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Stamane grande attacco di droni nei dintorni di Mosca stessa: colpita come al solito una raffineria, la cui colonna di fumo nero si alza ai bordi della città per essere immortalata nel modo più spettacolare possibile dai media occidentali che hanno il compito di diffonderla ai 4 angoli del globo, incorniciata da titoli in caratteri cubitali (…).
Nessuno si preoccuperà si sottolineare alcuni dettagli salienti (leggere prego*)
A – I droni lanciati sono stati 200 (notevole exploit) in massima parte abbattuti dalla contraerea della capitale, vale a dire che non sono sopravvissuti ed arrivati a bersaglio solo il 5%: comparativamente, quando le forze russe lanciano un attacco analogo su Kiev, la quota sfiora il 20%. Il punto tuttavia non è nemmeno quello: il fatto è che Mosca di droni e missili ne lancia ormai quasi 800 (!) per volta…….ed è in condizione di farlo quasi ogni singola settimana, anzichè una volta tantum.
B – Il raid ucraino avviene in coincidenza con la vigilia del congresso dell’ASEAN (associazione paesi del sud est asiatico), così come è stato 2 settimane fa, in concomitanza col forum economico internazionale di San Pietroburgo. Il comando ucraino intende chiaramente creare interferenza di tipo politico, ovvero sviare l’attenzione del pubblico da suddetti eventi (di notevole rilevanza) per attirarli invece sulle proprie azioni militari: un po come per voler dimostrare che “Kiev è in grado di colpire lontano e Mosca non è in grado di difendersi” (se uno straniero vedesse in che stato sono le città ucraine si renderebbe conto di quanto patetica possa essere la tattica).
C – Posto e premesso dunque che i raid ucraini non hanno alcun carattere militare, ma POLITICO (devono fare effetto sull’opinione pubblica), viene legittimamente da domandarsi il reale stato delle forze armate di Kiev a questo punto della guerra
Spieghiamoci meglio: è da 2 anni che l’esercito ucraino non ha più i mezzi per effettuare qualsiavoglia azione efficace. Fine estate del 2024, l’assalto nel Kursk – unica azione dell’anno, un diversivo disperato per distogliere forze russe dal Donbass ormai dato per perso – che terminò con la perdita di 70’000 militari e nessun risultato. Il 2025 ancor più eclatante: le forze di Kiev rimangono FERME tutto l’anno, mentre l’iniziativa passa totalmente a Mosca che – come si è visto – fa capitolare il nodo nevralgico di Pokrovsk in autunno. Siamo ora arrivati al 2026: le forze armate ucraine sono ancor meno in condizione di effettuare offensive sul terreno (carenza drammatica di coscritti e fanteria), ma deve pur fare qualcosa per dimostrare ai propri finanziatori euro-americani che la causa non è perduta: che fare allora ? L’azione diversiva la si fa esclusivamente “nell’aria” ovvero si procede a fare più raid aerei possibile.
Un paio di anni orsono si decise di impiegare (e sacrificare) decine di migliaia di militari e forze scelte nel KURSK, nella convizione (nemmeno stupida) che avrebbero comunque ottenuto un risultato di maggiore rilievo (soprattutto agli occhi della stampa) che non venendo banalmente bruciate nel Donbass come tutte le altre. Cioè, si immaginava che sarebbero comunque state annientate, ma la cosa sarebbe avvenuta perlomeno facendo rumore e dando un po di lustro alle forze ucraine (le quotazioni erano in ribasso e gli occidentali si domandavano se continuare a finanziare o meno).
Questa estate………..assistiamo a qualcosa di analogo: le forze di Kiev dopo quasi 2 anni di silenzio DEVONO per forza fare qualcosa di spettacolare che si guadagni le prime pagine internazionali, e dato che non hanno più gli uomini, sacrificano centinaia di droni (che tanto sono pagati integralmente dall’occidente).
In questa prima metà di giugno – tra il raid a S.Pietroburgo e quello di oggi a Mosca – avranno bruciato una scorta droni che durerebbe svariate settimane sul fronte del Donbass: solo che là non farebbe più notizia…………quindi è più conveniente dal punto di vista mediatico, conservarne un po accumularne e poi lanciarli in attacchi concentrati a grande eco di immagine (come vediamo oggi).
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CONCLUSIONE.
Riassumendo: i raid che si vedono – e se ne vedranno ancora – costituiscono a tutti gli effetti l’offensiva ucraina per l’estate del 2026. La loro guerra sarà così e i risultati che vanteranno saranno di questo genere. Un’offensiva che devono fare per motivi di immagine, ma che sono ormai impossibilitati a fare con l’elemento umano (rarefatto per perdite indicibili tra le trincee) e che quindi attuano in questo modo , potendo contare sul fatto che il materiale glielo fornisce l’asse euro-atlantico in modo illimitato.
Una guerra di carattere “terroristico” tanto quanto nel 1944 lo erano le V-2 che il Reich lanciava contro Londra dalle basi in Olanda (per capirsi).
Ne seguiranno presumibilmente svariati altri e la ragione è semplice: 200 droni sparpagliati sul fronte del Donbass a questo punto della guerra non fanno più alcuna differenza……mentre invece se concentrati su Mosca o Pietroburgo o un’altra grande città dell’entroterra, almeno “fanno notizia”.
Napoleone è riuscito a mettere a ferro e fuoco Mosca……Hitler no, ma ci provò, perlomeno aprendosi la strada con migliaia di carri e aerei (e centinaia di migliaia di caduti), insomma con un “corpo a corpo” memorabile (…).
Estate 2026….? Kiev manda gli sciami di calabroni e libellule sperando forse di emulare i signori menzionati nella riga di sopra (ciascuno faccia le proporzioni: l’evoluzione antropologica dell’aggressore….quanto a pericolosità si è passati “dalla tigre dai denti a sciabola al gatto soriano”).
Esiste tuttavia anche un’altra verità che va sottolineata per onore della verità: che tale strategia ucraina (con tutto che è quello che è) sta a suo modo funzionando: questo significa – all’opposto – che la guerra di attrito impostata dal Cremlino non funziona più: occorre, purtroppo, passare ad altro e sono in molti a pensarlo.
Il sogno euro-americano di far cadere Putin potrebbe aprire la strada a qualcosa di assai più violento di quanto si sia visto sinora.
FINE.
MOSCA NEL MIRINO – CAP. 2 [MONDI CHE NON SI COMPRENDONO].
(* Aggiunta obbligata al post di ieri – lettura seria)
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Ieri sera, in occasione dell’ultimo intervento scritto in merito al raid ucraino sulla capitale russa, nello zelo (seccato, ammetto) di sottolinearne l’inconsistenza militare, ho peccato nel sorvolare l’aspetto forse più critico in assoluto, dedicandogli solo un paio di righe in appendice (come mi si è fatto notare).
Rimedio seduta stante.
A prescindere dall’efficacia o meno che i raid ucraini abbiano o avranno sul piano strettamente militare, occorre aggiungere a onore della verità che un effetto psicologico sulla popolazione civile lo sortiscono. Capire però QUALE tipo effetto sortiranno per la precisione è un’altro paio di maniche (mi spiego ora).
Se l’analisi fatta ieri si rivelasse esatta, ovvero se Kiev – nell’impossibilità di ottenere alcun risultato sulla linea del fronte (come sta accadendo effettivamente) – optasse invece per riversare le risorse che possiede in una qualche campagna aerea, fatta di periodici bombardamenti ad effetto sul territorio della Fed. Russa…..ebbene questo potrebbe inacidire l’opinione pubblica russa sì, con conseguenze imprevedibili, addirittura estreme. Il fattore “droni a sorpresa” sulle città russe – che si sovrappone ad una palpabile stanchezza generale per l’interminabile guerra d’attrito in corso – può veramente costituire la miccia di qualcosa (…).
Attenzione **: purtroppo è precisamente da questo punto del discorso in avanti che si apre la voragine dell’incomprensione tra dimensioni differenti (con l’illusione di poter comprendere qualcosa per semplice analogia)
Come ?
La “miccia” di cui si parla in alto, evoca a rigor di logica una possibile deflagrazione: presumibilmente, una qualche sommossa popolare o qualche tumulto al Cremlino che ponesse fine alla leadership di V. Putin (considerato il male assoluto). In breve, la Russia – sfiancata dal fronte e dagli attacchi aerei – si stancherebbe del proprio “sovrano” e lo destituirebbe in qualche modo. La profonda speranza – non celata – di Kiev e dei suoi alleati consiste esattamente in questo, cioè si presume che la Russia (società civile e classe politica) reagirà in tale modo in tali circostanze: questo perchè è quanto qualsiasi paese occidentale farebbe nelle medesime circostanze (ecco che siamo al ragionamento per analogia). In effetti un paese europeo, se si trovasse sotto sanzioni globali da 5 anni, soffrisse di centinaia di migliai di caduti, fosse impantanato su una linea del fronte immobile e – oltre tutto questo – fosse anche bersaglio di bombardamenti, a questo punto CEDEREBBE……ovvero cadrebbero i governi (certo al 100% e non dopo 5 anni, ma dopo 1 soltanto).
Ebbene, anche in Russia questo può accadere.
Purtroppo però, non nel senso in cui lo sperano in occidente: vale a dire che se casca l’attuale presidente (e con lui la strategia da lui impostata), va al potere qualcosa di assai più spaventoso.
E’ qui che l’occidente euro-americano drammaticamente casca….nel non riuscire a visualizzare correttamente lo scarto che intercorre tra le proprie società di riferimento – benestanti, secolarizzate, liberali, “pacificate/castrate” dall’ultimo conflitto mondiale – e quella di un paese NON occidentale come la Russia (o la Cina): qui non si ha a che fare con culture “pacificate” col “beato sorriso stampato sulla fronte” (mi si passi l’espressione), ma con tutt’altro. Si ha a che fare con un paese profondamente autoctono (malgrado il cosmopolitismo che caratterizzava gli imperi passati), fondamentalmente tradizionalista e guerriero, malgrado i suoi profondi limiti in tanti campi e una latente identità imperiale.
Una psiche collettiva sotto certi aspetti pre-contemporanea a dispetto del livello tecnologico del XXI secolo (consapevole o meno che sia la cosa). Una forma mentis a cui le comodità e i gingilli dell’occidente piacciono eccome – ci mancherebbe – ma comunque capace di farne a meno a tempo indefinito se occorre. Una forma mentis che può apparire annoiata e letargica per gran parte del tempo, ma che una volta mobilitata totalmente, non conosce il significato della parola “resa”: ecco, il cosmo russo, comparativamente all’Europa occidentale, si potrebbe considerare come erano le tribù germaniche non pacificate oltre il Reno, rispetto al Mediterraneo romano (analogia di quelle molto romantiche, azzardata, ma che racchiude qualcosa di vero. Non me ne vogliano i russi che leggono, non è intesa come offesa da chi scrive). Quello che si vuole esprimere con questo è che con tale mentalità può anche cadere un leader, un governo……….ma non può cadere il PAESE e il suo onore nazionale/militare: se un “sovrano” non può garantirlo, allora lo si manda via….per procurarsene un altro, più spietato, che saprò fare meglio il lavoro (non certo uno che vada ad arrendersi al nemico o trattare rese).
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CONCLUSIONE.
Una cultura di questo stampo può certamente destituire il proprio “principe” a un certo punto: per eleggerne un altro più guerriero del precedente. Un condottiero che non si accontenti del Donbass (il prezzo ormai è salito) ma che arrivi alla capitale nemica, a costo di spianare la strada fino a lì con missili ipersonici a testata TERMOBARICA (non nucleare, ma non distante) e qualsiasi altro armamento che i limiti morali di guerra non hanno finora consentito. Perchè no, che piaccia o meno ai filoccidentali il conflitto finora non è stato totale : siamo al 30% di cosa sarebbe uno totale.
La strategia dell’asse euro-americano spera in una destituzione di Putin ? La immagina evidentemente come un Mussolini che viene rimpiazzato da un arrendevole Badoglio (e da questo si deduce l’immagine semplicistica della Russia ai loro occhi: una fragile dittatura che una volta eliminato il leader, crolla su sè stessa alla stregua dell’Italia fascista negli anni 40. Si riduce tutto ad un leader, senza tener in mimima considerazione lo spirito combattivo del paese profondo….questo perchè nell’ottica democratica occidentale la Russia o un qualsiasi paese che non rientri in tale sistema, DEVE essere debole e fragile e sgretolarsi alla prima vera difficoltà). Purtroppo invece l’analogia più azzeccata è un’altra ossia un Kaiser tedesco (odiato perchè guerrafondaio) che dopo la prima guerra mondiale viene sostituito……dal NAZISMO (dalla padella alla brace cioè).
Si odia ottusamente V. Putin, senza capire che è proprio LUI a trattenere le correnti più violente – ultranazionalismo russo risvegliato da anni di guerra – dal liberare l’inimmaginabile sul fronte. A questo punto della guerra è forse proprio LUI il cuscinetto tra una guerra ancora rigidamente convenzionale ed una molto più aggressiva che invece si stira ai margini del nucleare vero e proprio.
Alla ricerca di una Russia immaginaria, epica, messianica e smisurata come quella che si vede nella locandina allegata a questo post (***)
(*** l’immagine è stata scelta non per propaganda, ma per aiutare il lettore ossessivamente antiputiniano a comprendere “visivamente” quali ideologie alternative libererebbe una sua destituzione. A ciscuno il giudizio…)
CONFEDERAZIONE LITUANO/POLACCA – “Rzeczpospolita”
Ieri ho pubblicato lunghi interventi dedicati al retroterra storico che mette l’uno contro l’altro il nazionalismo polacco con quello ucraino: la mappa in basso dovrebbe aiutare a visualizzare meglio la dinamica.
La Confederazione lituano/polacca (1569-1795) era a sua volta un insieme eterogeneo di entità (un super-stato, come abbiamo detto): vediamoli in ordine……
1 – l’area in giallo in alto – la LIVONIA – fondata dai teutonici e retta da un’elita di origine tedesca (i cosiddetti “tedeschi del Baltico” che mantennero tale posizione anche quando la Livonia divenne parte dell’impero russo dopo la vittoria di Pietro il Grande) ed aggregata come ente minore.
2 – L’area in rosa rappresenta quanto era l’antico ducato di Lituania, entità medievale che tuttavia per unione dinastica era passata sotto il controllo della monarchia polacca, ossia il vero sovrano di tutta la Confederazione.
3 – L’area in verde la “Polonia” vera e propria o meglio quanto i sovrani polacchi controllavano direttamente, in senso feudale: come si vede si arriva molto in profondità ad est, in massima parte della Polonia, anche oltre il fiume DNEPR che sarebbe lo spartiacque storico.
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Il neo-nazionalismo polacco contemporaneo – che nasce da quando rinasce la Polonia come stato nel 1919 – ha una componente “etnica”, ma ne ha anche una “imperiale” dovuta al passato remoto che questa carta illustra. Talune mire sono rimaste (benchè non articolabili nel contesto culturale pacifista e democratico occidentale di cui la Polonia attuale fa parte).
A parte tutto…….si può notare a cosa potesse servire una “Confederazione lituano/polacca” dal punto di vista geopolitico occidentale: un modo per creare uno scudo ad est contro Mosca e al tempo medesimo ridurre ai minimi termini la potenza tedesca (quest’ultimo punto da NON sottovalutare).
Si è cercato di ricrearla (su basi democratiche), immaginando che Mosca non avrebbe fatto nulla per impedirlo (…): al principio si è ammesso nella UE e nella NATO (vanno assieme) i paesi baltici…..quindi si è arrivati al golpe di Maidan quando si è visto che non si riusciva a strappare l’Ucraina in modo legale dall’influenza russa.
Nell’estate 2020 si tentò una rivoluzione colorata in Bielorussia non dimentichiamoci.
Tutto torna.
I progetti geopolitici odierni – se li si analizza con la lente dello storico – hanno molto spesso un retroterra più profondo di quanto comunemente si pensa (cioè,l’osservatore non preparato vede solo la superficie delle cose).
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Per tre decenni, la socialdemocrazia è stata il prodotto di maggior successo di un movimento operaio che da tempo comprendeva sia elementi rivoluzionari che riformisti. Tra il 1946 e il 1973, il PIL degli Stati Uniti è cresciuto del 3,8% all’anno e del 2,4% su base pro capite. La disoccupazione era in media del 4,8% e il reddito familiare mediano reale è aumentato a un tasso del 2,8% all’anno, più che raddoppiando nel corso del periodo. Inoltre, questa crescita era più forte ai livelli più bassi e relativamente più debole ai livelli più alti, il che significa che la disparità di reddito diminuì in modo sostanziale.
Il consenso economico keynesiano nelle democrazie industriali occidentali durante questo periodo produsse una forte crescita economica, una bassa disoccupazione, un rapido aumento del tenore di vita e un’azione governativa volta a fornire protezione e sicurezza al cittadino medio.
Rispecchiando questi sviluppi positivi, il Partito Democratico, di orientamento socialdemocratico, ricevette un ampio sostegno elettorale. Nelle sei elezioni tra il 1932 e il 1948, il sostegno presidenziale ai Democratici fu in media del 55%. Dopo che il repubblicano liberale Dwight Eisenhower vinse due mandati negli anni ’50, i Democratici registrarono nuovamente una media del 55% di sostegno presidenziale nel 1960 e nel 1964. E durante quasi tutto questo periodo, i Democratici controllarono entrambe le camere del Congresso.
Ma all’alba degli anni ’70, tre fattori convergevano e si rafforzavano a vicenda per minare la socialdemocrazia — e alla fine portarne alla fine. In primo luogo, il modello economico socialdemocratico perse efficacia; in secondo luogo, la base socialdemocratica si ridusse; e in terzo luogo, l’influenza socialdemocratica all’interno della sinistra si indebolì.
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Cominciamo dal modello economico. Con la fine del sistema di Bretton Woods del dopoguerra e lo shock petrolifero dell’OPEC del 1973, le pressioni inflazionistiche che si erano accumulate all’interno degli Stati Uniti e di altri paesi avanzati non poterono più essere contenute, producendo alti tassi di inflazione e disoccupazione elevata, ovvero la “stagflazione”. I socialdemocratici non riuscirono a sviluppare un’alternativa o un’estensione del sistema keynesiano del dopoguerra, portando alla fine del consenso keynesiano.
Una controrivoluzione conservatrice nel pensiero economico riempì il vuoto. I conservatori, ovviamente, non erano mai stati contenti del consenso keynesiano, poiché erano ideologicamente contrari all’idea che il mercato non regolamentato contenesse difetti intrinseci che solo il governo potesse correggere. Così, quando il sistema keynesiano vacillò, colsero l’occasione per ripristinare le loro opinioni e screditare il ruolo del governo.
Ci riuscirono oltre ogni loro più rosea aspettativa.
A guidare la carica fu l’economista del libero mercato Milton Friedman, che spiegò nei suoi lavori accademici come le aspettative inflazionistiche potessero far deragliare la curva di Phillips, favorita dagli economisti keynesiani. Insieme alla moglie Rose, Friedman pubblicò nel 1980 l’enormemente influente Free to Choose, una polemica senza esclusione di colpi a favore degli individui che, mossi dal proprio interesse, prendono decisioni “razionali” e non regolamentate, e contro qualsiasi cosa interferisca con questo processo, specialmente l’azione del governo. Per quanto riguardava Friedman, il ruolo economico del governo avrebbe dovuto limitarsi a poco più che il controllo della crescita dell’offerta di moneta.
Questa filosofia economica non era una semplice riforma o un aggiustamento del sistema keynesiano, ma un capovolgimento completo: una vera e propria controrivoluzione. In breve tempo essa finì per dominare la politica economica negli Stati Uniti e in altri paesi avanzati. Deregolamentazione, privatizzazione e rapida globalizzazione divennero all’ordine del giorno, mentre la politica fiscale keynesiana, in particolare il ruolo centrale degli investimenti pubblici, fu messa da parte. Negli Stati Uniti ciò portò alla deregolamentazione dei settori dei trasporti, dell’energia, delle telecomunicazioni e della finanza.
Questa filosofia venne definita “neoliberismo”. Sebbene inizialmente promossa dalla destra, finì per essere accettata anche dalla sinistra, compresi i ranghi dei socialdemocratici. Questi ultimi accettarono più o meno questa svolta nella politica come inevitabile e cercarono di concentrare la loro politica economica sulla difesa dei programmi dello Stato sociale e, ove possibile, sulla loro estensione. Questo sviluppo minò un pilastro fondamentale del progetto socialdemocratico.
Il secondo fattore fu la diminuzione della base socialdemocratica. In linea di massima, la coalizione di sinistra tra il 1870 e il 1970 si basava principalmente sulla classe operaia industriale, con un sostegno marginale da parte di elementi riformisti della classe media impiegatizia e del settore agrario.
Ma la classe operaia industriale raggiunse il picco numerico nel 1970 e subì in seguito un precipitoso declino. Il modello generale nei paesi occidentali è stato un calo dal 40-50% della forza lavoro a meno del 25% in un arco di tempo storico molto breve.
Per mettere questi cambiamenti nella giusta prospettiva, si consideri che l’occupazione industriale negli Stati Uniti, dopo essere cresciuta per 150 anni, è ora tornata al livello che aveva in percentuale della forza lavoro nel 1820, quando il 70% dell’occupazione era agricola. Oggi i servizi costituiscono ben oltre il 75% dell’occupazione totale, il che significa che agricoltura e servizi si sono sostanzialmente scambiati di posto, mentre l’industria è tornata allo stesso punto in cui si trovava 200 anni fa.
Infine, con il ridursi della classe operaia industriale, è diminuito anche il suo sostegno ai principali partiti di sinistra che storicamente hanno promosso la socialdemocrazia. Gran parte di questo sostegno è andato ai partiti di destra e, soprattutto negli ultimi tempi, ai partiti populisti di destra. Il modello economico socialdemocratico keynesiano è declinato di pari passo con l’elettorato che ne garantiva il sostegno.
Questo ci porta al terzo fattore, strettamente correlato, della lunga e lenta agonia della socialdemocrazia: il drastico indebolimento dell’influenza della socialdemocrazia all’interno della sinistra in senso lato. Questa è stata una conseguenza inevitabile della sostituzione degli elettori tradizionali della classe operaia all’interno della sinistra con elettori istruiti e professionisti.
Gli Stati Uniti hanno assistito a un sorprendente aumento dei livelli di istruzione. Nel 1940, tre quarti degli adulti americani di età pari o superiore a 25 anni erano o avevano abbandonato la scuola superiore o non l’avevano mai frequentata, e solo il 5% possedeva una laurea quadriennale. Nel 1960, la percentuale di adulti privi di diploma di scuola superiore era scesa al 59%, nel 1980 era meno di un terzo e nel 2024 era scesa a appena il 6% . Parallelamente, la percentuale di chi possiede una laurea triennale è aumentata costantemente, raggiungendo il 39% nel 2024. Un bel cambiamento: passare da un paese in cui solo un adulto su venti aveva una laurea a uno in cui quasi due su cinque ce l’hanno.
Man mano che la classe istruita è diventata più numerosa, si è riallineata verso i partiti di sinistra — e ha riallineato anche questi ultimi. Negli Stati Uniti di 50 anni fa, i professionisti erano in realtà il gruppo professionale più conservatore. Ora votano in modo schiacciante per i Democratici, mentre l’ampia classe operaia propende per i Repubblicani.
In tutti i paesi occidentali è la classe operaia, specialmente nelle ex roccaforti della sinistra, ad aver gonfiato le file dei partiti populisti di destra, mentre i professionisti istruiti sono diventati ferocemente fedeli agli ex partiti socialdemocratici. Man mano che sono diventati i soldati semplici e gli attivisti di questi partiti, l’influenza della classe dei professionisti è cresciuta rapidamente, amplificata dalla loro vasta influenza nelle vette della produzione culturale, compresi i media, le arti, il mondo accademico e le organizzazioni non governative. Questo ha ridotto drasticamente l’influenza della classe operaia, un tempo il cuore pulsante di questi partiti.
Mettete insieme questi tre fattori – il calo di efficacia del modello economico socialdemocratico, la diminuzione della base socialdemocratica e il profondo indebolimento dell’influenza socialdemocratica all’interno della sinistra – e avrete la ricetta per la lunga, lenta morte della socialdemocrazia.
L’ascesa della sinistra brahminica
Se la socialdemocrazia ha intrapreso un lungo viaggioverso l’oblio, cosa ha preso il suo posto?
Il termine migliore per descrivere questo cambiamento di fase è la “sinistra brahminica”, un termine coniato dall’economista Thomas Piketty per caratterizzare i partiti di sinistra occidentali sempre più privi di elettori della classe operaia e dominati da elettori altamente istruiti e dalle élite. La Sinistra Brahminica si è evoluta nel corso di molti decenni, ma la sua influenza ha raggiunto il picco nel ventunesimo secolo. Il grafico sottostante illustra questa tendenza per gli Stati Uniti.
I partiti della Sinistra Brahminica continuano a favorire la ridistribuzione, anche se hanno perso il loro carattere operaio e l’impegno prioritario verso un modello economico di capitalismo in grado di produrre migliori risultati di mercato per i lavoratori (un fenomeno talvolta definito “predistribuzione”).
Ma ciò che definisce realmente i partiti della sinistra brahminica – e segna la loro rottura decisiva con la socialdemocrazia – è uno spostamento delle priorità verso questioni socioculturali di primaria importanza per il loro elettorato istruito. Queste questioni si ricollegano generalmente ai movimenti degli anni ’60 incentrati sull’uguaglianza razziale e di genere, l’ambiente e la tolleranza culturale, e sono di interesse molto minore per la maggior parte degli elettori della classe operaia.
I costi opportunità di questa nuova attenzione hanno comportato una necessaria riduzione delle preoccupazioni economiche degli elettori operai. Si è trattato di un gioco a somma zero molto più di quanto i leader socialdemocratici fossero inizialmente disposti ad ammettere, anche se col tempo questo fatto fondamentale è diventato palesemente ovvio.
Il secondo e più critico effetto dell’attenzione socioculturale è stato che assecondare le priorità della classe professionale ha generato una dipendenza sempre maggiore da questi elettori e la necessità di assecondarli man mano che le loro preferenze diventavano politicamente più estreme. Ed è esattamente ciò che è accaduto.
Si considerino i quattro principali cambiamenti nelle priorità della sinistra nel XXI secolo. Si tratta del neorazzismo, dell’immigrazione di massa, dell’ideologia di genere e dei “diritti” transgender, nonché del catastrofismo climatico e della rapida transizione verde. Nessuno di questi era proprio della classe operaia, né era a suo favore o da essa sostenuto, ma rifletteva piuttosto le priorità sempre più radicali degli elettori della classe professionale.
Un impegno morale fondamentale della sinistra del XX secolo era quello di rendere le società “color-blind”. Era ingiusto che la discriminazione razziale potesse limitare le opportunità di vita dei non bianchi, pertanto la Sinistra si batté strenuamente per porre fine alla discriminazione e alla disparità di opportunità. Vinse la battaglia, trascinando con sé i socialdemocratici e i partiti di orientamento socialdemocratico.
Gli americani oggi credono, come faceva Martin Luther King Jr., che le persone non dovrebbero «essere giudicate dal colore della loro pelle, ma dal contenuto del loro carattere». In un 2022 sondaggio, il 92% degli intervistati si è detto d’accordo con l’affermazione secondo cui «il nostro obiettivo come società dovrebbe essere quello di trattare tutte le persone allo stesso modo, indipendentemente dal colore della loro pelle». Questo è ciò in cui gli americani credono profondamente: pari opportunità, non, va notato, pari risultati.
Ma è successa una cosa strana sulla strada verso il ventunesimo secolo. Invece di considerare la società “colorblind” come un nobile ideale, questi partiti sempre più “brahminizzati” hanno perso la fede. Spinti da attivisti della classe professionale sempre più radicali, hanno iniziato a favorire rimedi “color-conscious” come l’azione affermativa, che andavano ben oltre l’antidiscriminazione e le pari opportunità, e ad opporsi alle politiche “colorblind” se non producevano i risultati desiderati per razza. In effetti, l’uso stesso del termine “colorblind” è diventato un codice della destra, prova di sostegno al razzismo piuttosto che di opposizione ad esso.
Ciò contraddice la logica e il buon senso. E ha portato i partiti della sinistra elitaria ad assumere posizioni poco radicate nella realtà sociale o politica, offensive nei confronti dei valori fondamentali a cui tiene la maggior parte degli elettori della classe operaia.
Immigrazione di massa
Il che ci porta all’immigrazione di massa. Storicamente, i partiti politici socialdemocratici erano diffidenti nei confronti dell’immigrazione incontrollata, pur opponendosi alla xenofobia e sostenendo livelli moderati di immigrazione legale. Ma nel XXI secolo, le ondate migratorie favorite dagli ex partiti socialdemocratici hanno portato le aree della classe operaia a spostarsi a destra, sia in Europa che negli Stati Uniti.
La sinistra elitaria di entrambi i continenti si rifiuta di vedere qualcosa di sbagliato in una de facto politica di immigrazione di massa, che è considerata un bene assoluto che contribuisce a una società più diversificata. Pertanto, opporsi all’immigrazione di massa significa opporsi alla diversità, il che può solo significare che si è razzisti e xenofobi. È così semplice.
Questo atteggiamento è stato un errore madornale perché in realtà ci sonoragioni razionali per cui gli elettori, soprattutto tra la classe operaia, per opporsi all’immigrazione di massa. Dove sono i politici della sinistra brahminica disposti a proclamare senza remore i seguenti principi fondamentali di una politica realistica in materia di immigrazione?
Un numero enorme di persone è disposto a infrangere le leggi dei paesi ricchi per ottenere l’ingresso. Se non si fa rispettare la legge, si avranno più trasgressori e quindi più immigrati illegali. Se si offrono scappatoie procedurali per ottenere l’ingresso in questi paesi (ad esempio, richiedendo asilo), molte persone abuseranno di queste scappatoie. Una volta che questi immigrati illegali e irregolari entrano in questi paesi, cercheranno di rimanervi a tempo indeterminato indipendentemente dal loro status di immigrazione.
La tolleranza di violazioni flagranti della legge su larga scala contribuisce a un senso di disordine sociale e di perdita di controllo tra i cittadini di un paese, che credono che i confini di una nazione siano significativi e che il benessere dei cittadini di una nazione debba venire prima di tutto.
Esiste, infatti, una cosa come l’immigrazione eccessiva, in particolare quella poco qualificata, e gli effetti negativi sulle comunità e sui lavoratori sono reali.
Se i partiti o i responsabili politici desiderano una maggiore immigrazione, da qualsiasi paese e a qualsiasi livello di qualifica, tale immigrazione dovrebbe comunque essere regolare, legale e approvata dagli elettori, compresi quelli della classe operaia, attraverso il processo democratico. Introdurre di nascosto l’immigrazione di massa contro la volontà degli elettori perché è “gentile” o “riflette i nostri valori” o è ritenuta “economicamente necessaria” porta inevitabilmente a reazioni negative.
Queste sono le realtà della questione dell’immigrazione, e ognuna di esse è stata ignorata dai partiti della sinistra brahminica durante il primo quarto del ventunesimo secolo.
Ideologia di genere
I partiti socialdemocratici e di orientamento socialdemocratico sono stati in grado di assorbire le concezioni di base sui diritti delle donne e l’uguaglianza sessuale emerse negli anni ’60. L’idea era che donne e uomini dovessero avere pari diritti e che non esistesse un modo “giusto” di essere uomo o donna: il comportamento non conforme al genere è semplicemente un modo diverso di essere uomo o donna. Pertanto, nessuno nasce nel corpo sbagliato.
Ma poi le cose sono cambiate. Forse nulla sorprenderebbe un viaggiatore del tempo proveniente dalla sinistra del XX secolo quanto l’adozione dei “diritti” transgender come questione determinante. I partiti della sinistra elitaria in Europa e, in larga misura, qui negli Stati Uniti hanno abbracciato acriticamente l’agenda ideologica degli attivisti trans che credono che l’identità di genere prevalga sul sesso biologico e che, di conseguenza, ad esempio, le donne trans — maschi che si identificano come trans —sono letteralmentedonne e devono poter accedere a tutti gli spazi e le opportunità riservati alle donne.
In realtà, il sesso è binario; i maschi non possono diventare femmine e le femmine non possono diventare maschi. Le donne trans non sono non sono donne. Sono maschi che scelgono di identificarsi come donne e possono vestirsi, comportarsi e sottoporsi a trattamenti medici in modo da assomigliare meno al loro sesso biologico. Ma questo non le rende donne. Le rende maschi che scelgono uno stile di vita diverso.
L’ideologia di genere ora domina completamente i partiti della sinistra brahminica. In nessun altro ambito è stato più evidente che le priorità degli elettori radicali della classe professionale, degli attivisti e delle ONG prevalgono su quelle della classe operaia.
Catastrofismo climatico
Alla fine del XX secolo, il cambiamento climatico era una questione per i partiti politici socialdemocratici, ma generalmente marginale. Un viaggiatore nel tempo proveniente dall’anno 2000 rimarrebbe scioccato nello scoprire come si è evoluta la questione nei decenni successivi. Lungi dall’essere marginale, è diventata una parte fondamentale dell’identità politica della sinistra brahminica.
La classe operaia non ne è rimasta impressionata. Negli Stati Uniti, questi elettori considerano il cambiamento climatico una questione di terza importanza e danno la priorità in modo schiacciante al costo e all’affidabilità dell’energia rispetto al suo effetto sul clima. I rapidi progressi verso le emissioni nette pari a zero non li interessano quasi per nulla.
La rassicurazione dei Democratici secondo cui la transizione verso l’energia pulita porterà prosperità è caduta nel vuoto. Gli elettori della classe operaia – a ragione – non credono che la transizione verde stia portando o porterà prosperità, né credono che la fine del mondo sia vicina se la transizione verde non procede davvero in fretta. E Bill Gates pensa che abbiano ragione!
Conclusione
La socialdemocrazia potrebbe essere resuscitata, risorgendo come Lazzaro dalla sua condizione terminale? È ancora possibile una politica orientata alla classe operaia che miri sia a promuovere un capitalismo dinamico sia a incanalare i benefici di quella crescita dinamica?
Forse. Ma gran parte del problema sta nel fatto che i Democratici, in linea di massima, hanno perso interesse nell’obiettivo generale della crescita economica e di un Paese più ricco. Tale obiettivo è passato in secondo piano rispetto ad altri ritenuti più importanti, come la lotta al cambiamento climatico, la riduzione delle disuguaglianze, la ricerca della giustizia procedurale e la difesa degli immigrati e dei gruppi identitari.
L’inestimabile Deciding to Win rapporto ha analizzato la frequenza delle parole nelle piattaforme del Partito Democratico dal 2012 e ha rilevato un calo del 32% nell’uso della parola “ crescita” rispetto a un aumento del 150% della parola “clima”, un aumento del 1.044% di “LGBT/LGBTQI+”, un aumento del 766% di “equità”, un aumento dell’828% di “bianchi/neri/latini/latine” e un aumento del 333% di “giustizia ambientale”.
Passare da queste priorità a una rinascita della socialdemocrazia sarà molto, molto difficile. Naturalmente, non esiste una legge che dica che una politica orientata alla classe operaia, volta a promuovere un capitalismo dinamico e a convogliare i benefici verso i lavoratori comuni, possa provenire solo dalla sinistra. Ma questa è una storia per un altro giorno.
Un post ospite diRuy TeixeiraRuy Teixeira è Senior Fellow presso l’American Enterprise Institute e co-fondatore e redattore politico della newsletter Substack, The Liberal Patriot. Il suo nuovo libro, scritto insieme a John B. Judis, si intitola Where Have All the Democrats Gone?
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Sulla scia dell’ultima ondata di attacchi a lungo raggio sferrati dall’Ucraina contro la Russia, il sito Kiev Independent ha pubblicato un’interessante “bomba giornalistica”, sostenendo che un “alto funzionario ucraino” avrebbe rivelato loro che Trump avrebbe dato in privato a Zelensky il via libera per agire “in modo più audace” contro la Russia, il che, a quanto pare, sarebbe stato all’origine dell’ultima ondata di escalation.
Secondo quanto appreso dal *Kyiv Independent*, l’Ucraina ritiene ora di aver ottenuto il sostegno della Casa Bianca per una campagna volta a costringere la Russia ad avviare negoziati concreti.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe detto in privato al presidente Volodymyr Zelensky di agire “con maggiore audacia”, secondo quanto riferito da un alto funzionario ucraino al Kyiv Independent.
La notizia arriva mentre Kiev intensifica gli sforzi per organizzare un incontro tra Zelensky e Putin — un’idea che Trump ha appoggiato, ma che il Cremlino continua a evitare.
«Trump sostiene di non credere davvero che (Vladimir) Putin agirà senza essere sottoposto a pressioni», ha aggiunto il funzionario, informato sul recente incontro tra Trump e Zelensky.
La cosa è interessante proprio perché è plausibile: Trump è stato chiaramente frustrato dalla sua incapacità di risolvere uno qualsiasi dei conflitti che aveva promesso di risolvere in un batter d’occhio. E recentemente, sulla scia della vicenda del memorandum iraniano, ha persino ammesso che ora avrebbe «rivolto la propria attenzione» nuovamente all’Ucraina. Pertanto, è plausibile che Trump abbia segretamente incoraggiato l’Ucraina a «plasmare il campo di battaglia» al fine di «indebolire» la Russia in vista di eventuali nuovi tentativi da parte dell’amministrazione Trump di costringere i russi a fare concessioni.
È plausibile che Trump ritenga che imporre “costi” elevati alla Russia creerà condizioni favorevoli affinché Putin sia disposto a negoziare e a scendere a compromessi nel corso di qualunque prossimo ciclo di tentativi abbiano pianificato i suoi tirapiedi (Rubio, Lutnick, Witkoff, ecc.); come indicato sopra, secondo quanto riferito Trump non ritiene che Putin agirà senza “pressioni”.
Ma se le cose stanno così, allora Trump fraintende gravemente il temperamento russo e il cambiamento generale di opinione verificatosi nell’era post-Anchorage, in cui diversi alti funzionari russi — da Lavrov a Ushakov — hanno apertamente chiuso per sempre la bara del cosiddetto «Spirito di Anchorage».
Inoltre, va precisato che quest’ultima “bomba” potrebbe benissimo essere una falsa operazione psicologica volta a conferire all’Ucraina legittimità nelle sue ultime azioni, creando la falsa impressione che la “potenza” degli Stati Uniti stia sostenendo la campagna di attacchi in profondità dell’Ucraina.
Uno dei fattori chiave che potrebbero confermare o smentire questa affermazione è se nell’ultima serie di attacchi siano stati effettivamente utilizzati i missili ERAM forniti dagli Stati Uniti, come sostenuto. Secondo fonti ucraine, sarebbe stato affermato che i missili Storm Shadow, insieme agli ERAM, siano stati utilizzati per colpire un complesso industriale a Voronezh. L’Extended Range Attack Munition è un nuovo missile statunitense “a basso costo” la cui produzione avrebbe dovuto iniziare alla fine del 2026; secondo alcune fonti ucraine, un primo lotto sarebbe già stato consegnato all’Ucraina, sebbene non vi siano ancora prove a sostegno di tale affermazione; sul posto sono state rinvenute le testate degli Storm Shadow. Esistono alcune segnalazioni russe non verificate secondo cui detriti di ERAM sarebbero già stati rinvenuti al fronte all’inizio di giugno:
La presenza di detriti provenienti da antenne resistenti alle interferenze, prodotte dal fabbricante di questi missili, potrebbe indicare che un lotto pilota di munizioni ERAM sia stato inviato in Ucraina per essere sottoposto a test militari prima dell’inizio delle consegne su larga scala, previste per ottobre 2026.
Negli ultimi fotogrammi, la comparsa del missile AGM-188a Rusty Dagger durante i lanci di prova da un caccia F-16 negli Stati Uniti.
Ovviamente, se si potesse dimostrare che sono stati utilizzati missili di fabbricazione americana per colpire un obiettivo strategico di rilievo sul vero e proprio territorio russo, ciò costituirebbe la prova definitiva del fatto che gli Stati Uniti, per mezzo di Trump, abbiano deciso di “aumentare i costi” a carico di Putin.
Va tuttavia sottolineato che esistono alcune notizie a conferma di ciò che sono capitate per caso nel circuito mediatico proprio nello stesso periodo. Ad esempio, *Die Welt* pubblica un nuovo articolo del colonnello Marcus Reisner, nota “autorità” in materia di operazioni militari su YouTube, secondo cui Trump avrebbe probabilmente dato il via libera segreto ai magnati della tecnologia statunitense affinché intensificassero il loro sostegno alle Forze armate ucraine (AFU):
Reisner vede il sostegno degli Stati Uniti alla base della ritrovata forza militare dell’Ucraina: «Sono convinto che l’Ucraina stia attualmente ricevendo un sostegno massiccio dalle grandi aziende tecnologiche americane, a vari livelli», ha dichiarato a ntv. Cita, ad esempio, l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt come investitore in Hornet. «Ma ci sarà anche un mandato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump rivolto a persone come Schmidt, il CEO di Palantir Alex Karp e altri affinché si assumano il compito di sostenere l’Ucraina.»
“Riconosce la ‘firma dei cosiddetti tech bros di Trump’”, ha affermato Reisner, riferendosi al sostegno fornito in passato da Elon Musk attraverso la sua rete satellitare Starlink. Il software Maven di Palantir consente inoltre all’Ucraina di individuare le postazioni della difesa aerea russa e pianificare le proprie operazioni. Tuttavia, ciò crea anche una dipendenza per le forze armate ucraine.
A dire il vero, tutto ciò sembra piuttosto ipotetico, soprattutto considerando che le personalità e le aziende citate collaborano già a stretto contatto con l’Ucraina sin dall’inizio della guerra, o addirittura da prima.
Ma anche il FT è intervenuto—in quello che sembra sempre più un fronte informativo coordinato—affermando che Trump aveva recentemente espresso grande “entusiasmo” nei confronti di Zelensky riguardo ai successi dell’Ucraina, il che sembrerebbe concordare con le notizie di cui sopra.
Al contrario, Trump si è detto “profondamente impressionato ed entusiasta” della recente campagna di attacchi a lungo raggio sferrati dall’Ucraina contro obiettivi situati in profondità nel territorio russo, come hanno riferito due persone informate sulle discussioni private tra i leader durante il vertice del G7 della scorsa settimana. In occasione di quel vertice, Trump ha inoltre acconsentito a rafforzare le sanzioni sul settore energetico russo.
Siamo onesti: se analizziamo la situazione con occhio critico, possiamo concludere che gran parte delle recenti escalation è interamente dovuta al forte aumento dei droni avanzati, a lungo raggio e non disturbabili (tramite Starlink) forniti all’Ucraina principalmente dall’Europa, ma anche dagli Stati Uniti (Hornet, ecc.).
Secondo quanto riportato, la Germania avrebbe consegnato all’Ucraina 6.000 nuovi droni a medio raggio, con i quali si intende ostacolare la logistica militare russa e impedire i rifornimenti al fronte attraverso la Crimea e le aree liberate.
Il governo federale sta fornendo migliaia di droni kamikaze sviluppati dalla società di intelligenza artificiale Heling (Monaco di Baviera). Questi droni a senso unico non sono controllati manualmente, ma operano in modo autonomo verso il bersaglio.
La Germania è di fatto parte in causa nella guerra. Nessun eufemismo può più nascondere questa realtà.
Questi hanno devastato il corridoio della Crimea, con ripercussioni anche su regioni russe più lontane, probabilmente a causa di una combinazione di fattori: la necessità per la Russia di ritirare e ridistribuire le difese aeree, una potenziale carenza di missili antiaerei e l’usura dei sistemi di difesa aerea in prima linea sul fronte della Crimea. In altre parole, i recenti avvenimenti potrebbero essere spiegati solo da questi fattori, senza che sia assolutamente necessaria una misteriosa escalation da parte dello stesso Trump.
Qui Putin sostiene che i paesi europei che stanno perseguendo tali politiche di escalation nei confronti della Russia ne stanno pagando le conseguenze con crisi politiche, come abbiamo appena visto con le dimissioni di Starmer:
Questo sembra fornire un indizio sulla posizione di Putin riguardo agli eventi in corso, e riflette quanto abbiamo scritto in questa sede: alla Russia non resta che continuare a portare avanti la sua guerra logorante e attendere il lento crollo politico dell’Europa.
Il che ci porta al punto successivo: molti sosterranno che questa sia una posizione insostenibile per la Russia, poiché i recenti attacchi dell’Ucraina stanno causando alla Russia danni crescenti e “insostenibili”. La realtà è che la Russia dispone di risposte sia simmetriche che asimmetriche alla recente ondata di attacchi ucraini. È così che la Russia probabilmente neutralizzerà questi nuovi attacchi, come ha fatto negli anni precedenti quando l’Ucraina ha sferrato brevi ondate simili di «attacchi di massa» contro la Crimea con le varie «wunderwaffen» dell’epoca, come ATACMS, HIMARS, ecc.
In cosa consiste il metodo?
Vedete, sul campo di battaglia permangono molti “accordi” espliciti e taciti, alcuni dei quali riguardano gli attacchi a determinate infrastrutture civili, ai quartier generali della leadership politica, ai gasdotti — in particolare quelli diretti verso l’Europa. Uno di questi accordi «segreti» riguarda il porto di Odessa e il trasporto marittimo internazionale dell’Ucraina, che la Russia aveva a lungo lasciato indisturbato. Lo stesso vale ovviamente per molte infrastrutture civili che Putin, dal cuore tenero, non aveva voglia di colpire.
Ora, alla luce dell’ultima campagna dell’Ucraina, sembra che la Russia abbia iniziato a giocare duro su alcuni di questi fronti e, a seconda di quanto si spingerà oltre, l’Ucraina potrebbe essere costretta a frenare i propri attacchi per scongiurare il proprio collasso economico. Ci sono varie segnalazioni secondo cui la Russia starebbe ora colpendo piccole infrastrutture elettriche locali, stazioni di servizio, depositi postali, navi in rotta verso Odessa, ecc.
Uno degli eventi più rilevanti è stata la nuova campagna russa contro le ferrovie ucraine, di cui abbiamo parlato di recente. Rybar ha pubblicato oggi un articolo al riguardo, corredato da numerosi link alle geolocalizzazioni:
Caccia ai treni
Il compito di liberare la cosiddetta Ucraina dalla logistica ferroviaria ha acquisito progressivamente maggiore priorità con l’avanzare dell’operazione militare speciale. Con l’evolversi della situazione al fronte e lo sviluppo delle capacità di attacco, le tattiche e gli approcci sono cambiati.
Inizialmente, gli attacchi prendevano di mira principalmente le infrastrutture. Tuttavia, qualsiasi struttura ferroviaria fissa, pur essendo vulnerabile, si riprende rapidamente se necessario oppure emergono alternative per ovviare alla sua assenza o carenza.
Pertanto, se si affronta la distruzione delle infrastrutture in modo sistematico, non si devono distruggere solo gli «immobili». Ecco perché sta aumentando anche l’intensità degli attacchi contro il materiale rotabile. Le locomotive e altri tipi di treni nella cosiddetta Ucraina rimangono una merce rara, e la loro produzione o il loro ripristino richiedono spese enormi.
Esempi di attacchi riusciti
A Mykolaiv, una locomotiva diesel è stata colpita da un attacco Geran.
A Zaporizhia, una locomotiva è stata distrutta con l’uso di un Geran-2.
Nella zona di Ravnopillia, regione di Chernihiv, una locomotiva diesel da manovra è stata danneggiata dal Geran-2.
In totale, dal 16 maggio al 20 giugno, sono stati sferrati 21 attacchi confermati contro il materiale rotabile.
Anche tenendo conto della tendenza delle Forze Armate russe (AFU) a sottovalutare i danni, le dichiarazioni delle agenzie nemiche competenti in merito ai problemi riscontrati confermano indirettamente i successi delle Forze Armate russe.
Secondo le statistiche, il maggior numero di attacchi contro i treni ricade attualmente prevalentemente sulle regioni di prima linea della cosiddetta Ucraina, nonché su quelle confinanti con la Bielorussia. Non è improbabile che ciò sia stato in parte il motivo delle recenti dichiarazioni provocatorie di Zelenskyy nei confronti di Lukashenko.
Un esempio significativo in questo senso è la regione di Zhytomyr. Solo nella prima settimana di settembre, più di 20 locomotive sono state distrutte a Korosten e sulle linee ferroviarie adiacenti.
Per una regione che funge da snodo fondamentale per i trasporti, collegando le regioni occidentali dell’Ucraina con il centro e l’est del Paese, la distruzione delle locomotive riduce la capacità ferroviaria e aumenta i ritardi nella consegna di rifornimenti di carburante e di aiuti umanitari, contribuendo al contempo ad accrescere la pressione sulle rotte stradali alternative.
E sebbene, per ragioni puramente geografiche, sia praticamente impossibile creare un analogo del «blocco della Crimea» per la cosiddetta Ucraina, interrompere il trasporto merci è invece perfettamente fattibile. Oltre agli ovvi costi economici, ciò complicherà anche la logistica militare.
Nel frattempo, nell’ambito della sua campagna informativa in gran parte artificiosa, l’Ucraina aveva reso noti uno o due attacchi contro alcune linee ferroviarie russe, suscitando grande esultanza tra i sostenitori ucraini, come se si trattasse di un «colpo devastante» per la Russia — ignorando però la campagna russa che, solo nelle ultime settimane, ha messo fuori uso decine di locomotive ucraine e nodi infrastrutturali ferroviari.
Allo stesso modo, la Russia ha iniziato a dare “caccia libera” alle autocisterne ucraine in tutto il Paese, bruciandone probabilmente tante quante l’Ucraina ne ha bruciate di russe nel corridoio della Crimea — ancora una volta tra i silenziosi cinguettii della folla filo-ucraina.
Negli ultimi giorni gli esempi non mancano:
I nostri operatori di droni stanno assumendo il controllo delle vie di accesso a Kharkiv, mettendo fuori uso i camion ucraini
Man mano che l’autonomia di volo dei nostri droni aumenta e le Forze Armate russe avanzano, diventa sempre più difficile per le autocisterne e i camion nemici raggiungere Kharkiv. Gli operatori dei droni russi non stanno più andando per il sottile con la logistica nemica e la stanno neutralizzando nelle zone retrostanti. Video dal gruppo Telegram ANWAR.
Allo stesso modo, nonostante tutto il clamore suscitato dagli attacchi ucraini ai terminali petroliferi russi, in realtà la Russia ha colpito più terminali petroliferi ucraini negli ultimi due giorni rispetto a quanto fatto dall’Ucraina; eppure nei circoli occidentali non se ne sente nemmeno parlare:
Un rapporto descrive in dettaglio l’aumento della distruzione sistematica delle stazioni di servizio ucraine, un’evidente risposta di “occhio per occhio” alla guerra condotta dall’Ucraina contro le forniture di carburante russe:
Fonti russe riferiscono che dall’inizio del 2026, 55 diverse stazioni di servizio ucraine sono state prese di mira dalle forze russe, la maggior parte delle quali negli ultimi due mesi.
Nelle ultime due settimane, secondo quanto riferito, la Russia avrebbe effettuato in media due attacchi al giorno contro le stazioni di servizio.
Quello che ho notato è che la Russia ha iniziato a puntare su una strategia a lungo termine, per quanto riguarda gli attacchi logistici. Ora sta prendendo sistematicamente di mira le infrastrutture ferroviarie e le locomotive ucraine, i magazzini di Nova Poshta e le stazioni di servizio. Nessuna di queste azioni, presa singolarmente, avrà un grande impatto. Tuttavia, se gli effetti si sommano, il danno sarà notevole.
Gli ucraini sono sotto shock per l’annientamento, avvenuto ieri a Odessa, di un intero convoglio di carburante ucraino:
E a Zaporozhye:
Durante la notte e questa mattina, la Russia ha attaccato la città di Zaporizhzhia con droni Geran-2, provocando lo scoppio di numerosi incendi di grandi proporzioni.
Uno degli obiettivi colpiti è stato un deposito di autocarri nella parte occidentale della città (47.82757, 35.01144).
Il punto è dimostrare che la Russia ha iniziato a rispondere con le stesse monete e che, in una guerra in cui ci si scambiano “colpi su colpi” contro tali obiettivi infrastrutturali, l’Ucraina ne uscirà sicuramente peggio.
Non possiamo dire perché Putin possa aver evitato molti di questi tipi di obiettivi in passato: l’ipotesi è che essi abbiano un impatto sproporzionato sulla vita dei civili piuttosto che sulle Forze Armate Ucraine (AFU), e sappiamo quanto Putin sia eccessivamente generoso quando si tratta di proteggere i “fratelli” civili ucraini. Ma ora parte di questa posizione sembra vacillare, anche se è troppo presto per dire con esattezza quanto sistematica sarà questa nuova campagna.
Ci sono stati alcuni indizi, con Putin che ha ribadito ancora una volta la sua famosa frase secondo cui «la Russia non ha ancora nemmeno iniziato a combattere»:
Lavrov ha fornito ulteriori indizi in una nuova dichiarazione in cui chiariva la minaccia nei confronti di Kiev, affermando che quando la Russia ha invitato le missioni diplomatiche occidentali a evacuare Kiev, non era necessariamente in vista di un evento immediato, ma piuttosto in relazione al piano a lungo termine che la Russia ha in serbo per la capitale:
Nel frattempo, Zelensky ha nuovamente minacciato apertamente la Bielorussia, dato che il termine del suo ultimatum scadrà tra tre giorni, ovvero venerdì.
È sempre più evidente che la recente campagna informativa dell’Ucraina, incentrata su attacchi esagerati alle raffinerie, miri a controbilanciare le importanti vittorie sul campo di battaglia che la Russia sta per ottenere con la caduta di Konstantinovka e Lyman. L’inclusione della Bielorussia nell’equazione ha lo scopo di garantire la continua escalation di questa ultima campagna, volta a distogliere il più possibile l’attenzione dal deterioramento della situazione sul campo di battaglia in Ucraina.
Anche la stampa occidentale sta cominciando a cogliere il messaggio:
A Kostyantynivka, però, i soldati russi hanno avanzato da sud e sono stati avvistati persino all’altra estremità della città, nella periferia nord.
Mosca afferma che le sue forze stanno avanzando rapidamente nella zona sud-occidentale di Kostyantynivka e che hanno circondato le unità militari ucraine.
La situazione è destinata sicuramente a peggiorare nel prossimo futuro, ma molti hanno scambiato la precedente “gentilezza” e passività della Russia per debolezza — o almeno per una debolezza permanente. Se la Russia continuerà ad aumentare i costi ricambiati sulle infrastrutture ucraine, Zelensky si troverà di fronte a una delle due scelte seguenti: o ridurre gli attacchi come ha fatto in passato, tramite accordi dietro le quinte o intese tacite; oppure: creare una provocazione di portata ben maggiore per indurre un «intervento» disperato da parte dei suoi alleati, volto a salvare l’Ucraina con aiuti militari o iniezioni di «fondi di emergenza». Ciò potrà avvenire solo attraverso una nuova provocazione contro la Bielorussia.
Ma prestate attenzione alle parole di Lavrov verso la fine del video qui sopra: egli afferma che, in caso di attacco ucraino alla Bielorussia, verrebbero invocate le garanzie di sicurezza dello “Stato dell’Unione” con la Russia. La domanda è: cosa significa esattamente tutto ciò? Dopotutto, la Russia sta già attaccando l’Ucraina, quindi «venire in aiuto» del proprio partner è in qualche modo banale in questo contesto. Alcuni hanno ipotizzato che ciò fornirebbe alla Russia un casus belli per schierare nuovamente truppe in Bielorussia, compresi i sistemi Iskander per colpire l’Ucraina, aerei, ecc., come è avvenuto nel 2022.
Ma per ora la questione rimane aperta: condividete le vostre opinioni su questo scenario ipotetico.
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L’unica via d’uscita da quello scenario cupo, oltre alla distruzione totale dell’Ucraina per neutralizzare una volta per tutte le minacce provenienti da quel Paese e legate alla NATO, come previsto dall’obiettivo dell’operazione speciale, sarebbe che la Russia vendesse quote delle sue risorse naturali e di altri settori strategici agli Stati Uniti come “garanzia di sicurezza”.
La “guerra di logoramento” che l’Ucraina sta attualmente conducendo contro la Russia attraverso i suoi attacchi strategici alle infrastrutture energetiche e di altro tipo è programmata in vista delle prossime elezioni della Duma di settembre. «Russia Unita» potrebbe non mantenere il 49,82% dei voti popolari ottenuti nelle ultime elezioni del 2021, il che potrebbe costringerla a formare una coalizione con l’opposizione comunista o nazionalista, a seconda di quanto sarà alto il voto di protesta. I nemici esteri di Putin ritengono che ciò indebolirebbe la Russia, anziché rinvigorirla, e vogliono contribuire a far sì che ciò avvenga.
I suddetti attacchi si accompagnano quindi all’ultimatum lanciato da Zelensky a Lukashenko: ritirare le difese aeree e le stazioni di trasmissione dei droni dal confine, altrimenti sarà l’Ucraina a farlo al posto suo. È stato valutato qui che Putin abbia ora la possibilità di ripristinare la deterrenza se Zelensky autorizzasse attacchi contro i 500 obiettivi che, secondo quanto affermato in precedenza da uno dei suoi principali comandanti addetti ai droni, sarebbero stati identificati in Bielorussia. Se la deterrenza venisse ripristinata, la Russia potrebbe mantenere il ritmo necessario per sconfiggere l’Ucraina, ponendo così rapidamente fine al conflitto.
Se le cose dovessero prendere una piega diversa, ad esempio se la Russia non riuscisse a ripristinare la deterrenza dopo un attacco su larga scala dell’Ucraina contro la Bielorussia, oppure se tale attacco non dovesse verificarsi e il conflitto dovesse protrarsi, allora la “guerra di logoramento” di Trump potrebbe davvero prendere piede e iniziare a distruggere sistematicamente tutti gli obiettivi russi uno per uno. L’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov ha recentemente ammesso che «non eravamo preparati» al fatto che Starlink potesse supportare attacchi contro infrastrutture critiche e ha consigliato di proteggere al massimo tutti gli obiettivi senza indugio.
È difficile farlo con un Paese grande come la Russia, quindi se Trump dovesse “intensificare per allentare la tensione” in modo da ampliare radicalmente la portata degli attacchi strategici con i droni in Ucraina, la Russia potrebbe trovarsi in una posizione di svantaggio in cui il tempo non sarebbe più dalla sua parte, come molti a Mosca avevano precedentemente ipotizzato. La logistica ucraina è oggi protetta dall’ombrello nucleare della NATO, quindi a meno che la Russia non rischi la Terza Guerra Mondiale attaccandola e scommettendo che nessuno (figuriamoci gli Stati Uniti) reagirà, potrebbe trovarsi ad affrontare una “morte per mille tagli”.
L’unica via d’uscita, oltre a radere al suolo l’Ucraina per neutralizzare una volta per tutte le minacce provenienti dalla NATO, come previsto dall’operazione speciale, sarebbe che la Russia vendesse quote delle sue risorse naturali e di altri settori strategici agli Stati Uniti come “garanzia di sicurezza”. Conoscendo Trump, probabilmente esigerebbe che fossero vendute a prezzi irrisori e forse includesse quote di controllo, il che equivarrebbe essenzialmente a cedere la sovranità della Russia. Ecco perché la Russia deve sconfiggere l’Ucraina prima che la sua “guerra di logoramento” entri davvero nel vivo.
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In quanto leader che si rispetti e che rappresenti la metà patriottica del Paese, Nawrocki non può accettare che l’Ucraina entri a far parte dello stesso blocco della Polonia mentre quest’ultimo glorifica i responsabili del genocidio della Volinia, appartenenti all’OUN-UPA, né può sacrificare l’industria agricola del suo Paese con tutto ciò che questo comporta per la sovranità polacca.
Ha inoltre ribadito separatamente che “l’ingresso dell’Ucraina nell’UE costituisce una minaccia per l’agricoltura polacca”, ricordando ai polacchi di aver condotto la campagna elettorale dello scorso anno con lo slogan “Contadino polacco, campo polacco, pane polacco sulla tavola polacca”. Pertanto, finché Nawrocki rimarrà presidente della Polonia, l’Ucraina non entrerà mai nell’UE, poiché farà tutto il possibile per impedirlo, per ragioni di memoria storica e di interessi agricoli.
In quanto leader che si rispetti e che rappresenti la metà patriottica del Paese, Nawrocki non può accettare che l’Ucraina entri a far parte dello stesso blocco della Polonia mentre quest’ultimo glorifica i responsabili del genocidio della Volinia, rappresentati dall’OUN-UPA, né può sacrificare il settore agricolo del suo Paese con tutto ciò che questo comporterebbe per la sovranità polacca. L’Ucraina potrebbe usare le esportazioni agricole come arma di pressione se, dopo la fine del conflitto con la Russia, riprendesse le rivendicazioni irredentiste sulla Polonia sud-orientale (” Zakerzonia “). Ecco alcuni approfondimenti:
A dare forza a Nawrocki nella sua impresa di tenere l’Ucraina fuori dall’UE fino a quando queste questioni non saranno risolte, ovvero fino a quando l’Ucraina non invertirà la sua trasformazione in uno stato anti-polacco e accetterà restrizioni permanenti sulle sue esportazioni agricole verso il blocco, è la mancanza di una supermaggioranza al Sejm da parte della coalizione liberale al governo. Può quindi porre il veto sulla legislazione relativa all’UE senza alcun timore che venga ribaltato, e se i conservatori formeranno una coalizione con i populisti dopo le prossime elezioni dell’autunno 2027, allora questo fastidio scomparirà.
Tutto sembra indicare che queste due forze arriveranno al potere entro quella data, dato che la coalizione liberale al governo si è irrimediabilmente screditata sulla questione OUN-UPA e sul ” reclutamento ” di truppe statunitensi dalla Germania poco prima. Per quanto riguarda la prima, si è rifiutata di appoggiare Nawrocki nonostante sondaggi autorevoli avessero successivamente rivelato che ben il 74% dei polacchi lo sosteneva su questo tema, mentre la seconda è stata un’ulteriore autolesione in termini di popolarità, visto che poco più della metà dei polacchi è favorevole alle basi statunitensi in Polonia.
Entrambi i temi sono molto sentiti dai polacchi, così come la difesa del loro settore agricolo, sia contro l’Ucraina che contro qualsiasi altro concorrente. L’approccio della coalizione liberale al governo su tutte e tre le questioni – quella agricola, in particolare il continuo sostegno all’adesione dell’Ucraina all’UE, nonostante tale scenario stia rovinando la vita degli agricoltori polacchi – riduce naturalmente le possibilità che mantengano il controllo del Sejm. Molto può ancora accadere prima dell’autunno 2027, ma al momento sembra che una coalizione populista conservatrice sia destinata a sostituirli.
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Gli europei, e in particolare i tedeschi, hanno sostenuto costi enormi per perpetuare il conflitto ucraino senza ricevere in cambio alcun beneficio tangibile.
La co-leader dell’AfD, Alice Weidel, ha risposto alla proposta del cancelliere Friedrich Merz di concedere all’Ucraina l’adesione come membro associato all’UE, analizzata qui e qui , dichiarando : “Dobbiamo sapere come si è arrivati a questo atto di terrorismo di Stato contro la nostra infrastruttura più importante, ovvero i gasdotti Nord Stream, e quale ruolo ha avuto l’Ucraina in tutto ciò. Il flusso dei pagamenti dovrebbe in realtà muoversi nella direzione opposta”.
Ha poi aggiunto che “l’Ucraina deve pagare un risarcimento alla Repubblica Federale di Germania, perché abbiamo subito danni enormi – e così anche l’Europa nel suo complesso – a causa della perdita dei combustibili fossili russi a basso costo”. Weidel ha sollevato un punto importante riguardo ai danni economici che il conflitto ucraino ha causato all’Europa, anche a prescindere dall’attacco terroristico al Nord Stream , che, come ha insinuato Berlino, sarebbe stato commesso dall’Ucraina, ma che il famoso Seymer Hersh, citando alcune fonti, avrebbe attribuito agli Stati Uniti .
Per approfondire un po’ di più il contesto delle insinuazioni di Berlino, l’anno scorso la città aveva richiesto l’estradizione dalla Polonia di un sospettato ucraino, ma la richiesta era stata respinta dal giudice per i motivi spiegati qui , il che ha dato credito, nell’opinione pubblica, all’ipotesi di una colpevolezza ucraina. Tuttavia, questa narrazione era già stata confutata qui , qui e qui nel corso degli anni, ben prima che la richiesta di estradizione venisse presentata e respinta, ma Weidel, molti tedeschi e molte persone in Occidente continuano a crederci.
In ogni caso, dopo aver chiarito il contesto della sua implicita accusa contro l’Ucraina e tornando alla sua richiesta di riparazioni, l’UE ha speso centinaia di miliardi di dollari in aiuti per l’Ucraina e i suoi rifugiati. Calcolando il costo più elevato del carburante da allora, compreso quello che continua ad acquistare dalla Russia, il totale si avvicina in modo credibile a 1.000 miliardi di dollari e potrebbe addirittura superarlo secondo alcune stime. Il massimo che l’UE potrebbe ricevere in cambio sono armi e contratti di ricostruzione per una manciata di aziende.
Ciò non giustifica minimamente gli enormi costi che l’UE ha sostenuto per perpetuare la guerra per procura tra NATO e Russia in Ucraina, il che mette in luce le motivazioni ideologiche alla base di questa politica. I liberalglobalisti che governano il blocco sono determinati a infliggere una sconfitta strategica alla Russia attraverso l’Ucraina appoggiata dalla NATO, e a tal fine nessun costo è troppo elevato, soprattutto perché a pagarlo sono i cittadini europei comuni e non loro. Questa politica cinica si sta già ritorcendo contro di loro in Germania, alimentando l’ascesa dell’AfD.
È di gran lunga il partito più popolare del paese e il suo consenso continua a crescere, poiché è una delle poche forze, oltre all’Alleanza Sahra Wagenknecht, che dice la verità al potere riguardo a questo conflitto e alle sue devastanti conseguenze economiche per gli europei. La Germania in particolare è stata colpita duramente, con una crescita che si è arrestata e molti sospettano che la più grande economia del blocco sia in realtà già in recessione, che potrebbe presto essere confermata e poi diffondersi in tutta l’UE.
Weidel sa benissimo che l’Ucraina non pagherà mai riparazioni alla Germania e che nemmeno l’ipotetica cessione delle sue industrie chiave al suo paese sarebbe sufficiente a compensare i costi già sostenuti dai tedeschi. La sua retorica mirava quindi a richiamare l’attenzione proprio su questi costi. Più i tedeschi si soffermano su di essi e si rendono conto che il loro paese non ha ricevuto alcun beneficio tangibile in cambio, più è probabile che sostengano l’AfD nel tentativo di realizzare un vero cambiamento.
A differenza di un numero crescente di russi influenti, egli non vede la Germania come una minaccia latente, bensì come un futuro partner qualora riuscisse a convincere l’Ucraina a ritirarsi dal Donbass.
L’inviato speciale di Putin per i colloqui con gli Stati Uniti, Kirill Dmitriev, ha recentemente rilasciato un’intervista al quotidiano tedesco Berliner Zeitung in merito ai suoi sforzi di pace e al ruolo che la Germania potrebbe svolgere in questo contesto. Ha iniziato facendo riferimento a quanto affermato in precedenza da Zelensky, ovvero che gli Stati Uniti avevano offerto all’Ucraina ” garanzie di sicurezza ” in cambio del suo ritiro dal Donbass, un’offerta che un collaboratore di RT ha recentemente descritto come il quid pro quo per la cessazione delle ostilità da parte della Russia, in conformità con lo “Spirito di Ancoraggio”. Ha poi aggiunto: “Credo che ci sia una soluzione realistica sul tavolo”.
Secondo le parole di Dmitriev, “Se l’Ucraina lo accetta, la pace arriverà immediatamente. E in fondo, sempre più persone lo stanno capendo”, dando così credito alle speculazioni sullo “Spirito di Ancoraggio”. Ha poi espresso la speranza di una posizione europea più “realistica”, lasciando intendere che la Russia voglia che gli europei convincano l’Ucraina a ritirarsi dal Donbass, dopo che Trump finora non ha nemmeno tentato di farlo. Ciò giustificherebbe il presunto interesse dell’UE a svolgere un ruolo nel rilanciare il processo di pace in stallo.
Una possibile motivazione potrebbe essere la ripresa dei rapporti commerciali, e in particolare energetici, con la Russia. Dmitriev ha accennato proprio a questo quando ha menzionato “la crisi economica successiva al conflitto con l’Iran” e ha affermato esplicitamente che “credo che l’energia stia diventando una questione cruciale”. Ha poi affrontato direttamente lo scenario in cui la Germania guida gli sforzi europei, prevedendo che “se Germania e Russia cooperassero, formerebbero una delle più grandi potenze economiche che il mondo abbia mai conosciuto”.
Ha spiegato che “la combinazione della tecnologia tedesca, del popolo russo e delle materie prime russe rappresenterebbe una forza straordinaria”, ma ha anche avvertito che “riteniamo che ci siano stati molti tentativi di dividerci. In effetti, ci sono stati molti tentativi di impedire la cooperazione tra Russia e Germania”. Se il ruolo della Germania nel processo di pace avesse successo, allora la crisi economica che sta vivendo a causa delle sanzioni potrebbe finire, con la presunzione che queste verrebbero poi revocate.
Ciò che colpisce dell’intervista a Dmitriev è la netta differenza tra il suo approccio alla Germania e quello del vicepresidente del Consiglio di Sicurezza ed ex presidente Dmitry Medvedev, il quale il mese scorso aveva messo in guardia contro la minaccia, simile a quella del 1941, rappresentata dalla rimilitarizzazione tedesca. Questo avvertimento è coinciso con la pubblicazione di altri articoli critici sulla Germania da parte di due importanti pensatori russi, Dmitri Trenin e Fyodor Lukyanov, facendo pensare che la Germania potrebbe presto sostituire gli Stati Uniti come principale avversario percepito della Russia.
I due paragrafi precedenti mostrano che l’approccio falco nei confronti della Germania non è privo di fondamento, ma nemmeno quello docile di Dmitriev lo è, poiché è vero che Germania e Russia “formerebbero una delle più forti potenze economiche che il mondo abbia mai conosciuto” se si riavvicinassero. È proprio per questa ragione rivoluzionaria che gli Stati Uniti probabilmente faranno di tutto, anche in coordinamento con il principale alleato regionale, la Polonia, che condivide la stessa visione conservatrice.forze , per impedirlo.
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Queste misure includono la restituzione dei simboli militari polacchi al cimitero di guerra di Katyń; il lancio di una vera e propria campagna di pubbliche relazioni sull’approccio della Russia a Katyń, che preveda la fine di ogni revisionismo storico al riguardo all’interno del suo “ecosistema mediatico globale”; e il trasferimento dei monumenti dell’Armata Rossa dalla Polonia.
La revoca da parte del presidente polacco Karol Nawrocki della più alta onorificenza polacca conferita a Zelensky, l’Ordine dell’Aquila Bianca, a causa della glorificazione a livello statale della Volinia da parte di Zelensky. I responsabili del genocidiodell’OUN-UPA hanno spinto altri funzionari ucraini e le famigerate fabbriche di troll del loro paese ad attaccare ferocemente i polacchi su X. Questi attacchi sono stati così violenti che un parlamentare del partito conservatore anti-russo “Diritto e Giustizia” (PiS) ha concluso che gli ucraini odiano i polacchi più di quanto odino i russi.
Come afferma Kazimierz Smoliński , “I commenti sulla Polonia sotto il post di Zelensky sono terrificanti. L’odio di alcuni ucraini verso la Polonia è sconcertante. Sembra che ci odino più dei russi. Come hanno dimenticato in fretta che la Polonia esiste, tra le altre cose, perché li abbiamo aiutati e continuiamo ad aiutarli”. Questa crescente consapevolezza rappresenta per la Russia un’opportunità per migliorare immediatamente la propria immagine agli occhi dei polacchi, se avrà la volontà di attuare tre cambiamenti politici difficili.
La prima misura consiste nel restituire i simboli militari polacchi al cimitero di guerra di Katyń, rimossi alla fine dello scorso anno per presunti motivi tecnici, interpretati all’epoca come una risposta asimmetrica alla chiusura del consolato russo a Danzica da parte della Polonia. Questa proposta è in linea con quanto suggerito dal populista polacco Grzegorz Braun nella sua lettera aperta al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov. Il secondo cambiamento di politica si basa sul primo e consiste in una vera e propria campagna di pubbliche relazioni sull’approccio della Russia alla questione di Katyń .
Bisogna ricordare ai polacchi che la defunta Unione Sovietica e la Federazione Russa hanno espiato quel crimine ammettendo la colpa dell’URSS, condividendo documenti d’archivio che lo provavano dopo decenni in cui la responsabilità era stata attribuita ai nazisti, e persino Putin stesso ha speculato sulle motivazioni di Stalin. Parallelamente, la mostra della Società Storico-Militare Russa su ” Dieci secoli di russofobia polacca “, che riscrive la storia insinuando la colpa dei nazisti per questo crimine, non dovrebbe mai più essere allestita nel cimitero di guerra di Katyń.
Allo stesso modo, ogni forma di revisionismo su Katyń all’interno dell’“ecosistema mediatico globale” russo dovrebbe cessare, e coloro che continuano a promuoverlo dovrebbero essere informati che lo Stato non si assocerà più a loro. L’ultimo cambiamento di politica è il più difficile da attuare, ma lascerebbe un’impressione positiva e duratura sulla stragrande maggioranza dei polacchi, e spetta alla Russia pagare – a spese dei contribuenti o di un ricco imprenditore – per trasferire tutti i monumenti dell’Armata Rossa dalla Polonia, che li considera “simboli di occupazione”.
Ciò non equivarrebbe ad un accordo con la narrazione storica della Polonia, ma sarebbe una mossa pragmatica per salvare ciò che resta invece di lasciare che tutto venga inevitabilmente distrutto. Si potrebbe persino designare un sito a Mosca dove i russi potrebbero visitare tutti questi monumenti ricollocati. Lo scopo generale di questi tre cambiamenti politici proposti è quello di instillare nei polacchi che lo Stato russo non li odia come i nuovianti-polaccoL’Ucraina lo fa per avviare il processo di riparazione dei legami tra i popoli .
Polonia e Russia sono rivali da millenni a livello statale, ma nessuno dei loro popoli è collettivamente colpevole per ciò che i rispettivi ex stati hanno fatto all’altro in passato. Assumendo una posizione più elevata, la Russia può distinguersi in modo inequivocabile dall’Ucraina, i cui “eroi” hanno sterminato oltre 100.000 polacchi sulla falsa premessa di una colpa collettiva. Ancor peggio, Kiev non permette a Varsavia di riesumare, seppellire e commemorare adeguatamente questi caduti, nonostante abbia consentito a Berlino di farlo per oltre 100.000 nazisti caduti , il che è un vero peccato.
Se l’Ucraina continuasse a essere uno stato anti-polacco e a incolpare la Polonia per la sconfitta subita contro la Russia, non si può escludere che, al termine del conflitto attuale, segua l’esempio del suo protettore tedesco e ripristini le relazioni con la Russia, il che rappresenterebbe uno scenario da incubo per la Polonia.
Il presidente polacco Karol Nawrocki ha dato seguito alla sua minaccia di revocare l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza polacca, a Zelensky per aver rinominato un’unità di commando d’élite in onore della Volinia. I colpevoli del genocidiodell’OUN-UPA . Ha spiegato le sue motivazioni in un video di 12 minuti che può essere visto qui con sottotitoli in inglese. Nawrocki ha chiarito che questa mossa non porterà a una riduzione del sostegno polacco all’Ucraina contro la Russia e ha insistito sul fatto che viene fatta unicamente per rispetto nazionale.
Invece di accettare il diritto sovrano della Polonia di revocare la sua massima onorificenza a chiunque voglia e per qualsiasi motivo, i funzionari ucraini hanno reagito con furia, mentre i social media sono stati invasi da attacchi ancora più feroci da parte di troll ucraini contro i polacchi rispetto a qualche settimana fa, quando Nawrocki aveva accennato per la prima volta a questa possibilità. Il capo dell’ufficio presidenziale Kirill Burdanov , il ministro degli Esteri Andrey Sibiga e l’ambasciatore ucraino in Polonia Vasily Bodnar hanno tutti promesso di restituire le proprie onorificenze statali polacche in segno di protesta.
” L’Ucraina è ormai indiscutibilmente uno stato anti-polacco “, anche grazie al sostegno della Germania, come spiegato qui , ma questo non era inevitabile , dato che l’Ucraina avrebbe potuto venerare come eroi nazionali molte altre figure storiche, oltre ai criminali di guerra fascisti che hanno perpetrato il genocidio dei polacchi. In risposta a queste tensioni politiche innescate da Zelensky, si prevede che l’Ucraina si avvicinerà alla Germania, che è stata uno dei suoi principali sostenitori militari dalla fine del 2023. Il mese scorso , inoltre, è stato siglato un accordo di coproduzione per un “attacco in profondità” .
Nell’ottobre del 2023, il primo ministro polacco uscente Mateusz Morawiecki accusò l’Ucraina e la Germania di aver stretto un accordo alle spalle della Polonia, ricordando a Zelensky che la Polonia aveva fatto di più per l’Ucraina rispetto alla Germania e ipotizzando che un giorno la Germania avrebbe cercato un riavvicinamento con la Russia a spese dell’Ucraina. Il suo successore, Donald Tusk, fu accusato dal leader dell’opposizione conservatrice Jaroslaw Kaczynski di essere un ” agente tedesco ” a causa della sua carriera politica associata a politiche fortemente filo-tedesche.
La Polonia di conseguenza iniziò a subordinaresi dalla rielezione di Tusk nel dicembre 2023 ad oggi, in Germania , ma l’ex presidente conservatore Andrzej Duda (colui che ha conferito a Zelensky l’Ordine dell’Aquila Bianca) e il suo successore Nawrocki hanno contribuito a contenere in qualche modo questa tendenza. Infatti, Nawrocki ha esercitato forti pressioni su Trump affinché revocasse la sua decisione di annullare il previsto dispiegamento a rotazione di 4.000 soldati statunitensi in Polonia, poco meno della metà del totale ospitato, e addirittura ne inviasse altri 5.000 .
La coalizione liberale al governo è ora sotto pressione affinché almeno finga di non essere subordinata alla Germania in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027 , il che aumenta la possibilità che la Polonia possa tornare a competere con la Germania per l’Ucraina, anche prima che una possibile coalizione populista conservatrice la sostituisca. In termini concreti, la Polonia non deve permettere alla Germania di ottenere più contratti per la ricostruzione di quanti ne ottenga già; a tal fine, la Polonia potrebbe riconsiderare l’utilizzo della facilitazione dell’invio di aiuti militari tedeschi all’Ucraina come strumento di pressione.
Se l’Ucraina, ora ostile alla Polonia, si avvicinasse alla Germania, addossando alla Polonia la colpa della sconfitta subita contro la Russia, non si può escludere che, al termine del conflitto, segua l’esempio del suo alleato tedesco e ripristini le relazioni con la Russia. Questo rappresenterebbe uno scenario da incubo per la Polonia, che teme un’alleanza tra i tre Paesi e la Bielorussia. La Polonia si troverebbe quindi alla loro mercé, o quantomeno a quella del duo tedesco-ucraino, a meno che non riesca a ristabilire per prima i legami con la Russia.
La Russia non può permettere che l’Ucraina, sostenuta dagli Stati Uniti, attacchi la Bielorussia impunemente, altrimenti rischia di perdere il suo alleato più stretto, che potrebbe essere distrutto o che Lukashenko potrebbe “defecare” a favore dell’Occidente. Entrambi gli scenari sposterebbero l’equilibrio strategico nel conflitto ucraino a netto svantaggio della Russia.
Zelensky ha dato a Lukashenko una settimana di tempo per rimuovere le difese aeree e i trasmettitori di ritrasmissione dei droni lungo il confine comune, altrimenti sarà l’Ucraina a farlo al posto suo. Questo avviene nel contesto delle crescenti tensioni tra i due Paesi, che si sono acuite dalla primavera, dopo che Zelensky ha insinuato che l’Ucraina potrebbe catturare Lukashenko, come gli Stati Uniti hanno catturato Maduro , con il pretesto di prevenire una presunta imminente invasione bielorussa dell’Ucraina. La situazione ricorda da vicino la crisi dell’estate del 2024, di cui i lettori possono trovare maggiori informazioni qui , qui e qui .
La differenza cruciale tra allora e oggi, tuttavia, è che l’Occidente e l’Ucraina non hanno più alcun rispetto per le ” linee rosse ” della Russia, dopo che i nobili sforzi di Putin per scongiurare una pericolosa spirale di escalation che avrebbe potuto inavvertitamente portare alla Terza Guerra Mondiale sono stati da loro erroneamente interpretati come “debolezza”. Da consumato pragmatico , ha proiettato i suoi calcoli su di loro, pensando che si sarebbero fermati dopo aver capito che stavano giocando con il fuoco, ma tutto ciò che è accaduto è che non prendono più sul serio la deterrenza russa.
Negli ultimi due anni, l’Ucraina ha invaso la regione russa di Kursk, ha condotto l'” Operazione Ragnatela ” contro la sua triade nucleare, ha tentato di assassinare Putin nella sua residenza di Valdai, ha iniziato a effettuare attacchi con droni a lungo raggio contro San Pietroburgo (che molti ipotizzano transitino attraverso il Baltico).spazio aereo ) e recentemente anche Mosca , e Trump si sta ora preparando a ” intensificare la tensione per poi allentarla ” dopo aver percepito in Putin una “debolezza” ancora maggiore del solito. Ciò ha scatenato una dura reazione da parte dei principali intellettuali russi.
Il falco Sergey Karaganov continua a insistere su un primo attacco contro l’Europa, prima con armi convenzionali e poi con armi nucleari in caso di rappresaglia, per ripristinare la deterrenza, nonostante Putin abbia dichiarato all’inizio di giugno che tali discorsi “non sono semplicemente sciocchezze, ma una provocazione”. Nel frattempo, l’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov ha avvertito che l’Occidente sta cercando di “bollire la rana”, con uno degli obiettivi di neutralizzare le forze nucleari russe. Ha esortato la Russia a smetterla di essere così “gentile” con i suoi nemici e a far rispettare finalmente le sue “linee rosse”.
L’ultimatum di Zelensky a Lukashenko offre a Putin l’opportunità di ristabilire finalmente la deterrenza. La Bielorussia è un alleato della Russia in materia di difesa reciproca ed entrambi i Paesi partecipano al progetto dello Stato dell’Unione. Inoltre, la Russia ha in Bielorussia missili ipersonici Oreshnik e testate nucleari tattiche, dispiegate proprio a scopo di deterrenza. Come dichiarato dallo stesso Putin nel settembre 2024, “Ci riserviamo il diritto di usare armi nucleari in caso di aggressione contro la Russia e la Bielorussia in quanto membri dello Stato dell’Unione”.
Di conseguenza, Putin potrebbe consigliare a Lukashenko di respingere l’ultimatum di Zelensky, promettendo che la Russia reagirà contro l’Ucraina per qualsiasi attacco alla Bielorussia autorizzando il primo utilizzo in combattimento dei droni Oreshnik (ha recentemente chiarito che i precedenti utilizzi in Ucraina erano a scopo di test). Se l’aggressione ucraina contro la Bielorussia fosse significativa, ad esempio se attaccasse i 500 obiettivi che un alto comandante di droni ha affermato di aver identificato alla fine del mese scorso, allora la Russia potrebbe rispondere con armi nucleari tattiche.
La Russia non può permettere all’Ucraina, sostenuta dagli Stati Uniti, di attaccare la Bielorussia impunemente, altrimenti rischia di perdere il suo alleato più stretto, che potrebbe essere distrutto o, peggio, il passaggio di Lukashenko all’Occidente. Entrambi gli scenari sposterebbero l’equilibrio strategico nel conflitto ucraino a netto svantaggio della Russia. Putin deve quindi ripristinare la deterrenza, altrimenti rischia il peggior scenario possibile in questa guerra per procura. L’esito del conflitto è ancora incerto , ma potrebbe cambiare radicalmente a seconda delle sue mosse.
Le probabilità che Putin abbandonasse improvvisamente la sua profonda convinzione che russi e ucraini siano popoli affini proprio mentre i leader occidentali si riunivano al vertice del G7 di quest’anno, decidendo di distruggere uno dei luoghi più sacri del cristianesimo ortodosso, e poi inspiegabilmente non riuscendoci, sono nulle.
L’Ucraina ha affermato che il recente incendio al monastero di Pechersk Lavra di Kiev, uno dei luoghi più sacri della cristianità ortodossa, sia stato causato da un attacco deliberato della Russia. Un rapido esame dei danni, tuttavia, rivela che la causa potrebbe essere stata un missile Patriot statunitense finito fuori bersaglio (forse scaduto, secondo il Ministero della Difesa russo ) o i detriti di un missile russo intercettato. La Russia aveva colpito obiettivi militari a Kiev quel giorno, quindi entrambi gli scenari sono plausibili, sebbene il primo lo sia più del secondo.
A prescindere da quale delle due versioni si ritenga vera, il fatto è che un colpo diretto di un missile russo, mirato deliberatamente al monastero di Kiev Pechersk Lavra, come affermato dall’Ucraina, avrebbe raso al suolo tutto, non solo appiccato un incendio alle fondamenta. Ciononostante, le immagini drammatiche sono state prevedibilmente sfruttate dall’Ucraina per incolpare la Russia, guarda caso proprio mentre si svolgeva l’ultimo vertice del G7 in Francia. Questo, tuttavia, non significa che si tratti di un’operazione sotto falsa bandiera orchestrata dall’Ucraina per addossare la colpa alla Russia.
Dopotutto, è stato il Ministero della Difesa russo a riferire che la colpa era di un missile Patriot statunitense probabilmente difettoso, e il Servizio di Intelligence Estera russo non ha emesso alcun preavviso di un imminente attacco sotto falsa bandiera contro la struttura, né ha successivamente segnalato la responsabilità di tale attacco. Pertanto, poiché nemmeno le fonti ufficiali russe ipotizzano che l’Ucraina abbia deliberatamente distrutto parte di questo luogo sacro, chiunque affermi il contrario rischia di screditarsi.
Dopo aver spiegato perché né la Russia né l’Ucraina hanno preso di mira il monastero femminile di Kiev Pechersk Lavrva, attribuendo la colpa a un possibile missile Patriot statunitense difettoso o a detriti missilistici russi, è ora il momento di citare quanto affermato a riguardo dalla portavoce del Ministero degli Esteri, Maria Zakharova. Ha fatto notare con sarcasmo come l’Occidente non abbia detto nulla né dopo l’attentato al dormitorio di Starobelsk del mese scorso , né quando la polizia ha fatto irruzione nella struttura l’anno scorso nell’ambito della repressione di Zelensky contro la Chiesa ortodossa ucraina .
Si tratta di argomentazioni valide che rafforzano la percezione che l’indignazione occidentale per questo tragico incidente faccia parte della sua campagna di propaganda anti-russa. Come al solito, hanno dato per scontata la colpevolezza della Russia e poi hanno insultato l’intelligenza del loro pubblico chiedendogli di credere che un colpo diretto di un missile russo abbia causato solo un incendio relativamente circoscritto anziché distruggere tutto. Solo coloro che già nutrono una forte avversione per la Russia credono che essa sia responsabile e danno falsa credibilità a questa rozza narrazione.
Quanto a tutti gli altri, probabilmente sospettano di essere presi in giro, anche se ignorano quanto affermato dal Ministero della Difesa russo in merito alla responsabilità dell’attentato, attribuita a un missile Patriot statunitense. Putin ha trattenuto le sue forze per questi quattro anni e mezzo a causa della sua sincera convinzione che russi e ucraini siano popoli affini. Le probabilità che abbandoni bruscamente questa sua profonda convinzione proprio mentre i leader occidentali si riunivano al vertice del G7 di quest’anno, decidendo di conseguenza di distruggere questo luogo sacro e poi, inspiegabilmente, fallendo, sono nulle.
La lezione da trarre da quanto accaduto al monastero di Pechersk a Kiev è che l’Ucraina ha opportunisticamente deciso di incolpare la Russia per quello che è stato probabilmente un tragico incidente, e i suoi alleati occidentali hanno colto al volo l’occasione. Nulla di tutto ciò è sorprendente, ma è comunque immorale, considerando le implicazioni religiose del mentire su come questo luogo sacro sia stato danneggiato. Per questo motivo la Russia non ha accusato a sua volta l’Ucraina di averlo fatto deliberatamente. Pertanto, a prescindere dalla posizione che si assume, l’Ucraina dovrebbe essere elogiata per questa moderazione.
È comprensibile che per lui sia più importante evitare una guerra di grandi proporzioni piuttosto che preservare il proprio orgoglio personale a costo della propria vita, qualora il suddetto scenario peggiore si concretizzasse a causa del suo ego che ha anteposto gli interessi nazionali.
Iniziando con un ordine preciso, ha sottolineato la vulnerabilità della Bielorussia agli attacchi dei droni ucraini, ha ricordato al suo interlocutore le sofferenze patite dai bielorussi a causa delle guerre passate e ha accennato alle difficoltà di aprire un fronte così esteso. Tutti questi punti sono sensati e, di conseguenza, rafforzano i sospetti che si trattasse di una provocazione basata su notizie false, volta a peggiorare le relazioni bilaterali. Lukashenko ha anche avvertito, in relazione a questo scenario, che ciò avrebbe probabilmente portato a un intervento della NATO a sostegno dell’Ucraina.
Proseguendo, ha affermato: “Non direi che la NATO stia alimentando la situazione. Per la NATO intervenire in questi processi in Ucraina in questo momento è molto pericoloso. Potrebbero provocare non solo un’escalation, ma anche un conflitto nucleare. E questo sarebbe la fine”. Ciononostante, ha riconosciuto che forse alcune forze all’interno del blocco “vorrebbero provocare una sorta di scontro, ma non credo che questo sia il consenso tra i leader degli Stati membri della NATO”. Lukashenko, quindi, non prende la questione troppo sul serio.
Quanto al suo ultimo punto, ha spiegato che la sua dura retorica era una risposta alle minacce inappropriate di Zelensky, ma ha consigliato al suo omologo: “Deve calmarsi e accettare la situazione così com’è: non deve provocare me, i bielorussi. In Bielorussia ci sono moltissime persone che desiderano la pace tanto quanto lui e gli ucraini”. Questo dà credito a quanto ipotizzato qui sul fatto che Lukashenko stesso e molti dei suoi compatrioti non apprezzino realmente l’ approccio speciale della Russia. opera ma nascondono le loro vere opinioni al riguardo.
La rilevanza di ciò che ha detto sul conflitto ucraino durante la sua ultima intervista è che sta facendo del suo meglio, anche esagerando un po’, secondo alcuni, per quanto riguarda le sue scuse a Zelensky, per contrastare la falsa percezione della Bielorussia come una minaccia per l’Ucraina o la NATO. Ha negoziato con Trump 2.0 per l’ultimo anno e mezzo su quello che lui stesso ha definito un ” grande ” accordo “, che le ultime tensioni artificialmente create con l’Ucraina hanno minacciato di far deragliare, da qui la sua deferenza.
È comprensibile che per lui sia più importante evitare una guerra su vasta scala piuttosto che preservare il proprio orgoglio personale a costo della propria vita, qualora il suddetto scenario peggiore si concretizzasse a causa del suo ego che prevale sugli interessi nazionali. Allo stesso tempo, si spera che abbia informato Putin del suo piano, per evitare che questi pensi che si stia avvicinando a una “defezione”, considerando le sue sorprendenti scuse a Zelensky, che non saranno accolte bene da molti a Mosca.
In un’ottica più ampia, la Bielorussia è sottoposta a enormi pressioni occidentali e, ultimamente, anche ucraine, quindi la sua posizione non è invidiabile, così come non lo è quella di Lukashenko nel cercare di gestirla. La cosa più importante per la Russia è che lui e il suo Paese rimangano leali allo Stato dell’Unione di cui fanno parte. Può dire tutto ciò che ritiene sia nell’interesse del suo Paese, purché non tradisca i suoi interessi oggettivi “disertando” dallo Stato dell’Unione. Probabilmente Putin lo terrà sotto stretta osservazione.
Trump ritiene che ora sia possibile ottenere il “Santo Graal” che è sfuggito agli Stati Uniti persino durante il periodo di massimo splendore della loro egemonia unipolare negli anni ’90, grazie al nuovo “cordone sanitario” intorno alla Russia.
La decisione di Trump di ” intensificare per poi allentare la tensione ” con la Russia è dettata dal grande obiettivo strategico di ottenere il controllo delle sue società statali che operano nel settore delle risorse naturali (energia e minerali). È noto che i negoziati in corso tra Russia e Stati Uniti includono discussioni sulla cooperazione in questo settore, come confermato dallo stesso Putin e menzionato anche nel documento di accordo di pace in 28 punti, redatto dagli Stati Uniti e trapelato alla stampa . Trump, tuttavia, vuole spingersi oltre, puntando a far sì che gli Stati Uniti acquisiscano partecipazioni di controllo in queste società.
Fino ad ora, si pensava che il suo unico obiettivo fossero gli investimenti statunitensi nei giacimenti energetici e minerari russi, che avrebbero di fatto privato la Cina dell’accesso a tali risorse, favorendo così indirettamente l’obiettivo della sua amministrazione di negarle l’accesso alle risorse necessarie per alimentare la sua ascesa a superpotenza. Questo poteva essere vero fino a poco tempo fa, ma la sua ultima mossa ha spinto a rivalutare i suoi interessi, e ora si ritiene che egli percepisca una debolezza e quindi pensi di poter ottenere ancora di più.
Egli ritiene pertanto che sia ora possibile ottenere il “Santo Graal” che è sfuggito agli Stati Uniti persino durante il periodo di massimo splendore della loro egemonia unipolare negli anni ’90, ovvero il controllo diretto sulle società statali russe del settore delle risorse naturali, obiettivo che questo nuovo “cordone sanitario” lo ha convinto essere finalmente a portata di mano. A tal fine, l’“escalation per la de-escalation” non si basa solo sulla coercizione di Putin a concessioni unilaterali sull’Ucraina, ma anche sul permettere agli Stati Uniti di acquisire partecipazioni di controllo nelle suddette società.
L’attacco su larga scala con droni ucraino contro Mosca, che ha danneggiato la raffineria di petrolio della capitale, aveva lo scopo di creare immagini di forte impatto per convincere ulteriormente Trump che la Russia sta “perdendo” il conflitto. È noto che Trump si lascia facilmente manipolare dalle immagini e che è influenzato dall’ultima persona con cui ha parlato, quindi, considerando che l’attacco è avvenuto subito dopo il vertice del G7, dove i suoi pari gli avevano detto che la Russia sta “perdendo”, non è azzardato supporre che creda davvero di poter ottenere tutto ciò che vuole da Putin. Questo contestualizza la sua decisione.
Trump potrebbe anche essersi convinto che Putin non sia in grado di annientare l’Ucraina (con o senza armi nucleari) a causa della sua convinzione (per quanto alcuni dei suoi sostenitori la considerino ormai superata) che russi e ucraini siano popoli affini . Se ha ragione, e Putin non ricorre a una strategia di “escalation per de-escalation” per porre fine rapidamente al conflitto, almeno alle condizioni della Russia, se non a tutte, allora l’iniziativa potrebbe finalmente volgere a sfavore della Russia, costringendola da ora in poi sulla difensiva.
Anche nell’ipotesi fantasiosa che Putin proponga la pace, Trump potrebbe non accettarla a meno che gli Stati Uniti non ottengano partecipazioni di controllo nelle società russe operanti nel settore delle risorse naturali; in caso contrario, potrebbe ordinare all’Ucraina di intensificare gli attacchi con i droni contro Mosca fino a ottenere ciò che desidera. È quindi imperativo che la Russia rafforzi le proprie difese aeree intorno alla capitale e agisca con ogni mezzo necessario per risolvere al più presto il conflitto ucraino, prima che Trump “intensifichi la situazione per poi allentarla” nel tentativo di raggiungere tale obiettivo.
Si sente personalmente offeso dal rifiuto di Putin della sua proposta di congelare il conflitto in cambio di una partnership strategica incentrata sulle risorse e, inoltre, che si sia d’accordo o meno con lui, percepisce una debolezza dopo che gli Stati Uniti hanno eretto un “cordone sanitario” intorno alla Russia nell’ultimo anno.
Trump ha firmato la ” dichiarazione dei leader del G7 sulle questioni geopolitiche ” in cui si impegna ad “aumentare la fornitura di capacità di difesa aerea, sistemi aggiuntivi e intercettori, nonché capacità a lungo raggio. Siamo inoltre pronti a valutare la possibilità di estendere all’Ucraina il beneficio delle licenze per consentire un aumento della produzione militare ucraina… rafforzeremo le nostre sanzioni, comprese quelle sui settori petrolifero e del gas”. Questo equivale a prepararsi a un’escalation per poi allentare le tensioni con la Russia, le cui ragioni verranno ora spiegate.
Dal punto di vista di Trump, che è una spiegazione ma non una scusa nel caso qualcuno fraintenda quanto segue, Putin ha sprecato il suo tempo in questi quasi 18 mesi parlando di pace ma rifiutando la proposta di Trump di congelare il conflitto in cambio di un approccio incentrato sulle risorse.partenariato strategico . Allo stesso modo, dal punto di vista di Putin, Trump ha tradito il cosiddetto “Spirito di Ancoraggio” rifiutandosi di costringere Zelensky a ritirarsi dal Donbass in cambio della dichiarazione di un cessate il fuoco completo da parte di Putin.
Putin ha quindi continuato con il suo specialeoperazione , sebbene pur evitando qualsiasi escalation a causa della sua convinzione (per quanto obsoleta alcuni dei suoi sostenitori la considerino ormai) che russi e ucraini siano fratelli, cosa che Trump ha considerato un insulto. Non sono stati quindi gli europei o gli ucraini a convincerlo a rinnegare il presunto “Spirito di Anchorage”, ma il suo ego, dopo essersi sentito offeso dal rifiuto di Putin della suddetta proposta, espresso apertamente ad Anchorage.
Col senno di poi, Trump aveva già di nuovo messo gli occhi su Venezuela e Iran , motivo per cui ha rimandato la “de-escalation” fino alla risoluzione di entrambi i conflitti. Nel frattempo, ha implementato la sua dottrina neo-reaganiana di smantellamento dell’influenza russa a livello globale, concentrandosi sull’intera periferia meridionale della Russia, nel Caucaso meridionale e in Asia centrale, completando così l’accerchiamento strategico del Paese . Un “cordone sanitario” è stato ora istituito attorno all’intero territorio nazionale.
Resta da vedere se Putin si adeguerà o meno, ma la suddetta incertezza non significa che Trump non fosse convinto che questo fosse il momento perfetto per “intensificare la tensione per poi allentarla”, percependo quella che a suo avviso è una debolezza. Il rischio è che Putin abbandoni definitivamente la sua convinzione nella fratellanza tra russi e ucraini per intensificare reciprocamente la tensione, arrivando forse persino a condurre attacchi convenzionali limitati contro i membri della NATO, per smascherare quello che potrebbe considerare un grande bluff sull’articolo 5.
A meno che la Russia non capitoli alle richieste degli Stati Uniti o non si verifichi una svolta diplomatica che porti a un equilibrio di interessi attraverso una serie di compromessi reciproci (la prima ipotesi è improbabile, mentre la seconda è possibile, seppur improbabile), è prevedibile una forte escalation delle tensioni tra NATO e Russia. Trump alla fine ha accettato meno di quanto avesse chiesto all’Iran, nonostante avesse precedentemente minacciato di distruggere la sua civiltà se non si fosse arreso incondizionatamente, quindi potrebbe ancora una volta “tirare indietro” e scendere a compromessi.
Non potevano tollerare che qualcuno mostrasse ai propri connazionali occidentali che erano stati ingannati sulla Russia, quindi hanno reagito in modo sproporzionato, l’hanno sanzionata e, involontariamente, l’hanno trasformata in una martire della libertà di parola.
Il 21 ° pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia ha sorprendentemente preso di mira la travel blogger russo-americana Alexandra Jost, più nota come ” Sasha Meets Russia “, accusata di “diffondere propaganda e disinformazione russa volte a giustificare l’aggressione armata della Russia contro l’Ucraina”. Sebbene sia vero che esprima opinioni considerate patriottiche in Russia ma denigrate come tali dall’Occidente, la maggior parte dei suoi video riguarda città e natura russe, non questioni politiche.
Certo, in passato era stato riportato che riceveva finanziamenti da enti pubblici, ma questi non controllano chiaramente i suoi contenuti, anche se ciò fosse vero, come qualsiasi osservatore onesto potrebbe concludere dopo averli fruiti. Sasha parla con il cuore; non legge un copione. Inoltre, le sue opinioni patriottiche sono nella norma e non rappresentano nulla di eccezionale, con tutto il rispetto per lei. Chiaramente, anche se effettivamente riceve finanziamenti pubblici, questi sono destinati ai suoi blog di viaggi e non alla condivisione delle sue opinioni politiche sui social media.
Anche Sasha ha un seguito piuttosto moderato, con 66.000 follower su X e 9.000 su Twitter, quindi non si può dire che le sue opinioni politiche, condivise occasionalmente, stiano cambiando in modo significativo il discorso occidentale. Il suo unico contributo, seppur modesto, è quello di mostrare che la Russia non è una landa desolata piena di alcolisti affamati, come gli occidentali medi potrebbero immaginare a causa dell’incessante propaganda a cui sono esposti. Questo non è di per sé un fatto politico, ma alcune persone potrebbero cambiare le proprie opinioni politiche in seguito.
Dopotutto, rendersi conto di essere stati ingannati a lungo dalle proprie élite potrebbe naturalmente indurre a mettere in discussione tutto ciò che è stato detto e dato per scontato fino ad allora, ma non sono in molti ad avere il coraggio di intraprendere una simile riflessione e riconsiderare la propria visione del mondo. Questo non solo perché sono deboli, sebbene molti lo siano, ma anche perché la pressione sociale esercitata da familiari e amici di solito li tiene a bada, dato che rovinare rapporti così stretti per questioni politiche può essere doloroso.
Per questo motivo, la decisione degli eurocrati di sanzionare Sasha è una reazione eccessiva, che dimostra la loro insicurezza. Hanno una paura patologica che il loro popolo scopra di essere stato ingannato sulla Russia, non solo sul conflitto ucraino , di cui Sasha parla solo occasionalmente nei suoi video, ma anche sui russi comuni e su come sia la Russia a 4 anni e mezzo dall’imposizione del maggior numero di sanzioni al mondo. Una minoranza di loro, come spiegato, potrebbe poi cambiare le proprie opinioni politiche.
I blog di viaggio di Sasha non scateneranno una rivoluzione politica in Europa, e gli eurocrati lo sanno, ma si sentono comunque molto a disagio con qualcuno che smonta sistematicamente le loro menzogne sulla vita quotidiana in Russia. Invece di ignorarla semplicemente, hanno involontariamente replicato l’ effetto Streisand , attirando su di lei ancora più attenzione che mai con i loro tentativi di intimidirla. Ora è una martire della libertà di parola e i suoi contenuti saranno d’ora in poi sempre, in una certa misura, politici, anche quando parlerà solo di viaggi.
Ciò che si è quindi verificato è stata una profezia che si è autoavverata, per cui gli eurocrati insicuri hanno trasformato Sasha nella forza politica che fino ad allora non era, a causa del loro disperato desiderio di intimidirla. Non potevano tollerare che qualcuno mostrasse ai propri connazionali occidentali di essere stati ingannati sulla Russia, quindi hanno reagito in modo eccessivo, sanzionandola e trasformandola involontariamente in una martire della libertà di parola. Sicuramente si pentiranno di questa decisione, ma il loro ego probabilmente impedirà loro di tornare sui propri passi.
L’avvertimento del Ministro degli Esteri su entrambi i fronti è molto più dettato da interessi politici che da fatti concreti.
Il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato al Sejm, durante una conferenza su ” Guerra per la mente: paura, sabotaggio, disinformazione “, che la Russia sta conducendo una “guerra cognitiva” contro i polacchi e che ha persino già una “quinta colonna” nel Paese. Tuttavia, la situazione non è così chiara come la descrive Sikorski, quindi è necessario un chiarimento. Per quanto riguarda la “guerra cognitiva”, è vero che la Russia produce diversi prodotti informativi volti a rimodellare i paradigmi del suo pubblico, proprio come fanno tutti i Paesi.
Nel caso della Russia, l’obiettivo generale è che la sua politica estera venga percepita come non minacciosa e quella interna come conservatrice, idealmente ampliando così il numero di persone in tutto il mondo che la apprezzano. Talvolta si ricorre al “potemkinismo”, che consiste nella creazione di realtà alternative per “scopi strategici” (qualunque essi siano), ma questo si è già rivelato controproducente, come spiegato qui . Il più delle volte, la “guerra cognitiva” russa si basa su una combinazione di fatti e opinioni, meno sulle menzogne di cui sopra.
Di conseguenza, in Polonia ci sono alcune persone ricettive ai prodotti informativi russi, ma questo non le rende affatto una “quinta colonna”. Come spiegato qui in primavera, il vero “sentimento filo-russo” in Polonia è estremamente marginale, e le manifestazioni che possono essere anche solo lontanamente definite “filo-russe” si limitano all’approvazione di alcune politiche di Putin. Oggi, tuttavia, la coalizione liberal-globalista al governo etichetta come “filo-russi” tutti i conservatori, i nazionalisti e i populisti.
Sikorski sembra sottintendere la stessa cosa, ingigantendo la “guerra cognitiva” russa contro i polacchi e la sua “quinta colonna”, quest’ultima composta in realtà principalmente dai rifugiati ucraini arrestati per aver commesso atti di sabotaggio presumibilmente su ordine della Russia. Nessun polacco medio, nemmeno quelli che desiderano una migliore gestione della recente ripresa della loro rivalità millenaria tra Polonia e Russia , è “filo-russo” nel senso che Sikorski intende, poiché la loro motivazione è aiutare la Polonia e non la Russia.
Lo stesso vale per il crescente numero di polacchi che nutrono sentimenti di disprezzo verso l’Ucraina e i suoi rifugiati, una tendenza che precede di gran lunga la glorificazione della Volinia da parte di Zelensky. I responsabili del genocidiodell’OUN-UPA , che non sono ben visti nemmeno dalla Russia. Questi polacchi sono stanchi del trattamento riservato ai rifugiati ucraini come cittadini di prima classe e ai loro compatrioti polacchi come cittadini di seconda classe. Sono inoltre disgustati dalle recenti azioni di Zelensky. Molti la pensano così, pur desiderando che il loro rivale russo subisca una sconfitta strategica per mano dell’Ucraina.
Allo stesso modo, sebbene da tempo l’UE ipotizzi che la Russia voglia dividere il blocco, esistono ragioni concrete, come spiegato dal presidente conservatore Karol Nawrocki qui e analizzato qui , per cui l’UE a guida tedesca nella sua forma attuale rappresenta una minaccia per la sovranità polacca. Quei polacchi che concordano con lui non agiscono sotto l’influenza della “guerra cognitiva” russa come sua “quinta colonna”, ma sono animati da un forte patriottismo. Dopotutto, lo stesso Nawrocki è ricercato dalla Russia per il suo ruolo nella demolizione dei monumenti dell’Armata Rossa.
Tenendo presente questa considerazione, e ricordando che la coalizione liberal-globalista al governo di Sikorski è ampiamente data per spacciata alle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, il suo avvertimento sulla “guerra cognitiva” russa contro i polacchi e sulla “quinta colonna” è molto più dettato da interessi politici che da fatti concreti. Come è stato chiarito, entrambi i fenomeni esistono effettivamente, ma non nella misura in cui Sikorski li ha erroneamente descritti e non nella forma da lui suggerita. Gli osservatori esterni dovrebbero tenerlo a mente, dato che ci si aspetta che la sua coalizione giochi la carta russa più spesso d’ora in poi.
Ecco la versione in lingua inglese dell’intervista che ho rilasciato ad Alexandre Galante di Forças Terrestres sugli eventi recenti.
1. Lei ha scritto per anni di guerre ibride e cambi di regime. Alla luce della guerra in Ucraina, il concetto di guerra ibrida spiega ancora adeguatamente il conflitto, o la guerra è tornata a una forma più classica di logoramento militare-industriale tra stati?
Il conflitto ucraino è iniziato come un ibridoLa guerra, nata dalla pianificata evoluzione di una Rivoluzione Colorata in una guerra non convenzionale culminata nel colpo di stato di “EuroMaidan”, ha assunto, dopo il 2022, caratteristiche più convenzionali. Ciononostante, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti continua a condurre una guerra ibrida contro la Russia attraverso l’Ucraina, che oggi include diversi attacchi con droni contro la sua triade nucleare. L’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov ne ha parlato nel suo intervento al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo.
2. La Russia afferma di combattere contro l’espansione strategica della NATO, mentre l’Occidente definisce la guerra come un’aggressione contro la sovranità ucraina. Quale di queste narrazioni ha maggiore potere esplicativo per comprendere l’origine e la durata del conflitto?
Entrambe le affermazioni sono vere, in quanto l’espansione clandestina della NATO in Ucraina ha spinto la Russia ad avviare ostilità su larga scala dopo che i mezzi diplomatici si sono rivelati inefficaci nell’arrestare tale tendenza. Naturalmente, ciascuna parte si affida alla propria interpretazione degli eventi, che trova riscontro presso diversi pubblici. A questo punto, la stragrande maggioranza delle persone si è già fatta un’opinione su chi abbia ragione ed è improbabile che cambi idea. Pertanto, le operazioni di informazione di ciascuna parte sono principalmente volte a mantenere alto il morale della propria fazione.
3. Dopo oltre quattro anni di guerra aperta, quali sarebbero oggi gli obiettivi minimi che Mosca, Kiev e Washington dovrebbero porsi per accettare un negoziato realistico?
Un collaboratore di RT ha affermato che lo “Spirito di Ancoraggio” si riferisce al quid pro quo in base al quale la Russia cesserebbe le ostilità in cambio del ritiro dell’Ucraina dal Donbass, ma la notizia non è stata confermata. Sia l’Ucraina che gli Stati Uniti, tuttavia, vogliono congelare il conflitto ora, senza fare concessioni. A questo punto, è difficile immaginare una via per la Russia per raggiungere gli obiettivi massimalisti dichiarati all’inizio del conflitto. Pertanto, è probabile che continuerà a combattere almeno fino a quando non otterrà il pieno controllo del Donbass.
4. L’Europa appare più pesantemente armata, ma rimane comunque dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza e subisce maggiori pressioni economiche dal 2022. La guerra in Ucraina ha rafforzato o indebolito l’autonomia strategica europea?
Dal 2022 l’UE si è subordinata agli Stati Uniti, diventando il loro più grande stato vassallo di sempre, ma la Strategia di Sicurezza Nazionale statunitense e il relativo concetto di NATO 3.0 chiariscono che gli Stati Uniti desiderano che il blocco si assuma maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Ciò ha portato alla formazione di un “cordone sanitario” attorno alla Russia attraverso il ” Blocco Vichingo ” guidato dal Regno Unito nella regione artico-baltica , ai tentativi della Polonia di ristabilire la sua influenza perduta nell’Europa centrale e all’espansione dell’influenza turca nel Caucaso meridionale e in Asia centrale.
5. Un’eventuale “stanchezza nei confronti dell’Ucraina” in Occidente potrebbe aprire la strada a una soluzione diplomatica, o creerebbe semplicemente le condizioni per una nuova fase di instabilità militare nell’Europa orientale?
Nonostante la stanchezza palpabile, l’Occidente ha sorpreso i critici continuando a sostenere l’Ucraina su vasta scala, spinto in parte dalla fallacia dei costi irrecuperabili, ovvero dal desiderio di ottenere finalmente un ritorno sul suo enorme investimento. Ora l’Occidente vuole congelare il conflitto, ma la Russia si rifiuta finché non avrà ottenuto almeno il pieno controllo del Donbass. La Russia sospetta inoltre che l’Occidente voglia semplicemente guadagnare tempo per riarmarsi prima di riprendere le ostilità per procura, che nel peggiore dei casi potrebbero persino sfociare in una guerra convenzionale tra NATO e Russia.
6. Ritiene che la guerra in Ucraina abbia accelerato la formazione di un ordine multipolare o, al contrario, abbia rafforzato la centralità degli Stati Uniti sui loro alleati europei e asiatici?
La transizione sistemica globale verso la multipolarità precede l’operazione speciale russa , ma è stata accelerata in modo senza precedenti da tutto ciò che ne è seguito. Il risultato è molto più complesso di quanto i media, sia mainstream che alternativi , tendano a sostenere. Da un lato, i processi multipolari in tutto il mondo sono effettivamente entrati in una nuova fase, ma gli Stati Uniti hanno anche consolidato la propria “sfera d’influenza”. Trump 2.0 sta inoltre implementando la dottrina neo-reaganiana per contrastare l’influenza russa a livello globale.
7. Nel caso di Taiwan, in che misura la rivalità tra Stati Uniti e Cina si è già estesa oltre la sfera economica e tecnologica, trasformandosi in un latente confronto militare?
Taiwan ha sempre avuto il potenziale per diventare teatro di un conflitto sino-americano, ma oggi più che mai, a partire dal riavvicinamento tra i due Paesi negli anni ’70. Questo perché la dottrina neo-reaganiana di Trump 2.0 prevede anche la creazione di una NATO asiatica di fatto, che potremmo definire AUKUS+, con lo scopo di contenere la Cina. Allo stesso tempo, l’importanza strategica di Taiwan per gli Stati Uniti risiede oggi nella sua industria dei semiconduttori, pertanto gli sforzi di diversificazione della produzione potrebbero ridurne l’importanza nel giro di qualche decennio, momento in cui agli Stati Uniti potrebbe non importare più cosa accada.
8. Pechino sta seguendo da vicino la guerra in Ucraina. Quali insegnamenti militari, diplomatici ed economici potrebbe trarre la Cina dal conflitto in vista di un possibile scenario di crisi nello Stretto di Taiwan?
La lezione più rilevante è che gli Stati Uniti possono mobilitare con successo i propri partner regionali a sostegno della difesa di un altro Paese, e che questi sosterranno la causa comune anche a costo di enormi danni economici per se stessi. I droni hanno inoltre guidato la rivoluzione militare di questa generazione e, pertanto, giocherebbero certamente un ruolo significativo in un ipotetico conflitto per Taiwan. In tale scenario, la Cina dovrebbe quindi prepararsi a una guerra per procura potenzialmente prolungata e incentrata sui droni, in cui verrebbe avallata da alcuni dei suoi principali partner.
9. Washington afferma di voler dissuadere Pechino dalla questione di Taiwan, ma sta anche cercando di contenere la Cina attraverso sanzioni tecnologiche, alleanze militari e pressioni nell’Indo-Pacifico. Si tratta di contenimento strategico o di una forma di guerra ibrida a lungo termine?
Si tratta di una combinazione di entrambi gli approcci, in quanto si impiegano mezzi ibridi per contenere la Cina, ma non si è ancora sfociato – almeno non del tutto – in un conflitto armato, nemmeno per procura. Sebbene sia vero che l’Occidente sostenga l’opposizione armata antigovernativa e diverse organizzazioni armate etniche in Myanmar, Paese partner della Cina, il conflitto è molto più complesso di una semplice descrizione superficiale come guerra per procura tra Cina e Stati Uniti. Potrebbe diventarlo, tuttavia, ma la Cina è restia a intervenire direttamente per molteplici ragioni.
10. Una guerra che coinvolga l’Iran tende a riorganizzare il Medio Oriente, a influenzare il mercato energetico e a costringere Russia e Cina a ricalibrare le proprie posizioni. Quale sarà l’impatto di un simile conflitto sull’equilibrio globale tra il blocco occidentale e l’asse eurasiatico?
Non esiste un Asse Eurasiatico nel senso di un’alleanza sino-russa, ma si può dire che i due Paesi facciano parte di un’Intesa che coordina la politica estera in modo ampio, seppur imperfetto e tutt’altro che esaustivo. Per quanto riguarda l’Iran, pur essendo vicino all’Intesa sino-russa, nessuno dei due Paesi ne è alleato e, stando a fonti attendibili (escludendo ovviamente le notizie sensazionalistiche dei media alternativi), ha fornito al massimo un supporto minimo. Tuttavia, lo scenario estremo di una subordinazione dell’Iran agli Stati Uniti rivoluzionerebbe la geopolitica eurasiatica.
11. L’intervento militare statunitense in Venezuela ha riportato l’America Latina al centro delle dispute geopolitiche. Considera tale episodio un’operazione isolata contro Maduro, o parte di una strategia più ampia volta a riaffermare l’egemonia statunitense nell’emisfero occidentale?
Gli Stati Uniti portano avanti da oltre un decennio quella che ho precedentemente definito ” Operazione Condor 2.0 ” e la cattura di Maduro rappresenta solo l’ultima evoluzione di questa politica. In base alla Strategia di Sicurezza Nazionale , gli Stati Uniti intendono ristabilire la propria egemonia sull’emisfero occidentale, che può quindi fungere da roccaforte nell’eventualità estrema di un ritiro dall’emisfero orientale. Anche qualora rimanessero impegnati in quest’area, potrebbero comunque contare sulle risorse e sui mercati dell’America Latina per alimentare l’espansione della propria influenza.
12. Dopo Ucraina, Iran e Venezuela, la politica estera statunitense sembra combinare sanzioni, pressione militare, operazioni di informazione e interventi selettivi. Questo schema conferma la tua tesi sulle guerre ibride, oppure rappresenta una fase più diretta della coercizione imperialista?
Questo schema rappresenta l’intensificazione del modello di guerra ibrida che ho descritto nel mio libro e che ho ulteriormente sviluppato nelle mie analisi nel decennio successivo. L’obiettivo è costringere i paesi resistenti e ribelli ad accettare qualsiasi richiesta da parte degli Stati Uniti. Dopo l’accelerazione della transizione sistemica globale verso la multipolarità, iniziata con l’operazione speciale russa, gli Stati Uniti sono diventati più determinati a preservare e, idealmente (dal loro punto di vista), invertire il declino della propria egemonia, da cui l’intensificazione della guerra ibrida.
13. Dove si colloca il Brasile in questo nuovo ordine mondiale: come potenza emergente autonoma, come attore che oscilla tra i blocchi, o come paese vulnerabile alle pressioni simultanee di Stati Uniti, Cina e Russia?
La svolta di Lula 3.0 verso i Democratici statunitensi durante l’era Biden era sempre stata rischiosa, ma alla fine si è rivelata controproducente dopo il ritorno di Trump. Ora sta cercando di riparare i danni. Il Brasile è una potenza emergente, ma molto vulnerabile all’influenza statunitense. È anche profondamente diviso al suo interno, e questa situazione è stata recentemente sfruttata due volte dagli Stati Uniti: prima per sbarazzarsi di Dilma, la sua ex successore, e poi per rimuovere Bolsonaro, che gli Stati Uniti di Biden disprezzavano per ragioni ideologiche. Lula e chiunque gli succederà dovranno quindi essere molto cauti nei rapporti con gli Stati Uniti.
14. Il Brasile cerca di preservare le relazioni con Washington, Pechino, Mosca, Teheran e Caracas, partecipando al contempo ai BRICS e al G20 e mantenendo il dialogo con la NATO e l’Unione Europea. Questa politica di equilibrio è sostenibile in un mondo sempre più polarizzato?
Sì, ma il Brasile potrebbe imparare molto dall’India, che pratica quella che definisce una strategia di multi-allineamento . Nonostante le incredibili pressioni degli Stati Uniti e i conseguenti vari riaggiustamenti del suo equilibrio geostrategico negli ultimi anni, l’India mantiene i principi fondamentali di questa politica rimanendo vicina alla Russia , che funge da contrappeso all’influenza statunitense e previene una dipendenza sproporzionata dagli Stati Uniti. Il Brasile ha cercato di far sì che la Cina svolgesse il ruolo che la Russia svolge con l’India, ma con risultati altalenanti.
15. Se potesse consigliare i responsabili della politica estera brasiliana, quali sarebbero le tre priorità strategiche per proteggere la sovranità nazionale, evitare le trappole delle grandi potenze ed espandere il ruolo del Brasile nell’ordine multipolare nei prossimi 10 anni?
Il Brasile deve mantenere il controllo sulle proprie risorse naturali (a differenza di come ha appena venduto una società di terre rare agli Stati Uniti e sta permettendo l’attività delle ONG in Amazzonia, oltre a collaborare con la Francia in quella regione ); imparare da Cina e India praticando una politica estera non ideologica, anche se questa promuove un’agenda ideologica in patria; e seguire l’esempio di questi due Paesi praticando una neutralità di principio nei confronti dei conflitti internazionali (invece di rilasciare dichiarazioni di parte come ha fatto Lula con Biden riguardo all’Ucraina ).
Se si dovesse accertare con un alto grado di certezza che il Pakistan è in combutta con l’ISIS-K nell’ambito di un complotto occidentale per destabilizzare l’Afghanistan e la vulnerabile area centroasiatica della Russia, allora le considerazioni di sicurezza potrebbero prevalere su quelle politiche ed economiche nel rimodellare le relazioni russo-pakistane.
Alla fine della scorsa settimana, i talebani hanno sorpreso gli osservatori affermando di aver condotto attacchi con droni contro campi dell’ISIS-K in Pakistan, accusa che il Pakistan ha respinto . Questo episodio si è verificato poco dopo che il Pakistan aveva effettuato attacchi su larga scala contro quelli che sosteneva essere terroristi del Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP) in Afghanistan. Il tutto si inserisce nel contesto della guerra non dichiarata iniziata all’inizio della primavera, che secondo le valutazioni locali difficilmente troverà una soluzione politica duratura. A tutto ciò si aggiunge anche una dimensione russa, sia per quanto riguarda il contesto generale che per la retorica di entrambe le parti.
Oggi la Russia si destreggia abilmente tra l’Afghanistan, il cui governo talebano restaurato è stato riconosciuto ufficialmente da Mosca per prima la scorsa estate, e il Pakistan. A tal fine, ha appena stretto una partnership tecnico-militare con l’Afghanistan per la manutenzione delle vecchie attrezzature militari sovietiche e russe presenti nel paese, e si sta anche preparando per la visita del Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif. Entrambi i paesi offrono alla Russia opportunità molto promettenti, ed è per questo che è restia a schierarsi.
L’Afghanistan possiede ingenti giacimenti minerari non sfruttati, mentre il Pakistan, con i suoi quasi 250 milioni di abitanti, rappresenta uno dei maggiori mercati emergenti al mondo. Il miglioramento delle relazioni tra i due Paesi potrebbe inoltre sbloccare il progetto, a lungo discusso, della ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan, favorendo così lo sviluppo del commercio terrestre russo-pakistano. Potrebbe anche seguire la costruzione di un gasdotto, che in uno scenario ottimale, qualora India e Pakistan riuscissero finalmente a risolvere il conflitto del Kashmir , magari anche con il sostegno diplomatico della Russia, potrebbe un giorno collegarsi all’India.
È in questo contesto generale che la retorica antiterrorismo di entrambe le parti potrebbe essere in parte volta a influenzare la Russia, nota per la sua tolleranza zero nei confronti del terrorismo. I talebani sono tristemente famosi per aver collaborato in passato con ogni sorta di gruppo terroristico, motivo per cui le accuse del Pakistan di sostenere il TTP sono credibili. Anche il Pakistan stesso ha una pessima reputazione in questo senso, ed è per questo che alcuni potrebbero credere alle affermazioni dei talebani di supportare l’ISIS-K. La Russia considera l’ISIS-K peggiore del TTP.
Il mese scorso, ” La Russia ha lasciato intendere la sua percezione latente della minaccia rappresentata dal Pakistan ” dopo che due alti funzionari della sicurezza avevano accennato, in seno all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), al ruolo passivo che il Pakistan potrebbe svolgere, attraverso l’utilizzo del suo spazio aereo e/o del suo territorio, per il ritorno di infrastrutture militari occidentali nella regione, possibilmente inclusa la base aerea di Bagram. L’analisi precedente, a cui si faceva riferimento tramite un link, ricordava ai lettori che il Segretario del Consiglio di Sicurezza, Sergey Shoigu, aveva insinuato l’anno scorso che il Pakistan potesse anche essere in combutta con i servizi segreti occidentali per inviare terroristi in Afghanistan.
Il ministro della Difesa Andrey Belousov e altri alti funzionari della sicurezza potrebbero quindi essere ricettivi alla retorica dei talebani riguardo agli attacchi contro i campi dell’ISIS-K in Pakistan, il che potrebbe indurli a influenzare il Ministero degli Esteri e l’Amministrazione presidenziale affinché rallentino il loro riavvicinamento con il Pakistan . Il suddetto riavvicinamento sta procedendo a ritmo sostenuto nonostante le notizie , successivamente smentite dall’ambasciatore russo in Pakistan, secondo cui il Pakistan avrebbe indirettamente armato l’Ucraina in cambio di aiuti del FMI.
Se si dovesse accertare con un alto grado di certezza che il Pakistan è in combutta con l’ISIS-K nell’ambito di un complotto occidentale per destabilizzare l’Afghanistan e il punto debole della Russia in Asia centrale , allora le considerazioni di sicurezza potrebbero prevalere su quelle politiche ed economiche, rimodellando i rapporti russo-pakistani. È prematuro concludere che ciò accadrà, e la fazione russa favorevole alla BRI sta esercitando forti pressioni per rafforzare i legami bilaterali, ma potenziali prove future potrebbero far cambiare idea a Putin.
Esistono cinque validi argomenti a sostegno della tesi che non formeranno un nuovo blocco anti-americano.
Il presidente del Parlamento iraniano e inviato speciale per la Cina, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha anche firmato digitalmente il memorandum d’intesa (MoU) con gli Stati Uniti per porre fine alla Terza Guerra del Golfo , ha dichiarato che “la presenza sia dell’Iran che della Cina in quel blocco è certa, qualunque blocco (regionale) si formi”. Questa affermazione è stata interpretata da molti nella comunità dei media alternativi (Alt-Media Community , AMC) come un’allusione all’imminente formazione di un blocco anti-americano da parte di questi due Paesi, ma farebbero bene a non dare troppa importanza alla sua battuta.
Innanzitutto, a metà maggio, alla vigilia del viaggio di Putin, RT ha pubblicato un articolo di critica senza precedenti nei confronti della Cina, proclamando che ” Pechino non può più trattare Mosca come un partner minore “. Questo articolo è stato qui analizzato come un preludio alla proposta ipotetica di Putin a Xi per un’alleanza di fatto su un piano di parità. La nuova era di ” relazioni strategiche stabili e costruttive ” con gli Stati Uniti, annunciata da Xi durante la visita di Trump poco prima di quella di Putin, lasciava tuttavia presagire che Xi avrebbe respinto l’offerta di Putin di allearsi contro gli Stati Uniti.
È quindi improbabile che la Cina entri in un blocco anti-americano con l’Iran, che, a differenza della Russia, ha recentemente ucciso militari statunitensi e bombardato numerose basi americane. Questa considerazione ci porta al secondo punto, ovvero che la Cina non ha fornito alcun supporto diretto all’Iran durante la Terza Guerra del Golfo, e la massima accusa plausibile che le è stata mossa è stata quella di condividere informazioni sugli obiettivi delle basi statunitensi. Anche la Russia avrebbe fatto lo stesso, ma gli Stati Uniti non hanno sanzionato nessuna delle due, quindi l’effetto potrebbe essere stato minimo .
Dopotutto, avrebbe potuto almeno imporre sanzioni simboliche come dichiarazione politica se avesse concluso che l’intelligence russa e/o cinese avesse avuto un ruolo in uno qualsiasi degli attacchi iraniani contro le basi statunitensi che hanno ucciso alcuni dei suoi militari, ma non l’ha fatto e questo dice tutto ciò che c’è da dire. Inoltre, l’Iran e la Cina fanno già parte dei BRICS e della SCO, cosa che Ghalibaf a quanto pare ha dimenticato. Entrambe le istituzioni finanziarie a loro associate rispettano anche le sanzioni statunitensi contro la Russia, come dimostrato qui e qui .
I blocchi a cui questi due Paesi già partecipano non possono quindi essere definiti anti-americani. Il quarto punto da sottolineare è che l’Iran ha abbandonato il suo sistema di pedaggi basato sul petroyuan nell’ambito del Memorandum d’intesa con gli Stati Uniti per l’apertura dello Stretto di Hormuz. Si è trattato di una concessione significativa, fatta solo per disperazione, al fine di ottenere un allentamento delle sanzioni, che riporterà l’Iran nel sistema del petrodollaro e, più in generale, in quello finanziario occidentale. L’Iran ha così segnalato di non voler sfidare questo importante pilastro dell’egemonia americana.
Infine, la cultura politica iraniana è caratterizzata da grossolane esagerazioni delle proprie capacità e dei propri piani, utilizzate per “destabilizzare” gli avversari e mantenere alto il morale interno. Gli argomenti finora presentati suggeriscono fortemente che la battuta di Ghalibaf ne sia un ulteriore esempio. I funzionari iraniani tendono inoltre a esprimersi in modo ambiguo quando adottano tale retorica, per evitare di essere screditati qualora le loro affermazioni non si concretizzino. Le parole di Ghalibaf si allineano perfettamente a questo schema ben documentato.
Per questi cinque motivi, l’AMC non dovrebbe illudersi che Iran e Cina formino un nuovo blocco anti-americano. Rimangono partner strategici, ma la sostanza dei loro legami potrebbe indebolirsi dopo il Memorandum d’intesa se l’allentamento delle sanzioni portasse l’Iran a diversificare le proprie fonti di esportazione di petrolio, riducendo la dipendenza dalla Cina, per non parlare del caso in cui gli investimenti occidentali e del Golfo estrossero la Cina dai progetti di ricostruzione. Tutto ciò resta da vedere, ma una cosa è certa: Iran e Cina non formeranno un nuovo blocco anti-americano.
Come ha scritto Fyodor Lukyanov, direttore della ricerca del Valdai Club, “Teheran ha appena dimostrato perché la supremazia militare non garantisce più la vittoria politica”.
Il memorandum d’intesa (MoU) appena firmato tra Iran e Stati Uniti per porre fine alla Terza Guerra del Golfo ripristina essenzialmente lo status quo anteguerra, sollevando quindi interrogativi sul perché Stati Uniti e Israele lo abbiano avviato in primo luogo. Per quanto riguarda Israele, non ha raggiunto pienamente nessuno dei suoi cinque obiettivi, poiché tutti dipendevano dal mantenimento della linea statunitense, che Trump alla fine ha deciso di abbandonare a causa dei crescenti costi che il perseguimento degli obiettivi massimi del suo Paese avrebbe comportato. Questo merita un approfondimento.
Come Israele, anche gli Stati Uniti hanno perseguito il cambio di regime e persino la “balcanizzazione”, sebbene Trump ora lo neghi. Tuttavia, il primo obiettivo si è limitato a eliminare gli ultimi due gruppi di leader iraniani, preservando al contempo la Repubblica islamica, mentre la seconda è stata controbilanciata dal fatto che i curdi hanno accumulato le armi ricevute invece di condividerle con altri e ribellarsi. Nonostante ciò, gli Stati Uniti hanno deciso di arrendersi, rivendicare la vittoria e revocare le sanzioni contro l’Iran, cosa che l’Iran aveva sempre desiderato fin da quando Trump 1.0 le aveva reintrodotte.
Alcuni potrebbero sostenere che i potenziali investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali dell’Iran post-sanzioni rappresentino una ricompensa tangibile per la guerra, ma questi erano già sul tavolo prima, come confermato dal viceministro degli Esteri iraniano a febbraio, come mezzo per mantenere un eventuale accordo volto a scongiurare il conflitto. Pertanto, l’unica differenza tra allora e oggi è che due gruppi di leader iraniani sono stati uccisi e una quantità imprecisata di capacità militari è stata distrutta, mentre tutto il resto è rimasto invariato.
Come spiegato qui , l’Iran ha compiuto l’impresa del secolo non solo sopravvivendo, ma anche non capitolando alle richieste massimaliste degli Stati Uniti. Ancor peggio, gli alleati degli Stati Uniti nel Golfo ora sanno che ospitare le sue basi li ha resi meno sicuri , il che potrebbe complicare i loro rapporti nonostante la retorica di entrambe le parti che afferma che la situazione è sotto controllo. Gli Stati Uniti hanno quindi rovinato la propria reputazione con loro e, probabilmente, anche con Israele, solo per uccidere due gruppi di leader iraniani e smilitarizzare parzialmente, ma soprattutto non in modo irreversibile, il loro paese.
Certamente, un simile esito facilita involontariamente il possibile, inevitabile, ritiro degli Stati Uniti dalla regione, in linea con la strategia di sicurezza nazionale incentrata sull’emisfero occidentale e sull’Indo-Pacifico. Ciononostante, questo obiettivo si sarebbe potuto raggiungere anche senza la Terza Guerra del Golfo, quindi gli Stati Uniti non hanno ottenuto altro che quanto descritto sopra. Si può quindi concludere che gli Stati Uniti hanno perso, sebbene non in modo così grave come Israele, mentre l’Iran ha sorprendentemente vinto.
Come ha scritto Fyodor Lukyanov, direttore della ricerca del Valdai Club , “Teheran ha appena dimostrato perché la supremazia militare non garantisce più la vittoria politica”, un aspetto rilevante per la Russia in relazione all’Ucraina sostenuta dalla NATO. Se il conflitto si concludesse senza il raggiungimento degli obiettivi esplicitamente dichiarati dalla Russia, ovvero la smilitarizzazione dell’Ucraina, il ripristino della sua neutralità costituzionale, la denazificazione della sua società e l’affermazione dell’autorità di Mosca su tutte le nuove regioni, si potrebbe concludere che nemmeno la Russia ha “vinto” il proprio conflitto.
Allo stesso tempo, sarebbe disonesto affermare che la Russia abbia “perso”, dato che sta lottando per la propria sopravvivenza proprio come l’Iran, quindi la sua stessa esistenza rappresenterebbe una ” vittoria “. In ogni caso, ” l’esito del conflitto ucraino è ancora tutt’altro che deciso “, quindi tutto può succedere prima che ciò accada. Dal punto di vista dei sostenitori della Russia, si spera che essa abbia imparato la lezione dalla sconfitta degli Stati Uniti nella Terza Guerra del Golfo e che la applichi al conflitto ucraino , altrimenti rischia anch’essa una conclusione deludente del proprio conflitto.
Questa mossa potrebbe realisticamente innescare una sequenza di eventi che portino alla bi-multipolarità.
Durante il vertice del G7 di questa settimana in Francia, Trump ha consigliato alla Russia di “raggiungere un accordo” con l’Ucraina, altrimenti potrebbe ricorrere nuovamente alle sanzioni statunitensi se il suo consiglio non venisse ascoltato. Ha dichiarato che potrebbe “presto” reintrodurre le sanzioni statunitensi sull’acquisto di petrolio russo, poiché “il petrolio ora scorre” dal Golfo grazie al memorandum d’intesa (MoU) con l’Iran. Ciò potrebbe sconvolgere il delicato equilibrio sino-indiano di Putin, se dovesse concretizzarsi come previsto.
I due maggiori clienti petroliferi della Russia sono di gran lunga la Cina e l’India. La prima si è costantemente rifiutata di cedere alle pressioni delle sanzioni statunitensi, mentre la seconda ha ridotto le sue importazioni a causa delle tariffe punitive, pur negando ufficialmente che la causa fosse da attribuire a fattori diversi dalle dinamiche di mercato. Di conseguenza, con il petrolio iraniano in procinto di tornare sul mercato globale, proprio come è accaduto di recente con quello venezuelano, l’India potrebbe ricominciare a sostituire le importazioni di petrolio russo con il proprio per evitare l’ira degli Stati Uniti.
L’India non deve più preoccuparsi solo dei dazi doganali, né delle implicazioni per la sicurezza derivanti dal rapido riavvicinamento tra Pakistan e Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump 2.0, ulteriormente accelerato come punizione, ma anche delle conseguenze strategiche del sostegno statunitense all’ascesa del Pakistan come potenza regionale dopo il Memorandum d’intesa, come spiegato qui . Se l’India dovesse sfidare apertamente le sanzioni statunitensi sul petrolio russo, gli Stati Uniti potrebbero imporle tutti e tre i costi, cosa di cui l’India è ben consapevole ed è per questo che probabilmente si adeguerà, pur affermando il contrario alla Russia.
Russia e India hanno ancora molta strada da fare per attuare il piano dei loro principali think tank per riequilibrare le relazioni economiche, in modo che il commercio bilaterale possa tornare ai bassi livelli pre-2022. Data la notevole diversificazione tecnico-militare dell’India negli ultimi cinque anni, le basi commerciali prebelliche non avrebbero più la stessa importanza di allora, il che rischia di indebolire i loro legami nel tempo. Anche i loro meccanismi di equilibrio complementari potrebbero essere compromessi, rendendo così la Russia più dipendente dalla Cina.
Dopotutto, la Cina è l’unica in grado di assorbire le esportazioni di petrolio russo che l’India potrebbe non importare più sotto costrizione, cosa che farebbe volentieri sia per accrescere la propria influenza sulla Russia, sia per compensare la perdita delle importazioni di petrolio venezuelano e iraniano. In tal caso, l’India potrebbe avvicinarsi agli Stati Uniti, spaventata dalla possibilità che la Cina eserciti pressioni sul suo partner russo minore affinché interrompa le forniture di armi e pezzi di ricambio da cui l’India dipende ancora, al fine di dare alla Cina un vantaggio decisivo nella disputa di confine.
Il mondo diventerebbe quindi bipolare e multipolare : Cina e Stati Uniti sarebbero le due superpotenze; i rispettivi partner minori, Russia e India, si troverebbero al di sotto di esse, insieme ad alcune altre grandi potenze; e tutti gli altri sarebbero in fondo a questa gerarchia. Cina e Stati Uniti potrebbero persino concludere accordi a spese dei loro partner minori nell’ambito delle loro nuove ” relazioni costruttive e stabili a livello strategico “. Anche se non lo facessero, Russia e India avrebbero meno opzioni, con conseguente limitazione della loro sovranità strategica.
Questo scenario oscuro può essere evitato se la Cina accetta un’alleanza de facto con la Russia su un piano di parità, oppure se la Russia stringe un accordo (potenzialmente doloroso) con gli Stati Uniti sull’Ucraina, che le permetta di bilanciare i rapporti tra Stati Uniti e Cina in quello che potrebbe inevitabilmente diventare un sistema bipolare sino-americano. Se abbinato all’approccio incentrato sulle risorse Considerata la partnership strategica che Russia e Stati Uniti stanno negoziando, alla quale potrebbero partecipare anche India e Giappone, come spiegato qui , questa potrebbe essere la proverbiale soluzione meno peggiore.
Il denominatore comune è che questi vantaggi potrebbero consentire al Pakistan di diventare una vera e propria potenza regionale con cui fare i conti, se riuscirà ad espandere la propria influenza in Asia centrale e occidentale.
Il memorandum d’intesa (MoU) tra Iran e Stati Uniti per porre fine alla Terza Guerra del Golfo – analizzato qui , qui e qui – non sarebbe stato possibile senza la mediazione del Pakistan . Nonostante i numerosi problemi che affliggono quel Paese, tra cui la brutale persecuzione dell’ex Primo Ministro multipolare Imran Khan e dei suoi sostenitori da parte della sua giunta militare di fatto, il suo “stato profondo” ha comunque contribuito a realizzare un miracolo diplomatico. Il Pakistan è ora pronto a beneficiare di questo risultato nei seguenti cinque modi:
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1. Petrolio iraniano affidabile e a basso costo
La promessa revoca delle sanzioni contro l’Iran fornirà al Pakistan il petrolio affidabile e a basso costo di cui ha bisogno per mantenere a galla la sua economia in difficoltà, aiutando così la giunta militare di fatto a salvare il paese dall’orlo della bancarotta e del potenziale collasso. Se gestita correttamente, e questo ovviamente non può essere dato per scontato data la corruzione endemica dello stato pakistano, che è solo peggiorata dall’entrata in vigore della riforma postmoderna dell’aprile 2022. Se non ci fosse un colpo di stato contro Khan, allora il tenore di vita della gente comune potrebbe eventualmente migliorare.
2. Il gasdotto iraniano-pakistano
Allo stesso modo, il gasdotto iraniano-pakistano, a lungo rimandato, potrebbe finalmente essere costruito, forse con il finanziamento di alcuni paesi del Golfo (in particolare Arabia Saudita e/o Qatar), dato che entrambi i paesi non dispongono del capitale necessario per questo investimento a lungo termine. Anche questo, se gestito correttamente, potrebbe migliorare il tenore di vita della popolazione. Gli Stati Uniti hanno interesse in questo risultato, poiché un Pakistan più stabile e prospero funge da contrappeso regionale più efficace all’India, qualora quest’ultima si comportasse in modo troppo indipendente dagli Stati Uniti.
3. Il corridoio di trasporto Nord-Sud
Il Pakistan non solo si appresta a ricevere dall’Iran energia più affidabile e a basso costo, ma anche un accesso logistico alle repubbliche dell’Asia centrale e persino alla Russia attraverso il Corridoio di trasporto Nord-Sud . Inizialmente, l’Afghanistan era stato concepito come stato di transito per facilitare gli scambi commerciali del Pakistan con entrambi i paesi, tramite una prevista linea ferroviaria verso l’Uzbekistan , ma i recenti scontri hanno fatto naufragare il progetto. Pertanto, l’Iran sta sostituendo l’Afghanistan nel suo ruolo, e questo a sua volta potrebbe espandere l’influenza economica – e in futuro anche di altro tipo – del Pakistan in Eurasia.
4. Maggiore assistenza antiterrorismo da parte degli Stati Uniti
Ampliando quanto detto sopra, gli Stati Uniti potrebbero fornire maggiore assistenza antiterrorismo al Pakistan come ricompensa per la mediazione nel Memorandum d’intesa con l’Iran, dato che il Pakistan sta faticando a sconfiggere i gruppi fondamentalisti e separatisti afghani designati come terroristi. Tuttavia, gli Stati Uniti potrebbero avere un secondo fine, ovvero aiutare il Pakistan a sottomettere l’Afghanistan al fine di riportare le truppe statunitensi alla base aerea di Bagram, come dichiarato da Trump. I loro interessi in Afghanistan potrebbero quindi convergere ancora una volta.
5. Gli Stati Uniti tengono gli occhi chiusi sui missili balistici
Infine, il Pakistan si aspetta che gli Stati Uniti chiudano un occhio sul suo programma missilistico balistico, di cui l’allora amministrazione Biden uscente aveva messo in guardia nel dicembre 2024 e che Trump 2.0 ha inaspettatamente riportato alla luce a metà marzo di quest’anno. Il quid pro quo potrebbe essere che il Pakistan continui ad allontanarsi dalla Cina per avvicinarsi all’Occidente guidato dagli Stati Uniti, come sta facendo dal colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022. Il Pakistan fungerebbe quindi da contrappeso regionale ancora più efficace all’India per gli Stati Uniti.
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Il denominatore comune di questi vantaggi è che potrebbero consentire al Pakistan di diventare una vera e propria potenza regionale con cui fare i conti, se riuscisse ad espandere la propria influenza in Asia centrale e occidentale. Non solo l’India sarebbe minacciata da ciò, ma anche la Russia, se il Pakistan, “principale alleato non NATO”, aiutasse i suoi alleati americani e turchi a contrastare l’influenza russa in Asia centrale, secondo la dottrina neo-reaganiana . Russia e India dovrebbero quindi monitorare attentamente l’evoluzione del ruolo del Pakistan, sostenuto dagli Stati Uniti, in Eurasia.
Era un resoconto del tutto veritiero, ma motivato da interessi diplomatici legati al loro rapido riavvicinamento.
All’inizio di giugno, durante un incontro con i capi delle agenzie di stampa internazionali a margine dell’ultimo Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), un giornalista indiano ha chiesto a Putin della dipendenza militare del Pakistan dalla Cina, che fornisce l’80% degli armamenti del Paese. La sua risposta è stata la seguente: “Lei ha affermato che la Cina ha il Pakistan sotto il suo totale controllo, ma io non la penso così. Innanzitutto, il Pakistan è un Paese piuttosto grande e i suoi legami con la Cina sono molteplici”.
Putin ha poi aggiunto: “Naturalmente, le questioni relative alla cooperazione del Pakistan con la Repubblica Popolare Cinese rivestono grande importanza per il Paese. Ma tutti cercano di ampliare le relazioni con la Cina”. Il resto della sua risposta riguardava l’incoraggiamento da parte della Russia ai colloqui sino-indonesiani volti a risolvere in modo duraturo le controversie di confine e le future prospettive di cooperazione militare russo-indonese. La parte relativa al Pakistan, tuttavia, è quella che ha destato maggiore attenzione tra gli osservatori regionali.
La prima parte, secondo cui il Pakistan non è sotto il totale controllo della Cina, il che non è ciò che il giornalista indiano ha affermato nella sua domanda ma potrebbe comunque essere interpretato come un’implicazione, è corretta. Il Pakistan oggigiorno mantiene un equilibrio attivo tra Cina e Stati Uniti e, semmai, si è orientato molto di più verso questi ultimi dall’entrata in vigore della riforma postmoderna dell’aprile 2022. colpo di stato contro l’ex Primo Ministro Imran Khan. Il Paese è ancora militarmente dipendente dalla Cina, questo è un dato di fatto, ma l’influenza cinese che ne deriva ha dei limiti.
Allo stesso tempo, il Pakistan sta anche sviluppando rapidamente le sue relazioni con la Russia, che spera di modernizzare le infrastrutture energetiche del suo ex rivale e di attingere al suo mercato in crescita di un quarto di miliardo di persone. L’ambasciatore russo in Pakistan e l’ambasciatore pakistano in Russia hanno approfondito le promettenti prospettive di partenariato qui e qui . A tal proposito, il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif dovrebbe visitare Mosca entro la fine dell’estate, dopo che il viaggio previsto in primavera era stato rinviato a causa della Terza Guerra del Golfo.
Probabilmente è alla dimensione russa del delicato equilibrio del Pakistan che Putin si riferiva quando descriveva i suoi legami come sfaccettati. Lo stesso vale per la Russia, che si destreggia tra Cina e India, e ora anche, in misura minore, tra Pakistan e India, pur mantenendo quest’ultima come priorità. Gli stretti legami sino-russi contestualizzano ulteriormente il motivo per cui Putin ha gentilmente respinto l’insinuazione che il Pakistan dipenda dalla Cina. Dare credito a tale affermazione, con tutto ciò che comporta, potrebbe compromettere i rapporti della Russia con entrambi i Paesi.
Nel complesso, la difesa del Pakistan da parte di Putin era del tutto fondata su fatti concreti, ma motivata da interessi diplomatici, in particolare dal rapido riavvicinamento russo-pakistano che dovrebbe raggiungere un nuovo traguardo durante la prossima visita di Sharif. Nonostante alcuni rappresentanti della sicurezza abbiano accennato alla recente percezione di minaccia da parte della Russia nei confronti del Pakistan, come recentemente evidenziato qui , la decisione politica di espandere in modo completo i legami con il Pakistan è stata presa, nella speranza ottimistica che i suddetti timori impliciti non si concretizzino.
Al di fuori dell’Iran, del suo “Asse della Resistenza” e dei loro sostenitori internazionali, pochi credevano che avrebbe evitato la stessa sorte di Iraq, Libia e Siria.
Molti si aspettavano che l’Iran avrebbe fatto la fine di Iraq, Libia e Siria all’inizio della Terza Guerra del Golfo, ed è per questo che l’esito di questo conflitto può essere descritto come la sorpresa del secolo. L’Iran non ha distrutto Israele come aveva minacciato a lungo, né ha affondato navi statunitensi come i suoi sostenitori mediatici avevano alimentato, ma entrambi – e soprattutto Israele – sono rimasti gravemente danneggiati. L’Iran è sopravvissuto, seppur indebolito, come spiegato qui , a causa dei cinque fattori che elencheremo di seguito:
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1. Un enorme arsenale di droni e missili
Gli strateghi iraniani, con lungimiranza, avevano previsto anni fa che il futuro della guerra cinetica sarebbe stato caratterizzato da tattiche a distanza e dall’impiego di droni. Avevano inoltre compreso l’importanza di costruire un complesso militare-industriale quanto più possibile autosufficiente in caso di blocco. A tal fine, avevano accumulato tutte le materie prime estere necessarie per espandere il proprio arsenale di droni e missili in tali circostanze, consentendo così all’Iran di contrattaccare i suoi avversari anche dopo la distruzione dei suoi sistemi di difesa aerea.
2. Disponibilità a un’escalation reciproca
Va riconosciuto all’Iran di non aver esitato a reagire con un’escalation reciproca contro Israele, gli Stati Uniti o gli Stati del Golfo, il cui spazio aereo e/o infrastrutture (basi aeree, radar, porti, ecc.) sono stati utilizzati da questi ultimi contro di esso. L’Iran ha continuato a farlo nonostante i suoi avversari fossero dotati di armi nucleari e, nel caso di Trump, avessero minacciosamente insinuato l’uso di tali armi per distruggere la sua civiltà millenaria. Aumentando i costi per i suoi avversari, pur assorbendo al contempo i costi ancora maggiori che questi gli infliggevano, l’Iran ha sorpreso tutti.
3. Difesa a mosaico decentralizzata
Gli strateghi iraniani avevano anche saggiamente previsto che i loro avversari avrebbero probabilmente decapitato la loro leadership, da qui la necessità di decentralizzare la difesa del paese guidata dalle Guardie Rivoluzionarie al fine di mantenere le reciproche escalation basate su droni e missili, che si aspettavano avrebbero alla fine sfiancato gli avversari più vulnerabili. Questo approccio non era privo di rischi, poiché ha quasi scatenato una guerra con l’Azerbaigian e quindi potenzialmente anche con la Turchia, membro della NATO, ma nel complesso si è rivelato estremamente efficace e ha superato di gran lunga le aspettative.
4. Popolazione unita patriotticamente
Nonostante occasionali episodi di violenza politica (probabilmente esacerbati dall’estero sfruttando rancori preesistenti), la stragrande maggioranza degli iraniani si è unita patriotticamente in difesa del proprio Stato-civiltà. La maggior parte delle persone, a prescindere dall’orientamento politico, religioso, etnico e regionale, ha compreso la posta in gioco, di portata esistenziale, dopo che Israele e gli Stati Uniti ne hanno discusso esplicitamente. Per questo motivo non ci sono state rivolte in tempo di guerra, al fine di evitare di assecondare gli avversari. Hanno quindi sopportato pazientemente le loro sofferenze.
5. Pazienza diplomatica strategica
Infine, i negoziatori iraniani non accettarono la prima proposta, nonostante i crescenti costi per il loro Stato, in parte per prolungare le sofferenze inflitte dalla guerra ai loro avversari, nella speranza di dividerli e creare così un contesto internazionale più favorevole alla cessazione delle ostilità. Calcolarono inoltre che la loro popolazione sarebbe rimasta unita, presupposto su cui si basava questa politica e che spiega anche perché la politica di “massima pressione” degli Stati Uniti non portò alla ” resa incondizionata ” dell’Iran.
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L’Iran ha sapientemente combinato fattori militari, strategici, politici e diplomatici per sopravvivere alla Terza Guerra del Golfo, una vittoria indiscutibile considerando che in molti si aspettavano che seguisse la stessa sorte di Iraq, Libia e Siria. Sebbene l’Iran non abbia distrutto Israele, obiettivo che molti dei suoi sostenitori consideravano fondamentale prima dello scoppio delle ostilità e che era stato loro promesso in caso di vittoria, ha comunque inflitto danni senza precedenti al suo nemico. Israele ha fatto lo stesso con l’Iran, ma ha comunque perso, non avendo raggiunto pienamente nessuno dei suoi obiettivi .
L’intervista di Zelensky ha chiarito che ora è in guerra personale con Nawrocki, il che potrebbe avere conseguenze politiche di vasta portata e forse anche in materia di sicurezza per la Polonia, qualora l’Ucraina iniziasse a trattare la Polonia come ha trattato in precedenza l’Ungheria sotto Orban, come Zelensky ha lasciato intendere potrebbe accadere presto.
Zelensky ha condannato il suo omologo polacco Karol Nawrocki per aver revocato l’Ordine dell’Aquila Bianca, la più alta onorificenza polacca, in un’intervista rilasciata ai media locali nel fine settimana, omettendo in malafede di precisare che tale decisione era stata presa a causa della sua glorificazione della Voliniagenocidio’OUN-UPA a livello statale. Quella che segue è un’analisi critica punto per punto di quanto da lui affermato su questo argomento, basata sulla funzione di traduzione automatica di YouTube, che si concluderà poi con alcune riflessioni finali sulle sue dure parole:
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* «Se non sei un partner, né un amico, allora chi sei? Allora tutta questa (tensione) si trasforma, nel corso degli anni, dei decenni, in ciò che abbiamo con i russi. Mancanza di rispetto, aggressività, radicalizzazione della società, ciò che ha fatto Orban, schierando in modo assolutamente sbagliato le truppe al suo confine, avvicinandole al nostro. Perché sono stati inviati questi segnali? Perché lo stai facendo? Radicalizzare la società. A cosa porterà l’odio nella società? Agli indici di ascolto. Questa è una lotta politica che può finire male. Un’escalation molto grave.»
– Il paragone fatto da Zelensky tra Nawrocki e Orban rappresenta una minaccia, se si ricorda come in precedenza egli avesse accennato all’invio di truppe ucraine presso la residenza di Orban, cosa che Vance ha condannato proprio come lui condannato l’ingerenza ucraina nelle elezioni ungheresi, che ora potrebbe prendere di mira quelle polacche dell’autunno 2027. La Polonia sta inoltre rafforzando la sicurezza delle proprie frontiere tramite il “Progetto Trident”, che Zelensky potrebbe considerare una minaccia. Suggerire che la Polonia seguirà la strada della Russia sotto Nawrocki implica anche che la loro competizione post-conflitto diventerà violenta.
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* «Stiamo difendendo la Polonia. Stiamo difendendo l’Europa. Ora non è più il contrario.»
* «Quando [le truppe ucraine] hanno scelto un nome per sé, hanno scelto proprio questo. Ho firmato tali decreti durante la guerra. Non ho mai dato un nome ai nostri combattenti, non ho mai espresso preferenze o disapprovazioni. Non ho mai modificato tali decreti né li ho mai revocati. In qualità di presidente, devo sostenerli».
– Zelensky sta scaricando la responsabilità attribuendo la colpa di questa controversia alle truppe ultranazionaliste, con l’intento di radicalizzarle ulteriormente contro la Polonia, presentando in modo distorto la revoca da parte di Nawrocki della più alta onorificenza del suo Paese come un insulto deliberato alle forze armate nel loro complesso, il tutto mentre manifesta sottomissione nei loro confronti.
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* «Loro sono l’esercito, loro sono la difesa. Io sono il garante della Costituzione e sono il Comandante in Capo Supremo che deve fornire loro tutto ciò di cui hanno bisogno per proteggere il nostro popolo e la nostra terra. E se sono motivati dai loro eroi, dai nomi di figure storiche eroiche che rispettano, e se questo è molto importante per loro, devo fare tutto ciò che mi chiedono. Ai polacchi ho dato questa risposta».
– Richiamando quanto aveva affermato in precedenza riguardo al modo in cui l’Ucraina sta difendendo la Polonia, Zelensky sta sostanzialmente sostenendo che la difesa della Polonia dipenda dagli ucraini che glorificano i collaboratori di Hitler responsabili di genocidio. Si tratta di un’affermazione incredibilmente offensiva e, considerando che egli stesso ha dichiarato di aver inviato questa risposta alla Polonia, non c’è da stupirsi che Nawrocki abbia deciso di revocargli la più alta onorificenza del suo Paese.
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* «[Nawrocki] ha detto: “Dovete revocare il decreto”. Beh, mi scusi, ma questa è una nostra questione. E su questo la Polonia deve essere assolutamente chiara. Oltre alle questioni storiche, che, tra l’altro, discutiamo apertamente, c’è anche il rispetto per il presente, per il nostro esercito e per il futuro. Senza l’Ucraina, nessuno sarà in grado di proteggere la Polonia. È semplicemente impossibile. Se non c’è l’Ucraina, non c’è più una Polonia protetta.»
– Come già accennato in precedenza, la Polonia è in grado di difendersi da sola e non è assolutamente tenuta a rispettare la presunta decisione di alcune unità militari ucraine di scegliere di intitolare se stesse ai genocidari dell’UPA. Inoltre, la Polonia confina già con Kaliningrad, in Russia, e con la Bielorussia, alleata della Russia in materia di difesa reciproca; pertanto, l’Ucraina non sta affatto proteggendo la Polonia nell’ipotesi fantasiosa secondo cui la Russia volesse davvero invaderla.
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* «Credo che, dopo che [Nawrocki] ha preso questa decisione, ciò indichi che stia portando avanti la lotta politica di principio all’interno del suo Stato, alimentando il morale e l’odio verso gli ucraini. Quello che ha fatto Orban… Una brutta pagina di storia. Credo che finirà male.»
– Come Zelensky aveva già lasciato intendere in precedenza, manifestando la propria sottomissione alle truppe ultranazionaliste che hanno scelto di prendere il nome dall’UPA, è stata in realtà la sua decisione politica, volta a sollevare il loro morale, a scatenare questa disputa sempre più accesa, mentre Nawrocki non ha fatto altro che reagire come avrebbe fatto qualsiasi leader polacco che si rispetti.
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* «Sono Vladimir Zelensky, non il principe Vladimir. Non stiamo parlando di grandi figure storiche, né di ciò che è accaduto in passato. Dobbiamo parlare di oggi: ora sono il presidente, ora difendo gli interessi del mio Stato. Dobbiamo parlare di amicizia tra i popoli. Ora, Karol, Karol (che significa anche “re”)… questa non è la sua carica, è il suo nome, giusto? Beh, dopotutto, lui non ha una monarchia, ha una democrazia.”
– Zelensky continua a rifiutarsi di indire le elezioni ancora oggi, nonostante la scadenza del suo mandato risalga a due anni fa, nel maggio 2024, il che lo rende più simile a un “principe” o a un «re» piuttosto che a Nawrocki, che è stato eletto democraticamente dal popolo polacco nel corso di elezioni libere ed eque, ma i cui alleati conservatori Zelensky potrebbe presto cercare di minare attraverso una potenziale ingerenza ucraina nelle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, con il falso pretesto di aiutare gli alleati liberali di Tusk, che condividono le sue idee, a rovesciare un presunto tiranno.
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L’intervista di Zelensky ha chiarito che ora è in guerra personale con Nawrocki, il che potrebbe avere conseguenze politiche di vasta portata e forse anche in materia di sicurezza per la Polonia, qualora l’Ucraina iniziasse a trattare la Polonia come in precedenza ha trattato l’Ungheria sotto Orban, come Zelensky ha lasciato intendere potrebbe accadere presto. Un enorme 74% dei polacchi sostiene Nawrocki, mentre il 99,5% degli ucraini sui social media sostiene Zelensky, quindi i legami tra i popoli sono compromessi. Ciò aumenta le probabilità che i legami politici seguano lo stesso percorso, con possibili implicazioni in materia di sicurezza.
Prabowo e il suo team stanno facendo un ottimo lavoro nel trovare un equilibrio tra i principali attori della transizione sistemica globale, riuscendo al contempo a tenere l’Indonesia al di fuori degli intrighi della Nuova Guerra Fredda.
Il mondo sta attraversando una transizione sistemica globale dall’unipolarità occidentale alla multipolarità non occidentale. Il dominio occidentale sull’ordine mondiale sta volgendo al termine e viene gradualmente sostituito da paesi non occidentali che stanno finalmente acquisendo un ruolo più paritario in tale ordine. Gli Stati Uniti sono di gran lunga il paese occidentale più potente, mentre la Cina è di gran lunga il paese non occidentale più potente, e la competizione tra i rispettivi modelli unipolare e multipolare può essere definita come la Nuova Guerra Fredda.
L’Indonesia ha un ruolo unico da svolgere sia nella transizione sistemica globale che nella Nuova Guerra Fredda. Essendo il quarto Paese più popoloso al mondo, è ormai da tempo che l’Indonesia dovrebbe assumere un ruolo più importante negli affari globali. Finora ciò si è concretizzato con la sua adesione al G20 e, recentemente, anche al BRICS. Queste due organizzazioni sono incentrate sulla cooperazione economica e finanziaria. L’adesione dell’Indonesia a tali organismi faciliterà quindi i suoi sforzi volti ad ampliare gli scambi commerciali e gli investimenti sia con i paesi occidentali che con quelli non occidentali.
A tal proposito, l’Indonesia si trova a cavallo tra l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico, il che le conferisce un vantaggio unico grazie alla sua posizione al centro della crescita economica globale contemporanea. Grazie alla sua adesione all’ASEAN, l’Indonesia fa ora parte di aree di libero scambio con altre potenze asiatiche quali Cina, Giappone, India e Corea del Sud. Recentemente ha inoltre concluso un accordo commerciale con gli Stati Uniti che, cosa importante, prevede la cooperazione in materia di minerali critici. Non solo: è stato appena siglato anche un accordo sulla sicurezza.
La loro “Partnership per la cooperazione in materia di difesa” consolida lo status dell’Indonesia come partner chiave degli Stati Uniti in materia di sicurezza nell’Indo-Pacifico. Sebbene l’Indonesia abbia rifiutato di emulare la breve politica iraniana di imposizione di un pedaggio nello Stretto di Hormuz, applicata nello Stretto di Malacca, sia l’Indonesia che gli Stati Uniti potrebbero predisporre piani di emergenza di questo tipo in caso di crisi. Secondo quanto riferito, starebbero inoltre valutando un accordo per concedere agli Stati Uniti i diritti di sorvolo libero sul territorio indonesiano. Comunque sia, sarebbe errato descrivere l’Indonesia come contraria alla Cina, poiché in realtà sta semplicemente cercando di controbilanciare la Cina.
Per spiegare brevemente, nessun paese vuole dipendere in modo sproporzionato da un altro, come temono alcuni paesi del Sud-Est asiatico che ciò possa definire il futuro dei loro legami con la Cina a causa dei loro squilibri commerciali; ecco perché l’Indonesia sta ora facendo attivamente affidamento sugli Stati Uniti come contrappeso. Il famoso spirito di non allineamento della Conferenza di Bandung sta fiorendo nell’Indonesia di oggi e assume la forma di un “multi-allineamento” di ispirazione indiana tra le grandi potenze per lo scopo sopra menzionato. Anche la Russia svolge un ruolo in questo contesto.
Il presidente Prabowo Subianto si trovava a Mosca per discutere di cooperazione energetica proprio nel giorno in cui il suo ministro della Difesa era a Washington per annunciare il nuovo accordo di sicurezza tra l’Indonesia e gli Stati Uniti. Ciò ha messo in luce la sua strategia di equilibrio: la Russia contribuisce a sostenere l’economia, gli Stati Uniti aiutano a rafforzare la sicurezza, questi ultimi e le potenze asiatiche menzionate in precedenza sono i principali partner commerciali dell’Indonesia, il Giappone e la Corea del Sud aiutano a ridurre la dipendenza tecnologica dalla Cina, mentre con l’India ci saranno sempre legami culturali speciali.
Prabowo e il suo team stanno facendo un ottimo lavoro nel mantenere l’equilibrio tra questi attori principali della transizione sistemica globale, riuscendo al contempo a tenere l’Indonesia al di fuori degli intrighi della Nuova Guerra Fredda. Sebbene il nuovo accordo di sicurezza con gli Stati Uniti funga effettivamente da contrappeso alla Cina, non è diretto contro di essa, né costituisce una minaccia per la Cina. Anche i legami commerciali e di investimento con la Cina rimangono solidi. Ciò che l’Indonesia ha quindi fatto è stato mostrare al Sud del mondo come mantenere nel modo più efficace l’equilibrio tra Cina e Stati Uniti.
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Dunque, negli ultimi giorni circola (in seconda e terza pagina) la notizia che vedrebbe il presidente polacco togliere l’onorificienza a V. Zelensky in seguito al fatto che quest’ultimo ha intitolato una unità militare all’UPA (Armata Insurrezionale Ucraina) che si coprì di crimini durante l’ultimo conflitto mondiale, a danno degli stessi polacchi. Il caso di per sè è imbarazzante, produce clamore inedito nella misura in cui è la prima vera crepa nel “muro orientale” contro la Russia che dai paesi baltici arriva sino al mar Nero: ad accomunare tutti il sentimento storico antirusso di tutte le nazionalità che vi rientrano (…). I mezzi di informazione comprensibilmente cercano di dare meno risalto possibile al battibecco in questione per l’appunto per non indebolire l’idea del fronte compatto creatosi in questi anni contro Mosca. Il caso tuttavia è di per sè illuminante……..un minuscolo episodio rivelatore che consente di aprire un brevissimmo excursus storico/riflessione sull’argomento.
Orbene (prestare attenzione): si parte da lontano, da ben prima di quel grande contenitore di popoli che, oltre 100 anni fa, era la Russia imperiale zarista. Condensiamo secoli di storia politico/militare in una manciata di righe, step by step…………abbiamo nel cuore dell’Europa orientale – a partire dal tardo medioevo – una grande potenza del suo tempo, ossia la “Confederazione lituano/polacca”: al suo vertice i sovrani di Polinia, ma soprattutto il Sejim un potente parlamento (pre-moderno, ma modernissimo per la sua epoca). Questa entità non era formalmente un “impero” (la chiamano infatti “Confederazione” o “Commonwealth” nella bibliografia in lingua inglese), tuttavia sotto certi aspetti assumeva de facto tale ruolo: per la precisione nella sua espansione territoriale verso oriente arrivò ad inglobare gli odierni territori corrispondenti a Ucraina e Bielorussia, ritrovandosi pertanto con milioni di sudditi di origine slavo orientale e di fede ortodossa (notare che in era ante moderna, ucraini e bielorussi erano catalogati sommariamente come “ruteni”. Le identità nazionali ancora non erano sorte). Insomma, un grande “magma” indigeno da integrare nella cultura dominante (quella polacca ovvero): col passare del tempo vennero quindi promosse lingua e fede cattolica come pilastri portanti di un processo di “polonizzazione” dei ruteni, a partire dalle classi dominanti a livello locale (massima parte dell’aristocrazia bielorussa parlava polacco e per quanto riguarda la religione si creò persino la chiesa UNIATE, che in ottica politica doveva costituire uno stadio di passaggio tra l’ortodossia e la chiesa cattolico romana, alla quale tutti prima o poi sarebbero dovuti essere riconvertiti. Un processo di conversione culturale di grandi proporzioni insomma, finalizzato a trasformare – col tempo – i ruteni in sudditi polacchi, solo più ad est.
La storia tuttavia è conflitto di imperi e il conflitto non concede tempi troppo lunghi: il processo di polonizzazione appena descritto si interrompe bruscamente all’avanzare di un temibile avversario che avanza inesorabilmente da oriente……lo zarato di Russia (che presto si evolverà nello stato imperiale zarista). lo zarato di Russia (ai tempi del padre di Pietro il Grande) avanza dunque e inizia l’opera di assorbimento dell’areale ucraino ai danni della confederazione polacca. Sorvolando per ragioni di spazio ogni singolo evento della serie, si può dire che dalla metà del 17° secolo il trend cambia radicalmente: l’espansione polacca ad est è fermata e inesorabilmente Mosca inizia, all’inverso la sua marcia da oriente verso occidente, tranciando ed assimilando brandelli di territorio che era stato polacco (insomma le posizioni si invertono ed ora è la Polonia a dover retrocedere di generazione in generazione). L’operazione era facilitata dal fatto che il territorio “polacco” era in realtà abitato da ruteni (progenitori di ucraini e bielorussi), pertanto Mosca poteva presentarsi come “liberatrice” dei popoli ortodossi contro la dominazione cattolica di matrice polacca (lo farà per centinaia di anni infatti, fino ai Balcani sottomessi agli ottomani nel XIX sec.).
Con questa dinamica arriviamo sino al termine del XVIII secolo: tra il 1772 e il 1795 lo stato polacco cessa di esistere per implosione interna (diciamo così, lo spazio è poco per spiegare) e le tre potenze circostanti – Austria/Prussia/Russia – ossia l’alleanza delle tra aquile vi si avventa sistematicamente, spartendosene le spoglie. Il punto è che la Russia imperiale praticamaente incamera nel giro di un secolo e mezzo soltanto (poco secondo il metro storico) una fascia di territorio molto grande e soprattutto già civilizzata (non in senso russo/ortodosso): gli zar di Russia si ritrovano a governare non soltanto i russi, ma anche i ruteni appena liberati (che diverranno “piccoli russi”), e pure i loro dominatori polacchi (!) che si ritrovano loro malgrado ad essere sudditi di San Pietroburgo ora capitale imperiale, per non parlare delle ingenti minoranze ebraiche (senza parlare poi del Baltico quasi per intero globato nel giro di meno di 100 anni).
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Orbene, terminato l’excursus in alto……cosa succede arrivati alle soglie del 900 ? Cosa accade che ci porta sino ai nostri giorni e che riguarda la notizia del giorno ? Succede che la situazione si complica all’inverosmile: tra 800 e 900 si inaugura l’era dei nazionalismi, degli identitarismi etnici. A questo punto il potere centrale non deve più vedersela solo con minuscole minoranze riottose ed orgogliose (aristocratici polacchi ad esempio, stereotipo romantico), ma con movimenti popolari di massa, sempre più organizzati e violenti. Il 1917 è la CORNUCOPIA del caos: la grande casa zarista si smaterializza in un attimo liberando un sostrato complesso fatto di equilibri recenti e remoti (una sovrapposizione/amalgam di elementi che ricorda gli strati geologici) di questioni mai risolte. Per quanto concerne la fascia ucro-polacca cosa significa tutto questo in concreto ? Significa che improvvisamente si formano 2 entità indipendenti…..il primo stato polacco e il primo stato ucraino nella storia, sanciti dal congresso di Versailles del 1919. L’equilibrio tra questi due popoli “liberati” dal giogo zarista – e che quindi in teoria dovrebbero essere avvicinati dalla comune dominazione – NON è semplice tuttavia: questo perchè lo spirito di fratellanza è del tutto assente…….ognuno è tornato libero sì, ma non animato da ideali democratici quanto da un fervido spirito nazionalista, chi per un verso chi per l’altro (la cosa non dovrebbe nemmeno stupire su un piano psico-sociologico: gli stati nazionali si fondano su un profondo sostrato identitario/nazionalista, per forza di cose, e incanalare tutto questo in una direzione “democratica” e pacifista non è scontato nè tantomeno automatico. Pilusdki poi – primo capo di stato di Polonia – è un caso ancor più complesso, nel senso che il personaggio non è un semplice “nazionalista polacco”, ma un “grande-nazionalista” nel senso che teorizzava il grande stato federale multietnico con la Polonia a capo (differenza sostanziale tra “piccola nazionalismo” etnico, e “grande nazionalismo”). Per farla brevissima accade che PILSUDSKI ha una visione più grande della propria patria che non lo staterello indipendente e democratico sancito a Versailles essenzialmente allo scopo di separare e umiliare i due imperi rivali (Germania e Russia): Pilsudski sogna il proprio “impero/confederazione”…….sogna di ricreare quella Polonia allargata, “imperiale” dei secoli addietro (che abbiamo descritto sommariamente). Insomma abbiamo a che fare con una Polonia che malgrado sia stata inglobata per oltre un acentinaio di anni dagli zar….conserva non soltanto un forte identarismo polacco (il che è normale), ma che racchiude ancora in sè una scintilla di spirito imperiale e quindi volontà di espansione ad est che era stato dei sovrani di Polonia tanto tempo prima (il progetto
“Intermarium” di Pilsudski vorrebbe realizzarla di nuovo). In concreto le forze armate polacche intervengono nella guerra civile RUSSA (altro caos): entrano in Ucraina – ora indipendente, ma fragile e traversata dalla guerra civile – con l’intento di annetterne buona parte. Il piano fallisce, l’armata polacca dovrà ritirarsi di fronte all’avanzata dell’armata rossa bolscevica determinata a punirli (che prenderebbe poi anche la Polonia se non fossero sconfitti alle porte di Varsavia (siamo nel 1920).
La guerra civile termina, e il progetto di Pilsudski viene accantonato definitivamente, accontentandosi la Polonia della semplice indipendenza ottenuta e lasciando stare per il momento sogni di grandezza: quello che resta tuttavia è che la nazione polacca e quella ucraina non sono esattamente “sorelle”. La disintegrazione dello stato russo/zarista ha fatto riemergere il marcio che covava da mezzo millennio prima forse……nel senso che polacchi ed ucraini riprendono a combattere tra loro: il nazionalismo visionario ed espansioniasitco polacco non deve più vedersela solo col proprio omologo russo……ma ora anche con quello popolare ucraino (etnico), ancor più difficile da gestire.
POLONIA – UCRAINA: FRATERNI “ALLEATI” CONTRO MOSCA CAP. 2 (prima di uccidersi l’un l’altro)
Spieghiamo un po di storia………..
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Dove eravamo arrivati ?
Dopo aver ripassato 5 secoli di avvenimenti in 5 minuti di lettura (mi scuso con gli specialisti, ma non si poteva fare altrimenti), siamo giunti al nostro caro 900, così ben conosciuto: la prima guerra mondiale è conclusa e gli imperi di tutta Europa sono dissolti come neve. Quello zarista primo tra tutti, ancora a guerra in corso, liberando l’intera galassia viva che celava al proprio interno….come se fosse solo una custodia nominale: ed in effetti dal vaso di Pandora esce di tutto ed anzi si rimettono in moto dinamiche antiche, odi e ripicche remote e mai sopite, ma semplicemente celate nella profondità della “custodia” suddetta. Super-stati come la Russia imperiale erano scatole cinesi del resto, si dovrebbe sapere.
Rinascono come stati indipendenti, dotati di costituzioni e principi democratici, l’UCRAINA e la POLONIA. Quest’ultima ritorna ad essere stato sovrano dopo oltre 100 anni, mentre la prima stato sovrano non lo era stato mai (è proprio una creazione della modernità, dato che se non fosse stato inglobato dalla Russia lo sarebbe stato dalla Polonia, come si è visto nel capitolo 1 dell’intervento. Analogo alla Finlandia: prima della “dominazione russa” tanto odiata…c’era la dominazione svedese). Emerge immediatamente un piccolo/grande problema: la cultura politica polacca – tale psiche collettiva – malgrado generazioni in assenza di uno stato nazionale indipendente, non soltanto ha mantenuto un’identità nazionale……ma ha mantenuto un’identità “imperiale” (si intende quello spirito sovra-nazionale che caratterizzava la Confederazione polacca, che al suo tempo era un super-stato, una potenza). L’identità nazionale polacca nasce quindi nel 1919 – all’indomani del congresso che mette fine al primo conflitto mondiale – con un vizio di fondo: non è la creatura cristallinamente democratica che si supponeva fosse, ma un’entità che riprende la filosofia di potenza dei secoli passati. Detta senza paroloni: buona parte dell’elite polacca dell’epoca non si accontentava della ritrovata libertà……voleva molto di più, voleva indietro l’antica potenza di 200 anni prima (detta breve). Come abbiamo visto, Pilsudsky – primo presidente e padre dello stato polacco contemporaneo – incarnava alla perfezione questa visione: teorizzava uno spazio di influenza polacca ad est denominato “Intermarium” tutto a danno dell’ex impero zarista approfittando che non poteva tutelare il proprio interesse di confine. I bersagli favoriti di tale visione ? Bielorussia, Lituania, Ucraina. Quest’ultima è il boccone più grande: si tenta di incamerarne una parte approfittando della guerra civile bolscevica e, ma senza successo (si dovrà infine sostituire Pilsudski con un governo più moderato e pacifista). L’episodio si chiude in fretta, effimero, ma sarà notato da parte russa ed ucraina: l’elite polacca era ancora portatrice di un’idea imperiale (mito della “grande patria”) che aveva tentato di sfoderare al momento giusto ovvero nel momento di massima fragilità di Russia e Ucraina al fine di incamerare eventualmente parte di quest’ultima. Per sintetizzare nel modo più semplice: il nazionalismo polacco osteggia il nazionalismo russo in Ucraina…….nella misura in cui si pretende (inconfessabile) che sia la POLONIA ad avere l’Ucraina come area di influenza, strappandola a Mosca (due imperialismi opposti).
I tempi però, come la storia insegna, erano cambiati: non ci sono solo più soltanto i due litiganti storici (Russia e Polonia), ma anche gli ucraini stessi….il cui nazionalismo è ormai emerso in modo violento. Si tratta di un nazionalismo non cosmopolita, sovranazionale (imperiale, insomma il mito della “grande patria”) come nella tradizione storica russa o polacca, ma qualcosa di antropologicamente differente: abbiamo a che fare con un nazionalismo ETNICO, meno visionario, assai più “tribale” (nativista si direbbe), e intollerante contro l’elemento alieno. L’Ucraina indipendente del congresso del 1919 avrà vita breve in quanto sarà riassorbita dall’Unione Sovietica, ma la sue schegge ultranazionaliste sopravvivono e faranno parlare di sè più avanti. Passa il periodo tra le due guerre e si arriva al cruciale anno dell’invasione della Polonia: quando si mette in moto l’armata rossa (19 giorni dopo quella germanica) si nota con scalpore, a livello internazionale, che molti cittadini non polacchi della Polonia (ebrei, ucraini, bielorussi) accolgono favorevolmente l’ingresso russo (cosa che fa pensare su come le autorità nazionali polacche si comportassero realmente nei confronti dei non-polacchi): forse l’unico momento in cui un movimento partigiano ucraino supporta un’avanzata russa (…). Se questo può sembrare strano allora è nulla in confronto all’intreccio di quel dramma che sarà l’operazione BARBAROSSA (si spalancano di nuovo le porte di un labirinto sanguinoso di interessi, trame e inganni che tracciamo di seguito in breve): i nazisti in avanzata promettono, o danno ad intendere, mari e monti alle etnie non-russe dell’URSS europea, cercando di passare per liberatori dal gioco staliniano (sebbene in realtà non intendano concedere alcunchè, facendo esclusivamente l’interesse germanico e del futuro grande Reich) ; i sopracitati sovietici non-russi (baltici, ucraini, etc.) vi credono anima e corpo, collaborando immediatamente e facilitando deliberatamente i peggiori crimini di guerra che le forze germaniche in avanzata potessero commettere lungo il cammino (l’antisemitismo ucraino vedrà un’ascesa da uguagliare a momenti le SS stesse, sul piano morale anche se non su quello organizzativo). I nazionalisti ucraini si trovano nella situazione più enigmatica: al pari dei baltici danno il benvenuto alla Whermacht…….ma si accorgono ben presto che a differenza dei baltici (considerati grossomodo assimilabili), l’ethnos ucraino è comunque parte del macro-insieme slavo orientale che Hitler intende annientare in blocco (non importa siano antirussi o meno: in quanto slavi orientali, gli ucraini rientrano nei piani di “glebizzazione” razziale nazista). Viene quindi meno l’alleanza con l’invasore germanico……..che tuttavia NON comporta un riavvicinamento al padrone sovietico: il movimento partigiano ucraino che nasce si chiama UPA (armata insurrezionale ucraina, 1942) non collabora (ed eventualmente combatte) i tedeschi, ma malgrado tutto continua a combattere i sovietici (sono in guerra con ENTRAMBI al tempo stesso in pratica: “nazisti invasori, bolscevichi invasori” dal punto di vista nazionalista ucraino). Quando si vede che ormai le sorti del conflitto sono segnate e che le forze germaniche si ritirano………un altro episodio inquietante: l’UPA a quel punto smette di combattere i tedeschi ed anzi li facilita come può in cambio di armamenti e attrezzature. La morale è chiara: compreso che i tedeschi sono al termine è inutile combatterli ancora, ma anzi, prendere da loro tutto quello che si può da utilizzare contro i sovietici). In sostanza, per anni l’UPA ha giocato libero, come ago della bilancia tra le due grandi forze contrapposte (Armata rossa e Wehrmacht) cercando di avvantaggiarsi delle fortune avverse di l’uno o l’altro contendente (il terzo gode si sa). Dopo che la Whermacht è espulsa dal territorio ucraino (1944) l’UPA continuerà ad esistere ancora per molti anni: ufficialmente sino al 1949 (ma ancora nei primi anni 50 se ne parla).
A parte questo, il fatto più grave – andiamo al punto – è che l’UPA nella sua foga di ricreare una patria ucraina sovrana, va ad abbattersi su massima parte delle minoranze presenti sul proprio territorio: in primissimo luogo……quella polacca. Di cui fanno STRAGE. L’UPA persegue il proprio ideale patriottico secondo un prisma etno-nazionalista in base al quale l’alieno etnico il non-ucraino, è da eliminare. Consapevoli delle mire del nazionalismo polacco sul territorio ucraino………iniziano a combattere la resistenza polacca (delle quale dovrebbero essere alleati nel nome dell’antinazismo), e non soltanto: alla fine ci si va ad abbattere su tutti i polacchi residenti nelle regioni ucraine occidentali, di confine. Approfittando dell’ultimo anno di guerra – nella confusione che regna – l’UPA elimina 100’000 civili polacchi in Volinia e Galizia. Come spesso accade le grandi guerre ne contengono in realtà a loro volta svariate altre più piccole (si approfitta del caos generale per risolvere faide antichissime e conti personali che con il conflitto ufficiale non hanno nulla a che vedere).
Lo stato polacco contemporaneo ha riconosciuto come GENOCIDIO il fatto. Malgrado questo lo stato ucraino (specialmente quello post-Maidan, monopolizzato da correnti nazionaliste) fa apologia dell’UPA (ancora nel 2019 concedeva lo status di veterano a superstiti dell’organizzazione degli anni 50). Il gesto di Zelensky di intitolare un’unità militare ucraina all’UPA non è dunque sorprendente: l’imbarazzo sta tutto ad occidente nella misura che si ritrova ad avere nella medesima coalzione antirussa…..due attori (nazionalisti ucraini e nazionalisti polacchi) che sono al tempo medesimo anche nemici tra loro.
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Sembra che il corso normale di qualsiasi campagna di propaganda imperiale sia questo: quando un conflitto volge al termine e la posta in gioco non è più a rischio, i principi iniziano ad allentare la loro presa sulla verità che per noi era evidente fin dall’inizio.
In questo caso, dopo la disastrosa sconfitta contro l’Iran, Trump ha dato prova di una straordinaria sincerità riguardo alle “carte” – o meglio, alla loro mancanza – di cui gli Stati Uniti disponevano fin dall’inizio. Un Trump improvvisamente schietto ha iniziato a svelare le conseguenze catastrofiche che il blocco iraniano avrebbe riservato a tutti noi.
In quell’occasione rivelò che le riserve mondiali di petrolio si sarebbero esaurite nel giro di quattro settimane e che ne sarebbe seguito il “caos”:
In un video ancora più rivelatore, Trump ammette che gli Stati Uniti sarebbero entrati in una grande depressione, paragonandosi a un potenziale Herbert Hoover, il quale a sua volta presiedette sfortunatamente alla Grande Depressione del 1929, e la cui eredità ne rimase così segnata per sempre:
Sembra chiaro che le nostre analisi fossero corrette: Trump sapeva fin dall’inizio che gli Stati Uniti stavano giocando una pericolosa partita a “Chicken” con l’Iran, e tutti i suoi tentativi di resistere più a lungo del suo acerrimo rivale erano solo bluff volti a dipingere l’Iran come quello a cui “sta finendo il tempo”, quando in realtà era proprio il regime sclerotico di Trump a trovarsi con le spalle al muro. Ora che la situazione si è stabilizzata, si sente abbastanza a suo agio da rivelare la cruda realtà di tutta la faccenda.
Ricordiamo che Trump aveva già iniziato a lasciar intendere gradualmente le realtà “non dette” di ciò che sarebbe stato necessario per causare un vero danno all’Iran, figuriamoci per “sconfiggere” quell’antico Stato-civiltà. Solo pochi articoli fa abbiamo scritto di come Trump avesse accennato alla mancanza di «voglia» da parte degli americani di un’invasione con truppe di terra dell’isola di Kharg. Aveva lasciato la questione volutamente vaga per insinuare un significato ovvio per la maggior parte delle persone: che gli americani non sarebbero stati in grado di sopportare le enormi vittime che un simile assalto avrebbe inevitabilmente causato.
Possiamo concludere che Trump sia in realtà molto più intelligente e pragmatico di quanto sembri. Molti lo avevano liquidato come un idiota a causa di tutta la spavalderia spietata che aveva mostrato nei confronti dell’Iran, ma questa sembrava essere una mossa tattica calcolata, volta a intimidire gli iraniani. In realtà, Trump sembrava ben consapevole dei pericoli e delle conseguenze fin dall’inizio, e sperava semplicemente che l’Iran cedesse prima che si arrivasse a quel punto di contraccolpo insostenibile per gli Stati Uniti. In un certo senso, nonostante la natura umiliante della capitolazione degli Stati Uniti, dobbiamo quasi riconoscere a Trump il merito di aver avuto la «maturità» – se mi consentite questa esagerazione – di accettare almeno la realtà e la sconfitta che ne derivava.
Ma il risultato di gran lunga più significativo di tutta questa vicenda è stata l’enorme frattura che si è aperta tra la leadership politica statunitense e quella israeliana.
Abbiamo tutti visto come Trump abbia iniziato a manifestare per la prima volta la sua esasperazione nei confronti di Bibi, affermando apertamente di aver dovuto impedirgli di bombardare Beirut in modo spietato e sproporzionato a causa di una modesta attività di droni da parte di Hezbollah.
Ma ora JD Vance e la comunità dei servizi segreti statunitensi si sono spinti ancora oltre, creando un divario inimmaginabile tra gli Stati Uniti e la loro “partner”-colonia in Medio Oriente, ormai fuori controllo.
Si potrebbe dire che siano stati quasi costretti a farlo, dopo che una serie di personalità israeliane ha dato sfogo alle proprie fantasie più piene di odio, minacciando i libanesi con varie forme di uccisione e genocidio.
Questi sfoghi deliranti sono stati guidati dal famigerato ministro israeliano della Sicurezza nazionale Ben Gvir:
Il suo sfogo riportato sopra è stato ritenuto talmente grave che X ha dovuto persino segnalarlo come incitamento all’odio:
La situazione era talmente grave che persino le persone peggiori che conosci si sono indignate — almeno a parole, per “prendere le distanze” da quelle cose davvero indifendibili, al fine di preservare la loro “credibilità” per il futuro:
JD Vance ha citato direttamente Ben Gvir nelle sue continue critiche a Israele, affermando «Non si possono risolvere tutti i problemi di sicurezza nazionale ricorrendo semplicemente alla violenza»:
Vance ha poi lanciato quella che si potrebbe quasi definire una velata minaccia, affermando che Trump è l’«unico leader mondiale» solidale con la causa di Israele e che attaccarlo sarebbe un vero e proprio autogol per Israele.
Ha inoltre ribadito le critiche espresse dallo stesso Trump riguardo all’uso eccessivo della forza da parte di Israele contro i civili, in particolare proprio nei momenti in cui gli Stati Uniti e l’Iran sembrano sul punto di raggiungere una svolta nelle trattative:
Con ciò si intende dire che il regime israeliano vuole trasformare l’Iran in un altro Stato fallito come la Libia:
Forse si tratta solo di una protesta di facciata da parte dell’amministrazione Trump, una sorta di “virtue signaling” virtuale per “prendere le distanze” dalla leadership israeliana, disumana e assetata di sangue, poiché sanno quanto tali dichiarazioni risultino ripugnanti agli occhi di un’opinione pubblica americana sempre più antisionista. Ed è chiaro che questi funzionari statunitensi stanno facendo del loro meglio per rimanere «diplomatici» e, in sostanza, «censurare» Israele nel modo più delicato possibile, senza scatenare una vera e propria disputa tra i due paesi.
Ma ciò non ha impedito ad alcune personalità israeliane di interpretarlo come un vero e proprio attacco contro di loro. Persino il quotidiano Israel Hayom, di proprietà di Miriam Adelson, si è schierato contro Trump, inviandogli un messaggio forte e chiaro:
Signor Presidente, lei ha gravemente leso gli interessi umani del mondo illuminato e potrebbe essere ricordato per sempre come il presidente che ha causato l’umiliazione dell’America. Lei ha tradito noi, gli israeliani. E in un solo istante, il disprezzo di cui un tempo era oggetto sembra improvvisamente così giustificato e logico. Danny Zaken scrive al presidente degli Stati Uniti.
Anche il *New Yorker* ha seguito l’esempio, descrivendo le ultime mosse di Trump come una “pugnalata alle spalle” da parte degli Stati Uniti nei confronti di Israele:
L’articolo sopra riportato ha svelato una parte segreta del piano originale di Israele per abbattere l’Iran, secondo quanto raccolto da “fonti dei servizi segreti” israeliani:
-Posso dirvi che parlo con persone di altissimo rango all’interno delle forze armate israeliane, e loro parlano di una probabilità del settanta o ottanta per cento di rovesciare il regime iraniano se Trump permettesse alle milizie irachene di invadere l’Iran.
– Ti riferisci alle milizie curde?
-Non solo. Israele può fornire loro armi. Questo faceva parte del piano. E poi, con nostro grande stupore, Trump ha detto che i curdi non volevano combattere. Ma, in realtà, è stato proprio Trump a impedire loro di combattere, perché Erdoğan ha fatto pressione su di lui affinché non lo facesse. Israele aveva un piano brillante e ha speso un sacco di soldi, e all’inizio della guerra ha colto di sorpresa gli iraniani. Ma voi avete impedito alle milizie di agire, e ora vi chiedete perché il regime non sia caduto. Perché non ci avete dato la possibilità di farlo. A Gaza. In Libano. In Siria. In Iran. Tutto ciò che volevamo fare, voi ci avete impedito di farlo. Se andate in guerra e definite l’obiettivo della guerra, portatela a termine. Altrimenti, non fatelo. Non solo non lo fate, ma incolpate ingiustamente i curdi e gli israeliani. E cedete a tutte le richieste dell’Iran. E loro non si fermeranno. Domani potrebbero dire: «Se non chiudete l’ambasciata a Gerusalemme, chiuderemo lo stretto». E allora cosa farete?
La fonte “ben informata” che sostiene di avere l’attenzione di Netanyahu ha concluso rivelando che Bibi è stato colto alla sprovvista dal cosiddetto tradimento di Trump:
-Cosa pensi che farà ora Netanyahu, con le elezioni alle porte?
-Credo che sia sotto shock. Sotto shock. In tutti questi anni che lo conosco, non l’ho mai visto così sotto shock come adesso. Nemmeno con Obama. Nessuno ha mai provocato uno shock come Trump. Ed è perché non si poteva prevedere.
-È proprio l’imprevedibilità con cui Trump può voltarti le spalle a rendere tutto questo così triste.
-È vero. Hai ragione. Tra pochi mesi ci saranno le elezioni, e uno dei punti chiave della sua campagna elettorale avrebbe dovuto essere la sua amicizia con Trump. Ora cosa dirà? È un problema.
Persino il leader dell’opposizione israeliana ed ex primo ministro Yair Lapid ha avvertito che, se Israele non avesse tenuto a freno gli attuali psicopatici al governo, le relazioni estere della nazione sarebbero state completamente distrutte:
Ci sono persino voci secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe “silenziosamente” aperto canali di comunicazione segreti con i rivali di Netanyahu, forse decidendo finalmente di staccare la spina una volta per tutte a quel “pony” genocida che non conosce altra strada:
Alla luce di ciò, la rottura è andata ben oltre le semplici dichiarazioni di facciata di Vance e compagni. A quanto pare, persino la comunità dei servizi segreti statunitensi ha avviato una campagna per smascherare Israele, rivelando il piano di quest’ultimo di sabotare intenzionalmente l’accordo di pace — una mossa davvero ovvia, se mai ce ne fosse stata una:
Le agenzie di intelligence statunitensi hanno avvertito l’amministrazione Trump che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu potrebbe adottare misure tali da compromettere gli sforzi del presidente Donald Trump volti a raggiungere un accordo di pace duraturo con l’Iran, poiché il premier israeliano è sottoposto a forti pressioni politiche affinché continui a condurre la guerra del suo Paese in Libano, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi attuali ed ex funzionari.
Secondo quanto riferito dai funzionari, Israele sembra intenzionato a proseguire le operazioni militari contro Hezbollah, il gruppo che agisce per conto dell’Iran in Libano, un obiettivo che violerebbe un elemento fondamentale dell’accordo appena siglato, il quale prevede la cessazione delle ostilità in quel Paese, come emerge da rapporti dei servizi segreti, tra cui uno diffuso questa settimana.
Ma, ovviamente, il punto non è che si tratti di un obiettivo facile, ovvio e scontato: è il fatto stesso che abbiano diffuso una simile “informazione” in primo luogo. Ciò indica chiaramente un cambiamento epocale dietro le quinte all’interno dello “Stato profondo” statunitense, dato che persino “globalisti” incalliti come Hillary Clinton hanno improvvisamente voltato le spalle a Israele nelle loro ultime dichiarazioni.
L’articolo del NYT, tra l’altro, si rende ridicolo insinuando che gli israeliani “sfollati” potrebbero giustificare l’incursione in Libano:
Decine di migliaia di israeliani sfollati dalle loro casenel nord del Paesea causa dei droni e degli attacchi missilistici hanno chiesto a Netanyahu di annientare Hezbollah, ed è stato oggetto di critiche feroci da parte di tutto lo spettro politico nazionale per non essere riuscito a eliminare la minaccia militante.
Come se Israele avesse il diritto di dire anche solo una parola quando si tratta dello sfollamento delle persone. Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz si è vantato apertamente ieri del fatto che Israele abbia compiuto una pulizia etnica nei confronti di 200.000 residenti del Libano meridionale dopo aver “raso al suolo” i loro villaggi:
Egli sostiene che la situazione sia diversa rispetto al passato perché, nei precedenti tentativi, Israele aveva permesso ai libanesi di rimanere nei propri villaggi, mentre ora li allontana semplicemente e distrugge i villaggi, rendendo così la regione di confine israeliana “più sicura”; parole da psicopatico genocida.
Ora si teme che l’Iran abbia nuovamente interrotto i negoziati dopo che Trump ha lanciato altre delle sue minacce sconsiderate e vili. Circolano inoltre notizie contraddittorie secondo cui Israele sarebbe stato costretto a «scendere a compromessi» e a ritirarsi da alcune zone del Libano meridionale:
Trump, dal canto suo, è tornato a fare ciò che gli riesce meglio: mettersi in imbarazzo con ulteriori lamentele dettate dall’insicurezza e con fantasie campate in aria:
A questo punto sembra che viva in una realtà completamente diversa dalla nostra.
L’affare geniale di cui va così fiero:
Beh, cosa ci si può aspettare da un uomo la cui bussola morale ed etica gli permette di stringere strette collaborazioni e alleanze con qualcuno che ha bisogno di continue “correzioni” per ritrovare il buon senso?
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Il barattolo delle mance rimane un anacronismo, un modo arcaico e spudorato di “fare il doppio gioco”, per coloro che proprio non riescono a trattenersi dal ricoprire i loro umili autori preferiti con una seconda, avida porzione di generosità.
cerca di razionalizzare l’ attuale andamento della guerra in Ucraina che la solita macchina propagandistica occidentale ora vorrebbe venderci addirittura non più come uno “stallo” ma addirittura come una “ opportunità” per imporre alla Russia la sconfitta strategica programmata con questa “guerra ”.
In pratica sembrerebbe che il “pendolo “ dell’ “Impero occidentale”, dopo l’ evidente “battuta d’arresto” nel golfo si stia nuovamente concentrando sulla pratica “russa” dopo averla “contenuta” con lo “spirito di Anchorage” e più strettamente avvolta con la “cintura turca” nei “balcani caucasici”.
E detta così la cosa suonerebbe addirittura minacciosa per la Russia con il sempre più forte coro dei “nazionalisti” russi ad invocare di rompere questo “ cerchio” ripristinando “ la deterrenza che non c’ è” ( argomento su cui scrissi diversi mesi fa qualcosa qui ) con atti eclatanti se non addirittura strategicamente sconsiderati.
Ma se la cosa viene considerata più freddamente, come cerca di fare Simplicius, le conclusioni sono diverse; non c’ è nessuna “ crisi russa” sebbene sia sempre più evidente che la Russia sia coinvolta in una guerra da cui non può uscire.
E per capirlo bisogna innanzitutto partire dalle vere cause di queste “ crisi” , o per meglio dire di questa “ guerra mondiale a tranci ( congelabili)”. E la causa è una sola: Il sistema finanziario su cui si basa l’ impero americano sta per essere sommerso da un debito impagabile e gli “gnomi” che lo detengono hanno sempre più bisogno di una “guerra mondiale” per giustificare il LORO “non ti pago” restando non solo “in sella” ma cogliendo anche altre opportunità “ accessorie” che ne deriverebbero. Fermare Cina ad esempio; la definitiva liquidazione dell’ Europa.
E la Russia suo malgrado è stata presa come “il vilain” di questa guerra e ora non ci può fare nulla perché “ per la guerra basta uno ma per la pace bisogna essere in due”; così nella pratica la NATO andrà fino in fondo a questa guerra perché questo vogliono i suoi padroni.
Deve di conseguenza essere chiaro che NON è concedendo LORO la LORO tanto desiderata WW che la Russia risolverà il suo problema; l’ unica strategia possibile sia quella del Judoka : fronteggiare il nemico , contenendolo ed esasperandolo finché esso sarà avventato e scoperto e solo ALLORA dare LORO un “ippon” , ciò un colpo “immobilizzante” che impedisca a questa “ setta di psicopatici” di trascinare tutto il mondo con sé.
In pratica si tratta di fronteggiare il LORO “inganno” con un altro “inganno”, esercitando la pazienza del “contenimento”, facendo finta di subire fino al momento del violento “contraccolpo”.
Per questo, ovviamente, tutte le mosse possibili del nemico devono essere PREVISTE ma non PREVENUTE in modo proattivo. Caso mai esse devono essere “incanalate” secondo il percorso di un NOSTRO inganno che copriremo dicendo che NOI siamo stati ingannati dal LORO inganno.
E’ infatti abbastanza ripetuto nel variegato mondo “antimperialista” il concetto che la Russia / Putin siano state sistematicamente ingannate, dall’ aggressione alla Libia in poi attraverso le varie Min(s)kiate , Siria, Instambul ,Anchorage, etc. e che quindi “la Russia è perduta “ o , versione più raffinatamente semplificante, “ la Russia è complice, perché sta sbagliando volutamente tutto “.
Anzi in certi momenti, come l’attuale, è lo stesso Putin a dichiararsi “ingannato”., e perfino i suoi alleati più stretti come Lukaschenko fanno trapelare a mezza bocca questo concetto /sconcerto tentando un qualche appeasement personale coi “cari partners”.
Tutte cose che chi ha letto o anche solo visto qualcosa sulle “lotte di potere” ( ad esempio la trilogia del Padrino ) non può che sorridere perché vi riconosce il solito “doppio inganno”.
Ma infatti riflettiamoci un attimo : può un ex funzionario del KGB essere così facilmente e ripetutamente “ingannato” ? No di certo! Bisogna quindi valutare altre opzioni .
Ad esempio supponiamo che Putin sia, se non proprio un Gorby ( difficile essere così sciocchi), uno Eltsin molto più raffinato , uno che deve svendere la Russia ma sotto le spoglie di un “restauratore”.
Insomma un agente del NEMICO che deve prevenire e sedare la reazione del proprio paese al suo strangolamento da parte del “ Grande Capitale Apolide”. Questo può certamente essere perché il dichiararsi ( a posteriori) ripetutamente “ingannato” sarebbe appunto il giusto mascheramento per restare in sella .
Ma anche se Putin NON fosse questo “agente” , anzi fosse il suo esatto contrario , anche far credere di esserlo sarebbe la sua giusta opera di mascheramento , o no ?
. Il “doppio inganno” è l ABC di ogni “uomo dei servizi”!
Ma come se ne esce allora ? Semplicemente col solito “ precetto evangelico” “E’ dai frutti che si conoscono gli alberi “ nonché dal ben noto “Rasoio di Occam ( “entia nun sunt multiplicanda praeter necessitatem “) perché l’ inganno è una azione “binaria” ( o ci credi o non ci credi ) e chiunque che per ottenere qualcosa ammucchi una montagna di concetti contraddittori, alla fine si perderà nel suo stesso caos .
Il “ doppio inganno” è il massimo livello di falsificazione utilmente gestibile.
Ad esempio il “Grande Kapitale Apolide” già deteneva la Russia ai tempi di Eltsin quando già la Russia stava andando a pezzi; perché mai quindi ricorrere ad un finto “restauratore” , figura che doveva per forza essere convincente “restaurando” la Russia in qualche modo , laddove una bella “guerra civile” sarebbe stata molto più semplice e vantaggiosa allo scopo di dissolverla definitivamente ?
E’ molto più realistico attribuire a Putin invece “la figura” di un “restauratore” che si atteggiasse ad ingenuo /sprovveduto/ servizievole per farsi sottovalutare mentre si impadroniva del potere effettivo.
Dando per assodato quindi che Putin è quello che dice di voler essere , opinione che mi terrò finché i suoi “frutti” politici dimostreranno che era di tutt’altro “albero”, bisogna concludere che la scontata evoluzione di questa guerra nelle varie fasi A,B, C di cui ho parlato fino da l’ inizio, esattamente come l’ ho vista io, non poteva NON vederla anche lui e che quindi anche lui sia arrivato alla conclusione che una guerra NATO-Russia sia procrastinabile ma NON evitabile; che quindi anche la fase C, in cui ora stiamo entrando, fosse ampiamente prevedibile con l’ inevitabile fine dello “spirito di Anchorage” e il conseguente coro dei “patrioti russi” e perfino del suo stesso entourage sul fatto che Putin “è stato ingannato un’ altra volta”.
E qui sta il “doppio inganno”; se la strategia NATO era di ingannare la Russia coinvolgendola in una guerra diretta NATO-Russia convenzionale , anche la “riluttanza” russa ad anticipare questa escalation “ convenzionale” della NATO potrebbe essere il “controinganno” a cui partecipano involontariamente quei “patrioti” russi che si lagnano della “debolezza di Putin” invocando fantasmagorici ed inutili “ fuochi nucleari” per ripristinare la “deterrenza che non c’ è “.
Perché per ora di “fuochi di artificio “ la Russia non ne ha bisogno; ma a “tempo debito” i “fuochi” NON Nucleari russi verranno, e gli oreskhin voleranno senza alcun preavviso su “obbiettivi sensibili “ in €uropa (magari a cominciare da laddove qualche idiota starà ammassando “materiale nucleare in posizione avanzata “) e con la Russia che in quel momento terrà ANCHE lei stessa il dito sul pulsante Nucleare.
Perché quelli saranno “ cinque minuti fatali ” a cui la Russia si sta preparando da tempo, ma al quale l’ “occidente” evidentemente no.
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Una disamina interessante del recente vertice, anche se edulcorata, come da orientamento generale del sito. In calce i quattro comunicati più importanti scaturiti dal summit. Colpisce la continuità con la quale si persegue la volontà di protrarre ed allargare il conflitto con la Russia sino a relegare in secondo piano il contenzioso con l’Iran, tentando di farne addirittura, in tempi ragionevoli, un ulteriore fattore di accerchiamento. In questo la leadership europea, all’ombra della componente neocon, si è assunta il ruolo più oltranzista ai danni dei propri popoli. Le diatribe gossipare di questi giorni, che hanno riguardato Trump, Meloni e altri leader, sotto il velo ipocrita dell’ostentato orgoglio nazionale cercano di nascondere il vicolo cieco, la strada obbligata, malinconica se non tragica, verso cui stanno trascinando i paesi europei. Quanto alle politiche in Africa, poche e poco significative variazioni rispetto al passato e al presente, con particolare riguardo all’armamentario messo a disposizione. Un tema da approfondire. Giuseppe Germinario
A Évian, il 15 giugno 2026, sulle rive del Lago di Ginevra, e sotto la presidenza francese, i leader delle sette democrazie più industrializzate del pianeta si riuniranno per il loro vertice annuale. Il panorama è magnifico, il protocollo impeccabile, i comunicati meticolosamente redatti. Ma nell’aria aleggia una domanda, più persistente dei discorsi: qual è ancora lo scopo del G7 in un mondo che gli è sfuggito di mano? Fondato nel 1975 nell’urgenza di una crisi petrolifera che minacciava le economie occidentali, questo discreto forum di democrazie ricche ha a lungo incarnato una forma di governance globale informale. Ha accompagnato la fine della Guerra Fredda, l’ascesa della globalizzazione, l’egemonia del dollaro e il dominio incontrastato delle norme liberali. Oggi i BRICS hanno una maggiore parità di potere d’acquisto rispetto al G7, la Cina è il principale partner commerciale di metà del pianeta e il Sud del mondo si rifiuta categoricamente di essere governato da regole che non ha contribuito a creare. Hubert Védrine, che ha visto da vicino i meccanismi interni di questi vertici quando era ministro degli Esteri di Lionel Jospin, non nasconde il suo lucido scetticismo; per lui, il G7 rimane utile a patto che non si identifichi con ciò che non è più.
1975: La nascita discreta di una direzione occidentale
Per comprendere il G7, dobbiamo tornare all’autunno del 1973. La guerra dello Yom Kippur scoppiò in ottobre, portando a un embargo petrolifero arabo contro i paesi occidentali che avevano sostenuto Israele. Il prezzo del barile di petrolio quadruplicò in poche settimane. L’inflazione salì alle stelle, le code ai distributori di benzina si allungarono e i governi delle principali democrazie industrializzate si resero conto con stupore della loro vulnerabilità collettiva. Valéry Giscard d’Estaing, allora Ministro delle Finanze francese, prese l’iniziativa e convocò una riunione informale dei capi di Stato e di governo delle cinque principali economie occidentali – Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone – a Rambouillet nel novembre del 1975. L’Italia e il Canada si unirono al gruppo nel 1976. Nacque così il G7.
Ciò che colpisce della concezione originaria del gruppo è la sua scelta deliberata di informalità. Nessun segretariato permanente, nessuno statuto, nessuna votazione, nessun meccanismo di sanzione. I leader si incontrano annualmente per parlare francamente, lontani dai forum delle Nazioni Unite e dalle loro procedure farraginose, lontani dalle burocrazie e dai comunicati preparati a tavolino. L’idea di Giscard era semplice e pragmatica: gli uomini che governano le grandi potenze devono conoscersi, parlare direttamente e concordare su priorità comuni senza passare attraverso i soliti filtri diplomatici. Questa “diplomazia da poltrona”, come alcuni l’hanno definita con un pizzico di condiscendenza, ha prodotto risultati concreti: coordinamento delle politiche monetarie, gestione delle crisi finanziarie e impulso dato ai negoziati commerciali multilaterali.
Védrine osserva che il G7 è sempre stato meno un’istituzione e più uno stato mentale, quello di un Occidente ancora certo della propria missione, convinto di rappresentare non solo i paesi più ricchi, ma anche i valori più universali. Questa convinzione che la democrazia liberale, il libero scambio e i diritti umani formino un insieme coerente con una vocazione universale ha a lungo conferito al G7 una legittimità che trascendeva la sua mera rappresentatività economica. Ed è proprio questa legittimità che il mondo multipolare sta erodendo.
Dalla governance globale a un club assediato: le fratture del G7 contemporaneo
Il G7 raggiunse il suo apice negli anni ’90. Il crollo dell’URSS lasciò i membri del gruppo senza seri rivali; rappresentavano quasi due terzi del PIL mondiale, le loro valute dominavano il commercio internazionale e le loro aziende plasmavano la globalizzazione. La Russia di Boris Eltsin fu invitata ad aderire al gruppo nel 1998, e il G7 divenne il G8, nella speranza che Mosca si integrasse permanentemente nell’ordine liberale occidentale. Questa scommessa fallì dopo l’annessione della Crimea nel 2014; la Russia fu espulsa e il formato del G7 fu ripristinato. L’intermezzo del G8 durò sedici anni. Lasciò dietro di sé una lezione di umiltà geopolitica: una grande potenza non può essere integrata in un club nella speranza che questo ne cambi la natura.
Da allora, le divisioni interne si sono moltiplicate. Durante il suo primo mandato, Donald Trump si è rifiutato di firmare diversi comunicati congiunti, trasformando i vertici in un teatro di assurdità diplomatiche. Il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025 ha reintrodotto questa tensione, in particolare sulla questione ucraina, sui dazi e sul cambiamento climatico, ambiti in cui le posizioni americane divergono profondamente da quelle europee. A Évian nel 2026, la Francia di Macron sta cercando di mantenere la coesione del gruppo attorno a priorità attentamente selezionate: riforma dell’architettura finanziaria internazionale, intelligenza artificiale, protezione dei minori online e lotta alla criminalità organizzata. Si tratta di temi importanti, ma che evitano con cautela le fratture più profonde.
La rappresentatività economica del G7 si è notevolmente indebolita. Nel 1975, il gruppo rappresentava circa il 70% del PIL mondiale. Entro il 2026, questa quota era scesa al di sotto del 45% a parità di potere d’acquisto, mentre i paesi BRICS+ superavano il 35%. L’India, che presto diventerà la terza economia mondiale, non è membro del G7. Non lo è nemmeno la Cina, la seconda economia mondiale. Né lo è l’Arabia Saudita, che determina in larga misura i prezzi globali dell’energia. Un club di leader mondiali che esclude alcuni degli attori più influenti del pianeta: un’anomalia che sta diventando sempre più difficile da ignorare.
Utile ma insufficiente: cosa può ancora offrire il G7
Sarebbe tuttavia intellettualmente disonesto ridurre il G7 a una reliquia anacronistica. Il gruppo conserva punti di forza reali che i suoi detrattori a volte sottovalutano ingiustamente. In primo luogo, la sua stessa natura – un forum informale di democrazie che condividono valori e sistemi politici simili – gli conferisce una capacità di coordinamento rapido e franco che manca a organismi più ampi, come il G20. Quando sette leader si incontrano senza un’agenda rigida o potere di veto, possono affrontare questioni delicate con una franchezza impossibile nei tradizionali formati multilaterali. La crisi finanziaria del 2008, la pandemia di Covid-19, la risposta all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022: in ognuno di questi casi, il G7 ha svolto un ruolo di coordinamento e di guida che strutture più ampie non avrebbero potuto assolvere con la stessa rapidità.
Inoltre, il G7 rimane il forum in cui, spesso prima di importanti negoziati multilaterali, vengono definite le posizioni delle principali democrazie liberali su questioni normative chiave, come la tassazione delle multinazionali, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale, gli standard di cybersicurezza e le norme ambientali. L’accordo storico del 2021 su un’imposta minima globale sulle società è stato avviato in seno al G7, prima di essere esteso all’OCSE e poi al G20. Questo ruolo, seppur modesto, ma concreto nella definizione degli standard giustifica l’esistenza del gruppo anche in un mondo in cui non può più pretendere di governare da solo.
Védrine propone quella che si potrebbe definire una visione lucida e disincantata: il G7 deve accettare di essere solo uno dei tanti attori in una governance globale che sarà necessariamente più frammentata, più negoziata e più conflittuale. Non può più parlare a nome della “comunità internazionale”, un’espressione che lui stesso ha criticato come un’usurpazione semantica da parte dell’Occidente. Ma può parlare a nome proprio, difendere interessi e valori apertamente riconosciuti come tali e cercare un terreno comune con gli altri attori senza la pretesa di convertirli. Questa rinuncia all’universalismo automatico non è un’ammissione di debolezza. È la condizione per riconquistare credibilità, come la definisce nel suo *Dictionnaire amoureux de la Géopolitique* (Dizionario amoroso della geopolitica), semplicemente guardando il mondo così com’è.
Sulle rive del Lago di Ginevra, il 15 giugno 2026, i sette leader riuniti a Évian si trovarono di fronte a un panorama di serena bellezza e a un’agenda di vertiginosa complessità. Il mondo che pretendevano di contribuire a governare stava in parte sfuggendo al loro controllo, non perché fossero diventati incapaci, ma perché il potere si era ridistribuito, gli equilibri di potere si erano modificati e le ambizioni egemoniche avevano i loro limiti naturali. Il G7 sarebbe sopravvissuto, senza dubbio. Avrebbe continuato a riunirsi, a emettere comunicati, a coordinare le posizioni e a promuovere standard. Ma il mondo che pretendeva di governare nel 1975 non esisteva più. E il mondo che lo aveva sostituito richiedeva tavoli diversi, voci diverse e regole del gioco diverse. La vera domanda non era se il G7 fosse ancora utile; lo era. La domanda è se le democrazie che lo compongono abbiano la lucidità mentale per accettare che utile non è più sinonimo di dominante e che l’influenza, d’ora in poi, deve essere guadagnata a ogni vertice.
LE DICHIARAZIONI DEL G7
DICHIARAZIONE DEI LEADER DEL G7 SULLE QUESTIONI GEOPOLITICHE Ucraina • Noi, leader del G7, siamo uniti nel nostro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale. Ribadiamo la nostra solidarietà alla popolazione ucraina, vittima di attacchi alle infrastrutture critiche e al patrimonio culturale. Lodiamo l’Ucraina per la sua resilienza e i progressi compiuti sul campo di battaglia negli ultimi mesi e sottolineiamo che ora si è creato un nuovo slancio. • Per sostenere e accelerare questo nuovo slancio, concordiamo di aumentare la fornitura di capacità di difesa aerea, sistemi e intercettori aggiuntivi, nonché capacità a lungo raggio. Siamo inoltre pronti a valutare la possibilità di estendere all’Ucraina il beneficio delle licenze per consentire un aumento della produzione militare ucraina.• Sottolineiamo l’importanza della resilienza energetica, sulla base delle esigenze e delle priorità espresse dalle autorità ucraine. Concordiamo di fornire ulteriore sostegno per aiutare il Paese a superare il prossimo inverno.• Ci impegniamo ad aumentare la pressione sull’economia di guerra russa. In questo contesto, rafforzeremo le nostre sanzioni, comprese quelle nei settori del petrolio e del gas. Riteniamo che questo sia il momento giusto per procedere con misure aggiuntive, poiché il presidente Trump ha raggiunto un accordo, che noi sosteniamo, sulla riapertura dello Stretto di Ormuz. Medio Oriente• Riconosciamo la svolta e l’opportunità che attualmente si presentano in Medio Oriente.• Accogliamo con favore l’annuncio di un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran, raggiunto sotto la forte guida del presidente Trump, con il sostegno dei paesi mediatori, che offre un’opportunità storica per impedire all’Iran di acquisire qualsiasi arma nucleare e per affrontare le minacce legate alle sue attività regionali e balistiche. Lo sosteniamo e siamo pronti a contribuire alla sua attuazione.• Ribadiamo che il diritto di transito senza restrizioni né pedaggi è il fondamento del commercio internazionale. Concordiamo sul fatto che l’iniziativa multinazionale, indipendente e difensiva guidata da Francia e Regno Unito possa svolgere un ruolo importante per facilitare la ripresa del traffico marittimo nello Stretto di Ormuz, proteggendo le navi mercantili, rassicurando gli operatori del trasporto marittimo commerciale e sostenendo la verifica della rimozione di tutte le mine.• Sosteniamo con forza un accordo diplomatico di follow-up solido e completo al Memorandum d’intesa raggiunto dal presidente Trump, in grado di portare pace e sicurezza per tutti nella regione. Sottolineiamo la necessità che i negoziati a tal fine affrontino le minacce poste dall’Iran nella regione e oltre, e garantiscano che il Paese non ottenga mai un’arma nucleare. Concordiamo sul fatto che tali negoziati trarrebbero beneficio dai contributi dei partner regionali e internazionali competenti, compresa l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Riaffermiamo che l’Iran non otterrà mai un’arma nucleare.• In Libano, sosteniamo, attraverso un cessate il fuoco immediato e solido, gli sforzi della leadership libanese volti a realizzare il disarmo di Hezbollah e il monopolio delle armi, nonché a proteggere l’integrità territoriale e la sovranità del Libano con adeguate garanzie di sicurezza internazionali.• A Gaza, accelereremo gli sforzi umanitari e di ricostruzione, nonché la rapida attuazione delle misure politiche e di sicurezza pertinenti. Chiediamo la fine delle violenze in Cisgiordania.• Ci impegniamo ad accelerare la diversificazione delle rotte di approvvigionamento energetico al fine di ridurre la vulnerabilità globale rispetto allo Stretto di Ormuz e di aumentare le nostre riserve energetiche. Accogliamo con favore la possibilità che il Canada fornisca una significativa capacità aggiuntiva ai mercati globali nei prossimi anni.Indo-Pacifico• Sottolineiamo l’importanza di un Indo-Pacifico libero e aperto, basato sullo Stato di diritto. Riaffermiamo la nostra opposizione a qualsiasi tentativo unilaterale di modificare lo status quo, in particolare con la forza o la coercizione, nei mari orientali e meridionali della Cina e nello Stretto di Taiwan, questioni che dovrebbero essere risolte esclusivamente in modo pacifico attraverso il dialogo.• Esprimiamo profonda preoccupazione per i programmi nucleari e missilistici balistici della Corea del Nord e riaffermiamo il nostro impegno per la completa denuclearizzazione della Corea del Nord in conformità con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Esortiamo la Corea del Nord a risolvere immediatamente la questione dei rapimenti. Ribadiamo la necessità di affrontare congiuntamente i furti di criptovalute e i crimini informatici perpetrati dalla Corea del Nord.• Accogliamo con favore il Vertice sulla Convergenza Globale per la Crescita convocato dal presidente Macron l’11 giugno 2026, con la partecipazione della Cina.
Riaffermiamo il nostro interesse comune a collaborare con altre grandi economie sulle cause degli squilibri globali di ampia portata e persistenti e sulla necessità di affrontarli. Continueremo questi sforzi nell’ambito del G20 durante l’anno di presidenza degli Stati Uniti e in altre sedi pertinenti.
DICHIARAZIONE DEI LEADER SUI PARTENARIATI INTERNAZIONALI DI VANTATTO RECIPROCO Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno a favore della cooperazione internazionale in materia di sviluppo e finanziamento degli investimenti come motore di prosperità condivisa e sottolineiamo la nostra disponibilità a fornire sostegno ai più vulnerabili. Anche i paesi partner del G7, il Kenya e la Repubblica di Corea, sostengono questa dichiarazione. Riconosciamo che l’impatto dell’architettura internazionale di finanziamento dello sviluppo è stato a beneficio dei più vulnerabili per decenni. Promuovere una crescita duratura, ridurre la povertà globale e rafforzare la resilienza globale di fronte agli shock esterni e naturali sono obiettivi condivisi fondamentali. Accanto al capitale privato, ai finanziamenti misti e a prestiti equi e trasparenti, l’aiuto pubblico allo sviluppo a condizioni agevolate continua a svolgere un ruolo strategico nel sostenere i paesi partner e nell’affrontare le sfide globali, in linea con i nostri interessi reciproci e i nostri attuali obiettivi di sviluppo. Tuttavia, riconosciamo la necessità di aggiornare l’attuale sistema internazionale di sviluppo per garantire che soddisfi pienamente le esigenze delle generazioni future e le sfide attuali. Sebbene le politiche di sviluppo tradizionali abbiano ottenuto risultati importanti, talvolta hanno avuto un impatto limitato nel ridurre la dipendenza finanziaria dall’assistenza esterna, nel rafforzare la titolarità dei paesi e nel creare incentivi a favore della crescita. L’architettura dello sviluppo è inoltre diventata eccessivamente complessa, con un conseguente utilizzo non ottimale delle risorse. Eccessivi squilibri macroeconomici, crisi e conflitti, povertà persistente e vulnerabilità legate al debito fanno lievitare i bisogni finanziari, colpendo in modo sproporzionato i più vulnerabili. Le risorse pubbliche continuano a svolgere un ruolo strategico, ma da sole non sono sufficienti a soddisfare le esigenze di sviluppo globali. Dobbiamo dare impulso a riforme strutturate per razionalizzare l’architettura dello sviluppo e garantirne l’efficienza e l’impatto. Siamo uniti nell’intento di riformare il sistema di cooperazione allo sviluppo e di plasmare partenariati reciprocamente vantaggiosi che tengano conto dei nostri interessi strategici e di quelli dei nostri partner e prevedano un uso strategico e catalitico delle risorse agevolate laddove sono maggiormente necessarie. Accogliamo con favore il sostegno dei nostri partner africani a favore di un approccio rinnovato, come espresso in occasione del vertice «Africa Forward». Il successo degli sforzi volti a promuovere lo sviluppo e la prosperità dipende anche dalla capacità dei paesi partner di mobilitare risorse interne e attrarre capitali privati. Il nostro obiettivo è sostenere la capacità dei nostri partner di autofinanziarsi e rafforzare la titolarità, la responsabilità, la sovranità economica a lungo termine e la resilienza dei paesi partner, nel rispetto delle loro priorità di sviluppo. Sottolineiamo che il raggiungimento dell’emancipazione di tutte le donne e le ragazze² e il pieno ed equo godimento di tutti i loro diritti umani e delle libertà fondamentali costituiscono un motore fondamentale dello sviluppo e della crescita economica. Continueremo a sostenere i paesi partner, anche attraverso il rafforzamento della mobilitazione delle risorse interne e lo sviluppo delle capacità di amministrazione fiscale. Accogliamo con favore l’impegno a rafforzare la collaborazione sulla mobilitazione delle risorse interne assunto dalla Piattaforma per la collaborazione in materia fiscale in occasione della conferenza tenutasi a Tokyo nel marzo 2026. Ove opportuno, svilupperemo programmi che incoraggino il coinvestimento con i paesi partner e creino incentivi positivi per intraprendere le necessarie riforme istituzionali. Tali programmi sosterranno i paesi partner nell’aumentare il gettito, spendere in modo efficace, contrarre prestiti in modo sostenibile e gestire adeguatamente i rischi fiscali. Intensificheremo gli sforzi per affrontare le crescenti vulnerabilità globali legate al debito che minacciano la stabilità economica e limitano il margine di manovra fiscale per interventi essenziali nei servizi pubblici. Sottolineiamo l’importanza di compiere ulteriori progressi in seno al G20 verso un approccio comune alle ristrutturazioni del debito per i paesi a reddito medio vulnerabili che non sono ammissibili al Quadro Comune. Promuoveremo il rafforzamento dell’attuazione del Quadro Comune del G20 per garantire che i trattamenti del debito siano attuati in modo prevedibile, tempestivo, ordinato e coordinato. Chiediamo un maggiore sostegno ai paesi che presentano un debito sostenibile e un solido programma di riforme, ma che devono far fronte a un elevato onere del servizio del debito che limita gli investimenti a sostegno della crescita, in particolare accelerando l’attuazione dell’approccio a tre pilastri di FMI e Banca mondiale. Continueremo inoltre i nostri sforzi per rafforzare l’architettura globale del debito, in particolare sollecitando una maggiore trasparenza nei dati sul debito e nelle pratiche di concessione dei prestiti tra tutte le parti interessate. In questo contesto, esortiamo tutti i creditori del G20 a partecipare all’iniziativa di condivisione dei dati della Banca mondiale. Prendiamo atto del lancio della Piattaforma dei mutuatari e auspichiamo un dialogo continuo con tutte le parti interessate, compreso il settore privato e il Club di Parigi, per portare avanti questi sforzi. Cercheremo di sostenere una mobilitazione più efficace del capitale privato per finanziare lo sviluppo a lungo termine e generare un impatto su larga scala. Per rendere i progetti di sviluppo attraenti agli occhi degli investitori privati, faremo ricorso alle nostre istituzioni finanziarie per lo sviluppo e inviteremo le banche multilaterali di sviluppo a promuovere l’uso di strumenti di condivisione del rischio, garanzie, finanziamenti misti, meccanismi di cofinanziamento, strumenti di mercato e a gestire il rischio di cambio. Sottolineiamo i vantaggi delle soluzioni volte a ridurre i rischi e a rafforzare l’architettura delle garanzie, in particolare attraverso l’African Trade and Investment Development Insurance (ATIDI). A questo proposito, accogliamo con favore anche il lavoro svolto dalla Banca africana di sviluppo e dal Gruppo della Banca mondiale, anche attraverso l’Agenzia multilaterale di garanzia degli investimenti (MIGA), per sostenere la crescita, promuovere un clima favorevole agli investimenti e mobilitare capitali privati in Africa. Puntiamo a rimuovere gli ostacoli agli investimenti e a sostenere iniziative volte a favorire contesti politici e normativi solidi nei paesi partner, anche attraverso il «Compact with Africa» del G20, e promuoveremo progetti standardizzati e idonei agli investimenti, rafforzando al contempo la disponibilità e la trasparenza dei dati. Promuoveremo la resilienza e la diversificazione delle catene di approvvigionamento, nonché infrastrutture resilienti nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale, in linea con i Principi del G20 per investimenti di qualità nelle infrastrutture, anche attraverso il Partenariato 3G7 sulle infrastrutture globali e gli investimenti (PGII). A tal fine, promuoveremo un nuovo approccio ai corridoi economici e di sviluppo, riducendo i rischi e mobilitando il capitale privato, anche attraverso il Consiglio per gli investimenti infrastrutturali del G7. Riconosciamo inoltre l’importanza di catene del valore affidabili per i minerali critici ai fini della prosperità condivisa e miriamo a sfruttare il potenziale economico della creazione di valore derivante dai minerali critici attraverso la cooperazione internazionale lungo la catena di approvvigionamento e partenariati reciprocamente vantaggiosi basati su standard elevati, trasparenza e creazione di valore a livello locale. Alla luce delle interruzioni della catena di approvvigionamento, incarichiamo i nostri ministri di collaborare con le istituzioni finanziarie internazionali e le organizzazioni internazionali e di monitorarle, al fine di valutare gli impatti globali dell’accesso a fattori di produzione essenziali quali i fertilizzanti e di coordinare il sostegno ai paesi bisognosi, in modo da affrontare la questione della sicurezza alimentare globale. Utilizzeremo le risorse agevolate in modo strategico laddove sono maggiormente necessarie, in particolare nei paesi meno sviluppati e più vulnerabili, rispondendo alle esigenze specifiche dei paesi esposti a shock esterni e naturali, alla lontananza geografica, all’accesso limitato ai mercati dei capitali e a conflitti protratti o in corso. Nei paesi che dispongono di un accesso limitato a capitali non agevolati o privati, investiremo nei settori dello sviluppo umano, tra cui la sanità, l’istruzione, lo sviluppo della prima infanzia, la nutrizione e i sistemi alimentari. Ove opportuno, siamo pronti a sostenere i nostri partner nello sviluppo, nell’adozione e nell’attuazione dei loro Patti nazionali per la salute e di approcci simili basati su piattaforme nazionali. Il nostro obiettivo è affrontare la frammentazione del sistema di sviluppo e migliorarne l’efficienza e l’efficacia anche rafforzando il coordinamento e la collaborazione tra tutti gli attori dello sviluppo, comprese le banche pubbliche di sviluppo, le istituzioni di finanziamento allo sviluppo, le banche multilaterali di sviluppo e i fondi multilaterali verticali. Daremo priorità al potenziamento degli strumenti di finanziamento di comprovata efficacia ed eviteremo di crearne di nuovi, anche, ove opportuno, integrandoli nelle iniziative esistenti. Riconosciamo il valore del sistema delle Nazioni Unite come attore dello sviluppo e incoraggiamo le riforme, anche attraverso l’agenda UN80. In qualità di principali azionisti delle banche multilaterali di sviluppo, ribadiamo il nostro impegno a renderle più efficaci e incisive attraverso riforme volte a garantire che operino efficacemente come sistema, anche in collaborazione con le banche pubbliche di sviluppo. In particolare, ci coordineremo per potenziare le opportunità per gli investitori e i fondi del settore privato di impiegare capitali, insieme alle banche multilaterali di sviluppo, in progetti bancabili ad alto impatto. La realizzazione di questa agenda trasformativa richiederà un impegno costante e collettivo all’interno e al di fuori del G7. Accogliamo con favore le iniziative che portano avanti questo approccio con i paesi partner a livello nazionale e regionale. A tal fine, prendiamo atto, tra le altre, del recente vertice «AfricaForward», della Conferenza sui partenariati globali, del Piano Mattei per l’Africa, della Conferenza internazionale di Tokyo sullo sviluppo africano e dell’iniziativa «Global Gateway». Sottolineiamo l’importanza di collaborare con tutte le parti interessate per promuovere un finanziamento allo sviluppo equo e trasparente, in linea con gli standard internazionali e le prassi condivise. Ci impegneremo a mobilitare un’ampia coalizione di attori, tra cui donatori emergenti, il settore privato, attori filantropici e la società civile, affinché si allineino a questo approccio rinnovato.4 La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.
DICHIARAZIONE DEI LEADER SULLA LOTTA AL TRAFFICO DI MIGRANTI
Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno costante nella prevenzione e nella lotta al traffico di migranti. Facendo il punto sulle dichiarazioni dei leader del G7 adottate in Puglia nel 2024 e a Kananaskis nel 2025, rinnoviamo il nostro impegno a prevenire, contrastare e smantellare le reti della criminalità organizzata che traggono profitto dal traffico di migranti, dalla tratta di esseri umani e da altri reati connessi, nonché a smantellare i modelli di business delle organizzazioni criminali. Anche i paesi partner del G7, il Kenya e la Repubblica di Corea, sostengono la presente dichiarazione. Il traffico di migranti e la tratta di esseri umani costituiscono gravi reati transnazionali che minano il diritto sovrano degli Stati di controllare i propri confini ed espongono le persone oggetto di traffico e tratta a rischi letali. Siamo determinati a contrastare la migrazione illegale organizzata. Rimaniamo impegnati a combattere ogni forma di abuso e sfruttamento dei migranti, garantendo la protezione dei più vulnerabili, compresi i rifugiati e gli sfollati forzati. Di conseguenza, incarichiamo i nostri ministri competenti di continuare ad adottare misure incisive per dare ulteriore attuazione al Piano d’azione del G7 per prevenire e contrastare il traffico di migranti. Riconosciamo il lavoro in corso volto ad adottare sanzioni mirate e altre misure restrittive nei confronti di individui ed entità coinvolti nel traffico di migranti, anche online, ove ciò sia coerente con i nostri ordinamenti giuridici. A tale riguardo, ribadiamo la nostra determinazione, espressa sotto la presidenza canadese, a intensificare la nostra cooperazione con le piattaforme online e gli attori competenti affinché individuino, prevengano e rimuovano i contenuti online utilizzati per condurre operazionidi traffico. Approfondiremo inoltre la cooperazione con i paesi di origine e di transito per smantellare le reti di traffico e tratta di esseri umani e per prevenire la migrazione illegale organizzata, rafforzando i nostri sforzi volti a costruire la stabilità affinché tutte le persone possano vivere e prosperare nei propri paesi, salvaguardandone la sicurezza, i diritti e la dignità, anche attraverso il miglioramento delle condizioni economiche. Prendiamo atto degli obblighi degli Stati di accettare il rimpatrio dei propri cittadini e di potenziare le procedure volte a garantire un rimpatrio tempestivo, sicuro, legale e dignitoso di coloro che non hanno il diritto legale di soggiornare nei nostri territori. Nel rispetto delle competenze nazionali, prendiamo atto dei nuovi approcci legittimi esplorati da alcuni membri con i paesi terzi per rafforzare la gestione della migrazione.² La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.
DICHIARAZIONE DEI LEADER DEL G7 SULLA SICUREZZA DELLE CATENE DI APPROVVIGIONAMENTO DEI MINERALI CRITICI
Noi, leader del G7, richiamando il Piano d’azione sui minerali critici da noi lanciato lo scorso anno, riconosciamo il ruolo strategico delle catene del valore dei minerali critici per la prosperità economica e la sicurezza dei nostri paesi, compresi i settori digitale ed energetico. Alla luce dell’elevato grado di concentrazione del mercato, della necessità di ridurre le vulnerabilità relative a tali risorse e del crescente ricorso a restrizioni commerciali arbitrarie, ribadiamo l’urgenza di diversificare le nostre catene di approvvigionamento e di rafforzare la nostra resilienza collettiva. Anche l’Australia, paese partner del G7, sostiene la presente dichiarazione. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per il ricorso a politiche e pratiche non di mercato e alla coercizione economica, comprese le restrizioni arbitrarie alle esportazioni e le misure di ritorsione sui minerali critici e sui relativi prodotti a duplice uso, che minano la sicurezza e la resilienza economiche. Lavoreremo insieme ai nostri partner per ridurre le dipendenze critiche e garantire che i tentativi o le minacce di strumentalizzare le dipendenze economiche a fini di coercizione falliscano. Intendiamo scoraggiare la coercizione economica e siamo pronti ad adottare misure, se necessario in modo coordinato, per contrastarla. Riconosciamo inoltre l’importanza di mantenere e rafforzare la competitività delle nostre industrie a medio e a valle, anche in relazione ai minerali critici, proteggendo le tecnologie critiche, e ci impegniamo acollaborare in seno al G7 e con i partner per coordinare le misure politiche in materia di controllo tecnologico. Riconosciamo il ruolo fondamentale della cooperazione internazionale tra i paesi del G7 e quelli che condividono gli stessi principi, perseguendo partenariati reciprocamente vantaggiosi basati su standard di alta qualità e trasparenza per garantire catene di approvvigionamento diversificate, resilienti e durature a beneficio dell’economia globale. A tal fine, ribadiamo la Roadmap del G7 per la promozione di mercati basati su standard per i minerali critici. Cooperazione industriale. Basandoci sugli impegni precedenti del G7 e sull’Alleanza per la produzione di minerali critici istituita sotto la presidenza canadese del G7 nel 2025, ci impegniamo a coordinare gli sforzi all’interno del G7 e con i paesi partner per creare e sviluppare le capacità di lavorazione e industriali necessarie alla diversificazione delle nostre catene del valore dei minerali critici, anche sostenendo la creazione di valore a livello locale e promuovendo l’innovazione. 2 A tal fine, insieme ai paesi partner, coopereremo strettamente per portare avanti progetti di produzione, trasformazione e riciclaggio lungo l’intera catena di approvvigionamento. Promuoveremo lo sviluppo di progetti coordinati attraverso l’aggregazione della domanda e la mobilitazione delle capacità finanziarie collettive pubbliche e private. In tal modo, miriamo a ridurre significativamente la nostra dipendenza da un unico fornitore al di fuori del G7 e dei paesi partner per le terre rare e i magneti permanenti, portandola al di sotto del 60 per cento entro il 2030 e continuando a diminuirla ulteriormente nel tempo, con l’ambizione di raggiungere il 50 per cento il prima possibile. Per quanto riguarda gli altri minerali critici, incarichiamo i ministri competenti di fissare un obiettivo specifico per la riduzione di tali dipendenze entro la fine dell’anno. Accogliamo con favore i progressi compiuti verso il raggiungimento di questi obiettivi, in particolare attraverso i 195 progetti annunciati dall’inizio del 2026, che hanno raggiunto i 64 miliardi di euro di investimenti – comprese le partecipazioni azionarie e gli accordi di acquisto garantito – nelle catene del valore dei minerali critici, provenienti dai paesi del G7 e dai paesi partner, nonché attraverso il piano congiunto per lo sviluppo delle capacità industriali relative alle terre rare e ai magneti permanenti. Finanziamenti Riconosciamo che lo sviluppo delle capacità industriali, comprese la lavorazione e il riciclaggio, necessarie per la diversificazione, richiede la mobilitazione di capitali pubblici e privati, inclusi investimenti azionari, garanzie e accordi di acquisto. Riconosciamo la crescente necessità di quadri di investimento stabili, nonché di trasparenza di mercato e di valutazioni adeguate per la sicurezza dell’approvvigionamento. Ciò potrebbe incentivare il finanziamento delle catene del valore dei minerali critici per colmare il divario di investimenti prima del 2030. Incoraggiamo ad accelerare la mobilitazione delle banche multilaterali di sviluppo (MDB) e dei partner di sviluppo per elaborare e attuare strategie volte a elevare gli standard minerari globali tra i membri del G7 e i partner che condividono gli stessi principi, nonché nei paesi in via di sviluppo. Tali sforzi rafforzeranno la diversificazione, la resilienza, la sicurezza e l’affidabilità delle catene di approvvigionamento dei minerali critici in tutto il mondo, anche attraverso approcci di approvvigionamento basati sulla qualità e pratiche minerarie sostenibili. Essi incarnano il nostro approccio rinnovato ai partenariati internazionali. Per garantire un maggiore impatto, incarichiamo le istituzioni finanziarie per lo sviluppo (DFI) del G7 e le agenzie di credito all’esportazione di rafforzare il coordinamento e la collaborazione in materia di minerali critici e infrastrutture abilitanti, anche con il settore privato. Strutturazione del mercato Riconosciamo inoltre che garantire la sostenibilità a lungo termine di capacità di approvvigionamento diversificate richiede un contesto di mercato adeguato e una più stretta cooperazione con partner affidabili, anche attraverso accordi commerciali plurilaterali. A questo proposito, intendiamo continuare a discutere la fattibilità e lo sviluppo di politiche e meccanismi necessari a garantire la resilienza e la diversificazione delle catene di approvvigionamento, in modo coordinato ove pertinente. Tali politiche e meccanismi possono includere, se del caso, criteri di resilienza, approcci basati su standard, meccanismi di trasparenza e tracciabilità. Continuiamo inoltre a valutare misure sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta, quali requisiti di diversificazione, meccanismi di stabilizzazione dei ricavi — compresi i sussidi per il differenziale di prezzo —, strumenti di appalto congiunto e strumenti commerciali quali quote e prezzi minimi. Tali misure dovrebbero tenere conto di fattori quali la loro efficacia e i potenziali impatti sulla competitività, sulle finanze pubbliche, sulle condizioni macroeconomiche in generale e, in particolare, sui settori a medio e a valle, nonché dei costi dell’inazione. Trasparenza e tracciabilità Riconosciamo l’importanza di solidi quadri di riferimento in materia di trasparenza e tracciabilità per garantire la sicurezza della catena di approvvigionamento e il rispetto di standard elevati in contesti di mercato resilienti, nonché per contrastare il traffico illegale di minerali critici. Riconoscendo il lavoro in corso da parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), ci impegniamo a lavorare per istituire meccanismi armonizzati e interoperabili, in linea con i nostri interessi, che garantiscano la tracciabilità e la trasparenza riguardo all’origine dei minerali critici. Si partirebbe da due minerali critici pilota – il litio e il nichel – con l’obiettivo di evitare di compromettere la competitività o di imporre oneri di costo eccessivi. Cercheremo di estendere il progetto pilota a cinque nuovi minerali critici ogni anno, con particolare attenzione alle terre rare. Lavoreremo per migliorare la trasparenza delle informazioni relative ai mercati globali delle materie prime e alle catene di approvvigionamento, anche attraverso lo sviluppo, lo scambio volontario e riservato e la pubblicazione di strumenti analitici condivisi, indicatori di mercato e una maggiore visibilità su prezzi, offerta, domanda e capacità di lavorazione. Riconosciamo il ruolo indispensabile dei dati nel sostenere questo lavoro. Per raggiungere tali obiettivi, ci impegniamo a collaborare attraverso la piattaforma indicata di seguito, che coordina il lavoro e le capacità esistenti in seno all’OCSE e al Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE, anche nell’ambito di un dialogo strutturato con le imprese. Cercheremo di promuovere condizioni di parità nell’estrazione dei minerali critici, allineando le pratiche agli standard lavorativi riconosciuti a livello internazionale e incoraggiando un’azione coordinata per affrontare i rischi sistemici legati al lavoro forzato, in conformità con il «G7 Toolkit for Standards-Based Criteria to Identify Risks of Forced Labour in the Extraction of Critical Minerals» (Strumentario del G7 per criteri basati su standard volti a identificare i rischi di lavoro forzato nell’estrazione dei minerali critici), adottato nel giugno 2026. Costituzione di scorte Riconosciamo il ruolo essenziale che la costituzione di scorte può svolgere nel migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento e la stabilità del mercato. Ci impegniamo a sviluppare e potenziare le capacità nazionali di costituzione di scorte di minerali critici nel settore industriale o in quello pubblico, ove opportuno per le nostre rispettive economie, il commercio e la sicurezza nazionale e collettiva, anche attraverso le iniziative esistenti. Conveniamo di scambiare informazioni sui sistemi di stoccaggio, sulle migliori pratiche e metodologie, nonché sui meccanismi di approvvigionamento e di rilascio, in particolare attraverso il Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE e avvalendoci delle competenze di istituzioni e iniziative pertinenti, quali l’Organizzazione giapponese per la sicurezza dei metalli e dell’energia (JOGMEC). Intendiamo avvalerci dei meccanismi di stoccaggio per sostenere la diversificazione delle catene di approvvigionamento dei minerali critici, anche nelle economie partner ed emergenti. 4 Per facilitare l’anticipazione e la gestione delle crisi di approvvigionamento e per prevenire l’instabilità dei prezzi, ci impegniamo a istituire un meccanismo di cooperazione congiunta con l’ausilio dell’AIE e della sua piattaforma di dati. Tale meccanismo ci consentirebbe di condividere, quando necessario, con i membri del G7 e i paesi che condividono i nostri stessi principi, dati e segnalazioni su future tensioni di mercato o interruzioni dell’offerta o della domanda. Riciclaggio Convinti che l’economia circolare e la sostituzione siano fondamentali per far fronte alla crescente domanda di minerali critici e per garantirne l’approvvigionamento, contribuendo al contempo a mitigare gli impatti ambientali, riconosciamo l’importanza di promuovere la progettazione efficiente, il riutilizzo, la riparazione e la rigenerazione di prodotti e componenti ricchi di minerali critici. Ci impegneremo a promuovere il riciclaggio dei minerali critici sostenendo sia l’offerta che la domanda di minerali critici riciclati e a creare mercati delle materie prime secondarie efficienti e competitivi, attraverso incentivi economici e normativi quali i requisiti relativi al contenuto riciclato. Inoltre, promuoviamo il recupero da fonti alternative e secondarie, quali il ritrattamento dei rifiuti minerari e degli sterili, per i minerali critici residui e gli elementi associati derivati dalla produzione, riconoscendo al contempo i benefici del commercio di materiali riciclabili tra partner fidati e delle innovazioni tecnologiche volte a rafforzare il riciclaggio. Chiediamo una collaborazione continua in materia di innovazione attraverso la Conferenza sui minerali e i materiali critici. Intendiamo aumentare e potenziare la capacità di raccolta e riciclaggio del G7 per evitare la fuga di prodotti di valore e a fine vita contenenti materie prime critiche e per contrastare più efficacemente il trasferimento illegale di rifiuti ricchi di minerali critici, migliorandone la tracciabilità e l’applicazione delle leggi e dei quadri normativi internazionali pertinenti. Riconosciamo che la tracciabilità digitale e i sistemi di responsabilità estesa del produttore per i prodotti manifatturieri sono strumenti efficaci per contribuire al raggiungimento di questi obiettivi di sviluppo di un’economia circolare per i minerali critici. Riconosciamo inoltre l’opportunità per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo di trarre vantaggio dalla creazione di valore aggiunto attraverso il riciclaggio e la lavorazione secondaria dei propri rifiuti minerari, nonché dalle innovazioni nell’ambito dell’economia circolare. Puntiamo ad aumentare notevolmente i tassi di riciclaggio delle materie prime critiche, con l’impegno di monitorare e valutare i progressi compiuti. Lavoreremo per raggiungere, entro la fine dell’anno, obiettivi di riciclaggio per determinati minerali critici o loro derivati. Il nostro obiettivo è aumentare la nostra capacità collettiva di riciclaggio, in modo da poter coprire una quota significativa del consumo annuale dei membri del G7 entro la fine del 2030. Alleanza per la resilienza e la produzione di minerali critici Per raggiungere questi obiettivi e garantire il coordinamento a lungo termine dei nostri sforzi, istituiamo un’Alleanza non vincolante del G7 per la resilienza e la produzione di minerali critici, i cui termini sono allegati alla presente dichiarazione. Questa iniziativa si basa sull’attuale Alleanza per la produzione di minerali critici e sarà aperta a partner che condividono gli stessi principi, previa approvazione dei paesi partecipanti. L’Alleanza fornisce una piattaforma completa per la cooperazione all’interno del G7 e con i paesi partner al fine di rafforzare la diversificazione e la resilienza delle catene del valore dei minerali critici e razionalizzare le iniziative esistenti in materia di materie prime critiche. 5 Per sostenere l’attuazione dell’Alleanza per la resilienza e la produzione di minerali critici, una piattaforma del G7 per la cooperazione sui minerali critici, operante sotto l’egida del G7 e degli altri membri della piattaforma, faciliterà il dibattito, sosterrà il processo decisionale basato sui dati e promuoverà il coordinamento tra i membri. La piattaforma consulterà, come riterrà opportuno, il Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE e l’OCSE, al fine di fornire valutazioni analitiche e basate sui dati sugli sviluppi del mercato e sulle vulnerabilità della catena di approvvigionamento, facilitare la condivisione di informazioni sulle scorte, condurre esercitazioni di emergenza e monitorare i
progressi relativi agli impegni in materia di finanziamento, diversificazione e trasparenza. Chiediamo all’AIE e all’OCSE di fornire dati, in linea con le loro competenze, che consentano ai membri di individuare e ricevere segnalazioni tempestive di distorsioni del mercato e di pianificare risposte coordinate. La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner. DICHIARAZIONE DEI LEADER PER UNA CRESCITA PIÙ EQUILIBRATA, DURATURA E RESILIENTE
Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno a favore della cooperazione multilaterale per promuovere la crescita economica, la resilienza e lo sviluppo, al fine di garantire una prosperità condivisa. A tal fine, intendiamo affrontare le esigenze e i rischi dell’economia globale e rafforzare il dialogo con i partner internazionali. Anche i paesi partner del G7, Egitto, Kenya e Repubblica di Corea, sostengono la presente dichiarazione.
Economia globale
Sebbene l’economia globale debba già affrontare gli effetti persistenti di shock preesistenti e cambiamenti strutturali che incidono sul commercio e sugli investimenti globali, riconosciamo che l’incertezza economica globale ha accentuato i rischi per la crescita. Le pressioni sulle catene di approvvigionamento dell’energia, dei fattori di produzione agricoli e dei fertilizzanti sono aumentate, con ripercussioni su industrie, agricoltori e famiglie in tutto il mondo, in particolare nei paesi più vulnerabili. Riconosciamo che un rapido ritorno al transito libero e sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, senza alcuna forma di imposizione di oneri, e una risoluzione duratura del conflitto sono indispensabili per mitigare questi impatti negativi e sostenere una crescita globale più equilibrata, duratura e resiliente. Sottolineiamo l’importanza di un accesso all’energia a prezzi accessibili e ribadiamo il nostro impegno a favore di mercati dell’energia e delle altre materie prime ben funzionanti, stabili e trasparenti. Esortiamo tutti i paesi a evitare restrizioni arbitrarie alle esportazioni e sottolineiamo l’importanza di flussi commerciali sicuri. In particolare, sottolineiamo l’importanza del commercio energetico nella situazione attuale. Collaboreremo all’elaborazione di misure politiche che dovrebbero essere temporanee, mirate e fiscalmente responsabili. In prospettiva, questi sviluppi evidenziano l’importanza di rafforzare la resilienza delle nostre economie attraverso catene di approvvigionamento diversificate e affidabili e sistemi energetici efficienti. Riconosciamo l’importanza di collaborare attraverso le organizzazioni internazionali competenti, quali l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), di un stretto coordinamento tra paesi produttori e consumatori, nonché della cooperazione con i paesi interessati, anche attraverso il Partenariato per un’ampia resilienza energetica e delle risorse in Asia (POWERR Asia), al fine di rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento e anche in vista di salvaguardare la stabilità economica e dei prezzi. Al fine di rafforzare la gestione delle crisi e mitigarne l’impatto, il che potrebbe contribuire a stabilizzare i mercati energetici, incoraggiamo i paesi importatori di petrolio a istituire sistemi di riserve petrolifere sufficienti ed efficaci, in linea con il requisito di stoccaggio di 90 giorni dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), evitando al contempo effetti prociclici. Ribadiamo inoltre i nostri attuali impegni del G7 in materia di tassi di cambio. Prendiamo atto del crescente riconoscimento, tra i membri dell’Organizzazione mondiale del commercio, della necessità di migliorare la capacità dell’organizzazione di rispondere alle realtà commerciali contemporanee e agli interessi dei membri. Chiediamo che si svolgano discussioni costruttive per promuovere una sua riforma significativa. Ci impegniamo a collaborare per conseguire una crescita equilibrata e duratura che sostenga la nostra sicurezza e resilienza economica e crei benefici per tutti i nostri cittadini. Ribadiamo le nostre preoccupazioni condivise riguardo alle politiche e alle pratiche non di mercato (NMPP) e ai loro impatti negativi, tra cui le persistenti distorsioni del mercato, l’eccesso di capacità strutturale a livello globale e i conseguenti squilibri, le ricadute negative sui mercati globali, regionali e nazionali e le crescenti dipendenze economiche. Ribadiamo che catene di approvvigionamento resilienti e affidabili sono essenziali per la sicurezza economica. Continueremo ad approfondire gli scambi per identificare le vulnerabilità che interessano i settori strategici, comprese le tecnologie critiche, al fine di ridurre le dipendenze eccessive, migliorare la sicurezza e la resilienza delle catene di approvvigionamento e affrontare il rischio di fuga di tecnologie. Riconosciamo l’importanza di coinvolgere paesi al di fuori del G7, comprese le economie emergenti e in via di sviluppo, al fine di ampliare la consapevolezza degli effetti negativi delle NMPP e sostenere risposte informate ed efficaci. Chiediamo il rafforzamento degli sforzi delle istituzioni finanziarie internazionali, tra cui il Fondo Monetario Internazionale e le banche multilaterali di sviluppo, e sottolineiamo l’importanza della preparazione, della mitigazione e della gestione delle crisi. Ci impegniamo a promuovere la stabilità macroeconomica, anche garantendo che il sistema monetario e finanziario internazionale rimanga resiliente, efficace e ben adattato all’economia globale in evoluzione. Alla luce del rapido progresso delle capacità dei modelli di intelligenza artificiale di frontiera, chiediamo ai nostri ministri delle finanze e ai governatori delle banche centrali, in coordinamento con le autorità di vigilanza finanziaria e i rappresentanti delle istituzioni finanziarie globali e delle aziende tecnologiche, di approfondire la discussione sulle opportunità emergenti e sui potenziali rischi derivanti dall’intelligenza artificiale, anche nel settore finanziario, tenendo conto delle implicazioni per la produttività e i mercati del lavoro. Chiediamo inoltre al gruppo di esperti del G7 in materia di sicurezza informatica di potenziare, se del caso, la condivisione delle informazioni e di individuare le migliori pratiche, alla luce dei recenti sviluppi relativi ai modelli di intelligenza artificiale all’avanguardia. Incoraggiamo inoltre un ulteriore dialogo tra le agenzie di sicurezza informatica e le istituzioni competenti nell’ambito dei gruppi esistenti del G7. Intendiamo proseguire i nostri sforzi per sostenere la preparazione del nostro sistema finanziario ai rischi e alle opportunità associati alle tecnologie quantistiche, in linea con la relazione del Gruppo di lavoro sulle tecnologie quantistiche (QTWG) delle banche centrali del G7, e restiamo impegnati a garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento quantistiche. Raggiungere una crescita globale equilibrata e duratura attraverso la riduzione degli squilibri globali. Notiamo con preoccupazione che gli squilibri globali sono stati persistenti e si sono ampliati negli ultimi anni, creando rischi per il nostro obiettivo comune di crescita globale equilibrata e stabilità finanziaria. Dalla nostra ultima riunione a Kananaskis, i nostri ministri delle finanze, insieme ai governatori delle banche centrali, hanno avviato lavori per valutare i fattori che li determinano e i rischi che generano, nonché per sviluppare opzioni per affrontarli. Riconosciamo gli sforzi compiuti dal Fondo Monetario Internazionale — anche attraverso la sua attività di ricerca, consulenza politica e sorveglianza — dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dal G20 e dal Gruppo di esperti accademici del G7 della Presidenza francese, volti ad approfondire la nostra comprensione dei fattori determinanti, dei principali responsabili e dei rischi legati agli squilibri crescenti e persistenti, a fornire scenari di adeguamento e a formulare raccomandazioni politiche per promuovere il riequilibrio. Gli squilibri globali possono avere ripercussioni economiche negative, specialmente sui paesi più poveri, sebbene la maggior parte di essi non contribuisca a tali squilibri. Riconosciamo inoltre l’importanza di un’azione coordinata per ridurre gli squilibri globali crescenti e persistenti. La riduzione degli squilibri globali potrebbe facilitare il raggiungimento di una crescita più duratura ed equilibrata. Gli squilibri globali delle partite correnti derivano in gran parte dalle dinamiche sottostanti di risparmio e investimento. Possono inoltre essere determinati dai modelli di crescita nazionali, quali politiche e pratiche non di mercato, nonché dalle politiche settoriali e fiscali. Confermiamo la necessità di affrontare questi squilibri ingenti e persistenti, il che è di interesse comune sia per le economie in surplus che per quelle in deficit. In questo contesto, puntiamo a politiche specifiche che promuovano una crescita equilibrata e la stabilità macroeconomica e incoraggiamo altri paesi a fare altrettanto. Ritardare il riequilibrio attraverso adeguate azioni nazionali rischia di alimentare ulteriormente le tensioni commerciali e potrebbe portare a una correzione disordinata. Su questo fronte, sarebbe auspicabile un’azione coordinata. I paesi con surplus esterni ingenti e persistenti dovrebbero rafforzare le fonti interne di crescita. A seconda delle circostanze nazionali, tali politiche di crescita potrebbero includere l’eliminazione dei vincoli alla crescita della domanda privata; il miglioramento delle reti di sicurezza sociale; l’evitare politiche distorsive con ricadute negative su altri paesi; la rimozione degli ostacoli a una maggiore produttività; e l’aumento degli investimenti. I paesi con disavanzi esterni ingenti e persistenti dovrebbero adottare politiche che includano il sostegno al risparmio interno e al risanamento fiscale. Tali azioni contribuirebbero a realizzare una crescita globale equilibrata e duratura. Chiediamo un ulteriore rafforzamento della sorveglianza in corso sugli squilibri esterni nell’ambito del quadro di sorveglianza bilaterale e multilaterale del Fondo Monetario Internazionale, ponendo maggiore enfasi su scenari prospettici e valutando gli impatti su tutte le economie, in particolare sui mercati emergenti e sulle economie in via di sviluppo. Chiediamo inoltre al Fondo Monetario Internazionale e all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico di monitorare e riferire in merito al contributo delle traiettorie delle politiche interne delle principali economie agli squilibri globali, in linea con le rispettive competenze. Accogliamo con favore il Vertice sulla Convergenza Globale per la Crescita che si è tenuto l’11 giugno 2026. Riaffermiamo il nostro interesse comune a raggiungere una convergenza con altre grandi economie sulle cause degli squilibri globali di ampia portata e persistenti e sulla necessità di affrontarli. Proseguiremo questi sforzi nell’ambito del G20 durante l’anno di presidenza degli Stati Uniti e in altre sedi pertinenti. La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, arricchita da produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.
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Ed è proprio quello che ha fatto per molti decenni. Ma dal 2022 il potere un tempo tanto decantato dell’Impero fuorilegge degli Stati Uniti si è lentamente rivelato ben lontano dalle aspettative, con alcuni che ne prevedono il declino. Mao osservò notoriamente che l’Impero era una tigre di carta molti decenni fa. Nel recente episodio di Dragon TV di This is China, i noti accademici cinesi Zhang Weiwei e Fan Yongpeng hanno discusso della realtà di molte nazioni che sopravvalutano la capacità e il potere della NATO e del suo membro principale, l’Impero statunitense, compreso l’Impero stesso. Questa analisi dal punto di vista della Cina fornisce una visione d’insieme della situazione attuale. Altri commenti dopo la trascrizione:
Da sinistra a destra: Fan Yongpeng, Zhang Weiwei, il moderatore He Jie
Nel panorama internazionale in rapida evoluzione di oggi, capire correttamente gli Stati Uniti e il ruolo che rivestono sulla scena mondiale è diventata una questione importante per molti paesi.
L’8 giugno, nel corso della trasmissione “This Is China” di Dragon TV, il professor Zhang Weiwei, preside dell’Istituto di studi sulla Cina dell’Università di Fudan, e il professor Fan Yongpeng, vicedirettore dell’Istituto di studi cinesi dell’Università di Fudan, hanno affrontato questo argomento e hanno analizzato il ruolo degli Stati Uniti nel contesto dei cambiamenti globali.
Zhang Weiwei ha tenuto un discorso
Dallo scoppio della guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, sempre più fatti stanno confermando una verità: sopravvalutare la forza degli Stati Uniti avrà un prezzo molto alto.
Concentriamoci innanzitutto sugli Stati Uniti stessi. La stessa amministrazione Trump ha sopravvalutato la forza dell’America e ne ha pagato un prezzo molto alto. Il «Rapporto sulla strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti», pubblicato alla fine dello scorso anno, è stato descritto come «un atteggiamento da bullo nei confronti dei deboli e di timoroso nei confronti dei forti». Di fronte a grandi potenze come la Cina e la Russia, non osa agire avventatamente. Ma nei confronti dei paesi diversi da Israele, è sempre pronta a fare il prepotente.
Trump voleva mantenere l’egemonia globale degli Stati Uniti, già vacillante, al minor costo possibile, il che ha portato al rapimento illegale del presidente venezuelano Maduro all’inizio di quest’anno. La nostra valutazione dell’evento all’epoca era stata «vittoria tattica, fallimento strategico». Ma Trump si era comunque montato la testa. Sebbene fosse diffidente nei confronti di Cina e Russia, riteneva che, se gli Stati Uniti avessero affrontato l’Iran, che era stato sottoposto a sanzioni da parte degli Stati Uniti per quasi 50 anni, la forza militare statunitense sarebbe stata comunque più che sufficiente.
Tuttavia, la realtà ha sferrato agli Stati Uniti uno schiaffo sonoro. Gli Stati Uniti e Israele hanno provocato il conflitto con l’Iran e, dopo incessanti bombardamenti e l’uccisione di leader iraniani e di molti civili, hanno dovuto affrontare una feroce resistenza da parte dell’esercito e della popolazione iraniana. Sebbene l’Iran abbia subito pesanti perdite, ha anche lasciato gli Stati Uniti malconci e provati. Trump è ossessionato dal salvare la faccia e dal manipolare gli “studi sulla vittoria”, ma è inutile; il mondo intero sa chi sono i veri vincitori. La vera natura della “tigre di carta” dell’impero americano è stata pienamente smascherata. La situazione negli Stati Uniti si è evoluta fino a questo punto per molteplici ragioni.
In primo luogo, le capacità di combattimento delle forze armate statunitensi sono molto deboli. I caccia sono stati ripetutamente sconfitti e abbattuti, il mito della superiorità aerea viene costantemente smentito, gli incidenti alle navi da guerra si sono verificati frequentemente e le forze armate statunitensi sono cadute nel dilemma di «non potersi permettere né di combattere né di resistere». Alla fine, è stato necessario annunciare che “le operazioni militari contro l’Iran sono terminate”, ma l’Iran non lo ha riconosciuto.
In secondo luogo, le conseguenze della deindustrializzazione negli Stati Uniti stanno emergendo in modo massiccio. La capacità produttiva militare è gravemente compromessa, mentre le riserve di munizioni e la capacità di combattimento prolungato sono in crisi. Prendiamo ad esempio il missile da crociera Tomahawk statunitense: la produzione annuale è di sole 250 unità e, al ritmo attuale, ci vorranno almeno quattro anni per ricostituire completamente le scorte. I missili intercettori di difesa aerea THAAD vengono prodotti in meno di cento unità all’anno, con un consumo sul campo di battaglia che supera le 300 unità, e il rifornimento è ancora lontano. La capacità degli Stati Uniti di vincere contemporaneamente due guerre su larga scala a livello globale è diventata una “fantasia”.
In terzo luogo, il crollo del sistema di alleanze. Questa volta, nessun alleato degli Stati Uniti ha risposto all’iniziativa statunitense di scortare congiuntamente lo Stretto di Hormuz, lasciando gli Stati Uniti completamente soli.
In quarto luogo, gli Stati Uniti non hanno alcun potere di modificare il controllo dell’Iran sullo Stretto di Ormuz. Ciò ha reso irreversibile la profonda riorganizzazione del panorama energetico globale e dell’ordine geopolitico. L’ordine unipolare guidato dagli Stati Uniti e il petrodollaro stanno rapidamente crollando.
Torniamo a parlare dell’Iran. Un tempo in Iran c’erano molti sostenitori della politica di appeasement che sopravvalutavano la forza degli Stati Uniti e sottovalutavano il proprio potere, e di fronte alle sanzioni e all’aggressione degli Stati Uniti, non osavano sferrare il contrattacco più risoluto. Vogliono negoziare in cambio di concessioni da parte degli Stati Uniti.
Tuttavia, la logica egemonica degli Stati Uniti ha sempre cercato di spingersi oltre i propri limiti. I suoi incessanti bombardamenti e le sue azioni di sterminio hanno lasciato l’Iran senza via d’uscita, costringendolo a combattere con le spalle al muro e a sollevarsi in segno di resistenza. Le atrocità commesse dagli Stati Uniti e da Israele hanno unito il popolo iraniano in una lotta disperata, e gli Stati Uniti hanno anche “ottenuto ciò che volevano”. L’Iran ha inflitto pesanti perdite all’esercito statunitense attraverso droni a basso costo, missili balistici a medio e corto raggio e altre “armi asimmetriche”.
Anche il destino dei paesi del Golfo, anch’essi “protetti” dagli Stati Uniti, è profondamente deplorevole. Per decenni questi paesi hanno sopravvalutato gli Stati Uniti. Alla ricerca delle cosiddette garanzie di sicurezza, hanno pagato agli Stati Uniti “canoni di protezione” astronomici, aprendo le loro porte affinché gli Stati Uniti potessero stabilire basi militari, pensando che ciò avrebbe garantito loro tranquillità ed evitato conflitti.
Ma alla fine, non solo non hanno ottenuto la sicurezza assoluta promessa dagli Stati Uniti, ma sono invece diventati il «campo di battaglia principale» del conflitto tra Stati Uniti e Iran. L’ordine regionale è crollato, la filiera energetica ha subito un rallentamento, l’economia commerciale e turistica ha subito una battuta d’arresto e l’ambiente un tempo prospero e stabile è giunto al termine.
Le stesse aziende high-tech americane non sono sfuggite al prezzo da pagare per aver sopravvalutato la forza degli Stati Uniti. Hanno a lungo riposto fiducia cieca nelle barriere di sicurezza delle basi militari statunitensi, concentrate in Medio Oriente, e hanno esteso le loro catene industriali, costruendo data center cloud AWS su larga scala, fabbriche di elettronica di precisione e basi di ricerca e sviluppo all’estero nei paesi del Golfo. Tuttavia, dopo lo scoppio di questo conflitto, queste strutture sono diventate gli obiettivi principali dei contrattacchi dell’Iran. Diversi data center di Amazon in Medio Oriente sono stati direttamente distrutti, le attività principali sono state paralizzate e i loro ingenti investimenti all’estero sono andati sprecati.
Possiamo anche considerare il prezzo che l’India ha pagato per aver sopravvalutato la forza degli Stati Uniti. Di fronte al disastro umanitario a Gaza, la comunità internazionale ha in generale condannato con forza le atrocità commesse da Israele. Tuttavia, l’India, alla ricerca di vantaggi geopolitici a breve termine, ha effettuato visite di alto profilo in Israele per approfondire la cooperazione strategica tra i due paesi, sperando di “vincolare” Israele ad allinearsi con gli Stati Uniti in cambio di favori diplomatici e sostegno strategico da parte di Washington. Tuttavia, l’India continua a essere messa da parte da Trump.
L’abbandono della neutralità da parte dell’India e la sua dipendenza dagli Stati Uniti e da Israele le hanno fatto perdere la fiducia del mondo arabo. Oltre l’80% delle importazioni indiane di petrolio greggio e gas naturale proviene dal Medio Oriente. Ora, con l’impennata dei costi energetici, il peggioramento delle condizioni commerciali, il ritiro dei capitali stranieri, il forte deprezzamento della rupia e l’aumento del costo della vita, l’India si trova di fronte a un duplice dilemma: l’isolamento diplomatico e la pressione economica.
In sintesi, ritengo che gli sviluppi verificatisi dallo scoppio del conflitto abbiano ripetutamente dimostrato che sopravvalutare la forza degli Stati Uniti comporta solo un costo doloroso. In quest’epoca di rapidi cambiamenti e trasformazioni senza precedenti, dovremmo renderci conto più chiaramente di questo e attenerci al principio di «ricercare accuratamente la verità nei fatti».
Cercare la verità nei fatti è il segreto del successo della rivoluzione e della costruzione della Cina, nonché la garanzia per l’attuazione di strategie e tattiche corrette, ma «cercare la verità nei fatti in modo approfondito» richiede coraggio. In passato eravamo arretrati; ammettere il nostro arretramento è pragmatico; oggi, sotto molti aspetti, stiamo ottenendo risultati migliori degli Stati Uniti, persino molto migliori, e ammettere tutto questo è altrettanto realistico.
Se guardiamo indietro al periodo a partire dal 2018, gli Stati Uniti hanno deliberatamente scatenato guerre commerciali, guerre tecnologiche, guerre tariffarie e altro ancora. In quasi tutte le principali contese di potere, un numero considerevole di persone nel nostro Paese viene spesso fuorviato dall’aura dell’egemonia americana, al punto da non avere il coraggio di affrontare gli Stati Uniti. Contrastare l’egemonia americana è qualcosa che non oserebbero nemmeno immaginare.
Fortunatamente, il Comitato Centrale del Partito ha adottato una strategia ben ponderata, ha dimostrato una chiara comprensione della situazione generale, ha sostenuto con fermezza la fiducia della Cina e, con il sostegno del popolo cinese, ha affrontato e superato le varie sfide poste dall’egemonismo americano con misure risolute e decisive, creando così un quadro generale delle relazioni esterne a noi estremamente favorevole.
A questo proposito, vorrei menzionare in particolare due eventi recenti. Innanzitutto, il 2 maggio il Ministero del Commercio cinese ha emanato un provvedimento di blocco in risposta alla “giurisdizione a braccio lungo” esercitata dagli Stati Uniti sulla questione iraniana, che ha imposto sanzioni illegali a cinque società cinesi e vietato a qualsiasi impresa o individuo nazionale di “riconoscere, applicare o ottemperare” alle sanzioni illegali statunitensi.
In secondo luogo, il 20 aprile, sette paesi, tra cui Stati Uniti, Giappone e Filippine, hanno sfacciatamente condotto esercitazioni militari su larga scala nel Mar Cinese Meridionale. La Cina ha inviato in mare quel giorno la task force della portaerei Liaoning, seguita dal gruppo di cacciatorpediniere Zunyi (classe 055). Il tonnellaggio complessivo delle nostre navi sfiora le 200.000 tonnellate, pari a tre o quattro volte quello dell’esercitazione militare del G7. Inoltre, durante l’esercitazione, abbiamo lanciato il missile ipersonico YJ-20, noto come “carrier killer”, che ha completamente schiacciato il nemico in termini di potenza di fuoco e assetto. Di conseguenza, l’esercitazione militare delle Sette Nazioni si è trasformata in una farsa autodistruttiva. L’esercitazione, originariamente prevista per 19 giorni, si è conclusa bruscamente in soli 9 giorni.
Questi due eventi dimostrano che le vecchie regole del gioco sono cambiate e che l’era in cui gli Stati Uniti volevano manipolare la Cina e intervenire in modo arbitrario è ormai definitivamente tramontata. In questo contesto, dobbiamo trarre insegnamento dalle esperienze di altri paesi che, sopravvalutando la forza degli Stati Uniti, hanno pagato un prezzo molto alto, e portare avanti con maggiore fiducia e determinazione la grande causa della riunificazione nazionale, nonché le altre iniziative volte al grande risorgimento della nazione cinese.
Continuiamo a sottovalutare strategicamente i nostri avversari, a tenerli in grande considerazione dal punto di vista tattico e ad agire al momento giusto. Bene, questo è tutto ciò che volevo dirvi oggi. Grazie a tutti.
Tavola rotonda
He Jie: Il professor Zhang ha detto di non sopravvalutare gli Stati Uniti. Vorrei chiedere al signor Fan: ritiene che le difficoltà o le sfide che vediamo affrontare da alcuni paesi nel convivere con gli Stati Uniti siano davvero causate da una sopravvalutazione degli Stati Uniti?
Fan Yongpeng: In larga misura, è proprio così. Perché gli Stati Uniti presentano due caratteristiche, che abbracciano l’intera civiltà occidentale. In primo luogo, è una civiltà performativa. Sia nella politica interna che in quella internazionale, eccelle nel presentare un’immagine che potrebbe non corrispondere alla sua vera essenza.
Inoltre, ha una natura ideologica ed eccelle nella promozione del discorso e nella lotta ideologica. Pertanto, il loro controllo globale e il loro lavaggio del cervello sono molto potenti. Ad esempio, nel campo dei media, i media globali in lingua inglese, i media internazionali e le discipline umanistiche e sociali esercitano un’influenza significativa sul pensiero delle persone.
Così questa cosa crea una vasta rete di idee, dando vita a una sorta di forza debole all’interno dell’impero. Sotto questa forza vuota, è come l’alone del sole che ci abbaglia gli occhi; non riusciamo a vedere com’è il sole al suo interno, e così molte persone vengono fuorviate.
In realtà, ritengo che l’azione militare statunitense contro l’Iran questa volta sia stata un grave errore strategico.
È come un maestro di arti marziali ormai anziano, o un impero in declino. È proprio in questi momenti che non si dovrebbe agire con precipitazione, giusto? Se non agissero, tutti continuerebbero a conservare un ricordo del passato. Non appena ha fatto la sua mossa, è stato immediatamente smascherato. Quindi, penso che questa volta, dal conflitto Russia-Ucraina alla guerra USA-Israele-Iraq, per gli Stati Uniti sia stato un processo di continuo sgretolamento del proprio guscio egemonico, che ora si è praticamente completamente sgretolato.
Zhang Weiwei: Il potere duro degli Stati Uniti è chiaramente in declino e in fase di crollo, ma il suo potere morbido beneficia ancora di alcuni “dividendi” accumulati nel tempo. Ad esempio, gli Stati Uniti hanno da tempo infiltrato le discipline umanistiche e le scienze sociali, coltivato agenti in vari paesi, utilizzato una retorica democratica a lungo termine per ingannare le persone e mantenuto l’influenza di Hollywood nel lungo periodo.
Questo fenomeno non riguarda solo una generazione, ma diverse generazioni. Ciò ha portato le popolazioni di quasi tutti i paesi – non solo la Cina, ma anche la Russia, il Sudafrica, l’India e il Brasile – a subire una forte influenza del soft power americano. Per fortuna, però, nell’era di Internet tutto è diventato più veloce.
He Jie: Alcuni paesi hanno mantenuto in passato rapporti relativamente stretti con gli Stati Uniti. Dopo aver sostenuto questi costi, modificheranno rapidamente i loro rapporti con gli Stati Uniti? C’è molto margine di manovra in tal senso?
Fan Yongpeng: L’adeguamento è un processo molto doloroso. Dal nostro punto di vista di cinesi, crediamo che si debba essere indipendenti e autosufficienti. Ma per molti paesi questo potrebbe non essere un obiettivo facile da raggiungere. Soprattutto quei paesi vicini agli Stati Uniti, come quelli dell’America Latina — dove «Dio è troppo lontano, l’America troppo vicina» — si trovano effettivamente di fronte a questo dilemma. Pertanto, molti paesi “fanno da complici” attivamente per seguire l’egemonia americana. Un numero considerevole di paesi è in realtà costretto a fare questa scelta.
Ora si rende conto che, dopo aver manifestato segni di stanchezza e declino, gli Stati Uniti si trovano di fronte a una scelta altrettanto dolorosa. Da un lato, seguire l’egemonia americana porterà inevitabilmente a continue disgrazie. Quando l’egemonia inizia a declinare, chi le è più vicino si trova in maggiore pericolo. Soprattutto i suoi alleati, che potrebbero trovarsi in grave pericolo in futuro. A questo punto, provò un brivido, ma non c’era nulla che potesse fare.
Pertanto, a livello globale, sia che si tratti dei paesi occidentali o di quelli del “Sud del mondo”, ritengo che un buon consiglio sia il seguente: in primo luogo, realizzare gradualmente un “disaccoppiamento” limitato dagli Stati Uniti, per poi allontanarsi dalla loro orbita e perseguire l’autodeterminazione e l’indipendenza. Tuttavia, per alcuni paesi ciò potrebbe non essere realistico, ma quelli che ne hanno la possibilità dovrebbero provarci e poi unirsi in un’alleanza di sostegno reciproco.
I paesi in via di sviluppo, come quelli del Medio Oriente e alcune nazioni europee, hanno istituito nuovi meccanismi di cooperazione tra loro per unirsi e sostenersi a vicenda. Il terzo passo consiste quindi nell’abbracciare con determinazione il futuro. Lo abbiamo ripetuto più volte: chi rappresenta il futuro? Il futuro è la Cina. In questo momento, la Cina sta promuovendo un concetto denominato «grande potenza che favorisce l’emancipazione».
Cosa significa essere una «grande potenza che favorisce lo sviluppo»? Non sto giocando a un gioco «a somma zero» con gli altri; la Cina si è modernizzata e vuole che tutti si modernizzino; la Cina si è liberata dalla povertà e vuole che tutti risolvano i problemi legati alla povertà; quindi la Cina dovrebbe dare slancio allo sviluppo globale e fungere da «peso di zavorra» per la stabilità mondiale.
In questa situazione, vi renderete conto che non facciamo favoritismi nei confronti di altri paesi del mondo; ai nostri occhi, sia i paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo sono partner con cui collaboriamo. L’ordine mondiale a cui aspiriamo sarà sicuramente un ordine mondiale giusto e positivo in futuro. Ritengo quindi che molti paesi dovrebbero ora rendersene conto e iniziare ad avvicinarsi al percorso intrapreso dalla Cina.
He Jie: Sì, ciò che la Cina ha costruito nel mondo è un sistema, un ecosistema. Ognuno può trovare il proprio posto su questa piattaforma e all’interno dell’ecosistema, proprio come hai detto tu, ognuno può realizzare il proprio sviluppo. E il tuo sviluppo può dipendere interamente dalle esigenze del tuo Paese, non da chi vuoi dipendere o da chi ti offre tale opportunità.
Zhang Weiwei: La difficile situazione degli Stati Uniti in Iran ha spinto sempre più paesi ad allontanarsi dall’influenza americana. Ora ci sono molti fatti che lo dimostrano. Ad esempio, l’Arabia Saudita ha chiesto al Pakistan di inviare truppe per proteggerla, non agli Stati Uniti; gli Emirati Arabi Uniti hanno invitato l’aviazione egiziana a stazionare sul loro territorio, non quella statunitense. Si tratta di cambiamenti enormi che in passato erano inimmaginabili. Chiedono alle “potenze medie” del “Sud del mondo” di cercare di bilanciare la situazione; potrebbero incontrare vari potenziali conflitti, ma non gli Stati Uniti.
Inoltre, il petrodollaro si è chiaramente indebolito. Basta guardare alla crescita del petro-yuan: si tratta di un aumento a doppia cifra, mai visto prima. Dietro a tutto questo c’è il fatto che sempre più paesi stanno iniziando a smettere di usare i petrodollari e a utilizzare invece il petro-yuan. Questi numeri non mentono. Inoltre, si può notare che da quando il primo ministro canadese Carney ha iniziato a parlare del concetto di “potenza media”, questo sta davvero iniziando ad avere un impatto. Molte “potenze medie” si stanno orientando verso la Cina.
He Jie: Hai appena detto che in passato non avremmo mai osato immaginarlo, perché la presenza militare statunitense in Medio Oriente è molto forte. Quindi nessuno, tranne gli Stati Uniti, ha mai osato dire nulla. Oltre agli Stati Uniti, c’erano altre opzioni. Ora ci sono altre opzioni e gli Stati Uniti non hanno molte obiezioni. Questo è di per sé un cambiamento importante, giusto?
Zhang Weiwei: Il punto fondamentale è che quasi tutte le basi statunitensi in Medio Oriente sono state distrutte. Ho letto un recente articolo approfondito e dettagliato su The Washington Post, che ha utilizzato oltre un centinaio di immagini satellitari per esaminare l’entità dei danni alle basi militari statunitensi. Il quartier generale della Quinta Flotta statunitense in Bahrein è quasi inutilizzabile, e anche le tre principali basi militari in Kuwait sono quasi inutilizzabili. La conclusione è che se gli Stati Uniti volessero tornare militarmente in Medio Oriente ora, ripristinare le loro capacità pre-conflitto potrebbe costare 50 miliardi.
He Jie: Questi paesi riescono davvero a comprendere gli Stati Uniti in modo più obiettivo solo dopo aver attraversato un periodo di difficoltà. È possibile che io riesca a cogliere la tendenza generale del mondo senza pagare alcun prezzo? Non è piuttosto difficile?
Fan Yongpeng: Alcuni paesi, trovandosi ai margini della civiltà o in punti strategici cruciali, non hanno via di scampo — come l’Iran e l’Ucraina; tuttavia, la maggior parte dei paesi dispone in realtà di ampio margine di manovra. Hai appena detto che avrebbe voluto dire di no, ma ora non può, perché gli manca davvero quella capacità. Uno dei principali problemi degli Stati Uniti, ancora oggi, è la loro stessa arroganza.
Il primo è sopravvalutarsi. Ad esempio, come ho accennato prima, gli americani si costruiscono questa immagine nel mondo e usano metodi diversi dai nostri, noi cinesi. Ciò che spesso trasmettiamo potrebbe essere addirittura inferiore alla nostra reale situazione. Consideriamo l’umiltà una virtù, giusto?
A volte gli Stati Uniti vengono esagerati. Questa tecnica promozionale si è rivelata efficace in determinate fasi storiche ed è riuscita a ingannare molte persone. Qualsiasi metodo che non cerchi la verità nei fatti finirà per ritorcersi contro se stesso. Quindi, negli ultimi anni, il problema più grande dell’America è stato quello di ingannare se stessa.
Qualche giorno fa ho visto qualcuno sui social media americani pubblicare un post davvero brillante. Diceva: «La Cina sta recuperando terreno troppo in fretta — ma quanto è veloce? Quando la Cina “sorpassa”, lo “specchietto retrovisore” degli Stati Uniti non la vede e se ne va. Se gli Stati Uniti se ne rendessero conto, preferirebbero soccombere insieme a te piuttosto che lasciarti superare». Da un lato, ha parlato in modo brillante; dall’altro, non era vero. Perché? Perché gli Stati Uniti vogliono guardare, possono vederlo chiaramente, ma sono così arroganti da rifiutarsi di guardare. Quindi, per gli altri paesi, oggi è la stessa cosa.
Uno dei problemi più gravi a livello mondiale è quello di liberarsi dalle trappole ideologiche tessute dagli Stati Uniti. Credo che per molti paesi del mondo l’unica cosa da fare oggi sia guardare al mondo con realismo, in modo da poter sfuggire all’illusione ideologica americana.
Gli Stati Uniti sono forti all’esterno ma deboli all’interno: basta vedere quanto sia arrogante l’America. L’Iran ha dichiarato che, se qualcuno volesse attaccarci, che si tratti di Israele o degli Stati Uniti, finiremmo per bloccare lo Stretto di Hormuz. Se ne parla da oltre vent’anni, eppure gli Stati Uniti non hanno predisposto alcun piano di emergenza.
Hai detto che i cinesi sono razionali e hanno una visione obiettiva del mondo. In rete circola un detto interessante: molti ragazzi giocano ai videogiochi, e c’è una categoria chiamata NPC, ovvero «personaggi non giocanti». In questo gioco, non è una persona reale, ma è come un personaggio che fa da commerciante, giusto? Tutti combattono con fervore, ma alla fine devono comunque venire da me: per scambiare equipaggiamento, chiedere indicazioni e comprare armi.
Oggigiorno, tra i giovani in rete circola un detto: il mondo è nel caos, e la Cina è come un NPC: tu continui a combattere, ma, qualunque cosa accada, tutti finiscono per rivolgersi a te. La Cina non si lascia mai “trascinare dalla situazione”. Dietro a tutto questo c’è questo modo di pensare e di comprendere il popolo cinese.
Non ci lasciamo prendere la mano facilmente. Abbiamo idee chiare e una strategia ben definita per ogni cosa, quindi, a differenza di alcuni paesi, quando mi lascio prendere la mano, agisco d’impulso. L’esempio più lampante è l’attacco degli Stati Uniti all’Iran, che trovo assolutamente incomprensibile. Penso che, da qualsiasi punto di vista, non ci sia alcun motivo per combattere.
He Jie: È proprio come disse allora il presidente Mao: dopo aver riflettuto per tre giorni e tre notti, non riusciva a capire perché gli indiani avrebbero agito. È lo stesso principio.
Fan Yongpeng:Un attacco all’Iran potrebbe essere motivato da fattori legati a Israele, alla politica interna degli Stati Uniti, alle pressioni fiscali, alle elezioni di medio termine e così via. Tuttavia, dal punto di vista degli interessi generali del Paese, combattere una guerra del genere non farebbe altro che causare danni.
He Jie:Per molto tempo, gli Stati Uniti sono riusciti davvero a farsi guardare con rispetto da molti paesi in tutto il mondo.Ma come hanno fatto gli Stati Uniti a diventare un paese «con una grande reputazione, ma in realtà difficile da eguagliare»?
Fan Yongpeng: In definitiva, si tratta di una questione interna. In primo luogo, la finanziarizzazione interna, lo svuotamento e la virtualizzazione: sono problemi che qualsiasi paese deve affrontare in questa fase. In secondo luogo, la rigidità dell’intero sistema, della società e della cultura. Si tratta di un fenomeno comune nell’invecchiamento della civiltà: tutti sanno che qualcosa non va, ma nessuno può cambiarlo; tutti fingono seriamente di lavorare. In terzo luogo, la struttura di classe all’interno degli Stati Uniti, che in quanto paese capitalista semplicemente non può risolvere. Pertanto, le questioni di classe interne, la disparità di ricchezza e così via negli Stati Uniti porteranno inevitabilmente al degrado sociale e all’intensificarsi dei conflitti interni.
He Jie:Sebbene gli Stati Uniti stiano attualmente affrontando diversi problemi, come possiamo evitare di passare da una sopravvalutazione a una sottovalutazione improvvisa?Non è forse molto pericoloso?
Fan Yongpeng: Dal nostro punto di vista, in qualità di critici e studiosi, non ho bisogno di riflettere troppo su questa questione. Infatti, negli ultimi decenni, questa quantità schiacciante è stata sopravvalutata. Gli errori vanno corretti. La nostra voce ora è un po’ più forte. Dieci anni fa, se in Cina avessi detto che si sopravvalutavano gli Stati Uniti, saresti stato criticato da molti. Quindi penso che non sia ancora il momento di preoccuparsi di una sottovalutazione.
D’altra parte, il nostro Paese non ha mai sottovalutato gli Stati Uniti. Nel discorso che ha tenuto poc’anzi, il professor Zhang ha citato due frasi del presidente Mao: «Strategicamente, disprezza il nemico; tatticamente, valorizza il nemico». Credo che queste due frasi siano universalmente valide. Non importa quanto sia potente l’altra parte, posso guardarti dall’alto in basso strategicamente. Se non ti disprezzo, non avrò il coraggio di combatterti e non riuscirò mai a sconfiggerti.
Ad esempio, durante la Guerra di Resistenza, il Partito Comunista di Yan’an era in grado di prevedere l’inevitabile sconfitta del Giappone: si trattava di una forma di disprezzo strategico. Ma dal punto di vista tattico, indipendentemente dall’entità dei problemi dell’avversario, non possiamo permetterci di abbassare la guardia nemmeno di un millimetro; dal punto di vista tattico, dobbiamo prendere la situazione molto sul serio.
Zhang Weiwei: Vorrei aggiungere una cosa. Nel complesso, credo che essere realistici significhi accettare le cose così come stanno. I propri punti di forza e di debolezza, compresi i nemici e gli avversari, presentano molti aspetti positivi, quindi bisogna imparare da essi con costanza. Questa è sempre stata una qualità molto positiva per noi.
A volte non è sempre possibile dire cose che siano del tutto politicamente corrette, o che siano giuste in ogni situazione. In una situazione e in un momento specifici, questi sono sempre gli aspetti principali della contraddizione principale. Ad esempio, ora, per quanto riguarda come risolvere la questione della riunificazione nazionale, credo che dovremmo essere più sicuri di noi stessi e riconoscere la vera natura della “tigre di carta” americana — agire quando necessario.
La questione è capire cosa costituisca un punto fondamentale e come metterlo in risalto. Per questo dico: agite quando è il momento di agire. Nulla è mai perfetto; sorgeranno sempre problemi imprevisti, ma il popolo cinese capirà, e anche il mondo esterno capirà.
He Jie: Gli Stati Uniti sono ora presenti in Medio Oriente, e questo mette chiaramente in luce la loro difficile situazione e la loro impotenza. Ma si ritireranno dal Medio Oriente per il momento? Probabilmente no. Quale sarà la loro posizione in futuro, e potrebbero rafforzare ulteriormente la loro presenza in Medio Oriente?
Zhang Weiwei: Prima che scoppiassero i disordini o la guerra in Medio Oriente, mi recavo lì ogni anno, partecipando anche al Forum di Doha e ad altri eventi, dove ho avuto modo di intrattenere rapporti piuttosto intensi con alcune figure di spicco dei loro think tank. In primo luogo, sanno che la Cina è già molto forte oggi, quindi alcune persone ti dicono in privato che sanno che la Cina è più forte degli Stati Uniti, ma non possono dirlo pubblicamente. Questa è la situazione difficile dei paesi piccoli; devono mantenere un equilibrio, soprattutto perché non sono sicuri che tu possa davvero aiutarli se dovessero affrontare una crisi, e così via. Allo stesso tempo, lo hanno già percepito. Per quattro o cinque anni consecutivi, hanno detto in privato che gli Stati Uniti si stanno ritirando da questa regione, concentrandosi sulla regione Asia-Pacifico, e non saranno più al nostro fianco. Stanno anche apportando adeguamenti interni.
Fan Yongpeng: Una questione fondamentale alla base di tutto ciò è: su cosa si basava il vostro sistema di alleanze originario per mantenere questi alleati? Prendiamo ad esempio il Medio Oriente. Il rapporto tra gli Stati Uniti e il Medio Oriente, in particolare con l’Arabia Saudita, presenta un fattore strutturale: nel 1971 Nixon annunciò il distacco del dollaro dall’oro e nel 1973 si verificò la crisi petrolifera. Gli Stati Uniti ne hanno approfittato per stabilire una struttura stabile in cui gli Stati Uniti forniscono garanzie di sicurezza e poi utilizzano il dollaro come valuta per il prezzo del petrolio. Questa struttura è effettivamente durata fino ad oggi ed è stata completamente distrutta dalla guerra con l’Iran.
Quindi, dal punto di vista strategico, gli Stati Uniti si sono ritirati dal Medio Oriente, ma dal punto di vista tattico continueranno a essere presenti. In realtà, la situazione è la stessa in Europa e in altre regioni. Storicamente, ciò che veniva offerto all’Europa era in realtà un “ombrello nucleare” e una garanzia di sicurezza, ma oggi molti aspetti di questo sistema sono già venuti meno. Ciò che gli Stati Uniti possono fornire non è più sufficiente a sostenere il loro sistema di alleanze. Infatti, come ho appena menzionato, gli stessi Stati Uniti hanno già iniziato a tramare e ora vi stanno usando come “banchetto”.
A questo punto, è difficile non pensare che sia una scelta volontaria: si tratta di una tendenza storica, e questi paesi finiranno inevitabilmente per allontanarsi dall’orbita degli Stati Uniti. È probabile che gli Stati Uniti concentrino i propri sforzi sull’America Latina. Per i popoli dell’America Latina, quindi, ciò potrebbe rivelarsi un vero e proprio disastro.
Interazione con il pubblico
Destinatari:Il nostro programma cita aziende high-tech dei Paesi del Golfo, dell’India e degli Stati Uniti, che hanno tutte pagato un prezzo elevato per aver sopravvalutato gli Stati Uniti. Queste entità si trovano ad affrontare situazioni diverse: alcune dipendono dalla sicurezza, mentre altre hanno legami economici. Per quanto riguarda gli altri paesi e le altre aziende, come dovrebbero valutare i rischi di sopravvalutazione nella cooperazione con gli Stati Uniti ed evitare di essere influenzati dalle loro oscillazioni strategiche?
Zhang Weiwei: I paesi e le aziende che ho citato in precedenza stanno tutti valutando la situazione e traendo insegnamento da quanto accaduto, e alcuni hanno già intrapreso delle azioni concrete. Ad esempio, la cooperazione militare tra l’Arabia Saudita e il Pakistan si è rafforzata, e anche quella tra gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto è aumentata: questi sono esempi concreti.
Le aziende high-tech – non ho ancora verificato, ma in Medio Oriente, come nel caso di Amazon, sembra che i loro data center siano stati distrutti. Cosa dovrebbero fare? Non ho ancora visto questa analisi; forse è già stata pubblicata, ma io non l’ho vista. Dopo una battuta d’arresto così grave, tutte le parti coinvolte trarranno insegnamento dall’esperienza e adegueranno le proprie politiche.
Fan Yongpeng: In questo mondo, le due categorie di persone che probabilmente sono meno inclini a sopravvalutare gli Stati Uniti sono principalmente due. Credo che una di queste sia quella dei soldati. Ad esempio, nel caso di Taiwan: se in futuro gli Stati Uniti dovessero intervenire militarmente, l’esercito americano non vorrebbe assolutamente farlo. Questo episodio delle truppe statunitensi che hanno bloccato i bagni e bruciato i vestiti durante la guerra in Iran non è una coincidenza. Sapeva benissimo che, sebbene la sua ideologia, i suoi media e la sua influenza fossero così forti, quei soldati sapevano che se fosse scoppiata davvero la guerra, avrebbero rischiato la vita, quindi non si sarebbero lasciati ingannare.
Il secondo tipo è quello dell’imprenditore e dell’investitore di cui parlavi. Queste persone investono denaro reale nel mercato e sono in grado di valutare oggettivamente le tendenze future. Naturalmente, ci saranno sicuramente persone fuorviate da ideologie e valori, e queste persone verranno gradualmente eliminate.
Credo quindi che nelle aziende di livello mondiale, comprese quelle del settore tecnologico e i think tank, tutti abbiano una visione molto chiara delle tendenze future. Tuttavia, alcune persone, in questo momento e nella loro attuale posizione, potrebbero non essere in grado di dirlo apertamente, ma in fondo hanno le idee molto chiare.
Ad esempio, negli Stati Uniti, il governo sta deliberatamente coinvolgendo le aziende e la tecnologia nella propria agenda politica e, compresa la Silicon Valley, tutti vogliono partecipare al gioco strategico degli Stati Uniti, ma in realtà queste persone hanno una mentalità speculativa. A cosa pensano soprattutto oggi questi imprenditori, scienziati e investitori?
Chiunque sarà in grado di garantire un mercato stabile e un sistema normativo prevedibile nel mondo di domani, oltre a tutelare efficacemente i miei diritti e il mio patrimonio, diventerà il leader del mondo futuro. Da questo punto di vista, ritengo che molte delle iniziative intraprese oggi dalla Cina a livello mondiale, compresi i nostri contributi alle istituzioni internazionali e alla cooperazione, siano tutte finalizzate alla futura prosperità e integrazione del mondo. Credo quindi che questi imprenditori e investitori, prima o poi, si renderanno conto che la Cina è nell’interesse dei loro interessi.
ZhangWeiwei: Ecco un altro esempio, dato che io e Yongpeng siamo appena stati a Hong Kong. Nel primo trimestre di quest’anno, la crescita di Hong Kong è stata molto elevata, pari al 5,9%. Una ragione importante è il massiccio afflusso di fondi in cerca di rifugio dal Medio Oriente verso Hong Kong. Questo perché Hong Kong è la capitale mondiale della finanza.
Perché i capitali affluiscono principalmente a Hong Kong piuttosto che a Singapore? In passato, gran parte di essi era diretta a Singapore. Una delle ragioni principali dell’afflusso di “immensa ricchezza” a Hong Kong è che Hong Kong ha alle spalle una madrepatria potente. Anche gli imprenditori, gli uomini d’affari e i ricchi vedono chiaramente come stanno le cose.
Pubblico: Da una prospettiva strategica nazionale, la Cina ha sottovalutato o sopravvalutato la forza complessiva degli Stati Uniti? Oggigiorno, molti utenti del web e mezzi di comunicazione tendono a sminuire gli Stati Uniti. Se la forza complessiva degli Stati Uniti è davvero forte all’esterno ma debole all’interno, perché alleati come il Giappone continuano a seguirli da vicino? Infine, per quanto riguarda Taiwan, quali sono i fattori chiave nel processo cinese di promozione della riunificazione attraverso lo Stretto che vale la pena considerare attualmente?
Zhang Weiwei: I “conservatori” giapponesi come Sanae Takaichi e gli attivisti per l’“indipendenza di Taiwan” come il taiwanese Lai Ching-te hanno una visione e una conoscenza molto limitate. Sono affetti da una paranoia ideologica, che noi definiamo mancanza di ragione.
Gli elementi della “destra” giapponese e quelli a favore dell’“indipendenza di Taiwan” sono la stessa cosa; il loro modo di pensare è estremamente irrazionale. C’è anche una profonda coercizione di interessi dietro le quinte. Potete analizzarlo; esiste senza dubbio. Gli elementi “indipendentisti di Taiwan”, la “destra” giapponese e alcuni gruppi finanziari americani stanno dirottando gli interessi dietro le quinte. In questa situazione, non nutrite troppe speranze. In realtà, non è una cosa negativa. Penso che affrontare gli elementi “indipendentisti di Taiwan” sia esattamente ciò che dovete fare, ed è necessario anche affrontare la “destra” giapponese. Se dovete farlo, dovete farlo. Finché siete sicuri di voi stessi, sono tutte opportunità.
Fan Yongpeng: Ciò è legato alle ambizioni e agli interessi personali di alcuni politici, e persino a determinate crisi. Prendiamo ad esempio Netanyahu: i suoi interessi personali e quelli dei gruppi a lui vicini esercitano un’enorme influenza sulla politica, compreso lo stesso Trump, giusto?
Pertanto, quando analizziamo gli Stati Uniti, dobbiamo considerarli anche a diversi livelli: come nazione, come blocco politico e anche come popolo. Le nostre politiche e strategie nei confronti del mondo, così come le nostre politiche nei confronti degli Stati Uniti, si basano tutte sulla nostra valutazione dell’America e del mondo.
Da questo punto di vista, ritengo che la Cina non sopravvaluti né sottovaluti gli Stati Uniti; ha espresso un giudizio molto razionale e obiettivo. Ciò riguarda il mondo intero: ad esempio, il fatto che siamo un paese socialista e che perseguiamo un mondo più equo e giusto, guidato da principi morali e valori.
D’altra parte, però, abbiamo anche discusso del nostro approccio alla governance mondiale moderna e delle sfide che il sistema mondiale attuale deve affrontare. Non stiamo adottando un approccio dirompente, bensì un approccio riformatore e costruttivo. Perché?
Sappiamo infatti che non si può sottovalutare la forza distruttiva di un paese come gli Stati Uniti nel suo declino, il fallimento della sua egemonia e la forza distruttiva di un’umanità che sta entrando in una nuova fase di guerra e turbolenze. Dobbiamo non solo salvaguardare i risultati raggiunti dallo sviluppo del popolo cinese, ma anche tutelare il benessere delle persone in tutto il mondo. Per questo motivo, la nostra posizione politica è molto serena e razionale.
Da un lato, dobbiamo promuovere il progresso globale; dall’altro, non “imporremo mai la crescita” né interferiremo negli affari interni altrui. Riteniamo da sempre che ogni nazione e ogni paese scelga il proprio percorso di sviluppo. Ma cosa dovremmo fare? Il nostro obiettivo è fornire al mondo il sistema delle forze produttive del futuro e un nuovo sistema di metodi di produzione futuri.
Offriamo un meccanismo di cooperazione internazionale in cui gli interessi delle persone di tutto il mondo possano essere tutelati, mentre le diverse forze innovative, quali le imprese e il capitale, possano trarne i giusti benefici. Stiamo quindi proponendo al mondo l’idea di un futuro quadro globale; desideriamo sinceramente costruire una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.
He Jie: Hai appena detto che molti scherzano sul fatto che la Cina sia come un NPC, un personaggio che compare in ogni gioco ed è molto razionale. In realtà, penso che non si tratti solo di questo personaggio; ciò che forniamo è una piattaforma, forniamo questo tavolo da gioco.
Fan Yongpeng:Ci sta a cuore questo campionato; ci stanno a cuore tutti i giocatori. Tutti possono sopravvivere in modo legittimo, ragionevole e giusto.
Pubblico:La mia domanda è: come valutare la visita di Trump in Cina e il suo impatto sull’attuale fase delle relazioni sino-americane?
Zhang Weiwei: In realtà, il nostro programma è sempre stato molto chiaro riguardo alla posizione nei confronti degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti dipendono dalla Cina molto più di quanto la Cina dipenda dagli Stati Uniti, soprattutto dal punto di vista economico, il che è evidente. Anche se dovessero intraprendere una guerra commerciale, ne uscirebbero sicuramente sconfitti; la guerra dei dazi non potrà continuare e ora nemmeno la guerra tecnologica potrà proseguire.
Questa volta, la sua visita ha senza dubbio un obiettivo principale legato alle elezioni di medio termine. Se Trump dovesse perdere le elezioni di medio termine, perderebbe la maggioranza al Congresso, al Senato o alla Camera. A quel punto potrebbe essere perseguito penalmente, finendo per diventare un “presidente zoppicante” incapace di governare realmente. Si troverebbe in una situazione molto imbarazzante e potrebbe persino subire un procedimento di impeachment. Quindi, per lui, aiutare il proprio elettorato – la “zona agricola”, la “Rust Belt” e così via – e ottenere maggiore sostegno, è stato lo scopo per cui è venuto.
Fan Yongpeng: Questa volta sembra quasi di guardarti esibirti. Lui sta creando ogni sorta di “carte”, emettendo ogni sorta di suoni e poi generando ogni sorta di segnali nel vuoto. Ma guarda noi: siamo piuttosto saldi. Alla fine di aprile, il ministro degli Esteri Wang Yi ha incontrato per la prima volta il segretario al Tesoro statunitense Besent, poi la delegazione del Congresso è venuta a Pechino e a Shanghai, e infine abbiamo annunciato ufficialmente che Trump sarebbe venuto in visita. In realtà, ciò significa che abbiamo una posizione fissa, e io rimango risoluto e imperturbabile.
La civiltà cinese, compresi il nostro Paese e il nostro Partito, è caratterizzata da un forte spirito di cooperazione, che rappresenta un grande punto di forza della civiltà cinese. Infatti, dal punto di vista dello sviluppo della civiltà umana, la cooperazione rappresenta una forma superiore di civiltà. Lo sviluppo di tutte le civiltà umane mira in ultima analisi a raggiungere una qualche forma di cooperazione, sia interna che esterna a livello internazionale. Ecco perché abbiamo questo tipo di mentalità cooperativa.
Finché non sarà il momento giusto, non ho fretta. Quando sarà il momento giusto, ti terrò per mano. Poi, una volta che Trump sarà tornato da questa visita in Cina, potrebbe vacillare o riconsiderare di nuovo il suo carattere. Ma penso che per noi non sia un problema. Perché?
A mio avviso, forse sono troppo ottimista, ma credo che oggi sia giunto il momento per gli Stati Uniti di instaurare un rapporto relativamente stabile con la Cina — e non solo con la Cina, ma anche con la Russia. Il prossimo passo è proprio quello di instaurare un rapporto relativamente stabile. Si può addirittura affermare che, in futuro, sebbene il Giappone e molti altri paesi possano puntare in alto, in realtà, agli occhi della comunità strategica statunitense, essi non saranno presi sul serio.
Gli Stati Uniti del futuro dovranno confrontarsi con il Paese con cui dovranno instaurare relazioni stabili, e quel Paese potrebbe essere la Cina. In una certa misura, c’è anche un altro Paese: la Russia. Un altro motivo è il rapporto speciale con Israele. Gli altri Paesi non rivestono la stessa importanza. Pertanto, questa volta gli Stati Uniti mirano a raggiungere un obiettivo di grande rilevanza: stabilizzare le relazioni con la Cina.
Siamo lieti di assistere a questo sviluppo. Il tempo gioca a nostro favore e, quando la Cina e gli Stati Uniti raggiungono una situazione di stabilità e collaborano, ne traggono beneficio l’umanità intera, noi stessi, nonché sia gli Stati Uniti che la Cina. Nel complesso, quindi, ci troviamo in una situazione relativamente più stabile e serena.
He Jie: Riteniamo effettivamente che al momento sia molto difficile per il governo statunitense e per l’opinione pubblica raggiungere un consenso. L’inasprirsi del confronto tra le due parti non mancherà di accentuare le divisioni all’interno della società, quindi è difficile dire se alla fine si riuscirà a dare vita ad azioni e a una volontà comuni.
Abbiamo sempre affermato che, in questi «cambiamenti senza precedenti da un secolo a questa parte», un elemento di trasformazione davvero fondamentale sono proprio gli Stati Uniti. Oltre ai propri cambiamenti, stanno anche sconvolgendo l’intero ordine mondiale e influenzano le relazioni tra gli altri paesi e loro stessi: questa tensione è in costante mutamento. Quindi penso che questo cambiamento continuerà e noi continueremo a comprenderlo. Grazie a entrambi, grazie al pubblico presente, grazie a tutti. Arrivederci. [Il mio enfasi]
La Cina dinastica, sempre più sicura di sé man mano che il suo potere cresce, ne è una chiara dimostrazione. La “guerra dei 12 giorni” dello scorso anno avrebbe dovuto insegnare alla banda di Trump che non aveva il potere necessario per rovesciare il governo iraniano e ricolonizzare l’Iran. È evidente che tutti gli attori coinvolti in entrambi i crimini contro l’Iran hanno grossolanamente sopravvalutato le proprie capacità e sottovalutato quelle dell’Iran. Le politiche della Cina sono state ben definite e sono agli antipodi rispetto a quelle dell’Impero fuorilegge. La Cina ha attirato molte nazioni sotto la sua bandiera: oltre 140 hanno aderito alle sei principali iniziative globali della Cina e il suo lavoro dietro le quinte per aiutare a ricostruire le relazioni nel Golfo Persico è ben noto. In una recente chiacchierata con Ian Proud, Michael Hudson ha fatto le seguenti osservazioni:
Stiamo assistendo alla fine di un’era, non a un declino, ma a un cambiamento repentino. E questo cambiamento non ha origine dall’esterno: la fine della potenza americana non è stata causata da alcuna guerra civile straniera né da altre guerre contro il dominio americano. La fine è venuta dagli stessi Stati Uniti, nel tentativo di contrapporre i propri interessi di potenza egemone a quelli di ogni altro Paese…
Ogni mossa intrapresa per sfuggire al «declino» degli Stati Uniti si è rivelata il meccanismo che lo ha determinato. Gli Stati Uniti sono entrati in guerra per riaffermare il proprio dominio – e hanno dimostrato di non essere più in grado di dominare… Hanno esercitato quarant’anni di massima pressione per piegare l’Iran, e invece hanno forgiato proprio quell’avversario che ora è la loro nemesi.
Cambiamenti che non si vedevano da 100 anni, come ha affermato Xi Jinping. Il conflitto per eliminare l’egemonia si è intensificato al punto che ora si intravede il risultato giusto. Ma resta ancora molto da fare. Il modo in cui la Cina vede le cose e agisce sta assumendo sempre maggiore importanza. E questo è stato appena annunciato:
Mercoledì mattina l’Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato cinese pubblicherà un libro bianco intitolato “Una governance globale più giusta ed equa: principi, proposte e azioni della Cina”.
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Quando un cessate il fuoco è in realtà una situazione di stallo
Raggiungere un equilibrio con l’Iran è il meglio che gli Stati Uniti possano fare
Hussein Banai
19 giugno 2026
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Palm Beach, in Florida, dicembre 2025 Jonathan Ernst / Reuters
Una situazione di stallo è l’esito diplomatico meno apprezzato. Non risolve nulla, non soddisfa nessuno ed è considerata una vittoria solo dalla parte più debole, per la quale la sopravvivenza è già di per sé un risultato sufficiente. Ma questa è la situazione in cui si è stabilizzata la guerra tra l’Iran e gli Stati Uniti e, dopo 107 giorni di ostilità, quella che entrambe le parti hanno finalmente ufficializzato. Il 17 giugno, Teheran e Washington hanno firmato un accordo che riapre lo Stretto di Ormuz e pone fine al blocco navale americano, senza però fare nulla per risolvere le controversie di fondo tra i due paesi. L’accordo offre a Teheran un vero sollievo: Washington revoca immediatamente le sanzioni sul petrolio iraniano, inizia a sbloccare i fondi iraniani congelati e si impegna a fornire un pacchetto di ricostruzione del valore di almeno 300 miliardi di dollari. Ma ogni questione spinosa riguardante il programma nucleare iraniano, il suo programma missilistico e la sua rete di proxy è stata rinviata a una data indeterminata nel futuro.
Per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, questo non è certo un gran risultato. Quando Trump ha dato il via alla guerra contro l’Iran alla fine di febbraio, aveva promesso agli americani che avrebbe posto fine al programma nucleare del Paese, smantellato le sue capacità missilistiche e forse distrutto la stessa Repubblica Islamica. Ha fallito su tutti i fronti. In realtà, la guerra ha dimostrato che Teheran è più resiliente di quanto molti analisti si aspettassero. Il regime ha resistito a mesi di sofferenze – tra cui l’assassinio di quasi tutta la sua leadership di vertice – ed è uscito indenne. Chiudendo lo Stretto di Hormuz e facendo schizzare alle stelle i prezzi dell’energia, Teheran ha persino dimostrato di disporre di uno strumento con cui esercitare pressioni su altri governi, Washington compresa. L’aumento dei costi del gas, dopotutto, è stato uno dei fattori che hanno spinto Trump a porre fine al conflitto.
Tuttavia, questo risultato non deve necessariamente rappresentare una sconfitta per gli Stati Uniti. Washington ha ottenuto alcuni successi tattici durante la guerra e ha concesso relativamente poco. Nel complesso, l’accordo rappresenta soprattutto un ritorno allo status quo prebellico. Certo, i funzionari americani devono ancora gestire le aspirazioni nucleari dell’Iran, i suoi missili e i suoi alleati. Ma gli Stati Uniti sono stati in grado di farlo negli ultimi 20 anni senza ricorrere al conflitto. Possono farlo ancora una volta.
PROMESSE ECCESSIVE,RISULTATI INFERIORI ALLE ASPETTATIVE
Dal momento in cui hanno iniziato a bombardare l’Iran, gli Stati Uniti si sono messi in una posizione difficile definendo la vittoria in termini massimalisti. Nell’annunciare la guerra, Trump ha dichiarato che Washington non si sarebbe limitata a eliminare il programma nucleare iraniano. Ma avrebbe anche «distrutto i loro missili e raso al suolo la loro industria missilistica». Le truppe americane avrebbero «annientato» la marina iraniana e «garantito che i proxy terroristici del regime non potessero più destabilizzare la regione o il mondo». Ha esortato gli iraniani a scendere in piazza per rovesciare il proprio governo. Il presidente, in altre parole, ha delineato obiettivi straordinariamente ambiziosi.
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Non sorprende che Trump abbia fallito. Gli Stati Uniti e Israele hanno effettivamente eliminato in breve tempo quasi tutti i vertici iraniani, compreso la Guida Suprema Ali Khamenei. Ma Teheran li ha rapidamente sostituiti e ha continuato a combattere. Washington ha affermato di aver in gran parte distrutto la capacità militare-industriale dell’Iran. Ma Teheran ha intensificato i propri attacchi missilistici contro le basi americane nella regione, contro le infrastrutture petrolifere e del gas dei paesi arabi confinanti e contro obiettivi militari e civili all’interno di Israele. Soprattutto, i funzionari iraniani hanno capito che potevano bloccare lo Stretto di Hormuz, creando carenze energetiche in tutto il mondo e mettendo sotto pressione i funzionari statunitensi.
Alla fine, Trump si è piegato alla realtà e ha concordato un cessate il fuoco con l’Iran. Nei primi giorni successivi, le ostilità sono rimaste latenti piuttosto che cessare del tutto, poiché Israele ha concentrato i propri attacchi sulle postazioni di Hezbollah in tutto il Libano, sfidando l’insistenza di Teheran sul fatto che il cessate il fuoco si estendesse anche agli israeliani. Anche le forze armate americane e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane si sono attaccate sporadicamente a vicenda nelle postazioni intorno allo Stretto di Ormuz. Per tutto il tempo, Washington si è rifiutata di fare marcia indietro sulle sue richieste massimaliste nell’ambito dei negoziati di pace. Ben presto, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso al blocco dell’Iran nella speranza di costringerlo a cedere. Ma la pressione si è rivelata nuovamente inefficace e, all’inizio di giugno, la comunità dei servizi segreti statunitensi ha stabilito che il regime avrebbe potuto resistere a tempo indeterminato. All’amministrazione Trump non è rimasta quindi altra scelta che accontentarsi di un accordo che ponesse fine a tutti i combattimenti, al fine di riaprire lo Stretto di Ormuz.
Il presidente ha cercato di presentare il nuovo cessate il fuoco come una vittoria, sostenendo che il continuo isolamento dell’Iran e la sua crescente vulnerabilità agli attacchi americani (gli Stati Uniti hanno infatti indebolito in modo sostanziale le difese iraniane) finiranno per costringere il Paese alla resa. Ma anche Teheran sostiene con forza di aver vinto, e la sua versione della vittoria è sia più semplice sia più in linea con la realtà sul campo. Come sottolineano giustamente i leader iraniani, il regime è sopravvissuto a un bombardamento durato diverse settimane da parte di due avversari più potenti. Ha conservato centinaia di chilogrammi di uranio arricchito e mantiene la capacità di arricchirne altro. Ma soprattutto, ha dimostrato di poter dominare la via di transito più importante al mondo per il petrolio.
Ciò non significa che l’Iran sia improvvisamente diventato una grande potenza o che la Repubblica Islamica abbia superato le sue numerose crisi di legittimità. La sua economia e le sue infrastrutture erano sottoposte a forti pressioni già ben prima della guerra, il che ha portato a massicce proteste a livello nazionale nel mese di gennaio, che il regime è riuscito a sedare solo attraverso una brutale repressione. Ora, la situazione materiale del Paese è notevolmente peggiorata, a causa dei bombardamenti statunitensi e israeliani. Tuttavia, la posizione geopolitica del regime è migliorata proprio mentre la sua situazione interna si è deteriorata. Assumendo il controllo dello Stretto di Hormuz, Teheran ha acquisito una carta negoziale di cui prima non disponeva, che le garantisce maggiore potere contrattuale nei negoziati sulle questioni nucleari e le consente di assicurarsi che Washington non la attacchi ancora una volta.
FARE UN SALTO NEL BUIO
La Repubblica Islamica è esperta nell’arte dello stallo. Dopotutto, da quasi 50 anni si è in parte definita proprio attraverso una competizione senza fine con Washington. Così facendo, ha imparato a tollerare una notevole pressione da parte degli Stati Uniti. Di fatto, il regime ha cercato attivamente di mantenere i rapporti con gli Stati Uniti in uno squilibrio sgradevole, assicurandosi che non ci fossero né progressi eccessivi (che avrebbero compromesso l’impegno rivoluzionario del regime nell’opporsi a Washington) né tensioni eccessive (che avrebbero potuto sfociare in un’invasione su vasta scala). Gli Stati Uniti, al contrario, non si sono mai sentiti a proprio agio con queste condizioni. I funzionari statunitensi chiedono da tempo che l’Iran ridimensioni il proprio programma nucleare, smantelli il proprio arsenale missilistico ed elimini la propria rete di proxy — obiettivi tutti irraggiungibili se le due parti rimangono in una situazione di stallo.
Questa asimmetria rende lo stallo molto più difficile da accettare per Washington che per Teheran. Gli Stati Uniti non possono semplicemente tollerare il dominio regionale dell’Iran, sia che esso venga esercitato attraverso le reti sciite in Iraq, Libano, Siria e Yemen, sia che avvenga tramite una deterrenza nucleare. Ma, come hanno chiaramente dimostrato gli ultimi mesi, la guerra non è il modo giusto per fermarlo. Queste preoccupazioni richiedono invece strumenti diversi e più mirati.
Si considerino i missili dell’Iran e i suoi alleati armati. Fortunatamente per Washington, tali questioni suscitano un’intensa opposizione regionale e le minacce che rappresentano possono essere contenute dagli Stati più esposti, vale a dire Israele e le monarchie del Golfo. Israele è in grado di mantenere una deterrenza credibile, mentre le monarchie del Golfo possono rafforzare le proprie difese aeree nel breve termine, perseguendo nel lungo periodo un accordo strategico con Teheran basato su legami economici e culturali. Gli Stati Uniti, dal canto loro, possono potenziare l’assistenza americana in materia di sicurezza a questi paesi nell’ambito di una strategia di contenimento. Ciò consentirebbe a Washington di gestire la situazione di stallo in modo da non gravare sulle risorse statunitensi e quindi non mettere a repentaglio gli interessi americani nella regione.
Un murale in memoria dei leader iraniani assassinati a Teheran, in Iran, giugno 2026 Majid Asgaripour / Reuters
Gli Stati Uniti non possono contare sui propri partner per gestire il programma nucleare iraniano. Tuttavia, dispongono di altri strumenti da utilizzare per affrontare questa minaccia. Teheran potrebbe non accettare mai di rinunciare del tutto all’arricchimento dell’uranio, ma il governo iraniano ha comunque un incentivo a raggiungere un accordo che imponga limiti significativi al proprio programma in cambio di un alleggerimento delle sanzioni di cui ha disperatamente bisogno. Un accordo di questo tipo potrebbe suscitare resistenza tra gli estremisti iraniani, che sono contrari a qualsiasi tipo di compromesso con Washington. Tuttavia, purché l’accordo riconosca il diritto sovrano del regime all’arricchimento dell’uranio, le frange più pragmatiche dell’Iran potrebbero presentarlo come una concessione di grande rilievo strappata a un’amministrazione statunitense intransigente, costretta ad abbandonare la sua richiesta massimalista che l’Iran ponesse fine al proprio programma nucleare una volta per tutte.
I partner arabi del Golfo di Washington appoggerebbero probabilmente un accordo del genere. Essendo stati ormai attaccati direttamente e ripetutamente dall’Iran come rappresaglia per aver ospitato basi statunitensi e avendo subito le conseguenze economiche della chiusura dello stretto, questi paesi hanno tutte le ragioni per preferire un Iran tenuto a bada piuttosto che uno in guerra. Infatti, la maggior parte delle monarchie del Golfo ha spinto attivamente per un allentamento delle tensioni e la ricerca di un accordo. Ma Israele non sarà d’accordo. Quel Paese vede l’Iran come una minaccia esistenziale che deve essere sottomessa con la forza, e ha quindi cercato di impedire il successo dei colloqui di pace. L’esercito israeliano, ad esempio, ha colpito l’area di Beirut il 14 giugno, proprio mentre Teheran e Washington stavano finalizzando il loro accordo. L’Iran, a sua volta, si è preparato a contrattaccare finché i diplomatici americani non hanno promesso di costringere gli israeliani a smettere di attaccare Hezbollah, consentendo così il completamento dell’accordo. Ma Washington dovrebbe aspettarsi che la situazione si ripeta in futuro, compresa la possibilità che Israele tenti di riaccendere la guerra colpendo direttamente gli impianti nucleari iraniani. Per impedire un simile esito, gli Stati Uniti dovranno esercitare la leva di cui dispongono sul proprio alleato – ad esempio, ponendo condizioni alle vendite di armi, ritirando l’assistenza in materia di intelligence e non fornendo più protezione diplomatica. Allo stesso tempo, dovrebbero offrire a Israele garanzie di sicurezza affinché il Paese non senta di dover attaccare l’Iran.
Fare tutto questo non sarà facile, e non solo perché Washington vuole fornire un ampio sostegno al proprio partner israeliano. Ci sono anche molte élite della politica estera americana che semplicemente si rifiutano di ammettere che gli Stati Uniti non possono sconfiggere l’Iran e continuano quindi a considerare l’attuale situazione di stallo come un intervallo prima di riprendere la guerra e ottenere una vittoria definitiva. Eppure la realtà è che l’Iran ha dimostrato di poter resistere a pressioni estreme e di infliggere gravi perdite agli Stati Uniti, anche quando le sue capacità offensive sono gravemente compromesse. Anche se Washington riuscisse a trovare la determinazione necessaria per una prolungata invasione terrestre, questa particolare amministrazione non possiede la visione e la disciplina che un’operazione del genere richiederebbe. Un nuovo conflitto non farebbe altro che esaurire le munizioni e i missili intercettori di Washington, innescare l’inflazione a livello mondiale e mettere alla prova la pazienza dei partner degli Stati Uniti.
È quindi giunto il momento che gli Stati Uniti riconoscano la verità: si trovano in una situazione di stallo. Dovrebbero smettere di riflettere su come sconfiggere definitivamente l’Iran e iniziare a capire come gestire pacificamente un rapporto complesso e conflittuale. Un lavoro del genere non è certo affascinante; i compromessi non lo sono mai. Ma è l’unico modo in cui Washington possa effettivamente tenere a bada Teheran e preservare il potere degli Stati Uniti in Medio Oriente.
Che differenza fa un anno! Lo scorso giugno, all’indomani del primo attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, in Medio Oriente circolava una battuta. Raccontava di un barista che accoglieva nel suo locale un americano, un israeliano e un iraniano, offrendo loro delle birre e dicendo: «Congratulazioni, signori; avete vinto tutti.» Questa volta non è così. Non c’è dubbio che nella seconda guerra contro l’Iran ci sia un solo vincitore: l’Iran. Ci sono anche diversi perdenti, tra cui l’America e Israele.
Non facciamoci illusioni. Una tregua non equivale alla pace. Le questioni chiave sono state rinviate a negoziati futuri, e non vi è alcuna certezza che questi producano risultati, né che eventuali accordi reggano nel tempo. Quello con cui abbiamo a che fare qui e ora non è semplicemente l’ennesimo conflitto mediorientale. Si tratta piuttosto di una parte di una lotta in corso in cui l’egemone globale cerca di invertire le tendenze che stanno ridefinendo l’ordine mondiale. Il Medio Oriente è uno dei teatri di quella che equivale a una guerra mondiale, insieme all’Europa orientale, dove l’Occidente sta cercando di sconfiggere la Russia, e all’Asia orientale, dove gli Stati Uniti e i loro alleati stanno cercando di contenere la Cina.
Questa lotta continuerà. Un nuovo equilibrio è ancora molto lontano e, in futuro, saranno inevitabili nuove battaglie. Tuttavia, le conseguenze anche solo di un cessate il fuoco provvisorio tra gli Stati Uniti e l’Iran sono enormi e di vasta portata.
Soprattutto, l’Iran è emerso da questa guerra come una formidabile potenza regionale. Il fatto che Washington, incapace di schiacciarlo, abbia dovuto cercare una tregua non fa che confermare il rafforzamento dello status dell’Iran e non si parla più di un cambio di regime a Teheran, né di alcuna limitazione al suo arsenale di missili balistici, né dell’eliminazione del programma nucleare del Paese, per non parlare dell’abbandono degli alleati regionali dell’Iran. Questi erano tutti gli obiettivi originari degli Stati Uniti e di Israele e, su tutti questi fronti, gli aggressori hanno subito una clamorosa sconfitta.
Nel breve termine, la riapertura dello Stretto di Ormuz e la revoca del blocco navale statunitense contro l’Iran alleggeriranno la situazione energetica sul mercato globale. Tuttavia, nel lungo termine, il caso di Ormuz ha lanciato un messaggio forte e chiaro: nell’era della transizione dell’ordine mondiale, tutti i punti nevralgici marittimi sono potenzialmente vulnerabili ad azioni ostili. I leader iraniani hanno compreso che la loro capacità di chiudere lo stretto, unita alla riluttanza degli Stati Uniti a rischiare perdite nel tentativo di riaprirlo – il tallone d’Achille di Washington – potrebbe costituire per Teheran un deterrente più potente della stessa capacità nucleare. Nel frattempo, Teheran intende regolamentare il traffico attraverso la via navigabile in collaborazione con l’Oman.
Per quanto riguarda il programma nucleare, Teheran lo porterà sicuramente avanti nell’ambito di qualsiasi futuro accordo globale con Washington, se mai si dovesse effettivamente raggiungere un accordo. La mancata conclusione di un accordo lascerebbe Teheran libera di portare avanti il programma come prima, poiché gli iraniani non consegneranno i propri materiali nucleari a nessuno. Per quanto riguarda la deterrenza nucleare, tuttavia, gli insegnamenti tratti dalla recente guerra sono contrastanti. Da un lato, gli Stati Uniti e Israele probabilmente non avrebbero attaccato un Iran dotato di armi nucleari. Si pensi alla Corea del Nord. D’altro canto, Israele, pur essendo dotato di armi nucleari e pur subendo attacchi con missili balistici iraniani, non ha utilizzato armi nucleari contro l’Iran. E nemmeno gli Stati Uniti. Secondo quanto riferito, l’opzione è stata discussa, ma poi scartata. Pertanto, per l’Iran, la possibilità di chiudere lo Stretto di Hormuz potrebbe rivelarsi più efficace.
Lo sblocco dei beni iraniani detenuti dagli Stati Uniti e la revoca delle sanzioni contro l’Iran diventeranno probabilmente strumenti con cui l’America potrà influenzare il «comportamento di Teheran». Avendo perso la guerra, gli Stati Uniti non lasceranno in pace l’Iran. Potrebbero avere motivo di sperare che le condizioni di pace ammorbidiscano gradualmente la società iraniana, mettano in luce le fratture all’interno dell’élite temporaneamente ricucite dalla guerra e concedano all’America margini di manovra. L’istituzione di un fondo per lo sviluppo delle infrastrutture energetiche e logistiche dell’Iran sembra un ulteriore incentivo per indurre gli iraniani a rientrare nel sistema finanziario occidentale. Per l’Iran, la vittoria in guerra deve essere salvaguardata da politiche interne che rafforzino la stabilità del Paese e migliorino i risultati dell’economia.
La situazione in Libano, tuttavia, potrebbe rappresentare un vero e proprio ostacolo insormontabile. Teheran è riuscita a ottenere il consenso del presidente Donald Trump per includere il fronte libanese nell’accordo. Il primo ministro Benjamin Netanyahu è irremovibile nel sostenere che Israele debba proseguire i propri sforzi per eliminare Hezbollah. La recente ira di Trump nei confronti di Netanyahu riflette qualcosa di molto più importante: una parte significativa della società americana e della classe politica sta perdendo la pazienza con Israele e sta raffreddando i propri rapporti con esso. Ciò avviene sullo sfondo del crescente isolamento internazionale di Israele.
In effetti, Israele è il principale perdente di questa guerra. La sua nuova strategia, volta a eliminare con la forza le minacce su tutti e sette i fronti – da Gaza, dal Libano e dallo Yemen alla Cisgiordania, alla Siria, all’Iraq e, soprattutto, all’Iran – promette “guerre infinite” anziché stabilità e sicurezza. La sua deterrenza nucleare non dichiarata non è riuscita a impedire all’Iran di lanciare missili e droni contro obiettivi israeliani. Nel prossimo futuro, Israele dovrà affrontare un’elezione in cui l’insoddisfazione nei confronti di Netanyahu si scontrerà con l’ampio sostegno alle sue politiche radicali.
Neanche gli Stati arabi del Golfo Persico se la sono cavata bene. La loro dipendenza dalle basi militari statunitensi come garanzia di sicurezza si è rivelata un affare disastroso. Anziché proteggere i Paesi ospitanti, queste basi hanno agito come calamite, attirando gli attacchi di rappresaglia iraniani. L’immagine delle nazioni del Golfo come luoghi sicuri e confortevoli in cui fare affari ha subito un duro colpo. Se queste nazioni vogliono riprendersi, dovranno elaborare una politica di sicurezza migliore rispetto all’allinearsi con il loro protettore fallito.
Comunque sia, la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran rappresenta un evento fondamentale nella transizione del potere globale. L’egemone mondiale in declino e il suo alleato, la principale potenza militare della regione, hanno tentato con tutte le loro forze, senza riuscirci, di invertire la rotta della storia. Hanno perso una battaglia importante, ma questa non è la fine della crisi mondiale.
La firma di un memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran ha suscitato il malcontento di alcuni funzionari del governo israeliano, secondo i quali l’accordo fornirà all’Iran il tempo e i fondi necessari per ricostruire la propria forza militare. Alcuni politici israeliani di estrema destra hanno addirittura affermato che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «non si applica a Israele» e si sono opposti al cessate il fuoco in Libano.
Secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense *The Wall Street Journal* il 18 giugno, l’atteggiamento dei funzionari israeliani ha suscitato l’ira del vicepresidente americano Vance, il quale ha accusato tali funzionari di aver sferrato «attacchi personali» contro il presidente degli Stati Uniti Trump. Nel corso della conferenza stampa tenutasi quel giorno alla Casa Bianca, Vance ha ammonito i funzionari israeliani, sottolineando che gli Stati Uniti sono l’unico alleato forte di Israele e che gli israeliani devono guardare in faccia la realtà.
Dopo la pubblicazione dei termini specifici del memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran, il primo ministro israeliano Netanyahu ha evitato di criticare pubblicamente l’accordo. Tuttavia, funzionari israeliani hanno dichiarato in privato che l’accordo potrebbe aiutare l’Iran a ricostituire le proprie scorte di missili e droni, a sostenere i propri alleati in Libano, Yemen e Iraq, influenzando così l’equilibrio di potere nella regione mediorientale, il che «non va a vantaggio degli interessi degli Stati Uniti e di Israele».
Il ministro della Sicurezza nazionale israeliano di estrema destra, Itamar Ben-Gvir, ha invece espresso il proprio malcontento sui social media, affermando che l’accordo tra Stati Uniti e Iran «non si applica» a Israele: «Israele non è soggetto alla giurisdizione degli Stati Uniti, siamo uno Stato indipendente e sovrano». Ha poi aggiunto di essere grato a Trump, ma che Israele «non è una repubblica delle banane».
Il 18, Vance ha smentito queste affermazioni e, durante una conferenza stampa alla Casa Bianca, ha ricordato a Israele: «Trump è attualmente l’unico capo di Stato al mondo che nutre simpatia per Israele; se facessi parte del governo israeliano, probabilmente non criticherei l’unico potente alleato che abbiamo nel mondo».
Vance ha avvertito che due terzi delle armi difensive di Israele sono di fabbricazione statunitense: «Il problema di Israele non è Trump; qualsiasi israeliano che ritenga che il problema principale sia il presidente degli Stati Uniti dovrebbe rinsavire e rendersi conto della realtà in cui si trova il Paese».
Il vicepresidente degli Stati Uniti Vance Foto IC
Inoltre, il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran è stato messo in discussione da alcuni sostenitori di Trump e repubblicani all’interno degli Stati Uniti, e Vance ha esortato questi critici a fidarsi di Trump. Vance ha affermato: «Lui crede in questo accordo e farà in modo che venga portato a termine. Se l’Iran non dovesse rispettare l’accordo, disponiamo comunque di tutti gli strumenti e le leve necessarie».
Anche il quotidiano statunitense «New York Times» ha pubblicato il 18 un articolo in cui Vance, in un’intervista, ha criticato aspramente Ben-Gvir e altri politici israeliani di estrema destra. Egli ha chiesto: «Cosa avete intenzione di fare, esattamente? Siete un Paese con oltre 9 milioni di abitanti; non potete risolvere tutti i problemi di sicurezza nazionale ricorrendo alla violenza».
Secondo un’analisi del *Wall Street Journal*, le dichiarazioni di Vance riflettono le divergenze sempre più marcate tra Stati Uniti e Israele. L’amministrazione Trump spera di uscire al più presto da questa guerra sgradita e costosa, mentre il governo di Netanyahu cerca di prolungare l’operazione militare per “eliminare” la minaccia rappresentata da Hezbollah in Libano.
Israele ha occupato parte del territorio del Libano meridionale e continua a combattere contro Hezbollah. Sebbene il memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran indichi chiaramente la necessità di «porre fine alla guerra su tutti i fronti, compreso quello libanese», Israele si rifiuta di ritirare le proprie truppe dal Libano. Un funzionario vicino a Netanyahu ha dichiarato alla Reuters che Israele sta conducendo negoziati «duri» con gli Stati Uniti riguardo alla presenza delle proprie forze armate in Libano.
A questo proposito, il 18 giugno il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha avvertito che, qualora le forze di difesa israeliane continuassero a stazionare nel sud del Libano, il memorandum d’intesa firmato tra Iran e Stati Uniti sarebbe diventato nullo. Ha affermato chiaramente che, fintantoché Israele continuerà a sferrare attacchi contro Hezbollah, i negoziati tra Iran e Stati Uniti non potranno registrare alcun progresso.
Bagaei ha sottolineato che i negoziati mirano a raggiungere un accordo definitivo, e che l’unico presupposto per la sua attuazione è la piena attuazione del memorandum d’intesa. Dal punto di vista dell’Iran, ciò significa la cessazione totale di tutti gli attacchi militari e la completa fine dello stato di occupazione.