Stati Uniti! Politica nel pallone_con Gianfranco Campa

Improvvisamente, consuetudini tollerate diventano l’occasione e il pretesto per creare non ancora il casus belli, certamente l’ostacolo alla realizzazione di trame ed obbiettivi politici degli avversari. Negli Stati Uniti il caso dell’aerostato vagante è stato lo strumento e l’occasione sollevata ad arte per rimescolare le carte secondo tre linee di riferimento. Ad una componente decisa a condurre il confronto geopolitico ostile contestualmente con la Russia e la Cina si giustappone una componente russofoba ed una sinofoba. Tutte e tre imbevute di un trasporto ideologico che porta spesso a forzare l’interpretazione politica degli atti e conseguentemente il merito degli atti politici. Il tutto in un contesto di opinione pubblica sempre più ostile nei confronti della leadership cinese, ritenuta responsabile del processo di degrado economico e sociale negli Stati Uniti. Una partita a tre che espone sempre più le scelte politiche statunitensi ad una schizofrenia incapace di definire chiaramente le priorità. Una situazione che rischia di trascinare una parte significativa del movimento MAGA verso una deriva neocon suscettibile di ricreare su nuove basi avventuriste i vecchi equilibri interni. Un contesto nel quale sono fondamentali gli intrecci e le interrelazioni esterne di queste fazioni con parte dei centri decisori stranieri. Sempre più labili questi ultimi con quelli russi, ancora significativi e determinanti con quelli cinesi. Il contrasto sul “palloncino” ha per oggetto una contesa su scelte ben più impegnative: il raddoppio delle basi statunitensi nel Pacifico ed una separazione dei legami economici sino-statunitensi il più graduale e meno dirompente possibile per i due paesi. Un intrico della cui complessità rischia di sfuggire il bandolo a qualcuno dei tanti attori protagonisti nello scenario politico interno e geopolitico. Buon e attento ascolto, Giuseppe Germinario

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Unione Europea e Germania! Controfigure e protagonisti_con Antonio de Martini

Da quaranta anni la costruzione e la designazione del nemico seguono lo stesso canovaccio. Dalle stelle alle stalle, personaggi come Saddam Husseyn, Milosevic, Gheddafi, per un pelo anche Assad, forse in un prossimo futuro Zelenski, hanno conosciuto una fine tragica, illudendosi per un attimo della benevolenza e delle grazie concesse dalla potenza aggrappata alle sue ambizioni egemoniche. Non sono altro che singoli punti di un cerchio che sta stringendo in una morsa ferrea ancora una volta l’Europa ed in particolare la Germania. Piuttosto che reagire, le vittime designate hanno scelto di divincolarsi il meno possibile. Così facendo pensano di guadagnare tempo; i più illusi ritengono di potersi ritagliare i resti di qualche pietanza. Saranno essi stessi la pietanza; il tacchino farcito da spolpare, senza nemmeno il ringraziamento. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti, c’è poco da ridere_con Gianfranco Campa

Frenare l’ilarità di una vicepresidente, profusa irrefrenabilmente anche nei momenti meno opportuni ed imbarazzanti, è una missione impossibile. Non è l’unico personaggio da operetta che ha trovato posto nel caleidoscopio dei posti chiave dell’amministrazione statunitense. Un problema già serio in tempi ordinari dalle gerarchie politiche ben definite e dalle decisioni poco impegnative; drammatico in una fase di sconvolgimenti politici accompagnati da una disarticolazione dei centri di potere, laddove la riuscita dei colpi di mano dipendono dalle capacità proprie di controllo di parte delle leve di potere. Non è l’azzardo di pokeristi della domenica a guidare le scelte; è l’opera inquietante e gelida di troppi dottor stranamore in azione nell’ombra o appena dietro le quinte. Ancora una volta si deve partire dal battito d’ali a Washington per comprendere la tempesta attuale in Ucraina e le prossime annunciate qua e là per il mondo. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Ucraina, 25a puntata_degenerazioni ed adattamenti di regime Con Stefano Orsi e Max Bonelli

Un conflitto prolungato mette a dura prova la tenuta di qualsiasi regime. Un vero e proprio test, fondato sul sangue e sul sacrificio della popolazione, che può portare alla degenerazione e al disfacimento di uno stato e del tessuto sociale, come ad una capacità di adattamento e di rinnovamento impensabili in tempi di ordinaria amministrazione. In questo conflitto stiamo assistendo ad una dinamica speculare, vedremo se irreversibile. Se da una parte, quella russa, si sta affermando, anche nel senso comune, la realtà di un confronto esistenziale con l’intero blocco occidentale, dall’altra il regime ucraino è aggrappato ad una disperata resistenza fondata sull’aiuto esterno pressoché esclusivo, con tutte le degenerazioni che questa comporta: quello di un regime e di una economia e società fondato sullo stato di guerra e sulla speculazione del più infimo livello. Più simile, quest’ultima ad una struttura per bande di fatto anomica e prive di regole per come le intendiamo. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Biden e la caccia al tesoro_con Gianfranco Campa

Biden ovvero la parabola discendente di una controfigura. Siamo al terzo ritrovamento di documenti riservati in casa Biden o dintorni. Non è più soltanto un avvertimento; si tratta di uno stillicidio destinato a mantenere alta la pressione e debilitare e compromettere definitivamente, sia pure in forma controllata, il personaggio, ormai patetico. Per il resto saranno le dinamiche ormai innescate al Congresso a completare l’opera. Una operazione parallela, ma anche un viatico al tentativo di estromettere Trump dall’agone politico e di sterilizzare il movimento cresciuto sotto le sue ali. Un movimento, per altro, che sta imparando sempre più a camminare sulle proprie gambe. L’amministrazione di Biden ha cercato in questo anno di cavalcare i temi sollevati dal suo acerrimo nemico. La sostanza, in realtà, a cominciare dal problema dei flussi migratori, dal contenuto degli accordi internazionali e dalle dinamiche geopolitiche sono in continuità con le passate politiche demo-neoconservatrici. Una fase comunque di transizione gravida di rischi dovuta alla mancanza di una gestione unitaria e controllata e, soprattutto, alla crescente divaricazione tra le ambizioni coltivate e i mezzi disponibili. Il conflitto in Ucraina, la situazione in Brasile, il recente accordo tripartito tra Messico, Canada e Stati Uniti sono solo la punta di un iceberg. Buon ascolto, Giuseppe Germinario
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Stati Uniti, il sodalizio interessato di uno speaker_con Gianfranco Campa

Una conversazione in due puntate. Nella prima tratteremo dei retroscena e dei possibili scenari futuri legati all’elezione di Kevin McCarthy a speaker della Camera del Congresso statunitense. Una narrazione del tuto estranea alla “creatività” con la quale è stata profusa dalla stampa italiana, sempre più dedita alla scopiazzatura sempre meno diligente delle veline d’oltreoceano. Seguirà a breve la seconda puntata sulle ultime prodezze di Biden, un presidente ormai dal destino segnato, ma cionondimeno impegnato in Brasile e nello scacchiere nordamericano. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Lo stato della guerra in Ucraina_ con il colonnello Douglas McGregor

Avremmo preferito concludere l’anno con un testo meno impegnativo e più bene augurante. Le dinamiche geopolitiche, purtroppo, non volgono certamente al sereno o quantomeno al variabile e non è certo rimuovendole dalla nostra comprensione che potremo garantirci l’agognato “quieto vivere” possibile. La speranza, alquanto remota, è che nel nostro paese inizino ad emergere forze importanti e capaci di tirarci fuori dal pantano in cui ci sta trascinando l’attuale classe dirigente. Proponiamo e raccomandiamo quindi l’ascolto di questa lunga conversazione in tre parti, su un unico link o su tre link diversi, curata nella traduzione in sottotitoli dal sito “voci dall’estero”, sollecitata, commentata e supervisionata da Roberto Buffagni. Il link originale è  https://www.youtube.com/watch?v=GhA1yofpkMg Premendo sulla schermata l’icona delle impostazioni (ruota dentata) e selezionando nella cartella “sottotitoli” la lingua italiana, si ottiene la traduzione del testo. Buon ascolto e buon anno, Giuseppe Germinario

Questo lungo, appassionato colloquio sulla guerra in Ucraina tra *Michael Vlahos e **Douglas McGregor si è svolto all’inizio del mese di dicembre 2022, nella biblioteca dello Army and Navy Club di Washington D.C.

Per la serietà e la preparazione di entrambi, per l’ampiezza e la profondità della discussione, è forse la migliore analisi della situazione militare e politica conseguente al conflitto ucraino oggi disponibile.

Vlahos e McGregor appartengono entrambi all’ultima generazione dei Cold Warriors, e hanno operato, ad alto livello, all’interno delle istituzioni militari e accademiche dello Stato federale nordamericano. Dissentono dall’odierna politica estera statunitense, aderiscono entrambi all’interpretazione delle cause lontane della guerra in Ucraina come effetto dell’espansione a Est della Nato, proposta da John Mearsheimer. Da patrioti statunitensi, si interrogano sulle conseguenze di scelte strategiche che ritengono gravemente errate e pericolose, e sulla possibilità di correggerle.

Il colloquio è diviso in tre parti:

1) Che cosa ci fa capire questa guerra? Che cos’è accaduto sinora? A che punto siamo?

2) Perché la Nato ha commesso un errore strategico tanto grave, provocando una proxy war fondata sulla negazione della realtà e sull’inganno?

3) Che cosa si dovrebbe fare? In quale direzione stiamo andando?

Vocidallestero ringrazia Roberto Buffagni per aver segnalato e curato la presentazione di questo significativo colloquio e dei suoi protagonisti, nonché per la revisione finale della traduzione.

Ringrazia inoltre Roberto Pozzi (che svolge un prezioso lavoro di traduzione su gilbertdoctorow.com) e @X22Pedro per aver collaborato alla traduzione in italiano dei dialoghi, nonché @Asiaest per la sua collaborazione alla sottotitolatura dei video.

https://rumble.com/v23lnk0-ucraina-23a-il-fallimento-della-strategia-nato-la-sclerosi-dellesercito-usa.html

Altrimenti:

1) Che cosa ci fa capire questa guerra? Che cos’è accaduto sinora? A che punto siamo?

2) Perché la Nato ha commesso un errore strategico tanto grave, provocando una proxy war fondata sulla negazione della realtà e sull’inganno?

3) Che cosa si dovrebbe fare? In quale direzione stiamo andando?

*Michael Vlahos (1951) è uno storico militare e uno studioso di strategia e antropologia, con un lungo curriculum all’interno delle istituzioni statunitensi. Laureato a Yale e alla Fletcher School of Law and Diplomacy, ha lavorato presso la Johns Hopkins University (Co-Director of Security Studies), lo United States Naval War College, il Center for Naval Analyses, lo United States Department of State (Director of the State Department’s Center for the Study of Foreign Affairs), la Central Intelligence Agency. È autore di molti articoli e otto libri, il più recente dei quali è Fighting Identity: Sacred War and World Change, ABC-CLIO, 2008. Si possono seguire i suoi articoli più recenti sul blog: https://www.anewcivilwar.com/vlahos-blog

**Douglas McGregor (1953) è un colonnello (a riposo) dello U.S. Army. Ha combattuto nella prima guerra del Golfo (1991) e nell’intervento NATO contro la Jugoslavia (1999), nel quale fu il principale pianificatore dell’attacco alla Serbia, agli ordini del gen. Wesley Clark. Ha collaborato all’elaborazione strategica dell’operazione Desert Storm (2003, invasione dell’Irak). Nel 2020 il presidente Trump lo propose come ambasciatore in Germania, ma la nomina fu respinta dal Senato. È autore di molti articoli e di quattro libri, il più recente dei quali è Margin of Victory: Five Battles that Changed the Face of Modern War, Annapolis (MD): Naval Institute Press, 2016. È un commentatore politico molto attivo, spesso ospitato da Fox News.

Pubblicato da Carmenthesister alle 20:3401

http://vocidallestero.blogspot.com/2022/12/vlahosmcgregor-colloquio-in-tre-parti.html

Kissinger e l’Ucraina! La tragica inerzia della guerra_con Antonio de Martini

Mi spiace non aver voglia di tradurre il testo dell’articolo, scritto per lo SPECTATOR, rivista fondata nel 1828.

In accompagnamento al suo ultimo libro, ” LEADERSHIP” in cui presenta sei profili di leaders ( uno solo americano, Nixon, per dovere d’ufficio) l’articolo é l’attacco più veemente portato da un membro dell’establishment alla classe dirigente USA in materia di politica estera, campo in cui la compattezza é sempre stata di rigore quale che fosse l’amministrazione al comando.

Nella precedente sortita a commento della politica estera di Biden, l’ex segretario di stato e Nobel per la pace, si era limitato a far notare che era ” unisce” attaccare in contemporanea Russia e Cina, il paese della cui ammissione nel concerto delle nazioni egli era stato l’artefice.

In questa nuova esternazione, il professore riprende la sua posizione Metternichiana , rievoca le circostanze in cui scoppiò il primo conflitto mondiale, i tentativi di mediazione falliti di Wilson perché volle attendere le elezioni USA ” che ” con la battaglia della somme e l’offensiva tedesca su Verdun aggiunsero altri due milioni di perdite umane” e continua implacabile dicendo che ” La punitiva pace di Versailles che concluse la guerra, si dimostrò molto più fragile della struttura che sostituì”.

E’ la prima volta che qualcuno – oltre a me – collega in forma diretta gli avvenimenti della prima e seconda guerra mondiale agli avvenimenti odierni e definisce gli scontri europei come una nuova ” guerra dei cento anni”.

Ed é la prima volta che la solidarietà formale tra repubblicani e democratici in politica estera viene rotta. Se sia un segnale di implosione degli USA, come indicato da LIMES o di gravità del pericolo per la pace mondiale, lo scopriremo anche troppo presto.

Leggete l’articolo con l’attenzione che merita e supplite al silenzio dei media, diffondendolo. https://corrieredellacollera.com/ _ Antonio de Martini
La traduzione dell’articolo di Kissinger è disponibile qui, sotto la videoregistrazione

https://rumble.com/v21mlya-kissinger-e-lucraina-la-tragica-inerzia-della-guerra-con-antonio-de-martini.html

Come evitare un’altra guerra mondiale

Henry Kissinger

 

La prima guerra mondiale fu una sorta di suicidio culturale che distrusse l’eminenza dell’Europa. I leader europei sono diventati sonnambuli – per usare le parole dello storico Christopher Clark – in un conflitto in cui nessuno di loro sarebbe entrato se avessero previsto la fine della guerra nel 1918. Nei decenni precedenti, avevano espresso le loro rivalità creando due serie di alleanze le strategie delle quali erano alla fine vincolate ai rispettivi programmi di mobilitazione. Di conseguenza, nel 1914, l’assassinio del principe ereditario austriaco a Sarajevo, in Bosnia, da parte di un nazionalista serbo, poté degenerare in una guerra generale che iniziò quando la Germania eseguì il suo piano necessario a sconfiggere la Francia attaccando il Belgio neutrale all’altro capo dell’Europa.

Le nazioni d’Europa, che non conoscevano a sufficienza il modo in cui la tecnologia aveva potenziato le rispettive forze militari, procedettero a infliggersi reciprocamente devastazioni senza precedenti. Nell’agosto 1916, dopo due anni di guerra e milioni di vittime, i principali combattenti in Occidente (Gran Bretagna, Francia e Germania) iniziarono a esplorare le prospettive per porre fine alla carneficina. A est, le rivali Austria e Russia avevano tastato il terreno similmente. Poiché nessun compromesso concepibile poteva giustificare i sacrifici già sostenuti e poiché nessuno voleva trasmettere un’impressione di debolezza, i vari leader esitarono ad avviare un formale processo di pace. Quindi hanno cercato la mediazione americana. Le esplorazioni del colonnello Edward House, emissario personale del presidente Woodrow Wilson, rivelarono che una pace basata sullo status quo ante modificato era a portata di mano. Tuttavia Wilson, pur disposto e alla fine desideroso di intraprendere una mediazione, rimandò il tutto a dopo le elezioni presidenziali di novembre. A quel punto l’offensiva britannica della Somme e l’offensiva tedesca di Verdun avevano aggiunto altri due milioni di vittime.

I bambini rifugiati si preparano a lasciare Lviv in treno [Getty Images]

Nelle parole del libro sull’argomento di Philip Zelikow, la diplomazia è diventata la strada meno battuta. La Grande Guerra andò avanti per altri due anni e fece ancora milioni di vittime, danneggiando irrimediabilmente gli equilibri consolidati dell’Europa. La Germania e la Russia furono lacerate dalla rivoluzione; lo stato austro-ungarico scomparve dalla carta geografica. La Francia era stata dissanguata. La Gran Bretagna aveva sacrificato una parte significativa della sua giovane generazione e delle sue capacità economiche alle esigenze della vittoria. Il trattato punitivo di Versailles che pose fine alla guerra si dimostrò molto più fragile della struttura che sostituì.

Il mondo oggi si trova a un punto di svolta paragonabile in Ucraina, mentre l’inverno impone una pausa alle operazioni militari su larga scala? Ho ripetutamente espresso il mio sostegno allo sforzo militare alleato per contrastare l’aggressione della Russia in Ucraina. Ma si avvicina il momento di costruire sui cambiamenti strategici che sono già stati compiuti e di integrarli in una nuova struttura verso il raggiungimento della pace attraverso il negoziato.

Un volontario ucraino saluta la sua ragazza prima di andare in prima linea [Getty Images]

L’Ucraina è diventata uno stato importante dell’Europa centrale per la prima volta nella storia moderna. Aiutata dai suoi alleati e ispirata dal suo presidente, Volodymyr Zelensky, l’Ucraina ha ostacolato le forze convenzionali russe che sovrastano l’Europa dalla seconda guerra mondiale. E il sistema internazionale – compresa la Cina – si oppone alla minaccia o all’uso da parte della Russia delle sue armi nucleari.

Questo processo ha messo in discussione le questioni originali relative all’adesione dell’Ucraina alla NATO. L’Ucraina ha acquisito uno degli eserciti di terra più grandi ed efficaci d’Europa, equipaggiato dall’America e dai suoi alleati. Un processo di pace dovrebbe legare l’Ucraina alla Nato, comunque espresso. L’alternativa della neutralità non ha più senso, soprattutto dopo l’adesione della Finlandia e della Svezia alla Nato. Per questo, nel maggio scorso, ho raccomandato di stabilire una linea di cessate il fuoco lungo i confini esistenti dove la guerra è iniziata il 24 febbraio. La Russia avrebbe rigettato da lì le sue conquiste, ma non il territorio che occupava quasi un decennio fa, inclusa la Crimea. Quel territorio potrebbe essere oggetto di un negoziato dopo un cessate il fuoco.

Se la linea di demarcazione prebellica tra Ucraina e Russia non può essere raggiunta con il combattimento o con il negoziato, si potrebbe esplorare il ricorso al principio di autodeterminazione. I referendum sull’autodeterminazione supervisionati a livello internazionale potrebbero essere applicati a territori particolarmente divisivi che sono passati di mano ripetutamente nel corso dei secoli.

L’obiettivo di un processo di pace sarebbe duplice: confermare la libertà dell’Ucraina e definire un nuovo assetto internazionale, soprattutto per l’Europa centro-orientale. Alla fine la Russia dovrebbe trovare un posto in tale ordine.

L’esito preferito per alcuni è una Russia resa impotente dalla guerra. Non sono d’accordo. Nonostante tutta la sua propensione alla violenza, la Russia ha dato un contributo decisivo all’equilibrio globale e all’equilibrio di potere per oltre mezzo millennio. Il suo ruolo storico non dovrebbe essere degradato. Le battute d’arresto militari della Russia non hanno eliminato la sua portata nucleare globale, consentendole di minacciare un’escalation in Ucraina. Anche se questa capacità viene ridotta, la dissoluzione della Russia o la distruzione della sua capacità di politica strategica potrebbe trasformare il suo territorio che comprende 11 fusi orari in un vuoto controverso. Le sue società concorrenti potrebbero decidere di risolvere le loro controversie con la violenza. Altri paesi potrebbero cercare di espandere le loro rivendicazioni con la forza.

Mentre i leader mondiali si sforzano di porre fine alla guerra in cui due potenze nucleari si contendono un paese armato convenzionalmente, dovrebbero anche riflettere sull’impatto su questo conflitto e sulla strategia a lungo termine dell’incipiente alta tecnologia e intelligenza artificiale. Esistono già armi autonome, in grado di definire, valutare e prendere di mira le proprie minacce percepite e quindi in grado di iniziare la propria guerra.

Una volta che il confine in questo regno sarà attraversato e l’hi-tech diventerà un armamento standard – e i computer diventeranno i principali esecutori della strategia – il mondo si troverà in una condizione per la quale non ha ancora un concetto stabilito. In che modo i leader possono esercitare il controllo quando i computer prescrivono istruzioni strategiche su una scala e in un modo che limitano e minacciano intrinsecamente l’input umano? Come si può preservare la civiltà in un tale vortice di informazioni contrastanti, percezioni e capacità distruttive?

L’Ucraina è diventata uno stato importante dell’Europa centrale per la prima volta nella storia moderna

Non esiste ancora alcuna teoria per questo mondo invadente e gli sforzi consultivi su questo argomento devono ancora evolversi, forse perché negoziazioni significative potrebbero rivelare nuove scoperte e quella divulgazione stessa costituisce un rischio per il futuro. Superare la disgiunzione tra tecnologia avanzata e il concetto di strategie per controllarla, o anche comprenderne tutte le implicazioni, è una questione importante oggi quanto il cambiamento climatico e richiede leader con una padronanza sia della tecnologia che della storia.

La ricerca della pace e dell’ordine ha due componenti che talvolta vengono trattate come contraddittorie: il perseguimento di elementi di sicurezza e l’esigenza di atti di riconciliazione. Se non possiamo raggiungere entrambi, non saremo in grado di raggiungere nessuno dei due. La strada della diplomazia può apparire complicata e frustrante. Ma il progresso richiede sia la visione che il coraggio di intraprendere il viaggio.

Conversazioni sulla Cina 2a puntata! Le scelte di una classe dirigente_con Daniela Caruso

Siamo alla seconda puntata della serie di conversazioni con la professoressa Daniela Caruso. Tutte le scelte di un ceto politico che si è avvicendato in questi ultimi decenni hanno poggiato su due costanti inamovibili: la salvaguardia dello Stato e l’integrità territoriale del paese. Su questa base i vari schieramenti politici hanno trovato sempre un punto di equilibrio che ha consentito di avvicendarsi senza rimettere in discussione nei suoi fondamenti un programma di riforme e di trasformazione radicale che ha evitato le tragedie dell’implosione del blocco sovietico ed innescato un processo di sviluppo e di crescita che non ha paragoni nella storia per velocità e consistenza; che ha saputo evitare le conseguenze più catastrofiche e drammatiche che processi simili, in tempi diversi, hanno innescato nei vari continenti. Un mix di nazionalismo, controllo ferreo ma relativamente flessibile, capacità prospettica che ha consentito sino ad ora la tenuta sociale e l’assurgere della Cina a potenza mondiale. Sino a quando la sua classe dirigente riuscirà a mantenere il necessario dinamismo legato all’offerta di una prospettiva per l’intero paese correrà pochi rischi di delegittimazione pur in una realta sociopolitica e geopolitica sempre più complessa. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Unione Europea! Leader improbabili _ con Antonio de Martini

L’Unione Europea sta facendo già molto per screditare se stessa. E’ una istituzione che sta rivelando sempre più di poter vivere, per meglio dire sopravvivere, solo all’ombra della NATO e con il sacrificio degli interessi di chi dichiara di voler rappresentare. La sua struttura lobbistica è perfettamente modellata a questo scopo; il resto lo completa la mediocrità disarmante, ai limiti del grottesco, del personale politico e burocratico appositamente scelto. L’ultima ed inedita indagine giudiziaria, al momento circoscritta ad alcuni personaggi politici italiani come improbabili protagonisti, ma foriera di ulteriori pesanti sviluppi, nei tempi e nelle modalità rivela il sottobosco che alimenta questi ambienti; un sottobosco i cui foraggiatori non possono essere ridotti esclusivamente al Qatar o al Marocco, neppure alla considerazione del rispetto dei diritti umani e di gestione dei flussi migratori. Sono notorie, ad esempio le premure a suon di miliardi di filantropi del calibro di Soros, per non parlare dell’azione sistematica delle multinazionali. L’inchiesta da adito, quindi, a parecchi dubbi sui tempi, i personaggi coinvolti e le modalità di svolgimento delle indagini. Il motivo scatenante potrebbe essere l’intento di coprire e distogliere l’attenzione da casi di corruttela e di conflitto di interessi a carico di funzionari di ben altro livello, a cominciare dalla Commissione Europea. Di fatto, se non proprio nelle intenzioni, è un passo che potrebbe accelerare alcune dinamiche politiche e geopolitiche già in corso: la crescente divaricazione politica tra socialdemocratici e popolari, la ridondanza sempre più evidente della Unione Europea rispetto al peso e alle competenze politiche crescenti della NATO, l’inidoneità della struttura a gestire la progressiva polarizzazione delle tre aree geopolitiche europee dalla crescente conflittualità fratricida, l’insofferenza sempre più evidente del “deus ex machina” di questa istituzione, gli Stati Uniti, in particolare quella stessa leadership democratica così ben disposta verso gli organismi sovranazionali. Ci ha pensato Scholz, l’attuale cancelliere tedesco, nel suo recente saggio su Foreign Affairs, da noi pubblicato, a confessare candidamente la reale miserevole postura dei ceti politici nazionali europei. Una pietra tombale sul millantato “sovranismo europeista”, suggellato dalla parodistica indagine giudiziaria relativa al progettato colpo di stato in Germania. Non ultima, una delle ragioni profonde di queste attenzioni, è la preoccupante recente postura geopolitica assunta dai paesi del Golfo e la loro riottosità ad assecondare le richieste americane in tema di produzione e commercio dei prodotti energetici. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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