Italia e il mondo

Prolegomeni ad una Geopolitica per 1000 anni di pace in Europa, di Branda De Lucioni

Prolegomeni ad una Geopolitica per 1000 anni di pace in Europa

Scritto da Branda De Lucioni

Elaborato tra i mesi di marzo ed agosto dell’anno 2025

Rivisto nell’ottobre del 2026

Premessa Esplicativa:

L’equilibrio di potere in Europa, in relazione alla Russia, non è mai esistito ogniqualvolta e quando la Germania abbia tentato di espandere la sua influenza verso Est.

     Invece, in converso, l’equilibrio di potere in Europa è esistito per 1000 anni, nel Medioevo ed in Età Moderna, quando la Germania non era governata dalle classi dirigenti dei brandeburghesi, sassoni, e prussiani — come è stato negli ultimi due secoli —, ma invece quando precedentemente era sottoposta dall’alternanza o interconnessione bilanciata — seppure con qualche supremazia temporanea — del potere dei lussemburghesi, svevi, bavaresi, ed austriaci.

     Inoltre, la Germania bilanciata nell’equilibrio di potere quando questa era integrata con l’Italia Settentrionale, e quando era costituita su di un asse d’estensione Nord-Sud, dalle Fiandre, attraverso le Alpi, fino all’Italia del Nord, e viceversa.

     In sostanza, questo assetto rendeva l’Europa divisa in blocchi di potere reciprocamente stabili:

  • Spagna;
  • Francia;
  • Inghilterra e Isole Britanniche;
  • Germania + Fiandre + Austria + Italia Settentrionale (Sacro Romano Impero);
  • Confederazione Polacco-Lituana (simile all’idea geopolitica dell’Intermarium del XX e XXI secolo);
  • Russia;
  • Turchia;
  • Scandinavia.

Questo manteneva, più o meno stabilmente, l’equilibrio di potere europeo, e lo ha mantenuto con variazioni minime (se non scontri di frontiera o per “terre di frontiera”), per almeno 1000 anni (cioè per ben 1 millennio).

    Le terre di frontiera, contese, e dove le potenze si scontravano, e che cambiavano di mano in mano e di volta in volta, e dove si concentrava il conflitto attivo erano generalmente: le isole del Mediterraneo, il Sud Italia, i Carpazi, i Balcani, i Paesi Baltici, etc., etc., etc.

     Mentre, nel resto, si aveva, dunque, un equilibrio di potere in Europa, ed una stabilità certa e sicura, con un bilanciamento di potere che durò non solamente per qualche decennio, come fu invece quello stabilito da Metternich a Vienna nel 1815, ma che invece, fu tale e stabile — e fu stabile in sé — per 1000 anni.

     Invece, da quando la Germania è stata governata dai Prussiani, dai Brandeburghesi, dai Sassoni, ha sempre spinto per un’espansione verso Est, sopra gli Slavi, sopra al Baltico sopra la Mitteleuropa, e nel XX secolo — e si sta ponendo ancora all’orizzonte oggi in questi contemporanei anni del XXI secolo — finisce per porla a testa a testa contro la Russia.

     Da, ed in ragione di, questa dinamica, sempre, si conflagra una titanica tensione od un titanico conflitto: come gli ultimi due secoli (questo compreso) dimostrano.

     In sostanza, tale dinamica, di estensione ad Est della Germania, anche solo economicamente ed in soft power all’inizio, porta lo spazio vitale tedesco ad estendersi sopra a quella che nel XIX secolo il cancelliere non a caso prussiano Bismarck chiamava “la nostra Africa” — ossia l’Europa Orientale e la Mitteleuropa — cosa che si sta ripetendo ancora oggi in questi odierni — e futuri — decenni del XXI secolo, dove influenza geoeconomica e di soft power attuale della Germania si espande in tali aree (cioè sui paesi dell’ex Patto di Varsavia, e dello spazio Post-Sovietico), portandola inevitabilmente a scontrarsi direttamente con lo spazio vitale russo (o con quantomeno come tale è percepito dalle classi dirigenti russe).

     Perciò, la Germania non deve essere governata dai prussiani, dai sassoni, dai brandeburghesi, ma deve invece essere guidata dai tedeschi meridionali e dagli austriaci, e deve essere integrata con l’Italia Settentrionale.

Dunque, la direttrice di potere e politica della Germania deve essere Nord-Sud: Fiandre-Alpi-Italia Settentrionale: cioè quello che diede una Balance of Power in Europa, stabile in sé, e che durò per ben 1000 anni!

     Va dunque rimossa strutturalmente l’espansione ostinata verso Est, che ci fu nell’ ‘800, che si ripetè con ancora più forza nel ‘900, e che si è rimanifestata preponderantemente anche oggi in questi decenni del XXI secolo. Una dinamica d’espansione d’influenza, sulla direttrice Ovest-Est, che porta la Germania allo scontro con la Russia (prima indiretto, e riguardante le sfere d’influenza, ma poi chissà — vista l’esperienza concreta del secolo scorso — probabilmente ancora e di nuovo anche in modo di conflitto aperto e diretto).

     Dunque, in quest’ottica, al fine di costituire una stabilità strutturale in Europa (cioè su tutto il Continente Europeo), anche la capitale della Germania dovrebbe essere Regensburg, oppure Vienna. Necessariamente la capitale non dovrebbe essere più Berlino in modo tassativo. In quanto, storicamente, Regensburg era la capitale del Sacro Romano Impero, e Vienna era la capitale del Sacro Romano Imperatore (quantomeno considerando il periodo del Basso Medioevo e dell’Età Moderna). Nonché, così come anche si fa oggi con l’UE, dove vi è un’alternanza di capitale tra Strasburgo e Bruxelles, pertanto, si potrebbe avere — in quest’ottica decentralizzata — un’alternanza di capitale tedesca tra Vienna e Regensburg (un certo numero di mesi in un luogo ed un altro numero di mesi nell’altro).

Questione essenziale:

Come può essere compensata la Francia, se l’Italia Settentrionale entra nella sfera tedesca?

      Si può farlo in modo concreto guardando alle dinamiche di compensazione per cui l’Europa, a discapito di conflitti, fu stabile in modo perenne, per 1000 anni. Cioè la Francia, in tale ottica, avrà influenza sulla zona Papale / del Vaticano / Stato Pontificio / del Centro Italia.

     Tutto questo ristabilirà l’equilibrio di potere, il balance of power, in modo certo e stabile in Europa in modo duraturo.

Alfine, ad Est, tra la Germania e la Russia, ci sarà l’Intermarium, come un tempo c’era la cosiddetta Confederazione Polacco-Lituana, che deve strutturalmente separare la Russia dalla Germania. Questo con la finalità d’eliminare la traiettoria d’espansione d’influenza tedesca Ovest-Est. In quanto, tale traiettoria è nociva, ed è sempre andata a riempiere i vuoti che trovava. Così come anche, recentemente, a partire dal 1989-1991, post caduta dell’Urss, ripetendo strutturalmente questo pattern, è andata a riempire i vuoti da dove la debole Russia si dovette ritrarre… Portando però, così, allo scontro reciproco quando la Russia, revanscista e rafforzata, come nell’ultimo ventennio ed ancora più decennio, si è riaffacciata con forza da Est sul Continente Europeo.

     Ecco, questo è quello che va evitato a livello propriamente strutturale, e strategico di grandissima portata, ed è proprio sulla demolizione geopolitica di cotale dinamiche che si concentrano come riflessioni questi prolegomeni ad una geopolitica per 1000 anni di pace in Europa.

Analisi Ragionata:

Come visto, si tratta di un’analisi storico-geopolitica convincente, radicata nella classica idea di equilibrio di potere in Europa, costruita attraverso una lente che unisce precedenti storici, logica geografica, geo-economia, e conseguenze strategiche. Di seguito, si concentrerà sul riflettere sul nucleo dell’argomentazione sovraesposta e sulle sue implicazioni.

Tesi Centrale:

La leadership e l’orientamento geopolitico della Germania determinano se essa agisce come forza stabilizzatrice in un’Europa equilibrata oppure se diventa una fonte di conflitto—soprattutto quando si orienta verso Est.

  1. Punti Storico-Strategici Chiave:

1. Equilibrio Storico di Potere:

  • La Germania era un attore stabile e di stabilità in Europa, questo quando non era sotto la dominazione prussiano-brandeburghese (e sassone), ma quando invece era un mosaico di alternanza più o meno stabile di dinastie e di classi dirigenti meridionali e parzialmente occidentali, provenienti da: Lussemburgo, Svevia, Baviera, Austria; che era al contempo interconnessa con l’Italia Settentrionale.
  • In questa configurazione, la Germania era orientata Nord-Sud, con forti legami con le Fiandre, con le Alpi, e con i ducati e le repubbliche (o città-stato) italiane del Nord Italia (più la Toscana). Riflettendo il modello del Sacro Romano Impero. Il quale era decentralizzato, e integrato su basi culturali, di eredità tradizionali lunghissime, e di realtà economiche, piuttosto che volto ed una proiezione espansionistico-imperialista.

2. Destabilizzazione causata dal Prussianesimo:

  • La leadership prussiana, sassone e brandeburghese nella storia tedesca (in particolare tra il XIX e il XX secolo, e si sta cominciando a ripetere anche oggi nel XXI secolo), ha generato una Germania rigida, militarizzata, orientata verso Est, spingendosi nei territori slavi — che sul lungo corso l’ha portata irrimediabilmente e senza soluzione di continuità — contro la Russia. Il pattern strutturale è sempre stato il medesimo: prima geo-economico e di soft-power, che poi apre a proxy-conflicts, ed alla fine porta sul medio-lungo periodo al vero e proprio conflitto aperto.
  • La tendenza di proiezione Ovest-Est della Germania è culminata nelle due Guerre Mondiali, e nelle attuali tensioni in Europa orientale con la Russia. Dove, dietro alle quinte, nei Paesi Baltici, nella guerra in Ucraina, etc., si può vedere uno scontro del soft-power e della sfera d’influenza tedesca contro la sfera d’influenza russa. Se nei Baltici ed in Mitteleuropa, nei Carpazi lo scontro è ancora di Guerra Ibrida, in Ucraina la guerra è già vera (seppure contenuta). Tutto ciò però tende ad aumentare, seppure senza picchi, ma comunque in modo costante, portando — rispetto al medio e lungo periodo — ad un sempre più esplosivo rischio di escalation Berlino-Mosca. Ancora più reale considerando che al costante revanscismo, alle aggressioni, ed alla crescita militare della Russia, la Germania sta ora pianificando ed iniziando un potente piano di ri-armamento.
  • Questa tendenza strutturale, ripetutasi ciclicamente negli ultimi due secoli, che si struttura e manifesta sulla dinamica d’estensione Ovest-Est della Germania, ha infranto il precedente equilibrio di potere europeo del Medioevo e dell’Età Moderna (che garantì stabilità continentale, a discapito dei conflitti, per ben 1000 anni, cioè per 1 millennio). Nonché, questa dinamica ciclica di espansione e conflitto verso Est di cui la Germania è stata protagonista negli ultimi due secoli, ha costantemente finito per generare enormi distruzioni ed a manifestazioni di instabilità prolungata.
  • La spinta della Germania verso Est, radicata nel retaggio prussiano, ha avuto un impatto devastante sull’equilibrio di potere europeo negli ultimi due secoli. Ogni tentativo di espandere l’influenza tedesca verso l’Est, che sia stato economico, di soft power, e militare, ha innescato un’esponenziale reazione a catena che ha portato inevitabilmente sul medio-lungo termine al conflitto aperto. Distruggendo così la stabilità che l’Europa aveva conosciuto in precedenza. La Germania di Berlino — invece di concentrarsi su un asse Nord-Sud come fece il Sacro Romano Impero (che produsse 1000 anni di stabilità continentale) — negli ultimi due secoli ha scelto ripetutamente di estendersi ad Est, ponendo i semi tanto di guerre devastanti, quanto della destabilizzazione dell’intero Continente Europeo.

3. Blocchi Geopolitici per l’Equilibrio:

Questa proposta geopolitica si basa su di un equilibrio multipolare continentale, simile all’Europa del Medioevo e dell’Età Moderna, divisa in zone che si controbilanciano reciprocamente a livello strutturale, geo-economico, e strategico, dove si avranno:

  • Germania, Fiandre, Austria, Italia Settentrionale (zona economico-culturale e politica costituitasi sull’asse Nord-Sud, qual era l’asse del Sacro Romano Impero), che sia dominata in alternanza intrecciata dagli austriaci e dai tedeschi Meridionali quali svevi e bavaresi, con collaborazione talvolta di quelli occidentali come i lussemburghesi.
  • Francia con influenza su Centro-Sud Italia e Vaticano e libera proiezione sul Mediterraneo (per proiettarsi nell’area MENA: Middle East North Africa).
  • Inghilterra come potenza insulare di bilanciamento: in tale ordine, così strutturato, garante aggiuntiva di questa balance of power e pace continentale così disposta.
  • Russia separata dalla Germania da un Intermarium interposto tra le due diverse potenze(evitando così che possa esservi un feroce conflitto diretto).
  • Intermarium in stile Confederazione Polacco-Lituana (includendo l’Ucraina) come blocco stabilizzatore, interposto tra Berlino e Mosca, e che sia una realtà strategica e geo-economica pesante, strutturata, e solida: al fine di evitare che si possano ripetere le dinamiche passate che portino ad un maggiore conflitto distruttivo.
  • Spagna, Turchia, Scandinavia, etc., come proprie sottosfere regionali bilanciate alle altre, e con le proprie traiettorie d’interesse ed influenza.
  • Infine: le Isole del Mediterraneo, il Sud Italia, i Balcani, i Paesi Baltici, ed i Carpazi, etc., restano territori contesi, frontiere porose, zone-cuscinetto, etc., come lo sono stati per secoli (terre di frontiera contese fra le maggiori potenze stabili).

II. Implicazioni Strategiche:

Questa visione geopolitica propone una ri-orientazione della strategia tedesca.Dall’espansione lineare verso Est (cioè dal tradizionale Drang nach Osten) ad un’integrazione verticale Nord-Sud, come nei mille anni precedenti in cui vi esistette il Sacro Romano Impero, ristabilendo così l’equilibrio continentale:

  • Ciò ridurrebbe le tensioni dirette di Berlino con la Russia, assegnando a ciascuna grande potenza la propria sfera strategica, isolata l’una dell’altra, per via dell’interposto Intermarium (integrante l’Ucraina), evitando così una competizione diretta tra la Germania e la Russia nei Baltici, in Mitteleuropa, in Ucraina, etc.
  • La Francia viene compensata con un’influenza culturale-religiosa sul Vaticano / Pontificio, sul Centro Italia, e con la piena libertà nella dinamica proiezione Mediterranea (verso il MENA).
  • La Germania torna a essere una forza stabilizzatrice dell’Europa, orientata su un asse Nord-Sud, non più egemone o potenziale sfidante continentale, come è, e come è stata, come quando condotta dalle classi dirigenti coadiuvanti e sviluppanti le dinamiche d’orientamento Ovest-Est (dinamica cui deve rinunciare).
  • L’Ucraina ha riconosciuta la propria prodezza, la propria gloria, la propria potenza ed indipendenza, integrata nell’Intermarium con la Polonia e la Lituania, producendo un baluardo di difesa orientale dell’Europa, che ponga la Germania al riparo del conflitto diretto con Mosca.
  • La Germania (riorientata su di un’asse Nord-Sud come fu con il Sacro Romano Impero, dominata da classi dirigenti austriache, sveve, bavaresi, etc.), l’Intermarium (integrante l’Ucraina), la Francia con la potenza sul Vaticano-Pontificio e Centro Italia, l’Inghilterra, etc., garantirebbero uno stabile strutturale equilibrio di potenza sul continente Europeo (così come nei 1000 anni del Medioevo ed Età Moderna).

III. Conclusione Riassuntiva:

Questo modello propone una riorganizzazione del potere europeo su basi storico-culturali, tradizionali e di lungo respiro, guardando alle esigenze strategiche e geo-economiche degli attori presenti, sostenendo che:

  • La Germania debba tornare a essere decentralizzata, guidata dagli austriaci e dai tedeschi del Sud, con un asse di orientamento Nord-Sud (come fu nei 1000 anni del Sacro Romano Impero), integrata con Italia Settentrionale, più la Toscana, ed anche Austria ovviamente e quintessenzialmente.
  • La Francia deve essere compensata con un’influenza sul Vaticano / Pontificio sul Centro-Sud Italia (con tutto ciò che ne scaturisce in proiezione mediterranea).
  • La Russia deve essere arginata dal contatto con l’Intermarium, non più con la proiezione tedesca in loco, e tale Intermarium deve essere modellato sulla locale tradizione strategica, storica, e geo-economica della Confederazione Polacco-Lituana (che includa anche l’Ucraina), ciò per evitare conflitti diretti della Russia con la Germania.
  • Tutto questo ristabilirebbe un vero equilibrio di potere in Europa, con sfere d’influenza ben definite, che limitano le ambizioni imperialistiche altrui, lasciando però valvole di sfogo che non sopprimano o minacciano gli altri, assicurando così sul lungo periodo sia la stabilità regionale che strutturale.

Dunque, in conclusione, con questi prolegomeni (che tali sono e rimangono, principi d’indirizzo di ragionamento, e non saggio compiuto), siamo davanti ad una visione geopolitica radicata tanto nella geografia quanto nella storia. Che vede l’Europa non come un blocco unico monolitico, a discapito del ruolo che l’Unione Europea o la Nato possano avere (anche al di sopra di questa visione proposta), ma come un insieme di nuclei civilizzazionali sovrapposti, con periferie stabilizzatrici, dove scontri possano avvenire, senza alterare i blocchi stabili, e senza scatenare tensioni che inneschino guerre titaniche.

Mappe per visualizzazione geopolitica:

  1. PIL pro capite, per regioni, d’Europa [da fonti Eurostat per il 2023]:
  • Base materiale per il [“Nuovo”] Sacro Romano Impero:
  • Sacro Romano Impero al X secolo:
  • Sacro Romano Impero al XVI secolo:
  • Sacro Romano Impero al 1789 [poco prima della sua fine]:
  1. L’ “antico” Regno d’Italia del Sacro Romano Impero nel X secolo:
  • L’ “antico” Regno d’Italia del Sacro Romano Impero nel 1789:

Glosse storiche:

Sulla resistenza degli italiani alla distruzione dell’Italia nel Sacro Romano Impero:

La rivolta di Pavia del maggio 1796 in nome del Sacro Romano Impero:

Il 28 aprile 1796, con la firma dell’armistizio di Cherasco, la guerra si avvicinò minacciosamente a Pavia, al punto che persino l’Università fu costretta a sospendere temporaneamente le proprie attività. Pochi giorni più tardi, il 10 maggio, Napoleone Bonaparte, alla guida dell’Armata d’Italia, sconfisse le truppe austriache nella battaglia del ponte di Lodi, aprendosi così la strada verso la Lombardia austriaca e imprimendo alla campagna militare francese una svolta decisiva.

     Il 14 maggio, il generale Pierre François Charles Augereau, protagonista delle operazioni militari, entrò a Pavia alla testa di circa seimila soldati. Ad accoglierlo furono il vescovo Giuseppe Bertieri e il podestà, espressione delle autorità cittadine, che scelsero di collaborare con i nuovi occupanti nella speranza di preservare l’ordine pubblico e l’integrità delle istituzioni locali. Augereau, constatata la disponibilità delle autorità a un atteggiamento conciliante, non procedette alla sostituzione degli organi di governo municipali, le cui cariche erano detenute prevalentemente dall’aristocrazia, e garantì tanto la tutela della proprietà quanto la libertà del culto religioso.

      Tale condotta, improntata a una prudente continuità amministrativa, non riuscì tuttavia a placare le tensioni che attraversavano la città. I giacobini locali, ormai guidati da Giovanni Antonio Ranza, giudicarono insufficienti le misure adottate, mentre una parte dei ceti popolari, educata per anni alla diffidenza nei confronti della Rivoluzione dalla propaganda antirivoluzionaria promossa dal governo asburgico, dalle autorità cittadine e dal clero, interpretò la moderazione del vescovo e del podestà come un segno di viltà. Si delineava così una frattura profonda fra le diverse componenti della società pavese, nella quale il conflitto politico e ideologico si intrecciava con antiche fedeltà dinastiche, convinzioni religiose e risentimenti sociali.

       Il 16 maggio, in un gesto che suscitò l’indignazione di numerosi cittadini, alcuni giacobini abbatterono dal suo piedistallo il Regisole, l’antica statua equestre in bronzo di origine tardo-romana, raffigurante un imperatore a cavallo e da secoli annoverata fra i simboli più venerati dell’identità pavese [che nei secoli era stata collegata simbolicamente al Sacro Romano Impero, a cui la città da un millennio, ininterrottamente, seppure ormai da secoli all’interno del Ducato di Milano, n.d.a.]. Al suo posto venne innalzato l’albero della libertà, emblema della nuova stagione rivoluzionaria. La distruzione del monumento, compiuta contro la volontà e la sensibilità di gran parte della popolazione, assunse un significato che trascendeva il semplice mutamento dell’arredo urbano: essa apparve come la deliberata cancellazione di una memoria storica nella quale la città riconosceva una parte essenziale della propria identità. Soltanto l’intervento di Pietro Tamburini impedì che fosse abbattuta anche la statua bronzea di papa Pio V.

      Augereau deplorò la distruzione del Regisole. Il 21 maggio, tuttavia, lasciò Pavia per fare ritorno al fronte, affidando il castello Visconteo a una guarnigione di appena 447 uomini, comandata dal capitano Guillaume Latrille de Lorencez. Alcuni ufficiali francesi, contravvenendo agli ordini di Napoleone, avevano nel frattempo favorito l’azione dei giacobini, contribuendo ad alimentare il malcontento cittadino e ad aggravare una situazione già estremamente precaria.

       Nelle campagne circostanti, intanto, cominciarono a diffondersi voci circa un imminente ritorno delle truppe austriache. Alcuni membri della municipalità, appartenenti all’aristocrazia e titolari di vaste proprietà fondiarie, iniziarono a mobilitare i propri contadini e fittabili. La controrivoluzione prese avvio a Trivolzio il 17 maggio e si estese, il 21, a Casorate Primo e Binasco. In tale processo ebbero un ruolo anche i parroci di Samperone e Trivolzio, la cui influenza sulle comunità rurali favorì la mobilitazione, già alimentata dal risentimento per le pesanti requisizioni di prodotti agricoli imposte dalle autorità francesi.

       La rivolta non fu, dunque, il semplice moto spontaneo di una popolazione ostile agli occupanti, ma il risultato dell’intreccio fra fedeltà tradizionali, opposizione religiosa e politica, interessi dei proprietari terrieri e insofferenza per gli oneri imposti dalla guerra. Al centro di questo risentimento vi era anche la persistente fedeltà all’Imperatore del Sacro Romano Impero, la cui autorità, pur messa in discussione dall’avanzata francese, continuava a rappresentare per molti abitanti delle campagne il principio legittimo dell’ordine politico e dinastico. Le grida in favore dell’Imperatore avrebbero costituito, di lì a poco, uno dei segni più eloquenti della natura insieme popolare, religiosa e monarchica dell’insurrezione.

         Il 23 maggio, migliaia di contadini armati di fucili, pistole, picche, roncole, forche e strumenti di lavoro agricolo entrarono improvvisamente a Pavia, inneggiando all’Imperatore del Sacro Romano Impero. Le campane delle chiese presero a suonare a martello, diffondendo per le vie cittadine il segnale della sollevazione. I rivoltosi, probabilmente guidati da emissari degli aristocratici e degli ecclesiastici che avevano contribuito a organizzare il movimento, si misero dapprima alla ricerca dei francesi e dei giacobini; successivamente irruppero negli ex conventi di Santa Croce e di San Tommaso, nonché nella sede della Confraternita di San Rocco, dove gli austriaci avevano nascosto armi e munizioni.

         Una volta entrati in possesso di tali risorse, i contadini si organizzarono e riconobbero come proprio capo il capomastro Natale Barbieri, il quale si rivolse immediatamente alle autorità municipali per ottenere pane, vino e formaggio destinati ai suoi uomini. L’iniziale successo dell’insurrezione, tuttavia, non tardò a trasformarsi in una fonte di inquietudine. L’afflusso di una moltitudine armata, priva di una disciplina militare stabile e inebriata dai primi risultati conseguiti, suscitò crescente preoccupazione tanto fra gli amministratori cittadini quanto fra gli stessi abitanti di Pavia.

       I rivoltosi catturarono il generale francese Honoré Alexandre Haquin, che evitò il linciaggio soltanto grazie al tempestivo intervento di alcuni membri della municipalità. Subito dopo posero sotto assedio il castello Visconteo, dove si era asserragliata la guarnigione francese. Seguì uno scontro violento, nel quale entrambe le parti subirono perdite, finché i soldati francesi, sopraffatti, furono costretti alla resa. Disarmati, vennero condotti nell’ex monastero di Santa Chiara.

      La notizia dell’insurrezione raggiunse rapidamente Napoleone, che si trovava a Lodi e che, impegnato nell’avanzata verso est contro gli austriaci, non poteva tollerare che alle proprie spalle si consolidasse un focolaio di resistenza. Bonaparte ordinò pertanto al generale Hyacinthe François Joseph Despinoy di reprimere la rivolta con estrema durezza. Per il comandante francese, la riconquista di Pavia non costituiva soltanto una necessità militare, ma anche una questione di autorità: lasciare impunita la sollevazione avrebbe potuto incoraggiare altre comunità lombarde a insorgere contro l’occupazione.

       Il 24 maggio Binasco cadde nelle mani dei francesi. La città fu saccheggiata, numerose abitazioni vennero incendiate e circa un centinaio di abitanti persero la vita. Nel tentativo di evitare che la medesima sorte toccasse a Pavia, l’arcivescovo di Milano, Filippo Maria Visconti, accompagnato da monsignor Giuseppe Rosales, fu inviato nella città per persuadere gli insorti ad arrendersi. Ogni proposta di capitolazione venne tuttavia respinta.

       Il 25 maggio, le forze francesi, composte da circa duemila fanti, trecento dragoni e sei pezzi d’artiglieria, mossero pertanto all’assalto della città. Le porte furono forzate, fra esse quella di Milano, e i soldati penetrarono nelle vie urbane, dando inizio a combattimenti feroci e disordinati. I francesi colpirono tanto i contadini insorti quanto i cittadini estranei alla rivolta; gli insorti, dal canto loro, risposero aprendo il fuoco dai tetti e dai campanili e scagliando tegole contro gli assalitori. Nel caos dello scontro, alcuni militari francesi si abbandonarono al saccheggio, aggravando ulteriormente le sofferenze della popolazione. Il bilancio dei combattimenti fu di circa ottanta rivoltosi uccisi, mentre fra i francesi si contarono almeno nove morti e una sessantina di feriti.

       Nel tardo pomeriggio, una volta soffocata la resistenza, Napoleone giunse personalmente a Pavia, accompagnato da Antoine Christophe Saliceti, commissario del Direttorio. Stabilì il proprio quartier generale presso il collegio Caccia e convocò al suo cospetto il vescovo, alcuni ecclesiastici e diversi esponenti dell’aristocrazia cittadina. Costoro implorarono il perdono per quanto era accaduto, cercando di scongiurare ulteriori rappresaglie contro la città.

        Bonaparte accordò una misura di clemenza, disponendo che il saccheggio cessasse alle nove del mattino successivo, anziché protrarsi per altri due giorni, come inizialmente previsto. Si trattò di una concessione limitata, che non cancellò la durezza della repressione né le devastazioni già compiute. Il 26 maggio Natale Barbieri, riconosciuto come capo degli insorti, fu fucilato davanti al castello Visconteo. La sua esecuzione costituì la prima di sette fucilazioni comminate ai controrivoluzionari; in seguito, tuttavia, i tribunali militari interruppero le esecuzioni, risparmiando la vita alla maggior parte di coloro che avevano partecipato, direttamente o indirettamente, alla sollevazione. Non ebbe seguito neppure la proposta dei giacobini pavesi di deportare ad Antibes sessantaquattro nobili, ecclesiastici e proprietari terrieri.

     Le ferite lasciate dal saccheggio, nondimeno, rimasero profonde e durature. Case, botteghe, chiese, conventi e persino il Monte di Pietà furono depredati. La violenza non risparmiò neppure i più indigenti: sono conservate le denunce di almeno centinaia di persone vittime di furti, benché numerosi aristocratici e popolani rinunciassero a presentare alle autorità municipali una richiesta formale di risarcimento. Vennero sottratti denaro, gioielli e argenterie, ma anche oggetti di uso quotidiano, segno di una spoliazione che investì ogni strato della società. Una parte dei beni fu successivamente riscattata dal Comune attraverso la costituzione di un fondo di solidarietà.

     La rivolta di Pavia del maggio 1796 si configura così come un episodio emblematico della frattura che attraversò la Lombardia durante l’avanzata napoleonica: da una parte, la pretesa rivoluzionaria di rifondare l’ordine politico e cancellare i simboli del passato; dall’altra, la resistenza di una popolazione nella quale la devozione religiosa, il radicamento delle tradizioni e la fedeltà all’Imperatore del Sacro Romano Impero continuavano a costituire potenti elementi di identità e legittimazione. L’abbattimento del Regisole, l’insurrezione al grido di fedeltà all’Imperatore, inteso duplicissimamente, sia nel simbolo della statua, sia nel senso del Sacro Roman Impero, a cui la città millenariamente apparteneva, dimostrano quanto potesse essere forte, nel richiamo alla tradizione, un’istituzione distante e apicale, ma, in ultima istanza, garante delle libertà, e comunità, locali.

Fonti:

https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolta_di_Pavia_(1796)

https://en.wikipedia.org/wiki/Pavia_Revolt

http://emeroteca.braidense.it/eva/sfoglia_articolo.php?IDTestata=87&CodScheda=181&Alph=B&OB=titolo&OM=&SearchString=&SearchField=&PageRec=Tutti&PageSel=1&PB=1&CodVolume=1839&CodFascicolo=9026&CodArticolo=189886

Sulla resistenza anti-giacobina, anti-francese, e anti-napoleonica in Nord Italia:

Consideriamo ora gli avvenimenti che ebbero luogo nella valle del Po, dove, fra l’inizio di maggio del 1796 e il febbraio del 1797, le forze francesi avrebbero trascorso nove mesi impegnate in una dura campagna militare contro gli austriaci. […] è opportuno soffermarsi preliminarmente sulle caratteristiche geografiche del territorio, il cui paesaggio non avrebbe potuto presentare un contrasto più marcato con quello della Riviera ligure. Se quest’ultima si distingue per la natura montuosa e la fitta copertura boschiva, la pianura padana si configura come una distesa ampia, pianeggiante e aperta, interrotta soltanto, in alcune zone, da modesti rilievi collinari. Coltivata intensivamente da secoli, essa è caratterizzata da una pressoché totale assenza di estese superfici forestali.

      Diversamente dalle montagne della Riviera ligure, dove una popolazione rurale sparsa traeva a fatica il proprio sostentamento da terreni magri e poco generosi, in un contesto privo di grandi centri urbani, la valle del Po si presentava come una regione fertile, densamente popolata e costellata di città prospere, fra le quali spiccava Milano. Si trattava, in altri termini, di un ambiente geografico apparentemente poco propizio alla guerra di guerriglia.

      La scarsità di rifugi naturali nei quali occultare uomini e armi rendeva infatti assai più difficile organizzare e mantenere formazioni irregolari al riparo dalle forze nemiche. Inoltre, la conformazione pianeggiante del territorio accresceva sensibilmente l’efficacia della cavalleria e dell’artiglieria, rendendo al contempo meno agevole per i combattenti irregolari sottrarsi alla loro azione. Proprio queste erano, del resto, le componenti militari di cui le bande guerrigliere erano generalmente prive, circostanza che le poneva in una condizione di evidente inferiorità rispetto agli eserciti regolari operanti in pianura.

      Non sorprende, pertanto, che le più significative manifestazioni di resistenza armata contro i francesi nella valle del Po assumessero prevalentemente la forma di insurrezioni popolari, anziché concretizzarsi nelle incursioni improvvise e nelle imboscate che avevano caratterizzato l’opposizione delle popolazioni civili nelle regioni montuose. La maggior parte di queste sollevazioni ebbe luogo in Lombardia […] (Boycott-Brown, Martin, Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, in Esdaile, Charles J (a cura di), Popular Resistance in the French Wars. Patriots, Partisans and Land Pirates, Palgrave MacMillan, New York, 2005, pp. 45 – 66: 51) [qui, e di seguito, ogni traduzione dell’inglese delle citazioni mia, n.d.a.].

     Non soltanto l’arrivo delle truppe francesi aveva sconvolto gli equilibri economici della Lombardia, ma aveva altresì profondamente alterato il suo assetto politico e istituzionale. Il governatore austriaco, l’arciduca Ferdinando d’Asburgo, governatore del Ducato di Milano [appartenente al Sacro Romano Impero, n.d.a.], era stato costretto ad allontanarsi precipitosamente, affidando il potere a un gruppo di notabili locali. Tale soluzione provvisoria, tuttavia, ebbe vita assai breve: le autorità francesi procedettero rapidamente a smantellarla, mentre numerosi rivoluzionari lombardi e simpatizzanti della Francia, che fino ad allora avevano mantenuto un profilo prudente e defilato, cominciarono a manifestare apertamente le proprie ambizioni, forti della protezione garantita dall’esercito invasore, che si presentava come forza di «liberazione».

       Nelle piazze delle città e dei borghi iniziarono così a sorgere gli alberi della libertà, nuovi emblemi dell’ordine rivoluzionario, mentre gli ardenti giacobini, animati dall’entusiasmo politico e dall’ostilità verso il passato regime, si dedicarono alla distruzione dei simboli ritenuti espressione della tirannide, reale o presunta. Uno di questi gesti, in particolare, avrebbe contribuito in misura determinante allo scoppio della più grave manifestazione di violenza popolare contro i francesi [quella di Pavia del 1796, n.d.a.] (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 54).

      La sollevazione, tuttavia, non coinvolse soltanto il territorio pavese. Nello stesso periodo, anche Como fu teatro di un’insurrezione, così come Varese, mentre a Milano si verificarono gravi disordini. Gli episodi di rivolta interessarono dunque diverse località della Lombardia, mostrando come l’opposizione alla presenza francese non fosse circoscritta alla sola Pavia, ma si manifestasse anche in altri centri della regione (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 56).

      […] I francesi erano ben consapevoli che il pericolo maggiore proveniva dai contadini, piuttosto che dagli abitanti delle città, i quali, com’era loro noto, avevano subito in misura minore le razzie e le devastazioni perpetrate dai razziatori [delle truppe francesi, n.d.a.] (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 57).

      È significativo che la resistenza armata delle popolazioni civili nella valle del Po abbia assunto prevalentemente la forma di insurrezioni di massa, generalmente concentrate nei centri urbani e nei villaggi, sfociando in manifestazioni di lotta che presentavano alcune somiglianze, seppur vaghe, con la guerra convenzionale: la conquista di posizioni fortificate, l’impiego dell’artiglieria e l’azione collettiva di forze numerose. Tale modalità di combattimento si distingueva nettamente dalle tattiche fondate sulle imboscate e sulle incursioni improvvise, e appare plausibile che la conformazione del territorio abbia costituito il fattore determinante di questa differenza [diversamente soprattutto dalle altre forme di resistenza che si svilupparono nelle Alpi e nella Riviera ligure, n.d.a.].

      Merita inoltre attenzione il rilievo assunto dalle motivazioni politiche e religiose, apparentemente più marcato rispetto ad altri contesti, nonché il ruolo che potrebbe aver avuto la percezione di una minaccia all’identità delle comunità locali [legate alla tradizione millenaria del Sacro Romano Impero, seppur distante, garante delle libertà e diritti delle comunità locali di tradizione ereditata plurisecolare, n.d.a.] nel suscitare e alimentare la rivolta (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 59).

     Colpisce, in questo contesto, il notevole grado di organizzazione e di pianificazione che caratterizzò le misure difensive predisposte dalle comunità locali, fino a comprendere forme di cooperazione fra villaggi diversi. La situazione sembrava ormai giunta a un punto critico, e non è difficile comprendere come l’escalation della violenza avrebbe potuto condurre a ulteriori sviluppi, inducendo gruppi di uomini a rifugiarsi sulle montagne e nei boschi e a intraprendere una guerra di guerriglia contro i francesi (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., p. 62).

     In conclusione, si può affermare che, sebbene nell’Italia settentrionale, fra il 1792 e il 1797, si siano verificate numerose manifestazioni di resistenza armata delle popolazioni civili contro i francesi, soltanto una parte assai limitata di esse corrispose a ciò che oggi si intende propriamente per guerra di guerriglia. Le sollevazioni che ebbero le ripercussioni più significative sulle operazioni militari francesi (in Lombardia e in Emilia) [comunità tradizionali, le cui libertà, seppure a livello distante, erano garantite dai vincoli tradizionali  dal millenario Sacro Romano Impero: quale massimo garante apicale, tanto lontano quanto al contempo pur sempre presente, n.d.a.], sembrano essere state, più che autentiche manifestazioni di guerra irregolare, tentativi maldestri di affrontare il nemico secondo modalità riconducibili alla guerra convenzionale, anziché ricorrere alle tattiche di attacco e ripiegamento improvviso generalmente associate alla guerriglia.

     L’unica regione nella quale si sviluppò una forma di lotta assimilabile alla guerriglia fu la Riviera ligure, il cui territorio si prestava particolarmente a questo genere di combattimento. In tale contesto, la guerriglia sembra essersi evoluta a partire da forme di brigantaggio preesistenti [strettamente legate ai proprietari terrieri che godevano di diritti garantiti dai vincoli feudali, che – anche quest’ultimi – derivavano in giustificazione dal Sacro Romano Impero. Inoltre, va poi altresì considerato che vi furono simili resistenze di guerriglia anche nelle Alpi, n.d.a.]. Nonostante le difficoltà e i disagi che provocò alle forze francesi, essa non esercitò, tuttavia, un’influenza significativa sull’andamento delle loro operazioni militari.

      In un’altra area, quella nei pressi di Rivoli, dove la guerriglia avrebbe potuto facilmente svilupparsi, la situazione fu invece ricondotta entro limiti meno conflittuali grazie alla disponibilità tanto delle popolazioni locali quanto dei francesi a individuare soluzioni ai problemi della convivenza e a raggiungere un modus vivendi. In tale processo risultarono determinanti la tutela delle proprietà locali, il rispetto delle tradizioni e la conservazione delle istituzioni preesistenti.

      Se questa lezione [cioè riguardo all’accomodazione e alla mediazione tra le esigenze apportate dal nuovo regime e le precedenti libertà e comunità tradizionali delle popolazioni locali, n.d.a.] fosse stata compresa e applicata anche altrove, […], è persino possibile che la parola “guerrilla” non sarebbe mai entrata a far parte della lingua inglese (Boycott-Brown, M., Guerrilla Warfare avant la lettre: Northern Italy, 1792–97, cit., pp. 64 – 65).

Sul Branda Lucioni e la “Massa Cristiana” del 1799 [la “Vandea Italiana”]:

Due sono le fonti note sulla sua nascita. In un foglio matricolare del reggimento d’ussari Wurmser, presso cui fu ufficiale, datato 24 ag. 1791, il Branda Lucioni è detto “gebürtig von Mayland, aus Lombardie” e “51 1/12 jahre alt” (Albera – Sanguineti, p. 40). Ciò porrebbe, quindi, la sua nascita a Milano, nel luglio 1740. Nell’atto di matrimonio del figlio Giovanni Battista, in data 28 luglio 1829, il L. risulta nato in data imprecisata a “Wittemberg, in Boemia”, cioè Winterberg o Winperk, nella Boemia meridionale (Consonni, p. 247). Comunque, in quasi tutti i documenti il L. è definito o si definì “milanese”.

     […] Diciassettenne, il Branda Lucioni si arruolò e iniziò la carriera militare [nell’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, e non nell’Esercito Imperiale, riservato quest’ultimo soprattutto a tedeschi, n.d.a.] partecipando alla guerra dei Sette anni. Nel 1770 era Leutnant in un reggimento di cavalleria leggera; fu promosso Ober-leutnant nel 1773. Nello stesso 1773, il 22 maggio, sposò a Gallarate Maria Teresa Landriani (nata nel 1753), figlia del conte Pietro Paolo, del ramo di Trezzo d’Adda.

     Il matrimonio lo legò a una delle più antiche famiglie della nobiltà lombarda, ben inserita nelle strutture di governo milanese [da qui ebbe il diritto di aggiungere “De” al proprio cognome, divenendo Branda De Lucioni, n.d.a.]. […] I tentativi di controllare l’eredità familiare lo portarono a liti con gli zii Giovan Battista e Antonio; nel 1774 fu imprigionato nel Castello di Milano in seguito a uno scontro con quest’ultimo. 

     […] Queste disgrazie e insuccessi furono la probabile origine del rientro nell’esercito [l’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, n.d.a.], che aveva lasciato poco dopo il matrimonio (documenti del 1775 lo dicono “giubilato tenente”). Nel 1779 il Branda De Lucioni prese servizio nel reggimento degli ussari imperiali Wurmser, del colonnello conte D.S. von Wurmser. […].

     Per un quindicennio visse secondo i ritmi del reggimento, di stanza nel Centro-Nord del Sacro Romano Impero, dove aveva già combattuto da giovane. […] Il 1 Nov. 1783 fu promosso zweiter Rittermeister (capitano in seconda) e ottenne il comando di uno squadrone. Il 16 genn. 1789 fu promosso Rittermeister (primo capitano), passando al comando di un nuovo squadrone. Il Branda De Lucioni era allora in Galizia, a Tuchow, […].

     Nel 1790 il reggimento fu impegnato contro gli insorti belgi e nel 1792, allo scoppio della guerra contro la Francia rivoluzionaria [nella Guerra della Prima coalizione che le potenze fautrici dell’ordine tradizionale combatterono contro la Francia “giacobinistica” e/o comunque rivoluzionaria dal 1792 al 1797, n.d.a.], fu inviato sul Reno e nei Paesi Bassi. Nel giugno 1793, tuttavia, il Branda De Lucioni fu pensionato con il grado di capitano e fece ritorno a Milano.

     Lavorò per alcuni mesi a un progetto “per rendere invulnerabili le armate austriache”. Nel luglio 1794 ne chiese il permesso di stampa all’abate A. Longo, l’antico collaboratore del Caffè divenuto regio censore per le stampe; di fronte alla sua veemenza il Longo, temendo che scendesse a vie di fatto, concesse un parere favorevole, ma appena il Branda De Lucioni lasciò il suo ufficio scrisse una lettera per sconfessarlo, affermando di aver dato il suo consenso solo per paura.

La vita del Branda De Lucioni dal luglio 1794 all’inizio del 1798 resta per ora ignota; il cui unico dato certo è che rientrò nell’esercito come maggiore, non è chiaro se nel reggimento Wurmser o in un altro. Gli avvenimenti del 1798-1801 [nel periodo della Guerra della Seconda coalizione contro la Francia rivoluzionaria dal 1798 al 1802, in cui lungamente Napoleone fu in Egitto e in Medio Oriente e assente dall’Europa, n.d.a.], però, accreditano la prima ipotesi; i libri del Wurmser tacciono sulla circostanza, ma tale silenzio sarebbe congruo all’assegnazione al Branda De Lucioni di incarichi oltre le linee nemiche [in sostanza, al Branda De Lucioni, in qualità di ufficiale dell’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, con lunghissima esperienza sul campo, furono assegnati compiti d’intelligence militare relativi all’organizzazione di una resistenza anti-francese – oltre le linee nemiche –  nelle aree del Nord Italia di cui era nativo, n.d.a.].

Secondo una relazione inviata a Parigi da Carlo Botta [un fanatico giacobino ideologico del Nord Italia, n.d.a.] il 5 giugno 1799 (edita in C. Sforza, L’amministrazione generale del Piemonte e Carlo Botta, in Memorie della R. Acc. delle scienze di Torino, s. 2, LIX [1909], p. 281), il Branda De Lucioni fu uno dei capi dell’insurrezione di Pavia del maggio 1796 e, fatto prigioniero dai Francesi, fu liberato per un atto di pietà […].

All’inizio del 1798 Branda De Lucioni era a Rovigo, dove era di stanza il Wurmser. Profittando dell’armistizio tra Francia e Impero, nel febbraio 1798 fece un breve ritorno in Lombardia: il 14 era a Milano, da dove si portò ad Abbiate Guazzone. Tornò poi in Veneto, dove si trovava quando nel marzo 1799 la guerra riprese. Il 14 apr. 1799 era a Verona quando vi giunse il feldmaresciallo Aleksandr Vasil’evič Suvorov, comandante dell’esercito austro-russo nell’Italia settentrionale.

Il 5 genn. 1800, in una memoria al conte Luigi Cocastelli, plenipotenziario “austriaco” in Lombardia [Reichskommissar con potere Plenipotenziario per conto del Sacro Romano Imperatore, i quali, per la maggior parte, nei lunghi decenni del 1600 e del 1700, erano molto spesso stati scelti fra i nobili locali del Nord Italia, n.d.a.], narrò di avere trascorso “quattro ore e più in chiesa” facendo un voto non precisato se Dio gli avesse concesso di “mantenere la parola data alli Milanesi” di andare “con Suvorov a Milano con la sciabola alla mano a far atterrare quell’albero infame” [l’albero dei giacobini s’intende, n.d.a.].

     La mattina del 28 apr. 1799, alla testa di un drappello di ussari (probabilmente distaccati dal Wurmser, stanziato in un’altra area del fronte), il Branda De Lucioni entrava in una Milano non ancora del tutto abbandonata dai Francesi, inviato dal Suvorov quale avanguardia dell’esercito appostato poco fuori città. Chiese alla Municipalità e all’arcivescovo, F. Visconti, di inviare una delegazione al quartier generale austro-russo.

     Quando la mattina seguente le truppe entrarono in città egli l’aveva già lasciata, dopo avere abbattuto l’albero della libertà e altri simboli rivoluzionari: uno schema che da allora avrebbe ripetuto più volte.

     Il 29 aprile il Branda De Lucioni varcò il Ticino e penetrò in territorio sabaudo verso Novara, dove il 3 maggio emanò un proclama in cui si definiva “maggiore dell’armata imperiale austriaca [l’Esercito dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, n.d.a.] e comandante dell’ordinata Massa Cristiana” [la forza insurrezionale rurale di nobili e contadini, sia lombardi che piemontesi, da egli guidata, n.d.a.].

     Con i suoi ussari operava all’avanguardia dell’esercito austro-russo, agendo di stretta intesa con Suvorov, che in un proclama del 4 maggio invitò apertamente le popolazioni “a prendere l’armi contro i francesi repubblicani ed a recarsi a militare sotto il comando del maggiore Branda De Lucioni, comandante la Massa Cristiana” (Storia della vita e dei fasti di s.a. il conte Alessandro Suwarov Rymniski (coll’aggiunta delle campagne d’Italia e Piemonte), Milano 1799, p. 42).

Facendo leva sull’ostilità agli occupanti di gran parte della popolazione, il Branda De Lucioni raccolse in breve alcune migliaia di seguaci (soprattutto, ma non solo, contadini). Come ufficiali sceglieva per lo più nobili che avevano militato nell’esercito sabaudo e che, appartenendo all’aristocrazia locale, avevano la fedeltà dei contadini arruolati: fra loro il fossanese G.A. Bava (avo del più celebre F. Bava Beccaris), il saviglianese M. De Rossi di Santa Rosa (già aiutante di campo di Vittorio Amedeo III e padre di Santorre), il casalese F. Radicati di Primeglio e il cuneese C.O. Arnaud di San Salvatore (poi generale di Napoleone e di Carlo X) [a dimostrazione che la “Massa Cristiana”, cotale forza insurrezionale rurale di nobili e contadini, sia lombardi che piemontesi – al servizio parimenti tanto dei Savoia quanto degli Asburgo – combatteva in nome al pari “del Re” e “dell’ Imperatore”, sotto le insegne degli stendardi dell’aquila bicipite del Sacro Romano Impero, divenendo una vera e propria “Vandea Nord-Italiana” sotto la direzione del Branda De Lucioni stesso, n.d.a.].

[Altresì, nella “Massa Cristiana”, n.d.a.] Diversi erano i religiosi, scelti soprattutto per la capacità di garantire la fedeltà degli armati e di animarli alla lotta. Il reclutamento nel territorio che stava liberando dagli occupanti permetteva al Branda De Lucioni di disporre di uomini motivati, che congedava appena raggiunto l’obiettivo [cioè il successo nelle azioni a tenaglia tra forze regolari e irregolari nel conquistare i vari punti e luoghi strategici; una volta raggiunti questi obbiettivi sul territorio, parte degli irregolari popolani erano congedati, mentre il nucleo più professionale rimaneva in attivo, n.d.a.].

La “Massa Cristiana” non fu quindi una struttura stabile, ma un insieme cronologicamente successivo di milizie locali, create e sciolte all’arrivo e alla partenza del Branda De Lucioni [in accordo con le esigenze operazionali sul territorio, n.d.a.].

Tale caratteristica rende difficile distinguere la “Massa Cristiana” propriamente detta sia da gruppi che rifiutavano di deporre le armi al momento dello scioglimento, continuando ad agire in proprio, sia anche da bande di briganti che la fiancheggiarono, ma che con essa non vanno confuse, e da gruppi armati indipendenti. Tanto più che la propaganda filofrancese usò l’appellativo “Branda” [o anche “Brandalucioni”, n.d.a.] per indicare tutti gli oppositori armati.

Allo stesso Branda De Lucioni, poi, fu riferita una lunga serie di episodi, spesso non provati (alcuni dei quali almeno riguardavano capi della “Massa Cristiana”), designati genericamente come “il Branda” [o “el Branda” nei dialetti del Nord, n.d.a.].

[Di seguito si potrà anche capire la diffidenza, all’interno dei legami di quella confederazione che fu il Sacro Romano Impero, tra i Savoia e gli Asburgo in Nord Italia. Cotali sospetti e rivalità reciproche, si dovevano tanto al tentativo dei Savoia di salire al soglio di Principi Elettori del Sacro Romano Impero nel 1788, sostenuti in questo dalla Prussia e dalla Sassonia, in funzione della potenzialità di eleggere un imperatore non-Asburgo. Ma, altresì, si dovevano anche alla contesa su territori quali l’Alessandrino, il Vigevanasco, Voghera, la Lomellina, etc., o il braccio di ferro per assumere l’influenza nel dietro alle quinte su Genova. Cotali frizioni portarono, durante l’invasione napoleonica del 1796, al rifiuto da parte dell’Imperatore di accorrere in aiuto dei Savoia (quanto quest’ultimi lo richiesero, in nome dell’essere comunque parte del Sacro Romano Impero, e l’Imperatore proprio garante superiore). Pertanto, la non collaborazione tra le due forze armate nel 1796, di fronte all’invasione di Napoleone, fu la rovina di entrambe. Una difesa, invece, che sarebbe stata possibile in nome del Sacro Romano Impero. Non a caso, ciò succedette più e più volte nel corso del lungo 1700: si pensi all’epopea della comune difesa anti-invasione-francese fra Savoia e Asburgo di cui fu protagonista decenni prima il Principe Eugenio di Savoia. La quale fu portata avanti, specificamente, in nome della comune appartenenza al Sacro Romano Impero, n.d.a.]. Il riferimento alla fede minacciata era un potente collante per popolazioni che, in maggioranza, non avevano né compreso né condiviso la politica francese; inoltre, aveva il vantaggio di porre in secondo piano la fedeltà al Re.

Va osservato, infatti, che il Branda De Lucioni agiva come ufficiale imperiale e che il governo […] non era affatto incline a restituire lo Stato a Carlo Emanuele IV (nel caso, lo avrebbe fatto solo dopo avere riannesso le parti della Lombardia conquistate nella prima metà del Settecento da Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III).

Indicativa, in questo senso, la differenza tra i proclami che il Branda De Lucioni stampò a Novara il 3 maggio e a Vercelli il 5. Nel primo non fece cenno alla restituzione dello Stato a Carlo Emanuele IV: “Sua Maestà Imperiale e Regia viene a rimettere il buon ordine e la tranquillità ed a ripristinare nel suo vigore la Religione”, nonché “a riacquistare questi stati”). Nel secondo dichiarò [evidentemente a seguito delle pressioni dei suoi superiori nella catena di comando, n.d.a.], invece, che l’armata austro-russa entrava “in tutto lo Stato del Re di Sardegna per render quello che si aspetta alla sagrosanta Chiesa cristiana ed al suo legittimo sovrano”: questo testo fu poi utilizzato, con minime varianti, in tutti i centri ove presero stanza il Branda De Lucioni e i suoi ussari.

Mentre l’esercito austro-russo entrava a Vercelli, il Branda De Lucioni si era già trasferito a Ivrea, concentrando la sua attività nel Canavese.

Dunque, una volta posto il quartiere generale a Chivasso, mosse la “Massa Cristiana” contro Torino, agendo in sintonia con Suvorov, che stava invece muovendo verso Alessandria e Tortona per chiudere la ritirata ai Francesi di J.-V. de Moreau. Il Branda De Lucioni riuscì a bloccare a Torino le truppe del generale P. Fiorella fino all’arrivo di Suvorov (24-25 maggio 1799).

Puntualmente, domenica 26 maggio, a Pecetto, piccolo centro fuori Torino, sciolse la “Massa Cristiana”.

Dopodiché, raccolti nuovi uomini, il 28 maggio partiva per Carmagnola (dove quel giorno stampò il consueto proclama) e da lì seguitò ad agire nel Piemonte sudoccidentale almeno sino a metà giugno, per tagliare la strada ai Francesi in ritirata.

Non è esatto, quindi, come scritto da Botta e più volte ripetuto, che a Pecetto la “Massa Cristiana” si sciogliesse definitivamente; più attendibile appare, invece, P. Custodi che nel suo diario scrisse che quella ricostituita dopo Pecetto fu sciolta dal Branda De Lucioni il 16 giugno.

[Va poi anche presa in seria considerazione, seppure tratta da poche fonti disponibili, n.d.a] […] la tesi del Botta (ripresa da N. Bianchi e D. Carutti), secondo la quale le autorità austro-russe, preoccupate dell’attività del Branda De Lucioni, lo avrebbero arrestato e detenuto per tre mesi [cosa che non dovrebbe apparire strana, giacché egli mobilitava le genti sfruttando un mix esplosivo di motivazioni legate tanto alla religione cattolica tradizionalmente radicata nel popolo quanto alle tradizioni e libertà comunitarie ereditate millenariamente sin dal medioevo per tramite del Sacro Romano Impero (distante manto, pur sempre presente, e massimo garante). Aizzando così le masse e mobilizzando le moltitudini – sia la nobiltà locale, sia il clero, e sia le masse contadine armate, a lato del nucleo di truppe professionali da egli personalmente guidate – il tutto sullo sfondo dell’autonomia localistica tradizionalmente ereditata. Pertanto, davanti a risultati straordinari, come quello relativo all’assedio e liberazione di Torino dallo straniero, essendo poi lui un ufficiale tanto con pluridecennale esperienza sul campo, quanto d’intelligence operativa, tutto questo, raggiunta una certa dimensione sia qualitativa che quantitativa del proprio fenomeno politico-sociale-militare non poteva che destare una profonda preoccupazione nelle catene di comando ufficiali e superiori. Rendendo, pertanto, più che plausibile la possibilità di un suo arresto, n.d.a.].

Pertanto, conclusa l’esperienza della “Massa cristiana”, egli riprese il suo posto nell’armata, come prova anche un manifesto che Suvorov emanò da Alessandria l’11 luglio 1799 a difesa dell’operato del conte Arnaud, divenuto nel frattempo suo aiutante di campo, accusato di aver dato “ordini e composti scritti senza la saputa ed il consenso del signor maggiore imperiale Branda De Lucioni”. Suvorov negò che ciò fosse vero e non solo difese Arnaud, “essendo esso e gli suoi seguaci degni d’ogni lode e distinzione”, ma si assunse la responsabilità di quanto operato dalla “Massa Cristiana” nei mesi precedenti.

All’inizio di settembre il Branda De Lucioni seguì Suvorov in Svizzera, per contrastare l’esercito di A. Massena e favorire la liberazione della Repubblica.

Infine, stando a una lettera scritta dopo il ritorno a Milano, con i suoi ussari funse ancora da avanguardia e partecipò a tutte le fasi della guerra, fra cui le battaglie di Chänis e Nafels (25 settembre e 1-2 ottobre 1799).

In novembre l’alleanza austro-russa si interruppe, e così il rapporto fra il Branda De Lucioni e Suvorov.

Ad ogni modo, il 5 genn. 1800, in una supplica al conte Luigi Cocastelli plenipotenziario imperiale per la Lombardia [cioè, il Reichskommissar con potere Plenipotenziario per conto del Sacro Romano Imperatore: tipicamente, la maggior parte di quest’ultimi, nel corso del 1600 e del 1700, erano molto spesso stati nobili locali del Nord Italia, n.d.a.], il Branda De Lucioni, affermando di scrivere su preghiera di Suvorov, rivendicò i meriti della “Massa Cristiana” e chiese di ripetere l’esperienza, dandole un più forte significato politico con il porla sotto il supremo comando dell’imperatore e del pontefice [cioè, in una visione super-Tradizionale, con la T maiuscola, quasi “neo-medievale”, d’insurrezione di massa dal basso ma militarmente diretta dall’alto da chi con esperienza e addestrato, di natura militare-politica, di mobilitazione di massa, in funzione anti-francese, anti-giacobina, anti-rivoluzionaria, anti-napoleonica – e si potrebbe dire anche anti-capitalista (essendo tutti quei fenomeni all’epoca intrinsecamente collegati) – in nome tanto dell’Imperatore del Sacro Romano Impero quanto del Pontefice Papa della Chiesa Cattolica Romana: da qui di si può anche comprendere il perché dell’opposizione delle gerarchie superiori ufficiali, molto più attente al realismo ed alla “realpolitik” dei bilanciamenti e scontri al fine di salvaguardare i propri privilegi e potere strutturale acquisito, n.d.a.].

Non si hanno notizie della sua attività nei mesi successivi. Da una lettera scritta dalla moglie il 12 genn. 1801 risulta che era passato dalla Lombardia nel Veneto fra maggio e giugno del 1800, subito dopo Marengo. Nella primavera del 1801 era a Verona, da dove fece almeno brevemente ritorno a Milano in giugno [ad ogni modo, va osservato che a seguito della sconfitta di Marengo da parte delle forze del Sacro Romano Impero e dell’Imperatore nel 1800, nel Trattato di Lunéville del 9 febbraio 1801, firmato in Francia da Giuseppe Bonaparte per la Repubblica francese e dal conte Johann Ludwig Josef von Cobenzl per l’Impero, si poneva fine alla Guerra della Seconda coalizione in Europa. Ma, in cui, al contempo, il Sacro Romano Impero e l’Imperatore abdicavano non solo sostanzialmente ma anche formalmente alle pretese sull’Italia del Nord. Vanificando così una tradizione d’appartenenza durata per un intero millennio, n.d.a.].

Tornato in Veneto e lasciato il servizio militare attivo, nel marzo 1802 il Branda De Lucioni. era a Vicenza. Vi morì il 22 ag. 1803, come risulta dal Militäralmanach del 1804 (p. 368), che lo definì “pens. Major”.

[Va considerate che di lì a breve anche il Sacro Romano Impero verrà a mancare. Interrompendo così un millennio di storia e tradizione. Giacché, in risposta al fatto che il 18 maggio 1804 il Senato conservatore francese (Senato Consulto) avesse il governo repubblicano in “Impero”, nominando Napoleone “Imperatore dei Francesi” (il titolo fu poi confermato – democraticamente – da un plebiscito popolare), rompendo ogni logica tradizionale di relazioni, ruoli, e giurisdizioni, dunque, l’Imperatore del Sacro Romano Impero, che era Francesco II d’Asburgo-Lorena, si autoproclamò “Imperatore d’Austria” sui territori di sua dinastica diretta giurisdizione: assumendo su di essi il nome Francesco I d’Austria. Successivamente, nel 6 agosto del 1806, Francesco II (anche per via del dar retta ai propri consiglieri “realisti”), abdicò il titolo di Imperatore dei Romani e sciolse il Sacro Romano Impero. Rimanendo però “imperatore”, col nuovo auto-inventato titolo di “Imperatore d’Austria”, ristretto ai propri territori dinastici. Qui noterei ancora di più la grave cosa, che, durante il Congresso di Vienna, nel 1814 – 1815, per stabilire l’ordine post-Napoleonico, evidenti scelte folli e di tradimento vennero fatte. Non a caso, in tal contesto, Francesco I, profondamente influenzato dalle direttive di quel proprio “Rasputin” che fu Klemens von Metternich, e dalle veline che provenivano dall’ordine Whig di Londra, venne convinto ad andare contro i Tradizionalisti – con la T maiuscola – che volevano la restaurazione del Sacro Romano Impero in toto; e di mantenersi invece il solo il neo-creato “Impero d’Austria”. Quindi, infine, di porsi esso stesso come sovrano assoluto di uno stato di polizia centralizzato e non-tradizionale. Nonché, si vedrà poi quanto bene queste scelte daranno agli Asburgo: dopo aver dominato per 354 anni sul Sacro Romano Impero, e dopo che il Sacro Romano Impero era durato per 1000 anni – un millennio – dall’800 d.C. al 1806 d.C., regneranno per meri 114 anni sull’Austria, finendo in disastro e perdendo tutto nel 1918, n.d.a.].

[Tornando ora sul Branda De Lucioni, si può osservare come tanto in vita, quanto in post-morte, fu pesantemente sottoposto a denigrazione e diffamazione, n.d.a.] […] La pubblicistica avversaria attuò una denigrazione sistematica. Il Diario torinese, dal 12 al 25 maggio 1799 (23 fiorile – 6 pratile anno VII), quasi a esorcizzare (senza successo) l’assedio che stava ponendo alla città, lo chiamava “Illustrissimo”, “Celebre Illustrissimo”, “Illustrissimo Signor Maggiore”, autore di proclami “curiosi”. I Francesi lo presentarono sistematicamente come un millantatore, privo di serietà e legittimità. Il generale Fiorella nei suoi proclami non gli riconobbe il grado di maggiore e gli negò il ruolo militare. Tale linea riprese in grande stile quando i Francesi, dopo Marengo, rioccuparono il Piemonte.

[A lato di una propaganda ideologica, pubblicistica, e teatrale contro il Branda De Lucioni che venne fatta capillarmente in tutto il Nord Italia durante il quasi-quindicennio napoleonico, in cui veniva presentato in termini grotteschi e diffamatori, n.d.a.] […] La stessa immagine diede Botta [uno storico giacobino fanatico, n.d.a.] nella Storia d’Italia ed essa passò, senza tanti problemi, alla storiografia risorgimentale (che, pur non amando troppo la Rivoluzione, vide nel Branda De Lucioni soprattutto l’ufficiale austriaco) [una sofisticata falsificazione storica di stampo capitalista, liberale, radicale, etc. tipica del “Risorgimento”, turpemente anti-Tradizionale, che faceva slittare nell’Impero dell’Austria il Sacro Romano Impero – senza contare che fu una parte della classe dirigente dell’Austria traditrice stessa e pugnalatrice alle spalle, per mano di Metternich e Francesco I, del Sacro Romano Impero, da loro stessi distrutto (in scelte scellerate, per quanto disperate) – che permetteva di annichilire, cancellare, ed annullare, in nome della “liberazione dallo straniero”, secoli e secoli, se non un millennio, di ordini ereditati, forme sociali, e tradizioni, gettando tutto quanto – se non comodo e ingombrante per le nuove classi dirigenti dello sfruttamento economico senza limiti – sotto il tappetto. Recidendo però così, in modo davvero vile e turpe e menzognero, un millennio di tradizione che aveva definito gran parte dell’identità e del senso stesso del Nord Italia: “lobotomizzando” e denaturando un’intera società e un’intera realtà geopolitica, un intero popolo, e un intero precedentemente ininterrotto millennio di tradizione, n.d.a.].

In conclusione, gran parte della storiografia […] del Novecento, [è stata, n.d.a.] disattenta a dati […]. Solo di recente si è iniziato ad avvertire la necessità di sfuggire alla vera e propria leggenda nera del Branda De Lucioni e di affrontarne la figura con un approccio più attento alle fonti e alla loro analisi [seppure, ancora oggi, viste le profonde implicazioni politiche retrostanti tutte cotali questioni, le mezze verità abbondano (seppure esposte come neutre verità), e queste tematiche, come la resistenza in nome di una struttura millenaria quale fu il Sacro Romano Impero, così come si manifestò anche in Nord Italia, risulta ancora oggi – qualora tutto ciò fosse trattato seriamente e non in modo “incartapecorito” e antiquario, ma considerando invece tutte le implicazioni tradizionalistiche e geopolitiche – un tema fortemente “radioattivo”, n.d.a.].

Fonte:

https://www.treccani.it/enciclopedia/branda-de-lucioni_(Dizionario-Biografico)/

In una lettera del 5 gennaio 1800 al conte Luigi Cocastelli (1745-1824), plenipotenziario imperiale per la Lombardia, Lucioni riassume le sue imprese di guerra, sottolineando i meriti da lui avuti nella liberazione di Milano e del Piemonte — definita «un miracolo» — e rivelando una lucida comprensione del quadro strategico. […] Formatosi in un ambiente familiare profondamente religioso, epigono di una pregevole tradizione italiana di servizio all’Im­pe­ro, Lucioni — a differenza di molti leader naturali dell’In­sor­gen­za italiana — si rivela un intelligente e implacabile avversario della Rivoluzione, incarnata da coloro che chiama i «perfidi francesi» e dai giacobini. Uomo di azione che sa comprendere a­cu­tamente i «problemi dell’ora presente» e intuisce l’es­sen­­za non solo materiale della lotta contro la Rivoluzione, Bran­da de’ Lu­­cioni è un soldato, che non esita, a cinquantanove anni di età, a sporcarsi le mani in prima persona in una guerra ci­vile, per la quale avrà senz’altro provato la naturale ripugnanza propria del mi­­litare di carriera.  Credente forse sui generis — ma che prima di partire per la campagna del 1799 non esita, «[…] in Verona re­stando in quel freddo 4 ore e più in chiesa», a chiedere a Dio la grazia di mantenere l’impegno di liberare i mila­nesi dalla Rivo­luzione —, Lucioni dimostra uno zelo fuori del co­mune nel re­staurare i diritti di Dio e l’ordine tradizionale, che per lui, legit­timista, coincide tout court con il ritorno del­l’a­quila bicipite [il simbolo, bandiera, stemma, e stendardo, del Sacro Romano Impero, n.d.a.]. Buon conoscitore del popolo, l’ardito e alquanto pittoresco mag­giore «a riposo» Branda de’ Lucioni ha creato un’au­ten­ti­ca leg­­genda — quella degl’invincibili «branda» —, sedimentata a lun­­go nella memoria e nell’immagina­rio popolare dei piemontesi. La sua audacia, il suo impegno, il suo amor di patria e la sua devozione ai sovrani legittimi [e la sua devozione nei confronti di quella costruzione sopra locale, sopra dinastica, e garante apicale – seppur distante, e mai pressante, e sempre esistente – di ogni giurisdizione sotto il proprio manto, in tutela delle libertà e dei “modi ed ordini” delle comunità locali, quale fu il Sacro Romano Impero, n.d.a.], gli meritano senz’altro un posto non secondario nell’ideale galleria delle glorie militari e civili degl’italiani. 

Fonte:

https://alleanzacattolica.org/branda-de-lucioni/

Stanno arrivando i russi, di Aurèlien

Stanno arrivando i russi.

Non sei sorpreso, vero?

Aurelien14 ottobre
LEGGI NELL’APP
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

A quanto pare, i nostri politici e i nostri media faticano a gestire più di un conflitto alla volta. Così, mentre la folle avventura militare del signor Trump dentro e intorno all’Iran si trascinava a fatica, i combattimenti in Ucraina sono stati in gran parte dimenticati, a parte occasionali segnali di paura o aggressività da parte di leader e commentatori occidentali. Ora che l’Iran sembra avviarsi verso una lunga lotta economica che gli Stati Uniti perderanno, l’attenzione si sta spostando di nuovo a Nord, e improvvisamente ci rendiamo conto di quante cose siano successe lì dall’inizio dell’anno.

Come al solito, non capiamo cosa stiamo vedendo, né perché le cose accadono in questo modo. Questo accade essenzialmente perché il complesso della sicurezza occidentale non comprende la Strategia e come viene applicata, e non si preoccupa di capire la Russia e i suoi obiettivi. Perciò ho pensato che fosse giunto il momento di questo saggio, che spiega cosa sia effettivamente la Strategia, la strategia che i russi, con alcune variazioni, perseguono da oltre trent’anni, e soprattutto il dolore e il danno che questa strategia infliggerà all’Occidente nel suo complesso, mentre si avvia verso la sua fase terminale nei prossimi anni. La mentalità strategica occidentale è così poco preparata a comprendere questi problemi, e così lontana dal comprendere la realtà della situazione stessa, che intendo presentare le mie argomentazioni e conclusioni con forse un po’ più di brutalità di quanto impiego di solito, perché è necessario per stimolare la concentrazione. (Ho ripetuto elementi della stessa cosa in diverse occasioni nel corso degli anni, senza ottenere alcun risultato diverso da quello che mi aspettavo.)

******************************

Questi saggi saranno sempre gratuiti, ma potete continuare a sostenere il mio lavoro mettendo “mi piace”, commentando e, soprattutto, condividendoli con altri e con altri siti che frequentate. Se desiderate sottoscrivere un abbonamento a pagamento, non vi ostacolerò (anzi, ne sarei molto onorato), ma non posso promettervi nulla in cambio, se non una piacevole sensazione di merito. Un ringraziamento speciale a coloro che hanno recentemente sottoscritto un abbonamento a pagamento. Ho anche creato una pagina “Offrimi un caffè”, che potete trovare qui . Grazie a tutti coloro che hanno contribuito di recente e un ringraziamento speciale per le tante gentili parole di supporto che ho ricevuto da chi ha inviato denaro. Significano moltissimo per me.

*********************************

Innanzitutto, cosa non è la strategia. Non è un documento governativo o multinazionale, solitamente corposo e denso di informazioni e corredato da fotografie, né un discorso di un politico, né tantomeno un articolo su una rivista prestigiosa che suggerisce a un Paese o a un’alleanza di fare questo o quello. La strategia è ciò che i governi fanno, non ciò che dicono, guidati da un ampio insieme di obiettivi. Soprattutto, la strategia permette di rispondere alla domanda “stiamo andando nella giusta direzione?” e di apportare le modifiche necessarie. Le strategie sono piani di alto livello, molto generali, che si estendono per almeno anni, e spesso decenni, verso obiettivi che a loro volta sono piuttosto generali. Poiché l’Occidente è molto carente in materia di strategia, e in generale nel pensare oltre i prossimi cinque minuti, il termine è abusato, mentre l’attività in sé è raramente svolta. Nel contesto di questo saggio, ad esempio, non esiste una vera e propria “strategia NATO” nei confronti della Russia, e non è mai esistita. Ciò che c’è stato è un insieme variabile di atteggiamenti e aspirazioni nel corso del tempo, che hanno generato occasionali obiettivi e iniziative a breve termine, in gran parte scollegati tra loro. Certo, nessun politico ammetterà mai di “non avere una strategia”, così come non lo fanno i sostenitori (o, del resto, i critici) della NATO, ma per chiunque tenga al significato delle parole è innegabilmente vero. E poiché non elaboriamo strategie, non sappiamo riconoscere e interpretare quelle degli altri.

Come ho già detto, la strategia si basa su obiettivi generali e di alto livello. Per essere attuata, deve essere accompagnata da obiettivi e piani di livello inferiore, tradizionalmente definiti “a livello operativo”. E non è un caso che la Russia sia sempre stata all’avanguardia nella teoria e nella pratica del livello operativo. Analizziamo un paio di esempi concreti di strategia e della sua implementazione, provenienti da due lati opposti del mondo.

Negli anni ’90, in Corea del Sud, il nuovo governo civile decise di adottare una strategia volta a ridurre il predominio statunitense e a trasformarsi in una potenza militare regionale. Questa strategia rientrava in un quadro più ampio, che prevedeva anche l’imitazione e la progressiva sostituzione del Giappone, sia a livello industriale che commerciale. Importando inizialmente equipaggiamenti militari non statunitensi, ampliando i legami in materia di difesa e sicurezza e acquisendo proprietà intellettuale, i coreani riuscirono a creare un’industria bellica nazionale in grado di soddisfare gran parte del loro fabbisogno, ridimensionando la dipendenza dagli equipaggiamenti americani e diventando infine essi stessi esportatori di armi. Parallelamente, svilupparono una marina d’alto mare e la capacità di schierare navi a distanza, e gradualmente e silenziosamente elaborarono sistemi di comando nazionali per raggiungere la massima indipendenza possibile dagli Stati Uniti. Questa è una strategia, e ci è voluta una generazione per arrivare al risultato attuale.

In un contesto molto più vicino a casa, la Francia ha perseguito per un secolo una politica di massima indipendenza strategica, ma dopo il 1945 questa divenne critica. Con le forze statunitensi stanziate sul suo territorio, le armi nucleari americane operative dalle loro basi e impantanata irrimediabilmente in guerre coloniali senza speranza di vittoria, l’élite francese del dopoguerra si rese conto che bisognava fare qualcosa. Il fulcro di questa strategia fu il programma nucleare indipendente, avviato nei primi anni ’50 in gran segreto, insieme ai tentativi di rafforzare la posizione politica della Francia. Ma fu solo con l’arrivo al potere di De Gaulle, che riuscì a ritirare l’esercito dall’Algeria e ad avviare la sua modernizzazione, e con il primo test nucleare riuscito nel 1960, che le cose iniziarono a cambiare. Ciò permise un graduale disimpegno dalla struttura militare della NATO, lo sviluppo di un sistema di comando nazionale indipendente dalla NATO e, soprattutto, una forza nucleare indipendente e un’industria della difesa nazionale. Insieme al successivo sviluppo dei satelliti di ricognizione nazionali e di altri sistemi di intelligence tecnica, ciò ha conferito alla Francia l’autonomia strategica nel processo decisionale che cercava, sebbene ci sia voluta più di una generazione per raggiungerla. Questa è una strategia.

L’Occidente nel suo complesso non ha nulla di simile. Ha obiettivi vaghi e documenti strategici, ma nulla viene mai organizzato e portato a termine. Gli inglesi, ad esempio, non hanno mai avuto una strategia nei confronti dell’Europa, solo una scontrosa tendenza ad assecondare idee che in realtà non potevano contrastare. Gli Stati Uniti hanno avuto tante strategie nei confronti, ad esempio, della Cina quanti sono i gruppi di interesse, e raramente vengono messe in pratica. E non si può costruire una strategia dal basso: a prescindere da ciò che pensano gli esperti, una serie di obiettivi improvvisati e scollegati tra loro in momenti diversi non costituiscono, e non possono costituire, una strategia.

Sottolineo questo punto perché aiuta a spiegare perché non comprendiamo le strategie di altre nazioni quando le osserviamo. Nel caso della Russia, che vede le minacce provenire principalmente dall’Occidente, la sua strategia è da tempo quella di utilizzare vari mezzi per mantenere queste minacce il più lontano possibile e per prevenire o indebolire, per quanto possibile, i raggruppamenti di Stati che potrebbero diventare una minaccia. Una volta compreso questo semplice fatto, molte cose diventano più chiare. Tuttavia, questa strategia non è stata scelta a caso, né può essere liquidata semplicemente come un’ossessione per la propria storia e una paranoia culturale, sebbene entrambe contribuiscano. Le sue origini – ed è qui che inizia il pericolo – risiedono nella geografia e nel modo in cui la geografia è stata politicamente divisa.

La questione fondamentale nella politica internazionale è come lo spazio sia stato diviso dal potere nel corso del tempo e come e perché questa divisione cambi. Per la stragrande maggioranza della storia umana, si è assistito a una successione di imperi, e ancora oggi in alcune parti del mondo – il Libano ne è un buon esempio – si possono osservare i resti di migliaia di anni di imperi diversi, letteralmente ammassati uno sull’altro. Il modo normale in cui gli imperi crescevano era attraverso l’espansione e la conquista a partire dalla madrepatria, e gli imperi più stabili e longevi, come quello romano, persiano e ottomano, introducevano divisioni amministrative e sistemi di governo nei territori conquistati. Di tanto in tanto, gli imperi entravano in conflitto tra loro e con gli interessi di altri stati. A metà del XIX secolo, la Russia cercava di espandersi verso sud, in un’area dominata dall’Impero Ottomano, dove britannici e francesi avevano importanti interessi strategici. Da qui la guerra di Crimea, una tipica guerra intra-imperiale dell’epoca.

Questa era, in sostanza, la situazione del mondo nel 1914. Il moderno “stato-nazione” stava compiendo progressi limitati, perlopiù a partire da quelli che un tempo erano stati territori ottomani, e l’Italia aveva appena cessato di essere, per usare la celebre formula, “un’espressione geografica”, piuttosto che uno stato. Ma a Berlino, Praga, Varsavia, Vienna, Budapest, San Pietroburgo, Skopje, Damasco, Baghdad e Beirut, la gente viveva in imperi e giurava fedeltà a sovrani lontani, di cui i loro territori erano possedimenti. Il termine “nazione”, nella misura in cui aveva un significato, si riferiva all’eredità culturale e storica di un gruppo, spesso comprendente lingua e religione.

E poi tutto cambiò, poiché quasi da un giorno all’altro queste imponenti strutture semplicemente scomparvero. Al loro posto, arrivò il concetto più confuso e probabilmente più pericoloso della storia politica: lo Stato-nazione. Un secolo prima, la Francia repubblicana aveva introdotto una nuova entità politica: non il possesso di un re, ma uno Stato composto da tutti coloro che volevano viverci: un “referendum senza fine”, come lo definì lo storico Ernest Renan. Ecco perché la Francia, fino a poco tempo fa, poteva facilmente assorbire un gran numero di immigrati da tutto il mondo: erano venuti lì per essere francesi. In quest’ottica, il “popolo francese” era costituito dalle persone che vivevano, volontariamente, in Francia. La “nazione francese” era la somma totale di tutte queste persone. Questo principio repubblicano, aspramente osteggiato dalla destra, non si affermò definitivamente fino al secondo dopoguerra e ora, purtroppo, viene nuovamente minato, ma questa volta dalla sinistra.

Eppure, senza l’impalcatura ideologica repubblicana, i concetti di “popolo” e “nazione” sono stati inevitabilmente interpretati altrove in termini etnici e religiosi. Pertanto, il discorso odierno è irrimediabilmente confuso, persino in inglese, tra “nazione”, “popolo” e “stato”: quest’ultimo termine ha due significati ben distinti. La confusione è altrettanto grande all’interno e tra le altre lingue. La Carta delle Nazioni Unite afferma (articolo 1) che tra gli scopi dell’ONU vi è “sviluppare relazioni amichevoli tra le nazioni basate sul rispetto del principio di uguaglianza dei diritti e di autodeterminazione dei popoli, e adottare altre misure appropriate per rafforzare la pace universale”. Questa affermazione è quanto di più privo di significato si possa immaginare, e pericolosamente, con la sua molteplicità di termini ambigui. L’intera, cruenta storia dei negoziati è utilmente esposta in uno studio delle Nazioni Unite .

Ciononostante, nuovi paesi furono accolti nel mondo dopo il 1918, così come dopo il 1945, nella convinzione ingenua che fosse possibile creare tali nazioni a partire da “nazioni” e “popoli” che avrebbero convissuto felicemente. Forse a questi entusiasti era venuto in mente che, persino prima della Prima Guerra Mondiale, nel 1912, Grecia, Bulgaria, Montenegro e Serbia, non appena cacciati gli Ottomani dai territori che ambivano, si erano subito combattute tra loro per quegli stessi territori. E il crollo degli imperi nel 1918 fu accompagnato da guerre, rivoluzioni e violenze diffuse, poiché l’autodeterminazione dei popoli si rivelò un po’ più difficile di quanto si fosse previsto.

In nessun altro ambito questo problema fu più grave e pericoloso che nel caso degli stati che sostituirono gli imperi asburgico, romanov e hohenzollern. Fin dall’inizio, questi stati erano in media più piccoli, più poveri e meno stabili della Francia e della Germania a ovest, e della nuova Unione Sovietica a est. Sebbene tendiamo a pensare alla diplomazia degli anni ’20 e ’30 come a un preludio un po’ tedioso all’ascesa del nazismo e alla Seconda Guerra Mondiale, in realtà fu un periodo di paura, violenza, rivoluzione e dittature, in cui le nuove nazioni si giravano incessantemente intorno, e intorno alle potenze più forti a est e a ovest, alla ricerca di alleanze difensive e di qualche tipo di garanzia.

Questo è un esempio di uno di quei problemi politici che, in definitiva, risultano insolubili. Non intendo dire che non ci sia nulla da fare, ma piuttosto che non può esistere una soluzione definitiva e giusta, nel senso idealistico del brano della Carta delle Nazioni Unite citato in precedenza, e che la cosa migliore da fare è cercare di gestire il problema e impedirgli di causare troppi danni. La Seconda Guerra Mondiale ha dimostrato che il problema era persino più grave di quanto si fosse compreso, poiché in alcuni casi gli stessi nuovi Stati si sono disgregati, e sono emersi brevemente e in modo poco attraente mini-Stati come la Croazia e l’Ucraina indipendenti. Questa è la realtà dell’autodeterminazione dei popoli nella pratica.

L’Unione Sovietica, che aveva visto molti di questi stati e attori sub-statali unirsi alla crociata antibolscevica tedesca, decise di non correre rischi e, laddove i suoi eserciti si fermarono, insediarono governi comunisti controllati da Mosca, guidati da leader compiacenti che avevano trascorso la maggior parte della guerra a Mosca, nonché attraverso massicce forze di occupazione e la formazione di efficienti organizzazioni di polizia segreta.

Questo era un modo di controllare lo spazio , e voglio sottolineare questo modo di vedere le cose, perché la grammatica del potere che controlla lo spazio è qui più importante come quadro analitico rispetto alle tradizionali divisioni per paese, confine, governo o partito politico. Lo spazio può essere controllato, o quantomeno negato ad altri, in tutta una serie di modi diversi, dall’occupazione militare diretta da un lato all’amicizia e alla cooperazione, e persino all’alleanza militare, dall’altro. Sebbene l’Armata Rossa fosse presente in forze in ogni paese tranne la Romania (un’eccezione che non c’è tempo di approfondire qui), l’Unione Sovietica godeva di una notevole influenza in Finlandia, al punto che i governi che si sono succeduti si sono posizionati con attenzione per non offendere Mosca, pur coltivando i rapporti con l’Occidente. Ciò faceva comodo a Mosca, così come la neutralità austriaca, che non sembra essere stata percepita come una minaccia. La Svezia, d’altro canto, con i suoi profondi, seppur segretissimi, legami con la NATO, sembra essere stata vista come un vero e proprio nemico.

Durante la Guerra Fredda, pertanto, Mosca controllava direttamente una porzione molto ampia dello spazio post-1918 a ovest, o quantomeno non si sentiva minacciata da esso. Ciò significava sia che una guerra preventiva (che la dottrina sovietica riteneva potesse essere necessaria) poteva essere scatenata più facilmente, sia che, in ogni caso, gran parte dei combattimenti e delle distruzioni si sarebbero verificati al di fuori del suo territorio nazionale, che Mosca era comprensibilmente desiderosa di preservare. Significava anche che da lì si potevano lanciare armi nucleari a raggio intermedio in grado di colpire l’Europa occidentale.

La fine della Guerra Fredda ha prodotto sia un cambiamento violento sia una surreale sovrapposizione di sistemi politici e militari. (Ricordo di essere passato in auto davanti a una guarnigione dell’Armata Rossa nei pressi di Dresda, in quella che era appena diventata una Germania unificata, nel 1991). Improvvisamente, lo spazio su cui Mosca aveva a lungo contato come cuscinetto strategico si trovava fuori dal suo controllo diretto, e persino indiretto, e nessuno aveva la minima idea di cosa sarebbe successo dopo. Il sistema politico russo era assorbito dagli affari interni e, in Occidente, gran parte della comunità strategica era, come disse un collega diplomatico dopo una visita a Washington, “in stato di shock”.

La questione di come gestire i paesi dell'”ex Patto di Varsavia”, così come le repubbliche sovietiche non russe, non è stata per un certo periodo una priorità nell’agenda delle capitali occidentali. Queste ultime stavano cercando di assorbire lo shock della fine di tutto ciò che avevano considerato centrale per le loro politiche di sicurezza per quarant’anni. Ma dovevano anche affrontare la dissoluzione dell’Unione Sovietica stessa, la finalizzazione e l’attuazione del Trattato sulle Forze Armate Convenzionali in Europa (CFE) del 1990, che ha dato una degna sepoltura alla Guerra Fredda, cosa fare con le armi nucleari sovietiche in Ucraina e Bielorussia, la guerra in Iraq e le sue conseguenze, e i Trattati sull’Unione Politica e Monetaria Europea, per citare solo i più significativi. C’era un vero punto interrogativo sul futuro della NATO, se mai ne avesse avuto uno, e si susseguivano lunghi e accesi dibattiti su cosa potesse significare un sistema di difesa autenticamente europeo e su come avrebbe interagito con la NATO, qualora esistesse. E in tutto questo, come un camion che fa retromarcia contromano, si inserì la crisi jugoslava, che (per variare la metafora) sembrò inghiottire tutto ciò che incontrava sul suo cammino, e aggravare e complicare molti degli altri problemi.

La questione delle future relazioni con la nuova Russia era uno di quei problemi che si presentano di tanto in tanto, troppo importanti per essere ignorati ma anche troppo complessi per essere risolti adeguatamente, soprattutto perché nessun paese occidentale aveva realmente le stesse priorità di un altro. La soluzione era parlarne, fare qualche gesto vagamente amichevole e aspettare di vedere cosa sarebbe effettivamente successo a Mosca. Non era affatto scontato che il regime di Eltsin sarebbe durato, o che non sarebbe salito al potere un governo neocomunista (un’ipotesi presa seriamente in considerazione da alcuni ambienti). La NATO non ha mai avuto una vera e propria “politica” collettiva nei confronti della Russia, a differenza dell’abitudine di discuterne, e l’idea di un’espansione della NATO non era formalmente considerata un principio in quel momento. Nella misura in cui esisteva un’opinione coerente, era che la NATO avrebbe comunque avuto difficoltà a rimanere unita e che l’idea di accogliere nuovi membri fosse una complicazione di cui i paesi occidentali semplicemente non avevano bisogno, in un momento in cui c’erano almeno una mezza dozzina di questioni più urgenti.

Le discussioni a cui ho partecipato, o di cui ho letto, ruotavano tutte attorno alla stessa serie limitata di domande. Per ammettere un nuovo membro, bisognava ammettere anche tutti gli altri. Questo avrebbe potuto includere la Russia, nel qual caso la NATO si sarebbe trovata ad avere un confine con la Cina. Oh. Oppure, se non si includeva la Russia, ci si creava un potenziale nemico. D’altra parte, se non si allargava la NATO, si prometteva di fatto di schierarsi, anche militarmente, in una crisi tra, diciamo, Germania e Polonia. Era questo che si voleva? Eppure, d’altra parte, come si poteva spiegare agli stati interessati (e al mondo in generale) che non potevano aderire a un’organizzazione che era teoricamente aperta a tutti e che era già stata allargata diverse volte? Realisticamente, “ai russi non piacerà” non era qualcosa che si poteva dire in pubblico. Bene, allora, si poteva provare a sostituire la NATO con qualcos’altro, ma non completamente, perché la sua esistenza era la chiave del Trattato CFE. Ma l’organizzazione avrebbe dovuto escludere gli Stati Uniti, nel qual caso sarebbe stata dominata dalla Russia, oppure includerli entrambi, nel qual caso si sarebbe trovata in una situazione di stallo permanente. L’unica via d’uscita era quella di creare un’organizzazione troppo debole per poter effettivamente agire. Naturalmente, veniva prodotta una mole enorme di pubblicazioni da parte di esperti che propugnavano di tutto, dall’espansione della NATO e la guerra con la Russia, alla fine della NATO e all’amore e alla pace ovunque, ma ben poco di tutto ciò ebbe un’influenza su un problema che, come era noto, non aveva soluzione.

Come spesso accade con i problemi senza soluzione, e in assenza di una vera e propria “strategia”, che peraltro la NATO non era in grado di elaborare, il risultato fu una serie di mini-decisioni improvvisate, man mano che le circostanze si evolvevano e ogni sorta di fattore transitorio si presentava e scompariva. Ci sarebbero potute essere conseguenze per questa o quella decisione in futuro, ma qualcun altro se ne sarebbe occupato, no? E qualsiasi iniziale nervosismo riguardo alle reazioni russe svanì dalla memoria, mentre i russi protestavano, ma niente di più. Curiosamente, i combattimenti in Jugoslavia, pur avendo complicato enormemente la gestione di altre questioni, si rivelarono utili come salutare shock per coloro che avevano ingenuamente dato per scontato che l’unico problema fosse stato il comunismo e che, ora che era scomparso, la pace, l’amore e l’economia di mercato sarebbero magicamente arrivati. Improvvisamente, i decisori politici occidentali iniziarono a rendersi conto che la storia era un fatto contemporaneo e che poteva essere un fattore di divisione persino all’interno dell’Occidente: Austria e Germania appoggiarono l’indipendenza croata per ragioni elettorali e culturali, mentre diversi altri governi occidentali, tra cui Washington, si lasciarono manipolare dal governo musulmano di Sarajevo. Sia per le potenze occidentali, sia per i governi dei nuovi paesi, divenne scomodamente chiaro che la fine del Patto di Varsavia non aveva risolto nulla, ma aveva piuttosto liberato importanti tensioni dal profondo congelamento in cui erano state mantenute.

Questa era l’epoca dell’arroganza post-Guerra Fredda, quando i governi occidentali davano per scontato, senza sentire il bisogno di un vero dibattito, che il modo migliore per garantire pace e stabilità a Est fosse quello di trasformare il più rapidamente possibile questi nuovi Stati in versioni dello stesso tipo di società liberale basata sulle norme, auspicata nei Trattati di Unione del 1991, e, in ultima analisi, di integrarli economicamente. Anzi, col passare del tempo, si levarono sempre più voci che suggerivano l’importanza di far entrare il Paese X o Y nell’UE, non perché l’organizzazione ne sarebbe uscita rafforzata, ma perché avrebbe aiutato il Paese X o Y a evitare di precipitare nel caos politico che le capitali occidentali temevano sempre più. L’autunno era arrivato alla Primavera delle Nazioni molto più velocemente di quanto chiunque avesse mai immaginato. (Le idee sull’Ucraina nell’UE sono, suppongo, la parodia definitiva di questa argomentazione.)

L’ effetto pratico di tutto ciò fu quello di colonizzare progressivamente uno spazio politico storicamente controllato dalla Russia, ma senza un vero e proprio piano complessivo, con iniziative perlopiù a livello nazionale e senza alcuna considerazione organizzata delle possibili reazioni russe (“Oh, si lamentano sempre!”). L’Occidente ottenne così il peggio di entrambi i mondi. All’estremo opposto, e con notevole sforzo di immaginazione, era possibile trasformare il tutto in una cospirazione per rovesciare la Russia. Solo che in tal caso l’Occidente non avrebbe ridotto drasticamente le dimensioni delle proprie forze armate, abolito la coscrizione, riconfigurato l’esercito per operazioni di spedizione su piccola scala, smantellato le proprie industrie della difesa e reso se stesso incapace di combattere una guerra seria per più di pochi giorni. Il problema era complicato dal fatto che una nuova generazione di decisori politici, basata sulle norme, aveva assimilato l’idea di poter fare comunque ciò che voleva, perché la Russia era economicamente e socialmente arretrata, il suo esercito debole e il suo Stato e il suo esercito sarebbero crollati alla prima sfida.

A partire dalla Georgia nel 2008, e soprattutto dall’Ucraina nel 2014, una tendenza all’interno della vasta e frammentata comunità strategica occidentale iniziò a preoccuparsi delle intenzioni russe, pur continuando a sottovalutarne le capacità. In genere, tuttavia, si presumeva che quella che veniva percepita come una crescente aggressività russa non avesse nulla a che fare con le azioni occidentali, ma fosse un ritorno al modello sovietico e l’inizio di un tentativo di ricostruzione di qualcosa di simile al Patto di Varsavia. L’Ucraina veniva sempre più vista come una prima linea di difesa contro tale aggressione, ma in modi e gradi diversi. Alcune personalità di spicco negli Stati Uniti e in Canada sembravano nutrire la sincera speranza di utilizzare l’Ucraina per innescare un cambiamento politico in Russia. L’opinione più moderata, soprattutto in Europa, era tuttavia sinceramente allarmata dai combattimenti nell’est del paese nel 2014. Come indicavano le loro dichiarazioni dell’epoca, i leader occidentali presumevano che il movimento separatista fosse organizzato e diretto dalla Russia come prima fase di una conquista dell’Ucraina, a cui sarebbe seguito chissà cosa. Gli accordi di cessate il fuoco e di separazione riassunti nei documenti di Minsk furono considerati un trionfo, in quanto impedirono la propagazione della guerra e diedero all’Ucraina la possibilità di rafforzare le proprie difese con l’aiuto occidentale, contro quella che le nazioni europee ritenevano un’invasione altamente probabile. Credevano (e credono tuttora) che la guerra in corso confermi la validità della loro analisi del 2014.

Eppure, ovviamente, i russi non videro affatto il periodo successivo alla metà degli anni ’90 in questo modo. Ciò che videro fu la perdita del controllo di quello che prima era stato un prezioso spazio strategico, senza alcuna via d’uscita evidente per recuperarlo. (Anche per la Russia, tuttavia, Minsk rappresentò un gradito sollievo, poiché non disponeva delle forze necessarie per intervenire in modo decisivo a fianco dei ribelli e aveva bisogno di tempo per prepararsi. In effetti, sfruttò meglio il periodo fino al 2022 rispetto all’Ucraina e all’Occidente). Tuttavia, poche delle nazioni che erano state membri del Patto di Varsavia erano desiderose di rinnovare strette relazioni, quindi la migliore speranza era quella di dissuaderle dal cadere sotto quello che i russi consideravano il controllo dell’Occidente. Ciò poteva essere accompagnato da tentativi di indebolire la coesione all’interno della NATO e dell’UE stessa, ed esercitare pressioni militari, contribuendo così, per estensione, a preservare almeno una certa influenza sullo spazio conteso. Ma fino a poco tempo fa, i russi non avevano le risorse per farlo in modo efficace.

Il fatto che il pensiero occidentale sulla Russia sia stato disorganizzato, arrogante, mal informato ed episodico, con ogni iterazione politica e diplomatica che lasciava nuovi problemi da risolvere per la successiva, è una delle cause della situazione catastrofica in cui si trova l’Occidente. L’altra causa è un’errata comprensione di cosa sia la strategia in primo luogo, e in particolare di cosa sia la strategia russa, e quali saranno le sue probabili conseguenze. Ciò porta a una situazione paradossale in cui l’Occidente non comprende appieno che è in atto una competizione a somma zero per il controllo e l’influenza sullo spazio strategico a ovest dei confini russi. Per l’Occidente, si tratta in parte di un processo robotico guidato da imperativi istituzionali e normativi e che giustifica l’esistenza della NATO. Per i russi è una questione esistenziale. Nessuno dei due comprende l’altro. Fino a poco tempo fa, l’Occidente aveva i mezzi ma non la strategia, e i russi avevano la strategia ma non i mezzi. Ora, i russi hanno sia la strategia che i mezzi, e l’Occidente non ha né l’uno né l’altro.

Esistono molte ragioni per cui la Russia ha storicamente dato grande importanza alla strategia, a differenza dell’Occidente. Ovviamente, una strategia complessiva è più facile da elaborare per un singolo Paese che per un gruppo ampio e diversificato. Ma la geografia è il fattore determinante: dominare lo spazio strategico a ovest, impedire ad altri di farlo ed esercitare il massimo controllo e influenza possibile in quella direzione, è sempre stata la principale priorità strategica. È la geografia, piuttosto che la politica, la causa della continuità tra la strategia sovietica e quella russa. Mantenere le potenziali minacce alla massima distanza geografica possibile è stata una priorità costante per la Russia, mentre l’Occidente è stato disorganizzato, con frequenti conflitti e ripensamenti su ciò che viene considerato pensiero strategico. (In effetti, tutti quegli articoli che si leggono che affermano di trovare coerenza e continuità nelle strategie occidentali sono probabilmente da considerarsi fantasie di appagamento dei desideri: ” magari… “).

Cosa faranno dunque i russi adesso? Non lo so, ovviamente, ma possiamo fare delle ipotesi plausibili, prendendo come esempio la loro evidente strategia e chiedendoci cosa farebbe un governo ragionevole per attuarla nelle circostanze attuali. L’obiettivo strategico, come indicato nella bozza di Trattato con la NATO del dicembre 2021, è il dominio politico di quella che un tempo era l’area del Patto di Varsavia, in modo che da lì non possano essere intraprese azioni ostili, e la garanzia del dominio strategico russo in Europa. In pratica, ciò non significa occupazione militare (che ha distrutto l’economia russa l’ultima volta che è stata tentata), ma l’uso della superiorità militare per ottenere un effettivo dominio politico su questi paesi. Potrebbero rimanere formalmente membri della NATO (in effetti, questo ha dei vantaggi dal punto di vista russo), ma non permetterebbero lo stazionamento di forze straniere, le loro forze armate dovrebbero essere di dimensioni modeste e presterebbero molta attenzione a quanto affermato da Mosca.

Ecco perché le idee di “cessate il fuoco” e di una divisione geografica dell’Ucraina non hanno avuto, e non avranno, alcun seguito. Il gioco è cambiato e la posta in gioco è molto più alta di prima. Nel 2022, i russi avrebbero probabilmente accettato un’Ucraina realmente neutrale, senza forze stanziate e con gli estremisti nazionalisti esclusi dal governo. (Avrebbero potuto chiedere di più, ovviamente, ma questo è ciò che probabilmente avrebbero accettato). Ora non c’è alcuna possibilità che ciò accada, e interpreto l’attuale bombardamento di Kiev come parte di una strategia a livello operativo per distruggere il paese come entità vitale, in modo che non possa essere utilizzato in futuro come base per operazioni militari. Ponti, sistemi di comunicazione, porti, produzione e distribuzione di energia elettrica, reti di trasporto, impianti industriali e aeroporti, tra gli altri, saranno distrutti. Ci vorrebbero decenni e una quantità di denaro inimmaginabile per ricostruire il paese, e ancora meno per renderlo una base per possibili operazioni militari. L’analogia sarebbe affondare una portaerei, piuttosto che allontanarla dalle proprie coste. In una situazione del genere, le prese di posizione occidentali, le attività dei fanatici nazionalisti o persino l’esatta composizione del governo di Kiev non avranno molta importanza. L’idea di ricostruire l’Ucraina in vista di un futuro conflitto sembrerà ancora più palesemente una fantasia di quanto non lo sia già. La migliore speranza è che Mosca, a un certo punto, fermi la distruzione, in cambio di un effettivo controllo politico del paese.

Non c’è alcun segno che l’Occidente lo capisca, perché non capisce la strategia. La Russia non ha alcun interesse in una guerra con l’Europa, sebbene sia in grado di vincerla in pochi giorni. Ma non ha comunque bisogno di combattere una guerra; può semplicemente minacciare l’Europa con l’uso di missili convenzionali di alta precisione che l’Occidente non possiede e contro i quali esistono difese molto limitate. Oppure, potrebbe semplicemente esibire alcune di queste armi per dimostrarne l’efficacia, e poi aspettare che l’Occidente tragga le ovvie conclusioni, cosa che ovviamente non accadrà. Non accadrà perché non si rende conto che la strategia russa è andata ben oltre l’Ucraina e mira a bandire lo spettro di un potenziale attacco dall’Occidente per almeno una generazione, forse di più. Ciò implica il dominio militare, e quindi politico, prima sull’ex spazio del Patto di Varsavia a ovest dell’Ucraina e poi, in misura minore, fino al Canale della Manica. (Gli Stati Uniti non sono un fattore rilevante: le loro forze in Europa sono più o meno equivalenti a quelle del Belgio e non c’è un modo evidente per aumentarle in modo utile.) Può anche essere vero, come ho sentito dire oggi da un idiota alla radio, che le forze europee nel loro complesso siano paragonabili per dimensioni a quelle russe. Ma basta guardare una mappa. Anche se per qualche miracolo di pianificazione logistica, utilizzando risorse inesistenti, le unità NATO potessero essere trasportate a costi esorbitanti su distanze mai tentate prima, in qualche modo organizzate in unità coese e adeguatamente addestrate e comandate, si tratterebbe prevalentemente di brigate meccanizzate leggere, e ci si aspetterebbe che venissero annientate in poche ore dalle armi e dalle tattiche russe a cui l’Occidente non ha risposta. E il loro obiettivo in una guerra contro la Russia sarebbe… Mosca? Ma stiamo scherzando? Nel frattempo, la Russia stessa potrebbe annientare le forze NATO schierate sul proprio territorio con droni e missili.

Infine, l’Occidente non si rende conto che la strategia russa, così come descritta in tutti quei noiosi libri che restano sugli scaffali, è olistica e coinvolge mezzi politici, psicologici, economici e militari. I russi non esiteranno a usare mezzi economici, comprese sanzioni e blocchi, se li riterranno utili. Certamente impiegheranno la guerra psicologica, perché fa parte del loro repertorio. Se siano dietro ai droni fuori controllo, agli incendi di fabbriche, agli attacchi informatici, alla disinformazione e così via, al momento non ne ho idea. Anche se lo fossero, sarebbero certamente abbastanza professionali da cancellare le proprie tracce. Ma non c’è dubbio che i russi considerino tali attacchi parte della loro potenziale strategia e vi ricorreranno se ne vedranno la necessità e l’utilità. A differenza dell’Occidente, tali attacchi non sarebbero casuali o compiuti a scopo propagandistico, ma parte di una strategia deliberata.

È un bel pasticcio in cui ci ha cacciato la nostra classe dirigente ignorante e arrogante, con un Paese molto più potente di noi, che abbiamo irritato e danneggiato. La cosa più straordinaria è che qualsiasi reazione negativa russa al nostro sostegno all’Ucraina venga considerata in qualche modo inappropriata. Va bene che aiutiamo Kiev a bombardare Mosca, ma qualsiasi accenno a possibili conseguenze negative in cambio viene visto con orrore e orrore come una violazione dell’ordine naturale delle cose. Ma l’ordine reale delle cose è che i russi sono arrabbiati e risentiti, e in una certa misura se la prenderanno con noi. Non sappiamo fino a che punto l’esperienza di quasi cinque anni di guerra influenzerà il pensiero e la pratica russi, ma le guerre, ovviamente, tendono a radicalizzare le posizioni degli Stati. Essendo un popolo legalista, cercheranno senza dubbio di negoziare trattati, e potrebbero anche riuscirci. Ma essendo un popolo pragmatico, cercheranno di creare dei fatti sul terreno, e alcuni di questi fatti potrebbero non piacerci affatto.

********************************

Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

Al momento sei un abbonato gratuito a Trying to Understand the World. Se passi all’abbonamento a pagamento, purtroppo non potrò offrirti ulteriori contenuti, ma avrai la soddisfazione di aver compiuto una buona azione.

Passa alla versione a pagamento

Rivelazione sconvolgente: il ministro della Difesa lituano rivela che i droni ucraini utilizzati nell’attacco a San Pietroburgo provenivano dallo spazio aereo polacco, di Simplicius

Rivelazione sconvolgente: il ministro della Difesa lituano rivela che i droni ucraini utilizzati nell’attacco a San Pietroburgo provenivano dallo spazio aereo polacco.

Simplicio18 ottobre∙Pagato
LEGGI NELL’APP
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Ieri sera l’Ucraina ha lanciato un altro attacco su larga scala nella regione di San Pietroburgo, che secondo le fonti è stato il più grande dall’inizio della guerra, in quanto ha preso di mira diverse imprese, tra cui impianti petroliferi e centri dati.

L’operazione ucraina contro San Pietroburgo, in Russia, è stata la più grande in questa guerra contro la città russa. Tre obiettivi principali sono stati colpiti durante l’operazione: – Il terminal petrolifero locale e i relativi depositi di petrolio – Il data center di VKontakte – L’hub logistico locale di Ozon. È opportuno precisare che né Starlink né Starshield possono essere utilizzati per questa operazione dalle forze armate ucraine, poiché tali servizi sono sempre stati off-limits per le forze ucraine. Vengono utilizzati esclusivamente prodotti finali ucraini.

La notizia più rilevante relativa all’attacco, tuttavia, è che ancora una volta l’Ucraina ha utilizzato lo spazio aereo della NATO per condurre l’attacco e, presumibilmente, per eludere le difese aeree russe.

Prima di entrare nei dettagli, ricordiamo che l’ultima volta che è successo qualcosa di simile è stato durante il Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) nel giugno di quest’anno, di cui abbiamo parlato nel seguente articolo:

L’attacco dell’Ucraina allo SPIEF mira alla massima provocazione, come testimoniato dai droni avvistati provenienti dalla direzione del Mar Baltico.
Simplicio·5 giugno
L'attacco dell'Ucraina allo SPIEF mira alla massima provocazione, come testimoniato dai droni avvistati provenienti dalla direzione del Mar Baltico.
L’Ucraina ha lanciato un massiccio attacco con droni contro San Pietroburgo, in Russia, in concomitanza con il Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF). L’obiettivo era ovviamente quello di umiliare la Russia di fronte ai numerosi partecipanti internazionali, tra cui funzionari del Dipartimento di Stato americano e dignitari stranieri.
Leggi la storia completa

Ricorderete che abbiamo geolocalizzato e triangolato le traiettorie dei droni durante quell’attacco e abbiamo concluso che, in base al punto di vista delle telecamere, almeno alcuni dei droni che hanno colpito il terminal petrolifero di San Pietroburgo provenivano in realtà da ovest, come segue:

L’articolo includeva anche un video ripreso da un’imbarcazione russa che mostrava un drone ucraino sorvolare il Mar Baltico in una zona che presumibilmente si trovava vicino al confine con l’Estonia.

Ora però abbiamo la conferma definitiva degli attacchi di ieri sera: il portavoce del Ministero degli Esteri ucraino ha ammesso che lo spazio aereo lituano è stato utilizzato da droni ucraini, ma ha attribuito la responsabilità alla “guerra elettronica russa”.

Heorhii Tykhyi@SpoxUkraineMFA Ci rammarichiamo per l’incidente verificatosi questa mattina nello spazio aereo lituano, che potrebbe essere stato causato da un’operazione di guerra elettronica russa che ha deviato dei droni durante un’operazione contro obiettivi militari legittimi in Russia. Ci scusiamo per qualsiasi disagio, rischio e preoccupazione che ciò possa aver causato. 12:52 · 18 ottobre 2026·119.000 visualizzazioni197 risposte·147 condivisioni·891 Mi piace

Il testo integrale della dichiarazione:

Ci rammarichiamo per l’incidente verificatosi questa mattina nello spazio aereo lituano, che potrebbe essere stato causato da un’operazione di guerra elettronica russa volta a deviare droni durante un’operazione contro obiettivi militari legittimi in Russia.

Ci scusiamo per qualsiasi disagio, rischio e preoccupazione che ciò possa aver causato.

Ci impegniamo a condividere tutte le informazioni rilevanti con i nostri partner lituani per accertare appieno le circostanze dell’incidente. Continueremo a collaborare strettamente per prevenire il ripetersi di episodi simili in futuro.

Ringraziamo sinceramente la Lituania, nostro alleato, per il sostegno offerto all’Ucraina nel contrastare l’aggressione russa, che rappresenta la causa principale delle minacce alla sicurezza nella nostra regione.

Alcuni canali russi hanno ricostruito l’incidente nel modo seguente, utilizzando gli allarmi aerei e gli avvisi civili emessi in diverse contee della Lituania orientale e centrale, nonché in quelle delle regioni di confine della Lettonia:

Alcuni hanno ipotizzato che i droni abbiano attraversato il territorio russo, costeggiando la Bielorussia, per poi virare a ovest verso il territorio lettone ed estone per la parte finale della missione. Ma questa ipotesi ha poco senso e non spiegherebbe perché la Lituania, che si trova piuttosto distante dai confini russi, avesse emesso allarmi aerei.

Ricordate la mia critica logica dell’articolo precedente: se la guerra elettronica russa fosse così inimitabile da riuscire a impedire ai droni ucraini di raggiungere la Lituania, come affermato dal portavoce ucraino – un paese che non confina minimamente con la Russia (esclusa Kaliningrad) – allora perché gli stessi potentissimi sistemi di guerra elettronica non dovrebbero essere in grado di impedire a tutti i droni di colpire i loro obiettivi a San Pietroburgo?

Per quanto ne sappiamo, la maggior parte degli obiettivi è stata effettivamente colpita. Come mai la Russia dovrebbe possedere sistemi di guerra elettronica estremamente efficaci dislocati nelle zone interne disabitate a est della Bielorussia, ma non avere sistemi altrettanto “potenti” vicino a San Pietroburgo, che avrebbero potuto facilmente deviare i droni ucraini nel Mar Baltico, proprio come, secondo queste affermazioni, li avrebbero deviati con tanta facilità verso la Lituania?

In breve: la spiegazione della guerra elettronica è una palese frode.

Ma con un colpo di scena sconvolgente, un rapporto Reuters ha citato il ministro della Difesa lituano Robertas Kaunasrivelando con nonchalance che i droni in realtà “provenivano dalla Polonia”:

https://www.reuters.com/world/lithuania-told-residents-go-shelters-after-detecting-flying-object-2026-10-18/

L’oggetto è entrato nello spazio aereo lituano provenendo dalla Polonia , ha dichiarato ai giornalisti il ​​ministro della Difesa lituano Robertas Kaunas, dopo aver proposto un’indagine congiunta al suo omologo polacco.

“La guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina si sta riversando sul fianco orientale della NATO e dell’UE”, ha dichiarato il presidente lituano Gitanas Nauseda su X.

“Quello che sembra essere un drone è esploso nella parte settentrionale del Paese, rappresentando un pericolo per la popolazione civile”, ha aggiunto.

Le forze armate polacche hanno dichiarato di star verificando anche una possibile violazione del proprio spazio aereo da parte di un oggetto non identificato.

Un portavoce del Ministero della Difesa polacco ha successivamente dichiarato che i sistemi radar non hanno confermato l’attraversamento del confine con la Lituania da parte dell’oggetto , aggiungendo tuttavia che le autorità polacche restano in contatto con i funzionari lituani.

Ciò è stato confermato dai media lituani:

https://www.lrt.lt/en/news-in-english/19/3086051/drone-enters-lithuania-from-poland-debris-hits-a-car-on-rural-road

“Si ritiene, in via preliminare, che l’oggetto sia entrato nello spazio aereo lituano provenendo dalla Polonia. Ho già contattato il ministro della Difesa polacco e ho chiesto alla Polonia di partecipare alle indagini in modo da poter esaminare insieme questo incidente”, ha dichiarato ai giornalisti il ​​ministro della Difesa Robertas Kaunas.

È sconcertante che non se ne parli di più, né che ci siano più testate giornalistiche che se ne occupino.

Di seguito l’elenco degli avvisi di pericolo aereo:

Contea di Kaunas, Siauliai, Panevezys e Birzai, Lituania; Bauska, Aizkraukle e Ogre, tutti in Lettonia .

Ho mappato personalmente quei luoghi e la rotta di volo dalla Polonia sarebbe la seguente:

Sembrerebbe un mistero, tuttavia, che la Polonia non abbia lanciato allarmi più consistenti in tutte le sue regioni, comprese le zone vicino a Varsavia, se i droni provenissero effettivamente dall’Ucraina. Una spiegazione logica potrebbe essere che i droni siano stati lanciati dalla Polonia e/o dalla Lituania stesse, con la conoscenza e l’approvazione esplicita delle autorità o tramite qualche gruppo di sabotatori ucraini a cui è stato semplicemente permesso di operare “silenziosamente” in quelle zone.

Pochi giorni prima dell’attacco, il Primo Ministro estone Kristen Michal aveva auspicato con giubilo che le raffinerie russe venissero “ridotte in frantumi” e aveva insinuato che l’Estonia e la NATO avrebbero dovuto aiutare l’Ucraina a farlo, offrendole il loro pieno supporto:

Qualche mese prima, il ministro degli Esteri estone Margus Tsakhna aveva dichiarato al Financial Times che i “droni ucraini fuori controllo” “valgono il prezzo” da pagare per fermare la Russia, ammettendo che in sostanza all’Estonia non dispiace che i droni ucraini sorvolino il suo territorio:

https://www.ft.com/content/f487526b-9646-456b-bccb-001f31090919

“Naturalmente non siamo contenti di [questi incidenti]. Ma non stiamo dicendo all’Ucraina di smetterla. Questo sta colpendo la linfa vitale di Putin.”

Rileggete la dichiarazione del Ministro degli Esteri ucraino: si scusa apertamente per l’ingresso dei droni ucraini nello spazio aereo lituano , ma per qualche ragione non per quelli lettoni, estoni o polacchi. Possiamo supporre che ciò sia dovuto al fatto che almeno uno dei droni – come riportato in precedenza da Reuters – è effettivamente esploso o è stato distrutto sopra la Lituania, creando la prova più evidente del suo passaggio, mentre qualsiasi cosa possa aver sorvolato altri paesi potrebbe essere più facilmente negata. Questo è particolarmente vero considerando che è stata addotta la scusa delle “condizioni meteorologiche avverse”, proprio come l’ultima volta, il che permette a questi paesi di fingere che i loro aerei da combattimento non siano stati in grado di rilevare con precisione di che tipo di droni si trattasse, o dove esattamente siano andati, ecc.

Inoltre, si noti la scarsa capacità di pensiero critico e la mancanza di curiosità giornalistica dei media occidentali: ammettono nel loro stesso articolo che i droni provenivano dalla Polonia, eppure prendono per buona la parola del ministro degli Esteri ucraino, secondo cui la “guerra elettronica russa” ne sarebbe in qualche modo responsabile. Nessuno di loro si è chiesto come sia possibile che la guerra elettronica russa possa aver inviato droni ucraini dalla Polonia in Lituania, o cosa ci facessero in Polonia, in primo luogo? Naturalmente, conosciamo la risposta: è un argomento troppo “scomodo” da mettere in discussione per la narrativa imperialista, quindi ai burattinai pagati dalle multinazionali, travestiti da giornalisti, viene semplicemente detto di tacere.

Quale pensi sia la spiegazione?

Ciò che possiamo concludere sulla questione è che i paesi della NATO confinanti con l’Ucraina stanno chiaramente giocando a un gioco diplomatico di “patata bollente” per offuscare deliberatamente il loro probabile coinvolgimento negli attacchi contro la Russia. Facendo finta di niente e di non sapere nulla, possono continuare a scaricare la responsabilità, come hanno fatto con gli attacchi al Nord Stream – nonostante gli attentatori siano stati catturati e ora si sappia che lavoravano per l’Ucraina – in modo da prolungare la vicenda fino a quando l’interesse dei media non si spegnerà e nessuno farà più domande.

In realtà, sembra più evidente che mai che la Polonia e i Paesi baltici – e forse altri Paesi NATO vicini – stiano apertamente agevolando attacchi contro il territorio russo. E molto probabilmente lo fanno in modo semi-ovvio per provocare intenzionalmente la Russia, mantenendo al contempo una sufficiente possibilità di negazione plausibile per evitare qualsiasi responsabilità legale per il loro blocco. Mirano a provocare intenzionalmente la Russia affinché reagisca in modo da fornire un casus belli alla NATO e all’Europa per sollevare una solidarietà militare contro la Russia: è chiaro che le élite desiderano una guerra più ampia per salvare se stesse e il loro blocco, scaricando le colpe dei fallimenti europei su un comodo capro espiatorio.

Pertanto, possiamo concludere che una risposta militare diretta della Russia a questi paesi potrebbe non essere lontana, sebbene molto probabilmente Putin ignorerà le provocazioni il più a lungo possibile, poiché non vale la pena dare agli europei esattamente ciò che vogliono.

—

Gli attacchi in sé non si sono rivelati particolarmente efficaci. Un terminal petrolifero di San Pietroburgo è stato colpito, e un serbatoio di stoccaggio ha subito danni minimi, come si è potuto constatare da un aereo di linea di passaggio.

Altri obiettivi sono stati raggiunti con risultati limitati, che hanno fornito poco più di un piccolo incremento giornaliero delle pubbliche relazioni.

Su un argomento correlato, proprio mentre l’Ucraina continua a lottare con i rallentamenti di Starlink, si sono verificati alcuni sviluppi interessanti.

Il giornalista ucraino Serhiy Flash ha rilasciato una nuova intervista all’Associated Press in merito alla questione:

https://apnews.com/article/ starlink-starshield-ukraine- russia-war-shahed-spacex- pentagon- 385eb944f6c34990bdf21f624416b8 20

Ma la cosa più interessante che ha detto è che l’avvento del nuovo sistema russo equivalente a Starlink, il sistema Rassvet o “Alba”, rappresenterà presto una catastrofe per l’Ucraina e per tutta l’Europa.

La rete satellitare russa Rassvet rappresenta la prossima grande sfida

“Per me, questo è il pericolo numero uno tra le sfide tecnologiche che la Russia ci pone in questo momento”, ha affermato. “E non solo per l’Ucraina, ma anche per l’Europa.”

Ha affermato di ritenere che la Russia stia già acquisendo la capacità di controllare via satellite e in tempo reale i droni Shahed, i droni da ricognizione e persino missili a basso costo come il Banderol e il Dan-M.

“Questa sarà davvero una grande catastrofe per tutti”, ha detto.

“Saranno in grado di attaccare l’intero Paese in tempo reale, e di farlo con grande precisione”, ha affermato Beskrestnov.

Conferma che la Russia dispone già di finestre temporali giornaliere per utilizzare il sistema Rassvet come analogo di Starlink. Ma, cosa ancora più significativa, ritiene che la Russia raggiungerà la copertura completa in soli sei mesi:

La Russia ha già delle finestre di copertura sull’Ucraina, ha affermato. Quando i suoi satelliti passano sopra la zona, forniscono una copertura temporanea per 30-40 minuti. Ha aggiunto di credere che una copertura completa potrebbe arrivare rapidamente, in circa sei mesi.

Beskrestnov ha affermato che l’Ucraina sta lavorando a contromisure, comprese le sanzioni. Ma il compito è arduo. Gli ingegneri russi hanno potuto testare i loro sistemi di disturbo su un sistema Starlink funzionante, mentre l’Ucraina deve costruire difese contro un sistema che non è ancora pienamente operativo.

Ora, a seguito della sua dichiarazione, l’esercito ucraino ha fatto una scoperta sconvolgente sul fronte la scorsa settimana. Un drone russo è stato abbattuto; sembrava già essere dotato di un’antenna Rassvet e probabilmente stava conducendo dei test controllati dai satelliti Rassvet.

L’antenna parabolica è stata fissata sul retro del drone Molniya, proprio come i droni ucraini hanno i sistemi Starlink posizionati sulla parte superiore della fusoliera e rivolti verso l’alto. Sul prototipo dell’antenna era visibile il logo dell’azienda Bureau 1440, produttrice del sistema Rassvet.

Quest’ultimo sviluppo rappresenta una grave notizia per l’Ucraina. Una volta che il sistema Dawn della Russia sarà pienamente operativo, rivoluzionerà la capacità della Russia di condurre una guerra di ogni tipo contro l’Ucraina. Non solo sarà in grado di controllare con precisione droni non disturbabili nelle zone più remote del territorio ucraino, sia per attacchi che per sorveglianza, ma le comunicazioni in prima linea diventeranno impeccabili, grazie a sistemi integrati di gestione del campo di battaglia incentrati sulla rete, in grado di fornire dati in tempo reale a tutte le unità come mai prima d’ora. Ciò garantirà loro una consapevolezza situazionale senza precedenti, aumentando notevolmente la loro efficacia contro le unità nemiche direttamente in prima linea.

Ribadisco che è importante sottolineare come un sistema del genere sia essenzialmente inattaccabile, almeno dall’Ucraina. Come afferma il realista Serhiy Flash, sarebbe un disastro totale per l’Ucraina, soprattutto se gli Stati Uniti dovessero in qualche modo continuare a limitare o ostacolare le capacità ucraine di Starlink/Starshield anche in futuro.

L’ultimo rapporto di Radio Liberty Europe afferma di aver trovato un “documento intercettato”, presumibilmente proveniente dal Ministero della Difesa russo, che descrive dettagliatamente una campagna prolungata volta a paralizzare le principali città ucraine riducendone la fornitura di energia elettrica fino al 90%, e illustra i metodi per realizzare tale obiettivo.

https://www.rferl.org/a/ ukraine-russia-energy-attacks- blueprint-exclusive/33872942. html

Questi mezzi comprendono i seguenti sistemi di stoccaggio:

Il documento ottenuto da Schemes individua quattro “obiettivi prioritari” della campagna: produzione e fornitura di energia elettrica, approvvigionamento idrico, sistemi fognari e riscaldamento.

Secondo le ultime notizie ucraine, la Russia avrebbe accumulato ben 17.000 droni Geran che saranno impiegati nella prossima campagna invernale per mettere in ginocchio l’Ucraina.

In conclusione, la Russia continuerà ad aumentare la pressione e i costi sull’Ucraina, introducendo al contempo le sue ultime innovazioni che sposteranno ulteriormente l’equilibrio militare a suo favore. Se l’Ucraina continuerà a essere ostacolata dagli Stati Uniti, le conseguenze per il prossimo anno non potranno che essere gravissime.

Zelensky ha dichiarato a Christopher Miller del Financial Times che, al momento, le restrizioni rimangono in vigore e, inoltre, afferma di averle testate inviando “veicoli” ucraini dotati di Starlink nel territorio dell’UE.

Collegamento

Viene spontaneo chiedersi se con “veicoli” intenda i droni che hanno recentemente sorvolato la Polonia e la Lituania.

In entrambi i casi, la pressione sull’Ucraina continuerà ad aumentare e la NATO sarà costretta ad intensificare proporzionalmente le provocazioni contro la Russia, come ultimo disperato tentativo di salvare il suo alleato.


Un ringraziamento speciale a voi, abbonati a pagamento, che state leggendo questo articolo Premium a pagamento: siete i membri fondamentali che contribuiscono al buon funzionamento e alla salute di questo blog.

La mancia rimane un anacronismo, un’arcaica e spudorata forma di doppio guadagno, per coloro che non riescono a fare a meno di elargire una seconda, avida generosità ai loro umili autori preferiti.

L’Asse della Rivoluzione entra in guerra, di Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine

L’Asse della Rivoluzione entra in guerra

Come la cooperazione sul campo di battaglia sta unendo gli avversari dell’America

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine

16 ottobre 2026

Carri armati in fiamme dopo un attacco iraniano, Fujairah, Emirati Arabi Uniti, marzo 2026Pleiades Neo / Reuters

ANDREA KENDALL-TAYLOR è Senior Fellow e direttrice del Programma per la sicurezza transatlantica presso il Center for a New American Security. Dal 2015 al 2018 ha ricoperto la carica di vice responsabile dell’intelligence nazionale per la Russia e l’Eurasia presso il Consiglio nazionale di intelligence.

RICHARD FONTAINE è amministratore delegato del Center for a New American Security. Ha lavorato presso il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, nel Consiglio di sicurezza nazionale e come consulente di politica estera del senatore statunitense John McCain.

AscoltaCondividi e
Scarica

Stampa

Salva

Il 17 luglio, un missile iraniano ha colpito la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, uccidendo tre soldati americani e ferendone altri quattro. L’attacco è stato insolitamente preciso. Nelle settimane successive, funzionari statunitensi hanno scoperto che, prima dell’attacco, Teheran aveva ricevuto immagini satellitari ad alta risoluzione della base che avrebbero potuto aiutarla a individuare l’obiettivo. In seguito, l’Iran ha ottenuto ulteriori immagini, che potrebbero averlo aiutato a valutare i danni e a perfezionare futuri attacchi. Le immagini provenivano da entità cinesi.

La Cina non è l’unica a fornire assistenza all’Iran. Anche la Russia ha aiutato Teheran a individuare e colpire obiettivi statunitensi e alleati. Due giorni prima dell’attacco del 27 marzo alla base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, in cui sono rimasti feriti 12 membri del personale americano, 14 satelliti spia russi hanno sorvolato la zona. Funzionari statunitensi hanno successivamente concluso che Mosca avesse fornito all’Iran informazioni di intelligence satellitare che hanno facilitato gli attacchi di precisione iraniani. Mosca ha inoltre fornito all’Iran armi e competenze militari, comprese versioni potenziate dei droni iraniani perfezionate sul campo di battaglia in Ucraina, e ingegneri russi stanno aiutando l’Iran a sviluppare missili da crociera supersonici in grado di eludere le difese aeree statunitensi e israeliane.

Né la Russia né la Cina sono entrate direttamente nella guerra dell’Iran contro gli Stati Uniti. Non ne hanno avuto bisogno. Fornendo informazioni di intelligence su obiettivi americani, tecnologia e componenti militari, nonché sostegno economico e diplomatico, possono dare all’Iran ciò di cui ha bisogno senza partecipare alla sua guerra.

Gli Stati Uniti sono entrati nel conflitto con vantaggi di cui i loro avversari erano sprovvisti: una vasta rete di alleati ufficiali, basi militari, accordi di condivisione delle informazioni di intelligence, partnership nel campo della difesa e forze interoperabili distribuite tra Europa, Medio Oriente e Asia. Tuttavia, molti dei partner tradizionali di Washington si sono mostrati riluttanti a partecipare alla campagna e alcuni hanno negato agli Stati Uniti specifiche forme di accesso militare, almeno per un certo periodo. Altri si opposero pubblicamente alle richieste degli Stati Uniti di contribuire a garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz.

Iscriviti a Foreign Affairs This Week

Le migliori selezioni della nostra redazione, inviate gratuitamente nella tua casella di posta ogni venerdì.Iscriviti

* Si prega di notare che, fornendo il proprio indirizzo e-mail, l’abbonamento alla newsletter sarà soggetto all’Informativa sulla privacy e alle Condizioni d’uso di Foreign Affairs.

Questo contrasto evidenzia un cambiamento sorprendente rispetto a quando, due anni fa, su Foreign Affairs , abbiamo descritto per la prima volta Russia, Cina, Iran e Corea del Nord come un “asse di instabilità”. Gli avversari degli Stati Uniti hanno iniziato questa guerra con una rete più debole, mentre Washington ne aveva una di gran lunga più solida. Ma dopo aver aiutato la Russia a combattere la sua guerra in Ucraina negli ultimi anni, i membri dell’asse stanno ora trovando il modo di far funzionare la loro rete in un nuovo teatro di operazioni. Stanno perfezionando la loro cooperazione per rendere i propri partner più resilienti — e più pericolosi per gli Stati Uniti — limitando al contempo costi e rischi. Washington, dal canto suo, sta creando attriti in molte delle sue partnership invece di approfondirle, e rischia di sprecare la propria rete proprio mentre i suoi avversari stanno imparando a sfruttare al meglio la loro.

FONTI DI SOTTOSTO

Molto è cambiato dal 2024. Innanzitutto, gli stessi Stati Uniti sono diventati una fonte di sconvolgimenti nel sistema internazionale. L’amministrazione Trump ha messo in discussione le istituzioni internazionali, ha messo a dura prova le alleanze tradizionali e ha adottato un approccio più transazionale alla politica estera. Ha stravolto gli accordi commerciali, ha minacciato la sovranità di alleati come il Canada e la Danimarca e ha abbracciato l’imprevedibilità. Ha inoltre perseguito un miglioramento delle relazioni con la Cina, la Corea del Nord e la Russia, cercando al contempo di indebolire l’Iran. Nulla di tutto ciò ha allentato i legami tra gli avversari degli Stati Uniti.

All’inizio dell’amministrazione Trump, i funzionari statunitensi avevano espresso la speranza che la normalizzazione delle relazioni con Mosca potesse allontanare la Russia dal gruppo. Tuttavia, la cordialità spesso manifestata dal presidente Donald Trump nei confronti del Cremlino non ha creato alcuna frattura con gli altri tre. Dal punto di vista di Mosca, l’amministrazione non è riuscita a raggiungere un accordo sull’Ucraina, ed è improbabile che un eventuale riavvicinamento con Washington promosso da Trump possa durare: il Congresso continua a esercitare pressioni sulla Russia e una futura amministrazione potrebbe benissimo adottare un approccio più duro.

Più in fondo, i tentativi di indebolire l’asse fraintendono ciò che lo tiene unito. I suoi membri si oppongono a un ordine internazionale che considerano come il consolidamento del dominio occidentale a loro spese. Ma, più precisamente, si oppongono allo straordinario potere degli Stati Uniti di limitarli, isolarli e punirli, e potenzialmente di minacciare i loro regimi. Le recenti azioni degli Stati Uniti non hanno fatto altro che riaccendere tali preoccupazioni. La cattura da parte degli Stati Uniti del leader venezuelano Nicolás Maduro e l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei rafforzano i timori di lunga data a Pechino, Mosca, Pyongyang e Teheran riguardo all’intervento statunitense e alla sicurezza dei regimi.

I paesi dell’Asse potrebbero moderare la loro retorica antiamericana quando ciò risulta utile dal punto di vista tattico, ma la loro motivazione a ridurre la propria vulnerabilità nei confronti del potere americano rimane. Lo scetticismo della stessa amministrazione Trump nei confronti dell’ordine internazionale non tranquillizzerà le capitali dell’Asse. Al contrario, gli sforzi di Trump per creare un mondo più transazionale e coercitivo potrebbero aumentare il valore delle loro alleanze. Man mano che le regole e le istituzioni impongono meno vincoli e il potere bruto assume maggiore importanza, i paesi cercheranno partner che li aiutino a smorzare l’impatto delle sanzioni, ad accedere a tecnologie critiche, a compensare le debolezze militari, ad ampliare il proprio margine di manovra e a resistere all’isolamento. La cooperazione dell’Asse si sta evolvendo per adeguarsi alla situazione attuale.

NUOVE REGIONI, NUOVI PROBLEMI

Quando la Russia ha lanciato la sua invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022, la cooperazione tra i quattro paesi era relativamente facile da delineare. L’Iran ha fornito alla Russia dei droni, mentre la Corea del Nord ha inviato munizioni, missili balistici e, in seguito, truppe. La Cina è diventata la fonte di sostegno più cruciale per Mosca, acquistando petrolio russo e fornendo le macchine utensili, la microelettronica e altri componenti necessari prima per sostenere e poi per espandere la sua produzione militare. La Russia, a sua volta, ha trasferito ai propri partner tecnologie militari sempre più sofisticate.

Questi scambi sono stati significativi, ma potevano comunque essere interpretati in gran parte come una serie di transazioni bilaterali incentrate sulla guerra in Russia. Ciò sta diventando sempre meno vero. La cooperazione è sempre più interconnessa e orientata alla risoluzione di nuovi problemi in nuove regioni.

Il programma russo sui droni illustra questo cambiamento. L’Iran ha inizialmente venduto alla Russia i propri droni Shahed e poi ha aiutato Mosca ad avviare la produzione sul proprio territorio. La Russia non si è limitata a replicare ciò che aveva ricevuto, ma ha incorporato componenti cinesi e ha continuamente modificato la navigazione, le comunicazioni, i carichi utili, la propulsione e le tattiche dei droni in risposta alle difese ucraine. Le nuove unità militari hanno reimmesso nella produzione le modifiche che si sono rivelate efficaci, generando un ciclo insolitamente rapido di adattamento al campo di battaglia. Le Forze dei sistemi senza pilota russe, un ramo delle forze armate russe dedicato ai droni e alla robotica, sono state istituite lo scorso anno per contribuire a istituzionalizzare questo ciclo. La combinazione di adattamento interno e partnership con l’asse si è dimostrata efficace. Gli ultimi droni Geran a propulsione a reazione della Russia, ad esempio, sono più veloci, trasportano carichi utili maggiori e sono significativamente più difficili da intercettare per le forze ucraine rispetto alle varianti precedenti.

I progressi tecnologici russi non rimangono nemmeno in Russia. Circolano attraverso la rete dell’Asse. Per l’Iran, la tecnologia che in origine era stata trasferita alla Russia sta ora tornando indietro, insieme a consigli tattici tratti dall’esperienza russa in Ucraina. Se i droni a reazione russi dovessero fare la loro comparsa anche in Medio Oriente, come è probabile che accada, gli attacchi iraniani contro le forze statunitensi e le infrastrutture energetiche regionali diventeranno più difficili da contrastare e più costosi da difendere.

Anche la Corea del Nord e la Cina ne stanno traendo vantaggio. Secondo quanto riportato da fonti ucraine, la Russia avrebbe stretto un accordo per aiutare la Corea del Nord ad ampliare la produzione dei propri droni di tipo Shahed. Gli ingegneri nordcoreani hanno acquisito competenze lavorando nella gigantesca fabbrica di droni russa di Yelabuga, mentre le forze nordcoreane che combattono a fianco della Russia hanno maturato un’esperienza diretta nell’integrazione dei droni nelle operazioni di combattimento moderne. Il personale militare cinese ha ricevuto addestramento in materia di guerra con i droni dalle forze russe, e i fornitori cinesi stanno ottenendo informazioni preziose sulle prestazioni delle loro tecnologie in combattimento. Pechino sta quindi traendo vantaggio dall’evoluzione della guerra con i droni, iniziata con la tecnologia iraniana e perfezionata durante la guerra della Russia in Ucraina.

IL MODELLO PUÒ VIAGGIARE

Due anni fa, non era chiaro se le alleanze tra i quattro membri dell’asse potessero sopravvivere alla guerra che ne aveva accelerato la formazione. Se la guerra in Ucraina fosse finita e la Russia non avesse più avuto bisogno dei droni iraniani, delle munizioni nordcoreane o del sostegno economico e tecnologico cinese, tali relazioni avrebbero potuto perdere slancio.

Eppure la guerra non ha solo creato un’esigenza immediata di cooperazione. Ha anche fornito la prova di ciò che queste alleanze possono realizzare, al di là di quanto qualsiasi paese potrebbe ottenere da solo. Le difese ucraine, le sanzioni occidentali, i rifornimenti militari statunitensi e l’isolamento diplomatico si sono rivelati tutti meno efficaci di quanto lo sarebbero stati se la Russia avesse agito da sola. Aiutandosi a vicenda a resistere alle pressioni, i paesi dell’asse rendono più difficile per gli Stati Uniti e i loro alleati costringerli a cambiare rotta.

L’Iran sta ora dimostrando che il modello può essere replicato. Il sostegno della Russia a Teheran è stato significativo dal punto di vista operativo, ma attentamente circoscritto. Pur combattendo la propria guerra in Ucraina, Mosca ha trovato il modo di aiutare l’Iran a colpire obiettivi americani e a sostenere la lotta attraverso una copertura diplomatica e un sostegno materiale , evitando però di intraprendere azioni che potrebbero trascinare la Russia in un conflitto diretto con gli Stati Uniti. La Cina si è dimostrata ancora più cauta, ma la fornitura di componenti elettronici a duplice uso e l’acquisto di petrolio iraniano hanno ugualmente rafforzato la capacità dell’Iran di resistere alle pressioni statunitensi.

Incontro tra funzionari russi, iraniani e cinesi a Pechino, marzo 2025Reuters

Tale moderazione non è indice di un indebolimento dell’asse, ma piuttosto una caratteristica distintiva del funzionamento di queste alleanze. Con la notevole eccezione dei soldati nordcoreani schierati per conto della Russia, i paesi dell’asse hanno generalmente evitato di combattere le guerre degli altri. Al contrario, forniscono appoggio politico, sostegno economico, informazioni di intelligence, tecnologia e assistenza militare limitata quando ciò favorisce i propri interessi con un rischio gestibile.

Le guerre in Ucraina e in Iran hanno insegnato all’asse un’altra lezione: sostenere un membro dell’alleanza non si limita a rafforzare chi riceve il sostegno. Un conflitto in un teatro operativo può anche creare opportunità per i partner altrove. La chiusura da parte dell’Iran dello Stretto di Hormuz, ad esempio, ha fatto impennare i prezzi del petrolio, procurando un guadagno inaspettato alla Russia e spingendo Washington ad allentare temporaneamente le restrizioni sulle esportazioni di petrolio russo. La guerra dell’Iran ha quindi generato risorse che la Russia ha potuto utilizzare per sostenere la propria.

Prima di attaccare l’Iran, gli Stati Uniti hanno ridistribuito risorse militari chiave, tra cui le difese aeree e missilistiche, dall’Indo-Pacifico al Medio Oriente. Con il protrarsi dei combattimenti, le forze statunitensi hanno dispiegato due portaerei nella regione, lasciandone nessuna nell’Indo-Pacifico. La Cina ottiene maggiore libertà operativa grazie a una presenza militare statunitense ridotta nel Pacifico occidentale ed è meno vulnerabile quando le scorte di munizioni degli Stati Uniti si esauriscono. Se Washington dovesse optare per una strategia prolungata di contenimento dell’Iran, come ha fatto con l’Iraq negli anni ’90, Pechino potrebbe godere per anni dei vantaggi derivanti da tali diversioni.

NON CAUSARE ULTERIORI DANNI

L’esperienza dell’asse del tumulto dimostra che le dimensioni e la forza di una rete contano meno se i suoi membri non riescono a trasformare le proprie capacità individuali in potere collettivo. Gli Stati Uniti e i loro alleati partono da una posizione di notevole vantaggio: maggiori risorse economiche e tecnologiche, forze armate più efficienti e una rete di alleati e partner di gran lunga più ampia. La domanda è: quale rete riuscirà a sfruttare al meglio le proprie risorse?

Tutto parte dalla leadership. Per decenni, gli Stati Uniti hanno favorito un ordine internazionale che vietava le guerre di conquista, difendeva la libertà dei mari, manteneva un’economia globale generalmente aperta e consentiva alle popolazioni di esercitare i diritti democratici, anche se permanevano le autocrazie. Washington ha abbinato questa visione a un patto implicito: qualsiasi paese che desiderasse aderire all’ordine poteva farlo. Il rispetto dei principi fondamentali dell’ordine conferiva benefici, anche da parte degli Stati Uniti: relazioni commerciali, preferenze diplomatiche, talvolta alleanze militari.

Per i paesi che rifiutavano l’ordine internazionale aperto, come fanno oggi i paesi dell’Asse, i benefici erano di gran lunga inferiori e le sanzioni considerevoli. Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni, esercitato pressioni e talvolta sono entrati in guerra contro gli Stati canaglia, opponendosi alla creazione di ordini concorrenti come il blocco comunista della Guerra Fredda. La politica estera statunitense partiva dalla premessa apparentemente incontrovertibile che Washington dovesse stringere amicizia con i paesi che condividevano la stessa visione e trattarli meglio rispetto a quelli che la rifiutavano.

Gli Stati Uniti dovrebbero rivedere le politiche che minano la propria rete.

L’amministrazione Trump dimostra, almeno a tratti, una tendenza quasi opposta. L’ambasciatore statunitense in Cina ha recentemente affermato che Trump si è offerto di vendere armi a Pechino, mentre ha bloccato le vendite di armi a Taiwan. Il presidente ha manifestato maggiore interesse e simpatia per il dittatore nordcoreano Kim Jong Un che per il presidente sudcoreano eletto democraticamente, Lee Jae-myung. L’amministrazione ha inoltre esercitato pressioni intermittenti sull’Ucraina affinché cedesse nella sua guerra di sopravvivenza contro l’aggressione russa. E Trump ha minacciato di bombardare l’Oman, un partner di lunga data. Tali mosse rafforzano i paesi dell’asse e indeboliscono la coesione della rete meglio posizionata per contrastarli.

Non causare ulteriori danni sarebbe un buon punto di partenza per affrontare l’asse. Oltre a ciò, Washington dovrebbe aiutare i propri partner a rafforzarsi. Proprio come i paesi dell’asse si aiutano a vicenda ad aggirare le sanzioni, a preservare l’accesso a tecnologie e componenti critici e a sostenere le proprie economie sotto pressione, gli Stati Uniti dovrebbero aiutare la propria rete. Ciò significa rafforzare le catene di approvvigionamento che passano attraverso partner fidati, condividere la tecnologia e incoraggiare gli alleati ad assumersi maggiori oneri in materia di sicurezza. Washington deve tuttavia fare attenzione a non trasferire le responsabilità in materia di difesa più rapidamente di quanto gli alleati riescano a sviluppare le capacità necessarie per assumerle — e a non farlo in modi che minino la fiducia, l’interoperabilità e il coordinamento. Altrimenti, gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero diventare individualmente più capaci ma collettivamente meno efficaci.

Gli Stati Uniti dovrebbero inoltre abbandonare le politiche che minano la propria rete di alleanze. I dazi e altre misure protezionistiche danneggiano le economie degli alleati e le loro basi industriali. Esprimere il desiderio di appropriarsi del territorio degli alleati e tentare di minare i loro leader politici non contribuisce a creare una rete internazionale più forte. Washington dovrebbe trasmettere ai propri alleati una visione e una leadership, non un’incertezza destabilizzante e un approccio transazionale prepotente.

Anche se gli Stati Uniti dovessero cambiare rotta, i responsabili politici americani e degli alleati dovrebbero prepararsi a una lunga lotta. Come ha dimostrato il fallito tentativo di cambio di regime in Iran, non esistono scorciatoie per avere la meglio sui paesi dell’asse, né collettivamente né singolarmente. La contesa tra reti sarà quasi globale, si svolgerà su più fronti e la posta in gioco sarà altissima. Gli Stati Uniti e i loro alleati hanno la capacità di prevalere. Dovrebbero dimostrare di averne la volontà.

Elezioni in Spagna e Brasile2! Rassegna stampa a cura di Rosani Gianpaolo

Quest’anno il tasso di astensione è stato il più alto dal 1998, raggiungendo il 21,08%, pari a 33,5
milioni di elettori. I dati del Tribunale Elettorale Superiore mostrano che la distribuzione non è
uniforme ed è concentrata soprattutto tra i giovani e gli anziani. Al primo turno, le fasce di elettori
tra i 18 e i 29 anni e gli over 70 hanno totalizzato 16,05 milioni di assenti, ovvero il 48,8% delle
astensioni a livello nazionale, pur rappresentando solo il 31,4% dell’elettorato. Tra gli
ultrasettantenni, nonostante il tasso di astensione sia diminuito rispetto al 2022 (dal 58,8% al
49,1%), si registra il maggior numero di elettori da convincere dalle campagne: 8,46 milioni. Flávio
Bolsonaro (PL) e Luiz Inácio Lula da Silva (PT) hanno concentrato i loro sforzi sul recupero degli
elettori che non si sono recati alle urne, soprattutto nelle grandi città del Sud-Est, dove quest’anno
il tasso di astensione è aumentato. La parte di elettori che si astiene volontariamente può essere
persuasa ad andare a votare. Se si parla di una differenza di 2 o 3 milioni di voti tra i candidati,
vale la pena investire in questo tipo di comunicazione perché può essere molto più efficace che
cercare di convincere gli elettori dell’altro candidato a cambiare il loro voto.

18.10.2026
L’astensione degli anziani nelle principali città e
il rischio di demobilitazione rappresentano una
sfida per Lula e Flávio Bolsonaro
Le campagne elettorali si sono concentrate sul raggiungimento degli elettori che hanno smesso di recarsi
alle urne, soprattutto nei grandi comuni della regione sud-orientale.
Sondaggio Ipespe: Flávio Bolsonaro ottiene il 48% delle intenzioni di voto contro il 46% di Lula al secondo turno.
Datafolha: metà dei brasiliani riscontra gravi difetti nella democrazia del paese.

Di Dimitrius Dantas, Luisa Marzullo, Victoria Azevedo E Jennifer Gularte

Con il margine di voti più esiguo al primo turno delle elezioni presidenziali dal ritorno alla democrazia, le
campagne di Flávio Bolsonaro (PL) e Luiz Inácio Lula da Silva (PT) hanno concentrato i loro sforzi sul
recupero degli elettori che non si sono recati alle urne, soprattutto nelle grandi città del Sud-Est, dove
quest’anno il tasso di astensione è aumentato.

Possibile disparità di trattamento tra le candidature del presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e
di Flávio Bolsonaro nei sistemi di distribuzione dei contenuti della società che controlla Instagram,
Facebook e WhatsApp. La denuncia formale richiede un’indagine sul possibile ricevimento di
benefici economici da parte della campagna del senatore senza la dovuta registrazione, il che,
secondo la coalizione, potrebbe costituire un reato ai sensi dell’articolo 350 del Codice elettorale.
Nel documento inviato all’ONU, la campagna di Lula ripercorre episodi che, a giudizio della
coalizione, hanno compromesso la parità di condizioni tra i candidati.

18.10.2026
La coalizione di Lula intraprende azioni legali
contro le Nazioni Unite, la Procura Generale e la
Polizia Federale in merito a presunti vantaggi
indebiti concessi a Flávio presso Meta.
Il rapporto evidenzia discrepanze nella distribuzione dei video, nei suggerimenti di profili e nella
produzione di annunci pubblicitari da parte dell’intelligenza artificiale dell’azienda; il gruppo richiede
un’indagine sulla possibile omissione di benefici nei resoconti delle campagne.

Di Fernanda Strickland
La coalizione “Brasile pronto per di più”, formata dalla Federazione Brasile della Speranza, PSB, PDT e dalla
Federazione PSOL/Rede, ha contattato sabato 17 ottobre organizzazioni internazionali e autorità brasiliane
per valutare i possibili vantaggi per la campagna di Flávio Bolsonaro (PL) derivanti dalla distribuzione di
contenuti politici attraverso le piattaforme digitali di Meta.

La missione di colmare il divario di 2,2 milioni di voti si preannuncia estremamente ardua. In ogni caso, i
voti ci sono. Ciò che è in discussione è la possibilità che Lula li ottenga. La domanda da porsi in questo
momento è: quale ragione spingerebbe qualcuno che solo due settimane fa negava di aver votato per il
presidente a cambiare idea e a digitare 13 domenica prossima? Questo è il punto cruciale. Il problema è
che, per quanto si impegni per superare lo svantaggio, non sembra avere un’idea molto coerente di
cosa debba fare, sembra che il PT (Partito dei Lavoratori), all’improvviso, si sia reso conto che gli
argomenti che gli hanno garantito la vittoria in cinque delle sei elezioni presidenziali tenutesi in Brasile in
questo secolo si stanno ora dimostrando, come si è visto al primo turno, incapaci di produrre i voti
necessari per assicurarsi un nuovo mandato.

18.10.2026
UNO SGUARDO A RIO
Lula minaccia Lula
Oltre a Flávio Bolsonaro, il candidato Luiz Inácio Lula da Silva si trova ad affrontare un potente avversario
in queste elezioni. E quell’avversario è Luiz Inácio Lula da Silva

L’esito delle elezioni non è ancora definitivo e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, del partito PT, ha la possibilità,
nella volata finale, di assicurarsi il diritto di rimanere al Palácio do Planalto per altri quattro anni. Almeno, questo è
ciò che si può dedurre dai risultati elettorali.

Il primo sondaggio Quaest per il secondo turno delle elezioni presidenziali, pubblicato ieri, mostra
che la sfida tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT)
rimane serrata a più di una settimana dal primo turno di votazioni. L’indagine, commissionata da
GLOBO e TV Globo, indica uno scenario di parità tecnica, entro il margine di errore di due punti
percentuali, con il candidato del PL in vantaggio numericamente, con il 46% delle intenzioni di
voto, contro il 44% del candidato del PT. Un ulteriore 9% dichiara di voler votare scheda bianca,
annullare il proprio voto o non votare, mentre l’1% è indeciso. Lo staff di Lula ha valutato che i
dibattiti su Band e Globo, rispettivamente domenica prossima e il 23, saranno decisivi per la scelta
del nuovo presidente. Anche lo staff di Flávio ritiene di avere margini per dare una scossa alla
campagna elettorale in questa fase finale. Il senatore punta sui dibattiti e sul rafforzamento della
mobilitazione sui social media.

15.10.2026
Quaest dimostra che la migrazione dalla terza
opzione a Flávio non è automatica e indica il
vantaggio di Lula tra coloro che si sono
astenuti.
La differenza di due punti percentuali indicata dal sondaggio è praticamente identica a quella registrata
al primo turno

Di Paolo Assad,Bernardo Yoneshigue e Bruno Alfano
Il primo sondaggio Quaest per il secondo turno delle elezioni presidenziali, pubblicato ieri, mostra che la
sfida tra il senatore Flávio Bolsonaro (PL) e il presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) rimane serrata a più di

una settimana dal primo turno di votazioni.

I preparativi per il primo grande scontro del ballottaggio presidenziale e le strategie digitali sono i temi
principali del programma A TARDE Elezioni di questo mercoledì 14.

14.10.2026
A TARDE Elections analizza le strategie di Lula e
Flávio e il voto sulla fine del sistema 6×1
L’edizione odierna esamina a fondo la battaglia tra i candidati in merito alla narrazione online.
A cura della redazione

I preparativi per il primo grande scontro del ballottaggio presidenziale e le strategie digitali sono i temi principali del
programma A TARDE Elezioni di questo mercoledì 14. Presentato da Eduardo Dias, con il commento di Léo Almeida
e Cássio Moreira, il programma andrà in onda alle 15:00 su A TARDE Play su YouTube .
https://atarde.com.br/eleicoes/a-tarde-eleicoes-analisa-estrategias-de-lula-e-flavio-e-votacao-do-fim-da-escala-6×1-1405661

I sostenitori di Lula hanno occupato il lungomare di Copacabana a Rio de Janeiro e hanno tenuto
manifestazioni in 11 capitali di stato, tra cui Brasilia, martedì. Tuttavia, i sostenitori di Bolsonaro
prevedono di raggiungere o addirittura superare il numero di manifestanti mobilitati dalla sinistra.
L’ondata di manifestazioni a favore di Lula è stata una reazione al suo passaggio al secondo turno,
dove è stato superato dal figlio maggiore di Jair Bolsonaro. L’attuale presidente ha ottenuto il 45%
dei voti, contro il 47% di Flávio. Fino ad allora, il candidato del Partito dei Lavoratori era
considerato il favorito, nonostante lo stretto margine di voti.

15.10.2026
Le campagne elettorali di Lula e Flávio
Bolsonaro stanno preparando una mobilitazione
nelle piazze.
Flávio promette una grande manifestazione domenica in Avenida Paulista. Lo stesso giorno, a Rio de
Janeiro, i sostenitori di Lula vogliono riempire Candelária e Copacabana.

La manifestazione di domenica in Avenida Paulista a
sostegno della rielezione del presidente è stata
considerata la più grande dell’attuale campagna
elettorale
(fonte: Ricardo Stuckert/Lula Campaign)

La campagna del candidato presidenziale Flávio Bolsonaro (PL) ha reagito alle recenti manifestazioni di
piazza a favore del presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) e ha indetto una serie di eventi di destra in vista
del secondo turno delle elezioni. L’evento principale si terrà domenica in Avenida Paulista a San Paolo, dove
la mobilitazione pro-PT è iniziata lo scorso fine settimana.

Ciò che salta all’occhio è la fortissima dimensione regionale del voto: il Nordeste, rimasto fedele a
Lula, si contrappone a tutto il resto del Paese, che sembra essersi schierato con Flávio Bolsonaro.
I suoi sostenitori hanno prevalso in 14 dei 26 Stati, nonché nel Distretto Federale di Brasília, e
stanno registrando una forte crescita sia alla Camera dei deputati che al Senato. Sebbene sembri
improbabile che il secondo turno ribalti la tendenza, rimane un’incognita: il comportamento degli
elettori che si sono astenuti al primo turno. Hanno rappresentato il 21%, il livello più alto dal 1998.

14.10.2026
Elezioni brasiliane: cosa rivelano i dati del primo
turno
Flávio Bolsonaro ha superato Lula al primo turno delle elezioni presidenziali brasiliane, con il 47% dei voti
contro il 45%.
· La mappa elettorale contrappone il Nordeste, fedele a Lula, al resto del Paese, in particolare al Sud
· Il bacino di voti pende nettamente a destra in vista del secondo turno del 25 ottobre

di HERVÉ THÉRY
Domenica 4 ottobre, i brasiliani hanno votato per eleggere il proprio presidente, ma anche i governatori
degli Stati, i deputati federali e quelli delle assemblee statali, nonché una parte dei senatori.

Il Congresso Nazionale ha promulgato l’Emendamento Costituzionale che pone fine al sistema di sei
giorni lavorativi e un solo giorno di riposo (6×1) e prevede l’introduzione del sistema 5×2, con due giorni
di riposo a settimana, per tutti i lavoratori in Brasile entro due mesi. . I leader dell’opposizione non hanno
partecipato alla seduta. L’emendamento prevede anche una graduale riduzione dell’orario di lavoro
dalle attuali 44 ore a 40 ore settimanali, senza riduzione di stipendio, entro un periodo di transizione di
14 mesi. Nata dalla pressione delle piazze e rispondendo a una storica richiesta di lavoratori e sindacati,
la proposta ha completato il suo iter mercoledì scorso.

16.10.2026
Il Congresso approva un emendamento che pone
fine all’orario di lavoro 6×1
Il PEC è stato approvato mercoledì al Senato con 75 voti favorevoli e 1 contrario

Il Congresso Nazionale ha promulgato, questo venerdì (16), l’Emendamento Costituzionale n. 141 del 2026 , che
pone fine al sistema di sei giorni lavorativi e un solo giorno di riposo (6×1) e prevede l’introduzione del sistema
5×2, con due giorni di riposo a settimana, per tutti i lavoratori in Brasile entro due mesi.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

L’uomo che era Friday: l’islamismo globale dopo l’unipolarità, di Philip Cunliffe

L’uomo che era Friday: l’islamismo globale dopo l’unipolarità

Di Philip

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Nel thriller metafisico-fiaba di G. K. Chesterton del 1908, L’uomo che era giovedì: un incubo, il protagonista Gabriel Syme è un agente di Scotland Yard reclutato per infiltrarsi in una rete di terroristi anarchici. I membri cosmopoliti di questo cosiddetto Consiglio Anarchico Centrale nascondono la propria identità ai servizi segreti utilizzando i giorni della settimana come nomi in codice. Syme si infiltra nel Consiglio con il nome in codice di Giovedì. Nel corso delle sue intrighi e delle lotte contro i suoi colleghi membri del Consiglio, anch’essi chiamati con i nomi dei giorni della settimana, Syme si rende conto che (attenzione: spoiler) l’intero Consiglio è, in realtà, composto da infiltrati del governo, tutti reclutati dallo stesso uomo, con l’unica eccezione, a quanto pare, del misterioso e carismatico leader del Consiglio, nome in codice Sunday. La storia fantastica di Chesterton non era una semplice fantasia. Sebbene le reti terroristiche della globalizzazione tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo non fossero proprio tutte agenti della polizia segreta britannica, lo Stato più potente del mondo all’epoca, erano comunque densamente popolate da spie, infiltrati e agenti provocatori delle principali grandi potenze dell’epoca.1

Un’analisi chestertoniana si adatterebbe altrettanto bene al terrorismo radicale della globalizzazione dei primi anni del XXI secolo, soprattutto considerando che quell’epoca sta ormai svanendo nel passato insieme alla globalizzazione edoardiana dei tempi di Chesterton. Sebbene i fanatici islamici abbiano sostituito i radicali atei dell’epoca di Chesterton come nucleo centrale del terrorismo globale, le loro reti sono probabilmente ancora più densamente popolate da spie governative nell’ombra di quanto persino la fertile immaginazione di Chesterton potesse concepire. Dopotutto, molti dei terroristi islamici radicali dei nostri giorni sono stati intimamente intrecciati con gli ingranaggi dello Stato profondo. Mentre la Special Branch britannica svolge ancora un ruolo minore ma importante in questa vicenda (creando il rifugio jihadista che divenne noto come “Londonistan”), il ruolo principale è stato assunto dalla Central Intelligence Agency (CIA), la quale, come è ampiamente noto, ha contribuito a coltivare una rete globale di insorti islamici al fine di contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. 2

Il terrorismo globale e il crepuscolo dell’impero

Dopo aver cacciato con successo le forze russe dall’Afghanistan nel 1989, la rete principale degli insorti sostenuti dalla CIA decise, in un impeto di rabbia, di agire di propria iniziativa. Priva di uno scopo una volta sconfitto l’impero sovietico, la rete di ribelli dal nome innocuo di «la Base» (Al Qaeda in arabo) si infuriò quando la propria offerta di costituire una legione straniera islamica per difendere l’Arabia Saudita dall’espansionismo del dittatore ba’athista iracheno Saddam Hussein fu respinta, a favore delle forze riunite di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti. Rivoltandosi contro i propri ex padroni politici, la Base sferrò non uno, ma ben due attacchi contro il World Trade Center di New York (nel 1993 e nel 2001), la città che all’epoca più si avvicinava a una capitale mondiale. Utilizzando tre aerei di linea dirottati come missili guidati, la Base riuscì a distruggere le Torri Gemelle e a colpire il Pentagono, uccidendo migliaia di persone.3 Gli Stati Uniti risposero sferrando un’offensiva su più fronti, coordinata con i propri numerosi alleati in tutto il mondo, per sradicare il terrorismo globale ovunque.

La guerra globale al terrorismo ha combinato una sinistra lotta nell’ombra fatta di omicidi, rapimenti, torture e impiego di squadroni della morte settari con incursioni delle forze speciali, spedizioni militari sfortunate e costose (contro l’Afghanistan e l’Iraq), nonché una serie ininterrotta di sanguinosi raid aerei sia contro i principali Stati della regione (Siria, Libia) sia contro remote zone dell’entroterra (il Sahel, il Corno d’Africa) dove gli insorti e i sostenitori di al-Qaeda avevano trovato rifugio. La Watson School of Public and International Affairs della Brown University stima che il bilancio complessivo delle vittime della guerra globale al terrorismo ammonti a 940.000 persone in tutto il mondo.

Eppure, a meno di un quarto di secolo dall’inizio della “guerra al terrorismo”, il leader del Fronte del Levante (Jabhat al-Nusra) di al-Qaeda, Ahmed al-Sharaa, sarebbe stato accolto a New York proprio nello stesso mese (settembre 2025) in cui i suoi predecessori avevano attaccato la città ventiquattro anni prima. Ciò sarebbe avvenuto dopo che gli Stati Uniti avessero devastato vaste aree del Medio Oriente, mancando però, come un giocatore di freccette ubriaco, di proposito i due paesi, l’Arabia Saudita e l’Egitto, da cui provenivano effettivamente i diciannove dirottatori del settembre 2001.

Al-Sharaa si è recato a New York per partecipare al Concordia Summit, uno dei tanti raduni di questo tipo che hanno proliferato nell’era della globalizzazione con l’obiettivo di riunire il mondo degli affari e quello governativo e coordinarne il governo congiunto. La sua visita è avvenuta meno di un anno dopo che l’esercito siriano della Base, ancora una volta fortemente sostenuto e armato dagli Stati Uniti, aveva invaso la capitale siriana Damasco e spodestato dal potere l’uomo forte alleato della Russia, Bashar al-Assad. Nonostante abbia abbandonato il suo precedente nom de guerre, Abu Muhammad al-Julani, a differenza del leader anarchico Sunday di Chesterton, non vi è alcun mistero né profondità riguardo a chi si celi in ultima analisi dietro il nuovo presidente siriano. Al-Sharaa ha ricevuto le lodi pubbliche dell’ex direttore della CIA, il generale David Petraeus, durante un incontro faccia a faccia al vertice (Petraeus aveva precedentemente guidato lo sforzo bellico statunitense contro le forze locali della Base nel vicino Iraq). Anche il presidente Trump ha espresso la sua ammirazione per la «durezza» di al-Sharaa.

Gli audaci e sanguinosi attacchi sferrati dalla Base contro gli Stati Uniti nel 2001 coincisero con l’apice dell’egemonia unipolare statunitense e della globalizzazione economica. Al contrario, quando il nuovo leader della Base tornò a New York forte della vittoria e con l’alleanza con gli Stati Uniti ormai efficacemente ristabilita, si trovò di fronte a un Paese notevolmente indebolito sotto quasi ogni aspetto di potere e prestigio: economico, ideologico e militare. Sebbene parte di questo declino relativo possa essere attribuito all’eccessiva espansione imperiale e all’esaurimento derivante dalla guerra continua e senza restrizioni contro la Base e i suoi vari gruppi scissionisti (in particolare lo Stato Islamico), la maggior parte del declino degli Stati Uniti ha meno a che fare con le vittorie di milizie islamiche disorganizzate e fanatici suicidi che con la crescita della potenza industriale cinese e del revansismo militare russo.

Qual è, allora, il rapporto tra l’ascesa e il declino della potenza globale degli Stati Uniti e l’alternarsi di alti e bassi del terrorismo islamico radicale? È possibile analizzare la dinamica bizzarra e straordinaria di attrazione e repulsione ideologica, di inimicizia strategica e alleanza, tra gli Stati Uniti e l’Islam radicale nei termini oggettivi della scienza politica e della geopolitica, in modo da evitare di ricorrere alla metafisica chestertoniana?

Se l’unipolarità è finita — e lo sforzo che gli Stati Uniti stanno compiendo per reprimere la Repubblica Islamica dell’Iran, assediata e afflitta dalla povertà, sembrerebbe confermarlo — cosa ne sarà del jihadismo, che è stato una componente così ricorrente e familiare dell’ordine globale guidato dagli Stati Uniti? Cosa ne sarà dello sforzo pluridecennale volto ad attuare direttamente la legge islamica come sistema politico, ovvero del progetto politico convenzionalmente descritto come islamismo? Qual è il rapporto tra islamismo e jihadismo, e tra questi due fenomeni e la fede islamica stessa all’indomani della globalizzazione guidata dagli Stati Uniti? Queste sono le domande che il presente articolo intende affrontare, analizzando il rapporto tra l’Islam globale e l’islamismo come ideologia, nonché la distribuzione globale del potere negli ultimi trenta-quaranta anni.

Nonostante tutte le differenze tra l’epoca di Chesterton e la nostra, esiste un elemento comune agli anarchici, ai jihadisti e agli islamisti: la loro incapacità di risolvere la spinosa ma inevitabile questione di ogni politica, ovvero la natura e la legittimità del potere politico laico centralizzato, o, in breve, la questione della sovranità statale. Non è una coincidenza che questa questione, che ha tormentato sia gli anarchici che i radicali islamici, coincida con le fasi di massimo splendore storico della globalizzazione nel capitalismo mondiale, dal 1870 al 1914 e dal 1989 al 2024. Si trattò in entrambi i casi di periodi in cui l’espansione del commercio, della finanza, della produzione industriale e delle comunicazioni indebolì il potere statale, mentre l’imperialismo globale erose l’indipendenza nazionale.

Queste erano le circostanze materiali in cui le persone potevano arrivare a concepire l’Islam transnazionale come un attore globale. La comunità multietnica, interrazziale e senza confini dei credenti islamici, nota in arabo come Ummah, poteva essere proposta come una formulazione coesa e autentica dell’umanità illuminata nel suo insieme, che trascendeva il bisogno profano di governo e faceva a meno delle logore ipocrisie del liberalismo e della democrazia. Ma, come vedremo, le stesse condizioni materiali che permisero all’Islam di emergere come orizzonte per l’umanità globale potevano durare solo fintantoché fosse rimasta in piedi la sbilanciata distribuzione internazionale del potere che sosteneva l’egemonia statunitense.

Ora che gli Stati Uniti non sono in grado o non sono disposti a mantenere queste condizioni, torna alla ribalta la questione del pluralismo geopolitico e della rappresentanza politica e, con essa, quella del potere statale. Con il declino del potere statunitense, declina anche l’Islam globale. La domanda che si pone per tutti noi è se le nazioni che rimangono indietro dopo il ritiro dell’impero statunitense siano in grado di costruire Stati funzionanti e indipendenti ai fini dell’autogoverno e dell’ordine politico.

Se un’analisi politica lucida deve fare a meno della metafisica, dobbiamo comunque fare i conti con la totale stranezza del rapporto politico e strategico tra la superpotenza americana e l’Islam radicale nel periodo di massimo splendore dell’unipolarità statunitense. Come storia di agenti della CIA fuori controllo che bombardano New York per poi essere riaccolti lì più di due decenni dopo, è un racconto al tempo stesso così stravagante e banale che un’intelligenza artificiale generativa probabilmente lo rifiuterebbe come premessa di un thriller. Anche nei momenti di massima tensione, gli Stati Uniti non hanno mai mancato di inchinarsi alle sensibilità islamiche come parte del loro sforzo bellico globale. Mentre gli Stati Uniti si preparavano a scatenare la loro vasta macchina da guerra nel 2001 e la loro polizia segreta allestiva segrete di tortura in vari «siti neri» della CIA in tutto il mondo, un’amministrazione guidata da un metodista evangelico, il presidente George W. Bush, ribattezzò l’operazione di rappresaglia contro la Base, optando per «Enduring Freedom» al posto di «Infinite Justice», dopo che alcuni studiosi islamici avevano fatto notare che la giustizia infinita appartiene solo ad Allah.

Il successore di Bush, Barack Hussein Obama, anch’egli protestante praticante, avrebbe poi dichiarato, con una frase rimasta famosa, che l’Islam era una «religione di pace» nel suo discorso all’Università del Cairo nel 2009. Sebbene l’atteggiamento conciliante di Obama fosse chiaramente inteso a isolare i radicali dai loro correligionari moderati, privandoli della possibilità di dipingere i leader occidentali come anti-islamici, egli poté farlo solo rivendicando un diritto assoluto, persino imperialistico, di dettare a livello globale i termini della religione altrui, intensificando al contempo gli attacchi con i droni contro gli Stati musulmani, indipendentemente dal fatto che fossero alleati o opposti agli Stati Uniti.

A differenza dei presidenti Bush e Obama, cercherò di evitare le strategie ossequiose e accondiscendenti della controinsurrezione intellettuale. In quanto non credente, non mi permetterò di dettare agli altri il significato della loro religione. Ai fini del presente articolo, adotterò la definizione di Islam globale data dallo storico delle idee Faisal Devji, che lo interpreta non come un atavismo religioso, ma come un fenomeno moderno che può essere descritto con termini simili a quelli utilizzati per discutere di democrazia globale, liberalismo o socialismo. Devji sostiene che questa nozione generica di Islam sia un prodotto dei pensatori panislamici del XIX secolo più che degli orientalisti. Potremmo aggiungere che essa è adatta a un mondo moderno in cui le concezioni astratte dell’azione collettiva riflettono un’economia capitalista globale che è a sua volta radicata in categorie altamente astratte di capitale e lavoro. È come risultato della modernità che l’Islam è passato dal limitarsi a descrivere le pratiche religiose dei musulmani all’essere visto come «una struttura astratta e presumibilmente autopropulsiva, come il capitalismo». 4 Sebbene l’Islam possa racchiudere una moltitudine di sfaccettature, è anche un’idea per eccellenza globalista, e la sua storica radicalizzazione nell’islamismo e nel jihadismo deriva dal fallimento del globalismo nel trascendere la politica profana dello Stato-nazione.

Cosa si è lasciata alle spalle l’ondata islamista

Non sappiamo se il nuovo leader siriano al-Sharaa sia stato rincuorato nel constatare il declino delle sorti del Paese che aveva visitato nel 2025. Se così fosse, avrebbe ben poco di cui rallegrarsi riflettendo sulla situazione strategica della Siria. Se la Siria è il primo Paese che si potrebbe dire che la Base abbia conquistato, si tratta di una vittoria altamente compromessa e contingente. Sebbene le forze di al-Sharaa abbiano preso Damasco nel 2024 e abbiano persino privato la Marina russa del suo ex porto mediterraneo a Tartus, lo Stato che al-Sharaa governa ora è molto ridotto rispetto persino a quello controllato dal suo predecessore laico, al-Assad.

La Turchia si è ritagliata una propria zona cuscinetto nel nord della Siria e l’ha affidata ai propri compatrioti etnici presenti nel Paese, la minoranza turkmena. A sud, Israele ha approfittato della vittoria di al-Sharaa per occupare ancora più territorio siriano, estendendo la propria influenza oltre le Alture del Golan – che Israele aveva sottratto alla Siria nella guerra del 1967 – fino a occupare completamente il Monte Hermon, che si affaccia direttamente su Damasco stessa. Israele controlla inoltre lo spazio aereo siriano, bombardando regolarmente la Siria per ricordarle questo fatto.

E la Base non è l’unica forza ribelle islamica ad essere stata umiliata da Israele. Hezbollah, la potente milizia libanese allineata con l’Iran, è stata decimata da un attacco straordinariamente complesso che ha comportato la detonazione simultanea di migliaia di dispositivi portatili con trappola esplosiva utilizzati dagli agenti di Hezbollah nel 2024, seguita da devastanti attacchi aerei contro i resti della leadership della milizia. La vittoria di Israele su Hezbollah è stata tanto più degna di nota in quanto si trattava dell’unica forza araba che potesse vantare credibilmente di aver sconfitto lo Stato ebraico sul campo di battaglia, quando nel 2006 era riuscita a cacciare le forze israeliane dal Libano meridionale.

Purtroppo, la precisione degli attacchi israeliani contro Hezbollah non è stata all’altezza delle aspettative. I bombardamenti aerei israeliani, sistematici e devastanti, su città e villaggi libanesi continuano senza sosta, nonostante il fatto che lo stesso Hezbollah sia stato drasticamente indebolito. Più a sud, Israele ha praticamente eliminato il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas, secondo l’acronimo arabo) che fino a quel momento governava la Striscia di Gaza, confinandolo nei tunnel sotto le rovine di Gaza e uccidendo al contempo fino al 3,5% della popolazione totale della Striscia, compiendo una terribile vendetta per la sanguinosa carneficina perpetrata da Hamas nei kibbutz del sud di Israele nell’ottobre 2023. Probabilmente ci sono molti altri cadaveri sotto le rovine di Gaza.5

Infatti, Israele è talmente sicuro della propria supremazia regionale e l’equilibrio di potere nella regione è talmente sbilanciato che alcuni strateghi israeliani hanno già individuato nella Turchia il loro prossimo rivale regionale. La Turchia è ora l’unica grande potenza militare musulmana rimasta nella regione dopo la pesante sconfitta inflitta da Israele all’Iran a partire dalla Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025 e dalla guerra in corso del 2026.6

Le prospettive del radicalismo islamico in senso lato non sembrano affatto più rosee. Persino in Afghanistan, dove i talebani sono riusciti a cacciare gli Stati Uniti sulla via dell’annientamento del regime sostenuto dall’Occidente, i frutti della vittoria sembrano amari. A conti fatti, la vittoria afghana è stata almeno tanto un trionfo della politica tribale e degli intrighi etnici quanto il coronamento di una guerra santa. L’offensiva finale dei talebani è stata preceduta da un meticoloso smantellamento della rete di alleanze tribali che sosteneva lo Stato fantoccio della NATO. Nel frattempo, vengono bombardati dai loro ex alleati pakistani, senza alcuno dei rimorsi in materia di diritti umani che tormentavano la coscienza dei loro persecutori occidentali.

Si tratta di una situazione ben lontana dal senso di trionfo che i mujaheddin provarono alla fine dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan e alla conclusione della Guerra Fredda. Nonostante la narrazione mitizzata che i jihadisti hanno costruito attorno alle loro operazioni militari tutt’altro che impressionanti contro l’Armata Rossa, anche quella vittoria appare meno storica dal punto di vista del 2026. Oltre ai missili Stinger che la Base ricevette dalla CIA per aiutarli ad abbattere i temuti elicotteri da combattimento sovietici, furono riforniti anche di missili antiaerei e granate a propulsione a razzo dal Partito Comunista Cinese, a sua volta impegnato in una faida ideologica con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Alla fine, si scoprì che l’uso di armi fornite dai comunisti per abbattere elicotteri da combattimento comunisti non portò alla sconfitta del comunismo ateo. Trent’anni dopo, c’è un’altra superpotenza comunista confinante con l’Afghanistan, ancora più potente dell’Unione Sovietica, con una propria vasta popolazione musulmana assoggettata in Asia centrale. Non solo il comunismo non è stato sconfitto, ma i mujaheddin si sono rivelati pedine di una guerra civile rossa tra le due capitali eretiche del marxismo, aiutando i revisionisti di Pechino a sconfiggere i socialimperialisti di Mosca.

In una prospettiva storica più ampia e di lungo periodo, l’Islam radicale non sembra aver goduto dei benefici del consolidamento strategico e della coesione politica che i suoi seguaci più militanti avevano immaginato. La guerra civile all’interno del jihadismo si è intensificata durante l’occupazione statunitense dell’Iraq (2003–2011) e da allora si è diffusa in tutto il mondo islamico. Questa fase particolarmente estesa e sanguinosa di intensificata violenza settaria è iniziata quando la branca irachena della Base (seguaci della corrente sunnita maggioritaria dell’Islam), contro le istruzioni e i consigli della leadership in Afghanistan, si è impegnata a sterminare gli eretici prendendo di mira i santuari, i pellegrini e i leader della popolazione sciita irachena (la minoranza religiosa all’interno dell’Islam ma la maggioranza demografica all’interno dello stesso Iraq) con ripetuti attentati suicidi.

Affermando una crescente indipendenza dalla leadership, questi sforzi da parte dell’ala irachena culminarono in una scissione all’interno di al-Qaeda e nella fondazione dello Stato Islamico, un califfato autoproclamato ritagliato dalle province confinanti della Siria e dell’Iraq nel giugno 2014. Lo Stato Islamico avrebbe eclissato e strumentalizzato le fallite rivoluzioni democratiche della Primavera Araba iniziate nel 2010, superando il livello di zelo e fanatismo professato dalla stessa Al-Qaeda. Mentre la propaganda di Al-Qaeda tendeva a giustificare le proprie atrocità come rappresaglia per le incursioni degli infedeli e i crimini contro i musulmani, lo Stato Islamico esultava apertamente nella propria barbarie. Dabiq, l’organo di propaganda in lingua inglese dello Stato, si vantava di come, man mano che avessero esteso il proprio dominio al resto del mondo, avrebbero, a tempo debito, venduto donne e bambini francesi nei mercati degli schiavi, proprio come stavano facendo nella loro capitale de facto, la città siriana di Raqqa, dove vendevano donne e ragazze yazidi catturate dopo aver massacrato tutti i loro uomini. 7 Alla fine, il califfato globale è stato praticamente eliminato nel 2019, dopo che il suo territorio era stato ridotto alla sperduta cittadina irachena di confine di Baghuz.

Se ogni Stato si fonda effettivamente sulla forza, lo Stato Islamico dimostra che la forza da sola non basta. Essi hanno fallito clamorosamente nel trasformare il loro raccapricciante sadismo in fedeltà politiche e istituzioni militari abbastanza forti da resistere alle offensive su più fronti lanciate contro il loro territorio. La loro strategia e la loro diplomazia erano talmente inette da riuscire persino a riunire nemici giurati, come gli Stati Uniti e l’Iran, o (per un breve periodo) i curdi e i turchi, nella coalizione multinazionale che alla fine li ha schiacciati (gli Stati Uniti avrebbero poi ripagato il debito assassinando in seguito Qasem Soleimani, il leader militare iraniano che aveva contribuito a coordinare la disfatta dello Stato Islamico, e abbandonando i curdi alla Turchia).

Pur definendosi uno Stato, lo Stato Islamico era in definitiva meno interessato a stabilizzare i propri confini e a esercitare il potere politico; il suo vero obiettivo era condurre una guerra santa senza fine contro il resto del mondo. Ha adottato sia gli abiti e le bandiere neri sia le designazioni geopolitiche dei califfi abbasidi, che dividevano il mondo in Dar al-Islam (“Casa dell’Islam”, ovvero i territori sotto il dominio islamico) e Dar al-Harb (“Casa della Guerra”, ovvero i territori al di fuori del dominio musulmano). Ancora oggi, i residui dello Stato Islamico continuano a condurre la loro guerra civile religiosa, bombardando i talebani in Afghanistan o combattendo contro le forze di al-Qaeda in Nord Africa, mentre si contendono i racket del contrabbando nel Sahel, che a loro volta vengono utilizzati per finanziare un’ulteriore espansione criminale e ulteriori conflitti.

Data l’inettitudine strategica dei radicali jihadisti e la caotica situazione geopolitica del Medio Oriente, per non parlare delle crisi economiche, della corruzione politica e delle disfunzioni amministrative che affliggono l’intera regione, non sorprende che il New York Times abbia recentemente suggerito che l’Islam politico potrebbe essere giunto al capolinea. 8 L’affermazione trae spunto dall’ultimo libro di Devji, Waning Crescent: The Rise and Fall of Global Islam.

Devji sostiene che l’Islam sembri perdere la sua carica politica, sottolineando che nei recenti grandi movimenti di protesta in tutto il mondo islamico, sia nei paesi a maggioranza musulmana (Iran, Turchia e Bangladesh) sia in India (dove i musulmani sono una minoranza), la mobilitazione popolare di massa non si è concentrata sul posto e sul ruolo dell’Islam nella vita pubblica. Inoltre, egli osserva che l’opposizione popolare islamica al governo di partiti dichiaratamente islamisti—quali i Fratelli Musulmani in Egitto, Ennahda in Tunisia e il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidente Erdogan in Turchia—sottolinea il fatto che l’Islam radicale eserciti una presa sempre più debole sui movimenti popolari contro il potere costituito e l’autorità in carica. Questa perdita di slancio priva i radicali islamici di quell’energia di opposizione che finora ha permesso loro di guidare la resistenza popolare contro i numerosi monarchi assoluti, dittatori militari e dinastie repubblicane del mondo islamico.

I molteplici aspetti dell’Islam politico

Eppure, al New York Times la memoria è corta. Anche l’Islam politico era stato dichiarato morto proprio all’inizio dell’era della globalizzazione unipolare. Nel 1994, l’antropologo politico francese Olivier Roy pubblicò il suo straordinario studio, Il fallimento dell’Islam politico.9 In concomitanza con la vittoria degli Stati Uniti nella Guerra Fredda, molti all’epoca si aspettavano, e alcuni senza dubbio speravano addirittura, che il radicalismo islamico sostituisse il comunismo come unica forza di opposizione all’egemonia occidentale globale. La sinistra globale era, ovviamente, ben lieta di assecondare le speranze dei radicali islamici e dei burocrati dello “Stato profondo” alla ricerca di nuovi nemici.10

Roy si rese conto che non solo gli islamisti avevano ripetutamente fallito nel tentativo di prendere il potere (come in Algeria, dove la loro vittoria democratica fu soffocata dalla dittatura militare nel 1992), ma che avevano fallito anche quando erano riusciti a prendere il potere. Ciò era dimostrato dai principali Stati islamici radicali dell’epoca, ovvero il Sudan e l’Iran. Entrambi erano evidenti fallimenti: isolati, poveri, esausti e dilaniati dalla guerra. Essendo egli stesso un ex maoista che aveva avuto un’esperienza diretta sul campo con i mujaheddin contro i sovietici, Roy si rese conto che il Sudan e l’Iran avevano le stesse probabilità di ottenere il plauso mondiale che la Corea del Nord e Cuba avevano di diffondere il comunismo in tutto il mondo. «L’Islam politico», concluse, «non supera la prova del potere».11 Fu proprio questo tentativo fallito di politicizzare l’Islam, scaturito dal pensiero antimperialista del XIX e dell’inizio del XX secolo, a indurre Roy a classificare l’islamismo insieme agli altri “-ismi” ideologici dell’era moderna.

Secondo Roy, gli islamisti hanno fallito perché non sono riusciti a trovare un modo per uscire dal “circolo vizioso” dell’ideologia islamista. Da un lato, secondo Roy, gli islamisti credevano che una società islamica dovesse essere instaurata attraverso la politica; dall’altro, credevano anche che le istituzioni propriamente islamiche potessero funzionare solo se gli individui che le componevano fossero stati sufficientemente virtuosi… ma tale virtù sarebbe esistita solo se la società stessa fosse stata in precedenza sufficientemente pia e islamica. 12 In breve, i termini stessi dell’Islam politico rendevano impossibile la formazione di uno Stato propriamente islamico. Roy osservò inoltre che l’analisi islamista degli ideali politici, della progettazione istituzionale e dell’organizzazione e distribuzione del potere degenerava sempre in digressioni sulle virtù dei singoli leader e funzionari. Dato che tutti gli individui moderni sarebbero inevitabilmente lontani dalla rappresentazione coranica del sovrano ideale, Roy ha concluso che «il modello politico islamista, essendo realizzabile solo in un uomo e non nelle istituzioni… rende impossibile la creazione di una polis, di una “città-stato” islamista».13

Né l’intensificarsi dell’ideologia poteva compensare il problema. Secondo Roy, lo sforzo islamista di rendere la jihad il sesto pilastro dell’Islam tendeva a sostituire l’organizzazione con la devozione individuale e la vittoria con il martirio; la jihad riguarda in definitiva il rapporto tra il mujahid e Dio, non tra il mujahid e il nemico. 14 Che importanza ha se i russi, gli americani o i sionisti vengono sconfitti o meno in questo mondo, se il vero credente entra nell’aldilà in gloria eterna? I tentativi islamisti di sostituire i concetti politici moderni con quelli islamici—come il tawhid (“unità divina”) al posto di una società senza classi, o i musta’dafin (“coloro che cadono sulla terra”) al posto degli oppressi—si sono sempre arenati. Dopotutto, la sovranità divina minava la tesi della sovranità popolare, e che senso aveva invocare partiti di Dio, come Hezbollah, quando non poteva mai esistere alcun partito se non quello di Dio? Più gli islamisti diventavano politicamente concreti, più minavano il messaggio universale dell’Islam, destinato ad applicarsi a tutti i tempi e a tutti i luoghi.

Per quanto convincente possa essere lo studio di Roy sulle contraddizioni interne dell’Islam politico, la sua audace tesi appare comunque ingenua, destinata a essere smentita da ogni attentato suicida e da ogni atrocità terroristica verificatasi dopo la pubblicazione del libro. L’islamismo potrà anche essere antitetico all’organizzazione politica e alla creazione di istituzioni, e la jihad alla vittoria effettiva nelle battaglie, ma i suoi vicoli ciechi logici non hanno impedito a reti terroristiche altamente sofisticate di mobilitare molte migliaia di persone disposte a sacrificare la propria vita per la causa jihadista.

C’è dunque qualcosa che cambia tra il 1994 e il 2026? Cosa potrebbe renderci oggi più sicuri nell’affermare la previsione di Devji sulla fine dell’Islam radicale e del jihadismo? Oppure esiste già un Osama bin Laden del futuro, infiltrato dalla CIA nello Xinjiang per combattere l’egemonia del PCC nell’ambito del Fronte del Turkestan Orientale, gettando le basi per le nuove “guerre infinite” del XXI secolo?

Se i jihadisti di Roy sono indifferenti alla vittoria concreta in questo mondo, sono anche, per lo stesso motivo, incapaci di rendersi conto quando sono stati sconfitti. Non c’è dubbio che la sconfitta militare in Afghanistan abbia contribuito ad accelerare lo scioglimento dell’Unione Sovietica e, con esso, il declino del comunismo internazionale. Né vi è alcun dubbio che lo stesso Islam radicale sia stato proiettato alla ribalta dalle disastrose sconfitte inflitte al nazionalismo arabo nel 1967, quando Israele sconfisse le forze armate congiunte di Egitto, Giordania, Siria e Iraq nel giro di sei giorni. Eppure, nonostante abbiano ormai subito più disonori militari e battute d’arresto strategiche persino rispetto agli sfortunati nazionalisti arabi che li hanno preceduti, i jihadisti non sembrano temere una perdita di prestigio o di slancio paragonabile a quella subita dalle ideologie politiche laiche.

Dopotutto, una sconfitta su un fronte può sempre essere compensata da un presunto favore divino su un altro. L’offensiva dell’aprile 2026 condotta dalle forze locali della Base in Mali ha portato all’assassinio del ministro della Difesa e a pesanti sconfitte per le forze nazionali maliane (nonostante il significativo sostegno russo), dimostrando che i jihadisti del Sahel stanno salendo con sicurezza i gradini dell’escalation della guerriglia, spostandosi dalla periferia rurale per circondare i principali centri urbani del Paese.

Sebbene i massacri jihadisti in Europa siano, finora, diminuiti dopo gli orrori degli attentati di Parigi del 2015 e di Manchester del 2017, gli attacchi individuali su scala minore sono ormai così abituali che i media non si preoccupano nemmeno più di indagare se gli attacchi compiuti da individui armati di coltello che agiscono a caso siano attribuibili alla follia o al fanatismo, né tantomeno perché le auto sembrino continuare a investire i pedoni. Il regno del terrore jihadista è talmente normalizzato da aver rimodellato la geografia urbana delle città europee, con la proliferazione di barriere di sicurezza negli spazi pubblici e, a partire dal massacro del 2015 nella redazione di Charlie Hebdo, ha anche imposto di fatto una legge sulla blasfemia a livello continentale. 15 Le raffigurazioni del Profeta in tutta l’Europa occidentale rischiano di essere accolte, come minimo, con ammonimenti da parte delle risorse umane, repressione statale e censura mediatica, se non addirittura con rappresaglie violente, come si è visto con la decapitazione dell’insegnante francese Samuel Paty nel 2020 per il “reato” di aver mostrato in classe le vignette satiriche. A ciò si affiancano espressioni stravaganti di identità religiosa, come le preghiere pubbliche di massa e, più recentemente, persino l’autoflagellazione pubblica e il battersi il petto da parte degli sciiti in commemorazione del martirio di Ali.

Eppure, proprio mentre la devozione islamica sembra avanzare in Europa, essa è in declino nel suo nucleo storico: il Medio Oriente. Una serie di sondaggi degni di nota ha rilevato un marcato calo della fede religiosa, con la percentuale di atei che, persino in Arabia Saudita, si aggira intorno alla stessa percentuale registrata negli Stati Uniti (5%). Un’indagine di riferimento condotta dall’Arab Barometer ha rilevato che il 18% degli intervistati sotto i trent’anni (su un totale di venticinquemila intervistati) si definiva non religioso.16 L’hijab sembra più diffuso in Europa che in Arabia Saudita e in Iran, dato che sia le donne saudite che quelle iraniane si riprendono sui social media senza il velo. Questo calo risulta meno sorprendente se si considera che i giovani musulmani in Europa non devono (ancora) affrontare le conseguenze economiche e politiche derivanti dall’esaltazione dell’arretratezza sociale e del conservatorismo religioso, i cui effetti degradanti sono così palpabili in tutto il Medio Oriente. Inoltre, è proprio la repressione degli Stati autoritari mediorientali ad aver spinto le reti islamiste e le organizzazioni caritative fuori dal Medio Oriente e verso l’Unione Europea, trasformando gli Stati membri liberali dell’Europa da retrovia a patria del radicalismo islamico.

Nel complesso, nei trent’anni trascorsi dalla pubblicazione del suo libro di riferimento, sembrano ancora accumularsi numerose prove a favore di Roy. La Fratellanza Musulmana egiziana, il partito islamista per eccellenza, è stata estromessa dal potere con un colpo di Stato militare nel 2013, che ha goduto di un ampio sostegno popolare, persino da parte delle classi medie egiziane più devote, sottolineando ancora una volta che gli islamisti hanno fallito la prova del potere. Il Sudan è stato diviso nel 2011, quando il Sud Sudan, a maggioranza cristiana e animista, si è finalmente separato dal nord a maggioranza musulmana; il Sudan residuo rimane impantanato nella guerra e nella povertà, con stime anche prudenti delle vittime della guerra civile sudanese iniziata nel 2023 che superano di gran lunga quelle di Gaza.

Più lontano, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran ha resistito all’offensiva statunitense-israeliana e, prima ancora, a ricorrenti cicli di proteste di massa, è anche evidente che il regime sta radicando il proprio potere meno nell’islamismo rivoluzionario e più nel nazionalismo iraniano, per quanto spettacolare possa essere stato il funerale pubblico della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei (ucciso in un attacco aereo israeliano nel febbraio 2026). La Repubblica Islamica ha eretto una statua del re Shapur I nella Piazza della Rivoluzione di Teheran nel novembre 2025, in onore del monarca persiano (zoroastriano) che, come è noto, catturò l’imperatore romano Valeriano nella battaglia di Edessa nel 260: il tipo di monumento che l’Ayatollah Khomeini avrebbe definito idolatra se fosse stato eretto dallo Scià. Se si deve credere alle immagini ampiamente diffuse sui social media di donne iraniane senza velo che protestano contro le bombe americane e israeliane, è probabile che il sentimento nazionalista iraniano venga stimolato, anziché indebolito, una volta terminata la guerra in corso. L’islamismo continua a fallire ripetutamente la prova del potere. Allora perché il jihadismo continua?

La misura in cui condividiamo la valutazione di Roy dipende in parte da come definiamo ciò che osserviamo. Oggi, il termine “islamismo” viene usato indiscriminatamente per riferirsi a qualsiasi estremista islamico radicale. Roy, tuttavia, lo utilizzava per indicare coloro che volevano attivare l’Islam come forza rivoluzionaria per la conquista del potere statale, sulla scia delle rivoluzioni nazionaliste che hanno travolto il mondo in via di sviluppo nella seconda metà del XX secolo. Egli contrapponeva a ciò il neo-fondamentalismo socialmente conservatore e riformista, nato da iniziative esplicitamente controrivoluzionarie finanziate dai petrodollari sauditi e sostenute politicamente dagli Stati Uniti per contenere l’islamismo. I neo-fondamentalisti furono incoraggiati a ignorare la questione del potere politico, privilegiando invece le opere educative e caritative attraverso organizzazioni non governative islamiche e reti di beneficenza. È proprio quest’ultimo tipo di islamismo che è venuto a sostituire le speranze rivoluzionarie fallite dell’Ayatollah Khomeini.

Contrariamente alla spiegazione convenzionale secondo cui i musulmani si stavano radicalizzando sempre di più, Roy sosteneva che la persistenza del terrorismo jihadista, nel contesto del più ampio fallimento politico dell’islamismo, potesse essere meglio compresa in termini di ciò che egli definiva «l’islamizzazione del radicalismo».17  Secondo questa spiegazione, l’anomia urbana, l’alienazione giovanile e le norme controculturali che un tempo avrebbero alimentato il terrorismo della sinistra rivoluzionaria della metà del secolo (esemplificato dalle Brigate Rosse e dai loro affini ideologici in tutto il mondo) si esprimono ora in termini islamici. Tuttavia, la tesi di Roy presenta ancora un problema: cosa c’è nell’Islam che lo rende un veicolo ideologico per il nichilismo violento e il radicalismo globalizzato?

Esiste, inoltre, una differenza tra quella vecchia forma laica di violenza politica di sinistra e le più recenti forme religiose che oggi predominano sotto la bandiera dell’islamismo; essa si percepisce meglio spostando l’attenzione dai musulmani ed esaminando invece i cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquant’anni nell’ordine globale. Ciò che è accaduto in quel periodo è che proprio ciò che Roy considerava l’ostacolo al successo dell’islamismo, ovvero la realtà del potere statale, è stato soppresso dagli Stati Uniti attraverso strategie globaliste volte a reprimere la sovranità nazionale a favore dell’integrazione economica globale e della propria egemonia militare. La globalizzazione guidata dagli Stati Uniti si è rivelata un ordine mondiale altamente favorevole al radicalismo islamico, che a sua volta era stato deviato e allontanato dal tentativo fallito di conquistare, costruire o esercitare il potere statale.18

Il declino congiunto dell’Occidente e dell’Islam

Per rispondere alla nostra domanda, quindi, la prima grande differenza tra i primi anni ’90 e il momento attuale è il ruolo dell’Occidente. Nei primi anni ’90, l’Occidente geopolitico in senso lato comprendeva gli alleati degli Stati Uniti in Europa e nell’Asia-Pacifico, che erano anche chiari partner nella vittoria americana nella Guerra Fredda. Questi paesi condividevano sistemi politici simili ed erano strettamente legati da alleanze a lungo termine con gli Stati Uniti al centro. In breve, l’Occidente geopolitico costituiva la base piramidale su cui poggiava l’apice unipolare americano, e sembrava trarre il massimo vantaggio dagli effetti di ricaduta della leadership statunitense. In questo modo, l’ascesa occidentale dopo il crollo dell’Unione Sovietica mantenne sostanzialmente lo schema degli ultimi due secoli: l’Occidente cresceva mentre il mondo islamico declinava.

Se gli ultimi duecento anni sono stati caratterizzati dall’ascesa di una sfera a scapito di un’altra, ora quel periodo è giunto al termine. Il mondo occidentale e quello islamico sembrano essere caduti in disgrazia agli occhi di Dio, o forse, per dirla meglio, entrambi hanno chiaramente perso il mandato del cielo; per di più, il loro declino procede ora di pari passo. Persino l’utopia consumistica apparentemente tranquilla di Dubai, il cui boom economico sembrava smentire la necessità della de-islamizzazione come precondizione della modernizzazione, si è rivelata un miraggio geopolitico, svanito sotto una raffica di droni Shahed. Al di fuori del Medio Oriente e del Nord Africa, gli Stati a maggioranza musulmana come l’Indonesia e la Malesia devono fare i conti con la crescita del potere della Cina comunista. Ancora più importante, l’Occidente stesso, in quanto categoria geopolitica, si sta disintegrando, come dimostra il crollo di sistemi di alleanze un tempo stabili. Sia i canadesi che gli europei sanno di non poter contare all’infinito su un’egemonia statunitense più interessata al dominio dell’emisfero che agli impegni globali.

Questo è rilevante per la nostra argomentazione perché, nella misura in cui l’Occidente e l’Islam sono categorie politiche, essi sono anche interdipendenti. Infatti, l’emergere dell’Occidente sulla scena globale ebbe inizio quando gli Stati dell’Europa dell’età moderna intrapresero la ricerca di rotte commerciali che potessero aggirare il dominio asfissiante dell’Impero ottomano islamico sul commercio con le Indie. Più precisamente, e come abbiamo già visto, il proto-islamismo moderno ebbe inizio con la teorizzazione anti-imperialista dei panislamisti nel corso del XIX secolo. Nel tentativo di rispondere alle incursioni imperialistiche europee, essi furono costretti a concepire l’Islam in termini astratti e collettivi—per valutarne la forza istituzionale, il peso demografico globale, la capacità produttiva e l’innovazione tecnica—temi che sarebbero stati estranei al pensiero politico musulmano premoderno. Oggi, la dialettica islamica di fascino e repulsione nei confronti della vita occidentale subirà un declino di pari passo con il declino della coesione e della produttività occidentali, mentre le faide tra alleati renderanno più difficile attribuire i fallimenti maligni del Medio Oriente moderno all’imperialismo e alla contaminazione culturale di un contrappunto occidentale che non esiste più.

La seconda grande differenza, strettamente correlata, tra i primi anni ’90 e gli anni ’20 del XXI secolo è la fine della globalizzazione. L’affinità tra globalizzazione e Ummah era profonda. L’Islam globale è stato il beneficiario della globalizzazione nel senso banale del termine, in quanto la diffusione delle tecnologie di comunicazione, dei mezzi di trasporto più economici, dei flussi finanziari e della mobilità del lavoro non solo ha contribuito a diffondere l’Islam, ma anche a omogeneizzarlo. Le madrasse finanziate dall’Arabia Saudita e le economie basate sulle rimesse su larga scala hanno sostituito le tradizioni islamiche diffuse, segmentate etnicamente, rurali e mistiche – che fino ad allora avevano dominato la periferia globale – con una comunità globale urbanizzata, diasporica e più uniforme.

L’Islam radicale è stato inoltre un beneficiario del globalismo in un secondo senso, meno evidente: il jihadismo e l’Islam radicale si sono diffusi proprio come conseguenza della globalizzazione politica. Il processo globale di integrazione giuridica, tecnica e normativa è stato accompagnato da una serie ininterrotta di campagne militari volte a imporre l’allineamento geopolitico guidato dagli Stati Uniti. Queste campagne erano giustificate non tanto in termini politici quanto in termini giuridici e morali (diritti umani) e, sebbene i jihadisti scambiasero le crociate liberali dell’unipolarità per vere e proprie crociate, esse erano spesso giustificate dalla necessità di proteggere le popolazioni musulmane sia da persecuzioni etniche ostili (come in Bosnia e in Kosovo) sia da governanti musulmani oppressivi (come le dittature ba’athiste dell’Iraq e della Siria).

Ma c’è di più: gli islamisti erano spesso alleati in queste guerre; le guerre per i diritti umani erano tanto jihad quanto crociate liberali. Le reti create per combattere i russi in Afghanistan furono riadattate per portare la jihad in Europa attraverso i Balcani e, in seguito, in Siria. «Al-Qaeda è dalla nostra parte», come scrisse Jake Sullivan all’allora Segretaria di Stato Hillary Clinton mentre discutevano del modo migliore per cacciare Assad dalla Siria. Srebrenica e Ghouta, in quanto luoghi di atrocità, facevano parte delle rimostranze jihadiste contro l’ipocrisia occidentale tanto quanto quelle di qualsiasi operatore umanitario occidentale o avvocato internazionale per i diritti umani. I liberali umanitari e i jihadisti erano, in definitiva, fazioni diverse di un fronte comune, tutte impegnate a lottare per una maggiore coerenza nell’applicazione di norme morali e post-politiche senza confini, intese sia in termini liberali che islamisti, a scapito dei diritti degli Stati sovrani.

Anche i jihadisti hanno tratto vantaggio da queste campagne militari, in quanto la distruzione delle autorità centralizzate da parte delle potenze occidentali in tutto il mondo in via di sviluppo ha creato le condizioni in cui gli emirati jihadisti, il più delle volte semplici organizzazioni criminali basate sulla Sharia, hanno potuto prosperare. Proprio come il Messico è passato dall’insurrezione ideologica zapatista degli anni ’90 ad avere intere fasce del paese controllate da cartelli globalizzati, armati non meno pesantemente dell’esercito messicano, così anche il Medio Oriente sta ora tracciando l’arco che va dagli insorti rivoluzionari alle organizzazioni criminali. La Libia ne è stato l’esempio più evidente: la distruzione del regime di Gheddafi da parte della NATO nel 2011 ha innescato un’esplosione di insurrezioni in tutto il Sahel, tutte volte ad approfittare del vuoto politico per impadronirsi di territori, proventi petroliferi e rotte di contrabbando, oltre che per saccheggiare il vasto arsenale del dittatore caduto.

Paradossalmente, gli sforzi dei musulmani volti a costruire Stati moderni che fossero al tempo stesso abbastanza forti da sostituire internamente la raison d’état alla Sharia e da resistere all’imperialismo all’esterno furono sistematicamente repressi, a partire dall’inizio del XIX secolo, dagli Stati europei più potenti, al fine di impedire l’emergere di rivali geopolitici. 19 Coloro che ci riuscirono lo fecero solo abbandonando la ricerca dell’indipendenza strategica. La Repubblica Turca, originariamente alleata con i bolscevichi, rovesciò il califfato sostenuto dagli inglesi e imposto dal Trattato di Sèvres nel 1920, prima di optare infine per la NATO nel 1952. Avendo visto il destino di suo padre, l’imperatore iraniano Mohammed Reza Shah si subordinò al potere statunitense in modo così totale che tergiversò in attesa di istruzioni americane anche mentre gli islamisti travolgevano la sua vacillante monarchia nel 1979.

La debolezza dello Stato postcoloniale non è mai stata risolta, ma solo trasferita in nuove forme. Il risveglio islamico iniziato negli anni ’70, che ha gettato le basi per l’islamismo moderno, è stato a lungo associato al declino dello Stato sviluppista in quel periodo. Esso ha inoltre coinciso con l’introduzione del neoliberismo nel mondo in via di sviluppo. I tagli al bilancio, l’indebitamento e i tassi di crescita più bassi hanno minato la capacità dello Stato di mantenere i servizi pubblici, assorbire l’esodo rurale e fornire posti di lavoro alla crescente massa di laureati. Come osservato, le organizzazioni caritative islamiste si sono espanse per fornire le infrastrutture dei beni pubblici — cliniche, scuole, assistenza sociale — abbandonate da uno Stato in ritirata, mentre la religiosità popolare è diventata una fonte di dignità e autostima di fronte allo squallore urbano, alla mobilità sociale ostacolata e al consumo frustrato.

In quanto ordine politico, la globalizzazione si basava non solo sulla conformità comportamentale tra gli Stati, ma anche sulla delegittimazione del concetto stesso di sovranità statale. Ne è un esempio la dottrina della “responsabilità di proteggere”, nota anche come R2P, che ha fornito la giustificazione politica e giuridica diretta per i bombardamenti della NATO in Libia del 2011 ai sensi della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si trattava di un paradigma politico che coronava gli sviluppi giuridici, ideologici e politici dei vent’anni precedenti. Con questa dottrina, la sovranità statale divenne di fatto una licenza concessa dalla comunità internazionale, revocabile qualora un determinato governo non avesse rispettato gli standard richiesti dalla giustizia internazionale.

Questa concezione condizionata della sovranità ha fornito ampio terreno fertile ideologico all’Islam radicalizzato nell’era neoliberista. Ciò non solo perché le bombe della NATO hanno spianato la strada all’espansione degli eserciti jihadisti nel Sahel. In termini politici, la globalizzazione ha eliminato il problema che aveva ostacolato i rivoluzionari islamisti nell’ultimo quarto del XX secolo: la sovranità statale. Man mano che la sovranità statale veniva soppressa a favore dell’integrazione globale, l’identità religiosa si è sostituita alle identità politiche e nazionali. Il risultato è stato un mondo adatto alla visione neofondamentalista della Umma. Poiché gli islamisti consideravano tutte le relazioni sociali come il frutto della virtù individuale, la visione islamizzata della società globale non aveva bisogno della mediazione istituzionale delle relazioni sociali attraverso la rappresentanza politica. Man mano che gli Stati-nazione si riducevano, l’Ummah globale, intesa come una comunità decentralizzata e autogovernata di credenti, si espandeva. Mentre i neoconservatori e i liberali erano ipnotizzati dal temuto spettro del totalitarismo islamico, ignoravano il fatto che l’Islam radicale prosperasse proprio grazie all’assenza di sovranità statale, non al suo eccesso.20

Per quanto la globalizzazione abbia favorito la diffusione dell’Islam a livello mondiale, ha anche limitato i musulmani minando la loro autonomia politica, specialmente in quanto migranti negli Stati occidentali. Infatti, come avrebbero potuto integrarsi nelle nuove società gli immigrati musulmani che avevano approfittato di un mondo senza confini per migliorare le proprie condizioni di vita, se il modello di ordine globale si basava sulla limitazione dei diritti di cittadinanza a favore dei diritti umani e sul contenimento della sovranità popolare per timore che ciò potesse danneggiare il commercio globale? La globalizzazione politica ha inoltre limitato le possibilità di liberalizzazione e democratizzazione nel mondo islamico stesso. La speranza che i Fratelli Musulmani e vari altri partiti islamisti potessero trasformarsi in equivalenti musulmani dei partiti democratici cristiani europei trascurava il fatto che ci si aspettava che tali teorici «democratici islamici» emergessero dai pochi e miseri parlamenti del Medio Oriente proprio nell’epoca in cui la globalizzazione unipolare stava mettendo sotto pressione quei quadri nazionali che davano significato ai processi democratici e alla rappresentanza politica.

Gli sforzi di “nation-building” di stampo militare in Afghanistan e in Iraq erano destinati al fallimento per lo stesso motivo: come si potevano infatti costruire nazioni indipendenti e autosufficienti in un ordine mondiale che era esso stesso così ostile alla sovranità nazionale? Gli islamisti e i jihadisti si trovavano di fronte al problema di non poter mai fare completamente a meno dello Stato, specialmente dello Stato al centro dell’ordine globale, gli Stati Uniti. I jihadisti avevano bisogno della potenza aerea statunitense per rovesciare quelli che chiamavano il «nemico prossimo», i dittatori nazionalisti laici che li avevano oppressi per così tanto tempo, come Saddam e Gheddafi. Avevano anche bisogno dell’USAID e dell’ONU finanziata dagli Stati Uniti per sostenere gli emarginati della terra che essi stessi avevano abbandonato alla carità transnazionale al posto della protezione statale. Hamas ha ammesso pubblicamente che i tunnel che aveva scavato con tanta cura sotto Gaza non erano mai stati pensati per proteggere i civili dall’inevitabile offensiva israeliana; si aspettava infatti che i servizi pubblici per i cittadini di Gaza fossero forniti dall’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA e dalle sue affiliate.

Con una dipendenza così generalizzata dall’impero statunitense e dalla sua generosità umanitaria, non c’è da stupirsi che i jihadisti siano così pieni di risentimento nei confronti dell’America. Era un patto che poteva durare solo finché i cittadini statunitensi fossero stati disposti a sostenere l’intera struttura marcia. Gli Stati indecisi che nel 2016 hanno dato a Trump voti sufficienti nel collegio elettorale per vincere le elezioni (se non il voto popolare) presentavano tutti un’alta concentrazione di elettori militari o vicini alle forze armate, stanchi delle guerre infinite dell’era della globalizzazione.

La fine dell’Ummah unipolare

L’Occidente geopolitico è finito. I jihadisti, gli islamisti, i Fratelli Musulmani e le loro numerose reti e affiliate faranno tutti fatica ad accettarlo, non solo perché il merito di tale risultato va attribuito agli sforzi di Donald Trump, ma anche perché il destino dell’Islam globale e di tutte le sue ramificazioni radicali era così strettamente intrecciato con il destino dell’unipolarità statunitense e della globalizzazione. Con il declino del potere occidentale, declina anche l’Islam globale: ci saranno meno Stati falliti a seguito delle operazioni di cambio di regime. Le masse oppresse del Medio Oriente dovranno trovare i propri mezzi per liberarsi dei criminali che le governano e dei conflitti regionali che le affliggono.

La sinistra radicale occidentale sta facendo di tutto per proteggere l’Islam globale dal declino occidentale, aiutando le reti islamiste globaliste nei loro sforzi volti a trasformare l’islamismo transnazionale in islamopopulismo. Dopo aver inveito contro la globalizzazione per così tanto tempo, la sinistra ne è ora l’ultima difensore, esigendo che gli organismi transnazionali—quali il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’Unione Europea o la Corte penale internazionale—applichino il diritto internazionale, le sanzioni internazionali e l’intervento umanitario per frenare la furia israeliana in tutto il Medio Oriente. C’è una logica dietro questo idealismo, ma ha meno a che fare con le speranze di una riconciliazione ebraico-araba e più con la necessità della sinistra di consolidare la propria base elettorale. Avendo perso le classi lavoratrici a favore della destra populista, le libere professioni e le classi medie devono rivolgersi agli immigrati e alle minoranze musulmane per mantenere la propria posizione elettorale. Ciò conferisce a France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, al Partito dei Verdi di Zack Polanski in Gran Bretagna e ai Socialisti Democratici d’America di Zohran Mamdani un interesse diretto a perpetuare l’Intifada Globale. Per quanto tempo ancora gli elettori musulmani occidentali, conservatori e orientati alla famiglia, accetteranno di essere guidati dalle classi medie professionali senza figli e queer per il bene di un conflitto lontano e senza speranza?

Dopotutto, i problemi che affliggono i musulmani comuni della Ummah globale sono più vicini a casa. Il commercio globale è in stallo in termini di quota del prodotto economico mondiale e i confini nazionali si stanno lentamente irrigidendo. Ciò, a sua volta, intaccherà il flusso delle rimesse e spezzerà i legami della diaspora che tengono unita l’Ummah. Con il ridimensionamento degli Stati sociali e il graduale aumento dei tassi di interesse e dell’inflazione, l’effetto combinato sarà quello di mettere sotto pressione i musulmani poveri d’Europa, fortemente dipendenti dallo Stato. Dove concentreranno i loro sforzi politici in risposta a tutto ciò?

In L’uomo che era giovedì, Chesterton fa sì che uno dei suoi poliziotti segreti anarchici rimproveri il protagonista Syme per aver riposto la sua fede anarchica nelle masse oppresse. Dopotutto, dice, sono i poveri ad avere il maggiore interesse in un buon governo: «Il povero ha davvero un interesse nel Paese. Il ricco no; lui può andarsene in Nuova Guinea su uno yacht». Mentre i poveri possono opporsi a un governo inadeguato, come osserva Chesterton, «i ricchi si sono sempre opposti al fatto stesso di essere governati». Oggi, il ricco probabilmente andrebbe nel suo bunker in Nuova Zelanda o, se fosse un milionario saudita come il capo della Base, Osama bin Laden, forse in una caverna in Afghanistan per dedicarsi alla jihad. Il resto di noi viene lasciato indietro in Stati in dissesto mentre l’onda alta della globalizzazione si ritira e gli Stati Uniti smantellano il proprio impero.

Come tutta la grande letteratura, la favola di Chesterton su una rete anarchica che si rivela essere una rete dello “Stato profondo” può essere letta su più livelli. Almeno uno di questi livelli riguarda un tema chestertoniano di lunga data, secondo cui la più grande e seducente cospirazione di tutte non è lo sforzo di sovvertire e rovesciare l’ordine sociale, ma piuttosto quello di partecipare allo sforzo collettivo per mantenerlo. Il sostegno di lunga data dello “Stato profondo” al jihadismo transnazionale, che va dalla guerra contro i sovietici negli anni ’80 fino alla guerra contro il Partito Ba’ath siriano negli anni ’20 del XXI secolo, suggerisce più l’elusione del problema dell’ordine politico che il suo perfezionamento. Di fede incrollabile, Chesterton, non diversamente dai suoi anarchici e dai nostri islamisti, finì per eludere il problema riponendo la propria fede in Dio, che nel suo libro descriveva come impegnato in una lotta contro se stesso attraverso l’umanità. A parte il fatto che oggi non esiste chiaramente nessuno Stato o leader che sembri godere del favore divino, se l’era dell’Islam radicalizzato è la storia di una superpotenza che lotta contro se stessa attraverso i radicali islamici, è una storia ben più da incubo di quella di Chesterton.

Se c’è un vantaggio da trarre dagli sforzi incoerenti di Donald Trump volti a porre fine all’impero statunitense, questo deve passare attraverso il perseguimento vigoroso della ricostruzione nazionale e del rafforzamento delle capacità dello Stato. «Il cambio di regime inizia in casa propria» era lo slogan di coloro che nel 2003 marciarono contro l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti. Oggi, iniziare con un cambio di regime in casa propria significa inevitabilmente separarsi dalle strutture politiche e giuridiche globaliste, e questo comporta anche la separazione dalla Ummah: basta con le jihad umanitarie. Come osserva Devji, ciò non deve necessariamente rappresentare una perdita per i fedeli musulmani. Infatti, nella misura in cui l’Islam globale si è espanso, lo ha fatto a scapito della fede dei musulmani comuni, che era tradizionalmente intesa come una questione di rapporto diretto con Dio piuttosto che come il flusso e riflusso di un astratto costrutto globale, che ora si frappone tra il credente e Dio. L’implicazione è che, con il declino dell’islamismo e dell’Islam globale, tale declino potrebbe anche liberare i musulmani, non solo in termini di rafforzamento della loro autonomia politica come cittadini che godono di libertà religiose e diritti politici all’interno di Stati-nazione sovrani rafforzati, ma anche in quanto musulmani.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 198–218.

Note

1 Alex Butterworth, Il mondo che non è mai esistito: una storia vera di sognatori, intrallazzatori, anarchici e agenti segreti (New York: Pantheon, 2010).

2 Gilles Kepel, Lontano dal caos: il Medio Oriente e la sfida all’Occidente, trad. Henry Randolph (New York: Columbia University Press, 2020).

3 Una coraggiosa e destinata al fallimento rivolta dei passeggeri ha impedito che il quarto aereo dirottato venisse utilizzato come gli altri, con la stessa Casa Bianca come probabile quarto obiettivo.

4 Faisal Devji, Waning Crescent: The Rise and Fall of Global Islam (New Haven: Yale University Press, 2025), 4.

5 Yaniv Kubovich e Nir Hasson, “L’IDF accetta il bilancio del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi durante la guerra”, Haaretz, 29 gennaio 2026.

6 Per ulteriori approfondimenti: Miro Sedlák, “Israele definisce la Turchia, alleata della NATO, ‘il nuovo Iran’. La risposta dell’Europa? Tre coloni e alcune arance”, EU Observer, 17 giugno 2026.

7 Kepel, Away from Chaos, 109.

8 Ben Hubbard, “È questa la fine dell’Islam politico?”, New York Times, 15 giugno 2026.

9 Olivier Roy, Il fallimento dell’Islam politico, trad. Carol Volk (Londra: I.B. Tauris, 1994).

10 Dan Tschirgi, “Zapatisti e islamisti contro ogni previsione”, Le Monde diplomatique, gennaio 2000.

11 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 58.

12 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, cap. 4.

13 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 62.

14 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 66.

15 Colin Freeman, “I terroristi usano le auto come armi. Di nascosto, le città stanno reagendo”, Daily Telegraph, 17 giugno 2026.

16 Becky Dale et al., “Il mondo arabo in sette grafici: gli arabi stanno voltando le spalle alla religione?”, BBC News, 24 giugno 2019.

17 Adam Nossiter, “‘Quell’ignorante’: due studiosi francesi dell’Islam radicale diventano acerrimi rivali”, New York Times, 12 luglio 2016.

18 Per correttezza nei confronti di Roy, va detto che nel suo libro Globalised Islam ha tenuto conto dell’ascesa del neofundamentalismo al posto dell’islamismo. La sua analisi è prevalentemente di natura culturale e sociologica, trascurando il ruolo strategico svolto dall’unipolarità. Cfr.: Olivier Roy, Globalised Islam: The Search for a New Ummah, trad. Barry Smerin (Londra: Hurst, 2004).

19 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 1–14.

20 A questo proposito, si veda anche: James P. Piscatori, Islam in a World of Nation-States (Cambridge: Cambridge University Press, 1986); Roy, The Failure of Political Islam, 61–62.

Informazioni sull’autore

Philip Cunliffe è professore associato di relazioni internazionali presso il Dipartimento di Riduzione dei Rischi e delle Catastrofi dell’University College London. Il suo libro più recente è The National Interest: Politics after Globalization (Polity, 2025).

Altri libri di Philip Cunliffe

PARETO “DOXANALYST”, di Alexander Raynor

PARETO “DOXANALYST”

Alexander Raynor13 ottobre
LEGGI NELL’APP
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Il saggio di Guillaume Faye è una rilettura-appropriazione dell’interpretazione di Pareto proposta da Jules Monnerot nel secondo volume della sua opera Intelligence de la politique (1978). Monnerot – sociologo nato in Martinica, ex surrealista ed ex comunista che si spostò progressivamente a destra negli ultimi anni della sua vita – aveva proposto di individuare la specificità di Pareto non nella celebre teoria della circolazione delle élite, bensì in quella che definiva doxanalyse : un metodo che decodifica ideologie, dottrine e discorsi politici come “derivazioni” che mascherano “residui” non dichiarati e alogici, esattamente come la psicoanalisi freudiana decodifica la condotta privata. Faye riprende il parallelismo Pareto/Freud di Monnerot e lo spinge due passi oltre: verso l’inconscio collettivo di Jung e verso una tesi affine alla Nouvelle Droite , ovvero che le “derivazioni” egualitarie-umanitarie dell’Occidente moderno (liberalismo, marxismo, ideologia dei diritti umani) siano una forma di cristianesimo secolarizzato che censura un persistente strato “pagano” precristiano di “residui” inegualitari nella psiche europea.

Originariamente pubblicato sulla Nouvelle École n. 36 Estate 1981

Tradotto da Alexander Raynor


Per l’opinione comune, è la teoria della circolazione delle élite a costituire l’originalità di Vilfredo Pareto e a rappresentare il fulcro della sua opera sociologica. Non è questa l’opinione di Jules Monnerot che, nel secondo volume della sua Intelligence de la politique (L’intelligenza della politica) (Gauthier-Villars e Bordas, 1978), vede nella doxanalyse (analisi dossologica) l’elemento peculiare di Pareto.

Questo neologismo, coniato sul termine filosofico greco doxa (“opinione”, “pregiudizio”, “giustificazione intellettuale”), designa l’approccio sociologico con cui Pareto interpreta ideologie, dottrine, discorsi politici e teorie sociali come indici di interessi e pulsioni non dichiarati e dissimulati. È, per Jules Monnerot, nella teoria paretiana dei residui e delle derivazioni esposta nella Sociologia generale , e attraverso i concetti di azioni logiche e azioni illogiche, che Pareto diventa un “doxanalista”. Egli cerca di chiarire i comportamenti e i discorsi socio-politici come altrettante “derivazioni” – ovvero, come traduzioni differite, ma anche come giustificazioni di modalità di condotta fondamentali e illogiche che costituirebbero un’infrastruttura stabile in grado di perdurare nel corso della storia nonostante le trasformazioni dei costumi e dei valori professati. Secondo Monnerot, è proprio questo approccio ermeneutico e genealogico a rendere Pareto scandaloso per le ideologie dominanti, poiché egli non le accetta per quello che sono, non dà credito a ciò che dicono, ma le sospetta di censura e di “risolvere” al tempo stesso motivazioni irrazionali.

L’uso del termine doxanalisi non è neutro; rimanda a Platone e a Freud. Sappiamo con quale disprezzo, nel Critone e nel Fedone , Socrate tratta i politici e i sofisti che elaborano una doxa , un’opinione non verificabile presentata come vera, ignorando ogni epistémè (“conoscenza empirica”). Ma la doxanalisi si paragona soprattutto alla psicoanalisi. Per Monnerot, i metodi di Freud e di Pareto sono paralleli. Non c’è quindi da meravigliarsi che quest’ultima abbia avuto una pessima reputazione presso la borghesia puritana, scoprendo pulsioni sessuali inconfessabili sotto le forme di comportamento più innocue, più rispettabili o più “logiche”. Oggetto di scandalo è anche questa propensione paretiana a trattare le ideologie come nevrosi, come manifestazioni di stati latenti e come simulacri di affetti irreali, soprattutto quando queste ideologie (e qui dobbiamo intendere socialismo, marxismo, liberalismo umanitario e cristianesimo sociale) si presentano come razionali (persino “scientifiche”) e trasparenti.

È dunque al confronto tra psicoanalisi e doxanalisi che Monnerot si dedica. «I residui», scrive, «vengono tradotti (cioè, vengono al contempo mascherati e resi manifesti) da una derivazione (o sequenza di rappresentazioni) che getta sulla ‘condotta pubblica’ – l’unica cosa che interessa a Pareto – una luce altrettanto rivelatrice di quella che la psicoanalisi proietta sulla condotta privata». Monnerot costruisce il seguente schema comparativo (op. cit., p. 154):

PARTO / FREUD

Domanda affettiva — “Residui” (Pareto) / Complesso (Freud)

Offerta intellettuale — “Derivazioni” (Pareto) / Sintomi (idee ossessive); scenario nevrotico o sistema delirante (Freud)

«La storia, la cultura trasmessa», aggiunge Monnerot, «ci pone davanti agli occhi da un lato miriadi di atti e dall’altro miriadi di giustificazioni (…) Ciò che restava da fare era collocare con sufficiente precisione il termine intermedio attraverso il quale l’intera condotta viene illuminata, acquista significato. È così che Pareto giunge alla nozione di residui» (op. cit., p. 165). Questo concetto è paragonabile agli affetti e ai complessi affettivi di Freud. «Come il complesso», osserva Monnerot, «e le idee latenti che vi corrispondono (l’atto e la sua giustificazione) nella ricerca freudiana, i residui non si percepiscono direttamente ma si inferiscono. Non sono fenomeni ma legomeni¹ ( …) Anche Freud considera le rappresentazioni come sintomi di affetti (…) che non hanno la loro finalità in sé» (ibid., p. 166). Quindi le ideologie non hanno, secondo Pareto, la finalità che il loro significato attribuisce loro; Piuttosto, traducono “stati psichici” che spetta al sociologo, con una certa impertinenza, dedurre, svelare. Il paragone con Freud non si ferma qui. “In entrambi i casi”, precisa Monnerot, “quello del complesso di Freud e quello del residuo di Pareto, la derivazione o il sintomo (…) si manifestano e si mascherano allo stesso tempo. Questa doppia significazione testimonia in entrambi i casi una parodia (…) Si può quindi usare la parola inconscio , come fa Freud. Ma anche Pareto non esita a farlo (…) Pareto ammette, non esplicitamente come Freud ma implicitamente, una distinzione tra il latente e il manifesto (…) La differenza tra Pareto e Freud sta, qui, nel fatto che Pareto ammette che esistono fatti inconsci perché li incontra, ma non intraprende alcuna indagine sui meccanismi psicologici ”. Le forme di condotta politica, ad esempio, sarebbero paragonabili al super-io della terminologia freudiana; Funzionerebbero come derivazioni che esprimerebbero, pur censurandole, “elementi psicologici ritenuti indesiderabili” (ibid., p. 181). Applicata all’ideologia dei diritti dell’uomo, tra le altre possibili illustrazioni, la doxanalisi paretiana ci permetterebbe di affermare che questa ideologia è la derivazione – ovvero la parodia e la giustificazione (la “copertura”) – di un residuo, di un complesso nascosto. Quest’ultimo, che spetterebbe al sociologo paretiano individuare, “leggere”, potrebbe essere la volontà di mantenere un sistema economico mercantile fondato sull’individualismo. Così come il “complesso” rimanda all’“Es”, il residuo rimanda alle pulsioni che traduce senza esserne identico. Nell’esempio che ci interessa, la pulsione potrebbe riguardare l’edonismo e la tendenza egoistica. Pertanto, i “residui” che sottendono ai comportamenti sociali transitori appartengono a ciò che si potrebbe approssimativamente definire una “natura psicologica dell’uomo”, che trascende le ideologie il cui discorso diventa poi contingente. Questo non è gradito agli intellettuali contemporanei² , quegli ideologi “bricolage” – per riprendere l’analisi di François Bourricaud ( Le bricolage idéologique [Il bricolage ideologico], PUF, 1980) – che non smettono mai di far credere che il loro significato ideologico si ponga in una relazione scientifica con il suo significante e lo restituisca logicamente. La doxanalisi paretiana ha commesso il peccato di smascherare le ideologie politiche moderne, soprattutto quelle che, come il marxismo, pretendevano di essere oggettive e demistificanti.

È inoltre imperdonabile che Pareto si astenga dal giudicare moralmente i residui che intravede al di sotto delle azioni. Freud, almeno, se non espresse alcun giudizio morale su un complesso sessuale, intendeva risolverlo; Pareto considera i residui con la neutralità dell’entomologo. «Gli insetti», osserva Monnerot, «non hanno i mezzi per punire l’entomologo per la sua obiettività. È diverso per gli uomini: hanno i mezzi per punire l’antropologo per il suo atteggiamento «inumano» (…) Descrivere «dall’esterno» una derivazione in quanto tale, una formula politica in quanto tale, significa non crederci più, significa far capire agli altri che non stanno facendo ciò che credono di fare , poiché l’osservatore esterno mette in relazione la loro condotta con finalità diverse da quelle che si attribuiscono». Pertanto, spiegare il fervore di una processione cattolica e l’ardore di una manifestazione sindacale socialista con lo stesso residuo — “l’esaltazione religiosa”, ad esempio, numerata III 13 — è sufficiente a irritare i dogmatici cattolici e marxisti che ritengono le proprie dottrine non solo vere , ma anche radicalmente diverse l’una dall’altra.

Ma Pareto, in quanto doxanalista, non disprezza affatto i residui. Afferma la necessità della “fede”; ammette l’importanza dell’irrazionale nell’uomo, senza per questo cadere nell’irrazionalismo. Se Pareto è scettico , non è uno scettico . Pareto dice, in sintesi, agli ideologi politici che le loro teorie sono false ma utili al fine che perseguono, ovvero ottenere un consenso e consolidare il loro potere. Questo produce lo stesso effetto delle osservazioni che Napoleone Bonaparte rivolse al clero: “La vostra religione è pura follia, ma è utile per il mantenimento dell’autorità”. “Lo scetticismo”, dice Pareto, “produce la teoria, e la fede incita all’azione; è di azioni che è composta la vita pratica. I fini ideali possono essere al tempo stesso assurdi e utili alla società” ( La trasformazione della democrazia , Droz, Ginevra, 1970, p. 6). E nel Traité de sociologie générale (Trattato di sociologia generale) (Droz, Ginevra, 1968, § 73, p. 31), continua: «Quando affermo l’assurdità di una dottrina, non intendo affatto sostenere implicitamente che essa sia dannosa per la società; al contrario, può essere molto vantaggiosa. Viceversa, quando affermo l’utilità di una dottrina per la società, non intendo affatto insinuare che essa sia sperimentalmente vera». Questa posizione ci appare più nominalista che cinica. Il relativismo di Pareto, che può certamente essere criticato per non occuparsi di questioni di valori, rimane di fatto aperto al loro utilizzo. Pareto – sebbene non rientri nel suo obiettivo, a differenza di Max Weber, pronunciarsi sull’assiologia, sui valori, su quali di essi garantiscano meglio il destino di un popolo – ammette implicitamente che si ha bisogno di valori che siano al contempo oggettivamente relativi e soggettivamente assoluti. Questo nominalismo etico garantisce la “mobilitazione” di un popolo da parte del politico: i valori non sono verità universali, ma nonostante ciò (o proprio per questo) rimangono legittimi. Questa è la posizione di Carl Schmitt e di Julien Freund e, prima di loro, di Bodin, Machiavelli e Hobbes. È una posizione molto lontana dall’assolutismo ideologico delle teorie politiche contemporanee, ereditate dal cristianesimo. Il relativismo di Pareto, tuttavia, passa attraverso una demistificazione delle ideologie; come dice Julien Freund, Pareto è uno Spielverderber , un guastafeste.

Pareto rivela dunque una filosofia politica implicita, ben diversa da quella che ha prevalso in Europa dall’Illuminismo in poi. Il risentimento, per usare un eufemismo, degli intellettuali di ogni orientamento nei confronti di Pareto deriva dal fatto che egli si rifiutò di aderire alle dottrine dominanti, socialismi o liberalismi, e soprattutto dal fatto che negò qualsiasi oggettività logica ai loro discorsi, non concedendo loro nemmeno il favore di pronunciarsi sulla validità dei loro predicati.

Egli considerava queste ultime, infatti, come derivazioni il cui interesse non risiedeva in se stesse, ma in ciò che celavano. «Il sociologo», osserva Monnerot, «può avere il ruolo di chiarificatore, non quello di operatore, che in realtà spetta al politico: quest’ultimo (…) solo si trova in grado di intervenire, di ‘volgere i residui a fini che sono quelli del gruppo di governanti a cui appartiene» (op. cit., p. 174). Ecco il punto chiave: per Pareto, il politico è e rimane, qualunque sia il suo idealismo, un manipolatore di residui ; questo collega la sua funzione a quella che Machiavelli gli assegnava nel Principe . Viceversa, dall’Illuminismo in poi, si suppone (erroneamente) che l’attività politica sia ideologica : il politico sarebbe colui – o dovrebbe tendere a diventare colui – che agisce in conformità con una dottrina professata; il significante politico, sotto l’influenza delle idee razionaliste, dovrebbe fondersi con il suo significato. Pareto non condivide questo angelicismo logico. Per lui, l’“operatore” politico propone derivazioni – dottrine sociali, ad esempio – adattate a un’epoca, a un pubblico; ma “gioca” su un numero limitato di residui³ .

Socialismo, parlamentarismo, democratismo, umanesimo: “Pareto”, precisa Julien Freund, “scrive egli stesso che queste sono derivazioni e che è sbagliato attribuire loro un’importanza eccessiva” ( Vilfredo Pareto, la théorie de l’équilibre [Vilfredo Pareto: La teoria dell’equilibrio], Seghers, 1974, p. 169). La dossoanalisi, andando oltre i discorsi politici per trovarne il vero significato – quello di manipolazione dei residui esistenti all’interno della popolazione, o di espressione dei residui del manipolatore stesso – ci porta a scoprire che un’ideologia politica è una prassi , che c’è confusione tra teoria e prassi, cosa che né i marxisti né i liberali ammettono. Per questi ultimi – Raymond Aron tanto quanto Georg Lukács, per esempio – la teoria o l’ideologia prepara e/o impone la prassi. La dossoanalisi paretiana, al contrario, scopre che l’ideologo e il politico non “dicono” ma manipolano nel dire, e soprattutto che questo è legittimo. Questo rifiuto paretiano dell’idealismo si colloca nella linea di Machiavelli e di Hobbes (cfr. Leviatano e De Cive ). Dal nostro punto di vista, inoltre, è con il razionalismo politico dell’ideologia illuminista che è nata la convinzione che l’attività politica potesse cambiare natura secondo una teoria applicata da un governante: poteva passare da “tirannica” a “democratica”, da “feudale” a “borghese”, poi a “socialista”, e così via. La lezione della dossoanalisi paretiana dice, al contrario, che spesso sono gli stessi residui a mascherarsi sotto le ideologie, e che esiste effettivamente un’essenza del politico nella tradizione occidentale, relativamente costante, che consiste nel proteggere una collettività con la forza , a meno che, naturalmente, i governanti non rifiutino l’attività politica in quanto tale; ma questo problema non viene affrontato da Pareto. Egli si ricollega dunque alla grande tradizione politica realista che prevalse in Europa prima del XVIII secolo; una tradizione esente da quella che si potrebbe definire l’ illusione del discorso (ovvero la tendenza a derivare in prima istanza, credendo che il politico possa cambiare natura sotto l’effetto di postulati ideologici) che si manifestò con l’Illuminismo – la quale non rappresenta affatto un progresso, bensì, a nostro avviso, una regressione della coscienza politica, che perde ogni distanza da sé stessa. «L’organismo di governo», scrive Pareto, «deve ricorrere a mezzi appropriati a questi esseri (uomini imperfetti) e che necessariamente presentano una mescolanza di bene e di male» ( Les systèmes socialistes [I sistemi socialisti], Droz, Ginevra, 1965, vol. 1, p. 86). Secondo Pareto, osserva Julien Freund, «le ideologie sono forme camuffate di teologia e, come tali, persistenti quanto la teologia stessa. Permettono di dare un senso alla vita e all’azione, indipendentemente dal fatto che questo senso sia falso e illusorio o meno» (op. cit., p. 174). Questa visione nominalista del valore delle ideologie presuppone che nel nostro secolo esse rimangano tutte inconsapevoli della loro vera natura, poiché affermano valori assoluti; per quanto riguarda le ideologie politiche, viviamo nell’era delle credenze . Paradossalmente, la grande tradizione classica precedente al XVIII secolo (alla quale, a nostro avviso – e in disaccordo su questo punto con Monnerot e Julien Freund – la dossoanalisi non può essere applicata) obbediva a una concezione del politico molto meno “magica”, più “logica” e, si potrebbe dire ironicamente, più razionale, poiché principi e governati riconoscevano allo stesso modo le vere motivazioni dell’azione senza camuffamenti teorici illogici, e ritenevano legittimo che la prassi esprimesse i residui senza derivazioni – ad esempio, che si dovesse agire per il proprio interesse, per la salvaguardia e il potere del proprio stato, e così via.

Qui, naturalmente, ci prendiamo la libertà di contraddire Pareto, il quale riteneva – senza dubbio a torto – che in tutte le epoche l’ideologia avesse funzionato come derivazione.

La dossoanalisi si presenta come una salvaguardia contro il riduzionismo economico, poiché dà spazio alle forme irrazionali di comportamento e non ammette la credenza nella realtà dell’homo œconomicus , quel puro logico dell’esistenza. Per Pareto quest’ultimo non è altro che un modello astratto, una mera approssimazione teorica. Per questo motivo, è errato che alcuni abbiano fatto di Pareto un sostenitore del puro liberalismo economico.

«I risultati dell’economia pura», osserva Pareto (…), «costituiscono solo una parte della sociologia, che, in certi fenomeni, può anche essere piccola, trascurabile, e che, in ogni caso, deve essere combinata con le altre parti per darci un’immagine dei fenomeni concreti» ( Traité de sociologie générale , Droz, Ginevra, 1968, p. 1282, § 2013). Anche i fenomeni economici traducono perfettamente residui non economici, sostiene Pareto – una tesi molto diversa dalle posizioni liberali che mantengono la purezza economica dei fattori determinanti dell’economia. «Non si potrebbe ottenere dalla sola economia politica la conoscenza di questi vari effetti, che sono tuttavia di natura economica», scrive Pareto a questo proposito, aggiungendo: «Questi fenomeni, sebbene in apparenza strettamente economici, dipendevano in realtà da altri fenomeni sociali» (ibid., p. 1419, 1420, § 2219). Questa posizione non solo non è liberale, ma preannuncia una dossoanalisi del liberalismo economico; quest’ultimo, infatti, maschera sotto derivazioni economiche residui che non sono economici. La teoria liberale, presentando le azioni dei governanti come ispirate dalla legge “oggettiva” del libero scambio, o dell’equilibrio monetario, o ancora dalla necessità della “trasparenza dei prezzi”, e così via, spesso obbedisce ad altri imperativi: assicurare l’egemonia di una funzione mercantile sullo Stato, garantire – come fece la Gran Bretagna prima degli Stati Uniti e del Giappone – il suo dominio culturale e politico, e così via.

sulla necessità di simulacri

La teoria dei residui e delle derivazioni si configura dunque come un “metodo per esplorare il dinamismo psichico” (op. cit., p. 182) dei comportamenti sociali e politici. Implicitamente, la sociologia paretiana apre la strada a una pluridisciplinarità tra antropologia – e persino etologia e lo studio genetico delle popolazioni – e sociologia politica. Si comprende che tali premesse si scontrano con il comportamentismo sociologico dominante , per il quale i comportamenti sociali sono fatti statistici che non si riferiscono ad alcun substrato se non a presunti determinanti sociali ritenuti direttamente leggibili. Andando ancora oltre, si potrebbe forse chiedere se, dal momento che Pareto ammette esplicitamente che certi residui possano appartenere all’inconscio, la sua “doxanalisi” non possa reggere il parallelo – non più con Freud, confinato al dominio privato della genealogia individuale, ma con il metodo della psicoanalisi collettiva di Carl Gustav Jung. L’elenco dei residui, infatti, organizzato in modo piuttosto arbitrario da Pareto in sei classi e ventisei unità, può essere rielaborato, come del resto ha tentato di fare Raymond Aron; e non si potrebbero forse ammettere, tra questi residui, archetipi , la presenza di valori collettivi e miti che si esprimerebbero attraverso diverse ideologie? Si può, ad esempio, dimostrare, come suggerisce Paul Claval ( Les mythes fondateurs des sciences sociales [I miti fondanti delle scienze sociali], PUF, 1980), che, per quanto apparentemente opposte tra loro, ideologie come il liberalismo conservatore, il rousseauismo rivoluzionario e il marxismo-leninismo esprimono ciascuna, a suo modo e in funzione di imperativi storici e politici, la stessa visione cristiana del mondo. In quest’ottica, la sociologia doxanalitica ha il merito di essere storicizzante : così come la psicoanalisi ricostruisce la narrazione genealogica della vita del paziente, riportandola alla luce e “rendendola consapevole”, allo stesso modo la doxanalisi paretiana apre la strada a una sociologia in grado di spiegare i comportamenti collettivi presenti solo riesumando la storia di un popolo, ovvero, in fondo, la storia dei suoi residui, dei suoi substrati, dei suoi valori impliciti. Ciò contraddirebbe la sociologia dominante, sia essa liberale o marxista, interamente permeata dall’idea che il presente sia sufficiente a se stesso, che la sociologia sia separata dalla storia e analizzi meccanismi sradicati le cui cause sono contemporanee.

Come indica Monnerot (op. cit., p. 171), i residui sono “forze” che Pareto ha deliberatamente lasciato inspiegate, e la cui analisi dovrebbe seguire un approccio simile a quello utilizzato da Freud per decifrare i sogni. “Pareto”, aggiunge Monnerot, “concepisce il lavoro del sociologo come una radiografia della storia” (ibid., p. 173), come una “psicologia politica” che deve essere intesa come un’“esplorazione del dinamismo psichico” di una popolazione (ibid., p. 182). I residui, che si combinano per formare questo dinamismo psichico collettivo, sono segnati da una censura sociologica analoga alla censura psicologica di cui parla Freud. Così come il paziente può essere sconvolto dalla descrizione dei suoi complessi, gli ideologi moderni sono rimasti sgomenti leggendo i residui di Pareto, che non rivelavano pulsioni compatibili con le teorie umanitarie (ovvero, con le “derivazioni”, le “giustificazioni”). Infatti, come la censura di un super-io, le derivazioni sono la simulazione di una pseudo-realtà. Può dunque esistere una schizofrenia che contrappone le derivazioni ideologiche ai residui culturali; si può, dal nostro punto di vista, procedere a tale interpretazione delle ideologie occidentali: non veicolano forse un discorso egualitario e umanitario derivante da una secolarizzazione dei postulati cristiani, in contraddizione con ciò che sappiamo della psiche europea, rimasta intrisa di pulsioni ineguali, di tendenze al potere e all’autoaffermazione, identiche fin dall’apparente scomparsa delle visioni del mondo pagane? Roberto Michels e Gaetano Mosca, inoltre, come osserva Monnerot (op. cit., p. 183), si propongono di svelare le tendenze elitarie e imperialiste che si celano dietro le azioni e le dottrine dei partiti più democratici. Un’altra questione legittima da porsi riguardo a questa “censura psicologica” delle derivazioni è la seguente: è possibile prevedere la chiarezza del discorso ideologico, ovvero l’espressione diretta dei residui nel comportamento collettivo, senza la deviazione della censura delle derivazioni? Tale ipotesi sarebbe teoricamente concepibile se i valori espliciti ammettessero, a titolo di transvalutazione , la legittimità del contenuto psicologico dei residui, il che non appare né umanitario né egualitario. Per Monnerot, tuttavia, non sembra possibile una simile conciliazione ; i gruppi umani avranno sempre bisogno dei simulacri di una condotta che si voglia (ovvero che voglia dimostrare a se stessa di essere) logica e conciliante. Ricordiamo, però, che Pareto, che non era un universalista, intendeva ragionare solo sui comportamenti socio-politici moderni, e che la necessità di una giustificazione razionale delle azioni è peculiare solo delle società permeate dall’ideologia dell’Illuminismo, mentre sfuggeva alla mentalità antica. Non sembra illegittimo pensare che il discorso politico possa cessare di funzionare come strumento di censura dell’inconscio collettivo.

«Il concetto strumentale di censura», scrive Monnerot, «è esplicito in Freud e implicito in Pareto (…) Per Pareto, così come per Freud, la nozione funzionale dell’inconscio serve a spiegare i fenomeni» (op. cit., p. 186). Proprio come il rimosso psicologicamente non viene «annientato» nell’inconscio, ma solo mascherato, così in Pareto i residui persistono nel corso della storia: «Le forze degli abissi non si disarmano», osserva Monnerot (op. cit., p. 188). In Pareto, come in Freud — e, si potrebbe aggiungere, ancor più in Jung — l’inconscio è sincronico . «Il mondo dell’inconscio non è quello del tempo o dei fatti», scrive Freud ( Au-delà du principe de plaisir [Al di là del principio di piacere], 1920; traduzione francese in Essais de psychanalyse , 1929, p. 45). Ma mentre Freud riduce in ultima analisi questo inconscio al “principio di piacere”, un principio riduzionista privo di carica storica, Pareto lascia aperta la categoria dei residui; la sua teoria non vieta di considerarli come valori repressi dalla storia occidentale , come una visione del mondo al contempo allettante e censurata, indesiderabile e inconfessabile alla luce dei valori consolidati, dei sistemi ideologici sovrastrutturali. Qui sta l’intelligenza del paragone tra il metodo di Pareto e la psicoanalisi: l’originalità di Monnerot consiste, infatti, nel dimostrare che, attraverso l’uso del concetto di doxanalisi – analogo alla “psicoanalisi” – si può interpretare la teoria dei residui in una luce ben diversa dalla presunta cinica neutralità di Pareto. E se l’indifferenza morale di Pareto verso i residui, quei motori delle azioni, celasse una segreta inclinazione per le forze che essi racchiudono?

È questo il punto di vista che Monnerot sembra condividere: «Questo mondo, direttamente irrappresentabile, è un mondo di forze». Le sue manifestazioni, per il doxanalista tanto quanto per lo psicoanalista, «sono dinamiche nella loro essenza» (op. cit., p. 190). Tale dinamica viene dichiarata tabù dal discorso cosciente, esattamente secondo la procedura impiegata dal Super-io. La censura è dunque una forma di condotta tanto individuale e psicologica quanto collettiva e sociologica. Il Super-io della psicoanalisi designa, come sappiamo, un’agenzia psicologica che interiorizza i divieti, frena le pulsioni, trasforma l’irrazionale in spiegabile e, infine, «socializza» l’individuo (cfr. Nouvelles conférences sur la psychanalyse [Nuove conferenze introduttive alla psicoanalisi], 1932). Allo stesso modo, per Pareto, le derivazioni adattano una collettività al suo ambiente, censurano le vere motivazioni dell’azione e, soprattutto in una civiltà permeata dal razionalismo, travisano le azioni illogiche trasformandole in azioni apparentemente logiche, i doxai in pseudo- epistémè . La doxanalisi paretiana giunge quindi al riconoscimento dell’irrazionale come motore delle azioni collettive – dimensioni accuratamente celate dalla sociologia dominante. Pareto riconosce evidentemente l’esistenza di azioni logiche “pure”, in particolare nelle procedure delle scienze sperimentali, ma deve ammettere che non sono la regola nella vita sociale e politica. La metodologia paretiana ammette dunque la “normalità” della condotta collettiva irrazionale, così come la psicoanalisi ha finito per ammettere – sebbene il compito fosse più facile nel caso dell’individuo, soprattutto in una società narcisistica come la nostra – la generalità dei principi motori psicologici irrazionali. Pareto presuppone, in effetti, che la ragione logica sia solo uno strumento, fondamentalmente discontinuo, utilizzato unicamente nei procedimenti logico-sperimentali degli studiosi; ma che ovunque altrove ci si trovi di fronte ad azioni illogiche, che appaiono perfettamente normali e umane, ma che la mente contemporanea, “vergognandosi”, si rifiuta di riconoscere e di convalidare.

l’illogicità dell’azione umana

Come ricorda Julien Freund, «la distinzione tra azione logica e azione illogica compare molto presto nella riflessione sociologica di Pareto, ben prima di quella del residuo e della derivazione» ( Pareto, la théorie de l’équilibre , op. cit., p. 67). L’azione logica è caratterizzata dalla conformità tra mezzi e fini e dall’adeguatezza tra la realtà oggettiva e la coscienza soggettiva dell’agente . Un’azione non è quindi logica perché il suo scopo sarebbe razionale; inoltre, il concetto di azione logica serve di fatto a introdurre quello di azione illogica , che riveste grande interesse per la sociologia. Pareto riconosce che l’azione illogica predomina nel comportamento umano; non ha «nulla di illogico», sottolinea ripetutamente. Le azioni illogiche «procedono da un certo stato psichico», scrive: «sentimento, subconscio e così via». Pareto introduce dunque una sociologia dell’irrazionale , pur rifiutandosi di approfondire ulteriormente il campo della psicosociologia.

Il concetto di azione non logica costituisce un’arma potente contro le ideologie razionaliste, in particolare il marxismo e il liberalismo. Queste sostengono che la prassi sociale sia possibile, che il mondo sia vivibile, solo se i fini si conformano agli obiettivi professati dalla teoria, o almeno se esiste la possibilità di una conformità assoluta. La storia, come processo dotato di un significato razionale (progresso), è possibile solo se l’azione umana, e in particolare la pratica politica, ha la possibilità di conformarsi alla logica. Una visione omotelica , non tragica del mondo, che cancella le contingenze e l’idea di “sorte”; una visione che non ammette il “destino”. La speranza delle grandi escatologie, delle utopie sociali, delle ideologie del progresso è che la storia possa essere razionalizzata da azioni logiche che trasformano il “male” in “bene”. È la ragione, virtualmente presente nel mondo, che può attualizzarsi nella forma di un “mondo che diventa logico”, ovvero un mondo in cui le intenzionalità corrispondono ai risultati, essendo l’attuale non corrispondenza l’effetto di un “male” provvisorio. Questo auspicato mondo omotelico, senza contingenza, senza destino, era già postulato nella Bibbia, dove si lamentava la sorte dell’uomo giusto sofferente, cioè di colui la cui sorte non dipende logicamente dalle sue intenzioni; ma Dio verrà, quando arriverà il giorno, a ristabilire la logica tra le buone intenzioni e i loro risultati. Nelle ideologie moderne si ritrova questa stessa speranza nell’azione logica; ma il suo avvento è secolarizzato. Marcuse, in L’homme unidimensionalnel (L’homme unidimensionale) (Minuit, 1968, p. 18), afferma che “fin dall’inizio, ogni teoria critica della società deve affrontare il problema dell’oggettività storica”. Con ciò intende – come spiega in un lungo approfondimento successivo – che la storia deve essere trasformabile in conformità a obiettivi prefissati, che deve essere oggettivamente modificabile. Per Marcuse, è necessario “che per una data società esistano possibilità specifiche per migliorare la vita umana e mezzi specifici per realizzare tali possibilità”. Da qui la delusione di questo tipo di ideologo progressista e razionalista quando l’esperienza – lo stalinismo, il fallimento delle rivoluzioni e così via – insegna loro che la prassi umanitaria o rivoluzionaria non si è tradotta logicamente in fatti sociali.

Pareto, in questo insopportabile per gli ideologi razionalisti, convalida l’irrazionalità dell’azione umana. Reintroduce implicitamente – ciò che Max Weber farà esplicitamente – l’idea di destino e di un processo storico eterotelico . Non solo denuncia l’illusione della logica tra i razionalisti⁴ , che gli permette, come osserva Julien Freund, di trovare «una fonte inesauribile di motivi per deridere, caricaturare e schernire gli intellettuali, i filosofi, i pacifisti, così come le varie chiese cristiane», ma convalida anche qualsiasi concezione del politico che ammetta l’azione irrazionale senza scambiarla illusoriamente per un’azione logica – una concezione che riconosca quindi sia il ruolo dell’irrazionale nella storia sia l’eterotelia come stimolo della prassi , non più come ostacolo.

Tuttavia, sarebbe un po’ troppo affrettato vedere in Pareto, come fa Guy Perrin ( Sociologie de Pareto , PUF, 1966, pp. 12 e 13), “un’inclinazione allo psicologismo” che “appesantisce l’azione sociale con un pesante fardello di irrazionalità”.

Sommario è anche il giudizio di Raymond Aron: “Articoli di giornale, aneddoti di corridoio, tutto gli serve quando si tratta di democratici e umanitari preponderanti” (Préface à la nouvelle édition du Traité de sociologie générale , Droz, Ginevra, 1968).

In realtà, Pareto non è un “antidemocratico”; non si oppone né alla “libertà” né all’“umanità”. Sfida questi concetti, queste appartenenze; ​​si colloca all’interno di una problematica diversa da quella che consiste nel porre il dilemma “a favore o contro la democrazia”. La parola “democrazia” è per lui priva di significato; è un segnale di mobilitazione politica. Pareto appartiene alla scuola di coloro che preferiscono parlare, al plurale, di libertà piuttosto che di libertà, di popolazioni piuttosto che di umanità. Questa corrente di pensiero, questa “ideologia” politica, Julien Freund l’ha definita un politeismo politico⁵. L’“ideologia” di Pareto consiste nell’affermare che le ideologie sono solo strumenti destinati a orientare il popolo secondo determinati valori; che questi valori sono legittimi e plurali, a condizione che esista un’élite politica capace di mantenerli. Questa è una posizione in linea con Machiavelli, Hobbes e Max Weber. È errato che certi neoconservatori americani facciano di Pareto il loro maestro intellettuale. Il sociologo non è più “conservatore” di quanto non sia “socialista”.

L’interesse della dossoanalisi paretiana non risiede dunque unicamente nella critica delle ideologie che si credono logiche e trascurano i propri residui, né in una presunta illustrazione del conservatorismo politico; il suo scopo è riconoscere la fondamentale invalidità di ogni interpretazione razionalista del mondo . Dietro i residui e le azioni illogiche si celano quelle che Jules Monnerot chiama le “pulsioni dell’uomo”. Monnerot scrive (op. cit., vol. 1, p. 252): “Se le pulsioni dell’uomo fossero totalmente represse dal sociale, si sarebbe già verificato un collasso della specie, una scomparsa del tipo di homo sapiens che siamo. La ricerca dell’avventura umana implica che, di fatto, sia stato mantenuto un relativo equilibrio (o meglio, dei limiti agli squilibri e alle tensioni tra le pulsioni biologiche e i vincoli sociali)”. In altre parole, la vita, come la sua modalità umana, la storia, presuppone la persistenza dei residui: elementi costanti e illogici della nostra natura.

La storia trova la sua trama nella felice inadeguatezza di obiettivi e fini, che alimenta i comportamenti di “ripresa”, di “riattivazione”; nella dicotomia tra pulsioni e giustificazioni, che rende possibile “socializzare” l’irrazionale; nell’impossibilità di determinare logicamente i fini, che autorizza la competizione tra fini divergenti e la selezione della più adeguata. In termini di valore, l’avventura storica non vale forse la pena di essere vissuta proprio perché rimane imprevedibile, sorprendente? Come ha evidenziato Robert Ardrey (cfr. Et la chasse créa l’homme [La caccia creò l’uomo], Stock, 1977), la nostra natura più profonda è quella del “cacciatore avventuroso”; la sete dell’imprevedibile governa l’interesse che troviamo nell’agire. Ecco perché le ideologie razionalizzanti del progresso si rivelano demobilizzanti. Mirano a costruire un mondo senza sorprese, regolato, in cui la Legge prevarrebbe sul Destino. Ma il loro errore deriva dal fatto che essi stessi sono manovrati da residui – quelli di una certa psicologia, quelli di valori irrazionali derivati ​​dalla sensibilità biblica che finora ha governato i discorsi e le azioni del mondo occidentale. Tutta la questione è se non possano a loro volta emergere altri residui.

1

Un fenomeno (cfr. il greco phainesthai , apparire) è ciò che viene alla luce senza bisogno di alcuna decifrazione. Un legomenon (cfr. il greco legein , leggere, raccogliere) deve essere individuato al di sotto dell’apparenza di un fenomeno.

2

«Il tono di questa non-filosofia», osserva Raymond Aron, «rimane di gran lunga più insopportabile per i filosofi di quello della non-filosofia di Marx o di Nietzsche. Questi ultimi prendono sul serio i filosofi (…) Un filosofo tollererà, se necessario, la non-filosofia, ma non l’idea che la filosofia non abbia alcuna importanza» (prefazione alla nuova edizione del Traité de sociologie générale , Droz, Ginevra, 1968, p. IX; citato da J. Freund, op. cit., p. 13).

3

Si può rimproverare a Pareto un certo antropologismo naturalistico. Per lui, i residui appartengono a disposizioni umane permanenti. «Dobbiamo cercare», scrive nel Cours d’économie politique , «nella natura dell’uomo la causa principale che determina il fenomeno» (Droz, Ginevra, 1964, vol. II, p. 304, § 957), il che significa, nel linguaggio utilizzato in seguito nelle sue opere sociologiche, che i residui rilevabili al di sotto dei fenomeni che sono derivazioni appartengono a una natura umana. Quest’ultima obbedirebbe a «leggi eterne e immutabili» (ibid.). Pareto trascura le specificità culturali; se è corretto dedurre l’esistenza di tratti psico-sociologici comuni a tutti gli uomini in quanto biologici, trascura l’antropologia culturale e non presuppone che la sua classificazione dei residui debba variare a seconda dei popoli, del loro passato, dei loro miti, della loro psiche, della loro appartenenza etnica. Dal nostro punto di vista, il concetto di residuo è operativo e valido, ma la classificazione che Pareto ne fa è insufficiente perché universalistica e naturalistica.

4

“Non credo affatto di conoscere una verità assoluta e definitiva; non credo che la verità sperimentale sia sempre utile. Non so se sia buona, perché ignoro il significato di questo termine” (citato da J. Freund e da Busino in Introduction à une histoire de la sociologie de Pareto , p. 73). “Guardiamoci dal voler (…) attribuire alla logica o alla sperimentazione una forza e una dignità superiori a quelle dei dogmi accettati dal sentimento” ( Traité de sociologie , Droz, Ginevra, 1968, p. 20, § 40).

5

Nel suo Pareto (op. cit., pp. 183 e segg.), Julien Freund qualifica le opere di Weber e di Pareto come frutto di un pensiero con un fondamento filosofico e teologico “politeista”. Entrambi sostengono che le categorie del vero, del bene e del bello non coincidano; per questo motivo attribuiscono un’utilità sociale alle “mitologie” e ritengono che dal “male” o dal “falso” possano derivare conseguenze positive, e viceversa. Julien Freund non esita, per questo motivo, a definire Pareto un “pagano” (ibid., p. 193).

You’re currently a free subscriber to European New Right Revue. For the full experience, upgrade your subscription.

Upgrade to paid

Fallire come uno Stato, di Ran Heibrunn

Fallire come uno Stato

Di Ran Heilbrunn

SAGGIO DI RECENSIONE
Lo Stato dell’informazione: la politica nell’era del controllo totale
di Jacob Siegel
Henry Holt, 2026, 336 pagine

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Jacob Siegel, nel suo libro The Information State, è alla ricerca di un concetto guida sufficientemente ampio da riunire alcuni degli sviluppi politici più significativi dell’era digitale: la fusione tra la Silicon Valley e Washington, la migrazione delle tecniche militari nella governance interna, la guerra alla disinformazione, l’ascesa della sorveglianza online e la crisi di legittimità che ha segnato la politica americana dal 2016. Il concetto che Siegel propone a tal fine è quello di «Stato dell’informazione», una nuova forma di regime che sostituisce il consenso democratico con un controllo mediato dalla tecnologia. Tuttavia, Siegel non presenta questa categoria semplicemente come un principio organizzativo del panorama politico-tecnologico contemporaneo. Con maggiore ambizione, la colloca al centro di un ampio percorso storico che si estende dalla prima modernità fino al presente.

Eppure lo “Stato dell’informazione”, il concetto destinato a unificare questo vasto arco, non acquisisce mai pienamente la sostanza storica o la precisione concettuale che l’argomentazione richiede. Il risultato è un libro caratterizzato da una persistente discrepanza tra impostazione e contenuto, tra analisi spesso convincenti di fenomeni specifici e lo scheletro tematico destinato a tenerle insieme. Ciò che viene presentato come una forma di regime coerente appare sempre più, a un esame più attento, come un insieme disorganico di argomenti legati tra loro non tanto da una dimostrabile unità istituzionale quanto piuttosto dalla curiosità intellettuale e da giudizi impressionistici. Il problema non è che il concetto sia troppo ampio, ma che l’adesione ad esso da parte del libro imponga un’immagine di coerenza intenzionale su un terreno traboccante di tensioni, incongruenze e fallimenti; ciò ha l’effetto di sopprimere le caratteristiche più interessanti dei fenomeni che cerca di analizzare.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Breve storia dello Stato dell’informazione

The Information State trae origine dal saggio di Siegel del 2023 sull’emergere della “disinformazione” come tema dominante della vita pubblica americana dopo l’ascesa di Donald Trump. In quel testo precedente, Siegel sosteneva che lo shock delle elezioni del 2016 avesse spinto settori importanti della classe dirigente americana ad allearsi con la Silicon Valley, dando vita a un «regime di censura statale-aziendale» che, in nome della lotta alla disinformazione, utilizzava metodi tecnologici e di sicurezza nazionale per monitorare e regolamentare il discorso politico online. 1 Il presente volume amplia tale argomentazione trasformandola in una tesi molto più ampia, collocando il nesso tra le istituzioni statali e la tecnologia dell’informazione all’interno di una narrazione storica panoramica. Questo quadro storico ampliato corrisponde a una tesi concettuale altrettanto ampia. La fusione tra tecnologia digitale, Stato e agenzie di sicurezza, emersa alla ribalta dopo il 2016, sostiene Siegel, rappresenta qualcosa di molto più vasto di un nuovo apparato di censura. «Quello che chiamo Stato dell’informazione,» scrive, «si riferisce a una forma di governo che sostituisce il principio democratico del consenso con il controllo.»2

Lo Stato dell’informazione, quindi, è una nuova formazione politica il cui «obiettivo ultimo [non è] censurare o opprimere, ma governare». Esso costituisce «una terza forma di regime politico», situata a metà strada tra «i regimi autoritari che impongono la propria volontà con la forza e le democrazie che governano attraverso il consenso dei propri cittadini». A differenza dell’autoritarismo classico, che si basa su una repressione visibile, lo Stato dell’informazione «governa monopolizzando l’attenzione». Controllando le infrastrutture e i protocolli della comunicazione digitale, modella le condizioni del discorso online in modo da coltivare l’obbedienza pubblica: «Detta i parametri dell’esperienza degli utenti sui social media e su altri domini online condivisi per modificare in modo impercettibile le percezioni del pubblico e condizionare le persone a considerare determinati esiti come inevitabili».3

In “Origins”, la prima delle tre parti del libro, Siegel fa risalire le radici dell’attuale sistema governativo digitale a Francis Bacon. Con una mossa tipica delle genealogie tecnologiche, il filosofo e statista inglese del XVII secolo appare come una figura fondatrice della marcia espansionistica della civiltà occidentale dalla rivoluzione scientifica verso l’era delle macchine. Bacon rappresenta la convergenza tra autorità scientifica e politica: nel suo pensiero, la conoscenza della natura coincide con la pretesa di governare il mondo. Lo scopo dell’indagine scientifica, di conseguenza, non è la ricerca della verità, bensì l’estensione del «potere e del dominio della stessa razza umana sull’universo». 4 Incarna l’identificazione tra conoscenza e potere, scienza e arte di governare, Bacon emerge come figura archetipica della «tecnocrazia», un concetto che sarebbe diventato la categoria centrale della descrizione di Siegel dello Stato dell’informazione.

Siegel ripercorre la storia della tecnocrazia dall’Europa dell’età moderna agli Stati Uniti dell’inizio del XX secolo. Lì, il percorso della tecnocrazia si intrecciò con il movimento progressista, dando origine a una nuova tradizione di governo: la tecnocrazia progressista. Istituzionalizzata per la prima volta durante l’amministrazione Wilson, questa formazione – che Siegel considera l’ideologia dominante della classe dirigente americana ancora oggi – ha conferito al pragmatismo sterile della tecnocrazia un impegno morale verso la modernizzazione sociale. Dato il carattere incerto e ingestibile della popolazione, i tecnocrati progressisti ritenevano che la modernizzazione dovesse essere imposta dall’alto. Questa ideologia è quindi fondamentalmente elitaria: il tecnocrate progressista rivendica l’autorità di stabilire la direzione da seguire indipendentemente dalla volontà del popolo.

L’eredità di Wilson è importante anche per un altro motivo. Durante la Prima guerra mondiale, la sua amministrazione ricorse alla censura e alla propaganda per disciplinare l’opinione pubblica e reprimere il dissenso interno, in particolare attraverso il Comitato per l’Informazione Pubblica. Questo episodio ha dato vita a un fenomeno di migrazione verso l’interno, per cui le tecniche sviluppate in tempo di guerra sopravvivono al conflitto che le ha generate e si trasferiscono nella vita civile. Pertanto, sebbene l’infrastruttura della repressione wilsoniana fosse stata formalmente smantellata alla fine della guerra, «le funzioni di propaganda, censura e pubblicità si diffusero in innumerevoli uffici governativi, agenzie di pubbliche relazioni, uffici militari e di intelligence, nonché agenzie pubblicitarie», garantendo così che «l’eredità più importante di Wilson perdurasse». 5 Questa dinamica diventa uno dei temi centrali del libro: le capacità sviluppate durante l’emergenza militare, come dimostra Siegel, raramente rimangono confinate alla sfera estera. Prima o poi, si raccoglie ciò che si semina.

I capitoli conclusivi della prima parte del libro mettono maggiormente a fuoco il rapporto tra tecnologia della comunicazione e guerra. Siegel delinea l’ascesa dell’informatica, della cibernetica e della teoria dell’informazione negli anni ’40 e ’50, sottolineandone l’intreccio con la ricerca militare, prima di passare al Vietnam come laboratorio per la fusione tra arte della guerra e tecnologia dell’informazione. L’istituzione centrale nell’analisi di Siegel sull’era del Vietnam è l’ARPA—l’Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzata del Pentagono—che più di ogni altra organizzazione incarnava la fusione tra scienze sociali comportamentali, tecnologia digitale e pianificazione della difesa.

Questa convergenza rese l’ARPA un punto nevralgico per lo sviluppo della controinsurrezione, una dottrina bellica incentrata sulla popolazione in cui l’oggetto dell’azione militare non era più semplicemente un esercito avversario, ma le norme, i valori e le istituzioni di un’intera società. La competenza militare non poteva quindi più limitarsi a infliggere danni ai combattenti nemici; doveva essere integrata da tecniche volte a studiare, influenzare e riorientare le popolazioni civili. La controinsurrezione, in questo senso, divenne l’applicazione militare della tecnocrazia progressista: la guerra ripensata come un progetto di modernizzazione sociale, guidata dalla competenza e orientata alla trasformazione di intere popolazioni. Tuttavia, questa apparente «civilizzazione» del potere militare si trasformò rapidamente nella militarizzazione della vita civile, poiché lo sforzo di comprendere società lontane lasciò il posto a meccanismi basati sulla conoscenza per monitorarle e controllarle.

Tuttavia, l’erosione del confine tra guerra e politica causata dalla controinsurrezione non rimase confinata ai campi di battaglia stranieri. Seguendo il modello della migrazione verso l’interno, i metodi e gli strumenti sviluppati per studiare e gestire popolazioni lontane furono riassorbiti negli Stati Uniti e riutilizzati nella sorveglianza dei cittadini americani. Questa dinamica emerse negli anni ’70 con le rivelazioni sulle attività di spionaggio diffuse da parte dell’FBI e della CIA nei confronti dei cittadini americani, che Siegel presenta non come abusi isolati, ma come primi segni di un apparato di sorveglianza di massa emergente. A un livello più generale, questo modello è visibile in Arpanet, l’esperimento militare di rete che si sarebbe poi evoluto nella moderna Internet. Le strutture tecnologiche create nell’era del Vietnam, scrive Siegel, «ora ci circondano nella nostra vita quotidiana».6

La parte centrale di The Information State, intitolata “Conquest”, comprende alcuni dei passaggi più incisivi del libro. Attraverso cinque capitoli che abbracciano il periodo dagli anni ’70 agli anni 2010, Siegel traccia come, parallelamente allo sviluppo dell’informatica personale, alla commercializzazione di Internet e all’ascesa della Silicon Valley, la classe politica statunitense e l’establishment della sicurezza abbiano sempre più utilizzato le tecnologie dell’informazione per sorvegliare i cittadini in patria e condurre guerre high-tech all’estero. Tra le tappe fondamentali di questo periodo figurano la Guerra del Golfo, la Guerra al terrorismo, le rivolte della Primavera araba, le rivelazioni di Edward Snowden, la campagna contro l’ISIS e l’annessione della Crimea da parte della Russia. I temi introdotti in “Origins” – la diffusione delle tecnologie militari nel settore civile e l’ascesa della tecnocrazia progressista – vengono approfonditi e intensificati, culminando in un ritratto dei primi anni 2010 come l’età dell’oro dello Stato informazionale.

Il punto centrale di questa parte del racconto è la ridefinizione del rapporto tra tecnologia e sicurezza nazionale all’indomani dell’11 settembre. In ambito militare, le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno dato nuovo slancio alle teorie sulla “guerra dell’informazione”. Come osserva Siegel, “Dopo l’11 settembre, le campagne di influenza online e le operazioni di informazione sono diventate elementi fondamentali della guerra al terrorismo”. 7 Nel 2014, tra il terrorismo dell’ISIS nato in rete e il rinnovato allarme per le operazioni mediatiche del Cremlino, l’ecosistema politico dedicato alla guerra dell’informazione, oggi più spesso definita «guerra ibrida», è entrato in un altro ciclo di boom caratterizzato da grande clamore e finanziamenti. Come sostiene in modo convincente Siegel, il valore strategico e operativo di queste dottrine è, ed è sempre stato, altamente discutibile. Le vittorie nei conflitti armati rimangono radicate in realtà ormai fuori moda come la capacità di infliggere distruzione fisica.

All’interno degli Stati Uniti, la convergenza tra tecnologia dell’informazione e Stato di sicurezza si è rivelata più efficace. Gli anni successivi all’11 settembre hanno visto l’emergere di un regime di sorveglianza digitale onnicomprensivo e invasivo, fondato su una nuova alleanza tra la Silicon Valley e Washington. Man mano che l’amministrazione Bush stringeva legami più stretti con le aziende tecnologiche, la Silicon Valley si allontanava dal libertarismo degli anni ’90, riportando Internet “alle sue radici militari”. 8 Questa convergenza ha trovato il suo apice nella figura di Barack Obama, il «Presidente della Silicon Valley», il quale, unendo il Partito Democratico ai giganti della tecnologia, «ha inaugurato l’alleanza politica più significativa del XXI secolo».9

La presidenza di Obama appare quindi come l’apogeo della tecnocrazia progressista e dello Stato dell’informazione. Sotto Obama, funzionari governativi, le grandi aziende tecnologiche, le agenzie di sicurezza nazionale e i media, sostenuti da un ampio strato di liberali istruiti e progressisti militanti, si sono uniti in un potente blocco impegnato a rimodellare la società americana a propria immagine. Per attuare il proprio programma, sostiene Siegel, questa coalizione ha sviluppato una nuova «tecnica di governo che aggirava il normale processo legislativo impadronendosi delle leve del sistema digitale per attuare cambiamenti politici di ampia portata».10 Eludendo i vincoli di una aperta contesa democratica, l’amministrazione ha imparato a utilizzare i social media per plasmare l’opinione pubblica. La legittimità non doveva più fondarsi sul consenso popolare; poteva invece essere costruita attraverso il controllo della narrazione.

Dopo aver tracciato le “Origini” dello Stato dell’informazione e ne aver raccontato la “Conquista”, la narrazione di Siegel giunge alla sua sezione finale, “Rivolta”, che copre il panorama post-2016. Qui il conflitto centrale è descritto come una lotta tra lo Stato dell’informazione e le forze della ribellione populista, soprattutto l’insurrezione di Donald Trump. Secondo la ricostruzione di Siegel, l’ascesa di Trump non ha segnato il crollo immediato dello Stato dell’informazione, ma la fine della sua egemonia incontrastata. Di fronte a una sfida populista alla propria autorità, l’establishment progressista-tecnocratico ha risposto con una delle sue dimostrazioni di forza più aggressive: un tentativo di delegittimare la vittoria di Trump attraverso accuse di collusione con Mosca e allarmi sulle campagne di disinformazione online russe.

Parallelamente al “Russiagate” si sono svolte sia operazioni informative offensive rivolte al pubblico interno, sia campagne difensive contro le manipolazioni provenienti dall’estero e dal mondo online. Queste si sono presto trasformate in un vasto complesso di contrasto alla disinformazione, un’infrastruttura che riunisce agenzie governative, funzionari dei servizi segreti, piattaforme tecnologiche, organizzazioni mediatiche, istituti accademici e ONG nell’impegno comune di contrastare le falsità e proteggere la sfera pubblica dalla corruzione informativa. Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2020, lo «Stato dell’informazione» aveva raggiunto l’apice del proprio potere, presentandosi come un sistema tentacolare di sorveglianza, controllo narrativo e gestione tecnocratica.

L’ultima parte del libro presenta gli anni di Biden come il momento in cui lo “Stato dell’informazione” viene spinto ai limiti del proprio potere e inizia a sgretolarsi. Siegel si concentra in particolare su due sviluppi: la risposta del governo al Covid-19 e la decisione, dopo il 6 gennaio, di rivolgere gli strumenti di controinsurrezione e di sorveglianza informativa verso l’interno, contro i sostenitori di Trump e altri cittadini accusati di estremismo. Il tentativo di reprimere lo scetticismo sui vaccini e di controllare il dissenso in materia di salute pubblica, che si è svolto parallelamente all’espansione post-6 gennaio delle misure antiextremismo interne, non ha ripristinato l’autorità né la pace sociale, ma ha invece accelerato una più ampia crisi di legittimità. Alla fine della narrazione, lo Stato dell’informazione appare come un regime i cui sforzi più aggressivi di autoconservazione non hanno fatto altro che aggravare le condizioni del proprio disgregarsi.

Critiche inflazionistiche

All’inizio del testo, Siegel osserva che una delle difficoltà che caratterizzano il dibattito sull’informazione è la natura polisemica del termine, ovvero il fatto che «nessuno riesca a mettersi d’accordo su cosa sia l’informazione».11 Nel corso del libro, egli gestisce questa ambiguità con notevole abilità, bilanciando significati specifici con una più ampia flessibilità concettuale. L’altra componente della frase del titolo, lo Stato, riceve un trattamento diverso. Come osservato, l’introduzione insiste nel distinguere tra lo Stato dell’informazione, la democrazia e l’autoritarismo. Da quel punto in poi, tuttavia, questa tipologia delle forme di regime cede il passo a una tendenza familiare a trattare «lo Stato» come un’entità non specificata ma evidente di per sé, la cui continua espansione diventa il principio organizzativo della storia politica dell’Occidente moderno.

All’inizio della narrazione incontriamo Jean-Baptiste Colbert, primo ministro di Stato della Francia sotto Luigi XIV. Colbert, scrive Siegel, «introdusse la gestione dell’informazione come strumento di arte di governo moderna», guidando la trasformazione della Francia feudale in «una prima versione dello Stato informativo centralizzato, che esercitava il potere attraverso un apparato amministrativo onnisciente». L’informazione e lo Stato emergono così come una formazione simbiotica. Citando lo storico Jacob Soll, Siegel sostiene che «il sogno del dominio informativo, che ha profondamente influenzato la formazione degli Stati moderni, conteneva ciò che Soll definisce “i germi del governo totalitario moderno, destinati a svilupparsi in reti di informatori e sistemi di archiviazione”». 12 Nonostante le riserve in senso contrario, i confini che separano lo Stato informativo, quello totalitario e quello «moderno» (presumibilmente democratico o assistenziale) mostrano una strana tendenza a fondersi in un’unica miscela storico-istituzionale.

In La nascita della biopolitica, Michel Foucault ha individuato due elementi di quello che ha definito il fenomeno della “statofobia”. Il primo è «l’idea che lo Stato possieda in sé e attraverso il proprio dinamismo una sorta di potere di espansione», un «imperialismo endogeno che lo spinge costantemente ad ampliare la propria superficie e ad accrescerne la […] profondità». Il secondo elemento è il pensiero «che esista una parentela, una sorta di continuità genetica o implicazione evolutiva tra le diverse forme di Stato, in cui lo Stato amministrativo, lo Stato sociale, lo Stato burocratico, lo Stato fascista e lo Stato totalitario sono tutti… i rami successivi di un unico e medesimo grande albero del controllo statale nella sua espansione continua e unificata».

Nel loro insieme, questi elementi danno origine a quella che Foucault definisce una critica inflazionistica dello Stato. «Perché inflazionistica?» Perché «non appena accettiamo l’esistenza di questa continuità o affinità genetica tra diverse forme di Stato», iniziamo a «ricollegarle l’una all’altra, privandole così della loro specificità». Con una logica simile, un amministratore francese del XVII secolo può diventare il progenitore sia delle moderne burocrazie statali che del totalitarismo, mentre il Comitato per l’Informazione Pubblica di Wilson converge con le ossessioni contemporanee sulla disinformazione online. Una seconda ragione per definire questa critica «inflazionistica» è che tali concatenazioni identificano lo Stato con un’essenza repressiva diffusa a scapito di un riferimento storico concreto: «consente di evitare di pagare il prezzo della realtà e dell’attualità, in quanto, in nome di questo dinamismo dello Stato, si può sempre trovare qualcosa di simile a una parentela o a un pericolo, qualcosa di simile alla grande fantasia dello Stato paranoico e divorante».13

Nel testo di Siegel, lo Stato subisce pressioni inflazionistiche simili. Una caratteristica fondamentale di The Information State, potremmo dire, è la sua tendenza a sottoporre lo Stato a un’inflazione informativa. La tecnologia dell’informazione non figura tanto come un ambito circoscritto quanto come un mezzo amplificatore attraverso il quale lo Stato estende e intensifica il proprio potere. Il significato del termine «Stato» a volte sembra più estetico che giuridico o istituzionale: lo Stato appare come una forza o un’energia, qualcosa che si espande, si fonde, assorbe e si diffonde: «un sistema di controllo che abbraccia il globo»; un «leviatano della sorveglianza di massa che consumava informazioni in una frenesia divorante»; un «leviatano tentacolare con tentacoli che si estendono attraverso i continenti e in ogni angolo della società americana»; un «imperialismo tecnocratico» che mira «ad espandere il potere burocratico e il controllo informativo». 14 Tali formulazioni vivide e incisive contribuiscono a rendere The Information State una lettura avvincente. Tuttavia, lasciano anche l’impressione che la categoria dello Stato dell’informazione si basi su qualità affettive piuttosto che su una precisione analitica.

Inoltre, la visione dello Stato come entità unitaria caratterizzata da un intrinseco dinamismo espansionistico sembra particolarmente inadatta all’universo storico e tematico del libro stesso. Circa due terzi del testo, dopotutto, coprono i decenni che vanno dagli anni ’70 ad oggi. Parti significative di The Information State, in altre parole, trattano del periodo neoliberista, un’era caratterizzata da una progressiva riduzione della portata pratica e dell’autorevolezza normativa dello Stato. Negli Stati Uniti, un’espressione chiave di questo processo è stata l’affermarsi nel discorso giuridico dominante di ciò che la studiosa di diritto Jodi Short ha definito «lo stile paranoico nella riforma normativa»: una «profonda ansia nei confronti della coercizione statale» che inquadra qualsiasi forma di regolamentazione governativa come una minaccia autoritaria all’autonomia e alla libertà.15

Inoltre, sebbene questo declino della legittimità dello Stato costituisca un contesto rilevante per quasi tutti i testi dedicati ai decenni a cavallo del volgere del millennio, sembra particolarmente essenziale per un’opera incentrata sull’ascesa delle Big Tech. Dopotutto, ciò che Short descrive come il contesto normativo avverso allo Stato del periodo neoliberista è stato cruciale per l’accumulo di ricchezza e influenza straordinarie da parte delle aziende tecnologiche. Eppure il neoliberismo compare a malapena nel libro di Siegel. Infatti, per quanto mi risulti, il termine stesso viene menzionato due volte, in citazioni dirette di altri autori. Naturalmente, le scelte lessicali di uno scrittore non sono importanti di per sé. In questo caso, tuttavia, l’omissione sembra davvero significativa dal punto di vista sostanziale.

In linea di massima, The Information State descrive un mondo in cui il neoliberismo non è mai esistito. O almeno un mondo in cui non si è mai manifestato come una trasformazione distinta nella storia dello Stato. Vi sono riferimenti a temi correlati quali la finanziarizzazione, la globalizzazione e la delocalizzazione dei posti di lavoro, ma questi fenomeni non vengono mai collegati al declino delle istituzioni statali e quindi non interferiscono con il quadro più ampio di una continua espansione dello Stato.

Di tanto in tanto, le conseguenze di questa emarginazione del neoliberismo vengono alla ribalta. Ad esempio, quando Siegel descrive le rivolte populiste degli anni 2010, scrive che «i populisti volevano che le questioni fondamentali di interesse nazionale, come l’immigrazione, la politica commerciale e la guerra, fossero decise dagli elettori, non dalle élite manageriali. Ciò li ha messi in conflitto con il sistema postbellico di controllo tecnocratico che ha trasferito il potere sovrano decisionale a organismi opachi e non democratici come l’Unione Europea, le burocrazie amministrative statunitensi e Google». 16 Poiché il testo non fornisce alcun indizio su quale guerra si intenda con il termine «dopoguerra», il lettore è portato a supporre che Siegel si riferisca all’ordine post-1945. In questa periodizzazione, il neoliberismo scompare in un’era “postbellica” indifferenziata, il populismo contemporaneo viene giustapposto allo statalismo della Guerra Fredda e fenomeni così diversi come “l’Unione Europea, le burocrazie amministrative statunitensi e Google” vengono raggruppati sotto termini come “élite manageriali” e “controllo tecnocratico”, che, estesi a tal punto, diventano poco più che etichette vuote.

Verso la fine del testo, diventano visibili le crepe nel tentativo di presentare la storia recente come un’ulteriore diramazione di quello che Foucault definiva “il grande albero del controllo statale”. Man mano che la narrazione si avvicina al presente, la realtà vissuta minaccia di sgonfiare il discorso gonfiato, e le falle della tesi centrale del libro emergono proprio dalla sua stessa struttura. Così, a sole trenta pagine dalla fine, scopriamo improvvisamente che questa narrazione di ampio respiro sull’ascesa dello Stato dell’informazione è in realtà una storia di ascesa e caduta. Considerato il linguaggio incisivo con cui questo sistema è stato descritto fino a questo punto, il resoconto di Siegel sulla sua disintegrazione risulta piuttosto deludente. Il penultimo capitolo si apre così: «Due grandi forze si sono unite durante la presidenza di Joe Biden, spingendo lo Stato dell’informazione ai limiti del suo potere e mettendo in moto la catena di eventi che ne avrebbe determinato il crollo. La prima è stata la risposta del governo alla pandemia di Covid-19. . . . La seconda è stata la decisione di utilizzare gli strumenti della controinsurrezione contro i cittadini americani.»17

Spiegando perché la risposta dell’amministrazione al Covid-19 abbia accelerato il crollo dello “Stato dell’informazione”, Siegel scrive che, a differenza del Russiagate, “che era essenzialmente un crimine contro astrazioni come lo ‘Stato di diritto’ e il ‘processo democratico’”, le politiche «palesemente autoritarie»18 di Biden relative alla pandemia «hanno portato lo Stato dell’informazione nella vita quotidiana delle persone». Mentre «le persone comuni che non dedicavano il proprio tempo a scorrere i feed di notizie potevano scegliere di ignorare il sordido dramma Trump-Russia», misure quali «i lockdown per il Covid e l’obbligo vaccinale hanno eliminato l’esenzione per la “gente comune”». 19 Di per sé, questa potrebbe essere un’osservazione perspicace sulle dinamiche della recente politica americana. Letta nel contesto della teoria più ampia di Siegel, tuttavia, sembra una controargomentazione sorprendente alla sua tesi centrale. Se tutto ciò che serviva per abbattere lo “Stato dell’informazione” era portare i cittadini “normali” alle urne, allora quella che è stata descritta come “una delle forze più potenti del mondo moderno” deve essere stata fin dall’inizio una formazione piuttosto vulnerabile.20 È uno strano tipo di regime autoritario la cui autorità dipende dal non pestare i piedi alla gente comune.

Il secondo fattore che ha portato alla caduta dello Stato dell’informazione lascia un senso di confusione simile. Per qualche motivo, l’uso di strumenti di sorveglianza controinsurrezionali nei confronti dei cittadini americani durante le guerre dell’informazione della presidenza Biden si è improvvisamente ritorto contro, anche se ciò è perfettamente coerente con il modo in cui lo Stato dell’informazione ha operato finora. Secondo quanto riferito dallo stesso Siegel, tali applicazioni interne delle tecnologie militari sono state una procedura standard all’interno dello Stato di sicurezza nazionale almeno fin dai tempi di Woodrow Wilson. Ciononostante, egli insiste, questa volta è stato diverso: si è trattato di una «vera e propria svolta radicalizzante, una spirale rivoluzionaria. Man mano che il partito al potere si distanziava dalla nazione nel suo complesso e perseguiva obiettivi divisivi e impopolari, ha perso non solo il consenso dei governati, ma anche il suo legame con una realtà condivisa».21

La tensione nella discussione diventa difficile da ignorare. Dopo aver definito lo Stato dell’informazione come «una forma di governo che sostituisce il principio democratico del consenso con il controllo» e aver ripetutamente descritto il suo potere come fondato sulla distorsione della realtà attraverso operazioni di informazione digitale, Siegel presenta ora proprio quelle condizioni — la mancanza di consenso e la disconnessione dalla realtà — come le forze che ne hanno determinato la caduta. Il lungo e tortuoso percorso dello Stato dell’informazione, un regime formidabile che per secoli ha affinato il proprio apparato di sorveglianza e controllo, si conclude così con notevole bruschezza. Un attimo prima c’è, un attimo dopo non c’è più.

Venerazione negativa

Nonostante i suoi difetti, The Information State è un libro intelligente e spesso avvincente, ricco di osservazioni sorprendenti e dettagli illuminanti. La sua ricchezza e la sua energia, tuttavia, finiscono per essere appesantite dall’adesione a una premessa poco plausibile: l’insistenza sul fatto che una forma di regime distinta, denominata «Stato dell’informazione», sia effettivamente esistita e che noi ne abbiamo vissuto sia l’apice che la scomparsa. Il suo finale deludente, a mio avviso, rivela una tendenza più ampia nella letteratura antitecnologica contemporanea: la tendenza a esagerare la coerenza e la durata delle forze a cui si oppone. I critici della tecnologia generano ora concettualizzazioni del panorama attuale a un ritmo che eguaglia quasi la frenesia innovativa degli imprenditori della Silicon Valley: «Lo Stato dell’informazione», «Capitalismo di sorveglianza», «Imperi del silicio», «Tecno-feudalesimo» e così via. Naturalmente, i critici si affezionano alle proprie formulazioni e quindi le investono di una grandiosità e di una densità che le realtà che descrivono faticano a sostenere.

L’espressione più generale di questa dinamica riguarda il problema del tono distopico. The Information State appartiene a una lunga tradizione di testi che considerano il cambiamento tecnologico come il principio organizzativo di un ordine sociale terrificante, caratterizzato da una radicale negazione della spontaneità e della libertà.

Come ha sottolineato Langdon Winner, «il nostro modo di concepire la tecnologia sembra indissolubilmente legato a un’unica concezione del modo in cui il potere viene utilizzato: lo stile del dominio assoluto, il controllo dispotico e unidirezionale del padrone sullo schiavo».22  L’affermazione paradigmatica di questa tradizione è La società tecnologica di Jacques Ellul del 1954, un libro il cui impatto sul testo di Siegel è innegabile. Ma la famosa affermazione di Ellul secondo cui la tecnica «non può che essere totalitaria» segue la stessa logica della convinzione degli anni ’90 secondo cui Internet fosse una forza naturalmente progressista o emancipatoria. 23 L’utopismo e il distopismo, per dire l’ovvio, sono le due facce della stessa medaglia. Il problema non è solo che entrambe le prospettive trattano la tecnologia come il motore principale del cambiamento storico, trascurando le situazioni in cui i modelli tecnologici esprimono, anziché determinare, gli assetti sociopolitici. A mio avviso, è più interessante una certa convergenza retorica tra i critici e i sostenitori della tecnologia. La tendenza di questi ultimi a glorificare la tecnologia trova riscontro nella propensione dei primi per quella che potremmo definire venerazione negativa: una forma di soggezione invertita che rifiuta la legittimità morale o politica del potere tecnologico, pur accettandone, e spesso amplificandone, la pretesa di superiorità e assolutezza.

L’opera di Shoshana Zuboff The Age of Surveillance Capitalism ha, a mio avviso, reso la venerazione negativa il tono dominante della letteratura contemporanea critica nei confronti della tecnologia. Nelle seicento pagine di quella celebre opera, la Zuboff combina un’analisi meticolosa dell’economia politica del settore tecnologico con una curiosa tendenza ad attribuire alle aziende tecnologiche una capacità quasi demoniaca di prosciugare il dinamismo e il caso dalla struttura metafisica dell’universo. La descrizione che Siegel fa del potere dello Stato dell’informazione a tratti vira in una direzione simile. Ad un certo punto, ad esempio, scrive che coloro che sono in grado di acquisire il massimo delle informazioni diventano «la cosa più onnisciente dopo Dio». Poco dopo, sostiene che ciò che rende l’«impero dell’informazione» dell’era Obama storicamente unico è il modo in cui fonde «la classica ambizione imperiale di governare un territorio con l’ambizione degli Stati totalitari del XX secolo di dominare la vita interiore dei singoli soggetti». 24 Sebbene gran parte della critica di Siegel all’amministrazione Obama sembri giustificata, descriverla come una sintesi di imperialismo e totalitarismo mi sembra un po’ esagerato. Se lo Stato dell’informazione degli anni 2000 appartenesse alla stessa categoria dell’imperialismo e del totalitarismo, allora il suo crollo negli ultimi anni dovrebbe essere annoverato tra eventi epocali come la decolonizzazione o la liberazione dell’Europa. Sebbene la politica dell’ultimo decennio possa essere stata tumultuosa, non abbiamo ancora vissuto un nuovo momento della portata del 1945, né nulla di simile.

Inoltre, la tendenza a venerare in modo negativo ciò a cui ci si oppone porta spesso a rappresentazioni incoerenti del potere tecnologico. In questa ottica, la minaccia che la tecnologia rappresenta per la libertà umana appare al tempo stesso fondamentalmente deterministica e radicalmente volontaristica.

In The Information State, i meccanismi di controllo governativo appaiono al tempo stesso come la logica impersonale della moderna società industriale e come il progetto deliberato di particolari attori politici. Pertanto, la riorganizzazione tecnocratica delle istituzioni statali operata da Wilson viene presentata come un allontanamento discutibile dalla Costituzione americana, i cui padri fondatori, sostiene Siegel, avevano compreso che il tentativo di eliminare la complessità del contributo pubblico dal processo decisionale politico minaccia la libertà su cui si fonda la repubblica. Allo stesso tempo, tuttavia, Siegel scrive che «ciò che Wilson chiamava amministrazione e che spesso viene definito burocrazia fu la prima grande tecnologia di controllo politico», una tecnologia che ben presto divenne «la struttura organizzativa essenziale di tutte le società industriali».25

La stessa tensione si ritrova nella sua descrizione dello Stato dell’informazione contemporaneo come «una società completamente automatizzata e totalizzata, che può essere programmata a vantaggio dei suoi governanti utilizzando gli individui come strumenti per regolare la stabilità del sistema».26 Il potere nell’era dello Stato dell’informazione, in altre parole, è al tempo stesso radicalmente orizzontale e intensamente verticale. La società è al tempo stesso «autocontrollata», in uno stato di autooppressione cibernetica, e programmata dall’alto dai governanti, ai cui interessi questo sistema è al servizio.

Siegel, presumo, sosterrebbe che descrivere la struttura dello stato dell’informazione in questi modi apparentemente contraddittori sia proprio il punto: che questa tensione non rappresenti un difetto dell’argomentazione, ma piuttosto colga la vera grandezza del potere tecnologico nel mondo reale. Forse. L’altra possibilità, tuttavia, è che questa oscillazione tra determinismo e volontarismo, questa convergenza tra sovranità ultima e servitù assoluta, non rifletta tanto la struttura della realtà tecnologica quanto la natura del discorso tecnologico. Qualcosa nel nostro modo di pensare alla tecnologia sembra particolarmente vulnerabile a tali orizzonti assolutisti, a piani generali onnicomprensivi e a punti archimedei supremi. La realtà, tuttavia, è che nessuno controlla il cambiamento tecnologico e nessuno progetta la vita sociale. La ricchezza senza precedenti dei nostri signori della tecnologia li rende ricchi come mai prima d’ora; non li rende onnipotenti, né tantomeno onniscienti. Come afferma Winner, «la posizione privilegiata di un’élite o di una classe non è la prova che essa guidi il meccanismo, ma solo che disponga di un comodo posto a sedere per godersi il viaggio».27

Instabilità simili nella rappresentazione del potere sono evidenti anche nel modo in cui il libro tratta il Partito Democratico. L’analisi di Siegel della politica contemporanea è chiaramente influenzata dalla simpatia per la sfida populista di Trump. Naturalmente, non c’è nulla di sbagliato in questo; la polemica è un genere antico e spesso brillante del pensiero politico. La difficoltà sta nel fatto che l’ostilità verso un avversario costituisce una base troppo ristretta per una descrizione panoramica di un fenomeno come lo Stato dell’informazione, i cui contorni, nella misura in cui emergono dall’invenzione della scienza moderna e dalla creazione del governo moderno, sono di fatto coincidenti con la modernità stessa. A questo proposito, il libro mostra qualcosa di simile a ciò che Evgeny Morozov ha definito l’«epochalismo» del discorso tecnologico contemporaneo: una forma di eccezionalismo generazionale, una tendenza a immaginarsi come protagonisti di un momento di trasformazione unico nel suo genere.28 Nella descrizione di Morozov, il linguaggio epocale serve spesso a mascherare l’ignoranza storica. Siegel, chiaramente, non ne è colpevole. Qui l’immaginario epocale svolge una funzione diversa: permette agli attuali oppositori politici di apparire non solo come prodotti delle circostanze contemporanee, ma come incarnazioni attuali di una forza secolare e di portata storica mondiale. La loro sconfitta acquisisce così un significato epocale.

Eppure, come quadro concettuale per una storia di cinquecento anni del rapporto tra tecnologia e governo, l’attuale Partito Democratico, per quanto pessimo possa essere, semplicemente non ha il peso necessario per sostenere tale fardello. Dobbiamo davvero credere che il sogno di uno Stato dell’informazione onniveggente—un regime di controllo totale e conoscenza assoluta, concepito da un filosofo inglese dell’età moderna e delineato da uno statista americano della tarda modernità, reso operativo nei laboratori bellici dell’ARPA e testato sul campo nelle zone di combattimento di Baghdad e Saigon —sia culminato nell’ossessione dell’amministrazione Obama per la gestione del discorso online?

Per essere chiari, non sto negando che la sorveglianza governativa dei social media sia sufficientemente significativa da giustificare un’analisi intellettuale approfondita. Il mio punto, piuttosto, è che non ogni affronto governativo alla democrazia equivale a un tentativo di abolirla. Inoltre, anche ammettendo che le politiche delle recenti amministrazioni democratiche abbiano rispecchiato certi impulsi autoritari, dobbiamo comunque riconoscere che, secondo qualsiasi ragionevole standard comparativo, il tentativo dello «Stato dell’informazione» americano di imporre un regime di controllo totale sui propri cittadini si è rivelato straordinariamente incompetente. Se gli anni di Obama o Biden rappresentano la coda di un sistema repressivo secolare, allora la traiettoria dello «Stato dell’informazione» è stata caratterizzata da un patetico indebolimento piuttosto che da un drammatico crescendo.

Il fallimento e l’oblio

Oltre all’esagerazione retorica, un secondo meccanismo alla base dell’amplificazione del potere della tecnologia, impiegato sia dai suoi sostenitori che dai suoi critici, può essere descritto come la cancellazione del fallimento. Il discorso pubblico e intellettuale sulla tecnologia mostra spesso una marcata tendenza a minimizzare o sopprimere il fatto che il passato e il presente dell’industria tecnologica siano costellati di spettacolari fallimenti. Questa dinamica opera a due livelli diversi. In senso stretto, specifici episodi di fallimento tecnologico vengono cancellati dalla memoria collettiva o minimizzati rispetto ai successi celebrati. L’ARPA, ad esempio, sarà ricordata per sempre come l’organizzazione che ha creato il predecessore dell’Internet moderno. Eppure, come dimostra Sharon Weinberger nella sua storia dell’agenzia, la miriade di «gloriosi fallimenti» che compongono la sua eredità, in particolare il fiasco della controinsurrezione dell’era del Vietnam, vengono o presentati come aberrazioni o silenziosamente rimossi dai registri ufficiali.

Come osserva Weinberger, il problema di questa tendenza ad attribuire alle iniziative fallite un ruolo marginale nella storia di un’organizzazione è che essa oscura una verità fondamentale sull’innovazione: il fallimento è un aspetto fondamentale, piuttosto che accidentale, dello sviluppo tecnologico. «Il prezzo del successo è il fallimento, e il prezzo di un successo importante è un fallimento significativo; le conseguenze di entrambi dovrebbero essere valutate nel giudicare l’eredità di qualsiasi istituzione.»29 Poiché sia gli ammiratori che i critici della tecnologia hanno interesse ad amplificarne il significato storico, entrambi tendono a questa sistematica dimenticanza del fallimento.

Ma la cancellazione del fallimento opera anche a un altro livello, più profondo. Negli ultimi anni, capita di tanto in tanto di imbattersi nell’ipotesi secondo cui le aziende tecnologiche contemporanee stiano creando un mondo in cui la categoria stessa del fallimento potrebbe essere eliminata dall’esistenza sociale. In tali descrizioni, ciò che scompare non è semplicemente un qualsiasi fallimento tecnologico specifico, ma il fenomeno del fallimento in quanto tale. Un’opera fondamentale in questo ambito è, ancora una volta, The Age of Surveillance Capitalism di Zuboff.

Un argomento centrale dello studio di Zuboff è che l’orientamento filosofico dell’industria tecnologica contemporanea discende dal comportamentismo radicale di B. F. Skinner. In questa tradizione, la scienza non è definita solo dalla spiegazione, ma dalla previsione, e la previsione, a sua volta, apre alla possibilità del controllo. Zuboff sostiene che le aziende tecnologiche contemporanee ereditino e mettano in pratica questa logica. Il loro modello di business si basa sull’estrazione di dati comportamentali al fine di generare previsioni sempre più accurate sul comportamento degli utenti, che vengono poi vendute agli inserzionisti online. Tuttavia, la spinta verso la previsione non si ferma qui. Poiché «la fonte più predittiva di tutte è il comportamento che è già stato modificato per orientarsi verso un risultato garantito», le aziende passano dalla previsione comportamentale al controllo comportamentale, riducendo così al minimo la probabilità di un fallimento predittivo. 30 La previsione diventa così la base di una visione del mondo come interamente ingegnerizzabile, un mondo in cui il caso appare come un problema tecnico. Sia i comportamentisti che i leader tecnologici conducono una «guerra senza quartiere contro gli incidenti, gli errori e la casualità», scrive Zuboff. 31 Man mano che sempre più aspetti della realtà fisica vengono digitalizzati e collegati in rete, questa logica tecno-comportamentista si estende oltre i domini online e si trasforma in un «nuovo ordine collettivo basato sulla certezza totale».32

Siegel sembra avere in mente qualcosa di simile nella sua descrizione della vita in un contesto di “stato dell’informazione”. La società diventa, secondo le sue parole, «più superficiale, meno radicata nelle realtà delle relazioni umane e dell’ambiente fisico. . . . Con meno punti di attrito, [il governo] potrebbe essere più efficiente e meglio in grado di attuare cambiamenti radicali a livello di sistema, come un telefono che aggiorna automaticamente il proprio codice operativo.»33 L’obiettivo finale di uno Stato di questo tipo, scrive, è «nientemeno che l’eliminazione del danno e dell’errore umano.»34

Questa dimensione comportamentista latente diventa particolarmente evidente verso la fine del libro. Prendendo in prestito una frase di Václav Havel, Siegel sostiene che l’obiettivo del moderno Stato dell’informazione sia quello di raggiungere «l’autototalità della società», di creare «una società completamente automatizzata e totalizzata [che] possa essere programmata a vantaggio dei suoi governanti utilizzando gli individui come strumenti per regolare la stabilità del sistema». Sebbene Siegel insista nel definire questo regime «cibernetico», la sua descrizione del suo funzionamento scivola in un linguaggio chiaramente comportamentista. Le tecniche di dominio dello Stato dell’informazione, scrive, equivalgono a un «condizionamento sociale onnicomprensivo»: con «stimoli informativi e regolazioni algoritmiche sufficienti», l’azione diventa «riflessiva, disumana e simile a quella di un bot». Citando N. S. Lyons, spiega che questo sistema emula le pratiche cinesi di «rinforzo costante, positivo e negativo —mescolando ricompense e punizioni, sottilmente modificate secondo necessità, come se si effettuassero regolazioni su una tavola armonica—per condizionare completamente i propri cittadini».35

Ciò che colpisce della visione di Zuboff sulla “certezza totale” e della descrizione di Siegel sul “controllo totale” è che entrambe riproducono l’ontologia tecno-comportamentista di fondo di un mondo privo di fallimenti. La loro critica, in altre parole, accetta i presupposti fondamentali delle forze a cui si oppongono. Entrambi ritengono che la possibilità di una totalizzazione completa della società e la riduzione degli esseri umani a insiemi programmabili di stimoli e risposte siano passate dalla narrativa distopica alla realtà storica. Le ambizioni dell’élite tecnologica vengono così condannate in termini morali e politici, mentre la loro coerenza teorica e fattibilità pratica rimangono in gran parte incontrastate. Ma supponendo che queste siano davvero le intenzioni dei nostri dominatori tecnologici, perché dovremmo credere che un progetto del genere sia affatto possibile? L’idea che la società possa essere trasformata in una vasta colonia di cani pavloviani si basa su presupposti antropologici e psicologici eccentrici, la cui applicabilità anche agli esperimenti> storici più distopici — per non parlare della vita ordinaria dei cittadini> del XXI secolo — rimane profondamente dubbia.

Esistono vie più efficaci per una critica del tecnocomportamentismo rispetto agli appelli morali all’autenticità e alla libertà. Tradizioni influenti nella storia del pensiero politico e militare sostengono l’idea che il problema dei sogni di eliminare il fallimento non sia la loro immoralità, ma la loro impossibilità. Una risorsa proficua per tale critica è la teoria tradizionale dell’intelligence militare. In quanto organizzazioni il cui compito fondamentale è prevedere gli attacchi imminenti, le agenzie di intelligence erano, fino all’ascesa delle Big Tech, probabilmente le istituzioni più strettamente associate all’idea di previsione.

Eppure un principio fondamentale della teoria tradizionale dell’intelligence era, come affermò Richard K. Betts in uno dei testi fondamentali del settore, che «i fallimenti dell’intelligence sono inevitabili».36 Per gran parte del XX secolo, la teoria dell’intelligence è stata plasmata dalla scuola del «pessimismo ortodosso». 37 La sua intuizione fondamentale era che il fallimento delle previsioni non può essere ridotto alla disponibilità di informazioni. Variabili organizzative, politiche, culturali e psicologiche influenzano tutte la capacità di assimilare gli avvertimenti e agire di conseguenza. Non si tratta semplicemente del fatto che non si possa mai essere certi delle intenzioni di un nemico, ma che le proprie concezioni e i propri pregiudizi non siano trasparenti nemmeno a se stessi. L’incertezza e l’ambiguità, quindi, sono irrisolvibili. Il processo di intelligence stesso, non meno dell’oggetto che cerca di conoscere, è pervaso dall’ambivalenza. A questo proposito, la teoria ortodossa dell’intelligence offre un modello di relazione tra previsione e fallimento radicalmente diverso dalla filosofia tecnico-comportamentista della previsione e del controllo. Mentre quest’ultima considera la previsione come un mezzo per eliminare il fallimento, la prima presuppone che previsione e fallimento siano inseparabili.

In The Information State, le agenzie di intelligence appaiono come strumenti chiave di progetti di controllo totale. Ciò riflette l’ironia del fatto che il campo dell’intelligence militare, dove l’inevitabilità del fallimento predittivo è stata tradizionalmente considerata una visione ortodossa, sia diventato negli ultimi decenni uno dei sostenitori più entusiasti della convinzione che i modelli predittivi basati sui dati possano eliminare l’incertezza e il caso. Ciò non significa, tuttavia, che le agenzie di intelligence abbiano ormai acquisito la tecnologia per eliminare del tutto il fallimento. Piuttosto, hanno dimenticato i principi fondamentali del proprio settore e hanno ceduto all’entusiasmo per la tecnologia.

Siegel, la cui esperienza come soldato in Afghanistan conferisce ai suoi scritti sull’argomento una particolare autorevolezza derivante dall’esperienza diretta, critica da tempo l’ossessione delle forze armate statunitensi per le tecnologie dell’informazione, come ha fatto anche in un eccellente articolo pubblicato nel 2020 su American Affairs. 38 In The Information State, la sua critica perspicace e spesso spiritosa alla tendenza delle forze armate ad abbandonare una saggezza strategica consolidata a favore di gadget scintillanti e di mode tecnologiche effimere costituisce, a mio avviso, uno dei fili conduttori più forti del libro. La sua descrizione delle «patologie dell’informazione» delle forze armate nella debacle del Vietnam, delle fantasiose ispirate alla fantascienza, sulla natura non fisica dei conflitti futuri, e della discrepanza tra l’enfasi posta sui social media durante la lotta contro l’ISIS e il fatto che l’organizzazione sia stata alla fine sconfitta con mezzi del tutto convenzionali, si sommano a un resoconto avvincente della persistente tendenza delle forze armate a essere sia le più entusiaste sostenitrici del clamore tecnologico sia l’esempio più lampante della capacità della tecnologia digitale di offuscare il giudizio e corrodere il pensiero serio.

Questo aspetto dell’argomentazione non si concilia bene con l’insistenza del libro nel presentare lo Stato informativo—un regime fondato sull’integrazione delle tecnologie militari nella politica interna—come un nemico formidabile e brillante, «una delle forze più potenti del mondo moderno». Il libro è quindi strutturato attorno a una strana tensione tra l’incompetenza della guerra informatica e il potere travolgente dello Stato dell’informazione. L’alleanza tra tecnologia ed esercito appare o inutile o patologicamente dannosa, mentre quella tra tecnologia e governo viene descritta come l’apice del potere moderno.

In diverse occasioni, Siegel cerca di risolvere questa apparente ambiguità attraverso ciò che definisce “il modello di inversione”, una dinamica in cui la tecnologia militare supera il proprio fallimento operativo e diventa una caratteristica permanente dei sistemi automatizzati di controllo e sorveglianza. I sistemi d’arma computerizzati possono quindi fallire secondo qualsiasi standard oggettivo, ma diventare «sproporzionatamente più grandi e potenti proprio a causa di quel fallimento».39 Una volta introdotta una nuova tecnologia, il suo ulteriore sviluppo e la sua implementazione proseguiranno indipendentemente dalle sue prestazioni iniziali deludenti.

Un modello simile emerge dalla sua analisi dell’incapacità della NATO e dell’apparato della difesa statunitense di frenare gli interventi della Russia in Ucraina e in Crimea, determinata dalla loro attenzione miope alle campagne mediatiche contro la disinformazione. Interpretare questa situazione come un fallimento, sostiene Siegel, significa fraintendere «la natura dell’imperialismo tecnocratico, che non mira a vincere guerre ma ad espandere il potere burocratico e il controllo dell’informazione. . . . Concentrandosi sulla comunicazione e sulle narrazioni dei social media senza fermare efficacemente l’avanzata della Russia, i funzionari statunitensi hanno ampliato la propria infrastruttura di controllo dell’informazione.»40

C’è qualcosa di intellettualmente elegante in questa spiegazione. Essa risolve, almeno concettualmente, la tensione tra la storia dei patetici fallimenti militari della tecnologia dell’informazione e la sua potenza distopica come sistema di controllo politico totale. In un certo senso, offre una terza versione della cancellazione del fallimento: non semplicemente l’oblio di fallimenti particolari, né l’eliminazione del fallimento come categoria, ma la sua sublimazione dialettica in una componente di un sistema più ampio e minacciosamente efficace. Rimango tuttavia scettico. L’idea apparentemente elegante di «un modello di inversione» nasconde, a mio avviso, il desiderio di reintrodurre lo spettro di un mondo progettato tecnologicamente, privo di fallimenti e di casualità. Eppure non vi è motivo di credere che lo Stato dell’informazione statunitense, le forze armate, la Silicon Valley o persino tutte queste forze messe insieme abbiano compiuto progressi reali in quella direzione. Il mondo rimane incontrollabile, imprevedibile e incerto, e la tecnologia digitale non può farci nulla.

Danno senza dominazione

Insistere sulla natura casuale, approssimativa e inefficace del potere tecnologico non significa sminuire o ignorare la sua capacità di causare danni. Ormai non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che le tecnologie digitali infliggano gravi danni alla vita personale e pubblica. Eppure c’è qualcosa di rigido e omogeneo nel modo in cui concettualizziamo questo danno. Nel tentativo di analizzare la tensione tra tecnologia e società, spesso ricorriamo troppo frettolosamente al linguaggio della libertà e dell’oppressione. Ma il danno può assumere molte forme, e il vocabolario utilizzato per concettualizzarlo dovrebbe essere altrettanto variegato.

Il danno sociale specifico causato dalla tecnologia digitale, a mio avviso, non corrisponde all’immagine storica di un popolo che soffoca sotto un regime repressivo. Tale immagine non riesce a cogliere la vera natura del danno digitale: il modo in cui esso non consiste nella violazione dei diritti o nella negazione della libertà, ma nella passività, nella compulsività e nella dipendenza di persone libere e titolari di diritti. Inoltre, essa oscura la possibilità che lo straordinario potere della tecnologia digitale dipenda meno da nuove tecniche di dominio che dall’atrofia della capacità dei consumatori e dei cittadini di esercitare forme ordinarie di azione collettiva e di difendere i propri interessi attraverso le istituzioni giuridiche e politiche esistenti.

In questo senso, le teorie sul dominio tecnologico sono convincenti non solo per la loro forza critica, ma anche per il loro effetto consolatorio. Conferiscono un certo eroismo e una certa grandiosità all’idiozia e al caos del declino sociale. È più onorevole immaginarsi come vittima di una sorveglianza e di un controllo totali piuttosto che ammettere che la disintegrazione del tessuto sociale e il deterioramento del discorso pubblico possano derivare dalla nostra stessa capacità di autodistruzione. C’è, in altre parole, qualcosa di lusinghiero nell’essere oppressi. La fantasia dell’oppressione ci evita di confrontarci con il fatto che, rispetto alla storia delle rivoluzioni democratiche e dei movimenti di liberazione, la nostra attuale situazione è un po’ imbarazzante. La sfida della critica sociale nell’era delle Big Tech potrebbe essere quella di resistere al fascino delle narrazioni sull’oppressione e sviluppare modi di riflettere sulla strana banalità del danno digitale.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 178–97.

Note

1 Jacob Siegel, “Una guida per comprendere la bufala del secolo: tredici modi di guardare alla disinformazione”, Tablet, 29 marzo 2023.

2 Jacob Siegel, The Information State: Politics in the Age of Total Control (edizione in anteprima; New York: Henry Holt, 2026), xiv.

3 Siegel, The Information State, xiv.

4 Francis Bacon, citato in Siegel, The Information State, 4.

5 Siegel, The Information State, 29.

6 Siegel, The Information State, 69.

7 Siegel, The Information State, 161.

8 Siegel, The Information State, 117.

9 Siegel, The Information State, 124.

10 Siegel, The Information State, 142.

11 Siegel, The Information State, xvi.

12 Siegel, The Information State, 5–6.

13 Michel Foucault, La nascita della biopolitica: conferenze al Collège de France, 1978–1979 (New York: Picador, 2008), 187–88.

14 Siegel, The Information State, xx, 79, 211, 180.

15 Jodi L. Short, “The Paranoid Style in Regulatory Reform”, Hastings Law Journal 63 (2012): 4.

16 Siegel, The Information State, 178.

17 Siegel, The Information State, 219.

18 Siegel, The Information State, 239.

19 Siegel, The Information State, 219.

20 Siegel, The Information State, 211.

21 Siegel, The Information State, 237.

22 Langdon Winner, Autonomous Technology: Technics-out-of-Control as a Theme in Political Thought (Cambridge, Mass.: MIT Press, 1977), 20.

23 Jacques Ellul, La società tecnologica (New York: Vintage Books, 1964), 284.

24 Siegel, The Information State, 134–135.

25 Siegel, The Information State, 17.

26 Siegel, The Information State, 235.

27 Vincitore, Tecnologia autonoma, 41.

28 Evgeny Morozov, To Save Everything, Click Here: Technology, Solutionism, and the Urge to Fix Problems That Don’t Exist (Londra: Penguin, 2014), 35–36.

29 Sharon Weinberger, The Imagineers of War: The Untold Story of DARPA, the Pentagon Agency That Changed the World (New York: Alfred A. Knopf, 2017), 10.

30 Shoshana Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza: la lotta per un futuro umano alla nuova frontiera del potere (New York: PublicAffairs, 2019), 296.

31 Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza, 409.

32 Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza, “La definizione”.

33 Siegel, The Information State, 143.

34 Siegel, The Information State, 211.

35 Siegel, The Information State, 235–36.

36 Richard K. Betts, “Analisi, guerra e decisioni: perché i fallimenti dei servizi segreti sono inevitabili”, World Politics 31, n. 1 (ottobre 1978): 61–89.

37 Richard K. Betts, “Sorpresa, scolastica e strategia: una recensione di *Intelligence and Strategic Surprises* di Ariel Levite (New York: Columbia University Press, 1987)”, *International Studies Quarterly* 33, n. 3 (settembre 1989): 329.

38 Jacob Siegel, “Data-Driven Defeat: Information versus Interests in Afghanistan”, American Affairs 4, n. 2 (estate 2020): 107–17.

39 Siegel, The Information State, 67.

40 Siegel, The Information State, 168.

Informazioni sull’autore

Ran Heilbrunn è uno scrittore e studioso israeliano il cui lavoro verte sulla tecnologia, la teoria politica e l’attualità.

Altri libri di Ran Heilbrunn

Il fiasco di Starlink si inasprisce mentre Zelensky implora miliardi da un’Europa politicamente allo sbando, di Simplicius

Il fiasco di Starlink si inasprisce mentre Zelensky implora miliardi da un’Europa politicamente allo sbando.

Simplicius 16 ottobre
LEGGI NELL’APP
CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

A distanza di giorni dal fiasco di Starlink, abbiamo finalmente ottenuto alcuni chiarimenti su cosa sia realmente accaduto dietro le quinte.

Reuters ha dato la notizia che l’ordine di disattivare la variante militare di Starlink proveniva effettivamente dalla Casa Bianca, stando alle solite “fonti anonime” che hanno parlato con l’agenzia:

https://www.reuters.com/world/europe/order-limit-starshield-ukraine-came-inside-white-house-sources-say-2026-10-15/

L’ordine di limitare un sistema satellitare utilizzato dall’Ucraina per le comunicazioni sul campo di battaglia e le operazioni con i droni è arrivato dall’interno della Casa Bianca, secondo due funzionari statunitensi e un funzionario occidentale informato sulla questione.

Secondo quanto riferito dai funzionari, i vertici del Dipartimento della Difesa hanno ricevuto un messaggio secondo il quale il servizio Starshield di SpaceX per l’esercito ucraino doveva essere rallentato.

Il Telegraph ha sganciato la sua “bomba” affermando che in realtà fu Musk a proporre a Trump l’idea di disattivare Starlink:

https://www.telegraph.co.uk/world-news/2026/10/16/musk-approached-trump-slow-down-starlink-help-ukraine/

Secondo quanto rivelato dal Telegraph, Elon Musk si è rivolto a Donald Trump con l’idea di rallentare il progetto Starlink in Ucraina.

Secondo quattro fonti a conoscenza delle discussioni, il miliardario imprenditore del settore tecnologico si è rivolto al presidente degli Stati Uniti con la proposta di introdurre limiti di velocità al sistema, che ostacolava la difesa dell’Ucraina contro i droni.

Una delle fonti ha affermato che il signor Trump “ha concordato” con il suggerimento del signor Musk, aprendo la strada al Pentagono per attuare il rallentamento di Starshield , la versione militare del sistema di comunicazioni satellitari.

Un alto funzionario europeo e due fonti ucraine ben informate hanno confermato questa versione dei fatti.

Questa versione è la più plausibile in quanto concorda sia con il fatto “casuale” che Musk abbia rilasciato dichiarazioni di forte ripudio contro Zelensky, sia con la ben nota suggestionabilità di Trump, di cui abbiamo parlato l’ultima volta.

Zelensky ha poi aggiunto un suo personale chiarimento, con un pizzico di supplica, ammettendo che gli Stati Uniti avevano minacciato di ritirare le informazioni di intelligence:

Non è ancora chiaro se le velocità ridotte siano state completamente ripristinate. Lo stesso Zelensky ha spiegato che non sono ancora state ripristinate, ma che lo saranno presto, stando ai “segnali” ricevuti dalla Casa Bianca.

Ha fornito ulteriori chiarimenti in un post ufficiale:

Volodymyr Zelenskyj / Володимир Зеленський@ZelenskyyUa Non utilizziamo Starlink per le nostre risposte all’interno della Russia. Utilizziamo Starlink per intercettare gli “shahed” a reazione che attaccano i nostri civili e uccidono famiglie. Starlink non è stato disattivato, ma la sua velocità è stata ridotta. E quando la velocità è stata ridotta, non siamo stati in grado di intercettare un certo numero di… 16:13 · 16 ottobre 2026·22.800 visualizzazioni41 risposte·157 condivisioni·630 Mi piace

Gli sviluppi più interessanti sono emersi dalle manovre dietro le quinte, dove gli intermediari di Zelensky hanno cercato di fare pressione su Trump affinché facesse un’importante concessione in cambio della sospensione “temporanea” da parte dell’Ucraina degli attacchi alle raffinerie russe:

https://www.wsj.com/opinion/volodymyr-zelensky-starlink-deal-energy-targets-donald-trump-russia-ukraine-e313399d

Zelensky chiede il permesso di estendere la copertura Starlink fino a 300 chilometri all’interno del territorio russo in cambio della cessazione degli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe per un periodo massimo di tre mesi:

L’Ucraina si prenderebbe una pausa dagli attacchi contro le infrastrutture energetiche russe. In cambio, gli Stati Uniti estenderebbero la copertura satellitare Starlink dell’Ucraina fino a circa 300 chilometri in territorio russo. Ciò aiuterebbe l’Ucraina a neutralizzare i lanciatori di missili che sparano contro uomini, donne e bambini in tutto il Paese. L’elenco degli obiettivi civili di questo mese include condomini, una scuola e un supermercato. Ci è stato riferito che il signor Zelensky avrebbe accettato la proposta e si sarebbe astenuto dal bombardare siti energetici in Russia per 100 giorni come parte di tale accordo.

Un simile accordo non è vantaggioso per gli Stati Uniti e rappresenta essenzialmente un tentativo di intimidazione e ricatto nei confronti di Trump da parte di Zelensky. Ciò che gli Stati Uniti ottengono è un deterioramento delle relazioni con la Russia, in cambio del “permesso” concesso dall’Ucraina agli Stati Uniti di migliorare le proprie prospettive energetiche ed economiche. Tutti sanno che Trump non gradisce che gli si “permetta” di fare qualcosa: l’uomo forte si basa sul dettare legge.

Zelensky si contraddice: ha affermato in diverse interviste che il diesel russo non influenza i mercati energetici globali e ieri ha ribadito che la responsabilità della crisi è della guerra con l’Iran. Eppure, subito dopo, propone la cessazione degli attacchi contro le imprese energetiche russe, come se questo potesse fare la differenza – proprio quella differenza che lui stesso aveva smentito.

Dopo aver ascoltato le argomentazioni iniziali di Zelensky, perché mai Trump si sarebbe lasciato convincere da quest’ultimo compromesso? È un riflesso dei giochi politici ipocriti e senza scrupoli a cui Zelensky ora ricorre per salvarsi dai guai.

Ciò che è rivelatore è come i complici dei media occidentali tentino di giocare allo stesso viscido gioco nel tentativo di salvare il loro burattino globalista prescelto. Nell’articolo del Wall Street Journal citato sopra, gli autori ammettono che gli attacchi ucraini contro i depositi di diesel russi non sono responsabili di alcuna variazione di prezzo e che, pertanto, Zelensky dovrebbe avere il diritto di colpire questi impianti russi:

Il signor Trump vuole che l’Ucraina smetta di attaccare le infrastrutture energetiche russe, anche se la guerra in Ucraina non è la causa principale degli alti prezzi del diesel e l’Ucraina ha tutto il diritto di aumentare la pressione sul signor Putin affinché fermi la sua conquista.

Ma poi dedicano l’intero articolo a giustificare l’ultimo “accordo” dopo aver appena ammesso che l’intera premessa su cui si basa è di fatto nulla e priva di validità: come già detto, quale incentivo potrebbe mai avere Trump a necessitare di questo “accordo” se fermare gli scioperi dei diesel non ha alcun effetto su di lui, come chiaramente scrivono sopra?

In realtà, ogni parte immorale sul fronte occidentale sta giocando il proprio gioco di doppi giochi, cercando di “avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Lo stesso Trump ama fingere che la crisi energetica sia legata all’Ucraina solo per attutire l’impatto dei suoi fallimenti con l’Iran: l’intera situazione è un torbido guazzabuglio di inganni e depistaggi fuorvianti da parte di tutte le parti coinvolte sul fronte occidentale.

I leader dell’UE, preoccupati, hanno notato l’ultima imprudenza di Zelensky e lo hanno esortato a calmarsi prima che Trump faccia qualcosa che possa davvero cambiare gli equilibri in Ucraina:

https://www.ft.com/content/fb2110b4-50d2-4ff9-9886-f7b42c5b4579

I leader dell’UE si apprestano a sollecitare Volodymyr Zelenskyy a moderare le sue critiche pubbliche a Donald Trump, nel timore che le dichiarazioni sempre più schiette del presidente ucraino rischino di danneggiare ulteriormente i già tesi rapporti tra Washington e Kiev.

Ora, nel bel mezzo degli ultimi scandali tra Stati Uniti e Ucraina, Zelensky ha rivelato che il buco di bilancio per l’Ucraina si è ulteriormente aggravato, annunciando di aver bisogno che i partner stanzino altri 155 miliardi di euro, una cifra da capogiro:

Quando Zelensky snocciola con tanta disinvoltura cifre del genere, la strategia di logoramento a lungo termine della Russia contro l’Ucraina inizia ad apparire sempre più promettente. È semplicemente difficile credere che l’Europa possa mantenere questi numeri ancora a lungo, visti i costi politico-economici che il continente in declino sta sopportando.

L’ultimo fiasco ha messo a nudo le crepe in questa “solidarietà” europea che rappresenta l’ultima ancora di salvezza per l’Ucraina:

https://www.politico.eu/newsletter/brussels-playbook/zelenskyy-fights-for-europes-attention/

Politico riporta che Zelensky sta ora lottando per riconquistare l’attenzione di un’Europa ormai stanca di trascinare il cadavere ormai irrigidito dello Stato ucraino lungo il fangoso cammino verso il proprio futuro:

IN COMPETIZIONE PER L’ATTENZIONE: Volodymyr Zelenskyy si trova ad affrontare una dura battaglia per mantenere l’Ucraina al centro dell’attenzione dei leader dell’UE al vertice odierno di Bruxelles.

L’UE è stata la più fedele sostenitrice di Kiev durante tutta la sua guerra su vasta scala contro la Russia. Ma le crescenti preoccupazioni per i prezzi dell’energia in patria e lo stallo sul bilancio del blocco rischiano di oscurare tutto il resto, compresa la lotta dell’Ucraina per la sopravvivenza.

Un “leader europeo” ha dichiarato alla testata giornalistica che i tentativi di Zelensky di riconquistare l’attenzione di un’Europa in crisi sono ormai un’impresa ardua:

Zelenskyy ricorderà ai leader cosa è in gioco per il suo Paese quando si rivolgerà a loro stamattina, ma sarà un’impresa ardua distogliere la loro attenzione da altre priorità, ha detto a Playbook un leader europeo che ha chiesto di rimanere anonimo data la delicatezza della discussione.

A dimostrazione di quanto la situazione sia peggiorata, scrivono che questa è stata la prima volta dall’inizio della guerra che l’Ucraina non è stata il punto principale all’ordine del giorno del vertice, nonostante i tentativi di Zelensky di riconquistare la ribalta attraverso una campagna basata sul senso di colpa:

Si tratta di un affronto? È un segno di quanto sia diventata affollata la lista delle priorità dell’UE il fatto che, per la prima volta dall’invasione su vasta scala della Russia nel 2022, l’Ucraina non fosse il punto principale dell’agenda del vertice. Tale onore è spettato al bilancio dell’UE.

A sottolineare la disperazione di Kiev, il presidente ucraino è arrivato a Bruxelles un giorno prima del previsto per incontrare i leader bilaterali, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron giovedì sera. Venerdì mattina terrà anche il suo primo incontro con il primo ministro ungherese Péter Magyar.

Quali sono le opzioni per l’Ucraina? Secondo Atlantic, una è quella di continuare a “esercitare pressione” su Putin senza un obiettivo preciso, proseguendo l’operazione “M&M” promessa dall’Ucraina, che aveva lo scopo di sopraffare gli aeroporti russi, paralizzando i viaggi civili e alimentando il malcontento sociale contro Putin.

https://www.theatlantic.com/national-security/2026/10/ukraine-russia-trump-putin-war/689002/

Considerata a lungo un fallimento e destinata a finire nel dimenticatoio, la campagna, a detta dei suoi ideatori, è solo “all’inizio”:

I due ideatori di questa campagna mi hanno detto che è solo all’inizio . Finora, l’Ucraina ha utilizzato droni a lungo raggio per intasare lo spazio aereo intorno agli aeroporti russi senza colpirli direttamente. In un episodio avvenuto questo fine settimana, alcuni detriti di un drone ucraino abbattuto sarebbero caduti sull’aeroporto di Sochi, provocando un incendio in un edificio amministrativo. Zelensky non ha ancora autorizzato le sue forze armate a procedere con il piano originale dell’operazione M&M, che prevedeva tattiche molto più aggressive.

Secondo gli autori del piano, la versione più ambiziosa prevede l’utilizzo di droni guidati dall’intelligenza artificiale per eludere le difese aeree russe e colpire gli aeroporti di Mosca e di altre città. Questi droni saranno presto prodotti su larga scala, mi ha confidato uno degli autori del piano.

Ma l’aspetto più rivelatore dell’articolo dell’Atlantic a cui si fa riferimento è qualcosa che avevamo previsto da tempo: il motivo del fallimento iniziale era che l’Ucraina non disponeva delle risorse necessarie per ampliarlo al livello richiesto. L’autore scrive:

All’epoca, l’Ucraina non aveva i mezzi per dare seguito alla minaccia di Zelensky, mi ha detto uno dei funzionari responsabili dell’operazione. L’esercito non disponeva dell’enorme flotta di droni specializzati necessari per bloccare gli aeroporti di Mosca per un periodo prolungato , ha affermato. In risposta alla dichiarazione di Zelensky, solo una compagnia aerea straniera, Air Tanzania, ha sospeso brevemente i voli per Mosca. Le compagnie aeree più grandi, come Emirates e Flydubai, hanno continuato normalmente. “Non abbiamo dato seguito alla minaccia”, mi ha detto il funzionario ucraino con frustrazione.

I produttori di armi ucraini stanno ancora sviluppando la flotta di droni specializzati, che si basa su una tecnica di intelligenza artificiale nota come “map matching” per identificare i bersagli e decidere quando colpire, mi ha detto la seconda persona coinvolta nel progetto . Ha aggiunto che l’Ucraina ha utilizzato per la prima volta questo nuovo tipo di drone in combattimento a metà settembre, quando alcuni esemplari hanno colpito obiettivi nella regione di Donetsk occupata dai russi. Non sono ancora stati impiegati su larga scala contro gli aeroporti russi, ha concluso.

A quanto pare, le ambizioni di Zelensky sono cresciute oltre i limiti del suo stesso Stato in declino, sebbene l’articolo sembri ottimista sul fatto che i tentativi aumenteranno in futuro, man mano che l’Ucraina “potenzierà” queste armi miracolose basate sull’intelligenza artificiale, progettate per molestare gli aeroporti russi fino alla capitolazione di Putin.

L’articolo si conclude addirittura con una nota amara, con uno dei personaggi ucraini dietro il piano terroristico per l’aeroporto che ammette apertamente che, se il sostegno degli Stati Uniti all’Ucraina dovesse cessare, il suo Paese non avrebbe altra scelta che “chiedere la pace”, ovvero arrendersi.

Per alcuni membri del team di Zelensky, quell’atto di tradimento americano non fu tanto una battuta d’arresto per la loro strategia di vittoria, quanto la fine della loro migliore speranza di successo. Persino uno dei funzionari che aveva ideato il piano per chiudere gli aeroporti di Mosca mi disse che se gli Stati Uniti si fossero schierati con la Russia, l’Ucraina non avrebbe avuto altra scelta che abbandonare la strategia di escalation e chiedere la pace. “Ora ci si rende conto che la Russia non crollerà a causa della sua difficile situazione economica”, affermò.

La parte finale dice tutto: dobbiamo rendere la vita impossibile alla Russia per costringere Putin ad “accettare una tregua”.

Offrendo un aiuto vitale all’industria energetica russa, Trump ha trasformato gli Stati Uniti in un ostacolo alla strategia ucraina di logorare l’economia russa e sfinire la sua popolazione. “Questo significa che dobbiamo cambiare strategia”, ha affermato il funzionario. “La Russia non crollerà, almeno non ora”. L’Ucraina ha ancora molti modi per rendere la vita difficile alla Russia, ma probabilmente ci vorrà ben altro per costringere Putin ad accettare una tregua.

In sostanza, l’intero piano dell’Occidente si riduce a questo: terrorismo di basso livello.

Sembra che il mondo occidentale, e in particolare quello europeo, si sia trasformato in un circo. L’ultima notizia di Politico ci offre uno spaccato del tipo di questioni importanti gestite dai migliori esperti europei, mentre si esaltano – senza voler fare giochi di parole – per la difficile situazione dell’Ucraina:

Cosa possiamo dire? Tutta questa cricca marcia e il suo primitivo circo politico continuano a puzzare.


Il vostro sostegno è inestimabile. Se la lettura vi è piaciuta, vi sarei molto grato se vi iscriveste a un contributo mensile/annuale per sostenere il mio lavoro, in modo che io possa continuare a fornirvi resoconti dettagliati e incisivi come questo.

In alternativa, puoi lasciare una mancia qui: buymeacoffee.com/Simplicius

Lo “Stato profondo” americano :genealogia di un fantasma strutturale, di Sébastien Queré

Lo “Stato profondo” americano : genealogia di un fantasma strutturale

Sébastien Quéré, laureato all’IEP di Tolosa, ha insegnato storia e geografia per quindici anni prima di 

dedicarsi alla scrittura e alle conferenze di geopolitica. In 1979: una rivoluzione della storia  (2026), esplora

 un anno di svolta in cui si delineano le linee di forza del mondo contemporaneo dietro i grandi sconvolgimenti 

politici, ideologici ed economici.

Il potere può rimanere forte solo quando è tenuto nell’ombra; quando viene esposto alla luce del giorno, comincia a svanire1.Samuel Huntington

Il concetto di «Stato profondo» trae origine dal termine turco derin devlet, quell’alleanza occulta tra militari, servizi segreti (il MIT), del Consiglio di sicurezza nazionale (il MGK) e delle reti mafiose che ha strutturato la Repubblica kemalista all’ombra delle sue istituzioni ufficiali2. Nel 2007, Peter Dale Scott prese in prestito dalla Turchia il termine «Stato profondo», per definire un potere che non deriva dalla Costituzione, ma da fonti superiori ed esterne ad essa e che è « più potente dello Stato pubblico »3. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013 sulla sorveglianza di massa da parte della NSA, un articolo del New York Times ha dato credito al concetto di «Stato profondo», descritto come « un livello di governo o di controllo superiore difficilmente percepibile che si mantiene indipendentemente dall’esito delle elezioni ed è in grado di contrastare i movimenti sociali o i cambiamenti radicali »4.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi
Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:
– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333174737695817;
– IBAN: IT30D3608105138261529861559
PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo
Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo
Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).
Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373

Lo Stato profondo indica un circuito informale di potere. Infatti, dietro le istituzioni ufficiali dello Stato pubblico, esiste effettivamente un sistema potente, oscuro e insondabile, informale e complesso: il sistema dello Stato profondo. Al suo centro operano le agenzie di intelligence, il Pentagono, le grandi aziende dello stesso settore, le lobby, come quella, privata, dell’industria della difesa, l’ ’American Security Council, la lobby filoisraeliana AIPAC, la lobby delle armi da fuoco (NRA), alcuni alti funzionarie reti burocratiche. A questi si aggiungono società private come BlackRock, Booz Allen Hamilton, grandi compagnie petrolifere come Exxon e Chevron, alcuni think tank, alcuni oligarchi, grandi banche come Goldman Sachs, la dinastia dei Rockefeller…L «Stato profondo» è il risultato di una sedimentazione di pratiche proprie di determinati circoli diplomatici e finanziari che acquisiscono una propria inerzia, attraversando i cambiamenti elettorali senza mai sottomettersi completamente ad essi. Le diverse componenti dello Stato profondo aderiscono a un’ideologia imperialista, alla « destinazione manifesta », e ritengono che gli Stati Uniti non siano soggetti alle stesse regole del resto del mondo, poiché la loro eccezionalità li autorizza ad agire militarmente sul resto del pianeta e ad applicare leggi e sanzioni extraterritoriali. Infine, il processo dello «Stato profondo» è anche la conseguenza di ciò che Peter Dale Scott definisce «eventi  profondi: l’assassinio di John F. Kennedy nel 1963, gli incidenti del Golfo del Tonchino nel 1964, l’irruzione al Watergate nel 1972, la « contro sorpresa di ottobre» del 1980, lo scandalo Iran-Contra e l’11 settembre 2001. Questi eventi hanno sistematicamente comportato atti criminali o violenti e si sono rivelati misteriosi fin dall’inizio, con quella zona d’ombra alimentata da falsificazioni e occultamenti sistematici nei media di massa e negli archivi interni dello Stato5.Secondo Scott, le successive manipolazioni e le ricorrenti falsificazioni relative a minacce o attacchi esterni sono

inventate per ingannare il popolo degli Stati Uniti e costringerlo a sostenere l’espansione militare del Paese6. Un fatto preoccupante: nel programma dei neoconservatori del PNAC (Project for the New American Century – Progetto per il nuovo secolo americano) del settembre 2000, che pianificava la supremazia globale illimitata degli Stati Uniti 

dal diritto internazionale, si afferma che il processo di trasformazione militare statunitense probabilmente non sarebbeadottato rapidamente « in assenza di un evento catastrofico e catalizzatore, come un nuovoPearl Harbor »7.

Tra i firmatari figurano Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa (2001-2006), e Dick Cheney, vicepresidente (2001-2009), entrambi cofirmatari della lettera del 1998 che chiedeva la destituzione di Saddam Hussein ;John Bolton, uno degli ex amministratori del PNAC e futuro leader dei falchi presso il Dipartimento di Stato di Colin Powell ; Richard Perle, soprannominato il « principe delle tenebre »; Elliott Abrams, consigliere presso il Consiglio di sicurezza nazionale, figura di continuità con l’Iran-Contra; e infine Philip Zelikow, autore principale del Rapporto della Commissione d’inchiesta sull’11 settembre in qualità di direttore esecutivo8. Lo studio del PNAC costituirà una linea guida per la politica estera di George W. Bush e rifletterà anche il sostegno del settore privato al piano di dominio totale (Full Spectrum Dominance) enunciato nella Joint Vision 2020 del Pentagono. Membro del PNAC e del gruppo segreto della COG (Continuità del Governo) , Donald Rumsfeld fu all’origine delle proposte della commissione Rumsfeld, di cui era presidente, relative al progetto da diversi miliardi di dollari dell’US Space Command. Il rapporto di questa commissione, pubblicato l’11 gennaio 2001, affermava che « la questione è se gli Stati Uniti saranno abbastanza saggi da agire in modo ragionevole per ridurre al più presto la loro vulnerabilità spaziale o se, come in passato, ci vorrà un attacco devastante contro il Paese e il suo popolo, un “Pearl Harbor dello spazio” per galvanizzare la nazione e spingere il governo americano ad agire »9.

La matrice del 1947: la nascita dello Stato di sicurezza nazionale

Bisogna risalire all’immediato dopoguerra per comprendere la matrice istituzionale da cuiha origine, storicamente, tutto ciò che il dibattito contemporaneo classifica sotto l’etichetta di «Stato profondo». Il National Security Act del 1947 non si limita a riorganizzare l’apparato militare americano: inventa, sotto la pressione dei primi segnali della Guerra Fredda, un’architettura istituzionale completamente nuova – Consiglio di sicurezza nazionale, Central Intelligence Agency (CIA), Dipartimento della Difesa unificato – la cui caratteristica comune è quella di sfuggire, strutturalmente, al controllo ordinario del Congresso e dell’ ’opinione pubblica10. Lo storico Michael Hogan ha dimostrato come questa rifondazione sia stata accompagnata da una trasformazione ideologica più profonda: l’emergere di ciò che egli definisce uno « Stato di sicurezza nazionale », in cui la logica della guerra permanente contro un nemico esistenziale, ieri il comunismo, oggi il terrorismo, giustifica una continua deroga ai principi di trasparenza che, in teoria, sono alla base della democrazia costituzionale americana11.Questo momento fondante merita di essere ricollocato nel proprio contesto intellettuale: quello del dibattito, allora acceso a Washington, tra i sostenitori di una rapida smobilitazione sul modello del dopoguerra del 1918 e i fautori di una permanenza istituzionale dello sforzo bellico. George Kennan, il cui famoso Lungo Telegramma del 1946 fornisce la dottrina del contenimento che avrebbe giustificato tale permanenza, non aveva tuttavia previsto – come avrebbe poi esplicitamente rammaricato nelle sue memorie – la deriva militarizzata che avrebbe assunto la sua raccomandazione, inizialmente di natura diplomatica12.È proprio questo il paradosso fondante dello Stato di sicurezza nazionale americano: nato da una dottrina di contenimento elaborata da un diplomatico attento ai mezzi politici ed economici, si trasforma nel giro di un decennio in un apparato il cui baricentro si sposta inesorabilmente verso l’intelligence clandestina e l’azione paramilitare. È in questo contesto che affonda le sue radici il programma noto con il nome in codice «Giudizio Universale», ribattezzato «Continuità del Governo» (COG) all’inizio della presidenza Reagan. L’episodio merita di essere approfondito in quanto illustra, meglio di qualsiasi altro, i meccanismi che trasformano un dispositivo difensivo in uno strumento di potere discrezionale. Concepito originariamente durante la presidenza Eisenhower come una semplice garanzia esistenziale contro l’annientamento nucleare, il programma COG si è trasformato in un quadro giuridico parallelo sotto l’impulso di Dick Cheney e di Donald Rumsfeld. Questi due uomini avevano già partecipato, durante l’amministrazione Reagan, alle esercitazioni riservate sulla continuità governativa, il cui contenuto sfugge a qualsiasi controllo parlamentare ordinario.

 Questo quadro permise di giustificare, nell’urgenza dei giorni successivi agli attentati dell’11 settembre 2001, l’attuazione di programmi di intercettazioni senza mandato e di centri di detenzione extraterritoriali che sfuggivano sia al diritto penale ordinario sia al diritto di guerra. La continuità personale di questi due uomini tra le esercitazioni di simulazione degli anni di Reagan e la loro applicazione effettiva degli anni 2000 costituisce, di per sé, un caso da manuale di ciò che la parapolitica definisce «continuità informale»: una dottrina, & nbsp; una pratica e una ristretta cerchia di iniziati che attraversano i decenni e i cambiamenti di governo senza mai richiedere l’investitura elettorale.

Il giornalista James Mann, nella sua inchiesta su ciò che definisce il « governo fantasma », ha documentato come questo sistema, riattivato e notevolmente ampliato sotto l’amministrazione Bush all’indomani dell’11 settembre, abbia fornito il quadro giuridico informale per la sorveglianza di massa e i programmi di detenzione extragiudiziale del decennio 2000 senza mai essere oggetto di un dibattito pubblico degno di questo nome13.

La CIA, pilastro dello Stato profondo

La CIA fu istituita nel 1947 con una legge del Congresso, il National Security Act. Diverse figure di spicco che parteciparono alla creazione dell’ apparato di sicurezza nazionale provenivano da grandi studi legali di Wall Street o dal mondo degli affari. Personalità come Allen Dulles e suo fratello, John Foster Dulles, avevano legami con prestigiosi studi legali e con le élite economiche americane. Nel contesto della Guerra Fredda e dello scontro con il KGB sovietico, il potere effettivo della CIA è diventato rapidamente considerevole. Ufficialmente, l’Agenzia deve rendere conto al direttore dell’intelligence nazionale, al presidente e alle commissioni di controllo del Congresso. Ufficiosamente, nel corso di tutta la Guerra Fredda, ha sviluppato pratiche di autonomizzazione: estrema compartimentazione delle informazioni, ricorso a società di copertura e intermediari non governativi, finanziamento occulto di operazioni extraterritoriali che sfuggivano al controllo di bilancio del Congresso. All’interno della CIA, l’Ufficio di coordinamento politico (OPC), creato in segreto nel 1948 dal Consiglio di sicurezza nazionale, senza l’autorizzazione del Congresso, fu una creazione del mondo occulto di Wall Street. L’OPC era incaricato delle operazioni clandestine: propaganda, sostegno a movimenti politici, guerra psicologica e azioni segrete. Il suo direttore, Frank Wisner, anch’egli avvocato di Wall Street, svolse un ruolo importante in diverse operazioni della CIA, in particolare in Iran (1953) e in Guatemala (1954) . L’OPC fu all’origine della creazione dei gruppi stay-behind di estrema destra in Europa, noti in Italia con il nome di operazione Gladio. Questa strategia della tensione sfociò in attentati spaventosi, tra cui il massacro alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, che causò 85 morti14. Wisner fu anche all’origine dell’ ’operazione Paper in Birmania e in Thailandia, dove l’OPC sosteneva le forze nazionaliste cinesi del KMT che si autofinanziavano attraverso il traffico di droga. L’operazione Paper ha messo l’OPC in contatto con trafficanti di droga all’estero, ma anche con membri della criminalità organizzata negli Stati Uniti. Un ufficiale dell’OPC, Paul Helliwell, era ad esempio il consulente legale della Miami National Bank, la quale consentiva al famoso mafioso Meyer Lansky di riciclare denaro15. Il ricorso al traffico di droga da parte della CIA sarà da allora in poi una costante, in particolare in Afghanistan16.Dopo il fiasco della Baia dei Porci, Allen Dulles fu destituito nel 1961 da Kennedy. Quest’ultimo dichiarò a uno dei più alti funzionari della sua amministrazione di voler « ridurre la CIA in frantumi e disperderne i pezzi ai quattro venti »17.

Dopo il suo licenziamento dalla CIA, Dulles si mostrò molto critico nei confronti di Kennedy in privato. All’interno della commissione Warren (1963-1964), di cui Dulles fece parte dopo l’assassinio di Kennedy, sostenne la conclusione secondo cui Lee Harvey Oswald avesse agito da solo. Questa posizione suscitò polemiche, poiché alcuni ritenevano che esistesse un conflitto di interessi a causa del suo precedente incarico alla CIA. Nel 1972, il presidente Nixon licenziò il direttore della CIA, Richard Helms, in seguito all’irruzione al Watergate, poiché riteneva che quest’ultimo « volesse la sua testa ». Successivamente, ordinò a James Schlesinger, il nuovo direttore dell’Agenzia, « di stravolgere completamente questa istituzione »18.

L’emergere del duo Cheney -Rumsfeld durante la presidenza di Gerald Ford

Fu proprio durante la presidenza Ford che il tandem Dick Cheney-Donald Rumsfeld emerse in un momento cruciale in cui le prerogative di Stato profondo e del complesso militare-industriale furono riaffermate, di fronte alla rivolta del Congresso (commissione Church) contro tali strutture sulla scia dello scandalo del Watergate.Il 9 agosto 1974, le dimissioni di Nixon, consigliate da Kissinger, corrispondono a una rivoluzione di palazzo che avrebbe avuto un impatto duraturo sulla politica americana e l’influenza dello Stato profondo. Dopo le elezioni del novembre 1974, il nuovo Congresso « era fortemente contrario agli interventi all’estero (…), più che mai diffidente nei confronti della CIA, profondamente ostile alle operazioni segrete, e non nutriva alcuna fiducia nel potere esecutivo »19.
Ciò portò all’episodio denominato « Massacro di Halloween» il 4 novembre 1975, un importante rimpasto ministeriale che vide Henry Kissinger perdere la carica di consigliere per la sicurezza nazionale pur rimanendo segretario di Stato, Donald Rumsfeld nominato segretario alla Difesa e William Colby sostituito alla guida della CIA da George H. W. Bush. Questo episodio segna l’inizio della coalizione dei neoconservatori contro Kissinger. Questi ultimi sabotarono i suoi sforzi volti a limitare le spese militari degli Stati Uniti attraverso l’accordo SALT II con i sovietici. Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e il suo caro amico Richard Perle, sostenuti dal nuovo direttore della CIA, George H. W. Bush, stavano ormai preparando il terreno per una controrivoluzione intellettuale basata sul rifiuto della «distensione», cara a Kissinger, e un aumento del bilancio della Difesa20.
Il Safari Club e la BCCI

Per evitare la nuova norma di supervisione della CIA da parte del Congresso, George H. W. Bush, a capo della CIA, accelerò il delega delle operazioni segrete a servizi di intelligence stranieri e anche ad agenti non ufficiali, dislocati all’estero21.Fondato nel 1976 su iniziativa del conte Alexandre de Marenches (capo dell’SDECE francese, predecessore della DGSE),il Safari Club riuniva i servizi di intelligence di Francia, Arabia Saudita, Marocco, Egitto e dell’Iran dello scià. Il suo obiettivo ufficiale era contrastare l’influenza sovietica in Africa (Angola, Zaire, Corno d’Africa)in un momento in cui il Congresso americano, traumatizzato dalla commissione Church, aveva notevolmente limitato i margini di manovra della CIA. Il Safari Club nacque come circuito informale alternativo, attivato da attori che aggirarono il blocco istituzionale di Langley piuttosto che agire in suo nome22.Il capo dei servizi segreti sauditi, Kamal Adham, cognato del re Faisal, amico e socio in affari del famoso trafficante d’armi Adnan Khashoggi, trasformò una piccola banca pakistana, la Bank of Credit and Commerce International (BCCI), in una macchina internazionale per il riciclaggio di denaro che sarebbe stata al centro dell’operazione Cyclone condotta dalla CIA in Afghanistan a partire dal 1979 per sostenere i mujaheddin contro l’URSS.


Dopo l’ elezione di Ronald Reagan e la nomina del polemico Bill Casey a capo della CIA, i finanziamenti extra-bilancio per le operazioni clandestine dell’Agenzia furono ripristinati, avvalendosi in particolare dei contratti di fornitura di armi con l’Arabia Saudita. Ciò spiega l’ ostinazione di Reagan nel far approvare, per un soffio, l’accordo AWACS del1981 al Senato nonostante l’opposizione dell’AIPAC e un voto negativo della Camera dei Rappresentanti. Questo legame tra lo “Stato profondo” americano e l’Arabia Saudita può spiegare l’indulgenza degli Stati Uniti nei confronti del regno dopo l’11 settembre 2001, quando 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi.

Il caso Booz Allen Hamilton

Booz Allen Hamilton illustra bene un nodo specifico dello Stato profondo americano: la privatizzazione dei servizi di intelligence tramite il sistema   dei « Beltway Bandits ». L’azienda ricava la maggior parte del proprio fatturato da contratti riservati(NSA, CIA, Pentagono), impiega una maggioranza di personale autorizzato al livello Top Secret/ SCI, e funziona come una camera di compensazione “revolving door” tra le agenzie e il settore privato. La direzione ha a lungo annoverato tra i propri membri ex alti funzionari dei servizi segreti: Mike McConnell ha guidato la NSA dal 1992 al 1996 durante le presidenze di George H. W. Bush e Bill Clinton, per poi diventare direttore dell’intelligence nazionale sotto George W. Bush, carica dalla quale si è battuto in particolare per l’ampliamento dei poteri di sorveglianza della NSA nell’ambito della riforma del  Foreign Intelligence Surveillance Act prima di tornare presso Booz come vicepresidente esecutivo responsabile delle attività di intelligence, fino a quando il caso Snowden non ha messo crudelmente in luce questa permeabilità. Lo stesso Edward Snowden non era un dipendente della NSA quando ha sottratto i suoi documenti: era un dipendente della Booz Allen Hamilton, distaccato presso una sede della NSA alle Hawaii. La rivista Bloomberg ha potuto, in un’inchiesta rimasta famosa, definire Booz Allen un « impero nell’ombra », osservando che la capacità dell’azienda di aggiudicarsi gli appalti sembrava garantita dalla presenza, tra le sue fila, di figure di spicco della stessa comunità dei servizi segreti23.Booz è sempre stata strettamente coinvolta nelle operazioni della CIA. Nel marzo 1953, Miles Copeland, che si era dimesso dalla CIA per entrare a far parte dell’azienda, aiutò Nasser a creare i servizi di intelligence, la Mukhabarat, e divenne il suo più stretto consigliere occidentale e il canale di dialogo con la Casa Bianca. Nel1966, si avvicinò ad Adnan Khashoggi, un saudita che sarebbe diventato il principale agente straniero degli Stati Uniti e il più importante trafficante d’armi al mondo grazie  in particolare alle commissioni versate dalla Lockheed
e Northrop nell’ambito delle vendite di armi all’Arabia saudita. Lockheed ha ammesso di aver versato 106 milioni di dollari a Khashoggi tra il 1970 e il 1975. Dopo il 1967, Miles Copeland diventerà un consulente di prestigio e generosamente retribuito delle major petrolifere. In seguito, sarà, insieme a Khashoggi, uno dei principali protagonisti dello scandalo Iran-Contra24.

Peter Dale Scott e l’invenzione della «parapolitica»

È proprio per dare un nome a queste zone d’ombra  istituzionali che il poeta e diplomatico canadese, diventato docente a Berkeley, Peter Dale Scott, conia negli anni ’70 il concetto di parapolitics, che definirà in seguito come lo studio sistematico del modo in cui pratiche e attori solitamente classificati come criminali (traffici, finanziamenti occulti, operazioni sotto falsa bandiera) si inseriscono in modo duraturo nel funzionamento legittimo dello Stato, al punto da diventare strumenti regolari della sua politica estera25.La sua trilogia dedicata a quella che definisce la « macchina da guerra americana » ripercorre, caso per caso, la persistenza di uno stesso schema: dalla Baia dei Porci all’Iran-Contra, passando per l’Indocina e l’America centrale, si osserva un’alleanza ricorrente tra alcuni elementi della CIA, delle reti finanziarie offshore e dei gruppi paramilitari, in grado di condurre una politica estera de facto, indipendentemente dagli orientamenti dichiarati dalla Casa Bianca, o addirittura in contrasto con essi26.Il caso del Triangolo d’Oro indocinese, documentato minuziosamente da Scott fin dalla sua prima opera sulla guerra del Vietnam, offre un esempio paradigmatico di questa dinamica. La complicità, mai ordinata ai vertici ma tollerata a tutti i livelli intermedi, tra  alcuni ufficiali della CIA operanti in Laos e le reti del traffico di oppio hmong27 finanziario, senza che alcuna voce bilancio ufficiale ne riporti traccia, una guerra segreta che sfuggirà per anni a qualsiasi controllo del Congresso28. Lo stesso schema si ripete, due decenni più tardi, nei Caraibi e in America centrale, dove le esigenze di finanziamento occulto dei contras nella guerra civile del Nicaragua si intrecciano con le reti di traffico di cocaina, come evidenziano diversi rapporti del Congresso,& nbsp; in particolare quello del senatore John Kerry del 1988, stabiliranno la realtà senza mai riuscire a risalire alla catena di comando fino a una decisione presidenziale& nbsp; formalmente documentata29.
Il contributo di Scott consiste nel mettere in luce una logica strutturale: queste reti non funzionano nonostante lo Stato, ma grazie alle fessure che lo Stato stesso ha creato, sotto forma di operazioni sotto copertura, di classificazioni estensive e di una compartimentazione che impedisce alla maggior parte dei responsabili eletti di avere una visione d’insieme. L’ ’affare Iran-Contra, venuto alla luce nel 1986-1987, ne offre l’esempio più lampante: alcuni ufficiali delConsiglio di sicurezza nazionale – in primis Oliver North  capo –, agendo sotto l’autorità delegata ma mal definita della loro gerarchia, organizzarono la vendita di armi all’Iran khomeinista in violazione di un embargo del Congresso, per finanziare, in violazione di un altro atto legislativo (l’emendamento Boland), la guerriglia contra in Nicaragua30.La commissione d’inchiesta presieduta dall’ex senatore Tower concluderà che si tratta di « carenze procedurali » piuttosto che a una cospirazione organizzata, una formulazione prudente che,  paradossalmente, conferma la tesi parapolitica: non c’è alcun bisogno di un unico centro di comando occulto quando la struttura istituzionale stessa, stessa, attraverso le sue zone di illegalità create da tempo, genera spontaneamente questo tipo di deriva. Occorre sottolineare la dimensione propriamente internazionale di questo meccanismo: l’intermediazione israeliana nella vendita di armi a Teheran, negoziata da emissari di Gerusalemme in collaborazione con commercianti di ’armi privati e avallata in segreto da alcuni responsabili del Mossad, costituisce un primo punto di congiunzione tra lo Stato profondo americano e il circuito informale israelo-americano31.



L’influenza di Wall Street sullo Stato profondo

Fin dalla fondazione dei servizi segreti statunitensi, l’élite finanziaria newyorkese ne ha fornito il personale dirigente: William Donovan, fondatore dell’Office of Strategic Services (OSS), diretto predecessore della CIA, era un avvocato d’affari a Wall Street; Allen Dulles, futuro direttore della CIA dal 1953 al 1961, era socio dello studio legale Sullivan& Cromwell, la cui attività principale nel periodo tra le due guerre consisteva proprio nel strutturare gli investimenti americani e britannici in Germania32.Questa continuità personale tra l’ordine degli avvocati finanziari di New York e l’apparato di intelligence nascente ha sancito, fin dall’inizio, una permeabilità tra interessi privati e politica estera. Il Council on Foreign Relations, fondato nel 1921 su impulso di banchieri vicini alla casa J. P. Morgane di diplomatici dell’amministrazione Wilson, istituzionalizza questa permeabilità in un luogo permanente di elaborazione del consenso strategico33. Qui non esiste alcuna catena di comando in senso stretto, ma uno spazio di socializzazione ricorrente dove si incontrano, al di fuori di qualsiasi mandato elettivo, dirigenti di banche d’investimento, alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Tesoro, e futuri membri del gabinetto, cosicché la dottrina di politica estera che vi si elabora precede e spesso& nbsp; determina quella che l’amministrazione in carica finirà per sostenere pubblicamente. Lo storico Laurence Shoup ha dimostrato, sulla base di uno studio sistematico dei membri del Council sin dalla sua fondazione, la notevole stabilità di questo bacino di talenti nel corso delle alternanze partitiche: repubblicani e democratici attingono indistintamente da esso i propri segretari d di Stato e i loro consiglieri per la sicurezza nazionale34.La porta girevole tra il Tesoro americano e Goldman Sachs costituisce, a questo proposito, il caso più documentato di questo flusso. Robert Rubin, copresidente di Goldman Sachs prima di diventare segretario al Tesoro sotto Clinton, ne guidò nel 1999 l’abrogazione del Glass-Steagall Act del 1933, legge che sin dalla Grande Depressione le attività delle banche di deposito da quelle di investimento, per poi entrare a far parte di Citigroup al termine del mandato dell’amministrazione35. Henry Paulson, ex amministratore delegato di Goldman Sachs, diventato a sua volta Segretario al Tesoro sotto George W. Bush, si ritrovò nel 2008 a elaborare in tutta fretta il piano di salvataggio del sistema bancario(TARP), in gran parte basato su un’architettura finanziaria deregolamentata che la generazione precedente di dirigenti di Goldman aveva essa stessa contribuito a mettere in atto. La Federal Reserve completa questo dispositivo con un terzo pilastro, meno spettacolare ma altrettanto continuativo. Istituzione ufficialmente indipendente dal potere politico, la sua governance rimane in gran parte derivante dallo stesso bacino bancario: i presidenti delle banche regionali di riserva sono formalmente scelti dai consigli di amministrazione di tali banche, in cui siedono dirigenti del settore finanziario privato. Questo pilastro è quello di una politica monetaria le cui scelte, in particolare durante le crisi del 1998, del 2008 e del 2020,& nbsp; hanno sistematicamente privilegiato la stabilità del sistema bancario rispetto a qualsiasi altra considerazione distributiva. È proprio la combinazione di questi quattro meccanismi – la matrice originaria dell’intelligence, la socialità del Council on Foreign Relations, la porta girevole tra il Tesoro e Wall Street e la governance della Fed – che permette di parlare, a proposito della finanza newyorkese, di un terzo circuito informale, altrettanto antico e altrettanto poco complottista nel suo& nbsp; funzionamento quanto quello del complesso militare-industriale descritto in precedenza.

L’economia politica dello Stato profondo: il triangolo Pentagono-Industria-Congresso

Il 17 gennaio 1961, tre giorni prima di lasciare la Casa Bianca, il generale diventato presidente Dwight D. Eisenhower rivolge alla nazione americana un monito che, contro ogni aspettativa, sarebbe sopravvissuto al suo autore e al suo partito. Conia l’espressione « complesso militare-industriale » per designare quella « influenza ingiustificata »che, secondo le sue stesse parole, sarebbe esercitata dalla combinazione di un immenso apparato militare e di un’industria degli armamenti permanente sulle leve della democrazia americana36. Il concetto, tuttavia, non nasce ex nihilo. Esso è un’estensione,  spostandola verso l’apparato produttivo, l’analisi che ilsociologo C. Wright Mills aveva proposto cinque anni prima riguardo a una « power elite », fusione dei comandi militari, economici e politici in un unico corpo sociale,  formato nelle stesse scuole, che si muove tra gli stessi consigli di amministrazione37.

Questo « triangolo di ferro », al quale andrebbe aggiunto un quarto vertice, quello delle commissioni parlamentari di difesa, il cui finanziamento elettorale dipende strettamente dagli industriali insediati nei collegi elettorali interessati, funziona secondo una logica di «porta girevole» (revolving door) che i ricercatori William Hartung e Mandy Smithberger hanno quantificato con precisione : nel periodo 2004-2019, oltre 380 alti funzionari del Pentagono e quasi 200 generali e ammiragli a quattro stelle sono entrati a far parte, una volta in pensione, dei consigli di amministrazione o degli studi di lobbying dell’ industria della difesa38. Questo passaggio, perfettamente legale nella sua stragrande maggioranza, illustra ancora una volta la tesi centrale di questo articolo: non c’è ’è bisogno di corruzione caratterizzata affinché si perpetui un circuito informale di interessi convergenti; è sufficiente che la struttura delle carriere e& nbsp; delle retribuzioni orienti, in modo anticipato e razionale, le decisioni dei responsabili in caricaverso gli interessi dei loro futuri datori di lavoro.

Il circuito informale  come substrato ideologico: neoconservatorismo e teologia politica

Il nostro schema interpretativo, quello del doppio circuito, ufficiale e informale, impone tuttavia di andare oltre la sola dimensione burocratica e di sicurezza per cogliere la& nbsp; struttura ideologica che permette a questo circuito informale di perpetuarsi al di là dei cambiamenti di governo. Il neoconservatorismo costituisce a questo proposito un caso esemplare: nato dai dibattiti sulla guerra fredda culturale degli anni ’70  all’interno di riviste come Commentary, fornisce a all’apparato di sicurezza nazionale, a partire dall’amministrazione Reagan, e poi in modo parossistico sotto George W.Bush, una dottrina dell’eccezionalismo americano e della democratizzazione con la forza che legittima, a posteriori, scelte operative spesso prese altrove,  nei circoli del Pentagono39. James Mann ha magistralmente  tracciato, nel suo studio sui « Vulcan » che circondavano George W. Bush, come questa corrente si sia incarnata in una rete di alti funzionari come Paul Wolfowitz.& nbsp; Douglas Feith, Richard Perle, le cui carriere si snodano, indifferenti alle alternanze elettorali, nelle amministrazioni& nbsp; repubblicane e think tank privati (American Enterprise Institute, Project for the New American Century), che costituiscono un circuito informale notevolmente stabile da  tre decenni40.La seconda corrente è quella del « dispensazionalismo  evangelico», quella teologia secondo cui la restaurazione di Israele nella sua terra biblica costituisce un segno& nbsp; escatologico che precede il ritorno di Cristo. Lungi dall’essere una curiosità folcloristica limitata alla Bible Belt, questa teologia alimenta, fin dagli anni di Reagan, una rete di influenza informale – pastori mediatici, fondazioni per il  finanziamento degli insediamenti, organizzazioni come Christians United for Israel –, la cui influenza sulla politica statunitense in Medio Oriente è stata dimostrata dal politologo Walter Russell Mead con una costanza che non ha nulla da invidiare a quella& nbsp; lobby istituzionali più visibili41. Questa corrente presenta una caratteristica distintiva che merita di essere sottolineata:& nbsp; non attinge dagli stessi bacini universitari, non fa parte degli stessi think tank di Washington, eppure, empiricamente, converge verso le stesse raccomandazioni di politica estera – segno che il concetto di «circuito informale» descrive una funzione strutturale piuttosto che un gruppo sociale omogeneo e identificabile.

L’appropriazione populista: dall’analisi strutturale all’arma retorica

La svolta del 2016-2017 merita un’analisi a parte, poiché illustra chiaramente come un potere populistapossa rivolgere contro le stesse istituzioni una  categoria analitica concepita originariamente per criticarledall’interno. Donald Trump e il suo primo stratega, Steve Bannon, hanno reso popolare, fin dalla campagna presidenziale, l’espressione « deep state » per indicare non più le reti parapolitiche documentate da Scott, ma l’insieme dell’alta funzione funzione pubblica federale, dei servizi di intelligence e della magistratura – ovvero, paradossalmente, proprio l’apparato del circuito 

ufficiale, proprio quello& nbsp; proprio che le istituzioni costituzionali sono chiamate a supervisionare. Questa inversione semantica ha una precisa funzione politica: permette di screditare in anticipo qualsiasi resistenza amministrativa o giudiziaria alle decisioni presidenziali, riqualificandola come cospirazione , occultando al contempo le reali reti informali – donatori, fondazioni teologiche, think tank – che, dal canto loro, continuano a operare senza mai essere menzionati da questa retorica.

Il saggista Mike Lofgren, ex collaboratore repubblicano del Congresso, il cui libro del 2016 aveva contribuito a diffondere una definizione più vicina alla tradizione parapolitica – un « governo a doppio fondo » che articola alti funzionari di carriera, industria della difesa e establishment finanziario di Wall Street –, si è ritrovato a modo significativo citato e travisato da entrambi gli schieramenti dello spettro politico, ciascuno dei quali vi trovava la conferma delle proprie ossessioni: la sinistra vi vedeva la prova  di una presa di potere oligarchica dello Stato; la destra trumpista, quella di una burocrazia che cospira contro il popolo42. Questa confusione semantica raggiunge il suo apice durante il secondo mandato, quando l’amministrazione avvia, a partire dal 2025, un’epurazione sistematica degli ispettori generali e dei giuristi del Dipartimento di Giustizia in nome di una proclamata lotta contro lo Stato profondo, pur& nbsp; lasciando intatti, o addirittura consolidando, i circuiti informali di finanziamento e di influenza teologico-ideologica che avevano, a loro volta, contribuito in modo decisivo alla propria ascesa politica43.Il decreto presidenziale Schedule F, pubblicato fin dai primi& nbsp; giorni del secondo mandato, illustra alla perfezione questa dialettica: presentato come uno strumento di riconquista democratica dell’amministrazione di fronte a una burocrazia presumibilmente ribelle, riclassifica diverse decine di migliaia di posti della funzione pubblica federale in impieghi a discrezione, sostituendo così il principio del merito – ereditato, proprio, dalle riforme progressiste della fine del XIXe secolo volte a combattere il clientelismo di parte – un criterio  di lealtà personale nei confronti dell’esecutivo44. Il risultato  paradossale di questa politica, documentato da diversi ex& nbsp; ispettori generali destituiti nella primavera del 202545, non è l’abolizione dello Stato profondo, ma la sua sostituzione con& nbsp; un altro, più strettamente personalizzato, in cui la lealtà alla cerchia presidenziale sostituisce l’anzianità amministrativa come criterio di accesso alle leve del potere. Ricordiamo innanzitutto che lo Stato profondo americano non è un’entità, ma un processo: la produzione continua, da parte di un Stato di sicurezza nazionale nato nel 1947 e  da allora mai sostanzialmente riformato, di interstizi istituzionali –classificazione, compartimentazione, operazioni segrete, continuità governativa – dove possono  le reti  d ’interessi privati, siano essi finanziari, teologici o ideologici. In secondo luogo, che tale processo obbedisca a una  temporalità propria, in gran parte indifferente al ciclo elettorale: le carriere neoconservatrici attraversano, immutate, le alternanze Reagan-Clinton-Bush; le reti evangelico-sioniste finanziano con notevole costanza, da Begin a Netanyahu,& nbsp; le stesse strutture di colonizzazione, indipendentemente dal colore politico di chi occupa la Casa Bianca; il& nbsp; triangolo Pentagono-Industria-Congresso sopravvive, intatto, a ogni promessa elettorale di riforma di bilancio. Infine, la denuncia populista dello «Stato profondo», lungi dal costituire un antidoto a questa dinamica, ne è spesso il prolungamento più efficace: indicando come il circuito ufficiale – proprio quello che rimane& nbsp; teoricamente soggetto al controllo democratico –, essa libera ancora di più il circuito informale da ogni vincolo, e gli sostituisce, nel caso dell’amministrazione Trump II, un circuito informale alternativo costruito sulla lealtà personale piuttosto che sulla competenza istituzionale. È questa la lezione più attuale che offre la lunga storia dello Stato profondo americano: comprendere un sistema di potere richiede di non confondere mai la mappa istituzionale che esso stesso fornisce di sé – la Costituzione, la separazione dei poteri, l’alternanza elettorale – con il territorio reale del suo funzionamento, fatto di continuità informali, di reti dottrinali e di zone d’ombra metodicamente mantenute. Sulla scia del doppio circuito che, dal1948, il rapporto particolare tra Washington e Gerusalemme, lo «Stato profondo» americano non è né un mito complottista né una chimera retorica: è il volto nascosto, ma perfettamente identificabile, di un regime che non ha mai risolto del tutto la tensione tra i propri principi fondanti e gli imperativi& nbsp; di un potere imperiale esercitato, da tre quarti di secolo, su scala mondiale. La vera questione, per chi voglia comprendere l’America contemporanea, non è quindi quella di sapere se questo «Stato profondo» esista, ma di sapere quale,  delle sue molteplici incarnazioni successive – di sicurezza, finanziaria, teologica, oggi clanica e personalista –, domini in un dato momento il corso della politica estera e interna degli Stati -Uniti

La commissione Church: la democrazia che  si autoanalizza

Sarebbe tuttavia errato ridurre la storia dello Stato profondo americano a un accumulo lineare di abusi. Il sistema politico americano ha prodotto, a intervalli regolari, i propri anticorpi. La commissione Church, riunita al Senato dal 1975 al 1976 sulla scia del Watergate e delle rivelazioni sugli omicidi politici commissionati dalla CIA (Lumumba in Congo, attentati contro Castro  a Cuba), sulle operazioni di destabilizzazione e sui colpi di Stato (Iran 1953, Guatemala 1954, Cile 1973), rimane a  questo proposito l’episodio fondante di una capacità di autoanalisi  democratica46. Ciò che la commissione Church rivelò n ’era un complotto isolato, ma piuttosto un modo di operare, una cultura operativa che& nbsp; sopravvive alle commissioni d’inchiesta, alle riforme legislative e ai cambiamenti di amministrazione.

La commissione Church fece inoltre luce sul programma COINTELPRO di sorveglianza dei movimenti di contestazione interna, sulle operazioni MK-Ultra di  manipolazione mentale. Queste rivelazioni portarono alla creazione delle commissioni permanenti di intelligence del Congresso e all’adozione, nel 1978, del Foreign Intelligence Surveillance Act, un tentativo istituzionale di sottoporre la sorveglianza elettronica a un controllo giurisdizionale, seppur in gran parte formale47.

Il rapporto finale della commissione Church, nel suo volume dedicato al COINTELPRO, documenta con precisione clinica il modo in cui l’FBI di J. Edgar Hoover condusse, tra il 1956 e il 1971, operazioni di  neutralizzazione – infiltrazione, disinformazione, persecuzione giudiziaria, e persino incitamento alla violenza interna – contro organizzazioni tanto diverse quanto il Partito comunista americano, il movimento per i diritti civili di Martin Luther King e i gruppi nazionalisti neri, sulla sola base di una definizione straordinariamente estesa di sovversione interna. Questo precedente è essenziale per comprendere la struttura duratura dell’apparato di sicurezza interna statunitense: contrariamente a un luogo comune secondo cui& nbsp; vorrebbe circoscrivere lo «Stato profondo» alle sole strutture della politica estera, la sorveglianza e la neutralizzazione della dissidenza interna ne costituiscono, storicamente, una componente almeno altrettanto centrale. Ma la storia degli ultimi cinquant’anni insegna anche la fragilità di queste barriere. Il giurista David Cole ha dimostrato come ogni grave shock in materia di sicurezza, in particolare l’11 settembre, sia servito da pretesto per un aggiramento metodico delle garanzie ereditate dall’era Church, in& nbsp; nome di una necessità operativa la cui valutazione rimane, per definizione, esclusa dal dibattito pubblico48. Il Patriot Act, approvato in sei settimane nel sorpresa dell’autunno 2001,  ripristina di fatto molte delle prerogative di sorveglianza interna che la riforma post-Church aveva proprio inteso circoscrivere, sotto una nuova terminologia, quella dell’antiterrorismo, che rende la critica politica tanto più difficile in quanto espone immediatamente il suo autore all’accusa di compiacenza nei confronti della minaccia. Il programma di sorveglianza di massa rivelato da Edward Snowden nel 2013 non è, in questo senso, che una ripetizione di uno schema ben più antico: la tentazione permanente, per  l’apparato di sicurezza nazionale, di considerare il controllo democratico non come un vincolo legittimo, ma come una vulnerabilità da aggirare attraverso l’opacità, e nuova articolazione, a partire dagli anni 2000, tra questo apparato statale e i giganti tecnologici della Silicon Valley (programmi di raccolta dati, su base volontaria con PRISM, su base obbligatoria con le National Security Letters).

Bibliografia1 Samuel Huntington, American Politics: The Promise of Disharmony, Cambridge,Belknap Press, 1981, p. 75.2 Sulla genesi turca del concetto e sul suo uso comparativo, cfr. Ryan Gingeras, Heroin, Organized Crime, and the Making of Modern Turkey, Oxford University Press, 2014.3 Peter Dale Scott, La strada verso il nuovo disordine mondiale: 50 anni di ambizioni

segrete degli Stati Uniti, tradotto dall’inglese da Maxime Chaix e Anthony Spaggiari,Demi-Lune, 2010, p. 364.4 Grant Barrett, « A Wordnado of Words in 2013 » , The New York Times, 21dicembre 2013.5 Peter Dale Scott, La macchina da guerra americana, Plogastel-Saint-Germain,Demi-Lune, 2012.6 Peter Dale Scott, Lo Stato profondo americano, Demi-Lune, 2018.7 « Ricostruire le difese dell’America ’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for a NewCentury », Project for the New American Century (PNAC), settembre 2000.8 Peter Dale Scott, La strada verso il nuovo disordine mondiale, < a1241>op. cit., p. 268.9 « Relazione della Commissione incaricata di valutare la gestione e l’organizzazione dello spazio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», 11 gennaio 2001.10 «National Security Act del 1947», Legge Pubblica 80-253; sulla sua genesi, Douglas

Stuart,Creating the National Security State, Princeton University Press, 2008.11 Michael J. Hogan, A Cross of Iron: Harry S. Truman and the Origins of the NationalSecurity State, 1945–1954, Cambridge University Press, 1998.12 George F. Kennan, Memoirs, 1925–1950, Little, Brown, 1967; sui rimpiantisuccessivi di Kennan riguardo alla militarizzazione del contenimento.13 James Mann, « The Armageddon Plan », The Atlantic, marzo 2004; approfonditoin Rise of the Vulcans: The History of Bush’s War Cabinet, Viking, 2004.14 Daniele Ganser, Les Armées secrètes de l’OTAN, Demi-Lune, 2007.15 Peter Dale Scott, Droga, petrolio e guerra: gli Stati Uniti in Afghanistan, Colombia,e Indocina, Rowman & Littlefield, 2003; Alfred W. McCoy, The Politics of Heroin:CIA Complicity in the Global Drug Trade, Lawrence Hill Books, ed. riveduta 2003.16 Sébastien Quéré, 1979: una rivoluzione della storia, Perspectives Libres, dicembre2025, p. 205.17 Tom Wicker, « C.I.A.: Maker of Policy, or Tool? », The New York Times, 25 aprile 1966.18 Tim Weiner, Legacy of Ashes: The History of the CIA, Doubleday, 2007, p. 374.19 Peter Dale Scott, La strada verso il nuovo disordine mondiale, op. cit., p. 101.20 Henry Kissinger, Years of Renewal, Simon & Schuster, 1999, p. 826; Peter DaleScott, La Route vers le Nouveau Désordre Mondial, op. cit., p. 98.21 Kevin Phillips, « The Barreling Bushes » , Los Angeles Times, 11 gennaio 2004.22 Joseph J. Trento, Prelude to Terror: The Rogue CIA and the Legacy of America’sPrivate Intelligence Network, Carroll & Graf, 2005; Peter Truell e Larry Gurwin, FalseProfits: The Inside Story of BCCI, the World’s Most Corrupt Financial Empire, HoughtonMifflin, 1992; «The Senate Look at BCCI» , New York Magazine, 28 ottobre 1991.23 « Booz Allen di Carlyle raccoglie 238 milioni di dollari con l’IPO negli Stati Uniti », Bloomberg, 18 novembre2010; The Washington Post, 17 novembre 2010, sulla quota del 79% mantenuta daCarlyle dopo la quotazione in borsa; sulla caratterizzazione citata, Drake Bennette Michael Riley, « Booz Allen, the World’s Most Profitable Spy Organization »,Bloomberg Businessweek, 20 giugno 2013.24 Peter Dale Scott, Lo Stato profondo americano, op. cit., p. 57.25 Peter Dale Scott, « Parapolitics: An Introduction», introduzione alla riedizionedel 1993 di The War Conspiracy, pubblicato originariamente nel 1972.26 Peter Dale Scott, American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection, and the Road to Afghanistan, Rowman & Littlefield, 2010.27 Gli Hmong sono un popolo degli altipiani del Laos, reclutato dalla CIA

a partire dal 1961 per il proprio esercito clandestino; il papavero ne costituiva la principale

coltura da reddito. Su questo punto, Alfred W. McCoy, The Politics of Heroin: CIA Complicityin the Global Drug Trade, op. cit., capitolo dedicato al Laos.28 Peter Dale Scott, The War Conspiracy: JFK, 9/11, and the Deep Politics of War,Skyhorse, ed. riveduta 2008, capitoli dedicati all’Indocina.29 Rapporto della sottocommissione sottocommissione sul terrorismo, gli stupefacenti e le operazioniinternazionali (rapporto Kerry), Senato degli Stati Uniti, dicembre 1988.30 « Report of the Congressional Committees Investigating the Iran-ContraAffair », U.S. Government Printing Office, novembre 1987.31 Sul ruolo dell’intermediazione israeliana nell’affare Iran-Contra, si vedano in particolare gli studi di Ronen Bergman sui rapporti tra Mossad e CIA.32 Sulle origini dell’ OSS e sul profilo di William Donovan, si veda Douglas Waller,Wild Bill Donovan: The Spymaster Who Created the OSS, Free Press, 2011; su AllenDulles e Sullivan & Cromwell, Stephen Kinzer, The Brothers: John Foster Dulles, AllenDulles, and Their Secret World War, Times Books, 2013.33 Robert D. Schulzinger, The Wise Men of Foreign Affairs: The History of the Councilon Foreign Relations, Columbia University Press, 1984.34 Laurence H. Shoup, Wall Street’s Think Tank: The Council on Foreign Relations andthe Empire of Neoliberal Geopolitics, Monthly Review Press, 2015.35 Sul ruolo di Robert Rubin nell’abrogazione del Glass-Steagall Act, cfr. NomiPrins,All the Presidents’ Bankers, Nation Books, 2014.36 La formula «complesso militare-industriale » compare nella penultima bozza; unaversione precedente includeva il Congresso (« military-industrial-»),eliminata su intervento di consiglieri desiderosi di non urtare il poterelegislativo; Dwight D. Eisenhower, discorso di addio alla nazione, 17 gennaio 1961.37 C. Wright Mills, The Power Elite, Oxford University Press, 1956, sull’interpenetrazionedelle élite militari, economiche e politiche nell’America del dopoguerra.38 Mandy Smithberger, « Brass Parachutes: Defense Contractors’ Captureof Pentagon Officials Through the Revolving Door », Project On GovernmentOversight, 5 novembre 2018.39 Justin Vaïsse, Neoconservatism: La biografia di un movimento, Harvard UniversityPress, 2010.40 James Mann, Rise of the Vulcans, op. cit..41 Walter Russell Mead, « The New Israel and the Old: Why Gentile Americanssostengono lo Stato ebraico», Foreign Affairs, luglio-agosto 2008.42 Sulla retorica del deep state durante la campagna elettorale del 2016, si veda la coperturadi Politico e di The Atlantic tra il 2017 e il 2019.43 Mike Lofgren, The Deep State: The Fall of the Constitution and the Rise of a ShadowGovernment, Viking, 2016.44 Ordine esecutivo sul « Allegato F », ripubblicato nel gennaio 2025; analisi dellaPartnership for Public Service sui suoi effetti sul pubblico impiego federale.45 Articoli di stampa sulle destituzioni degli ispettori generali nel 2025;si veda la copertura del The New York Times e del Washington Post sulle primesettimane del secondo mandato di Trump.46 « Relazione finale della Commissione speciale incaricata di studiare le operazioni governative relative alle attività di intelligence » (Commissione Church), Senato degliStati Uniti, 1976.47 Dafydd Townley, « L’eredità della Commissione Church », in L’anno delIntelligence negli Stati Uniti. Opinione pubblica, sicurezza nazionale e la Commissione Church del 1975, Palgrave Macmillan, 2021.48 David Cole e James X. Dempsey, Terrorism and the Constitution: Sacrificing CivilLiberties in the Name of National Security, The New Press, ed. riveduta 2006.

1 2 3 … 469