Italia e il mondo

Come sopravvivono le alleanze, di K. M. Campbell e Rush Doshi

Come sopravvivono le alleanze

Argomenti contro il pessimismo e il percorso verso un nuovo ordine alleato

Kurt M. Campbell e Rush Doshi

Settembre/ottobre 2026Pubblicato il 18 agosto 2026

Rob Dobi

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Nel 1984, pochi mesi dopo che la decisione dell’amministrazione Reagan di schierare missili nucleari a medio raggio Pershing II nell’Europa occidentale aveva portato centinaia di migliaia di manifestanti nelle strade delle principali città europee, un gruppo di alti funzionari francesi, tedeschi e italiani mise alle strette il segretario generale della NATO Peter Carrington fuori dal suo ufficio a Bruxelles. La tensione era ancora alta e, secondo loro, gli americani si comportavano in modo scortese, avventato e sprezzante nei confronti dei consigli degli alleati. Carrington li ascoltò fino in fondo. Poi alzò le spalle e diede la sua solita spiegazione sul perché l’indispensabilità americana richiedesse la tolleranza degli alleati: «Ahimè, sono gli unici americani che abbiamo».

Oggi, quella tolleranza è messa a dura prova. In meno di due anni, la seconda amministrazione Trump ha minacciato di annettere la Groenlandia e di uscire dalla NATO, ha ritirato le truppe dalla Germania, si è intromessa nelle elezioni degli alleati e ha imposto dazi doganali ai paesi amici — il tutto mentre ricopriva di vertici e lusinghe Pechino e Mosca. Gli alleati hanno reagito con comprensibile allarme. «Il vecchio rapporto che avevamo con gli Stati Uniti», ha dichiarato il primo ministro canadese Mark Carney, «è finito». Si sta formando una «profonda frattura», ha avvertito il cancelliere tedesco Friedrich Merz. «L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più», ha dichiarato la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Ng Eng Hen, ministro della difesa di Singapore, ha lamentato che gli Stati Uniti siano passati dall’essere un partner a un «padrone di casa in cerca di affitto».

Negli Stati Uniti, si sta diffondendo il consenso secondo cui è improbabile che le alleanze possano riprendersi. L’ex presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti, Greg Meeks, si è chiesto «se i nostri amici e alleati torneranno mai a fidarsi degli Stati Uniti». Lo studioso Robert Kagan, in un elogio funebre dedicato a un’epoca in cui gli alleati degli Stati Uniti rimanevano fedeli a Washington, ha dichiarato che «quei giorni sono ormai finiti e non torneranno presto».

Questo pessimismo è comprensibile, ma decisamente esagerato. Il malcontento nelle capitali alleate, per quanto sentito, non costituisce un orientamento duraturo per ciò che accadrà in futuro. Per quanto la situazione possa sembrare critica, le alleanze degli Stati Uniti sopravviveranno allo shock Trump per ragioni che i titoli dei giornali trascurano. In primo luogo, il sistema delle alleanze ha superato shock ormai dimenticati, almeno altrettanto gravi di questi, e quelli attuali sono dovuti più alla personalità del presidente che a una nuova politica duratura. In secondo luogo, le minacce che hanno dato origine alle alleanze non sono svanite, ma si sono intensificate e hanno trovato un punto di convergenza, poiché le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia sono più allineate che mai. In terzo luogo, potenti forze gravitazionali continuano a unire gli alleati sul piano economico, tecnologico e militare, superando i tentativi di «riduzione del rischio» provenienti da Washington, mentre le burocrazie professionali portano avanti silenziosamente la cooperazione lontano dai riflettori della politica.

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Se lasciato consolidarsi fino a diventare un luogo comune, il pessimismo rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera, poiché i responsabili politici, convinti che le alleanze non possano essere salvate, smettono di impegnarsi per garantirne la sopravvivenza. Ma insieme, queste forze unificanti porteranno le alleanze oltre il “momento Trump” e le prepareranno – qualora le capitali alleate cogliessero l’opportunità – alla trasformazione necessaria per affrontare la sfida di una Cina, sostenuta da una Russia di nuova aggressività, in grado di superare ogni altro Paese secondo i parametri di potere che contano di più. Le attuali ansie, per quanto involontariamente, potrebbero persino rafforzare il sistema delle alleanze: come è già accaduto in passato, le tensioni possono stimolare riforme che creano le capacità di domani. Gli alleati potrebbero trasformarsi da soggetti dipendenti a co-creatori di potere, unendo le loro capacità in quella che in precedenza abbiamo definito «scala alleata». L’amministrazione Trump ha esortato gli alleati a fare di più affinché gli Stati Uniti possano fare di meno; in realtà, in futuro, sia gli alleati che gli Stati Uniti dovranno fare di più, creando flussi bidirezionali di capacità e interdipendenza che rendano il tutto maggiore della somma delle sue parti.

È vero che, come hanno sostenuto il presidente francese Emmanuel Macron e altri leader alleati, «non si può tornare indietro». Ciò non significa però la fine del sistema di alleanze, bensì la necessità di ridefinirlo in vista di una nuova era.

IL NUOVO FATALISMO

Il danno che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha arrecato finora alle alleanze statunitensi nel corso del suo secondo mandato supera quello causato nell’arco dei quattro anni del suo primo mandato. Ciò è in parte dovuto al fatto che il personale internazionalista che l’ultima volta aveva imposto dei limiti di sicurezza non c’è più. Ma la crescente preoccupazione per il futuro delle alleanze americane non riguarda solo Trump. È alimentata dalla convinzione che forze corrosive di lunga data, aggravate dagli attacchi di Trump alla fiducia, stiano erodendo il sistema al punto da renderlo ormai irrecuperabile.

La prima serie di forze corrosive proviene dall’interno degli Stati Uniti. Come hanno osservato in queste pagine Phil Gordon e Mara Karlin, alti funzionari dell’amministrazione Biden, una generazione di interventi falliti, sfide economiche e politiche chiuse su se stesse ha reso gli americani più riluttanti a sostenere l’ordine globale di quanto non lo fossero mai stati dal periodo precedente alla Seconda guerra mondiale. Trump, secondo questa tesi, è tanto un sintomo quanto una causa. Il primo mandato di Trump poteva sembrare un’aberrazione, ma il secondo segna una tendenza, suggerendo che il pendolo potrebbe non tornare indietro.

La seconda serie di forze corrosive proviene dall’interno delle capitali alleate. La credibilità americana ormai compromessa, secondo questa interpretazione, sta spingendo gli alleati a modificare il proprio orientamento strategico in modi che si riveleranno irreversibili. Il modo in cui Trump tratta gli impegni alleati in Europa e in Asia, considerandoli condizionati e transazionali, ne altera il carattere essenziale anche senza grandi ritiri di truppe o l’uso della forza contro gli alleati. Già ora i governi europei stanno dando maggiore rilievo alla “autonomia strategica” e perseguendo l’indipendenza in materia di difesa dagli Stati Uniti, con Francia e Regno Unito che propongono addirittura un nuovo ombrello nucleare per l’Europa. Anche gli alleati asiatici stanno riconsiderando un accordo fondante del sistema di alleanze statunitense – la deterrenza nucleare estesa – e stanno valutando l’acquisizione di proprie capacità nucleari. Entrambe le categorie di alleati stanno formando nuove coalizioni di potenze medie per ridurre la dipendenza da Washington, dai recenti accordi europei con l’India agli accordi commerciali che il Giappone sta perseguendo con l’America Latina. Tutti stanno cercando modi per ridurre l’esposizione al rischio legato agli Stati Uniti. Gli scettici temono che, per quanto il prossimo leader americano possa essere favorevole all’alleanza, tale strategia di copertura persisterà: perché gli alleati dovrebbero mettere in gioco decenni di pianificazione militare – basi, approvvigionamenti, struttura delle forze – o perseguire l’integrazione economica e industriale con Washington se l’alleanza stessa viene messa in discussione ogni quattro-otto anni?

La risposta a questa domanda è più complessa di quanto sembri e dovrebbe allontanarci dalla disperazione. Il crollo delle alleanze rimane di gran lunga meno probabile della loro resistenza ed evoluzione, per ragioni che spesso sfuggono agli osservatori. Poiché le alleanze hanno sorpreso gli strateghi sopravvivendo al crollo dell’Unione Sovietica, sono state considerate come il prodotto degli elementi più «morbidi» della politica internazionale: sentimenti, istituzioni, fiducia, valori condivisi, nostalgia – proprio gli elementi che l’amministrazione Trump ha martoriato maggiormente. Ma esse sono state forgiate e sono sempre state sostenute da dure realtà materiali. Lungi dal svanire, tali realtà materiali esercitano un’attrazione più forte che mai.

L’ETÀ D’ORO CHE NON È MAI ESISTITA

L’attuale pessimismo contrappone le sfide odierne a un’età dell’oro delle alleanze che non è mai esistita. La vera storia delle alleanze statunitensi è costellata di crisi ricorrenti: alleati che espellono le truppe americane, presidenti che colgono di sorpresa i propri partner, capitali in fermento per le proteste e, in ogni epoca, previsioni ottimistiche di un imminente crollo.

Sebbene molte élite della politica estera ritengano che questa volta sia diverso, l’opinione pubblica americana ed europea non è d’accordo. Secondo i dati dei sondaggi del Chicago Council on Global Affairs, che risalgono al 1974, la percentuale di americani che ritiene che Washington debba prendere le decisioni importanti insieme agli alleati piuttosto che agire da sola ha ora raggiunto il livello più alto degli ultimi 50 anni. Durante l’era Trump, dal 2016 ad oggi, la convinzione che mantenere le alleanze esistenti sia «molto efficace» per promuovere gli obiettivi degli Stati Uniti è aumentata dal 32% al 55%, raggiungendo i livelli più alti degli ultimi dieci anni sia tra i democratici che tra i repubblicani. Dall’altra parte dell’Atlantico, i sondaggi dell’European Council on Foreign Relations hanno evidenziato un’allarmante insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti. Ma ciò che colpisce di più è che una netta maggioranza dei cittadini in 13 dei 15 paesi europei intervistati, e una pluralità nei restanti due, ritiene che le relazioni «miglioreranno di nuovo» una volta che Trump avrà lasciato la carica. Meno di un terzo ritiene che il danno persisterà dopo la sua uscita di scena. L’opinione pubblica europea, a quanto pare, ritiene che Trump sia un’aberrazione e non un vero rappresentante degli Stati Uniti.

La loro convinzione che «anche questo passerà» ha un peso storico non indifferente. Nel campo della sicurezza, le sfide odierne sono reali: minacce di annessione della Groenlandia, di abbandono dell’Ucraina, di uscita dalla NATO, di ritiro delle forze dalla Germania e di subordinazione delle vendite di armi a Taiwan alle preferenze di Pechino. Ma le alleanze hanno già superato situazioni ben peggiori.

Anche sotto Trump, gli Stati Uniti non hanno minacciato in modo credibile una catastrofe finanziaria contro un alleato, come fecero con il Regno Unito negli anni ’50 per fermare il suo intervento a Suez. Né un alleato ha espulso le truppe americane o minato seriamente la struttura dell’alleanza, come fece la Francia negli anni ’60, dopo essersi ritirata dal comando unificato della NATO. Gli Stati Uniti non hanno ritirato un gran numero di truppe dai paesi alleati, come il Senato li aveva quasi costretti a fare negli anni ’70, quando riuscirono a respingere per un soffio l’emendamento Mansfield, che avrebbe ridotto di circa la metà le forze statunitensi in Europa.

In occasione del vertice dei leader della NATO tenutosi ad Ankara, in Turchia, nel luglio 2026Yves Herman / Reuters

In Asia non esiste attualmente un equivalente degli shock di grande portata degli anni ’70, che spinsero Seul e Taipei a perseguire programmi nucleari segreti. La “Dottrina di Guam” del 1969 del presidente statunitense Richard Nixon imponeva agli alleati di fornire le risorse umane necessarie alla propria difesa, un imperativo sottolineato dal ritiro di 20.000 soldati statunitensi dalla Corea del Sud. La sua apertura verso Pechino nel 1972 colse di sorpresa Taipei e Tokyo. Pochi anni dopo, la caduta di Saigon fece sorgere dubbi sulla determinazione americana e spinse il leader di Singapore Lee Kuan Yew a dichiarare che l’influenza degli Stati Uniti nella regione «non sarebbe mai più stata la stessa». Nonostante la grave insoddisfazione nei confronti degli Stati Uniti, non si sono verificate proteste di massa nelle capitali alleate, come quelle contro lo schieramento dei missili Pershing II. Né è svanita la percezione condivisa della minaccia da parte del sistema dell’alleanza, come era accaduto negli anni ’90, in seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica.

L’eccezione principale è la minaccia di un intervento militare statunitense contro la Groenlandia, che potrebbe effettivamente far crollare il sistema di alleanze se Washington decidesse di metterla in atto. Ma questa minaccia è talmente peculiare, personalistica ed estrema che nessuna figura di rilievo di entrambi i partiti l’ha sostenuta. I democratici si sono opposti apertamente, e lo stesso hanno fatto i leader repubblicani: il presidente della Camera Mike Johnson ha affermato che un intervento militare statunitense in Groenlandia «non sarebbe appropriato», mentre il leader della maggioranza al Senato John Thune ha dichiarato: «Non ritengo che un’azione militare sia un’opzione in questo caso». Trump ha fatto marcia indietro.

Il bilancio economico presenta analogie con quello in materia di sicurezza. I dazi del “Liberation Day” hanno intaccato la percezione degli Stati Uniti come partner economico credibile, ma non è la prima volta che Washington rivolge il proprio peso economico contro i propri alleati, anche attraverso l’uso dei dazi. Nell’agosto del 1971, lo «shock di Nixon» fece entrambe le cose contemporaneamente: pose fine unilateralmente alla convertibilità del dollaro in oro, cogliendo di sorpresa gli alleati le cui economie erano ancorate ad esso, e impose un sovrapprezzo generalizzato del dieci per cento sulle importazioni. Nel 1985, l’Accordo del Plaza costrinse gli alleati a un importante adeguamento valutario sotto la minaccia di pressioni protezionistiche, mettendo a dura prova le economie tedesca e giapponese in misura ben più grave rispetto ai dazi che gli alleati devono affrontare oggi; nel giro di tre anni, lo yen raddoppiò rispetto al dollaro, un adeguamento di gran lunga superiore al dazio del 15 per cento sulle esportazioni giapponesi.

Le tensioni attuali sono le più significative dalla fine della Guerra Fredda. Eppure la lezione della storia è che i sistemi di alleanze spesso si rivelano, col senno di poi, più resilienti di quanto gli osservatori contemporanei si aspettino in quel momento. Le crisi generano ripetutamente previsioni di collasso, ma le alleanze si adattano proprio perché gli incentivi sottostanti rimangono convincenti. Le pressioni esercitate dalla prima amministrazione Trump sulla ripartizione degli oneri sono state accolte con amarezza nelle capitali alleate e hanno causato danni concreti, ma hanno anche spinto i bilanci europei della difesa verso l’obiettivo del 2% fissato dalla NATO, indotto il Giappone a raddoppiare la propria spesa per la difesa e stimolato il coordinamento per affrontare la sfida tecnologica rappresentata dalla Cina. Sotto l’amministrazione Biden, molti di quegli stessi alleati hanno aderito a una fitta rete di iniziative che un tempo sarebbero state inconcepibili: l’accordo AUKUS tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti; il partenariato di sicurezza Quad incentrato sull’Indo-Pacifico; il riavvicinamento tra Seul e Tokyo; i controlli congiunti sulle esportazioni di semiconduttori; una risposta coordinata tra Europa e Asia all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia. Nulla di tutto ciò era stato pianificato da Trump, ma dimostra come le tensioni di un’epoca possano generare capacità in quella successiva, offrendo ai leader che seguiranno l’opportunità di rafforzare le alleanze in modi che prima erano irraggiungibili.

FINALMENTE LA CONVERGENZA

Oggi, tale dinamica è particolarmente forte, dato che le percezioni di minaccia stanno convergendo e intensificandosi sempre più attorno a una sfida comune proveniente da Pechino e Mosca, anche se gli alleati si trovano ad affrontare una sfida a breve termine da parte di Washington. Ciò è degno di nota perché, dalla fine della Guerra Fredda, le percezioni di minaccia degli alleati hanno spesso mostrato divergenze. L’Europa, ad esempio, ha gradualmente manifestato una crescente apprensione nei confronti della sfida militare russa, ma ha generalmente considerato la Cina come un mercato e un produttore. Gli alleati asiatici spesso la vedevano al contrario: diffidavano della crescente potenza militare cinese, ma erano meno preoccupati per la Russia, vedendo nelle sue risorse energetiche un’opportunità economica. Tale divergenza ha giocato a vantaggio di Pechino e Mosca. Per decenni, Washington si è sforzata di allineare le percezioni tra i vari teatri operativi, con scarsi risultati.

Quella convergenza sta finalmente arrivando. Il comportamento della Cina e della Russia ha, più di qualsiasi iniziativa occidentale, forgiato legami tra Europa e Asia. L’invasione russa dell’Ucraina ha infranto le ultime illusioni dell’Europa non solo riguardo a Mosca, ma anche riguardo a Pechino. La Cina è diventata il principale sostenitore della Russia, fornendo supporto tecnologico a duplice uso e persino militare letale sul campo di battaglia, oltre a un fondamentale sostegno finanziario, industriale e diplomatico. È la Cina che sta costruendo la base industriale della difesa russa e la capacità militare che ora minaccia l’Europa. Riflettendo questa consapevolezza, i comunicati della NATO definiscono ora la Cina un «fattore determinante» della guerra russa, e il suo segretario generale sostiene che i teatri indo-pacifico ed europeo debbano essere considerati «come un unico insieme». Da parte loro, gli Stati asiatici vedono lo scioccante ricorso alla forza da parte della Russia come un segnale dei rischi che dovrebbero affrontare se l’equilibrio militare con la Cina dovesse erodersi ulteriormente. Giappone, Corea del Sud, Taiwan e persino Singapore si sono schierati a sostegno dell’Ucraina, considerando una sconfitta della Russia essenziale per frenare le ambizioni cinesi. I leader dei quattro partner indo-pacifici della NATO – Australia, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud – partecipano ormai regolarmente ai suoi vertici. Nel frattempo, Pechino e Mosca stanno anche rafforzando i propri legami in Asia, organizzando esercitazioni e pattugliamenti con bombardieri strategici nei pressi degli alleati degli Stati Uniti, anche durante importanti incontri multilaterali.

La percezione delle minacce da parte degli alleati è cambiata non solo sul piano della sicurezza, ma anche – e forse in modo ancora più evidente – su quello economico e tecnologico. Sia i governi asiatici che quelli europei stanno iniziando a vedere la Cina come gli Stati Uniti la vedono da tempo: una potenza mercantilista che mira alle fondamenta della loro forza industriale. I leader europei parlano ora di un secondo «shock cinese», un’ondata di manufatti sovvenzionati che, come ha affermato Macron, stanno «letteralmente uccidendo gran parte dell’industria europea». Von der Leyen ha messo in guardia dalle «sovraccapacità produttive cinesi che erodono la nostra base manifatturiera» e definisce la situazione «semplicemente insostenibile». Merz ha proposto un nuovo Accordo del Plaza per costringere la Cina a un apprezzamento della propria valuta.

Nulla di tutto ciò costituisce ancora una politica unitaria degli alleati. La convergenza sulla natura della minaccia non implica un allineamento completo sulla risposta, né sul piano della sicurezza né su quello economico; vi sono divisioni anche su quanto ridurre l’esposizione alla Cina, su come bilanciare gli interessi economici e di sicurezza e su come gestire la politica nei confronti di Taiwan e dell’Ucraina. Tuttavia, una diagnosi condivisa è il presupposto fondamentale per un’azione comune e, per la prima volta in una generazione, tale diagnosi sta cominciando ad allinearsi.

Questa convergenza rappresenta un fatto geopolitico degno di nota. Anche durante la Guerra Fredda, gli alleati avevano percezioni diverse della minaccia: la Germania Ovest perseguiva l’Ostpolitik e la distensione, mentre gli Stati in prima linea premevano per la deterrenza, e il dispiegamento degli euromissili divideva sia l’opinione pubblica che i governi. Secondo alcuni indicatori, oggi si registra un’unità comparabilmente maggiore, persino di fronte a una minaccia meno urgente. Ciò che è particolarmente rivoluzionario è che l’Atlantico e il Pacifico stanno cessando di funzionare come spazi strategici completamente separati, ponendo le basi per sforzi di alleanza veramente globali, anche se è improbabile che l’amministrazione Trump riesca a trarre vantaggio da questa convergenza nei prossimi due anni e mezzo.

I LEGAMI CHE UNISCONO

Non c’è dubbio che gli alleati stiano cercando di ridurre l’esposizione agli Stati Uniti in settori chiave attraverso nuove coalizioni di potenze medie. Tuttavia, questa tendenza verso la riduzione dell’esposizione viene controbilanciata e, in ultima analisi, superata da megatendenze di più ampia portata: l’impennata delle esportazioni cinesi in ambito economico, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale in ambito tecnologico e l’aumento delle spese per la difesa in ambito militare. Questi fattori stanno creando nuovi legami con Washington a un ritmo più veloce di quanto sia possibile spezzare quelli preesistenti.

In ambito economico, gli Stati Uniti assorbono ora circa il 20-30 per cento di tutte le esportazioni degli alleati, una quota molto più elevata rispetto a cinque anni fa, poiché la Cina acquista meno. Lo scorso anno, nonostante la guerra commerciale, Europa, Giappone e India hanno tutti esportato molto di più verso gli Stati Uniti che verso la Cina; negli ultimi cinque anni, le esportazioni verso la Cina sono diminuite di circa il 15 per cento per l’Europa, del 20 per cento per il Giappone, del 20 per cento per la Corea del Sud e del 20 per cento per l’India, mentre quelle verso gli Stati Uniti sono aumentate di circa il 30 per cento sia per l’Europa che per la Corea del Sud e l’India. Tale dipendenza dal mercato statunitense è destinata ad aumentare: il secondo shock cinese renderà il mercato statunitense un’ancora di salvezza ancora più cruciale. Inoltre, gli sforzi di reindustrializzazione americani dipendono sempre più dagli investimenti degli alleati e dalla condivisione di tecnologie, dalla cantieristica navale ai semiconduttori alle batterie, rafforzando così l’interdipendenza.

La tecnologia sta diventando sempre più “appiccicosa” in entrambe le direzioni, in parte a causa della rivoluzione dell’IA. Abbondano le notizie secondo cui i governi europei stanno ordinando ai funzionari di abbandonare Microsoft Teams e Zoom, di migrare dai sistemi operativi americani e di creare alternative “sovrane” nel cloud e nell’IA. Ma la nuova ondata di innovazione tecnologica sta ricreando la dipendenza degli alleati. La dipendenza di un tempo dai sistemi operativi americani per dispositivi mobili e desktop non è diminuita, e ora gli alleati degli Stati Uniti dipendono anche dall’infrastruttura cloud americana, dai chip avanzati e dai modelli di IA. Tre «hyperscaler» statunitensi — Amazon, Google e Microsoft — rappresentano circa i due terzi del mercato globale del cloud, mentre i fornitori europei detengono appena il 15 per cento del proprio mercato interno. Si prevede che nel 2026 gli hyperscaler statunitensi spenderanno oltre 700 miliardi di dollari in infrastrutture di intelligenza artificiale, contro una spesa sovrana europea di circa 13 miliardi di dollari. E il divario sta crescendo. Gli sforzi dell’Europa sono per ora troppo modesti, troppo regolamentati, troppo frammentati e troppo concentrati sull’attenuazione delle restrizioni governative piuttosto che sulla promozione dell’uso commerciale per modificare radicalmente le dipendenze che si sono accumulate nel corso di decenni. (Nel frattempo, gli Stati Uniti continueranno a dipendere dalle macchine litografiche olandesi, dall’ottica e dai laser tedeschi, dai prodotti chimici giapponesi e dagli impianti di semiconduttori di Taiwan per la propria agenda sull’intelligenza artificiale.)

La vera storia delle alleanze degli Stati Uniti è costellata di crisi ricorrenti.

È sul fronte militare che il legame potrebbe risultare più saldo. Gli sforzi degli alleati per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti sono controbilanciati dal fatto che ogni alleato sta contemporaneamente portando avanti il più significativo potenziamento della propria difesa degli ultimi trent’anni, di fronte alle crescenti minacce cinesi e russe, con modalità che li avvicinano a Washington. La logica è chiara in Asia. Anche se Trump attacca periodicamente con toni retorici gli alleati asiatici, Taiwan ha richiesto 25 miliardi di dollari in nuove armi statunitensi, il Giappone ha proseguito l’acquisto di ulteriori caccia F-35 e missili Tomahawk integrando al contempo le proprie strutture di comando con quelle degli Stati Uniti, la Corea del Sud ha avviato una nuova cooperazione per la costruzione di sottomarini nucleari e l’India ha rafforzato la propria dipendenza dai motori a reazione statunitensi. Sebbene l’Europa si sia impegnata maggiormente per ridurre la dipendenza, anche qui i legami sono molto forti. Oltre l’80 per cento del nuovo programma di riarmo europeo, del valore di 860 miliardi di dollari, è completamente aperto alle aziende statunitensi, mentre il restante 20 per cento, destinato esclusivamente alle imprese europee, prevede diverse deroghe per consentire la partecipazione americana. I nuovi leader europei nel settore delle tecnologie di difesa, da Helsing a Stark, sono finanziati in gran parte da capitali americani, da New York a Menlo Park. E negli ultimi anni, la quota degli appalti europei nel settore della difesa assegnata alle aziende statunitensi è salita, secondo un indicatore, da circa il 28 per cento nel periodo 2019–21 al 51 per cento nel periodo 2022–24, poiché l’urgenza della guerra in Ucraina ha generato una domanda che solo gli Stati Uniti potevano soddisfare in termini di rapidità e portata. Anche se canadesi ed europei si stanno allontanando da alcune piattaforme statunitensi e acquistano tra di loro, quelle nuove piattaforme — che non arriveranno prima di un altro decennio — rafforzano la dipendenza dagli Stati Uniti per le infrastrutture fondamentali della guerra ad alta intensità, come i collegamenti tattici di dati che consentono il comando e il controllo alleati. Inoltre, gli alleati europei non hanno alternative agli Stati Uniti per quanto riguarda l’allerta precoce spaziale contro i missili o le attività critiche di intelligence, sorveglianza e ricognizione. Persino Merz ha ammesso che l’Europa «rimarrà dipendente dagli Stati Uniti d’America ancora per molto tempo».

La strategia di “copertura” adottata dalle potenze medie non solo viene superata dalle forze più grandi, ma è anche meno indicativa di problemi all’interno dell’alleanza di quanto molti credano. Le potenze medie continuano a collaborare con Washington anche mentre cercano di costruire nuove relazioni altrove. E nella maggior parte dei casi, tali nuove relazioni sono con alleati e partner degli Stati Uniti, molte delle quali si estendono attraverso diversi teatri operativi in modi che Washington ha a lungo incoraggiato, con attori chiave come l’India e il Giappone al centro. Ciò che ora sembra una riduzione del rischio, a lungo termine costituirà un reinvestimento nella rete dell’alleanza e nelle capacità che Washington cerca da tempo di rafforzare: produzione nel settore della difesa, resilienza della catena di approvvigionamento e interoperabilità. Le politiche dell’amministrazione Trump possono essere lo stimolo, ma l’aumento della coesione e delle capacità degli alleati durerà ben oltre il suo mandato.

IL VERO “DEEP STATE”

Non sono solo le forze esterne alle alleanze a spingerle verso l’unione, ma anche quelle interne. Trump e il suo team hanno cercato di sradicare un presunto “deep state” “woke” composto da attivisti, ma il vero deep state è al tempo stesso più banale e più determinante. I professionisti delle alleanze portano avanti l’attività quotidiana di cooperazione lontano dai riflettori delle recriminazioni pubbliche: pianificatori militari e funzionari dei servizi segreti, esperti di controllo delle esportazioni e specialisti in sanzioni, banchieri centrali e negoziatori commerciali, nonché gli ingegneri e i responsabili della definizione degli standard che garantiscono la comunicazione tra i sistemi alleati. Essi formano una fitta rete di relazioni costruita e curata nel corso di decenni. Poiché il lavoro è di natura tecnica piuttosto che politica, e poiché si sviluppa su tempi che vanno dagli anni ai decenni, è lento da costruire ma anche da smantellare. Proprio la sua natura poco appariscente conferisce alle alleanze una stabilità di fronte a un ciclo politico turbolento.

Questo slancio costante è evidente nel modo in cui molte iniziative sono proseguite — e si sono persino rafforzate — sotto l’amministrazione Trump, nonostante le tensioni ai vertici. Anche mentre l’India ribolliva per i dazi record imposti dagli Stati Uniti, le relazioni in materia di difesa sono rimaste al riparo dalla guerra commerciale: nell’ottobre 2025, i due paesi hanno firmato un nuovo accordo quadro decennale sulla difesa che rafforza l’interoperabilità in ogni ambito. L’AUKUS, sottoposto a una revisione scettica da parte del Pentagono all’insegna dell’«America first», ne è uscito intatto, essendo ormai sopravvissuto ai cambiamenti di governo in tutti e tre gli Stati membri. Nelle Filippine, l’esercitazione militare annuale denominata Balikatan (che significa «spalla a spalla») raggiunse nel 2025 la sua più grande edizione di sempre con 16.000 soldati, piani di emergenza alleati e forze giapponesi. Le tensioni commerciali con la Corea del Sud non impedirono una maggiore collaborazione sui sottomarini nucleari.

Anche il Congresso ha contribuito a mantenere saldi questi rapporti. Nonostante la polarizzazione, le maggioranze bipartisan continuano a sostenere la NATO, i partenariati indo-pacifici come l’AUKUS e il Quad, e l’integrazione tra difesa e industria. A prescindere dalle controversie sulla ripartizione degli oneri e sul commercio, pochi esponenti seri di entrambi i partiti sono favorevoli a un abbandono totale o anche solo parziale delle strutture dell’alleanza. Persino la leadership repubblicana si colloca su posizioni più moderate a questo riguardo. Thune, ad esempio, ha dichiarato: «Ci sono moltissime persone che ritengono che la NATO sia un’alleanza post-seconda guerra mondiale fondamentale e di incredibile successo. E penso che nel mondo di oggi gli alleati siano indispensabili». E infatti, il Congresso ha vietato il ritiro dalla NATO senza la sua espressa approvazione.

Da parte loro, gli alleati americani sembrano talvolta condividere una sorta di pensiero magico riguardo agli Stati Uniti: il desiderio di mantenere una visione favorevole e di lunga data degli Stati Uniti nonostante le prove contrarie. Il Giappone, nonostante le gravi lamentele riguardo ai dazi statunitensi e alla soft détente di Trump con Pechino, nonché al palese fallimento di Washington nel sostenere il primo ministro giapponese Sanae Takaichi di fronte alle intense pressioni cinesi, è determinato a comportarsi come se l’alleanza rimanesse forte come sempre. Il Regno Unito si è aggrappato con analoga determinazione all’idea di una «relazione speciale», e il segretario generale della NATO ha accolto l’amministrazione con una fiducia nel rapporto che molti trovano difficile da spiegare. In parte ciò rappresenta una fede genuina nel sistema dell’alleanza; in parte rappresenta una sorta di pragmatismo del tipo «fingi finché non superi Trump». Indipendentemente da ciò, la retorica ha effetti stabilizzanti che possono effettivamente far guadagnare tempo.
 

DOPO DI ME

La tenacia degli alleati di fronte all’ostilità di Trump non è motivata solo dalle attuali esigenze di sicurezza ed economiche. Essa riflette anche la consapevolezza intuitiva che le probabili alternative a un mondo garantito dal sistema di alleanze siano di gran lunga peggiori per gli alleati. Anche solo il danno concreto che Trump ha arrecato alla fiducia e alla prevedibilità rende la struttura dell’alleanza la scelta migliore.

La prima alternativa possibile per gli alleati è la multipolarità globale, un mondo senza regole, senza alleanze fisse, in cui ogni Stato agisce per il proprio interesse. Questo scenario hobbesiano potrebbe sfociare in una guerra catastrofica, come accadde prima della Prima guerra mondiale. Porrebbe i piccoli Stati nella condizione di perdere la sovranità, spingerebbe le potenze medie ad acquisire armi nucleari e indurrebbe le grandi potenze a intraprendere una corsa agli armamenti. Una seconda alternativa, quella delle sfere d’influenza, aggiunge un elemento di stabilità, poiché ogni grande potenza governa la propria zona di influenza e gli Stati Uniti si ritirano nell’emisfero occidentale. Tuttavia, le grandi potenze si contendono continuamente le sfere d’influenza altrui, come è avvenuto dopo le guerre napoleoniche e nuovamente dopo Yalta, e le sfere d’influenza non possono impedire la guerra alle catene di approvvigionamento né affrontare le sfide transnazionali, dall’intelligenza artificiale all’innalzamento del livello del mare. Una terza possibilità, che garantisce un ordine ancora maggiore rispetto alle altre due, è un concerto delle grandi potenze che produca una pace controllata tra le principali capitali. Ma ciò sembra poco plausibile oggi, quando le grandi potenze non riescono nemmeno a cooperare per affrontare il cambiamento climatico, figuriamoci definire la forma complessiva dell’ordine mondiale. E anche se questi ultimi due scenari si rivelassero fattibili, sarebbero nettamente meno favorevoli agli interessi economici e di sicurezza degli attuali alleati degli Stati Uniti.

Una quarta alternativa è più probabile di tutte e tre: una preminenza parziale della Cina. La multipolarità, le sfere d’influenza e i concerti delle grandi potenze presuppongono tutti una generale parità tra le grandi potenze che sembra improbabile, date le dimensioni della Cina: la Cina ha una capacità produttiva doppia rispetto a quella degli Stati Uniti, un’economia più grande del 30 per cento in termini di potere d’acquisto, la marina militare più grande del mondo, un surplus commerciale globale senza precedenti pari a 1,2 trilioni di dollari e un vantaggio dominante nelle tecnologie, dai veicoli elettrici alla robotica. Una preminenza parziale creerebbe un mondo organizzato attorno alla deferenza verso Pechino, sostenuta dalla massa della Cina, lasciando gli Stati Uniti e i loro partner svuotati dal punto di vista industriale, superati tecnologicamente, soppiantati commercialmente, forse sconfitti militarmente e privati di posti di lavoro ben retribuiti. Le conseguenti dipendenze dalla Cina farebbero scivolare gli Stati Uniti e i loro partner lungo la catena del valore globale verso i settori immobiliare, turistico, delle materie prime, finanziario e, forse, dell’evasione fiscale transnazionale.

È sempre più chiaro ai responsabili politici delle capitali alleate, proprio come dovrebbe diventare chiaro ai leader americani del dopo-Trump, che l’unione delle forze alleate è l’unica via per controbilanciare la Cina — una quinta alternativa per l’ordine mondiale del futuro. Ciò comporterebbe la messa in comune da parte degli alleati di mercati, investimenti, tecnologia e capacità militari, con le alleanze che fungerebbero da piattaforme per lo sviluppo delle capacità, non solo per la deterrenza militare. Un’unione di questo tipo darebbe vita a una coalizione che avrebbe un PIL, adeguato al potere d’acquisto, più che doppio rispetto a quello della Cina e una spesa militare più che doppia; sarebbe il primo produttore di brevetti attivi e di pubblicazioni più citate, nonché il principale partner commerciale della maggior parte dei paesi del mondo, e rappresenterebbe la metà della produzione manifatturiera globale contro il terzo della Cina. Lungi dal rendere impossibile una tale alleanza su larga scala, le realtà strutturali ne rendono più probabile la realizzazione, evidenziandone la necessità proprio mentre le risposte alle politiche di Trump mettono gli alleati degli Stati Uniti nella posizione di poter offrire di più a Washington.

Uno degli indicatori più importanti della plausibilità di questo percorso è proprio l’impegno profuso da Pechino per ostacolarlo. Politologi come William Wohlforth e Victoria Tin-bor Hui hanno rilevato che, nel corso della storia, gli Stati dominanti hanno cercato di dividere attivamente le coalizioni schierate contro di loro prima che queste potessero consolidarsi. Persino l’alleanza della Guerra Fredda del XX secolo — che alla fine si è rivelata un grande successo — ha dovuto affrontare delle sfide, poiché Mosca interferiva apertamente nella politica dell’Europa occidentale per allontanare l’Europa dagli Stati Uniti. A tal fine, Pechino sta perseguendo una propria strategia volta a dividere le coalizioni, sfruttando il proprio controllo sulle catene di approvvigionamento globali per minacciare o punire altri governi. Ciò ostacola l’azione collettiva perché ogni paese, a cui in alcuni casi vengono offerti sgravi selettivi, ha motivo di cercare un accordo individuale piuttosto che mantenere una linea comune con gli altri. Ciò che colpisce oggi, tuttavia, è quanto poco abbiano ottenuto finora tali sforzi cinesi, nonostante tutto ciò che Trump abbia fatto per favorire la causa di Pechino.

DALLA SOPRAVVIVENZA ALLA DIFFUSIONE SU LARGA SCALA

Sulla scia di Trump, il sistema delle alleanze non si ricostruirà da solo. Come ogni progetto edilizio ambizioso, richiederà ingegneri e un piano. Ma ciò è più plausibile di quanto possa sembrare. Ogni rinnovamento riuscito del sistema delle alleanze è stato guidato da un programma lungimirante piuttosto che da un ripristino nostalgico, e lo shock del secondo mandato di Trump sta seppellendo la nostalgia e stimolando una necessaria presa di coscienza sia a Washington che nelle capitali alleate.

A Washington, l’attuale pessimismo dovrebbe lasciare il posto a un maggiore pragmatismo, anche per evitare che si trasformi inutilmente in una profezia che si autoavvera, rendendo più difficile il percorso da seguire. Il passaggio dall’individuazione delle sfide alla discussione delle soluzioni è ormai da tempo necessario. La questione di come ricostruire e riformare la struttura delle alleanze statunitensi deve diventare un tema centrale nel dibattito sul “futuro” in vista delle elezioni presidenziali statunitensi del 2028.

Molti sono scettici sul fatto che una qualsiasi di queste opzioni sia ancora praticabile. Eppure il modello esiste già da diverse amministrazioni ed è in uso proprio in questo momento. Le sue caratteristiche distintive sono da tempo immutate: guidato dalla Casa Bianca, incentrato su progetti concreti e organizzato attraverso coalizioni ad hoc di alleati disponibili. L’amministrazione Biden ha operato in questo modo per lanciare l’AUKUS e sostenere la coalizione a favore dell’Ucraina. A volte lo ha fatto anche l’amministrazione Trump, dotando di risorse iniziative ereditate come il Pilastro 2 dell’AUKUS in modi nuovi e significativi e perseguendone di nuove, come un partenariato sui minerali critici con oltre 50 paesi che il vicepresidente JD Vance ha descritto come un «blocco commerciale tra alleati e partner». Il fatto che lo stesso modello sia emerso sotto amministrazioni così diverse è la prova più forte che una scala alleata è realizzabile anche dopo Trump.

Il primo passo è una valutazione condivisa della sfida — e, come suggerisce la convergenza sopra descritta, le percezioni degli alleati riguardo alla Cina e alla Russia si stanno allineando per la prima volta in una generazione. Per costruire su questa percezione condivisa sarà necessario voltare pagina rispetto all’era attuale e compiere sforzi proattivi per ricostruire la fiducia. Washington dovrà convincere gli alleati che le sue mosse più aggressive sono state il prodotto di una personalità particolare piuttosto che di una mutazione permanente del sistema politico. Sarebbe d’aiuto una chiara presa di distanza, trasversale ai due partiti, dalle minacce militari contro la Groenlandia. Lo stesso vale per una scelta deliberata di privilegiare impegni che durino più a lungo di qualsiasi singolo presidente: i decreti presidenziali possono essere revocati con una firma, ma le leggi sono molto più difficili da abrogare, ed è proprio alle leggi che gli alleati attribuiscono la fiducia necessaria per effettuare investimenti che si misurano in decenni.

Esercitazione militare congiunta a Funabashi, in Giappone, gennaio 2026Kim Kyung-Hoon / Reuters

Sarebbe inoltre opportuno iniziare con progetti piccoli e concreti che dimostrino il valore della collaborazione su scala ridotta in casi specifici e creino un clima di fiducia. I risultati immediati rafforzano la fiducia, e vi è spazio per iniziative pilota innovative in settori quali le catene di approvvigionamento farmaceutiche e la coproduzione di munizioni. La parola d’ordine dovrebbe essere «umiltà». L’istinto potrebbe spingere a cercare accordi di alleanza di ampio respiro, ma a tale istinto occorre resistere. Se iniziative mirate e discrete si concentrassero sulle aree di maggiore consenso – ad esempio un punto nevralgico in cui il controllo cinese è particolarmente forte – allora un risultato significativo potrebbe creare slancio. Ciò potrebbe anche aiutare a superare gli ostacoli nel contesto politico interno.

Ciò potrebbe gettare le basi per passare da piccoli progetti a iniziative più ampie e ambiziose che coinvolgano un maggior numero di partner. Il principio organizzativo di questi progetti deve essere il reciproco vantaggio, che si concretizza in flussi bidirezionali di capacità. Il modello tradizionale di alleanza trattava i partner come soggetti dipendenti, beneficiari della protezione e dei mercati americani. Una coalizione sostenuta da concessioni unilaterali è fragile. La dipendenza reciproca, al contrario, creerebbe una base di sostegno per il rapporto in ogni capitale; ecco perché i primi progetti dovrebbero essere concepiti in modo da garantire risultati politici tangibili in tutti i paesi alleati. Le nuove capacità degli alleati – e una chiara consapevolezza, tra gli elettori americani, dei costi derivanti dal loro spreco – potrebbero rendere possibile questo tipo di reciprocità autentica in modi che semplicemente non erano concepibili fino a pochi anni fa.

In definitiva, il rinnovo delle alleanze richiederà uno scopo positivo. Non può trattarsi solo di una posizione difensiva nei confronti della Cina, di una coalizione definita da ciò a cui si oppone. Deve rappresentare qualcosa: un ordine aperto, prospero e tecnologicamente dinamico in cui i suoi membri desiderino attivamente vivere e a cui altri vogliano aderire. Iniziare a delineare una visione di questo tipo dovrebbe essere un compito fondamentale per la politica estera degli Stati Uniti nei prossimi anni.

Al momento, questa prospettiva può sembrare ottimistica. Ma ciò rende ancora più imperativo ricordare quanto siano state gravi le crisi del passato e quanto siano potenti oggi i fattori strutturali. Gli interessi degli Stati Uniti e dei loro partner continuano a coincidere, e questa logica si è accentuata con la crescita del potere della Cina e l’allineamento dei suoi alleati revisionisti. Gli alleati degli Stati Uniti farebbero bene a ricordare che, nonostante tutta la loro legittima rabbia e ansia, gli americani di oggi sono gli unici americani che hanno. Ma gli americani farebbero ancora meglio a ribaltare l’ammonimento di Carrington. In un momento in cui gli Stati Uniti hanno bisogno dei propri alleati più che mai, la pazienza è essenziale. Dopotutto, sono gli unici alleati che gli americani hanno.

Le epurazioni in Cina stanno funzionando come previsto

Un sistema disciplinare unico nel suo genere ha contribuito alla sopravvivenza del partito

Andrew Mertha

17 settembre 2026

Un cartellone pubblicitario raffigurante il leader cinese Xi Jinping alle spalle di alcuni soldati dell’Esercito popolare di liberazione, Pechino, agosto 2015Reuters / Damir Sagolj

ANDREW MERTHA è titolare della cattedra “George and Sadie Hyman” di Studi cinesi presso la Johns Hopkins School of Advanced International Studies.

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Per due decenni, gli studiosi hanno ritenuto che la ragione principale per cui il regime comunista cinese fosse sopravvissuto fino al XXI secolo — mentre tutti i regimi comunisti europei erano crollati — fosse la creazione di istituzioni solide e durature. Il Partito Comunista Cinese (PCC) si era allontanato dall’imprevedibile dittatura personalista dell’era di Mao Zedong e aveva gettato le basi di uno Stato moderno. Aveva fissato limiti di mandato per i propri leader, adottato una leadership collettiva e promosso sempre più spesso i funzionari in base al merito, il che lo aveva reso sufficientemente resiliente da riprendersi dagli shock esterni e interni che avevano fatto crollare altri sistemi socialisti.

Il leader cinese Xi Jinping, tuttavia, ha trascorso l’ultimo decennio smantellando quasi tutte le istituzioni che, in teoria, garantivano la forza del partito. Nel 2018 ha abolito i limiti al mandato presidenziale, ha svuotato di significato la leadership collettiva e si è rifiutato di designare un successore. Xi ha inoltre epurato a suo piacimento funzionari di alto livello, soprattutto nel settore più delicato: quello militare. A gennaio, solo pochi mesi dopo che i vertici del partito avevano espulso nove alti ufficiali militari, il Ministero della Difesa Nazionale ha annunciato che il generale Zhang Youxia e il generale Liu Zhenli — fino a quel momento rispettivamente il più alto ufficiale in divisa e il comandante operativo di punta dell’Esercito Popolare di Liberazione — erano stati sottoposti a indagine. Dal 2022, secondo i dati raccolti dal Center for Strategic and International Studies, il partito ha formalmente epurato tre dozzine di generali e tenenti generali, e molti altri sono vistosamente scomparsi.

A Washington, molti osservatori vedono queste epurazioni come una prova della debolezza della Cina. Vedono un leader potente consumato dal sospetto e ossessionato dal mantenimento della propria presa sul potere. Se la forza del partito si basasse davvero sulle istituzioni autonome che la Cina aveva costruito nell’era post-Mao, allora le epurazioni di Xi sarebbero un segnale di fragilità e persino di un potenziale crollo. Ma il partito non ha mostrato alcun segno di disgregazione. Semmai, con il proseguire di queste epurazioni, Xi e il partito sembrano essere diventati solo più forti.

Lungi dall’indebolire il proprio dominio, il modo in cui il PCC ripulisce le proprie file può spiegare in parte ciò che lo rende così duraturo. Una purga non è un evento, ma un processo — che il partito porta avanti in forma pressoché identica da un secolo. Essa individua regolarmente i quadri, li valuta e li costringe a chiedere clemenza per mantenere la propria posizione all’interno del sistema. L’obiettivo è quello di rieducarli piuttosto che eliminarli del tutto, il che rafforza il partito incoraggiando l’obbedienza e la dedizione alla causa del partito. I leader del PCC ritengono inoltre che questa strategia funzioni: Xi ha abbracciato la «rivoluzione di sé», ovvero una rettifica continua e permanente, come mezzo attraverso il quale la Cina sfuggirà al triste destino dell’Unione Sovietica e di altri regimi socialisti ormai finiti nel cestino della storia. Ciò che potrebbe minacciare la longevità del partito, quindi, non è il numero di funzionari epurati, ma l’unico problema che una tale strategia non può risolvere e che può addirittura aggravare: come gestire la successione. Un regime di auto-rivoluzione avrà successo o fallirà proprio su questa questione, per quanto si sforzi di evitare il decadimento interno.

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CURARE LA MALATTIA, SALVARE IL PAZIENTE

La storia delle purghe in Cina risale a prima della fondazione della Repubblica Popolare, nel 1949. In alcuni casi, come è avvenuto in regimi simili, il PCC avvia purghe violente per allontanare i quadri dalle proprie file. Questo tipo di epurazione, ormai sinonimo delle azioni di Joseph Stalin nell’Unione Sovietica, mira a eliminare qualcuno dal partito, sia attraverso la detenzione, l’esilio o la morte. La vittima di una simile epurazione non torna più. Mao impiegò questa tattica già nel 1930, quando giustiziò più di 700 ufficiali dell’esercito in una dimostrazione di controllo totale.

Ma ciò che il PCC ha fatto, e che è una caratteristica unica del suo dominio duraturo, non è una purga nel senso tradizionale del termine. I leader del PCC ricorrono spesso a un metodo disciplinare diverso: la rettifica. La rettifica mira a mantenere una persona all’interno del partito, anche se a volte con uno status notevolmente ridotto. Mentre l’idea tradizionale di epurazione mira a eliminare i nemici dalle file (il termine cinese qingdang significa “ripulire il partito”), la rettifica mira a trattenere e rimodellare i quadri mantenendoli nell’orbita del partito.

Nel corso della sua storia, il PCC ha cercato di rieducare i quadri molto più spesso di quanto abbia cercato di eliminarli. Nel dicembre 1929, nel villaggio di Gutian, nella provincia del Fujian, Mao presentò una risoluzione intitolata “Sulla correzione delle idee errate nel Partito” che affermava il controllo del partito sulle forze armate. La risoluzione forniva inoltre indicazioni su come il partito interpretasse la disciplina interna: descriveva i propri bersagli non come nemici, ma come persone che presentavano deviazioni nel pensiero. I quadri potevano soffrire di «disturbi» quali l’avere un «punto di vista puramente militare» (una prospettiva slegata dalla politica), la promozione dell’ultrademocrazia (un sistema politico privo dell’autorità del partito) e il sostegno all’individualismo. La risoluzione di Mao trattava ciascuno di questi aspetti come una malattia che a volte poteva essere curata attraverso un regime di critica e autocritica davanti ai propri pari. E alla cura era allegata una promessa: se i membri del partito si fossero sottomessi al processo, il PCC li avrebbe mantenuti al suo interno anziché eliminarli.

Nella zona settentrionale cinese di Yan’an, dove Mao e i suoi seguaci stabilirono un campo base durante la guerra a partire dalla metà degli anni ’30, i leader trasformarono la rettifica in una dottrina. Il numero dei membri del partito esplose da circa 40.000 nel 1937 a 800.000 nel 1940, il che significava che quasi tutti all’interno dell’organizzazione erano nuovi e non ancora affidabili agli occhi dei leader del partito. Il Movimento di Rettifica del 1942-1945 rappresentò la soluzione. Ogni quadro scrisse un’autobiografia, valutò la propria vita sulla base di schemi stampati per l’autoesame, si confessò davanti alla propria sezione di partito o unità di lavoro e fu esaminato, valutato e classificato dal dipartimento del personale del partito. Nel febbraio 1942, Mao sintetizzò l’approccio in una famosa frase: «Curare la malattia, salvare il paziente».

La rettifica mira a mantenere e a riorganizzare i quadri.

Nulla di tutto ciò fu pacato. La campagna di Yan’an fu brutale: molti furono torturati e migliaia morirono. Le campagne successive furono spesso ancora più dure. Ma l’approccio di Mao distinse il comunismo cinese dai suoi parenti più prossimi. Stalin giustiziava rapidamente i quadri inaffidabili, mentre Pol Pot li mandava nelle fosse comuni. In Cina, in molti casi, la strategia consisteva nel trattenere i quadri e cercare di rimodellarli, creando al contempo fascicoli permanenti che descrivevano in dettaglio ogni loro errore.

La procedura di base rimane oggi pressoché identica. Una persona viene individuata per aver deviato in qualche modo e costretta a redigere un resoconto delle proprie mancanze. Il resoconto viene confrontato con quanto detto dai colleghi su di lei e con quanto già riportato nei registri dell’organizzazione (nel fascicolo personale dell’individuo). Il quadro viene collocato su una scala graduale di possibili sanzioni, che va dall’assenza di provvedimenti a un estremo all’espulsione dal partito all’altro. (La maggior parte delle sanzioni si colloca nel mezzo, tra cui l’emissione di un severo ammonimento o la messa in prova.) Quando viene emesso un verdetto su come trattare un quadro, un funzionario o un bersaglio della campagna , quella persona, se ritenuta aver confessato a sufficienza, viene mantenuta nel partito ma a condizioni revocabili e subordinate alle vicissitudini politiche. E ogni documento generato dal processo viene inserito nel fascicolo ufficiale del quadro, in modo permanente.

Si tratta della procedura utilizzata nel 1952 contro un negoziante di paese che sottraeva una parte del grano acquistato. È anche la procedura utilizzata oggi dal Politburo cinese, i cui membri — gli uomini più potenti del Paese — leggono ad alta voce le proprie autocritiche gli uni agli altri una volta all’anno e vedono le loro confessioni messe per iscritto e allegate in modo permanente ai propri fascicoli seguendo lo stesso modello utilizzato a Yan’an. Sebbene Xi abbia ampliato la cerchia delle persone che possono essere prese di mira, il meccanismo non è cambiato.

Anche il caso in corso degli ufficiali militari epurati sotto Xi rientra probabilmente in questo modello. Zhang e Liu sono stati sottoposti a indagine, non giustiziati, ed è possibile che rimangano iscritti alle liste del partito, anche se gravati da un fascicolo personale più corposo e assegnati a un incarico insignificante o messi del tutto da parte dalla vita pubblica. Nel 2023, ad esempio, il diplomatico Qin Gang è stato rimosso dalla carica di ministro degli Esteri; secondo alcune inchieste giornalistiche, avrebbe mantenuto l’appartenenza al partito, ma sarebbe stato riassegnato a un incarico d’ufficio di basso livello presso la casa editrice del ministero degli Esteri. E anche se Zhang e Liu venissero espulsi dal partito, l’epurazione rimane l’eccezione piuttosto che la norma, come da prassi consolidata del partito. Dei 101 generali e tenenti generali che il Center for Strategic and International Studies ha identificato come epurati o potenzialmente epurati, solo 14 erano stati ufficialmente espulsi dal partito a febbraio.

FILE SINGOLO

La rettifica raramente, se non mai, modifica le convinzioni dei quadri. Ottant’anni di dati, in gran parte provenienti dallo stesso partito, dimostrano che i quadri ripetono a pappagallo i copioni che vengono loro forniti, mettono in scena il pentimento richiesto e poi tornano ai loro comportamenti precedenti non appena la campagna termina. Si tratta di un processo talmente ritualizzato che i partecipanti imparano a dire esattamente ciò che gli esaminatori vogliono sentire.

Tuttavia, l’obiettivo principale di questo processo non è quello di riformare le convinzioni, bensì di redigere un documento da inserire in un fascicolo d’archivio. Tale fascicolo contiene dati oggettivi sul personale, nonché valutazioni osservabili delle carenze politiche di un quadro. È proprio questa documentazione scritta che consente al regime di mantenere la disciplina anche se nessun quadro modifica il proprio modo di agire o di pensare.

Per i quadri e gli altri soggetti a rettifica, il processo distingue chi è ancora nelle grazie dei leader del partito e chi ne è caduto in disgrazia. Poiché i quadri sono costantemente in competizione per il proprio status, un’epurazione è un evento eccezionale e devastante. Per la maggior parte dei membri del partito, sopravvivere a un processo di rettifica con una punizione minima è motivo di sollievo (spesso accompagnato dal desiderio di rinnovare il proprio impegno verso un regime clemente), unito a un barlume di paura che la prossima campagna sia sempre dietro l’angolo. Esteso a 100 milioni di membri del partito, questo processo produce in ogni persona una disciplina interiorizzata che rafforza la presa dell’organizzazione sul potere. Ogni quadro si sveglia ogni giorno sapendo che il fascicolo esiste e che può essere usato contro di lui in qualsiasi momento.

Il registro permanente, standardizzato e consultabile in qualsiasi momento, contenente la storia, i legami e i punti deboli di ogni membro del partito, costituisce anche un sistema informativo che conferisce ai leader del partito un potere immenso. I governanti autocratici hanno bisogno di informazioni per scongiurare le minacce al proprio potere; il sistema dei fascicoli personali del PCC, ricco di informazioni sui quadri del partito, rappresenta un canale informativo insostituibile per i governanti cinesi. La maggior parte dei quadri è disposta ad assecondare i desideri del partito, ma per quella piccola minoranza che non manifesta l’atteggiamento corretto di fronte a una campagna disciplinare, il partito può espellerli o metterli in prigione, scongiurando così qualsiasi minaccia di rivolta dall’interno. A volte si verificano defezioni e dissensi ad alto livello, ma quando accadono sono raramente organizzati e si esauriscono rapidamente.

Ci si potrebbe aspettare che tale registrazione dei dati generi risentimento tra i quadri del partito, ma il processo è concepito per distribuire la responsabilità e quindi proteggere Pechino da eventuali ripercussioni. Non esiste una singola persona o entità che emetta un verdetto di rettifica. Al contrario, vengono mobilitate task force del partito (note come «gruppi di lavoro») per redigere il verdetto, i colleghi del posto di lavoro lo avallano e infine un comitato a un livello amministrativo superiore lo ratifica. Nel corso del processo il verdetto passa attraverso così tante mani che la paternità del verdetto risulta aggregata e diffusa, in modo che non si possa attribuire la responsabilità a nessun singolo leader o ente del partito. Anche il quadro stesso, attraverso la propria autocritica, è coautore del verdetto.

La disciplina dei quadri attraverso la rettifica è anche uno strumento di coordinamento. Il partito-Stato cinese è una rete tentacolare di agenzie burocratiche, basi di potere regionali e uffici amministrativi che hanno i propri interessi e devono spesso negoziare tra loro. Una campagna di rettifica è uno dei pochi strumenti in grado di superare queste fratture. Come nel caso di altre campagne su larga scala del partito, quali la politica del figlio unico, i quadri comprendono che l’adesione alla rettifica è obbligatoria e rappresenta una priorità assoluta per i leader. Le campagne disciplinari offrono incentivi e punizioni inequivocabili, tra cui clemenza per i quadri che dimostrano l’atteggiamento giusto e un purgatorio professionale, o addirittura l’esilio, per coloro che non lo fanno. Molti quadri che normalmente traggono vantaggio dalla frammentazione del sistema politico cinese sanno che devono mettere da parte ogni altra cosa e allinearsi alle campagne disciplinari, fornendo a Pechino un modo altamente visibile per imporre priorità unificate e rafforzare il controllo del partito.

CIÒ CHE LA DISCIPLINA NON PUÒ RISOLVERE

La storia cinese è costellata di esempi di dinastie un tempo potenti che si sono indebolite e alla fine sono crollate. Per evitare questo esito, la soluzione di Mao era la mobilitazione di massa: solo consentendo al popolo di vigilare sul governo, riteneva, questo non avrebbe allentato la presa. La risposta di Xi, proposta nel 2021 e successivamente approfondita, è l’autoriforma del partito. In questo contesto, la cura per i mali del partito può provenire solo dall’interno del partito stesso, non da alcuna forza esterna. Le campagne di rettifica del partito attualmente in corso richiedono a tutti i funzionari di autodisciplinarsi, e l’occasionale epurazione totale di alcuni quadri fornisce una prova innegabile del fatto che il mancato rispetto delle regole comporta delle conseguenze. È la prima volta che il partito individua esplicitamente il meccanismo della propria sopravvivenza al suo interno.

La messinscena è stata altrettanto esplicita. Nell’autunno del 2014, mentre erano in corso le indagini che portarono alla caduta di due alti vertici militari, Xi convocò circa 400 alti ufficiali nella stessa sala del villaggio di Gutian dove Mao aveva pubblicato il documento “Sulla correzione delle idee errate nel Partito”. I media statali la definirono la “nuova conferenza di Gutian”. Nel 2024, Xi ha convocato i vertici militari a Yan’an per discutere di lavoro politico (ovvero, di fedeltà ideologica): un chiaro promemoria del fatto che il partito vede un nesso diretto tra le passate campagne di rettifica e la sua attuale forza.

Dietro questo simbolismo si cela il timore di Xi che la Cina possa fare la fine dell’Unione Sovietica, il cui Partito Comunista, secondo Xi, ha lasciato che i propri meccanismi disciplinari interni si atrofizzassero, diventando così l’artefice della propria rovina. Pechino ritiene che le epurazioni e le misure correttive debbano proseguire in modo permanente affinché il partito possa rimanere al potere. A prescindere dall’accuratezza dell’analisi sul crollo sovietico, la forza costante del PCC suggerisce che il metodo utilizzato dal partito per disciplinare i quadri possa effettivamente spiegare la sua longevità. Le epurazioni di Xi non dovrebbero essere valutate in base al numero di quadri coinvolti, ma piuttosto alla loro capacità di continuare a produrre fascicoli, verdetti e misure di mantenimento all’interno del partito che ne garantiscano il saldo controllo.

La principale fonte di incertezza in questo momento è la futura successione di Xi.

Ma ciò che rafforza il partito indebolisce anche alcuni degli strumenti di potere della Cina. I vertici militari rimangono vacanti o sono occupati da ufficiali con minore esperienza, e i futuri ufficiali imparano che il curriculum professionale più sicuro è quello con poche esperienze all’attivo. Quando è costretto a scegliere, il controllo politico è sempre più importante per il partito rispetto all’efficacia operativa. Si tratta di un compromesso che il partito è disposto ad accettare da un secolo e che continuerà ad accettare.

E il metodo cinese delle epurazioni non può risolvere il pericolo della successione. La “rettifica” non produce alcun meccanismo per la scelta del prossimo leader; semmai, garantendo che nessun subordinato acquisisca una posizione indipendente, rende ancora più difficile l’emergere di un successore credibile. È nella successione, non nella disciplina, che il sistema si rivela debole. La vecchia generazione di leader del PCC, tra cui Mao e Deng Xiaoping, ha superato la sfida della successione attingendo alla propria autorità inattaccabile in quanto rivoluzionari che avevano combattuto per la sopravvivenza del partito, mentre i leader successivi si sono affidati alle istituzioni — limiti di mandato, leadership collettiva e regole di successione ben definite — che Xi ha sommariamente distrutto. Xi non dispone né dell’una né dell’altra, il che rende il problema della successione particolarmente acuto. Il momento in cui preoccuparsi della stabilità cinese non è quando i generali scompaiono nel corso di un’indagine, ma quando l’uomo che esamina i loro fascicoli inizia a diventare troppo anziano per ricoprire quel ruolo senza che si sappia chi gli succederà.

Il PCC non è destinato a crollare: il sistema di controllo esiste proprio per impedire la frammentazione dell’élite, e ha funzionato. Ciò che probabilmente emergerà, invece, è uno Stato militarmente più debole ma politicamente più forte di quanto suggeriscano la maggior parte delle valutazioni. La principale fonte di incertezza ora è l’eventuale successione di Xi. Anche gli stessi teorici di Pechino stanno osservando la situazione, perché sanno che persino un sistema di rettifica ben congegnato, che ha mantenuto forte il partito per un secolo, non ha una risposta per una lotta di potere tra le élite su chi sarà il prossimo leader.

Fine di un’era e un’eredità sordida: gli Stati Uniti lasciano definitivamente l’Iraq, di Simplicius

Fine di un’era e un’eredità sordida: gli Stati Uniti lasciano definitivamente l’Iraq.

Simplicius30 settembre
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La notizia più importante della settimana è stata il ritiro dell’ultimo contingente di truppe statunitensi dall’Iraq, che segna la fine di una lunga e gloriosa storia di occupazione americana. Ufficialmente, segna la fine dell’Operazione Inherent Resolve, a sua volta derivante dall’Operazione Iraqi Freedom, che diede inizio alla guerra in Iraq all’inizio del 2003.

CENTCOM: Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha completato il ritiro ordinato delle forze e delle attrezzature statunitensi dalla base aerea di Erbil il 30 settembre, segnando la fine della missione Operazione Inherent Resolve in Iraq.

@Suriyak@Suriyakmaps Il ritiro delle ultime attrezzature militari da Baghdad e delle ultime truppe dalla base aerea di Harir verso la Giordania pone fine a 23 anni di presenza statunitense sul suolo iracheno. Il Consiglio dei Ministri iracheno ha dichiarato una festività pubblica ufficiale in tutte le istituzioni statali a partire da… 16:57 · 30 settembre 2026·884 visualizzazioni2 condivisioni·21 Mi piace

https://www.aljazeera.com/news/2026/9/30/pentagon-says-us-troop-withdrawal-from-iraq-is-complete

Secondo alcune fonti, la task force rimanente incaricata di contrastare l’ISIS è stata trasferita da Erbil, nel nord dell’Iraq, in Giordania.

Il comando militare statunitense responsabile delle operazioni in Medio Oriente, il CENTCOM, ha dichiarato che la task force incaricata delle operazioni contro l’ISIS è stata trasferita in Giordania, mentre centinaia di soldati americani rimangono di stanza in Siria.

Complessivamente, secondo il CENTCOM, la base di Erbil aveva ospitato 1.500 militari statunitensi e di altre forze della coalizione prima della partenza.

Per certi versi, a questo punto si tratta semplicemente di una mossa simbolica, dato che gli Stati Uniti sono ancora pienamente radicati in Medio Oriente con basi in tutta la regione, quindi l’evento rappresenta più una pietra miliare per l’Iraq e la sua sovranità nazionale, piuttosto che un momento geopolitico cruciale. Evoca la fine di un’era, uno spirito del tempo politico e, oserei dire, spirituale post-11 settembre che chiude un altro capitolo sanguinoso di una lunga serie di imperialismo americano.

Si potrebbe persino sostenere che l’Iraq avesse esaurito il suo scopo. Uno dei veri motivi della persistenza della finta missione “Inherent Resolve” era quello di usare l’ISIS come copertura per muovere guerra ad Assad in Siria. Avevamo parlato molte volte dell’importanza che la Siria rivestiva da molteplici prospettive strategiche:

1. Era un territorio necessario a Israele per poter operare strategicamente contro l’Iran e, in futuro, contro la Turchia.

2. Era importante per contenere l’influenza russa nella regione, il che è un modo ambiguo per dire impedire alla Russia di rafforzare e salvare l’Iran dalla pianificata distruzione dello stato persiano da parte dell’asse sionista-americano.

3. In termini religiosi ed escatologici più oscuri, era necessario che Israele portasse a termine il suo progetto del Grande Israele (Lebensraum).

Tutto ciò si inserisce nella più ampia teoria del cuore dell’isola, di cui potete leggere i dettagli qui:

Come la caduta dell’URSS ha scatenato una corsa all’oro neocon nel cuore dell’America
Simplicio·22 marzo 2023
Come la caduta dell'URSS ha scatenato una corsa all'oro neocon nel cuore dell'America
Molti conoscono i vari e disparati eventi geopolitici degli anni ’90 e le loro rispettive implicazioni: dallo scioglimento dell’URSS all’ascesa del movimento neoconservatore americano, che ha innescato le azioni militari imperialiste tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo. Ma pochi riconoscono l’essenziale legame teleologico tra…
Leggi la storia completa

Ora che il progetto per rovesciare Assad è giunto al termine, “Inherent Resolve” è diventato un pretesto superfluo. Certo, la presenza di truppe statunitensi in Iraq avrebbe vantaggi teorici per un’eventuale guerra contro l’Iran, ma abbiamo imparato che schierare truppe così vicine è un suicidio, soprattutto considerando che l’Iraq stesso è infestato da milizie filo-iraniane; le truppe statunitensi lì sarebbero in costante pericolo.

Questa settimana abbiamo visto come il Pentagono abbia diffuso diversi dati aggiornati sul numero di soldati feriti, che probabilmente non rispecchiano la reale situazione di cui stiamo solo intravedendo la realtà:

https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/09/25/pentagon-quietly-adds-dozens-tally-troops-wounded-amid-iran-war

Da parte sua, Trump ha annunciato con orgoglio il ritiro, in quello che sembrava un tentativo di attribuirsi meriti politici, quando in realtà l’accordo per il ritiro entro il 30 settembre 2026 al più tardi era stato raggiunto da Biden e dal Primo Ministro iracheno nel 2024, ed è stato Trump che in sostanza ha “fatto scadere i tempi” fino all’ultimo momento:

Il resto del suo sproloquio è altrettanto menzognero, visto che è stata la Russia a spezzare la schiena all’ISIS e Trump non ha avuto nulla a che fare con la “decimazione” del gruppo. Allo stesso modo, critica Biden per aver causato il “grave ferimento” di molti americani durante il ritiro dall’Afghanistan, ma non sembra condividere la stessa preoccupazione per le centinaia di feriti contro l’Iran in una guerra che lui stesso ha inutilmente iniziato per Israele.

Vedremo un futuro presidente ripetere la stessa retorica vuota sul ritiro delle truppe regionali attualmente impiegate contro l’Iran, e su come le follie della precedente amministrazione abbiano portato a morti e feriti inutili. Un circolo vizioso che si ripete all’infinito: è il samsara imperialista americano.

Nel frattempo, Stati Uniti e Iran continuano a scontrarsi sul controllo dello stretto e sulla quantità effettiva di petrolio che lo attraversa quotidianamente.

Qualche giorno fa, l’esempio più eclatante di questa crescente spaccatura si è verificato quando l’Iran ha affermato di aver colpito ben 19 navi che violavano le regole in un solo giorno, un fatto prontamente smentito dal comando statunitense, che ha replicato affermando che nessuna nave era stata colpita. Le crescenti divergenze epistemologiche di questa “guerra dei paradossi” sullo Stretto di Schrödinger sono ormai diventate semplicemente una questione di fede, basata su quale credo si abbracci con maggiore devozione.

Di chi fidarsi, del Mossad o del Mossad?

La verità sembrava risiedere in una via di mezzo: c’erano prove che diverse navi erano state colpite, né 19 né zero.

Allo stesso tempo, si afferma che un numero crescente di navi si intrufola di notte attraverso la rotta omanita facilitata dagli Stati Uniti. Ora l’Arabia Saudita riferisce che l’oleodotto Est-Ovest è già stato riavviato , sebbene le notizie parlino di un riavvio “parziale” poiché le tre stazioni di pompaggio colpite rimangono fuori servizio. L’articolo del New York Times citato afferma che sono stati ripristinati 3,5 milioni di barili al giorno, rispetto ai precedenti 5-7 milioni circa, presumibilmente attraverso l’oleodotto appena deviato con portate inferiori.

Video come quello qui sotto ci offrono uno spaccato impressionante di come alcune delle soluzioni alternative adottate nella regione stiano funzionando. Questa scena in particolare mostrerebbe centinaia di petroliere che trasportano petrolio dall’Iraq attraverso la Siria fino al Mediterraneo per aggirare il blocco di Hormuz:

Continuano a circolare voci secondo cui l’Iran starebbe “perdendo” o avrebbe “esagerato” a causa del fatto che il petrolio viene ancora trasportato fuori dalla regione. Ricordiamo che l’Iran non è l’aggressore e non ha iniziato la guerra: pertanto, il suo obiettivo è semplicemente quello di resistere più a lungo dell’attaccante, i cui obiettivi dichiarati includono il rovesciamento del governo iraniano e la capitolazione dell’intero Stato.

Come può dunque l’Iran “perdere” quando la parte attaccante sta ora combattendo disperatamente non più per raggiungere i suoi obiettivi originari, ma piuttosto per ripristinare lo status quo ante bellum, ovvero con lo stretto aperto e le vie economiche vitali che tornano alla normalità? In altre parole: qualunque quantità di petrolio riesca a bypassare lo stretto, è comunque di gran lunga inferiore a quella che fluiva prima ancora dell’inizio della guerra, e ora sono gli Stati Uniti a essere costretti a combattere una battaglia in salita per riportare la situazione a com’era prima del conflitto.

Ora la situazione è tornata al solito copione: Trump, prevedibilmente, aspetta la fine delle elezioni di metà mandato per riprendere i bombardamenti, mentre l’Iran si rifiuta di cedere di un millimetro.

https://www.axios.com/2026/10/01/rubio-iran-unga-delegation-kicked-out

Quale spinta maggiore potrebbe esserci per gli indici di gradimento in vista delle elezioni di metà mandato se non una vittoria schiacciante contro l’Iran? La logica, quindi, impone che se Trump credesse davvero di poter vincere o infliggere un danno decisivo, lo farebbe ora e cavalcherebbe l’onda del trionfalismo verso la gloria delle elezioni di metà mandato.

Sa invece che qualsiasi ulteriore bombardamento si trasformerebbe in un disastroso buco nero di fallacia dei costi irrecuperabili, e si è rassegnato a rimandare il suo inevitabile disastro.

In una nuova intervista, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha risposto al piano di Trump per il periodo post-elezioni di metà mandato, spiegando che l’Iran resta pronto anche a uno scenario “apocalittico” in caso di guerra contro gli Stati Uniti:

Per l’Iran, il conflitto è ovviamente una questione esistenziale. Per Trump, è solo una questione di ego israeliano.

È stato ripristinato il 60% della capacità produttiva persa degli impianti petrolchimici iraniani, danneggiati durante la guerra con gli Stati Uniti e il regime sionista.

L’amministratore delegato della Compagnia petrolchimica nazionale iraniana ha dichiarato: “Il processo di ripristino sta procedendo con successo ad Asaluyeh e Mahshahr, due importanti centri petrolchimici. Si stanno compiendo sforzi per ripristinare una parte significativa della capacità produttiva perduta entro la fine di quest’anno.”

Quel restauro dell’Ovest avrebbe richiesto 10 anni e 50 miliardi di dollari.

Naturalmente, l’uomo da cui Trump riceve ordini è prontamente con una nuova serie di prove schiaccianti per alimentare le fiamme della continuazione della guerra:

L’aspetto più interessante della questione nucleare è che a Trump è stato appena chiesto perché Kim Jong Un possa avere armi nucleari mentre l’Iran no. La risposta di Trump è un esempio memorabile di ipocrisia e ambiguità:

Secondo Trump, la Corea del Nord può possedere armi nucleari perché Kim è diverso dal leader iraniano. Ma com’è possibile? In primo luogo, Kim ha minacciato apertamente di attaccare gli Stati Uniti con armi nucleari in diverse occasioni, mentre nessun leader iraniano lo ha mai fatto. In secondo luogo, a quale leader iraniano si riferisce? Se la guerra è iniziata perché Trump non condivideva la posizione di un particolare leader sulle armi nucleari, perché continua ancora oggi, visto che il precedente leader iraniano è stato ucciso in attacchi statunitensi? Lo stesso Trump ha affermato più volte di non sapere più chi sia al comando dell’Iran.

A differenza dell’Iran, la Corea del Nord possiede effettivamente sia le armi nucleari che i vettori di lancio in grado di raggiungere gli Stati Uniti, per non parlare del leader pronto a usarle. Le dichiarazioni di Trump sono, ovviamente, solo puerili tentativi di sviare il discorso.

Sappiamo tutti cosa sta succedendo in Israele.

Ora che “la fine della storia” è a sua volta storia, con le forze dei Crociati Liberali cacciate dalle terre di Ur e Ninive, quanto tempo pensi che passerà prima che venga lanciata una Terza Crociata per tornare a riconquistare le glorie perdute? Il 2035 circa?

Oppure Neo-Babylon assisterà finalmente alla sua tanto attesa caduta prima di poter tentare un nuovo attacco al Cuore della Terra?


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Il paradosso dell’automazione: il collo di bottiglia nascosto della reindustrializzazione americana, di James Ramesh – La Groenlandia non può risolvere il problema più grave degli Stati Uniti, di Duran Daily – La Cina sta gestendo un reattore rivoluzionario… inventato dagli americani. di Frank Pengam

Il paradosso dell’automazione: il collo di bottiglia nascosto della reindustrializzazione americana

Di Jesh Ramesh

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In qualità di ingegnere, mi occupavo della manutenzione per un’azienda del settore della cellulosa e della carta presente nella classifica Fortune 500. Lavoravo presso uno stabilimento nel Tennessee e mi occupavo di altri nove impianti distribuiti nel sud-est degli Stati Uniti e in Florida. Per chi non ha familiarità con l’industria pesante, questi impianti sono pieni di attrezzature imponenti e ad alta intensità di capitale: macchinari alti tre piani che si estendono per tutta la lunghezza di un campo da football, motori in funzione costante e carrelli elevatori che si muovono sul pavimento per rifornire l’impianto di materia prima. È un ambiente progettato per funzionare senza interruzioni. Una sola ora di fermo macchina non pianificato può causare perdite di produzione pari a centinaia di migliaia, a volte milioni, di dollari, a seconda della linea di produzione.

Quando i sistemi critici si guastavano – e le leggi dell’entropia garantiscono che ciò accada sempre – non erano mai gli ingegneri del software o un’elegante dashboard connessa al cloud a risolvere la situazione. L’impianto si affidava interamente a tecnici come “Craig”, un meccanico industriale con trent’anni di “conoscenza tribale” accumulata: quella competenza iper-specificata e non documentata, quella comprensione sfumata delle apparecchiature obsolete che risiede nelle menti dei lavoratori veterani piuttosto che nei manuali o nei database.

Craig era il tipo di tecnico in grado di diagnosticare un cuscinetto difettoso semplicemente dal tono del suo cigolio o dalla frequenza specifica di una vibrazione che si propagava lungo una passerella d’acciaio. Sapeva quali parti erano state sostituite, quali modifiche non erano mai state inserite nei disegni e quale riparazione descritta nel manuale non fosse più applicabile alla macchina che aveva davanti. I manuali riportano solo una parte delle informazioni, e lo fanno in due dimensioni. Un tecnico di manutenzione lavora in tre dimensioni, utilizzando la vista, l’udito, il tatto e anni di tentativi ed errori. La manutenzione è anche una questione di tempistica. Craig spesso riusciva a diagnosticare un problema più velocemente di quanto un tecnico alle prime armi potesse individuare il disegno pertinente. La documentazione esisteva, ma durante un guasto era spesso incompleta, obsoleta o troppo lenta da consultare. Quel modo di lavorare ha una conseguenza. Poiché la conoscenza risiedeva nella testa di Craig, registrarla non è mai stata una priorità. Lo stabilimento non sentiva l’urgenza di documentare perché un determinato olio fosse stato messo fuori produzione, quando fosse stato modificato l’ultimo programma di controllo o perché una cinghia di ricambio differisse da quella presente nella lista dei componenti. Craig lo sapeva già.

La complessità delle attrezzature non fa che aggravare il problema. Gran parte del patrimonio industriale americano è costituito da infrastrutture dismesse. I telai di alcune macchine per la produzione della carta hanno un secolo di vita. Molti macchinari sono stati modificati così spesso che il manuale originale non descrive più ciò che si trova in officina. Come la nave di Teseo, il macchinario può mantenere il proprio nome anche se quasi tutti i componenti importanti sono stati sostituiti. Ma Craig sta andando in pensione. E nessuno prenderà il suo posto. La scomparsa di persone come Craig non è solo un «divario di competenze»; è il difetto strutturale centrale dell’attuale strategia di reindustrializzazione degli Stati Uniti.

Oggi, pur essendo ormai lontano dalla realtà quotidiana di quel preciso stabilimento in qualità di imprenditore alle prime armi, continuo a parlare regolarmente con responsabili di stabilimento e direttori della manutenzione in tutto il Paese. Al di là dell’ottimismo macroeconomico legato all’attuale boom del settore manifatturiero, in ogni conversazione sento ripetere lo stesso ritornello: «Oggigiorno è impossibile trovare personale qualificato».

Allo stesso tempo, la Silicon Valley e Washington, D.C. si trovano insolitamente allineate su un’unica visione: l’America deve reindustrializzarsi. Dobbiamo riportare la produzione nel nostro Paese, garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche e ricostruire la base fisica del potere nazionale sul suolo americano.1 Il nuovo consenso sostiene che ciò richiederà ingenti sussidi pubblici e investimenti di capitale privato, insieme a una nuova generazione di fabbriche «definite dal software».

La soluzione ipotizzata alla carenza di manodopera locale è semplice: se non disponiamo di un numero sufficiente di operatori in prima linea, allora dovremmo automatizzare la linea di produzione. Si tratta di risolvere il problema più evidente. Introdurre una maggiore automazione in officina può far funzionare lo stabilimento senza richiedere un esercito imponente di operatori di base che alimentino attivamente i macchinari. Eppure, sia la narrativa tecnocratica che quella imprenditoriale partono dal presupposto che l’automazione delle linee di produzione risolverà il nostro problema di manodopera, come se il collo di bottiglia della fabbrica fosse semplicemente il numero di mani sulla catena di montaggio piuttosto che il numero di persone in grado di mantenere in funzione le macchine.

La manutenzione di un impianto industriale è un’attività che richiede un intenso impiego di manodopera. Richiede tecnici di manutenzione altamente qualificati — montatori di macchinari, meccanici di macchinari industriali, programmatori di PLC, elettricisti — che scarseggiano ancora di più rispetto alla forza lavoro operaia in generale, poiché i loro ruoli richiedono una formazione tecnica, un apprendistato e anni di esperienza pratica. 2

Ciò che sfugge ai responsabili politici e ai fondatori delle aziende tecnologiche è che la soluzione da loro proposta sta introducendo un grave difetto strutturale nella roadmap della reindustrializzazione. Stanno creando quello che potremmo definire il “paradosso dell’automazione”: più si automatizza la produzione per ridurre la dipendenza dalla manodopera in prima linea, più si introducono macchinari altamente complessi nell’ambiente fisico. Tali macchinari contengono un numero molto maggiore di motori, sensori di prossimità, cuscinetti, ingranaggi planetari e cinghie pneumatiche. A sua volta, per mantenere la linea in funzione è necessario provvedere alla manutenzione di tutti questi componenti distinti. Di conseguenza, la fabbrica automatizzata richiede tecnici di manutenzione altamente qualificati e specializzati, e la carenza di questi meccanici specifici è di gran lunga più grave e minacciosa rispetto alla carenza di semplici addetti all’assemblaggio.

Finora l’automazione ha interessato quasi esclusivamente il settore produttivo della fabbrica, e c’è una ragione per questo. Il lavoro di produzione è ripetitivo e strutturato, proprio ciò in cui le macchine eccellono. La manutenzione non lo è affatto. È rimasta manuale mentre tutto il resto è stato automatizzato. La capacità produttiva può essere ampliata con investimenti di capitale; la capacità di manutenzione dipende invece dal numero di tecnici esperti che vivono a breve distanza dallo stabilimento e da quanti anni hanno dedicato all’apprendimento del mestiere. Più miglioriamo nell’automatizzare la produzione, più lavoro ricade su quell’unica parte dello stabilimento che non ha modo di assorbirlo.

Il precipizio demografico e la perdita del sapere tribale

Il settore manifatturiero americano sta attualmente affrontando un precipizio demografico, ma la carenza più grave si registra nell’officina di manutenzione, non sulla linea di assemblaggio. Quando dirigevo il reparto di manutenzione nell’industria della cellulosa e della carta, il collo di bottiglia fondamentale per la produzione era sempre la disponibilità di meccanici industriali e tecnici della strumentazione. La manutenzione delle attrezzature industriali si è storicamente basata in larga misura su un profondo sapere “tribale”, detenuto da lavoratori con decenni di anzianità presso un singolo stabilimento o all’interno di un unico settore verticale.

Con l’accelerazione della costruzione di nuovi impianti industriali in tutti gli Stati Uniti, questi tecnici esperti sono estremamente richiesti. Deloitte e il Manufacturing Institute stimano che le aziende manifatturiere statunitensi potrebbero aver bisogno di ben 3,8 milioni di lavoratori in più tra il 2024 e il 2033 e che più di cinque su dieci di questi posti di lavoro, ovvero circa 1,9 milioni, potrebbero rimanere vacanti se non si affrontano le sfide relative alla forza lavoro.3

Le professioni nel settore della manutenzione al centro di questo problema richiedono tempo per essere apprese. I meccanici industriali, gli addetti alla manutenzione dei macchinari, i montatori di impianti, gli elettricisti e i tecnici della strumentazione combinano conoscenze tecniche con una capacità di giudizio sviluppata grazie all’esperienza con attrezzature reali. La maggior parte dei montatori di impianti completa un percorso di apprendistato che può durare quattro anni. Anche i tecnici provenienti da una scuola professionale necessitano comunque di una notevole esperienza specifica nell’ambito dello stabilimento prima di poter diagnosticare in modo autonomo guasti che non conoscono.4

Nel 2025, il Bureau of Labor Statistics ha contato circa 547.300 meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di impianti. Si prevede che fino al 2035 si registreranno circa 51.900 posti vacanti all’anno, molti dei quali dovuti al cambio di professione o all’uscita dalla forza lavoro da parte dei lavoratori, insieme a una crescita dell’occupazione del 14% per l’intero gruppo, molto più rapida rispetto alla media di tutte le professioni. 5 Questi dati non significano che ogni anno vada in pensione un decimo della forza lavoro. Mostrano piuttosto l’entità delle assunzioni e della formazione necessarie semplicemente per sostituire chi lascia il lavoro, sostenendo al contempo la crescita.

Anche il conteggio del personale sottostima la perdita. Un tecnico in pensione e un apprendista al primo anno contano entrambi come un lavoratore, ma non sono intercambiabili. Uno porta con sé decenni di esperienza nel riconoscimento dei modelli e di memoria specifica dello stabilimento; l’altro sta iniziando ad acquisirla. Il problema non è solo il numero di posti vacanti, ma il divario tra l’esperienza di chi lascia il settore e quella di chi vi entra. Di conseguenza, sta arrivando in officina un afflusso di lavoratori più giovani e con molta meno esperienza. Semplicemente non possiedono questa conoscenza tribale. La “sensibilità” per la macchina sta svanendo con la generazione che va in pensione.

La geopolitica del boom del reshoring

A mettere a dura prova questa forza lavoro è il ritmo con cui la produzione sta tornando negli Stati Uniti. Questa tendenza, determinata in gran parte dalle tensioni geopolitiche e da un graduale distacco dalla Cina, si è consolidata durante la pandemia di Covid-19. Il mondo intero ha compreso che le catene di approvvigionamento iper-globalizzate erano estremamente fragili.

Durante la pandemia, mentre i porti americani erano intasati e i processi produttivi “just-in-time” provocavano una serie di interruzioni a catena, i rischi sistemici legati alle catene di approvvigionamento delocalizzate sono stati messi a nudo davanti ai governi, ai consigli di amministrazione delle aziende e all’opinione pubblica in generale.6

La carenza globale di semiconduttori ha messo in luce come la produzione nazionale sia ormai indissolubilmente legata alla sicurezza nazionale. Il Chips and Science Act ha risposto stanziando decine di miliardi di dollari in sussidi e incentivi fiscali a sostegno della produzione nazionale di semiconduttori, innescando un’ondata di annunci di investimenti in fabbriche in stati come l’Arizona, il Texas e l’Ohio.7 Il messaggio rivolto al settore manifatturiero in generale era inequivocabile: il reshoring non solo era favorito a livello politico, ma era anche sostenuto da ingenti risorse pubbliche. Allo stesso tempo, l’ascesa economica della Cina ha spinto al rialzo i salari e ha eroso il suo status di fonte di manodopera a basso costo. In combinazione con i dazi recenti e quelli potenzialmente futuri sui prodotti cinesi, le aziende hanno ora forti incentivi a potenziare la propria capacità produttiva negli Stati Uniti.8

Il risultato è un aumento vertiginoso dei capitali che affluiscono nel settore delle costruzioni industriali negli Stati Uniti. I dati del Census Bureau mostrano che la spesa annualizzata per le costruzioni industriali è passata da circa 80 miliardi di dollari nel 2020 a oltre 200 miliardi di dollari nel 2025. 9 La politica industriale è riuscita a mobilitare la spesa in conto capitale, ma ha fatto ben poco per ampliare l’offerta di conoscenze specifiche, di cui sono depositari gli operai addetti alla manutenzione, figure fondamentali che determinano se tale capitale possa effettivamente funzionare.

Il declino dei mestieri

Perché il bacino di talenti è così esiguo? Perché i mestieri manuali sono sempre più considerati un’opzione secondaria dai giovani americani. Con la transizione degli Stati Uniti verso un’economia basata sui servizi, il lavoro d’ufficio si è affermato come lo standard culturale del successo. Ciò riflette un modello documentato nella storia economica: man mano che la ricchezza nazionale aumenta, le economie riallocano la manodopera dalla produzione fisica verso settori dei servizi a minore produttività. 10 I dati sull’occupazione a lungo termine mostrano che la quota del settore manifatturiero sull’occupazione totale negli Stati Uniti è scesa da oltre il 20 per cento a metà del XX secolo a meno del 10 per cento oggi.11

Diversi fattori strutturali e culturali spiegano questa scarsità di talenti. Il settore manifatturiero è stato a lungo stigmatizzato come un’industria “in declino” dopo decenni di delocalizzazioni e chiusure di stabilimenti nella Rust Belt. Generazioni di genitori hanno esplicitamente scoraggiato i propri figli dall’intraprendere una carriera in fabbrica. Allo stesso tempo, le prime ondate di automazione hanno ridotto il numero di dipendenti per stabilimento, scoraggiando ulteriormente i nuovi arrivati.12 Storicamente, il lavoro in fabbrica è sempre stato privo di prestigio. 13 I ruoli di manutenzione, sebbene eccezionalmente ben retribuiti, richiedono orari di lavoro impietosi — turni di notte, reperibilità nei fine settimana ed esaurimento fisico — in una cultura che apprezza sempre di più il lavoro da remoto e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata. A causa di questi fattori, l’infrastruttura formativa costituita da scuole professionali, programmi di formazione professionale e apprendistati sindacali si è ridotta per adeguarsi alla base manifatturiera stagnante degli anni ’90 e 2000.14

Esiste inoltre un fondamentale fallimento del mercato. Un’azienda che impiega quattro anni a formare un operaio qualificato crea un bene trasferibile. Una volta ottenuta la qualifica, quel lavoratore può passare a un concorrente disposto a pagarlo di più senza dover sostenere i costi della formazione. Ogni datore di lavoro ha quindi un incentivo ad assumere lavoratori esperti provenienti da altre aziende. Quando molti datori di lavoro agiscono razionalmente a livello individuale, il settore nel suo complesso investe meno del necessario nella formazione.

I paesi dotati di sistemi di apprendistato più solidi riducono tale problema di coordinamento. In Germania, le camere di commercio supervisionano gli standard formativi e gli esami, mentre i datori di lavoro finanziano la formazione sul posto di lavoro e le autorità pubbliche sostengono la componente scolastica. Alcuni settori tedeschi ricorrono a fondi collettivi per la formazione, mentre la Svizzera consente a gruppi di aziende di condividere gli apprendistati attraverso associazioni di formazione.15 Questi accordi non eliminano la concorrenza per l’assunzione dei lavoratori, ma distribuiscono la responsabilità della loro formazione su più datori di lavoro.

Il contrasto è evidente anche all’interno dei mestieri americani. Gli elettricisti seguono solitamente percorsi di apprendistato formali e sono soggetti a sistemi di abilitazione statali o locali. I meccanici industriali e i montatori di macchinari, invece, devono soddisfare requisiti di abilitazione meno standardizzati, per cui la loro formazione dipende in misura maggiore dalle priorità del singolo datore di lavoro.16 Quando i budget degli stabilimenti si riducono, un sistema di formazione radicato nella normativa e nelle istituzioni del settore è più difficile da smantellare rispetto a uno che dipende in gran parte dal budget discrezionale del direttore dello stabilimento.

Perché la tecnologia attuale non elimina questo vincolo

I dati demografici stabiliscono un limite massimo e, con il capitale umano limitato, la tecnologia sembra essere l’unica soluzione praticabile per colmare il divario. L’ecosistema, tuttavia, è prevalentemente concentrato sulla soluzione più ovvia: l’automazione della produzione. Ma stiamo costruendo solo metà del ponte. Il capitale sta affluendo verso sistemi che riducono la necessità di manodopera produttiva, lasciando sostanzialmente invariata quella necessaria per la manutenzione.

I settori tecnologico e finanziario hanno correttamente individuato la carenza di manodopera nel settore produttivo e hanno investito molti miliardi di dollari per ridurre il numero di ore di lavoro umano necessarie alla realizzazione fisica di un prodotto. Aziende come Hadrian stanno ripensando la fabbrica definita dal software, traducendo i modelli CAD in codice macchina ottimizzato e consentendo a operatori con competenze relativamente limitate di eseguire operazioni di lavorazione meccanica di livello aerospaziale. Le linee di assemblaggio esistenti puntano sui robot collaborativi per gestire compiti ripetitivi ed ergonomicamente gravosi. I produttori di apparecchiature originali stanno realizzando attrezzature di base molto più avanzate: una fresatrice CNC a cinque assi costruita oggi viene spesso fornita con caricatori robotizzati integrati, parchi pallet automatizzati e trasportatori di trucioli autopulenti progettati per il funzionamento “lights out”.

A differenza di quanto detto sopra, tuttavia, le soluzioni esistenti alla carenza di manutenzione falliscono in gran parte. Si tratta di soluzioni software “di fortuna” che tentano di risolvere un problema hardware profondo e fisico. I sistemi predittivi sono in grado di rilevare vibrazioni, temperature, correnti o rumori anomali prima che un guasto diventi catastrofico. I sistemi computerizzati di gestione della manutenzione migliorano la pianificazione, la tracciabilità dei componenti e la cronologia degli interventi. Le piattaforme per i lavoratori connessi possono fornire istruzioni e competenze specialistiche da remoto ai tecnici in officina. Si tratta di strumenti utili, che gli stabilimenti dovrebbero adottare. Tuttavia, essi migliorano principalmente il rilevamento, la pianificazione e il coordinamento, senza eseguire effettivamente la riparazione fisica.17

Un sensore di vibrazioni può rilevare un difetto della pista interna di un cuscinetto del trasportatore settimane prima che si verifichi un guasto. Qualcuno deve comunque spegnere e mettere in sicurezza l’apparecchiatura, rimuovere il cuscinetto, ispezionare l’albero e l’alloggiamento, installare il ricambio, allineare il gruppo secondo le specifiche, lubrificarlo correttamente e rimettere in funzione la macchina. Individuare il difetto in anticipo può prevenire danni secondari e consentire di inserire la riparazione in un fermo programmato. Ciò non elimina la necessità di un meccanico competente. Fornire a un meccanico un iPad per ottimizzare la sua pianificazione non fa apparire dal nulla altri meccanici; si limita semplicemente a organizzare una forza lavoro in calo, sommersa da un carico di lavoro in continua crescita.

Infine, sebbene i progressi ingegneristici abbiano prolungato il tempo medio tra i guasti delle apparecchiature moderne, questo vantaggio è controbilanciato dall’enorme densità dei sistemi automatizzati. Una linea di assemblaggio automobilistica del 1990 poteva utilizzare centinaia di motori elettrici. Oggi, uno stabilimento altamente automatizzato per la produzione di veicoli elettrici impiega migliaia di motori, attuatori e articolazioni robotiche. Non abbiamo eliminato il lavoro di manutenzione; lo abbiamo semplicemente distribuito su una rete di macchine molto più complessa e strettamente interconnessa.

La Federazione Internazionale di Robotica ha stimato che nel 2024 fossero in funzione circa 393.700 robot industriali nelle fabbriche statunitensi, in aumento rispetto ai circa 293.000 del 2019. Secondo i dati più recenti, la densità dei robot ha raggiunto le 307 unità ogni 10.000 lavoratori del settore manifatturiero statunitense.18 Queste cifre si riferiscono ai robot industriali, escludendo i nastri trasportatori, gli azionamenti, i sensori, le macchine utensili e i sistemi di controllo ad essi associati. Esse costituiscono un utile indicatore della quantità di macchinari che la forza lavoro industriale deve gestire.

L’automazione modifica anche la natura dei guasti che permangono. Siemens ha riferito che, tra le grandi aziende industriali oggetto dell’indagine, gli episodi di fermo non pianificato e il numero totale di ore di fermo sono diminuiti tra il 2019 e il 2023, mentre è aumentato il tempo medio necessario per ripristinare la funzionalità dopo ogni incidente. Il rapporto attribuisce in parte tale andamento ai sistemi di monitoraggio che prevengono i guasti più semplici, lasciando da risolvere quelli più complessi.19

Sarebbe facile interpretare la diminuzione delle ore di fermo come prova del fatto che gli impianti necessitino di meno manodopera per la manutenzione. Tale interpretazione confonde l’individuazione tempestiva di un guasto con la necessità di riparare un componente. La prima non fa altro che riprogrammare la seconda. Un cuscinetto segnalato con tre settimane di anticipo deve comunque essere smontato, ispezionato, sostituito e allineato, solo che ora ciò avviene durante un fermo programmato anziché nel bel mezzo di un ciclo produttivo. Il lavoro si sposta dalla colonna «non pianificato» a quella «pianificato». Richiede comunque qualcuno come Craig. Ciò che rimane nella colonna «non pianificato» è un residuo più complesso: i guasti correlati e non evidenti, in cui la diagnosi è la parte difficile e nessun sensore fornisce la risposta. Ciò è coerente con i tempi di ripristino più lunghi osservati da Siemens e punta verso una situazione preoccupante. Il lavoro si sta spostando verso il livello che richiede maggiore esperienza, proprio nel momento in cui il settore la sta perdendo.

L’esposizione finanziaria è enorme. Nello studio del 2024, Siemens ha stimato che i tempi di inattività non pianificati nelle aziende industriali della classifica Fortune Global 500 costano circa 1,4 trilioni di dollari all’anno.20 La cifra esatta dipende dalla metodologia di indagine e non va confusa con un totale verificato, ma la tendenza è difficile da contestare: man mano che le linee di produzione diventano più ad alta intensità di capitale e strettamente interconnesse, ogni ora di inattività diventa più costosa.

L’Ufficio delle statistiche sul lavoro prevede quindi che l’adozione di apparecchiature di produzione automatizzate determini un aumento della domanda di meccanici specializzati in macchinari industriali.21 L’automazione della produzione e la manodopera addetta alla manutenzione sono complementari prima ancora di diventare sostitutive. Finché le macchine non saranno in grado di riparare altre macchine, l’introduzione di una maggiore automazione accrescerà l’importanza delle persone che se ne occupano.

La realtà dei siti dismessi

Se la manutenzione rappresenta il vincolo limitante, la domanda ovvia è: perché è stato destinato così poco capitale per alleviarlo? La risposta non è che gli investitori non se ne siano accorti, ma che la manutenzione presenta un profilo finanziario sfavorevole. Julius Krein ha descritto il meccanismo in queste pagine: le imprese con un basso livello di immobilizzazioni ottengono valutazioni più elevate perché evitano le spese in conto capitale necessarie per la manutenzione dei beni fisici, possono espandersi senza ingenti investimenti incrementali e presentano strutture di costo più flessibili in caso di recessione. Da decenni le aziende mantengono tassi di rendimento minimi interni ben al di sopra del proprio costo del capitale, in parte per evitare quei progetti a basso rendimento che farebbero scendere tali valutazioni. Krein definisce la riorganizzazione dell’economia americana che ne deriva “Nikeficazione”: la separazione dei proventi derivanti dalla proprietà intellettuale dai costi di capitale e di manodopera della produzione fisica.22

La manutenzione industriale fallisce quasi tutti questi test contemporaneamente. È al tempo stesso ad alta intensità di capitale e di manodopera, è dispersa in migliaia di impianti anziché concentrata, è ciclica in base ai settori che serve e non genera né effetti di rete né proprietà intellettuale da proteggere. Questo spiega un modello che altrimenti sembrerebbe una svista. Gli strumenti sviluppati per la manutenzione sono in stragrande maggioranza software, poiché il software può supportare la manutenzione senza assumersi alcuno degli aspetti economici di quest’ultima. Una dashboard che prevede il guasto di un cuscinetto ha i margini di un prodotto software. La squadra che sostituisce il cuscinetto no.

La stessa logica spiega dove vengono realizzate le soluzioni di automazione fisica. Entra in scena il fondatore di una startup tecnologica moderna, forte di capitali di rischio e del mandato di realizzare l’“Industria 4.0”.23  Questi fondatori stanno implementando con successo la robotica e l’intelligenza artificiale per automatizzare gli stabilimenti produttivi, ma si concentrano principalmente su impianti costruiti ex novo: Hadrian, Atomic Industries e Nox Metals sono tra gli esempi più noti. Un nuovo stabilimento può essere progettato intorno ad attrezzature standardizzate, dati puliti e flussi di lavoro pensati per l’automazione sin dall’inizio, ma ciò riguarda solo una parte del tessuto industriale.

La stragrande maggioranza della capacità produttiva americana è costituita da siti dismessi: infrastrutture preesistenti che non sono mai state progettate pensando all’automazione. Questi impianti ospitano diverse generazioni di macchinari, sistemi di controllo e documentazione. Presentano passerelle strette, scale, spazi ristretti, modifiche non documentate, componenti obsoleti e attrezzature provenienti da fornitori che non esistono più. Come già sostenuto in altre parti di queste pagine, gli Stati Uniti soffrono meno di un’eccessiva automazione che di una formazione di capitale stagnante e di un’erosione della base industriale.24

L’introduzione a posteriori dell’automazione della produzione in questi impianti può aumentare la produttività, migliorare la qualità e ridurre il lavoro ripetitivo. Inoltre, comporta l’aggiunta di componenti e interfacce a sistemi che non sono mai stati progettati per accoglierli. Un nuovo robot potrebbe dover fare affidamento su un vecchio nastro trasportatore, un quadro elettrico modificato, una rete di aria compressa con diramazioni non documentate e un processo produttivo le cui tolleranze sono comprese principalmente dai dipendenti più esperti.

Si può costruire una gigafactory all’avanguardia, ma se non si dispone di una squadra di tecnici di manutenzione d’élite che garantisca il funzionamento dei robot, l’efficienza del capitale di quella fabbrica è limitata. Una fabbrica costruita ex novo può essere progettata per facilitare la manutenzione. Un impianto esistente deve essere compreso a fondo prima di poter essere automatizzato, e gran parte di questa comprensione non è mai stata acquisita. Gli Stati Uniti non hanno solo bisogno di nuovi impianti più intelligenti, ma anche di un modo per mantenere produttivi migliaia di impianti vecchi mentre i loro lavoratori più esperti vanno in pensione.

Il vero spazio bianco: ampliare il numero dei manutentori

La vera opportunità consiste nel garantire alla manutenzione parte della scalabilità che la produzione ha già acquisito. Esistono tre percorsi distinti, ma che si sovrappongono, per affrontare questa questione, che potrebbero definire il prossimo decennio della tecnologia industriale.

Il primo riguarda i tecnici di manutenzione supportati dall’intelligenza artificiale. L’opportunità più concreta nel breve termine consiste nel riprogettare gli strumenti che i tecnici già utilizzano. Un meccanico non dovrebbe essere costretto a interrompere una riparazione per digitare appunti in un sistema separato o cercare in una cartella di file PDF. Lo strumento stesso dovrebbe comprendere il bene, la sua ubicazione, la procedura richiesta e il lavoro che si sta svolgendo.

Si pensi alla manutenzione preventiva: un singolo stabilimento potrebbe avere migliaia di punti di lubrificazione nascosti in luoghi poco illuminati e di difficile accesso. La pistola per grasso convenzionale non sa a quale cuscinetto è collegata, se è caricata con il lubrificante corretto, quanta pasta lubrificante richiede il cuscinetto o quando è stata sottoposta all’ultima manutenzione. Uno strumento dotato di consapevolezza spaziale potrebbe identificare l’asset, guidare il tecnico verso il punto corretto, erogare la quantità specificata, registrare automaticamente l’intervento e segnalare una condizione che differisce dalla cronologia della macchina.

Lo stesso principio si applica all’allineamento, al fissaggio, all’ispezione e alla risoluzione dei problemi. Un avvitatore collegato può registrare cosa è stato serrato e in che modo. Un sistema di guida spaziale può mostrare a un tecnico alle prime armi dove va posizionato un componente e verificare il risultato rispetto alla geometria richiesta. La ricerca sulla guida basata sulla realtà aumentata suggerisce che le conoscenze tacite relative alla manutenzione possano essere suddivise in istruzioni specifiche per ogni attività e fornite direttamente sul posto di lavoro, sebbene le prove a sostegno siano ancora preliminari e spesso provengano da studi su scala ridotta.25

Il vero problema è l’acquisizione dei dati. Le conoscenze relative alla manutenzione si esprimono attraverso azioni fisiche, spesso durante una riparazione in cui il tempo è un fattore critico. Un tecnico in turno di notte non descriverà in modo affidabile ogni decisione davanti a una telecamera, e qualsiasi processo che comporti diversi minuti di lavoro amministrativo finirà per essere abbandonato. L’acquisizione dei dati deve essere un sottoprodotto dello svolgimento del lavoro. La chiave inglese, l’erettore, la telecamera o il dispositivo di ispezione dovrebbero generare una registrazione utilizzabile proprio perché il tecnico li ha utilizzati, non perché il tecnico si è poi trasformato in un addetto all’inserimento dati.

Questo è l’aspetto su cui sto concentrando il mio lavoro. Il mondo industriale ha investito ingenti somme per dotare di strumenti le macchine, ma relativamente poco per dotare di strumenti gli attrezzi utilizzati per la loro manutenzione. È un approccio al contrario. Gli strumenti si trovano proprio nel punto in cui il giudizio di un tecnico si traduce in lavoro fisico. Se fossero in grado di registrare l’identità del bene, la sequenza delle operazioni, la forza, la posizione, il materiale e il risultato, potrebbero preservare la conoscenza aiutando al contempo un lavoratore meno esperto a svolgere correttamente il compito. L’obiettivo non è fingere che il software trasformi un principiante in Craig dall’oggi al domani, ma ridurre la distanza che li separa.

Un’altra strada percorribile è quella della “manutenzione come servizio” (Maintenance-as-a-Service). La manutenzione industriale è stata tradizionalmente organizzata attorno a team interni agli stabilimenti, con il ricorso a appaltatori per attrezzature specializzate o interruzioni di servizio di grande entità. Questo modello diventa più difficile da sostenere quando ogni struttura compete per lo stesso numero limitato di tecnici esperti. In un sondaggio condotto da *Plant Engineering* nel 2022, il 72% degli intervistati ha affermato che reclutare personale addetto alla manutenzione era diventato più difficile, mentre l’86% ha dichiarato di aver esternalizzato almeno una parte dei lavori di manutenzione.26

Anziché duplicare ogni competenza specialistica in ogni stabilimento, i produttori possono mettere in comune parte di tale know-how attraverso reti di assistenza regionali. Un fornitore potrebbe occuparsi della manutenzione di compressori, caldaie, sistemi di lubrificazione, macchine utensili o particolari tipologie di apparecchiature rotanti in diversi stabilimenti. Squadre diagnostiche centralizzate potrebbero supportare le squadre in loco di dimensioni più ridotte, mentre gli specialisti esperti si recherebbero sul posto solo quando l’intervento fisico lo richiedesse.

In un appello molto diffuso rivolto alle startup impegnate nella reindustrializzazione dell’America, il fondatore di Nox Metals, Zane Hengsperger, ha posto la manutenzione delle macchine come servizio al primo posto della sua lista, citando il pensionamento dei tecnici, la scomparsa del sapere tramandato di generazione in generazione e il crescente onere di manutenzione causato dall’espansione della robotica. 27 La tensione insita in quella proposta si applica al modello in generale: un’azienda di servizi deve comunque assumere gli stessi tecnici, ormai scarsi, per i quali tutti gli altri sono in competizione. Il consolidamento non li crea. Li sposta da un posto all’altro, e il suo valore dipende dal fatto che la condivisione delle risorse ne aumenti l’utilizzo in misura tale da fare la differenza.

Il modello presenta altri limiti. Un tecnico esterno non conosce automaticamente la configurazione, le modifiche non documentate, i problemi ricorrenti o le prassi operative di un determinato impianto. Il tempo di risposta è fondamentale quando una linea è fuori servizio, ed è comprensibile che i responsabili di impianto si affidino a persone di cui hanno potuto osservare il giudizio nel corso degli anni e che sono sempre pronte a intervenire. Le ricerche sull’esternalizzazione della manutenzione hanno ripetutamente individuato nella conoscenza dei processi e nell’interdipendenza dei sistemi i motivi per mantenere le competenze critiche all’interno dell’azienda.28

Il risultato più probabile sarà un modello ibrido piuttosto che un outsourcing completo. Gli impianti manterranno team interni più ridotti responsabili della sicurezza, della risposta agli incidenti e delle conoscenze specifiche dell’impianto, mentre le organizzazioni esterne forniranno manodopera specializzata, competenze a distanza e tecnologia in più sedi. Cronologie più complete dei macchinari e registrazioni di lavoro acquisite automaticamente rendono tale divisione più pratica, trasferendo parte del contesto che un tempo esisteva solo all’interno dell’impianto. Le società di servizi hanno anche una motivazione economica più forte per sviluppare strumenti che aumentino la produttività dei tecnici, poiché il loro fatturato dipende dal numero di beni che ogni esperto è in grado di supportare.

Infine, arriva la completa automazione della manutenzione. L’obiettivo finale è automatizzare la manutenzione grazie all’avvento dell’intelligenza artificiale fisica. Abbiamo bisogno di macchine che riparino altre macchine. Questo processo inizia con le apparecchiature industriali OEM che diventano realmente in grado di autodiagnosticarsi, segnalando gli interventi necessari a sistemi automatizzati fissi. In definitiva, ciò richiede la sostituzione dell’operatore umano con un robot mobile e multiuso.

Le aziende produttrici di robot umanoidi hanno raccolto miliardi di dollari e compiuto progressi concreti. Il robot di seconda generazione di Figure ha trascorso undici mesi nello stabilimento BMW di Spartanburg, lavorando in turni di dieci ore e caricando parti in lamiera in dispositivi di saldatura con una tolleranza di cinque millimetri. In oltre 1.250 ore operative ha movimentato più di novantamila parti e ha contribuito alla produzione di oltre trentamila veicoli X3. 29 Apptronik ha stipulato un accordo industriale con Mercedes-Benz, mentre Agility Robotics ha concentrato le sue prime attività commerciali sulla movimentazione dei materiali.30 Queste implementazioni sono incoraggianti, ma sono tutte incentrate su operazioni di prelievo e posizionamento o sulla logistica; nessuna di esse esegue interventi di riparazione.

Un robot di manutenzione dovrebbe arrampicarsi o aggirare le apparecchiature preesistenti, riconoscere una macchina che differisce dal suo modello digitale, selezionare e utilizzare gli strumenti, gestire cavi e tubi flessibili, percepire la resistenza e reagire in modo sicuro quando la corrosione, la contaminazione o una modifica non documentata alterano il lavoro. Gran parte dell’ecosistema di strumenti esistente è stato progettato per la mano umana. Gli impianti Brownfield non sono stati affatto progettati per i robot mobili.

Un robot è inutile anche senza dati contestuali relativi alla struttura, ai processi e alle apparecchiature obsolete e specifiche di un impianto dismesso. Pertanto, abbiamo bisogno di aziende che sviluppino attivamente il livello di dati—raccogliendo feedback spaziali e fisici dalle persone che attualmente svolgono questi compiti—per creare un ciclo di feedback esterno per il controllo automatico della qualità.

Con ogni probabilità, il futuro sarà una sintesi di queste tre categorie. Un’azienda MaaS potenzierà la propria forza lavoro umana con strumenti basati sull’intelligenza artificiale per operare in modo più efficiente. In questo modo, raccoglierà i set di dati fisici proprietari necessari, a lungo termine, per automatizzare la propria forza lavoro con robot multiuso. Nel mio attuale lavoro di sviluppo di tecnologie per la manutenzione industriale, mi dedico a un piccolo aspetto di questa tesi: potenziare i tecnici umani con strumenti basati sull’intelligenza artificiale che guidino i lavoratori attraverso il livello fisico dello stabilimento, generando al contempo i dati necessari per automatizzare progressivamente una parte sempre maggiore del processo.

Cosa può fare il governo

La politica industriale federale ha sovvenzionato in misura consistente le attrezzature, l’edilizia e la ricerca. La legge fiscale del 2025 ha ripristinato le detrazioni immediate per le spese di ricerca nazionali ammissibili e ha introdotto un’agevolazione temporanea di ammortamento del 100% per i beni di produzione ammissibili.31 La formazione di un tecnico di manutenzione rimane generalmente una normale spesa per il personale a carico del datore di lavoro.

La politica dovrebbe concentrarsi meno sulla creazione di un altro programma generale per la forza lavoro e più sulla risoluzione del problema di coordinamento relativo alla formazione professionale. La legge sui salari prevedrebbe un credito d’imposta per determinate spese relative all’apprendistato, compresi i salari aggiuntivi corrisposti agli operai qualificati mentre fanno da mentori agli apprendisti.32 Questo aspetto è importante perché il tutoraggio è la risorsa più scarsa. Pagare lo stipendio di un apprendista non risolve il problema se lo stabilimento non può mettere a disposizione un tecnico esperto per formarlo.

Il governo può anche avvalersi degli appalti. Il Dipartimento della Guerra gestisce enormi sistemi di manutenzione di strutture dismesse in cantieri navali, depositi, arsenali e basi, e sostiene già la tecnologia di manutenzione attraverso organizzazioni quali l’Advanced Robotics for Manufacturing Institute. Le strutture federali potrebbero fungere da banchi di prova in cui le aziende validano gli strumenti di manutenzione su attrezzature reali e dimostrano che i loro sistemi migliorano la sicurezza, riducono i tempi di formazione o aumentano la disponibilità delle attrezzature. Una sfida mirata alla manutenzione sarebbe più utile di un altro bando generico sull’IA industriale. Gli impianti privati sono riluttanti a diventare siti sperimentali per una tecnologia che potrebbe interrompere la produzione, e un primo cliente credibile può assorbire tale rischio. Questo è anche l’unico meccanismo in grado di modificare il profilo di rendimento descritto in precedenza. Il capitale non ha evitato la manutenzione per ignoranza, e non vi entrerà solo a seguito di esortazioni. Vi entrerà quando qualcuno sarà disposto ad acquistare.

Un invito all’azione

Al momento stiamo costruendo solo metà del ponte. Investire miliardi di dollari in sistemi di automazione della produzione aggiornabili, affidandoci al contempo a un numero sempre più esiguo di tecnici umani per la manutenzione dei sistemi sottostanti, è la ricetta perfetta per un’infrastruttura nazionale fragile. L’ideologia dominante secondo cui “il software sta conquistando il mondo”, che riduce la produzione fisica a un elemento secondario, ha portato gli Stati Uniti ad accettare stranamente di buon grado hardware obsoleto e artigiani insostituibili.

Il valore di Craig non è mai stato racchiuso in un titolo professionale o in un programma di manutenzione. Era insito in centinaia di piccole valutazioni: quale rumore fosse significativo, quale disegno fosse errato, quale riparazione avrebbe retto nel tempo e quale apparente scorciatoia avrebbe causato un guasto più grave in seguito. Uno stabilimento poteva sostituire la sua posizione nell’organigramma, ma non poteva sostituire immediatamente ciò che lui sapeva.

È proprio quella parte della forza lavoro industriale che rischiamo di perdere. Una volta che l’ultimo tecnico esperto se ne va, le conoscenze non rimangono conservate in un database in attesa di essere recuperate. Se non sono mai state documentate nel corso del lavoro, se ne vanno con lui. Il prossimo guasto richiederà più tempo per essere risolto. Sempre più persone saranno coinvolte nel problema. L’impianto diventerà sempre più dipendente dalla fortuna, dalla memoria e dalla disponibilità dei pochi esperti rimasti.

È giunto il momento che l’ecosistema tecnologico, i responsabili delle politiche industriali e gli investitori affrontino il problema più complesso e spinoso. Abbiamo bisogno di persone di talento che smettano di limitarsi a sostituire l’operatore e concentrino il capitale sul potenziamento, l’ampliamento e, in ultima analisi, l’automazione del personale addetto alla manutenzione. I fondatori dovrebbero progettare per il manutentore con la stessa serietà con cui progettano per l’operatore. Le aziende di servizi dovrebbero mettere in comune le competenze specialistiche tra i vari stabilimenti. I responsabili politici dovrebbero incentivare il trasferimento di competenze e utilizzare le strutture pubbliche per creare mercati iniziali per la tecnologia di manutenzione. La parte più difficile dell’automazione non è far eseguire a una macchina lo stesso movimento per tutto il giorno, bensì mantenerla in funzione dopo anni di usura, modifiche e guasti imprevisti. Finché non risolveremo questo problema, l’industria manifatturiera americana continuerà ad avere un limite massimo.

Questo articolo è un esclusiva online di American Affairs, pubblicata il 10 settembre 2026.

Note

1 Casa Bianca, “SCHEDA INFORMATIVA: L’amministrazione Biden-Harris annuncia la prima strategia nazionale per la produzione avanzata”, 7 ottobre 2022.

2 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Statistiche sull’occupazione e sui salari: meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di impianti”.

3 The Manufacturing Institute, “Entro il 2033 le aziende manifatturiere avranno bisogno di ben 3,8 milioni di nuovi dipendenti”, aprile 2024.

4 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari industriali”, Manuale sulle prospettive occupazionali, aggiornato al 27 agosto 2026.

5 Ufficio delle statistiche sul lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari”.

6 Ufficio per la responsabilità amministrativa del governo degli Stati Uniti (GAO), Interruzioni della catena di approvvigionamento, GAO-22-104657, 2022; Banca della Riserva Federale di New York, “Indice globale di pressione sulla catena di approvvigionamento”.

7 chips and Science Act, Pub. L. 117-167 (9 agosto 2022); Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, “chips for America”.

8 Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, “Indagini ai sensi della Sezione 301”.

9 Diana Polson, Stephen Herzenberg, “Il boom degli investimenti nel settore manifatturiero statunitense dal 2022 al 2024 si è trasformato in un crollo: anche gli investimenti nell’energia pulita e nel settore manifatturiero degli Appalachi rimangono al di sotto dei livelli massimi”, ReImagine Appalachia, 20 agosto 2026.

10 Berthold Herrendorf, Richard Rogerson, Ákos Valentinyi, “Crescita e trasformazione strutturale”, NBER Working Paper 18996, aprile 2013.

11 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Quarant’anni di calo dell’occupazione nel settore manifatturiero”, Beyond the Numbers 9, n. 16 (novembre 2020).

12 Daron Acemoglu, Pascual Restrepo, “Compiti, automazione e aumento della disuguaglianza salariale negli Stati Uniti”, American Economic Review 112, n. 6 (2022): 1885–1963.

13 Matthew B. Crawford, Shop Class as Soulcraft: An Inquiry Into the Value of Work (New York: Penguin Press, 2009).

14 Deloitte e l’Associazione Nazionale dei Produttori, “Il divario tra competenze e profili dei candidati minaccia la crescita del settore manifatturiero statunitense”.

15 OCSE, I prossimi passi per l’apprendistato, Edizioni OCSE, 2021.

16 Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, “Professioni oggetto di apprendistato”; 29 C.F.R., parte 29.

17 Jon Bokrantz et al., “Manutenzione intelligente: un programma di ricerca per la gestione della manutenzione industriale”, International Journal of Production Economics 224 (giugno 2020).

18 Federazione Internazionale di Robotica, “Gli Stati Uniti sono in ritardo rispetto alla Cina nell’impiego di robot nelle fabbriche con un rapporto di 5 a 1”, 25 settembre 2025.

19 Siemens, “Il vero costo dei tempi di fermo 2024”, Senseye Predictive Maintenance, 2024.

20 Siemens, “Il vero costo dei tempi di inattività 2024”.

21 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari industriali”.

22 Julius Krein, “Il valore del nulla: capitale contro crescita”, American Affairs 5, n. 3 (autunno 2021): 66–85.

23 McKinsey & Company, “Cogliere il vero valore dell’Industria 4.0”, 13 aprile 2022.

24 Rian Whitton, “L’ansia da automazione in un’epoca di stagnazione”, American Affairs 3, n. 2 (estate 2019): 25–42.

25 Sara Elisabeth Scheffer, Kastriot Kajtazi, Fazel Ansari, “AR-COMPASS: un framework per l’acquisizione della conoscenza tacita nella manutenzione industriale”, IEEE Transactions on Engineering Management 73 (2026): 3662–80.

26 Advanced Technology Services, Manutenzione industriale: rapporto 2022 su situazione, tendenze e tecnologia, giugno 2022.

27 Zane Hengsperger, “Richiesta di startup che contribuiranno alla reindustrializzazione dell’America”, 19 aprile 2026.

28 Lennart Söderberg, Lars Bengtsson, Matti Kaulio, “Un modello per l’esternalizzazione e la gestione della manutenzione nell’industria di processo”, Operations Management Research 10 (2017): 20–32.

29 Figura AI, “F.02 Ha contribuito alla produzione di 30.000 auto presso la BMW”, 19 novembre 2025; BMW Group, “Il BMW Group introdurrà per la prima volta robot umanoidi nella produzione in Germania”.

30 Apptronik, “Apptronik e Mercedes-Benz siglano un accordo commerciale”, marzo 2024; Agility Robotics, “Homepage”, 2026.

31 Legge “One Big Beautiful Bill”, Pub. L. 119-21 (4 luglio 2025), che modifica il 26 U.S.C. § 168(k) e aggiunge il 26 U.S.C. § 168(n); in materia di deducibilità delle spese di ricerca, 26 U.S.C. § 174A.

32 “Young e Moran presentano una proposta di legge per promuovere e ampliare i programmi di apprendistato”, Todd Young, senatore degli Stati Uniti per l’Indiana, 30 aprile 2026.

Informazioni sull’autore

Jesh Ramesh è un ingegnere e imprenditore che si occupa dello sviluppo di tecnologie per la manutenzione industriale. Laureato presso l’Università di Waterloo, in passato ha ricoperto il ruolo di responsabile della manutenzione presso un’azienda del settore della cellulosa e della carta inclusa nella classifica Fortune 500, occupandosi degli impianti presenti nel sud-est degli Stati Uniti.

La Groenlandia non può risolvere il problema più grave degli Stati Uniti

Washington si è assicurata privilegi strategici straordinari nell’Artico. La domanda più spinosa è quale impatto tutto ciò abbia sulle pressioni economiche che si stanno accumulando sul fronte interno.

Il Duran Daily30 settembre
 
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Il nuovo accordo sulla Groenlandia rappresenta senza dubbio un vantaggio strategico per Washington. Firmato dagli Stati Uniti, dalla Danimarca e dalla Groenlandia il 22 settembre, esso consente agli Stati Uniti di ampliare la base spaziale di Pituffik, istituire ulteriori aree di difesa, ottenere un ampio accesso militare e limitare il coinvolgimento di potenze straniere potenzialmente ostili in settori strategicamente sensibili. L’accordo non ha una data di scadenza prestabilita. Tuttavia, la Groenlandia rimane sotto la sovranità danese, con il suo diritto all’autodeterminazione esplicitamente salvaguardato.

Questa distinzione è importante.

Washington si è assicurata gran parte dell’accesso strategico che desiderava senza acquisire formalmente la Groenlandia stessa. In questo senso, l’accordo riflette una caratteristica ben nota del potere americano: il controllo non richiede sempre la proprietà.

Ma solleva anche una questione più ampia. Cosa risolve effettivamente un maggiore controllo sull’Artico?

I problemi più complessi degli Stati Uniti sono sempre più di natura interna ed economica piuttosto che geografica. Il debito delle famiglie americane si attestava a circa 18,8 trilioni di dollari nel secondo trimestre del 2026. I soli saldi delle carte di credito raggiungevano 1,26 trilioni di dollari, mentre il debito per l’acquisto di automobili ammontava a 1,71 trilioni di dollari e quello per le spese di istruzione a 1,65 trilioni di dollari.

A queste pressioni si aggiungono decenni di espansione del debito pubblico federale, di finanziarizzazione e di ripetuti interventi governativi a seguito di gravi shock economici. La crisi finanziaria del 2008 non ha posto fine alla dipendenza del sistema finanziario americano da una politica monetaria straordinariamente accomodante; al contrario, ha inaugurato un’era in cui la liquidità fornita dalla banca centrale, i bassi tassi di interesse e l’espansione del debito pubblico sono diventati strumenti sempre più importanti per il mantenimento della stabilità economica e finanziaria.

La Groenlandia non può risolvere nulla di tutto ciò.

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La sua posizione geografica strategica è preziosa. Il suo ruolo di ponte tra il Nord America e l’Europa riveste un’importanza enorme per l’allerta missilistica, la sorveglianza dell’Artico, le rotte sottomarine e la crescente competizione per l’accesso all’Estremo Nord. L’accordo di settembre conferisce inoltre a Washington una maggiore influenza sugli investimenti esteri sensibili e sulle future infrastrutture militari.

Ma l’espansione strategica e il rilancio economico non sono la stessa cosa.

In effetti, l’accordo sulla Groenlandia potrebbe mettere in luce una contraddizione più ampia nel potere americano. Gli Stati Uniti continuano ad essere in grado di ottenere importanti concessioni geopolitiche dagli alleati e di estendere la propria influenza militare in regioni strategicamente rilevanti. Allo stesso tempo, però, devono affrontare notevoli pressioni fiscali e un forte indebitamento delle famiglie sul proprio territorio.

Quella contraddizione sta diventando sempre più difficile da ignorare.

Il pericolo non sta nel fatto che la Groenlandia non abbia alcun valore strategico. È evidente che lo abbia. Il pericolo sta nel confondere la capacità di acquisire un’altra posizione strategica sulla mappa con quella di risanare le basi economiche da cui dipende, in ultima analisi, la potenza americana.

Washington potrebbe aver ottenuto quasi tutto ciò che voleva da Copenaghen e Nuuk.

Ciò che la Groenlandia non può fornire è una risposta al bilancio degli Stati Uniti.

La Cina sta gestendo un reattore rivoluzionario… inventato dagli americani. di Frank Penkam

Dall’aprile del 2025, nel deserto del Gobi, la Cina ha in funzione un piccolo reattore sperimentale. Quattordici anni di lavoro, 450 milioni di dollari e una prima mondiale.

Questo reattore utilizza il torio. Non può andare in fusione: in caso di malfunzionamento, si spegne automaticamente. E le sue scorie rimangono pericolose solo per circa 300 anni, rispetto agli oltre 100.000 anni delle scorie provenienti dalle nostre centrali nucleari.

Gli americani la gestivano già quasi sessant’anni fa. Perché, dunque, l’hanno abbandonata?

Già nel 1969 esisteva un reattore nucleare molto più pulito, ma gli Stati Uniti decisero di dismetterlo.

Tra il 1965 e il 1969, in un laboratorio del Tennessee, il fisico Alvin Weinberg fece funzionare il suo reattore al torio per oltre 13.000 ore. Funzionò.

Il suo unico svantaggio, agli occhi di Washington, è che non consente la produzione di plutonio per la bomba atomica.

Nixon, pertanto, preferì un’altra strada.

Weinberg si rifiutò di rimanere in silenzio e continuò a difendere pubblicamente il suo reattore. Nel 1973 fu licenziato. Tre anni dopo, il programma fu abbandonato.

Non fu la scienza a decidere, bensì la corsa alla bomba atomica.

Non conosco molti francesi che abbiano mai sentito parlare di questo reattore. A Pechino, invece, non è mai stato dimenticato.

La Cina vuole costruire 50 di questi reattori, ed è da loro che potremmo dover acquistare questa energia.

Stéphane Bonard, ex funzionario del Segretariato Generale della Difesa Nazionale e specialista in armamenti, ha ricostruito il percorso di questa tecnologia dai laboratori americani fino alla Cina. La sua inchiesta apre il numero di ottobre di Revue Confidentielle.

L’autore mostra come la Cina abbia ripreso il lavoro dimenticato di Weinberg. E non intende fermarsi a un prototipo: punta a 50 reattori entro il 2050, all’incirca la capacità dell’intera flotta nucleare statunitense.

La Francia, tuttavia, non ne ha mai fatto una priorità. Domani, se vogliamo questa energia, potremmo doverla acquistare dalla Cina.

E Pechino non intende utilizzarla solo sulla terraferma. 

Emmanuel Todd: l’ultimo quarto d’ora

Emmanuel Todd

Guerra in Ucraina: l’ultimo quarto d’ora

27 settembre 2026. Lo storico Emmanuel Todd non lascia nessuno indifferente. Da mezzo secolo (La Chute finale, Robert Laffont, 1976), scuote le nostre certezze con le sue analisi geopolitiche, fondate sui suoi studi di antropologia e su una rara erudizione. È la Storia immediata illuminata dalla Storia a lungo termine. È la Storia come piace a noi.

Due anni fa, suscitò grande scalpore con La sconfitta dell’Occidente, un saggio al vetriolo in cui annunciava nientemeno che la vittoria finale della Russia su un Occidente in decomposizione.

Oggi traccia un bilancio intermedio con, da un lato, una prefazione inedita che apre l’edizione tascabile di La Défaite de l’Occident (Gallimard, Folio Actuel, 9,50 €) e, dall’altro, un nuovo saggio vivace e coinvolgente, La Dislocation, conversazioni con Diane Lagrange (Gallimard, 23 €) in cui rivisita il mondo attuale. Una delizia per tutti coloro che non temono il confronto di idee nel rispetto degli altri, senza militantismo né pregiudizi…

Nel 1976, Emmanuel Todd, studente a Cambridge, pubblicò un saggio intitolato La caduta finale, saggio sulla decomposizione della sfera sovietica, in cui annunciava nientemeno che l’imminente fallimento del sistema sovietico!

La sua analisi derivava da un viaggio in Ungheria, dove la sua allegra frequentazione di giovani della sua età, ragazzi e ragazze, gli aveva permesso di constatare che il comunismo era di fatto morto nelle menti delle persone. Tornato nel suo ufficio, ne trovò conferma in alcune statistiche riservate che mostravano una tendenza all’aumento del tasso di mortalità infantile nell’URSS dall’inizio degli anni ’70.

Oggi constata un aumento analogo della mortalità infantile in Francia. Inoltre, « unica tra i paesi avanzati, l’America sta registrando un calo complessivo dell’aspettativa di vita : da 78,8 anni nel 2014 a 77,3 anni nel 2020, » osserva in La sconfitta dell’Occidente.

Lo storico non è lontano dal vedere in questo il fallimento dei nostri vecchi Stati-nazione democratici. Molti altri indicatori lo indirizzano in questa direzione, tra cui la scomparsa delle credenze collettive che danno senso alla vita. «Le credenze collettive, infatti, non sono solo idee condivise dagli individui che consentono loro di agire insieme. Esse li strutturano. Inculcando loro regole morali approvate dagli altri, li trasformano» (La sconfitta dell’Occidente, pagina 164).

Egli giunge alla conclusione che le democrazie avanzate siano impantanate in una forma di nichilismo. L’imminente sconfitta degli Stati Uniti e dell’Europa nella loro guerra non dichiarata con la Russia potrebbe mettere a nudo questo nichilismo… Ma lui stesso non esclude di potersi sbagliare. A dire il vero, lo spera, per amore della Francia e della democrazia.

Emmanuel Todd (photo : Guillaume Caignaert pour Le Vent se Lève, 2020)

La guerra, fino a che punto ?

Tutto ha inizio il 24 febbraio 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. A quasi cinque anni di distanza, sembra dubbio che l’Ucraina, dissanguata dalle stragi e dall’emigrazione, possa riprendersi. La sua popolazione (52 milioni nel 1991) era già scesa a 41 milioni. È scesa a 25-30 milioni di abitanti, se non meno.

« La lotta che sta conducendo non può avere fine, perché dopo una simile emorragia non è possibile immaginare alcun equilibrio di pace. È una tragedia, perché più l’Ucraina resiste, più cesserà di esistere, » scrive Emmanuel Todd nella sua prefazione del 2026. «  L’irrealismo suicida della strategia di Kiev suggerisce quella, paradossale, di un attaccamento patologico dell’Ucraina alla Russia: un bisogno di conflitto che rivela l’incapacità di separarsi!»

Dal lato russo, la situazione non è migliore. Ricordiamo la genesi del conflitto: nel 1999, Vladimir Putin salì alla guida del Paese e si impegnò a tirarlo fuori dal caos in cui era sprofondato. Nello stesso periodo, gli Stati Uniti aumentavano nuovamente il proprio bilancio militare, estendevano la NATO fino ai confini della Russia e si preparavano ad aggressare l’Iraq…

Putin si unì allora al francese Chirac e al tedesco Schröder per denunciare, invano, questa aggressione. A quel punto, peggiorò ulteriormente la propria situazione avviando una promettente collaborazione con la Germania: gas in cambio di macchinari.

A Washington stava prendendo forma l’incubo intravisto dall’ex consigliere della Casa Bianca Zbigniew Brzezinski (Le Grand Échiquier, 1997) e che Todd ricorda: «Se la caduta del comunismo ha reso l’America superflua, i poli giapponesi ma soprattutto quelli tedeschi potrebbero allearsi con la Russia; emergerebbe una massa eurasiatica che emarginerebbe gli Stati Uniti. L’alleanza tra Germania e Russia costituisce la minaccia principale. La speranza che ora animava Brzezinski: con la Russia in rovina, egli suggerisce che si possa darne il colpo di grazia strappandole l’Ucraina» (La sconfitta dell’Occidente, pagina 338).

A quel punto, invitato a Bucarest al vertice della NATO nell’aprile 2008, il presidente russo si irrita nel vedere che gli americani invitano l’Ucraina e la Georgia ad aderire alla NATO. Come altri, vi vede l’inizio del piano Brzezinski: staccare l’Ucraina dalla Russia per annientarla. In risposta, nell’agosto 2008 occupa la Georgia. La luna di miele è finita. Putin e la Russia si ritrovano rigettati nell’oscurità.

Per la cancelliera Angela Merkel, tuttavia, non è pensabile rinunciare al gas russo, tanto più che ha preso la decisione, da deplorare, di chiudere le centrali nucleari dopo l’incidente di Fukushima. Nel 2012 viene inaugurato il gasdotto Nord Stream I sotto il Mar Baltico.

Ma l’anno successivo, la stessa cancelliera, non certo a corto di contraddizioni, punta anche alle risorse dell’Ucraina: miniere e terreni fertili, ma anche manodopera a basso costo e molto ben istruita (eredità dell’Unione Sovietica). Su sua iniziativa, l’Ucraina viene invitata ad aderire al Partenariato orientale lanciato dalla Polonia e dalla Svezia (libero scambio e assistenza economica). Ma ciò implica per Kiev la rottura dei suoi legami ancestrali con Mosca. Il 21 novembre 2013, il presidente ucraino rifiuta seccamente l’invito. Ne conseguono violente manifestazioni nella capitale con vittime e, alla fine, la destituzione del presidente. Il Donbass e la Crimea, a maggioranza russofona, sostenuti da Mosca, si ribellano contro il nuovo regime.

A Minsk (Bielorussia), nel febbraio 2015 un finto accordo ha formalizzato una rottura dolorosa e improbabile tra l’Ucraina e la Russia… mentre la Germania avvia con quest’ultima un nuovo progetto di gasdotto, il Nord Stream II, al fine di aumentare i propri acquisti di gas, che passeranno da 38 miliardi di m³ nel 2014 a oltre 55 miliardi nel 2021 !

Non importa: senza nasconderlo troppo, l’Ucraina, sostenuta dalla NATO, si sta preparando alla guerra. Anche la Russia. Putin prende l’iniziativa in un certo 24 febbraio 2022 con soli 120.000 uomini per quella che doveva essere una « passeggiata militare ». Ma l’eroica resistenza degli ucraini, che nessuno aveva previsto, porta a una guerra di logoramento di cui non si intravede più la fine.

A questo si aggiunge un fattore fondamentale: la demografia della Russia. «Se si esamina la piramide per età del 2020, alla vigilia della guerra, e in particolare la popolazione idonea alla coscrizione, gli uomini di età compresa tra i 35 e i 39 anni erano 6 milioni, quelli tra i 30 e i 34 anni, 6,3 milioni, quelli di età compresa tra i 25 e i 29 anni, 4,6 milioni, e quelli di età compresa tra i 20 e i 24 anni, 3,6 milioni. (…) La Russia è entrata in una fase di contrazione della sua popolazione maschile potenzialmente mobilitabile: del 40% per queste fasce d’età » (La sconfitta dell’Occidente, pagina 72).

I leader russi sono ben consapevoli del prossimo calo dei propri effettivi. Sanno che, se vogliono vincere questa guerra – che ai loro occhi è ormai diventata una questione di sopravvivenza –, non devono più perdere tempo. «Il ritmo della contrazione demografica suggerisce che, dal loro punto di vista, il conflitto debba essere risolto entro cinque anni [2022-2027]. In seguito ci saranno classi di età molto ridotte e la mobilitazione, sia militare che civile, diventerà molto difficile, » afferma Emmanuel Todd.

Ciò significa che Vladimir Putin potrebbe giocare il tutto per tutto nei prossimi mesi. Potrebbe quindi impegnare tutte le sue forze nella battaglia per ottenere una vittoria totale. A quanto afferma lo storico, è giunta l’ora della verità sia per le parti in conflitto che per l’Occidente, nel bene o nel male.

Marioupol après le siège russe de mars 2022 (photo : Ministère de l'Intérieur de l'Ukraine)

L’Occidente è in procinto di disgregarsi?

Prima dell’invasione dell’Ucraina, l’Unione europea era in gran parte indifferente alla geopolitica dell’Europa orientale. Ha lasciato che fossero la Casa Bianca e il suo braccio armato, la NATO, ad agire. Incapace di scegliere, la Germania di Merkel ha voluto appropriarsi contemporaneamente sia del gas russo che delle risorse dell’Ucraina. Una scelta impossibile che ha portato alla rottura e all’invasione.

Gli Stati Uniti di Joe Biden avrebbero accettato di buon grado una rapida sconfitta dell’Ucraina. Ciò avrebbe soddisfatto i loro desideri, erigendo una nuova « cortina di ferro » tra il mondo russo e l’Europa tedesca, lasciando loro al contempo mano libera per gestire il conflitto con la Cina. Gli ucraini hanno deciso diversamente.

Da parte loro, i leader europei hanno creduto di trovarsi di fronte al loro «momento bismarckiano», proprio come Bismarck che sfruttò una guerra contro la Francia per realizzare l’unità della Germania. Per loro, « l’attacco russo contro l’Ucraina è stato quasi una manna dal cielo. Gli editorialisti dei media non lo hanno del resto nascosto : Putin, con la sua « operazione militare speciale », ridava senso alla costruzione europea; l’UE aveva bisogno di un nemico esterno per ricompattarsi e ripartire. Questo discorso ottimista tradiva una verità più cupa. «L’Unione è un groviglio inestricabile, ingestibile e, letteralmente, irreparabile, » (La sconfitta dell’Occidente, pagina 166).

In mancanza di alternative migliori, in assenza di eserciti credibili e di armi in quantità sufficiente, gli europei hanno decretato sanzioni economiche contro l’aggressore russo. « La cosa più grave non è tanto che abbiano fallito, quanto che i nostri leader non siano stati in grado di prevedere che, lungi dal fermare la guerra, l’avrebbero resa mondiale, » scrive Todd (La sconfitta dell’Occidente, pagina 166). Infatti, hanno costretto tutti i paesi del pianeta a prendere posizione rispetto a questa guerra, tutto sommato molto circoscritta… e hanno messo in evidenza l’isolamento dell’Occidente (gli Stati Uniti e i loro alleati) e l’opposizione tra « Occidente collettivo » e « Sud globale » (The West versus the Rest).

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha accelerato il processo in corso, come dimostra Emmanuel Todd nel suo nuovo libro, La Dislocation (sottinteso: dell’Occidente).

Gli Stati Uniti non dispongono più, neanche lontanamente, della potenza industriale e degli ingegneri che costituivano la loro forza nel 1945. Consapevole di non essere in grado di salvare l’Ucraina, il presidente Trump cercherebbe quindi di risparmiare al proprio Paese un’umiliazione troppo evidente, moltiplicando le manovre diversive e, in particolare, prendendosela con i propri alleati europei (Groenlandia, dazi doganali, ecc.) e attaccando l’Iran.

Gli europei, con le mani e i piedi legati agli Stati Uniti dal settore della difesa (NATO, industrie degli armamenti) e da quello digitale (GAFAM, IA, ecc.), devono inoltre subire un’offensiva commerciale senza precedenti da parte della Cina, che sta per mandare in rovina persino l’industria automobilistica, un tempo orgoglio della Germania.

Emmanuel Todd, innanzitutto demografo, sottolinea in questo saggio anche le implicazioni del calo della natalità e delle politiche migratorie sui nostri paesi, nonché l’affievolirsi delle credenze collettive (religione, ideologie)… Tutti temi delicati sui quali vi inviteremo a discutere nei prossimi «Contropunti storici».

André Larané

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Rapporto di Wang Yi: Aprire la strada giusta affinché le grandi potenze mantengano le relazioni e scrivano un nuovo capitolo nella storia delle relazioni sino-americane, di Karl Sànchez

Rapporto di Wang Yi: Aprire la strada giusta affinché le grandi potenze mantengano le relazioni e scrivano un nuovo capitolo nella storia delle relazioni sino-americane.

Pubblicato in cinese dal Ministero degli Affari Esteri cinese

Karl Sanchez26 settembre
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Wang Yi ha scritto un resoconto della visita di Xi Jinping all’Impero americano fuorilegge e di altre iniziative diplomatiche correlate, che costituisce una pubblicazione ufficiale e che ho tradotto dal cinese per i lettori di Gym. Non credo serva alcun preambolo, quindi eccolo qui:

Dal 23 al 25 settembre 2026, il presidente Xi Jinping ha effettuato una visita di Stato negli Stati Uniti. Al termine del viaggio, Wang Yi, membro dell’Ufficio Politico del Comitato Centrale del PCC e Ministro degli Affari Esteri, ha illustrato ai giornalisti al seguito i dettagli della visita.

Wang Yi ha affermato che a settembre i capi di Stato hanno vissuto una serie di momenti culminanti e spettacolari dal punto di vista diplomatico. Dopo aver visitato l’Asia centrale, il Medio Oriente e l’Asia meridionale, il presidente Xi Jinping ha attraversato il Pacifico per intraprendere un viaggio di fama mondiale negli Stati Uniti. Questa visita segna la prima visita di Stato del presidente Xi Jinping negli Stati Uniti in 11 anni, realizzando così una seconda visita reciproca tra i due capi di Stato in sei mesi e stabilendo un record storico negli scambi sino-americani. La visita è stata ricca di contenuti e obiettivi, e il presidente Xi Jinping e il presidente Trump hanno avuto uno scambio di vedute franco e approfondito su questioni strategiche e generali riguardanti le relazioni sino-americane e le tendenze globali in un’atmosfera di reciproco rispetto e amicizia. La parte statunitense ha riservato al presidente Xi Jinping il massimo livello di cortesia. Il presidente Trump e la First Lady lo hanno accolto personalmente all’aeroporto, la banda militare ha suonato gli inni nazionali di Cina e Stati Uniti, sono stati sparati 21 colpi di salva e le guardie d’onore di varie forze armate si sono schierate in segno di solenne apertura della visita. Il giorno successivo, il presidente Trump ha tenuto una solenne cerimonia di benvenuto per il presidente Xi Jinping alla Casa Bianca, dove i due capi di Stato hanno pronunciato importanti discorsi e hanno passato in rassegna la guardia d’onore e i caccia che hanno sorvolato la Casa Bianca fianco a fianco. Quella sera, il presidente Trump e sua moglie hanno decorato la East Hall della Casa Bianca con il rosso cinese e hanno offerto un sontuoso banchetto di Stato in onore del presidente Xi Jinping e di sua moglie, riunendo funzionari federali statunitensi e personalità di spicco provenienti da tutti i settori. Queste disposizioni protocollari, studiate nei minimi dettagli, sottolineano il pieno rispetto degli Stati Uniti per il presidente Xi Jinping e l’alta considerazione che nutrono per le relazioni sino-americane.

I media nazionali e internazionali si sono concentrati su questa visita, dedicandole spesso titoli in prima pagina per riportarla e interpretarla, considerandola generalmente una visita storica di fondamentale importanza. Nel contesto della complessa situazione internazionale, questa visita ha dato continuità all’effetto positivo dell’incontro di Pechino tra i due capi di Stato, portando a nuovi sviluppi nel costruttivo rapporto di stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti e inviando segnali positivi di progresso reciproco, coesistenza pacifica e mutuo vantaggio, a beneficio di entrambi i Paesi e del mondo intero.

1. Ampliare il nuovo posizionamento delle relazioni Cina-USA

Wang Yi ha affermato che la diplomazia dei capi di Stato è la stella stabilizzatrice delle relazioni sino-americane. Da quando il presidente Trump si è ricandidato, i due capi di Stato si sono incontrati tre volte, hanno avuto cinque conversazioni telefoniche e si sono scambiati numerose lettere, mantenendo stretti legami e creando un modello di reciproco rispetto e sincerità, che diventa la risorsa strategica più preziosa nelle relazioni sino-americane. In ogni momento critico della grande nave delle relazioni sino-americane, il capo di Stato ne guida la rotta attraverso la diplomazia.

Nel maggio di quest’anno, durante la visita del Presidente Trump in Cina, i due capi di Stato hanno confermato congiuntamente il nuovo assetto delle relazioni sino-americane, caratterizzate da una strategia costruttiva e da una stabilità reciproca, orientandosi chiaramente verso un percorso di cooperazione, moderata competizione, gestione delle divergenze e promessa di pace. Tale assetto non solo riflette i costanti progressi compiuti nelle relazioni sino-americane, ma evidenzia anche le aspettative di entrambe le parti per un miglioramento continuo, rappresentando un passo importante verso la giusta direzione della cooperazione bilaterale. Seguendo le indicazioni fornite dai due capi di Stato, entrambe le parti hanno promosso attivamente il dialogo e la cooperazione, gestito in modo appropriato le divergenze e le tensioni, e raggiunto una stabilità complessiva nelle relazioni sino-americane.

Un importante risultato politico di questa visita è stato che il Presidente Xi Jinping e il Presidente Trump hanno ulteriormente ampliato il significato del nuovo posizionamento delle relazioni sino-americane, chiarendo l’importanza del rispetto, dell’equità e dell’uguaglianza, e concordando di costruire una “relazione sino-americana costruttiva, strategica e stabile basata sul rispetto, sull’equità e sull’uguaglianza”, fornendo così agli Stati Uniti una guida strategica più chiara per esplorare le modalità di cooperazione tra grandi potenze. Rispetto significa rispettare la sovranità e l’integrità territoriale reciproche, rispettare i sistemi sociali e i percorsi di sviluppo scelti da ciascuno, e rispettare gli interessi fondamentali e le principali preoccupazioni di entrambi. Equità significa impegnarsi in una cooperazione reciprocamente vantaggiosa, negoziare le divergenze per risolverle, evitare giochi a somma zero di guadagno reciproco e non perseguire un vantaggio assoluto da una parte. Uguaglianza significa che entrambi i Paesi hanno pari sovranità, senza gerarchie, senza prepotenze, e pari risoluzione delle rispettive problematiche, nonché uno sviluppo equilibrato della cooperazione in vari settori. Il Presidente Xi Jinping ha sottolineato che le due grandi potenze, Cina e Stati Uniti, hanno la responsabilità storica di promuovere lo sviluppo e il progresso umano. Essi dovrebbero dimostrare la responsabilità delle grandi potenze, allinearsi alle aspettative del popolo e alle tendenze dei tempi, ed esplorare una nuova via per una corretta coesistenza tra le grandi potenze. Per realizzare la grande rinascita della nazione cinese e rendere di nuovo grande l’America, possiamo procedere in parallelo, raggiungendo reciprocamente i nostri obiettivi e apportando benefici al mondo.

È normale che Cina e Stati Uniti abbiano situazioni diverse e che vi siano disaccordi . Alcune di queste divergenze sono marcate e molti conflitti sono complessi. Tuttavia, gestire adeguatamente le differenze e le contraddizioni, cercando al contempo un terreno comune e preservando le divergenze, è una parte essenziale di una relazione sino-americana costruttiva, strategica e stabile. I due capi di Stato hanno concordato di sfruttare il ruolo di coordinamento dei canali politici e diplomatici. Le forze armate di entrambi i Paesi dovrebbero mantenere un dialogo costante. Dipartimenti come quelli dell’economia, del commercio, delle finanze, delle forze dell’ordine e degli affari culturali devono rafforzare la comunicazione, costruire fiducia, risolvere i dubbi, gestire le divergenze e consolidare la fiducia reciproca. Il presidente Xi Jinping ha chiarito la posizione di principio della Cina sulla questione di Taiwan, ha sottolineato il fermo impegno della Cina a salvaguardare l’unità nazionale e l’integrità territoriale, ha esortato gli Stati Uniti a mantenere la loro corretta posizione contro l'”indipendenza di Taiwan”, a gestire la questione di Taiwan con prudenza e a rimuovere le interferenze dalla cooperazione strategica sino-americana e dallo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Wang Yi ha affermato che, come ha sottolineato il presidente Xi Jinping, la “trappola di Tucidide” può essere superata. La relazione costruttiva di stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti non è solo uno slogan, ma dovrebbe tradursi in azioni concrete di reciproco avvicinamento. Fintanto che rispetto, equità e uguaglianza saranno realmente dimostrati, Cina e Stati Uniti sapranno certamente tracciare, attraverso il dialogo e la consultazione, un percorso che consentirà a due Paesi con civiltà, sistemi e percorsi diversi di coesistere pacificamente a lungo su questo pianeta.

2. Aprire nuovi spazi per la cooperazione tra Cina e Stati Uniti

Wang Yi ha affermato che, essendo Cina e Stati Uniti le due maggiori economie mondiali, il fatto che siano strettamente interconnesse è un dato di fatto oggettivo; l’unità avvantaggia entrambe le parti, mentre il conflitto le danneggia entrambe: questa è una lezione storica. Il raggiungimento di obiettivi reciproci e la cooperazione vantaggiosa per entrambe le parti sono le uniche scelte corrette. La cooperazione sino-americana riguarda il benessere dei popoli di entrambi i paesi e influenza anche il panorama politico ed economico globale.

Alla vigilia della visita, i team economici e commerciali di entrambe le parti hanno tenuto un nuovo ciclo di consultazioni e raggiunto un nuovo accordo congiunto, che include l’istituzione e il potenziamento di un consiglio commerciale e di un consiglio per gli investimenti, la creazione di un gruppo di lavoro sull’agricoltura, l’attuazione di un taglio fiscale reciproco di 30 miliardi di dollari e l’estensione dei risultati dei negoziati economici e commerciali di Kuala Lumpur. Questi sforzi hanno stabilizzato le relazioni economiche e commerciali bilaterali, rafforzato la fiducia del mercato e beneficiato le industrie di entrambi i paesi, i loro cittadini e persino l’economia globale. Le relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti hanno attraversato molte vicissitudini e l’attuale situazione di stabilità non è stata raggiunta facilmente. Alcune forze statunitensi hanno generalizzato il concetto di sicurezza nazionale, politicizzato le questioni economiche e commerciali, represso le imprese cinesi negli Stati Uniti, limitato gli investimenti cinesi negli Stati Uniti, creato barriere all’accesso al mercato e promosso il “disaccoppiamento e la rottura delle catene”. Ciò non serve gli interessi di nessuna delle due parti e non fa altro che restringere la sovrapposizione di interessi tra le due parti. Il presidente Xi Jinping ha sottolineato che la cooperazione è una strada a doppio senso; Stabilizzare le relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti richiede sia un ampliamento delle aree di cooperazione sia una riduzione delle problematiche. Gli Stati Uniti dovrebbero trattare le aziende cinesi in modo equo, sostenere i principi di uguaglianza, rispetto e reciprocità e trovare soluzioni attraverso il dialogo e il negoziato. Entrambe le parti dovrebbero avvicinarsi, perseguire una prospettiva di reciproco vantaggio, promuovere uno sviluppo sostenibile, stabile e positivo delle relazioni economiche e commerciali tra Cina e Stati Uniti, a beneficio dei popoli di entrambi i paesi.

La cooperazione tra le forze dell’ordine di Cina e Stati Uniti ha efficacemente tutelato la vita e i beni dei cittadini di entrambi i Paesi, rafforzando il “fattore sicurezza” delle relazioni bilaterali. L’abuso di fentanil ha causato traumi irreparabili a molte famiglie americane. Sebbene questo problema non sia stato causato dalla Cina, quest’ultima ha sempre agito con la massima buona volontà e si è adoperata per assistere gli Stati Uniti nella gestione della crisi del fentanil, sia dal punto di vista umanitario che nel più ampio contesto delle relazioni sino-americane. Dopo l’incontro di Pechino, la Cina ha introdotto nuovi controlli sulle sostanze chimiche precursori e rafforzato i controlli sulle esportazioni, collaborando con gli Stati Uniti per risolvere numerosi casi legati al traffico di droga, a dimostrazione della sua sincerità. I ​​due capi di Stato hanno incaricato le forze dell’ordine di continuare a rafforzare la cooperazione e a combattere congiuntamente la criminalità transnazionale.

Wang Yi ha affermato: “Chi agisce sempre ha successo, chi agisce sempre arriva”. I fatti hanno dimostrato che Cina e Stati Uniti possono realizzare una serie di importanti e proficui risultati attraverso la cooperazione. Ogni progresso nelle relazioni sino-americane apporta benefici tangibili alla comunità internazionale. Tutti i dipartimenti e i livelli di entrambe le parti devono attuare con determinazione l’importante consenso raggiunto dai due capi di Stato, senza trascurare i piccoli vantaggi né commettere piccoli errori, perseguendo il reciproco vantaggio attraverso una cooperazione pragmatica, il reciproco successo attraverso una sana competizione e aprendo insieme prospettive migliori per le relazioni sino-americane.

3. Costruire un nuovo ponte di amicizia tra Cina e Stati Uniti

Wang Yi ha affermato che la connettività tra i popoli fornisce una solida forza e uno slancio duraturo allo sviluppo delle relazioni sino-americane. Come ha sottolineato il presidente Xi Jinping, la speranza per le relazioni sino-americane risiede nel popolo, nelle fondamenta poste dalla base, nel futuro dei giovani e nella vitalità delle comunità locali. La “diplomazia del ping-pong” ha aperto le porte a scambi sino-americani a lungo sospesi; la “connessione di Guling” ha tramandato un’amicizia secolare; l’Iowa è stato testimone di commoventi storie di cooperazione locale; e i delicati flussi di scambi tra i popoli dei due Paesi si sono uniti nella fonte vitale che nutre lo sviluppo delle relazioni bilaterali.

Durante questa visita, il Presidente Xi Jinping ha ripetutamente menzionato i momenti salienti dell’amicizia civile tra Cina e Stati Uniti: i due popoli hanno combattuto fianco a fianco nella Seconda Guerra Mondiale e i militari e i civili cinesi hanno salvato centinaia di piloti americani a costo di centinaia di vite. Yin Yuzhen, operaia cinese addetta al controllo del deserto, e il suo amico americano Cycos si sono ritrovati in Cina dopo più di 20 anni; le giovani piante piantate nel deserto anni fa sono ora diventate foreste. Parole sincere e storie toccanti hanno avuto una forte risonanza tra persone di ogni estrazione sociale in Cina e negli Stati Uniti. Anche il Presidente Trump ha rievocato nel suo discorso l’esperienza storica dell’alleanza tra Cina e Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale e la collaborazione tra i due popoli per vincere la guerra. Ha affermato che l’amicizia tra Stati Uniti e Cina si estende per migliaia di chilometri e dura da oltre cento anni, ed ha espresso la volontà di continuare a coltivare l’amicizia tra i due Paesi per garantire prosperità e sicurezza durature alle generazioni future. “L’amicizia tra le nazioni risiede nella vicinanza dei popoli”. Il calore e la forza della comprensione e dell’affetto reciproci tra le persone sono i più calorosi e potenti, sufficienti ad abbattere le barriere, a spazzare via il rumore e a unire il vasto Oceano Pacifico.

Per promuovere gli scambi culturali tra Cina e Stati Uniti, il Presidente Xi Jinping ha annunciato una serie di nuove iniziative. Sulla scia del raggiungimento, con due anni e mezzo di anticipo, dell’obiettivo “50.000 obiettivi in ​​5 anni”, il Presidente Xi Jinping ha annunciato che nei prossimi cinque anni la Cina inviterà 100.000 giovani americani in Cina per programmi di scambio e studio. L’aumento da 50.000 a 100.000 non è solo una questione di numeri, ma rappresenta anche un’azione concreta per ampliare gli scambi giovanili e rafforzare l’amicizia tra Cina e Stati Uniti. La notizia più attesa tra gli americani è l’imminente arrivo dei panda giganti “Pingping” e “Fushuang” allo zoo di Atlanta. I panda giganti sono simboli di amicizia, profondamente amati dal pubblico americano, e il legame tra i due Paesi, legato proprio a questi animali, dura da oltre mezzo secolo. L’arrivo di “Pingping” e “Fushuang” arricchirà ulteriormente la storia di amicizia sino-americana. Un altro momento clou di questa visita è stata la “diplomazia delle rose”. Quando il presidente Trump ha visitato Zhongnanhai a maggio, ha elogiato molto le rose cinesi. Pochi mesi dopo, la rosa cinese ha portato i migliori auguri del popolo cinese oltreoceano fino alla Casa Bianca negli Stati Uniti, diventando un nuovo simbolo di amicizia tra i due paesi.

Vale la pena ricordare che il presidente Trump e sua moglie hanno invitato il presidente Xi Jinping e sua moglie a visitare insieme gli Archivi Nazionali degli Stati Uniti, un gesto simile alla visita del presidente Xi al Tempio del Cielo a maggio, a testimonianza della comprensione e del rispetto che Cina e Stati Uniti nutrono per il patrimonio storico e culturale dell’altro Paese. Cina e Stati Uniti hanno tradizioni culturali e sistemi sociali diversi, ma queste differenze non portano necessariamente allo scontro; al contrario, offrono ampi spazi per lo scambio e l’apprendimento reciproco.

La gentilezza e la disponibilità diplomatica della signora hanno conferito un tocco di delicatezza a questa visita. La professoressa Peng Liyuan ha accompagnato il presidente Xi Jinping nella sua visita negli Stati Uniti e, su invito del presidente Melania Trump, hanno visitato insieme il Museo Nazionale d’Arte Asiatica. Insieme, hanno apprezzato canzoni cinesi come “Jasmine Flower” cantata da giovani americani, sperimentando una fusione artistica e una risonanza musicale che hanno avvicinato i cuori dei popoli dei due paesi.

Wang Yi ha affermato che solo attraverso un legame sincero le relazioni possono durare a lungo. Il continuo progresso delle relazioni sino-americane richiede sia una “stretta di mano” a livello dei capi di Stato, sia il “sostegno” dei cittadini comuni. Sotto la guida strategica dei due capi di Stato, continueremo ad aprire la strada agli scambi culturali sino-americani, ad ampliare i canali e a dare impulso agli scambi e alla cooperazione nei settori della gioventù, dell’istruzione, della cultura, del turismo, dello sport e in altri ambiti, permettendo all’albero dell’amicizia tra i popoli dei nostri due Paesi di mettere radici più profonde e crescere più in alto.

4. Dimostrare nuovi impegni nei confronti delle grandi potenze

Wang Yi ha affermato che, di fronte alla complessa situazione internazionale, l’importanza globale delle relazioni tra Cina e Stati Uniti è ancora più evidente. Sia nell’affrontare le sfide globali che nel disinnescare le tensioni, un’interazione costruttiva tra Cina e Stati Uniti è indispensabile. Il presidente Xi Jinping ha sottolineato che, sebbene la cooperazione tra Cina e Stati Uniti non possa risolvere tutti i problemi del mondo, senza tale cooperazione molti problemi globali risultano difficili da risolvere. Il presidente Trump ha dichiarato che la cooperazione congiunta tra Stati Uniti e Cina getterà solide basi per la pace e la prosperità nel mondo per i decenni a venire. Durante la visita, i due capi di Stato si sono confrontati approfonditamente sulle principali questioni internazionali e regionali di interesse comune, concordando di rafforzare il coordinamento e di dare il proprio contributo alla pace e allo sviluppo mondiale.

Le continue tensioni nel Golfo e in Medio Oriente stanno avendo un impatto sulla sicurezza energetica globale, sulle dinamiche geopolitiche e sull’ordine internazionale. In quanto grande potenza responsabile, la Cina si è sempre impegnata con fermezza per la pace in Medio Oriente, promuovendo la stabilità e sostenendo lo sviluppo. Il Presidente Xi Jinping ha presentato una serie di iniziative e proposte dedicate alla pace e alla stabilità in Medio Oriente, che hanno ricevuto ampio riconoscimento e riscontri positivi dalla comunità internazionale. Durante questa visita, il Presidente Xi ha sottolineato che la sovranità e la sicurezza di tutti i Paesi devono essere rispettate, ha incoraggiato tutte le parti ad aderire a soluzioni pacifiche, ha sostenuto il ritorno di Stati Uniti e Iran a Islamabad attraverso il Memorandum d’intesa e ha auspicato una rapida ripresa del dialogo e dei negoziati, al fine di raggiungere un accordo globale che includa anche le questioni nucleari. L’opinione pubblica internazionale ha elogiato la posizione obiettiva ed equa della Cina, ritenendo che essa si concentri sulle cause profonde dei problemi, dia importanza sia ai sintomi che alle cause emerse, rispetti la sovranità di tutti i paesi, promuova il dialogo e la consultazione, svolga un ruolo costruttivo nel distendere le tensioni in Medio Oriente e si aspetti che la Cina offra soluzioni e saggezza per affrontare le questioni più urgenti.

Lo sviluppo sano, sicuro e ordinato dell’intelligenza artificiale riguarda il futuro dell’umanità e non può essere separato dalla cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Durante questa visita, il Presidente Xi Jinping ha avuto un colloquio approfondito con il Presidente Trump sulle questioni relative all’intelligenza artificiale, sottolineando che sia la Cina che gli Stati Uniti sono grandi potenze nel campo dell’IA e hanno la capacità e la responsabilità di sviluppare e gestire l’IA in modo efficace, garantendo che lo sviluppo dell’IA sia sempre controllato dalle persone e a beneficio delle persone. Cina e Stati Uniti dovrebbero ciascuno sfruttare i propri punti di forza anziché difendersi a vicenda. I due capi di Stato hanno concordato di utilizzare al meglio il meccanismo di dialogo sino-americano sull’IA, di comunicarne i rischi e i benefici e di prevenire congiuntamente abusi e usi impropri dell’IA.

Quest’anno ricorre l’80° anniversario del Processo di Tokyo. Sia la Cina che gli Stati Uniti sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e il mantenimento dell’ordine internazionale postbellico e la prevenzione della rinascita del militarismo sono una responsabilità condivisa da entrambe le parti.

La Cina e gli Stati Uniti ospiteranno rispettivamente la riunione informale dei leader dell’APEC e il vertice dei leader del G20 nel quarto trimestre di quest’anno. I due capi di Stato hanno confermato il loro reciproco sostegno, dando ulteriore impulso alla cooperazione nella regione Asia-Pacifico e alla governance globale.

Wang Yi ha concluso affermando che questa storica visita arricchisce il significato del rapporto di stabilità strategica costruttiva tra Cina e Stati Uniti, mantiene la stabilità complessiva delle relazioni sino-americane, crea e scrive un nuovo capitolo in tali relazioni e avrà un profondo impatto sulla pace e sullo sviluppo mondiale. Dal “Riunione di Pechino” all'”Incontro di Washington”, il Presidente Xi Jinping ha sempre guidato le relazioni sino-americane con fermezza e lungimiranza, con una visione strategica a lungo termine e una mentalità aperta, a beneficio del mondo. Lo stile di leadership calmo e fiducioso del Presidente Xi Jinping ha lasciato un’impressione profonda in tutti i settori degli Stati Uniti, ispirando l’entusiasmo del popolo americano nell’avvicinarsi e percepire la Cina e seminando i semi dell’amicizia nella società americana. In un solo mese, il Presidente Xi Jinping ha effettuato tre visite all’estero, irradiando la sua influenza nei paesi vicini, connettendosi con il Sud del mondo e elaborando strategie diplomatiche, rendendo più popolare la filosofia cinese, evidenziando il ruolo di grande potenza e rafforzando ulteriormente la sua influenza internazionale. Dobbiamo continuare a comprendere e praticare a fondo il Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era, in particolare il Pensiero di Xi Jinping sulla diplomazia, e, con uno spirito più vigoroso e una volontà più ferma di impegnarci, fare ogni sforzo per aprire un nuovo capitolo nella diplomazia delle grandi potenze con caratteristiche cinesi nella nuova era, creare un ambiente internazionale più favorevole e fornire un sostegno strategico più solido per promuovere in modo completo la costruzione di una nazione forte e la grande causa del ringiovanimento nazionale attraverso la modernizzazione in stile cinese. [Enfasi mia]

Un reportage tipicamente cinese che enfatizza gli aspetti positivi e accenna a malapena a quelli negativi. Chi segue da vicino le relazioni tra Stati Uniti e Cina sa che gli aspetti negativi sono numerosi. Tuttavia, è evidente che la diplomazia cinese si sforza di accentuare quelli positivi. Xi sa bene che le relazioni interpersonali sono il miglior antidoto alla propaganda infantile usata per diffamare la Cina e che raddoppiare il numero di inviti a interagire è il modo più efficace e potente per contrastare chi cerca di sovvertire la situazione. La fiducia di Xi ha reso superfluo dire a Trump che i suoi tentativi di rallentare lo sviluppo della Cina sono falliti e continueranno a fallire. Quindi, svegliati e goditi la vita.

Penso valga la pena leggere gli editoriali del Global Times prima e dopo la visita e vedere come si integrano con il reportage di Wang Yi: prima e dopo .

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Come funziona il gioco delle colpe presidenziali, Jon Kurpis

Come funziona il gioco delle colpe presidenziali

Un’analisi approfondita di come l’amministrazione Trump probabilmente gestirà le imminenti conseguenze delle guerre in Ucraina e in Iran e del loro ruolo nell’impennata del prezzo del diesel.

Jon Kurpis27 settembre
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Jon Kurpis è un politico, scrittore e imprenditore impegnato a difendere i diritti dei cittadini comuni. Noto per la sua mentalità indipendente e il suo approccio basato sui principi, Kurpis è stimato per la sua capacità di chiedere conto a chi detiene il potere. La sua esperienza in ambito governativo, politico e geopolitico lo rende una voce autorevole su questioni politiche e culturali complesse. È analista collaboratore di The Duran Daily. Ulteriori suoi lavori sono disponibili sul suo profilo Substack, kurpis.substack.com .


Prima di iniziare questo articolo, voglio chiarire in modo inequivocabile che nulla di ciò che dirò è intrinsecamente a favore di Trump, contro Trump, a favore dell’America o contro l’America.

Pur essendo consapevole che sia gli Stati Uniti, soprattutto in termini di politica estera, sia l’attuale presidente, così come i presidenti precedenti, siano figure controverse, questo articolo non intende giudicare le loro azioni attraverso una lente partigiana. Sebbene, come ogni essere umano, io abbia le mie opinioni personali, la mia scrittura non si presta a strumentalizzazioni politiche binarie. Pertanto, desidero avvertire fin da subito tutti che, se siete il tipo di lettore che si irrita istintivamente di fronte agli errori di politica estera degli Stati Uniti, e in particolare a quelli che riguardano Donald Trump o Joe Biden, allora questo articolo potrebbe non fare al caso vostro.

Questo articolo si propone di fornire una comprensione di come funziona il gioco delle accuse presidenziali. Ciò avverrà analizzando lo svolgimento delle guerre in Ucraina e in Iran, compreso il loro ruolo nel prezzo record del diesel e come il presidente Trump e la sua amministrazione gestiranno le conseguenze.

Detto questo, entriamo nei dettagli.

Ucraina
Sebbene la guerra in Ucraina affondi le sue radici nel 2014 e persino prima, è diventata un obiettivo primario della politica estera statunitense nel 2022, sotto l’amministrazione Biden. Il presidente Biden ha fatto del sostegno all’Ucraina un punto centrale del suo mandato e, di conseguenza, porta gran parte della responsabilità del conflitto, soprattutto per quanto riguarda la sua continuazione e la sua escalation.

Detto questo, Biden non è più alla Casa Bianca e Donald Trump è l’attuale Presidente degli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale per un secondo mandato, Trump prometteva ripetutamente che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’Ucraina in caso di elezione, arrivando persino a dire che avrebbe potuto porre fine alla guerra in 24 ore. Tuttavia, una volta insediatosi alla presidenza all’inizio del 2025, Trump non ha mantenuto quella promessa.

Il presidente Trump non solo non è riuscito a disimpegnarsi, ma ha continuato a fornire dati cruciali per l’individuazione degli obiettivi, a vendere armi e persino a mettere in discussione Zelensky per la sua mancata azione diretta contro la Russia. Inoltre, approvando nuove sanzioni contro la Russia, Trump ha di fatto adottato le politiche di Biden, trasformando così il conflitto in Ucraina nella sua guerra, anziché in qualcosa che aveva ereditato dalla precedente amministrazione.

Sebbene la stragrande maggioranza delle persone razionali e avvedute dal punto di vista geopolitico la interpreterà in questo modo, l’America non sempre agisce in modo razionale, come vedrete.

Iran
In netto contrasto con il conflitto in Ucraina, che ebbe inizio sotto una precedente amministrazione, l’attuale guerra con l’Iran ricade interamente sulle spalle del presidente Trump.

· Fu il presidente Trump a consentire a Israele di colpire l’Iran durante i negoziati tecnici in corso nel giugno 2025.

· È stato Donald Trump a non dare ascolto agli avvertimenti sull’attacco all’Iran provenienti dai suoi stessi consiglieri dell’intelligence, scelti personalmente da lui, come Tulsi Gabbard e Joe Kent, nonché dal suo vicepresidente JD Vance.

· Fu il Dipartimento di Stato di Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio a essere praticamente assenti durante i negoziati con l’Iran nel febbraio 2026.

· Ed è stato il presidente Trump a essere ingannato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha indotto ad appoggiare il catastrofico attacco che ha ucciso la guida suprema dell’Iran e altri il 28 febbraio 2026, ed è direttamente responsabile del conflitto che rimane irrisolto ancora oggi.

Di conseguenza, non c’è nessuno da incolpare per la confusione diplomatica, le ripercussioni economiche, i problemi relativi allo Stretto di Hormuz e l’instabilità regionale persistente, se non il presidente Trump stesso.

Ora, si potrebbe pensare che per chiunque valuti la situazione attuale sia chiaro che la guerra in Iran e il protrarsi del conflitto in Ucraina siano responsabilità di Trump e quindi colpa sua. Dopotutto, il presidente Trump è il leader del mondo libero e queste sono decisioni che spettano a lui. Ma dal punto di vista della società statunitense, la questione non è così netta e questo offre a Trump l’opportunità di scaricare aggressivamente le colpe sugli altri per confondere le acque.

Il gioco delle colpe
Quando si tratta di come funziona il gioco delle accuse presidenziali in America, c’è una cosa che di solito determina la responsabilità al di sopra di ogni altra cosa.

Chi introduce la persona o la fonte del problema, di solito viene incolpato.

Questo è lo schema generale: sebbene spesso ingiusto, la società americana a volte accetta che la colpa venga scaricata dalle persone che la meritano e attribuita a coloro che, pur avendo tecnicamente un ruolo, potrebbero non essere i soggetti a cui spetta la piena responsabilità. Tale distinzione tra colpevolezza diretta e responsabilità per aver creato o reso possibile una relazione è essenziale per comprendere come funziona in pratica il gioco delle colpe.

Nessuno comprende le complessità del gioco delle colpe meglio di Donald Trump. Anzi, la sua capacità di attribuire la colpa con sicurezza è probabilmente uno dei motivi del suo successo. Che lo si ami o lo si odi, poche persone si riprendono dai fallimenti meglio di lui, come dimostra il modo in cui è passato da un imprenditore fallimentare all’altro senza batter ciglio.

Un esempio lampante: la squadra di football americano dei New Jersey Generals di Trump ha fallito. Poi è andato in fumo il Trump Shuttle. Successivamente, il Trump Taj Mahal ha chiuso i battenti, seguito dal Trump Plaza Casino e dai problemi con il Plaza Hotel di New York. Dopodiché, ha perso la Trump Hotels & Casino Resorts. Persino il suo slogan televisivo, “Sei licenziato!”, si basa fondamentalmente sull’attribuire la colpa del fallimento di una squadra a qualcun altro.

In definitiva, Donald Trump ha accumulato una fortuna nonostante i suoi fallimenti perché è stato in grado di reinventarsi, il che ha comportato l’attribuzione della colpa agli altri.

Al di là di Trump stesso, la cerchia ristretta del Presidente è composta in larga misura da ricchi egocentrici che non si assumono responsabilità o colpe in base a ciò che è giusto. Non sto dicendo che ogni persona nell’amministrazione Trump giochi a questo gioco delle colpe. Sto dicendo che la lista di persone che agiscono in questo modo include Donald Trump, Scott Bessent, Marco Rubio, Howard Lutnick, Jared Kushner e Pete Hegseth. E, con l’eccezione delle cerchie ristrette di Obama e Biden, probabilmente non c’è mai stato un gruppo meno propenso ad assumersi la colpa di quello menzionato sopra.

Questa realtà e questa mentalità operativa devono essere comprese e applicate se si vuole prevedere con precisione come si evolveranno le questioni durante il resto della presidenza Trump.

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La situazione attuale
Considerato il modo in cui di solito si cerca di scaricare le colpe, potrebbe non importare poi molto che il presidente Trump abbia permesso all’Ucraina di continuare a combattere la guerra contro la Russia. Le masse saranno pronte ad attribuire la responsabilità del ruolo degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina a Joe Biden, perché è stato lui a trascinare l’America in questo pasticcio, piuttosto che al presidente Trump, che ha gestito male la situazione.

Analogamente, se Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) dovesse in qualche modo vincere le elezioni presidenziali del 2028 e procedere con un attacco nucleare contro Teheran, Donald Trump verrebbe comunque incolpato per la questione iraniana, proprio come accadrà a Biden per l’Ucraina.

Il punto cruciale è che i leader successivi possono sempre attribuire la colpa a chi ha originato il problema. Sebbene in alcuni casi ciò sia intellettualmente disonesto, purtroppo è così che le cose finiscono più spesso.

Ed è così che Trump giocherà per il resto della sua presidenza.

Considerata la situazione attuale, le guerre in Ucraina e in Iran sono disastri irrisolti, e la carenza di gasolio negli Stati Uniti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Il motivo per cui è imperativo discuterne ora è che il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha recentemente rilasciato una dichiarazione che ha fatto scattare l’allarme geopolitico.

Il 2 settembre 2026, il Segretario del Tesoro Bessent attribuì tacitamente la responsabilità dello ” shock energetico ” globale alla guerra tra Russia e Ucraina, affermando: ” L’Ucraina ha deciso di voler distruggere le infrastrutture energetiche e i prodotti raffinati russi “.

E a suo avviso, questa era la causa della ” pressione al rialzo dei prezzi a livello globale ” .

Non ci sono dubbi, il presidente Donald Trump e la sua amministrazione, tramite Scott Bessent, hanno gettato le basi per attribuire la colpa dell’aumento dei prezzi dell’energia all’Ucraina e per i loro attacchi alle raffinerie e alle infrastrutture russe, e questo è stato deliberato.

Il 13 settembre, il presidente Trump ha reso pubblico di aver parlato con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in merito alla questione e di avergli ordinato di cessare le forniture. Trump ha dichiarato: “Il signor Zelensky deve fare una cosa. Deve smettere di interrompere le forniture di gasolio in Russia… perché sta causando una carenza di gasolio”.

Il giorno seguente, il 14 settembre, Trump ha ribadito la questione, stabilendo in modo concreto che la carenza di gasolio non era causata dal conflitto in Iran, bensì dagli attacchi dell’Ucraina contro la Russia.

Trump ha scritto: “L’aumento mondiale del prezzo del diesel è causato principalmente dalla guerra tra Russia e Ucraina, non dall’Iran”.

Ho sempre dato per scontato che il presidente Trump avrebbe optato per una strategia basata sullo scaricabarile dopo le elezioni di metà mandato. Ma l’impennata dei prezzi del diesel, unita ai continui scontri in Medio Oriente e ai progressi militari russi in Ucraina, ha reso questa tattica inevitabile in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Di seguito, analizzeremo perché la carenza mondiale di gasolio ha un impatto così significativo e approfondiremo il probabile ricorso del presidente Trump alla strategia di scaricare le colpe sugli altri.

Perché il diesel è importante
A differenza della benzina, utilizzata principalmente per automobili e altri macchinari di consumo, il gasolio è alla base dell’intera economia. Autotrasporti, agricoltura, locomotive merci, macchinari e attrezzature edili, navi, rimorchiatori, porti, attrezzature minerarie, trivellazioni petrolifere e di gas, scuolabus, ambulanze, autopompe e molto altro ancora dipendono dal gasolio per funzionare.

Fortunatamente per gli Stati Uniti, la produzione di diesel copre praticamente il 100% del fabbisogno interno, con scorte in eccesso disponibili per l’esportazione. Nel 2025, gli Stati Uniti hanno prodotto 76,5 miliardi di galloni di diesel e ne hanno consumati internamente 59,9 miliardi. È interessante notare che gli Stati Uniti ne hanno esportati 19,2 miliardi, una quantità superiore a quella in eccesso, resa possibile dalle importazioni a basso costo che vengono poi rivendute con profitto.

Sebbene l’aumento dei prezzi della benzina colpisca immediatamente i consumatori, il problema economico più devastante si verifica quando aumentano i costi del diesel, poiché ciò colpisce le imprese e le catene di approvvigionamento, che a loro volta scaricano il costo sui consumatori. Quindi, anche se inizialmente il cittadino medio potrebbe non risentirne al momento del rifornimento, l’impatto finanziario su di lui è ben peggiore quando il prezzo del diesel aumenta.

A causa dei numerosi impieghi del diesel nell’economia, una questione urgente per il Presidente Trump è che ora dovrà ascoltare le lamentele di persone a lui vicine, ovvero la classe dei ricchi finanziatori e i dirigenti d’azienda. Di conseguenza, l’impennata dei prezzi del diesel che gli Stati Uniti stanno vivendo è del tutto inaccettabile e Trump non aveva previsto questo enorme problema.

Ancora più importante, il presidente Trump ora è consapevole che, se questo problema del diesel dovesse persistere, non ci sarebbe modo di impedire che si ripercuota seriamente sui consumatori.

Sebbene non ne abbia prove dirette, credo che il costo del diesel e le sue ripercussioni a lungo termine siano in parte responsabili dell’idea, avanzata dall’amministrazione Trump, di un “dividendo Trump” di 5000 dollari nel caso in cui i repubblicani mantengano il controllo sia della Camera che del Senato dopo le elezioni di novembre.

“Se vincono i repubblicani, vincete con noi e riceverete 5.000 dollari.” ~ Presidente Trump

Sospetto che, se i Repubblicani vinceranno, Trump manterrà quella promessa perché compenserà in modo sottile l’impatto a breve termine sui consumatori causato dall’aumento dei prezzi del diesel. E se i Repubblicani perderanno la Camera o il Senato, Trump si sarà procurato un meccanismo per incolpare i Democratici di non aver dato agli americani 5.000 dollari quando saranno colpiti dall’aumento dei costi.

Sebbene questo tipo di tangenti elettorali non siano del tutto rare da entrambe le parti dello schieramento politico, raramente si concretizzano a beneficio dei cittadini. Detto questo, considero questo caso particolare unico, in quanto probabilmente collegato alla vicenda del diesel.

In ogni caso, la realtà dell’impennata dei prezzi del diesel ha costretto Trump a prendere una decisione e ora si dedicherà completamente a scaricare le colpe sugli altri per il resto della sua presidenza.

Russia-Ucraina
Dal punto di vista della personalità, è evidente che Donald Trump vede la guerra in Ucraina in modo molto diverso dal conflitto in Iran. Mentre Trump ha una lunga storia di avversione per l’Iran, non sembra essere realmente interessato a perseguire un conflitto con la Russia. Anzi, Trump considera i combattimenti in Ucraina un ostacolo inutile che impedisce agli Stati Uniti di collaborare con i russi in progetti redditizi. Inoltre, Donald Trump ammira Putin, disprezza Zelensky e non gli importa nulla dell’UE.

Detto questo, il presidente Trump è davvero il peggior nemico di se stesso. È sconsiderato nella gestione del rischio, generalmente impulsivo, incline a schierarsi con i neoconservatori e incapace di fare qualsiasi cosa che possa essere anche solo vagamente interpretata come accettare una sconfitta.

La dura verità del secondo mandato di Trump è che si è dimostrato un presidente troppo debole e troppo incline a farsi ingannare dalle argomentazioni neoconservatrici per potersi disimpegnare concretamente dal conflitto in Ucraina. Al contrario, Trump ha scelto di vendere armi alla NATO e all’Europa, che a loro volta le avrebbero fornite all’Ucraina, perdendo tempo in negoziati diplomatici poco convinti, guidati da dilettanti come Jared Kushner. Incredibilmente, Trump giustifica poi la sua incapacità di disimpegno criticando Biden per aver semplicemente fornito armi a Zelensky, mentre lui sarebbe stato il più astuto, vendendole direttamente tramite un intermediario.

È difficile persino descrivere l’assurdità della scusa di Trump. Il fatto è che Trump aveva promesso agli elettori che si sarebbe ritirato dalla terribile guerra in Ucraina. Eppure, invece di porre fine al conflitto e fermare la morte e la distruzione, ha permesso che i combattimenti continuassero, proprio come aveva fatto Biden. Solo che questa volta la giustificazione è che il suo modo di agire è in qualche modo migliore perché fa guadagnare un sacco di soldi al complesso militare-industriale.

Ora, per tutti coloro che amano affermare che il Presidente Trump stia giocando a scacchi a 10 dimensioni, in questo caso, nella migliore delle ipotesi sta giocando a dama negativa a otto bit e, in tutta onestà, ne sta uscendo schiacciato.

Medio Oriente
Per quanto riguarda gli errori di valutazione del Presidente Trump sull’Iran, la sua amministrazione ha commesso numerosi sbagli. In primo luogo, né il Presidente né i suoi consiglieri favorevoli alla guerra hanno tenuto conto del fatto che l’Iran è una potenza militare rilevante. Non sono inoltre riusciti a calcolare la capacità militare e gli arsenali necessari per sconfiggere l’Iran e al contempo difendere i nostri alleati nella regione. Ciò indica anche che il Presidente Trump non ha compreso l’incapacità degli Stati Uniti di incrementare la produzione militare.

Non dovrebbe quindi sorprendere che, quando le scorte militari statunitensi ridotte da Biden per rifornire l’Ucraina si sono sommate alle ulteriori riduzioni operate dall’amministrazione Trump e alla vendita di armi da parte degli alleati statunitensi alla NATO, destinate poi a Zelensky, il presidente Trump si sia trovato impreparato ad affrontare Teheran, e che l’Iran abbia successivamente messo a nudo queste vulnerabilità sul campo di battaglia.

Oltre alle complicazioni relative alle capacità militari, la guerra con l’Iran ha comportato anche restrizioni alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.

Sebbene Trump potrebbe non aver previsto come si sarebbe evoluta la situazione dello Stretto di Hormuz, è ragionevole supporre che fosse consapevole che un attacco all’Iran avrebbe potuto interferire con le forniture di gas e petrolio provenienti dal Medio Oriente e causare un aumento dei prezzi. Detto questo, il presidente Trump era troppo sicuro di sé e non si era preparato al peggio. Questo perché Trump partiva dal presupposto errato di poter porre fine rapidamente alla guerra, se necessario, per mitigare le ripercussioni finanziarie.

Inoltre, l’attenzione di Trump era concentrata sui prezzi della benzina, trascurando apparentemente le possibili ripercussioni sul diesel. La sua strategia si basava sull’idea che, se i prezzi della benzina fossero aumentati a causa del conflitto, avrebbe potuto compensarli attingendo alle riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti. Sebbene ciò possa tecnicamente favorire la produzione di diesel, il sovrapprezzo necessario per raffinarlo mantiene il prezzo più alto rispetto a quello della benzina. Detto questo, quando i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle dopo l’inizio del conflitto, l’amministrazione Trump ha adottato proprio questa strategia per tenere sotto controllo i costi per i consumatori.

A quanto pare, il presidente Trump non aveva previsto che la domanda estera di gasolio sarebbe diventata così intensa da far lievitare i prezzi interni negli Stati Uniti. Di conseguenza, il prezzo del gasolio è schizzato da circa 3,80 dollari al gallone prima del conflitto al prezzo record attuale di circa 6,50 dollari al gallone. Si tratta di un aumento di 2,70 dollari al gallone, ovvero di circa il 70%, rispetto alla fine di febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra non provocata contro l’Iran.

Mettere ogni cosa al suo posto
Allo stato attuale delle cose, l’aspetto più importante da comprendere è che i prezzi del diesel hanno raggiunto il punto di non ritorno e Donald Trump ora deve attribuire l’aumento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.

La verità è che l’impennata del prezzo del diesel deriva principalmente dalla carenza di approvvigionamento in Medio Oriente, che a sua volta è la diretta conseguenza della guerra tra Stati Uniti e Iran. Inoltre, questo conflitto è ancora in corso e il presidente Trump non ha una soluzione realistica per porvi fine, almeno non a breve termine.

L’unica cosa che Donald Trump può fare è scaricare la colpa della carenza di gasolio dalla crisi mediorientale da lui stesso causata all’Ucraina, responsabilità che potrà poi attribuire alla precedente amministrazione. Questo è già in atto, con la diffusione della narrativa secondo cui gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe sarebbero la causa dell’aumento dei prezzi del gasolio.

Sebbene gli attacchi ucraini contro la Russia abbiano ridotto la quantità di gasolio sul mercato globale, non sono i veri responsabili dell’aumento dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti, poiché la Russia non è un importante esportatore verso l’Europa, la regione del mondo che ha un disperato bisogno di carburante e che sta facendo lievitare i prezzi.

Il problema principale risiede nel fatto che l’Europa non acquisterà più il gasolio russo a basso costo come faceva prima dell’inizio della guerra in Ucraina. Ora, invece, dipende dal Medio Oriente e dagli Stati Uniti per il suo approvvigionamento. Secondo dati recenti, il Medio Oriente produce circa il 40% delle importazioni europee di gasolio, mentre gli Stati Uniti ne rappresentano il 50%. Tuttavia, a causa della guerra in Iran, le infrastrutture mediorientali sono state danneggiate e il flusso di energia attraverso lo Stretto di Hormuz si è notevolmente ridotto. Senza l’energia russa a basso costo come alternativa e con una produzione limitata in Medio Oriente, l’Europa ha esercitato una pressione enorme sulle scorte di gasolio statunitensi. Ciò, a sua volta, ha fatto aumentare i prezzi del gasolio negli Stati Uniti. E poiché Trump non possiede le capacità diplomatiche per porre fine immediatamente alle ostilità in Medio Oriente, la pressione sull’offerta continuerà a gonfiare il mercato del gasolio, almeno nel breve termine.

In definitiva, le ripercussioni economiche derivanti dai prezzi record del diesel ricadranno sui consumatori americani. Il presidente Trump lo sa bene e ora ha bisogno di tutelare i propri interessi. Di conseguenza, ricorrerà a ciò che gli riesce meglio, ovvero usare la retorica e la sua piattaforma per attribuire la colpa di questo fallimento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.

Entra in Ucraina…

Considerato che il presidente Trump aveva basato la sua campagna elettorale sul disimpegno dalla guerra in Ucraina, sarebbe stato facile scaricare l’intera responsabilità del conflitto sull’amministrazione Biden. Tuttavia, Trump è stato così ingenuo da permettere che i combattimenti in Ucraina continuassero, proprio come aveva fatto la precedente amministrazione, e ora si trova a dover coprire le proprie responsabilità anche per questo disastro. Ecco perché è fondamentale per Trump fare di Joe Biden il capro espiatorio pubblico per la questione ucraina. E sebbene questa narrazione non sia del tutto priva di fondamento, non rappresenta certo la storia completa. Verissimo o meno, Trump deve proteggersi per salvaguardare la sua eredità politica e, di conseguenza, i prezzi del diesel saranno collegati all’Ucraina e l’Ucraina dovrà essere associata a Biden.

Ma che dire dell’Iran?

Sebbene sia scoraggiante e irritante che i funzionari eletti dedichino molto tempo a sciocchezze come il gioco delle accuse, si tratta di un aspetto della politica americana di cui bisogna tenere conto. E, in linea con questa realtà, è abbastanza chiaro come Donald Trump userà il gioco delle accuse, almeno per quanto riguarda il collegamento tra gli alti prezzi del diesel e l’Ucraina, per poi attribuire la responsabilità dell’Ucraina a Biden. Ciò che non è altrettanto chiaro è come Trump intenda utilizzare la strategia del gioco delle accuse con l’Iran, quando è lui stesso la fonte originaria del problema.

Come abbiamo già discusso in precedenza, il politico o la persona che introduce il problema di solito si assume la maggior parte della colpa. Ciò significa che il presidente Trump non può in alcun modo sottrarsi completamente alla responsabilità per il suo ruolo nella guerra con l’Iran. Tuttavia, Trump può, e soprattutto lo farà, rendere intenzionalmente la situazione confusa attraverso un attacco retorico su più fronti, incentrato su almeno cinque elementi diversi che ho identificato e che analizzerò di seguito.

Innanzitutto, c’è la questione delle armi nucleari, uno di quei temi a cui gli americani cadono sempre nella trappola. I fatti dimostrano che l’Iran non rappresentava una minaccia nucleare per gli Stati Uniti. Ciononostante, gli americani credono che il rischio di un attacco nucleare iraniano contro gli Stati Uniti o Israele fosse reale. Per questo motivo, il presidente Trump può giustificare un attacco altrimenti ingiustificabile contro l’Iran affermando, come spesso fa, di non poter rimanere a guardare mentre l’Iran si dotava di armi nucleari. Questo collegamento con il nucleare fornirà sicuramente a Trump una certa giustificazione, nonostante si basi sull’idea che abbia cercato di risolvere un problema inesistente attaccando l’Iran.

Il secondo modo in cui il presidente Trump cercherà di eludere la responsabilità della catastrofica guerra con l’Iran sarà quello di attribuire i fallimenti militari a Biden, accusandolo di aver dirottato una quantità cruciale di armamenti e risorse statunitensi sull’Ucraina. A dire il vero, questo è in parte vero. Ma se il presidente Trump non avesse sferrato un attacco non provocato contro l’Iran, gli Stati Uniti non si troverebbero in questa situazione. Quindi, in definitiva, incolpare Biden servirà solo fino a un certo punto a distogliere Trump dalle sue responsabilità in relazione all’Iran.

La terza cosa che il presidente Trump additerà come responsabilità per l’esito della guerra in Iran è il mancato intervento degli alleati degli Stati Uniti. Che si tratti dei paesi della NATO, della Corea del Sud o di altri, Trump cercherà di scaricare la colpa sugli alleati, e c’è la possibilità che questo messaggio trovi riscontro in alcuni americani.

Un quarto modo in cui il presidente Trump potrebbe usare il gioco delle accuse è quello di promuovere la narrazione secondo cui l’America sta meglio con l’attuale leadership iraniana rispetto alla precedente. In realtà si tratta di un’affermazione assurda e priva di fondamento, ma gli americani non ne comprenderanno le dinamiche e quasi certamente ci crederanno.

Il quinto modo in cui Donald Trump cercherà di scaricare la colpa sull’Iran è affermando che la Cina ha aiutato l’Iran nella guerra. Sebbene Cina e Russia abbiano avuto un ruolo, la Russia ha fatto di più per aiutare l’Iran. Detto questo, poiché gli Stati Uniti hanno iniziato le ostilità con la Russia finanziando una guerra per procura contro di essa in Ucraina, non è plausibile condannare Mosca per aver fatto essenzialmente la stessa cosa agli Stati Uniti tramite l’Iran. Inoltre, incolpare la Russia non si adatta alla narrazione, mentre la Cina è il prossimo grande nemico dell’America e si inserisce perfettamente nella narrativa neoconservatrice dell’imperialismo americano. Pertanto, Trump cercherà di includere la Cina nel suo gioco di attribuzione delle colpe per la guerra con l’Iran.

In fin dei conti, nessuna abile manovra diversiva potrà mai proteggere completamente Donald Trump dal suo ruolo nella guerra con l’Iran. Trump porterà sempre una parte di responsabilità nel conflitto, ma questa potrebbe essere notevolmente attenuata dopo che avrà attribuito la colpa alla questione dell’Iran dotato di armi nucleari, alla carenza di armi legata a Biden e all’Ucraina, alla mancanza di sostegno da parte degli alleati, alla falsa narrazione secondo cui la nuova leadership iraniana sarebbe migliore per gli Stati Uniti rispetto alla precedente Guida Suprema, e alla scusa che la Cina avrebbe aiutato l’Iran contro i nostri interessi.

A mio avviso, è così che il presidente Trump userà il gioco delle accuse per minimizzare il suo ruolo nella disastrosa guerra con l’Iran, una volta che tutto sarà finito.

Conclusione
A prescindere da ciò che il presidente Trump ha fatto o non ha fatto finora nel suo secondo mandato, è improbabile che un presidente riesca a mantenere il controllo sia della Camera che del Senato in un’elezione di metà mandato. Che vinca o perda, Trump dovrà affrontare molteplici conflitti con questioni complesse e interconnesse. E sia chiaro, il tempo che gli resterà in carica e la sua eredità saranno determinati da come le risolverà. Nonostante le sue evidenti mancanze, Trump è oggettivamente un maestro della retorica e dell’incolpare gli altri. E poiché questa è la sua forza principale, Trump collegherà l’aumento dei prezzi del diesel alla guerra in Ucraina, scaricando poi tutta la responsabilità su Joe Biden. Detto questo, il compito più difficile sarà quello di proteggersi dalle conseguenze di una guerra non provocata con l’Iran, da lui stesso scatenata, che non può essere liquidata così facilmente con la colpa.

Quando si tratta di questioni geopolitiche di tale complessità, non mancano le opinioni su come si evolveranno gli eventi. E per quanto vorremmo avere una sfera di cristallo, non esiste un meccanismo garantito per prevedere cosa accadrà in ogni aspetto di queste situazioni estremamente difficili. Detto questo, l’unica cosa certa è che il Presidente Trump scaricherà la responsabilità per gli alti prezzi del diesel, la guerra in Ucraina e il conflitto in Iran da qui fino al suo ultimo giorno in carica e oltre. E il motivo per cui possiamo essere certi di questa inevitabilità è perché io, e ora anche voi, sappiamo ” Come funziona il gioco delle colpe presidenziali “. Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra lettura.

Alla prossima,

Jon Kurpis

NOTA BENE: Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette solo le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata. Inoltre, le prospettive espresse non riflettono necessariamente le opinioni o le posizioni di The Duran.

LA BELLA ESPERIENZA DI NETANYAHU ALLE NAZIONI UNITE, di Chima

LA BELLA ESPERIENZA DI NETANYAHU ALLE NAZIONI UNITE

Un gran numero di paesi africani boicotta il roboante discorso di Netanyahu all’ONU.

Chima26 settembre
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Durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, Donald Trump ha celebrato la conquista delle risorse petrolifere del Venezuela, arrivando persino a ironizzare dicendo“al vincitore vanno le spoglie“. Convinto di essere una sorta di incrocio tra Gengis Khan e un condottiero vichingo, ha minacciato di annientare l’Iran e rovesciare il governo cubano.

Dopo aver sopportato il discorso narcisistico e alquanto delirante dell’Uomo Forte Arancione , sembra che molti delegati stanchi alle Nazioni Unite non fossero disposti ad ascoltare la versione israeliana dello stesso discorso.

Benocide Netanyahu aveva appena raggiunto il podio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite quando le delegazioni di numerosi paesi iniziarono ad uscire. Mentre i delegati lasciavano la sala, Netanyahu li definì “codardi morali” , frustrato dal fatto che i rappresentanti di così tanti paesi avessero deciso di non ascoltare l’ennesimo discorso sconclusionato su come l’Iran fosse a poche settimane dalla produzione di una bomba nucleare, un’affermazione che aveva ripetuto più volte nel corso di trent’anni.

Di seguito è riportato un video del boicottaggio di Netanyahu alle Nazioni Unite:

Al boicottaggio hanno partecipato delegati provenienti da 77 paesi. Di seguito, ho pubblicato la mia lista degli stati aderenti al boicottaggio:

Dai grafici sopra riportati risulta chiaro che ampie zone dell’Africa hanno partecipato al boicottaggio. Persino paesi generalmente amici dello stato sionista, come l’Uganda e il Kenya, hanno boicottato il discorso di Netanyahu, che ironicamente elogiava il primo per aver eretto un monumento in memoria del tenente colonnello Yonatan Netanyahu , ucciso durante il raid dei commando del luglio 1976 per liberare gli ostaggi israeliani detenuti a Entebbe, in Uganda.

Ieri il vicepresidente nigeriano Kashim Shettima si è rivolto alle Nazioni Unite (ONU). L’anno scorso aveva condannato le atrocità israeliane nella Striscia di Gaza e chiesto la fine dell’occupazione della Palestina. La delegazione nigeriana non si è nemmeno degnata di partecipare alla sessione ONU, durante la quale Netanyahu è stato boicottato dai rappresentanti di 77 paesi.

Mentre 28 nazioni africane hanno partecipato alla sessione delle Nazioni Unite in cui Netanyahu avrebbe dovuto parlare, al fine di inscenare un boicottaggio plateale, altri tre paesi (Nigeria, Marocco e Ghana) non si sono nemmeno degnati di partecipare. I loro seggi all’ONU erano già vuoti prima ancora che il boicottaggio avesse inizio.

Questo massiccio boicottaggio va dritto al cuore degli esperti di politica estera israeliani, i quali riconoscono che i loro calcolati atti di generosità non hanno ancora garantito loro alleanze durature con i paesi africani.

Negli anni ’60, Israele spese una fortuna per aiutare i nuovi stati subsahariani indipendenti, costruendo stazioni agricole, sistemi di approvvigionamento idrico, edifici pubblici, strade, complessi residenziali, fabbriche, scuole di volo, compagnie di navigazione e aeroporti. Centinaia di studenti africani ottennero borse di studio per studiare nelle università israeliane. Gli israeliani costruirono e addestrarono i servizi di sicurezza e le forze armate del Tanganica (ora parte della Tanzania), dell’Uganda, della Costa d’Avorio, del Ghana, della Sierra Leone, del Dahomey (ora Repubblica del Benin) e dell’Etiopia.

Ciononostante, questi atti di generosità non rallentarono l’espulsione di massa dei diplomatici israeliani dalla maggior parte dell’Africa nel 1973. Alla fine del 1976, i funzionari israeliani, ancora sotto shock, si trovarono a dover fare i conti con la consapevolezza che la loro un tempo fiorente presenza continentale si era ridotta a soli quattro paesi: il Sudafrica dell’apartheid e i suoi tre stati clienti (Swaziland, Lesotho e Malawi).

Molti paesi africani non hanno ristabilito le relazioni diplomatiche interrotte fino alla fine degli anni ’80, agli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000. Alcune delle ambasciate israeliane chiuse nel continente non hanno mai riaperto. L’ambasciata in Uganda, chiusa nel 1972, non ha riaperto, nonostante il ripristino dei rapporti con il governo Museveni nel 1994.

Una proposta israeliana per aprire una nuova ambasciata a Kampala in cambio di un’ambasciata ugandese a Gerusalemme non ha avuto seguito perché il governo di Museveni non riconosce Gerusalemme come capitale dello stato sionista. L’Uganda riconosce lo Stato di Palestina , che rivendica la parte orientale di Gerusalemme come propria capitale.

Sharon Bar-Li ha supervisionato la riapertura, avvenuta nel settembre 2011, dell’ambasciata israeliana in Ghana, chiusa dall’ottobre 1973.

Nonostante il ripristino delle relazioni diplomatiche tra diversi governi africani e lo stato sionista, i funzionari israeliani continuano a sentirsi insicuri, percependo che la posizione diplomatica del loro paese nel continente rimane precaria.

Durante il suo discorso all’ONU, ampiamente boicottato, Netanyahu ha mostrato una replica del cercapersone imbottito di esplosivo fornito a ignari membri libanesi di Hezbollah.

Gli esperti di politica estera israeliani continuano a temere che persino le nazioni africane più amichevoli mantengano una posizione intermedia, preservando rapporti cordiali con lo Stato sionista pur chiedendo pubblicamente il rispetto dell’autodeterminazione palestinese. Il timore di una catastrofe diplomatica come quella del 1973 continua a incombere sulle loro menti.

Queste preoccupazioni trovano riscontro nell’articolo analitico pubblicato sul sito web dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale (INSS) , affiliato all’Università di Tel Aviv :

I timori espressi nell’articolo dell’INSS sono rafforzati da una serie di umiliazioni pubbliche subite da diversi funzionari israeliani nel continente. Nel febbraio 2023, Sharon Bar-Li, funzionaria del Ministero degli Esteri israeliano, fu espulsa da un vertice dell’Unione Africana (UA) a cui stava partecipando. Lo status di osservatore di Israele all’interno dell’UA fu improvvisamente revocato nel 2024. Israele aveva trascorso i 20 anni precedenti a fare pressioni sull’UA per ottenere la posizione di osservatore, che fu concessa nel 2021.

Nell’aprile del 2025, l’ambasciatore israeliano in Etiopia, il dottor Avraham Neguise, è stato espulso da una cerimonia di commemorazione organizzata dall’Unione Africana per le vittime del genocidio ruandese del 1994 , nonostante avesse ricevuto un invito a partecipare.

Il fatto che così tanti paesi che boicottano il roboante discorso di Netanyahu all’ONU provengano dal continente africano non farà altro che rafforzare il senso di insicurezza tra i diplomatici e gli esperti di politica estera israeliani.

Il leader militare del Burkina Faso, Ibrahim Traore, trascorre un piacevole momento in compagnia dell’ambasciatore israeliano non residente Simon Seroussi nel luglio 2026.

Tuttavia, lo stato sionista può consolarsi con il fatto che il Burkina Faso non figurava tra i paesi che hanno imposto il boicottaggio. Sembra che il viaggio dell’ambasciatore Simon Seroussi a Ouagadougou abbia avuto un impatto sul dittatore militare Ibrahim Traoré.

Tornerò su questo tema delle relazioni tra Africa e Israele in un futuro articolo di approfondimento. Restate sintonizzati.


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Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

A.A.V.V., Il Rivoluzionario liberale. Saggi in memoria di Corrado Sforza Fogliani, Liberilibri 2026, pp. 112, € 15,00.

Quando un vecchio (ora) come me ricorda Corrado Sforza Fogliani, la mia memoria corre al fatto che favorì il mio esordio di dirigente del PLI. Ma ancor più, considerati i sessant’anni (quasi) trascorsi, è doveroso rammentare come il tempo abbia dimostrato che molto di quello che Corrado pensava e soprattutto faceva, fosse coerente con il pensiero liberale classico e, in parte, con la successiva evoluzione. Soprattutto la difesa della proprietà da lui praticata in particolare negli anni (tanti) alla guida di Confedilizia.

Erano tempi in cui il parlamento italiano votava (a larghissima maggioranza) una legge come la 865/71 il cui fine era di acquisire a valore agrario le aree per l’edilizia economica e popolare. Con una sostanziale espropriazione di gran parte (spesso oltre il 90%) del valore di mercato delle stesse. Nelle facoltà di giurisprudenza si sentiva parlare della proprietà come del “terribile diritto”: e un giurista acuto quanto comunista scriveva un libro sul controllo sociale delle attività private, edulcorando che quello era un controllo politico, anzi, più specificamente, partitocratico.

Il tempo è stato (almeno in questo caso) galantuomo: ormai quella norma, per gli interventi della Corte costituzionale e delle Corti internazionali è stata riposta nell’archivio del diritto.

Sforza Fogliani era avvocato, banchiere, padre nobile di Confedilizia, mecenate, uomo di cultura profonda e originale, cultore delle lettere classiche, giornalista e saggista: sosteneva che la proprietà è presidio della libertà, enunciato che può essere declinato in due modi, ambedue tipici del pensiero liberale, anche se presenti da secoli.

Il primo è che la garanzia della libertà assicura l’indipendenza dei cittadini proprietari del potere politico, mentre farne dei proletari dipendenti dalla distribuzione delle risorse elargite da quello significa aumentarne la sottomissione al piano economico (anche) oltreché politico.

Garantendo ai governanti un potere tendenzialmente illimitato, base di ogni totalitarismo; e quindi la proprietà costituisce non solo la garanzia della libertà, ma anche di una democrazia reale. La quale richiede che i governanti dipendano dai governati e non viceversa.

La seconda che la proprietà privata non è pericolosa allo stesso potere politico, se diffusa e distribuita. Quello che può creare problemi ai governanti è quando è concentrata e accentrata.

Lo scriveva Wittvogel (per le società dispotiche e “idrauliche”) ma in certa misura minore, anche Pareto sulle degenerazioni della plutocrazia. Ma quelle edilizia e fondiaria, almeno in Italia e nell’occidente sono diffuse; è difficile che possano concentrarsi, come più facilmente capita ad altri tipi di proprietà.

Garantiscono così una prevalenza dei “ceti medi” che già Aristotele considerava la condizione migliore per una comunità politica (Politico IV, 11, 1295 b- 1296 a). Come ricorda Spaziani Testa nel di esso contributo «Per Corrado Sforza Fogliani la proprietà è un presidio di libertà. Lo ha sempre pensato, lo ha più volte detto e questa convinzione ha costantemente informato la sua opera. “La proprietà – osservò intervenendo nel 2020 al Festival della cultura della libertà di Piacenza, manifestazione da lui ideata nel 2017 e dal 2023 a lui intitolata – è un’isola di indipendenza che ci assicura libertà nell’agire ed è oggi l’unico argine che il cittadino può porre all’invasività dello Stato”». Così la costante opposizione di Sforza Fogliani all’imposta patrimoniale, alla negligenza negli sfratti, e alla tolleranza verso le occupazioni cui l’attuale governo, dopo decenni di lassismo, sta iniziando a porre rimedio. E che per l’opera di Sforza Fogliani costituiscono un riconoscimento, di cui questo volume è l’altro momento. Ottima idea anche per il titolo: una rivoluzione liberale non può che partire, per essere tale,  dalla proprietà come presidio della libertà.

Teodoro Klitsche de la Grange

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La campagna di attacchi russa si sposta nuovamente verso le telecomunicazioni e i centri dati ucraini nell’ultima offensiva. di Simplicius

La campagna di attacchi russa si sposta nuovamente verso le telecomunicazioni e i centri dati ucraini nell’ultima offensiva.

Simplicius 28 settembre∙Pagato

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La scorsa settimana lo stato maggiore russo ha nuovamente modificato le proprie tattiche. Negli ultimi mesi, la Russia sembra aver alternato una serie di obiettivi diversi, quasi come se si trattasse di un “tema mensile”. Inizialmente si è concentrato sulle infrastrutture energetiche ucraine, poi, più recentemente, su ponti e magazzini, compreso il servizio postale di Nova Poshta, e ultimamente sulle locomotive. Ora, però, l’obiettivo del momento sono diventate le telecomunicazioni, i data center e le infrastrutture internet ucraine.

Un conteggio open-source che circola su X riporta le seguenti cifre per la città di Kiev e la regione di Kiev :

Gennaio 2026: 109 attacchi
Febbraio 2026: 51 attacchi
Marzo 2026: 21 attacchi
Aprile 2026: 32 attacchi
Maggio 2026: 90 attacchi
Giugno 2026: 83 attacchi
Luglio 2026: 111 attacchi
Agosto 2026: 113 attacchi
Settembre 2026: 155 attacchi

Tutto è iniziato la scorsa settimana, quando la Russia ha colpito l’operatore di telecomunicazioni ucraino KyivStar, attacco che, per inciso, è stato ripetuto ieri sera. Ricordiamo che l’ex direttore della CIA Mike Pompeo ha ottenuto un incarico dirigenziale presso KyivStar per ragioni sconosciute, presumibilmente perché ciò fornisce alla CIA un canale di controllo diretto su internet e sui dati mobili in Ucraina, consentendo il controllo, il ricatto e la sorveglianza di chiunque nel Paese.

KyivStar ha anche un canale – di cui l’azienda si vanta – che mostra un feed live 24 ore su 24, 7 giorni su 7, del “Cremlino in fiamme”, che dovrebbe essere una sorta di ASMR ucraino contorto ma rilassante:

Ebbene, sembra che abbiano finalmente assaggiato gli effetti della loro stessa pratica “meditativa”.

Elenco delle infrastrutture colpite dalla nuova campagna :

Collegamento

I principali organi di informazione hanno iniziato a dare risalto al nuovo cambiamento in atto in Russia, segnalando che oltre centomila utenti internet hanno già subito interruzioni del servizio:

https://www.theguardian.com/world/2026/sep/26/russia-strikes-ukraine-digital-economy-attacks-isps-datacentres

La Russia ha aperto un nuovo fronte nella sua campagna contro l’Ucraina, colpendo questa settimana diversi data center e fornitori di servizi internet a Kiev, in un apparente tentativo di indebolire l’infrastruttura digitale del Paese.

Secondo il ministero ucraino per la trasformazione digitale, circa 100.000 famiglie a Kiev e nella regione circostante hanno subito interruzioni temporanee della connessione internet a seguito degli scioperi di mercoledì e giovedì.

Venerdì, un altro attacco di droni nel centro di Kiev ha colpito gli uffici di Datagroup, una delle più grandi compagnie di telecomunicazioni ucraine, uccidendo quattro persone.

“La Russia ha preso di mira importanti centri dati ucraini, cercando di interrompere il flusso di informazioni”, ha scritto su X il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha.

Nell’ultimo round, la Russia ha addirittura preso di mira i centri scientifici e tecnologici ucraini, suscitando immediate proteste da parte dei farisei europei più moralisti:

Uno dei bersagli, forse involontario, sarebbe stato un leggendario scienziato ucraino responsabile di gran parte dell’industria bellica del paese:

L’ex segretario del Consiglio nazionale di sicurezza e difesa dell’Ucraina, Gorbulin, è rimasto ferito. Il suo assistente è morto a seguito dell’attentato all’edificio dell’Accademia nazionale delle scienze.

L’ufficio di Gorbulin si trovava un piano sotto l’epicentro dell’impatto.

RWA offre un contesto :

Collegamento

È difficile sapere con certezza quale sia la strategia russa in questi attacchi, ma ecco quattro possibilità:

1. La Russia ha scelto di degradare e distruggere completamente le infrastrutture ucraine in ogni possibile ambito della vita al fine di fomentare esattamente quel tipo di disordini popolari che Zelensky ha tentato di provocare contro il governo di Putin.

2. La Russia sta semplicemente agendo per rappresaglia, il che sembra essere ancora la politica ufficiale, come descritto da Peskov, il quale ha affermato che l’ultima serie di attacchi è stata “in risposta” alla recente operazione di 40 giorni e agli attacchi dell’Ucraina contro Mosca, ecc.:

3. La Russia potrebbe semplicemente aver raggiunto la capacità tecnologica di sostenere in modo costante e sistematico tali attacchi, dato il vasto aumento della produzione di droni, in particolare di quelli a reazione, nonché le capacità di sorveglianza che verranno discusse in seguito.

4. Forse a causa delle stagnazioni sul campo di battaglia, come nel recente “collasso” di Lyman, la Russia ha deciso di dover sfruttare in modo molto più massiccio la guerra economica per piegare l’Ucraina.

Come indicato nel terzo punto, nei recenti attacchi sono stati utilizzati diversi tipi di droni e missili, tra cui i nuovi Banderol, avvistati mentre sorvolavano una spiaggia di Odessa. Il secondo video qui sotto mostra un Geran-5 dall’aspetto simile che ha colpito Leopoli in precedenza.

Euromaidan Press ha preso atto dei progressi che continuano a ostacolare i difensori ucraini:

Euromaidan Press@EuromaidanPress La Russia sta rendendo più difficile fermare i suoi droni d’attacco e l’Ucraina sta correndo per stare al passo. Una nuova variante del Geran-5 può correggere la sua rotta confrontando le immagini del terreno sottostante, senza navigazione satellitare, ha riferito il canale di monitoraggio ucraino Polkovnyk GSh. Ciò significa disturbare il GPS, … 17:38 · 28 set 2026·1.760 visualizzazioni6 condivisioni·9 Mi piace

Il documento sopra riportato descrive una nuova variante del Geran-5 in grado di navigare autonomamente:

La Russia ha schierato una variante del Geran-5 in grado di sterzare utilizzando immagini del terreno sottostante senza l’ausilio della navigazione satellitare, secondo quanto riportato dal canale di monitoraggio ucraino Polkovnyk GSh.

Forniscono ulteriori dettagli, affermando che la variante Geran-5 possiede un modulo che, in sostanza, effettua l’adattamento al terreno, come molti missili da crociera avanzati ben più costosi sono in grado di fare:

Il canale lo identifica come Geran-5 K5. Il suo modulo di tipo DSMAC corregge la rotta del drone confrontando le immagini del terreno sottostante con riferimenti memorizzati, come quello del missile da crociera russo Kh-101. Il K5 ha anche una nuova fusoliera, ha affermato il canale.

Poiché vola più velocemente del Geran-4 e del Geran-5 standard, viene spesso confuso con i missili da crociera Dan-T, ha riferito l’emittente. Fonti ufficiali ucraine non hanno confermato la designazione K5 né l’appartenenza al sistema di classe DSMAC, ha osservato Militarnyi .

Secondo quanto rilevato a gennaio dall’intelligence militare ucraina (HUR), il missile base Geran-5 trasporta una testata di circa 90 kg e ha una velocità di crociera compresa tra 450 e 600 km/h. Si affida a un sistema di navigazione satellitare Kometa-M12 resistente alle interferenze e a un modem mesh. L’elenco dei componenti stilato dall’HUR non include ottiche per l’adattamento al terreno.

Serhiy Flash, uno dei massimi esperti ucraini di radioelettronica, ha inoltre segnalato sul suo canale che la Russia ha utilizzato una nuova tattica negli ultimi attacchi al centro direzionale Inkom di Kiev. Si veda il video qui sotto, che mostra l’attacco ripreso da terra, ma anche da un drone russo in ricognizione dall’alto:

Serhiy Flash scrive di questo episodio:

Il nemico ha diffuso un video dell’attacco al centro affari “Incom”. Ciò ha scatenato numerose domande e teorie: “Com’è possibile?”
Vorrei chiarire una cosa: non c’erano satelliti segreti, nessun drone FPV attaccato allo “Shahed”, nessun agente russo e nessun misterioso UAV coinvolto.

Il nemico ha attaccato la sede di “Incom” con un drone “Geran-5” e, contemporaneamente, un drone a reazione “Shahed” si è diretto verso Kiev. Ha sorvolato la zona dell’attacco a “Incom” a un’altitudine di quasi 3 chilometri. Ha funzionato da ripetitore di segnale per il “Geran-5” e, allo stesso tempo, ha registrato (e trasmesso immediatamente) il video dell’attacco a “Incom”.

Poi, questo “Shahed” volò fuori Kiev e distrusse un magazzino di “McDonald’s”.

Indubbiamente, si è trattato di una complessa operazione con droni da parte della Russia, che ha richiesto calcoli precisi e coordinamento tra i piloti. Sono persino convinto che fossero seduti uno accanto all’altro.

La mappa che ha fornito:

La sua osservazione ci riporta al recente aumento dei ripetitori “MESH” russi, utilizzati per fornire flussi video in tempo reale dai droni che sorvolano Kiev, consentendo alla Russia di monitorare i propri attacchi dall’alto mentre si svolgono. In questo caso, il drone che forniva le informazioni ISR ​​BDA ha poi colpito un altro obiettivo dopo aver completato la sua attività di sorveglianza. Questo è solo un assaggio di ciò che accadrà, moltiplicato per cento, quando il sistema satellitare russo Rassvet (“Alba”) sarà pienamente operativo.

Il focoso deputato della Rada, Goncharenko, si è indignato per l’incapacità della difesa aerea ucraina di abbattere i droni:

Nel frattempo, il Primo Ministro ucraino ha dichiarato che potrebbero verificarsi gravi interruzioni di internet se la Russia dovesse continuare con questi attacchi sistematici:

Secondo il primo ministro Koretsky, in Ucraina sussiste il rischio di interruzioni di internet a causa degli attacchi dell’esercito russo contro i centri dati.

Le “autorità” e le aziende stanno cercando di proteggere le infrastrutture digitali critiche: alcune strutture vengono interrate, i dati vengono trasferiti su piattaforme di cloud storage o fisicamente spostati all’estero, ha dichiarato il capo del governo.
Koretsky ha osservato che l’Ucraina si sta preparando allo scenario peggiore in caso di ulteriori attacchi contro i centri dati e le infrastrutture di telecomunicazione.

Un’azienda sviluppatrice di data center e telecomunicazioni ha già annunciato la sua chiusura a causa degli attacchi:

Tra le vittime più recenti figura il produttore ucraino di droni Pegasus Arms, che a quanto pare ha cessato l’attività dopo essere stato colpito da un Iskander:

Sulla scia degli ultimi attacchi, il dibattito interno si è nuovamente concentrato sul crescente buco di bilancio dell’Ucraina. L’ex addetto stampa di Zelensky Iuliia Mendel commenta la notizia qui sotto:

Gli stessi funzionari ucraini affermano ora che la guerra costa 155 miliardi di dollari all’anno — 175 miliardi nel 2027. Il bilancio ammonta a circa 100 miliardi di dollari. Il resto è un buco di 70 miliardi di dollari, e solo una minima parte delle fonti è stata addirittura identificata. Una nazione di queste dimensioni non può continuare a subire perdite del genere all’infinito e sopravvivere.Sono il prezzo di una guerra che sta consumando persone, città, industria e la prossima generazione, mentre ci viene detto di aspettare condizioni migliori. Ogni anno che passa senza un accordo non rafforza la nostra posizione. Significa meno persone, meno territorio, un esercito più debole e un Paese più piccolo da salvare. Il buco si allarga. Il conto della ricostruzione si avvicina già ai 588 miliardi di dollari. L’economia regge a malapena. Se continuiamo ad aspettare condizioni perfette, finiremo per negoziare sulle rovine. Muoviamoci verso un accordo di pace finché l’Ucraina ha ancora persone da proteggere.

https://interfax.com.ua/news/economic/1210733.html

L’attivista ucraina Marta Havryshko reagisce:

Secondo il governo, all’Ucraina mancano già 75 miliardi di dollari per finanziare la guerra del prossimo anno.
L’anno non è nemmeno iniziato, e i soldi sono già finiti.

Non hanno ancora trovato il modo di colmare il buco di 26 miliardi di dollari previsto per il 2026, e ora tornano a chiedere altre decine di miliardi.
E a che scopo?
Per la morte. La distruzione. Il sangue.
Non la ricostruzione. Non la ricostruzione delle città distrutte. Non il ritorno a casa degli ucraini. Non dare un futuro alla gente.

Per la guerra.

Forse è ora di spezzare questo circolo vizioso di violenza. Forse è ora di smettere di alimentare il complesso militare-industriale e il suo esercito di lobbisti in abiti costosi.
Forse è ora di iniziare a ricostruire l’Ucraina, invece di finanziare la sua continua distruzione.
E, come sempre, con i soldi di qualcun altro — i soldi dei contribuenti europei.

Come sempre, la guerra rimane multidimensionale. Vi è il campo di battaglia, la sfera politica e diplomatica, quella economica e molte altre. La Russia ha recentemente subito una battuta d’arresto sul piano puramente militare, alla luce del rallentamento delle avanzate nel 2026 e delle recenti battute d’arresto come quella di Lyman. Tuttavia, sembra che, a compensazione, abbia guadagnato un vantaggio proporzionale sull’Ucraina nelle altre sfere, aumentando le difficoltà economiche, politiche e diplomatiche al punto da mettere in dubbio il futuro dell’Ucraina.

Come avevamo ipotizzato in analisi precedenti, una spiegazione di quanto sopra è che la Russia abbia concluso che l’attuale “meta” strategica del campo di battaglia, incentrata sui droni, non consenta di privilegiare esclusivamente la sfera del campo di battaglia e, pertanto—per il momento—gli altri settori devono essere sfruttati in modo proporzionato. L’idea potrebbe essere quella di attendere sviluppi futuri più favorevoli che possano neutralizzare la minaccia dei droni, gestendo al contempo le risorse fino al momento in cui sarà nuovamente possibile rischiare avanzate significative sul campo di battaglia.

Uno di questi sviluppi di rilievo che la Russia potrebbe ovviamente attendere è l’avvento del sistema satellitare Rassvet (“Starlink russo”), che persino molti commentatori ucraini ritengono sarebbe un disastro per le Forze Armate Ucraine (AFU). Consentirebbe alla Russia di colpire le “retrovie” ucraine con un’intensità dieci volte maggiore, in un modo che potrebbe tradursi in gravi conseguenze per la linea del fronte, facilitando così la capacità di sferrare nuovamente un’avanzata più incisiva. Senza contare il fatto che ciò aiuterebbe notevolmente in prima lineaL’ISR e le comunicazioni in generale, che consentirebbero di individuare e prendere di mira con maggiore efficacia le truppe ucraine e, in particolare, le unità di droni nemiche per distruggerle, il che, ancora una volta, faciliterebbe l’avanzata delle truppe.

In sintesi, sebbene la guerra non sia chiaramente vicina alla fine, gli indicatori macroeconomici dell’Ucraina continuano a segnalare gravi segnali di allarme, e la situazione è destinata a peggiorare ulteriormente qualora la nuova campagna ciclica della Russia contro varie categorie di infrastrutture ucraine dovesse rivelarsi sistematica e di lunga durata.

Pensatore globale@talkrealopinion

Con la sua recente ondata di attacchi, la Russia sta di fatto mettendo Volodymyr Zelensky con le spalle al muro. Zelensky sta subendo una pressione crescente da parte dell’opinione pubblica affinché reagisca. Nel frattempo, la leadership russa ne trae vantaggio in ogni caso, indipendentemente dalla sua scelta. Se dovesse tentare una contromossa,…

16:36 · 28 settembre 2026· 3.910 visualizzazioni


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In definitiva, sappiamo bene che, secondo un assioma diffuso, le campagne aeree da sole non bastano a vincere le guerre. Questa visione comune deriva principalmente dai conflitti all’estero degli Stati Uniti, in cui i bombardamenti su un paese situato a migliaia di miglia di distanza dal proprio territorio nazionale e dalle principali linee di rifornimento non sono riusciti a ottenere la capitolazione. La situazione in Ucraina si differenzia notevolmente in quanto la Russia confina con il paese e sarà in grado di sfruttare un vantaggio senza precedenti direttopressioni di ogni tipo esercitate sullo Stato ucraino, alle quali sarà estremamente difficile resistere alla luce degli attuali indicatori logistici, socio-politici e macroeconomici.

https://english.nv.ua/nation/kyiv-aware-of-russian-plans-for-winter-strikes-50644431.html

Detto questo, è evidente che il conflitto proseguirà ancora per un bel po’ di tempo e la Russia sembra puntare sul progressivo deterioramento della situazione in Europa e sulla sua eventuale incapacità di fornire finanziamenti all’Ucraina fino all’inevitabile conclusione.

Fino a quel momento, le forze russe continuano ad avanzare, anche se a un ritmo più lento rispetto a prima:


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Il Barattolo delle mancerimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di approfittarne due volte, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida porzione di generosità.

La metamorfosi del Carroccio: l’opportunismo elettorale e il declino della parabola leghista, di Antonio Rossello

La metamorfosi del Carroccio: l’opportunismo elettorale e il declino della parabola leghista

L’odierno travaglio della Lega — contrassegnato da percentuali che oscillano tra il 4% e il 6%, tensioni intestine e un congresso straordinario convocato come baluardo di sopravvivenza — non costituisce una semplice flessione congiunturale. Rappresenta, al contrario, l’epilogo naturale di una mutazione ideologica guidata da una mera logica di opportunità elettorale. Per comprendere la parabola del movimento di Piazza Bellerio occorre analizzarla attraverso le lenti della grande scuola del pensiero politico italiano: da Niccolò Machiavelli a Gaetano Mosca, passando per Antonio Gramsci e Vilfredo Pareto.

I. Il principio di realtà e l’illusione della forma: da Miglio al machiavellismo tattico

Alle sue origini, la Lega Nord non nacque come classico partito ideologico, bensì come espressione di una frattura territoriale e strutturale. Umberto Bossi fornì la forza carismatica e identitaria; Gianfranco Miglio ne sostenne la trama concettuale, traducendo il risentimento del Nord produttivo in un progetto di ristrutturazione macroregionale e neo-federalista. Il federalismo e l’autonomia costitutivo-territoriale rappresentavano la raison d’être del movimento, l’oggetto sociale fondativo iscritto nello Statuto e ribadito fino ai giorni nostri dalle componenti storiche della Lega.

Tuttavia, come insegnava Niccolò Machiavelli nel Principe, la politica richiede l’adeguamento delle virtù tattiche alla qualità dei tempi. La svolta impressa da Matteo Salvini nel 2013 non è nata da un’elaborazione teorica, ma da un puro calcolo contingente: di fronte al rischio dell’irrilevanza post-bossiana, il partito ha sostituito il telos autonomista con la retorica sovranista. Il residuo fiscale ha ceduto il passo al controllo dei confini; il nemico non è più stato individuato nel centralismo romano, ma nell’integrazione europea e nei flussi migratori.

In una prima fase, la torsione opportunistica ha pagato dividendi eccezionali: dal 4,1% del 2013 al picco del 34,3% alle europee del 2019. Ciononostante, Machiavelli avvertiva che le fortune edificate esclusivamente sulla mutevolezza della fortuna e sull’occasione momentanea, prive di radici ideologiche solide, crollano al primo mutare dei venti. Trasformando un fine strategico (l’autonomia) in un semplice strumento flessibile, la Lega ha iniziato a minare la propria credibilità di lungo periodo.

II. L’egemonia mancata e la mutazione della classe politica

In termini gramsciani, la Lega di Bossi aveva costruito un’alleanza di classe ed egemonica ben precisa nel Settentrione: un blocco sociale coeso composto da piccole e medie imprese, ceti artigianali e lavoratori autonomi che chiedevano un’infrastruttura statale leggera e decentrata.

La metamorfosi salviniana ha tentato di sostituire questo blocco territoriale con una coalizione populista trasversale, da Monviso a Lampedusa. Ma l’egemonia, per Gramsci, richiede una sintesi culturale profonda, non la semplice sommazione di proteste eterogenee. Cerca di essere contemporaneamente il partito del Nord produttivo e della spesa assistenziale del Mezzogiorno, la forza di governo con ministri chiave e il movimento di piazza anti-sistema: un’articolazione ideologica che si è rivelata intrinsecamente contraddittoria.

Parallelamente, applicando l’analisi di Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto sulla classe politica e la circolazione delle élite, si nota come la transizione dalla Lega Nord alla Lega per Salvini Premier abbia segnato la vittoria del ceto ministeriale e burocratico-romano sulla base militante territorializzata. Il vecchio partito è stato congelato per ragioni economico-giudiziarie, svuotato di partecipazione democratica — come dimostra l’assenza di congressi per quasi un decennio — e commissariato centralmente. La formula organizzativa si è strutturata attorno al culto della personalità, trasformando i militanti in una massa di manovra elettorale e sostituendo la selezione della classe dirigente con la fedeltà al capo.

III. L’incongruenza fenomenologica e il deperimento della credibilità

Il nodo irrisolto emerge con chiarezza nel quadro odierno: la convivenza forzata tra pretese sovraniste e pulsioni autonomiste ha generato quella che si può definire un’incongruenza fenomenologica. Nel momento in cui Fratelli d’Italia incarna la destra nazionale, forze radicali occupano lo spazio della protesta e le componenti moderate del partito mantengono il profilo di governo, la leadership centrale perde la sua funzione rappresentativa.

L’uso tattico e spregiudicato delle categorie ideologiche produce un logoramento progressivo della credibilità:

* Svuotamento dei simboli: Quando le parole d’ordine (dal prima il Nord al prima gli italiani) vengono scambiate in base alle convenienze dei sondaggi, il linguaggio politico perde il suo valore performativo e riduce il consenso a fluttuazione volatile.

* Frammentazione correntizia: In un movimento storicamente verticistico e privo di dibattito interno, l’indebolimento del centro carismatico favorisce la nascita di correnti e consorterie locali (gli amministratori storici del Nord), incrinando il monolito organizzativo.

* L’illusione delle riforme parziali: Il conseguimento dell’autonomia differenziata rischia di rivelarsi un guscio privo di slancio ideale se disconnesso da una visione generale di sviluppo, percepito dai cittadini più come un compromesso burocratico che come la realizzazione di una battaglia storica.

IV. La paralisi strategica: le traiettorie e il verdetto della storia

La crisi di identità pone la Lega dinanzi a tre possibili percorsi, ciascuno segnato dalle rigidità create dalle scelte passate:

1. La via del reazionarismo territoriale: Il ritorno alle origini nordiste vagheggiato dalle correnti regionali si scontra con una realtà economico-sociale trasformata. Il Nord contemporaneo non ricerca la secessione o il folklore celtico, ma integrazione nei mercati globali, infrastrutture e capitale umano. La nostalgia non sostituisce la strategia.

2. La persistenza del modello personale: La continuità della gestione centralizzata attraverso il controllo delle regole congressuali può garantire la tenuta dei quadri dirigenti nell’immediato, ma accentua il divario tra la struttura di partito e l’elettorato di riferimento, accelerando la perdita di consensi.

3. La rifondazione neo-autonomista: La riorganizzazione attorno all’asse centro-periferia, focalizzata sulla governance dei territori e sulla qualità amministrativa, richiede il superamento della demagogia nazionalista. È una strada stretta che impone la rinuncia alla rendita elettorale di breve periodo.

La scomparsa del fondatore Umberto Bossi ha privato il movimento del suo ultimo ancoraggio simbolico. Le contorsioni ideologiche per giustificare la coesistenza di federalismo interno e nazionalismo europeo rivelano l’assenza di una dottrina organica. Come la lezione della scienza politica italiana ha più volte dimostrato, quando un’organizzazione politica subordina l’intera propria visione teorica all’opportunismo elettorale immediato, non compie una semplice evoluzione: avvia il deperimento della propria credibilità, trasformandosi da forza della storia a comparse della scena politica.

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