Il Mossad e gli Stati Uniti: alleanza segreta, guerra nell’ombra e interdipendenza strategica_di Sébastien Quéré (Gèopolitique Profonde)
Il Mossad e gli Stati Uniti: alleanza segreta, guerra nell’ombra e interdipendenza strategica
Nella storia delle relazioni tra Stati Uniti e Israele, il settore dell’intelligence rappresenta non solo un ambito di intensa cooperazione tra i servizi israeliani e le loro controparti americane, ma anche di rivalità nascosta. Il Mossad, fondato nel 1949 sotto la guida di Reuven Shiloah, intrattiene con la CIA, la NSA, la DIA (Defense Intelligence Agency, agenzia di intelligence della Difesa) e la rete globale della comunità di intelligence statunitense un rapporto che va oltre le consuete categorie della cooperazione interalleata. Non si può ridurla a un semplice scambio di dati tra partner benevoli, né a un rapporto di subordinazione in cui Washington imporrebbe le proprie priorità a Tel Aviv. Ciò che si è costruito a partire dagli anni Cinquanta rientra piuttosto in una simbiosi strutturale: ciascuna parte offre all’altra ciò che non è in grado di produrre da sola, e ciascuna tollera nell’altra pratiche che condannerebbe in qualsiasi altra circostanza. Tale simbiosi si fonda su una fondamentale asimmetria di mezzi, compensata da una notevole complementarità delle capacità. Gli Stati Uniti dispongono di un bilancio destinato all’intelligence – di entità incomparabile rispetto a quello dello Stato ebraico – pari a diverse decine di miliardi di dollari all’anno, contro un bilancio israeliano stimato in alcune centinaia di milioni. Ma Israele offre ciò che il denaro americano non può acquistare direttamente: un accesso umano insostituibile alla regione più sensibile per la sicurezza mondiale, competenze linguistiche in arabo, farsi e russo, accumulate grazie a decenni di immigrazione, reti di informatori radicate da tempo nei paesi arabi e in Iran, e una cultura operativa che pone l’assunzione di rischi al centro della propria dottrina. Questa complementarità delinea un rapporto i cui equilibri interni non hanno mai smesso di evolversi senza mai spezzare il legame fondante.

Sébastien Quéré, laureato all’IEP di Tolosa, ha insegnato storia e geografia per quindici anni prima di dedicarsi alla scrittura e alle conferenze di geopolitica. In *1979: una rivoluzione della storia*(2026), esplora un anno di svolta in cui si delineano le linee di forza del mondo contemporaneo dietro i grandi sconvolgimenti politici, ideologici ed economici.
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Le origini di una relazione: Angleton e la matrice CIA-Mossad (1951–1973)
La nascita del Mossad nel contesto della guerra fredda
L’atto di nascita del Mossad nell’aprile 1951, diciotto mesi dopo la proclamazione dell’indipendenza israeliana, si inserisce in un contesto geopolitico che ne determina fin dall’inizio la vocazione internazionale. Il primo direttore operativo del Mossad, Reuven Shiloah, è uno stratega che comprende come la sopravvivenza di Israele non possa basarsi esclusivamente sulla sua capacità militare. È necessario costruire un valore di scambio nel sistema di intelligence occidentale, diventare indispensabile per gli americani in quei settori in cui questi ultimi sono strutturalmente limitati. Questa intuizione fondante plasmerà la dottrina del Mossad per diversi decenni: rendersi indispensabile attraverso la qualità del lavoro, non attraverso la quantità dei mezzi.
Il canale Angleton-Harel
L’atto fondatore del rapporto tra la CIA e il Mossad porta un nome proprio: James Jesus Angleton¹. Angleton, capo del controspionaggio della CIA dal 1954 al 1975, entrò in contatto con Israele prima ancora che Israele esistesse come Stato. Durante la Seconda Guerra Mondiale, in qualità di membro dell’OSS (Office of Strategic Services, predecessore della CIA) in Italia, entrò in contatto con agenti della Haganah (organizzazione paramilitare sionista nella Palestina sotto mandato tra il 1920 e il 1948), che operavano per far passare i sopravvissuti alla Shoah verso la Palestina.
Questo rapporto iniziale, fondato non su un interesse geopolitico razionale, ma su un’ammirazione quasi mistica per la capacità di resilienza e di intelligence del futuro Stato ebraico, avrebbe strutturato tutta la sua visione successiva.

fig. 1. Isser Harel, 1969.
Foto: Government Press Office (Israele) / Wikimedia Commons (di pubblico dominio)

fig. 2. James Jesus Angleton, capo del controspionaggio della CIA. Archivi del governo statunitense (National Counterintelligence Center) / Wikimedia Commons (di pubblico dominio).
Già nel 1951 Angleton instaurò un rapporto personale con Isser Harel, secondo direttore del Mossad. Tale rapporto precedette gli accordi formali di cooperazione e rivelò una caratteristica persistente del legame tra CIA e Mossad: esso si costruì innanzitutto tra individui, nell’ambito di rapporti di fiducia personale, prima di istituzionalizzarsi in protocolli burocratici. Ciò che i due uomini si scambiarono fu soprattutto la conoscenza operativa sulle reti sovietiche in Medio Oriente. Israele, i cui agenti parlavano arabo, russo e yiddish e i cui immigrati appena arrivati dall’Unione Sovietica costituivano una risorsa umana impareggiabile, offrì alla CIA un accesso geografico e linguistico che Washington non poteva replicare nel breve termine. In cambio, la CIA forniva risorse finanziarie, coperture diplomatiche e informazioni di intelligence tecnica. Lo scambio era diseguale in termini di mezzi, ma equilibrato nelle reciproche esigenze. Angleton operava di fatto come un agente della politica israeliana all’interno di Langley, convinto che Israele fosse l’alleato occidentale più affidabile contro l’Unione Sovietica in Medio Oriente². In quanto canale esclusivo tra Langley e il Mossad, nessuna informazione doveva transitare senza la sua approvazione. Questo monopolio informativo era una costruzione deliberata. Angleton riuscì a convincere prima Allen Dulles e poi John McCone che solo lui poteva gestire il rapporto con Israele, data la particolare delicatezza degli interessi in gioco. In tal modo, trasformò il «canale speciale» in uno strumento di politica estera parallelo, impermeabile alle direttive della Casa Bianca. Sotto Eisenhower, questa configurazione non pose problemi di rilievo: il rapporto tra Stati Uniti e Israele era importante, ma ancora relativamente equilibrato, e lo stesso Eisenhower era sufficientemente diffidente nei confronti di Israele da non creare alcuna dipendenza strategica.
L’evento che consolidò definitivamente il rapporto avvenne nel 1956, quando Isser Harel trasmise ad Angleton una copia integrale del discorso segreto che Nikita Khrushchev pronunciò a febbraio dinanzi al XX Congresso del Partito Comunista Sovietico, denunciando i crimini di Stalin e dando avvio a quella che sarebbe stata presto definita la destalinizzazione. Il testo, ottenuto dalle reti israeliane in Polonia tramite un agente del Partito comunista polacco che aveva avuto accesso al resoconto del discorso, fu trasmesso da Allen Dulles a Eisenhower, il quale ordinò in seguito di organizzarne la divulgazione sul *New York Times*. Tale pubblicazione scatenò una tempesta mondiale, provocando così un notevole shock politico nei partiti comunisti occidentali³. Dwight Eisenhower, informato della provenienza del documento, comprese immediatamente il valore strategico di un partner dalle capacità così notevoli e il rapporto uscì dall’ambito della tolleranza tacita per entrare in quello della necessità strategica riconosciuta. Nello stesso anno, il Mossad mise in atto la «dottrina della periferia», basata su un’alleanza tripartita di intelligence, con il nome in codice «Trident», che coinvolgeva paesi non arabi, l’Iran dello scià e la Turchia. Tale alleanza scambiava ingenti volumi di documenti segreti e conduceva operazioni congiunte contro i sovietici e gli arabi. Eisenhower fu allora convinto da Ben-Gurion a stanziare fondi a sostegno delle attività dell’operazione Trident⁴.
La caduta di Angleton e l’eredità strutturale
La carriera di Angleton giunse al termine nel dicembre 1974, quando il direttore William Colby, nel contesto del Watergate e delle rivelazioni sulle attività illegali della CIA raccolte nel rapporto «Family Jewels» (Gioielli di famiglia), lo costrinse a dimettersi. Nel corso delle audizioni della Commissione Church (1975-1976), Angleton rese una testimonianza evasiva, ammettendo l’esistenza del «canale speciale» con Israele, ma minimizzandone l’importanza. I suoi ex colleghi lo descrissero come un uomo convinto fino alla fine di aver agito nel superiore interesse degli Stati Uniti così come egli lo concepiva, ovvero intimamente legato alla sicurezza di Israele. Il rapporto tra la CIA e il Mossad dovette quindi ricostruirsi su altre basi istituzionali, una transizione difficile che avrebbe lasciato tracce durature.
La Guerra dei Sei Giorni e la condivisione delle informazioni
La crisi del giugno 1967 offre un perfetto esempio del funzionamento della simbiosi tra le due agenzie, ma anche delle sue contraddizioni. I servizi israeliani, anticipando l’imminenza del conflitto con l’Egitto, la Siria e la Giordania, trasmettono agli americani le loro analisi sul dispiegamento militare di Nasser e sulla probabilità di un attacco preventivo egiziano o sulla necessità di un attacco preventivo israeliano. Ma la trasmissione non è a senso unico: la NSA, tramite le proprie stazioni di intercettazione nel Mediterraneo orientale e in Etiopia, fornisce contemporaneamente a Tel Aviv dati di sorveglianza elettronica sui movimenti delle truppe egiziane. Tale cooperazione tecnica prefigurò l’architettura di condivisione delle informazioni di intelligence dei segnali (SIGINT) che si sarebbe consolidata nei decenni successivi con l’accesso pressoché illimitato di Israele al sofisticatissimo satellite di intelligence KH 115.
All’indomani della chiusura dello stretto di Tiran da parte dell’Egitto, il 23 maggio 1967, Johnson chiese a Richard Helms, direttore della CIA, una valutazione immediata della situazione. L’OCI (Office of Current Intelligence, Ufficio dell’intelligence operativa) giunse in poche ore alla conclusione che Israele fosse in grado di difendersi da qualsiasi attacco nemico. Successivamente, alla fine di maggio, la CIA e la DIA redassero congiuntamente un documento in cui si affermava che Israele avrebbe vinto la guerra e conquistato il Sinai nel giro di « pochi giorni ». In effetti, i servizi segreti israeliani sapevano «quasi tutto ciò che era necessario per la vittoria sul nemico». Gli agenti Wolfgang Lotz in Egitto ed Eli Cohen in Siria fornirono contributi decisivi. Richard Helms, sostenitore della cooperazione con i servizi segreti israeliani, incaricò l’Office of National Estimates di valutare una stima trasmessa dal Mossad. La conclusione fu inequivocabile: la valutazione israeliana «probabilmente non era una stima seria del tipo sottoposta ai propri alti funzionari», ma piuttosto «uno stratagemma volto a influenzare gli Stati Uniti affinché fornissero equipaggiamenti militari, assumessero impegni pubblici nei confronti di Israele, approvassero iniziative militari israeliane ed esercitassero maggiore pressione su Nasser»6.

Dopo un teso confronto con il capo della stazione della CIA a Tel Aviv, John Hadden, il quale il 25 maggio 1967 aveva avvertito che gli Stati Uniti avrebbero aiutato a difendere l’Egitto qualora Israele avesse sferrato un attacco a sorpresa, il direttore del Mossad, Meir Amit, partì alla volta di Washington per incontrare il segretario alla Difesa Robert McNamara. Egli riferì al governo israeliano che gli Stati Uniti avevano dato a Israele un « via libera incerto » per attaccare.
All’inizio di giugno, sulla base di un incontro con Meir Amit, Helms riferì a Lyndon Johnson che la guerra era imminente e sarebbe stata avviata dagli israeliani. Quando la guerra scoppiò, la CIA informò la Casa Bianca che Israele aveva « sparato i primi colpi » con i suoi attacchi aerei contro gli egiziani, contrariamente alla versione israeliana⁷.
L’incidente della USS Liberty (8 giugno 1967)
L’incidente della USS Liberty, verificatosi l’8 giugno 1967 mentre il conflitto entrava nel suo terzo giorno, costituisce il primo grave scontro nei rapporti tra CIA e Mossad e la rivelazione più brutale delle loro ambivalenze.
Quel giorno, aerei Mirage e cacciatorpediniere della marina israeliana attaccarono per due ore la USS Liberty, una nave da intercettazione della NSA schierata nel Mediterraneo orientale per monitorare le comunicazioni delle parti belligeranti. L’attacco causò la morte di trentaquattro marinai americani e ne ferì centosettanta. Israele presenta le scuse ufficiali e risarcisce le famiglie delle vittime, adducendo un errore di identificazione⁸.
L’amministrazione Johnson, ansiosa di preservare i legami con Tel Aviv nel contesto della guerra fredda e desiderosa di evitare una crisi diplomatica nel momento in cui l’esercito israeliano ottiene una vittoria decisiva contro gli alleati sovietici, accetta la spiegazione israeliana senza condurre indagini approfondite. Le testimonianze dei sopravvissuti, le analisi delle intercettazioni radio disponibili e le successive ricostruzioni suggeriscono tuttavia che la Liberty fosse stata identificata come nave statunitense prima dell’attacco. La tesi più documentata sostiene che Tel Aviv volesse impedire alla NSA di intercettare le comunicazioni israeliane, rivelando la decisione di non attenersi alle linee concordate con Washington, in particolare sul fronte siriano. Questo episodio, a lungo occultato in entrambi i paesi, rivela la dimensione asimmetrica del rapporto nella sua versione più cruda: quando i suoi interessi immediati lo richiedono, Israele è in grado di agire contro gli asset statunitensi e Washington, per ragioni geopolitiche, sceglie di non sanzionarlo.

fig. 1. Jonathan Pollard, analista della Marina degli Stati Uniti, condannato per spionaggio a favore di Israele.
Foto segnaletica della Marina degli Stati Uniti / Wikimedia Commons (di pubblico dominio).
Anatomia di un’operazione contro un alleato
Il 21 novembre 1985, Jonathan Pollard, un ebreo americano analista della DIA presso il Naval Intelligence Command di
Washington, fu arrestato dall’FBI all’ingresso dell’ambasciata israeliana dove cercava asilo. Nel corso di diciotto
mesi, Pollard aveva consegnato al Mossad e al LAKAM (servizio di intelligence israeliano, 1957-1986) oltre un milione
di pagine di documenti riservati. Tra questi documenti, immagini satellitari relative agli arsenali siriani, libici e
iracheni, informazioni sulle capacità nucleari pakistane e sulle filiere di approvvigionamento di Islamabad, dati sui sistemi sovietici di guerra elettronica e, soprattutto, rapporti della NSA sulle comunicazioni diplomatiche arabe che Washington
si rifiutava di trasmettere a Tel Aviv9.
Per Israele, il valore operativo di tali informazioni era immenso e multidimensionale: la loro divulgazione parziale e controllata avrebbe compromesso in modo duraturo la fiducia tra i due servizi10. Il caso Pollard mise in luce una tensione strutturale che il rapporto tra CIA e Mossad era finora riuscito a contenere all’interno di canali informali e illustrò in modo crudo una dimensione perversa di tale partenariato: l’alleato più stretto spiava il proprio protettore, nonostante l’accordo di non spionaggio reciproco del 1951.
La comunità di valori autoproclamata non escludeva pertanto né la diffidenza né la competizione per il vantaggio informativo
L’operazione LAKAM e la catena di comando
Nel 1987, Pollard si dichiarò colpevole di spionaggio a favore di un paese alleato e fu condannato all’ergastolo. Confessò di essere stato reclutato dall’agente del Mossad Rafael «Rafi» Eitan, che ammirava profondamente. L’inchiesta giudiziaria e le successive indagini del Congresso stabilirono effettivamente che Pollard era gestito dal direttore del LAKAM, Rafi Eitan, leggendario veterano del Mossad che aveva guidato l’operazione di rapimento di Adolf Eichmann a Buenos Aires nel 1960. Questo legame operativo era rivelatore: l’operazione Pollard non rientrava in un’iniziativa individuale, bensì in una decisione istituzionale ai massimi livelli dei servizi segreti israeliani. Quando lo scandalo venne alla luce, il governo israeliano di Shimon Peres negò qualsiasi conoscenza ufficiale della vicenda, affermando che l’operazione era stata condotta da agenti che agivano senza autorizzazione. Tale spiegazione, alla quale gli ufficiali americani del controspionaggio non credettero mai, sarà parzialmente smentita dalle successive dichiarazioni dello stesso Eitan, il quale ammetterà di aver riferito ai suoi superiori. Si dovette attendere il 1998 perché Israele riconoscesse ufficialmente che Pollard aveva agito sotto la direzione ufficiale israeliana.
La gestione politica del caso da parte dell’amministrazione Reagan illustra perfettamente la logica di tale rapporto. Il segretario alla Difesa Caspar Weinberger, in una nota al tribunale che rimarrà a lungo segreta¹¹, definì il danno causato da Pollard come il più grave nella storia dei servizi segreti americani, una formulazione che suggerisce che i dati trasmessi a Israele fossero stati anche parzialmente ceduti all’Unione Sovietica, forse nell’ambito dei negoziati israeliani sull’emigrazione degli ebrei sovietici, forse tramite altri canali. Questa ipotesi, mai del tutto confermata né totalmente smentita, costituisce l’elemento più oscuro del caso12.
Il periodo post-Pollard: la politicizzazione di un detenuto
Pollard diventerà una delle figure più costantemente utilizzate dalle reti di pressione filoisraeliane negli Stati Uniti, una causa permanente, un test ricorrente della fedeltà americana all’alleanza13. Ogni richiesta di grazia presidenziale si trasformerà in un indicatore della pressione esercitata sull’esecutivo americano: Clinton prese in considerazione la sua liberazione a Wye River nel 1998 14, prima di rinunciarvi sotto la pressione del direttore della CIA, George Tenet, il quale minacciò di dimettersi¹⁵. Bush rifiutò. Obama rifiutò più volte, prima di accettare la sua liberazione condizionale nel novembre 2015, un gesto interpretato da alcuni come una concessione a Netanyahu nel contesto dell’accordo nucleare iraniano che Tel Aviv condanna. La revoca degli arresti domiciliari negli Stati Uniti nel maggio 2020, seguita dall’autorizzazione a recarsi in Israele, consentirono a Netanyahu di accogliere Pollard come un eroe all’aeroporto Ben Gurion nel dicembre 202016. In tale occasione, egli si recò in Israele a bordo del jet privato di Sheldon Adelson (miliardario sionista e principale finanziatore della campagna di Donald Trump). La visita di Pollard all’ambasciatore evangelico Mike Huckabee, che la CIA fece trapelare al «New York Times», dimostrò che un funzionario americano poteva ancora sostenere un uomo che era ancora considerato un traditore dalla comunità dell’intelligence statunitense¹⁷.
Questo epilogo illustra la capacità delle reti di influenza israeliane di ottenere, nel lungo periodo e attraverso l’accumulo di pressioni politiche, ciò che la diplomazia ufficiale non può rivendicare pubblicamente. Esso rivela inoltre un’asimmetria nel rapporto: un alleato che avesse trattato un cittadino americano in circostanze analoghe sarebbe stato verosimilmente oggetto di sanzioni economiche e diplomatiche sostanziali. La « specialità » del rapporto americano-israeliano si misura proprio in base a queste eccezioni.
Le conseguenze istituzionali: compartimentazione e controllo
In risposta al caso Pollard, la CIA e l’FBI hanno messo in atto rigorosi protocolli di compartimentazione nei confronti degli ufficiali di collegamento israeliani. L’accesso alle aree di sicurezza degli edifici dei servizi segreti statunitensi è stato limitato. Diversi accordi di condivisione dei dati vengono sospesi o limitati. Tali misure, documentate nei rapporti della Commissione per l’Intelligence del Senato, testimoniano una rottura di fiducia i cui effetti operativi si protraggono per diversi anni. Parallelamente, l’FBI rafforza le proprie capacità di controspionaggio rivolte verso Israele, un’attività politicamente delicata, ma operativamente necessaria.

I rapporti dell’Agenzia sulle operazioni israeliane contro obiettivi statunitensi rivelano un’attività di reclutamento e di raccolta di informazioni nettamente più estesa rispetto a quella di un partner ordinario. Secondo fonti declassificate e testimonianze di ex funzionari, in particolare il rapporto del General Accounting Office del 1996 sulle minacce di controspionaggio, Israele figura regolarmente tra le principali minacce sul territorio statunitense in termini di volume di attività di intelligence ostile, insieme alla Russia e alla Cina. Nel 2026, il «New York Times» ha riportato i tentativi israeliani di intercettare alti funzionari, in particolare il principale negoziatore del presidente Donald Trump, Steve Witkoff, e l’alto funzionario politico del Pentagono, Elbridge Colby18. Successivamente, in un contesto di tensioni tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, il Pentagono innalzerà il livello di minaccia di controspionaggio israeliano¹⁹. Questa realtà, che i rapporti diplomatici rendono politicamente quasi impossibile enunciare pubblicamente, costituisce uno dei paradossi strutturali più stabili dell’alleanza americano-israeliana.
Il caso Franklin-AIPAC e i suoi limiti
Il caso Franklin, venuto alla luce nel 2004 e giudicato nel 2005-2006, illustra i rischi che tali pratiche comportano quando oltrepassano i limiti di legalità.
Lawrence Franklin, analista del Pentagono specializzato sull’Iran, è stato condannato per aver trasmesso informazioni riservate a due funzionari dell’AIPAC, Steven Rosen e Keith Weissman, i quali le avrebbero a loro volta trasmesse a un funzionario dell’ambasciata israeliana²⁰. Il caso è politicamente esplosivo: se i procedimenti contro Rosen e Weissman fossero andati a buon fine, avrebbero richiesto di dimostrare che la trasmissione di informazioni riservate a cittadini stranieri tramite un lobbista intermediario costituisce una violazione della legge sullo spionaggio, un’interpretazione che il Dipartimento di Giustizia finì per abbandonare nel 2009, in parte per ragioni giuridiche e in parte per evitare un processo pubblico sul funzionamento dell’AIPAC. Il caso Franklin-AIPAC mette in luce la zona grigia in cui opera una parte delle relazioni estese tra CIA e Mossad²¹: tra la cooperazione ufficiale, i flussi informali di informazioni legali e i trasferimenti di informazioni classificate che costituiscono spionaggio, il confine è reale ma permeabile, e gli attori che operano in prossimità di tale linea godono di una notevole protezione politica di cui non dispongono coloro che sono privi di sostegno istituzionale22.
Dalla Guerra Fredda alla lotta al terrorismo: la rifondazione post-11 settembre
Lo shock dell’11 settembre e la ridefinizione dei ruoli
Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno prodotto un effetto paradossale sul rapporto tra CIA e Mossad. Da un lato, essi sembrano confermare a posteriori gli avvertimenti che Israele aveva formulato da anni sulla minaccia jihadista, avvertimenti che i servizi statunitensi avevano talvolta accolto con scetticismo, sospettando un tentativo israeliano di strumentalizzare Washington contro i propri avversari arabi. D’altro canto, la commissione nazionale sugli attacchi terroristici (commissione Kean-Hamilton) e diverse indagini interne rivelano che alcune comunicazioni del Mossad, in particolare quelle relative ad al-Qaeda, non erano state trasmesse tempestivamente alle agenzie statunitensi competenti. L’istituzione del Director of National Intelligence (DNI) nel 2004 e la riorganizzazione dell’architettura dei servizi di intelligence statunitensi hanno trasformato il quadro istituzionale in cui si inserisce la cooperazione con Tel Aviv.
Il nuovo regime di condivisione, più formalizzato, più documentato e soggetto a un maggiore controllo parlamentare, ha costretto i due servizi a ufficializzare canali che in precedenza funzionavano in modo informale. Questo processo di istituzionalizzazione è ambivalente: da un lato rende più sicura la relazione, ma ne riduce la flessibilità operativa. Sul campo, la cooperazione si intensifica in Iraq, in Afghanistan e in Libano. Il Mossad trasmette dati sulle reti di Hezbollah e sui canali di finanziamento iraniani dei gruppi armati sciiti in Iraq. In cambio, la CIA condivide dati tecnici provenienti dalla sorveglianza satellitare e dalle intercettazioni telefoniche. Questa cooperazione tattica è documentata nelle memorie di diversi direttori della CIA, in particolare George Tenet e Michael Hayden²³, i quali descrivono il rapporto come uno dei più produttivi, ma anche dei più complessi, all’interno della comunità di intelligence statunitense.

La questione nucleare iraniana: cooperazione, divergenze e operazioni autonome.
La questione nucleare iraniana costituisce, sin dagli anni Novanta, l’asse centrale della cooperazione tra CIA e Mossad, ma anche il terreno delle loro divergenze più profonde. Sul piano analitico, i due servizi condividono una base comune: l’Iran sta cercando di sviluppare una capacità nucleare militare, o di posizionarsi alle soglie di tale capacità. Tuttavia, le loro conclusioni operative divergono radicalmente. In diverse occasioni, in particolare nel 2009, sotto la guida di Meir Dagan, il Mossad si è rifiutato di avallare le valutazioni statunitensi più pessimistiche sull’imminenza del superamento della soglia nucleare da parte dell’Iran. Tale posizione, paradossalmente più moderata rispetto a quella di alcuni think tank neoconservatori statunitensi, testimonia una propria razionalità strategica: Tel Aviv preferisce mantenere la minaccia iraniana a un livello di certezza calcolata, tale da giustificare pressioni continue, piuttosto che farla sfociare nell’imminenza, il che avrebbe comportato un attacco preventivo con tutte le sue conseguenze regionali. Sul piano operativo, è il programma Stuxnet a rivelare al meglio la natura di tale rapporto. Sviluppato congiuntamente dalla NSA e dall’Unità 8200 israeliana, l’equivalente della NSA per Israele, questo worm informatico ha attaccato, tra il 2009 e il 2010, le centrifughe dell’impianto di arricchimento di Natanz, distruggendo circa un migliaio di apparecchiature e ritardando così in modo significativo il programma iraniano. Operazione denominata «Olympic Games» da Washington, Stuxnet rappresenta la prima arma cibercinetica della storia militare moderna²⁴. La sua progettazione congiunta, la sua attuazione coordinata e la sua involontaria diffusione nello spazio digitale globale illustrano sia la profondità della cooperazione tecnica tra i due servizi sia i rischi di una relazione che opera al di fuori di qualsiasi quadro giuridico stabilito²⁵.

L’Unità 8200 e la NSA: la simbiosi dell’intelligence elettronica.
Due agenzie, una rete.
Il rapporto tra la NSA e l’Unità 8200, il servizio di intelligence dei segnali delle Forze di Difesa di Israele (Tsahal), il cui organico conta diverse migliaia di analisti, costituisce forse la dimensione più significativa e meno mediatizzata della cooperazione americano-israeliana nel campo dell’intelligence. Rivelata in parte dai documenti di Snowden nel 2013²⁶, questa cooperazione va ben oltre lo scambio di dati: comporta la condivisione di metodi di crittoanalisi, di vettori di exploit informatici e di banche dati biometriche. Un memorandum della NSA risalente al 2009, reso pubblico da Glenn Greenwald e Laura Poitras, rivela che Washington trasmette a Israele dati grezzi di sorveglianza, comprese le comunicazioni di cittadini statunitensi, senza i filtri solitamente applicati ai partner del Five Eyes. Questo livello di condivisione, esplicitamente documentato, colloca la cooperazione tra la NSA e l’Unità 8200 in una categoria a sé stante, distinta dagli accordi SIGINT standard. Solleva inoltre questioni costituzionali che né l’esecutivo americano né il Congresso hanno mai affrontato pubblicamente in modo sostanziale. L’Unità 8200 occupa una posizione singolare nell’ecosistema tecnologico mondiale. I suoi ex membri costituiscono la spina dorsale della sicurezza informatica civile israeliana. Da essa provengono Check Point, CyberArk e NSO Group, e molti di loro entrano a far parte direttamente dei team di grandi aziende statunitensi della Silicon Valley.
Questa permeabilità tra l’intelligence militare e il settore tecnologico privato ha creato una struttura di trasferimento di know-how di cui gli Stati Uniti beneficiano, ma che non controllano interamente. NSO Group e la questione degli strumenti a duplice uso: la controversia intorno a NSO Group, società israeliana produttrice del software spia Pegasus, illustra le implicazioni inerenti a questa struttura di interdipendenza. Fondata da ex membri dell’Unità 8200, NSO opera su licenza del Ministero della Difesa israeliano, il che rende ogni vendita all’estero una decisione quasi diplomatica dello Stato ebraico. Quando i telefoni di alcuni funzionari statunitensi sono stati infettati da Pegasus, Washington si è trovata nella paradossale posizione di dover sanzionare un’azienda israeliana le cui capacità tecniche derivavano direttamente da una cooperazione che essa stessa aveva finanziato e incoraggiato. L’inserimento di NSO Group nella lista nera del Dipartimento del Commercio statunitense nel novembre 2021, seguito dalle esitazioni dell’amministrazione Biden nel mantenere tale decisione, illustrarono perfettamente l’ambivalenza strutturale del rapporto: gli Stati Uniti non potevano fare a meno delle capacità israeliane, ma non potevano neppure permettere che queste si diffondessero senza controllo nello spazio digitale globale.
Questa tensione, priva di una chiara risoluzione istituzionale, riproduce nell’era cibernetica le dinamiche che il caso Pollard aveva portato alla luce nel campo dell’intelligence umana. Nel 2021, un’inchiesta giornalistica internazionale denominata Pegasus Project ha rivelato che tale software era stato utilizzato per sorvegliare illegalmente giornalisti, difensori dei diritti umani, avvocati e politici in diversi paesi alleati degli Stati Uniti. Pegasus era in grado di infettare telefoni Android e iPhone senza alcun intervento da parte dell’utente, consentendo l’accesso a messaggi, chiamate, fotocamera e microfono27.
Nel luglio 2021, il Citizen Lab (Università di Toronto) e Microsoft hanno rivelato che l’azienda israeliana Candiru utilizzava un software spia denominato Devils Tongue. Questo spyware sfruttava vulnerabilità di sicurezza «zero day» in Windows e nei browser per infettare di nascosto computer e telefoni. Una volta installato, consentiva l’accesso a file, messaggi, password e microfoni/fotocamere.
Il 7 ottobre 2023 e la questione della mancanza di informazioni
Gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 sollevano una questione fondamentale per il rapporto tra CIA e Mossad: come hanno potuto servizi di intelligence dalle capacità così riconosciute come lo Shin Bet e il Mossad non anticipare un’operazione pianificata nell’arco di diversi mesi28 ? La risposta, progressivamente documentata da indagini interne israeliane e analisi statunitensi, è complessa. È dovuta a una combinazione di pregiudizi analitici, frammentazione istituzionale e, secondo alcune fonti, a un’eccessiva concentrazione delle risorse di intelligence sulla Cisgiordania e sull’Iran.

Per la CIA, la sorpresa del 7 ottobre ha sollevato una questione diversa: i servizi statunitensi disponevano di informazioni che i loro omologhi israeliani non avevano sfruttato, oppure entrambi i servizi condividevano gli stessi punti ciechi analitici29 ? Le smentite ufficiali provenienti da Washington, secondo cui non vi era stata alcuna indicazione preventiva, non hanno dissipato le speculazioni. Ciò che è certo è che l’evento ha provocato una rimessa in discussione dei modelli di valutazione comuni e ha rilanciato i dibattiti interni sulla reale profondità della condivisione di informazioni tra i due servizi.
La successiva guerra di Gaza ha sottoposto il rapporto tra CIA e Mossad a una prova di natura diversa. Mentre Washington richiedeva informazioni sugli obiettivi prima di alcuni attacchi di alto valore, Tel Aviv trasmetteva tali informazioni in modo selettivo, preservando le proprie prerogative operative.
La CIA si è preoccupata delle implicazioni della campagna per le proprie fonti e reti nella regione. Rapporti non smentiti indicavano che la CIA e la DIA avessero a più riprese rifiutato di approvare obiettivi ritenuti incompatibili con il diritto dei conflitti armati. Questo attrito operativo, senza precedenti per la sua intensità pubblica, rivela un rapporto le cui basi consensuali si stanno incrinando sotto la pressione di una guerra prolungata.
L’intelligence come leva nella politica interna statunitense
Il rapporto tra Mossad e CIA non si svolge solo nelle sale riunioni protette di Langley o del quartier generale di Glilot. Si inserisce anche nella politica interna statunitense attraverso canali che uniscono informazione, attività di lobbying e pressioni sui rappresentanti eletti. La capacità del governo israeliano di diffondere valutazioni di intelligence talvolta classificate, talvolta declassificate in modo selettivo nei circoli decisionali di Washington, costituisce uno strumento di pressione sulle decisioni di politica estera statunitense.
Questo meccanismo, documentato in particolare dai lavori di John Mearsheimer e Stephen Walt sulla lobby filoisraeliana, non rientra nella manipolazione occulta, ma in una pratica diplomatica sofisticata in cui le informazioni di intelligence fungono da moneta di scambio politico.
I briefing del Mossad ai membri delle commissioni di intelligence del Congresso, le fughe di notizie selettive verso giornali come il «New York Times» o il «Washington Post», gli interventi dei successivi direttori del Mossad a Washington in periodi di crisi: tutte pratiche che rendono confusa la linea di demarcazione tra cooperazione tecnica e influenza politica.
Conclusione: un’alleanza senza pari, un’interdipendenza senza via d’uscita.
Ciò che la storia del rapporto tra CIA e Mossad rivela non è una semplice alleanza tra partner sovrani. Si tratta di un’interdipendenza strutturale in cui la potenza americana e la capacità israeliana si sono plasmate a vicenda nel corso di sette decenni, al punto da rendere qualsiasi separazione operativa non solo politicamente difficile, ma anche tecnicamente onerosa. Tale interdipendenza è asimmetrica in termini di risorse – Washington dispone infatti di un bilancio per i servizi segreti di gran lunga superiore a quello di Tel Aviv – ma notevolmente equilibrata nei suoi effetti.
Israele offre agli Stati Uniti un accesso geografico, umano e linguistico insostituibile nella regione più critica per la sicurezza mondiale. Gli Stati Uniti offrono a Israele una legittimità internazionale, una copertura diplomatica e capacità tecniche che lo Stato ebraico non potrebbe sviluppare da solo. Ciascuno, in pratica, ha bisogno di ciò che l’altro produce. Questa logica di reciproca necessità spiega la notevole resilienza del rapporto di fronte alle crisi di Pollard, della USS Liberty, di Stuxnet, del NSO Group e di Gaza, che in altre circostanze avrebbero potuto portare alla sua rottura. Spiega inoltre perché il discorso pubblico sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele rimanga così distante dalle loro realtà operative: né Washington né Tel Aviv hanno interesse a rivelare la profondità delle loro interconnessioni in democrazie in cui i servizi di intelligence sono, in linea di principio, soggetti a un controllo civile. Ciò che i documenti di Snowden, i processi a Pollard, le indagini successive al 7 ottobre e le polemiche sul NSO Group hanno progressivamente portato alla luce è la mappa di una relazione che opera al di fuori delle categorie disponibili: né un alleato ordinario, né un vassallo, né un rivale nascosto; una relazione la cui comprensione è indispensabile per chiunque voglia cogliere le vere molle della politica estera statunitense in Medio Oriente.

Opere complementari
\ Per un’analisi strutturale del rapporto CIA-Mossad nel contesto più
ampio della lobby: John Mearsheimer e Stephen Walt, The Israel Lobby and U.S. Foreign
Policy (La lobby israeliana e la politica estera americana), Farrar, Straus and
Giroux, 2007, capp. 4 e 9.
\ Uri Dan, Mossad: 50 anni di guerra segreta, Parigi, Presses de la Cité, 1995.
\ Benny Morris e Ian Black, Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence
Services (Le guerre segrete di Israele: una storia dei servizi di intelligence
israeliani), Grove Weidenfeld, 1991.
\ Gordon Thomas, Storia segreta del Mossad: dal 1951 ai giorni nostri, Points, 2007.
Bibliografia
1 Sulla fondazione del Mossad e sulla figura di Reuven Shiloah, Ian Black e Benny
Morris, *Israel’s Secret Wars: A History of Israel’s Intelligence Services* (Le guerre segrete
di Israele: una storia dei servizi di intelligence israeliani), Grove Weidenfeld,
1991, pp. 53-90 e Ronen Bergman, *Rise and Kill First: The Secret History of Israel’s
Targeted Assassinations (Alzati e uccidi per primo: la storia segreta degli omicidi
mirati di Israele), Random House, 2018, introduzione e cap. 1.
Su James Angleton e il rapporto fondante tra CIA e Mossad, si veda Tom Mangold, Cold
Warrior: James Jesus Angleton, The CIA’s Master Spy Hunter (Guerriero della Guerra Fredda: James
Jesus Angleton, il maestro cacciatore di spie della CIA), Simon & Schuster, 1991.
2 Jefferson Morley, *The Ghost: The Secret Life of CIA Spymaster James Jesus Angleton*
(Il fantasma: la vita segreta del maestro spia della CIA James Jesus Angleton), St.
Martin’s Press, 2017, pp. 92-95.
3 Il discorso di Krusciov e il suo reperimento da parte dei servizi israeliani: Christopher Andrew e Vasili Mitrokhin, The Mitrokhin Archive II (L’Archivio Mitrokhin II),
Penguin, 2005, pp. 163-165.
4 Ronen Bergman, Rise and Kill First: The Secret History of Israel’s Targeted Assassinations, ibid.
5 Ephraim Kahana, « Mossad-CIA Cooperation » (La cooperazione tra Mossad e CIA),
International Journal of Intelligence and CounterIntelligence, 2001, n. 3, p. 416.
6 « CIA Analysis of the 1967 Arab-Israeli War » (L’analisi della CIA sulla guerra
arabo-israeliana del 1967), Studies in Intelligence, vol. 49, n. 1, 2005.
7 William B. Quandt, « The CIA’s Overlooked Intelligence Victory in the 1967 War »
(La vittoria trascurata dei servizi segreti della CIA nella guerra del 1967),
Brookings, 2017.
Andrew Cockburn e Leslie Cockburn, Dangerous Liaison: The Inside Story of the
U.S.-Israeli Covert Relationship (Legame pericoloso: la storia segreta del rapporto
clandestino tra Stati Uniti e Israele), 1991.
« Getting it Right: CIA Analysis of the 1967 War » (Capire bene: l’analisi della CIA sulla
guerra del 1967), Studies in Intelligence, CIA, vol. 62, n. 2, 2018.
8 Sull’incidente della USS Liberty, si veda James Bamford, *Body of Secrets: Anatomy of the
Ultra-Secret National Security Agency* (Il corpo dei segreti: anatomia dell’Agenzia di
sicurezza nazionale ultra-segreta), Doubleday, 2001, cap. 7 e il « Rapporto della Commissione d’inchiesta della
Marina degli Stati Uniti », 1967, parzialmente declassificato nel 2003.
James M. Ennes, Assault on the Liberty (L’attacco alla Liberty), Random House,
1979 (testimonianza di un sopravvissuto).
9 Caso Pollard: « Report on Jonathan Jay Pollard Espionage Case » (Rapporto sul
caso di spionaggio di Jonathan Jay Pollard), Commissione Intelligence del Senato, Senato
statunitense, 1987 (parzialmente declassificato).
10 Wolf Blitzer, Territory of Lies: The Exclusive Story of Jonathan Jay Pollard (Il territorio
delle menzogne: la storia esclusiva di Jonathan Jay Pollard), Harper & Row, 1989.
Ronald Olive, «Capturing Jonathan Pollard: How One of the Most Notorious Spies in
American History Was Brought to Justice» (La cattura di Jonathan Pollard: come una
delle spie più famigerate della storia americana fu assicurata alla giustizia), Naval
Institute Press, 2006 (scritto dall’investigatore capo della Marina).
Dan Raviv e Yossi Melman, Friends in Deed: Inside the U.S.–Israel Alliance (Amici nelle
azioni: nel cuore dell’alleanza Stati Uniti–Israele), Hyperion, 1994.
11 Sul LAKAM e su Rafi Eitan: Gordon Thomas, *Gideon’s Spies: The Secret History
of the Mossad* (Le spie di Gideon: la storia segreta del Mossad), St. Martin’s
Press, 2007, cap. 16.
Dan Raviv e Yossi Melman, Spies Against Armageddon: Inside Israel’s Secret Wars
(Spie contro l’Armageddon: nel cuore delle guerre segrete di Israele), Levant Books,
2012, cap. 17.
12 Caso Pollard: nota segreta di Caspar Weinberger al tribunale, 1987, declassificata nel 2012; Seymour M. Hersh, «The Traitor» (Il traditore), The New Yorker, 18
gennaio 1999 (Analisi approfondita dei danni causati ai servizi di intelligence
statunitensi e alla politica interna americana).
Angelo Codevilla, «Jonathan Pollard and America’s National Security» (Jonathan
Pollard e la sicurezza nazionale americana), Commentary Magazine, 1994 (critica
severa delle ripercussioni sulla sicurezza nazionale).
13 « Israel Eavesdropped on President Clinton’s Diplomatic Phone Calls » (Israele ha
intercettato le telefonate diplomatiche del presidente Clinton), Newsweek,
marzo 2014.
14 « Il direttore della CIA aveva promesso di dimettersi se Clinton avesse liberato la spia israeliana » (Il direttore della CIA
aveva promesso di dimettersi se Clinton avesse liberato la spia israeliana), The New York
Times, 11 novembre 1998.
15 «Jonathan Pollard, spia condannata, termina la libertà vigilata e potrebbe trasferirsi in Israele», The New York Times, 20 novembre 2020. « «Per Netanyahu e Israele, i doni di Trump hanno continuato ad arrivare» (Per Netanyahu e Israele, i doni di Trump hanno continuato ad arrivare), The New York Times, 21 novembre 2020.16 «Jonathan Pollard, spia per Israele, riceve un’accoglienza da eroe da parte di Netanyahu: “Sei a casa” » (Jonathan Pollard, spia per Israele, riceve un’accoglienza da eroe da Netanyahu: «Siete a casa»), The New York Times, 30 dicembre 2020.17 « Huckabee ha tenuto un incontro presso l’Ambasciata degli Stati Uniti con un americano che ha spiato per Israele » (Huckabee ha tenuto un incontro presso l’Ambasciata degli Stati Uniti con un americano che ha spiato per Israele), The New York Times, 20 novembre 2025.18 « Il Pentagono rileva una crescente minaccia di spionaggio proveniente da Israele » (Il Pentagono vede una crescente minaccia di spionaggio proveniente da Israele), The New York Times, 6 giugno 2026.19 Le Monde, 8 giugno 2026.20 Sull’AIPAC e sul caso Larry Franklin-Steve Rosen-Keith Weissman, si veda Jeff Stein, « I segreti dell’AIPAC » (I segreti dell’AIPAC), The Nation, 29 marzo 2009. Neil A. Lewis e David Johnston, « U.S. to Drop Spy Case Against Pro-Israel Lobbyists » (Gli Stati Uniti intendono archiviare il caso di spionaggio contro i lobbisti filoisraeliani), The New York Times, 1° maggio 2009. Glenn Kessler e Walter Pincus, « FBI Investigating AIPAC for Possible Spy Operation » (L’FBI indaga sull’AIPAC per una possibile operazione di spionaggio), The Washington Post, 28 agosto 2004.21 Glenn Kessler e Walter Pincus, « FBI Investigating AIPAC for Possible Spy Operation » (L’FBI indaga sull’AIPAC per una possibile operazione di spionaggio), The Washington Post, 28 agosto 2004. Justin Elliott, « How the AIPAC Spy Case Became a Dud » (Come il caso di spionaggio dell’AIPAC si è rivelato un buco nell’acqua), Salon, 2 maggio 2009. Stéphane Lefebvre, «Spiare gli amici? Il caso Franklin, l’AIPAC e Israele» (Spiare gli amici? Il caso Franklin, l’AIPAC e Israele), International Journal of Intelligence and CounterIntelligence, vol. 19, n. 4, inverno 2006–2007, pp. 600–621. Lefebvre, ex analista strategico presso il Dipartimento della Difesa nazionale canadese ed ex ufficiale dei servizi segreti militari, conclude che Israele sia stato «almeno un destinatario passivo» delle informazioni trasmesse. Ritiene che il caso non avrà effetti duraturi sulle relazioni tra Stati Uniti e Israele. Grant F. Smith, Foreign Agents: The American Israel Public Affairs Committee from the 1963 Fulbright Hearings to the 2005 Espionage Scandal (Agenti stranieri: l’American Israel Public Affairs Committee dalle audizioni Fulbright del 1963 allo scandalo di spionaggio del 2005), Institute for Research: Middle Eastern Policy (IRmep), 2007. L’opera ripercorre la storia dell’AIPAC a partire dalle audizioni Fulbright del 1963 sul riciclaggio di denaro israeliano negli Stati Uniti, passando per le controversie elettorali degli anni 1980-1990, fino all’incriminazione di Rosen e Weissman. Smith è il ricercatore statunitense che ha documentato in modo più sistematico le attività dell’AIPAC dal punto di vista giuridico e del controspionaggio.22 Sylvain Cypel, « I dubbi della lobby filoisraeliana », Le Monde, 4 maggio 2009. Thomas E. Ricks, « FBI Probe Targets Pentagon Official » (L’indagine dell’FBI prende di mira un funzionario del Pentagono), The Washington Post, 28 agosto 2004 (prima rivelazione pubblica dell’indagine). Jerry Markon, « Defense Analyst Charged With Sharing Secrets » (Un analista della difesa accusato di aver divulgato segreti), The Washington Post, 5 maggio 2005. Dan Eggen e Jerry Markon, « 2 Senior AIPAC Employees Ousted » (Due alti funzionari dell’AIPAC licenziati), The Washington Post, 21 aprile 2005. Jerry Markon, « Gli Stati Uniti archivia il caso contro ex lobbisti » (Gli Stati Uniti archiviano il procedimento contro ex lobbisti), The Washington Post, 2 maggio 2009 (archiviazione del procedimento contro Rosen e Weissman). Nathan Gutman, diversi articoli, Haaretz, maggio-agosto 2005 (approfondita copertura israeliana). Grant F. Smith, «Foreign Agents: The American Israel Public Affairs Committee from the 1963 Fulbright Hearings to the 2005 Espionage Scandal» (Agenti stranieri: l’American Israel Public Affairs Committee dalle audizioni Fulbright del 1963 allo scandalo di spionaggio del 2005), Institute for Research, 2007 (opera documentata sulla storia istituzionale dell’AIPAC a partire dalle audizioni Fulbright, con particolare attenzione ai casi di spionaggio, come quello di Franklin-Rosen-Weissman). Caso Franklin-AIPAC: «United States v. Lawrence Anthony Franklin», Dipartimento di Giustizia, 2005.
23 Michael Hayden, Playing to the Edge: American Intelligence in the Age of Terror
(Giocare al limite: i servizi segreti americani nell’era del terrore), Penguin Press,
2016, cap. 19.
24 Programma Stuxnet/Olympic Games: David Sanger, Confront and Conceal:
Obama’s Secret Wars and Surprising Use of American Power (Affrontare e nascondere:
le guerre segrete di Obama e l’uso sorprendente del potere americano),
Crown, 2012, pp. 188–225.
Kim Zetter, Countdown to Zero Day: Stuxnet and the Launch of the World’s First Digital
(Conto alla rovescia verso il giorno zero: Stuxnet e il lancio della prima
arma digitale al mondo), Crown, 2014.
25 Per quanto riguarda la dimensione informatica e la sua recente evoluzione, si veda P. W. Singer e Allan
Friedman, Cybersecurity and Cyberwar: What Everyone Needs to Know (Sicurezza informatica
e guerra cibernetica: ciò che tutti devono sapere), Oxford University Press, 2014.
26 Memorandum NSA-Unità 8200 (2009): Glenn Greenwald, No Place to Hide: Edward
Snowden, the NSA, and the U.S. Surveillance State (Nessun posto dove nascondersi: Edward
Snowden, la NSA e lo Stato di sorveglianza americano), Metropolitan Books, 2014.
« NSA Shares Raw Intelligence Including Americans’ Data with Israel » (La NSA condivide
informazioni grezze, compresi i dati di cittadini statunitensi, con Israele), The
Guardian, 11 settembre 2013.
27 Su NSO Group e Pegasus: Citizen Lab, Università di Toronto, « Hide and Seek:
Tracking NSO Group’s Pegasus Spyware to Operations in 45 Countries » (Nascondino:
rintracciare il software spia Pegasus di NSO Group nelle operazioni condotte in
45 paesi), settembre 2018.
« Aggiunta all’Entity List, NSO Group Technologies » (Aggiunta di NSO Group Technologies
all’Entity List), Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, 3 novembre 2021.
Forbidden Stories e Amnesty International, « The Pegasus Project » (Il Progetto
Pegasus), luglio 2021 (consorzio di 17 testate giornalistiche internazionali).
28 In merito al 7 ottobre 2023 e alle carenze dei servizi di intelligence: « Rapporto della commissione d’inchiesta interna Shin Bet-Mossad », 2024 (versione parzialmente accessibile).
29 Ken Klippenstein e Daniel Boguslaw, « CIA Warned Israel of Hamas Plot Months
Before Attack » (La CIA aveva avvertito Israele di un complotto di Hamas diversi mesi
prima dell’attacco), The Intercept, dicembre 2023.
Ronen Bergman e Patrick Kingsley, « Israel Knew Hamas’s Attack Plan More Than a
Year Ago » (Israele era a conoscenza del piano d’attacco di Hamas già da più di un anno),
The New York Times, 30 novembre 2023























































