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Zhang Weiwei: Quali soluzioni offre l’innovazione teorica sul concetto di “nazione basata sulla civiltà” al sistema di conoscenza autonomo della Cina?_di Zang Weiwei – Valori statali della civiltà contro eccezionalismo nichilista, di Karl Sanchez

Zhang Weiwei: Quali soluzioni offre l’innovazione teorica sul concetto di “nazione basata sulla civiltà” al sistema di conoscenza autonomo della Cina?

  • Zhang WeiweiMembro del Consiglio nazionale dei think tank di alto livello, direttore dell’Istituto di studi cinesi dell’Università di Fudan

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21 ottobre 2026, ore 07:55:18Dimensione carattere: A- A A+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 33.277

Dieci anni fa è stata avanzata la proposta di “accelerare la costruzione di una filosofia e di scienze sociali con caratteristiche cinesi”; dieci anni dopo, perché molte ricerche in materia si limitano ancora a deduzioni teoriche basate su ciò che “dovrebbe essere”? Al contrario, la teoria dello “Stato di tipo civile” è uscita dalla torre d’avorio, diventando un risultato “concreto” che influenza i cambiamenti nell’assetto mondiale odierno: quali spunti offre ciò per la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo in Cina?

Il 15 ottobre, in occasione del Forum dei Pensatori 2026, organizzato congiuntamente dall’Istituto di Studi sulla Cina dell’Università di Fudan, dalla rivista *Oriental Studies*, dal sito web *Observer*, dalla casa editrice *Dilang Culture* e dall’Istituto di Ricerca per lo Sviluppo “Shanghai Chunqiu”, Zhang Weiwei, direttore dell’Istituto di Studi sulla Cina dell’Università di Fudan, ha tenuto un discorso programmatico dal titolo “Innovazione teorica dello Stato di civiltà: promuovere il passaggio del sistema di conoscenza autonomo cinese dal dover essere all’essere”, ha condiviso le sue riflessioni su come far sì che il sistema di conoscenza autonomo cinese attecchisca e si radichi, mettendo in relazione il processo pratico di innovazione teorica dello Stato di civiltà.

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Il professor Zhang Weiwei ha tenuto un discorso programmatico al Forum dei Pensatori 2026

Zhang Weiwei:

Quest’anno ricorre il decimo anniversario del simposio sulle scienze filosofiche e sociali presieduto dal Segretario Generale Xi Jinping. In quell’occasione, il Segretario Generale ha proposto di «accelerare la costruzione di scienze filosofiche e sociali con caratteristiche cinesi». Anch’io ho avuto l’onore di partecipare a quel simposio e di intervenire in qualità di rappresentante degli studiosi di scienze politiche. Successivamente, il Segretario Generale ha proposto di «costruire un sistema di conoscenza autonomo cinese».

Tuttavia, ad oggi, la maggior parte delle ricerche in materia sembra ancora limitarsi al livello del “dovrebbe essere”; molti articoli si limitano a speculazioni astratte e a ragionamenti chiusi su se stessi, o addirittura continuano a seguire un percorso di dipendenza dal occidentalismo. Ritengo che non ci sia tempo da perdere: il mondo accademico cinese dovrebbe passare al più presto dal «dovrebbe essere» al «è», rispondendo attraverso una solida ricerca originale alle singole e concrete «domande della Cina, del mondo, del popolo e dell’epoca», e costruire in questo processo un sistema di conoscenza autonomo cinese.

Per quanto riguarda il percorso verso il “reale”, mi sono impegnato molto e ho ottenuto alcuni risultati; ora vorrei illustrarveli brevemente.

A partire dagli anni ’80, partendo dal fatto che l’Occidente interpretava spesso in modo errato la Cina, ho iniziato a dedicarmi allo studio del “modello cinese”, mettendo in discussione le teorie occidentali dominanti e approfondendo i concetti e la cultura cinesi; successivamente mi sono dedicato allo studio della civiltà cinese, fino a proporre, nel 2010, la tesi e il quadro teorico dello “Stato di tipo civile”.

Nei dieci anni successivi ho dedicato tutte le mie energie a questo progetto, pubblicando numerosi libri specialistici e una serie di saggi e articoli, oltre a intrattenere numerosi dialoghi, scambi e persino dibattiti con studiosi, personalità politiche e rappresentanti dei media sia in Cina che all’estero. Oggi si può affermare che la “teoria dello Stato di tipo civile” abbia gettato le basi per un’argomentazione logica di fondo, in grado di reggere al confronto internazionale, e per un sistema di conoscenze di una certa portata a sostegno del percorso cinese, del modello cinese e della grande rinascita della nazione cinese.

Mi rallegra particolarmente il fatto che oggi il discorso sugli “Stati di civiltà” sia uscito dalla torre d’avorio per diventare uno dei discorsi politici dominanti nel mondo attuale. Anche importanti paesi non occidentali come la Russia, l’India e l’Iran si sono dichiarati “Stati di civiltà”. Già all’inizio del 2020, *The Economist* pubblicava un articolo in cui affermava senza mezzi termini: il XX secolo è stato l’era degli Stati-nazione, mentre il XXI secolo potrebbe diventare il secolo degli Stati-civiltà. Anche una prima analisi dei dati disponibili lo conferma: negli ultimi dieci anni, la letteratura che tratta o menziona il concetto di «Stato-civiltà» copre 92 riviste in lingua cinese e 78 in lingua inglese, e il numero di pubblicazioni degli ultimi cinque anni (2021-2025) è 3,8 volte superiore a quello dei cinque anni precedenti.

Il numero autunnale di quest’anno della rivista *Oriental Studies* ha appena pubblicato il mio articolo intitolato “Innovazione teorica dello Stato di tipo civile: promuovere il passaggio del sistema di conoscenza autonomo cinese dal ‘dovrebbe essere’ al ‘è’”, e attendo con grande interesse le critiche e i suggerimenti di tutti voi.

Quest’anno si sono verificati anche due episodi legati a questo argomento. Il primo risale ad aprile, quando Fukuyama ha ammesso pubblicamente che «la Cina ha dato vita a un modello davvero straordinario che, se continuasse a mantenere questo slancio di sviluppo, potrebbe davvero diventare un’alternativa praticabile alla democrazia occidentale». Ciò ha riportato alla ribalta il dibattito che io e Fukuyama avevamo avuto 15 anni fa sul modello cinese, rendendolo nuovamente oggetto di accese discussioni online.

In secondo luogo, lo scorso settembre, l’“Atene Democracy Forum” – roccaforte spirituale e piattaforma di dibattito della democrazia occidentale – mi ha ufficialmente invitato – in qualità di studioso che da tempo critica seriamente il modello occidentale – a tenere un discorso e a partecipare a un dibattito sul tema “La crisi d’identità della democrazia occidentale”. In altre parole, anche all’interno dell’establishment occidentale ci sono molte persone che desiderano ascoltare opinioni diverse e promuovere una certa riforma del modello occidentale.

Alla vigilia dell’apertura del forum, Lucas Velidakis, un giornalista greco di lunga data, mi ha intervistato; la prima domanda che mi ha posto è stata: «Ritiene che il dibattito che ha avuto con Fukuyama 15 anni fa abbia dimostrato che lei ha vinto e lui ha perso?». Ho risposto che in Cina molti hanno sintetizzato quel dibattito in cinque previsioni politiche, ovvero: «La Primavera araba si trasformerà in un Inverno arabo», «Il populismo distruggerà la democrazia occidentale», «Se il sistema politico statunitense non verrà riformato, potrebbe eleggere un leader peggiore di George W. Bush», «Le culture del mondo non convergeranno» e «La fine della “fine della storia”», sottolineando che «guardando indietro, si sono avverate tutte», il tempo è davvero il miglior arbitro.

Quindici anni fa, Fukuyama aveva già elaborato il proprio sistema di pensiero sulla “fine della storia”, mentre io avevo sviluppato il mio sistema di pensiero sullo “Stato di civiltà”; pertanto, lo scontro tra le nostre opinioni è stato, in un certo senso, anche uno scontro tra due sistemi di pensiero. Se si può dire che io abbia vinto questo dibattito, allora si può anche affermare che il sistema di pensiero sullo “Stato di civiltà” abbia prevalso su quello della “fine della storia”.

Di seguito illustrerò brevemente i contenuti fondamentali della teoria dello “Stato-civiltà”: innanzitutto, la definizione e le caratteristiche. Definizione di “Stato-civiltà”: un connubio organico tra un’antica civiltà che si è tramandata ininterrottamente per millenni e uno Stato moderno di dimensioni gigantesche. Esso presenta le caratteristiche fondamentali delle “quattro ‘super’ e una combinazione”: in primo luogo, una popolazione di dimensioni gigantesche; in secondo luogo, un territorio estremamente vasto; in terzo luogo, una tradizione storica estremamente antica; in quarto luogo, un patrimonio culturale estremamente ricco; e ciascuna di queste “super” rappresenta sostanzialmente la fusione tra antichità e modernità.

Faccio un esempio semplicissimo: all’epoca avevamo previsto che gli Stati Uniti avrebbero perso la guerra tecnologica con la Cina, e alla base di questa previsione c’era un principio fondamentale: storicamente siamo sempre stati una nazione con una popolazione numerosa, ma oggi i cinesi hanno ricevuto un’ottima istruzione moderna e, sin dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, è stata data grande importanza alla matematica, alla fisica e alla chimica; ancora oggi la maggior parte dei nostri studenti delle scuole superiori ama queste materie. Ogni anno formiamo un numero di ingegneri e professionisti del settore tecnologico superiore alla somma di quelli dei paesi occidentali.

Se dovessimo individuare un contributo fondamentale degli Stati civili alla costruzione dei sistemi di conoscenza, direi che essi hanno realizzato una serie di progressi fondamentali e di cambiamenti paradigmatici nei quattro ambiti a lungo dominati dall’Occidente, ovvero la teoria dello Stato, la teoria delle istituzioni, la teoria della democrazia e la teoria dei partiti politici.

In primo luogo, dal punto di vista della teoria dello Stato, si è verificato un cambiamento di paradigma dal “Stato-nazione” allo “Stato di civiltà”. La teoria occidentale dello “Stato-nazione” comprende concetti quali la cosiddetta “sovranità del popolo” e il “mandato popolare”. Anche se l’economia cinese, in termini di parità di potere d’acquisto, ha ormai superato quella degli Stati Uniti, la teoria dominante occidentale continua a rifiutarsi di considerare la Cina uno “Stato moderno”. Come afferma il sinologo statunitense Bai Luxun, la Cina è un’antica civiltà travestita da Stato-nazione. Perché? Proprio perché, secondo lui, non si tratta di uno Stato-nazione tipico. A loro avviso, ogni Stato-nazione deve possedere una «delega di potere da parte del popolo» o una «sovranità popolare» definite secondo i criteri occidentali; se non si è seguito tale iter, se non vi è la separazione dei poteri né la competizione multipartitica, come si può definirlo uno Stato moderno?

Sia gli intellettuali pubblici del nostro Paese che molti studiosi di scienze politiche ritengono che la Cina sia ancora in fase di transizione. Io sostengo che non sia così: la Cina ha già realizzato la fusione tra “Stato-nazione” e “Stato-civiltà”, dando vita a uno Stato di tipo civilizzazionale, che rappresenta una forma di Stato superiore. Dopo questa svolta teorica, si ha spesso la sensazione che, guardando agli avvenimenti mondiali, “tutte le altre montagne sembrino piccole”.

In secondo luogo, dal punto di vista della teoria istituzionale, ha compiuto un cambiamento di paradigma dal “sistema politico” alla “via della governance”. La corrente principale della teoria istituzionale occidentale è improntata al pensiero del sistema politico, secondo cui la democrazia nelle sue forme – come il multipartitismo o il principio “un uomo, un voto” – costituisce la democrazia in sé. Io lo definisco «studio da pigro»: queste persone, quando vengono in Cina, pongono sempre la stessa domanda: «La vostra riforma economica va bene, ma perché non attuate una riforma del sistema politico? Perché non adottate la forma di democrazia occidentale?». La teoria dello Stato di tipo civile sostiene che la via del governo sia l’elemento chiave; noi seguiamo la Via e applichiamo le tecniche.

Dal punto di vista del Dao, a quale scopo serve la democrazia? Perché oggi l’Occidente non si pone più questa domanda? Ne ho parlato al Forum sulla democrazia di Atene: noi diciamo che «l’acqua può sostenere la barca, ma può anche capovolgerla». I numerosi problemi della democrazia occidentale, il suo allontanamento sia dal proprio popolo che dai popoli di tutto il mondo, hanno portato alle gravi crisi odierne.

Come risolvere questo problema? È necessario “guidare la tecnica con il Dao”, ovvero osservare la democrazia dal punto di vista del Dao per capire a cosa serva realmente. Non è detto che accettino questa mia affermazione, ma almeno ho notato che molti tra il pubblico presente annuivano, specialmente i giovani, poiché non avevano mai sentito parlare di questa teoria prima d’ora. Durante il dibattito, ho detto che «trattare sia i sintomi che le cause» è un principio che anche i bambini cinesi comprendono; il fatto che la lingua di una nazione civilizzata contenga così tanti modi di dire riflette una grande saggezza e il distillato di molte esperienze. Ad esempio, quando Deng Xiaoping disse «nascondere la propria luce e coltivare l’oscurità», in un attimo l’intera nazione capì cosa significasse, cosa che in Occidente sarebbe difficile da immaginare.

Quando ho discusso con Fukuyama, nell’ultima parte del dibattito ho parlato di saggezza, che è un aspetto fondamentale per uno Stato civilizzato, e ho affermato che alla politica statunitense manca un po’ di saggezza. Avete combattuto così tante guerre, ottenendo quasi sempre vittorie sul piano tattico, ma subendo quasi sempre sconfitte su quello strategico; la ragione è proprio la mancanza di saggezza. Tuttavia, la scienza politica statunitense non si occupa della saggezza, poiché è difficile quantificarla; di conseguenza, molti giudizi basati sulla saggezza e sul buon senso vengono scartati, con il risultato naturale di un susseguirsi di errori.

La Cina segue una filosofia politica basata sul “Dao”, secondo cui il “Dao” guida lo “Shu”. Innanzitutto occorre discutere degli obiettivi che la democrazia deve raggiungere: un “buon governo” incentrato sul popolo. Partendo da questa filosofia politica, la Cina sta esplorando con coraggio soluzioni istituzionali in linea con le proprie realtà sociali e nazionali; oggi questa strada sta diventando sempre più ampia, mentre la democrazia occidentale, incentrata sul “sistema politico”, sta diventando sempre più rigida.

In terzo luogo, per quanto riguarda la teoria della democrazia, è stato affermato il passaggio dal paradigma occidentale “democrazia/autocrazia” al paradigma cinese “buon governo/cattivo governo”. A partire dal periodo della Guerra Fredda, l’Occidente ha sintetizzato la teoria della democrazia nel paradigma “democrazia/autocrazia”, secondo cui tutto ciò che non è democrazia è autocrazia. La teoria dello Stato civilizzato sostiene che il paradigma ormai superato di “democrazia/autocrazia” debba essere sostituito dal paradigma “buon governo/cattivo governo”. Gli studiosi occidentali mi hanno chiesto: «Perché eviti la questione della democrazia?». Io ho risposto: «Perché voi evitate la democrazia sostanziale? Il buon governo è proprio la democrazia sostanziale: come potete non interessarvene?».

In quarto luogo, per quanto riguarda la teoria dei partiti politici, essa ha realizzato un cambiamento di paradigma dal modello occidentale del “partito di interessi parziali” a quello cinese del “partito di interessi collettivi”. I partiti politici occidentali sono apertamente “partiti di interessi parziali”, mentre gli Stati di tipo civile sono anche “unioni di cento nazioni” che, a partire dal 221 a.C., hanno dato vita alla tradizione di governare attraverso un “gruppo dirigente unificato”, sostenuta da un intero sistema di disposizioni istituzionali volte a selezionare i più meritevoli e a nominare i più capaci. Il Partito Comunista Cinese ha portato avanti e sviluppato questa tradizione; altrimenti lo Stato sarebbe caduto in frammentazione. Se si osserva il modello occidentale dei «partiti di interesse parziale» alla luce di questo criterio, come potrebbero mai elaborare piani a lungo termine? Rappresentando gli interessi di una parte della popolazione, come potrebbero mai portare avanti le riforme? Le riforme devono necessariamente rappresentare gli interessi complessivi del popolo, altrimenti verrebbero ostacolate da ogni sorta di interessi acquisiti. La Cina è esperta in materia di riforme; ho detto loro che negli ultimi quasi 50 anni, in Cina si è parlato di riforme ogni anno, ogni mese e ogni giorno, ed è per questo che il Paese ha compiuto rapidi progressi.

9月29日晚,张维为教授参加在雅典科学院举行的雅典民主论坛开幕辩论

La sera del 29 settembre, il professor Zhang Weiwei ha partecipato al dibattito inaugurale del Forum sulla democrazia di Atene, tenutosi presso l’Accademia delle Scienze di Atene.

La teoria dello Stato civile riguarda naturalmente anche l’ontologia, l’epistemologia e la metodologia. L’ontologia si occupa della domanda: «Qual è l’essenza delle cose?». Il materialismo sostiene che l’essenza del mondo sia la materia (la realtà oggettiva), mentre l’idealismo ritiene che l’essenza del mondo sia la coscienza (lo spirito, l’idea o il divino). Sebbene Fukuyama abbia in parte riconosciuto il modello cinese, finora ha comunque sostenuto che la sua «teoria della fine della storia» sia una «fine» nel senso hegeliano del termine. In realtà, Fukuyama si limita a dedurre la «libertà assoluta» perseguita dallo «Spirito assoluto» di Hegel come «bisogno psicologico dell’umanità di ottenere un riconoscimento paritario». Quando Fukuyama considera la democrazia liberale occidentale come l’unico sistema in grado di soddisfare perfettamente tale bisogno, giunge alla conclusione che l’umanità abbia già raggiunto il punto finale nell’evoluzione delle ideologie e dei sistemi politici.

Tuttavia, ridurre la storia a un’autoevoluzione dello spirito assoluto significa ignorare i fatti e le leggi dello sviluppo storico, quali la produzione materiale, la base economica, le lotte di classe e la diversità delle civiltà. Questa visione idealistica della storia è proprio la causa principale dei ripetuti errori di valutazione delle tendenze globali da parte di Fukuyama e di altri occidentalocentristi.

L’epistemologia si occupa di come conosciamo il mondo. La teoria della “fine della storia” è caratterizzata dalla “deduzione a priori”. Partendo dai concetti astratti dell’Illuminismo occidentale (come i diritti umani innati, la libertà assoluta, ecc.), essa deduce logicamente un modello politico universale, per poi applicarlo con la forza ai paesi non occidentali come se fosse una “verità assoluta”. Gli Stati basati sulla civiltà, invece, sostengono la «ragione pratica». Essi decostruiscono il «mito universale» inventato dai sistemi e dal discorso occidentali, ritenendo che i sistemi occidentali siano solo una forma particolare tra le numerose civiltà politiche dell’umanità. Gli Stati basati sulla civiltà ritengono che la storia sia guidata dalla pratica materiale, piuttosto che da un percorso spirituale verso un punto di arrivo. La pluralità delle civiltà, i nuovi conflitti, i nuovi problemi e i nuovi modi di produzione emergono continuamente; la storia non avrà mai fine e i sistemi sono in continua evoluzione.

Il sistema di conoscenza moderno occidentale è profondamente legato all’ideologia liberista, dando di fatto origine a una logica cognitiva secondo cui «l’ideologia precede la realtà oggettiva». Nell’interpretare la Cina, l’Occidente parte generalmente dal presupposto che «il liberalismo sia superiore agli altri sistemi». Tale presupposto è quasi implicito nelle teorie dominanti delle scienze sociali occidentali, ma molti dei nostri studiosi ne sono piuttosto indifferenti, o addirittura lo ignorano: come può una tale mentalità consentire la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo per la Cina? L’interpretazione occidentale delle pratiche cinesi è spesso caratterizzata da una «lettura selettiva ed errata». Ad esempio, le ragioni del successo della Cina vengono spiegate o con l’«adozione del modello occidentale di economia di mercato», oppure con il «modello di crescita basato sulla manodopera a basso costo e sul consumo di risorse». La riforma del sistema di governance nazionale promossa dalla Cina viene invece distorta come «autocorrezione del sistema autoritario».

La metodologia di uno Stato civile è quella di «attenersi rigorosamente alla realtà». Essa rifiuta l’occidentalocentrismo e la «teoria della fine della storia», aderisce al principio di «non attenersi ciecamente ai libri né alle idee straniere, ma solo alla realtà» e considera i risultati pratici come il criterio fondamentale per verificare la correttezza delle conoscenze.

Anche l’innovazione metodologica è fondamentale, altrimenti non è possibile comprendere appieno i paesi con un modello di civiltà. Ad esempio, l’innovazione nel sistema degli indicatori. Un confronto complessivo tra i settori sviluppati e quelli meno sviluppati della Cina e degli Stati Uniti (che comprenda gli indicatori chiave di maggiore interesse per la popolazione, quali il patrimonio netto mediano delle famiglie, l’aspettativa di vita pro capite, il tasso di mortalità infantile, la sicurezza pubblica, le infrastrutture, ecc.).

Inoltre, data l’enorme dimensione degli Stati-civiltà, propongo di superare la difficoltà di percepire la Cina come un’entità “unica e omogenea” adottando un approccio basato sui blocchi e sulle loro interazioni. La prospettiva degli Stati-civiltà si concentra sulle interazioni e sullo sviluppo coordinato tra i diversi blocchi interni alla Cina, in particolare sulle relazioni tra i blocchi sviluppati e quelli delle economie emergenti, consentendo così alla ricerca politica di passare da un approccio statico a uno dinamico.

L’importanza di costruire un sistema di conoscenza autonomo risiede, in primo luogo, nell’eliminazione del principale ostacolo allo sviluppo delle scienze filosofiche e sociali cinesi — l’occidentalocentrismo e il predominio culturale e i pregiudizi che ne derivano; in secondo luogo, nella formazione di una comprensione oggettiva e accurata degli affari cinesi e mondiali, nonché di una narrativa dominante; in terzo luogo, nella promozione di un dialogo paritario e di uno scambio e apprendimento reciproci tra civiltà a livello globale. Di seguito illustrerò il tutto con alcuni esempi.

Il primo esempio è il dibattito con Fukuyama del 2011: mentre la “Primavera araba” era in pieno svolgimento, predissi che essa si sarebbe presto trasformata in un “Inverno arabo”, basando tale valutazione su un’esperienza fondamentale del successo dello Stato di tipo civile cinese: evitare assolutamente di “non adattarsi al contesto locale”. L’«acqua» rappresenta la cultura che permea ogni cosa: la cultura religiosa del mondo arabo è profondamente radicata nella popolazione e i sistemi occidentali non possono cambiarla. Il «terreno» si riferisce al fatto che il contesto politico, economico e sociale dei paesi arabi è completamente diverso da quello occidentale; pertanto, copiare alla lettera i sistemi politici occidentali è destinato inevitabilmente al fallimento.

Il secondo esempio risale al 2018, quando avevo previsto che gli Stati Uniti avrebbero perso la guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti. Lo “Stato di civiltà” è un sistema di conoscenza de-occidentalista e decolonizzato che, dal punto di vista metodologico, si basa su un approccio rigorosamente realistico. Esso mette in discussione tutte le teorie basate sull’esperienza occidentale, compresi i sistemi di indicatori. Proprio questo approccio rende molte delle nostre valutazioni molto più affidabili rispetto alle ricerche basate sulle teorie occidentali. Ad esempio, abbiamo decostruito in modo oggettivo una serie di sistemi di indicatori, tra cui il PIL degli Stati Uniti, giungendo ben presto alla conclusione che la reale dimensione dell’economia cinese fosse già superiore a quella statunitense e che la dipendenza dell’economia americana dalla Cina fosse maggiore di quella dell’economia cinese dagli Stati Uniti.

Il terzo esempio è la questione di Hong Kong: in seguito alle proteste del 2019 contro la modifica della legge, l’Assemblea nazionale del popolo ha emanato la “Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong”; il nostro commento è che ciò ha permesso a Hong Kong di evitare il destino di Kiev. Il motivo è che Hong Kong, situata al confine tra la civiltà occidentale e quella orientale, può essere o un ponte o una fortezza. Dal punto di vista della definizione di «Stato di tipo civile», essa comprende concetti quali Stato-nazione, Stato di civiltà, Stato di tipo civile, comunità di tipo civile, area centrale di civiltà e area periferica di civiltà. La regione di Hong Kong e l’Ucraina, ad esempio, sono entrambe zone di confine tra civiltà diverse e possono diventare o un ponte per lo scambio tra civiltà diverse o una roccaforte per il loro scontro. È proprio in questo senso che affermo che l’adozione della Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong ha permesso a Hong Kong di evitare il destino di Kiev.

Il quarto esempio è il “problema di Joseph Needham”: partendo dalla logica di fondo della teoria dello Stato-civiltà, secondo cui dietro ogni successo si cela una fusione tra tradizione e modernità, si può porre il “problema di Joseph Needham al contrario” – che alcuni definiscono anche “problema di Zhang Weiwei” – ovvero: perché oggi la nostra scienza e tecnologia riescono a recuperare terreno così rapidamente? Dal punto di vista della teoria delle nazioni basate sulla civiltà, nella nostra storia antica vigeva il principio «l’istruzione per tutti senza distinzioni»; dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, abbiamo inoltre attribuito grande importanza alle discipline matematiche, fisiche e chimiche, formando ogni anno un numero di talenti scientifici e ingegneri superiore alla somma totale dei paesi occidentali. Diciamo che «tra tre persone che camminano insieme, ce n’è sicuramente una da cui imparare» e che «seguiamo il bene senza esitazione». Deng Xiaoping ha affermato: se solo avessimo mantenuto un atteggiamento di apertura, la Cina non avrebbe perso la rivoluzione industriale. Introdurre, assimilare, assorbire e poi innovare in modo autonomo o attraverso l’integrazione: questa è l’esperienza fondamentale che ha permesso alla Cina di superare rapidamente gli altri. Inoltre, la popolazione e il territorio di dimensioni enormi consentono alla Cina di esplorare contemporaneamente diversi percorsi tecnologici e di avere una concorrenza充分, motivo per cui i nostri prodotti si rinnovano rapidamente e le innovazioni si susseguono senza sosta.

Infine, vorrei proporre un argomento relativo al percorso da seguire per “costruire un sistema di conoscenza autonomo” e discuterne con voi.

Vorrei innanzitutto ripercorrere un episodio storico: nel 1956 lo Stato elaborò un piano quinquennale per la scienza; Qian Weichang propose che il piano si concentrasse su settori quali l’energia atomica, i missili e l’astronautica (satelliti), ma all’epoca la stragrande maggioranza degli esperti riteneva che si dovesse dare priorità allo sviluppo della fisica pura e della matematica pura, gettando prima le basi teoriche. Ritenevano che le applicazioni ingegneristiche come i missili e i satelliti fossero troppo orientate al risultato immediato. In una riunione di oltre quattrocento esperti, gli unici a sostenere Qian Weichang furono Qian Xuesen (aerospaziale) e Qian Sanqiang (bomba atomica), ovvero i «Tre Qian»; tuttavia, alla fine il Primo Ministro Zhou approvò l’orientamento dei «Tre Qian», stabilendo che i progetti di cui lo Stato aveva urgente bisogno, come i missili e l’aerospaziale, fossero considerati prioritari. Allo stesso tempo, i «Tre Qian» proposero l’orientamento secondo cui «i grandi progetti dovrebbero guidare lo sviluppo delle discipline di base». I progetti ingegneristici pongono sfide complesse, e queste sfide stimolano a loro volta l’innovazione teorica. Ad esempio, lo sviluppo della bomba atomica in Cina ha dato impulso alla nascita della fisica nucleare; all’epoca, l’Università di Fudan istituì a tal fine un secondo dipartimento di fisica, mentre il settore aerospaziale ha favorito lo sviluppo di discipline quali l’aerodinamica e la fluidodinamica.

Oggi, nella costruzione di un sistema autonomo di conoscenze nel campo della filosofia e delle scienze sociali, ci si trova di fronte alla scelta tra un approccio orientato alle discipline o orientato alle questioni fondamentali. L’approccio adottato dai paesi di tipo civile è quello orientato alle questioni fondamentali. Partendo dal problema della continua errata interpretazione della Cina da parte della teoria occidentale, analizzo le carenze delle teorie occidentali relative allo Stato, alle istituzioni, alla democrazia e ai partiti politici, supero gli errori del occidentalocentrismo a livello ontologico, epistemologico e metodologico, realizzando alcune svolte fondamentali e trasformazioni paradigmatiche, La risoluzione di tali questioni ha portato a progressi teorici e ha gettato le basi per la costruzione di una «nuova politologia» o di una «cinesistica contemporanea»; si può addirittura affermare che la «nuova politologia» o la «cinesistica contemporanea» siano ormai alle porte. Al contrario, se si evitasse di affrontare le sfide poste dai grandi problemi della realtà, se non si riuscisse a decostruire radicalmente l’occidentalocentrismo e il suo egemonismo culturale, limitandosi a perdersi in speculazioni scolastiche «da testo a testo», la costruzione di un sistema di conoscenza autonomo finirebbe per ridursi a una mera teoria astratta.

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Il modello cinese: una prospettiva incentrata sullo Stato-civiltà

3 marzo 2012

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Di Zhang Weiwei

L’ascesa spettacolare della Cina va compresa nel contesto della Cina intesa come “Stato-civiltà”, ovvero come fusione tra la più antica civiltà del mondo, che ha mantenuto una continuità nel tempo, e un immenso Stato moderno, frutto della fusione di centinaia di stati in un unico entità nel corso di migliaia di anni di storia. Lo Stato è caratterizzato da quattro fattori: una popolazione estremamente numerosa, un territorio di dimensioni enormi, una storia lunghissima e una cultura ricchissima, che a loro volta hanno plasmato tutte le caratteristiche chiave del modello di sviluppo cinese, con tutte le possibili ramificazioni per il futuro percorso della Cina e non solo.

Come sappiamo, la Cina, o meglio l’ascesa della Cina, rimane un tema controverso in Occidente per una serie di ragioni. Infatti, negli ultimi 30 anni circa, lo Stato cinese è stato spesso descritto dai media occidentali come una dicotomia tra un regime repressivo aggrappato al potere e una società guidata da dissidenti pro-democrazia al limite della ribellione, e alcuni europei, ad esempio a Oslo, continuano a vedere la Cina come una Germania dell’Est o una Bielorussia ingrandita in attesa di una rivoluzione colorata.

Questa percezione ha portato molti osservatori occidentali della Cina a prevedere con sicurezza un futuro pessimistico per il Paese: il regime sarebbe crollato dopo gli eventi di Tiananmen del 1989; la Cina avrebbe seguito le orme dell’Unione Sovietica nella sua disintegrazione; il caos avrebbe travolto la Cina dopo la morte di Deng Xiaoping; la prosperità di Hong Kong sarebbe svanita con il suo ritorno alla Cina; l’epidemia di SARS sarebbe stata la “Chernobyl” cinese; la Cina sarebbe crollata dopo il suo ingresso nell’OMC; e il caos sarebbe seguito allo tsunami finanziario globale del 2008. Eppure tutte queste previsioni si sono rivelate errate: non è la Cina ad essere crollata, ma sono tutte le previsioni sul crollo della Cina ad aver «crollato».

Negli ultimi tre decenni la Cina ha registrato risultati migliori rispetto a tutti gli altri paesi in via di sviluppo messi insieme, poiché il 70% della riduzione della povertà a livello mondiale si è verificata proprio in Cina.

Questo bilancio poco brillante delle previsioni sul futuro della Cina ci ricorda la necessità di guardare a questo paese enorme e complesso in modo più obiettivo, magari adottando l’approccio del grande filosofo tedesco G. W. Leibniz (1646–1716) per concentrarci su come i cinesi abbiano sviluppato quella che egli definiva “religione naturale”, ovvero l’applicazione laica dell’etica e della filosofia politica alla governance sociale, economica e politica. Se ci liberiamo dai preconcetti ideologici, potremmo arrivare a riconoscere che ciò che è accaduto negli ultimi tre decenni in Cina rappresenta probabilmente la più grande rivoluzione economica e sociale della storia dell’umanità: oltre 400 milioni di persone sono state sottratte alla povertà, con tutte le implicazioni che questo successo comporta per la Cina e per il resto del mondo.

La Cina ha infatti ottenuto risultati migliori rispetto a tutti gli altri paesi in via di sviluppo messi insieme negli ultimi tre decenni, poiché il 70% della riduzione della povertà a livello mondiale si è verificata proprio in Cina. La Cina ha ottenuto risultati migliori rispetto a tutte le economie in transizione messe insieme, poiché l’economia cinese è cresciuta di circa 18 volte dal 1979, mentre l’Europa orientale, ad esempio, solo di una volta, sebbene partendo da un punto di partenza diverso. La Cina ha ottenuto risultati migliori anche rispetto a molti paesi sviluppati, e le sue «regioni sviluppate», con una popolazione di circa 300 milioni di abitanti – pari a quella degli Stati Uniti – oggi eguagliano sotto molti aspetti le economie sviluppate dell’Europa meridionale in termini di prosperità complessiva, e le città di primo livello della Cina, come Shanghai, potrebbero già aver superato New York sotto molti aspetti, sia in termini di «hardware» – quali aeroporti, metropolitane, treni ad alta velocità, strutture commerciali e skyline urbani – sia in termini di «software» – quali aspettativa di vita, tasso di mortalità infantile e sicurezza stradale.

La Cina ha la sua dose di problemi, alcuni dei quali sono gravi e richiedono una soluzione concreta, ma il successo complessivo della Cina è fuori dubbio. Come si spiega questo successo? Alcuni sostengono che sia dovuto agli investimenti diretti esteri, ma l’Europa orientale ha ricevuto un volume di IDE pro capite di gran lunga superiore; altri sostengono che sia dovuto alla manodopera a basso costo della Cina, ma l’India e molti paesi in via di sviluppo offrono manodopera ancora più economica; altri ancora sostengono che sia dovuto a un governo autoritario, ma i governi autoritari – secondo la definizione occidentale del concetto – sono presenti ovunque in Asia, in Africa, in America Latina e nel mondo arabo. Nessuno di essi ha ottenuto ciò che la Cina ha realizzato.

Se nessuna di queste spiegazioni riesce a chiarire il successo della Cina, è opportuno provare a pensare fuori dagli schemi. A giudizio di chi scrive, ciò è dovuto essenzialmente alla natura della Cina come Stato e al modello di sviluppo cinese.

La Cina non è una Germania dell’Est o una Bielorussia in versione allargata. Né è un altro Stato qualsiasi; la Cina è uno Stato-civiltà, probabilmente l’unico al mondo, poiché è l’unico Paese al mondo con una storia di Stato unificato che dura da oltre 2000 anni, è l’unica civiltà al mondo che si è mantenuta ininterrotta per oltre 5000 anni ed è l’unica fusione al mondo tra una civiltà antica e un enorme Stato moderno.

Un’analogia inappropriata potrebbe essere quella di un Impero Romano antico che continuasse ancora oggi come uno Stato moderno unificato, dotato di un governo centralizzato, di un’economia moderna, di tutte le sue diverse tradizioni e culture e di un’enorme popolazione che parla la stessa lingua, il latino.

La Cina è uno Stato-civiltà, probabilmente l’unico al mondo, in quanto è l’unico Paese al mondo con una storia di Stato unificato che dura da oltre 2000 anni, nonché l’unica civiltà al mondo che si è mantenuta ininterrotta per oltre 5000 anni e l’unica fusione di civiltà antiche.

Un paese di questo tipo non può che essere unico: la Cina è una fusione di quattro fattori, ovvero una popolazione enorme, un territorio vastissimo, una storia lunghissima e una cultura ricchissima. La Cina ha una popolazione superiore alla somma delle popolazioni dei 27 paesi dell’Unione Europea, degli Stati Uniti, della Russia e del Giappone messi insieme. Durante il Festival di Primavera cinese del 2012 si sono registrati 3,1 miliardi di spostamenti attraverso le vaste reti di trasporto del Paese, un dato equivalente a spostare l’intera popolazione del Nord e del Sud America, dell’Europa, della Russia, del Giappone e dell’Africa da un luogo all’altro in meno di un mese. Questa è la portata del Paese, nonché le sfide e le opportunità che deve affrontare.

La Cina vanta un territorio vastissimo, un vero e proprio continente a sé stante, caratterizzato da una diversità regionale inimmaginabile. La Cina ha un’enorme…
tradizioni storiche profondamente radicate in ogni ambito immaginabile, spesso tradizioni che risalgono a migliaia di anni fa, spaziando dalla governance politica, all’arte di governare e all’economia, fino alla filosofia, alla medicina, alla strategia militare e allo stile di vita. La Cina possiede una super-una ricca cultura, che comprende una delle letterature e delle architetture più sofisticate al mondo. Forse non c’è esempio migliore per illustrare questa ricchezza della cucina cinese: esistono 8 scuole culinarie principali e le loro innumerevoli sottocategorie; ciascuna delle 8 scuole principali è, a detta di molti, più ricca della cucina francese in termini di contenuti e varietà.

Nel 1978 la Cina decise di intraprendere un proprio percorso di sviluppo e di adottare un approccio pragmatico, basato su tentativi ed errori, per il suo imponente programma di modernizzazione.

Pertanto, uno Stato civilizzativo è il risultato della fusione di centinaia di Stati in uno solo nel corso di migliaia di anni di storia. Secondo l’autore, i quattro “super” hanno plasmato il modello di sviluppo unico della Cina, dal quale è possibile individuare otto caratteristiche:

In primo luogo, la sua filosofia guida è denominata “ricerca della verità nei fatti”. Si tratta di un antico concetto cinese ripreso dal defunto leader Deng Xiaoping dopo il fallimento della utopistica Rivoluzione Culturale. Deng riteneva che fossero i fatti, piuttosto che i dogmi ideologici — sia orientali che occidentali — a dover costituire il criterio ultimo per stabilire la verità. Pechino concluse, dall’esame dei fatti, che né il modello comunista sovietico né quello della democrazia liberale occidentale funzionavano realmente per un paese in via di sviluppo in termini di modernizzazione. Pertanto, nel 1978 la Cina decise di esplorare una propria via di sviluppo e di adottare un approccio pragmatico, basato su tentativi ed errori, per il suo imponente programma di modernizzazione. Questo è il fondamento filosofico del modello cinese.

In secondo luogo, dare priorità al benessere della popolazione. Si tratta di un concetto molto tradizionale di governance politica in Cina. In questo contesto, Deng Xiaoping ha definito l’eliminazione della povertà come il compito prioritario della Cina e ha perseguito una strategia concreta per sradicare la povertà. La riforma cinese è iniziata nelle campagne, poiché all’epoca la maggior parte dei cinesi viveva in campagna. Il successo della riforma rurale ha dato slancio all’economia cinese e ha innescato una reazione a catena positiva che ha portato alla nascita di milioni di piccole e medie imprese, le quali ben presto hanno rappresentato oltre la metà della produzione industriale cinese, aprendo così la strada alla rapida espansione delle industrie manifatturiere e del commercio estero della Cina.

Si può sostenere che la Cina stia colmando una lacuna nella gamma dei diritti umani sostenuti dall’Occidente, che tende a concentrarsi esclusivamente sui diritti civili e politici. Questo approccio, che “mette al primo posto il sostentamento delle persone”, potrebbe avere implicazioni a lungo termine per quella metà della popolazione mondiale che vive ancora in condizioni di povertà.

In terzo luogo, la stabilità come presupposto per lo sviluppo. In quanto Stato di civiltà, la sua diversità etnica, religiosa, linguistica e regionale è tra le più elevate al mondo, e questa condizione ha quindi plasmato quella che si potrebbe definire “la psiche collettiva” dei cinesi, ovvero la tendenza della maggior parte delle persone a venerare la stabilità e a temere il “luan”, il termine cinese che indica il caos, e la cultura politica cinese è profondamente radicata nel concetto di «taipingshengshi»: prosperità nella pace, o pace con prosperità. La propensione di Deng Xiaoping alla stabilità deriva in parte dalla sua comprensione della storia cinese: in un arco di tempo di quasi un secolo e mezzo, dal 1840 — quando gli inglesi diedero inizio alla Guerra dell’Oppio contro la Cina — fino all’inizio delle riforme alla fine del 1978, il periodo più lungo di pace e stabilità ininterrotte della Cina non durò più di 8 o 9 anni; il Paese era in costante subbuglio e soffriva di ripetute aggressioni straniere, guerre civili, rivolte contadine e frenesia ideologica autoinflitta. Ormai la Cina aveva goduto per la prima volta nella sua storia moderna di una stabilità sostenuta per oltre tre decenni, e ha realizzato un miracolo economico.

Quarto, la riforma graduale. Date le dimensioni e la complessità del Paese, Deng Xiaoping definì una strategia spesso descritta come “attraversare un fiume tastando i sassi”, e incoraggiò la sperimentazione per tutte le principali iniziative di riforma, come dimostrano le zone economiche speciali cinesi, dove venivano testate nuove idee quali la vendita dei terreni, le joint venture nel settore dell’alta tecnologia e un’economia orientata all’esportazione. Solo quando le nuove iniziative si dimostrano efficaci vengono estese a livello nazionale. La Cina ha rifiutato la «terapia d’urto» e ha operato attraverso le istituzioni esistenti, per quanto imperfette, riformandole gradualmente per adeguarle alla modernizzazione. Questo approccio cauto ha permesso alla Cina di mantenere la stabilità politica di cui aveva tanto bisogno ed ha evitato fallimenti paralizzanti come quelli verificatisi nell’ex Unione Sovietica e nell’ex Jugoslavia.

Quinto, stabilire le giuste priorità e sequenze. In linea con l’approccio graduale, la riforma cinese ha mostrato un chiaro schema di cambiamento: prima le riforme rurali, poi quelle urbane; prima i cambiamenti nelle aree costiere, poi quelli nell’entroterra; prima le riforme economiche, poi quelle politiche. In sintesi, le riforme più facili prima di quelle più difficili. Il vantaggio di questo approccio è che le esperienze e gli insegnamenti acquisiti nella prima fase della riforma creano le condizioni per la fase successiva del cambiamento. Alla base di questo approccio c’è la tradizione filosofica cinese del pensiero olistico. Deng Xiaoping ha delineato una strategia di 70 anni per modernizzare la Cina entro la metà del XXI secolo, e la Cina sta ancora perseguendo questa strategia oggi. Questa caratteristica contrasta nettamente con la politica populista e miope così diffusa in gran parte del mondo odierno.

Sesto, un’economia mista. La Cina ha cercato di combinare la forza della “mano invisibile” del mercato con quella della “mano visibile” dell’intervento statale, in parte per correggere i fallimenti del mercato. Il sistema economico cinese viene quindi definito «economia di mercato socialista». Quando le forze di mercato sono state liberate dal gigantesco cambiamento economico della Cina, lo Stato cinese ha fatto tutto il possibile per garantire la stabilità macroeconomica e politica, e ha guidato il Paese fuori dalla zona di pericolo sia durante la crisi finanziaria asiatica del 1997 sia durante l’attuale tsunami finanziario.

Settimo, l’apertura al mondo esterno. Priva di una tradizione messianica volta a convertire gli altri, la Cina rappresenta una cultura laica in cui imparare dagli altri è considerato una grande virtù. La Cina ha mantenuto la sua lunga tradizione di «prestiti culturali selettivi» dal mondo esterno, attingendo anche a elementi utili del consenso neoliberista di Washington, come l’enfasi sull’imprenditorialità e sul commercio internazionale. Tuttavia, Pechino tutela sempre il proprio spazio politico e attinge alle idee straniere in modo selettivo. L’apertura alla concorrenza internazionale ha permesso alla Cina di diventare una delle economie più competitive al mondo.

Infine, ma non meno importante, uno Stato forte, piuttosto disinteressato e illuminato. Il cambiamento della Cina è stato guidato da uno Stato sviluppista illuminato. Lo Stato cinese è in grado di creare un consenso nazionale sulla necessità di riforme e modernizzazione, di garantire la stabilità politica e macroeconomica generale e di perseguire obiettivi strategici ambiziosi, quali l’attuazione delle riforme del settore bancario, la riforma delle imprese statali, l’attuazione delle politiche industriali necessarie e lo stimolo all’economia a fronte della recessione globale. Questa caratteristica affonda le sue radici nella tradizione confuciana cinese di uno Stato forte e benevolo, fondato sulla meritocrazia a tutti i livelli. Dopotutto, la Cina è il Paese che ha inventato il sistema degli esami per la selezione dei funzionari pubblici oltre 1000 anni fa.

La Cina ha rifiutato la “terapia d’urto” e ha operato nell’ambito delle istituzioni esistenti, per quanto imperfette, riformandole gradualmente per adeguarle alle esigenze della modernizzazione.

Grazie a questa tradizione di meritocrazia e legittimità basata sui risultati, Pechino attua ora in tutta la sua struttura di leadership ciò che può essere definito “selezione più una qualche forma di elezione”. Ad esempio, i criteri per diventare uno dei nove leader di punta della Cina, ovvero i membri del Comitato Permanente dell’Ufficio Politico, richiedono solitamente due mandati di buoni risultati come massimo dirigente di una provincia, che spesso ha le dimensioni di 4 o 5 Stati europei medi. Con questo sistema di meritocrazia e legittimità basata sui risultati, per quanto imperfetto possa essere, non c’è alcuna possibilità che leader incompetenti come George W. Bush possano raggiungere i vertici del potere.

Il relativo successo della Cina dal 1979 dimostra che, indipendentemente dal sistema politico, tutto si riduce alla buona governance. In altre parole, la prova definitiva di un buon sistema politico sta nella misura in cui è in grado di garantire una buona governance. La dicotomia stereotipata tra democrazia e autocrazia suona sempre più vuota nel complesso mondo odierno, dato il gran numero di “democrazie” mal governate. L’approccio cinese potrebbe alla fine determinare un cambiamento di paradigma, passando dalla dicotomia democrazia contro autocrazia a quella di buon governo contro cattivo governo.

Il buon governo può assumere la forma del sistema politico occidentale, come nel caso, ad esempio, della Svizzera, oppure quella di un sistema politico non occidentale, come nel caso di Singapore e Hong Kong. La Cina, nonostante tutti i suoi difetti, è un paese governato molto meglio rispetto alla maggior parte dei paesi in via di sviluppo. Allo stesso modo, il malgoverno può assumere la forma del sistema politico occidentale, come nel caso di Haiti, Iraq, Mongolia, Ucraina e delle nazioni recentemente fallite, Islanda e Grecia, oppure può assumere la forma di un sistema politico non occidentale, come nel caso della Birmania.

La dicotomia stereotipata tra democrazia e autocrazia suona sempre più vuota nel mondo di oggi, vista la grande quantità di “democrazie” mal governate.

Ne consegue che, dal punto di vista cinese, la natura di uno Stato, compresa la sua legittimità, debba essere definita più dalla sua sostanza – ovvero il buon governo – che dalle sue procedure. La Cina privilegia la sostanza rispetto alle procedure, ritenendo che, in ultima analisi, la giusta sostanza si tradurrà nelle giuste procedure, adeguate alle condizioni specifiche di ciascuna nazione. Il buon governo dovrebbe essere un obiettivo di tutti i governi del mondo, e i paesi in via di sviluppo si trovano ad affrontare la sfida sempre più pressante delle riforme politiche necessarie per raggiungere il buon governo. Lo stesso vale per i paesi sviluppati, data la portata delle crisi che stanno investendo Giappone, Europa e Stati Uniti.

La Cina è oggi il più grande laboratorio al mondo di cambiamento economico, sociale e politico. Il successo delle riforme economiche cinesi potrebbe aver tracciato un modello per il suo futuro cambiamento politico: un approccio graduale, sperimentale e cumulativo, che assimili tutto ciò che c’è di positivo nelle idee e nelle pratiche sia cinesi che straniere. Dopo oltre un secolo di guerre e rivoluzioni devastanti, e dopo tre decenni di riforme economiche di successo, la maggior parte dei cinesi sembra disposta a proseguire con il proprio modello di sviluppo, imperfetto ma efficiente, e questo modello sembra integrarsi ragionevolmente bene con la civiltà cinese, che vanta diversi millenni di storia — comprese una ventina di dinastie, sette delle quali sono durate più a lungo dell’intera storia degli Stati Uniti.

La Cina sta attraversando le proprie rivoluzioni industriali e sociali. Le imperfezioni sono numerose e il Paese deve ancora affrontare molte sfide, come la lotta alla corruzione e la riduzione dei divari tra le regioni e tra ricchi e poveri. Tuttavia, è probabile che la Cina continui a evolversi seguendo il proprio modello di successo, piuttosto che adottare modelli altrui.

Il mondo sta assistendo a un’ondata di cambiamenti che sta portando da un ordine mondiale verticale, in cui l’Occidente è al di sopra di tutti gli altri, a un ordine più orizzontale, in cui gli altri, in particolare la Cina, saranno alla pari con l’Occidente sia in termini di ricchezza che di idee.

Con l’ulteriore ascesa della Cina, il modello cinese potrebbe benissimo acquisire maggiore influenza a livello internazionale. Sebbene l’esperienza cinese sia in gran parte autoctona e difficile da replicare da parte di altri paesi con tradizioni culturali diverse, alcune idee e pratiche del modello cinese – quali “cercare la verità nei fatti”, dare priorità al benessere della popolazione, un approccio graduale e sperimentale al cambiamento, nonché il principio secondo cui “il buon governo conta più della democratizzazione” – potrebbero riscuotere un più ampio consenso a livello internazionale.

In effetti, il mondo sta assistendo a un’ondata di cambiamenti che lo sta portando da un ordine mondiale verticale, in cui l’Occidente prevale sul resto del mondo sia in termini di ricchezza che di idee, a un ordine più orizzontale, in cui il resto del mondo, in particolare la Cina, sarà alla pari con l’Occidente sia in termini di ricchezza che di idee. Si tratta di uno spostamento di peso economico e politico senza precedenti nella storia dell’umanità, che cambierà il mondo per sempre.

*Questo articolo è tratto dal recente libro dell’autore, un bestseller in Cina, intitolato *The China Wave: Rise of a Civilizational State* (WorldCentury)

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Informazioni sull’autore

Zhang Weiwei è professore di relazioni internazionali presso l’Università di Fudan, ricercatore senior presso l’Istituto Chunqiu in Cina e professore ospite presso la Scuola di Diplomazia e Relazioni Internazionali di Ginevra.

Valori statali della civiltà contro eccezionalismo nichilista

Karl Sanchez26 ottobre
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Il declino imperiale sembra generare un periodo in cui costumi e norme fondamentali consolidati, altrimenti noti come valori, si degradano in vari gradi di comportamento nichilista che si ripresenta ogni volta che un impero declina, indipendentemente dalla sua durata o dal periodo storico in cui è esistito. Alcuni declini sono più violenti di altri, alcuni sono brevi, durando solo un decennio o due, mentre altri si sono protratti per secoli. Il XX secolo ha visto diversi di questi eventi e, con l’inizio del nuovo secolo, è nato il ciclo successivo. Ci sono alcune domande correlate che non troveranno risposta, ma che è necessario porre: la prima e più importante è se esista una civiltà occidentale; la seconda, se una nazione occidentale possa essere considerata civilizzata; e la terza, se le élite occidentali abbiano mai dato valore a qualcosa di diverso dalla ricchezza e dal potere. Queste domande devono essere tenute presenti, poiché vengono portate in primo piano da coloro che stanno analizzando a fondo la situazione mondiale attuale. Ad esempio, nella sua recente conversazione con Daniel Davis, Alastair Crooke ha elencato molti punti, tra cui alcuni pertinenti a questa discussione:

L’Occidente ha abbandonato il proprio quadro morale – le regole di guerra, il diritto internazionale, la Carta delle Nazioni Unite, ecc. – distruggendo gli stessi valori che potrebbero essere alla base di un futuro ordine multipolare.

Il passaggio dalla “visione redentrice” iniziale dell’America alla visione manichea del bene contro il male (intorno all’epoca dell’11 settembre) ha eliminato qualsiasi base per una coesistenza negoziata con i suoi avversari, polarizzando tutti gli avversari in potenzialmente buoni o chiaramente malvagi…

Il futuro geopolitico sarà caotico: un ordine multipolare è possibile, ma mancano i valori condivisi e i punti di riferimento morali necessari al suo funzionamento. La risposta dei BRICS sarà principalmente difensiva/deterrente (come ad esempio la creazione di una via alternativa al dollaro e alle sanzioni).

I valori della Carta delle Nazioni Unite sono stati erosi fin dalla sua nascita nel 1945 e ora sono stati completamente abbandonati in Occidente, mentre la Maggioranza Globale vuole preservarli e rafforzarli, un movimento che si riflette nel Gruppo degli Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, formatosi nel 2021, e nelle dichiarazioni rilasciate dalla miriade di organizzazioni della Maggioranza Globale, la più recente delle quali è stata il Summit CICA .

Riaffermando il nostro impegno nei confronti della Carta delle Nazioni Unite e delle norme e dei principi universalmente riconosciuti del diritto internazionale che sostengono gli obiettivi e i principi della CICA sanciti nella Dichiarazione sui principi che guidano le relazioni tra gli Stati membri della CICA del 14 settembre 1999 e nell’Atto di Almaty del 4 giugno 2002, che, tra gli altri documenti adottati dagli organi direttivi della CICA, hanno posto solide basi per il processo della CICA, [Enfasi originale]

Ogni dichiarazione congiunta rivelerebbe un linguaggio simile. Il punto è che la stragrande maggioranza dell’umanità vuole preservare ciò che è stato dichiarato dopo la serie di guerre più devastanti della storia umana, ovvero la prevenzione di tali guerre e l’uguaglianza di tutti gli stati e i popoli, ossia l’eliminazione dell’eccezionalismo che ha generato quelle guerre e tutto il caos che ne è seguito e che è tuttora in corso. Tutto quanto sopra serve a fornire un contesto alla seguente traduzione di un articolo che tratta il tema degli stati civilizzati e dei loro sistemi di conoscenza e di come questi possano trascendere le modalità di pensiero occidentali un tempo dominanti, che non funzionano più e vengono rifiutate perché sono diventate prive di valore, come dimostra quotidianamente il comportamento occidentale – ciò che Zhang Weiwei chiama centrismo occidentale.

Come fa notare l’ Observer nella sua prefazione, Xi Jinping ha incaricato gli studiosi cinesi di “accelerare la costruzione della filosofia e delle scienze sociali con caratteristiche cinesi”. E prosegue:

Perché, a distanza di dieci anni, molti studi correlati rimangono ancora fermi alla fase di deduzione testuale basata su “doveri”? Eppure la teoria dello “stato civilizzato” è uscita dalla torre d’avorio ed è diventata una conquista “reale”, influenzando la trasformazione del panorama globale odierno. Quali spunti offre questo per la costruzione di un sistema di conoscenza indipendente in Cina?

Il 15 ottobre, il professor Zhang ha tenuto un discorso programmatico al Thinkers Forum su questo argomento: “Innovazione teorica in una nazione civilizzata: promuovere il sistema di conoscenza indipendente cinese, da ciò che dovrebbe essere alla realtà”. I lettori si accorgeranno presto che si tratta di una lezione di livello universitario, tuttavia suggerisco di proseguire nella lettura, poiché si comprenderanno le divergenze tra il pensiero cinese e quello occidentale. E in questa fase delle relazioni, questo è molto importante. Un’altra pubblicazione in inglese citata è ” China, the Civilizational State Narrative and its Implications “, di nove pagine, troppo lunga per essere inclusa in Substack. La lezione e il saggio vanno considerati complementari, poiché insieme offrono un valore ben maggiore della somma delle singole parti. C’è anche ” The China Wave: Rise of a Civilizational State” di Zhang , pubblicato in inglese nel 2012, di cui questo articolo dello stesso anno, “The China Model: a Civilizational-State Perspective”, è una sintesi. Una volta letto, il libro offrirà ai lettori una comprensione molto più chiara della prospettiva cinese, di fondamentale importanza in quanto la Cina, insieme ai suoi stati affini come Russia e Iran, si impegna a preservare i valori che l’umanità più stima.

Dovrebbe essere chiaro come l’eccezionalismo occidentale comprometta la capacità dell’Occidente di condurre analisi adeguate e lo porti continuamente a conclusioni errate su troppe questioni importanti per la maggior parte della popolazione. La politica degli interessi particolari è uno dei tanti aspetti dannosi della cultura occidentale che ha portato all’eliminazione di valori fondamentali e al tentativo di sostituirli con politiche che si presume producano valori migliori, ma che in realtà servono a degradare quelli già esistenti, spesso privi di fondamento, come l’uguaglianza individuale e l’eliminazione del concetto di razza. Se le nazioni non vengono trattate come uguali, come sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, non dovremmo sorprenderci che la discriminazione sia dilagante, così come la rigida gerarchia sociale, mentre l’oligarchia emerge come forma dominante di governo, ridicolizzando la democrazia in Occidente. Russia e Cina sono entrambe accusate di essere stati autoritari, nonostante le numerose prove del contrario, eppure offrono livelli di governo efficaci che soddisfano pienamente le loro popolazioni. La guerra dell’informazione che l’Occidente produce su vasta scala, presumibilmente diretta contro le popolazioni degli stati civilizzati, viene derisa da questi ultimi e, al contrario, assale le menti del pubblico occidentale con una massiccia disinformazione su Russia, Cina, Iran e altri paesi. Il pubblico occidentale sta iniziando a ribellarsi a questa situazione, poiché i suoi bisogni vengono completamente ignorati dall’oligarchia e dalle sue élite. La storia non si è conclusa con l’emergere delle profonde imperfezioni interne all’Occidente, poiché l’antitesi di tale ipotesi è che il neoliberismo si sta dimostrando una nuova forma di feudalesimo. La Cina ha fatto in modo che il suo uomo più ricco, Jack Ma, non potesse continuare ad arricchirsi o a pervertire la politica, a differenza dell’Occidente, dove Musk è ora un trilionario e fin troppi centimiliardari esistono: la disuguaglianza di ricchezza è una manifestazione molto visibile di quanto sia pessima la governance in Occidente, che non è affatto eccezionale in senso positivo; piuttosto, è eccezionale in un senso molto deviante, privo di valore.

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Tucker Carlson afferma che Trump sta pianificando di lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. Ma gli Stati Uniti potrebbero davvero riuscirci? _ di Simplicius

Tucker Carlson afferma che Trump sta pianificando di lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. Ma gli Stati Uniti potrebbero davvero riuscirci?

Analizziamo la probabilità di successo di una missione di questo tipo e le possibili modalità di realizzazione.

Simplicio2 novembre∙
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Ieri Tucker Carlson ha fatto un’affermazione esplosiva, sostenendo che, sotto pressione di Netanyahu, Trump starebbe valutando l’ipotesi di usare un’arma nucleare contro il Piccone iraniano per “chiudere” definitivamente il programma nucleare del Paese.

Tucker Carlson@TuckerCarlson Sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe il monte Pickax, nell’Iran centrale, dove l’intelligence israeliana afferma che il governo iraniano ha riavviato le sue attività nucleari… 01:47 · 2 novembre 2026·46,1 milioni di visualizzazioni18.300 risposte·51.300 condivisioni·275.000 Mi piace

Il post completo per motivi di posterità, nel caso in cui il tweet qui sopra venisse in qualche modo cancellato:

Sotto la pressione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’amministrazione Trump potrebbe essere a pochi giorni dal lanciare un attacco nucleare contro l’Iran. L’obiettivo sarebbe il monte Pickax, nell’Iran centrale, dove l’intelligence israeliana sostiene che il governo iraniano abbia riavviato il suo programma di arricchimento nucleare. Nessuna arma convenzionale nell’arsenale americano è in grado di penetrare 90 metri di granito solido per distruggere i tunnel in cui si presume avvenga l’arricchimento. L’unica opzione militare è un attacco nucleare. Netanyahu sta spingendo con forza per un attacco nucleare. “Bibi chiama Trump ogni giorno per questo”, afferma un osservatore informato.

Netanyahu è messo alle strette e disperato. Dopo i risultati elettorali della scorsa settimana, non può formare un governo a meno che Trump non intervenga direttamente nella politica israeliana e non raggiunga un accordo con gli altri partiti che gli garantisca 61 seggi alla Knesset. Altrimenti, sarà estromesso dalla carica di primo ministro e si troverà ad affrontare l’ignominia, indagini e forse anche il carcere. Netanyahu deve rimanere vicino a Trump. Ha bisogno di questa guerra.

A tal fine, ha esercitato la massima pressione sui suoi più stretti alleati nell’amministrazione, tra cui il Segretario alla Difesa Pete Hegseth e il comandante del CENTCOM Brad Cooper. Entrambi si oppongono a una soluzione negoziata per la guerra che hanno gestito in modo così disastroso; entrambi premono per la ripresa delle principali operazioni di combattimento. Anche il Segretario di Stato Marco Rubio e il direttore della CIA John Ratcliffe seguono l’esempio di Netanyahu, così come i leader del Partito Democratico. In un recente incontro sull’argomento, l’ex presidente Barack Obama ha dichiarato di opporsi all’attuale accordo di pace sull’Iran in fase di elaborazione a Doha.

Il resto degli alleati storici degli Stati Uniti in Medio Oriente è terrorizzato dalla prospettiva di un’ulteriore guerra. Il 27 settembre, Netanyahu si è recato segretamente ad Abu Dhabi per coinvolgere gli Emirati Arabi Uniti nella sua attività di lobbying per un attacco finale all’Iran. Gli Emirati hanno rifiutato. Dopo otto mesi di conflitto, le economie del Golfo sono sull’orlo del collasso. Lo stesso vale per i mercati globali dell’energia e dei fertilizzanti. Non si riprenderanno presto. A livello globale, ci sono circa 850 superpetroliere utilizzate per trasportare il petrolio dai produttori al resto del mondo. Solo a ottobre, 11 di queste sono state gravemente danneggiate a Hormuz. A questo ritmo, una depressione globale è imminente. Un attacco nucleare accelererebbe radicalmente la distruzione. Le ricadute radioattive di un’esplosione a terra sul monte Pickax contaminerebbero il Golfo Persico, avvelenando le riserve idriche di 100 milioni di persone.

Queste sono solo alcune delle conseguenze immediate per la regione. Il resto del mondo è altrettanto esposto. Nessun Paese, a parte gli Stati Uniti, ha mai usato un’arma nucleare in guerra. Alcuni lo vorrebbero. Un attacco nucleare americano contro l’Iran creerebbe un nuovo precedente. I russi hanno già comunicato ad almeno altri due governi che un attacco nucleare americano contro l’Iran darebbe loro il via libera per usare armi nucleari contro l’Ucraina. Il Pakistan e l’India sarebbero tentati di fare lo stesso l’uno contro l’altro, così come la Corea del Nord contro Seul. Dopo il primo attacco nucleare, la Terza Guerra Mondiale sarebbe inevitabile. Quella guerra sarebbe breve e definitiva.

Abbiamo camminato sonnambuli verso questo momento per mesi. Da febbraio, l’amministrazione ha silenziosamente riscritto la dottrina nucleare americana per rendere più facile e quindi più probabile il primo utilizzo delle cosiddette “armi nucleari da campo di battaglia”. A Washington, in entrambi i partiti, nessuno sembra preoccuparsene. Ora siamo sull’orlo.

Secondo osservatori attenti, Trump probabilmente deciderà entro il prossimo fine settimana se usare o meno le armi nucleari. Ciò avverrebbe il 7 novembre, tra sei giorni. A suo merito, sta esitando. Al momento, Trump sta ascoltando il suo vicepresidente, JD Vance, e il suo inviato e amico Steve Witkoff, entrambi convinti che un accordo con l’Iran sia possibile.

Hanno ragione, anche se non sarà semplice. È risaputo che negoziare con gli iraniani è estremamente difficile in qualsiasi circostanza, e alcuni elementi del governo si sono radicalizzati dopo l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei e della sua famiglia a febbraio. Dopo decenni di isolamento, persino i leader iraniani relativamente moderati sembrano disorientati dal modo in cui vengono prese le decisioni in Occidente. (A Teheran, ad esempio, è diffusa la convinzione che il governo degli Stati Uniti controlli Israele). Ma nel complesso, le persone che hanno parlato con i decisori politici in Iran affermano che c’è consenso sul fatto che un’ulteriore guerra sia dannosa per tutti e che valga la pena raggiungere un accordo.

Un gruppo che finora non è stato consultato è la popolazione mondiale: le centinaia di milioni di persone che moriranno insieme ai loro figli se Netanyahu spingerà Trump a lanciare un attacco nucleare la prossima settimana. Ora sarebbe il momento per loro di far sentire la propria voce.

Innanzitutto, è opportuno premettere che Tucker Carlson è noto per i suoi legami con i servizi segreti e ha più volte commentato le sue connessioni all’interno del Senato e della comunità dell’intelligence, che gli avrebbero fornito informazioni riservate in anticipo su questioni chiave. È risaputo che il padre di Carlson abbia lavorato per la CIA o che vi avesse legami.

In secondo luogo, ha ragione nell’allusione a una recente iniziativa guidata da Elbridge Colby per ampliare le “opzioni limitate e razionalmente impiegabili” per l’uso dell’energia nucleare:

https://www.military.com/pentagon-nuclear-review-could-expand-war-options-outside-public-view

Tutto ciò per dire che le affermazioni di Tucker non sono del tutto infondate o prive di merito. Dopotutto, nell’arsenale statunitense ci sono solo due opzioni che potrebbero anche solo lontanamente competere con Pickaxe Mountain, che si dice sia composta da granito denso: o la bomba convenzionale GBU-57 MOP (Massive Ordnance Penetrator) o l’opzione nucleare, che analizzeremo in dettaglio più avanti.

L’opzione nucleare che analizzeremo in dettaglio si articola in realtà in due bombe distinte, seppur correlate tra loro ma leggermente diverse: la B61-11 e la B61-12. Le loro differenze sono cruciali per comprendere le potenziali opzioni contro l’Iran.

In linea di massima, la B61-11 può essere trasportata solo dal bombardiere stealth B-2 Spirit e da nessun altro velivolo. La B61-11 è di gran lunga la variante più grande, con un peso di circa 550 kg (1.200 libbre) ed è classificata come bomba perforante . Si tratta di una “bomba non guidata”, priva di qualsiasi sistema di puntamento, sebbene la sua precisione sia stimata entro i 90 metri circa (300 piedi), il che non rappresenta un problema per un’arma non convenzionale.

L’aspetto più importante: ha una potenza nucleare esplosiva di 400 chilotoni, circa 40 volte quella di Hiroshima. Si tratta di quasi mezzo megatone, una quantità estrema, soprattutto se confrontata con l’altra variante, la B61-12, che raggiunge al massimo solo 50 kt.

Il problema principale di questo approccio è che la bomba deve essere sganciata direttamente sulla montagna da un B-2 Spirit, presumibilmente in condizioni meteorologiche favorevoli per consentire al sistema di puntamento non guidato di funzionare con la massima precisione. I B-2 hanno ovviamente la gittata necessaria, ma il principale interrogativo aperto è se siano in grado di penetrare lo spazio aereo iraniano per una missione reale , in cui l’Iran sta effettivamente compiendo sforzi per abbatterli.

Da un lato, durante l’operazione “Midnight Hammer” del 22 giugno 2025, gli Stati Uniti affermarono di aver già utilizzato i bombardieri B-2 Spirit per colpire le installazioni di Fordow e Natanz, quest’ultima situata a pochi chilometri da Pickaxe Mountain. Esiste quindi un precedente per l’esecuzione “con successo” di una missione con lo stesso profilo. Tuttavia, sappiamo che questi attacchi sono oggetto di molte controversie, soprattutto alla luce di diverse indiscrezioni secondo cui sarebbe stato stipulato un accordo segreto con l’Iran per consentire agli Stati Uniti di colpire indisturbati quei siti in cambio di una via d’uscita dall’aeroporto.

Ricordiamo che il portavoce del Pentagono ammise che l’Iran, stranamente, non reagì in alcun modo al pacchetto di attacchi “Martello di Mezzanotte”:

“Non siamo a conoscenza di alcun colpo sparato contro il gruppo d’attacco statunitense. I caccia iraniani non hanno volato e sembra che i missili terra-aria iraniani non ci abbiano individuato.”

La principale stranezza deriva dal fatto che il bersaglio è chiaramente noto in anticipo. Anche se un aereo fosse in grado di effettuare una vera e propria “manovra stealth”, è praticamente impossibile nasconderlo quando deve sorvolare una posizione nota con precisione, che può essere facilmente sorvegliata e pattugliata con vari sistemi di difesa aerea. Ricordiamo che gli Houthi riuscirono, in un episodio diventato famoso, a far agganciare bersagli agli F-35.

https://theaviationist.com/2025/05/13/houthi-air-defenses-usf-35s-and-f-16s/

Se gli Houthi sono in grado di agganciare un aereo stealth moderno e molto più avanzato, perché l’Iran non dovrebbe essere in grado di colpire un aereo gigante delle dimensioni di un Boeing 747, la cui traiettoria di volo è nota e ovvia a tutti?

Ed è proprio questo che rende la missione particolarmente improbabile: il semplice fatto che un B-2 che trasporta una bomba nucleare possa essere abbattuto durante un’operazione reale , e non durante una messinscena legata ad accordi segreti, crea la concreta possibilità di uno scenario da incubo che sortisca l’effetto opposto a quello dichiarato dell’obiettivo della missione: dare all’Iran una bomba nucleare gratuita.

Immaginate: il B-2 viene abbattuto e l’Iran riesce a recuperare il nucleo nucleare perfettamente funzionante del B-61-11, un nucleo di dimensioni tali, tra l’altro, da poter ricavarne decine di armi nucleari di dimensioni inferiori. Già solo questo rischio rende la missione estremamente improbabile.

In pratica, il riutilizzo del nocciolo di una centrale nucleare sarebbe un’ipotesi estremamente remota per ragioni tecniche, ma è fattibile, o almeno è così che le narrazioni tenderebbero a presentarla per massimizzare l’impatto mediatico nel periodo successivo a un disastro.

Conclusione: Un vero attacco con un B-2 equipaggiato con il B-61-11 ha un’alta probabilità di successo, date le scarse possibilità che l’Iran acconsenta a un attacco nucleare, a differenza di quanto potrebbe aver fatto in passato per consentire una serie di attacchi convenzionali di minore entità. Pertanto, l’Iran sarebbe in stato di allerta e saprebbe esattamente dove aspettarsi il grande B-2, poiché l’aereo dovrebbe sorvolare direttamente il monte Pickaxe, garantendo all’Iran un corridoio aereo preciso da sorvegliare con tutte le sue capacità di difesa aerea.

Anche se il B-2 fosse davvero furtivo come pubblicizzato, la sua capacità stealth è progettata per funzionare solo fino a una certa distanza, e non a distanza ravvicinata quando vola entro pochi chilometri da un determinato sistema radar. A circa 20 km e meno, non sarebbe più “invisibile” ai radar e potrebbe essere rilevato praticamente da qualsiasi radar. Questo non sarebbe un grosso problema se l’attacco fosse condotto su obiettivi a sorpresa, dove il corridoio aereo non sarebbe noto in anticipo e i radar non sarebbero posizionati lungo la sua probabile rotta di volo. Ma dato che l’Iran conosce l’obiettivo preciso degli Stati Uniti, sarebbe elementare posizionare i radar intorno a Pickaxe, intrappolando di fatto il B-2 in una sorta di trappola mortale.

In secondo luogo, nello spazio aereo direttamente sopra la montagna potrebbero essere impiegate diverse altre risorse – a infrarossi, acustiche, visive – in grado di rilevare un oggetto massiccio delle dimensioni di un Boeing 747 in avvicinamento, sebbene ovviamente la missione verrebbe probabilmente condotta di notte, rendendo l’identificazione visiva molto più difficile all’altitudine massima del B-2, pari a 40-50.000 piedi.

Sebbene i B-2 fossero progettati per volare a bassa quota “sotto il radar” quando assolutamente necessario per la penetrazione, ciò non sarebbe fattibile per scopi nucleari, poiché per ovvie ragioni sarebbe necessaria la massima altitudine per sganciare una bomba atomica, a meno che non si tratti di una missione suicida; va comunque menzionato che il B-61 ha una modalità “adagiata” che gli consente di essere sganciato a soli 15 metri dal suolo, dopodiché si “stende” a terra tramite paracadute per poi esplodere in un secondo momento, secondo un timer preimpostato. Tuttavia, questa modalità non gli conferisce la capacità di “penetrazione”, in quanto si limiterebbe ad atterrare sulla superficie senza penetrare il terreno.

Passiamo ora all’unica altra opzione nucleare: la variante B61-12.

Questa variante è molto più piccola della B61-11: la B61-12 pesa 825 libbre (~375 kg) contro le ~1.200 libbre della B61-11.

Le sue dimensioni ridotte comportano un carico utile nucleare molto più debole, fino a 50 chilotoni, sebbene sia programmabile per potenze ancora inferiori. Le dimensioni consentono inoltre il suo impiego sugli F-15E, F-16 e F-35A, gli unici velivoli statunitensi certificati per trasportarla.

Possiamo escludere l’F-15E e l’F-16 perché non sono stealth, e l’F-16 probabilmente non avrebbe comunque un raggio d’azione sufficiente per raggiungere la montagna.

Rimane quindi solo l’F-35A. Il problema è che l’F-35A è la variante terrestre convenzionale: non è in grado di decollare da una portaerei come l’F-35C, né può decollare verticalmente con il sistema VTOL come l’F-35B. Questa è una differenza cruciale, poiché significa che l’unico F-35 in grado di trasportare l’armamento nucleare necessario non può decollare da una nave situata nelle vicinanze dell’Iran. Ciò significa che il raggio d’azione in combattimento gioca un ruolo fondamentale nella fattibilità di questa missione.

Test di caduta B61-12 da un F-35A.

Esistono solo due possibilità: l’F-35A dovrebbe decollare da una base regionale, tra cui le opzioni sono Al Udeid in Qatar, Al Dhafra negli Emirati Arabi Uniti, o la ben più lontana Prince Sultan in Arabia Saudita.

Al Udeid e Al Dhafra distano rispettivamente 960 km e 1.090 km dal Monte Pickaxe:

Senza serbatoi ausiliari esterni, che ovviamente annullerebbero le capacità stealth dell’aereo, l’F-35A avrebbe un raggio d’azione di combattimento di oltre 1.200 km, il che significa che dovrebbe essere in grado di raggiungere i 1.200 km per svolgere la sua missione e poi tornare indietro per altri 1.200 km. Questo lo pone a portata di queste basi, seppur di poco, anche se è discutibile quanto “margine” lasci e presuppone che l’aereo viaggi su una traiettoria diretta e rettilinea. Questa non è l’ipotesi migliore da fare, soprattutto considerando le voci secondo cui i B-2 in passato provenivano da nord, in direzione del Mar Caspio, per eludere i radar e le installazioni di difesa aerea iraniane più attive, che sono naturalmente situate più vicino ai confini occidentali dell’Iran, in prossimità del Golfo Persico.

L’F-35A potrebbe anche decollare dalla base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania, molto più distante, e sorvolare l’Iraq per entrare nel Paese attraverso l’Iran occidentale. Questo lo porterebbe sicuramente fuori dalla portata operativa, ma potrebbe ricevere rifornimento in volo in Iraq poco prima di entrare in Iran.

Quindi, è tecnicamente fattibile? Forse. Ma ecco il problema: come abbiamo detto all’inizio, la B61-12 non è una bomba perforante come la B61-11, molto più grande e rinforzata, trasportata dal B-2 Spirit. L’unica bomba ufficialmente riconosciuta come “distruttore di bunker nucleari” è la B61-11. Questo renderebbe la variante a potenza molto inferiore, che non è nemmeno in grado di penetrare terreni duri, come quella trasportata dall’F-35A, probabilmente inutile per questa particolare missione.

Ciò è particolarmente vero considerando che gli esperti mettono in dubbio persino la capacità del B61-11 di danneggiare in modo significativo le infrastrutture situate sotto la densa roccia granitica del Monte Pickaxe, e questa variante è stata progettata proprio per questo scopo. Ciò significa che il B61-12, molto più debole e montato sull’F-35A, non sarebbe certamente all’altezza del compito, nonostante l’F-35A abbia presumibilmente maggiori possibilità di penetrare effettivamente lo spazio aereo iraniano, grazie alla sua tecnologia stealth molto più avanzata, alle dimensioni molto più ridotte, alle migliori capacità difensive, evasive e di disturbo elettronico, ecc.

Il rischio è enorme: immaginate di impiegare una bomba nucleare in un combattimento reale per la prima volta dal 1945, solo per scoprire che non funziona e che la missione fallisce. Sarebbe un disastro senza precedenti.

Al contrario, la missione del B-2 è irta di rischi ancora maggiori: la più alta probabilità di un abbattimento che consegnerebbe all’Iran una testata nucleare attiva.

Forse ti starai chiedendo: non ci sono altre opzioni?

Dopo aver ritirato dal servizio tutti gli altri missili da crociera a capacità nucleare, soprattutto in seguito agli accordi con la Russia, gli Stati Uniti dispongono solo del missile da crociera a capacità nucleare AGM-86B nel loro arsenale. Questo missile è dotato di una testata derivata dal B61 e ha una gittata tale da poter raggiungere Pickaxe da ben oltre il confine iraniano.

I problemi, tuttavia, sono molti:

  1. Non è in grado di distruggere un bunker e i suoi effetti sarebbero discutibili
  2. Si tratta di un vecchio missile subsonico non stealth dei primi anni ’80.

Vecchio, lento e con un’enorme sezione radar equivalente, il missile sarebbe estremamente facile da tracciare e abbattere, soprattutto considerando che l’Iran ha dimostrato di essere in grado di abbattere missili molto più avanzati e furtivi lanciati da Israele e dagli Stati Uniti, come il JASSM-ER .

Un simile rischio sarebbe insostenibile, poiché significherebbe potenzialmente mettere di nuovo una testata nucleare a disposizione dell’Iran. Bisogna comprendere che una missione nucleare è ben diversa da un normale attacco, in cui una certa percentuale di fallimenti o abbattimenti è contemplata nei calcoli. In una missione nucleare, la probabilità di successo deve essere prossima al 100%, poiché le conseguenze di un fallimento sarebbero troppo gravi.

L’unica altra opzione rimasta è il lancio di un missile balistico intercontinentale (Minuteman III) o di un missile balistico lanciato da sottomarino (Trident II), ma questa soluzione è ovviamente impraticabile per le ragioni che abbiamo già spiegato più volte. Il lancio di un missile balistico intercontinentale potrebbe avere conseguenze globali catastrofiche, poiché la Russia o la Cina, con i loro sistemi satellitari di allerta precoce, potrebbero presumere che gli Stati Uniti stiano conducendo un primo attacco nucleare, il che rischierebbe uno scambio nucleare reciproco in grado di porre fine alla vita sulla Terra. Possiamo solo sperare che nemmeno Trump sia così folle.

E anche così, la maggior parte dei missili balistici intercontinentali sono progettati per esplodere nell’atmosfera, lasciando comunque la montagna intatta.

In conclusione, possiamo affermare che l’ipotesi più realistica sarebbe la missione del B-2, semplicemente perché trasporta l’armamento più potente e specificamente progettato per distruggere i bunker. Per ridurre il rischio di abbattimento di un B-2 che sorvola direttamente un sito che l’Iran sa essere l’obiettivo, sarebbe probabilmente necessario trasformarla in un’operazione su vasta scala che includa ogni tipo di velivolo di supporto, in particolare gli F-35 per effettuare disturbo elettronico e SEAD (spionaggio, attacco e distruzione di massa) al fine di garantire ai B-2 un corridoio di sopravvivenza. Una missione del genere comporterebbe rischi enormi, ma molti sostengono che sia già stata condotta con successo durante l’esercitazione Midnight Hammer, a seconda che si consideri o meno l’operazione come una messa in scena concordata.

Non ci resta altra scelta che considerare questa una missione altamente improbabile, ma non bisogna mai sottovalutare il fanatico “Dipartimento della Guerra” guidato da Hegseth.

Ciononostante, se Trump dovesse anche solo tentare un simile attacco, si aprirebbe il vaso di Pandora, fornendo ai falchi russi la giustificazione di cui hanno tanto bisogno per bombardare l’Ucraina con armi nucleari, e lo stesso varrebbe per India e Pakistan. In seguito, l’Iran stesso inizierebbe quasi certamente un vero e proprio programma di armi nucleari per difendersi in futuro, innescando una serie inarrestabile di conseguenze catastrofiche.


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La disperazione geostrategica dell’Europa: insegnamenti dalla telefonata di Stubb-Store a Putin, di Gordon Hahn

La disperazione geostrategica dell’Europa: insegnamenti dalla telefonata di Stubb-Store a Putin

28 ottobre
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La telefonata di martedì tra il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Store segna una svolta importante in relazione a tre dinamiche geopolitiche in corso nel contesto della guerra tra NATO e Russia in Ucraina. Si tratta di almeno tre cambiamenti geopolitici degni di nota.

Innanzitutto, il contatto interrompe una moratoria di quasi quattro anni imposta dai leader europei sui contatti con la Russia e il presidente Vladimir Putin, ponendo fine al tanto decantato, seppur fittizio, “isolamento della Russia”. Ciò è ulteriormente sottolineato dal fatto che non si è trattato di una telefonata isolata, poiché le parti hanno concordato di mantenere aperto il canale di comunicazione. Si tratta di un chiaro atto di disperazione di fronte all’accordo sul diesel del presidente statunitense Donald Trump, al congelamento delle sanzioni, agli sforzi per riavviare i colloqui russo-ucraini e, soprattutto, ai ripetuti tentativi di Trump di instaurare nuove relazioni e accordi economici con il Cremlino, proprio mentre i fronti della difesa, l’economia, la società e lo Stato ucraino stanno collassando. Anche in tempi più normali, una telefonata al Cremlino da parte di due leader europei sarebbe un evento insolito. Nel contesto della moratoria, ormai forse superata, e delle relazioni quasi apertamente bellicose tra la NATO e la Russia, la chiamata a Putin da parte dei leader di due Stati membri della NATO rappresenta un momento cruciale nella diplomazia relativa alla guerra e, più in generale, alle relazioni tra Occidente e Russia. Questa svolta, tuttavia, non significa che l’appello rappresenti una comprensione a livello europeo della necessità di porre fine alla guerra in Ucraina o di evitare una guerra aperta e su vasta scala con la Russia. Ciò ci porta al secondo punto.

Il secondo punto è che, nell’attuale situazione disperata, alcuni europei hanno scelto di rompere il loro autoimposto ruolo terziario nella diplomazia occidentale riguardo alla guerra. In altre parole, l’Europa sta cercando di unirsi, o quantomeno di aggirare e competere, con la diplomazia prevalentemente bilaterale che circonda la guerra, guidata dagli Stati Uniti e dal presidente Donald Trump. Alcuni europei ritengono che l’attuale percorso stia portando al degrado economico, politico e geopolitico dell’Europa e alla sua relegazione alla periferia internazionale, dietro a veri e propri attori come Stati Uniti, Russia, Cina, India e persino Iran e Turchia. Stubb e Store probabilmente sperano di rendere l’Europa rilevante durante i colloqui di Abu Dhabi, previsti sebbene non inevitabili, sull’Ucraina, se non sulle più ampie questioni geopolitiche che potrebbero essere affrontate in quella sede. Oltre a tutelare gli interessi europei e ucraini in tali colloqui, i leader europei potrebbero dimostrare alle loro opinioni, sempre più scontenti, che l’Europa è un attore importante. Ad esempio, se le sanzioni sulle risorse energetiche russe dovessero essere revocate, l’Europa più di ogni altra regione dovrebbe beneficiarne, poiché la crisi del Golfo Persico ha ridotto al minimo le consegne di petrolio e gas, rendendo potenzialmente necessario il ripristino dello status della Russia come “stazione di servizio” di riferimento per l’Europa. Sfortunatamente, la mossa Stubb-Store finora non sta funzionando. Due giorni dopo la telefonata, il principale consigliere di politica estera di Putin, Yuri Ushakov, ha dichiarato il rifiuto della Russia di un ruolo europeo nei colloqui di Abu Dhabi previsti per l’inizio di novembre.

Mario Nawfal@MarioNawfal La Russia afferma che l’Europa NON è invitata al tavolo dei negoziati sull’Ucraina… L’assistente del presidente russo Ushakov ha affermato che non ci si aspetta che i rappresentanti europei partecipino ai negoziati riguardanti la guerra in Ucraina. Il suo messaggio ai leader europei è stato categorico: “Loro… 14:40 · 28 ottobre 2026·69.500 visualizzazioni105 risposte·389 condivisioni·1.370 Mi piace

/video/1).

In terzo luogo, si è trattato di una mossa a sé stante da parte di Stubb e Store. Come ha affermato il primo ministro danese in una critica, l’appello non è stato in alcun modo coordinato con il resto d’Europa. Pertanto, Finlandia e Norvegia hanno agito in modo indipendente, creando un’ulteriore linea di divisione all’interno dell’Unione Europea e aumentando la probabilità di ulteriori spaccature su questo tema e nell’Unione nel suo complesso. La mossa di Stubb e Store, quindi, mina l’unità europea in un momento in cui il progetto ucraino sta precipitando nel disastro e i governi di tutta Europa sono in difficoltà, sopraffatti da violenze, proteste di massa, economie in crisi e divisioni interne alle élite di portata senza precedenti da diversi decenni.

Non è chiaro se la Finlandia, da sempre anti-russa, e la Norvegia si uniranno alle fila dei dissidenti – la Slovacchia e, in una certa misura, anche l’Ungheria post-Orban – ma è lecito aspettarsi che altri leader europei seguano l’esempio, facendo emergere lo spettro di una divisione più profonda e di un cambiamento radicale, o addirittura della dissoluzione, dell’UE. Le pressioni che spingono a questi sviluppi sono destinate ad aumentare. L’Ucraina sta perdendo terreno, con scarse o nulle prospettive di un maggiore sostegno da parte dell’UE o di un continuo supporto da parte degli Stati Uniti. L’unica luce in fondo al tunnel per l’Ucraina e i vari neoconservatori europei è l’elezione di un presidente anti-russo negli Stati Uniti nel 2028 – un traguardo lontanissimo per un’Ucraina già in rovina e un’UE in declino.

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Informazioni sull’autore –

Gordon M. Hahn, Ph.D., è analista esperto presso Corr Analytics, www.canalyt.com . Siti web: Politica russa ed eurasiatica, gordonhahn.com e gordonhahn.academia.edu

Il dottor Hahn è l’autore del nuovo libro: Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Thought, Culture, History, and Politics (Europe Books, 2022). Ha già pubblicato cinque libri di successo: The Russian Dilemma: Security, Vigilance, and Relations with the West from Ivan III to Putin (McFarland, 2021); Ukraine Over the Edge: Russia, the West, and the “New Cold War” (McFarland, 2018); The Caucasus Emirate Mujahedin: Global Jihadism in Russia’s North Caucasus and Beyond (McFarland, 2014), Russia’s Islamic Threat (Yale University Press, 2007) e Russia’s Revolution From Above: Reform, Transition and Revolution in the Fall of the Soviet Communist Regime, 1985-2000 (Transaction, 2002). Ha inoltre pubblicato numerosi rapporti di think tank, articoli accademici, analisi e commenti su media sia in lingua inglese che russa.

Il dottor Hahn ha insegnato presso le università di Boston, American, Stanford, San Jose State e San Francisco State, ed è stato borsista Fulbright presso l’Università Statale di San Pietroburgo, in Russia. È stato inoltre senior associate e visiting fellow presso il Center for Strategic and International Studies, il Kennan Institute di Washington DC, la Hoover Institution della Stanford University e il Center for Terrorism and Intelligence Studies (CETIS) dell’Akribis Group.

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La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia, di Simplicius

La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia

Simplicius 31 ottobre
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Ieri in Polonia è scoppiato il panico quando è stato dichiarato un “colpo di stato” giudiziario dopo che l’edificio del Tribunale costituzionale è stato bloccato dalla polizia mentre la giudice Anna Korwin-Piotrowska, vicina al partito Tusk, procedeva alla sospensione illegale del presidente del Tribunale, Bogdan Swieczkowski, vicino al partito Nawrocki.

L’intera vicenda ruota attorno alla lotta tra il governo Tusk, allineato a Bruxelles, e il partito nazionalista di opposizione del presidente Nawrocki, odiato dai globalisti perché cerca di preservare la sovranità polacca di fronte al sistema totalitario dell’UE che tenta di sovvertirla.

L’eurodeputato polacco Dominik Tarczynski ne offre un riassunto conciso:

La Germania è complice di un colpo di stato a Varsavia, afferma Tarczyński, membro polacco del Parlamento europeo.

«Vogliono trascinarci nell’eurozona affinché abbandoniamo la nostra valuta. Vogliono mandarci migranti illegali oltre confine.»

Il conflitto nasce dal fatto che l’attuale presidente Karol Nawrocki si è rifiutato di nominare molti dei giudici proposti dal Sejm, il parlamento polacco a maggioranza liberal-globalista. A dire il vero, il suo potere di rifiutare tali nomine rimane oggetto di discussione: la Costituzione polacca sembra essere vaga al riguardo, conferendo al presidente il potere di nominare i candidati proposti, ma sottintendendo che non sia obbligato a farlo qualora non lo desideri.

Come sottolinea Dominik Tarczynski, lo scopo di insediare al potere questi giudici nominati è quello di formalizzare l’integrazione della Polonia nella sovrastruttura globalista dell’UE, trasformandola in definitiva in uno stato vassallo la cui sovranità nazionale verrà abolita in cambio di migrazioni di massa, moneta europea e tutti gli altri veleni che il Politburo dell’UE, tirannicamente corrotto e assetato di potere, ha usato per sovvertire tutte le altre sfortunate nazioni cadute sotto la sua bandiera.

La migliore spiegazione su come tutto ciò fosse stato pianificato in anticipo è stata fornita da Mike Benz:

Mike Benz@MikeBenzCyber La mia opinione sulla situazione in Polonia 13:57 · 31 ottobre 2026·41.900 visualizzazioni60 risposte·266 condivisioni·910 Mi piace

Egli fa notare, giustamente, che la National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione affiliata alla CIA e partner dell’USAID e di altre istituzioni globaliste, ha elaborato il piano per usurpare il potere in Polonia alla vigilia dell’ascesa al potere di Tusk nel 2023. Il piano prescrive nel dettaglio come sradicare gli ultimi residui di elementi “populisti” e “nazionalisti” al fine di assoggettare completamente la Polonia all’egida dell’UE.

I disegni provengono dal Journal of Democracy, fondato dalla NED, i cui comitati editoriali e consultivi sono un vero e proprio gotha ​​di lacchè globalisti: Condoleezza Rice, Anne Applebaum (moglie del vice primo ministro polacco globalista Radoslaw Sikorski), Michael Mcfaul, Francis Fukuyama, Vladimir Kara-Murza e molti altri.

Il documento programmatico, dal titolo quanto mai appropriato, è “Come smantellare una democrazia illiberale”, e rivela tutto ciò che c’è da sapere sulle sue vere intenzioni:

https://www.journalofdemocracy.org/online-exclusive/how-to-dismantle-an-illiberal-democracy/

Il documento del 2023 delinea con precisione ciò che il nuovo governo di Tusk deve fare per prendere il potere e sabotare l’opposizione. Inizia con una richiesta diretta di sradicare il populismo alla radice:

Il nuovo governo polacco non deve quindi limitarsi a ripristinare la democrazia liberale; deve affrontare la questione della giustizia di transizione. Il Primo Ministro Tusk e il suo governo di coalizione devono inoltre stabilizzare il sistema politico per garantire che il populismo non ritorni alle prossime elezioni. Il futuro della democrazia in Polonia è in bilico.

Gli autori ammettono persino che il “populismo” polacco si basa sul desiderio di sovranità che affonda le sue radici nella storia e nell’identità polacca, ammettendo quindi, per estensione, che l’obiettivo è quello di cancellare per sempre l’identità polacca:

Il populismo odierno, pur essendo parte di un fenomeno globale che abbraccia paesi dagli Stati Uniti all’Ungheria e alla Turchia, trae origine anche da radici locali. L’eclettico programma del PiS si fondava sul sovranismo, con profonde radici nella storia e nell’identità nazionale polacca.

Ricordiamo che la questione chiave alla base di tutto questo conflitto tra le fazioni globaliste e nazionaliste è che i globalisti, legati alla mafia di Bruxelles, credono che il diritto dell’UE prevalga sul diritto polacco. La fazione nazionalista all’opposizione, d’altro canto, ritiene che la Costituzione polacca sia superiore al diritto dell’UE, come qualsiasi persona di buon senso concorderebbe sul fatto che dovrebbe essere così. L’intera lotta si riduce a questo punto critico ed esistenziale.

La mafia totalitaria di Bruxelles non può permettere che la costituzione di nessuna nazione abbia la precedenza sul Politburo dell’UE, poiché ciò distruggerebbe i piani dell’URSS per la centralizzazione del potere. Essendo il burattino prescelto dall’UE, Tusk ha combattuto con orgoglio per consegnare la Polonia ai globalisti, ed è per questo che ha pubblicato questo messaggio il giorno prima del tentativo di colpo di stato per indebolire l’opposizione:

L’assorbimento totale e l’assimilazione in stile Borg nel decrepito panopticon dell’Unione Sovietica sono l’ unica politica che conta per burattini globalisti come Tusk; non il benessere del popolo polacco, l’economia, la cultura, il patrimonio o qualsiasi altra irrilevante feccia che alla fine verrà inglobata dal piano Kalergi dell’UE.

Il documento del NED prosegue con espliciti appelli alla “giustizia di transizione”, un eufemismo globalista per indicare una guerra legale volta a perseguire e imprigionare gli oppositori politici una volta strappato loro il controllo giudiziario e legislativo. È sempre lo stesso vecchio schema, in ogni paese:

Il progetto di processare i politici più in vista del PiS ha implicazioni sia politiche che legali e si scontrerà con un’élite radicata e potente. Il presidente del Tribunale di Stato, ad esempio, è stato nominato dal precedente regime ed è di fatto il primo presidente della Corte Suprema. La presidenza è ricoperta da Andrzej Duda, alleato del PiS, e anche la Corte Suprema e altri incarichi sono ora occupati da persone legate al precedente partito di governo. Sarebbe ingenuo pensare che queste figure parteciperanno volontariamente alla seconda ondata di giustizia di transizione. Al contrario, è probabile che ostacoleranno l’azione e attenueranno le responsabilità per i misfatti del passato. Ciò lascia alle commissioni parlamentari la maggior parte del potere inquirente. Secondo il Codice di procedura penale, queste commissioni dispongono di alcuni strumenti per sanzionare coloro che vengono convocati in caso di mancata ottemperanza.

Altri esempi pubblicati da Mike Benz:

Si noti la particolare attenzione riservata alla nomina dei giudici del Tribunale costituzionale, che, a loro avviso, sarebbe stata fondamentale per i loro piani. Chiedono apertamente che il leader del partito PiS, Jaroslaw Kaczynski, venga “ritenuto responsabile”, un altro eufemismo per “eliminato”, in un modo o nell’altro.

In definitiva, tutto ruota attorno al loro bisogno di controllo del Tribunale, poiché il compito di questo tribunale è interpretare la Costituzione polacca , il che gli conferisce l’autorità di interpretare la questione fondamentale se la Costituzione sia subordinata al diritto dell’UE o viceversa. La mafia di Tusk a Bruxelles vuole usare il tribunale per assicurarsi che la Costituzione polacca rimanga soggetta al diritto dell’UE in ogni caso.

La questione era giunta al culmine nel luglio 2026 con una “Relazione sullo Stato di diritto” della Commissione europea , che evidenziava l’incapacità del Tribunale costituzionale polacco di applicare il diritto dell’UE, ritenuto prevalente rispetto alla costituzione polacca.

Dal rapporto:

“Le serie preoccupazioni relative al Tribunale costituzionale e alla sua giurisprudenza sono state confermate dalla Corte di giustizia dell’UE.”

«La Corte di giustizia ha ritenuto che la Polonia non avesse adempiuto ai propri obblighi ai sensi del diritto dell’UE poiché il Tribunale costituzionale polacco aveva violato il principio di effettiva tutela giurisdizionale e ignorato il primato, l’autonomia, l’efficacia e l’applicazione uniforme del diritto dell’UE , nonché il valore vincolante delle due sentenze della Corte. Alla luce delle gravi irregolarità riscontrate nella nomina di tre giudici della Corte costituzionale polacca nel dicembre 2015 e del suo Presidente nel dicembre 2016, la Corte ha messo in discussione lo status del Tribunale costituzionale quale tribunale indipendente e imparziale istituito per legge ai sensi del diritto dell’UE.»

Il Tribunale costituzionale ha affermato che la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale e che la sua sentenza non ha effetto sul funzionamento del Tribunale stesso. Il Tribunale costituzionale ha dichiarato incostituzionale il criterio di indipendenza applicato ai giudici dei tribunali amministrativi.

Leggete attentamente di nuovo: l’organo dell’UE considera una pericolosa violazione del diritto dell’UE il fatto che il Tribunale costituzionale polacco abbia osato infrangere il “primato… del diritto dell’UE” . Il Tribunale costituzionale ha inoltre dichiarato che “la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale” .

Per porre rimedio a questa situazione di stallo, il documento dell’UE chiede che le “autorità competenti” della Polonia, essenzialmente il presidente, consentano la nomina dei giudici globalisti scelti dal parlamento polacco di orientamento liberale:

Nel marzo 2026, il Parlamento ha adottato una risoluzione con la quale ha ribadito la necessità di ripristinare l’indipendenza del Tribunale costituzionale ed ha eletto, il 13 marzo e l’11 giugno 2026, sette giudici per ricoprire i posti vacanti all’interno del Tribunale. Il 5 maggio 2026, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso misure provvisorie che obbligavano le autorità polacche competenti ad astenersi dall’ostacolare l’assunzione e l’esercizio delle funzioni giurisdizionali da parte di quattro di questi giudici.

Come già accennato, il presidente polacco non è legalmente obbligato a rispettare le nomine, secondo la Costituzione; al contrario, il Sejm sostiene che la nomina non richieda l’approvazione presidenziale, e questo processo appare giuridicamente ambiguo. Si è quindi creata una situazione di stallo, e la mafia globalista di Tusk è stata costretta ad agire impulsivamente impadronendosi del tribunale a causa dell’urgenza delle imminenti elezioni parlamentari del 2027.

È significativo notare che non ci sono state condanne di rilievo da parte dell’UE o di altri organismi internazionali per questa flagrante violazione del loro sacro “Stato di diritto”. Se Putin avesse inviato i suoi scagnozzi a occupare con la forza la Corte Suprema russa, quante riunioni “di emergenza” e dichiarazioni internazionali sarebbero state indette? Ciò mette ancora una volta in luce l’ipocrisia dell’Occidente globalista che negli ultimi anni ha chiuso un occhio o addirittura avallato apertamente la messa al bando dei partiti di opposizione, l’annullamento delle elezioni, l’incarcerazione di figure politiche conservatrici e molto altro ancora.

L’ex presidente della Polonia Andrzej Duda ha riassunto al meglio la situazione paragonando le azioni di Tusk a quello che oggi è comunemente considerato il “modo di fare europeo”:

La saga continua a svolgersi e potrebbe persino precipitare in una crisi ben più grave, a seconda di quanto Tusk deciderà di spingersi oltre con i suoi piani disperati.

Stańczyk@NatConPatriot ORA IN POLONIA: I manifestanti patriottici polacchi chiedono la consegna di Tusk, che si nasconde nell’ufficio del Primo Ministro. La rabbia dell’opinione pubblica è al culmine. Una situazione del genere non si verificava in Polonia dalla caduta del blocco orientale. 22:36 · 31 ottobre 2026·5.270 visualizzazioni29 risposte·213 condivisioni·668 Mi piace

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L’aumento dei costi per il conflitto di Hormuz grava sulle casse dello Stato americano, mentre si profilano nuove minacce di guerra, di Simplicius

L’aumento dei costi per il conflitto di Hormuz grava sulle casse dello Stato americano, mentre si profilano nuove minacce di guerra.

Simplicius 30 ottobre
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Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, Trump si è dato da fare a insinuare un rinnovato attacco all’Iran. Durante i recenti comizi, ha minacciato di “fare un torto all’Iran” come non se ne sono mai visti:

In modo assurdo, pur affermando che l’Iran “non può e non avrà un’arma nucleare”, sostiene poi che tale capacità è ora “sepolta sotto migliaia di tonnellate di roccia”. La domanda logica che ne consegue è: perché, allora, la necessità di ulteriori attacchi? È la solita contraddizione.

Il Wall Street Journal riporta che l’operazione di salvataggio di Hormuz, condotta dagli Stati Uniti, costa ora ai contribuenti americani la cifra esorbitante di 2-3 miliardi di dollari al mese per il suo mantenimento:

https://www.wsj.com/politics/national-security/inside-the-us-militarys-open-ended-mission-to-keep-gulf-oil-flowing-0f4cbbc4

Attualmente gli Stati Uniti hanno 50.000 soldati e 20 navi della Marina impegnati in Medio Oriente, e il Congressional Budget Office stima che il conflitto costi agli Stati Uniti dai 2 ai 3 miliardi di dollari al mese, poiché il Pentagono consuma munizioni, carburante per aerei e rifornimenti per sostenere le proprie operazioni.

Secondo un nuovo rapporto del Congressional Budget Office , il costo totale del conflitto armato con l’Iran finora ha superato i 38 miliardi di dollari, cifra che non include nemmeno gli altri costi accessori generati indirettamente dalla guerra:

Costi operativi, logistici e di mantenimento del Dipartimento della Difesa.

Secondo le stime del CBO, al 1° agosto 2026 il conflitto armato con l’Iran è costato al Dipartimento della Difesa circa 38 miliardi di dollari. Tale importo comprende i costi di sostituzione delle munizioni esaurite e delle attrezzature perse in battaglia, l’aumento delle ore di volo, altre operazioni e l’incremento dei costi del carburante.

Questi costi in continua e spropositata servono tutti a promuovere l’agenda politica di Trump, secondo cui gli Stati Uniti “controllano” Hormuz e facilitano senza problemi il transito di energia globale. In realtà, questa narrazione continua a presentare diverse incongruenze.

Reuters riferisce che l’Iran ha continuato a trasportare silenziosamente gas e carburante per aerei attraverso lo stretto di Hormuz, nonostante il controllo “ferreo” esercitato dagli Stati Uniti su tale area.

Un’analisi condotta dal gruppo di pressione statunitense United Against Nuclear Iran (UANI), che monitora il traffico di petroliere legate all’Iran utilizzando il tracciamento navale e satellitare, mostra che almeno otto navi cisterna che trasportano GPL iraniano hanno lasciato il Golfo dell’Oman da metà luglio.

Un’altra petroliera che trasportava carburante per aerei iraniano ha raggiunto il Myanmar a settembre, come dimostrano ulteriori immagini satellitari e analisi del gruppo di intelligence marittima SynMax.

Un’analisi di Reuters sulle navi e sulle sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro statunitense ha rivelato che sei delle otto navi cisterna per gas e la nave cisterna per carburante per aerei sono soggette a sanzioni statunitensi per il trasporto di prodotti petroliferi e petrolchimici iraniani.

Allo stesso tempo, Bloomberg scrive che l’amministrazione Trump sta procedendo alla legittimazione delle petroliere della precedente flotta “ombra”:

L’amministrazione Trump sta consentendo alle petroliere soggette a sanzioni di avviare una procedura per poter iniziare a trasportare legalmente petrolio greggio , ha dichiarato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright.

Gli investitori propongono di acquistare petroliere inattive soggette a sanzioni, ristrutturarle e utilizzarle per trasportare petrolio non soggetto a sanzioni, ha dichiarato Wright lunedì durante un evento di Citadel Securities a New York.

“Sposteremo alcune navi da quella che io chiamo la ‘flotta dei cattivi’ alla ‘flotta dei buoni'”, ha detto Wright. “Non trasporteranno più petrolio soggetto a sanzioni.”

La vicenda rivela che dietro le quinte le cose non sono così semplici come sembrano. Abbiamo scritto più volte di accordi segreti e strette di mano sottobanco che permettono a diversi prodotti energetici di attraversare lo stretto, nonostante le affermazioni di “blocchi”.

L’amministrazione è costretta a giocare su due fronti: da un lato, Trump ha bisogno dell’immagine di un blocco efficace e “inattaccabile”, dall’altro ha disperatamente bisogno che l’energia continui a fluire per sostenere l’economia in difficoltà alla vigilia delle importantissime elezioni di medio termine.

Naturalmente, secondo Trump, va tutto bene:

Mentre il Presidente degli Stati Uniti si dibatte con il suo trito e ritrito gioco di prestigio, l’Iran ha consolidato la sua posizione di egemone regionale, ereditata a seguito dello storico errore militare di Trump.

Il 26 ottobre, rappresentanti di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia sono giunti a Teheran per importanti colloqui. Tra questi figuravano il Capo di Stato Maggiore del Pakistan, Asim Munir, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita, Khalid bin Salman, e il capo dell’agenzia di intelligence turca (MIT), Ibrahim Kalin.

Notizie quotidiane dall’Iran@DailyIranNews Alti funzionari di Iran, Pakistan, Turchia e Arabia Saudita posano per una foto di gruppo durante il loro incontro quadrilaterale a Teheran. L’Iran è il pacificatore in Medio Oriente e l’UNICA potenza egemone nella regione. BENVENUTI NELL’ERA DELLA PERSIA! 23:13 · 26 ottobre 2026·17.300 visualizzazioni26 risposte·97 condivisioni·504 Mi piace

Il quadro era inequivocabile. La guerra ha dimostrato che l’Iran si sta affermando come il centro di potere per eccellenza del Medio Oriente, dove le grandi potenze delle nazioni periferiche sono costrette a inchinarsi.

L’incontro è stato ospitato, in particolare, dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsan Rezaei, che è emerso come una figura chiave in Iran agli occhi degli Stati Uniti:

Giuseppe Haboush@jhaboush L’intelligence statunitense ha concluso che Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader delle Guardie Rivoluzionarie, è il nodo centrale del regime e collabora strettamente con i funzionari che sovrintendono all’economia iraniana. 02:45 · 30 ottobre 2026·120.000 visualizzazioni51 risposte·29 condivisioni·153 Mi piace

Il Washington Post scrive che la Casa Bianca sta corteggiando Rezaei nella speranza che diventi l’ influente funzionario iraniano in grado di porre fine al conflitto. JD Vance si è impegnato personalmente per ottenere un incontro con il nuovo e influente personaggio iraniano.

https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/10/29/white-house-sees-an-iranian-hard-liner-best-hope-peace/

Con l’aumentare del rischio di un rinnovato conflitto con l’Iran, il vicepresidente JD Vance ha inviato un messaggio al leader ultraconservatore di Teheran. dicendo che È pronto a incontrarlo personalmente per discutere una soluzione negoziata alla guerra.

La scorsa settimana Vance ha inviato una lettera a Mohsen Rezaei , segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La lettera e il suo intento mi sono stati descritti da un funzionario statunitense a conoscenza dei negoziati. Il messaggio è stato reso pubblico per la prima volta dal Wall Street Journal.

La tempistica è intrigante: arriva subito dopo che Rezaei ha ospitato importanti leader militari e dell’intelligence mediorientale, il che suggerisce che l’amministrazione Trump sia diventata preoccupata e invidiosa della crescente influenza e del potere dell’Iran, e sia disperata di intervenire estorcendo risposte su cosa sia stato discusso e concordato direttamente dal padrone di casa.

Una delle principali preoccupazioni per gli Stati Uniti è stata senza dubbio l’ annuncio che uno dei punti focali dell’incontro fosse l’enfasi sul fatto che la sicurezza regionale dovrebbe essere gestita endogenamente dagli stessi membri della regione:

Teheran, IRNA – Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC), Mohsen Rezaei, ha dichiarato che una riunione quadrilaterale tenutasi a Teheran, alla quale hanno partecipato alti funzionari di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, ha sottolineato la necessità di garantire la sicurezza in Medio Oriente dall’interno della regione, senza interferenze straniere.

Come segnale chiaro e inequivocabile rivolto agli Stati Uniti, rappresenta il declino dell’influenza americana agli occhi delle potenze mediorientali, che hanno assistito in prima persona al fallimento dell’America nell’imporre la propria volontà al gigante iraniano nello Stretto di Hormuz.

In una lettera inviata direttamente a Rezaei, Vance descrive l’ex leader delle Guardie Rivoluzionarie come l’unico uomo in grado di promuovere un accordo per fermare il programma nucleare iraniano – lo stesso che Trump ha seppellito sotto migliaia di tonnellate di roccia – e si dice che sia tra le poche persone in costante contatto con l’enigmatica Guida Suprema Mojtaba Khamenei:

L’iniziativa di Vance riflette la convinzione dell’amministrazione Trump che Rezaei sia il punto di contatto essenziale a Teheran e l’unica persona in grado di costruire un consenso attorno a un accordo per fermare il programma nucleare. Funzionari dell’intelligence statunitense ritengono che Rezaei sia in contatto regolare con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei e che i due abbiano comunicato negli ultimi giorni , da quando è stata ricevuta la lettera di Vance. Se dovesse aver luogo un incontro, ha affermato il funzionario statunitense, i luoghi più probabili sarebbero Istanbul o Doha, in Qatar.

Non sorprende che l’articolo del Washington Post sottolinei come dietro l’urgenza si celi la convinzione degli Stati Uniti che la finestra di pace “potrebbe chiudersi” a causa delle pressioni israeliane per un’ulteriore escalation militare. Leggendo tra le righe, si comprende appieno la situazione: l’atto disperato e senza precedenti di Vance di contattare direttamente un ex capo delle Guardie Rivoluzionarie per un incontro personale ha lo scopo di prevenire quella che sa essere un’imminente provocazione israeliana che trascinerebbe ancora una volta gli Stati Uniti in una disastrosa continuazione della guerra.

La Casa Bianca ritiene che la finestra di opportunità per raggiungere un accordo senza un ritorno alla guerra si stia chiudendo. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un cambio di regime come unica via “per eliminare questa minaccia una volta per tutte”. Dopo l’inaspettata e forte performance alle elezioni di martedì, Netanyahu conserva un ruolo decisivo in Israele. Il Presidente Donald Trump ha affermato di voler “portare a termine il lavoro” in Iran e il Pentagono sta intensificando l’invio di truppe nella regione. Ma è chiaro che Trump e Vance preferiscono un accordo pacifico a un nuovo conflitto.

In sintesi: gli Stati Uniti sono ora ricorsi a supplicare le Guardie Rivoluzionarie per un accordo al fine di tenere a bada l’avanzata israeliana, poiché non hanno il potere di limitare il controllo di Israele sul governo e sulla politica statunitensi.

La nuova campagna di attacchi, appena promessa, sarà probabilmente la più debole e meno efficace di tutte. Questo perché, a questo punto, le vanterie di Trump sono diventate inversamente proporzionali alle capacità del suo esercito, dato il degrado storico che il conflitto ha inflitto alle forze armate.

Mario Nawfal@MarioNawfal L’esercito statunitense ha spostato un’enorme quantità di equipaggiamento in Medio Oriente. Un’analisi di Hunterbrook traccia circa 193 voli cargo C-17 e C-5M dell’aeronautica statunitense nella regione tra il 29 settembre e il 29 ottobre. La base aerea di Ramstein in Germania ha… 21:17 · 30 ottobre 2026·48.300 visualizzazioni32 risposte·99 condivisioni·379 Mi piace

Oltretutto, l’Iran ha ricostituito gran parte di ciò che era andato perduto durante la guerra e ora ha una comprensione molto più approfondita delle tattiche statunitensi. Gli Stati Uniti si trovano anche in una situazione di grave svantaggio rispetto al primo conflitto, avendo perso ingenti risorse regionali sotto forma di basi, nodi di comando e controllo, installazioni radar, droni ISR ​​(Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) e morale delle truppe. Di fatto, la capacità degli Stati Uniti di colpire in profondità all’interno dell’Iran è ora messa in discussione, soprattutto dopo l’esaurimento delle principali munizioni a lungo raggio. Qualsiasi attacco futuro probabilmente continuerebbe a concentrarsi su installazioni costiere insignificanti e grandi infrastrutture civili come le centrali elettriche, che possono essere colpite anche da munizioni economiche a bassa precisione come il drone “Lucas”, una copia dello Shahed.

Ecco perché continuano a circolare voci secondo cui, al di là delle apparenze, gli Stati Uniti starebbero segretamente chiedendo all’Iran il permesso di colpire obiettivi strategici senza subire ritorsioni:

Il rapporto Hormuz@HormuzReport ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore. Ghoroghi ha scritto che… 02:01 · 17 ottobre 2026·672.000 visualizzazioni169 risposte·487 condivisioni·2.720 Mi piace

ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore.

Ghoroghi ha scritto che “l’America ha chiesto all’Iran di permettere un attacco a Pickaxe Mountain senza reagire”.

Se, come previsto, gli Stati Uniti riprenderanno un massiccio attacco contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato, si tratterà probabilmente di una messa in scena ancora più imponente di prima, il cui scopo sarà quello di permettere a Trump di segnalare una “vittoria” che gli consentirà di salvare la faccia e di uscire dalla guerra.


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Alla disperata ricerca del fascismo, di Aurèlien

Alla disperata ricerca del fascismo.

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Aurelien28 ottobre
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Uno spettro si aggira per la casta professionale e manageriale (PMC) del mondo occidentale, insieme ai media a loro asserviti e alla loro espressione politica, il Partito. Spettri simili si sono già manifestati in passato, in particolare quelli della Rivoluzione, del Comunismo e della Guerra, e svariati soggetti sono stati indicati come artefici o facilitatori di questi spettri, dai Gesuiti agli Illuminati, dalla Massoneria agli Ebrei, dal KGB alla CIA. Nel momento in cui scrivo, in un contesto di diffusa violenza politica in Europa e con la previsione di ulteriori violenze, i soliti opinionisti sono in prima linea, puntando il dito contro i soliti sospetti.

Eppure lo spettro che ho in mente risale a un secolo fa, e i modi di visualizzarlo e di temerlo sono rimasti pressoché invariati in tutto questo tempo. Il fascismo – poiché è di questo che stiamo parlando – si è annidato come un ragno sgradevole nel mezzo della ragnatela politica da allora. La parola, come diceva George Orwell, “non ha più alcun significato se non nella misura in cui indica ‘qualcosa di indesiderabile'”. È uno di una serie di concetti con un nome ma senza contenuto, un significante senza significato. In questo, come osservava Orwell, assomiglia in parte a parole come “democrazia, socialismo, libertà, patriottico, realista, giustizia”, ​​che “hanno ciascuna diversi significati inconciliabili tra loro”. Tutto ciò che era possibile allora – e ora è peggio – è una vuota scelta tra parole vuote, alle quali attribuiamo significati che troviamo episodicamente confortanti.

Orwell aveva ragione, però, a sottolineare che mentre il “fascismo”, anche quando scriveva, era un vuoto semantico, un vaso da notte vuoto in attesa di essere riempito da chiunque avesse il potere di farlo, si trattava di un caso estremo. Al contrario, “democrazia”, ​​”libertà”, ecc., pur essendo di per sé in gran parte prive di un significato condiviso, attraggono difensori, commentatori e analisti che cercano di imporre i propri significati alla parola. Avrete quindi sentito parlare di “democrazia borghese”, “democrazia parlamentare”, “democrazia diretta”, “democrazia guidata”, “democrazia popolare” e molte altre. Le persone discutono animatamente sul significato di “democrazia”, ​​ma la ferocia stessa della lotta per controllarne il significato ci dice che la questione in gioco è importante e merita uno sforzo. Questo perché è molto difficile per chiunque essere contrario alla democrazia nel suo senso letterale di “governo del popolo” o almeno “governo dei cittadini”, quindi è di conseguenza importante poter dettare quale sia una definizione accettabile ed escludere le altre. Al contrario, il fascismo è diverso, se non unico, in quanto i dibattiti autentici, anziché polemici, sulla natura del fascismo sono solitamente lasciati agli specialisti: tutto ciò che bisogna sapere è che il fascismo è una cosa veramente brutta, anche se non si sa bene perché. Pertanto, “salvare la democrazia dal fascismo” è uno slogan profondamente radicato.

La vacuità stessa del termine ha fatto sì che, fin dall’inizio, “fascismo” sia stato strumentalizzato per giustificare le proprie idee politiche, per condannare quelle altrui, ma soprattutto per epurare e disciplinare coloro che, pur appartenendo alla propria fazione, rischiavano di sfuggire al controllo. Poiché il termine non ha praticamente alcun significato al di fuori di un contesto polemico immediato, un’accusa di “fascismo” è di fatto impossibile da confutare. Lo stesso Orwell fu notoriamente accusato di essere “fascista” per aver criticato le stragi e le purghe di Stalin. In effetti, e in parte per ragioni politiche interne a Mosca, i partiti politici non comunisti, persino quelli di ispirazione marxista, venivano regolarmente etichettati come “fascisti”. I grandi partiti socialisti europei venivano liquidati come “socialfascisti”, oggettivi alleati del sistema capitalistico e, in seguito, dei nazisti. Questa politica fu bruscamente invertita dopo il 1933, ma ormai era troppo tardi. Ancora oggi, alcuni storici sono influenzati da questa linea di pensiero, che era, di fatto, obbligatoria sotto pena di scomunica durante il periodo staliniano, e anche in seguito. Molto inchiostro è stato sprecato per sostenere che l’identificazione dei socialisti, piuttosto che dei nazisti, come principale nemico all’inizio degli anni ’30 non fosse il disastroso errore strategico che alcuni affermavano. E, viceversa, l’idea di una sorta di affinità naturale tra il sistema capitalistico e le “forze fasciste” – un altro cliché stalinista contro cui Gramsci mise in guardia i suoi compagni marxisti – è ancora più influente di quanto dovrebbe essere, non essendo supportata dalle prove dell’epoca.

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È quindi facile capire perché “fascista” sia un termine dispregiativo così diffuso, e per di più l’insulto per eccellenza da rivolgere a un partito politico o a un politico che non piace. È praticamente privo di significato e intrinsecamente negativo. Nessuno lo difenderà, tutti sosterranno di non essere fascisti ma che forse tu lo sei e, soprattutto, nessuno si chiederà mai “cosa intendi con questo?”. (Non ricordo quanti articoli dal titolo tipo “Trump è un fascista?” ho letto senza alcuna conoscenza o interesse per il significato della parola. Bastano pochi parallelismi con personaggi sgradevoli del passato e il gioco è fatto). Allo stesso modo, tutti gli articoli sensazionalistici che chiedono “ci stiamo muovendo verso uno stato fascista?” non si interessano minimamente a come fossero realmente gli stati fascisti , ma si limitano a condannare individui e movimenti odierni per associazione tendenziosa.

Questo è importante, perché sono sempre più convinto che la Destra, come la definirò, arriverà al potere in diversi stati occidentali, non necessariamente solo attraverso le urne, e non si tratterà della Destra neoliberale filo-Bruxelles. Questo processo includerà quasi certamente la violenza – una continuazione di ciò che abbiamo già visto – ma non credo che la Destra dovrà affrontare una sfida organizzata da parte della Sinistra, che si limiterà agli insulti e ai gesti simbolici che faranno sentire eroici i suoi sostenitori. Ma non sarà, e per ragioni che spiegherò non può essere, nulla di simile al “Fascismo” storico, e prima la gente smetterà con questo stupido discorso, meglio sarà per tutti.

Casualmente, mentre rimandavo l’inizio della stesura di questo paragrafo, stavo guardando in diretta televisiva l’inizio delle manifestazioni a Parigi e Marsiglia, e anche a Orléans il 24 ottobre, dove il Rassemblement national teneva la sua conferenza annuale. La maggior parte dei cartelli erano fatti in casa, alcuni molto specifici come “al Rassemblement national non dovrebbe essere permesso di tenere conferenze”, altri facevano riferimento alle rivendicazioni degli studenti, molti si lamentavano di problemi economici, e altri ancora inveivano vagamente contro un fascismo già presente o imminente.

Eppure, come molte manifestazioni simili a cui ho assistito nel corso degli anni, aveva il carattere comodo, autocelebrativo, monolitico e superficiale di una manifestazione contro il peccato organizzata dalla Chiesa cattolica. I partecipanti intervistati avevano generalmente cose sensate da dire e le loro lamentele erano spesso ben espresse. Ma mancava la consapevolezza di come tali lamentele potessero essere affrontate, per non parlare di come potessero essere combinate, e ancor meno risolte: forse, come ho suggerito la settimana scorsa , abbiamo superato quella fase e tutto ciò che rimane è la rabbia.

Nelle ultime settimane è diventato un cliché affermare che la violenza e i disordini nelle strade rafforzeranno la destra politica in Francia, e questo è molto probabilmente vero. Marine Le Pen continua a seguire la valida tattica politica di non interrompere mai gli avversari quando commettono un errore, mantenendo un atteggiamento da statista, pur tenendo a bada i suoi luogotenenti più impulsivi. Se questo la porterà all’Eliseo nel 2027 – e con quale meccanismo – è impossibile dirlo, e molto dipenderà da chi sarà il suo avversario al secondo turno, se ci sarà. Ma ovviamente esistono altri partiti di destra, e le elezioni non sono l’unico modo in cui “la Destra” (o teoricamente la “Sinistra”) può arrivare al potere. Per comprendere quali altre possibilità (e pericoli) ci siano, e quali opzioni siano probabilmente escluse, dobbiamo fare qualcosa che pochi si prendono la briga di fare, ovvero esaminare l’eredità moderna della destra francese e alcune delle forme che ha assunto. Fortunatamente, alcuni coraggiosi esploratori lo hanno già fatto.

La distinzione fondamentale tra destra e sinistra un secolo fa risiedeva nel fatto che la destra antidiluviana, che all’epoca dominava, guardava con nostalgia al governo della monarchia e all’influenza della Chiesa. Il suo obiettivo principale era rovesciare la Repubblica laica del 1870, dopo la quale si sarebbe potuto costruire uno stato conservatore forte e disciplinato. Anche se il ritorno letterale di un re era improbabile (c’erano comunque due pretendenti), il desiderio di un governo forte spinse l’esercito, la Chiesa e gran parte della classe dirigente a sostenere Pétain e a opporsi a De Gaulle nel 1940. Quella destra arcaica scomparve in gran parte dopo il 1945, e con essa la (piccolissima) destra nazionalista di estrema destra, ma la tendenza sopravvive nelle famiglie dell’antica aristocrazia di Versailles che da generazioni forniscono generali, banchieri, diplomatici e prefetti alla Repubblica. Non sono numerose, ma potrebbero diventare influenti a un certo punto.

D’altro canto, una delle distinzioni più fondamentali e meno comprese in politica è quella tra partiti di sinistra e partiti socialisti. Coloro che presero il controllo della Rivoluzione francese dopo i primi anni appartenevano alla sinistra (poiché sostenevano la Repubblica e auspicavano un cambiamento politico significativo), ma non erano socialisti. Erano, per usare un termine più appropriato, liberali, nel senso che la loro organizzazione (e il loro elettorato) proveniva in gran parte dalle nuove classi medie commerciali e professionali il cui potere era stato liberato dalla Rivoluzione. I loro discendenti formarono il Partito Radicale, non il Partito Socialista. Erano avvocati e dentisti, così come la Destra Tradizionale potrebbe essere rappresentata dai banchieri, e i socialisti erano spesso insegnanti. Senza dubbio, questa è l’origine della famosa osservazione fatta dal Presidente Chirac a Blair: “Io sono un uomo di sinistra, vede, mentre lei è un uomo di destra”. Ma sebbene questa corrente si considerasse di sinistra, ciò non le impedì di collaborare occasionalmente con la destra tradizionale per contrastare iniziative socialiste: l’esempio più famoso è la violenta e sanguinosa distruzione della Comune di Parigi nel 1871.

Finora ho parlato poco del fascismo, che non ebbe grande influenza in Francia, ma che è comunque l’argomento scelto per questa settimana. Bene, allora. La cosa più strana del fascismo è che apparentemente ci sia così tanto disaccordo al riguardo. Le sue origini, come racconterò, sono semplici e legate a un periodo storico preciso, e la sua ideologia, per quanto ne avesse una, non era molto più sottile di un pugno in faccia. In effetti, era praticamente tutto ciò che rappresentava. Gli stessi fascisti non lo nascondevano mai: anzi, si compiacevano dell’azione a discapito della riflessione. Il punto, però, è che se il fascismo può essere definito retrospettivamente come qualcosa che non era, o molto di più di quello che era, allora si aprono tutta una serie di interessanti possibilità per definire “fascisti” i propri nemici contemporanei. Altrimenti bisogna pensare ad altri insulti meno memorabili. Ignorando quindi ciò che i fascisti dicevano realmente, confondendo deliberatamente i confini tra l’ideologia iniziale e il comportamento successivo al potere, si può creare un fascismo su misura e applicarlo a chiunque o a qualsiasi organizzazione si desideri. (I miei genitori pensavano che la Gran Bretagna del dopoguerra stesse diventando “un po’ come la Germania di Hitler” a causa del razionamento alimentare e del crescente ruolo dello Stato).

Ebbene, il fascismo nacque in un luogo e in un tempo ben precisi, e fu tanto un movimento estetico quanto politico. Come movimento politico ebbe un successo solo moderato in Italia, venendo in gran parte domato dalle strutture di potere esistenti nel giro di un decennio, ma una versione diversa riscosse maggiore successo in Germania. Venerava la modernità, la tecnologia, il populismo, la rottura degli schemi e la violenza, e credeva che il mondo degli inizi del Novecento stesse cambiando radicalmente. Significativamente, il suo Manifesto Fascista, pubblicato nel 1919, fu scritto in collaborazione nientemeno che da Filippo Marinetti, il cui Manifesto Futurista aveva suscitato grande scalpore nel mondo dell’arte europea nel periodo immediatamente precedente la Prima Guerra Mondiale. I futuristi ammiravano la velocità e la tecnologia, e vedevano il Futuro incarnato prima nell’automobile e poi nell’aeroplano. L’arte, a loro avviso, non poteva essere altro che “violenza, crudeltà e ingiustizia”, ​​e Marinetti arrivò a sostenere un programma fortemente rivoluzionario, distruggendo deliberatamente l’arte del passato e glorificando la guerra come una sorta di igiene. Questa visione ebbe un’influenza sorprendente in molti paesi, sia all’epoca che in seguito. Né si limitò all’arte: il rifiuto viscerale del lungo diciannovesimo secolo si estese, attraverso la moda e la morale, all’azione politica. In tutte le grandi potenze, e soprattutto in quelle sconfitte o, come l’Italia, in crisi, si levavano ovunque le richieste di un rifiuto radicale del passato, di nuovi sistemi politici basati sulla violenza, sul modernismo e sulla tecnologia.

Perché il fascismo trionfasse come movimento politico, erano necessarie le giuste circostanze, che si verificarono nell’Italia del dopoguerra. Si tratta di una storia complessa e intricata, sorprendentemente poco trattata in lingua inglese, se paragonata alla valanga di libri su Hitler e i nazisti. La fluidità e l’imprecisione del fascismo, così come la sua relativa mancanza di successo finale, hanno scoraggiato la pubblicazione di diverse opere di qualità. Per curiosità, ho dato un’occhiata alle prime pagine del sito di Amazon, il cui elenco di libri si è rapidamente trasformato in “Il fascismo da Mussolini a Trump”, confermando in un certo senso la tesi di questo saggio: che il fascismo sia essenzialmente un bersaglio vuoto in cui chiunque può calciare per far valere le proprie ragioni politiche. Esistono storici seri del fascismo e dell’Italia di Mussolini, come Richard Bosworth , ma sono persi in un mare di polemisti e autori che preferirebbero di gran lunga scrivere di Hitler.

Si può ragionevolmente affermare che l’Italia del 1919-22 era nel caos politico dopo una guerra impopolare in cui il paese aveva cambiato schieramento, e dopo la catastrofica sconfitta di Caporetto, nel 1917, che la vittoria di Vittorio Veneto l’anno successivo non riuscì a rimediare. Il paese era in crisi economica, esacerbata da milioni di veterani di guerra disoccupati. Il Partito Socialista Italiano, che aveva ottenuto un terzo dei voti alle elezioni del 1919, aderiva alla Terza Internazionale di Lenin e il suo programma auspicava la “dittatura del proletariato” attraverso la rivoluzione violenta. Anche altri partiti non rivoluzionari ma favorevoli alle riforme ottennero buoni risultati, mentre i tradizionali schieramenti politici subirono gravi perdite e il paese era dilaniato da continue violenze. Il Re e l’Esercito esitarono a intervenire, non volendo rischiare una guerra civile, e fu a questo punto che Mussolini offrì il suo aiuto e la forza combattente degli Squadristi, in genere ex combattenti scontenti. Fu aiutato dalla prima di molte occasioni in cui diverse componenti della Sinistra non riuscirono ad allearsi contro di lui. Posto di fronte alla scelta tra una rivoluzione populista di sinistra che non potevano controllare e una rivoluzione populista di destra che ritenevano di poter controllare, la struttura di potere italiana scelse Mussolini, senza rendersi realmente conto di cosa stesse ottenendo. Ciò che ottennero, naturalmente, fu un sostegno politico in costante aumento per il nuovo Partito Fascista, in un momento in cui il sistema partitico tradizionale si stava sgretolando, e infine la “Marcia su Roma” dell’ottobre 1922 (alla quale Mussolini non partecipò) che sancì il crescente controllo dei fascisti sul sistema politico italiano. Lungi dall’essere lo “strumento di reazione” che speravano, tuttavia, la borghesia, come notò Gramsci all’epoca, evocò qualcosa di “peggiore del diavolo”.

Vorrei soffermarmi ancora un attimo sulla storia di questo periodo, perché su di esso circolano molti miti pericolosi. Il primo e più iniquo è che Mussolini (come Hitler dopo di lui) sia stato “portato al potere” da una popolazione ignorante e indottrinata dalla propaganda. Come abbiamo visto, questo è del tutto falso: Mussolini, come Hitler in seguito, fu portato al potere da una violenza paramilitare organizzata che lo Stato avrebbe potuto contrastare solo con un’enorme perdita di vite umane. Pertanto, l’attuale argomentazione secondo cui i politici e i partiti “estremisti” dovrebbero essere messi al bando, che i mezzi di comunicazione dovrebbero essere censurati per evitare che la gente senta cose sbagliate e che, in ultima analisi, persone come noi siano troppo stupide per poter votare, è completamente priva di fondamento storico. Già che ci siamo, vale la pena aggiungere che anche il mito secondo cui “Hitler fu eletto” sembra destinato a persistere per sempre, nonostante sia una completa caricatura. Quando Hitler fu “portato al potere con la forza”, per usare le parole di Ian Kershaw, fu come una soluzione provvisoria insoddisfacente per ottenere i voti necessari al Reichstag e permettere al cancelliere Brüning di smettere di governare per decreto. E anche questa soluzione funzionò piuttosto bene.

Non è possibile comprendere il fascismo senza la sua antitesi bolscevica, e senza considerare la crisi della modernità che all’epoca affliggeva gran parte dell’Europa. Era un’epoca di crescente potere popolare, ma senza un accordo su come esso dovesse essere espresso. Gli elettori e le classi istruite si espandevano costantemente, in un processo evidentemente inarrestabile, e persino negli stati autoritari una nuova generazione di lavoratori urbani sapeva leggere, e per loro nasceva una nuova generazione di giornali. Per la prima volta nel 1914, in una situazione di crisi, gli stati dovettero effettivamente tenere conto, almeno in parte, del sentimento popolare e dell’opinione parlamentare. Ma su quali basi poteva essere organizzato politicamente uno stato popolare? Come notava all’epoca l’ambiguo e perspicace Curzio Malaparte , il futuro immediato sarebbe stato lo scontro di due rivoluzioni: “quella italiana dominata dall’individualismo e quella russa dominata dal collettivismo”. Fascismo contro comunismo, in altre parole, razza contro classe, senza spazio per altre ideologie o sistemi di organizzazione politica del popolo. Col tempo, e soprattutto verso la fine degli anni ’30, questa visione divenne estremamente influente tra gli intellettuali occidentali, molti dei quali a quel punto avevano perso ogni speranza nella democrazia parlamentare come alternativa praticabile.

Mussolini non abbandonò mai del tutto le sue aspirazioni rivoluzionarie e la sua pretesa di rappresentare gli interessi della “gente comune”. Col passare del tempo, però, trovò conveniente ridimensionare questo aspetto del suo movimento e cercare di rendersi accettabile alle forze e alle strutture di potere di destra esistenti. In realtà, non aveva molta scelta, perché se nel 1925 esercitava un controllo effettivo e incontrollato sul sistema politico, non riuscì mai a sfidare i veri pilastri dello Stato italiano: l’esercito, la Chiesa e gli industriali, e fu costretto a collaborare con loro. E le sue ultime aspirazioni socialiste svanirono con le guerre insensate in cui trascinò il suo paese e che portarono infine alla sua caduta e alla sua morte.

È interessante notare lo scarso successo riscosso dai partiti fascisti altrove. In Spagna, ad esempio, dopo i “tre anni bolscevichi” del 1918-20, le continue agitazioni operaie e le diffuse violenze furono finalmente fermate da un buon vecchio colpo di stato militare reazionario nel 1923. In quel periodo non emerse un vero e proprio movimento fascista, sebbene il successivo movimento della Falange abbia tratto ispirazione da Mussolini. In Germania, lo scontro delle forze rivoluzionarie fu con la struttura di potere esistente: il Soviet di Monaco fu rovesciato dalle truppe regolari di Berlino e da una milizia composta da soldati recentemente smobilitati. Il principale tentativo di rovesciare la Repubblica di Weimar provenne dalla frangia politico-militare-conservatrice: il cosiddetto Putsch di Kapp del 1920 fallì perché i sindacati organizzarono uno sciopero generale e la burocrazia profondamente conservatrice si rifiutò di sottomettersi a un colpo di stato militare. E così via.

Ciò non significa che i movimenti fascisti fossero sconosciuti in Europa. In Francia, il più noto è il Parti populaire français guidato da Jacques Doriot, che al suo apice contava circa 120.000 iscritti. Tuttavia, Doriot era in realtà un ex alto funzionario del Partito Comunista, dal quale ruppe nel 1936. Il PPF non fu mai un partito fascista a tutti gli effetti, sebbene collaborasse attivamente con i tedeschi, e Doriot e altri andarono a combattere in Russia in uniforme tedesca. Ma Doriot era lontano dai centri del potere e non ebbe alcuna influenza né sui drammatici eventi del 1940, né sulle politiche collaborazioniste del governo di Vichy, che riteneva non sufficientemente radicali. All’altro capo dell’Europa, il movimento delle Croci Frecciate guidato da Ferenc Szálasi fu il più importante di una serie di movimenti nazionalisti di ispirazione nazista, che incorporarono in una certa misura caratteristiche fasciste e che godettero di un limitato sostegno popolare alla fine degli anni ’30. Fu tuttavia bandita sotto la dittatura nazional-militare dell’ammiraglio Horthy, e solo nel 1944, quando i tedeschi invasero il paese e rovesciarono il regime, la Croce Frecciata godette di alcuni mesi di un potere sanguinario.

Mi fermo qui, perché voglio ribadire che i miti popolari dei “leader fascisti” “portati al potere” da folle ignoranti sono un’illusione opportunistica di coloro che disprezzano e diffidano della gente comune. Tali leader, laddove detenevano un potere effettivo, venivano generalmente insediati da altri, per caso o semplicemente per pura stupidità; e nessuno più di Adolf Hitler, naturalmente, che dovette la sua ascesa da leader di una setta nazionalista mistica marginale a leader della Germania a una fortuna incredibile e a un’incredibile incompetenza da parte dei suoi oppositori. Anche allora, Hitler, come Mussolini, non ebbe vita facile. Gli industriali, da cui sarebbe dipeso l’importantissimo sforzo bellico futuro, erano estremamente diffidenti nei suoi confronti e nei confronti della sua retorica populista: i più accettabili Goebbels e Göring furono inviati per rassicurarli, garantendo loro che avrebbero mantenuto le loro industrie e i loro profitti. Ma Hitler non dominò mai gli industriali; né, del resto, la Chiesa, né l’esercito, che tentarono di ucciderlo più volte.

Il vero modello di potere e repressione di destra efficace nel ventesimo secolo era in realtà un modello familiare: la presa del potere, sotto nomi come “Rivoluzione Nazionale”, da parte di forze tradizionali che cercavano di rovesciare la democrazia o, come la intendevano loro, di scongiurare il caos. Gli esempi più noti sono la Spagna di Franco, la Francia di Pétain e il Portogallo di Salazar. Ben lontani dal populismo violento e dal fervore rivoluzionario del fascismo, si trattava di regimi autoritari elitari, saldamente fondati sulle tradizionali forze di governo dell’aristocrazia, dell’esercito e della Chiesa (probabilmente non è una coincidenza che tutti questi regimi fossero cattolici). Il che non significa che alcuno di essi abbia semplicemente cercato di tornare a una visione semplicistica del mondo di una generazione prima. La maggior parte aveva un’ideologia di qualche tipo, basata spesso su vaghi concetti di solidarietà nazionale e rinnovamento, talvolta influenzata dalla Dottrina Sociale Cattolica del periodo tra le due guerre, e molti di loro diffidavano delle nuove forze della destra liberale, come quelle presenti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

Infine, fin dall’inizio delle rivendicazioni per gli stati nazionali, sono emersi gruppi nazionalisti estremisti sufficientemente realisti da comprendere che, nella maggior parte dei casi, i confini sarebbero stati definiti con la forza e le popolazioni minoritarie espulse, se non peggio. Era quindi loro compito procurarsi le armi e la spietatezza necessaria affinché il loro “popolo” potesse sopravvivere. Nel corso delle generazioni, questi gruppi sono stati troppi per poterli elencare, figuriamoci analizzare, ma si possono fare due considerazioni generali. In primo luogo, tali gruppi si scindono e si riscindono, e ogni volta che si raggiunge un accordo, di qualsiasi tipo, ne emerge un altro più estremista che lo ripudia e continua a combattere. È un aspetto con cui bisogna convivere. In definitiva, è uno dei tanti e diversi prezzi che paghiamo per avere lo stato nazionale: ci sarà sempre qualcuno insoddisfatto. In secondo luogo, tali gruppi possono essere sanguinari, ma il loro effetto è raramente determinante in assenza di uno dei due seguenti criteri. Il primo è il sostegno bellico di una grande potenza. Ma tali gruppi, in definitiva, dipendono da questo sostegno per la loro sopravvivenza, come si è visto con i gruppi nazionalisti estremisti appoggiati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, nessuno dei quali è durato a lungo. Possono anche essere assimilati nelle strutture di potere esistenti, come nell’Ucraina contemporanea, ma lì non è chiaro chi sia al comando. Occasionalmente possono anche trovarsi accidentalmente nel mezzo di una crisi e aggravarla con attentati o assassinii. L’esempio più lampante è quello dei giovani nazionalisti serbi che assassinarono l’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914.

Si tratta essenzialmente di gruppi nazionalisti di destra, alimentati dall’odio e dalla paura verso altri gruppi e, molto spesso, animati dal desiderio di vendetta per torti presumibilmente subiti dai loro antenati. Negli anni ’60 e ’70, alcuni (come l’IRA) adottarono i discorsi allora in voga della liberazione nazionale e dell’alt-marxismo, soprattutto per cercare di ottenere denaro e armi da paesi come la Libia. Ma quasi per definizione questi gruppi sono di piccole dimensioni (l’IRA probabilmente non ha mai avuto più di poche centinaia di membri attivi contemporaneamente) e per la maggior parte dei paesi odierni rappresentano un problema di ordine pubblico, piuttosto che politico. Non hanno serie possibilità di prendere il potere da nessuna parte.

Non intendo esprimere giudizi di valore come “estremista” in questo contesto, ma concluderò parlando delle origini di alcuni partiti di destra organizzati oggi, tenendo presente che non sono le stesse del passato, né quelle dell’era post-1945. Ed è qui che ci avviciniamo al paradosso centrale, e generalmente sottovalutato, della politica moderna. Ho iniziato parlando, nel contesto della Rivoluzione francese, della tradizionale distinzione tra sinistra e destra: la prima auspicava il cambiamento, a volte rapido, la seconda la continuità, o almeno il minimo cambiamento possibile. A quei tempi, si poteva plausibilmente sostenere che il “cambiamento” fosse nell’interesse della gente comune, mentre l’opposizione al cambiamento poteva essere legittimamente vista come reazionaria. Mentre la sinistra repubblicana si scontrava, spesso violentemente, con il nascente movimento socialista, entrambe concordavano sul fatto che il mondo si stesse muovendo, più o meno, nella giusta direzione. È noto che collaborarono nel governo del Fronte Popolare in Francia nel 1936-37. Ora, sarei tentato di dire che le posizioni si sono invertite. L’attuale Sinistra Repubblicana (il PMC), eternamente legata com’è al cambiamento e all’innovazione senza criterio, accetta acriticamente tutto ciò che è nuovo e diverso, dalla deregolamentazione economica al transessualismo all'”intelligenza artificiale”. Al di fuori del PMC, ovviamente, quasi tutti riconoscono che il mondo sta peggiorando per la gente comune, e un gran numero di persone ne è infelice, alcune in modo violento. Ciononostante, le abitudini radicate da due secoli fanno sì che gli stessi vecchi slogan triti vengano riproposti all’infinito: oscurantista, retrogrado, reazionario, incapace di stare al passo e, naturalmente, “fascista”. È profondamente offensivo dire al figlio di un operaio metallurgico qualificato, la cui fabbrica è stata delocalizzata anni fa, che in qualche modo è colpa sua se tutto ciò che riesce a trovare è un lavoro da scassinatore. Ma questo è ciò che fa il PMC, e spiega buona parte dell’origine della rabbia.

Pertanto, Destra e Sinistra si sono effettivamente scambiate di posto, non come entità politiche organizzate, ma come insiemi di concetti. La Sinistra avanza furiosamente, senza alcuna reale preoccupazione per le conseguenze umane delle sue azioni, e ha inghiottito integralmente e senza nemmeno lamentarsi quelli che un tempo erano i rimedi economici della Destra Liberale. La Destra tradizionale, soprattutto nella sua veste di Democrazia Cristiana post-1945, è in gran parte scomparsa, ma, laddove ancora esiste, si allea di fatto con i socialisti rimasti nel tentativo di salvare ciò che è salvabile. Quindi, per quanto possa sembrare allucinatorio liquidare coloro che cercano di riportare l’industria in patria, difendere i servizi pubblici o migliorare il livello di lettura come provenienti dall'”estrema Destra”, acquista un senso distorto nell’odierno mondo politico speculare, che equipara qualsiasi tipo di cambiamento alla virtù e qualsiasi tipo di resistenza al vizio, etichettando poi tale resistenza come “Fascismo”.

Ciò è possibile solo perché gran parte dell’architettura politica del passato è scomparsa. La sinistra elitaria, istruita e individualista ha preso il sopravvento e in gran parte distrutto i partiti socialisti, il cui populismo e la cui attenzione per la comunità aveva tollerato a malincuore in passato. La competizione per i diritti individuali, le rivendicazioni delle minoranze, reali o presunte, l’imposizione di norme astratte e l’esportazione di tali norme, attraverso pressioni politiche e persino militari, hanno preso il posto delle tradizionali preoccupazioni socialiste per il benessere comune e la vita della gente comune. La destra tradizionale, basata su consuetudini e pratiche, piccole città e comunità locali, la Chiesa e le professioni tradizionali della classe media, è stata conquistata dalla destra neoliberista di finanzieri, speculatori immobiliari e profittatori di ogni genere. Entrambe le tendenze fanno del cambiamento fine a se stesso un feticcio ignorante: la follia dell'”intelligenza artificiale” è semplicemente l’ultima fase della discesa della classe dominante occidentale verso il collasso psicologico.

È questo che rende l’analisi politica contemporanea così distante dalla realtà, e i termini “sinistra” e “destra” sostanzialmente privi di significato. Di fatto, le due tendenze moderne si sono unite in una sorta di Partito Rivoluzionario Permanente, con le sue fazioni e le sue aspre dispute interne. Ora, per l’ultima volta, parlerò brevemente della Rivoluzione Francese, per due motivi. Il primo è che è ancora fortemente caricaturata e usata come argomento contro il potere popolare di ogni tipo. “Oh, c’è stata la presa della Bastiglia seguita dal Terrore”, sebbene questi eventi siano stati separati da anni di cambiamenti politici complessi e catastrofici. I cauti tentativi di riforma dei primi anni cedettero il passo al radicalismo solo quando il re cercò di fuggire all’estero e incoraggiò altre nazioni a invadere il suo paese. Ma in secondo luogo, e questo è più importante, gli ultras tra i giacobini, che acquisirono potere costantemente con l’aggravarsi della crisi, rappresentarono la prima fioritura politica della rivoluzione managerialista che ora è quasi completa in Occidente: erano i PMC dell’epoca.

Mentre i primi anni radicali della Rivoluzione avevano introdotto tutta una serie di riforme che ora diamo per scontate – l’abolizione della schiavitù, i diritti umani fondamentali, la parità tra uomo e donna, il divorzio consensuale e molte altre – si manifestò anche una tendenza verso un arido normativismo, imposto dalla repressione legalistica. Pertanto, i tentativi di breve durata di imporre settimane e mesi decimali, o la chiusura obbligatoria delle chiese e il culto dell’Essere Supremo al loro posto, furono i primi segnali che lo spirito liberale, manageriale, razionale e legalistico stava sfuggendo di mano. È questo, in definitiva, il motivo per cui la vostra organizzazione ha una Dichiarazione di Missione priva di significato e perché ha appena introdotto, con grande clamore, un nuovo sistema di rimborso spese che richiede un video di formazione di quindici minuti, impiega il doppio del tempo per essere utilizzato rispetto al precedente e continua a commettere errori. E naturalmente è stato affidato a terzi. Ma Avanti!: dobbiamo andare avanti. Queste tendenze, prima tenute perlopiù sotto controllo, ora hanno travolto tutto.

La gente comune non gradisce molto questa situazione. I suoi bisogni sono modesti e non è particolarmente interessata a futuri fantastici. Desidera un lavoro con un salario dignitoso, un alloggio decente, cibo a sufficienza, una buona istruzione per i figli, sicurezza nelle strade… È attraverso la fornitura, o la facilitazione, di queste cose che gli Stati acquisiscono legittimità, ed è attraverso la loro assenza che la perdono. (Se vi siete mai trovati in un Paese in cui lo Stato ha perso la sua legittimità, non avrete fretta di tornarci.) Alla domanda “Perché dovrei obbedire allo Stato?”, l’unica risposta sensata è, con Spinoza, “Perché è nel mio interesse farlo”. Nemmeno lo Stato più repressivo del mondo può impedire alle persone di passare con il semaforo rosso, di evadere le tasse o di rubare nei supermercati. La società funziona solo perché accettiamo di rispettare regole scritte e non scritte, in cambio delle quali lo Stato offre la sua protezione.

Nelle ultime settimane è diventato terribilmente evidente che lo Stato non è in grado di offrire questa protezione quando le regole e le norme informali iniziano a sgretolarsi. Questo era in qualche modo già noto, ma si poteva ignorare finché il problema rimaneva circoscritto alle periferie più povere. Ora, si è insinuato anche nei centri delle grandi città, comprese diverse in Francia. Le forze dell’ordine francesi non sono mai state così deboli, non solo in termini di numero, ma anche di capacità, soprattutto dopo una serie di riforme mal concepite. E sebbene anche le grandi manifestazioni siano gestibili (finora si sono svolte tutte pacificamente), è chiaro che anche un numero relativamente piccolo di teppisti può paralizzare una città, agendo in piccoli gruppi e devastando e saccheggiando. Questo pomeriggio ho visto i negozianti del centro della mia città barricare le vetrine in previsione delle rivolte previste per sabato prossimo. Non si fidano più dello Stato per la loro protezione, e hanno ragione.

Curzio Malaparte, che ho già menzionato, è l’autore del famigerato ” Technique du Coup d’état” , pubblicato per la prima volta in Francia perché era impossibile farlo in Italia. Dimenticate i movimenti di massa e l’assalto alle barricate, diceva, le rivoluzioni sono un processo tecnico condotto da piccoli gruppi di professionisti qualificati. Il suo libro è un manuale pratico, ma per i nostri scopi è la sua conclusione principale ad essere la più devastante: “Le democrazie parlamentari commettono l’errore di riporre troppa fiducia nei trionfi della libertà, mentre in realtà nulla è più fragile del moderno Stato europeo”. E gli Stati nel 1931 erano più forti di quanto lo siano ora, e anche i controlli e le norme sociali informali erano infinitamente più forti.

Probabilmente assisteremo alla formazione di gruppi di autodifesa, pattuglie di vigilantes con cani e gruppi WhatsApp di militari e poliziotti in pensione. In Francia circolano parecchie armi. E ovviamente alcune attività commerciali chiuderanno o si trasferiranno in zone più sicure. Nemmeno i ricchi saranno esenti: le guardie di sicurezza private pagate con il salario minimo non si sacrificheranno per proteggere palazzi di lusso (per lo più vuoti), negozi di antiquariato o grandi magazzini. (Un importante grande magazzino di Parigi è già stato saccheggiato). Ci stiamo avvicinando al punto in cui il denaro, in quanto tale, non offrirà più protezione: al massimo potrà aiutarti a correre più veloce. I magnati della tecnologia perderanno gran parte della loro ricchezza nel prossimo crollo dell'”intelligenza artificiale”, e con essa gran parte della loro influenza politica. Non saranno loro i nostri nuovi governanti.

Il potere effettivo potrebbe iniziare a spostarsi piuttosto rapidamente dalle mani dei politici che gesticolano. Eppure questi continueranno a gesticolare, a ripetere le stesse banalità e ad agire come se contassero qualcosa, mentre le acque intorno a loro si alzano. Tutto ciò sembra così controintuitivo che si può quasi capire perché le teorie del complotto sul controllo (il Gruppo Bilderberg, gli alieni di Zeta Reticuli) siano popolari in certi ambienti. Ma ahimè, non c’è niente di nuovo: i politici convenzionali, solidi e tradizionali degli anni ’30 fecero esattamente la stessa cosa: ostinatamente tagliarono la spesa pubblica in piena recessione, anche mentre la disoccupazione esplodeva. Il potere, a livello locale, si sposterà probabilmente verso gruppi e movimenti ad hoc etichettati come di destra, meno per la loro forza intrinseca che per la sacra tradizione della sinistra incapace di organizzare persino una festa in una birreria. Malaparte aveva ragione sulla fragilità degli stati moderni, come sa bene chiunque abbia lavorato al loro interno, sebbene ai suoi tempi la criminalità organizzata fosse meno potente e non esistessero gruppi islamisti radicali.

Ma le comunità che si organizzano per la propria protezione, che organizzano pattuglie e chiedono documenti d’identità perché non si fidano più dello Stato, saranno accolte con le inevitabili grida di “Fascismo!”, come se fossero loro stesse il problema. Da qui al 2027, le elezioni (se mai si terranno) saranno considerate “minacciate dal fascismo”, ovvero minacciate dal populismo, che a sua volta equivale a dire minacciate dalla democrazia. Ma la vera minaccia è psicologica: il patto di sicurezza implicito con lo Stato, mai formalmente riconosciuto, ha cominciato a sgretolarsi e nessuno sa dove ci porterà.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

“Ora la Casa sono io” — Scott Bessent, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, di Futur Early

Mangiare o riscaldarsi: gli Stati Uniti e il gelo in arrivo dell’arroganza.

“Ora la Casa sono io” — Scott Bessent, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti

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“ Ora sono io la Casa”— Scott Bessent, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti

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“ «Ora sono io la Camera» — Scott Bessent, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti

Mangiare o riscaldarsi — Gli Stati Uniti e l’imminente gelo dell’arroganza

FuturEarly24 ottobre
 
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Scenario al 7%

Un nuovo attacco statunitense all’Iran, seguito da una massiccia rappresaglia iraniana contro le infrastrutture petrolifere e del gas del CCG, potrebbe innescare una reazione a catena che porterebbe il rendimento dei titoli del Tesoro USA a 10 anni verso il 7%. La variabile critica sarebbe l’entità e la durata dell’interruzione dell’approvvigionamento energetico. Se i danni agli impianti di produzione ed esportazione dell’Arabia Saudita, del Qatar o degli Emirati Arabi Uniti coincidessero con una restrizione prolungata del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, i prezzi del petrolio e del GNL potrebbero impennarsi, con ripercussioni sui trasporti, sull’elettricità, sui prodotti chimici, sui fertilizzanti e, infine, sui prezzi al consumo in generale.

La Federal Reserve si troverebbe di fronte a una scelta difficile: allentare la politica monetaria per attutire lo shock economico o mantenere tassi restrittivi per impedire che un picco inflazionistico determinato dai prezzi dell’energia si radichi. Inizialmente, i rendimenti dei titoli del Tesoro potrebbero diminuire poiché gli investitori cercherebbero rifugio; il pericolo emerge se le aspettative di inflazione aumentassero più rapidamente dei timori di recessione.

La linea di frattura dell’IA

Allo stesso tempo, un grave fallimento nel finanziamento dell’IA potrebbe trasformare uno shock energetico in un evento creditizio di più ampia portata. Immaginate un laboratorio leader nel settore dell’IA che fatica a trasformare spese straordinarie in ricavi ricorrenti, perdendo l’accesso a nuovi finanziamenti o non riuscendo a onorare gli impegni nei confronti dei fornitori di servizi cloud e dei partner infrastrutturali.

Le perdite potrebbero propagarsi al credito privato, al finanziamento dei data center e agli investitori altamente indebitati come SoftBank. L’effetto immediato sarebbe probabilmente una fuga verso beni rifugio, che spingerebbe al ribasso i rendimenti dei titoli del Tesoro.

Ma se le perdite innescassero vendite forzate, un inasprimento delle condizioni di credito e un brusco deterioramento degli investimenti delle imprese, l’economia statunitense potrebbe trovarsi di fronte a una pericolosa combinazione di rallentamento della crescita e aumento dei costi dei fattori di produzione.

Sam Altman e Re Lear
FuturEarly·22 settembre
Sam Altman and King Lear
C’è qualcosa di quasi shakespeariano nella portata della proposta di OpenAI. Tra il 2026 e il 2030, secondo quanto riferito, l’azienda sarebbe pronta a sostenere e bruciare 278 miliardi di dollari di flusso di cassa libero negativo, spendendo al contempo circa 856 miliardi di dollari in potenza di calcolo e infrastrutture, secondo
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La convergenza

Il punto di svolta critico sarebbe una perdita di fiducia nel mercato obbligazionario statunitense stesso.

Un’inflazione energetica persistente potrebbe impedire alla Federal Reserve di tagliare i tassi in modo aggressivo, mentre una crescita più debole, un potenziale sostegno fiscale e il già consistente fabbisogno di finanziamento federale aumenterebbero le preoccupazioni sulle prospettive fiscali degli Stati Uniti.

Se gli investitori richiedessero contemporaneamente una maggiore compensazione per l’incertezza inflazionistica, l’emissione di titoli del Tesoro e il rischio fiscale a lungo termine, il premio di termine potrebbe aumentare bruscamente. Aste di titoli del Tesoro deludenti e una vendita massiccia e prolungata di obbligazioni a lungo termine — anche in presenza di un calo dei mercati azionari e del credito — sarebbero particolarmente preoccupanti. Ciò indicherebbe che la normale fuga verso beni rifugio sarebbe sopraffatta dalle preoccupazioni relative all’inflazione e alla situazione fiscale.

Un movimento sostenuto verso il 7% sul titolo del Tesoro a 10 anni è quindi plausibile, ma richiederebbe che diversi fattori andassero male contemporaneamente: danni prolungati alle forniture energetiche del Golfo, aspettative di inflazione ormai radicate, un contagio creditizio significativo legato all’intelligenza artificiale e una sostanziale rivalutazione del rischio fiscale statunitense e del premio di durata.

Partendo da un rendimento iniziale vicino al 5%, raggiungere il 7% richiederebbe una rivalutazione straordinaria, non semplicemente un picco temporaneo del petrolio o il fallimento di una singola società operante nel settore dell’IA.

A mio avviso, i presupposti sono ormai presenti. Abbiamo superato la soglia critica per quanto riguarda i danni alle forniture energetiche del Golfo — l’oleodotto Est-Ovest e oltre. Le scosse nel credito legato all’IA si stanno facendo più forti. E il rischio fiscale statunitense e quello del premio di termine sono ora oggetto di mormorii da Tokyo a Seul.

Il pericolo determinante sarebbe un mercato stretto tra un problema di inflazione che impedisce l’allentamento monetario e una crisi finanziaria che lo richiede. È questa la convergenza da tenere d’occhio: non la guerra, le perdite nel settore dell’IA o l’aumento del debito considerati isolatamente, ma la loro interazione che mina la fiducia nel costo e nell’affidabilità del capitale statunitense.

Quando la diplomazia economica ha incontrato la diplomazia dello Stretto
FuturEarly·9 aprile
When Economic Statecraft Met Strait-Craft
Mentre il mondo si concede una tregua — un respiro temporaneo in quello che viene considerato un cessate il fuoco, una pausa in una guerra scelta, una provocazione premeditata e pianificata e un attacco contro l’Iran da parte degli Stati Uniti e di Israele — vale la pena confrontarsi con le illusioni che hanno reso questo conflitto apparentemente plausibile, a cominciare dalla finzione secondo cui gli oleodotti esistenti o il loro ampliamento c…
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L’aritmetica dell’arroganza: da 19,95 a 40,44 trilioni di dollari

Da quando Donald Trump è entrato in carica il 20 gennaio 2017, il debito nazionale lordo degli Stati Uniti — ovvero il debito pubblico totale in essere, comprese le partecipazioni intragovernative — è balzato da circa 19,95 trilioni di dollari a 40,44 trilioni di dollari a ottobre 2026 e, se le attuali tendenze di indebitamento dovessero persistere, potrebbe plausibilmente raggiungere i 45–47 trilioni di dollari entro gennaio 2029 — un aumento straordinario di circa 26 trilioni di dollari in soli 12 anni.

Sebbene l’aumento di 7,8 trilioni di dollari durante il primo mandato di Trump sia stato influenzato in modo significativo dalla pandemia di COVID-19 e dalla spesa per le emergenze, la preoccupazione più profonda è la persistente espansione del debito pubblico nel corso delle successive amministrazioni, il che solleva seri interrogativi sulla disciplina fiscale, sulla sostenibilità economica e su chi, in ultima analisi, tragga beneficio da questo indebitamento.

La discrepanza fondamentale risiede tra la creazione di debito e la creazione di ricchezza per le masse: il governo può creare trilioni di nuovi debiti, ma ciò non si traduce automaticamente in una maggiore sicurezza finanziaria, in salari reali in aumento, in alloggi a prezzi accessibili, in servizi pubblici migliori o in un significativo accumulo di ricchezza per i cittadini americani comuni.

Nel frattempo, il costo crescente del servizio del debito e del suo rifinanziamento rischia di destinare una quota sempre maggiore delle risorse pubbliche al pagamento degli interessi piuttosto che agli investimenti produttivi. La domanda cruciale, quindi, è se questo accumulo senza precedenti di passività stia generando una prosperità economica sufficientemente diffusa da giustificarlo — oppure se la nazione stia creando debito a un ritmo sempre più rapido rispetto alla creazione di ricchezza tangibile e ampiamente condivisa.

La domanda da 1,2 trilioni di dollari

Consideriamo ora l’enorme cifra di 1,2 trilioni di dollari che Donald Trump ha proposto come pagamento di 5.000 dollari a circa 240 milioni di adulti americani aventi diritto, qualora i repubblicani mantenessero il controllo del Congresso nelle elezioni di medio termine.

Non si tratta esattamente di spiccioli per mantenere lo status quo politico; equivale a circa il 3% del debito pubblico americano, pari a 40,44 trilioni di dollari. E ciò avviene in un momento in cui il deficit di bilancio e l’onere del debito continuano a crescere. La domanda ovvia è: chi sta effettivamente pagando per questa mossa politica da 1,2 trilioni di dollari?

  • Se il denaro dovesse provenire dai dazi sui beni importati, la realtà è che gli importatori americani — e, in ultima analisi, in misura diversa, i consumatori americani — si fanno carico di gran parte del costo. In altre parole, Washington potrebbe consegnare alla gente un assegno con una mano mentre con l’altra gli svuota le tasche alla cassa.
  • Se proviene dai tagli alla spesa pubblica, allora qualcosa dovrà cedere, e dopo anni di pressioni sui servizi pubblici, è rimasta ben poca carne sull’osso prima che il coltello raggiunga il midollo.
  • E se la risposta è un maggiore ricorso al prestito da parte del Tesoro, la questione diventa ancora più interessante: mentre gli investitori stranieri e alcuni alleati degli Stati Uniti rivalutano la loro esposizione ai titoli del Tesoro americano, chi esattamente si metterà in fila per finanziare questo montepremi da 1,2 trilioni di dollari?

Ma soprattutto, si tratterà di una vera creazione di ricchezza per gli americani comuni, o semplicemente di denaro preso in prestito mascherato da dividendo politico — con il conto comodamente addebitato al futuro?

I mercati obbligazionari possono garantire la pace?
FuturEarly·24 maggio
Can Bond Markets Bond the Peace?
James Carville una volta disse che se potesse reincarnarsi, vorrebbe tornare come il mercato obbligazionario. Quando gli fu chiesto perché, rispose: «Perché così si può intimidire chiunque».
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“Ora sono io a dettare legge”

Scott Bessent era un protetto della società di investimenti di George Soros, membro del team che nel 1992 mise in ginocchio la Banca d’Inghilterra. Doveva avere appena dieci anni quando Roy Cohn, il famigerato avvocato litigioso, insegnava a Donald Trump l’arte del contenzioso come arma: citare in giudizio, minacciare, contrattaccare e non cedere mai.

Ciò che sta riemergendo oggi è un istinto simile, ora trasferito dall’aula di tribunale ai mercati finanziari. “ Ora sono io a dettare le regole”, dichiarò Bessent — riferendosi allo yen, anche se l’istinto è trasversale.

Sembrava meno un Segretario del Tesoro e più Robert De Niro o Joe Pesci in *Casino* o *Quei bravi ragazzi*. Ma c’è una differenza fondamentale tra intimidire una parte in causa e affrontare un mercato obbligazionario. Quest’ultimo non può essere costretto alla sottomissione con le minacce, ridotto al silenzio con cause legali o costretto con la forza a comprare debito americano. E con Washington intrappolata in una situazione strategica e geografica difficile intorno allo Stretto di Hormuz e a Bab el-Mandeb, l’ultima cosa di cui il Tesoro ha bisogno è aprire un altro fronte soffocando il mercato obbligazionario stesso.

Bessent potrà anche comprendere l’asimmetria informativa; ciò che non può creare è l’asimmetria di credibilità. Non ci si può proteggere dal Golfo Persico, né si può uscire da uno squilibrio fiscale strutturale a parole.

Il conto è arrivato: Una valutazione dei costi globali
FuturEarly·2 maggio
The Bill Has Arrived: A Global Cost Assessment
Una promessa non mantenuta
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Una curva inarrestabile

L’Operazione Twist, avviata nel 1961 sotto la presidenza di John F. Kennedy, fu un’iniziativa coordinata tra il Tesoro e la Federal Reserve volta ad abbassare i tassi di interesse a lungo termine, sostenendo al contempo il dollaro attraverso un aumento dei tassi a breve termine.

La Fed acquistava titoli del Tesoro a più lunga scadenza vendendo al contempo buoni del Tesoro a breve termine, nel tentativo di appiattire la curva dei rendimenti, stimolare gli investimenti interni e attirare capitali a breve termine negli Stati Uniti. La sua efficacia nel ridurre in modo significativo i costi di finanziamento a lungo termine, tuttavia, rimane oggetto di dibattito. Vi suona familiare?

Ma quella era un’altra epoca: un panorama geopolitico diverso, un’architettura fiscale diversa e un’egemone ormai anziana che operava ancora vicino all’apice del proprio potere economico e finanziario.

Link: BBC

Oggi, il controllo dei rendimenti si sta rivelando sempre più inflessibile.

Miliardi in acquisti aggiuntivi di titoli del Tesoro potrebbero offrire un sollievo temporaneo, proprio come le portaerei e le vaste basi militari possono proiettare un potere formidabile, ma nessuna delle due cose garantisce il successo strategico quando ci si trova di fronte ad alternative asimmetriche e più economiche.

Il parallelo non sta nel fatto che le obbligazioni e i droni siano la stessa cosa, ma che una spesa finanziaria o militare schiacciante non possa ribaltare l’aritmetica di fondo. L’America è intrappolata in una triplice impasse:

  1. la geografia del Golfo Persico,
  2. l’arroganza fiscale del Tesoro,
  3. e le conseguenze inflazionistiche dei deficit persistenti, dell’elevata emissione di debito e delle turbolenze nel mercato energetico.

La questione non è se il rendimento dei titoli del Tesoro a dieci anni raggiungerà il 7% o quello a trent’anni si avvicinerà all’8% secondo una tempistica specifica; la questione è cosa accadrà al modello fiscale americano se gli investitori inizieranno a esigere un prezzo sostanzialmente più alto per finanziarlo. A quel punto, il costo per difendere il sistema potrebbe diventare una delle forze che lo destabilizzano.

Il tetto che perde

«Ora sono io la Camera. ” Proprio così, signor Segretario. Ma il tetto perde, le fondamenta stanno cedendo e l’ingegnere strutturale ha smesso di rispondere alle sue telefonate. Sia in patria che all’estero, le frane non sono più solo un rischio riportato nella perizia; stanno cominciando a sembrare una caratteristica del paesaggio.

La bonanza del settore privato trainata dalla tecnologia, la frenesia delle operazioni finanziarie e le valutazioni esuberanti potrebbero ancora scoprire che anche il casinò più sfarzoso dipende dal fatto che qualcuno sia in grado di pagare il conto.

Nel frattempo, ai deficit gonfiati di Washington e delle principali capitali europee viene chiesto di sostenere un’operazione di rifinanziamento perpetuo, come se il mercato obbligazionario fosse un bancomat inesauribile anziché il revisore definitivo dell’arroganza politica. Per non parlare del continuo finanziamento della guerra in Ucraina.

Nel nord-est degli Stati Uniti, le famiglie devono far fronte a bollette del gasolio da riscaldamento in aumento, mentre l’amministrazione Trump mostra scarsa propensione ad abbassare il termostato geopolitico nel Golfo Persico.

Le conseguenze sono potenzialmente esplosive: un inferno nei rendimenti dei titoli del Tesoro, un ulteriore inasprimento delle condizioni finanziarie e mercati dei capitali sempre più inclini a cercare la via d’uscita.

Il problema nel proclamarsi “la Casa” è che, alla fine, qualcuno dovrà ispezionarne le fondamenta. E il mercato obbligazionario, a differenza di un comizio politico, non applaude a comando.

Cosa cederà per prima

Il che ci porta alla domanda scomoda: cosa cederà per prima sotto il peso accumulato dell’eccessivo impegno geopolitico, dell’eccesso fiscale e dell’arroganza finanziaria: l’economia americana o una delle sue portaerei sempre più esposte nell’Oceano Indiano?

Gli esiti sarebbero radicalmente diversi, ma le implicazioni strategiche di entrambi sarebbero colossali. E alla base di entrambi si cela la stessa contraddizione strutturale: una superpotenza che cerca di mantenere la supremazia globale attraverso impegni in continua espansione, mentre il suo margine di manovra fiscale si riduce.

I rendimenti decennali e trentennali non sono semplici quotazioni di mercato; sono prezzi legati alla fiducia, alla credibilità e al costo futuro del potere americano.

Man mano che tali costi aumentano, il margine per la prudenza e il pragmatismo — la capacità di promuovere la pace all’estero e la prosperità in patria — si riduce di ora in ora.

C’è un antico proverbio persiano, volutamente schietto nella sua saggezza: «Non hai mai pisciato su una superficie dura.»

Il segretario Bessent potrebbe ancora scoprire che i mercati non hanno pazienza per le spavalderie teatrali. E quando il vento cambia, è sempre saggio avere un impermeabile.

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Crediti fotografici: Joe Green

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Korybko al Telegraph: un compromesso tra la NATO europea e la Russia è inevitabile….e altro_di Andrew Korybko

Korybko al Telegraph: un compromesso tra la NATO europea e la Russia è inevitabile.

Andrew Korybko28 ottobre
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Nonostante le promettenti opportunità economiche che questo potrebbe aprire, è improbabile che la Russia accetti compromessi strategico-militari nell’ambito di un accordo globale mediato dagli Stati Uniti con la NATO orientale, a meno che la NATO orientale non ricambi.

A fine ottobre, il Telegraph ha pubblicato un articolo citando fonti diplomatiche anonime secondo cui ” la Russia spera di indebolire la NATO con i colloqui di pace con l’Ucraina “. Prevedono che “Putin probabilmente chiederà che la presenza della NATO in Europa venga ridotta ai livelli del 1997, prima che i paesi dell’ex blocco orientale iniziassero ad aderire all’alleanza”, in base alle sue richieste di garanzie di sicurezza formulate a partire dalla fine del 2021. Questa previsione si basa sull’annuncio del suo principale consigliere, Yuri Ushakov, secondo cui la Russia ora desidera che l’Europa partecipi al processo di pace.

Secondo il Telegraph, “ciò significherebbe un potenziale ritiro delle truppe NATO da Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania, nonché dalla Finlandia, che ha aderito all’alleanza nel 2023”. Tecnicamente parlando, non è del tutto vero, dato che la Russia ha auspicato un ritorno allo status quo militare-strategico continentale a partire dalla data di firma dell’Atto Fondamentale NATO-Russia nel 1997. In pratica, ciò significherebbe il ritiro delle truppe dei Paesi membri della NATO precedenti al 1997 dai territori dei nuovi membri.

Nel frattempo, le forze dei membri della NATO successivi al 1997 potrebbero ancora, in teoria, schierarsi nei territori degli altri Paesi, un aspetto significativo considerando che la Polonia ora comanda il più grande esercito europeo della NATO (E-NATO) e che il blocco vichingo, di fatto guidato dalla Svezia, si sta rapidamente militarizzando in parallelo. Lo schieramento di forze aeree e navali svedesi per contribuire al pattugliamento dei confini finlandesi con la Russia, unitamente allo schieramento di forze aeree e di difesa aerea in Polonia, testimonia la solidità del loro partenariato strategico-militare nel Mar Baltico .

Come valutato in precedenza , ciò potrebbe persino gettare le basi per il loro patrocinio militare congiunto sul Baltico orientale, fulcro della NATO 3.0 , che prevede che gli europei guidino il contenimento della Russia da parte della NATO, mentre gli Stati Uniti ” tornano all’Asia (orientale) ” per contenere più efficacemente la Cina. L’ Intermarium , ovvero gli stati tra Germania e Russia, dovrebbe svolgere il ruolo più importante in questo contesto. Polonia e Svezia ne sono i pesi massimi, quindi è naturale che guidino congiuntamente il contenimento della Russia.

Gran Bretagna, Francia e Germania, le prime due potenze nucleari e la terza leader de facto dell’UE, hanno schierato diverse forze nei territori degli Stati membri successivi al 1997. Tuttavia, nell’ambito di un accordo generale mediato dagli Stati Uniti tra la NATO orientale e la Russia sull’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, potrebbero potenzialmente ritirare le proprie forze per facilitare i compromessi da parte della Russia senza mettere in pericolo i loro alleati. Questi alleati regionali, guidati da Polonia e Svezia, sono ora abbastanza forti da poter resistere autonomamente.

In cambio del rispetto dello spirito della richiesta russa ai membri della NATO precedenti al 1997 di ritirare le proprie truppe dai territori dei membri successivi, questi ultimi e la Russia potrebbero raggiungere un accordo di de-escalation mediato dagli Stati Uniti per il ritiro delle loro truppe dal confine. Mosse simmetriche da parte della Polonia e degli Stati baltici da un lato, e della Russia e della Bielorussia dall’altro, potrebbero costituire la base dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra e portare a nuovi negoziati sul controllo degli armamenti, se vi fosse la volontà di farlo.

Nonostante le promettenti opportunità economiche che questo potrebbe aprire, è improbabile che la Russia accetti compromessi strategici-militari nell’ambito di un accordo globale mediato dagli Stati Uniti con la NATO orientale, a meno che quest’ultima non ricambi. La via più realistica per raggiungere tale obiettivo è il ritiro delle forze russe dai territori occupati dai paesi membri successivi al 1997. Anche la Francia dovrebbe ritirare la sua offerta di estendere il proprio ombrello nucleare su questi territori. In tal caso, una stabilità duratura nel dopoguerra diventerebbe una prospettiva concreta.

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L’architettura di sicurezza europea del dopoguerra comincia a prendere forma.

Andrew Korybko28 ottobre
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Questo ordine emergente è il più sostenibile possibile date le circostanze.

Il grande obiettivo strategico che la Russia cercava di perseguire con il suo intervento militare su larga scala in Ucraina era quello di rimodellare l’architettura di sicurezza europea al fine di risolvere il dilemma di sicurezza tra NATO e Russia, causato dalla continua espansione verso est del blocco nel corso dei decenni. La NATO ha respinto le richieste di garanzie di sicurezza della Russia a partire dalla fine del 2021, i colloqui di pace con l’Ucraina della primavera del 2022 sono stati sabotati e la Russia non è stata in grado di raggiungere i suoi obiettivi massimalisti in Ucraina con la forza.

Questa situazione contestualizza diversi recenti sviluppi che, nel loro insieme, hanno preparato il terreno per una serie di compromessi mediati dagli Stati Uniti tra la NATO europea (E-NATO) e la Russia, volti a costruire l’architettura di sicurezza postbellica più realistica e sostenibile per il continente. La tendenza generale è la creazione, da parte degli Stati Uniti, della NATO 3.0 , che si rifà alla visione di Trump 2.0 di una E-NATO in grado di contenere la Russia, consentendo così il ridispiegamento della maggior parte delle forze americane in Europa verso il territorio nazionale, l’America Latina e la regione Asia-Pacifico.

A condizione che le ultime tendenze rimangano invariate, i paesi compresi tra Germania e Russia, noti collettivamente come Intermarium , svolgeranno un ruolo di primaria importanza. Il centro di gravità della sicurezza militare diventerebbe quindi il Baltico, sul quale il blocco vichingo guidato dalla Svezia e la Polonia eserciterebbero una protezione militare congiunta sulle sue estremità orientali (Finlandia e Stati baltici). Gli Stati Uniti e l’E3 (Regno Unito, Francia e Germania) “guideranno da dietro “, ottimizzando lo ” spazio Schengen militare “.

Affinché la Russia acconsenta al dispiegamento dei peacekeeper dell’E3 in Ucraina, gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi per iscritto a non estendere loro le garanzie previste dall’articolo 5 della Costituzione, e i membri della NATO precedenti al 1997 dovrebbero ritirarsi dai paesi che hanno aderito dopo l’Atto Fondamentale NATO-Russia di quell’anno. L’unica eccezione potrebbe essere una base militare statunitense permanente in Polonia, che potrebbe essere necessaria affinché il paese di riferimento polacco dell’Intermarium accetti tutti i compromessi che verranno trattati in questo articolo.

Allo stesso modo, probabilmente a parte gli Stati Uniti, anche la Francia e il Regno Unito dovrebbero impegnarsi per iscritto a non estendere i loro ombrelli nucleari ai membri del blocco successivi al 1997. Detto questo, i paesi dell’Intermarium (ad eccezione della Norvegia, membro del Blocco Vichingo e membro fondatore della NATO) potrebbero schierare un numero illimitato di truppe e attrezzature sul territorio altrui, il che rappresenterebbe un compromesso significativo da parte della Russia, considerando il rapido rafforzamento della componente aerea del Blocco Vichingo e il fatto che la Polonia comanda il più grande esercito dell’E-NATO .

Parallelamente, gli Stati Uniti potrebbero acquisire partecipazioni nei gasdotti Nord Stream, Yamal e Brotherhood affinché la Russia possa riprendere le esportazioni di energia verso l’UE sotto la supervisione statunitense, in modo che tutti abbiano un interesse comune nel mantenimento della pace. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti potrebbero mediare ritiri militari reciproci tra l’Intermarium e la Russia lungo il fianco orientale della NATO , che funge anche da fianco occidentale del ” cordone sanitario “. A quel punto, potrebbero seguire canali di gestione delle crisi e colloqui sul controllo degli armamenti per istituzionalizzare i progressi sopra descritti.

Il centro delle risorse partenariato strategico che Russia e Stati Uniti stanno attivamente negoziare secondo Western media I rapporti darebbero a Washington interessi tangibili, finanziari e strategici nel preservare l’ordine postbellico in mezzo a qualsiasi provocazione che l’Ucraina, il Regno Unito e/o chiunque altro potrebbero mettere in atto per rovinarlo. Attraverso questi mezzi, gli Stati Uniti potrebbero più liberamente ” pivotare verso l’Asia ” per contenere la Cina, la Russia potrebbe concentrarsi sull’affrontare le emergenze minacce in Asia centrale, e l’UE potrebbe ricostruire la sua economia devastata dalle sanzioni.

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La Carta eurasiatica sulla diversità e la multipolarità può accelerare la transizione sistemica globale

Andrew Korybko30 ottobre
 
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La Carta non deve seguire l’esempio delle dichiarazioni del BRICS e dell’SCO, diventando puramente superficiale.

La Bielorussia e la Russia hanno avviato congiuntamente il processo di stesura del testo di una Carta eurasiatica della diversità e della multipolarità, promossa per la prima volta dalla Bielorussia alla fine di settembre a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Iran, Kazakistan, Kirghizistan, Laos, Myanmar, Tagikistan e Vietnam hanno firmato la loro dichiarazione congiunta. La notevole assenza di Cina e India, che insieme alla Russia costituiscono il nucleo RIC dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), potrebbe essere spiegata dalle recenti critiche mosse dal presidente bielorusso Alexander Lukashenko a tutti e tre i paesi.

All’incontro SCO+ tenutosi all’inizio di settembre, a margine del vertice SCO a Bishkek, ha dichiarato: «Siamo pronti ad agire in modo attivo e determinato. Francamente, è proprio questo che ci aspettiamo dai nostri leader. Per quanto possiamo essere tutti alla pari qui, riconosciamo che ci sono tre Stati particolarmente potenti — la Repubblica Popolare Cinese, l’India e la Federazione Russa — potenze nucleari influenti in termini di economia e risorse. Innanzitutto, ci aspettiamo che siano loro a prendere l’iniziativa. Purtroppo, tale iniziativa non c’è ancora».

Comunque sia, tutti gli Stati eurasiatici possono partecipare alla stesura della Carta. La dichiarazione congiunta ha inoltre annunciato che «lo scopo di questo processo è quello di elaborare un documento politico che definisca i principi di cooperazione, riaffermi l’impegno nei confronti del diritto internazionale e definisca approcci comuni per garantire una sicurezza equa e indivisibile nello spazio eurasiatico, nonché per favorire i partenariati economici, promuovere i legami culturali e umanitari e facilitare gli scambi tra civiltà in un’era multipolare».

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha aggiunto nel suo intervento all’evento di lancio che «La nostra proposta è quella di creare una nuova architettura di sicurezza eurasiatica come base per lo sviluppo pacifico e progressivo di tutte le nazioni che vivono nel continente più grande e ricco del pianeta, che ospita alcune delle civiltà più antiche del mondo». Il testo dovrà essere concordato all’unanimità secondo i «Termini di riferimento del gruppo di lavoro», dovrà essere redatto entro ottobre 2027 e successivamente si terrà a Minsk un vertice per la firma.

L’importanza della Carta risiede nel dare impulso alla transizione sistemica globale, stabilendo un codice di condotta che guidi il comportamento dei suoi firmatari nei rapporti reciprocie nei consessi multilaterali. Ciò può a sua volta portare a un’azione più coesa su una gamma più ampia di questioni in seno all’ONU, alla Banca Mondiale e ad altre istituzioni simili, rispetto a quanto possano ottenere i BRICS e l’SCO. Entrambi i gruppi multipolari sono gonfiati, il BRICS oggi molto più della SCO, e ciò ha compromesso la loro capacità di concordare dichiarazioni che non siano del tutto superficiali.

Si spera quindi che il processo di redazione del testo della Carta eviti di seguire lo stesso destino sotto questo aspetto, in modo da produrre finalmente un documento molto più mirato che possa poi portare a iniziative significativamente coordinate per accelerare i processi di multipolarità in tutto il mondo e, in particolare, all’interno dei forum multilaterali. Lo scenario in cui Stati rivali si contendano l’influenza nel processo di redazione del testo, indebolendone di conseguenza la formulazione, equivarrebbe a un’ennesima occasione persa per la multipolarità.

Pertanto, sebbene tutti gli Stati eurasiatici siano invitati a partecipare al processo di redazione del testo, la presidenza bielorussa dovrebbe far capire con discrezione alla Cina, all’India e agli altri rivali che manifestano interesse ad aderire che ci si aspetta che accettino condizioni più impegnative rispetto a quelle previste nelle dichiarazioni del BRICS e della SCO. In qualità di alleato nell’Unione Statale, la Russia può integrare gli sforzi della Bielorussia, soprattutto poiché fa parte del nucleo del RIC che sta guidando i processi di multipolarità globale. La Carta non deve seguire la stessa sorte delle dichiarazioni del BRICS e della SCO, diventando puramente superficiale.

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Finlandia e Norvegia hanno appena rotto l’isolamento politico della Russia promosso dalla NATO in Europa.

Andrew Korybko27 ottobre
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Questo sviluppo è incredibilmente importante poiché potrebbe innescare una serie di eventi mediati dagli Stati Uniti per allentare le tensioni militari e di sicurezza tra la NATO orientale e la Russia dopo la fine del conflitto ucraino, attraverso un accordo globale tra tutte le parti.

Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Store hanno telefonato a Putin martedì per discutere della ripresa dei colloqui trilaterali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti ad Abu Dhabi il mese prossimo. Sono i primi membri principali della NATO europea (E-NATO), che esclude l’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, favorevole alla Russia, e il primo ministro slovacco Robert Fico, a rompere l’isolamento politico del blocco nei confronti della Russia. Non sorprende che Stubb abbia avuto un ruolo in questo.

A fine agosto aveva dichiarato che “A un certo punto, si dovrà instaurare un dialogo da parte europea, e forse il ruolo più importante in questo senso sarà svolto dai paesi che condividono un confine con la Russia”, affermazione che qui è stata interpretata come un’allusione a un suo possibile avvio di un dialogo con la Russia. Le argomentazioni sorprendentemente solide che ha espresso poco dopo riguardo alla Russia e il suo successivo tentativo di far ragionare le sue controparti isteriche della NATO europea hanno reso, a posteriori, la telefonata di martedì ancora più plausibile.

Quanto al motivo per cui il Primo Ministro norvegese ha accettato la chiamata, ciò si spiega con il fatto che ha ospitato l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, subito prima e subito dopo il suo ultimo viaggio a Mosca per incontrare Putin, durante il quale Witkoff ha incontrato anche Stubb e Zelensky. Il ruolo di Oslo nell’ultima fase del processo di pace russo-ucraino mediato dagli Stati Uniti è significativo poiché la Norvegia non è membro dell’UE, e quindi il suo ministro degli Esteri di fatto, Kaja Kallas, politicamente intransigente, è escluso da questi colloqui.

In un’ottica più ampia, è stato recentemente valutato che ” il fronte artico del ‘Cordon Sanitaire’ rappresenta la minaccia maggiore per la Russia ” a causa del suo rapido rafforzamento aereo e della conseguente vicinanza alla maggior parte delle risorse nucleari russe per un secondo attacco, conferendo così al Blocco Vichingo un potenziale formidabile. Il suddetto blocco, che la Svezia intende guidare, dovrebbe rafforzare la sua sinergia con la Polonia, che comanda il più grande esercito della NATO orientale , e possibilmente trasformare gli Stati baltici in un loro protettorato congiunto .

L’assetto sopra descritto rappresenta un sottoblocco baltico all’interno della NATO , in grado di esercitare simultaneamente influenza sull’Artico, sul Baltico e sull’Europa centrale, costituendo così il nucleo della NATO 3.0 . Il relativo pragmatismo dimostrato di recente nei confronti della Russia dai membri finlandesi e norvegesi del Blocco Vichingo potrebbe portare direttamente alla ripresa del dialogo tra Polonia e Russia , sebbene forse con la mediazione di Trump, data la ben nota animosità storica tra i rispettivi governi.

Il bucaneve polacco-bielorusso La diplomazia potrebbe combinarsi con il riavvicinamento tra Bielorussia e Stati Uniti e con l’approccio pragmatico del Blocco Vichingo verso la Russia per creare un canale di gestione delle crisi tra Russia, Stati Uniti e Polonia, che potrebbe estendersi alla Bielorussia, al Blocco Vichingo e agli Stati baltici. L’obiettivo potrebbe essere quello di sfruttare questo canale per coordinare i reciproci ritiri militari dal confine a fini di de-escalation, in modo da gettare le basi per la costruzione dell’architettura di sicurezza europea postbellica e la ripresa dei negoziati sul controllo degli armamenti.

La rottura tra Finlandia e Norvegia e l’isolamento della Russia da parte della NATO è quindi incredibilmente importante poiché potrebbe mettere in moto una sequenza di eventi mediati dagli Stati Uniti per alleviare le tensioni militari e di sicurezza tra la NATO e la Russia dopo la fine del conflitto ucraino per un grande un accordo tra tutte le parti. In tale scenario, l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra sarebbe costruita principalmente dall’Intermarium, guidato congiuntamente da Polonia e Svezia, e dalla Russia sotto la supervisione degli Stati Uniti, e potrebbe in definitiva risultare sostenibile.

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La protezione militare congiunta svedese-polacca sul Baltico orientale potrebbe costituire il nucleo della NATO 3.0.

Andrew Korybko27 ottobre
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Le loro potenziali pattuglie congiunte lungo i confini tra Finlandia e Stati baltici e la Russia potrebbero diventare un elemento permanente dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.

L’annuncio svedese di fine settembre relativo al secondo dispiegamento in altrettanti anni di aerei Gripen in Polonia è stato seguito, poco dopo e all’inizio di ottobre, da un annuncio correlato riguardante il sistema di difesa aerea Patriot, che andrà a integrare gli sforzi di Stoccolma per proteggere il centro logistico della NATO a Rzeszów. La tempistica coincide con il previsto dispiegamento svedese di aerei e navi da guerra in Finlandia per contribuire al pattugliamento del confine con la Russia. Questo evento rappresenta inoltre una rapida espansione della cooperazione militare con la Polonia.

Solo 13 mesi fa, nel settembre 2025, hanno firmato un accordo di cooperazione tecnico-militare e, nello stesso mese, hanno condotto la loro prima esercitazione a breve termine (SNEX) sull’isola strategica svedese di Gotland. Due mesi dopo, a novembre, la Polonia ha annunciato l’acquisto dalla Svezia di tre sottomarini diesel-elettrici di classe A26 Blekinge, nell’ambito di un accordo il cui valore è stimato in poco meno di 2,5 miliardi di euro. La tendenza generale che avvicina questi due Paesi è il concetto di NATO 3.0 promosso dagli Stati Uniti.

In sostanza, ciò si riferisce alla supervisione da parte degli Stati Uniti del contenimento della Russia da parte della NATO europea (E-NATO), mentre gli Stati Uniti “tornano all’Asia (orientale)” per contenere più efficacemente la Cina. Gli alleati che dovrebbero accelerare l’attuazione di questo processo fanno parte del Gruppo di Bergen , organizzato dagli Stati Uniti, che include in particolare Svezia e Polonia. Entrambe svolgono un ruolo importante nel nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia. La prima guida il Blocco Viking nell’Artico-Baltico, mentre la seconda comanda il più grande esercito della NATO europea .

Qui è stato spiegato che la Polonia prevede di collegare il Blocco Vichingo lungo il fianco nord-occidentale del “cordone sanitario” con l’Impero Neo-Ottomano guidato dalla Turchia lungo tutto il suo fianco meridionale, al fine di diventare il cuore geomilitare della NATO 3.0. Il grande obiettivo strategico della Polonia è quello di assemblare l’ Intermarium sotto la sua guida per contenere la Russia nel modo più efficace possibile. La Polonia non confina direttamente con la Turchia, ma solo con la Svezia attraverso il Mar Baltico, ed è per questo che al momento sta dando priorità a questo vettore dei suoi piani per la NATO 3.0.

L’invito rivolto alla Svezia a rafforzare la complessa difesa aerea del centro logistico NATO di Rzeszów può essere considerato il seguito spirituale dell’esercitazione SNEX di Gotland del settembre 2025 e un segnale di ciò che ci aspetta. Una cooperazione più complessa e forse anche duratura potrebbe presto seguire. Ad esempio, la Polonia potrebbe unirsi alla missione aerea e navale svedese lungo i confini finlandesi con la Russia, qualora i partner comuni di Helsinki lo richiedessero. Missioni congiunte simili sono possibili anche negli Stati baltici.

Tutti gli elementi sopracitati potrebbero diventare componenti permanenti dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, il cui scopo potrebbe essere quello di ampliare gli interessi diretti degli stati regionali nella sicurezza reciproca, in modo che qualsiasi incidente con la Russia provochi una risposta congiunta, “scoraggiando” così il Cremlino, come quest’ultimo potrebbe credere. Il rischio, tuttavia, è che un incidente di minore entità possa degenerare in una crisi potenzialmente incontrollabile, e la consapevolezza di tale rischio potrebbe indurre terze parti, come l’Ucraina, a compiere provocazioni sotto falsa bandiera a tale scopo.

Ciò che è necessario, quindi, nello scenario di una protezione militare congiunta svedese-polacca sulla Finlandia e sugli Stati baltici, che potrebbe costituire il nucleo della NATO 3.0, sono canali di gestione delle crisi tra questi paesi (almeno Svezia e Polonia), il leader americano della NATO e la Russia. Questo potrebbe idealmente gettare le basi per nuovi accordi di de-escalation, anche se non sul controllo degli armamenti come quelli esistenti prima del 2022, che ridurrebbero complessivamente il rischio di una guerra dovuta a errori di valutazione. Trump farebbe bene a proporre questa soluzione.

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La Polonia si trova ad affrontare la decisione di politica estera più cruciale dalla fine del comunismo.

Andrew Korybko27 ottobre
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Può accettare i compromessi economici, politici e di sicurezza che gli Stati Uniti tacitamente si aspettano da lei per poter svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico che Trump intende costruire con Putin, oppure può isolarsi mentre il blocco vichingo, la Germania e persino l’Ucraina ne traggono vantaggio.

La fine del comunismo ha visto la Polonia prendere la fatidica decisione di aderire alla NATO, che ha rappresentato l’espansione verso est più significativa del blocco, data la secolare rivalità con la Russia e il suo status di membro del Patto di Varsavia più popoloso al di fuori dell’ex Unione Sovietica, rimodellando così l’ordine europeo. La prossima decisione di politica estera della Polonia sarà altrettanto cruciale, tuttavia, poiché la fine del conflitto ucraino rimodellerà l’ordine europeo in modo altrettanto radicale quanto la fine del comunismo.

Il ministro delle Finanze polacco Andrzej Domański ha dichiarato lunedì, durante il quarto Forum economico polacco-tedesco, che “In nessun caso si potrà mai tornare al ‘business as usual’ con la Russia. La Polonia non lo accetterà mai”. Quella che normalmente verrebbe considerata una banalità scontata assume un significato strategico alla luce dell’articolo del Washington Post, pubblicato dopo l’ accordo sul diesel tra Russia e Stati Uniti, secondo cui Trump prevede di mediare un importante accordo energetico tra Russia, UE e Ucraina nell’ambito di un grande compromesso .

Se la Polonia si rifiutasse categoricamente di partecipare a un accordo in base al quale gli Stati Uniti potrebbero ottenere partecipazioni parziali nel gasdotto Yamal, che attraversa il territorio polacco, come “salvaguardia politica” per la ripresa delle esportazioni di energia russa verso l’UE, si troverebbe isolata dall’ordine emergente auspicato dagli Stati Uniti. Questo perché gli Stati Uniti potrebbero prevedibilmente ottenere partecipazioni simili nel Nord Stream, che termina in Germania, e/o nel gasdotto Fratellanza, che attraversa l’Ucraina. Berlino e Kiev avrebbero quindi la meglio su Varsavia .

Allo stesso modo, i membri finlandesi e norvegesi del Blocco Vichingo, che include anche la Svezia (Danimarca, Islanda e Stati baltici possono essere considerati parte di esso o partner a seconda dei punti di vista), hanno appena rotto l’isolamento politico della Russia da parte della NATO europea (E-NATO) chiamando Putin . ” Il fronte artico del ‘Cordon Sanitaire’ è il più minaccioso per la Russia “, ma il fronte centroeuropeo guidato dalla Polonia è al secondo posto, dato che la Polonia ora comanda il più grande esercito dell’E-NATO .

Il blocco vichingo e la Polonia possono guidare congiuntamente l’ Intermarium tra Germania e Russia nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra, che sembra essere la soluzione preferita dagli Stati Uniti, in quanto rappresenta l’esito più realistico e sostenibile del conflitto ucraino, consentendo loro di ” pivotare verso l’Asia “. Affinché ciò accada, tuttavia, la politica estera polacca deve allinearsi con quella del leader americano della NATO, che sta organizzando la NATO 3.0 proprio con l’obiettivo di contenere la Russia all’interno del blocco, in modo che gli Stati Uniti possano poi contenere la Cina.

La Polonia può svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico auspicato dagli Stati Uniti, ma dovrà accettare la sua dimensione economica, trainata dal settore energetico, e riprendere il dialogo con la Russia (probabilmente inizialmente con la mediazione statunitense) per allentare le tensioni tra l’Intermarium e la Russia. In tal caso, la Polonia potrebbe diventare più importante per la Russia nell’ordine postbellico rispetto alla Germania, come proposto in precedenza , ma se rifiutasse questi compromessi pragmatici, si ritroverebbe isolata e perderebbe il favore degli Stati Uniti, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

Non è quindi un’esagerazione affermare che la Polonia si trova di fronte alla decisione di politica estera più cruciale dalla fine del comunismo. Può accettare i compromessi economici, politici e di sicurezza tacitamente richiesti dagli Stati Uniti per poter svolgere un ruolo chiave nell’ordine europeo postbellico che Trump intende costruire con Putin , oppure può isolarsi mentre il blocco vichingo, la Germania e persino l’Ucraina ne traggono vantaggio. Le conseguenze di questa decisione dureranno decenni, quindi la Polonia deve scegliere con estrema attenzione.

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Perché l’Ucraina sta rispettando il cessate il fuoco di Alyoshki voluto da Melania?

Andrew Korybko30 ottobre
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A quanto pare, Trump è finalmente riuscito a costringere Zelensky alla sua prima concessione.

Il cessate il fuoco che Melania Trump ha contribuito a siglare nell’insediamento di Alyoshki, in prima linea sul lato russo del fiume Dnepr, nella regione di Kherson, sta sorprendentemente reggendo . La Russia ha sempre rispettato tutti i precedenti cessate il fuoco, mentre l’Ucraina non lo ha mai fatto, sfruttandoli invece per far ruotare le proprie truppe, rifornire il fronte e poi riprendere le ostilità con la Russia da posizioni sul campo di battaglia relativamente più vantaggiose. Il fatto che l’Ucraina abbia finora rispettato l’ultimo cessate il fuoco merita quindi un approfondimento.

Il contesto generale in cui è stato concordato questo cessate il fuoco è completamente diverso dagli altri, a causa dell’escalation della faida pubblica tra Trump e Zelensky, del misterioso rallentamento di Starlink/Starshield all’inizio di ottobre e dell’accordo russo-americano sul diesel , che ha dimostrato la volontà politica degli Stati Uniti di concludere accordi economici con la Russia senza alcuna concessione da parte di quest’ultima nei confronti dell’Ucraina. Tutto ciò si verifica, in modo significativo, nel contesto degli sforzi congiunti russo-americani per costruire l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra .

Per questi motivi, potrebbero esserci gravi conseguenze se l’Ucraina violasse in modo significativo il cessate il fuoco di Melania, il che potrebbe spingere Trump a tagliare le forniture di armi, intelligence, Starshield, ecc. all’Ucraina come punizione per aver umiliato sua moglie, come potrebbe affermare che Zelensky abbia fatto in quello scenario. Anche i giornalisti del canale Newsmax, vicino a Trump, sono sul posto per monitorare il cessate il fuoco e sono in contatto con Melania , quindi lei potrebbe informare immediatamente il marito se l’Ucraina violasse il cessate il fuoco.

Zelensky sta quindi procedendo con cautela, tenendo presente che il fallimento da parte dell’Ucraina dei prossimi colloqui trilaterali con la Russia, mediati dagli Stati Uniti, potrebbe compromettere definitivamente i suoi rapporti con Trump, il quale prevede di ospitare una cerimonia per la firma dell’accordo di pace durante il G20 di dicembre in una delle sue proprietà a Miami. Non c’è alcuna garanzia che ciò accada entro quella data, ma se l’Ucraina violasse il cessate il fuoco di Alyoshki, Putin potrebbe incolpare Zelensky di aver mandato a monte l’ultimo tentativo di Trump di vincere il Premio Nobel per la Pace, con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

Se il cessate il fuoco dovesse reggere, tuttavia, potrebbe essere esteso ad altri insediamenti in prima linea, a condizione che vi sia la volontà politica da parte di tutte e tre le parti. L’ufficio di Melania potrebbe proporlo, e sia Putin che Zelensky sarebbero riluttanti a rifiutarlo per timore di irritare Trump. In questo scenario, il modello di cessate il fuoco monitorato dai media statunitensi negli insediamenti locali potrebbe diventare lo standard per la prima fase di attuazione di un cessate il fuoco più ampio , che potrebbe iniziare nella regione di Kherson per poi estendersi ad altre zone.

Kherson rappresenterebbe un punto di partenza realistico per un cessate il fuoco più ampio, dato che il Dnepr funge da Linea di Controllo tra Russia e Ucraina, il che significa che qualsiasi cessate il fuoco in quella regione equivarrebbe di fatto alla cessazione degli attacchi al di là del fiume. In caso di successo, la fase successiva potrebbe prevedere un cessate il fuoco marittimo per la protezione della Crimea, di Odessa e del traffico marittimo internazionale, quest’ultimo sfruttato dall’Ucraina per contrabbandare armi nel paese. Trump considererebbe una vittoria un eventuale accordo in tal senso al G20.

Nel complesso, la sorprendente adesione dell’Ucraina al cessate il fuoco di Alyoshki voluto da Melania Trump suggerisce che quest’ultimo sia finalmente riuscito a costringere Zelensky alla sua prima concessione, sulla quale potrà poi costruire ulteriori accordi per porre fine rapidamente al conflitto. La tempistica è ipotetica, ma i segnali sono chiari: Trump si sta lavando le mani della guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina per ” tornare all’Asia (orientale) ” e contenere più efficacemente la Cina durante i suoi ultimi due anni di mandato.

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Perché alcuni polacchi vogliono organizzare la parata per la Festa dell’Indipendenza di quest’anno a Leopoli?

Andrew Korybko28 ottobre
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Volevano spingere la coalizione di governo a condannare i loro piani per smascherare l’ipocrisia dei liberali, dopo che il sindaco loro alleato aveva permesso agli ucraini di tenere la Marcia dell’Indipendenza di quest’anno a Varsavia, nonostante le nuove tensioni politiche e sociali con l’Ucraina a causa del genocidio in Volinia.

A metà settembre, il ministro della Difesa polacco Władysław Kosiniak-Kamysz ha dichiarato che “le proposte politiche per l’organizzazione di marce non sono tentativi di commemorazione e di costruzione di un’autentica politica della memoria, ma creano invece ulteriori divisioni tra le nazioni”. Il riferimento era alla proposta avanzata a fine agosto dal deputato conservatore dell’opposizione Dariusz Matecki di tenere la Marcia per la Festa dell’Indipendenza di quest’anno l’11 novembre a Leopoli, una delle culle storiche della civiltà polacca, poi entrata a far parte dell’Ucraina.

Ha spiegato che “l’assistenza fornita dallo Stato polacco ai polacchi che vivono in Ucraina è insufficiente e il sostegno precedentemente concesso loro viene sistematicamente ridotto. Nel frattempo, le amministrazioni locali e le istituzioni pubbliche polacche finanziano organizzazioni ucraine che operano in Polonia, nonché eventi legati all’Ucraina”. È proprio quest’ultimo punto ad essere il più rilevante per la sua proposta, dato che molti polacchi sono furiosi per il fatto che agli ucraini sia stato permesso di organizzare una marcia per la Festa dell’Indipendenza a Varsavia alla fine di agosto.

Peggio ancora, il sindaco liberale di Varsavia, Rafał Trzaskowski, era il patrono onorario dell’evento , il che era scandaloso viste le nuove tensioni politiche e sociali tra la Polonia e l’Ucraina a seguito della decisione di Zelensky di onorare la Volinia. I colpevoli del genocidio dell’OUN-UPA a livello statale all’inizio di quest’anno. L’opposizione conservatrice, che era filo-ucraina quanto l’attuale coalizione liberale al governo prima di perdere il potere alla fine del 2023 e di aver assunto un atteggiamento un po’ ostile nei confronti dell’Ucraina poco prima di allora, si è reinventata come critica nei confronti dell’Ucraina.

Questo contesto chiarisce la proposta di Matecki, che voleva denunciare l’ipocrisia della coalizione di governo, la quale permetteva agli ucraini di sfilare a Varsavia nel giorno della loro indipendenza, ma si opponeva alla sfilata dei polacchi a Leopoli nel giorno della loro festa nazionale. Anche gli alleati della coalizione, come l’attivista ucraina e cittadina polacca naturalizzata Natalia Panczenko, sono altrettanto ipocriti. La Panczenko si è detta ” inorridita ” all’idea che i polacchi sfilassero a Leopoli, nonostante avesse sfilato in precedenza con i suoi compatrioti a Varsavia .

La sua sfrontatezza ha spinto l’attivista polacca Małgorzata Zych a replicare : “Se le relazioni tra Polonia e Ucraina dovrebbero essere di alleanza e amicizia, perché un’iniziativa di questo tipo nei rapporti tra i nostri Paesi disturba Natalia Panczenko?”. Lo stesso vale per la coalizione di governo. La differenza tra queste due manifestazioni è che gli ucraini non subiscono discriminazioni in Polonia, nonostante le affermazioni contrarie, mentre i polacchi subiscono discriminazioni in Ucraina, secondo l’ex ambasciatore polacco .

Inoltre, ” l’Ucraina ha trascorso l’ultimo anno a preparare il terreno per chiedere risarcimenti e territori alla Polonia “, mentre la Polonia non chiede né risarcimenti né territori all’Ucraina . Dal punto di vista dei polacchi patriottici, il fatto che gli ucraini abbiano tenuto la loro marcia per il Giorno dell’Indipendenza a Varsavia sotto il patrocinio onorario del sindaco della capitale polacca, nel contesto sopracitato e in quello, già menzionato, delle nuove tensioni legate al genocidio in Volinia, rappresenta una provocazione suprema che giustifica una loro marcia a Leopoli.

Resta da vedere se manterranno la posizione, ma lo scopo di questa proposta, ovvero quello di evidenziare l’ipocrisia della coalizione di governo e dei suoi alleati come Panczenko, è già stato raggiunto, e potrebbe lasciare un’impressione duratura sugli elettori in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. La tendenza è che la coalizione di governo verrà sostituita da una tra i partiti di opposizione conservatori e libertari-nazionalisti. Se ciò accadrà, sarà in parte dovuto al fatto che gli elettori saranno stanchi del fatto che la coalizione favorisca gli ucraini a scapito dei polacchi.

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La Russia è il partner più affidabile dell’Africa perché non ha bisogno delle risorse dei suoi paesi

Andrew Korybko29 ottobre
 
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Questo fatto, unito alla reputazione positiva di cui gode la Russia ai loro occhi, spiega perché così tanti paesi del continente stiano oggi ampliando con entusiasmo la cooperazione con essa, nonostante le pressioni occidentali.

Questa settimana Mosca ha ospitato il terzo vertice Russia-Africa, che si tiene ogni due anni a partire dall’edizione inaugurale tenutasi a Sochi nel 2019. Questo formato ottimizza il coinvolgimento della Russia con i paesi del continente consentendole di esaminare, discutere e promuovere le relazioni bilaterali e multilaterali. Tra i numerosi partner dell’Africa, la Russia è senza dubbio il più affidabile, poiché non ha bisogno delle risorse di questi paesi, di cui dispone già in abbondanza. Ciò significa che la Russia offrirà sempre accordi equi e senza condizioni.

Sebbene le esigenze economiche e la necessità di rompere l’isolamento della Russia da parte dell’Occidente siano motivazioni importanti, la forza trainante principale alla base delle iniziative russe in Africa negli ultimi anni è il modo in cui ciò rafforza la sua sicurezza nazionale. L’obiettivo esplicitamente dichiarato dalla Russia di rafforzare in modo globale la sovranità dei propri partner, al fine di aiutarli a liberarsi dalle catene neocoloniali dell’Occidente, mira a privare i suoi rivali occidentali delle risorse africane che finanziano in parte i loro complessi militare-industriali.

Questi stessi complessi militare-industriali contribuiscono all’uccisione di russi da parte dell’Ucraina, sia militari che civili, e si prevede che continueranno a rappresentare un problema per la sicurezza nazionale della Russia anche molto tempo dopo la fine del conflitto ucraino, a causa della corsa agli armamenti tra Europa e Russia. Aiutando l’Africa a liberarsi dalle catene neocoloniali che consentono all’Occidente di sottrarle così tanta ricchezza, la Russia spera di costringere l’Occidente a reindirizzare la spesa sociale verso la corsa agli armamenti, con tutte le conseguenze politiche interne che ne derivano.

Questo obiettivo contestualizza il coinvolgimento del suo Africa Corps (precedentemente Wagner) nella Repubblica Centrafricana e in quella che oggi è nota come Alleanza del Sahel, entrambe le quali fino a quel momento rientravano nella “sfera d’influenza” della Francia ma da allora ne sono uscite, sebbene non senza subire i costi punitivi della guerra ibrida . La Francia continua a intromettersi nei loro affari, da qui l’importanza del continuo sostegno russo alla “sicurezza democratica”, ovvero l’assistenza con tattiche, strategie e, se richiesto, politiche di contrasto alla guerra ibrida.

Per quanto riguarda gli altri partner africani della Russia, tuttavia, i loro legami con essa sono più convenzionali. Anziché un sostegno attivo sul campo di battaglia, la Russia fornisce investimenti, tecnologia, scambi commerciali, energia, fertilizzanti, trasferimento di competenze e modernizzazione delle infrastrutture, ecc. Anche i suddetti partner ricevono tale sostegno, oltre a quello militare e di sicurezza descritto in precedenza. I legami di ciascun Paese con la Russia sono unici, ma esistono alcune somiglianze tra di essi e all’interno delle regioni, da cui deriva l’importanza dei vertici multilaterali.

Tornando all’ultimo punto, le aspettative degli appassionati dovrebbero essere moderate, perché la vittoria dell’Africa, con l’aiuto della Russia, sul neoimperialismo occidentale non si realizzerà pienamente nell’immediato futuro. Si tratta di un processo in corso, un grande obiettivo strategico a lungo termine verso il quale tutte le parti stanno procedendo lentamente ma inesorabilmente. Ci saranno colpi di scena e, in alcuni casi, forse anche battute d’arresto, ma ciò che conta è che questa tendenza sia in linea con la transizione sistemica globale verso la multipolarità che si è accelerata negli ultimi anni.

Tutto sommato, la Russia è il partner più affidabile dell’Africa perché non ha bisogno delle risorse dei paesi africani; proprio per questo si può sempre contare su di essa per proporre accordi equi e senza condizioni. La Russia non dispone neanche lontanamente dell’eccesso di capitale di cui dispongono gli Stati Uniti e la Cina per investire nel continente, ma la sua competenza globale nel settore delle risorse (materie prime, energia e minerali) la distingue da entrambi, così come la sua reputazione, come già spiegato. Ecco perché oggi così tanti Stati africani stanno ampliando con entusiasmo la cooperazione con la Russia.

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La Russia alza la posta in gioco: bombarda il ponte sud di Kiev con un missile Iskander, di Simplicius

La Russia alza la posta in gioco: bombarda il ponte sud di Kiev con un missile Iskander.

Simplicius 28 ottobre
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Ieri, per la prima volta dall’inizio della guerra, la Russia ha colpito con un missile balistico uno dei principali ponti sul fiume Dnepr. Dopo settimane di attacchi “sonda” apparentemente sperimentali con droni sui ponti meridionale e settentrionale di Kiev, la Russia ha finalmente utilizzato quello che si presume essere un missile Iskander per colpire il ponte meridionale.

Foto geolocalizzate che dimostrano che si tratta del ponte chiave a sud:

Un missile balistico di precisione ha colpito direttamente di fronte all’imbocco del tunnel della metropolitana del Ponte Sud , sul lato della stazione di Vydubichi , sulla riva destra del Dnepr.

È difficile dire se si sia trattato di una scelta intenzionale o di una fortunata coincidenza, ma i treni della metropolitana non attraverseranno questo ponte per un bel po’ di tempo.

Per mantenere il traffico stradale sul ponte sospeso per un periodo prolungato, sarebbero necessari impatti simili anche sulle corsie stradali.

Ci sono alcune cose importanti da dire riguardo a questo attacco.

Innanzitutto, la precisione è stata notevole. Il missile ha colpito esattamente il centro della linea ferroviaria, anziché le due strade laterali. Ecco un’immagine ravvicinata per mostrare approssimativamente il punto d’impatto:

Se dovessimo supporre che ciò sia stato intenzionale, forse per evitare il traffico civile sulla strada esterna, per colpire solo la ferrovia o semplicemente per mirare alla parte portante centrale della struttura, la precisione del CEP dell’Iskander si collocherebbe nell’intervallo più ristretto possibile di circa 5 metri, anziché nei 10-15 metri spesso ipotizzati dalle fonti occidentali.

È vero che occasionalmente sono sorti dubbi sulla precisione dei missili russi, dato che si sono verificati alcuni errori notevoli e spiegabili. Ciò potrebbe essere dovuto a malfunzionamenti del sistema di guerra elettronica o ad altri fattori, ma quando il missile funziona correttamente sembra in grado di raggiungere una precisione estrema, soprattutto se paragonata a quella delle bombe plananti russe, che di recente sono state viste mancare il ponte di Zaporozhye.

Ciò detto, va ricordato che la scorsa settimana la Russia ha colpito anche il ponte di Zaporozhye con droni tedeschi, prendendo di mira, a quanto pare, ancora una volta i cavi di sostegno, proprio come avevano fatto a Kiev all’inizio del mese (la seconda parte del filmato mostrerebbe attacchi con bombe plananti contro il ponte):

Ma torniamo al ponte sud di Kiev. Inizialmente si parlò di ben quattro Iskander che avrebbero colpito il ponte, sebbene ci siano stati mostrati danni causati da un solo aereo.

Sebbene accurato, l’attacco dimostra qualcosa di cui scriviamo da anni: ci vorrebbero decine di missili per distruggere irrimediabilmente un ponte del genere. Già all’inizio del 2023 scrivevamo che sarebbe stato necessario l’intero arsenale di missili da crociera russo rimanente per tentare di abbattere tutti i ponti sul Dnepr.

Col senno di poi, la stima di “6 missili per ponte” è probabilmente troppo bassa, e non sarebbe sorprendente se ne fossero serviti molti di più, soprattutto considerando i potenziali errori e malfunzionamenti.

Possiamo constatare che il temuto Iskander è riuscito a creare solo una grande buca nello strato più superficiale del ponte di costruzione sovietica, con danni discutibili alla struttura interna. È interessante, tuttavia, notare che una buca separata, molto più piccola, è stata osservata dietro Klitschko, sulla carreggiata del ponte, all’esterno della linea ferroviaria interna.

È impossibile dire da cosa sia stato causato quel buco, ma di certo non da un Iskander.

A titolo di riferimento, confrontate le dimensioni dei fori lasciati dai razzi HIMARS sul ponte Antonovsky di Kherson nel 2022:

Il missile HIMARS ha penetrato a malapena parte della struttura in acciaio, creando fori di dimensioni pari a circa un quinto o meno del danno causato dall’Iskander. Lo stesso vale per il foro creato da un drone tedesco sul ponte nord della Kiev all’inizio di questo mese, che ha dimensioni simili a quello provocato dal missile HIMARS:

Le autorità ucraine hanno annunciato l’intenzione di ricevere nei prossimi mesi dai partner dei “ponti mobili”, presumibilmente pontoni.

Dopo gli attacchi, i ponti ucraini hanno iniziato a essere ricoperti con vari tipi di reti anti-drone, come si vede qui sul ponte di Zaporozhye, colpito da una serie di attacchi di droni tedeschi nell’ultimo mese:

Per ora, non possiamo trarre molte conclusioni se non che la campagna russa contro i ponti ucraini sta procedendo almeno in modo semi-sistematico, sebbene sembri ancora in una sorta di fase “sperimentale”. Possiamo ipotizzare diverse ragioni per questo: la Russia potrebbe testare diversi tipi di munizioni contro diverse sezioni del ponte per valutarne gli effetti; ad esempio, granate Geran contro i cavi di sostegno, testate penetranti contro la carreggiata stessa, ecc.

Inoltre, la Russia potrebbe non voler lanciare un unico bombardamento su larga scala con molte munizioni contro un ponte, poiché ciò causerebbe un elevato numero di vittime civili, considerando il traffico veicolare che lo attraversa in qualsiasi momento. Parallelamente, la Russia potrebbe tentare una deliberata campagna di “degrado graduale” per prosciugare il più possibile le risorse dell’Ucraina; ovvero, invece di bombardare in massa il ponte per renderlo inutilizzabile in una sola volta, lo si “deteriora gradualmente”, lasciando intervalli tra un bombardamento e l’altro per consentire interruzioni, caos, interventi di riparazione da parte degli ucraini, ecc., prosciugando così lentamente le risorse dello Stato. Un ponte cronicamente danneggiato e in costante stato di degrado è per certi versi peggiore di un ponte completamente inutilizzabile; è per questo che nelle guerre passate le truppe avversarie venivano spesso ferite intenzionalmente con le schegge anziché uccise sul colpo, al fine di gravare sulla logistica nemica, costretta a trasportare e soccorrere i feriti.

Visto che stiamo parlando di argomenti tecnici, accenniamo all’interessante rivelazione fatta ieri da Elon Musk riguardo a Starlink. A quanto pare, il vero motivo per cui Musk teme che Starlink possa diventare un’arma offensiva a livello militare è la sua convinzione che la Russia potrebbe “kesslerizzare” l’orbita terrestre e distruggere l’intero suo impero spaziale.

Il motivo per cui questa ammissione è sorprendente è che si pone in netto contrasto con l’atteggiamento spavaldo mostrato in precedenza da Musk sulla questione , quando si vantava che la Russia non sarebbe mai stata in grado di neutralizzare in modo significativo i satelliti Starlink perché SpaceX poteva “lanciarli nello spazio più velocemente di quanto la Russia potesse neutralizzarli”.

Ora, improvvisamente, è preoccupato. Potrebbe essere questa la ragione?

Tom Rogan@TomRtweets Un nuovo rapporto della DIA (dia.mil/Articles/Press…) conferma sostanzialmente lo sviluppo da parte della Russia, in violazione del Trattato sullo spazio extra-atmosferico, di un satellite nucleare in grado di distruggere costellazioni satellitari. (Il mio articolo del febbraio 2024 a riguardo è disponibile qui: washingtonexaminer.com/policy/defense…) washingtonexaminer.comGli Stati Uniti temono che la Russia si stia preparando a collocare armi nucleari nello spazio.18:20 · 27 ottobre 2026·42.600 visualizzazioni13 risposte·156 condivisioni·465 Mi piace

Dal comunicato stampa ufficiale della Defense Intelligence Agency di due giorni fa:

https://www.dia.mil/Articles/Press-Release/Article/4633953/dia-releases-challenges-to-security-in-space/

Il link rimanda al rapporto appena pubblicato: https://www.dia.mil/Portals/110/Images/News/Military_Powers_Publications/Challenges_Security_Space_2026.pdf

Musk potrebbe anche star pianificando astutamente in anticipo. Ora che il sistema russo analogo a Starlink sarà operativo nei prossimi anni, potrebbe temere la concorrenza: Starlink potrebbe compromettere la sua reputazione di vettore civile “neutrale” partecipando a operazioni belliche offensive. Ciò darebbe alla Russia un notevole vantaggio in futuro per convincere i paesi del Sud del mondo a utilizzare il sistema Rassvet, più “amichevole” e “neutrale”, al posto di Starlink, che potrebbe essere impiegato militarmente contro di loro in qualsiasi momento. È una situazione simile alla precedente lotta per le quote di mercato tra Glonass e GPS.

Rimanendo in tema tecnico, un altro sviluppo di questa settimana è stato l’annuncio da parte dell’ucraina Fire Point che il famigerato missile da crociera “Flamingo”, che avrebbe dovuto essere la prossima arma miracolosa in grado di mettere in ginocchio la Russia, ha visto la sua produzione completamente interrotta e il progetto è stato considerato un fallimento:

L’amministratrice delegata di Fire Point, Irina Terekh, ha confermato la notizia, ammettendo che il progetto era solo un “esperimento” concepito più per fini politici che altro:

In sintesi: si trattava di un’operazione di pubbliche relazioni, come sospettavamo da tempo.

RWA ha la spiegazione più plausibile e accurata per il fallimento del progetto estetico:

È interessante notare che Zelensky, in un’intervista rilasciata proprio la settimana scorsa a Steven Bartlett, ha affermato che l’Ucraina era la “fucina di talenti” dell’URSS:

«L’Ucraina veniva definita la fucina di talenti dell’Unione Sovietica. C’erano tantissimi scienziati, ingegneri, università, un’enorme intellighenzia. Molte persone provenienti dall’Ucraina sono poi arrivate a dirigere diverse istituzioni e ministeri nell’Unione Sovietica. L’Ucraina era il polo intellettuale dell’Unione Sovietica. L’Ucraina è sempre stata coinvolta nella produzione di razzi. Il più grande centro di produzione missilistica era qui, così come le armi nucleari, che l’Ucraina ha ceduto. Moltissime cose venivano prodotte in Ucraina.»

È interessante notare come questa fucina di talenti stia ora riciclando i resti dell’URSS, ridicolizzando e rinnegando al contempo la propria eredità sovietica. Abbiamo già parlato del recente missile balistico ucraino, una copia dell’S-300 sovietico, tra le tante altre armi riadattate. Come mai la parte “russa” dell’URSS, arretrata e marginale, ha continuato il suo percorso verso lo status di superpotenza che rappresenta oggi a livello globale, mentre lo Stato ucraino, “unico” e “speciale”, si è trasformato in una cloaca spopolata del terzo mondo?

Un’istantanea significativa dello sviluppo post-sovietico dell’Ucraina, vera e propria fucina di talenti, a confronto con quello di Mordor:

“Talento” contro puro entusiasmo e passione civilizzatrice .

Forse l’intelletto è sopravvalutato?


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Analisti occidentali sotto shock: le basi corazzate russe, precedentemente svuotate, si stanno riempiendo di nuovo in silenzio, di Simplicius

Analisti occidentali sotto shock: le basi corazzate russe, precedentemente svuotate, si stanno riempiendo di nuovo in silenzio.

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La scorsa settimana gli analisti occidentali sono rimasti scioccati nello scoprire che i depositi di mezzi corazzati russi, che si credevano svuotati a causa della guerra in Ucraina, si stanno silenziosamente riempiendo di nuovi veicoli e di mezzi corazzati ricondizionati.

Nuove foto satellitari hanno mostrato diverse basi completamente svuotate durante i lunghi anni di guerra, periodo in cui i principali analisti occidentali ci dicevano che la Russia non solo stava esaurendo i mezzi corazzati ogni giorno, ma che presto avrebbe esaurito anche carri armati pesanti, veicoli da combattimento di fanteria e sistemi di artiglieria. Abbiamo ripetutamente scritto che ciò era impossibile, poiché la dottrina russa avrebbe sempre imposto che le perdite di mezzi corazzati si sarebbero compensate con la produzione e con cambiamenti di tattica che avrebbero gradualmente arrestato le perdite fino al raggiungimento di un equilibrio.

Nel corso dell’ultimo anno abbiamo riportato più volte come le perdite di veicoli e attrezzature tra Russia e Ucraina si stessero lentamente invertendo. A tal proposito, gli ultimi dati provenienti da una fonte sono i seguenti:

Mappatura della guerra di Hudson @hudsonwarmap Sono state rese pubbliche le perdite di veicoli per il mese di settembre. Fonte principale: @HeyHey_Hayden TG In totale, la Russia ha perso 32 veicoli mentre l’Ucraina ne ha persi 175. Un rapporto di 1:5,5 Escludendo i veicoli blindati/MRAP, che falsano il rapporto poiché la Russia li utilizza raramente mentre l’Ucraina… 8:09 · 5 ottobre 2026·40.200 visualizzazioni30 risposte·72 condivisioni·477 Mi piace

Ciò è avvenuto grazie a diversi fattori, tra cui la riduzione dell’uso di mezzi corazzati pesanti dovuta alla proliferazione dei droni, ma anche un maggiore ricorso a tattiche di infiltrazione con piccole unità.

Un’omissione notevole nella comprensione di quest’ultimo punto: molti presumono che le tattiche di infiltrazione di piccole unità russe siano state esclusivamente il risultato della maggiore diffusione dei droni, ma non è così. Infatti, se l’Ucraina avesse mantenuto le stesse capacità difensive di prima, solo grandi colonne corazzate sarebbero oggi efficaci nell’avanzare sul territorio. Uno dei veri motivi per cui l’infiltrazione di piccole unità ha iniziato a funzionare è stato il drastico esaurimento degli effettivi delle Forze Armate ucraine, che ha assottigliato la linea del fronte a tal punto da consentire a piccole squadre russe di due uomini di penetrare i presidi sparsi dei resti delle Forze Armate ucraine su qualsiasi linea. Se le Forze Armate ucraine avessero ancora avuto un numero sufficiente di uomini, nessuna infiltrazione di squadre di due uomini sarebbe stata possibile, poiché tali unità sarebbero state rapidamente sopraffatte in termini di numero, armamento e potenza di fuoco.

Pertanto, è importante riconoscere che uno dei fattori più importanti, se non il più importante, che ha portato a questa evoluzione tattica è stata in realtà la decimazione delle forze armate ucraine da parte della Russia, piuttosto che la semplicistica spiegazione dell'”evoluzione dei droni”.

A tal proposito, per divagare e contestualizzare l’argomento principale, le ultime ricerche in materia, presentate in un articolo accademico dell’Università della Difesa Nazionale di Helsinki, in Finlandia, hanno fornito importanti risultati sulle stime delle vittime della guerra in Ucraina:

Ian Proud@proud_diplomat Dati confermati indicano che l’Ucraina sta perdendo molte più truppe a causa di morti o feriti rispetto alla Russia, almeno dieci volte di più, probabilmente anche di più. Parlo di un articolo accademico di Alexander Grable (@GAWL7014) presentato all’Università della Difesa finlandese (@mpkkfi) su youtu.be/61-4uxfwPpI. 11:02 · 24 ottobre 2026·34.300 visualizzazioni72 risposte·288 condivisioni·723 Mi piace

Leggi l’articolo completo qui sotto (scarica il PDF in basso a sinistra della pagina):

https://www.doria.fi/handle/10024/195520

Passate a pagina 149 del PDF per il capitolo intitolato “PERDITE IRRAGGIUNGIBILI: STIMA DELLE VITTIME DELLA GUERRA RUSSO-UCRAINA” .

In alternativa, potete guardare la presentazione di questo capitolo da parte dell’autore stesso, Alexander Grable, al minuto 2 e 45 secondi, qui:

L’interessante articolo getta un po’ di scetticismo sulle famigerate statistiche sulle vittime russe fornite da Mediazona, citando diversi esempi di ufficiali dichiarati morti in azione da Mediazona, ma la cui morte non è stata verificata in modo indipendente dall’autore. Quando l’autore ha chiesto chiarimenti a Mediazona, quest’ultima ha risposto di aver utilizzato un’altra fonte governativa, più oscura, che “non viene resa pubblica”. In breve, i loro risultati non sono replicabili e nascondono questo fatto dietro la scusa di oscure “fonti segrete” che si rifiutano di elencare apertamente.

Egli osserva inoltre che Mediazona ha riscontrato solo circa 6.000 ufficiali russi caduti in combattimento. Questo è problematico perché, secondo le stime dello stesso ricercatore, la percentuale di ufficiali nell’esercito russo avrebbe dovuto essere più vicina al 20% che al 5%, e più probabilmente, a suo avviso, intorno al 14%. Conclude affermando che circa 6.000 ufficiali caduti in combattimento dovrebbero portare a un totale di perdite intorno alle 86.000 unità, anziché alle quasi 300.000 perdite russe che Mediazona ora dichiara. Questi sono solo alcuni piccoli esempi tra i molti altri forniti, che potete leggere voi stessi nell’articolo.

Utilizzando i dati ufficiali sugli amputati provenienti dall’Istituto nazionale ucraino per gli studi strategici , l’autore rileva la seguente discrepanza nella stima delle vittime, basandosi sui dati del 2024:

L’autore osserva correttamente che il rapporto stimato sopra è all’incirca di 10:1, che corrisponde ai rapporti di scambio di cadaveri registrati tra Ucraina e Russia negli ultimi due anni:

È opportuno sottolineare che il rapporto nello scambio di corpi di soldati caduti tra Russia e Ucraina è di 12,46 caduti ucraini per ogni russo, e ciò coincide anche con le informazioni relative agli amputati.

Pochi giorni fa è avvenuto un nuovo scambio di cadaveri, con 252 corpi ucraini scambiati con 25 russi, in un rapporto esatto di 10 a 1.

Mappatura AMK @AMK_Mapping_ Oggi Russia e Ucraina hanno effettuato un altro scambio di salme. I corpi di 25 soldati russi sono stati scambiati con quelli di 252 soldati ucraini. AMK Mapping @AMK_Mapping_Secondo quanto riportato dai canali televisivi russi, domani avrà luogo lo scambio di salme di soldati russi e ucraini deceduti.9:34 · 22 ottobre 2026·254.000 visualizzazioni80 risposte·195 condivisioni·1.940 Mi piace

A titolo di promemoria sulla cronologia degli scambi, ignorate la traduzione errata dell’IA di “SMO” in “Seconda guerra mondiale”:

Ricordate: l’Ucraina sostiene che la disparità sia dovuta all’avanzata russa. Eppure, secondo le Forze Armate ucraine, è l’Ucraina ad avanzare negli ultimi mesi, riconquistando ampie porzioni di territorio. Quindi, qual è la verità? O l’avanzata ucraina era una menzogna, oppure la disparità di perdite non ha nulla a che vedere con chi sta avanzando.

Tornando al rapporto, la conclusione raggiunta in merito alle vittime è la seguente:

Conclusione

Qual è dunque il bilancio? Le prove presentate dimostrano che le perdite russe (KIA/MIA) sono molto probabilmente inferiori a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti, e che le perdite ucraine sono molto probabilmente superiori a quanto stimato finora dalla maggior parte delle fonti. Inoltre, le prove presentate in questo articolo suggeriscono con forza che le perdite ucraine (KIA/MIA) sono superiori a quelle russe, sia in termini relativi che assoluti. L’Ucraina, con una popolazione molto più piccola, si trova con ogni probabilità dalla parte sbagliata del gradiente di logoramento e sta perdendo la guerra. Ciò mette a rischio la sostenibilità della sua efficacia operativa sull’attuale ampio fronte. Su questa traiettoria, è improbabile che l’Ucraina prevalga e la Russia potrebbe ottenere il sopravvento. Come ha sostenuto Vershinin, l’Ucraina sta esaurendo il margine di manovra nei negoziati man mano che perde uomini. Dato il supporto cruciale fornito dalla NATO, ciò significa anche che le forze armate della NATO potrebbero dover rivalutare il loro approccio alla condotta della guerra.

Le riserve corazzate russe iniziano misteriosamente ad aumentare

Fatte queste premesse, passiamo ora alla parte principale, che riguarda le scoperte “scioccanti” secondo cui la Russia starebbe rifornendo le proprie riserve di mezzi corazzati in tutto il paese, quasi in preparazione di un futuro conflitto, e cosa ciò significhi per il futuro dell’Operazione Marxista.

Diversi resoconti documentavano questa situazione, in particolare quello del redattore di Radio Free Europe citato di seguito, e quello di Jompy, il principale ricercatore filo-ucraino sulle basi russe di stoccaggio di mezzi corazzati. È proprio la ricerca di Jompy, basata sul confronto di immagini satellitari, ad aver costituito la base delle teorie, a partire dal 2022, secondo cui la Russia stava esaurendo le scorte di carri armati.

Mark Krutov@kromark 1/4 La 22ª base di stoccaggio carri armati, a 500 km dal confine NATO, viene rifornita con nuovi carri armati T-90M, come si può vedere da un confronto tra le immagini satellitari di @planet di ottobre 2025 e ottobre 2026. Jompy@Jonpy99Tieni presente che il 22° deposito, con T-90M, BTR-82A e BMP-3M (e forse BREM), è solo l’ultimo deposito ad essere rifornito. C’è anche l’80°, principalmente con 2S19, e il 374° vicino al confine finlandese, con 2S43 e 2S44 dal 2025…12:09 · 16 ottobre 2026·508.000 visualizzazioni25 risposte·227 condivisioni·1.160 Mi piace

Ciò riguarda alcune delle seguenti basi di stoccaggio, che hanno visto un enorme afflusso di mezzi corazzati immagazzinati nel corso dell’ultimo anno.

La 22ª base di stoccaggio di carri armati vicino a Kostroma, Russia, alle coordinate geografiche 58°27’51.0”N 41°30’25.0”E:

La 22ª base di stoccaggio carri armati , situata a 500 km dal confine NATO, viene rifornita con nuovi carri armati T-90M, come si può notare dal confronto tra le immagini satellitari di @planet dell’ottobre 2025 e dell’ottobre 2026.

Il 349° nel Territorio dell’Altai, Russia, alle coordinate 52.8115° N, 83.1363° E:

La 349ª base di stoccaggio, Altai Krai. Immagine @planet scattata ieri, 15 ottobre, rispetto a quella di ottobre 2025. La parte meridionale è completamente piena.

La parte settentrionale più ampia della base ha registrato un aumento significativo nell’ultimo anno:

349ª base di stoccaggio, parte settentrionale, aumento significativo di veicoli. 15 ottobre 2026 contro ottobre 2025.

La mappa satellitare di Google sembra mostrare una quantità ancora maggiore di mezzi corazzati in quella zona, anche se è difficile stabilire la data esatta dell’immagine, nonostante sia contrassegnata come 2026:

Uno degli aspetti più sconcertanti è che gran parte dell’equipaggiamento che viene rifornito è costituito da materiale di ultima generazione: T-90M, BMD-4M, BMP-3M, ecc.

La famosa Covert Cabal ha acquistato ulteriori immagini satellitari che confermano il rifornimento di T-90M nella 22a base:

Sono stati effettuati rifornimenti anche in altre basi, come la 6018ª e l’80ª nell’oblast di Sverdlovsk, dove, a quanto pare, sono stati immagazzinati sempre più pezzi di artiglieria di ultima generazione come i 2S19 Mstas, i 2S43 Malvas e i 2S44 Giatsint-K.

La maggior parte di queste attrezzature menzionate è costituita da modelli di produzione di serie, i più recenti e avanzati attualmente prodotti dalla Russia: T-90M, BMD-4M, Malva 2S43, ecc. Invece di essere inviate al fronte, vengono stoccate nelle basi nelle retrovie, sebbene presumibilmente alcune vengano inviate anche al fronte.

In sintesi: la Russia sembra stia ricostituendo le sue scorte e riserve di ogni tipo di corazza e artiglieria. Cosa possiamo dedurre da ciò?

Il fatto più evidente è che la Russia non sta chiaramente impiegando tutta la sua potenza e le sue capacità contro l’Ucraina. Continua ad accumulare riserve per una forza più consistente, sia per una questione puramente dottrinale, sia in previsione di un futuro conflitto su scala maggiore contro gli aggressori europei.

Da questo semplice fatto possiamo dedurre molte cose, una delle quali è che l’approccio russo alla guerra in Ucraina continua ad essere misurato , in cui l’aspetto puramente cinetico del più ampio conflitto ibrido viene bilanciato con altre necessità. Ciò ha chiare correlazioni anche con l’approccio economico, dove la Russia ha scelto di condurre la guerra in modo più graduale e prudente al fine di gestire il proprio sviluppo economico in maniera sostenibile, preservando lo status quo per il cittadino medio senza sottoporre il paese a uno scenario di “guerra totale”.

Bisogna ammettere che la difesa di gran lunga più efficace contro l’aggressione della NATO è la deterrenza implicita. Quando la Russia iniziò a trovarsi, presumibilmente, “impantanata” in Ucraina, vedemmo molte figure occidentali fremere apertamente dall’entusiasmo, con Mitt Romney che una volta disse, in una frase diventata celebre, che se gli Stati Uniti avessero voluto intervenire in Ucraina, avrebbero colto la Russia “con i pantaloni abbassati”.

Costruendo un deterrente credibile sotto forma di forze di riserva modernizzate e prodotte in serie su larga scala, la Russia sta inviando il messaggio di essere più che pronta a qualsiasi guerra su due fronti che la NATO potrebbe segretamente pianificare. Ciò è particolarmente vero considerando che alcune delle basi di stoccaggio di mezzi corazzati menzionate in precedenza si trovano vicino al confine europeo e vengono rifornite con i pezzi di artiglieria più recenti e avanzati.

Jompy osserva che queste sono solo le basi che il suo team è stato in grado di tracciare con le immagini satellitari disponibili, il che implica che ce ne siano molte altre in fase di rifornimento, incluse basi di unità attive e non solo basi di stoccaggio in eccesso.

Da ciò possiamo estrapolare ulteriormente: si può sostenere che anche la Russia si stia preparando per un conflitto molto più lungo e prolungato, e non si lascerà “adescare” gettando avventatamente tutte le sue armi e attrezzature nel macello per ottenere vantaggi immediati, semplicemente per compiacere i cicli di stampa a caccia di propaganda, come invece Zelensky sembra così desideroso di fare. La Russia non sta seguendo una tempistica precisa e a quanto pare si è impegnata a impiegare tutto il tempo necessario per raggiungere i suoi obiettivi di guerra.

Quest’ultimo punto ci introduce a un aspetto importante che abbiamo evidenziato riguardo alle dinamiche attuali del campo di battaglia e ai futuri sviluppi della guerra:

Dall’inizio di questo blog, all’inizio del 2023, ho fatto diverse previsioni “controverse” che si sono scontrate con l’ortodossia comunemente accettata riguardo alla guerra, ma che si sono rivelate vere nel tempo. La più notevole è stata la mia precoce comprensione della futura evoluzione strategica della Russia come incentrata sulla strategia a mosaico dei “mille tagli”, che avevamo previsto sarebbe stata la strategia a lungo termine utilizzata dalle forze russe, ben prima che i droni dominassero il fronte. Ora, vediamo che questa tattica di “dispersione” e infiltrazione frammentata, basata su una pressione simultanea e continua su tutti i fronti, è proprio la direzione in cui si è evoluta la situazione.

Ad esempio, sebbene abbiamo delineato la strategia futura in diversi articoli, risalenti al 6 febbraio 2023 e al 16 febbraio 2023 , nonché in molti altri:

Febbraio 2023

Fornisco questa contestualizzazione passata per premettere che ora stiamo nuovamente segnando un punto di svolta cruciale rispetto all’analisi contemporanea sulla guerra.

Le analisi predittive più recenti indicano che la Russia ha avviato una sorta di “dormienza strategica” sul fronte, di cui ho già parlato. Di cosa si tratta esattamente? È una forma di deliberato “rallentamento” del potenziale offensivo, altrimenti inutile, a favore di operazioni ibride più ampie, per un periodo di tempo determinato, fino a quando non si ripresenteranno condizioni favorevoli per offensive di maggiore portata.

Ho già scritto in precedenza che queste “condizioni favorevoli” non sono oscuri castelli in aria “sperando di raggiungerli”, ma sviluppi decisamente imminenti che stanno già prendendo forma per il prossimo anno. I più notevoli sono la costellazione satellitare Rassvet o “Alba”, così come gli sviluppi nel campo dei sistemi anti-drone (C-UAS), dei sistemi di intercettazione come Arena-M, della guerra elettronica (EW) su larga scala, ecc.

Un esempio di quanto sopra: un elicottero ucraino armato con una pletora di intercettori anti-drone a basso costo:

Tali intercettori, come il russo Yolka, si stanno già diffondendo ampiamente, e presto questi sistemi potrebbero essere installati su qualsiasi mezzo, compresi i veicoli corazzati.

Il miglioramento della tecnologia dei droni e dell’ISR limiterà ulteriormente il predominio dei droni, poiché consentirà l’identificazione e il puntamento delle unità nemiche di droni, che in genere sono costrette a operare a circa 5 km dietro la linea del fronte. L’eliminazione diretta dei veri e propri quartier generali delle unità di droni incide in modo significativo sulla diffusione e sul successo dei droni lungo il fronte.

Ma torniamo al concetto di “dormienza strategica”. Si tratta di un approccio realista alla guerra, che riconosce semplicemente gli alti e bassi del conflitto, assecondando le dinamiche della situazione, piuttosto che tentare di “nuotare controcorrente”. La Russia comprende che in questo momento è inutile dedicare una quantità eccessiva di energia e sforzi a vaste conquiste territoriali e a spinte “di sfondamento”, poiché le perdite subite non ne valgono la pena, in particolare quando gli altri aspetti ibridi della guerra possono essere sfruttati per produrre effetti maggiori per il momento. In questo caso, la Russia ha privilegiato la campagna di attacchi alle retrovie, che ha allentato le precedenti ROE (Regole di Ingaggio) e ha permesso alle forze russe di indebolire l’Ucraina in modi che le semplici conquiste territoriali non possono eguagliare.

Ciò non significa che la Russia stia interrompendo ogni avanzata, ma semplicemente che sta ridistribuendo l’equilibrio delle priorità e i settori in cui impiega la maggior parte delle risorse. Ciò si ricollega ancora una volta alla prospettiva a lungo termine discussa in precedenza: la Russia non ha particolare fretta; vede l’Europa e l’Ucraina diventare sempre più tese sia dal punto di vista politico che economico, mentre il proprio sviluppo prosegue a ritmo sostenuto.

Michael Bohnert@mbohnertUn breve aggiornamento sulla situazione delle raffinerie di petrolio russe. Come previsto, la produzione è in aumento e ora supera la domanda interna storica della Russia. Ho dedicato le ultime 2-3 settimane a rivedere e aggiornare la mia metodologia. Ho individuato alcune nuove fonti affidabili. Ho inoltre incluso direttamente i dati FIRMS della NASA …10:23 · 24 ottobre 2026 · 50,3K visualizzazioni13 risposte · 73 condivisioni · 270 Mi piace
WarTranslated@wartranslatedSecondo Reuters, le raffinerie di petrolio russe hanno aumentato la produzione di gasolio, raggiungendo un massimo storico. A ottobre, la produzione di gasolio è salita a quasi 180.000 tonnellate al giorno, rispetto alle precedenti 160.000. Ciò avviene sullo sfondo degli accordi tra il Cremlino e gli Stati Uniti. Nel frattempo, …17:25 · 26 ottobre 2026 · 16,5K visualizzazioni17 risposte · 54 condivisioni · 228 Mi piace

Questo articolo rappresenta un’approvazione della strategia? No. Avrei personalmente utilizzato la stessa strategia se fossi stato nei panni di Putin? Non necessariamente. Si tratta semplicemente di un riconoscimento della realtà sul campo e di un’affermazione dei fatti.

La Russia continuerà a ridurre le risorse umane dell’Ucraina, a deteriorare le sue infrastrutture e il suo capitale politico, soffocando al contempo lentamente il fronte in un modo che è vantaggioso per la Russia dal punto di vista delle risorse, privilegiando l’attenzione alla riduzione delle perdite e alla sostenibilità a lungo termine, in particolare per quanto riguarda un secondo fronte che potrebbe essere aperto dagli aggressori europei.

Quando arriverà il momento e la tecnologia sarà maturata al punto da consentire la ripresa di operazioni offensive più attive, la Russia tornerà a un approccio più aggressivo. Una forma universalizzata e funzionante del sistema Rassvet potrà da sola contribuire in modo apprezzabile a questo obiettivo, cosa che potremmo vedere già l’anno prossimo se tutto andrà come previsto.

Fino ad allora, continueranno a essere privilegiate le tattiche predominanti di infiltrazione con piccole unità, mentre il Ministero della Difesa farà affidamento sulla sua campagna ibrida di droni e bombardamenti per infliggere la maggior parte dei danni devastanti. L’intento di questa campagna non è semplicemente quello di distruggere le retrovie dell’Ucraina e paralizzare le Forze Armate Ucraine (AFU), ma si può sostenere che il suo obiettivo più ampio sia quello di creare per l’UE un imbuto infinito di risorse e, al contempo, un abisso, al fine di far crollare il sostegno europeo all’Ucraina. Se raggiunto, questo costituirà di fatto il colpo di grazia e contribuirà alla sconfitta delle Forze Armate Ucraine (AFU) più di quanto potrebbero fare da sole qualsiasi numero di forze di terra russe.

Tuttavia, dati i cicli elettorali europei, quel momento è probabilmente ancora lontano.


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