UE, Italia, Francia, Germania! Il triangolo imperfetto_di Giuseppe Germinario

Grande emozione e tanta enfasi tra i protagonisti della firma del trattato del Quirinale. Peccato che a così grandi aspettative ostentate non sia corrisposta una corrispondente ed adeguata attenzione nella stampa italiana, relegata ben addentro alle pagine interne, alle spalle della scontata sequela su green pass e coronavirus; sorprendentemente almeno un qualche minimo accenno nella stampa transalpina. Un oscuramento che stigmatizza intanto un aspetto: la credibilità di Draghi, evidentemente, non coincide e non ha un effetto di trascinamento significativo su quella dell’Italia; il destino e le fortune politiche di uno sono evidentemente separati da quelli dall’altra. Il dubbio che il segno politico concreto dell’iniziativa si discosti pesantemente dall’immagine e dalla narrazione che si è voluto offrire si insinua nelle menti meno coinvolte dalla propaganda; tutto questo a cominciare dalla forma stessa adottata prima ancora di entrare ad esaminare i contenuti. Il valzer iniziato con il trattato bilaterale di Aquisgrana tra Francia e Germania nel 2019 e proseguito con quello odierno sottoscritto da Francia e Italia richiama l’immagine di un triangolo incompiuto.

Per essere un direttorio autorevole armato della volontà di imprimere una svolta al processo di costruzione della Unione Europea nella forma avrebbe dovuto concludersi con un accordo trilaterale o quantomeno con un ulteriore bilaterale tra Italia e Germania dai contenuti del tutto corrispondenti a quello di Aquisgrana; per essere un sodalizio latino-mediterraneo credibile in grado di sostenere il confronto con le altre due aree geopolitiche costitutive della UE avrebbe dovuto comprendere almeno la Spagna, per quanto ancora essa dibattuta storicamente tra Francia e Germania.

Nel primo caso la coerenza avrebbe richiesto tutt’al più un accordo tra capi di governo tale da definire le condotte nel Consiglio Europeo e in sede di Commissione Europea, quindi nelle sedi preposte; nel secondo avrebbe sancito definitivamente anche nella forma l’Unione Europea come il terreno di confronto e cooperazione tra stati nazionali raggruppati in sfere di influenza e di interessi più omogenei.

La scelta più o meno consapevole di adottare la forma così impegnativa e costrittiva del trattato tra stati sotto le spoglie del lirismo europeista avulso e nemico degli stati nazionali non fa che accentuare i limiti, i vincoli e le ambiguità della costruzione europea tali da rimuovere piuttosto che porre chiaramente sul terreno e possibilmente risolvere i problemi e i conflitti latenti, sino a renderli progressivamente dirompenti; con il risultato finale di rivelare finalmente nella NATO più che nella UE il reale fattore, per altro esogeno, di relativa coesione politica di gran parte del continente. In mancanza saranno i trattati stessi ad essere progressivamente svuotati di contenuti o dimenticati.

I rapporti di cooperazione rafforzata, pur nella loro ambiguità, sono qualcosa di diverso e di poco compatibile con la forma del trattato, checché ne dicano gli estensori di quest’ultimo, in quanto riconoscono implicitamente la trasversalità interna agli stati del confronto politico ed esplicitamente la loro coerenza e subordinazione agli indirizzi della Commissione Europea. I due trattati, in particolare quello più esteso e specifico tra Italia e Francia, di fatto formalizzano ed irrigidiscono il confronto tra stati all’esterno del circuito istituzionale.

Dubbi e riserve che non sono affatto attenuati dall’esame del merito delle clausole, pur avendo queste ultime più la forma di una dichiarazione di intenti che di impegni cogenti in entrambi i trattati, ma maggiormente in quello franco-tedesco.

Quest’ultimo deve pagare certamente pegno alla funzione di apripista, ma può permettersi di indugiare maggiormente nella retorica europeista grazie al ruolo di leadership locale dei due paesi.

Essendo carenti di aspetti cogenti e piuttosto pleonastici nella stesura, non rimane che individuare nell’enfasi attribuita ai singoli aspetti le diversità, le affinità e soprattutto le intenzioni riposte in questi due atti in attesa di conoscere i protocolli aggiuntivi, sempre che siano resi disponibili.

In quello di Aquisgrana prevale nettamente l’enfasi sul ruolo del sodalizio franco-tedesco nell’agone mondiale, con la ciliegina della richiesta velleitaria di un seggio alemanno all’ONU; nell’esplicita richiesta di coinvolgimento delle Germania nell’area subsahariana con un effetto solo secondario di trascinamento della UE.

Riguardo al contesto europeo la postura generale franco-tedesca è quella di due paesi impegnati a determinare genericamente gli indirizzi e l’organizzazione della Unione Europea; quella del trattato quirinalizio è piuttosto di due paesi impegnati ad adeguarsi all’indirizzo, specie giuridico, della Comunità, per quanto si possa parlare di indirizzo giuridico coerente di essa.

L’unico afflato europeista decisamente retorico presente in quello di Aquisgrana viene riservato alla collaborazione ed integrazione persino giuridica delle aree transfrontaliere, in particolare dei distretti; un vecchio cavallo di battaglia della retorica europeista non a caso più incisivo e pernicioso nei confronti dell’organizzazione statale francese che di quella teutonica.

Un ambito curato anche in quello italo-francese ma senza enfasi ed articolato in ambiti più definiti tra i due stati.

Un altro ambito comune trattato nei due accordi riguarda la forza e il complesso industriale militare.

In quello franco-germanico il tono è più generico ed enfatico; nell’altro è più scontato e precisato.

La ragione del primo risiede sicuramente nei trascorsi storici particolarmente drammatici tra i due paesi, come pure nella loro collocazione, con la Francia dibattuta in tre scenari geografici, dei quali uno prettamente terraneo dal quale sono arrivati i guai peggiori. Sono però il presente e le prospettive future a dettare le scelte. Al destino manifesto di duratura concordia verso una meta ed una casa comune annunciato nel patto corrisponde un percorso a dir poco contraddittorio se non controcorrente. A fronte di un paio di progetti industriali integrati in stato di avanzamento corrisponde lo stallo totale in materia di controllo e gestione dell’armamento strategico nucleare, di gestione delle comunicazioni, di indirizzo e addestramento comune delle due forze militari e di sviluppo di una logistica comune. Poca cosa rispetto a progetti più importanti (Gaia, il nuovo caccia europeo, semiconduttori, ect) in colpevole ritardo, ancora ai prodromi, con un divario terribile da colmare; troppo presto per distinguere il fumo dall’arrosto, la velleità dalla volontà. Il paradosso maggiore risiede in una Germania che di fatto predilige il coordinamento e l’integrazione militare con paesi come l’Olanda, la Repubblica Ceca e la Danimarca e di un corpo militare francese assai poco disposto a condividere i propri asset strategici, specie nel nucleare, nella missilistica e in aviazione, per quanto fragili e malconci, con un paese quasi del tutto privo di conoscenze in quei settori.

Dal lato italico il quadro generale della cooperazione ed integrazione militare appare almeno in apparenza molto più scontato con la parte francese che dimostra di avere le idee molto chiare e gli italiani a giocare di rimessa e limitare i danni quando non arriva a infliggersi la zappa sui piedi. La tradizione tutta italica di adesione a qualsivoglia avventura militare occidentale in giro per il mondo e di delega agli organismi internazionali delle decisioni non fanno che alimentare queste altrui aspettative. Lo si nota già nelle facilitazioni previste alla mobilità delle truppe molto più fruttuose per la Francia, visti i suoi interessi nel Mediterraneo, che per l’Italia, assente nello scenario Atlantico e renano. La decisione, improvvida quantomeno nei tempi, di affidare integralmente all’ESA (Agenzia Spaziale Europea) la gestione dei propri fondi del settore spaziale, presa dal quel campione dell’interesse nazionale del Ministro Colao, nonché l’esito nefasto del tentativo di controllo dei cantieri navali francesi STX da parte di Fincantieri, non fa che confortare ulteriormente questa impressione di subordinazione ed ignavia ormai ben sedimentata.

Non a caso l’intervento comune in questi ambiti sia specificato molto meglio nel trattato franco-italiano.

I due anni trascorsi tra un trattato e l’altro hanno con ogni evidenza modificato notevolmente il contesto che ha portato alla loro stesura.

Allora si trattava di contrapporre un polo europeista a guida franco-tedesca all’anomalia della politica estera trumpiana, all’insorgere dell’ondata “sovranista” in Italia, in Ungheria e alla Brexit.

Oggi si tratta di riportare nell’alveo dell’eterno confronto-scontro della competizione franco-tedesca la progressiva formazione di almeno tre aree culturali e di cooperazione distinte di stati europei. In queste sono comprese quella costitutiva dell’Europa Orientale e dei paesi sede di paradisi fiscali (Irlanda, Austria, Olanda) controllata con sempre maggiore difficoltà dalla Germania; l’altra latino-mediterranea, potenzialmente dirompente, ma tutta da inventare, comprensiva almeno di Italia, Spagna e Francia.

Una prima lettura dell’accordo italo-francese potrebbe indurre a coltivare l’illusione di un’area così strategica.

La diversa qualità del ceto politico, delle classi dirigenti e degli assetti istituzionali dei due paesi e il pesante ed evidente squilibrio tra questi dovrebbero ricondurci a considerazioni più prosaiche e prudenti.

Se a questo si aggiunge il sostegno entusiastico espresso dall’amministrazione Biden, parecchi altri dubbi dovrebbero dissolversi sulla reale natura dell’accordo. Un paese che non riesce e la sua corrispondente amministrazione che, a differenza di Trump, probabilmente nemmeno intende districare il groviglio di interessi economici che la avviluppano alla Cina, principale avversario-nemico strategico, con il suo appoggio all’accordo intende paradossalmente, ma non troppo, non tanto inibire tentazioni autonome pressoché velleitarie della classe dirigente tedesca dalla leadership americana a favore delle relazione con cinesi e russi, quanto di farle capire e ricordare che gli indirizzi e gli impulsi geoeconomici relativamente autonomi devono ormai sempre più essere ricondotti e sottomessi alle dinamiche geopolitiche di un contespo multipolare.

Il trattato di Aquisgrana ha seguito infatti metodi e significati opposti rispetto a quello dell’Eliseo del 1963 allorquando fu snaturato nel significato solo dal repentino voltafaccia tedesco sotto pesante pressione americana e vide l’esclusione dell’Italia, per il suo eccessivo e cieco filoatlantismo.

IL RAPPORTO TRA ITALIA E FRANCIA

Il giudizio sul “trattato del Quirinale” non può differire di molto dal suo equivalente di due anni fa.

Vi è un punto in realtà realmente qualificante per i due paesi e disconosciuto nei commenti: l’attenzione riservata al settore agricolo. Sia l’Italia che la Francia fondano gran parte del proprio investimento in agricoltura sul prodotto tipico con un relativo ridimensionamento da parte francese, anche per ragioni di ambientalismo liturgico, di alcune produzioni intensive di allevamento e vegetali su vasti territori e con una significativa riduzione negli ultimi tempi dei contributi finanziari europei elargiti di fatto a compensazione del sostegno finanziario francese alla Unione Europea. Un aspetto che mette in concorrenza tra loro le economie agricole dei due paesi, ma che li spinge a fare fronte comune contro la Commissione Europea tutta impegnata a penalizzare questo tipo di coltivazione.

Paradossalmente, quindi, più un fattore di polarizzazione all’interno della UE che di coesione.

Per il resto la sospensione di giudizio sul trattato pende purtroppo a sfavore di un rapporto più equilibrato tra i due paesi.

La Francia infatti dispone ancora a differenza dell’Italia:

  • di una organizzazione statale, pur insidiata dal regionalismo europeista, ancora sufficientemente centralizzata, con la presenza di una classe dirigente e dirigenziale compresa quella militare, preparata e in buona parte diffidente se non ostile all’attuale presidenza, tale da consentire la definizione e il perseguimento di una strategia; quella italiana in antitesi è frammentata e ridondante nelle competenze in modo tale da consentire flessibilità e capacità di adattamento passivo e reazione surrettizia;

  • di una grande industria strategica, pubblica e privata, anche se fragilizzata, specie nell’aspetto finanziario, da alcune scelte imprenditoriali e tecnologiche sbagliate; l’Italia, dal canto suo, continua a vivere e ad emergere in qualche maniera grazie alla presenza prevalente della piccola e media industria in gran parte però dipendente produttivamente da circuiti produttivi e imprenditoriali stranieri;

  • di un sistema universitario riorganizzato in sei grandi poli in grado di offrire nuovamente, rispetto a questi ultimi anni, una buona formazione e specializzazione tecnico-scientifica. Il numero e la qualità di ingegneri e ricercatori ha infatti ricominciato a risalire;

  • di un sistema finanziario e bancario più centralizzato e indipendente reso possibile dalla presenza della grande industria, da una gestione coordinata delle risorse finanziarie ricavate dalle attività agricole e dalla rendita monetaria garantita dalla gestione dell’area africana francofona; un vantaggio che le ha consentito di codeterminare, assieme alla Germania, anche se in posizione subordinata, le regole europee di regolazione del sistema bancario e finanziario con la supervisione statunitense;

  • di un sistema di piccole e medie imprese, al contrario il quale, a differenza di quello italiano, sta rasentando l’irrilevanza e trascinando il paese verso un cronico deficit commerciale e dei pagamenti, sempre meno compensato dalla fornitura di servizi evoluti e che costringe sempre più il paese ad assorbire la propria rendita finanziaria e a dipendere ulteriormente dai dictat tedeschi e dalle scorribande e acquisizioni americane. Con un peso dell’industria che non arriva nemmeno al 18% del prodotto francese, non a caso la stampa transalpina batte ormai da anni sul problema della reindustrializzazione del paese come fattore di coesione sociale, di riduzione degli enormi squilibri territoriali e di acquisizione di potenza. Un elemento che dovrebbe mettere sotto altra luce il lirismo professato a piene mani nel trattato sui propositi di collaborazione, integrazione e scambio imprenditoriali in questo ambito. Qualcosa di particolarmente evidente assurto agli onori della cronaca nel settore automobilistico in un rapporto di gran lunga peggiorativo rispetto a quello detenuto dalla componentistica italiana rispetto all’industria tedesca.

Una situazione non irreversibile a patto di avere una classe dirigente e un ceto politico non genuflesso e capace.

Per concludere giudicare l’accordo franco-italiano soprattutto dal punto di vista propagandistico e dal vantaggio di immagine offerto a Macron in vista delle prossime elezioni presidenziali risulta troppo limitativo se non proprio fuorviante. Tant’è, come già sottolineato, che la stampa francese lo ha del tutto ignorato, quella italiana lo ha glissato e relegato, per altro per breve termine, nelle pagine interne.

Il peso politico di questo accordo rischia di essere molto più soffocante per l’Italia, soprattutto per la qualità della nostra classe dirigente che prescinde dalla validità di numerosi suoi esponenti spesso relegati in funzioni periferiche e di second’ordine, ma anche purtroppo del nostro ceto politico nella sua quasi totalità.

Una ulteriore cartina di tornasole della direzione, oltre alla già citata decisione nel settore aerospaziale a favore dell’ESA presa da Colao & C., sarà l’esito de:

  • la vicenda TIM dove si prospetta il pericolo di una divisione dei compiti tra la gestione americana della rete strategica e quella francese del sistema multimediale italiani con la eventuale compartecipazione, bontà loro, italiana

  • la vicenda OTO-Melara con la possibile cessione ad un gruppo industriale del complesso militare franco-tedesco.

Chissà se questa volta sarà sufficiente per la nostra sopravvivenza la capacità tutta italica di adeguamento passivo e di atteggiamento erosivo così brillantemente esposto da Antonio de Martini. In mancanza non resterà che sperare nel “buon cuore” statunitense, possibilmente preoccupato di un dominio franco-tedesco che potrebbe indurre dalla condizione di dipendenza privilegiata a giungere realmente ad una forma di qualche indipendenza politico-economica dall’egemone americano e di rivalsa rispetto al tradimento britannico della Brexit. Nel caso ancora più nefasto, il placet americano così entusiasta al trattato del “Quirinale” potrebbe essere il segnale di via libera ad una aggregazione dell’Italia nel tentativo di mantenere una parvenza di influenza della Francia nell’Africa francofona; soprattutto di uno spolpamento definitivo del Bel Paese, anche come compensazione dell’affronto subito dalla Francia ad opera di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia sulla faccenda dei sommergibili e sulla sua silenziosa esclusione di fatto dal quadrante strategico del Pacifico, pur essendo lì presente con qualche residuo coloniale. A meno di un tracollo di Macron e della macronite. Solo a quel punto il giochino a fasi alterne, tra i tanti passi quello di affidare la maggior parte dei comandi militari nella periferia della NATO alla forza militare più limitata ed infiltrata, la Germania e al potenziale ribelle qualche pacca e qualche osso potrà richiedere qualche nuova riedizione.

NB_Qui sotto il testo dei due trattati oggetto dell’articolo

aquisgrana 2019

TRATTATO DEL QUIRINALE ITA FRANCIA

Stati Uniti! Papaveri e papere_con Gianfranco Campa

Un ceto politico chiaramente impresentabile, incapace di un pensiero autonomo e preda dei giochi di potere e di colpi di mano. Il tempo stringe e con esso diventa stringente la necessità di un ricambio politico interno alla componente democratica e neoconservatrice in grado di sostenere il confronto con Donald Trump e soprattutto il trumpismo. Si tratta però di una ricerca quasi disperata, ridotta al lumicino di pochi uomini, scarsamente rappresentativi. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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Stati Uniti! Azzardi pericolosi di centri in stato confusionale, con Gianfranco Campa

Due leader in difficoltà ai due lati del Pacifico, ma uno di essi messo decisamente peggio. Un ceto politico che si dimena con sprezzo del ridicolo riuscendo a trasformare le proprie vittime designate in martiri al culmine della popolarità. Un tentativo di recupero dei consensi nella vecchia base elettorale con il rilancio di una politica estera della “working class” che pare una riproposizione in un contesto inidoneo della geopolitica degli anni ’90. Una classe dirigente tentata a contrabbandare qualche concessione nell’immediato con la rinuncia strategica in un contesto multipolare, specie quello indo-pacifico, nel quale sono numerosi e potenti gli attori in grado di condizionare le scelte. Una crisi interna che è prossima a rinunciare anche alle ultime certezze, come nella gestione della pandemia. Nel mezzo alcuni giochi inquietanti e pericolosi, difficilmente controllabili, in corso nei laboratori americani. Rischiamo un’altra Wuhan, questa volta a stelle e strisce? Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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PER UNA AUTONOMIA NAZIONALE, a cura di Luigi Longo

PER UNA AUTONOMIA NAZIONALE BISOGNA ROMPERE LA SERVITÙ VOLONTARIA VERSO GLI STATI UNITI D’AMERICA

a cura di Luigi Longo

Propongo la lettura dello scritto Conflitti tra stati e autonomia nazionale. Perchè? di Gianfranco La Grassa apparso su www.conflittiestrategie.it il 12/11/2021.

Premetto che riprenderò il costruendo paradigma del conflitto strategico di Gianfranco La Grassa in un altro scritto complessivo e sistematico. Il conflitto strategico, visto in una logica multidisciplinare, rappresenta una lettura approfondita, originale ed altra della conoscenza, dell’interpretazione e della progettualità della coda della realtà. E’ chiaro che occorre avere acutezza nell’individuare il sapere che illumina e avvolge gli altri saperi assumendo a base dell’analisi i rapporti sociali reali e il loro sistematico insieme nazionale e mondiale, soprattutto in questo periodo di decisivo sviluppo della fase multicentrica che la cesura storica della guerra batteriologica da Covid-19 ha accelerato. Il conflitto strategico apre nuove strade teoriche e pratiche.

Vengo, ora, allo scritto proposto. E’ una riflessione stimolante che inizia a fare chiarezza sulle seguenti questioni principali: 1) la distinzione tra lo stato (gli strumenti degli agenti strategici dominanti articolati sull’intero territorio nazionale, la robusta catena di fortezza e di casematte di Antonio Gramsci) e la nazione (il territorio della comunità con la sua storia, il suo rapporto sociale, la sua cultura, la sua lingua, il suo paesaggio, il suo costume, la sua natura, eccetera); 2) il conflitto tra gli agenti strategici delle varie nazioni europee non si gioca intorno ad una idea di sviluppo autonomo dell’Europa (qualunque sia la forma dello stare insieme che le diverse nazioni si vorranno dare) ma si consuma nella corsa di posizione privilegiata verso la servitù statunitense. Preciso che divido gli agenti strategici in: quelli che pensano le strategie, quelli che gestiscono le strategie e quelli che eseguono le strategie; 3) la necessità di rompere con la servitù volontaria verso gli USA (potenza dominante in declino che è per un mondo monocentrico a sua immagine e somiglianza) e la possibilità della costruzione di relazioni con l’Oriente (Russia e Cina, potenze in ascesa che sono per un mondo multicentrico); 4) l’autonomia nazionale per la costruzione di un modello di sviluppo che renda possibile stabilire nuove relazioni interne e mondiali a partire da una nuova idea di Europa (bisogna andare oltre il progetto statunitense dell’Unione Europea che è sempre più sostituito dalla nuova NATO come strumento degli Usa nel conflitto strategico della fase multicentrica); 5) le riflessioni critiche dell’esperienza rivoluzionaria del secolo scorso (soprattutto quella russa e quella cinese) e sul tipo di società che sono diventate oggi (a prescindere dall’eterogenesi dei fini che è un concetto a me poco simpatico) che nulla hanno a che fare né con il socialismo né tantomeno con il comunismo; 6) il conflitto per scalzare gli agenti strategici esecutori e servili (per esempio, Mario Draghi è un esecutore e per questo è un pericolo per gli interessi nazionali con le sue articolazioni sociali: la sua storia a partire dagli anni Novanta del secolo scorso è illuminante per le funzioni svolte) per costruire una vera autonomia nazionale in grado di guardare a Oriente per il consolidamento della fase multicentrica (nell’attesa della costruzione di una Europa in grado di essere un soggetto politico autonomo capace di costruire relazioni altre nel rispetto della diversità tra l’Occidente e l’Oriente?); 7) lo stabilizzarsi della fase multicentrica aprirebbe il conflitto all’interno delle singole potenze per la messa in discussione delle relazioni di potere e di dominio che dominano i rapporti sociali, storicamente determinati, a vantaggio di una esigua minoranza delle popolazioni.

Credo che si possa ragionevolmente affermare che la questione fondamentale si sposta nella Politica, intesa come azioni strategiche per l’acquisizione del potere e del dominio nel senso che il potere degli agenti strategici delle diverse sfere sociali (economica, politica, culturale, eccetera) si indirizza, nel conflitto, verso la costruzione di un blocco egemone per il dominio dell’intera società. Tale dominio non è mai definitivo ma temporalmente dinamico proprio a causa del continuo e ineliminabile conflitto per conquistare il potere e il dominio sociale (rimanendo nell’ambito dell’ordine simbolico maschile). E’ nel suddetto blocco egemone che si gioca l’egemonia degli agenti strategici espressione della potenza di fuoco rappresentata simbolicamente dal denaro accumulato con tutti i mezzi legali e illegali (Vincenzo Ruggiero). Le relazioni nelle diverse sfere sociali hanno un comune denominatore che è dato dal rapporto di potere che nelle diverse sfere (economica, politica, eccetera) si configura in maniera diversa tra chi ha gli strumenti (che variano da fase a fase della storia umana sessuata) per conquistare il potere (la minoranza) e chi non ha niente (la maggioranza).

Chi si deve far carico, nel breve-medio-lungo periodo, di queste questioni: una forza nuova, un nuovo principe sessuato o altro?

L’importante è non scordare la lezione attuale di Karl Marx quando afferma: << È né più né meno che un inganno sobillare il popolo senza offrirgli nessun fondamento solido e meditato per la sua azione. Risvegliare speranze fantastiche […] lungi dal favorire la salvezza di coloro che soffrono, porterebbe inevitabilmente alla loro rovina: rivolgersi ai lavoratori senza possedere idee rigorosamente scientifiche e teorie ben concrete (corsivo mio, LL) significa giocare in modo vuoto e incosciente con la propaganda, creando una situazione in cui da un lato un apostolo predica, dall’altro un gregge di somari lo sta a sentire a bocca aperta: apostoli assurdi e assurdi discepoli.

In un paese civilizzato non si può realizzare nulla senza teorie ben solide e concrete; e finora, infatti, nulla è stato realizzato se non fracasso ed esplosioni improvvise e dannose, se non iniziative che condurranno alla completa rovina la causa per la quale ci battiamo. L’ignoranza non ha mai giovato a nessuno! (Hans Magnus Enzensberger, a cura di, Colloqui con Marx e Engels, Einaudi, Torino, 1977, pag. 53).

CONFLITTI TRA STATI E AUTONOMIANAZIONALE. PERCHE’?

di Gianfranco La Grassa

1. Tratto normalmente Stato, paese o anche nazione quasi si trattasse di sinonimi. So che non è così, ma per quanto riguarda quanto devo dire in merito al problema dell’autonomia nazionale, credo si capisca comunque il discorso. Ammetto di non sapere mai con precisione che cosa debbo intendere con la parola Stato. Mi sembra che se ne parli sempre in modo metafisico o quasi; e in ogni caso come ci si riferisse ad un vero e proprio soggetto, di cui si possa disquisire quasi avesse volontà, desideri, intendimenti, finalità, ecc. propri, esattamente come quando si parla di un singolo individuo umano o di un determinato gruppo sociale, insieme di individui espletanti funzioni specifiche o che assuma decisioni in comune. Diciamo pure che per Stato si potrebbe intendere un grande raggruppamento di individui, in genere con ben preciso insediamento territoriale definito da confini, spesso (ma non sempre) unito da una sola lingua, che accetta un dato complesso di regole di comportamento fissate da leggi e il cui non rispetto viene sanzionato mediante un sistema di perseguimenti e di punizioni posto in atto da organi unanimemente accettati nel loro funzionamento a tali fini.

Preferirei tuttavia che si specificasse meglio il complesso, strutturato, di apparati che costituisce quello che chiamiamo Stato, sia nell’esercizio dei compiti relativi all’intero territorio posto sotto la sua potestà sia in quello decentrato nelle diverse parti in cui è suddiviso quest’ultimo. In particolare, darei la massima rilevanza a quegli apparati addetti all’esercizio della Politica, intesa quale insieme organico di mosse – che possiamo definire strategia – compiute per raggiungere determinate finalità all’interno di un dato paese così come all’esterno d’esso, nei confronti degli altri paesi. Un conto è quella che potremmo definire l’amministrazione di determinati affari riguardanti il coordinamento d’insieme di una data comunità territoriale (suddivisa in diversi gruppi sociali); un altro è il vero potere di esplicare la Politica diretta all’interno o all’esterno di quel paese. Il controllo degli apparati dotati di tale potere è il vero oggetto della lotta che si svolge tra diverse associazioni di individui (partiti o altri organismi di vario genere).

Di questi apparati (di potere) si dovrebbe soprattutto discettare per meglio definire i compiti che si pone chi intende perseguire l’autonomia del proprio paese. In questi ultimi anni si era diffusa una particolare concezione, che tuttavia mi sembra oggi un po’ in decadenza. Si sosteneva la fine della funzione degli Stati nazionali. Con ciò s’intendeva sostenere precisamente che quegli apparati di potere (interno ed esterno), di cui ho appena detto, non avevano più alcun reale compito in quanto ormai il potere in questione spetterebbe ad organismi sovranazionali, in particolare di carattere finanziario; vere massonerie che ormai comanderebbero in tutto il mondo o quasi. A tali organismi dovrebbero ribellarsi tutti i cittadini (le “moltitudini”), senza più distinzione di questo o quel paese (di tutto il mondo appunto). Tale tesi, che sembra voler essere una sorta di versione aggiornata e moderna dell’antico “internazionalismo proletario” (essa è in genere propagandata da vecchi arnesi della pseudo rivoluzione sessantottarda e sue propaggini ulteriori), mira di fatto a salvaguardare il potere di quei gruppi che, all’interno di ogni paese, controllano gli apparati statali in questione (sia rivolto all’interno che verso l’estero). I “vecchi arnesi” sono ormai parte integrante, e subordinata, dei gruppi dominanti.

In realtà, in ogni paese (o nazione, se si preferisce) vi sono gruppi dominanti dotati di potere (decisionale), che controllano gli apparati statali di cui stiamo parlando; questi sono costantemente in funzione, per nulla superati e riposti in un qualche museo. Il problema è diverso. Esistono complessi (e spesso ben mascherati) legami internazionali tra i vari gruppi decisionali nei diversi paesi. E tali legami assicurano a quelli attivi nei paesi preminenti – oggi sopra tutti stanno gli Stati Uniti – un particolare potere di “influsso” (chiamiamolo così) sui gruppi decisionali di paesi che si pongono in una determinata filiera di potere via via discendente; per cui abbiamo gruppi che potremmo definire subdominanti, subsubdominanti, ecc. fino a quelli via via sempre più subordinati. I gruppi di potere nei vari paesi, anche i più subordinati, hanno pur sempre capacità decisionali nell’ambito degli apparati statali appositamente addetti alla Politica, alla strategia, alle mosse da compiere per giungere a certe finalità interne ed esterne. Semplicemente, i loro poteri decisionali si subordinano a quelli dei gruppi dominanti di altri paesi, secondo una gerarchia che muta di fase storica in fase storica; e ha gradazioni differenti anche nell’ambito di ognuna di queste fasi.

Tanto per fare un “banale” esempio, i gruppi decisori italiani sono sempre stati subordinati a quelli statunitensi dalla fine della seconda guerra mondiale. E oggi siamo sempre in quella fase storica iniziata nel 1945, in cui sono stati creati vari organismi per sanzionare la supremazia Usa, fra cui la NATO e poi le varie organizzazioni intereuropee, fino a questa indecorosa UE. Tuttavia, il grado di subordinazione dei gruppi decisori italiani ha avuto un netto scatto in crescita con la fine della prima Repubblica, con la sporca operazione di falsa “giustizia” denominata “mani pulite” e tutto ciò che ne è seguito. E oggi appare in ulteriore continuo accrescimento.

Bene, una volta chiarito questo punto, e dichiarata pura mistificazione la tesi della fine degli Stati nazionali, passerò ad un altro ordine di considerazioni. In effetti, la nostra attuale attenzione ai problemi dell’autonomia nazionale potrebbe sembrare un semplice cambiamento di impostazione teorica. In quanto marxisti, eravamo interessati un tempo alla lotta di classe e al problema dell’abbattimento e trasformazione della società capitalistica; ci siamo oggi innamorati della geopolitica, dell’interazione tra Stati? Oppure siamo stati folgorati da una visione nazionalistica e quindi abbandoniamo ogni discorso di conflitto (in verticale) tra classi per abbracciare quello (in orizzontale) tra comunità nazionali? Non è affatto questa la nostra effettiva posizione.

2. Personalmente, continuo a ritenere importante, in linea di principio, la struttura dei rapporti sociali (rapporti tra diversi gruppi in cui è suddivisa la società). Proprio per questo, malgrado la mia critica non marginale al marxismo, continuo tuttavia ad avere grande attenzione per tale teoria della società. E, sempre in linea di principio, la ritengo più avanzata rispetto all’individualismo tipico delle teorie liberali. Tuttavia, in Marx è fondamentale, nella costituzione di società, la sfera produttiva. In una sua lettera a Kugelman (mi sembra del 1864) si afferma che anche i bambini sanno che, se non si producesse nulla per un breve periodo di tempo, ogni società verrebbe a dissolversi. E’ quindi logico che i rapporti sociali per questo pensatore decisivi sono quelli di produzione. E simili rapporti si annodano intorno al problema della proprietà (potere effettivo di disposizione) o meno dei mezzi produttivi. In base a quest’ultima, Marx distinse, nella società capitalistica, la classe borghese (i proprietari) e quella proletaria (o operaia) solo in possesso della propria capacità lavorativa da vendere in qualità di merce come ogni altro bene circolante nella società in questione. Da qui – corro perché ho scritto in proposito ormai centinaia di pagine – deriva l’ipotesi della dinamica capitalistica che avrebbe condotto infine ad una borghesia assenteista rispetto alla direzione dei processi produttivi, mentre in questa sfera sociale si sarebbe andato consolidando un corpo di produttori associati; dal massimo gradino dirigente fino all’ultimo di carattere esecutivo. Già nel grembo del capitalismo, quindi, si sarebbe formata la condizione base della nuova società socialista, primo gradino di quella comunista.

Nulla di tutto questo si è storicamente verificato; in nessuna delle società a capitalismo avanzato si è mai andato costituendo il “lavoratore collettivo cooperativo” (i produttori associati) così come previsto da Marx. E, soprattutto, le rivoluzioni più radicali si sono avute in società a prevalenza contadina e non operaia. Il cosiddetto socialismo del XX secolo – o quanto meno la “costruzione” (solo presunta purtroppo) dello stesso – si è rivelato essere una società estremamente verticistica, in cui la sfera produttiva era completamente sottomessa alla direzione di quella degli apparati del potere strettamente politico. Non intendo qui diffondermi su che cosa è stata questa particolare formazione sociale venuta a crearsi con le rivoluzioni guidate da partiti comunisti in paesi sostanzialmente precapitalistici. Mi sembra comunque evidente che non si è creata alcuna società socialista nel senso marxiano del termine. Lascio perdere i tentativi di diffondere l’idea (del resto tarda, ultimo sbiadito tentativo di difendere l’indifendibile) che si trattava di un “socialismo di mercato” (questa la definizione data della Cina odierna da alcuni “ritardati”).

Di fronte al fallimento storico di un movimento rivoluzionario guidato da una specifica teoria – del resto ormai molto modificata rispetto all’originale e ridotta a pura agitazione di tipo ideologico con presa sempre minore fino al suo azzeramento – ho proposto già da tempo l’abbandono del principio guida della proprietà o meno dei mezzi produttivi, andando invece nella direzione della Politica intesa appunto quale conflitto tra le strategie di più gruppi sociali in cerca di una supremazia nel controllo dei vari apparati funzionanti nelle diverse sfere sociali: produttiva, politica, ideologico-culturale. Credo che questo mutamento abbia effetti abbastanza positivi nella considerazione realistica delle lotte sociali sussistenti all’interno della società in cui viviamo; anche perché fa vedere come gli “attori” in conflitto non siano, prevalentemente, quelli attivi nella sfera produttiva, ma vi siano invece svariati rapporti, e spesso piuttosto stretti, tra agenti in opera nelle diverse sfere per la conquista di una supremazia sociale complessiva. Tuttavia, è ovvio che la teoria del conflitto tra strategie non consente alcuna divisione netta tra le classi in lotta, riducendole a due soltanto. E non pone in luce alcuna dinamica, intrinseca all’attuale formazione sociale di tipologia capitalistica, diretta alla sua trasformazione in altra nettamente differente che possa pensarsi quale fase di transizione ad una qualsiasi forma di socialismo o comunismo.

I gruppi sociali, insomma, non possono essere definiti classi nel senso in cui queste erano intese nel marxismo in base al criterio, rivelatosi piuttosto semplicistico, della proprietà o meno dei mezzi produttivi. Inoltre, tali gruppi non possono mai ridursi a due; a meno che il conflitto diventi tanto acuto da spingere vari gruppi ad allearsi tra loro in modo che, alla fine, si trovano a confrontarsi due schieramenti contrapposti, che non saranno mai comunque due classi in lotta, ma due coacervi di gruppi riunitisi per le concrete esigenze “di combattimento” in quella particolare fase storica e in quella determinata formazione sociale, in cui si è prodotto un contrasto così netto e ormai irrisolvibile con semplici mediazioni. Vi è di più. Si possono verificare – per contingenze non riconducibili all’intenzione consapevole di trasformare quella data formazione sociale in un’altra considerata superiore – dei cosiddetti “sollevamenti di masse”, causati dal malcontento e disagio sociale particolarmente acuti, in genere susseguenti all’incapacità ormai manifesta di coloro, che hanno in mano gli apparati del potere, di saperli gestire in modo minimamente appropriato ai bisogni complessivi di quella società. Questi sollevamenti non produrranno mai effetti stabili e di reale trasformazione, se nel loro ambito non agiscono dati nuclei dirigenti dei “malcontenti”, che possono allearsi, in genere solo temporaneamente, per dare risposta alla gravità della crisi provocata dalla suddetta incapacità dei vecchi nuclei al potere.

In ogni caso, sia se si producono, abbastanza raramente, situazioni così estreme sia se ci si trova in una situazione di più “normale” e non sconvolgente conflitto tra strategie per ottenere la supremazia (in base ad esigenze di lungo periodo o invece per risolvere problemi di portata momentanea e d’ambito ristretto), non si è in presenza del semplificato scontro tra dominanti e dominati di cui troppo spesso si blatera. In un certo senso esiste un confronto, più o meno serrato, tra gruppi sociali con maggiori o minori (in certi casi magari nulle) prerogative decisionali. Tuttavia, nel reale conflitto, sempre condotto in base alla Politica (cioè secondo varie linee strategiche), si enucleano alcune élites dirigenti, che tendono a rappresentare più gruppi sociali. E anche quando si tratti di gruppi formati principalmente da “non decisori”, le loro dirigenze partecipano comunque, con maggiore o minore forza, alle decisioni sociali di maggiore portata. Esempio tipico ne è la lotta sindacale. I nuclei dirigenti di quei gruppi situati alla base della piramide sociale (i cosiddetti ceti lavoratori) non sono certo privi di qualsiasi potere decisionale in merito a questioni interessanti l’intera collettività di quel dato paese.

3. Giungiamo adesso al problema centrale che ci interessa. E che ci interessa – almeno per quanto mi riguarda e riguarda, credo, anche coloro che con me hanno dato vita a “Conflitti e Strategie” – proprio in quanto abbiamo dovuto prendere atto del fallimento delle finalità poste al movimento delle cosiddette “masse popolari” da una data concezione dello sviluppo sociale, quella concezione che è appunto il marxismo. Si è dovuto prendere atto che non c’è stata finora alcuna effettiva possibilità di evoluzione dell’attuale società verso strutture di rapporti da definire oltre-capitalistiche. Quello che abbiamo sempre chiamato capitalismo (e così continuiamo a denominarlo) si è andato indubbiamente trasformando profondamente rispetto al suo punto di partenza; o anche semplicemente considerando l’ultimo secolo. Tuttavia, alcuni suoi moduli non si sono modificati; non si è certo giunti al rivolgimento della sua configurazione piramidale caratterizzata dalle concentrazioni imprenditoriali e dal correlato assetto degli apparati politici, fortemente verticistico anche nei paesi dove si ciancia sempre di “democrazia parlamentare” e si esaltano le periodiche “chiamate al voto”, che si fanno passare per espressione genuina della “volontà popolare” in grado di governare gli affari del paese, sempre invece nella sostanza affidati a contrapposizioni tra date élites.

Intendiamoci bene. Nessuno di noi svaluta quelle lotte sociali che mirino a migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle più vaste “masse” situate nei gradini medi e bassi della piramide sociale. E dobbiamo ammettere che oggi, anzi, quelle lotte stentano perfino a mantenere vecchie “conquiste” in tema di benessere. Di conseguenza, un rilancio di queste lotte sarebbe senz’altro visto da tutti noi con estremo favore. Tuttavia, dobbiamo rilevare alcuni semplici fatti. Simili lotte diventano sempre più difficili, sono viepiù spezzettate e condotte spesso in modo da lasciare largo spazio a quella divisione tra strati sociali medio-bassi che favorisce i vertici della società (il ben noto “dividere per imperare”). E’ però un caso che ciò avvenga? E soprattutto nella presente fase storica (che dura da due-tre decenni)? Non posso dilungarmi nella considerazione delle condizioni storiche che avevano consentito un qualche elevamento della posizione degli strati sociali in questione. Noto solo che l’attuale peggioramento di tale posizione dimostra a iosa come non si fosse compiuto alcun decisivo passo in direzione dell’indebolimento di quella società denominata capitalismo.

Si è dovuto constatare un fatto ancora più rilevante per le nostre convinzioni ideologiche (e anche teoriche). Sia l’iniziale successo (relativo) di certe lotte sociali, sia la loro crescente irrilevanza attuale, sono fondamentalmente dipesi dalla predominanza di fatto che sempre hanno mantenuto gli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale in poi. Credevamo che il mondo bipolare fosse un contrasto tra capitalismo e socialismo. Siamo stati messi in crisi dalla rottura tra Urss e Cina, ma non abbiamo interpretato correttamente (e non sappiamo farlo ancora adesso) che cosa in realtà fosse accaduto. Abbiamo preso il successo di certe lotte anticoloniali (vedi Vietnam) come si trattasse di un allargamento del campo “socialista”; un allargamento durato l’espace d’un matin, con conflitto tra Vietnam e Cina e poi il progressivo spostarsi di quel paese verso l’orbita statunitense (sia pure dopo il crollo dell’Urss, che comunque non è stato un caso “sfortunato”). Oggi dobbiamo prendere atto – in una considerazione di più lungo periodo; ed è su questo che la storia deve essere “misurata” nei suoi effettivi andamenti – che gli Stati Uniti sono stati sempre il perno più solido dell’andamento degli affari mondiali.

In definitiva, è ora di ammettere infine che non esiste più da molto tempo (ammesso che sia mai esistita nei termini pensati dai marxisti) la lotta di classe su cui tante speranze erano un tempo riposte. Non esiste soprattutto un antagonismo tra due grandi blocchi sociali alternativi, foriero di trasformazioni anticapitalistiche. Nei paesi a capitalismo sviluppato – che ha conosciuto varie trasformazioni da giudicarsi interne a quel certo “modulo” sociale – si sono verificati contrasti, anche assai forti a volte, che sono sempre stati di tipo redistributivo; soprattutto di reddito, in parte anche di potere. E’ tuttavia mancato proprio l’effetto che alcuni attribuivano a tale conflitto, la trasformazione in senso anticapitalistico. Chiunque ancora ne parli – ormai alcuni rimasugli di dementi – va proprio ignorato. Ripeto che questo tipo di lotte va appoggiato proprio per quello che può al massimo conseguire: la difesa delle condizioni di vita e di lavoro dei ceti medio-bassi, oggi in deciso peggioramento. E sempre con la precisa consapevolezza che simili conflitti sono diretti da determinati gruppi dirigenti politici e sindacali, i maggiori beneficiari degli eventuali risultati positivi dello scontro, oggi piuttosto rari.

Cosa invece si nota nettamente nell’attuale fase storica? I conflitti più acuti e più significativi sono quelli tra Stati. Di conseguenza, diventa in un certo senso scopo preminente seguire gli eventi di quella che è la politica internazionale, l’interrelazione tra i diversi Stati, lo stabilirsi di determinati rapporti di forza tra essi, il loro eventuale modificarsi i cui effetti ricadono immediatamente anche sull’andamento dei sistemi economici. Tuttavia, abbiamo già ricordato come gli Stati siano un insieme organico di svariati apparati, di cui alcuni sono quelli adibiti all’effettivo uso del potere (mentre altri hanno un carattere più propriamente amministrativo, diciamo così). E’ allora rilevante la comprensione dei contrasti in atto tra quei gruppi d’élite che si battono per il controllo e l’uso di tali apparati. Poiché questo “battersi” è appunto la Politica, è un intreccio tra differenti strategie svolte per conquistare la supremazia, i gruppi d’élite (se tali sono effettivamente) debbono essere strettamente correlati con dati nuclei in cui si elaborano le strategie. E poiché le mosse della Politica mirano al successo nell’ambito di uno scontro tra le varie élites, la segretezza è d’obbligo; e ogni venir meno della stessa o è una di queste mosse o è lo sgretolamento della “copertura” (lo sbucciarsi della “corteccia”) dovuto ad un acuirsi del combattimento tra due o più “attori”.

Del resto ho già ricordato un fatto ben noto a chiunque segua minimamente le vicende politiche. Non esistono élites dirigenti dei gruppi sociali nei diversi paesi, che non siano variamente interrelate tra loro in senso economico, politico, culturale. E certamente nel nostro paese, e più generalmente in tutti i paesi europei, in misura maggiore o minore queste élites sono strettamente collegate con quelle statunitensi, ponendosi nei loro confronti in una situazione di maggiore o minore subordinazione. In questo senso, gli Stati Uniti sono ancor oggi il centro di un ampio sistema mondiale di paesi; in particolare, hanno la guida, per quanto a volte appena mascherata, dell’intera UE che, come già detto, è in definitiva un’organizzazione parallela a quella della NATO. E’ impossibile seguire le vicende politiche interne di un qualsiasi paese europeo senza tener conto dei rapporti di subordinazione rispetto al paese predominante. Questo è particolarmente valido per l’Italia, paese la cui subordinazione è di alto livello e va crescendo. E continuerà a crescere per quanto diremo subito appresso.

4. Con quanto appena sostenuto, sia pure succintamente, abbiamo svelato il “segreto” della nostra pretesa preferenza – soltanto temporanea e secondo me obbligata dai “fatti” – per la politica internazionale e per il tema dell’indipendenza o autonomia di singoli paesi; ma non certo per spirito nazionalistico, ci mancherebbe altro! Abbiamo semplicemente preso atto della fine della ormai “mitica” lotta di classe; e constatiamo che attualmente sono in ribasso perfino le lotte sindacali per la semplice “redistribuzione”, pur anche soltanto nel tentativo di evitare l’arretramento delle cosiddette “conquiste sociali” di alcuni decenni fa. Dopo circa mezzo secolo di mondo bipolare e con i pericoli, spesso esagerati e montati a bella posta, relativi alla “guerra fredda”, si è avuto il “crollo” del campo sedicente socialista ed è sembrato che ci si avviasse verso una sorta di monocentrismo Usa. La sensazione è durata poco e ormai, malgrado sia ancora predominante quel paese, pare assai probabile che ci si avvii intanto verso un multipolarismo per quanto ancora imperfetto. Il caos nel mondo va accentuandosi come sempre avviene in epoche del genere; più volte ho fatto il paragone con la fine del secolo XIX.

In una situazione simile, è del tutto evidente un crescente impegno degli Stati Uniti per accentuare la presa sull’Europa e scongiurare quanto indubbiamente sembra serpeggiare al suo interno con il rafforzarsi di movimenti detti “euroscettici”; per quanto essi sembrino ancora abbastanza deboli e del tutto confusionari. Il “Trattato transatlantico” (TTIP) dal punto di vista economico (che ha sempre riflessi politici), gli sconvolgimenti, più o meno ben riusciti, suscitati nel Nord Africa e in Medioriente, la crisi ucraina (dopo il primo approccio in Georgia), l’impulso dato alle organizzazioni islamiche “estremiste” poi ovviamente combattute (con forti ambiguità e senza ancora una conclusiva decisione), le situazioni estremamente confuse e di sostanziale stallo (pur assai sanguinoso) in Libia e Siria, così come altre egualmente poco chiare (in Egitto come in Turchia o Iran, ecc.),sono operazioni che avranno certo motivazioni legate ai rapporti di forza nelle aree interessate; e tuttavia non vi è dubbio che il principale obiettivo degli Stati Uniti è, in ultima analisi, il mantenimento della presa in Europa e l’isolamento massimo possibile della Russia.

Se veniamo al nostro paese, credo che esso sia abbastanza importante per le suddette finalità perseguite dagli Stati Uniti. La posizione geografica dell’Italia è in tutta evidenza significativa per le operazioni nelle aree investite, non sempre direttamente, dagli Usa (con l’Amministrazione Obama ci si è largamente serviti di “sicari”). Tuttavia, con l’operazione “giudiziaria” che mise fine alla prima Repubblica (solo dopo il crollo del campo “socialista”) si è reso del tutto manifesta la funzione che a noi spetta nelle intenzioni americane di tenere strettamente agganciata l’Europa. Dobbiamo essere decisamente affermativi in proposito. L’Europa è l’area in cui ancora si giocheranno i destini del probabile prossimo scontro policentrico per conquistare una nuova centralità preminente (uno scontro non temporalmente vicino, meglio essere espliciti in proposito). E l’Italia è paese fondamentale per il controllo europeo. Ci sono forti tendenze – a mio avviso tutte ben finanziate da chi di dovere – a sostenere l’ormai irreversibile decadenza europea e la crescente dipendenza italiana. Sia chiaro che l’ultimo premier (il ben noto sedicente tecnico sempre in linea da dove soffia il vento) è in realtà un commissario di poteri stranieri e soprattutto americani.

Mai si era visto in quest’area e in questo paese un degrado sociale (e culturale) come quello odierno. Tutto questo avviene però proprio perché l’Europa (e, al suo interno, l’Italia) sono aree di importanza decisiva per gli Usa nel loro tentativo di restare preminenti; anzi di arrivare un giorno a porsi in una situazione di sostanziale monocentrismo, magari attraverso un futuro regolamento generale di conti. In questa fase, la pressione Usa sul nostro paese è massima, anche se non viene solitamente rilevata perché ovviamente non si esprime con le vecchie modalità. Di conseguenza, nella presente fase storica di non breve momento, chiunque straparli di lotta anticapitalistica, inganna scientemente quelle minoranze che cominciano a rendersi conto della situazione di degrado e sfascio sociale (e anche istituzionale), in cui ci hanno condotto le forze politiche padrone  dell’andamento degli “affari” nel nostro paese.

Non ci sono per nulla prospettive di superamento del capitalismo in Italia (e in Europa); e nemmeno si saprebbe in che direzione si dovrebbe andare in una simile fantasiosa prospettiva. Ripeto che nessuno (di noi) si oppone a che i ceti medio-bassi difendano le proprie condizioni di vita aggredite dal potere esistente. Questo però non significa avere la forza (e le idee) in grado di abbattere il capitalismo (e di quale si sta parlando, del resto, se non a vanvera?). E non c’è nessuna difesa possibile se restiamo un paese governato da élites che si pongono nella relazione di subordinazione rispetto a quelle del paese predominante. E’ di una evidenza palmare che il primo passo da compiere è (diciamo sarebbe) togliere il governo ai servi del potere statunitense. E vorrei essere preciso. Quando parlo in questo contesto di governo non mi riferisco soltanto a quelle forze politiche che hanno in mano la direzione dell’Italia. Tutte quelle oggi in campo sono invischiate in quel gioco elettorale che fa dimenticare ogni problema di reale potere, con il mero scopo di conquistare favori nell’“opinione pubblica” onde migliorare la propria posizione all’interno dell’attuale struttura politica, comunque sempre subordinata alla predominanza degli Stati Uniti.

Ecco allora spiegato perché è indispensabile battersi oggi per un minimo di autonomia nazionale (lo ripeto: senza ideologie nazionalistiche!). E per porsi in quest’ottica, è necessario dedicare i nostri sforzi soprattutto all’analisi degli intrecci internazionali tra i vari paesi; nelle loro filiere di predominanti, subdominanti, subsubdominanti….ecc. fino alle ultime propaggini della subordinazione, laddove siamo tutto sommato situati noi italiani. E mi sembra lampante che passi in avanti di questa autonomia sarebbero favoriti dall’affermarsi crescente della tendenza al multipolarismo. Quindi ci si deve battere per il rafforzamento delle relazioni – non solo economiche, bensì proprio politiche e di collegamento tecnico-scientifico e di “Informazione” e magari anche militari – con i paesi che hanno maggiori prospettive “oggettive” di ergersi quali antagonisti degli Stati Uniti; e fra questi, a mio avviso, il principale è la Russia (senza per questo trascurare la Cina). Nessuna particolare simpatia per questo paese e nessuna particolare antipatia per gli Stati Uniti. Semplicemente, è necessario battersi per l’accentuarsi del multipolarismo e, dunque, per la nostra autonomia. Multipolarismo e indipendenza sono in relazione biunivoca. E sono il primo compito per la fase attuale.

5. C’è poco da aggiungere, io credo. Ritengo auspicabile – nella fase storica che viviamo e che non sarà di breve momento – una politica tesa all’autonomia dei paesi europei rispetto a quello ancora oggi preminente, pur se a mio avviso procediamo, in modo certo non lineare e continuo, verso una situazione multipolare. Qualcuno potrebbe obiettare che sarebbe bene allora battersi per una profonda revisione dell’attuale organizzazione dell’Europa Unita in modo da ottenere l’effetto voluto. Credo che ci si avvierebbe lungo una strada fallimentare. La UE non mi sembra affatto riformabile per come è nata e si è andata configurando sulla base dell’accettazione di una chiara subordinazione – sia pure con accenti diversi nei vari paesi – agli Stati Uniti. Mi sembra anche non molto chiara l’agitazione di alcuni movimenti per l’uscita del proprio paese dalla UE e dall’euro.

Il problema centrale è la lunga subordinazione che, soprattutto i più sviluppati paesi europei (quelli “occidentali”), hanno dovuto subire rispetto agli Usa. Bisogna invertire questo processo – economico, politico, culturale – di dipendenza. Per far questo, nei vari paesi europei devono crescere movimenti consapevoli della difficoltà e complessità di tale compito, che comporterà infine la necessità di abbattere con energia i governi del servilismo. E’ un processo che va sviluppato all’interno dei vari paesi; e che, se avrà successo, lo avrà in modi e tempi specifici per ognuno d’essi. Ogni movimento dovrà rispettare le caratteristiche del proprio paese, delle proprie popolazioni (e, in questo senso, tornerà utile anche l’analisi delle differenti strutture dei rapporti sociali).

I movimenti di autonomia devono senza dubbio ricercare il reciproco collegamento nel contesto europeo, ma senza mai dimenticare le differenze del proprio paese rispetto agli altri; pena il diffondersi di una nuova “mistica” europeista che ha già prodotto in passato i guasti che vediamo oggi sotto i nostri occhi. E’ stata proprio la propaganda di questa idea di una generica Europa unita a consentire il prevalere nella nostra area di élites dirigenti che – oggi finalmente è venuto in chiara luce – si sono piegate, spesso con pingui finanziamenti, agli intendimenti e voleri degli Stati Uniti. Alcuni si saranno anche “venduti”, ma altri hanno superficialmente creduto che, come si erano fatti gli Stati Uniti d’America, si potessero fare quelli d’Europa, i cui paesi hanno ben più complessa e “antica” storia. E sono sempre stati in costante antagonismo d’interessi; per molto tempo perfino bellico, oggi con altre modalità. Pur sempre politiche, lo si tenga presente. Chi insiste sui problemi del dominio della finanza e altre superficialità consimili, è al servizio – consapevole o meno – degli interessi dei gruppi subdominanti europei legati ai dominanti statunitensi.

Ulteriore problema. Malgrado molti paesi europei siano economicamente piuttosto avanzati, è altrettanto evidente la loro debolezza politica e – perché voler essere pacifisti ad oltranza – bellica. Ogni movimento che si batta per l’autonomia del proprio paese – lo ripeto ossessivamente, autonomia soprattutto in direzione degli Usa – dovrà non soltanto cercare i collegamenti con i propri simili europei, bensì sviluppare precise politiche verso est; in particolare nei confronti della Russia. Inutile nascondersi che simili politiche potrebbero un giorno provocare il passaggio dalla tendenza multipolare all’affermarsi di un reale policentrismo conflittuale, con tutti i rischi che ben conosciamo dal XX secolo. Se si teme questo, è inutile mettersi sulla strada dell’autonomia; si resti subordinati come lo si è adesso.

E veniamo così all’ultimo punto. Ci sono molti sciocchi che credono ad un’Italia di benessere diffuso sulla base del turismo, sfruttando i suoi mari blu, i cieli azzurri, le cosiddette bellezze paesaggistiche (come se altrove mancassero), i suoi cibi (che nemmeno gli italiani più giovani sanno ormai apprezzare); e altre litanie del genere. Se l’Italia rimane a questo livello, resterà pure tranquillamente subordinata; e avvizziranno progressivamente in essa tutti quei settori che consentono il maggiore sviluppo di un qualsiasi paese nell’epoca moderna (a meno che non si tratti di quei paeselli, magari isole, che sono piccole oasi per i “ricchi del mondo”). E mancando l’autonomia e il tipo di sviluppo ad essa connesso, inutile anche pensare a chissà quali possibilità di lotta sociale per difendere le proprie condizioni di vita, soprattutto da parte dei già più volte ricordati ceti medio-bassi.

Lasciamo perdere per favore la lotta anticapitalistica; abbiamo una concezione arretratissima di capitalismo, ancora primonovecentesca se va bene. Non abbiamo assolutamente l’idea di quel che dovrebbe essere una società non più capitalistica (a parte le ubbie anti-grande finanza diffuse oggi). Ho però sostenuto che è approvabile la resistenza dei ceti meno abbienti di fronte ad un chiaro peggioramento delle prospettive nei nostri paesi detti avanzati. E’ bene mettersi in testa che in un periodo di multipolarismo in accentuazione, si amplifica il “caos” nelle relazioni internazionali; e non solo politicamente, ma pure economicamente. In poche parole, quella che chiamiamo crescita (aumento del Pil) non conoscerà andamenti travolgenti per molto tempo. Molti finalmente cominciano ad arrivare a simili conclusioni. Tuttavia, la debole (o nulla) crescita non impedisce uno sviluppo, cioè un miglioramento di certe strutture sociali e

l’arresto del progressivo smantellamento delle “conquiste” ottenute già da tempo.

Tuttavia, non vi sarà nulla di tutto questo se si cede sul punto dell’autonomia propria, dello sviluppo di settori innovativi che la subordinazione invece sacrificherà sempre più. Cari “amici delle lotte sociali”, volete che possano essere ancora condotte almeno in un certo grado? Ebbene, battetevi per l’autonomia del paese rispetto all’attuale piatta subordinazione agli Stati Uniti. Battetevi per una diversa politica internazionale. Invece di fissarvi sul superamento del capitalismo (che si supera da solo in sempre nuove forme che vi lasciano poi a mani, e testa, vuote), concentratevi sull’attuale evoluzione dei rapporti di forza tra Stati (paesi), in modo da giocare nel suo ambito con opportune politiche di “nuove alleanze” al fine di non veder peggiorare gravemente le condizioni del vostro paese e, dunque, dei ceti sociali in esso meno favoriti.

E con questo fervorino finale, veramente Amen.

http://www.conflittiestrategie.it/conflitti-tra-stati-e-autonomia-nazionale-perche

Fertilizzanti e insicurezza alimentare, di Allison Fedirka

In calce un interessante articolo tratto da Geopolitical Future sul problema della sicurezza alimentare negli Stati Uniti. Sicurezza intesa ormai non solo in rapporto all’ambiente fisico del territorio, ma anche al contesto geopolitico sempre più dinamico e conflittuale che rende sempre più problematica la gestione politico-economica di catene di produzione e consumo troppo indipendenti dal controllo politico. Un tema che rientra a pieno titolo nell’ambito delle tematiche cosiddette “sovraniste”, esorcizzate a parole, ma che ultimamente cominciano a fare capolino anche in istituzioni, come l’Unione Europea che si presentano costitutivamente in antitesi alle prerogative sovrane di uno stato nazionale. Si presentano, ma di fatto non lo sono almeno per quegli stati nazionali che riescono a controllarne e muovere le leve ai danni degli altri. La sicurezza alimentare, come pure quella energetica, è ulteriormente e pesantemente condizionata anche dalla tematica ambientale, specie quando quest’ultima assume una postura teologica e dogmatica tale da ignorare tempi e modi delle fasi di transizione e da rimuovere dal dibattito le possibili alternative. Il tutto dietro il comodo scudo del catastrofismo antropomorfico. Le conseguenze di tale approccio cominciano a manifestarsi, nella crisi degli approvvigionamenti, nell’effetto dei divieti immediati, in assenza di alternative, di uso di prodotti inquinanti in agricoltura sia in termini di crollo di produzioni strategiche, sia paradossalmente in termini di alterazione degli equilibri ecologici, come avvenuto nella fattispecie in Francia. Un controcanto rispetto al problema, altrettanto drammatico, della progressiva sterilizzazione dei suoli sfruttati troppo intensivamente presente ormai in numerosi territori; segno che le soluzioni, il più delle volte, (ri)propongono nuovi problemi a volte più gravi e su scala maggiore. Non è solo il dogmatismo a indirizzare queste dinamiche, ma anche gioco di interessi prosaici e dinamiche geopolitiche in corso; giochi di potere e predominio quindi, sottesi ai contenziosi regolamentari e agli anatemi moralistici; quando addirittura maschera per nascondere beffardamente la mancanza di interventi dell’uomo sul territorio e sulla natura. Una rappresentazione olistica che dovrebbe permettere una lettura più attenta e disincantata di eventi mediatici come quelli recenti del COP26. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Fertilizzanti e insicurezza alimentare

Gli americani stanno facendo i conti con l’aumento dei prezzi del cibo.

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La prossima settimana è il Ringraziamento, una festa statunitense che celebra e viene celebrata con il cibo. Quest’anno, tuttavia, gli americani stanno facendo i conti con l’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Le notizie abbondano di storie di lunghe file alle banche alimentari, carenza di pollame e prodotti lattiero-caseari più costosi del previsto. Anche i costi energetici elevati e le interruzioni dei trasporti sono abbastanza ben documentati. Meno attenzione è stata data all’aumento del prezzo dei fertilizzanti, un input fondamentale per l’approvvigionamento alimentare che minaccia di mantenere alti i prezzi del cibo fino al 2022.

I prezzi elevati dei fertilizzanti (per non parlare delle potenziali carenze) sono preoccupanti per alcuni motivi. Per uno, il fertilizzante è onnipresente; metà delle colture alimentari del mondo sono coltivate con fertilizzanti minerali. Dall’altro, la fornitura è estremamente sensibile al fattore tempo. Le colture generalmente beneficiano maggiormente dei trattamenti fertilizzanti nelle prime fasi della stagione di semina e nel loro periodo di crescita iniziale. L’applicazione ritardata o mancata durante il ciclo si tradurrà quasi sicuramente in rendimenti inferiori, il che restringe l’offerta alimentare e fa salire i prezzi. Anche la durata è un fattore. Per molti cereali e semi oleosi, il tempo dalla stagione della semina al raccolto può durare dai quattro ai sei mesi, dopodiché il terreno ha bisogno di tempo per riprendersi o per essere preparato per il prossimo ciclo di colture. Tutto sommato, possono volerci mesi per avere un’altra opportunità di ricostituire le colture alimentari.

Prezzi fertilizzanti Illinois 2014 - 2021
(clicca per ingrandire)

L’impatto dei prezzi dei fertilizzanti sui prezzi degli alimenti dipende da alcune variabili. Innanzitutto, la quantità di fertilizzante necessaria dipende dal raccolto. Alcuni cereali come il mais costano di più per acro per fertilizzare rispetto al grano o ai semi oleosi come i semi di soia. Il secondo è il tipo di fertilizzante utilizzato. I fertilizzanti possono essere suddivisi in tre categorie generali in base alle esigenze di macronutrienti di una pianta: azoto, fosfato e potassio. Il fertilizzante globale utilizzato durante la stagione 2020-21 ha totalizzato 198,2 tonnellate; l’azoto rappresentava circa il 55 percento, mentre il fosfato e il potassio rappresentavano rispettivamente il 25 percento e il 20 percento. Di questi, l’azoto è il più critico. Il suo prezzo tende ad essere più volatile a causa del suo legame diretto con i prezzi del gas naturale ed è un costo quasi inevitabile per gli agricoltori. Un nuovo lotto di fertilizzante azotato deve essere applicato all’inizio di ogni stagione del raccolto poiché non indugia nel terreno. I prezzi di fosfato e potassio, tuttavia, si muovono indipendentemente da altre materie prime come il gas naturale. Gli agricoltori hanno anche una maggiore flessibilità nell’utilizzo di questi due tipi di fertilizzanti, poiché porzioni inutilizzate di questi macronutrienti possono rimanere nel terreno di stagione in stagione.

I mercati dei fertilizzanti sono entrati quest’anno in una posizione ristretta che è diventata solo più stretta. Nel 2019, l’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura ha pubblicato un rapporto che descrive in dettaglio le prospettive della domanda e dell’offerta di fertilizzanti fino al 2022. Secondo le sue stime, l’offerta globale totale sarebbe leggermente superiore alla domanda e si verificherebbero carenze in determinate regioni. Queste stime, tuttavia, non tengono conto di “fattori imprevedibili” come problemi logistici o una pandemia. Una conseguenza immediata nel 2020, il primo anno della pandemia di COVID-19, è stata la riduzione delle scorte di fertilizzanti e delle condutture. Le fabbriche produttrici di fertilizzanti hanno chiuso per contenere il virus e poi hanno faticato a riprendere la piena capacità a causa di altre carenze e sfide logistiche. Gli agricoltori, sostenuti dalle misure governative di emergenza, hanno continuato a produrre e, quindi, a chiedere fertilizzanti.

Prospettive regionali sui fertilizzanti | 2022
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Quest’anno, gli effetti a cascata dei problemi della catena di approvvigionamento e la ripresa della domanda hanno esercitato una pressione al rialzo sui prezzi dei fertilizzanti. Le guerre commerciali, i porti congestionati, i prodotti chimici non disponibili e gli alti costi di trasporto hanno reso i fertilizzanti più difficili da produrre e consegnare. Nel frattempo, altri fattori hanno ridotto la produzione di fertilizzanti. La produzione di fertilizzanti azotati nel delta del Mississippi, ad esempio, è stata temporaneamente interrotta a causa di un uragano. La produzione cinese è stata interrotta nel 2021 a causa di interruzioni elettriche negli stabilimenti. Quando l’economia cinese ha iniziato a rimettersi in marcia, ha causato un picco nel suo consumo di energia che, di concerto con altre cose, ha portato a prezzi più alti del gas naturale. I conseguenti costi operativi furono così alti che alcuni stabilimenti di fertilizzanti europei chiusero temporaneamente.

Anche l’intervento del governo ha avuto un ruolo. La Russia (il secondo esportatore di fertilizzanti azotati e il terzo esportatore di fertilizzante potassico) e la Cina (principale esportatore mondiale di fertilizzanti azotati e fosfatici) hanno annunciato misure per vietare o limitare le esportazioni di fertilizzanti fino a giugno 2022, ben oltre la semina primaverile stagione. Si prevede inoltre che le sanzioni dell’UE alla Bielorussia, il secondo esportatore di potassio, ridurranno l’offerta. La ridotta disponibilità sul mercato di esportazione farà salire il prezzo di tutti i fertilizzanti, indipendentemente dalla fonte, mentre le aziende e i paesi fanno offerte l’uno contro l’altro per ciò che rimane sul mercato.

Questo è certamente vero negli Stati Uniti, che non si affidano a Russia e Cina per i propri fertilizzanti, ma sono uno dei principali produttori e consumatori di ammoniaca al mondo. Le scoperte di gas naturale negli Stati Uniti hanno reso conveniente per le aziende aggiornare gli impianti di ammoniaca esistenti e costruire nuovi impianti di azoto. Ciò ha ridotto la dipendenza netta delle importazioni del paese dall’azoto-ammoniaca come percentuale del consumo apparente dal 27% nel 2016 a solo il 10% nel 2020, secondo i calcoli effettuati dall’US Geological Survey. Gli Stati Uniti hanno una percentuale di dipendenza netta dalle importazioni simile con la roccia fosfatica. Cinque società negli Stati Uniti hanno estratto minerale di roccia fosfatica in 10 località diverse e lavorato circa 24 milioni di tonnellate di prodotto commerciabile. Quasi tutto questo è stato utilizzato per produrre acidi fosforici necessari per i fertilizzanti, integratori per mangimi e pesticidi. Tuttavia, gli Stati Uniti importano circa il 90 percento delle loro forniture di potassio e potassio, la maggior parte delle quali proviene dal Canada.

Gli agricoltori statunitensi, quindi, hanno poche buone opzioni in vista della stagione della semina primaverile. Non avere abbastanza fertilizzanti, o semplicemente non essere in grado di permettersi ciò di cui hanno bisogno, li costringerà a determinare quanta area coltivare e quali colture piantare. Con il fertilizzante azotato, gli agricoltori possono utilizzare meno fertilizzante sulla stessa superficie o ridurre la superficie delle colture piantate e mantenere la quantità di fertilizzante a livelli più pieni. Entrambe le opzioni porterebbero a rese inferiori, anche se la qualità del raccolto sarebbe probabilmente migliore nel secondo scenario . Chi ha livelli residui di potassio e fosfato nel proprio terreno può ridurre o rinunciare agli acquisti per una sola stagione.

Aspettative sui prezzi di input dell'azienda agricola
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Eppure il momento di decidere si avvicina rapidamente. I rivenditori di fertilizzanti hanno già avvertito gli agricoltori di testare il loro terreno in anticipo e pianificare acquisti anticipati di fertilizzanti poiché i prezzi sono così volatili. Mentre le vendite hanno iniziato ad accelerare, non è chiaro quanti agricoltori abbiano iniziato ad acquistare ora. Il senso prevalente tra gli esperti del settore è che gli agricoltori aumenteranno i loro acquisti di fronte a forniture più limitate, continui ritardi logistici e pura necessità. Ciò aumenta il rischio di guerre di offerte e accaparramento tra gli acquirenti, il che non fa che aumentare ulteriormente i prezzi.

Gli agricoltori statunitensi sembrano pessimisti. Il sentimento dei produttori agricoli ha iniziato a diminuire negli ultimi mesi. Il sentimento per le condizioni future è ora quasi quanto lo era nel picco di chiusura economica della pandemia del 2020. Gli agricoltori hanno espresso preoccupazione per i costi elevati dei fattori di produzione, ovvero i prezzi dei fertilizzanti, che indeboliscono i loro margini operativi. Hanno anche indicato che non si aspettano molto sollievo nei prezzi dei fattori di produzione nell’anno a venire.

Sentimento degli agricoltori 2015 - 2021
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Oltre ai costi dei fertilizzanti, gli agricoltori statunitensi hanno anche identificato ulteriori fattori interni che danneggeranno la produzione. La carenza di manodopera, ad esempio, persiste in tutti i punti della filiera alimentare. In particolare, gli agricoltori hanno espresso preoccupazione per la carenza di esaminatori alimentari federali il cui sigillo di approvazione è necessario per le importazioni, le esportazioni e le vendite in fabbrica. Esistono ancora colli di bottiglia nei porti (la carenza di chiatte sul fiume Mississippi è la più preoccupante). C’è anche preoccupazione per la diminuzione della disponibilità di pesticidi come il glifosato e la carenza di attrezzature agricole. Le nuove attrezzature agricole hanno un inventario molto basso, ma più preoccupante è la crescente scarsità di pezzi di ricambio che hanno ritardato di mesi le riparazioni delle macchine. Il guasto meccanico durante il periodo del raccolto è catastrofico per un agricoltore,

Come tutti i governi, Washington è sensibile all’insicurezza alimentare, ma è vincolata a come può prevenirla. Non può risolvere unilateralmente i problemi della catena di approvvigionamento globale dall’oggi al domani, e non può sistemare magicamente i programmi delle colture, che non si allineano con i programmi del governo. Le soluzioni necessarie per affrontare i problemi dell’agricoltura vanno oltre quanto necessario per mitigare l’impatto sui raccolti della prossima stagione.

Gli Stati Uniti hanno adottato una strategia a doppio binario per affrontare le cause alla base dell’aumento dei prezzi dei generi alimentari. La prima traccia affronta i problemi generali che interessano l’intera economia degli Stati Uniti – cose come ritardi nei porti, carenza di manodopera, ecc. La seconda traccia mira a soddisfare le esigenze specifiche dell’agricoltura a breve termine, principalmente attraverso finanziamenti e finanziamenti per gli agricoltori, anche mentre continua a pompare denaro in altre aree dell’industria agricola. A giugno, l’USDA ha annunciato 4 miliardi di dollari di investimenti previsti per rafforzare il sistema alimentare. Di questo, 1 miliardo di dollari è stato stanziato per sostenere ed espandere le reti di assistenza alimentare di emergenza. L’ultimo disegno di legge sulle infrastrutture fornisce anche una riduzione diretta del debito agli agricoltori economicamente in difficoltà, sebbene si concentri maggiormente su investimenti a lungo termine per rivitalizzare le comunità rurali. Questa strategia significa che gran parte dei costi dei fattori di produzione continueranno a essere trasferiti agli agricoltori, il che si tradurrà in prezzi alimentari più elevati per i consumatori. Il finanziamento del governo servirà a prevenire il fallimento degli agricoltori e fornirà assistenza a coloro che vengono sopravvalutati. È una soluzione a breve termine con costi politici potenzialmente elevati.

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Imposta globale o imposta statunitense?_di Victor Fouquet

“Una svolta storica! Così è stata presentata la firma da parte di 130 dei 139 membri del quadro inclusivo dell’Ocse, il 1° luglio a Venezia, dell’accordo sull’applicazione dal 2023 di un’aliquota minima alle imprese del 15% nel mondo.

Per la stragrande maggioranza dei commentatori, questo testo, costringendo le multinazionali a versare con i loro profitti il ​​loro equo contributo alle finanze pubbliche, rappresenterebbe un grande passo avanti verso una maggiore “giustizia fiscale” internazionale, oltre a simboleggiare la vittoria di multilateralismo sugli “egoismi nazionali”. Tale analisi è doppiamente sbagliata. Da un lato ignora i fenomeni di equità spaziale e di incidenza fiscale, la cui conoscenza è tuttavia indispensabile se si vuole valutare correttamente la giustizia – interstatale e interindividuale – di una riforma tributaria di questo tipo. D’altro canto, ignora il reale equilibrio internazionale di forze alla base dell’accordo del 1 luglio, che è meno cooperativo di quanto si vorrebbe dire.

Giusto, la tassa minima globale? Per le piccole nazioni sovrane scarsamente dotate di fattori di produzione, l’assenza di un tax floor e la fissazione gratuita di aliquote appaiono normalmente i mezzi per attrarre loro il capitale finanziario e umano necessario al loro sviluppo ea quello della loro popolazione. Questo è ciò che i nove recalcitranti avidi di tasse hanno capito e rivendicano, più o meno direttamente: Irlanda, Ungheria, Estonia., Kenya, Nigeria, Barbados, Saint Vincent e Grenadine, Perù e Sri Lanka. Pertanto, l’attuazione di un’aliquota minima globale dell’imposta sulle società riflette più la volontà dei grandi Stati (“il più freddo dei mostri freddi”) di preservare il loro vantaggio competitivo e il loro guadagno fiscale, che riflette una genuina preoccupazione per la giustizia in la direzione dei piccoli paesi con spazi di mercato più deboli. La legge delle ripercussioni fiscali ci insegna anche che i contribuenti designati come imposti dalla normativa sono raramente coloro che contribuiranno, di fatto, al finanziamento della spesa pubblica. I più forti economicamente con ripercussioni sui più deboli, vi sono tutte le ragioni per pensare che l’eccedenza attesa di entrate fiscali (150 miliardi di dollari l’anno a livello mondiale;

Le menti più acute avranno capito qui che la tassazione, come ogni questione politica, ha prima di tutto una dimensione geopolitica. La prova migliore: Janet Yellen, Segretario del Tesoro degli Stati Uniti, ha convinto gli europei che volevano continuare a tassare unilateralmente i Gafam americani a rinunciare obbedientemente al loro diritto alla tassazione. La richiesta di giustizia fiscale è diventata improvvisamente più tranquilla da parte di Washington quando si è trattato di proteggere le ammiraglie industriali americane. L’ingenuità di molti osservatori francesi e più in generale europei, che elogiano Biden dopo aver maledetto Trump, confonde ancora una volta. Lo scambio è sicuramente più cortese con Joe, e il potere di ritorsione meno evidente che con Donald. Ma lo scopo rimane lo stesso: America First!Non è nemmeno un caso che la riforma dell’imposta globale sulle società, dopo aver naufragato per molti anni, sembri sul punto di completarsi proprio mentre gli Stati Uniti decidono di aumentare la propria aliquota. L’amministrazione statunitense si assicura così entrate fiscali aggiuntive limitando significativamente i rischi di delocalizzazione e di clamore per le proprie multinazionali. Vincere su tutti i fronti!

https://www.revueconflits.com/impot-mondial-ou-impot-americain/

atlantismo. Mutazioni e domande, di Pascal Gauchon

Per la sua prima visita ufficiale all’estero (lo scorso giugno), Joe Biden ha scelto l’Europa. Per lui si trattava di rivitalizzare l’alleanza atlantica nata dopo il 1945. Ma l’atlantismo ha ancora un significato?

Il termine atlantismo significa che una stretta solidarietà unisce le due sponde dell’Atlantico, il Nord America e l’Europa occidentale.

Atlanticismo versioni 1949 e 2021

Questa solidarietà era umana e culturale all’indomani della seconda guerra mondiale, quando i popoli dei due sub-continenti erano principalmente di origine europea, con la notevole eccezione dei neri americani; parlavano le stesse lingue e condividevano le stesse religioni cristiane. Hanno aderito allo stesso modello democratico, liberale e capitalista contro l’URSS comunista e atea. Proclamavano gli stessi principi provati nel 1941 dalla Carta Atlantica avviata dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Significativamente, tuttavia, questo documento non è stato ufficialmente firmato e Churchill ha rivelato che solo Roosevelt ne aveva una copia siglata dal presidente degli Stati Uniti che aveva firmato anche per il primo ministro britannico. Sul piano simbolico era già stato detto tutto.

Fortunatamente per lui, l’atlantismo aveva basi più tangibili. Primo, la paura dell’URSS. Non dobbiamo dimenticare che furono gli europei a pregare gli americani di restare in patria e a volere la creazione della NATO nel 1949. L’idea atlantista faceva parte anche della geografia del secondo oceano mondiale, attraversato da potenti rotte commerciali e delimitato da porti, i più importanti al mondo in quel momento. Il North Atlantic Track era allora la rotta marittima più importante del mondo (il 20% del commercio mondiale in valore alla fine degli anni ’60, quando gli Stati Uniti inviavano un terzo delle proprie esportazioni verso l’Europa occidentale). Non sono solo le idee nella vita, c’è anche il dollaro.

Questo atlantismo non è più di stagione. Il legame tra le due sponde del grande oceano si è indebolito. La scomparsa dell’URSS ha scosso la dimensione strategica dell’Alleanza. Potremmo persino credere in un disaccoppiamento tra Stati Uniti ed Europa durante la guerra in Iraq, quando fu delineato un asse Parigi-Berlino-Mosca. Ma questo asse si è rotto sull’opposizione di Polonia e Lituania, poi sugli affari ucraini e georgiani che Mosca ha interpretato come un tentativo di portare questi due paesi nella NATO. Nel frattempo, Washington ha martellato la sua opposizione alla creazione di una difesa europea che avrebbe potuto competere con la NATO – Madeleine Albright , segretario di Stato di Bill Clinton, è stato categorico su questo argomento. Le divisioni dell’Europa, la sua dipendenza militare, soprattutto la sua incapacità di definire una strategia alternativa a quella propugnata dagli Stati Uniti hanno portato all’incapacità degli europei di affermarsi come l’altro polo dell’atlantismo. Lo abbiamo visto durante la visita di Biden in Europa durante la quale le cancellerie europee si sono accontentate di elogiare il nuovo presidente, Londra che ha abbassato la testa sotto le critiche alla Brexit, la Francia che ha piegato le spalle alla volontà americana di riallacciarsi con una Turchia che ci aveva provocato da poco fa. Gli europei avevano paura delle minacce di Trump di far saltare la Nato, minacce che avevano risvegliato le paure del 1945: i paesi europei temono di essere abbandonati dal fratello maggiore, accolgono con favore il suo ritorno. Di servitù volontaria.

Da leggere anche: La Francia atlantista o il naufragio della diplomazia. La Francia è di nuovo in riga!

riallineamento

Sono quindi costretti ad accettare i cambiamenti dell’Alleanza nella direzione voluta da Washington. L’Alleanza Atlantica è sempre meno atlantica, è intervenuta in Afghanistan (che non faceva parte del suo campo di intervento come mostra una semplice mappa), ha assistito ai trasferimenti di truppe dall’Europa all’Asia, sotto Obama e lei approva Biden quando spiega che il vero pericolo oggi è la Cina. Si è capito che si trattava della Russia governata da un “killer” secondo la formula meno diplomatica usata da Biden (alla quale Putin aveva risposto ironicamente augurando “buona salute” al suo omologo). In effetti, gli Stati Uniti stanno riattivando vecchie paure mentre ne suscitano di nuove per rimanere gli stessi.“Leader delle democrazie” come li hanno chiamati i media occidentali.

Il cambiamento geografico è accompagnato da un cambiamento ideologico, la democrazia auspicata dall’Alleanza si allinea agli sviluppi americani. Basta vedere come i paesi europei hanno accolto questo, dai Black Life Maters al neofemminismo e alla teoria del genere, dal ginocchio alla terra per cambiare i nomi delle strade e sfatare le statue. Le specificità nazionali vengono gradualmente cancellate, l’atlantismo diventa un blocco molto più allineato con gli Stati Uniti che nel 1945. Il cambiamento principale è strategico. Gli Stati Uniti hanno scelto il loro principale avversario, la Cina. Eppure l’avevano aiutata a raggiungere la vetta, il loro errore principale era la decisione di Clinton di portarla nel WTO senza altra garanzia che buone parole. Gli europei lo seguivano altrettanto spesso;[1] . Poi si riprendono, va detto che gli Stati Uniti di Trump li incoraggiano a farlo. Biden spinge nella stessa direzione.

L’Alleanza Indebolita

Rimangono due problemi.

Innanzitutto, quale atteggiamento adottare nei confronti della Russia? La linea di Trump era chiara: cercare un alloggio con lei di fronte a Pechino; ma un’intera parte dell’establishment repubblicano era riluttante ei media democratici lo accusavano di compromesso. È per accontentare quest’ultimo che Biden ha adottato un tono più fermo, per non dire più brutale, anche se significa ritirarsi durante il suo incontro con Putin quando ha ammesso che quest’ultimo non voleva un ritorno alla Guerra Fredda. Allo stesso tempo, ha fatto una consistente concessione revocando l’embargo sul gasdotto North Stream 2 che collegherà la Russia alla Germania: consentirà a Mosca di raccogliere più valuta estera, priverà l’Ucraina di una parte delle entrate che ne derivano dal transito del gas russo, rafforzerà i legami, per non dire la dipendenza energetica di Berlino da Mosca. Un regalo alla Germania, unico Paese dell’Unione Europea che conta per la Casa Bianca, e ancor di più per la Russia. Capiamo che Putin abbia sorriso quando ha incontrato Biden. Quali altri doni avrà Biden da offrire per staccare Mosca da Pechino, se sarà ancora possibile?

Il confronto con il suo omologo americano potrebbe anche soddisfare il presidente russo. Biden ha mostrato una preoccupante debolezza fisica e intellettuale durante il suo tour europeo. Forse è per questo che ha rifiutato una conferenza stampa congiunta con Putin; Aveva paura che la sua lettura esitante del suo testo preparato e le sue risposte frettolose a un numero limitato di domande impallidissero in confronto a quella che deve essere definita la facilità di Putin? Non dovremmo vederci il simbolo di un Paese indebolito, diviso, che non sa più quale pericolo favorire o dove volgersi?

Questo è il secondo problema dell’Alleanza Atlantica. Come gli Stati Uniti, non ha più il vigore che possedeva nel 1949. Rivolgendosi al Pacifico, e persino al mondo intero, si espone alla sofferenza della sovraestensione imperiale. Fissandosi obiettivi troppo ambiziosi – estendendo la sua visione delle cose in tutto il mondo – rischia di moltiplicare i suoi nemici. Allineandosi sistematicamente con gli Stati Uniti, rischia di rafforzare la sua immagine di falso naso di questi ultimi.

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Stati Uniti! La strada tracciata, gli imprevisti possibili_con Gianfranco Campa

Sino a pochi giorni fa si poteva parlare di una persistenza del movimento politico legato a Trump e di una situazione di stallo apparente. Le recenti elezioni in Virginia e in numerose realtà locali rivelano ormai una tendenza pressoché definita verso il successo di quest’area e la possibile deflagrazione del gruppo dirigente del Partito Democratico, ben lontano dall’aver risolto un confronto intestino distruttivo perché privo di indirizzo politico in grado di unire il paese pur poggiando paradossalmente sulle numerose identità reali ed artefatte annidate. I primi segni di cedimento e di abbandono della nave in piena navigazione sono evidenti; il tramonto di vecchie glorie, almeno così ritenute in Europa, ormai segnato. Si prospetta un rivoluzionamento degli equilibri politici, una conformazione inedita dell’azione destinata a rivoluzionare gli assetti statunitensi e ad influire pesantemente sul futuro delle classi dirigenti specie europee che si ostinano, per indole ed incapacità, ad abbarbicarsi e a baciare per la seconda volta le mani sbagliate; quelle che in pochi mesi potranno trasformarsi in ologrammi sfuggenti. La sicumera che attualmente li contraddistingue, nessuno escluso, nemmeno il nostro funzionario al vertice, difficilmente li metterà in condizione di attraversare impunemente le sabbie mobili dentro le quali si stanno avventurando e stanno trascinando i popoli di un intero continente. I pifferai che per pochi mesi hanno illuso di nuove speranze qui in Italia hanno dal canto loro rivelato la loro pochezza e il loro conseguente trasformismo di corto respiro, incapaci di cogliere le opportunità recenti e di presagire i cambiamenti in corso al di là del loro naso e delle loro spiagge. Bene hanno fatto, tre anni or sono, a concedere loro scarso credito Oltreatlantico. Mala tempora currunt. Buon ascolto! Ne vale la pena. Giuseppe Germinario

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Quanto sono realmente l’Europa e la Francia dipendenti dagli Stati Uniti? Intervista

Quanto sono realmente l’Europa e la Francia dipendenti dagli Stati Uniti?

Joe Biden ha intrapreso un importante tour europeo. Mentre la sua elezione ha sollevato le speranze di una luna di miele riconquistata dopo la presidenza Trump, i suoi primi 10 mesi in carica hanno smorzato le speranze.

Atlantico: Joe Biden inizia un nuovo tour diplomatico in Europa. Come scrive Gilles Paris su Le Monde, “Joe Biden aveva sbandierato il ritorno della leadership americana, ma tarda a manifestarsi”. È questa un’opportunità per l’Unione europea di accettare l’idea di un ritiro degli interessi statunitensi nei confronti del vecchio continente? Quanto è stata forte la disillusione dopo 10 mesi di presidenza Biden?

Cyrille Bret: In un anno, gli europei sono passati da un entusiasmo eccessivo a un’amarezza impotente nei confronti della presidenza Biden. Nell’autunno del 2019, gli europei hanno chiesto l’elezione di Joe Biden contro il presidente uscente Donald Trump. La speranza ha lasciato il posto al sollievo durante il periodo di transizione tra novembre e gennaio. Il candidato Biden aveva infatti promesso rispetto ai suoi alleati europei e asiatici durante la sua campagna. Ho quindi segnalato quanto fossero eccessive le speranze riposte in Joe Biden. Joe Biden è molto più gentile di Donald Trump. Il suo attaccamento al collegamento transatlantico è reale. Tuttavia, come ogni presidente americano, il suo obiettivo primario è la difesa e la promozione degli interessi nazionali americani, non di quelli europei..

Il tour autunnale in Europa di Joe Biden sarà molto diverso dal suo tour primaverile in cui ha incontrato i capi di stato e di governo della NATO e dell’Unione Europea. Oggi gli europei hanno visto che il ritorno degli Stati Uniti negli affari mondiali si concentrerà sull’Asia e darà priorità alla rivalità con la Cina. Dovrebbero risolversi ad affrontare l’ovvio: la presidenza Biden non intende investire troppo nelle aree e nelle questioni di interesse essenziale per gli europei: i rapporti con la Russia, l’instabilità in Medio Oriente. , la destabilizzazione dell’Africa settentrionale… Tuttavia, la fine della luna di miele arriva in un momento poco favorevole a questa consapevolezza: da un lato,

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Oggi la delusione è forte a Parigi o a Berlino ma non può essere tradotta in una generale presa di coscienza europea.

Gérald Olivier:  Quando Biden evoca un ritorno degli Stati Uniti sulla scena internazionale, in realtà parla di un ritorno agli organismi internazionali.

Questi includono un ritorno all’accordo di Parigi sul clima, un possibile ripristino dell’accordo nucleare nei confronti dell’Iran, o addirittura il reinserimento degli Stati Uniti nell’Organizzazione mondiale della sanità.

Biden vuole che gli Stati Uniti rientrino nel gioco internazionale e mettano in risalto la loro diplomazia, piuttosto che la loro potenza militare. Questo ritorno sulla scena diplomatica è accompagnato dal continuo ritiro dal campo militare. La partenza frettolosa dall’Afghanistan è un esempio calzante. Gli Stati Uniti non intendono più essere i poliziotti del mondo e inviare i propri soldati a combattere lontano dal continente americano.

È tempo che gli europei si rendano conto che la guerra fredda è finita da trent’anni e che in un momento in cui gli Stati Uniti si ritirano da alcuni teatri, colgono l’occasione per ritirarsi dagli Stati Uniti… Gli europei stanno finalmente costruendo questa Europa della Difesa di cui parlano da trent’anni. L’esperienza passata suggerisce che questo non accadrà. La protezione della NATO è troppo pratica e troppo economica per rinunciarvi.

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Anche il presidente degli Stati Uniti Joe Biden ha rinnovato l’impegno degli Stati Uniti nel quadro dell’articolo 5 della Carta della NATO, impegno che Donald Trump aveva, per un po’ di tempo, messo in discussione, e gli europei si sentono perfettamente rassicurati.

Fino a che punto l’UE può fare a meno degli Stati Uniti?

Cirillo Bret:Gli Stati Uniti sono un alleato perfetto per gli europei per affrontare le diverse sfide contemporanee. La compenetrazione delle economie europea e americana, la vicinanza dei sistemi politici, il reciproco fascino culturale ei molteplici scambi tra società civili hanno creato per due secoli legami potentissimi tra le due sponde dell’Atlantico. D’altra parte, l’atlantismo beato sopravvaluta il “bisogno dell’America” ​​degli europei. Gli europei hanno fatto molto affidamento sugli Stati Uniti per la rivoluzione digitale e continuano a dipendere da GAFAM per molte infrastrutture e servizi nel settore. Allo stesso modo, in campo militare, molti Stati europei hanno riposto la loro fiducia nella protezione americana quasi più che nelle proprie forze armate.

Quando si parla di “bisogno dell’America”, è importante distinguere tra dipendenza irrazionale e convergenze reali. Oggi gli europei hanno bisogno degli Stati Uniti in molti campi tecnologici, militari e finanziari. Ma hanno anche bisogno urgente di rendersi conto dell’asimmetria del rapporto con Washington. Le priorità dell’America dalla presidenza Obama riguardano l’Asia, non l’Europa. Aspettarsi tutto da Washington è la strada più breve verso l’amarezza geopolitica.

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Gérald Olivier: L’Unione europea non può permettersi di fare a meno degli Stati Uniti, dal punto di vista politico, economico o militare.

Oltre ai paesi dell’Unione Europea, gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale di molti paesi europei, Francia in testa.

Il mercato americano e quello europeo sono i due maggiori mercati mondiali, tra i due blocchi più ricchi del pianeta.

Si tratta di un rapporto economico privilegiato ed essenziale, che si coniuga con un rapporto culturale e strategico.

Sul fronte della difesa, è molto più economico per gli Stati europei fare affidamento sulla protezione americana che finanziare la propria protezione. La Francia è l’unica vera potenza militare nell’Europa continentale (a parte la Russia ovviamente, ma quest’ultima occupa lo spazio eurasiatico).

Sul fronte economico , attraverso il suo mercato interno, come ha bisogno l’Unione Europea dell’estero e degli USA in particolare?

Cirillo Bret: Il commercio non è solo un pilastro essenziale delle relazioni transatlantiche, ma anche uno dei motori dell’economia mondiale perché rappresenta oltre il 40% del commercio mondiale nel 2021. Fornisce 8 milioni di posti di lavoro ed è estremamente diversificato. Per garantire la sua autonomia strategica in campo militare, medico o informatico, l’Europa non ha bisogno di rinunciare alle sue esportazioni e alle sue importazioni verso gli Stati Uniti in generale. Piuttosto, deve proteggere alcuni dei suoi interessi chiave. In materia digitale, deve recuperare risolutamente attraverso la tassazione dei GAFAM ma soprattutto degli investimenti interni. In campo giuridico, gli europei devono anche contrastare l’ambizione americana di imporre tutti i loro standard al di fuori del proprio territorio.

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Gérald Olivier : Siamo in un mondo globalizzato, un paese che aspira a una posizione di potere non può accontentarsi delle relazioni regionali. Gli Stati Uniti e l’Europa sono partner importanti. Gli Stati Uniti sono il principale partner commerciale dell’Europa. È un cliente di prim’ordine per la Germania, in particolare per l’industria automobilistica ed elettronica. Europa e Stati Uniti sono i due blocchi più sviluppati e più ricchi del mondo. Hanno quindi bisogno di un rapporto d’affari sereno e aperto. L’Europa rappresenta anche una quantità significativa di esportazioni americane. La Francia è solo il 5° cliente degli Stati Uniti ma rimangono partner estremamente importanti.

Sul piano militare, fino a che punto l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti? Dovremmo distinguere la loro capacità di rispondere alle minacce sul loro territorio, ad esempio nei confronti della Russia, dalla loro capacità di proiettarsi nei teatri di operazioni estere?

Cyrille Bret: In quest’area, gli europei hanno soprattutto bisogno di sviluppare i propri obiettivi strategici, le proprie capacità e le proprie operazioni. Le capacità di proiezione esterna dell’America sono sia quantitativamente che qualitativamente incomparabili. Ma gli europei sono intrappolati in un circolo vizioso: più si affidano agli Stati Uniti, meno si affidano a se stessi.

Gérald Olivier: Militarmente, l’Europa ha bisogno degli Stati Uniti al 100%. Non esiste un esercito europeo. Le capacità di proiezione dell’Europa sono estremamente limitate. Gli Stati Uniti, inoltre, hanno un certo disprezzo verso gli eserciti europei, ad eccezione dell’esercito francese. Qualunque siano le relazioni tra Francia e Stati Uniti, c’è un vero rispetto da parte dei militari americani nei confronti dei loro omologhi francesi, perché riconoscono il loro know-how, la loro esperienza sul campo e le loro capacità di adattamento. .

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Se consideriamo che esiste ancora uno spazio che possiamo chiamare “il mondo occidentale”, le cui nazioni condividono alcuni valori come l’attaccamento a un’economia di mercato, il rispetto delle libertà individuali, l’idea di governo del popolo da parte del popolo, al contrario di stati autoritari o totalitari, come la Russia o la Cina, allora potremmo concepire un approccio comune tra Stati Uniti ed Europa di fronte a questi avversari. Questo è esattamente ciò che vogliono gli Stati Uniti. Ma l’Europa non vede le cose allo stesso modo e considera, ad esempio, la Cina, come un partner del futuro, che può permetterle di guadagnare molti soldi e che non percepisce come un avversario esistenziale. …

In cambio, quello che si può rimproverare agli Stati Uniti, è una tendenza a non prendere in considerazione i paesi europei. Dall’inizio degli anni 2000, gli Stati Uniti hanno stabilito un’alleanza politica e militare con Australia, India e Giappone, nel mirino della zona indo-pacifica. Questa alleanza quadrilatera esiste ancora. La logica avrebbe voluto che la Francia, che è una potenza legittima nell’Indo-Pacifico attraverso le sue posizioni all’estero, fosse invitata a essere partner di questa alleanza. Non è successo. Idem ora con l’Aukus! Gli Stati Uniti si sono ritirati nel mondo “anglosassone”, ignorando i suoi legittimi partner nell’Europa continentale. Questo è un errore strategico, che maschera anche le rivalità economiche.

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Stati Uniti, il rattoppo peggio dello sbrego_con Gianfranco Campa

Il declino di un paese e la degenerazione di un conflitto politico si notano spesso più dal carattere grottesco di episodi secondari che dalla drammaticità dei grandi eventi. E’ lo spettacolo che ci sta offrendo la campagna elettorale in Virginia. Sino a poche settimane fa l’esito appariva scontato, del tutto a favore del candidato democratico. Non è più così. E alla pochezza e goffaggine del candidato si è aggiunto la scarsa influenza dei big della politica, a cominciare da Obama, nel condizionare il giudizio degli elettori; l’azione di uno di essi, niente meno che il presidente Biden, appare addirittura controproducente. L’esito delle elezioni in Virginia rischia di condizionare pesantemente il comportamento di tutti i rappresentanti del Congresso i quali, schierati nel partito democratico, devono però tener conto della importante quota di elettorato fedele a Trump che li ha votati. Un domino che rischia di trasformare un presidente smarrito in un’anatra zoppa già all’inizio del suo mandato. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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