’abilità diversa dal parlare con chi parla la vostra stessa lingua, e dovete fare uno sforzo particolare per essere chiari. Chiunque presieda la riunione sarà già venuto a trovarvi, in parte per valutare se il vostro approccio generale possa essere utile o meno, e per fare pressioni su di voi affinché vi assistiate su determinati punti. Sul tavolo di fronte a voi ci sarà il vostro briefing, insieme ai documenti distribuiti per la riunione. Di tanto in tanto apparirà un nuovo foglio di carta. Se state cercando di concordare un comunicato, che spesso fa parte dei lavori, allora sul tavolo di fronte a voi appariranno bozze successive di singoli paragrafi, spesso in lingue diverse. Probabilmente parteciperete a un pranzo dei Capi Delegazione, da soli, per cercare di appianare i disaccordi più ostinati.

Uno dei compiti dei tuoi consiglieri è assicurarsi che tu non ti perda completamente nella procedura (l’ho visto succedere più di una volta) e che tu riesca a mantenere la lucidità e ad avvicinarti, o almeno a non allontanarti, dal tuo obiettivo. Si tratta di un calcolo estremamente complesso, che implica giudizi su quanto lontano puoi spingerti e quanto lontano possono spingersi gli altri, chi intende cosa con ciò che dice, chi ha l’autorità di scendere a compromessi e chi no, chi può essere spinto un po’ oltre, quando arrendersi e gettare la spugna su una particolare questione, quale concessione qui può essere scambiata con quale concessione lì, quando guadagnare tempo e sperare di esaurire gli altri, quando giocare carte come “Temo di non poter accettare questo senza fare riferimento al Primo Ministro”, e una dozzina di altre tattiche. A volte devi toglierti le cuffie per ascoltare uno o più dei tuoi consulenti, accettare di mandare qualcuno a una riunione riservata da qualche altra parte, leggere un biglietto che qualcuno ha consegnato al tuo team, leggere un messaggio appena arrivato da casa, il tutto tenendo d’occhio cosa sta succedendo e assicurandoti di non perdere nulla di importante.

Non importa quanto brillanti possiate essere, sono il supporto e il supporto a decidere in larga misura il successo dell’incontro. Se questo vi sembra molto astratto, considerate un caso reale che ha avuto conseguenze molto importanti nel mondo reale. Alla fine del 1991, i membri dell’allora Comunità Economica Europea si incontrarono a Maastricht, nei Paesi Bassi, per definire la forma definitiva dei Trattati sull’Unione Politica e Monetaria. Il capo della delegazione britannica era John Major, Primo Ministro e in carica solo da un anno. Major non era un peso massimo della politica, e lo sapeva. Non un intellettuale o qualcuno dotato di carisma (si scherzava ingiustamente sul suo conto dicendo che era scappato dal Circus per diventare contabile), era l’originale Uomo in Abito Grigio di medio livello, a ricordare che in politica non si può mai sapere chi alla fine arriverà in cima. Inoltre, il Regno Unito aveva iniziato male i negoziati all’inizio del 1991 (ho sentito le aspirazioni di altri paesi per i due progetti dell’Unione liquidate come “euro-schiuma”, destinate senza dubbio a scomparire presto) ed era stato costretto a scendere a compromessi successivi da allora. Non uno scenario del tutto promettente per il maggiore

Ma era ampiamente supportato. Per diversi mesi prima delle riunioni, era stato preparato del materiale informativo e Major si presentava alle riunioni con un enorme raccoglitore. A sinistra, l’ultima bozza di clausola di ciascun Trattato, a destra la posizione del Regno Unito, seguita da cosa dire, seguita, se necessario, da una controproposta. Nessun’altra delegazione ha avuto questo livello di supporto: molte delegazioni più piccole si sono presentate con solo un elenco di punti su cui avevano molto a cuore. Il risultato è stato che il Regno Unito ha ottenuto dai negoziati più di quanto avrebbe dovuto: qualcuno nella sala mi ha detto che l’unica sconfitta grave è stata su un punto in cui Major aveva sfogliato a fatica i documenti e non era riuscito a trovare la giusta collocazione. Quel livello di efficacia, impensabile oggi, rappresentava la macchina britannica al suo meglio o quasi, un po’ malconcia da un decennio di vandalismo thatcheriano, ma ancora sostanzialmente intatta.

Quando si sostiene il “controllo politico”, quando si parla di guerra istituzionale tra politici e burocrati intriganti, quando si lamenta degli Stati Profondi, in realtà si parla di questi argomenti, generalmente senza rendersene conto. L’efficacia di un apparato statale richiede in ultima analisi sia buoni leader che un buon supporto: in alcune circostanze, questi ultimi possono compensare i primi, ma questi ultimi non potranno mai compensare i secondi. Eppure, le stesse persone che si lamentano della persistenza degli Stati Profondi fingono di essere sconcertate dal catastrofico declino della capacità dei sistemi politici occidentali di fare qualcosa di significativo e dalle buffonate dei suoi leader nazionali, di cui Trump è semplicemente l’esempio più eclatante. Cosa sta succedendo qui?

Possiamo iniziare riconoscendo che i sistemi politici differiscono ovviamente tra loro. Quello che a volte viene chiamato sistema Westminster, basato sul modello britannico e ampiamente esportato, prevedeva un servizio governativo di carriera professionale che supportava i politici di qualsiasi partito al potere e, con ovvi adattamenti per questioni di compatibilità personale, serviva diversi ministri al cambiare dei governi. Ciò rifletteva la struttura essenzialmente bipolare della politica britannica, l’ampio grado di accordo tra i partiti e il fatto che politici e burocrati fossero culturalmente molto vicini. Molti paesi europei, soprattutto quelli in cui i governi di coalizione erano la norma, avevano il sistema di Gabinetto francese. Ora, Gabinetto originariamente significava semplicemente “ufficio”, e oggi indica l’ampio staff personale dei ministri, ma anche di alti funzionari a livello nazionale e locale. È anche la struttura dell’UE, dove un Commissario avrà il suo Gabinetto e i suoi “Servizi”, questi ultimi costituiti da personale di carriera professionale. È noto che questo sistema abbia le sue inefficienze, ma è inevitabile in un ambiente politico altamente personalizzato, dove i politici raccolgono naturalmente attorno a sé persone di cui possono fidarsi. La posizione di Direttore di Gabinetto può essere estremamente potente, e i “Direttori di Gabinetto” hanno intrapreso importanti carriere in politica e altrove. Nei sistemi presidenziali esecutivi, come in Francia, lo staff personale del Presidente è un altro fattore di complicazione, e il sistema tedesco, con un Cancelliere forte, presenta molte delle stesse caratteristiche. Non entriamo nei dettagli di Washington in questa fase.

Il punto essenziale, tuttavia, è che qualsiasi sistema funzionante richiede sia un elevato grado di fiducia tra i leader politici e i loro consiglieri, sia un elevato grado di competenza da parte di questi ultimi. Questo si estende al fatto che i consiglieri dicano “non riteniamo sia saggio farlo”, e che il Preside sia pronto ad accettare il loro giudizio e i loro consigli. In passato, questo approccio sembrava funzionare meglio, soprattutto nei sistemi in cui il personale di carriera era sicuro del proprio posto di lavoro e dove la qualità della classe politica era più elevata. (Se metà delle storie che ho sentito sul comportamento della signora Thatcher in certe crisi fossero vere, dovremmo essere lieti che gli uomini in camice bianco non fossero mai lontani. Oggi, naturalmente, il servizio è stato chiuso per risparmiare). Il problema evidente è che più il sistema diventa personalizzato, più il team di supporto dipende per il proprio sostentamento dal favore del Preside, e quindi meno è probabile che cerchi di esercitare un’influenza restrittiva. Ora, in teoria, questa influenza restrittiva dovrebbe derivare dalla famosa Separazione dei Poteri, in base alla quale il Potere Legislativo e quello Giudiziario dovrebbero intervenire e ristabilire l’ordine, aiutati da quella strana bestia nota come “Società Civile” e persino dai media. Vedete qualche segno che ciò stia accadendo di questi tempi? Nemmeno io.

La dottrina della separazione dei poteri, per quanto amata dagli scienziati politici, è solo un gioco meccanicistico a somma zero, in cui diverse parti dell’oligarchia statale cercano di impedirsi a vicenda di fare qualcosa. Non ha nulla a che fare con il buon governo e anzi, probabilmente gli è ostile. Generalmente aggiunge complessità senza aumentarne l’efficacia, e fraintende la natura del problema, che non è la “forza” dell’Esecutivo, ma il progressivo svuotamento delle forze che dovrebbero garantire ordine e disciplina in nome del Paese nel suo complesso. Trump (dato che non posso fare a meno di menzionarlo) è meno un problema in sé che la manifestazione esteriore di una macchina governativa che non funziona più correttamente.

Come è iniziato tutto? Probabilmente, in televisione. Alla fine degli anni ’70, la BBC trasmise una classica serie comica televisiva, ” Yes Minister”, da allora venduta in tutto il mondo. Già all’epoca era anacronistica: si basava in gran parte sui diari di Richard Crossman, ministro del governo laburista del 1964-70, ed era essenzialmente un’affettuosa parodia del servizio civile emerso dopo la Seconda Guerra Mondiale. Diede origine al tropo dei funzionari machiavellici e intriganti che manipolano ministri sciocchi, il che, anche all’epoca, era inesatto, poiché l’unica cosa che i funzionari apprezzano è una leadership che sa cosa vuole. Ma incarnava il sentimento populista dell’epoca contro i “burocrati non eletti”, spesso formati a Oxford e Cambridge. Perché non avere “persone pratiche” provenienti dal settore privato? (Questo in un’epoca in cui la gestione del settore privato britannico era lo zimbello del mondo occidentale.) Una parlamentare conservatrice, Margaret Thatcher, in precedenza sconosciuta, Ministro dell’Istruzione senza successo e leader involontario del suo partito, era apparentemente convinta che si trattasse di un documentario. E c’era un argomento parallelo, più intellettuale: rafforziamo la carica di Primo Ministro con nomine personali e sostituiamo questi burocrati antiquati con persone pratiche che sanno il fatto loro. (Dio ci guardi dalle “persone pratiche”). Così iniziò in Gran Bretagna, e si diffuse in altri paesi, il processo di dequalificazione della vita pubblica, di ritorno a un precedente modello di cortigiani e adulatori. Sotto Blair ci fu un’ondata incontrollabile di Consiglieri Speciali, Direttori della Comunicazione e Capi di Gabinetto, tutti interessati per la maggior parte alla propria carriera e pochi, ironicamente, con competenze “pratiche”.

Tra ondate successive di “persone pratiche” che si sono fatte strada come termiti nei governi occidentali e l’importazione all’ingrosso di gergo manageriale privato, la macchina della maggior parte dei sistemi governativi occidentali è probabilmente stata danneggiata irreparabilmente. Anche quando il sistema politico sforna leader capaci, magari per caso, questi non hanno più il supporto necessario per prendere e attuare buone decisioni. La catastrofe dell’Ucraina rappresenta il punto più basso di questo declino (almeno spero che sia così), oltre a fornire l’ennesima prova che costruire sistemi capaci richiede tempo e impegno, mentre distruggerli è rapido e facile. I politici occidentali sembrano vagare a casaccio in questi giorni, facendo dichiarazioni e prendendo decisioni che sfidano ogni logica, apparentemente senza alcun consiglio realistico. L’attuale stato delle cose in Gran Bretagna sotto la guida di Starmer è sufficiente a far piangere chiunque abbia lavorato nel vecchio sistema: Macron in Francia sembra circondarsi di cortigiani inesperti e adulatori che alimentano i suoi impulsi più bizzarri. I governi sembrano essere nelle mani di bambini.

La tecnologia, ovviamente, gioca un ruolo importante in tutto questo. All’epoca in cui la comunicazione avveniva principalmente tramite carta e le apparizioni in radio e TV erano eventi importanti attentamente preparati, ciò che i leader politici dicevano, e in una certa misura facevano, veniva attentamente ponderato in anticipo. Comunicare con ministri e alti funzionari mentre si trovavano all’estero non era facile e, al contrario, le occasioni per i ministri di fare errori all’estero non erano così frequenti. Questo iniziò a cambiare all’inizio degli anni Novanta, e all’epoca veniva chiamato “effetto CNN”. Da un lato, la copertura satellitare in diretta era possibile dalla maggior parte del mondo, ma era costosa, e i “notiziari” erano spesso brevi, sensazionalistici, con immagini d’effetto ma prive di contesto. Dall’altro, ciò non impediva loro di diventare le notizie principali dei notiziari 24 ore su 24, richiedendo risposte immediate dai governi. (Non ricordo quante noiose interviste ho guardato che iniziavano con “Se queste notizie non confermate sono vere…”)

Poi, naturalmente, è arrivato Internet, che ha influenzato le capacità di governo in modi imprevedibili e per lo più negativi. Uno di questi è stato che le comunicazioni non ufficiali all’interno del sistema politico sono diventate molto più semplici. Ora, un consigliere politico qui, un consigliere politico là, insieme a un giornalista e un parlamentare, potevano diffondere idee di cui nessun altro sapeva nulla. Invece dei telegrammi diplomatici, visibili a tutti gli interessati, ambasciate e capitali hanno iniziato a comunicare via e-mail, tanto che nella metà dei casi le persone che dovevano sapere qualcosa semplicemente non venivano informate. E con l’arrivo degli smartphone, i leader politici potevano praticamente dire qualsiasi cosa a chiunque, in qualsiasi momento e in qualsiasi circostanza, anche comunicando direttamente con i media o con persone che conoscevano nel settore privato.

Al giorno d’oggi, ovviamente, abbiamo i social media. In sostanza, qualsiasi leader politico al mondo può ormai svuotare la mente dell’ultima brillante idea che gli è venuta sotto la doccia, o dopo un whisky di troppo, e rivolgersi al mondo intero. Eppure, nella classe politica esiste ancora una sorta di bizzarra innocenza riguardo a queste cose, come se inviare un tweet in cui si chiedeva di bombardare Mosca fosse solo uno scherzo adolescenziale tra amici. L’idea che la parola abbia delle conseguenze e che Internet sia per sempre non sembra essersi diffusa. Come ho sottolineato più volte, la classe politica – e le PMC che la servono – vivono in un mondo tutto loro, ermeticamente chiuso, parlando solo con chi la pensa come loro, dove nulla di ciò che fa ha davvero importanza all’esterno . Cosa intendi quando dici che i russi si sono infastiditi quando ho inviato quel tweet in cui dicevo che dovremmo bombardarli con una bomba atomica? Era solo uno scherzo, in realtà.

A mio avviso, non si può governare uno Stato moderno in questo modo. D’altra parte, c’è ovviamente chi non lo vede come un problema, chi vuole domare lo “Stato Profondo” e la “democrazia”, ​​e… beh, a essere sincero, non so bene cosa vogliano. Si può avere una macchina governativa professionale potente ed efficace, oppure politici fuori controllo che inventano politiche e si rivolgono al mondo al volo, dove Trump è un esempio estremo, ma non l’unico. Le buffonate di Trump non sono il problema fondamentale: è una conseguenza naturale di una macchina statale che non funziona più. E qui, come in altri casi, gli Stati Uniti potrebbero semplicemente essere un po’ più avanti sulla strada della perdizione rispetto al resto del mondo.

Coprire le tracce? Trump cambia ancora una volta rotta nei confronti dell’Iran_di Simplicius

Coprire le tracce? Trump cambia ancora una volta rotta nei confronti dell’Iran

Simplicius 29 gennaio
 
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Anche questa settimana Trump sta trascinando la sua armata attraverso il mondo verso un nuovo punto caldo geopolitico. Dopo aver “messo in ginocchio” il Venezuela con una massiccia vittoria “d’oro”, Donigula sta ora nuovamente puntando l’attenzione del suo potentissimo esercito sull’Iran.

Da settimane nella regione si stanno accumulando varie risorse, dai caccia ai trasporti C17 fino alla “più grande flotta mai vista”:

Che cosa è successo a Fordow…?

Qualche settimana fa Trump aveva rinunciato a colpire l’Iran perché i suoi più stretti consiglieri e analisti dell’intelligence lo avevano convinto che un simile attacco non avrebbe “indebolito il regime” abbastanza da rovesciare l’Ayatollah e altri leader chiave. Ciò è dovuto principalmente al fatto che l’operazione psicologica “rivolta” è stata un fallimento nato morto, che non è decollato come previsto, nonostante le massicce interferenze e provocazioni del Mossad e della CIA.

Trump non ha alcun interesse per le grandi “battaglie” perché sa bene che:

  1. Gli Stati Uniti non hanno la resistenza necessaria, né dal punto di vista militare né dal punto di vista dell’approvazione pubblica.
  2. Ama le operazioni chirurgiche pulite che generano il massimo dei titoli pubblicitari con il minimo sforzo: in breve, l’efficienza.

Uno dei motivi è che Trump agisce in modo unilaterale senza le dovute approvazioni. Ma quando le azioni sembrano avere “successo”, come nel caso del Venezuela, pochi si lamentano. Vengono fatte velocemente prima che il Congresso possa reagire, e poi la “gloria” del risultato spazza via e zittisce chiunque non sia d’accordo, dipingendolo come un pessimista antipatriottico.

Più un conflitto si protrae, peggiore diventa l’immagine pubblica e maggiore è il tempo a disposizione per gravi ripercussioni politiche e contraccolpi legali. E questo senza contare che, se le cose dovessero andare male, l’America potrebbe effettivamente subire perdite o danni di qualche tipo.

Pertanto, Trump intende ora intimidire l’Iran affinché si sottometta con un’altra grande dimostrazione di forza. Il monolite predatorio USA-Israele è come un lupo che cammina lentamente avanti e indietro davanti alla sua preda ferita, aspettando il momento perfetto di debolezza per colpire e finire un avversario ormai debilitato.

L’ondata propagandistica che ha investito l’Iran durante le proteste, in gran parte artificiali, delle ultime settimane è stata uno spettacolo da vedere. È difficile immaginare chi fosse il pubblico preciso di una campagna così esagerata e assurda. Queste notizie false si apprezzano al meglio se considerate insieme alla propaganda anti-russa relativa alla guerra in Ucraina, poiché sembrano avere quasi gli stessi “team numerici” dietro di loro.

Ad esempio, ci viene detto che un numero assurdamente elevato di russi sta morendo in Ucraina, al punto da sembrare una caricatura. Ora i media mainstream ci informano che 30.000 civili iraniani sono stati “uccisi dal regime” in uno o due giorni di “proteste”:

https://time.com/7357635/more-than-30000-killed-in-iran-say-senior-officials/

La gravità delle menzogne può essere pienamente compresa solo se messa in relazione con i dati fasulli forniti dai media mainstream sulla guerra in Ucraina: ogni menzogna scandalosa deve ora superare la precedente in una sorta di spirale propagandistica fuori controllo e in continua escalation. In Ucraina muoiono 30.000 russi al mese, un numero che ci è stato presentato come catastrofico e senza precedenti dall’epoca delle grandi guerre mondiali. Sapendo che i loro lettori ottusi sono ormai immunizzati e desensibilizzati a tali iperboli sfrenate, questi stessi giornali scandalistici devono ora pompare l’elio, alimentandoci con le sciocchezze iraniane dei 30.000 al giorno, nel tentativo esilarante di sovralimentare l’indignazione artificiale.

Il tutto ignorando, va detto, l’unico conflitto globale che si è effettivamente avvicinato a tali grottesche perdite civili, ovvero il genocidio di Gaza da parte di Israele. Ma questo è solo un dettaglio accademico.

Ma come per ogni iniziativa recente di Trump, la facciata dell’escalation con l’Iran è fragile. Non dimentichiamo che Trump ha proclamato a gran voce la vittoria in Venezuela, per poi insabbiarla rapidamente nonostante non avesse ottenuto alcun risultato, almeno per quanto ne sappiamo. Diversi media riportano ora che Delcy Rodriguez, che Trump aveva vantato essere ormai completamente sottomessa alla sua volontà, sta in realtà già disobbedendo ai suoi ordini:

https://www.cnn.com/2026/01/26/americas/venezuela-delcy-rodriguez-enough-us-orders-trump-oil-hnk-intl

La presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez ha dichiarato domenica di averne “abbastanza” degli ordini di Washington, mentre lavora per unire il Paese dopo la cattura da parte degli Stati Uniti dell’ex leader Nicolás Maduro.

Rodríguez ha camminato sul filo del rasoio da quando è stato sostenuto dagli Stati Uniti per guidare il Paese in via provvisoria, cercando di mantenere l’equilibrio tra i fedelissimi di Maduro in patria e il desiderio di soddisfare la Casa Bianca.

Diventa ogni giorno più chiaro che Trump non ha ottenuto granché oltre al rapimento di un leader per motivi di meschinità personale. Abbiamo già visto come le compagnie petrolifere statunitensi abbiano detto apertamente a Trump che il Venezuela non era investibile senza una profonda ristrutturazione delle sue normative, il che significa essenzialmente che Delcy dovrebbe accettare di svendere il suo Paese e riprivatizzarne i beni, cosa che sembra sempre più improbabile:

Poco dopo, anche la mossa diplomatica di Trump sulla Groenlandia fallì sulla scena mondiale.

Quindi, naturalmente, ora è costretto a passare rapidamente da un fallimento all’altro per mantenere vivo l’entusiasmo creato dal “trionfo” artificiale.

Ma la sua ultima trovata sta già incontrando ostacoli da parte di alleati chiave:

https://www.rt.com/news/631684-saudi-uae-airspace-us-armada/

I più stretti alleati di Washington nel Golfo – Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – hanno dichiarato pubblicamente che non permetteranno che il loro territorio o spazio aereo venga utilizzato per alcuna azione militare statunitense contro l’Iran.

A proposito, qualcuno si è chiesto quale sia esattamente il motivo dell’ultimo rafforzamento militare dell’Iran, o meglio, quale falso pretesto venga utilizzato come giustificazione questa volta? Trump sembra darci una risposta rivelatrice. Proprio come il cartello inventato e il traffico di droga fasullo sono stati utilizzati come giustificazione in Venezuela, anche in questo caso Trump sembra basare le sue minacce all’Iran sul potenziamento nucleare del Paese:

Quindi si tratta ancora una volta di armi nucleari? Ma un momento: i magnifici e impareggiabili B2 statunitensi non avevano bombardato il programma nucleare iraniano riportandolo all’età della pietra, un trionfo salutato dallo stesso Trump come inequivocabile e permanente? Che fine ha fatto? Sta forse rivelando implicitamente che l’attacco a Fordow era in realtà fasullo come tutti avevamo supposto?

Proprio come in Venezuela, dove il ridicolo “Cartello dei Soli” e altre foglie di fico legate al narcotraffico sono state rapidamente e pigramente abbandonate in cambio di aperte ammissioni sul petrolio. saccheggio “Profitti”: anche in questo caso, le “uccisioni di civili da parte del regime” vengono improvvisamente sostituite da ulteriori chiacchiere sull’arricchimento dell’uranio. È più chiaro che mai che gli Stati Uniti inventano narrazioni di comodo che servono a promuovere una campagna di pubbliche relazioni sempre più breve. L’attacco a Fordow è stato una spinta necessaria e tempestiva. allora, ma ora che il suo stesso risultato apparente è scomodo per il attualeIn questo momento, lo spazio informativo viene completamente riorganizzato a piacimento per accogliere nuove realtà, mentre quelle vecchie vengono spazzate via nel buco nero della memoria.

Persino Rubio ha faticato a spiegare le ultime contorsioni della politica estera del suo capo:

A proposito, come pungente promemoria di quanto sia stato cinicamente sfacciato l’intero spazio informativo dell’Uniparty, dalla sua leadership politica fino ai suoi stenografi aziendali, ecco un esempio recente:

https://www.cnn.com/2026/01/27/politics/cia-venezuela-foothold

Alan Macleod scrive:

Questo è uno dei passaggi più straordinari e illuminanti di tutto il giornalismo.

La CNN dipinge Maduro come un bugiardo paranoico per aver affermato che la CIA sta cercando di rovesciarlo.

Eppure, nella frase successiva, nota con disinvoltura che la CIA lo ha effettivamente rovesciato.


Il livello di dissonanza cognitiva e di marciume imperiale che devi avere per scrivere questo, e poi farlo leggere da un editore e pubblicare, è davvero sbalorditivo.

È davvero sbalorditivo, ma solo per il fatto che una tale depravata schifezza non sarebbe nemmeno ammissibile alla pubblicazione se non fosse così prontamente divorata dai lettori senza cervello delle riviste che la pubblicano. Più sai di poterla fare franca, più oserai: è il semplice calcolo della responsabilità.

Tornando al punto di partenza: né Trump né Israele vogliono una lunga guerra senza quartiere, e alcuni funzionari iraniani hanno effettivamente promesso proprio questo, affermando che questa volta non si tireranno indietrocome avevano “generosamente” fatto l’ultima volta.

Certo, probabilmente si tratta solo di spacconate da entrambe le parti, ma abbiamo un precedente empirico dalla “Guerra dei Dodici Giorni” dello scorso giugno, quando Israele non era affatto pronto per una lotta prolungata e ha iniziato a chiederne pietà, proclamando prematuramente la “vittoria” e la soddisfazione per gli “obiettivi raggiunti”. Ricorderete che dopo quello scontro ci furono enormi ripercussioni socio-politiche in Israele, e Bibi e la sua cricca probabilmente non sono ansiosi di ripetere l’esperienza. Sia loro che il loro vassallo americano vogliono un punto caldo “facile e veloce” per spodestare la leadership iraniana e provocare un crollo “a domino” dell’intero ordine militare-politico.

Il problema è che ciò può avvenire solo utilizzando le stesse tattiche impiegate in Venezuela: infiltrati, tangenti, sovversione interna e sabotaggio, ecc. Ma l’Iran avrebbe ridotto in larga misura queste minacce: arrestando orde di agenti del Mossad, sequestrando centinaia di Starlink – che fungevano da punti di distribuzione delle comunicazioni vitali – e persino prendendo il controllo dell’intero Internet iraniano in massa. Ovviamente non possiamo esserne totalmente certi, ma sulla carta tali azioni potrebbero aver paralizzato il nucleo dei principali meccanismi operativi della CIA e del Mossad per il raggiungimento dei loro obiettivi.

Senza questi fattori di disturbo interni, le minacce di attacco di Trump rappresentano un rischio troppo grave per lui e per gli Stati Uniti in generale. Lo scenario più probabile e realistico, che Trump ha ora apertamente “accennato”, è il tentativo di creare un “blocco navale” dell’Iran, che sembra in linea con l’attuale strategia generale dell’Occidente imperiale contro il Sud del mondo nel suo complesso. Trump probabilmente ritiene che questa strategia abbia avuto successo in Venezuela, dato che il cambio di regime è stato preceduto da un blocco navale totale che non solo ha esercitato una forte pressione economica, ma anche politica sui dissidenti e sui transfughi che in seguito avrebbero cambiato schieramento contro Maduro.

Allo stesso modo, Trump potrebbe credere che esercitare pressioni sull’Iran attraverso la Marina Militare degli Stati Uniti possa causare lo stesso stress sul “regime” iraniano, provocando un graduale deterioramento, fomentando ulteriori disordini, ecc. A quel punto, l’elemento dello “strike chirurgico” potrebbe essere utilizzato come colpo finale per portare a termine il lavoro. Il problema è che l’Iran ha molte carte da giocare nel Golfo Persico e può rovinare i festeggiamenti prematuri di Donigula. Senza contare che, se gli Stati Uniti e i loro vassalli imperiali continuassero la loro tendenza ad aumentare la pirateria contro le navi dei paesi del Sud del mondo, potrebbero alla fine costringere paesi come Russia, Iran, Cina, ecc. a formare alleanze navali più strette per proteggere i loro beni, il che eleverebbe davvero le tensioni tra i blocchi a livelli mai visti prima.

Persino il CFR ora esorta Trump a fare marcia indietro, sostenendo che non vincerebbe uno scontro militare con l’Iran come lui immagina:

https://ecfr.eu/article/traps-and-limits-why-trump-bombing-iran-wont-deliver-what-he-wants

Durante la guerra dei 12 giorni nel giugno 2025, l’Iran non ha fatto ricorso a queste misure di escalation. Ma se la stabilità del suo regime dovesse subire una minaccia esistenziale senza precedenti a causa della pressione dal basso a livello interno e dei bombardamenti aerei, la Repubblica Islamica probabilmente userà tutte le sue carte prima di perderle. Anche se l’Iran subirà il colpo più duro da un conflitto regionale di questo tipo, è improbabile che Trump ne esca vincitore con il tipo di colpo “decisivo” che cerca.

Infine, Hegseth annuncia che l’esercito statunitense integrerà Grok AI nelle sue reti di controllo: si tratta di un “progresso” sicuro o di un’altra iniziativa discutibile e folle dell’amministrazione Idiocrazia?

SONDAGGIOTrump attaccherà nuovamente l’Iran?Sì, decisamenteNo, TACO usciràSolo pressione navale + economica

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ECONOMIA – L’accordo Turnberry tra UE e Stati Uniti (luglio 2025) e la riconfigurazione dei rischi tariffari: stabilizzazione del commercio, coercizione geopolitica ed effetti sui mercati di consumo_di François Souty

ECONOMIA – L’accordo Turnberry tra UE e Stati Uniti (luglio 2025) e la riconfigurazione dei rischi tariffari: stabilizzazione del commercio, coercizione geopolitica ed effetti sui mercati di consumo

Di François Souty / 27.01.2026

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Accords commerciale USA UE
Realizzazione Il Lab Le Diplo

By François Souty, dottore in Storia economica, ex alto funzionario francese per decenni presso le autorità francesi e europee garanti della concorrenza, è stato in particolare responsabile degli affari internazionali presso la Direzione generale della Concorrenza della Commissione europea (2021-2024). Autore di una quindicina di libri sul diritto e la politica della concorrenza e sulla storia economica, insegna diritto europeo della concorrenza alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Nantes e geopolitica all’Excelia Business School Group (La Rochelle-Paris Cachan).

Dalla fine degli anni 2010, le relazioni commerciali transatlantiche hanno subito una profonda trasformazione a causa della crescente politicizzazione degli strumenti tariffari. Inizialmente concepiti come strumenti di protezione settoriale o di correzione degli squilibri commerciali, i dazi doganali sono diventati leve di pressione strategica, mobilitate in contesti in cui si intrecciano questioni economiche, di sicurezza e diplomatiche¹.

Il cosiddetto Accordo di Turnberry, concluso nel luglio 2025 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, fa parte di questo percorso. Presentato come uno strumento per stabilizzare il commercio, non è né un classico accordo di libero scambio né una semplice sospensione delle ostilità commerciali, ma un quadro politico volto a contenere i rischi di un’escalation tariffaria generalizzata. Il suo obiettivo principale è quello di ripristinare un minimo di prevedibilità nel commercio transatlantico, lasciando al contempo un significativo margine di manovra a livello nazionale.

Oltre a questo fragile equilibrio, all’inizio del 2026 si aggiunge una nuova dimensione geopolitica, legata alle tensioni intorno alla Groenlandia e alle minacce degli Stati Uniti di imporre dazi aggiuntivi mirati su diversi Stati europei. Questo contesto richiede un’analisi approfondita delle conseguenze concrete dell’accordo di Turnberry, non solo per il commercio di beni e servizi, ma soprattutto per i mercati di consumo e i prezzi pagati dai consumatori finali.

Da leggere anche: ANALISI – Marco Rubio: il cubano-americano al centro dell’America trumpiana di fronte a un castrismo agonizzante

I. L’accordo di Turnberry: un quadro di stabilizzazione della crisi con portata limitata

L’accordo di Turnberry rappresenta un quadro politico senza precedenti per la regolamentazione delle relazioni commerciali transatlantiche. Si caratterizza per la sua natura ibrida, a metà strada tra un classico trattato commerciale e un protocollo politico di distensione. L’obiettivo dichiarato delle parti è quello di limitare l’imposizione unilaterale di dazi, in particolare quelli introdotti sull’acciaio e sull’alluminio, preservando al contempo la possibilità per ciascuna parte di proteggere determinati settori critici. L’accordo non impone un’armonizzazione normativa vincolante né meccanismi giuridicamente applicabili, il che lo distingue chiaramente dai precedenti accordi commerciali multilaterali¹.

Il meccanismo di limitazione tariffaria, fissato a un livello indicativo del 15% per la maggior parte dei prodotti industriali e agricoli, è accompagnato da un congelamento temporaneo delle misure di ritorsione già esistenti². Questo approccio consente alle aziende di ridurre l’incertezza sui costi di importazione ed esportazione, ma lascia zone d’ombra per i settori strategici. Le industrie dell’acciaio e dell’alluminio, ad esempio, rimangono in gran parte escluse dai meccanismi di allentamento delle tensioni, per motivi di sicurezza nazionale invocati dagli Stati Uniti³. Tale esclusione evidenzia un limite strutturale dell’accordo, che mira più a prevenire un crollo del commercio che a garantire una regolamentazione completa ed equilibrata.

Oltre ai metalli, anche altri settori sensibili rimangono al di fuori dell’ambito di applicazione immediato. Alcuni prodotti agricoli europei, i servizi digitali e l’accesso agli appalti pubblici statunitensi sono oggetto di negoziati separati o di quadri giuridici precedenti. Questa segmentazione porta a una situazione ibrida: per alcuni settori, l’accordo offre una relativa prevedibilità, mentre per altri vi è totale incertezza. Pertanto, sebbene l’accordo di Turnberry abbia ridotto il rischio di un conflitto commerciale immediato, il suo ambito operativo rimane limitato, lasciando molte aziende esposte a potenziali fluttuazioni tariffarie e a una pressione strategica costante.

Da leggere anche: ANALISI – Trump-Von der Leyen a Turnberry: tra contrattazioni e provocazioni

II. Effetti economici a breve termine

L’impatto diretto dell’accordo sull’economia reale si manifesta innanzitutto in una significativa riduzione dell’incertezza commerciale. Le aziende europee e statunitensi possono pianificare le loro catene di approvvigionamento con un orizzonte più chiaro, incorporando la prevedibilità delle tariffe massime. Questa stabilizzazione riduce la volatilità nei mercati intermedi e consente alle aziende di limitare gli bruschi adeguamenti dei prezzi che sarebbero stati necessari in assenza di un accordo⁴.

Tuttavia, la trasmissione economica non è uniforme. Le tariffe esistenti sui metalli, in particolare sull’alluminio, continuano a pesare sui costi di produzione dei prodotti finiti. L’alluminio rappresenta una parte significativa del costo di alcuni prodotti, come gli imballaggi e i prodotti confezionati, e qualsiasi variazione del prezzo di questo metallo si riflette indirettamente sui prezzi al consumo.⁵ Questa inflazione indiretta è spesso graduale, diffusa e settoriale, ma incide in modo cumulativo sul potere d’acquisto e sulla competitività delle imprese esportatrici.

Inoltre, l’accordo influenza le strategie industriali e commerciali. Le aziende stanno adattando le loro catene del valore per ridurre al minimo l’esposizione ai settori esclusi o a quelli caratterizzati da un’elevata volatilità dei prezzi. Questa riorganizzazione comporta costi logistici e amministrativi aggiuntivi, che vengono in parte trasferiti al consumatore. La stabilità offerta da Turnberry è quindi relativa: protegge dagli shock estremi, ma non neutralizza le pressioni strutturali sui prezzi o i vincoli legati alla dipendenza dai metalli e dai fattori di produzione importati⁶.

III. Lo scenario rivoluzionario: minacce tariffarie e coercizione geopolitica

Nonostante l’accordo, l’inizio del 2026 evidenzia la fragilità della stabilità transatlantica di fronte alle crisi geopolitiche. Le minacce degli Stati Uniti di imporre dazi aggiuntivi dal 10 al 25% su alcuni prodotti europei, nel contesto della Groenlandia, illustrano l’uso degli strumenti commerciali come leve di pressione politica⁷. Queste minacce sono rafforzate dalla dipendenza militare e tecnologica dell’Europa dagli Stati Uniti, che limita fortemente la capacità dell’UE di rispondere in modo autonomo.

L’impatto potenziale di queste misure sui mercati di consumo è diretto e indiretto. Gli esportatori europei verso gli Stati Uniti dovrebbero affrontare un aumento immediato dei costi, in parte assorbito dai margini aziendali e in parte trasferito sui prezzi interni. In caso di contromisure europee, i consumatori potrebbero subire un aumento del costo dei beni importati dagli Stati Uniti, con un aggravamento dell’inflazione importata e della frammentazione del mercato⁸.

Queste minacce rivelano anche i limiti dell’accordo di Turnberry. L’accordo può stabilizzare gli scambi commerciali in tempi normali, ma non prevede meccanismi di risoluzione automatici in caso di gravi crisi geopolitiche. L’uso dei dazi come strumento di coercizione sottolinea che la prevedibilità offerta da Turnberry è condizionata e che la stabilità del mercato dipende più dalle dinamiche politiche che dalla struttura giuridica dell’accordo. Questa situazione costringe gli Stati europei a integrare contemporaneamente le dimensioni economica, politica e militare nella loro strategia commerciale, una complessità che trasforma la gestione dei prezzi e della catena di approvvigionamento in un esercizio di diplomazia permanente.

Da leggere anche: ECONOMIA – L’accordo UE-USA di Turnberry (luglio 2025) e la riconfigurazione dei rischi tariffari: stabilizzazione commerciale, coercizione geopolitica ed effetti su

IV. Principali opzioni politiche per l’Europa di fronte alla crisi della Groenlandia

La situazione intorno alla Groenlandia apre una serie complessa di scenari per l’Unione europea. La sfida principale è quella di preservare la sovranità danese sul territorio evitando il rischio di un’escalation commerciale con gli Stati Uniti, in particolare a causa della dipendenza strategica degli Stati europei dalla tecnologia militare americana. Almeno la metà degli Stati membri dell’Unione europea dipende quasi completamente dagli Stati Uniti per i sistemi di difesa aerea, i satelliti e le capacità informatiche avanzate¹. Questa realtà riduce notevolmente il margine di manovra dell’UE, poiché qualsiasi tentativo di scontro commerciale o risposta eccessivamente aggressiva potrebbe aggravare la crisi e compromettere la sicurezza collettiva.

Si stanno delineando tre opzioni principali, tutte con forti vincoli. La prima è quella di adottare un approccio diplomatico di compromesso, volto a preservare la sovranità danese evitando aumenti punitivi delle tariffe doganali. Questa strada si basa su un intenso dialogo bilaterale con Washington e su concessioni su beni o servizi strategici, possibilmente accompagnate da un calendario per l’esenzione progressiva dai dazi doganali. Questo approccio consente di mantenere la stabilità commerciale e di sicurezza, ma richiede concessioni tangibili agli Stati Uniti, che sono percepite come un indebolimento della posizione europea.

La seconda opzione è una risposta limitata e mirata, che dimostra la fermezza europea riducendo al contempo il rischio di un’escalation totale. Può assumere la forma di misure di ritorsione su alcuni prodotti americani, accompagnate da una mediazione politica attiva. Questa strategia mantiene il potere negoziale, ma può aggravare l’inflazione in alcuni mercati e causare un contraccolpo economico sulle aziende europee che dipendono dalle esportazioni americane³.

La terza opzione si basa su una resistenza rafforzata, volta a difendere la sovranità danese senza concessioni. Questa posizione diplomatica ferma e coerente provocherebbe molto probabilmente un aumento massimo dei dazi statunitensi e rivelerebbe le vulnerabilità europee legate alla dipendenza militare. Una combinazione intermedia, che unisca diplomazia attiva, concessioni limitate e protezione mirata dei mercati chiave, sembra in questa fase la più realistica, in quanto consente di preservare la sovranità offrendo al contempo una via d’uscita accettabile per Washington⁴.

Conclusione

Guardando alla situazione europea e francese, in particolare nel gennaio 2026, l’accordo di Turnberry svolge un ruolo stabilizzatore molto imperfetto. Protegge i mercati di consumo europei da un aumento generalizzato delle tariffe, ma non neutralizza le pressioni inflazionistiche strutturali né l’uso geopolitico delle tariffe che sembra diventare sempre più una norma internazionale dettata dai più forti. Da un punto di vista operativo, le conseguenze per i consumatori finali in Europa si riflettono in aumenti graduali e settoriali dei prezzi, strategie industriali prudenti che limitano la concorrenza e differenziazione dei prezzi tra le regioni. L’accordo canalizza temporaneamente il rischio tariffario, ma la stabilità dei prezzi dipende meno dagli accordi formali che dalla capacità delle economie di assorbire shock commerciali ripetuti e motivati politicamente. I decisori politici europei sono difficilmente d’accordo tra loro e la situazione di bilancio estremamente preoccupante della Francia le impedirà di rilanciare una dinamica di ripresa efficace a lungo termine, almeno fino al 2027. La cosa più preoccupante va oltre il contesto commerciale: gli europei non hanno ancora iniziato a preparare le risposte alle critiche rivolte dal presidente americano sulla destabilizzazione socio-demografica dell’Europa derivante da un flusso migratorio incontrollato che non viene affrontato dal punto di vista della stabilità interna delle società europee e dell’esplosione dei costi di bilancio imposti a scapito della difesa europea nei confronti dei predatori esterni e interni.

Da leggere anche: Economia – Da Rabat a Pretoria: le «tariffe» come indicatore di alleanze


Note e riferimenti

  1. H. Farrell & A. L. Newman, « Weaponized Interdependence: How Global Economic Networks Shape State Coercion, » International Security, vol. 44, n. 1, MIT Press, 2019, pp. 42–79.
  2. Commissione europea (DG TRADE), Relazioni commerciali UE-USA: quadro di stabilizzazione a seguito della dichiarazione di Turnberry, Bruxelles, 2025, pagg. 5-9.
  3. Simon J. Evenett, Trade Policy as Statecraft: Weaponised Interdependence in Transatlantic Relations, CEPR, 2024, pp. 14–18.
  4. R. Blackwill e J. Harris, War by Other Means: Geoeconomics and Statecraft, Harvard University Press, 2016, pp. 87–123.
  5. OCSE, Catene del valore globali e shock di politica commerciale, Parigi, 2023, pagg. 67-89.
  6. Banca centrale europea, Frammentazione commerciale e prezzi al consumo nell’area dell’euro, 2024, pagg. 19-29.
  7. C.P. Bown, Trump’s Steel and Aluminum Tariffs: Economic and Legal Perspectives, Peterson Institute for International Economics, Working Paper 19-9, 2025, pp. 1–12.
  8. FMI, Prospettive economiche mondiali – Commercio e inflazione, Washington D.C., ottobre 2025, cap. 2, pagg. 55–82.

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François Souty

François Souty

François Souty è presidente esecutivo dello studio LRACG Conseil en stratégies européennes et droit de la concurrence, docente presso la Excelia Business School (La Rochelle-Tours-Cachan), l’Université Catholique de l’Ouest (Niort) e docente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Nantes. In precedenza è stato esperto nazionale distaccato presso la Commissione Europea (relatore antitrust sui mercati finanziari dal 2018 al 2021 e responsabile degli affari internazionali in materia di concorrenza presso la DG Concorrenza dal 2021 al 2024) è stato consigliere economico europeo per la politica della concorrenza presso il governo della Georgia a Tbilisi nel 2017-2018. A lungo direttore dipartimentale della DGCCRF presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (dal 1982 al 2024), è stato anche professore associato all’Università di La Rochelle (dal 1996 al 2018). Membro dei comitati di esperti sulla concorrenza dell’OCSE e dell’UNCTAD dal 1992 al 2018, ha partecipato ai lavori dell’OMC sul commercio internazionale e la politica della concorrenza dal 1997 al 2004. Uno dei fondatori del Cercle Jefferson, del Cercle K2 e della rivista Concurrences nel 2004, è autore di una dozzina di libri o relazioni internazionali e di oltre un centinaio di articoli accademici in materia di diritto e politica della concorrenza e di storia economica. Attualmente sta preparando la quinta edizione di “Diritto e politica della concorrenza dell’Unione Europea” per LGDJ-Montchrestien (collana Clefs). È autore di una tesi di dottorato in storia economica all’Università di Parigi III sui monopoli delle Compagnie delle Indie Olandesi nel XVIII secolo. François Souty è Ufficiale dell’Ordine Nazionale al Merito.

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