Italia e il mondo

Beggar thy neighbour” (“derubare il tuo vicino”)_di WS

Alla base della “sceneggiata Groenlandia” come era facilmente prevedibile c’è un strategia semplice : costruire la fortezza America e portare il caos in tutto il resto del mondo.

Ma come  nota  Simplicius  qui    c’è   soprattutto  una enorme valenza “psicologica” sia nella “conquista del Venezuela” che nella “annessione della Groenlandia”   con annesse  umiliazioni  pubbliche e gratuite   alla   €uroservitù.

Questa pressione psicologica  è diretta   tanto  agli “amici” quanto ai “nemici”. Il messaggio è imperiale :Ogni resistenza è futile , arrendetevi  o  sarete  annientati   perché  non  vi  saranno   concessi  margini” oltre al “chi mi teme mi obbedisca”.

 E l’ esito ( infausto) di simili operazioni mi sembra abbastanza scontato perché le “leggi ferree della geopolitica” non possono essere sovvertite dalla “narrazione”. Tra “chi non teme ” U$rael verrà prima o poi un giocatore razionale che riterrà inutile continuare a “trattare” con uno psicopatico pesantemente armato e  che concluderà che l’ unica  risposta  possibile  non potrà che  essere   “  a brigante un brigante  e mezzo”

Vorrei infatti far notare   che la “strategia  del pazzo”  di  Trump   è  una  estenzione  globale  della  “  strategia”  di Israele   in MO:  suprematismo , messianismo ,  eccezionalismo,  razzismo  e   totale   disprezzo  per  tutti.

Ma  a me non  sembra  che questa  ottantennale    ” strategia”  israeliana  abbia  poi risolto  i problemi  di Israele.  Certo,     il caos  in MO non è mancato,  ma non mi sembra   che gli “amici”  ( Egitto,  Turchia  e Arabia )  per  quanto   “timorosi”  siano  così obbedienti, tanto meno  che  pure  “il nemico “( Iran)  sia  tanto  terrorizzato  da    “ arrendersi  E perire”.

Anzi   senza il continuo   ( e autolesionistico)  appoggio  del   suo Golem  “occidentale”   Israele   avrebbe  dovuto  chiudere  questa   sua  strategia già da un pezzo;  quindi non  vedo  su  quali  solide basi poggi  questo  scimmiottamento   americano  che  alla  fine  andrà  a sbattere   senza  la  protezione   di nessun  “  Grande Fratello”.

 Gli U$A  attuali  infatti  sono   semplicemente  un Golem  della  Grande Finanza, preda   dei suoi   deliri   sempre più fuori  dalla  realtà.

Anzi  proprio  questa rapida   deriva   del MAGA    verso   questo “imperialismo  terminale”   segnala già  il fallimento     del movimento MAGA . Come infatti  era  facilmente prevedibile    Trump   NON può   ricostruire   un ‘  America  che non  c’è più   perché    I FATTI hanno  sempre  CONSEQUENZE   e   la  scelta  dell’ imperialismo  finanziario  ha distrutto per   sempre   gli USA   di Pound   e Twain.

Gli storici   domani , esattamente    come per la storia   di Roma , indagheranno     su  quando     sia   stata  compiuta  questa   “ svolta“ mortale  e/o   quando  questa  sia  diventata irreversibile.

 Io una qualche  idea in merito  ce l’ho   e  mi  era  chiaro     che   Trump     avrebbe   fallito   esattamente  come  da noi   mi  fu facile prevedere   che  avrebbe  fallito miseramente  Craxi,    unico     esponente  della  prima  repubblica   che  ne sia uscito  con qualche dignità.

La  storia infatti   ci  ricorda i “capi”  e  ce li  consegna   come  “vincitori”  o  “vinti”      come   se  fosse    stato  tutto  nelle loro mani    dimenticandosi  sempre   che  all’ esito  delle  loro   scelte   contribuiscono  sempre  fondamentalmente  le  risorse  umane  e materiali  di  cui  disponevano.  Nessun  “grande generale ”  può  vincere   guidando  un “esercito di Pulcinella”.

Un ‘ altra  interessante  questione   è  questa   elite   “ repubblicana “   che   guida ora  gli U$A.  Soprattutto  questo  pugno    di Colby , Miller  , Vance , Rubio  ect.  che    vorrebbero   ritornare  ai  fasti   della  “frontiera”    e che  rappresentano  una    giusta reazione    alle politiche  volute  dai   grandi “finanzieri”    i quali   detengono  il controllo del partito democratico,  dimenticandosi  però      che   sono   altrettanti   “grandi imprenditori”   della  stessa  etnia     che   riforniscono   di dollari    anche il loro partito.

Questi  “ repubblicani”  si considerano  gli eredi della   elite  di  “calvinisti”  che ha   fondato  e diretto  gli USA   fino a farli   diventare  “grandi”  . 

Il  calvinismo  è una programmatica imitazione    dell’ ebraismo    “placcata”  di  cristianesimo    e come  tale una religione  funzionale  agli  scopi precipui  di una Setta  intesa  come una elite  che vuole  dominare  il mondo operando    slegata  da ogni vincolo   e usando  ogni mezzo  grazie  al proclamato  proprio   eccezionalismo di un   diretto   rapporto  con Dio.

 Un “dio”   che però    è essenzialmente “mammona”   data  la loro  smodata  adorazione   del  danaro  ,  del potere e di una ricchezza  mostrata  a  pubblica  affermazione   della  ricevuta “benevolenza  divina”.

Per  capire  questa mentalità  è molto  istruttivo  il film   “  the  good  shepard”,  soprattutto in quel passaggio in cui il protagonista  risponde    al  capomafia   con cui  sta   ordendo un intrigo a  Cuba:     “noi possediamo  l’ America  e voi  siete   qui  solo di passaggio”

Bene,  ovviamente non è così        e la vecchia  elite  calvinista  oggi possiede  l’ America solo  “in società”      con una elite  finanziaria  ed economica   dei   “fratelli maggiori”   i cui interessi    non coincidono  esattamente con quelli  della  vecchia  elite  americana.

 E altrettanto  ovviamente  c’è   chi  dovrebbe   essere  “lì solo  di passaggio”  piuttosto che  per  restare;   invece ci  resterà.

In conclusione,  le attuali  contraddizioni  del  sistema  americano  sono  enormi   e richiederebbero  troppo  lungo  tempo per  essere  digerite.

La scelta   quindi  sarà  , come  sempre,  di scaricarle  all’ esterno,  perché  nella   innata visione   americana   di un  mondo  “a somma  zero”     “ beggar thy neighbour”  è sempre la soluzione più semplice.

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Consegna a domicilio – Operazione Absolute Resolve – Campa , Semovigo , Germinario

Il 3 gennaio 2026, gli Stati Uniti hanno scritto una nuova pagina della Dottrina Monroe con l’Operazione Absolute Resolve: l’estrazione militare di Nicolás Maduro da Caracas in meno di tre ore. Ma dietro il blitz notturno emerge una realtà geopolitica più complessa: l’inefficacia dei sistemi di difesa russi S-300 e Buk-M2, mai collegati ai radar, rimasti in gran parte nelle casse d’imballaggio originali. Un fallimento che solleva interrogativi strategici sulla capacità di Mosca di proiettare potenza oltre i teatri prioritari, con l’Ucraina che assorbe risorse critiche e limita il supporto agli alleati periferici. In questa puntata analizziamo con Gianfranco Campa (in collegamento dagli USA, analista di punta per italiaeilmondo.com), Cesare Semovigo e il direttore Giuseppe Germinario le dinamiche di un’operazione che riafferma il primato energetico americano sul Venezuela (303 miliardi di barili di riserve petrolifere) e ridefinisce gli equilibri nell’emisfero occidentale. Delcy Rodríguez assume la presidenza ad interim, mentre Trump annuncia l’ingresso delle major petrolifere USA per “ricostruire” il Paese—un caso di studio su realismo geopolitico, priorità strategiche russe e limiti del supporto militare extraterritoriale nell’era della competizione multidominio.

Temi trattati:

• Operazione Absolute Resolve: cronaca tattica e implicazioni strategiche del raid su Caracas • Armamenti russi in Venezuela: S-300, Buk-M2, Igla-S e il paradosso della deterrenza inutilizzata • Il peso della guerra in Ucraina sulle capacità di proiezione russa in America Latina • Petrolio venezuelano e interessi USA: dalla Dottrina Monroe al “Corollario Trump” • Delcy Rodríguez e la transizione: continuità chavista o nuova fase negoziale? • Russia, Cina e Iran: creditori esposti e ripercussioni sul debito sovrano venezuelano

GeopoliticaRealista #Venezuela #Maduro #OperazioneAbsoluteResolve #ArmamentiRussi

Con: Gianfranco Campa – Analista geopolitico dagli Stati Uniti, contributor italiaeilmondo.com Cesare Semovigo – Esperto di dinamiche strategiche , tech-Ai , analista Osint Mil. Giuseppe Germinario – Direttore italiaeilmondo.com Un’analisi realista, senza polarizzazioni, che esamina la riaffermazione del primato regionale americano, i vincoli operativi della Russia post-invasione ucraina e le implicazioni per l’ordine internazionale. Dalla mancata risposta dei sistemi antiaerei alla silenziosa ritirata diplomatica di Mosca, fino alle dinamiche petrolifere che ridisegnano il cortile di casa statunitense.

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Ritorno al futuro_di Scott Ritter

Ritorno al futuro

Forse l’unico modo per ripristinare le relazioni tra Stati Uniti e Russia è tornare alla Guerra Fredda e ricominciare tutto da capo.

Scott Ritter16 gennaio
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Back to the Future' fun facts: The original Marty wasn't Michael J. Fox |  Chicago Symphony Orchestra

Donald Trump si è candidato due volte alla presidenza con un programma che includeva il suo desiderio di dare priorità assoluta alla normalizzazione delle relazioni con la Russia. “Non sarebbe bello se andassimo d’accordo con la Russia?”, disse Trump durante la sua campagna presidenziale del 2016. “Ho un ottimo rapporto con il presidente Putin”, dichiarò Trump nel settembre 2024.

Ma le cose non andarono come previsto. “Non c’è mai stato un presidente così duro con la Russia come lo sono stato io”, dichiarò Trump nel luglio 2018, riflettendo la realtà della politica russa della sua amministrazione: severe sanzioni economiche e sostegno militare all’Ucraina in cima alla lista dei suoi successi nei confronti di Mosca.

“Ho sempre avuto un ottimo rapporto con Vladimir Putin, ma gli è successo qualcosa”, dichiarò Trump nel maggio 2025. “È completamente impazzito! Ho sempre detto che vuole TUTTA l’Ucraina, non solo una parte, e forse si sta rivelando vero, ma se lo fa, porterà alla caduta della Russia!”

Lo yin e lo yang della relazione a fasi alterne di Trump con il presidente russo Vladimir Putin ha creato confusione tra gli osservatori di Trump ormai da un po’ di tempo.

Ma la realtà è che nemmeno Trump sa cosa vuole dalla Russia, perché le sue dichiarazioni non derivano da alcun impegno personale nei confronti della Russia o del suo leader riguardo al miglioramento delle relazioni, ma sono piuttosto sintomatiche di un uomo (Trump) che ha la tendenza a dire qualsiasi cosa, non importa quanto inverosimile, irrealistica e infondata, pur di ottenere ciò che lui (Trump) vuole.

Trump non cerca di stringere una vera amicizia né con Putin né con la Russia, ma piuttosto di fare in modo che Putin, in quanto leader della Russia, esegua i suoi ordini.

In breve, Trump vuole un rapporto tra Stati Uniti e Russia che sostenga l’obiettivo decennale degli Stati Uniti, fin dalla fine della Guerra Fredda nel 1991, di mantenere la Russia debole e completamente subordinata alla volontà degli Stati Uniti.

In questo, Trump non è diverso da Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden, tutti ex presidenti che hanno perseguito politiche volte a indebolire e soggiogare la Russia e, forse ancora più importante, a indebolire e diminuire la capacità di Vladimir Putin di svolgere il ruolo di presidente della Russia.

Ci sono due cose che tutti questi leader hanno in comune quando si tratta della Russia. Innanzitutto, la convinzione che gli Stati Uniti abbiano vinto la Guerra Fredda, che crea un profilo psicologico di una Russia sconfitta, contribuendo a delineare una prerogativa politica coerente che pone gli Stati Uniti in una posizione di superiorità nella concezione di qualsiasi relazione tra Stati Uniti e Russia.

In secondo luogo, c’è l’infinita amarezza e il risentimento nei confronti del presidente russo Vladimir Putin per aver assecondato il copione scritto dai vincitori americani, optando invece per sollevare la Russia e instillare in lei un orgoglio nazionale che la pone al pari degli Stati Uniti.

Il presidente russo Putin interviene alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007

La famosa dichiarazione d’indipendenza di Putin, pronunciata alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007, sconvolse l’élite dell’establishment americano, profondamente infettata dalla russofobia, che si aspettava che Putin riprendesse il ruolo svolto dal primo presidente russo, Boris Eltsin, prostrandosi ai piedi del vincitore americano e vero salvatore della Russia.

Il “reset” delle relazioni del 2009 orchestrato da Barack Obama non è stato altro che un’operazione di cambio di regime mascherata da diplomazia, in cui gli Stati Uniti hanno cercato di sostituire Vladimir Putin con Dmitri Medvedev nella speranza che Medvedev si dimostrasse più accondiscendente. L’attuale resoconto di Dmitri Medvedev su X è la prova lampante che l’amministrazione Obama non aveva ben compreso l’ex presidente russo, né la Russia nel suo complesso.

La Russia non tornerà mai volontariamente alle condizioni che hanno causato il disastro degli anni ’90.

La Russia non subordinerà mai più il suo orgoglio nazionale, la sua cultura, la sua sicurezza e la sua storia ai capricci dell’Occidente.

Eppure è proprio questo che Donald Trump cerca oggi. Letteralmente, “o la faccio a modo mio o l’autostrada”, e l'”autostrada” di cui parla Trump è una rampa di uscita per l’inferno.

La politica di Trump nei confronti della Russia non si è mai discostata in modo significativo dal percorso strategico intrapreso fin dalla fine della Guerra Fredda.

Mantenere la Russia debole promuovendo l’indipendenza dell’Ucraina e incoraggiando l’integrazione dell’Ucraina nelle relazioni economiche e militari occidentali è stato un tema ricorrente fin dal 1991 e rimane in gran parte valido anche oggi.

E il controllo dell’economia russa – e, attraverso questo vettore, della sua stessa esistenza – è la componente fondamentale della politica di Trump nei confronti della Russia. L’obiettivo della politica sanzionatoria di Trump è il “collasso” dell’economia russa, il che significa il collasso della società russa e, con essa, del sistema politico russo.

Il rapporto economico che Trump immagina con una Russia post-conflitto è simile a quello che promuove con l’Ucraina: un forte coinvolgimento americano nelle attività principali come mezzo per esercitare un controllo diretto sulle politiche dei “partner” economici interessati.

Nel caso dell’Ucraina, questo si chiama “garanzie di sicurezza”.

Con la Russia, si tratta semplicemente di una resa economica.

Lo “spirito dell’Alaska”, promosso da funzionari russi e americani fin dal vertice di agosto tra Trump e Putin, non è altro che un sotterfugio, un lupo travestito da pecora che maschera i veri obiettivi politici dell’amministrazione Trump nei confronti della Russia.

Julia Gurganus, ex analista senior della CIA per la Russia

È un fatto poco noto che Julia Gurganus, ex analista senior della CIA per la Russia che, nel 2016-17, ha ricoperto il ruolo di responsabile dell’intelligence nazionale per la Russia e gli affari eurasiatici e, in questo ruolo, è stata responsabile della supervisione della produzione di una controversa valutazione della comunità di intelligence (ICA) che sosteneva che la Russia aveva colluso con Donald Trump per rubare le elezioni presidenziali del 2016, era sull’Air Force One mentre Trump volava in Alaska.

La missione di questo famigerato russofobo non era quella di informare il Presidente sulle possibilità di migliorare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, ma piuttosto di come il Presidente avrebbe potuto usare il vertice dell’Alaska per mettere alle strette il Presidente Putin e creare la possibilità di far crollare il governo russo.

Gurganus era sull’Air Force One grazie all’intervento del suo capo, il direttore della CIA John Radcliff. Radcliff si era prodigato per insabbiare i peccati passati di Gurganus, declassificando un rapporto nel maggio 2025 che scagionava Gurganus da ogni illecito riguardante l’ICA del 2017 (purtroppo per Gurganus, la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard condusse un’indagine più approfondita e onesta che dichiarò Gurganus colpevole, con conseguente revoca delle sue autorizzazioni di sicurezza e del suo impiego presso la CIA. Ma questo avvenne dopo il briefing sull’Air Force One).

Il compito di Gurganus non era quello di aiutare il presidente Trump a superare le macchinazioni politiche volte a normalizzare i rapporti con il presidente russo.

Non poteva essere, per il semplice fatto che lavorava per John Radcliff, e il suo compito era sconfiggere strategicamente la Russia e far cadere il governo di Vladimir Putin.

Questa era la missione che gli era stata affidata dal presidente Trump.

Radcliff e i suoi agenti paramilitari dello Special Activities Group della CIA avevano lavorato a stretto contatto con i servizi segreti e le forze speciali ucraine per pianificare ed eseguire attacchi strategici in profondità nel territorio russo. Erano stati strettamente coinvolti nell'”Operazione Spiderweb”, l’attacco dei droni ucraini contro i bombardieri strategici russi condotto nel giugno 2025. E la CIA ha pubblicamente ostentato il suo ruolo nel facilitare gli attacchi dei droni ucraini contro le infrastrutture di raffinazione del petrolio russe.

Ma il più grande indizio che la CIA e Trump non erano interessati alla pace con la Russia, ma stavano piuttosto usando la ricerca di una soluzione pacifica al conflitto russo-ucraino come copertura per un cambio di regime all’interno della Russia, è stato l’attacco del drone ucraino del 29 dicembre 2025 alla residenza personale di Vladimir Putin nella regione russa di Novgorod, eseguito mentre Putin era impegnato in colloqui telefonici con Donald Trump sulla fine della guerra in Ucraina.

Inizialmente Trump ha finto sgomento e rabbia. Ma in seguito ha definito la versione russa degli eventi una menzogna e ha accusato Vladimir Putin di inventarsi tutto.

Il problema per Trump era che l’attacco fallito aveva lasciato dietro di sé una scia di detriti, tra cui componenti di guida computerizzata intatti, contenenti le coordinate precise dell’obiettivo previsto (sì, la residenza di Putin) e dati sulla rotta che il drone avrebbe dovuto seguire.

Le “impronte digitali” americane erano ovunque su questo componente di guida, cosa che i russi sapevano quando il loro capo dell’intelligence militare consegnò uno di questi componenti intatti agli addetti militari statunitensi a Mosca.

La Russia conosce la verità.

E la verità è che gli Stati Uniti sotto la guida di Donald Trump puntano ancora alla sconfitta strategica della Russia.

Nulla è cambiato rispetto alle politiche di Joe Biden.

Di Barack Obama.

Del primo mandato di Donald Trump.

Il mese prossimo scadrà il trattato New START. Si tratta dell’ultimo trattato sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia, che affonda le sue radici nell’eredità del controllo degli armamenti dell’era della Guerra Fredda. Il presidente russo Vladimir Putin ha indicato la sua disponibilità a implementare una moratoria di un anno sui “limiti” imposti dal New START, che limitano a 1.550 il numero di armi nucleari strategiche dispiegate per ciascuna parte del trattato.

Sebbene inizialmente Trump avesse espresso sostegno all’estensione del New START, più di recente ha espresso indifferenza per il destino del trattato, sostenendo di poterne negoziare uno migliore.

Christopher Ford

Qui dobbiamo prendere nota delle parole e delle azioni di Christopher Ford, ex assistente segretario di Stato statunitense per la sicurezza internazionale e la non proliferazione e sottosegretario per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, durante il primo mandato di Donald Trump.

Christopher Ford era responsabile della supervisione delle questioni relative al controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia.

Christopher Ford ha contribuito a far naufragare il trattato INF nel 2019.

Christopher Ford è fermamente convinto che il controllo degli armamenti sia utile solo nella misura in cui consolida un vantaggio strategico degli Stati Uniti sui russi.

Christopher Ford è il volto della realtà del controllo degli armamenti del dopoguerra fredda.

In breve, Christopher Ford e le persone che la pensano come Christopher Ford ritengono che una corsa agli armamenti con la Russia sia meglio di un vero e proprio controllo degli armamenti.

Ecco perché ci stiamo dirigendo verso una corsa agli armamenti con la Russia e stiamo assistendo alla morte del controllo degli armamenti.

La domanda che oggi si pongono gli Stati Uniti e la Russia è: cosa si guadagna a portare avanti programmi che portano a risultati diversi?

Gli Stati Uniti chiedono alla Russia di cedere.

E la Russia non cederà.

Si dice che siamo sull’orlo di una nuova Guerra Fredda.

Perché non accettare semplicemente questo risultato?

Sì, la Guerra Fredda ci ha portato sull’orlo di una guerra nucleare.

John F. Kennedy affermò, a proposito della crisi missilistica cubana dell’ottobre 1962, che in quel momento c’era il 30% di probabilità che scoppiasse una guerra nucleare tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.

John F. Kennedy non voleva combattere una guerra nucleare con l’Unione Sovietica, quindi la evitammo.

Nel novembre 2024, alcuni membri selezionati del Congresso vennero informati dalla CIA che c’era più del 51% di probabilità che si sarebbe verificata una guerra nucleare tra Russia e Stati Uniti prima della fine dell’anno.

E l’amministrazione Biden ha dichiarato di essere d’accordo e di essere pronta a vincere una guerra del genere.

Solo l’elezione di Donald Trump ci ha allontanato da questa strada.

E Donald Trump ha appena cercato di uccidere il presidente della Russia.

Al confronto, la Guerra Fredda sembra piuttosto rosea.

La Guerra Fredda è stata dipinta come una lotta esistenziale tra due ideologie concorrenti e intrinsecamente incompatibili.

Ma la realtà era ben diversa.

Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti e la Russia intrattennero intense relazioni diplomatiche.

Il turismo era possibile e incoraggiato.

Ci furono scambi culturali tra le nostre due nazioni.

Accademia specializzata in studi sull’area russa che ha formato gli studenti sulla realtà della Russia.

In breve, le nostre due nazioni si rispettavano a vicenda, in gran parte perché ci temevamo a vicenda. Sapevamo che qualsiasi sforzo concertato per sconfiggere strategicamente l’altra parte avrebbe portato a una distruzione reciproca assicurata, alimentata da armi nucleari.

La Guerra Fredda ha consentito l’avvio di un processo di controllo significativo degli armamenti, un processo basato sul rispetto reciproco e sulla necessità di reciproca affidabilità.

Ma la Guerra Fredda non fu tanto innescata da ideologie divergenti quanto piuttosto dal rifiuto sovietico di sottomettersi all’egemonia economica americana.

George Kennan

La maggior parte degli storici della Guerra Fredda indica il “Lungo Telegramma” di George Kennan del febbraio 1946 come l’inizio del processo che portò alla Guerra Fredda. La missiva di Kennan dipingeva un’Unione Sovietica in netto contrasto con le politiche e le priorità dell’Occidente. Questo telegramma diede avvio a quella che divenne nota come la “Dottrina Truman”, annunciata dal presidente Harry S. Truman nel 1947. La “Dottrina Truman” impegnò l’America al comunismo fornendo aiuti finanziari e militari a paesi come Grecia e Turchia minacciati dall’espansione sovietica. Stabilì il contenimento dell’Unione Sovietica come pietra angolare della politica statunitense. Queste idee furono poi trasformate in armi sotto forma di NSC-68, un documento top secret di 58 pagine che definiva formalmente l’obiettivo degli Stati Uniti di contenere il potere sovietico e l’ideologia comunista.

Kennan affermò in seguito che il suo lungo telegramma non aveva lo scopo di creare le basi ideologiche della Guerra Fredda e che il fatto che fosse stato utilizzato in questo modo era dovuto in gran parte a un’interpretazione errata dell’intento alla base della comunicazione.

La genesi del Lungo Telegramma non si basava sulla preoccupazione per il potere sovietico o per l’ideologia comunista in sé, ma piuttosto su un’indagine del Dipartimento del Tesoro sul motivo per cui l’Unione Sovietica era restia ad aderire alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale.

A quanto pare, Joseph Stalin non era molto favorevole al fatto che l’economia dell’Unione Sovietica fosse prigioniera di quello che sarebbe diventato “l’ordine internazionale basato sulle regole”.

L’incompatibilità intrinseca tra i sistemi economici statunitense e sovietico fu la vera causa principale della Guerra Fredda.

In Occidente si è diffuso un mito secondo cui gli Stati Uniti avrebbero sconfitto l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda, costringendo i sovietici a dichiarare bancarotta attraverso una corsa agli armamenti con gli Stati Uniti.

Ma i fatti non corrispondono al mito.

Secondo la maggior parte delle stime, tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 l’economia sovietica era entrata in una fase di relativa stagnazione per quanto riguarda i beni di consumo di base.

Questo è vero.

Ma l’economia sovietica funzionava.

La maggior parte dei cittadini sovietici in vita in quel periodo ricordano con affetto la società sovietica, perché non era, come la dipinge l’Occidente, una società in declino.

La sconfitta dell’Unione Sovietica non fu causata da forze esterne, ma piuttosto da forze interne. Il malgoverno di Mikhail Gorbaciov, acclamato dall’Occidente come un “riformatore”, è ampiamente considerato la genesi del crollo dell’Unione Sovietica.

Il desiderio di Gorbaciov di trasformare l’economia sovietica in un’economia consumistica di tipo occidentale andava controcorrente rispetto alla direzione politica intrapresa da Stalin nel 1946, ovvero evitare di essere consumati dalle organizzazioni e dai sistemi economici occidentali, perché ciò avrebbe significato la fine della sovranità sovietica.

Gorbaciov ignorò questo principio fondamentale, aprì l’Unione Sovietica alle idee economiche occidentali che poi vennero implementate in modo imperfetto, e il resto è storia.

Ma l’idea che l’Occidente abbia “sconfitto” l’Unione Sovietica non è semplicemente supportata dai fatti.

Le realtà della Guerra Fredda produssero una distensione.

Le realtà della Guerra Fredda hanno prodotto un vero e proprio controllo degli armamenti che ha cercato innanzitutto di porre fine alla corsa agli armamenti limitando la crescita dei rispettivi arsenali nucleari degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, poi di ridurli, con l’obiettivo (espresso nel 1986) di eliminare del tutto le armi nucleari.

La realtà della Guerra Fredda permise a Ronald Reagan, un conservatore convinto, di smettere di chiamare l’Unione Sovietica “l’Impero del Male” e di ammettere che le nostre due nazioni potevano essere amiche.

Perché ci rispettavamo a vicenda.

Perché ci fidavamo l’uno dell’altro.

Oggi la realtà è che gli Stati Uniti non rispettano la Russia e non la rispetteranno finché non sarà finita la mitologia di una “vittoria” americana nella Guerra Fredda.

E dato il comportamento degli Stati Uniti nel corso dei tre decenni trascorsi dalla fine della Guerra Fredda, non potrà esserci alcuna possibilità di fiducia da parte della Russia finché gli USA crederanno di aver vinto la Guerra Fredda e perseguiranno politiche subordinate alla concessione da parte della Russia della propria sconfitta e della successiva sottomissione.

Abbiamo bisogno di un reset.

È tempo di tornare al futuro, replicando le esperienze di Marty McFly nel film “Ritorno al futuro”, dove torna indietro nel tempo per cambiare gli esiti che si manifestano nel presente.

Mosca durante la Guerra Fredda

Una nuova guerra fredda accetta come necessaria una nuova corsa agli armamenti nucleari, perché solo facendo rivivere la paura dell’annientamento nucleare gli Stati Uniti potranno mai impegnarsi in un controllo degli armamenti significativo basato su risultati reciprocamente vantaggiosi, in contrapposizione ai vantaggi unilaterali che gli Stati Uniti cercano di accumulare e sostenere oggi.

Una nuova Guerra Fredda richiederebbe un impegno diplomatico, il che significa che le istituzioni accademiche dovrebbero adattarsi alla necessità di veri esperti russi, e non degli ideologi anti-Putin che vengono attualmente prodotti.

Una nuova Guerra Fredda porterebbe i media tradizionali a modificare la loro copertura della Russia, se non altro perché i loro padroni del governo avrebbero bisogno di concentrarsi su soluzioni reali a problemi reali e non su soluzioni fittizie a problemi creati ad arte.

Una nuova Guerra Fredda costringerebbe gli Stati Uniti a riprogrammare l’intero approccio nei confronti della Russia, eliminando dalle proprie politiche l’idea della necessità di sostenere la Russia come una nazione sconfitta e soggiogata e riconoscendo invece la Russia come un paese pari, dotato di caratteristiche potenti, tra cui una civiltà unica e importante.

Una nuova Guerra Fredda imporrebbe la fine dell’irrazionale russofobia, se non altro perché gli Stati Uniti sarebbero costretti a conoscere la realtà di questo nuovo avversario.

È tempo di piantare un paletto nel cuore delle fallimentari politiche degli Stati Uniti post-Guerra Fredda nei confronti della Russia. Gli Stati Uniti devono essere completamente rieducati sulla realtà russa. Ciò è impossibile nell’attuale clima politico ideologico.

Ciò può accadere solo se torniamo indietro nel tempo, resuscitiamo la Guerra Fredda e poi cerchiamo un esito diverso.

Uno in cui le nostre due nazioni accettano di occupare il mondo in cui viviamo come pari, rinunciando per sempre sia all’idea della Russia come nazione sconfitta, sia alla necessità di un vincitore e di un perdente quando si tratta delle relazioni tra Stati Uniti e Russia.

Dobbiamo imparare a vivere insieme in pace, da pari.

Oppure morirete insieme come nemici.

Si tratta di un problema esistenziale che può essere affrontato solo in un contesto di Guerra Fredda.

Abbiamo bisogno di una nuova Guerra Fredda se vogliamo avere una possibilità di sopravvivenza.

Perché l’attuale stato delle relazioni tra Stati Uniti e Russia ci sta portando su un’autostrada per l’inferno, un viaggio di sola andata.

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La posta psicologica in Groenlandia_di Simplicius

La posta psicologica in Groenlandia

Simplicius 19 gennaio∙A pagamento
 
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Con il prossimo grande evento mediatico-geopolitico che si sposta in Groenlandia, ci troviamo nel mezzo di molte discussioni interessanti su cosa abbia catturato l’attenzione unanime di Trump in questo territorio antico.

Una proposta interessante è stata avanzata in un nuovo articolo di Michael McNairL’articolo approfondisce la teoria secondo cui il sottosegretario alla Difesa per la politica Elbridge Colby sarebbe il vero artefice dell’acquisizione della Groenlandia da parte di Trump e, di fatto, avrebbe delineato la sua visione di questa manovra nel suo libro del 2021, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict (La strategia del rifiuto: la difesa americana in un’epoca di conflitti tra grandi potenze).

L’articolo afferma che, proprio come si sospettava che la “mano nascosta” del Progetto 2025 della Heritage Foundation avesse fornito la “sceneggiatura” di base per il secondo mandato di Trump – nonostante le numerose smentite – in ambito interno, il “copione” di Elbridge Colby sta segretamente plasmando la visione di Trump non solo per la Groenlandia, territorio che rappresenta solo un tassello fondamentale nel quadro generale, ma anche per la più ampia strategia geopolitica americana, che include la nuova “Dottrina Donroe”.

L’articolo cita John Konrad nel descrivere l’influenza di Colby all’interno del Pentagono:

“… a parte Hegseth, la figura più influente nell’edificio è Elbridge Colby.” Ha aggiunto che “la grande strategia di Colby rimane esattamente quella che ha pubblicato nei suoi libri e nelle interviste molto prima di assumere l’incarico. Ora la sta mettendo in pratica.”

Prosegue poi elogiando il pensiero strategico “sofisticato” di Colby, suggerendo in ogni occasione che egli sia un sapiente raro e generazionale sotto la cui guida gli interessi geopolitici degli Stati Uniti saranno perseguiti in modo impeccabile.

Ciò che distingue Colby dalla maggior parte dei pensatori strategici è la sua consapevolezza che la strategia opera come un sistema adattivo complesso. Egli non si limita a chiedersi “cosa dovremmo fare riguardo a Taiwan?”, ma si interroga su “qual è la strategia ottimale della Cina e come possiamo far fallire tale strategia?”. Egli riflette sugli effetti di secondo e terzo ordine, comprende come le azioni in un teatro influenzano la capacità in un altro e costruisce un quadro in cui i pezzi si collegano effettivamente tra loro.

Naturalmente, se si presta davvero attenzione alla descrizione che l’autore fa del suo genio, ci si rende subito conto che Colby non è il grande pensatore che viene dipinto, ma piuttosto un tipico stratega neoconservatore americano unidimensionale, capace solo di elaborare il mondo attraverso una mentalità superficialmente binaria e antagonista, che lo distingue dalle persone che gestiscono la politica in Stati civilizzati come la Cina. I neoconservatori americani possono operare solo da una posizione imperiale, utilizzando modalità di ostilità e controllo delle risorse basate sulla teoria dei giochi.

Non sorprende quindi che Colby discenda proprio dal “migliore” di loro:

Si tratta di vero virtuosismo strategico o semplicemente del solito nepotismo clanico?

Wow, deve essere proprio come il protagonista di Beautiful Mind.

In breve, dobbiamo presumere che sia un uomo pericolosamente brillante. Pertanto, la sua campagna in Groenlandia, pianificata con cura, sarà una delle mosse strategiche più impressionanti del secolo.

Qual è esattamente la sua strategia, come descritta nel suo fondamentale libro citato in precedenza? L’autore ce la riassume così:

L’affermazione fondamentale di Colby è che la strategia degli Stati Uniti nel XXI secolo dovrebbe mirare a impedire alla Cina di raggiungere l’egemonia sull’Asia. Il resto del suo quadro teorico deriva da questo punto.

Abbastanza semplice, ma ecco il colpo di scena:

Anche l’attenzione rivolta all’emisfero occidentale rientra nel suo quadro di riferimento. Proteggere la base operativa non significa ritirarsi dall’Asia. È un prerequisito per mantenere la proiezione di potere nell’Indo-Pacifico. Non è possibile combattere una guerra nel Pacifico occidentale se gli attori ostili controllano gli approcci meridionali.

Ha scritto il copione. Ora lo sta mettendo in pratica.

In breve, si sostiene che la strategia attualmente messa in atto dalla Casa Bianca non sia un “ritiro” dal mondo esterno in stile Dottrina Monroe, come molti hanno ipotizzato, con gli Stati Uniti concentrati su un’enclave strategica di tipo “fortezza America” nell’emisfero occidentale, ma piuttosto una strategia completamente offensiva volta a impedire alla Cina la sua ormai inevitabile ascesa. L’attenzione degli Stati Uniti su progetti “interni” come il Venezuela e la Groenlandia ha il solo scopo di consentire agli Stati Uniti di agire all’estero privando la Cina e altri avversari delle loro linee di vita e dei loro vantaggi, ecc.

Questo sembra abbastanza logico.

Si tratta essenzialmente di una smentita del famoso meme che sta circolando, secondo cui Trump starebbe deliberatamente dividendo il mondo cedendo gli emisferi rimanenti a Putin e Xi.

L’idea è riassunta in questa sezione chiave:

La confusione deriva dal confondere la definizione delle priorità con l’abbandono. Quando Colby sostiene che l’Europa dovrebbe assumersi la responsabilità primaria della propria difesa, non sta dicendo che “la Russia si aggiudica l’Europa”. Sta dicendo che gli europei hanno le risorse per gestire il proprio continente, quindi le risorse americane dovrebbero concentrarsi dove sono effettivamente necessarie per mantenere l’equilibrio di potere.

L’attenzione rivolta all’emisfero occidentale non significa che l’America si stia ritirando nel proprio angolo. Significa piuttosto che sta mettendo in sicurezza la propria base operativa. Non è possibile proiettare il proprio potere nell’Indo-Pacifico se attori ostili controllano le rotte marittime del Golfo, l’accesso al canale o le catene di approvvigionamento critiche nel proprio emisfero. La riaffermazione della Dottrina Monroe rende possibile la strategia asiatica, ma non la sostituisce.

Nonostante il mio tono scherzoso, il contenuto dell’articolo è probabilmente accurato: è vero che gli Stati Uniti non sembrano “ritirarsi” nella loro sfera di influenza; è chiaro che intendono ancora dominare il Medio Oriente per il bene di Israele, come stiamo vedendo ora con la saga iraniana, gli interventi contro gli Houthi, ecc. Il ridicolo è invece rivolto all’idea che la cosiddetta “visione strategica” di Colby possa effettivamente avere successo ignorando le conseguenze reali di secondo e terzo ordine, che stanno già cominciando a manifestarsi.

La più evidente di queste conseguenze è ovviamente la totale alienazione dei principali alleati degli Stati Uniti, che – verrebbe da pensare – controbilancia in qualche modo i “vantaggi strategici” ottenuti dagli Stati Uniti con l’acquisizione di nuovi territori.

https://www.politico.eu/articolo/donald-trump-europa-groenlandia-minaccia-militare-difesa-alleati/

Ad esempio, l’articolo di Politico sopra citato rivela che i funzionari europei stanno discutendo “in modo discreto” possibilità delicate che includono la rimozione delle basi statunitensi in Europa, che consentono agli Stati Uniti di proiettare la propria forza in teatri chiave, in particolare in Medio Oriente.

Ma è stata avanzata la possibilità di tagliare il sostegno agli schieramenti militari americani, comprese proposte radicali di riprendere il controllo delle basi statunitensi, ha affermato uno dei diplomatici.

“Sono in corso discussioni su come potremmo esercitare pressione e dire ‘Ehi, avete bisogno di noi, e se fate questo reagiremo in qualche modo'”, ha detto il diplomatico. “Ma allo stesso tempo, nessuno vuole parlare apertamente di questo”.

Certo, gli eurocrati sono diventati dei piccoli adulatori così timorosi e servili che è estremamente difficile immaginare che possano mai trovare il coraggio necessario per mettere in atto la minaccia di cui sopra, quindi forse possiamo dare credito all’audacia di Colby nel prevedere la loro mancanza di forza d’animo e di determinazione. Il danno complessivo alle relazioni, tuttavia, è innegabile. Nel gioco a somma zero della politica di potere, vale la pena guadagnare un territorio vuoto in cambio di un tale costo in termini di reputazione?

Alcuni direbbero di sì, ma per chi?

La posta in gioco psicologica

https://www.rt.com/news/631104-us-trump-history-greenland/

Il brano sopra riportato attesta giustamente che l’acquisizione della Groenlandia porterebbe gli Stati Uniti al secondo posto tra i territori più grandi del mondo, superando il Canada.

Se Donald Trump dovesse portare a termine l’acquisto della Groenlandia, si assicurerebbe quasi certamente un posto nella storia americana e mondiale.

Al di là dello spettacolo, già solo le dimensioni sarebbero sbalorditive. La Groenlandia si estende su circa 2,17 milioni di chilometri quadrati – rendendola paragonabile per dimensioni all’intera Louisiana Purchase del 1803 e più grande dell’Alaska Purchase del 1867. Se quella massa continentale fosse aggiunta agli Stati Uniti odierni, la superficie totale dell’America supererebbe quella del Canada, collocando gli Stati Uniti al secondo posto dopo la Russia in termini di estensione territoriale. In un sistema in cui le dimensioni, le risorse e la profondità strategica continuano ad avere importanza, un tale cambiamento sarebbe interpretato in tutto il mondo come un’affermazione della durata dell’influenza americana.

Tuttavia, tale affermazione è rivelatrice: gli echi della storia, la grandiosità, la magnificenza… Questi appellativi non vanno tanto a vantaggio dell’immediato beneficio strategico degli Stati Uniti, quanto piuttosto, a quanto pare, solo a vantaggio dell’immagine di un uomo.

C’è un motivo per cui la natura strategicamente “imperativa” dell’acquisizione è stata improvvisamente enfatizzata con una minaccia artificiale sotto forma di affermazioni secondo cui Russia e Cina si stanno preparando a impossessarsi della Groenlandia – sì, la stessa Russia che “barcolla” in Ucraina e non è nemmeno in grado di proteggere le petroliere della sua “flotta ombra” non lontano dalla Groenlandia. Se la minaccia fosse reale, l’imperativo strategico sarebbe evidente. Ma è chiaro dalla natura artificiosa della messinscena che essa è stata orchestrata artificialmente senza una giustificazione reale e chiara; e questo ci dice che il vero motivo dietro di essa risiede probabilmente nell’autoesaltazione di nientemeno che Trump stesso, per il vano beneficio della sua eredità.

Cos’altro sostiene questa tesi? Beh, per esempio, sappiamo che gli Stati Uniti hanno già una grande base radar di allerta precoce antimissile balistico nella base spaziale di Pituffik, in Groenlandia, che ospita il 12° Squadrone di allerta spaziale della US Space Force. Che altro vantaggio potrebbero avere gli Stati Uniti se diventassero ufficialmente “proprietari” della Groenlandia, visto che già possono avere lì le loro enormi basi radar di allerta precoce antimissile?

Le altre giustificazioni addotte dagli Stati Uniti per l’acquisizione hanno ancora meno senso. Ad esempio, Scott Bessent sostiene che se la Groenlandia fosse attaccata, gli Stati Uniti sarebbero “coinvolti” in base alla garanzia prevista dall’articolo 5 del trattato NATO, e quindi in qualche modo, acquisendo la Groenlandia, gli Stati Uniti sarebbero più sicuri, sottintendendo forse che se gli Stati Uniti possedessero ufficialmente la Groenlandia, gli aggressori sarebbero dissuasi dall’invadere il territorio:

Ma questo non ha senso, perché nella stessa frase ammette che gli Stati Uniti sostengono la Groenlandia attraverso le garanzie della NATO, il che significa che gli ipotetici aggressori sarebbero ugualmente dissuasi dall’invadere il Paese, indipendentemente dal fatto che gli Stati Uniti possiedano materialmente la Groenlandia o meno. L’unico modo in cui la sua argomentazione potrebbe avere senso è se lui sapesse qualcosa che noi non sappiamo sui futuri piani degli Stati Uniti di lasciare completamente la NATO.

Se si sommano tutte queste piccole incongruenze e illogicità, diventa chiaro che non esiste alcuna esigenza immediata e urgente che richieda agli Stati Uniti di annettere la Groenlandia con l’urgenza che viene descritta. Pertanto, possiamo solo concludere che lo scopo dell’intera vicenda è quello di esaltare l’attuale amministrazione, gonfiandone l’importanza negli annali della storia come quella che ha affrontato questioni di vasta portata e compiuto imprese monumentali, anche se la maggior parte di queste “imprese” saranno state eccessivamente superficiali rispetto al miglioramento della vita dei cittadini americani, che è principalmente il compito dell’amministrazione.

Ma forse l’autore dell’articolo precedente ha ragione: i posteri americani non si preoccuperanno della “sostanza” – o della sua mancanza – e acclameranno Trump come un’icona storica per la semplice grandiosità e la sorprendente audacia della sua mossa epica:

Come sarebbe ricordato Trump nel suo Paese se avesse portato a termine l’operazione in modo pacifico, attraverso l’acquisto? La memoria americana tende a fissarsi sui risultati, non sul processo. L’acquisto della Louisiana è celebrato per aver raddoppiato la superficie della giovane nazione, non per gli scrupoli costituzionali che sollevò all’epoca. L’acquisto dell’Alaska, deriso come “la follia di Seward”, è ora insegnato come lungimiranza strategica. Le dimensioni della Groenlandia la renderebbero la più grande espansione in un’unica soluzione del territorio statunitense, superando di poco la Louisiana in termini di superficie. Questo basterebbe a collocare qualsiasi presidente nel pantheon dei leader più influenti; Trump verrebbe probabilmente citato insieme a Jefferson e, per la portata del cambiamento territoriale, accanto alle figure rivoluzionarie che gli studenti imparano per prime.

Dobbiamo ammettere che l’astuta autrice presenta argomenti molto convincenti. Infatti, prevede brillantemente il graduale superamento di qualsiasi contraccolpo contemporaneo e delle conseguenze negative grazie all’entusiasmo e all’orgoglio alimentati dalla “memoria selettiva” derivanti da una simile impresa storica:

A livello nazionale, l’opposizione sarebbe probabilmente forte nell’immediato, soprattutto per quanto riguarda il processo, i costi e i precedenti. Essa sarebbe amplificata in modo massiccio dalla figura divisiva di Trump. Tuttavia, la memoria politica americana è selettiva. Se l’acquisizione offrisse chiari vantaggi strategici e fosse seguita da un’integrazione e da investimenti efficaci, il dramma dei negoziati svanirebbe mentre la mappa rimarrebbe invariata. I mappamondi nelle aule scolastiche cambierebbero. Lo stesso varrebbe per i calcoli in materia di difesa, scienza del clima e politica delle risorse. Col tempo, sarebbero gli anniversari, e non l’acrimonia, a strutturare il modo in cui la maggior parte dei cittadini incontrerebbe la storia.

L’articolo, scritto in modo eccellente, si conclude con un’appropriata enfasi:

Naturalmente, ci sono modi in cui questa eredità potrebbe deteriorarsi. L’America ricorda i grandi cambiamenti, ma ricorda anche gli sprechi. Se il percorso verso l’acquisizione avesse calpestato il consenso, scatenato lunghe controversie o non fosse riuscito a produrre benefici tangibili, il bagliore sarebbe svanito e il paragone con Jefferson o Seward sarebbe sembrato forzato. Per un certo periodo.

Tuttavia, se Trump dovesse acquisire la Groenlandia, gli storici avrebbero difficoltà a scrivere la storia americana moderna senza dedicargli un capitolo centrale. La combinazione di dimensioni, simbolismo e riposizionamento strategico sarebbe troppo significativa per essere trattata come una nota a piè di pagina. Qualunque cosa si pensi dei suoi metodi, la questione dell’eredità in questo scenario è semplice: la mappa testimonierebbe a suo favore molto tempo dopo che le discussioni odierne si saranno placate. È così che spesso funziona la storia. I risultati, incisi nei confini, diventano monumenti.

Chi può contestare quanto sopra? E naturalmente, data la puntuale veridicità di queste parole, possiamo concludere che Trump stesso abbia previsto l’intero scenario di tali eventi, che possiamo quasi certamente considerare il principale motore delle sue ambizioni artiche. Ciò ha poco a che vedere con la “Cupola d’oro”, che, come sappiamo, trarrebbe pochi benefici dal controllo nominale del territorio da parte degli Stati Uniti, dato che questi ultimi già gestiscono basi radar in quella zona e potrebbero facilmente stipulare trattati per gestirne altre.

In realtà, per i non credenti, Trump stesso ha affrontato proprio questo argomento. In un’intervista al NYT ha apertamente lasciato intendere che ottenere la Groenlandia è psicologicamente importante per lui:

https://www.nytimes.com/2026/01/11/us/politics/trump-interview-transcript.html

Cos’altro si può dedurre da questo?

Uno dei problemi è che più crescono i fallimenti di Trump, più sarà psicologicamente spinto a perseguire ambiziosi “grandi successi” geopolitici per compensare le sue perdite percepite. Nella mente di Trump, egli probabilmente presume, a ragione, che una grande vittoria possa cancellare anche la macchia della più grande sconfitta. Quindi, man mano che le sue altre iniziative falliscono e la sua impopolarità cresce, potrebbe diventare sempre più squilibrato nel compiere “miracoli” geopolitici su larga scala, come essere l’uomo che abbatterà l’Iran, acquisirà il Venezuela, la Groenlandia e persino il Canada, ecc., al solo scopo di superare la perdita di prestigio derivante dal suo patrimonio presidenziale in declino.

E così otteniamo vettori come i seguenti:

Donald Trump ritiene che il Canada sia vulnerabile alla Russia e alla Cina nell’Artico, scrive la NBC.

Il Canada teme di poter diventare il prossimo obiettivo di Trump dopo il Venezuela e la Groenlandia – Bloomberg.

Nel frattempo, l’UE potrebbe imporre dazi di ritorsione contro gli Stati Uniti per un valore di 93 miliardi di euro, riferisce il quotidiano Financial Times, citando funzionari europei.

Secondo i suoi dati, l’opzione degli europei per le azioni di ritorsione è quella di limitare l’accesso al mercato dell’UE alle aziende americane.

https://www.rt.com/news/631112-trump-taking-greenland-would-be-nail-nato-coffin/

Più sono le perdite subite, più “grande” sarà la compensazione eccessiva per rimediare a esse: questa è la chiave della natura “psicologica” di queste manovre territoriali, nonostante il loro attuale beneficio geopolitico marginale.

Come si concilia questo con i “grandi progetti” di Elbridge Colby, descritti in precedenza? Forse Trump ha selezionato alcune parti di tali strategie solo per legittimare le sue mosse e adornarle con i fronzoli di una “teoria” autentica, per il bene dei posteri.

O forse siamo noi gli sciocchi, e Trump ha accesso a informazioni riservate più approfondite di quelle a cui noi potremo mai avere accesso, che lo hanno convinto che questi colpi di grazia geopolitici sono una necessità assoluta per il futuro sostentamento degli Stati Uniti.

Ma questo è piuttosto improbabile: chiedetevi, la Russia, che è di gran lunga il Paese più grande del mondo, vuole davvero o ha bisogno di acquisire un altro enorme deserto innevato ancora più arido e remoto della Siberia? L’idea sembra assurda.

E la Cina, che riesce a malapena a proiettare la propria forza militare sulla vicina Taiwan e ad affermare in modo convincente la propria presenza nel Mar Cinese Meridionale, avrebbe intenzione di “conquistare” la Groenlandia, distante 10.000 km, e di stabilirvi basi difendibili? La stessa Cina che gestisce solo UNA piccola base straniera a Gibuti?

È tutto semplicemente assurdo.

No, sembra più probabile che Trump abbia già rivelato apertamente il vero motivo dietro queste disperate appropriazioni di terreni: la psicologia o, più concisamente, l’ego.

Ma condividete i vostri pensieri!

È una semplificazione eccessiva? O si riduce davvero a termini così semplici e basilari?


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Il Tip Jar rimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di fare il doppio gioco, per coloro che non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda avida dose di generosità.

Come la narrazione plasma la realtà: poliziotti buoni e poliziotti cattivi in ​​Cina e negli Stati Uniti_di Ugo Bardi

Come la narrazione plasma la realtà: poliziotti buoni e poliziotti cattivi in ​​Cina e negli Stati Uniti

Ugo Bardi15 gennaio
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Ripubblicato da “Chimeras”; leggermente modificato. 9 gennaio 2026

The Dumpling Queen (2025) è la storia di 臧健和 (Chong Kin Wo), una persona reale (1945-2019) che ha lottato duramente per guadagnarsi da vivere con le sue due figlie dopo essere stata abbandonata dal marito. Non so quanto sia vicina alla realtà la storia raccontata nel film, ma non importa. La narrazione non riguarda necessariamente la realtà. La narrazione serve a far emergere dall’anima i sentimenti per i propri simili. Ed è questo che fa questo film. Ipersentimentale, certo, e con diversi difetti come film. Ma anche un film di straordinaria bellezza: affascinante, divertente, commovente. Non si può evitare di immedesimarsi nella difficile situazione di questa giovane madre. Se, per caso, non la pensi così, sei un rettile, e questo è offensivo per i rettili.

C’è una scena nel film in cui la protagonista viene arrestata dalla polizia per aver venduto i suoi ravioli senza permesso. Alla stazione di polizia, un’altra donna dice al capo della polizia di non avere soldi per pagare la multa. Il capo ci pensa un attimo, poi tira fuori dei soldi di tasca propria e paga la multa, lasciandola andare libera. Da notare che rispetta la legge: avrebbe potuto semplicemente lasciar andare la donna. Ma la legge è la legge: la multa deve essere pagata. È un messaggio potente del film: rispetta la legge, ma aiuta anche i tuoi concittadini.

Questa non è l’unica prova che abbiamo del fatto che i cittadini cinesi si aspettino che la polizia li aiuti, non che li colpisca con un manganello o li spari. Ci sono molti filmati e immagini sul web cinese di poliziotti che aiutano persone in difficoltà, salvando bambini e animali domestici dai pericoli.

Certo, sappiamo tutti che la realtà e YouTube sono mondi diversi. Sappiamo anche che la propaganda esiste ovunque nel mondo. Ma se queste clip provenienti dalla Cina sono propaganda governativa (alcune sicuramente lo sono), significa che il governo cinese vuole che la polizia sia gentile con i cittadini. Se esistono film come “La regina dei ravioli”, significa che, entro certi limiti, in Cina le persone credono che la polizia sia lì per aiutarle. Le convinzioni plasmano la realtà e le buone convinzioni rendono il mondo migliore.

Non credo di dover dirvi quanto siano diverse le cose nel nostro mondo. Molti film e clip sul web mostrano la polizia occidentale che maltratta e uccide persone. E se la gente crede che la polizia sia lì per uccidere, allora la polizia ucciderà. Le cattive convinzioni peggiorano il mondo. E così via.

Who Is Renee Nicole Good? What We Know About the Woman Killed in  Minneapolis ICE Shooting - WSJ

Potete vedere l’intero film “Dumpling Queen” a questo link . La scena in cui il poliziotto paga la multa è al minuto 1:15:00.

Venezuela: il piano ingegnoso dietro l’attacco_di Ugo Bardi

Venezuela: il piano ingegnoso dietro l’attacco.

Quando vuoi vendere qualcosa, non hai solo bisogno di avere un prodotto, devi anche creare un mercato.

Ugo Bardi12 gennaio
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anteprima

Anche se questa è follia, c’è un metodo in essa – Shakespeare, Amleto

La situazione si sta lentamente calmando dopo l’operazione venezuelana, e credo che possiamo valutare cosa è stato fatto e perché. Innanzitutto, è confortante che abbiano smesso di farci credere che stessero attaccando altri Paesi per il loro bene. La maggior parte dei commentatori e l’amministrazione statunitense hanno affermato chiaramente che lo hanno fatto per il petrolio. Ma qual era la logica dell’uso della forza militare? Dopotutto, di solito non si uccide o si rapisce il benzinaio quando si ha bisogno di benzina.

Penso che ci sia un piano. Forse potremmo definirlo un piano malvagio, ma è più intelligente e strutturato di quanto la maggior parte delle persone possa immaginare. Tutto ruota attorno a una semplice equazione: i profitti sono la differenza tra ricavi e costi, definiti anche in termini di “ritorno sull’investimento” (ROI). Nessuno investirà denaro in qualcosa che ha un ROI negativo.

Nel caso del petrolio, esiste un parametro che regola il ROI. Si chiama EROI (energia restituita per energia spesa). Il petrolio viene prodotto per generare energia, ma per produrlo (estrazione, trasporto, raffinazione, distribuzione, incisione) è necessario utilizzare energia. L’EROI è definito come il rapporto tra l’energia prodotta e l’energia spesa per produrla. Un EROI inferiore a uno significa che si perde energia nel processo. Per comprendere questa tabella, è necessario pensare all’economia come a un motore che utilizza carburante per produrre prodotti. Una certa frazione di questi prodotti deve essere utilizzata per produrre i combustibili che alimentano la macchina.

Il concetto di EROI è spesso illustrato come un leone che insegue una gazzella. Se il leone spende più energia nell’inseguire la gazzella di quanta ne guadagni mangiandola (EROI inferiore a uno), morirà di fame.

Il ROI non è esattamente proporzionale all’EROI, ma nel mondo degli affari ci sono molti trucchi che possono attirare gli investitori con promesse di oro degli sciocchi (più correttamente, in questo caso, di fumo). Ma, alla fine, non si può realizzare un profitto a lungo termine da qualcosa che si produce in perdita netta.

Vorrei mostrarvi una tabella EROI per i prodotti idrocarburici per aiutarci a comprendere meglio la situazione. I calcoli EROI sono complessi e questi valori sono solo stime da me elaborate partendo da diverse fonti. Ritengo che siano qualitativamente corretti, ma niente di più. Si noti inoltre che i valori sono calcolati “all’imbocco del pozzo”, mentre per le sabbie bituminose e il petrolio pesante sono calcolati dopo il passaggio al greggio sintetico.

Questa è la nostra situazione difficile, e la nostra civiltà crollerà se l’EROI della sua attuale principale fonte di energia (gli idrocarburi) scenderà al di sotto di uno prima che possiamo sostituirla con qualcosa che abbia un EROI migliore. In realtà, crollerà per valori molto più elevati. Charles Hall e i suoi colleghi stimano che l’EROI minimo effettivo per mantenere in vita la civiltà sia 3:1, ma questa sarebbe una condizione di mera sopravvivenza in condizioni di estrema povertà.

In passato, l’elevato EROI del petrolio e di altri idrocarburi fossili ha portato a una rapida crescita economica. Potreste aver sentito dire che il petrolio estratto negli Stati Uniti negli anni ’30 aveva un EROI di 100:1. È un’esagerazione, ma non lontana dalla verità. All’epoca, in cui era sufficiente piantare un tubo d’acciaio nel terreno per estrarre petrolio, questi valori erano possibili. In media, il “greggio leggero” che usciva dai pozzi statunitensi fino agli anni ’50 poteva avere un EROI nell’ordine di 50:1. Era un rendimento eccellente. Ha creato l’Impero Mondiale americano.

Ora, il punto cruciale è che l’EROI non è costante. Varia nel tempo. Le persone tendono a sfruttare prima le risorse che offrono il rendimento maggiore, ovvero quelle che non sono profonde, scorrono facilmente e non sono lontane. Queste sono le risorse petrolifere con l’EROI più elevato. Ma queste risorse non sono infinite e gradualmente l’industria deve passare a risorse con EROI più basso, più profonde, più sporche e più distanti. Profitti inferiori significano investimenti inferiori. Se l’industria petrolifera operasse in un libero mercato, si potrebbe dimostrare che l’ottimizzazione dei rendimenti porta alla nota curva di produzione di Hubbert a campana. (Lo abbiamo dimostrato qui ).

File:Hubbert curve.svg - Wikimedia Commons

È successo con la produzione petrolifera statunitense, che ha mostrato una classica curva di Hubbert. Quando la curva ha iniziato a scendere, l’EROI del petrolio nazionale statunitense si è attestato probabilmente intorno al 20-30%. Un valore sufficientemente basso da causare una contrazione dei profitti. Le aziende hanno ridotto gli investimenti e il risultato è stato un calo della produzione. ( fonte )

Ma, naturalmente, le persone non restano con le mani in mano quando vedono i propri profitti crollare. Sperimentano cose nuove, sviluppano nuove tecnologie e cambiano le regole del gioco. Ed è quello che ha fatto l’industria petrolifera statunitense. Per un certo periodo, ha compensato con le importazioni principalmente dal Medio Oriente, dove l’EROI del petrolio era ancora buono (probabilmente intorno al 40). Poi, con l’avvento del XXI secolo, ha abbandonato la carta vincente (non ancora quella di Donald) e si è mossa per sfruttare una nuova risorsa: il petrolio di scisto (noto anche come tight oil) negli Stati Uniti.

Si stima che la produzione di petrolio di scisto abbia un EROI discreto, probabilmente intorno al 20-30% (anche se alcune stime indicano un valore molto inferiore). Richiedeva tecnologie completamente nuove e ingenti investimenti, ma l’industria riuscì a reperire le risorse necessarie in un momento in cui i prezzi del petrolio erano mantenuti elevati da una forte domanda. Entro il 2010, il trend della produzione petrolifera negli Stati Uniti ha cambiato direzione, seguendo una nuova curva a campana. Grazie a questa risorsa, gli Stati Uniti sono tornati al loro precedente ruolo di leader mondiale.

L'America produce più petrolio che mai - Voronoi

Negli Stati Uniti esiste un’enorme quantità di riserve di petrolio di scisto, ma anche per questo tipo di petrolio vale la dura legge dell’EROI. L’EROI medio è in calo e la produzione mondiale di petrolio è destinata a iniziare a calare presto ( la produzione di petrolio di scisto potrebbe aver già iniziato il suo declino ).

L’immagine sottostante è tratta da Delannoy et al . (2021). Si noti il ​​continuo aumento nell’area giallo scuro della curva. Si tratta dell'”energia necessaria per produrre energia”, il denominatore del rapporto EROI. Intorno al 2045, l’EROI globale medio dei combustibili liquidi sarà inferiore a uno. Fine dei giochi, almeno a livello globale.

Ma quando il Titanic affondò, non tutti affondarono contemporaneamente. Quindi, l’industria petrolifera occidentale potrebbe pensare di ripetere il trucco giocato negli anni 2000 con il petrolio di scisto, usando una nuova carta vincente (questa volta, il Donald). Ovvero, investire in una nuova fonte di petrolio in grado di mantenere a galla il Titanic per un po’ (anche se i passeggeri nei ponti inferiori annegheranno).

Si riduce a due possibilità: le sabbie bituminose canadesi e il petrolio pesante venezuelano. Entrambe sono risorse teoricamente ingenti, ma entrambe presentano un problema enorme: hanno un EROI basso. Sono costose da estrarre, pulire, raffinare e trasformare in liquidi. Stiamo parlando di valori di EROI ben al di sotto di 10:1, probabilmente al di sotto di 5:1. Considerate anche che il combustibile liquido prodotto deve essere utilizzato in motori termici inefficienti. Quando l’energia prodotta dal petrolio venezuelano arriva alle ruote della vostra auto, siete fortunati se avete un EROI superiore a uno. Le sabbie bituminose canadesi sono probabilmente anche peggio.

Questo è il motivo per cui, al momento, il Venezuela produce solo circa un milione di barili al giorno, circa l’1% della produzione mondiale totale di combustibili liquidi. Per rendere l’industria venezuelana in grado di produrre sostanzialmente di più, sarebbero necessari investimenti di miliardi di dollari nell’arco di almeno un decennio. Rystadt Energy stima che ci vorrebbero non meno di 16 anni e almeno 183 miliardi di dollari perché il Venezuela produca 3 milioni di barili di petrolio al giorno, solo un terzo di quanto producono oggi gli Stati Uniti o l’Arabia Saudita. Le incertezze sono enormi, inclusa la probabile possibilità che, a quel punto, il motore a combustione interna sarà un pezzo da museo.

Potrebbe essere un'immagine di testo

Ma le cose sono più complicate di così. Il “libero mercato” è un concetto interessante, ma non più reale del flogisto e dell’etere cosmico. Nel mondo reale, vige il principio WYCWYC ( prendi ciò che puoi, quando puoi ). Forse la risorsa più interessante da accaparrarsi sono i soldi del governo. Nessuno ha mai stimato l’EROI della corruzione dei politici, ma è probabilmente molto alto. Quindi, se il governo paga, le compagnie petrolifere saranno più che felici di aumentare la produzione di petrolio pesante venezuelano. Sarebbe un pessimo affare per i contribuenti, ma si sa chi vince in questo tipo di confronti.

Ma il piano è più sottile di così. Vedete, l’idea di buttare soldi buoni su petrolio scadente non funzionerà. Sarebbe un suicidio per l’industria petrolifera, perché equivarrebbe a mendicare i propri clienti, i cittadini occidentali (in realtà, i contribuenti europei saranno i primi a essere mendicanti , ma questo è un dettaglio). Quindi, il piano prevede non solo la creazione di un prodotto, ma anche di un mercato: un mercato militare . Almeno per un certo periodo, i combustibili liquidi saranno ancora necessari per la guerra. E questo è il nuovo mercato dei prodotti petroliferi: non più il vecchio pick-up Toyota, ma giocattoli più grandi e costosi per l’esercito, carri armati, aerei, missili, ecc.

Questo spiega perché Trump prevede di espandere il bilancio militare statunitense da circa 1.000 miliardi di dollari all’anno a 1.500 miliardi. Questo ulteriore 500 miliardi è più che sufficiente per finanziare il controllo e lo sfruttamento del petrolio venezuelano, e anche di quello canadese. E crea anche il mercato per questo sotto forma di equipaggiamento militare.

Intelligente, vero? Sebbene questa sia una follia, c’è del metodo. Implementando il piano, i nostri leader ottengono potere e ricchezza; noi, gente comune, perdiamo tutto. Ma è così che funziona il mondo, e se non ve ne siete ancora resi conto, posso solo suggerirvi di smettere di guardare il telegiornale.

Tuttavia, è anche vero che i migliori piani di uomini e topi spesso si scontrano. Non è scontato che gli Stati Uniti possano davvero conquistare il Venezuela senza incontrare una seria resistenza. Il piano prevede anche di mettere a tacere la comunità scientifica del clima e convincere l’opinione pubblica che il riscaldamento globale non è altro che una truffa orchestrata da un gruppo di scienziati malvagi. Questo viene fatto usando una combinazione di propaganda e tagli ai finanziamenti, e sembra funzionare, al momento. Ma potrebbe anche incontrare una forte resistenza man mano che i danni del riscaldamento diventano sempre più evidenti. Infine, con un EROI così basso e costi elevati, l’enorme sforzo finanziario potrebbe far crollare l’economia statunitense. La sopravvivenza stessa degli Stati Uniti come Stato sarebbe a rischio.

Anche se il piano funzionasse, potrebbe ritorcersi contro di lui nel medio termine. Lo sforzo sul petrolio greggio e il potenziamento militare lascerebbero gli Stati Uniti in una situazione di arretratezza tecnologica rispetto all’Asia orientale, e alla Cina in particolare, che si sta rapidamente muovendo verso un’economia basata sulle energie rinnovabili e un apparato militare ad alta tecnologia, leggero ed efficace. È la vecchia storia dei cavalli contro i carri armati . In questo caso, saranno i carri armati contro i droni . In una guerra tra petro-stati ed elettro-stati , temo che i carri armati non avranno maggiori possibilità di quante ne avessero i cavalli durante la Seconda Guerra Mondiale.

Le energie rinnovabili eoliche e fotovoltaiche hanno oggi un EROI almeno 5-10 volte superiore a quello del petrolio greggio; ne consegue che, a meno che non facciate parte dell’élite petrolifera, fareste meglio a tifare per le energie rinnovabili e l’elettrificazione. È la vostra unica possibilità di sopravvivenza.

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SITREP 1/15/26: La “pausa invernale” è finita? La campagna russa riprende vita_di Simplicius

SITREP 1/15/26: La “pausa invernale” è finita? La campagna russa riprende vita

Simpliius 16 gennaio
 
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Oggi un aggiornamento sul campo di battaglia, dato che è da un po’ che non ne facciamo uno.

Il motivo principale, oltre agli eventi geopolitici urgenti, è che le avanzate russe hanno subito una battuta d’arresto nelle ultime due settimane, come illustrato nel grafico seguente:

Alcuni hanno suggerito che la causa sia da ricercarsi nel Natale russo all’inizio di gennaio, oltre che nelle condizioni meteorologiche, con l’Europa che ha recentemente registrato alcune delle nevicate più intense di sempre. È vero che Putin ha proposto un cessate il fuoco per le festività e l’Ucraina lo ha rifiutato, ma il fatto è che lo stesso è accaduto l’anno scorso e Putin ha comunque ordinato alle sue truppe un cessate il fuoco unilaterale, forse come “gesto di buona volontà”.

Forse qui è successo qualcosa di simile. La mia altra teoria è che l’Ucraina sia stata recentemente all’attacco, con Zelensky desideroso di dimostrare ai suoi sponsor alcuni segni di “vita” nelle forze armate ucraine. Si sono quindi verificate “controffensive” a Kupyansk, Pokrovsk, Gulyaipole e in altre zone. In questi momenti, l’esercito russo spesso assume brevi posizioni difensive di ibernazione per indebolire l’AFU prima di riprendere le proprie azioni offensive.

Per non parlare delle relazioni degli analisti ucraini, come quella riportata di seguito, secondo cui la Russia avrebbe sfruttato il periodo recente come una sorta di fase di sondaggio, mettendo alla prova le forze armate ucraine per individuare eventuali punti deboli da poter sfruttare:

Nel complesso, il nemico sta operando su un ampio fronte, senza concentrarsi in un unico punto, spostando costantemente i vettori di pressione. Il settore è estremamente complesso e critico; qualsiasi indebolimento viene immediatamente sfruttato per avanzate, manovre di aggiramento e espansione della zona grigia.

 Posta ucraina

Detto questo, finalmente ci sono stati segnali che indicano che i progressi dei russi stanno riprendendo vita per il nuovo anno.

Una delle principali aree di attività è stata il fronte occidentale di Zaporozhye, dove le forze russe continuano a sfondare la linea difensiva ucraina intorno a Stepnogorsk-Orekhov. È qui che l’ultima volta abbiamo discusso della conquista da parte della Russia dei giacimenti di manganese che si ritiene siano i più grandi al mondo.

Dalle mappe Suriyak, che mostrano i nuovi progressi:

La linea blu sopra, che attraversa le lettere AKM della filigrana, è la precedente linea difensiva che le truppe russe hanno ora sfondato.

Uno degli aspetti fondamentali da comprendere riguardo ai progressi di questa regione è il seguente, illustrato dalla mappa più ampia:

Come si può vedere, si sta formando una grande “ciotola” che circonda lentamente l’intera regione interna di Zaporozhye. A prima vista potrebbe sembrare che questo sia molto lontano dall’essere una sorta di calderone, ma la cosa fondamentale da capire è che l’intera regione è alimentata da due principali vie di approvvigionamento, evidenziate in azzurro sopra.

Tra queste strade principali non c’è praticamente altro che strade sterrate difficili da percorrere e, come si può vedere, le forze russe sono posizionate in modo tale da avvicinarsi a entrambe le MSR alle due estremità della conca che si sta formando entro i prossimi due mesi, più o meno. La conquista di queste due MSR strangolerebbe di fatto l’intera regione centrale e porterebbe probabilmente al suo rapido collasso.

Spostandosi più a est, le forze russe hanno conquistato la maggior parte dell’area aperta sul fianco orientale e meridionale di Novopavlovka, visibile nella foto sottostante nella zona di colore più scuro sotto le frecce gialle:

Questo prepara Novopavlovka per una completa infiltrazione e conquista in futuro.

A Konstantinovka, le forze russe hanno anch’esse conquistato tutto lo “spazio morto” intorno ai fianchi della città nell’area indicata dalle frecce gialle, facilitando la fase di infiltrazione successiva, che ora desta grave preoccupazione agli analisti ucraini:

Il famoso analista ucraino Myroshnykov spiega meglio questa preoccupazione:

Il nemico sta cercando di attuare lo scenario di Severodonetsk a Kostiantynivka.

Cosa significa questo? Una rapida infiltrazione di un gran numero di gruppi, supporto di fuoco da parte dell’artiglieria, droni e bombe aeree.

Dopo l’infiltrazione, il compito è quello di assicurarsi le posizioni il più rapidamente possibile, il che già distingue questa tattica da quella utilizzata a Pokrovsk.

Dopo aver assicurato le posizioni, il nemico continua a rinforzare le sue forze e ad avanzare ulteriormente.

Finora, le forze di difesa sono riuscite a eliminare piccoli gruppi nemici.

Tuttavia, ci sono battute d’arresto su entrambi i fronti, a causa delle quali Kostiantynivka si sta gradualmente trovando in una trappola di fuoco.

La situazione non è più equilibrata, ma assomiglia piuttosto a un’offensiva nemica, con una trappola nel mezzo.

Più si va avanti, più sarà difficile.

Se non cambierà nulla, Kostiantynivka sarà perduta.

Ci sono stati molti piccoli progressi nella regione del Gruppo Sud e Centro, ma nulla di così significativo da poter essere considerato degno di nota. Gerasimov ha visitato il quartier generale del Gruppo Centro per presentare un rapporto sui progressi compiuti:

Sembrava ribadire la posizione del Ministero della Difesa russo secondo cui l’Ucraina non controlla effettivamente Kupyansk, ma sta semplicemente giocando a giochi di controllo psicologico. Beh, a quanto pare anche questo è un gioco psicologico per conto del Ministero della Difesa, perché sappiamo per certo che l’Ucraina ha riconquistato gran parte della zona occidentale di Kupyansk, ma detto questo, è vero che il loro “controllo” delle aree “riconquistate” probabilmente non corrisponde a un “consolidamento”. Quando esiste solo una grande zona grigia, entrambe le parti si giustificano definendola “il loro territorio” e le rivendicazioni sono relativamente non falsificabili.

Detto questo, le forze russe stanno finalmente tornando alla ribalta in quella zona, respingendo poco a poco le AFU e impedendo loro, come minimo, di avanzare ulteriormente nella parte orientale di Kupyansk. In breve, la Russia sembra aver “stabilizzato” la situazione in quella zona e, per quanto possiamo vedere, la sta lentamente ribaltando:

Infine, la direzione di Krasny Lyman ha registrato il maggior movimento dopo quella occidentale di Zaporozhye. Le forze russe hanno effettivamente iniziato ad attaccare e ad entrare a Svyatogorsk, come avevamo previsto nell’ultimo aggiornamento completo sul fronte di alcune settimane fa:

Infatti, un paio di giorni fa erano riusciti ad avanzare molto più in profondità a Svyatogorsk rispetto a quanto suggerisce la mappa sopra, ma poi sono stati respinti da un contrattacco ucraino, lasciando gran parte dell’area in una zona grigia.

L’ultimo aggiornamento più interessante ci riporta anche a qualcosa menzionato due settimane fa. Ricordiamo che avevamo riportato l’annuncio delle autorità ucraine di un’evacuazione di decine di villaggi nella regione di Chernigov in direzione di Kiev.

Avevamo detto che molto probabilmente ciò avrebbe significato l’inizio delle attività russe nella “zona cuscinetto”, e così è stato:

Il creatore ufficiale delle mappe Deep State sponsorizzato dall’AFU scrive:

È stata rilevata attività militare russa al confine ucraino: i russi stanno schierando soldati e attrezzature nella regione di Sumy, – “Deep State”.

Ha affermato: “Non ne abbiamo davvero bisogno in questo momento”.

E proprio così, negli ultimi giorni le forze russe hanno iniziato a compiere piccole incursioni oltre il confine a Chernigov e Sumy, nelle vicinanze. Ce ne sono state due in particolare, prima quelle ravvicinate:

Ora una visione più ampia del contesto: potete vedere Chernigov, Sumy e Kiev cerchiate in giallo:

Sì, queste avanzate al confine sembrano minime nella mappa generale, almeno per ora. Ma è solo per orientarvi e farvi capire che questa è la prima volta dal 2022 che le forze russe tentano di avanzare così lontano a Chernigov e ai margini di Sumy.

Per quanto modesti siano i progressi per ora, questa è la prima indicazione concreta che potremmo assistere a un’altra marcia su Kiev. Certo, la posizione “ufficiale” di Putin è che si tratta solo di zone cuscinetto destinate a proteggere le regioni russe di Belgorod, Kursk e Bryansk dagli attacchi ucraini. Ma ovviamente Putin non ammetterebbe mai un piano generale per conquistare Kiev in una fase così “precoce” del gioco, ammesso che esistesse: non c’è bisogno di scuotere le acque geopolitiche.

Non sto suggerendo che le truppe russe possano avvicinarsi a Kiev in tempi anche solo lontanamente “brevi”, ma è interessante che vengano dispiegate in questa direzione proprio nel momento in cui sempre più autorità ucraine stanno discutendo varie evacuazioni di Kiev, con lo stesso Zelensky che ha annunciato lo stato di emergenza per la situazione energetica.

https://www.dw.com/en/ukraine-zelenskyy-declares-energy-emergency-in-cold-snap/live-75517611

Direttore del Centro energetico ucraino, Viktor Kharchenko:

Kiev non ha mai vissuto una situazione più difficile. Mai prima d’ora al mondo una rete elettrica è stata attaccata a -15 °C, distruggendo una città con riscaldamento centralizzato.

Ora, Kharkov è stata presa di mira ieri sera:

In precedenza, 5-6 missili Tornado-S hanno colpito la centrale elettrica TPP-5 a Pisochyn Kharkiv, con un drone da ricognizione che ha corretto i colpi. Il sindaco di Kharkiv ha riferito che l’impianto energetico ha subito gravi danni. Secondo Zelensky, 400 mila persone sono senza luce e riscaldamento

Il sindaco di Kharkov ha dato l’annuncio sul suo canale ufficiale:

Un’altra scoperta interessante a questo proposito è quella di un ufficiale ucraino inviato dal fronte, secondo cui sarebbe proprio Zelensky a impedire segretamente alle unità di attaccare alcune infrastrutture energetiche russe:

Ma perché Zelensky dovrebbe fare una cosa del genere?

Abbiamo già risposto a questa domanda molto tempo fa: esistono accordi segreti, sia impliciti che espliciti, e Zelensky sa bene che se provoca troppo la Russia , incorrerà in un tipo di ira dalla quale non potrà più tornare indietro. A quanto pare, possiamo dedurre che l’Ucraina è sull’orlo del baratro e Zelensky ha scelto di “andare sul sicuro”, piuttosto che rischiare che la Russia chiuda completamente la rete elettrica ucraina.

Le conseguenze dell’attacco da parte di Iskander-M e di un drone alla sottostazione elettrica da 750 kW “Zaporizhia” nella regione di Volnyansk, nella parte della regione di Zaporizhia occupata dalle forze armate ucraine

Al momento della stesura di questo articolo, i canali ucraini stanno riportando che ci sono indicazioni di un altro attacco massiccio che prevede l’uso dell’Oreshnik nel fine settimana. A quanto pare, si sta verificando nuovamente la stessa attività che ha fatto scattare l’allarme Oreshnik l’ultima volta. Altri ritengono che si tratti della messa in scena dei nuovi Iskander a raggio esteso di 1.000 km, che potrebbero colpire qualsiasi punto dell’Ucraina se lanciati dal territorio russo.

Oreshnik, tra l’altro, ha spaventato così tanto l’Europa che persino Macron lo ha appena menzionato nel suo nuovo discorso di ieri sera, annunciando che l’Europa ha un disperato bisogno di un proprio Oreshnik:

A quanto pare, il marchingegno alimentato dal “giroscopio di Gagarin” sta causando al vecchio Macron notti insonni, al punto da provocargli conseguenze piuttosto spiacevoli sulla salute.

Una “rottura di un vaso sanguigno”, secondo la squadra di pulizia di Macron.

Sembra che l’Europa non stia comprando l’ultima “produzione” della CNN, realizzata da persone che indossano cappelli con la scritta “esperto” per segnalare “autorità” al pubblico ingenuo della CNN, come una sorta di pessima scenetta dei Monty Python.

“Non ti fidi degli esperti? Perché dovrei mentirti?”

Beh, se le voci fossero vere, forse Macron avrà un secondo occhio di cui preoccuparsi questo fine settimana, almeno se Brigitte avrà qualcosa a che fare con questo.


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Iran-Stati Uniti: la notte in cui MBS ha allontanato lo spettro della guerra_di Mounir Rabih

Iran-Stati Uniti: la notte in cui MBS ha allontanato lo spettro della guerra

L’intervento dei paesi del Golfo, in particolare dell’Arabia Saudita, è stato fondamentale per dissuadere Donald Trump e preservare la stabilità regionale.

L’OLJ / Di Mounir RABIH, il 15 gennaio 2026 alle 18:09

  • Non solo i sauditi di MBS, ma anche Bahrein, Israele, Giordania e Iraq , oltre ad importanti settori del Pentagono, hanno sconsigliato Trump a lanciare le operazioni di bombardamento. A convincerlo la permanente capacità di difesa ed attacco dell’Iran e la constatazione che un esplicito intervento esterno non farebbe che rafforzare e protrarre l’esistenza del regime iraniano. Intanto, però, una portaerei statunitense si sta avvicinamdo dal Pacifico al Golfo Persico. Una coperta che inizia ad essere troppo corta. Una considerazione finale: la probabile definitiva “cooptazione” di Trump nello schieramento neocon dalla postura, però, differente da quella classica, ciecamente interventista, degli anni recenti; l’affermazione e il prevalere del duo Rubio-Desantis, l’eclisse (temporanea?) di Vance. Un ritorno ad una posizione di equilibrio di Trump tra le fazioni diventa improbabile. Ha acquisito autorità, ma ha perso autorevolezza; la capacità operativa e di influenza di alleati e “neutrali” sta crescendo. Un altro aspetto dell’affermazione del multipolarismo. Ne parleremo approfonditamente. Giuseppe Germinario
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Iran–États-Unis : la nuit où MBS a éloigné le spectre de la guerre

Il principe ereditario Mohammad bin Salman e il presidente americano Donald Trump, il 18 novembre 2025, alla Casa Bianca. Brendan Smialowski/ AFP

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La notte tra mercoledì 14 e giovedì 15 gennaio è stata caratterizzata da un’intensa serie di minacce e contatti condotti su due fronti paralleli. Mentre il presidente americano Donald Trump prendeva la decisione di lanciare attacchi contro l’Iran, erano in corso intensi sforzi diplomatici per ritardarne l’esecuzione. Gli iraniani hanno quindi pubblicato dichiarazioni in cui annunciavano la sospensione dell’uso della violenza contro i manifestanti e l’abbandono delle condanne a morte nei loro confronti. Certamente questo non è stato l’unico fattore che ha permesso di evitare l’attacco: negoziati dell’ultimo minuto sono stati condotti dai paesi arabi, in particolare quelli del Golfo, al fine di raggiungere accordi in grado di risparmiare alla regione una guerra su larga scala. Se questi sforzi hanno avuto successo, ciò non significa tuttavia che gli Stati Uniti abbiano rinunciato ai loro obiettivi, ovvero imporre all’Iran un processo di cambiamento radicale.

Secondo le nostre informazioni, l’Arabia Saudita ha svolto un ruolo fondamentale, insieme al Qatar e al Sultanato dell’Oman, nel dissuadere Donald Trump dall’attaccare l’Iran. Fonti diplomatiche arabe indicano che i contatti del Golfo con l’amministrazione americana sono proseguiti al fine di raggiungere un accordo con gli iraniani. Ciò ha portato l’Arabia Saudita a informare diverse parti che non avrebbe autorizzato l’uso del proprio spazio aereo o del proprio territorio per attacchi contro l’Iran, una posizione adottata anche dal Qatar. I contatti sauditi sono proseguiti per tutta la notte: tra il ministro degli Esteri saudita, Fayçal ben Farhane, e il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, nonché tra i capi della diplomazia saudita e qatariota. Le iniziative del Golfo nei confronti degli Stati Uniti si sono concentrate sulla necessità di preservare la stabilità regionale e quella dei prezzi del petrolio, poiché qualsiasi escalation militare avrebbe ripercussioni sui mercati petroliferi, il che non gioverebbe agli interessi americani.

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L’Orient-Le Jour ha appreso in questo contesto che il principe ereditario Mohammad bin Salman aveva già chiaramente indicato a Donald Trump, durante la sua visita negli Stati Uniti lo scorso novembre, che la caduta del regime iraniano avrebbe provocato il caos nella regione e che l’obiettivo doveva essere il consolidamento della stabilità. «La situazione si è temporaneamente calmata e rimane legata allo svolgimento dei negoziati e al loro esito», afferma un diplomatico arabo al nostro giornale. L’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo, in particolare il Qatar e l’Oman, hanno convinto Trump a concedere all’Iran la possibilità di riprendere negoziati seri e di giungere a un risultato.

Il ruolo chiave di Araghchi

Abbas Araghchi – che venerdì ha incontrato il suo omologo saudita per ringraziarlo di aver risparmiato il suo Paese – è stato una delle figure principali che hanno svolto un ruolo di negoziatore, insieme al presidente iraniano Massoud Pezeshkian, per evitare l’attacco americano e raggiungere un accordo con Washington. Ciò potrebbe conferire ai due uomini un ruolo più importante sulla scena interna iraniana nel prossimo futuro. L’intervista concessa dal ministro degli Esteri iraniano, nella notte tra mercoledì e giovedì, al canale americano Fox News, noto per la sua vicinanza ai repubblicani e a Donald Trump, non è insignificante. Si è trattato chiaramente di un messaggio rivolto agli americani sulla volontà di raggiungere un accordo.

I contatti tra Abbas Araghchi e l’inviato americano per il Medio Oriente, Steve Witkoff, non sono stati interrotti, nonostante l’annuncio di Trump della cancellazione dei preparativi per un incontro tra i due. Sempre secondo le nostre informazioni, è stato Araghchi a informare Witkoff dell’abbandono della pena di morte nei confronti dei manifestanti. Il messaggio trasmesso agli americani riguarda un cambiamento di metodo nei confronti dei manifestanti e l’avvio di negoziati seri con Washington per raggiungere un accordo, che includa all’ordine del giorno la questione della cessazione dell’arricchimento dell’uranio e quella dei missili balistici.

Leggi ancheIn una situazione di stallo, cosa può ancora fare il regime iraniano?

Secondo fonti diplomatiche concordanti contattate da L’OLJ, questo processo porterà a rafforzare il ruolo dei riformatori in Iran rispetto alle correnti più dure, al fine di evitare al Paese una guerra con conseguenze importanti per la regione. Inoltre, una parte essenziale dei pilastri del regime iraniano è stata convinta ad adottare l’opzione dei negoziati e a concedere concessioni agli americani. Queste porteranno a un cambiamento nell’approccio iraniano alle questioni regionali e alle relazioni con gli Stati Uniti. All’ordine del giorno dei colloqui figurano anche la fine del sostegno militare e finanziario dell’Iran ai suoi proxy e il suo contributo nel convincerli a impegnarsi in accordi politici, sull’esempio di Hamas, una possibilità finora scartata dal regime dei mullah. Ciò riguarda quindi il Libano e Hezbollah e gli sforzi compiuti per indurre la formazione sciita a rinunciare alle armi e a trasformarsi in un attore politico a pieno titolo.

«Il colpo rimane possibile, ma dipenderà da molteplici calcoli»

Tutto ciò non esclude la possibilità di attacchi limitati o mirati che gli americani potrebbero condurre contro centri di potere chiave in Iran, prendendo di mira sia personalità che ostacolano la conclusione di un accordo, sia missili balistici che minacciano la sicurezza regionale. Qualsiasi attacco sarebbe legato alla volontà di spingere l’Iran a fare concessioni e a raggiungere un accordo. D’altra parte, se i negoziati progrediscono e Teheran accetta le concessioni richieste, lo spettro di un’operazione militare si allontanerà. Qualsiasi eventuale attacco non dovrebbe essere di lunga durata né sfociare in una guerra regionale. «L’attacco rimane possibile, ma dipenderà da molteplici calcoli, poiché Donald Trump non vuole che esso influenzi i mercati mondiali, secondo il diplomatico arabo citato sopra. Potrebbe essere accompagnato da un rafforzamento dei negoziati al fine di concordare la fase successiva in Iran e la gestione di questo Paese».

Le posizioni regionali convergono verso un obiettivo centrale: preservare la stabilità e impedire l’emergere del caos in Iran a seguito di una guerra, di un’operazione militare o di un drammatico rovesciamento del regime. «Il principale beneficiario di un simile scenario sarebbe Israele, il che non gioverebbe agli interessi di nessun Paese della regione», afferma la fonte diplomatica. Anche la Turchia ha partecipato al processo negoziale, così come la Russia che, secondo le nostre informazioni, ha trasmesso messaggi tra l’Iran e Israele al fine di evitare uno scontro militare diretto. In questo contesto, i paesi del Golfo sono interessati alla creazione di un sistema integrato di sicurezza regionale. È in questa logica che si inseriscono le iniziative tra l’Arabia Saudita e il Pakistan, nonché l’annuncio da parte della Turchia della sua disponibilità ad aderire a questa alleanza.

Perché Trump esita a colpire l’Iran

Nella notte tra mercoledì 14 e giovedì 15 gennaio, il mondo ha trattenuto il fiato, mentre sembrava imminente un attacco americano alla Repubblica islamica.

L’OLJ / Di Laure-Maïssa FARJALLAH, il 15 gennaio 2026 alle 17:14

Pourquoi Trump hésite à frapper l’Iran

Una donna tiene un cartello con la scritta “Presidente Trump, ci sostenga, per favore” durante una manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran, davanti al consolato iraniano di Istanbul, l’11 gennaio 2026. Foto Yasin Akgul/AFP

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Il presidente americano aveva minacciato di intervenire se i manifestanti fossero stati uccisi dal regime iraniano. Secondo l’ONG Iran Human Rights, negli ultimi giorni sono morte più di 3.400 persone nel Paese nel contesto della più grande protesta dal 2022, iniziata alla fine di dicembre. Ma Donald Trump sembra aver cambiato posizione mercoledì 11 gennaio in serata, dichiarando che Teheran sembra aver interrotto le uccisioni e affermando che non ci saranno esecuzioni di prigionieri. D’altra parte, il miliardario repubblicano non ha escluso l’uso della forza, mentre sono in corso i preparativi per un attacco. Il personale americano della base di al-Udeid, in Qatar, è stato evacuato, così come quello di altre installazioni militari nella regione, secondo quanto riportato dalla stampa. Nella notte tra mercoledì 14 e giovedì 15 gennaio, l’Iran ha sospeso il traffico aereo sul suo territorio, mentre alcuni aerei israeliani sarebbero stati in volo. Sebbene un attacco americano non sia da escludere, Washington ha motivo di esitare.

Mobilitazione dei paesi del Golfo e della Turchia

I suoi partner regionali sono inizialmente cauti, se non addirittura contrari a un intervento militare contro l’Iran, temendo una destabilizzazione della regione. A cominciare dall’Arabia Saudita e dal Qatar, oltre che dalla Turchia. Il capo della diplomazia turca, Hakan Fidan, ha quindi invitato gli Stati Uniti al dialogo, dopo aver parlato con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi per spingerlo a negoziare, insistendo sul fatto che Ankara è «contraria a qualsiasi operazione militare in Iran». Messa alle strette, la Repubblica islamica potrebbe infatti attivare la sua rete di mandatari dall’Iraq allo Yemen, passando per il Libano e i territori palestinesi, per lanciare rappresaglie. Teheran ha inoltre avvertito che le basi americane nella regione sarebbero state prese di mira in caso di attacco da parte di Washington.

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I paesi del Golfo hanno inoltre messo in guardia contro una destabilizzazione del mercato petrolifero, mentre il prezzo del greggio Brent è salito a oltre 66 dollari al barile mercoledì, sullo sfondo delle voci di un imminente attacco americano. Tanto più che un conflitto prolungato potrebbe far salire ulteriormente i prezzi, come è successo durante la guerra del giugno 2025 tra Israele e Iran, quando il greggio Brent ha raggiunto un picco di oltre 77 dollari. Tuttavia, il petrolio a basso costo consente a Donald Trump di contenere l’inflazione nonostante la sua politica doganale aggressiva.

Timore di un conflitto che si protrae

Donald Trump ha già dimostrato la sua volontà di ricorrere alla forza militare americana in diverse circostanze, dagli attacchi contro i siti nucleari iraniani lo scorso giugno alla destituzione del presidente venezuelano Nicolas Maduro all’inizio dell’anno, passando per i bombardamenti mirati contro cellule terroristiche in Siria e Nigeria. Resta il fatto che egli privilegia un modus operandi che consenta di ottenere risultati concreti e soddisfacenti riducendo al minimo la durata e il rischio degli interventi. Quali obiettivi potrebbero quindi essere determinanti da colpire in Iran nel contesto attuale? E le conseguenze sarebbero accettabili per Washington?

Se l’obiettivo è quello di cambiare regime, o almeno di modificare la traiettoria ideologica della Repubblica islamica, una decapitazione della leadership sembra la scelta inevitabile. Oltre alla guida suprema Ali Khamenei, anche alti funzionari del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica potrebbero essere bersaglio di attacchi. Tuttavia, ciò richiederebbe probabilmente una campagna di diversi giorni e dovrebbe basarsi su informazioni attendibili per essere efficace. Il risultato potrebbe comunque essere controproducente. Invece di paralizzare l’apparato di sicurezza del regime, potrebbero essere lanciate rappresaglie e attivato l'”asse della resistenza”, mettendo a rischio la vita dei soldati americani nella regione, nonché la sicurezza di Israele e degli interessi americani in Medio Oriente. Ciò potrebbe scatenare un conflitto più ampio, mentre la questione del futuro del regime rimarrebbe in sospeso, vista la disorganizzazione dell’opposizione iraniana.

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Qualsiasi altra campagna, per avere successo, richiederebbe un intervento più approfondito, sia sul dossier nucleare che sul programma missilistico balistico iraniano, che lo Stato ebraico spinge a distruggere. Queste operazioni sarebbero inoltre scollegate dalle manifestazioni che Donald Trump diceva di sostenere e sulle quali il regime iraniano ha affermato di avere il «controllo totale», riducendone la legittimità in caso di aggressione illegale.

Guadagnare tempo per piegare Teheran

Mentre Donald Trump avrebbe inviato un messaggio a Teheran mercoledì sera dicendo “non desideriamo la guerra”, secondo quanto riferito dall’inviato iraniano in Pakistan e riportato dal quotidiano locale Dawn, sono stati avviati contatti tra i due paesi. L’inviato americano per la regione, Steve Witkoff, avrebbe parlato con il capo della diplomazia iraniana la scorsa settimana, evocando la possibilità di un prossimo incontro, che sarebbe stato poi annullato, secondo quanto riferito da un alto funzionario a Reuters. Resta il fatto che l’idea di un accordo sembra fare strada, evitando alla Repubblica islamica una guerra suicida e agli Stati Uniti un intervento dalle conseguenze incerte. Tanto più che il vicepresidente JD Vance sembra aver preso in mano la questione, difendendo una linea molto meno interventista rispetto al capo della diplomazia Marco Rubio.

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Secondo quanto riferito da un funzionario saudita all’AFP, Arabia Saudita, Qatar e Oman avrebbero «condotto intense trattative diplomatiche dell’ultimo minuto per convincere il presidente Trump a dare all’Iran la possibilità di dimostrare le sue buone intenzioni». Resta da vedere se Ali Khamenei si lascerà convincere a fidarsi degli Stati Uniti, dato che Israele ha lanciato la sua guerra lo scorso giugno proprio mentre erano in corso i negoziati con Washington. Nel frattempo, l’amministrazione Trump sta giocando la carta della guerra psicologica: Steve Witkoff e il senatore Lindsey Graham, vicino al presidente, hanno entrambi incontrato il figlio dell’ex scià dell’Iran, Reza Pahlavi, negli ultimi giorni. La portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe inoltre partita dal Mar Cinese Meridionale alla volta dell’Iran, un viaggio che richiederebbe circa una settimana, secondo quanto riportato dalla stampa. Ciò darebbe un po’ di tempo alla diplomazia. A meno che la manovra non sia solo uno stratagemma…

L’esercito iraniano, tra lealtà forzata e tentazione di rottura

Emarginata dai guardiani della rivoluzione, la truppa potrebbe diventare un attore decisivo nel futuro dell’Iran, se convinta della caduta del regime.

L’OLJ / Di Amélie ZACCOUR, il 15 gennaio 2026 alle 23:00

L’armée iranienne, entre loyauté contrainte et tentation de rupture

Il capo dell’esercito, Amir Hatami, tiene un discorso davanti agli studenti dell’Accademia militare di Teheran, il 7 gennaio 2026. Foto: Iranian Army Media Office/AFP

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Mentre le proteste in Iran hanno scosso la Repubblica islamica, anche l’esercito regolare si trova a un punto di svolta nella sua storia. A lungo limitata alla difesa dei confini e tradizionalmente poco coinvolta nella sicurezza interna, ora subisce la pressione combinata di un potere indebolito, di una società in rivolta e della minaccia di attacchi americani, che la costringono a scegliere tra la lealtà al regime e una relativa neutralità, o addirittura un’alleanza con la popolazione.

L’esercito iraniano (Artesh) attende così il 10 gennaio, quasi due settimane dopo l’inizio della rivolta che si sta diffondendo in tutto il Paese, per pubblicare un comunicato dal tono deciso. In esso promette di «sorvegliare i movimenti nemici nella regione», riprendendo la retorica del complotto orchestrato dagli Stati Uniti e da Israele, e poi di «proteggere gli interessi nazionali, le infrastrutture strategiche e i beni pubblici». Il messaggio lascia intendere che potrebbe intervenire nelle manifestazioni già duramente represse dal Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (CGRI) e dalla sua milizia basij. Mentre le informazioni dall’Iran arrivano con il contagocce, un video pubblicato su Telegram e ripreso dall’Institute for the Study of War mostrava il 10 gennaio uno schieramento militare a Karaj, la quarta città del Paese.

I guardiani della rivoluzione contro l’esercito

Nonostante questa lealtà dichiarata, l’Artesh incarna, con la sua storia e la sua struttura, un terreno più favorevole alla dissidenza rispetto al CGRI, vero pilastro ideologico del regime. La sua creazione risale agli anni ’20, quando Reza Chah Pahlavi trasformò le forze tribali in un esercito nazionale, centralizzato e dotato di consiglieri occidentali. Ma dopo la rivoluzione del 1979, il nuovo potere intraprende una riorganizzazione di questa istituzione sospettata di fedeltà al vecchio regime. Il CGRI è stato creato proprio per contrastare questa presunta minaccia. «Fin dai primi anni, il regime ha cercato di rimodellare l’esercito allontanando un gran numero dei suoi comandanti ed esercitando una pressione continua per imporre un controllo ideologico sui suoi ranghi», spiega Saeed Aganji, analista e redattore capo di Iran Gate Newscitando tuttavia uno sforzo che «non ha mai avuto pieno successo».

Con oltre 400.000 uomini distribuiti tra forze terrestri, aeree e navali, l’Artesh ha dovuto a lungo fare i conti con attrezzature ereditate dall’epoca dello scià e dalla guerra Iran-Iraq. Dopo il 7 ottobre, con l’indebolimento dell'”asse della resistenza”, si verifica un cambiamento dottrinale. L’esercito riceve quindi mezzi più sofisticati, in particolare una massiccia e molto pubblicizzata fornitura di droni e missili nel gennaio 2024. Obiettivo: proiettare l’immagine di una potenza in grado di affrontare le minacce esterne, con un atteggiamento asimmetrico e deterrente a costi limitati.

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L’Artesh rimane tuttavia marginalizzata rispetto ai guardiani della rivoluzione. In Iran, la logica è invertita: lungi dall’essere un’estensione dell’esercito, la milizia lo sorveglia e gli fa concorrenza. I pasdaran percepiscono stipendi più elevati, dispongono di maggiori risorse e il potere ha consolidato il proprio controllo epurando gli alti ufficiali e sostituendoli con ufficiali fedeli. «Nei primi anni dopo la rivoluzione, il vertice della gerarchia militare è stato in gran parte plasmato da individui fedeli all’autorità», osserva Saeed Aganji. In questo contesto, poco importa se rispondono a un comandante del CGRI o a qualsiasi altra figura: la loro lealtà al regime rimane acquisita.

«I guardiani della rivoluzione hanno preso il sopravvento su gran parte delle istituzioni iraniane, compreso l’Artesh», ricorda Arash Azizi, autore e storico. «Ma quest’ultimo conserva ancora le proprie tradizioni e un certo grado di indipendenza. » Una distinzione simboleggiata dalla figura di Mohammad Bagheri, ex capo di Stato Maggiore e membro del CGRI, ucciso in uno degli attacchi israeliani che hanno dato inizio alla guerra dei dodici giorni, nel giugno 2025. « Nonostante la sua appartenenza al CGRI, Bagheri era una figura flessibile e avrebbe potuto partecipare a un tentativo di trasformazione del regime », continua l’esperto.

Possibili crepe?

Le differenze tra l’esercito regolare e il CGRI sono quindi tanto strutturali quanto ideologiche, legate alla mentalità e al percorso degli ufficiali. «La maggioranza della popolazione non percepisce l’esercito come un’istituzione che ha direttamente danneggiato i civili, né come una forza ideologica», sottolinea Saeed Aganji. «È quindi considerato un’istituzione più credibile e affidabile rispetto agli altri rami del potere in carica».

Nei molteplici scenari post-regime ipotizzati, non è da escludere un’alleanza tattica tra i leader militari e politici. «Potrebbero provocare una trasformazione interna del regime e adottare politiche molto diverse», allentando la repressione dei costumi o attenuando l’ostilità nei confronti degli Stati Uniti e di Israele, descrive Arash Azizi. «Il CGRI potrebbe essere sciolto e le sue unità principali integrate nell’esercito».

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Un altro scenario di allontanamento dal regime potrebbe emergere dai livelli intermedi della gerarchia militare. È tuttavia improbabile che tale dissenso possa svilupparsi senza la convinzione, all’interno delle truppe, che un cambiamento di potere sia inevitabile. «D’altra parte, se questa prospettiva dovesse realizzarsi, è molto probabile che l’esercito si schieri dalla parte della popolazione», sostiene Saeed Aganji.

Per il momento, l’Iran e la regione rimangono in sospeso a causa delle esitazioni di Donald Trump, che recentemente aveva lasciato intendere l’imminenza di un attacco prima di tornare a una posizione più cauta. Un intervento mirato degli Stati Uniti potrebbe scatenare una risposta da parte dei rappresentanti regionali (Hezbollah, milizie irachene, Houthi) e mobilitare l’Artesh in difesa convenzionale, come durante la guerra dei dodici giorni. Questa volta, tuttavia, Israele sembra preferire aspettare un indebolimento del regime prima di agire. Le minacce non seguite da azioni concrete da parte di Washington offrono al potere una tregua, mentre le manifestazioni mostrano già segni di esaurimento. La lealtà forzata al leader supremo regge ancora, ma anche la banda passante della sicurezza potrebbe esaurirsi rapidamente.

Il “prestito” immaginario all’Ucraina viene nuovamente modificato mentre l’UE affronta la realtà delle priorità_di Simplicius

Il “prestito” immaginario all’Ucraina viene nuovamente modificato mentre l’UE affronta la realtà delle priorità

Simplicius 15 gennaio
 
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Gli eurocrati stanno cercando affannosamente una politica apparentemente “ragionevole”, mentre il loro progetto ucraino continua a sgretolarsi davanti ai loro occhi.

Le ultime informazioni suggeriscono che il tanto decantato “prestito” da 90 miliardi di euro, che è stato il momento clou e il “trionfo” del marcio caucus di von der Leyen il mese scorso – e che in realtà era un misero downgrade rispetto all’importo richiesto, ora dimenticato, molto più consistente – è diventato un’altra lezione umiliante di inganno teatrale.

I principali media riportano ora che il cosiddetto “prestito” fornirà all’Ucraina solo circa 30 miliardi di euro, mentre i restanti 60 miliardi andranno direttamente ai “produttori di armi” europei.

https://www.wsj.com/world/europe/european-defense-companies-in-line-to-benefit-from-bulk-of-eus-105-billion-ukraine-loan-22d826ad

E da Bloomberg:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-01-14/eu-s-90-billion-ukraine-loan-to-mostly-support-european-firms

Come scrive un riassunto TG:

L’UNIONE EUROPEA HA INGANNATO L’UCRAINA: Dei 90 miliardi di euro promessi, l’UE ne assegnerà solo 30 a Kiev (15 all’anno), mentre 60 saranno trattenuti dall’UE per le esigenze delle imprese dell’industria della difesa europea. In precedenza, a Kiev era stato promesso un prestito di 90 miliardi di euro in crediti diretti (45 all’anno), e il denaro per le armi avrebbe dovuto essere fornito separatamente da altre fonti.

Tutti in Ucraina vogliono trarne profitto, e nessuno tranne la Russia si preoccupa della sua prosperità, nemmeno la sua stessa leadership. Gli europei stanno progettando di costruire la propria industria della difesa e il proprio esercito a spese dell’Ucraina, per poi sequestrarne i beni per ripagare i debiti.

Zelensky si lamenta dei 90 miliardi di euro. Cosa farà adesso?

Nel frattempo, il blocco anti-UE cresce con l’annuncio della Slovacchia che porrà fine a tutti gli aiuti all’Ucraina e che non parteciperà al falso “prestito” da 90 miliardi di euro dell’UE.

I pianificatori della Commissione europea devono aver capito quanto poco i loro miseri giochi di finanziamento porteranno effettivamente all’Ucraina nel lungo termine, perché improvvisamente hanno cambiato tono. Dopo che un alto funzionario aveva esortato l’UE a “parlare con Putin”, ora si dice che l’Unione europea sia sotto pressione interna per creare un ruolo ufficiale di negoziatore, una sorta di inviato dell’UE in Russia sulla questione ucraina:

https://www.politico.eu/articolo/eu-vladimir-putin-ucraina-accordo-usa-piano-nato-lavoro/

L’UE sta discutendo la creazione di una posizione di negoziatore con Putin, — Politico

Il discorso riguarda un rappresentante speciale che condurrà un dialogo con la Russia per conto dell’Unione Europea sul conflitto ucraino. L’iniziativa è promossa da Macron e dal primo ministro italiano Meloni, che chiedono l’apertura di canali di comunicazione con Mosca a fronte della stagnazione dei negoziati mediati dagli Stati Uniti.

A Bruxelles sottolineano che tale rappresentante invierà segnali non solo alla Russia, ma anche a Washington, poiché alcune questioni riguardano direttamente la sicurezza dell’Europa.

Come possibili candidati vengono citati in modo non ufficiale Mario Draghi, ex primo ministro italiano, e Sauli Niinistö, presidente della Finlandia, ma fonti sottolineano che in questa fase è prematuro discutere di personalità.

Sfortunatamente, Merz ha dato la notizia ai suoi colleghi sconcertati che nulla del loro piano assurdo funzionerà senza il “consenso della Russia”, perché la Russia deve prima accettare un cessate il fuoco prima che l’Europa possa inviare truppe in Ucraina:

Il fatto che siano abbastanza “intelligenti” da capire che non possono esserci truppe in Ucraina senza il paradossale consenso della Russia suggerisce che i loro piani di introdurre queste truppe non sono altro che una messinscena teatrale per evitare che il morale ucraino crolli in modo catastrofico, mentre i promotori di questi piani sanno benissimo che ciò non accadrà mai.

https://www.bloomberg.com/opinion/articles/2026-01-12/ukraine-war-starmer-and-macron-plan-shows-europe-weakness

Bloomberg scrive che l’iniziativa franco-britannica di inviare truppe non avrà alcuna legittimità reale se non sarà sostenuta dal “supporto aereo statunitense” e “se la Russia accetterà un cessate il fuoco”. Nessun giornalista occidentale ha posto la domanda più ovvia e logica: perché la Russia dovrebbe accettare un cessate il fuoco in queste circostanze? Questo solo punto smaschera completamente i giornalisti occidentali come giornalisti mediocri, poco professionali e indegni del loro titolo.

L’articolo riporta alla luce una curiosità storica rilevante di Robert Kagan:

Gli atteggiamenti sono cambiati poco da quando l’analista militare statunitense Robert Kagan ha scatenato un furore transatlantico più di vent’anni fa con il suo articolo: Gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere. “L’Europa difende l’idea di un mondo in cui sia lo Stato di diritto, piuttosto che la forza bruta, a decidere come si fanno le cose”, ha scritto, aggiungendo: “Il rifiuto dell’Europa della politica di potere dipende in ultima analisi dalla volontà dell’America di usare la forza in tutto il mondo contro coloro che ancora credono nella politica di potere”. Di conseguenza, Washington considera gli europei “fastidiosi, irrilevanti, ingenui e ingrati”, mentre l’Europa vede gli Stati Uniti come un “colosso canaglia”. E questo molto prima che Trump costringesse la Danimarca a rinunciare alla Groenlandia.

In definitiva, proprio come nel caso della ritrattazione da 90 miliardi di euro della signora Wonder Lyin, vediamo come al solito che tutto ciò che gli eurocrati fanno nei confronti dell’Ucraina finisce per seguire la stessa tattica regressiva:

  1. Prima annunciare una svolta clamorosa e “trionfante”, che sembra troppo bella per essere vera.
  2. Poi, qualche settimana dopo, quando i media e le pubbliche relazioni hanno raggiunto la saturazione necessaria, si fa marcia indietro con discrezione e ora si può nascondere tutto sotto il tappeto, mentre tutti continuano a credere che il “trionfo” originale sia ancora possibile.

Queste sono le tattiche squallide e ingannevoli del marcio regime dell’UE, che usa questo ciclo ripetitivo e pietoso di “bait-and-switch” come una sorta di stimolo per mantenere in piedi il roadshow ormai allo sbando. Internamente, ovviamente, sappiamo che loro lo sanno:

In realtà, l’Occidente schizofrenico non sembra riuscire a decidere dove inviare le proprie truppe o a chi dichiarare guerra, con l’Europa apparentemente divisa tra l’invio di truppe sul fronte “orientale” o “occidentale”:

https://www.france24.com/en/europe/20260114-france-to-send-troops-for-european-security-mission-to-greenland-amid-trump-threats

La Norvegia ha inviato due militari in Groenlandia per aiutare a difendere l’isola dalle minacce di Trump.

Lo ha riferito il Ministero della Difesa norvegese al quotidiano VG.

Si noti ancora una volta come le nazioni occidentali non abbiano più nemmeno politiche interne attive. Praticamente tutto nella loro sfera politica ruota attorno a questioni estere, e in particolare agli interessi militari e geopolitici all’estero. A questo punto, i leader occidentali hanno scelto di ignorare completamente i problemi interni perché tali questioni sono diventate treni in corsa senza freni e irrisolvibili, che è semplicemente più facile ignorare e nascondere con tattiche intimidatorie relative a gravi “minacce imminenti dall’estero”, in particolare dalla Russia.

I politici ora fanno il minimo indispensabile per placare la plebe sulle questioni interne, mettendo qualche cerotto sulle piaghe purulente e scaricando continuamente la responsabilità sugli altri, mentre convogliano tutte le risorse dello Stato nelle iniziative geopolitiche dello Stato profondo globale. La ragione di ciò è che lo Stato profondo globale, che è essenzialmente legato alla cabala finanziaria privata globale, sa che il suo sistema di dominio è ormai in difficoltà terminale e che “risolvere” le questioni interne non lo salverà. Le società occidentali sono ormai marce fino al midollo, afflitte da mali culturali e da fatti compiuti demografici irreversibili che semplicemente non potranno mai ripristinare il sistema di dominio occidentale che esisteva prima.

La ragione principale di ciò è che le élite sono diventate troppo avide negli anni del dopoguerra: per aumentare la loro mostruosa ricchezza, hanno deciso di “globalizzare” le catene di approvvigionamento critiche che costituivano l’intero “sangue e tesoro” delle nazioni occidentali sviluppate, solo per guadagnare qualche centesimo in più sul dollaro nei margini. Ma questo ha permesso alle nazioni “sottosviluppate”, ora sovvenzionate, di padroneggiare le tecnologie occidentali e le economie di scala, industrializzandosi a ritmi record. Lo hanno fatto mantenendo relativamente intatte le loro culture, a differenza delle culture occidentali che sono state soggette a esperimenti sociali atroci che hanno causato devastazioni generazionali.

Ora le sorti si sono ribaltate e i calcoli dimostrano chiaramente che l’Occidente non è più in grado di tenere il passo con un Sud del mondo in ascesa dal punto di vista culturale ed economico. Quindi, l’unica scelta che rimane è quella di investire ogni grammo di risorse nel sabotaggio di questi sistemi concorrenti, anche se ciò significa innescare conflitti incessanti e guerre globali in ogni continente. Il problema è che questa ipermilitarizzazione prosciuga le risorse ancora più rapidamente e accelera la stessa rovina dell’Occidente:

Si noti come il dollaro statunitense abbia iniziato a perdere il suo dominio globale proprio nel momento in cui l’Occidente ha sabotato la “legittimità” del proprio sistema bancario e monetario con la sua mossa infinitamente rischiosa nei confronti della Russia:

Il dollaro si è trovato in una posizione vulnerabile dopo che il congelamento dei beni russi è diventato uno strumento primario di pressione. Ciò ha minato il sistema di Bretton Woods, che in precedenza aveva reso il dollaro parte integrante delle riserve globali equiparandolo di fatto all’oro.

In precedenza, i detentori di titoli del Tesoro statunitense potevano contare sulla loro stabilità, poiché i loro rendimenti erano paragonabili a quelli dell’oro e l’inflazione e i tassi di interesse modesti erano facilmente compensati dal servizio del debito.

Ora è chiaro che beni per un valore di centinaia di miliardi di dollari possono essere semplicemente congelati dalla decisione di una sola persona, anche senza adeguate spiegazioni o motivi legali. Ciò ha allarmato gli investitori, che hanno iniziato a ritirare capitali dai titoli del Tesoro statunitense per investirli in oro. Il dollaro e i titoli del Tesoro statunitense non sono più considerati un bene rifugio sicuro e l’oro sta tornando ad essere un bene molto ricercato.

Altro:

Negli ultimi sette mesi, la Federal Reserve di New York ha silenziosamente immesso oltre 420 miliardi di dollari a Wall Street attraverso accordi di riacquisto, di cui quasi 97 miliardi solo dal 31 dicembre. A titolo di confronto, tale importo è quasi equivalente all’intero piano di salvataggio TARP del 2008. La Fed ha inoltre eliminato il limite massimo di 500 miliardi di dollari su queste transazioni, il che significa che ora non vi è alcun limite all’importo che le banche possono prendere in prestito.
Dopo aver erogato quasi nulla attraverso questo programma dal luglio 2020, i trasferimenti sono improvvisamente aumentati in ottobre, compresa un’iniezione di 50 miliardi di dollari il giorno di Halloween. I destinatari sono tenuti segreti per due anni per proteggere la loro reputazione.

Questo è il motivo per cui l’SMO russo potrebbe passare alla storia come il punto di svolta geopolitico più importante dal secondo dopoguerra, perché potrebbe benissimo essere il catalizzatore finale che porterà il sistema postbellico alla sua naturale conclusione. Ho detto fin dall’inizio che l’SMO potrebbe portare al collasso sia della NATO che dell’UE e, in particolare con la recente saga della Groenlandia e le contraddizioni su chi sosterrà chi in Ucraina, possiamo chiaramente vedere la traiettoria della fine della NATO che si sta ora concretizzando.

Questo è uno dei motivi per cui le lamentele sulle perdite e i sacrifici russi nella guerra sono fuorvianti: la guerra ha conseguenze molto più grandi e di portata più ampia rispetto alla semplice conquista di alcune città minerarie dal nome impronunciabile nel polveroso Donbass. Si tratta di uno scontro civile culminante, risultato di quasi un secolo di tensioni, che risolverà importanti dilemmi globali.

ULTIME NOTIZIE: Il dollaro statunitense rappresenta ora circa il 40% delle riserve valutarie globali, il livello più basso degli ultimi 20 anni.

Questa percentuale è diminuita di 18 punti percentuali negli ultimi 10 anni.

-Fonte

Il “braccio armato” di questa egemonia globale occidentale, la Marina degli Stati Uniti, è ora costretta a spostarsi continuamente da un punto caldo all’altro mentre la crisi raggiunge livelli parabolici:

Aggiornamento della Marina Militare degli Stati Uniti in seguito alle notizie secondo cui l’Abraham Lincoln Carrier Strike Group (ABECSG) è stato dirottato dall’Asia verso il Medio Oriente.

Si è arrivati al punto che i funzionari sono “preoccupati” che la flotta, ormai logora e malandata, possa raggiungere il limite massimo di sopportazione, dovendo saltare, saltellare e balzare in giro per il mondo al ritmo di ogni capricciosa nevrosi bellica che colpisce il “glorioso leader” in un dato giorno:

https://www.twz.com/sea/navys-ammiraglio-preoccupato-per-sollecitazioni-su-gruppo-d’attacco-portaerei-ford-

Il nuovo pericolo da tenere d’occhio è la crescente escalation occidentale contro la “flotta ombra” russa, che mira a creare un altro punto focale di crisi da attribuire alla Russia “aggressore” per alimentare il clima di paura a livello globale.

Ora il Regno Unito si è unito alle nazioni pirata – un nostalgico omaggio alle proprie radici storiche – annunciando di aver trovato una “base giuridica” che gli consente di unirsi agli Stati Uniti nel sequestro delle navi russe:

https://www.bbc.com/news/articles/cy8pn7jgy3no

Il governo ha individuato una base giuridica che ritiene possa essere utilizzata per consentire alle forze armate britanniche di salire a bordo e sequestrare le navi delle cosiddette flotte fantasma, secondo quanto riferito dalla BBC News.

https://archive.ph/JpHYz

Nel frattempo i media ucraini riferiscono che Wagner e “agenti” legati al GRU russo sono stati trovati su “petroliere della flotta ombra” nel Mediterraneo. E tutto questo, naturalmente, mentre l’Ucraina ha appena colpito una serie di nuove petroliere nel Mar Nero, che questa volta sarebbero appartenute al Kazakistan, o almeno avrebbero trasportato petrolio per e verso il Kazakistan; i dettagli rimangono vaghi come sempre, con il “gioco delle tre carte” sulla proprietà delle petroliere. Le petroliere hanno subito danni minimi che non ne hanno impedito il funzionamento.

E non dimentichiamo un altro fatto scomodo che è passato inosservato ed è stato rapidamente “insabbiato” e oscurato dalle pubblicazioni occidentali:

A questo proposito, Tucker Carlson ha intervistato il politologo russo e “consigliere di Putin” Sergey Karaganov, il quale avrebbe affermato che ” se la guerra in Ucraina continuerà a questo ritmo per un altro anno o due, non avremo altra scelta che bombardare la Germania e il Regno Unito con armi nucleari”.

Karaganov è noto per le sue dichiarazioni piuttosto incendiarie di questo tipo, quindi questa dovrebbe essere considerata con un certo scetticismo. D’altra parte, il fatto che Putin abbia ora mostrato l’Oreshnik, dotato di capacità nucleari, al confine tra la NATO e l’UE è un chiaro segnale da parte del Cremlino affinché l’Occidente “faccia marcia indietro” con le sue provocazioni.

Abbiamo appreso l’ultima volta che l’Oreshnik potrebbe non essere il più efficace nella sua forma “convenzionale” ed è in realtà progettato per essere utilizzato nel suo principale caso d’uso nucleare, mentre i precedenti usi convenzionali erano essenzialmente avvertimenti. È chiaro che se la Russia viene spinta troppo alle strette, potrebbe non avere altra scelta che tracciare la linea rossa definitiva. Ma speriamo che non si arrivi a questo, e molto probabilmente non sarà così.


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Come una strategia della Guerra Fredda ha piantato la fede duratura nell’industrializzazione_di Fred Gao

Come una strategia della Guerra Fredda ha piantato la fede duratura nell’industrializzazione

Il professor Wang Zhengxu ripercorre l’infanzia sul terzo fronte

Fred Gao12 gennaio
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Oggi voglio condividere un saggio sulla costruzione del Terzo Fronte cinese . La maggior parte dei commenti tende a concentrarsi sulle sue carenze economiche: gli elevati costi di trasporto derivanti dalla selezione di siti remoti, le inefficienze produttive imposte dal principio “vicino alle montagne, dispersi, in grotte” (“靠山、分散、进洞”), la distorta allocazione delle risorse nella pianificazione amministrativa e il grave inquinamento ambientale dovuto a una gestione negligente: le fonderie che distribuivano le loro emissioni su intere città furono un costo inevitabile dell’industrializzazione di quell’epoca.

Ma vorrei introdurre una prospettiva più socio-psicologica. La rilevanza contemporanea del Terzo Fronte non risiede solo nell’infrastruttura materiale che portò nelle remote città dell’entroterra – ferrovie, fabbriche, centrali elettriche – ma soprattutto nel modo in cui istituì un intero stile di vita urbano organizzato attorno alla produzione industriale in queste regioni periferiche. I quadri, i tecnici e gli operai che si trasferirono dalle città costiere e dai centri urbani di primo livello portarono con sé non solo macchinari, ma anche il mandarino come lingua franca, sistemi scolastici modellati sugli standard metropolitani, campi da basket illuminati nei complessi industriali e persino aranciate ghiacciate: un ordine quotidiano incentrato sull’organizzazione collettiva e sulla produzione industriale, fondamentalmente diverso dalla società rurale tradizionale, come Fei Xiaotong费孝通 descritto nel suo famoso libro ” Dal suolo (乡土中国)” .

Questo stile di vita dimostrativo ha instillato nei giovani locali cresciuti nelle città del Terzo Fronte un’immaginazione e un’aspirazione alla “vita moderna”. Hanno ricevuto la loro istruzione in scuole gestite dalle fabbriche, hanno incontrato il mondo esterno per la prima volta nelle librerie statali Xinhua e nei Palazzi Culturali dei Lavoratori, e hanno percepito la presenza della nazione attraverso la rete di ferrovie e autostrade. Queste esperienze formative hanno plasmato in un’intera generazione un profondo attaccamento emotivo all’industrializzazione e allo sviluppo infrastrutturale.

Questo potrebbe spiegare in parte perché la leadership cinese rimanga così impegnata nell’industrializzazione e nella produzione manifatturiera. In parte, ciò è dovuto alla razionalità strategica: una nazione in ritardo che cerca di recuperare terreno rispetto alle economie avanzate e di proteggersi dai “punti critici” tecnologici. Ma è anche profondamente plasmata dall’educazione e dall’esperienza generazionale dei decisori. Immaginate di essere nati negli anni ’50, di essere cresciuti in una città del Terzo Fronte o in un ambiente industriale simile, e di aver assistito in prima persona a come lo Stato abbia fatto sorgere città e fabbriche da una natura arida e selvaggia. Prima, vi lavavate nuotando nel fiume; dopo, vi siete trasferiti in un dormitorio con docce calde. Questa esperienza vissuta di trasformazione attraverso l’industrializzazione non può essere sostituita da alcuna statistica o ragionamento. Per noi oggi, la produzione manifatturiera è registrata come un PIL su un registro – alcuni giovani danno addirittura per scontato che i prodotti crescano semplicemente sugli scaffali dei supermercati. Ma per coloro che sono cresciuti in quell’epoca e ora occupano i vertici del potere cinese, l’industrializzazione è più una questione di esperienza personale che di pura scelta politica.

Il saggio, intitolato Anticipare la guerra e costruire la nazione: la costruzione del terzo fronte a Hechi, Guangxi, da My Perspective战争预期与国家建设:我所知道的广西河池三线建设del professor Wang Zhengxu王正绪, un illustre professore presso la Scuola degli Affari Pubblici dell’Università di Zhejiang. Uno scienziato politico con un dottorato di ricerca. presso l’Università del Michigan, la sua esperienza di ricerca riguarda la politica comparata e cinese, con particolare attenzione alla governance statale, alla modernizzazione politica e allo sviluppo politico della Cina.
Questo articolo racconta la sua storia personale sul Terzo Fronte. È cresciuto nella remota regione di Hechi, nel Guangxi, un luogo trasformato da un giorno all’altro da questa strategia nazionale. Con vividi dettagli, ricorda come fabbriche, ferrovie e intere città siano sorte intorno a lui, portando un’ondata di nuovi arrivati ​​e un nuovo stile di vita sulle montagne isolate. Attraverso i suoi ricordi di gioventù – dai viaggi sulle ferrovie accidentate alle immagini e ai suoni di una città industriale di recente costruzione – mostra come questa grandiosa impresa, guidata dalla guerra, non abbia costruito solo fabbriche; abbia costruito comunità, cambiato destini e lasciato un’impronta duratura sulla terra e sulla sua gente.

Il professor Wang Zhengxu

Proprio come i film di Jia Zhangke raccontano i radicali cambiamenti storici nella vita quotidiana della gente comune nelle piccole città e nelle fabbriche, il professor Wang, ripensando alla sua comune educazione, ci fa percepire la trama di quell’epoca. È una storia sul trasferimento, il lavoro e il raggiungimento della maggiore età di milioni di persone. Riguarda come un intero stile di vita moderno sia stato impiantato in remote regioni montuose. In definitiva, la narrazione della costruzione nazionale è intessuta di innumerevoli storie personali vissute da persone comuni.

Grazie al gentile permesso del professor Wang, posso tradurlo in inglese.

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Anticipazione della guerra e costruzione dello Stato: cosa so sulla costruzione del terzo fronte a Hechi, Guangxi

Introduzione

La Costruzione del Terzo Fronte fu un imponente e vasto progetto strategico nazionale nella storia cinese moderna. Nacque dalle gravi minacce esterne che la Repubblica Popolare Cinese si trovò ad affrontare nel contesto dei drammatici cambiamenti della situazione internazionale durante gli anni ’60. All’epoca, le operazioni militari americane in Vietnam rappresentavano una minaccia diretta alla sicurezza della Cina; l’Unione Sovietica aveva schierato un milione di soldati lungo il confine sino-sovietico; i conflitti lungo il confine sino-indiano erano frequenti; e le forze di Chiang Kai-shek a Taiwan tramavano costantemente per riconquistare la Cina continentale. Per prepararsi a una possibile guerra su vasta scala, il Comitato Centrale del Partito decise di trasferire importanti strutture industriali, di ricerca e militar-industriali dalle zone costiere e dalla prima e seconda linea all’interno, creando così una base strategica di retroguardia. Questa fu la famosa “Costruzione del Terzo Fronte”. Lanciato formalmente nel 1964 e sostanzialmente concluso nel 1980, il progetto durò sedici anni, coinvolse tredici province e regioni autonome, comportò un investimento di 205,2 miliardi di yuan, trasferì oltre undici milioni di persone e realizzò più di 1.100 progetti di grandi e medie dimensioni. Non si trattò semplicemente di un adeguamento della distribuzione industriale, ma di un grande sforzo nazionale per promuovere attivamente l’industrializzazione sotto la pressione della preparazione bellica.

Sono nato nella contea di Mianning, nella provincia sud-occidentale del Sichuan. Da bambino, non avevo idea che il Sichuan fosse la regione centrale del progetto del Terzo Fronte, né che la mia famiglia vivesse proprio lungo la ferrovia Chengdu-Kunming, un’arteria fondamentale a supporto del Terzo Fronte. Infatti, a soli cinquanta o sessanta chilometri da casa mia si trovava uno dei principali progetti del Terzo Fronte: il Centro di Lancio Satellitare di Xichang, la cui costruzione iniziò nel 1970. Quando ero giovane, oltre a mio padre, che aveva frequentato l’università e in seguito era stato assegnato a lavorare nel Guangxi, c’erano anche tre fratelli minori di mio padre, i miei tre zii. Ricordo che i miei zii, insieme ad altri parenti paterni, si recavano spesso al cantiere del centro di lancio satellitare in cerca di lavoro. La stazione ferroviaria si chiamava Manshuiwan漫水湾站, mentre la base di lancio vera e propria si trovava in un luogo chiamato Shaba. L’investimento del progetto Third Front ha trasformato Xichang西昌 da una remota cittadina di montagna in una delle città spaziali più importanti della Cina.

mappa del Guangxi

Quando avevo sette anni, ci trasferimmo nel Guangxi. Il viaggio iniziò alla stazione di Lugu nella contea di Mianning (da non confondere con la famosa meta turistica del lago Lugu nello Yunnan) e proseguì per tre giorni e tre notti, sferragliando lungo i binari delle ferrovie Chengdu-Kunming, Guiyang-Kunming e Guizhou-Guangxi. Poi salimmo su un camion Dongfeng inviato dall’unità di lavoro di mio padre, che ci portò attraverso montagne e crinali dalla stazione di Xiaochang, sulla linea Guizhou-Guangxi, nella contea di Nandan, prefettura di Hechi, fino al capoluogo di contea di Tian’e, dove lavorava mio padre. Così, il mio primo viaggio nella vita mi portò attraverso quattro province e regioni autonome plasmate dalla costruzione del Terzo Fronte. Anni dopo, quando lessi “Marcia notturna attraverso la gola di Lingguan” di Du Pengcheng, “夜走灵官峡”, sulla costruzione della ferrovia Baoji-Chengdu, pensai immediatamente alla ferrovia Chengdu-Kunming, un drago di ferro forgiato attraverso difficoltà e avversità ancora maggiori. Ogni volta che mi imbatto in resoconti sulla costruzione dell’autostrada Qinghai-Tibet, dell’autostrada Sichuan-Tibet, della strada del tunnel di Guoliang o del canale della Bandiera Rossa, penso istintivamente a quegli eroici costruttori che rischiarono la vita tra montagne imponenti e scogliere a picco.

La costruzione del Terzo Fronte era divisa in due parti: il Terzo Fronte Maggiore e il Terzo Fronte Minore. Il Terzo Fronte Maggiore era un’area strategica di retroguardia sotto la guida diretta del governo centrale, concentrata principalmente nelle province interne del sud-ovest e del nord-ovest: Sichuan, Guizhou, Yunnan, Shaanxi e altre. Il Terzo Fronte Minore si riferiva alle basi difensive e industriali di retroguardia istituite all’interno di province non appartenenti al Terzo Fronte come Guangxi, Hubei, Hunan e Guangdong. La Prefettura di Hechi (ora Città di Hechi) si trova nell’angolo montuoso nord-occidentale del Guangxi. L’istituzione del Distretto Speciale di Hechi nel 1965 faceva parte degli sforzi del Guangxi per implementare la costruzione del Terzo Fronte Minore all’interno della regione autonoma, in conformità con la strategia nazionale. Dopo gli scontri di confine sino-sovietici sull’isola di Zhenbao nel 1969, la costruzione del Terzo Fronte si intensificò ulteriormente. Di conseguenza, anche Hechi nel Guangxi venne incorporata nel Terzo Fronte Maggiore nazionale, diventando parte del più ampio Terzo Fronte Sud-Ovest insieme ai vicini Sichuan, Yunnan e Guizhou.

Ho frequentato la scuola e sono cresciuto nella contea di Tian’e, il capoluogo più remoto della prefettura di Hechi, a partire dall’età di sette anni. Quando ho iniziato il liceo nella città di Hechi, ho incontrato molte cose – binari ferroviari e locomotive, ciminiere di fabbriche, compagni di classe che parlavano mandarino, le berline del Sottodistretto Militare che sfrecciavano per le strade – che erano, in effetti, il prodotto dello status di Hechi come città del Terzo Fronte. All’epoca, da studente delle superiori che viveva ancora nel profondo delle montagne, ne ero completamente all’oscuro. Solo dopo molti anni, dopo aver viaggiato in molti luoghi e, come studioso interessato alla storia nazionale e allo sviluppo globale, dopo aver letto ampiamente e studiato teorie in scienze politiche e sociali, sono stato finalmente in grado di riesaminare Hechi e la sua storia in relazione alla costruzione del Terzo Fronte.

Questo saggio non è una rigorosa storia locale, una storia dell’edilizia industriale o uno studio teorico dei meccanismi causali nella costruzione dello Stato. Piuttosto, è più vicino a un resoconto personale rifratto attraverso la teoria delle scienze sociali e le strutture macro-storiche. Cerco di costruire connessioni tra esperienza personale e osservazione da un lato, e teoria delle scienze sociali e macro-storia dall’altro. Il saggio attinge a prospettive analitiche come “la guerra crea gli Stati”, “lo sviluppo guidato dallo Stato” e la rivoluzione e la costruzione degli Stati socialisti, collocando al contempo la costruzione del Terzo Fronte – questa strategia nazionale dell’era della Guerra Fredda – all’interno della longue durée della moderna costruzione dello Stato cinese. In questo quadro, il saggio rivisita le esperienze quotidiane di ciò che l’autore, in quanto individuo comune, ha visto, sentito e provato all’epoca. Cerco di mostrare come la costruzione del Terzo Fronte abbia plasmato la società locale e le traiettorie di vita di molte persone. Credo che molti dei primi film del famoso regista Jia Zhangke, come Xiao Wu 《小武》, The World 《世界》, Platform 《站台》, Still Life 《三峡好人》 e 24 City 《二十四城记》, rappresentino simili tentativi di documentare e presentare gli ambienti concreti e le esperienze personali degli individui in un contesto macrostorico.

Minacce di guerra e costruzione dello Stato

Ogni studente di scienze sociali conosce il famoso aforisma del sociologo storico Charles Tilly: “La guerra crea gli stati”. Ma l’enfasi di Tilly era principalmente su come la guerra, attraverso la tassazione e l’organizzazione militare, plasmasse i sistemi fiscali e militari degli stati moderni. Non spiegò come la guerra spingesse le istituzioni statali a impiegare vari mezzi per promuovere lo sviluppo economico e sociale di un paese, né si soffermò su come la minaccia di guerra – ovvero la preparazione proattiva a una potenziale guerra – potesse guidare la costruzione dello stato moderno. In particolare, la sua teoria spiega la formazione dei primi regimi statali assolutisti (lo “stato” nel senso di apparato politico, non il “paese” come comunità politica con territorio, popolazione e governo) prima della Rivoluzione industriale, senza affrontare l’impatto della guerra o la minaccia di guerra sulla costruzione industriale di una nazione. Pertanto, il detto “la guerra crea gli stati” dovrebbe essere rivisto in “la guerra crea l’industrializzazione”: che si trattasse del governo Qing di fronte alle potenze occidentali o della nazione cinese di fronte agli aggressori giapponesi, una rapida industrializzazione era essenziale per costruire la capacità militare necessaria a sconfiggere gli invasori. Ciò è coerente con le conclusioni del professor Yi Wen della Shanghai Jiao Tong University nel suo libro ” Il codice della rivoluzione scientifica “: le guerre tra stati moderni hanno guidato le rivoluzioni scientifica e industriale nell’Europa occidentale, diffondendosi infine in tutto il mondo. Essendo un paese agricolo arretrato in Oriente, la Repubblica Popolare Cinese, fin dalla sua fondazione, ha posto la modernizzazione dell’industria, dell’agricoltura, della difesa nazionale e dei trasporti come obiettivi per la costruzione dello stato. Questa era una verità che il popolo cinese aveva imparato a comprendere profondamente fin dalla Guerra dell’oppio: solo sviluppando solide capacità industriali e militari una nazione poteva liberarsi dalla minaccia di un’invasione straniera e di una guerra, e distinguersi davvero tra le nazioni del mondo.

Negli anni ’60, la Cina, ostinatamente impegnata nel suo percorso di industrializzazione, si trovò ad affrontare minacce di guerra molto concrete. Da sud, gli Stati Uniti esercitarono una pressione indiretta attraverso la guerra del Vietnam. A est, il governo nazionalista di Taiwan si preparava costantemente a riconquistare la Cina continentale. A nord, l’Unione Sovietica aveva schierato ingenti forze lungo il confine sino-sovietico. Ciò pose la costruzione dello Stato cinese in un doppio vincolo: da un lato, doveva continuare a promuovere rapidamente l’industrializzazione come fulcro della costruzione nazionale; dall’altro, doveva prepararsi a una guerra che poteva scoppiare in qualsiasi momento. Di recente ho sfogliato ” Le cronache di Deng Xiaoping” e ho notato che negli anni ’70, parlando con ospiti stranieri, egli affrontava spesso il pericolo di una guerra in quel periodo. I suoi punti principali erano, in primo luogo, che il pericolo di una guerra stava aumentando e, in secondo luogo, che dovevamo essere preparati e che, finché fossimo rimasti vigili, la guerra avrebbe potuto essere ritardata. In tali circostanze, la costruzione doveva procedere su due fronti: lo sviluppo regolare e la preparazione alla guerra. La preparazione alla guerra poteva comportare costi enormi. Ad esempio, l’industria edilizia nelle profondità delle montagne aumentava i costi di costruzione e riduceva l’efficienza; destinare ingenti risorse nazionali a settori legati alla difesa comprometteva la qualità complessiva dello sviluppo e limitava il miglioramento del tenore di vita della popolazione. Eppure, nelle relazioni internazionali, quando una parte spende molto per i preparativi di guerra, invia un segnale credibile all’altra parte, riducendo così la volontà dell’avversario di iniziare una guerra e riducendo di conseguenza il rischio di conflitto.

Nel maggio 1964, Mao Zedong propose la strategia della “Costruzione del Terzo Fronte” alla Conferenza Centrale di Lavoro, un progetto strategico per trasferire un gran numero di impianti industriali, di ricerca, militari-industriali ed energetici nelle aree montuose dell’entroterra, con progetti principali concentrati in Sichuan, Guizhou e Yunnan. Questo era il progetto formale del “Terzo Fronte Maggiore”. Allo stesso tempo, “la prima e la seconda linea avrebbero dovuto sviluppare anche una certa industria militare” per evitare che l’industria costiera rimanesse paralizzata in tempo di guerra, il che significava che anche gli impianti industriali avrebbero dovuto essere costruiti nelle aree montuose di quelle province. Questo era il “Terzo Fronte Minore”.

Il nord-ovest montuoso del Guangxi, con il suo territorio accidentato e le sue abbondanti risorse, divenne la regione per la costruzione del Terzo Fronte Minore all’interno della regione autonoma. Storicamente, quest’area non aveva né valli fluviali né pianure sufficienti a sostenere società stanziali e attività economiche su larga scala, né accesso al mondo esterno a causa della sua geografia insidiosa. In effetti, l’intera distesa del Guangxi comprende solo una pianura relativamente aperta tra Liuzhou柳州 e Laibin来宾 – la Pianura di Liujiang柳江平原 – e un’altra area relativamente aperta intorno a Nanning, che potrebbe essere chiamata Pianura di Yongjiang邕江平原. Per questo motivo, il centro di gravità economico e culturale del Guangxi storicamente corre lungo il corridoio da Guilin a Liuzhou a Nanning a Jiaozhi (Vietnam settentrionale)桂林—柳州—南宁—交趾, e la gestione della regione del Guangxi da parte delle dinastie delle Pianure Centrali si concentrava principalmente nelle dinastie Liuzhou e Yongzhou (Nanning) 邕州(南宁). Viaggiando a nord-ovest da Liuzhou lungo il fiume Longjiang龙江, oltrepassando Yizhou宜州 verso Hechi (oggi Jinchengjiang)河池(今金城江), Nandan南丹 e Tian’e天峨, si entra in quella che lo studioso americano James Scott ha definito “Zomia”. Questo vasto mondo di altopiani, che si estende dal Vietnam nordoccidentale al Laos settentrionale, dal Myanmar settentrionale allo Yunnan cinese, al Guangxi nordoccidentale, al Guizhou e al Sichuan sudoccidentale, è stato per migliaia di anni la dimora di vari gruppi tribali indigeni, aree in cui il potere statale riusciva a malapena a penetrare.

È interessante notare che il sistema Youjiang (Fiume Destro), incentrato su Baise百色 nella provincia occidentale del Guangxi, sebbene faccia anch’esso parte di Zomia e si trovi a una latitudine simile a quella di Hechi, appartiene all’estensione settentrionale della sfera di Nanning. Analogamente a come la valle del fiume Longjiang collega Jinchengjiang, Yizhou e Liuzhou, risalendo lo Youjiang dalla pianura dello Yongjiang attorno a Nanning, attraverso Tianyang e Tiandong fino a Baise, forma un altro corridoio. Poiché la valle del fiume di questo corridoio è relativamente aperta e i trasporti relativamente comodi, è stata una via di comunicazione importante per l’amministrazione del governo centrale del sud-ovest fin dalle dinastie Song e Yuan. Alla fine del XIX secolo, un significativo movimento rivoluzionario contadino sorse nella regione di Youjiang. Nel dicembre del 1929, la rete del Partito Comunista che si era espansa dal Guangdong all’area di Nanning scelse Baise come sede per una rivolta armata.

Poiché il Guangxi nordoccidentale fu designato come zona di costruzione del Terzo Fronte Minore del Guangxi, nel 1965 tre contee da Baise, una contea da Nanning e sei contee da Liuzhou furono separate per formare il nuovo Distretto Speciale di Hechi. Da allora in poi, Hechi e Baise divennero due prefetture molto simili nel Guangxi: entrambe erano vecchie basi rivoluzionarie, aree di minoranze nazionali, aree di confine, aree montuose e aree povere – in breve, “vecchie, di minoranza, di confine, di montagna, povere”. Quando mi iscrissi all’università nel 1991 e incontrai i compagni di classe di Baise, scherzavamo insieme sul fatto che Hechi e Baise fossero due “compagni di sventura” all’interno del Guangxi. Nel linguaggio della metodologia di ricerca delle scienze sociali, queste due regioni costituiscono una coppia di “casi molto simili” e, dal 1965, il loro sviluppo ha costituito un esperimento naturale. I dati statistici mostrano che intorno al 1980 le due regioni avevano sviluppato un enorme divario nei loro livelli di industrializzazione. La causa di questa “divergenza Hechi-Baise” fu la costruzione del Terzo Fronte, che permise a Hechi di costruire un consistente sistema industriale in breve tempo, mentre Baise, priva di progetti del Terzo Fronte, rimase industrialmente sottosviluppata fino agli anni ’80 e ’90.

mappa del Guangxi

Una città nata dalla costruzione del Terzo Fronte

Rispetto a molti paesi in via di sviluppo in tutto il mondo, la formazione della prefettura di Hechi illustra un’importante caratteristica della costruzione dello Stato nella Cina socialista. Vale a dire, lo Stato, con il Partito Comunista Cinese come spina dorsale organizzativa, possedeva una formidabile capacità organizzativa, che gli consentì di creare un insieme completo di istituzioni statali e un sistema economico e sociale praticamente “da zero” in un periodo di tempo molto breve, in un luogo in cui il potere statale era precedentemente debole.

Quando dieci contee di Baise, Liuzhou e Nanning furono separate per formare il nuovo Distretto Speciale di Hechi (河池专区), il personale principale del comitato prefettizio del Partito e degli uffici amministrativi istituiti a Jinchengjiang fu trasferito da altre prefetture, contee e città del Guangxi. Negli anni successivi, le attrezzature e i lavoratori per le fabbriche, le miniere e le imprese di nuova costruzione arrivarono da intere fabbriche trasferite altrove, oppure furono portati da squadre inviate da “fabbriche madri” in altre regioni per contribuire alla costruzione. Una sede del comitato prefettizio del Partito e degli uffici amministrativi (Distretto di Jinchengjiang) richiese anche varie istituzioni di servizi sociali – uffici postali e delle telecomunicazioni, cooperative di fornitura e marketing, grandi magazzini, ospedali, librerie, pensioni, compagnie di canto e danza, emittenti radiotelevisive, trasporti pubblici e servizi di autobus a lunga percorrenza – e il personale chiave per tutte queste fu anch’esso trasferito da altre prefetture, contee e città del Guangxi. Pertanto, la popolazione e la scala urbana di Jinchengjiang si espansero rapidamente in un breve periodo e vennero rapidamente costruiti vari complessi, edifici per uffici e strutture commerciali, come grandi magazzini, uffici postali, librerie Xinhua e stazioni degli autobus.

Quando andai a Jinchengjiang per studiare alla fine degli anni ’80, le due strade principali si chiamavano Xinjian Road新建路 e Nanxin West Road南新西路. Da allora, Xinjian Road è stata ribattezzata Jincheng Middle Road金城中路. Si dice che prima di chiamarsi Xinjian Road, questa strada si chiamasse Dongfanghong Avenue, il che si adattava al clima politico e culturale all’epoca della fondazione del Distretto Speciale di Hechi. Lungo entrambi i lati di Xinjian Road sorgevano gli uffici del comitato prefettizio del Partito e dell’ufficio amministrativo: il complesso del comitato del Partito, l’ufficio di pubblica sicurezza, la procura, il tribunale e vari uffici amministrativi, commissioni e uffici, mentre i dipartimenti governativi e del Partito della città di Hechi, a livello di contea, si affacciavano su entrambi i lati di Nanxin West Road. Inoltre, i centri commerciali della città, la libreria Xinhua, il Palazzo della Cultura dei Lavoratori e il teatro erano distribuiti in vari punti lungo Xinjian Road, vicino al centro città, alcuni dei quali collegati direttamente a Nanxin West Road (come il Palazzo della Cultura dei Lavoratori). Oggi, ogni volta che cammino per le strade e gli angoli di Jinchengjiang, riesco ancora a immaginare come apparivano allora.

Il complesso del comitato prefettizio del Partito e dell’ufficio amministrativo, collettivamente chiamato “diwei xingshu”, è ora noto come il Vecchio Complesso del Comitato Prefettizio e rimane un importante punto di riferimento della città. Non lontano dal complesso, all’epoca fu costruito anche l’auditorium prefettizio: in epoca socialista, un auditorium era un luogo importante per le attività politiche di una città o di una contea. Di fronte al cancello dell’auditorium c’era un’isola spartitraffico triangolare al centro della strada, dove già allora sorgevano due enormi baniani. Questo punto era più o meno il punto di partenza del “centro città”. Biciclette e risciò a tre ruote che trasportavano passeggeri scorrevano oltre i due grandi baniani dalla mattina alla sera. In questo incrocio trafficato, il flusso costante di passanti sembrava non avere né il tempo né la voglia di fermarsi ad ammirare i vecchi alberi. A quei tempi, non c’erano auto private, taxi o scooter elettrici; i principali veicoli per il trasporto passeggeri sulle strade di Jinchengjiang erano tricicli a motore a tre ruote chiamati “sanma”.

Provenendo dalla direzione della nostra scuola superiore su Jiaoyu Road, o da Wuxu五圩 o Lingxiao凌霄, o da Liujia六甲 dall’altro lato, si entrava in Xinjian Road vicino all’incrocio con il ponte Nan. A quel tempo, due pilastri quadrati di cemento si ergevano ancora su entrambi i lati dell’incrocio, segnando l’inizio di Xinjian Road e, più o meno, il limite occidentale dell’area urbana di Jinchengjiang. Da lì, per circa un chilometro lungo entrambi i lati di Xinjian Road, si incontravano le varie istituzioni della Prefettura di Hechi: la Commissione Sportiva con la sua piscina, i campi da basket e lo stadio; una scuola media; un ospedale (allora chiamato Secondo Ospedale della Prefettura); l’Ufficio di Pubblica Sicurezza; l’Ufficio per i Quadri in Pensione; la Seconda Pensione del Comitato Prefettizio; e l’unità di Polizia Armata. Poi si raggiungeva l’isola triangolare con i due grandi baniani di fronte all’auditorium: si era quasi arrivati ​​al “centro città”. Poco più avanti si trovavano il comitato del Partito e il complesso degli uffici amministrativi, con il Tribunale del Popolo e la Procura dall’altra parte della strada. Il cuore del centro città si trovava altri cinquecento o seicento metri più avanti, nella zona intorno alla Libreria Xinhua, al Palazzo della Cultura dei Lavoratori e all’ufficio postale.

Un auditorium, che si trovasse in un capoluogo di contea, in un centro amministrativo di prefettura o all’interno di un’unità lavorativa, è stato per lungo tempo un luogo importante per la vita politica e culturale locale. Quando c’erano attività politiche, spesso vi si tenevano grandi riunioni; altrimenti, era un luogo dove guardare film o spettacoli teatrali. Quando eravamo studenti, più di una dozzina di compagni di classe decisero di andare all’auditorium della prefettura durante il fine settimana per vedere un film popolare importato da Taiwan. La prima cosa che feci fu passare dal centro città per prendere un caro amico la cui famiglia viveva alla libreria Xinhua. Quando arrivammo all’auditorium, il film era già iniziato e cercammo a tentoni un posto nell’oscurità. Il padre del mio compagno di banco e caro amico Xiaoxi era il direttore della compagnia regionale di canto e danza, che si trovava non lontano dall’auditorium. Intorno al Capodanno del 1991, il padre di Xiaoxi organizzò una mostra floreale nel cortile dell’auditorium. Xiaoxi mi diede naturalmente un biglietto e andai a vederlo insieme a Xiaoling e a suo fratello minore. Più tardi, con l’affermarsi della commercializzazione, aprirono diverse gelaterie e bibite fresche vicino all’auditorium, e la zona divenne vivace per un certo periodo. Oggi, sembra che da qualche parte in città ci siano ancora uno o due ristoranti con la parola “auditorium” nel nome (come “Auditorium Barbecue”), probabilmente un tempo situati vicino al vecchio auditorium. Il Teatro Jincheng, dove da studenti partecipavamo a gare di coro, è stato demolito e trasformato in un complesso residenziale. Tuttavia, da qualche parte a Jinchengjiang, si può ancora trovare un negozio di noodles di riso chiamato “Theater Grandma”, che probabilmente era un chiosco di noodles molto popolare adiacente al Teatro Jincheng ai suoi tempi d’oro.

Oggi l’auditorium è stato demolito e al suo posto è stata costruita un’importante piazza civica, Siyuan Plaza. Negli ultimi anni, ogni volta che torno a Jinchengjiang, alloggio vicino al molo di Shuichang e passo davanti a Siyuan Plaza più volte al giorno. La sera, spesso si montano castelli gonfiabili per far giocare i bambini; la mattina, è il luogo in cui gli anziani si riuniscono per cantare e ballare. I due enormi alberi di baniano che un tempo sorgevano nell’isola triangolare di fronte al cancello dell’auditorium, ora separati da Siyuan Plaza da una stradina, offrono ancora ombra alla gente durante la torrida calura estiva.

Questo modo di costruire la città significava anche che la maggior parte di coloro che vivevano a Jinchengjiang all’epoca, soprattutto coloro che lavoravano nei dipartimenti governativi e di partito e nelle istituzioni pubbliche della prefettura, erano “migranti” provenienti da altre parti del Guangxi. Per non parlare del fatto che alcune fabbriche erano state trasferite in massa da altre parti, o erano “fabbriche figlie” costruite da squadre inviate da una “fabbrica madre” in un’altra regione. Il film di Jia Zhangke ” 24 City” descrive proprio un’impresa di questo tipo: una fabbrica del Terzo Fronte legata alla produzione di aeromobili, trasferita interamente da Shenyang a Chengdu. Il dialetto locale parlato dai nativi di Hechi è il vernacolo del Guangxi nord-occidentale, linguisticamente classificato come dialetto di Guiliu. Questo si riferisce alla parlata locale dell’area di Guilin-Liuzhou, che, insieme ai dialetti di Sichuan, Guizhou e Yunnan, appartiene al mandarino sud-occidentale (naturalmente, ci sono ancora alcune differenze di accento tra i vari capoluoghi di contea e i comuni). Quando sono arrivato a Jinchengjiang per frequentare le superiori, ho notato che i miei compagni di classe, cresciuti lì, parlavano mandarino tra loro anche durante le conversazioni informali fuori dalle lezioni. Ho scoperto che Jinchengjiang, essendo una città di recente fondazione, aveva molti residenti provenienti da diverse parti del Guangxi, il che rendeva la necessità di usare il mandarino (anche se con un forte accento) piuttosto elevata, e anche le scuole primarie e secondarie davano molta importanza all’apprendimento e all’uso del mandarino da parte degli studenti.

Questo è, di fatto, un caso di “isola dialettale”. Esempi importanti includono città come Hangzhou e Nanchino, dove un improvviso afflusso di stranieri durante un particolare periodo creò un fenomeno per cui la città parlava una lingua diversa dalle aree circostanti. Il fatto che gli abitanti di Jinchengjiang parlassero mandarino non era dovuto al fatto che Jinchengjiang fosse una “grande” città o una metropoli moderna rispetto ai capoluoghi di contea di Tian’e o Nandan, ma principalmente al fatto che la nuova popolazione della città proveniva da molti luoghi diversi, rendendo il mandarino un mezzo di comunicazione necessario. La vicina Liuzhou offre un controesempio: in termini di scala urbana e grado di modernizzazione, Liuzhou supera di gran lunga Jinchengjiang. Tuttavia, Liuzhou non sperimentò un simile afflusso improvviso e su larga scala di stranieri, quindi l’uso del mandarino a Liuzhou era in realtà inferiore rispetto a Jinchengjiang all’epoca. La Fabbrica di Macchine Renmin (del Popolo) di Jinchengjiang fu un importante progetto di armamento del Terzo Fronte per la produzione di fucili e fu fondata da una fabbrica di armi di Chongqing. Qualche anno fa, mentre giocavo a badminton a Jinchengjiang, ho incontrato una giocatrice i cui genitori parlavano Sichuan. Si è scoperto che i suoi genitori provenivano dalla fabbrica madre di Chongqing per aiutare a costruire la fabbrica Renmin a Jinchengjiang.

Questo modello di costruzione urbana si rifletteva anche nella struttura per età della popolazione di Jinchengjiang all’epoca. Ripensandoci anni dopo, mi resi conto che la maggior parte dei miei compagni di classe di Jinchengjiang, al liceo, erano secondogeniti. La maggior parte di noi della nostra classe era nata nel 1973. I loro genitori erano arrivati ​​a Hechi entro un anno o due dal 1965 e avevano formato una famiglia qui. Il loro primo figlio sarebbe nato circa tre-cinque anni dopo il 1965, ovvero tra il 1968 e il 1970. Poi, tra il 1972 e il 1974, sarebbe nato il secondo figlio. Per quanto riguarda i nostri compagni di classe di Jinchengjiang che erano primogeniti o terzogeniti (ovvero, non secondogeniti), i loro genitori generalmente non appartenevano alla coorte arrivata a Hechi quando la prefettura fu istituita nel 1965.

Il cuore della costruzione del Terzo Fronte: fabbriche e miniere

L’obiettivo principale della Costruzione del Terzo Fronte era la creazione di una serie di imprese militari-industriali. A queste venivano solitamente dati nomi pubblici innocui come “Fabbrica di Macchinari Tal dei Tali”, ad esempio la Fabbrica di Macchinari Renmin (del Popolo) o la Fabbrica di Macchinari Longjiang. Per creare un sistema di supporto completo alla produzione militare, diverse altre categorie di imprese di supporto dovevano essere costruite simultaneamente. Una categoria comprendeva le imprese di materie prime, come acciaierie e fabbriche tessili di cotone: le prime fornivano acciaio per la produzione di armi, le seconde producevano tessuti e uniformi militari (anche se, una volta istituite, queste imprese producevano principalmente per uso civile). Un’altra categoria era l’attività mineraria: miniere di carbone per fornire combustibile industriale e miniere di metalli non ferrosi per leghe e munizioni militari, insieme a fonderie per la lavorazione del minerale. Una terza categoria era la produzione chimica, come gli impianti di fertilizzanti, che in tempo di pace producevano fertilizzanti per sostenere l’agricoltura, ma potevano essere convertiti in tempo di guerra per produrre esplosivi, polvere da sparo e altre forniture militari. Infine, c’era la categoria dei macchinari: in tempo di pace queste fabbriche potevano produrre macchinari agricoli civili e forse anche alcuni componenti per prodotti militari, mentre in tempo di guerra avrebbero servito la produzione militare in modo più completo e avrebbero potuto anche svolgere compiti come la riparazione di equipaggiamenti militari.

A partire dal 1965, un gran numero di fabbriche fu rapidamente costruito in tutta Hechi. Il comune di Dongjiang, non lontano da Jinchengjiang, fu una delle principali zone di costruzione di fabbriche. Inoltre, molte fabbriche furono costruite in varie aree vicino alle montagne attorno al comune di Jinchengjiang, mentre altre furono sparse vicino al capoluogo di contea di Yishan e nella zona di confine dove si incontrano le contee di Hechi, Yishan e Huanjiang. Il professor Xu Youwei dell’Università di Shanghai ha studiato a lungo la costruzione del Terzo Fronte in Cina. Per coincidenza, uno dei suoi parenti era un direttore della fabbrica di fertilizzanti azotati di Hechi a Liujia, il che gli fornì un accesso molto comodo ai materiali d’archivio originali sul Terzo Fronte di Hechi. Nel complesso, le principali imprese furono dislocate lungo la linea che correva a nord-ovest da Yishan lungo la valle del fiume Longjiang, attraverso Jinchengjiang fino al comune di Liujia. Per quanto riguarda i distretti minerari, i più importanti erano l’ufficio minerario di Dachang a Nandan, che estraeva principalmente stagno ed era noto come la “capitale cinese dello stagno”, le miniere di carbone di Luocheng, la miniera di manganese di Longtou a Yishan e altre.

Inizialmente avevo dato per scontato che il capoluogo della contea di Tian’e fosse troppo remoto per ospitare imprese del Terzo Fronte. Solo di recente, leggendo materiale pertinente, ho appreso che la Hechi Third Front Construction aveva commissionato la costruzione di una fabbrica di sughero nella contea di Tian’e. Questo mi ha rinfrescato la memoria: da bambini, andavamo spesso a nuotare nel piccolo fiume che attraversava il capoluogo della contea. Uno dei nostri punti di balneazione era proprio di fronte al tubo attraverso il quale la fabbrica di sughero scaricava i trucioli di legno, e la fabbrica rilasciava spesso grandi quantità di segatura nel fiume. Particelle gialle ricoprivano la superficie dell’acqua, andando alla deriva a valle e tingendo di giallo l’intero piccolo fiume. In giornate come quelle, non potevamo nuotare fin lì e dovevamo risalire il fiume. Occasionalmente, i residenti raccoglievano la segatura scaricata dalla fabbrica e la portavano a casa per bruciarla e usarla per cucinare.

Oltre la segatura della fabbrica di sughero nella contea di Tian’e, la prima impressione fisica che mi fecero le imprese del Terzo Fronte di Hechi, ora che ci ripenso, fu la grande ciminiera della fonderia di Hechi. Quando studiavamo al liceo prefettizio, guardando fuori dalle finestre delle aule, non vedevamo altro che terreni agricoli. Ma in lontananza, ai piedi delle montagne, si estendeva un’importante zona industriale del Terzo Fronte a Jinchengjiang, dove sorgevano cementifici, fonderie e la fabbrica di macchinari generali, dove in seguito lavorò mia sorella maggiore. La fusione di metalli non ferrosi produce grandi quantità di emissioni di anidride solforosa, quindi la ciminiera della fonderia fu costruita in cima a una montagna, visibile da lontano, come la pagoda sulla cima della collina di Yan’an! Poiché la ciminiera si trovava sulla cima della montagna, il terreno della fabbrica non sarebbe stato direttamente interessato dai gas di scarico. Ma ogni volta che l’impianto era in funzione, chi si trovava in lontananza poteva vedere un denso fumo che si alzava senza fine verso il cielo. Salendo in alto, il fumo si diffondeva gradualmente in tutte le direzioni, fino a coprire il cielo limitato sopra l’intera città. Il nostro insegnante di chimica, Tao Ye, commentava spesso questa ciminiera in classe, dicendo che, costruendola sulla cima della montagna, la fonderia garantiva che l’intera città potesse condividere equamente i benefici delle sue emissioni.

A quell’epoca, l’industrializzazione significava effettivamente inquinamento urbano. Oltre alle emissioni delle fabbriche, tutti gli abitanti della città bruciavano carbone per cucinare e riscaldarsi, e molte fabbriche bruciavano carbone. E Jinchengjiang, essendo una città nascosta tra le montagne, presentava pessime condizioni per la dispersione degli inquinanti. Ricordo che, mentre ero ancora a Tian’e, un amico una volta andò in bicicletta, che era ricoperta di ruggine in molti punti. Disse che la bici era in realtà piuttosto nuova: era appartenuta a un parente di Jinchengjiang e, poiché Jinchengjiang era soggetta a piogge acide, le biciclette dei residenti si arrugginivano molto rapidamente. All’epoca, avevo studiato l’inquinamento atmosferico e le piogge acide solo durante le lezioni di chimica. Sentendolo descrivere le piogge acide di Jinchengjiang, le trovai meravigliose e, allo stesso tempo, provai una sorta di nostalgia per questa “grande” città. Probabilmente a causa dell’aria inquinata di Jinchengjiang, sviluppai la rinite allergica poco dopo essere arrivato a Hechi per frequentare il liceo. Ho dovuto prendermi una pausa e ho preso in prestito la bicicletta di un compagno di classe per andare al Secondo Ospedale della città per farmi visitare da un medico, dove mi è stato prescritto un farmaco che all’epoca veniva spesso pubblicizzato in televisione: il “Biyan Kang” (sollievo dalla rinite). In seguito, il dottor Qin Donglin, che ho incontrato durante il mio ricovero in ospedale, mi ha detto che la rinite era molto difficile da curare. In effetti, da allora ho continuato a soffrire di allergie nasali e secchezza.

Oltre all’inquinamento atmosferico, l’edilizia industriale portò naturalmente anche all’inquinamento delle acque. Nell’estate del 1988, tornai nella mia casa natale nel Sichuan. Sulla via del ritorno, dopo una breve sosta a Jinchengjiang, vidi per la prima volta il fiume Longjiang. Il colore di quell’acqua era diverso da qualsiasi cosa avessi mai visto prima: un blu scuro e torbido, esattamente come la soluzione di solfato di rame che vedevamo durante le lezioni di chimica. Il mio compagno di scuola elementare Qin Feng viveva già a Jinchengjiang da diversi anni, dopo che suo padre era stato trasferito al Comitato di Partito della Prefettura di Hechi. Fu lui a portarmi in bicicletta per tutto Jinchengjiang. Mi disse che il colore dell’acqua era causato dall’inquinamento industriale. Oggi, le acque del Longjiang sono cristalline e la qualità dell’acqua di Hechi è costantemente tra le migliori tra tutte le città cinesi. Ma la scena in cui posai per la prima volta lo sguardo sul fiume Longjiang rimane vivida nella mia memoria.

Il mio legame più diretto e duraturo con le imprese industriali di Hechi è avvenuto attraverso i compagni di classe e di tutta la scuola che provenivano da quelle imprese. Gli studenti di queste imprese e uffici minerari avevano in genere frequentato le scuole elementari e medie gestite dalle rispettive aziende o uffici minerari; alcuni frequentavano scuole medie congiunte (“联中”, liánzhōng) gestite collettivamente da diverse imprese vicine. Nella nostra classe, Wei Lindong e He Chunyan provenivano dalla fabbrica di macchinari di Dongjiang, e molti dei nostri compagni provenivano dagli uffici minerari di Dachang, Luocheng e Longtou. C’erano anche diverse fabbriche situate tra Yishan e Jinchengjiang; uno dei nostri compagni proveniva dalla fabbrica Vinylon di quel luogo. Dopo i Giochi Asiatici del 1990, la città ci organizzò per andare allo stadio ad accogliere i membri della squadra nazionale nati a Hechi. Tra loro c’era Huang Hua, all’epoca la migliore giocatrice della squadra femminile cinese di badminton, figlia del cotonificio di Dongjiang.

Alcuni quadri che lavoravano in specifici dipartimenti del Comitato Prefettizio del Partito o dell’Ufficio Amministrativo potrebbero aver avuto esperienza di lavoro in queste fabbriche nei loro primi anni. Il nostro compagno di classe Li Xiaobo – all’epoca sapevo solo che la sua famiglia lavorava nella Commissione Economica dell’Ufficio Amministrativo, che sovrintendeva direttamente a tutte le imprese industriali della prefettura. Quando abbiamo parlato di recente, ho scoperto che suo padre era in realtà arrivato per aiutare a costruire le imprese del Terzo Fronte negli anni precedenti. Ha detto che i suoi genitori erano stati prima a Jinchengjiang, poi trasferiti in una fabbrica tra Yishan e Jinchengjiang, e solo in seguito erano tornati a Jinchengjiang per lavorare alla Commissione Economica. Volevo sapere quale fabbrica tra Yishan e Jinchengjiang fosse, così ha chiesto alla sua famiglia e mi ha confermato che i suoi genitori erano andati in quella che veniva chiamata la Fabbrica di Pugai (普钙厂, uno stabilimento di fertilizzanti fosfatici, parte dell’industria di supporto dei fertilizzanti chimici). Di recente, mentre leggevo una monografia sulla costruzione del terzo fronte di Hechi scritta da Liu Chaohua, ho trovato effettivamente un resoconto della costruzione della fabbrica Pugai di Hechi.

Rimangono i vecchi quartieri industriali

Tutti sanno che la costruzione del Terzo Fronte seguiva il principio fondamentale di “山、散、洞” (shān, sàn, dòng): insediamenti montani, dispersi e nascosti nelle grotte. Tuttavia, è impossibile immaginare fino a che punto queste imprese del Terzo Fronte a Hechi fossero “nascoste” nelle profondità delle valli montane senza averlo visto di persona. All’epoca, non ebbi mai l’opportunità di visitare nessuno di questi complessi industriali nascosti tra le montagne. Solo molti anni dopo, quando andai in bicicletta alla fabbrica di fertilizzanti azotati di Hechi a Liujia con il mio compagno di ciclismo Lan Jie, mi si aprirono veramente gli occhi. L’ingresso al complesso industriale si trovava in uno stretto passaggio tra due montagne. Una volta all’interno, incastonati tra valli circondate da cime, le aree dormitorio, gli edifici amministrativi, gli spazi per le attività pubbliche (come un campo da basket illuminato) e i laboratori di produzione erano distribuiti lungo la limitata pianura che si snodava attraverso la valle. Come ho scritto in un altro saggio, i laboratori di produzione erano dotati di binari ferroviari che correvano lungo la valle, collegandosi direttamente alla vicina stazione ferroviaria di Liujia, consentendo il trasporto di materie prime e prodotti su rotaia. Abbiamo attraversato le varie zone del complesso industriale e siamo usciti da un altro cancello sul lato opposto. Guardando indietro, se non l’avessimo attraversato personalmente, tutto ciò che avremmo visto sarebbe stato il cancello della fabbrica tra quelle imponenti cime calcaree: sarebbe impossibile immaginare che dietro quelle montagne verdeggianti si stendesse un complesso industriale così completo.

Nel film “24 City” di Jia Zhangke , c’è un personaggio che racconta con orgoglio la vita agiata di cui godeva da adolescente nel complesso industriale, incluso il fatto di portare i thermos alla mensa aziendale d’estate per prendere bibite ghiacciate. La famiglia del mio compagno di università Chen Haifeng viveva nella fabbrica di macchinari per l’ingegneria di Liuzhou. A quei tempi, ogni volta che passavo per Liuzhou tornando a scuola dopo le vacanze, rimanevo a casa sua per qualche giorno in attesa dei biglietti del treno, il che mi permetteva di sperimentare direttamente la vita in un complesso industriale. La loro fabbrica aveva una pista di pattinaggio a rotelle, una sala da ballo all’aperto e altre strutture, importanti luoghi di ritrovo per quadri, operai e le loro famiglie. Non c’è da stupirsi che quando organizzammo una gita alla pista di pattinaggio di Zhongguancun durante l’università, Haifeng abbia dimostrato eccellenti capacità, che aveva imparato da bambino giocando in fabbrica.

A quei tempi, Jinchengjiang organizzava ogni estate il torneo di calcio “Longjiang Cup” (simile all’attuale “Village Super League” o “Suzhou Super League”). La squadra degli operai del cementificio di Hechi era spesso una forte contendente. Anche la General Machinery Factory di mia sorella schierava una squadra, e il capitano era il marito di una sua collega d’ufficio. Così mia sorella mi presentò al capitano, sperando che potessi unirmi alla loro squadra per giocare alla Longjiang Cup. Quando entrai nel complesso della fabbrica e scoprii che avevano un campo da calcio regolamentare, rimasi assolutamente sbalordito. Quando eravamo al liceo a Hechi, eravamo costantemente frustrati perché il nostro campus era troppo piccolo e non c’era spazio per giocare a calcio. Solo l’ultimo giorno degli esami finali di ogni semestre ci incontravamo per giocare una singola partita nel campo da calcio di fronte alla scuola media di Hechi, che apparteneva alla Commissione Sportiva. Il fatto che questa fabbrica avesse un campo da calcio così spazioso era davvero invidiabile.

Non sono figlio di una fabbrica o di una miniera, e non sono cresciuto in quei complessi industriali. Ma avendo vissuto a casa di Haifeng, nutro sentimenti di affetto verso i complessi industriali. Ora, ogni volta che vado a Liujia in bicicletta o in auto, mi piace soffermarmi in città o passeggiare in ogni angolo del complesso della Fabbrica di Fertilizzanti Azotati. Quando nuoto al molo del cementificio sul fiume Longjiang e vedo il piccolo giardino ormai abbandonato ai margini del complesso, con il suo giardino roccioso artificiale e il padiglione, emozioni complesse mi travolgono. Mi imbatto spesso anche in video che mostrano lo stato attuale di queste fabbriche e miniere del Terzo Fronte, spesso con cancelli di fabbriche consumati dal tempo, edifici dormitorio ricoperti di rampicanti, binari ferroviari abbandonati, officine, bacheche e così via. Le macchine che un tempo ruggivano, i binari che un tempo trasportavano innumerevoli tonnellate di merci, ora giacciono silenziosi, diventando reliquie industriali che suscitano meraviglia negli spettatori. Gli agenti immobiliari pubblicano anche video che promuovono unità in vendita in questi vecchi quartieri industriali, e un negozio di luosifen (螺蛳粉, spaghetti di riso a forma di chiocciola di fiume) nel centro città chiamato “Vecchio Quartiere Industriale” è uno dei nostri posti preferiti dove mangiare. Tutto questo mi ricorda i miei compagni di classe di allora, che lavoravano nelle fabbriche e nelle miniere, e mi riporta alla mente il complesso e ricco tessuto dell’industrializzazione socialista cinese e della costruzione del Terzo Fronte.

La Fabbrica di Macchinari Renmin (del Popolo) di Hechi era una delle più importanti imprese costruite durante la Costruzione del Terzo Fronte, specializzata nella produzione di armi. Il suo ingresso si trovava ai piedi di una montagna e, in passato, nessuno poteva sapere cosa si trovasse oltre il cancello della fabbrica. Oggi, lo sviluppo della città si è notevolmente ampliato e sono stati scavati tunnel attraverso le montagne accanto alla Fabbrica Renmin, con il traffico che scorre giorno e notte. La Fabbrica Renmin stessa ha perso da tempo la sua funzione di fabbrica militare ed è diventata un quartiere residenziale sviluppatosi dal vecchio quartiere industriale, con le ex aree dormitorio trasformate in alti condomini. Un amico del mio caro amico Lan Jie ha affittato parte delle officine abbandonate nel complesso della fabbrica e le ha convertite nel suo stabilimento di produzione alimentare. Questo è diventato il nostro punto di ritrovo e di attività, dove spesso organizziamo cene e feste. Ogni volta che vado a una festa ed entro nel complesso della fabbrica, vedendo quelle officine abbandonate e le alte e imponenti montagne alle loro spalle, o quando esco dalla vecchia officina dopo una festa notturna e alzo lo sguardo per vedere il firmamento tranquillo sopra quelle cime, mi viene voglia di immaginare le scene di operai e quadri che lavorano giorno e notte nella produzione militare per la preparazione alla guerra.

La presenza militare e altri aspetti

A quei tempi, camminando per le strade di Jinchengjiang, si vedevano spesso soldati in uniforme. Ogni tanto, si poteva scorgere un’auto con targa militare. Per molto tempo, tuttavia, non ho ritenuto che ci fosse nulla di speciale nella presenza militare che vedevo a Jinchengjiang. Dopotutto, ogni provincia del paese aveva un distretto militare provinciale, ogni prefettura aveva un sottodistretto militare, ogni contea aveva un Dipartimento delle Forze Armate Popolari e molte città avevano truppe di stanza. Solo di recente, dopo aver letto materiale sulla costruzione del Terzo Fronte, ho appreso che, a causa dell’intensa natura militare e di preparazione alla guerra del Terzo Fronte, lo sviluppo urbano e industriale di Hechi era stato fin dall’inizio portato avanti con un profondo coinvolgimento del sottodistretto militare. Di conseguenza, rispetto ai sottodistretti militari delle città non appartenenti al Terzo Fronte, il sottodistretto militare di Hechi aveva dimensioni più ampie e un’influenza più pronunciata sullo sviluppo locale. Nel libro di Liu Chaohua sulla costruzione del Terzo Fronte di Hechi, si legge che poco dopo l’istituzione del Distretto Speciale di Hechi nel 1965, il Comitato Prefettizio del PCC di Hechi e l’Ufficio del Commissario di Hechi istituirono un Gruppo Direttivo per la Preparazione alla Guerra, con sede nel Sottodistretto Militare di Hechi. Per quanto riguarda la costruzione del Terzo Fronte, il Sottodistretto Militare era un importante nodo istituzionale in questioni quali i compiti di produzione per le fabbriche militari, l’allocazione delle materie prime, l’accettazione e l’ispezione di armi e munizioni finite e il coordinamento con il sistema di approvvigionamento militare. Il Distretto Speciale di Hechi e il Sottodistretto Militare istituirono congiuntamente il sistema di preparazione alla guerra “Tre Linee e Quattro Reti” (三线四网): le “Tre Linee” significavano l’organizzazione della milizia come spina dorsale in tre linee: combattimento, supporto e produzione; le “Quattro Reti” significavano la rete di trasporto, la rete di approvvigionamento, la rete medica e di soccorso e la rete di riparazione di veicoli, imbarcazioni e armi.

Uno dei motivi per cui il sottodistretto militare mi ha lasciato un’impressione così profonda è probabilmente il fatto che abbiamo seguito l’addestramento militare subito dopo aver iniziato il liceo. L’addestramento si svolgeva nel campus ed era organizzato dai quadri del sottodistretto militare, ed è così che ho imparato per la prima volta il termine “sottodistretto militare” (军分区). Per l’esercitazione finale dell’addestramento, tutte e sei le classi del nostro anno venivano portate in un poligono di tiro in periferia per esercitarsi con il tiro a segno. Molti anni dopo, quando andai a giocare nel villaggio di Lingxiao, vicino a Jinchengjiang, scoprii che ai piedi delle montagne c’era un deposito di munizioni. A memoria, sospetto che il poligono di tiro dove ci esercitavamo fosse probabilmente vicino al villaggio di Lingxiao, che potrebbe aver ospitato una base di addestramento della milizia. Prima dell’allenamento al tiro, io e diversi compagni di classe prendevamo il piccolo camioncino della scuola e andavamo a ritirare i fucili in un complesso sulla Nanxin West Road. Ripensandoci ora, probabilmente si trattava del Dipartimento delle Forze Armate Popolari della città di Hechi, a livello di contea.

Quando eravamo al liceo, il Paese aveva appena ripristinato il sistema dei gradi militari. I nostri compagni di classe Huang Cheng e Xia Yu erano appassionati di militari e leggevano ogni giorno riviste come “Ordnance Knowledge” e “Naval & Merchant Ships” . Sapevano tutto sui gradi militari, le insegne e le spalline. Una volta, mentre eravamo in una strada di Jinchengjiang, vedemmo un’auto del sottodistretto militare con un ufficiale in piedi accanto, che parlava con qualcuno all’interno (presumibilmente il suo superiore). Naturalmente, non avevo idea di come identificare il suo grado, ma sentii Huang Cheng esclamare scioccato: “Colonnello Maggiore!”. Sebbene avesse visto ogni tipo di insegna di grado sulle riviste, questa era la prima volta che vedeva di persona un ufficiale di così alto grado, e rimase sbalordito all’istante.

C’è molto altro di cui vale la pena parlare in relazione alla costruzione del Terzo Fronte di Hechi. Ho già scritto delle ferrovie di Jinchengjiang in un altro saggio, ma il ruolo delle ferrovie nella costruzione del Terzo Fronte e nella città merita un discorso a parte. Il fiume Longjiang attraversa Jinchengjiang, Huanjiang e Yishan e, a partire dal periodo della costruzione del Terzo Fronte, lungo il suo corso sono state costruite una serie di centrali idroelettriche: Xiaqiao, Bagong, Liujia, Lalang, Luodong e altre. Durante gli anni della scuola, una volta facemmo una gita primaverile alla centrale elettrica di Xiaqiao e molti compagni di classe di mio fratello, della Scuola di Energia Elettrica, furono assegnati a lavorare in queste centrali. Durante le vacanze universitarie, mi piaceva molto andare a trovarli alle centrali. Oggi, Liu Dong, che è cresciuto giocando con noi, è il direttore di una di queste centrali. Aver sviluppato il potenziale idroelettrico di un fiume in modo così completo, con le condizioni tecnologiche di quell’epoca, è davvero un modello di costruzione di centrali elettriche per un paese in via di sviluppo. Questo sistema idroelettrico a cascata non solo fornì elettricità per l’industrializzazione di Hechi, ma divenne anche un modello in miniatura per i numerosi sistemi idroelettrici a cascata sviluppati in seguito su altri fiumi del paese, tra cui il sistema a cascata del fiume Hongshui, sempre a Hechi. Ora, ogni volta che leggo resoconti di centrali idroelettriche su fiumi importanti come lo Yalong, il Jinsha o, più recentemente, lo Yarlung Tsangpo, penso alle dighe lungo i fiumi Longjiang e Hongshui e ai calmi bacini idrici verde smeraldo alle loro spalle, immaginando le loro turbine in funzione e i flussi costanti di elettricità che ne fluiscono verso l’esterno.

Tornando alla presenza militare di spicco a Jinchengjiang a quei tempi: il sottodistretto militare si trovava appena oltre un ingresso stradale di fronte al lotto triangolare con due grandi alberi di baniano su Xinjian Road e al complesso del Comitato Prefettizio del Partito e dell’Ufficio Amministrativo. “L’incrocio del sottodistretto militare” era un punto di riferimento importante a Jinchengjiang. Dopo gli anni ’90, il sottodistretto militare utilizzò alcuni dei suoi edifici per aprire ristoranti e sale karaoke, che per un certo periodo furono molto popolari. Qualche anno dopo, durante una Festa di Primavera, diversi vecchi compagni di classe – Ruo Yu, Chen Rulan, Qiu Ying e altri – tornarono da fuori città e noi vagammo per ogni angolo di Jinchengjiang a tarda notte, intrufolandoci nella sala da ballo del sottodistretto militare per bere e ascoltare musica. Oggi, le proprietà militari sono state ritirate dalle attività commerciali, il sottodistretto militare ha ricostruito le sue mura e le scene di canti e balli non ci sono più. Ma il mercato ortofrutticolo vicino al sottodistretto militare è stato trasformato nel centro commerciale “Xintiandi” (Nuovo Mondo). Il piano terra è ancora un mercato, mentre il secondo piano segue il modello di una strada pedonale artistica, con numerose caffetterie, bar, un cinema, un’area giochi per bambini e una palestra, il che lo rende un nuovo polo commerciale e culturale di Jinchengjiang. Ogni volta che i vecchi compagni di classe si incontrano, troviamo qui una caffetteria dove sederci, o mangiamo barbecue e beviamo birra al bar. Situato proprio accanto alla vivace Xinjian Road e a Siyuan Square (思源广场, “Ricorda la Piazza della Fonte”, ricavata da quello che un tempo era il Grande Auditorium), è il luogo perfetto per ricordare il passato e ammirare come è cambiata la città, come è cambiata la Cina.

Epilogo: La costruzione del terzo fronte nel contesto della grande storia

L’odierna Hechi non è più la remota città del Terzo Fronte nel Guangxi nord-occidentale, con i suoi trasporti bloccati. Le strade e il sistema urbano si sono espansi a dismisura. Edifici e negozi si susseguono in file fitte: è inconfondibilmente una vivace, prospera e moderna città centrale del Guangxi nord-occidentale. Molte delle fabbriche e delle miniere un tempo nascoste nelle valli montane sono state trasformate in moderne imprese; alcune sono state trasformate in complessi residenziali, mentre altre rimangono silenziosamente come patrimonio industriale. La grande ciminiera della fonderia è stata abbattuta molto tempo fa. La città è ora circondata da montagne su tutti i lati, con diecimila cime verdeggianti. Tra le grandi montagne e i corsi d’acqua – il Longjiang, l’Hongshui, il Wuyang, lo Jianjiang, il Grande e il Piccolo Huanjiang, il fiume Xiajian – si estende ovunque uno scenario di livello mondiale.

Ripensando alla storia di Hechi e alla costruzione del Terzo Fronte, molte esperienze che all’epoca non furono comprese rivelano solo ora il loro vero significato. Quelle ferrovie, fabbriche, miniere, centrali idroelettriche e complessi costruiti nelle profondità delle montagne non erano semplicemente strutture preparate per la guerra. Erano le fondamenta industriali e organizzative gettate in anticipo per una nazione in fase di sviluppo avanzato e sottoposta a forti pressioni. La costruzione del Terzo Fronte aveva i suoi costi e i suoi limiti, ma permise allo stato moderno di penetrare nelle profondità delle montagne per la prima volta in modo così concentrato e sistematico, integrando questa terra a lungo emarginata nel sistema industriale e nel destino comune della nazione.

Molte persone si definiscono “Partito Industriale” (工业党), e io condivido un sentimento simile. Inoltre, molti nutrono un complesso nostalgico per i vecchi quartieri industriali, le vecchie aree minerarie, i complessi istituzionali cintati, i treni “green”, i grandi progetti ingegneristici nazionali, la visione di ringiovanire la nazione attraverso la scienza e la tecnologia e l’entusiasmo militare, tra gli altri. Questi sentimenti sono stati tutti plasmati, in varia misura, dalla storia unica della costruzione della nazione nella Nuova Cina socialista. Oggi, ogni volta che mi capita di scorrere un video di un complesso industriale del Terzo Fronte, o di passeggiare in un vecchio quartiere industriale di Jinchengjiang, o di passare accanto a un vecchio binario ferroviario, penso sempre a quelle immagini dei film di Jia Zhangke: le scene specifiche e le esperienze ordinarie della gente comune sullo sfondo di una grande storia. Alla radice, questi simboli, immagini e narrazioni portano con sé lo spirito di autosufficienza, di lotta ardua e di dedizione collettiva che ha caratterizzato la costruzione della Nuova Cina socialista.

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