Italia e il mondo

Un quarto di Reich?_di WS

Confesso che non ho capito un tubo del dibattito filosofico nella parte iniziale di questo su Osvald Spengler

ma ho capito benissimo che nel suo contributo riportato in coda Constantin von Hoffmeister vuole rendere un omaggio “ storico” a Spengler, anche solo per l’ evidente fatto che “ il Tramonto de l’ Occidente” è ora visibile a tutti nella sua evidenza, quando invece “tra le due guerre” forse i più potevano cogliervi solo quel “tramonto della Germania” che aveva ispirato le controverse riflessioni di Spengler.

Oggi Spengler invece dovrebbe essere riletto , a cominciare dai “ filotedeschi” o sedicenti tali, non solo per tutte le sue azzecate previsioni ma tanto più perché , per dirla con l’ autore, DI NUOVO

La Germania si trova nella situazione descritta da Oswald Spengler ne ” L’ora della decisione” , pubblicato nel 1933: un vecchio ordine politico controlla ancora le istituzioni, ma non controlla più l’epoca.

Giustissimo paragone questo! Ill precedente esito fu però disastroso e non solo per quel “terzo Reich “, e ,soprattutto ora che ce ne è un “quarto “ all’ orizzonte, le disastrose risultanze di “quel Reich” dovrebbe indurci a qualche riflessione più approfondita , magari cominciando da quelle che Spengler aveva già fatto per “ quel Reich “ prima di essere “ dimenticato” da TUTTI dopo una sua morte “ alquanto dubbia”.

Eppure Spengler le aveva azzeccate tutte , a cominciare da quel suo ” tra dieci anni un Reich tedesco non esisterà più “ cosa appunto poi formalizzata a Potsdam giusto 9 anni dopo la sua improvvisa “ dipartita”.

Ma certamente il paragone di Constantin von Hoffmeister tra questa “democrazia” tedesca uscita dalla WW2 e quella “ democrazia” uscita dalla WW1 contro cui si scagliò Spengler è corretta perché … fanno schifo entrambe !

Anche la ” democrazia” di Weimar infatti era corrotta , falsa, antipopolare e eterogestita; ma che cosa poi espresse la pur giusta “reazione popolare” ad essa ?

Lo vogliamo nominare quel “baubau” oggi assurto a “misura di tutti i mali” e contro cui Spengler si pronunciò da subito ?

Beh “ quella cosa” nel’ era del “ politically correct” gestito dalle AI è meglio non nominarla mai; dobbiamo però tenerla sempre ben presente per ciò che fu in realtà , compreso il disastro geopolitico che arrecò all’ intera Europa.

Tornando a “l’ oggi” in sostanza , la domanda che ogni “apota” dovrebbe farsi è : laddove non lo fu minimamente il suo “ predecessore “ , siamo sicuri che AFD sia realmente fuori dal Sistema?

Siamo sicuri che la sua “nuova” elite sia pienamente scevra da dannose “contaminazioni” e che in realtà questo ” cambiamento” possa esprimere un reale salto di “paradigma” invece che solo un ” adattamento” al Sistema” ?

A me è abbastanza evidente che le ” rivoluzioni” non siano mai realmente “popolari “, bensì conflitti interni alla elite che poggiano sulla reazione popolare al fallimento della classe dominante; esse in genere , specie se hanno successo , svelano come siano, da subito, abbastanza compromesse con quello che esse stesse dicono di voler eliminare.

E questo a volte in modo perfettamente conscio ( come Trostky con le sue valigie piene di dollari fornitegli del banchiere “americano” membro della sua stessa “tribù”), a volte in modo molto inconscio come ne l’ ideologia ” ispirata da Hess e Rosenberg e contro cui Spengler si scagliò da subito .

Quindi come si fa a capire dove queste “ rivoluzioni” sempre fatte in nome delle cose più “sacre” ( popolo , nazione , giustizia , libertà , progresso , religione ect. ) andranno a parare REALMENTE ?

Perché ogni svolta politica è sempre la risultante di svariate spinte e controspinte, spesso “ sotterranee “ ricevute; e solo dalla loro dinamica relativa si può capire , a posteriori , quali esse realmente fossero e perché ne avessero determinato il successo.

Di questo la casistica offre un’enormità di esempi, ma trattandosi di “ storia occulta” , cioè fatta dietro le quinte del palcoscenico aperto sulle “masse”, l’ argomento è ovviamente sempre ” controverso” .

Potrei ad esempio qui spiegare quanto abbia avuto peso nella “rivoluzione di Ottobre” e nella successiva nascita dell’ URSS , la “simpatia” , per altro sempre ufficialmente negata, di certi banchieri “americani”.

Ma per rilevarne i tipici processi e i nascosti intenti delle “rivoluzioni” , sempre ben lontani da quanto ufficialmente proclamato, citerò un esempio storicamente più lontano e quindi meno controvetibile: la tanto celebrata “rivoluzione francese”.

Questa infatti nel suo risultato geopolitico è stata , non “ casualmente” , il portato della infiltrazione della massoneria inglese nella borghesia francese onde spingere una Francia “ rivoluzionaria” ad esaurirsi in una guerra continentale contro le altre nazioni “cattoliche”, lasciando così nelle mani della Gran Bretagna tutti i loro possessi coloniali .

Il che è una cosa tanto evidente che oggi nessun potrebbe contestare sebbene , e non a caso , questo non sia ancora “ storia per le masse”, laddove cioè ancora nei “libri di scuola “si parla invece delle “ coalizioni reazionarie “ guarda caso però sempre costituite intorno alla suddetta Gran Bretagna.

Tornando quindi alle vicende tedesche , abbiamo visto infatti quale poi fosse la “spinta” determinante che portò il “baffetto” alla Cancelleria e , cioè, l’ adesione ad una politica capitalistica e di “potenza” con un patto suggellato dallo sterminio de “l’ala sinistra” del partito che pure tanti milioni di voti al “baffetto” aveva procurato.

Quindi davanti ad un Germania di nuovo in crisi sistemica e di nuovo generata da una ottusa elite capitalistica, un buon indizio verrà dalla politica che lo stato profondo tedesco apporterà contro questo nuovo “paria” politico.

Ad esempio, se la lasciasse vincere, significherebbe che c’erano già “ patti” in corso e che questa “svolta” servirebbe alla elite tedesca quantomeno da paravento per una cambio della sua attuale e servile geopolitica ,, una cosa che sarebbe una “furbata”, ammesso che i tedeschi fossero in grado di concepirla.

Altrimenti questa AFD sarà “ sterilizzata” perché di certo “, giunta al governo, “ quella attuale non sarebbe adatta alla proclamazione di un “ quarto Reich” ancora lanciato contro la Russia.

Ma verrà poi davvero questo “ quartino” ? Lo sapremo presto perché ci aspetta un ‘27 molto “interessante”.

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Rifondare la deterrenza industriale americana e rivendicare il bene comune, di Riley M. Moore

Rifondare la deterrenza industriale americana e rivendicare il bene comune

Di Riley M. Moore

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Il12 agosto 2000, Pat Buchanan iniziò il suo discorso di accettazione della candidatura alla presidenza del Partito Riformista definendo il sostegno che aveva recentemente ricevuto dal Sindacato Indipendente dei Lavoratori Siderurgici di Weirton uno dei momenti di cui andava più fiero nella sua vita. 1 Diciotto mesi prima, Buchanan aveva dato il via alla sua campagna a Weirton perché già allora quella città del West Virginia era un potente simbolo degli uomini e delle donne dimenticati d’America che la globalizzazione aveva lasciato indietro.

Buchanan era determinato a cambiare questa situazione. Sua madre era cresciuta nella vicina Mon Valley, in Pennsylvania. Conosceva in prima persona le difficoltà che avevano colpito il cuore industriale dell’America. In quel discorso di accettazione tenuto in agosto presso un centro congressi di Long Beach, in California, chiese: «Che cosa è successo al nostro Paese, se voltiamo le spalle a persone come queste? Che cosa è successo al nostro Paese?»

Questo saggio analizzerà come l’abbandono di acciaierie integrate come quella di Weirton abbia eroso lo stile di vita americano, indebolito la nostra base manifatturiera e, in ultima analisi, minato la nostra sicurezza nazionale. Ma soprattutto, il testo intende dimostrare che la deindustrializzazione è stata una scelta e sostiene che ora dobbiamo scegliere di reindustrializzarci. La reindustrializzazione della nostra industria siderurgica non solo è possibile, ma è assolutamente necessaria se l’America vuole riconquistare il proprio status di repubblica industriale e rimanere una superpotenza globale.

L’ascesa di Weirton

La città di Weirton prende il nome da Ernest T. Weir. Originario di Pittsburgh e di origini scozzesi-irlandesi, nato nel 1875, Weir entrò nel settore siderurgico in giovane età. Nel 1905 acquistò un’azienda siderurgica in difficoltà a Clarksburg, nel West Virginia, e pochi anni dopo trasferì l’attività nella piccola località di Hollidays Cove, nel Northern Panhandle del West Virginia. 2 Nel 1913, questo sito era diventato il secondo produttore americano di banda stagnata, ovvero lamiere sottili di acciaio rivestite di stagno, utilizzate principalmente per la produzione di barattoli di zuppa o verdure.3

Quando, nel 1918, l’azienda fu ufficialmente ribattezzata Weirton Steel Company, attorno all’acciaieria era già sorta un’intera città. La Weirton Improvement Company forniva ai lavoratori alloggi, servizi pubblici, una forza di polizia e protezione antincendio.4 Sebbene Weir fosse contrario ai sindacati, pagava i dipendenti più della media nazionale, e Weirton fu una delle prime acciaierie del Paese ad adottare il turno di otto ore. 5 Per decenni, Weir fece in modo che i cittadini della città che portava il suo nome godessero di livelli di reddito pro capite tra i più alti e della percentuale più elevata di proprietà immobiliare dello Stato.6 Weirton offriva ben più della semplice ricchezza materiale. La città dotò la comunità anche di una piscina, un campo da golf, uno stadio di football e una biblioteca pubblica. Ben presto, attorno a queste strutture pubbliche si sviluppò una vivace vita civica. Un operaio siderurgico di Weirton poteva recarsi a piedi al lavoro, allenare la squadra di baseball della Little League il sabato e andare in chiesa la domenica. Era il sogno americano.

Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, fu proprio la produzione industriale di città come Weirton a garantire la vittoria agli Alleati. Alcune settimane dopo l’attacco a Pearl Harbor, il War Production Board (WPB), appena istituito, chiese all’industria siderurgica di elaborare piani per aumentare la produzione e riorganizzarsi in vista della produzione militare. La Weirton Steel fu la prima acciaieria del Paese a rispondere all’appello. Nei quattro anni successivi, la produzione di Weirton non ebbe eguali.7

Durante la guerra, i suoi stabilimenti producevano settantamila proiettili per obici da otto pollici al mese. Inoltre, produceva tre miliardi di bossoli calibro 30 e 50. 8 Alla fine della guerra, Weirton aveva battuto sette record mondiali nella produzione di acciaio in forno a focolare aperto e aveva realizzato otto prodotti completamente nuovi. Tra questi figuravano acciaio legato con proprietà speciali per parti di aeromobili e canne di armi da fuoco, lamiere bonderizzate che potevano essere verniciate senza primer e banda stagnata elettrodepositata che garantiva un’eccellente resistenza alla corrosione. Guardando indietro alle prestazioni dello stabilimento, Lloyd Hargest, ex responsabile delle statistiche e dei rapporti per l’Army-Navy Production Award Board della Pittsburgh Ordnance, sosteneva che le prestazioni della Weirton Steel durante la guerra fossero «l’apice della lealtà e della devozione alla causa del proprio Paese in tempo di guerra». Riteneva che «solo la Weirton, tra tutti i grandi stabilimenti siderurgici degli Stati Uniti, potesse vantare un simile primato».

A testimonianza di questo risultato, nel marzo 1944, Weirton ottenne il premio “E” dell’Esercito e della Marina per l’eccellenza, assegnato solo a circa il 5% degli impianti di produzione bellica.9 Migliaia di lavoratori parteciparono alla cerimonia, nonostante la pioggia torrenziale. Bagnato fradicio, Larry Lafferty, presidente del Sindacato Indipendente di Weirton che in seguito avrebbe appoggiato Buchanan, dichiarò con orgoglio che:

Il nostro primato più caro è il fatto che non abbiamo mai perso un solo minuto di produzione sin da molto prima di Pearl Harbor. E questo è il nostro solenne impegno: noi siamo determinati a non perdere nemmeno un minuto di produzione da ora fino alla fine della guerra. Dichiaro che in queste fabbriche non ci saranno scioperi, rallentamenti o atti di sabotaggio ai danni del nostro amato Paese.10

Weirton mantenne la promessa. Durante la guerra si verificarono oltre 750 interruzioni del lavoro in altri stabilimenti siderurgici.11 A Weirton non si registrò alcuna interruzione. I lavoratori dell’acciaieria avevano tutte le ragioni per mantenere accesi i forni. Circa cinquemila dipendenti della Weirton Steel prestarono servizio nelle forze armate durante la Seconda guerra mondiale, e 120 di quegli uomini avrebbero ottenuto una stella d’oro nell’albo d’onore dell’azienda, a ricordo di coloro che non fecero mai ritorno a casa.12 Gli operai dell’acciaieria forgiavano proiettili e bossoli per i propri figli, fratelli e vicini.

Dopo la guerra, molti di quei veterani tornarono all’acciaieria e lavorarono nei turni di notte per mantenere le loro famiglie, mentre di giorno studiavano grazie alle borse di studio del GI Bill presso il nuovo College of Steubenville, l’odierna Franciscan University.13 Fede, famiglia e lavoro non erano cose separate per loro. Facevano parte di un unico stile di vita integrato, incentrato sulla produzione dell’acciaio. Al suo apice, negli anni ’50, Weirton produceva la metà dell’acciaio laminato al stagno di tutto il mondo.14 L’acciaieria sosteneva una città di quasi trentamila persone e dava lavoro a tredicimila uomini e donne.15

La caduta di Weirton

L’ascesa di Weirton non fu né un caso né un evento inevitabile. Fu il risultato di politiche e scelte specifiche compiute da personaggi specifici della storia americana. Lo stesso vale per la sua caduta, che fu altrettanto spettacolare.

Nel 1957 morì Ernest Weir. Due anni dopo, gli Stati Uniti divennero importatori netti di acciaio. Sempre più spesso, i governi stranieri cominciarono a sovvenzionare le proprie industrie siderurgiche e a riversare sul mercato statunitense prodotti a prezzi artificialmente bassi.16 Di conseguenza, le importazioni di acciaio aumentarono drasticamente negli anni ’60 e ’70. Washington non solo non riuscì a fermare questo attacco all’acciaio americano, ma sovvenzionò attivamente la sottoquotazione dell’acciaio americano. Attraverso il Piano Marshall, Washington investì milioni nella ricostruzione dell’industria siderurgica dell’Europa occidentale. 17 Abbiamo fatto la stessa cosa anche in Giappone, supervisionando una politica industriale che, già nel 1948, aveva posto il carbone e l’acciaio al primo posto tra le priorità nazionali.18

Nonostante le pressanti richieste dell’industria siderurgica, i leader americani si rifiutarono di applicare la stessa logica in patria, e i lavoratori di località come Weirton ne pagarono le conseguenze. Come scrisse Harry Caudill, storico della regione, in Night Comes to the Cumberlands:

Un aspetto curioso del favoloso programma di aiuti esteri degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale risiede nel fatto che le povere contee montane del Kentucky siano state gravate da tasse per ricostruire o industrializzare paesi stranieri, i cui cittadini, in pochi, vivono in condizioni di povertà pari a quelle della maggioranza degli abitanti dell’altopiano del Cumberland… dovremo finalmente affrontare con lucidità il fatto che nel nostro Paese esistono gli stessi bisogni e le stesse carenze che abbiamo cercato con tanta fatica di combattere all’estero e, comunque lo si voglia chiamare, un Piano Marshall per le nostre aree cronicamente e altrimenti incurabilmente depresse sembra essere l’unica soluzione.19

La fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 rappresentarono un punto di svolta per Weirton. Mentre il Partito Repubblicano celebrava l’alba della “Rivoluzione Reagan”, Weirton veniva devastata da una combinazione di fattori: l’aumento dei costi energetici derivante dalla crisi petrolifera del 1979 e la brutale recessione innescata dagli aumenti dei tassi di interesse decisi da Paul Volcker. Tra il 1978 e il 1982, l’acciaieria registrò un calo del fatturato netto di quasi 200 milioni di dollari, un aumento delle spese operative di 24 milioni di dollari e un’inversione di tendenza degli utili ante imposte, che passarono da un profitto di 16 milioni di dollari a una perdita di 104 milioni di dollari. 20 Il 2 marzo 1982, la National Steel annunciò che avrebbe ceduto la Weirton Steel.21

Quando non si presentò alcun acquirente aziendale, accadde qualcosa di straordinario. I lavoratori siderurgici di Weirton decisero di acquistare l’acciaieria da soli. Organizzarono sfilate, raccolte fondi e telethon.22 “Ce la possiamo fare” divenne il motto della città, e ce la fecero davvero. Nel settembre 1983, i lavoratori votarono con un rapporto di otto a uno a favore dell’acquisto della propria acciaieria per 194,2 milioni di dollari, diventando da un giorno all’altro la più grande azienda di proprietà dei dipendenti degli Stati Uniti.23

Ciò ha avuto un costo. I dipendenti hanno accettato una riduzione salariale del 20% per far sì che l’accordo andasse in porto. 24 Negli anni successivi, però, i lavoratori di Weirton dimostrarono di essere in grado di gestire lo stabilimento in modo redditizio. Nei primi nove mesi del 1984 registrarono utili pari a 48,3 milioni di dollari e un fatturato di 845,5 milioni di dollari, e dopo la transizione godettero di sedici trimestri consecutivi in attivo.25

Ma alla fine la realtà di un mercato truccato a sfavore dell’acciaio americano si fece sentire. Quando il presidente Clinton non riuscì ancora una volta a impedire che l’acciaio straniero a basso costo invadesse gli Stati Uniti durante la crisi valutaria asiatica del 1998, la Weirton fallì.26 Dopo aver perso più di 700 milioni di dollari in cinque anni, l’azienda dichiarò fallimento nel 2003. 27 Nei vent’anni successivi, lo stabilimento fu venduto a pezzi e smantellato come una vecchia automobile, fino a quando non si limitò più che altro a produrre banda stagnata proveniente da altre acciaierie. Ma anche questo fu sottratto ai patrioti di Weirton.

Nel febbraio 2024, la Commissione per il Commercio Internazionale ha bloccato i dazi antidumping sull’acciaio stagnato proveniente da Canada, Cina, Germania e Corea del Sud.28 Il presidente Biden non ha fatto nulla. Poco dopo, Cleveland-Cliffs ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento di Weirton e il licenziamento dei restanti novecento lavoratori. In un batter d’occhio, 115 anni di produzione siderurgica ininterrotta negli Stati Uniti sono giunti al termine.

La deterrenza industriale e il complesso militare-industriale

La stessa storia si è ripetuta in innumerevoli altre città siderurgiche del cuore degli Stati Uniti. La loro vicenda non è solo una tragedia economica, ma un disastro strategico di prim’ordine. Per capirne il motivo, dobbiamo riprendere il concetto di deterrenza industriale.

Come hanno sostenuto Elbridge Colby, sottosegretario alla Guerra per le politiche, e altri esperti di sicurezza nazionale, il successo della deterrenza dipende dal mantenimento di una minaccia credibile nei confronti di un aggressore e da un costo inaccettabile per un’aggressione contro gli Stati Uniti.29 Tuttavia, i dibattiti odierni sulla deterrenza hanno assunto un carattere quasi esclusivamente militare. Si concentrano su navi, missili, dispiegamento delle forze e bilanci della difesa, ma ignorano in gran parte la base industriale che sostiene le nostre forze armate.

La deterrenza industriale parte da una premessa diversa. Gli avversari degli Stati Uniti non si limitano a valutare le armi che siamo in grado di schierare oggi, ma anche la capacità produttiva, le catene di approvvigionamento, le risorse strategiche e la forza lavoro qualificata che saremo in grado di mobilitare domani. Una nazione che non è in grado di sostituire le perdite, espandere la produzione o sostenere un conflitto prolungato è, in primo luogo, meno capace di esercitare un effetto deterrente.

Oggi, i responsabili politici di entrambi gli schieramenti politici hanno dimostrato di non essere in grado di comprendere il concetto di deterrenza industriale. Si rifanno invece a una concezione ristretta della sicurezza nazionale, incentrata sulle installazioni militari e sugli stanziamenti per la difesa. Ma non è sempre stato così.

Quando l’America raggiunse lo status di potenza mondiale alla fine del XIX secolo, la tutela dell’industria siderurgica era al centro dell’agenda nazionale. Infatti, la fondazione di Weirton sarebbe stata impossibile senza la tariffa McKinley del 1890, che più che raddoppiò il dazio sulla latta (dal 30% al 70%) con l’obiettivo esplicito di costruire un’industria nazionale. 30 Il programma del Partito Repubblicano del 1896 difese questo approccio, dichiarando: «Rinnoviamo e ribadiamo la nostra fedeltà alla politica protezionistica, baluardo dell’indipendenza industriale americana e fondamento dello sviluppo e della prosperità degli Stati Uniti».31

Per gran parte del XX secolo, i leader americani hanno continuato a credere in questa politica. Erano consapevoli che le acciaierie come quella di Weirton fossero importanti per la sicurezza nazionale e il successo a lungo termine degli Stati Uniti tanto quanto qualsiasi base militare. Di conseguenza, le hanno protette e trattate come risorse fondamentali per la sicurezza nazionale.

La Seconda guerra mondiale confermò la validità di questa strategia e l’importanza militare di mantenere solide catene di approvvigionamento interne. Aziende come la Singer Corporation riorientarono le linee di produzione dalla fabbricazione di macchine da cucire alla produzione in serie di pistole, strumenti per l’aviazione e telemetri.32 Ancora più famoso è il caso della Ford, che passò dalla produzione di automobili alla produzione di un bombardiere B-24 Liberator all’ora. La Rock-Ola Manufacturing, che prima della guerra produceva jukebox, sfruttò la propria esperienza nella meccanica complessa a molla per produrre in serie 230.000 carabine M1.33

Esistono innumerevoli altre storie di aziende manifatturiere americane che contribuirono allo sforzo bellico in questo modo. Weirton fu il primo stabilimento del Paese a rispondere all’appello lanciato dal War Production Board, ma non fu l’unico. Poiché l’America aveva investito nel mantenimento di una forte industria nazionale già prima dell’inizio della guerra, il nostro settore industriale fu in grado di riorganizzare rapidamente le linee di produzione per ottenere, alla fine, la vittoria.

Questa è l’essenza della deterrenza industriale, che la nostra nazione ha applicato anche per evitare un conflitto diretto con l’Unione Sovietica. L’NSC-68, il documento del Consiglio di Sicurezza Nazionale del 1950 che definiva la nostra strategia di deterrenza durante la Guerra Fredda, chiariva che il mantenimento di una “base di mobilitazione” efficiente era fondamentale per prevalere sui sovietici. 34 Quello stesso anno, il Congresso approvò il Defense Production Act (DPA), che trasformò ufficialmente ogni fabbrica americana in una risorsa militare latente. Nel frattempo, il governo stava accumulando scorte per miliardi di dollari di materie prime fondamentali quali cobalto, titanio e stagno, in modo che l’America non dovesse fare affidamento su catene di approvvigionamento estere. 35 Infatti, la Riserva Nazionale di Attrezzature Industriali conservava oltre 130.000 macchine utensili pesanti nel caso in cui fosse stato necessario impiegarle nelle fabbriche in caso di crisi.36

Questi investimenti mirati nella capacità industriale non erano considerati uno spreco, ma una scelta strategica. Alla base di questa convinzione c’era l’idea che l’eccesso di produzione non fosse un problema da evitare. Al contrario, poteva fungere da deterrente per i nostri nemici nel presente ed essere sfruttato a fini economici nel futuro. Come dichiarò il presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1940:

I nostri sforzi in materia di difesa non devono essere ostacolati da coloro che temono le future conseguenze di un eccesso di capacità produttiva. Le possibili conseguenze di un fallimento dei nostri sforzi di difesa in questo momento sono ben più temibili. E una volta superate le attuali esigenze di difesa, una gestione adeguata delle necessità del Paese in tempo di pace richiederà tutta la nuova capacità produttiva, se non addirittura di più. Nessuna politica pessimistica sul futuro dell’America deve ritardare l’immediata espansione di quelle industrie essenziali per la difesa. Ne abbiamo bisogno.37

Il nemico di questo approccio era il consenso neoliberista emerso durante la seconda metà della Guerra Fredda. Esistono molti modi per definire questo consenso, ma uno dei suoi presupposti fondamentali era che la base industriale commerciale e la produzione militare fossero due ambiti distinti. Da tale premessa derivarono due sviluppi principali. In primo luogo, poiché la base manifatturiera americana era ritenuta non essenziale per la sicurezza nazionale, poteva essere distribuita attraverso una rete di alleati anticomunisti legati a noi da rapporti commerciali. In secondo luogo, avendo così ceduto la nostra base industriale, il Pentagono dovette adottare un nuovo approccio alla produzione militare.

Nel suo discorso di addio del 1961, il presidente Eisenhower definì questo nuovo approccio il “complesso militare-industriale”, contrapponendolo direttamente alla tradizionale idea americana di un paese in cui “chi forgiava i vomeri potesse, col tempo e se necessario, forgiare anche le spade”. 38 Oggi, molte persone continuano a ricorrere a questo termine per descrivere le vaste dimensioni e la portata della produzione militare americana, ma hanno dimenticato che ciò che abbiamo ora è in realtà molto più limitato rispetto al sistema di deterrenza industriale che lo ha preceduto.

Non solo è più ristretto, ma anche, come aveva previsto Eisenhower, più incline al consolidamento del potere. Questo perché l’assenza di una base industriale significa che il Pentagono è, per la maggior parte dei produttori del settore della difesa, l’unico cliente in città. Come ha sostenuto Shyam Sankar di Palantir in Mobilize, ciò rende il complesso militare-industriale un “monopsio”, ovvero un mercato con un unico acquirente. 39 Qualsiasi azienda con un solo cliente non è un’impresa, ma un venditore o un fornitore. Separate dalla più ampia base industriale commerciale, queste aziende diventano meno dinamiche, meno attraenti per i migliori talenti e meno innovative.

Il risultato prevedibile di questo sistema è la nostra realtà attuale. Laddove un tempo avevamo un’industria nazionale solida, in grado, grazie alla sua capacità a duplice uso, di fornire alle forze armate tutto ciò di cui avevano bisogno e anche di più, oggi abbiamo un gruppo di alleati deboli e inaffidabili e cinque appaltatori principali gonfiati. Questo sistema è in grado di produrre alcuni prodotti eccellenti, ma fatica a implementarli su larga scala o a raggiungere anche obiettivi di approvvigionamento modesti. Mentre entriamo in un nuovo periodo di competizione tra grandi potenze, i responsabili politici a Washington dovrebbero chiedersi quale di questi modelli garantisca l’effetto deterrente maggiore.

La fragile offerta di acciaio negli Stati Uniti

In nessun altro settore la risposta è più evidente che nell’industria siderurgica stessa. Per capirne il motivo, dobbiamo analizzare come si è evoluta la produzione siderurgica americana negli ultimi cinquant’anni.

Il cambiamento più significativo riguarda il tipo di acciaierie che dominano la produzione siderurgica americana. Negli anni ’70, gli Stati Uniti producevano oltre l’80% del proprio acciaio in acciaierie integrate, con più di 125 altiforni in funzione in tutto il paese.40 Tuttavia, da quando la Bethlehem Steel completò la costruzione di Burns Harbor nel 1969, gli Stati Uniti non hanno più costruito una sola nuova acciaieria integrata e oggi sono in funzione solo una dozzina di altiforni. 41 Per la maggior parte, sono state sostituite da acciaierie con forni ad arco elettrico (EAF), che oggi producono la stragrande maggioranza dell’acciaio americano.42

La maggior parte dei responsabili politici ha sottovalutato l’importanza di questo cambiamento perché non comprende come funzionano gli impianti integrati né cosa li distingua dai forni elettrici ad arco (EAF). Si tratta di un lusso che non possiamo più permetterci. La differenza tra questi due tipi di impianti è la differenza tra una base industriale in grado di difendere questa nazione e una che non lo è.

Un impianto siderurgico integrato utilizza carbone metallurgico (met), minerale di ferro e calcare per produrre acciaio grezzo partendo da zero. Molti paesi nel mondo non sono in grado di produrre acciaio partendo da zero senza ricorrere a importazioni ingenti, poiché il carbone metallurgico di alta qualità è presente solo in poche località del pianeta. Gli Stati Uniti rappresentano un’eccezione.43 Il nostro Paese possiede uno dei migliori giacimenti di carbone metallurgico al mondo, concentrato nei filoni di Pocahontas, nel sud del West Virginia.44

Questi bacini carboniferi furono rilevati alla fine del XIX secolo dall’ex cartografo di Stonewall Jackson, Jedediah Hotchkiss, e da allora sono stati ampiamente considerati come i produttori del miglior carbone metallurgico al mondo.45 È proprio per questo motivo che l’industria siderurgica americana si è storicamente concentrata in quella che oggi è conosciuta come la “Rust Belt”. La Pennsylvania occidentale e l’Ohio godevano di un facile accesso al carbone metallurgico del West Virginia, che ancora oggi fornisce circa il 70 per cento di tutto il carbone metallurgico utilizzato nella produzione siderurgica americana.

Poiché parte da queste materie prime e produce l’acciaio partendo da zero, un laminatoio integrato è in grado di produrre acciaio di altissima qualità, praticamente privo di impurità. Ciò rende i laminatoi integrati particolarmente adatti a soddisfare le esigenze delle applicazioni militari più esigenti, che richiedono un controllo preciso della composizione chimica.46

Gli EAF funzionano in modo diverso. Questi impianti partono dai rottami di acciaio provenienti da vecchie automobili ed edifici demoliti e li fondono per produrre acciaio nuovo. Uno dei motivi principali della loro diffusione negli ultimi cinquant’anni è che richiedono un ingombro fisico molto inferiore rispetto agli impianti integrati, sono più economici da costruire e possono essere realizzati praticamente ovunque. Inoltre, gli impianti EAF possono adeguarsi alle condizioni di mercato riducendo o aumentando la produzione, mentre gli altiforni degli impianti integrati devono funzionare 24 ore su 24, 7 giorni su 7, pena il rischio di danni catastrofici.

Gli EAF presentano tuttavia alcuni limiti. La maggior parte dei rottami da cui attingono è contaminata da rame, stagno e altre impurità che limitano la qualità dell’acciaio.47 Per molte applicazioni commerciali ciò non fa differenza, ma per le applicazioni militari di altissimo livello è certamente determinante. Alcuni forni elettrici ad arco (EAF) sono in grado di superare questa limitazione. Grazie all’impiego di tecnologie all’avanguardia e alla miscelazione dei rottami con ferro ridotto direttamente (DRI), gli EAF possono riprodurre quasi integralmente i gradi di acciaio di altissima qualità prodotti in un laminatoio integrato.48

Si tratta di un risultato tecnologico straordinario e occorre approfondire ulteriormente la possibilità di utilizzare i forni elettrici ad arco (EAF) per la produzione di ulteriori prodotti militari. Tuttavia, dal punto di vista della deterrenza industriale, il problema più profondo legato agli EAF è rappresentato dai rottami con cui funzionano.

Mentre gli Appalachi dispongono ancora di risorse di carbone metallurgico che potrebbero durare per secoli,49 i rottami sono un prodotto riciclato la cui disponibilità è fondamentalmente limitata dalla quantità di acciaio presente nella nostra economia. 50 Questa disponibilità è nota come «base di acciaio in uso» e quella degli Stati Uniti si attesta a circa quattro miliardi di tonnellate.51 A peggiorare le cose, l’offerta di rottami è anche anelastica. A differenza del carbone metallurgico, che possiamo estrarre in quantità maggiori su richiesta, ogni anno diventano disponibili come rottami solo circa da sessanta a ottanta milioni di tonnellate di acciaio (meno del 2% della base complessiva di acciaio in uso).52 Senza demolire edifici o sequestrare automobili, non c’è modo facile di modificare questo limite di offerta.

Ecco perché gli impianti EAF, pur essendo commercialmente più redditizi rispetto agli impianti integrati, rappresentano un deterrente industriale molto più debole. Da un punto di vista economico, gli impianti integrati vengono liquidati come reliquie di un’epoca passata, a nostro discapito. Dal punto di vista della sicurezza nazionale, invece, rimangono di inestimabile valore per la capacità degli Stati Uniti di produrre più acciaio senza doverlo importare. Per questo motivo, il crollo dei nostri impianti integrati non può essere ignorato.

Capacità di finitura

Il crollo della produzione siderurgica integrata rappresenta però solo la prima parte della storia. Una volta prodotto l’acciaio grezzo, questo deve ancora essere trasformato in prodotti militari attraverso un processo specializzato noto come finitura. Tradizionalmente, la finitura era concentrata nelle stesse regioni in cui sorgevano gli impianti siderurgici integrati americani e si avvaleva della stessa manodopera altamente qualificata che si era formata nel corso di generazioni. Con la chiusura di tali impianti, tuttavia, anche la capacità di finitura degli Stati Uniti è diminuita. E oggi, in una categoria critica dopo l’altra, si riscontrano gravi vulnerabilità nella catena di approvvigionamento.

Si consideri l’acciaio navale. Oggi la Marina non è in grado di raggiungere il proprio obiettivo di costruire ogni anno due sottomarini della classe Virginia e uno della classe Columbia. Uno dei motivi principali per cui facciamo fatica a raggiungere anche questi obiettivi modesti è che dipendiamo da singoli punti di fallimento lungo tutta la catena di approvvigionamento finale. 53 Ad esempio, fino al 2018, un unico stabilimento siderurgico a Coatesville, in Pennsylvania, forniva fino al 95 per cento di tutte le piastre corazzate utilizzate nelle navi e nei sottomarini americani.54 Di conseguenza, qualsiasi guasto alle attrezzature o interruzione del lavoro in quell’unico stabilimento mette a rischio l’intero approvvigionamento dei sottomarini americani.

Questo dovrebbe ricordarci quanto siano fondamentali i lavoratori siderurgici americani per la nostra sicurezza nazionale. Il nostro Paese può stanziare capitali per costruire nuove acciaierie, ma formare una forza lavoro in grado di gestirle richiede generazioni e si basa su conoscenze tramandate di generazione in generazione, conquistate a fatica e facilmente perdibili. Ciò è particolarmente preoccupante in questo caso perché i sottomarini sono senza dubbio la risorsa strategica più cruciale nell’arsenale americano in termini di deterrenza. Trasportano circa il 70 per cento delle testate nucleari strategiche e dispiegate degli Stati Uniti, e la loro capacità di operare senza essere individuati rappresenta la polizza assicurativa definitiva in qualsiasi conflitto tra grandi potenze.55

Anche la nostra produzione di munizioni racconta una storia simile. Il proiettile di artiglieria da 155 millimetri è tra le munizioni più importanti sul campo di battaglia moderno, e ciascuno di essi nasce da una barra d’acciaio da duemila libbre. 56 A partire dal 2022, tuttavia, solo due stabilimenti in Pennsylvania, lo Scranton Army Ammunition Plant e il suo impianto gemello a Wilkes-Barre, erano in grado di forgiare quell’acciaio per ricavarne il corpo finito di un proiettile.57

La guerra in Ucraina ha messo in luce questo collo di bottiglia. All’inizio del conflitto, gli Stati Uniti producevano circa quattordicimila proiettili da 155 millimetri al mese. Nella primavera del 2023, tuttavia, l’Ucraina ne consumava dai seimila agli ottomila al giorno, il che significa che la nostra intera produzione annuale era sufficiente a coprire circa tre settimane di guerra. 58 L’allora senatore JD Vance osservò questo squilibrio tra la nostra politica estera interventista e la nostra base industriale in declino. Sosteneva che, nonostante un drastico aumento della produzione, saremmo comunque riusciti a produrre solo 360.000 proiettili all’anno, meno di un decimo di quanto l’Ucraina dichiarava di aver bisogno.59 Gli esperti si rifiutarono di ascoltare. Molti a Washington hanno ignorato questo avvertimento e hanno comunque sostenuto l’aumento del nostro sostegno all’Ucraina. Di conseguenza, l’America si è ritrovata ancora una volta a fare i conti con risorse insufficienti.

Lo stesso problema si riscontra in tutte le nostre catene di approvvigionamento militari. Viviamo dell’eredità industriale del XX secolo. Il carro armato M1 Abrams ne è un esempio emblematico. Non ne costruiamo uno nuovo da zero da quasi quarant’anni.60 Al contrario, conserviamo in un magazzino i vecchi carri armati dell’epoca della Guerra Fredda, smontandoli e ricostruendoli fino a riportarli a condizioni “come nuovi”.

Ma non sono solo i sottomarini, i proiettili di artiglieria e i carri armati a destare preoccupazione. La deterrenza industriale ci impone di considerare anche le vulnerabilità non convenzionali. La nostra rete elettrica ne è l’esempio più lampante. La rete moderna richiede trasformatori di grandi dimensioni costruiti attorno a nuclei di acciaio elettrico a grani orientati (GOES) specializzato. 61 Nonostante la sua importanza, l’acciaio GOES americano dipende da una fragile catena di approvvigionamento priva di ridondanza. Lo stabilimento Butler Works di Cleveland-Cliffs in Pennsylvania è l’unico impianto del Paese in grado di fondere e laminare l’acciaio grezzo necessario per il GOES, mentre lo stabilimento Zanesville Works in Ohio fornisce la laminazione a freddo di precisione e i trattamenti termici necessari per la finitura.62

Di conseguenza, la rete elettrica americana, in rapida espansione, dipende dai trasformatori provenienti dal Messico, dalla Corea del Sud e dalla Cina per garantire l’illuminazione.63 Si tratta di un grave problema per la deterrenza industriale, poiché in qualsiasi conflitto di grande portata un avversario potente come la Cina cercherà quasi certamente di mettere fuori uso la rete elettrica americana. Senza un aumento significativo della produzione interna di trasformatori, la nostra capacità di ricostruire dipenderà sempre più proprio dal Paese che ci sta attaccando.

In parte a causa di questa vulnerabilità, nel 2024 la Cleveland-Cliffs annunciò l’intenzione di riaprire lo stabilimento di Weirton come fabbrica di trasformatori.64 Il sito era la scelta ideale. Facilmente raggiungibile sia da Butler che da Zanesville, Weirton disponeva delle infrastrutture e della forza lavoro altamente qualificata necessarie per trasformare quel GOES in trasformatori, riducendo così notevolmente la dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni dall’estero. Purtroppo, però, nel corso di una serie di tagli ai costi del maggio 2025, Cleveland-Cliffs si è ritirata dall’accordo, adducendo come motivazione una perdita trimestrale di 483 milioni di dollari e la volontà di concentrare l’azienda sul proprio punto di forza principale: la fornitura di acciaio all’industria automobilistica.65

Il modo in cui è fallito questo accordo, che avrebbe dato a Weirton una seconda possibilità, rappresenta in miniatura l’intero problema. Ancora una volta, emerge un divario tra ciò che è commercialmente sostenibile per le acciaierie e ciò che è strategicamente vitale per la deterrenza americana. È proprio a questo divario che si riferiva l’allora senatore Marco Rubio nel 2019 quando affermò che «il mercato raggiungerà sempre il risultato economico più efficiente, ma a volte il risultato più efficiente è in contrasto con il bene comune e l’interesse nazionale».66 Ed è proprio in questo divario che deve intervenire la politica industriale.

La buona notizia è che i repubblicani stanno cominciando a farlo. Sulla scia del fallimento dell’accordo a Weirton, ho guidato un gruppo di politici, tra cui il senatore Bernie Moreno e il deputato Rick Crawford, presidente della Commissione permanente per l’intelligence della Camera dei Rappresentanti, nell’esortare il presidente Trump a invocare la Legge sulla produzione per la difesa per affrontare queste vulnerabilità critiche nel nostro settore dei trasformatori. Lo scorso aprile, il presidente ha fatto proprio questo e ha dichiarato che «l’infrastruttura della rete elettrica e le relative catene di approvvigionamento a monte, compresi i trasformatori» e «l’acciaio per nuclei elettrici» sono «beni tecnologici critici essenziali per la difesa nazionale».67

Questa politica nel settore dei trasformatori dovrebbe essere un modello per altri comparti della nostra fragile industria siderurgica. Ciò significa, ovviamente, investimenti per forni e linee di finitura, ma anche risorse destinate espressamente alla formazione e al sostegno della manodopera qualificata che li gestisce. E abbiamo bisogno di queste politiche adesso. Infatti, mentre abbiamo trascorso cinque decenni lasciando che i nostri stabilimenti integrati si arrugginissero e la nostra capacità di finitura si ridurrà, il nostro principale avversario geopolitico ha fatto esattamente l’opposto.

Il Drago d’Acciaio

In effetti, la fragilità della filiera siderurgica statunitense e la necessità di affrontare con urgenza le sue vulnerabilità diventano ancora più evidenti se si esamina l’industria siderurgica cinese.

Oggi la Cina sta mettendo in atto una versione di quella strategia di deterrenza industriale che noi abbiamo abbandonato. Il piano “Made in China 2025” lo rende chiarissimo, affermando esplicitamente che “costruire un’industria manifatturiera competitiva a livello internazionale è l’unico modo in cui la Cina può rafforzare la propria potenza nazionale complessiva, garantire la sicurezza nazionale e affermarsi come potenza mondiale”. 68 Inoltre, il piano prevede una «fusione tra settore militare e civile» e suggerisce politiche quali la promozione del «trasferimento e della conversione bidirezionali delle tecnologie militari e civili».

L’obiettivo finale, entro il 2049, centenario dell’ascesa al potere del Partito Comunista Cinese, è quello di diventare leader mondiale nel campo della tecnologia e dei sistemi industriali. La Cina è sulla buona strada. Attualmente rappresenta circa il 30% della produzione manifatturiera globale e si prevede che tale quota si avvicini al 50% entro il 2050. 69 Per contestualizzare il dato, si tratta di una quota paragonabile a quella detenuta dagli Stati Uniti alla fine degli anni ’40, quando la maggior parte delle economie industriali del mondo giaceva in rovina.70

Ancora più rilevante ai fini del presente saggio, tuttavia, è il fatto che l’industria siderurgica cinese abbia già raggiunto questo livello di predominio. Oggi la Cina produce più della metà dell’acciaio mondiale e ne produce in un mese circa quanto gli Stati Uniti ne producono in un anno.71 Non è sempre stato così. Nel 1977, la Cina non disponeva praticamente di alcun altoforno moderno e la sua capacità di lavorazione era talmente scarsa da dover fare affidamento sulle importazioni per quasi tutti i prodotti siderurgici complessi.

Nello stesso periodo, Pechino iniziò a investire ingenti somme di denaro nella costruzione di nuovi altiforni e stabilimenti siderurgici integrati.72 Spesso, la Cina costruiva questi stabilimenti utilizzando le strutture di quelli americani in disuso, acquistandoli, smantellandoli per ricavarne i componenti e spedendo le attrezzature in patria. Il vecchio stabilimento della Kaiser Steel a Fontana, in California, il più grande complesso siderurgico integrato della costa occidentale, ne è un esempio lampante. Le sue attrezzature per la produzione dell’acciaio furono acquistate nel 1993 dal gruppo statale cinese Shougang, trasportate in Cina e riassemblate per creare uno degli stabilimenti più avanzati del Paese.73

Nei decenni successivi, la Cina ha costruito una vasta rete di nuovi impianti siderurgici integrati. Oggi i suoi altiforni sono estremamente grandi, nuovi e i più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico. La Cina da sola produce circa il 60 per cento del carbone metallurgico mondiale, eppure il fabbisogno della sua industria siderurgica è talmente vasto che Pechino è anche il maggiore importatore mondiale di carbone metallurgico, importandone in quantità ingenti da paesi come la Mongolia, l’Australia e la Russia.74 La sua capacità di lavorazione finale non ha rivali ed è in grado di produrre ed esportare prodotti siderurgici per ogni settore, dall’industria aerospaziale e delle portaerei all’acciaio elettrico.

In breve, cinquant’anni fa l’intera Cina era in grado di produrre più o meno la stessa quantità di acciaio di una manciata di grandi acciaierie statunitensi. Oggi Pechino dispone di una catena di approvvigionamento integrata verticalmente, in grado di superare la produzione complessiva di tutti gli altri paesi del pianeta messi insieme. Questa asimmetria industriale tra i nostri due paesi è diventata una vulnerabilità strategica per l’America, che Pechino sta sfruttando.

Per citare solo un esempio, il predominio della Cina nel settore siderurgico le consente di sostenere una capacità cantieristica che, come ha spiegato in dettaglio il senatore Todd Young su queste pagine questa primavera, è oltre duecento volte superiore alla nostra.75 Per questo motivo, la marina cinese supera ora la nostra in termini di numero di navi, sebbene non ancora in termini di dislocamento. La Cina è in grado di costruire — e, in caso di guerra, sostituire — navi da guerra a un ritmo che nessun sforzo americano è attualmente in grado di eguagliare. Questo vantaggio industriale è alla base della strategia anti-accesso di Pechino nel Pacifico occidentale e sta già minando la nostra capacità di scoraggiare un potenziale conflitto futuro con la Cina.

Inversione di rotta

La buona notizia è che non è troppo tardi per invertire la rotta. Farlo non significa che dobbiamo accettare l’agenda del Partito Comunista Cinese. Come sottolineò l’allora senatore Rubio nel 2019, «la nostra economia di mercato e la nostra società libera funzionano con un’efficienza e un’apertura impossibili nel regime di comando e controllo cinese». 76 Ciò richiede però di abbandonare il consenso neoliberista che ha permesso l’ascesa industriale della Cina a spese degli Stati Uniti e di tornare all’approccio di deterrenza industriale che ha reso l’America la nazione più forte e prospera del mondo.

Per farlo, dobbiamo ripensare molti dei nostri problemi più urgenti in materia di sicurezza nazionale come sfide relative alla capacità industriale piuttosto che come sfide legate agli appalti militari. Dobbiamo attuare politiche che allineino gli incentivi commerciali ai nostri interessi strategici, affinché per le imprese private torni ad essere redditizio sviluppare e mantenere la capacità da cui dipende la nostra deterrenza. E, in ultima analisi, dobbiamo reintegrare la nostra infrastruttura di sicurezza nazionale con una base industriale commerciale forte e indipendente.

Non sarà facile. La logica di massimizzazione dei profitti di Wall Street si oppone anche a dazi modesti volti a proteggere l’industria americana e si opporrà con ancora maggiore forza ai dazi molto più elevati e agli investimenti federali diretti necessari per ricostruire quelle che un tempo erano grandi acciaierie come quella di Weirton. Ma farlo è necessario, non solo per la nostra sicurezza nazionale, ma anche per la nostra identità di Paese indipendente, autosufficiente e capace di reggersi sulle proprie gambe.

Il primo passo è garantire un accesso economico e affidabile al carbone metallurgico. Per quasi due decenni, i Democratici a Washington hanno condotto una campagna normativa e finanziaria volta a distruggere spietatamente l’industria del carbone. L’intero programma si è rivelato disastroso, ma la misura in cui l’ideologia ha portato gli attivisti per il clima a ignorare la posta in gioco strategica dell’industria carbonifera americana è dimostrata al meglio dal loro rifiuto di distinguere tra il carbone termico di cui abbiamo bisogno per le centrali elettriche e il più raro carbone metallurgico, essenziale per la produzione dell’acciaio.

Lo scorso aprile il presidente Trump ha posto fine a quell’era classificando il carbone metallurgico come minerale strategico, aprendo così la strada a procedure di autorizzazione accelerate, finanziamenti federali e accordi di acquisto a lungo termine simili a quelli che il governo già stipula per l’energia prodotta da centrali a carbone a servizio delle installazioni militari.77 Ora questi strumenti devono essere utilizzati su larga scala.

Dalla miniera, il lavoro prosegue verso l’acciaieria. Negli ultimi cinquant’anni sono stati chiusi più di cento altiforni e la nostra produzione di acciaio vergine è crollata di quasi l’ottanta per cento.78 Al loro posto si sono moltiplicati i forni elettrici ad arco (EAF), ma questi rappresentano un complemento alla capacità integrata piuttosto che un suo sostituto. Per invertire la tendenza, dobbiamo partire dai dazi. Il declino dell’industria siderurgica è stato determinato innanzitutto dall’incapacità di Washington di proteggere l’industria siderurgica americana dalle aziende straniere sostenute dallo Stato, e nuovi investimenti di rilievo rimarranno improbabili finché non avremo istituito un regime tariffario sufficientemente forte da consentire alle acciaierie americane di competere a parità di condizioni.

Oltre ai dazi, dobbiamo anche fornire investimenti federali diretti all’industria siderurgica. Un simile sforzo sarebbe notevolmente agevolato da una nuova banca industriale dedicata esclusivamente a progetti nazionali e sostenuta dal ricorso al Defense Production Act per snellire le valutazioni NEPA e ridurre al minimo i ritardi nell’ottenimento delle autorizzazioni. Un buon modello per tale istituzione potrebbe essere la U.S. International Development Finance Corporation (DFC). Istituita dal presidente Trump nel 2018 e ora presieduta dal segretario di Stato Rubio, la DFC impiega capitali americani per contrastare l’influenza cinese nei paesi in via di sviluppo. In meno di dieci anni, ha speso oltre 40 miliardi di dollari in progetti in tutto il mondo, tra cui 553 milioni di dollari per una ferrovia e un porto minerario in Angola e 125 milioni di dollari per il risanamento dei cantieri navali di Elefsis in Grecia. 79 Se il governo eguagliasse questo livello di investimenti per sostenere l’industria siderurgica nazionale e utilizzasse tali fondi per finanziare lo sviluppo, fornire garanzie sui prestiti e diventare azionista di minoranza in nuovi progetti siderurgici proprio qui nel nostro Paese, potremmo aumentare drasticamente il numero di acciaierie integrate in America in meno di un decennio.

Infine, questo acciaio deve ancora essere trasformato in prodotti militari. In questo caso, la soluzione consiste nel ripristinare il rapporto tra le nostre forze armate e la nostra base industriale commerciale. Oggi il Pentagono ha la cattiva abitudine di comportarsi da pessimo cliente, acquistando solo il minimo indispensabile alle condizioni più restrittive possibili. Nel frattempo, l’industria americana è arrivata a considerare la fornitura ai militari più una distrazione che un dovere. Questa rottura è stata particolarmente dannosa per l’industria siderurgica, dove alcuni fornitori hanno chiuso le attività di lavorazione finale, fondamentali per i prodotti militari specializzati.

Fortunatamente, una risposta sta già emergendo. L’aumento dei finanziamenti destinati all’Ufficio per il Capitale Strategico del Pentagono e al suo programma di Analisi e Sostenibilità della Base Industriale è un buon segno. Lo stesso vale per il flusso di capitali patriottici che ha portato al successo di aziende come Palantir e Anduril. Finora, tuttavia, si sta prestando troppa attenzione alle tecnologie all’avanguardia e di frontiera, mentre i settori più tradizionali vengono in gran parte trascurati. La produzione dell’acciaio sarà anche meno affascinante, ma è altrettanto vitale dal punto di vista strategico. Poiché è stata trascurata per così tanto tempo, anche investimenti modesti nei colli di bottiglia critici potrebbero fare una differenza enorme. I giovani imprenditori che sperano di costruire la prossima grande azienda americana nel settore della difesa dovrebbero guardare con attenzione alle fragili linee di finitura da cui dipende gran parte delle nostre forze armate, e Washington dovrebbe sostenerli finanziariamente quando lo fanno.

Weir è ancora in piedi

Ciascuna di queste misure contribuirebbe in modo significativo al rilancio dell’industria siderurgica americana, ma potrà esercitare appieno il proprio effetto deterrente solo se attuata in combinazione con le altre. Come ogni catena, anche quella dell’industria siderurgica americana è forte solo quanto il suo anello più debole. Le miniere, gli stabilimenti di lavorazione e gli impianti di finitura devono operare tutti insieme, altrimenti non funzioneranno affatto.

Queste politiche devono essere perseguite sin da ora. Il dominio della Cina su oltre la metà della produzione mondiale di acciaio ha già minato la deterrenza americana nel Mar Cinese Meridionale. Senza un intervento urgente, quella stessa debolezza si estenderà a tutte le regioni in cui gli interessi americani dipendono dall’acciaio americano, rendendo sempre più probabile un conflitto catastrofico con la Cina.

C’è anche un secondo orologio che ticchetta. Sebbene la Cina ci abbia superato in quasi tutti gli indicatori relativi alla produzione siderurgica, ciò che non riesce ancora a replicare è la forza lavoro industriale americana, libera e creativa. Questo è il nostro più grande vantaggio rispetto ai nostri avversari geopolitici, ma invecchia di anno in anno. I nostri operai specializzati, saldatori e metallurgisti stanno invecchiando, e se non ripristiniamo gli stabilimenti in cui lavorano, non saranno in grado di trasmettere le loro conoscenze alla generazione successiva.

Il capitale umano è importante tanto quanto quello finanziario, e una forza lavoro industriale d’élite costituisce di per sé un deterrente per i nostri nemici. Come ha spiegato il Segretario al Tesoro Scott Bessent nel suo intervento al Reagan National Economic Forum, i saldatori e gli operatori meccanici americani rappresentano «una riserva di competenze pratiche» che può aiutare il nostro Paese ad «adattarsi rapidamente» in tempi di conflitto.80

In città come Weirton, quel bacino esiste ancora. Lì non si produce più acciaio dal 2024, ma vi vivono circa diciottomila persone, tra cui centinaia dei migliori operai siderurgici del Paese. Si tratta di uomini dotati delle conoscenze tecniche e delle competenze metallurgiche necessarie non solo per produrre acciaio, ma anche per innovare e inventare nuovi prodotti direttamente in fabbrica. Molti di loro sono figli e nipoti dei veterani che hanno combattuto nella Seconda guerra mondiale e di uomini come Larry Lafferty, presidente del Sindacato Indipendente di Weirton, che promise con grande coraggio che l’acciaieria non avrebbe smesso di produrre acciaio finché l’America non avesse ottenuto la vittoria.

Questi uomini credono ancora in quella promessa. Se visitate la sede del loro sindacato, vi regaleranno una maglietta con la scritta “Weir Steel Standing”. Loro comprendono, in un modo che i nostri stessi leader militari e i magnati dell’industria hanno dimenticato, l’importanza di Weirton per la sicurezza americana. Infatti, è proprio quel senso del dovere e quel patriottismo il motivo per cui molti di loro restano e continuano a sperare che qualcuno nel governo o nell’industria sia disposto a effettuare gli investimenti necessari per riavviare l’acciaieria che ha contribuito a rendere l’America una superpotenza globale.

Nel 2000, Buchanan si chiese: «Che fine ha fatto il nostro Paese, se voltiamo le spalle a persone come queste?»

La risposta è il declino americano. La nostra base industriale è crollata e, con essa, la nostra identità di società produttrice di beni concreti. In sua assenza, siamo diventati sempre più atomizzati, divisi e incerti riguardo al nostro scopo nazionale. E tutto ciò, a sua volta, ha eroso la nostra deterrenza e incoraggiato l’aggressività dei nostri nemici. Oggi siamo un Paese in grado di costruire sottomarini alimentati dalla fissione nucleare e guidati dall’intelligenza artificiale, eppure facciamo fatica a produrre abbastanza acciaio per vararne più di una manciata all’anno.

Dobbiamo quindi porci una nuova domanda. Cosa accadrà quando ci schiereremo ancora una volta dalla parte della popolazione di Weirton? Cosa accadrà quando attueremo le misure necessarie per rilanciare l’industria siderurgica americana?

Se faremo le scelte necessarie, non ci limiteremo a ripristinare la potenza industriale degli Stati Uniti come forza deterrente. Assisteremo anche alla rinascita di comunità che sono state trascurate e maltrattate per decenni.

I singoli lavoratori saranno i primi a trarne beneficio. A uomini e donne di località come Weirton è stato ripetutamente detto di lasciare le proprie case, imparare a programmare e cercare lavoro altrove. L’attuazione di queste politiche riporterebbe l’industria pesante nel cuore dell’America e consentirebbe loro di mettere nuovamente a frutto i propri straordinari talenti. La produzione dell’acciaio è anche molto più di un semplice lavoro. Questo tipo di lavoro manuale, onesto e ben retribuito, offre ai lavoratori un senso di orgoglio e di stabilità che semplicemente non può essere eguagliato dallo stoccaggio di merci cinesi a basso costo nei negozi al dettaglio, dal girare hamburger nella catena di fast food locale o dal ricevere per posta un assegno di reddito di base universale.

Questi posti di lavoro andranno a beneficio anche delle famiglie. La produzione dell’acciaio garantirà una stabilità economica che incoraggerà giovani uomini e donne a sposarsi, acquistare una casa e crescere dei figli. Tradizionalmente, i lavori nel settore siderurgico hanno garantito una retribuzione sufficiente a mantenere una famiglia con un unico reddito, oltre a offrire assicurazione sanitaria, benefici e altre tutele che rendono molto più fattibile avere una famiglia numerosa. I turni regolari dell’acciaieria consentiranno a un padre di essere a casa per la cena in famiglia, sugli spalti il venerdì sera per la partita di football di suo figlio e in chiesa la domenica. Col passare del tempo, settimana dopo settimana, tutto ciò si traduce in qualcosa che sta diventando sempre più raro nella vita americana: comunità intergenerazionali in cui nipoti e pronipoti possono condurre una vita felice e prospera senza doversi allontanare di centinaia di miglia dai propri parenti.

A loro volta, queste comunità possono costruire una ricca vita civica. Oggi ci stupiamo del fatto che quasi ogni città siderurgica americana avesse un tempo un teatro attivo, un teatro dell’opera, una biblioteca pubblica, un circolo di dibattito e un quotidiano, ma queste istituzioni erano semplicemente il risultato di una solida base industriale nazionale. Se ripristiniamo quella base industriale, assisteremo a una rinascita di quel tipo di vita comunitaria idilliaca che il mondo intero identifica con il Sogno Americano. I lavoratori avranno più soldi da mettere nel cesto delle offerte. Le aziende investiranno in piscine, campi da baseball e biblioteche, come fece un tempo la Weirton Steel. E i governi statali e locali disporranno di una base imponibile più solida da cui attingere per le scuole, i sistemi idrici e una serie di progetti di miglioramento. A tempo debito, la Rust Belt tornerà a essere conosciuta come la Steel Belt.

Tutto ciò renderà la nostra nazione forte e formidabile. Il rilancio dell’industria siderurgica rappresenta un primo passo verso la ricostruzione di una base industriale militare e commerciale reintegrata, in grado di reggersi sulle proprie gambe, di aumentare la produzione quando necessario e di sostenere l’industria e le forze armate americane attingendo dalle proprie eccedenze piuttosto che dalle carenze. Una nazione di questo tipo non solo è in grado di vincere in battaglia, ma, cosa ancora più importante, può scoraggiare un aggressore senza dover sparare un solo colpo né perdere una sola vita. L’indipendenza industriale americana è la chiave di questo futuro. Ci consentirà di provvedere alle nostre famiglie, di scoraggiare i nostri avversari e, se Dio vorrà, di garantire una pace duratura.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (Autunno 2026): 3–24.

Note

Pat Buchanan, “Trascrizione del discorso di accettazione di Pat Buchanan”, ABC News, 12 agosto 2000.

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10 Zuros, “La storia tra le colline: c’è sempre un ‘migliore’”.

11 Zuros, “La storia tra le colline: c’è sempre un ‘migliore’”.

12 Paul Zuros, “History in the Hills: Local History on Film”, Weirton Daily Times, 29 marzo 2025.

13 Emily Stimpson Chapman, “Il cuore del francescanesimo: 75 anni di fede e ragione”, Franciscan Magazine, inverno 2022.

14 Garphil Julien, “Valutazione dei modelli di finanziamento per le piccole e medie imprese manifatturiere”, American Affairs 9, n. 1 (primavera 2025): 30–39.

15 Ella Jennings, “Che fine ha fatto Weirton? Parte 3: Come va la fabbrica”, West Virginia Public Broadcasting, 15 luglio 2019.

16 David G. Tarr, “La crisi dell’acciaio negli Stati Uniti e nella Comunità europea: cause e misure di adeguamento”, in Questioni relative alle relazioni commerciali tra Stati Uniti e Comunità europea, a cura di Robert E. Baldwin, Carl B. Hamilton e André Sapir (Chicago: University of Chicago Press, 1988), 173–200.

17 Curt Tarnoff, Il Piano Marshall: struttura, risultati e significato, Rapporto CRS n. R45079 (Washington, D.C.: Congressional Research Service, 18 gennaio 2018), 11.

18 Tetsuji Okazaki, “La politica industriale in Giappone: 70 anni di storia dal secondo dopoguerra”, Japan Spotlight, marzo/aprile 2017, pp. 57–61.

19 Harry M. Caudill, Night Comes to the Cumberlands: A Biography of a Depressed Area (Boston: Little, Brown, 1963), 366.

20 Sherman Cahal, “Weirton Steel”, Abandoned, 1° marzo 2026.

21 Jonathan Rowe, “Weirton Steel: Buying Out the Bosses”, Washington Monthly, 1° gennaio 1984.

22 Jennings, “Che fine ha fatto Weirton? Parte 3.”

23 Patricia C. Matthews, “I lavoratori acquistano la Weirton Steel”, EBSCO Research Starters, 2023; Peter Behr, “La scommessa di Weirton: la proprietà dello stabilimento da parte dei dipendenti comporta rischi, sacrifici e ricompense”, Washington Post, 25 settembre 1983.

24 “Weirton Steel Corporation”, Encyclopedia.com.

25 Cahal, “Weirton Steel”.

26 Anick Jesdanun, “USA: Brasile e Giappone hanno praticato il dumping sull’acciaio”, CBS News, 12 febbraio 1999.

27 Fred Schneyer, “Le difficoltà del settore siderurgico spingono Weirton al fallimento”, Plansponsor, 19 maggio 2003; Glenn Beamer, “Sostenere la Rust Belt: un’analisi retrospettiva dell’acquisizione della Weirton Steel da parte dei dipendenti”, Labor History 48, n. 3 (agosto 2007): 277–99.

28 John Raby, “Cleveland-Cliffs chiuderà il suo stabilimento di stagno nel West Virginia e licenzierà 900 dipendenti a seguito di una sentenza in materia di dazi”, WOUB Public Media, 15 febbraio 2024.

29 Elbridge A. Colby, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict (New Haven: Yale University Press, 2021).

30 “Legge doganale del 1890 (Legge McKinley)”, Federal Reserve Bank di St. Louis, consultato nel luglio 2026.

31 Partito Repubblicano, “Programma del Partito Repubblicano del 1896”, American Presidency Project, consultato nel luglio 2026.

32 Kyle Mizokami, “Quando la Singer Sewing Machine Company costruì la migliore pistola calibro .45 mai realizzata”, Popular Mechanics, 26 settembre 2018.

33 “Rock-Ola e la carabina M1: quando i jukebox incontrano le armi da fuoco”, Powder and Lead, 2023.

34 Ufficio dello Storico, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, “NSC-68, 1950”, Tappe fondamentali nella storia delle relazioni estere degli Stati Uniti, consultato nel luglio 2026; “Dichiarazione di politica redatta dal direttore dello Staff di pianificazione politica (Nitze)”, 30 luglio 1952, in Relazioni estere degli Stati Uniti, 1952–1954, Affari di sicurezza nazionale, vol. 2, parte 1, doc. 14 (Washington, D.C.: Government Printing Office, 1984).

35 Arman Sidhu, “The Rise and Fall of the US Strategic Mineral Stockpile”, Geopolitical Monitor, 2 aprile 2026.

36 Congresso degli Stati Uniti, Senato, Commissione per gli Affari Interni e Insulari, Sottocommissione Economica per i Minerali, i Materiali e i Combustibili, Accessibilità dei materiali strategici e critici per gli Stati Uniti in tempo di guerra e per la nostra economia in espansione, S. Rep. n. 1107, 83° Congresso, 2ª sessione. (Washington, D.C.: Government Printing Office, 1954).

37 Franklin D. Roosevelt, “Fireside Chat, [29 dicembre 1940]”, American Presidency Project, consultato nel luglio 2026.

38 Dwight D. Eisenhower, “Discorso di addio del presidente Dwight D. Eisenhower [1961]”, Archivi Nazionali, consultato nel luglio 2026.

39 Shyam Sankar e Madeline Hart, Mobilize: Come rilanciare la base industriale americana e impedire la terza guerra mondiale (New York: Simon & Schuster, 2026).

40 Congresso degli Stati Uniti, Ufficio per la Valutazione Tecnologica (OTA), “Tecnologia e ristrutturazione industriale”, cap. 8 in Tecnologia e competitività dell’industria siderurgica, OTA-M-122 (Washington, D.C.: Ufficio di stampa del governo degli Stati Uniti, giugno 1980), 247–64.

41 Indiana Historical Bureau, “Legacy of Steel / Burns Harbor Steel Plant”, Indiana Historical Markers, installato nel 2018; Global Energy Monitor, Global Iron and Steel Tracker, versione di giugno 2026 (V1), consultato nel luglio 2026.

42 Karel Eloot et al., “EAF Steel: Beyond the Blast Furnace”, McKinsey Global Institute, 30 giugno 2026.

43 Brian N. Shaffer et al., Carbone metallurgico — Giacimenti, produzione, risorse, dinamiche di mercato e rischi della catena di approvvigionamento, Scheda informativa 2026-3061 dell’U.S. Geological Survey (Reston: U.S. Geological Survey, 2026).

44 C. Stuart McGehee, “Giacimento carbonifero Pocahontas n. 3”, e-WV: L’Enciclopedia del West Virginia, 25 aprile 2024.

45 “Flat Top–Pocahontas Coal Field”, West Virginia Explorer, consultato nel luglio 2026.

46 Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, Ufficio per l’Industria e la Sicurezza, Ufficio per la Valutazione Tecnologica, L’effetto delle importazioni di acciaio sulla sicurezza nazionale: un’indagine condotta ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, e successive modifiche (Washington, D.C.: Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, 11 gennaio 2018), 46.

47 CRU e Clean Air Task Force, Percorsi di decarbonizzazione e raccomandazioni politiche per il settore siderurgico degli Stati Uniti (Boston: Clean Air Task Force, 14 aprile 2025).

48 Editoriale AMS, “Il piano di Nucor per l’acciaio a basse emissioni di carbonio: tecnologia EAF, controllo dei rottami e rendicontazione trasparente”, Automotive Manufacturing Solutions, 16 giugno 2026.

49 Cfr. la tabella 5 in: Shaffer et al., Metallurgical Coal.

50 “Materie prime”, World Steel Association, consultato nel luglio 2026.

51 David A. Buckingham, Le scorte di acciaio utilizzate nel settore automobilistico negli Stati Uniti, Scheda informativa 2005-3144 dell’U.S. Geological Survey (Reston: U.S. Geological Survey, 2006).

52 Christopher A. Tuck, “Rottami di ferro e acciaio”, in Mineral Commodity Summaries 2026 (Reston: U.S. Geological Survey, 2026), pp. 104–5.

53 Eric J. Labs, Testimonianza sulle sfide che devono affrontare i programmi di costruzione navale della Marina e della Guardia Costiera e la base industriale cantieristica (Washington, D.C.: Congressional Budget Office, 22 aprile 2026).

54 Museo Nazionale del Patrimonio Siderurgico, “Il sito siderurgico di Coatesville”, Roll That Steel! La laminazione, Coatesville e il più grande laminatoio di lamiere al mondo, consultato nel luglio 2026.

55 Johnny R. Wolfe Jr., “Dichiarazione del viceammiraglio Johnny Wolfe, USN, direttore dei programmi sui sistemi strategici, dinanzi alla sottocommissione per le forze strategiche della commissione per le forze armate del Senato in merito alla richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2026 relativa alle forze nucleari e alle attività di difesa nel settore dell’energia atomica”, 20 maggio 2025.

56 W. J. Hennigan, “All’interno dello stabilimento dell’esercito statunitense che produce proiettili di artiglieria per l’Ucraina”, Time, 3 febbraio 2023.

57 Marc Levy, “La lunga guerra in Ucraina evidenzia la necessità per l’Esercito degli Stati Uniti di modernizzare la produzione di munizioni”, PBS NewsHour, 23 aprile 2023.

58 Tara Copp, “Perché il proiettile da 155 mm è così fondamentale per la guerra in Ucraina”, Military Times, 23 aprile 2023.

59 J. D. Vance, “I conti sull’Ucraina non tornano”, New York Times, 12 aprile 2024.

60 Lolita C. Baldor, “Lo stabilimento di produzione di carri armati in una piccola città dell’Ohio svolge un ruolo importante nella guerra in Ucraina”, PBS NewsHour, 17 febbraio 2023.

61 Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, “Pubblicazione di una relazione sull’effetto delle importazioni di trasformatori e componenti per trasformatori sulla sicurezza nazionale: un’indagine condotta ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, e successive modifiche”, Federal Register 86, n. 220 (18 novembre 2021): 64606–85.

62 Sonal C. Patel, “Le associazioni di categoria del settore energetico statunitense segnalano una grave carenza di acciaio elettrico”, Power, 25 maggio 2023; Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, Resilienza dei grandi trasformatori di potenza: relazione al Congresso (Washington, D.C.: Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, luglio 2024), 15; «Butler Works», Cleveland-Cliffs Inc., consultato nel luglio 2026; «Zanesville Works», Cleveland-Cliffs, consultato nel luglio 2026.

63 Cfr. “Dipendenza da apparecchiature e materiali esteri” in: Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, Resilienza dei grandi trasformatori di potenza, 15; Azhar Fayyaz, “Ci vorrà del tempo per colmare il divario tra domanda e offerta di grandi trasformatori di potenza negli Stati Uniti”, PTR Inc., 25 agosto 2022.

64 “Cleveland-Cliffs annuncia la realizzazione del suo nuovo stabilimento all’avanguardia per la produzione di trasformatori elettrici a Weirton, West Virginia”, Cleveland-Cliffs Inc., 22 luglio 2024.

65 Craig Howell, “Cleveland-Cliffs interrompe gli investimenti nel progetto relativo ai trasformatori di Weirton”, Weirton Daily Times, 8 maggio 2025; Aaron Parker, «Cleveland-Cliffs interrompe lo sviluppo dello stabilimento di produzione di trasformatori presso la sede di Weirton», WV MetroNews, 7 maggio 2025.

66 Marco Rubio, “La politica industriale americana e l’ascesa della Cina”, American Mind, 10 dicembre 2019.

67 Ufficio esecutivo del Presidente, “Decisione presidenziale ai sensi della sezione 303 del Defense Production Act del 1950, e successive modifiche, relativa alle infrastrutture di rete, alle attrezzature e alla capacità della catena di approvvigionamento”, Federal Register 91, n. 77 (23 aprile 2026): 21931–32.

68 Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, “Comunicato del Consiglio di Stato sulla pubblicazione di ‘Made in China 2025’”, trad. Center for Security and Emerging Technology, 8 marzo 2022.

69 “Fatto della settimana: un nuovo studio rivela che la quota degli Stati Uniti nella produzione manifatturiera globale scenderà all’11% entro il 2030”, Information Technology and Innovation Foundation, 18 febbraio 2025.

70 Kristen D. Burton, “Grandi responsabilità e nuovo potere globale”, Museo Nazionale della Seconda Guerra Mondiale, 23 ottobre 2020.

71 Bruno Venditti, “Classifica: i maggiori paesi produttori di acciaio al mondo”, Elements by Visual Capitalist, 23 maggio 2026; “Produzione di acciaio grezzo a dicembre 2025 e dati complessivi sulla produzione mondiale di acciaio grezzo nel 2025”, World Steel Association, 23 gennaio 2026.

72 “Shanghai Baosteel Group Corporation”, Encyclopedia.com, consultato nel luglio 2026.

73 William Hamilton, “La launching California’s Steel Junk on a Passage to China”, Washington Post, 19 marzo 1993.

74 “Coking Coal”, Critical Raw Materials Alliance, consultato nel luglio 2026.

75 Todd Young, “Rebuilding America’s Sea Power”, American Affairs 10, n. 1 (primavera 2026): 3–11.

76 Congresso degli Stati Uniti, Senato, Commissione per le piccole imprese e l’imprenditoria, “Made in China 2025 e il futuro dell’industria americana”, audizione, 116° Congresso, 1ª sessione, 27 febbraio 2019, S. Hrg. 116-22 (Washington, D.C.: Ufficio di pubblicazione del governo degli Stati Uniti, 2019).

77 “Scheda informativa: Il presidente Donald J. Trump rilancia la splendida industria americana del carbone pulito”, Casa Bianca, 8 aprile 2025.

78 Marc Levy, “Un’esplosione mortale solleva interrogativi sul futuro di un’acciaieria statunitense”, Claims Journal, 20 agosto 2025.

79 Società statunitense per il finanziamento dello sviluppo internazionale (DFC), “La DFC annuncia investimenti a sostegno dello sviluppo lungo il corridoio di Lobito”, 4 dicembre 2024; Società statunitense per il finanziamento dello sviluppo internazionale (DFC), “La DFC stanzia 125 milioni di dollari per modernizzare il cantiere navale di Elefsina in Grecia e creare un hub strategico per l’approvvigionamento energetico nel Mediterraneo”, 6 novembre 2023.

80 Scott Bessent, “Discorso del Segretario al Tesoro Scott Bessent al Forum economico nazionale Reagan del 2026: Mentre l’America dormiva”, Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, 29 maggio 2026.

Svolta oscura: Zelensky annuncia gravi minacce contro gli aeroporti russi e i “cieli” civili, di Simplicius

Svolta oscura: Zelensky annuncia gravi minacce contro gli aeroporti russi e i “cieli” civili

Simplicius 2 settembre
 
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Finalmente abbiamo la risposta su quale sarà la prossima grande mossa di Zelensky — e sicuramente porterà il conflitto alla sua fase finale.

Per cominciare, ricordiamo che solo poco più di una settimana fa avevamo riferito che l’Ucraina stava per sferrare una nuova massiccia campagna terroristica contro gli aeroporti civili russi: https://italiaeilmondo.com/2026/08/21/svelati-i-piani-per-massicci-attacchi-aeroportuali-ucraini-contro-la-russia-mentre-kiev-viene-colpita-da-un-altro-inarrestabile-sciame-balistico-di-simplicius/

Svelati i piani per massicci attacchi ucraini contro gli aeroporti russi, mentre Kiev viene colpita da un altro inarrestabile sciame di missili balistici
Più semplice·21 agosto
Plans Revealed for Massive Ukrainian Attacks Against Russian Airports, as Kiev Hit With Another Unstoppable Ballistic Swarm
Ieri sera la Russia ha sferrato un altro attacco su larga scala contro Kiev, prendendo di mira diverse aziende del settore della difesa e un importante magazzino di prodotti destinati ai supermercati ucraini, che sembra sia stato completamente distrutto dal fuoco:
Leggi l’articolo completo

La notizia proviene da questo articolo dell’Atlantic:

https://www.theatlantic.com/sicurezza-nazionale/2026/08/ucraina-mosca-aeroporti-ia-droni/688337/

Stasera Zelensky ha mantenuto la sua promessa annunciando, in un discorso rivolto direttamente alla popolazione, la nuova campagna di provocazioni:

Si presti attenzione alla gravissima minaccia diretta riportata di seguito, articolata in due parti:

Link
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Una cosa che ora risulta assolutamente certa è che la visita del direttore della CIA a Mosca ovviamente abbia avuto qualcosa a che fare con tutto questo. La sua visita potrebbe aver avuto molteplici sfaccettature, ma ora non ci resta che supporre che questa fosse la ragione principale e determinante: lanciare un ultimo avvertimento alla Russia: «Se non smetterete di distruggere le infrastrutture dell’Ucraina, una nuova campagna terroristica senza precedenti contro i vostri aeroporti bloccherà tutti i viaggi verso le vostre città principali».

L’unica domanda che rimane è se la CIA sia coinvolta nella faccenda, oppure se stesse davvero avvertendo la Russia delle intenzioni dell’Ucraina. Beh, dopotutto potrebbe trattarsi di una domanda piuttosto teorica e superflua.

La prima visita in Russia di un direttore della CIA in carica dal 2022, che prefigura il lancio di una nuova grande offensiva contro gli aeroporti russi, non va certamente considerata una “coincidenza”.

Non esistono coincidenze del genere.

È stato lanciato un ultimo avvertimento alla Russia e ora entriamo in una nuova fase del conflitto.

L’operazione speciale di 40 giorni di Zelensky è fallita e l’unica scelta che gli resta è quella di intensificare le azioni fino a provocare un nuovo livello di “disagio” nella vita dei civili russi.

Da parte sua, durante la conferenza stampa tenutasi oggi a Bishkek in occasione del vertice della SCO, Putin ha già lanciato una controminaccia all’Ucraina, affermando di aver autorizzato una nuova campagna “massiccia” di attacchi contro le infrastrutture energetiche ucraine:

Putin: «In risposta ai continui attacchi del regime di Kiev alle infrastrutture civili e al settore energetico e dei combustibili… …le Forze Armate della Federazione Russa hanno ricevuto l’ordine di preparare e sferrare attacchi su vasta scala contro gli impianti energetici ucraini»

A Putin è stato chiesto specificatamente anche della minaccia relativa al nuovo aeroporto, e lui ha risposto che la Russia “troverà una risposta”, dopo aver anche affermato:

“Questa è una dichiarazione di terrorismo di Stato. Kiev chiede la ripresa dei negoziati e incontri faccia a faccia, ma noi non negoziamo con i terroristi” – Putin in merito all’ultima dichiarazione di Zelensky che minaccia il traffico aereo civile in Russia

Uno degli altri sviluppi significativi di questa vicenda è stata la natura apparentemente coordinata della nuova iniziativa della Germania volta a preparare le proprie azioni di escalation contro la Russia a seguito di un attacco sotto falsa bandiera in un aeroporto.

https://www.politico.eu/article/germany-and-russia-are-at-war-says-top-defense-exec-stefan-thumann-donaustahl/

Sembra troppo inverosimile che sia una “coincidenza” il fatto che la Russia venga incastrata per aver attaccato gli aeroporti tedeschi con droni esplosivi proprio pochi giorni prima che l’Ucraina annunci un’operazione su vasta scala volta a mettere fuori uso gli aeroporti russi. Ci sono chiari indizi che si tratti di una campagna orchestrata, che non è altro che la Fase 2.0 del piano ucraino-occidentale volto a fomentare il dissenso socio-politico in Russia e ad alimentare una rivolta contro Putin.

Come al solito, tuttavia, sarà probabilmente l’Ucraina a sostenere i costi e le conseguenze più pesanti di questo piano, dopo che la Russia avrà reagito con misure di ritorsione. L’unica differenza in questo caso è che gli aeroporti ucraini hanno già da tempo cessato le operazioni, il che significa che la parte di “ritorsione” delle conseguenze negative dovrà necessariamente essere di natura asimmetrica — da qui gli accenni di Putin riguardo alla ricerca di una risposta adeguata.

Una cosa è chiara: la precedente Fase 1.0 è fallita, e ora l’Ucraina viene messa in ginocchio, mentre Putin è stato sempre più costretto a giocare “senza esclusione di colpi”.

https://edition.cnn.com/2026/31/08/europa/ucraina-nuovi-sistemi di intercettazione-droni-russi-intl

Uno dei motivi per cui l’Ucraina non ha altra scelta che intensificare il conflitto è che la sua precedente campagna di attacchi si è progressivamente rivelata sempre meno efficace, per ragioni spiegate da Putin:

In breve, le raffinerie russe hanno iniziato a proteggersi in vari modi, tra cui l’installazione di grandi reti anti-drone e strutture metalliche sopra le parti più sensibili. Questa tendenza si intensificherà al punto che gli attacchi dell’Ucraina diventeranno quasi inutili, e solo un’ulteriore escalation potrà dare a Zelensky la dose di dopamina di cui ha bisogno.

In definitiva, RWA ha seguito il ragionamento corretto al riguardo:

Link

Più l’Ucraina si avvicina alla sua fine, più drastiche diventeranno le azioni terroristiche.

L’aspetto più pericoloso di tutta questa situazione è che la Russia potrebbe arrivare a ritenere che queste escalation non provengano da Kiev, ma da Londra e da altre parti. Ecco perché oggi è stato chiesto a Putin se il Regno Unito possa essere oggetto di una rappresaglia russa:

Ecco perché è stata orchestrata la recente campagna coordinata volta a fomentare l’escalation tra Russia ed Europa: le élite che tirano le fila vogliono che la Russia venga messa alle strette, senza altra scelta che quella di attaccare l’Europa, in modo che la NATO sia “costretta” a rispondere all’unisono come ultima, disperata speranza:

È proprio questo il punto sostenuto dall’ultimo articolo del WSJ:

https://www.wsj.com/world/europe/the-geopolitical-mismatch-driving-russia-to-threaten-the-west-9b9a5ebd

Che la Russia sarà sempre più costretta a prendere in considerazione l’ipotesi di colpire le “retrovie protette” dell’Ucraina, ovvero l’Europa, dopo aver distrutto praticamente tutto il resto di valore presente nel territorio ucraino vero e proprio.

La Russia si trova ad affrontare un’asimmetria fondamentale nel tentativo di costringere l’Ucraina alla resa con attacchi aerei sempre più intensi contro centri commerciali, centrali elettriche, porti e altre infrastrutture. Kiev può contare su un entroterra sicuro al di là dei propri confini – i suoi vicini europei – per la resilienza economica e la logistica militare.

Il Cremlino, le cui raffinerie, i cui porti e le cui industrie della difesa sono anch’essi sotto attacco da parte dei missili e dei droni ucraini, non dispone di una simile riserva. Gli attacchi all’economia militarizzata della Russia si traducono in modo più diretto in un danno alla capacità del Paese di portare avanti la guerra.

Questo squilibrio geopolitico compensa, in misura significativa, il vantaggio della Russia in termini di potenza di fuoco. È inoltre diventato il motivo principale alla base di quella che, secondo i funzionari occidentali, è una campagna russa sempre più estesa di sabotaggi, attacchi informatici e altre operazioni ibride volte a intimidire i leader e gli elettori europei.

Questo è ormai l’ultimo fronte rimasto della guerra: trasformarla da un conflitto per procura puramente ucraino a uno che coinvolga direttamente l’Europa.

È improbabile che la Russia abbocchi all’esca, poiché ha dimostrato di essere in grado di contrastare qualsiasi stratagemma escogitato dall’Occidente, anche se spesso lo fa dopo che il danno più grave è già stato fatto. Ma quel danno è riparabile, e Putin probabilmente farà affidamento sulla consapevolezza che la Russia è in grado di riprendersi da qualsiasi brutta sorpresa, pur portando avanti la sua campagna disciplinata contro il nemico ucraino.

Detto questo, ci sono sempre imprevisti e eventi “cigno nero” che potrebbero verificarsi: l’Ucraina potrebbe colpire una centrale nucleare, lo stesso Cremlino, o sferrare qualche altro attacco estremamente devastante che potrebbe costringere Putin a reagire. Ma ricordiamo che la Russia ha già subito eventi come gli attentati terroristici del Crocus, che hanno causato la morte di quasi 200 persone e recavano chiaramente l’impronta dei servizi segreti ucraini e occidentali. Sarebbe difficile immaginare un attacco peggiore di quello, tale da costringere Putin ad agire in un modo imprevedibile.

Ma non si sa mai.

Tutto ciò che possiamo dire è che, mentre l’Ucraina sta affrontando il momento più critico, ci si deve aspettare che altre brutte sorprese, vere e proprie “scatole di Pandora”, si abbattano sulla Russia.

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REPUBBLICA DEL NIGER: IL COLPO DI STATO FALLITO_di Chima

REPUBBLICA DEL NIGER: IL COLPO DI STATO FALLITO

Alcuni soldati delle forze speciali nigerine, scontenti del regime, abbandonano la lotta contro i jihadisti per tentare un colpo di stato contro la giunta militare al potere.

Chima30 agosto
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Nota dell’autore: Ho iniziato questo articolo, dal tono fortemente polemico, sabato mattina, mentre il colpo di stato era ancora in corso. Quando ho terminato l’articolo, sabato sera, il colpo di stato era già stato represso, poiché la giunta aveva fatto ricorso alla forza dopo non essere riuscita a ottenere una resa pacifica dai golpisti. Ho aggiunto una breve nota in calce all’articolo per aggiornare i lettori sugli ultimi sviluppi prima della pubblicazione.


Quattro soldati lealisti fanno la guardia ad alcuni ammutinati catturati dopo il fallito tentativo di colpo di stato (sabato sera).

Nelle prime ore di sabato 29 agosto 2026, sono scoppiati degli scontri a fuoco in diverse zone di Niamey, capitale della Repubblica del Niger. Le truppe della Guardia Presidenziale, sotto il diretto comando del generale Abdourahamane Tiani, a capo del regime militare nigerino, sono state dispiegate per fronteggiare gli aggressori, la cui identità era all’epoca sconosciuta. Le aree interessate dagli spari includono i settori adiacenti alla residenza presidenziale, alla caserma dei paracadutisti e alla base aerea 101, situata all’interno del perimetro dell’aeroporto internazionale Diori Hamani.

Inizialmente, molti nella Repubblica del Niger credevano che gruppi terroristici jihadisti locali operanti nel Sahel si fossero infiltrati nella capitale per seminare il caos; tuttavia, divenne presto chiaro che giovani ufficiali ribelli stavano tentando un colpo di stato militare.

Il video qui sotto, registrato da un cittadino del luogo, cattura i suoni degli spari di armi automatiche durante la sparatoria avvenuta prima dell’alba di sabato mattina tra la Guardia Presidenziale e gli ammutinati:

Da diversi mesi, i soldati schierati a Tillabéri , Ouallam , Téra e Dosso , tutte città situate a meno di 200 km dalla capitale, subiscono pesanti perdite per mano di terroristi jihadisti appartenenti allo Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP) , allo Stato Islamico della Provincia del Sahel (ISSP) e alla Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM), affiliata ad al-Qaeda .

Tra le truppe schierate sul campo serpeggia una forte rabbia, poiché ritengono che la giunta militare non abbia fornito loro un supporto adeguato. I giovani ufficiali scontenti, compresi quelli delle forze speciali, che hanno partecipato al colpo di stato, erano di stanza nelle città di prima linea devastate dai terroristi jihadisti.

Verso la tarda mattinata, era ormai chiaro che il colpo di stato era fallito. I golpisti avevano abbandonato il tentativo di impadronirsi della residenza presidenziale dopo aver incontrato una strenua resistenza da parte delle truppe della Guardia Presidenziale. Sotto il fuoco incessante delle truppe della Guardia, i golpisti si ritirarono nelle loro roccaforti nella base aerea 101 e nelle vicine caserme dei paracadutisti.

350 istruttori dell’esercito italiano sono gli unici soldati della NATO ancora benvenuti sul territorio della Repubblica del Niger. Non sono intervenuti nella vicenda del colpo di stato di sabato.

Il Corpo d’armata russo Afrika Korps non ha partecipato ai primi scontri tra truppe lealiste e ammutinate nella Repubblica del Niger sabato mattina. È entrato in combattimento sabato sera, dopo che la giunta militare ha richiesto assistenza al Cremlino per spezzare la resistenza dei golpisti.

Quando ho iniziato a scrivere questo articolo sabato mattina, la giunta militare stava ancora tentando di risolvere la crisi pacificamente. I funzionari della giunta stavano cercando di negoziare la resa dei golpisti, probabilmente perché riconoscevano che le rimostranze degli ammutinati erano genuine e, soprattutto, che le unità militari ribelli avevano abbandonato posizioni strategiche sul fronte contro i jihadisti per portare a termine il colpo di stato.

Di seguito un video che mostra le truppe fedeli alla giunta militare pattugliare le strade di Niamey a bordo di veicoli blindati nelle prime ore di sabato mattina:

Ovviamente, mi aspetto che i soliti commentatori incompetenti dei media alternativi si facciano eco delle affermazioni della televisione di stato del Niger, che ha iniziato ad addossare la colpa alla Francia senza fornire la minima prova.

La stessa televisione di stato del Niger aveva precedentemente affermato che la vicina Nigeria e il Benin “finanziavano i terroristi”, sebbene entrambi i paesi stessero combattendo terroristi jihadisti sul proprio territorio. Le forze armate del Benin e della Nigeria coordinano addirittura la loro campagna antiterrorismo con le forze armate del Niger.

La giunta militare al potere in Niger ha bisogno di tanto in tanto di capri espiatori per deviare le responsabilità dalla propria incapacità di risolvere i problemi di sicurezza.

13 agosto 2026 – Il Primo Ministro algerino Sifi Ghrieb (a sinistra) e il suo omologo nigerino, Ali Mahamane Lamine Zeine (a destra), alla cerimonia che segna l’inizio delle trivellazioni del pozzo esplorativo Kafra South-East 1.

A nome della giunta del Niger, Ali Mahamane Lamine Zeine (al centro) fa visita al premier algerino Sifi Ghrieb (a destra) il 27 agosto 2026. I funzionari della giunta del Niger e il suo apparato mediatico hanno smesso di ripetere l’accusa infondata secondo cui l’Algeria “sponsorizza i terroristi”.

Ironia della sorte, la giunta militare al potere e tutto il suo apparato mediatico hanno smesso di accusare l’Algeria di “sponsorizzare i terroristi ” non appena l’ENAFOR, una filiale della compagnia petrolifera algerina Sonatrach , ha accettato di investire le proprie risorse nell’estrazione di petrolio greggio dal deserto settentrionale del Niger, a Kafra, vicino al confine tra i due Paesi.

Ma d’altronde, questi sono dettagli che sfuggono alla maggior parte dei commentatori dei media alternativi, i quali non ritengono nemmeno necessaria una prova per dimostrare le accuse mosse dalle giunte militari al potere in Mali, Niger e Burkina Faso.

La maggior parte dei commentatori dei media alternativi non sa nemmeno che anche i funzionari della giunta militare maliana hanno cessato di muovere accuse infondate contro il governo algerino.

Di seguito un breve video del presidente algerino Abdelmadjid Tebboune che riceve una delegazione di funzionari della giunta militare maliana il 24 agosto 2026:

Come mostrato nel video, l’alto funzionario della giunta militare maliana, il maggiore generale Abdoulaye Maïga, ha persino salutato il leader algerino. Va da sé che a tutti i media statali maliani è stato ordinato di cessare la propaganda contro l’Algeria . I commentatori dei media alternativi in ​​Occidente non hanno ancora ricevuto questo avviso.

La campagna per demonizzare il governo algerino è iniziata quando quest’ultimo ha insistito affinché la giunta maliana rispettasse i termini dell’accordo di pace precedentemente raggiunto con i secessionisti tuareg. Il ripudio di tale accordo da parte della giunta nel gennaio 2024 ha spinto i combattenti separatisti tuareg laici a stringere un’alleanza di convenienza con i loro acerrimi nemici jihadisti del JNIM . Il fatto che il gruppo terroristico multietnico JNIM fosse guidato dal jihadista tuareg antisecessionista Iyad Ag Ghali ha inoltre contribuito a spianare la strada alla formazione di questa alleanza ribelle.

Considerato che l’Algeria è una fedele alleata della Russia e il suo secondo partner commerciale in Africa dopo l’Egitto, non sorprende che il Cremlino abbia ripetutamente esercitato pressioni sulle giunte militari di Niger, Burkina Faso e Mali affinché raggiungessero la pace con Algeri.

Infine, la recente decisione dell’Algeria di rompere con la politica di lunga data dell’Unione Africana (UA) e di riconoscere ufficialmente le giunte militari del Sahel come “governi legittimi” è stata determinante per allentare le tensioni tra Algeri e i regimi ai suoi confini meridionali.

Dopo il suo allontanamento dal teatro di guerra ucraino nel giugno 2023, il generale Sergey Surovikin è scomparso dalla scena pubblica per un certo periodo, prima di ricomparire improvvisamente in Algeria nel settembre 2023 per agevolare un importante accordo di fornitura di armi per conto della Federazione Russa, che include la consegna di sistemi di difesa aerea S-300 e caccia SU-35.

Ancora una volta, si tratta di informazioni importanti che sfuggono a molti commentatori dei media alternativi, i quali non necessitano di alcuna prova per giungere immediatamente alla conclusione che attori esterni siano responsabili di ogni evento negativo che si verifica nel continente africano.

Come al solito, il bias di conferma spingerà gli opinionisti dei media alternativi ad accettare frettolosamente tutte le affermazioni di un coinvolgimento esterno nel fallito colpo di stato in Niger. Dopotutto, abbiamo a che fare con individui estremamente superficiali che non sanno distinguere tra un “Nigerian  (cittadino della Nigeria) e un “Nigerian  (cittadino della Repubblica del Niger), eppure rimangono convinti al 100% di essere esperti di Africa.

Brice Nguema servì fedelmente suo zio materno, il presidente Omar Bongo, come guardia del corpo e assistente personale. La foto lo ritrae alle spalle di Omar Bongo durante un viaggio in Francia nel luglio 2008. Tre mesi dopo la morte di Omar, avvenuta nel luglio 2009, suo figlio, Ali Bongo, divenne presidente del Gabon. Nguema guidò il colpo di stato dell’agosto 2023 che depose suo cugino dalla carica presidenziale.

Molti opinionisti dei media alternativi non hanno ancora ritrattato la loro affermazione trionfalistica secondo cui il colpo di stato in Gabon del 30 agosto 2023 sarebbe stata una rivoluzione antifrancese. In realtà, quel colpo di stato non fu altro che un’operazione di riorganizzazione della dinastia Bongo , filo-francese , che rimane al potere ancora oggi. Membri militari della dinastia Bongo rovesciarono il presidente Ali Bongo, ormai malato, e altri membri civili della famiglia, poiché la loro incompetenza e impopolarità minacciavano di far crollare quasi 60 anni di dominio dinastico in Gabon.

La foto mostra il generale Brice Nguema, leader militare gabonese molto popolare, mentre riceve istruzioni su come votare durante il referendum costituzionale del 2024. In seguito, avrebbe vinto le elezioni presidenziali dell’aprile 2025, consentendo alla famiglia Bongo di abbandonare la maschera di giunta militare e tornare al suo corretto sistema di governo civile.

La mia analisi degli eventi in Gabon, pubblicata il 3 settembre 2023, è stata successivamente confermata da una registrazione video segreta trapelata nel novembre 2025. Il filmato trapelato mostrava un Brice Nguema pentito che esortava i membri civili della famiglia Bongo, precedentemente detenuti, a non serbare rancore per il trattamento ricevuto, spiegando che la sua giunta aveva agito per il bene della dinastia Bongo al potere.

Noureddin Bongo ritratto con la moglie Léa nella loro casa di esilio a Londra. Noureddin e sua madre, Sylvia, furono tra i capri espiatori della famiglia Bongo arrestati dopo il colpo di stato dell’agosto 2023. Utilizzando il binocolo che indossava, Noureddin registrò di nascosto Brice Nguema mentre si scusava per aver arrestato lui e altri membri della famiglia Bongo.

Nella mente di molti commentatori dei media alternativi, i paesi africani sono sempre soggetti passivi intrappolati in una continua lotta geopolitica per l’influenza. Questi commentatori interpretano ogni azione compiuta da figure politiche africane come allineata o con il “buono” asse Russia-Cina o con il “cattivo” asse NATO guidato dagli Stati Uniti. C’è scarso interesse nell’apprendere la storia e la cultura politica del singolo paese (o della sottoregione africana) al fine di acquisire una comprensione più sfumata degli eventi attuali che si stanno svolgendo nel continente.

In un periodo in cui gli opinionisti dei media alternativi prevedevano erroneamente un’imminente invasione militare della Repubblica del Niger da parte di “burattini di Stati Uniti e Francia” , all’inizio di agosto 2023 feci la seguente previsione , che si rivelò azzeccata:

Non c’è dubbio che Francia e Stati Uniti desiderino ardentemente un intervento dell’ECOWAS in Niger. Entrambi i paesi sono frustrati e delusi dal fatto che un intervento militare non sia ancora iniziato. Ma la verità è che la decisione finale di intervenire non spetta ai paesi della NATO. Un effettivo intervento dell’ECOWAS dipenderebbe molto dalla situazione politica interna sia in Nigeria che nella Repubblica del Niger. Fino ad allora, Nuland, Blinken, Sullivan e Macron dovranno interpretare i segnali come tutti gli altri.

Ho anche scritto quanto segue sul presidente nigeriano Bola Tinubu, che all’epoca era presidente dell’ECOWAS :

A meno che Tinubu non riesca a neutralizzare l’opposizione interna, è improbabile che sia disposto a ordinare all’aeronautica nigeriana, che sta sorvolando i cieli, e alle truppe dell’esercito nigeriano schierate al confine di entrare in Niger. È semplice. I funzionari di Francia, UE e Stati Uniti si sono per lo più limitati a seguire l’intricato sistema politico nigeriano, anziché prendere decisioni importanti.

Il punto che ho sempre ribadito nella serie di articoli che ho scritto dopo il colpo di stato in Niger del luglio 2023 è che gli attori politici locali nella mia sottoregione (Africa occidentale) hanno una propria capacità di agire. Né la Francia né gli Stati Uniti hanno goduto del potere illimitato di influenza conferito loro dai commentatori dei media alternativi, la maggior parte dei quali ignorava persino l’esistenza di un paese chiamato Repubblica del Niger prima del colpo di stato del luglio 2023.

Il tentato colpo di stato militare avvenuto il 29 agosto 2026 non sorprende chiunque conosca la storia e la cultura politica della Repubblica del Niger. Tre anni fa, il 13 agosto 2023, pubblicai un articolo che conteneva la seguente frase:

Certo, se i capi del colpo di stato seguissero la traiettoria standard della storia del Niger e si combattessero tra loro per il potere, anche questo potrebbe causare sufficiente instabilità politica…

Sì, avevo previsto che un altro colpo di stato avrebbe fatto seguito a quello che ha portato al potere la giunta militare guidata da Tchiani, perché in molti paesi africani i colpi di stato generano altri colpi di stato. È un circolo vizioso, che spesso non ha nulla a che fare con potenze esterne come Francia e Stati Uniti, ma con le ambizioni personali di singoli ufficiali dell’esercito, le tensioni etniche all’interno del paese o persino il malcontento per l’incompetenza della giunta al potere, salita al potere con un precedente colpo di stato.

Ibrahim Baré Maïnassara partecipò al colpo di stato del 1974 che rovesciò il primo presidente del Niger, Hamani Diori, e insediò la giunta militare guidata dal tenente colonnello Seyni Kountché. Il 27 gennaio 1996, Ibrahim organizzò un proprio colpo di stato e divenne il governatore militare della Repubblica del Niger. Molti furono uccisi durante il putsch, ma egli raggiunse il suo obiettivo personale. Tre anni dopo, fu ucciso a colpi d’arma da fuoco all’aeroporto di Niamey mentre tentava di fuggire in elicottero dai golpisti durante un altro colpo di stato, il 9 aprile 1999.

Chiunque conosca bene la storia africana sa che la stragrande maggioranza dei colpi di stato nel continente non è motivata da alcuna ideologia politica. L’ideologia non ha avuto alcun ruolo nel colpo di stato del marzo 2003 nella Repubblica Centrafricana, dove il presidente civile filofrancese Ange-Félix Patassé fu rovesciato da una figura altrettanto vicina alla Francia, il generale dell’esercito François Bozizé.

Un altro buon esempio sono i due colpi di stato avvenuti in Burkina Faso nel 2022. Contrariamente a quanto affermato dai media alternativi, non vi era alcuna autentica base ideologica dietro il primo colpo di stato che depose il governo eletto di Kaboré nel gennaio 2022 e il secondo colpo di stato che rovesciò la successiva giunta militare guidata dal tenente colonnello Paul Henri Damiba.

L’ex presidente civile Roch Marc Christian Kaboré non era una “marionetta” della Francia. Anzi, i suoi rapporti con la Francia erano piuttosto tesi, culminati nel novembre 2017 quando Kaboré abbandonò la sala durante il discorso di Emmanuel Macron, in seguito alle critiche del leader francese sul neocolonialismo. Un Macron sorpreso rise nervosamente e fece una battuta sul fatto che Kaboré se ne fosse andato per riparare l’impianto di condizionamento dell’aria, che non funzionava.

Guarda il video qui sotto:

Cinque anni dopo, il presidente Kabore fu deposto dal regime militare fortemente antifrancese del tenente colonnello Henri-Paul Damiba, il quale a sua volta fu deposto, un paio di mesi dopo, da un altro regime militare altrettanto fortemente antifrancese guidato dal capitano Ibrahim Traoré.

Ciò, ovviamente, solleva un interrogativo: cosa giustifica il rovesciamento violento di un regime militare antifrancese da parte di un altro regime militare antifrancese? Questi colpi di stato riguardano davvero il “ripristino della sovranità” e l'”antimperialismo” o la ricerca del potere fine a se stesso?

Il leader militare del Burkina Faso, Ibrahim Traore, trascorre piacevolmente del tempo con l’ambasciatore israeliano Simon Seroussi, in visita a Ouagadougou per presentare le sue credenziali diplomatiche.

Senza mezzi termini, vorrei ribadire la mia opinione contraria all’attuale governo militare del Burkina Faso, già ampiamente esposta in un precedente articolo :

Molti commentatori dei media alternativi in ​​Occidente hanno una visione idealizzata del capitano Ibrahim Traoré, ma egli non è né un idealista né un radicale focoso come Thomas Sankara . Come i suoi omologhi in altri paesi africani, sta cercando pragmaticamente di espandere le relazioni internazionali del Burkina Faso.

Dopo essere passata dall’espulsione dell’ambasciatore francese nel 2023 alla completa interruzione delle relazioni diplomatiche con la Francia nel 2026, la giunta Traoré ha bruciato gli ultimi ponti con il Palazzo dell’Eliseo . La sospensione temporanea di 482 milioni di euro (530 milioni di dollari) di fondi governativi francesi destinati al Burkina Faso può ora essere considerata permanente .

Per ovvie ragioni, la giunta militare guidata da Traoré sta cercando nuove fonti di finanziamento esterno. Lo Stato paria di Israele, desideroso di mantenere buoni rapporti con gli Stati africani amici, potrebbe essere disposto ad aiutare il Burkina Faso in questo senso.

Ciò spiegherebbe anche perché il leader militare del Burkina Faso abbia firmato un accordo bilaterale quinquennale con l’amministrazione Trump per sostenere gli sforzi del suo Paese nella lotta contro l’HIV/AIDS, la malaria e altre malattie infettive.

Tornando al recente tentativo di colpo di stato in Niger di sabato 29 agosto 2026, non escluderei mai la possibilità di un coinvolgimento esterno. Tuttavia, allo stato attuale non c’è motivo di credere che il fallito putsch sia altro che una questione interna.

In realtà, sospetto che la recente decisione della giunta nigerina di rilasciare diversi terroristi del JNIM e un leader separatista tuareg maliano possa essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per gli ufficiali dell’esercito nigerino scontenti che si celavano dietro il tentativo di colpo di stato.

Oltre a combattere i terroristi sul proprio territorio, le forze armate nigerine hanno fornito supporto di artiglieria e aereo transfrontaliero al vicino Mali, impegnato nella lotta contro i terroristi del JNIM , che operano su entrambi i lati del confine internazionale che separa i due Paesi.

Su richiesta della giunta militare maliana, il generale Tchiani, a capo della giunta militare nigerina, acconsentì al rilascio di 24 jihadisti del JNIM e dell’unico leader separatista tuareg maliano presente, in cambio di 60 soldati maliani catturati dalla fragile alleanza ribelle composta da secessionisti tuareg laici e terroristi jihadisti dichiarati.

Di seguito è riportato un video del leader separatista Inkinane Ag Attaher, rilasciato venerdì 28 agosto, che si riunisce con i suoi compagni dell’organizzazione secessionista tuareg maliana, il Fronte di Liberazione dell’Azawad (FLA) , dopo oltre 16 mesi di detenzione in Niger:

Di seguito un video a campo largo del Fronte di Liberazione dell’Azawad in territorio nigerino, mentre si prepara a scambiare alcuni dei 60 prigionieri di guerra maliani in loro custodia:

Non ho un video del rilascio dei 24 terroristi del JNIM, anch’essi rilasciati nell’ambito dello scambio di prigionieri.

Ricordiamo che il tentativo di colpo di stato in Niger è scoppiato meno di 24 ore dopo la liberazione degli stessi terroristi del JNIM responsabili delle pesanti perdite inflitte alle truppe nigerine. In attesa di ulteriori informazioni, la mia ipotesi di lavoro rimane che lo scambio di prigionieri sia stato la scintilla che ha innescato il putsch.

AGGIORNAMENTO DI SABATO SERA:

Non essendo riusciti a catturare il generale Tchiani, dittatore militare, nella sua residenza a causa della forte resistenza opposta dalla Guardia Presidenziale lealista, i golpisti si ritirarono nella base aerea 101 e nella vicina caserma dei paracadutisti.

I ribelli sopravvissuti si sono arresi sabato sera.

Le forze paramilitari russe schierate nella Repubblica del Niger non sono state coinvolte nei violenti scontri tra le truppe nigerine lealiste e quelle ammutinate nella mattinata di sabato. La situazione è cambiata nelle ore serali.

I 350 istruttori militari italiani che fornivano addestramento antiterrorismo alle truppe nigerine sono rimasti estranei all’intera vicenda del tentato colpo di stato.

Inizialmente, la giunta militare nigerina si allarmò perché gli ufficiali ammutinati avevano distolto le unità militari in prima linea dalla lotta contro i terroristi jihadisti nelle città di Tillabéri, Ouallam, Téra e Dosso per attuare un colpo di stato a Niamey.

La strategia iniziale della giunta era quella di risolvere il colpo di stato pacificamente, nella speranza di evitare di distogliere le unità militari lealiste dalle linee del fronte jihadista per affrontare i golpisti asserragliati nella base aerea 101 e nella caserma dei paracadutisti.

Viktor Sergeevich VOROPAEV has been appointed Ambassador Extraordinary and  Plenipotentiary of the Russian Federation to the Republic of Niger

Tuttavia, la possibilità di una soluzione pacifica è venuta meno nelle ore serali di sabato. Con il deteriorarsi dei negoziati e il rifiuto dei ribelli di fare marcia indietro, la giunta ha abbandonato la via della risoluzione pacifica a favore di una repressione violenta. La giunta ha chiesto l’aiuto del Cremlino.

OSINTWarfare on X: "Four Algerian Air Force (AAF) Su-30MKAs, accompanied by  an Il-78 aerial refueling aircraft, arrived at Niamey Airport in Niger  today. The deployment comes after a military mutiny at Air
L’Aeronautica Militare algerina ha inviato a Niamey quattro caccia Su-30MKA, accompagnati da un velivolo da rifornimento in volo Il-78, dopo che sabato sera il colpo di Stato è stato sedato.

Con il sostegno delle milizie paramilitari russe, la Guardia Presidenziale e altre unità militari lealiste, ritirate dal fronte jihadista, hanno lanciato una sanguinosa controffensiva per riconquistare la Base Aerea 101 e la vicina caserma dei paracadutisti dalle mani degli ammutinati.

Diversi ammutinati sono stati uccisi, mentre altri sono stati catturati vivi. Il filmato qui sotto mostra alcuni dei giovani golpisti arrestati dopo che la Base Aerea 101 è stata presa d’assalto dalle forze lealiste:

Poco prima della chiusura di questa edizione, diversi paesi — tra cui Turchia, Algeria, Burkina Faso e Mali — hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali in cui condannavano il tentativo di colpo di Stato. Nel frattempo, i terroristi jihadisti, esultanti, delJNIMISWAPISSPSi dice che sabato sera stiano combattendo con maggiore determinazione, incoraggiati dall’assenza dalle linee del fronte, lontane da Niamey, sia delle truppe nigerine ammutinate che di quelle lealiste.


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“Analisi seria” dell’Occidente sull’Ucraina: notizie travestite da notizie false su internet_ di Simplicius

“Analisi seria” dell’Occidente sull’Ucraina: notizie travestite da notizie false su internet.

Simplicio31 agosto
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È per questo che la Russia sta vincendo la guerra?

Abbiamo visto da tempo che gran parte delle analisi occidentali “serie” si basano su post di Twitter. Tutto è iniziato con le “fughe di notizie del Pentagono” altamente classificate, provenienti da un aviere della Guardia Nazionale del Massachusetts ora in carcere, che elencavano cifre di perdite sia per la Russia che per l’Ucraina basate su informazioni OSINT di scarsa qualità e su ridicole cifre ufficiali ucraine.

Ricordate questa barzelletta?

Ci ha offerto per la prima volta un’idea di come l’establishment occidentale stia valutando erroneamente la guerra a causa di una totale mancanza di igiene informativa. Un’altra fonte di “OSINT amatoriale” ampiamente utilizzata come standard da think tank, forze armate e leader occidentali è stata ORYX, il cui database notoriamente contaminato ha alimentato per anni false e fuorvianti speranze di una prossima vittoria ucraina.

Ora si è aggiunta un’altra interessante testimonianza a questo corpus di imbarazzanti inesattezze informative occidentali.

L’episodio più eclatante si è verificato durante la recente visita a Mosca del direttore della CIA, John Ratcliffe, il quale avrebbe riferito a Putin che l’aspettativa di vita media di un soldato russo al fronte è di 35 minuti. I problemi iniziano nell’articolo del New York Times che ha pubblicato la notizia :

Mark Ames@MarkAmesExiled Questa storia è ancora più assurda di quanto sembri a prima vista. Seguite i link del NYT e scoprirete che il capo della CIA ricava le sue informazioni sui “russi morti in 35 minuti” da un articolo di FP ampiamente deriso, scritto da Peter Frankopan, che a sua volta le aveva riprese da Astra, un canale Telegram dell’opposizione russa. https://t.co/LPDqHpYMEG Clash Report @clashreportRatcliffe ha detto a Bortnikov che la Russia ha guadagnato solo circa l’1% del territorio ucraino in 18 mesi, che l’aspettativa di vita di un soldato russo in prima linea è inferiore a 35 minuti e che la “padronanza” dell’Ucraina della tecnologia dei droni sta imponendo costi insostenibili. Ha fatto01:16 · 28 agosto 2026 · 136.000 visualizzazioni20 risposte · 146 condivisioni · 1.050 Mi piace

Mark Ames spiega che, seguendo i collegamenti ipertestuali dell’articolo, si scopre che l’affermazione della CIA secondo cui l’aspettativa di vita sarebbe di 35 minuti proviene in realtà da un oscuro canale Telegram, che ha dato origine a un’intera campagna di disinformazione e narrazione ingannevole:

Emil Kastehelmi@emilkastehelmi Un’oscura affermazione di un blogger militare russo si è in qualche modo trasformata in un fatto accettato, e viene ripresa dai principali media e persino dal direttore della CIA. È ora di mettere in discussione i “rapporti” virali secondo cui i russi sopravvivono solo 20-30 minuti sul campo di battaglia in Ucraina. 1/ 16:07 · 19 luglio 2026 · 179.000 visualizzazioni44 risposte · 170 condivisioni · 823 Mi piace

Da Emil Kastehelmi (vedi sopra):

L’affermazione sembra provenire da un canale Telegram russo con 5000 follower. Il canale cita un articolo anonimo, secondo il quale la durata media della vita di un soldato durante un assalto è di 20-35 minuti: sopravvivere significa aver trovato riparo o aver preso posizione. 2/

Leggete la parte evidenziata qui sopra dal post originale di TG. Un blogger di Telegram a caso “ha letto una volta un articolo (a caso, senza fonti)” che affermava che un soldato resiste 35 minuti al fronte. Questa affermazione viene ripresa e diffusa in tutto l’establishment occidentale come “prova” che la Russia sta perdendo, senza bisogno di alcun fondamento. Una vera e propria farsa.

Un’affermazione del genere non dovrebbe trovare spazio in un testo serio. Alcune domande critiche ne rivelano la fragilità. Chi si occupa di misurare il tempo in modo affidabile in tutti i settori? Come si possono raccogliere dati in modo coerente con un campione di dimensioni sufficienti? Perché pubblicare dati così sensibili? 4/

L’affermazione è stata amplificata dal direttore della CIA Ratcliffe, il quale ha affermato che le loro informazioni sono coerenti con “alcune” fonti aperte: “L’aspettativa di vita media di una recluta russa che arriva sul campo di battaglia in Ucraina è stimata tra i 20 e i 30 minuti”. 5/

Come ha potuto la CIA, un tempo formidabile, ridursi a un circo così dilettantistico?

Se ascoltate attentamente quanto sopra, noterete che la sua affermazione è ancora più grave di quanto possa sembrare a prima vista. Non solo si lancia in un’assurda bufala di 35 minuti, ma sostiene anche che la ragione per cui i russi stanno morendo così velocemente sia da attribuire ai “droni dotati di intelligenza artificiale”.

Questo è vergognosamente poco professionale da parte di un uomo in una posizione che dovrebbe sapere “tutto”. Persino gli osservatori occasionali che seguono la guerra sanno che i “droni con intelligenza artificiale” non stanno attualmente eliminando intere schiere di soldati di fanteria, almeno non direttamente , a parte uno o due presunti episodi, per non parlare di una massa e di una portata tali da produrre un’aspettativa di vita media di 35 minuti sull’intero fronte russo. Per ora i droni con intelligenza artificiale si limitano per lo più a colpire determinati bersagli statici e veicoli, ma il modo in cui Ratcliffe li descrive lascia intendere che stiano dando la caccia alle truppe stesse sul campo e nelle fortificazioni, il che è assolutamente falso.

Questo non fa che rafforzare la nostra convinzione che i russi si siano fatti beffe dell’ingenuità e della credulità di Ratcliffe, il che probabilmente spiega perché la sua visita sia stata considerata stranamente “breve”, visto che è ripartito poche ore dopo l’atterraggio a Mosca.

Il secondo è un esempio più piccolo, ma non per questo meno illuminante.

L’account AMK Mapping ha segnalato che la recente trasmissione del famoso colonnello austriaco Marcus Reisner includeva un’analisi che utilizzava le mappe OSINT di AMK:

Mappatura AMK @AMK_Mapping_ Oggi ho appreso che le Forze Armate austriache utilizzano le mie mappe per i loro aggiornamenti sulla situazione in Ucraina. 10:17 · 29 agosto 2026 · 346.000 visualizzazioni150 risposte · 280 condivisioni · 6.300 Mi piace

Nella sezione commenti, un altro noto cartografo francese di OSINT rivela che la seconda mappa sullo schermo del colonnello Reisner è opera sua:

Senza nulla togliere al loro straordinario lavoro, entrambi fanno un lavoro eccezionale, ma stiamo parlando di cartografi amatoriali adolescenti di 19 anni:

Il fatto che il loro lavoro di OSINT sia ormai diventato essenzialmente il modello analitico standardizzato per gli eserciti della NATO dovrebbe probabilmente farci riflettere.

Certo, la signora qui sotto ha ragione: dice molto di più sulle capacità interne dell’Occidente – o sulla loro mancanza – che sul lavoro chiaramente superiore di questi giovani cartografi.

Il punto fondamentale è dimostrare come l’intera concezione occidentale della guerra sia stata costruita sulla base di una sofisticata “conoscenza interna” occidentale, che ci assicura che la Russia stia effettivamente perdendo perché una qualche dottrina analitica occidentale, arcanamente “superiore”, lo avrebbe dedotto da fatti grezzi, non filtrati e basati sui principi fondamentali. In realtà, l’intera e fragile macchina di propaganda occidentale si regge irrimediabilmente su un insieme di informazioni di seconda mano, tramandate a piccole dosi e raffazzonate, recuperate con noncuranza da qualche angolo oscuro di Twitter o Telegram, e poi semplicemente “rivestite” con i fronzoli di una dichiarazione “ufficiale”.

Si tratta di una totale mancanza di igiene informativa, dimostrata più recentemente dall’incapacità dell’establishment occidentale persino di decifrare la prova schiacciante fornita dalla rivelazione di Budanov, secondo cui le Forze Armate delle Filippine necessitano di 30.000 uomini al mese “solo per mantenere ciò che [hanno]”.

Anche se forse stanno iniziando a formarsi delle crepe, come si evince da questo recente articolo di un giornale mainstream:

https://www.telegraph.co.uk/news/2026/08/30/unrealistic-optimism-isnt-helping-ukraine/

Il libro condanna l’edulcorazione occidentale che sta conducendo l’Ucraina verso la rovina e, nel suo epilogo, solleva persino la questione della disparità “ufficiale” nel numero di morti in combattimento tra Budanov e Zelensky.

L’Ucraina sta “gradualmente, lentamente, perdendo” la guerra . Non sono parole di un propagandista del Cremlino, bensì quelle dello stesso Mykhailo Fedorov, l’ex ministro della Difesa ucraino, che ha rilasciato queste dichiarazioni a Reuters la scorsa settimana. Nei giorni successivi a questa cupa previsione, la Russia ha intensificato gli attacchi contro l’Ucraina, raggiungendo livelli quasi apocalittici.

Con una mossa diabolicamente efficace, il Cremlino è passato da attacchi di massa con droni e missili a ondate continue di bombardamenti della durata di 60 ore, che hanno visto diciannove raid aerei su Kiev in un solo giorno, sfiancando i difensori e riducendo al minimo le scorte di missili antiaerei.

L’articolo paragona la distruzione da parte dell’Ucraina del 20% dei magazzini della catena di supermercati Wildberries in Russia alla distruzione, da parte della Russia, del 90% dei magazzini al dettaglio ucraini, sempre secondo quanto affermato dagli stessi funzionari ucraini. Si conclude con una nota amara, senza alcun conforto di retorica ottimistica o delle solite banalità e luoghi comuni dei media mainstream sulla “vittoria” ucraina.

Putin, al contrario, intende chiaramente utilizzare tutte le sue risorse per distruggere le infrastrutture energetiche, di trasporto e logistiche dell’Ucraina quest’inverno, in un ultimo disperato tentativo di mettere in ginocchio il Paese. La sfida per l’Ucraina – e per i suoi alleati – è quella di mobilitare risorse, intercettatori e contrattacchi che le permettano di sopravvivere alla tempesta incombente del Cremlino.

In precedenza, nell’articolo, gli autori hanno accennato a un altro tema recentemente ricorrente nei reportage dei media mainstream: ovvero che le capacità produttive e offensive russe stanno crescendo oltre ogni stima precedente.

Ma, secondo recenti rapporti della NATO, le capacità offensive della Russia stanno crescendo molto più rapidamente di quelle dell’Ucraina.

Sulla scia di un’altra ondata di giornalismo onesto, un nuovo articolo del Financial Times affronta proprio questo tema:

https://www.ft.com/content/369558d0-357c-41e7-aa1e-dc1c1c07457d

L’autore dichiara che la Russia si sta lentamente trasformando nel peggior incubo dell’Occidente: un colosso che unisce tutti i punti di forza dell’industria di epoca sovietica all’ingegno del XXI secolo.

Nonostante i recenti successi militari dell’Ucraina, è fin troppo presto per dare per spacciata la Russia, che sta ricostruendo le sue forze armate in modi che molti in Occidente hanno sottovalutato. Invece di limitarsi a rimpiazzare le perdite sul campo di battaglia, sta creando un’industria della difesa che combina la capacità industriale dell’era sovietica con le esigenze della guerra del XXI secolo. L’obiettivo non è solo produrre più carri armati, ma rimodellare le proprie forze armate attorno ai vantaggi “asimmetrici” emersi dalla guerra in Ucraina: droni, sistemi compatti di guerra elettronica e altre tecnologie a basso costo che possono essere impiegate su larga scala.

La sfida a lungo termine potrebbe essere persino maggiore per l’Europa che per l’Ucraina, il cui esercito ha impiegato più di un decennio ad adattarsi alle vecchie tattiche e capacità russe.

Ma, secondo l’autore, non si tratta solo di argomentazioni semplicistiche. La rivitalizzazione ruota attorno a importanti riforme strutturali nella base industriale russa, tra cui la temuta innovazione decentralizzata che l’Occidente per tanto tempo ha affermato essere irraggiungibile per la nazione russa, considerata “arretrata” e marginale:

Il sistema attuale integra in modo selettivo incentivi di mercato, imprese private e innovazione decentralizzata. Un buon esempio è Ushkuynik, un acceleratore tecnologico che mette in collegamento le start-up nazionali e le iniziative di volontariato tecnico con le grandi imprese del settore della difesa e il sistema di appalti statali. Questa struttura consente a iniziative su piccola scala, che normalmente rimarrebbero al di fuori dell’orbita del ministero, di rispondere alle esigenze in prima linea. Questo modello facilita anche l’elusione delle sanzioni. Invece di affidarsi esclusivamente agli appalti statali, le imprese private e le reti di intermediari utilizzano società di comodo, distributori di paesi terzi e piattaforme di e-commerce come Alibaba per acquistare componenti occidentali a duplice uso, aggirando al contempo i controlli sulle esportazioni.

Ancor più sorprendente, osserva l’autore, è che i giganti industriali dell’era sovietica si sono dimostrati flessibili e adattabili alle esigenze moderne:

Contrariamente alle aspettative, i giganti della difesa dell’era sovietica si sono dimostrati adattabili, privilegiando capacità scalabili e a basso costo, come i droni e la guerra elettronica compatta. I produttori storici stanno investendo sempre di più in sistemi senza pilota, sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale e tecnologie autonome. Le collaborazioni di Kalashnikov con iniziative di base come Ushkuynik e il Progetto Arcangelo dimostrano come l’innovazione in tempo di guerra si consolidi sotto l’egida dei principali appaltatori statali della difesa. I droni a lungo raggio russi Geran si sono evoluti dal progetto originale iraniano a elica alle versioni a reazione, nonché a varianti più recenti che operano su reti mesh (una rete wireless auto-organizzante che consente ai droni di comunicare direttamente e di scambiarsi dati). Anche la guerra elettronica ha subito una trasformazione simile: anziché affidarsi a grandi sistemi strategici, la Russia ha iniziato a schierare migliaia di sistemi anti-drone compatti per disturbare le comunicazioni e interrompere la navigazione.

Tutto ciò è assolutamente vero: gran parte dell’innovazione russa attuale sul campo di battaglia deriva da un trattamento sorprendentemente libero e permissivo da parte del Ministero della Difesa russo nei confronti delle “start-up” locali nate in garage, il che consente loro di integrare le proprie innovazioni nel più ampio quadro ufficiale del complesso militare-industriale.

Ancora più importante, gli operai delle fabbriche ricevono un feedback diretto e continuo dal fronte, creando una relazione sinergica che promuove modifiche positive immediate e miglioramenti agli sviluppi in corso:

Infine, la guerra ha creato un circolo virtuoso tra il fronte e le fabbriche, consentendo alle aziende russe di testare, perfezionare e impiegare rapidamente nuovi sistemi. Questi sistemi, collaudati sul campo di battaglia, stanno suscitando interesse a livello internazionale. Le aziende russe hanno commercializzato equipaggiamenti comprovati in combattimento in occasione di fiere internazionali del settore, concludendo accordi di esportazione. Nel 2026, Kalashnikov ha firmato un accordo per la fornitura di droni civili a un partner indiano. È probabile che questa domanda cresca, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

L’articolo si conclude con un tono pessimistico, sottolineando che la NATO non ha ancora nemmeno iniziato a cercare di recuperare il terreno perduto:

Mentre la Russia ha impiegato anni ad adattarsi per contrastare le armi e le tattiche occidentali sul campo di battaglia, la NATO ha avuto molte meno opportunità di sviluppare un’esperienza paragonabile. È ora di iniziare a colmare questo divario.

A ulteriore conferma di quanto detto sopra, questo nuovo articolo del quotidiano spagnolo El Mundo spiega che l'”euforia” che circonda le campagne di deep attack ucraine è finita, dato che il nuovo disturbatore anti-Starlink russo sta iniziando a preannunciare la fine del dominio di Starlink:

https://www.elmundo.es/internacional/2026/08/26/6a8c82bdfc6c83a05a8b4578.html

L’agenzia di stampa statale russa TASS riferisce che il temuto nuovo disturbatore di Starlink, denominato Volna Kupol Garant, è entrato in produzione di massa:

MOSCA, 28 agosto. /TASS/. È iniziata la produzione in serie del più recente sistema di guerra elettronica russo, il Volna Kupol Garant, in grado di contrastare efficacemente il sistema satellitare Starlink, ha riferito all’agenzia TASS una fonte dell’industria della difesa russa.

“Il sistema Volna Kupol Garant si è dimostrato efficace e abbiamo iniziato a produrlo e a implementarlo su scala più ampia. Ora la quantità si è trasformata in qualità e, in sostanza, abbiamo bloccato le comunicazioni Starlink ovunque fosse necessario.” Il nemico ha subito un colpo devastante.

Come funziona il sistema Volna Kupol Garant EW

Una fonte dell’industria della difesa russa ha sottolineato che il sistema Volna Kupol Garant non interferisce con i terminali di terra. “Opera dall’alto e disturba il funzionamento dei satelliti stessi in orbita. Utilizzando un segnale radio direzionale, stretto e potente, acceca le antenne riceventi dei satelliti, causando il malfunzionamento dei sistemi di bordo e l’interruzione del funzionamento dei terminali di terra. Sotto i nostri occhi, il sistema Volna è stato concepito, sviluppato, prodotto in forma di prototipi e ha subito diverse modifiche e miglioramenti. E oggi possiamo affermare con certezza che è entrato in produzione di massa”, ha dichiarato la fonte.

Secondo lui, il segnale del sistema è così potente che un singolo dispositivo Volna Kupol Garant può disattivare Starlink su una vasta area. “Diversi dispositivi possono disattivare un’intera regione. Decine di dispositivi attivati ​​simultaneamente potrebbero causare un’interruzione temporanea delle operazioni di Starlink. Ma la cosa più interessante è che la Russia si riserva il diritto di distribuire questa tecnologia a tutti i paesi interessati nel mondo. Strumenti con capacità e potenza simili sono già comparsi in Cina. Questo è solo l’inizio. Elon Musk si è cacciato nel gioco sbagliato. Se Starlink non smette di favorire e incoraggiare il terrorismo, spetterà alla Russia decidere se disattivare Starlink solo sul nostro territorio o in tutto il mondo”, ha affermato la fonte.

Nell’articolo di El Mundo, un comandante di un’unità ucraina ha dichiarato ai giornalisti che, dopo aver distrutto uno dei nuovi sistemi Volno Kupol Garant con i droni, i loro segnali Starlink hanno immediatamente ripreso a funzionare normalmente nella zona. Considerando anche il lancio da parte della Russia del suo nuovo sistema Rassvet, analogo a Starlink, il futuro si prospetta sempre più incerto per l’Ucraina.

L’articolo di El Mundo si conclude in modo appropriato:

Mykola Kolesnyk, tuttavia, afferma di non aver mai condiviso quell'”euforia”. “Mi piace essere realista. I russi sono nemici molto pericolosi”, dice.

Sia Koloesnyk che Anton Zemlianyi concordano sul fatto che, con l’Ucraina diventata un campo di prova militare, gli unici a non sfruttare questa realtà sono le nazioni occidentali.

“La dottrina della NATO è obsoleta. Non saranno in grado di resistere ai russi”, conclude Zemlianyi.

Non è tanto che la Russia sia eccezionalmente potente come nazione, quanto piuttosto che la NATO e l’UE, impantanate in una corruzione storica e in un declino culturale, siano straordinariamente inefficienti come civiltà funzionali.

È proprio per questo che era necessario provocare la guerra in Ucraina: per garantire che la Russia sovrana non acquisisca una potenza sproporzionata rispetto agli stati schiavi e castrati d’Europa e d’Occidente, che devono essere mantenuti costantemente degradati e destabilizzati affinché l’idolo del “globalismo”, così come viene costantemente sostenuto, continui a essere un “faro” credibile per la salvezza dell’umanità.


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Dolly Parton: icone e istituzioni _ di Morgoth

Dolly Parton: icone e istituzioni

Sulla scomparsa di icone e istituzioni

Morgoth26 agosto
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All’inizio del 2026, mi sono ritrovato ripetutamente in disaccordo con gli influencer del movimento MAGA sui social media. Non condividevo il sadismo ostentato di creare meme e di compiacersi online delle persone uccise dall’ICE. Consideravo la nascente guerra con l’Iran stupida e interamente al servizio di un altro popolo. Pensavo anche che le minacce sulla Groenlandia e la conseguente animosità antieuropea avessero reso ingenui i sostenitori di Trump.

Per questo, prevedibilmente, sono stato definito un “Britcuck Europoor”, che si scagliava impotente contro il Grande Colosso, il quale andava dove voleva e faceva ciò che gli pareva. Ero “anti-americano”.

Il fatto è che non lo ero e non lo sono mai stato.

Quando Dolly Parton morì, Donald Trump ordinò che la bandiera americana fosse issata a mezz’asta in tutti gli Stati Uniti. Questa, pensai, è l’America che mi piace: sdolcinata, forse eccessivamente sentimentale, ma anche benintenzionata. Credo che Donald Trump si sarebbe rattristato nell’apprendere della morte di Dolly Parton, perché, come lui, era un’icona americana.

Da estraneo che non ha mai messo piede negli Stati Uniti (e probabilmente non lo farà mai), la mia percezione dell’America deriva quasi interamente da segni e simboli, personalità e “star”. In questo senso, Dolly Parton era l’antitesi di Trump. Laddove Trump rappresenta il truffatore newyorkese sfrontato ma divertente, Dolly incarnava la semplicità scintillante e il fascino frizzante di un’atmosfera da paese di provincia.

È così che i non americani vorrebbero che fossero gli americani; è l’America che ci piace perché non è minacciosa e segnala un egemone benevolo che ha buone intenzioni. Non è “radicale” nello stesso modo in cui un’altra icona, John Wayne, non era radicale, ma un dispensatore di giustizia e buon senso, severo ma giusto.

Le icone americane tendono ad essere persone ambiziose e di successo, nonostante le forze che si sono opposte a loro. Dolly Parton, ad esempio, è cresciuta in povertà assoluta in una capanna di una sola stanza sulle rive del fiume Little Pigeon, nel Tennessee. Michael Jackson, Marilyn Monroe, Elvis, Muhammad Ali e Madonna hanno tutti raggiunto lo status di icone in quanto outsider, a prescindere da quanto spesso tale status sia stato costruito a tavolino.

Il movimento “woke” si è rivelato una formula culturale catastroficamente inefficace perché ha frainteso profondamente il fascino dell’americanismo , rappresentato da figure leggendarie.

Nel 2014, mentre il movimento “woke” prendeva piede, Dolly Parton si esibì al festival musicale di Glastonbury, in Inghilterra. Fu considerata un’artista ironica, l’artista di cui le femministe e i prodotti del sistema educativo di estrema sinistra del Regno Unito potevano ridere e disprezzare. In realtà, fece impazzire il pubblico. Per quella mezz’ora circa, le loro opinioni ciniche e accuratamente costruite si dissolsero in un’autenticità terrena e venata di nostalgia che raggiunse “sotto la pelle” i dogmi superficiali e artificiali.

A mio parere, Madonna e il messaggio ripugnante che ha trasmesso alle giovani donne e alle ragazze rappresentavano una forma ante litteram di “woke”, più abile nel suo messaggio ma non per questo meno insidiosa. Dolly Parton, d’altro canto, si rivolge alle donne per come sono, ed è per questo che Dolly è riuscita a mantenere una dignità che Madge poteva solo sognare.

Il rebranding tossico dell'AmericaIl rebranding tossico dell’AmericaMorgoth·23 febbraio 2022Leggi la storia completa

In Gran Bretagna, le nostre icone sono nate da assetti e istituzioni socio-culturali consolidate da tempo. David Attenborough non è un ambizioso emergente esterno al sistema; è la voce paternalistica di Dio che istruisce ed educa. Il fatto che tra le icone britanniche figurino anche la regina Elisabetta II, Margaret Thatcher e Winston Churchill parla da sé. Persino personaggi che incarnano il mito del successo partendo dal nulla, come Michael Caine, rappresentano la classe sociale piuttosto che l’individuo.

Noi britannici siamo attratti dallo “spirito libero” che traccia il proprio destino attraverso paesaggi selvaggi e possibilità economiche: meno volgare, più sano, meglio è.

C’è un simbolismo poetico in David Attenborough e Clint Eastwood che riflette le icone predilette delle rispettive nazioni, ed entrambi sono davvero antichi in termini di anni. Le istituzioni sono decadute e svuotate; la sovversione è completa; anche il viandante solitario e autosufficiente delle Grandi Pianure è destinato a morire.

Non emerge nulla a sostituire l’uno o l’altro. Non ci resta che inseguire l’eco di un sogno.

Forse Donald Trump una volta sognava di guidare un movimento in cui fosse circondato da Dolly Parton e non da Howard Lutnik e Mark Levins. Forse ordinare che le bandiere della nazione venissero ammainate in onore di una vecchia cantante country è un implicito riconoscimento di questo sogno.

In Gran Bretagna, i populisti “bulldog” restano attoniti mentre le stesse istituzioni a cui si rivolgono per trovare conforto e significato sputano loro veleno in faccia. Mentre le icone svaniscono e i sogni diventano sempre più difficili da afferrare, ci ritroviamo a cercare isole in fiumi nel deserto dei data center, delle case di cura per richiedenti asilo e dei barbieri turchi.

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Amerò sempre Dolly
Di Scott Yenor • 25 agosto 2026Visualizza nel browserScott MenchinScott Menchin
Dolly Parton, l’ultima First Lady della musica country ancora in vita, è morta. Come le altre First Lady Tammy Wynette, Loretta Lynn e Patsy Cline, Dolly sarà per sempre ricordata con il suo nome di battesimo. Partita dall’anonimato (quarta di dodici figli), raggiunse le vette di questo genere musicale tipicamente americano.La sua grande occasione arrivò nel 1967, quando vinse l’audizione per diventare la “cantante” del Porter Wagoner Show. Dolly cantò occasionalmente duetti con Wagoner, che all’epoca era il nome più famoso. Dopo diversi anni passati a fare da spalla, Dolly ebbe successo come artista solista. Le sue prime canzoni avevano testi incisivi ed evocavano una versione raffinata della musica di montagna della sua terra natale, il Tennessee. Il suo primo singolo country al numero uno, la spensierata “Joshua” ( 1971 ), era una canzone dal ritmo incalzante che raccontava di come un uomo apparentemente cattivo e violento, che viveva da solo in una baracca fatiscente, potesse addolcirsi di fronte al sorriso di una donna gentile. La maggior parte dei fan della musica country provava per Dolly gli stessi sentimenti che provava Joshua.Dopo il successo di Loretta con la canzone “Coal Miner’s Daughter”, che raccontava la sua infanzia a Butcher Hollow, nel Kentucky, Dolly scrisse un inno a un mondo ormai scomparso fatto di abiti fatti in casa e letture bibliche in famiglia in “Coat of Many Colors” (1971). Sua madre aveva cucito insieme la giacca con stracci logori. Alcuni ridevano del cappotto consumato, ma Dolly aveva imparato ad apprezzare l’amore materno che esso simboleggiava. Anche il suo album del 1973 , Tennessee Mountain Home (1973), rende omaggio alla sua terra natale. Il titolo dell’album celebra la bellezza delle colline e “tornare a casa dalla chiesa la domenica con la persona amata”, mentre “In the Good Old Days (When Times Were Bad)” chiarisce che Dolly aveva imparato molto dalla povertà, ma non voleva tornarci. E non ci sarebbe tornata.Temendo di rimanere intrappolata in un ruolo stereotipato, Dolly decise di intraprendere la carriera da solista. Confidò privatamente le sue intenzioni a Wagoner cantandogli “I Will Always Love You”, probabilmente la sua canzone più famosa e duratura. Dolly aveva già accennato a Wagoner l’idea di lasciare lo show, ma lui si era opposto. Dolly voleva esprimere la sua gratitudine a Wagoner, ma anche il suo bisogno di mettersi in proprio. A tratti la canzone trasmette un senso di “Non è colpa tua, è colpa mia”: “Se dovessi restare/ Sarei solo d’intralcio”. Ma il sentimento generale di profonda gratitudine e apprezzamento rende questa la canzone di rottura più elegante. Gli adattamenti successivi, in particolare la cover ancora più famosa di Whitney Houston dei primi anni ’90, colgono la grande delicatezza di “Always Love You”.Porter acconsentì alla sua partenza a condizione che lui potesse produrre il suo album successivo. Quell’album, “Jolene” (1974), contiene sia la title track che “Always Love You”. “Jolene” segnò l’ingresso di Dolly nel grande genere delle canzoni country sul tradimento. Tammy rimase al fianco del suo uomo adultero. Loretta minacciò e umiliò le rovinafamiglie che tentavano il suo uomo. Dolly supplica Jolene di non portargli via il suo uomo, pur comprendendo perché lui potrebbe amare Jolene (la sua bellezza è incomparabile). Alla fine, i cantanti country moderni si sarebbero accontentati di rigargli la macchina , bruciargli le cose o ucciderlo .”In questi primi successi, l’amore è sempre stato un tema centrale.”In questi primi successi, l’amore era sempre una preoccupazione seria. Era centrale per la felicità e si incarnava al meglio nel matrimonio. Lo si poteva trovare in luoghi inaspettati. Il mondo di oggi, in cui uomini e donne diffidano l’uno dell’altra, ha bisogno di poeti che aiutino a sanare la frattura. “Bargain Store” ( 1975 ) di Dolly Parton, una canzone su una donna con una cattiva reputazione che promette di essere una moglie eccezionale, potrebbe essere proprio una di queste canzoni. La semplicità dell’arrangiamento supporta un testo che promette confessione, perdono e guarigione: “La mia vita è come un negozio di occasioni/ E potrei avere proprio quello che stai cercando/ se non ti dispiace il fatto che tutta la merce è usata/ Ma con un piccolo ritocco potrebbe essere come nuova”.Più tardi, Dolly sarebbe diventata una star del cinema. Avrebbe avuto una serie di grandi successi crossover a partire dalla fine degli anni ’70, tra cui duetti con Kenny Rogers, Ricky Van Shelton e Brad Paisley. Avrebbe gestito un parco a tema, Dollywood. Era un’artista consumata. La sua parrucca economica e il suo look trash sono diventati materiale per canzoni . “Costa un sacco di soldi per sembrare così volgare”, scherzava, sarebbe probabilmente un epitaffio sulla sua lapide. Più avanti nella vita si riferiva al suo seno, suo marchio di fabbrica, come “shock e stupore”. Nulla, tuttavia, eguaglia la bellezza e la profondità delle sue vecchie storie americane.A quanto pare, Dolly si sposò felicemente nel 1966. Il suo matrimonio, durato cinquantanove anni, si concluse nel 2025 con la morte del marito, Carl Thomas Dean. Secondo la leggenda, Dean la vide esibirsi solo poche volte durante il loro lungo matrimonio. Si perse un’occasione. E ora anche noi ci perderemo l’opportunità di vedere Dolly cantare. Riposa in pace.

Il capo della CIA a Mosca: nessuno sa nulla, e tutti ne parlano, di Régis Le Sommier

Il capo della CIA a Mosca: nessuno sa nulla, e tutti ne parlano

Par:Régis LE SOMMIER

Data:

29 agosto 2026

Illustrazione: © OMERTA

«Il giornalismo consiste nell’osservare, nel considerare tutte le opzioni e nell’analizzarle – soprattutto senza prendere posizioni definitive.»

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Mercoledì, John Ratcliffe si è recato a Mosca per incontrare i suoi omologhi russi: si tratta della prima visita annunciata di un direttore della CIA dopo quella di William Burns nel novembre 2021, tre mesi prima dell’invasione dell’Ucraina. Per Régis Le Sommier, c’è una sola certezza: un capo della CIA non intraprende mai un viaggio del genere senza motivo. Per il resto, passa in rassegna le spiegazioni che si susseguono di giorno in giorno – e rimanda alle loro ossessioni coloro che, nei programmi televisivi, hanno già espresso un giudizio definitivo.

Mercoledì, un C-17 Globemaster dell’Aeronautica Militare degli Stati Uniti ha sorvolato Mosca. Un grosso velivolo militare americano nei cieli di Mosca non passa certo inosservato: i video hanno subito iniziato a circolare e io stesso, quando ho visto l’aereo, ho reagito immediatamente: cosa ci fa lì un aereo americano? C’è sicuramente qualcosa sotto. A bordo c’era John Ratcliffe, il direttore della CIA, il cui convoglio è stato poi ripreso per le strade della capitale russa.

Ricordiamo innanzitutto questo: nulla, in questo viaggio, è stato discreto – ed è stata una scelta. Dalla CBS News si apprende che Ratcliffe si era già recato a Mosca in via riservata, e la notizia era trapelata solo molto tempo dopo. Se avesse voluto ripetere l’operazione in silenzio, sapeva come fare. Questa volta, invece, tutto era stato fatto per farsi notare. Per quanto riguarda il contenuto delle discussioni, la versione russa, per bocca di Dmitri Peskov, si limita a indicare che il direttore della CIA ha parlato con i suoi interlocutori dell’FSB, senza incontrare né Vladimir Putin né la sua cerchia ristretta. Tanto vale dirlo chiaramente: nessuno sa nulla. Ma ogni giorno porta con sé una nuova spiegazione.

La versione «avviso» non regge

La prima, diffusa da Bloomberg, dal Wall Street Journal – un quotidiano comunque molto conservatore –, dalla ABC e dalla CBS, sostiene che Ratcliffe sia andato a rivolgere ai russi un solenne avvertimento: non attaccare un paese della NATO, in particolare i Paesi Baltici. Non ci credo molto, per un semplice motivo: Trump e Putin dispongono di una linea diretta e si sentono regolarmente al telefono – lo stesso Trump racconta volentieri il contenuto delle loro conversazioni. Se i servizi segreti americani avessero rilevato movimenti di truppe che tradissero l’intenzione di attaccare la NATO, il presidente avrebbe alzato il telefono. Mandare a tal fine un direttore della CIA a bordo di un aereo che tutti vedono arrivare, per poi farlo proseguire in un convoglio ultra-protetto fino al centro della città, non ha alcun senso.

E a quanto pare è stato proprio Trump a smentire questa versione. Intervistato da Barak Ravid, del sito Axios, ha risposto di non temere un attacco russo contro un Paese della NATO, per poi ribadirlo in conferenza stampa. Non c’è nulla da vedere, andate via – e una doccia fredda per i soliti guerrafondai, numerosi da noi, che già immaginavano un’escalation.

La versione “mendicante”: l’Iran al centro

Trump, dal canto suo, ha invece collegato questa visita alla questione iraniana. Ed è qui che entra in gioco la seconda spiegazione, che definirei la versione «supplichevole»: gli Stati Uniti sarebbero venuti a chiedere alla Russia il suo sostegno contro l’Iran.

Il contesto depone a favore di questa ipotesi. Washington ha scartato, per il momento, l’opzione militare contro Teheran, soprattutto a causa della carenza di munizioni che affligge l’esercito americano: metà delle scorte di Tomahawk è stata consumata durante i quaranta giorni di offensiva, i missili a lungo raggio scarseggiano e c’è una grave carenza di sistemi THAAD e Patriot – i due vettori più efficaci contro i missili balistici, siano essi russi o iraniani. Un ostacolo che incide persino sullo scontro globale con la Cina: in caso di conflitto su Taiwan, le munizioni verrebbero a mancare. Putin non è ingenuo, lo sa perfettamente.

Gli Stati Uniti hanno invece optato per la massima pressione economica: un pacchetto di sanzioni che Trump descrive come il più severo della storia, promosso da Scott Bessent, il suo responsabile per gli affari economici. La scommessa americana è che, dopo gli attacchi aerei e questa guerra di quaranta giorni che riprende a intermittenza, la fragilità economica e sociale dell’Iran – sottoposto a sanzioni da quarantasette anni, scosso all’inizio dell’anno dalle rivolte degli affamati partite dai bazar di Teheran e duramente represse – potrebbe accelerare la caduta del regime al potere e, di conseguenza, sbloccare lo stretto di Ormuz.

Ma soffocare l’Iran significa interrompere i suoi scambi con i suoi alleati, ovvero soprattutto la Cina e la Russia. Poiché la Cina ha respinto categoricamente le richieste americane, si espone a sanzioni se si segue la logica di Bessent. Restava quindi da sondare Mosca. Tanto più che il sostegno russo all’Iran non è affatto teorico: quando un AWACS americano – un aereo da ricognizione del valore di circa 700 milioni di dollari l’uno, di cui l’US Air Force possiede solo una dozzina di esemplari – è stato distrutto in una base saudita da una rappresaglia iraniana, era stato chiaramente indicato che i servizi segreti russi e cinesi avevano aiutato Teheran a localizzarlo. Interrogato al riguardo, Trump aveva dato questa risposta rivelatrice: la Russia e la Cina si sono «comportate bene» – e poi, sapete, anche noi facciamo questo genere di cose. Dare e avere: gli Stati Uniti aiutano l’Ucraina a colpire la Russia, la Russia aiuta l’Iran a colpire gli Stati Uniti. È una questione di guerra.

Si è persino ipotizzata la possibilità di uno scambio: voi fate pressione su Teheran affinché riapra lo Stretto di Ormuz, noi facciamo pressione su Zelensky affinché torni al processo di pace e ceda il Donbass. Ancora una volta, si tratta di una speculazione. Ma delle tre versioni, questa è l’unica che trova conferma nelle stesse dichiarazioni di Trump.

La versione del New York Times: «perderete»

Terza spiegazione, riportata dal *New York Times*: Ratcliffe sarebbe andato ad avvertire i russi che la loro situazione sul campo si sta deteriorando e che sarebbe saggio negoziare adesso. Qual è la verità?

La Russia si trova indubbiamente in una posizione meno vantaggiosa rispetto a un anno fa. La crisi economica è evidente: carenze di carburante causate dagli attacchi ucraini in profondità, surriscaldamento economico, tassi di riferimento molto elevati che scoraggiano qualsiasi investitore, inflazione. Sul campo, continua la sua avanzata, faticosamente e al prezzo di perdite ingenti. Controlla l’intera oblast di Lugansk, ma le manca ancora il 20% di quella di Donetsk, a ovest – proprio dove si trovano le due grandi roccaforti ucraine dell’Est, Sloviansk e Kramatorsk, alle quali i russi si sono avvicinati di una decina di chilometri partendo da Druzhkivka. L’ultima battaglia per il Donbass sta per iniziare; la logica militare vorrebbe che Mosca conquistasse Lyman, a nord, per stringere le due città in una morsa. Ma per ora gli ucraini stanno resistendo molto bene e hanno persino riconquistato terreno. A ciò si aggiungono le truppe russe ammassate di fronte all’oblast di Sumy, vicino a Kharkiv, senza che si sappia se ne seguirà un’offensiva.

In breve: la situazione della Russia non è buona, ma non è nemmeno critica – e nemmeno quella dell’Ucraina è rosea. Forse la CIA dispone di informazioni di cui noi non siamo a conoscenza; va detto a suo merito che è stata l’unica, prima del 24 febbraio 2022, ad annunciare l’invasione dell’Ucraina, alla quale nessuno credeva, Zelensky compreso. Ma mandare il suo direttore a Mosca per dire ai russi «perderete»? Ne dubito. Francamente, ne dubito.

Un direttore della CIA non va mai a Mosca per niente

Ciò che la storia insegna, invece, è che un viaggio del genere non è mai gratuito. Nel 1992, Robert Gates – futuro segretario alla Difesa di George W. Bush e poi di Barack Obama – andò a incontrare i suoi omologhi moscoviti all’indomani della caduta dell’URSS: si continua la guerra, o cosa si inventa al suo posto? Nel 2016, John Brennan si recò lì sullo sfondo dell’annessione della Crimea e dell’ingerenza russa nella guerra in Siria. Nel novembre 2021, William Burns andò ad avvertire i russi di non attaccare l’Ucraina; tre mesi dopo, la attaccarono. Ogni volta, c’era una vera ragione. Questa forse rimarrà segreta – penso che il contenuto di ciò che è stato detto tra russi e americani rimarrà segreto –, ma è stato detto qualcosa di importante.

Il calendario americano fornisce del resto un contesto tutt’altro che marginale. A novembre ci saranno le elezioni di medio termine, e per Trump la posta in gioco è alta. L’uomo che prometteva di risolvere la guerra in Ucraina in ventiquattro ore è ancora lì dopo due anni di mandato; il presidente della pace si ritrova con non una, ma due guerre tra le mani, per aver seguito il suo amico Benjamin Netanyahu nell’avventura iraniana – e se ne sta mordendo le mani. Le conseguenze si vedono persino alla pompa: in California, dove ho trascorso una decina di giorni, il prezzo del gallone di benzina è salito a 6 dollari, contro i 4 in condizioni normali. Se perde la Camera o il Senato, Trump diventa un «lame duck», un’anatra zoppa incapace di far approvare alcunché, con in più la minaccia di commissioni d’inchiesta e di una procedura di impeachment. Da qui, forse, questo tentativo di chiudere le questioni in sospeso prima della scadenza. Senza dimenticare l’idea che il presidente americano continua a coltivare segretamente sin dall’incontro di Anchorage: stringere una nuova alleanza con la Russia e lavorare per gli interessi comuni dei due paesi.

Sessioni di terapia

Nel frattempo, da noi, il programma “C dans l’air” titolava: «Allarme della CIA: Putin vuole attaccare la NATO». Queste trasmissioni sono una sorta di seduta di terapia collettiva: ogni sera, gli stessi ospiti – Domenach, Goya, l’indescrivibile Tenzer, Isabelle Lasserre – danno sfogo alla loro ossessione per la Russia e annunciano la terza guerra mondiale per domani, con un tono marziale che non è temperato da alcuna esperienza sul campo: nessuno di loro ha mai sentito fischiare un proiettile, tranne forse Michel Goya. Il tutto senza tenere minimamente conto dell’evoluzione dell’attualità – né della smentita di Trump ad Axios, né della sua conferenza stampa, rese note proprio lo stesso giorno.

C’è del resto, in queste persone, una contraddizione intrinseca che non si sottolinea mai abbastanza: ora la Russia è debole, perché l’Ucraina resiste; ora sarebbe abbastanza forte da invadere e occupare paesi che le sono ostili, come nel dopoguerra. Eppure sono ormai quattro anni che non riesce a raggiungere i propri obiettivi di fronte all’esercito ucraino, che occupa solo il 15-20% del territorio pagandone un prezzo altissimo, e non dispone più di quel serbatoio demografico che, durante la Seconda guerra mondiale, le permetteva di inviare milioni di uomini a sconfiggere la Germania nazista. A volte sono le stesse persone a sostenere entrambe le tesi.

Quindi restiamo modesti. Il giornalismo consiste nell’osservare, nel ricordare tutte le opzioni possibili, nel prenderle in considerazione e nell’analizzarle – soprattutto non nel prendere posizioni definitive, né nel basare i titoli su un’ipotesi inverosimile come se fosse un fatto. Questo è inganno e, secondo me, rientra nella propaganda. Quello che è stato detto a Mosca, forse un giorno lo sapremo, o forse no. Una cosa, nel frattempo, è certa: il dialogo russo-americano continua – ed è ormai la CIA a condurlo, mentre la consueta squadra diplomatica, composta da Steve Witkoff e Jared Kushner per la parte americana e da Kirill Dmitriev per quella russa, è stata messa da parte. Forse, semplicemente, perché la diplomazia tradizionale non ha funzionato.

Régis LE SOMMIER

L’Ucraina vacilla: la nuova strategia d’attacco russa martella Kiev senza sosta, mentre vengono svelati i veri motivi della visita della CIA a Mosca_di Simplicius

L’Ucraina vacilla: la nuova strategia d’attacco russa martella Kiev senza sosta, mentre vengono svelati i veri motivi della visita della CIA a Mosca

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Quello che segue è un rapporto speciale in versione premium sulla situazione attuale relativa alle gravi escalation in corso in Ucraina. L’articolo, di circa 4.000 parole, rappresenta la copertura più completa che potrete trovare sugli sviluppi della situazione e cercherà di rispondere alle domande più importanti su quanto sta accadendo, compreso il vero motivo alla base della visita del direttore della CIA a Mosca.


Ieri sera Kiev è stata colpita da un altro attacco di grande portata, che ha provocato l’esplosione di un deposito di armi — il secondo del genere — situato proprio accanto a una zona civile. Sono morti quasi 40 civili, e persino Zelensky è furioso per la “negligenza” del suo staff:

Volodymyr Zelenskyy / Volodymyr Zelenskyy@ZelenskyyUaDa ieri sera e per tutta la giornata di oggi ho ricevuto segnalazioni sulla situazione nel villaggio di Myla, nella regione di Kiev, dove si sono verificate delle esplosioni a seguito di un attacco russo. Una situazione terribile e una grave negligenza da parte di chi ha immagazzinato gli esplosivi12:20 · 29 agosto 2026 · 240.000 visualizzazioni776 risposte · 727 condivisioni · 4.26K Mi piace

Dal suo post:

Una situazione terribile e una grave negligenza da parte di chi ha immagazzinato esplosivi proprio accanto alle persone.

Un altro crimine del genere – dopo quanto accaduto a Vyshneve – è assolutamente inaccettabile. Mi aspetto che i dettagli vengano resi noti al pubblico tempestivamente. Il primo attacco ha colpito un deposito di munizioni che non avrebbe assolutamente dovuto trovarsi lì: una struttura di stoccaggio delle Forze di Difesa. Proiettili, mine, altre munizioni e droni sono esplosi. La portata dell’evento è significativa.

Abbiamo già parlato con il Procuratore Generale, il Ministero degli Affari Interni, il Servizio di Sicurezza dell’Ucraina e il Comandante in Capo: dispongono di tutto il necessario per le indagini. Desidero ringraziare in modo particolare tutti coloro che si trovano sul posto e in altri luoghi colpiti dagli attacchi russi, e che stanno facendo tutto il possibile per aiutare e salvare le persone.

Onore al merito: si assume immediatamente la responsabilità delle proprie azioni — segno distintivo di una buona leadership.

Secondo alcune notizie, nel deposito era stoccato un lotto di missili Patriot appena arrivato, che ora è stato avvolto da fiamme spettacolari.

L’esplosione:

I lanci di prova — probabilmente di missili Patriot:

Ancora più significativo è il fatto che la Russia stia letteralmente distruggendo le infrastrutture dell’Ucraina e la sua capacità di esportare cereali.

La notizia più preoccupante proviene proprio dall’agenzia ucraina Ukrinform, che cita il ministro ucraino della Politica agraria, Taras Vysotsky, secondo cui, nella sua campagna di ritorsione, la Russia avrebbe già distrutto l’incredibile cifra del 90% di tutti i magazzini al dettaglio presenti in tutta l’Ucraina:

https://www.ukrinform.ua/rubric-economy/4158531 -vorog-znisiv-blizko-90-skladiv-torgovelnih-merez-ale -gli-ucraini-non-rimarrebbero-senza-visockij-produttivo.html

Nonostante il fatto che il nemico abbia distrutto circa il 90% dei magazzini delle catene di distribuzione, gli ucraini non rimarranno senza cibo.

Lo ha affermato il ministro della Politica agraria dell’Ucraina, Taras Vysotsky, durante un colloquio con i giornalisti, secondo quanto riferisce Ukrinform.

“Oggi, circa il 90% della logistica alimentare delle catene di distribuzione è stata compromessa, ma allo stesso tempo ciò non significa che gli ucraini rimarranno senza cibo. Ci saranno, come si suol dire, soluzioni logistiche ‘su ruote’ e altre opzioni per l’approvvigionamento operativo. In altre parole, non ci sarà alcun rischio di fame né una carenza fisica sistematica di cibo”, ha assicurato Vysotsky.

È davvero difficile credere che non si tratti di un’esagerazione, ma la notizia proviene direttamente dalla fonte, quindi per ora non ci resta che prenderla per buona.

Ricordiamo che l’Ucraina ha iniziato a colpire Wildberries con la scusa che lì vengono venduti alcuni equipaggiamenti militari, come radio e giubbotti antiproiettile. La Russia ha iniziato a distruggere i magazzini “Epicenter” ucraini che, secondo l’amministratore delegato di FirePoint, il principale produttore ucraino di droni, custodiscono alcuni componenti dei famigerati missili Flamingo della sua azienda:

Ciò che va bene per l’oca… come si suol dire.

È difficile rendersi conto della rapidità con cui sta avvenendo la distruzione: se anche solo una frazione di quella cifra del 90% fosse vera, significherebbe che la Russia ha messo in ginocchio l’Ucraina in questo modo in sole una o due settimane di attacchi di rappresaglia. Diventa ancora più difficile immaginare cosa riserverà il futuro all’Ucraina.

Ed è proprio su questo punto che si stanno moltiplicando le speculazioni. È chiaro che qualcosa sta per accadere. Subito dopo la visita del direttore della CIA per «mettere in guardia Mosca dal correre rischi con la NATO», stanno circolando varie notizie che sembrano indicare un’escalation proprio in quest’area — ed è difficile stabilire con esattezza quale delle due parti ne sarà il motore principale.

La Russia, dal canto suo, ha recentemente rilasciato alcune dichiarazioni interessanti che sembrano minacciare i paesi della NATO di ritorsioni. Ad esempio, la portavoce del Ministero degli Affari Esteri Maria Zakharova ha rilasciato questa settimana una dichiarazione forte, minacciando ritorsioni contro gli interessi britannici in Ucraina e all’estero, dopo che è stato confermato l’uso di missili britannici Storm Shadow in un attacco contro Donetsk:

https://www.theguardian.com/mondo/2026/ago/27/gran-britannia-ucraina-guerra-russia
Margarita Simonyan@M_SimonyanMaria Zakharova sulla decisione britannica di fornire a Kiev i progetti dei missili “Storm Shadow”: “Qualsiasi struttura militare e qualsiasi equipaggiamento britannico, sia all’interno dell’Ucraina che oltre i suoi confini, potrebbe diventare un obiettivo legittimo in risposta agli attacchi ucraini contro la Russia15:16 · 27 agosto 2026 · 80,1K visualizzazioni57 risposte · 300 condivisioni · 1,04K Mi piace

La sua citazione esatta:

“Qualsiasi struttura militare e equipaggiamento britannico, situato sia all’interno dell’Ucraina che oltre i suoi confini, potrebbe diventare un obiettivo legittimo in risposta agli attacchi ucraini sul territorio russo effettuati con armi britanniche.” Coloro che si rendono complici di crimini di guerra, comprese le azioni rivolte contro la nostra popolazione civile, saranno puniti in misura proporzionale alle loro violazioni.”

« Il tentativo di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia è destinato a fallire, sebbene Londra si sia già sporcata a fondo le mani in questa vicenda. Esortiamo tutti i residenti del Regno Unito a riflettere sulle inevitabili conseguenze catastrofiche delle azioni ostili del proprio governo.»

Successivamente, un viceministro degli Esteri russo ha fatto un’altra osservazione interessante, secondo cui il conflitto potrebbe essere risolto dopo che Kiev sarà posta sotto un’amministrazione internazionale:

https://www.pnp.ru/politics/un’amministrazione centrale a Kiev potrebbe aprire la strada a una regolamentazione.html

Una governance esterna a Kiev sotto l’egida dell’ONU potrebbe aprire la strada a una soluzione diplomatica. È quanto ha affermato il 29 agosto Mikhail Galuzin, viceministro degli Esteri, in un’intervista a RIA Novosti.

Ha ricordato che il presidente russo Vladimir Putin aveva precedentemente proposto di istituire un’amministrazione esterna temporanea in Ucraina sotto l’egida dell’ONU, degli Stati Uniti, dei paesi europei e dei partner russi, al fine di indire elezioni per la massima leadership ucraina. Secondo Putin, la Russia potrebbe già essere impegnata in negoziati per risolvere il conflitto ucraino.

«Questo potrebbe aprire la strada a una soluzione diplomatica», ha sottolineato Galuzin.

Questo potrebbe darci un’indicazione su una delle direzioni che il Cremlino è disposto a seguire per porre fine al conflitto.

Bloomberg sostiene che la Russia sia pronta a “intensificare” la guerra:

Secondo tre fonti vicine al Cremlino, la Russia si sta preparando a intensificare gli attacchi contro l’Ucraina dopo aver constatato che i negoziati per un accordo di pace sono giunti a un punto morto.

Per il momento, la Russia sta valutando la possibilità di intensificare i potenti attacchi con missili balistici convenzionali contro Kiev, compreso il centro della capitale, e contro obiettivi infrastrutturali in altre città ucraine, hanno riferito le fonti, che hanno chiesto di rimanere anonime data la delicatezza della questione.

Il passaggio più diffuso dell’articolo sostiene che la Russia potrebbe decidere di ricorrere alle armi nucleari tattiche:

Secondo fonti vicine al Cremlino, l’escalation degli attacchi sta portando un numero crescente di funzionari russi a ritenere che Putin potrebbe alla fine decidere di ricorrere alle armi nucleari tattiche come ultima risorsa in Ucraina.

È una storia inventata, ovviamente. Ma fa parte di una campagna mirata a fomentare l’escalation tra la Russia e l’Europa.

Allo stesso tempo, secondo quanto riferito, la Germania starebbe pianificando di dare il via a una propria escalation di grande portata contro la Russia, accusando formalmente Mosca del “misterioso” drone falseflagsgli attacchi agli aeroporti tedeschi di questo mese:

Resoconto dello scontro@clashreportBIG: La Germania sta preparando quella che i funzionari definiscono una “Zeitenwende 2.0” nei confronti della Russia. Si prevede che Berlino attribuisca formalmente la responsabilità dell’attacco con droni avvenuto ad agosto all’aeroporto di Lipsia/Halle a Mosca e che accompagni tale attribuzione con misure nazionali più severe, un maggiore sostegno all’Ucraina e un’importante12:18 · 29 agosto 2026 · 200.000 visualizzazioni65 risposte · 292 condivisioni · 1,6K Mi piace

Da Politico:

https://www.politico.eu/article/friedrich-merz-berlino-sanzioni-russia-vladimir-putin-lipsia-attaccare-escalation/

Uno dei funzionari a conoscenza della questione ha affermato che, in risposta all’incidente del drone a Lipsia, non era più sufficiente espellere singoli diplomatici russi o chiudere la Casa della Russia a Berlino. Erano necessarie misure più severe, come l’inasprimento delle sanzioni o forniture di armi ancora più consistenti all’Ucraina. I tre funzionari hanno rifiutato di fornire ulteriori dettagli sulle misure precise che Merz intende annunciare.

Politico riferisce che, di conseguenza, la Germania intende avviare un’altra offensiva di militarizzazione contro la Russia:

Due dei funzionari hanno descritto la mossa imminente come una “Zeitenwende 2.0”, un riferimento alla svolta storica in materia di difesa annunciata dall’ex cancelliere Olaf Scholz in risposta all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte di Mosca nel 2022.

Anche nelle ultime settimane si sono registrate numerose attività “strane” e minacciose da parte della NATO in tutta la regione di Kaliningrad.

Ricordiamo che, proprio mentre i leader occidentali e la stampa si sono scagliati con veemenza contro i presunti attacchi russi in tutta Europa, gli stessi personaggi hanno apertamente esaltato e incoraggiato gli attacchi alle infrastrutture civili della stessa Russia:

Ora si moltiplicano le notizie relative a un’operazione russa pianificata dal nord, potenzialmente diretta verso Kiev — ed è qui che i pezzi del puzzle si incastrano.

Il quotidiano ucraino “Ukrainska Pravda” riporta oggi le dichiarazioni rilasciate dal vicecapo dell’Ufficio del Presidente, Pavlo Palisa:

https://www.pravda.com.ua/eng/news/2026/08/29/8050908/

I vertici militari russi hanno ricevuto dalla leadership politica del Paese l’incarico di pianificare e preparare diversi possibili scenari per operazioni dirette verso Kiev e Chernihiv. Tuttavia, l’Ucraina non ha finora rilevato la formazione di una forza offensiva in queste aree.

Fonte: Pavlo Palisa, vicecapo dell’Ufficio del Presidente, in un intervento ai giornalisti, come riportato da LIGA.net

Dettagli: Palisa ha affermato che l’Ucraina ha ricevuto queste informazioni dai servizi segreti e le ha verificate attraverso diverse fonti.

Citazione: «Abbiamo effettivamente ricevuto informazioni dai servizi di intelligence, verificate da diverse fonti, secondo cui la leadership militare delle Forze Armate della Federazione Russa è stata incaricata dalla leadership politica di pianificare diversi possibili scenari per un’operazione di questo tipo diretta verso Kiev e Chernihiv.»

Nel frattempo, Radio Svaboda riferisce che nella regione di Gomel, in Bielorussia, sono in corso lavori di costruzione ferroviaria “destinati allo scarico rapido e su larga scala di mezzi pesanti su ruote e cingolati”:

Guerra (tradotto)@wartranslatedNella regione di Gomel, in Bielorussia, vicino al confine con l’Ucraina, è in fase di realizzazione un’infrastruttura ferroviaria destinata allo scarico rapido e su larga scala di mezzi pesanti su ruote e cingolati direttamente dai treni militari. Il committente è indicato come “Istituto di progettazione militare”. Il progetto prevede9:28 · 26 agosto 2026 · 174.000 visualizzazioni24 risposte · 210 condivisioni · 849 Mi piace

Link all’articolo completo: https://www.svaboda.org/a/33839065.html

Innanzitutto, va detto che anche Pavlo Palisa ha precisato che non si è ancora assistito a un ammassamento di truppe su larga scala, ma che l’Ucraina ha raccolto informazioni secondo cui lo Stato Maggiore russo starebbe valutando tale opzione. E se in Bielorussia dovesse essere costruita un’infrastruttura ferroviaria in vista di una potenziale azione futura, ciò implica chiaramente che nessuna “invasione di massa” del genere sta avvenendo a breve presto.

Detto questo, a queste ultime notizie si aggiungono le continue voci secondo cui in Russia sarebbe in programma una mobilitazione di massa di 600.000 soldati, cosa che a questo punto è stata smentita praticamente da tutte le principali figure russe, anche se alcune hanno aggiunto una precisazione: “Questo non è necessario al momento. ”

Circolano ora varie voci secondo cui centinaia di migliaia di uomini russi in età militare starebbero fuggendo attraverso il confine georgiano. Probabilmente si tratta di un’esagerazione, ma posso confermare personalmente che un certo numero di giovani russi stanno effettivamente fuggendo, convinti che una qualche forma di mobilitazione sia imminente: questo è un fatto indiscutibile.

Tuttavia, l’uomo più onesto di Kiev, Kyrylo Budanov — e non lo dico in tono sarcastico — ha smentito lui stesso queste voci, ammettendo che la Russia non sta pianificando alcun tipo di mobilitazione. Guardate verso la fine:

Nella prima parte dell’intervista, ammette che l’Ucraina ha bisogno di 30.000 uomini al mese solo per “mantenere” ciò che possiede attualmente — un’evidente indicazione delle sue perdite. Ricordiamo che Zelensky ha dichiarato che le perdite totali dell’Ucraina dall’inizio della guerra ammontano a sole 50.000 unità.

Che imbarazzo.

Mettere tutto insieme

Ora mettiamo insieme tutti i pezzi.

È evidente che le forze europee intendono provocare una sorta di escalation per salvare l’Ucraina, che in questo momento viene martoriata e annientata dalla Russia.

Abbiamo visto che il deficit di bilancio dell’Ucraina sta portando Kiev a sprecare sempre più le sue già scarse risorse in una campagna di attacchi inefficace contro i magazzini e le raffinerie russe. Ora la Russia sta intensificando i propri attacchi, di impatto ben più devastante, in diversi modi: producendo in serie un numero molto maggiore di droni Geran a reazione, nuovi tipi di missili Iskander e anche nuovi lotti di missili balistici nordcoreani.

Serhiy Flash, dall’Ucraina:

Le ultime notizie da Odessa sono preoccupanti:

https://www.telegraph.co.uk/notizie-dal-mondo/2026/08/29/russia-missili-economici-e-veloci-tagliano-le-acque-dell’Ucraina/

L’ultimo articolo del Telegraph descrive in dettaglio un altro nuovo missile russo prodotto in serie — il Banderol — che sta causando gravi danni a Odessa. Secondo le ultime notizie, Odessa è stata completamente isolata e nessuna nave può entrare nei suoi porti:

Dopo la chiusura di Odessa, l’Ucraina ha cercato di trasportare tutto il grano possibile tramite convogli di camion, finché la Russia non li ha fatti saltare in aria anche quelli:

Sintesi:

Dopo che la Russia ha bloccato le esportazioni ucraine dal Mar Nero, Kiev ha cercato di trasportare il grano su camion. La soluzione ha funzionato per un po’. Poi i droni hanno individuato i convogli. Una strada nella regione di Odessa è ora costellata di camion per il trasporto del grano ridotti a cenere, e gli attacchi non si sono ancora fermati.

Zelensky ha iniziato a colpire navi civili dirette verso i porti russi. Qualunque cosa pensasse di ottenere con questa mossa, ora è l’Ucraina a pagarne le conseguenze.

Sembra quindi sempre più probabile che la vera missione del direttore della CIA a Mosca fosse essenzialmente un tentativo di impedire alla Russia di annientare l’Ucraina. Ci sono diverse possibilità per comeavrebbe potuto funzionare. Uno di questi è che egli portava con sé una minaccia implicita di un’escalation a livello europeo. Avvertendo Russiaper non inasprire la situazione con l’Europa, potrebbe invece aver lasciato intendere chiaramente che la stessa Russia sarebbe stata costretto verso un’escalation a livello europeo seLa Russia non rallenta il ritmo degli attacchi contro l’Ucraina.

Gli indizi a sostegno di questa tesi sono numerosi. Uno di questi è il fatto che continuiamo a ricevere prove del fatto che l’Ucraina sia praticamente mendicareLa Russia sta per concordare un cessate il fuoco reciproco sugli attacchi alle infrastrutture. Budanov lo ha appena ammesso in una nuova intervista:

La Rivista Ucraina@UkrReview

Secondo Budanov, lui stesso ha cercato di avviare il processo volto a porre fine agli attacchi reciproci a lungo raggio tra Ucraina e Russia. «Credetemi, ci abbiamo provato. Ve lo dico senza mezzi termini: ci ho provato personalmente. Per ora non sta funzionando, diciamolo chiaramente.»

18:13 · 28 agosto 2026· 35,5K visualizzazioni


13 risposte· 75 condivisioni· 508 “Mi piace”

«Credimi, ci abbiamo provato. Te lo dico senza giri di parole: ci ho provato io stesso. Ma non funziona ancora, diciamoci la verità.»

Si moltiplicano le prove che dimostrano come tutto ciò che sta accadendo oggi sia una conseguenza dell’intensificarsi della campagna russa volta a distruggere le infrastrutture logistiche ucraine. Anche i principali analisti filo-ucraini se ne sono resi conto:

Ormai praticamente tutti in Ucraina si rendono conto che la situazione è ormai inevitabile e che non c’è via di scampo da questo destino ineluttabile:

Ulteriori prove provengono da un nuovo rapporto di Axiossecondo cui il viaggio di Ratcliffe a Mosca avrebbe avuto lo scopo di organizzare un incontro trilaterale tra Putin, Zelensky e Trump:

Il direttore della CIA John Ratcliffe ha proposto un incontro trilaterale tra il presidente Trump, il presidente russo Putin e il presidente ucraino Zelensky durante il suo viaggio segreto a Mosca all’inizio di questa settimana, nel tentativo di porre fine alla guerra, hanno riferito ad Axios due fonti informate sui fatti.

Perché è importante: è stata la prima volta che Ratcliffe si è impegnato in prima persona nell’iniziativa diplomatica volta a facilitare una svolta nei rapporti tra Russia e Ucraina.

Secondo le fonti, la visita di Ratcliffe era in parte volta a valutare se i capi dei servizi segreti russi potessero contribuire a convincere Putin a muoversi verso la ripresa dei negoziati con l’Ucraina mediati dagli Stati Uniti.

Rileggi l’ultima parte in grassetto: la visita di Ratcliffe aveva essenzialmente lo scopo di supplicare i funzionari russi di convincere Putin ad avviare i negoziati.

Ormai è chiaro: l’Ucraina sta morendo e l’Occidente sta davvero perdendo ogni speranza di porre fine alla guerra.

Oggi è stata resa nota la più recente tattica che la Russia sta attualmente mettendo in atto contro Kiev:

https://www.twz.com/news-features/russia-changing-missile-and-drone-attack-strategy-on-ukrainian-captial

Prevede lo svolgimento di attacchi a intervalli di pochi minuti o poche ore, anziché a distanza di giorni, per sottoporre Kiev a uno stato di emergenza totale 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

I canali ucraini sono in preda al panico:

Il Punto vendita ucraino Pagina descrive più nel dettaglio le nuove tattiche dei droni in un articolo dal titolo azzeccato: “Unmanned Carousel”:

Oltre ai massicci attacchi contro i magazzini e le infrastrutture logistiche commerciali, I russi hanno ricominciato a ricorrere a una tattica già utilizzata a maggio: attacchi con droni “Shahed” 24 ore su 24. Soprattutto su Kiev e nella regione circostante.

Le Forze Armate ucraine segnalano che il numero di droni da attacco è aumentato in generale: questa settimana, il loro numero è più che raddoppiato, superando i 250 a notte.Secondo i dati ufficiali ucraini, non è possibile abbattere circa 30-35 di questi droni in ogni attacco.

E oggi l’Ucraina è stata colpita da altri 224 droni (di cui 25 non sono stati abbattuti). Una settimana prima, il numero di droni non aveva mai raggiunto i duecento.

Ma in questo caso non è la quantità a contare, bensì il modo in cui vengono impiegati. I droni attaccano in piccoli gruppi o addirittura singolarmente, da diverse direzioni, prendendo di mira contemporaneamente più obiettivi. L’intero “carosello” continua per ore, quasi senza interruzioni. Gli allarmi aerei a Kiev durano ormai da 11-13 ore, quasi mezza giornata.

Inoltre, gli attacchi ai magazzini e ad altre strutture probabilmente non sono direttamente collegati a questa tattica: avvengono in modo indipendente e soprattutto di notte, quando è più difficile abbattere i droni. Per quanto riguarda gli attacchi diurni, probabilmente hanno altri scopi a Kiev.

In primo luogo, per ridurre l’efficacia della difesa aerea ucraina, che è semplicemente sovraccaricata da questi attacchi costanti.

Inoltre, sta aumentando la percentuale di “Shahed” a propulsione a reazione, che sono più difficili da abbattere con unità mobili e non possono essere abbattuti dai droni intercettori: i droni a reazione volano più in alto, sono più veloci e hanno una maggiore manovrabilità.Ciò è dovuto anche alla comunicazione costante con l’operatore e a attrezzature più avanzate dotate di strumenti di intelligenza artificiale (come già riconosciuto dagli esperti ucraini).

Se in primavera il 25-30% era costituito da “Geran” a reazione, ora questi rappresentano la maggioranza, secondo una dichiarazione ufficiale diffusa oggi dall’Aeronautica Militare.L’Ucraina ha segnalato più volte l’espansione della produzione di questi modelli in Russia.

Un sistema di difesa aerea ormai esausto potrebbe reagire in modo meno efficace ad altri attacchi di maggiore entità.

In secondo luogo, questi attacchi stanno peggiorando drasticamente la vita a Kiev, città paralizzata dai continui allarmi aerei. A risentirne maggiormente sono le attività commerciali, costrette a interrompere il lavoro durante gli attacchi. Ciò crea ulteriore pressione sul settore del commercio al dettaglio, che ha già subito danni ingenti a seguito degli attacchi russi ai magazzini.

Inoltre, mentre negli anni precedenti le aziende iniziavano a subire perdite ingenti in inverno, quando si verificavano interruzioni nella fornitura di elettricità e riscaldamento, quest’anno i problemi sono iniziati molto prima. Allo stesso tempo, l’inverno in arrivo non è stato annullato e, secondo le previsioni del governo, potrebbe rivelarsi il più difficile della storia.

Pertanto, l’obiettivo della Russia potrebbe essere quello di esercitare un’ulteriore pressione sulle grandi imprese e sull’economia ucraina nel suo complesso – il che, a quanto pare, mira ad aumentare la pressione su Zelensky affinché ponga fine alla guerra alle condizioni della Russia.

L’ex ministro degli Esteri Kuleba ha affermato senza mezzi termini che l’obiettivo di questi attacchi è «indirizzare la rabbia della popolazione contro le autorità».

Allo stesso tempo, abbiamo già delineato le probabili considerazioni delle autorità ucraine, che ritengono accettabili le perdite per le imprese, dato il sostegno globale da parte dell’Occidente. Tuttavia, si tratta di una strategia estremamente rischiosa che potrebbe portare alla distruzione dell’economia ucraina, senza alcuna garanzia che lo stesso Occidente ne finanzi la ricostruzione dopo la guerra. E non vi è alcuna garanzia che gli aiuti rimangano costanti fino alla fine del conflitto. E questo, di per sé, rappresenta un rischio enorme per l’Ucraina.

Da notare quanto detto sopra: ritengono che l’obiettivo di questa nuova campagna di pressione sia quello di fomentare il malcontento popolare nei confronti delle autorità. Vi suona familiare? La Russia ha sostanzialmente ripreso il copione della “operazione militare speciale di 40 giorni” dello stesso Zelensky, restituendogli la stessa medicina che lui stesso aveva somministrato.

Proprio mentre scrivo, giungono notizie di un nuovo attacco a Kiev che segue esattamente questo schema a “carosello”. Sembra che l’Ucraina abbia davvero scatenato la bestia e abbia spinto Putin a giocare “senza esclusione di colpi” per la prima volta in questa guerra.

Con il sostegno politico europeo in calo e gli Stati Uniti, ormai impotenti, sempre più disperati, all’Ucraina non restano molte opzioni valide.

Concludiamo con questi ultimi due video. Il primo mostra il generale polacco ed ex Capo di Stato Maggiore Raymond Andrzejczak mentre dichiara alla stampa americana che l’Occidente non comprende la Russia né i russi come invece fa la Polonia. Egli spiega che i soldati russi sono in grado di sopportare condizioni estreme e di avanzare in un modo che le truppe occidentali non possono nemmeno immaginare — un chiaro sottilee un monito formulato con toni pacati rivolto all’Occidente affinché non si metta contro la Russia, perché non ha idea del ginepraio in cui si ritroverebbe:

E infine, qui Putin offre al giornalista Zarubin una valutazione dettagliata e sincera dell’attuale guerra di contrattacco, spiegando che la Russia è stata costretta a rispondere alla “operazione militare speciale di 40 giorni” di Zelensky contro le infrastrutture civili russe. Prima con il doppiaggio generato dall’IA, poi con i sottotitoli intorno al minuto 7:20:



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La grande strategia della Nuova Destra dopo Trump, di Leonard A. Schuette

La grande strategia della Nuova Destra dopo Trump

In che modo il “civilizationismo” stravolgerebbe il ruolo degli Stati Uniti nel mondo

Leonard A. Schuette

25 agosto 2026

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump su uno schermo video durante un comizio, Washington, D.C., luglio 2026Cheney Orr / Reuters

LEONARD A. SCHUETTE è ricercatore presso il Programma Europa del Carnegie Endowment for International Peace. Dal 2025 al 2026 è stato ricercatore presso il Programma di Sicurezza Internazionale del Belfer Center della Harvard Kennedy School.

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Il dibattito sulla grande strategia americana è stato a lungo influenzato da scuole di pensiero ben note: moderazione, internazionalismo liberale e primato. Ma il movimento intellettuale che ha fornito il carburante ideologico all’ascesa al potere del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, la Nuova Destra, sta forgiando un nuovo concorrente: chiamiamolo “civilazionismo”. I riferimenti alla civiltà occidentale permeano i documenti strategici e i discorsi dei membri chiave dell’amministrazione. Il vicepresidente JD Vance ha dato il tono nel suo discorso del febbraio 2025 alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, sottolineando la «minaccia dall’interno» ai valori fondamentali che caratterizzano la «nostra civiltà condivisa». La Strategia di Sicurezza Nazionale dell’amministrazione Trump ha messo in guardia dalla «cancellazione della civiltà». Lo scorso gennaio, a Davos, Trump ha sottolineato «i legami che condividiamo con l’Europa come civiltà»; il mese successivo, il Segretario di Stato Marco Rubio ha esortato i partner transatlantici degli Stati Uniti a «rinnovare la più grande civiltà della storia dell’umanità».

L’idea che esista una civiltà occidentale e che questa sia superiore non è, ovviamente, nuova. Ma il concetto di Occidente sostenuto dalla Nuova Destra — e il modo in cui tale concetto dovrebbe guidare la grande strategia degli Stati Uniti — è fondamentalmente diverso da come la maggior parte delle persone lo aveva inteso in precedenza. Non si basa su una concezione dottrinale dell’identità occidentale radicata in un insieme condiviso di principi che chiunque, indipendentemente dalla propria origine, possa fare proprio, come la democrazia costituzionale, la libertà e l’uguaglianza. Al contrario, per i pensatori della Nuova Destra, l’Occidente è definito da un territorio geografico specifico, da un’ascendenza comune e dal cristianesimo.

Estesa al campo della politica estera, questa rivisitazione dei fondamenti della civiltà occidentale richiede una nuova e ben definita grande strategia. Il “civilazionismo” è ancora in fase di sviluppo. Gli scritti sulla politica estera dei pensatori della Nuova Destra sono limitati e la corrente è divisa al suo interno. Tuttavia, esaminando quei testi e seguendo le idee interne al movimento fino alla loro conclusione logica, è possibile individuare una visione del mondo ben definita. I civilizazionisti mirerebbero a strutturare il mondo secondo spazi civilizzazionali delimitati, ciascuno dominato da un’egemone. Ritengono che gli Stati Uniti siano di diritto l’egemone dell’Occidente, dediti a difendere i confini della civiltà, a esortare l’Europa a sostenere i presunti valori occidentali e a perseguire la coesistenza con altre civiltà, come quella cinese, piuttosto che aspirare alla leadership globale. Essi rifiutano le ambizioni universali di primato e i vincoli imposti alla sovranità statunitense dall’internazionalismo liberale. Il “civilizationismo” si discosta anche dalla politica di contenimento, richiedendo il dominio sull’emisfero occidentale, se necessario anche mediante l’intervento militare. E a differenza delle visioni realiste che giustificano il controllo di una grande potenza sul proprio “cortile di casa” facendo riferimento ai suoi legittimi interessi di sicurezza, il “civilizationismo” offre una giustificazione ideologica per le sfere d’influenza e i loro confini.

Nonostante l’adesione dell’amministrazione Trump alla retorica civilizzazionista, nella pratica la sua politica estera si discosta da quanto il civilizzazionismo suggerirebbe e da quanto molti degli stessi sostenitori di Trump speravano che egli perseguisse. Anche se i repubblicani dovessero riconquistare la Casa Bianca nel 2028, ciò non significherebbe che il civilizzazionismo diventerebbe la grande strategia degli Stati Uniti; la Nuova Destra dovrebbe anche prevalere sulla fazione dell’establishment del partito. Ma almeno due fattori sembrano favorire la Nuova Destra nella battaglia interna al partito. Uno è di natura demografica: la maggior parte dei sondaggi mostra un divario generazionale tra i repubblicani, con gli elettori più giovani più favorevoli a posizioni quali la riduzione del ruolo degli Stati Uniti in Medio Oriente e l’abbandono della visione della Cina come una minaccia principale. L’altro è la guerra di Trump contro l’Iran. Man mano che le conseguenze di questa campagna strategicamente catastrofica diventano sempre più evidenti, l’influenza della Nuova Destra è destinata a crescere, avendo contrastato la guerra sin dall’inizio.

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UN NUOVO BLOB IN CITTÀ

Per decenni, l’establishment della politica estera di Washington ha sostenuto diverse forme di egemonia liberale. Anche durante il primo mandato di Trump, le élite tradizionali della politica estera hanno esercitato una grande influenza e hanno mantenuto una relativa continuità politica all’estero. Ma il secondo mandato di Trump ha sconvolto radicalmente il consenso intellettuale che da tempo regolava i dibattiti di politica estera, portando la Nuova Destra al centro delle discussioni che definiscono la strategia statunitense. Questo movimento è composto da varie fazioni, come ha sintetizzato Laura Field nella sua autorevole opera Furious Minds. I post-liberali vogliono imporre una concezione cattolica del bene comune e della moralità. Idolatrando la fondazione americana, i Claremonters propongono un’azione radicale e controrivoluzionaria per ripristinare il governo basato sul consenso, smantellare lo Stato amministrativo e coltivare la virtù civica. I conservatori nazionali abbracciano il nazionalismo cristiano e cercano di proteggere lo Stato-nazione omogeneo dalle minacce del liberalismo.

Ciò che accomuna questi schieramenti eterogenei è il rifiuto dei principi fondamentali del conservatorismo tradizionale, quali il governo limitato, l’economia neoliberista e la politica estera aggressiva, nonché una comune opposizione al concetto dottrinale di identità americana. La Nuova Destra, invece, concepisce l’identità americana in termini etnoreligiosi e collettivi e considera gli Stati Uniti un paese fondamentalmente bianco, cristiano e omogeneo, le cui origini affondano nella civiltà europea. I suoi aderenti ritengono che l’incessante ricerca della massimizzazione della libertà e dei diritti individuali sia avvenuta a scapito della comunità, della religione e delle norme tradizionali. In altre parole, il movimento vede il liberalismo non come il fondamento, ma come il cancro della civiltà occidentale.

La Nuova Destra si è ora avvicinata al potere come mai prima d’ora, avendo percepito l’ascesa di un presidente che si autodefinisce “rivoluzionario” — Trump — come un’opportunità irripetibile e avendola colta al volo. In Vance, il movimento ha una figura di spicco e influente, affiancata da leader quali il governatore della Florida Ron DeSantis, il senatore del Missouri Josh Hawley e il personaggio mediatico Tucker Carlson. Sta istituzionalizzando la propria influenza nell’ecosistema intellettuale conservatore. Istituzioni un tempo marginali come il Claremont Institute; la Heritage Foundation, un tempo parte dell’establishment e ora trumpista; e nuovi arrivati come l’America First Policy Institute, il Center for Renewing America e l’American Moment guidano attualmente i dibattiti della destra su questioni tanto diverse quanto il commercio e la politica estera. Queste organizzazioni hanno formato una schiera di funzionari politici nominati da Trump: secondo una stima, almeno 70 ex borsisti del Claremont Institute, tra cui il direttore dell’Ufficio di gestione e bilancio della Casa Bianca e il vice consigliere per la sicurezza nazionale, ricoprono incarichi nell’attuale amministrazione.

LE CULLE DEL CIVILIZZAZIONE

La visione degli Stati Uniti da parte della Nuova Destra si traduce in una politica estera distintiva che mira a rafforzare le fondamenta illiberali della società americana e a proteggere la propria versione del patrimonio della civiltà occidentale. Le civiltà, almeno secondo la concezione approssimativa resa popolare dal defunto politologo Samuel Huntington, sono entità culturali omogenee definite da tratti ereditari quali la religione, la storia e la lingua. Huntington sosteneva che le distinzioni tra civiltà fossero più fondamentali e immutabili delle semplici differenze nelle ideologie politiche: erano «il prodotto di secoli». Egli prevedeva che, con la dispersione del potere tra le civiltà, le loro differenze culturali sarebbero diventate irrisolvibili e avrebbero generato conflitti, soprattutto man mano che il dominio dell’Occidente e le sue ambizioni universalistiche fossero diventati sempre più contestati.

La logica “civilazionista” della Nuova Destra, tuttavia, è più schmittiana che huntingtoniana. Carl Schmitt, il giurista nazista noto per i suoi studi sulla distinzione tra amico e nemico, è ampiamente letto tra i pensatori della Nuova Destra; egli sviluppò anche una teoria su come strutturare l’ordine internazionale. Schmitt sosteneva che il mondo sarebbe stato correttamente organizzato in blocchi spaziali, o Grossräume, dominati da egemoni regionali. Schmitt riteneva che i rispettivi egemoni dei Grossräume dovessero esercitare il proprio dominio con la forza, se necessario. Ma prevedeva anche che un ordine del genere sarebbe stato stabile perché, a differenza delle ideologie universaliste, accettava la coesistenza di sistemi politici diversi.

L’attenzione schmittiana alla stabilità e alla coesistenza trova eco nell’opposizione della Nuova Destra alle guerre infinite e nel rifiuto dei progetti universalistici. La relativa moderazione del “civilizationismo” distingue inoltre la Nuova Destra sia dal neoconservatorismo crociato — che spesso invocava la difesa della civiltà occidentale per giustificare gli interventi militari — sia dalla previsione huntingtoniana secondo cui le civiltà sono destinate a scontrarsi. Il «civilizationismo» può quindi essere definito al meglio come una grande strategia gerarchica e antiuniversalista che considera l’imperialismo regionale come il modo più legittimo e promettente per ordinare il mondo. In pratica, la strategia sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero cercare di ottenere il dominio sull’emisfero occidentale, interferire negli affari europei per sostenere le forze di estrema destra che condividono una visione del mondo civilizationista, e al contempo disimpegnarsi dalle sfere d’influenza delle altre civiltà, pur rispettandole.

Il “civilizationismo” si differenzia nettamente dall’approccio di Trump al mondo. Sebbene l’amministrazione Trump utilizzi spesso il linguaggio del “civilizationismo”, il comportamento di Trump è motivato principalmente da rancori personali, impulsi transazionali e da un interesse privato nel massimizzare la ricchezza dei suoi parenti e della sua cerchia ristretta. La rottura più profonda tra la politica estera dell’amministrazione e il “civilizationismo” risiede nella politica mediorientale. Contrariamente alle promesse fatte in campagna elettorale, Trump non ha ridotto la presenza nella regione, ma ha invece avviato quella che inizialmente aveva definito una guerra per il cambio di regime contro l’Iran. Il suo atteggiamento nei confronti di Israele – che tratta per lo più come un alleato privilegiato – ricorda quello dei falchi neoconservatori come il defunto senatore statunitense Lindsey Graham.

Il “civilizationismo” sostiene che gli Stati Uniti dovrebbero interferire negli affari europei.

La Nuova Destra americana è molto meno interessata a difendere Israele. La diffusione di una forma cospirazionista di antisemitismo nelle file della destra è uno dei fattori determinanti, così come lo è la crescente impopolarità, tra i conservatori americani, di un sionismo cristiano che vede Israele come l’adempimento delle profezie bibliche e, quindi, come l’alleato fondamentale della civiltà. Ma un’altra spiegazione è di natura strategica: molti esponenti della Nuova Destra ritengono che l’alleanza degli Stati Uniti con Israele intrappoli Washington in una regione dove ha combattuto guerre inutili e dal costo colossale. Anche la portata della violenza inflitta dalla campagna israeliana a Gaza ha contribuito a un allontanamento dal sostegno, specialmente tra i conservatori più giovani.

Il “civilizationismo” prescrive inoltre un approccio alla Cina diverso da quello adottato da Trump. La seconda amministrazione Trump ha oscillato in modo ambivalente tra il trattare la Cina in modo bellicoso come un rivale pericoloso e il ritirarsi dall’Asia orientale. I sostenitori dell’amministrazione vedono questo andirivieni come uno stratagemma astuto per guadagnare tempo affinché gli Stati Uniti possano posizionarsi in modo più vantaggioso in vista di uno scontro. Per altri, invece, la «svolta verso l’Asia» è di fatto morta. In entrambi i casi, il civilazionismo prescriverebbe una strategia più coerente di ritiro militare dalla regione, una linea di condotta che equivale a tollerare l’egemonia cinese nella sua sfera d’influenza. In un saggio pubblicato nel 2022 sul New York Times e scritto a più mani, i prominenti commentatori della Nuova Destra Sohrab Ahmari, Patrick Deneen e Gladden Pappin, ad esempio, hanno descritto la Cina come un «pari dal punto di vista civilizzazionale» e hanno invocato una cooperazione pragmatica piuttosto che un «irrazionale falconismo nei confronti della Cina». Il principale pensatore di politica estera della Nuova Destra, Michael Anton, ha dichiarato esplicitamente che non vale la pena combattere per Taiwan.

Il “civilizationismo” ha già esercitato una forte influenza sulla politica estera di Trump nei confronti dell’Emisfero Occidentale e dell’Europa. Secondo una visione civilizationista, un egemone regionale dovrebbe affermare il proprio dominio sul proprio “cortile di casa” per garantire l’ordine ed escludere le potenze esterne. Il controllo dell’Emisfero Occidentale rappresenta una preoccupazione particolarmente acuta per la Nuova Destra, poiché l’immigrazione da culture ritenute estranee e l’afflusso di droga minano l’omogeneità e la stabilità sociali auspicate. I civilizzazioneisti vedono l’Europa sia come la culla storica della civiltà occidentale sia come la fonte principale della sua più grande minaccia: il liberalismo. Un’ingerenza aggressiva negli affari europei per impedire ciò che Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation, ha definito «suicidio civilizzazionale» è quindi giustificata quasi come una forma di politica interna. Il «civilazionismo», tuttavia, intensificherebbe l’approccio spesso casuale e simbolico dell’amministrazione Trump volto a minare i governi liberali dell’UE e, in ultima analisi, a rendere l’Europa culturalmente vassalla.

Una grande strategia civilizzatrice non considererebbe la Russia una minaccia e, di conseguenza, non sosterrebbe l’impegno degli Stati Uniti in materia di sicurezza nei confronti dell’Europa. Alcuni esponenti della Nuova Destra sottolineano le affinità civilizzatrici con la Russia e sostengono la necessità di approfondire le relazioni bilaterali, dato che il Paese è anti-woke — o, secondo Carlson, un «Paese cristiano» con cui gli Stati Uniti hanno «molto in comune». Altri sostengono un compromesso pragmatico con Mosca che le concederebbe una sfera d’influenza sull’Europa orientale.

NUOVA DESTRA, NUOVO MONDO

Se Washington dovesse adottare una grande strategia civilizzatrice coerente, ciò stravolgerebbe completamente la politica estera degli Stati Uniti. Consentirebbe concessioni, prima impensabili, ai rivali geopolitici degli Stati Uniti. Il «civilizationismo» rappresenterebbe una sfida storica per le già malconce relazioni transatlantiche, concedendo alla Russia il controllo de facto sull’Europa orientale o trattando Mosca come parte di una civiltà occidentale comune e agitando più apertamente contro i governi in carica in Europa. Anche altre alleanze storiche degli Stati Uniti ne risentirebbero. Tollerare l’egemonia regionale cinese significherebbe sacrificare gli alleati dell’Asia orientale, mentre un disimpegno dal Medio Oriente lascerebbe Israele a cavarsela da solo.

Ma il “civilizationismo” è pieno di contraddizioni che diventerebbero subito evidenti se mai dovesse diventare la linea politica guida di Washington. Come ha scritto lo studioso Amitav Acharya, le civiltà sono “miti in senso analitico”. Nel corso del tempo, nessuna civiltà esistente è rimasta etnicamente o culturalmente pura né è rimasta confinata entro gli stessi confini. In effetti, le civiltà non sono così facili da delineare: dove finirebbe una civiltà russa? Dovrebbe includere la Georgia, gli Stati baltici o la Finlandia? Fino a che punto si estende la sfera di influenza degli Stati Uniti in America Latina?

È inoltre improbabile che un ordine civilizzazionale possa essere pacifico. Le rivendicazioni delle civiltà potrebbero sovrapporsi e diventare fonte di guerre regionali. Definendo le altre civiltà come culture aliene, una grande strategia civilizzazionalista potrebbe alimentare l’antagonismo anziché tollerare le differenze. Persino i partiti di estrema destra europei sembrano sempre meno interessati a essere sostenuti in modo così palese dalle loro controparti statunitensi. E anche se si potesse evitare un conflitto tra grandi potenze, la violenza intracivilizzazionale sarebbe dilagante. È improbabile che Giappone, Pakistan e Polonia accettino l’egemonia regionale rispettivamente della Cina, dell’India o della Russia.

Anche la Nuova Destra non è un fronte unitario. I conservatori nazionali, ad esempio, si oppongono all’allentamento dei legami degli Stati Uniti con Israele e alla tolleranza nei confronti dell’imperialismo cinese e russo. Altri sono ancora favorevoli a una crociata contro i nemici della civiltà: la Cina e l’Iran. Inoltre, l’attenzione principale della Nuova Destra è rimasta concentrata sulla politica interna, mentre quella estera è spesso considerata secondaria.

Ma il futuro ideologico della destra americana, così come quello della grande strategia degli Stati Uniti, è ancora tutto da definire. L’amministrazione Trump ha rotto con il consenso bipartisan del dopoguerra fredda sull’egemonia liberale, ma non è riuscita a proporre un’alternativa coerente. Nella prossima contesa per definire la politica estera di Washington, il “civilizationismo” si profila come uno dei principali contendenti.

L’incidente con il guardaroba dell’imperatore, di CSIS – La debacle iraniana e i limiti del potere americano, di THe Duran

L’incidente con il guardaroba dell’imperatore
Commento di William Reinsch
Nella sua rubrica di questa settimana, Bill Reinsch sostiene che i paesi hanno iniziato ad adattarsi alla politica commerciale dell’amministrazione Trump perseguendo accordi non vincolanti che offrono una soluzione immediata ma garantiscono una limitata applicabilità.

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Risultati delle politiche
A diciotto mesi dall’inizio dell’amministrazione, è ora possibile trarre alcune conclusioni su come le politiche commerciali di Trump stiano andando con gli altri paesi. In breve, non così male come si potrebbe pensare, ma l’aspetto importante è il processo di apprendimento che si è verificato e come i paesi bersaglio di Trump si siano adattati man mano che hanno iniziato a comprendere meglio le sue tattiche. Gli altri paesi hanno imparato che, sebbene il re abbia ancora alcuni vestiti, sta avendo seri problemi di guardaroba.
•Trump sta cercando di riorientare il sistema commerciale per adattarlo alla sua idea di ciò che è bene per gli Stati Uniti, e i suoi bruschi cambiamenti hanno creato un percorso prevedibile: panico iniziale, seguito da lamentele e proteste, e infine negoziati e soluzioni tampone volte a mitigare gli effetti delle sue minacce e di quanto è stato negoziato.•Il risultato è un nuovo equilibrio che accoglie alcuni cambiamenti, si limita a dare un’adesione formale ad altre richieste e cerca di mantenere il più possibile lo status quo ante. Trump, nel frattempo, sembra tollerare la battuta sui TACO nella convinzione che, anche quando fa marcia indietro, alla fine si troverà comunque in una posizione migliore rispetto a quella di partenza.Leggi il commento
Sono trascorsi 18 mesi dall’inizio dell’amministrazione Trump ed è ora possibile trarre alcune conclusioni su come le sue politiche commerciali stiano andando con gli altri Paesi. In breve, non così male come si potrebbe pensare, ma l’aspetto fondamentale è il processo di apprendimento che si è verificato e come i Paesi bersaglio di Trump si siano adattati, iniziando a comprendere meglio le sue tattiche. Gli altri Paesi hanno imparato che, sebbene il re abbia ancora dei vestiti, sta avendo seri problemi di guardaroba.

Durante la campagna presidenziale del 2016 circolava una battuta secondo cui i Democratici prendevano Trump alla lettera, ma non sul serio, mentre i Repubblicani lo prendevano sul serio, ma non alla lettera. Ovviamente, ora tutti devono prenderlo sul serio, ma l’esperienza suggerisce che i Repubblicani si sono rivelati più nel giusto dei Democratici. Anche altri Paesi stanno imparando questa lezione. Ciò che dice conta, ma le sue minacce non sempre si traducono in realtà. La sua tendenza a ritirare le minacce o a ridimensionare le sue azioni ha dato origine alla battuta del suo secondo mandato: il TACO – Trump si tira sempre indietro. Non succede sempre, ma è accaduto abbastanza spesso da indurre altri Paesi a smettere di farsi prendere dal panico, come accadde quando furono annunciati i dazi del Giorno della Liberazione nell’aprile del 2025, e a sviluppare invece risposte più raffinate. Allo stesso modo, i mercati finanziari hanno iniziato a prendere i suoi commenti con più calma, e la reazione ad alcuni dei suoi ultimi annunci, come il dazio del 50% sulle importazioni canadesi, è stata contenuta.

I paesi presi di mira hanno per lo più iniziato a comprendere le sue tattiche: le minacce sono solitamente concepite per creare una leva intimidatoria nei confronti dell’altra parte e non sono necessariamente destinate a essere messe in atto. Spesso, queste minacce sono state formulate senza una seria valutazione dei danni collaterali o dell’intera gamma di risposte a disposizione dell’altro paese. È un po’ come usare un GPS per pianificare un percorso di viaggio e poi, quando si sbaglia strada, sullo schermo lampeggia la scritta “ricalcolo” e il sistema suggerisce un percorso diverso. Il miglior esempio recente è la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Al secondo posto, a poca distanza, ci sono i controlli sulle esportazioni di minerali critici imposti dalla Cina in risposta ai dazi di Trump. Sia l’Iran che la Cina hanno reagito in modi che Trump apparentemente non si aspettava, costringendolo a ricalcolare la situazione.

I Paesi che non si sono opposti apertamente hanno solitamente adottato una strategia a due livelli: un’acquiescenza di facciata unita a sotterfugi o ritardi sottobanco. Firmano accordi, consentendo a Trump di dichiarare la propria vittoria, ma il testo effettivo è più spesso un quadro di riferimento non applicabile che un documento legale vincolante. Ciò lascia ampio spazio a reinterpretazioni e a una dubbia conformità. Alcuni Paesi sono stati espliciti al riguardo, annunciando dopo l’accordo di non aver accettato quanto affermato da Trump o di non essere in grado di rispettarlo. Altri hanno convenientemente dimenticato i propri impegni e hanno continuato con le loro attività abituali. Un’analisi del CSIS dello scorso anno, condotta da Victor Cha e Andy Lim, ha esaminato i punti deboli dell’accordo con la Corea del Sud. Poiché gli accordi, firmati o meno, non sono legalmente vincolanti o applicabili – e dopo la decisione della Corte Suprema dello scorso febbraio che ha invalidato i dazi del Giorno della Liberazione, le nuove firme si sono rallentate – la principale risposta dell’amministrazione al fallimento o al ritardo è rappresentata da ulteriori minacce di dazi, il che non fa altro che riavviare il ciclo.

È successo con la Cina, l’India e, più recentemente, con il Brasile e il Canada. Quando Trump non è soddisfatto della risposta dell’altro Paese o ritiene che i negoziati si stiano protraendo troppo a lungo, minaccia di imporre ulteriori dazi o avvia nuove indagini che portano a nuove tariffe. Nel caso del Brasile, ha dato seguito alle sue minacce, sebbene, con così tante eccezioni, l’impatto sarà limitato. Per quanto riguarda il Canada, vedremo questa settimana se farà marcia indietro rispetto alla sua ultima minaccia di imporre dazi del 50%. Gli studiosi del CSIS Christopher Gundermann, Hugh Grant-Chapman e Diego Marroquín Bitar hanno pubblicato un’eccellente analisi di tali dazi.

Ad aumentare la confusione ci sono le minacce di dazi doganali, poco credibili fin dall’inizio e presto dimenticate – le due più recenti sono state la minaccia al Canada per aver permesso al fumo dei suoi incendi di diffondersi sulla costa orientale degli Stati Uniti e la minaccia alla Spagna di imporre dazi per la sua mancanza di cooperazione nella guerra contro l’Iran – e azioni che si sono rivelate molto meno incisive di quanto inizialmente previsto. I nuovi dazi del 50% sul Canada, ad esempio, interessano meno del 5% delle importazioni canadesi, e una stima attendibile dell’attuale aliquota media effettiva è dell’11%, ben al di sotto di quella minacciata. Episodi come questi hanno insegnato ad altri Paesi che Trump generalmente utilizza solo uno degli strumenti a sua disposizione – le minacce di dazi – a prescindere dal fatto che siano appropriate o la scelta migliore in ogni singolo caso, e che spesso non dà seguito alle sue minacce più estreme.

Niente di tutto ciò è particolarmente sorprendente. Trump sta cercando di riorientare il sistema commerciale per adattarlo alla sua idea di ciò che è bene per gli Stati Uniti, e i suoi bruschi cambiamenti hanno creato un percorso prevedibile: panico iniziale, seguito da lamentele e proteste, negoziati e poi soluzioni tampone volte a mitigare gli effetti delle sue minacce e di quanto è stato negoziato. Il risultato è un nuovo equilibrio che accoglie alcuni cambiamenti, fa finta di assecondare altre richieste e cerca di mantenere il più possibile lo status quo ante. Trump, nel frattempo, sembra tollerare la battuta sul TACO nella convinzione che, anche quando fa marcia indietro, alla fine si ritrova comunque in una posizione migliore rispetto a quella di partenza. Dire che il re è nudo è eccessivo. Ci sono stati chiaramente degli intoppi con il guardaroba lungo il percorso, ma, come nella favola, gli altri paesi stanno diventando abili a fingere mentre la parata passa.
Nota dell’autore: Sono andato in pensione dal CSIS il 29 marzo 2026. Ho intenzione di continuare a scrivere questa rubrica e a partecipare al podcast Trade Guys, quindi continuate a leggere e ad ascoltare. Tuttavia, il mio indirizzo email del CSIS non sarà più attivo, quindi se i lettori o gli ascoltatori del podcast desiderano contattarmi direttamente, possono farlo all’indirizzo wreinsch7@gmail.com .
William A. Reinsch è consulente senior (non residente) e titolare della cattedra Scholl emerito presso il programma di economia e la cattedra Scholl del Center for Strategic and International Studies di Washington, DC.

Questo commento è prodotto dal Center for Strategic and International Studies (CSIS), un’istituzione privata esente da imposte che si concentra su questioni di politica pubblica internazionale. La sua ricerca è apartitica e non proprietaria. Il CSIS non prende posizioni politiche specifiche. Pertanto, tutte le opinioni, le posizioni e le conclusioni espresse in questa pubblicazione devono essere intese come esclusivamente quelle dell’autore/degli autori.

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La debacle iraniana e i limiti del potere americano

La crisi iraniana sta mettendo a nudo i limiti della potenza militare, della leva finanziaria e della resistenza strategica degli Stati Uniti.

Il quotidiano Duran26 agosto
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Sta diventando sempre più evidente che l’amministrazione Trump si trova ad affrontare una disfatta militare, politica ed economica in Iran, sulla scia del disastro ventennale in Afghanistan, costato circa 2 trilioni di dollari. Questi conflitti non solo hanno imposto costi enormi agli Stati Uniti, ma hanno anche messo in luce i crescenti limiti del potere americano.

Trump presiede un impero gravato da un’inflazione persistente e da livelli di debito straordinari. Secondo l’ US Debt Clock , il debito federale supera ora i 39.800 miliardi di dollari ed è aumentato di circa 3.000 miliardi di dollari dall’inizio del secondo mandato di Trump. Questo dato non tiene conto dell’enorme peso del debito dei consumatori, degli enti locali e delle imprese.

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Al contempo, uno dei pilastri del potere americano del dopoguerra – il sistema finanziario incentrato sul dollaro – sta diventando sempre più precario. Lo status di valuta di riserva del dollaro, rafforzato dal sistema dei petrodollari successivo al 1974, ha permesso a Washington di finanziare deficit persistenti proiettando al contempo la propria potenza militare all’estero. Ma questo vantaggio non può compensare indefinitamente l’aumento del debito, l’espansione monetaria e l’indebolimento delle fondamenta economiche.

Il dilemma politico è altrettanto grave.

Come riportato da NPR il 18 giugno , il presidente Trump e il presidente iraniano Masoud Pezeshkian hanno firmato un Memorandum d’intesa preliminare volto a fornire un quadro di riferimento per la fine del conflitto. L’accordo prevedeva una “cessazione immediata e permanente delle operazioni militari su tutti i fronti” e stabiliva un periodo di 60 giorni per negoziare una soluzione definitiva.

Tuttavia, il successivo deterioramento dimostra quanto sia stato difficile tradurre tale quadro in una soluzione politica duratura. Washington e Teheran restano divise su questioni strategiche fondamentali, mentre la pressione militare ed economica legata al confronto continua ad aumentare.

Il pericolo è che Washington, di fronte a tali vincoli, non riconsideri la propria strategia, ma la inasprisca.

È questo che rende il momento attuale così pericoloso. Un sistema in declino, confrontato con i limiti del suo potere militare, finanziario e politico, potrebbe rivelarsi più – e non meno – disposto ad assumersi rischi straordinari.

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