Italia e il mondo

Lo “Stato profondo” americano :genealogia di un fantasma strutturale, di Sébastien Queré

Lo “Stato profondo” americano : genealogia di un fantasma strutturale

Sébastien Quéré, laureato all’IEP di Tolosa, ha insegnato storia e geografia per quindici anni prima di 

dedicarsi alla scrittura e alle conferenze di geopolitica. In 1979: una rivoluzione della storia  (2026), esplora

 un anno di svolta in cui si delineano le linee di forza del mondo contemporaneo dietro i grandi sconvolgimenti 

politici, ideologici ed economici.

Il potere può rimanere forte solo quando è tenuto nell’ombra; quando viene esposto alla luce del giorno, comincia a svanire1.Samuel Huntington

Il concetto di «Stato profondo» trae origine dal termine turco derin devlet, quell’alleanza occulta tra militari, servizi segreti (il MIT), del Consiglio di sicurezza nazionale (il MGK) e delle reti mafiose che ha strutturato la Repubblica kemalista all’ombra delle sue istituzioni ufficiali2. Nel 2007, Peter Dale Scott prese in prestito dalla Turchia il termine «Stato profondo», per definire un potere che non deriva dalla Costituzione, ma da fonti superiori ed esterne ad essa e che è « più potente dello Stato pubblico »3. Dopo le rivelazioni di Edward Snowden nel 2013 sulla sorveglianza di massa da parte della NSA, un articolo del New York Times ha dato credito al concetto di «Stato profondo», descritto come « un livello di governo o di controllo superiore difficilmente percepibile che si mantiene indipendentemente dall’esito delle elezioni ed è in grado di contrastare i movimenti sociali o i cambiamenti radicali »4.

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Lo Stato profondo indica un circuito informale di potere. Infatti, dietro le istituzioni ufficiali dello Stato pubblico, esiste effettivamente un sistema potente, oscuro e insondabile, informale e complesso: il sistema dello Stato profondo. Al suo centro operano le agenzie di intelligence, il Pentagono, le grandi aziende dello stesso settore, le lobby, come quella, privata, dell’industria della difesa, l’ ’American Security Council, la lobby filoisraeliana AIPAC, la lobby delle armi da fuoco (NRA), alcuni alti funzionarie reti burocratiche. A questi si aggiungono società private come BlackRock, Booz Allen Hamilton, grandi compagnie petrolifere come Exxon e Chevron, alcuni think tank, alcuni oligarchi, grandi banche come Goldman Sachs, la dinastia dei Rockefeller…L «Stato profondo» è il risultato di una sedimentazione di pratiche proprie di determinati circoli diplomatici e finanziari che acquisiscono una propria inerzia, attraversando i cambiamenti elettorali senza mai sottomettersi completamente ad essi. Le diverse componenti dello Stato profondo aderiscono a un’ideologia imperialista, alla « destinazione manifesta », e ritengono che gli Stati Uniti non siano soggetti alle stesse regole del resto del mondo, poiché la loro eccezionalità li autorizza ad agire militarmente sul resto del pianeta e ad applicare leggi e sanzioni extraterritoriali. Infine, il processo dello «Stato profondo» è anche la conseguenza di ciò che Peter Dale Scott definisce «eventi  profondi: l’assassinio di John F. Kennedy nel 1963, gli incidenti del Golfo del Tonchino nel 1964, l’irruzione al Watergate nel 1972, la « contro sorpresa di ottobre» del 1980, lo scandalo Iran-Contra e l’11 settembre 2001. Questi eventi hanno sistematicamente comportato atti criminali o violenti e si sono rivelati misteriosi fin dall’inizio, con quella zona d’ombra alimentata da falsificazioni e occultamenti sistematici nei media di massa e negli archivi interni dello Stato5.Secondo Scott, le successive manipolazioni e le ricorrenti falsificazioni relative a minacce o attacchi esterni sono

inventate per ingannare il popolo degli Stati Uniti e costringerlo a sostenere l’espansione militare del Paese6. Un fatto preoccupante: nel programma dei neoconservatori del PNAC (Project for the New American Century – Progetto per il nuovo secolo americano) del settembre 2000, che pianificava la supremazia globale illimitata degli Stati Uniti 

dal diritto internazionale, si afferma che il processo di trasformazione militare statunitense probabilmente non sarebbeadottato rapidamente « in assenza di un evento catastrofico e catalizzatore, come un nuovoPearl Harbor »7.

Tra i firmatari figurano Donald Rumsfeld, segretario alla Difesa (2001-2006), e Dick Cheney, vicepresidente (2001-2009), entrambi cofirmatari della lettera del 1998 che chiedeva la destituzione di Saddam Hussein ;John Bolton, uno degli ex amministratori del PNAC e futuro leader dei falchi presso il Dipartimento di Stato di Colin Powell ; Richard Perle, soprannominato il « principe delle tenebre »; Elliott Abrams, consigliere presso il Consiglio di sicurezza nazionale, figura di continuità con l’Iran-Contra; e infine Philip Zelikow, autore principale del Rapporto della Commissione d’inchiesta sull’11 settembre in qualità di direttore esecutivo8. Lo studio del PNAC costituirà una linea guida per la politica estera di George W. Bush e rifletterà anche il sostegno del settore privato al piano di dominio totale (Full Spectrum Dominance) enunciato nella Joint Vision 2020 del Pentagono. Membro del PNAC e del gruppo segreto della COG (Continuità del Governo) , Donald Rumsfeld fu all’origine delle proposte della commissione Rumsfeld, di cui era presidente, relative al progetto da diversi miliardi di dollari dell’US Space Command. Il rapporto di questa commissione, pubblicato l’11 gennaio 2001, affermava che « la questione è se gli Stati Uniti saranno abbastanza saggi da agire in modo ragionevole per ridurre al più presto la loro vulnerabilità spaziale o se, come in passato, ci vorrà un attacco devastante contro il Paese e il suo popolo, un “Pearl Harbor dello spazio” per galvanizzare la nazione e spingere il governo americano ad agire »9.

La matrice del 1947: la nascita dello Stato di sicurezza nazionale

Bisogna risalire all’immediato dopoguerra per comprendere la matrice istituzionale da cuiha origine, storicamente, tutto ciò che il dibattito contemporaneo classifica sotto l’etichetta di «Stato profondo». Il National Security Act del 1947 non si limita a riorganizzare l’apparato militare americano: inventa, sotto la pressione dei primi segnali della Guerra Fredda, un’architettura istituzionale completamente nuova – Consiglio di sicurezza nazionale, Central Intelligence Agency (CIA), Dipartimento della Difesa unificato – la cui caratteristica comune è quella di sfuggire, strutturalmente, al controllo ordinario del Congresso e dell’ ’opinione pubblica10. Lo storico Michael Hogan ha dimostrato come questa rifondazione sia stata accompagnata da una trasformazione ideologica più profonda: l’emergere di ciò che egli definisce uno « Stato di sicurezza nazionale », in cui la logica della guerra permanente contro un nemico esistenziale, ieri il comunismo, oggi il terrorismo, giustifica una continua deroga ai principi di trasparenza che, in teoria, sono alla base della democrazia costituzionale americana11.Questo momento fondante merita di essere ricollocato nel proprio contesto intellettuale: quello del dibattito, allora acceso a Washington, tra i sostenitori di una rapida smobilitazione sul modello del dopoguerra del 1918 e i fautori di una permanenza istituzionale dello sforzo bellico. George Kennan, il cui famoso Lungo Telegramma del 1946 fornisce la dottrina del contenimento che avrebbe giustificato tale permanenza, non aveva tuttavia previsto – come avrebbe poi esplicitamente rammaricato nelle sue memorie – la deriva militarizzata che avrebbe assunto la sua raccomandazione, inizialmente di natura diplomatica12.È proprio questo il paradosso fondante dello Stato di sicurezza nazionale americano: nato da una dottrina di contenimento elaborata da un diplomatico attento ai mezzi politici ed economici, si trasforma nel giro di un decennio in un apparato il cui baricentro si sposta inesorabilmente verso l’intelligence clandestina e l’azione paramilitare. È in questo contesto che affonda le sue radici il programma noto con il nome in codice «Giudizio Universale», ribattezzato «Continuità del Governo» (COG) all’inizio della presidenza Reagan. L’episodio merita di essere approfondito in quanto illustra, meglio di qualsiasi altro, i meccanismi che trasformano un dispositivo difensivo in uno strumento di potere discrezionale. Concepito originariamente durante la presidenza Eisenhower come una semplice garanzia esistenziale contro l’annientamento nucleare, il programma COG si è trasformato in un quadro giuridico parallelo sotto l’impulso di Dick Cheney e di Donald Rumsfeld. Questi due uomini avevano già partecipato, durante l’amministrazione Reagan, alle esercitazioni riservate sulla continuità governativa, il cui contenuto sfugge a qualsiasi controllo parlamentare ordinario.

 Questo quadro permise di giustificare, nell’urgenza dei giorni successivi agli attentati dell’11 settembre 2001, l’attuazione di programmi di intercettazioni senza mandato e di centri di detenzione extraterritoriali che sfuggivano sia al diritto penale ordinario sia al diritto di guerra. La continuità personale di questi due uomini tra le esercitazioni di simulazione degli anni di Reagan e la loro applicazione effettiva degli anni 2000 costituisce, di per sé, un caso da manuale di ciò che la parapolitica definisce «continuità informale»: una dottrina, & nbsp; una pratica e una ristretta cerchia di iniziati che attraversano i decenni e i cambiamenti di governo senza mai richiedere l’investitura elettorale.

Il giornalista James Mann, nella sua inchiesta su ciò che definisce il « governo fantasma », ha documentato come questo sistema, riattivato e notevolmente ampliato sotto l’amministrazione Bush all’indomani dell’11 settembre, abbia fornito il quadro giuridico informale per la sorveglianza di massa e i programmi di detenzione extragiudiziale del decennio 2000 senza mai essere oggetto di un dibattito pubblico degno di questo nome13.

La CIA, pilastro dello Stato profondo

La CIA fu istituita nel 1947 con una legge del Congresso, il National Security Act. Diverse figure di spicco che parteciparono alla creazione dell’ apparato di sicurezza nazionale provenivano da grandi studi legali di Wall Street o dal mondo degli affari. Personalità come Allen Dulles e suo fratello, John Foster Dulles, avevano legami con prestigiosi studi legali e con le élite economiche americane. Nel contesto della Guerra Fredda e dello scontro con il KGB sovietico, il potere effettivo della CIA è diventato rapidamente considerevole. Ufficialmente, l’Agenzia deve rendere conto al direttore dell’intelligence nazionale, al presidente e alle commissioni di controllo del Congresso. Ufficiosamente, nel corso di tutta la Guerra Fredda, ha sviluppato pratiche di autonomizzazione: estrema compartimentazione delle informazioni, ricorso a società di copertura e intermediari non governativi, finanziamento occulto di operazioni extraterritoriali che sfuggivano al controllo di bilancio del Congresso. All’interno della CIA, l’Ufficio di coordinamento politico (OPC), creato in segreto nel 1948 dal Consiglio di sicurezza nazionale, senza l’autorizzazione del Congresso, fu una creazione del mondo occulto di Wall Street. L’OPC era incaricato delle operazioni clandestine: propaganda, sostegno a movimenti politici, guerra psicologica e azioni segrete. Il suo direttore, Frank Wisner, anch’egli avvocato di Wall Street, svolse un ruolo importante in diverse operazioni della CIA, in particolare in Iran (1953) e in Guatemala (1954) . L’OPC fu all’origine della creazione dei gruppi stay-behind di estrema destra in Europa, noti in Italia con il nome di operazione Gladio. Questa strategia della tensione sfociò in attentati spaventosi, tra cui il massacro alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, che causò 85 morti14. Wisner fu anche all’origine dell’ ’operazione Paper in Birmania e in Thailandia, dove l’OPC sosteneva le forze nazionaliste cinesi del KMT che si autofinanziavano attraverso il traffico di droga. L’operazione Paper ha messo l’OPC in contatto con trafficanti di droga all’estero, ma anche con membri della criminalità organizzata negli Stati Uniti. Un ufficiale dell’OPC, Paul Helliwell, era ad esempio il consulente legale della Miami National Bank, la quale consentiva al famoso mafioso Meyer Lansky di riciclare denaro15. Il ricorso al traffico di droga da parte della CIA sarà da allora in poi una costante, in particolare in Afghanistan16.Dopo il fiasco della Baia dei Porci, Allen Dulles fu destituito nel 1961 da Kennedy. Quest’ultimo dichiarò a uno dei più alti funzionari della sua amministrazione di voler « ridurre la CIA in frantumi e disperderne i pezzi ai quattro venti »17.

Dopo il suo licenziamento dalla CIA, Dulles si mostrò molto critico nei confronti di Kennedy in privato. All’interno della commissione Warren (1963-1964), di cui Dulles fece parte dopo l’assassinio di Kennedy, sostenne la conclusione secondo cui Lee Harvey Oswald avesse agito da solo. Questa posizione suscitò polemiche, poiché alcuni ritenevano che esistesse un conflitto di interessi a causa del suo precedente incarico alla CIA. Nel 1972, il presidente Nixon licenziò il direttore della CIA, Richard Helms, in seguito all’irruzione al Watergate, poiché riteneva che quest’ultimo « volesse la sua testa ». Successivamente, ordinò a James Schlesinger, il nuovo direttore dell’Agenzia, « di stravolgere completamente questa istituzione »18.

L’emergere del duo Cheney -Rumsfeld durante la presidenza di Gerald Ford

Fu proprio durante la presidenza Ford che il tandem Dick Cheney-Donald Rumsfeld emerse in un momento cruciale in cui le prerogative di Stato profondo e del complesso militare-industriale furono riaffermate, di fronte alla rivolta del Congresso (commissione Church) contro tali strutture sulla scia dello scandalo del Watergate.Il 9 agosto 1974, le dimissioni di Nixon, consigliate da Kissinger, corrispondono a una rivoluzione di palazzo che avrebbe avuto un impatto duraturo sulla politica americana e l’influenza dello Stato profondo. Dopo le elezioni del novembre 1974, il nuovo Congresso « era fortemente contrario agli interventi all’estero (…), più che mai diffidente nei confronti della CIA, profondamente ostile alle operazioni segrete, e non nutriva alcuna fiducia nel potere esecutivo »19.
Ciò portò all’episodio denominato « Massacro di Halloween» il 4 novembre 1975, un importante rimpasto ministeriale che vide Henry Kissinger perdere la carica di consigliere per la sicurezza nazionale pur rimanendo segretario di Stato, Donald Rumsfeld nominato segretario alla Difesa e William Colby sostituito alla guida della CIA da George H. W. Bush. Questo episodio segna l’inizio della coalizione dei neoconservatori contro Kissinger. Questi ultimi sabotarono i suoi sforzi volti a limitare le spese militari degli Stati Uniti attraverso l’accordo SALT II con i sovietici. Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz e il suo caro amico Richard Perle, sostenuti dal nuovo direttore della CIA, George H. W. Bush, stavano ormai preparando il terreno per una controrivoluzione intellettuale basata sul rifiuto della «distensione», cara a Kissinger, e un aumento del bilancio della Difesa20.
Il Safari Club e la BCCI

Per evitare la nuova norma di supervisione della CIA da parte del Congresso, George H. W. Bush, a capo della CIA, accelerò il delega delle operazioni segrete a servizi di intelligence stranieri e anche ad agenti non ufficiali, dislocati all’estero21.Fondato nel 1976 su iniziativa del conte Alexandre de Marenches (capo dell’SDECE francese, predecessore della DGSE),il Safari Club riuniva i servizi di intelligence di Francia, Arabia Saudita, Marocco, Egitto e dell’Iran dello scià. Il suo obiettivo ufficiale era contrastare l’influenza sovietica in Africa (Angola, Zaire, Corno d’Africa)in un momento in cui il Congresso americano, traumatizzato dalla commissione Church, aveva notevolmente limitato i margini di manovra della CIA. Il Safari Club nacque come circuito informale alternativo, attivato da attori che aggirarono il blocco istituzionale di Langley piuttosto che agire in suo nome22.Il capo dei servizi segreti sauditi, Kamal Adham, cognato del re Faisal, amico e socio in affari del famoso trafficante d’armi Adnan Khashoggi, trasformò una piccola banca pakistana, la Bank of Credit and Commerce International (BCCI), in una macchina internazionale per il riciclaggio di denaro che sarebbe stata al centro dell’operazione Cyclone condotta dalla CIA in Afghanistan a partire dal 1979 per sostenere i mujaheddin contro l’URSS.


Dopo l’ elezione di Ronald Reagan e la nomina del polemico Bill Casey a capo della CIA, i finanziamenti extra-bilancio per le operazioni clandestine dell’Agenzia furono ripristinati, avvalendosi in particolare dei contratti di fornitura di armi con l’Arabia Saudita. Ciò spiega l’ ostinazione di Reagan nel far approvare, per un soffio, l’accordo AWACS del1981 al Senato nonostante l’opposizione dell’AIPAC e un voto negativo della Camera dei Rappresentanti. Questo legame tra lo “Stato profondo” americano e l’Arabia Saudita può spiegare l’indulgenza degli Stati Uniti nei confronti del regno dopo l’11 settembre 2001, quando 15 dei 19 dirottatori erano cittadini sauditi.

Il caso Booz Allen Hamilton

Booz Allen Hamilton illustra bene un nodo specifico dello Stato profondo americano: la privatizzazione dei servizi di intelligence tramite il sistema   dei « Beltway Bandits ». L’azienda ricava la maggior parte del proprio fatturato da contratti riservati(NSA, CIA, Pentagono), impiega una maggioranza di personale autorizzato al livello Top Secret/ SCI, e funziona come una camera di compensazione “revolving door” tra le agenzie e il settore privato. La direzione ha a lungo annoverato tra i propri membri ex alti funzionari dei servizi segreti: Mike McConnell ha guidato la NSA dal 1992 al 1996 durante le presidenze di George H. W. Bush e Bill Clinton, per poi diventare direttore dell’intelligence nazionale sotto George W. Bush, carica dalla quale si è battuto in particolare per l’ampliamento dei poteri di sorveglianza della NSA nell’ambito della riforma del  Foreign Intelligence Surveillance Act prima di tornare presso Booz come vicepresidente esecutivo responsabile delle attività di intelligence, fino a quando il caso Snowden non ha messo crudelmente in luce questa permeabilità. Lo stesso Edward Snowden non era un dipendente della NSA quando ha sottratto i suoi documenti: era un dipendente della Booz Allen Hamilton, distaccato presso una sede della NSA alle Hawaii. La rivista Bloomberg ha potuto, in un’inchiesta rimasta famosa, definire Booz Allen un « impero nell’ombra », osservando che la capacità dell’azienda di aggiudicarsi gli appalti sembrava garantita dalla presenza, tra le sue fila, di figure di spicco della stessa comunità dei servizi segreti23.Booz è sempre stata strettamente coinvolta nelle operazioni della CIA. Nel marzo 1953, Miles Copeland, che si era dimesso dalla CIA per entrare a far parte dell’azienda, aiutò Nasser a creare i servizi di intelligence, la Mukhabarat, e divenne il suo più stretto consigliere occidentale e il canale di dialogo con la Casa Bianca. Nel1966, si avvicinò ad Adnan Khashoggi, un saudita che sarebbe diventato il principale agente straniero degli Stati Uniti e il più importante trafficante d’armi al mondo grazie  in particolare alle commissioni versate dalla Lockheed
e Northrop nell’ambito delle vendite di armi all’Arabia saudita. Lockheed ha ammesso di aver versato 106 milioni di dollari a Khashoggi tra il 1970 e il 1975. Dopo il 1967, Miles Copeland diventerà un consulente di prestigio e generosamente retribuito delle major petrolifere. In seguito, sarà, insieme a Khashoggi, uno dei principali protagonisti dello scandalo Iran-Contra24.

Peter Dale Scott e l’invenzione della «parapolitica»

È proprio per dare un nome a queste zone d’ombra  istituzionali che il poeta e diplomatico canadese, diventato docente a Berkeley, Peter Dale Scott, conia negli anni ’70 il concetto di parapolitics, che definirà in seguito come lo studio sistematico del modo in cui pratiche e attori solitamente classificati come criminali (traffici, finanziamenti occulti, operazioni sotto falsa bandiera) si inseriscono in modo duraturo nel funzionamento legittimo dello Stato, al punto da diventare strumenti regolari della sua politica estera25.La sua trilogia dedicata a quella che definisce la « macchina da guerra americana » ripercorre, caso per caso, la persistenza di uno stesso schema: dalla Baia dei Porci all’Iran-Contra, passando per l’Indocina e l’America centrale, si osserva un’alleanza ricorrente tra alcuni elementi della CIA, delle reti finanziarie offshore e dei gruppi paramilitari, in grado di condurre una politica estera de facto, indipendentemente dagli orientamenti dichiarati dalla Casa Bianca, o addirittura in contrasto con essi26.Il caso del Triangolo d’Oro indocinese, documentato minuziosamente da Scott fin dalla sua prima opera sulla guerra del Vietnam, offre un esempio paradigmatico di questa dinamica. La complicità, mai ordinata ai vertici ma tollerata a tutti i livelli intermedi, tra  alcuni ufficiali della CIA operanti in Laos e le reti del traffico di oppio hmong27 finanziario, senza che alcuna voce bilancio ufficiale ne riporti traccia, una guerra segreta che sfuggirà per anni a qualsiasi controllo del Congresso28. Lo stesso schema si ripete, due decenni più tardi, nei Caraibi e in America centrale, dove le esigenze di finanziamento occulto dei contras nella guerra civile del Nicaragua si intrecciano con le reti di traffico di cocaina, come evidenziano diversi rapporti del Congresso,& nbsp; in particolare quello del senatore John Kerry del 1988, stabiliranno la realtà senza mai riuscire a risalire alla catena di comando fino a una decisione presidenziale& nbsp; formalmente documentata29.
Il contributo di Scott consiste nel mettere in luce una logica strutturale: queste reti non funzionano nonostante lo Stato, ma grazie alle fessure che lo Stato stesso ha creato, sotto forma di operazioni sotto copertura, di classificazioni estensive e di una compartimentazione che impedisce alla maggior parte dei responsabili eletti di avere una visione d’insieme. L’ ’affare Iran-Contra, venuto alla luce nel 1986-1987, ne offre l’esempio più lampante: alcuni ufficiali delConsiglio di sicurezza nazionale – in primis Oliver North  capo –, agendo sotto l’autorità delegata ma mal definita della loro gerarchia, organizzarono la vendita di armi all’Iran khomeinista in violazione di un embargo del Congresso, per finanziare, in violazione di un altro atto legislativo (l’emendamento Boland), la guerriglia contra in Nicaragua30.La commissione d’inchiesta presieduta dall’ex senatore Tower concluderà che si tratta di « carenze procedurali » piuttosto che a una cospirazione organizzata, una formulazione prudente che,  paradossalmente, conferma la tesi parapolitica: non c’è alcun bisogno di un unico centro di comando occulto quando la struttura istituzionale stessa, stessa, attraverso le sue zone di illegalità create da tempo, genera spontaneamente questo tipo di deriva. Occorre sottolineare la dimensione propriamente internazionale di questo meccanismo: l’intermediazione israeliana nella vendita di armi a Teheran, negoziata da emissari di Gerusalemme in collaborazione con commercianti di ’armi privati e avallata in segreto da alcuni responsabili del Mossad, costituisce un primo punto di congiunzione tra lo Stato profondo americano e il circuito informale israelo-americano31.



L’influenza di Wall Street sullo Stato profondo

Fin dalla fondazione dei servizi segreti statunitensi, l’élite finanziaria newyorkese ne ha fornito il personale dirigente: William Donovan, fondatore dell’Office of Strategic Services (OSS), diretto predecessore della CIA, era un avvocato d’affari a Wall Street; Allen Dulles, futuro direttore della CIA dal 1953 al 1961, era socio dello studio legale Sullivan& Cromwell, la cui attività principale nel periodo tra le due guerre consisteva proprio nel strutturare gli investimenti americani e britannici in Germania32.Questa continuità personale tra l’ordine degli avvocati finanziari di New York e l’apparato di intelligence nascente ha sancito, fin dall’inizio, una permeabilità tra interessi privati e politica estera. Il Council on Foreign Relations, fondato nel 1921 su impulso di banchieri vicini alla casa J. P. Morgane di diplomatici dell’amministrazione Wilson, istituzionalizza questa permeabilità in un luogo permanente di elaborazione del consenso strategico33. Qui non esiste alcuna catena di comando in senso stretto, ma uno spazio di socializzazione ricorrente dove si incontrano, al di fuori di qualsiasi mandato elettivo, dirigenti di banche d’investimento, alti funzionari del Dipartimento di Stato e del Tesoro, e futuri membri del gabinetto, cosicché la dottrina di politica estera che vi si elabora precede e spesso& nbsp; determina quella che l’amministrazione in carica finirà per sostenere pubblicamente. Lo storico Laurence Shoup ha dimostrato, sulla base di uno studio sistematico dei membri del Council sin dalla sua fondazione, la notevole stabilità di questo bacino di talenti nel corso delle alternanze partitiche: repubblicani e democratici attingono indistintamente da esso i propri segretari d di Stato e i loro consiglieri per la sicurezza nazionale34.La porta girevole tra il Tesoro americano e Goldman Sachs costituisce, a questo proposito, il caso più documentato di questo flusso. Robert Rubin, copresidente di Goldman Sachs prima di diventare segretario al Tesoro sotto Clinton, ne guidò nel 1999 l’abrogazione del Glass-Steagall Act del 1933, legge che sin dalla Grande Depressione le attività delle banche di deposito da quelle di investimento, per poi entrare a far parte di Citigroup al termine del mandato dell’amministrazione35. Henry Paulson, ex amministratore delegato di Goldman Sachs, diventato a sua volta Segretario al Tesoro sotto George W. Bush, si ritrovò nel 2008 a elaborare in tutta fretta il piano di salvataggio del sistema bancario(TARP), in gran parte basato su un’architettura finanziaria deregolamentata che la generazione precedente di dirigenti di Goldman aveva essa stessa contribuito a mettere in atto. La Federal Reserve completa questo dispositivo con un terzo pilastro, meno spettacolare ma altrettanto continuativo. Istituzione ufficialmente indipendente dal potere politico, la sua governance rimane in gran parte derivante dallo stesso bacino bancario: i presidenti delle banche regionali di riserva sono formalmente scelti dai consigli di amministrazione di tali banche, in cui siedono dirigenti del settore finanziario privato. Questo pilastro è quello di una politica monetaria le cui scelte, in particolare durante le crisi del 1998, del 2008 e del 2020,& nbsp; hanno sistematicamente privilegiato la stabilità del sistema bancario rispetto a qualsiasi altra considerazione distributiva. È proprio la combinazione di questi quattro meccanismi – la matrice originaria dell’intelligence, la socialità del Council on Foreign Relations, la porta girevole tra il Tesoro e Wall Street e la governance della Fed – che permette di parlare, a proposito della finanza newyorkese, di un terzo circuito informale, altrettanto antico e altrettanto poco complottista nel suo& nbsp; funzionamento quanto quello del complesso militare-industriale descritto in precedenza.

L’economia politica dello Stato profondo: il triangolo Pentagono-Industria-Congresso

Il 17 gennaio 1961, tre giorni prima di lasciare la Casa Bianca, il generale diventato presidente Dwight D. Eisenhower rivolge alla nazione americana un monito che, contro ogni aspettativa, sarebbe sopravvissuto al suo autore e al suo partito. Conia l’espressione « complesso militare-industriale » per designare quella « influenza ingiustificata »che, secondo le sue stesse parole, sarebbe esercitata dalla combinazione di un immenso apparato militare e di un’industria degli armamenti permanente sulle leve della democrazia americana36. Il concetto, tuttavia, non nasce ex nihilo. Esso è un’estensione,  spostandola verso l’apparato produttivo, l’analisi che ilsociologo C. Wright Mills aveva proposto cinque anni prima riguardo a una « power elite », fusione dei comandi militari, economici e politici in un unico corpo sociale,  formato nelle stesse scuole, che si muove tra gli stessi consigli di amministrazione37.

Questo « triangolo di ferro », al quale andrebbe aggiunto un quarto vertice, quello delle commissioni parlamentari di difesa, il cui finanziamento elettorale dipende strettamente dagli industriali insediati nei collegi elettorali interessati, funziona secondo una logica di «porta girevole» (revolving door) che i ricercatori William Hartung e Mandy Smithberger hanno quantificato con precisione : nel periodo 2004-2019, oltre 380 alti funzionari del Pentagono e quasi 200 generali e ammiragli a quattro stelle sono entrati a far parte, una volta in pensione, dei consigli di amministrazione o degli studi di lobbying dell’ industria della difesa38. Questo passaggio, perfettamente legale nella sua stragrande maggioranza, illustra ancora una volta la tesi centrale di questo articolo: non c’è ’è bisogno di corruzione caratterizzata affinché si perpetui un circuito informale di interessi convergenti; è sufficiente che la struttura delle carriere e& nbsp; delle retribuzioni orienti, in modo anticipato e razionale, le decisioni dei responsabili in caricaverso gli interessi dei loro futuri datori di lavoro.

Il circuito informale  come substrato ideologico: neoconservatorismo e teologia politica

Il nostro schema interpretativo, quello del doppio circuito, ufficiale e informale, impone tuttavia di andare oltre la sola dimensione burocratica e di sicurezza per cogliere la& nbsp; struttura ideologica che permette a questo circuito informale di perpetuarsi al di là dei cambiamenti di governo. Il neoconservatorismo costituisce a questo proposito un caso esemplare: nato dai dibattiti sulla guerra fredda culturale degli anni ’70  all’interno di riviste come Commentary, fornisce a all’apparato di sicurezza nazionale, a partire dall’amministrazione Reagan, e poi in modo parossistico sotto George W.Bush, una dottrina dell’eccezionalismo americano e della democratizzazione con la forza che legittima, a posteriori, scelte operative spesso prese altrove,  nei circoli del Pentagono39. James Mann ha magistralmente  tracciato, nel suo studio sui « Vulcan » che circondavano George W. Bush, come questa corrente si sia incarnata in una rete di alti funzionari come Paul Wolfowitz.& nbsp; Douglas Feith, Richard Perle, le cui carriere si snodano, indifferenti alle alternanze elettorali, nelle amministrazioni& nbsp; repubblicane e think tank privati (American Enterprise Institute, Project for the New American Century), che costituiscono un circuito informale notevolmente stabile da  tre decenni40.La seconda corrente è quella del « dispensazionalismo  evangelico», quella teologia secondo cui la restaurazione di Israele nella sua terra biblica costituisce un segno& nbsp; escatologico che precede il ritorno di Cristo. Lungi dall’essere una curiosità folcloristica limitata alla Bible Belt, questa teologia alimenta, fin dagli anni di Reagan, una rete di influenza informale – pastori mediatici, fondazioni per il  finanziamento degli insediamenti, organizzazioni come Christians United for Israel –, la cui influenza sulla politica statunitense in Medio Oriente è stata dimostrata dal politologo Walter Russell Mead con una costanza che non ha nulla da invidiare a quella& nbsp; lobby istituzionali più visibili41. Questa corrente presenta una caratteristica distintiva che merita di essere sottolineata:& nbsp; non attinge dagli stessi bacini universitari, non fa parte degli stessi think tank di Washington, eppure, empiricamente, converge verso le stesse raccomandazioni di politica estera – segno che il concetto di «circuito informale» descrive una funzione strutturale piuttosto che un gruppo sociale omogeneo e identificabile.

L’appropriazione populista: dall’analisi strutturale all’arma retorica

La svolta del 2016-2017 merita un’analisi a parte, poiché illustra chiaramente come un potere populistapossa rivolgere contro le stesse istituzioni una  categoria analitica concepita originariamente per criticarledall’interno. Donald Trump e il suo primo stratega, Steve Bannon, hanno reso popolare, fin dalla campagna presidenziale, l’espressione « deep state » per indicare non più le reti parapolitiche documentate da Scott, ma l’insieme dell’alta funzione funzione pubblica federale, dei servizi di intelligence e della magistratura – ovvero, paradossalmente, proprio l’apparato del circuito 

ufficiale, proprio quello& nbsp; proprio che le istituzioni costituzionali sono chiamate a supervisionare. Questa inversione semantica ha una precisa funzione politica: permette di screditare in anticipo qualsiasi resistenza amministrativa o giudiziaria alle decisioni presidenziali, riqualificandola come cospirazione , occultando al contempo le reali reti informali – donatori, fondazioni teologiche, think tank – che, dal canto loro, continuano a operare senza mai essere menzionati da questa retorica.

Il saggista Mike Lofgren, ex collaboratore repubblicano del Congresso, il cui libro del 2016 aveva contribuito a diffondere una definizione più vicina alla tradizione parapolitica – un « governo a doppio fondo » che articola alti funzionari di carriera, industria della difesa e establishment finanziario di Wall Street –, si è ritrovato a modo significativo citato e travisato da entrambi gli schieramenti dello spettro politico, ciascuno dei quali vi trovava la conferma delle proprie ossessioni: la sinistra vi vedeva la prova  di una presa di potere oligarchica dello Stato; la destra trumpista, quella di una burocrazia che cospira contro il popolo42. Questa confusione semantica raggiunge il suo apice durante il secondo mandato, quando l’amministrazione avvia, a partire dal 2025, un’epurazione sistematica degli ispettori generali e dei giuristi del Dipartimento di Giustizia in nome di una proclamata lotta contro lo Stato profondo, pur& nbsp; lasciando intatti, o addirittura consolidando, i circuiti informali di finanziamento e di influenza teologico-ideologica che avevano, a loro volta, contribuito in modo decisivo alla propria ascesa politica43.Il decreto presidenziale Schedule F, pubblicato fin dai primi& nbsp; giorni del secondo mandato, illustra alla perfezione questa dialettica: presentato come uno strumento di riconquista democratica dell’amministrazione di fronte a una burocrazia presumibilmente ribelle, riclassifica diverse decine di migliaia di posti della funzione pubblica federale in impieghi a discrezione, sostituendo così il principio del merito – ereditato, proprio, dalle riforme progressiste della fine del XIXe secolo volte a combattere il clientelismo di parte – un criterio  di lealtà personale nei confronti dell’esecutivo44. Il risultato  paradossale di questa politica, documentato da diversi ex& nbsp; ispettori generali destituiti nella primavera del 202545, non è l’abolizione dello Stato profondo, ma la sua sostituzione con& nbsp; un altro, più strettamente personalizzato, in cui la lealtà alla cerchia presidenziale sostituisce l’anzianità amministrativa come criterio di accesso alle leve del potere. Ricordiamo innanzitutto che lo Stato profondo americano non è un’entità, ma un processo: la produzione continua, da parte di un Stato di sicurezza nazionale nato nel 1947 e  da allora mai sostanzialmente riformato, di interstizi istituzionali –classificazione, compartimentazione, operazioni segrete, continuità governativa – dove possono  le reti  d ’interessi privati, siano essi finanziari, teologici o ideologici. In secondo luogo, che tale processo obbedisca a una  temporalità propria, in gran parte indifferente al ciclo elettorale: le carriere neoconservatrici attraversano, immutate, le alternanze Reagan-Clinton-Bush; le reti evangelico-sioniste finanziano con notevole costanza, da Begin a Netanyahu,& nbsp; le stesse strutture di colonizzazione, indipendentemente dal colore politico di chi occupa la Casa Bianca; il& nbsp; triangolo Pentagono-Industria-Congresso sopravvive, intatto, a ogni promessa elettorale di riforma di bilancio. Infine, la denuncia populista dello «Stato profondo», lungi dal costituire un antidoto a questa dinamica, ne è spesso il prolungamento più efficace: indicando come il circuito ufficiale – proprio quello che rimane& nbsp; teoricamente soggetto al controllo democratico –, essa libera ancora di più il circuito informale da ogni vincolo, e gli sostituisce, nel caso dell’amministrazione Trump II, un circuito informale alternativo costruito sulla lealtà personale piuttosto che sulla competenza istituzionale. È questa la lezione più attuale che offre la lunga storia dello Stato profondo americano: comprendere un sistema di potere richiede di non confondere mai la mappa istituzionale che esso stesso fornisce di sé – la Costituzione, la separazione dei poteri, l’alternanza elettorale – con il territorio reale del suo funzionamento, fatto di continuità informali, di reti dottrinali e di zone d’ombra metodicamente mantenute. Sulla scia del doppio circuito che, dal1948, il rapporto particolare tra Washington e Gerusalemme, lo «Stato profondo» americano non è né un mito complottista né una chimera retorica: è il volto nascosto, ma perfettamente identificabile, di un regime che non ha mai risolto del tutto la tensione tra i propri principi fondanti e gli imperativi& nbsp; di un potere imperiale esercitato, da tre quarti di secolo, su scala mondiale. La vera questione, per chi voglia comprendere l’America contemporanea, non è quindi quella di sapere se questo «Stato profondo» esista, ma di sapere quale,  delle sue molteplici incarnazioni successive – di sicurezza, finanziaria, teologica, oggi clanica e personalista –, domini in un dato momento il corso della politica estera e interna degli Stati -Uniti

La commissione Church: la democrazia che  si autoanalizza

Sarebbe tuttavia errato ridurre la storia dello Stato profondo americano a un accumulo lineare di abusi. Il sistema politico americano ha prodotto, a intervalli regolari, i propri anticorpi. La commissione Church, riunita al Senato dal 1975 al 1976 sulla scia del Watergate e delle rivelazioni sugli omicidi politici commissionati dalla CIA (Lumumba in Congo, attentati contro Castro  a Cuba), sulle operazioni di destabilizzazione e sui colpi di Stato (Iran 1953, Guatemala 1954, Cile 1973), rimane a  questo proposito l’episodio fondante di una capacità di autoanalisi  democratica46. Ciò che la commissione Church rivelò n ’era un complotto isolato, ma piuttosto un modo di operare, una cultura operativa che& nbsp; sopravvive alle commissioni d’inchiesta, alle riforme legislative e ai cambiamenti di amministrazione.

La commissione Church fece inoltre luce sul programma COINTELPRO di sorveglianza dei movimenti di contestazione interna, sulle operazioni MK-Ultra di  manipolazione mentale. Queste rivelazioni portarono alla creazione delle commissioni permanenti di intelligence del Congresso e all’adozione, nel 1978, del Foreign Intelligence Surveillance Act, un tentativo istituzionale di sottoporre la sorveglianza elettronica a un controllo giurisdizionale, seppur in gran parte formale47.

Il rapporto finale della commissione Church, nel suo volume dedicato al COINTELPRO, documenta con precisione clinica il modo in cui l’FBI di J. Edgar Hoover condusse, tra il 1956 e il 1971, operazioni di  neutralizzazione – infiltrazione, disinformazione, persecuzione giudiziaria, e persino incitamento alla violenza interna – contro organizzazioni tanto diverse quanto il Partito comunista americano, il movimento per i diritti civili di Martin Luther King e i gruppi nazionalisti neri, sulla sola base di una definizione straordinariamente estesa di sovversione interna. Questo precedente è essenziale per comprendere la struttura duratura dell’apparato di sicurezza interna statunitense: contrariamente a un luogo comune secondo cui& nbsp; vorrebbe circoscrivere lo «Stato profondo» alle sole strutture della politica estera, la sorveglianza e la neutralizzazione della dissidenza interna ne costituiscono, storicamente, una componente almeno altrettanto centrale. Ma la storia degli ultimi cinquant’anni insegna anche la fragilità di queste barriere. Il giurista David Cole ha dimostrato come ogni grave shock in materia di sicurezza, in particolare l’11 settembre, sia servito da pretesto per un aggiramento metodico delle garanzie ereditate dall’era Church, in& nbsp; nome di una necessità operativa la cui valutazione rimane, per definizione, esclusa dal dibattito pubblico48. Il Patriot Act, approvato in sei settimane nel sorpresa dell’autunno 2001,  ripristina di fatto molte delle prerogative di sorveglianza interna che la riforma post-Church aveva proprio inteso circoscrivere, sotto una nuova terminologia, quella dell’antiterrorismo, che rende la critica politica tanto più difficile in quanto espone immediatamente il suo autore all’accusa di compiacenza nei confronti della minaccia. Il programma di sorveglianza di massa rivelato da Edward Snowden nel 2013 non è, in questo senso, che una ripetizione di uno schema ben più antico: la tentazione permanente, per  l’apparato di sicurezza nazionale, di considerare il controllo democratico non come un vincolo legittimo, ma come una vulnerabilità da aggirare attraverso l’opacità, e nuova articolazione, a partire dagli anni 2000, tra questo apparato statale e i giganti tecnologici della Silicon Valley (programmi di raccolta dati, su base volontaria con PRISM, su base obbligatoria con le National Security Letters).

Bibliografia1 Samuel Huntington, American Politics: The Promise of Disharmony, Cambridge,Belknap Press, 1981, p. 75.2 Sulla genesi turca del concetto e sul suo uso comparativo, cfr. Ryan Gingeras, Heroin, Organized Crime, and the Making of Modern Turkey, Oxford University Press, 2014.3 Peter Dale Scott, La strada verso il nuovo disordine mondiale: 50 anni di ambizioni

segrete degli Stati Uniti, tradotto dall’inglese da Maxime Chaix e Anthony Spaggiari,Demi-Lune, 2010, p. 364.4 Grant Barrett, « A Wordnado of Words in 2013 » , The New York Times, 21dicembre 2013.5 Peter Dale Scott, La macchina da guerra americana, Plogastel-Saint-Germain,Demi-Lune, 2012.6 Peter Dale Scott, Lo Stato profondo americano, Demi-Lune, 2018.7 « Ricostruire le difese dell’America ’s Defenses: Strategy, Forces and Resources for a NewCentury », Project for the New American Century (PNAC), settembre 2000.8 Peter Dale Scott, La strada verso il nuovo disordine mondiale, < a1241>op. cit., p. 268.9 « Relazione della Commissione incaricata di valutare la gestione e l’organizzazione dello spazio per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti», 11 gennaio 2001.10 «National Security Act del 1947», Legge Pubblica 80-253; sulla sua genesi, Douglas

Stuart,Creating the National Security State, Princeton University Press, 2008.11 Michael J. Hogan, A Cross of Iron: Harry S. Truman and the Origins of the NationalSecurity State, 1945–1954, Cambridge University Press, 1998.12 George F. Kennan, Memoirs, 1925–1950, Little, Brown, 1967; sui rimpiantisuccessivi di Kennan riguardo alla militarizzazione del contenimento.13 James Mann, « The Armageddon Plan », The Atlantic, marzo 2004; approfonditoin Rise of the Vulcans: The History of Bush’s War Cabinet, Viking, 2004.14 Daniele Ganser, Les Armées secrètes de l’OTAN, Demi-Lune, 2007.15 Peter Dale Scott, Droga, petrolio e guerra: gli Stati Uniti in Afghanistan, Colombia,e Indocina, Rowman & Littlefield, 2003; Alfred W. McCoy, The Politics of Heroin:CIA Complicity in the Global Drug Trade, Lawrence Hill Books, ed. riveduta 2003.16 Sébastien Quéré, 1979: una rivoluzione della storia, Perspectives Libres, dicembre2025, p. 205.17 Tom Wicker, « C.I.A.: Maker of Policy, or Tool? », The New York Times, 25 aprile 1966.18 Tim Weiner, Legacy of Ashes: The History of the CIA, Doubleday, 2007, p. 374.19 Peter Dale Scott, La strada verso il nuovo disordine mondiale, op. cit., p. 101.20 Henry Kissinger, Years of Renewal, Simon & Schuster, 1999, p. 826; Peter DaleScott, La Route vers le Nouveau Désordre Mondial, op. cit., p. 98.21 Kevin Phillips, « The Barreling Bushes » , Los Angeles Times, 11 gennaio 2004.22 Joseph J. Trento, Prelude to Terror: The Rogue CIA and the Legacy of America’sPrivate Intelligence Network, Carroll & Graf, 2005; Peter Truell e Larry Gurwin, FalseProfits: The Inside Story of BCCI, the World’s Most Corrupt Financial Empire, HoughtonMifflin, 1992; «The Senate Look at BCCI» , New York Magazine, 28 ottobre 1991.23 « Booz Allen di Carlyle raccoglie 238 milioni di dollari con l’IPO negli Stati Uniti », Bloomberg, 18 novembre2010; The Washington Post, 17 novembre 2010, sulla quota del 79% mantenuta daCarlyle dopo la quotazione in borsa; sulla caratterizzazione citata, Drake Bennette Michael Riley, « Booz Allen, the World’s Most Profitable Spy Organization »,Bloomberg Businessweek, 20 giugno 2013.24 Peter Dale Scott, Lo Stato profondo americano, op. cit., p. 57.25 Peter Dale Scott, « Parapolitics: An Introduction», introduzione alla riedizionedel 1993 di The War Conspiracy, pubblicato originariamente nel 1972.26 Peter Dale Scott, American War Machine: Deep Politics, the CIA Global Drug Connection, and the Road to Afghanistan, Rowman & Littlefield, 2010.27 Gli Hmong sono un popolo degli altipiani del Laos, reclutato dalla CIA

a partire dal 1961 per il proprio esercito clandestino; il papavero ne costituiva la principale

coltura da reddito. Su questo punto, Alfred W. McCoy, The Politics of Heroin: CIA Complicityin the Global Drug Trade, op. cit., capitolo dedicato al Laos.28 Peter Dale Scott, The War Conspiracy: JFK, 9/11, and the Deep Politics of War,Skyhorse, ed. riveduta 2008, capitoli dedicati all’Indocina.29 Rapporto della sottocommissione sottocommissione sul terrorismo, gli stupefacenti e le operazioniinternazionali (rapporto Kerry), Senato degli Stati Uniti, dicembre 1988.30 « Report of the Congressional Committees Investigating the Iran-ContraAffair », U.S. Government Printing Office, novembre 1987.31 Sul ruolo dell’intermediazione israeliana nell’affare Iran-Contra, si vedano in particolare gli studi di Ronen Bergman sui rapporti tra Mossad e CIA.32 Sulle origini dell’ OSS e sul profilo di William Donovan, si veda Douglas Waller,Wild Bill Donovan: The Spymaster Who Created the OSS, Free Press, 2011; su AllenDulles e Sullivan & Cromwell, Stephen Kinzer, The Brothers: John Foster Dulles, AllenDulles, and Their Secret World War, Times Books, 2013.33 Robert D. Schulzinger, The Wise Men of Foreign Affairs: The History of the Councilon Foreign Relations, Columbia University Press, 1984.34 Laurence H. Shoup, Wall Street’s Think Tank: The Council on Foreign Relations andthe Empire of Neoliberal Geopolitics, Monthly Review Press, 2015.35 Sul ruolo di Robert Rubin nell’abrogazione del Glass-Steagall Act, cfr. NomiPrins,All the Presidents’ Bankers, Nation Books, 2014.36 La formula «complesso militare-industriale » compare nella penultima bozza; unaversione precedente includeva il Congresso (« military-industrial-»),eliminata su intervento di consiglieri desiderosi di non urtare il poterelegislativo; Dwight D. Eisenhower, discorso di addio alla nazione, 17 gennaio 1961.37 C. Wright Mills, The Power Elite, Oxford University Press, 1956, sull’interpenetrazionedelle élite militari, economiche e politiche nell’America del dopoguerra.38 Mandy Smithberger, « Brass Parachutes: Defense Contractors’ Captureof Pentagon Officials Through the Revolving Door », Project On GovernmentOversight, 5 novembre 2018.39 Justin Vaïsse, Neoconservatism: La biografia di un movimento, Harvard UniversityPress, 2010.40 James Mann, Rise of the Vulcans, op. cit..41 Walter Russell Mead, « The New Israel and the Old: Why Gentile Americanssostengono lo Stato ebraico», Foreign Affairs, luglio-agosto 2008.42 Sulla retorica del deep state durante la campagna elettorale del 2016, si veda la coperturadi Politico e di The Atlantic tra il 2017 e il 2019.43 Mike Lofgren, The Deep State: The Fall of the Constitution and the Rise of a ShadowGovernment, Viking, 2016.44 Ordine esecutivo sul « Allegato F », ripubblicato nel gennaio 2025; analisi dellaPartnership for Public Service sui suoi effetti sul pubblico impiego federale.45 Articoli di stampa sulle destituzioni degli ispettori generali nel 2025;si veda la copertura del The New York Times e del Washington Post sulle primesettimane del secondo mandato di Trump.46 « Relazione finale della Commissione speciale incaricata di studiare le operazioni governative relative alle attività di intelligence » (Commissione Church), Senato degliStati Uniti, 1976.47 Dafydd Townley, « L’eredità della Commissione Church », in L’anno delIntelligence negli Stati Uniti. Opinione pubblica, sicurezza nazionale e la Commissione Church del 1975, Palgrave Macmillan, 2021.48 David Cole e James X. Dempsey, Terrorism and the Constitution: Sacrificing CivilLiberties in the Name of National Security, The New Press, ed. riveduta 2006.

Le “mani nere” che nel 1989 gettarono un’ombra su Tiananmen, di Cynthia Chung

Le “mani nere” che nel 1989 gettarono un’ombra su Tiananmen

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e Piazza Tienanmen – Parte III

Cynthia Chung

2 ore fa

Questo è il terzo episodio della serie su Tiananmen; per il primo e il secondo episodio, si veda quie qui, che costituiscono una lettura indispensabile per seguire appieno questa storia.

Come la Cina è sfuggita alla “terapia d’urto”: l’opposizione controllata di Zhao Ziyang, l’operazione “Yellowbird” della CIA, George Soros e piazza Tienanmen

Cynthia Chung

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27 agosto

How China Escaped Shock Therapy: Zhao Ziyang’s Controlled Opposition, the CIA’s Operation Yellowbird, George Soros and Tiananmen Square

Una nota per i lettori: ho ritenuto opportuno, prima che iniziate a leggere questo articolo, chiarire alcuni punti riguardo alle mie intenzioni nel redigere questo articolo e, più in generale, questa serie. Molti lettori conosceranno già il mio lavoro di analisi dei servizi segreti occidentali, compresi gli avvenimenti militari e paramilitari che si sono verificati nel corso della storia e che continuano a plasmare…

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La vendetta dei tecnocrati di Pechino per una “società aperta”

Cynthia Chung

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16 settembre

The Revenge of the Beijing Technocrats for an ‘Open Society’

Puoi leggere la prima puntata qui:

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Puoi leggere l’intera serie qui:

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

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23 aria

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The True Origins of China’s “Social Credit System” Part I

Le vere origini del “sistema di credito sociale” cinese – Parte I

Cynthia Chung

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11 giugno

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The Role of Goldman Sachs in Engineering Global Financial Crises

Il ruolo di Goldman Sachs nell’innescare le crisi finanziarie globali

Cynthia Chung

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2 terminali

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Riepilogo della serie

Come già illustrato in questa serie dedicata a Tiananmen, il think tank del premier cinese Zhao Ziyang, lo System Reform Institute (SRI), ha svolto il ruolo di partner ufficiale cinese, amministratore e scudo politico delle operazioni di George Soros in Cina negli anni ’80.

Fu proprio Zhao Ziyang, con il sostegno e l’appoggio dell’Istituto per la Riforma del Sistema, a promuovere l’introduzione di politiche economiche che scatenarono l’iperinflazione e la corruzione, le quali raggiunsero il culmine tra il 1986 e il 1989, provocando proteste contro questa crisi, tra cui la tragedia di Piazza Tienanmen nel giugno 1989. Sia nel caso delle manifestazioni studentesche del 1986 che in quello del 1989, Fang Lizhi è stato uno dei principali organizzatori e una figura di spicco, come già illustrato in la seconda puntata.

Fang Lizhi aveva legami diretti con il NED, così come i suoi principali allievi coinvolti nelle proteste del 1989, ed era in cima alla lista cinese come “mano nera” dietro la tragedia di Piazza Tienanmen. La sua fuga dalla Cina fu facilitata direttamente dalla CIA attraverso i canali diplomatici britannici e americani. Ciò può essere considerato un ramo dell’Operazione Yellowbird, che sarà al centro della quarta puntata.

Nel periodo compreso tra maggio e metà giugno 1986, una delegazione cinese guidata dall’Ufficio Programmi (costituito da sostenitori della terapia d’urto) insieme all’Istituto per la Riforma del Sistema ha tenuto 111 incontri con George Sorose altri in Ungheria e in Jugoslavia, discutendo della questione della riforma economica cinese, ovvero di come procedere nell’“apertura” di quella che Soros definiva una “società chiusa”.

Wang Xiaoqiang incontra George Soros in Ungheria, nel 1986. Wang Xiaoqiang (a sinistra, in piedi) saluta George Soros a nome del System Reform Institute, al centro. Fonte: Isabella Weber, per gentile concessione di Wang Xiaoqiang.

Non esiste alcun resoconto ufficiale dei dettagli discussi nel corso di tali riunioni, ma solo una registrazione che attesta che le riunioni hanno avuto luogo.[1]Tuttavia, ciò che è chiaro è il tentativo di appropriarsi del ruolo del governo cinese nel decidere la propria politica economica, in un contesto in cui questioni economiche cruciali sono state discusse da rappresentanti cinesi selezionati (che, in fin dei conti, risultano tutti favorevoli alla “terapia d’urto”) e da rappresentanti della Banca Mondiale e di Soros, tutti riuniti in un’unica sala a migliaia di miglia di distanza dalla capitale cinese.

Poiché Soros’ Società apertaPoiché non poteva operare legalmente in Cina come fondazione straniera senza il sostegno di un ente governativo di alto livello, nel 1986 la SRI accettò di co-fondare il “Reform and Opening of China” (noto anche come “China Fund”). Ciò comportava una dotazione di 1 milione di dollari destinata a promuovere “la società civile emergente e a finanziare la ricerca”.

Ciò è stato possibile grazie al sostegno politico diretto di Bao Tong, che di fatto equivaleva a un sostegno diretto da parte di Zhao Ziyang. Pertanto, il “China Fund” di Soros aveva di fatto ricevuto un sostegno diretto per operare in Cina da parte dell’allora premier cinese. Bao Tong è stato segretario politico di Zhao Ziyang per tutta la sua carriera negli anni ’80, dal periodo in cui Zhao ricopriva la carica di premier della Cina, dal 1980 al 1987, fino al suo passaggio alla carica di segretario generale, dal 1987 al 1989.

Bao Tong è stato anche direttore del Comitato di redazione del XIII Congresso del Partito Comunista Cinese, noto per il suo forte sostegno alle riforme di mercato e all’apertura sotto la guida di Deng Xiaoping. In precedenza, era stato membro e poi vicedirettore della Commissione statale cinese per le riforme economiche. Durante le proteste di piazza Tienanmen del 1989, è stato uno dei pochissimi alti funzionari cinesi a esprimere comprensione nei confronti degli studenti manifestanti.

Bao Tong era anche l’autore dei discorsi e degli editoriali di Zhao a sostegno di un approccio democratico al movimento studentesco.

Pertanto, Bao Tong può essere considerato l’alleato più fedele di Zhao e una rappresentazione diretta di Zhao Ziyang. Bao Tong rimase fedele a Zhao per tutta la vita e fu responsabile della pubblicazione delle sue memorie.

Va inoltre sottolineato che Adi Ignatius ha contribuito alla traduzione e alla revisione in inglese delle memorie di Zhao, “Prisoner of the State”, in collaborazione con Bao Tong e suo figlio Bao Pu. Il fratello di Adi è David Ignatius, noto editorialista del “Washington Post”, autore del famoso articolo del settembre 1991 intitolato “Innocenza all’estero: il nuovo mondo dei colpi di Stato senza spie”, in cui si annunciava l’ascesa del NED come strumento di azione politica aperta. Nell’articolo è riportata una citazione storica del cofondatore ed ex presidente del NED, Allen Weinstein, in cui egli disse a Ignatius: “Gran parte di ciò che facciamo oggi veniva fatto in segreto 25 anni fa dalla CIA.” Con riferimento al NED di recente istituzione.[2]

Adi Ignatius è anche membro del Council on Foreign Relations e dell’Asia Society.[3]Come vedremo, l’Asia Society è direttamente collegata al NED.

Altri sostenitori cinesi di questa collaborazione tra Soros e il think tank di Zhao, il System Reform Institute (SRI), erano Li Xianglu, ex segretario personale di Zhao Ziyang, e Zhu Jiaming, membro dell’SRI,[4]che fu anche il principale organizzatore del tour sudamericano durante il quale l’SRI studiò i casi dei “successi” economici del Cile e del Brasile, che coincisero proprio con l’instaurazione di dittature militari e, nel caso del Cile, furono una conseguenza diretta della terapia d’urto. Questo tour fu finanziato e raccomandato da George Soros e ne si parlò in la prima rata. Zhu Jiaming era un sostenitore della terapia d’urto, pur essendo membro dell’SRI.

Nel 1988 Zhu Jiaming entrò a far parte della China International Trust Investment Corporation (CITIC), dove lavorò a stretto contatto con Li Xianglu; entrambi erano direttamente coinvolti nel China Fund di Soros. Poiché la CITIC aveva legami con i servizi segreti cinesi, sembra che sia proprio questo il collegamento che ha portato alla luce i dettagli sulla vera natura del rapporto tra la SRI e il China Fund di Soros, che di fatto costituiva un colpo di mano economico-politico guidato dall’estero.

Soros è stato nominato Chen Yizi(direttore dell’SRI) come copresidente cinese del suo “China Fund”. Chen Yizi avrebbe inoltre beneficiato di un passaggio sicuro fuori dalla Cina grazie all’Operazione Yellowbird. Chen Yizi era anche un sostenitore diretto della terapia d’urto ed aveva espresso pubblicamente la sua ammirazione per Pinochet.

Le versioni dominanti di questa storia negano il coinvolgimento di Soros nella tragedia di Piazza Tienanmen, in particolare i suoi legami con la CIA. Tuttavia, come vedremo in questo articolo, Soros presenta strette sovrapposizioni e collaborazioni con il NED, che è un ramo della CIA. Pertanto, i tentativi di respingere le accuse della Cina secondo cui Soros avrebbe organizzato un colpo di mano economico e politico attraverso la rete di Zhao Ziyang nell’ambito di una più ampia operazione della CIA, come vedremo, non reggono. Al contrario, vi sono numerose prove che dimostrano come tali accuse siano del tutto fondate.

Riprenderemo la narrazione da questo punto e analizzeremo come tutti i principali protagonisti che hanno portato alla tragedia di Piazza Tienanmen, di cui abbiamo parlato finora in questa serie, abbiano legami diretti con il NED, la CIA, la New School, l’MI6 e i canali diplomatici britannici e americani. Vedremo inoltre come questi canali, tra cui le Chiese battiste nordamericane e le Triadi, abbiano facilitato la loro fuga in sicurezza dalla Cina.[5]

Come in uno specchio

Su questioni di geopolitica, controspionaggio, revisione storica e guerra culturale.

Di Cynthia Chung

Zhao Ziyang: un antieroe del popolo

Durante le riunioni del Comitato permanente del Politburo del 16 e del 19 maggio 1988, Zhao Ziyang si unì ancora una volta all’appello di Deng Xiaoping a favore della riforma dei prezzi.[6]È stato proposto un pacchetto completo che prevedeva non solo una riforma dei prezzi, ma anche una riforma salariale e fiscale. «Chiaramente, si trattava della stessa logica che era stata sostenuta dal piano del Program Office del 1986, poi abbandonato,’ trattato in la seconda puntata.[7]Ricordiamo che l’Ufficio del Programma era guidato da riformisti favorevoli al “pacchetto” in Cina, noti anche come “terapisti dello shock”.

Nel suo discorso del 1988, Zhao affermò chiaramente che, per garantire la stabilità politica, era necessaria una nuova legge sulla sicurezza pubblica a cui il Consiglio di Stato potesse ricorrere in caso di emergenza.

Isabella Weber scrive in Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto:

Zhao sosteneva che l’esperienza della Polonia in materia di rivolte sociali avesse dimostrato la necessità di una legge del genere (Fang, 2014, 339). Appena undici giorni prima di quella riunione del Comitato permanente, il 5 maggio, le truppe speciali del Ministero dell’Interno polacco avevano represso una grande ondata di scioperi che stava investendo il Paese in risposta al calo dei redditi reali. Questo, a mio avviso, dissipa ogni dubbio sul fatto che Zhao ritenesse che l’inflazione sarebbe stata innocua. Egli era consapevole delle conseguenze potenzialmente esplosive dell’aumento dei prezzi. Tuttavia, nella primavera del 1988, sembra fosse disposto a ricorrere alla forza, se necessario, per portare finalmente a termine la transizione verso l’economia di mercato.

…La giustificazione alla base della spinta alla riforma dei prezzi del 1988 affondava le sue radici nella logica della riforma globale – anche se Wu Jinglian, Liu Guoguang e altri sostenitori di tale riforma avevano criticato il fatto che essa non includesse misure di austerità sufficientemente rigorose…[8]

Pertanto, contrariamente alla narrativa occidentale dominante, che dipingeva Zhao come un “obiettore di coscienza” preoccupato per la sicurezza degli studenti durante la tragedia di Piazza Tienanmen, la verità è che Zhao non solo era consapevole che probabilmente sarebbe stato necessario ricorrere alla forza militare per far approvare il pacchetto di riforme sui prezzi, ma fu proprio lui a gettare le basi per una repressione militare contro le prevedibili proteste che sarebbero seguite alla spinta sua e di Deng verso una riforma radicale dei prezzi nel 1988.

Fu proprio la “nuova legge sulla sicurezza pubblica” di Zhao a istituire l’apparato e il protocollo che sfociarono nel caos disorganizzato degli eventi del 3-4 giugno 1989.

È interessante notare, e piuttosto rivelatore di come si svolga realmente il gioco nelle varie forme di “opposizione controllata” nel cosiddetto dibattito tra il think tank di Zhao, il System Reform Institute (SRI), e i riformatori favorevoli al “pacchetto” (noti anche come “terapisti dello shock”) su come la Cina dovesse attuare le riforme economiche – durante quel periodo di forte tensione caratterizzato dalla radicale riforma dei prezzi del 1988 guidata da Zhao Ziyang, lo SRI si riunì con la Società di Mont Pelerin nel 1988.

Il 12 giugno 1988, Chen Yizi e Wang Xiaoqiang, esponenti di spicco dell’SRI, partirono nuovamente alla volta della Germania Ovest per discutere della riforma dei prezzi in Cina.[9]Proprio come nel 1986, quando l’SRI incontrò una delegazione organizzata da George Soros, ora ha incontrato una delegazione nella Germania Ovest per discutere della questione dell’«apertura» della Cina. Tra i membri di questa delegazione figurava Herbert Giersch, all’epoca presidente del «collettivo di pensiero neoliberista globale, la Società di Mont Pelerin, e dell’Istituto di Kiel per l’economia mondiale».[10]

«Tra i meriti di Giersch relativi alla ricostruzione economica della Germania Ovest nel dopoguerra figurava il fatto di aver conseguito il dottorato sotto la supervisione di Alfred Müller-Armack. Müller-Armack è considerato uno dei padri intellettuali dell’idea ordoliberale di economia sociale di mercato».[11]

Nel 1933, Alfred Müller-Armack pubblicò un libro in cui esprimeva un certo apprezzamento per il nazismo, intitolatoLe concezioni relative allo Stato e all’ordinamento economico nel Nuovo Reich. Ha lavorato come consulente del regime nazista e dell’esercito tedesco e ha contribuito alle discussioni sull’ordine economico del dopoguerra.

Müller-Armack era anche membro della Società del Mont Pelerin, fondata da Friedrich Hayek nel 1947.[12]

Dopo la guerra, aderì all’Unione Democratica Cristiana e coniò l’espressione “economia sociale di mercato” nel suo libro Politica economica e economia di mercato, scritto nel 1946 e pubblicato nel 1947.

Ricordate ciò che ho scritto nel prima puntata di questa serie dedicata a Tiananmen:

Si potrebbe dire che questa sia la vera finalità della terapia d’urto: un’instabilità politica che apra le porte a un cambio di regime guidato da forze straniere e dalle grandi somiglianze con il corporativismo di Mussolini.

The Story of How Trotskyism Gave Birth to the Frankenstein Child NeoConservatism in its mission for Permanent Warfare

La storia di come il trotskismo abbia dato vita al “bambino di Frankenstein” del neoconservatorismo nella sua missione di guerra permanente

Cynthia Chung

·

4 novembre 2024

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Il corporativismo di Mussolini era nato dal nazionalsocialismo di Sorel. In effetti, anche il neoconservatorismo negli Stati Uniti affonda le sue radici in questo contesto, come ho illustrato nel saggio citato sopra. È per questo motivo che il fascismo italiano godeva di ampio sostegno all’interno della classe finanziaria americana. È importante qui ricordare di non lasciarsi coinvolgere eccessivamente dagli «-ismi», ma piuttosto di concentrarsi maggiormente sugli aspetti specifici della politica economica, poiché, come possiamo vedere proprio in questo breve paragrafo, troviamo i termini «corporativismo», «neoconservatorismo» e «nazionalsocialismo» mescolati insieme al «fascismo». Invito i lettori a leggere l’articolo sopra citato, che costituisce il capitolo 13 del mio libro «The Empire on Which the Black Sun Never Set», per una spiegazione dettagliata di questa storia.

[My Book is Out] The Empire on which the Black Sun Never Set: The Birth of International Fascism and Anglo-American Foreign Policy

[Il mio libro è uscito] L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai: La nascita del fascismo internazionale e la politica estera anglo-americana

Cynthia Chung

·

12 novembre 2022

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Ne parlo qui per evidenziare che vi è una grande somiglianza tra ciò che Milton Friedman e la Banca Mondiale proponevano alla Cina nella loro “terapia d’urto” e il corporativismo di Mussolini, e non credo che si trattasse di una coincidenza.Fornirò ulteriori chiarimenti sulle analogie quando tratterò il Cile di Pinochet e la dittatura militare brasiliana più avanti in questa serie. Questi casi di studio sono stati infatti utilizzati come modelli di riferimento dai riformatori cinesi favorevoli alla “terapia d’urto”, che per coincidenza lavoravano anche a stretto contatto con George Soros. Tra i membri di questo gruppo legato a Soros figuravano anche i principali istigatori della tragedia di piazza Tienanmen, ai quali fu garantito un passaggio sicuro fuori dalla Cina sotto la protezione della CIA tramite l’Operazione Yellowbird.

Vale inoltre la pena notare che queste dittature militari in diversi paesi sudamericani, tutte concomitanti tra loro e sulle quali Soros ha finanziato uno studio sul campo condotto dall’SRI, sono state successivamente riconosciute come parte di Operazione Condor, una filiale di Operazione Gladio.[13]Per chi ha familiarità con il mio libro su questo argomento, saranno consapevoli del fatto che l’Operazione Gladio rappresentava un’alleanza tra i servizi segreti occidentali e gli “ex” nazisti, nonché con la NATO stessa, con diversi “ex” nazisti che ricoprivano cariche di alto livello, in particolare Adolf Heusinger, che fu presidente del Comitato militare della NATO. Per ulteriori informazioni al riguardo, consultare qui.

Dear NATO...

Cara NATO…

Cynthia Chung

·

5 aprile 2024

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L’SRI è quindi stato più volte collegato a gruppi che non solo sostengono riforme economiche e politiche radicali, ma sono anche fautori di dittature militari volte a imporre tali riforme contro la volontà del popolo.

Tanto per la narrativa occidentale che dipinge Zhao e il suo think tank come obiettori di coscienza e combattenti per la libertà nella causa dei valori democratici occidentali in Cina…

Nonostante Zhao fosse stato trasferito dalla carica di Primo Ministro della Cina a quella di Segretario Generale e non fosse quindi più responsabile delle riforme economiche dal novembre 1987, quando Li Peng avrebbe dovuto sostituirlo in tale ruolo, Zhao continuava comunque a ricoprire un ruolo centrale nelle discussioni di alto livello sulle questioni economiche, cosa che non sarebbe potuta avvenire senza il sostegno di Deng. Nell’ottobre 1988, Zhao incontra Milton Friedman per discutere della questione della riforma dei prezzi in Cina, insieme ai riformatori favorevoli a un pacchetto di misure (noti anche come «terapisti dello shock») Wu Jinglian e Zhou Xiaochuan.[14]

Il premier Zhao Ziyang stringe la mano a Milton Friedman nell’ottobre 1988. Nella foto compaiono anche i noti riformatori favorevoli al “pacchetto di riforme” Wu Jinglian (a sinistra) e Zhou Xiaochuan (a destra), in secondo piano, e Rose Friedman, vestita di rosso. Per gentile concessione degli Archivi della Hoover Institution, Stanford, California.

Non sorprende che Friedman lanci un appello a favore della terapia d’urto sostenuta dai riformatori cinesi. «Limitate l’offerta di moneta stampando meno denaro, e poi liberalizzate i prezzi», disse a Zhao, aggiungendo che la liberalizzazione dei prezzi avrebbe contribuito a tenere sotto controllo l’inflazione (Friedman, 1990; Zhao, 2016c, 514-515)[15]

Isabella Weber scrive:

Si era ormai chiusa la finestra di opportunità per un vento favorevole proveniente dall’estero, da qualsiasi direzione esso provenisse. Zhao rimase Segretario Generale per il momento, ma perse la sua influenza sulla politica economica, che ora era nelle mani di Li Peng e Yao Yilin, Chen Yun e Li Xiannian riacquistarono la loro influenza. L’obiettivo principale non era portare avanti le riforme, ma riportare l’economia sotto controllo.

Il direttore dell’Ufficio dei prezzi, Cheng Zhiping, ha sottolineato che, alla fine del 1988, gli insegnamenti tratti dagli anni ’40 e dalle conseguenze del “Grande Balzo in Avanti” erano fondamentali per riprendere il controllo dell’economia. Secondo Cheng (2006, 119), lo sforzo di stabilizzazione si basava sull’affermazione di Chen Yun secondo cui il grado di controllo del governo sul mercato è determinato dal suo controllo sui beni più essenziali presenti sul mercato.Applicando una logica che è sorprendentemente simile a quella del I principi “leggeri-pesanti” di Guanzi per la stabilizzazione dei prezzi, Cheng sostiene che la chiave fosse quella di concentrare il lavoro sul prezzo sui punti importanti, ovvero quelli “pesanti”.

Negli anni ’40, nell’ambito della politica di stabilizzazione dei prezzi, i “due bianchi e un nero” – ovvero riso, cotone e carbone – rappresentavano i beni essenziali per l’alimentazione, l’abbigliamento della popolazione e l’industria. Negli anni ’60, l’elenco dei prezzi era stato rivisto per riflettere la maggiore diversificazione dell’economia cinese, arrivando a comprendere 198 beni essenziali. L’iniziativa di stabilizzazione dei prezzi del 1988 si concentrava ormai sui prezzi di 383 beni. Questi beni erano stati identificati, sulla base di indagini, come fondamentali per il sostentamento della popolazione e per la produzione agricola e industriale.

I prezzi di questi beni furono stabilizzati grazie a uno sforzo concertato: la produzione fu ampliata per aumentarne l’offerta; il sistema commerciale fu potenziato per superare le strozzature nella circolazione; il sistema di controllo dei prezzi fu utilizzato per riaffermare il piano generale, l’espansione del credito e gli investimenti (Cheng, 2006, 119-121). A queste misure si affiancò un’altra tattica anti-inflazionistica degli anni ’40: furono emessi titoli di Stato indicizzati a un paniere di prezzi di beni di prima necessità per ripristinare la fiducia negli attivi monetari.[16]

Lo Stato cinese ristabilì il controllo sul cuore dell’economia. L’inflazione fu debellata nel giro di circa un anno [vedi grafico sottostante], ma le conseguenze politiche del tentativo fallito di riforma radicale del 1988 e della successiva drastica inversione di rotta aggravarono le tensioni sociali e politiche che si erano accumulate nella seconda metà degli anni ’80, creando una situazione esplosiva.

Guanzi 管子: An Introduction of 3000 Years of Chinese Economic Thought

Guanzi 管子: Un’introduzione a 3000 anni di pensiero economico cinese

Cynthia Chung

·

23 aria

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Le proteste di Piazza Tienanmen ebbero inizio il 15 aprile 1989 e raggiunsero il culmine il 3-4 giugno 1989. Come si evince dal grafico sopra riportato, le politiche di Chen Yun risolvettero la crisi di iperinflazione nel giro di circa un anno; tuttavia, fu proprio nella fase finale di questo periodo di iperinflazione che ebbero inizio le proteste di Piazza Tienanmen. Come si può notare, meno di un mese dopo gli eventi del 3-4 giugno la crisi di iperinflazione è stata in gran parte risolta. Se si fosse voluto sfruttare la crisi di iperinflazione per fomentare l’instabilità politica, era chiaro che, con le politiche correttive di Chen Yun in atto, la finestra di opportunità sarebbe stata ristretta. Come vedremo, in quel periodo vi fu una forte manipolazione sia delle proteste studentesche che di quelle dei lavoratori per garantire che, a tutti i costi, si verificasse uno scontro violento prima che tale finestra si chiudesse. Tuttavia, alla fine questo tentativo fallì nel caso di istigazione alla violenza contro gli studenti, cosa che sarebbe stata il peccato più grave commesso dal governo cinese. Nonostante nessun studente fosse stato effettivamente ferito all’interno della piazza, ma fosse stato invece evacuato in sicurezza, i media mainstream dipinsero comunque le storie più oltraggiose di carri armati che falciavano studenti addormentati e di altri che venivano picchiati a morte e uccisi a colpi di arma da fuoco, creando un’immagine di fiumi di sangue che scorrevano nella piazza. Come vedremo, si è trattato di una storia interamente inventata, come ormai riconosciuto dalle stesse testate occidentali mainstream.

Weber prosegue:

L’inflazione galoppante del 1988 minò la fiducia nei rapporti del mercato monetario da parte di molti abitanti delle città e si aggiunse alle ansie scatenate da una crescente mercificazione della vita.

D’altra parte, coloro che avevano tratto vantaggio dalle crescenti opportunità di profitto e dai mercati in rapida espansione si sentivano minacciati dall’inasprimento dei controlli. Questo costituì il contesto in cui si sviluppò l’ampio e variegato movimento sociale del 1989…

Nel 1988, Zhao sostenne che fosse necessaria una legge sulla sicurezza pubblica per portare avanti la riforma. Nel 1989, Zhao cercò di superare quella stessa logica di repressione statale che alla fine lo portò alla caduta e alla detenzione.I giovani economisti che Zhao aveva formato erano apertamente solidali con i manifestanti. Sapevano che le truppe stavano marciando verso piazza Tienanmen e che presto sarebbe stata imposta la legge marziale. Intuivano che stava per verificarsi una tragedia.

Dopotutto, non l’avevano forse orchestrato proprio perché andasse a finire in quel modo?

…far scorrere il sangue a fiumi in Piazza Tienanmen, per risvegliare il popolo

La situazione è diventata davvero pericolosa. Gli studenti mi hanno chiesto cosa avremmo fatto dopo. Volevo dire loro che ci aspettavamo uno spargimento di sangue, che ci sarebbe voluto un massacro, che avrebbe fatto scorrere il sangue come un fiume attraverso piazza Tienanmen, per risvegliare il popolo.Ma come avrei potuto dirglielo? Come avrei potuto dire loro che, per vincere, avrebbero dovuto sacrificare le loro vite?

– Intervista a Chai Ling (una delle principali studentesse dissidenti di Piazza Tienanmen) realizzata dal giornalista Philip Cunningham il 28 maggio 1989; le immagini sono state inserite nel documentario La Porta della Pace Celeste.[17]

Chi si è preso il tempo di approfondire anche solo un po’ gli eventi del 1989 in Piazza Tienanmen scoprirà presto la figura della famigerata Chai Ling, una delle principali studentesse dissidenti.

Chai Ling fu nominata comandante in capo del Comando centrale per la difesa di Piazza Tienanmen, mentre un’altra studentessa, Li Lu, fu nominata sua “vice”. Fu inoltre eletta comandante in capo del Comitato per lo sciopero della fame. Come vedremo, all’interno di questa rete c’erano altri studenti di spicco, molti dei quali erano discepoli di Fang Lizhi. Tuttavia, solo il nome di Chai Ling è passato alla storia in modo negativo, in gran parte a causa dell’intervista che concesse al giornalista Philip Cunningham a Pechino, il 28 maggio 1989, appena cinque giorni prima che scoppiassero le violenze, e per il suo specifico commento citato sopra. Li Lu, il suo “vice”, non sembra aver subito alcun danno alla propria reputazione e ha proseguito la sua carriera con grande successo, che si intreccia con quella di Joseph Tsai di Alibaba, come vedremo in questo articolo.

Philip Cunningham mentre prende appunti allo Square. Ha svolto ricerche nelle redazioni dei giornali e negli studi televisivi di tutta la Cina in qualità di Knight Journalism Fellow e, successivamente, come Fulbright Fellow e Abe Fellow.

Le riprese di questa intervista incluse nel documentario La Porta della Pace Celeste[18]include:

Chai Ling:Finora me lo sono tenuto per me, perché essendo cinese sentivo di non dover parlare male dei cinesi. Ma a volte non posso fare a meno di pensare – e tanto vale dirlo – che voi, i cinesi, non valete la mia fatica! Non vali il mio sacrificio!

…Ciò che in realtà speriamo è uno spargimento di sangue, il momento in cui il governo sarà pronto a massacrare spudoratamente il popolo. Solo quando la piazza sarà inondata di sangue il popolo cinese aprirà gli occhi. Solo allora sarà davvero unito.Ma come posso spiegare tutto questo ai miei compagni di classe?

…

Cunningham:«E tu resterai in piazza?»

Chai Ling:«No.»

Cunningham:«Perché?»

Chai Ling:«Perché la mia situazione è diversa. Il mio nome è sulla lista nera del governo. Non mi lascerò distruggere da questo governo. Voglio vivere. Comunque, questo è quello che penso. Non so se la gente dirà che sono egoista. Credo che le persone debbano portare avanti il lavoro che ho iniziato. Un movimento democratico non può avere successo con una sola persona. Spero che per il momento non riportiate ciò che ho appena detto, d’accordo?»[19]

Sia Chai Ling che Li Lu figuravano tra i principali studenti dissidenti a cui fu concesso il passaggio sicuro grazie all’Operazione Yellowbird.

In un articolo pubblicato dal Financial Times, che sostiene la versione occidentale secondo cui questi studenti dissidenti avrebbero voluto solo i valori della democrazia occidentale, ha riportato un’interessante citazione di Chai Ling tratta da un’intervista rilasciata dalla sua casa negli Stati Uniti, in cui ha affermato: ««All’epoca un giornalista ci chiese se volessimo la democrazia… Non sapevamo davvero cosa fosse, pensavamo solo che fosse una cosa molto positiva, così abbiamo dato vita alla nostra democrazia alle prime armi proprio lì, in piazza».

Ti sembra che si tratti di qualcuno che ha un piano o di qualcuno che sta seguendo un piano prestabilito per lui?

Quando ci si prende il tempo di ascoltare o leggere le interviste di Chai Ling alla stampa occidentale, che sono numerose, risulta chiaro che Chai Ling non comprende fino a che punto sia stata manipolata nell’intera messa in scena che l’ha portata a ricoprire il ruolo di “comandante in capo” della piazza. Chai Ling presenta tutte le caratteristiche di chi, in realtà, non è alla guida degli eventi, ma è piuttosto un burattino a cui veniva detto, giorno per giorno, quale dovesse essere il suo mandato.

Dopo aver visto le immagini del documentario La Porta della Pace Celeste, anche se più avanti farò una precisazione su questa produzione documentaristica, è evidente che a Chai Ling piacesse stare sotto i riflettori e che probabilmente si sentisse una starlet durante quel frenetico periodo di sette settimane trascorso in piazza. C’era anche un grande stress fisico e mentale per tutti gli studenti, ma soprattutto per quelli che sono rimasti in piazza per la maggior parte delle sette settimane. Questo, unito ai periodi in cui gli studenti digiunavano per diversi giorni nell’ambito di uno sciopero della fame intermittente, non ha fatto altro che aumentare ulteriormente lo stress mentale e fisico degli studenti. Si noti che il digiuno ostacola la capacità di pensare in modo critico, di giudicare in modo adeguato e aumenta l’instabilità emotiva.

Chai Ling sarebbe stata la portavoce di chi tirava le fila. Verso le ultime settimane delle proteste in piazza, Chai Ling era l’unica studentessa a cui era stato concesso il «permesso» di usare il megafono. Gli studenti non avevano altra scelta che affidare a Chai Ling il compito di rappresentare la loro voce, i loro desideri, la loro missione. Chai Ling e suo marito Feng Congde (un discepolo di Fang Lizhi, come vedremo) cercavano di dare una parvenza di «democrazia» sottoponendo le questioni al voto degli studenti. In sostanza, gli studenti gridavano «sì» o «no» sulle questioni che Chai Ling e Feng Congde decidevano di sottoporre al voto. A quel punto stabilivano quale gruppo avesse «vinto» la votazione. Ciò garantiva loro, per usare un eufemismo, una grande libertà nel decidere il destino degli studenti.

Chai Ling ha il diritto esclusivo di utilizzare il megafono nella piazza.

Molti gruppi studenteschi, frustrati da questa situazione, cercarono di opporsi alla mini-dittatura di Chai Ling e Feng Congde nella piazza, ma lei era protetta da un gruppo di studenti che, come vedremo, erano direttamente legati a Fang Lizhi.

Quando la questione dell’abbandono della piazza fu sottoposta a votazione – cosa che avvenne più volte nel corso delle settimane – molti ritenevano che sia Chai Ling che Feng Congde fossero estremamente di parte nel voler rimanere in piazza e favorissero questa posizione nonostante il crescente sostegno da parte degli studenti a favore dell’abbandono della piazza. A non aiutare la situazione era il fatto che, durante quel periodo di sette settimane, arrivassero in piazza nuovi studenti provenienti da altre parti della Cina, i quali, ovviamente, esortavano a rimanere. Molti studenti che volevano andarsene non si sentivano a proprio agio nel farlo andando contro il voto.

Gli studenti riposano tra i detriti di Piazza Tienanmen mentre il loro sciopero per le riforme governative entra nella terza settimana. (Jeff Widener / Associated Press) Fonte: Los Angeles Times.
Chai Ling sviene per l’esaurimento fisico.

Con il passare delle settimane, Chai Ling, sempre più provata e emotivamente instabile, passò dalla sua immagine iniziale di dolce, innocente ma intrepida paladina degli ideali democratici a frequenti crisi di pianto in cui esprimeva la sua delusione, definendo gli studenti dei codardi che non erano disposti ad andare fino in fondo, che non erano veramente pronti a lottare a tutti i costi, che non erano pronti a morire in questo scontro finale con il governo cinese.

Come già visto nel seconda ratache le proteste studentesche del 1986 e del 1989 furono in gran parte istigate e organizzate da Fang Lizhi e dai suoi seguaci tra gli studenti. Tuttavia, la maggior parte degli studenti che partecipavano a queste proteste era motivata da questioni economiche e di corruzione che si stavano aggravando a causa delle politiche economiche di Zhao Ziyang. In altre parole, la maggioranza degli studenti che partecipavano a queste proteste non aveva idea di chi fosse Fang Lizhi, almeno all’inizio. Tuttavia, con il progredire delle proteste nel caso del 1989, divenne chiaro che i discepoli studenteschi di Fang Lizhi venivano utilizzati per organizzare gli studenti in piazza secondo la sua «visione», che includeva una promozione molto accesa di Zhao Ziyang e, piuttosto ironicamente, delle sue politiche economiche.

Basti dire che le questioni per cui gli studenti avevano inizialmente deciso di protestare non giustificavano le parole cariche di angoscia, si potrebbe dire isteriche, di Chai Ling, che esortava gli studenti a essere disposti a morire piuttosto che lasciare la piazza di loro spontanea volontà. Di fatto, stava spingendo verso l’inevitabile: una qualche forma di scontro con la polizia o l’esercito cinese.

Il 24 maggio 1989, Chai Ling guidò l’assembramento di una folla in Piazza Tienanmen per la proclamazione del seguente giuramento:

«Giuro che difenderò la Repubblica e Piazza Tienanmen con la mia giovane vita. Possono cadere teste, può scorrere sangue, ma la Piazza del Popolo non potrà mai andare perduta! Siamo pronti a combattere fino all’ultimo uomo.»[20]

A seguito di questo giuramento, Wang Dan annunciò la costituzione del Quartier Generale per la Difesa di Piazza Tienanmen.[21]

Da sinistra a destra: Chai Ling, Wu’er Kaixi e Wang Dan. Questi erano i tre leader pubblici di spicco del movimento studentesco dissidente. Come vedremo, Wu’er Kaixi e Wang Dan non solo sono legati a Fang Lizhi e alla promozione diretta delle politiche economiche di Zhao Ziyang, ma anche alla NED. Tutti e tre facevano parte del gruppo di studenti dissidenti di spicco fatti uscire clandestinamente dal Paese attraverso l’Operazione Yellowbird.
Da sinistra a destra: Chai Ling, Wang Dang, il marito di Chai Ling, Feng Congde, con il microfono in mano, e la “vice” di Chai Ling, Li Lu. Feng Congde è un altro discepolo di Fang Lizhi che ha sostenuto le politiche economiche di Zhao Ziyang. Tutti e quattro facevano parte del gruppo di studenti dissidenti fatti uscire clandestinamente dal Paese nell’ambito dell’Operazione Yellowbird.

Dalla sua intervista con Philip Cunningham emerge chiaramente che Chai Ling era ben consapevole che quello era il mandato che le era stato affidato: far sì che il sangue degli studenti venisse versato in piazza fino a formare un fiume di sangue. Solo un massacro, come afferma Chai Ling, avrebbe potuto garantire il successo delle proteste; solo allora avrebbero potuto “vincere”.

Dal punto di vista di Chai Ling, quando parla al plurale, usando sempre “noi” e mai “io”, ciò potrebbe essere interpretato come se lei considerasse la situazione dal punto di vista dei leader studenteschi scelti del movimento. Che questi leader fossero troppo speciali per morire in piazza. Spettava agli studenti “comuni” morire affinché loro potessero vivere e continuare a guidare la causa dalle loro comode sistemazioni in Occidente. Chai Ling allude a questo nella sua intervista con Cunningham.

Nell’intervista afferma inoltre chiaramente di non essere disposta a morire, ma di sperare che altri possano prendere il suo posto:

“Ma io non sarò lì a difendere la piazza perché sono diverso dagli altri: il mio nome è sulla lista nera. Non voglio morire.”

È chiaro che le fosse già stato offerto un passaggio sicuro fuori dalla Cina prima di questa intervista e che probabilmente le fosse stato anche detto che, come ricompensa per il suo eroico impegno nel promuovere la “democrazia occidentale”, avrebbe ottenuto l’ammissione a Princeton con tutte le spese pagate. Infatti, la maggior parte degli studenti dissidenti di spicco fatti uscire clandestinamente dalla Cina attraverso l’Operazione Yellowbird ha ricevuto l’ammissione gratuita a prestigiose università, tra cui Princeton, Harvard e persino Oxford. Chiaramente c’erano grandi progetti per questi giovani.

Senza dubbio, Chai Ling non era l’unica a ricevere questi sussurri all’orecchio nei giorni precedenti gli scontri violenti del 3 e 4 giugno 1989.

Riflettete sulle implicazioni di tutto questo. Se a questi studenti dissidenti di spicco fosse già stato promesso un passaggio sicuro sotto la protezione occidentale e avessero ricevuto l’ordine di fomentare uno scontro violento che avrebbe fatto scorrere il sangue degli studenti nella piazza come un fiume, cosa ci dice questo dell’intero cosiddetto movimento democratico che rappresentavano e continuano a rappresentare in esilio?[22]

Un’idea che, secondo Chai Ling, è stata suggerita da un giornalista occidentale che ha fornito loro quella parola dal suono così piacevole: “democrazia”.

È quindi evidente che, in questo scenario, non sarebbero gli studenti a trarne vantaggio, bensì la rete che gravita attorno a Zhao Ziyang. Ancora una volta, come vedremo È documentato che numerosi studenti dissidenti di spicco, seguaci di Fang Lizhi, abbiano promosso apertamente Zhao Ziyang come eroe della democrazia, oltre che, in modo più diretto, le sue politiche economiche. E, come vedremo, si dà il caso che proprio il National Endowment for Democracy (NED) si trovi al centro di tutto questo.

Questa posizione a favore di Zhao Ziyang fu diffusa tra gli studenti che venivano mobilitati dai circoli di Fang Lizhi e che erano anch’essi indignati per la destituzione di Hu Yaobang,[23]furono indotti a credere che all’interno del governo cinese esistesse una fazione che attaccava le voci filo-democratiche presenti al suo interno. Gran parte della colpa ricadde proprio su Li Peng.

Come già visto in la seconda puntatafu proprio Li Peng a sostituire Zhao Ziyang come premier della Cina e, di conseguenza, come responsabile della politica economica di tutta la Cina. Li Peng apparteneva al gruppo che sosteneva le politiche economiche di Chen Yun e si opponeva ai riformatori favorevoli al “pacchetto” e a Zhao Ziyang.

L’allontanamento di Zhao Ziyang da quella carica fu percepito da lui stesso come una retrocessione, che lo allontanava da un progetto a cui lavorava da un decennio. E per quei riformatori favorevoli a un pacchetto di riforme che avevano partecipato agli stessi incontri di George Soros insieme all’Istituto per la Riforma del Sistema di Zhao nell’Europa orientale, era chiaro che, con Li Peng come premier, tutto ciò che avevano cercato di realizzare in materia di riforme economiche rischiava di andare in fumo.

Nonostante Zhao fosse il vero responsabile delle difficoltà economiche e dei casi di corruzione in Cina, i leader studenteschi in piazza lo difesero e si scagliarono contro Li Peng, dipingendolo come un terribile cattivo e un dittatore del popolo.

Quando una delegazione di studenti fu finalmente ammessa a un incontro con il governo cinese per discutere delle loro richieste in merito a quelle proteste, i leader di quella delegazione erano in gran parte seguaci di Fang Lizhi. Uno di loro, in particolare, finì sui titoli dei giornali quando interruppe bruscamente Li Peng e si lanciò in una tirata assurda che non entrava nel merito di alcun dettaglio concreto.

A sinistra, il premier cinese Li Peng. A destra, Wu’er Kaixi, in abiti da ospedale e munito di un vero e proprio tubo per l’ossigeno che aspirava come se fosse un narghilè, mentre teneva una lezione a Li Peng. Questo scontro fu trasmesso a livello nazionale e internazionale, portando Kaixi alla ribalta mondiale, con tanto di articolo in copertina sulla rivista *Time*, e rendendolo un simbolo della resistenza del movimento studentesco.

Ma non importava ciò che Wu’er Kaixi avesse effettivamente detto. Avevano ottenuto ciò per cui erano venuti: l’opportunità di apparire sulla televisione di Stato cinese e sui notiziari internazionali per attaccare Li Peng e incolparlo di tutto ciò che stava accadendo in Cina. Nonostante fosse evidente che non avessero la minima comprensione delle questioni economiche, fu proprio lo scandalo in sé a far esplodere la vicenda.

Li Peng, esposto ai commenti assurdi di Wu’er Kaixi davanti a un pubblico internazionale, nonostante fosse proprio quest’ultimo a dire sciocchezze, finì per apparire come un uomo di poco conto. Viene da chiedersi chi possa aver orchestrato questa messinscena, una situazione del tutto senza precedenti in Cina. C’erano solo due uomini che ricoprivano una carica più alta di quella di Li Peng: Deng Xiaoping e Zhao Ziyang.

Come già visto in la seconda puntatache fu proprio Liu Xiaobo a riempire nuovamente la piazza di migliaia di persone, quando questa si era ormai quasi completamente svuotata, solo pochi giorni prima del 3-4 giugno 1989. Xiaobo, inoltre, è direttamente collegato al NED, come vedremo.

Conosciuti come i “Quattro gentiluomini di Piazza Tiananmen”, che diedero il via a uno sciopero della fame di 72 ore in Piazza Tiananmen pochi giorni prima degli eventi del 3-4 giugno 1989. Da sinistra a destra: Zhou Duo, Hou Dejian, Gao Xin e Liu Xiaobo. Tre di loro sono considerati intellettuali radicali, con Liu Xiaobo come leader. L’altro membro è Hou Dejian, che all’epoca era un famoso cantautore taiwanese. Tutti e tre gli intellettuali radicali nutrivano un odio verso la cultura tradizionale cinese e, nel caso di Liu Xiaobo, questo argomento è stato trattato in la seconda puntata. Liu Xiaobo, che era un mentore di Wu’er Kaixi – come vedremo – e lo ha consigliato per tutte le sette settimane, è anch’egli legato al NED. Conoscendo il punto di vista radicale di Liu Xiaobo e il suo odio per il sistema tradizionale cinese, non è azzardato pensare che fosse favorevole allo spargimento di sangue in piazza affinché ci potesse essere una “vittoria”. Il raduno di una folla, incoraggiata a digiunare già giorni prima degli eventi del 3-4 giugno 1989, è sospetto, al punto che persino Liu Xiaobo lo ammette nel documentario «The Gate of Heavenly Peace». Hou Dejian sembra essere stato una persona onesta che è stata strumentalizzata da questo gruppo di intellettuali. Fu proprio il canto di Hou Dejian a riportare alla fine la folla in piazza; una volta radunata la folla, gli intellettuali tennero i loro discorsi radicali. Fu Hou Dejian che sembra essere il vero responsabile dell’evacuazione pacifica della piazza. Tutto era stato orchestrato affinché si verificasse uno scontro violento tra gli studenti e l’esercito cinese. Anche gli studenti venivano incoraggiati a combattere e a morire in piazza. Fu Hou Dejian, che era del tutto all’oscuro di questo complotto dietro le quinte, a cercare di ottenere l’evacuazione pacifica della piazza. Fu Hou Dejian che, subito dopo, smentì le affermazioni di Chai Ling, Wu’er Kaixi e altri secondo cui avrebbe avuto luogo un massacro, dichiarando che nessuno era morto e che tutti erano stati evacuati pacificamente dalla piazza. Poiché Hou Dejian era un cantante famoso, se Liu Xiaobo e/o Feng Congde (Chai Ling e Wu’er Kaixi avevano già lasciato da tempo la piazza durante quelle ultime ore in cui era previsto uno scontro violento) avessero insistito per rimanere nella piazza, la testimonianza di Hou Dejian secondo cui essi avrebbero volontariamente sacrificato la vita di questi studenti avrebbe rappresentato una grave macchia sulla “purezza” del cosiddetto movimento democratico e dei suoi leader. Liu Xiaobo è un radicale estremista ed era forse disposto a morire in questo scontro come martire. Grazie alle azioni di Hou Dejian, probabilmente le vite degli studenti sono state salvate.

È evidente che dietro le quinte ci sia stato un enorme lavoro per scatenare la violenza contro gli studenti in piazza. Per far scorrere il loro sangue come un fiume, perché solo così “loro” avrebbero vinto.

Anni dopo, Chai Ling scrisse che la sua straordinaria previsione di un’imminente repressione violenta, che avrebbe portato al massacro di piazza Tienanmen, era qualcosa che aveva sentito da Li Lu, e non una sua previsione personale.Nel suo libro, lei attribuisce a Li Lu la premonizione del “massacro di Piazza Tiananmen” Un cuore per la libertà.[24]L’importanza di Li Lu verrà discussa più avanti in questo articolo.

Dopo gli eventi del 3 e 4 giugno 1989, Chai Ling fu tra le voci più forti a sostenere di aver assistito di persona a un massacro in piazza Tienanmen. Un’altra voce autorevole che affermò di aver assistito direttamente a un massacro fu quella di Wu’er Kaixi. A chi attribuirono la responsabilità di questo terribile massacro di studenti innocenti che desideravano solo la democrazia occidentale? A Li Peng.

Ma in Piazza Tienanmen non c’è mai stato alcun massacro…

Mito contro realtà: la CIA e l’MI6 come manipolatori della narrativa

Il mito che ha finito per superare la realtà, il massacro degli studenti in Piazza Tienanmen, deve in gran parte il proprio successo a un solo uomo: l’allora ambasciatore britannico in Cina (1988-1991), Alan Donald.

In un telegramma diplomatico segreto inviato a Londra il 5 giugno 1989, Donald riferì di una stima minima di 10.000 vittime tra i civili. Secondo i documenti declassificati resi pubblici dall’Archivio Nazionale del Regno Unito, le sue informazioni provenivano da una persona che «trasmetteva informazioni ricevute da un amico intimo, attualmente membro del Consiglio di Stato».[25]

Donald ha deciso di mantenere l’anonimato di questa persona, nonostante si trattasse di un dispaccio diplomatico riservato. Per chi ha letto il seconda rata, a questo punto il quadro dovrebbe essere abbastanza chiaro. Tutte le prove addotte dagli occidentali nel caso di Tiananmen sono del tutto non verificabili.

Offre una grande libertà a chi fosse interessato a inventare storie.

La versione di Sir Alan Donald differisce notevolmente dalla dichiarazione ufficiale cinese, secondo cui i morti sarebbero stati 200 civili e diverse decine di membri delle forze di sicurezza. Va notato che queste vittime, riconosciute dalla Cina, si sono registrate nelle aree più estese di Pechino e sono state causate dalle proteste dei lavoratori che si svolgevano contemporaneamente alla protesta studentesca, i cui manifestanti sono rimasti accampati in piazza per diverse settimane.

La CIA non era da meno: ha diffuso stime che andavano da centinaia a diverse migliaia di morti, avallando i resoconti di giornalisti occidentali che non erano nemmeno sul posto, ma nelle loro camere d’albergo durante gli eventi del 3 e 4 giugno 1989.[26]

Nei rapporti dei servizi segreti americani, ora declassificati, le stime sul numero di vittime variavano da 180 a 500 in alcuni rapporti, fino a 500–2.600 in altri, e secondo tali rapporti le vittime sarebbero state registrate proprio nella piazza stessa.[27]

Ospitato presso gli Archivi della NSA, l’Archivio per la Sicurezza Nazionale della George Washington University presenta un rapporto intitolato “Piazza Tienanmen, 1989: la storia resa pubblica” ed è una raccolta di rapporti dei servizi segreti americani. In una sezione si legge:

Il resoconto dei servizi segreti del Segretario di Stato per la mattina seguente (Documento 13) riferisce che «il numero delle vittime dell’assalto militare a Piazza Tienanmen varia da 180 a 500; altre migliaia di persone sono rimaste ferite». Descrive inoltre come “migliaia di civili abbiano tenuto duro oppure si accalcavano attorno ai veicoli militari. Veicoli corazzati da trasporto truppe [veicolo corazzato da trasporto truppe]sono stati incendiati e i manifestanti hanno assediato le truppe lanciando pietre, bottiglie e bombe Molotov.”

Ancora una volta, per chiarire: nella più ampia area di Pechino si sono verificati episodi di violenza legati alle proteste dei lavoratori. Tuttavia, questo rapporto dei servizi segreti sostiene che tali episodi siano avvenuti all’interno della piazza stessa. La differenza è notevole, poiché la piazza era il luogo delle proteste studentesche. Non vi è stato alcun scontro militare con i manifestanti studenti. Tuttavia, ciò che è interessante riguardo al rapporto di intelligence sopra citato è che non solo disponiamo di una stima del numero di vittime molto più vicina a quella fornita dalla dichiarazione ufficiale cinese, ma anche dell’ammissione che l’esercito cinese fosse stato effettivamente attaccato, con veicoli blindati incendiati tramite bombe Molotov. Altri rapporti inclusi in questa raccolta di briefing di intelligence hanno inoltre riconosciuto che un soldato cinese fosse stato picchiato a morte.

Il 3 giugno, alcuni misteriosi teppisti hanno scatenato una rissa a Mu Xi Di, nella zona occidentale della città, attaccando gli autobus dell’esercito con bombe molotov e dando loro fuoco, causando la morte per ustioni degli occupanti. I responsabili non sono mai stati individuati.[28]

I soldati che erano riusciti a fuggire dagli autobus in fiamme sono stati picchiati a morte. Sono arrivati altri militari e sono scoppiati scontri caotici.

Un’immagine che ritrae diversi mezzi corazzati per il trasporto truppe ridotti in cenere. Molti soldati sono stati bruciati vivi all’interno di questi veicoli.

Si trovava a cinque chilometri da Piazza Tiananmen.

Non credo che l’attacco iniziale contro le forze armate cinesi nell’area metropolitana di Pechino sia stato spontaneo, ma piuttosto orchestrato. Inoltre, figure di spicco della protesta dei lavoratori, come Han Dongfang, ora lavorano per Radio Free Asia, un noto organo di informazione della CIA.

Se davvero ci fossero stati degli agenti provocatori che hanno istigato la violenza, è facile intuire che ciò metterebbe l’esercito cinese in una posizione difficile. Ovviamente, sarebbe necessaria una qualche forma di reazione. E qualsiasi reazione, come sparare contro qualcuno visto lanciare una bottiglia molotov, o contro individui che picchiano a morte un soldato, potrebbe facilmente diffondersi tra gli astanti e coloro che si sono uniti in seguito alla rissa come voce secondo cui l’esercito stava attaccando i civili alla cieca e in modo sconsiderato.

Questo ha chiaramente spinto molte altre persone a unirsi al movimento, al punto che la situazione ha assunto una dinamica propria – il che era un esito prevedibile. Anche in questo caso, l’obiettivo era quello di costringere la Cina a scatenare una repressione spietata contro la popolazione – cosa che non è mai avvenuta.

È risaputo che anche i soldati più calmi e padri di sé vengono messi alla prova quando alcuni membri della folla danno fuoco ai propri commilitoni o li picchiano a morte. In situazioni del genere è inevitabile che si verifichi un certo livello di caos.

Come già accennato, Zhao Ziyang aveva varato una nuova legge sulla sicurezza pubblica che prevedeva il ricorso alla forza contro chi si fosse opposto alla riforma dei prezzi. Ciò che è chiaro riguardo alla gestione delle violenze scoppiate il 3 giugno in diverse zone di Pechino è cherd, 1989, era che a un certo punto alle forze armate era stato ordinato di passare dai mezzi antisommossa (proiettili di gomma, gas lacrimogeni ecc.) alla forza letale.[29]

Era Deng Xiaoping, in qualità di leader supremo, a detenere l’autorità diretta sulle forze armate cinesi. Era anche presidente della Commissione militare centrale (CMC), il che gli conferiva il comando supremo sull’Esercito popolare di liberazione (PLA). Fu proprio Deng Xiaoping a dare l’ordine diretto di passare dall’uso di mezzi antisommossa alla forza letale.

Deng Xiaoping occupava la posizione più informata e potente riguardo alle forze armate cinesi ed era a conoscenza della nuova legge sulla sicurezza pubblica di Zhao Ziyang. Se c’era già il sospetto che potessero verificarsi episodi di violenza, perché i soldati cinesi non erano stati adeguatamente addestrati alle tattiche antisommossa e perché era stato loro ordinato di ricorrere alla forza letale quando la situazione avrebbe potuto essere contenuta attraverso tattiche antisommossa con un addestramento e un equipaggiamento adeguati? C’erano state almeno sette settimane per prepararsi a questa situazione.

Ricordiamo le parole di Chai Ling: solo quando ci sarà un massacro potremo “vincere”.

Stranamente, Li Peng viene ancora una volta accusato dell’uso della forza da parte dell’esercito cinese (poiché era di sua competenza dichiarare la legge marziale, cosa che fece il 20 maggio 1989), nonostante Deng Xiaoping fosse l’effettivo presidente della Commissione militare centrale e il leader supremo della Cina. Non era Li Peng a trovarsi nella posizione di ordinare il passaggio dalle tattiche antisommossa all’uso della forza letale: tale prerogativa spettava a Deng Xiaoping. Yang ShangKun, vicepresidente della Commissione militare centrale e presidente della Repubblica Popolare Cinese, era direttamente responsabile dell’esecuzione delle direttive di Deng e della mobilitazione delle forze armate cinesi il 3 e 4 giugno 1989.

Il generale Chi Haotian era il capo di Stato Maggiore dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) e supervisionò la pianificazione operativa, la logistica e il coordinamento delle azioni delle forze armate il 3 e 4 giugno 1989. Zhou Yibing e Liu Zhenhua ricoprivano rispettivamente i ruoli di comandante e commissario politico della Regione Militare di Pechino. Erano incaricati della gestione sul campo delle forze incaricate di far rispettare la legge marziale.

Tutti questi uomini – Chi Haotian, Zhou Yibing e Liu Zhenhua – ricevevano i propri ordini direttamente dalla Commissione militare centrale, di cui Deng Xiaoping era presidente e Yang Shangkun vicepresidente.

Non è stato Li Peng a autorizzare l’uso della forza letale; egli ha sostenuto la presenza delle forze armate per garantire la stabilità e come deterrente contro la violenza vera e propria. Nessun leader di un Paese sarebbe così ingenuo da pensare che decine di migliaia di persone provenienti da ogni parte della Cina, oltre a un afflusso di stranieri, che si radunavano nel centro di Pechino e accampavano lì per settimane di fila, non rappresentassero un rischio che potesse sfociare in qualche forma di violenza o caos. Che potessero verificarsi scontri e alterchi tra gli stessi manifestanti. O che ci fossero delle mele marce che cercavano di istigare la violenza per provocare una reazione della folla.

L’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) cinese e i manifestanti in Piazza Tienanmen hanno convissuto pacificamente per settimane. Si noti che questi soldati sono completamente disarmati.
L’Esercito Popolare di Liberazione cinese era schierato intorno alla piazza. Secondo le immagini del documentario “The Gate to Heavenly Peace”, molte persone che si avvicinavano ai soldati li supplicavano di “schierarsi” con i manifestanti; nell’interpretazione più radicale, ciò avrebbe significato che l’esercito stesso si rivoltasse contro il proprio governo. Poiché era proprio questo, in definitiva, ciò che veniva chiesto: che Li Peng si dimettesse dalla carica di premier della Cina. La gente si avvicinava ai soldati gridando: «Perché state facendo questo? Dovreste proteggere il popolo, non opporvi a lui!». Tuttavia, i soldati non erano contro il popolo, ma erano lì per garantire che la situazione non degenerasse nel caos. Ciò metteva i soldati in una posizione emotivamente difficile, e tali atteggiamenti da parte della gente li dipingevano come nemici del popolo, quando in realtà erano lì proprio per proteggerlo. Gli occidentali dovrebbero essere consapevoli che l’Esercito Popolare di Liberazione era molto amato dal popolo fino agli eventi del 3-4 giugno 1989, quando l’esercito fu ingiustamente accusato del massacro di innocenti. Come vedremo, nulla di tutto ciò accadde, né in piazza né nelle zone circostanti di Pechino.

Tuttavia, i principali studenti dissidenti, insieme alla stampa occidentale, diffusero la più oltraggiosa delle fantasie su atti mostruosi commessi contro innocenti e sul fatto che Li Peng fosse direttamente responsabile di tutto ciò – guadagnandosi così il soprannome che lo accompagnò fino al letto di morte in Occidente: il “Macellaio di Pechino”.

Sotto la foto di Li Peng, la BBC scrive: «Li Peng era conosciuto come il “Macellaio di Pechino” per il ruolo che ebbe nella repressione di Tiananmen».

Sebbene le forze armate cinesi avrebbero potuto gestire meglio la situazione se fossero state adeguatamente addestrate alle tattiche antisommossa e non avessero ricevuto l’ordine di ricorrere alla forza letale, il numero di vittime tra i civili – che non erano manifestanti pacifici, ma stavano di fatto attaccando attivamente le forze armate – rimane comunque relativamente basso.

Con questo non intendo affermare che tutte le vittime civili siano giustificate. Come ho già detto, la situazione avrebbe potuto essere contenuta con mezzi antisommossa. Tuttavia, in situazioni di caos, se un civile dovesse avvicinarsi a un luogo in cui sono in corso combattimenti, è facile capire quanto questa sia una mossa avventata e, se venisse colpito da un proiettile, ciò non equivarrebbe a un “massacro di innocenti” da parte dell’esercito cinese. La verità è che quelle scene si trasformarono in zone di guerra urbana. Le persone che attaccarono l’esercito cinese con bombe Molotov misero a rischio di essere colpite da colpi d’arma da fuoco anche chi si trovava nelle loro vicinanze. Se tra la folla ci fossero stati istigatori pagati, questo sarebbe stato proprio il loro obiettivo. Come vedremo nella quarta puntata, anche alcuni agenti di polizia cinesi furono inclusi nell’operazione di fuga clandestina denominata “Operazione Yellowbird” subito dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989. Basti dire che ci sono molte ragioni per sospettare che ci fossero numerosi agenti a pagamento che hanno alimentato la violenza del 3-4 giugno 1989.

Detto questo, il numero delle vittime è chiaramente molto inferiore a quanto sperato da certi ambienti che puntavano a un “massacro”, poiché solo così “loro” avrebbero potuto vincere. Nonostante gli sforzi da parte di certi ambienti per, a mio avviso, spingere l’esercito cinese a uno scontro con i civili – nonostante gli ordini di ricorrere alla forza letale, gli stessi soldati dell’Esercito Popolare di Liberazione si sono opposti con forza all’uso della violenza mentre i loro commilitoni venivano bruciati vivi e picchiati a morte per le strade. Il fatto è che le forze armate cinesi hanno dato prova di incredibile moderazione nei momenti di massimo caos per evitare un bagno di sangue.

Se qualcuno dovesse guardare il filmato disponibile,[30]Vediamo numerosi autobus militari e carri armati con dei civili in piedi sopra di essi dopo averli dati alle fiamme. Vediamo anche immagini di civili armati di mitragliatrici sottratte all’esercito cinese. Pertanto, affermare che i civili fossero disarmati è del tutto falso. Esistono numerose foto e filmati che mostrano civili armati di bombe Molotov e mitragliatrici.[31]

Un manifestante antigovernativo a Pechino impugna un fucile dal finestrino di un autobus. I manifestanti pro-democrazia occupavano Piazza Tienanmen da settimane; quella notte e la mattina seguente centinaia di persone avrebbero perso la vita negli scontri con le truppe cinesi. (Jeff Widener / Associated Press) Fonte: Los Angeles Times.
Un soldato dell’Esercito Popolare di Liberazione è stato bruciato vivo e poi impiccato ed esposto al pubblico.
I resti carbonizzati di Cui Guozheng, un soldato dell’Esercito popolare di liberazione cinese (PLA) che fu bruciato vivo tra il 3 e il 4 giugno 1989. Il suo corpo fu dato alle fiamme e appeso a un ponte pedonale a Pechino.

Pertanto, sebbene oggi le testimonianze si siano in gran parte corrette e si riconosca ormai che non vi sia stato alcun massacro nella piazza, si continua a sostenere che vi sia stato un massacro nelle zone circostanti di Pechino ai danni di civili innocenti e disarmati, tra cui donne e bambini. Questo non è vero.

I rapporti declassificati dai servizi segreti americani dell’epoca sostenevano l’idea che in piazza si fosse effettivamente verificato un massacro. Va inoltre sottolineato che, tra questi briefing dei servizi segreti – le cui versioni differivano notevolmente tra loro – quelli più drammatici si basavano sempre sui resoconti dei giornalisti occidentali. Molti di questi giornalisti hanno ammesso di aver riferito su tali eventi dalle loro camere al Beijing Hotel, che era diventato un punto di riferimento per i giornalisti occidentali, per lo più americani, durante le proteste di piazza Tienanmen. Questi giornalisti pubblicizzavano i propri servizi come «in diretta dal Beijing Hotel». Tuttavia, in seguito emerse, con grande imbarazzo, che dal Beijing Hotel non è possibile vedere piazza Tiananmen. È evidente che esistesse una linea editoriale prestabilita per la copertura degli eventi verificatisi il 3 e il 4 giugno 1989.

Gregory Clark, diplomatico australiano nato in Gran Bretagna[32]ha scritto in un articolo pubblicato dall’International Business Times: «Il massacro di piazza Tienanmen è una leggenda: tutto ciò che “ricordiamo” sono bugie britanniche”:

“Il 4 giugno 2014 segnerà per molti il 25° anniversario del massacro di piazza Tienanmen. In realtà, questa data dovrebbe segnare l’anniversario di una delle operazioni di disinformazione più spettacolari del Regno Unito – quasi alla pari con la mitica storia delle armi di distruzione di massa irachene.

Il racconto originale di come, nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989, le truppe cinesi abbiano mitragliato centinaia di studenti innocenti che manifestavano nella simbolica piazza di Tiananmen a Pechino da allora è stato completamente screditatosecondo i numerosi testimoni presenti in quel momento — tra cui una troupe della televisione spagnola TVE, un corrispondente della Reuters e gli stessi manifestanti, i quali affermano che non è successo nulla se non l’ingresso di un’unità militare che, a tarda notte, ha chiesto alle diverse centinaia di persone rimaste di lasciare la piazza.”

Tra i manifestanti c’era il famoso cantante taiwanese Hou Dejian, che è rimasto in piazza fino a quando non è stata sgomberata dall’esercito cinese. Nel documentario ha dichiarato La Porta della Pace Celeste: “Alcuni sostenevano che nella piazza fossero morte 200 persone, mentre altri affermavano che i morti fossero ben 2.000. Circolavano anche voci secondo cui alcuni carri armati avrebbero investito gli studenti che cercavano di allontanarsi. Devo dire che io non ho visto nulla di tutto ciò. Io stesso sono rimasto nella piazza fino alle 6:30 del mattino.”

WASHINGTON POST:Jay Mathews, che nel 1989 era caporedattore dell’ufficio di Pechino del “Washington Post” ha scrittoper la Columbia Journalism Review: «Per quanto si possa dedurre dalle prove disponibili, quella notte in Piazza Tienanmen NON È MORTO NESSUNO.»

CBS News:Richard Roth ha scritto: «Non abbiamo visto né cadaveri, né feriti, né ambulanze, né personale medico — insomma, nulla che potesse anche solo suggerire, figuriamoci dimostrare, che in [Piazza Tiananmen] si fosse verificato un “massacro”.»

BBC News:James Miles ha scritto“Ero uno dei giornalisti stranieri che hanno assistito agli eventi di quella notte. Non c’è stato alcun massacro in piazza Tienanmen.”

NEW YORK TIMES:Il 13 giugno 1989, il giornalista del New York Times Nicholas Kristof – che in quel momento si trovava a Pechino – ha scritto, “La televisione di Stato ha persino trasmesso un filmato che mostra gli studenti mentre si allontanano pacificamente dalla piazza [di Tiananmen] poco dopo l’alba, a dimostrazione del fatto che [i manifestanti] non sono stati massacrati.”

In quell’articolo, ha anche smentito un manifestante studentesco non identificato che, in un articolo sensazionalistico, aveva affermato che i soldati cinesi armati di mitragliatrici avessero semplicemente falciato i manifestanti pacifici in Piazza Tienanmen. Non mi sorprenderebbe se quello studente non identificato fosse Chai Ling o Wu’er Kaixi, che in seguito hanno dovuto ammettere di non essere stati in piazza il 3 e il 4 giugno 1989, probabilmente perché erano in procinto di essere fatti uscire clandestinamente dal Paese tramite l’Operazione Yellowbird.

REUTERS:Graham Earnshaw si trovava in Piazza Tienanmen la notte del 3 giugno. Non ha lasciato la piazza fino alla mattina del 4 giugno. Nelle sue memorie ha scritto che i militari sono intervenuti, hanno negoziato con gli studenti e hanno fatto sì che tutti (compreso lui stesso) se ne andassero pacificamente; e che nessuno è morto in piazza.

Anche il famigerato filmato dell’“uomo contro il carro armato” è una menzogna: la stampa occidentale ha deliberatamente omesso il filmato completo, riportato qui di seguito, che dimostra come l’uomo che si è parato davanti al carro armato non sia mai stato travolto, ma che, al contrario, i militari abbiano dato prova della massima moderazione, consentendogli di salire sul carro armato e persino di tentare di entrarvi senza che nessuno intervenisse per impedirglielo. L’uomo continua a bloccare i carri armati finché non intervengono dei veri civili che devono letteralmente trascinarlo via dalla strada perché si stava rendendo ridicolo. Eppure la stampa occidentale ha mostrato solo l’inizio di questo filmato e ha insinuato che fosse stato effettivamente travolto da quei carri armati, invece di mostrare la scena imbarazzante che si è realmente verificata.

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Tuttavia, non erano i giornalisti occidentali a dettare legge su queste decisioni. La storia di fantasia sul massacro di piazza Tienanmen è stata diffusa direttamente dai diplomatici statunitensi, britannici e australiani. Era considerata la fonte più ufficiale e autorevole che un giornalista potesse sperare di avere. Probabilmente è per questo che in tanti pensavano di poter semplicemente scrivere i propri articoli dalle loro camere d’albergo.

La prima notizia a fare scalpore con titoli sensazionalistici in tutto il mondo dopo gli eventi del 3-4 giugno 1989 derivava direttamente dal discutibile rapporto dell’ambasciatore britannico Alan Donald, secondo cui sarebbero stati uccisi 10.000 civili. È chiaro che fu proprio sulla base di questo rapporto che le ambasciate statunitensi e, in particolare, quella australiana seguirono l’esempio. I racconti di studenti massacrati con mitragliatrici nella piazza, i cui corpi sarebbero stati ammucchiati con i bulldozer e poi inceneriti dalle truppe con i lanciafiamme, sono stati ripetuti a pappagallo da tutti i media occidentali.

Questa raccapricciante storia dell’orrore, priva di qualsiasi prova a sostegno, è oggi considerata dagli storici sia orientali che occidentali come del tutto inventata, ma la smentita è arrivata solo due decenni dopo. Nonostante alcuni giornalisti avessero riferito che non si era verificato alcun massacro, la posizione generale di tutti i principali organi di informazione era a sostegno dell’avvenuta esistenza di un massacro e comprendeva una valanga di articoli che lo affermavano. Tant’è che oggi, probabilmente la maggioranza degli occidentali crede ancora che si sia verificato un massacro.

Alla raccapricciante notizia iniziale è seguita un’altra bizzarra segnalazione, questa volta diffusa dall’Ambasciata australiana, che riportava informazioni simili, a volte con le stesse identiche parole, al dispaccio diplomatico britannico. Un confronto testuale mostra che l’Ambasciata australiana ha ripetuto gran parte di quanto contenuto nel dispaccio britannico, a volte utilizzando le stesse identiche parole.[33]

«Quando tutti coloro che non erano riusciti a fuggire erano ormai morti o feriti, i soldati di fanteria percorsero la piazza uccidendo a colpi di baionetta o sparando a chiunque fosse ancora vivo»,affermava il rapporto australiano inventato di sana pianta.

Il 9 giugno 1989, il primo ministro australiano Bob Hawke tenne uno dei discorsi più memorabili sugli eventi di piazza Tienanmen in occasione di una cerimonia commemorativa organizzata in onore delle vittime appena cinque giorni dopo.

Mentre né i giornalisti né tantomeno i briefing dei servizi segreti riuscivano a fare chiarezza su ciò che era realmente accaduto tra il 3 e il 4 giugno 1989, Hawke fornì una descrizione dettagliata di fatti che nessun altro aveva riportato in nessuna parte del mondo. Come vedremo, il contenuto del suo discorso coincide in gran parte con quello del telegramma segreto di Alan Donald.

ABC News scrive:

Lui [Il primo ministro australiano Bob Hawke]ha descritto i soldati cinesi che si precipitavano in Piazza Tienanmen, sparando a raffica senza distinzione, investendo i civili con i carri armati, riducendo i corpi in “poltiglia” e incenerendo i resti con i lanciafiamme.

A un certo punto ha commosso fino alle lacrime il primo ministro e quel momento ha influenzato il modo in cui molti australiani che hanno ascoltato il suo discorso hanno percepito l’evento.

…Quando il signor Hawke si è avvicinato al podio in occasione di una cerimonia commemorativa speciale… aveva con sé due documenti.

Il primo era il suo discorso preparato… Nello spazio tra il sesto e il settimo paragrafo del discorso, Hawke aveva tracciato un asterisco. In quel punto intendeva discostarsi dal testo preparato e passare al suo secondo documento.

Hawke arrivò a quel punto, fece una breve pausa e mise da parte il suo discorso. «Vorrei leggere un estratto di una relazione che ci è stata presentata», disse.

Il 7 giugno era stato inviato un dispaccio diplomatico riservato dall’ambasciata australiana a Pechino, in cui venivano descritte le ultime informazioni di intelligence su quanto era accaduto il giorno in cui l’esercito era intervenuto contro gli studenti manifestanti che avevano occupato piazza Tienanmen.

… Lui [Hawke] ha letto quasi parola per parola le pagine 2 e 3 del documento.[34]

«A Tiananmen, le truppe giunte per prime hanno cercato di allontanare la folla, per separare gli studenti dai cittadini comuni. È stato lanciato un ultimo avvertimento e gli studenti si sono preparati ad andarsene», ha affermato.

«Si aspettavano che venisse loro concessa un’ora, ma nel giro di cinque minuti i mezzi da trasporto truppe del 27° reggimento entrarono nella piazza, aprendo il fuoco con le mitragliatrici mentre avanzavano.

«Quando tutti coloro che non erano riusciti a fuggire erano ormai morti o feriti, i soldati di fanteria percorsero la piazza uccidendo a colpi di baionetta o sparando a chiunque fosse ancora in vita.

«Avevano ricevuto l’ordine di non risparmiare nessuno nella piazza; bambini e ragazze sono stati massacrati, poi i veicoli corazzati da trasporto truppe e i carri armati hanno investito più volte i corpi delle vittime fino a ridurli in poltiglia, dopodiché sono intervenuti i bulldozer per ammucchiare i resti, che sono stati poi inceneriti dalle truppe con i lanciafiamme».

A quel punto, con la voce rotta dall’emozione e gli occhi lucidi, è tornato al discorso che aveva preparato.

All’ambasciata [australiana] di Pechino, il personale diplomatico venne a sapere che il loro telegramma era stato letto, parola per parola, in televisione dal primo ministro.

Tra questi c’era il professor Richard Rigby, che all’epoca lavorava come consigliere politico presso l’ambasciata e ora fa parte del China Institute dell’Australian National University. «È stata una sorpresa [e] sto usando un linguaggio diplomatico», ha affermato.

All’inizio del telegramma c’era una sorta di avvertenza. «Non ci sono dubbi sul fatto che il quadro generale sia corretto, anche se alcuni dettagli potrebbero alla fine rivelarsi inesatti», aveva scritto.

È emerso subito che molti dei dettagli, che erano stati letti dal signor Hawke, erano errati.

“Nel giro di pochi giorni, sicuramente entro una settimana, era ormai chiaro che le informazioni su quanto era accaduto nella piazza stessa erano errate”, ha affermato il professor Rigby.

…vi sono dubbi su ciò che sia accaduto esattamente all’interno della piazza e sul fatto che quella fosse la scena in cui si è verificata la maggior parte delle uccisioni. È stata proprio la descrizione di quella specifica scena che, secondo il professor Rigby, è stata ritirata.

…Nei giorni e nelle settimane successive l’ambasciata ha inviato una serie di telegrammi in cui si smentivano i dettagli contenuti nel telegramma originale.

Da dove provenivano le informazioni contenute nel primo telegramma?

Sebbene il telegramma australiano da cui Bob Hawke stava leggendo non sia mai stato reso pubblico prima d’ora, Nel 2017 è stato reso pubblico un telegramma inviato contemporaneamente a Londra e a Hong Kong dall’ambasciatore britannico Sir Alan Donald.

Il telegramma britannico e quello australiano sono sorprendentemente simili. Riportano informazioni analoghe sul massacro, presentate in un ordine simile.[35]

… dopo aver ricevuto nuove informazioni sull’evento, si è reso conto che alcuni dettagli erano errati. Tuttavia, non ha espresso alcun rimpianto.

«Il punto è che, quando piangeva, vederlo piangere per loro aveva un forte impatto emotivo sulla comunità cinese australiana e su molti cinesi in Cina» [ha affermato sua moglie e biografa].

«Per loro è stata un’esperienza davvero straordinaria vedere un uomo bianco piangere per loro.»[36]

Si può notare quanta importanza venga data qui alla verità rispetto a ciò che è vantaggioso dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Hawke non aveva rimpianti perché sentiva di aver toccato il cuore di tantissime persone. Ma le aveva toccate con un’interpretazione emotiva che era una reazione a qualcosa era del tutto inventato. A quanto pare, questo non ha importanza. Ciò che conta è che le persone siano state toccate emotivamente e che, ovviamente, il grande e malvagio governo cinese non sia in contatto con le proprie emozioni: non piangerebbe mai davanti alle telecamere in modo così commovente come ha fatto il signor Hawke, e quindi, in qualche modo, questo giustificherebbe tutto? Diffondere le menzogne più mostruose, secondo cui donne, bambini e studenti sarebbero stati falciati dai carri armati e uccisi a colpi di bastone, per poi vedere i loro corpi dati alle fiamme con i lanciafiamme?

In qualche modo si è permesso che questa storia inventata si diffondesse a macchia d’olio, nonostante esistessero filmati reali che mostravano gli studenti uscire pacificamente da un cancello a sud della piazza.[37]Ricordiamo che, in realtà, nella piazza erano presenti giornalisti occidentali fino all’ultimo momento, quando gli studenti furono evacuati pacificamente la mattina del 4 giugno 1989, tra cui il giornalista Graham Earnshaw. Non c’era assolutamente alcun motivo per cui le ambasciate occidentali o la stampa dovessero riportare ciò che hanno riportato nei loro resoconti fantasiosi e raccapriccianti. Prove concrete di ciò che è accaduto in piazza sono sempre esistite sotto forma di numerose riprese effettuate dagli stessi membri della stampa occidentale. Ma queste informazioni sono state consapevolmente occultate.

Questa storia dei 10.000 morti a Tiananmen è stata ripetuta ovunque dalle principali agenzie di stampa occidentali per molti anni. La falsa narrazione non solo ha continuato a circolare, ma è stata arricchita di ulteriori dettagli, a volte anche anni dopo. L’«Enciclopedia del Mondo», pubblicata dalla Houghton Mifflin Co nel 2001, racconta ai bambini di tutto il mondo, con lettere maiuscole che suscitano sgomento, una versione della storia ancora più estrema di quella diffusa dalle operazioni psicologiche: «3-4 giugno: LE TRUPPE DELL’ESERCITO POPOLARE DI LIBERAZIONE SONO ENTRATE IN PIAZZA TIANANMEN DURANTE LA NOTTE E HANNO SPARATO DIRETTAMENTE SULLA FOLLA ADDORMENTATA».

Alan Donald rimase ambasciatore britannico in Cina fino al 1991. Un anno dopo divenne amministratore della China Fund Inc. (1992-2003), che a quanto pare non aveva alcun legame con l’attività di George Soros.[38]Nello stesso periodo ha ricoperto anche la carica di direttore della HSBC China Fund Ltd (1994-2004).[39]

È stato inoltre amministratore del Fleming Far Eastern Investment Trust (1991-1997) e ha continuato a ricoprire tale carica anche dopo la ridenominazione della società in J.P. Morgan Fleming Asian Investment Trust Ltd. (1997-2001).

È stato inoltre presidente dell’Associazione cinese dal 2003 al 2008. Fondata nel 1889 con il nome originario di British China Association, l’associazione fungeva da strumento dell’imperialismo occidentale, dello sfruttamento economico e della diplomazia delle cannoniere nell’Asia orientale. Tra i suoi membri figuravano proprio quelle case commerciali, quei funzionari coloniali e quei politici che avevano accumulato le proprie ricchezze grazie ai trattati iniqui imposti alla dinastia Qing.[40]

Tra queste figurava il commercio dell’oppio.[41]La forza trainante della British China Association era rappresentata dalle potenti “China Houses”, in particolare Jardine, Matheson & Co. e Swire & Sons.

Non dovrebbe sorprendere che la British China Association abbia stretti legami con i servizi segreti britannici. Il caso più eclatante è quello di Sir Horace Seymour, la cui carriera sembra presentare una somiglianza quasi inquietante con quella dello stesso Alan Donald…

Basti dire che qualcosa mi dice che Alan Donald non fosse del tutto imparziale riguardo alla direzione che la Cina avrebbe dovuto prendere nella sua riforma economica…

I leader di un movimento democratico in esilio con il sostegno del NED/CIA

Il seme di quello che sarebbe diventato il nucleo dirigente dei dissidenti studenteschi di Piazza Tienanmen era stato piantato circa un anno prima, in quelli che venivano chiamati i “Salotti della democrazia” universitari, a partire dalla primavera del 1988.[42]Questi “Salotti della democrazia” furono promossi da Liu Gang. Liu Gang era uno studente universitario dell’Università di Scienza e Tecnologia della Cina (USTC) di Hefei, dove ebbe modo di incontrare di persona Fang Lizhi, all’epoca vicepresidente dell’università, che teneva attivamente conferenze sulla riforma politica e sulla libertà.

In seguito, Liu Gang si iscrisse all’Università di Pechino come studente di fisica. Portando con sé le idee di Fang Lizhi, diede vita ai “Salotti della democrazia”. Per chi non lo sapesse, “Peking” è un altro nome per indicare Pechino, la capitale della Cina. Era fondamentale che Fang Lizhi acquisisse influenza a Pechino e questo fu il canale utilizzato a tal fine.

Inoltre, la moglie di Fang Lizhi, Li Shuxian, era docente di fisica all’Università di Pechino ed era stata eletta rappresentante popolare locale per il distretto di Haidian (il polo universitario di Pechino). Questa sovrapposizione tra mondo accademico e politico ha creato un canale diretto che ha permesso agli studenti attivisti di interagire con Fang e sua moglie Li.

Poco dopo il suo avvio, Wang Dan, matricola del corso di laurea in storia all’Università di Pechino, ampliò l’iniziativa e organizzò regolarmente i “Salotti della democrazia” nel campus, che si tenevano all’aperto negli anni 1988 e 1989, invitando intellettuali a discutere di riforme politiche e diritti umani. Ricordiamo che Wang Dan è uno dei membri principali del Comitato per la difesa di Piazza Tienanmen. Tuttavia, era Fang Lizhi ad essere riconosciuto come loro mentore spirituale e intellettuale e ad essere invitato regolarmente per esprimere le sue idee politiche.

Nel caso di Liu Gang e Wang Dan, Fang Lizhi fu per loro un mentore molto vicino, che offrì loro consigli in privato. Questo rapporto continuò fino agli ultimi giorni delle proteste di Piazza Tienanmen, durante quel periodo di sette settimane. I membri di questo «Salotto della Democrazia» sembrarono passare naturalmente a far parte della leadership centrale del movimento studentesco pro-democrazia del 1989, dove Wang Dan, in particolare, era al centro dell’attenzione come uno dei principali leader studenteschi che plasmarono gli eventi delle proteste studentesche.

Un altro importante leader studentesco che faceva parte di questi “Salotti della Democrazia” era Feng Congde, marito di Chai Ling e suo compagno di lotta durante tutto il periodo in cui lei ricoprì il ruolo di “comandante supremo” della Piazza. E proprio Feng Congde era un altro membro di spicco dei “Salotti della Democrazia”.

Infatti, il “Quartier generale per la difesa di Piazza Tienanmen”, di cui Chai Ling era stata nominata comandante in capo, era composto da altri sei membri chiave di questa organizzazione: Li Lu (il “vice” principale), Feng Congde, Zhang Boli, Wang Dan e Wang Chaohua, che sarebbero stati tutti eletti vicecomandanti, con Guo Haifeng nel ruolo di segretario generale.[43]Approfondiremo il ruolo di Li Lu più avanti in questo articolo, mentre parleremo di quello di Zhang Boli nella quarta puntata.

Ma quali sono i numerosi NED, che costituiscono una branca della CIA,[44]quali sono i collegamenti in tutto questo?

Il Journal of Democracyè una rivista accademica trimestrale fondata nel 1990 e pubblicata dalla John Hopkins University Press, dedicata allo studio della democrazia, dei regimi democratici e dei movimenti pro-democratici in tutto il mondo.

Tuttavia, ciò che spesso viene tralasciato è che si tratta anche di una pubblicazione apertamente riconosciuta come appartenente al National Endowment for Democracy (NED).

A quanto pare, nel 2026 il Rivista di Democraziasi è separata dal NED (probabilmente per motivi di immagine) e ha stretto una nuova partnership strategica con l’Università di Stanford. Tuttavia, ciò non cancella il fatto che il NED abbia fondato questa rivista e ne abbia controllato il mandato negli ultimi 36 anni, ufficialmente fino al 2026. Si noti che questa rivista del NED è stata fondata meno di un anno dopo le proteste di piazza Tienanmen.

Tra i principali collaboratori del Rivista di Democraziatra cui Fang Lizhi, Wang Dan e Wu’er Kaixi, oltre ad altri leader studenteschi coinvolti negli eventi di Piazza Tienanmen del 1989.

In un saggio particolarmente utile di Wang Dan intitolato “30 anni dopo Tiananmen: il significato del 4 giugnoth” Egli delinea alcuni punti molto significativi di ciò che, a suo avviso, costituiva il mandato prioritario degli studenti di allora, che continua a proclamare a gran voce in nome della “democrazia” ancora oggi.

Wang Dan scrive:

Riflettere sulla domanda “Cosa sarebbe successo se il movimento democratico del 1989 avesse avuto successo” significa quindi considerare cosa sarebbe potuto accadere se il governo avesse riconosciuto il movimento studentesco come patriottico e avesse avviato un dialogo con i suoi membri. A mio avviso, una simile svolta avrebbe avuto tre effetti principali nel breve termine:

1) Un movimento democratico di successo avrebbe rafforzato la fazione riformista all’interno del PCC, rappresentato da Zhao Ziyang(che divenne segretario generale dopo la destituzione di Hu e che a sua volta fu estromesso alla fine di giugno del 1989). È risaputo che Zhao fosse il leader di spicco del Partito Comunista Cinese più incline alle riforme economiche orientate al mercato, nonché il più aperto tra gli alti funzionari del Partito. Se avesse acquisito una maggiore autorità decisionale, l’avrebbe sicuramente utilizzata per promuovere una più ampia liberalizzazione del mercato. Alcuni indizi di questa evoluzione erano già visibili nella legge sul fallimento inizialmente entrata in vigore nel 1988. In altre parole, un movimento democratico di successo non avrebbe fatto precipitare la Cina nel caos, ma avrebbe piuttosto dato nuovo slancio al processo di riforma economica.

2) [tratta il tema della libertà di stampa; per ulteriori approfondimenti si rimanda all’articolo completo citato sopra.]

3) Il successo del movimento democratico avrebbe costituito un precedente per il dialogo tra il governo cinese e la società cinese. Infatti, la relazione politica del 1987 del XIII Congresso Nazionale del Partito Comunista Cinese, redatta sotto la guida di Bao Tong(un collaboratore di Zhao che era stato incarcerato poco prima della repressione di piazza Tienanmen), ha posto la consultazione e il dialogo con l’opinione pubblica al centro dei piani di riforma del partito. Quando gli studenti hanno invocato il dialogo, hanno di fatto fatto eco a questa richiesta di riforma politica.

Insomma, un sostegno a Zhao Ziyang non proprio sottile.

Wang Dan è impegnato in molte altre organizzazioni, tra cui l’“Associazione cinese per la riforma costituzionale”, fondata nel 2002 e costituita ufficialmente nel 2005. Tra i suoi membri di spicco figurano Fang Lizhi e Yan Jiaqi, ex consigliere di Zhao Ziyang. Il suo scopo è quello di promuovere la riforma costituzionale nella Repubblica Popolare Cinese attraverso attività politiche.

E guarda caso è anche collegata alla NED.

Wang Dan è anche il fondatore e direttore di Dialogue China, un’organizzazione strettamente legata al NED.

La Federazione per una Cina Democratica (FDC) è stata fondata il 22 settembre 1989 a Parigi, in Francia (dopo le proteste di Tiananmen, molti studenti dissidenti sono stati accolti apertamente in Francia, dove hanno trovato rifugio dal governo cinese). È stata istituita da oltre 150 attivisti pro-democrazia cinesi in esilio, intellettuali e leader studenteschi in opposizione al governo cinese.

L’FDC è inoltre collegato direttamente al NED.

Come già accennato, Fang Lizhi ha scritto anche per il Rivista di Democrazia. Inoltre, il NED ha spesso riconosciuto e citato l’eredità di Fang come una pietra miliare del movimento democratico cinese; l’ex presidente del NED Carl Gershman ha pubblicamente elogiato Fang Lizhi, paragonando la sua influenza a quella di altre figure storiche come Andrei Sakharov.[45] [46]

Fang Lizhi ha ricoperto anche la carica di copresidente del consiglio di amministrazione di Human Rights in China (HRIC), un’organizzazione non governativa con sede a New York che ha storicamente ricevuto finanziamenti e sostegno istituzionale dal NED per promuovere le “libertà civili”.[47]

E come già accennato in la seconda puntata, la CIA, insieme ai canali diplomatici britannici e americani, è intervenuta attivamente per proteggere Fang Lizhi e offrirgli non solo asilo, ma anche un passaggio sicuro fuori dalla Cina. Questo argomento verrà approfondito nella quarta puntata.

Wu’er Kaixi è un altro importante collaboratore del Rivista di Democrazia. Ha inoltre tenuto conferenze a livello internazionale per promuovere Fang Lizhi come leader del loro movimento democratico.[48]E ancora una volta, l’ex presidente del NED Carl Gershman ha riconosciuto e reso omaggio a Wu’er Kaixi per il ruolo da lui svolto in Piazza Tienanmen. Wu’er Kaixi è intervenuto e ha partecipato a eventi co-sponsorizzati o organizzati in collaborazione con il NED, come ad esempio conferenze pubbliche a Washington DC.[49]In alcuni di questi interventi ha sostenuto che il governo cinese stia commettendo un genocidio contro gli uiguri, una minoranza etnica cinese. Anche in questo caso si tratta di un’affermazione falsa e di una campagna diffamatoria interamente orchestrata dal NED.[50]

Wu’er Kaixi ricopre inoltre la carica di presidente onorario di Campagna a favore degli uiguri, un’importante organizzazione di difesa dei diritti con sede a Washington che gode di un forte sostegno e finanziamento da parte del NED.

A questo proposito, i lettori dovrebbero sapere che anche il Movimento per l’Indipendenza del Turkestan Orientale è organizzato e finanziato dal NED.

Va inoltre sottolineato che il NED ha un ruolo estremamente rilevante negli affari di Taiwan. Per ulteriori informazioni al riguardo si veda il mio articolo quinella sottosezione “Il Movimento dei Girasoli: la rivoluzione colorata di Taiwan”.

Liu Xiaobo, l’uomo che promosse l’iniziativa di riempire nuovamente la piazza nei giorni precedenti gli eventi del 3-4 giugno 1989, come già illustrato in la seconda puntata, è anche legato al NED. È diventato direttore di una rivista intitolata Cina democraticaa partire dalla metà degli anni ’90. Questa rivista era finanziata principalmente dal NED.

In una lettera indirizzata a Liao Yiwu, famoso autore di canzoni, Liu Xiaobo elogia Fang Lizhi e Zhao Ziyang:

«Non si può fare affidamento sulla coscienza collettiva delle masse, ma solo sulla grande coscienza individuale per rafforzare le masse deboli. In particolare, la nostra nazione ha bisogno di questo gigante della giustizia; il fascino di un modello di riferimento è infinito; un simbolo può suscitare una grande quantità di risorse morali. Ad esempio, il fatto che Fang Lizhi sia riuscito a uscire dall’ambasciata degli Stati Uniti, o che Zhao Ziyang abbia continuato a opporre resistenza attiva dopo le sue dimissioni, o il fatto che tal dei tali si sia rifiutato di andare all’estero. Una ragione molto importante del silenzio e dell’amnesia che hanno seguito il 4 giugno è che non avevamo un gigante della giustizia che si facesse avanti.”[51]

Questa lettera è conservata negli archivi dell’organizzazione “Human Rights in China”, che, come appena menzionato, ha come principale finanziatore il NED e il cui copresidente era Fang Lizhi.

Wu’er Kaixi ha ripetutamente e esplicitamente confermato il ruolo di mentore svolto da Liu Xiaobo attraverso i propri scritti, interviste retrospettive e resoconti storici documentati risalenti al 1989. In seguito alla morte di Liu Xiaobo mentre si trovava in custodia dello Stato, Wu’er Kaixi ha scritto un omaggio intitolato Assassinato, ma imbattuto, in cui ha affermato:

«Liu Xiaobo era il mio mentore…» Nel corso di un mese, all’inizio del 1989, Liu Xiaobo mi ha insegnato a diventare un leader studentesco.”

In un’intervista con Rivista Guernicanel 2010, [52]Quando Liu ricevette il Premio Nobel per la Pace, Wu’er Kaixi osservò:

«Liu, docente presso l’Università Normale di Pechino, dove ero studente, è stato il mio relatore durante le proteste di Tiananmen. Mi incontravo con lui ogni giorno e ascoltavo i suoi consigli praticamente dal momento stesso in cui era tornato di corsa dagli Stati Uniti per stare con noi.”

Wu’er Kaixi è stato anche cofondatore del Gli amici di Liu Xiaobogruppo di pressione, presentandosi spesso come il “protetto” di Liu nelle interviste alla stampa internazionale e nelle testimonianze al Congresso.

Ma il NED non si è limitato a dare slancio a questo movimento democratico in esilio dopo gli eventi del 1989. Erano già attivi nel 1988, quando una rivista in lingua cinese intitolata L’intellettuale cineseha aperto una sede a Pechino per pubblicare una rivista trimestrale di saggi da distribuire nelle principali città della Cina.[53]

Si tratterà di una storia più lunga, che verrà raccontata nella quarta puntata, incentrata sulle azioni della CIA a Pechino che hanno preceduto gli eventi del 3-4 giugno 1989 e su quanto accaduto in seguito. Questa quarta puntata tratterà anche del ruolo di Gene Sharp, che in quel periodo si trovava a Pechino e aveva legami diretti con la NED. Anche il colonnello Robert Helvey, esperto nel campo in espansione della guerra psicologica militare statunitense, si trovava in Cina in quel periodo. La sua specialità era l’utilizzo di studenti e giovani in generale per trasformare le proteste di piazza in un vero e proprio cambio di regime. Anche di questo si parlerà nella quarta puntata.

Va inoltre sottolineato che, tra le varie riprese presenti nel documentario, La Porta della Pace Celestesi fa riferimento ad alcuni gruppi di protesta che si definiscono “Flying Tigers”.

I Flying Tigers erano il Primo Gruppo di Volontari Americani (AVG; appartenente all’Aeronautica Militare della Repubblica di Cina, soprannominata Flying Tigers) e furono costituiti per contribuire a contrastare l’invasione giapponese della Cina. Attivi nel periodo 1941–1942, erano composti da piloti provenienti dall’United States Army Air Corps (USAAC), dalla Marina (USN) e dal Corpo dei Marines (USMC), ed erano comandati dall’allora generale di brigata Claire Lee Chennault.

Il generale Chennault è legato al traffico di oppio del Triangolo d’Oro e ha collaborato con Chiang Kai-shek.Per ulteriori informazioni su questa vicenda, si rimanda ai miei articoli quie qui.

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11 ottobre 2022

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25 settembre 2024

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Infine, abbiamo George Soros’ Società apertache ha percorso a stretto contatto lo stesso cammino del NED.

Le lacrime di coccodrillo di Zhao per il popolo

Il 19 maggioth, 1989: il giorno dopo la conclusione della visita di Gorbaciov in Cina, mentre gli occhi del mondo erano puntati su Pechino, Zhao Ziyang si recò a Piazza Tienanmen nelle prime ore del mattino per rivolgersi agli studenti in sciopero della fame.

Zhao Ziyang e il suo collaboratore Chen Yizi (in nero), legato a Soros, mentre parlano alla folla in Piazza Tienanmen.

Nel suo discorsoAgli studenti dice:

«Ragazzi, siamo arrivati troppo tardi. Mi dispiace, ragazzi. Qualunque cosa diciate e qualsiasi critica mettiate nei nostri confronti, è meritata. Il mio scopo in questa sede non è quello di chiedere il vostro perdono… So bene che state portando avanti questo [sciopero della fame] nella speranza che il Partito e il governo diano una risposta pienamente soddisfacente alle vostre richieste. Ritengo che il nostro canale di dialogo sia aperto e che alcuni problemi debbano essere risolti attraverso un processo…Tu non sei come noi: noi siamo già vecchi e non contiamo più nulla.”

In questo breve discorso Zhao Ziyang esorta gli studenti a porre fine al loro sciopero della fame, ma fa alcune ammissioni che li inducono a ritenere che le loro critiche al governo (in particolare, in quel momento, a Li Peng) siano del tutto giustificate. Zhao Ziyang afferma: «Qualunque cosa diciate e qualsiasi critica mettiate nei nostri confronti, è meritata.”

Il fatto che Zhao Ziyang fosse il membro di più alto rango del governo a rivolgersi agli studenti fu visto come un segno che fosse lui il più sinceramente impegnato a favore degli ideali democratici. Anche gli altri membri di alto livello del governo che sostennero gli studenti o andarono a parlare con loro facevano parte della cerchia ristretta di Zhao, tra cui Yan Mingfu e Yan Jaiqi (di cui sentiremo parlare più approfonditamente tra poco). Il fatto che Zhao fosse andato a parlare alla folla e l’avesse lusingata, dicendo che tutto ciò che pensavano e provavano era del tutto corretto, ovviamente avrebbe compiaciuto la folla. Ma, ironia della sorte, l’uomo responsabile della crisi economica e della corruzione era proprio Zhao Ziyang! E gli studenti che guidavano la carica di questo movimento democratico per porre fine alla corruzione chiedevano proprio le politiche economiche di Zhao Ziyang che avevano provocato la crisi della corruzione e le difficoltà economiche! È stata una brillante mossa di pubbliche relazioni per gli amanti delle lacrime di coccodrillo, che non mancano certo, specialmente nell’Occidente amante della «libertà».

Basta piangere davanti alle telecamere e la gente pensa automaticamente che tu sia una persona perbene e compassionevole. Non importa quali siano le politiche concrete che un uomo del genere sta sostenendo, né il fatto che sia stato proprio Zhao Ziyang a varare la nuova legge sulla sicurezza pubblica.

Chen Yizi, direttore del think tank di Zhao, l’Istituto per la Riforma del Sistema, si è impegnato attivamente fin dall’inizio nelle proteste di Tiananmen.

Isabella Weber scrive:[54]

Ciononostante, il 19 maggio, i giovani economisti che avevano acquisito una certa influenza sotto la guida di Zhao decisero di rilasciare una dichiarazione a nome proprio. Questi economisti operavano presso l’Istituto per la Riforma del Sistema, il Centro di Ricerca Agricola dell’Istituto di Ricerca per lo Sviluppo e l’Ufficio Internazionale della CITIC ed erano riuniti nell’Associazione della Gioventù di Pechino – i “tre istituti e un’associazione”.A nome delle loro organizzazioni, hanno sostenuto che il movimento sociale rappresentasse il capitolo più brillante della storia dei movimenti democratici in Cina, rispondendo così alla richiesta dei manifestanti affinché lo Stato riconoscesse la legittimità del loro movimento.

Come già accennato, la CITIC impiegava i collaboratori di Zhao dall’interno e aveva legami diretti con il China Fund di Soros. Tuttavia, contava anche tra i propri membri esponenti dei servizi segreti cinesi, dai quali, come già detto, la Cina sembra aver ottenuto le prove che Soros stesse effettivamente collaborando con Zhao Ziyang per un cambio di regime in Cina.

Questo viene considerato una “trama” ai danni di Soros da parte dei sostenitori del Società aperta, tuttavia, la verità era che erano stati colti con le mani nel sacco. Nessuno ha fatto pressioni su Soros né lo ha indotto con l’inganno a compiere le azioni che ha compiuto in Cina in collaborazione con la rete di Zhao Ziyang.

Ricordiamo che in precedenza era stato accennato al fatto che Adi Ignatius aveva collaborato alla traduzione e alla revisione della versione inglese delle memorie di Zhao Prigioniero dello Stato. E che Adi Ignatius è membro del Council on Foreign Relations e dell’Asia Society.

Per chi non lo sapesse, il Council on Foreign Relations è nato dal Royal Institute for International Affairs, il principale think tank della Corona britannica.

L’Asia Society è stata fondata nel 1956 da John D. Rockefeller come istituzione volta a promuovere la comprensione reciproca tra gli Stati Uniti e l’Asia. Collabora inoltre strettamente con il NED.

Ricordiamo l’intervista di David Ignatius ad Allen Weinstein, uno dei fondatori del NED, il quale ha affermato: “Gran parte di ciò che facciamo oggi veniva fatto in segreto 25 anni fa dalla CIA.” Con riferimento al NED di recente istituzione.

Sembra che ci sia un sostegno piuttosto evidente da parte del NED a favore di Zhao Ziyang. O forse dovremmo semplicemente chiamarlo con il suo vero nome: sostegno diretto della CIA a Zhao.

Yan Mingfu era l’alto funzionario governativo più schietto che si fosse rivolto agli studenti. Era stato un alleato politico fondamentale di Zhao Ziyang durante le proteste di piazza Tienanmen del 1989. Mingfu aveva ricoperto la carica di capo del Dipartimento per il Lavoro del Fronte Unito sotto Zhao Ziyang, il che lo rendeva parte della cerchia ristretta dei funzionari riformisti di Zhao. Nel maggio 1989, Zhao incaricò Yan Mingfu di fungere da intermediario per negoziare con gli studenti in sciopero della fame presenti in piazza.[55]Nell’ambito di una spettacolare trovata pubblicitaria, Yan Mingfu si offre come “ostaggio” agli studenti per esercitare pressione sul governo affinché dia ascolto alle loro richieste, che, guarda caso, erano a favore di Zhao Ziyang. Yan Mingfu era il principale ministro riformista.

Yan Mingfu si offre come ostaggio affinché gli studenti mettano fine allo sciopero della fame.

Wu Guoguang è un altro membro di spicco della cerchia ristretta di Zhao Ziyang e divenne noto come “la prima penna” del gruppo di Zhao sotto la guida di Bao Tong.[56]Ciò avvenne nella primavera del 1987, in seguito alla destituzione di Hu Yaobang dalla carica di Segretario Generale. In quel periodo, Wu Guoguang redasse i discorsi per Zhao, il quale cercava di mantenere vivo lo slancio delle riforme. Dopo aver ottenuto il sostegno di Deng Xiaoping, Zhao tenne un discorso il 13 maggio 1987, che fu accolto con grande favore per i suoi effetti di rilancio delle riforme economiche. Wu fu il principale autore di questo discorso, noto come «discorso del 13 maggio».[57]

È interessante notare che Wu Guoguang lasciò la Cina nel febbraio 1989, poco prima dello scoppio delle proteste, per frequentare l’Università di Harvard come borsista Nieman (1989-1990). Si trattò di una circostanza davvero provvidenziale, poiché, dopo gli eventi delle proteste di Tiananmen, Wu Guoguang risultò profondamente coinvolto nella cerchia ristretta di Zhao e non poté tornare in Cina, dove sarebbe stato sicuramente arrestato.

Rimasto negli Stati Uniti, è stato nominato Luce Fellow (1990-1991), lavorando sotto la diretta supervisione del professor Andrew J. Nathan. La borsa di studio Luce prende il nome da Henry Luce, proprietario di Tempo, Vitae Fortuneriviste e un noto intermediario della CIA. Andrew J. Nathan è un politologo e sinologo statunitense e, all’età di 83 anni, continua a insegnare alla Columbia University come professore di scienze politiche, con un’esperienza complessiva di 55 anni. È specializzato in politica cinese, politica estera, diritti umani e cultura politica.

È inoltre copresidente del consiglio di amministrazione di Human Rights in China; come già accennato, Fang Lizhi, fino alla sua scomparsa, era copresidente di questa organizzazione che intrattiene stretti legami con il NED. La cosa più interessante è che Andrew J. Nathan è stato membro del consiglio di amministrazione sia del NED che di Freedom House.

È inoltre un collaboratore di lunga data della rivista *Foreign Affairs*, di proprietà del Council on Foreign Relations.

E come se non bastasse, Andrew J. Nathan è anche coautore di I documenti di Tiananmen(2001).Come già visto in la seconda puntatache un altro coautore di questa pubblicazione, che si presenta come una versione censurata di documenti cinesi trapelati ufficialmente, è Perry Link. L’uomo che accompagnò personalmente Fang Lizhi e sua moglie all’ambasciata americana a Pechino e si assicurò che ricevessero asilo. Un’altra figura di rilievo che ha garantito a Fang Lizhi e a sua moglie la protezione degli Stati Uniti contro i tentativi del governo cinese di arrestarli è stato James Liley, all’epoca ambasciatore statunitense, che per coincidenza era stato un leggendario agente della CIA che aveva trascorso gli ultimi 30 anni lavorando per l’agenzia negli affari asiatici, principalmente in Cina.

Per quanto riguarda Wu Guoguang, oggi è ricercatore senior presso l’Università di Stanford. (Ricordiamo che il Rivista di Democraziaè passato dal NED a Stanford nel 2026). È impegnato nella ricerca sulle politiche economiche di Stanford relative alla Cina e alle relazioni economiche, commerciali e d’affari tra Stati Uniti e Cina. Ricopre inoltre il ruolo di Senior Fellow in politica cinese presso il Center for China Analysis (CCA) dell’Asia Society Policy Institute (ASPI).

L’Asia Society Policy Institute riceve sovvenzioni dal NED per le proprie attività di ricerca.

Un altro membro di spicco della cerchia ristretta di Zhao era Yan Jiaqi. Nel 1985, Yan Jiaqi fu nominato primo direttore dell’Istituto di Scienze Politiche dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali (CASS). Questo ruolo comportava la direzione di ricerche sulle strutture di governo, comprese analisi sulla separazione dei poteri e sulla modernizzazione istituzionale, che contribuivano a fornire un più ampio supporto consultivo alla leadership centrale.

Yan entrò successivamente a far parte di una task force sulla riforma politica convocata dal premier Zhao Ziyang e ne divenne il consulente informale, dove ha messo a disposizione la propria esperienza in materia di ristrutturazione dei rapporti tra partito e Stato. Tra il 1986 e il 1987 ha collaborato con l’Ufficio per la riforma politica, facente parte dell’apparato di Zhao.

Nel 1986, prima della caduta di Hu, Yan fu invitato a far parte di una task force di alto livello sulla riforma politica guidata da Zhao, allora premier, dove contribuì con idee volte a decentralizzare il potere, ridurre il predominio del partito sull’amministrazione statale e introdurre elementi di democrazia interna al partito per impedire la concentrazione autoritaria. In qualità di consigliere politico di Zhao fino alla fine degli anni ’80, Yan redasse proposte di cambiamenti sistemici, tra cui la creazione di organi consultivi per controllare l’autorità esecutiva, riflettendo la visione di Zhao di una «democrazia socialista» delineata nei suoi discorsi chiave. Queste collaborazioni posizionarono Yan al centro degli sforzi ufficiali di riforma.

Yan si è impegnato in prima persona nelle proteste studentesche fino alla fine di maggio e all’inizio di giugno, sostenendo il dialogo nonostante la dichiarazione della legge marziale del 20 maggio. La notte del 3 giugno si è recato in Piazza Tienanmen per l’inaugurazione della “Democracy University” dei manifestanti, un’iniziativa educativa improvvisata guidata dallo studente Zhang Boli, e ha accettato la nomina a presidente onorario della stessa.

Yan Jaiqi, insieme a Chen Yizi, era tra i seguaci di Zhao che furono fatti uscire clandestinamente dalla Cina tramite l’Operazione Yellowbird. Yan ottenne asilo a Parigi, in Francia, e iniziò ad apparire sulla televisione francese insieme a Wu’er Kaixi, invitando pubblicamente a organizzare manifestazioni e commemorazioni in tutto il mondo il 12 settembre per celebrare i 100 giorni dal “massacro” del 4 giugno, presentandoli come passi verso una pressione internazionale costante a favore della democrazia in Cina.

Nei mesi successivi, Yan si dedicò alla creazione di una rete organizzata di opposizione in esilio, facendo di Parigi un punto di riferimento per i dissidenti cinesi. Nel settembre 1989 partecipò a Parigi al congresso inaugurale degli esiliati cinesi all’estero, dove fu eletto presidente della neonata Federazione per una Cina Democratica (FDC). Come già accennato, l’FDC funge da veicolo per la NED.

Yan Jaiqi è stato anche il primo presidente del Fronte Democratico Cinese, anch’esso direttamente collegato al NED.

Yan Jiaqi è stato eletto primo presidente dell’FDC in occasione del congresso inaugurale, avvalendosi del suo precedente ruolo di consulente per le riforme di Zhao Ziyang e della sua figura di spicco nelle proteste del 1989 per raccogliere consensi. Tra i principali cofondatori figuravano Chen Yizi, Liu Binyan, Su Shaozhi, Su Xiaokang, Wan Runnan, Wu’er Kaixi e Cai Chongguo.

L’FDC si è rapidamente espansa in paesi quali Stati Uniti, Canada, Francia, Germania e Regno Unito con l’obiettivo di “smascherare” il governo cinese come una “dittatura” e di esercitare pressioni internazionali affinché si “democratizzasse”.

L’importanza della New School Economics e dei “Futuristi di Pechino” di Toffler

Un altro collegamento interessante con il movimento “democratico” a favore di Zhao, sviluppatosi durante le proteste di piazza Tienanmen, è quello con la New School.

Ricordiamo che, finora in questa serie, la New School è già stata menzionata in relazione ad Alvin Toffler e Isabella Weber. Ricordiamo inoltre che Zhao Ziyang è stato fortemente influenzato da Alvin Toffler e che Isabella Weber, nel suo libro “How China Escaped Shock Therapy”, assume in definitiva una posizione a favore di Zhao Ziyang.

Ricordiamo che Alvin Toffler fondò la Toffler Associates, una società di consulenza gestionale, e fu membro del corpo docente di la New School for Social Research, docente ospite presso la Cornell University e corrispondente dalla Casa Bianca.[2]La Fondazione McKinsey (della famigerata McKinsey & Co., di cui si è parlato nella Parte I di questa serie) gli hanno conferito il loro Premio letterario per il contributo alla letteratura manageriale.

Isabella Weber ha avuto come mentore Peter Nolan e nel suo libro riconosce che La sua visione generale della politica economica affonda le radici nella “New School Economics”.

Un altro legame con la New School è il documentario La Porta della Pace Celeste, che, ancora una volta, assume in definitiva una posizione a favore di Zhao Ziyang. Il documentario è stato prodotto dal Long Bow Group, che si avvale del Center for Asian Media (CAAM) per la distribuzione, la presentazione e la promozione sui media pubblici. Il CAAM è un’iniziativa avviata da Loni Ding nell’ambito di un più ampio progetto dell’Università di Berkeley, nato da una conferenza tenutasi a Berkeley nel 1980 che definì un mandato per i produttori dell’Asia-Pacifico nell’ambito dell’emittenza pubblica, incentrato sui diritti civili e sulla diversità dei media.[58]Questa conferenza del 1980 è stata organizzata principalmente da Loni Ding.[59]

Loni Ding, oltre a insegnare cinema a Berkeley, è stata docente ospite alla Cornell University ed è stata nonché docente ospite presso la New School for Social Research di New York City.

Il documentario La Porta della Pace Celesteha ricevuto finanziamenti dal National Endowment for the Humanities (NEH), dalla Fondazione Ford e dalla Fondazione Rockefeller.[60]Il Low Bow Group, che ha prodotto il documentario, riceve finanziamenti dal NEH, dalla Fondazione Ford, dalla Fondazione Rockefeller e dal National Endowment for the Arts (NEA). Il CAAM, responsabile della distribuzione e della promozione mediatica del documentario, è finanziato dalla Fondazione John D. Catherine T. MacArthur, dalla Fondazione Ford, dalla Fondazione Doris Duke e dalla Fondazione Henry Luce e la Fondazione asiatico-americana (TAAF). (L’importanza del TAAF diventerà chiara tra poco.)

Sia Wu Guoguang che Yan Mingfu (che lavoravano direttamente per Zhao nell’ambito della sua riforma economica) hanno avuto un ruolo di primo piano nel documentario La Porta della Pace Celeste, tra cui figurava Wu Guoguang come uno dei principali intervistati. Un altro dei principali intervistati era Han Dongfang, uno dei leader della protesta dei lavoratori che ora lavora per Radio Free Asia (un noto canale della CIA), come già accennato.

Sebbene questi legami con la New School possano sembrare piuttosto deboli, la questione diventa molto più interessante quando si inizia a esaminare il caso di Li Lu, la “vice” di Chai Ling.

Il nonno di Li Lu era Zhu Qixian (il cui nome si scrive anche Zhu Qi Xan), che studiò alla Columbia University e conseguì un dottorato di ricerca. Negli anni ’30 Zhu Qixian si recò a New York per proseguire gli studi superiori. Frequentò la Columbia University, conseguendo infine un dottorato presso il Columbia Teachers College. Durante il periodo trascorso alla Columbia, ha studiato a stretto contatto con l’influente filosofo ed educatore americano John Dewey, le cui teorie sull’educazione progressista e sulla democrazia funzionale hanno profondamente plasmato la visione del mondo di Zhu.[61]

Zhu Qixian è poi tornato in Cina per «promuovere la democrazia e sostenere l’istruzione».

Il lettore deve sapere che John Dewey è il fondatore della New School. La New School ha diverse sezioni, tra cui quella di economia. Il fatto che la stragrande maggioranza dei lavori “intellettuali” dedicati alla riforma economica cinese e ai movimenti democratici cinesi in esilio venga promossa in Occidente sotto l’egida della NED o della New School non è cosa da poco.

So che questo articolo sta diventando piuttosto lungo, ma vorrei condividere con voi un divertente “dialogo” che ho avuto con l’IA di Google, che mi ha portato a fare un giro a dir poco bizzarro sul tema della New School, la quale inizialmente negava l’esistenza di qualsiasi corrente di teoria economica promossa dalla New School di Dewey.

Insomma, è stato un modo un po’ prolisso per dimostrare che la New School di John Dewey è in realtà una promotrice dell’economia eterodossa.

Per approfondire l’importanza di Dewey leggi il mio articolo qui.

The Story of How Trotskyism Gave Birth to the Frankenstein Child NeoConservatism in its mission for Permanent Warfare

La storia di come il trotskismo abbia dato vita al “bambino di Frankenstein” del neoconservatorismo nella sua missione di guerra permanente

Cynthia Chung

·

4 novembre 2024

Leggi l’articolo completo

È interessante notare che Wang Dan ha anche contribuito al lancio del Nuova Scuola per la Democrazia a Taipei, a Taiwan, ed è membro del consiglio di amministrazione. Sebbene si affermi che questa scuola non abbia assolutamente alcun legame con la New School di Dewey o con l’insegnamento dell’economia eterodossa, Entrambe le “New Schools” sono tuttavia perfettamente in linea con la visione del NED.

Traete le vostre conclusioni.

Li Lu è in realtà, con un ampio margine, quello che ha avuto più successo tra tutti gli altri studenti dissidenti che hanno partecipato alle proteste di Piazza Tienanmen. Li Lu ha inoltre affermato di aver visto con i propri occhi i carri armati passare sopra le tende piene di manifestanti addormentati, uccidendo centinaia di studenti disarmati.[62]

Ricordiamo che Chai Ling ha scritto che la sua straordinaria previsione di un’imminente repressione violenta, che avrebbe portato al massacro di piazza Tienanmen, era qualcosa che aveva sentito da Li Lu, e non una sua previsione personale.Nel suo libro, lei attribuisce a Li Lu la premonizione del “massacro di piazza Tienanmen” Un cuore per la libertà.[63]

Il fatto che il nonno di Li Lu fosse un discepolo diretto di John Dewey, tornato in Cina per diffondere il “Vangelo” di Dewey, non è cosa da poco.

Anche Li Lu avrebbe studiato alla Columbia University. Nel 1996 è stato uno dei primi nella storia della Columbia a conseguire contemporaneamente tre titoli di studio: una laurea in economia, un MBA e un JD.

Li Lu è stato membro del consiglio di amministrazione della Columbia University dal 2017 al 2024 e attualmente ricopre lo stesso incarico presso il California Institute of Technology (Caltech). Nel 2025, Li Lu ha donato 15 milioni di dollari alla nuova biblioteca della Columbia Law School, che è stata intitolata “The Li Lu Law Library”.

Li Lu ha incontrato Charlie Munger, socio d’affari di lunga data di Warren Buffett, in occasione di una cena a Los Angeles alla fine degli anni 2000, dopo aver fondato nel 1997 il proprio hedge fund di successo, Himalaya Capital. Munger rimase profondamente colpito dall’intuito di Li in materia di investimenti e investì gran parte del patrimonio personale della sua famiglia in Himalaya Capital. Munger ha affermato che Li è l’unico gestore esterno con cui abbia mai investito e lo ha definito il “Warren Buffett cinese”.

Nel 2007, Himalaya ha trasferito la propria sede a Pasadena, in California, per essere più vicina a Munger.Nel 2010, a Li è stato concesso il rientro in Cina nell’ambito di un viaggio volto ad accompagnare Bill Gates, Buffett e Munger nella loro visita alla BYD Company per investire nell’azienda. In seguito, Li ha compiuto ulteriori viaggi in Cina, visitando aziende e tenendo conferenze sull’investimento basato sul valore presso diverse università.

Va sottolineato che oltre la metà dei principali studenti dissidenti, fatti uscire clandestinamente dalla Cina tramite l’Operazione Yellowbird, ha trovato un’occupazione in linea con il futurismo di Alvin Toffler (descritto in la seconda puntata), in particolare nel settore dell’investment banking e delle telecomunicazioni. Per una coincidenza, anche la CIA e Goldman Sachs nutrivano un forte interesse per questi settori ed erano profondamente coinvolte nella creazione di queste strutture in Cina durante l’era di Jiang Zemin. Questo argomento verrà approfondito in una prossima puntata.

Un altro fatto interessante su Li Lu è che è cofondatore della The Asian American Foundation (TAAF). Ricordiamo che anche il CAAM di Loni Ding è finanziato da questa fondazione. Un altro membro cofondatore di rilievo, che riveste grande importanza nella nostra storia, è Joseph Tsai di Alibaba.

Altri nomi di rilievo sono Joseph Bae, che ha lavorato per Goldman Sachs, e Jerry Yang, cofondatore di Yahoo.

Ed è sempre un buon segno quando Condoleezza Rice fa parte del comitato consultivo…

Da notare inoltre il coinvolgimento del Gruppo della Banca Mondiale e della famigerata McKinsey & Co. dalla Parte I di questa serie, oltre a una forte presenza dei media della CNN. L’immagine mostra una selezione dei membri del comitato consultivo e non l’elenco completo.

E chi è uno dei partner aziendali fondatori della TAAF? Goldman Sachs.

E così, in modo piuttosto strano, il cerchio si chiude: da Piazza Tienanmen a Joseph Tsai e Goldman Sachs, passando per Li Lu. Una coincidenza? Lascio a voi lettori il compito di giudicare.


Il quarto episodio, che dovrebbe essere pubblicato entro una settimana, si intitola “Operazione Yellowbird: MI6, CIA, chiese battiste nordamericane e le triadi si uniscono”.

Cynthia Chung è la presidente della Fondazione Rising Tidee autore dei libri “La nascita di una religione mondiale” e “L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai,” Valuta la possibilità di sostenere il suo lavoro effettuando una donazionee iscrivendosi alla sua pagina Substack Come in uno specchio.

Non dimenticate inoltre di guardare i nostri film e documentari RTF e CP disponibili qui.

Come in uno specchio

Su questioni di geopolitica, controspionaggio, storicismo revisionista e guerra culturale.

Di Cynthia Chung

Note a piè di pagina:

[1]Isabella Weber, Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto: il dibattito sulla riforma di mercato. (2021)

[2]Per ulteriori informazioni su questa notizia, consulta i link riportati di seguito e cerca le parole NED e Ignatius. https://cynthiachung.substack.com/p/sleepwalking-into-fascism-why-cianatos?utm_source=publication-searche https://cynthiachung.substack.com/p/the-enemy-within-a-story-of-the-purge-d2f?utm_source=publication-search

[3] https://en.wikipedia.org/wiki/Adi_Ignatius

[4] https://cynthiachung.substack.com/p/how-china-escaped-shock-therapy-zhao

[5]Questa storia verrà raccontata nella quarta puntata.

[6]Isabella Weber, *Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto*, pag. 249.

[7]Isabella Weber, *Come la Cina è sfuggita alla terapia d’urto*, pag. 249.

[8]Weber, pagg. 249-250

[9]Weber, pag. 250

[10]Weber, pag. 251

[11]Weber, pag. 251

[12]Sebbene oggi venga spesso trascurato, il “fascismo economico corporativista” non fece la sua prima apparizione in Italia, come comunemente si crede, bensì in Austria dopo lo scioglimento dell’Impero austro-ungarico nel 1919. In quel periodo, von Hayek lavorava come assistente di Ludwig von Mises (un altro membro fondatore del Mont Pelerin), che all’epoca ricopriva il ruolo di consigliere economico capo del nuovo governo austriaco, sotto il controllo diretto del nuovo governatore della Banca d’Inghilterra, Montagu Norman, e di Arthur Salter della Società delle Nazioni (capo del Consiglio Economico Supremo della Società). Sotto la direzione di Mises, il governo austriaco del dopoguerra impose tagli ai servizi, alla spesa pubblica e ai salari, che portarono alla fame e alla povertà di massa. Queste misure sarebbero servite da modello per ciò che italiani e tedeschi avrebbero presto dovuto affrontare.

[13]Per ulteriori informazioni sull’Operazione Gladio, si veda il mio articolo “Operazione Gladio: come la NATO ha condotto una guerra segreta contro i cittadini europei e i loro governi democraticamente eletti” e il mio libro “L’Impero su cui il Sole Nero non tramontava mai”, che offre una descrizione dettagliata di questa storia e delle sue implicazioni più ampie.

[14]I ruoli di Wu Jinglian e Zhou Xiaochuan vengono analizzati in dettaglio in questa serie qui: https://cynthiachung.substack.com/p/how-china-escaped-shock-therapy-zhao

[15]Weber, pagg. 254-255

[16]I lettori più attenti noteranno che questa tattica rappresentava un’adozione diretta da parte della Cina del “Sistema americano del credito produttivo”, elaborato alla fine del XVIII secolothsecolo dal primo Segretario del Tesoro americano, Alexander Hamilton, e ripristinata da Abraham Lincoln durante la Guerra Civile, e nuovamente da Franklin Roosevelt durante il suo mandato dal 1933 al 1945. In tutti e tre i casi, la crescita dell’economia reale subì un’accelerazione grazie alle opere pubbliche, agli investimenti di capitale industriale e all’aumento della produttività del lavoro, mentre gli aspetti speculativi e inflazionistici dell’economia furono notevolmente ridotti. Il credito legato a specifiche priorità nazionali e a grandi progetti garantiva che la circolazione monetaria e i titoli di Stato fossero ancorati al valore reale anziché alla speculazione volatile.

[17]Qui puoi leggere una parte della dichiarazione di Chai Ling tratta da questa intervista: https://afe.easia.columbia.edu/special/china_1950_chailing.htm

[18]Il documentario “The Gate to Heavenly Peace” è disponibile integralmente qui:

https://www.youtube-nocookie.com/embed/1Gtt2JxmQtg?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0
https://www.youtube-nocookie.com/embed/o0lgc4fWkWI?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0

[19]C’è una leggera differenza nella traduzione tratta dal sito web della Columbia, riportata nella nota 15, nella quale sono state inoltre omesse alcune frasi pronunciate da Chai Ling nell’intervista con Cuningham mostrata nel documentario; tuttavia, entrambe le traduzioni evidenziano comunque che Chai Ling ritiene che solo attraverso lo spargimento di sangue il movimento potrà avere successo.

[20]Chai Ling, *Un cuore per la libertà*, 160.

[21]Renhua Wu, Eventi principali, Tiananmen 1989. Renhua Wu, 2011.

[22]A mio modo di vedere, la famigerata intervista a Chai Ling è stata orchestrata in modo tale che fosse lei a farsi carico di tutta la responsabilità nel caso in cui fossero state sollevate domande sul ruolo dei principali studenti dissidenti in questa vicenda. Chai Ling era la figura più in vista nel spingere gli studenti a rimanere in piazza e ad essere pronti e disposti a morire. Se si fosse verificato un passo falso, era garantito che Chai Ling sarebbe stata sacrificata, ed è proprio ciò che è accaduto. Si noti che tutti gli altri studenti dissidenti di spicco, come Wu’er Kaixi e Wang Dan, hanno pubblicamente affermato di aver voluto lasciare la piazza per evitare uno scontro violento. Hanno sostenuto di aver mantenuto intenzioni “pacifiche” per tutto il tempo e di aver preso le distanze da Chai Ling, nonostante fossero stati direttamente coinvolti nella creazione del Quartier Generale per la Difesa di Piazza Tiananmen e avessero sostenuto il giuramento che incoraggiava gli studenti a essere pronti a morire. In questo articolo vediamo anche Feng Congde e Liu Xiaobo, che erano presenti in piazza fino al momento dell’evacuazione, attribuirsi il merito di aver organizzato un’evacuazione pacifica degli studenti, nonostante le loro azioni fossero state in realtà volte a radunare una folla più numerosa in piazza nei giorni precedenti agli eventi del 3-4 giugno 1989. Tutti questi protagonisti stavano lavorando per lo stesso obiettivo, ovvero uno scontro violento tra gli studenti e l’esercito cinese; tuttavia, tutti si sono immediatamente fatti da parte, lasciando Chai Ling in prima linea come unica persona ritenuta responsabile di questo programma e destinata a subire l’ira del popolo.

[23]La storia di Hu Yaobang è stata trattata in dettaglio in La seconda ratadella serie Tiananmen.

[24]“A Heart for Freedom” di Chai Ling, 2011, Tyndale House, pagina 165.

[25] https://www.bbc.com/news/world-asia-china-42465516

[26]C’era un folto gruppo di giornalisti stranieri (per lo più statunitensi) che riferivano “in diretta dall’hotel di Pechino” e descrivevano la scena che si vedeva dalle loro finestre: gli spari, le vittime, i mucchi di corpi degli studenti. Purtroppo, come hanno poi sottolineato altri giornalisti stranieri, Dal Beijing Hotel non si vede Piazza Tiananmen.

Quei resoconti in diretta sono stati inventati da giornalisti che, a quanto pare, credevano che stesse succedendo qualcosa, ma non avevano il coraggio di andare a vedere di persona, e che hanno riferito ai propri redattori gli eventi più plausibili secondo le loro convinzioni e la loro immaginazione.

[27] https://nsarchive2.gwu.edu/NSAEBB/NSAEBB16/index.html

[28] https://fridayeveryday.com/new-docs-reveal-what-really-happened-in-beijing-1989/

[29]Prima del 3 giugno, l’operazione militare era priva di esperienza nel controllo delle rivolte e operava secondo le direttive del vicepresidente della Commissione Militare Centrale (CMC) Yang Shangkun, che vietavano esplicitamente alle truppe di ricorrere alla forza letale, anche se la loro vita fosse stata minacciata dalla folla. Tuttavia, dopo ripetuti tentativi falliti di entrare in città con mezzi non letali a causa dei massicci blocchi da parte dei civili, le massime autorità hanno adottato una linea dura. Intorno alle 14:50 del 3 giugno, il presidente della CMC Deng Xiaoping informò i vertici militari che le truppe erano autorizzate a ricorrere a «tutti i mezzi possibili» per raggiungere i propri obiettivi, autorizzando di fatto l’uso della forza letale.

[30]Il documentario La Porta della Pace Celestecontiene numerose riprese che lo dimostrano.

https://www.youtube-nocookie.com/embed/1Gtt2JxmQtg?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0
https://www.youtube-nocookie.com/embed/o0lgc4fWkWI?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0

[31]Anche in questo caso, per questo materiale si rimanda al documentario sopra citato.

[32]Vale davvero la pena leggere il resoconto di Gregory Clark sugli eventi di Tiananmen del 1989 https://gregoryclark.net/thejapantimes/jt2007/the-tianamen-square-massacre-myth-expanded-version/

[33]È possibile leggere un confronto tra i due testi, i rapporti delle ambasciate britannica e australiana, qui nella sottosezione “Da dove provenivano le informazioni contenute nel primo telegramma?”: https://www.abc.net.au/news/2021-06-03/bob-hawke-tiananman-classified-cable/100184916

[34]Ibid.

[35]È possibile leggere un confronto tra i due testi, i rapporti delle ambasciate britannica e australiana, qui nella sottosezione “Da dove provenivano le informazioni contenute nel primo telegramma?”: https://www.abc.net.au/news/2021-06-03/bob-hawke-tiananman-classified-cable/100184916

[36] https://web.archive.org/web/20261011041530/https://www.abc.net.au/news/2021-06-03/bob-hawke-tiananman-classified-cable/100184916

[37]Il documentario *La Porta della Pace Celeste*.

[38] https://www1.hkexnews.hk/listedco/listconews/sehk/2003/0512/504/f106.pdf

[39] https://www1.hkexnews.hk/listedco/listconews/sehk/2003/0512/504/f106.pdf

[40]Per ulteriori informazioni su questa vicenda, consultate il mio articolo qui: https://cynthiachung.substack.com/p/the-real-global-agenda-pushing-for?utm_source=publication-search

[41]Ricordiamo, dalla prima parte di questa serie più ampia, il coinvolgimento delle “banche dell’oppio” nell’attuale guerra economica con la Cina: https://cynthiachung.substack.com/p/the-true-origins-of-chinas-social?utm_source=publication-search

[42] https://chinachange.org/2017/10/25/twenty-eight-years-after-an-interview-with-wang-dan/

[43]Renhua Wu, Eventi principali, Tiananmen 1989. Renhua Wu, 2011.

[44]Per ulteriori informazioni sul NED come branca della CIA, si vedano i miei articoli qui https://cynthiachung.substack.com/p/the-enemy-within-a-story-of-the-purge-d2f?utm_source=publication-searche qui https://cynthiachung.substack.com/p/the-real-global-agenda-pushing-for?utm_source=publication-searche qui https://cynthiachung.substack.com/p/sleepwalking-into-fascism-why-cianatos?utm_source=publication-searche cerca la parola “NED”.

[45] https://www.ned.org/national-endowment-for-democracy-deplores-chinese-government-treatment-of-liu-xiaobo/

[46]È interessante notare che la carriera di Sakharov presenta una sorprendente analogia con quella di Fang Lizhi, anch’egli fisico che partecipò al programma sulla bomba atomica e si impegnò nell’attivismo a favore della “democrazia occidentale”. Wikipedia riporta: Andrei Dmitrievich Sakharov era un fisico sovietico e vincitore del Premio Nobel per la Pace, che gli fu conferito nel 1975 per il suo impegno a favore dei diritti umani in tutto il mondo.

Sebbene abbia dedicato la sua carriera nel campo della fisica al programma sovietico sulle armi nucleari, supervisionando lo sviluppo delle armi termonucleari, Sacharov ha svolto anche un lavoro fondamentale per la comprensione della fisica delle particelle, del magnetismo e della cosmologia fisica. Sacharov è noto soprattutto per il suo attivismo politico a favore della libertà individuale, dei diritti umani, delle libertà civili e delle riforme nell’Unione Sovietica, per cui fu considerato un dissidente e subì persecuzioni da parte delle autorità sovietiche. Ricordiamo, da questa serie, che anche la Russia fu sottoposta a pressioni affinché adottasse la terapia d’urto, che alla fine fu introdotta nel Paese da Gorbaciov sotto il nome di Perestrojka. La Cina, invece, si opponeva all’adozione della terapia d’urto.

[47] https://www.ned.org/protecting-at-risk-democracy-activists-ned-approach/

[48]In un famoso discorso tenuto nell’ottobre 1989 alla Brandeis University, Wu’er Kaixi fornì una famosa e articolata analisi delle influenze che avevano plasmato la sua generazione. Spiegò agli accademici occidentali che, mentre gli scritti di Fang Lizhi fornivano le basi intellettuali e il vocabolario necessari per la democrazia, figure culturali come l’icona del rock Cui Jian fornivano l’energia emotiva pura che spingeva effettivamente gli studenti a scendere in piazza. Questa testimonianza di prima mano confermò che Fang era considerato il principale artefice accademico del movimento.

[49] https://www.journalofdemocracy.org/authors/wuer-kaixi/

[50]Consiglio di dare un’occhiata al lavoro di Brian Berletic su questo argomento pubblicato su The New Atlas, dove ha realizzato numerosi video sul ruolo della NED in questa vicenda, tra cui questo utile video:

https://www.youtube-nocookie.com/embed/Qt9G0p0dqYU?rel=0&autoplay=0&showinfo=0&enablejsapi=0

[51] Lettera di Liu Xiaobo a Liao Yiwu. I diritti umani in Cina. Archiviatodall’originale del 20 ottobre 2017. Consultato il 13 luglio 2017

[52] https://www.guernicamag.com/wuer_kaixi_a_prize_for_all_chi/

[53]I dettagli sono riportati nelle relazioni annuali del National Endowment for Democracy (NED) dal 1984 al 1989. La rivista era originariamente destinata agli studenti della Repubblica Popolare Cinese residenti all’estero, ma già nel 1988, secondo quanto riportato in un documento del NED, aveva “sviluppato una notevole diffusione e una rete di distribuzione in Cina”.

[54]Weber, pag. 257

[55] https://www.scmp.com/news/china/politics/article/3226395/yan-mingfu-chinese-communist-party-negotiator-tiananmen-square-protesters-1989-dies-aged-92

[56]Zhu, Jianhong (24 agosto 1989). “Pennello selvaggio — Impressioni su Wu Guoguang”. “La Gioventù Cinese”

[57]Toy, Mary-Anne (31 marzo 2006). “Chi è Wen Jiabao?”. The Age.

[58] https://www.sfchronicle.com/entertainment/article/stephen-gong-caam-retirement-19954974.php

[59] https://eslibrary.berkeley.edu/asian-american-studies-collection/loni-ding-archives

[60] http://tsquare.tv/film/transcript_open.php

[61] https://www.nytimes.com/1995/06/03/nyregion/detour-journey-democracy-survivor-beijing-massacre-arms-himself-with-economics.html

[62]Li, Lu (1990). Moving the Mountain. Londra: Macmillan. pp. 200–201.

[63]“A Heart for Freedom” di Chai Ling, 2011, Tyndale House, pagina 165.


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Su questioni di geopolitica, controspionaggio, revisione storica e guerra culturale.

Elezioni in Spagna e Brasile! Rassegna stampa a cura di Gianpaolo Rosani

Non si discute di proposte volte ad agevolare gli acquirenti o a far sì che i dati macroeconomici,
dopo otto anni al potere, dimostrino che il governo si traduca in un miglioramento del tenore di vita
delle fasce più umili. Ciò che viene trasmesso è solo una spietata lotta per spartirsi i posti nelle
liste, un triste spettacolo della vecchia politica che alcuni dei protagonisti della contesa dovrebbero
presumibilmente denigrare.

11.10.2026
OPINIONE
Disunione della sinistra
Le divisioni e i personalismi mettono a rischio la rappresentanza di una parte della società che esprime il
proprio malcontento nelle strade. Ciò che emerge è una mera volontà di assicurarsi i posti nelle liste, uno
spettacolo tipico della vecchia politica

A meno di una settimana dalla chiusura dei termini per la registrazione delle coalizioni elettorali, i gruppi
che gravitano attorno al PSOE sono assorti nelle rivalità e invischiati in conflitti interni.

Un fenomeno nato nell’estrema destra brasiliana, al quale contribuisce anche la sinistra: i dieci
parlamentari più votati al primo turno sono uomini e donne agli antipodi ideologici che sono
praticamente balzati da Instagram o TikTok per approdare in Parlamento. Il senatore Flávio
Bolsonaro, 45 anni, si confronterà il prossimo 25 al ballottaggio con Lula, 80 anni. La forza della
destra radicale sui social è uno dei fattori che ha alimentato il vantaggio dell’erede di Jair
Bolsonaro. I social media sono uno dei pochi ambiti in cui un veterano come Lula manca di
esperienza e conoscenza. Il suo istinto, il suo carisma, il suo mezzo secolo in politica, la sua
emozionante storia personale non sono riusciti a superare gli effetti di una decisione che nel 2026
risulta anomala. Non possiede un cellulare: Lula è «analogico».

11.10.2026
Da Instagram o TikTok a un seggio in Brasile
I 10 deputati più votati al primo turno hanno milioni di follower e scarsa esperienza politica

Di NAIARA GALARRAGA GORTÁZAR, San Paolo
Il presidente del Brasile ne ha parlato con evidente disprezzo, durante un’intervista al Palazzo dell’Alvorada,
pochi giorni prima delle elezioni di domenica scorsa. «C’è un certo deputato Nikolas, che io non conosco
nemmeno, che è un imbecille di prim’ordine.

Una decisione costituzionale, di importanza storica, apre la strada al ritorno in Spagna dell’ex
presidente Carles Puigdemont, nove anni dopo la sua fuga in seguito al processo indipendentista
che ha provocato una profonda frattura politica e sociale in Catalogna e che ha rappresentato una
delle maggiori sfide costituzionali che la Spagna abbia dovuto affrontare dalla Transizione.

11.10.2026
“Non esiste il ‘lawfare’, esiste invece un
problema di giustizia politicizzata in Spagna”
Cándido Conde-Pumpido, presidente del Tribunale costituzionale: il magistrato riceve EL PAÍS dopo la
sentenza che pone fine al dibattito giuridico sull’amnistia e sul ‘procés’. “Mettere in discussione il
Tribunale costituzionale significa mettere in discussione la democrazia”, afferma

Di M. CEBERIO / B. GARCÍA JAÉN
Cándido Conde-Pumpido (A Coruña, 77 anni), presidente della Corte costituzionale, ha redatto la sentenza
che pone fine al dibattito giuridico sull’applicazione della legge di amnistia ai leader del «procés».

La rabbia è lo stato d’animo o l’emozione dominante in Spagna quando si parla di politica (45%),
davanti alla stanchezza (26%) e alla paura (19%), secondo i dati raccolti per un sondaggio
condotto proprio questa settimana da Metroscopia e forniti a EL PAÍS. Se si guarda indietro, il
reddito medio delle famiglie non ha recuperato il livello precedente alla crisi del 2008 fino al 2024.
È stato un viaggio nel deserto troppo lungo. E il punto di arrivo, dopo tanto tempo, può sembrare
insufficiente». Questo insieme di elementi strutturali e congiunturali ha posto molti cittadini in una
situazione di aspettative deluse.

11.10.2026
La grande rabbia si riversa alle urne
La crisi immobiliare è la molla scatenante di un’indignazione alimentata da fattori quali la mancanza di
potere d’acquisto, la sfiducia nella politica e la preoccupazione per il futuro

Di A. RIZZI / Á. MUNÁRRIZ A. JIMÉNEZ BARC
Inés Caballero stava chiacchierando con due amiche nell’accampamento di Puerta del Sol giovedì scorso.

Può un presidente del Governo, con otto anni di governo alle spalle, ribaltare delle aspettative
elettorali sfavorevoli facendo appello alla piazza contro le istituzioni e accentuando la propria
posizione di sinistra rispetto alle posizioni più moderate della società? Il PSOE ufficiale ritiene di sì.
La candidatura del PSOE è una candidatura «rossa»: Pedro Sánchez si è scontrato con le élite
mondiali, con Trump, con Netanyahu, con Putin, con Elon Musk e con i tecnoligarchi; è il candidato
preferito della sinistra mondiale e degli elettori di tutte le formazioni di sinistra in Spagna»,
sottolineano dal team del leader socialista, e concludono: «È stato in grado di individuare dove
risiedesse la chiave dell’anticipo elettorale: nell’edilizia abitativa, la questione che preoccupa
maggiormente gli spagnoli di ogni orientamento politico.

11.10.2026
I critici di Sánchez, in allerta: «Cerca di
rimanere a Ferraz con un risultato dignitoso»
POLITICA. La cerchia ristretta del presidente si dice addirittura entusiasta dell’avvio della campagna «in
rosso», che avrebbe risvegliato i propri sostenitori. Ma non tutti all’interno del partito avallano tale
piano. «Abbiamo abbandonato la moderazione per cercare la nostra nicchia di sinistra», criticano. Tutti,
però, ritengono impossibile riproporre la coalizione, visto il disastro di un Frente Amplio impantanato in
«accesi contrasti personali»

Di LUCÍA MÉNDEZ
«Pedro ha abbandonato il suo zaino e deve recuperarlo». Un collaboratore molto vicino a Sánchez, che
portava lo zaino, si rammaricava del cambiamento subito dal leader socialista quando è diventato
presidente del Governo.

Sànchez è deciso a governare fino all’ultimo minuto. A La Moncloa si sta valutando il «pacchetto di
misure e politiche» da approvare entro il 29 novembre. In fase di lancio, iniziative quali l’aumento
del salario minimo, la rivalutazione delle pensioni o i decreti in materia di alloggi, che sono stati
rilanciati con una certa polemica dal Consiglio dei Ministri. Si tratta di misure dall’impatto
immediato, di cui potrà beneficiare più della metà degli elettori, con le quali Sánchez, da Moncloa,
animerà la pre-campagna elettorale e la campagna stessa. Azione, effetto, decisione. Assicurarsi i
voti necessari in un contesto di necessità immediata per poter sopravvivere e resistere.

11.10.2026
Misure di sostegno da Moncloa per metà degli
elettori prima del 29 novembre
Viene delineato un elenco di interventi dall’impatto immediato: affitti, salario minimo garantito e
pensioni

Miriam González Durántez sarà la candidata
alla presidenza di Democracia 21, un nuovo
partito che il 29 novembre si presenterà a
Madrid e Barcellona, come ha annunciato ieri
l’avvocatessa e moglie dell’ex vice primo
ministro britannico Nick Clegg. Lo ha fatto nel
corso di un evento in cui ha ribadito la sua
posizione moderata, facendosi portavoce
dell’«altra politica» in contrapposizione alla
polarizzazione e alle reti clientelari del sistema
attuale.

Di RAÚL PIÑA, MADRID
I socialisti che hanno ricevuto una chiamata sul cellulare la sera del 1° ottobre hanno dedotto che ci
sarebbero state le elezioni. Pedro Sánchez, che era all’altro capo del telefono, non lo confermò, ma le
poche conversazioni che ebbe indussero i suoi interlocutori a ritenere che quella sarebbe stata la strada da
seguire.

Il favorito nei sondaggi ha previsto, davanti alla dirigenza del PP di Madrid a porte chiuse – come
anticipato da questo quotidiano – «la madre di tutte le battaglie» contro Pedro Sánchez, e in
seguito ha avvertito il Comitato Esecutivo Nazionale del PP, sempre in privato, che i partiti di
governo compiranno, a suo avviso, «azioni molto sporche». Il piano del PP è quello di rafforzare
l’impressione di una scelta binaria per stimolare il voto utile: o Sánchez o Feijóo. Ma – ed è un
«ma» importante – la verità è che la battaglia elettorale che definirà il futuro Governo è, in questo
momento, quella del rapporto di forze tra il PP e Vox. Perché, se i sondaggi non sbagliano
clamorosamente, entrambe le formazioni raggiungeranno una comoda maggioranza assoluta in
cui l’influenza del partner minore si misurerà in base al peso. I sondaggi prevedono un enorme
trasferimento di voti dal PP verso la formazione di estrema destra.

11.10.2026
La chiave per arginare le defezioni verso Vox:
«Feijóo garantisce il cambiamento»
Il PP avvia la campagna per contendersi il voto «di confine» con il partito di Abascal, che rappresenta
almeno il 10% dell’elettorato

Di JUANMA LAMET, MADRID
Le due frasi più ripetute dai portavoce del PP nella prima settimana di pre-campagna sono state
«finalmente» e «non gli lasceremo passare nemmeno una cosa».

Dobbiamo abituarci al fatto che ogni epoca ha i propri personaggi, che, riflessi sui social media,
danno vita a uno spettacolo grottesco. Se funzionano così bene è perché quasi sempre sono la
metafora di qualcosa che volevamo spiegare da tempo. Bisogna osservarli con attenzione. Con più
curiosità che impazienza.

11.10.2026
OPINIONI
I destini intrecciati di Puigdemont e Maricarmen
DI SALVADOR SOSTRES

Ha incaricato Sánchez di risolvere il suo problema personale. Per via di Maricarmen sono state indette le
elezioni e per via di Puigdemont è stata approvata una legge di amnistia.

Il leader di Vox Santiago Abascal non vuole anticipare ciò che accadrà il giorno dopo le elezioni:
“Farò di tutto fino al 29 novembre affinché Sánchez non riesca a raggiungere la maggioranza. Farò
di tutto per convincere gli spagnoli che la permanenza di Sánchez al potere è deleteria per gli
interessi della Spagna. Quello che posso dire è che Vox è riuscita a trovare un accordo in quattro
regioni. Questi governi funzionano in modo ragionevole. È ben lontano dalle nostre ambizioni, ma
è il sostegno che ci è stato dato. Per questo ora chiedo un sostegno maggiore. Posso garantire
che da parte nostra c’è la volontà di intendere, anzi, una volontà di intendere ancora maggiore.
Sánchez potrebbe tentare di manipolare queste elezioni. Ci stava già provando. La Corte Suprema
ha dovuto bloccare lo stratagemma della «legge dei nipoti», che mirava a concedere la
cittadinanza a piene mani a persone che non avevano più alcun legame con la Spagna”. Nella
seconda parte dell’intervista parla dell’invasione di Ceuta e delle relazioni di un futuro governo di
destra con Rabat.

11.10.2026
«Gli spagnoli devono temere il peggio. Saranno
elezioni sporche»
SANTIAGO ABASCAL, candidato di Vox attenderà l’esito delle elezioni, ma offre <«garanzie»> che il suo
partito sia disposto a trovare un accordo con il PP per allontanare Sánchez dal potere

Di José Antonio Pérez e Paloma Esteban
Santiago Abascal si prepara alle elezioni generali più decisive. La sua ossessione è quella di non ripetere gli
errori del 2023 né dare per scontata la vittoria.

Ciò che in origine era stato presentato come uno strumento legislativo per risarcire le vittime
fuggite a causa di persecuzioni politiche si è trasformato, nella pratica, in una via di
naturalizzazione di massa che può estendersi persino ai discendenti di spagnoli emigrati alla fine
del XIX secolo. Sette spagnoli su dieci ritengono che tutte le procedure di naturalizzazione tramite
la «legge dei nipoti» debbano essere sospese e riviste. Particolarmente sorprendente è il fatto che,
tra i sostenitori della sospensione di queste naturalizzazioni di massa promosse dal governo di
coalizione, si riscontri un’ampia percentuale degli elettori dei due partiti che lo compongono: la
metà degli elettori del PSOE (il 50 per cento) e il 43 per cento di quelli di Sumar.

11.10.2026
SONDAGGIO ABC
Quasi il 70% degli spagnoli chiede di frenare le naturalizzazioni tramite la “legge dei nipoti”
La metà degli elettori socialisti si oppone al fatto che una persona che ottenga il passaporto spagnolo,
pur non avendo mai vissuto nel Paese, possa votare alle elezioni. La metà degli elettori socialisti e oltre il
40% di quelli di Sumar sostengono la necessità di bloccare le pratiche

Di Patricia Romero, Madrid
L’anticipo delle elezioni generali al 29 novembre apre un nuovo scenario politico in tutto il Paese,
aggiungendo al contempo un ulteriore elemento di complessità a una questione già di per sé intricata,

ovvero il diritto di voto dei naturalizzati in virtù della cosiddetta «legge dei nipoti», il cui quadro giuridico si
trova ora a un punto critico.

Il leader del Partito Popolare si è impegnato a promuovere un «cambiamento sereno, ma deciso e
totale» nel Paese, mostrandosi convinto di poter raggiungere la carica di Capo del Governo. «Ci
metteremo in competizione, governeremo e vinceremo. Sarò il presidente che la Spagna sta
aspettando», ha proclamato durante un comizio in cui ha dato prova di forza.

11.10.2026
Feijóo si impegna a essere «il presidente che la
Spagna si aspetta»
Il PP si schiera contro «la menzogna, l’indecenza e la decadenza» del PSOE di Pedro Sánchez nel suo
primo evento di pre-campagna elettorale. «Chi ha dato l’ordine di allontanare la giudice che indaga sul
fratello di Sánchez?», chiede il leader del PP al presidente del Governo

Di Patricia Romero, Madrid
Con l’Inno alla gioia in sottofondo, tra gli applausi e una folla che sabato mattina ha affollato il centro
congressi Ifema di Madrid al grido di «Presidente, presidente!»

Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi _ di Antonio Rossello

Ilva, il destino metaindustriale infranto: una storia italiana di acciaio e di crisi

Sottotitolo: Dalle origini genovesi del 1905 al declino degli altiforni di Taranto, il racconto epico di una società che ha smarrito la propria ragione industriale per diventare ostaggio di interessi altri

Tag: Ilva, siderurgia, Taranto, privatizzazioni, metaindustriale

Articolo

Nel principio fu la fusione. Nel 1905, a Genova, un gruppo di capitalisti lungimiranti costituì la Società anonima Ilva con un obiettivo chiaro e circoscritto: costruire uno stabilimento siderurgico a ciclo integrale alle porte di Napoli, a Bagnoli, per sfruttare il minerale di ferro dell’isola d’Elba. La ragione industriale era semplice e potente: produrre acciaio dal minerale, trasformare la materia grezza in infrastrutture, binari, navi, ponti, armi. Era l’industria pesante nella sua accezione più pura, quella che forgiava le nazioni. Nel 1911, con il Consorzio Ilva, la società assunse la gestione di un complesso di stabilimenti che comprendeva Elba, Alti Forni, Fonderie e Acciaierie di Piombino, Ferriere Italiane, Siderurgica di Savona e Ligure Metallurgica. Era l’alba di un impero siderurgico.

Negli anni Trenta, la mano pubblica intervenne. L’IRI acquisì Ansaldo, Ilva e Terni, dando vita a un polo siderurgico a controllo statale che avrebbe segnato la storia economica italiana per mezzo secolo. Nel 1937 nacque la Finsider, una finanziaria creata per gestire il patrimonio economico e finanziario dell’Ilva e delle sue controllate. La dialettica tra pubblico e privato cominciava a delinearsi come il vero motore della vicenda siderurgica nazionale.

Il 1961 fu l’anno della svolta epocale. La fusione tra Ilva e Cornigliano diede vita all’Italsider, che divenne la maggiore azienda siderurgica italiana e una delle prime in Europa. Il progetto del IV Centro Siderurgico a Taranto, concepito nel 1961 e entrato in esercizio nel 1965, rappresentò l’apice di questa espansione. Taranto non era una scelta casuale: la città offriva un porto naturale, manodopera a basso costo e la promessa di un Mezzogiorno finalmente industrializzato. Il ciclo integrale — altiforni, acciaierie, laminatoi — faceva di Taranto il cuore pulsante dell’acciaio italiano. Negli anni Settanta, il centro siderurgico sfornava quasi la metà della produzione totale dell’Italsider, percentuale che nel 1980 raggiunse il 60 per cento. A Genova, Cornigliano brillava come polo laminatorio; a Novi Ligure sorgeva un complesso di laminazione a freddo; a Piombino, a Bagnoli, a Marghera, a Salerno, l’acciaio italiano si diffondeva come una religione industriale.

Ma la grandezza nascondeva crepe profonde. La crisi degli anni Settanta, lo shock petrolifero, la concorrenza internazionale e la rigidità del sistema pubblico cominciarono a erodere la competitività dell’Italsider. Bagnoli chiuse i battenti, Cornigliano fu ceduto, Piombino venduto al gruppo Lucchini. Nel 1988, Italsider e Finsider furono messi in liquidazione. La denominazione Ilva fu ripresa per designare ciò che restava: un nucleo di stabilimenti in cerca di un destino.

La privatizzazione arrivò nel 1995. L’IRI, nell’ambito della dismissione delle aziende metallurgiche di Stato, cedette l’Ilva Laminati Piani alla RILP, società del gruppo Riva, la famiglia bresciana che aveva costruito il proprio impero sull’acciaio. Emilio Riva, con un rilancio vincente, si aggiudicò il cuore dell’ex colosso pubblico. Era l’inizio di una nuova era, ma anche di una nuova illusione. Il gruppo Riva promise investimenti, ambientalizzazione, rilancio. Le promesse si scontrarono con la realtà di un impianto enorme, tecnologicamente avanzato ma ambientalmente insostenibile.

Nel 2012, l’inchiesta della magistratura di Taranto sulla diossina e sulle emissioni nocive portò al sequestro degli impianti e al commissariamento dell’azienda. Da quel momento, l’Ilva divenne un caso nazionale: un’azienda di interesse strategico nazionale, ma incapace di conciliare produzione e salute. Nel 2017, la cessione ad ArcelorMittal segnò un nuovo passaggio di mano, ma le difficoltà non si placarono. Gli azeri di Baku Steel e gli indiani di Jindal si affacciarono alla porta, senza successo. Nel 2023, il ritorno dello Stato con Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria fu l’ultimo tentativo di salvare il salvabile.

Oggi, nell’ottobre del 2026, la vicenda giunge al suo epilogo tragico. La Corte d’Appello di Milano ha confermato il fermo dell’altoforno di Taranto, e la Cassazione deciderà il 20 ottobre il destino definitivo dell’area a caldo. I posti di lavoro a rischio sono 3.800 diretti e 4.200 nell’indotto. Il governo ha varato un decreto da 187 milioni per mantenere gli impianti in riscaldo fino al 15 dicembre, ma la protesta dei lavoratori non si ferma. Scioperi di 24 e 48 ore, presidi, fuochi accesi davanti ai cancelli: le tute blu chiedono garanzie reali, un piano industriale concreto, la nazionalizzazione come unica strada per guidare la transizione.

Qui si consuma il destino metaindustriale infranto. Che cosa significa, esattamente, metaindustriale in senso teleologico? Significa che gli scopi di un’impresa, originariamente circoscritti alla sua ragione industriale — produrre acciaio, generare valore, occupare manodopera — sono stati progressivamente sussunti da interessi più ampi e generali di natura individuale, politica, finanziaria, ambientale e sociale. L’impresa non è più un fine in sé, ma un mezzo per altri fini. La sua teleologia si è frantumata in una molteplicità di teleologie concorrenti, spesso incompatibili tra loro.

La ragione industriale originaria dell’Ilva era chiara: produrre acciaio a ciclo integrale per alimentare la crescita economica nazionale. Era un fine produttivo, concreto, misurabile. Ma nel corso del Novecento, e soprattutto dopo la privatizzazione, questo fine è stato oscurato da altri scopi. Lo Stato voleva mantenere l’occupazione nel Mezzogiorno, anche a costo di sussidi e protezionismi. I privati volevano massimizzare il profitto, anche a costo di disinvestire e licenziare. I sindacati volevano difendere i posti di lavoro, anche a costo di ritardare la decarbonizzazione. Le comunità locali volevano salute e ambiente pulito, anche a costo di chiudere la fabbrica. L’Europa voleva concorrenza e rispetto delle regole, anche a costo di lasciare l’Italia senza acciaio primario.

In questa cacofonia di teleologie, l’impresa ha perso la sua anima industriale. È diventata un campo di battaglia per interessi altri, un oggetto conteso anziché un soggetto produttivo. La definizione di “metaindustriale” che qui si propone non è quella di una società post-industriale, ma di una società in cui l’industria è diventata metafisica: un’entità astratta, simbolica, politica, che ha smarrito il contatto con la sua materialità produttiva.

Questa concettualizzazione trova fondamenti in diverse tradizioni di pensiero. In economia, la teoria della crescita dell’impresa di Edith Penrose ci ricorda che le imprese crescono per sfruttare risorse interne, ma quando queste risorse vengono assorbite da interessi esterni, la crescita si arresta e la traiettoria si frantuma. In sociologia, la critica di Ariel Salleh al concetto di lavoro metaindustriale — inteso come lavoro riproduttivo, non remunerato, ai margini del sistema capitalistico — offre una chiave per leggere l’Ilva non come un’azienda che produce acciaio, ma come un sistema che produce consenso, conflitto, identità, e persino malattia. La società metaindustriale, come descritta da alcuni autori, è caratterizzata dalla centralità dell’immateriale, dei servizi, della conoscenza. Ma l’Ilva non è mai diventata immateriale: è rimasta materialissima, fatta di altiforni, cokerie, minerali, polveri, diossina. Eppure, la sua gestione è diventata immateriale, astratta, prigioniera di logiche finanziarie e politiche che nulla hanno a che vedere con la produzione dell’acciaio.

In storia economica, la vicenda dell’Ilva è un caso esemplare di ciò che alcuni studiosi chiamano “deindustrializzazione senza reindustrializzazione”: la perdita di capacità produttiva non è compensata dall’emergere di nuove attività manifatturiere, ma solo da servizi a basso valore aggiunto e da rendite finanziarie. In storia sociale, è la storia di una classe operaia che ha lottato per decenni per difendere il proprio lavoro, salvo scoprire che il lavoro stesso era diventato un oggetto di scambio politico, non più un diritto.

Il destino metaindustriale infranto dell’Ilva è, in ultima analisi, il destino di un’intera nazione. L’Italia è un Paese industriale che non ama l’industria. Vuole i benefici dell’acciaio — auto, elettrodomestici, infrastrutture — ma non vuole gli altiforni che lo producono. Vuole la salute, ma non vuole il lavoro che la finanzia. Vuole la decarbonizzazione, ma non vuole pagarne il costo. In questa contraddizione, l’Ilva è il simbolo di un patto sociale infranto, di una promessa industriale tradita, di un futuro che non è mai arrivato.

Mentre gli altiforni di Taranto si spengono lentamente, mantenuti in un riscaldo che sa di agonia, resta la domanda: può un Paese industriale fare a meno della produzione di acciaio primario? La risposta corretta, ma politicamente scorretta, sarebbe no. Ma la verità è che l’Italia ha già scelto. Ha scelto di non scegliere, di rinviare, di demandare. Ha scelto il metaindustriale: un’industria senza industria, un acciaio senza fabbrica, un destino senza teleologia. E il prezzo di questa scelta lo pagano gli operai, le loro famiglie, le città che hanno creduto nell’acciaio. Lo pagano oggi, con la cassa integrazione, con lo sciopero, con la paura. Lo pagheranno domani, quando l’Italia scoprirà di aver bisogno di acciaio e di non averlo più.

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Panico a Kiev: il collegamento Starlink dell’AFU viene “misteriosamente” rallentato un giorno dopo il blackout informativo, di Simplicius

Panico a Kiev: il collegamento Starlink dell’AFU viene “misteriosamente” rallentato un giorno dopo il blackout informativo.

Simplicius 14 ottobre
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Il giorno dopo che Zelensky ha accusato gli Stati Uniti di aver tagliato il “supporto di intelligence” e di non aver fornito un preavviso sugli attacchi missilistici balistici russi contro Kiev, in Ucraina è scoppiato il caos.

Ora la leadership del Paese ha accusato gli Stati Uniti di aver interrotto anche il sostegno al programma Starlink.

Tutto è iniziato con un post di Serhii Sternenko, una figura di spicco ucraina, che ha descritto in dettaglio come i terminali Starlink in Ucraina subissero una limitazione di velocità al superamento di un determinato limite:

Come si può notare, accusa la SpaceX di Elon Musk di ingerenza, scatenando una tempesta di odio nei confronti di Musk da parte della frangia dei social media vicina all’Ucraina.

Musk ha immediatamente risposto con un chiarimento: la versione militare di Starlink è in realtà gestita dal Dipartimento della Difesa statunitense con il nome di Starshield e non è controllata da Musk o SpaceX. Potete vederlo rispondere direttamente all’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov in persona, il quale afferma che la connettività era già in fase di ripristino in quel momento.

All’inizio della guerra, Musk fu costretto a cedere questa divisione della sua azienda per continuare a presentare un’immagine “neutrale” della sua impresa ed evitare che venisse associata in modo ambiguo ad azioni militari offensive che, probabilmente, sapeva sarebbero finite in zone eticamente molto “grigie”, come colpire infrastrutture civili e a duplice uso russe.

Nonostante tutto ciò, dobbiamo ammettere che la tempistica è un po’ sospetta, visto che solo pochi giorni fa Musk aveva pubblicato dei post molto duri contro Zelensky:

Forse, dopotutto, c’è dell’altro?

Innanzitutto, va detto che, nonostante le affermazioni di Fedorov sul ripristino del servizio, vi erano altre voci che sostenevano che il suo annuncio fosse prematuro e che, in realtà, il servizio continuasse a essere ampiamente inefficiente.

Anche diverse brigate ucraine avevano pubblicato informazioni sui loro problemi. Ecco il 7° Corpo d’assalto aviotrasportato delle Forze Armate ucraine:

Il 7° Corpo di Reazione Rapida delle Forze di Assalto Aereo ucraine segnala che questa mattina si stanno verificando interruzioni del segnale Starlink nella zona di Hulyaipole/Orikhiv, nell’oblast’ di Zaporizhzhia.

Il cosiddetto pacchetto Starshield, che gestisce il trasferimento dati per i voli dei droni, ha ricevuto delle limitazioni alle velocità superiori a 110-120 km/h, oltre le quali la connessione può interrompersi per 10-20 secondi, rendendo difficile il controllo dei droni. Inoltre, il lancio di droni a medio raggio ad alta velocità è diventato pressoché impossibile.

Già da stamattina, alcune missioni del 7° Corpo d’armata hanno dovuto essere annullate a causa di queste restrizioni e problemi di comunicazione con Starlink.

Serhiy Flash, la figura più autorevole in Ucraina su questi temi, ha confermato che le restrizioni a Starlink sono entrate in vigore:

Sul suo canale TG ha fornito ulteriori dettagli:

Tutti scrivono di come le restrizioni del programma “Starlink” abbiano influito sulle missioni a lungo raggio e sulla logistica in prima linea, ma per noi c’è un altro problema importante.

Il sistema “Starlink” viene attualmente impiegato nella soluzione più efficace (intercettori) per proteggere il nostro spazio aereo dai droni “Shahed” a propulsione a reazione.

Di fatto, con le loro azioni, i nostri partner ci stanno privando di una delle poche possibilità che abbiamo di difendere il Paese da questi “Shahed” a bordo di aerei a reazione.

Egli sottolinea un aspetto importante e spesso sottovalutato della vicenda: Starlink non viene utilizzato solo in modo offensivo dai droni ucraini a lungo raggio, ma anche in modo difensivo dai velivoli intercettori che prendono di mira i sistemi d’attacco russi, i quali hanno colpito Kiev. Pertanto, i recenti e devastanti attacchi russi contro le infrastrutture di Kiev rischiano di peggiorare ulteriormente se queste interruzioni dovessero continuare.

Alla luce di quanto sopra, oggi il Washington Post ha sganciato la bomba secondo cui gli Stati Uniti avrebbero effettivamente minacciato figure chiave ucraine di interrompere le comunicazioni di intelligence qualora Zelensky avesse continuato a colpire i siti petroliferi russi:

https://www.washingtonpost.com/world/2026/10/14/us-warnings-sow-confusion-alarm-ukraine-over-intelligence-starlink-access/

Dal testo:

Secondo una persona a conoscenza dei fatti, lunedì gli Stati Uniti hanno minacciato di non fornire informazioni di intelligence all’Ucraina.

Funzionari dell’intelligence statunitense hanno avvertito l’ambasciata ucraina a Washington che, in caso di ulteriori attacchi contro siti energetici russi, gli Stati Uniti avrebbero immediatamente interrotto ogni forma di condivisione di informazioni. L’interdizione all’intelligence statunitense non è stata completamente interrotta, almeno non del tutto, ma la minaccia rimane, ha affermato la fonte.

“Gli avvisi erano così diffusi che chiunque avesse un cognome dal suono ucraino riceveva una chiamata”, ha detto la fonte. Il tipo di missile che ha colpito Kiev era già sfuggito ai sistemi di allerta in passato, ma non di recente, ha aggiunto.

La citazione sopra riportata contiene diversi spunti interessanti.

In primo luogo, se gli Stati Uniti hanno davvero iniziato a minacciare di interrompere le attività di intelligence, possiamo tranquillamente presumere che l’allarme degli ultimi giorni fosse giustificato e che Trump stesse probabilmente testando un’interruzione temporanea per mandare un messaggio. La citazione precisa persino che l’intelligence statunitense non è stata ancora interrotta “completamente”.

L’altro aspetto interessante era l’ultima parte, che lasciava intendere che la Russia avesse utilizzato un “tipo di missile” che in precedenza era riuscito a eludere persino il sistema di allerta precoce degli Stati Uniti, ma “non di recente”. Possiamo solo supporre che si riferisca alle varianti balistiche S-400 di cui abbiamo parlato nell’ultimo aggiornamento.

La CBS ha inoltre parlato con “diverse fonti a conoscenza dei fatti” che hanno riferito all’emittente che gli Stati Uniti probabilmente hanno intenzionalmente omesso di lanciare gli allarmi tempestivi:

Secondo quanto riferito a CBS News da diverse fonti a conoscenza dei fatti, gli Stati Uniti potrebbero aver intenzionalmente omesso di lanciare tempestivamente l’allarme questa settimana riguardo a possibili attacchi russi contro l’Ucraina.

Il presidente Volodymyr Zelenskyy ha dichiarato che l’Ucraina “non ha ricevuto alcun preavviso dai nostri partner” quando la Russia ha lanciato un attacco missilistico balistico contro Kiev e altre località nelle prime ore di martedì.

L’articolo rivela un altro dettaglio interessante:

Secondo le fonti, gli Stati Uniti non erano riusciti a fornire informazioni di intelligence sui lanci di missili balistici russi in un’occasione precedente, all’inizio di quest’anno, adducendo la necessità di concentrare maggiori risorse sul Medio Oriente.

Ciò dimostra che gli Stati Uniti hanno dovuto destreggiarsi tra le loro limitate risorse spaziali, distribuendole tra i vari teatri di conflitto che hanno provocato e che stanno cercando di gestire simultaneamente.

Continuano a susseguirsi diverse affermazioni ucraine secondo cui Starlink non sarebbe stato completamente ripristinato, contrariamente a quanto sostenuto da Fedorov e altri:

Michael Linder@michaellinder Starlink è stato parzialmente ripristinato. Non è sufficiente, afferma l’Ucraina. “Non siamo più in grado di supportare efficacemente la nostra fanteria sul campo di battaglia. Non possiamo più attaccare lanciarazzi multipli, depositi di munizioni, centri di comando e altri obiettivi.” — Ufficiale ucraino Ibrahim Naber@IbraNaberEntsetzen unter ukrainischen Offizieren und Frontsoldaten, mit denen ich heute nach der Massive Einschränkung der militärischen Nutzung von Starlink gesprochen hab. “Das ist vergleichbar mit einem Atomschlag gegen uns. Sämtliche Mittelstrecken-Angriffs Operationen sind21:56 · 14 ottobre 2026·33 visualizzazioni

Stranamente, mentre tutto ciò accadeva, una stazione di terra “segreta” di Starlink in Bulgaria sarebbe stata data alle fiamme:

https://theins.press/en/news/298305

Il deputato bulgaro Ivaylo Mirchev ha fornito i dettagli:

A prescindere da cosa sia realmente accaduto con il sistema di allerta precoce e il fiasco di Starlink, resta il fatto che gli Stati Uniti sembrano aver inviato all’Ucraina un ultimatum definitivo: se l’Ucraina continuerà a colpire le infrastrutture energetiche russe, le informazioni di intelligence verranno completamente interrotte, almeno stando alle prime indiscrezioni.

L’Ucraina ha già attaccato le infrastrutture energetiche russe dalla scorsa notte e promette di continuare su questa strada. Ciò significa che possiamo aspettarci un duro scontro tra i due ex “partner” nel prossimo futuro, anche se molti prevedono che Trump si tirerà indietro come al solito. In effetti, il ripristino del servizio Starlink può già essere considerato un passo indietro, ma vedremo come si evolverà la situazione.

Nel frattempo, la Russia sta devastando Kiev, e secondo alcune fonti è in programma un altro massiccio attacco nei prossimi giorni, o anche prima.

Ieri sera, un numero record di 6 siti legati alle infrastrutture energetiche sono stati colpiti tra Kiev e Charkiv:

Mappatura AMK @AMK_Mapping_ Durante l’attacco missilistico su larga scala sferrato ieri sera dalla Russia contro l’Ucraina, almeno sei importanti impianti energetici sono stati colpiti da missili balistici e da crociera. Tra questi: – La centrale termoelettrica CHP-5 nella parte meridionale di Kiev. – La centrale termoelettrica CHP-4… 03:40 · 14 ottobre 2026·17.400 visualizzazioni5 risposte·42 condivisioni·260 Mi piace

Durante l’attacco missilistico su larga scala sferrato ieri sera dalla Russia contro l’Ucraina, almeno sei importanti infrastrutture energetiche sono state colpite da missili balistici e da crociera.

Questi includono:

– La centrale di cogenerazione CHP-5 nella zona meridionale di Kiev.

– La centrale di cogenerazione CHP-4 nella zona est di Kiev.

– La centrale termoelettrica Trypillya a Ukrainka, Oblast di Kiev.

– La centrale termoelettrica TEC-5 a Pisochyn, Oblast di Kharkiv.

– La centrale termoelettrica Zmiivska a Slobozhanske, Oblast di Kharkiv.

– La sottostazione elettrica da 750 kV “Kyivska” a Nalyvaikivka, Oblast di Kiev.

Sono proseguiti anche i principali attacchi contro le infrastrutture ferroviarie ucraine, come riportato dall’amministratore delegato di Ukrzaliznytsia, l’autorità ferroviaria statale ucraina:

Ora l’Ucraina sembra essere tra l’incudine e il martello: rispondere alla devastante campagna di attacchi russa nell’unico modo simmetricamente efficace, rischiando però di essere tagliata fuori dalla condivisione di informazioni; oppure cedere alle pressioni di Trump per sostenere l’economia alla vigilia delle elezioni di medio termine, diventando indifesa contro i crescenti attacchi russi proprio nel periodo in cui la Russia mira a massimizzare i danni alle infrastrutture ucraine.

A quanto pare, per l’Ucraina non si prospettano scelte facili. Tuttavia, è molto probabile che Trump, come al solito, faccia marcia indietro dopo le “urgenti richieste” provenienti sia da persone vicine all’Ucraina che dai suoi alleati. Nonostante i suoi numerosi gesti di facciata in senso contrario, Trump rimane estremamente influenzabile quando si tratta di dissuaderlo da iniziative che contrastano i piani del “deep state”.

Secondo te, quanto durerà quest’ultimo spettacolo?

Come funziona il gioco delle colpe presidenziali, di Jon Kurpis

Come funziona il gioco delle colpe presidenziali

Un’analisi approfondita di come l’amministrazione Trump probabilmente gestirà le imminenti conseguenze delle guerre in Ucraina e in Iran e del loro ruolo nell’impennata del prezzo del diesel.

Jon Kurpis12 ottobre
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Originariamente pubblicato da The Duran il 27 settembre 2026.


Prima di iniziare questo articolo, voglio chiarire in modo inequivocabile che nulla di ciò che dirò è intrinsecamente a favore di Trump, contro Trump, a favore dell’America o contro l’America.

Pur essendo consapevole che sia gli Stati Uniti, soprattutto in termini di politica estera, sia l’attuale presidente, così come i presidenti precedenti, siano figure controverse, questo articolo non intende giudicare le loro azioni attraverso una lente partigiana. Sebbene, come ogni essere umano, io abbia le mie opinioni personali, la mia scrittura non si presta a strumentalizzazioni politiche binarie. Pertanto, desidero avvertire fin da subito tutti che, se siete il tipo di lettore che si irrita istintivamente di fronte agli errori di politica estera degli Stati Uniti, e in particolare a quelli che riguardano Donald Trump o Joe Biden, allora questo articolo potrebbe non fare al caso vostro.

Questo articolo si propone di fornire una comprensione di come funziona il gioco delle accuse presidenziali. Ciò avverrà analizzando lo svolgimento delle guerre in Ucraina e in Iran, compreso il loro ruolo nel prezzo record del diesel e come il presidente Trump e la sua amministrazione gestiranno le conseguenze.

Detto questo, entriamo nei dettagli.

Ucraina

Sebbene la guerra in Ucraina affondi le sue radici nel 2014 e persino prima, è diventata un obiettivo primario della politica estera statunitense nel 2022, sotto l’amministrazione Biden. Il presidente Biden ha fatto del sostegno all’Ucraina un punto centrale del suo mandato e, di conseguenza, porta gran parte della responsabilità del conflitto, soprattutto per quanto riguarda la sua continuazione e la sua escalation.

Detto questo, Biden non è più alla Casa Bianca e Donald Trump è l’attuale Presidente degli Stati Uniti. Durante la campagna elettorale per un secondo mandato, Trump prometteva ripetutamente che gli Stati Uniti si sarebbero ritirati dall’Ucraina in caso di elezione, arrivando persino a dire che avrebbe potuto porre fine alla guerra in 24 ore. Tuttavia, una volta insediatosi alla presidenza all’inizio del 2025, Trump non ha mantenuto quella promessa.

Il presidente Trump non solo non è riuscito a disimpegnarsi, ma ha continuato a fornire dati cruciali per l’individuazione degli obiettivi, a vendere armi e persino a mettere in discussione Zelensky per la sua mancata azione diretta contro la Russia. Inoltre, approvando nuove sanzioni contro la Russia, Trump ha di fatto adottato le politiche di Biden, trasformando così il conflitto in Ucraina nella sua guerra, anziché in qualcosa che aveva ereditato dalla precedente amministrazione.

Sebbene la stragrande maggioranza delle persone razionali e avvedute dal punto di vista geopolitico lo interpreterà in questo modo, l’America non sempre agisce in modo razionale, come vedrete.

Iran

In netto contrasto con il conflitto in Ucraina, che ebbe inizio sotto una precedente amministrazione, l’attuale guerra con l’Iran ricade interamente sulle spalle del presidente Trump.

• Fu il presidente Trump a consentire a Israele di colpire l’Iran durante i negoziati tecnici in corso nel giugno 2025.

• È stato Donald Trump a non dare ascolto agli avvertimenti sull’attacco all’Iran provenienti dai suoi stessi consiglieri dell’intelligence, scelti personalmente da lui, come Tulsi Gabbard e Joe Kent, nonché dal suo vicepresidente JD Vance.

• Furono il Dipartimento di Stato di Trump e il suo Segretario di Stato Marco Rubio a essere praticamente assenti durante i negoziati con l’Iran nel febbraio 2026.

• Ed è stato il presidente Trump a essere ingannato dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che lo ha indotto ad appoggiare il catastrofico attacco che ha ucciso la guida suprema dell’Iran e altri il 28 febbraio 2026, ed è direttamente responsabile del conflitto che rimane irrisolto ancora oggi.

Di conseguenza, non c’è nessuno da incolpare per la confusione diplomatica, le ripercussioni economiche, i problemi relativi allo Stretto di Hormuz e l’instabilità regionale persistente, se non il presidente Trump stesso.

Ora, si potrebbe pensare che per chiunque valuti la situazione attuale sia chiaro che la guerra in Iran e il protrarsi del conflitto in Ucraina siano responsabilità di Trump e quindi colpa sua. Dopotutto, il presidente Trump è il leader del mondo libero e queste sono decisioni che spettano a lui. Ma dal punto di vista della società statunitense, la questione non è così netta e questo offre a Trump l’opportunità di scaricare aggressivamente le colpe sugli altri per confondere le acque.

Il gioco delle colpe

Quando si tratta di come funziona il gioco delle accuse presidenziali in America, c’è una cosa che di solito determina la responsabilità al di sopra di ogni altra cosa.

Chi introduce la persona o la fonte del problema, di solito viene incolpato.

Questo è lo schema generale: sebbene spesso ingiusto, la società americana a volte accetta che la colpa venga scaricata dalle persone che la meritano e attribuita a coloro che, pur avendo tecnicamente un ruolo, potrebbero non essere i soggetti a cui spetta la piena responsabilità. Tale distinzione tra colpevolezza diretta e responsabilità per aver creato o reso possibile una relazione è essenziale per comprendere come funziona in pratica il gioco delle colpe.

Nessuno comprende le complessità del gioco delle colpe meglio di Donald Trump. Anzi, la sua capacità di attribuire la colpa con sicurezza è probabilmente uno dei motivi del suo successo. Che lo si ami o lo si odi, poche persone si riprendono dai fallimenti meglio di lui, come dimostra il modo in cui è passato da un imprenditore fallimentare all’altro senza batter ciglio.

Un esempio lampante: la squadra di football americano dei New Jersey Generals di Trump ha fallito. Poi è andato in fumo il Trump Shuttle. Successivamente, il Trump Taj Mahal ha chiuso i battenti, seguito dal Trump Plaza Casino e dai problemi con il Plaza Hotel di New York. Dopodiché, ha perso la Trump Hotels & Casino Resorts. Persino il suo slogan televisivo, ” Sei licenziato! “, si basa fondamentalmente sull’attribuire la colpa del fallimento di una squadra a qualcun altro.

In definitiva, Donald Trump ha accumulato una fortuna nonostante i suoi fallimenti perché è stato in grado di reinventarsi, il che ha comportato l’attribuzione della colpa agli altri.

Al di là di Trump stesso, la cerchia ristretta del Presidente è composta in larga misura da ricchi egocentrici che non si assumono responsabilità o colpe in base a ciò che è giusto. Non sto dicendo che ogni persona nell’amministrazione Trump giochi a questo gioco delle colpe. Sto dicendo che la lista di persone che agiscono in questo modo include Donald Trump, Scott Bessent, Marco Rubio, Howard Lutnick, Jared Kushner e Pete Hegseth. E, fatta eccezione per le cerchie ristrette di Obama e Biden, probabilmente non c’è mai stato un gruppo meno propenso ad assumersi la colpa di quello menzionato sopra.

Questa realtà e questa mentalità operativa devono essere comprese e applicate se si vuole prevedere con precisione come si evolveranno le questioni durante il resto della presidenza Trump.

La situazione attuale

Considerato il modo in cui di solito si cerca di scaricare le colpe, potrebbe non importare poi molto che il presidente Trump abbia permesso all’Ucraina di continuare a combattere la guerra contro la Russia. Le masse saranno pronte ad attribuire la responsabilità del ruolo degli Stati Uniti nella guerra in Ucraina a Joe Biden, perché è stato lui a trascinare l’America in questo pasticcio, piuttosto che al presidente Trump, che ha gestito male la situazione.

Analogamente, se Alexandria Ocasio-Cortez (AOC) dovesse in qualche modo vincere le elezioni presidenziali del 2028 e procedere con un attacco nucleare contro Teheran, Donald Trump verrebbe comunque incolpato per la questione iraniana, proprio come accadrà a Biden per l’Ucraina.

Il punto cruciale è che i leader successivi possono sempre attribuire la colpa a chi ha originato il problema. Sebbene in alcuni casi ciò sia intellettualmente disonesto, purtroppo è così che le cose finiscono più spesso.

Ed è così che Trump giocherà per il resto della sua presidenza.

Considerata la situazione attuale, le guerre in Ucraina e in Iran sono disastri irrisolti, e la carenza di gasolio negli Stati Uniti è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Il motivo per cui è imperativo discuterne ora è che il Segretario del Tesoro statunitense Scott Bessent ha recentemente rilasciato una dichiarazione che ha fatto scattare l’allarme geopolitico.

Il 2 settembre 2026, il Segretario del Tesoro Bessent attribuì tacitamente la responsabilità dello ” shock energetico ” globale alla guerra tra Russia e Ucraina, affermando: ” L’Ucraina ha deciso di voler distruggere le infrastrutture energetiche e i prodotti raffinati russi “.

E a suo avviso, questa era la causa della ” pressione al rialzo dei prezzi a livello globale “.

Non ci sono dubbi, il presidente Donald Trump e la sua amministrazione, tramite Scott Bessent, hanno gettato le basi per attribuire la colpa dell’aumento dei prezzi dell’energia all’Ucraina e per i loro attacchi alle raffinerie e alle infrastrutture russe, e questo è stato deliberato.

Il 13 settembre, il presidente Trump ha reso pubblico di aver parlato con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky in merito alla questione e di avergli ordinato di cessare tale pratica. Trump ha dichiarato: ” Il signor Zelensky deve fare una cosa. Deve smettere di interrompere le forniture di gasolio alla Russia… perché sta causando una carenza di gasolio ” .

Il giorno seguente, il 14 settembre, Trump ha ribadito la questione, stabilendo in modo concreto che la carenza di gasolio non era causata dal conflitto in Iran, bensì dagli attacchi dell’Ucraina contro la Russia.

Trump ha scritto: ” L’aumento mondiale del prezzo del diesel è dovuto principalmente alla guerra tra Russia e Ucraina, non all’Iran ” .

Ho sempre dato per scontato che il presidente Trump avrebbe optato per una strategia basata sullo scaricabarile dopo le elezioni di metà mandato. Ma l’impennata dei prezzi del diesel, unita ai continui scontri in Medio Oriente e ai progressi militari russi in Ucraina, ha reso questa tattica inevitabile in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Di seguito, analizzeremo perché la carenza mondiale di gasolio ha un impatto così significativo e approfondiremo il probabile ricorso del presidente Trump al gioco delle accuse.

Perché il diesel è importante

A differenza della benzina, utilizzata principalmente per automobili e altri macchinari di consumo, il gasolio è alla base dell’intera economia. Autotrasporti, agricoltura, locomotive merci, macchinari e attrezzature edili, navi, rimorchiatori, porti, attrezzature minerarie, trivellazioni petrolifere e di gas, scuolabus, ambulanze, autopompe e molto altro ancora dipendono dal gasolio per funzionare.

Fortunatamente per gli Stati Uniti, la produzione di diesel copre praticamente il 100% del fabbisogno interno, con scorte in eccesso disponibili per l’esportazione. Nel 2025, gli Stati Uniti hanno prodotto 76,5 miliardi di galloni di diesel e ne hanno consumati internamente 59,9 miliardi. È interessante notare che gli Stati Uniti ne hanno esportati 19,2 miliardi, una quantità superiore a quella in eccesso, resa possibile dalle importazioni a basso costo che vengono poi rivendute con profitto.

Sebbene l’aumento dei prezzi della benzina colpisca immediatamente i consumatori, il problema economico più devastante si verifica quando aumentano i costi del diesel, poiché ciò colpisce le imprese e le catene di approvvigionamento, che a loro volta scaricano il costo sui consumatori. Quindi, anche se inizialmente il cittadino medio potrebbe non risentirne al momento del rifornimento, l’impatto finanziario su di lui è ben peggiore quando il prezzo del diesel aumenta.

A causa dei numerosi impieghi del diesel nell’economia, una questione urgente per il Presidente Trump è che ora dovrà ascoltare le lamentele di persone a lui vicine, ovvero la classe dei ricchi finanziatori e i dirigenti d’azienda. Di conseguenza, l’impennata dei prezzi del diesel che gli Stati Uniti stanno vivendo è del tutto inaccettabile e Trump non aveva previsto questo enorme problema.

Ancora più importante, il presidente Trump ora è consapevole che, se questo problema del diesel dovesse persistere, non ci sarebbe modo di impedire che si ripercuota seriamente sui consumatori.

Sebbene non ne abbia prove dirette, credo che il costo del diesel e le sue ripercussioni a lungo termine siano in parte responsabili dell’idea, avanzata dall’amministrazione Trump, di un “dividendo Trump” di 5000 dollari nel caso in cui i repubblicani mantengano il controllo sia della Camera che del Senato dopo le elezioni di novembre.

“Se vincono i repubblicani, vincete con noi e riceverete 5.000 dollari.” ~ Presidente Trump

Sospetto che, se i Repubblicani vinceranno, Trump manterrà quella promessa perché compenserà in modo sottile l’impatto a breve termine sui consumatori causato dall’aumento dei prezzi del diesel. E se i Repubblicani perderanno la Camera o il Senato, Trump si sarà procurato un meccanismo per incolpare i Democratici di non aver dato agli americani 5.000 dollari quando saranno colpiti dall’aumento dei costi.

Sebbene questo tipo di tangenti elettorali non siano del tutto rare da entrambe le parti dello schieramento politico, raramente si concretizzano a beneficio dei cittadini. Detto questo, considero questo caso particolare unico, in quanto probabilmente collegato alla vicenda del diesel.

In ogni caso, la realtà dell’impennata dei prezzi del diesel ha costretto Trump a prendere una decisione e ora si dedicherà completamente a scaricare le colpe sugli altri per il resto della sua presidenza.

Russia-Ucraina

Dal punto di vista della personalità, è evidente che Donald Trump vede la guerra in Ucraina in modo molto diverso dal conflitto in Iran. Mentre Trump ha una lunga storia di avversione per l’Iran, non sembra essere realmente interessato a perseguire un conflitto con la Russia. Anzi, Trump considera i combattimenti in Ucraina un ostacolo inutile che impedisce agli Stati Uniti di collaborare con i russi in progetti redditizi. Inoltre, Donald Trump ammira Putin, disprezza Zelensky e non gli importa nulla dell’UE.

Detto questo, il presidente Trump è davvero il peggior nemico di se stesso. È sconsiderato nella gestione del rischio, generalmente impulsivo, incline a schierarsi con i neoconservatori e incapace di fare qualsiasi cosa che possa essere anche solo vagamente interpretata come accettare una sconfitta.

La dura verità del secondo mandato di Trump è che si è dimostrato un presidente troppo debole e troppo incline a farsi ingannare dalle argomentazioni neoconservatrici per potersi disimpegnare concretamente dal conflitto in Ucraina. Al contrario, Trump ha scelto di vendere armi alla NATO e all’Europa, che a loro volta le avrebbero fornite all’Ucraina, perdendo tempo in negoziati diplomatici poco convinti, guidati da dilettanti come Jared Kushner. Incredibilmente, Trump giustifica poi la sua incapacità di disimpegno criticando Biden per aver semplicemente fornito armi a Zelensky, mentre lui sarebbe stato il più astuto, vendendole direttamente tramite un intermediario.

È difficile persino descrivere l’assurdità della scusa di Trump. Il fatto è che Trump aveva promesso agli elettori che si sarebbe ritirato dalla terribile guerra in Ucraina. Eppure, invece di porre fine al conflitto e fermare la morte e la distruzione, ha permesso che i combattimenti continuassero, proprio come aveva fatto Biden. Solo che questa volta la giustificazione è che il suo modo di agire è in qualche modo migliore perché fa guadagnare un sacco di soldi al complesso militare-industriale.

Ora, per tutti coloro che amano affermare che il Presidente Trump stia giocando a scacchi a 10 dimensioni, in questo caso, nella migliore delle ipotesi sta giocando a dama a otto bit negativi e, in tutta onestà, ne sta uscendo schiacciato.

Medio Oriente

Per quanto riguarda gli errori di valutazione del Presidente Trump sull’Iran, la sua amministrazione ha commesso numerosi sbagli. In primo luogo, né il Presidente né i suoi consiglieri favorevoli alla guerra hanno tenuto conto del fatto che l’Iran è una potenza militare rilevante. Non sono inoltre riusciti a calcolare la capacità militare e gli arsenali necessari per sconfiggere l’Iran e al contempo difendere i nostri alleati nella regione. Ciò indica anche che il Presidente Trump non ha compreso l’incapacità degli Stati Uniti di incrementare la produzione militare.

Non dovrebbe quindi sorprendere che, quando le scorte militari statunitensi ridotte da Biden per rifornire l’Ucraina si sono sommate alle ulteriori riduzioni operate dall’amministrazione Trump e alla vendita di armi da parte degli alleati statunitensi alla NATO, destinate poi a Zelensky, il presidente Trump si sia trovato impreparato ad affrontare Teheran, e che l’Iran abbia successivamente messo a nudo queste vulnerabilità sul campo di battaglia.

Oltre alle complicazioni relative alle capacità militari, la guerra con l’Iran ha comportato anche restrizioni alla navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz.

Sebbene Trump potrebbe non aver previsto come si sarebbe evoluta la situazione dello Stretto di Hormuz, è ragionevole supporre che fosse consapevole che un attacco all’Iran avrebbe potuto interferire con le forniture di gas e petrolio provenienti dal Medio Oriente e causare un aumento dei prezzi. Detto questo, il presidente Trump era troppo sicuro di sé e non si era preparato al peggio. Questo perché Trump partiva dal presupposto errato di poter porre fine rapidamente alla guerra, se necessario, per mitigare le ripercussioni finanziarie.

Inoltre, l’attenzione di Trump era concentrata sui prezzi della benzina, trascurando apparentemente le possibili ripercussioni sul diesel. La sua strategia si basava sull’idea che, se i prezzi della benzina fossero aumentati a causa del conflitto, avrebbe potuto compensarli attingendo alle riserve strategiche di petrolio degli Stati Uniti. Sebbene ciò possa tecnicamente favorire la produzione di diesel, il sovrapprezzo necessario per raffinarlo mantiene il prezzo più alto rispetto a quello della benzina. Detto questo, quando i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle dopo l’inizio del conflitto, l’amministrazione Trump ha adottato proprio questa strategia per tenere sotto controllo i costi per i consumatori.

A quanto pare, il presidente Trump non aveva previsto che la domanda estera di gasolio sarebbe diventata così intensa da far lievitare i prezzi interni negli Stati Uniti. Di conseguenza, il prezzo del gasolio è schizzato da circa 3,80 dollari al gallone prima del conflitto al prezzo record attuale di circa 6,50 dollari al gallone. Si tratta di un aumento di 2,70 dollari al gallone, ovvero di circa il 70%, rispetto alla fine di febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato la guerra non provocata contro l’Iran.

Mettere ogni cosa al suo posto

Allo stato attuale delle cose, l’aspetto più importante da comprendere è che i prezzi del diesel hanno raggiunto il punto di non ritorno e Donald Trump ora deve attribuire l’aumento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.

La verità è che l’impennata del prezzo del diesel deriva principalmente dalla carenza di approvvigionamento in Medio Oriente, che a sua volta è la diretta conseguenza della guerra tra Stati Uniti e Iran. Inoltre, questo conflitto è ancora in corso e il presidente Trump non ha una soluzione realistica per porvi fine, almeno non a breve termine.

L’unica cosa che Donald Trump può fare è scaricare la colpa della carenza di gasolio dalla crisi mediorientale da lui stesso causata all’Ucraina, responsabilità che potrà poi attribuire alla precedente amministrazione. Questo è già in atto, con la diffusione della narrativa secondo cui gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe sarebbero la causa dell’aumento dei prezzi del gasolio.

Sebbene gli attacchi ucraini contro la Russia abbiano ridotto la quantità di gasolio sul mercato globale, non sono i veri responsabili dell’aumento dei prezzi del gasolio negli Stati Uniti, poiché la Russia non è un importante esportatore verso l’Europa, la regione del mondo che ha un disperato bisogno di carburante e che sta facendo lievitare i prezzi.

Il problema principale risiede nel fatto che l’Europa non acquisterà più il gasolio russo a basso costo come faceva prima dell’inizio della guerra in Ucraina. Ora, invece, dipende dal Medio Oriente e dagli Stati Uniti per il suo approvvigionamento. Secondo dati recenti, il Medio Oriente produce circa il 40% delle importazioni europee di gasolio, mentre gli Stati Uniti ne rappresentano il 50%. Tuttavia, a causa della guerra in Iran, le infrastrutture mediorientali sono state danneggiate e il flusso di energia attraverso lo Stretto di Hormuz si è notevolmente ridotto. Senza l’energia russa a basso costo come alternativa e con una produzione limitata in Medio Oriente, l’Europa ha esercitato una pressione enorme sulle scorte di gasolio statunitensi. Ciò, a sua volta, ha fatto aumentare i prezzi del gasolio negli Stati Uniti. E poiché Trump non possiede le capacità diplomatiche per porre fine immediatamente alle ostilità in Medio Oriente, la pressione sull’offerta continuerà a gonfiare il mercato del gasolio, almeno nel breve termine.

In definitiva, le ripercussioni economiche derivanti dai prezzi record del diesel ricadranno sui consumatori americani. Il presidente Trump lo sa bene e ora ha bisogno di tutelare i propri interessi. Di conseguenza, ricorrerà a ciò che gli riesce meglio, ovvero usare la retorica e la sua piattaforma per attribuire la colpa di questo fallimento a qualcun altro o a qualcos’altro che non sia lui stesso.

Entra in Ucraina…

Considerato che il presidente Trump aveva basato la sua campagna elettorale sul disimpegno dalla guerra in Ucraina, sarebbe stato facile scaricare l’intera responsabilità del conflitto sull’amministrazione Biden. Tuttavia, Trump è stato così ingenuo da permettere che i combattimenti in Ucraina continuassero, proprio come aveva fatto la precedente amministrazione, e ora si trova a dover coprire le proprie responsabilità anche per questo disastro. Ecco perché è fondamentale per Trump fare di Joe Biden il capro espiatorio pubblico per la questione ucraina. E sebbene questa narrazione non sia del tutto priva di fondamento, non rappresenta certo la storia completa. Verissimo o meno, Trump deve proteggersi per salvaguardare la sua eredità politica e, di conseguenza, i prezzi del diesel saranno collegati all’Ucraina e l’Ucraina dovrà essere associata a Biden.

Ma che dire dell’Iran?

Sebbene sia scoraggiante e irritante che i funzionari eletti dedichino molto tempo a sciocchezze come il gioco delle accuse, si tratta di un aspetto della politica americana di cui bisogna tenere conto. E, in linea con questa realtà, è abbastanza chiaro come Donald Trump userà il gioco delle accuse, almeno per quanto riguarda il collegamento tra gli alti prezzi del diesel e l’Ucraina, per poi attribuire la responsabilità dell’Ucraina a Biden. Ciò che non è altrettanto chiaro è come Trump intenda utilizzare la strategia del gioco delle accuse con l’Iran, quando è lui stesso la fonte originaria del problema.

Come abbiamo già discusso in precedenza, il politico o la persona che introduce il problema di solito si assume la maggior parte della colpa. Ciò significa che il presidente Trump non può in alcun modo sottrarsi completamente alla responsabilità per il suo ruolo nella guerra con l’Iran. Tuttavia, Trump può, e soprattutto lo farà, rendere intenzionalmente la situazione confusa attraverso un attacco retorico su più fronti, incentrato su almeno cinque elementi diversi che ho identificato e che analizzerò di seguito.

Innanzitutto, c’è la questione delle armi nucleari, uno di quei temi a cui gli americani cadono sempre nella trappola. I fatti dimostrano che l’Iran non rappresentava una minaccia nucleare per gli Stati Uniti. Ciononostante, gli americani credono che il rischio di un attacco nucleare iraniano contro gli Stati Uniti o Israele fosse reale. Per questo motivo, il presidente Trump può giustificare un attacco altrimenti ingiustificabile contro l’Iran affermando, come spesso fa, di non poter rimanere a guardare mentre l’Iran si dotava di armi nucleari. Questo collegamento con il nucleare fornirà sicuramente a Trump una certa giustificazione, nonostante si basi sull’idea che abbia cercato di risolvere un problema inesistente attaccando l’Iran.

Il secondo modo in cui il presidente Trump cercherà di eludere la responsabilità della catastrofica guerra con l’Iran sarà quello di attribuire i fallimenti militari a Biden, accusandolo di aver dirottato una quantità cruciale di armamenti e risorse statunitensi sull’Ucraina. A dire il vero, questo è in parte vero. Ma se il presidente Trump non avesse sferrato un attacco non provocato contro l’Iran, gli Stati Uniti non si troverebbero in questa situazione. Quindi, in definitiva, incolpare Biden servirà solo fino a un certo punto a distogliere Trump dalle sue responsabilità in relazione all’Iran.

La terza cosa che il presidente Trump additerà come responsabilità per l’esito della guerra in Iran è il mancato intervento degli alleati degli Stati Uniti. Che si tratti dei paesi della NATO, della Corea del Sud o di altri, Trump cercherà di scaricare la colpa sugli alleati, e c’è la possibilità che questo messaggio trovi riscontro in alcuni americani.

Un quarto modo in cui il presidente Trump potrebbe usare il gioco delle accuse è quello di promuovere la narrazione secondo cui l’America sta meglio con l’attuale leadership iraniana rispetto alla precedente. In realtà si tratta di un’affermazione assurda e priva di fondamento, ma gli americani non ne comprenderanno le dinamiche e quasi certamente ci crederanno.

Il quinto modo in cui Donald Trump cercherà di scaricare la colpa sull’Iran è affermando che la Cina ha aiutato l’Iran nella guerra. Sebbene Cina e Russia abbiano avuto un ruolo, la Russia ha fatto di più per aiutare l’Iran. Detto questo, poiché gli Stati Uniti hanno iniziato le ostilità con la Russia finanziando una guerra per procura contro di essa in Ucraina, non è plausibile condannare Mosca per aver fatto essenzialmente la stessa cosa agli Stati Uniti tramite l’Iran. Inoltre, incolpare la Russia non si adatta alla narrazione, mentre la Cina è il prossimo grande nemico dell’America e si inserisce perfettamente nella narrativa neoconservatrice dell’imperialismo americano. Pertanto, Trump cercherà di includere la Cina nel suo gioco di attribuzione delle colpe per la guerra con l’Iran.

In fin dei conti, nessuna abile manovra diversiva potrà mai proteggere completamente Donald Trump dal suo ruolo nella guerra con l’Iran. Trump porterà sempre una parte di responsabilità nel conflitto, ma la sua colpa potrebbe essere notevolmente attenuata dopo aver attribuito la responsabilità alla questione dell’Iran dotato di armi nucleari, alla carenza di armi legata a Biden e all’Ucraina, alla mancanza di sostegno da parte degli alleati, alla falsa narrazione secondo cui la nuova leadership iraniana sarebbe migliore per gli Stati Uniti rispetto alla precedente Guida Suprema, e alla scusa che la Cina avrebbe aiutato l’Iran contro i nostri interessi.

A mio avviso, è così che il presidente Trump userà il gioco delle accuse per minimizzare il suo ruolo nella disastrosa guerra con l’Iran, una volta che tutto sarà finito.

Conclusione

A prescindere da ciò che il presidente Trump ha fatto o non ha fatto finora nel suo secondo mandato, è improbabile che un presidente riesca a mantenere il controllo sia della Camera che del Senato in un’elezione di metà mandato. Che vinca o perda, Trump dovrà affrontare molteplici conflitti con questioni complesse e interconnesse. E sia chiaro, il tempo che gli resterà in carica e la sua eredità saranno determinati da come le risolverà. Nonostante le sue evidenti mancanze, Trump è oggettivamente un maestro della retorica e dell’incolpare gli altri. E poiché questa è la sua forza principale, Trump collegherà l’aumento dei prezzi del diesel alla guerra in Ucraina, scaricando poi tutta la responsabilità su Joe Biden. Detto questo, il compito più difficile sarà quello di proteggersi dalle conseguenze di una guerra non provocata con l’Iran, da lui stesso scatenata, che non può essere liquidata così facilmente con la colpa.

Quando si tratta di questioni geopolitiche di tale complessità, non mancano le opinioni su come si evolveranno gli eventi. E per quanto vorremmo avere una sfera di cristallo, non esiste un meccanismo garantito per prevedere cosa accadrà in ogni aspetto di queste situazioni estremamente difficili. Detto questo, l’unica cosa certa è che il Presidente Trump scaricherà la responsabilità per gli alti prezzi del diesel, la guerra in Ucraina e il conflitto in Iran da qui fino all’ultimo giorno del suo mandato e oltre. E il motivo per cui possiamo essere certi di questa inevitabilità è perché io, e ora anche voi, sappiamo ” Come funziona il gioco delle colpe presidenziali “.

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Alla prossima,

Jon Kurpis

La mia lista di monitoraggio

Quindici elezioni di metà mandato cruciali che offrono uno sguardo più approfondito sullo stato della politica americana, al di là di quale partito finirà per avere il controllo.

Jon Kurpis10 ottobre
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Nel settembre 2026 ho pubblicato una nuova pagina sui vantaggi dell’abbonamento su Substack ( Vantaggi dell’abbonamento ) in cui illustravo alcuni nuovi vantaggi ampliati per i miei lettori. Nell’ambito di quell’annuncio, ho comunicato che, d’ora in poi, gli abbonati avrebbero ricevuto un articolo esclusivo ogni mese, con accesso anticipato a tale contenuto per gli abbonati a pagamento.

Questo articolo, intitolato ” La mia lista di titoli da guardare “, è il primo di quei contenuti esclusivi mensili riservati agli abbonati, che hanno avuto accesso anticipato 4 giorni prima della sua pubblicazione per tutti gli altri.

Visto che si tratta del primo episodio di questa nuova rubrica, volevo prendermi un momento per spiegare di cosa si tratta e assicurarmi che tutti fossero a conoscenza del cambiamento. In futuro, probabilmente, gli articoli esclusivi mensili non includeranno più questo tipo di introduzione, ma ho pensato fosse importante fornire un po’ di contesto per il primo.

Soprattutto, grazie a tutti coloro che si iscrivono e si prendono il tempo di leggere i miei lavori. Apprezzo sinceramente la vostra continua fedeltà e il vostro sostegno.


La mia lista di monitoraggio

Quindici elezioni di metà mandato cruciali che offrono uno sguardo più approfondito sullo stato della politica americana, al di là di quale partito finirà per governare.

Tra meno di un mese si terranno le tanto attese elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Sebbene gli esperti descrivano ogni elezione di metà mandato come la più importante della vita di una persona, si potrebbe certamente affermare che anche questa rientri in questa categoria. Che ciò corrisponda o meno alla realtà è un argomento completamente diverso.

Detto questo, la verità è che, almeno nella storia recente, il partito che occupa il potere esecutivo tende a perdere seggi al Congresso durante le elezioni di metà mandato. Quindi, a prescindere da ciò che è accaduto durante il secondo mandato del presidente Trump, la realtà è che i repubblicani rischiano di perdere il controllo di una delle due camere del Congresso, che sia il Senato o la Camera dei Rappresentanti.

Tuttavia, i seggi che cambiano di mano e le persone che li vincono o li perdono non sono poi così importanti nel quadro generale. Questo non significa che il partito che rimane al potere, o quello che lo perde, non subisca o non tragga vantaggio dai risultati delle elezioni di metà mandato. Ma in definitiva, è il partito unico a decidere come vengono governate le cose in America, e a prescindere da ciò che accadrà il giorno delle elezioni quest’anno, la vita non cambierà drasticamente da un giorno all’altro, anche se il teatro politico vorrebbe far credere il contrario.

Per quanto riguarda i risultati elettorali, molti media amano fare analisi a posteriori e pontificare solo dopo che i risultati sono noti su come probabilmente si evolveranno le cose. Personalmente, però, credo che il modo migliore per analizzare la situazione, almeno nel panorama politico interno degli Stati Uniti, sia quello di concentrarsi sulle singole competizioni elettorali che si decideranno il 3 novembre.

Tenendo presente ciò, questo articolo analizzerà 15 elezioni per la Camera dei Rappresentanti, il Senato e la carica di governatore, ognuna delle quali è unica in quanto rivela qualcosa sullo stato attuale della situazione politica negli Stati Uniti.

Governatori

La prima serie di elezioni che esamineremo riguarda la carica di governatore, poiché questa posizione di grande potere rappresenta il ramo esecutivo di ciascuno dei 50 governi statali.

La prima competizione da tenere d’occhio è la corsa a governatore del Nevada tra il repubblicano uscente Joe Lombardo e lo sfidante democratico Aaron Ford. La gara è testa a testa, con Kalshi che attribuisce a Lombardo una probabilità del 47% e a Ford del 53%.

Inutile dirlo, la competizione è molto serrata e particolarmente interessante, dato che il Partito Repubblicano annovera tra le sue fila molti importanti imprenditori del Nevada che fanno affidamento sui loro legami politici con i Repubblicani. Sarà quindi interessante vedere se i poteri forti lasceranno che questa elezione, e la carica più alta dello stato, vadano al partito avversario.

La seconda corsa per la carica di governatore che sto seguendo con attenzione è in Georgia, dove il repubblicano Rick Jackson si scontra con la democratica Keisha Lance Bottoms. Similmente al Nevada, la corsa in Georgia è sostanzialmente in parità, con Kalshi che attribuisce a Jackson il 55% di probabilità di battere Bottoms. Detto questo, ingenti somme di denaro stanno affluendo in questa competizione, e sarebbe una grande delusione per i repubblicani se Jackson non riuscisse a conquistare la vittoria e a mantenere il controllo della Georgia sotto il controllo repubblicano.

La terza corsa elettorale di rilievo, sebbene il cui esito sia in qualche modo più certo, è quella per la carica di governatore della Florida. Il repubblicano Byron Donalds ha il 77% di probabilità di vittoria, contro il 23% del democratico David Jolly.

In Florida, il risultato in sé non è tanto importante quanto l’entità della probabile vittoria. Se Donalds dovesse ottenere una prestazione superiore alle aspettative e vincere in modo schiacciante, verrebbe proiettato ai vertici del Partito Repubblicano, aprendogli la strada a una futura candidatura alla vicepresidenza o persino alla presidenza.

Infine, c’è la corsa per la carica di governatore della California, che è altrettanto importante nonostante l’esito sembri piuttosto scontato. In questa competizione, al repubblicano Steve Hilton viene attribuita una misera probabilità di vittoria del 3%, mentre al democratico Xavier Becerra viene data una probabilità del 96%.

Detto questo, sarà interessante vedere se Hilton supererà quelle probabilità del 3% e, in tal caso, di quanto. In California si è verificato un sottilissimo spostamento a destra, e sarà illuminante vedere se questo spostamento sarà identificabile nei risultati di questa competizione.

Camera dei rappresentanti

La seconda categoria di elezioni si concentra sulla Camera dei Rappresentanti. Per cominciare, partiamo dal 17° distretto di New York, dove, secondo Kalshi, il deputato repubblicano uscente Mike Lawler ha il 38% di probabilità di mantenere il suo seggio contro Cait Conley.

Per inciso, sarei sorpreso se Mike Lawler non mantenesse questo seggio. Lawler è un politico attivo nel suo distretto, gode di sostegno trasversale, ha a disposizione ingenti finanziamenti per la campagna elettorale ed è un abile stratega. Altrettanto importante è il fatto che Lawler beneficia del supporto della comunità ebraica chassidica, che costituisce un blocco elettorale all’interno del distretto e che gli garantisce dai 30.000 ai 50.000 voti.

Insomma, alla fine dei conti, mi interessa vedere se Lawler, il candidato uscente che ha tutto a suo favore, è davvero in svantaggio, o se semplicemente c’è qualcosa che non va nei numeri, almeno per quanto riguarda Kalshi.

La seconda corsa alla Camera dei Rappresentanti di interesse è quella del 7° distretto del New Jersey, dove il repubblicano uscente Tom Kean Jr. si scontra con Rebecca Bennett. Secondo Kalshi, Kean Jr. ha solo l’11% di possibilità di vincere, mentre Bennett ha l’89% di probabilità.

Questa elezione è cruciale perché Tom Kean Jr. appartiene all’aristocrazia repubblicana e il Partito Repubblicano del New Jersey fa di tutto per garantirgli ogni possibile vantaggio. Kean Jr. non solo gode di ingenti finanziamenti, ma il distretto che rappresenta è stato letteralmente creato apposta per la sua vittoria. Se dovesse perdere, dimostrerebbe che far parte di una dinastia politica e avere il controllo del partito a livello statale non basta per vincere in New Jersey, nemmeno quando un distretto è stato creato su misura per te.

Un’altra corsa per la Camera dei Rappresentanti, sempre nel New Jersey, riguarda il 4° distretto, dove il repubblicano uscente Chris Smith ha il 96% di probabilità di sconfiggere la sfidante democratica Rachel Pierce, in un distretto a forte maggioranza repubblicana.

Detto questo, Chris Smith è un uomo di lungo corso, sostenuto dall’establishment, che non è legato a Trump così strettamente come potrebbero esserlo altri candidati repubblicani e che, a rigor di logica, dovrebbe vincere facilmente. Ciò che rende interessante questa corsa è quello che accade ai margini. Se Pierce dovesse ottenere un risultato nettamente superiore alle aspettative, indicherebbe che i Democratici stanno guadagnando terreno nelle aree a forte maggioranza repubblicana di uno stato costiero.

La prossima corsa alla Camera che analizzeremo è quella del 4° distretto del Colorado, dove la repubblicana Lauren Boebert, la deputata uscente, ha il 68% di probabilità di battere Eileen Laubacher, che ha circa il 31% di possibilità di vincere.

Il motivo per cui vale la pena seguire questa corsa elettorale è che Boebert ha dovuto affrontare praticamente ogni possibile critica negativa. Il suo matrimonio è naufragato, la sua vita privata è stata messa sotto esame, è stata accusata di aver avuto rapporti sessuali con membri del suo staff e i problemi legali di suo figlio l’hanno trascinata al centro di numerose controversie. Inoltre, Boebert è strettamente legata a Trump, è fortemente osteggiata dai Democratici e il Colorado, in generale, sta virando a sinistra.

Pertanto, se Lauren Boebert riuscirà a mantenere la sua posizione nonostante tutte queste difficoltà politiche, ciò dimostrerà che i distretti a maggioranza repubblicana in Colorado restano solidi e non sono così vulnerabili come alcuni hanno ipotizzato.

L’ultima corsa alla Camera dei Rappresentanti che sto monitorando è quella del 2° distretto dell’Arizona, dove il repubblicano uscente Eli Crane ha il 71% di probabilità di vincere contro il democratico Jonathan Nez.

Il motivo per cui questa corsa elettorale mi interessa è che Eli Crane è il candidato per eccellenza dell’America First. Con “America First” non mi riferisco semplicemente a qualcuno che sostiene MAGA ed è incondizionatamente fedele al presidente. Mi riferisco a un leader che è molto più in linea con l’ala populista del partito, sullo stile di Thomas Massie, e che si attiene a queste posizioni nel modo in cui vota e si comporta.

Eli Crane potrebbe non piacere a tutti, e sono sicuro che ci siano democratici a cui non piace, ma per quanto riguarda i candidati che incarnano autenticamente il principio “America First”, rappresenta uno degli esempi più puri di un leader che non si limiti a sostenere il movimento MAGA, ma che metta “America First” al primo posto. Ovviamente, Crane rimarrà politicamente legato a Trump, e questo è più che giusto. Sarà quindi interessante vedere se questo legame lo penalizzerà in una corsa elettorale che, altrimenti, dovrebbe essere relativamente agevole per lui.

Senato degli Stati Uniti

L’ultima serie di interessanti elezioni di metà mandato riguarda il Senato degli Stati Uniti. Iniziamo dallo stato dell’Iowa, dove la repubblicana Ashley Hinson punta a mantenere il seggio per il Partito Repubblicano e, secondo Kalshi, ha attualmente il 55% di probabilità di battere il democratico Josh Turek, che ha il 45% di probabilità.

Il motivo per cui vale la pena seguire questa elezione è che il seggio al Senato è attualmente occupato dai Repubblicani. Inoltre, l’Iowa è importante per l’establishment conservatore ed è fondamentale per il Partito Repubblicano mantenere il controllo del Senato. Sono quindi curioso di vedere se i Democratici riusciranno a realizzare una vittoria a sorpresa.

La seconda corsa al Senato degli Stati Uniti di rilievo si svolge nello stato del Maine, dove la senatrice repubblicana uscente Susan Collins è in svantaggio, con solo il 43% di probabilità di vittoria, rispetto a Troy Jackson, che ha il 57% di possibilità. Questa competizione è alquanto insolita per diversi motivi. Inizialmente, l’establishment democratico aveva proposto la governatrice Janet Mills per il seggio, ma quest’ultima ha perso alle primarie contro Graham Platner, sostenuto da Bernie Sanders. Tuttavia, Platner è stato poi costretto a ritirarsi dalla corsa dopo che le accuse di molestie sessuali a suo carico (che lui nega) si sono rivelate un elemento di distrazione. Di conseguenza, a luglio è stata convocata una convention d’emergenza e l’ex presidente del Senato statale Troy Jackson è stato scelto per rappresentare i Democratici contro Collins. Nonostante il Maine sia uno degli stati più abbordabili per i Democratici per conquistare un seggio al Senato, le divisioni interne al partito rimangono forti e potrebbero costare loro la vittoria. In definitiva, Collins detiene questo seggio dal 1997 e si è sempre trovata in situazioni in cui era data per perdente, riuscendo però a prevalere. Sarà affascinante vedere come si evolverà la situazione, soprattutto alla luce di queste circostanze davvero uniche.

La terza corsa al Senato degli Stati Uniti che sto monitorando è in Michigan, dove il repubblicano Mike Rogers ha il 28% di possibilità di battere il democratico Abdul El-Sayed, che ha il 72% di possibilità. Anche questa è una situazione un po’ insolita, per ragioni in qualche modo simili a quelle del Maine.

Il contesto è il seguente: i Democratici stanno cercando di difendere il seggio del senatore Gary Peters, che si ritira. I membri dell’establishment del DNC, come Chuck Schumer e Gretchen Whitmer, avrebbero voluto che la deputata Haley Stevens occupasse il seggio, ma il democratico progressista Abdul El-Sayed, sostenuto da AOC e Sanders, ha sconfitto Stevens alle primarie nonostante avesse speso nove volte meno di lei.

El-Sayed rifiuta i grandi finanziatori e le posizioni tradizionali dei Democratici su Israele, posizioni che, secondo gli analisti, gli impedirebbero di vincere in uno stato chiave. Eppure, i sondaggi attuali suggeriscono il contrario.

Se Rogers alla fine vince, è un risultato di enorme importanza per il Partito Repubblicano. Se vince El-Sayed, rafforza l’ala progressista del Partito Democratico e dimostra che un candidato non moderato può vincere in uno stato chiave in bilico.

La prossima importante elezione per il Senato degli Stati Uniti è quella in Ohio, dove il senatore repubblicano uscente Jon Husted ha solo il 37% di possibilità di battere Sherrod Brown, a cui viene attribuito il 63%. Negli ultimi anni, l’Ohio è stato uno stato roccaforte repubblicana e difendere questo seggio è una priorità assoluta per il Partito Repubblicano. Se i Democratici riuscissero a conquistarlo, sarebbe un risultato significativo, poiché permetterebbe ai Repubblicani di ribaltare un seggio al Senato di fondamentale importanza, di cui hanno, francamente, un disperato bisogno.

Un altro seggio al Senato degli Stati Uniti che mi interessa è quello della Carolina del Sud, dove Darline Graham, sorella del defunto Lindsey Graham, ha l’87% di probabilità di battere Annie Andrews.

Il motivo per cui sono incuriosito da questa competizione elettorale è che Darline Graham non è esattamente una cima e non ha alcuna esperienza politica o di altro tipo da cui trarre ispirazione. In sostanza, le è stata offerta questa opportunità perché suo fratello ha ricoperto la carica fino alla sua morte.

Se Darline Graham dovesse vincere agevolmente, si solleverebbe la questione se chiunque possa candidarsi a una carica pubblica in Carolina del Sud con la sola sigla “R” davanti al proprio nome e vincere. Sono quindi curioso di vedere se gli elettori della Carolina del Sud siano davvero così distaccati dai singoli candidati e se si preoccupino più del partito che della persona.

L’ultima corsa al Senato, e l’ultima in assoluto che prenderemo in esame, è l’importantissima sfida per il Senato degli Stati Uniti in Texas, dove l’attuale procuratore generale del Texas, Ken Paxton, ha solo il 37% di possibilità di battere il democratico trentasettenne James Talarico.

Paxton, un fervente sostenitore di Trump, ha sfidato alle primarie il senatore repubblicano in carica John Cornyn, vincendo. Eppure, nonostante Trump abbia vinto in Texas con 14 punti di vantaggio e appoggi fortemente Paxton, Talarico si trova in testa nei sondaggi.

Se Talarico dovesse vincere, diventerebbe il primo senatore democratico del Texas dal 1988. Sarebbe anche un clamoroso fallimento politico per il Partito Repubblicano del Texas e una grave battuta d’arresto per le sue possibilità di mantenere il controllo del Senato.

Conclusione

Come accennato all’inizio di questo articolo, le elezioni di metà mandato statunitensi, pur essendo importanti, non cambieranno radicalmente gli Stati Uniti in modo significativo. Nonostante l’ondata di teatrini politici suggerisca il contrario, la dura realtà è che, a prescindere da chi vinca, il governo è controllato da un unico partito. Questo controllo è stato mantenuto a lungo e ci sono pochi motivi per credere che la situazione cambierà in futuro.

Detto questo, le 15 elezioni analizzate sopra, che si tratti di quelle per la Camera, il Senato o la carica di governatore, offrono una prospettiva pragmatica per osservare e valutare come il panorama politico interno del Paese si stia evolvendo o, al contrario, rimanga invariato.

In definitiva, i risultati finali delle elezioni di metà mandato contano meno se considerati unicamente in termini di quale partito manterrà il controllo. Se, tuttavia, si valutano le competizioni evidenziate in questo articolo attraverso i vari fattori che abbiamo discusso, i risultati possono fornire una visione molto più ampia della situazione politica americana rispetto al semplice sapere quale partito controlla la Camera o il Senato, o chi occupa la carica di governatore di un determinato Stato. Ed è per questo che queste 15 elezioni costituiscono la mia “Lista di osservazione ” .

Come sempre, vi ringrazio per il vostro continuo supporto e per la vostra fedeltà come lettori.

Sinceramente,

Jon Kurpis


Informazioni su quote e spread di Kalshi

Le quote sopra riportate sono state rilevate da Kalshi il 6 ottobre 2026. È importante notare che su Kalshi e altri mercati di pronostici, le quote per determinate corse possono talvolta superare il 100%, a causa dello spread bid-ask. Bisogna ricordare che Kalshi visualizza i prezzi di mercato, non le probabilità normalizzate matematicamente, e di conseguenza possono verificarsi piccole incongruenze quando un mercato è poco liquido o i prezzi non sono calcolati in modo efficiente.

Detto questo, il vantaggio di confrontare le probabilità di Kalshi con i sondaggi tradizionali è evidente.

Kalshi misura quanto le persone sono disposte a rischiare i propri soldi, mentre i sondaggi tradizionali si basano su ciò che le persone dichiarano di voler fare. Poiché le persone prendono le decisioni che riguardano il proprio denaro molto più seriamente delle promesse fatte ai sondaggisti su chi sosterranno, i mercati di previsione offrono una forma di analisi diversa rispetto alla metodologia tradizionale dei sondaggi, i cui risultati si sono rivelati altamente inaccurati in numerose occasioni nell’ultimo decennio.


DISCLAIMER:

Questo articolo è pubblicato esclusivamente a titolo personale e riflette unicamente le mie opinioni e analisi individuali. Nulla di quanto contenuto nel presente documento deve essere interpretato come una dichiarazione ufficiale, una comunicazione o una posizione politica associata al mio ruolo di funzionario eletto, a qualsiasi comune, autorità governativa, partito politico o istituzione pubblica affiliata.


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Riserva di carica, recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Lorenzo Castellani, Riserva di carica, Liberilibri, 2026, pp. 246, € 18,00.

Dato che la Storia s’incaponisce a non finire, l’ordine post-Yalta e post-1989 a organizzare il pianeta, i quattro Cavalieri dell’Apocalisse a ritirarsi in pensione, tornano all’attenzione anche gli strumenti con i quali il potere politico aveva governato e assicurato l’esistenza delle comunità umane: per prima la ragion di Stato. Lorenzo Castellani che ha già pubblicato dal 2020 saggi originali sulle istituzioni e sul potere contemporaneo, in questo continua nell’analisi. Affermando che l’ordine post-comunista rivela ormai la propria fragilità. Non solo perché crisi e guerre sono sotto gli occhi di tutti: ma ancor prima a livello culturale. E ne ha fatto le spese la ragion di Stato, che è poi la risorsa in mano al potere per superare le emergenze, quella che (almeno) – nelle categorie su cui si è sviluppato il pensiero politico e giuridico, da Machiavelli in poi, è la risorsa decisiva.

Castellani sostiene che in ogni ordinamento politico c’è una “riserva di carica” ovvero una  forza che ha la stessa funzione che hanno le riserve nella strategia: entrano in campo quindi la prima linea non riesce a fronteggiare la situazione creatasi. Se M. Hauriou paragonava l’istituzione statale a un esercito in  marcia (agmen), la ragion di Stato ha la stessa funzione di superare le situazioni di crisi. La sua necessità per un ordinamento è già sostenuta da Machiavelli nei Discorsi (riguardo la dittatura romana); ma se si immagina, invece, che le crisi non si possono verificare, la ragion di Stato è altrettanto inutile degli eserciti (e non solo).

Dato che crisi, conflitti, inimicizie non mancano, a dispetto di chi crede (o fa credere) che esiste la formula magica in possesso dei Dulcamara buonisti per eliminarli. Il pensiero sulla ragion di Stato è coevo alla nascita dello Stato moderno . Scrive Castellani «la grammatica profonda con cui gli Stati reagiscono non è poi così lontana da quella che animava i dibattiti sulla ragion di Stato tra Cinquecento e Seicento. Cambiano gli attori, mutano le ideologie, si trasforma il lessico, evolve il contesto tecnologico; ma resta inscalfibile la struttura del problema: quando l’ordine politico appare minacciato, chi decide cosa è necessario?» e prosegue «La vecchia tensione tra forza e diritto non scompare; viene riscritta come tensione tra società e comunità, tra esigenze di libertà e pretese di protezione, tra regole condivise e decisioni imperative, tra ricerca di ordine razionale e volontà di potenza” per cui “ricostruire lo sviluppo della ragione di Stato significa comprendere come, fin dall’inizio, la politica moderna si sia pensata come attività distinta dal diritto e dalla morale, rivendicando per sé una razionalità specifica». Che è poi essenzialmente connotata dall’essere razionale rispetto allo scopo e d’essere un’etica delle responsabilità.

Nel XX secolo è avvenuta una trasformazione «con il consolidarsi dello Stato costituzionale. E’ in questa fase che la vecchia dottrina, concepita come riserva extra-giuridica del potere, viene dapprima contestata, poi reinterpretata, infine riassorbita in una dimensione nuova: quella che possiamo chiamare “ragion di Stato costituzionale”» e «Quando i diritti diventano parametro giurisdizionale e le corti costituzionali assumono un ruolo centrale, la questione non è più se il potere politico possa violare la legge in nome della sopravvivenza dello Stato, ma se e come possa piegare, sospendere, reinterpretare la legge attraverso la legge».

Ma sostiene Castellani «L’operazione che queste pagine tentano è diversa: seguire passo passo la trasformazione di una dottrina dell’eccezione in una ragione strutturale dello Stato costituzionale, mostrando come la funzione originaria della ragion di Stato… sia stata progressivamente incorporata nelle procedure, nei testi e nelle prassi di governi che si definiscono, e spesso sono, democratici». Per cui la “riserva di potere” esiste sempre. Scrive Castellani «Il percorso seguito ha mostrato come tale riserva di carica attraversi l’intera modernità: dalla prima dottrina della ragion di Stato del XVI secolo allo Stato costituzionale contemporaneo. Non è la storia di un superamento, ma di una metamorfosi. Ciò che nasce come arte della sopravvivenza del sovrano diventa principio di elasticità dell’ordine, tecnica di continuità sotto la superficie delle norme». Essa s’inserisce nel “diritto politico”, cioè «l’insieme dei principi e delle leggi fondamentali che danno forma e legittimità al dominio politico, esprimendo il nesso strutturale tra giuridico e politico». Con buona pace dei costruttori d’illusioni.

Teodoro Klitsche de la Grange

Diventare il nemico (Becoming the Enemy), di Gordon M. Hahn

Diventare il nemico (Becoming the Enemy)

Gordon M. HahnOct 11
 
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Translated into Italian at https://italiaeilmondo.com/2026/03/12/pazzo-per-il-nazionalismo-religioso-messianico_di-gordon-hahn/

diGordonhahn6 agosto 2024

4 commenti su “Diventare il nemico”

Il genere umano possiede una peculiare capacità di trasformare i propri ideali più elevati in qualcosa di molto simile ai loro opposti. Le varie tradizioni religiose del mondo hanno trasformato le loro credenze tipicamente messianiche e universalistiche in ambizioni particolaristiche e grandiosi, in contrapposizione al messaggio di amore universale che quelle religioni originariamente professavano e poi cercavano di diffondere. Il cristianesimo si è fuso con l’imperialismo, l’espansionismo e il colonialismo romani, e così il Vaticano ha sviluppato un vero e proprio apparato statale, una politica estera e obiettivi espansionistici. L’imperialismo islamico ha imitato la missione globale del cristianesimo e i suoi metodi militarizzati. La Chiesa cattolica ha perseguito crociate revansciste non solo per recuperare le terre cristiane dai musulmani, ma anche per espandere il cattolicesimo contro la Chiesa orientale separatista e i suoi successori ortodossi nell’Europa orientale, in particolare la Chiesa ortodossa russa. Questo perché i principi ammirevoli di queste fedi, nelle mani imperfette dell’umanità, si sono evoluti nel tempo in idee assolutistiche che non ammettevano alternative, le quali venivano considerate come il male supremo che doveva essere eliminato dall’esistenza umana affinché la promessa della religione X potesse essere mantenuta, come sosteneva il suo dio. L’assolutismo divenne il segno distintivo della fede stessa, non ammettendo alcuna variazione, deviazione o pluralità al suo interno. Inoltre, le variazioni, le deviazioni e la pluralità al di fuori della religione X vennero considerate una minaccia alla stessa e dovevano essere eliminate per salvare il piano, il messaggio e il compimento di Dio sulla Terra. La presenza dell’assolutismo doveva essere assoluta, onnipresente.

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Questa degenerazione del pensiero virtuoso in un’assolutistica presunzione e in un antagonismo verso opinioni alternative è purtroppo fin troppo umana ed è il risultato del potere della tentazione assolutistica nell’arroganza e nella presunzione dell’umanità. Molti grandi pensatori hanno messo in guardia dai pericoli dell’assolutismo, dell’ideologia, del fanatismo ideologico e simili. Isaiah Berlin ha avvertito: “Trovare un modello unitario in cui l’intera esperienza, passata, presente e futura, reale, possibile e non realizzata, sia ordinata simmetricamente”, secondo Berlin, “è uno dei desideri più profondi dell’uomo”. [Isaiah Berlin, “Historical Inevitability”, in Isaiah Berlin, The Proper Study of Mankind: An Anthology of Essays (Londra: Vintage Books, 2013), p. 180]. Questa passione per le spiegazioni monistiche, un “tutto trascendente”, è in parte guidata dal desiderio di liberarsi dal peso della responsabilità individuale in un mondo incomprensibile e caotico (Berlin, “Historical Inevitability”, p. 154). Questa fuga dalla responsabilità, anzi dalla libertà, si realizza, secondo Berlin, affidandola a un “vasto insieme amorale, impersonale, monolitico – la natura, o la storia, o la classe, o la razza, o le ‘dure realtà del nostro tempo’, o l’irresistibile evoluzione della struttura sociale – che ci assorbe e ci integra nella sua illimitata, indifferente, neutrale, che è insensato valutare o criticare, e contro cui lottiamo verso il nostro destino certo» (Berlin, «Historical Inevitability», p. 189, vedi anche pp. 152-4). Berlin elencava occasionalmente i tipi di cause supreme attorno alle quali erano stati costruiti vari miti monisti e che, secondo lui, dovevano essere evitati. Tipico è il seguente elenco di “concetti” che avevano “svolto il loro ruolo nei sistemi teleologico-storici come protagonisti sul palcoscenico della storia”: “Razza, colore, Chiesa, nazione, classe, clima; irrigazione, tecnologia, situazione geopolitica; civiltà, struttura sociale, lo Spirito Umano, l’Inconscio Collettivo” (Berlin, “Historical Inevitability”, p. 139). Stranamente, il sistema politico, il tipo di regime, la democrazia, il repubblicanesimo e simili sono costantemente assenti dagli elenchi di Berlin delle malattie assolutistiche (Berlin, “Historical Inevitability”, pp. 139 e 151-2).

Nella sua raffinata e stimolante recensione del libro di Gary Saul Morson Wonder Confronts Certainty: Russian Writers on the Timeless Questions and Why Their Answers Matter, Vladimir Goldstein scrive: «La certezza assume tuttavia forme diverse. Morson fornisce un esempio eloquente tratto da Anton Čechov, il cui racconto breve “Gooseberries” ha per protagonisti due fratelli. Uno di loro, Nikolai, trova la felicità nell’uva spina che coltiva nel proprio appezzamento di terra. L’altro fratello, Ivan, è disgustato dal felice Nikolai che mangia l’uva spina. Ivan inveisce contro le persone “felici”, egoiste nella loro gioia, che non mostrano alcuna empatia per il resto dell’umanità. Ma questa rabbiosa presunzione diventa a sua volta intollerabile. Morson scrive: “Ivan… è diventato ossessionato e ristretto quanto Nikolai, anche se in direzione opposta”. Un attacco frontale alla posizione di un’altra persona apre le porte a una visione del mondo monologica, piuttosto che dialogica. Il senso di meraviglia viene sostituito dalla certezza”. “Anche gli sforzi per smascherare bugie, esagerazioni o ipocrisia possono cadere vittime degli stessi difetti”. (https://claremontreviewofbooks.com/a-happy-guest-in-russias-pages/?fbclid=IwAR2pAeffiYWjtbMAa3z0OD9JpdbHReEoHQv8-JVgYkpuIRN2nkBxy5KShTU).

La tendenza all’assolutismo sulle ali della certezza è una seduzione alla quale spesso cedono Stati, nazioni, popoli, culture e individui. Questo tipo di cedimento è oggi dilagante, dalla politica interna americana agli affari internazionali. Nel nostro XXI secolo si registra un modello inquietante in cui vari attori chiave, soprattutto in politica, sono “ossessionati e ristretti” nella direzione opposta a quella in cui avevano inizialmente iniziato a immaginare e realizzare se stessi e ad agire. Di conseguenza, stanno replicando proprio quel male che un tempo si erano impegnati a combattere e, in alcuni casi, attraverso e contro il quale erano nati. Tornando a Berlino, egli osservò: “Nessun ambiente, gruppo o stile di vita è necessariamente superiore a un altro; ma è quello che è, e l’assimilazione a un unico modello universale, di leggi, lingua o struttura sociale, come sostenuto dai lumie`res francesi, distruggerebbe ciò che è più vivo e prezioso nella vita e nell’arte. … Ogni gruppo ha il diritto di essere felice a modo suo. È terribile arroganza affermare che, per essere felici, tutti dovrebbero diventare europei» (Isaiah Berlin, «Herder and the Enlightenment», in Berlin, The Proper Study of Mankind: An Anthology of Essays, pp. 359-435, a p. 415). Da arroganza ad assolutismo il passo è breve. L’arroganza è un precursore o un sintomo della convinzione della propria superiorità, un breve percorso che porta alla convinzione che l’umanità debba adottare le proprie opinioni per il proprio bene e che noi, i superiori, mostreremo, guideremo e alla fine costringeremo gli altri, inferiori, a seguire la retta via.

La caduta della repubblica americana nell’egemonia globale e nell’autoritarismo soft è piena di ironia, di ipocrisia e di un senso di eccezionalità che porta al degrado dell’identità americana e dei valori pluralistici che hanno definito l’idea americana, nonché a una forma meschina di autoritarismo soft, il tutto radicato nell’idea assolutista della superiorità democratica dell’America. Dopo aver sconfitto il totalitarismo fallimentare dell’Unione Sovietica e aver continuato a posizionarsi come la “nazione indispensabile” della democrazia, anzi del mondo, in una ricerca eterna per costruire un ordine democratico mondiale, l’America è arrivata a considerarsi in una nuova lotta crepuscolare contro l’autoritarismo della Cina e della Russia. In realtà, è impantanata in conflitti evitabili di sua creazione e sta scivolando verso l’autoritarismo. L’America, “la terra dei liberi e la patria dei coraggiosi”, è stata concepita in opposizione al colonialismo britannico. Gli americani hanno combattuto una guerra rivoluzionaria per liberarsi dal dominio autoritario britannico proveniente dall’altra parte dell’oceano. In seguito, l’America ha persino sostenuto occasionalmente le aspirazioni di indipendenza dei possedimenti coloniali europei. Tuttavia, la visione messianica dell’America della propria rivoluzione repubblicana ha generato un rivoluzionarismo americano messianico con pretese globali. La trappola dell’imperialismo e dell’assolutismo era pronta. La trappola si chiuse dopo la seconda guerra mondiale, quando gli Stati Uniti furono coinvolti profondamente nei giochi geopolitici europei e in una contesa globale per l’egemonia tra il proprio modello capitalista e il modello socialista della nuova potenza sulla scena mondiale: l’Unione Sovietica, fortemente internazionalista. Le ambizioni dell’URSS di una rivoluzione comunista globale richiedevano una risposta capitalista globale, e quando l’URSS rivolse il suo sguardo rivoluzionario al Terzo Mondo, l’America fu coinvolta in una competizione globale per l’egemonia. Con il crollo del comunismo e dell’Unione Sovietica, l’America trasformò la sua difesa globale contro l’espansionismo comunista in un’offensiva repubblicana globale per massimizzare il potere degli Stati Uniti su amici, nemici e tutti gli altri. La sua visione di una politica e di un’economia corrette, per quanto contestata e transitoria fosse in patria, doveva essere estesa a livello internazionale per stabilire la “pace democratica”. Ciò aveva inquietanti echi dell’ideologia comunista dei sovietici, secondo la quale la guerra, come ogni male umano, era un prodotto del capitalismo. La vittoria della rivoluzione socialista mondiale avrebbe portato a un’utopia sociale e internazionale: la pace proletaria.

In modo simile a quanto accaduto in Unione Sovietica, la ricerca dell’egemonia repubblicana da parte degli Stati Uniti ha portato alla guerra, alla creazione di una macchina bellica militare-industriale-congressuale e a un autoritarismo strisciante nel sistema politico statunitense. L’America aveva chiuso il cerchio, replicando sotto nuove vesti il colonialismo, l’imperialismo e l’assolutismo contro cui era stata fondata. La ciliegina sulla torta marcia è che gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, dopo aver sconfitto il totalitarismo sotto forma di fascismo tedesco nella seconda guerra mondiale e comunismo sovietico nella guerra fredda, stanno ora abbracciando un regime Maidan a Kiev che onora gli alleati fascisti ucraini dei nazisti tedeschi e talvolta lo stesso fascismo tedesco.

La trasformazione degli Stati Uniti riprende in qualche modo quella simile che il suo avversario comunista ha subito nel corso della sua storia, partendo da un movimento “democratico” e antimperialista. Molti dimenticano che, nonostante il suo assolutismo utopistico, il comunismo russo era concepito dai suoi adepti come un esercizio democratico dedicato alla distruzione dell’oppressione capitalista e delle quasi-repubbliche e autocrazie che si nascondevano dietro di essa. Le gerarchie dovevano essere distrutte a favore di un’uguaglianza universale (anzi uniforme), in cui i proletari avrebbero condiviso il potere e tutto il mondo sarebbe stato proletariato. La necessità di eliminare le classi, le nazioni e le loro culture per costruire questo “nuovo uomo sovietico” sulla via del raggiungimento di questo obiettivo in una nazione ha vanificato l’elemento democratico di questa idea mal concepita. Allo stesso tempo, l’elemento messianico di una “rivoluzione mondiale” da parte del “proletariato internazionale” conteneva il seme dell’imperialismo, proprio come i sogni di un mondo repubblicano e di una pace democratica contenevano il seme del messianismo americano, dell’universalismo e, in ultima analisi, dell’egemonia. Come tutte le iniziative messianiche egemoniche di questo tipo, sia la variante sovietica che quella americana hanno fallito.

La conseguenza interna di questa svolta verso l’imperialismo è una svolta verso l’autoritarismo politico e l’assolutismo ideologico. L’autoritario Patriot Act ha accelerato un modello di espansione della centralizzazione e di sviluppo in stile stato di polizia dopo la seconda guerra mondiale. L’amministrazione Obama ha raddoppiato la sorveglianza del pubblico, ha assassinato cittadini americani all’estero senza un processo e ha fatto affidamento su ordini esecutivi per aggirare il Congresso. Ha spiato la giornalista Sharyl Atkisson, intercettando i suoi dispositivi, hackerando i suoi computer e ricattandola mentre cercava di riottenere i suoi file. I giornalisti dell’AP sono stati citati in giudizio e il giornalista Barry Rosen è stato arrestato con accuse inventate. Trump ha fatto ben poco per impedire alla burocrazia professionale dominata dal Partito Democratico e ai governi locali di reprimere i cittadini statunitensi durante il COVID. Sotto l’amministrazione corrotta e cinica di Biden, il partito democratico ha intensificato massicciamente l’uso delle forze dell’ordine e dei servizi segreti come arma da parte di Obama, con la bufala dell’hacking russo alle elezioni e il complotto sotto falsa bandiera del 6 gennaio attribuito a Trump, ai repubblicani e in effetti a tutti i conservatori. Douglass Mackey è stato mandato in una prigione federale per aver pubblicato un meme anti-Hillary. I manifestanti del 6 gennaio sono stati demonizzati come terroristi interni e, per infrazioni minori, molti sono diventati prigionieri politici. Più recentemente, una nonna di settantadue anni, Rebecca Lavrenz, è stata condannata a un anno di prigione e a una multa di circa 250.000 dollari per essersi introdotta nel Campidoglio e aver parlato cordialmente con un agente di polizia per dieci minuti prima di andarsene. Ora il partito-Stato democratico ha architettato accuse falsificate contro il presidente Trump per impedirgli di candidarsi o almeno di vincere le elezioni presidenziali del 2024. Tutto questo non è che la punta dell’iceberg in termini di repressione delle libertà costituzionalmente garantite agli americani nel nuovo ordine “non repubblicano” degli Stati Uniti, un ordine che rischia di diventare uno Stato dominato da un unico partito, un regime non repubblicano e autoritario, se il Partito Democratico riuscirà a ottenere ciò che vuole.

Anche gli alleati degli Stati Uniti sono fortemente affascinati dalle idee assolutistiche, sebbene, come nel caso degli Stati Uniti, talvolta dietro l’adesione zelante a tali idee si nasconda un motivo strumentale. Gli alleati occidentali dell’America, in particolare, sono eccessivamente legati alla nuova dottrina neoliberista che impone particolari punti di vista e politiche sia sulle questioni interne che internazionali. La nuova religione laica impone ai popoli degli Stati occidentali punti di vista corretti su questioni che vanno dalla sessualità alla religione, dalla medicina alla politica e all’economia. Forse è nei suoi coinvolgimenti esteri che possiamo vedere meglio la strumentalizzazione dell’assolutismo americano.

L’Ucraina è uno strano mix di professioni strumentalizzate di “democrazia” e contro-assolutismo nazionalista sotto forma di ultranazionalismo e neofascismo. L’Ucraina, dopo aver apparentemente rifiutato il comunismo sovietico e l’autoritarismo russo, è caduta nelle grinfie del nazionalismo assolutista, dell’ultranazionalismo e del neofascismo, abbracciando l’autoritarismo e il neoimperialismo occidentale. Ciò è stato fatto per salvarsi dalla Russia, ritenuta molto più autoritaria, con la quale l’Occidente ha spinto Kiev alla guerra per continuare l’espansione della NATO e dell’UE in tutta l’Eurasia. Non è una coincidenza che, con il declino del repubblicanesimo statunitense, il neoimperialismo occidentale abbia alimentato l’ultranazionalismo e l’autoritarismo ucraini in nome della “democrazia”. La guerra tra la NATO e la Russia in Ucraina sta rafforzando ulteriormente l’ultranazionalismo e l’autoritarismo ucraini. È risaputo, anche se oggi se ne parla meno, che il regime di Maidan è infestato da ultranazionalisti e neofascisti provenienti dall’esercito, dalla sicurezza dello Stato, dai servizi segreti e dalla polizia (https://gordonhahn.com/2016/03/09/ the-real-snipers-massacre-ukraine-february-2014-updatedrevised-working-paper/; https://gordonhahn.com/2022/05/18/the-influence-of-neofascist-and-other-nationalist-groups-in-maidan-ukraine/; https://gordonhahn.com/2020/04/07/report-the-new-terrorist-threat-ukrainian-ultra-nationalist-and-neo-fascist-terrorism-at-home-and-abroad/; e https://gordonhahn.com/2015/07/13/saving-maidan-ukraine-from-itself-mukachevos-implications/). Non sono solo i russi etnici, i russofoni e gli ebrei a subire discriminazioni e violenze impunite sotto il regime di Maidan. Gli ungheresi e i rumeni sono repressi nelle loro lingue e culture, nonostante le proteste delle democrazie occidentali, dell’Ungheria e della Romania. (Nel frattempo, la prima chiede la pace con la Russia, la seconda sostiene gli sforzi bellici della NATO in Ucraina). Il nazionalismo ucraino sta addirittura prendendo spunto dal suo nemico comunista, attaccando la religione – o almeno una particolare organizzazione religiosa, la Chiesa ortodossa ucraina affiliata al Patriarcato di Mosca – e sottoponendo i suoi adepti a torture e prigionia. La repressione include: la confisca dei beni della Chiesa e l’arresto e il pestaggio del clero. Tra questi ultimi vi è il pestaggio del metropolita Longin del monastero della Santa Ascensione di Banchensky, nell’Ucraina occidentale

(https://tass.com/society/1621353 e

Nina Byzantina@NinaByzantinaThe social media of the Holy Ascension Monastery Banchensky in western Ukraine published this shocking photo of Metropolitan Longin who belongs to the canonical Orthodox Church in Ukraine. Without specifying the details, the caption refers to paying the price for preserving12:26 AM · Feb 6, 2024 · 122K Views64 Replies · 554 Reposts · 1.29K Likes

s=51&t=n5DkcqsvQXNd3DfCRCwexQ).

Il modello di repressione degli ultranazionalisti e dei neofascisti interni si è trasformato dall’inizio della guerra civile nel Donbass, iniziata nell’aprile 2014, in terrorismo internazionale, sostenuto dalla “comunità delle democrazie” attraverso i suoi servizi di intelligence e la sua ala militare: NATO (https://gordonhahn.com/2024/03/10/update-to-did-the-west-intentionally-incite-putin-to-war/). Così, come l’America, nata dalla culla del crollo del totalitarismo sovietico e dall’avvento del repubblicanesimo di mercato nell’ex Unione Sovietica, l’Ucraina è precipitata in qualcosa di più simile agli opposti del repubblicanesimo: autoritarismo, neofascismo crescente, guerra e terrore. L’Occidente e i suoi alleati ucraini e altri combattono un terrorismo russo piuttosto contenuto, che essi stessi hanno provocato, con un terrorismo non proprio repubblicano ma molto imperialista, il tutto in nome della “democrazia” e dei diritti umani. A differenza del caso dell’Ucraina, la religione non è sempre la vittima; a volte è la responsabile dell’autoritarismo, della violenza e del terrore.

Oggi assistiamo a una rinascita del colonialismo religioso, nazionalista, se non ultranazionalista, in Israele. Ciò ha portato all’uso di metodologie neofasciste di guerra e terrorismo di Stato, culminate finora in un genocidio razzista di stampo fascista in un Paese creato in risposta a tale anomalia. Nato nella violenza e nel brutale massacro e allontanamento dei palestinesi dalla terra in cui risiedevano, lo Stato di Israele era stato presto seminato con i semi per replicare qualcosa dell’orrore che gli ebrei europei erano riusciti a malapena a sopravvivere nell’Olocausto nazista; tutto generato da una passione per l’autodifesa riflessa nell’impegno: “Mai più”. Decenni di invasioni arabe, la crescente minaccia dell’assolutismo islamista e il terrorismo jihadista si sono combinati con il repubblicanesimo interno con effetti negativi: un indurimento del cuore israeliano nella ricerca della massima sicurezza. Ora, nel giro di pochi mesi, l’IDF ha massacrato più di 40.000 civili e ferito molti altri in un’azione di autodifesa autoproclamata. Sono stati documentati decine, se non centinaia, di crimini di guerra commessi dall’IDF. Ciò è stato fatto in risposta a un attacco orribile, anche se perpetrato da Hamas, che ha causato poco più di mille vittime, ma che Gerusalemme ha alimentato con le sue crudeli politiche coloniali nella Striscia di Gaza.

Anziché cercare di promuovere lo sviluppo di una società civile tra i palestinesi, gli israeliani hanno rafforzato i confini etnici e religiosi tra israeliani e palestinesi attraverso un sistema simile all’apartheid. Allo stesso tempo, lo Stato israeliano è stato sempre più infiltrato dall’ideologia sionista radicale, che ha diffuso l’idea di una Grande Israele voluta da Dio e atteggiamenti razzisti nei confronti dei palestinesi come nuovi untermenschen che, secondo alcuni leader israeliani, devono essere eliminati dall’organismo israeliano con quasi tutti i mezzi necessari. Questo orientamento ideologico è ora probabilmente quello dominante in Israele. Quando è stato messo in pratica a partire da ottobre, sembrava stranamente simile alla violenza nazista che attuava l’idea della Germania come razza superiore, il cui sangue doveva essere protetto e purificato da corpi stranieri contaminanti con ogni mezzo. Tutto questo è cementato da un’escatologia apocalittica che designa il popolo ebraico e lo Stato israeliano come strumenti messianici prescelti. Questi elementi israeliani assomigliano al fanatismo religioso che si può trovare tra i nemici di Israele – Hamas, per non parlare di Hezbollah, vari gruppi jihadisti sunniti, gli sciiti duodecimani iraniani e altre correnti sciite dell’islamismo radicale – contro cui lo Stato ebraico si oppone in un’altra lotta crepuscolare. Il crescente radicalismo israeliano è evidenziato dalla richiesta di alti funzionari di eliminare il popolo palestinese e dalla politica, strategia e tattica militare di Israele nella guerra di Gaza, che sembrano progettate per ottenere il genocidio e la nascita della Grande Israele. Gli ebrei israeliani, molti dei quali sono sconvolti da questa svolta estremista, sono fuggiti dall’Europa verso la loro patria ancestrale per sfuggire alla minaccia nazista, solo per scoprire che la loro terra promessa abbraccia una forma diluita e religiosa di neonazismo. Come in Ucraina, è improbabile che la guerra in Israele generi moderazione, ma piuttosto un ulteriore radicalismo dell’assolutismo sionista.

Tornando agli Stati Uniti, quando il primo presidente americano George Washington mise in guardia dai “coinvolgimenti stranieri” e il presidente Dwight Eisenhower mise in guardia dal complesso militare-industriale-congressuale, non avrebbero mai potuto immaginare che i leader della loro patria avrebbero salutato l’uccisione dei russi, per di più “a basso costo”, presumibilmente sacrificando vite umane “fino all’ultimo ucraino” per raggiungere questo obiettivo e citando i benefici dei profitti e la creazione di “buoni posti di lavoro” per gli americani. Né avrebbero potuto immaginare che la loro nazione avrebbe fornito armi per un quasi genocidio, mentre i suoi leader vantavano i loro sforzi per fornire assistenza medica alle decine di migliaia di vittime sopravvissute. Insieme avrebbero ragionato che i temuti “coinvolgimenti stranieri” del primo avevano portato direttamente al complesso militare-industriale-congressuale del secondo. Questi, avrebbero detto, non possono essere i frutti del vero repubblicanesimo.

Il degrado che porta ad agire come il proprio nemico non può essere compreso meglio che osservando i metodi terroristici utilizzati dai servizi segreti delle potenze occidentali in Medio Oriente e in Ucraina. Ad esempio, le armi, l’addestramento e l’intelligence della NATO sostengono i bombardamenti ucraini che prendono regolarmente di mira i civili, nonché gli omicidi nel Donbas (dal 2014) e nella Russia propriamente detta. Un po’ meno maligno è l’attacco frontale alla libertà di parola e di stampa condotto congiuntamente da occidentali e ucraini nell’Occidente stesso. Così, il sito web britannico MI-6 e quello ucraino SBU-affiliato “Molfar” cooperano per mettere a rischio di assassinio o altri crimini vari giornalisti e personaggi pubblici occidentali anti-NATO, tra cui l’ex giornalista della FOX Tucker Carlson, Simon Shuster della rivista Time, il professore della Columbia University Jeffrey Sacks, il membro del Congresso Thomas Massie, il presidente ungherese Victor Orban, il parlamentare britannico George Galloway ed Elon Musk (https://www.theinteldrop.org/2024/01/28/ license-to-kill-britains-mi-6-and-ukrainian-website-molfar-join-to-liquidate-critical-western-journalists-politicos-celebs/ e https://molfar.com/en/foreign-propagandists). Un altro esempio è la tendenza in paesi come Polonia, Ungheria e Romania a ripetere il presunto irredentismo del loro nemico russo. Pertanto, i partiti di destra di questi paesi chiedono la restituzione dei territori persi a favore dell’Ucraina sovietica alla fine della seconda guerra mondiale (vedi, ad esempio, https://t.me/stranaua/141492). In questi e altri modi, la guerra in Ucraina che ha fatto seguito allo scandalo COVID e l’ascesa delle tendenze autoritarie globaliste in tutto l’Occidente hanno gettato i semi per una possibile svolta verso proprio quel fascismo e quell’autoritarismo che affermiamo di combattere nella nostra civiltà.

Gli Stati, i popoli e le culture non occidentali non sono meno vulnerabili a questa svolta verso i metodi e i valori dei loro antipodi e nemici. La Russia deve essere particolarmente vigile per non cadere nella stessa trappola. È improbabile che la Russia adotti presto il repubblicanesimo del suo storico Altro, ma sembra vulnerabile all’adozione del suo antipodo dell’era comunista. La dinamica inversa di diventare la negazione di sé stessi descritta sopra suggerisce che la Russia post-comunista sarà essa stessa tentata dal peccato dell’assolutismo ultranazionalista e/o di derivazione religiosa. L’internazionalismo comunista rifiutava gli Stati, le nazioni, le culture nazionali e la religione come epifenomeni negativi ma temporanei della fase capitalista dello sviluppo umano. Con l’avvento del comunismo, tutti questi elementi sarebbero scomparsi. Nell’era post-sovietica, la Russia ha riabbracciato lo Stato, la nazione, la sua cultura e la religione. La guerra, sia nell’atto che nella reazione alle sue conseguenze (ad esempio, la Germania di Weimar), può essere un potente incubatore di militarismo, nazionalismo, revanscismo e assolutismo. Le continue guerre dell’America durante la Guerra Fredda e le sue conseguenze hanno dato vita a un nazionalismo americano, in particolare tra le sue élite. Nel denunciare l’ipocrisia dell’Occidente odierno, la sua ideologia e la sua cultura in decadenza, la Russia potrebbe coltivare al suo interno una pericolosa presunzione, rendendosi così suscettibile a un nuovo assolutismo.

Il sistema politico dello Stato russo, già autoritario seppur moderato, potrebbe diventare più severo, orientandosi verso un’ideologia di Stato e rafforzando la propensione verso un nuovo messianismo politico russo che sostituisca il ruolo messianico del proletariato internazionale svolto dal suo predecessore sovietico. Il modello di universalismo nella cultura, nel pensiero e nella storia politica russa porta con sé il seme dell’imperialismo, di cui la Russia è spesso accusata, ma che è riuscita a contenere dalla fine della Guerra Fredda, nonostante tutte le provocazioni occidentali dalla Serbia alla Georgia all’Ucraina.

Per ora il presidente russo Vladimir Putin ha avuto cura di separare nazionalismo ed etnicità. Il nazionalismo russo odierno è un nazionalismo statale che teoricamente abbraccia tutte le nazionalità del Paese. Il presidente russo è stato estremamente scrupoloso nel sottolineare il carattere multinazionale e multiculturale della Russia come microcosmo della più ampia idea di civiltà russa/eurasiatica, oggi popolare nella cultura politica e strategica russa. Tuttavia, sotto la pressione della guerra, degli sforzi occidentali per “decolonizzare la Russia” incoraggiando il separatismo e della rinascita religiosa ortodossa, potrebbe emergere una strisciante etnicizzazione del nazionalismo statale russo.

Inoltre, in risposta al materialismo, al secolarismo, al transgenderismo e ad altri fenomeni sempre più antagonistici dell’Occidente, si assiste a una rischiosa politicizzazione dell’ortodossia russa, che comprende una commistione tra sentimenti militari-patriottici e ortodossia. I simboli militari e quelli religiosi vengono mescolati. La nuova Cattedrale principale delle Forze Armate russe ne è l’esempio più lampante. Essa comprende icone raffiguranti personaggi religiosi, militari e politici della storia russa e sovietica. Le unità militari russe in Ucraina spesso presentano simboli ortodossi. La guerra di Kiev contro il ramo ucraino della Chiesa ortodossa russa può intensificare la commistione tra nazionalismo, ortodossia e patriottismo militare nella cultura politica e strategica russa. Questa commistione potrebbe produrre un nuovo assolutismo basato sulla religione, nato dalle ceneri del totalitarismo comunista. Il senso di “ferita” tra i russi derivante dal XX secolo ricorda quello degli ebrei e di Israele e non è ancora stato pienamente compreso. Un altro parallelismo tra russi ed ebrei è l’esperienza delle loro antiche storie e culture con le credenze messianiche. Queste ultime guidano già gran parte della politica israeliana e potrebbero arrivare a farlo anche in Russia.

Un giovane aspirante presidente ucraino, Volodomyr Zelensky, una volta disse: «Vorrei davvero rivolgermi al signor Putin. Vladimir Vladimirovich (Putin), se vuole… Personalmente, le dirò onestamente: sono pronto, non so… se necessario, posso implorarla in ginocchio. Perché la Russia e l’Ucraina sono popoli veramente fratelli. Conosco milioni… Conosco migliaia di persone che vivono in Russia. Persone meravigliose. Abbiamo lo stesso colore della pelle. Abbiamo lo stesso sangue. Ci capiamo tutti, indipendentemente dalla lingua. Siamo un grande popolo. Voi siete un grande popolo. Siamo un unico Paese, assolutamente. Ci amiamo tutti follemente”

Ignorance, the root and stem of all evil@ivan_8848The Priceless Value of Archives! Internet remembers everything! Zelensky: Vladimir Vladimirovich, if you want… Me personally, I’ll tell you honestly: I’m ready, I don’t know… if you need, I can beg you on my knees. Because Russia and Ukraine are truly fraternal peoples.12:47 AM · Jan 27, 2024 · 60.5K Views65 Replies

(Ora è a capo di un regime ultranazionalista infestato da neofascisti. Il suo esercito ha preso di mira i civili russi (e ucraini) nel Donbas prima della guerra e nella Russia propriamente detta dopo il febbraio 2022. Rifiuta con veemenza i colloqui di pace con la Russia.

Se gli individui possono cambiare radicalmente la loro visione del mondo, lo stesso vale per gli Stati, le nazioni e le culture. Stranamente, i “nemici” degli Stati Uniti di oggi, la Cina e la Russia insieme ai loro alleati all’estero, un tempo completamente affascinati dalle idee e dalle ideologie assolutistiche, oggi le rifiutano con forza. Certamente, l’aspirazione della cultura russa alla tselostnost’ o “totalità” — comunitaria, sociale, globale e cosmologica — la inclina verso l’assolutismo (vedi Gordon M. Hahn, Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Culture, Thought, History, and Politics (Londra: Europe Books, 2021)]. Tuttavia, questa aspirazione al comunitarismo, al solidarismo, all’universalismo e al monismo religioso raramente è diventata realtà nel corso della storia russa. Solo i sovietici russi hanno avuto successo nel comunitarismo e nel solidarismo e hanno ottenuto alcuni risultati per l’internazionalismo comunista. Per quanto riguarda la Cina, è evidente una tendenza simile all’unità, che si presta all’adozione di forme di assolutismo. Per ora, tuttavia, sono gli Stati Uniti e i loro alleati ad agire in modo sempre più assolutistico sulla base di formule ideologiche. La ricerca sfrenata della “pace democratica” ha prodotto rivoluzioni e guerre all’estero e sempre più divisioni e caos all’interno. La comunità delle democrazie sta diventando sempre più autoritaria, pur professando di promuovere la “democrazia” all’estero. In questo modo, l’Occidente, in particolare l’America, sta diventando proprio il nemico che sostiene di essere destinato a sradicare. Forse ci riuscirà distruggendo se stesso?

Vale la pena notare che in ciascun caso, le parti sopra citate hanno adottato l’assolutismo ideologico dei loro nemici ideologici e assolutisti. Il pensiero assolutista genera pensiero assolutista in forma opposta. L’assolutismo ostacola in modo eminente la nascita del pluralismo, dei mercati liberi e del repubblicanesimo. Il XXI secolo lo sta dimostrando.

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Zelensky afferma che l’intelligence statunitense è stata interrotta mentre missili russi “indetectabili” bombardavano Kiev, di Simplicius

Zelensky afferma che l’intelligence statunitense è stata interrotta mentre missili russi “indetectabili” bombardavano Kiev.

Simplicius 13 ottobre
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Ieri sera la Russia ha colpito Kiev con una serie di quelli che si presume essere missili balistici. Per quanto possa sembrare un attacco di routine, ciò che non lo è stato è stata la presunta mancanza del consueto preavviso da parte degli alleati all’Ucraina.

Lo stesso Zelensky ha espresso delusione per la mancanza di informazioni di intelligence:

È ormai accertato che l’Ucraina riceve tutti gli avvisi di lancio missilistico dagli Stati Uniti, presumibilmente tramite i satelliti di allerta precoce del sistema a infrarossi spaziale (SBIRS), in grado di rilevare i lanci balistici da aree di lancio note, o tramite radar OTH a lungo raggio come l’AN/FPS-132 di Fylingdale, nel Regno Unito, sebbene quest’ultimo sia utilizzato principalmente per il tracciamento di un missile già in volo, piuttosto che per il rilevamento nella fase di lancio.

Ci sono alcuni punti da sottolineare a riguardo.

Innanzitutto, il ministro degli Esteri Sybiha ha confermato che gli alleati si starebbero ancora scambiando informazioni, ma è stato stranamente cauto nell’affermare che la ragione della mancata segnalazione di ieri sera risiedeva in un tipo di armamento “speciale” utilizzato dalla Russia:

Anche Trump sembra aver confermato che gli Stati Uniti continuano a fornire informazioni all’Ucraina:

Quindi, cosa intendeva Sybiha con “armi speciali”?

Alcune fonti hanno affermato che la Russia ha utilizzato lanciatori S-400 appositamente modificati nell’attacco, il che spiegherebbe il tipo di munizione più “speciale”. L’Ucraina ha recentemente dichiarato di aver distrutto un sistema S-400 appena oltre il confine, nella regione di Bryansk, in Russia, che veniva utilizzato come piattaforma di lancio balistico modificata.

https://defence-blog.com/ukraine-destroys-russian-s-400-launcher-in-bryansk-region/

Fire Point ha dichiarato che il lanciatore era stato modificato dalle forze russe per colpire obiettivi terrestri ed era stato precedentemente utilizzato contro Kiev. L’azienda ha affermato che l’attacco ha colpito il lanciatore vicino al villaggio di Poroshino, lungo l’autostrada 15K-303. Il gruppo di monitoraggio open-source CyberBoroshno ha dichiarato di aver geolocalizzato il veicolo distrutto a partire da foto del relitto, individuando il sito alle coordinate 53.134224, 33.944510.

Affrontiamo subito la questione più spinosa: molti ancora non credono che la Russia stia utilizzando gli S-400 in questo modo e che si tratti di falsa propaganda ucraina. Ma per la Russia convertire gli S-400 in eccesso in lanciatori balistici è perfettamente logico, il che dovrebbe far riflettere: significherebbe che la Russia possiede più lanciatori di quanti ne sappia gestire, il che contraddice le continue affermazioni ucraine secondo cui la Russia starebbe esaurendo le proprie difese aeree.

Tenete presente che, secondo molti esperti, il nuovo missile balistico ucraino FP-7 è essenzialmente un missile S-300 rielaborato in una variante balistica. Qui sotto potete vedere l’FP-7 all’estrema sinistra, con il 48N6 (molto simile al 5V55 e ad altre varianti) della famiglia S-300 a destra:

Nell’arte della guerra, la cosa più intelligente ed efficiente che un progettista di armi possa fare è creare armi a duplice uso , adattabili a molteplici scopi.

Ma è qui che le cose si fanno interessanti.

Che la Russia utilizzi o meno i sistemi S-400 o qualche altro “sistema speciale”, la mancanza di preavviso da parte dell’intelligence può significare solo una di queste tre cose, tutte disastrose per l’Ucraina:

1. Che i missili russi S-400 lanciati in modalità balistica non siano rilevabili dai più avanzati sistemi spaziali statunitensi, il che è esattamente ciò che Andriy Sybiha sembra insinuare nel video precedente.

2. Le installazioni Patriot statunitensi all’interno di Kiev non sono in grado di rilevare questi missili con i loro radar.

3. La Russia sta utilizzando una nuova arma che non è rilevabile da nessuno dei suddetti sistemi statunitensi.

Oppure, se Sybiha sta mentendo e gli Stati Uniti hanno effettivamente nascosto informazioni di intelligence, la questione rimarrebbe comunque intrigante, dato che sappiamo che i sistemi Patriot statunitensi proteggono Kiev. Chi gestisce questi Patriot, gli ucraini o gli americani? Se fossero gli americani, significherebbe che potrebbero aver rilevato oggetti diretti a Kiev, ma aver ricevuto l’ordine di non intervenire e di non fornire preavviso radar agli ucraini, ammesso che li abbiano rilevati. Se invece fossero gli ucraini, sicuramente non avrebbero rilevato i missili, il che significherebbe che il radar Patriot, pur essendo altamente “avanzato”, è incapace di rilevare qualsiasi cosa la Russia stia inviando.

Per ipotizzare la spiegazione più probabile e meno “esotica”, possiamo supporre che la Russia abbia utilizzato questi S-400 convertiti in varianti balistiche, semplicemente non rilevabili perché probabilmente non seguono una traiettoria balistica neanche lontanamente simile a quella di un Iskander. Molto probabilmente, utilizzano un arco di volo più basso che sfugge alla maggior parte della copertura radar, senza contare che i missili stessi sono più piccoli e sottili, il che li rende più difficili da individuare sui radar.

I sistemi a infrarossi spaziali potrebbero averli mancati anche perché la scia di lancio è troppo piccola rispetto alla balistica reale, oppure perché il sistema li ha scambiati per veri e propri sistemi di difesa aerea in azione difensiva contro bersagli in arrivo, anziché per missioni offensive. Questo potrebbe essere particolarmente vero se il sistema SBIRS utilizza l’intelligenza artificiale per catalogare automaticamente i bersagli: se l’IA è stata addestrata a individuare gli S-400 come lanciatori di difesa aerea, potrebbe averli ignorati nella loro configurazione offensiva, utilizzata più raramente.

Per la cronaca, Politico afferma che non è stato dato alcun preavviso a causa del “maltempo” , una scusa apparentemente pretestuosa visto che ora si sono verificati diversi attacchi “senza preavviso” di questo tipo:

“Gli americani hanno detto agli ucraini che non era stato emesso alcun preavviso a causa delle cattive condizioni meteorologiche, il che a Kiev non è considerato una ragione sufficiente. Pertanto, molti sono sempre più preoccupati che la verità possa essere stata diversa”, ha dichiarato a POLITICO un funzionario a conoscenza della questione, a condizione di anonimato.

Il sistema di allarme missilistico ha già avuto malfunzionamenti in passato. “A volte queste informazioni non arrivano a destinazione. Non è la prima volta… Se questa volta ci sono stati problemi tecnici specifici, credo che gli specialisti li risolveranno. E risolveranno questo problema insieme ai nostri partner”, ha dichiarato martedì il portavoce dell’aeronautica militare ucraina Yurii Ignat.

Proprio mentre scrivo, un altro “attacco fantasma” si è appena verificato a Kiev, e anche in questo caso le sirene d’allarme sarebbero suonate solo dopo che i missili avevano già colpito:

Russi con carattere@RWApodcast Stessa cosa. Diversi impatti di missili a Kiev, sirene attivate dopo gli attacchi. Russi con carattere@RWApodcastPoco fa si sono verificati diversi impatti di missili a Kiev. Gli allarmi aerei si sono attivati ​​solo dopo le esplosioni.19:58 · 13 ottobre 2026·3.800 visualizzazioni2 risposte·1 condivisione·72 Mi piace

Zelensky si lamenta del fatto che, ancora una volta, non ci sia stato alcun preavviso da parte dei “partner”:

Volodymyr Zelenskyj / Володимир Зеленський@ZelenskyyUa Un attacco missilistico balistico russo su Kiev. Ancora una volta, nessun preavviso da parte dei nostri partner. L’obiettivo principale era l’infrastruttura energetica, in particolare la centrale CHPP-4. Purtroppo, è stata colpita. Anche un edificio residenziale è stato danneggiato e i soccorritori stanno attualmente spegnendo un incendio. I nostri… 20:23 · 13 ottobre 2026·54.600 visualizzazioni129 risposte·519 condivisioni·1.540 Mi piace

https://www.politico.eu/article/no-warning-for-russian-missile-strike-kyiv-zelenskyy/

Egli scrive:

I nostri sistemi hanno rilevato questi missili solo quando erano già virtualmente in avvicinamento a Kiev. CHPP-4 è uno dei principali impianti energetici di Kiev.

Secondo le nostre informazioni, i russi si stanno preparando a lanciare altri missili balistici. I fatti dimostrano che i russi non si considerano vincolati da quanto affermato dal Presidente degli Stati Uniti. L’Ucraina ha appoggiato un cessate il fuoco nel settore energetico. La Russia sta prendendo di mira un’altra centrale elettrica e la vita del nostro popolo.

E questo è assolutamente ingiusto: stanno distruggendo le nostre infrastrutture energetiche e l’Ucraina non riceve nemmeno un preavviso sui lanci di missili balistici. È importante che il mondo non rimanga in silenzio. Ed è importante che gli Stati Uniti vedano davvero cosa sta succedendo e chi è responsabile del protrarsi di questa guerra.

Vi preghiamo di rimanere al sicuro stanotte e domani. Stiamo lavorando per rifornire le nostre difese aeree con missili antibalistici.

Allora, cosa ne pensate? Varianti balistiche difficili da individuare dei sistemi missilistici russi S-400, oppure Trump che chiude i rubinetti dell’intelligence, anche se solo temporaneamente, per insegnare all’indisciplinato Zelensky a obbedire?

SONDAGGIOQuale dei due?Difficile rilevare i missili balistici S-400Gli Stati Uniti hanno interrotto le attività di sorveglianza e ricognizione spaziale per l’Ucraina.

Zelensky ci introduce all’argomento successivo menzionando il cosiddetto cessate il fuoco energetico che Trump aveva affermato essere entrato in vigore tra i due Paesi. Per chi non avesse assistito al solito circo, ecco un breve riassunto:

L’11 ottobre, Trump ha annunciato un cessate il fuoco energetico definitivo tra i due paesi in guerra:

Il problema era che né la parte russa né quella ucraina erano a conoscenza di questo cessate il fuoco, ed entrambe erano confuse quando venivano interrogate al riguardo:

Secondo quanto riportato da Axios, anche per Zelensky il cessate il fuoco era una “novità”, dato che non ne aveva mai sentito parlare:

https://www.axios.com/2026/10/11/trump-russia-ukraine-energy-ceasefire-zelensky

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato ad Axios che l’annuncio “è stata una novità per me. Ma se i russi accetteranno un cessate il fuoco nel settore energetico, anche l’Ucraina accetterà”.

In breve, Trump si è inventato di sana pianta un cessate il fuoco, presumibilmente solo per placare le preoccupazioni economiche relative alla carenza di carburante: un gesto davvero sconcertante.

Interpellato in merito, ecco cosa ha risposto:

GIORNALISTA: “Lei ha detto che Russia e Ucraina hanno concordato un cessate il fuoco, ma entrambe le parti affermano di non averlo accettato…”

TRUMP: “Hanno accettato. Sapete perché? Perché ho detto: ‘Accettate’, ecco perché.Hanno accettato perché ho detto che accettavano, e questa questione deve essere risolta.”

Incredibili manie di grandezza. A quanto pare Trump ha detto a entrambe le parti che ci sarebbe stato un cessate il fuoco, e lo considerava un fatto compiuto semplicemente in virtù del potere del suo decreto.

Lavrov chiarisce che la Russia non cadrà in ulteriori truffe sul cessate il fuoco:

Dopo l’attacco di ieri, Kiev sarebbe stata completamente al buio:

Maria Avdeeva@maria_avdvKiev è al buio. Niente acqua neanche. La centrale termoelettrica di Kharkiv è sotto bombardamento proprio ora. Cessate il fuoco sull’energia? Quale cessate il fuoco sull’energia?16:45 · 11 ottobre 2026 · 380.000 visualizzazioni688 risposte · 4.520 condivisioni · 10.500 Mi piace

Gli attacchi russi hanno distrutto anche un impianto di lubrificanti:

Ecco come si presenta, a quanto pare, la centrale termoelettrica Kiev TPP-5 di Trypilska dopo la precedente ondata di scioperi:

Ecco come si presenta oggi la centrale termoelettrica di Trypilska. Si trova nel villaggio di Ukrainka, nella regione di Kiev.

Infatti, Google ora indica la centrale elettrica come “chiusa definitivamente” sulle sue mappe ufficiali:

Ora anche la centrale termoelettrica di Kharkiv TPP-5 ha subito “danni critici”, secondo quanto dichiarato da un responsabile amministrativo:

La centrale termoelettrica n. 5 di Kharkiv ha subito danni critici a seguito di un attacco – Capo dell’amministrazione militare regionale

▪️Synegubov ha riferito che la centrale termoelettrica ha subito danni critici.
▪️In precedenza, Zelenskyy aveva confermato l’attacco a un impianto energetico a Kharkiv.

Ora però l’Ucraina ha colpito anche la raffineria russa di Novoshakhtinsk a Rostov, con immagini di serbatoi di petrolio in fiamme. Questo è un chiaro segnale di sfida a Trump, che presumibilmente non gradirà l’aperta insubordinazione di Zelensky. Allo stesso tempo, Ansar Allah avrebbe colpito un importante impianto della Saudi Aramco a Jubail, il che significa che possiamo aspettarci che la crisi energetica continui, con Trump sotto crescente pressione alla vigilia delle elezioni di medio termine, il che potrebbe costringerlo ad attaccare Zelensky in modo ancora più duro.

Ora il Washington Post riporta che un nuovo “accordo di pace” è in fase di preparazione da parte dell’incompetente duo Kushner e Witkoff, che non è altro che la ripetizione della stessa formula:

https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/10/12/kushner-witkoff-ukraine-peace-plan-takes-shape-behind-scenes/​​​​

Il “primo pilastro” offre molte rassicurazioni:

Secondo il funzionario statunitense, il pacchetto avrebbe quattro componenti fondamentali. Il messaggio a Putin sarebbe: non limitarti a porre fine alla guerra con l’Ucraina. Raggiungi un accordo economico e di sicurezza con l’Europa che ripristini la stabilità nella regione dopo una spirale di escalation.

La ricostruzione dell’Ucraina sarebbe il primo pilastro. La Banca Mondiale e la società di investimenti BlackRockvogliono creare un quadro di riferimento per soddisfare le molteplici esigenze finanziarie di Zelensky: ricostruire le aree devastate del Paese, fornire sussidi alle famiglie dei soldati morti e feriti e rilanciare un’economia in frantumi.

I restanti pilastri sono talmente ridicoli che l’autore stesso fa fatica a presentarli senza aggiungere commenti sarcastici: garanzie simili all’articolo 5 per l’Ucraina, “integrazione” economica di Russia e Ucraina nell’Europa e congelamento del conflitto allo stato attuale. Quest’ultima opzione è ovviamente inaccettabile sia per la Russia che per l’Ucraina.

Siamo onesti, l’unico motivo per cui vengono persino proposti questi assurdi piani di pace è che Trump finga di avere una parvenza di iniziativa, in modo da poter deviare le critiche quando gli viene chiesto perché non sia ancora riuscito a porre fine alla guerra o a far scendere i prezzi dell’energia. È il suo modo di provocare la stampa in modo asintotico, insieme a infinite promesse di pace che lasciano il cessate il fuoco perennemente a pochi giorni di distanza.

In breve: non è altro che un tentativo di nascondere la verità e una messa in scena politica, del tipo più imbarazzante in assoluto.


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Ho un sogno! _ di Peter Hanseler

Ho un sogno!

Ho un sogno!

Come sarebbe il mondo se le nazioni decidessero di permettere a tutti di prosperare in pacifica coesistenza? Perché questo non sembra funzionare? Quali elementi problematici dovrebbero essere neutralizzati?

Peter Hanseler

Ven 09 ott 2026Tempo di lettura: 14 minuti24

La realtà: un incubo, non un sogno.

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Un’immagine odiosa del nemico renderà possibile la guerra

I nostri lettori conoscono bene le argomentazioni addotte dall'”Occidente collettivo” per giustificare le guerre in corso – e probabilmente anche quelle future; sono ben note e non c’è bisogno di ripeterle fino alla nausea; sono vuote e del tutto ipocrite. Come conseguenza di queste “giustificazioni”, l’Occidente considera i russi come esseri subumani aggressivi che attaccheranno l’Occidente per raggiungere i propri obiettivi imperialisti – non per la prima volta, ma ripetutamente. Eppure, ogni volta, è stato l’Occidente ad attaccare e a portare morte e distruzione in Russia.

Gli israeliani non considerano nemmeno i palestinesi – e quindi tutti gli arabi – come esseri subumani, ma come animali. Vogliono sterminare i primi attraverso il genocidio e sottomettere e governare il resto sotto Israele (Grande Israele); il “Piano Generale per l’Est” ne è la conferma. Agli occhi dell’Occidente, gli iraniani sono terroristi e assassini di massa mossi da fanatismo religioso.

Questa è l’essenza delle argomentazioni avanzate dall’Occidente collettivo. Gli uomini e le donne che plasmano questa narrazione nella sfera pubblica e la ripetono come un rosario hanno modellato il loro approccio su quello del dottor Goebbels, a cui si attribuisce l’aforisma secondo cui una menzogna diventa verità se ripetuta abbastanza spesso. Gli israeliani e tutti i loro colleghi nell’Occidente collettivo applicano la stessa formula, con successo.

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Il fatto che questo principio sia ancora valido dopo la Seconda Guerra Mondiale è un chiaro segno della completa degenerazione dello scetticismo, l’antidoto alla propaganda. Le conseguenze di questo fatto sono spaventose, perché ancora oggi ci sono molti – troppi – seguaci, spettatori silenziosi e persone che scelgono la via della minore resistenza tra la popolazione.

Nella Germania nazista, gli ebrei venivano assassinati in segreto. La maggior parte della popolazione non era pienamente consapevole di ciò che stava accadendo e, se ne veniva a conoscenza tramite voci di corridoio, le persone tacevano. La leadership nazista mantenne il silenzio su questo genocidio perché credeva che la popolazione non lo avrebbe approvato, e probabilmente aveva ragione. La situazione è ben diversa in Israele: la stragrande maggioranza della popolazione della “Terra Santa” appoggia il genocidio contro i palestinesi, come chiunque può constatare su internet.

Ecco un breve video che mostra la situazione di Gaza prima e dopo l’escalation della distruzione. Rispetto a Gaza, Dresda appariva decisamente meglio dopo i bombardamenti del 1945; a Dresda furono distrutti 25.000 appartamenti, mentre a Gaza ne furono distrutti circa 135.000!

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Israele passerà alla storia come un agghiacciante monito, sostituendo la Germania nazista: una svolta storica che non potrebbe essere più cinica.

Nell’Europa occidentale, gli standard politici e sociali sono altrettanto disastrosi. Nel Regno Unito, si può essere arrestati per aver parlato contro il genocidio a Gaza; persino mostrare in silenzio un cartello con la scritta  “Sono contro il genocidio. Sostengo Palestine Action”  è considerato una violazione della Sezione 13 del  Terrorism Act . È proprio questo che ha portato all’arresto di Graham Bash, un  anziano ebreo , a Londra. Se ti opponi al genocidio e sei solidale con coloro che vengono uccisi, sei un terrorista.

Considero Gaza un immenso campo di concentramento e i prigionieri hanno il diritto di difendersi, con ogni mezzo necessario, come è successo nell’ottobre del 2023. Quando i prigionieri di Sobibor uccisero le guardie e fuggirono, fu considerato un atto eroico – si veda il film  Fuga da Sobibor . Oggi, vieni etichettato come terrorista anche solo per aver mostrato solidarietà a queste povere anime, ad esempio sventolando un cartello.

La maggioranza è condannata al silenzio

Se si prendessero i media come metro di giudizio, allora tutti gli europei sarebbero russofobi. In senso assoluto, questo non corrisponde certo alla verità. Eppure la maggior parte di coloro che non sono russofobi rimane in silenzio. Alcuni per convenienza, altri probabilmente per paura di persecuzioni. Cosa dovrebbe proteggere il “cittadino medio” che non è riuscito a proteggere una figura di spicco come  Jacques Baud ? Parlando con persone in Europa occidentale in un contesto molto privato, diventa chiaro che commenti positivi sulla Russia nella “neutrale” Svizzera non sono, per lo meno, vantaggiosi per la carriera. Personalmente, un banchiere svizzero di medio livello mi ha chiarito che considera inaccettabile e illegale il comportamento della Svizzera, in quanto stato neutrale, nei confronti della Russia, e il comportamento del suo datore di lavoro nei confronti dei clienti con legami con la Russia. Tuttavia, ha due figli e una casa con un mutuo, e quindi si sente impossibilitato a esprimere la sua opinione ai superiori.

Questo è un chiaro segnale che le opinioni personali non contano più e non hanno più alcun impatto. La paura di conseguenze negative è troppo forte. Di conseguenza, l’influenza che i pochi individui coraggiosi esercitano sull’opinione pubblica è trascurabile. Pertanto, chi è al potere ha già vinto.

La russofobia e gli atteggiamenti genocidi in Europa non solo sono socialmente accettabili, ma, attraverso la neutralizzazione delle opinioni dissenzienti descritta in precedenza, sono entrati a far parte dell’agenda politica e dei media. Quest’agenda è caratterizzata da una visione del mondo “monoteistica” che rende impossibile qualsiasi dialogo: esiste un solo Dio. E c’è solo “la nostra” opinione, “la nostra” verità. “La nostra democrazia”.

Il male ha trionfato? Le mie riflessioni a riguardo, espresse nell’articolo del novembre 2025 ” Il male trionferà ?”, sono ormai obsolete? Interi continenti sono avvelenati da falsità che sono diventate l’unica verità. Non c’è più bisogno di uccidere o far sparire gli oppositori di questa politica. La paura regna sovrana e fa svanire le opinioni dissenzienti: missione compiuta.

Come iniziare una guerra

La macchina dell’odio, costruita con grande precisione, funziona senza intoppi in tutti i vecchi partiti. Politica, industria e media sono – ancora una volta – diventati un tutt’uno: un chiaro segno di fascismo. Il meccanismo di controllo che mette a tacere gli “oppositori” si basa sulla paura istituzionalizzata e codificata per legge. Paura di perdere il lavoro, la posizione sociale e la reputazione. Il piccolo gruppo che si rifiuta di farsi intimidire è soggetto a sanzioni che portano all’espropriazione di tutte le risorse finanziarie e alla completa privazione dei diritti. Queste sanzioni minano la dignità umana e i diritti fondamentali che ne derivano. Un meccanismo politico e amministrativo che fa sembrare insignificante, al confronto, il  divieto imperiale medievale  . Se i diritti fondamentali vengono eliminati, si perde il fondamento su cui si basa ogni società. Mi riferisco alla mia conferenza del 3 settembre: “ La dignità umana è intangibile” – davvero? Basta guardare indietro di 90 anni per ritrovare questa stessa erosione della società.

La legge sui pieni poteri del 1933 nacque in seguito a un  attentato sotto falsa bandiera  (l’incendio del Reichstag) e alla mancanza di fermezza del Parlamento tedesco. I suoi membri non nazisti furono ingannati e/o minacciati. Ciò portò a una struttura di potere paragonabile a quella odierna. ” La legge è ciò che serve al popolo tedesco “, una battuta di Hans Frank al Congresso degli avvocati tedeschi nel 1933. È difficile individuare differenze sostanziali tra il 1933 e il 2026. Oggi, la politica dell’UE non solo viene applicata in Germania con tutto il potere delle autorità, ma si è radicata in tutta l’Unione. Al timone di questa struttura sovranazionale si trova Ursula von der Leyen, salita al potere senza un mandato democratico. Al contrario, il cancelliere di Adolf Hitler fu legittimato democraticamente.

A differenza del mandato di Ursula von der Leyen, la cancelleria di Adolf Hitler fu democraticamente legittima.

La guerra diretta in Europa tra NATO e Russia si sta quindi già consumando nell’immaginario collettivo. La polveriera è piena. Il banale  attacco sotto falsa bandiera  di Lipsia (si dice che la Russia abbia attaccato la Germania con un drone da 199 euro) non è stato ancora sufficiente a innescare la miccia; altre scintille verranno accese finché non sarà sufficiente.

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Il concetto alternativo – il sogno – avrebbe un aspetto diverso e sarebbe una benedizione per tutta l’umanità.

Il concetto “I Have a Dream” è pericoloso per la vita

«Ho un sogno. Che un giorno questa nazione si sollevi e viva secondo il vero significato del suo credo. Noi riteniamo che queste verità siano di per sé evidenti, che tutti gli uomini siano creati uguali.»
Il dottor Martin Luther King Jr. durante la Marcia su Washington del 28 agosto 1963.

Il dottor Martin Luther King ha pagato con la vita il suo sogno. Se i governi del mondo seguissero l’esempio di Martin Luther King – e non ho mai sentito una sola voce autorevole opporsi al sogno di questo eroe – e se tutte le persone su questa terra fossero trattate allo stesso modo, allora le ragioni delle guerre attualmente in corso diventerebbero obsolete e vivremmo in pace.

I russi sarebbero esseri umani, non subumani imperialisti e brutali provenienti dall’Oriente. Gli iraniani non sarebbero terroristi religiosi musulmani, assetati di sangue e controllati dai “mullah”. I cinesi non sarebbero robot comunisti senz’anima intenti a soggiogare l’Occidente. I tedeschi non sarebbero nazisti con il cervello lavato, sedotti ancora una volta; gli americani non sarebbero degli ignoranti, primitivi e inaffidabili spacconi che ricattano il mondo; e infine, gli inglesi non sarebbero gli psicopatici provenienti dalle nebbie dell’Albione che ancora vogliono dominare il mondo.

Noi umani vivremmo semplicemente insieme, risolveremmo i nostri conflitti con mezzi pacifici e non penseremmo mai nemmeno di minacciare gli altri con la morte e la distruzione, figuriamoci di attaccarli o distruggerli.

Sono certo che, se si tenesse un referendum globale, questa semplice struttura del mondo troverebbe sicuramente il favore di circa il 99% della popolazione mondiale.

Il sogno sarebbe un paradiso

Sebbene al momento le possibilità di realizzare questo sogno siano scarse, descrivere questo sogno, questo obiettivo, è per me un piacere.

In tempo di guerra, i paesi aumentano le spese per la difesa a livelli astronomici. Siamo già in guerra e le spese per la difesa si sono già moltiplicate. Se questi costi venissero eliminati, i governi potrebbero concentrarsi su ciò per cui i cittadini li hanno effettivamente eletti: migliorare la vita della popolazione attraverso investimenti in infrastrutture, istruzione, sanità e così via.

In questo mondo ideale non ci sarebbero sanzioni; il commercio di beni e la circolazione di denaro sarebbero liberi e senza ostacoli, e quindi enormemente più efficienti ed economici. Ogni singola persona al mondo ne trarrebbe beneficio.

Paesi come la Russia e l’Iran diventerebbero improvvisamente i più ricchi del pianeta – per citare solo due dei più grandi tra le parti attualmente in guerra. E questo, in definitiva, è uno dei motivi principali per cui questo sogno sta fallendo. Si chiama invidia – insieme all’avidità, è la forza più potente che alberga nell’animo umano. Molti pensano che l’invidia sia un problema delle classi inferiori, che bramano una vita migliore. Tuttavia, non è così. Ho conosciuto miliardari che avrebbero potuto soddisfare ogni desiderio materiale con un semplice cenno del capo. Eppure invidiavano chi era persino più ricco di loro. Perverso, ma vero. Questo vale anche per la super-élite, che non vediamo mai. Chi detiene il potere più grande desidera automaticamente essere anche il più ricco, perché teme di perderlo altrimenti.

Chi detiene il potere non aspira a un mondo di sogni.

Il mondo dei sogni dei potenti è ben diverso; e questo si riflette nella situazione attuale. Da un lato, guadagnano trilioni dalle spese militari, un business caratterizzato da commissioni e margini di profitto enormi. Un’oasi di benessere creata per imprenditori corrotti, politici, analisti politici, lobbisti e i media mainstream. Il mondo dei sogni che ho descritto segnerebbe la fine di questo business. Questo business è così redditizio perché una piccolissima parte della popolazione mondiale può spartirsi queste somme ingenti, lasciandone a sufficienza per corrompere i decisori politici, economici e mediatici.

Non basta ungere le mani di queste signore e signori per ottenere un contratto da un organo come il parlamento, perché ungere le mani è come affittare: bisogna continuare a pagare. Se si comprano le persone e le si integra nelle catene del valore, si risparmiano le spese di supporto, il tempo di gestione e, di conseguenza, il denaro. I giovani politici vengono sostenuti con borse di studio e lavori ben pagati e di scarso valore, con la promessa che, una volta adempiuto ai loro doveri politici, troveranno un altro lavoro che non sarebbero mai riusciti a ottenere senza aiuto. Più la persona è stupida, minori sono le spese.

Un esempio lampante: Annalena Baerbock. Nonostante la sua intelligenza limitata, ha “frequentato” Londra per alcuni mesi invece della London School of Economics (2004-2005), è diventata Ministro degli Esteri (2021-2025), poi Presidente dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (2025-2026) e ora è Professoressa di Pratica Professionale alla Columbia University. Il suo stipendio si aggirerà tra i 250.000 e i 400.000 dollari. Lascio all’immaginazione del lettore il compito di capire come il rettore della Columbia University si sia lasciato convincere ad assumere come professoressa una creatura del genere, che non padroneggia nemmeno la propria lingua madre.

Non sono storie nuove. Joschka Fischer, che abbandonò gli studi superiori, finì per diventare professore ospite all’Università di Princeton dopo il suo mandato come ministro degli esteri e vicecancelliere tedesco (1998-2005), senza un diploma di scuola superiore e senza alcuna traccia di una formazione universitaria – licenza, dottorato o abilitazione – da nessuna parte. Bisognerebbe essere un po’ cinici per pensare che questo onore di essere nominato professore abbia qualcosa a che fare con i bombardamenti della Serbia.

Molte carriere seguono lo stesso schema: più deboli sono i candidati, più malleabili sono, e più economico è per i loro finanziatori raggiungere i propri obiettivi. Il presidente Macron non conosceva il termine  EBITDA  quando è entrato in Rothschild nel 2008; è come se un muratore non sapesse come impugnare una cazzuola. Sebbene sia stato promosso a socio dopo soli due anni, il suo ruolo nelle principali transazioni fino a quel momento era stato descritto come “junior”: si limitava a compilare fogli di calcolo Excel. In Rothschild, in genere occorrono dai 7 ai 12 anni per passare da una posizione entry-level a quella di socio. Il signor Macron, quindi, ha ricevuto riconoscimenti prima ancora di aver reso servizi speciali. Lo stesso valeva per il Cancelliere federale Merz in BlackRock.

È così che si costruiscono le carriere in Europa – e anche negli Stati Uniti – per insediare burattini malleabili e controllabili che obbediscono ai loro burattinai e non servono in alcun modo i desideri delle proprie popolazioni. Ecco perché è del tutto irrilevante che il 99% delle persone desideri pace e prosperità. Dove finiremmo se la plebe ottenesse ciò che vuole?

Come ci si libera dei distruttori di sogni?

Con le risorse adeguate e il team di scienziati giusto, sarebbe certamente possibile portare alla luce coloro che lavorano dietro le quinte, ma al momento, per pura istinto di autoconservazione, molti di coloro che possiedono le capacità intellettuali per farlo si trovano impossibilitati ad agire. Esistono numerose pubblicazioni su questo argomento, ma la maggior parte è scritta da autori sconosciuti e pertanto è facile preda di coloro che liquidano tali ricerche come teorie del complotto, inimicandosi così gli  autori .

Qualche settimana fa, ho pranzato con un gruppo dei più eminenti e influenti analisti geopolitici occidentali. Durante il pranzo, ho chiesto loro se anche loro credessero che le teorie su certi gruppi (lo  stato profondo , i Rothschild, ecc.) fossero accurate: la risposta è stata un sonoro sì, da parte di tutti. Il motivo per cui nessuna delle menti più brillanti – e questi partecipanti lo erano – sta indagando su questo argomento e portandolo all’attenzione del pubblico ha a che fare con l’autoconservazione. Non sembra ancora possibile risolvere il problema con i metodi scientifici e giornalistici convenzionali: la paura da una parte è troppo grande e il potere dall’altra è altrettanto formidabile. Tuttavia, il momento arriverà, poiché i burattinai continuano a commettere errori; si veda  Epstein – “Concierge del Male” – Domande pericolose .

Il mio sogno è come il paradiso, ma la realtà è un incubo.

Conclusione

Ho questo sogno, quello di cui ho parlato più volte in questo articolo: il sogno della prosperità per tutti, il sogno della giustizia. E soprattutto, il sogno della pace. È stato questo sogno che, più e più volte, ha ispirato le persone a sollevarsi e a lottare, anche durante i periodi più bui e difficili della loro storia.

Non è certo se ciò sia possibile nelle circostanze che prevalgono almeno dalla Seconda Guerra Mondiale, con gruppi segreti non eletti, la cui esistenza si può al massimo ipotizzare, che controllano il destino del mondo. Chi ha la forza, il coraggio e i mezzi per trascinare questi mostri, che rifuggono la luce, sotto i riflettori dell’opinione pubblica mondiale e consegnarli alla giustizia?

Il tempo stringe. Se, ad esempio, gli europei raggiungessero il loro obiettivo e scoppiasse una guerra con la Russia, si tratterebbe – secondo il ministro degli Esteri Lavrov – di un tipo di guerra completamente diverso, e di breve durata.

Mi appello a tutti i decisori politici occidentali affinché riconsiderino la loro ossessione bellica e frenino finalmente, prima che la strada si ghiacci, che si perda ogni potere frenante e che gli incoscienti al volante si rendano conto della loro stupidità solo nell’istante dell’impatto. L’umanità ne pagherà il prezzo.Tag dell’articolo:

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