Libia, le singolarità del Fezzan_di Bernard Lugan

La terza regione che compone la Libia è il Fezzan, un deserto il cui sottosuolo è ricco di petrolio e acqua, popolata da Tuareg a ovest e Toubou a est, mentre le oasi principali sono arabe.

Negli ultimi anni, diversi gruppi ribelli del Ciad avevano venduto i loro servizi a vari clan libici. L’offensiva iniziale dell’anno 2019 dalle forze del generale Haftar li aveva costretti o ad allinearsi al suo seguito o a lasciare il paese per tornare in Ciad dove l’esercito del presidente Déby li stava aspettando…
L’offensiva del generale Haftar è stata condotta in accordo con il Ciad e decisa il 16 ottobre 2018 in occasione del viaggio del generale a N’Djamena.
Il presidente Idriss Déby Itno e il generale avevano di fatto gli stessi interessi al Fezzan.
Per il presidente ciadiano un’offensiva dell’ANL (Esercito nazionale libico) guidato dal generale Haftar avrebbe disperso i gruppi armati di opposizione fino a quel momento al sicuro nel santuario libico. Per il Generale Haftar, la conquista del Fezzan, oltre all’eliminazione delle forze ostili, gli avrebbe attirato la simpatia delle tribù locali che soffrivano della loro presenza.
Inoltre, nel suo tentativo di circondare e isolare il riconosciuto pseudo-governo di Tripoli
da parte della comunità internazionale, il controllo del Fezzan è stato un passaggio fondamentale
L’offensiva di terra del generale Haftar iniziò nel Gennaio 2019 e all’inizio di marzo, l’intero Fezzan e i suoi giacimenti petroliferi erano sotto il suo controllo.
Prima dell’offensiva delle forze del generale Haftar il Fezzan era in mano a milizie raggruppate in due grandi coalizioni formate intorno alle due principali popolazioni della regione, i Tuareg a ovest e i Toubou a est. I due popoli facevano parte di due alleanze
opposte.
Il primo, formatosi intorno al Toubou, fu sostenuto dalle forze del generale Haftar, dalla
tribù Gheddafi (Kadafdha e Magarha) e armato dagli Emirati Arabi Uniti. La seconda
alleanza unisce Tuareg, arabi Ouled Slimane, le milizie di Misurata e Tripoli ed era armata
dal Qatar e dalla Turchia.

La vittoria delle forze del generale Haftar ha condannato entrambi a riposizionarsi.
Il fallimento del generale Haftar a Tripoli rischia di avere conseguenze dirette per il Fezzan e quindi ripercussioni su tutto il BSS. In effetticon  le forze di Misurata-GNA-Turchia attualmente in vantaggio, le tribù del Fezzan saranno quindi probabilmente unite a loro. Se è così, le conseguenze regionali sarebbero poi importanti perché la Turchia, che già sostiene i gruppi terroristi armati che Barkhane combatte potrebbe aiutarli ancora più facilmente.
In realtà, il generale Haftar non ha mai veramente controllato il Fezzan; i suoi unici appoggi in qualche modo affidabili sono stati alcune tribù arabe di cui lui aveva comprato i capi. Per il resto, i Toubou che odiano gli arabi, si vendono al miglior offerente; quanto ai Tuareg, si protendono verso Tripoli.
Tuttavia, il Fezzan dove le tribù definiscono le loro alleanze secondo i rapporti di forza tra
Tripoli e Bengasi, è la retrovia degli avversari del presidente Déby. Ricordiamo, nel 2019,
la loro ultima offensiva che stava per riuscire fino a N’Djamena quando fu bloccata solo dall’intervento dell’aviazione francese.
Tra questi avversari, quello che attualmente sembra essere il più pericoloso militarmente per il presidente Déby è il Toubou-Gorane Mahamat Mahdi Ali, che dirige il FACT (Front pour la alternance et la concorde au Tchad). Quest’ultimo, che afferma di avere 4000 combattenti, sa di poter fare affidamento sul bacino etnico che si estende tra le regioni di Borkou, Ennedi e Kanem.
Al momento, le sue forze sono di stanza al centro della Libia, a una sessantina di chilometri da Jufra, nella regione di Jebel Sawad
(Fonte: Consultazione Fezzan).

Il Fezzan, il Ciad e le tribù arabe della Libia
L’intreccio tra le popolazioni della Libia e del Ciad è una potente realtà [1] come pure il rischio di contagio.
L’esempio di Awlad Sulayman (Ouled Slimane) lo mostra perfettamente. Sotto il nome generico di Awlad Sulayman, si possono trovare diverse tribù o frazioni di tribù beduine, come Hassouna, Magharba, e anche parte di Kadhafda, la tribù del colonnello Gheddafi, che si era stabilita nella regione peri-chadica, soprattutto nel nord Kanem. Anche le tribù commerciali originarie della Tripolitania hanno segmenti in Ciad come il Majabra, il
Zouweye e il Massamra. In Niger, gli arabi libici controllano il grande commercio attraverso il Sahara sull’asse principale Tripoli-Sebha-Agadez. Sebha e Al Jawf sono quindi legati a Tamanrasset, Agadez

A metà del XVIII secolo, l’Awlad Sulayman controllava la parte “libica” del commercio
transahariano sull’asse Syrtes-Fezzan. In guerra contro gli ottomani che volevano sottometterli, furono sconfitti e diversi segmenti della tribù partirono poi verso il nord del lago Ciad, estendendo così il loro percorso commerciale a sud.
Avendo intrattenuto rapporti con le parti della tribù rimaste nell’attuale Libia, quindi insieme alle tribù associate, controllavano poi tutti i commerci attraverso il Sahara, dalla regione peri-chadica al Mediterraneo.
Oggi, gli Awlad Sulayman sono in rivalità con i Toubou che vivono sia in Libia che in Ciad, da qui il rischio di contagio regionale. Soprattutto da quando gli Awlad Sulayman hanno
reti tessute in uno spazio che si estende dal dal Mediterraneo all’Africa centrale.

Il Fezzan e la tratta degli schiavi
Con la conquista araba, la Libia divenne il punto culminante di gran parte della tratta degli schiavi dall’Africa sud-sahariana. Dalla regione del Sahelotchadian al Mediterraneo, il più
breve è stato davvero colui che ha preso le tracce da ovest di Fezzan via Ghat e Mourzouk,
evitando così i deserti del Tibesti a est e Ténéré a ovest.
Secondo Jacques Thiry (1995) dal 750 al 1800,  si dice che siano passati più di 5 milioni di schiavi africani del Fezzan.
Lungo i binari, la mortalità era estrema e i viaggiatori europei hanno descritto i cadaveri essiccati o gli scheletri che li hanno segnati.
L’esploratore tedesco Gustave Nachtigal descrive un raid nella regione del Lago Ciad:
“Gli aggressori – tra loro schiavi, che non erano i meno assetati di sangue, tagliare il
le teste dei resistenti, strapparono loro le viscere, hanno tagliato le loro membra; le madri preferivano uccidere i propri figli piuttosto che vederli ridotti in schiavitù; nella fase della spartizione, i bambini piccoli incapaci di camminare erano semplicemente dati a chi voleva prenderli. In altri casi, sono stati buttati via (…) Abusi sessuali erano frequenti, anche ai danni di tutte le ragazze. I Toubou sembrano aver affrontato i loro schiavi più crudelmente di quanto non abbiano fatto gli Arabi e i Tuareg, aggiungendo ulteriormente al loro
sofferenza la costrizione a indossare merci, limitando così il numero di cammelli. Era raro che una bambina di sei o sette anni anni arrivasse alla fine del suo viaggio senza essere stata deflorata dal Toubou: tale condotta provocò il disgusto dei tuareg. ”
(Thiry, 1995: 525 e 534) (vedi bibliografia).
La schiavitù non fu abolita fino a tardi che con la colonizzazione. Quest’ultimo prosciuga le
fonti di approvvigionamento occupando le tradizionali zone di caccia agli schiavi della regione del Ciad-Sahel. Da quel momento in poi il Fezzan, privato dell’unica ricchezza, entra in letargia.

[1] Il libro di riferimento riguardante le popolazioni arabe del Ciad e i loro legami con le regioni settentrionali è quello di H.A. MacMichael (1967).

Plus d’informations sur le blog de Bernard Lugan.

 

UN PO’ DI PROSPETTIVA STORICA, di Andrea Zhok

Qui sotto alcune interessanti considerazioni di Andrea Zhok. Non parlerei di libertà di coltivazione, preservazione e sviluppo del patrimonio culturale, quanto piuttosto del fatto che la battaglia politica nell’ambito culturale almeno sino ad ora prevede dinamiche molto più sofisticate e indirette laddove la coercizione, insita nel politico, è molto più mediata dalla capacità egemonica, persuasiva e discorsiva. Richiede tempi più lunghi ed offre spazi più agibili anche esterni alle istituzioni preposte. Ritengo anzi che gli spazi esterni, con risorse umane (ancora esistenti) e finanziarie (teoricamente disponibili, ma non significativamente fruibili per la cecità e la pochezza dei detentori) appropriate, siano la strada più praticabile viste le dinamiche e le incrostazioni di potere che stanno asfissiando le istituzioni preposte, a cominciare dalle università. Il fiorire di blog e siti, pur nella spazzatura dominante, sono comunque il segno di questa vitalità e fragilità. La battaglia culturale è certamente fondamentale per consentire indipendenza e fondatezza di giudizio in qualsiasi condizione politica, anche la più asservita; è quindi la premessa di un possibile “risorgimento”. Personalmente ritengo che si dovrebbe fare qualche sforzo in più per individuare realisticamente gli spazi e le opportunità nella cornice prospettata con lucidità dal post di Andrea Zhok, superando il dozzinale “anti” e “pro” che caratterizza le fazioni diversamente impegnate nelle tenzoni. Sia in ambito europeo, che nel Mediterraneo questi si sono aperti esplicitamente e anche se con crescenti difficoltà se ne apriranno ancora perchè si stanno ridefinendo le aree di influenza e le modalità di gestione interna di esse. Una qualsiasi forza egemonica e imperiale non riesce a gestire direttamente paesi anche più piccoli e meno complessi dell’Italia; devono agire nelle contraddizioni, nelle rappresentazioni e negli interessi locali e appoggiarsi alle realtà politiche in loco. Sta a queste cercare di preservare margini di autonomia e controllo operativo e su questo si può condurre quantomeno un’azione di smascheramento e delegittimazione del nostro ceto politico e di gran parte della classe dirigente. Vale nell’ambito del controllo delle leve con l’obbiettivo di contrastare i progressivi processi di integrazione operativa subordinata in ambito militare, di ordine pubblico e diplomatico; vale nell’economia, nella ricerca scientifica, nelle applicazioni tecnologiche e nella formazione delle piattaforme industriali. Sembrano ambiti estranei e avulsi dalla logica del conflitto sociale e della “lotta di classe”; in realtà è da quelle dinamiche che dipendono la formazione di ceti medi forti, dinamici e funzionali, di blocchi e formazioni sociali coese nonché la difesa realistica e la collocazione proficua degli interessi degli strati più popolari. Il confronto culturale è certamente essenziale; ma di aspra battaglia politica comunque si tratta. Quanto al “junk” culturale americano, esiste sicuramente negli Stati Uniti e sta ammorbando e debilitando quel paese. Ma non c’è solo quello, fortunatamente per loro; hanno ancora carte da giocare. E’ da noi che arriva e ci viene filtrato quasi esclusivamente quello con zelante accondiscendenza. Buona lettura_Giuseppe Germinario
tratto da facebook.
UN PO’ DI PROSPETTIVA STORICA, di Andrea Zhok
Qualche giorno fa ho letto sulla rivista Limes alcune considerazioni scritte in forma anonima da un ufficiale americano in congedo. Nulla di davvero nuovo, né sconvolgente, solo un promemoria della situazione reale dell’Italia in rapporto agli USA.
<<“Che cosa abbiamo? Il controllo militare e di intelligence del territorio, in forma pressoché totale. E quel grado, non eccessivo, di influenza sul potere politico -soprattutto sui poteri informali ma fondamentali che gestiscono di fatto il paese. Quello che voi italiani ci avete consegnato nel 1945 -a proposito, se qualcuno di voi mi spiegasse perché ci dichiaraste guerra, gliene sarei davvero grato- e che non potremmo, nemmeno volendolo, restituirvi. Se non perdendo la terza guerra mondiale.
In concreto -e vengo, penso, a quella «geopolitica» di cui parlate mentre noi la facciamo- dell’Italia ci interessano tre cose. La posizione (quindi le basi), il papa (quindi l’universale potenza spirituale, e qui forse come cattolico e correligionario del papa emerito sono un poco di parte) e il mito di Roma, che tanto influì sui nostri padri fondatori.
La posizione. Siete un gigantesco molo piantato in mezzo al Mediterraneo. Sul fronte adriatico, eravate (e un po’ restate, perché quelli non muoiono mai) bastione contro la minaccia russa, oggi soprattutto cinese. Ma come vi può essere saltato in mente di offrire ai cinesi il porto di Trieste? Chiedo scusa, ma avete dimenticato che quello scalo di Vienna su cui i rossi di Tito stavano per mettere le mani ve lo abbiamo restituito noi, nel 1954? E non avete la pazienza di studiare il collegamento ferroviario e stradale fra Vicenza (e Aviano) e Trieste -ai tempi miei faceva abbastanza schifo, ma non importa- che fa di quel porto uno scalo militare, all’intersezione meridionale dell’estrema linea difensiva Baltico-Adriatico? E forse dimenticate che una delle più grandi piattaforme di comunicazioni, cioè di intelligence, fuori del territorio nazionale l’abbiamo in Sicilia, a Niscemi, presso lo Stretto che separa Africa ed Europa, da cui passano le rotte fra Atlantico e Indo- Pacifico?”.>>
Il testo prosegue in modo interessante, ma siccome non sono qui intenzionato a sviluppare un discorso di natura geopolitica, per quel che voglio dire, basta così.
Parto da queste valutazioni, che sono un semplice realistico bagno di realtà, per fare alcune considerazioni generali sulla condizione storica dell’Italia.
Il dato di partenza, ben illustrato nel passaggio succitato, è che l’Italia non è in nessun modo valutabile come un paese politicamente sovrano.
Siamo un protettorato USA, cui è stato concesso di acquisire una seconda forma di dipendenza, economica, nei confronti della Germania, nella cornice UE. Questo è quanto.
Siamo dunque poco più di un’espressione geografica, come diceva Metternich, la cui politica ha minimi margini di gioco.
Siamo lontani dagli anni in cui vedevamo le dirette ingerenze dei “servizi segreti deviati” nella politica italiana (“strategia della tensione”), ma ne siamo lontani semplicemente perché ciò che spontaneamente si agita nella politica italiana è già totalmente asservito, e non richiede una manipolazione troppo robusta.
Facciamo una politica estera che ci viene dettata nei dettagli dagli USA, abbaiando obbedienti ai loro avversari.
Facciamo una politica interna innocua e perfettamente inconcludente, e una politica economica apprezzata dagli USA (e che coincide con il gradimento degli ordoliberisti tedeschi.)
Questa è la situazione e, come dice correttamente l’ufficiale, non cambierà fino alla terza guerra mondiale (o fino ad un cataclisma di pari portata).
I margini reali della nostra politica sono quelli che passano tra l’essere un paese nel gruppo di coda nella cornice ordoliberista europea e l’essere un paese nel gruppo di testa, nella stessa cornice. Possiamo cioè migliorare un po’ le condizioni di vita di alcuni gruppi, nel quadro economico dato.
Non è un obiettivo insignificante, può essere meritevole di impegno, ma segnala chiaramente i confini di una politica nazionale che vive nella boccia dei pesci rossi tenuta sul comodino dagli USA.
Non è in discussione la cornice di sistema economico, così come non è in discussione nulla che riguardi la politica estera.
Per quelli che si riempiono la bocca di ‘libertà’ è utile capire che la libertà che abbiamo è quella che il guardiano del carcere concede ai detenuti modello.
In questo contesto, c’è qualcosa che possiamo fare? C’è un ruolo che possiamo giocare senza che sia già pregiudicato?
Direi che rimane soltanto un autentico spiraglio di libertà positiva. E’ lo spiraglio, per rifarci ad un modello classico – e inarrivabile -, che aveva la Grecia antica rispetto alla strapotenza romana: non abbiamo margini per muovere foglia sul piano della politica sovrana, ma potenzialmente avremmo qualcosa da dire come ‘potenza culturale’.
Lo so che siamo troppo occupati, grazie ai nostri media, a piangerci addosso per non essere abbastanza simili al padrone americano.
Lo so che tutto ciò che viene promosso come esemplarità da perseguire dal nostro apparato informativo non travalica i limiti di un’emulazione goffa del modello americano.
Non paga del colonialismo materiale, economico e politico una parte significativa delle classi dirigenti del nostro paese, incardinata nel sistema mediatico, cerca h24 di ridurre l’Italia anche ad una colonia culturale.
Ciò avviene in mille modi, dall’adozione di modelli formativi di ispirazione americana, all’assorbimento passivo illimitato della filmografia americana (e dei suoi temi, che siamo indotti a immaginare siano i nostri), alla resa incondizionata a tonnellate di imprestiti linguistici da parvenu (ci muoveremo grazie al Green pass, canteremo le lodi del Recovery fund, che ci permetterà di ribadire il Jobs act, dopo essere finalmente usciti dal Lockdown, in attesa che vadano al governo quelli della Flat tax al posto di quelli del Gender fluid, e ci dedicheremo allo Smart working, rivitalizzando i settori del Food e del Wedding, mentre lotteremo impavidi contro le Fake news.)
Fortunatamente, nonostante tutti i tentativi di distruzione, le tradizioni culturali hanno una natura coriacea, un’inerzia che tende a permanere nonostante le attività di boicottaggio costante.
E così, nonostante la distruzione sistematica di scuola e università sul piano istituzionale, una tradizione di formazione mediamente decente, a volte brillante, continua a persistere.
E così, nonostante la demolizione a colpi di squallore american-style della cultura musicale, in quello che un tempo era considerato il paese musicale per eccellenza, rimangono buone tradizioni di formazione e continuiamo a produrre musicisti di rango.
E così, nonostante i tentativi di devastare la cultura enogastronomica più ricca del mondo a colpi di bollinature UE e promozioni McDonald’s, rimane un’ampia cultura diffusa della buona alimentazione.
Ecc. ecc.
Il punto di fondo credo sia il seguente.
Nel medio-lungo periodo l’unico vero patrimonio che, come italiani, siamo nelle condizioni di coltivare, preservare e sviluppare liberamente è quello culturale.
Abbiamo ereditato una delle dieci tradizioni culturali più ricche, durature e molteplici del mondo.
E se non cediamo su tutta la linea a quelle élite cosmopolite, mediaticamente sovrarappresentate, ma culturalmente straccione che ambientano i loro sogni a Central Park e nella Baia di San Francisco, se non molliamo completamente il colpo, può darsi che la storia ci riservi ancora un ruolo che non sia quello di un villaggio turistico coloniale.
commenti

Giovanni Greco

Concordo, ma aggiungerei anche il patrimonio tecnologico potenziale del Nostro paese, che, nel suo “piccolo” ( ma neanche tanto…), riesce ad esprimere l’eccellenza, quando non la si svende al privato o all’estero.

Giuseppe Germinario

Non parlerei di libertà di coltivazione, preservazione e sviluppo del patrimonio culturale, quanto piuttosto del fatto che la battaglia politica nell’ambito culturale almeno sino ad ora prevede dinamiche molto più sofisticate e indirette laddove la coercizione, insita nel politico, è molto più mediata dalla capacità egemonica, persuasiva e discorsiva. Richiede tempi più lunghi ed offre spazi più agibili anche esterni alle istituzioni preposte. Ritengo anzi che gli spazi esterni, con risorse umane (ancora esistenti) e finanziarie (teoricamente disponibili, ma non significativamente fruibili per la cecità e la pochezza dei detentori) appropriate, siano la strada più praticabile viste le dinamiche e le incrostazioni di potere che stanno asfissiando le istituzioni preposte, a cominciare dalle università. Il fiorire di blog e siti, pur nella spazzatura dominante, sono comunque il segno di questa vitalità e fragilità. La battaglia culturale è certamente fondamentale per consentire indipendenza e fondatezza di giudizio in qualsiasi condizione politica, anche la più asservita; è quindi la premessa di un possibile “risorgimento”. Personalmente ritengo che si dovrebbe fare qualche sforzo in più per individuare realisticamente gli spazi e le opportunità nella cornice prospettata con lucidità dal post di Andrea Zhok, superando il dozzinale “anti” e “pro” che caratterizza le fazioni diversamente impegnate nelle tenzoni. Sia in ambito europeo, che nel Mediterraneo questi si sono aperti esplicitamente e anche se con crescenti difficoltà se ne apriranno ancora perchè si stanno ridefinendo le aree di influenza e le modalità di gestione interna di esse. Una qualsiasi forza egemonica e imperiale non riesce a gestire direttamente paesi anche più piccoli e meno complessi dell’Italia; devono agire nelle contraddizioni, nelle rappresentazioni e negli interessi locali e appoggiarsi alle realtà politiche in loco. Sta a queste cercare di preservare margini di autonomia e controllo operativo e su questo si può condurre quantomeno un’azione di smascheramento e delegittimazione del nostro ceto politico e di gran parte della classe dirigente. Vale nell’ambito del controllo delle leve con l’obbiettivo di contrastare i progressivi processi di integrazione operativa subordinata in ambito militare, di ordine pubblico e diplomatico; vale nell’economia, nella ricerca scientifica, nelle applicazioni tecnologiche e nella formazione delle piattaforme industriali. Sembrano ambiti estranei e avulsi dalla logica del conflitto sociale e della “lotta di classe”; in realtà è da quelle dinamiche che dipendono la formazione di ceti medi forti, dinamici e funzionali, di blocchi e formazioni sociali coese nonché la difesa realistica e la collocazione proficua degli interessi degli strati più popolari. Il confronto culturale è certamente essenziale; ma di aspra battaglia politica comunque si tratta. Quanto al “junk” culturale americano, esiste sicuramente negli Stati Uniti e sta ammorbando e debilitando quel paese. Ma non c’è solo quello, fortunatamente per loro; hanno ancora carte da giocare. E’ da noi che arriva e ci viene filtrato quasi esclusivamente quello con zelante accondiscendenza.

Luigi Giordano

I media, maledetti media, fanno la differenza. Seguono l’ordine del giorno deciso dalle élite, ovvero i loro padroni.

Roberto Buffagni

Concordo, è il “calati juncu ca passa la china” che ci permise di sopravvivere, come realtà culturale, nella lunga notte politica di Seicento e Settecento. Oggi fa più buio e ci sono meno luci ma la ricetta più o meno è quella. Ci sarebbe stato uno spiraglio di finestra di opportunità con la presidenza Trump, se Trump non fosse stato Trump e se i sovranisti italiani e non solo non fossero stati i sovranisti italiani e non solo, ma la finestra si è chiusa e qualcuno ci ha anche lasciato le dita in mezzo.

Stefano Vezzoli

Una persona maliziosa, un critico, vedrebbe in questo suo scritto un elogio, come unica speranza politica, della resilienza tanto bistrattata. Resilienza che lei stesso ha criticato riferendosi al discorso di Draghi.
Ora, come rispondere a questa critica? Dove passa e quanto è sottile il confine tra resilienza passiva e resistenza attiva? E trovato questo confine, che si mantiene in forma istintiva (individuale), come renderlo poi esplicito, politico, militante, per tradurlo in azione di “riconquista” (comunitaria)?
Forse la differenza tra resilienza e resistenza è dunque che la prima è individuale, atomizzata, non guidata all’azione politica, umorale; mentre la seconda è collettiva, sociale, indirizzata politicamente, romantica?

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Autore

Andrea Zhok

Stefano Vezzoli Mi sono astenuto attentamente dall’usare il termine resilienza, per quanto fosse qui appropriato. Ad ogni modo non ho mai detto che la resilienza sia una qualità cattiva (così come quando ho criticato la retorica dell’eccellenza non ho mai pensato che mirare ad eccellere sia di per sé male); quello che ho detto è che la resilienza su base individuale propagandata (prescritta) dal neoliberalismo altro non è che l’accettazione di prendere bastonate, contando sul fatto che poi ci si rialzerà. La resilienza culturale di un paese non è una scelta, è una qualità intrinseca: descrittiva, non prescrittiva.

Raul Catalano

Condivido molto di questo scritto ma, utopia per utopia, credo che la possibilità di sganciarsi (almeno un poco) da questo destino di totale omologazione e sudditanza ormai possa passare solo da un aumento della forza contrattuale europea nel suo complesso, sia perché il discorso potrebbe applicarsi benissimo alla maggior parte degli altri paesi europei (UK esclusa, ovviamente, e infatti …) ma soprattutto perché senza una sufficiente “massa critica” le probabilità di resistere alla attrazione economico/culturale/militare del gigante morente americano e della Cina pigliatutto sono prossime allo zero. Con tutto ciò di male che posso pensare della Europa a trazione tedesca, abbiamo più in comune con loro che con la volgarità e la superficialità americana. Sappiamo benissimo che qualsiasi singolo tentativo di vera autonomia rispetto agli interessi geopolitici americani verrebbe schiacciata, con le buone e con le cattive.

Dario Grison

Raul Catalano sì però non è solo l’Italia ad essere uscita sconfitta nel 45, ma l’Europa continentale intera. Ricordo una brillante sintesi di Caracciolo: agli USA interessa un’Europa abbastanza forte da non dover intervenire, ma sufficientemente debole da non costituire una concorrente

Alessandro Bruno

Negli anni 80 però, ci furono coraggiosi e notevoli tentativi di distaccarsi dal dominio atlantista. E ogni tanto, qualcuno è riuscito anche a svincolarsi negli ultimi vent’anni. (Per esempio, D’Alema in Libano 2006) o perfino Berlusconi con la Libia …

Altro…

Alessandro Leonardi

Considerate la varie traiettorie del Sistema globale nei prossimi due/tre decenni, fra multiple crisi, salti tecnologici, disperati tentativi di rivitalizzare la “crescita occidentale” e tensioni strutturali alle stelle, la mia generazione (i Millenial) e quelle successive potrebbero vedere per la prima volta l’Italia in una forma drasticamente diversa rispetto allo status quo messo in piedi dal 1945. Probabilmente fuori dall’orbita di questa o quella Potenza. Non è ancora il momento, siamo ancora distanti, ma nei prossimi 20/30 anni potrebbe succedere di tutto, data la velocità stessa del modello globale e le sue crisi interne. Sinceramente non credo che le istituzioni repubblicane reggeranno in codesta forma, in caso di violenti scossoni esterni. L’Italia è un bel vecchio museo aggrappato al treno planetario e quindi il suo destino è legato ad esso. Nel bene e nel male.
Autore

Andrea Zhok

Alessandro Leonardi Se è solo un vecchio museo qualcuno se ne approprierà e basta, come accade sempre per le reliquie. Per avere/essere un patrimonio culturale la cultura (conoscenza, destrezza, sensibilità, ecc.) deve essere nelle persone.

Dario Grison

L’alternativa è diventare tutti cattolici tradizionalisti, che sembra essere l’unica forma di influenza ancora perseguibile, a detta dell’anonimo di Limes
Autore

Andrea Zhok

Dario Grison Non necessariamente tradizionalisti, però che la cultura cristiana abbia radici profonde, e feconde, nella cultura italiana è indubbio.

Maria Esposito Siotto

Grazie per la riflessione e la diffusione del documento. Ricordo una sua riflessione in merito ai danni della pandemia in un paese a forte vocazione culturale per i motivi dei limiti alla mobilità ed al turismo imposti dai lockdown. La risorsa cu…

Altro…
Autore

Andrea Zhok

Maria Esposito Siotto Ovviamente, ma questa è una visione a breve termine, sin troppo alimentata, quella di vendere ad un buon prezzo le glorie passate (“valorizzazione del patrimonio”).
Accettabile, ma nel lungo periodo assai miope.

Claudio Gallo

Non ci resta che coltivare una gentile impotenza. Poi, a proposito dei servizi deviati: sono deviati solo dopo che si fanno prendere con le mani nel sacco.

Marcello Bernacchia

“Correligionario del papa emerito”? Cioè, sta dicendo che non considera Bergoglio cattolico?

Maurizio Candiotto

Marcello Bernacchia la domanda contiene la risposta…

Marcello Bernacchia

D’altronde, se non mettessero becco anche lì, che colonizzatori sarebbero?

Roberto Buffagni

Marcello Bernacchia Se davvero è un ufficiale, normale che disprezzi Bergoglio, come si disprezzerebbe il servilismo e la corrività in chiunque.

Marcello Bernacchia

Io su Bergoglio sono più possibilista, nonostante non poche perplessità. E penso che un ufficiale Usa di Bergoglio disprezzi il “socialismo” (reale o presunto), che per me è un punto a favore di Bergoglio.

Roberto Buffagni

Marcello Bernacchia Può essere. Un consiglio: se aspetta il socialismo da Bergoglio, si metta comodo.

Marcello Bernacchia

Non lo aspetto da lui, ma constato che qualcuno da lui lo teme. E ciò che è creduto vero esiste, come già notava von Hofmannsthal.

Maurizio Candiotto

Marcello Bernacchia E’ tutto da vedere se ciò che taluni da lui temono sia davvero il socialismo

Maurizio Candiotto

Marcello Bernacchia E, comunque, di *quale* socialismo, esattamente, stiamo parlando? Di quello che “serve a fare funzionare meglio il capitalismo”?! Quello, lo temo anche io (e in effetti esiste o va ad esistere. Magari anche con un aiutino da Mr. B.)

Federico Virgilio

Non cedere sulla linea significa “pensare con la propria testa”: sarà questa la sfida per il prossimo imminente futuro. E’ un presente di barbarie…

Carlo Pasini

Professore, l’ufficiale in congedo (da cui il post) parte male quando dice di “avegli consegnato il Paese nel ’45″” e, quando con spocchia chiede “perché ci dichiaraste guerra” che invece il vergognoso Duce dichiarò a Gran Bretagna e Francia.
A mio avviso è il globale neoliberismo il nemico del Paese ( quello della Costituzione) e della nostra Democrazia, ma non scomoderei fatti di 75-80 anni fa per le parole di un esuberante Yankee.

Sebastiano Lisi

“[…] ma potenzialmente avremmo qualcosa da dire come ‘potenza culturale’.”
Mah, forse stando nelle università non si vede, ma credo che pure come vagheggiata ‘potenza culturale’ i buoi siano da tempo scappati.

Gabriela Fantato

Ecco, con queste riflessioni acute, precise e colte mi son commossa, e mi è venuto in mente anche Foscolo (….)” A egregie cose il forte animo accendono l’urne dei forti “(….).
E da , a seguire, che l’Italia è un Paese ” invasi” da una subcultura anglofona, ” tranne la memoria, tutto”( ci è stato rubato, svenduto, dimenticato!!!).
Da questa nostra storia di grande musica, arte, letteratura, anche di cultura gastronomica,direi, dobbiamo trarre forza e orgoglio per ” opporci” all’ annientamento politico/ sociale in atto.
Grazie prof Andrea Zhok , lei è una guida!

Marco Sore

Raggelante notare come l’ufficiale, dal suo punto di vista, abbia fatto un discorso onesto.

Mauribeth Duir

Nel nostro piccolo, da queste parti ci stiamo lavorando 🙂
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    • 2 h

Jacopo De Battista

Al contrario della retorica imperante della “liberazione” è bene ricordare che noi la seconda guerra mondiale l’abbiamo persa, e l’abbiamo persa particolarmente male.
Chi può stupirsi di queste conseguenze?

Pierclaudio Brunelli

Ben ponderato e ben scritto…ma non posso fare a meno di percepire la considerazione finale .quasi uguale a: “quante me ne hanno date…ma quante gliene ho dette!!!!”

Angela Mastrolonardo

Siamo vittime e complici di questi bulli che ci tengono sotto schiaffo. Provo un senso di soffocamento, riesco solo a sottrarmi ai loro “prodotti culturali” e alle loro mode. Ho preservato la mia famiglia da questo

Massimiliano Esse

Nulla di strano. Tutto preciso.

Mario Amato

Non posso che essere d’accordo al 100%.
D’altra parte per chiunque abbia seguito con spirito critico gli avvenimenti degli ultimi 40 anni risulta chiaro e abbastanza evidente, e senza contare le decine di basi militari USA che abbiamo.

Mi ritorna in me…

Altro…

Renato Rivolta

Che noi siamo una provincia dell’Impero è fuori discussione. Che la Cina sia un pericolo mi sembra però altrettanto oggettivo. I cinesi, a differenza degli americani, non usano i missili e i droni per “esportare la democrazia”, usano mezzi più raffina…

Del resto, a differenza degli yankees, hanno qualche migliaio di anni in più di storia sulle spalle
Autore

Andrea Zhok

Renato Rivolta Diciamo che dopo settant’anni di dieta unilaterale yankee un po’ di ‘mezzi raffinati’ cinesi possono essere un accettabile compromesso.

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Gian Luca Beccari

Professore, lo vado dicendo da molti anni, inoltre considerare “alleati” chi ti ha sconfitto e colonizzato, è semanticamente una offesa alla verità. Inoltre mi permetto di aggiungere un’altra stringente e determinante forma di controllo, quella messa quella messa in atto attraverso piattaforme tecnologiche che controllano ogni nostro movimento, tutto ovviamente controllato da oltre oceano.

Camillo De Vito

Giusto. Ed è quello che ripete Dario Fabbri ed anche io prima di lui, da nessun pulpito e con nessun titolo se non quello di osservare la realtà. Ma penso che farsi allungare il guinzaglio e liberarsi dei tedeschi, potremmo farlo.

Volano gli stracci tra Stati Uniti e Cina sul covid 19, di Max Bonelli

L’articolo del giornalista scientifico Nicholas Wade ex collaboratore del NY Times,(uno non proprio arrivato con la piena del fiume Po) ha ribaltato con argomentazioni difficilmente confutabili la narrazione del Covid 19 frutto di un salto di specie da pipistrello ad uomo.
Anzi con grande probabilità il poco simpatico virus dai 3 milioni e passa di morti su scala mondiale non è altro che un prodotto di ricerca di laboratorio.

Wade (ma a dire il vero ancora prima anche Franco Fracassi) ha dimostrato che il laboratorio di Wuhan era finanziato in queste ricerche su virus pericolosi da una fondazione la Eco Healta Alliance(EHA) su cui gravitano diversi soggetti da ditte farmaceutiche a studi legali prestanome della Cia.
Il presidente della EHA Peter Daszak era anche il manovratore dietro la lettera firmata da diversi noti virologi apparsa sul Lancet il 19 febbraio 2020 che smentiva l’ipotesi del virus nato in laboratorio.

L’articolo di Wade (che non svela solo queste notizie di qui sopra ma che va nel dettaglio scientifico pro e contro le due ipotesi sull’origine del virus) è stato pubblicato dal sito Oltre la linea in italiano.(1) Ci vuole una buona preparazione scientifica per afferrare le finezze di questo pregevole pezzo di giornalismo scientifico.

L’imbarazzo alla casa bianca è stato evidente da qui la dichiarazione ufficiale di Biden per una indagine esaustiva sull’argomento.
Dopo questo passo i media nostrani hanno effettuato la contromanovra alla “contrordine compagni” ed hanno rivitalizzato con qualche imbarazzato articolo l’ipotesi laboratorio.
Purtroppo devo riscontrare che anche un paio di media in teoria alternativi come La voce del patriota (2)e il Primato nazionale(3) sono caduti (volutamente o meno?) nella trappola “del al virus cinese”.
Questa tendenza al facile messaggio dei cinesi cattivi che si sono lasciati scappare il virus dal laboratorio e poi hanno nascosto il fattaccio è una semplificazione nel migliore dei casi dovuta alla mancanza di approfondimento da parte degli autori.

In realtà Wade ed anche Fracassi hanno dimostrato che lo sviluppo di funzioni su virus era frutto di un piano d’investimenti occidentali nel laboratorio di Wuhan con qualche traccia di capitali cinesi privati. Tutto al di fuori del controllo di Pechino.
Ma anche questa verità ha un lato imbarazzante per la Cina e cioè la mancanza di controllo sul proprio territorio.
Si sono fatti delocalizzare una ricerca pericolosa in casa loro senza accorgersene.

Laboratorio di Wuan in Cina

La mia teoria che il Covid 19 sia stato diffuso volutamente dal Deep State americano sta ancora in piedi anzi è suffragata dal lavoro di Nicholas Wade.(4).
Il lettore che vuole approfondire consiglio la lettura di quell’articolo all’epoca definito complottista…ma ci sono abituato
all’etichetta. Dai tempi in cui scrissi nel 2015 sul mio libro Antimaidan che gli sniper a Kiev erano baltici e georgiani addestrati dalla Nato.

Purtroppo la realtà degli avvenimenti geopolitici degli ultimi anni è spesso frutto di veri complotti ai danni di milioni di persone.

(1)

https://oltrelalinea.news/2021/05/11/cosi-il-coronavirus-e-nato-in-un-laboratorio-di-wuhan-tutta-la-verita/

(2)

USA, l’Intelligence rivela: virus circolava in laboratorio a Wuhan già a novembre 2019.

(3)

https://www.ilprimatonazionale.it/primo-piano/covid-laboratorio-virologi-wuhan-malati-novembre-2019-194683/

(4)

Il “Deep state” dietro il Covid-19?, di Max Bonelli

già ripreso da https://www.ariannaeditrice.it/articoli/volano-gli-stracci-tra-stati-uniti-e-cina-sul-covid-19

http://italiaeilmondo.com/2021/05/21/cosi-il-coronavirus-e-nato-in-un-laboratorio-di-wuhan-di-nicholas-wade/

Semiconduttori: la ricerca della sovranità (4/5), di Gavekal

I semiconduttori rappresentano la principale sfida tecnologica per gli anni a venire. Sono essenziali per lo sviluppo della tecnologia digitale e dell’industria, e quindi dell’economia. La Cina è in ritardo rispetto a Stati Uniti e Taiwan. Catturare il mercato dei semiconduttori è quindi una sfida importante per la sovranità dei paesi.

 

Conflitti traduzione di un articolo di Dan Wang originariamente pubblicato sul sito Gavekal

 

  1. La risposta degli Stati Uniti 

 

Nonostante i loro ovvi problemi, le politiche cinesi sui semiconduttori hanno sollevato campanelli d’allarme a Washington. I politici statunitensi si sono preoccupati per la prospettiva che le aziende cinesi fortemente sovvenzionate sostituiscano (o rilevino) le aziende statunitensi esistenti, vedendo l’esercito cinese rafforzare la sua capacità tecnologica e vedendo le reti di telecomunicazioni statunitensi e i loro alleati diventare troppo dipendenti da componenti cinesi che potrebbero costituire una backdoor per spionaggio o disturbo.

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Nei giorni conclusivi dell’amministrazione Obama, la Casa Bianca ha pubblicato un rapporto sui semiconduttori, avvertendo di “una spinta concertata dalla Cina per rimodellare il mercato”. Le prime risposte degli Stati Uniti si sono concentrate sul blocco dell’attività di fusione e acquisizione cinese. Nel 2015, il produttore statunitense di chip di memoria Micron ha respinto un’offerta di acquisto da 23 miliardi di dollari per Tsinghua Unigroup sulla base del fatto che l’accordo sarebbe stato bloccato dall’organismo di regolamentazione, il Committee on Foreign Investment nel governo degli Stati Uniti. Nel 2016, Obama ha bloccato un tentativo cinese di acquistare il produttore di chip tedesco Aixtron, impedendo la vendita della filiale statunitense di Aixtron.

 

Il presidente Donald Trump ha continuato questa campagna. Nel 2017, Trump ha posto il veto all’acquisizione di Lattice Semiconductor da parte di un consorzio di private equity guidato dalla Cina. L’anno successivo, ha bloccato l’ acquisizione di Qualcomm da parte di Broadcom , che non è cinese (la società era allora registrata a Singapore ma da allora si è trasferita negli Stati Uniti), con la motivazione che l’operazione svuoterebbe Qualcomm della sua capacità di ricerca e sviluppo e la renderebbe meno competitivo rispetto ai potenziali rivali cinesi.

 

Avvio di sanzioni

 

Dopo aver chiarito che nessuna azienda statunitense di semiconduttori era in vendita, l’amministrazione Trump ha quindi avviato una serie di azioni volte a limitare il flusso di tecnologia in generale, e tutto ciò che ha a che fare con i semiconduttori, i driver in particolare, dagli Stati Uniti alla Cina. Nella maggior parte dei casi, i funzionari hanno adottato regolamenti e meccanismi esistenti e li hanno applicati in modo più aggressivo contro le società cinesi. Questi includono elenchi di società con performance negative soggette a vari tipi di sanzioni: “Entity List” e “Military End-User List” del Dipartimento del Commercio, che impongono restrizioni all’accesso alla tecnologia statunitense. ; la “lista delle imprese militari cinesi comuniste” del Ministero della Difesa,

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L’altro grande sviluppo normativo dell’era Trump è stato l’approvazione da parte del Congresso nel 2018 di due disegni di legge che hanno notevolmente rafforzato la capacità del governo degli Stati Uniti di limitare gli investimenti e le esportazioni legati alla tecnologia. Il Foreign Investment Risk Review Modernization Act ha rafforzato i poteri del CFIUS, il comitato guidato dal Tesoro che controlla gli investimenti esteri negli Stati Uniti. La legge sulla riforma del controllo delle esportazioni Exportha posto le basi per un ulteriore controllo delle esportazioni da parte del Dipartimento del Commercio. Una delle caratteristiche principali di queste due leggi è stata quella di estendere i motivi per limitare un test di sicurezza nazionale a un test tecnologico. A causa di queste restrizioni, gli investimenti diretti delle aziende cinesi nei settori tecnologici statunitensi sono praticamente scesi a zero. E mentre il Dipartimento del Commercio continua ad approvare la stragrande maggioranza delle licenze di esportazione di tecnologia in Cina, il suo tasso di rifiuto per queste licenze è più che raddoppiato tra il 2018 e il 2020, al 6%.

 

 

Questi regolamenti e leggi hanno preso di mira le aziende cinesi in vari settori legati alla tecnologia. Nel campo dei semiconduttori, le principali vittime sono state Fujian Jinhua, Huawei e SMIC.

 

Huawei è stata una vittima unica delle azioni statunitensi. È stato inserito nell’elenco delle entità a maggio 2019, quindi ulteriori restrizioni sono state sviluppate dal Dipartimento del Commercio a maggio e agosto 2020. Queste regole inizialmente hanno reso più difficile per le aziende statunitensi fare affari con Huawei. ; hanno poi impedito la fabbricazione dei chip HiSilicon di Huawei con apparecchiature di origine americana; e infine, in una importante rivendicazione di extraterritorialità, hanno affermato che la vendita a Huawei di qualsiasi articolo prodotto utilizzando tecnologie di origine americana richiederebbe una licenza.

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Huawei ha anticipato alcune di queste misure e ha accumulato enormi scorte di componenti di chip. Nonostante le restrizioni statunitensi, i suoi ricavi sono cresciuti del 19% nel 2019 e del 4% nel 2020, fino a raggiungere i 137 miliardi di dollari. Tuttavia, la sua prospettiva è desolante. Ha perso il primo posto nelle vendite di cellulari in Cina per rivaleggiare con Xiaomi. La sua attività di stazione base per le reti mobili 5G – l’obiettivo chiave delle sanzioni statunitensi – è ancora in sospeso, poiché in questa attività a basso volume le sue scorte di componenti possono durare più a lungo. Ma senza allentare i controlli sulle esportazioni statunitensi, il futuro di Huawei come grande azienda tecnologica sembra desolante. HiSilicon, dal canto suo, ha dovuto fare i conti con un flusso di partenze del personale,

 

SMIC è stato inserito nell’elenco delle entità nel dicembre 2020, durante il periodo dell’anatra zoppa di Trump. SMIC attualmente affronta restrizioni meno severe rispetto a Huawei. Ogni acquisto di apparecchiature originali americane richiederà una licenza, ma le uniche licenze che verranno rifiutate per impostazione predefinita saranno per gli strumenti necessari per produrre chip a nodi di processo inferiori a 10 nm. Inoltre, gli Stati Uniti hanno esercitato con successo pressioni sul governo olandese per impedire ad ASML di fornire il suo strumento EUV di fascia alta al salario minimo. Queste restrizioni impediranno alla SMIC di produrre chip avanzati, ma è improbabile che paralizzino il business.

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Resta da vedere come si evolveranno i controlli tecnologici statunitensi sotto l’amministrazione Biden. Finora, Biden ha lasciato in vigore i controlli di Trump e li ha ampliati selettivamente. All’inizio di aprile, il ministero del Commercio ha inserito altre sette società tecnologiche cinesi nell’elenco delle entità: tre società di semiconduttori e quattro società di supercomputer legate all’esercito cinese. In risposta, TSMC ha interrotto la produzione di chip per una delle società sanzionate, la Tianjin Phytium Information Technology.

 

Non importa quanto dura sia l’amministrazione Biden, il quadro generale è chiaro. Gli Stati Uniti hanno messo in atto un regime completo di restrizioni tecnologiche il cui obiettivo principale è frenare il flusso di tecnologie avanzate verso la Cina e hanno dimostrato la volontà di utilizzare queste restrizioni per limitare, paralizzare o distruggere le attività delle aziende cinesi. A parte il danno ad alcune società cinesi, gli effetti principali sono stati l’impossibilità per le società cinesi di investire in risorse tecnologiche statunitensi e l’impossibilità per le società tecnologiche degli Stati Uniti o di altri paesi di esportare in Cina.

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L’industria si difende

 

Il principale ostacolo al desiderio del governo degli Stati Uniti di soffocare i flussi di tecnologia verso la Cina è l’industria dei semiconduttori statunitense. Per molti produttori di chip e utensili, la Cina è il mercato più importante o in più rapida crescita e un anello vitale nella catena di produzione integrata a livello globale. Per i primi sette produttori di apparecchiature per semiconduttori, il mercato cinese è il doppio di quello degli Stati Uniti; per i primi otto produttori di chip, il mercato cinese è quasi due volte e mezzo quello degli Stati Uniti. Le aziende tecnologiche statunitensi affermano che in un mondo in cui non potrebbero più vendere alla Cina, i loro ricavi e la capacità di investire in ricerca e sviluppo crollerebbero.

 

Hanno mobilitato consulenti per sostenere questi argomenti con cifre. Nel 2020, il Boston Consulting Group ha calcolato che uno sforzo sostanziale per “disaccoppiare” i settori della tecnologia statunitense e cinese ridurrebbe i ricavi delle società di chip statunitensi di $ 80 miliardi, costringendole a tagliare la ricerca e lo sviluppo dal 30 al 60 percento. Al contrario, il BCG ha stimato che la concorrenza creata dal programma “Made in China 2025” costerebbe solo alle società di chip statunitensi $ 10-15 miliardi di entrate. Un rapporto pubblicato nel febbraio 2021 dalla Camera di commercio degli Stati Uniti e dal Rhodium Group afferma che la perdita di accesso ai clienti cinesi comporterebbe una perdita di produzione di 124 miliardi di dollari e una riduzione di 12 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo.

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La Semiconductor Industry Association, che rappresenta sia i produttori di chip che di hardware, continua ad affermare che gli Stati Uniti devono imparare a convivere con una catena di fornitura di semiconduttori integrata a livello globale e che, invece di applicare sanzioni generali alla Cina, il governo dovrebbe spendere fino a $ 50 miliardi di sussidi e agevolazioni fiscali per ricostruire la capacità di produzione di chip negli Stati Uniti. Pat Gelsinger, il nuovo CEO di Intel, ha chiesto un “colpo di luna” per ridurre la quota degli Stati Uniti della capacità di produzione globale di chip a un terzo. L’amministrazione Biden è in ascolto: la sua proposta infrastrutturale include 50 miliardi di dollari per la produzione di chip e la ricerca e sviluppo. Questo andrebbe ad aggiungersi ai 10 miliardi di dollari spesi in ricerca e sviluppo. Questo andrebbe ad aggiungersi ai 10 miliardi di dollari in sovvenzioni e crediti d’imposta già approvati dal Congresso nel 2020 ai sensi del CHIPS Act .

https://www.revueconflits.com/semi-conducteurs-la-quete-de-la-souverainete/

INTERVISTA AD ORLANDO (VITTORIO EMANUELE), di Teodoro Klitsche de la Grange

INTERVISTA AD ORLANDO (VITTORIO EMANUELE)

Nubi minacciose si addensano sulla legge Severino: lega e radicali la vogliono – dice la stampa- abrogare per referendum. Un’invadenza inammissibile e sguaiata della volontà popolare in una materia (e vicenda) riservata alle élite. Allo scopo di farcela chiarire, abbiamo chiesto un’intervista ad Orlando, cioè a Vittorio Emanuele (e non al ministro PD) autorevolissimo statista e giurista. Ci è parso il più titolato a discuterne. E gentilmente ce l’ha concessa.

Caro Presidente che ne pensa della giurisdizione “politica” (e ordinaria) nei confronti delle massime autorità dello Stato?

Che ho scritto proprio della massima, cioè, ai miei tempi, quella del Re. Questi è inviolabile e ciò “significa che la persona del monarca non è soggetta ad alcuna giurisdizione; o, in altri termini, non esiste nello Stato alcuna autorità o potere capace di esercitare un’azione coercitiva sulla persona del Re. Il che importa, pure, che Egli non può sottostare al comando di alcuna autorità, non potendosi dare, nel campo del diritto, un comando che non sia assicurato da sanzioni coattive”. Se c’è un potere che “comanda” al Re o a similari “organi sovrani” significa il sovrano è colui che giudica e non chi è giudicato.

Ma così si crea un potere irresponsabile.

Ed è inevitabile: “un aspetto della nozione di inviolabilità dà luogo al concetto di irresponsabilità politica…Quanto poi a tutta la giurisdizione penale, poiché essa dà sempre luogo, in atto o in potenza, ad una coazione fisica, esercitata sulla persona, la norma dell’inviolabilità importa che il Re non può mai esservi sottoposto. Il che significa che, astrattamente, il Re potrebbe commettere un reato e restare impunito… ” per cui il principio onde il Re è sottratto ad ogni giurisdizione è imposto da una assoluta necessità; “poiché ognun vede come quell’autorità (per es., un giudice istruttore), che potesse disporre con un suo ordine della libertà e della persona del Capo dello Stato, avrebbe virtualmente un potere superiore; non sarebbe possibile distinguere l’arresto del Re dalla destituzione di esso. Il che importerebbe una contraddizione anarchica, poiché il Re non sarebbe più un Organo Supremo, ed anzi il Capo dello Stato il quale, per ciò stesso, non può nello Stato ammettere alcun superiore”.

Potrebbe spiegarcela più in dettaglio?

Certo. L’irresponsabilità può “considerarsi innanzi tutto da un punto di vista di ordine politico e poi da un punto di vista giuridico. Politicamente pare che abbia un’elevata ragione e risponda ad un interesse pubblico gravissimo il sottrarre la persona” del “sovrano” sia a censura diretta che ad “attriti pericolosi fra i più elevati poteri pubblici, che potrebbero poi degenerare in un dissidio irreparabile, col danno o della libertà dei cittadini o della forza dello Stato”. E poi vi sono altre forme di responsabilità che già Benjamin Constant considerava più consone alla natura del rapporto e della funzione.

Ma oltre che al Re, come Lei ha scritto, si applica anche agli “organi sovrani” dello Stato, al Parlamento per primo.

Come ho sostenuto questa è una specie particolare della “questione generale della natura dell’immunità parlamentare in relazione con la teoria degli organi sovrani”.

Ma così la giustizia non è più uguale per tutti…

Dicono nei talk-show. Ma se lo fosse non esisterebbe più lo Stato, come pensava un mio collega francese. La realtà è che ogni istituzione politica si fonda sul presupposto del comando/obbedienza, che ovviamente è un rapporto tra disuguali.

Perciò ritengo che è normale che in ogni regime politico vi sia un tale tipo di diseguaglianza. Questa è la regola e non l’eccezione e cioè “che le immunità parlamentari sono da considerarsi non come diritto di eccezione ma facciano parte, invece, del diritto comune e quindi si pongano in via di regole generali ed anzi come capisaldi di tutto l’ordinamento giuridico, dato, si intende, lo Stato rappresentativo”. Ossia quello che voi chiamate “democratico-liberale”.

E la storia dimostra che, pur contestato e anche se lesivo del principio di eguaglianza, in regimi democratici, il principio dell’immunità degli “organi sovrani” è stato sempre vigente “Questa forza di resistenza del principio… basterebbe da sola ad attestare la necessità del suo riconoscimento; possiamo aggiungere ora che vale a dimostrare che quel principio si pone come una condizione dell’istituto parlamentare, ed ha quindi in ciò il titolo di un vero e proprio diritto comune per quegli Stati il cui ordinamento su quell’istituto si fonda” come la vostra Repubblica.

E la ragione, ancor più per un regime democratico, è duplice: se non fosse la volontà popolare a decidere chi comanda, ma un ufficio giudiziario, sarebbe anche leso il principio che, in democrazia, è il popolo a eleggere (e non confermare) da chi vuol essere governato.

Per cui?

Meglio che sia il popolo e non altri a deciderlo. Come scriveva Machiavelli “i pochi sempre fanno a modo de pochi”. Per cui è meglio che lo facciano tutti.

Teodoro Klitsche de la Grange

La vena malinconica del varietà, di Roberto Buffagni

Qualche buontempone ha fondato la Federazione Italiana Grigliate all’Aperto.
Come sempre quando le cose vanno molto male, l’Italia si rifugia nel comico.
Com’ è triste, il comico italiano!
Da trentacinque anni faccio regolari immersioni nel mondo sommerso del Varietà e dell’Avanspettacolo, frequentandone piani nobili e chambres de bonne ormai eguagliati dalla morte, “ ‘a livella”, nella formula dell’ultimo Imperatore di questa Atlantide italiana, principe Antonio de Curtis. E’ solenne e ammonitorio, un quasi mezzo secolo: vediamo di ricavarne qualcosa…non so, un giudizio, una conclusione, una morale…
Ed eccola qua la morale: com’è bello e com’è triste, il comico italiano!
Che sia bello, non ci vogliono trentacinque anni per arrivarci. Guardatevi qualche vecchio spezzone di varietà in televisione, e ci arrivate in cinque minuti. La tristezza, invece, sta più in profondo, e per arrivarci ci vuole lo scafandro di un po’ di pazienza e di pensiero.
Le prime bucce di questa cipolla di tristezza sono quelle universalmente note dei lustrini che si sfaldano come forfora dall’abito di luce delle soubrette, del lusso in scena con fame nel backstage, dei denti del capocomico che in scena lampeggiano di sorrisi e in camerino addentano le ballerinette, del pubblico che in teatro sogna i grandi amori e all’uscita degli artisti allunga le mani e sbava, etc., etc.
Per esser triste è triste, ma qui restiamo nell’ Allgemeine Menschliche: lo scettico cafard apres la fête, il dialettico nesso maschera/volto, il melodrammatico cuore che sanguina mentre il carnevale impazza (“Ridi, pagliaccio!”), e volendo, anche lo scolastico sabato del villaggio. Insomma, restiamo sul generico, e non c’era bisogno di quasi mezzo secolo di pensierini della sera per arrivarci.
C’è invece un nocciolo di tristezza, nel Varietà e nell’Avanspettacolo italiani (e appena avvertibile col senno di poi nella grande forma drammatica da cui discendono entrambi, la Commedia dell’Arte) che è loro proprio: un nocciolo di tristezza italiana. Non faccio il misterioso e ve lo dico subito.
Il Varietà italiano è triste perché è solo: ed è solo, solo come un cane in chiesa, solo come un uomo in punto di morte, solo come un orfano, perché gli manca la tragedia.
Il posto del comico (come genere drammatico e come attore) è il posto del servo. “Tieni fame? Tieni freddo? Tieni paura? Allora puoi fare il comico.” sentenziava Totò, ed è così dai tempi di Aristofane e di Plauto. Il cibo, il calore e il coraggio li ha il signore: e infatti, è a lui che spetta il tragico.
Avendo il cibo assicurato, il calore di una casa avita e il coraggio ereditario, al signore, al tragico signore spetta un altro monopolio, che sul piano drammatico conta ancor di più: il monopolio del senso, della creazione di una storia con un principio, un mezzo e una fine; insomma, la sovranità sull’ordine.
Al servo, al comico servo cosa resta? Gli avanzi. Gli avanzi del cibo, del calore, del coraggio, e dell’ordine: la fame, il freddo, la paura; e la sovranità sul disordine, il frammento, il carnevale: insomma, la fantasia comica. Il Varietà si chiama così perché è composto da una varietà, una molteplicità slegata di frammenti drammatici, con giudiziosa modestia chiamati “scenette”.
E’ una distribuzione di ruoli classica, che in conformità all’atteggiamento classico “preferisce l’ingiustizia al disordine” (Goethe). Il comico servo potrà raggirare e imbrogliare il tragico signore, e anche deriderlo quando non è all’ altezza del suo ruolo; ma sarà sempre il signore a decidere l’ordine della storia e della vicenda drammatica.
Ma – e qui veniamo al dunque, al dunque italiano – se il signore non c’è? Se non c’è il tragico, il comico che fa? Come va a finire?
In Italia, infatti, e basta consultare le storie della letteratura e del teatro, il tragico non si può fare. Quando lo si fa, come lo si è fatto per esempio nel Seicento, è una esercitazione letteraria di corte, e non ci crede sul serio nessuno, né chi lo fa né chi vi assiste; e Alfieri è un grande uomo che parla da solo, dialogando con le ombre dei morti eroi: meglio delle figurine Panini, ma purtroppo i morti eroi riprendono vita sulla scena solo quando il pubblico sente l’impellente bisogno di avere degli eroi vivi.
Non è che qui manchino le capacità letterarie: a scrivere tragedie ci ha provato anche Manzoni, non proprio l’ultimo venuto, e ha saputo fare solo la tragedia della rinuncia all’ azione (l’Adelchi). E’, molto semplicemente, che per fare tragedia bisogna rappresentare credibilmente la sovrana libertà del signore alle prese con decisioni di vita e di morte che riguardino lui, e con lui tutta la comunità; per farla corta e semplificare, le decisioni politiche prese in stato d’emergenza, le decisioni che fondano la legge quando la legge scritta non c’è o non parla più.
Prova a contrario uno: l’unico genere drammatico che si avvicini alla tragedia, in Italia, sono le storie di mafia et similia. Dove l’eroe, in effetti, prende sovrane decisioni di vita e di morte che riguardano lui e tutta la sua comunità; peccato che la sua comunità di masnadieri non possa proporsi come comunità di tutto il popolo. Prova a contrario due: ne “Il mestiere delle armi”, un film di grande accuratezza scenografica sulla morte di Giovanni dalle Bande Nere, un regista niente affatto spregevole o bugiardo come Ermanno Olmi miracolosamente non si accorge di quanto tutti i contemporanei alla vicenda capirono e scrissero a chiare lettere: che la morte di Giovanni era una tragedia politica, la morte delle ultime speranze d’indipendenza italiana.
E dunque, se il tragico e il signore non ci sono, il comico e il servo restano soli. Restano soli e sono tristi, perché si sentono pesare addosso l’ ingiusta responsabilità di creare un ordine, una storia, un senso, e non lo possono né lo vogliono fare.
E però bisogna pur vivere, e the show must go on. Il servo comico si carica anche il peso del signore assente, e stronfiando e bestemmiando tira la sua e nostra carretta. La “commedia all’italiana” cinematografica, ultimo atto della tradizione che nasce con la Commedia dell’Arte e ultimo genere drammatico autenticamente nazionale, questo lo ha capito molto bene. Guardate Vittorio Gassman, fastidioso trombone finché si limitò a fare l’attore tragico, profondo interprete da quando lasciò che due metà, la comica e la tragica, gli combattessero dentro: forse non sarà ricordato per i suoi Amleti, Gassman, ma per il suo Brancaleone certo sì.
C’è stato un momento, nella storia recente d’Italia, che il servo comico ha creduto di non essere più solo, e allora ha dato il meglio di sé. Piaccia o non piaccia, quel momento è stato il fascismo: gli anni del fascismo sono anche l’ Età dell’Oro del Varietà italiano. Il segreto di Pulcinella dell’amore che un comico eccelso come Ettore Petrolini portava al fascismo e a Mussolini sta tutto qui, nella gratitudine per il signore che mettendogli la mano sulla spalla, lo rimetteva al suo posto (per essere felici gli uomini in generale, dice Aristotele, ma in particolare gli artisti, aggiungo io, hanno bisogno soprattutto di questo: di trovare il loro posto).
Poi è andata come è andata, cioè male, e non tanto perché l’Italia fascista ha perso, ma perché l’Italia postfascista ha fatto finta. Fatto finta di non essere stata fascista ma antifascista in pectore; di non essere stata occupata ma liberata; di non avere perso ma vinto la guerra.
Ora, al servo, che per definizione vive in stato di necessità, è lecito fare finta, imbrogliare le carte e mentire: su che altro se non su questi raggiri si basano i meccanismi comici, da Plauto ad Arlecchino a Paolo Villaggio? Al signore, al tragico signore con la sua sovrana libertà, no: a lui non è lecito, far finta. Senza verità la tragedia è, nel migliore dei casi, melodramma.
Un signore che ne trasse le tutte le debite conseguenze fu, per esempio, Raimondo Vianello, il nobilnato Raimondo Vianello: suo padre era Ammiraglio di Squadra della Regia Marina, suo zio, ammiraglio anche lui, precettore del Duca di Spoleto. Raimondo, che non aveva gradito l’8 settembre dei Savoia, da signore si fece comico, e dunque servo (Aneddoto: in tournée a Bologna col varietà insieme a Galeazzo Benti[voglio], altro nobilnato transfuga, Vianello e Benti vanno a far visita di dovere all’anziana contessa Bentivoglio, zia di Benti. Si presentano al portone di Palazzo Bentivoglio in abito blu e mazzi di fiori, suonano. Il maggiordomo apre, si presentano, il maggiordomo va a sentire se la contessa è in casa. Torna e dice: “La signora contessa informa i signori che per loro non sarà mai in casa.”)
Insomma, dal dopoguerra il servo comico ha dovuto di nuovo caricarsi sulle spalle il peso dell’assenza del signore, il peso di rappresentare da solo la comunità nazionale. Da allora, fa quel che può. Ci fa ridere fino alle lacrime, degli altri e soprattutto di noi stessi. Ci rappresenta peggiori di quel che siamo, e così ci strizza l’occhio, ci rassicura e ci consola; vero, Silvio B.?
Ma a pensarci bene, com’è triste, com’è solitaria questa allegria! Che voglia di piangere lacrime di sconforto, di rabbia, di umiliazione, dopo queste risate!
Dibattito

Elio Paoloni

Guardate Vittorio Gassman, fastidioso trombone finché si limitò a fare l’attore tragico, profondo interprete da quando lasciò che due metà, la comica e la tragica, gli combattessero dentro: forse non sarà ricordato per i suoi Amleti, Gassman, ma per il suo Brancaleone certo sì. L’ho sempre detto

Roberto Buffagni

Elio Paoloni E’ curioso e significativo che alcuni tra i maggiori comici italiani dello scorso secolo siano stati fascisti impenitenti: Walter Chiari, Raimondo Vianello, Aldo Fabrizi…
Bella riflessione.
Ma il mondo non si divide solo in comico e tragico.
E forse la tragedia dell’Italia non è quella di non avere la tragedia (la più grande opera letteraria di un nostro artista, in fondo, è una Commedia).
Grandi assenti in questa riflessione (e in Italia sono state spesso consapevolmente dimenticate) sono l’epica e, soprattutto, la fiaba.
Un paese tragico è un paese di conquistatori a cui onestamente invidierei poco (vedi l’Inghilterra).
Una cultura che dimentica grandi imprese ed eroi, per quanto lontani nel tempo e, soprattutto, perde lo sguardo verso l’alto e l’invisibile, è votata alla dannazione, che è peggio della morte.

Roberto Buffagni

Dario Biagiotti La tragedia è una delle dimensioni della vita, e una delle possibilità dell’arte. Non c’è solo quella, neanche nelle letterature che hanno prodotto tragedie eccelse. In Italia la fiaba c’è eccome (la fiaba popolare, e la fiaba colta, Collodi per tutti). L’epica c’è molto poco, spesso in forme comico-picaresche, molto interessanti però, pensa a Merlin Cocai (Teofilo Folengo), o, in altro modo, diciamo più civile, a Ippolito Nievo e a G.C. Abba, a Riccardo Bacchelli

Roberto Buffagni

Dario Biagiotti Aggiungo poi che le tragedie storiche inglesi, anzitutto shakespeariane, sono tragedie della guerra civile (Due Rose). Il punto che volevo sottolineare è che la tragedia è la forma drammatica che più si adatta e conforma alla dimensione del Politico con la maiuscola. Vedi la tragedia greca, che aveva una diretta funzione politica (mostrare il momento della decisione tragica, formarvi il pubblico) in una polis ove la scelta politica era questione di vita e di morte per tutti gli spettatori/cittadini.

Dario Biagiotti

Roberto Buffagni infatti ho detto che in Italia la fiaba è stata dimenticata (colpa soprattutto della borghesia intellettuale post marxista che ha eletto a grande letteratura solo ciò che avesse un riflesso immediatamente politico, con la minuscola – vedi l’insopportabile verismo e la sua propaggine recente, cinematografica, del neorealismo).
Poi, secondo me il Politico, anche con la maiuscola, è il grado più basso delle dimensioni umane. E la vocazione principale dell’arte dovrebbe rimanere la tensione dello spirito al trascendente attraverso il fatto estetico. La fiaba, che io intenderei come genere d’elezione del meraviglioso (nel senso che gli dà Todorov), è stata dimenticata nell’Italia di oggi e di ieri, sostituita dall’illusione stupidamente materialista della pseudo-cronaca. Facendo nostra la reazione di Ippolito d’Este all’Orlando furioso, ed eleggendola a criterio d’elezione di interpretazione del reale e dell’invisibile, abbiamo perso davvero l’anima.

Gennaro Scala

Molto interessante. Non so se aggiunge qualcosa il fatto Dante volga in conclusione la “tragedia di Ulisse” in comicità. Virgilio che congeda bruscamente Ulisse in mantovano, dopo avergli parlato in greco (Tasso sosteneva che Virgilio finge di essere Omero). Ed uno dei pochi passi in cui Dante effettivamente risulta comico. Secondo Julia Bolton Holloway “Dante writes his Commedia, turning the tragedy of exile into the comedy of pilgrimage”.

Roberto Buffagni

Gennaro Scala Dante non vuole far tragedia, perché la tragedia cristiana non esiste e non può esistere. Vuole fare un’altra cosa e la fa, direi, molto bene

Gennaro Scala

Roberto Buffagni sì, lo fa molto bene. Auerbach: “L’immagine dell’uomo si pone davanti all’immagine di Dio. L’opera di Dante ha realizzato l’essenza figurale-cristiana dell’uomo e nel realizzarla l’ha distrutta.”

Roberto Buffagni

Gennaro Scala Certo. Auerbach interprete all’altezza del suo oggetto.

Gennaro Scala

Cmq, anche in termini formali quella di Ulisse è una tragedia, l’eroe che va incontro al suo inevitabile destino. Ma è la tragedia di Dante stesso, perché Ulisse è Dante, come già da detto e suggerito da vari commentatori, a cominciare da Boccaccio e Petrarca

Luciano Prando

caro buffagni e tutti gli altri, complimenti ho letto il suo pezzo e mi ha affascinato, ma ci terrei a chiarire che dramma e tragedia non sono la stessa cosa: la tragedia è irreparabile, sei andato a letto con tua madre e hai ucciso tuo padre, la tragedia racconta le conseguenze di un atto irreparabile…..il dramma invece racconta come si sviluppano fatti dalle conseguenze drammatiche: t’innamori di tua sorella, le uccidi il marito. la violenti, lei si uccide per la vergogna, tu diventi pazzo, la vecchia madre rimane sola e piange……la commedia è il racconto di fatti e sentimenti normali…….la farsa o la comicità è lo svelamento di fatti tragici, drammatici o normali in forma paradossale, il buffone di corte…..la suddivisione non è accademica ma corrisponde alla vita reale, a tutti capita di vivere situazioni tragiche, drammatiche, da commedia o comiche, paradossali…….detto questo è vero gli italiani mancano del senso del tragico e rifiutano il dramma, girano tutto in commedia, infatti non abbiamo mai avuto veri comici ma commedianti border line con la comicità, vero è che perdono una guerra disastrosa, viene distrutto un sistema sociale cui la larga maggioranza aveva aderito vengono occupati da truppe straniere e fingono di averla vinta la guerra, di entrare a milano quando non c’era più nessuno ad opporsi e le truppe alleate erano ad un tiro di schioppo…..forse gli unici veri comici di quelli citati sono stati walter chiari e bramieri che facevano ridere senza essere personaggi in commedia

Roberto Buffagni

Luciano Prando Grazie. Non concordo con la sua definizione di tragedia. Ci sono diverse tragedie che finiscono con l’happy end. Ciò che definisce la tragedia, per farla molto breve, è questo: che il protagonista deve prendere una decisione senza che la legge, il costume, la religione gli forniscano una soluzione prefabbricata. C’è il mondo che è grande, il cielo che è lontano, tu che sei solo: incipit tragoedia. Per questo è il genere drammatico più conforme al Politico, perché la situazione del protagonista corrisponde alla situazione del decisore sovrano nello stato d’eccezione. Ecco perché la tragedia, nell’Atene del IV secolo a.c., era finanziata dalla polis, e la partecipazione del pubblico gratuita: perché costituiva il principale strumento di formazione ed educazione politica di cittadini che in assemblea avrebbero dovuto prendere decisioni di vita e di morte per tutta la città.

Luciano Prando

caro buffagni, la definizione di tragedia come conseguenze di un evento irreparabile è propria del teatro greco, quello cui lei si riferisce è il dramma, infatti lei è costretto a dire “il genere drammatico”………il resto del ragionamento fila: puoi essere attratto da tua sorella ma devi decidere da solo se soddisfare il tuo desiderio in qualsiasi modo o soffrire senza soddisfarlo…..ripeto le definizioni non sono accademia ma specchio della vita reale

Roberto Buffagni

Luciano Prando Ho capito quel che lei intende dire, che è più che sensato. Non intendo farne una discussione tecnica, ma giusto per non fraintenderci le dico che “generi drammatici” sono tutti i generi di rappresentazione teatrale: tragedia, commedia, dramma (con le loro specificazioni). “Dramma” significa “azione”, e “sviluppo drammatico” hanno tutti i generi teatrali, il tragico come il comico, perché vi si dipanano delle azioni. La “irreparabilità” dell’evento tragico è senz’altro una caratteristica del genere tragico, che si svolge al cospetto della morte, nel senso che le azioni che vediamo sulla scena sono presentate nel peso specifico e nel valore che esse assumono soltanto quando abbiamo ben presente la morte, che rende irrevocabili gli atti. La stessa vicenda può essere raccontata in forma di commedia o di tragedia, appunto se la narriamo al cospetto della morte (tragedia) o no (commedia). Questo avviene anche nella nostra vita. Noi sappiamo di dover morire, e che dunque ogni nostro atto, anche il minimo, è irrevocabile e dunque “irreparabile”. Semplicemente, per la maggior parte del tempo non ci pensiamo, e agiamo, viviamo, pensiamo e sentiamo come se potessimo vivere in eterno e rendere revocabili e rimediabili tutte le nostre azioni.

Luciano Prando

caro buffagni, lei si scontra con uno che il teatro lo conosce bene…..la tragedia è la tragedia, il dramma è il dramma, la commedia la commedia, la farsa o il comico la farsa e il comico, altrimenti nel linguaggio gli eventi non verrebbero aggettivati come tragici, drammatici, da commedia, farseschi, altrimenti si fa solo confusione dialettica, altrimenti detta polverone…….si consoli, le cito un evento passato: quando strehler mise in scena la trilogia della villeggiatura nessun professore si accorse che aveva tagliato tutti gli a parte trasformando il teatro frontale di goldoni in intimismo realista
NB_tratto da facebook

Mario Draghi e le congiunzioni astrali favorevoli_con il professor Augusto Sinagra

Sin dal suo annuncio, l’avvento di Mario Draghi sembra godere del favore di particolari congiunzioni astrali. Nell’immediato sembra proporre qualche prospettiva positiva credibile per il paese. Ma in cambio di cosa dal punto di vista del posizionamento strategico? Sino a quando potrà glissare su alcune questioni che potrebbero lacerare rapidamente la coalizione? Non dovremo attendere molto per avere le prime risposte. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

https://rumble.com/vhwnwt-mario-draghi-e-le-congiunzioni-astrali-favorevoli-ne-parliamo-con-il-profes.html

Carl Schmitt, Romanticismo politico, a cura di Carlo Galli_recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Carl Schmitt, Romanticismo politico, a cura di Carlo Galli, il Mulino, Bologna 2021, pp. 248, 23 euro.

La grande attenzione con cui il pensiero di Carl Schmitt è stato considerato in Italia a far tempo dalla pubblicazione delle “Categorie del politico” ha (indotto e) prodotto anche una serie di ri-edizioni delle opere del giurista. A partire proprio dalle “Categorie del politico” (ora riedite da Il Mulino), dalla “Dittatura” e (a parte altro), fino ad adesso con “Romanticismo politico”. Questo viene pubblicato dal Mulino, curato come la precedente edizione (Giuffré 1981) da Carlo Galli, che vi ha premesso una nuova presentazione.

Prima di considerare quest’ultima, è bene sintetizzare quanto scriveva Schmitt sul romanticismo. Sostiene che “Il romanticismo è occasionalismo soggettivizzato: gli è infatti essenziale il rapporto occasionale col mondo, ma, al posto di Dio, è il soggetto romantico a occupare la posizione centrale. Partendo da questa, poi, trasforma il mondo, con tutto ciò che vi accade, in mero pretesto. Proprio questo spostamento dell’istanza suprema da Dio al soggetto geniale muta l’intera prospettiva, e porta alla luce l’occasionalismo nella sua purezza. Nei vecchi filosofi dell’occasionalismo, come Malebranche, era sì presente il concetto dissolvitore di occasio, ma la legge e l’ordine venivano ritrovati in Dio, l’Assoluto oggettivo”. Diversamente che nei filosofi dell’occasionalismo. “Ben diversamente avviene quando a realizzare la sua attitudine occasionalistica è l’individuo isolato ed emancipato”.

L’individuo così finisce per vagare nell’illimitato e nell’inafferrabile “L’occasione appare allora davvero come relazione con l’immaginario, e – secondo le diverse individualità dei romantici – con l’ebbrezza o il sogno, con l’avventura, la fiaba o rappresentazione magica. Da occasioni sempre nuove nascono mondi sempre nuovi, sempre occasionali, mondi senza sostanza, senza relazioni funzionali, senza sicura direzione, mondi privi di conclusione, di definizione, di decisione”.

E quando tale attitudine passa dall’estetica alla politica, ha un effetto disgregatore. Derivato dalla perdita di contatto – e quindi di “presa” sull’oggetto. Proprio da ciò consegue che il romanticismo “è al servizio di altre energie non romantiche, e la sua sublime superiorità rispetto alle definizioni e alle decisioni si rovescia in un accompagnamento servile di forze e decisioni romantiche”. Ma il tutto ha influenzato l’epoca moderna e post-romantica “Soltanto in una società minata dall’individualismo la produttività estetica del soggetto poteva porsi a sé stessa come centro spirituale della realtà”.

Scrive Galli nella presentazione che a giudizio di Schmitt “La mancanza di un rapporto causale o normativo fra soggetto e oggetto, fra romantico e mondo, dà luogo nel romanticismo a una produttività che consiste nel costruire un mondo soggettivo e fluttuante, esclusivamente estetico, elaborato con materiali presi a prestito da ogni ambito della realtà effettuale”.

Il romanticismo è “un rischio immanente alla modernità, una malattia esplosa in una fase storica determinata, ma in agguato, latente, nelle strutture profonde del pensiero moderno… Il soggettivismo moderno e la sua dialettica, la sua presunzione e la sua nemesi; il logos che è chiacchiera: tutto ciò è la posta in palio, in Romanticismo politico”.

Il pensiero borghese ne condivide i limiti “all’interno della radicata sfiducia schmittiana nel dispositivo razionale moderno che dà al soggetto il potere di disporre  dell’oggetto, di concettualizzarlo pienamente, borghese è chi crede che con la libertà soggettiva si possa costituire la politica, che invece passa attraverso il conflitto e la forma”. E ancora esistono altri romanticismi, quelli contemporanei dell’uomo post-moderno nel mondo della realtà virtuale “con il suo preteso protagonismo e con la sua reale subalternità”. “C’è da chiedersi insomma se, dal tempo del romanticismo ottocentesco attraverso il tempo dell’irrazionalismo avanguardistico primo-novecentesco fino all’epoca post-moderna, il rapporto fra oggettività, ma più in generale fra razionalità e non-razionalità, ruoti su sé stesso presentando sempre, in facce diverse, la medesima indeterminatezza”.

Due considerazioni, partendo da quella di Galli sui romanticismi contemporanei, che contribuiscono a rendere di interesse anche attuale questo saggio di Schmitt, risalente a circa un secolo fa. L’attitudine romantica (ma non solo) a soggettivizzare e esteticizzare (e così de-politicizzare) l’oggetto, soprattutto politico, è evidente nella c.d. “antipolitica”, almeno in gran parte di essa. La politica ha a che fare con oggetti concreti e rapporti reali: potere e libertà, amico e nemico. Ma se un’azione, un uomo o un comportamento viene giudicato non sulle capacità di attingere alla funzione della politica, ma sull’apprezzabilità estetica (o altro), il risultato è una (cattiva) propaganda. Che Achille fosse bello e valoroso non significava che non fosse pericoloso, almeno per i troiani, né che occorre giudicare politicamente la caduta di Troia dalla poesia dell’Iliade. Cosa che nella comunicazione contemporanea è praticata in continuazione non solo confondendo la politica con l’estetica, ma anche con altre “essenze” (Freund).

La seconda: non solo la politica, ma anche il diritto si regge sul rapporto equilibrato tra soggetto ed oggetto. Anzi il problema (principale) dell’applicazione del diritto è che la decisione dell’applicatore sia conforme al rapporto giuridico ed alla normativa ad esso applicabile.

Se non vi siano istituti e norme ad assicurare tale ragionevole corrispondenza, il soggettivismo del funzionario straripa in arbitrio illimitato. Magari dal “sistema” giustificato moralmente più che esteticamente. Tuttavia è proprio il pensiero borghese ad aver creato le più raffinate forme ed istituti per garantire – per quanto possibile – la corrispondenza tra diritto e decisione concreta (come, ad esempio la distinzione dei poteri – o i controlli di legittimità). Quindi il romanticismo politico, sotto tale aspetto, appare come una degenerazione (anche) rispetto al costituzionalismo liberale, la cui diffidenza verso la soggettività di governanti (e funzionari) emerge prepotente.

Teodoro Klitsche de la Grange

Libia, la realtà tribale_di Bernard Lugan

L’intervento franco-NATO del 2011, che si è svolto nella completa ignoranza delle sottigliezze politiche locali hanno sconvolto l’intarsio tribale libico, che ora impedisce qualsiasi pacificazione duratura

Nel lungo periodo, dal periodo greco-romano fino ad oggi, la grande costante
socio-politica della Libia è la debolezza del potere in relazione alle tribù.
Ce ne sono diverse dozzine se tuttavia contiamo solo le principali, ma diverse centinaia se teniamo conto di tutte le loro suddivisioni.

Le tribù libiche sono raggruppate in tre grandi alleanze regionali (coffs): la
Confederazione Sa’adi in Cirenaica, la confederazione Saff al-Bahar nel nord della Tripolitania e la Confederazione di Awlad Sulayman che occupa la Tripolitania orientale e interna così come il Fezzan.
All’interno di queste alleanze, le tribù più forti controllavano gli immensi corridoi di nomadizzazione sull’asse Mediterraneo-Ciad. Le tribù più deboli hanno praticato un semi
nomadismo regionale.
Proveniente dalla tribù Qadhadfa, (Confederazione Awlad Sulayman di Tripolitania), Muammar Gheddafi basava il suo potere su queste realtà tribali. Così, grazie al suo matrimonio con un Firkeche, un clan della tribù reale Barasa della Cirenaica, integrò nel suo sistema di alleanze le tribù della Confederazione Sa’adi di questa stessa Cirenaica.
A seconda degli eventi, ha favorito tale o tal altri componenti di queste confederazioni dimostrando un’intima conoscenza dei meccanismi tribali.
Siamo infatti in presenza di una società tribale, quindi comunitaria, in cui la vita politica non è organizzata intorno a partiti politici in stile europeo, ma dalle tribù.
Se le loro basi demografiche sono scivolate verso le città, i legami tra i loro membri non si sono per questo allentati finora.
Il colonnello Gheddafi aveva basato il suo potere sull’equilibrio tra i tre grandi sodalizi libici; è dal momento in cui queste alleanze tribali sono state distrutte che la situazione libica è caotica.
La priorità non è quindi proporre una soluzione democratica “in stile europeo”, ma lasciare che le tre confederazioni tribali ricostruiscano i collegamenti tra loro. Tuttavia, questa realtà tribale è stata ignorata o trascurata dalla diplomazia internazionale la quale si è ostinatamente rifiutata di lasciare che le tribù lo facessero come all’indomani della seconda guerra mondiale; vale a dire, discutere tra di loro per creare un nuovo patto sociale.
Invece, il processo di uscita dal conflitto è stata fondato sul dispositivo elettorale. Tre elezioni si sono poi tenute[1] le quali non solo non solo non sono servite a nulla poiché non hanno portato la pace, ma che, per di più, hanno accentuato ulteriormente la divisione Cirenaica-Tripolitania e provocato una implosione all’interno di queste due regioni.
L’altro errore è stato ignorare il caso Seif al-Islam, figlio del colonnello Gheddafi. Tuttavia, il 14 Settembre 2015, il Consiglio Supremo delle Tribù della Libia lo aveva nominato suo rappresentante legale, quindi come unica persona legittimata a parlare in nome
della vera linfa vitale della Libia. Inoltre, Seif alIslam è l’unico in grado di ricostituire l’alchimia tribale polverizzata dall’intervento militare di2011; lui che è legato ad entrambi gli Awlad Sulayman per parte di padre e ai Sa’adi da parte di madre. Attraverso la sua persona, potrebbe quindi essere ricostituito l’ordine istituzionale libico smantellato dal
guerra franco-NATO.

Plus d’informations sur le blog de Bernard Lugan.

NORD STREAM 2/ Una lezione per la futura Forza Nuova su come sostenere l’Eni, di Piergiorgio Rosso

NORD STREAM 2/ Una lezione per la futura Forza Nuova su come sostenere l’Eni

Ripubblichiamo il commento di Paolo Annoni della rivista online Il Sussidiario che ci sembra cogliere alcuni punti decisivi degli ultimi sviluppi della questione Nord Stream 2 che questo blog ha seguito fin dalle origini e poi continuativamente qui, qui e qui sulla base della teoria del Conflitto Strategico promossa da Gianfranco La Grassa.

Il primo punto da considerare è il riconoscimento della necessità del gas russo a basso costo per la Germania. I rigassificatori del GNL americano si faranno ma non possono avere la rilevanza strategica del gas russo da pipeline.

Questo vincolo interno ha comportato sia la forte determinazione della classe dirigente tedesca sia la presa d’atto degli USA di non poter proseguire oltre sulla linea delle sanzioni, pena la rottura dei rapporti con la Germania. Rottura strategicamente intollerabile per gli USA, considerato l’imperativo geopolitico di evitare la saldatura della penisola europea con la Russia.

La lezione da portare a casa per noi è che fare di necessità, virtù … paga anche se si hanno le forze armate americane in casa (dedicato agli alternativi critici-critici tutto no-gas/no-NATO) .

Il secondo punto è la consapevolezza che le politiche europee denominate Green Deal sono ad esito del tutto incerte, perché basate su tecnologie inaffidabili, costose o ancora da sviluppare (vedi in particolare alla voce Idrogeno Verde). Seppure la Germania può permettersi qualche lusso in proposito, ma con un sicuro ed affidabile back-up costituito da carbone e nucleare previsti durare ancora decenni, per l’Italia l’alternativa non esiste: “ … Il Nord Stream 2 italiano, la garanzia di poter far sopravvivere il nostro sistema economico e industriale mentre si vive il sogno, o l’utopia, delle rinnovabili tutte e subito si chiama Eni che non a caso è stata la protagonista dell’industrializzazione italiana..”. Tesi più volte sostenuta in questo blog e riconfermata nel recente libro “Per una Forza Nuova” di G.La Grassa/G. Petrosillo, da cui estraggo questo passaggio assai pertinente alla vicenda trattata in questo articolo: “… E’ indispensabile che sul piano geopolitico globale, si partecipi alla lotta tra “predoni” nell’attuale multipolarismo e si dovrebbero prendere la misure adatte a sviluppare la propria potenza. In ogni caso anche se non sarà gran cosa per un lungo periodo di tempo, in Italia andrebbero difese quelle poche grandi imprese che agiscono in settori di punta, tecnologici ed energetici…”

Buona lettura

22.05.2021 – Paolo Annoni

Gli Stati Uniti hanno dovuto accettare il fatto che la Germania completi il Nord Stream 2. Una lezione per l’Italia sulla difesa di Eni

L’Amministrazione Biden ha deciso che non applicherà le sanzioni contro la società che sta costruendo il Nord Stream 2 e il suo amministratore delegato. Il portavoce del Segretario di Stato Blinken ha dichiarato che la decisione riflette l’impegno del Presidente americano per “ricostruire le relazioni con i nostri alleati e partner europei” anche se ha ribadito che “l’opposizione al progetto rimane risoluta”. 

Gli Stati Uniti ritengono che il gasdotto sarebbe decisivo per ampliare l’influenza russa in Europa, ma evidentemente i rapporti con Berlino sono stati ritenuti prioritari. La Germania, infatti, si è dimostrata determinata a completare il progetto nonostante le minacce e le pressioni dell’alleato americano. 

A questo punto della vicenda e a pochi mesi dal completamento del gasdotto bisogna interrogarsi su quello che sembra essere l’epilogo di una vicenda che ha messo i due partner su lati opposti per anni. L’epilogo oltretutto arriva in una fase in cui i rapporti tra gli Stati Uniti e la Russia sono ai minimi termini con il Presidente americano che dà in pubblico dell’assassino a Putin e gli ambasciatori rientrati in patria. L’unica spiegazione possibile alla svolta americana e alla determinazione tedesca è che sia la Germania ad aver bisogno della Russia e del suo gas e non viceversa. La necessità di avere gas a buon prezzo e per molti anni evidentemente deve essere così importante che anche l’alleato americano alla fine ha dovuto “mollare”. La Russia potrebbe vendere il suo gas altrove tanto più in una fase in cui si minaccia il blocco dell’esplorazione in idrocarburi che gli Stati in via di sviluppo non saranno mai in grado di sostituire con fonti rinnovabili. La Germania invece non ha alternative.

Il costo energetico tedesco è già alto e riflette anni di investimenti in rinnovabili. Lo sforzo europeo sulle emissioni rischia di minare l’industria tedesca e di metterla fuori gioco nella competizione globale oltre che abbassare irrimediabilmente gli standard di vita dei suoi cittadini; la Germania ha quindi più che mai bisogno di un complemento affidabile ed economico ed eventualmente di un ripiego nel caso in cui la transizione verde si dovesse rilevare impraticabile e incompatibile con le esigenze di un Paese sviluppato. I Paesi sviluppati, infatti, si basano su un’enorme premessa: la disponibilità di energia a basso costo e affidabile. Tolto questo elemento che oggi si dà per scontato salta tutto. 

Le rinnovabili oggi hanno enormi problemi di costi e di affidabilità. Non sono in grado di sostituire gli idrocarburi in un’ottica di 10/20 anni se non a patto di gravare imprese e cittadini di rincari molto consistenti e magari di esporli al rischio di blackout periodici. Tralasciamo poi i lati sporchi delle rinnovabili a partire dall’auto elettrica che richiede l’estrazione di materie prime che pongono tanti problemi ambientali e sociali nei Paesi produttori; il fatto che l’Occidente non li veda e per questo si senta la coscienza ambientale pulita è un fattore non secondario.

La Germania, quindi, è perfettamente consapevole di non poter garantire un futuro al suo sistema economico e industriale senza il gas russo. Gli Stati Uniti sanno perfettamente che in un contesto di investimenti green miliardari in tecnologie acerbe privare la Germania del gas russo rischia di far saltare l’alleato europeo. Questo è il quadro.

A questo punto si impone una riflessione sull’alleato italiano che ha perso la partita sul South Stream. Oggi si invoca in Italia una transizione decisa verso il green che non si guardi indietro e bruci i ponti. È una posizione da incoscienti alla luce non di qualche oscura contro teoria ma proprio di quello che è successo questa settimana tra Stati Uniti e Germania. Il Nord Stream 2 italiano, la garanzia di poter far sopravvivere il nostro sistema economico e industriale mentre si vive il sogno, o l’utopia, delle rinnovabili tutte e subito si chiama Eni che non a caso è stata la protagonista dell’industrializzazione italiana. Chi oggi cerca di impedire a Eni di fare il suo mestiere è nella stessa posizione di chi voleva impedire all’industria tedesca di completare il Nord Stream 2. La Germania ha percepito immediatamente la minaccia mortale e per questo ha sfidato ogni sorta di pregiudizio. C’è solo da imparare.

NB_Già apparso su http://www.conflittiestrategie.it/nord-stream-2-una-lezione-per-la-futura-forza-nuova-su-come-sostenere-leni

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