Italia e il mondo

ALBA DELLA FINE ? INIZIO DI UN LUNGO CAMMINO_di Daniele Lanza

ALBA DELLA FINE ? INIZIO DI UN LUNGO CAMMINO

(Leggere. Aggiornamento situazione bellica, aprile 2026 *** )

Su questa bacheca non sono più apparsi interventi specificamente dedicati al fronte ucraino da 6 mesi a questa parte: si è deciso, in coincidenza con l’usuale letargo invernale delle operazioni, non era necessario fungere da bollettino (esistono molti altri utenti provvisti di zelo che coprono giorno per giorno l’argomento senza interruzione) favorendo la visione di insieme degli eventi, di tanto in tanto. Detto questo, ammettiamo da subito che l’espressione in alto a titolo del post è del tutto impropria: usata decine di volte nel corso degli anni ogniqualvolta vi fosse una minima svolta sulla linea del fronte o notizia di politica estera che potesse suggerire anche solo lontanamente qualcosa.

E’ possibile tuttavia ora – con cautela estrema – iniziare ad adoperarla: tenendo a mente che “alba” sta per inizio….inizio della fine, ossia un processo che di per sè si svilupperà ancora per un periodo variabile, ma di discreta durata che va da 1 a 2 anni dal momento in cui si scrive, all’incirca (…)

Prologo concluso.

Cosa occorre dire pertanto ?

Tutte le fonti – osservatori, bollettini, think tank, riviste – ci informano, all’unisono, che il fronte si è rimesso in marcia: tutto si sta riattivando, inesorabilmente. Singolarmente i più lenti, addormentati, nel diffondere coscienza di questo, sono proprio le fonti mainstream, quotidiani e mezzi di informazione di massa….il che di per sè è forse rivelatore di qualcosa. Vero che se da un lato il fronte ucraino è ormai relativamente negletto rispetto a quello mediorientale, si può d’altro canto sospettare che – a questo punto delle guerra – non vi sia interesse a veicolare troppo l’attenzione del pubblico verso un fronte i cui esiti si prospettano poco compatibili col binario narrativo obbligato da parte euro-atlantica: in parole povere, stendere con zelo il diario di una disfatta è fonte di imbarazzo.

L’autunno passato si è concluso il maggiore fatto d’arme dell’anno (e dei maggiori, per rilievo, dell’intero conflitto): la capitolazione di POKROVSK, assieme alle decine di migliaia di militari ucraini che la difendevano è stata una piccola svolta sia dal punto di vista materiale che morale che ha tenuto banco per settimane (prima di essere sapientemente seppellita nell’attenzione dei media, complice la sospensione delle ostilità per i lunghi mesi della stagione bianca).

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La zona protagonista dell’anno è ora la linea KRAMATORSK-SLOVIANSK (come già annunciato a chiare lettere al termine dell’anno passato). Di cosa si parla esattamente ? Delle due maggiori città fortificate rimaste nel Donbass: assieme ai loro 200’000 abitanti ancora non sfollati, e assieme alla cittadina di Konstantinovka (già sotto assedio diretto), costituiscono una specie di aggregato fortificato….una nebula o un “anello di ferro” che rappresenta forse uno dei punti più fortificati al mondo in questo momento, l’ultima linea difensiva della regione, tra quelle edificate sin dal 2014 (che quindi non hanno altri eguali sul territorio ucraino). Gli ultimi minuscoli centri urbani che conducono a tale anello stanno cadendo in queste settimane, dopodichè inizierà l’attacco diretto, con tutta probabilità nel cuore dell’estate.

E’ GERASIMOV in persona – capo di stato maggiore russo – a comunicarlo nei giorni passati: le unità d’avanguardia, stando a quanto detto, si troverebbero rispettivamente a 7 e 12 km dai centri menzionati (cioè la medesima distanza cui si trovavano da Pokrovsk la primavera dell’anno scorso, prima di conquistarla tra l’estate e l’inverno seguente). Gerasimov prosegue affermando che per la situazione strategica e materiale del momento, si può prevedere una caduta dell’intera “nebula” nel giro di 2-3 mesi. Pur ammettendo la stima di Gerasimov sia probabilmente ottimistica, si può ragionevolmente immaginare un collasso della linea Kramatorsk Sloviansk per i primi mesi dell’autunno (così come accaduto per Pokrovsk).

La sicurezza dello stato maggiore russo è fondata su due elementi fondamentali:

A – la riserva demografica ucraina è in oggettivo esaurimento: complessivamente le forze armate di Kiev (aprile 2026) soffrono complessivamente perdite per 1.5 milioni di uomini (caduti, feriti e dispersi + disertori che non torneranno tra le loro file). A questo vanno ad aggiungersi 2 milioni di “fantasmi” ovvero di persone in età militare che grazie a stratagemmi e corruzione riescono ad evitare le coscrizioni ordinate dal ministero della difesa (ammesso ad inizio anno dal ministro della difesa ucraina): un fenomeno di massa di gravità tale che non può avere altra spiegazione se non in una sfiducia TOTALE nelle proprie istituzioni da parte della popolazione, accompagnata da un grado di corruzione nella macchina statale che non ha un esatto analogo in occidente e può solo paragonarsi a casi storici di nazioni sull’orlo di una rivoluzione (tipo la Cina al tempo del confronto tra Mao e Chiang Kai Shek). Considerato che il “manpower” ovvero la riserva umana disponibile era stimata a 4.5 milioni l’anno scorso (di cui 900’000 già in uniforme), significa che la riserva reale indispensabile per sostituire le perdite al fronte potrebbe essere inferiore al milione: esaurita questa non sarà materialmente più possibile rimpiazzare feriti e caduti lunga la linea del fronte….che rimarrà semplicemente VUOTA per tratti interi (a quel punto il ministero della difesa dovrebbe mettere in piedi uno stato di polizia per sequestrare coloro che eludono la chiamata, ma innescando così un vero e proprio fronte interno come se non bastasse quello esterno. La decisione finale da parte di Kiev di non coscrivere i giovanissimi (18-23 anni. la cui mobilitazione del resto creerebbe problemi di ordine interno più pericolosi che il fronte stesso) completa il quadro (…)

B – Persino alcuni think tank filo occidentali ammettono che la contraerea ucraina è quasi inesistente a questo punto della guerra: i bombardamenti di massa russi, già divenuti regolari l’autunno passato, sono proseguiti con maggiore o minore frequenza per tutto l’inverno ed ora ritorneranno alla massima intensità. Le infrastrutture ucraine – strategiche in primis – già semi-distrutte in tutto il paese, per la fine dell’estate che viene potrebbero esserlo del tutto. Questo significa che tutti gli aiuti occidentali in arrivo (l’agognato assegno da 90 miliardi di cui si parla in questi giorni) avranno un effetto assai limitato, malgrado la sirena mediatica di questi giorni: questo nel senso che tutti gli armamenti in cui si tradurrà tale somma, giungeranno con ritardo – e molto lentamente – a destinazione, lungo la linea del fronte. In pratica serviranno esclusivamente per far sopravvivere le linee del fronte, ma senza apportare alcun valore aggiunto. Lo stesso si era già verificato 2 anni orsono, allorchè Joe Biden nel suo ultimo periodo di presidenza firmò per un prestito da 60 miliardi di dollari (i quali non hanno alterato le sorti sul campo nel biennio a seguire, ma solo dato una speranza illusoria alla giunta di Kiev, incentivandola a gettare nella fornace altre centinaia di migliaia di vite umane.

C – a quest’ultimo punto, per essere più precisi, occorre ricordare che della somma di cui si parla (90 miliardi) in realtà soltanto i 2/3 circa sono destinati alla spesa militare (56 miliardi), mentre gli altri sono obbligatoriamente destinati a sostenere la voce CIVILE della spesa, ossia far sopravvivere lo stato ucraino e consentirne la vita ordinaria che altrimenti si disintegrerebbe per mancanza di pensioni e stipendi (…). Lo stato sovrano ucraino è di fatto fatto sopravvivere esclusivamente grazie a tale supporto.

Detto questo, la tranche destinata alla spesa militare rimane comunque imponente: oggettivamente superiore a quella destinata dal congresso statunitense a guida Biden 2 anni fa. Un vantaggio tuttavia tragicamente bilanciato dal fatto che la situazione bellica è oggettivamente assai peggiorata rispetto a 2 anni fa, vale a dire che occorre far fronte ad un quadro strategico difficilmente risolvibile (e senza contare che una parte rilevante della cifra si smaterializzerà in corruzione e appropriazioni che caratterizzano una giunta come quella di Kiev – più assimilabile ai signori della guerra degli stati in via di sviluppo che non a quel mondo occidentale cui l’Ucraina vorrebbe appartenere (questa forse è la considerazione più DRAMMATICA dell’intera riflessione). La comunità europea sostiene – a questo punto da sola, visto che Washington si sta defilando – la causa ucraina in una dinamica che ricorda (ripetiamolo) sempre più quella dell’infelice Cina nazionalista di un Chiang Kai Shek, destinata a sprofondare nella sua stessa corruzione.

CONCLUSIONE.

Come previsto, nel giro di 6 mesi dalla data attuale, anche la linea fortificata (“impenetrabile”) KRAMATORSK-SLOVIANSK sarà in mano russa, dopo esser costata altri 80-90’000 (?) tra i migliori militari che restano a Kiev (che resisterà sino all’ultimo, oltre ogni buonsenso, nella speranza di dimostrare che la causa ucraina è ancora qualcosa sulla quale vale la pena investire).

Caduto l’ “anello di ferro”………..cadrà per davvero il Donbass: la Repubblica del Donetsk risulterà completamente liberata (come quella di Lugansk già adesso) dando a Mosca la possibilità di annunciare piena vittoria e conseguimento dei propri obiettivi strategici. Lo stato maggiore di Kiev, tra l’altro, nella foga di difendere l’indifendibile avrà prosciugato di risorse materiali e umane altre zone del fronte rendendole a loro volta un facile bersaglio (…).

Morale = I punti interrogativi non sono militari quanto diplomatici *** (leggere bene). Considerato il quadro esposto, vi sono buone ragioni di ritenere che a quel punto Zelensky e la sua giunta apriranno per forza di cose canali diplomatici (diretti o meno) prima che sia tardi: quanto avevano promesso di non cedere (Donbass) sarà stato comunque perso….e quindi tanto vale trattare, no

? (ma quanto senso può avere concedere a Mosca qualcosa che è stato già perduto sul campo ? A rigore di logica si “concede” al nemico qualcosa che ancora egli non ha conquistato con la forza: se quest’ultimo invece ha già conquistato l’oggetto della contesa versando sangue…..che cosa allora ci sarebbe da trattare ? E’ presumibile che domanderà qualcos’altro (…). Forse il riconoscimento legale della conquista ? Ma Zelensky ha dichiarato che un riconoscimento de jure non ci sarà mai (il che causerebbe la continuazione delle sazioni contro Mosca): e allora – si ritorna al punto – in cosa esattamente consisterebbe il trattato di pace ? Kiev concede, “generosamente” qualcosa che Mosca ha dovuto conquistare ad un alto prezzo…….e senza nemmeno la prospettiva di un riconoscimento giuridico internazionale ?! (detta così sembra che Kiev non concede nulla…).

L’aporia logica in alto è ostica: così come l’impossibilità per Kiev di restituire gli oltre 500 MILIARDI di dollari ricevuti in un lustro (non esiste modo oggettivo di farlo, se non facendoli pagare alla potenza perdente durante una guerra: l’enigma è che è l’UCRAINA stessa la potenza perdente e che i finanziatori europei rimarranno con un palmo di naso di fronte alle proprie opinioni pubbliche. Il che li porterebbe addirittura a sconfessare una pace chiesta da Kiev (!!) : per la serie – come disse Boris Johnson “voi ucraini potete anche firmare una pace, ma NOI europei non la riconosceremo”).

In definitiva, se la dimensione militare del conflitto vede oggettivamente un suo TERMINE (non si vede modo in cui lo stato maggiore ucraino possa proseguire al combattere dopo il 2026, senza esporsi a perdite territoriali che metterebbero a rischio lo stato stesso……..ed arrivato quel momento, l’elite politica – nel panico di conservarsi le poltrone – opterebbe per la diplomazia respinta per anni ed anni) invece la dimensione diplomatica/civile…..non sembra ancora avere un termine, un finale veramente definito

FINE

La Cina è diversa?_di WS

 Questo  articolo  di Ugo Bardi  https://italiaeilmondo.com/2026/05/01/limpero-romano-e-limpero-doccidente-un-crollo-parallelo-lungo-percorsi-contrapposti__di-ugo-bardi/ è ottimo  perché pone in primo piano il concetto basilare  che la  forza  di una società stia in  quelle “risorse mobilitabili”  che sono  fondamentali in ogni  crisi  e  quindi anche  in ogni  guerra, e come queste siano sempre state   prima deviate e quindi poi distrutte da una politica di potenza “ imperiale” delle élites incentrata su una organizzazione ” finanziaria” dell’economia.

  Ho infatti già spiegato altre volte il paradosso romano che vede apparentemente il suo culmine di potenza nella tardo-repubblica ingessata ne  “l’impero” di Ottaviano quando invece , nei termini appunto delle “risorse mobilitabili”, essa aveva certamente avuto il suo culmine all’alba della seconda guerra punica.

  Queste due fasi della romanità sono contrapposte nella loro filosofia politica. La prima repubblica romana era guidata nel proprio accrescimento da una filosofia politica  sostanzialmente difensiva che poneva nell’  accrescimento  del  numero dei suoi cittadini e del possesso della terra per farli prosperare   gli  elementi chiave della propria sopravvivenza  mentre  la  tardo repubblica poneva  a proprio obbiettivo primario  la conquista di  stati  e l’ accumulo  di  danaro da questa derivabili

Gli storici romani ci hanno dato numerose testimonianze del disprezzo  della prima repubblica  romana per l’ oro e la moneta in genere e del  suo rifiuto di quella economia  “servile”  che nello stato romano prese poi una parte rilevante solo dopo quella seconda guerra punica che aveva lasciato le terre romane vuote di centinaia di migliaia di cittadini ma anche lo stato romano padrone  di altrettanti  “prigionieri”  da impiegare  come schiavi per coltivarle in senso “capitalistico” laddove prima esse erano coltivate da  cittadini  romani al solo fine della sussistenza  delle proprie  famiglie.

E’  appunto dopo la vittoria nella seconda guerra punica che la  repubblica  romana   lasciò  la  sua precedente  lenta  espansione  basata  su  di una   rete  di  alleanze imposte  e   colonie   agricole romane   di esclusivo interesse   strategico,   e prese quella rapida dinamica imperialistica basata sulla “moneta” che  ha portato il mondo romano  prima ad una   “splendida stasi “  e poi alla inevitabile  fine.

In questa  deriva    confermando   la visione  della  storia  di Toynbee  e  del suo  fondamentale precetto   che bisogna  sempre   stare  molto  accorti  al COME   “si vincono”  le inevitabili  sfide  che ogni  società  deve  affrontare  nel corso della propria vita.

  A distruggere la “romanitas”  è stata infatti la deriva della propria filosofia politica dalla ” patria” dei tempi del frugale Camillo del ” non auro sed ferro..”  a “l’ imperium” di  quel Crasso, uomo allora più ricco del mondo, poi morto alla conquista dell’oro partico.

 E  tutti i tentativi   di fermare  questa  deriva poi fatti,  sono state  solo “toppe”  che  hanno  fallito  perché  non  sono  riuscite  a modificare    la “filosofia  dello stato”.

La “sfida”  che  allora   il “mondo  romano”  fallì  è  la stessa   che   sta portando al fallimento il “mondo occidentale” oggi , per aver portato allo stesso  errore   di aver posto   “il danaro”, che è sostanzialmente solo  un “mezzo  di scambio” ,  a  valore   supremo  della  società     e quindi    al di sopra   de  “l’uomo”   che è  invece l’ elemento base  della produzione di ogni  risorsa    della società.

Ed è la stessa  sfida   che  adesso  attende la Cina  , sfida  di cui però  , l’ attuale elite  cinese  , vuoi per la  cultura propria “atavica”  che  per la   sua   formazione  ideologica  formalmente   “marxista” , sembra  aver preso  molto  sul serio  , a giudicare   dal  suo approccio prudente  alle  conseguenze   del proprio  straordinario  successo.

D’altronde  che  “la Cina  s diversa”  non solo lo avevano   da  subito  capito  uomini  di valore  ( es  il giovane Napoleone)  ma   questo  sta già negli  atti  della  sua  storia. La Cina   era  già  un “impero”  quando Roma  muoveva i suoi primi passi  ed è ora di nuovo qui , un “impero” di  stazza mondiale,  1500 anni   dopo la fine della “romanitas”.

Certo , anche  Cina  ha subito  nella sua storia   gravi  declini seguiti  da  devastanti  invasioni “barbariche”, ma  le ha  digerite  e  la sua “cinesità”   è sempre  riemersa   “ aggiornata”  e  vincente.   Ragione per  cui,  coerentemente,   un Mao   o uno Xi  possono   a ragione  sentirsi  eredi   diretti  di  Confucio   e  Lao , mentre   da noi  il  nostro  “Dux”      fu    da   subito  chiaramente   solo la macchietta      di un “Caesar”   e  di  un “Augustus”.

Ma   posta  come è oggi la Cina  davanti a  questa   sfida, nuova per lei,  di  poter  divenire “padrona  del mondo”, solo il futuro ci dirà   se    questa  “ Nuova Cina”    darà  una   risposta “diversa”.

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Trump si avvicina all’ultima mossa disperata contro l’Iran, mentre i media segnalano una sconfitta totale degli Stati Uniti a livello regionale_di Simplicius

Trump si avvicina all’ultima mossa disperata contro l’Iran, mentre i media segnalano una sconfitta totale degli Stati Uniti a livello regionale

Simplicius 2 maggio
 
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Sembra che ogni giorno che passa inizi con nuove rivelazioni sulla reale entità dei danni inflitti dall’Iran agli Stati Uniti nel breve conflitto. Ciò è naturale, ovviamente, dato che la strategia immediata consiste sempre nel minimizzare le perdite subite dalla “invincibile” macchina militare statunitense. È spaventoso pensare a ciò che scopriremo col passare del tempo, in particolare riguardo al delicato argomento delle perdite umane statunitensi.

L’ultima notizia è stata riportata dalla CNN, che ha trasmesso un servizio su come 16 basi statunitensi siano state svuotate e gravemente danneggiate da attacchi «molto più sofisticati» di quanto si pensasse o si prevedesse in precedenza:

«La maggior parte delle installazioni militari statunitensi nella regione ha subito danni e alcune di esse sono ormai completamente inutilizzabili.»

Il rapporto sopra riportato suggerisce che il mitico scudo di invincibilità degli Stati Uniti sia andato in frantumi, in particolare agli occhi dei principali alleati regionali degli Stati Uniti, i quali – come l’Arabia Saudita in questo caso – non considerano più i patti di sicurezza con gli Stati Uniti come “inattaccabili”. In breve, gli alleati del Golfo sono stati testimoni in prima fila della rivelazione degli Stati Uniti come tigre di carta, e non si accontentano più di affidarsi esclusivamente alla protezione statunitense: ora considereranno la “diversificazione” della loro sicurezza come l’opzione sicura naturale, magari ristabilendo il dialogo e migliori relazioni con l’Iran una volta che la guerra sarà veramente finita.

La notizia è stata immediatamente confermata dal New York Times nel suo ultimo articolo:

https://www.nytimes.com/2026/30/04/opinione/iran-stati-uniti-sfide-militari.html

Con una perspicacia insolita, l’articolo sostiene che l’insieme delle vittorie «tattiche» degli Stati Uniti in Iran non abbia portato ad alcuna vittoria strategica e che, in modo in qualche modo contraddittorio, abbia lasciato l’Iran in una posizione negoziale più forte.

Il motivo, spiegano giustamente, è che gli Stati Uniti si sono rivelati tristemente impreparati alla guerra moderna.

Gli Stati Uniti hanno speso centinaia di miliardi di dollari in navi e aerei efficaci nel sconfiggere le navi e gli aerei avversari, ma inefficaci contro armi più economiche e prodotte in serie. L’economia americana non dispone della capacità industriale necessaria per produrre in quantità sufficiente le armi e le attrezzature di cui ha bisogno. Inoltre, il Paese ha faticato a risolvere questi problemi a causa di un governo sclerotico e di un’industria della difesa consolidata che resiste al cambiamento.

La soluzione dilettantesca e rudimentale proposta dal *New York Times*, tuttavia, è errata. È la posizione presuntuosa dell’analista dilettante di medio livello secondo cui, per vincere i conflitti futuri, gli Stati Uniti dovrebbero semplicemente passare alla produzione di droni e altri armamenti più economici e producibili in serie, proprio come fa l’Iran. Ciò non ha nulla a che vedere con la realtà e mette a nudo le concezioni ristrette di mediocri ignoranti che semplicemente non comprendono i veri meccanismi della guerra.

Anche se gli Stati Uniti disponessero di milioni di droni minuscoli ed economici, cosa mai potrebbero farci contro l’Iran? Quali obiettivi potrebbero mai colpire quei droni per alterare i calcoli strategici contro un Paese che ha nascosto, isolato e decentralizzato tutto ciò che aveva di valore? La Russia è ormai decenni avanti rispetto agli Stati Uniti o a qualsiasi altro Paese occidentale nell’attuazione di queste stesse strategie, e dove l’ha portata tutto ciò?

All’Ucraina è bastato decentralizzare le proprie forze armate e le industrie strategiche in un “mosaico” sfuggente, eppure centinaia di droni notturni ogni singolo giorno, per diversi anni di fila, non sono ancora riusciti a garantire alla Russia una vittoria strategica. L’Iran ha ancora meno obiettivi da colpire rispetto all’Ucraina, considerando l’enorme quantità di risorse che il Paese ha investito nella costruzione di intere città sotterranee per il proprio apparato militare-industriale. Cosa potrebbero mai fare un mucchio di FPV economici e UAV OWA contro un nemico che oppone una feroce resistenza e un paese territorialmente enorme e dispersivo che limita le dimensioni delle testate per i droni che devono percorrere lunghe distanze?

Il fatto è che il feticismo per gli «attrezzi» e le «armi miracolose» dei tecnologi e dei tecnocrati che guidano il complesso militare-industriale è ormai fuori controllo. Credono che basti «comprare» la vittoria contro chiunque, e non c’è affermazione più assurda di questa.

Dirò qualcosa di estremamente controverso: la guerra moderna, nella sua essenza, non è una questione tecnologica, ma è ideologica.

La vittoria va alla nazione che dimostra il maggiore allineamento e la maggiore unità morale e spirituale, non alla nazione che possiede il maggior numero di aggeggi, gadget e giocattoli “economici” ma appariscenti. Infatti, se conduceste uno studio, probabilmente scoprireste che esiste una correlazione inversa tra una maggiore feticizzazione tecnologica dell’apparato militare-industriale e una conseguente minore fibra morale-spirituale del suo popolo. Questo processo non è un “incidente”, ma un ciclo di retroazione naturale e auto-evolutivo tra un popolo e il lento distacco della sua cultura dai principi culturali unificanti verso il materialismo che riempie il vuoto e che germoglia naturalmente come erbacce in un prato morto.

L’Occidente sta vivendo un grave declino culturale e deve fare sempre più affidamento a una “techne” artificiosa per sostenere la sempre più esigua e impoverita ” passionarità” (per riprendere il termine di Gumilev, dal suo concetto di etnogenesisi) che non è più in grado di muovere il mondo con la propria pura inerzia e vitalità culturale, e deve ora ricorrere a una forza pesante utilizzando un insieme rudimentale e limitato di strumenti tecnici.

Basta ascoltare alcuni estratti del discorso tenuto da Trump questa sera, in cui si vantava che, dopo aver messo in ginocchio l’Iran, invierà la USS Scaredy Abe a Cuba per prendere il controllo del Paese «quasi immediatamente». Ma la parte scioccante arriva intorno al minuto 1:15, quando afferma con aria compiaciuta che gli Stati Uniti sono di fatto una nazione pirata — cosa di cui andare fieri, a quanto pare, nella singolare visione del mondo di Trump:

Mette a nudo l’assoluta aridità, il totale fallimento della fibra morale e spirituale americana in questa fase avanzata del declino irreversibile della nazione.

Ma mentre Trump si vantava delle formidabili capacità della sua flotta pirata, un altro cacciatorpediniere statunitense della classe Arleigh Burke ha preso fuoco «misteriosamente»:

https://www.cbsnews.com/news/uss-higgins-navy-destroyer-fire-singapore/

Washington — Secondo fonti ufficiali statunitensi, martedì è scoppiato un incendio sulla USS Higgins, un cacciatorpediniere lanciamissili che costituisce un pilastro della presenza militare della Marina in Asia.

L’incendio ha causato un’interruzione dell’energia elettrica e della propulsione sul cacciatorpediniere, ha riferito uno dei funzionari alla CBS News, parlando in forma anonima poiché non era autorizzato a rilasciare dichiarazioni pubbliche.

Ovviamente, c’era da aspettarselo:

Non erano disponibili nemmeno informazioni su quali parti della nave fossero state danneggiate e su quanto tempo ci vorrà per ripararle.

L’ennesimo di una lunga serie di “incidenti” navali e incendi misteriosi.

Trump ha ora confermato direttamente le notizie secondo cui starebbe valutando l’opzione di un “attacco devastante” contro l’Iran:

Innanzitutto, ribadiamo quanto sia ipocrita e meschino da parte di Trump e della sua amministrazione criticare ripetutamente l’Iran definendolo una «leadership disgregata», i cui membri non negoziano secondo i suoi desideri. È stato proprio lui a trasformarla in una «leadership disgregata», eliminando la precedente leadership pur sapendo perfettamente, grazie alle sue stesse agenzie di intelligence, che sarebbe stata inevitabilmente sostituita dagli estremisti.

Come sottolinea sopra, sta valutando quello che si presume essere un attacco devastante, una sorta di «ultimo hurrà» contro le infrastrutture civili iraniane, presumibilmente per chiudere la questione. I giorni di notizie secondo cui le sue agenzie starebbero «studiando» come l’Iran «reagirebbe» a una dichiarazione di vittoria da parte degli Stati Uniti ci dicono che Trump vuole mostrare per l’ultima volta le zanne consumate e ingiallite della macchina militare statunitense prima di uscire rapidamente di scena.

Il resoconto di ieri:

ULTIME NOTIZIE: Secondo Channel 12, Israele si appresta ad annunciare il fallimento dei negoziati con l’Iran, mentre gli Stati Uniti avrebbero concesso a Israele l’autorizzazione immediata a colpire le infrastrutture energetiche iraniane subito dopo l’annuncio.

Concludiamo questo breve aggiornamento con un altro circo congressuale degno di uno sketch comico.

Questa volta, il senatore Blumenthal mette alle strette il subdolo Pete con una domanda che mette in luce l’assurdità parodistica della comunicazione di questa amministrazione, veicolata da un comandante in capo sempre più decrepito. Blumenthal fa riferimento alla gaffe di Trump di ieri sull’Iran e l’Ucraina, ma sembra non intuire che si trattasse effettivamente di una gaffe, insistendo con Kegbreath con serietà impassibile. Quando Pete continua in modo esilarante sulla linea iraniana, i due sembrano esistere in dimensioni parallele con un’assurdità comica:


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La dottrina Trump applicata alla Russia ricorda da vicino la dottrina Reagan_di Andrew Koribko

La dottrina Trump applicata alla Russia ricorda da vicino la dottrina Reagan

Andrew Korybko1° maggio
 
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In assenza di un accordo con Trump – che Putin potrebbe essere ulteriormente indotto ad accettare se Trump promettesse di allentare la pressione degli Stati Uniti su alcuni, ma non su tutti, di questi paesi – la Russia potrebbe perdere tutti e 15 questi partner (e forse anche di più) col passare del tempo.

La valutazione è stata effettuata poco dopo il discorso del presidente venezuelano Nicolás Maduro catturache «La «dottrina Trump» si ispira alla «strategia di negazione» di Elbridge Colby”, secondo cui gli Stati Uniti darebbero ora la priorità alla privazione della Cina delle risorse necessarie per sostenere la sua crescita economica. L’obiettivo è quello di far deragliare il percorso della Cina verso il ruolo di superpotenza e indurre così Xi ad accettare un accordo commerciale sbilanciato con gli Stati Uniti, che istituzionalizzi lo status subordinato della Cina. La Terza Guerra del Golfo contribuisce al raggiungimento di questo obiettivo, come spiegato quiqui.

Se applicata alla Russia, tuttavia, la Dottrina Trump assomiglia molto di più alla Dottrina Reagan. La Strategia della Negazione è molto meno rilevante nei confronti della Russia che nei confronti della Cina, poiché la ricchezza di risorse naturali della Russia le consente di svilupparsi in modo autarchico (ma a costo di rimanere indietro nella corsa tecnologica). Detto questo, la cattura di Maduro e la Terza Guerra del Golfo hanno influenzato sia la Cina che la Russia, sebbene in modo diverso; alla Cina sono state negate le risorse, mentre un partner russo è stato rimosso dal potere e un altro indebolito.

Questa osservazione sui due esiti porta dritto all’essenza dell’applicazione in stile Reagan della Dottrina Trump nei confronti della Russia. Si tratta proprio di «reversione«L’influenza russa in tutto il mondo allo scopo di esercitare pressioni su Putin affinché accetti un…» sbilanciato accordoin Ucraina che avrebbe sancito il ruolo subordinato della Russia. La scorsa primavera Trump ha chiesto di congelare il conflitto, ma Putin ha respinto questa proposta poiché tale scenario non affronta le questioni fondamentali in materia di sicurezza; ecco perché il conflitto continua ancora oggi senza alcuna soluzione in vista.

La Russia e gli Stati Uniti continuano entrambi a prospettare la promessa di un partenariato strategico incentrato sulle risorse e vantaggioso per entrambe le parti, tema che è stato accennato quiqui, come ricompensa per aver ceduto su una posizione che l’altra parte ritiene inaccettabile. Si tratta del rifiuto della Russia di congelare il conflitto senza affrontare le questioni fondamentali in materia di sicurezza e del rifiuto degli Stati Uniti non solo di affrontarle, ma anche di esercitare pressioni sull’Ucraina e sulla NATO affinché facciano altrettanto. Nessuna delle due parti ha accettato di cedere, nonostante questa ricompensa.

Il dilemma che ne derivò portò alla trasformazione della Dottrina Trump. Putin mise Trump in una situazione di zugzwang in cui poteva scegliere se mantenere l’intensità del conflitto, con il rischio di un’altra «guerra senza fine», oppure «escalare per de-escalare», con il rischio di una terza guerra mondiale. Trump riuscì a districarsi in modo creativo da questa trappola replicando la politica del «rollback» di Reagan in un contesto moderno. Nel momento in cui ha “rollbackato” l’influenza della Russia in Venezuela e in Iran, aveva già compiuto mosse importanti in Armenia-Azerbaigian, Kazakistan e persino in Bielorussia.

Il primo ha fatto pace a Washington e ha accettato un corridoio commerciale controllato dagli Stati Unitiche fungerà da doppia via di rifornimento militare per estendere l’influenza occidentale, compresa quella della NATO lungo l’intera periferia meridionale della Russia. Ciò ha incoraggiato il secondo ad accettare un accordo sui minerali criticie annunciare il suo produzione prevista di proiettili conformi agli standard NATO. Per quanto riguarda il terzo, i suoi colloqui con gli Stati Uniti mirano a incoraggiandone la defezione dalla Russia, il che complicherebbe notevolmente il operazione specialela sua ipotetica durata indefinita.

Questi sei paesi – Venezuela, Iran, Armenia, Azerbaigian, Kazakistan e Bielorussia – non sono gli unici in cui gli Stati Uniti stanno «riducendo» l’influenza russa da quando SerbiaCubaSiriaLibiae il Alleanza del Sahel(Mali, Burkina Faso e Niger) sono anch’essi nel mirino. MyanmarNicaraguapotrebbe essere il prossimo. In assenza di un accordo con Trump – al quale Putin potrebbe essere ulteriormente indotto ad acconsentire se Trump promettesse di ridurre la pressione degli Stati Uniti su alcuni – ma non su tutti – di questi paesi – la Russia potrebbe perdere tutti questi partner col passare del tempo.

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La guerra tra Russia e Tuareg era inevitabile fin dal momento in cui Wagner è arrivato in Mali

Andrew Korybko1° maggio
 
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Per riprendere le parole di Putin quando si riferiva all’abbattimento accidentale da parte della Siria di un aereo spia russo alla fine del 2018, mentre cercava di colpire un jet israeliano, «è stata più che altro una concatenazione di tragiche circostanze» a provocare la guerra russo-tuareg, e col senno di poi si sarebbe potuta evitare.

La Russia si trova di fatto in uno stato di guerra con i ribelli tuareg del Mali, considerati terroristi, a causa del Africa Corpsil ruolo svolto nell’aiutare le Forze Armate del Mali (FAMA) a respingere l’attacco sferrato dai “Fronte di Liberazione dell’Azawad» (FLA) e i loro alleati islamisti radicali della «Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin» (JNIM). Wagnerè arrivato in Mali nel fine del 2021con l’intenzione di aiutarlo a combattere gruppi come il JNIM, non i separatisti del FLA; tuttavia, col senno di poi, da quel momento in poi la guerra tra russi e tuareg era inevitabile.

Era assolutamente impossibile che la Francia, e in seguito gli Stati Uniti e l’Ucraina negli anni successivi all’inizio della speciale operazionealcuni mesi dopo, nel febbraio 2022, sarebbe perdere l’occasione di cooptarei Tuareg contro la Russia, in un momento in cui l’accordo di pace tra questa minoranza e lo Stato è ancora fragile (il Accordo di Algeri del 2015). Dal loro punto di vista, coinvolgere la Russia in una guerra civile sostenuta dall’estero a mezzo emisfero di distanza la costringerebbe al dilemma a somma zero tra un’escalation della missione con costi crescenti o una ritirata indegna sotto il fuoco nemico.

Per quanto riguarda i Tuareg, proprio come i curdi, hanno sempre accettato il sostegno di chiunque per promuovere la loro causa autonomista-separatista (i loro obiettivi variavano a seconda delle le numerose guerre tuareg in Mali e in Niger(dopo l’indipendenza), anche se questo sostiene la causa dei propri sostenitori(compresi gli islamisti radicali). È quanto è accaduto con il sostegno che avevano ricevuto in precedenza dal defunto Gheddafi, che ora assume la forma di speculativoil sostegno della Francia e degli Stati Uniti, nonché sostegno confermato dall’Ucraina.

Lo Stato maliano è ovviamente contrario al separatismo e ha sempre provato disagio nel concedere ai tuareg qualsiasi grado di autonomia, come previsto dai precedenti accordi di pace; ecco perché ne ha sempre ritardato l’attuazione, scatenando così inevitabilmente, dopo un certo periodo, un nuovo ciclo di guerra. Di conseguenza, ha dipinto la causa tuareg come una questione terroristica, sottolineando alcuni casi in cui i suoi sostenitori hanno fatto ricorso a tali mezzi, dopodiché ha chiesto alla Wagner di aiutare le FAMA a sradicarla una volta per tutte.

La Russia ha aderito perché a quel punto aveva già ha perso gran parte delle competenze regionali acquisite durante l’era sovieticache altrimenti avrebbero potuto far capire ai decisori politici che venivano manipolati per essere coinvolti in una guerra civile con il pretesto della lotta al terrorismo, a causa del ricorso occasionale a tali mezzi da parte degli insorti. A differenza dell’URSS, la Federazione Russa ha faticato a rifornire il proprio bacino di esperti a causa dei finanziamenti molto più limitati, e alcuni di coloro che hanno superato la formazione specialistica hanno poi lasciato il settore pubblico per passare al settore privato o si sono trasferiti all’estero in cerca di retribuzioni più elevate.

La Russia è così diventata parte in causa diretta nella guerra civile maliana, in cui i Tuareg hanno ricevuto vari livelli di sostegno straniero, invece di contribuire in modo più efficace al raggiungimento dell’obiettivo del Paese ospitante «Sicurezza democratica«…» proponendo soluzioni diplomatiche creative prima di ricorrere all’uso della forza. Peggio ancora, la FAMA sembra aver dato per scontato il sostegno della Wagner e poi dell’Africa Corps, il che spiega perché non è riuscito a padroneggiareraccolta di informazioni, impiego di droni e operazioni di incursione, nonostante oltre quattro anni di addestramento.

Per incanalare PutinQuando si parla dell’abbattimento accidentale da parte della Siria di un aereo spia russo alla fine del 2018, mentre cercava di colpire un jet israeliano, «è stata più che altro una concatenazione di tragiche circostanze» a provocare la guerra russo-tuareg, e col senno di poi si sarebbe potuto evitare. Prima la Russia se ne renderà conto, tanto prima potrà proporre soluzioni diplomatiche creative, dato che un accordo politico credibile e effettivamente attuato rappresenta l’unico modo per risolvere la guerra civile in Mali e unire le forze contro gli islamisti radicali.

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Un importante esperto russo ha criticato la risposta “razionale” della Cina alle recenti mosse degli Stati Uniti

Andrew Korybko2 maggio
 
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Il sottotesto è che la Russia sta ora rivedendo la propria valutazione del ruolo della Cina nell’ordinamento mondiale in evoluzione.

Timofei Bordachev, direttore del programma del Club Valdai, è uno dei massimi esperti russi, e la sua istituzione ospita Putin ogni autunno per una lunga sessione di domande e risposte, motivo per cui i suoi articoli meritano attenzione. Il suo ultimo articolo verteva sulla “Strategia della Cina in un contesto di rivalità globale sempre più accesa” e concludeva che “In un futuro non troppo lontano, assisteremo probabilmente alle conseguenze di decisioni la cui razionalità appare ora del tutto evidente.” Il contesto riguarda la risposta della Cina alle recenti mosse degli Stati Uniti in Venezuela e in Iran.

Secondo Bordachev, la Cina «occupa senza dubbio il primo posto, addirittura davanti alla Russia e agli Stati Uniti», quando si parla di «quelle potenze considerate da molti come potenziali artefici di un nuovo ordine internazionale». La Russia e gli Stati Uniti, a suo avviso, sono attualmente troppo «assorbiti dalla loro rivalità in Europa». L’iniziativa cinese Belt & Road (BRI), insieme alle sue quattro iniziative globali, ha fatto sì che essa «fosse percepita da molti in tutto il mondo come una vera alternativa agli Stati Uniti e all’Occidente nel suo complesso».

Secondo Bordachev, «anche la retorica cinese, plasmata in un periodo in cui gli Stati Uniti hanno dato prova di moderazione persino nelle regioni geograficamente più vicine a loro, ha contribuito a questa percezione». Tali «aspettative gonfiate», come le ha descritte, «riflettono il semplice desiderio di un gruppo significativo di potenze medie e piccole di ottenere un’alternativa, se non un vero e proprio sostituto, all’Occidente». La risposta moderata della Cina alle recenti mosse degli Stati Uniti in Venezuela, Cuba e Iran «ha in qualche modo alterato questo quadro».

Bordachev ha poi precisato che «alcuni osservatori preoccupati si sono persino chiesti se la Cina non stia deludendo le aspettative riposte in lei, minando così la propria posizione sulla scena internazionale», sottolineando l’importanza del petrolio iraniano per la sua economia. Secondo le sue parole, «ciò è tanto più degno di nota se si considera che l’Iran è membro a pieno titolo di organizzazioni fortemente sostenute dalla Cina, quali l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai e il BRICS». Questo contesto ha fatto da premessa alle sue dure critiche.

«In definitiva, per una potenza di questo tipo, l’interruzione dei legami economici esterni derivante dalla perdita di posizioni geopolitiche potrebbe rivelarsi un fattore significativo che mina proprio quella stabilità interna che le autorità cinesi cercano di preservare. In altre parole, la Cina potrebbe essere troppo profondamente radicata nell’economia globale per limitarsi interamente alla sua sfera di interessi immediata”, ha scritto Bordachev. Queste analisi qui e qui hanno spiegato in precedenza come la Terza Guerra del Golfo promuova l’agenda strategica degli Stati Uniti contro la Cina.

Ciò che conta di più è che un esperto del calibro di Bordachev stia ora facendo eco alla stessa analisi, ovvero alla sua insinuazione secondo cui gli Stati Uniti rischiano di minare la stabilità interna della Cina attraverso le loro recenti mosse in Venezuela e in Iran, paesi che insieme rappresentano quasi un quinto delle sue importazioni petrolifere via mare. La risposta “razionale” della Cina ha contraddetto le sue aspettative e, per estensione, quelle dei suoi colleghi esperti russi, costringendolo così a sfidare uno dei tabù principali di questa comunità criticando pubblicamente la Cina.

Quella che Bordachev ha definito la «strategia a lungo termine della Cina volta a prevalere sull’America senza ricorrere a uno scontro diretto» viene messa in discussione per la prima volta da un autorevole esperto russo. Leggendo tra le righe, egli riconosce tacitamente che la Russia non è in grado di infliggere una sconfitta strategica agli Stati Uniti attraverso l’Ucraina, da cui la necessità che la Cina intervenga in qualche modo per facilitare la loro visione condivisa del futuro. Il fatto che finora ciò non sia avvenuto spinge la Russia a rivalutare la propria valutazione del ruolo della Cina nell’ordinamento mondiale in evoluzione.

I principali think tank russi e indiani hanno elaborato un piano per riequilibrare le relazioni economiche.

Andrew Korybko30 aprile
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Sanzioni, burocrazia e logistica rappresentano i principali ostacoli alla “diversificazione dei legami economici e alla correzione degli squilibri esistenti”, ma questi possono essere superati grazie a un maggiore ruolo delle PMI, a una maggiore localizzazione e semplificazione delle procedure, nonché all’ottimizzazione dei corridoi commerciali.

Il Consiglio russo per gli affari internazionali (RIAC) e Gateway House, che sono tra i principali think tank del loro paese, hanno pubblicato a fine marzo un rapporto congiunto sul passaggio a ” Relazioni economiche Russia-India più equilibrate ” per il secondo incontro Russia-India. Conferenza internazionale . Il documento è lungo oltre 40 pagine, quindi questo articolo evidenzierà i punti salienti e li analizzerà brevemente. Il rapporto inizia riconoscendo le sfide poste dalle sanzioni statunitensi per il raggiungimento dell’obiettivo di 100 miliardi di dollari di scambi commerciali bilaterali entro il 2030.

La soluzione proposta, soprattutto per i settori petrolifero e finanziario, prevede un ruolo molto più incisivo per le PMI indiane, data la loro minore (se non nulla) esposizione alle sanzioni secondarie statunitensi. Il modello cinese delle piccole raffinerie a forma di “teiera” viene citato come esempio da seguire per l’industria petrolifera indiana. Gli autori hanno inoltre proposto una cooperazione bilaterale per la costruzione di impianti simili in Afghanistan, Bangladesh, Kenya, Myanmar e Sri Lanka, ad esempio. In questo modo, l’India aiuterebbe la Russia a soddisfare la sua minore domanda.

Il loro suggerimento per ampliare la cooperazione sui minerali critici è che le loro aziende statali creino iniziative congiunte di ricerca e sviluppo per rafforzare la loro autosufficienza tecnologica. Per quanto riguarda l’applicazione dello stesso principio nel più ampio settore sanitario (biotecnologie, prodotti farmaceutici, ecc.), si raccomanda ai produttori indiani di localizzare la produzione, i diritti di proprietà intellettuale, ecc., in Russia per superare più facilmente gli ostacoli burocratici. Le capacità di ricerca russe potrebbero inoltre combinarsi con la capacità produttiva indiana per espandere la quota di mercato nei paesi terzi.

Gli ostacoli burocratici menzionati in precedenza impediscono anche la cooperazione nei settori alimentare e tessile, ma la semplificazione delle procedure potrebbe essere d’aiuto, soprattutto attraverso la creazione di piattaforme digitali unificate. Una maggiore cooperazione industriale è possibile, in particolare nei settori automobilistico, aeronautico e ferroviario, ma la localizzazione è probabilmente il prerequisito. Il miglioramento della logistica lungo il Corridoio dei trasporti Nord-Sud e il Corridoio marittimo Vladivostok-Chennai può ridurre i costi e quindi incentivare l’espansione degli scambi commerciali.

Un’ulteriore cooperazione tecnologica è difficile per le molteplici ragioni elencate nel rapporto, non ultima la concorrenza globale, quindi questo potrebbe rivelarsi deludente in futuro. Le PMI di ciascun Paese potrebbero avere maggiori possibilità, ma nel complesso, questo potrebbe non espandere di molto la cooperazione correlata. Molto più promettente è la cooperazione in materia di lavoro, che è già in corso e di cui i lettori possono trovare maggiori informazioni qui , e che consiste sostanzialmente nella sostituzione della manodopera dell’Asia centrale con quella indiana da parte della Russia.

Ricapitolando, sanzioni, burocrazia e logistica rappresentano i principali ostacoli alla “diversificazione dei legami economici e alla correzione degli squilibri esistenti”, ma questi possono essere superati grazie a un maggiore ruolo delle PMI, a una maggiore localizzazione e semplificazione delle procedure, nonché all’ottimizzazione dei corridoi commerciali. Sebbene le prospettive di una maggiore cooperazione tecnologica siano scarse, gli sforzi in tal senso non dovrebbero comunque essere abbandonati, data l’importanza strategica di questo settore, in particolare della sua componente di intelligenza artificiale.

Gli autori concludono che l’obiettivo di Russia e India di raggiungere un interscambio commerciale di 100 miliardi di dollari entro il 2030 è realistico, ma ciò richiede l’urgente attuazione delle suddette proposte per incrementare di altri 40 miliardi di dollari, nei prossimi quattro anni, gli scambi stimati a 60 miliardi di dollari entro il 2025, un obiettivo che sarà molto difficile da raggiungere e poi da mantenere. La terza guerra del Golfo ha tuttavia causato cambiamenti radicali nel mercato energetico globale, nella logistica eurasiatica e nel settore finanziario, quindi è prematuro prevedere le probabilità di successo finché la situazione non si sarà stabilizzata.

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Cinque domande che la Russia dovrebbe porsi in relazione alle attività di sensibilizzazione degli insorti maliani.

Andrew Korybko30 aprile
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Il denominatore comune che lega queste cinque domande è, in definitiva, il modo in cui i vertici militari russi valutano realmente le dinamiche strategiche-militari complessive del conflitto.

L’ ultimo Maliano L’insurrezione ha preso una piega inaspettata dopo che i gruppi designati come terroristi, il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) dei Tuareg e il Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliato ad al-Qaeda, hanno contattato la Russia. I loro messaggi possono essere letti con Google Traduttore qui . In sostanza, si dichiarano aperti a collaborare con la Russia se questa abbandonerà le Forze Armate Maliane (FAMA). Ciò fa seguito al ritiro dignitoso consentito al Corpo d’Armata Africa russo da Kidal. Ecco cinque domande che la Russia dovrebbe considerare:

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1. Quali sono le probabilità che la FAMA riesca a ribaltare la sua situazione?

Nonostante quattro anni di addestramento russo, le Forze Armate del Mali (FAMA) hanno incontrato difficoltà nella controinsurrezione, per le ragioni qui spiegate . Le loro carenze ricordano in modo inquietante quelle dell’Esercito Arabo Siriano (SAA) poco prima della caduta di Assad. Proprio come nel caso della Siria e del SAA, non ci si può ragionevolmente aspettare che la Russia si assuma la piena responsabilità della difesa del Mali se le FAMA non sono in grado o non sono disposte a intervenire durante questa crisi nazionale. La Russia deve quindi valutare le probabilità che le FAMA riescano a risollevarsi prima di pianificare le prossime mosse.

2. Le iniziative di sensibilizzazione degli insorti sono pragmatismo o una trappola?

Per quanto riguarda il primo scenario, hanno effettivamente permesso al Corpo d’Armata Africa di ritirarsi con dignità da Kidal, ed è possibile che vogliano emulare l’equilibrio tra Est e Ovest del presidente siriano Ahmed al-Sharaa in caso di vittoria. I Tuareg, inoltre, possiedono una cultura guerriera basata su principi, simile al Pashtunwali dei Pashtun . D’altro canto, le FAMA non possono sopravvivere senza il supporto aereo e dei droni russi, quindi questi contatti potrebbero essere uno stratagemma per dividerli, conquistare il paese e poi pugnalare alle spalle la Russia cacciandola subito dopo.

3. Fino a che punto dovrebbe spingersi la Russia se decidesse di perseguire un equilibrio?

Se la Russia percepisce i Tuareg sostenuti dall’Occidente come simili ai curdi siriani con cui era partner e il JNIM allineato ad al-Qaeda come l’Hayat Tahrir al-Sham regionale allineato ad al-Qaeda, allora il nuovo partner Sharaa è salita al potere in Siria, quindi potrebbe decidere di trovare un equilibrio tra sé e lo Stato. La Russia potrebbe chiedere un cessate il fuoco fino alla stesura di una nuova costituzione e allo svolgimento di nuove elezioni (che potrebbe contribuire a organizzare). La questione è se lo Stato accetterebbe e, in caso contrario, come la Russia potrebbe costringerlo a farlo.

4. Quale potrebbe essere la reazione dell’AES al cambio di rotta della Russia?

In questo scenario, i membri burkinabé e nigerini dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES) osserverebbero con attenzione la svolta russa in Mali, che passerebbe dal sostenere incondizionatamente la FAMA a costringere lo Stato ad avviare quella che si configura come una “transizione graduale della leadership” “nell’interesse nazionale”. Potrebbero accettare l’apparente inevitabilità di essere costretti dalla Russia a fare lo stesso, qualora l’Occidente li prendesse di mira come ha fatto con il Mali, oppure potrebbero aggirare la Russia e raggiungere un accordo con l’Occidente prima che ciò accada.

5. Quanto sarebbe sostenibile un nuovo approccio regionale di questo tipo?

Sul fronte militare, ciò richiede il mantenimento del dominio aereo e dei droni per scoraggiare le violazioni del cessate il fuoco, mentre sul fronte diplomatico è necessario un numero sufficiente di specialisti per contribuire alla stesura di nuove costituzioni, come già tentato in passato per quella siriana . Entrambe le figure potrebbero scarseggiare a causa dell’operazione speciale . Gli alleati locali devono inoltre essere in grado di rispondere adeguatamente agli attacchi terroristici urbani, un compito con cui finora hanno tutti faticato. Pertanto, per quanto ambiziosa, questa proposta potrebbe non essere realizzabile.

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Il denominatore comune che lega queste cinque domande è, in definitiva, la valutazione che i vertici russi fanno delle dinamiche militari e strategiche complessive del conflitto. Se sono certi di una vittoria decisiva, non ci saranno cambiamenti di politica, ma modifiche sono possibili se prevedono una situazione di stallo lungo il fiume Niger o addirittura un conflitto congelato, mentre sono quasi inevitabili se concludono che una sconfitta strategica e la conseguente ritirata indecorosa dal Mali siano probabili. Tutto sarà più chiaro il mese prossimo.

La Polonia sta rapidamente perdendo il favore degli Stati Uniti

Andrew Korybko30 aprile
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Il leader dell’opposizione conservatrice è convinto di star distruggendo le relazioni polacco-americane su istigazione della Germania.

Pochi paesi hanno visto la propria fortuna con gli Stati Uniti precipitare così rapidamente come quella della Polonia negli ultimi giorni. Si è passati da quella che il Segretario alla Guerra Pete Hegseth aveva definito un anno fa un ” alleato modello ” degli Stati Uniti, all’ambasciatore americano in Polonia Tom Rose che la settimana scorsa ha dichiarato : “Anche noi ci chiediamo se i nostri alleati ci siano leali quanto loro si aspettano che noi lo siamo a loro”. Questa era l’ultima parte del suo lungo post in risposta alle dichiarazioni del Primo Ministro polacco liberale Donald Tusk, che in un’intervista al Financial Times aveva messo in dubbio la lealtà di Trump 2.0 alla NATO.

Di conseguenza, si è affermato che ” Tusk è determinato a spostare la Polonia dal campo americano a quello franco-tedesco “. Il leader dell’opposizione conservatrice Jaroslaw Kaczynski ha risposto con un tweet: “Ancora una volta, Tusk si è lasciato provocare e ha eseguito gli ordini di Berlino, attaccando gli americani… Tusk sta distruggendo le relazioni polacco-americane, mentre allo stesso tempo la Germania sta intensificando la cooperazione con gli americani sul concetto di NATO 3.0 ” .

Ha concluso dicendo: “Tusk è stato ingannato di nuovo. Siamo governati da agenti o da persone a cui Dio ha negato qualsiasi capacità politica?”. Il riferimento di Kaczynski agli “ordini da Berlino” e il suo interrogativo sul fatto che la Polonia sia “governata da agenti” sono allusioni a quando, alla fine di dicembre 2023, disse a Tusk : “So una cosa, sei un agente tedesco. Semplicemente un agente tedesco”. Questo è un riferimento all’osservazione che Tusk ha regolarmente promosso gli interessi tedeschi nel corso della sua carriera.

Nel frattempo, la parte relativa alla Germania fa riferimento al sottosegretario alla Guerra Elbridge Colby che l’ha elogiata in una serie di tweet , uno dei quali affermava che “la Germania si sta assumendo una quantità di responsabilità storicamente senza precedenti per l’Europa”. Lo sfondo riguarda l’ intervento su larga scala della Germania. Il rafforzamento militare , che qui è stato valutato come parte di una sana competizione con la Polonia per guidare il contenimento della Russia, sembra però che, dopo aver inutilmente offeso Trump, la Polonia si stia nuovamente subordinando alla Germania .

Gli Stati Uniti non sono più considerati un contrappeso alla Germania, né tantomeno il principale partner per la sicurezza della Polonia, ruolo che ora è ricoperto dalla Francia, grazie alle sue recenti e annunciate esercitazioni nucleari regolari dirette contro Russia e Bielorussia. A tal proposito, il presidente Emmanuel Macron ha dichiarato ai media alla fine della scorsa settimana che i presidenti di Stati Uniti, Russia e Cina “sono totalmente contrari agli europei”, lasciando intendere di aver condiviso opinioni simili con Tusk durante il loro incontro a Danzica qualche giorno prima.

Non sarebbe quindi azzardato ipotizzare che Tusk stia effettivamente “distruggendo deliberatamente le relazioni polacco-americane”, come aveva valutato Kaczynski, ma a causa di una combinazione di influenze tedesche e francesi, e non solo tedesche come aveva supposto. L’ex capo dell’Ufficio per la Sicurezza Nazionale, Slawomir Cenckiewicz, ha affermato la settimana scorsa che “una caratteristica distintiva del governo di Tusk è un netto anti-atlanticismo e anti-americanismo”, che i due starebbero ora plausibilmente sfruttando a questo scopo.

Il rivale di Tusk, il presidente Karol Nawrocki, mantiene ancora buoni rapporti con Trump ed è alleato con i conservatori filoamericani di Kaczynski. Ciononostante, questo potrebbe non bastare a impedire a Tusk di spostare la Polonia dal campo americano a quello franco-tedesco, dopo che Trump 2.0 ha manifestato il suo disappunto nei confronti del Paese attraverso un post dell’ambasciatore in Polonia. Certo, finora non è accaduto nulla di concreto che possa compromettere i rapporti, ma Trump potrebbe fare il grande passo se Tusk continuerà a offenderlo, come probabilmente desiderano Germania e Francia.

La riconciliazione con lo Stato, non la ribellione contro di esso, è la strada migliore per i Tuareg del Mali.

Andrew Korybko29 aprile
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Se i Tuareg ponessero fine alla loro ribellione, tagliassero i ponti con i loro finanziatori stranieri e si alleassero con lo Stato contro il JNIM, affiliato ad al-Qaeda, allora alcuni elementi dell’Accordo di Algeri potrebbero essere ripristinati, garantendo loro la massima autonomia realisticamente ottenibile nelle circostanze regionali.

Nel fine settimana, i ribelli tuareg del Mali, designati come terroristi e appartenenti al ” Fronte di Liberazione dell’Azawad ” (FLA), si sono alleati con i terroristi islamici di ” Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin ” (JNIM) per compiere una serie senza precedenti di attacchi su scala nazionale . Entrambi i gruppi avevano precedentemente ricevuto addestramento all’uso di droni dall’Ucraina . Sono inoltre considerati agenti degli Stati Uniti e della Francia, mentre si sospetta che l’Algeria fornisca supporto logistico al FLA. Questi elementi hanno trasformato un conflitto locale in un conflitto internazionale.

La scintilla che ha innescato quest’ultima ribellione dei Tuareg è stato il ritiro dello Stato, nel gennaio 2024, dagli Accordi di Algeri del 2015, adducendo come motivazione le presunte violazioni dei diritti umani commesse dai Tuareg con il sostegno dell’Algeria . Dal punto di vista dello Stato, la concessione di autonomia amministrativa, fiscale e in materia di sicurezza locale (polizia) alle regioni del Paese rischiava di essere sfruttata da forze straniere ostili per balcanizzare il Mali, mentre i Tuareg ritenevano che la lenta attuazione degli accordi da parte dello Stato dimostrasse la sua insincerità.

L’asimmetria militare tra i Tuareg e lo Stato, ora sostenuto dal Corpo d’Armata Africa russo e in precedenza dal Corpo Wagner , contestualizza la loro decisione di affidarsi all’Algeria per il supporto logistico, all’Ucraina per l’addestramento con i droni, agli Stati Uniti e alla Francia per altri aiuti e al JNIM per i soldati di fanteria. Il loro calcolo era apparentemente quello di poter ottenere maggiori concessioni dallo Stato, come un’ampia autonomia federale simile a quella bosniaca o persino l’indipendenza totale.

Si trattò di un errore di valutazione per tre motivi. In primo luogo, l’Algeria desidera solo l’attuazione dell’accordo da essa mediato per scongiurare disordini regionali tra i Tuareg, non un’indipendenza di fatto per loro, che rischierebbe di incoraggiare la propria minoranza a imbracciare le armi per perseguire lo stesso obiettivo. Potrebbe quindi ricorrere all’azione militare per impedire questo scenario, proprio come la Turchia ha fatto in Siria contro i curdi. Il paragone tra i Tuareg e i curdi siriani ci porta direttamente al secondo punto.

Il precedente curdo suggerisce che gli Stati Uniti non permetteranno ai Tuareg di raggiungere i loro obiettivi separatisti o persino di ampia autonomia. I legami degli Stati Uniti con gli attori regionali a livello statale hanno la precedenza. I Tuareg potrebbero quindi essere traditi, proprio come è successo ai curdi siriani all’inizio di quest’anno, come spiegato qui . Nell’ipotetica illusione politica che ciò non accada e che l’Algeria non soffochi il loro progetto di ampia autonomia o di vero e proprio separatismo, non c’è alcuna garanzia che sopravvivrebbero abbastanza a lungo ai loro “alleati” del JNIM per poterne godere.

Se prendiamo come esempio l’ISIS, anche questo gruppo affiliato ad al-Qaeda massacrerà le minoranze, pur lasciando forse in vita i Tuareg abbastanza a lungo da conferire una parvenza di legittimità alla loro temporanea causa anti-statale condivisa. I curdi hanno combattuto l’ISIS e per questo sono stati massacrati immediatamente, a differenza dei Tuareg, che per ora sono loro alleati. Una volta che non saranno più utili, rischieranno di essere massacrati anche loro, e non potranno difendersi da nessuna parte con la stessa efficacia dei curdi (che, nonostante ciò, sono stati comunque massacrati in massa).

Sebbene il Mali abbia adottato lo scorso anno una Carta nazionale per la pace e la riconciliazione che sostituisce l’Accordo di Algeri, se i Tuareg ponessero fine alla loro ribellione, interrompessero i finanziamenti stranieri e si alleassero con lo Stato contro il JNIM, allora alcuni elementi di questo patto potrebbero essere ripristinati. Pur imperfetto, l’Accordo di Algeri garantiva loro la più ampia autonomia realisticamente possibile nelle circostanze regionali, il che è preferibile al loro destino se continuassero la ribellione sostenuta dall’estero e dal terrorismo.

L’Iniziativa dei Tre Mari riveste un particolare valore politico per i conservatori polacchi e per Trump 2.0

Andrew Korybko2 maggio
 
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Ora rappresenta un modo per gli Stati Uniti di riconquistare la fiducia dei polacchi e per i conservatori di guadagnare un vantaggio in vista del 2027.

In occasione del vertice della Three Seas Initiative (3SI) dello scorso anno che “La ‘Three Seas Initiative’ avrà un ruolo di primo piano nell’Europa post-conflitto” grazie ai suoi progetti di connettività logistica ed energetica che rispettivamente facilitano i dispiegamenti della NATO verso est e il disaccoppiamento energetico dell’UE dalla Russia. Il vertice 3SI di quest’anno ha ribadito i piani anti-russi del gruppo dopo che la Dichiarazione di Dubrovnik ha evidenziato dieci progetti, cinque logistici e cinque energetici, che sono esplicitamente descritti come aventi un duplice uso in materia di sicurezza.

I progetti logistici sono Rail2SeaRail AdriaticRail BalticaVia CarpatiaVia Baltica, mentre quelli energetici sono l’Adriatic Pipeline, il Vertical Gas Corridor, il Amber Gas Corridor, il Baltic Eagle Gas Hub e il Solidarity Ring, sui quali i lettori possono trovare ulteriori informazioni ai link precedenti. Si parla anche di un maggiore coinvolgimento nel Trans-Caspian Corridor, ma probabilmente tenendo presente la scorciatoia dello scorso agosto denominata “Trump Route for International Peace and Prosperity” (TRIPP) attraverso l’Armenia meridionale.

Nel suo discorso, il presidente polacco conservatore Karol Nawrocki ha affermato che «la Polonia è pronta a diventare la “porta d’accesso settentrionale” per il gas americano verso l’intera regione», un concetto descritto lo scorso anno in relazione a come «la Germania rischia di perdere & la Polonia a guadagnarci dall’ultima mossa energetica dell’UE”. Ciò è in linea con la sua visione degli Stati Uniti che aiutano la Polonia a ripristinare il suo status di grande potenza, descritta in dettaglio qui, in cui la 3SI occupa un ruolo fondamentale, rafforzato dai legami commerciali e di difesa degli Stati Uniti con il gruppo.

Le sue lodi agli Stati Uniti contrastano con quelle del suo rivale liberale, il primo ministro Donald Tusk, che alla fine del mese scorso, in un’intervista al Financial Times, ha scandalosamente messo in dubbio la lealtà degli Stati Uniti nei confronti della NATO, come è stato analizzato qui come segno dell’intenzione di Tusk di spostare la Polonia dal campo statunitense a quello franco-tedesco. Questo a sua volta richiama l’attenzione sulla posta in gioco delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, poiché una vittoria dei liberali continuerebbe probabilmente questa tendenza, mentre un ritorno dei conservatori (probabilmente in coalizione con i populisti) la invertirebbe.

Nawrocki si era presentato in precedenza come il paladino dei conservatori europei al CPAC di quest’anno, come sottolinea questa analisi qui ha sottolineato, era anche intesa a contrapporre tacitamente il suo filoamericanismo all’avversione dell’AfD per l’egemonia americana sul continente, facendo così il massimo appello a Trump 2.0. L’intento non dichiarato è che gli Stati Uniti continuino a considerare la Polonia come il loro “alleato modello” in Europa, secondo l’elogio del Segretario alla Guerra Pete Hegseth della scorsa primavera, nonostante il recente scandalo di Tusk, in modo che gli Stati Uniti appoggino i conservatori nel 2027.

A differenza dell’Ungheria, dove il suo sostegno non è servito a Viktor Orbán, gli Stati Uniti godono ancora di popolarità in Polonia grazie alla promessa (recentemente ribadita dall’ambasciatore) di far valere l’articolo 5 nell’ipotesi fantasiosa di un’invasione russa, ma molti polacchi ora ne mettono in dubbio l’affidabilità a causa della loro avversione di parte nei confronti di Trump. Ciononostante, la campagna si sta già delineando per trasformare le elezioni del Sejm del prossimo autunno in un referendum sul fatto che gli Stati Uniti o l’Intesa franco-tedesca debbano essere il principale partner di sicurezza della Polonia, cosa che Nawrocki potrebbe incoraggiare.

A patto che Trump 2.0 non reagisca in modo eccessivo agli attacchi di Tusk, un aumento degli investimenti statunitensi nei progetti a duplice uso della 3SI prima delle elezioni potrebbe ripristinare la fiducia dei polacchi nella sua affidabilità, il che potrebbe tradursi in un calo dei voti a favore dei liberali, vista la tipica paura dei polacchi di ciò che accadrebbe «se la Russia invadesse il Paese». Senza gli aiuti statunitensi, ad esempio se Tusk riuscisse a rovinare i loro legami, allora tutti i polacchi sanno che la Polonia verrebbe schiacciata. La 3SI è quindi ora un modo per gli Stati Uniti di riconquistare la fiducia dei polacchi e per i conservatori di ottenere un vantaggio nel 2027.

Lo scambio tra butiagina e poczobut potrebbe portare a una svolta nelle relazioni polacco-bielorusse.

Andrew Korybko29 aprile
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Il rilascio di Poczobut soddisfa una delle tre condizioni indicate dalla Polonia per un riavvicinamento e ha spinto il suo ministro degli Esteri a promettere di “rispondere con buona volontà ai gesti di buona volontà”, il che potrebbe portare a una svolta nelle relazioni tra i due Paesi, ma non è chiaro quale effetto ciò possa avere sui rapporti russo-bielorussi.

L’archeologo russo Alexander Butyagin ha partecipato a uno scambio di prigionieri cinque a cinque tra Russia, Polonia, Bielorussia, Kazakistan, Romania e Moldavia, organizzato dagli Stati Uniti . Ricordiamo che era stato arrestato alla fine dello scorso anno su richiesta dell’Ucraina mentre transitava per la Polonia di ritorno da una conferenza nei Paesi Bassi ed era in attesa di estradizione con l’accusa, di natura politica, di saccheggio di reperti archeologici in Crimea. Gli altri prigionieri rilasciati non sono stati nominati, ad eccezione del giornalista bielorusso di origine polacca Andrzej Poczobut .

È stato arrestato nel 2021, meno di un anno dopo il fallimento della Rivoluzione Colorata appoggiata dalla Polonia nell’estate precedente, e condannato per reati di estremismo nel 2023. Alla fine dello scorso anno, il principale quotidiano polacco Rzeczpospolita, citando fonti anonime, ha riferito che il suo rilascio era una delle tre condizioni per un rilancio delle relazioni bilaterali. Ora, a posteriori, è evidente che Butyagin è stato detenuto proprio per garantire questo risultato attraverso lo scambio di potere che, a quanto pare, era in fase di negoziazione segreta tra tutte le parti già da due anni .

L’opposizione conservatrice polacca si è infuriata per il fatto che Poczobut non sia stato incluso nello storico scambio di prigionieri dell’estate 2024, nonostante la Polonia avesse consegnato la presunta spia russa Pavel Rubtsov, e ha accusato i liberali al governo di non aver promosso quello che molti polacchi considerano, in questo caso, l’interesse nazionale. Il loro leader Jarosław Kaczyński ha fatto riferimento a questo in un tweet in cui celebrava la liberazione di Poczobut. Anche il suo alleato, il presidente Karol Nawrocki, ha lanciato una frecciata al rivale, il primo ministro Donald Tusk, per le sue recenti critiche agli Stati Uniti.

Ah dichiarato ai media: “Spaventare i polacchi con la guerra, attaccare l’alleato che sono gli Stati Uniti e minare gli articoli della NATO è dannoso e sbagliato. È stata un’intervista vergognosa. Soprattutto in un momento in cui gli Stati Uniti e Trump stavano aiutando a liberare i polacchi in Bielorussia”. Questo in riferimento al fatto che Tusk aveva apertamente messo in dubbio la lealtà degli Stati Uniti alla NATO, come parte di quello che alcuni conservatori sono convinti essere un piano deliberato per danneggiare i rapporti bilaterali al fine di accelerare il passaggio della Polonia dal campo statunitense a quello franco-tedesco.

A prescindere dalla politica polacca (importante da monitorare in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027), la liberazione di Butyagin sconvolgerà l’Ucraina e potrebbe portare a un nuovo raffreddamento dei rapporti con la Polonia, mentre quella di Poczobut dimostra che il presidente Alexander Lukashenko continua la sua deriva filoamericana . I suoi recenti timori ( forse di ispirazione russa ) in merito sembrano essersi attenuati, forse grazie alle minacce di Zelensky su istigazione di Trump, come ipotizzato qui , il che potrebbe portare a una svolta nei rapporti con la Polonia.

L’emittente bielorussa BelTA , finanziata con fondi pubblici , ha interpretato le parole del ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski, secondo cui “Siamo sempre pronti a rispondere con buona volontà ai gesti di buona volontà”, come un segnale di speranza per un nuovo capitolo nelle relazioni bilaterali. Lo stesso Lukashenko, a gennaio, ha espresso un’opinione radicalmente diversa sulla Polonia rispetto a quella che aveva esattamente 12 mesi prima, quindi il sentimento sembra essere reciproco. Come spiegato qui a fine marzo, dopo che aveva iniziato a comportarsi in modo sospetto, è probabile che Stati Uniti e Polonia desiderino che Lukashenko diserti e si allontani dalla Russia.

Egli insiste sul fatto che gli Stati Uniti non abbiano tali piani, e la Russia ha effettivamente avuto un ruolo nel soddisfare, da parte della Bielorussia, una delle tre condizioni poste dalla Polonia per un riavvicinamento, sostenendo lo scambio Poczobut-Butyagin, ma il rilascio di Poczobut potrebbe comunque portare a una distensione polacco-bielorussa con implicazioni per la Russia. Finché non comporterà cambiamenti nei legami politici e soprattutto militari della Bielorussia con la Russia, non sarà un problema per il Cremlino e potrebbe persino rappresentare un’opportunità per allentare le tensioni con la NATO, ma è troppo presto per dirlo.

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Quali compromessi reciproci potrebbe comportare un riavvicinamento tra Azerbaigian e India?

Andrew Korybko

1° maggio 2026

Il quadro è ormai pronto affinché ciò avvenga, alla luce dei cambiamenti in atto nella situazione geopolitica del Caucaso meridionale.

I rapporti tra l’Azerbaigian e l’India sono tesi da oltre cinque anni, da quando il Pakistan ha fornito all’Azerbaigian sostegno politico e, secondo quanto riferito, anche militare nel corso del 2020 Karabakh Guerra, il che ha spinto l’India a fornire sostegno politico e, in seguito, armi all’Armenia. In risposta al sostegno pakistano a proprio favore e al sostegno reciproco dell’India all’Armenia, l’Azerbaigian ha raddoppiato il proprio sostegno alla posizione del Pakistan sulla Conflitto in Kashmir. Ciò ha a sua volta influenzato negativamente l’opinione che molti indiani hanno dell’Azerbaigian.

Il risultato è stato che la cooperazione tra Azerbaigian e India lungo il Corridoio di trasporto nord-sud(NSTC), il cui tracciato principale attraversa l’Azerbaigian per collegare l’India e la Russia attraverso l’Iran (ne esistono altri due che attraversano il Mar Caspio e il Turkmenistan-Kazakistan), è diventato complicato e persino incerto. Nell’ultimo anno, tuttavia, si è presentata l’occasione per ricucire i rapporti tra i due paesi dopo che l’Armenia ha ristabilito le proprie relazioni con l’Azerbaigian e il Pakistan ha infine riconosciuto l’Armenia.

Il riavvicinamento tra Armenia e Azerbaigian è stato mediato dagli Stati Uniti, che hanno sostituito la Russia nel ruolo di mediatore in mezzo a La svolta filo-occidentale dell’Armeniae l’ha addirittura sostituita nel corridoio regionale che lo stesso Putin era stato il primo a immaginare, oggi noto come il «La via di Trump per la pace e la prosperità internazionali” (TRIPP). Il Pakistan, che fino ad allora non aveva riconosciuto l’Armenia per solidarietà con l’Azerbaigian, ha poi rivisto la propria politica. Questi cambiamenti geopolitici hanno gettato le basi per un riavvicinamento tra Azerbaigian e India. Ecco cinque approfondimenti sul contesto:

* 19 ottobre 2022: “È importante chiarire le idee errate sulla politica dell’India nei confronti del Caucaso meridionale

* 1° gennaio 2024: “L’India e l’Azerbaigian dovrebbero ricominciare da capo le loro relazioni per il bene superiore del sistema multipolare

* 12 marzo 2024: “La rivalità militare tra India e Pakistan si sta estendendo al Caucaso meridionale

* 17 maggio 2024: “Il terreno è pronto per un riavvicinamento tra Azerbaigian e India

* 5 settembre 2025: “L’instaurazione delle relazioni diplomatiche tra Armenia e Pakistan fa parte di un più ampio gioco di potere

Tornando alle origini delle tensioni nei rapporti tra Azerbaigian e India – originate dal sostegno pakistano all’Azerbaigian che aveva spinto l’India ad appoggiare l’Armenia nel contesto delle tensioni tra questi Stati del Caucaso meridionale – il riavvicinamento tra Armenia e Azerbaigian e i nuovi legami strategici di entrambi con gli Stati Uniti hanno modificato le dinamiche regionali. Il ritorno degli Stati Uniti verso l’Azerbaigian può portare gli Stati Uniti a sostituire il ruolo militare del loro partner minore, il Pakistan, proprio come il riorientamento filo-occidentale dell’Armenia può portarla a sostituire quello dell’India con gli Stati Uniti.

La riduzione del ruolo militare del Pakistan e dell’India nella regione attenua la loro rivalità in quella zona, incentivando così l’Azerbaigian a moderare il proprio sostegno alla posizione del Pakistan sul conflitto del Kashmir, una volta che l’India avrà smesso di difendere quella dell’Armenia sul Karabakh, dopo che la questione sarà stata risolta da Baku. Se l’Azerbaigian riduce la cooperazione militare con il Pakistan e smorza la sua retorica sul Kashmir, mentre l’India riduce la cooperazione militare con l’Armenia e ha già posto fine alla sua retorica sul Karabakh, allora è possibile un miglioramento significativo dei rapporti.

Questi compromessi reciproci potrebbero essere già in vigore senza troppo clamore, secondo quanto riportato da RT all’inizio di aprile, secondo cui «L’India e l’Azerbaigian cercano di ristabilire i rapporti” come dimostrato dalla sesta tornata di consultazioni del Ministero degli Esteri tenutasi all’epoca. La posta in gioco è un rafforzamento dei legami energetici e logistici nell’ambito del NSTC (non appena riprenderà a funzionare, vista la sua sospensione durante il Terza guerra del Golfo), nonché i legami interpersonali, ecc. Il quadro è ormai pronto affinché ciò avvenga, grazie all’evoluzione della situazione geopolitica nel Caucaso meridionale.

La svolta dell’Algeria, simile a quella dell’Arabia Saudita, è responsabile dell’ultima insurrezione in Mali

Andrew Korybko2 maggio
 
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Come nel caso dell’appoggio offerto dall’Arabia Saudita ai militanti dei Fratelli Musulmani nello Yemen, anche questa mossa comporta un rischio enorme di ripercussioni negative, ma è motivata da quella che viene percepita come una situazione di disperazione geopolitica volta a recuperare una sfera di influenza perduta, essenziale per la sua sicurezza.

L’ultima maliana insurrezione, che a sua volta ha portato a una guerra tra russi e tuareg, non sarebbe stata possibile se l’Algeria non avesse cambiato rotta verso i suoi ex nemici separatisti tuareg e islamisti radicali, così come l’Arabia Saudita ha recentemente cambiato rotta per sostenere i suoi nemici dei Fratelli Musulmani nello Yemen. I lettori possono saperne di più sul secondo cambiamento di rotta menzionato qui, poiché il presente articolo tratterà del cambiamento di rotta dell’Algeria e spiegherà come esso abbia facilitato lo scoppio della peggiore crisi degli ultimi anni in Africa occidentale.

L’esperto russo Sergei Balmasov ha dichiarato a African Initiative, il portale d’informazione russo dedicato esclusivamente agli affari del continente, che l’Algeria considera il Sahel come la propria sfera d’influenza esclusiva, per lei ancora più importante di quanto lo sia la Comunità degli Stati Indipendenti per la Russia. Ha inoltre dato credito alla ragionevole ipotesi secondo cui le linee di rifornimento degli insorti passano attraverso l’Algeria. Ciò solleva a sua volta la questione del perché l’Algeria dovrebbe sostenere i suoi ex nemici contro i quali in passato ha combattuto.

Durante il suo “decennio nero” degli anni ’90, l’Algeria ha combattuto contro islamisti radicali simili alla “Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin” (JNIM), che oggi è presente in diversi Stati della regione. Ha inoltre svolto un ruolo di mediazione tra i ribelli tuareg e il Mali, con l’obiettivo di risolvere questo conflitto di lunga data in modo che non si estendesse oltre confine e incoraggiasse la propria minoranza tuareg a prendere le armi. Questo contesto spiega perché il sostegno dell’Algeria a JNIM e al “Fronte di Liberazione dell’Azawad” (FLA) sia così sorprendente.

Tornando alla valutazione di Balmasov, l’arrivo di Wagner in Mali ha involontariamente scatenato un dilemma di sicurezza algerino-russo nonostante fossero partner da decenni, il che ha portato Algeri a chiedere a Wagner di ritirarsi dopo l’imboscata dei Tuareg sostenuta dall’Ucraina dell’estate 2024. Dal punto di vista dell’Algeria, la decisione della Russia di colmare il vuoto di sicurezza lasciato dal ritiro militare della Francia ha interferito con i piani dell’Algeria di ripristinare la propria influenza sul Sahel, specialmente dopo la formazione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES).

Il consolidarsi di questo polo di influenza politico-militare alleato della Russia, che si è inaspettatamente formato proprio ai suoi confini, sembra aver spinto i responsabili politici algerini a un cambiamento radicale di rotta, portandoli a ribaltare definitivamente la loro posizione nei confronti dei ribelli tuareg e degli islamisti radicali. Come nel caso dell’appoggio offerto dall’Arabia Saudita ai militanti dei Fratelli Musulmani nello Yemen, anche questa scelta comporta un rischio enorme di ripercussioni negative, ma è dettata da quella che viene percepita come una situazione di disperazione geopolitica, nella speranza di recuperare una sfera di influenza perduta, essenziale per la propria sicurezza.

I calcoli dell’Arabia Saudita e dell’Algeria sembrano basarsi sul fatto che i loro ex nemici finirebbero per essere in debito con loro, modererebbero le loro posizioni precedentemente estreme per renderle accettabili al loro nuovo protettore de facto e, forse, getterebbero le basi per un’ulteriore espansione della loro sfera d’influenza. Se i loro ex nemici, ora diventati loro alleati, li sfidassero, si rafforzassero unilateralmente e/o tornassero alle loro vecchie abitudini, allora anche loro potrebbero essere schiacciati proprio come lo Yemen del Sud lo è stato dall’Arabia Saudita e come il Mali potrebbe esserlo dagli alleati dell’Algeria.

Lo Yemen del Sud è ora subordinato all’Arabia Saudita in un rapporto rafforzato dai suoi rappresentanti dei Fratelli Musulmani, proprio come il Mali potrebbe presto diventare subordinato all’Algeria in un rapporto che verrebbe rafforzato dai suoi rappresentanti del JNIM-FLA. La causa dello Yemen del Sud è ormai persa, ma quella del Mali ha ancora una possibilità di successo, anche se le probabilità aumenterebbero notevolmente se la Russia lo convincesse a concedere ai Tuareg un’ampia autonomia per staccarsi dall’Algeria e dal JNIM, dopodiché tutti e tre potrebbero concentrarsi sulla sconfitta del JNIM.

Ora sì_di Aurèlien

Ora sì.

Inviando i segnali sbagliati, si finisce per avere a che fare con la società sbagliata.

Aurelien29 aprile
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E come sempre, grazie a chi si impegna instancabilmente nella traduzione nelle proprie lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui , e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono sempre grato a chi pubblica occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citi la fonte originale e me lo faccia sapere. E ora:

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Nel 1943, Jorge Semprùn, un esule spagnolo in Francia, fu arrestato e deportato nel campo di concentramento di Buchenwald per la sua attività nella Resistenza. Semprùn, che all’epoca aveva appena vent’anni, sarebbe stato giustiziato immediatamente, ma la sua vita fu salvata perché l’anno precedente si era unito al Partito Comunista Spagnolo (illegale) e successivamente all’FTP-MOI, l’organizzazione clandestina della Resistenza, composta in gran parte da stranieri e organizzata dal Partito Comunista Francese. Il campo di concentramento, come molti altri in Germania, era di fatto amministrato da un gruppo elitario di detenuti, in questo caso membri del Partito Comunista Tedesco, molti dei quali vi avevano trascorso quasi un decennio. Riconobbero Semprùn come uno di loro e falsificarono i suoi documenti personali per dimostrare che possedeva competenze tali da giustificare la sua sopravvivenza. Trascorse il traumatico anno successivo nel campo, lavorando in un incarico amministrativo. Sopravvisse alla guerra, diventando un alto funzionario del Partito Comunista Spagnolo in esilio, prima di romperne i rapporti e intraprendere una carriera come scrittore di libri e sceneggiature, culminata con la carica di Ministro della Cultura dopo la morte di Franco. Una vita davvero straordinaria, salvata da un tratto di penna.

La sua esperienza è un microcosmo del modo in cui le popolazioni soggette al regime nazista sono sopravvissute, alcune in circostanze estreme come in questo caso (si potrebbe aggiungere Primo Levi, un altro membro della resistenza la cui vita fu risparmiata ad Auschwitz perché era un ingegnere chimico), altre in modo più ordinario. In questo saggio dedicherò qualche parola alla sopravvivenza e alla resistenza, sia fisica che mentale, iniziando deliberatamente con alcuni casi eccezionali, perché credo che ci stiamo addentrando in tempi molto difficili, in cui il tipo di forza psicologica necessaria per la sopravvivenza personale, e il tipo di capacità fisiche e organizzative necessarie anche solo per mantenere in funzione la società, non saranno quelle che la nostra società attualmente valorizza, o che, del resto, è persino in grado di generare. Farò diversi riferimenti alla Seconda Guerra Mondiale, perché ciò che accadde allora e in seguito è un esempio estremo della tesi più ampia che voglio sviluppare.

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Cominciamo dunque dal peggio del peggio. Ho già detto che il modo più semplice per capire i nazisti è considerarli come un gruppo di consulenti aziendali psicopatici. In questo caso, la domanda era semplicemente: chi sarebbe sopravvissuto? L’Europa del 1942 moriva di fame e si rendeva necessario stabilire delle priorità per il razionamento del cibo. In assenza di un’organizzazione tipo McKinsey, i nazisti si misero all’opera per definire le proprie priorità e decidere chi avrebbe ricevuto cibo. Prima di tutto, ovviamente, i tedeschi. Tra questi, i soldati al fronte e gli operai dell’industria erano i più importanti. Dopo i tedeschi, venivano gli stranieri che in qualche modo contribuivano allo sforzo bellico. In fondo a una lunga lista c’erano i prigionieri di guerra e i detenuti dei campi di concentramento, così come le popolazioni civili dei territori conquistati a est. Poiché non tutti potevano essere sfamati, la soluzione fu quella di concentrare il cibo dove era necessario e, beh, sbarazzarsi del resto. Così i due milioni di ebrei polacchi furono assassinati nel 1942. Fino a poco tempo fa, avremmo dato per scontato che questioni così brutali di sopravvivenza e priorità appartenessero ormai a un passato remoto. Ma cosa accadrà quando nel 2027 non ci sarà cibo a sufficienza per tutti in Europa? Quali leader saranno in grado di comprendere, e ancor meno di affrontare, i problemi etici e pratici che certamente ne deriveranno?

Allargando lo sguardo, dovremmo conoscere l’osservazione comune secondo cui alcune persone sopravvivono in situazioni in cui altre non ce la fanno, e alcune si rivelano utili quando altre non lo sono. Pensate a un qualsiasi film catastrofico degli anni ’70, o a qualsiasi storia su un piccolo gruppo di sopravvissuti a un incidente aereo, e capirete cosa intendo. Sopravvivenza non significa solo sopravvivenza fisica. Le prove suggeriscono che la sopravvivenza mentale sia in realtà più importante. Nei campi di concentramento (come nei campi di prigionia nell’Unione Sovietica) coloro che se la passavano peggio provenivano dalla rispettabile classe media, da tempo abituata al rispetto e all’obbedienza dello Stato e degli uomini in uniforme. Banchieri, avvocati, o persino funzionari del Partito nei Gulag, spesso crollavano psicologicamente perché non riuscivano a capire come fossero diventati improvvisamente gli ultimi tra gli ultimi. Dietrich Bonhoeffer, ad esempio, era un pastore e teologo giustiziato dai nazisti poco prima della fine della guerra. Ma quasi fino alla fine, dalle sue lettere emerge la convinzione che fosse stato commesso un errore. Non dovrebbe trovarsi in un campo di concentramento e, se riuscisse a trovare un buon avvocato, potrebbe sicuramente ottenere la liberazione. Lo psicoanalista Viktor Frankl, egli stesso internato ad Auschwitz, racconta di come lui e altri crearono un rudimentale servizio di consulenza per aiutare i nuovi arrivati ​​ad adattarsi meglio all’inferno in cui erano stati mandati. (Oggigiorno, il termine “consulenza” ha un significato leggermente diverso). Al contrario, i detenuti della classe operaia, i criminali recidivi, i sindacalisti e gruppi come gli omosessuali spesso sopravvivevano psicologicamente perché avevano sempre convissuto con l’idea dello Stato come nemico. Come reagirà, al contrario, l’odierna classe media, agiata e privilegiata, a restrizioni così lievi come il razionamento obbligatorio della benzina, la cancellazione diffusa dei voli per le vacanze, i lunghi tempi di attesa e il triage negli ospedali?

Allargando nuovamente il campo di indagine, la guerra e la crisi non sono solo, come ho suggerito , una forma di determinazione del prezzo, ma un modo brutale di separare le persone dotate di forza psicologica e capacità pratiche dalle altre. Semprùn si unì alla Resistenza e sopravvisse ai campi di concentramento in gran parte grazie alla solidarietà del movimento comunista e alla sua lunga esperienza (a parte la sfortunata interruzione tra il 1939 e il 1941) nella lotta contro i nazisti: sembrava naturale, ed è per questo che una parte considerevole della Resistenza proveniva dal Partito Comunista, che era comunque un’organizzazione semi-clandestina, e molti altri provenivano da gruppi politici o sociali marginalizzati e dissidenti. La sociologia della Resistenza nell’Europa occupata è un argomento affascinante di per sé, perché tra i suoi membri figuravano anche cattolici convinti, nazionalisti di destra e semplici patrioti arrabbiati, oltre a gruppi di sinistra. (In effetti, anche le forze dello Stato si ribellarono in alcune occasioni: la liberazione di Parigi fu guidata dalla polizia cittadina, in parte perché disponeva di armi). Ma c’era sempre un’ideologia, una fede, un orgoglio nazionale: tutte cose che abbiamo accuratamente eliminato. In Francia, il mito della resistenza universale, danneggiato da opere come il film del 1968 ” Il dolore e la pietà”, è stato almeno in parte riabilitato grazie al lavoro di storici recenti che hanno avuto accesso agli archivi degli occupanti tedeschi, con le loro infinite lamentele su come una popolazione francese recalcitrante cercasse di rendere la vita difficile a una forza di occupazione già al limite. Come al solito, è anche una questione di contesto: i dilemmi di un ufficiale dell’esercito o di un funzionario governativo di stanza a Parigi sarebbero diversi da quelli di un avvocato in una piccola città della Zona Non Occupata. Ma forse i dilemmi non cambiano poi molto: tra un paio d’anni, un medico si sentirà giustificato ad acquistare benzina al mercato nero per curare i propri pazienti?

Ma c’è anche la questione più positiva di trovare persone con le giuste competenze per i momenti eccezionali, ad esempio nel caos del 1944-45, quando i territori appena liberati dovevano essere amministrati. All’epoca, tali persone erano presenti in numero sufficiente: non è chiaro se lo siano anche oggi. Ciò era già evidente in ambito militare, dove le competenze richieste a un dirigente in tempo di pace non erano identiche a quelle necessarie a un comandante operativo: anzi, era normale che i comandanti in tempo di pace venissero messi da parte quando iniziavano gli scontri a fuoco. Ma anche in tempo di guerra, ogni situazione è diversa e le competenze richieste a un comandante di altissimo livello possono essere tanto diplomatiche e politiche quanto militari. Pertanto, Eisenhower, che non aveva mai comandato truppe in battaglia, era l’uomo giusto per esercitare il comando supremo nel 1944-45, mentre Montgomery non lo era.

Più in generale, è interessante studiare la mobilitazione dei talenti in tempo di guerra in quell’epoca, soprattutto in Gran Bretagna, dove uomini e donne con ogni sorta di abilità ed esperienze bizzarre e straordinarie si trovarono costretti a prestare servizio per lo sforzo bellico, svolgendo compiti che non avrebbero mai potuto immaginare. Allo stesso modo, e questo fenomeno continuò anche in tempo di pace, le organizzazioni militari scoprirono di aver bisogno di persone capaci di svolgere attività non convenzionali, spesso altamente specializzate e segrete. In molti casi, queste persone avevano la reputazione di essere “cattivi soldati” (capelli troppo lunghi, insubordinati) o ufficiali troppo indipendenti per raggiungere i ranghi più alti. È proprio questa disponibilità a lavorare in situazioni non ortodosse, a gestire lo stress che ne deriva e a dimostrare grande indipendenza, che tende a distinguere il vero personale delle Forze Speciali; non l’essere alti due metri e mezzo o capaci di ucciderti con il lato di una scatola di fiammiferi.

Tutto ciò, a sua volta, è un aspetto di una questione più generale e perenne. Qualsiasi organizzazione, di qualsiasi dimensione, presenta una tensione intrinseca tra coloro che svolgono, e continueranno a svolgere, mansioni di routine e coloro le cui competenze li qualificano anche per situazioni non standard. In sostanza, la ridondanza strutturale si basa proprio su questo: la capacità di un’organizzazione di sviluppare e mantenere le risorse necessarie per intervenire in situazioni atipiche e gestirle con successo. Ciò significa prestare attenzione alle persone, non solo alle procedure e alle strutture. Si può avere un piano scritto dettagliato per la gestione delle emergenze e l’attrezzatura adeguata, con formazione obbligatoria, ma nulla di tutto ciò serve se le persone vanno nel panico o svengono alla vista del sangue (sì, l’ho visto succedere). Una buona organizzazione ha anche bisogno di un registro di persone affidabili da poter inviare sul campo, in situazioni non standard, per gestire problemi non standard con buone probabilità di successo.

La ridondanza non deve necessariamente essere drammatica, ma la sua mancanza può avere conseguenze inaspettate e piuttosto gravi. Un’organizzazione efficiente si riconosce dalla ridondanza che ha previsto e dal grado di competenza dimostrato nella gestione delle emergenze impreviste. In un caso celebre del 2009, ben cinque treni Eurostar rimasero bloccati contemporaneamente nel Tunnel della Manica, lasciando a piedi migliaia di passeggeri per lunghi periodi. (Come avrebbe detto Oscar Wilde, uno potrebbe essere considerato una disgrazia, ma cinque sembrano decisamente indice di totale incompetenza). La causa immediata (lo scioglimento della neve sui circuiti elettrici) era meno importante del fatto che l’organizzazione nel suo complesso non avesse piani o capacità per far fronte a situazioni del genere e che il personale non fosse addestrato a gestire migliaia di passeggeri arrabbiati e, in alcuni casi, disperati.

Ma tutto questo costa, vedete, denaro che potrebbe essere speso meglio in jet privati ​​e riacquisti di azioni. Dopotutto, il peggio non è mai certo e potrebbe non accadere mai. Finché non accade. Eppure, la cosa curiosa è che la stessa malattia ha colpito sempre più anche il settore pubblico, dove gli incentivi finanziari non sono così spietati. In effetti, dietro le infinite spinte all'”efficienza” che hanno caratterizzato il settore pubblico in tutto il mondo negli ultimi due decenni, in realtà non c’è alcuna vera razionalità. Tutto ciò che si può dire è che il folklore politico ha sempre etichettato il settore pubblico come “sprecone”, senza spiegare esattamente perché. (Anche se ricordo il caso di un personaggio di spicco del settore privato di qualche anno fa che pretese che un edificio governativo venisse ristrutturato prima di degnarsi di lavorarci: “Non posso portare gente dell’industria in questo porcile”, avrebbe detto). Il risultato è che praticamente qualsiasi iniziativa per tagliare il personale o la spesa viene accolta con entusiasmo e, di conseguenza, è difficile confutarla in modo convincente, per ragioni ideologiche. Dopotutto, finché il sistema funziona, più o meno, se si spende meno, per definizione deve essere diventato più “efficiente”. E anche se stiamo tagliando i costi e non abbiamo capacità di riserva, possiamo sempre affidarci alla fortuna, parlare con tono pomposo di gestione del rischio e pianificazione intelligente, e presumere che il peggio non accadrà mai. Finché non accade.

In misura ben maggiore di quanto la maggior parte delle persone si renda conto, viviamo in una società just-in-time, mentre un tempo vivevamo in una società just-in-case. Le organizzazioni odierne sono strutturate e gestite esclusivamente per circostanze normali, in cui tutto funziona più o meno a dovere e le persone e le risorse sono più o meno adeguate se tutto funziona correttamente e le cose accadono just-in-time. La vecchia abitudine di prevedere un piano di esubero per coprire i dipendenti assenti per malattia o ferie sembrerebbe oggi ridicolmente dispendiosa: la domanda “chi si occupa della questione in loro assenza?” sarebbe priva di significato in molte organizzazioni odierne. Dopotutto, le cose si sistemeranno, no? Finché non si risolvono. Ma se questo è irritante e frustrante nella vita quotidiana, può diventare molto grave quando si tratta di importanti questioni di interesse pubblico. Il Covid ha rivelato che la maggior parte dei governi aveva esaurito le scorte di emergenza, non era riuscita a sviluppare piani di emergenza efficaci e non disponeva di una capacità di risposta sufficiente nei propri servizi sanitari per far fronte a un’emergenza di tali proporzioni. Ma per molti versi ciò non era sorprendente: era già chiaro (ad esempio dalla saga della Brexit nel Regno Unito) che i governi in generale avevano esaurito le proprie riserve al punto da non poter gestire nulla che non fosse assolutamente di routine e prevedibile.

Non si tratta solo di organizzazione, ma anche delle persone che ci lavorano. Non voglio certo dire l’ennesima invettiva contro i giovani (o non più giovani) di oggi. Il fatto è che le persone reagiscono agli stimoli che ricevono dai genitori, dalla società, dalle istituzioni per cui lavorano e, sempre più spesso, dai governi. Credo sia giusto affermare che gli incentivi offerti a chi è cresciuto negli ultimi cinquant’anni abbiano contribuito a creare una popolazione, a tutti i livelli, meno preparata che mai ad affrontare le esigenze pratiche e psicologiche di nuove e significative sfide. E poiché “significative” è un eufemismo per descrivere ciò che ci aspetta nei prossimi anni, la situazione è davvero molto seria.

Prendiamo un semplice cambiamento che ha un impatto su tutti i livelli: il passaggio da aree di lavoro ampiamente definite all’interno delle istituzioni a elenchi minuziosi di obiettivi dettagliati. Questo processo è iniziato negli anni ’90 e ha generato un’intera cultura fatta di caselle da spuntare, percentuali da raggiungere e, soprattutto, obiettivi che potevano essere quantificati in qualche modo. Gli obiettivi non quantificabili tendevano a essere messi da parte. Quando sono entrato a far parte della pubblica amministrazione, arrivavo in un nuovo lavoro con un elenco di quattro o cinque aree generali di cui occuparmi, seguito da una frase come “altri compiti secondo le indicazioni ricevute”. Questo era più o meno lo spirito dell’epoca, e i primi tentativi di sostituirlo con elenchi di obiettivi rigidi ed esclusivi furono accolti con la critica che, se non si sapeva già cosa si doveva fare, allora c’era qualcosa che non andava né nella persona né nell’organizzazione.

Nel tempo, questo ha generato una cultura lavorativa in cui l’iniziativa è di fatto scoraggiata, nonostante le sciocchezze sulle “persone proattive” negli annunci di lavoro. Le persone si limitano a ciò che è stato loro specificamente richiesto di fare, spesso misurato in base a obiettivi quantitativi, e trascurano tutto ciò che, per quanto utile e sensato possa essere, non figura nell’elenco stampato. Questo significa che, di fatto, non esiste alcuna capacità intellettuale o pratica di rispondere all’imprevisto, per non parlare di gravi crisi. E quando inizia il gioco delle colpe, viene considerata una difesa perfettamente ragionevole sostenere che una determinata crisi “non era di mia responsabilità”. Finché si sono rispettati i propri compiti e raggiunti gli obiettivi, nessuno può incolparti se si verifica un disastro altrove. Possiamo osservare questa mentalità all’opera nelle reazioni (o per essere più precisi, nella mancanza di reazioni) dei governi occidentali alle crisi in Ucraina e, ancor più, in Iran. Le persone cercano di affrontare una crisi facendo ciò che hanno sempre fatto, solo in modo più accentuato. Le cose che non rientrano nelle loro responsabilità sono senza dubbio responsabilità di qualcun altro, se non fosse che nessuno, a nessun livello, sembra aver capito che il problema della politica è, come disse Harold Macmillan, “gli eventi”, e quindi nessuno è effettivamente responsabile o preparato per gli eventi imprevisti.

Lo stile burocratico e manageriale della politica moderna, forse esemplificato al meglio dallo sfortunato signor Starmer, non è per definizione in grado di gestire efficacemente gli imprevisti o una vera crisi. Cinquant’anni fa, le burocrazie governative erano in generale, e nonostante le invettive ignoranti rivolte contro di esse, sufficientemente ampie e flessibili da far fronte agli imprevisti. Ora sono sommerse da un’ondata di amministrazione di stampo manageriale-consulente che, unita ai drastici tagli al loro organico e, di conseguenza, al livello di ridondanza intrinseca, ha distrutto qualsiasi reale capacità di rispondere agli imprevisti e, in ogni caso, incoraggia le persone più qualificate ad andarsene.

Le organizzazioni inviano segnali su chi vogliono assumere e chi vogliono mantenere non solo (o principalmente) attraverso la loro immagine pubblica, ma anche attraverso il modo in cui trattano il personale: chi promuovono e chi lasciano da parte. Qualsiasi organizzazione che annunci con orgoglio tagli al personale trasmette il messaggio che gli obiettivi finanziari sono più importanti del benessere dei dipendenti, o persino del corretto svolgimento del lavoro. Molti anni fa, quando mi imbattei per la prima volta nei continui tentativi del Tesoro britannico di ridurre le dimensioni del settore pubblico, notai i continui riferimenti a posti di lavoro “salvati”. Pensando che questo non fosse affatto tipico del Tesoro, indagai ulteriormente, scoprendo che in questo caso “salvati” veniva usato nel senso insolito di “persi”: ovvero, la distruzione dei posti di lavoro dei colleghi di altri ministeri era considerata un’attività moralmente lodevole. (Ma d’altronde ho sempre creduto che i funzionari del Ministero delle Finanze non nascano naturalmente come noi, ma vengano creati in stabilimenti sotterranei, come gli Orchi di Sauron).

Con una forza lavoro sempre più ridotta e una concorrenza sempre maggiore per le posizioni di vertice, gli ambiziosi cercano di decifrare i segnali inviati dalla propria istituzione, mentre gli altri si limitano a fare del loro meglio. Oggi la maggior parte delle istituzioni premia i prudenti e i convenzionali, coloro che difficilmente commettono errori e su cui si può contare per seguire anche le direttive politiche più insensate. Sono lontani i tempi in cui le istituzioni erano sufficientemente ampie e diversificate da accogliere il tipo di persona anticonformista e fuori dagli schemi di cui si potrebbe aver bisogno in caso di emergenza. Il risultato è che le organizzazioni sono diventate avverse al rischio, perché chi le gestisce ha fatto carriera evitando errori e iniziative controverse. Questo non significa che le decisioni prese si siano rivelate vincenti, ma solo che, adottando decisioni di moda o emulando quelle prese altrove, si sono protette dalle critiche quando le cose vanno male. (“Abbiamo seguito la prassi standard.”)

Questo vale persino per l’esercito, il che può sembrare surreale: come si può avere un esercito avverso al rischio? Beh, guerre e ostilità di qualsiasi tipo sono relativamente rare, ma in tempo di pace gli “eventi” accadono ogni giorno. Alcuni anni fa, parlavo con un ufficiale di Marina, il quale osservò che comandare la propria nave – un tempo l’apice dell’ambizione di qualsiasi ufficiale – non era più quello di una volta. Troppe cose potevano andare storte. “L’unico consiglio che do”, disse, “è di non fare cazzate. Cercate di arrivare alla fine del vostro comando senza che la nave si guasti o si incagli, senza accuse di molestie sessuali o cattiva condotta da parte dell’equipaggio a terra. Altrimenti, la vostra carriera è finita”. Lo stesso vale per gli eserciti, che negli ultimi decenni sono stati impiegati in situazioni completamente impossibili, dove le leggi di guerra consolidate sono semplicemente irrilevanti e i soldati di grado inferiore sono lasciati a prendere decisioni di vita o di morte in pochi istanti. Gli alti comandanti sanno che se qualcosa va storto, la leadership politica li rinnegherà. Quindi, per quanto grottesco, ha senso preferire la possibilità che un attentatore suicida uccida alcuni dei tuoi soldati alla possibilità che uno dei tuoi soldati spari a un presunto attentatore suicida, solo per scoprire che non lo è. La prima eventualità non danneggerà la tua carriera: la seconda potrebbe benissimo porvi fine.

Il risultato è che gli eserciti occidentali sono ora guidati da ufficiali prudenti e conformisti, più manager che leader, incapaci di pensare in modo diverso o radicale, o persino di comprendere gli enormi cambiamenti in atto nella guerra e le conseguenze che avranno. Si rendono vagamente conto che i droni hanno cambiato tutto, ma non come, né perché, e tanto meno cosa fare. Fanno discorsi e partecipano a riunioni di commissione in cui tutti dicono le stesse cose, ma nessuno ha davvero idee creative. Si potrebbe fare un paragone superficiale con i generali della Prima Guerra Mondiale, se non fosse che questi ultimi avevano generalmente comandato forze in operazioni e si dimostrarono molto più aperti all’innovazione all’inizio della guerra. Il lavoro quotidiano dei comandanti di oggi, d’altro canto, consiste nella gestione finanziaria, nella riduzione del personale, nelle iniziative per la diversità, nelle decisioni sugli appalti, nelle pubbliche relazioni e nel trattare con una classe politica più disinformata sulle questioni strategiche che mai nella storia. E il loro successo nell’affrontare tali questioni determina in gran parte il loro percorso di carriera. Dopotutto, non abbiamo davvero bisogno di comandanti militari competenti, vero? Finché non ne avremo bisogno.

Gli alti comandanti militari e di polizia, al pari dei capi dei ministeri e degli ambasciatori, reagiscono all’agenda politica dettata dalla loro leadership e dai media: non possono fare altrimenti. E tale agenda si concentra principalmente su banali questioni quotidiane di gestione del personale e delle finanze, su infiniti reportage dettagliati, su scandali effimeri e resoconti sensazionalistici, seppur generalmente privi di fonti, di comportamenti scorretti: in breve, su questioni non tecniche che il giornalista o il politico medio può comprendere. Se non c’è pressione per una visione a lungo termine e innovativa, non ce ne sarà. Se le ricompense consistono esclusivamente nell’affrontare i banali problemi del momento, la capacità di rispondere all’imprevisto si atrofizzerà, o semplicemente non si svilupperà mai.

La situazione sarebbe meno problematica se esistessero forze esterne influenti che chiedessero il riconoscimento della necessità di un cambiamento, come è accaduto per gran parte della storia moderna. Ma sebbene ci siano diversi scrittori e podcaster dissidenti su argomenti come l’Ucraina e l’Iran, essi rappresentano una minuscola frangia dell’élite intellettuale e hanno scarsa influenza. Per ogni ufficiale in pensione su YouTube che ci dice che l’Ucraina perderà, ce ne sono venti o trenta che predicono con sicurezza una vittoria ucraina. Lo stesso vale per i think tank e i media, per le organizzazioni internazionali e per quasi tutta la classe politica e i suoi lacchè. È facile immaginare che tutto ciò sia una vasta cospirazione, ma in realtà la verità è ben più deprimente.

La realtà è che tutte queste persone si assomigliano in modo inquietante. Frequentano le stesse università e studiano le stesse materie, leggono gli stessi media, si rafforzano a vicenda nelle loro opinioni quando socializzano, si sposano tra loro e cercano riconoscimento e promozione attraverso manifestazioni di conformismo, obbedendo così a un comandamento centrale della casta professionale e manageriale (CPM) di cui fanno parte. I tempi in cui i rapporti tra diplomatici, politici e militari erano più difficili e spesso conflittuali, a causa delle loro diverse provenienze e formazioni, sono ormai lontani. Oggi è facile confonderli. E un tempo i giornalisti iniziavano la loro carriera da giovani, sviluppando una propria competenza e, con essa, un sano scetticismo nei confronti del processo politico. Ora frequentano la Scuola di Giornalismo. Infine, la pura difficoltà di trovare un lavoro di valore al giorno d’oggi tende a incoraggiare il conformismo: basta pubblicare un annuncio per una posizione di ricerca sulle relazioni Est-Ovest presso un think tank e si potrebbero ricevere cinquanta candidature di persone qualificate. Perché rischiare con qualcuno le cui opinioni sono un po’ fuori dagli schemi? Si assume qualcuno di sicuro e convenzionale, che ha torto sulla Russia quanto chiunque altro. Ma avere torto sulla Russia è una cosa che capita. Non è un problema, finché non lo diventa.

Pertanto, incentivi perversi hanno creato una classe politica, con i suoi consiglieri e i capi delle istituzioni, che la pensa allo stesso modo, che si concentra principalmente sulla procedura e sull’evitare i rischi, e che è restia a pensare diversamente o ad accettare l’idea che un cambiamento radicale possa essere loro imposto. Se si fosse dovuto progettare una classe dirigente e i suoi accoliti particolarmente impreparati alle probabili conseguenze delle crisi ucraina e iraniana, non si sarebbe potuto fare di meglio. Questo spiega, a mio avviso, la surreale compiacenza che la nostra classe dirigente mostra attualmente. Quando le persone si trovano di fronte per la prima volta a un’idea veramente nuova e disorientante, come la possibile fine di un’economia basata sull’uso massiccio del petrolio, il cervello entra in una sorta di modalità catatonica, tipica di come spesso si reagisce in situazioni di emergenza che mettono a rischio la vita: non con panico o violenza, ma con una sorta di torpore. Sospetto che sia proprio così che le élite occidentali stiano iniziando a reagire ora.

Ma ovviamente anche le persone comuni sono soggette ai segnali della società su cosa sia il successo e a cosa dovrebbero aspirare. Possiamo non rimpiangere la scomparsa di un’etica storica basata sul servizio, il patriottismo, la buona condotta ecc. o l’elevazione di grandi sportivi, eroi di guerra o esploratori a un pantheon da imitare, ma dobbiamo riconoscere che ciò che li ha sostituiti è una semplice etica del successo finanziario, reale o apparente. La nostra società oggi dice alle persone che ciò che conta è quanti soldi hanno, e i giovani prendono esempio dal successo finanziario dei loro anziani. (A Marsiglia, di recente, si sono verificati numerosi omicidi di stampo mafioso commessi da ragazzi di 14 e 15 anni: interrogati dalla polizia, giustificano la loro condotta con la somma di denaro ricevuta). Più in generale, è da molto tempo che non ricordo una figura pubblica di spicco condannata per il modo in cui si è arricchita. Persino coloro che erano disgustati dalla vita privata di Jeffrey Epstein sembravano non avere problemi con il modo in cui aveva guadagnato i suoi soldi.

Tutto parte dall’alto, e la società ci dice molto rapidamente come verrà selezionata la classe dirigente di domani e come dovremmo comportarci se vogliamo farne parte. In gran parte, impariamo, è una questione di credenziali e di avere le opinioni giuste. L’istruzione nel senso tradizionale non è poi così importante: possiamo delegare l’alfabetizzazione e la capacità di calcolo alle macchine. La storia, tutto sommato, è pericolosa da insegnare. Ciò che conta è avere gli atteggiamenti giusti, così che scuole e insegnanti seguano gli incentivi che vengono loro offerti, e gli alunni ne escano funzionalmente analfabeti, il che non ha importanza finché non ne ha. Le università in molti paesi occidentali esistono per fornire credenziali, non istruzione. Selezionano gli studenti, anche per i corsi di laurea specialistica, tanto in base alle “narrazioni personali” e al background etnico o sociale quanto alle capacità accademiche, e ci si aspetta che gli insegnanti (l’ho fatto anch’io) li aiutino a superare la sufficienza, se necessario. In alcuni paesi ci sono serie preoccupazioni per un abbassamento degli standard nelle materie scientifiche e tecniche, inclusa la medicina, ma questo non avrà importanza finché non ne avrà. In fondo, le università si limitano a rispondere agli incentivi che ricevono, ovvero far uscire il maggior numero possibile di persone con un certificato, non necessariamente per fornire una vera istruzione. Anzi, se si guarda il programma degli eventi in programma in una grande università (ne ho uno qui), si nota che si tratta per lo più di una mera ostentazione di virtù: invitare i relatori giusti, affrontare i temi giusti, sostenere le campagne giuste. Come preparazione alla vita nel PMC, è ammirevole. Nel frattempo, possiamo assumere medici e infermieri dall’estero e esternalizzare le esigenze tecniche in India e Cina, almeno finché non sarà più possibile.

La combinazione di questi due fattori sta producendo una classe dirigente sempre meno istruita, ma anche incline a inseguire i lavori che al momento si ritengono più remunerativi o prestigiosi. Oltre a coloro che intraprendono carriere di tendenza come la finanza, le startup internet o le pubbliche relazioni, si è formata una nuova, enorme classe di aspiranti politici, “consiglieri”, personaggi dei media e opinionisti, in realtà non qualificati per nulla e privi di vera esperienza, con gli occhi fissi su una carriera redditizia. Il risultato è una classe dirigente noiosa, scarsamente istruita, priva di esperienza reale e soprattutto conformista, che controlla nervosamente di non aver oltrepassato i limiti del discorso accettato, rischiando così di compromettere l’ambita prossima posizione lavorativa. Proprio il tipo di persone che vorresti al comando quando arriverà lo tsunami.

Ma non si tratta solo di qualità intellettuali o della solidità delle organizzazioni. Si tratta anche di forza personale. Nella mia vita mi sono trovato in alcuni posti e situazioni poco raccomandabili, ma non sono mai stato in guerra (almeno non direttamente) né in prigione, figuriamoci in un campo di concentramento. Gran parte della mia generazione è nata e cresciuta in tempi difficili, ma comunque dopo la guerra, e, almeno nell’Europa occidentale, non dovevamo preoccuparci di qualcuno che bussava alla porta alle tre del mattino o di violenze politiche per le strade. La società occidentale nel suo complesso ha vissuto un’esistenza protetta nelle ultime due generazioni, e la classe dirigente in particolare. Non si tratta solo del fatto che la classe dirigente sia stata al riparo dalla povertà e dall’insicurezza, come lo è sempre stata, ma piuttosto che sia cresciuta con un senso di diritto; meno alla ricchezza materiale che alla felicità e all’ottenere ciò che desidera. Il metodo approvato per accedere a ricompense, potere e influenza oggigiorno, accuratamente inculcato all’università, è dimostrare la propria vulnerabilità o il proprio status di emarginato. La “neurodiversità”, le difficoltà di apprendimento, l’appartenenza a gruppi “storicamente emarginati” ti aiuteranno ad avere successo nella vita e a ottenere lavori migliori con più potere e influenza. (È un po’ come quello che si vede in alcune zone dell’Africa, dove i malati e i mutilati fanno a gara per mostrarti le loro ferite, sperando in un po’ di carità). Questo non funzionerà più, ad esempio, quando si tratterà di razionamento alimentare. Il loro senso di diritto, sia esso finanziario o politico, subirà un duro colpo, e gli stessi governi, non abituati a dover prendere decisioni di questo tipo, saranno probabilmente sopraffatti.

Qualche generazione fa, le società conoscevano la fame, la povertà diffusa e l’insicurezza politica. Questo non le rendeva necessariamente “più forti”, né noi oggi siamo necessariamente “più deboli”. È una questione di abitudine. Il PMC, ben lontano da tutto ciò, vive in una piccola bolla di tranquillità dove questi problemi si verificano perlopiù altrove, e anche in quel caso sono solo occasioni per gesti di facciata. Poi scopri che l’ipermercato vicino a casa tua è chiuso perché i camion delle consegne non sono riusciti a procurarsi il gasolio, che il tuo distributore di benzina è senza benzina e che in farmacia sono finite le medicine per la tosse di tuo figlio. Per tutta la vita sei stato abituato a ricevere le cose senza sforzo e con il minimo dissenso possibile. Gli altri fanno necessariamente ciò che vuoi. Cosa succede quando un gruppo di giovani armati di coltelli viene a svuotare il serbatoio della tua auto e ti chiede soldi per “proteggere” la tua casa? Cosa succede quando ci si imbatte in un posto di blocco improvvisato per il quale bisogna pagare in contanti per superarlo, o quando gli spacciatori chiedono un documento che attesti il ​​proprio indirizzo prima di lasciarvi passare? Certo, queste cose accadono di continuo in altre parti del mondo, ma succedono anche in alcune zone delle città occidentali, comprese aree a pochi chilometri da dove sto scrivendo. Solo che non ancora nelle PMC.

Ma i “leader della comunità” non interverranno forse, come hanno sempre fatto, per colmare il vuoto? Beh, ormai ci sono ampie zone delle città occidentali dove le “comunità” non esistono affatto. Non si può comprare, né tantomeno affittare, un appartamento a Parigi con uno stipendio che si avvicini minimamente a quello di un appartamento normale. Gli appartamenti che sono abitati sono acquistati da persone che lavorano nel settore finanziario, dei media, delle pubbliche relazioni o delle start-up internet, di solito con due stipendi. Quando il tuo condominio è occupato da contabili, operatori valutari, consulenti di pubbliche relazioni, giornalisti televisivi, influencer di YouTube e chirurghi plastici famosi, dov’è la tua comunità? E chi sono i leader naturali? Chi si farà carico con competenza della situazione quando mancherà la corrente?

Alla fine, sono meno preoccupato per la gente comune – sebbene oggettivamente noi stessi soffriremo di più – che per la Compagnia Militare Nazionale, che probabilmente subirà una sorta di esaurimento nervoso collettivo. Non dovremmo idealizzare il passato, ma resta il fatto che il tipo di uomini e donne che hanno combattuto la Seconda Guerra Mondiale e ricostruito l’Europa non esistono più. Ma la cosa scomoda è che non sono loro ad essere eccezionali, bensì la nostra attuale classe dirigente. Viziati intellettualmente e moralmente, convinti di avere diritto a tutto, capaci solo di gestire la routine, incuriositi dal futuro, si troveranno improvvisamente ad affrontare, nel proprio lavoro, cose che non avrebbero mai creduto possibili. Notizie mediatiche assolutamente incomprensibili, crisi economiche, fallimenti, saccheggi su larga scala, crisi politiche, assenza di Internet… e allora la situazione potrebbe davvero farsi seria. Come potrà mai un sistema politico di questo tipo riallacciare i rapporti con la Russia, almeno per avere un po’ di benzina?

Quarant’anni di vandalismo liberal-neoliberale nei confronti della società e dell’economia ci hanno portato a una situazione in cui la nostra società just-in-time può sopravvivere solo se non accade nulla di grave. E se ciò dovesse accadere, ci troveremmo di fronte a una classe politica e a un governo che sembrano essere stati creati appositamente per farsi prendere dal panico, per scappare e, in generale, per reagire nel modo più incompetente possibile. Per decenni ci è stato detto di non preoccuparci, che il peggio non sarebbe mai successo e che comunque non importava. Ora importa eccome.

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L’Impero Romano e l’Impero d’Occidente: un crollo parallelo lungo percorsi contrapposti__di Ugo Bardi

L’Impero Romano e l’Impero d’Occidente: un crollo parallelo lungo percorsi contrapposti.

Ogni passo è prevedibile quando si percorre uno stretto sentiero che conduce alla scogliera di Seneca.

Ugo Bardi27 aprile
 LEGGI NELL’APP 
File:Sarmatian cataphract in Trajan's colmun, 2nd century CE.jpg

La cavalleria romana corazzata, i “catafratti”, raffigurata sulla Colonna Traiana (fine II secolo d.C.), si evolse in truppe ancora più pesantemente corazzate chiamate “clibanari”. Ma queste armi miracolose non riuscirono a impedire il crollo dell’Impero, e si potrebbe anzi sostenere che lo accelerarono.

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Ciò che è stato, sarà; ciò che è stato fatto, sarà rifatto; non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Ecclesiaste 1:9

Si legge che Trump vuole aumentare il bilancio militare statunitense a 1.500 miliardi di dollari all’anno, un incremento di oltre il 40% rispetto all’attuale bilancio di circa 1.000 miliardi di dollari. È una follia? O è un passo inevitabile lungo lo stretto sentiero che porta al collasso?

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Gli imperi sono macchine termodinamiche: hanno bisogno di energia per funzionare. In questo senso, le cose non sono cambiate poi molto dai tempi dell’Impero Romano.

Il diagramma a sinistra è stato creato da Magne Myrtveit per illustrare la struttura del modello di società moderna elaborato nello studio “I limiti della crescita” del 1972. A destra, potete vedere un diagramma simile che ho creato per la società romana antica. Gli elementi dei due diagrammi si sovrappongono.

In entrambi i casi, l’elemento cruciale è l’approvvigionamento energetico. Per l’Occidente moderno, l’energia proviene principalmente dai combustibili fossili. Nel caso dei Romani, l’energia veniva generata indirettamente dall’estrazione di metalli preziosi, argento e oro. Il meccanismo funzionava in questo modo: l’argento veniva utilizzato per pagare i soldati che saccheggiavano le regioni vicine, generando energia sotto forma di schiavi. Gli schiavi venivano poi impiegati per estrarre altri metalli preziosi, e il processo si autoalimentava, generando un circolo virtuoso. L’oro seguiva lo stesso ciclo, sebbene fosse più un simbolo di prestigio tra le élite.

Il problema che i Romani dovettero affrontare fu che i metalli preziosi minerali non erano infiniti e divennero progressivamente più rari e costosi da estrarre. I carotaggi di ghiaccio della Groenlandia raccontano la storia con brutale chiarezza: la deposizione di piombo – l’inevitabile sottoprodotto della fusione dell’argento – raggiunge il picco nella tarda Repubblica e diminuisce costantemente in seguito. La curva di svalutazione del denario nel III secolo si sovrappone quasi perfettamente alla curva di esaurimento della principale risorsa mineraria dell’impero. Quando Diocleziano emanò il suo editto sui prezzi nel 301 d.C., il sistema aveva semplicemente perso le sue fondamenta energetiche. Niente argento, niente legioni. Niente legioni, niente schiavi. Niente schiavi, niente argento. Il circolo vizioso del declino portò l’impero alla sua rovina.

Inflation-Immune Imperium

A differenza dei combustibili fossili, l’argento e l’oro non venivano bruciati, ma scomparivano dall’economia, sepolti in tesori in tempi di crisi, persi con l’usura o spediti in Oriente in cambio di beni di lusso che poi cadevano nell’obsolescenza. E senza ricchezza ed energia, l’Impero Romano non avrebbe potuto sopravvivere.

La lezione per noi è come lo stato tardo romano reagì alla crisi energetica. Le riforme di Diocleziano (circa 284-305 d.C.) trasformarono l’Impero in una dittatura militare nota come Dominato . Si trattava di un’enorme struttura burocratica dedita ad assorbire qualsiasi surplus economico della società romana e a trasformarlo in truppe e armi.

Tra le altre cose, Diocleziano creò le fabricae Armorum : fabbriche di armi statali. Ne furono costruite circa 35-40 in tutto l’impero, elencate dettagliatamente nella Notitia Dignitatum . Erano separate dalla produzione civile, gestite da operai ereditari che non potevano legalmente abbandonare il loro mestiere, e sovvenzionate direttamente dal tesoro imperiale. Questa è la caratteristica istituzionale di un’economia militare tardo-imperiale: l’economia civile non è più in grado di sostenere organicamente la produzione militare, quindi lo Stato deve produrre armi direttamente.

Le Fabricae romane riuscirono con successo a sviluppare armi sofisticate. Nelle Res Gestae (Libro 16.10.8), Ammiano Marcellino descrive la cavalleria pesante romana del IV secolo d.C., i Clibanarii , come:

«…cavalleria con corazze (cataphracti equites), che chiamano clibanarii, mascherati, protetti da corazze di ferro e cinti con cinture di ferro, tanto da sembrare statue levigate dalla mano di Prassitele, piuttosto che uomini. E le leggere piastre circolari di ferro che avvolgevano i loro corpi e coprivano tutte le loro membra, si adattavano così bene a tutti i loro movimenti che, in qualunque direzione avessero bisogno di muoversi, le giunture della loro armatura di ferro si adattavano ugualmente a qualsiasi posizione.»

Eppure, nonostante queste armi potentissime, l’Impero Romano alla fine fallì. Questo perché un’economia puramente militare non crea ricchezza, bensì la distrugge. L’esercito romano riuscì a vincere battaglie fino agli ultimi anni dell’Impero, ma ogni vittoria impoveriva l’Impero e lo avvicinava al collasso. Un esercito non sostenuto da un sistema economico sano è un esercito condannato.

Facciamo un salto ai giorni nostri. La guerra è ormai un processo industriale che richiede il contributo di un intero sistema industriale; è la definizione stessa di “guerra di logoramento”. Indipendentemente da chi vincerà in Iran e in Ucraina, la lezione è: investite di più nell’industria militare . Questo spiega la richiesta di Trump di aumentare il bilancio militare statunitense e ci dice che l'”economia dei consumi” è ormai completamente obsoleta in Occidente, proprio come lo era ai tempi dell’imperatore Diocleziano.

L’Occidente oggi sta ricreando la fabbrica romana Stiamo costruendo armature senza rendercene conto. Lockheed Martin, Raytheon, BAE: si tratta di aziende manifatturiere dipendenti dallo Stato, separate dalla produzione civile e sostenute da appalti governativi diretti. Stiamo ricostruendo la struttura dittatoriale della tarda Roma, completa di lavoratori ereditari (provate a lasciare un lavoro nel settore della difesa con autorizzazione di sicurezza per la vita civile), sussidi statali e separazione dall’economia generale, che sta crollando rapidamente.

Stiamo ripetendo lo schema degli antichi Romani nella ricerca di armi sempre più sofisticate (e in definitiva inutili). L’F-35 statunitense è probabilmente il caccia più avanzato attualmente esistente, l’equivalente dei clibanarii romani . Il problema è che un singolo F-35 costa dalle 2000 alle 6000 volte di più di un drone iraniano Shahed. Per non parlare del costo di una portaerei necessaria per portare l’F-35 nell’area operativa. Questa non è una partita che si può vincere. I Romani l’hanno persa; è probabile che anche gli occidentali di oggi la perdano. Le armi nucleari non faranno altro che peggiorare la situazione.

Certo, gli occidentali non sono stupidi e stanno cercando di riorganizzare il loro sistema industriale seguendo l’esempio di Iran e Ucraina in termini di droni e armi basate sull’intelligenza artificiale. Ma, con tutta la buona volontà, è difficile pensare che l’Occidente possa eguagliare la capacità produttiva del colosso industriale cinese o persino quella di un paese meno sviluppato come l’Iran.

La Cina rimane una società manifatturiera multifunzionale, non puramente militare. Si tratta di una scelta necessaria per mantenere un vantaggio tecnologico che andrebbe perduto se l’industria di un paese fosse orientata esclusivamente alla produzione di armi. Se necessario, il sistema industriale cinese può essere trasformato in un flusso di armamenti talmente massiccio da annientare qualsiasi tecnologia occidentale. La Cina sta inoltre puntando sulla sua capacità di diventare completamente indipendente dai combustibili fossili grazie alle energie rinnovabili. Non dimentichiamo che l’Impero cinese è sopravvissuto a quello romano per quasi duemila anni.

L’Impero d’Occidente è in declino. È normale: tutti gli imperi crescono e crollano. Non sarà un periodo facile, ma dopo ricominceremo con qualcosa di nuovo. Chissà? Il nuovo potrebbe essere migliore del vecchio.

Sheng Tai Wen Ming — Civiltà ecologica.

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Intervista sull’Asahi Shimbun_di Emmanuel Todd

Intervista sull’Asahi Shimbun

La follia sotto Trump sta portando gli Stati Uniti verso una terza grave sconfitta

Emmanuel Todd27 aprile
 
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Di seguito è riportata la traduzione in francese di un intervista rilasciata al quotidiano giapponese Asahi Shimbun durante il mio soggiorno in Giappone, pubblicata sul sito web “Asahi Shimbun Asia and Japan watch”.

In tale contesto utilizzo il concetto di «nazionalismo immaginario» per descrivere la politica estera estremamente ostile alla Cina della signora Takaichi, primo ministro. Presto avrò l’occasione di applicare il concetto di «nazionalismo immaginario» a molte posizioni europee: quelle del Rassemblement National, del federalismo europeo e del neomilitarismo tedesco, per esempio.

Rileggendo questa intervista, mi colpisce la sua schiettezza. Mi sento davvero più libero in Giappone.

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INTERVISTA / Emmanuel Todd: la «follia» sotto Trump sta portando gli Stati Uniti verso una terza grave sconfitta.

Di SHINICHI IKEDA / Redattore

Domanda: Quali sono le ripercussioni a livello mondiale dell’attacco sferrato da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran?

Todd: In qualità di storico, vorrei iniziare con una panoramica generale. Questa guerra in Iran fa seguito a due gravi sconfitte già subite dagli Stati Uniti.

La prima sconfitta è, come vi ho detto durante il nostro colloquio nel febbraio 2025, la sconfitta di fatto degli Stati Uniti di fronte alla Russia in Ucraina.

Gli Stati Uniti, il cui settore manifatturiero è in declino, si sono dimostrati incapaci di fornire agli ucraini armi e munizioni in quantità sufficiente, mettendo in evidenza il fatto che il sistema industriale americano non è in grado di sostenere una guerra su larga scala.

La seconda sconfitta, che è arrivata in seguito, è ancora più significativa: la sconfitta contro la Cina.

Il presidente americano Donald Trump ha minacciato la Cina di imporre dazi doganali, ma quando i cinesi hanno reagito minacciando gli Stati Uniti di un embargo sulle terre rare, ha dovuto fare marcia indietro in men che non si dica.

È quindi chiaro che tutto ciò che fa oggi non è altro che un diversivo volto a far dimenticare a noi – e a lui stesso – quelle gravi sconfitte.

D: Durante la sua ultima visita in Giappone lo scorso autunno, in occasione della sua partecipazione all’Asahi World Forum, lei aveva accennato alla possibilità di un attacco statunitense contro il Venezuela. Ebbene, ciò si è verificato, e gli Stati Uniti hanno ora spostato il baricentro dei loro attacchi verso il Medio Oriente. Cosa ne pensa?

R: Sì. L’attacco contro l’Iran sferrato da Israele e dagli Stati Uniti è iniziato allo stesso modo. Ma poiché l’Iran non è crollato, la situazione è degenerata, e ciò potrebbe benissimo trasformarsi nella terza grande sconfitta per gli Stati Uniti.

D: Dove porterà il mondo l’attacco americano contro l’Iran?

R: La causa profonda di questa guerra è, come ho già accennato nel febbraio 2025, la disintegrazione della società americana e, più precisamente, lo stato di «religione zero». La disciplina morale e spirituale, così come i valori che un tempo univano la società, sono andati perduti.

In questo clima di decadenza e vuoto si diffonde il «nichilismo», in cui sembra che si provi semplicemente piacere nella distruzione e nell’atto stesso di uccidere. Ciò vale anche per Israele.

Se un leader iraniano non si allinea alle intenzioni degli Stati Uniti, lo eliminano. Eliminare, uno dopo l’altro, i leader di un altro Paese: questo non dovrebbe mai essere tollerato.

Questo non è il mondo della politica moderna e ragionevole; è il risultato della follia. I francesi, i giapponesi, i cinesi, tutti sul pianeta devono ammetterlo. È il metodo di Hitler.

D: Non è forse un’espressione estremamente dura?

R: Esatto. Ora parlo in qualità di ebreo. Voglio far capire chiaramente ai lettori giapponesi che io stesso, un francese di origini ebraiche, critico la loro follia e la loro imprudenza più di chiunque altro.

In origine, la «guerra» doveva essere uno scontro tra eserciti. Ma guardate cosa stanno facendo attualmente gli Stati Uniti e Israele. Non si tratta forse di «assassinio», che consiste nel prendere di mira individui e ucciderli? Il ruolo principale nella politica estera americana sembra essere stato trasferito non al Dipartimento di Stato o al Pentagono, ma alla CIA.

D: Intende dire che il sistema politico stesso degli Stati Uniti, una nazione democratica che a luglio festeggerà il 250° anniversario della sua fondazione, si è trasformato?

R: Sì. Devo dire che non si tratta più della «Repubblica» tradizionale composta dal Congresso, dal presidente e dalla Corte Suprema.

Da quanto posso constatare, gli Stati Uniti si sono oggi trasformati in un «impero» composto dal presidente, dal Pentagono e dalla CIA. Il Congresso e la Corte Suprema sembrano essere nient’altro che organi consultivi.

In una politica estera statunitense basata sull’eliminazione mirata di individui, la CIA è diventata l’istituzione più importante. Ciò dimostra che gli Stati Uniti, come nazione, sono degenerati in uno «Stato assassino nichilista».

LA POSIZIONE DI TAKAICHI NEI CONFRONTI DELLA CINA

D: Nell’intervista dello scorso anno, lei ha affermato che il Giappone non dovrebbe lasciarsi coinvolgere in eventuali scontri provocati dagli Stati Uniti, ma che dovrebbe osservare con cautela ciò che accade. Cosa ne pensa ora che il Giappone ha per la prima volta una donna come primo ministro?

R: Non sono ancora in grado di valutare quale tipo di cambiamento ciò comporti per la società giapponese. Tuttavia, in linea generale, la prima donna a ricoprire la carica di capo di Stato o primo ministro spesso si comporta come un uomo per dimostrare che non vi è alcuna differenza tra uomini e donne.

Ho sentito dire che la prima ministra Sanae Takaichi ammirava l’ex prima ministra britannica Margaret Thatcher, ma devo sottolineare che è pericoloso. Sebbene la Thatcher fosse una figura interessante, non la ammiro. È stata lei a distruggere la classe operaia britannica e il sistema industriale.

Non conosco i dettagli di ciò che esattamente la prima ministra Takaichi ammira in Thatcher. Tuttavia, la sua posizione intransigente nei confronti della Cina è, a mio avviso, un tipico esempio di ciò che io chiamo «nazionalismo immaginario».

D: Cosa intende dire?

R: Al giorno d’oggi, lo stesso nazionalismo è messo in discussione, ma trovo strana l’idea secondo cui «essere ostili alla Cina equivalga a nazionalismo giapponese».

Tradizionalmente, l’ideologia del nazionalismo si basa sull’idea di aumentare la popolazione ed estendere la sfera di influenza. Il vero nazionalismo giapponese dovrebbe mirare alla sovranità del Giappone.

In quest’ottica, non è forse più importante per il Giappone riflettere innanzitutto sui propri rapporti con gli Stati Uniti, piuttosto che entrare in conflitto con la Cina? Questo dovrebbe risultare evidente a chiunque, se si pensa a Okinawa.

Se ci si pone dal punto di vista di un nazionalismo «autentico», e non «immaginario», è naturale lottare per la sovranità e l’indipendenza della propria nazione e riprendere il controllo delle basi straniere situate sul proprio territorio.

Credo che cadere nella trappola della strategia americana del «divide et impera» ed entrare in conflitto con la Cina su richiesta di Washington non sia mai nell’interesse del Giappone.

D: Al di là di Takaichi, il senso di crisi di fronte alla situazione a Taiwan non è forse all’origine della posizione intransigente degli esponenti conservatori giapponesi nei confronti della Cina?

R: Mi vanto di essere uno dei pochi francesi a conoscere Shinpei Goto, che guidò la colonizzazione giapponese di Taiwan. Mi rendo conto che la colonizzazione giapponese di Taiwan, dovuta in parte alle realizzazioni di persone come Goto, è stata un successo raro nella storia della colonizzazione mondiale. È molto raro che persino alcuni abitanti del luogo conservino bei ricordi del Giappone, la potenza coloniale.

Ma tutto questo appartiene ormai al passato. Che si condividano o meno le posizioni del Partito Comunista Cinese, non si può parlare di Taiwan ignorando i suoi rapporti con la Cina, sia dal punto di vista culturale che nella realtà della politica internazionale.

È pericoloso nascondere la realtà dietro una nostalgia del passato. In altre parole, è pericoloso introdurre una valutazione positiva dei fatti storici passati nella realpolitik moderna.

L’epoca in cui Taiwan era una colonia giapponese è terminata 80 anni fa, e illudersi che «avere cattivi rapporti con la Cina sia sinonimo di nazionalismo» è proprio un esempio di nazionalismo immaginario.

LA STRADA DA SEGUIRE PER IL GIAPPONE

D: Cosa ne pensi di ciò che sta accadendo nel mondo?

R:Ciò che sta accadendo in questo momento non si limita alla possibilità che gli Stati Uniti subiscano la loro terza sconfitta. Potrebbe trattarsi del crollo di un immenso impero stesso.

Gli ideali e le strutture a cui siamo abituati e che per lungo tempo hanno sostenuto il mondo stanno crollando con grande fragore.

D: In un mondo del genere, quale strada dovrebbe intraprendere il Giappone?

R: I tre paesi dell’Asia orientale – Giappone, Cina e Corea del Sud – devono affrontare una sfida strutturale comune: un grave declino demografico.

Condividono inoltre un’eredità culturale confuciana e vantano un potere industriale schiacciante, rappresentando insieme circa il 90% della produzione navale mondiale. La loro somiglianza è inoltre estremamente evidente in termini di modello di crescita trainato dalle esportazioni.

La strada che il Giappone dovrebbe seguire consiste nell’esaminare attentamente queste sue caratteristiche peculiari, nel prendere discretamente le distanze dagli Stati Uniti e nell’approfondire pacificamente la comprensione e le relazioni con i paesi asiatici, compresa la Cina.

Forse stiamo entrando in un’era di grande turbolenza. Ma se il Giappone intraprenderà questa strada, molti paesi, tra cui la Cina e la Russia, accetteranno l’esistenza del Giappone in un mondo in via di multipolarizzazione.

***

Emmanuel Todd è nato nel 1951. Grazie alla sua analisi della società basata sul sistema familiare, sul tasso di alfabetizzazione e sui cambiamenti demografici, ha previsto il crollo dell’Unione Sovietica, l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea e l’ascesa di Trump negli Stati Uniti. Tra le sue numerose opere figura «La sconfitta dell’Occidente».

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Trump, malconcio e logoro, opta per una strategia fiacca di «blocco perpetuo», mentre la sua flaccida nave da guerra zoppica verso casa_di Simplicius

Trump, malconcio e logoro, opta per una strategia fiacca di «blocco perpetuo», mentre la sua flaccida nave da guerra zoppica verso casa

Simplicius 30 aprile
 
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Se dobbiamo dare credito alle ultime notizie riportate dai media mainstream, per Trump si stanno delineando due interessanti linee d’azione contraddittorie riguardo all’Iran.

Da un lato, secondo recenti notizie, Trump considererebbe ormai entrambe le opzioni – il ritiro totale dall’Iran o la ripresa delle ostilità – ugualmente negative. Le notizie sostengono che egli preferisca quindi mantenere il blocco a tempo indeterminato come principale linea d’azione nei confronti della Repubblica Islamica.

Ma allo stesso tempo, Reuters riporta la notizia quasi comica secondo cui le agenzie di intelligence dell’amministrazione Trump starebbero «valutando» come potrebbe reagire la leadership iraniana nel caso in cui Trump si limitasse a proclamare una rapida «vittoria» e a ritirarsi dal conflitto:

https://www.reuters.com/world/us/le-agenzie-di-spionaggio-statunitensi-valutano-come-reagirebbe-l’Iran-se-Trump-dichiarasse-vittoria-28-04-2026/

ULTIME NOTIZIE – Le agenzie di intelligence statunitensi stanno valutando come reagirebbe l’Iran se Trump dovesse dichiarare una vittoria unilaterale contro l’Iran e, potenzialmente, ritirarsi dal conflitto — Reuters

Ciò che ne consegue è ovviamente che Trump stia valutando questa possibilità perché sa di non avere più carte da giocare né altre opzioni concrete: un vero e proprio zugzwang in tutti i sensi.

Sapevamo fin dall’inizio che Trump cercava una via d’uscita facile e veloce. È il colmo dell’assurdità e della ridicolaggine surreale che occorrano studi approfonditi delle «agenzie di intelligence» per determinare quale potrebbe essere la reazione del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) a tutto questo. La reazione non potrebbe che essere una risata, seguita da un’esultanza trionfante: sarebbe vista in tutto il mondo come una decisiva sconfitta militare degli Stati Uniti.

Sebbene molti continuino a credere che Trump stia ricorrendo ai suoi soliti stratagemmi maldestri per indurre l’Iran in un falso senso di sicurezza, per poi attaccare nuovamente quando abbasserà la guardia. Ma è appena arrivata una notizia importante che sembra sminuire ogni possibilità di una seria continuazione militare statunitense del conflitto. A quanto pare, la USS Poopy Gerry — come Imetatronink ha iniziato ad affettuosamente chiamare quella latrina galleggiante sempre in difficoltà — è pronta ad abbandonare il conflitto in stallo e tornare a casa in attesa del suo futuro incerto:

https://www.washingtonpost.com/sicurezza-nazionale/2026/04/29/portaerei-statunitense-iran-guerra/

La portaerei USS Gerald R. Ford lascerà il Medio Oriente e inizierà il viaggio di ritorno nei prossimi giorni, secondo quanto riferito da diversi funzionari statunitensi: un sollievo atteso per i circa 4.500 marinai che sono in missione da 10 mesi, ma una perdita significativa di potenza di fuoco in un momento in cui i colloqui di pace tra Stati Uniti e Iran sono in fase di stallo.

La Ford è una delle tre portaerei presenti nella regione — le altre sono la USS George H.W. Bush e la USS Abraham Lincoln — nel contesto delle ostilità con l’Iran. Mentre la Ford si trova nel Mar Rosso, la Lincoln e la Bush operano nel Mar Arabico per far rispettare il blocco statunitense contro le navi che trasportano petrolio o merci dai porti iraniani.

Che senso aveva tutta quella ostentazione del CENTCOM a cui abbiamo assistito l’ultima volta, tutta quella messinscena sul raduno del più grande gruppo da battaglia di portaerei nella regione degli ultimi decenni? O si trattava di un tentativo disperato di spaventare l’Iran per strappargli delle concessioni, oppure era solo l’ennesimo episodio di una lunga serie di capricci emblematici della politica senza una guida dell’attuale amministrazione. Più probabilmente, la USS Bush era destinata fin dall’inizio a sostituire la Ford, ormai in difficoltà, e il bluff del “gruppo di tre portaerei” era solo un momentaneo gesto di forza da parte di una leadership militare alla deriva, che sta vivendo un ricambio senza precedenti in un momento critico.

Certo, due vettori sono comunque sufficienti per dare a Trump ampio margine di manovra, qualora decidesse di portare avanti la sua impresa avventata e futile. Lo stesso presidente-buffone continua a mettersi in posa in modo imbarazzante e a pavoneggiarsi, in un disperato tentativo di fingere fiducia nella sua missione mal concepita.

Anche dopo anni che va avanti così, è davvero scioccante vedere come venga ridicolizzata una carica che dovrebbe essere «presidenziale»:

Trump, in evidente declino mentale, ha persino confuso l’Iran con l’Ucraina durante un’intervista nello Studio Ovale, dicendo a Kaitlyn Collins che è l’Ucraina ad essere stata “sconfitta militarmente” dopo che gli Stati Uniti hanno affondato “159” delle loro navi.

Come riporta Axios, Trump ritiene che il protrarsi a tempo indeterminato del disastroso embargo contro l’Iran stia portando il Paese a «cedere» a causa dei danni economici:

Ha affermato che l’Iran vuole raggiungere un accordo per ottenere la revoca dell’embargo. «Vogliono trovare un accordo. Non vogliono che io mantenga l’embargo. Io non voglio [revocare l’embargo], perché non voglio che abbiano un’arma nucleare», ha aggiunto Trump.

Il presidente ha aggiunto che i depositi petroliferi e gli oleodotti iraniani «rischiano di esplodere da un momento all’altro» poiché l’Iran non può esportare petrolio a causa del blocco. Alcuni analisti dubitano che l’Iran corra un pericolo immediato su questo fronte.

Ma ancora una volta, questa «politica» non è altro che l’assenza di una vera e propria politica. Ogni patetico tentativo di sottomettere l’Iran è fallito miseramente, e gli unici brandelli rimasti a decorare il tavolo dorato di Trump sono vari stratagemmi di terrorismo economico contro i cittadini iraniani:

  • Tutti i vili attacchi a sorpresa, compiuti mentre si conducevano o si prometteva di condurre negoziati, sono falliti.
  • I tentativi di demoralizzare la nazione assassinando i suoi simboli politici e spirituali sono falliti.
  • Le minacce di genocidio e di distruzione dell’«intero Paese» dell’Iran, di una viltà senza precedenti, non hanno portato a nulla.
  • Le missioni segrete delle forze speciali di estrazione, sabotaggio e spionaggio volte a sottrarre l’uranio all’Iran sono fallite clamorosamente.
  • Anche i tentativi di chiedere a intermediari come il Pakistan, la Cina e vari paesi del Golfo di intervenire e «convincere» l’Iran a cedere proprio mentre sta vincendo sono falliti.

L’intero fiasco iraniano di Trump non è stato altro che un patetico progetto vanitoso, capace di porre fine alla sua carriera, e un fallimento di proporzioni storiche; ciò a cui stiamo assistendo ora sono gli ultimi, futili residui di un epilogo che si sta dissolvendo con un piagnucolio privo di dignità.

L’ultima mossa disperata di Trump per affossare l’economia iraniana sta solo portando a un tracollo economico ancora più grave per gli stessi Stati Uniti e per il mondo, dato che i prezzi del petrolio e del gas sono tornati a salire alle stelle:

La Lettera di Kobeissi@KobeissiLetterULTIME NOTIZIE: Il prezzo del greggio Brent ha ufficialmente raggiunto il livello più alto dall’inizio della guerra in Iran, attestandosi a 119,50 dollari al barile. Si tratta del prezzo più alto registrato dal 2022. L’AIE ha definito questa situazione «la più grave minaccia alla sicurezza energetica della storia».17:07 · 29 aprile 2026 · 169.000 visualizzazioni195 risposte · 638 condivisioni · 2,31 mila Mi piace

Secondo quanto riporta «El País», i Paesi del Golfo si sono rivolti agli Stati Uniti per ottenere accordi di swap valutario d’emergenza volti a «salvare» le loro economie in difficoltà:

https://english.elpais.com/economia-e-affari/2026-04-27/gli-Stati-del-Golfo-lanciano-un-SOS-a-Trump-mentre-lo-shock-economico-si-aggrava.html

Tutto questo dopo l’annuncio odierno che gli Emirati Arabi Uniti lasciano l’OPEC e l’OPEC+, cosa che secondo alcuni potrebbe innescare un effetto domino con altre uscite.

L’iraniano Ghalibaf ha avvertito che il prossimo traguardo sarà il petrolio a 140 dollari:

Mohammad Baqer Qalibaf | MB Ghalibaf@mb_ghalibafSono passati tre giorni e il pozzo non è ancora esploso. Potremmo arrivare a 30 giorni e trasmettere in diretta streaming l’evoluzione del pozzo da qui. Questo è il tipo di consigli assurdi che l’amministrazione statunitense riceve da persone come Bessent, che sostengono anche la teoria del blocco e hanno fatto schizzare il prezzo del petrolio oltre i 120 dollari. Prossima tappa: 140. Il problema non è la teoria, è la mentalità.20:51 · 29 aprile 2026 · 18,3 mila visualizzazioni100 risposte · 308 condivisioni · 1,02 mila Mi piace

Nel frattempo, l’Iran sembra cavarsela meglio del previsto. Bloomberg ha smentito le affermazioni di Trump secondo cui i depositi iraniani sarebbero sul punto di «esplodere», trascinando con sé l’economia del Paese:

https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2026-04-29/no-l-industria-petrolifera-iraniana-non-sta-per-esplodere

Il giornale sostiene che ciò causerà all’Iran solo qualche difficoltà a breve termine, senza alcun vero danno strutturale complessivo — nulla che si avvicini nemmeno lontanamente al tipo di «pressione» necessaria per innescare ciò che Trump ritiene possa «far cadere il regime». L’Iran e la Russia sono due paesi che si sono forgiati nelle fiamme delle «sanzioni» e sanno bene come sopportare qualsiasi tipo di attacco economico di questo genere.

Ad esempio, circolano diverse notizie secondo cui il Pakistan avrebbe aperto una mezza dozzina di rotte terrestri per le merci iraniane al fine di aggirare il blocco imposto dagli Stati Uniti:

https://www.dawn.com/news/1995253
https://defencesecurityasia.com/it/pakistan-gwadar-corridoio-iran-stretto-di-ormuz-blocco-navale-statuni-equilibrio-di-poteri/

Da quanto sopra esposto, il Pakistan ha creato «un corridoio terrestre [verso l’Iran] resistente alle sanzioni e in grado di ridefinire la configurazione del commercio regionale»:

La decisione del Pakistan di aprire formalmente il proprio territorio alle merci provenienti da paesi terzi e dirette in Iran rappresenta ben più di un semplice adeguamento doganale, poiché inserisce Islamabad direttamente in una delle contese logistiche più sensibili dal punto di vista strategico che si sta attualmente svolgendo in Medio Oriente e nella parte settentrionale del Mar Arabico.

In un momento in cui lo Stretto di Ormuz è teatro di gravi disagi, i porti iraniani continuano a subire forti pressioni marittime e oltre 3.000 container diretti in Iran sono bloccati a Karachi, il Pakistan ha di fatto creato un corridoio terrestre immune alle sanzioni, in grado di ridefinire la configurazione del commercio regionale.

Trasformando Gwadar, Karachi, Port Qasim, Taftan, Gabd, Quetta, Khuzdar e Ormara in nodi di transito integrati, Islamabad non si limita a facilitare gli scambi commerciali, ma ridefinisce la posizione militare, l’accesso strategico e il peso geopolitico tra Washington, Teheran, Pechino e l’ampio sistema marittimo indo-pacifico.

In breve, una civiltà antica e rispettata come quella iraniana dispone di molti stratagemmi per mitigare e superare le astuzie senza scrupoli, impulsive e orientate alla gratificazione immediata di un avversario mentalmente carente; è semplicemente assurdo immaginare che un blocco così debole possa mettere l’Iran in ginocchio e costringerlo ad «arrendersi», come ha esortato oggi Trump.

A coronamento di tutto ciò, ecco un’altra dimostrazione calzante dell’incompetenza grottesca dell’attuale amministrazione, mentre un senatore statunitense mette alle strette Whiskey Pete con la domanda fondamentale di tutta la vicenda iraniana — la si potrebbe immaginare come una sorta di deposizione in un futuro processo penale:

Quindi, gli Stati Uniti avrebbero dovuto neutralizzare lo «scudo missilistico convenzionale» dell’Iran per impedire che lo «scudo nucleare» che avevano già neutralizzato si ricostituisse? Eppure, a quanto pare, oggi la stragrande maggioranza dei missili convenzionali iraniani rimane intatta…

La serie di insuccessi che si è verificata sembra andare ben oltre la comprensione comune.


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Il manifesto di Palantir rappresenta il programma della nuova classe che sta ridefinendo la struttura del potere del sistema_di Curro Jiménez

Il manifesto di Palantir rappresenta il programma della nuova classe che sta ridefinendo la struttura del potere del sistema

Pubblicato il  di Curro Jiménez

Su Internet si è scatenata una valanga di critiche contro il manifesto di Palantir. Ed è comprensibile. Si tratta della dichiarazione esplicita di un’azienda privata di voler assumere il controllo dei sistemi governativi e dettare le politiche. È l’ammissione da parte di un gruppo ben definito di disporre di potere sufficiente per avanzare apertamente le proprie pretese.

Attraverso diverse forme di analisi ho cercato di illustrare quello che ritengo essere uno dei principali fattori che hanno determinato gli eventi negli Stati Uniti e, per estensione, in gran parte del mondo negli ultimi anni. Una nuova classe sociale è giunta ai vertici del potere grazie allo sviluppo di nuove tecnologie digitali che le hanno permesso di accumulare un’enorme ricchezza e, attraverso l’implementazione di tali tecnologie, di acquisire una notevole influenza.

Il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, consumiamo, viaggiamo e persino ci riposiamo è ormai condizionato dalle loro tecnologie. Ciò non solo consente ai proprietari di tali tecnologie di ricavarne un profitto e di monitorare il nostro comportamento, ma anche di influenzarlo. Siamo diventati dipendenti dai loro dispositivi hardware e software per svolgere alcune delle attività quotidiane più banali, come controllare le previsioni del tempo.

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Le persone che hanno sviluppato e gestiscono queste tecnologie non sono un gruppo astratto. Si tratta di innumerevoli semplici collaboratori, quadri intermedi e piccoli imprenditori – ho dei parenti coinvolti – che stanno semplicemente facendo il loro lavoro. Ma c’è anche un gruppo ben definito con alcuni volti molto noti, come Peter Thiel, Elon Musk, Jeff Bezos o Mark Zuckerberg, e altri meno noti, come Alexander Karp (anche se lui è ansioso di entrare nel gruppo dei famosi), David Sacks, Balaji Srinivasan o Palmer Luckey.

Ci sono alcuni che, a quanto pare, sono meno guidati da motivazioni ideologiche, come Zuckerberg o Bezos, ma che comunque gravitano attorno al gruppo ristretto e ne seguono le indicazioni. Si veda, ad esempio, quando Zuckerberg ha pubblicato un video, dopo che Trump è salito al potere per la seconda volta, in cui ha fatto marcia indietro su alcune delle precedenti politiche della sua azienda per adeguarsi alla nuova amministrazione, sostenuta proprio da quel gruppo ristretto.

Questo gruppo ristretto è una rete affiatata di fondatori, investitori in capitale di rischio e pensatori — tra cui Nick Land e Curtis Yarvin — che controllano alcune delle più grandi aziende di hardware e software, fondi di venture capital e società di comunicazione. Dispongono di propri think tank, solitamente sotto forma di podcast, come l’“All-In Podcast”, ma pubblicano anche libri e articoli e sostengono istituzioni, politici e campagne rivolte al grande pubblico. Hanno un’idea molto particolare – sebbene, come in ogni gruppo, vi siano diverse correnti – di cosa sia il mondo e di come la società dovrebbe funzionare.

Il nucleo ideologico di questo gruppo — spesso definito «Thielverse» o «Nuova Destra» della Silicon Valley — è una sintesi di radicale ottimismo tecnologico, profondo scetticismo nei confronti della democrazia moderna e desiderio di ricostruire il mondo attraverso l’«Exit» piuttosto che attraverso la riforma (ovvero l’accelerazionismo). Essi sostengono politici che potrebbero aiutarli a raggiungere tali obiettivi, come ad esempio Donald Trump, e nutrono un forte impegno ideologico nei confronti di Israele.

Attraverso le loro società e i loro finanziamenti, hanno esteso la loro influenza al governo degli Stati Uniti. Hanno contribuito a finanziare la campagna di Trump e hanno nominato vicepresidente J.D. Vance, che è stato per lungo tempo l’allievo e il collaboratore di Thiel. In cambio, hanno ottenuto l’accesso a dati sensibili dei cittadini tramite DOGE, a informazioni riservate attraverso contratti federali e di difesa per le loro società, come Anduril o Palantir, e a finanziamenti governativi per costruire i loro meccanismi di controllo: data center e algoritmi computazionali. Sono entrati a far parte del complesso militare-industriale, creando un’alleanza tra Tel Aviv, Washington e la Silicon Valley.

È in questo contesto che va compreso il manifesto pubblicato di recente da Palantir. Non si tratta semplicemente di un memorandum prolisso per adeguarsi a una tendenza ideologica del momento, come le numerose aziende che qualche anno fa pubblicavano dichiarazioni di intenti che includevano la tutela dell’ambiente o la “diversità”. È la loro agenda politica espressa attraverso la dichiarazione di intenti di una delle loro aziende di punta, che sta diventando talmente indispensabile per il governo da farci perdere di vista il confine tra l’una e l’altro.

Nat ha pubblicato un articolo al momento della pubblicazione del manifesto, che offre un’eccellente sintesi delle reazioni e delle analisi — alcune delle quali verranno riproposte qui di seguito a sostegno della nostra argomentazione. Ma se non avete ancora letto il manifesto, vi consiglio di farlo. Ecco il link.

Sono state formulate analisi approfondite su ciò che comporta il manifesto di Palantir. Ad esempio, Varoufakis si è preso il tempo di spiegare il vero significato di ciascuno dei 22 punti. Secondo lui, il vero significato del primo punto è:

La Silicon Valley ha un debito incommensurabile nei confronti della classe dirigente che ha salvato i banchieri criminali che hanno distrutto il sostentamento della maggioranza degli americani. L’élite ingegneristica della Silicon Valley difenderà quella classe dirigente fino alla morte (letteralmente!), in nome della maggioranza degli americani che tratta con disprezzo – cioè come bestiame che ha perso il proprio valore di mercato.

Questo mette in luce una dinamica molto interessante che Varoufakis ha approfondito in altre occasioni. Ci torneremo. Continuiamo con ciò che Arnaud Bertrand aveva da dire:

In sostanza, promuovono una visione del mondo basata sullo scontro tra civiltà, in cui esistono un «loro» – i presunti nemici della civiltà occidentale, le cui culture il documento definisce come inferiori – e un «noi» che deve smettere di abbandonarsi a una moderazione decadente e investire massicciamente in armi basate sull’intelligenza artificiale e in software di difesa (il che, guarda caso, fa del catalogo prodotti di Palantir la cura per la civiltà).

Credo che ciò sia il risultato del pensiero binario — 0 e 1 — che sta alla base della loro visione del mondo. Dopotutto, sono ingegneri informatici glorificati. Un altro utente di X user aggiunge, commentando una delle frasi del manifesto:

«In questo secolo, il potere duro si fonderà sul software» è la frase chiave dell’intero manifesto, poiché è qui che Karp svela la vera tesi: egli sostiene che chi controlla il livello software della difesa nazionale controlla la nazione stessa.

Christophe Boutry, scrivendo in francese (traduzione automatica), approfondisce ulteriormente questo concetto:

Quando un’azienda privata si pone come missione quella di stabilire chi debba essere sorvegliato, preso di mira, oggetto di previsioni e neutralizzato, e contemporaneamente pubblica un testo in cui spiega perché contestare tale scelta equivarrebbe a una debolezza civile, non siamo più nel campo della strategia aziendale. Siamo nel campo della privatizzazione della sovranità. Il diritto di decidere chi sia il nemico – che è sempre stato il gesto politico fondante degli Stati – viene acquisito da una società quotata al Nasdaq.

Infine, Alexander Dugin, dopo aver definito il manifesto «Puro satanismo. Ayn Rand. La conclusione logica dell’era capitalista», afferma che:

Il tecnofascismo sta prendendo piede. Le maschere sono cadute. Palantir parla apertamente dei propri piani. Ciò significa che hanno già raggiunto posizioni di rilievo nella governance mondiale.

Quando identifichiamo questi diversi punti di analisi come riferiti a un gruppo, e non a un’entità astratta, lo schema diventa più chiaro e l’immagine comincia a delinearsi:

Le élite del sistema politico e finanziario hanno investito nello sviluppo di una nuova base industriale digitale in grado di sostituire la capacità produttiva perduta. Questa base industriale digitale aveva sede nella Silicon Valley, che vantava una lunga tradizione di innovazione tecnologica. Gli investimenti sono arrivati a ondate. Ad esempio, negli anni ’60, la NASA si riforniva del 60% dei circuiti integrati necessari per la corsa allo spazio presso aziende con sede in quella zona.

La rivoluzione digitale, determinata dall’avvento dei personal computer, di Internet e degli smartphone, ha visto anche ondate esplosive di investimenti e il consolidamento di alcune aziende. Ma quella era ancora l’era dell’hardware. I profitti derivavano, per lo più, dalla vendita di dispositivi. E ciò era limitato dalla capacità produttiva, dalle catene di approvvigionamento globali e dalla domanda dei consumatori.

Con l’inizio del nuovo secolo, dopo lo scoppio della bolla delle dot-com, si è sviluppato un modo nuovo e più efficiente per continuare a sostenere l’economia di mercato: il Software as a Service, l’economia delle app e l’ascesa dei social network. Qui si presentava un’opportunità di crescita che non era limitata dalle sfide del passato. Nel 2008, dopo la crisi e per evitare il collasso finanziario, le banche e i fondi di investimento furono salvati con il denaro dei contribuenti. Si trattava di denaro che andò, sotto forma di investimenti, alla Silicon Valley. È a questo che si riferiva Varoufakis e ciò che ha fatto esplodere la Silicon Valley con aziende che non producevano nulla di fisico ma erano valutate un miliardo di dollari.

Alcuni di quegli ingegneri, fondatori e investitori di capitale di rischio, che si conoscevano tra loro, avevano accesso a una ricchezza incredibile ed entrarono in contatto con l’élite al potere del sistema. Non solo per via della ricchezza, ma anche perché le tecnologie che stavano sviluppando erano uno strumento estremamente utile per lo Stato. Questa classe – che alcuni chiamano la “PayPal Mafia” poiché alcuni di loro, come Thiel e Musk, hanno fondato quella società – si è presentata con una visione del mondo diversa sia da quella dell’industriale tradizionale sia da quella del finanziere globalista.

Credevano che la tecnologia fosse la soluzione ai problemi sociali, che consideravano un riflesso della stagnazione dello Stato. Credevano che la tecnologia potesse superare l’uomo, e che quindi dovessimo fonderci con essa. Credevano che la tecnologia digitale potesse ricostruire un mondo migliore, ma che, per farlo, fosse necessario prima portarlo al collasso. Consideravano tutto questo come un destino ineluttabile. Era la cultura della «disruption».

Alla base di queste idee, che si sono evolute in una visione del mondo in cui persino Peter Thiel parla dell’anticristo, c’è una concezione binaria del mondo. Non si tratta nemmeno di un sistema numerico in senso matematico; si basa letteralmente sullo 0 e sull’1.

Ad esempio, al centro di tutto c’è quella che definiscono l’ipotesi della stagnazione «da zero a uno». Essi sostengono che il mondo occidentale si trovi in uno stato di stagnazione tecnologica e culturale sin dagli anni ’70. Sebbene si siano registrati enormi progressi nel campo dei «bit» (computer e Internet), abbiamo fallito in quello degli «atomi» (energia, trasporti e medicina). Rifiutano l’incrementalismo e credono che l’unico modo per salvare la civiltà sia attraverso il progresso verticale: creare cose completamente nuove (da 0 a 1) piuttosto che limitarsi a ottimizzare ciò che esiste (da 1 a N).

Poiché i processi mentali di questo gruppo si basano su un sistema binario, la loro visione del mondo è incredibilmente ristretta: o sei con noi o sei contro di noi. E se sei contro di noi, abbiamo il diritto di controllarti, di arrestarti o di ucciderti. Per farlo, costruiremo gli strumenti e il sistema che lo consentono. Ma non stanno costruendo un nuovo sistema, stanno solo semplificando all’estremo quello attuale, riducendolo al binario dello 0 e dell’1.

Gli esseri umani sono creature del linguaggio. Per immaginare un futuro diverso, dobbiamo essere in grado di descriverlo a parole. Avete mai sentito parlare Thiel o Musk? Borbottano.

L’ascesa di questo gruppo sta determinando un riassetto dell’élite al potere all’interno del sistema. Per occupare i propri posti, stanno soppiantando altri. E questo sta creando attriti. Ciò si ripercuote poi su tutto il sistema. Ma il sistema scarterà ciò che è inutile, si adatterà e andrà avanti. Questa, credo, è la causa di gran parte di ciò che stiamo vedendo accadere negli Stati Uniti e, per estensione del suo raggio d’azione sempre più ristretto, nel mondo.

Il manifesto di Palantir rappresenta il programma di una nuova classe che sta ridisegnando i vertici della struttura di potere del sistema, e che si sente abbastanza sicura da dichiararlo pubblicamente

William Burroughs e il West tagliato_di Constantin von Hoffmeister

William Burroughs e il West tagliato

Una civiltà riorganizzata a partire dai propri frammenti.

Constantin von Hoffmeister28 aprile
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Constantin von Hoffmeister sulla trasformazione dell’Occidente in una civiltà di frammenti e ricombinazioni.

Questo è un estratto da Il destino dell’America bianca .

Il pensiero liberale si fonda spesso sul presupposto che gli esseri umani siano naturalmente armoniosi e fondamentalmente buoni quando lasciati liberi di perseguire i propri interessi. Da questa premessa scaturisce la convinzione che la società funzioni al meglio quando gli individui godono della massima autonomia con un’interferenza minima da parte di un’autorità superiore. L’attività economica, la produzione culturale e le relazioni personali sono quindi incoraggiate a operare in modo indipendente, purché non violino un sistema minimo di leggi. Tuttavia, un simile assetto trascura la necessità di un ordine sovrapersonale capace di unire gli individui in una collettività significativa. Senza un principio unificante – sia esso religioso, culturale o politico – la vita sociale rischia di dissolversi in una moltitudine di attività scollegate tra loro.

Questa frammentazione si manifesta in diverse sfere della cultura moderna. L’arte, ad esempio, si evolve sempre più in un ambito che esiste principalmente per la propria sperimentazione interna piuttosto che come riflesso di valori culturali condivisi. La religione spesso si rifugia in pratiche cerimoniali spogliate di autorità metafisica, mentre la scienza progredisce all’interno di discipline specializzate che raramente dialogano con questioni filosofiche più ampie. La letteratura e la tecnologia si sviluppano secondo una propria logica interna, guidata dalle forze di mercato o dalla specializzazione accademica piuttosto che da una visione comune della civiltà. Lo Stato moderno, nel frattempo, tende ad assumere un ruolo manageriale che regola le transazioni economiche e protegge la proprietà intellettuale attraverso brevetti e diritti d’autore. Nell’espletamento di queste funzioni amministrative, rinuncia frequentemente all’autorità più profonda un tempo associata alla definizione dell’orientamento culturale e morale.

Gli scrittori della letteratura moderna hanno esplorato questa atomizzazione culturale in modi vividi. William S. Burroughs, noto per opere sperimentali come Pasto nudo (1959), ha ritratto la società contemporanea come un aggregato di esperienze disgiunte in cui gli individui vagano attraverso realtà frammentate plasmate dai media, dalle dipendenze e dai sistemi burocratici. La sua tecnica narrativa rispecchiava la disintegrazione che percepiva nell’ordine sociale, presentando la realtà come un collage piuttosto che come una trama coerente. Un’esplorazione simile appare nell’opera di Kathy Acker, i cui romanzi smantellavano la struttura narrativa convenzionale e l’identità stabile. La scrittura di Acker spesso dissolveva la narrazione lineare in una serie di voci mutevoli e frammenti testuali. Questa sperimentazione letteraria rifletteva una condizione culturale più ampia in cui le identità stabili e gli assetti comunitari sembravano sempre più difficili da mantenere.

Burroughs non credeva nelle storie come la maggior parte degli scrittori. Considerava la narrazione un’arma attiva, non un semplice specchio passivo della realtà. Il linguaggio, nella sua visione, si comporta come un virus: autonomo, autoreplicante e capace di impadronirsi della mente. Ogni frase non si limita a descrivere il mondo. Lo plasma, lo riordina, lo programma. Gli atti linguistici diventano incantesimi. La carta stampata diventa codice neurale. Dalla pubblicità alla diplomazia, il linguaggio impone comportamenti e codifica desideri. Il soggetto moderno, nel mondo di Burroughs, parla mentre viene a sua volta manipolato. Scrivere, quindi, significa iniettare il pensiero nel tempo. Tagliare il linguaggio significa spezzare l’incantesimo, frantumare la programmazione, permettere all’imprevisto di irrompere nel regno delle possibilità.

L’ossessione di Burroughs per la natura virale del linguaggio emerse da una vita trascorsa a contatto con sistemi di controllo. Influenzato dalle sue prime esperienze in medicina, immerso nella teoria occulta e nella speculazione culturale, e influenzato dalla paranoia del dopoguerra, considerava la società moderna come una costruzione di coercizione invisibile. Il linguaggio fungeva da principale sistema operativo di questa costruzione. Retorica politica, pubblicità aziendale, massime morali: tutto funzionava come copioni ciclici. Le persone, ripetendo slogan e interiorizzando titoli di giornale, mettevano in atto comportamenti prevedibili. Burroughs rispose con il sabotaggio. La sua produzione letteraria mirava a smantellare il flusso armonioso della sintassi convenzionale, sostituendolo con frammentazione, ricorsività e collisione. Il suo obiettivo era la liberazione attraverso la rottura.

La tecnica del cut-up, spesso attribuita a Burroughs, ebbe inizio con Brion Gysin, pittore, poeta e mago della carta. Nel 1959, mentre tagliava fogli di carta al Beat Hotel di Parigi, Gysin scoprì che accostamenti casuali potevano generare poesie sorprendenti. Senza saperlo, era tornato su un percorso già battuto dai dadaisti. Tristan Tzara, il poeta rumeno-francese e cofondatore del Dadaismo, aveva già proposto nel 1920 la possibilità di creare una poesia estraendo parole da un cappello. Il gesto era rivoluzionario: il significato si spostava dall’intenzione e dalla convenzione alla scoperta attraverso il caso e la deriva. Gysin, ispirato da questa logica e spinto da inclinazioni mistiche, abbracciò il cut-up come porta d’accesso a nuove modalità di percezione.

Burroughs portò il metodo a un livello superiore. Per lui, il cut-up funzionava sia come gioco estetico che come strumento metafisico. Credeva che il linguaggio, una volta frantumato, rivelasse il suo scheletro segreto: le istruzioni in esso contenute e i suoi schemi manipolativi. Tagliando e ricomponendo i testi – che si trattasse di notizie, discorsi governativi o testi sacri – Burroughs sperava di spezzare il ciclo. La pagina divenne un’interfaccia per “hackerare” la coscienza. Attraverso registratori e forbici, lui e Gysin costruirono testi che balbettavano, si attorcigliavano e ululavano. L’effetto era disorientante, estatico e stranamente profetico. Sconvolgendo le aspettative del lettore, il cut-up mirava a risvegliare una consapevolezza più profonda, irraggiungibile attraverso una narrazione lineare.

Burroughs vedeva la società come una prigione costruita con frasi ben strutturate. Scuole, burocrazie, imperi mediatici e agenzie di intelligence si basavano tutti su copioni. Questi copioni – confezionati in libri di testo, dichiarazioni ufficiali, pubblicità – formavano una rete di pensieri e comportamenti. Le persone li recitavano automaticamente, spesso credendo di pensare con la propria testa. Il cut-up divenne uno strumento per infrangere questa illusione. Rompendo lo schema, l’incantesimo si spezzava. Burroughs immaginava un mondo in cui la coscienza potesse insinuarsi tra le cuciture del linguaggio precostituito e incontrare qualcosa di crudo e non filtrato. Il cut-up andava oltre la semplice interruzione della prosa; mirava a minare le fondamenta della realtà imposta.

Questo desiderio di decifrare il codice collegava Burroughs ad altri movimenti anti-establishment del suo tempo. I situazionisti in Francia cercavano di smantellare lo spettacolo del capitalismo consumistico attraverso il détournement : reindirizzare i media esistenti in giustapposizioni sovversive. I lettristi e i dadaisti avevano già fatto a pezzi la sintassi, sfidando la coerenza dell’arte e dell’ideologia borghese. Burroughs, arrivato più tardi, offrì un approccio più tecnologico. Con registratori a nastro, montaggi cinematografici e forbici, creò un assalto multisensoriale alla coerenza. Per lui, il linguaggio era l’ultima frontiera del controllo e il cut-up il bisturi. Nel tagliare, il mondo si apriva.

Con l’avanzare del XX secolo, la grande narrazione dell’Occidente iniziò a perdere la sua linearità. I ​​miti del progresso, della razionalità, dell’impero e dell’individualità eroica si frammentarono in contraddizioni e parodie. Il passato non procedeva più in avanti, ma riappariva in forme strane e riciclate. Le cattedrali si trasformarono in centri commerciali. Antichi rituali tornarono a essere protagonisti di campagne pubblicitarie. L’architettura classica divenne una facciata estetica per banche e aeroporti. L’Occidente, come un romanzo di Burroughs, entrò nella sua fase di cut-up. La sua memoria culturale si ripiegava su se stessa, producendo strani ibridi: il sacro accanto al banale, l’epico intessuto nel kitsch.

Burroughs comprese istintivamente questa trasformazione. Invece di seguire trame prestabilite, i suoi libri esploravano il tempo. The Soft Machine (1961) e Nova Express (1964) presentavano mondi in cui tutto era già accaduto e si ripeteva. I personaggi si trasformavano, ritornavano e saltavano da una pagina all’altra. Le istituzioni collassavano nel rumore. Il controllo pulsava in ogni superficie. La traiettoria stessa dell’Occidente ricordava in modo inquietante questo crollo dell’integrità narrativa. Mentre le ideologie fallivano e le istituzioni si trasformavano in gusci vuoti, rimanevano solo frammenti: frammenti che si rifiutavano di svanire, frammenti che si moltiplicavano. L’archivio non serviva più alla memoria. Divenne un luogo di ripetizione infinita.

Burroughs descrisse la società moderna come un ciclo di feedback. Messaggi ripetuti. Slogan ripetuti a pappagallo. La sorveglianza registrava tutto, ma non produceva nulla di nuovo. Questo ciclo definiva l’esperienza occidentale moderna. La cultura divenne un riciclo di forme. La televisione trasmetteva nostalgia. La politica riesumava il passato. La musica campionava se stessa. La religione si trasformò in un marchio di stile di vita. In questo ambiente saturo, l’originalità cedette il passo all’accelerazione. Tutto accelerò, ma poco cambiò. La tecnica del cut-up catturò con precisione questa condizione. Rivelò il ciclo e, in pochi istanti, lo spezzò.

L’era digitale ha amplificato questa condizione. I social media sono diventati una piattaforma per una ricombinazione infinita. Meme, frammenti audio, riavvii: ogni frammento si stacca dalla sua origine, fluttuando nel cyberspazio. Internet è diventato il motore definitivo del cut-up. Eppure Burroughs aveva previsto un pericolo: la ripetizione può anestetizzare. La frammentazione può sfociare nella passività. L’obiettivo combinava la frammentazione con la svolta. Lo scopo del cut-up era quello di scuotere il sistema, di risvegliare chi dormiva. Burroughs esortava i suoi lettori ad ascoltare tra le parole, a trovare il codice nascosto nel rumore.

Nel caos, Burroughs cercava la rivelazione. Il cut-up apriva le porte a nuove forme di coscienza. Accostamenti involontari producevano scorci di verità nascoste. La tecnica permetteva l’emergere di voci che altrimenti sarebbero rimaste sepolte. Alcuni passaggi suonavano profetici. Altri sacri. Nelle crepe del messaggio dominante, qualcosa di più antico e più strano si agitava. Burroughs credeva che queste fenditure consentissero l’accesso a dimensioni dimenticate: la memoria ancestrale, lo spazio psichico, il tempo non lineare. Ogni taglio era un portale.

Questa esperienza rimanda ad antiche pratiche mistiche. Gli sciamani usavano il disorientamento per raggiungere stati alterati di coscienza. La tradizione gnostica insegnava che la salvezza emerge attraverso la rottura. Gli anti-rituali del Dadaismo parodiavano la liturgia per ristabilire una connessione più profonda con il divino. Burroughs, nella sua sintassi caotica, ha portato avanti questo impulso esoterico. Ha creato una gnosi moderna, formata da staticità, frammenti e interferenze. In questo quadro, il crollo dell’Occidente diventa più di un semplice decadimento. Diventa un rito di trasformazione. Ogni frammento invita alla ricostruzione.

Il canone occidentale, anziché scomparire, è diventato una tavolozza. Un tempo venerato come successione ininterrotta, ora funziona come materiale di partenza. Da Omero a Nietzsche, da Platone a Proust, ogni voce attende nell’archivio, pronta per essere campionata. Burroughs non ha distrutto la tradizione. L’ha riorientata. Ha trattato i testi come entità viventi capaci di rinascita. Il passato è entrato nel presente attraverso la collisione, non la continuità. Ogni taglio ha creato una nuova disposizione: spesso inquietante, spesso bellissima, sempre viva.

Questa logica si applica a tutte le discipline. La musica classica si fonde con quella elettronica. Il mito greco appare nella fantascienza. L’architettura gotica riemerge nello spazio virtuale. Il sacro rientra nella cultura attraverso il remix. La tradizione, spogliata dell’autorità istituzionale, riacquista vitalità attraverso la mutazione. Il cut-up offre un modello di persistenza culturale in un contesto di forti sconvolgimenti. Invece di congelare la storia, invita ogni generazione a ricomporla.

Nell’era della saturazione digitale, la storia si manifesta attraverso la simultaneità, abbandonando la sequenza temporale. Il passato si affianca al presente in mille schede aperte. Le istituzioni si confondono nello spettacolo. L’autorità indossa il costume della parodia. Il sé diventa un flusso di informazioni. Tutto ciò va oltre la crisi. Si dispiega come una trasformazione della percezione. Burroughs visse all’interno di questa soglia, registrandone i fremiti prima che diventassero universali. Le sue opere oggi si leggono come documentari di un futuro arrivato in anticipo.

In questo caos, gli individui trovano sia disorientamento che libertà. Senza un unico percorso, ognuno deve diventare un compositore. Il significato emerge attraverso l’organizzazione, superando l’autorità. La vita diventa un atto di montaggio. L’identità nasce dalla stratificazione, dalla giustapposizione, dal taglio. Burroughs non offriva risposte preconfezionate. Offriva una cassetta degli attrezzi. La cultura occidentale, intrappolata nel crollo dei suoi schemi tradizionali, riceve lo stesso invito: tagliare, scegliere, assemblare.

Burroughs ricordava ai suoi lettori che il linguaggio pensa attraverso di noi, ma che è possibile intervenire. Alterando lo schema, la mente crea spazio per nuovi messaggi. Quando la sceneggiatura vacilla, emerge la libertà. Il cut-up è più di un metodo. È un atteggiamento spirituale: un rifiuto di accettare il dato di fatto, una volontà di entrare nell’ignoto. Tra le macerie delle narrazioni, il futuro parla in frammenti.

L’Occidente, ora circondato dai frammenti della sua antica coerenza, si erge in questo spazio. La sua prossima frase resta ancora da scrivere. I frammenti non sono svaniti. Vibrano di energia, in attesa di essere ricomposti. Un nuovo mito richiede editori. Il sacro attende la sua prossima sintassi. Ogni risonanza invita una nuova voce.

La tradizione occidentale attraversa il crollo rimodellando le sue rovine. Ogni caduta apre una nuova forma. La cattedrale cede il passo al codice. La pergamena si trasforma in segnale. La voce rimane. Burroughs ha cesellato il rumore e ha trovato la profezia. Nelle sue pagine frammentate, il futuro si agita. L’Occidente, respirando attraverso il suo archivio di frammenti, ricomincia attraverso l’assemblaggio, lasciando da parte il restauro.

Tagliare è scegliere. Scegliere è dare forma. Attraverso il taglio, il codice si fa carne. Attraverso il taglio, la Parola si fa segnale. Attraverso il taglio, arriva il futuro.

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