Italia e il mondo

La terra multipolare contro il mare globale _ di Constantin von Hoffmeister

La Terra multipolare contro il mare globale
Abitazione radicata contro capitale liquido
Constantin von Hoffmeister

26 luglio

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Il mare si estende a perdita d’occhio come un’unica superficie ininterrotta, una vasta e uniforme distesa d’acqua che trascina ogni cosa in un movimento continuo. In questo regno, l’occhio trova solo uniformità, poiché le onde si alzano e si abbassano senza curarsi di alcun segno o confine fisso che una mano umana potrebbe tracciare sulla terra. Laddove la terra offre crinali, valli e i contorni netti dei territori, il mare si presenta come un campo aperto in cui ogni differenza si dissolve nell’infinito gioco delle correnti. È la controparte liquida del deserto, una distesa che invita al viaggio ma rifiuta la permanenza dell’insediamento, e in questo rifiuto rivela la sua essenza più profonda di mezzo di pura circolazione.
Il teorico politico tedesco Carl Schmitt (1888-1985) osservò la distinzione fondamentale tra terra e mare come due principi opposti che plasmano l’ordine politico del mondo. Sulla terra, la terra stessa fornisce il terreno solido su cui i popoli stabiliscono confini, leggi e istituzioni durature; il suolo riceve l’impronta della volontà umana e la conserva attraverso le generazioni. Il mare, al contrario, rimane libero da tali segni permanenti. La sua superficie non ammette linee permanenti e le sue profondità sono attraversate solo dalle rotte temporanee delle navi che passano e scompaiono. Il pensatore francese della Nuova Destra Alain de Benoist (nato nel 1943) ha ripreso questa stessa distinzione e l’ha portata all’epoca contemporanea, mostrando come il principio marittimo sia diventato dominante e ora cerchi di rimodellare ogni sfera della vita secondo la propria fluida misura.
Le antiche tradizioni della terra possono ancora rispondere alla crescente ondata di pura circolazione?
Un mondo governato dal mare non conosce un centro fisso da cui possano irradiarsi autorità o identità. Vive invece di movimento continuo, di passaggio incessante di navi, merci e segnali che non si fermano mai. Queste correnti costituiscono la sostanza stessa dell’esistenza del mare e trovano il loro equivalente moderno nei grandi flussi dell’era della globalizzazione. Capitali, informazioni e popolazioni si muovono sulla superficie del pianeta secondo schemi che ripetono l’antica irrequietezza dell’oceano, unendo coste lontane in un’unica rete di scambi, pur lasciandosi alle spalle le solide ancore delle comunità più antiche.
L’epoca attuale si presenta come un ordine liquido in cui ogni forma solida cede alla pressione del movimento. Ciò che un tempo era saldo – le tradizioni radicate dei popoli, le nette distinzioni di rango e di luogo, e le strutture durature della vita locale – ora si piega e si sposta sotto la forza di una circolazione incessante. La stabilità cede il passo alla trasformazione costante, la solidità si ammorbidisce in adattabilità e i diversi modelli di insediamento umano confluiscono in una superficie più liscia e uniforme. In questo mondo liquido, le virtù terrestri della permanenza e della misurata differenza si ritirano di fronte alle virtù marittime della velocità e dello scambio.
Il filosofo tedesco Martin Heidegger (1889-1976) definì l’abitare il modo in cui gli esseri umani rimangono sulla terra in pace, preservando e salvaguardando il mondo che li circonda affinché possa nascere una vera casa. Abitare è la modalità fondamentale dell’esistenza umana stessa: abitare significa prendere posto sul terreno solido, rimanere con le cose del mondo e riunire il quadruplice elemento in un tutto vivente. Il quadruplice elemento è costituito da terra e cielo, mortali e divinità, e ogni elemento entra in libera relazione con gli altri attraverso l’atto stesso dell’abitare. La terra appare come il terreno di sostegno che fiorisce e porta frutto, che si espande verso l’esterno in rocce e acque e si eleva in vita vegetale e animale. Il cielo si dispiega come il percorso arcuato del sole, il corso della luna, il luccichio errante delle stelle, il susseguirsi delle stagioni, la luce e il crepuscolo del giorno, l’oscurità e il bagliore della notte, e il mutevole clima di nuvole ed etere limpido. Gli esseri umani sono coloro che sono consapevoli della propria morte e perciò misurano i loro giorni con cura. Le divinità giungono come messaggeri invitanti del sacro, silenziose allusioni del divino che conferiscono a ogni luogo la sua profondità di significato. Nell’abitare, queste quattro si uniscono, ciascuna preservando le altre affinché possa sorgere un mondo autentico.
Chi abita in un luogo costruisce e cura, misura il terreno con paziente attenzione e permette alle cose del mondo – case, ponti, campi e imbarcazioni – di manifestarsi pienamente, accogliendo al loro interno la quadruplice essenza. Questa modalità di esistenza appartiene interamente alla terra, dove il suolo riceve il peso delle abitazioni, la crescita dei campi coltivati ​​e la quieta successione delle generazioni che rimangono legate a un luogo specifico. Sulla terra solida, la presenza umana trae la sua misura da un’appartenenza radicata, dai ritmi quotidiani di lavoro e riposo, semina e raccolto, costruzione e conservazione che plasmano una casa duratura. Il principio terrestre preserva così le condizioni affinché l’abitare possa dispiegarsi nella sua forma piena e autentica, riunendo terra e cielo, mortali e divinità in un unico ordine continuo che funge da contrappeso vivente alle correnti inquiete del regno marittimo.
Anche il commercio segue lo stesso percorso liquido. Le merci viaggiano in flussi che attraversano ogni antica frontiera, guidati dalla logica del capitale che misura il valore solo in termini di movimento e rendimento. Il capitale, come il mare, prospera grazie al flusso continuo; trae forza dal passaggio ininterrotto della ricchezza da una mano all’altra, da una sponda all’altra. Il mercante e l’investitore diventano navigatori moderni, tracciando rotte attraverso mercati che si comportano come acque aperte, liberi dai punti di riferimento fissi che un tempo definivano la vita della terra.
L’uniformità prodotta da questo commercio globale appartiene interamente al principio marittimo. Laddove un tempo la terra sosteneva una ricca varietà di ordini locali, ciascuno plasmato dal proprio suolo e dalla propria storia, il mare impone un’unica misura che appiana ogni differenza. Alain de Benoist ha dimostrato come questa logica marittima si affermi sotto la bandiera di una singolare fede economica, un monoteismo del capitale che non tollera divinità rivali del luogo o della tradizione. Il capitale che oggi domina il mondo trae la sua essenza dal mare aperto, e la somiglianza tra l’impresa capitalistica e l’antica pratica della pirateria appare come una parentela naturale piuttosto che una coincidenza.
Un tempo i pirati vivevano impadronendosi delle ricchezze gratuite delle rotte oceaniche, muovendosi rapidamente, colpendo dove la corrente li favoriva e scomparendo di nuovo nell’immensa distesa. Lo stesso spirito anima i grandi sistemi commerciali dei nostri giorni: prosperano catturando valore in movimento, trattando ogni confine come provvisorio e convertendo la ricchezza fissa della terra nella ricchezza fluida dello scambio. La distinzione di Schmitt tra terra e mare illumina quindi il conflitto più profondo del presente, poiché l’ordine marittimo cerca di estendere il suo dominio liquido su ogni residua sacca di solidità terrestre.
In definitiva, la lotta tra questi due principi determina la forma dell’era a venire. La terra continua a offrire la possibilità di comunità radicate, confini chiari e forme di vita durature, mentre il mare impone la sua visione di flusso infinito e uniformità universale. De Benoist ci ricorda che la scelta tra questi ordini rimane aperta. Si intravedono ora segnali che l’era del puro dominio marittimo sta cedendo il passo a un ordine multipolare in cui diversi centri di civiltà distinti, ciascuno radicato nel proprio suolo e nella propria storia, si affermano per rivendicare la propria dimensione del mondo. Questi poli emergenti traggono la loro forza dal principio terrestre, ripristinando il peso del luogo, la continuità dei popoli e la varietà di forme durature che la corrente globale liquida un tempo cercava di dissolvere in un unico movimento uniforme.
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Il plurale contro l’universale

Il peso degli antenati

Constantin von Hoffmeister29 luglio∙Pagato
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L’universalismo si espande sempre a partire da un particolare nucleo culturale fino a rivendicare come proprio dominio naturale gli angoli più remoti del mondo umano. In questa espansione, le abitudini locali di un popolo si trasformano in un presunto metro di misura per ogni popolo. Il nazionalismo opera in direzione opposta, raccogliendo i desideri di molte persone distinte in un’unica volontà condivisa. Entrambi i movimenti trattano la vita concreta delle comunità come materia prima per astrazioni più ampie. La trama viva delle singole usanze e la reale portata di ciò che può essere condiviso rimangono quindi al di fuori del quadro di entrambe le dottrine. Ciò che emerge, invece, è un’incessante oscillazione tra il locale e il planetario, che non si stabilizza mai in un ordine duraturo.

In un mondo composto da molteplici civiltà autonome, ciascuna incentrata sulla propria esperienza storica, la principale fonte di destabilizzazione si manifesta ogni volta che una di queste civiltà si erge a modello definitivo per tutte le altre. Tale civiltà si incarna in un senso di redenzione e cerca di diffondere le proprie istituzioni, forme economiche e vocabolario morale oltre ogni confine. La pretesa di parlare a nome dell’umanità intera genera un attrito continuo con le società che continuano a orientarsi secondo la propria memoria e i propri parametri. La pressione culturale e la leva economica si muovono di pari passo, rafforzandosi a vicenda, finché i centri più piccoli non percepiscono minacciata la propria continuità.

L’Europa, intesa come formazione continentale radicata in una stratificazione di storie di lingua, paesaggio e diritto, esiste in crescente tensione con l’Occidente, inteso come un insieme di principi trasportabili, svincolati da qualsiasi geografia fissa. La realtà continentale trae la sua coerenza da stagioni condivise, confini condivisi e sequenze di eventi comuni, percorribili e ricordabili. L’Occidente, privo di geografia, fluttua libero da questi ancoraggi e si offre come un modello portatile pronto per l’esportazione. I due seguono quindi traiettorie divergenti: l’uno rimane legato al luogo, l’altro dissolve il luogo in una mobilità astratta. La loro separazione diventa la naturale conseguenza di queste diverse fondamenta.

Se l’Occidente astratto si è completamente distaccato dalla storia e dalla geografia, cosa ne sarà delle persone rimaste indietro che ancora desiderano un senso di appartenenza a un luogo?

L’identità emerge come una questione vitale quando i vecchi segni di appartenenza cominciano a svanire. Nelle forme sociali precedenti, i ritmi del lavoro, della parentela e dei rituali fornivano una risposta continua alla domanda su chi si fosse. Le persone si muovevano all’interno di una rete di ruoli riconosciuti e obblighi ereditari che richiedevano poca analisi esplicita. Con l’affievolirsi di questi segni, individui e gruppi rivolgono contemporaneamente la loro attenzione verso l’interno e verso l’esterno, chiedendosi cosa resti della continuità e quali nuove forme di attaccamento possano prenderne il posto. L’indagine stessa diventa un elemento distintivo del panorama moderno.

Nelle società tradizionali, il senso di identità si esprimeva attraverso la pratica quotidiana piuttosto che tramite dichiarazioni formali. I riti di lignaggio, le feste stagionali e la presenza visibile degli anziani fornivano una costante conferma dell’appartenenza a una narrazione in continua evoluzione. La condizione moderna moltiplica le narrazioni disponibili e le distanze tra di esse. Di conseguenza, la stessa persona può appartenere contemporaneamente a diverse affiliazioni parziali e può sentire il bisogno di scegliere o di ricombinarle. Tale bisogno genera un dialogo esplicito sull’identità, che nelle epoche precedenti poteva essere lasciato inespresso.

La pietà più profonda si manifesta in una dipendenza costante da coloro che ci hanno preceduto. Si estende a ritroso attraverso la catena degli antenati, verso l’esterno attraverso la stirpe vivente e in avanti attraverso le persone che erediteranno lo stesso nome. Questa dipendenza non è un ornamento facoltativo, ma la sostanza stessa della continuità. La memoria, tramandata di generazione in generazione, mantiene viva la presenza dei defunti tra i vivi e, in tal modo, preserva l’integrità della comunità nel tempo.

Gli antenati rimangono una presenza attiva e avvolgente. Le loro voci continuano a risuonare nelle storie che vengono raccontate, nei nomi che vengono ripetuti e nei doveri che vengono tramandati. Finché i discendenti conservano questa memoria, la moltitudine dei defunti rimane vicina, offrendo consigli silenziosi e un esempio costante. I vivi, quindi, si muovono in una compagnia invisibile che plasma le loro scelte e dà peso alle loro azioni. Questa vicinanza fornisce il terreno fertile per ogni seria rivendicazione di appartenenza.

La coltivazione della memoria ancestrale diventa dunque un obbligo pratico piuttosto che un esercizio sentimentale. Ogni generazione eredita il compito di mantenere chiari i nomi, curare le tombe e tramandare le storie con precisione. Nell’adempiere a questo compito, i vivi difendono l’onore di chi li ha preceduti e preparano la stessa difesa per chi verrà dopo. La difesa è continua e ordinaria, si svolge nelle decisioni quotidiane che rafforzano o indeboliscono la catena di trasmissione.

Nel loro insieme, questi movimenti rivelano un pluriverso di entità egocentriche, ognuna delle quali trae forza dalla propria particolare profondità. Il tentativo di dissolvere tale particolarità in un unico modello universale o di ridurla alla somma di volontà individuali non fa che generare ulteriore inquietudine. Ciò che perdura è il silenzioso lavoro della memoria, il paziente mantenimento della discendenza e l’accettazione che ogni autentica universalità germoglia da un terreno che rimane specifico.

Le analisi fenomenologiche del filosofo austro-tedesco Edmund Husserl (1859-1938) aprono un’ulteriore dimensione all’interno di questo stesso campo, focalizzando l’attenzione sul flusso vivente dell’esperienza intenzionale in cui ogni significato prende forma. Attraverso l’accurata descrizione degli atti di coscienza, il particolare orizzonte storico di una comunità si rivela come il terreno fertile da cui emergono continuamente sia le consuetudini limitate sia le ampie pretese di ordine. Il mondo vitale delle pratiche condivise, dei ricordi sedimentati e delle aspettative reciproche fornisce il terreno concreto che le dottrine successive astraggono ed estendono fino a una scala planetaria. All’interno della continua costituzione di un mondo comune attraverso le generazioni, la presenza degli antenati appare come uno strato attivo di significato, conservato e riattivato nel presente vivente, in modo che i defunti rimangano partecipanti attivi nella continua formazione del significato. L’emergere moderno delle questioni identitarie coincide con il momento in cui l’atteggiamento naturale del mondo vitale viene interrotto e le strutture trascendentali della creazione di significato diventano accessibili a una riflessione esplicita. In quest’ottica, il pluriverso di entità autocentrate corrisponde a una molteplicità di comunità trascendentali, ognuna delle quali costituisce il proprio universo coerente a partire dalla profondità generativa della propria vita storica.

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Declino dell’Occidente e afflusso islamico

Élite corrotte e passaggio di consegne tra civiltà

Constantin von Hoffmeister27 luglio
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La contrazione demografica accelerata delle popolazioni occidentali, il sistematico disprezzo di sé coltivato dalle loro élite politiche e culturali, le aggressive politiche liberali che smantellano le strutture sociali ereditate e l’accoglienza calcolata delle diaspore islamiche deliberatamente separate dalle tradizioni disciplinate delle loro società d’origine costituiscono, nel loro insieme, un movimento storico coerente che trasferisce energia, ambizione e predominio numerico della civiltà alle vigorose maggioranze della Maggioranza Globale.

L’Occidente odierno è caratterizzato da una popolazione che invecchia e il cui numero diminuisce costantemente rispetto alla crescente moltitudine di persone al di fuori dei suoi confini. Questa società segue una traiettoria che la conduce alla propria scomparsa come forza civilizzatrice distinta. L’odio per se stessa permea le sue istituzioni culturali e il discorso pubblico, mentre una particolare forma di energia liberale alimenta politiche che accelerano questo processo. Le élite che ne dirigono gli affari mostrano una combinazione di perversione morale, distacco emotivo dalle comuni preoccupazioni umane e corruzione sistemica che antepone l’interesse privato a qualsiasi scopo civico condiviso.

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Al contrario, le società della Maggioranza Globale mostrano vitalità in ogni ambito misurabile dell’attività umana. I tassi di natalità rimangono elevati, le città si espandono con costruzioni mirate e le giovani popolazioni perseguono l’istruzione, l’imprenditorialità e la padronanza tecnologica con visibile determinazione. L’ambizione trova espressione in progetti infrastrutturali su larga scala, nella crescente capacità industriale e nella sicura affermazione della continuità culturale. Queste società possiedono le risorse demografiche e psicologiche necessarie per superare le posizioni di influenza un tempo detenute dall’Occidente.

Una chiara comprensione dell’immigrazione islamica nei paesi occidentali richiede il riconoscimento della distinzione deliberatamente operata dai decisori globalisti. Nei tradizionali territori della civiltà islamica, la religione appare come un ordine sociale coerente, sostenuto da strutture giuridiche, familiari ed educative consolidate da tempo. La politica globalista considera questi stessi territori come bersagli di pressioni militari, bombardamenti aerei e continue campagne di denigrazione internazionale. L’obiettivo rimane l’indebolimento degli stati islamici sovrani che rifiutano la subordinazione all’ordine economico e politico dominante.

Eppure, le stesse reti globaliste riservano un’accoglienza diversa alle popolazioni islamiche una volta che queste lasciano i loro territori ancestrali e si stabiliscono nelle città occidentali. L’accoglienza è particolarmente calorosa per i gruppi che si sono allontanati dalle rigide strutture delle loro società d’origine, gruppi i cui membri compaiono con frequenza elevata nelle statistiche sulla criminalità e le cui manifestazioni pubbliche di fede riducono la religione a una serie di gesti di protesta. Queste diaspore ricevono protezione istituzionale, sostegno finanziario e accesso preferenziale ai sistemi abitativi e di welfare.

Il modello di preferenza che ne deriva rivela uno standard di giudizio coerente. Le comunità islamiche che rimangono radicate nelle loro terre storiche vengono etichettate come nemiche o malvagie, mentre quelle che si trasferiscono nello spazio occidentale vengono considerate alleate o amiche. Le comunità trasferite indeboliscono la coesione interna della tradizione che un tempo avevano ereditato e, allo stesso tempo, erodono i costumi, le norme giuridiche e gli equilibri demografici delle popolazioni ospitanti. Questo duplice effetto serve agli interessi strategici di coloro che mirano alla dissoluzione sia dell’ordine islamico classico sia dell’ordine europeo classico.

La leadership politica europea continua a sostenere le stesse politiche che producono questi risultati. I funzionari liberali nominano persone provenienti da contesti di immigrazione a posizioni che sovrintendono all’immigrazione. Ampliano le vie d’ingresso che aggirano i controlli legali, organizzano cerimonie pubbliche di benvenuto per i nuovi arrivati ​​musulmani ed eliminano simboli e figure cristiane dai centri di autorità culturale. Ogni nuova misura amministrativa adottata dai funzionari europei si basa sulle precedenti e prosegue sulla stessa linea già avviata.

L’Unione Europea traduce queste preferenze in regolamenti vincolanti e meccanismi di finanziamento. I funzionari stanziano risorse che favoriscono l’espansione delle reti di immigrati, riducendo al contempo il sostegno alle popolazioni storiche degli Stati membri. I programmi scolastici e le linee guida dei media celebrano l’arrivo di nuove comunità e presentano il patrimonio culturale più antico come un ostacolo al progresso. L’apparato di governo opera con continuità ininterrotta, convertendo ogni principio astratto in pratica istituzionale concreta.

Gli osservatori che esaminano la sequenza delle decisioni scoprono che le scelte amministrative più improbabili si concretizzano con una frequenza prevedibile. Comitati composti da immigrati arrivati ​​di recente ottengono l’autorità sulla selezione dei futuri immigrati. Fondi pubblici finanziano la costruzione di edifici religiosi stranieri che soppiantano i luoghi di culto locali. Si estendono le tutele legali per pratiche che contraddicono le norme residue delle società ospitanti.

Nel loro insieme, questi sviluppi costituiscono un movimento storico coerente. La contrazione demografica dell’Occidente procede di pari passo con l’espansione demografica della Maggioranza Globale. L’autodisprezzo interno delle élite occidentali trova il suo corrispettivo nell’inarrestabile slancio in avanti di società che considerano ancora la propria continuità come un bene positivo. L’immigrazione islamica, sotto la sponsorizzazione selettiva delle reti globaliste, accelera la trasformazione introducendo popolazioni la cui presenza altera sia il panorama religioso sia gli equilibri politici. Il processo prosegue sotto la guida costante delle istituzioni europee, che considerano ogni passo successivo come il naturale compimento della propria filosofia di governo.

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Nietsche su Omero _ di Constantin von Hoffmeister

Nietzsche su Omero

I poemi epici come vita dell’Occidente

Constantin von Hoffmeister23 luglio∙Pagato
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Friedrich Nietzsche colloca Omero e i suoi poemi epici al centro stesso della civiltà occidentale, non semplicemente come prodotti di un antico poeta, ma come opere che hanno plasmato l’immaginario europeo per oltre duemila anni. Sostiene che la grandezza dell’Iliade e dell’Odissea non può essere compresa semplicemente chiedendosi chi le abbia scritte, perché tale domanda appartiene a un’indagine ben più ampia su come le civiltà preservano, trasformano e ricordano le loro più grandi creazioni. I poemi epici sono apprezzati dall’umanità occidentale come opere d’arte apparentemente perfette, ammirate da innumerevoli generazioni e considerate modelli che gli scrittori successivi hanno potuto imitare, ma mai superare.

Eppure, più gli studiosi le esaminano attentamente, più la figura di Omero si fa incerta. Il poeta sembra quasi dissolversi sotto il peso della leggenda, della tradizione e delle interpretazioni contrastanti. Nietzsche non vede in questo un motivo per abbandonare Omero, ma un invito a riflettere più a fondo sul rapporto tra genio, storia e memoria culturale. La vera questione non è semplicemente se Omero sia esistito come un singolo individuo, ma perché questi poemi siano diventati inseparabili dal suo nome e cosa ciò ci riveli sul modo in cui le civiltà creano i propri eroi. Il potere duraturo dell’Iliade e dell’Odissea , con i loro vividi ritratti di coraggio, sofferenza, ritorno a casa e resistenza umana, dimostra che la grande letteratura possiede una vita che trascende le circostanze storiche della sua creazione. Secondo Nietzsche, il compito della filologia classica è quindi quello di comprendere come queste opere siano nate e perché continuino a esercitare un’autorità così straordinaria sull’immaginario occidentale.

Nietzsche sostiene che la filologia classica non possiede un’identità semplice o unitaria perché combina storia, linguistica, estetica e pedagogia in un’unica disciplina, le cui componenti spesso tendono in direzioni diverse. Studia il passato con rigore scientifico, ricercando al contempo ideali di bellezza e grandezza che siano rilevanti per il presente. Questa tensione genera confusione sia tra gli studiosi che nel grande pubblico, eppure Nietzsche insiste sul fatto che è proprio questa difficile combinazione a conferire importanza alla filologia. Piuttosto che essere un campo tecnico ristretto, essa si colloca al punto d’incontro tra conoscenza, cultura e formazione del carattere umano.

Nietzsche ritiene che il pericolo maggiore per la filologia non sia il ridicolo da parte degli estranei, bensì la perdita di fiducia al suo interno. Molti liquidano i filologi come aridi specialisti che trascorrono la vita immersi in dettagli insignificanti, mentre altri attaccano la disciplina perché mantiene in vita ideali che la società moderna non desidera più onorare. Eppure Nietzsche sostiene che lo studio accurato della Grecia protegge la civiltà stessa, preservando i canoni di nobiltà, bellezza e serietà intellettuale. Senza questo legame con il mondo classico, il progresso tecnico e lo sviluppo politico da soli non possono impedire il declino culturale.

Allo stesso tempo, Nietzsche ammette che la filologia contiene una contraddizione interna. L’analisi scientifica scompone i testi antichi in frammenti, confronta le parole e ricostruisce la storia, mentre l’ammirazione artistica anela a vivere le opere come un’unità vivente. Lo studioso che disseziona un capolavoro può inavvertitamente distruggere la meraviglia stessa che lo ha ispirato. Questo conflitto non può essere semplicemente eliminato perché entrambi gli approcci appartengono alla disciplina. Nietzsche sostiene che la filologia raggiunge il suo vero scopo solo quando la precisione scientifica è al servizio, e non sostituisce, l’apprezzamento della grandezza.

Nietzsche si sofferma sulla questione omerica, presentandola come l’esempio più chiaro di questo conflitto. Il problema non è semplicemente se Omero sia esistito come individuo storico, ma come la critica moderna dovrebbe affrontare le origini dell’Iliade e dell’Odissea . Le generazioni precedenti accettarono Omero senza riserve, mentre i critici successivi iniziarono a suddividere i poemi in molteplici strati e autori. Nietzsche non respinge queste indagini, ma insiste sul fatto che esse debbano essere comprese come parte di una più ampia ricerca della verità, piuttosto che come atti di distruzione della tradizione antica.

Egli ripercorre la storia degli studi omerici dagli antichi Greci fino a Friedrich August Wolf, la cui opera più influente fu Prolegomena ad Homerum (1795), in cui contestò la convinzione tradizionale che Omero fosse l’unico autore dell’Iliade e dell’Odissea . Gli studiosi antichi credevano che i poemi fossero stati tramandati oralmente prima di essere messi per iscritto e riconoscevano che editori e cantori successivi ne avessero alterato alcune parti. Wolf ripropose questi interrogativi nell’era moderna e dimostrò che anche le tradizioni più rispettate devono essere esaminate criticamente. Per Nietzsche, ciò rappresentò un importante passo avanti perché dimostrava che la storia poteva mettere in discussione credenze ereditate senza rinunciare al rispetto per le conquiste culturali del passato.

Nietzsche sostiene che il nome stesso di Omero abbia cambiato significato nel corso del tempo. Inizialmente, non si riferiva necessariamente a un poeta specifico, ma fungeva da simbolo per l’intera tradizione della poesia epica eroica. Solo in seguito, con l’affinarsi del giudizio artistico greco, Omero venne identificato specificamente con l’ Iliade e l’ Odissea , fino a diventare il modello supremo di perfezione poetica. Pertanto, l’immagine familiare di Omero non è semplicemente un dato storico, ma il risultato di secoli di interpretazione culturale.

Una delle idee centrali di Nietzsche è che l’opposizione tra poesia popolare e genio individuale sia fondamentalmente errata. Ogni poesia deve passare attraverso la mente creativa di un individuo, anche quando esprime i sentimenti e le tradizioni di un intero popolo. Allo stesso modo, nessun grande poeta si pone al di fuori della vita della sua cultura. L’individuo e la comunità non possono essere separati in modo così netto come suggeriscono molte teorie moderne, perché il genio nasce dagli istinti più profondi di un popolo pur rimanendo opera di un singolo creatore.

Nietzsche critica la convinzione, all’epoca di moda, che le grandi opere siano prodotte da masse anonime, mentre i singoli autori si limitano a dar loro forma. Egli considera questa un’illusione nata da una errata comprensione della storia. Il popolo possiede istinti e tradizioni, ma l’arte richiede sempre una personalità creativa capace di dare a questi istinti un’espressione visibile. La grande letteratura, quindi, non è né il prodotto di un genio isolato né di un collettivo senza volto. Essa emerge laddove un individuo eccezionale diventa la voce attraverso cui si esprime una civiltà.

Nietzsche è altrettanto scettico riguardo ai tentativi di ricostruire la personalità di un autore assemblando frammenti di biografia, circostanze storiche e psicologia. Tali metodi possono spiegare le influenze esterne, ma non riescono a cogliere la forza creativa unica che definisce il vero genio. Quando rimangono solo le opere, gli studiosi spesso confondono le proprie preferenze con scoperte oggettive. Nietzsche avverte che ridurre la grandezza artistica a spiegazioni meccaniche significa privarla proprio di ciò che la rende degna di studio.

Secondo Nietzsche, la perfezione dei poemi omerici non va ricercata in una struttura impeccabile, bensì nella straordinaria potenza delle singole scene. L’ Iliade non assomiglia a una struttura perfettamente unitaria, ma a una magnifica ghirlanda intessuta da innumerevoli immagini brillanti. Editori successivi potrebbero aver imposto una maggiore organizzazione, ma ciò non sminuisce il valore artistico. La grandezza duratura dei poemi risiede nella loro forza vitale, piuttosto che in un’astratta simmetria strutturale.

Nietzsche giunge dunque a una conclusione sorprendente. Crede nell’esistenza di un grande poeta dietro l’ Iliade e l’ Odissea , ma non ritiene che questo poeta corrisponda alla figura leggendaria tradizionalmente chiamata Omero. Il nome storico appartiene al mito e alla memoria culturale, mentre l’opera artistica appartiene a un creatore straordinario ma in definitiva sconosciuto. La leggenda e l’opera non vanno confuse, sebbene entrambe siano diventate inseparabili nella storia della civiltà occidentale.

Lungi dal distruggere il passato, Nietzsche sostiene che la filologia lo rinnova continuamente. Le generazioni precedenti hanno ereditato concetti vaghi e spesso vuoti sull’antichità. Attraverso un paziente lavoro di ricerca, questi concetti sono stati smantellati, corretti e ricostruiti su basi più solide. Ciò che ai critici appare come una demolizione è in realtà una ricostruzione. I vecchi nomi rimangono, ma i loro significati si arricchiscono e si precisano perché sono stati messi alla prova anziché accettati ciecamente.

Nietzsche difende anche i filologi da coloro che li accusano di mancare di rispetto per la cultura antica. I capolavori della Grecia non sono sopravvissuti da soli. Hanno dovuto essere recuperati attraverso generazioni di lavoro meticoloso, critica e interpretazione. La filologia non ha creato il mondo antico, ma lo ha riportato alla luce e restaurato dopo secoli di abbandono. Senza questo paziente lavoro, gran parte del più grande patrimonio dell’umanità sarebbe rimasto sepolto sotto l’ignoranza e il pregiudizio.

Nietzsche insiste sul fatto che lo studio di fatti isolati non è mai sufficiente. Ogni dettaglio deve essere compreso, in ultima analisi, all’interno di una visione filosofica più ampia che conferisca unità e significato alla conoscenza. L’erudizione senza la filosofia diventa un accumulo infinito di osservazioni sconnesse, mentre la filosofia senza uno studio rigoroso perde il contatto con la realtà. Le due cose devono rimanere inseparabili affinché l’apprendimento sia al servizio della cultura e non della mera curiosità.

Nietzsche esprime la speranza che la filologia torni a essere una via verso la saggezza, anziché una mera raccolta di esercizi tecnici. Lo studioso non dovrebbe accontentarsi di catalogare frammenti del passato, ma dovrebbe cercare di rivelare le verità eterne che tali frammenti contengono. Solo quando la conoscenza storica è guidata da una profonda intuizione filosofica, la filologia realizza il suo scopo più elevato, agendo non solo come scienza dei testi antichi, ma anche come ponte tra la grandezza del passato e la vita spirituale del presente.

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Spezzare la catena sionista-atlantica _ di Constantin von Hoffmeister

Spezzare la catena sionista-atlantica

La strada per l’Eurosiberia

Constantin von Hoffmeister22 luglio∙Pagato
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Constantin von Hoffmeister analizza il declino dell’America e sostiene che il futuro dell’Europa dipenda dalla capacità di liberarsi dal dominio atlantico e sionista.

Il pensatore politico William Pierce (1933-2002) esaminò la condizione americana con un realismo inflessibile. Dimostrò che gli Stati Uniti erano entrati in un profondo declino razziale e culturale, causato dalla perdita di omogeneità etnica e dalla crescente influenza di forze ostili alla storica nazione americana. Pierce sostenne che il controllo esercitato da un’élite straniera sulla finanza, sui media e sulla politica serviva interessi ristretti piuttosto che il benessere del ceppo fondatore americano. Avvertì che l’immigrazione incontrollata, il calo del tasso di natalità tra gli americani bianchi e gli infiniti coinvolgimenti all’estero facevano parte di una deliberata erosione della forza nazionale. Pierce invocò la difesa dei popoli di origine europea e la creazione di uno stato organizzato attorno all’integrità razziale e culturale.

Gli Stati Uniti sono in preda a un declino sistemico da decenni, e le loro élite politiche, economiche e mediatiche lo sanno benissimo. L’aspettativa di vita per la maggior parte degli americani comuni è in costante calo – un sintomo brutale di una società in profondo declino – eppure la classe dominante continua ad assistere a questo crollo con fredda indifferenza. L’emergere della Repubblica Popolare Cinese come rivale sistemico forte e di successo ha infranto la loro compiacenza. Messi alle strette da questa sfida, i capitalisti americani e l’amministrazione Trump hanno reagito con aggressività e spietatezza ancora maggiori di prima, scagliandosi contro gli avversari per preservare il loro dominio in declino. Nonostante le promesse elettorali, Trump si è dimostrato incapace di arrestare l’ondata di immigrazione di massa o di invertire la rapida dissoluzione demografica del patrimonio storico bianco europeo degli Stati Uniti. Questo fallimento ha ulteriormente messo in luce i limiti del suo potere e la natura radicata delle forze che guidano la sostituzione razziale e culturale della nazione.

L’Europa continuerà a sottomettersi a questo fallimentare ordine sionista atlantico, oppure riuscirà finalmente a liberarsi e a perseguire la via della sovranità continentale attraverso un’alleanza strategica eurosiberiana con la Russia?

Il mito fondativo dell’America, plasmato dal protestantesimo, ritraeva gli Stati Uniti come una nazione particolarmente benedetta e legittimata da Dio, un popolo eletto con una missione divina di espansione e dominio. Questa autoimmagine religiosa, radicata nelle idee calviniste di elezione e successo mondano, si fuse con il progetto americano fin dai suoi albori. Come sostenne il sociologo Max Weber nella sua celebre analisi dell’etica protestante, questa fede nel favore divino e nel successo materiale divenne una potente forza ideologica che giustificava sia l’inarrestabile espansione sia la superiorità morale dell’impresa americana.

L’amministrazione Trump abbraccia apertamente politiche sioniste radicali e l’ideologia del sionismo cristiano. Entrambi i principali partiti americani hanno fornito un sostegno bipartisan ininterrotto allo Stato di Israele per oltre sessant’anni. Questo sostegno include una protezione diplomatica incrollabile, ripetuti veti su risoluzioni critiche del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro Israele, voti costanti a favore di Israele nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e miliardi di dollari in aiuti militari annuali e forniture di armamenti avanzati, tra cui aerei da combattimento, sistemi di difesa missilistica e munizioni di precisione. La potente lobby ebraico-sionista, in particolare l’American Israel Public Affairs Committee (AIPAC), fornisce un sostegno politico e finanziario organizzato ai politici di entrambi i partiti. Il presidente Trump si è spinto oltre i suoi predecessori allineandosi apertamente all’ideologia del sionismo cristiano e guadagnandosi il loro entusiastico sostegno. Diversi dei suoi consiglieri e alti funzionari più influenti, compresi membri chiave del gabinetto, sono sionisti dichiarati, e molti si identificano esplicitamente come sionisti cristiani. Jared Kushner, genero e consigliere senior di Trump, ha svolto un ruolo centrale nel plasmare la politica filo-israeliana.

Al contrario, l’Unione Sovietica considerava il sionismo una pericolosa forma di imperialismo razzista e uno strumento di dominio capitalista occidentale. Dopo la fulminea vittoria di Israele nella Guerra dei Sei Giorni del 1967, durante la quale Israele conquistò vasti territori a scapito di Egitto, Giordania e Siria in una guerra di espansione, l’URSS intensificò la sua opposizione. I leader e la propaganda sovietica condannarono aspramente il sionismo come un’ideologia aggressiva e colonialista. L’Unione Sovietica divenne uno dei più forti sostenitori internazionali degli stati arabi, armandoli contro Israele e dipingendo il progetto sionista come intrinsecamente espansionista e contrario ai principi di liberazione nazionale e socialismo. Questo scontro fondamentale sul sionismo trasformò il conflitto israelo-palestinese in uno dei principali campi di battaglia ideologici della Guerra Fredda, e l’entusiastica adesione di Trump al sionismo rappresenta la diretta continuazione della posizione americana in quello storico confronto.

Trump segue uno schema ben consolidato da molti presidenti americani prima di lui: annunciano pubblicamente il loro desiderio di pace, salvo poi iniziare o intensificare i conflitti. Il caso di Trump non fa eccezione. Ha parlato di porre fine a guerre interminabili, mentre alla fine si è mosso verso lo scontro con l’Iran. I presidenti precedenti hanno mostrato la stessa ipocrisia. Woodrow Wilson vinse la rielezione nel 1916 con lo slogan “Ci ha tenuti fuori dalla guerra”, salvo poi condurre l’America nella Prima Guerra Mondiale l’anno successivo. Mentre Wilson predicava la neutralità, le banche di Wall Street e le grandi aziende fornirono con entusiasmo armi, materie prime e ingenti prestiti alle parti in conflitto fin dall’inizio della guerra nel 1914. Lyndon B. Johnson si candidò nel 1964 come candidato pacifista contro Barry Goldwater, per poi intensificare drasticamente la guerra del Vietnam. Nel 2000 George W. Bush promise una politica estera moderata, salvo poi lanciare l’invasione dell’Iraq nel 2003. La questione centrale, quindi, non è se Trump rappresenti una vera e propria svolta, ma se si limiti a proseguire la lunga tradizione della politica estera americana, caratterizzata da un’alta retorica pacifista che maschera ripetute aggressioni militari.

Il governo degli Stati Uniti e i suoi principali capitalisti non sono la stessa entità. Sebbene i due spesso collaborino e il governo promuova frequentemente gli interessi del grande capitale, rimangono forze distinte con esigenze immediate diverse. Il governo deve costantemente presentarsi al pubblico come garante della democrazia, della pace e del benessere nazionale. I capitalisti, d’altro canto, perseguono il profitto, il dominio del mercato e il potere a lungo termine, anche quando questi obiettivi sono in conflitto con la politica ufficiale o la dichiarata neutralità. Questa separazione consente ai capitalisti di violare le leggi o ignorare le dichiarazioni del governo, come accadde negli anni ’30 quando fornirono armi e materiali a Mussolini, Franco e Hitler nonostante le leggi sulla neutralità approvate dal Congresso. Il rapporto è caratterizzato da una stretta alleanza e da una mutua dipendenza, ma non raggiunge la completa unità. Il governo fornisce la retorica pubblica e la legittimità politica; i capitalisti forniscono i finanziamenti e spesso influenzano le politiche sottostanti.

Il ruolo assegnato al governo consiste nel promettere democrazia, pace e prosperità per assicurarsi il sostegno popolare e mantenere un’apparenza di legittimità. Allo stesso tempo, i due principali partiti sono finanziati in larga misura da società e banche i cui concreti interessi economici e strategici spesso perseguono indipendentemente, o addirittura in diretta contraddizione, con le dichiarazioni pubbliche ufficiali. Questa dualità si allinea strettamente con la teoria politica di Carl Schmitt (1888-1985), il quale sosteneva che le democrazie liberali sono caratterizzate da una tensione permanente tra l’ordine costituzionale formale e i veri centri di potere. Secondo Schmitt, dietro la facciata liberale del parlamentarismo e del dibattito pubblico si cela l’influenza decisiva di potenti interessi economici e di attori sovrani occulti che determinano quando vengono fatte eccezioni e la cui volontà, in ultima analisi, plasma le politiche. Nel sistema americano, il governo svolge la funzione teatrale del rituale democratico, mentre il vero potere sovrano – concentrato nel capitale finanziario, nelle grandi aziende e nelle lobby allineate – opera con maggiore autonomia, spesso scavalcando la neutralità formale o i principi dichiarati quando sono in gioco i suoi interessi vitali.

Le case produttrici di armi americane ed europee, insieme ai principali fondi di investimento, stanno generando enormi profitti dalle guerre in corso, in particolare dal conflitto in Ucraina. Aziende come Lockheed Martin, Raytheon, Rheinmetall e BAE Systems hanno visto i prezzi delle loro azioni e i portafogli ordini impennarsi, poiché la guerra consuma ingenti quantità di missili, munizioni, droni e veicoli blindati. Anche i fondi di investimento fortemente esposti al settore della difesa hanno ottenuto rendimenti considerevoli, dimostrando ancora una volta come certi potenti interessi economici traggano profitto diretto da conflitti militari prolungati.

Le aziende cinesi operano su basi completamente diverse. La Cina ha certamente molti individui facoltosi e imprenditori di successo, eppure il sistema politico vieta rigorosamente il finanziamento privato del Partito Comunista. Una differenza fondamentale risiede nella politica cinese nei confronti dei capitali stranieri: ha accolto migliaia di aziende e investitori occidentali, ma li sottopone a regolamentazioni, requisiti di joint venture e controlli molto più severi rispetto a quelli a cui sono soggetti negli Stati Uniti o in Europa. Questi investitori accettano in larga misura tali condizioni perché la Cina rimane il mercato più grande e in più rapida crescita al mondo, offrendo una portata e opportunità senza pari nei settori in cui ha compiuto rapidi progressi tecnologici.

Negli ultimi trent’anni, i lavoratori cinesi hanno beneficiato di alcuni dei maggiori e più duraturi aumenti salariali reali al mondo. Nello stesso periodo, il Paese ha costruito un’enorme e prospera classe media urbana, composta da diverse centinaia di milioni di persone. Questo drastico miglioramento del tenore di vita dei cittadini cinesi comuni contrasta nettamente con la stagnazione e il declino che hanno colpito gran parte della classe lavoratrice e della classe media negli Stati Uniti e in molti Paesi occidentali. In America, la classe media, un tempo forte, si è progressivamente impoverita e ridotta. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti mantengono circa 850 basi e installazioni militari distribuite in circa 80 Paesi in tutto il mondo. Queste basi impongono un enorme onere finanziario, con costi annuali di centinaia di miliardi di dollari. Particolarmente costose sono le basi remote come Guam, nel Pacifico occidentale, Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, e Guantanamo Bay, a Cuba, che richiedono continui rifornimenti, infrastrutture specializzate e lunghe linee di approvvigionamento lontane dal continente americano. La Cina non sopporta nessuno di questi pesanti oneri finanziari o logistici.

Il governo statunitense afferma di spendere ingenti somme di denaro per proteggere i propri alleati. Agli europei viene ripetutamente ripetuto che un eventuale ritiro americano li lascerebbe esposti e insicuri. Questa idea costituisce un elemento centrale della narrativa ufficiale americana. Tuttavia, la Costituzione degli Stati Uniti impone esplicitamente al governo di servire esclusivamente gli interessi nazionali degli Stati Uniti. L’affermazione secondo cui il ruolo principale dell’America sia quello di garantire la sicurezza europea è quindi falsa. Attualmente, gli Stati Uniti stanno spostando gran parte delle proprie risorse militari verso l’Asia, poiché considerano la Cina il loro principale rivale geopolitico. Nell’ambito di questo spostamento, Giappone, Australia, Filippine e Corea del Sud stanno ricevendo maggiori armamenti e supporto dagli Stati Uniti. Nel frattempo, le basi militari americane in Europa rimangono attive come centri logistici per le operazioni con droni e il trasporto di munizioni. Sotto l’amministrazione Trump, i membri europei della NATO continuano ad aumentare le spese militari e si stanno riarmando contro la Russia. Nessun politico europeo di spicco sostiene l’uscita dalla NATO. Persino coloro che invocano una maggiore sovranità europea e una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti non contestano l’appartenenza alla NATO. La dipendenza economica rafforza l’assetto. In Germania, Francia, Belgio, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Lussemburgo e Svizzera, potenti investitori finanziari americani – tra cui BlackRock, Vanguard, State Street, KKR, Blackstone, Carlyle e Capital Group – figurano tra i maggiori azionisti delle più importanti aziende e banche. Questi investitori attuano tagli al personale e promuovono strategie di elusione fiscale. Per questi motivi, l’idea, spesso invocata, di un’indipendenza europea dagli Stati Uniti rimane al momento una promessa retorica, non una realtà consolidata.

La condizione essenziale per una vera sicurezza, pace e autentica prosperità è la completa fine dell’umiliante dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti. Le nazioni europee dovrebbero abbandonare la NATO senza indugio e creare una propria alleanza di sicurezza indipendente. La forma più forte e naturale di questa alleanza sarebbe un partenariato strategico continentale europeo-russo: un blocco eurosiberiano sovrano, libero dal controllo americano. Come sosteneva con forza il pensatore francese Guillaume Faye (1949-2019) nella sua visione dell’Eurosiberia, l’Europa deve forgiare una grande alleanza continentale con la Russia per contrastare l’egemonia americana, respingere l’immigrazione di massa, difendere la propria identità di civiltà e assicurarsi un futuro come potenza indipendente sulla scena mondiale.

Lo stratega americano Francis Parker Yockey (1917-1960) individuò negli Stati Uniti il ​​principale portatore esterno di una distorsione culturale che indebolisce le fondamenta organiche della civiltà europea. Yockey descrisse come la democrazia liberale e il capitalismo materialista, plasmati da influenze esterne, erodano l’unità spirituale e il destino storico dell’Occidente. Auspicò la creazione di un Impero europeo : un ordine continentale sovrano, gerarchico e spiritualmente illuminato, capace di resistere al dominio esterno e al decadimento interno. Yockey sottolineò che la vera indipendenza europea richiede il rifiuto del controllo finanziario americano, delle alleanze militari e dei modelli culturali che privilegiano la quantità alla qualità e l’individualismo senza radici alle comunità organiche. Avvertì che la continua sottomissione impedisce all’Europa di adempiere alla sua missione storico-mondiale e porta alla graduale sostituzione dei suoi popoli e delle sue tradizioni. I fatti confermano in gran parte la diagnosi di Yockey. Il modello di potere americano, il ruolo del sionismo, i legami economici e la pressione sugli stati indipendenti illustrano tutti i meccanismi che Yockey aveva messo in luce. Gli europei e le altre nazioni hanno ora l’opportunità di riconoscere questa realtà, porre fine alle strutture di dipendenza e costruire un futuro fondato sui propri punti di forza culturali e storici. La strada da percorrere risiede in un’azione lungimirante radicata nei principi organici che Yockey difendeva.

Il nuovo tipo biologico _ di Constantin von Hoffmeister

Il nuovo tipo biologico

Gottfried Benn sulla storia al di là della democrazia

Constantin von Hoffmeister16 luglio
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Il poeta tedesco Gottfried Benn (1888-1956) sostiene che la storia non progredisce attraverso scelte democratiche o consenso pubblico, bensì attraverso forze elementari che emergono in punti di svolta decisivi. A suo avviso, le grandi trasformazioni storiche non scaturiscono mai da votazioni o dibattiti. Piuttosto, la storia genera quello che egli definisce un nuovo tipo biologico, una generazione che incarna energie nuove e si assume il fardello di plasmare una nuova era. Questo nuovo tipo non è invitato a partecipare, ma è costretto ad agire, a sopportare le difficoltà e a tradurre l’idea fondante della sua generazione nella sostanza del suo tempo. Per Benn, la storia esige fermezza piuttosto che esitazione, richiedendo agli individui di obbedire a quella che egli considera la legge fondamentale della vita attraverso l’azione e il sacrificio.

Secondo Benn, ogni volta che un nuovo tipo umano fa la sua comparsa nella storia, gli assetti sociali esistenti cedono inevitabilmente il passo. Le gerarchie consolidate vengono sovvertite, le vecchie élite perdono la loro posizione privilegiata e le tradizioni intellettuali che un tempo sembravano immutabili iniziano a svanire. Egli presenta questo processo non come accidentale né evitabile, ma come la naturale conseguenza del rinnovamento storico. Piuttosto che considerare questi sconvolgimenti come tragedie, Benn li interpreta come segni visibili della fine di un’epoca storica e dell’inizio di un’altra, con nuove forme che sostituiscono quelle che hanno esaurito la loro forza creativa.

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Benn si rivolge anche a quella che considera la generazione emergente, descrivendo la sua intrinseca convinzione come una forza superiore a qualsiasi potenza materiale. Contrappone questa energia giovanile a una classe intellettuale più anziana che, a suo giudizio, ha raggiunto i limiti della propria capacità creativa. Descrive tale classe come un popolo che sopravvive solo grazie a frammenti di conquiste passate, concentrandosi sul comfort, la ricchezza e la rispettabilità sociale anziché su ideali più elevati. Simboli di successo borghese, come case lussuose e automobili costose, diventano, secondo Benn, la prova di una civiltà che ha barattato la visione con la soddisfazione materiale. Esorta quindi la nuova generazione a non sprecare le proprie energie in interminabili dispute, ma a dedicarsi alla costruzione di un nuovo ordine politico.

Nel pensiero di Benn, i concetti di forma e disciplina occupano un posto centrale. Egli li presenta come i fondamenti essenziali su cui deve poggiare ogni civiltà destinata a durare. A suo avviso, l’autorità politica e la creazione artistica non sono forze opposte, bensì espressioni complementari dello stesso impulso civilizzazionale. Ordine, stile, disciplina e realizzazione artistica, insieme, forniscono la struttura entro cui un popolo può plasmare il proprio destino. Benn vede quindi il futuro fondato su due pilastri inscindibili: lo Stato come organizzatore della vita collettiva e l’arte come sua più alta espressione spirituale.

Benn sostiene inoltre che il potere politico possiede una funzione formativa piuttosto che meramente coercitiva. Lo Stato, a suo avviso, affina l’individuo frenando l’impulsività e conferendo alla personalità struttura, chiarezza e stabilità. Utilizza un linguaggio artistico per descrivere questa trasformazione, suggerendo che il potere rende l’individuo capace di espressione artistica imponendo una forma laddove prima regnava il disordine. L’autorità politica diventa quindi, nella concezione di Benn, uno strumento attraverso il quale il carattere umano viene disciplinato ed elevato a qualcosa di capace di partecipare a un ordine culturale superiore.

Eppure, Benn sostiene in definitiva che nemmeno lo Stato più potente può portare a compimento l’ultimo passo della creazione artistica. Il potere politico può preparare gli individui coltivando disciplina, struttura e predisposizione, ma l’autentica realizzazione artistica rimane al di fuori della portata del governo. Lo Stato può stabilire le condizioni affinché la cultura fiorisca, ma l’atto creativo appartiene solo all’artista. In questa distinzione, Benn preserva l’autonomia dell’arte, sostenendo che, mentre la politica può plasmare la struttura della civiltà, le più alte conquiste creative scaturiscono sempre dallo spirito indipendente dell’individuo.

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Cthulhu e la Rivoluzione francese _ di Constantin von Hoffmeister

Cthulhu e la Rivoluzione francese

Il culto nascosto dietro il 1789

Constantin von Hoffmeister11 luglio
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Mentre la lancetta del grande orologio del tempo solcava il crepuscolo del diciottesimo secolo, dalle tenebre del Vecchio Mondo emerse uno spettacolo di mostruosa trasformazione che avrebbe squarciato i fragili veli dell’ordine e della civiltà. Fu la nascita di un’orribile mostruosità chiamata Rivoluzione francese, un evento di tale orrore e impatto così profondo che le vestigia dell’Europa tradizionale – intrisa della potente eredità della nobiltà, della fede e della cavalleria – sarebbero state per sempre spazzate via dalla sua gelida corrente sotterranea.

Questa tempesta, che ha scosso il mondo, non era frutto di mera ambizione politica o malcontento economico; era la macabra manifestazione di un culto troppo terribile da contemplare, un culto nato nell’ombra di tempi dimenticati e di conoscenze proibite: il Culto di Cthulhu.

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La nefasta influenza di questo culto, le cui origini terrificanti risalgono a epoche remote prima della nascita dell’umanità, sulla Rivoluzione francese è rimasta in gran parte celata sotto il manto della storia. Le sue dottrine antinaturali, tuttavia, si rivelarono un terreno fertile per il tumulto che avrebbe sconvolto l’Europa.

Dalle squallide profondità delle catacombe parigine, emersero sussurri di ” Libertà, Uguaglianza, Fraternità “. Eppure, non erano altro che flebili ritornelli dell’antico canto del culto: ” Ph’nglui mglw’nafh Cthulhu R’lyeh wgah’nagl fhtagn ” (“Nella sua casa a R’lyeh, il morto Cthulhu attende sognando”). Entrambi, in sostanza, racchiudevano la stessa terribile promessa: il crollo del vecchio ordine, l’annientamento delle antiche fedi e l’ascesa di un nuovo mondo, indicibile e terrificante.

Qui, nel labirinto oscuro del sottobosco parigino, il Culto di Cthulhu alimentò le filosofie di uomini come Robespierre e Marat, le cui menti erano intrappolate negli arcani incantesimi del Grande Antico. Con dottrine di uguaglianza e fraternità, l’influenza malevola del culto si insinuò nel tessuto stesso della Rivoluzione, spingendola verso il caos e la distruzione.

La follia diede i suoi frutti sinistri nel Regno del Terrore, un periodo che rievoca i grandi sconvolgimenti dell’ordine cosmico quando il Grande Antico si scatenò contro la sua prigionia. La ghigliottina, simbolo di questo regno, non era semplicemente uno strumento di morte, ma un altare a Cthulhu, ogni testa mozzata un macabro tributo all’eterna fame della grande bestia.

Inoltre, la distruzione della Chiesa, baluardo tradizionale contro l’avanzata delle divinità pagane, simboleggiò la vittoria di Cthulhu sul fondamento spirituale dell’Europa. Il Culto della Ragione , la nuova “religione” della Rivoluzione, non era altro che una perversa e umanistica parodia del vero culto che il Culto di Cthulhu propagava in quelle criptiche notti di luna nelle catacombe. Lo sterminio degli antichi residui di fede aprì la strada all’indescrivibile regno dell’abominio alieno.

Mentre la Rivoluzione francese divampava in tutta Europa, lasciava dietro di sé i resti carbonizzati di secoli di tradizione. L’Europa di un tempo – terra di re e cavalieri, di fede e onore, di tranquilli villaggi e immense cattedrali – non esisteva più. Al suo posto sorse un mondo nuovo, un mondo definito dagli ideali rivoluzionari di uguaglianza e laicità.

Eppure, questo mondo era nato dai mormorii del Grande Antico e, pertanto, pur nella sua apparente razionalità, portava il segno dell’ultraterreno, del non euclideo. Nel suo cuore, era un mondo creato a immagine dell’Antico, un mondo che non guardava più al cielo in cerca di guida divina, ma scrutava invece l’abisso, in perenne attesa, in costante timore, anticipando il giorno in cui Cthulhu sarebbe risorto.

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Federico II e l’eurasiatismo: due visioni dell’impero _ di Constantin von Hoffmeister

Federico II e l’eurasiatismo: due visioni dell’impero

Civiltà e diversità

Constantin von Hoffmeister8 luglio∙Pagato
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La storia spesso ritorna alle stesse domande, anche quando offre risposte diverse. Un’epoca parla attraverso i re, un’altra attraverso i filosofi. Una lotta per castelli e rotte commerciali, un’altra per la tecnologia, l’economia e l’equilibrio di potere tra i continenti. Eppure, al di sotto di queste differenze esteriori si cela un problema ricorrente: come possono tanti popoli convivere all’interno di un unico ordine politico senza omologarsi? Il pensatore tedesco della Nuova Destra Wolfgang Strauss (1931-2014) trova una risposta nella figura di Federico II (1194-1250), l’imperatore del Sacro Romano Impero che governò dalla Sicilia e si trovava al crocevia tra l’Europa e il Mediterraneo orientale. Il filosofo russo Alexander Dugin (nato nel 1962) affronta la stessa questione dal punto di vista della geopolitica contemporanea attraverso la sua teoria dell’eurasiatismo. Sebbene Strauss guardi al mondo medievale mentre Dugin si occupi della geopolitica contemporanea, entrambi cercano di comprendere come l’unità politica possa coesistere con una duratura diversità etnoculturale. Le loro risposte differiscono per aspetti importanti, ma entrambe mettono in discussione presupposti consolidati nell’era moderna.

Strauss presenta Federico II come un sovrano che non può essere compreso attraverso le categorie del nazionalismo successivo. Il suo impero non era concepito per creare un popolo unico, parlante una sola lingua e sotto un’amministrazione uniforme. Al contrario, riunì tedeschi, italiani, greci, arabi, ebrei e molte altre comunità le cui storie precedevano di gran lunga il suo regno. La Sicilia stessa rifletteva secoli di influenze romane, bizantine, arabe e normanne, rendendola una delle regioni più eterogenee dell’Europa medievale. Federico non ereditò una tabula rasa su cui costruire un nuovo ordine politico. Ereditò la complessità. Strauss sostiene che il suo successo non consistette nell’appiattire questa complessità, ma nel governare attraverso di essa. Legge, diplomazia, cultura e amministrazione divennero strumenti per mantenere una struttura politica sufficientemente ampia da contenere molteplici tradizioni senza pretendere che alcuna di esse cessasse di esistere.

Dugin parte da un mondo plasmato da forze diverse. L’industrializzazione, le comunicazioni globali, i mercati internazionali e gli stati moderni hanno trasformato la vita politica in modi inimmaginabili nel XIII secolo. Eppure, egli sostiene che, al di là di questi cambiamenti, le unità più profonde della storia rimangono le civiltà, piuttosto che individui o stati isolati. Le civiltà si sviluppano nel corso dei secoli attraverso la religione, la lingua, la memoria collettiva, la geografia e le istituzioni ereditate. Non possono essere semplicemente riprogettate secondo un modello universale. Da questa prospettiva, l’eurasiatismo è meno una descrizione geografica e più un tentativo di comprendere come diversi centri di civiltà coesistano all’interno del sistema internazionale. Dugin si interroga quindi sulla possibilità che un singolo modello politico o culturale possa rappresentare adeguatamente società con esperienze storiche profondamente diverse. La sua argomentazione riguarda il presente, ma si rifà a dibattiti precedenti sulla diversità e l’ordine politico.

Strauss descrive l’impero medievale come qualcosa di fondamentalmente diverso dallo stato-nazione centralizzato emerso molti secoli dopo. L’autorità fluiva attraverso lealtà sovrapposte, costumi regionali, privilegi locali e istituzioni imperiali, piuttosto che attraverso una completa uniformità amministrativa. Federico governò su territori molto diversi tra loro e che spesso conservavano le proprie tradizioni giuridiche. Allo stesso modo, Dugin sostiene che ampi spazi politici non necessariamente eliminano le differenze storiche tra i popoli che li abitano. Sebbene le forme istituzionali di cui parla appartengano al mondo moderno, egli rifiuta analogamente l’assunto che la stabilità politica richieda una completa standardizzazione culturale. In entrambi i casi, l’impero appare meno come una macchina per produrre uniformità e più come una struttura capace, almeno in teoria, di accogliere la diversità all’interno di un quadro politico più ampio.

Anche la religione occupa un posto centrale in entrambe le visioni, sebbene non in modo identico. Strauss descrive Federico come un sovrano insolitamente disposto a interagire con il mondo islamico attraverso la diplomazia, gli studi e la negoziazione. La sua riconquista di Gerusalemme durante la Sesta Crociata, ottenuta in gran parte tramite trattati piuttosto che con una guerra prolungata, illustra uno stile politico che spesso privilegiava l’accordo pratico allo scontro militare. La corte di Federico attrasse studiosi interessati alla filosofia, alla medicina, all’astronomia e alle scienze naturali provenienti da diverse tradizioni. Dugin affronta la religione in modo diverso. Invece di concentrarsi sulla diplomazia di un singolo sovrano, considera le tradizioni religiose come elementi essenziali nella formazione storica delle civiltà stesse. Cristianesimo, Islam, Buddismo, Induismo e altre tradizioni diventano parte della lunga memoria storica attraverso cui le civiltà comprendono se stesse.

Anche la geografia gioca un ruolo decisivo. Strauss torna ripetutamente sull’importanza della Sicilia e del Mediterraneo, dove Europa, Africa e Asia si incontravano attraverso il commercio, la diplomazia e le migrazioni. L’impero di Federico occupava una posizione strategica che collegava questi mondi. Idee, merci e persone attraversavano costantemente il mare, rendendo il Mediterraneo non tanto una linea di demarcazione quanto una zona di contatto. Dugin amplia notevolmente questa prospettiva geografica. La sua analisi si estende all’immensa massa continentale dell’Eurasia e considera come montagne, pianure, fiumi, coste e frontiere strategiche influenzino lo sviluppo politico nel lungo periodo. In entrambi gli studi, la geografia non è mai semplicemente un terreno fisico. Essa plasma gli scambi economici, la strategia militare, l’interazione culturale e l’esperienza storica. Le idee politiche, suggeriscono, emergono in parte dai paesaggi in cui si sviluppano le civiltà.

Strauss scrive come interprete della storia medievale. Il suo obiettivo principale è comprendere un imperatore straordinario nel contesto politico e intellettuale del XIII secolo. Le prove provengono da cronache, riforme giuridiche, diplomazia e dalle istituzioni del Sacro Romano Impero e del Regno di Sicilia. Dugin, invece, scrive come filosofo politico contemporaneo, affrontando questioni sollevate dall’ordine internazionale del XXI secolo. Gli esempi storici servono a supportare le sue argomentazioni teoriche più ampie, piuttosto che costituirne l’oggetto principale. Strauss, pertanto, ricostruisce un caso storico, mentre Dugin costruisce un’impalcatura filosofica. Questa distinzione è importante perché la spiegazione storica e la teoria politica perseguono obiettivi diversi, anche quando esaminano temi correlati.

Un’altra importante differenza riguarda il ruolo dell’individuo. Strauss pone Federico stesso al centro della sua narrazione. L’intelligenza, l’istruzione, la curiosità e le capacità amministrative dell’imperatore contribuiscono a spiegare il carattere distintivo del suo regno. La sua personalità diventa una forza storica a sé stante. Dugin, al contrario, attribuisce molta più importanza alle civiltà come attori collettivi. I singoli leader possono influenzare gli eventi, ma operano all’interno di comunità storiche la cui identità si è sviluppata nel corso dei secoli. La forza motrice della storia si sposta quindi dai sovrani eccezionali alle formazioni culturali durature. Una prospettiva privilegia la biografia, l’altra la continuità storica. Insieme, illustrano due diversi metodi per spiegare il cambiamento politico.

Il confronto solleva anche questioni più ampie sul significato dell’ordine politico. Le discussioni moderne spesso presuppongono che le grandi strutture politiche sopprimano inevitabilmente le identità locali, sostituendole con un’uniformità centralizzata. Strauss complica questa ipotesi presentando un impero medievale che ha preservato una considerevole diversità regionale pur mantenendo un’autorità sovraordinata. Gli storici continuano a dibattere sull’efficacia pratica di questo equilibrio, ma l’esempio stesso mette in discussione le narrazioni storiche semplicistiche. Analogamente, Dugin sostiene che le grandi formazioni politiche non debbano necessariamente cancellare le distinzioni storiche se sono organizzate attorno al riconoscimento della pluralità delle civiltà piuttosto che all’omogeneizzazione culturale. Che si condivida o meno l’una o l’altra interpretazione, entrambe incoraggiano un riesame di presupposti che vengono spesso considerati ovvi.

Così la strada serpeggia attraverso i regni della memoria, dove le pietre degli antichi palazzi ricordano ancora il passo di imperatori dimenticati, e dove i fiumi portano i nomi di popoli da tempo scomparsi dalla terra. Là l’aquila volteggia sopra montagne e mare, non vedendo solo Oriente né Occidente, ma l’intero orizzonte sotto i cieli mutevoli. I troni crollano, gli stendardi svaniscono e le voci dei re si spengono, eppure l’opera di ogni generazione rimane la stessa: unire la giustizia alla forza, la saggezza al potere, e molti popoli in una pace che non richieda l’oblio. Perché ogni impero costruito solo sulla spada si disperde come polvere al vento, ma ogni regno che onora la memoria dei suoi popoli, la misura della terra e l’ordine scritto nel tempo stesso lascia dietro di sé una luce che né secoli né rovine possono spegnere del tutto.

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Marx sulla guerra civile americana _ di Constantin von Hoffmeister

Marx sulla guerra civile americana

Quali furono le sue vere cause?

Constantin von Hoffmeister7 luglio
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Constantin von Hoffmeister esplora la straordinaria analisi di Karl Marx sulle forze che spinsero l’America verso la guerra civile.

Karl Marx sostiene che la Guerra Civile Americana fu sistematicamente fraintesa da gran parte della stampa britannica. I giornali londinesi si dichiaravano imparziali, pur attaccando ripetutamente gli stati del Nord e presentando la Confederazione sotto una luce favorevole. Secondo Marx, questi giornali insistevano sul fatto che il conflitto avesse poco o nulla a che fare con la schiavitù. Lo descrivevano invece come una disputa su dazi doganali, procedure costituzionali o l’ambizione del Nord di preservare una repubblica grande e potente. Alcuni arrivarono persino a sostenere che il Nord avrebbe tratto vantaggio dal permettere al Sud di separarsi pacificamente, poiché la separazione lo avrebbe liberato da qualsiasi legame con la schiavitù. Marx respinge ognuna di queste affermazioni. Egli ritiene che fossero state concepite per nascondere la vera causa della guerra e per giustificare le azioni degli stati schiavisti. Per lui, il conflitto non può essere compreso finché la schiavitù non viene posta al centro della sua analisi.

Marx inizia smontando l’affermazione secondo cui la Guerra Civile fu una disputa tariffaria tra sostenitori del protezionismo e del libero scambio. Sottolinea che la tariffa protezionistica Morrill entrò in vigore solo dopo che la secessione degli Stati del Sud era già iniziata. La Confederazione, quindi, non avrebbe potuto separarsi a causa di una legislazione che non esisteva ancora. Ancor più rivelatore, gli stessi politici del Sud evitarono di fare delle tariffe un tema centrale durante le loro convention secessioniste. Alcune delle industrie più influenti del Sud beneficiarono addirittura dei dazi protezionistici. Marx conclude quindi che la spiegazione tariffaria non era affatto un argomento americano, bensì un’invenzione dei commentatori britannici che volevano evitare di affrontare l’istituzione della schiavitù. Concentrando l’attenzione pubblica sull’economia piuttosto che sulla schiavitù, oscurarono la vera natura del conflitto.

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Marx passa poi ad analizzare lo scoppio della guerra. Respinge l’accusa secondo cui il Nord avrebbe invaso il Sud o provocato deliberatamente lo scontro militare. Per mesi, sostiene, il governo federale rimase straordinariamente passivo mentre le autorità del Sud si impadronivano di forti federali, arsenali, dogane, cantieri navali, armi, fondi pubblici e rifornimenti militari. Washington cercò di evitare spargimenti di sangue anche mentre la Confederazione smantellava progressivamente l’autorità federale in tutto il Sud. Il momento decisivo arrivò solo quando le forze confederate aprirono il fuoco su Fort Sumter. Marx osserva che il forte era già prossimo all’esaurimento delle provviste e si sarebbe presto arreso pacificamente. Il bombardamento, quindi, non aveva alcuna utilità militare. Il suo scopo era politico. Costrinse il presidente Abraham Lincoln a scegliere tra abbandonare l’Unione o difenderla con la forza. Secondo Marx, la Confederazione trasformò deliberatamente una crisi politica in una guerra vera e propria.

La questione di principio, sostiene Marx, non trova risposta nei discorsi del Nord, bensì nelle dichiarazioni stesse del Sud. I leader confederati proclamarono apertamente che la schiavitù costituiva il fondamento della loro nuova repubblica. Marx dedica particolare attenzione al vicepresidente Alexander Stephens, i cui celebri discorsi descrissero la schiavitù non come un’eredità deplorevole, bensì come un bene positivo su cui si basava l’intero Stato confederato. Ciò segnò una netta rottura con il linguaggio dei padri fondatori americani, che in genere consideravano la schiavitù un male destinato a scomparire col tempo. I leader del Sud non parlavano più della schiavitù come di una necessità temporanea, ma la elevavano a principio cardine del governo. Marx insiste quindi sul fatto che nessun osservatore onesto potrebbe negare che la schiavitù fosse al centro della secessione.

Marx colloca quindi la Guerra Civile all’interno di una lotta politica ben più ampia. Per decenni, gli stati schiavisti avevano costantemente ampliato la loro influenza sul governo federale attraverso una serie di compromessi. Misure come il Compromesso del Missouri, il Kansas-Nebraska Act e, infine, la sentenza Dred Scott della Corte Suprema, rimossero sistematicamente gli ostacoli legali che in precedenza avevano limitato la diffusione della schiavitù nei territori occidentali. Ogni concessione rafforzò la posizione politica dell’aristocrazia delle piantagioni, indebolendo al contempo la capacità dei coloni liberi di plasmare il futuro della repubblica in espansione. Alla fine degli anni ’50 dell’Ottocento, sostiene Marx, il governo federale, i tribunali e gran parte del sistema politico nazionale erano diventati strumenti al servizio degli interessi della classe schiavista.

La lotta per il Kansas segnò un punto di svolta decisivo nell’analisi di Marx. Quando i sostenitori armati della schiavitù attraversarono il territorio per intimidire i coloni e imporre una costituzione schiavista attraverso la violenza e l’inganno, molti nordisti conclusero che il compromesso era ormai impossibile. Dal movimento per la difesa del Kansas emerse il Partito Repubblicano. Marx sottolinea che i Repubblicani non erano abolizionisti rivoluzionari che miravano all’immediata eliminazione della schiavitù ovunque. La loro principale rivendicazione era molto più limitata. Insistevano solo sul fatto che la schiavitù non dovesse espandersi in nuovi territori. Gli stati schiavisti esistenti sarebbero rimasti intatti. Eppure, anche questa posizione moderata minacciava il futuro dell’intero sistema schiavista, perché negava al Sud l’accesso a nuove terre.

Secondo Marx, la struttura economica della schiavitù rendeva l’espansione una necessità assoluta, non una preferenza politica. L’agricoltura di piantagione impoveriva il suolo con la coltivazione su larga scala di cotone, tabacco e zucchero, utilizzando il lavoro degli schiavi. Con il calo della produttività, i proprietari di schiavi necessitavano di nuove terre fertili per mantenere i profitti. Stati come la Virginia si spostarono progressivamente dalla produzione agricola all’allevamento di schiavi da vendere più a sud e a ovest. Senza una costante espansione territoriale, questo modello economico sarebbe gradualmente crollato sotto il peso delle proprie contraddizioni. Marx sostiene quindi che limitare la schiavitù al territorio esistente equivaleva a condurla verso un inevitabile declino. Impedire l’espansione significava attaccare l’istituzione alla radice, anche senza un’immediata emancipazione.

Il potere politico rafforzò queste pressioni economiche. Marx osserva che la popolazione in rapida crescita degli stati del Nord aumentò costantemente la loro rappresentanza alla Camera dei Rappresentanti. Il Sud poteva preservare la propria influenza a livello nazionale solo attraverso una rappresentanza paritaria al Senato, dove ogni stato possedeva due senatori indipendentemente dalla popolazione. Mantenere tale equilibrio richiedeva la continua ammissione di nuovi stati schiavisti. Ogni territorio occidentale divenne quindi oggetto di intense lotte politiche. Il Sud considerava l’espansione non semplicemente come crescita territoriale, ma come la preservazione della propria capacità di dominare la politica federale. Senza nuovi stati schiavisti, le tendenze demografiche avrebbero inevitabilmente ridotto l’influenza del Sud sull’Unione.

Marx esamina anche le basi sociali della società del Sud. Contrariamente alle credenze comuni, solo una minoranza relativamente esigua di sudisti possedeva effettivamente schiavi. Centinaia di migliaia di ricchi proprietari terrieri dominavano milioni di bianchi più poveri che possedevano ben poco. Marx sostiene che l’élite schiavista si assicurò la loro lealtà orientando le proprie ambizioni verso l’espansione futura. I nuovi territori offrivano la speranza che i bianchi comuni potessero un giorno acquisire terre e schiavi a loro volta. Questa promessa univa i ricchi proprietari terrieri e i contadini poveri attorno allo stesso programma politico. L’espansione, quindi, non funzionò solo come necessità economica, ma anche come mezzo per preservare l’ordine sociale nel Sud, vincolando i bianchi più poveri agli interessi della classe dominante dei proprietari terrieri.

Secondo Marx, la stessa logica plasmò la politica estera americana prima della Guerra Civile. L’influenza del Sud incoraggiò ripetuti tentativi di acquisire Cuba, espandersi nel Messico settentrionale, intervenire in America Centrale e riaprire la tratta degli schiavi africani, nonostante i divieti esistenti. Queste politiche non erano avventure isolate, ma parte di una strategia più ampia volta a creare nuove terre per il lavoro schiavista. Marx descrive il governo federale di quegli anni come sempre più subordinato alle ambizioni dell’oligarchia schiavista. Anziché servire gli interessi della nazione nel suo complesso, perseguì sempre più l’espansione territoriale per rafforzare la schiavitù in patria e all’estero.

In questo più ampio contesto storico, Marx interpreta l’elezione di Abraham Lincoln nel 1860 come l’evento scatenante immediato della secessione. Lincoln non aveva basato la sua campagna sull’abolizione della schiavitù laddove già esisteva. Il suo programma si limitava a rifiutare la sua estensione in nuovi territori e a opporsi a ulteriori avventure espansionistiche. Eppure, questo da solo convinse i leader del Sud che il loro dominio politico di lunga data stava per finire. La crescita demografica nel Nord, l’emergere del Partito Repubblicano e la colonizzazione dei territori occidentali indicavano tutti un futuro in cui la classe schiavista avrebbe progressivamente perso il potere. Piuttosto che accettare questo graduale declino, le élite del Sud scelsero la secessione immediata finché possedevano ancora le risorse per intraprendere la guerra.

Marx respinge anche l’argomento secondo cui una separazione pacifica avrebbe prodotto una pace duratura. A suo avviso, una Confederazione indipendente non sarebbe rimasta entro i confini esistenti perché le esigenze economiche e politiche della schiavitù richiedevano una continua espansione. Sarebbero sempre state necessarie nuove terre per sostenere l’agricoltura di piantagione, preservare la rappresentanza al Senato, soddisfare le esigenze dei bianchi più poveri e mantenere la ricchezza dell’élite schiavista. Il conflitto, quindi, non avrebbe potuto concludersi con due repubbliche confinanti che coesistevano pacificamente. Finché la schiavitù fosse rimasta un sistema in espansione, avrebbe inevitabilmente cercato nuovi territori attraverso la pressione politica o la forza militare.

Marx conclude che ogni questione importante sollevata durante la Guerra Civile riconduce in ultima analisi alla schiavitù. Tariffe doganali, teoria costituzionale, diritti degli Stati e preservazione dell’Unione diventano secondari una volta comprese le forze storiche più profonde. La questione centrale era se una repubblica di milioni di cittadini liberi avrebbe continuato a sottomettersi al dominio politico di una classe relativamente ristretta di proprietari di schiavi, se i vasti territori occidentali sarebbero diventati terre di lavoro libero o di schiavitù nelle piantagioni e se gli Stati Uniti avrebbero continuato a estendere il potere schiavista in tutto il continente americano. Per Marx, quindi, la Guerra Civile non fu mai semplicemente una disputa costituzionale o un disaccordo economico. Fu una lotta per la direzione futura della repubblica americana e per la sopravvivenza o l’eventuale estinzione dell’ordine schiavista stesso.

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L’archeofuturo americano _ di Constantin von Hoffmeister

L’archeofuturo americano

La Repubblica del Domani

Constantin von Hoffmeister4 luglio
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Oggi, 4 luglio 2026, mentre l’America celebra il 250° anniversario della sua fondazione, pubblico questo estratto dal mio libro “ Il destino dell’America bianca” in onore di questa storica ricorrenza. Lo offro come un appello alla vera etnos americana affinché guardi oltre le incertezze del presente, recuperi l’eredità di civiltà che ha dato origine alla Repubblica e si muova con audacia verso il futuro, con la fiducia necessaria per rivendicare il proprio diritto di nascita.

L’archeofuturismo rifiuta l’idea che il progresso richieda l’abbandono della tradizione. Propone invece un futuro in cui l’accelerazione tecnologica coesista con forti archetipi culturali. Questa idea trova chiara espressione negli Stati Uniti, dove un duplice movimento si sviluppa sullo stesso territorio. Torri di codice si ergono dalla Silicon Valley, i sistemi di dati rimodellano il tempo e l’innovazione avanza a velocità inarrestabile. Eppure, sotto questa spinta in avanti, un’altra corrente si fa strada. Le questioni di identità, appartenenza e continuità ritornano con crescente urgenza. La società parla simultaneamente in due registri: uno orientato all’espansione e all’astrazione, l’altro alla memoria e alla forma, all’etnia e all’etica .

L’archeofuturismo interpreta questa tensione come strutturale piuttosto che accidentale. L’ordine digitale dissolve i confini, comprime le distanze e riorganizza la vita umana in reti e flussi. Allo stesso tempo, le comunità cercano punti di ancoraggio, simboli e forme ereditate che resistano a questa dissoluzione. La frontiera americana riemerge in una nuova forma. L’espansione continua, ma si muove sia verso l’esterno, nello spazio tecnologico, sia verso l’interno, verso la profondità storica. Il costruttore di macchine e il cercatore di origini iniziano a convergere. Acciaio e memoria, codice e lignaggio, accelerazione e continuità formano un unico campo di esperienza. In questo senso, l’America diventa un banco di prova per la condizione archeofuturista, dove il futuro si intensifica e il passato acquisisce un peso rinnovato.

Il 4 luglio e la fine dell’impero americano

L’America dopo l’unipolarità

Constantin von Hoffmeister3 luglio
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Constantin von Hoffmeister sul significato dimenticato dell’indipendenza nell’era della multipolarità.

Ogni 4 luglio, gli americani celebrano la nascita di una repubblica che dichiarò la propria indipendenza da un impero. Fuochi d’artificio, bandiere e discorsi commemorano un popolo che respinse il dominio straniero, le ingerenze all’estero e la concentrazione del potere oltre il consenso delle proprie comunità. Eppure, la più profonda ironia di questa festività è che gli Stati Uniti sono gradualmente diventati proprio ciò che erano stati creati per contrastare. La repubblica di contadini, mercanti, artigiani e stati autonomi si è trasformata in un impero globale con basi militari sparse per i continenti, flotte che pattugliano ogni oceano e ambizioni politiche che si estendono ben oltre i propri confini. L’anniversario dell’indipendenza americana solleva quindi una questione più urgente di quanto le cerimonie patriottiche solitamente permettano: se gli Stati Uniti possano tornare a essere una repubblica, o se continueranno a logorarsi nel tentativo di preservare un ordine globale che non esiste più.

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L’avvento di un mondo multipolare ha messo a nudo con crescente chiarezza i limiti del progetto imperiale. Per decenni, Washington ha goduto di una posizione che le ha permesso di plasmare la finanza internazionale, le alleanze militari e le istituzioni diplomatiche con una resistenza relativamente scarsa. Quel periodo è giunto al termine. Nuovi centri di potere sono emersi in tutta l’Eurasia e nel più ampio Sud del mondo, non perché ne abbiano avuto il permesso, ma perché lo sviluppo economico, il progresso tecnologico e i cambiamenti demografici hanno alterato gli equilibri di potere. Nessuna spesa militare, per quanto ingente, o pressione diplomatica può invertire in modo permanente questi cambiamenti strutturali. Lo sforzo di preservare il dominio unipolare ha invece prodotto guerre interminabili, un debito pubblico crescente, divisioni interne e una crescente sfiducia tra gli alleati, che riconoscono sempre più che il mondo sta cambiando a prescindere dai desideri americani. La fine dell’impero non è quindi il risultato di una singola sconfitta, ma di una trasformazione storica che nessuno Stato può semplicemente cancellare per legge.

Questa trasformazione rivela anche un conflitto interno all’America stessa. Gli Stati Uniti hanno sempre contenuto due impulsi contrapposti. Uno guarda al mare, alla ricerca di espansione commerciale, influenza finanziaria, proiezione militare e una missione universale che si estenda in tutto il mondo. L’altro guarda alla terraferma, enfatizzando l’industria produttiva, le comunità locali, la sicurezza dei confini, la coesione nazionale e la coltivazione della repubblica in patria. Queste tradizioni sono coesistite fin dalle origini del paese, eppure la visione marittima ha gradualmente soppiantato quella continentale. La forza industriale è sempre più al servizio degli interessi finanziari, gli impegni all’estero si sono moltiplicati e il rinnovamento interno è diventato secondario rispetto alla gestione globale. Con l’espansione degli obblighi imperiali, le fondamenta della repubblica si sono indebolite. Le infrastrutture sono invecchiate, la produzione manifatturiera è diminuita in molte regioni, le comunità si sono frammentate e la vita politica è stata consumata da lotte per crisi lontane, mentre i problemi interni si accumulavano anno dopo anno.

La promessa di “America First” sembrò per un breve periodo riconoscere questa realtà. Milioni di elettori capirono che gli infiniti interventi all’estero avevano portato ben pochi benefici ai comuni cittadini americani, imponendo al contempo enormi costi finanziari e umani. Speravano in un ritorno a una politica estera guidata dalla moderazione, dall’interesse nazionale e dai limiti costituzionali, piuttosto che da missioni ideologiche oltremare. Eppure, le sole speranze non bastano a sconfiggere istituzioni consolidate. Le promesse elettorali si scontrarono con un establishment politico, burocratico, militare e finanziario profondamente interessato a mantenere l’ordine esistente. Che fosse per compromesso, pressione, calcolo o convinzione, il movimento che prometteva un rinnovamento nazionale si ritrovò sempre più spesso a partecipare a molti degli stessi schemi che un tempo aveva condannato. Per molti sostenitori, questo rappresentò non solo una delusione politica, ma anche un promemoria del fatto che cambiare le personalità è più facile che cambiare le strutture di un impero cresciuto nel corso delle generazioni.

Se gli Stati Uniti desiderano recuperare la propria forza, devono abbandonare l’illusione che il predominio globale possa essere ristabilito attraverso un maggiore impegno. Una repubblica diventa duratura non governando il mondo, ma governando bene se stessa. La produzione economica, l’innovazione tecnologica, la sicurezza delle frontiere, le infrastrutture, l’istruzione e la stabilità delle comunità locali contribuiscono alla grandezza nazionale più di un ulteriore impegno militare dall’altra parte del mondo. Una vera politica “America First” accetterebbe quindi l’emergere della multipolarità anziché considerarla una catastrofe. Riconoscerebbe le altre grandi civiltà come elementi permanenti della vita internazionale, concentrando al contempo le risorse americane sulla ricostruzione del Paese stesso. Un simile percorso non rappresenterebbe una resa, bensì una maturità strategica, che sostituirebbe l’eccessiva espansione imperiale con il consolidamento nazionale.

Il 4 luglio dovrebbe quindi diventare qualcosa di più di una semplice celebrazione del passato. Dovrebbe essere un’occasione per ricordare lo scopo originario dell’indipendenza americana e per valutare quanto la nazione se ne sia allontanata. L’impero emerso nel corso del ventesimo secolo sta entrando nel suo capitolo finale perché le condizioni che lo hanno sostenuto sono scomparse. Aggrapparsi ai suoi resti non farà altro che aggravare il declino. Il recupero della repubblica, al contrario, rimane possibile se gli americani riscopriranno la saggezza che animò la loro fondazione: che un popolo libero debba governarsi da sé piuttosto che cercare di governare il mondo. L’era degli imperi sta finendo. Se questo segni il declino dell’America o l’inizio del suo rinnovamento dipende dalla scelta della nazione di rimanere un impero o di tornare a essere una repubblica.

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Moby Dick e il suicidio bianco _ Constantin von Hoffmeister

Moby Dick e il suicidio bianco

Dall’autoconquista razziale alla tragedia razziale

Constantin von Hoffmeister25 giugno
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D.H. Lawrence riteneva che Herman Melville avesse percepito una profonda crisi all’interno del mondo europeo bianco. Moby Dick è la tragedia di una razza che ha rivolto le sue più grandi forze contro la propria natura più profonda. Il capitano Achab incarna la volontà implacabile della coscienza occidentale moderna, mentre la balena bianca rappresenta l’antica linfa vitale della razza bianca stessa. Melville intuì che una civiltà stava entrando nella sua lotta spirituale finale, spinta dal desiderio di conquistare la fonte stessa della propria esistenza.

La balena è l’ultima espressione vivente della “coscienza di sangue” primordiale della razza bianca. Questo regno di istinto, mito, coraggio e memoria ereditata esisteva molto prima che filosofia, commercio, industria e ideologia ne rivendicassero il dominio. La civiltà moderna ha elevato il pensiero astratto al di sopra di ogni fondamento più antico. Il risultato è stata una campagna implacabile contro l’istinto stesso. La caccia di Achab simboleggia quindi la mente bianca che tenta di dominare l’anima bianca.

Questa ricerca è un atto collettivo di autodistruzione razziale. La razza bianca sta esaurendo la propria vitalità attraverso analisi incessanti, astrazioni morali, sistemi universali e la ricerca del controllo assoluto. Ogni vittoria sulla natura diventa un’ulteriore vittoria sulla propria eredità vivente. La caccia continua perché la civiltà che la alimenta ha perso il contatto con le forze che per prime ne hanno creato la grandezza. Il trionfo dell’intelletto si trasforma gradualmente nella sconfitta della vita.

Questo processo si estende ben oltre la sola Europa. Persone di ogni razza e civiltà diventano partecipanti allo stesso movimento storico, unendosi alla caccia ossessiva dell’Occidente contro il suo “essere più profondo”. Non si tratta tanto di un conflitto tra razze, quanto della portata universale di un progetto di civiltà nato all’interno del mondo bianco moderno. La tragedia rimane fondamentalmente interna: una razza che indirizza le sue maggiori energie verso la conquista di se stessa.

Al centro della questione c’è la distinzione tra “coscienza del sangue” e “coscienza mentale”. Il sangue simboleggia l’istinto ereditario, la continuità e l’esistenza organica. La coscienza mentale ricerca principi universali, ideali assoluti e il dominio assoluto. Quest’ultima ha gradualmente instaurato la supremazia sulla prima, allontanando sempre più la razza bianca dagli istinti che un tempo avevano sostenuto la sua civiltà. Questa trasformazione è il vero dramma celato nel romanzo di Melville.

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Il processo al vigilante cittadino

Quando ogni uscita riporta allo stesso ufficio.

Constantin von Hoffmeister27 giugno
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Ho visto Citizen Vigilante perché qualcuno mi aveva detto che era necessario, sebbene nessuno sapesse spiegare chi avesse dato quel consiglio. Da allora mi sono convinto che il film stesso appartenga allo stesso vasto apparato amministrativo che aveva organizzato la mia visione. Si presentava come un’opera di intrattenimento, eppure ogni scena aveva la peculiare precisione di un memorandum ufficiale il cui vero autore non sarebbe mai stato identificato. Il famigerato caso di stupro di gruppo di Amburgo non appariva come l’inizio della storia, ma come un documento già timbrato, catalogato e depositato sulla scrivania appropriata. L’aggressione, le condanne con la condizionale, i tentativi attentamente calibrati di “umanizzare” i colpevoli, ognuno di questi elementi sembrava meno un evento storico e più un reperto selezionato per produrre una risposta emotiva predeterminata. L’indignazione non era libera di vagare. Veniva scortata lungo un corridoio verso una destinazione prestabilita.

Questa destinazione si è fatta sempre più chiara con il procedere del film. Proprio nel momento in cui le grandi istituzioni che governano il mondo occidentale sembrano perdere la loro autorità indiscussa, quando capitali lontane si incontrano senza chiedere il permesso e nazioni un tempo abituate all’obbedienza iniziano a parlare con voci diverse, il film ricostruisce pazientemente la vecchia mappa. Le civiltà vengono separate in fascicoli opposti. L’Islam occupa una cartella, l’Occidente un’altra. Il conflitto tra di loro viene presentato come antico, inevitabile e sufficiente a spiegare tutto il resto. La tempistica è quasi troppo perfetta. Proprio quando la fiducia in questo assetto inizia a vacillare al di fuori delle mura dell’edificio, un altro impiegato lo rimette silenziosamente nell’archivio, lo timbra “Attuale” e lo ripone sul bancone del pubblico.

Anche il rifiuto di certificazione del film in Germania assume il carattere di una procedura ufficiale il cui scopo va oltre il semplice divieto. Un film che non può essere approvato ottiene un’autorizzazione diversa. La sua assenza funziona come un’ulteriore forma di pubblicità, mentre le discussioni sui fallimenti dell’integrazione rimangono confinate entro limiti attentamente definiti. Si ha l’impressione che ogni apparente ostacolo sia già stato previsto da qualche parte all’interno della struttura. Nulla sfugge al processo. Persino il dissenso arriva munito della documentazione necessaria.

Il meccanismo più profondo rimane vistosamente assente. Il giustiziere insegue i criminali per strade che sembrano sempre più deserte, popolate solo dai criminali stessi. Eppure, le istituzioni che traggono profitto dalle condizioni che generano queste strade non entrano mai in scena. Le multinazionali che necessitano di un flusso inesauribile di manodopera a basso costo, gli interessi finanziari che beneficiano dei mercati deregolamentati, i funzionari che elaborano le politiche migratorie senza subirne le conseguenze, rimangono tutti nei loro uffici, le cui porte il protagonista non tenta mai di aprire. La sua rabbia è diretta con ammirevole energia, ma sempre verso coloro che si trovano già nel corridoio. L’edificio in sé resta intatto.

Più tardi, il protagonista tiene una conferenza sicura di sé sull’incompatibilità tra la cultura islamica e la democrazia occidentale. Il discorso viene accolto quasi con gratitudine da un pubblico ingenuo, come se un’indagine scomoda fosse finalmente giunta al termine. Eppure non riuscivo a scacciare il ricordo che la civiltà occidentale stessa ha trascorso la stragrande maggioranza della sua esistenza senza democrazia. Da qualche parte, si immagina, deve esistere un archivio che custodisca quei secoli, sebbene venga consultato raramente. Ogni volta che un visitatore ne chiede l’accesso, un cortese funzionario spiega che i documenti in questione sono stati spostati, classificati erroneamente o forse non sono mai esistiti nella forma ricordata. La democrazia appare meno come un’eredità e più come un certificato rilasciato di recente, immediatamente dichiarato senza tempo.

Nel finale, il film rivela la sua peculiare efficacia. Ogni genuina ansia generata da immigrazione, criminalità, fallimento istituzionale e sfiducia pubblica viene riconosciuta, ma solo dopo che le uscite sono state silenziosamente chiuse a chiave. Al pubblico è consentito incolpare nemici culturali, complici ideologici o funzionari incompetenti, ma mai l’anonimo meccanismo che opera al di sotto di ogni istituzione visibile. Lo spettacolo crea la confortante sensazione di ribellione, garantendo al contempo che nessuno raggiunga gli uffici da cui provengono le direttive. Si esce dalla sala convinti che verità nascoste siano state svelate, solo per scoprire che il percorso ha riportato allo stesso banco della reception da cui è iniziato il viaggio.

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L’accordo tra Stati Uniti e Iran segna la fine dell’unipolarità? _ di Constantin vov Hoffmeister

L’accordo tra Stati Uniti e Iran segna la fine dell’unipolarità?

I trattati e il ritorno della competizione tra civiltà

Constantin von Hoffmeister16 giugno
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La retorica del presidente Trump nei confronti dell’Iran è passata con sorprendente rapidità dal linguaggio della distruzione a quello della riconciliazione. In un momento, ha parlato in termini che lasciavano presagire la completa rovina della Repubblica islamica. In un altro, ha dipinto un quadro di pace che si estende nel futuro, accompagnato da promesse di prosperità su vasta scala. Ora Washington e Teheran intendono firmare un Memorandum d’intesa venerdì. Tali documenti possiedono un valore simbolico e un significato diplomatico, pur essendo privi di forza giuridica vincolante. Questo particolare accordo appare insolitamente conciso. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato sabato in un’intervista all’agenzia di stampa Mehr che il testo stesso ammonta a meno di due pagine. Il destino delle nazioni può dipendere da documenti più brevi di un normale articolo di giornale.

Le dimensioni ridotte del testo suggeriscono che molte questioni chiave rimangono irrisolte. I funzionari parlano di misure urgenti da adottare immediatamente, tra cui il ripristino della libera navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. Tuttavia, le informazioni disponibili indicano una persistente ambiguità. I ​​media iraniani hanno dipinto un quadro in cui le restrizioni americane sui porti iraniani lungo il Golfo Persico scomparirebbero, mentre l’Iran, in collaborazione con l’Oman, continuerebbe a esercitare la supervisione nell’area e a ricevere ingenti entrate attraverso i pedaggi marittimi. Trump sembra descrivere un esito ben diverso. In dichiarazioni rilasciate domenica al New York Times , ha affermato che uno dei principali risultati dell’accordo sarebbe l’istituzione di uno Stretto di Hormuz permanentemente esente da pedaggi. Un accordo descritto in modi contraddittori dai suoi firmatari assomiglia a un testo antico tradotto in lingue rivali, ciascuna versione destinata a un destino diverso. La diplomazia si svolge in questo regno di simboli mutevoli e silenzi strategici, dove gli Stati combattono battaglie attraverso il linguaggio.

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Il concetto di multipolarità darwiniana offre un quadro di riferimento per comprendere tali eventi. L’ordine mondiale emergente assomiglia a un ecosistema di civiltà in cui le grandi potenze si adattano alle circostanze mutevoli, preservano le proprie identità distinte e competono per l’influenza attraverso regioni e continenti. La fine del dominio unipolare non preannuncia un’era di cooperazione universale. Segna il ritorno della storia nella sua forma più antica: una competizione tra civiltà che possiedono tradizioni, valori e interessi strategici differenti. Così come le specie sopravvivono grazie all’adattamento ad ambienti in continua evoluzione, le civiltà persistono grazie alla resilienza, all’innovazione, alla vitalità demografica e alla coesione culturale. La multipolarità, in questo senso, opera secondo pressioni evolutive. Gli Stati sorgono, declinano, si trasformano e si riaffermano. La pace rimane possibile, sebbene essa nasca dall’equilibrio tra le potenze piuttosto che dal sogno di un unico modello universale imposto all’umanità.

Il contenuto effettivo dell’accordo proposto rimane in gran parte celato al pubblico. Araghchi ha annunciato che il testo sarà reso disponibile dopo la firma prevista per venerdì. Anche questa rassicurazione, tuttavia, induce alla cautela. I resoconti diffusi dall’agenzia di stampa Mehr hanno presentato quelli che sono stati descritti come quattordici punti chiave del memorandum d’intesa. Questi punti divergono nettamente dalle dichiarazioni rilasciate dal presidente americano e dai membri della sua cerchia. Diverse affermazioni attribuite all’accordo risultano poco credibili. Il punto cinque prevederebbe, a quanto pare, un ritiro americano dalla regione circostante l’Iran. Il punto sei chiederebbe la revoca di tutte le sanzioni in assenza di concessioni reciproche. Il punto sette propone un programma di ricostruzione americano in Iran del valore di non meno di 300 miliardi di dollari. Tali disposizioni costituirebbero una trasformazione geopolitica di portata storica.

La spiegazione più plausibile appare semplice. I quattordici punti sembrano rappresentare una proposta iraniana trasmessa ai negoziatori americani il 2 maggio tramite mediatori pakistani. Immaginare che gli Stati Uniti abbiano accettato il pacchetto iraniano nella sua interezza significa confondere il desiderio di realtà con la propaganda con la vera arte di governo. Gli imperi si muovono come antiche bestie nel corso della storia: contrattano, minacciano, si ritirano e avanzano, eppure raramente rinunciano al vantaggio strategico in cambio di parole scritte su fragili fogli di carta. Eppure le narrazioni ufficiali spesso plasmano la percezione pubblica. In Iran, segmenti della popolazione hanno trascorso settimane ad ascoltare resoconti che descrivevano il recente conflitto come una vittoria sul campo di battaglia, un trionfo e la prova dell’ascesa della loro nazione a superpotenza. In questo contesto, la convinzione di un accordo eccezionalmente favorevole diventa più facile da comprendere. Sono sorte alcune piccole manifestazioni di opposizione al riavvicinamento con gli Stati Uniti.

La questione centrale rimane irrisolta: questo assetto può produrre una pace duratura? La storia offre molti esempi di accordi che hanno garantito una stabilità temporanea, lasciando intatte le rivalità più profonde. Le grandi potenze raramente abbandonano i propri interessi strategici con la sola firma di un accordo. Si fermano, si riposizionano, negoziano e si preparano per la fase successiva della competizione. Nell’ambito della multipolarità darwiniana, la pace si raggiunge attraverso un equilibrio tra civiltà capaci di difendere i propri interessi, riconoscendo al contempo la forza delle altre. Un tale ordine potrebbe rivelarsi più duraturo dell’universalismo ideologico, perché riflette la pluralità delle realtà del mondo piuttosto che visioni astratte di un unico destino politico.

Per Trump, il calcolo immediato potrebbe essere più semplice. Il mantenimento della stabilità fino alle elezioni di metà mandato americane del 3 novembre potrebbe di per sé rappresentare un significativo successo politico. Gli statisti spesso perseguono la pace per ragioni sia nobiliari che pratiche. Alcuni cercano soluzioni durature. Altri cercano tempo. Il sistema internazionale premia spesso coloro che comprendono la differenza.

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Declino, declino, declino

Corsa di sangue, decadenza di Faust

Constantin von Hoffmeister9 giugno
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Il declino dell’Occidente il declino dell’Occidente l’Occidente che declina nella sua anima faustiana la sua infinita ricerca le sue cattedrali che trafiggono il cielo le sue macchine che divorano la terra i suoi eserciti che marciano nel vuoto dello spazio infinito l’Occidente che declina nel sangue e nel ferro e nell’ultimo inverno della sua forma le culture che sorgono come falli dal suolo della storia fioriscono nel vigore primaverile per poi marcire nell’autunno del denaro e della democrazia l’Occidente i suoi archi gotici che crollano sotto il peso della sua stessa volontà di potenza la sua matematica che diventa astratta la sua musica che si dissolve nel rumore le sue città che si gonfiano con le masse i senza volto i senza radici l’Occidente che declina nella pietrificazione delle sue forme la rigidificazione della sua vita un tempo organica l’anima dell’Occidente l’anima faustiana che si protende verso le stelle ora collassa su se stessa nella megalopoli il deserto di pietra l’infinita ripetizione del declino declino declino l’organico che diventa meccanico il destino delle civiltà che si dispiega come gli spasmi di un dio morente l’Occidente le sue foreste primordiali disboscate per le fabbriche i suoi fiumi avvelenati dal progresso i suoi eroi ridotti a impiegati la sua arte che si frammenta in astrazione il declino l’inesorabile declino mentre ogni cultura realizza la sua morfologia interiore la sua crescita simile a una pianta il suo decadimento simile a un animale l’apollineo il magico il faustiano ognuno a turno sorge e cade l’Occidente ora nella sua fase senile la sua civiltà si indurisce in una massa informe il suo intelletto senz’anima la sua tecnica trionfante ma vuota il declino dell’Occidente che riecheggia tra le rovine degli imperi passati l’egiziano il classico il cinese l’Occidente declina nel trionfo del suo materialismo la sua democrazia il suo denaro il suo cesarismo finale si avvicina come una tempesta d’acciaio.

La morfologia della storia la morfologia della storia le forme delle culture che vivono e muoiono come bestie nella giungla del tempo Spengler Spengler tracciando i cicli le stagioni dell’anima l’Occidente la sua giovinezza nelle cattedrali e nelle crociate la sua maturità nel Rinascimento e nel Barocco la sua vecchiaia ora negli imperi dell’acciaio e della finanza la pseudomorfosi le forme forzate le intrusioni aliene il declino l’Occidente in declino mentre le sue città divorano la campagna mentre le sue popolazioni si gonfiano con gli sterili gli sradicati l’Occidente la sua forza vitale si dissolve nell’intelletto il critico l’analitico il genio creativo che cede alla sterile intelligenza i tecnici i giornalisti i politici l’Occidente nel suo declino la sua arte che diventa spettacolo la sua religione che evapora nell’etica il suo stato che si gonfia nella burocrazia l’eterno ritorno dello stesso lo stesso lo stesso i cicli che si ripetono attraverso i millenni le alte culture ognuna con il proprio destino i propri simboli i propri numeri i propri dei l’infinito faustiano l’infinito il dinamico che ora si rivolge verso l’interno marcendo il corpo politico il corpo sociale il corpo culturale che si contorce nella fine si contorce il declino dell’Occidente l’Occidente declina nella vittoria delle proprie estensioni le sue macchine i suoi sistemi le sue astrazioni divorano il nucleo organico il sangue la razza il suolo l’Occidente il suo paesaggio dell’anima ora una landa desolata di asfalto e neon la morfologia che rivela l’inevitabile la logica organica l’appassimento simile a una pianta la lotta simile a un animale che si conclude con l’esaurimento esaurimento esaurimento le grandi morfologie che si dispiegano l’Occidente ora entra nel suo inverno le sue forme rigide la sua anima congelata il suo Cesare a venire che avanza a grandi passi attraverso le rovine.

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Sangue e terra sangue e terra le forze primordiali i poteri tellurici l’Occidente in declino mentre si separa dalla terra dal contadino dal guerriero dal prete le città le grandi città le città-mondo le megalopoli che succhiano la vita dalle province le province sterili i campi incolti gli uteri vuoti l’Occidente in declino nel trionfo dello spirito del denaro la speculazione l’usura il cosmopolita senza radici l’intellettuale il nomade entro le porte il declino il declino la spinta faustiana che si inverte la volontà di potenza che diventa volontà di nulla il nulla del comfort il nulla dell’uguaglianza il nulla del progresso progresso progresso la menzogna del tempo lineare il mito dell’evoluzione l’Occidente intrappolato nella propria narrativa la propria coscienza storica che ora rivela la futilità i cicli le stagioni l’inevitabile autunno l’inevitabile inverno le nevi del declino che coprono i monumenti le filosofie le sinfonie l’Occidente la sua anima un tempo in volo ora striscia nella polvere delle sue conquiste la sua scienza la sua industria la sua democrazia tutte maschere dell’organismo che invecchia l’organismo in decomposizione la pseudomorfosi la maturità forzata la senilità precoce il sangue l’assottigliamento del sangue la razza la mescolanza delle razze il suolo il suolo avvelenato.

La fase finale la fase finale la fase della civiltà la fase della pietrificazione l’Occidente che si indurisce nel fellaheen l’eterno fellah le masse le masse l’amorfo l’indifferenziato l’Occidente in declino nell’era della seconda religiosità i nuovi Cesari i nuovi despoti che sorgono dal caos il caos della democrazia il caos del parlamentarismo il caos della stampa l’Occidente il suo linguaggio formale esaurito i suoi simboli consumati la sua architettura che diventa mera ingegneria la sua pittura mera fotografia la sua musica mero rumore il declino il declino l’unità organica frantumata le province in rivolta i barbari dentro e fuori l’Occidente il suo impero che si estende attraverso i continenti ora si sgretola nel nucleo il nucleo che marcisce il cuore che cede l’energia faustiana che si dissipa nell’entropia l’entropia della megalopoli l’entropia del denaro l’entropia dell’intelletto l’intelletto rivolto contro la vita la vita stessa il vitale l’istintivo l’eroico ora disprezzato il declino dell’Occidente l’Occidente in declino nello spettacolo del proprio suicidio il suicidio dell’alta cultura il suicidio dell’anima l’anima che cerca l’annientamento nel infinito nella tecnica nel vuoto.

I Cesari i Cesari che verranno i grandi individui le figure storiche mondiali che emergono dal crepuscolo il crepuscolo degli dei il crepuscolo dell’Occidente l’Occidente in declino che tuttavia genera i suoi ultimi padroni i padroni dell’acciaio e della volontà la volontà che vince il declino il declino stesso il ciclo che completa la nuova primavera forse lontana la nuova barbarie la nuova gioventù la gioventù del sangue e della razza il consapevole della razza il consapevole del destino l’Occidente nel suo declino che prepara il terreno per l’eterno ritorno il ritorno dei forti il ​​ritorno della forma il che dà la forma il che crea la cultura l’Occidente il suo declino non la fine della storia ma l’inverno prima del sonno il lungo sonno il sonno del fellah il sonno delle masse le masse in attesa del martello il martello dei Cesari i Cesari che avanzano il declino il declino l’Occidente che declina in grandezza nel suo parossismo finale le sue guerre le sue rivoluzioni la sua mobilitazione totale la mobilitazione di tutte le cose la mobilitazione della morte la morte delle vecchie forme i dolori del parto del nuovo il nuovo ancora non nato il non nato nel grembo del declino.

I cicli eterni i cicli eterni la morfologia eterna l’Occidente in declino eppure il mondo gira le culture sorgono e cadono i simboli cambiano i numeri cambiano gli dei cambiano eppure il ritmo rimane il ritmo di nascita crescita decadimento morte rinascita l’Occidente il suo sogno faustiano che finisce nella macchina la macchina che divora il sogno il sogno che diventa incubo l’incubo del declino il declino dell’Occidente l’Occidente nella sua sera la sua lunga sera il suo crepuscolo che si estende sul globo il globo che si restringe sotto la sua tecnica la sua tecnica che fallisce la sua tecnica che si rivolta contro di essa la stessa la civiltà la grande civiltà ora un cadavere un magnifico cadavere il cadavere dell’Occidente l’Occidente in declino nella bellezza della sua rovina la rovina delle sue cattedrali la rovina dei suoi imperi la rovina del suo spirito lo spirito che aleggia sulle acque del caos il caos da cui possono sorgere nuove forme le forme primitive le forme vitali le forme giovani giovani giovani il declino dell’Occidente che riecheggia nel silenzio il silenzio prima del nuovo canto il nuovo canto di sangue e terra e destino il destino dell’Occidente compiuto compiuto compiuto nel suo magnifico terribile declino.

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