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Meglio la bomba!_di WS

Questo  articolo  https://italiaeilmondo.com/2026/01/27/svelare-il-paradosso-della-produttivita-in-cina_di-gavekal-daniel-kishi-sulla-cina-i-nostri-partner-commerciali-hanno-una-sola-sceltasvelare-il-paradosso-della-produttivita-in-cina_di-gavekal/

mette molta  carne  al fuoco  a cominciare da  un (raro)  commento  esteso  di   Germinario   che  gli fa  da  cappello.  Mi ha invogliato ad  un commento  altrettanto esteso   che    stenderò  in modo puntuale.  

Comincerò  dal fondo ( gli  articoli )   prima di   una  “intemerata”  finale     stimolatami   da l’ ottimo  prologo   di Giuseppe.

Ciascuno dei  due  articoli    contiene    due  passaggi  importanti:

1)  “Tuttavia, quasi tutti gli studi disponibili affermano che la produttività del lavoro nel settore manifatturiero cinese è nettamente inferiore a quella degli Stati Uniti”

Il  concetto  di “produttività”  è fuorviante . Ciò a cui mira la Cina  non  è “il   reddito” ma   “il vantaggio”    di impadronirsi   di tecnologie    e  di mercati.

 Vendere un “brevetto” ha  certamente un “reddito “ altissimo  ma  “una  tantum”;  chi  si impadronisce  di tecnologie  e di mercati    si dota  di un  reddito  di più lunga  durata.

Ed  è questo il dramma  delle  élites  “occidentali”  che , parafrasando la famosa  frase  di Lenin,    hanno  venduto  alla Cina  , seppur  “molto bene” ,  “la corda”  con cui ora  capiscono  che  rischiano  di venire  “impiccate”

2)”il sistema commerciale internazionale è dipeso dagli Stati Uniti….. La Cina ne ha beneficiato maggiormente”

Sono  stati gli U$A  a  fornire  alla Cina  questo “  strumento  geopolitico”  e la Cina  farà di  tutto  affinché     questo    “vantaggio”   cessi più tardi possibile.

E’  chiaro  che  in questo  gli “U$A”   hanno creduto di essere  furbi;  i cinesi, però,   lo sono  stati  di più! Ed è chiaro  che oramai   a  questo “gioco”  gli U$A  perderanno    se  non  troveranno  un modo  di fare  “ saltare il  tavolo”.

Gli U$A    infatti perderanno inevitabilmente    se  non troveranno   la via  per  una “presa  dall’ interno”   come è  attualmente  con l’ €uropa  ed  è stato  alla fine    con l’ URSS ,  oppure     non indurranno    una bella   GUERRA    con  cui  silurare  il “  sistema  cinese”  come fu  con il “ sistema  tedesco”  nel 1914   e nel 1939.

Ovviamente  i cinesi  questo lo sanno  e cercheranno  di posticipare  questo   “redde  rationem”  il più possibile  perché il  tempo  è dalla loro.

E veniamo  alla “intemerata” finale.

Ho  gia spiegato altrove  di come  l’ Europa  abbia   da  12  secoli un “problema tedesco”  e deve essere   subito molto chiaro che    noi €uropoidi   siamo  già sostanzialmente  fottuti  e che le  agitazioni  recenti    ( mercosur ,india  ect )  della nostre mortifere  tedescofile   élites accelereranno  solo il  nostro  tracollo. 

L’ €urolager   è  e  resta  infatti  a  guida  del Kapò  tedesco   per  conto   del   Grande  Kapitale   “anglosassone”  da quando  una  scellerata   elite   coloniale tedesca  ha  accettato  di   gestirne  un   “  carry  trade” col “centro imperiale” in cui  L’€urolager ,  totalmente asservito   ad un “sistema dollaro” , esportava   beni  , soprattutto in U$A,  e   poi lasciava  nel sistema   finanziario “anglosassone”   gli utili  di    queste  esportazioni   mentre comprimeva  il  proprio mercato interno   e  i propri investimenti  strutturali.

Le motivazioni  di  questa   scelta  suicida    possono  essere  varie;  è comunque  evidente   che le élites  €uropee  siano  state  a ciò opportunamente  selezionate  dal “padrone”    con massicce campagne mediatiche  (  es: da  noi mediaset,  il   gruppo Gedi   ect   ) ed un uso  sapiente  degli   strumenti   “terroristici,”  sia usando   gruppuscoli  politici  opportunamente  infiltrati  ed eterodiretti   che  usando  direttamente    i  servizi  segreti  e  le magistrature (  es: da noi  BR,  NAR , “  strategia  della tensione  e  “mani pulite” )

Il  dato  di fatto  è che ora  noi   €uropei abbiamo  oggi  una  elite  di ricattabili  psicopatici    , senza  idee proprie ed  incapaci  di pensare  ad altro   che al proprio ottuso tornaconto.

Ma  che  cosa poi , per tutto questo, sarà stato promesso  ai Kapò  tedeschi?  Non lo so ,  direi  semplice  stupidità ma  anche   il fatto     che siano   tutti nipotini  di SS  e che  esattamente  come   agli idioti   galiziani   che “gestiscono”  la NATO-Ucraina   gli  sia  stato promesso     “la Russia”  ,  cioè esattamente  quello  che era stato promesso  ai loro nonni.

Ora        questi   ( comunque) idioti ,  davanti  alla  resistenza  russa  e  alla  fine   del “sistema  dollaro “  sono precipitati palesemente nel panico;   ma  essendo incapaci  di un pensiero  strategico indipendente    si aggrappano   ad idee   che come  sempre  gli vengono   “ suggerite”  dai loro padroni.

E la nuova “ idea”  è  appunto  una versione   aggiornata   della   Europa Nazista   del  1941    guidata  dalla  Grande Germania       in una guerra  totale   con la Russia.

A questo  scopo   bisogna   fare  Grande la Germania . Non importano i sacrifici  che  dovranno   a tal fine subire    gli altri  €uropei; sacrifici  che  ci saranno  imposti   dalle locali élites €urofasciste anch’esse   terrorizzate  dal perdere   quel   potere  “da caporali”    per  cui  sono  state   selezionate    e si sono vendute .

Da qui il “mercosur” (  cioè  prodotti   agricoli   a  minor  costo per  operai tedeschi  in cambio  di macchine   tedesche)   esattamente  come  gli  “accordi” tedeschi col  Sud-America  degli anni ‘30,  e  “ l’ India”  , cioè l’ importazione  di lavoratori a basso  costo  per l’ economia  tedesca       esattamente  come   l’ organizzazione  Todt   della Germania  nazista  in guerra.

E , ovviamente,  che  gli altri €urifessi  si  fottano !

Il tutto   per   quella  conquista     delle  “  terre  slave”  che i tedeschi   agognano  da quando  furono  sbaragliati   dai  russi  otto  secoli  fa nella    “battaglia  del lago ghiacciato”.

E  ovviamente   tutto questo è destinato ad un fallimento  che queste contorsioni   semplicemente  anticipano  ed  aggravano.

Quello  che  deve  essere  però   sempre  chiaro è lo  stato  di urgenza  di  una nuova WW  in cui  si  trova  il Grande kapitale  “ anglosassone” ; una  guerra  “mondiale”  che  se  Russia  e Cina   si ostinano  a non concedere     alla  fine   “  qualcunaltro”   dovrà  intestarsi.

Quel “qualcunaltro”  potrebbe   essere  benissimo   U$rael  direttamente       attaccando l’ Iran; una cosa   che né Russia  né Cina   stavolta potrebbero    far   finta   di “ignorare”      come finora  hanno  sempre  fatto.

Ma io   mi preoccupo molto anche   delle  prove  di un nuovo  ROBERTO   che ho visto in questi giorni     con la ducetta    a Tokio  e Merz  a Roma . Insomma  le prove iniziali  del ritorno  a “l’ usato  sicuro” di   90 anni  fa  in cui   un  €urofascismo a  guida  tedesca      fa  guerra  alla Russia    e  il   nippofascismo   la  fa  alla  Cina.

Quella  si  che  sarebbe  proprio  la “finis europae” !    L ‘ eurosuicidio  a  “guida  tedesca”  finalmente  raggiunto     al terzo  tentativo   e   che  poi  pure, come insulto  finale ,     lasciasse     uno  “spettro”   tedesco     a “signoreggiare”   su  macerie  “ gazane”  popolate  di  attendati  “nuovi europei”.

Non so per  voi , ma per me  a questo   sarebbe  meglio “ la bomba”.

Come Hollywood ha contribuito a costruire il mito della vittoria americana sulla Germania nel 1945

Come Hollywood ha contribuito a costruire il mito della vittoria americana sulla Germania nel 1945


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Già nel maggio 1946 (e dopo la destituzione del generale De Gaulle…), gli Stati Uniti ottengono dal nuovo capo della delegazione francese all’ONU… Léon Blum (perseguitato durante la guerra perché ebreo), accordi che industrializzano la distribuzione dei film americani nelle sale francesi. Perché tanta fretta? Inizia una nuova guerra, culturale, per imporre una narrativa di cui Donald Trump ha spiegato, a Davos, la logica ultima.

Bisognerà attendere gennaio 2026 e la brutalità senza filtri di Donald Trump sul podio di Davos perché il velo finalmente si strappi. Quando il presidente americano, appena rieletto, dichiara al mondo e a un’élite europea paralizzata che l’America ha “liberato l’Europa” da sola nel 1944 e che, di conseguenza, questo debito di sangue giustifica oggi l’acquisto della Groenlandia o la sottomissione commerciale, non si limita a provocare. Sta incassando i dividendi di un investimento realizzato ottant’anni fa.

Ciò che colpisce in questa sequenza non è l’arroganza del presidente americano, bensì il silenzio imbarazzato delle cancellerie europee, incapaci di opporre la minima resistenza narrativa a questa OPA ostile sulla nostra storia. Perché? Perché abbiamo interiorizzato collettivamente la menzogna. Viviamo in una finzione scritta da altri.

È tempo di smantellare metodicamente questo meccanismo dell’oblio. Come siamo passati da una realtà storica – lo schiacciamento della Wehrmacht da parte del rullo compressore sovietico – a una realtà percepita in cui il soldato americano sbarcato a Omaha Beach è l’unico salvatore della democrazia? La risposta non si trova nei libri di storia, ma nelle sale buie. Non è stato il Pentagono a conquistare la pace, ma Hollywood.

L’inversione dei ricordi: la rapina del secolo

Per comprendere la portata della manipolazione, occorre tornare ai numeri, quei giudici di pace che l’emozione cinematografica si affretta sempre a occultare. Nel maggio 1945, quando l’Istituto Francese di Opinione Pubblica (IFOP) intervista i francesi per sapere quale nazione abbia contribuito maggiormente alla sconfitta della Germania, la risposta è inequivocabile: per il 57% di loro, è stata l’URSS. Gli Stati Uniti raccolgono solo il 20% dei voti.

Non era propaganda comunista, era la lucida constatazione di contemporanei che sapevano leggere una mappa militare. Sapevano che l’80% delle perdite militari tedesche si era verificato sul fronte orientale. Sapevano che era stato a Stalingrado e Kursk che la spina dorsale del nazismo era stata spezzata, ben prima che il primo soldato americano mettesse piede in Normandia.

Settant’anni dopo, la stessa domanda posta dallo stesso istituto dà un risultato opposto: l’America viene accreditata della vittoria da una maggioranza schiacciante, mentre il sacrificio russo è diventato una nota a piè di pagina. Tra queste due date non è avvenuta alcuna scoperta storica rilevante che abbia cambiato i fatti. Si è verificata una colonizzazione dell’immaginario collettivo.

Blum-Byrnes: il cavallo di Troia culturale

Il punto di svolta di questa ingegneria sociale ha un nome, spesso relegato nell’oblio della storia diplomatica: gli accordi Blum-Byrnes del maggio 1946. Ufficialmente, si trattava di liquidare il debito di guerra della Francia e di ottenere crediti per la ricostruzione. Ma come sempre con l’Impero, l’aiuto ha un prezzo, e questo prezzo è spesso invisibile a occhio nudo.

In cambio della cancellazione del debito, Washington ha chiesto – e ottenuto – la fine delle quote che proteggevano il cinema francese prima della guerra. L’accordo stabiliva che le sale cinematografiche francesi dovevano riservare quattro settimane al trimestre ai film francesi, lasciando le altre nove settimane aperte alla concorrenza… ovvero all’invasione di Hollywood[].

Non si trattava di libero scambio, ma di un’invasione culturale pianificata. Hollywood aveva accumulato quattro anni di produzione inedita durante la guerra. In pochi mesi, gli schermi francesi furono sommersi. Ciò che Léon Blum, nella sua ingenuità socialista o nella sua sottomissione atlantista, non aveva capito era che non stava firmando solo per dei film, ma per uno stile di vita. Il cinema americano non è un’arte, è un vettore di influenza. Ogni western, ogni musical, ogni film di guerra proiettato nella Francia del dopoguerra era un mattone aggiunto all’edificio del dominio americano.

Mi abbono al Courrier per una stampa libera

La fabbrica dell’eroe unico

La forza di Hollywood è stata quella di trasformare una vittoria di coalizione, complessa e multipolare, in un’epopea solitaria e morale.

Prendiamo ad esempio Il giorno più lungo (1962). Prodotto nel pieno della Guerra Fredda, questo film non è un’opera di finzione, ma un atto della NATO. Esso immortalizza per l’eternità l’immagine di uno sbarco pulito, tecnico, massiccio, in cui l’America porta la libertà come porta le gomme da masticare. Il fronte orientale è un’astrazione lontana. Il messaggio subliminale è chiaro: la potenza industriale e il coraggio individuale degli americani sono gli unici baluardi contro la tirannia.

Ma il colpo di grazia alla memoria arriverà più tardi, con Steven Spielberg. Salvate il soldato Ryan (1998) è senza dubbio il capolavoro della propaganda moderna. In venti minuti di violenza inaudita, Spielberg ha impresso nella retina mondiale l’idea che la guerra fosse stata vinta a Omaha Beach. Con la magia dell’iperrealismo, ha cancellato i quattro anni di massacri nell’Est. Lo spettatore esce dalla sala esausto, traumatizzato e definitivamente convinto che il sangue versato per la sua libertà sia quello americano.

Ciò che è meno noto è che questa produzione di immagini è supervisionata dallo stesso Pentagono. Da decenni, un ufficio di collegamento a Los Angeles offre agli studi cinematografici l’accesso al materiale militare (carri armati, aerei, portaerei) in cambio del diritto di controllare le sceneggiature. È un patto faustiano: volete realismo a basso costo? Allora racconterete la nostra storia come vogliamo che sia vista. L’esercito americano non sovvenziona film che mettono in discussione la sua preminenza morale.

L’economia della servitù

Naturalmente, gli “atlantisti” ribatteranno che senza il Lend-Lease (Lend-Lease), senza i camion Studebaker e l’acciaio americano, l’URSS sarebbe crollata. Questo è fattualmente esatto. Ma questo argomento, lungi dal contraddire la tesi della vassallaggio, la rafforza.

Gli Stati Uniti fornivano l’acciaio mentre i russi fornivano il sangue. Era una divisione del lavoro cinica ma efficace. Washington ha operato come una banca centrale della guerra, prestando i mezzi per la vittoria per poter meglio controllare i debitori una volta tornata la pace. Il piano Marshall non è stato altro che la continuazione di questa logica: ricostruire l’Europa per renderla un mercato solvibile e un glacis di sicurezza, legando al contempo la sua ripresa all’adozione del modello americano.

Accettando che Hollywood riscrivesse la storia, gli europei hanno accettato di non essere più protagonisti del proprio destino, ma comparse riconoscenti di un blockbuster americano. Abbiamo barattato la nostra sovranità memoriale con il conforto della protezione americana.

Davos 2026: il conto è pronto

Eccoci quindi nel 2026. Il mito ha funzionato così bene che è diventato una verità politica. Quando Trump rivendica la Groenlandia in nome della “liberazione” del 1944, non fa altro che presentare il conto di un servizio che abbiamo glorificato per 80 anni.

Se avessimo tenuto a mente che la vittoria era stata condivisa, che senza il sacrificio di 27 milioni di sovietici lo sbarco in Normandia sarebbe stato respinto in mare da una Wehrmacht al completo, oggi avremmo i mezzi intellettuali e morali per dire «no». Potremmo dire a Washington: «Non vi dobbiamo tutto. Vi dobbiamo un’alleanza, non una servitù».

Ma il veleno del soft power è lento. Ha agito generazione dopo generazione, dai libri di scuola agli schermi cinematografici, cancellando la complessità della realtà a favore di una leggenda dorata. Oggi l’Europa si ritrova nuda. Ha dimenticato la sua storia, e chi dimentica la propria storia è condannato a vederla venduta a pezzi da un promotore immobiliare newyorkese diventato presidente.

Hollywood ci ha venduto un sogno di libertà. È ora di svegliarsi e rendersi conto che fin dall’inizio si trattava di un contratto di sottomissione. I titoli di coda hanno iniziato a scorrere a Davos, e non ci sarà un lieto fine per l’Europa se non riprenderà il controllo della propria telecamera.

Il vero ruolo degli Stati Uniti nella sconfitta tedesca del 1945, di Thibault de Varenne


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Amante delle verità alternative, Donald Trump ha approfittato del vertice di Davos per ribadire un luogo comune: gli Stati Uniti avrebbero liberato l’Europa e sconfitto la Germania nel 1945. Facile a dirsi. Thibault de Varenne corregge qui questa sciocchezza storica.

Nel gennaio 2026, il Forum economico mondiale di Davos, riunito sotto il tema ironicamente ottimista dello «Spirito del dialogo», è diventato teatro di una rinnovata frattura transatlantica. Il ritorno di Donald J. Trump alla presidenza degli Stati Uniti, che ha inaugurato quella che lui definisce l'”età dell’oro” americana, ha trasformato la sede svizzera in un’arena di scontro memoriale e geopolitico. Al centro di questa discordia c’è un’affermazione forte, pronunciata con la retorica transazionale caratteristica del presidente: l’idea che gli Stati Uniti abbiano liberato da soli l’Europa nel 1944, salvando il continente da un futuro germanofono, e che questo debito storico giustifichi oggi importanti concessioni territoriali e commerciali, in particolare per quanto riguarda lo status della Groenlandia.

Questa cronaca ha lo scopo di smontare tale affermazione attraverso una doppia lente. Da un lato, si tratta di analizzare il contesto politico immediato del 2026, in cui la storia viene strumentalizzata per servire obiettivi neoimperiali ed economici. D’altra parte, e questo è il fulcro della nostra indagine, è necessario condurre una rigorosa indagine storiografica sulla veridicità della “liberazione americana”.

È storicamente corretto affermare che la sconfitta della Germania nazista è dovuta agli Stati Uniti?

Se il 6 giugno 1944 (D-Day) è rimasto impresso nella memoria occidentale, l’Operazione Bagration, lanciata dai sovietici il 22 giugno 1944, ebbe un’importanza strategica superiore. Mentre gli Alleati arrancavano nella campagna normanna, l’Armata Rossa annientò il Gruppo d’Armate Centro tedesco in Bielorussia.

Per rispondere a questa domanda con la necessaria precisione, dobbiamo approfondire le statistiche relative alle perdite sul fronte orientale, esaminare i flussi logistici del programma Lend-Lease, valutare l’impatto della guerra aerea anglo-americana e comprendere l’evoluzione della memoria collettiva europea.

L’analisi dimostrerà che, sebbene rivendicare una vittoria solitaria sia un mito politico, la realtà dell’interdipendenza alleata rivela che senza la potenza industriale americana, l’Unione Sovietica – lo strumento principale della distruzione della Wehrmacht – avrebbe probabilmente ceduto. Pertanto, la risposta non risiede in un’attribuzione binaria del merito, ma nella comprensione di una sinergia complessa in cui il sangue sovietico, l’acciaio americano e la resilienza britannica sono stati componenti indissociabili della vittoria.


Parte I: il contesto geopolitico di Davos 2026 e la “Dottrina del debito”

1.1 Il ritorno dell’America “senza complessi”: il discorso di Donald Trump

Il discorso pronunciato dal presidente Trump a Davos nel gennaio 2026 non è stato un semplice intervento di politica economica, ma una brutale riaffermazione dell’egemonia americana. Forte di un mandato rinnovato e di statistiche economiche che egli presenta come trionfali — una crescita prevista del 5,4%, inflazione sconfitta e mercati azionari che hanno battuto 52 record storici in un anno — il presidente americano ha utilizzato il forum di Davos per esigere un riallineamento delle relazioni transatlantiche.

L’argomentazione avanzata si basa su una visione transazionale della storia. Trump ha esplicitamente collegato l’attuale sicurezza dell’Europa alla liberazione del 1944.

«Dopo la guerra, che abbiamo vinto senza di noi, parlereste tutti tedesco e un po’ giapponese», ha dichiarato.

Questa retorica mira a stabilire un “debito morale” perpetuo degli europei nei confronti degli Stati Uniti. Contrariamente alla diplomazia tradizionale, che vede l’Alleanza Atlantica come un partenariato di valori, la dottrina Trump 2026 la concepisce come un servizio di protezione le cui fatture sono in sospeso.

1.1.1 La questione della Groenlandia e la sicurezza dell’Artico

L’esempio più eclatante di questa dottrina è la ripresa della proposta di acquisto della Groenlandia. Quella che era stata percepita come una battuta durante il suo primo mandato è diventata, nel 2026, un asse strategico fondamentale, giustificato dalla necessità di proteggere il “Grande Nord” dalla Russia e dalla Cina. Trump ha definito “una stupidaggine” la restituzione della Groenlandia alla Danimarca dopo la seconda guerra mondiale, sostenendo che, poiché gli Stati Uniti proteggono il mondo libero, dovrebbero detenere i territori strategici necessari a tale protezione. Sebbene abbia precisato che non avrebbe usato la forza (“Non voglio usare la forza… ma saremmo inarrestabili”), la minaccia economica sottintesa è chiara: la protezione americana ha un prezzo, e questo prezzo potrebbe essere territoriale.

1.2 La reazione europea: tra dipendenza e velleità di autonomia

La risposta dei leader europei a Davos mette in luce la fragilità della loro posizione. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha cercato di contrastare la narrativa americana insistendo sull’«indipendenza europea», dalla sicurezza all’economia. Ha ricordato l’impegno dell’Europa nei confronti dell’Ucraina, con un prestito di 90 miliardi di euro per il 2026-2027, sottolineando che l’Europa non è un passeggero clandestino della propria sicurezza.

Tuttavia, il malessere è palpabile. Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha dovuto destreggiarsi tra la necessità di non urtare la sensibilità del garante della sicurezza americano e la difesa dell’integrità territoriale dei suoi membri (Danimarca). Rutte ha ricordato che gli Stati Uniti non fanno parte della NATO per carità, ma perché un’Europa sicura è fondamentale per la difesa degli stessi Stati Uniti, cercando così di disinnescare la logica transazionale di Trump. Il presidente francese Emmanuel Macron, dal canto suo, ha invocato calma e coerenza, rifiutandosi di cedere all’aggressività verbale e difendendo al contempo gli alleati danesi.

Questo attrito diplomatico del 2026 non può essere compreso senza risalire alla fonte della controversia: la Seconda guerra mondiale. La legittimità di Trump nel rivendicare la Groenlandia o concessioni commerciali si basa interamente sulla premessa che l’America sia l’unico salvatore dell’Europa. È questa premessa storica che ora deve essere esaminata scientificamente.


Parte II: Il fronte orientale — L’altare del sacrificio e la distruzione della Wehrmacht

Per valutare la veridicità dell’affermazione secondo cui la sconfitta della Germania è dovuta agli Stati Uniti, è indispensabile guardare verso est. La storiografia militare moderna, supportata dall’apertura degli archivi sovietici dopo il 1991, stabilisce senza ambiguità che il fronte orientale fu il teatro principale e fondamentale della distruzione fisica dell’esercito tedesco.

2.1 La matematica della morte: l’attrito sul fronte orientale

Le cifre sono vertiginose e mettono in prospettiva qualsiasi rivendicazione occidentale di una vittoria solitaria. Secondo lo storico Geoffrey Roberts, «oltre l’80% di tutti i combattimenti della Seconda guerra mondiale si sono svolti sul fronte orientale». È nelle steppe russe e ucraine che la macchina da guerra nazista è stata distrutta.

L’Unione Sovietica pagò un prezzo molto alto per questa guerra di logoramento. Le stime più attendibili parlano di 27-30 milioni di morti sovietici (militari e civili), di cui circa 9 milioni di bambini. In confronto, le perdite americane su tutti i teatri operativi (Europa e Pacifico) ammontano a circa 400.000 morti.

Da parte tedesca, la distribuzione delle perdite conferma la preminenza del fronte orientale. Dei circa 4,7 milioni di soldati tedeschi uccisi durante la guerra, oltre 3,5 milioni sono caduti contro l’Armata Rossa. Ciò significa che quasi tre soldati tedeschi su quattro sono stati uccisi dai sovietici. Geoffrey Wheatcroft osserva giustamente che affermare che «il Terzo Reich è stato sconfitto dall’Armata Rossa» non è un’opinione politica, ma un «fatto storico» basato sulla localizzazione delle perdite.

2.2 La distribuzione delle forze tedesche: una palese sproporzione

L’analisi della distribuzione delle divisioni della Wehrmacht durante tutto il conflitto dimostra che Hitler ha costantemente dato la priorità al fronte orientale, anche dopo lo sbarco in Normandia.

Tabella 1: Distribuzione delle forze dell’Asse (Est contro Ovest) 1943-1945

DataForze dell’Asse sul fronte orientale% dell’esercito tedesco a estContesto strategico
Luglio 19433.933.000 uomini63 %Battaglia di Kursk
Maggio 19443.370.000 uomini62%Alla vigilia dello sbarco (D-Day)
Gennaio 19452.330.000 uomini60 %Dopo la battaglia delle Ardenne
Aprile 19451.960.000 uomini66 %Battaglia di Berlino

Fonte: dati raccolti dagli archivi militari. Nota: le cifre includono le truppe tedesche e gli alleati ungheresi e rumeni.

Questo quadro rivela una cruda verità: quando gli americani e gli inglesi sbarcarono in Normandia (giugno 1944), quasi due terzi dell’esercito tedesco erano ancora impegnati in una lotta all’ultimo sangue contro l’Unione Sovietica. L’affermazione di Trump secondo cui gli americani hanno «liberato l’Europa» nasconde il fatto che la stragrande maggioranza dei soldati tedeschi non era nemmeno presente nell’Europa occidentale per opporsi a tale liberazione.

2.3 L’operazione Bagration: il colpo di grazia dimenticato

Se il 6 giugno 1944 (D-Day) è impresso nella memoria occidentale, l’Operazione Bagration, lanciata dai sovietici il 22 giugno 1944, ebbe un’importanza strategica superiore. Mentre gli Alleati arrancavano nella campagna normanna, l’Armata Rossa annientò il Gruppo d’Armate Centro tedesco in Bielorussia.

●      La portata: Bagration ha coinvolto 1,67 milioni di soldati sovietici, quasi 6.000 carri armati e 32.000 pezzi di artiglieria.

●      Il risultato: in due mesi, i sovietici distrussero 28 delle 34 divisioni del Gruppo Armate Centro. Le perdite tedesche ammontarono a circa 400.000 uomini (uccisi, feriti, catturati).

●      La conseguenza strategica: questa offensiva spezzò la spina dorsale della Wehrmacht, respingendo il fronte di diverse centinaia di chilometri verso ovest e rendendo impossibile la difesa del Reich. Gli storici militari concordano nel dire che fu Bagration, più che la campagna di Normandia, a segnare il destino militare della Germania nell’estate del 1944.

È quindi innegabile che la “macchina da guerra” nazista sia stata sconfitta dall’Unione Sovietica. Tuttavia, ridurre la guerra a un semplice conteggio dei cadaveri sarebbe un errore. Se l’URSS ha fornito il sangue, non avrebbe potuto farlo senza una massiccia trasfusione di risorse esterne.


Parte III: l’arsenale della democrazia — il ruolo decisivo del Lend-Lease americano

È qui che l’affermazione di Donald Trump trova la sua sostanza storica, anche se in modo indiretto. Se i soldati sovietici hanno sconfitto i soldati tedeschi, lo hanno fatto mangiando razioni americane, guidando camion americani e comunicando tramite radio americane. Il programma Lend-Lease non era un semplice aiuto supplementare, ma costituiva l’infrastruttura logistica della sopravvivenza e della vittoria sovietica.

3.1 La logistica della sopravvivenza (1941-1942): impedire il collasso

Una controargomentazione frequente minimizza il Prêt-Bail sottolineando che durante la guerra rappresentava solo il 4-10% del PIL totale sovietico. Si tratta di un’interpretazione statistica che ignora la qualità e la tempistica degli aiuti. Nel 1941 e nel 1942, l’URSS era sull’orlo del baratro. L’invasione tedesca aveva privato Mosca del 42% dei suoi terreni coltivati e di due terzi della sua produzione cerealicola.https://embed.reddit.com/r/AskHistorians/comments/3nw12e/i_recently_came_across_the_claim_that_without/?embed=true&ref_source=embed&ref=share&utm_medium=widgets&utm_source=embedv2&utm_term=23&utm_name=post_embed&embed_host_url=https%3A%2F%2Fwww.lecourrierdesstrateges.fr%2Fle-vrai-role-des-usa-dans-la-defaite-allemande-de-45-par-thibault-de-varenne%2F

Di fronte all’imminente carestia, gli Stati Uniti consegnarono 4,4 milioni di tonnellate di cibo. Nel 1943, i prodotti americani (in particolare il famoso “SPAM”, carne di maiale in scatola) sfamarono gran parte dell’Armata Rossa. Nikita Krusciov ammise in seguito: “Senza lo SPAM non saremmo stati in grado di sfamare il nostro esercito”. Questo aiuto alimentare permise alla popolazione contadina sovietica rimasta di concentrarsi sullo sforzo industriale o sul combattimento, piuttosto che sull’agricoltura di sussistenza.

3.2 La motorizzazione dell’Armata Rossa: i camion Studebaker

L’impatto più spettacolare dell’aiuto americano riguarda la mobilità. L’industria sovietica, trasferita in tutta fretta oltre gli Urali, si è concentrata ossessivamente sulla produzione di carri armati (il T-34) e di artiglieria, trascurando quasi completamente la produzione di veicoli da trasporto.

●      Il deficit sovietico: durante tutta la guerra l’URSS ha prodotto solo circa 200.000 camion, spesso di scarsa qualità.

●      Il contributo americano: Gli Stati Uniti hanno fornito oltre 400.000 camion (principalmente Studebaker US6) e jeep.

●      L’impatto operativo: Questi camion non erano un lusso. Erano la condizione sine qua non della dottrina sovietica della “Battaglia in profondità” (Deep Battle). Per circondare i tedeschi (come a Stalingrado o durante l’operazione Bagration), la fanteria e l’artiglieria dovevano seguire il ritmo dei carri armati. Senza i camion americani, la fanteria sovietica avrebbe dovuto marciare a piedi, consentendo ai tedeschi di ripiegare e riorganizzarsi. Come osserva un analista, “un’Armata Rossa impaziente non avrebbe potuto eseguire l’Operazione Bagration” con una rapidità così devastante.https://embed.reddit.com/r/AskHistorians/comments/1bnoamw/how_important_were_the_studebaker_trucks_for_the/?embed=true&ref_source=embed&ref=share&utm_medium=widgets&utm_source=embedv2&utm_term=23&utm_name=post_embed&embed_host_url=https%3A%2F%2Fwww.lecourrierdesstrateges.fr%2Fle-vrai-role-des-usa-dans-la-defaite-allemande-de-45-par-thibault-de-varenne%2F

3.3 Acciaio, alluminio e ferrovia

Oltre ai prodotti finiti, gli Stati Uniti hanno fornito le materie prime fondamentali.

●      Ferrovie: Il 92,7% delle attrezzature ferroviarie prodotte dall’URSS durante la guerra proveniva in realtà dal Prêt-Bail, incluse 1.911 locomotive e oltre 11.000 vagoni. Senza di esse, la logistica sovietica sarebbe crollata sulle vaste distanze del fronte orientale.

●      Aviazione: Il carburante ad alto numero di ottani, essenziale per le prestazioni dei caccia sovietici contro la Luftwaffe, veniva importato in grandi quantità dagli Stati Uniti. Inoltre, il 57% dell’alluminio utilizzato per costruire gli aerei sovietici proveniva dal Prêt-Bail.https://embed.reddit.com/r/AskARussian/comments/1b2q7vb/how_much_of_an_effect_do_you_think_usa_lend_lease/?embed=true&ref_source=embed&ref=share&utm_medium=widgets&utm_source=embedv2&utm_term=23&utm_name=post_embed&embed_host_url=https%3A%2F%2Fwww.lecourrierdesstrateges.fr%2Fle-vrai-role-des-usa-dans-la-defaite-allemande-de-45-par-thibault-de-varenne%2F

3.4 Il consenso Glantz

Lo storico militare David Glantz, autorità mondiale sul fronte orientale, riassume perfettamente questa dinamica. Secondo lui, se i sovietici hanno combattuto la maggior parte delle battaglie, il Prestito e Noleggio ha fornito «il margine di sopravvivenza» nel 1941-42 e «la capacità offensiva» nel 1943-45. Glantz conclude: «Se gli Alleati occidentali non avessero fornito le attrezzature… Stalin e i suoi comandanti avrebbero potuto impiegare altri dodici-diciotto mesi per sconfiggere la Wehrmacht». Questo ritardo avrebbe potuto cambiare l’esito della guerra (sviluppo della bomba atomica, crollo politico dell’URSS).

Pertanto, la “liberazione” rivendicata da Trump si basa su una realtà industriale: l’Armata Rossa ha marciato su Berlino con stivali americani, trasportata da camion americani, nutrita con conserve americane e comunicando tramite radio americane.


Parte IV: la guerra aerea ed economica — il secondo fronte invisibile

L’argomentazione secondo cui l’URSS avrebbe sconfitto la Germania da sola trascura un altro teatro cruciale in cui le potenze anglosassoni (Stati Uniti e Regno Unito) hanno sostenuto il peso maggiore: la guerra aerea e la distruzione dell’economia tedesca.

4.1 L’offensiva combinata di bombardamenti: un secondo fronte aereo

Ben prima dello sbarco del 1944, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna aprirono un “secondo fronte” nei cieli tedeschi. Le forze aeree dell’esercito americano (USAAF) di giorno e la Royal Air Force (RAF) di notte bombardarono incessantemente il Reich.

Questo sforzo ebbe due conseguenze dirette sul fronte orientale:

1.     Distruzione della Luftwaffe: contrariamente a quanto si crede, la Luftwaffe non fu distrutta dai piloti sovietici, ma dall’attrito causato dai bombardieri e dai caccia alleati a ovest. Nel settembre 1944, la Luftwaffe perse 13.774 aerei e membri del personale in un solo mese a causa dell’offensiva aerea occidentale. Ciò lasciò il cielo orientale libero per l’aviazione sovietica.https://embed.reddit.com/r/AskHistorians/comments/dda4o7/ww2_what_was_the_proportion_of_luftwaffe/?embed=true&ref_source=embed&ref=share&utm_medium=widgets&utm_source=embedv2&utm_term=23&utm_name=post_embed&embed_host_url=https%3A%2F%2Fwww.lecourrierdesstrateges.fr%2Fle-vrai-role-des-usa-dans-la-defaite-allemande-de-45-par-thibault-de-varenne%2F

2.     Diversione delle risorse: Per difendere le sue città e le sue fabbriche, la Germania dovette schierare milioni di uomini e migliaia di cannoni da 88 mm (efficaci anche come anticarro) nella difesa antiaerea del Reich. Questi cannoni e questi uomini mancarono crudelmente di fronte ai carri armati sovietici a est.

4.2 La campagna petrolifera: l’asfissia meccanica (1944)

L’azione americana più decisiva fu senza dubbio la campagna sistematica contro le fabbriche tedesche di petrolio sintetico, iniziata nel maggio 1944. Albert Speer, ministro dell’Armamento di Hitler, scrisse che dall’inizio di questi bombardamenti, «presto non avremo più una produzione di carburante degna di questo nome».

L’impatto fu catastrofico e immediato. Alla fine del 1944, la Wehrmacht, pur essendo ancora forte in termini di uomini, era immobilizzata. I carri armati Tiger nuovi di zecca furono abbandonati per mancanza di carburante; i nuovi caccia a reazione Me-262 non potevano decollare. Questa paralisi, causata dall’USAAF, facilitò notevolmente l’avanzata finale degli Alleati a ovest e dei Sovietici a est.


Parte V: La guerra dei ricordi — l’evoluzione della percezione (1945-2026)

Se l’analisi storica rivela una vittoria condivisa, la percezione pubblica è invece cambiata radicalmente. È proprio su questo divario che Donald Trump fa leva a Davos.

5.1 Il grande cambiamento nell’opinione pubblica francese

I sondaggi dell’IFOP (Istituto francese di opinione pubblica) mostrano un’inversione spettacolare della memoria collettiva in Francia, paese che pure è stato al centro della Liberazione.

Tabella 2: Sondaggio – Quale nazione ha contribuito maggiormente alla sconfitta della Germania?

Anno del sondaggioURSSStati UnitiGran BretagnaContesto storico
Maggio 194557%20 %12 %Fine della guerra, prestigio dell’Armata Rossa, PCF potente.
Maggio 199425 %49%16 %Dopo la Guerra Fredda, impatto culturale (Hollywood), crollo dell ‘URSS.
Giugno 200420 %58 %16 %60° anniversario dello sbarco in Normandia, egemonia statunitense.
Maggio 201523 %54%18 %Tensioni con la Russia (Crimea).

Fonte: Dati storici IFOP.

Nel 1945, i francesi, testimoni contemporanei del conflitto, attribuivano la vittoria all’URSS. Sapevano che il fronte orientale assorbiva l’impatto principale. Nel corso dei decenni, la Guerra Fredda, il “Soft Power” culturale americano (film come Il giorno più lungo o Salvate il soldato Ryan) e la brutale realtà dell’occupazione sovietica nell’Est hanno cancellato il sacrificio sovietico dalla memoria occidentale a favore dei soldati americani.

5.2 La strumentalizzazione politica nel 2026

Nel 2026, Trump sfrutta questa memoria “americanizzata” per chiedere delle contropartite. Affermando “Vi abbiamo liberati”, si basa sulla percezione attuale (post-1990) per invalidare la realtà del 1945 (quando l’aiuto sovietico era riconosciuto). Questo revisionismo politico mira a trasformare un’alleanza storica in un rapporto cliente-fornitore: poiché gli Stati Uniti hanno fornito il “servizio” di liberazione (da soli, secondo lui), l’Europa deve pagare il conto oggi, sia aumentando i suoi contributi alla NATO, cedendo sulle normative commerciali, sia facilitando le ambizioni americane sulla Groenlandia.


Conclusione: una vittoria indivisibile

Alla domanda «È vero che la sconfitta della Germania è dovuta agli Stati Uniti?», un’analisi rigorosa dei fatti impone una risposta sfumata che contraddice la semplificazione trumpiana, pur riconoscendo il peso decisivo dell’America.

La sconfitta della Germania nazista è il risultato di una interdipendenza sistemica:

1.     L’Unione Sovietica ha fornito il “martello”: è stata l’Armata Rossa a distruggere fisicamente la Wehrmacht, subendo perdite inimmaginabili e spezzando la potenza militare tedesca in battaglie titaniche come Stalingrado, Kursk e Bagration. Senza l’URSS, lo sbarco in Normandia avrebbe dovuto affrontare un esercito tedesco tre volte più numeroso e probabilmente sarebbe fallito.

2.     Gli Stati Uniti hanno fornito l'”incudine” e il “sangue” logistico: l’industria americana ha impedito il collasso economico dell’URSS e del Regno Unito. Il Prestito e Noleggio ha motorizzato l’Armata Rossa, consentendole di ottenere vittorie. L’aviazione americana ha distrutto la capacità industriale tedesca e la sua forza aerea, rendendo la Wehrmacht cieca e immobile.

3.     Il Regno Unito ha fornito la “base” e il “tempo”: la resistenza britannica nel 1940-41 ha impedito una vittoria totale dell’Asse, fornendo la piattaforma necessaria (l’isola) per la futura proiezione di forza americana e i bombardamenti strategici.

Affermare, come ha fatto il presidente Trump a Davos nel 2026, che gli Stati Uniti hanno “liberato” l’Europa da soli è una falsità storica che nega il sacrificio di 27 milioni di sovietici. Tuttavia, negare che la vittoria sia stata possibile grazie all’America sarebbe altrettanto falso. L’Europa è stata liberata dagli Alleati, ma è stata ricostruita e democratizzata con l’aiuto degli americani (Piano Marshall), il che spiega perché, nel 2026, guarda a Washington e non a Mosca.

Il tentativo di monetizzare questa storia comune in cambio dell’acquisto della Groenlandia o di vantaggi commerciali segna una rottura preoccupante. Trasforma il “sangue versato insieme” in una valuta transazionale, rischiando di erodere le fondamenta morali dell’Alleanza Atlantica proprio nel momento in cui l’unità occidentale è messa alla prova dalle sfide del XXI secolo.

LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA_di Ugo Bardi

LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA

Non è fantascienza. È già iniziato

Ugo Bardi24 gennaio
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Post di Timothy Sha-Ching Wong

LA SECONDA GUERRA CIVILE AMERICANA

I. Gli avvertimenti secondo cui gli Stati Uniti si stanno dirigendo verso una guerra civile (nota 1) fraintendono la temporalità della catastrofe imminente (– vedi Jean-Pierre Dupuy (nota 2))

(Vedi anche Franco Berardi sulla resistenza psichica a riconoscere la catastrofe presente e futura (nota 3)

La seconda guerra civile americana è in corso proprio ora: legittimità frammentata, diritto trasformato in arma, realtà incompatibili e un’esposizione diseguale alla violenza statale. La letteratura (ad esempio, “Biografia di X” di Catherine Lacey) ha compreso tutto questo più velocemente della scienza politica.

L’uccisione di Renée Good, l’immediata valutazione pubblica del caso da parte delle massime autorità dello Stato americano, la violenza dell’ICE, il genocidio di Gaza, l’intervento militare venezuelano: non sono crisi separate. Condividono un’unica logica: la distinzione amico/nemico di Schmitt rivolta verso l’interno, proliferando senza autorità sovrana. Un’eccezione senza legittimità.

Una volta che certe possibilità catastrofiche diventano strutturalmente disponibili – una volta che non sono più impensabili – devono essere trattate come necessarie nel senso articolato da Jean-Pierre Dupuy. Questo non è fatalismo. È il riconoscimento che la motivazione a rinviare la catastrofe esiste solo se la catastrofe è trattata come reale, non ipotetica. La possibilità, a quella scala, implica la necessità.

II. Perché Renée Good si adatta alla struttura del taglio sanguinoso amico/nemico di Schmitt

Ecco perché Renée Good è importante, e perché il suo omicidio rientra perfettamente in questo quadro. Non perché l’atto in sé fosse senza precedenti, ma per come lo Stato ha reagito: la rapidità della conclusione narrativa, il giudizio prematuro e deciso delle massime autorità, l’isolamento dell’agente, la messa in sicurezza del dissenso, l’immediata invocazione dell’ordine e della minaccia.

Questa è una logica eccezionale senza sovranità: un potere schmittiano privato della sua aura teologica.

Qui la demarcazione amico/nemico di Carl Schmitt diventa decisiva. Il politico, per Schmitt, non inizia con il diritto o la moralità, ma con la capacità sovrana di distinguere l’amico dal nemico. In un ordine stabile, questa distinzione è esternalizzata: i nemici sono al di fuori della comunità politica. Ciò che ora si verifica è la sua interiorizzazione. La distinzione amico/nemico non corre più lungo i confini, ma attraverso popolazioni, quartieri e corpi.

Renée Good non è stata trattata come un soggetto politico o addirittura come una cittadina nel momento della violenza. È stata trattata come potenziale nemico, un vettore di minaccia da neutralizzare. La successiva mobilitazione ideologica non mirava alla verità o alla responsabilità, ma a riaffermare la correttezza del taglio stesso. È così che la logica della guerra civile si presenta di fronte allo spettacolo della guerra civile.

Trump ha distrutto la restante autorità simbolica della presidenza. Il sovrano che “chiama l’eccezione” non suscita più fede, timore reverenziale o timore nel senso classico del termine. Le eccezioni proliferano, l’applicazione si intensifica, ma la legittimità non si rigenera. Il potere persiste senza convinzione. Questo non è uno stato fallito nel senso antico; è uno stato fragile: capacità coercitiva intatta, consenso svuotato, realtà consensuale che si liquida in una morbosità terminale e sanguinosa.

III. Venezuela, Gaza, ICE: una logica, tre teatri

Il genocidio di Gaza, la repressione interna americana nelle condizioni della seconda guerra civile, l’intervento militare venezuelano, sono tutti fattori strutturalmente commisurati.

In tutti e tre i casi, la violenza è giustificata attraverso l’astrazione, mentre il contesto materiale viene rifiutato. Il linguaggio della sicurezza sostituisce la cognizione politica. L’applicazione della legge si distacca dalla spiegazione.

Non si tratta di una coincidenza; è coerenza scalare. La stessa sintassi giustificativa opera in diversi teatri d’azione. La stessa grammatica amico/nemico ricorre, indipendentemente dal fatto che il nemico sia definito terrorista, narco-criminale, “autoritario” straniero o estremista nazionale. L’oggetto cambia; la logica no.

Le risposte liberali falliscono perché insistono sulla valutazione caso per caso, mentre il sistema opera attraverso continue eccezioni. Cercano errori procedurali laddove il problema è ontologico. Si chiedono se le norme siano state violate quando le norme stesse sono diventate strumenti.

Ciò che appare come una serie di crisi distinte è meglio comprenderlo come un singolo IperOggetto composto da importanti processi distruttivi sovrapposti: collasso climatico ecocida, guerra di classe oligarchica e militarizzazione permanente senza processi di pace contrastanti.

IV. Siamo già nella seconda guerra civile: di nuovo Schmitt, e perché il futurismo non coglie il punto

Quando ho scritto che gli Stati Uniti sono già nel mezzo della Seconda Guerra Civile, non evocavo immagini di eserciti di massa o di secessione formale. Stavo descrivendo una condizione: legittimità frammentata, diritto trasformato in arma, esposizione differenziata alla violenza statale, universi morali incompatibili e assenza di un orizzonte futuro condiviso.

È qui che riappare Schmitt, ma in forma degradata. La distinzione amico/nemico non stabilizza più l’ordine; si metastatizza. Molteplici istituzioni affermano simultaneamente definizioni di nemico incompatibili. Non esiste più un’unica decisione sovrana, ma solo una proliferazione di micro-eccezioni imposte da polizia, tribunali, agenzie ed ecosistemi mediatici.

Molti commenti contemporanei insistono sul fatto che gli Stati Uniti si stiano dirigendo verso una guerra civile. Studiosi come Barbara F. Walter inquadrano il problema come probabilistico e orientato al futuro: segnali d’allarme, indicatori di rischio, traiettorie. Questo lavoro rimane temporalmente disallineato. Presuppone che la guerra civile sia un evento da attraversare, piuttosto che una condizione già operativa a livello di legittimità, percezione e governance quotidiana.

La letteratura è stata più rapida a registrarlo rispetto alla scienza politica. “The Biography of X” di Catherine Lacey non si legge come futurismo speculativo, ma come una diagnosi di storia alternativa di una società già divisa in realtà incompatibili, dove la violenza è dilagante, l’autorità narrativa è frammentata e l’identità politica precede i fatti. Il romanzo non immagina una guerra civile imminente; presuppone che si sia già riorganizzata la vita.

Questo è proprio l’errore del futurismo liberale: aspettare lo spettacolo.

V. La mossa finale: Schmitt contro Schmitt

Parafrasando Schmitt contro se stesso (“in questo giorno [30 gennaio 1933], si può dire che ‘Hegel è morto'”), possiamo vedere che il 2016 è stato l’anno della morte di Carl Schmitt. La teoria di Schmitt richiedeva la fede nel sovrano. Richiedeva un decisore riconoscibile la cui autorità potesse sospendere la norma per ripristinarla.

Ciò che abbiamo ora è un’eccezione senza trascendenza.

Trump non ha inaugurato l’unità fascista. Ha prodotto una visibilità grottesca, una saturazione senza autorità, una repressione senza aura. L’imposizione persiste, ma non persuade più. In questo senso, Schmitt non ha trionfato nel 2016; il suo apparato concettuale ha smesso di descrivere la realtà.

VI. Perché dovremmo diventare disertori in tempo di guerra

Nel collasso in stile Seneca, il crollo non inizia con il fallimento istituzionale, ma con l’esaurimento delle eccedenze energetiche, affettive e cognitive che un tempo facevano sembrare validi la fede, la riforma e l’adempimento.

Ecco perché la Diserzione (Franco Berardi) (nota 4) non dovrebbe essere intesa come nichilismo, ma come etica razionale in una fase di declino energetico. Quando la sovranità non ispira più fede, la riforma opera solo come fantasia differita e l’imposizione procede indipendentemente dalla legittimità, l’investimento libidico continuato cessa di essere ragionevole. La Diserzione non designa passività o ritirata. Designa un ritiro strategico di affetti, credenze e speranze da sistemi che ora possono riprodursi solo estraendo sempre più energia psichica e sociale, accelerando proprio perché la loro base energetica sta venendo meno.

La diserzione, in questo senso, non abbandona la legge, ma accetta la sua trasformazione in residuo: una memoria di obbligo senza potere, uno standard che non autorizza più l’applicazione, ma continua a condannarla. Ciò che viene ritirato non è l’etica o l’agire, ma la partecipazione a un ordine giuridico che si è esentato dagli stessi obblighi che pretende di far rispettare. In condizioni di esaurimento sistemico, dove la legittimità si è esaurita ma l’applicazione persiste, il ritiro dell’investimento libidico non diventa nichilismo, ma una posizione necessaria, che non presume l’inevitabilità né prevede il collasso, ma si rifiuta di agire come se la continua accelerazione fosse l’unica forma di azione rimasta, o come se la moderazione, il rifiuto e la non cooperazione selettiva non avessero più importanza nel presente.

(Nota 5)

Nota a piè di pagina 1 –

per un esempio vedi

Peter Turchin, “End Times: Elites, Counter-Elites, and the Path of Political Disintegration” (University of California Press, 2024), analizza come l’accelerazione della frammentazione delle élite e della polarizzazione sociopolitica renda più probabili rotture importanti in sistemi politici apparentemente stabili, un quadro che aiuta a interpretare l’intensificarsi delle demarcazioni settarie nella politica statunitense contemporanea.

Claire Finkelstein, “Abbiamo condotto simulazioni di guerra civile statunitense ad alto livello. Il Minnesota è esattamente il luogo in cui iniziano”, The Guardian (21 gennaio 2026) https://www.theguardian.com/…/jan/21/ice-minnesota-trump

Barbara F. Walter, “The Coming Instability And Why We Know It’s Coming” (Substack, 1 ottobre 2025), sostiene che il senso pervasivo di catastrofe imminente – una temporalità condivisa dalle comunità sotto stress – è una formazione politica a sé stante, in cui il “futuro” è vissuto come una condizione già presente che richiede una normatività immediata piuttosto che una resa dei conti differita.

Ecco i draghi: segnali d’allarme dai margini della democrazia

L’instabilità imminente

Quando, in “How Civil Wars Start” (2022), lanciai l’allarme sul crescente rischio di una guerra civile negli Stati Uniti, molti lo liquidarono come allarmistico. Ross Douthat, sul New York Times, invitò i lettori a calmarsi riguardo all’idea della guerra. All’epoca, l’idea che l’America potesse sprofondare in una violenza politica diffusa sembrava impensabile…

Per saperne di più

4 mesi fa · 295 Mi piace · 59 commenti · Barbara F. Walter

Nota 2 –

Jean-Pierre Dupuy, “La guerra che non deve avvenire” (Stanford University Press, 2015),

In particolare, nel capitolo 2. Dupuy sviluppa quello che chiama “tempo proiettato”, sostenendo che quando una catastrofe di dimensioni monumentali diventa strutturalmente possibile, un’azione razionale richiede di trattarla come necessaria piuttosto che semplicemente possibile. Questa necessità non implica fatalismo o determinismo; piuttosto, è proprio ciò che motiva sforzi costanti di prevenzione, poiché una catastrofe semplicemente possibile manca di sufficiente forza motivazionale.

“Qui la possibilità implica la necessità… Non è una contraddizione… credere sia nella necessità del futuro sia nella sua indeterminatezza.”

Nota a piè di pagina 3-

Franco Berardi, “Dopo il futuro” (AK Press, 2011).

Berardi descrive una condizione culturale in cui il futuro non appare più come un orizzonte aperto, ma come uno spazio già precluso, che produce paralisi, ansia e riconoscimento ritardato piuttosto che un’azione decisiva: un complemento psichico all’analisi di Dupuy sulla temporalità catastrofica.

Berardi, “Il futuro è cancellato” (Verso, 2020). Berardi sostiene che la saturazione mediatica e il sovraccarico cognitivo del tardo capitalismo sopprimono la capacità di registrare catastrofi lente o astratte, rafforzando una tendenza collettiva ad attendere lo spettacolo piuttosto che agire su crolli strutturalmente prevedibili.

Nota a piè di pagina 4 –

Franco Berardi, Quit Everything: Interpreting Depression (Repeater, 2024). Berardi interpreta la depressione non principalmente come una patologia individuale, ma come un segnale sistemico che emerge quando le energie psichiche, libidiche e cognitive vengono spinte oltre i limiti sostenibili. In condizioni di superamento sociale ed energetico, il ritiro (“deserzione”) diventa una risposta adattiva razionale piuttosto che un rifiuto nichilista: una riduzione della partecipazione che rispecchia la contrazione materiale e le dinamiche di collasso in stile Seneca, in cui i sistemi si disgregano più velocemente di quanto i soggetti possano adattarsi consapevolmente. La diserzione, in questo senso, designa un rifiuto etico di continuare a fornire energia affettiva e cognitiva a sistemi in accelerazione che non possono più essere stabilizzati o riformati.

Nota a piè di pagina 5-

Roberto Esposito, “Immunitas: The Protection and Negation of Life” (Polity Press, 2011), in particolare i capitoli 1–2; si veda anche Bíos: Biopolitics and Philosophy. Attingendo esplicitamente ai concetti giuridici romani (munus, immunitas), Esposito mostra come gli ordini politici e giuridici si preservino esentandosi dall’obbligo in nome della protezione. Il diritto persiste, ma sempre più come forma priva di forza vincolante: una memoria dell’obbligo piuttosto che una fonte di legittimità. In condizioni di esaurimento sistemico, l’azione etica non consiste più in un rinnovato impegno verso istituzioni che governano senza credenza, ma in un ritiro selettivo da forme di partecipazione che servono solo a prolungare la loro sopravvivenza immunizzata.

Il discorso di Mark Carney a Davos segna una svolta epocale e preannuncia una scissione tra le élite_di Simplicius

Il discorso di Mark Carney a Davos segna una svolta epocale e preannuncia una scissione tra le élite

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Al recente forum di Davos, molti politici occidentali hanno fatto scalpore allontanandosi dagli Stati Uniti e annunciando in vari modi un avvicinamento alla Cina. Uno dei principali messaggi diffusi dai media mainstream è stato che Trump è stato “umiliato” durante l’evento dall’accoglienza riservatagli dai leader stanchi della sua politica.

Ciò richiama alla mente un’affascinante discussione su ciò che sta realmente accadendo in Occidente, rispetto a questi riorientamenti apparentemente contraddittori. Molti si chiedono giustamente come mai personaggi dello Stato profondo occidentale come Mark Carney, un banchiere globalista convinto, stiano scegliendo di orientarsi verso la Cina, che dovrebbe essere la nemesi della cricca globalista occidentale: c’è una frattura, una spaccatura nelle fazioni dello Stato profondo globale?

Dopo tutto, è la Cina che sta usurpando e tentando apertamente di distruggere il sistema bancario e finanziario occidentale, che è il cuore della cricca globale che controlla i vari rami degli Stati profondi occidentali: quindi come possiamo dare un senso a questo apparente cambiamento di rotta?

Iniziamo innanzitutto contestualizzando la situazione. Mark Carney ha tenuto un discorso “fondamentale” che molti salutano come una sorta di punto di biforcazione della traiettoria geopolitica dell’Occidente. Si tratta di un discorso davvero notevole, che merita di essere ascoltato per intero. In esso egli critica aspramente gli abusi eccessivi dei paesi più potenti e annuncia la fine del cosiddetto ordine basato sulle regole e l’inizio di un nuovo periodo di diplomazia basata sulla forza. Ma l’aspetto di gran lunga più notevole del discorso è stata la sua ammissione che l’intero ordine basato sulle regole e il sistema del “diritto internazionale” erano in realtà finzioni che l’Occidente utilizzava per mantenere lo status quo dell’egemonia americana perché era utile farlo.

Il discorso completo è riportato di seguito:

“Sapevamo che la storia dell’ordine basato sulle regole era in parte falsa… Sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’imputato e della vittima. Questa finzione era utile [grazie ai benefici forniti dall’egemonia americana]… Quindi abbiamo messo il cartello alla finestra. Abbiamo partecipato ai rituali. E abbiamo evitato in gran parte di denunciare il divario tra retorica e realtà. Questo compromesso non funziona più. Sarò diretto. Siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione… Non si può vivere nella menzogna del reciproco vantaggio attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione.”

L’altra parte rivelatrice del discorso è stata quella in cui si è ribellato ai dettami del proprio clan rinunciando alle varie “armi economiche” che le nazioni occidentali hanno a lungo brandito contro il mondo:

L’ironia della sorte, ovviamente, è che Carney era un complice totalmente consenziente di questi stessi sfruttamenti che ora condanna, quando servivano a lui e al suo clan: questo è il primo indizio della nostra discussione.

Mark Carney era governatore della Banca d’Inghilterra quando questa ha congelato i 5 miliardi di dollari di oro venezuelano in suo possesso

È stato un atto di pirateria degno di Trump + parte del vasto sforzo ventennale del governo britannico per rovesciare il governo venezuelano

L’oro rimane congelato

Stranamente, sembra ammettere che l’Occidente sia stato complice di questa “finzione” selettiva che impone in modo iniquo le sue “regole” inventate al resto del mondo, ma evita abilmente la responsabilità personale.

Ma soprattutto, dobbiamo chiederci qual è esattamente lo scopo del suo discorso?

Sappiamo bene che tali discorsi dei principali esponenti politici non provengono realmente da loro: non è che si siedono lì di loro spontanea volontà e si chiedono: “Cosa vogliono i miei elettori?” O, in questo caso: “Cosa vuole il popolo canadese per il nostro futuro comune?”

No, tali discorsi vengono scritti da autori di discorsi dopo aver consultato i team di dirigenti, capi di gabinetto, ecc., che operano come burattinai di ciascuna “amministrazione”. Questi sono i veri protagonisti dietro le quinte che ottengono direttive dai veri detentori del potere, ovvero i donatori di denaro, gli oligarchi, i gruppi di interesse speciale e le lobby che rappresentano gli interessi consolidati della piramide finanziaria al vertice. Carney è semplicemente il portavoce che comunica le loro nuove direttive, una sorta di ambasciatore del marchio o portavoce glorificato.

Quindi, alla luce del suo discorso, cosa possiamo dedurre o inferire da ciò che questi interessi di controllo stanno effettivamente cercando di dire e in quale direzione stanno cercando di orientare le cose?

Se ascoltiamo il suo discorso “decisivo”, notiamo una sorta di sottile inganno o gioco di prestigio. Da un lato denuncia i “vecchi ordini” del diritto internazionale illusorio e simili, ma dall’altro sembra invocare l’istituzione di nuovi “cooperativi” che sono essenzialmente la stessa cosa, o meglio, seguono gli stessi “valori”. Sembra quasi che stia dicendo: “Dovremmo ostracizzare l’unico membro che si è spinto troppo oltre, continuando la stessa farsa di prima”.

Critica l’integrazione della globalizzazione che ha portato le nazioni a diventare interdipendenti, chiaramente riferendosi agli Stati Uniti e alla “leva” coercitiva di Trump ora applicata a vari “alleati”. La sua soluzione è quindi che i paesi cerchino una maggiore “indipendenza” da quelle potenze egemoniche come gli Stati Uniti, istituendo al contempo un sistema di alleanze “à la carte”. Si tratta di una sorta di visione per un “ordine basato su regole” decentralizzato, gestito secondo un concetto di adesione ad hoc.

Ancora una volta, ci chiediamo: cosa significa esattamente questo segnale? Molti ricorderanno le teorie cospirative di lunga data secondo cui la cosiddetta cricca finanziaria londinese avrebbe trasferito le proprie operazioni in Cina dopo aver parassitariamente svuotato l’impero americano, e che il “Nuovo Ordine Mondiale” avrebbe avuto in futuro sede in Oriente come una sorta di riorientamento strategico delle élite che governano il globo. Molti giungeranno alla conclusione che questo è esattamente ciò che significa il discorso di Mark Carney e che la Cina è ora chiaramente all’interno dei confini del “NWO”. In realtà, Carney ha persino invocato in modo minaccioso il Nuovo Ordine Mondiale direttamente in un altro discorso di qualche giorno fa, in cui faceva riferimento alla sua svolta verso la Cina:

Non possiamo negare il fatto che la cricca bancaria e finanziaria occidentale desideri poter mettere le catene alla Cina come ha fatto con ogni nazione occidentale, quindi le parole di Carney potrebbero certamente essere un indizio di un’intenzione implicita. Ma è molto improbabile che la Cina cada in una trappola così facile. È già troppo potente per essere manipolata con le tipiche lusinghe economiche e i trucchi vanitosi utilizzati con le nazioni più deboli.

È più probabile che il discorso di Carney rappresenti un atto di disperazione da parte di queste élite occidentali. Sanno che devono consolidare il più possibile il loro potere e che devono rimanere in gioco: Carney fa riferimento a questo in modo specifico affermando che le “potenze medie” devono collaborare per ottenere un posto al tavolo delle trattative ed evitare di finire “nel menu”. Inoltre, ammette apertamente che la nuova visione ruota attorno a un pragmatismo di tipo realpolitico soprannominato “realismo basato sui valori”, come coniato dal finlandese Alexander Stubb.

Quando si mettono insieme tutti questi elementi, la visione diventa più chiara: le élite sembrano comprendere che, per sopravvivere, devono mantenere un “posto al tavolo”, ovvero conservare una parvenza di potere e influenza. E in questo momento l’unico modo per farlo è abbracciare il “realismo” – piuttosto che un pensiero dogmatico e illusorio – che in questo caso significa aprirsi alla Cina. In altre parole: abbracciare temporaneamente il proprio nemico se questo significa sopravvivere un po’ più a lungo.

Il motivo per cui non definiscono il precedente “ordine basato sulle regole” completamente morto, ma semplicemente in fase di declino, è perché probabilmente credono di poter ancora aspettare che passi questo periodo “temporaneo” di rinascita sciovinista americana. Se solo riuscissimo a prendere tempo, pensano, lasciando che la Cina ci tenga a galla, alla fine questa pericolosa “fase” americana passerà e i nostri due Deep State si uniranno nuovamente in un unico ordine imperiale occidentale, come ai bei vecchi tempi!

È possibile che credano anche che, orientandosi verso la Cina, possano contribuire a “affamare” l’amministrazione Trump, accorciando la sua permanenza al potere. In altre parole: più attività commerciali vengono riorientate verso la Cina, meno obiettivi economici Trump sarà in grado di raggiungere, indebolendo la sua posizione e facilitando la sua impopolarità e, auspicabilmente, ai loro occhi, la fine dell’intero movimento.

In una certa misura, la “rottura” – come l’ha definita Carney – dimostra che le “élite” non sono un gruppo monolitico con ordini di marcia perfettamente uniformi. Esistono varie proprietà emergenti che derivano naturalmente dai loro interessi comuni, che nella maggior parte dei casi li allineano lungo vettori convenienti. Ma in questi spazi vuoti, c’è spazio per molte di queste élite di vertice per divergere nel loro modo di pensare. Ciò è stato recentemente sottolineato da un video virale di Larry Fink di BlackRock, che spiega come i paesi che hanno evitato la migrazione di massa potrebbero in realtà essere nella posizione migliore per la crescita e la prosperità future, contrariamente alle teorie prevalenti del passato. Ciò sembrerebbe andare contro le teorie convenzionali sulle dinamiche di potere delle élite e sulla loro presunta uniformità.

Sappiamo che anche l’amministrazione Trump è immersa fino al collo nella “palude” globalista, nonostante si presenti come un gruppo di ribelli politici. Sì, per molti versi Trump è stato uno scismatico perché si è ribellato contro alcune delle mozioni dello Stato Profondo, pur rimanendo pienamente in linea con altre. Come spiegato in precedenza, gran parte della cospirazione globale è di natura emergente, piuttosto che essere totalmente controllata a livello centrale. Ci sono vari interessi sovrapposti che confluiscono naturalmente verso obiettivi comuni, ma ci sono molte aree in cui i vari rami sono in disaccordo. Si pensi alla mafia: le famiglie si siedono a tavolino per risolvere le questioni e raggiungere il più possibile accordi sulla divisione dei vari territori del loro dominio. Ma ci sono molti disaccordi che portano a violenti conflitti intestini in cui le famiglie al vertice sono costrette a episodi di grande spargimento di sangue.

Allo stesso modo, Trump e il suo clan hanno molti interessi in comune con il più ampio Deep State globale, in particolare per quanto riguarda Israele e il prolungamento generale della supremazia occidentale nel mondo. Tuttavia, su alcuni aspetti culturali non era d’accordo con loro. Ad esempio, sembra che all’interno dello stesso Deep State globale ci siano fazioni rivali, una delle quali non è d’accordo con la massiccia kalergificazione del mondo occidentale come il più grande progetto di ingegneria sociale e di sostituzione genetica nella storia mondiale.

Trump sembra voler tornare a uno status quo ante, in cui i mali terminali del sistema finanziario globale vengono mascherati dal “fascino” di un boom economico fittizio. Ma non sta più leggendo la situazione perché la nuova generazione di osservatori e attivisti politici è sempre più consapevole del fatto che c’è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nell’intero sistema su cui si basano tutto il commercio globale e la civiltà. Trump vuole tornare ai “giorni d’oro” che non potranno mai essere ripristinati perché sono stati artificialmente creati prendendo tempo, ma quel tempo è ormai scaduto e la gente lo sente nel profondo.

Questo è il motivo alla base delle divisioni tra le fazioni del cosiddetto Deep State globale: nessuno, nemmeno ai vertici, sa veramente come raddrizzare questa nave in corsa sfrenata e risolvere il conseguente disfacimento sociale e geopolitico in atto, e così ogni fazione ora agisce disperatamente per conto proprio con diverse incursioni sperimentali ad alto rischio, causando un aumento delle tensioni interne.

Certo, sotto la superficie del disordine rimangono fedeli sostenitori del loro colosso finanziario e, secondo la teoria dei giochi, si schiereranno sempre l’uno con l’altro quando ciò favorisce la causa comune. Ma è semplicemente vero che ora, forse per la prima volta in assoluto, esistono profondi disaccordi su come procedere nell’ignoto che essi stessi hanno creato.

Le notizie recenti sono state piene di articoli sulla fine del dollaro, su come sia sceso al livello più basso di riserva globale di questo secolo e sul conseguente boom dell’argento e dell’oro.

Ora, secondo quanto riportato dal Berliner Zeitung, l’India starebbe spingendo i paesi BRICS a collegare finalmente le loro valute digitali, in modo da erodere ulteriormente il dominio del dollaro:

https://www.berliner-zeitung. de/politik-gesellschaft/geopolitik/brics-dollar-digitale-waehrungen-cbdc-brics-pay-indien-gipfel-2026-li.10015640

I paesi BRICS stanno proseguendo i loro sforzi per creare un’infrastruttura finanziaria alternativa. La banca centrale indiana ha proposto di collegare le valute digitali nazionali delle banche centrali (CBDC) dei paesi BRICS al fine di facilitare i pagamenti transfrontalieri nel commercio e nel turismo. Secondo quanto riportato dai media, il progetto sarà inserito nell’agenda del vertice BRICS del 2026, che sarà ospitato dall’India.

La traiettoria del dollaro sembra chiara, e le ultime convulsioni imperialistiche dell’amministrazione Trump sembrano mirate a mantenere il dominio globale del dollaro attraverso l’imposizione di dazi doganali e il blocco economico di tutti i concorrenti fino alla loro scomparsa. È chiaro, tuttavia, che questo non funzionerà, e quindi le cose procederanno rapidamente, con le élite globali che si contorceranno in disperati tentativi di raddrizzare la nave, simili alle scene finali “tutti contro tutti” del Titanic.

In breve, possiamo dire: il sistema si sta autodistruggendo; le sue fondamenta stanno vacillando.

E il fatto che personaggi come Mark Carney stiano cominciando ad ammettere gli indicibili peccati del passato di questo sistema inviolabile che un tempo proteggevano e veneravano con tanto zelo significa che la situazione è finalmente giunta al culmine. Dichiarazioni un tempo riservate alle oscure stanze dei bottoni sono ora venute alla luce come grida disperate di allarme.

Il fatto che Carney e i suoi simili siano in grado di evocare questi peccati globali del passato del loro sistema mostruosamente predatorio senza espiarli in alcun modo, significa che il sistema rimane destinato a implodere sotto il peso delle proprie ipocrisie inconciliabili. Nessuna abile manovra riuscirà a cancellare quella macchia nera, perché i nuovi sceriffi in città – Cina, Russia e compagni – non permetteranno mai più di essere sfruttati come in passato.

L’era dei pranzi gratis per la Ruse Based Ordure è finita.


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La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025: Trasformare l’egemonia e un ordine internazionale in transizione I e II parte_di Tiberio Graziani

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025: Trasformare l’egemonia e un ordine internazionale in transizione

L’autore sostiene che la Strategia di sicurezza nazionale 2025 emerge in un momento in cui il dominio unipolare degli Stati Uniti si è indebolito e il sistema internazionale è sempre più plasmato da molteplici centri di potere.

Tiberio Graziani

17 dicembre 2025

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8 minuti 

Parole chiave: egemonia degli Stati Uniti, ordine policentrico, reindustrializzazione e sicurezza interna, NATO e autonomia europea, competizione strategica tra Stati Uniti e Cina

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La Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) 2025 emerge in un momento delicato della storia strategica degli Stati Uniti e, più in generale, dell’evoluzione dell’ordine internazionale. Dopo i tre decenni successivi alla fine della Guerra Fredda, caratterizzati da una fase di apparente unipolarità americana, il sistema globale è ora attraversato dall’ascesa di molteplici centri di potere: Cina, Russia, India, il gruppo BRICS allargato e nuovi attori regionali nel Vicino e Medio Oriente, in Africa e in America Latina. In questo contesto, la capacità di Washington di stabilire unilateralmente le regole del gioco non può più essere data per scontata.

La NSS 2025 nasce proprio in questo contesto di tensione: da un lato, ribadisce con fermezza l’obiettivo di preservare il ruolo centrale degli Stati Uniti; dall’altro, riflette la consapevolezza che tale centralità è sempre più contestata e indebolita da processi geopolitici, economici e tecnologici di lungo periodo. La strategia rifiuta esplicitamente l’idea di un ordine policentrico pienamente cooperativo e mira invece a riorganizzare l’architettura internazionale in forma gerarchica, con Washington al vertice e una serie di poli subordinati che fungono da garanti locali di un sistema ancora guidato dal potere statunitense.

Questo approccio può essere descritto come «unipolarismo reattivo»: non più l’unipolarità trionfante degli anni ’90, ma piuttosto il tentativo di prolungare l’egemonia in condizioni strutturali meno favorevoli, attraverso strumenti più selettivi, più difensivi e talvolta apertamente coercitivi.

CONTINUITÀ E ROTTURE CON LE STRATEGIE PRECEDENTI

Continuità strutturali

Nonostante le sue innovazioni, la Strategia di sicurezza nazionale 2025 si inserisce in una linea di continuità con le principali strategie sviluppate dal 2001. Diversi pilastri fondamentali rimangono invariati.

In primo luogo, l’obiettivo di impedire l’emergere di potenze egemoniche regionali ostili rimane centrale. Gli Stati Uniti continuano a considerare fondamentale impedire che qualsiasi potenza rivale domini l’Europa, l’Asia orientale o il Vicino e Medio Oriente. Questo obiettivo è alla base del mantenimento di una presenza militare avanzata degli Stati Uniti in Europa (attraverso la NATO) e in Asia (attraverso il sistema di alleanze bilaterali con Giappone, Corea del Sud e Australia, nonché il partenariato strategico con l’India).

In secondo luogo, la strategia ribadisce la logica della “pace attraverso la forza”. Il rafforzamento della potenza militare, sia convenzionale che nucleare, rimane un pilastro della politica di sicurezza degli Stati Uniti. La deterrenza è ancora percepita come lo strumento principale per prevenire i conflitti tra grandi potenze e per mantenere equilibri di potere favorevoli.

In terzo luogo, si consolida ulteriormente la centralità dell’Indo-Pacifico e della competizione tecnologica con la Cina. La supremazia in settori quali l’intelligenza artificiale, l’informatica quantistica, le telecomunicazioni avanzate, l’energia e le biotecnologie è considerata parte integrante della sicurezza nazionale, piuttosto che un semplice obiettivo economico o industriale.

Infine, il sistema di alleanze e partenariati continua a essere considerato un moltiplicatore di forza. Gli Stati Uniti intendono affidarsi all’Europa, al Giappone, all’India, all’Australia e ad altri partner per distribuire gli oneri e le responsabilità associati alla gestione dell’ordine internazionale.

Discontinuità: sovranismo, protezionismo e la fine del globalismo

Accanto a queste continuità, emergono chiaramente anche alcune significative discontinuità.

Il primo riguarda il rifiuto della globalizzazione. La strategia critica esplicitamente trent’anni di libero scambio, delocalizzazione, apertura indiscriminata dei mercati e dipendenza da istituzioni internazionali percepite come veicoli di erosione della sovranità economica degli Stati Uniti. L’obiettivo dichiarato non è più quello di “guidare l’ordine liberale”, ma piuttosto quello di difendere gli interessi degli Stati Uniti come priorità, anche a costo di minare le regole e le pratiche stabilite nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale.

La seconda grande discontinuità è la centralità attribuita alla migrazione. L’immigrazione non è più considerata principalmente come una questione sociale o economica, ma come una minaccia fondamentale alla coesione interna e, quindi, alla sicurezza nazionale. La protezione delle frontiere è definita come la prima linea di difesa dello Stato e la strategia proclama esplicitamente la “fine dell’era della migrazione di massa”. Ciò rappresenta un profondo cambiamento rispetto alle fasi precedenti, in cui le minacce principali erano identificate nel terrorismo o nella proliferazione nucleare.

La terza svolta riguarda l’abbandono della retorica della “promozione della democrazia”. La NSS 2025 non cerca più di trasformare altri sistemi politici dall’esterno invocando i diritti umani e le norme democratiche. Al contrario, afferma la legittimità della cooperazione con regimi non democratici quando ciò serve gli interessi degli Stati Uniti. Ciò segna un chiaro allontanamento dalle dottrine interventiste degli anni ’90 e 2000.

La quarta rottura risiede nella trasformazione delle alleanze in rapporti contrattuali condizionati. Le alleanze non sono più concepite come comunità di valori condivisi, ma come meccanismi attraverso i quali Washington richiede ai propri alleati maggiori spese per la difesa, acquisti di armi e allineamento tecnologico e geoeconomico in cambio di garanzie di sicurezza.

Infine, la strategia abbraccia una forma di “mercantilismo strategico”. La reindustrializzazione, il protezionismo, l’uso politico delle tariffe doganali e il rifiuto del paradigma “Net Zero” diventano componenti integranti della dottrina di sicurezza, piuttosto che semplici elementi della politica economica interna.

La sicurezza come difesa dell’ordine interno

Uno degli aspetti più innovativi della Strategia di sicurezza nazionale 2025 è lo stretto legame che stabilisce tra la sicurezza interna e la capacità di proiezione di potere all’estero.

Reindustrializzazione e sovranità economica

L’erosione della base industriale è identificata come una minaccia alla sicurezza nazionale. La reindustrializzazione è presentata come una condizione necessaria per sostenere la capacità militare, ridurre la dipendenza da catene di approvvigionamento globali vulnerabili, riequilibrare le relazioni economiche con la Cina e proteggere la società americana dalle conseguenze sociali e politiche della deindustrializzazione.

Questo approccio ribalta il paradigma del recente passato: non è più l’apertura commerciale a garantire il potere, ma piuttosto il controllo sulle infrastrutture produttive, energetiche e tecnologiche critiche. La sicurezza nazionale è quindi ancorata alla sovranità industriale.

Migrazione, società e vulnerabilità interna

La strategia sottolinea la minaccia rappresentata dalla migrazione irregolare, dal traffico di droga (in particolare il fentanil) e dalla crescente percezione di insicurezza sociale. I flussi migratori su larga scala sono associati al rischio di frammentazione dell’identità e di crisi politica interna. La sicurezza delle frontiere è quindi elevata a pilastro centrale della sicurezza nazionale.

Questo cambiamento ha implicazioni significative: le minacce non provengono più solo da attori statali ostili, ma anche da processi transnazionali – migrazione, reti criminali e instabilità sociale – che influenzano direttamente la coesione della comunità politica americana.

La crisi del globalismo e la deglobalizzazione selettiva

La critica al globalismo si traduce in una forma di deglobalizzazione selettiva. Gli Stati Uniti non abbandonano del tutto la globalizzazione, ma cercano invece di gestirne gli effetti al fine di preservare la propria supremazia. Da un lato, l’accesso a settori strategici – quali tecnologie avanzate, catene del valore critiche e infrastrutture digitali – è limitato o filtrato; dall’altro, il ruolo del dollaro e dei mercati finanziari statunitensi come fulcro del sistema economico internazionale viene mantenuto e rafforzato.

(Questo articolo costituisce la prima parte di un articolo in due parti che esamina la Strategia di sicurezza nazionale 2025.)

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025: Trasformare l’egemonia e un ordine internazionale in transizione

In questa seconda parte dell’articolo, l’autore sostiene che trattando gli alleati come semplici appaltatori anziché come co-progettisti e facendo ampio ricorso a strumenti economici coercitivi, la strategia rischia di minare le proprie fondamenta di legittimità, attrattiva e sostenibilità a lungo termine.

Tiberio Graziani

21 dicembre 2025

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Parole chiave: egemonia degli Stati Uniti, ordine policentrico, reindustrializzazione e sicurezza interna, NATO e autonomia europea, competizione strategica tra Stati Uniti e Cina

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EUROPA, RUSSIA ED EURASIA: UN FRONTE DA STABILIZZARE MA NON DA EMANCIPARE

La sezione europea della strategia è particolarmente significativa per comprendere la logica complessiva del documento.

L’Europa come spazio di proiezione, non come polo autonomo

L’Europa viene presentata come un partner fondamentale, ma non come un attore in grado di definire in modo indipendente il proprio destino strategico. La retorica del “rafforzamento dell’Europa” è accompagnata da una serie di condizioni: un forte aumento della spesa militare, una riduzione della dipendenza energetica e tecnologica dagli attori non occidentali, una maggiore apertura ai prodotti e alle tecnologie statunitensi e il sostegno alle forze politiche meno integrate nel progetto sovranazionale europeo.

Il presupposto implicito è che un’Europa veramente autonoma, in particolare se in grado di instaurare un dialogo strutturato con la Russia e la Cina, rappresenterebbe una minaccia per l’ordine atlantico. Di conseguenza, la strategia mira a raggiungere un equilibrio in cui gli Stati europei rimangano sufficientemente forti da contribuire alla sicurezza del continente, ma non al punto da poter definire un’agenda strategica indipendente.

Russia: stabilizzare il conflitto e prevenire un asse eurasiatico

La strategia dichiara l’intenzione di negoziare una rapida cessazione delle ostilità in Ucraina e di ripristinare condizioni di stabilità strategica con Mosca. Ciò segna un cambiamento di tono rispetto al periodo in cui l’obiettivo esplicito era l’indebolimento a lungo termine della Russia. Tuttavia, l’obiettivo non è quello di integrare la Russia come polo legittimo all’interno di un ordine multipolare eurasiatico, ma piuttosto di congelarne il ruolo, impedendole di fungere da ponte strutturale tra Europa e Asia.

In questo senso, la stabilizzazione del fronte ucraino appare fondamentale per impedire la nascita di uno spazio eurasiatico più ampio che colleghi Mosca, Berlino, Pechino e altre capitali attraverso reti di interdipendenza energetica, infrastrutturale e tecnologica che costituirebbero un’alternativa all’ordine guidato dagli Stati Uniti.

La NATO come strumento di trasferimento degli oneri

La NATO rimane al centro dell’architettura di sicurezza euro-atlantica, ma la sua funzione è stata ridefinita: da organizzazione difensiva contro un nemico chiaramente identificato a piattaforma per il trasferimento di oneri e responsabilità agli alleati europei.

L’aumento della spesa per la difesa e la spinta verso una “NATO più piccola ma più fortemente armata” dovrebbero essere interpretati come un tentativo di: (a) rafforzare le capacità europee di contenimento della Russia; (b) generare domanda per l’industria della difesa statunitense; (c) liberare risorse americane da ridistribuire nel teatro indo-pacifico.

ASIA E EMISFERO OCCIDENTALE: CONTENERE LA CINA E IL RITORNO DELLA DOTTRINA MONROE

La Cina come sfida sistemica

La Cina è considerata una sfida sistemica di natura prevalentemente economica e tecnologica piuttosto che ideologica. La priorità dichiarata è quella di “riequilibrare” le relazioni economiche, ridurre i deficit e le dipendenze, limitare l’accesso della Cina alle tecnologie critiche e contrastare la sua espansione nei paesi a medio e basso reddito.

La strategia combina dazi e sanzioni, controlli sulle esportazioni e sugli investimenti, la creazione di coalizioni normative con Europa, Giappone, India e Australia e investimenti interni in settori strategici.

Questo approccio, tuttavia, comporta un potenziale effetto collaterale: incoraggia Pechino a rafforzare ulteriormente i legami con la Russia, l’Iran, i paesi dell’ASEAN, l’Africa e l’America Latina, accelerando così la differenziazione del sistema economico globale e l’emergere di circuiti finanziari e tecnologici alternativi a quelli occidentali.

L’Indo-Pacifico e il ruolo degli alleati regionali

India, Giappone, Corea del Sud e Australia hanno ruoli complementari nel contenimento della Cina:

  • L’India come grande potenza continentale con margini di autonomia, orientata a limitare l’espansione cinese nel subcontinente e nell’Oceano Indiano;
  • Giappone e Corea del Sud come pilastri della difesa marittima e aerea lungo la “prima catena di isole”;
  • L’Australia come piattaforma logistica avanzata nel Pacifico.

Anche in questo caso la logica è transazionale: Washington offre deterrenza e garanzie di sicurezza, ma chiede ai suoi alleati aumenti sostanziali della spesa per la difesa, allineamento tecnologico e partecipazione attiva alle strategie di contenimento.

L’AMERICA LATINA E IL “COROLLAIO TRUMP” ALLA DOTTRINA MONROE

All’interno del proprio emisfero, gli Stati Uniti rilanciano una versione aggiornata della Dottrina Monroe. L’obiettivo è impedire alle potenze extra-emisferiche, soprattutto Cina e Russia, di acquisire il controllo delle infrastrutture critiche, delle risorse naturali, delle reti digitali e, più in generale, di esercitare una forte influenza politica nei paesi dell’America Latina.

La strategia combina:

  • iniziative economiche e commerciali preferenziali per i partner allineati;
  • cooperazione in materia di sicurezza nella lotta contro i cartelli della droga e il traffico illegale;
  • pressione politica contro i governi percepiti come eccessivamente vicini a Pechino o Mosca.

Tuttavia, i processi in atto nella regione – quali la crescente interdipendenza commerciale con la Cina, la sperimentazione di accordi monetari alternativi e il crescente interesse per il BRICS+ – rendono sempre più difficile sostenere questa pretesa di esclusività.

VALUTAZIONE COMPLESSIVA: UNA STRATEGIA DI DIFESA EGEMONICA

Nel complesso, la Strategia di sicurezza nazionale 2025 appare come una strategia volta più a difendere che ad espandere l’egemonia degli Stati Uniti. I suoi punti di forza non devono essere sottovalutati:

  • riconosce che il potere esterno dipende dalla resilienza interna;
  • identifica chiaramente la centralità della concorrenza con la Cina;
  • riconosce la necessità di evitare di disperdere le risorse militari su troppi fronti;
  • mira a ridurre le dipendenze economiche ritenute pericolose.

Allo stesso tempo, emergono limiti strutturali significativi:

1. Rifiuto di un ordine cooperativo multipolare

La strategia riconosce l’esistenza di più poli, ma non ne accetta la piena legittimità. Gli altri attori sono considerati rivali da contenere o partner subordinati. Nel medio termine, ciò rischia di favorire la convergenza tra potenze che, nonostante le loro differenze, condividono l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal sistema incentrato sugli Stati Uniti.

2. Gli alleati trattati come appaltatori piuttosto che come co-architetti dell’ordine

La trasformazione delle alleanze in relazioni prevalentemente transazionali potrebbe minare la fiducia politica che le ha sostenute per decenni. L’Europa, in particolare, potrebbe reagire, sebbene con difficoltà, cercando una maggiore autonomia strategica qualora l’allineamento atlantico fosse percepito come eccessivamente costoso in termini economici e politici.

3. Uso difensivo del potere economico

Tariffe, sanzioni, controlli tecnologici e condizionalità finanziaria sono strumenti efficaci nel breve termine, ma insufficienti per costruire un ordine verso cui gli altri attori convergano volontariamente. Un potere che fa sempre più affidamento su strumenti restrittivi rischia di erodere la propria capacità di attrazione.

4. Fragilità interna irrisolta

L’importanza attribuita alla migrazione, alla droga e all’insicurezza sociale rivela una profonda preoccupazione per la coesione interna. Se questi problemi vengono affrontati quasi esclusivamente attraverso approcci di sicurezza, senza sforzi paralleli per affrontare le loro radici economiche e politiche, il risultato potrebbe essere solo una sicurezza apparente che non riesce ad affrontare le cause sottostanti della vulnerabilità.

CONCLUSIONE

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 descrive un’America riluttante a rinunciare al proprio ruolo di potenza centrale, ma costretta a ripensare profondamente i mezzi attraverso i quali cerca di preservare tale ruolo. Piuttosto che proporre un progetto di ordine condiviso, la strategia delinea un disegno per la ri-gerarchizzazione del sistema internazionale: un mondo in cui esistono più poli, ma organizzati attorno a un vertice statunitense che continua a stabilire standard, regole e priorità.

In definitiva, si tratta di una strategia di transizione: troppo consapevole della crisi del vecchio ordine per limitarsi a riprodurlo, ma non ancora pronta a immaginare un assetto realmente policentrico in cui gli Stati Uniti sarebbero una grande potenza tra le altre, anziché il centro inevitabile del sistema.

Il futuro dell’ordine internazionale dipenderà in parte proprio da questa tensione: dalla capacità – o incapacità – di questa strategia di adattarsi a un mondo in cui la forza militare e il potere economico, pur rimanendo fondamentali, non sono più sufficienti a sostenere un’egemonia incontrastata. Resta da vedere se la NSS 2025 si evolverà in una piattaforma per una nuova forma di coesistenza tra le potenze o rimarrà il manifesto di un’egemonia difensiva destinata a essere erosa proprio dai processi che cerca di contenere.

Il “Reset nazionale” di Trump è più o meno accettabile del “Great Reset” tecnologico di Klaus Schwab?_di Éric Verhaeghe

Il “Reset nazionale” di Trump è più o meno accettabile del “Great Reset” tecnologico di Klaus Schwab?


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A Davos, Donald Trump ha portato con sé una nutrita delegazione americana per marcare il territorio e annunciare un completo ribaltamento della situazione. Siamo passati dal Great Reset tecnocratico professato nel 2020 da Klaus Schwab, fondatore del Forum, a un Reset nazionale dai toni molto diversi. Ma è meglio così?

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La 56ª riunione annuale del Forum economico mondiale (WEF) a Davos, nel gennaio 2026, rimarrà nella storia diplomatica ed economica come il momento preciso in cui l’ordine liberale internazionale, pazientemente costruito dal 1945, ha smesso di essere il riferimento normativo dell’Occidente. Mentre il tema ufficiale della conferenza, “Uno spirito di dialogo”, cercava disperatamente di mantenere una parvenza di coesione multilaterale, l’intervento del presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, ha infranto questo consenso di facciata. A un anno dal suo ritorno alla Casa Bianca, forte di un’economia americana che registra una crescita insolente del 5,4%, il presidente americano non è venuto a Davos per dialogare, ma per dettare i termini di una nuova egemonia.

Questa rubrica si propone di analizzare in profondità la natura di questo intervento e di rispondere alla domanda centrale: Donald Trump ha annunciato un “nuovo Great Reset”? Se per “Reset” si intende un ripristino fondamentale del sistema operativo mondiale, la risposta è affermativa. Tuttavia, questo “Reset Nazionale” è l’antitesi assoluta del “Grande Reset” proposto da Klaus Schwab nel 2020. Laddove Schwab immaginava una governance tecnocratica, verde e inclusiva basata sulla cooperazione multilaterale, Trump impone un’architettura fondata sul bilateralismo coercitivo, sul realismo energetico (fossile e nucleare) e sulla conservazione della civiltà occidentale.

Un’analisi dettagliata dei discorsi, delle reazioni internazionali e dei dati economici rivela che il progetto di Trump, sebbene più immediatamente potente grazie alla forza economica degli Stati Uniti, soffre di gravi vulnerabilità strutturali che ne compromettono la sostenibilità a lungo termine, a differenza del progetto di Schwab che, sebbene ideologicamente coerente, si è infranto contro il muro della realtà politica.


I. Contesto della rottura: Davos 2026, teatro di uno scontro storico

1.1. L’atmosfera della 56ª riunione annuale

È impossibile comprendere la portata dell’annuncio di Donald Trump senza cogliere l’atmosfera crepuscolare che regnava a Davos in quel gennaio 2026. Il Forum, fondato da Klaus Schwab nel 1971 per promuovere il management americano in Europa, si era trasformato nel corso dei decenni in una cattedrale della globalizzazione felice. Tuttavia, l’edizione del 2026 ha segnato la fine di questa innocenza. La notevole assenza dello stesso Klaus Schwab, allontanato a seguito di controversie interne e sostituito da un interim dominato da Larry Fink di BlackRock, simboleggiava già la fine di un’epoca.

L’arrivo di Donald Trump, a capo della più grande delegazione americana mai inviata al Forum, è stato percepito non come una visita di Stato, ma come un’ispezione da parte di un proprietario ostile. Il governatore democratico della California, Gavin Newsom, presente sul posto, ha paragonato il presidente a un “T-Rex” con cui è impossibile qualsiasi forma di diplomazia: “o ti accoppi con lui o ti divora”. Questa metafora riassume perfettamente la dinamica della conferenza: la paura e lo stupore hanno sostituito il consueto networking cortese.

1.2. La fine del vecchio ordine

I leader europei presenti hanno sorprendentemente avallato la premessa trumpiana di una rottura sistemica. Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha ammesso nel suo discorso che «il vecchio ordine non tornerà» e che la nostalgia «non è una strategia». Emmanuel Macron ha rincarato la dose mettendo in guardia contro un “nuovo imperialismo”, riconoscendo implicitamente che le regole del gioco sono cambiate.

Questa convergenza nella constatazione che il mondo pre-2020 è finito è il punto di partenza del “Reset” di Trump. Tuttavia, mentre gli europei vedono questa rottura come una tragedia da gestire attraverso una maggiore integrazione (l’appello di Von der Leyen a una “indipendenza europea”), Trump la vede come un’opportunità di mercato per ristabilire il primato americano senza i costi di mantenimento della leadership mondiale tradizionale.


II. Anatomia del “Reset Nazionale” di Donald Trump

Il progetto presentato da Donald Trump a Davos non si limita a una serie di misure protezionistiche, ma costituisce una dottrina coerente che potremmo definire “Reset Nazionale”. Questo modello si basa su quattro pilastri fondamentali che ristrutturano l’ordine mondiale attorno all’interesse nazionale americano.

2.1. Il pilastro economico: la prosperità come arma di guerra

Il fondamento della legittimità del “Reset” di Trump è la performance economica lorda. Contrariamente al “Grande Reset” di Schwab, che cercava di misurare la prosperità attraverso metriche inclusive (ESG), Trump torna a una metrica unica e spietata: la crescita del PIL e la performance del mercato azionario.

2.1.1. I numeri del “miracolo” americano

Nel suo discorso, il presidente Trump ha martellato senza sfumature le statistiche della sua “rinascita economica”, presentando l’America non più come il consumatore di ultima istanza del mondo, ma come il suo motore di produzione esclusivo:

●      Crescita del PIL: una crescita annualizzata del 5,4% nel quarto trimestre del 2025. Questo dato, confermato dal modello GDPNow della Fed di Atlanta, supera ampiamente le previsioni degli economisti tradizionali, che si attestavano al 2,1%.

●      Inflazione: inflazione “sconfitta”, riportata all’1,6% (inflazione core), contraddicendo i timori di stagflazione.

●      Mercati finanziari: 52 record storici battuti in un anno, con una previsione di un Dow Jones che raggiungerà i 50.000 punti.

●      Bilancia commerciale: una riduzione spettacolare del 77% del deficit commerciale mensile, che segnala un effettivo disaccoppiamento dagli esportatori tradizionali (Cina, UE).

2.1.2. Il meccanismo: deregolamentazione e “OBBBA”

Questo boom non è casuale, ma è il risultato di una politica di offerta aggressiva. Trump ha citato un rapporto di deregolamentazione senza precedenti di “129 regolamenti aboliti per uno nuovo”, liberando così il capitale. Inoltre, il riferimento alla legislazione “OBBBA” e al ripristino dei vantaggi fiscali del TCJA (Tax Cuts and Jobs Act) indica una massiccia ripresa fiscale. Il messaggio alle élite di Davos è chiaro: il modello americano di capitalismo sfrenato ha trionfato sul modello renano o sul capitalismo di Stato cinese.

2.2. Il pilastro energetico: il realismo al servizio dell’IA

È proprio sulla questione energetica che la rottura con il “Grande Reset” di Schwab è più violenta. Trump ha esplicitamente collegato la politica energetica alla supremazia tecnologica, in particolare nel campo dell’Intelligenza Artificiale.

2.2.1. L’equazione Energia = IA

Il presidente ha dichiarato: “Avevamo bisogno di più del doppio dell’energia attuale del Paese solo per alimentare gli impianti di IA”. Questa dichiarazione segna una svolta concettuale. L’energia non è più una merce di cui ridurre l’impronta di carbonio, ma una risorsa strategica di cui massimizzare la produzione per vincere la corsa tecnologica.

●      Il fulcro nucleare e fossile: per soddisfare questa domanda vorace, Trump ha firmato ordini esecutivi per “numerosi nuovi reattori nucleari”, lodandone la sicurezza e il costo. Allo stesso tempo, ha ridicolizzato l’energia eolica, affermando (falsamente, come ha osservato la Cina) di non aver trovato parchi eolici funzionanti.

●      Il prezzo dell’energia: con un gallone di benzina a 1,95 dollari, Trump sfrutta l’energia a basso costo come vantaggio competitivo per reindustrializzare l’America, costringendo le aziende europee, gravate da costi energetici elevati (secondo Trump, del 64% più cari nel Regno Unito), a delocalizzare negli Stati Uniti.

2.3. Il pilastro culturale: la civiltà contro il “wokismo”

Il “reset” di Trump ha una dimensione culturale esplicita. Laddove Schwab promuoveva l’inclusione e la diversità globale, Trump difende il patrimonio culturale occidentale come fattore di produzione economica.

2.3.2. L’essenzialismo culturale

Il presidente ha affermato che «l’esplosione di prosperità… non deriva dai nostri codici fiscali, ma in ultima analisi dalla nostra cultura molto speciale». Ha messo in guardia l’Europa dall’«importazione massiccia di culture straniere che non sono mai riuscite a costruire una società prospera nei loro paesi», citando la situazione del Minnesota come un controesempio spaventoso. Questo discorso reimposta il contratto sociale occidentale: l’appartenenza all’Occidente non è più definita dall’adesione a valori universali astratti (diritti umani, multilateralismo), ma dalla conservazione di un’identità civilizzazionale specifica, minacciata dalla migrazione.

2.4. Il pilastro geopolitico: la “Dottrina Donroe” e l’ultimatum della Groenlandia

L’elemento più dirompente del “Reset” del 2026 è senza dubbio l’applicazione di quella che gli analisti chiamano ormai la “Dottrina Donroe” (Donald + Monroe): l’estensione della sfera di influenza esclusiva degli Stati Uniti all’intero emisfero occidentale e all’Artico.

2.4.1. L’ossessione della Groenlandia

La richiesta di Trump di acquistare la Groenlandia non è uno scherzo, ma il fulcro di una strategia di sicurezza nazionale. La Groenlandia è considerata:

1.     Una portaerei inaffondabile: essenziale per il sistema di difesa antimissile “Golden Dome” e la base spaziale di Pituffik.

2.     Una cassaforte minerale: ricca di terre rare necessarie per rompere il monopolio cinese.

3.     Il blocco dell’Artico: di fronte all’apertura delle rotte marittime polari dovuta al riscaldamento climatico.

2.4.2. La diplomazia transazionale coercitiva

Per ottenere questo territorio, Trump ha minacciato otto alleati della NATO (tra cui Regno Unito, Francia e Germania) con dazi doganali compresi tra il 10% e il 25% se non avessero sostenuto la sua richiesta. Sebbene abbia promesso di “non usare la forza” militare, l’uso dell’arma economica contro gli alleati militari costituisce una totale violazione dell’articolo 5 della NATO. L’alleanza non è più una garanzia di sicurezza reciproca, ma una leva negoziale immobiliare.


III. Il “Reset Nazionale” (Trump 2026) contro il “Grande Reset” (Schwab 2020)

Per rispondere in modo preciso alla domanda, è opportuno tracciare un rigoroso quadro comparativo tra la proposta iniziale di Klaus Schwab e la realtà imposta da Donald Trump. Sebbene entrambi i progetti condividano la stessa diagnosi – l’insostenibilità dello status quo – le loro soluzioni sono diametralmente opposte.

3.1. Le divergenze filosofiche

Il “Grande Reset” di Schwab era radicato in una filosofia kantiana di pace perpetua attraverso il commercio e le istituzioni. Il “Reset Nazionalista” di Trump è hobbesiano: il mondo è un luogo pericoloso dove solo la forza bruta garantisce la sopravvivenza.

Tabella 1: confronto strutturale dei due reset

Dimensione“Grand Reset” (Schwab, 2020)“Reset nazionalista” (Trump, 2026)
Unità baseLa comunità mondiale / Le parti interessateLo Stato-nazione / La civiltà occidentale
Obiettivo economicoCrescita sostenibile e inclusiva (ESG)Crescita massima e rapida (PIL 5,4%)
Modello aziendaleCapitalismo degli stakeholder (parti interessate)Capitalismo azionario (azionisti)
Strategia energeticaTransizione verde, energie rinnovabiliDominio energetico, fossile + nucleare
Governance globaleIstituzioni multilaterali (ONU, WEF) rafforzateBilateralismo transazionale, Hub-and-Spoke
Il ruolo della tecnologiaBene pubblico globale da regolamentareRisorsa strategica nazionale (Corsa all’IA)
Approccio socialeDiversità, equità, inclusione (DEI)Identità nazionale, chiusura delle frontiere
Meccanismo d’azioneNorme, “Soft Law”, consensoTariffe, decreti esecutivi, coercizione

3.2. In cosa sono simili?

È paradossale constatare che, nonostante le loro differenze, i due progetti condividono punti in comune strutturali che giustificano l’uso del termine “Reset”:

1.     La fine del neoliberismo “laissez-faire”: né Schwab né Trump credono nel libero mercato senza regole. Schwab voleva che il mercato fosse guidato da imperativi morali ed ecologici; Trump vuole che sia guidato da imperativi di sicurezza nazionale. In entrambi i casi, lo Stato (o la governance sovranazionale) interviene in modo massiccio.

2.     L’urgenza della trasformazione: entrambi i progetti sono presentati come risposte urgenti a crisi esistenziali (il clima/la pandemia per Schwab; il declino nazionale/la Cina per Trump).

3.     Il ruolo centrale della tecnologia: entrambi vedono la Quarta Rivoluzione Industriale (IA, bioingegneria) come motore del cambiamento, sebbene i loro obiettivi finali differiscano.

3.3. In cosa differiscono fondamentalmente?

La differenza fondamentale risiede nella concezione della sovranità.

●      Per Schwab, la sovranità nazionale è un ostacolo alla risoluzione dei problemi globali (“Our house is on fire”). L’obiettivo è quello di diluire la sovranità in una governance globale.

●      Per Trump, la sovranità americana è l’unica protezione contro il caos. Il suo discorso mira a ripristinare una sovranità assoluta, non solo sui confini e sull’economia, ma anche sulle catene di approvvigionamento e sulle alleanze. La minaccia di uscire dalla NATO o di tassare l’Europa è l’espressione ultima di questo rifiuto di qualsiasi vincolo sovranazionale.


IV. Il test della realtà: reazioni internazionali e tensioni sistemiche

L’annuncio di questo nuovo paradigma ha provocato un’onda d’urto mondiale, la cui analisi è fondamentale per valutarne le possibilità di successo.

4.1. Lo stupore europeo e il tentativo di autonomia

La reazione europea è stata quella di una brusca presa di coscienza. Di fronte all’aggressività di Trump sulla questione della Groenlandia e sui dazi doganali, l’Europa non può più limitarsi ad aspettare che passi la tempesta.

●      Ursula von der Leyen ha invocato “una nuova forma di indipendenza europea”, ammettendo che l’attuale shock geopolitico è una necessità per costringere l’Europa ad agire.

●      Emmanuel Macron, con tono sarcastico, ha messo in guardia dal rischio di diventare vassalli, criticando implicitamente gli Stati Uniti per aver utilizzato l’integrazione economica come arma.

●      Tuttavia, regna la divisione. Alcuni paesi, terrorizzati dalla Russia, potrebbero essere tentati di cedere alle richieste americane (in particolare sulla Groenlandia) per conservare l’ombrello nucleare, frammentando così l’unità europea auspicata da Von der Leyen.

4.2. La replica cinese e la battaglia delle narrazioni

La Cina, presente a Davos, ha colto l’occasione per posizionarsi come difensore del multilateralismo e della razionalità scientifica, un ruolo tradizionalmente riservato agli Stati Uniti.

●      Di fronte agli attacchi di Trump all’energia eolica, Pechino ha corretto il presidente americano con dati oggettivi, ricordando la sua leadership mondiale in questo settore da 15 anni.

●      Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, mentre Trump si vantava di “essere molto più avanti della Cina”, gli esperti osservano che il divario si sta riducendo. Nvidia ritiene che la Cina sia solo pochi “nanosecondi” indietro e alcuni rapporti indicano che i modelli cinesi stanno colmando il divario in termini di qualità.

●      La Cina sta giocando una partita sottile: lascia che Trump isoli l’America con la sua aggressività, sperando di raccogliere i cocci del sistema commerciale mondiale.

4.3. L’inquietudine dei mercati

Nonostante i record borsistici citati da Trump, i mercati hanno reagito con nervosismo alla minaccia di una guerra commerciale intra-occidentale. Gli indici sono scesi di quasi il 2% a seguito delle minacce tariffarie relative alla Groenlandia. Gli analisti della Bank of America e di altre istituzioni temono che l’incertezza politica e le tensioni commerciali possano far deragliare la crescita prevista.


V. Analisi di sostenibilità: il “Reset” di Trump può avere successo dove Schwab ha fallito?

La domanda finale riguarda le possibilità di successo duraturo di questo nuovo progetto. Per rispondere, occorre confrontare le cause del fallimento di Schwab con le vulnerabilità di Trump.

5.1. Perché il reset di Schwab ha fallito

Il “Grande Reset” del 2020 è fallito per tre ragioni principali:

1.     Disconnessione democratica: è stato percepito come un’imposizione dall’alto da parte di élite non elette, alimentando massicce teorie del complotto e una resistenza populista (“Non possiederai nulla e sarai felice”).

2.     Ingenuità geopolitica: presupponeva una cooperazione con la Russia e la Cina che è diventata impossibile dopo l’invasione dell’Ucraina e l’aumento delle tensioni a Taiwan.

3.     Realismo economico: la crisi inflazionistica del 2022-2023 ha costretto i governi a dare priorità alla sicurezza energetica immediata rispetto alla transizione verde a lungo termine.

5.2. I vantaggi del reset di Trump

Paradossalmente, il progetto di Trump ha maggiori possibilità di successo nel breve termine perché è in linea con l’attuale “tettonica a placche”:

●      Allineamento con il realismo: in un mondo di conflitti, il ricorso alla sovranità e alla forza militare risuona più forte degli appelli alla cooperazione astratta.

●      Sostegno popolare nazionale: collegando economia e identità culturale (Minnesota, frontiere), Trump consolida una base elettorale che Schwab non ha mai avuto.

●      Leva di potere: gli Stati Uniti dispongono dell’autonomia energetica e finanziaria necessaria per imporre le proprie opinioni, cosa che l’UE o il WEF non hanno.

5.3. Le minacce mortali per il progetto di Trump

Tuttavia, nel lungo termine (orizzonte temporale di 5-10 anni), il “Reset Nazionale” porta in sé i germi della propria distruzione:

5.3.1. Il surriscaldamento economico e il debito

Il tasso di crescita del 5,4% è alimentato dal deficit fiscale e da una massiccia deregolamentazione. Gli economisti (Pantheon Macroeconomics) avvertono che questi dati potrebbero essere artefatti statistici. Se l’inflazione riprende a causa dei dazi doganali (10-25% sull’Europa) e della domanda energetica dell’IA, la Fed dovrà aumentare i tassi, provocando potenzialmente una recessione brutale. L’economia americana rischia il surriscaldamento.

5.3.2. L’isolamento diplomatico: la fortezza assediata

La strategia della Groenlandia è una prova decisiva. Se Trump continua a voler acquistare un territorio sovrano con la coercizione, rischia di distruggere la NATO.

●      Scenario di rottura: se l’Europa rifiuta di cedere e Trump applica i suoi dazi, l’Occidente si frammenta in due blocchi economici rivali. Gli Stati Uniti si ritroverebbero quindi da soli di fronte al blocco sino-russo, senza il moltiplicatore di forza costituito dagli alleati europei.

●      Un’America isolata, per quanto potente, non può mantenere l’egemonia mondiale all’infinito. La “Dottrina Donroe” potrebbe trasformare gli alleati in vassalli riluttanti o nemici neutrali.

5.3.3. La stabilità interna

Il riferimento di Trump alla “dittatura” (anche se in tono scherzoso) e la sua volontà di ricorrere alla forza polarizzano ancora di più la società americana. Un progetto egemonico all’esterno richiede unità all’interno. Tuttavia, l’America del 2026 è più divisa che mai.


Conclusione

A Davos, nel 2026, Donald Trump ha effettivamente pronunciato l’elogio funebre della globalizzazione liberale e annunciato un “nuovo Great Reset”. Ma questo reset è una controriforma.

Laddove Klaus Schwab sognava un mondo post-nazionalista, Trump sta costruendo un mondo iper-nazionalista. Laddove Schwab vedeva la salvezza nella riduzione dei consumi e nell’energia verde, Trump la vede nella produzione sfrenata e nell’atomo.

Questo “Reset Nazionalista” ha maggiori possibilità di successo immediato rispetto a quello di Schwab, poiché si basa sulla cruda realtà della potenza statale americana piuttosto che sul fragile consenso di un’élite cosmopolita. Esso “cavalca” l’onda del caos mondiale invece di cercare di arginarlo. Tuttavia, la sua sostenibilità è dubbia. Basato sulla coercizione degli alleati, sullo sfruttamento massimo delle risorse e su una crescita economica sotto steroidi, rischia di esaurire le proprie fondamenta – diplomatiche e finanziarie – molto più rapidamente dell’ordine paziente e imperfetto che pretende di sostituire. Il mondo annunciato da Trump a Davos non è una comunità globale resettata, ma un’arena darwiniana in cui l’America ha deciso di mangiare gli altri per non essere mangiata.

Rassegna stampa tedesca 64a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Con il cambiamento di strategia negli Stati Uniti, i transatlantici europei, che vorrebbero mantenere
il vecchio conflitto mondiale tra democrazie e autocrazie e quindi anche la lotta contro la Russia, si
trovano improvvisamente agli antipodi della politica americana. Nella lotta per la pace in Ucraina,
queste strategie contrastanti si scontrano. Mentre l’universalismo idealistico richiede una “pace
giusta”, i realisti vogliono accontentarsi anche di compromessi territoriali. La morale e la geopolitica
si rivelano incompatibili. Secondo la teoria realistica delle scienze politiche, il potere non può
essere abolito, ma solo contenuto. Ciò include il rispetto delle sfere di influenza delle altre grandi
potenze.

Numero di Febbraio 2026
Identità e realismo
L’Occidente non è ancora perduto. L’Ungheria e gli Stati Uniti, asse dell’affermazione occidentale, offrono
un’alternativa all’universalismo diffuso nell’UE. Promuovono la coesistenza delle culture e accettano la
simultaneità di separazione e connettività.

DI HEINZ THEISEN
L’Unione Europea è devastante. Verso est è sovraccarica e indirettamente coinvolta in una guerra con una
potenza mondiale che non può vincere. Verso sud è aperta e indifesa nei confronti dell’immigrazione
islamica, che non è in grado di integrare. Verso ovest, il rapporto con gli Stati Uniti è compromesso, il che
minaccia di far perdere valore alla NATO come collante del mondo occidentale.

La Groenlandia è parte integrante del sistema di allarme e difesa missilistica degli Stati Uniti sin
dagli anni Quaranta. Un tempo gli americani avevano lì 17 basi e un numero significativamente
maggiore di soldati. La maggior parte di queste strutture è stata smantellata dopo la fine della
Guerra Fredda. Oggi gestiscono ancora la Pituffik Space Base, la struttura più settentrionale del
Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il sito è considerato centrale per il monitoraggio
missilistico e spaziale americano; vi è installato, tra l’altro, un potente sistema radar di allerta
precoce. Anche se, secondo le informazioni pubbliche, attualmente nella base non è stazionato
alcun sistema di difesa missilistica, i danesi dovrebbero concedere agli americani sufficienti
possibilità di potenziare la loro difesa, senza alcuna annessione.

17.01.2026
Una cupola sopra la Groenlandia
Il governo degli Stati Uniti vuole utilizzare l’isola per difendersi da missili e navi. Ma non era necessaria
un’annessione per farlo.

Di Gregor Grosse e Julian Staib
Inizialmente erano navi da guerra russe e cinesi che presumibilmente pattugliavano “ovunque” al largo
delle coste della Groenlandia. Ora è il cielo sopra l’isola artica che Donald Trump utilizza come argomento
per rivendicare il territorio alla Danimarca:

La Groenlandia tra l’influenza americana e l’impotenza europea. In Groenlandia si manifesta la
nostra debolezza europea. Cosa fare per impedire l’annessione americana della Groenlandia e
quindi l’implosione della NATO?


17.01.2026
CALMA INGANNEVOLE

EDITORIALE
Per la Germania e l’Europa c’è solo un’opzione, afferma Thorsten Jungholt
Una politica di sicurezza lungimirante pensa anche agli scenari peggiori, ovvero a sviluppi negativi plausibili
ed estremi. Cosa significherebbe se Donald Trump, il 4 luglio 2026, nel 250° anniversario della Dichiarazione
di Indipendenza degli Stati Uniti, si regalasse i ben due milioni di chilometri quadrati della Groenlandia?

Senza l’esercito americano, l’Europa sarebbe alla mercé dei missili russi. Senza la tecnologia
americana, le autorità e le aziende tedesche sarebbero paralizzate. Senza i servizi segreti
americani, i servizi di sicurezza sarebbero in gran parte ciechi. Senza i fornitori di servizi finanziari
americani, l’economia crollerebbe. Gli europei hanno trascurato troppo a lungo la ricerca e lo
sviluppo. La dipendenza dagli Stati Uniti è elevata e rimarrà tale ancora per molto tempo. Non si
può più escludere che gli Stati Uniti utilizzino la loro influenza sul sistema finanziario globale, come
nel caso dei dazi doganali, in modo mirato nei confronti degli alleati per raggiungere obiettivi
commerciali o geopolitici.

16.01.2026
«Allora qui si spengono le luci»
Geopolitica – Senza armi, tecnologia, servizi segreti e servizi finanziari americani, in Germania e in Europa
non funziona quasi nulla. Esiste ancora una via d’uscita da questa morsa?

di Tim Bartz, Simon Book, Sophie Garbe, Matthias Gebauer, Martin Hesse, Roman Lehberger, René Pfister, Marcel Rosenbach,
Fidelius Schmid, Wolf Wiedmann-Schmidt
Quando Lars Klingbeil è partito recentemente per gli Stati Uniti con un aereo governativo, i caccia danesi F-
35 hanno scortato l’Airbus del vicecancelliere.

Ufficialmente, l’operazione militare In Venezuela è diretta contro “il terrorismo legato al traffico di
droga, la tratta di esseri umani, gli omicidi e i rapimenti” che Trump attribuisce al presidente
venezuelano. Tuttavia, l’azione potrebbe anche servire come mezzo di pressione nei confronti di
Pechino. La Cina è infatti uno dei principali acquirenti del petrolio venezuelano: secondo i dati della
Borsa di Londra, circa il 21% delle esportazioni è destinato alla Repubblica Popolare. Le aziende
cinesi, in particolare le raffinerie indipendenti, acquistano petrolio greggio venezuelano con sconti
del 30% o più, spesso tramite trasbordi in alto mare al largo della Malesia per eludere le sanzioni.


05.01.2026
Gli Stati Uniti inviano un segnale anche a
Pechino
L’intervento in Venezuela farà salire il prezzo del petrolio? Il governo cinese potrebbe essere nervoso

Di JEAN KEDROFF E ENGUERRAND ARMANET
Dopo l’azione militare statunitense in Venezuela, il Paese più ricco di petrolio al mondo, e la cattura del
leader Nicolás Maduro, analisti e automobilisti si chiedono: cosa significa questo per il mercato petrolifero?
Il prezzo della benzina aumenterà?

Alla fine, la motivazione giuridica, ovvero l’applicazione extraterritoriale della giurisdizione penale
americana, è solo una misera foglia di fico per ciò che è realmente accaduto nel fine settimana:
l’attuazione pratica della pretesa egemonica americana sull’«emisfero occidentale», ovvero il
doppio continente americano. Ciò segue perfettamente la logica della nuova strategia di sicurezza
nazionale (NSS) del governo Trump presentata all’inizio di dicembre. In essa gli Stati Uniti
rinunciano alla pretesa di agire come potenza egemonica e forza di ordine a livello mondiale,
perché ciò sovraccarica le risorse del Paese. Si vuole invece concentrarsi soprattutto sul proprio
cortile di casa nelle due Americhe. L’intervento in Venezuela segna l’addio dell’America come
garante dell’ordine mondiale basato su regole e sulla parità tra gli Stati e l’inizio di un mondo in cui
trionfa la legge del più forte. Trump ha anche reso un servizio a Mosca e Pechino per le rispettive
azioni nei loro vicini: “Gli Stati Uniti hanno mostrato alla Russia, alla Cina e a tutti gli altri che
vogliono provarci un modo per invadere paesi e catturare leader che non gradiscono”. Ma cosa
significa questo per l’Europa?


05.01.2026
Come Trump sta ridisegnando il mondo
Le dichiarazioni della Casa Bianca sulla destituzione del dittatore venezuelano Maduro riguardano
innanzitutto i cartelli della droga, i migranti e l’industria petrolifera. Ma l’operazione militare è anche un
segno di una nuova geopolitica degli Stati Uniti, con possibili gravi conseguenze per l’Europa.

Di CLEMENS WERGIN
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato di presentare il colpo di mano contro il Venezuela e
il rapimento del dittatore venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie come un’applicazione della legge
penale.

Donald Trump ha annunciato che, dopo l’arresto di Nicolás Maduro, gli Stati Uniti avrebbero
“governato autonomamente” il Venezuela, lasciando intendere che vi fosse stato un accordo con la
vicepresidente di Maduro, Delcy Rodríguez. Questo sarebbe lo scenario peggiore immaginabile
per il Venezuela, che con Edmundo González in esilio ha un presidente eletto. L’opposizione invita
alla mobilitazione mondiale, l’atmosfera nel Paese è tesa. Come andrà avanti? Una panoramica
dei diversi scenari.


05.01.2026
Dopo la destituzione di Maduro: quale futuro per il
Venezuela?
Non è ancora chiaro come gli Stati Uniti intendano governare il Paese e quale ruolo avrà l’opposizione

Di TOBIAS KÄUFER
Donald Trump ha annunciato che, dopo l’arresto di Nicolás Maduro, gli Stati Uniti avrebbero “governato
autonomamente” il Venezuela, lasciando intendere che vi fosse stato un accordo con la vicepresidente di
Maduro, Delcy Rodríguez.

Dopo l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, c’è grande
disaccordo tra i partiti del Bundestag sulla valutazione dell’operazione.


05.01.2026
La politica tedesca divisa sull’azione degli Stati
Uniti
Il cancelliere Merz vuole esaminare l’operazione. SPD, Verdi e Sinistra vedono una violazione del diritto
internazionale

Di KEVIN CULINA
Dopo l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro da parte degli Stati Uniti, c’è grande disaccordo
tra i partiti del Bundestag sulla valutazione dell’operazione.

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La Russia ha finalmente iniziato a disconnettere le centrali nucleari dell’Ucraina?_di Simplicius

La Russia ha finalmente iniziato a disconnettere le centrali nucleari dell’Ucraina?

Simplicius 25 gennaio
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Anche oggi iniziamo con un importante attacco russo che si è verificato come promesso. Nell’ultimo articolo di due giorni fa abbiamo detto che la Russia stava preparando un nuovo attacco, e lo ha fatto. Ma la cosa più notevole di questo è che ha anche confermato le “voci” che avevamo sentito, e di cui avevo scritto l’ultima volta, dagli esperti ucraini – come quella di Serhiy “Flash” – secondo cui la Russia potrebbe presto iniziare a scollegare la fonte “finale” di energia ucraina, ovvero le centrali nucleari.

Per tutto questo tempo, la Russia si è concentrata sull’attacco alle centrali termoelettriche (TPP) e a varie altre centrali idroelettriche e del gas vicino a dighe, ecc. Colpire le centrali nucleari è ovviamente un argomento piuttosto spinoso, non solo per l’effetto ottico che crea, ma anche per i pericoli che comporta. L’ultima volta avevo pubblicato le foto di Serhiy Flash delle “sottostazioni” che convertono l’energia nucleare verso il basso per poi inviarla sulle principali linee a 750 kV. Queste sottostazioni si trovano solitamente in prossimità delle centrali nucleari stesse, come si vede di seguito:

Colpirle può isolare la centrale dalla rete, ma comporta rischi notevoli: un missile potrebbe mancare il bersaglio o essere abbattuto sopra la centrale stessa, causando un evento radioattivo; il secondo rischio, molto più probabile, è che colpire le sottostazioni taglia fuori la centrale stessa dall’energia elettrica, il che può mettere fuori uso i suoi sistemi di raffreddamento, impedendo alla centrale di raffreddarsi e rischiando quindi una fusione.

Questo perché le centrali nucleari ricavano l’energia per i sistemi ausiliari, come il raffreddamento, dalla rete nazionale più ampia, che viene inviata alla centrale tramite queste sottostazioni. Certo, ci sono altri generatori di riserva in loco che possono subentrare in circostanze ideali, consentendo ai reattori principali di spegnersi in modalità di sicurezza, con l’inserimento di barre di controllo nei noccioli, ma senza ulteriori ridondanze la situazione può diventare rischiosa. Questo perché, a quanto ho capito, anche in modalità “arresto a freddo” il materiale fissile genera comunque calore di decadimento, e quindi rimane necessario un certo raffreddamento. E se non si dispone di energia per tale raffreddamento, i reattori possono comunque fondersi.

Quindi, la Russia ha a lungo evitato di colpire queste sottostazioni nucleari. Ma sembra che ciò abbia fatto parte di una strategia a lungo termine volta a degradare o addirittura a distruggere completamente la capacità di generazione della rete energetica convenzionale ucraina e a lasciare le centrali nucleari alla fine, soprattutto perché non sono molto numerose. L’Ucraina ha diverse decine di centrali termoelettriche, che ora sono state tutte colpite e distrutte o in qualche modo degradate, ma ha solo tre centrali nucleari in totale (senza contare la centrale nucleare di Zaporozhye, che la maggior parte dei media mainstream sostiene ancora essere sotto il controllo ucraino): Rivne, Khmelnitsky e Ucraina meridionale.

Una breve storia, giusto per contestualizzare le cose, perché se la situazione si evolverà come si presenta, il vettore nucleare diventerà una delle principali narrazioni della saga ucraina delle prossime settimane.

Partendo dalle informazioni Wiki più basilari , otteniamo quanto segue:

Al suo apice, prima della perdita della centrale di Zaporozhye, la più grande d’Europa, l’Ucraina si classificava al settimo posto al mondo per capacità di generazione nucleare, un risultato decisamente superiore alle sue capacità. Solo Stati Uniti, Francia, Cina, Russia, Corea del Sud e Canada la precedevano. Nel 2021, l’energia nucleare ha fornito oltre il 55% dell’elettricità totale dell’Ucraina, la seconda quota più alta al mondo, dietro solo alla Francia, secondo Wiki. In effetti, il settore energetico ucraino “è il dodicesimo al mondo in termini di capacità installata, con 54 gigawatt”, il che spiega in parte le cose.

Tutto questo serve a contestualizzare l’importanza di questi impianti rimanenti per la vitalità complessiva della rete elettrica ucraina. Ricordiamo che diverse settimane fa i funzionari ucraini avevano dichiarato che praticamente tutta l’energia rimanente dell’Ucraina è generata dalle centrali nucleari. Se ciò fosse effettivamente vero – ovvero se le dichiarazioni non fossero solo un allarmismo esagerato per spaventare l’Occidente e spingerlo a inviare ulteriori aiuti – allora la semplice disattivazione delle sottostazioni che alimentano questi tre impianti dovrebbe far precipitare l’Ucraina nella spirale di morte definitiva della sua rete elettrica.

Ora che siamo aggiornati, diamo un’occhiata a cosa sarebbe successo ieri sera. I missili ipersonici russi Zirkon, Iskander e altri avrebbero colpito la principale sottostazione da 750 kV che collega la centrale nucleare di Rivne a Kiev, secondo diversi resoconti non verificati , tra cui questo dell’AMK :

Gli obiettivi principali di questo attacco erano le infrastrutture energetiche ucraine nell’Oblast’ di Kiev. Sono stati presi di mira:

Centrale termoelettrica CHP-6, Oblast di Kiev (50.53188, 30.66309) di ~2 Iskander-Ms.

Centrale elettrica e termica CHP-5, Oblast di Kiev (50.39403, 30.56928) di ~2 Iskander-Ms.

Sottostazione elettrica “Kyiv” da 750 kV, Oblast di Kiev (50.49441, 29.69235) di ~5 Iskander-Ms, ~4 Kh-22/32s e ~2 Zircons

Obiettivo sconosciuto a nord di Radomyshl, Oblast di Zhytomyr, da parte di circa 2 Kh-22/32 e circa 2 Kinzhal.

Obiettivo sconosciuto vicino a Pryluky, Oblast di Chernihiv, da ~2 Iskander-K

Obiettivo sconosciuto vicino a Samar, Oblast’ di Dnipropetrovsk di ~1 Iskander-M.

Per capirci: le centrali nucleari (NPP) hanno le loro principali stazioni “step-up” da 750 kV nelle vicinanze, come spiegato in precedenza, per convertire la potenza per la trasmissione a lunga distanza. Ma ci sono anche altri terminali di ricezione a 750 kV più vicini alla destinazione – in questo caso Kiev – che consolidano l’energia e la interconnettono da altre centrali, come la centrale nucleare di Khmelnitsky, convertendola anche per uso locale. In questo caso, sembra che la Russia abbia colpito questa stazione di ricezione vicino a Kiev, piuttosto che il terminale di ricezione a 750 kV adiacente alla centrale nucleare di Rivne. Questa sembra essere la scelta “più sicura” per ora, per non danneggiare direttamente la centrale nucleare stessa.

Un commentatore spiega :

Questa sottostazione è molto importante nella rete di trasmissione dell’Ucraina occidentale, in quanto collega le centrali nucleari a 750 kV di Rivne e Khmelnytskyi con le due principali linee a 330 kV dell’agglomerato urbano di Kiev. Tuttavia, la rete è resiliente e c’è un altro percorso attraverso la sottostazione vicino a Ternopil (Zahidne) e poi altre linee a 330 kV. Infine, la sottostazione a 750 kV di Nalyvaikivka si trova a centinaia di chilometri da qualsiasi centrale nucleare, quindi fate attenzione alle notizie che indicano che la Russia sta prendendo di mira gli impianti nucleari. Non è così, nonostante tali attacchi siano ovviamente mirati a isolare la centrale nucleare dalla rete di trasmissione principale e l’impatto sulla popolazione di Kiev sia terribile.

Anche le centrali termiche convenzionali di Kiev sono state nuovamente colpite:

Un attacco missilistico alle infrastrutture energetiche di Kiev, nella notte del 24 gennaio 2026.

In seguito all’attacco al TPP-6, il tetto della sala macchine venne sfondato.

Geolocalizzazione: 50.53272, 30.66238

E altre sottostazioni in tutto il Paese sono state prese di mira. Ad esempio:

Immagini che mostrano 5 recenti attacchi con droni russi Geran-2 alla sottostazione elettrica Dnipro-Donbas da 330 kV nella città di Zaporizhia.

Questo video è un filmato di compilazione, con gli attacchi apparentemente effettuati tra le 6:45 e le 10:49 del 19 gennaio e tra le 12:52 e le 18:25 del 20 gennaio

Coordinate: 47.85645, 35.21813

Un altro rapporto elenca una serie di stazioni da 330 kV e 110 kV che sono state attaccate dai droni:

A causa degli attacchi dei droni Geran-2 di ieri sera, quasi tutta la città di Chernihiv, insieme a molte altre città, è rimasta senza elettricità.

Gli attacchi sono stati effettuati su:

– Sottostazione elettrica “Slavutich” da 330 kV nella città di Slavutych (parte dell’Oblast’ di Kiev, ma utilizzata principalmente per l’Oblast’ di Chernihiv). 51.52364, 30.70781.

– Sottostazione elettrica “Nizhinska” da 330 kV nella città di Nizhyn. 51.0308, 31.95607.

– Le sottostazioni elettriche da 110 kV “Bakhmach-2” o “Bakhmach tranzytna” nella città di Bakhmach. Rispettivamente 51.17942, 32.85552 e 51.18858, 32.85417.

– Altri obiettivi energetici.

E un altro resoconto di uno sciopero precedente avvenuto giorni fa afferma che le stazioni da 750 kV vicino a Vinnitsya sono state prese di mira:

E il misterioso bersaglio dei 2 attacchi Zircon di qualche giorno fa a sud-est di Vinnytsia sembra essere la sottostazione da 750 kV SS “Vinnytska”, situata a sud-est della città di Vinnytsia

49°09’54.0”N 28°43’23.2”E

Ora, possiamo vedere il tono della copertura mediatica occidentale cambiare davvero, in qualcosa che rasenta il panico. Avevamo appena scritto nell’ultimo articolo di come Zelensky implorasse un nuovo cessate il fuoco energetico perché la Russia aveva reagito molto più duramente dei pietosi attacchi alle petroliere dell’Ucraina, o dei terribilmente ridotti attacchi alle raffinerie russe. Ora Reuters conferma ciò che i lettori sapevano già da una settimana:

https://www.reuters.com/business/energy/ukraine-needs-energy-ceasefire-catastrophe-looming-top-power-executive-says-2026-01-23/

Nell’ultimo articolo, il direttore della più grande compagnia energetica ucraina, DTEK, afferma che fino al 70% della capacità totale è andata persa e che l’intera rete elettrica ucraina dovrebbe essere ricostruita da zero, anziché semplicemente riparata, tale è la sua distruzione totale:

“Siamo prossimi a una catastrofe umanitaria”, ha detto Timchenko. “La gente riceve elettricità per 3-4 ore, poi c’è una pausa di 10-15 ore. Abbiamo condomini senza riscaldamento già da settimane”.

La DTEK ha perso il 60-70% della sua capacità di generazione e ha subito danni per centinaia di milioni di dollari, ha affermato.

Timchenko ha affermato che la ricostruzione del settore energetico costerebbe dai 65 ai 70 miliardi di dollari, citando le stime della Banca Mondiale, e in molti casi richiederebbe risorse completamente nuove.

“Stiamo parlando più della costruzione di un nuovo sistema energetico in Ucraina che della sua semplice ricostruzione”, ha affermato.

Una fonte ucraina ha generato questa mappa che mostra l’attuale interruzione di corrente a Kiev, con il rosso che rappresenta le aree interessate:

L’Ucraina non sarà in grado di negoziare una tregua energetica con la Russia, afferma il deputato Getmantsev.

Siamo obiettivi: loro hanno una posizione più forte. Il nostro bombardamento delle loro raffinerie di petrolio non è per loro così doloroso come lo è per noi la situazione a Kiev e in altre città.

L’ex portavoce di Zelensky, Iulia Mendel, ha ammesso qualcosa che abbiamo già menzionato qui molte volte: i cosiddetti “attacchi profondi” dell’Ucraina alla Russia non sono stati nulla in confronto agli attacchi “di ritorsione” della Russia alla rete elettrica ucraina. Ma qui fornisce qualche dettaglio in più sul perché :

L’impatto economico dei profondi attacchi dell’Ucraina all’interno della Russia non si avvicina nemmeno ai danni devastanti che la Russia infligge ogni giorno agli ucraini. Il settore della raffinazione del petrolio russo è fortemente sovvenzionato: queste raffinerie servono principalmente il mercato interno e non contribuiscono in alcun modo al bilancio federale. Inoltre, vengono riparate dopo ogni attacco. Nel frattempo, il divieto russo di esportare alcuni prodotti petroliferi ha effettivamente portato a un aumento della produzione nel 2025.
Allo stesso tempo, milioni di ucraini restano senza elettricità e riscaldamento, con temperature che scendono fino a -20°C.
Gli Stati Uniti stanno ora esortando sia l’Ucraina che la Russia a smettere di prendere di mira le rispettive infrastrutture energetiche. Per l’Ucraina, un accordo potrebbe rappresentare una vera ancora di salvezza.

È stato condiviso un altro grafico sulla crescente intensità degli attacchi russi sulla rete ucraina:

Dall’autunno, la Russia ha lanciato una serie di attacchi al sistema energetico dell’Ucraina, – analisti

Gli analisti ucraini pubblicano le statistiche sugli attacchi.

Nel periodo da settembre a dicembre, le Forze Armate russe hanno effettuato 271 attacchi contro sottostazioni, centrali termoelettriche, centrali termoelettriche, ecc.:

Settembre – 36;

Ottobre – 71;

Novembre – 57;

Dicembre – 107.

“In effetti, la Russia è riuscita a dividere l’Ucraina in due parti: la parte settentrionale, quella orientale, quella meridionale e quella centrale sono prive di elettricità, mentre la parte occidentale non ha avuto interruzioni di corrente fino a metà gennaio”, lamentano le risorse del nemico.

Quindi, per rispondere alla domanda iniziale del titolo: non sappiamo ancora con certezza se la Russia si sia davvero impegnata a scollegare sistematicamente e in modo dottrinale le centrali nucleari ucraine dalla rete. Non abbiamo ancora nemmeno una verifica inconfutabile che le sottostazioni da 750 kV siano state effettivamente colpite, anche se è molto probabile che sia così, data la preponderanza di segnalazioni provenienti sia da fonti ucraine che russe.

Dobbiamo sempre moderare un po’ il nostro “entusiasmo” e le nostre aspettative, visto che da tempo diverse autorità di entrambe le parti ci hanno ripetutamente promesso che la rete elettrica ucraina era “finalmente sull’orlo” del collasso totale. Ad esempio, ecco un video che ho pubblicato io stesso nel 2024. Arestovich sostiene che la rete elettrica ucraina sarebbe a soli 2-3 attacchi russi dal collasso totale. Si noti in particolare quanto afferma a proposito delle centrali nucleari:

“Arestovich ha registrato un video in cui annunciava il collasso completo del sistema energetico ucraino a causa di 2-3 attacchi missilistici russi. Ora l’Ucraina ha ancora una centrale nucleare e un ponte energetico con l’Europa. Ma la Russia può distruggere tutto questo con due o tre attacchi missilistici, riportando letteralmente l’intero Paese al XVII secolo in un paio di giorni.
Solo il villaggio sopravviverà, l’illuminazione sarà fatta di schegge. L’inverno costringerà centinaia di migliaia di persone ad abbandonare le città e l’intero Paese sarà impegnato nella sopravvivenza, non nella guerra. La Russia, secondo lui, prova semplicemente pena per i semplici contadini.

Certo, forse la Russia aveva la capacità di distruggere queste centrali nucleari nel 2024, ma ha scelto di non farlo: non lo sappiamo con certezza. Una cosa che Arestovich ha profetizzato correttamente in questo caso specifico è l’afflusso di cittadini ucraini dalle città, a cui a quanto pare stiamo assistendo ora a Kiev.

Il punto è che dovremmo essere ragionevoli e cauti nel credere che tutto verrà completamente bloccato. Ma allo stesso tempo, è chiaro che qualcosa è cambiato, anche nelle misure empiricamente quantificabili del volume degli attacchi. Sembra certamente possibile che la Russia abbia scelto di staccare definitivamente le ultime roccaforti della rete elettrica ucraina: sono semplicemente cauto nel trarre conclusioni affrettate sulla base delle aspettative passate.

Un’ultima cosa importante da ripetere è che si dice che le apparecchiature da 750 kV siano molto più difficili e costose da reperire e sostituire rispetto ai trasformatori da 110/330 kV per sottostazioni, ecc. Non sono un esperto in materia, quindi chi ha conoscenze specifiche può intervenire nei commenti, ma a quanto ho capito lo standard da 750 kV è uno standard di trasmissione ad alta tensione specifico dell’Unione Sovietica, non compatibile con la maggior parte dei paesi europei, che utilizzano tensioni massime di 300-500 kV. Al contrario, 330 kV sembra essere un intervallo di tensione standard che può essere facilmente reperito e sostituito da diversi paesi occidentali.

In teoria, questo significa che un impianto da 750 kV distrutto è sostanzialmente andato perduto per sempre. Allo stesso tempo, è difficile distruggere “completamente” tali impianti, poiché richiederebbero molti attacchi sistematici. Avete visto le foto precedenti: si tratta di vasti campi di sottostazioni con decine o centinaia di trasformatori. Anche diversi missili distruggerebbero solo una piccola parte di un simile campo di trasformatori: date un’altra occhiata:

Ci vorrebbero decine di missili e potenzialmente centinaia di droni per disabilitare permanentemente tuttidi questo. Ciò non significa che alcuni non lo metteranno offline per un po’ di tempo, ma sarà successivamente riparabile in un lasso di tempo ragionevole.

Vediamo se la Russia continua la sua campagna sistematica.


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Parole senza potere_di Aurélien

Parole senza potere.

E il potere delle parole.

Aurélien21 gennaio
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Di recente ho letto diversi articoli preoccupati, che suggeriscono che, poiché l’attuale trattato sulle armi nucleari New START tra Russia e Stati Uniti scade tra un paio di settimane e difficilmente verrà rinnovato, il mondo sta entrando in una nuova era pericolosa.

L’ipotesi sembra essere che la scadenza del Trattato libererà in qualche modo le forze represse per un’escalation nucleare, finora tenute a freno solo dalle parole sulla carta, e che, quasi automaticamente, gli arsenali nucleari torneranno ad aumentare. Detta così, forse, l’argomentazione sembra un po’ curiosa, ma esemplifica molto direttamente quello che considero un fraintendimento fondamentale del rapporto tra atti e testi nella politica internazionale, che vale la pena cercare di correggere qui. In breve, nella politica internazionale, le parole sono generalmente una conseguenza delle azioni, e non il contrario. I testi esistono per registrare gli accordi sottostanti (e talvolta le divergenze), non per imporli. Sono, se vogliamo, delle fotografie Polaroid delle attuali intese, divergenze e rapporti di potere tra coloro che li redigono e li firmano.

Eppure questa realtà va contro molti presupposti culturali ereditati sul potere delle parole. Per millenni, ebrei e cristiani hanno letto nel primo capitolo della Genesi che Dio disse “sia la luce”, e la luce venne all’esistenza. Nell’Islam Dio disse “sia” e l’universo fu. (Non c’è spazio per altri miti della creazione oggi, mi dispiace.) Successivamente, Adamo dà nomi a tutti gli esseri viventi nel Giardino dell’Eden. Il Vangelo di Giovanni proclama notoriamente che “in principio era il Verbo ( logos ) e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. E in seguito il Verbo “si fece carne” nella forma di Gesù. Ora, anche tenendo conto dell’ampia gamma di significati della parola logos , c’è qui una chiara connessione con l’atto del parlare, ed è così che i cristiani hanno sempre interpretato la frase (anche la Vulgata latina ha verbum ). Dio parlò e qualcosa accadde.

In effetti, tutte le società, in ogni epoca, hanno sempre dato per scontato che la parola potesse avere un effetto causale. Dopotutto, le maledizioni erano destinate a ferire gli altri. La maggior parte delle religioni ha il concetto di “parole di potere”: in effetti, preghiere di ogni tipo si basano essenzialmente sulla speranza e l’aspettativa che forze soprannaturali ti ascoltino e facciano ciò che chiedi. Per secoli, i cristiani hanno ripetuto il Salmo XXIII in momenti di pericolo e difficoltà. Dai tempi babilonesi fino ai giorni nostri, le navi sono state varate con rituali di nome e protezione pensati per proteggerle dai pericoli del mare. E così via.

In alcuni casi, si credeva che le parole stesse possedessero un potere intrinseco. La tradizione ebraica sosteneva che il vero nome di Dio (scritto YHVH) non potesse essere pronunciato, pena la fine del mondo. (Sì, Arthur C. Clarke produsse un’ingegnosa variante di questa idea, basata sulla mitologia tibetana.) Ciò rifletteva la credenza tradizionale in un ordine fondamentale dell’universo, che poteva essere espresso in parole e, soprattutto, in numeri. (Gli alfabeti greco ed ebraico, ricordiamolo, usavano le lettere come numeri, e quindi ogni parola aveva un valore numerico nascosto.) L’idea del potere delle singole parole permea la cultura occidentale (e non solo) fino ai giorni nostri, sotto forma di incantesimi e canti mistici, e in credenze come quella di porre una tavoletta d’argilla con il nome di Dio nella bocca di un golem per dargli vita (a quanto pare, ancora un luogo comune nella cultura moderna). L’invenzione della scrittura, che all’inizio era ovviamente essa stessa un’arte esoterica, rafforzò tutte queste idee.

L’equivalente moderno di queste credenze e pratiche è la propaganda politica e la pubblicità, entrambe, curiosamente, generalmente ritenute pericolosamente efficaci a causa del loro uso quasi magico delle parole, sebbene spesso non vi siano prove concrete di ciò. In particolare, alla propaganda del Dr. Goebbels viene spesso attribuito un effetto quasi magico sulla popolazione tedesca, a causa del suo uso del mito e del simbolismo e dei suoi metodi incantatori, eppure i registri della Gestapo dell’epoca mostrano quanto scarso effetto abbia avuto sul pensiero della gente comune. E oggi, naturalmente, i governi occidentali si agitano per la “disinformazione” straniera, che credono possa in qualche modo esercitare poteri magici sulle proprie popolazioni. Pergamene magiche e grimori con incantesimi per ottenere ricchezza, potere o felicità sono ancora attuali, non da ultimo nella cultura popolare, e il loro opposto (le tavolette maledicenti) sembra aver avuto origine nel mondo greco-romano, e si trovano ancora oggi in alcune parti del mondo.

Prima di tornare a questioni politiche più pratiche, vale la pena riconoscere che ci sono casi ancora oggi in cui pronunciare parole ha effettivamente conseguenze nella vita reale. Quelli che sono noti come “atti linguistici” sono casi in cui, prevedibilmente, le parole stesse equivalgono a, o determinano, cambiamenti concreti nel mondo reale. Quindi, “Mi dimetto da Primo Ministro” è un atto linguistico. Allo stesso modo, una giuria che dichiara un prigioniero colpevole di omicidio modifica lo status oggettivo di quella persona, e il giudice che lo condanna all’ergastolo lo fa attraverso un atto linguistico. Si noti che, vent’anni dopo, un giudice che dice “ops, abbiamo sbagliato, sei libero di andare” è un altro esempio. Nessuno dei due, ovviamente, significa necessariamente che la vittima sia innocente o colpevole nella vita reale. (Gli atti linguistici sono un argomento complicato e qui troverete una buona breve guida.) Infine, naturalmente, ci sono casi in cui certe espressioni sono quantomeno trattate come atti linguistici: tradizionalmente, si credeva che la scomunica dalla Chiesa cattolica significasse che la persona scomunicata sarebbe finita all’Inferno.

Ma al di fuori di questi esempi molto specializzati, i presunti atti linguistici hanno spesso scarso potere. Molte cose che sembrano atti linguistici (“Prometto…”) in realtà non lo sono, perché prive di qualsiasi elemento di costrizione o automaticità. Allo stesso modo, molte affermazioni clamorose sono puramente performative (“Costringeremo la Russia al tavolo delle trattative!”), anche se superficialmente sembrano atti linguistici. A quel punto, il legame tra misticismo religioso e politica di potenza può diventare più evidente. Molte affermazioni politiche sono in realtà puramente performative (“Dobbiamo impedire a Putin di vincere!”), anche se sono intese come atti linguistici. In effetti, le conseguenze dello scambiare l’una per l’altra sono un tema centrale di questo saggio.

Affinché un testo di qualsiasi tipo abbia un effetto pratico, richiede una di queste due cose, idealmente entrambe. La prima è un meccanismo di applicazione, poiché nessun testo inteso a regolamentare un comportamento sarà mai automaticamente accettato da tutti. Pertanto, il grande filosofo del diritto inglese John Austin sosteneva nella sua “Teoria del Comando del Diritto” che, affinché un testo possa essere considerato una Legge, doveva essere applicabile. Questa teoria non è mai stata popolare tra i teorici del diritto, poiché li privava del pane quotidiano, ed è oggi particolarmente malvista, ma è difficile da contestare. Come vedremo, questo è un problema particolare con gli accordi internazionali, che sono spesso trattati come una sorta di legge. In alternativa, e idealmente in aggiunta, una Legge dovrebbe riflettere un ampio consenso normativo di fondo su ciò che è giusto, ciò che è sbagliato e ciò che è giusto, nel qual caso le persone obbediranno alla legge perché corrisponde alle proprie convinzioni. Ecco perché l’attuale passaggio da leggi che riflettono norme a leggi che cercano di imporre norme è così pericoloso.

Ora, molti testi e gruppi di testi dispongono di meccanismi di applicazione. Il diritto contrattuale può essere fatto rispettare in tribunale, la condotta professionale può essere valutata in base a testi concordati e le sanzioni in caso di inosservanza possono essere inflitte; usare la parola “egli” invece di “loro” può comportare il licenziamento. Ma anche in questo caso, come ho spesso sottolineato, sono proprio i codici di condotta e di comportamento non scritti a essere i più efficaci e utili, e i tentativi di ridurli a testi dotati di poteri coercitivi falliscono quasi sempre. Questo vale tanto per le relazioni internazionali quanto per i dipartimenti di discipline umanistiche delle università.

Come si inseriscono allora i testi politici internazionali (di cui i trattati sono una tipologia) in questo schema? La prima cosa da sottolineare è che tali testi variano enormemente per portata e obiettivi e non devono essere confusi. A un estremo, il Primo Ministro riferisce al Parlamento sui colloqui bilaterali, oppure il suo ufficio pubblica un breve riassunto. Oppure, dopo un incontro bilaterale, le due parti rilasciano una dichiarazione concordata che elenca i punti discussi. Oppure esiste un riassunto concordato delle decisioni e delle promesse orali (i documenti di Minsk, spesso citati, ne sono un buon esempio). Oppure può esserci una dichiarazione congiunta piuttosto elaborata di due o più partecipanti, che copre i punti di accordo e le possibili ulteriori azioni, solitamente preparata in anticipo. All’altro estremo di un lungo spettro c’è un vero e proprio trattato formale, la cui negoziazione richiede solitamente mesi, a volte anni.

La distinzione tra questi tipi di documenti è generalmente basata sul fatto che un Trattato (per ragioni tecniche alcuni sono chiamati Convenzioni o Accordi) è “legalmente vincolante”. È certamente vero che i testi dei trattati hanno un aspetto diverso. Generalmente c’è un elenco delle nazioni firmatarie, seguito dalle parole magiche “hanno concordato quanto segue”. E il linguaggio del trattato è generalmente coercitivo: non “cercherà di”, ad esempio, ma “concorda di”. Tutto ciò, unito alla formalità e all’approfondita trattazione di trattati importanti da parte degli studiosi del diritto, dà l’impressione di un tipo di documento speciale e importante, che superficialmente assomiglia a un testo giuridico. Ciò non è del tutto falso, ma è soggetto a una serie di requisiti pratici.

La prima è che, per definizione, solo i paesi che hanno firmato un trattato sono vincolati da esso. Inoltre, la maggior parte dei trattati contiene clausole di recesso, e in effetti il ​​consenso è che, di fatto, è possibile recedere da qualsiasi trattato a meno che non vi sia una clausola specifica che lo vieti. Ciò significa, di fatto, che i trattati si applicano finché non lo sono più. Ma è vero anche il contrario: gli stati possono benissimo decidere di continuare a osservare le disposizioni di un trattato scaduto, per ragioni politiche, perché lo ritengono praticamente utile, o per entrambe le cose. E qui notiamo, ancora una volta, che ciò che conta non sono i documenti, ma la realtà politica, che i documenti in una certa misura riflettono. Inoltre, i trattati non solo devono essere firmati dai governi, ma anche ratificati, di solito dai parlamenti. I trattati possono rimanere bloccati per anni, o addirittura per sempre, nel limbo tra i due. E alcuni stati, soprattutto quelli piccoli, ritengono di aver saldato i debiti e guadagnato punti dalla comunità internazionale semplicemente firmandoli. L’attuazione può arrivare molto più tardi, se non addirittura mai.

Il secondo punto ovvio è che i trattati non possono essere applicati. Ciò non significa che gli Stati non subiscano conseguenze in caso di violazione dei trattati, ma significa che non esiste un meccanismo di “giustizia internazionale” in grado di imporre un comportamento come fanno i meccanismi di giustizia interna. (La Corte Internazionale di Giustizia si occupa solo delle divergenze tra Stati e solo in seguito a un accordo). A tal fine, e seguendo John Austin, è utile pensare ai documenti dei trattati non come a testi giuridici, ma come a una sorta di sintesi di compromesso concordata di ciò che gli Stati sono disposti a dire e a fare su un argomento specifico, sebbene spesso utilizzi un vocabolario e una struttura che assomigliano a veri e propri testi giuridici. Pertanto, quando diciamo che un trattato è “giuridicamente vincolante”, intendiamo in realtà che gli Stati hanno accettato di comportarsi come se lo fosse, finché non lo desiderano più. Vale la pena aggiungere che diversi trattati richiedono effettivamente ai firmatari di emanare una legislazione nazionale per attuarli nei propri Paesi, e naturalmente questi sono giuridicamente vincolanti.

In termini pratici, i governi generalmente rispettano le disposizioni dei trattati perché è nel loro interesse farlo. Un classico è la Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche del 1961, che disciplina i meccanismi delle relazioni internazionali e fornisce protezione e garanzie. In definitiva, è nell’interesse di ogni Stato rispettarla. Inoltre, molti governi prendono molto sul serio gli obblighi derivanti dai trattati nella pratica e li incorporano nel processo decisionale. Questo sta diventando un vero problema nell’UE, dove gli Stati devono affrontare le conseguenze indesiderate di trattati firmati decenni fa, così come interpretati oggi da giudici e burocrati europei, contro i quali non hanno alcun ricorso. Pertanto, i trattati vengono rispettati nella maggior parte dei casi e contribuiscono a portare un certo ordine e coerenza nelle relazioni internazionali. Ciononostante, è importante non attribuire ai trattati uno status che non meritano. Nella migliore delle ipotesi, sono una trascrizione di aspirazioni normative e prassi esistenti: non sono atti linguistici.

Le cose cominciano a complicarsi quando i testi dei trattati sono soggetti a interpretazione, soprattutto da parte dei giudici, e trattati come se fossero effettivamente testi giuridici e potessero essere analizzati come tali. Naturalmente, questo può rappresentare un problema anche per il diritto interno. In molti paesi, e soprattutto con la profusione di nuove leggi su ogni possibile argomento, le leggi possono essere mal redatte e incoerenti, e addirittura contraddire altre leggi (tra cui il diritto europeo e internazionale), di cui i redattori non erano a conoscenza. E poiché tali leggi sono spesso il risultato di complessi accordi politici tra gruppi, la chiarezza che i giudici sperano di trovare sul significato dei testi giuridici spesso non è mai esistita fin dall’inizio.

A livello internazionale la situazione è notevolmente peggiore, a causa del numero di attori e questioni da prendere in considerazione. Inoltre, in molti casi i disaccordi sono essenzialmente politici piuttosto che legali. A sua volta, questo perché i trattati sono documenti politici e riflettono ciò che i firmatari sono disposti a impegnarsi pubblicamente a fare. Un esempio attuale e molto discusso è l’Articolo V del Trattato di Washington, che è stato spesso definito come riguardante la “difesa reciproca” e la fornitura di una “garanzia di sicurezza”. Solo quando si è iniziato a leggere il Trattato, dopo l’inizio della guerra in Ucraina, ci si è resi conto che l’articolo si contraddice. Sì, afferma effettivamente, nella frase che tutti ricordavano, che “un attacco a uno è un attacco a tutti”, ma chiarisce anche che spetta ai singoli Stati decidere come reagire, se reagire. Quindi, se una Corte immaginaria dovesse decidere se il suo governo avesse il dovere legale di sostenere un alleato che è stato attaccato, l’unica risposta possibile sarebbe “non proprio, anche se si presume che lo farebbe, in una forma o nell’altra, e tenendo conto dei limiti geografici dell’articolo VI” (che ovviamente nessuno legge). I giudici, in altre parole, non hanno nulla da contribuire, ma non è colpa loro.

La spiegazione della natura frammentata dell’Articolo V è, ovviamente, politica. L’Articolo avrebbe dovuto fare tre cose contemporaneamente: rassicurare le nervose popolazioni dell’Europa occidentale sul fatto che gli Stati Uniti erano ancora interessati alla sicurezza europea in un momento di paura e incertezza, rendere l’Unione Sovietica più cauta nei suoi rapporti con l’Europa occidentale e rassicurare gli isolazionisti di Washington sul fatto che gli Stati Uniti non sarebbero stati trascinati in un’altra guerra europea così presto dopo il 1945. Messaggi diversi per pubblici diversi, ma un unico testo. Questo è comune in politica, ma proprio per questo motivo non può esserci un’analisi definitiva del “significato” dell’Articolo V. In ogni caso, se ci fosse stata effettivamente una crisi, la sua gestione all’interno della NATO non avrebbe avuto nulla a che fare con il contenuto dell’Articolo V.

Proprio come a livello nazionale c’è il tizio al pub che si lamenta che “dovrebbe esserci una legge contro questo”, così a livello internazionale attivisti di ogni tipo chiedono continuamente non solo trattati che coprano questo o quello, ma l’applicazione di trattati ad aree per le quali non erano mai stati concepiti, e il loro utilizzo in modi che possono essere meglio descritti come “creativi”. A volte questo sembra frutto di pura fantasia, come nel caso dell’ipotesi che esista una dottrina di diritto internazionale dell'”attacco preventivo”. Non esiste una dottrina del genere né un diritto del genere, ma ho visto persone molto serie discutere se, ad esempio, un altro attacco israeliano all’Iran possa in qualche modo essere giustificato da questa dottrina inesistente. Ciò che in realtà stanno riflettendo, sospetto, è il fatto che, nonostante quanto afferma la Carta delle Nazioni Unite, gli atti aggressivi contro altri paesi sono stati frequenti dal 1945 e continuano, aprendo così un enorme divario – qui come altrove – tra teoria e pratica.

A questo proposito, esiste un concetto amorfo chiamato “diritto internazionale consuetudinario”, che ha dato vita a un’enorme letteratura, in gran parte impegnata a definirne la natura. In teoria, viene spesso descritto come “consuetudini aventi forza di legge”, o per essere più onesti “consuetudini che gli Stati concordano di attribuire a forza di legge” (nella misura in cui, ovviamente, qualsiasi diritto internazionale ha forza). Più concretamente, verrebbe definito come “cose ​​che tutti riteniamo sia giusto fare, mescolate a cose che possiamo fare francamente”, anche in assenza di una base giuridica esplicita. Sebbene sarebbe controverso affermare che il diritto internazionale consuetudinario consenta guerre di aggressione (come ovviamente ha fatto fino al 1945), ritengo che sia comunque vero, nella misura in cui tale concetto abbia un significato. Ma poi “il diritto internazionale si evolve”, come mi disse molti anni fa un avvocato governativo stanco.

Come ho spesso sottolineato, un problema fondamentale per la dottrina liberale-internazionale che governa in larga parte il sistema internazionale è che il mondo non è organizzato come dovrebbe essere idealmente. Le cose brutte accadono, quelle belle non accadono, le persone cattive prosperano, i regimi cattivi persistono. Come il nostro uomo al pub, la Casta Professionale e Manageriale (PMC) vuole che si faccia qualcosa. Dovrebbe esserci una legge che la vieti. Se non ce n’è una, dovremmo comunque agire come se ci fosse. (Come disse un funzionario del governo statunitense durante la mia udienza nel 1999, “se il diritto internazionale ci impedisce di bombardare il Kosovo, deve esserci qualcosa che non va nel diritto internazionale”).

È assurdo, ma forse non così irrazionale come sembra. Il PMC e le sue truppe d’assalto nelle ONG e nell’industria dei diritti umani hanno una visione normativa ed emotiva del mondo, per lo più svincolata da fatti ed esperienze. Quindi, quando il mondo non funziona secondo le loro aspirazioni normative, bisogna fare qualcosa per correggerlo. La legge è, ovviamente, la risposta fondamentale del PMC a ogni problema, e considera le leggi, compresi i trattati, come atti linguistici. Una volta promulgate, risolveranno da sole il problema, poiché esigeranno necessariamente obbedienza. Le Convenzioni sul Clima, ad esempio, vengono salutate come “successi” o “fallimenti” a seconda dei documenti prodotti, mentre ovviamente ciò che conta è ciò che i governi fanno effettivamente.

L’assunto che i documenti portino alle azioni, piuttosto che il contrario, è quindi uno dei maggiori problemi della mentalità del PMC. Il suo momento meno felice è stato probabilmente la conclusione della Conferenza di Roma sullo Statuto della Corte Penale Internazionale, salutata dalle ONG come “la fine dell’impunità” e un nuovo inizio per il genere umano. No, non sto esagerando: l’atmosfera tra le ONG a Roma (che, con loro disappunto, non sono state ammesse ai negoziati) assomigliava a quella di un risveglio religioso. Detto questo, dovremmo ricordare che per il PMC il diritto è un discorso morale piuttosto che semplici testi: è un modo di parlare del mondo e un vocabolario in cui esprimere i propri desideri e odi, e quindi è lo spirito, non la lettera, che conta. Non sorprende quindi che molti di coloro che avevano applaudito a gran voce il bombardamento del Kosovo nel 1999 si siano poi opposti all’invasione dell’Iraq nel 2003 e si siano aggrovigliati in nodi concettuali nel tentativo, senza successo, di sostenere che le due cose fossero giuridicamente diverse.

In nessun luogo questa disconnessione è più evidente che nei trattati che trattano argomenti che suscitano forti emozioni e controversie politiche, e su cui mi concentrerò qui. Ci sono trattati che cercano di affrontare le cose negative del mondo, e ne discuterò alcuni, in parte perché sono di attualità, in parte perché sono un buon esempio della mia tesi generale, e in parte perché ho una piccola esperienza dei problemi che possono causare. Molti di essi presentano l’interessante sfumatura che, sebbene siano gli Stati a essere parti del trattato, il testo stesso riguarda in realtà ciò che la gente comune avrebbe potuto fare.

Prenderò come esempio principale l’attuale Convenzione sul Genocidio, ampiamente citata, anche se poco letta. Il testo potrebbe essere descritto come un successo politico (è stato concordato), ma un disastro concettuale (a causa del processo di accordo stesso). Questo risultato è in realtà piuttosto comune. Il testo è in realtà relativamente breve, come spesso accade con argomenti difficili e controversi, e si concentra in gran parte su questioni giuridiche tecniche. Il suo contenuto operativo può essere ragionevolmente riassunto come “concordiamo sul fatto che il genocidio è una cosa negativa e faremo tutto il possibile per prevenirlo e punirlo”. Gli elementi operativi e definitori occupano solo mezza pagina delle tre pagine e mezza del testo ufficiale. Il resto è burocrazia.

Chi non ha mai letto la Convenzione rimane spesso sorpreso nello scoprire che genocidio non significa “uccidere un gran numero di persone”, e quindi a volte sostiene che dovrebbe, e se non lo è, allora il testo deve essere modificato. In effetti, la definizione è complessa e difficile da comprendere, come spesso accade con testi di compromesso contesi in diverse lingue, e dove non ci sono profondità, solo varietà di superfici. Innanzitutto, il genocidio non è un atto in sé, ma un’interpretazione di uno. Proprio come i codici penali nazionali distinguono tra uccisione volontaria e involontaria, o persino atti criminali da errori o negligenze genuini, così la Convenzione richiede “l’intenzione” di “distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, in quanto tale” prima che si possa dire che esiste un genocidio. E “distruzione” è limitata a cinque metodi: uccidere (ovviamente), causare danno, creare condizioni di vita impossibili, impedire le nascite e trasferire i bambini ad altri gruppi.

Senza dilungarmi troppo, nessuno sa veramente cosa significhi tutto questo. Ma questo in realtà non ha importanza – o almeno non aveva importanza nel 1948 – perché lo scopo primario della negoziazione del trattato era stato raggiunto, e i governi potevano affermare che il genocidio sarebbe stato ora prevenuto e punito. Non si trattava di renderlo operativo, né esisteva un modo ovvio per farlo, al di là della normale applicazione del diritto penale nei paesi firmatari. Ma ovviamente episodi di violenza di massa tendono a verificarsi proprio in aree in cui la legge non può essere applicata. Questo non è cinismo, tra l’altro, o almeno non solo: è il modo in cui funziona il sistema, e questo è uno dei primi esempi moderni di pensiero magico che produce atti linguistici presunti. Tuttavia, mi limiterò a sottolineare alcune delle difficoltà più evidenti che ne hanno impedito l’applicazione pratica, osservando di sfuggita che sono stati scritti libri e tenuti convegni per cercare di stabilire il significato di parte del testo, almeno in teoria.

Prendiamo l'”intento”, che è la chiave di volta dell’intero edificio intellettuale. Come potremmo saperlo? All’epoca, il mondo era ancora sotto l’incantesimo della Seconda Guerra Mondiale e temeva un altro conflitto devastante. Era quindi conveniente sia per l’Est che per l’Ovest sottolineare la malvagità unica del regime nazista, sostenere che una pagina della storia era stata definitivamente voltata e, nel caso dell’Unione Sovietica, cancellare il ricordo della sua collaborazione con i nazisti fino al 1941. Nell’immediato dopoguerra, l’idea di una sorta di Piano Generale a lungo termine attuato dalla Germania a partire dal 1933, un Intento che altri paesi non erano riusciti a comprendere e prevenire, fu ampiamente accreditata. Per ragioni politiche, all’epoca prevalse e ha ancora oggi i suoi sostenitori politici. In realtà, la Germania nazista era un caos istituzionale e politico, piena di piani selvaggi e concorrenti per ogni cosa, pochi dei quali furono mai attuati e nessuno in modo completo. I nazisti in gran parte inventarono tutto strada facendo. Ma naturalmente, se ci fosse stato un Piano Generale, coloro che non l’avessero individuato avrebbero potuto essere ritenuti politicamente responsabili delle immense sofferenze della guerra, e si sarebbe potuto scrivere un racconto morale soddisfacente per l’edificazione delle generazioni future. (Questa è l’origine ultima di tutte quelle richieste di azione per “fermare” l’ultima figura di odio occidentale, il più recente Putin.)

Le terribili esazioni dei nazisti, e in particolare quelle dirette contro gli ebrei, costituivano una parte importante della tesi del Piano Generale: sembrava incredibile che così tante persone potessero essere state massacrate senza un Piano Generale, e comunque tutti sapevano che i tedeschi erano razzialmente programmati per essere pianificatori meticolosi. Ci fu quindi grande entusiasmo per la scoperta, dopo la guerra, del Protocollo di Wannsee, dal nome solenne, ritenuto il Piano Generale. Eppure, a un esame più approfondito,Il documento risulta essere un briefing di Reinhard Heydrich su un progetto per trasferire gli ebrei dalla Polonia e da altre parti d’Europa e farli lavorare fino alla morte come schiavi nei territori appena conquistati. Il piano non fu mai attuato perché la situazione militare si rivoltò a sfavore della Germania. Non si può seriamente dubitare che i nazisti intendessero condurre una guerra di sterminio in Oriente, perché ci sono molti documenti che lo affermano, in particolare il famigerato Piano Generale per l’Est, che prevedeva l’uccisione di sessanta milioni di ebrei, slavi e altri come parte di un programma di colonizzazione, ma non fu mai realmente attuato. E certamente compirono molti stermini. Ma nonostante l’orrore, gran parte dello stato nazista era in conflitto con se stesso per la maggior parte del tempo: gli storici moderni , ad esempio, vedono persino il piano di sterminio degli ebrei svilupparsi in modo casuale nel corso di un periodo di anni.

Ho insistito un po’ su questo punto, per quanto raccapricciante, perché l’intero edificio del discorso sul genocidio si basa non sull’intenzione generale di arrecare danno, per quanto grande, ma sull’esistenza di un piano preciso per fare da una a cinque cose specifiche per “distruggere” uno dei quattro gruppi specificati. Il problema è che i gruppi “nazionali, etnici, razziali e religiosi” non hanno un’esistenza oggettiva, quindi è impossibile sapere se le vittime vi appartengano. L’idea di un gruppo “nazionale” è la più strana. I belgi sono un gruppo nazionale? Cechi e slovacchi sono un gruppo di due? La risposta potrebbe essere che in alcune lingue (soprattutto quelle slave) la stessa parola significa sia “nazione” che “popolo”, e questo potrebbe essere un indizio sul perché il termine sia stato adottato. Un gruppo “etnico” (noi diremmo “etnico”) è probabilmente ciò che si intendeva per “nazione”, ma oggigiorno l’etnia è ciò che gli studiosi chiamano un “concetto contestato” ed è circondata da così tante riserve da essere in gran parte inutile. Si ritiene generalmente che i gruppi “razziali” non esistano, nel senso in cui la “scienza” razziale alla base della Convenzione di inizio Novecento la riteneva. E i gruppi “religiosi”, a differenza delle affiliazioni culturali, delle tradizioni e dei gradi di osservanza, sono molto difficili da definire.

All’epoca, nulla di tutto ciò aveva importanza. Dopotutto, era improbabile che qualcuno venisse mai processato per aver voluto distruggere tali gruppi. Detto questo, molti dei primi sostenitori della Convenzione erano esuli nazionalisti di destra dall’Europa orientale, ed era chiaro che le azioni sovietiche in quella regione durante i terribili anni di vendetta generalizzata dopo il 1945, tra cui uccisioni su larga scala e spostamenti forzati di popolazioni, nonché la persecuzione della Chiesa cattolica, potevano essere utilizzate per accuse politiche di “genocidio”. Pertanto, alcune delle categorie diventano più spiegabili (sebbene naturalmente anche altri gruppi promuovessero la Convenzione). E in quell’epoca caotica, quando l’Occidente sperava ancora che i sovietici potessero essere nuovamente cacciati dalla regione, alcuni potevano sempre fantasticare su processi penali contro funzionari sovietici per genocidio: una sorta di Norimberga 2.0.

Questi gruppi potrebbero essere distrutti “in tutto o in parte”. Quanto è grande una “parte”? Nessuno lo sa ed è impossibile deciderlo. E questi gruppi sono stati presi di mira “in quanto tali”. ( En tant que tel in francese è un po’ più chiaro). Nessuno è sicuro di cosa significhi realmente, se significhi qualcosa. Ma ancora una volta, sebbene siano state proposte diverse risposte e siano stati scritti interi libri su queste domande, non c’è un significato “reale” da scoprire, perché il testo, come tutti questi testi, non ha un significato reale: è semplicemente il punto in cui i negoziatori sono finiti quando sono riusciti a raggiungere un accordo.

Niente di tutto ciò avrebbe avuto davvero importanza – il problema del genocidio era stato “risolto”, dopotutto – se non fossero stati fatti tentativi, a partire dagli anni Novanta, di processare individui per genocidio, prima a seguito di propaganda e resoconti mediatici provenienti dalla Bosnia, poi a seguito dei terribili eventi in Ruanda nel 1994. I problemi erano evidenti. Uno storico può dedurre l'”intenzione” forse da documenti e politiche governative, ma dimostrare con un criterio di prova penale cosa ci fosse nella mente di qualcuno, e dimostrare che la stessa persona fosse almeno indirettamente responsabile di specifici orrori, alla fine era troppo difficile, quindi è stato eluso. Come mi ha spiegato un pubblico ministero del Tribunale per il Ruanda, l’argomentazione era che la portata delle uccisioni del 1994 era tale che dovevano essere state pianificate. Quindi, ciò che doveva essere dimostrato poteva essere semplicemente dato per scontato. E naturalmente, senza intenzione, non si ha colpa.

Alla fine, i tribunali hanno di fatto riscritto la Convenzione per rendere possibili le condanne. I giudici ruandesi, pieni di preconcetti occidentali sul tribalismo e la barbarie africana, hanno emesso condanne per genocidio contro il “gruppo etnico Tutsi”, finché degli specialisti imbarazzati non hanno fatto notare che la distinzione Tutsi/Hutu era sociale ed economica, simile al sistema delle caste indiano, e per nulla etnica. Non importa, il Tribunale ha deciso che questi gruppi etnici non dovevano effettivamente esistere, finché la gente pensava che esistessero . (Tanto per dire “in quanto tali”). E la condanna del generale Radislav Krstic per le uccisioni di Srebrenia nel 1995 ha sorpreso tutti, compresi i pubblici ministeri, perché le vittime erano maschi adulti fuggiti dalla città, e circa la metà erano soldati della 28a Divisione musulmana. Leggendo la prosa contorta delle sentenze, in particolare della Camera d’appello, con le loro teorie giuridiche appena coniate, era chiaro che alla fine i giudici stavano principalmente cercando di convincere se stessi, per fare una tesi politica sull’indiscussa atrocità dell’incidente.

Non c’è nulla di particolarmente illuminante nel vedere il fervore escatologico dei buoni pensatori liberali trasformarsi in rabbia e vendetta quando il nuovo mondo atteso non arriva. Ma è comunque un fattore sostanziale nella politica odierna e deve essere tenuto in considerazione. La fede nelle Parole di Potere, la fede che un documento da solo possa cambiare la storia, e se non lo fa è colpa di qualcuno che deve essere identificato e punito, è profondamente radicata nel pensiero del PMC. (Non c’è spazio qui per discutere le conseguenze a volte terribili di trattati di pace imperfetti o prematuri, anche se l’ho fatto altrove .)

A volte l’inganno è quasi comico. Il Trattato di Ottawa del 1997 ha messo al bando (per i firmatari) “l’uso, lo stoccaggio, la produzione e il trasferimento di mine antiuomo” e ne ha richiesto la “distruzione”. Ora, chiunque ricordi così lontano ricorderà che queste parole non hanno nulla a che fare con il problema reale , ovvero che per diversi decenni l’Unione Sovietica e la Cina hanno fornito ingenti scorte di mine ai movimenti di liberazione e ad alcuni governi, soprattutto in Africa, e che queste venivano depositate in modo promiscuo con poche o nessuna documentazione sulla loro posizione. Il prezzo da pagare per la popolazione civile in alcune aree è stato terribile. Quindi, in che modo la firma del Trattato da parte di Barbados e Irlanda ha contribuito a risolvere i problemi dell’Africa postbellica? A questo proposito, come poteva un paese come la Sierra Leone (dove la guerra era ancora in corso) sperare di adempiere agli obblighi della Convenzione, in particolare la distruzione, quando non aveva né le risorse né il denaro per farlo? Ma ancora una volta, questo significa fraintendere lo scopo del Trattato, che era quello di fingere che un problema senza una vera soluzione fosse stato comunque risolto. E naturalmente, un decennio dopo, Internet era pieno di articoli arrabbiati che si chiedevano perché, dieci anni dopo Ottawa, in Africa le persone venissero ancora uccise e mutilate dalle mine. Beh, se non avete voglia di leggere il testo…

Ed è proprio questo il problema. Le persone vedono ciò che vogliono vedere e spesso danno per scontato che se una parola compare nel titolo di un trattato, debba significare ciò che vogliono. Quindi la gente si chiede perché l’Ucraina abbia così tanti combattenti stranieri, o “mercenari”, nonostante sia firmataria di una Convenzione del 1989 che li mette al bando. A cui, ovviamente, la risposta è: leggete il testo e troverete una definizione molto ristretta e limitata di “mercenario”, che i termini di servizio per i cittadini stranieri in Ucraina sembrano essere stati appositamente redatti per evitare. “Ma questo è un cavillo!”, hanno protestato alcuni. E non ho pazienza con chi chiede “perché la CPI non ha incriminato Tony Blair per la guerra in Iraq?”, visto che chiaramente non ha letto lo Statuto, né ha dedicato cinque minuti a ricercare i retroscena dei negoziati del 1998.

Concludendo su questo punto, possiamo dire che la lezione per i buoni pensatori liberali e per il PMC è: fate attenzione a ciò che chiedete, potreste ottenerlo. Volete processare persone che non vi piacciono? Bene, ma poi bisogna tenere conto di cose noiose come prove, testimoni e ammissibilità delle prove, e i tribunali potrebbero ottenere risposte sbagliate. Quando i primi processi per crimini di guerra si tennero ad Arusha e all’Aia negli anni ’90, gli attivisti per i diritti umani si indignarono nello scoprire che agli imputati venivano riconosciuti i diritti umani, inclusa la presunzione di innocenza! Ai loro avvocati fu permesso di controinterrogare i testimoni! Era richiesta la prova della colpevolezza! Alcuni imputati furono assolti per insufficienza di prove! Dove stava andando a finire il mondo? E finché le persone avranno aspettative normative esagerate e attribuiranno ai testi poteri magici che non hanno, questo tipo di reazione continuerà.

Ma concluderò, per una volta, con una nota di cauto ottimismo. Da un lato, molti accordi internazionali, quelli che non suscitano irrealistiche fantasie escatologiche, sono negoziati da esperti che sanno il fatto loro e capiscono che quanto contenuto nel trattato deve essere reso operativo. Ho deliberatamente limitato questo saggio ad altri casi, in cui si presume che i trattati abbiano poteri soprannaturali che in realtà non possiedono. In ogni caso, però, come ho sottolineato, le parole sulla carta non significano nulla se non ci sono la volontà e la capacità di attuarle. Ma è vero anche il contrario: molti trattati stabiliscono semplicemente cosa si fa comunque e cosa continuerebbe ad accadere in assenza di un trattato. E il sistema internazionale funziona, grazie al cielo, non secondo codici di condotta, ma attraverso un intelligente interesse collettivo. In definitiva, il vero problema non è il Nuovo Trattato START. Entrambe le parti avrebbero potuto già denunciarlo, ma non l’hanno fatto. Non c’è motivo di credere che la fine del Trattato cambierà qualcosa di sostanziale, finché entrambe le parti riterranno vantaggioso limitare i propri arsenali. In caso contrario, i trattati saranno comunque irrilevanti.

La Grande Guerra della Groenlandia_di Big Serge

La grande guerra della Groenlandia

Tre possibili storie

Big Serge21 gennaio
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Gran parte dei miei scritti fino a questo punto si è concentrata sull’analisi di guerre già avvenute (a volte molto tempo fa) o in corso. Qui, mi azzarderò a fare una piccola deviazione, tentando di proporre tre storie teoriche di una guerra che non è ancora iniziata, ma che appare sempre più possibile. Cosa succederebbe se gli Stati Uniti tentassero un’aggressiva invasione della Groenlandia contro la volontà dei groenlandesi, dei danesi e della comunità di sicurezza europea in generale?

Forse queste storie sembreranno al lettore nient’altro che pura finzione, anche se, si spera, godibili e interessanti. Credo, tuttavia, che ogni caso abbia una catena di causa ed effetto essenzialmente coerente, e i risultati estremamente diversi che ne conseguono dovrebbero farci riflettere. Nulla nella geopolitica – e per estensione nella storia – è veramente deterministico in modi che ci risultano evidenti in tempo reale. Come palle che sfrecciano intorno a un tavolo da biliardo, gli effetti di secondo ordine iniziano a moltiplicarsi rapidamente. La nostra storia è piena di grandi guerre iniziate in luoghi apparentemente piccoli: il Lexington Common, Fort Sumter, l’auto da turismo di un arciduca nei vicoli di Sarajevo. Nuuk sarà la prossima?

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La prima storia: La grande frantumazione

La battaglia in Groenlandia si concluse prima che il mondo si rendesse conto del suo inizio. L’idea di uno scontro a fuoco tra gli americani e i loro ex alleati europei – un’idea che sembrava assurda e impensabile appena un anno prima – era considerata così impossibile che i governi di tutta Europa erano ancora increduli quando l’esito dei combattimenti divenne evidente, circa 9 ore dopo i primi colpi sparati. Era come se il cielo stesse crollando.

Il presidente Trump era inarrestabile. Nel gennaio del 2026, le forze statunitensi avevano condotto un raid lampo in Venezuela, catturando il presidente Nicolás Maduro e trascinandolo negli Stati Uniti per processarlo. L’anno precedente, bombardieri strategici americani erano penetrati nello spazio aereo iraniano e avevano colpito impianti nucleari sensibili. Mentre analisti e blogger da salotto avevano dibattuto incessantemente sui particolari di questi due incidenti, soffermandosi su immagini sgranate dei siti di impatto e video di elicotteri americani su Caracas, ripresi da iPhone, il fatto fondamentale era che l’America si era coraggiosamente intromessa in due paesi ostili, apparentemente a suo piacimento, senza subire una sola vittima. Il presidente poteva essere perdonato per aver avuto la sensazione di essere un po’ in difficoltà.

Riportando l’attenzione sulla Groenlandia, il Presidente Trump ha insistito sul fatto che l’America dovesse assolutamente avere quell’isola scarsamente popolata e inospitale, per garantire sia la sicurezza americana che quella del mondo occidentale in generale. Le giustificazioni sembravano variare di giorno in giorno: dalla minaccia spettrale di una presenza cinese in Groenlandia, alla necessità di difendere ipotetiche rotte di navigazione future, alla creazione di basi per risorse strategiche come un radar di allerta precoce potenziato per il rilevamento di missili balistici e attività spaziali. Nessuno riusciva a mettersi d’accordo sul perché Trump volesse così tanto la Groenlandia, ma era irremovibile sul fatto che l’America dovesse non solo mantenere una presenza militare lì, ma annettere l’isola direttamente.

Inizialmente, il presidente americano ha utilizzato il suo strumento diplomatico multiuso preferito e ha iniziato a imporre dazi sulle importazioni agli europei, con la promessa di aumentarli nel tempo, per fare pressione sul governo danese affinché vendesse. Forse non era irragionevole che Trump si aspettasse che gli europei cedessero ancora una volta. I danesi, tuttavia, si sono rifiutati categoricamente e hanno invece iniziato a schierare forze per difendere l’isola, arruolando una coalizione di partner europei per aiutare a presidiare la Groenlandia.

Pochi potevano mettere in discussione lo spirito combattivo dei danesi – che dopotutto avevano contribuito e a loro volta subito perdite sproporzionate partecipando alle guerre americane in Medio Oriente – ma l’idea di combattere davvero gli americani per la Groenlandia era destinata a fallire fin dall’inizio. Tanto per cominciare, era chiaro che gli europei non si aspettavano che gli americani sparassero contro di loro. La missione europea in Groenlandia aveva un significato simbolico fin dall’inizio: l’idea, si suppone, era che affrontare gli americani con la prospettiva di uccidere effettivamente i propri alleati avrebbe costretto persino un intransigente come Trump a tirarsi indietro. Di conseguenza, le forze europee e alleate erano composte da contingenti relativamente piccoli. Il governo britannico fece la sua parte e inviò il 40° Commando dei Royal Marines, delle dimensioni di una brigata; il Canada contribuì con un singolo Arctic Response Company Group; la Norvegia fornì due compagnie del Battaglione Narvik (specializzati nella guerra artica); olandesi, finlandesi e tedeschi inviarono formazioni equivalenti alle loro compagnie.

Ciò che tutti questi schieramenti avevano in comune, come la guarnigione danese, era il fatto di essere composti principalmente da fanteria leggera e privi di elementi essenziali come una difesa aerea stratificata, capacità di attacco a distanza, un robusto apparato tecnico e supporto aereo. Si trattava di una classica forza di spedizione. In termini di pura potenza di fuoco, era chiaro che erano tristemente surclassati dall’armata americana, ora ammassata nel Mare del Labrador sotto il comando dello USNORTHCOM. Era ovvio che il loro schieramento fosse stato concepito principalmente come dimostrazione della determinazione europea e per mettere di fronte alla Casa Bianca l’idea che avrebbero potuto avere la Groenlandia solo se fossero stati disposti a sparare ai propri alleati. Gli europei pensavano di aver smascherato il bluff del presidente Trump. Non stava bluffando.

Nelle prime ore del mattino di lunedì 27 aprile 2026, le forze americane iniziarono a bombardare gli obiettivi in ​​Groenlandia con un pacchetto di attacchi misti di missili lanciati da aria e mare, mentre effetti informatici stratificati devastavano le ISR e il Comando e Controllo europei. I Tomahawk lanciati da navi colpirono depositi di munizioni, caserme e posti di comando sparsi intorno ai fiordi sulla costa occidentale della Groenlandia. La HDMS Niels Juel, una fregata danese per la difesa aerea, fu colpita e messa fuori combattimento da un AGM-158C LRASM lanciato da aerei. Nel giro di un’ora, gli europei erano allo sbando e la resistenza era minima quando l’11a Divisione Aviotrasportata americana – gli “Angeli Arctic” – iniziò il suo inserimento al sorgere del sole. Il tenente colonnello Oliver Denning, che comandava il 40° Commando dei Royal Marines (di stanza nei pressi di Sisimiut), riuscì a informare il quartier generale congiunto permanente del Regno Unito, a nord di Londra, che “gli americani ci hanno attaccato” poco prima che le comunicazioni si interrompessero.

Gli europei, sconcertati, non ebbero altra scelta che ordinare la ritirata. Il bilancio delle vittime fu relativamente basso rispetto agli standard della lunga e sanguinosa storia europea: un totale di 97 morti europei, per lo più nella prima ondata di attacchi, ma la vista delle bare che tornavano a casa, drappeggiate con le bandiere nazionali, fu scioccante. Le capitali europee si agitarono in un mix psicologicamente opprimente di disorientamento, tradimento, incredulità e rabbia.

Gli europei erano determinati a reagire con tutti gli strumenti a loro disposizione, a meno di non scatenare una guerra cinetica con gli americani, che ammisero tardivamente di non poter vincere. A luglio, i membri europei, insieme al Canada, avviarono un ritiro di massa coordinato dalla NATO, provocando il ritiro americano da ciò che restava dell’organizzazione. Ad agosto, gli unici membri rimasti erano Turchia, Croazia e Bulgaria, che sciolsero goffamente l’alleanza.

Con il loro ritiro, gli stati europei iniziarono a espellere formalmente le truppe americane dalle loro basi in tutto il continente. Mentre le forze armate americane iniziavano a ritirarsi dalle posizioni da tempo occupate, abbandonando pietre miliari della Guerra Fredda come Ramstein, Lakenheath e la base aerea di Aviano, alcune truppe tornarono a casa, ma la maggior parte si ridistribuì nella base aerea di Incirlik in Turchia (che fu rapida a sfruttare la nuova divisione atlantica accogliendo una maggiore presenza americana) e in strutture in Qatar e Arabia Saudita.

Nel frattempo, gli europei scatenarono una controffensiva economica su tre fronti contro gli americani, prendendo di mira le importazioni, la tecnologia e gli appalti militari americani. Un’enorme tariffa del 100% sulle importazioni di beni americani espulse praticamente gli americani dal mercato comune europeo, mentre le autorità di regolamentazione europee – che da tempo avevano preso di mira le aziende tecnologiche americane – furono finalmente lasciate libere. Durante l’estate, l’UE realizzò finalmente la sua visione di un’unica agenzia di regolamentazione digitale per l’intera unione, che iniziò a schiacciare sistematicamente giganti americani come Google, Meta, Tesla e X, fino a vietarli completamente. Giovani intraprendenti continuarono a utilizzare VPN e altri espedienti per accedere ai social media americani, ma pubblicamente la presenza americana svanì e offerte cinesi come Baidu, BYD, Huawei e ByteDance subentrarono per sostituirle.

Alla fine, gli europei si resero conto che non potevano più dipendere dagli appaltatori della difesa americani. Gli ordini furono annullati senza tante cerimonie in tutto il continente (persino la Polonia annullò con nostalgia i suoi ordini esorbitanti per gli HIMARS americani), e gli europei iniziarono a inondare di denaro produttori locali come Rheinmetall, BAE Systems e SAAB. Fu una soddisfazione snobbare finalmente gli americani, ma le consegne erano programmate con tempi lunghi e i costi sembravano costantemente superare le promesse. Nessuno lo disse, ma tutti iniziarono a desiderare di poter riavere indietro tutto l’equipaggiamento che era arrivato in Ucraina nel corso degli anni.

La disgregazione del blocco NATO non è avvenuta nel vuoto. Il governo russo, sempre calcolatore e opportunista, ha immediatamente iniziato ad aumentare la pressione sull’Ucraina, che era ormai in grave disordine. Nell’estate del 2026, il presidente Trump, cercando di scaricare una crisi ucraina in fiamme sulle spalle dell’Europa, ha bloccato l’accesso ucraino agli armamenti, all’intelligence e ai dati di puntamento americani. Il 4 luglio, nel suo post su TruthSocial in cui augurava “BUONA FESTA DELL’INDIPENDENZA A TUTTI”, ha annunciato di aver ordinato a Elon Musk di disconnettere Starlink dall’Ucraina. Messe fuori controllo e con il flusso di munizioni occidentali ormai bloccato, le forze ucraine hanno iniziato a disperdersi. Di fronte alle rese di massa e alle sfondamenti russi sul fronte all’inizio di settembre, Kiev fu costretta a firmare un trattato di pace che riconosceva l’annessione da parte della Russia di dieci oblast: Lugansk, Donetsk, Zaporizhia, Kherson, Mykolaiv, Odessa, Dnipro, Kharkov e Sumy.

Il Cremlino non perse tempo. Entro la fine dell’estate, i media europei riferirono con allarme del rafforzamento delle forze russe lungo il confine con gli Stati baltici. A ottobre, i russi entrarono in azione. Avevano imparato dai loro errori in Ucraina e intervennero con mano pesante, colpendo fin dall’inizio centrali elettriche, caserme e infrastrutture comunali. Ci vollero 17 giorni perché le forze di terra russe invadessero i Paesi baltici. La NATO non fece nulla. La NATO se ne andò.

In assenza di impegni formali in materia di sicurezza nei confronti dei Paesi Baltici, la comunità europea era profondamente divisa sull’opportunità di intervenire. Solo i polacchi erano inizialmente disposti a farsi avanti, ma si ripresero rapidamente dopo che la 18ª Divisione Meccanizzata fu massacrata fuori Kaunas (avanzando in stereotipate colonne di marcia, fu duramente massacrata da veterani operatori di droni russi) e Varsavia firmò un armistizio. Con l’inverno alle porte, e con un disperato bisogno di gas russo per sostenere un’economia in difficoltà, gli europei decisero di cedere l’amministrazione russa dei Paesi Baltici. La Finlandia, tornando alla strategia del riccio che l’aveva così ben servita durante la Guerra Fredda, adottò formalmente una politica di neutralità e intensificò l’addestramento di aggiornamento per la sua numerosa riserva militare.

La Cina ha saggiamente deciso di essere l’ultimo a entrare in guerra. Con gli americani alle prese con spinosi problemi economici (il crollo delle relazioni economiche con l’Europa aveva spinto i tassi dei titoli del Tesoro americani alle stelle e sconvolto le catene di approvvigionamento) e l’esercito americano che si stava riorientando, i cinesi hanno atteso fino a metà del 2027 per bloccare Taiwan. Le azioni di Nvidia sono crollate nelle contrattazioni after hours. Attacchi concatenati al sovrappeso settore tecnologico americano, Pechino ha abbinato la sua mossa su Taiwan al rilascio di un’ondata di modelli di intelligenza artificiale open source, tra cui l’innovativo DeepSeek V5. Il lancio improvviso di decine di modelli di intelligenza artificiale concorrenti, unito alla prospettiva della perdita totale della produzione di chip taiwanese, ha fatto precipitare i titoli tecnologici americani in una spirale di collasso e l’indice S&P 500 è sceso del 23%. Il presidente Trump ha annunciato la sua intenzione di reagire con dazi. Taipei ha capitolato.

Mentre il mondo avanzava a tentoni verso il 2028, il panorama geopolitico emergente era del tutto irriconoscibile. Il lancio della politica emisferica americana fu un successo incondizionato, entro i suoi ristretti parametri. La Groenlandia fu consolidata come territorio americano non incorporato, sulla falsariga di Guam e Porto Rico, mentre partner minori come El Salvador e Argentina fornirono avamposti americani lungo la spina dorsale delle Americhe. Dopo una breve fase di stallo nell’estate del 2027, Panama restituì il controllo della Zona del Canale agli Stati Uniti, che si misero al lavoro per riattivare strutture militari, tra cui la base aerea di Howard e la base navale di Coco Solo. Con il controllo sia sul Canale di Panama che sui giacimenti petroliferi venezuelani, e una presenza militare intensificata in Groenlandia, la Dottrina Donroe era stata realizzata.

I costi, tuttavia, erano stati esorbitanti. L’alleanza americana in Europa, costruita e mantenuta a caro prezzo durante tutta la Guerra Fredda, era andata perduta. La posizione americana in Asia era pressoché intatta – Filippine, Corea del Sud, Giappone e Australia rimanevano alleati chiave – ma l’incapacità degli Stati Uniti di difendere attivamente Taiwan li aveva profondamente resi tutti più lucidi, e si poneva la questione se potessero contare sugli americani per resistere a un’ulteriore invasione cinese. In un’intervista a FOX News, il professor John Mearsheimer suggerì che Giappone e Corea del Sud avrebbero potuto garantire al meglio la propria sicurezza dotandosi di armi nucleari. Tokyo stava già pensando la stessa cosa: nell’ottobre del 2027, le Forze di Autodifesa Aerea giapponesi testarono un nuovo missile balistico a raggio intermedio. I media lo soprannominarono Godzilla.

La seconda storia: Turbo-America

“È un pazzo. Ma non c’è niente che possiamo fare.”

Internamente, il governo danese era pieno di rabbia e incredulità per essere arrivato a questo punto. Dopo aver rifiutato, diplomaticamente ma con fermezza, l’offerta da 700 miliardi di dollari del presidente americano per l’acquisto della Groenlandia, era stato sottoposto a una campagna di pressioni feroci su tutti i fronti. Gli americani avevano iniziato a imporre dazi doganali crescenti sui partner europei della Danimarca, mentre il presidente Trump rimproverava pubblicamente i danesi per la loro ingratitudine e testardaggine. Un gruppo di portaerei americane si era appostato nell’Atlantico settentrionale, a circa 200 miglia dalla costa della Groenlandia. L’ambasciatore danese a Washington era stato convocato nello Studio Ovale, dove il presidente lo aveva aspramente criticato e minacciato di “spazzarlo via dal cielo” se i danesi avessero continuato a trasportare altro personale militare in Groenlandia.

I danesi valutarono le loro opzioni e scoprirono di non averne nessuna. Il personale militare danese fu richiamato silenziosamente dalla Groenlandia e Copenaghen iniziò a cercare modi per salvare la faccia. Il 4 luglio 2026 – anniversario non solo della fondazione dell’America, ma anche dell’acquisto della Louisiana – la Casa Bianca pubblicò su Twitter una foto del Presidente Trump e del Primo Ministro danese Mette Frederiksen, mentre firmavano il passaggio formale della Groenlandia agli Stati Uniti. Sullo sfondo, un poster lucido mostrava una mappa della Groenlandia ombreggiata a stelle e strisce. Il Presidente Trump era raggiante. Il Primo Ministro non sorrise.

L’annessione americana della Groenlandia fece riflettere gli europei sui due presupposti fondamentali che ora governavano la loro realtà politica. In primo luogo, gli americani erano perfettamente disposti a ricorrere alla coercizione non solo contro i nemici, ma anche contro gli alleati. In secondo luogo, l’Europa si era data scacco matto, tanto da non essere in grado di resistere a questa coercizione. Nonostante tutti i discorsi sul declino americano e sull’emergere di un mondo multipolare, la visione di Bruxelles indicava che l’America era più potente che mai.

Il presidente Trump aveva appena terminato il suo tour de force contro gli europei. Più tardi, quell’estate, con le forze russe in avvicinamento alle città gemellate del Donbass, gli ucraini raggiunsero finalmente il punto di rottura. Il Segretario di Stato Marco Rubio volò a Mosca. Il 24 agosto – il giorno dell’indipendenza dell’Ucraina, piuttosto esplicitamente – gli Stati Uniti annunciarono di aver raggiunto un accordo con Mosca. Washington avrebbe riconosciuto l’annessione da parte della Russia dei quattro oblast orientali, insieme alla Crimea, e avrebbe costretto gli ucraini ad adottare una politica formale di neutralità, in cambio di garanzie russe di non aggressione nei confronti della restante Ucraina. L’Ucraina avrebbe ricevuto garanzie di sicurezza e un fondo di investimento per la ricostruzione del paese.

Gli europei si resero presto conto che i costi di queste ultime voci sarebbero stati a loro carico. L’America avrebbe intascato tutti i proventi derivanti dall’accordo sui minerali del 2025 – “Devono restituirceli”, insistette Trump – e Washington avrebbe contribuito a supervisionare il fondo per la ricostruzione, ma i costi effettivi sarebbero ricaduti sugli europei. Il conto totale era ora stimato a ben 650 miliardi di dollari, una cifra tutt’altro che esigua. Dietro le quinte, tuttavia, Trump minacciò ripetutamente di ritirare gli Stati Uniti dalla NATO e di abbandonare del tutto l’Europa. Quando la Commissione Europea si oppose pubblicamente all’idea di farsi carico dei costi della ricostruzione, il Presidente minacciò di imporre una tariffa del 25% all’UE e di destinare le entrate al fondo per la ricostruzione. “Pagheranno in un modo o nell’altro”, disse. “Devono pagare”.

L’Europa era stretta tra l’incudine e il martello. Da un lato, si era irrimediabilmente estraniata dalla Russia, e non era in grado di correggere la rotta su quel fronte a causa della continua intransigenza degli ex stati del Patto di Varsavia. Dall’altro, continuava a dipendere intensamente da un supervisore americano, perfettamente disposto a scaricare tutti i costi della guerra in Ucraina sull’Europa, a usare ostentata coercizione per assicurarsi che gli europei obbedissero e persino a pretendere che dicessero grazie.

In definitiva, ciò che ha impedito all’UE di risolvere questi problemi è stato il fatto che l’UE non era un’entità politica veramente funzionale, ma una moltitudine. Esisteva una pericolosa asimmetria, in cui l’UE poteva essere intimidita, sottoposta a dazi e coercizione come un’entità singola, ma internamente non era in grado di elaborare una politica estera coerente e unitaria. Ora si trovava con in mano il sacco in fiamme di un’Ucraina distrutta e in rovina.

In termini pratici, il presidente Trump aveva attuato con successo il dominio a tutto campo dell’Europa. Li aveva umiliati con l’annessione della Groenlandia, usando un mix di minacce economiche e militari per costringere i danesi a cedere l’isola. In Ucraina, aveva ottenuto un successo: aveva portato a casa un accordo minerario e un accordo di pace come “oggetti luccicanti” da esibire all’elettorato, lasciando agli europei il conto. E naturalmente, in un programma che risaliva all’amministrazione Biden, la guerra in Ucraina aveva prosciugato le scorte militari europee esistenti e le aveva costrette a rifornirsi con acquisti da appaltatori della difesa americani.

Era un pazzo. Ma cosa potevano fare?

La terza storia: Carlo Magno nucleare

L’umiliazione danese è stata percepita come un’umiliazione europea. Un leader europeo dopo l’altro ha affrontato direttamente il presidente Trump, o ha rilasciato dichiarazioni pubbliche affermando che la Groenlandia era territorio danese, che la sovranità danese era sacrosanta e che la NATO avrebbe difeso i suoi membri da qualsiasi minaccia, persino da una minaccia americana. Quando si è arrivati ​​al dunque, tuttavia, i danesi hanno dovuto ovviamente fare marcia indietro. La Groenlandia era indifendibile e nessuno credeva davvero che gli europei avrebbero combattuto una guerra aperta con gli americani nell’Artico.

Il presidente Trump era al settimo cielo, ovviamente. I danesi avevano fatto marcia indietro senza spargimenti di sangue, Marco Rubio era volato in Groenlandia e aveva scattato una foto imbarazzante davanti all’edificio Inatsisartut a Nuuk, dove ora sventolava la bandiera americana. Appariva, a livello estetico, l’ennesimo colpo di stato in politica estera per gli americani, che sembravano agire impunemente e farla franca, più e più volte.

Internamente, tuttavia, i governi europei sentivano che il risentimento reciproco e turbolento era diventato intollerabile. Trump rimproverava l’Europa per l’ingratitudine, ma dov’era la gratitudine americana per i danesi, un alleato leale che aveva combattuto ed era morto in quelle inutili guerre americane nella savana in Afghanistan e Iraq? Più e più volte, l’Europa aveva seguito la linea e si era schierata diligentemente al fianco degli americani, e dove li aveva portati? Era giunto il momento di un divorzio.

Naturalmente, non tutti nella comunità europea erano propensi ad abbandonare l’alleanza americana, che per così tanto tempo era stata la pietra angolare della politica di sicurezza continentale. Gli stati orientali in particolare – Polonia, Paesi Baltici, Finlandia – erano ancora preoccupati dalla minaccia russa ai loro confini e difficilmente si sarebbero sognati di abbandonare la NATO e di sottrarsi volontariamente all’ombrello nucleare americano. Per gli stati dell’Europa occidentale, tuttavia, era ormai da tempo giunto il momento di creare un’architettura di sicurezza coerente: sotto, dagli e per gli europei.

A Bruxelles, l’11 novembre 2026 (Giorno dell’Armistizio, scelto per evocare il ricordo della vecchia Europa prima che diventasse una satrapia del presidente americano), sedici stati europei annunciarono l’intenzione di ritirarsi dalla NATO e di entrare in una nuova architettura di sicurezza sotto l’egida dell’Organizzazione Europea di Difesa Comune (ECDO), anche se ovviamente sarebbe stata colloquialmente nota come Patto di Bruxelles. Nel complesso, questi stati – Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Islanda, Italia, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Spagna e Svezia – contavano una popolazione di circa 350 milioni di persone e un PIL di quasi 20 milioni di dollari, sminuendo i restanti membri europei della NATO, ormai notevolmente ridotta.

Basato su un analogo protocollo di difesa a filo d’inciampo di difesa comune (un attacco a uno è considerato un attacco a tutti), il nuovo patto di difesa è stato concepito fin dall’inizio per avere un impatto significativo. Il testo del Trattato di Difesa Comune Europea prevedeva l’istituzione di una forza di reazione rapida multinazionale composta da dodici unità equivalenti a una brigata, pronta a schierarsi rapidamente ovunque all’interno del “teatro europeo”. Il trattato vincolava inoltre tutti gli Stati membri a essere “pronti a contribuire alla difesa comune” reintroducendo la coscrizione obbligatoria universale per i maschi di 18 anni, e prevedeva l’impegno a destinare non meno del 4% del prodotto interno lordo alla difesa.

Tuttavia, lo sviluppo di gran lunga più rivoluzionario dell’ECDO fu l’integrazione formale della Francia (unico stato nucleare dell’organizzazione) come detentore del deterrente strategico del patto. Ciò fu ottenuto concedendo alla Francia un diritto di veto nel Consiglio di Difesa Comune, in cambio di clausole che avrebbero potuto invocare una “revisione delle opzioni di attacco strategico” nei casi in cui il consiglio avesse stabilito che “l’integrità territoriale o politica dell’area di difesa comune fosse minacciata”. Questa innovazione, che equivaleva a un’estensione di fatto dell’ombrello nucleare francese sul patto (e a una tacita ammissione della leadership francese in Europa), divenne popolarmente nota come Protocollo di Carlo Magno.

La creazione dell’ECDO e il ritiro dei suoi membri dalla NATO portarono necessariamente all’espulsione delle forze americane dalle basi in tutta Europa. Strutture come Ramstein, in Germania, e la base aerea di Aviano in Italia furono smantellate e gli americani iniziarono la migrazione verso i loro avamposti rimanenti in Europa. Il Regno Unito rimase nell’ovile, ma Polonia, Turchia e Ungheria ospitarono la maggior parte delle guarnigioni americane ridispiegate, sebbene diventasse sempre più incerto se fossero lì per scongiurare minacce provenienti da est o da ovest.

Indubbiamente, gli stati membri dell’ECDO speravano di mantenere relazioni cordiali con gli americani. Inevitabilmente, tuttavia, sorsero attriti, in gran parte perché gli Stati Uniti ora mantenevano una fastidiosa posizione di blocco nell’Europa centro-orientale. Con la presenza continentale della NATO ormai limitata a una sottile fascia di stati (Finlandia, Paesi Baltici, Polonia, Ungheria, Romania, Bulgaria e Turchia), questa satrapia americana notevolmente ridotta rimase in grado di bloccare l’accesso europeo alla Russia (e al gas russo), e gli americani lavorarono incessantemente per mediare e controllare le relazioni. Peggio ancora, nel 2027 le forze turche invasero la Siria settentrionale e annetterono ampie zone del paese con il sostegno americano. Ciò aprì la strada alla ripresa del gasdotto Qatar-Turchia, ponendo un altro flusso energetico ad alto potenziale nelle mani dell’alleanza americana.

L’ECDO aveva risolto un problema fondamentale della storia europea moderna. Per la prima volta, l’Europa occidentale – che rappresentava la massa dell’economia europea – aveva elaborato un meccanismo politico per un’azione militare coordinata e gettato le basi per una vera forza in grado di sostenerla. Non era stato facile per tutti i partiti membri concedere di fatto il ruolo di guida ai francesi, ma questo boccone amaro fu reso più facile da ingoiare dall’umiliante ricordo della crisi della Groenlandia. In ogni caso, il gollismo era stato certamente riabilitato ed era ormai giunto il momento di seguire l’esempio francese su tali questioni.

Superficialmente, le nuove linee geopolitiche in Europa apparivano per lo più stabili, con una sola eccezione degna di nota. Nel maggio 2028, il Consiglio di Difesa Comune si riunì per discutere le crescenti tensioni nelle acque territoriali contese tra Grecia e Turchia. Questa era stata una delle principali fonti di tensione per decenni e in due occasioni, nel 1987 e nel 1996, Grecia e Turchia erano arrivate quasi a ostilità militari generali. Ora, tuttavia, la Grecia era membro dell’ECDO, soggetta al Protocollo di Carlo Magno, mentre la Turchia rimaneva un membro della NATO. Inoltre, la Turchia era diventata probabilmente l’alleato americano più strategicamente importante al mondo, mediando l’accesso e i flussi energetici tra Europa, Medio Oriente e Russia. La base aerea di Incirlik, ampliata nel 2027, ospitava oltre 9.000 militari americani e quasi 80 armi nucleari americane. Ora, si diceva che le navi da pattugliamento turche stessero ripetutamente e intenzionalmente invadendo le acque territoriali greche.

Si è sentito dire dal ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius: “Un giorno la grande guerra europea scoppierà per colpa di qualche dannata follia nell’Egeo”.

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