Italia e il mondo

La fecondità della stasi: agire, riflettere e riconoscere il compimento, di Franco Faggiano

La fecondità della stasi: agire, riflettere e riconoscere il compimento

Un’analisi filosofica, psicologica e sociologica del rapporto tra azione, contemplazione e realizzazione personale

Abstract

Il rapporto tra pensiero e azione costituisce uno dei problemi centrali della riflessione filosofica e delle scienze sociali. Il motto latino Acta non verba richiama la necessità di tradurre le intenzioni in comportamenti concreti, evitando che il pensiero rimanga confinato alla dimensione dichiarativa. Tuttavia, l’affermazione del primato dell’azione solleva una questione ulteriore: ogni sospensione dell’agire deve essere considerata improduttiva oppure esistono forme di stasi capaci di generare conoscenza, consapevolezza e benessere? Prendendo le mosse da una riflessione di Antonio Rossello, il presente saggio esamina criticamente il significato della stasi attraverso diverse prospettive: la filosofia aristotelica, il pensiero di Hannah Arendt, la teoria della riflessione di John Dewey, la psicologia dell’esperienza e la sociologia dell’accelerazione contemporanea. Particolare attenzione viene riservata alla distinzione tra inerzia, pausa riflessiva, contemplazione e compimento. Si sostiene che l’assenza temporanea di un’azione osservabile non equivalga necessariamente a una carenza di idee o a una rinuncia alla trasformazione. La sospensione consapevole dell’agire può rappresentare una modalità autonoma di sviluppo personale e collettivo, nonché una condizione necessaria per riconoscere, consolidare e apprezzare i risultati conseguiti. In questa prospettiva, la maturità progettuale non consiste nella produzione incessante di nuovi obiettivi, ma nella capacità di discernere quando sia opportuno intervenire, quando occorra riflettere e quando sia giusto riconoscere il valore di ciò che è stato realizzato.

1. Introduzione: il rapporto tra pensiero e azione

Il rapporto tra pensiero e azione attraversa la storia della filosofia, della psicologia e della sociologia. Pensare significa elaborare interpretazioni della realtà, formulare ipotesi, attribuire significati alle esperienze e immaginare possibilità alternative. Agire significa, almeno in parte, tradurre tali elaborazioni in comportamenti capaci di produrre conseguenze sul soggetto, sugli altri o sull’ambiente. La distanza tra queste due dimensioni può assumere forme differenti. Un pensiero che non trova mai espressione nell’azione rischia di trasformarsi in una possibilità permanentemente rinviata; un’azione che non è accompagnata dalla riflessione può, al contrario, degenerare in automatismo, ripetizione o intervento inefficace. La questione, pertanto, non consiste semplicemente nello scegliere tra pensare e agire, ma nel comprendere quale relazione debba instaurarsi tra le due attività e quali condizioni rendano ciascuna di esse appropriata.

In questo quadro si colloca la riflessione proposta dal sociologo Antonio Rossello attraverso il motto Acta non verba:

«Il nostro pensare può naturalmente assumere le forme del nostro agire: non senza apparire, ma trasformando l’energia interiore in una pulsione al cambiamento rivolta a noi stessi, all’ambiente esterno o a entrambi. Qui sta il fondamento della vita, poiché la stasi, sebbene comoda, raramente porta frutti. Essa è una prassi lecita soltanto nei frangenti di fisiologica carenza di idee».

Il ragionamento presenta un orientamento riconoscibile: il pensiero acquista particolare rilevanza quando diventa capacità di trasformazione e si manifesta nella realtà. La vita viene quindi interpretata come un processo dinamico, nel quale l’energia interiore è chiamata a tradursi in cambiamento. Tuttavia, l’associazione tra stasi, comodità e scarsa fecondità introduce una questione interpretativa. Se la stasi viene considerata legittima prevalentemente quando mancano idee, si rischia di identificare ogni sospensione dell’azione con una condizione di insufficienza progettuale. È proprio questo il punto sul quale si sviluppa la presente analisi. Una persona può infatti interrompere temporaneamente la propria attività non perché abbia esaurito le idee, ma perché ne sta valutando le conseguenze. Può scegliere di non intraprendere nuovi progetti perché è impegnata a comprendere quelli già realizzati. Può, infine, ritenere che un risultato raggiunto meriti di essere vissuto e apprezzato prima di essere superato da un nuovo obiettivo. In questi casi, la stasi non rappresenta necessariamente una negazione del movimento: può esserne una fase integrante. L’ipotesi interpretativa qui sostenuta è dunque che non ogni assenza di azione costituisca inattività improduttiva e non ogni produzione di nuove azioni rappresenti, di per sé, un progresso.

2. Acta non verba: il valore dell’azione e i limiti del primato operativo

Il motto Acta non verba, traducibile come «fatti, non parole», esprime una critica alla distanza tra dichiarazioni e comportamenti. Il suo valore etico risiede nell’invito alla coerenza: le convinzioni acquistano credibilità quando si traducono in condotte riconoscibili e le intenzioni diventano socialmente significative quando producono conseguenze. Da questo punto di vista, il richiamo di Rossello appare comprensibile. Il cambiamento personale e sociale non può essere affidato esclusivamente alle intenzioni, alle formulazioni teoriche o alle aspirazioni dichiarate. Una progettualità che non si confronti mai con la realtà rischia di rimanere incompiuta. Tuttavia, il motto non impone necessariamente di privilegiare un’attività continua. Il suo significato più rigoroso riguarda la coerenza tra ciò che si afferma e ciò che si fa, non la quantità delle azioni compiute. Una persona può dimostrare la propria coerenza anche attraverso una scelta ponderata di non intervenire, quando l’intervento sarebbe prematuro, dannoso o superfluo. Analogamente, può testimoniare la solidità di un progetto dedicando tempo alla sua verifica, anziché procedere immediatamente verso un’iniziativa successiva.

Occorre quindi distinguere almeno tre dimensioni:

  • L’azione dichiarativa: l’espressione di un’intenzione, di un valore o di un obiettivo.
  • L’azione trasformativa: il comportamento che modifica una situazione, una relazione o una condizione esistente.
  • L’azione riflessiva: l’attività attraverso la quale il soggetto esamina, interpreta e valuta ciò che ha pensato o realizzato.

Quest’ultima dimensione non produce sempre un risultato immediatamente osservabile, ma può incidere profondamente sulla qualità delle azioni successive. Il rischio di un’interpretazione eccessivamente operativa di Acta non verba consiste dunque nel misurare la concretezza esclusivamente attraverso la manifestazione esterna del comportamento. Una simile prospettiva può sottovalutare il lavoro interiore, la deliberazione e il discernimento, che spesso precedono le trasformazioni più significative. Il problema non è agire oppure non agire. È comprendere se l’azione sia coerente con le circostanze, con i valori del soggetto e con gli effetti che si intendono produrre.

3. Una distinzione fondamentale: inerzia, pausa e compimento

Per evitare equivoci, è necessario riconoscere che il termine stasi può indicare condizioni molto diverse tra loro. Nel linguaggio ordinario, esso richiama frequentemente l’assenza di movimento o di cambiamento. Ma, quando viene applicato all’esperienza umana, questa definizione risulta insufficiente: non tutte le sospensioni del comportamento hanno la stessa origine, la stessa funzione o le stesse conseguenze. È utile distinguere almeno quattro configurazioni.

3.1. La stasi inerziale

La stasi inerziale si manifesta quando il soggetto evita sistematicamente di affrontare situazioni che richiederebbero una decisione o un intervento. Può essere alimentata dalla paura del fallimento, dalla dipendenza dalle abitudini, dalla mancanza di fiducia o dal desiderio di sottrarsi alle proprie responsabilità. In questo caso, il mancato agire può effettivamente compromettere opportunità, relazioni e processi di cambiamento. La critica di Rossello appare particolarmente pertinente quando si riferisce a questa forma di immobilità: una condizione nella quale la sospensione non è frutto di una valutazione, ma deriva dall’incapacità o dalla volontà di evitare il confronto con la realtà.

3.2. La pausa riflessiva

La pausa riflessiva è una sospensione intenzionale dell’azione finalizzata a comprendere meglio una situazione. Il soggetto non rinuncia necessariamente al cambiamento, ma interrompe il comportamento immediato per esaminare alternative, conseguenze e priorità. Questa pausa può essere caratterizzata da un’intensa attività cognitiva: si riconsiderano le esperienze, si mettono in discussione convinzioni precedenti, si riconoscono errori e si ridefiniscono gli obiettivi. La sua produttività non è misurabile soltanto attraverso risultati immediatamente visibili. Può manifestarsi nella qualità di una decisione successiva, nella prevenzione di un errore o nella capacità di rinunciare a un progetto non più adeguato.

3.3. La sospensione contemplativa

La sospensione contemplativa si distingue dalla pausa orientata a una decisione perché non deve necessariamente concludersi con un nuovo intervento. Il suo valore consiste nella possibilità di prestare attenzione all’esperienza presente, riconoscendone il significato senza subordinare ogni momento a un risultato futuro. Contemplare un paesaggio, ascoltare una persona senza fretta, rileggere un’opera già conclusa o vivere consapevolmente un momento di serenità sono attività che possono avere valore intrinseco. Non si tratta di trasformare ogni pausa in uno strumento di produttività. Al contrario, si riconosce che alcune esperienze sono significative proprio perché non devono necessariamente generare un ulteriore risultato.

3.4. La pausa di compimento

La quarta configurazione, particolarmente vicina alla prospettiva qui proposta, è la pausa di compimento. Essa si verifica quando una persona, dopo avere perseguito un obiettivo, sceglie consapevolmente di fermarsi per riconoscere il valore del risultato raggiunto. Il compimento non coincide necessariamente con la conclusione definitiva di ogni attività. Indica piuttosto la capacità di attribuire un significato positivo a ciò che è stato realizzato, senza avvertire l’obbligo di superarlo immediatamente. Una persona che ha portato a termine un progetto culturale, costruito una relazione significativa o contribuito alla crescita di una comunità può legittimamente dedicare tempo alla soddisfazione per quanto realizzato. Questa soddisfazione non è necessariamente autocompiacimento: può essere una forma di consapevolezza del valore dell’esperienza. Le quattro configurazioni mostrano che la stasi non può essere giudicata esclusivamente in base alla sua apparenza esteriore. Occorre considerarne l’intenzionalità, il contesto, la durata e le conseguenze. La distinzione decisiva non è quindi tra movimento e immobilità, ma tra una sospensione che impoverisce le possibilità del soggetto e una sospensione che permette loro di maturare.

4. Aristotele: contemplazione, felicità e valore del tempo libero

La filosofia aristotelica offre un riferimento particolarmente significativo per comprendere perché l’attività umana non debba essere identificata esclusivamente con la produzione di risultati esterni. Nell’Etica Nicomachea, Aristotele affronta il rapporto tra virtù, felicità, attività intellettuale e contemplazione. Nel libro X, capitolo 7, attribuisce alla contemplazione un valore eminente, riconoscendole una forma di compiutezza che non dipende necessariamente dalla produzione di un risultato ulteriore. La felicità, nella sua prospettiva, non può essere ridotta al conseguimento di vantaggi strumentali. Questa impostazione consente di mettere in discussione l’idea secondo cui un’attività sarebbe feconda soltanto quando produce qualcosa di diverso da sé. Se la contemplazione può essere apprezzata per il suo valore intrinseco, allora esistono forme di attività il cui significato non consiste nel risultato esterno, ma nell’esperienza stessa. Il tempo libero, in questa prospettiva filosofica, non coincide semplicemente con il tempo sottratto al lavoro. Può rappresentare una condizione nella quale diventano possibili la conoscenza, la riflessione e la realizzazione di dimensioni umane che non possono essere valutate esclusivamente attraverso criteri strumentali. Naturalmente, non sarebbe corretto sovrapporre integralmente il concetto aristotelico di contemplazione alla pausa riflessiva contemporanea. Aristotele sviluppa una concezione specifica della felicità e della vita virtuosa, collocata nel quadro della sua filosofia morale. Il suo contributo rimane tuttavia essenziale per il problema in esame: non tutto ciò che ha valore deve necessariamente essere giustificato in funzione di un prodotto successivo. Applicando questo principio alla realizzazione personale, possiamo sostenere che il conseguimento di un obiettivo non debba trasformarsi automaticamente nell’obbligo di perseguirne un altro. Il risultato raggiunto può costituire, almeno per un certo tempo, una dimensione compiuta dell’esperienza. In questo senso, fermarsi per apprezzare ciò che si è realizzato non significa necessariamente rinunciare alla propria progettualità. Significa riconoscere che la vita non è soltanto una successione di traguardi, ma anche la possibilità di abitarli consapevolmente.

5. Hannah Arendt: pensiero e azione come dimensioni differenti dell’esistenza

Il pensiero di Hannah Arendt consente di approfondire ulteriormente la distinzione tra attività mentale e azione osservabile. Nell’opera The Human Condition (1958), tradotta in italiano con il titolo Vita activa. La condizione umana, Arendt distingue tre attività fondamentali: lavoro, opera e azione. Queste dimensioni contribuiscono in modi differenti alla condizione umana e non possono essere ricondotte a un’unica misura di produttività. Il lavoro risponde alle necessità ricorrenti della vita; l’opera contribuisce alla costruzione di un mondo relativamente durevole; l’azione si sviluppa nella relazione tra persone plurali e rende possibile l’iniziativa nello spazio condiviso. Questa articolazione è utile perché mostra come l’esistenza umana comprenda attività differenti, ciascuna dotata di un proprio significato. L’azione pubblica e relazionale non esaurisce tutte le forme di esperienza umana. Nel successivo lavoro sulla vita della mente, Arendt approfondisce il rapporto tra pensiero, volontà e giudizio, interrogandosi anche sul significato dell’attività del pensare e sulla sua relazione con la responsabilità. Da questa prospettiva emerge una questione rilevante: il pensiero non deve essere considerato soltanto una preparazione all’azione. Può costituire anche un’attività attraverso la quale l’individuo esamina ciò che fa, mette in discussione le convenzioni e verifica la coerenza delle proprie scelte. Un soggetto che si ferma per interrogarsi sul significato delle proprie azioni non è necessariamente meno attivo di chi continua a produrre iniziative. Può essere impegnato in un’attività meno visibile, ma decisiva per la qualità della sua presenza nel mondo. La prospettiva arendtiana invita pertanto a evitare una gerarchia semplicistica nella quale il movimento esteriore rappresenti sempre la forma più autentica di realizzazione. Al tempo stesso, Arendt non autorizza a considerare ogni ritiro dalla vita pubblica come una scelta virtuosa. L’azione e la partecipazione rimangono dimensioni fondamentali della condizione umana. Il contributo della sua riflessione consiste piuttosto nel ricordare che la pluralità delle attività umane impedisce di valutare l’esistenza attraverso un unico criterio.

6. John Dewey: la riflessione come trasformazione dell’esperienza

Un ulteriore contributo proviene dal pragmatismo di John Dewey. In How We Think (1910; edizione riveduta 1933), Dewey analizza il pensiero riflessivo come un processo che prende avvio da una situazione problematica e procede attraverso l’esame delle condizioni, la formulazione di ipotesi e la valutazione delle possibili conseguenze. La riflessione non è quindi una semplice successione di pensieri spontanei. È un’attività intenzionale che permette di sospendere il giudizio immediato per comprendere meglio il problema. Questa prospettiva aiuta a riconoscere una funzione essenziale della pausa: interrompere temporaneamente la risposta automatica può essere necessario per costruire una risposta più adeguata. La riflessione, inoltre, non rimane necessariamente separata dall’esperienza pratica. È proprio attraverso l’esame delle esperienze precedenti che il soggetto può modificare il proprio modo di interpretare le situazioni e orientare diversamente le azioni future.

Si può quindi individuare una relazione circolare:

  1. L’esperienza produce interrogativi.
  2. La riflessione permette di riorganizzare quanto appreso.
  3. La comprensione acquisita orienta nuove possibilità di azione.
  4. Le nuove esperienze offrono ulteriori elementi di valutazione.

In questo processo, la sospensione non costituisce una negazione dell’agire, ma una delle condizioni che ne migliorano la qualità. Dewey consente inoltre di evitare una contrapposizione rigida tra riflessione e operatività. La riflessione è importante non perché debba sostituire l’azione, ma perché permette di renderla più consapevole. Applicato al pensiero di Rossello, questo contributo suggerisce una precisazione: il passaggio dal pensiero all’azione è fondamentale, ma non deve essere necessariamente immediato. Tra l’intenzione e il comportamento può essere necessario uno spazio di elaborazione, durante il quale il soggetto verifica la pertinenza delle proprie idee. La qualità di una progettualità non dipende, pertanto, soltanto dalla capacità di avviarla, ma anche dalla disponibilità a riesaminarla, correggerla o sospenderla quando le circostanze lo richiedano.

7. Psicologia dell’esperienza: attenzione, soddisfazione e integrazione dei risultati

La psicologia offre ulteriori strumenti per comprendere il significato della pausa, pur richiedendo cautela nell’estendere risultati empirici specifici a ogni esperienza individuale. Una prima dimensione riguarda l’attenzione consapevole al momento presente. Nel quadro della mindfulness, Jon Kabat-Zinn definisce questa modalità di attenzione attraverso la consapevolezza intenzionale dell’esperienza presente, senza un’immediata valutazione giudicante. Senza equiparare ogni pausa contemplativa a una pratica di mindfulness, questa impostazione permette di riconoscere che l’attenzione può essere rivolta all’esperienza stessa, anziché essere costantemente assorbita da ciò che deve ancora accadere. La seconda dimensione riguarda il rapporto tra obiettivi e soddisfazione. Nella vita quotidiana, il raggiungimento di un risultato può essere rapidamente seguito dalla definizione di un nuovo traguardo. Questa successione è spesso utile: permette di continuare ad apprendere, sviluppare competenze e affrontare nuove sfide. Tuttavia, se diventa un automatismo, può impedire al soggetto di riconoscere il valore di ciò che ha già realizzato. In tal caso, la persona rischia di vivere il presente soltanto come una condizione transitoria, subordinata a un futuro nel quale dovrebbe finalmente trovare soddisfazione. La pausa di compimento introduce una possibilità alternativa: riconoscere che un obiettivo raggiunto possiede un valore attuale, non soltanto strumentale. Questo riconoscimento non equivale alla convinzione di avere terminato ogni percorso. Significa piuttosto concedersi la possibilità di integrare l’esperienza, comprendere ciò che essa ha insegnato e apprezzare il risultato senza trasformarlo immediatamente in un nuovo obbligo. Occorre distinguere, in questo senso, la soddisfazione dall’autocompiacimento. La prima può derivare da una valutazione realistica del percorso svolto; il secondo può manifestarsi quando il risultato diventa un pretesto per sottrarsi a ogni ulteriore confronto con la realtà. La pausa riflessiva non richiede di negare nuove aspirazioni. Richiede di evitare che esse cancellino sistematicamente il valore del presente.

8. Hartmut Rosa e la critica sociologica dell’accelerazione

La riflessione di Hartmut Rosa rappresenta uno dei riferimenti più pertinenti per collocare il problema in una dimensione sociale. In Social Acceleration: A New Theory of Modernity (2013), Rosa analizza l’accelerazione tecnologica, la trasformazione sempre più rapida delle strutture sociali e l’aumento del ritmo della vita quotidiana. La sua analisi evidenzia il paradosso di una società nella quale strumenti capaci di risparmiare tempo convivono con una crescente percezione di scarsità temporale. L’accelerazione non riguarda soltanto la velocità materiale delle attività. Incide anche sulle aspettative individuali e collettive, sulla percezione delle opportunità e sulla necessità di aggiornare continuamente competenze, obiettivi e relazioni. In un simile contesto, il fermarsi può apparire ingiustificato. Se il valore di una persona viene associato alla sua capacità di produrre, innovare, comunicare e conseguire risultati, ogni intervallo privo di un risultato immediatamente visibile rischia di essere interpretato come tempo perduto. È qui che la tua osservazione assume una rilevanza sociologica particolare. La stasi può essere giudicata negativamente non soltanto per ciò che rappresenta realmente, ma anche perché entra in conflitto con un modello culturale che attribuisce un valore privilegiato alla continuità dell’attività. Questo modello può trasferirsi dalla sfera economica a quella personale. La logica della prestazione, inizialmente legata a determinati ambienti lavorativi, può estendersi al tempo libero, alle relazioni, alla formazione e persino alle attività culturali e associative. Anche un progetto nato da un interesse autentico rischia così di diventare una sequenza di scadenze, risultati da comunicare e nuove iniziative da avviare. Non si tratta di affermare che ogni accelerazione sia negativa. La rapidità può essere necessaria per affrontare emergenze, cogliere opportunità o rispondere a bisogni urgenti. Il problema nasce quando la velocità diventa un criterio generale, indipendente dalla natura delle attività e dalle condizioni delle persone coinvolte. Una comunità, per esempio, può avere bisogno di tempi lunghi per consolidare la fiducia, comprendere un conflitto o valutare gli effetti di un intervento. L’introduzione continua di nuove iniziative può ostacolare proprio quei processi di sedimentazione dai quali dipende la loro efficacia. In termini sociologici, pertanto, la pausa può assumere anche una funzione critica: permette di sottrarsi, almeno temporaneamente, all’obbligo di trasformare ogni possibilità in una prestazione. La sua legittimità non dipende necessariamente dalla mancanza di idee. Può derivare dalla scelta di non subordinare l’intera esperienza umana alla produzione incessante di novità.

9. Il tempo del compimento: riconoscere il valore di ciò che è stato realizzato

Tra le diverse forme di sospensione, quella che merita un approfondimento specifico è la capacità di riconoscere il compimento. La cultura della progettualità tende spesso a concentrarsi sull’avvio, sullo sviluppo e sul conseguimento degli obiettivi. Molto meno spazio viene riservato al momento successivo: quello in cui il risultato viene riconosciuto, valutato e incorporato nella storia personale o collettiva. Eppure, il compimento costituisce una dimensione essenziale dell’esperienza. Un libro terminato, un’iniziativa culturale riuscita, una relazione consolidata o un progetto sociale che abbia prodotto effetti positivi non sono soltanto punti di partenza per nuove attività. Sono anche risultati dotati di un significato proprio. Fermarsi a riconoscerli significa dare continuità narrativa all’esperienza: comprendere da dove si è partiti, quali difficoltà sono state affrontate e quale valore possiede ciò che è stato costruito. Questa possibilità riguarda anche la soddisfazione personale. Non è necessario che ogni risultato sia seguito da un ulteriore obiettivo per essere significativo. Talvolta, la decisione più appropriata consiste nel dedicare tempo alla vita che quel risultato ha contribuito a rendere possibile. Si pensi a una persona che abbia dedicato anni alla costruzione di un’associazione. Una volta consolidata l’organizzazione, potrebbe scegliere di non avviare immediatamente nuove attività, ma di dedicarsi alla formazione dei collaboratori, alla cura delle relazioni e alla qualità delle iniziative esistenti. L’assenza di espansione non indicherebbe necessariamente una perdita di vitalità. Potrebbe segnalare il passaggio da una fase di crescita a una fase di consolidamento. Analogamente, un individuo può decidere di non trasformare ogni competenza acquisita in un nuovo progetto professionale. Può scegliere di mettere a frutto ciò che sa in forme più limitate, oppure semplicemente godere della consapevolezza raggiunta. Il punto essenziale è che il valore dell’esperienza non coincide sempre con la sua capacità di generare un risultato ulteriore. Saper riconoscere quando qualcosa è sufficiente costituisce una competenza diversa dal saper perseguire sempre qualcosa di nuovo. Questa competenza non è una rinuncia alla crescita. È la capacità di distinguere tra il desiderio autentico di proseguire e l’obbligo, interiorizzato o socialmente imposto, di non fermarsi mai.

10. Una lettura sociologica della pausa nella progettazione sociale

Le considerazioni precedenti assumono un significato particolare nell’ambito della progettazione sociale, dove il rapporto tra intenzione, intervento e cambiamento deve essere valutato attraverso criteri che superino la semplice quantità delle attività realizzate. Un progetto sociale nasce generalmente dall’individuazione di un bisogno, dalla formulazione di obiettivi, dalla scelta di strumenti e dalla costruzione di un percorso operativo. Tuttavia, la sua efficacia non dipende soltanto dall’avvio delle attività o dal numero di iniziative promosse. È necessario verificare se gli interventi producano cambiamenti significativi, se le persone coinvolte partecipino effettivamente ai processi e se i risultati raggiunti siano sostenibili nel tempo.

Da questo punto di vista, la pausa riflessiva può svolgere almeno quattro funzioni.

La prima è valutativa. Una sospensione programmata permette di verificare i risultati ottenuti, confrontarli con gli obiettivi iniziali e individuare eventuali effetti inattesi. Senza questa fase, il progetto rischia di continuare per inerzia, anche quando sarebbe opportuno modificarlo.

La seconda è relazionale. Le comunità non sono semplici destinatarie di interventi. Sono sistemi di relazioni nei quali la fiducia, il riconoscimento reciproco e la partecipazione richiedono tempo. Una pausa può permettere di ascoltare i partecipanti e comprendere esigenze che non erano emerse durante la fase operativa.

La terza è organizzativa. Non ogni progetto deve crescere indefinitamente. Talvolta, consolidare un’esperienza, distribuire meglio le responsabilità o rendere autonomi i partecipanti rappresenta un risultato più importante dell’ampliamento delle attività.

La quarta è etica. Un progettista sociale deve interrogarsi non soltanto su ciò che è possibile fare, ma anche su ciò che è opportuno fare. L’esistenza di risorse, competenze o opportunità non comporta automaticamente l’obbligo di attivare nuovi interventi.

Queste considerazioni conducono a una distinzione importante tra produttività operativa e generatività sociale. La produttività operativa riguarda, tra gli altri aspetti, le attività realizzate, i servizi erogati e i risultati immediatamente osservabili. La generatività sociale riguarda invece la capacità di un intervento di produrre competenze, autonomia, relazioni, fiducia e condizioni favorevoli alla continuità dei risultati. Le due dimensioni possono coincidere, ma non sono equivalenti. Un progetto che moltiplica le attività senza consolidare le relazioni può apparire dinamico e risultare, nel lungo periodo, fragile. Un intervento che riduce temporaneamente il proprio ritmo per consentire ai partecipanti di assumere responsabilità autonome può invece aumentare la propria sostenibilità. In questo senso, la pausa non è necessariamente l’opposto della progettazione. Può rappresentare una sua fase metodologica. Ciò richiede, naturalmente, una precisazione: non tutte le sospensioni sono giustificate. Quando esistono bisogni urgenti, diritti da tutelare o responsabilità che non possono essere rinviate, il fermarsi può produrre conseguenze negative. La pausa progettuale deve quindi essere valutata in relazione al contesto, agli effetti attesi e agli obblighi verso le persone coinvolte. La questione non è attribuire alla stasi un valore positivo in assoluto, ma riconoscere che anche la sospensione può costituire una scelta progettuale razionale.

11. Una possibile sintesi tra Rossello e la prospettiva riflessiva

A questo punto è possibile tornare al pensiero iniziale e individuare tanto il suo valore quanto il limite interpretativo che può emergere dalla formulazione proposta. Rossello sottolinea opportunamente la necessità di superare la separazione tra pensiero e comportamento. La sua riflessione richiama una concezione dinamica dell’esistenza, nella quale la persona non si limita a formulare idee, ma cerca di tradurle in trasformazioni concrete. Questa impostazione è particolarmente significativa nei contesti in cui l’elaborazione teorica rischia di diventare autoreferenziale o nei quali la moltiplicazione delle dichiarazioni sostituisce l’assunzione di responsabilità. Tuttavia, il riferimento alla stasi come condizione generalmente poco feconda, legittimata soprattutto dalla carenza di idee, può essere ampliato introducendo una distinzione tra assenza di iniziativa e sospensione intenzionale dell’azione. La prima può esprimere rinuncia, disimpegno o incapacità di affrontare un problema. La seconda può essere il risultato di una scelta ponderata, sostenuta da motivazioni positive e orientata alla comprensione dell’esperienza. Non si tratta di contrapporre due visioni inconciliabili. Al contrario, il richiamo di Rossello all’azione può essere integrato con il riconoscimento che un agire maturo richiede anche la capacità di valutare quando intervenire e quando astenersi. Il pensiero, infatti, non diventa significativo soltanto quando genera una nuova azione. Può manifestare la propria efficacia anche quando permette di evitare un comportamento inappropriato, interrompere una dinamica improduttiva o riconoscere che un obiettivo è stato raggiunto. La stessa capacità di trasformazione evocata da Rossello può dunque essere interpretata in senso più ampio: trasformare non significa necessariamente aggiungere qualcosa alla realtà esistente. Può significare anche consolidare, correggere, preservare o imparare ad apprezzare ciò che già esiste. La prospettiva riflessiva non nega il valore del motto Acta non verba. Ne amplia la portata, ricordando che la coerenza tra pensiero e azione non deve essere confusa con la continuità ininterrotta dell’attività. La maturità non si misura esclusivamente dalla quantità dei cambiamenti promossi, ma anche dalla capacità di riconoscere quali cambiamenti siano necessari, quali possano attendere e quali, invece, rischierebbero di compromettere un equilibrio già significativo.

Conclusioni: il diritto di fermarsi come espressione di consapevolezza

Il confronto tra il pensiero di Antonio Rossello e le prospettive esaminate consente di formulare una conclusione generale: la stasi non costituisce una categoria univoca e non può essere giudicata indipendentemente dalle motivazioni che la determinano e dalle conseguenze che produce. Esistono forme di immobilità che impoveriscono l’esperienza, impediscono il cambiamento e favoriscono la rinuncia. Ma esistono anche pause che rendono possibile una comprensione più profonda della realtà, permettono di valutare le conseguenze delle azioni e consentono di riconoscere il valore dei risultati raggiunti. La filosofia aristotelica ricorda che alcune attività possiedono un valore intrinseco e non devono essere giustificate soltanto in funzione di risultati ulteriori. Arendt invita a non ridurre la pluralità dell’esperienza umana alla sola azione visibile. Dewey mostra l’importanza della riflessione per la qualità delle decisioni. La psicologia dell’attenzione consapevole evidenzia il valore del rapporto con il presente, mentre la sociologia di Rosa permette di comprendere come l’accelerazione contemporanea possa trasformare il movimento continuo in un’aspettativa sociale. Nel loro insieme, queste prospettive suggeriscono di superare l’opposizione semplicistica tra attività e inattività. Il punto decisivo non è stabilire se sia sempre meglio agire oppure fermarsi, ma comprendere quale forma di condotta sia più coerente con le circostanze, con i valori personali e con il bene delle persone coinvolte. Nella vita individuale, questa consapevolezza permette di riconoscere che la soddisfazione per un risultato raggiunto non deve necessariamente trasformarsi in un nuovo obbligo. Nella vita collettiva, consente di comprendere che il consolidamento delle relazioni e dei risultati può essere più importante della continua espansione delle iniziative. Nella progettazione sociale, infine, invita a considerare la valutazione, l’ascolto e il consolidamento come parti essenziali del processo di cambiamento. Il diritto di fermarsi, in questa prospettiva, non è un diritto alla rinuncia indiscriminata. È la possibilità di non interpretare ogni momento della vita come una prestazione da rendere, un obiettivo da conseguire o una novità da produrre. Significa riconoscere che esistono momenti nei quali il cambiamento richiede iniziativa e altri nei quali richiede pazienza; momenti nei quali occorre costruire e altri nei quali è necessario comprendere ciò che è stato costruito. Forse, allora, alla formula Acta non verba si può affiancare una considerazione complementare: non basta agire per dimostrare di essere vivi, così come non basta fermarsi per dimostrare di essere consapevoli. Occorre che l’azione sia accompagnata dal discernimento e che la pausa non diventi un alibi per sottrarsi alle responsabilità. La vera alternativa non è tra il fare e il non fare, ma tra un agire automatico e un agire consapevole, tra una stasi subita e una sospensione scelta, tra l’incapacità di proseguire e la libertà di riconoscere che, almeno per un certo tempo, quanto è stato realizzato può essere sufficiente. In conclusione, la maturità personale e progettuale si manifesta anche nella capacità di distinguere il momento in cui una nuova iniziativa è necessaria da quello in cui è più opportuno consolidare, riflettere o semplicemente vivere il valore di ciò che esiste.

La fecondità di una vita non si misura soltanto da ciò che essa continua a produrre, ma anche dalla consapevolezza con cui riconosce, custodisce e apprezza ciò che ha già generato.

Analisi a cura di Franco Faggiano, EPS

Bibliografia

Fonti filosofiche

Aristotele (2000). Etica Nicomachea. A cura di Claudio Mazzarelli. Milano: Bompiani. (Opera originale composta nel IV secolo a.C.).

Arendt, H. (1958). The Human Condition. Chicago: University of Chicago Press. Edizione italiana: Vita activa. La condizione umana. Milano: Bompiani.

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Dewey, J. (1910). How We Think. Boston: D. C. Heath & Co. Edizione riveduta: How We Think: A Restatement of the Relation of Reflective Thinking to the Educative Process. Boston: D. C. Heath, 1933.

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Psicologia e consapevolezza

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Kabat-Zinn, J. (2003). “Mindfulness-Based Interventions in Context: Past, Present, and Future”. Clinical Psychology: Science and Practice, 10(2), 144–156. https://doi.org/10.1093/clipsy.bpg016.

Riferimento testuale di partenza

Rossello, A. (s.d.). «ACTA NON VERBA». Riflessione sul rapporto tra pensiero, azione, cambiamento e stasi.

TAG: azione, stasi, contemplazione, riflessività, tempo sociale, realizzazione personale, progettazione sociale, benessere, compimento.

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La telefonata di martedì tra il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Store segna una svolta importante in relazione a tre dinamiche geopolitiche in corso nel contesto della guerra tra NATO e Russia in Ucraina. Si tratta di almeno tre cambiamenti geopolitici degni di nota.

Innanzitutto, il contatto interrompe una moratoria di quasi quattro anni imposta dai leader europei sui contatti con la Russia e il presidente Vladimir Putin, ponendo fine al tanto decantato, seppur fittizio, “isolamento della Russia”. Ciò è ulteriormente sottolineato dal fatto che non si è trattato di una telefonata isolata, poiché le parti hanno concordato di mantenere aperto il canale di comunicazione. Si tratta di un chiaro atto di disperazione di fronte all’accordo sul diesel del presidente statunitense Donald Trump, al congelamento delle sanzioni, agli sforzi per riavviare i colloqui russo-ucraini e, soprattutto, ai ripetuti tentativi di Trump di instaurare nuove relazioni e accordi economici con il Cremlino, proprio mentre i fronti della difesa, l’economia, la società e lo Stato ucraino stanno collassando. Anche in tempi più normali, una telefonata al Cremlino da parte di due leader europei sarebbe un evento insolito. Nel contesto della moratoria, ormai forse superata, e delle relazioni quasi apertamente bellicose tra la NATO e la Russia, la chiamata a Putin da parte dei leader di due Stati membri della NATO rappresenta un momento cruciale nella diplomazia relativa alla guerra e, più in generale, alle relazioni tra Occidente e Russia. Questa svolta, tuttavia, non significa che l’appello rappresenti una comprensione a livello europeo della necessità di porre fine alla guerra in Ucraina o di evitare una guerra aperta e su vasta scala con la Russia. Ciò ci porta al secondo punto.

Il secondo punto è che, nell’attuale situazione disperata, alcuni europei hanno scelto di rompere il loro autoimposto ruolo terziario nella diplomazia occidentale riguardo alla guerra. In altre parole, l’Europa sta cercando di unirsi, o quantomeno di aggirare e competere, con la diplomazia prevalentemente bilaterale che circonda la guerra, guidata dagli Stati Uniti e dal presidente Donald Trump. Alcuni europei ritengono che l’attuale percorso stia portando al degrado economico, politico e geopolitico dell’Europa e alla sua relegazione alla periferia internazionale, dietro a veri e propri attori come Stati Uniti, Russia, Cina, India e persino Iran e Turchia. Stubb e Store probabilmente sperano di rendere l’Europa rilevante durante i colloqui di Abu Dhabi, previsti sebbene non inevitabili, sull’Ucraina, se non sulle più ampie questioni geopolitiche che potrebbero essere affrontate in quella sede. Oltre a tutelare gli interessi europei e ucraini in tali colloqui, i leader europei potrebbero dimostrare alle loro opinioni, sempre più scontenti, che l’Europa è un attore importante. Ad esempio, se le sanzioni sulle risorse energetiche russe dovessero essere revocate, l’Europa più di ogni altra regione dovrebbe beneficiarne, poiché la crisi del Golfo Persico ha ridotto al minimo le consegne di petrolio e gas, rendendo potenzialmente necessario il ripristino dello status della Russia come “stazione di servizio” di riferimento per l’Europa. Sfortunatamente, la mossa Stubb-Store finora non sta funzionando. Due giorni dopo la telefonata, il principale consigliere di politica estera di Putin, Yuri Ushakov, ha dichiarato il rifiuto della Russia di un ruolo europeo nei colloqui di Abu Dhabi previsti per l’inizio di novembre.

Mario Nawfal@MarioNawfal La Russia afferma che l’Europa NON è invitata al tavolo dei negoziati sull’Ucraina… L’assistente del presidente russo Ushakov ha affermato che non ci si aspetta che i rappresentanti europei partecipino ai negoziati riguardanti la guerra in Ucraina. Il suo messaggio ai leader europei è stato categorico: “Loro… 14:40 · 28 ottobre 2026·69.500 visualizzazioni105 risposte·389 condivisioni·1.370 Mi piace

/video/1).

In terzo luogo, si è trattato di una mossa a sé stante da parte di Stubb e Store. Come ha affermato il primo ministro danese in una critica, l’appello non è stato in alcun modo coordinato con il resto d’Europa. Pertanto, Finlandia e Norvegia hanno agito in modo indipendente, creando un’ulteriore linea di divisione all’interno dell’Unione Europea e aumentando la probabilità di ulteriori spaccature su questo tema e nell’Unione nel suo complesso. La mossa di Stubb e Store, quindi, mina l’unità europea in un momento in cui il progetto ucraino sta precipitando nel disastro e i governi di tutta Europa sono in difficoltà, sopraffatti da violenze, proteste di massa, economie in crisi e divisioni interne alle élite di portata senza precedenti da diversi decenni.

Non è chiaro se la Finlandia, da sempre anti-russa, e la Norvegia si uniranno alle fila dei dissidenti – la Slovacchia e, in una certa misura, anche l’Ungheria post-Orban – ma è lecito aspettarsi che altri leader europei seguano l’esempio, facendo emergere lo spettro di una divisione più profonda e di un cambiamento radicale, o addirittura della dissoluzione, dell’UE. Le pressioni che spingono a questi sviluppi sono destinate ad aumentare. L’Ucraina sta perdendo terreno, con scarse o nulle prospettive di un maggiore sostegno da parte dell’UE o di un continuo supporto da parte degli Stati Uniti. L’unica luce in fondo al tunnel per l’Ucraina e i vari neoconservatori europei è l’elezione di un presidente anti-russo negli Stati Uniti nel 2028 – un traguardo lontanissimo per un’Ucraina già in rovina e un’UE in declino.

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Informazioni sull’autore –

Gordon M. Hahn, Ph.D., è analista esperto presso Corr Analytics, www.canalyt.com . Siti web: Politica russa ed eurasiatica, gordonhahn.com e gordonhahn.academia.edu

Il dottor Hahn è l’autore del nuovo libro: Russian Tselostnost’: Wholeness in Russian Thought, Culture, History, and Politics (Europe Books, 2022). Ha già pubblicato cinque libri di successo: The Russian Dilemma: Security, Vigilance, and Relations with the West from Ivan III to Putin (McFarland, 2021); Ukraine Over the Edge: Russia, the West, and the “New Cold War” (McFarland, 2018); The Caucasus Emirate Mujahedin: Global Jihadism in Russia’s North Caucasus and Beyond (McFarland, 2014), Russia’s Islamic Threat (Yale University Press, 2007) e Russia’s Revolution From Above: Reform, Transition and Revolution in the Fall of the Soviet Communist Regime, 1985-2000 (Transaction, 2002). Ha inoltre pubblicato numerosi rapporti di think tank, articoli accademici, analisi e commenti su media sia in lingua inglese che russa.

Il dottor Hahn ha insegnato presso le università di Boston, American, Stanford, San Jose State e San Francisco State, ed è stato borsista Fulbright presso l’Università Statale di San Pietroburgo, in Russia. È stato inoltre senior associate e visiting fellow presso il Center for Strategic and International Studies, il Kennan Institute di Washington DC, la Hoover Institution della Stanford University e il Center for Terrorism and Intelligence Studies (CETIS) dell’Akribis Group.

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Rassegna stampa francese, 15a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Domande a ricercatori e ricercatrici che hanno accettato di mettere le loro conoscenze e i loro
lavori al servizio della comprensione di un evento che senza dubbio segnerà la storia, almeno
quella dei due mandati di Emmanuel Macron. Ciò che è in gioco qui è il risultato di una politica
condotta da dieci anni, i cui effetti si fanno sentire ovunque: il liceo trasformato in uno scalo
ferroviario, il disprezzo per le disuguaglianze territoriali, la scelta di una politica economica
favorevole ai più abbienti, i compiti della polizia riorientati verso la repressione… Il tutto in una
situazione economica caratterizzata da un debito sempre più gravoso, che vincola l’azione dello
Stato e che costituisce lo sfondo comune ai grandi movimenti sociali. Si può rimproverare a questi
ricercatori e ricercatrici che «spiegare significa già giustificare». E se la scommessa fosse inversa:
per agire bene, bisogna prima capire.

17.09.2026
RABBIA SOCIALE: LE RADICI DI UNA CRISI
Mentre le manifestazioni scuotono la Francia, abbiamo chiesto a sei ricercatori di aiutarci a comprendere
meglio la situazione esplosiva con cui ci troviamo a confrontarci

Intervista a cura di Arnaud Gonzague, Barbara Krief, Xavier de La Porte, Marie Lemonnier, Rémi Noyon e Manon Roche
Le manifestazioni del 17 ottobre hanno sollevato numerose domande: come mai il movimento contro il
caro vita – erede dei «gilet gialli» – si sia unito a quello portato avanti dagli studenti delle scuole superiori
già da diverse settimane, pur con rivendicazioni apparentemente molto diverse?

In un mese, il Rassemblement National ha annunciato tre procedimenti per diffamazione contro Le
Monde, Le Canard enchaîné e Mediapart. All’origine della controversia: un articolo del primo, in cui
si affermava che volantini del partito fossero stati rinvenuti nell’auto dell’autore dell’attentato
razzista di Trappes, prima che il giornale rettificasse la notizia; e le inchieste degli altri due testate
relative agli scritti antisemiti attribuiti a Jordan Bardella, che quest’ultimo smentisce. «Siamo più
esigenti e meno tolleranti nei confronti delle fake news in periodo di campagna presidenziale»,
afferma Renaud Labaye, vicedirettore della campagna di Marine Le Pen.


31.10.2026
Il Rassemblement National e la stampa, tra
strategia di seduzione e braccio di ferro
Con l’avvicinarsi del 2027, il RN inasprisce i toni nei confronti dei media e intende reagire a ogni passo
falso. Tuttavia, il partito si preoccupa di non apparire ostile, a rischio di compromettere la propria
strategia di normalizzazione

Di Dinah Cohen e Nina Jackowski
Alla ricerca di un ampliamento della propria base, il RN cerca il giusto tono nei rapporti con i media. Se il
75 % dei sostenitori del partito ritiene che «i media diffondano il più delle volte informazioni false», tale
percentuale scende al 48 % tra i sostenitori dei Républicains.

Emmanuel Macron non esclude di ricandidarsi per un terzo mandato nel 2032. Posso permettermi
di dare un consiglio al nostro prossimo capo di Stato? Modifichi rapidamente la Costituzione ed
escluda definitivamente questa possibilità!

Ottobre 2026
LE ELEZIONI PRESIDENZIALI VISTE DA QUI
A sette mesi dalle elezioni presidenziali, i candidati dichiarati o presunti si stanno lentamente schierando
in ordine di battaglia. Ciò non impedisce, tuttavia, che si verifichino già intoppi e tensioni, a prescindere
dall’orientamento politico. Una sintesi della campagna elettorale vista da Béziers. In tutta soggettività,
ovviamente…

Di Emmanuelle Ménard
Mai delusi
Il bello dei socialisti è che riescono sempre a sorprenderci. Si prenda ad esempio l’organizzazione delle
primarie. Lo scorso 16 settembre si è appreso che Philippe Brun, deputato del PS dell’Eure, che aveva pure
raccolto il numero di firme di sostegno richiesto, non potrà parteciparvi.

Nove anni separano i due discorsi tenuti da Emmanuel Macron all’Hôtel de Brienne. Nel luglio
2017, appena eletto, sorprese i militari ricordando un’ovvietà: «Sono il vostro capo», prima di
ringraziare il capo di Stato Maggiore delle Forze Armate. Nel luglio 2026, sottolineava la necessità
di prepararsi a «difendere» il diritto «a costo di spargere sangue, se necessario», prima di
esprimere il proprio «orgoglio» per essere sempre stato al fianco dei militari. Tra queste due date,
il contesto strategico si è profondamente deteriorato: Afghanistan, Sahel, Vicino e Medio Oriente,
Nord Africa e, ovviamente, l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia.


Ottobre 2026
Il testamento strategico di Emmanuel Macron

Di Thomas Gomart, è direttore dell’Istituto francese per le relazioni internazionali (Ifri).
Ultima opera pubblicata: Chi controlla chi? I nuovi rapporti di forza mondiali (Tallandier,2026). gomart@ifri.org

Mosca sta cercando con tutte le sue forze di allontanare gli europei dagli americani, un’opera da
portare avanti finché Donald Trump è al potere. Le condizioni gli sono favorevoli: l’arrivo
dell’inverno, che indebolirà Kiev; la debolezza di Donald Trump, impantanato nella sua guerra in
Iran; e l’ondata elettorale che paralizzerà i leader di alcuni dei suoi principali avversari: Francia,
Italia, Polonia, Spagna. Sull’onda di questo slancio, Vladimir Putin moltiplica le promesse
economiche, nella speranza che Donald Trump partecipi a un incontro a tre, con Xi Jinping.


31.10.2026
Il G20 impotente di fronte alla crisi ucraina
Ad Atlanta, i ministri degli Affari esteri del G20 non nutrono speranze di progressi diplomatici per
l’Ucraina

Di Anne Bauer
A parte un cessate il fuoco provvisorio nei pressi di Olechky, città martire nel sud dell’Ucraina, dalla quale
occorre evacuare gli ultimi abitanti in preda alla fame, la Russia continua a colpire con la stessa violenza.
Giovedì, un attacco con droni ha ucciso 14 viaggiatori nella stazione ferroviaria di Dnipro, nell’Ucraina
orientale, suscitando una nuova ondata di indignazione.

Ritenendo che i giovani abbiano ottenuto ciò che chiedevano, il 64% dei francesi auspica ora che
la mobilitazione degli studenti universitari e delle scuole superiori cessi, secondo un sondaggio. Se
la maggioranza dei francesi spera di vedere il movimento spegnersi, è perché le concessioni del
governo si uniscono al rifiuto delle violenze perpetrate dai teppisti per indurre i nostri concittadini a
non sostenere più il movimento.


30.10.2026
La rabbia degli studenti delle scuole superiori:
quasi due terzi dei francesi auspicano che il
movimento cessi
Mentre il “terzo atto” delle manifestazioni in programma sabato fa temere nuove violenze, il 64% dei
nostri concittadini ritiene che la mobilitazione debba cessare dopo le misure annunciate dal governo

Di Emma Ferrand
Nonostante i numerosi annunci del governo volti a rispondere alla loro rabbia, gli studenti delle scuole
superiori e universitari non hanno ancora detto l’ultima parola.

Il senso della manifestazione pacifica di sabato, in cui spesso si è sfilato in famiglia, è che si può
parlare dei problemi e riflettere, insieme, sui modi per risolverli, senza designare capri espiatori,
che si tratti di immigrati, ricchi, giovani o anziani. L’etica della responsabilità ha prevalso sulla
demagogia e sull’anatema. Questa vittoria, oh quanto fragile, la dobbiamo anche ai sindacati.
Tenuti ai margini negli ultimi anni dal potere macronista, pur essendo i migliori artefici non del
caos, ma della pace civile, il loro ritorno sulla scena fa sperare che i giorni bui finiranno.

29.10.2026
Lo spirito del 24 ottobre

Nelle manifestazioni del 24 ottobre si percepiva qualcosa dello spirito dell’11 gennaio 2015: quella folla che
ha marciato in modo pacifico, imponente e determinata, per far sentire, senza violenza, le proprie
rivendicazioni. Un fronte repubblicano in azione, nelle strade, in attesa delle urne.

La Francia occupa un posto a sé stante nell’immaginario mondiale: ciò che vi accade alimenta da
tempo i sogni di alcuni e le paure di altri. Perché la Francia ha a lungo fatto sognare il mondo. Era
il paese in cui la Storia sembrava poter ricominciare, dove una manifestazione poteva
preannunciare una rivoluzione. Vi si proiettavano il Maggio ’68, la conquista dei diritti, il sogno di
riprendere il controllo di un mondo le cui decisioni sembravano prese altrove. Le strade francesi
ricordavano che i popoli potevano ancora influenzare il corso della Storia. E poi c’era l’altra
Francia: le terrazze, i caffè al sole, quella dolcezza di vivere ostinatamente preservata. Dalla
rivoluzione permanente all’eterna domenica, vi si immaginavano ancora giorni migliori. La Francia
fa ancora sognare, ma il sogno si tinge di inquietudine. Ormai, sono soprattutto le fantasie più cupe
a proiettarsi su di essa.


29.10.2026
La Francia, bersaglio di ogni rabbia
Il nostro Paese occupa un posto a sé stante nell’immaginario mondiale. Ormai, sono le fantasie più cupe
a proiettarsi su di esso. Resta da capire a chi giova il caos

ricercatrice associata presso Carnegie Europe

Da Madrid a Bruxelles, da Milano a Parigi, l’Europa scende in piazza. Le rivendicazioni differiscono, ma la
preoccupazione è comune.

“Nel nostro Paese, storicamente, l’immigrazione è stata la soluzione delle imprese, poi il problema
dello Stato, prima di diventare una crisi sociale, quando quest’ultimo si è trovato sopraffatto”,
sintetizzano i due giornalisti Géraldine Woessner ed Erwan Seznec, giornalisti della rubrica
«Società» di Le Point.

29.10.2026
Immigrazione: superare i pregiudizi e il rifiuto
della realtà
Operazione trasparenza. Nel libro Le Grand Silence (Robert Laffont), Géraldine Woessner ed Erwan
Seznec, giornalisti de Le Point, mettono in discussione l’incapacità della Francia di affrontare con
lucidità il tema dell’immigrazione. Propongono un approccio obiettivo a questo dibattito scottante in
vista del 2027

DI SAMUEL DUFAY
A un primo sguardo, si potrebbe quasi pensare a uno scherzo. Intitolare Le Grand Silence un libro
sull’immigrazione: ci voleva proprio, visto quanto questo tema domini il dibattito pubblico.

Gli annunci del governo sono giudicati insufficienti dalla maggior parte delle organizzazioni
studentesche delle scuole superiori e universitarie, che invitano a manifestare nuovamente il 31
ottobre e il 5 novembre. Questi momenti salienti riportano i sindacati al centro della scena. Dopo le
manifestazioni del 17 ottobre, che hanno registrato un’ampia partecipazione ma sono state
costellate da episodi di violenza in diverse città, Emmanuel Macron ha scelto la linea dura per
riprendere il controllo della situazione. Il suo metodo: riservare la strada ai cortei organizzati dai
sindacati. Un paradosso per chi ha sempre guardato con diffidenza alle grandi confederazioni
sindacali, preferendo vederle agire all’interno delle aziende piuttosto che a livello nazionale. Ma la
strategia ha funzionato poiché, il 24 ottobre, circa 410.000 persone, secondo la polizia, hanno
sfilato senza incidenti di rilievo.


29.10.2026
I sindacati ritrovano un ruolo nei cortei
Mentre i movimenti autonomi sono sempre più numerosi dall’epoca dei «gilet gialli», l’attuale
contestazione sociale richiede la competenza organizzativa delle confederazioni sindacali. Tuttavia, la
loro capacità di mobilitazione non è sufficiente

Di Florian Fayoll
La scena è insolita. Per svelare, il 26 ottobre, le misure tanto attese dagli studenti delle scuole superiori,
Matignon ha deciso di informare per prime… le influencer.

Dall’immigrazione alla lotta contro la criminalità, ogni questione fondamentale sembra condannata
a non trovare mai una soluzione. Un’erosione, talvolta persino un crollo dello Stato, che le rivolte
urbane illustrano tragicamente. Come sciogliere questa trappola che Georges Pompidou definiva
già «il nodo gordiano»?

29.10.2026
Il vero colpo di Stato: un processo continuo
Nel corso dei decenni, i contro-poteri hanno ampliato le proprie prerogative, intrappolando l’azione
politica nelle maglie dell’impotenza. In vista del 2027, l’Istituto Thomas More propone una riforma
radicale per restituire allo Stato la sua capacità di agire. Ve la sveliamo in esclusiva.

Di Valentin Gaure
Chiunque, nel mese di maggio prossimo, entrerà in possesso del Castello, dovrà ancora affrontare le
roccaforti. Il Consiglio costituzionale, il Consiglio di Stato, la Corte di giustizia dell’Unione europea, la Corte
europea dei diritti dell’uomo, senza dimenticare la moltitudine di autorità indipendenti.

Se i repubblicani perdessero il controllo parziale o totale del Congresso, sarebbe l’inizio della fine
per Donald Trump? Si tratterebbe di una sconfitta simbolica per il presidente americano. Ma le sue
conseguenze andrebbero ben oltre l’immagine. I democratici disporrebbero allora di nuove leve
istituzionali per moltiplicare le inchieste parlamentari rivolte all’amministrazione Trump.

26.10.2026
COSA CI SI PUÒ ASPETTARE DALLE ELEZIONI DI METÀ MANDATO NEGLI STATI UNITI?
TRUMP: L’INIZIO DELLA FINE?
Le elezioni di metà mandato che si terranno la prossima settimana sono al centro dell’attenzione in tutto
il mondo. Ma qualunque sia il loro esito, Donald Trump rimarrà ampiamente in grado di portare avanti
gran parte della sua politica, anche se la sua azione rischia di diventare ancora più conflittuale. Tutto ciò
non va necessariamente a nostro vantaggio, noi europei.

Di PIERRE-HENRI THOMAS
Il mondo oggi ha gli occhi puntati sulle midterm, le elezioni di metà mandato che si terranno negli Stati
Uniti il 3 novembre. Circa 175 milioni di americani si recheranno alle urne per rinnovare tutti i 435 seggi
della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato. Il voto potrebbe far passare la maggioranza del Congresso
americano ai democratici.

La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia, di Simplicius

La crisi costituzionale al centro del “colpo di stato” giudiziario in Polonia

Simplicius 31 ottobre
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Ieri in Polonia è scoppiato il panico quando è stato dichiarato un “colpo di stato” giudiziario dopo che l’edificio del Tribunale costituzionale è stato bloccato dalla polizia mentre la giudice Anna Korwin-Piotrowska, vicina al partito Tusk, procedeva alla sospensione illegale del presidente del Tribunale, Bogdan Swieczkowski, vicino al partito Nawrocki.

L’intera vicenda ruota attorno alla lotta tra il governo Tusk, allineato a Bruxelles, e il partito nazionalista di opposizione del presidente Nawrocki, odiato dai globalisti perché cerca di preservare la sovranità polacca di fronte al sistema totalitario dell’UE che tenta di sovvertirla.

L’eurodeputato polacco Dominik Tarczynski ne offre un riassunto conciso:

La Germania è complice di un colpo di stato a Varsavia, afferma Tarczyński, membro polacco del Parlamento europeo.

«Vogliono trascinarci nell’eurozona affinché abbandoniamo la nostra valuta. Vogliono mandarci migranti illegali oltre confine.»

Il conflitto nasce dal fatto che l’attuale presidente Karol Nawrocki si è rifiutato di nominare molti dei giudici proposti dal Sejm, il parlamento polacco a maggioranza liberal-globalista. A dire il vero, il suo potere di rifiutare tali nomine rimane oggetto di discussione: la Costituzione polacca sembra essere vaga al riguardo, conferendo al presidente il potere di nominare i candidati proposti, ma sottintendendo che non sia obbligato a farlo qualora non lo desideri.

Come sottolinea Dominik Tarczynski, lo scopo di insediare al potere questi giudici nominati è quello di formalizzare l’integrazione della Polonia nella sovrastruttura globalista dell’UE, trasformandola in definitiva in uno stato vassallo la cui sovranità nazionale verrà abolita in cambio di migrazioni di massa, moneta europea e tutti gli altri veleni che il Politburo dell’UE, tirannicamente corrotto e assetato di potere, ha usato per sovvertire tutte le altre sfortunate nazioni cadute sotto la sua bandiera.

La migliore spiegazione su come tutto ciò fosse stato pianificato in anticipo è stata fornita da Mike Benz:

Mike Benz@MikeBenzCyber La mia opinione sulla situazione in Polonia 13:57 · 31 ottobre 2026·41.900 visualizzazioni60 risposte·266 condivisioni·910 Mi piace

Egli fa notare, giustamente, che la National Endowment for Democracy (NED), un’organizzazione affiliata alla CIA e partner dell’USAID e di altre istituzioni globaliste, ha elaborato il piano per usurpare il potere in Polonia alla vigilia dell’ascesa al potere di Tusk nel 2023. Il piano prescrive nel dettaglio come sradicare gli ultimi residui di elementi “populisti” e “nazionalisti” al fine di assoggettare completamente la Polonia all’egida dell’UE.

I disegni provengono dal Journal of Democracy, fondato dalla NED, i cui comitati editoriali e consultivi sono un vero e proprio gotha ​​di lacchè globalisti: Condoleezza Rice, Anne Applebaum (moglie del vice primo ministro polacco globalista Radoslaw Sikorski), Michael Mcfaul, Francis Fukuyama, Vladimir Kara-Murza e molti altri.

Il documento programmatico, dal titolo quanto mai appropriato, è “Come smantellare una democrazia illiberale”, e rivela tutto ciò che c’è da sapere sulle sue vere intenzioni:

https://www.journalofdemocracy.org/online-exclusive/how-to-dismantle-an-illiberal-democracy/

Il documento del 2023 delinea con precisione ciò che il nuovo governo di Tusk deve fare per prendere il potere e sabotare l’opposizione. Inizia con una richiesta diretta di sradicare il populismo alla radice:

Il nuovo governo polacco non deve quindi limitarsi a ripristinare la democrazia liberale; deve affrontare la questione della giustizia di transizione. Il Primo Ministro Tusk e il suo governo di coalizione devono inoltre stabilizzare il sistema politico per garantire che il populismo non ritorni alle prossime elezioni. Il futuro della democrazia in Polonia è in bilico.

Gli autori ammettono persino che il “populismo” polacco si basa sul desiderio di sovranità che affonda le sue radici nella storia e nell’identità polacca, ammettendo quindi, per estensione, che l’obiettivo è quello di cancellare per sempre l’identità polacca:

Il populismo odierno, pur essendo parte di un fenomeno globale che abbraccia paesi dagli Stati Uniti all’Ungheria e alla Turchia, trae origine anche da radici locali. L’eclettico programma del PiS si fondava sul sovranismo, con profonde radici nella storia e nell’identità nazionale polacca.

Ricordiamo che la questione chiave alla base di tutto questo conflitto tra le fazioni globaliste e nazionaliste è che i globalisti, legati alla mafia di Bruxelles, credono che il diritto dell’UE prevalga sul diritto polacco. La fazione nazionalista all’opposizione, d’altro canto, ritiene che la Costituzione polacca sia superiore al diritto dell’UE, come qualsiasi persona di buon senso concorderebbe sul fatto che dovrebbe essere così. L’intera lotta si riduce a questo punto critico ed esistenziale.

La mafia totalitaria di Bruxelles non può permettere che la costituzione di nessuna nazione abbia la precedenza sul Politburo dell’UE, poiché ciò distruggerebbe i piani dell’URSS per la centralizzazione del potere. Essendo il burattino prescelto dall’UE, Tusk ha combattuto con orgoglio per consegnare la Polonia ai globalisti, ed è per questo che ha pubblicato questo messaggio il giorno prima del tentativo di colpo di stato per indebolire l’opposizione:

L’assorbimento totale e l’assimilazione in stile Borg nel decrepito panopticon dell’Unione Sovietica sono l’ unica politica che conta per burattini globalisti come Tusk; non il benessere del popolo polacco, l’economia, la cultura, il patrimonio o qualsiasi altra irrilevante feccia che alla fine verrà inglobata dal piano Kalergi dell’UE.

Il documento del NED prosegue con espliciti appelli alla “giustizia di transizione”, un eufemismo globalista per indicare una guerra legale volta a perseguire e imprigionare gli oppositori politici una volta strappato loro il controllo giudiziario e legislativo. È sempre lo stesso vecchio schema, in ogni paese:

Il progetto di processare i politici più in vista del PiS ha implicazioni sia politiche che legali e si scontrerà con un’élite radicata e potente. Il presidente del Tribunale di Stato, ad esempio, è stato nominato dal precedente regime ed è di fatto il primo presidente della Corte Suprema. La presidenza è ricoperta da Andrzej Duda, alleato del PiS, e anche la Corte Suprema e altri incarichi sono ora occupati da persone legate al precedente partito di governo. Sarebbe ingenuo pensare che queste figure parteciperanno volontariamente alla seconda ondata di giustizia di transizione. Al contrario, è probabile che ostacoleranno l’azione e attenueranno le responsabilità per i misfatti del passato. Ciò lascia alle commissioni parlamentari la maggior parte del potere inquirente. Secondo il Codice di procedura penale, queste commissioni dispongono di alcuni strumenti per sanzionare coloro che vengono convocati in caso di mancata ottemperanza.

Altri esempi pubblicati da Mike Benz:

Si noti la particolare attenzione riservata alla nomina dei giudici del Tribunale costituzionale, che, a loro avviso, sarebbe stata fondamentale per i loro piani. Chiedono apertamente che il leader del partito PiS, Jaroslaw Kaczynski, venga “ritenuto responsabile”, un altro eufemismo per “eliminato”, in un modo o nell’altro.

In definitiva, tutto ruota attorno al loro bisogno di controllo del Tribunale, poiché il compito di questo tribunale è interpretare la Costituzione polacca , il che gli conferisce l’autorità di interpretare la questione fondamentale se la Costituzione sia subordinata al diritto dell’UE o viceversa. La mafia di Tusk a Bruxelles vuole usare il tribunale per assicurarsi che la Costituzione polacca rimanga soggetta al diritto dell’UE in ogni caso.

La questione era giunta al culmine nel luglio 2026 con una “Relazione sullo Stato di diritto” della Commissione europea , che evidenziava l’incapacità del Tribunale costituzionale polacco di applicare il diritto dell’UE, ritenuto prevalente rispetto alla costituzione polacca.

Dal rapporto:

“Le serie preoccupazioni relative al Tribunale costituzionale e alla sua giurisprudenza sono state confermate dalla Corte di giustizia dell’UE.”

«La Corte di giustizia ha ritenuto che la Polonia non avesse adempiuto ai propri obblighi ai sensi del diritto dell’UE poiché il Tribunale costituzionale polacco aveva violato il principio di effettiva tutela giurisdizionale e ignorato il primato, l’autonomia, l’efficacia e l’applicazione uniforme del diritto dell’UE , nonché il valore vincolante delle due sentenze della Corte. Alla luce delle gravi irregolarità riscontrate nella nomina di tre giudici della Corte costituzionale polacca nel dicembre 2015 e del suo Presidente nel dicembre 2016, la Corte ha messo in discussione lo status del Tribunale costituzionale quale tribunale indipendente e imparziale istituito per legge ai sensi del diritto dell’UE.»

Il Tribunale costituzionale ha affermato che la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale e che la sua sentenza non ha effetto sul funzionamento del Tribunale stesso. Il Tribunale costituzionale ha dichiarato incostituzionale il criterio di indipendenza applicato ai giudici dei tribunali amministrativi.

Leggete attentamente di nuovo: l’organo dell’UE considera una pericolosa violazione del diritto dell’UE il fatto che il Tribunale costituzionale polacco abbia osato infrangere il “primato… del diritto dell’UE” . Il Tribunale costituzionale ha inoltre dichiarato che “la Corte di giustizia dell’UE non ha giurisdizione per pronunciarsi su questioni relative al Tribunale costituzionale” .

Per porre rimedio a questa situazione di stallo, il documento dell’UE chiede che le “autorità competenti” della Polonia, essenzialmente il presidente, consentano la nomina dei giudici globalisti scelti dal parlamento polacco di orientamento liberale:

Nel marzo 2026, il Parlamento ha adottato una risoluzione con la quale ha ribadito la necessità di ripristinare l’indipendenza del Tribunale costituzionale ed ha eletto, il 13 marzo e l’11 giugno 2026, sette giudici per ricoprire i posti vacanti all’interno del Tribunale. Il 5 maggio 2026, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso misure provvisorie che obbligavano le autorità polacche competenti ad astenersi dall’ostacolare l’assunzione e l’esercizio delle funzioni giurisdizionali da parte di quattro di questi giudici.

Come già accennato, il presidente polacco non è legalmente obbligato a rispettare le nomine, secondo la Costituzione; al contrario, il Sejm sostiene che la nomina non richieda l’approvazione presidenziale, e questo processo appare giuridicamente ambiguo. Si è quindi creata una situazione di stallo, e la mafia globalista di Tusk è stata costretta ad agire impulsivamente impadronendosi del tribunale a causa dell’urgenza delle imminenti elezioni parlamentari del 2027.

È significativo notare che non ci sono state condanne di rilievo da parte dell’UE o di altri organismi internazionali per questa flagrante violazione del loro sacro “Stato di diritto”. Se Putin avesse inviato i suoi scagnozzi a occupare con la forza la Corte Suprema russa, quante riunioni “di emergenza” e dichiarazioni internazionali sarebbero state indette? Ciò mette ancora una volta in luce l’ipocrisia dell’Occidente globalista che negli ultimi anni ha chiuso un occhio o addirittura avallato apertamente la messa al bando dei partiti di opposizione, l’annullamento delle elezioni, l’incarcerazione di figure politiche conservatrici e molto altro ancora.

L’ex presidente della Polonia Andrzej Duda ha riassunto al meglio la situazione paragonando le azioni di Tusk a quello che oggi è comunemente considerato il “modo di fare europeo”:

La saga continua a svolgersi e potrebbe persino precipitare in una crisi ben più grave, a seconda di quanto Tusk deciderà di spingersi oltre con i suoi piani disperati.

Stańczyk@NatConPatriot ORA IN POLONIA: I manifestanti patriottici polacchi chiedono la consegna di Tusk, che si nasconde nell’ufficio del Primo Ministro. La rabbia dell’opinione pubblica è al culmine. Una situazione del genere non si verificava in Polonia dalla caduta del blocco orientale. 22:36 · 31 ottobre 2026·5.270 visualizzazioni29 risposte·213 condivisioni·668 Mi piace

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C’è del metodo in questa follia, di WS

MdL ha scritto qui

un articolo sintetico del suo punto di vista; confesso di essere stato sempre molto influenzato dalle sue tesi.

I suoi libri ormai hanno anni. A leggerli sono stati a suo tempo “pugni nello stomaco”; ora si possono considerare “profetici” su questo mondo distopico in cui siamo stati portati.

Ma qualcosa , e lo nota lo stesso “catastrofista” MdL , sembra stia “andando storto”; siamo infatti tutti sconcertati dalla imprevista traiettoria presa da “l’ occidente combinato” perché di sicuro la sua “Agenda” è in ritardo.

Dalla guerra alla Russia alla guerra all’ Iran con la militarizzazione dei “soci” e la conseguente distruzione delle loro economie e relativi stati sociali, con in aggiunta per di più, ma questo per ora solo nella parte “europea” dell’ impero, il loro “antico” tessuto sociale già completamente sfilacciato e pure corroso da una immigrazione di massa allogena ed indigeribile, questo “transatlantico” , per riprendere il titolo di un mio vecchio contributo , andrà comunque a sbattere da qualche parte , fosse anche che il “rompighiaccio” russo riuscisse miracolosamente a schivarlo.

Perché questo Titanic un “iceberg” alla fine lo troverà e noi siamo tutti chiusi in terza classe !

Ma CHI ne decide la rotta? Non certo i burattini politici che ci viene concesso di “eleggere”. In plancia si annida “ un “pilota automatico” come ci disse un “banchiere che tutto il mondo ci invidia”.

Ma CHI lo ha impostato quel “pilota” e perché questa folle “ rotta di collisione” ?

Prima di tentare di rispondere a queste domande sarà bene cominciare a chiarire che qui la teoria marxista-leninista non ci aiuta anche se a volte “ suona bene”.

Usando infatti un’ ottica marxista si potrebbe pensare che sia solo per una ottusa avidità che capitali, tecnologie e posti di lavoro siano stati estratti dall’ interno de “l’ impero occidentale” e portati in Asia, al “comunismo” cinese invece che a quello russo.

Sempre nella stessa ottica, sarebbe per la stessa avidità che i “ salari” all’ interno de “l’ impero occidentale” siano stati portati , come ci dicono le statistiche della natalità, sotto il valore necessario alla riproduzione dei “ salariati” (/ “consumatori”) , e che per questo , e sempre nella stessa ottica, si sia avviata l’ importazione sistematica “ da fuori” di “disperati” ansiosi di “consumare” e per questo pronti ad accettare i salari che i “nativi” oramai non erano più disposti ad accettare.

Tutte queste cose infatti Marx ce le aveva già descritte analizzando le vicende del capitalismo inglese del XIX secolo .

Ma è proprio qui che le cose cominciano a divergere; ALLORA i capitalisti inglesi per abbassare i salari agli operai inglesi “importavano” affamati irlandesi , mica “afroislamici” !

E ALLORA “ la sinistra” inglese si organizzava CONTRO i “crumiri “; mica andava a festeggiare il loro arrivo sulle banchine di Liverpool e Glasgow !

E anche se qualcuno può marxisticamente dire che questo sia il “capitalismo terminale” e pensare che tutto questo sia la conseguenza di un gigantesco “abbaglio “ di un “capitalismo lasciato a se stesso” fino al finire “ impiccato con la corda data a prestito “ di Lenin (ma stranamente ”prestata” alla Cina invece che alla Russia), chi fermerà questa corsa ? Voi vedete da qualche parte l’opposizione di un qualche nuovo marxiano “soggetto economico”?

Le “analisi marxiste” non funzionano perché qui siamo davanti ad un “fenomeno nuovo” .

Infatti per entrare nello specifico italiano , non è solamente l’ avidità degli industrialotti “ padani” a riempire l’ Italia di “nuovi italiani”, perché in Italia la forza lavoro non ERA mai mancata e quella che oggi vanta la Meloni non è “piena occupazione” ma piena “SOTTOccupazione” di gente senza altra speranza che sopravvivere.

Certo la “ legge ferrea dei salari” spinge sempre ogni capitalista a comprimere i “ salari” fino al limite in cui i suoi affari peggiorano , e anche gli Agnelli , quando erano ancora “ industriali”, per guadagnare di più riempirono Torino di operai meridionali , ma mica di “banglas” come Monfalcone oggi , per citare l’ ultima industria strategica nazionale …

Ma perché allora quella Fiat , che allora macinava comunque grossi utili, in gran parte pure lasciati all’ estero, non superò quel limite di importare “ crumiri” dal Bangla Desh ?

Perché ALLORA nessun ingegner Valletta, per citare un VERO industriale, avrebbe portato in fabbrica manodopera “esotica”; lo STATO ITALIANO di ALLORA non gli avrebbe pagato i relativi COSTI SOCIALI; cosa che invece era disposto a pagare per ALTRI cittadini italiani.

La decisione di schiacciare “ il salariato “ ne “ l’ impero occidentale” è stata presa ben prima del crollo “ufficiale” del “ comunismo” e questo si può definire da quando le curve della produttività e dei salari hanno cominciato a divergere.

Negli USA ad esempio l’ inizio di questo processo è avvenuto nella seconda metà degli anni settanta , in Gran Bretagna nella prima metà degli ottanta e nella UE agli inizi dei ‘ 90 ed il “ritardo” è stato dovuto solo al tempo necessario per “ integrare” nel progetto i “corpi rappresentativi” un tempo schierati a difesa del “ salariato”.

Da noi il momento chiave fu segnato dalla “legge Martelli” che non a caso porta il nome di uno dei tanti nostri “ socialisti pret-a-porter” , ma il piano a qualcuno era già noto prima.

Infatti negli anni ‘80 il giornalista Maurizio Blondet era allora una punta del Giornale di Montanelli dove fece tante inchieste su “ voci” che aveva raccolto fino a quando, seguendo i retroscena del capitalismo meneghino nell’ affare Bi-Invest, incappò negli “ esoterismi” di quell’ “ambientino” e fu brutalmente espulso da quel quotidiano dopo un durissimo “disclaimer” del suo direttore.

Ma appunto una delle “voci” che aveva poco prima riportato Blondet riguardava lo strano progetto sottoposto alla “Fondazione Agnelli” su “ milioni di africani in Italia entro il 2000”; la Fondazione aveva risposto “ si può fare, purché i COSTI SOCIALI non siano in capo all’ azienda”.

CHI aveva sottoposto questo progetto e perché era stato preso tanto sul serio nonostante fosse ALLORA una totale assurdità ?

La conclusione, quindi, è molto semplice: non siamo finiti qui per un “capitalismo impazzito” o quantomeno per quel “ capitalismo” del XIX secolo che aveva descritto Marx.

C’ è al di sopra di quel capitalismo , comunque produttivo, ed quindi in qualche modo “progressivo”, come gli aveva riconosciuto Marx stesso , un altro “capitalismo” dedito non a guadagnare producendo “ cose”, ma a guadagnare creando “ denaro” cioè quel “ sangue “ necessario al funzionamento di ogni corpo sociale e quindi detentore di un potere che supera quello degli Stati. Proprio quegli Stati che avendo ceduto a questo “ capitalismo” il potere di “creare moneta” sono ora costretti ad indebitarsi con esso come qualunque di noi “sudditi”.

Ed un simile potere, seppur “ invisibile” come la mitica “ mano del mercato” di A. Smith , non è “inanimato” e “ci vede benissimo”; quindi “ c’ è del metodo in questa follia” e RIleggere Marx non ce lo può spiegare.

Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

Tavola rotonda tra le due sponde | Tang Xianglong, Xin Qiang, Chen Fengxin: I disordini in Francia si stanno diffondendo in diversi paesi; per quanto tempo ancora reggeranno le “dichiarazioni dure” dei politici europei?

  • Tang Xianglonggiornalista di lunga esperienza
  • XinqiangDirettore del Centro di studi su Taiwan dell’Università di Fudan
  • Chen FengxinGiornalista di lunga data e commentatore economico di Taiwan

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23 ottobre 2026, ore 13:47:13Dimensione carattere: A- A A+Fonte: Guanchazhe.comLetture: 65.013

Da un lato c’è Bruxelles: i negoziati commerciali tra la Cina e l’UE hanno appena registrato progressi parziali su 16 punti di intesa, ma l’Unione europea, subito dopo aver definito le disposizioni relative alle quote tariffarie per le auto ibride, ha immediatamente indicato che tali disposizioni si applicano “per analogia” anche a settori quali l’industria chimica e quella delle materie plastiche.

Da un lato, le strade di Parigi: le manifestazioni in Francia sono sfociate in atti di violenza, saccheggi e disordini, estendendosi poi a Italia, Belgio, Portogallo e persino all’Albania.

Due vicende apparentemente parallele, ma che conducono alla stessa domanda: quando la competitività delle industrie chiave europee è in calo e le riforme strutturali interne procedono a rilento, per quanto tempo ancora le “dichiarazioni forti” dei politici potranno reggere? Di fronte ai negoziati tra Cina e Unione Europea, perché la Cina sembra “più disponibile al dialogo”? Dietro a questo atteggiamento si nascondono concessioni economiche e commerciali o calcoli strategici? E quali malcontenti della popolazione sono emersi dai disordini scoppiati nelle strade francesi?

In questa puntata di “Tavola rotonda tra le due sponde”, analizzeremo, da un punto di vista economico e politico, il legame nascosto tra il gioco di potere tra Cina e Europa e il caos che regna in Europa, chiarendo la logica intrinseca delle attuali difficoltà strutturali del continente e fornendo una prospettiva utile per comprendere l’andamento delle relazioni sino-europee e l’evoluzione della situazione politica interna europea.

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Chen Fengxin: Concentriamoci innanzitutto sulla situazione dei negoziati commerciali e di investimento tra la Cina e l’UE. Le due parti sono finalmente riuscite a compiere progressi parziali e il Ministero del Commercio cinese ha pubblicato 16 punti di intesa. Con il passare del tempo, stanno venendo alla luce molti dettagli relativi a tali intese, tra cui la questione dei contingenti tariffari per le auto ibride — che a Taiwan chiamiamo “auto a benzina e elettricità” —; allo stesso tempo, le due parti potrebbero aver raggiunto alcuni accordi preliminari sullo sviluppo futuro.

Tuttavia, al momento l’Unione Europea sembra ritenere che i progressi nei negoziati sulle auto ibride siano molto vantaggiosi per l’Europa, tanto da voler estendere tale approccio ad altri settori, tra cui l’industria chimica, quella delle materie plastiche e così via. Riguardo a questo fenomeno, per cui da un lato si ottengono determinati risultati nei negoziati e dall’altro si alzano immediatamente la posta in gioco, chiediamo innanzitutto a Xianglong di esprimere la sua opinione: secondo te, come reagirà l’Unione Europea di fronte al continuo aumento del deficit commerciale con la Cina?

Tang Xianglong: A dire il vero, se si considera esclusivamente la struttura del commercio tra Cina ed Europa, se fossi al posto di paesi europei influenti come la Germania o la Francia, o se ricoprissi un ruolo come quello di von der Leyen alla Commissione europea, anch’io sarei molto preoccupato e riterrei che si tratti effettivamente di un problema. Infatti, non si tratta solo di una questione strutturale: il disavanzo commerciale tra Cina ed Europa sta crescendo rapidamente, con evidenti ripercussioni negative sui prodotti chiave europei; è quindi naturale che l’Europa cerchi di mitigare questa situazione.

Dal punto di vista della logica dei negoziati economici e commerciali bilaterali, la parte che ricorre al protezionismo è spesso quella che si trova in una posizione di svantaggio nella competizione tra industrie tecnologiche, che si manifesta sotto forma di scambi commerciali. I settori chiave dell’Europa sono ormai in svantaggio; si noti che non si tratta di settori marginali, bensì del nucleo della sua struttura industriale, come l’industria chimica e quella automobilistica, che sono senza dubbio i tradizionali punti di forza di paesi europei come la Germania. Oggi questi settori sono in svantaggio e, nell’attuale contesto competitivo, non hanno alcuna possibilità di recuperare terreno. Pertanto, piuttosto che dire che l’Europa sta cercando di negoziare con la Cina, sarebbe più corretto affermare che sta implorando clemenza, sperando che la Cina possa mostrare indulgenza e concedere loro un po’ di respiro.

In occasione di questi negoziati, quando sono arrivati i rappresentanti europei, pensavamo che le trattative si sarebbero protratte per diversi giorni, con possibili discussioni accese e magari anche un secondo round, ma non è stato così. Fin dall’inizio, a prima vista, sembrava che entrambe le parti fossero soddisfatte e si è giunti rapidamente a un accordo reciprocamente accettabile. Ritengo che ciò indichi che le riflessioni di tutti si siano ormai distaccate dalla superficie della concorrenza industriale e commerciale, per concentrarsi essenzialmente su questioni di struttura strategica.

Ciò è evidente sotto due aspetti: da un lato, se si considera la Cina odierna, sebbene l’Occidente tenda a descriverla in termini di cosiddetto “eccesso di capacità produttiva”, perché mai i prodotti di esportazione principali della Cina stanno riscuotendo un successo così travolgente? Perché la capacità tecnologica dell’industria cinese ha ormai raggiunto livelli di eccellenza all’avanguardia; in passato forse non rappresentava una minaccia per i cosiddetti paesi industrializzati avanzati, ma oggi proprio questi ultimi sono quelli che subiscono maggiormente la pressione competitiva della Cina.

In secondo luogo, poco prima che la Merkel lasciasse l’incarico, durante i negoziati tra la Cina e l’Europa sull’accordo globale sugli investimenti, la Cina si è subito dichiarata disposta a promuoverne l’approvazione; questo mi ha fatto pensare che la Cina abbia una visione ponderata nei confronti dell’Europa, che va oltre le questioni economiche e commerciali e raggiunge un livello strategico. In questa occasione, credo che la Cina abbia trasmesso all’Unione Europea l’impressione che sia un interlocutore con cui si possa dialogare. La Cina non ha posto ostacoli eccessivi all’Europa. Questa buona volontà manifestata nei confronti dell’Unione Europea mi ha ricordato l’atteggiamento della Cina durante i negoziati sull’accordo globale sugli investimenti tra Cina ed Europa di allora.

La forza industriale attuale della Cina è sotto gli occhi di tutti: nel 2025 la produzione industriale cinese rappresenterà il 34% del totale mondiale. Di che livello si tratta? Se si sommano tutti i paesi del G7, con gli Stati Uniti in testa, si ottiene all’incirca questa cifra, e la Cina potrebbe addirittura superarla di poco. Di questa quota, gli Stati Uniti rappresentano il 40-50% del G7; se si esclude gli Stati Uniti, i restanti paesi del G6, messi insieme, raggiungono una quota complessiva inferiore al 15%. Se si escludono anche Germania e Giappone, i restanti paesi – Italia, Francia e Regno Unito – raggiungono complessivamente solo il 3-4% circa.

Oggi, di fronte alla competitività travolgente dell’industria manifatturiera cinese, che in molti settori ha un vantaggio schiacciante, è quasi impossibile competere con la Cina, a meno che non ci si sieda a un tavolo per discutere seriamente con essa, innalzando le barriere all’accesso al mercato e utilizzando proprio l’accesso al mercato per attenuare l’impatto della concorrenza; l’Europa ha già intrapreso questa strada.

Un altro punto chiave di riflessione per la Cina è che i settori coinvolti, ovvero l’industria chimica e quella automobilistica, incidono sul consenso fondamentale che oggi esiste tra Cina e Europa: il globalismo. In materia di energia verde e riduzione delle emissioni di carbonio, infatti, Cina ed Europa condividono una posizione comune. Tuttavia, non sono sicuro che la Cina abbia colto questo sottinteso: ora che l’Europa sta gradualmente perdendo terreno nella competizione industriale, resta da vedere se avrà ancora la forza di continuare a perseguire l’efficienza energetica e la riduzione delle emissioni di carbonio, a sostenere lo sviluppo dell’industria delle energie verdi e a mantenere la rotta del globalismo. Questo è ormai un punto interrogativo. La Cina non può in alcun modo permettere all’Europa di abbandonare questa nave da guerra; per questo continuo a sostenere che, nell’osservare gli attuali negoziati economici e commerciali tra Cina e UE, piuttosto che concentrarsi su specifiche voci di prodotto, aliquote fiscali o limiti quantitativi all’accesso al mercato, sarebbe meglio riflettere sul motivo per cui questa volta la Cina dia l’impressione di essere più “disponibile al dialogo”: è proprio la riflessione strategica che sta dietro a questo atteggiamento ad essere davvero importante.

图片来源:中国金融四十人论坛(CF40)

Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Chen Fengxin: Vorrei porre una domanda anche al professor Xin Qiang. Come valuta questi negoziati economici e commerciali tra Cina ed Europa? Prima delle trattative, i politici europei, tra cui il presidente francese Macron e il cancelliere tedesco Merz, sembravano voler unire le forze per assumere una posizione più dura nei confronti della Cina, arrivando persino a mettere in conto una rottura delle relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Tuttavia, dopo aver raggiunto un consenso in brevissimo tempo, il passo successivo non è stato quello di consolidare i risultati ottenuti, bensì di discutere se estendere tali accordi ad altri settori industriali. Come valuta questo approccio europeo, che consiste nel continuare a combattere e allo stesso tempo inasprire la situazione?

Xin Qiang: Si tratta probabilmente di una strategia utilizzata da tutti i paesi nel corso dei negoziati; tuttavia, nei paesi occidentali, compresi quelli europei, i politici sono costretti a prendere posizioni rigide per ragioni di politica interna ed elettorale. Naturalmente, la possibilità di assumere toni duri e di agire con fermezza dipende dalla capacità e dalla forza di cui si dispone.

La Cina non ha mai amato particolarmente questo genere di cose, ed è per questo che, come vedete, continuiamo a ribadire la necessità di sostenere, approfondire ed espandere la globalizzazione, di continuare a sventolare la bandiera del libero scambio e di opporci al protezionismo. Nei negoziati con l’Europa, non usiamo mai parole dure a cuor leggero; ribadiamo costantemente la nostra disponibilità a sederci al tavolo delle trattative, a promuovere il continuo ampliamento degli interessi comuni tra Cina ed Europa, ad aumentare la torta e poi a pensare a come dividerla, anziché ricorrere a un gioco a somma zero in cui uno vince e l’altro perde.

Tuttavia, in passato gli Stati Uniti e l’Occidente sembravano ritenere che il loro modo di agire fosse piuttosto efficace, finché un giorno, trovandosi di fronte a un ostacolo insormontabile, si sono resi conto che questo tipo di retorica e di strategia negoziale, di fronte ad attori davvero potenti, spesso può portare a un’umiliazione o a mettere se stessi in una situazione molto imbarazzante. All’epoca, nonostante i dazi esorbitanti del 145% imposti da Trump, alla fine sono stati proprio gli Stati Uniti a ritirarsi con la coda tra le gambe, cercando una via d’uscita per raggiungere una tregua commerciale con la Cina.

L’Europa si è mai chiesta se possiede la stessa forza degli Stati Uniti? Quando la Cina usa toni decisi, l’Europa ha la stessa sicurezza degli Stati Uniti? Dispone delle stesse carte da giocare? È evidente che l’Europa non può assolutamente essere paragonata agli Stati Uniti. Se la Cina si comporta così nei confronti degli Stati Uniti, come potrebbe mai fare concessioni sostanziali di fronte alle minacce vuote dell’Europa?

Alcuni politici europei ed americani, per raccogliere voti e sostegno politico a livello nazionale, iniziano con dichiarazioni forti, rimandando a più tardi la questione della loro realizzabilità, perché chissà, magari tra qualche giorno non saranno più in carica: assumersi la responsabilità è un’altra storia, o magari non dovranno assumersela affatto. Non prendono minimamente in considerazione il danno che tali dichiarazioni possano causare alla popolazione del proprio Paese, né le perdite in termini di benessere e qualità della vita. Molti politici – e lo dico senza mezzi termini – sono politici senza scrupoli, che fondamentalmente approfittano di ogni singolo giorno in cui sono al potere; quando un giorno lasceranno la carica, lasceranno dietro di sé un disastro, ma tanto non è un problema loro, è un problema di chi verrà dopo di loro, e lui o lei non dovrà riflettere seriamente né assumersi alcuna responsabilità.

Nei negoziati commerciali tra Cina e Occidente, così come in ogni tipo di questione – che si tratti di politica, diplomazia o controversie sulla sovranità territoriale – gli Stati Uniti e l’Europa hanno sempre seguito lo stesso schema per anni; la Cina se ne è ormai abituata e ne ha compreso a fondo le dinamiche. La Cina ha delle carte da giocare? Certamente sì: se non le avesse, come potrebbe costringere gli Stati Uniti a cedere alla fine? E se la Cina volesse infliggere un duro colpo all’Europa, avrebbe delle carte da giocare? Certamente sì, e sarebbero persino molto più numerose di quelle che ha a disposizione contro gli Stati Uniti. Ritengo che i politici europei, purché dotati di conoscenze di base, ne siano ben consapevoli. Eppure ora l’Europa sta alzando la voce più di chiunque altro, ma cosa ha ottenuto realmente dalla Cina?

Quando diciamo che ogni mossa deve andare a segno, chiunque abbia un po’ di buon senso capisce la potenza della cosiddetta strategia cinese di “colpire il punto vitale”. Ad esempio, qualche giorno fa alcuni media hanno rivelato che un’azienda sconosciuta, forse addirittura ignota al grande pubblico, è in realtà un fornitore chiave delle litografiche ASML olandesi. Di fatto, se la Cina riuscisse a bloccare questa singola azienda, potrebbe interrompere completamente l’intera catena di approvvigionamento per la produzione delle litografiche. Quale paese potrebbe permettersi un costo del genere? L’Olanda sarebbe disposta a sopportarlo? L’Europa potrebbe sopportarlo? O addirittura il mondo intero? D’altra parte, dato che comunque non possiamo acquistare le litografiche di fascia più alta, stringervi un po’ il collo non avrebbe alcun impatto o danno reale per la Cina.

Naturalmente, noi non addetti ai lavori non possiamo comprendere nei dettagli e in modo così specifico questa strategia così precisa, ma credo che il Ministero del Commercio cinese, il Ministero degli Affari Esteri o le aziende interessate abbiano già analizzato a fondo queste questioni nel corso degli anni, individuando davvero il “punto debole”.

Ritengo quindi che l’Europa stia commettendo un errore strategico. Di fronte alle pressioni degli Stati Uniti, la scelta più saggia per l’Europa sarebbe quella di collaborare con la Cina e sedersi al tavolo delle trattative per discutere di come eliminare le barriere commerciali, ridurre quelle non tariffarie, promuovere la cooperazione economica tra Cina e Europa e contrastare insieme la “bastone tariffario” degli Stati Uniti, nonché le restrizioni commerciali, i controlli sulle esportazioni e altre misure di coercizione economica unilaterali.

Ma l’Europa ora non è così. Da un lato nutre risentimento nei confronti degli Stati Uniti, ma non può fare altro che piegarsi; dall’altro, cerca di scaricare il danno subito sulla Cina, arrivando persino a esercitare pressioni su di essa per ottenere un risarcimento. Qual è il risultato finale? È proprio il doppio misto Cina-Stati Uniti. In futuro, lo spazio di manovra dell’Europa potrebbe ridursi sempre più, mentre i danni ai suoi interessi aumenteranno sempre di più. Naturalmente, questo potrebbe non essere così evidente nell’arco di tre o cinque anni, ma in futuro i cittadini europei, così come l’intero tessuto economico ed ecologico del continente, subiranno danni concreti.

Chen Fengxin: Vorrei intervenire. Sia Xiang Long che il professor Xin Qiang hanno sottolineato che i politici europei sono bravi a fare dichiarazioni forti, ma non sono in grado di agire con fermezza. Quando si tratta di negoziare sul serio, non riescono a separare le relazioni economiche e commerciali tra Cina ed Europa. Questo perché la dipendenza dell’Europa dalla Cina continentale non riguarda il mercato, ma i prodotti.

Vorrei innanzitutto esprimere la mia opinione personale: perché i politici europei sono così propensi a usare toni duri? Ritengo che ci siano due ragioni. In primo luogo, quando un’economia è in declino, è facile ricorrere al nazionalismo, cercare nemici all’esterno e attribuire i problemi interni alla malvagità dei nemici stranieri, nascondendo in questo modo le questioni che si devono risolvere. Si tratta di una situazione che si verifica in qualsiasi economia in declino: è così negli Stati Uniti e lo è ancora di più in Europa. Il secondo motivo è la pressione degli elettori: poiché le elezioni si tengono a intervalli regolari, i politici devono fare i conti con le pressioni esercitate dai diversi gruppi di interesse che rappresentano i vari settori industriali. Attualmente, vedendo la crescita vertiginosa delle auto ibride nella Cina continentale, il settore europeo delle auto elettriche è sottoposto a una pressione enorme, e per questo motivo i politici sperano di poter dare una risposta adeguata.

Ma quale sarà il risultato effettivo? Parlo innanzitutto dei negoziati sul commercio e gli investimenti tra Cina ed Europa: cosa ha ottenuto l’Europa? Ha ottenuto che la Cina continentale acconsentisse a non far crescere così rapidamente il segmento delle auto ibride, in modo da dare all’Europa il tempo di adeguarsi; allo stesso tempo, la Cina può aumentare gli investimenti diretti nei veicoli elettrici in diversi paesi europei. In questo modo, sia i veicoli elettrici che quelli ibridi di marchi cinesi prodotti in Europa non avranno bisogno di ricorrere ai contingenti tariffari. Ritengo quindi che la Cina continentale abbia chiarito la propria posizione: anche lo stabilimento BYD in Ungheria ha già iniziato a effettuare le spedizioni e potrà aumentare le consegne di questo tipo di veicoli senza ricorrere ai contingenti tariffari.

Ho però notato una cosa, su cui bisognerà prestare attenzione in futuro quando l’UE renderà noti i dettagli, poiché la Cina continentale ha sempre sottolineato la necessità di rispettare le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) e di attenersi al principio di non discriminazione. Pertanto, i contingenti tariffari per le auto ibride non possono riguardare solo la Cina continentale, ma devono essere applicati a livello mondiale. Poiché i contingenti cresceranno in modo ordinato sulla base del valore delle esportazioni del 2025, mi chiedo: quale sarà il contingente tariffario che il Giappone potrebbe ottenere?

E cosa ha ottenuto in cambio la Cina continentale? Ha ottenuto gli inverter, un aspetto che forse è sfuggito all’attenzione di molti. Inizialmente l’Europa vietava ai produttori della Cina continentale di esportare nell’Unione Europea, ma ora l’Unione Europea si dice disposta a negoziare, il che ha un che di “scambio alla pari”. Pertanto, se in futuro dovessero introdurre restrizioni di questo tipo anche per i settori chimico e delle materie plastiche, credo che, in primo luogo, il principio di non discriminazione sarà sicuramente rispettato, come deve essere in tutto il mondo; in secondo luogo, ritengo che la questione verrà gestita secondo il principio “prodotto per prodotto”.

Perché si dice che questi leader dell’Unione Europea non siano affatto in grado di prendere decisioni difficili? C’è una cosa che mi ha colpito profondamente: un articolo del “Financial Times” di Londra, che raccoglieva numerosi dati economici e commerciali tra Cina e Europa, menzionava alcuni settori chiave, come quello dei veicoli elettrici, dell’industria automobilistica, dei macchinari e della chimica, in cui le esportazioni dalla Cina continentale verso l’Unione Europea registravano una crescita molto rapida. Ciò che però non viene notato è che la loro competitività è aumentata proprio grazie all’utilizzo di componenti a monte e materie prime provenienti dalla Cina continentale. La catena di approvvigionamento a monte proveniente dalla Cina continentale offre infatti prodotti di alta qualità a prezzi competitivi, e a parità di qualità non è possibile trovare alternative più economiche. In realtà, la Banca centrale europea ha condotto uno studio secondo cui, dal 2000 al 2022, la catena di approvvigionamento di prodotti intermedi provenienti dalla Cina continentale ha determinato un aumento della produzione industriale nei settori europei correlati pari a circa 0,6 punti percentuali. Poiché il ritmo di crescita della produttività in Europa è molto lento, un aumento di 0,6 punti percentuali rappresenta un incremento davvero significativo.

L’ultima cosa che vorrei sottolineare è: il fatto che i politici europei usino toni duri ma non siano in grado di agire con fermezza potrebbe danneggiare l’Europa? A prima vista, le loro azioni concrete sembrano piuttosto pragmatiche, ma ritengo che comunque ci sia un danno. In che senso? Questo atteggiamento anestetizza l’opinione pubblica, impedendole di affrontare realisticamente il fatto che la propria competitività sta calando. Tuttavia, per ingraziarsi gli elettori, i politici europei non vogliono affrontare i profondi problemi interni e scaricano tutta la colpa all’esterno. Il risultato è che guadagnano un po’ di tempo, ma una volta ottenuto, non attuano alcuna riforma strutturale al loro interno.

L’esempio più evidente risale al settembre 2024, quando la Commissione europea ha incaricato l’ex presidente della Banca centrale europea ed ex primo ministro italiano Draghi di presentare un rapporto su come migliorare la competitività europea, in cui erano elencate 383 azioni da intraprendere. Ogni volta che parlo con amici esperti di economia europea, tutti concordano sul fatto che il rapporto Draghi colga effettivamente nel segno rispetto alle attuali esigenze dell’Europa; tuttavia, a distanza di oltre due anni, solo il 15% circa delle misure è stato effettivamente attuato, mentre le altre sono state accantonate. Ritengo quindi che, in questa situazione, in una prospettiva a lungo termine, il futuro dell’Europa sia effettivamente motivo di maggiore pessimismo.

Vorrei quindi rivolgere una domanda a entrambi: recentemente abbiamo assistito a proteste in Francia che si sono trasformate in rivolte, con atti di violenza, distruzione e saccheggi, e che si sono poi estese all’Italia, al Belgio, al Portogallo e persino all’Albania. Quindi, come abbiamo appena accennato, cosa sta succedendo all’economia europea? E alla competitività europea? Gli elettori accetteranno questo modo di agire, che consiste nell’esternalizzare tutti i problemi ad altri paesi?

图片来源:中国金融四十人论坛(CF40)

Fonte dell’immagine: Forum dei 40 esperti finanziari cinesi (CF40)

Tang Xianglong: Questo è al massimo un palliativo. L’Europa sta attualmente affrontando problemi molto gravi di integrazione interna, fallimenti di governance e fallimenti politici. Le rivolte come quelle che si verificano in Francia stanno diventando sempre più frequenti e non sono più semplici azioni di piazza volte a sostenere una determinata rivendicazione politica. Le proteste di piazza a cui assistiamo oggi non hanno più alcuna rivendicazione specifica; gli atti di violenza e i comportamenti criminali della folla stessa hanno ormai superato di gran lunga i limiti consentiti da un’azione di protesta.

Parigi sta bruciando, la Francia sta bruciando, e questo probabilmente è uno shock per i principali paesi europei. La Francia, dopotutto, è una grande potenza continentale, nonché il paese europeo che più di ogni altro sottolinea la propria sovranità politica, riuscendo in questo meglio persino di paesi come la Germania. Tuttavia, ora che i fallimenti della sua governance sono venuti alla luce, Macron sembra ormai impotente di fronte alla situazione. Allo stesso tempo, lo scontro tra destra e sinistra che emerge attualmente nei sondaggi politici francesi non lascia quasi più spazio alla sopravvivenza di una posizione politica come quella di Macron. In altre parole, se non fosse per il fatto che è il presidente in carica eletto a suo tempo, nell’attuale contesto politico non ci sarebbe spazio né per la figura di Macron né per la sua linea politica. Possiamo sostanzialmente prevedere che, una volta terminato il suo mandato, la posizione di centro-sinistra da lui rappresentata verrà probabilmente messa da parte in breve tempo.

Al momento, la preoccupazione maggiore per l’Europa è che questa situazione di disordine possa diffondersi ulteriormente. La maggior parte dei paesi è ora in preda alla paura, temendo che le proteste possano estendersi. Ma si diffonderanno davvero? Ritengo di sì, poiché sussistono le condizioni per farlo: questi problemi riguardano la Francia, ma anche altri paesi dell’Unione Europea.

Pertanto, di fronte alla situazione attuale in Francia, questi paesi europei manifestano in generale un atteggiamento di compassione, cautela e timore, ritenendo che la situazione sia ormai sul punto di sfuggire al controllo. Ecco perché oggi Macron viene paragonato a Luigi XVI: si pensa che sia destinato alla ghigliottina, oppure che si tratti della fine della Francia.

Per la Cina, è importante evitare di diventare il capro espiatorio dell’attuale caos europeo nell’opinione pubblica: è questo che la Cina deve tenere in guardia. Oggi tutti sanno che i problemi europei sono legati all’economia; sia dal punto di vista soggettivo che oggettivo, la Cina rischia di diventare il capro espiatorio dell’attuale confusione europea, e non è detto che si riesca a sfuggire a questo destino solo perché lo si desidera. Ritengo che, alla fine, in Europa si leveranno alcune voci che punteranno il dito contro la Cina. Tuttavia, un aspetto relativamente favorevole per la Cina è che le forze di destra attualmente in ascesa in Europa sono generalmente ben disposte nei confronti della Cina, il che le distingue nettamente dalla destra tradizionale e istituzionalista.

Chen Fengxin: Le proteste in Europa si stanno diffondendo molto rapidamente: questo effetto a catena è destinato a durare? Si tratta certamente di una questione economica, ma quali ripercussioni potrebbero avere queste proteste sulla politica interna europea o sulla politica globale?

Xin Qiang: Credo che questa tendenza al diffondersi sia destinata a continuare, soprattutto se consideriamo che in molti paesi in via di sviluppo si stanno verificando fenomeni come la cosiddetta “Primavera araba” o le “rivoluzioni colorate”. Se le potenze statunitensi ed europee non fossero dietro le quinte a fomentare questi movimenti, o addirittura a promuovere cambiamenti di regime, ritengo che tale rabbia e malcontento, comprese eventuali forme di protesta violenta più estreme, pur diffondendosi, non produrrebbero alcun risultato politico concreto, né offrirebbero soluzioni realmente efficaci ai problemi strutturali a livello economico e sociale.

In realtà, che si tratti di proteste o di malcontento, in Europa non si è mai smesso di vederli da decenni. Ma cosa succede dopo un’ondata di proteste, dopo che si è dato sfogo alla violenza e ai saccheggi? Quale problema è stato risolto? Se davvero alcuni problemi potessero essere risolti con questo tipo di comportamenti, l’Europa non sarebbe arrivata al punto in cui si trova oggi, non ci sarebbero proteste violente continue e impossibili da fermare, e naturalmente non ci sarebbe nemmeno la cosiddetta ascesa delle forze di estrema destra.

In realtà, “estrema destra” è un’etichetta che l’Europa ha affibbiato loro. Ma se consideriamo il sistema tradizionale degli Stati-nazione, ovvero il cosiddetto sistema di Westfalia, le cosiddette rivendicazioni dell’estrema destra non sono altro che le classiche rivendicazioni di interesse degli Stati-nazione. Una volta etichettati come «estrema destra», si crea immediatamente l’impressione che si tratti di demoni o fantasmi, come se tutte le loro rivendicazioni fossero irragionevoli, persino estremiste, eretiche e dannose per gli interessi nazionali; votare per loro significherebbe avere una macchia morale. Ritengo che questo sia di per sé un modo di esercitare il controllo sul discorso pubblico, che porta a distorsioni politiche.

Attualmente queste cosiddette forze di estrema destra stanno emergendo con grande rapidità e la loro influenza è in continua espansione. A ciò si accompagna un fermento dell’opinione pubblica, in cui si concentra in particolare l’insoddisfazione per le numerose teorie e politiche attuate negli anni dal sistema politico tradizionale. Ritengo quindi che ogni fenomeno segua un processo di transizione dalla quantità alla qualità. L’Europa è giunta a questo punto? Credo che sia ancora troppo presto per dirlo, ma anche se non dovesse accadere oggi o domani, sicuramente accadrà dopodomani o in un futuro non troppo lontano: finché questi problemi non saranno risolti, prima o poi quel giorno arriverà.

Come possiamo vedere, in molti paesi europei – come hanno appena menzionato il fratello Xianglong e il conduttore, riferendosi alla Francia – le proteste non si sono mai fermate in questi anni. Se dovessimo usare un’espressione che in rete in Cina potrebbe risultare poco educata, come definiremmo queste proteste? In realtà si tratta di rabbia da incompetenza. Si prova rabbia e forte insoddisfazione, ma cosa si può fare? E quali risultati concreti si ottengono? A parte qualche teppista che magari ruba due iPhone da un negozio di lusso o si arricchisce con una borsa di Chanel, si riesce davvero a risolvere i problemi sociali? Riusciranno davvero a far cambiare ai politici al potere le politiche errate attualmente in vigore? Riusciranno a spingerli ad affrontare con la determinazione di chi è disposto a tagliarsi un braccio i problemi che tutti vedono chiaramente? A mio avviso, almeno nell’ambito dell’attuale sistema politico europeo, temo sia difficile sperare che si crei una dinamica del genere in un singolo Paese, figuriamoci in più Paesi o addirittura in tutta Europa. Pertanto, al momento, temo che la gente comune in Europa non abbia altra scelta se non quella di scendere in piazza a distruggere, saccheggiare e sfogare la propria insoddisfazione.

In fin dei conti si tratta solo di un governo eletto tramite voto: spesso oggi si vota per la sinistra, domani per la destra; oggi è così, domani è così. Il avvicendamento dei partiti al potere non è certo una novità, ma i problemi accumulati sono stati davvero risolti? No. Credo che questo schema fisso, che si potrebbe addirittura definire ormai radicato, continuerà a ripetersi in Europa: non solo in Francia, ma in tutti i paesi, compresa la Germania.

A dire il vero, anche se la cosiddetta estrema destra dovesse salire al potere, ad esempio in Germania o in altri paesi — se guardiamo alla situazione degli ultimi due anni, come nel caso dell’Ungheria, che negli anni precedenti era stata etichettata come estrema destra, oggi il vento è cambiato. Questo cambiamento è davvero un bene o un male per l’Ungheria? Se l’estrema destra salisse al potere in Germania, sarebbe un bene o un male per il Paese? E se anche in Francia ci fosse un cambio di governo, sarebbe un bene o un male? Temo che, anche se ci fosse un cambio di governo, di persone o di partiti, i mali cronici accumulati nel corso di decenni non potrebbero essere risolti in breve tempo. A quel punto, assisteremmo solo a una nuova ondata di proteste che si ripetono nelle strade.

Serbia, un dopo elezioni turbolento. Con Chiara Nalli

Su Italia e il Mondo: Si Parla del dopo elezioni in Serbia dall’esito univoco, ma dalle conseguenze alquanto oscure. Dietro l’entusiasmo giovanile si nascondono trame oscure, ma collaudate, che traggono origine dagli ambienti europei comunitari e trovano alimento in una borghesia emergente distante dalla effettiva difesa degli interessi nazionali che afferma di voler sostenere. Un equivoco e una ambiguità che renderà incerto l’esito dello scontro politico che si prospetta sempre più violento. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

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L’aumento dei costi per il conflitto di Hormuz grava sulle casse dello Stato americano, mentre si profilano nuove minacce di guerra, di Simplicius

L’aumento dei costi per il conflitto di Hormuz grava sulle casse dello Stato americano, mentre si profilano nuove minacce di guerra.

Simplicius 30 ottobre
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Con l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, Trump si è dato da fare a insinuare un rinnovato attacco all’Iran. Durante i recenti comizi, ha minacciato di “fare un torto all’Iran” come non se ne sono mai visti:

In modo assurdo, pur affermando che l’Iran “non può e non avrà un’arma nucleare”, sostiene poi che tale capacità è ora “sepolta sotto migliaia di tonnellate di roccia”. La domanda logica che ne consegue è: perché, allora, la necessità di ulteriori attacchi? È la solita contraddizione.

Il Wall Street Journal riporta che l’operazione di salvataggio di Hormuz, condotta dagli Stati Uniti, costa ora ai contribuenti americani la cifra esorbitante di 2-3 miliardi di dollari al mese per il suo mantenimento:

https://www.wsj.com/politics/national-security/inside-the-us-militarys-open-ended-mission-to-keep-gulf-oil-flowing-0f4cbbc4

Attualmente gli Stati Uniti hanno 50.000 soldati e 20 navi della Marina impegnati in Medio Oriente, e il Congressional Budget Office stima che il conflitto costi agli Stati Uniti dai 2 ai 3 miliardi di dollari al mese, poiché il Pentagono consuma munizioni, carburante per aerei e rifornimenti per sostenere le proprie operazioni.

Secondo un nuovo rapporto del Congressional Budget Office , il costo totale del conflitto armato con l’Iran finora ha superato i 38 miliardi di dollari, cifra che non include nemmeno gli altri costi accessori generati indirettamente dalla guerra:

Costi operativi, logistici e di mantenimento del Dipartimento della Difesa.

Secondo le stime del CBO, al 1° agosto 2026 il conflitto armato con l’Iran è costato al Dipartimento della Difesa circa 38 miliardi di dollari. Tale importo comprende i costi di sostituzione delle munizioni esaurite e delle attrezzature perse in battaglia, l’aumento delle ore di volo, altre operazioni e l’incremento dei costi del carburante.

Questi costi in continua e spropositata servono tutti a promuovere l’agenda politica di Trump, secondo cui gli Stati Uniti “controllano” Hormuz e facilitano senza problemi il transito di energia globale. In realtà, questa narrazione continua a presentare diverse incongruenze.

Reuters riferisce che l’Iran ha continuato a trasportare silenziosamente gas e carburante per aerei attraverso lo stretto di Hormuz, nonostante il controllo “ferreo” esercitato dagli Stati Uniti su tale area.

Un’analisi condotta dal gruppo di pressione statunitense United Against Nuclear Iran (UANI), che monitora il traffico di petroliere legate all’Iran utilizzando il tracciamento navale e satellitare, mostra che almeno otto navi cisterna che trasportano GPL iraniano hanno lasciato il Golfo dell’Oman da metà luglio.

Un’altra petroliera che trasportava carburante per aerei iraniano ha raggiunto il Myanmar a settembre, come dimostrano ulteriori immagini satellitari e analisi del gruppo di intelligence marittima SynMax.

Un’analisi di Reuters sulle navi e sulle sanzioni imposte dal Dipartimento del Tesoro statunitense ha rivelato che sei delle otto navi cisterna per gas e la nave cisterna per carburante per aerei sono soggette a sanzioni statunitensi per il trasporto di prodotti petroliferi e petrolchimici iraniani.

Allo stesso tempo, Bloomberg scrive che l’amministrazione Trump sta procedendo alla legittimazione delle petroliere della precedente flotta “ombra”:

L’amministrazione Trump sta consentendo alle petroliere soggette a sanzioni di avviare una procedura per poter iniziare a trasportare legalmente petrolio greggio , ha dichiarato il segretario all’Energia degli Stati Uniti, Chris Wright.

Gli investitori propongono di acquistare petroliere inattive soggette a sanzioni, ristrutturarle e utilizzarle per trasportare petrolio non soggetto a sanzioni, ha dichiarato Wright lunedì durante un evento di Citadel Securities a New York.

“Sposteremo alcune navi da quella che io chiamo la ‘flotta dei cattivi’ alla ‘flotta dei buoni'”, ha detto Wright. “Non trasporteranno più petrolio soggetto a sanzioni.”

La vicenda rivela che dietro le quinte le cose non sono così semplici come sembrano. Abbiamo scritto più volte di accordi segreti e strette di mano sottobanco che permettono a diversi prodotti energetici di attraversare lo stretto, nonostante le affermazioni di “blocchi”.

L’amministrazione è costretta a giocare su due fronti: da un lato, Trump ha bisogno dell’immagine di un blocco efficace e “inattaccabile”, dall’altro ha disperatamente bisogno che l’energia continui a fluire per sostenere l’economia in difficoltà alla vigilia delle importantissime elezioni di medio termine.

Naturalmente, secondo Trump, va tutto bene:

Mentre il Presidente degli Stati Uniti si dibatte con il suo trito e ritrito gioco di prestigio, l’Iran ha consolidato la sua posizione di egemone regionale, ereditata a seguito dello storico errore militare di Trump.

Il 26 ottobre, rappresentanti di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia sono giunti a Teheran per importanti colloqui. Tra questi figuravano il Capo di Stato Maggiore del Pakistan, Asim Munir, il Ministro della Difesa dell’Arabia Saudita, Khalid bin Salman, e il capo dell’agenzia di intelligence turca (MIT), Ibrahim Kalin.

Notizie quotidiane dall’Iran@DailyIranNews Alti funzionari di Iran, Pakistan, Turchia e Arabia Saudita posano per una foto di gruppo durante il loro incontro quadrilaterale a Teheran. L’Iran è il pacificatore in Medio Oriente e l’UNICA potenza egemone nella regione. BENVENUTI NELL’ERA DELLA PERSIA! 23:13 · 26 ottobre 2026·17.300 visualizzazioni26 risposte·97 condivisioni·504 Mi piace

Il quadro era inequivocabile. La guerra ha dimostrato che l’Iran si sta affermando come il centro di potere per eccellenza del Medio Oriente, dove le grandi potenze delle nazioni periferiche sono costrette a inchinarsi.

L’incontro è stato ospitato, in particolare, dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, Mohsan Rezaei, che è emerso come una figura chiave in Iran agli occhi degli Stati Uniti:

Giuseppe Haboush@jhaboush L’intelligence statunitense ha concluso che Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader delle Guardie Rivoluzionarie, è il nodo centrale del regime e collabora strettamente con i funzionari che sovrintendono all’economia iraniana. 02:45 · 30 ottobre 2026·120.000 visualizzazioni51 risposte·29 condivisioni·153 Mi piace

Il Washington Post scrive che la Casa Bianca sta corteggiando Rezaei nella speranza che diventi l’ influente funzionario iraniano in grado di porre fine al conflitto. JD Vance si è impegnato personalmente per ottenere un incontro con il nuovo e influente personaggio iraniano.

https://www.washingtonpost.com/opinions/2026/10/29/white-house-sees-an-iranian-hard-liner-best-hope-peace/

Con l’aumentare del rischio di un rinnovato conflitto con l’Iran, il vicepresidente JD Vance ha inviato un messaggio al leader ultraconservatore di Teheran. dicendo che È pronto a incontrarlo personalmente per discutere una soluzione negoziata alla guerra.

La scorsa settimana Vance ha inviato una lettera a Mohsen Rezaei , segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano ed ex leader del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. La lettera e il suo intento mi sono stati descritti da un funzionario statunitense a conoscenza dei negoziati. Il messaggio è stato reso pubblico per la prima volta dal Wall Street Journal.

La tempistica è intrigante: arriva subito dopo che Rezaei ha ospitato importanti leader militari e dell’intelligence mediorientale, il che suggerisce che l’amministrazione Trump sia diventata preoccupata e invidiosa della crescente influenza e del potere dell’Iran, e sia disperata di intervenire estorcendo risposte su cosa sia stato discusso e concordato direttamente dal padrone di casa.

Una delle principali preoccupazioni per gli Stati Uniti è stata senza dubbio l’ annuncio che uno dei punti focali dell’incontro fosse l’enfasi sul fatto che la sicurezza regionale dovrebbe essere gestita endogenamente dagli stessi membri della regione:

Teheran, IRNA – Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC), Mohsen Rezaei, ha dichiarato che una riunione quadrilaterale tenutasi a Teheran, alla quale hanno partecipato alti funzionari di Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, ha sottolineato la necessità di garantire la sicurezza in Medio Oriente dall’interno della regione, senza interferenze straniere.

Come segnale chiaro e inequivocabile rivolto agli Stati Uniti, rappresenta il declino dell’influenza americana agli occhi delle potenze mediorientali, che hanno assistito in prima persona al fallimento dell’America nell’imporre la propria volontà al gigante iraniano nello Stretto di Hormuz.

In una lettera inviata direttamente a Rezaei, Vance descrive l’ex leader delle Guardie Rivoluzionarie come l’unico uomo in grado di promuovere un accordo per fermare il programma nucleare iraniano – lo stesso che Trump ha seppellito sotto migliaia di tonnellate di roccia – e si dice che sia tra le poche persone in costante contatto con l’enigmatica Guida Suprema Mojtaba Khamenei:

L’iniziativa di Vance riflette la convinzione dell’amministrazione Trump che Rezaei sia il punto di contatto essenziale a Teheran e l’unica persona in grado di costruire un consenso attorno a un accordo per fermare il programma nucleare. Funzionari dell’intelligence statunitense ritengono che Rezaei sia in contatto regolare con la Guida Suprema Mojtaba Khamenei e che i due abbiano comunicato negli ultimi giorni , da quando è stata ricevuta la lettera di Vance. Se dovesse aver luogo un incontro, ha affermato il funzionario statunitense, i luoghi più probabili sarebbero Istanbul o Doha, in Qatar.

Non sorprende che l’articolo del Washington Post sottolinei come dietro l’urgenza si celi la convinzione degli Stati Uniti che la finestra di pace “potrebbe chiudersi” a causa delle pressioni israeliane per un’ulteriore escalation militare. Leggendo tra le righe, si comprende appieno la situazione: l’atto disperato e senza precedenti di Vance di contattare direttamente un ex capo delle Guardie Rivoluzionarie per un incontro personale ha lo scopo di prevenire quella che sa essere un’imminente provocazione israeliana che trascinerebbe ancora una volta gli Stati Uniti in una disastrosa continuazione della guerra.

La Casa Bianca ritiene che la finestra di opportunità per raggiungere un accordo senza un ritorno alla guerra si stia chiudendo. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu spinge per un cambio di regime come unica via “per eliminare questa minaccia una volta per tutte”. Dopo l’inaspettata e forte performance alle elezioni di martedì, Netanyahu conserva un ruolo decisivo in Israele. Il Presidente Donald Trump ha affermato di voler “portare a termine il lavoro” in Iran e il Pentagono sta intensificando l’invio di truppe nella regione. Ma è chiaro che Trump e Vance preferiscono un accordo pacifico a un nuovo conflitto.

In sintesi: gli Stati Uniti sono ora ricorsi a supplicare le Guardie Rivoluzionarie per un accordo al fine di tenere a bada l’avanzata israeliana, poiché non hanno il potere di limitare il controllo di Israele sul governo e sulla politica statunitensi.

La nuova campagna di attacchi, appena promessa, sarà probabilmente la più debole e meno efficace di tutte. Questo perché, a questo punto, le vanterie di Trump sono diventate inversamente proporzionali alle capacità del suo esercito, dato il degrado storico che il conflitto ha inflitto alle forze armate.

Mario Nawfal@MarioNawfal L’esercito statunitense ha spostato un’enorme quantità di equipaggiamento in Medio Oriente. Un’analisi di Hunterbrook traccia circa 193 voli cargo C-17 e C-5M dell’aeronautica statunitense nella regione tra il 29 settembre e il 29 ottobre. La base aerea di Ramstein in Germania ha… 21:17 · 30 ottobre 2026·48.300 visualizzazioni32 risposte·99 condivisioni·379 Mi piace

Oltretutto, l’Iran ha ricostituito gran parte di ciò che era andato perduto durante la guerra e ora ha una comprensione molto più approfondita delle tattiche statunitensi. Gli Stati Uniti si trovano anche in una situazione di grave svantaggio rispetto al primo conflitto, avendo perso ingenti risorse regionali sotto forma di basi, nodi di comando e controllo, installazioni radar, droni ISR ​​(Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) e morale delle truppe. Di fatto, la capacità degli Stati Uniti di colpire in profondità all’interno dell’Iran è ora messa in discussione, soprattutto dopo l’esaurimento delle principali munizioni a lungo raggio. Qualsiasi attacco futuro probabilmente continuerebbe a concentrarsi su installazioni costiere insignificanti e grandi infrastrutture civili come le centrali elettriche, che possono essere colpite anche da munizioni economiche a bassa precisione come il drone “Lucas”, una copia dello Shahed.

Ecco perché continuano a circolare voci secondo cui, al di là delle apparenze, gli Stati Uniti starebbero segretamente chiedendo all’Iran il permesso di colpire obiettivi strategici senza subire ritorsioni:

Il rapporto Hormuz@HormuzReport ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore. Ghoroghi ha scritto che… 02:01 · 17 ottobre 2026·672.000 visualizzazioni169 risposte·487 condivisioni·2.720 Mi piace

ULTIM’ORA: Secondo quanto riportato dal giornalista iraniano dell’IRIB Morteza Ghoroghi, l’amministrazione Trump avrebbe chiesto all’Iran il permesso di colpire Pickaxe Mountain senza ritorsioni, con Donald Trump intenzionato a lanciare attacchi contro l’Iran entro le prossime 24 ore.

Ghoroghi ha scritto che “l’America ha chiesto all’Iran di permettere un attacco a Pickaxe Mountain senza reagire”.

Se, come previsto, gli Stati Uniti riprenderanno un massiccio attacco contro l’Iran dopo le elezioni di metà mandato, si tratterà probabilmente di una messa in scena ancora più imponente di prima, il cui scopo sarà quello di permettere a Trump di segnalare una “vittoria” che gli consentirà di salvare la faccia e di uscire dalla guerra.


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La versione di Milei, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA VERSIONE DI MILEI

Il discorso del Presidente argentino Javier Milei a Madrid colpisce perché, anche se agli “addetti ai lavori” alcune affermazioni che sorprendono il grande pubblico sono note, l’essere sostenute da un politico apicale è sicuramente insolito.

In primo luogo rivendicare la genealogia del liberalismo più in Spagna che in Gran Bretagna. Il ruolo dei pensatori spagnoli, e in particolare della c.d. Seconda Scolastica nella modernità è stato spesso sottovalutato. Ma è un fatto che l’apporto di Francisco Suarez al diritto internazionale moderno non è secondo a nessuno, così come quello della Scuola di Salamanca nell’economia e nel diritto moderno è notevole. Parimenti il termine “liberale” per designare chi  lotta contro un potere se non tirannico, quanto meno, assoluto, nacque nella Corte di Cadice, in Spagna, durante la restaurazione.

Per cui dove il potere è “arbitrario, tirannico e liberticida che nasce e cresce la risposta liberale” afferma il Presidente argentino (lo sappiamo noi italiani, sudditi della Seconda Repubblica).

Così come correttamente sostiene Milei che malgrado il crescere delle democrazie liberali, nel loro seno sono proliferate nuove forme di tirannia, al servizio di politici e burocrati, per conculcare i diritti fondamentali; per cui occorre una costante vigilanza, Anche perché tartufescamente propagandano che l’alternativa al loro potere è l’abisso e la distruzione.

I liberali (veri, s’intende) sono la risposta dialettica all’abnorme crescita del potere pubblico. Come dice Milei, è successo in Argentina, primo paese a eleggere un Presidente liberale e libertario.

Ancor più decisamente di quanto espresso in altri casi simili, come ad esempio il noto discorso di Vance, il Presidente argentino sostiene che le idee che avversa non sono altro che “quelle dei nemici dell’Occidente, di coloro che vogliono fare di noi una civiltà morta… destinata ad essere conquistata o radicalmente eliminata”. Il tutto ipocritamente sostenuto con il richiamo a nobili cause (che causano risultati contrari alle “buone” intenzioni). I socialisti preferiscono “regnare nell’inferno piuttosto che servire in cielo” e sono capaci di trasformare qualsiasi cielo in un infermo.

Citando i risultati raggiunti usando la motosega, Milei consiglia di non rassegnarsi alla decadenza, e in particolare di non voltare le spalle alla politica; rinunciare a forgiare il destino di un popolo (che è questo il risultato della politica), significa imputridire nel declino.

Cos’ha di parzialmente diverso il discorso di Milei, specialmente (ma non solo) per gli italiani?

In primo luogo che non confonde, come tanti, i liberali veri con quelli sedicenti tali, che prosperano nei Talk-show, tutti pronti a difendere i diritti di piccole minoranze, mentre opprimono quelli di tutti (le proprietà soprattutto). Anzi li chiama socialisti: in effetti dati i risultati e il ricordo di quelli vecchi, sarebbe meglio ricondurli alla (larghissima) classe degli statalisti, o, ancor meglio, a quelli che,  come dice un detto spagnolo “buscan un lugar en el presupuesto” (cercano una nicchia nel bilancio dello Stato), chiaramente a carico di chi paga le imposte. Per i quali lo Stato non è l’istituzione per la protezione della comunità, ma, semmai, per quella dei governanti e del loro seguito.

Il Presidente argentino non è anti-globalista, diversamente da gran parte dei movimenti populisti: ha capito bene che l’avversario attuale dell’Occidente non è tanto la globalizzazione, quanto l’uso strumentale che ne viene fatto dalle élite decadenti e le idee che spesso esprimono. Le quali conservano questo stato di declino e di crescente debolezza della civiltà occidentale.

Teodoro Klitsche de la Grange

Discorso del Presidente Javier Milei al Forum sulla Nuova Economia 2026,
presso il Royal Casino Gran Círculo di Madrid
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Buongiorno a tutti. Innanzitutto, vorrei dire che questo è un luogo che mi riempie di
gioia perché è proprio qui che ho ricevuto il Premio Juan de Mariana, quindi per me è
una grande gioia.
Oltre alla gioia che provo per essere qui, desidero ringraziare Nueva Economía
Fórum e il suo Presidente, José Luis Rodríguez, per l’invito a parlare su questa
piattaforma, che ha ospitato tanti illustri leader mondiali. È un onore entrare a far
parte di questa lista. Desidero inoltre salutare le autorità presenti, gli ambasciatori e i
membri del corpo diplomatico, gli imprenditori e gli investitori che sono qui con noi, e i
nostri amici della stampa.
Come tutti sanno, la Spagna occupa un posto molto speciale nel mio cuore, sia
perché sono il Presidente dell’Argentina, sia perché sono un convinto libertario. In
qualità di Presidente dell’Argentina, ammiro la nazione spagnola perché ha portato la
civiltà occidentale nelle Americhe. Questa impresa civilizzatrice è, e dovrebbe
sempre essere, motivo di orgoglio per la Spagna, poiché ha donato a noi
latinoamericani le nostre istituzioni, la conoscenza, la religione, il progresso e
l’integrazione nel mondo.
Hanno collegato le Americhe a una tradizione profonda e senza pari nella storia
dell’umanità. Un lignaggio che inizia in Grecia, passa per Gerusalemme, fonda Roma
e si consolida in Europa attraverso il Cristianesimo. È un’eredità di amore per i valori,
per la scoperta, per le idee e, fondamentalmente, per la libertà nelle sue molteplici
forme. È un’eredità che cerca costantemente di elevare l’umanità al di sopra delle
condizioni a cui la natura la sottopone, consapevole dell’enorme sforzo e della
disciplina che ciò comporta.

In un altro episodio della nostra ricerca della libertà in America, guidata dall’Argentina
sotto il nostro eroe nazionale, il generale San Martín, la nazione cercò di definire il
proprio destino e determinò la propria indipendenza. Ma proprio per questo, ci
consideriamo eredi e beneficiari di quella grande impresa civilizzatrice, e per questa
ragione continuiamo a mantenere un legame profondo e stretto con la Spagna. Così

abbiamo accolto milioni di spagnoli in fuga dalla guerra e dalla carestia all’inizio del
XX secolo, e negli ultimi anni la Spagna ha accolto centinaia di migliaia di argentini
fuggiti dalla miseria e dalla mancanza di futuro, risultato del sinistro socialismo del
XXI secolo e della sua variante argentina, il kirchnerismo, di cui voi soffrite
regolarmente sotto il vergognoso dittatore Pedro Sánchez.
Oggi molti dei nostri amici, familiari e connazionali argentini vivono qui, e siamo grati
per il rifugio che ci hanno offerto quando il destino del nostro Paese sembrava cupo e
senza speranza. Sebbene questo non ci riempia di orgoglio, non ci rattrista
nemmeno, perché il nostro governo sta creando le condizioni affinché tutti gli
argentini desiderino tornare a casa. Per anni, molti hanno scelto di rimanere nel loro
Paese o di tornare dall’estero. Infatti, recenti studi dimostrano che sotto il governo
della condannata a morte, la regina del braccialetto elettronico, la corrotta Cristina
Fernández de Kirchner, quasi il 45% dei giovani voleva lasciare il Paese, con
Mauricio Macri questa percentuale è salita al 55%, con Alberto Fernández ha
superato il 70%, e oggi il numero di giovani che vogliono lasciare l’Argentina è sceso
al 25% e continua a diminuire. Quindi stiamo ricostruendo le fondamenta
dell’Argentina affinché i nostri giovani desiderino rimanere nel Paese.

Detto questo, apprezzo moltissimo anche la Spagna come paese libertario, e il
motivo è semplice: molti pensatori a me molto cari, come Hayek, Rothbard e Jesús
Huerta de Soto, considerano la Spagna la culla del liberalismo politico, un’ideologia il
cui obiettivo è portare la libertà nel mondo e la continuazione di quella grande
impresa civilizzatrice che fu la scoperta dell’America. Con il liberalismo, la libertà
stessa diventa il nome e la bandiera suprema.

Questo punto è molto interessante perché una delle scoperte di Murray Rothbard è
che le vere origini del liberalismo si trovano a Salamanca, in particolare nella Scuola
di Salamanca, ovvero in quella che conosciamo anche come la Scuola Scolastica. È
interessante anche perché uno dei più rinomati e importanti patrioti argentini della
nostra storia, Manuel Belgrano, studiò alla Scuola di Salamanca. Quindi, abbiamo
certamente delle buone ragioni per celebrare la Spagna come culla del liberalismo.
Pertanto, è un debito d’onore che avete verso il vostro stesso sangue cacciare i
socialisti, perché siete la culla del liberalismo.

In questo senso, addentriamoci un po’ nella storia: il termine “liberale”, come etichetta
politica, ha avuto origine alla corte di Cadice all’inizio del XIX secolo. Il termine
“liberale” si riferiva ai difensori delle libertà individuali contro gli assolutisti. Questi
ultimi credevano che tutto dovesse essere governato dalla volontà del monarca, cioè
dallo Stato. Gli assolutisti ritenevano che gli esseri umani non avessero diritti innati,
ma che i diritti dei sudditi fossero concessi come un dono dal potere politico. Alcuni
credono di possedere questi diritti anche se non sono imperatori, ma è importante
notare che per loro non si trattava di diritti inalienabili, bensì di concessioni
temporanee da parte del potere dominante. Sia la proprietà che la vita dei sudditi
erano a disposizione dello Stato, e qualsiasi resistenza all’autorità suprema era
considerata tradimento. Mentre le idee liberali hanno chiari antecedenti in grandi
autori come John Locke, il liberalismo politico in quanto tale è nato in questa nazione.
In altre parole, la prima volta che qualcuno ha alzato la voce contro il totalitarismo di
Stato, dichiarando “Io sono un liberale”, è stata proprio qui, in questo Paese. E non è
cosa da poco, perché le nazioni in cui la mancanza di diritti individuali, la tirannia e la
sottomissione al potere politico sono più diffuse sono proprio quelle in cui il
liberalismo diventa più necessario. Pertanto, laddove il potere diventa arbitrario,
tirannico e soffocante la libertà, la risposta liberale nasce e prospera.

Ma c’è chi sostiene che il liberalismo non sia più necessario perché ora abbiamo Stati
democratici che rispondono alla volontà popolare e una magistratura
presumibilmente indipendente, tra le altre cose. Il liberalismo avrebbe trionfato, no?
Non è così. La vittoria sulla tirannia è stata di breve durata, perché nuove forme di
tirannia sono presto emerse dall’interno della stessa democrazia liberale. Gli stessi
sistemi democratici hanno trovato il modo di pervertirsi, di allontanarsi dai loro
obiettivi originari e di diventare armi al servizio di politici e burocrati per calpestare i
diritti alla vita, alla libertà e alla proprietà. C’è un motivo per cui diciamo che il prezzo
della libertà è l’eterna vigilanza. Per fare un semplice esempio: la funzione originaria
del Congresso era quella di limitare le esorbitanti richieste di spesa del potere
esecutivo. In Argentina, l’anno scorso abbiamo assistito all’esatto opposto: un
Congresso che voleva costringerci a spendere soldi che non avevamo per mandare
in bancarotta lo Stato, in modo da costringerci ad aumentare le tasse o a rovesciare il
governo. In altre parole, la politica ha stravolto la funzione originaria del Congresso, e
l’istituzione è servita alla politica, non al popolo. Questo è solo uno dei modi in cui i

nostri diritti vengono calpestati ripetutamente da uno Stato che aspira all’onnipotenza
e all’onnipresenza.
Uno Stato che, a causa della sua struttura e delle sue dimensioni, ha smesso di
rispondere alle reali esigenze della popolazione, ovvero libertà e crescita economica.
Uno Stato che usa la democrazia come scudo contro le critiche, mentre cela
decisioni e procedure con cui nessuno sarebbe mai d’accordo. E lo so e lo dico
perché è ciò che abbiamo vissuto in Argentina. Abbiamo vissuto all’ombra di uno
Stato tirannico, ma senza nemmeno un monarca che si assumesse la responsabilità
di quella tirannia. È stata l’oppressione di innumerevoli uffici e burocrazie a
distruggere la vita delle persone, a distruggere l’economia, la salute e la moneta,
senza che nessuno fosse in grado di porre fine alla spirale discendente. E come se
non bastasse, hanno contemporaneamente manipolato la popolazione dicendo loro:
o loro o l’abisso e la distruzione, il che è sadismo da manuale.

E proprio perché siamo stati noi a vedere e a vivere questo percorso verso le sue
conseguenze estreme e disastrose, l’Argentina è stato il primo Paese al mondo a
eleggere un presidente libertario. Questo non accade in condizioni normali,
ovviamente. Perché in Argentina, sotto una falsa maschera di empatia e solidarietà –
lo sapete, vero? Sono quelli empatici, quelli che mostrano solidarietà, ma sempre con
gli altri, sapete. In altre parole, questo ci ha fatto vivere sotto un livello devastante di
oppressione e violenza, e ha richiesto una risposta di pari portata ma in direzione
opposta. Bene, eccomi qui, con i miei metodi, le mie idee e il mio impegno per la
libertà.

Ma ciò che è accaduto in Argentina non è stato un fenomeno isolato, sebbene forse
molto più rapido e evidente. Le idee che hanno disorientato gli argentini per così
tanto tempo sono idee oggi molto di moda in Europa e in tutto l’Occidente. Queste
idee non sono altro che quelle dei nemici dell’Occidente, coloro che vogliono
trasformarci in una civiltà morta. Vogliono trasformarci in una civiltà di musei da
visitare, non di nuove conquiste da conquistare. Una civiltà che si limita a conservare
ma non a scoprire. Vale a dire, sono idee destinate a farci stagnare e a condannarci,
a essere conquistate o completamente eliminate. Naturalmente, nessuno dei suoi
sostenitori ammette apertamente questo obiettivo al pubblico; non si nascondono
dietro nobili cause per cercare di ottenere il sostegno popolare e, quando qualcuno

ne fa notare le conseguenze, vengono denigrati dai media, dal mondo accademico e
persino dal sistema giudiziario. Un chiaro esempio è il cosiddetto Stato sociale. Chi
potrebbe opporsi al welfare se non una persona malvagia dal cuore marcio? Ebbene,
si scopre che espandere indiscriminatamente la spesa pubblica per fornire servizi
sociali può essere fatto solo aumentando drasticamente le tasse, indebitandosi o
stampando moneta. E questo ha un impatto diretto sulla crescita economica,
producendo stagnazione e rendendo gli Stati sempre più incapaci di mantenere le
proprie promesse.

Non solo, ma la stagnazione crea meno opportunità per i giovani, che vengono
rapidamente attratti da idee rivoluzionarie a causa della mancanza di prospettive
future. L’ironia è che sono proprio questi
rivoluzionari da poltrona – i partiti di sinistra di tutto il continente – i responsabili di
questa brutale stagnazione; è una situazione ideale per loro. Un altro chiaro esempio
è la questione dell’immigrazione. Queste stesse persone
affermano che agevolare l’immigrazione sia una questione di umanitarismo e carità.
Ebbene, proprio ora stiamo assistendo a eventi che dipingono un quadro vivido delle
conseguenze del permettere l’invasione e la distruzione della
cultura occidentale.

Lungi dall’integrarsi, gli immigrati stanno disgregando la società europea, bruciando
monumenti antichi e distruggendo le proprietà dei lavoratori dalle cui tasse vivono. La
stagnazione economica, combinata con politiche migratorie irresponsabili, traccia un
percorso di declino che sarà molto difficile da invertire in futuro. Sostituiscono la
speranza con l’autocompiacimento, la produzione con la distribuzione e l’unità politica
con la balcanizzazione etnica. L’Occidente si trova ad affrontare un grave problema
demografico, ulteriormente aggravato dalle conseguenze fiscali ed economiche per
gli stati sociali. Ma questo problema non si risolve importando cittadini, soprattutto se
questi si oppongono con veemenza a tutti i principi che sono alla base della nostra
civiltà.

Ecco perché noi in Argentina guardiamo a questi sviluppi con grande preoccupazione
e riscopriamo gli ideali di libertà proprio per liberarci da questa strada. Ciò che sta
accadendo a Ceuta è emblematico delle azioni della sinistra. I socialisti preferiscono
regnare all’inferno piuttosto che servire in paradiso, e sono capaci di trasformare

qualsiasi paradiso in inferno pur di raggiungere il loro scopo. Ecco perché
incoraggiano l’invasione che vediamo a Ceuta. Ogni immigrato è un voto. E se il
prezzo è la distruzione totale del Paese, sono più che disposti a pagarlo. Non è stato
un incidente, non è stata una coincidenza. E le conseguenze si fanno già sentire;
come previsto, le strade sono diventate più pericolose, soprattutto per le donne, che
non possono più nemmeno camminare da sole di notte in molti quartieri delle grandi
città.

E non solo, ma l’argomentazione economica a favore dell’immigrazione incontrollata
è crollata da tempo. Le economie che hanno accolto il maggior numero di migranti
rimangono stagnanti come prima, o addirittura peggio, perché una larga parte degli
immigrati genera più entrate fiscali di quanto produca, costringendo il governo a
tassare sempre di più la popolazione produttiva. Pertanto, ricordate sempre: dietro le
misure socialiste non c’è empatia né solidarietà, solo sete di potere. E così, vediamo
che oggi ci troviamo ad affrontare la stessa identica lotta che noi liberali abbiamo
affrontato alle Cortes di Cadice, la stessa brama di dominio, lo stesso desiderio di
impadronirsi di ciò che appartiene agli altri e di usare lo Stato indiscriminatamente
per ottenere ricchezza e potere illimitati.

Pertanto, il mio consiglio di oggi, basato sull’esperienza argentina, è di non voltare le
spalle alla politica. In Argentina, noi liberali abbiamo commesso questo errore per
troppo tempo. Siamo rimasti ai margini, e questo ha portato a un secolo di declino
per la nostra nazione. E solo ora stiamo iniziando a uscirne grazie agli sforzi sia del
governo che di tutti i bravi argentini. E credetemi quando dico che combattere il
declino porta i suoi frutti. Quando ci siamo insediati, abbiamo ereditato un deficit
consolidato del 15% del PIL e un’inflazione che si stava avvicinando all’iperinflazione.
Il deficit di bilancio, che secondo loro non saremmo riusciti a eliminare nemmeno in 5
o 6 anni, beh, lo abbiamo eliminato nel primo mese del nostro mandato. E il deficit
quasi-fiscale, pari al 10% del PIL, lo abbiamo risolto in 6 mesi. Vale a dire, in 6 mesi
abbiamo effettuato un aggiustamento fiscale del 15% del PIL e abbiamo alleggerito il
settore privato di un onere equivalente al 15%.
punti percentuali del PIL, e non solo: abbiamo continuato ad apportare modifiche che
ci hanno permesso di ridurre le tasse per la prima volta nella storia di quattro punti
percentuali del PIL. Ciò significa che in 30 mesi di governo abbiamo restituito agli

argentini quasi 20 punti percentuali del PIL. Questo sì che si chiama liberare gli
argentini e i cittadini rispettosi della legge dall’oppressione dello Stato!
Inoltre, quando siamo entrati al governo, l’inflazione cresceva dell’1,5% al giorno, il
che corrisponderebbe a circa il 56 o 57% al mese. Avevamo inoltre quattro basi
monetarie in scadenza da un giorno all’altro e un debito pubblico in pesos
equivalente a 10 basi monetarie. In altre parole, ci trovavamo costantemente di fronte
alla prospettiva di moltiplicare la massa monetaria per 15. Nonostante ciò, siamo
riusciti a evitare l’iperinflazione. Oggi l’inflazione si aggira intorno al 30% annuo e, se
consideriamo i dati di base, negli ultimi mesi si è già avvicinata al 20%. Pertanto, non
solo abbiamo evitato l’iperinflazione, ma così facendo abbiamo anche impedito che la
povertà esplodesse a livelli superiori al 90%. Infatti, quando ci siamo insediati e
abbiamo affrontato la reale situazione, il 57% della popolazione viveva in povertà;
oggi questa percentuale è scesa al 32%. Ciò significa che abbiamo tirato fuori dalla
povertà un quarto della popolazione argentina. Inoltre, in un Paese che può sfamare
500 milioni di persone, il 20% della popolazione viveva in condizioni di indigenza.
Oggi, questa percentuale è scesa al 6%, e il tasso di povertà giovanile, che era del
70%, è ora al 42%.
È vero, non è la foto migliore, ma senza dubbio è il miglior film della storia argentina.
Nel frattempo, il rischio paese quando abbiamo vinto le elezioni era di circa 3.000
punti. Con grande sforzo, eravamo riusciti a ridurlo a circa 450 punti, ma, beh,
viviamo in un mondo turbolento. L’Argentina ha una storia creditizia terribile, essendo
stata il più grande debitore seriale della storia moderna. Inoltre, stiamo affrontando
una piaga peggiore degli orchi… nel franchise argentino del socialismo del XXI secolo
che minaccia costantemente di collassare. E il contesto internazionale è diventato
ancora più volatile. Dato che l’Argentina è un asset beta aggressivo, beh, oggi
abbiamo un rischio paese leggermente più alto. Tuttavia, l’Argentina è uno dei cinque
paesi al mondo con un saldo fiscale nel settore finanziario, e quando siamo
sostanzialmente saliti al potere, il debito in percentuale del PIL consolidato era del
100%, mentre oggi è del 39%. Questo significa che, una volta che il contesto
internazionale si sarà stabilizzato e gli argentini avranno approvato questa linea
d’azione il prossimo anno, l’Argentina sarà senza dubbio sulla buona strada per
diventare un paese con rating di investimento e inizierà a sperimentare un processo
di crescita senza precedenti nella sua storia.

Ma la cosa più importante non sono i numeri in sé, bensì ciò che hanno reso
possibile. Con un deficit pari a zero, il governo ha smesso di competere con i privati
per il credito. Con una Banca Centrale sana, abbiamo eliminato la necessità di
stampare moneta, elemento essenziale
per ridurre l’inflazione, e abbiamo anche rimosso i controlli valutari. E come se non
bastasse, abbiamo eliminato 18.000 regolamenti. In altre parole, abbiamo rimosso gli
ostacoli. I regolamenti sono fondamentalmente di due tipi: se si osserva ciò che
sta accadendo in Argentina per vedere l’impatto di ciascun regolamento che stiamo
eliminando, si può notare che l’Argentina sta diventando un importante esportatore di
petrolio e gas. È in corso una rivoluzione del petrolio e del gas in Argentina, ovvero
nel settore energetico. Ebbene, una di queste cose è ciò che è noto come Decreto
70/23. Non appena ci siamo insediati, abbiamo abolito la regolamentazione del
cosiddetto “barile criollo” (un riferimento a un prezzo specifico per il petrolio prodotto
a livello nazionale). In altre parole, abbiamo liberalizzato il prezzo del petrolio. E così
stiamo facendo: esportiamo sempre più petrolio. Stiamo per raggiungere un milione
di barili di petrolio al giorno di produzione. Inoltre, a partire dal prossimo anno,
inizieremo a esportare gas naturale liquefatto. Per la prima volta nella storia
dell’Argentina, il mese scorso abbiamo raggiunto i 10 miliardi di dollari di esportazioni.
Quest’anno supereremo i 100 miliardi di dollari e, entro i prossimi quattro anni,
arriveremo a circa 200 miliardi di dollari. Stiamo sicuramente cambiando l’Argentina
in modo significativo!
D’altro canto, vedrete anche i successi che l’Argentina sta ottenendo nel settore
minerario. Ebbene, la Legge sui Ghiacciai è stata recentemente modificata e oggi
l’Argentina esporta già litio, e presto vedrete l’Argentina esportare quantità
significative di rame e oro. Perché il caso del rame è così interessante? Perché
condividiamo la Cordigliera delle Ande con il Cile. Il Cile esporta rame per un valore
di 60 miliardi di dollari all’anno, mentre l’Argentina ne esporta 5 miliardi. Quindi,
riuscite a immaginare cosa potrebbe accadere in un futuro non troppo lontano?
L’Argentina sarà in grado di esportare rame per un valore di 60 miliardi di dollari.
Stiamo vivendo una vera rivoluzione, e questo grazie alla modifica della Legge sui
Ghiacciai. Vedete come cose apparentemente piccole possono avere un impatto
enorme? Quindi, la cosa più importante è ciò che sta accadendo dietro le quinte
nell’economia argentina. Quando verrà alla luce, le riforme strutturali saranno

chiaramente visibili e vedremo come stiamo lavorando per rendere di nuovo grande
l’Argentina.
Inoltre, il risultato è che il settore privato sta ricominciando a investire e, per la prima
volta in un secolo, stiamo iniziando a vedere il nostro vero potenziale. C’è un altro
aspetto che vale la pena affrontare in una nota tecnica, perché alcuni dicono: “Beh, il
livello degli investimenti in percentuale del PIL è ancora basso”. Questo è
interessante perché, supponiamo di avere due tipi di settori e di attuare un
cambiamento strutturale che comporti una riallocazione delle risorse. Un settore è
protetto, schermato dalla corruzione… perché la prima cosa da capire è che la
protezione che questi settori ricevono ha un prezzo. Quando si protegge un settore,
si sceglie di danneggiare tutti i cittadini di un paese. Pertanto, quando si applicano
queste misure protezionistiche, ciò che si cela realmente dietro è la corruzione, un
accordo commerciale tra politici corrotti e imprenditori corrotti.

Quindi, quando si avvia un processo di liberalizzazione dell’economia e si permette
alle risorse di fluire secondo le leggi naturali, ciò che accade è che si verifica una
riallocazione delle risorse. E se si ha un mercato del credito che richiede garanzie,
cosa succede? Quei settori che prima erano protetti e che dispongono solo di
garanzie non investono; Si stanno trattenendo. Nel frattempo, anche coloro che
devono emergere devono accumulare capitali, ma non hanno sufficienti garanzie, ed
è per questo che non si espandono con la stessa forza. Se a questo si aggiunge il
disastro creditizio che ha colpito l’Argentina, dove oggi il credito in Argentina è… il che
è piuttosto ironico perché a volte si sente nei notiziari argentini, ad esempio, che le
persone sono indebitate. Beh, il credito – non parlo del credito al settore privato non
finanziario – non so come sia la situazione in paesi come gli Stati Uniti, dove è il
150% del PIL, o persino in Cile, dove è il 120%, ma i nostri vicini hanno tra il 60 e il
70%. Bene, in Argentina, il credito al settore privato non finanziario è il 12% del PIL.
In altre parole, è davvero esiguo, vale a dire, è stentato, ed è per questo che a volte
quando si sentono questi riferimenti sono molto, molto lontani dalla realtà.

Ed è questo che fa sì che gli investimenti sembrino un po’ in ritardo, ma
parallelamente abbiamo creato il RIGI (Fondo Regionale di Garanzia degli
Investimenti). Nel RIGI abbiamo già 210 miliardi di dollari. È la più importante politica
di sviluppo settoriale nella storia dell’Argentina, di cui un terzo è già stato approvato

ed è pronto per essere attuato. Pertanto, ciò che vediamo è che, guardando al futuro,
attualmente abbiamo due strutture fiscali: la struttura del RIGI e la struttura fiscale del
vecchio sistema. Ebbene, il nostro obiettivo è che convergano, non che il RIGI
converga con il vecchio sistema, ma che il vecchio sistema converga con il RIGI, in
modo che tutta l’Argentina diventi una grande opportunità di investimento. Ed è
questo che renderà l’Argentina di nuovo grande.
Per tutte queste ragioni, l’Argentina è la prova che la lotta contro il declino porta i suoi
frutti. In questi tre anni di governo, siamo cresciuti circa quattro volte più velocemente
della media argentina degli ultimi 100 anni e, secondo diverse proiezioni, entro la fine
del prossimo anno saremo cresciuti circa tre volte più velocemente della media
OCSE per lo stesso periodo. E questo è solo l’inizio, perché se verremo rieletti, i
prossimi quattro anni saranno indimenticabili per l’Argentina. In soli tre anni, grazie al
lavoro di questa amministrazione, al nostro impegno per gli ideali di libertà e alla
volontà politica che ci guida tutti, abbiamo portato l’Argentina sull’orlo di una nuova
grande rinascita. Questa rinascita argentina sulla scena mondiale è alimentata dal
potenziale dei nostri cittadini, stanchi di vivere sotto la decadenza del socialismo
kirchnerista.

Abbracciando gli ideali di libertà, stiamo cambiando in meglio il ruolo del nostro
Paese nel mondo. Ed è per questo che, come sempre, per voi e per noi, vi invitiamo
a guardare al sud. Rivolgetevi a noi per gli investimenti, rivolgetevi a noi per la
produzione, ma in questo momento cruciale, vi esorto ad ascoltare anche gli argentini
a livello politico, perché abbiamo visto in prima persona dove finisce il socialismo
quando gli si permette di raggiungere le sue estreme conseguenze.

Vogliamo che la ricostruzione dell’Argentina sia la tabella di marcia per la
ricostruzione dell’Occidente. Vogliamo che i popoli del mondo vedano quanto
abbiamo pagato caro per esserci allontanati dalla retta via, che comprendano il
degrado economico che abbiamo subito per tanti anni e che vedano che è possibile
invertire la rotta. E non abbiamo inventato nulla di nuovo; siamo semplicemente
tornati ad applicare le idee che hanno reso l’Occidente ciò che è: rispetto illimitato
della proprietà privata e incentivi per le imprese affinché si sviluppino in modo
indipendente, senza interferenze statali.

Per questo vogliamo mostrare loro che il declino non è un destino, ma una scelta. E
vogliamo che possano tornare a sognare un futuro dignitoso se abbracciano l’albero
maestro degli ideali di libertà. La libertà non ha prezzo, ed è proprio per questo che è
il bene più prezioso al mondo. Nella terra della libertà scorre la prosperità, mentre nei
paesi che la sopprimono si diffonde solo la miseria.
Oggi vi rivolgo questo messaggio: non vogliamo vedervi soccombere ai mali che ci
hanno causato tanto dolore. Non lasciatevi sfuggire questa opportunità di agire. Ma
voglio anche ribadire un invito che guida tutta la nostra amministrazione: vogliamo
che i popoli liberi del mondo vedano l’Argentina come un faro di libertà in un mondo
che tende alla tirannia. Vogliamo che investiate, certo, ma vogliamo anche che
sappiate che potete venire a vivere in Argentina. Troverete in Argentina un luogo
dove costruire le vostre vite e le vostre attività, proprio come fecero i vostri antenati
un secolo fa. Vi accoglieremo a braccia aperte affinché insieme possiamo continuare
ad ampliare le frontiere della civiltà, del commercio e dell’industria. Perché questa è
la nostra missione e non ci arrenderemo mai. Quindi, che Dio vi benedica tutti, che le
forze del cielo siano con noi e lunga vita alla libertà, dannazione!

https://www.casarosada.gob.ar/informacion/discursos/51406-discurso-del-presidente-javier-milei-en-el-nueva-economia-forum-2026-en-el-real-casino-gran-circulo-de-madrid

Alla disperata ricerca del fascismo, di Aurèlien

Alla disperata ricerca del fascismo.

Potrebbero non gradire ciò che effettivamente riceveranno.

Aurelien28 ottobre
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Uno spettro si aggira per la casta professionale e manageriale (PMC) del mondo occidentale, insieme ai media a loro asserviti e alla loro espressione politica, il Partito. Spettri simili si sono già manifestati in passato, in particolare quelli della Rivoluzione, del Comunismo e della Guerra, e svariati soggetti sono stati indicati come artefici o facilitatori di questi spettri, dai Gesuiti agli Illuminati, dalla Massoneria agli Ebrei, dal KGB alla CIA. Nel momento in cui scrivo, in un contesto di diffusa violenza politica in Europa e con la previsione di ulteriori violenze, i soliti opinionisti sono in prima linea, puntando il dito contro i soliti sospetti.

Eppure lo spettro che ho in mente risale a un secolo fa, e i modi di visualizzarlo e di temerlo sono rimasti pressoché invariati in tutto questo tempo. Il fascismo – poiché è di questo che stiamo parlando – si è annidato come un ragno sgradevole nel mezzo della ragnatela politica da allora. La parola, come diceva George Orwell, “non ha più alcun significato se non nella misura in cui indica ‘qualcosa di indesiderabile'”. È uno di una serie di concetti con un nome ma senza contenuto, un significante senza significato. In questo, come osservava Orwell, assomiglia in parte a parole come “democrazia, socialismo, libertà, patriottico, realista, giustizia”, ​​che “hanno ciascuna diversi significati inconciliabili tra loro”. Tutto ciò che era possibile allora – e ora è peggio – è una vuota scelta tra parole vuote, alle quali attribuiamo significati che troviamo episodicamente confortanti.

Orwell aveva ragione, però, a sottolineare che mentre il “fascismo”, anche quando scriveva, era un vuoto semantico, un vaso da notte vuoto in attesa di essere riempito da chiunque avesse il potere di farlo, si trattava di un caso estremo. Al contrario, “democrazia”, ​​”libertà”, ecc., pur essendo di per sé in gran parte prive di un significato condiviso, attraggono difensori, commentatori e analisti che cercano di imporre i propri significati alla parola. Avrete quindi sentito parlare di “democrazia borghese”, “democrazia parlamentare”, “democrazia diretta”, “democrazia guidata”, “democrazia popolare” e molte altre. Le persone discutono animatamente sul significato di “democrazia”, ​​ma la ferocia stessa della lotta per controllarne il significato ci dice che la questione in gioco è importante e merita uno sforzo. Questo perché è molto difficile per chiunque essere contrario alla democrazia nel suo senso letterale di “governo del popolo” o almeno “governo dei cittadini”, quindi è di conseguenza importante poter dettare quale sia una definizione accettabile ed escludere le altre. Al contrario, il fascismo è diverso, se non unico, in quanto i dibattiti autentici, anziché polemici, sulla natura del fascismo sono solitamente lasciati agli specialisti: tutto ciò che bisogna sapere è che il fascismo è una cosa veramente brutta, anche se non si sa bene perché. Pertanto, “salvare la democrazia dal fascismo” è uno slogan profondamente radicato.

La vacuità stessa del termine ha fatto sì che, fin dall’inizio, “fascismo” sia stato strumentalizzato per giustificare le proprie idee politiche, per condannare quelle altrui, ma soprattutto per epurare e disciplinare coloro che, pur appartenendo alla propria fazione, rischiavano di sfuggire al controllo. Poiché il termine non ha praticamente alcun significato al di fuori di un contesto polemico immediato, un’accusa di “fascismo” è di fatto impossibile da confutare. Lo stesso Orwell fu notoriamente accusato di essere “fascista” per aver criticato le stragi e le purghe di Stalin. In effetti, e in parte per ragioni politiche interne a Mosca, i partiti politici non comunisti, persino quelli di ispirazione marxista, venivano regolarmente etichettati come “fascisti”. I grandi partiti socialisti europei venivano liquidati come “socialfascisti”, oggettivi alleati del sistema capitalistico e, in seguito, dei nazisti. Questa politica fu bruscamente invertita dopo il 1933, ma ormai era troppo tardi. Ancora oggi, alcuni storici sono influenzati da questa linea di pensiero, che era, di fatto, obbligatoria sotto pena di scomunica durante il periodo staliniano, e anche in seguito. Molto inchiostro è stato sprecato per sostenere che l’identificazione dei socialisti, piuttosto che dei nazisti, come principale nemico all’inizio degli anni ’30 non fosse il disastroso errore strategico che alcuni affermavano. E, viceversa, l’idea di una sorta di affinità naturale tra il sistema capitalistico e le “forze fasciste” – un altro cliché stalinista contro cui Gramsci mise in guardia i suoi compagni marxisti – è ancora più influente di quanto dovrebbe essere, non essendo supportata dalle prove dell’epoca.

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È quindi facile capire perché “fascista” sia un termine dispregiativo così diffuso, e per di più l’insulto per eccellenza da rivolgere a un partito politico o a un politico che non piace. È praticamente privo di significato e intrinsecamente negativo. Nessuno lo difenderà, tutti sosterranno di non essere fascisti ma che forse tu lo sei e, soprattutto, nessuno si chiederà mai “cosa intendi con questo?”. (Non ricordo quanti articoli dal titolo tipo “Trump è un fascista?” ho letto senza alcuna conoscenza o interesse per il significato della parola. Bastano pochi parallelismi con personaggi sgradevoli del passato e il gioco è fatto). Allo stesso modo, tutti gli articoli sensazionalistici che chiedono “ci stiamo muovendo verso uno stato fascista?” non si interessano minimamente a come fossero realmente gli stati fascisti , ma si limitano a condannare individui e movimenti odierni per associazione tendenziosa.

Questo è importante, perché sono sempre più convinto che la Destra, come la definirò, arriverà al potere in diversi stati occidentali, non necessariamente solo attraverso le urne, e non si tratterà della Destra neoliberale filo-Bruxelles. Questo processo includerà quasi certamente la violenza – una continuazione di ciò che abbiamo già visto – ma non credo che la Destra dovrà affrontare una sfida organizzata da parte della Sinistra, che si limiterà agli insulti e ai gesti simbolici che faranno sentire eroici i suoi sostenitori. Ma non sarà, e per ragioni che spiegherò non può essere, nulla di simile al “Fascismo” storico, e prima la gente smetterà con questo stupido discorso, meglio sarà per tutti.

Casualmente, mentre rimandavo l’inizio della stesura di questo paragrafo, stavo guardando in diretta televisiva l’inizio delle manifestazioni a Parigi e Marsiglia, e anche a Orléans il 24 ottobre, dove il Rassemblement national teneva la sua conferenza annuale. La maggior parte dei cartelli erano fatti in casa, alcuni molto specifici come “al Rassemblement national non dovrebbe essere permesso di tenere conferenze”, altri facevano riferimento alle rivendicazioni degli studenti, molti si lamentavano di problemi economici, e altri ancora inveivano vagamente contro un fascismo già presente o imminente.

Eppure, come molte manifestazioni simili a cui ho assistito nel corso degli anni, aveva il carattere comodo, autocelebrativo, monolitico e superficiale di una manifestazione contro il peccato organizzata dalla Chiesa cattolica. I partecipanti intervistati avevano generalmente cose sensate da dire e le loro lamentele erano spesso ben espresse. Ma mancava la consapevolezza di come tali lamentele potessero essere affrontate, per non parlare di come potessero essere combinate, e ancor meno risolte: forse, come ho suggerito la settimana scorsa , abbiamo superato quella fase e tutto ciò che rimane è la rabbia.

Nelle ultime settimane è diventato un cliché affermare che la violenza e i disordini nelle strade rafforzeranno la destra politica in Francia, e questo è molto probabilmente vero. Marine Le Pen continua a seguire la valida tattica politica di non interrompere mai gli avversari quando commettono un errore, mantenendo un atteggiamento da statista, pur tenendo a bada i suoi luogotenenti più impulsivi. Se questo la porterà all’Eliseo nel 2027 – e con quale meccanismo – è impossibile dirlo, e molto dipenderà da chi sarà il suo avversario al secondo turno, se ci sarà. Ma ovviamente esistono altri partiti di destra, e le elezioni non sono l’unico modo in cui “la Destra” (o teoricamente la “Sinistra”) può arrivare al potere. Per comprendere quali altre possibilità (e pericoli) ci siano, e quali opzioni siano probabilmente escluse, dobbiamo fare qualcosa che pochi si prendono la briga di fare, ovvero esaminare l’eredità moderna della destra francese e alcune delle forme che ha assunto. Fortunatamente, alcuni coraggiosi esploratori lo hanno già fatto.

La distinzione fondamentale tra destra e sinistra un secolo fa risiedeva nel fatto che la destra antidiluviana, che all’epoca dominava, guardava con nostalgia al governo della monarchia e all’influenza della Chiesa. Il suo obiettivo principale era rovesciare la Repubblica laica del 1870, dopo la quale si sarebbe potuto costruire uno stato conservatore forte e disciplinato. Anche se il ritorno letterale di un re era improbabile (c’erano comunque due pretendenti), il desiderio di un governo forte spinse l’esercito, la Chiesa e gran parte della classe dirigente a sostenere Pétain e a opporsi a De Gaulle nel 1940. Quella destra arcaica scomparve in gran parte dopo il 1945, e con essa la (piccolissima) destra nazionalista di estrema destra, ma la tendenza sopravvive nelle famiglie dell’antica aristocrazia di Versailles che da generazioni forniscono generali, banchieri, diplomatici e prefetti alla Repubblica. Non sono numerose, ma potrebbero diventare influenti a un certo punto.

D’altro canto, una delle distinzioni più fondamentali e meno comprese in politica è quella tra partiti di sinistra e partiti socialisti. Coloro che presero il controllo della Rivoluzione francese dopo i primi anni appartenevano alla sinistra (poiché sostenevano la Repubblica e auspicavano un cambiamento politico significativo), ma non erano socialisti. Erano, per usare un termine più appropriato, liberali, nel senso che la loro organizzazione (e il loro elettorato) proveniva in gran parte dalle nuove classi medie commerciali e professionali il cui potere era stato liberato dalla Rivoluzione. I loro discendenti formarono il Partito Radicale, non il Partito Socialista. Erano avvocati e dentisti, così come la Destra Tradizionale potrebbe essere rappresentata dai banchieri, e i socialisti erano spesso insegnanti. Senza dubbio, questa è l’origine della famosa osservazione fatta dal Presidente Chirac a Blair: “Io sono un uomo di sinistra, vede, mentre lei è un uomo di destra”. Ma sebbene questa corrente si considerasse di sinistra, ciò non le impedì di collaborare occasionalmente con la destra tradizionale per contrastare iniziative socialiste: l’esempio più famoso è la violenta e sanguinosa distruzione della Comune di Parigi nel 1871.

Finora ho parlato poco del fascismo, che non ebbe grande influenza in Francia, ma che è comunque l’argomento scelto per questa settimana. Bene, allora. La cosa più strana del fascismo è che apparentemente ci sia così tanto disaccordo al riguardo. Le sue origini, come racconterò, sono semplici e legate a un periodo storico preciso, e la sua ideologia, per quanto ne avesse una, non era molto più sottile di un pugno in faccia. In effetti, era praticamente tutto ciò che rappresentava. Gli stessi fascisti non lo nascondevano mai: anzi, si compiacevano dell’azione a discapito della riflessione. Il punto, però, è che se il fascismo può essere definito retrospettivamente come qualcosa che non era, o molto di più di quello che era, allora si aprono tutta una serie di interessanti possibilità per definire “fascisti” i propri nemici contemporanei. Altrimenti bisogna pensare ad altri insulti meno memorabili. Ignorando quindi ciò che i fascisti dicevano realmente, confondendo deliberatamente i confini tra l’ideologia iniziale e il comportamento successivo al potere, si può creare un fascismo su misura e applicarlo a chiunque o a qualsiasi organizzazione si desideri. (I miei genitori pensavano che la Gran Bretagna del dopoguerra stesse diventando “un po’ come la Germania di Hitler” a causa del razionamento alimentare e del crescente ruolo dello Stato).

Ebbene, il fascismo nacque in un luogo e in un tempo ben precisi, e fu tanto un movimento estetico quanto politico. Come movimento politico ebbe un successo solo moderato in Italia, venendo in gran parte domato dalle strutture di potere esistenti nel giro di un decennio, ma una versione diversa riscosse maggiore successo in Germania. Venerava la modernità, la tecnologia, il populismo, la rottura degli schemi e la violenza, e credeva che il mondo degli inizi del Novecento stesse cambiando radicalmente. Significativamente, il suo Manifesto Fascista, pubblicato nel 1919, fu scritto in collaborazione nientemeno che da Filippo Marinetti, il cui Manifesto Futurista aveva suscitato grande scalpore nel mondo dell’arte europea nel periodo immediatamente precedente la Prima Guerra Mondiale. I futuristi ammiravano la velocità e la tecnologia, e vedevano il Futuro incarnato prima nell’automobile e poi nell’aeroplano. L’arte, a loro avviso, non poteva essere altro che “violenza, crudeltà e ingiustizia”, ​​e Marinetti arrivò a sostenere un programma fortemente rivoluzionario, distruggendo deliberatamente l’arte del passato e glorificando la guerra come una sorta di igiene. Questa visione ebbe un’influenza sorprendente in molti paesi, sia all’epoca che in seguito. Né si limitò all’arte: il rifiuto viscerale del lungo diciannovesimo secolo si estese, attraverso la moda e la morale, all’azione politica. In tutte le grandi potenze, e soprattutto in quelle sconfitte o, come l’Italia, in crisi, si levavano ovunque le richieste di un rifiuto radicale del passato, di nuovi sistemi politici basati sulla violenza, sul modernismo e sulla tecnologia.

Perché il fascismo trionfasse come movimento politico, erano necessarie le giuste circostanze, che si verificarono nell’Italia del dopoguerra. Si tratta di una storia complessa e intricata, sorprendentemente poco trattata in lingua inglese, se paragonata alla valanga di libri su Hitler e i nazisti. La fluidità e l’imprecisione del fascismo, così come la sua relativa mancanza di successo finale, hanno scoraggiato la pubblicazione di diverse opere di qualità. Per curiosità, ho dato un’occhiata alle prime pagine del sito di Amazon, il cui elenco di libri si è rapidamente trasformato in “Il fascismo da Mussolini a Trump”, confermando in un certo senso la tesi di questo saggio: che il fascismo sia essenzialmente un bersaglio vuoto in cui chiunque può calciare per far valere le proprie ragioni politiche. Esistono storici seri del fascismo e dell’Italia di Mussolini, come Richard Bosworth , ma sono persi in un mare di polemisti e autori che preferirebbero di gran lunga scrivere di Hitler.

Si può ragionevolmente affermare che l’Italia del 1919-22 era nel caos politico dopo una guerra impopolare in cui il paese aveva cambiato schieramento, e dopo la catastrofica sconfitta di Caporetto, nel 1917, che la vittoria di Vittorio Veneto l’anno successivo non riuscì a rimediare. Il paese era in crisi economica, esacerbata da milioni di veterani di guerra disoccupati. Il Partito Socialista Italiano, che aveva ottenuto un terzo dei voti alle elezioni del 1919, aderiva alla Terza Internazionale di Lenin e il suo programma auspicava la “dittatura del proletariato” attraverso la rivoluzione violenta. Anche altri partiti non rivoluzionari ma favorevoli alle riforme ottennero buoni risultati, mentre i tradizionali schieramenti politici subirono gravi perdite e il paese era dilaniato da continue violenze. Il Re e l’Esercito esitarono a intervenire, non volendo rischiare una guerra civile, e fu a questo punto che Mussolini offrì il suo aiuto e la forza combattente degli Squadristi, in genere ex combattenti scontenti. Fu aiutato dalla prima di molte occasioni in cui diverse componenti della Sinistra non riuscirono ad allearsi contro di lui. Posto di fronte alla scelta tra una rivoluzione populista di sinistra che non potevano controllare e una rivoluzione populista di destra che ritenevano di poter controllare, la struttura di potere italiana scelse Mussolini, senza rendersi realmente conto di cosa stesse ottenendo. Ciò che ottennero, naturalmente, fu un sostegno politico in costante aumento per il nuovo Partito Fascista, in un momento in cui il sistema partitico tradizionale si stava sgretolando, e infine la “Marcia su Roma” dell’ottobre 1922 (alla quale Mussolini non partecipò) che sancì il crescente controllo dei fascisti sul sistema politico italiano. Lungi dall’essere lo “strumento di reazione” che speravano, tuttavia, la borghesia, come notò Gramsci all’epoca, evocò qualcosa di “peggiore del diavolo”.

Vorrei soffermarmi ancora un attimo sulla storia di questo periodo, perché su di esso circolano molti miti pericolosi. Il primo e più iniquo è che Mussolini (come Hitler dopo di lui) sia stato “portato al potere” da una popolazione ignorante e indottrinata dalla propaganda. Come abbiamo visto, questo è del tutto falso: Mussolini, come Hitler in seguito, fu portato al potere da una violenza paramilitare organizzata che lo Stato avrebbe potuto contrastare solo con un’enorme perdita di vite umane. Pertanto, l’attuale argomentazione secondo cui i politici e i partiti “estremisti” dovrebbero essere messi al bando, che i mezzi di comunicazione dovrebbero essere censurati per evitare che la gente senta cose sbagliate e che, in ultima analisi, persone come noi siano troppo stupide per poter votare, è completamente priva di fondamento storico. Già che ci siamo, vale la pena aggiungere che anche il mito secondo cui “Hitler fu eletto” sembra destinato a persistere per sempre, nonostante sia una completa caricatura. Quando Hitler fu “portato al potere con la forza”, per usare le parole di Ian Kershaw, fu come una soluzione provvisoria insoddisfacente per ottenere i voti necessari al Reichstag e permettere al cancelliere Brüning di smettere di governare per decreto. E anche questa soluzione funzionò piuttosto bene.

Non è possibile comprendere il fascismo senza la sua antitesi bolscevica, e senza considerare la crisi della modernità che all’epoca affliggeva gran parte dell’Europa. Era un’epoca di crescente potere popolare, ma senza un accordo su come esso dovesse essere espresso. Gli elettori e le classi istruite si espandevano costantemente, in un processo evidentemente inarrestabile, e persino negli stati autoritari una nuova generazione di lavoratori urbani sapeva leggere, e per loro nasceva una nuova generazione di giornali. Per la prima volta nel 1914, in una situazione di crisi, gli stati dovettero effettivamente tenere conto, almeno in parte, del sentimento popolare e dell’opinione parlamentare. Ma su quali basi poteva essere organizzato politicamente uno stato popolare? Come notava all’epoca l’ambiguo e perspicace Curzio Malaparte , il futuro immediato sarebbe stato lo scontro di due rivoluzioni: “quella italiana dominata dall’individualismo e quella russa dominata dal collettivismo”. Fascismo contro comunismo, in altre parole, razza contro classe, senza spazio per altre ideologie o sistemi di organizzazione politica del popolo. Col tempo, e soprattutto verso la fine degli anni ’30, questa visione divenne estremamente influente tra gli intellettuali occidentali, molti dei quali a quel punto avevano perso ogni speranza nella democrazia parlamentare come alternativa praticabile.

Mussolini non abbandonò mai del tutto le sue aspirazioni rivoluzionarie e la sua pretesa di rappresentare gli interessi della “gente comune”. Col passare del tempo, però, trovò conveniente ridimensionare questo aspetto del suo movimento e cercare di rendersi accettabile alle forze e alle strutture di potere di destra esistenti. In realtà, non aveva molta scelta, perché se nel 1925 esercitava un controllo effettivo e incontrollato sul sistema politico, non riuscì mai a sfidare i veri pilastri dello Stato italiano: l’esercito, la Chiesa e gli industriali, e fu costretto a collaborare con loro. E le sue ultime aspirazioni socialiste svanirono con le guerre insensate in cui trascinò il suo paese e che portarono infine alla sua caduta e alla sua morte.

È interessante notare lo scarso successo riscosso dai partiti fascisti altrove. In Spagna, ad esempio, dopo i “tre anni bolscevichi” del 1918-20, le continue agitazioni operaie e le diffuse violenze furono finalmente fermate da un buon vecchio colpo di stato militare reazionario nel 1923. In quel periodo non emerse un vero e proprio movimento fascista, sebbene il successivo movimento della Falange abbia tratto ispirazione da Mussolini. In Germania, lo scontro delle forze rivoluzionarie fu con la struttura di potere esistente: il Soviet di Monaco fu rovesciato dalle truppe regolari di Berlino e da una milizia composta da soldati recentemente smobilitati. Il principale tentativo di rovesciare la Repubblica di Weimar provenne dalla frangia politico-militare-conservatrice: il cosiddetto Putsch di Kapp del 1920 fallì perché i sindacati organizzarono uno sciopero generale e la burocrazia profondamente conservatrice si rifiutò di sottomettersi a un colpo di stato militare. E così via.

Ciò non significa che i movimenti fascisti fossero sconosciuti in Europa. In Francia, il più noto è il Parti populaire français guidato da Jacques Doriot, che al suo apice contava circa 120.000 iscritti. Tuttavia, Doriot era in realtà un ex alto funzionario del Partito Comunista, dal quale ruppe nel 1936. Il PPF non fu mai un partito fascista a tutti gli effetti, sebbene collaborasse attivamente con i tedeschi, e Doriot e altri andarono a combattere in Russia in uniforme tedesca. Ma Doriot era lontano dai centri del potere e non ebbe alcuna influenza né sui drammatici eventi del 1940, né sulle politiche collaborazioniste del governo di Vichy, che riteneva non sufficientemente radicali. All’altro capo dell’Europa, il movimento delle Croci Frecciate guidato da Ferenc Szálasi fu il più importante di una serie di movimenti nazionalisti di ispirazione nazista, che incorporarono in una certa misura caratteristiche fasciste e che godettero di un limitato sostegno popolare alla fine degli anni ’30. Fu tuttavia bandita sotto la dittatura nazional-militare dell’ammiraglio Horthy, e solo nel 1944, quando i tedeschi invasero il paese e rovesciarono il regime, la Croce Frecciata godette di alcuni mesi di un potere sanguinario.

Mi fermo qui, perché voglio ribadire che i miti popolari dei “leader fascisti” “portati al potere” da folle ignoranti sono un’illusione opportunistica di coloro che disprezzano e diffidano della gente comune. Tali leader, laddove detenevano un potere effettivo, venivano generalmente insediati da altri, per caso o semplicemente per pura stupidità; e nessuno più di Adolf Hitler, naturalmente, che dovette la sua ascesa da leader di una setta nazionalista mistica marginale a leader della Germania a una fortuna incredibile e a un’incredibile incompetenza da parte dei suoi oppositori. Anche allora, Hitler, come Mussolini, non ebbe vita facile. Gli industriali, da cui sarebbe dipeso l’importantissimo sforzo bellico futuro, erano estremamente diffidenti nei suoi confronti e nei confronti della sua retorica populista: i più accettabili Goebbels e Göring furono inviati per rassicurarli, garantendo loro che avrebbero mantenuto le loro industrie e i loro profitti. Ma Hitler non dominò mai gli industriali; né, del resto, la Chiesa, né l’esercito, che tentarono di ucciderlo più volte.

Il vero modello di potere e repressione di destra efficace nel ventesimo secolo era in realtà un modello familiare: la presa del potere, sotto nomi come “Rivoluzione Nazionale”, da parte di forze tradizionali che cercavano di rovesciare la democrazia o, come la intendevano loro, di scongiurare il caos. Gli esempi più noti sono la Spagna di Franco, la Francia di Pétain e il Portogallo di Salazar. Ben lontani dal populismo violento e dal fervore rivoluzionario del fascismo, si trattava di regimi autoritari elitari, saldamente fondati sulle tradizionali forze di governo dell’aristocrazia, dell’esercito e della Chiesa (probabilmente non è una coincidenza che tutti questi regimi fossero cattolici). Il che non significa che alcuno di essi abbia semplicemente cercato di tornare a una visione semplicistica del mondo di una generazione prima. La maggior parte aveva un’ideologia di qualche tipo, basata spesso su vaghi concetti di solidarietà nazionale e rinnovamento, talvolta influenzata dalla Dottrina Sociale Cattolica del periodo tra le due guerre, e molti di loro diffidavano delle nuove forze della destra liberale, come quelle presenti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

Infine, fin dall’inizio delle rivendicazioni per gli stati nazionali, sono emersi gruppi nazionalisti estremisti sufficientemente realisti da comprendere che, nella maggior parte dei casi, i confini sarebbero stati definiti con la forza e le popolazioni minoritarie espulse, se non peggio. Era quindi loro compito procurarsi le armi e la spietatezza necessaria affinché il loro “popolo” potesse sopravvivere. Nel corso delle generazioni, questi gruppi sono stati troppi per poterli elencare, figuriamoci analizzare, ma si possono fare due considerazioni generali. In primo luogo, tali gruppi si scindono e si riscindono, e ogni volta che si raggiunge un accordo, di qualsiasi tipo, ne emerge un altro più estremista che lo ripudia e continua a combattere. È un aspetto con cui bisogna convivere. In definitiva, è uno dei tanti e diversi prezzi che paghiamo per avere lo stato nazionale: ci sarà sempre qualcuno insoddisfatto. In secondo luogo, tali gruppi possono essere sanguinari, ma il loro effetto è raramente determinante in assenza di uno dei due seguenti criteri. Il primo è il sostegno bellico di una grande potenza. Ma tali gruppi, in definitiva, dipendono da questo sostegno per la loro sopravvivenza, come si è visto con i gruppi nazionalisti estremisti appoggiati dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, nessuno dei quali è durato a lungo. Possono anche essere assimilati nelle strutture di potere esistenti, come nell’Ucraina contemporanea, ma lì non è chiaro chi sia al comando. Occasionalmente possono anche trovarsi accidentalmente nel mezzo di una crisi e aggravarla con attentati o assassinii. L’esempio più lampante è quello dei giovani nazionalisti serbi che assassinarono l’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo nel 1914.

Si tratta essenzialmente di gruppi nazionalisti di destra, alimentati dall’odio e dalla paura verso altri gruppi e, molto spesso, animati dal desiderio di vendetta per torti presumibilmente subiti dai loro antenati. Negli anni ’60 e ’70, alcuni (come l’IRA) adottarono i discorsi allora in voga della liberazione nazionale e dell’alt-marxismo, soprattutto per cercare di ottenere denaro e armi da paesi come la Libia. Ma quasi per definizione questi gruppi sono di piccole dimensioni (l’IRA probabilmente non ha mai avuto più di poche centinaia di membri attivi contemporaneamente) e per la maggior parte dei paesi odierni rappresentano un problema di ordine pubblico, piuttosto che politico. Non hanno serie possibilità di prendere il potere da nessuna parte.

Non intendo esprimere giudizi di valore come “estremista” in questo contesto, ma concluderò parlando delle origini di alcuni partiti di destra organizzati oggi, tenendo presente che non sono le stesse del passato, né quelle dell’era post-1945. Ed è qui che ci avviciniamo al paradosso centrale, e generalmente sottovalutato, della politica moderna. Ho iniziato parlando, nel contesto della Rivoluzione francese, della tradizionale distinzione tra sinistra e destra: la prima auspicava il cambiamento, a volte rapido, la seconda la continuità, o almeno il minimo cambiamento possibile. A quei tempi, si poteva plausibilmente sostenere che il “cambiamento” fosse nell’interesse della gente comune, mentre l’opposizione al cambiamento poteva essere legittimamente vista come reazionaria. Mentre la sinistra repubblicana si scontrava, spesso violentemente, con il nascente movimento socialista, entrambe concordavano sul fatto che il mondo si stesse muovendo, più o meno, nella giusta direzione. È noto che collaborarono nel governo del Fronte Popolare in Francia nel 1936-37. Ora, sarei tentato di dire che le posizioni si sono invertite. L’attuale Sinistra Repubblicana (il PMC), eternamente legata com’è al cambiamento e all’innovazione senza criterio, accetta acriticamente tutto ciò che è nuovo e diverso, dalla deregolamentazione economica al transessualismo all'”intelligenza artificiale”. Al di fuori del PMC, ovviamente, quasi tutti riconoscono che il mondo sta peggiorando per la gente comune, e un gran numero di persone ne è infelice, alcune in modo violento. Ciononostante, le abitudini radicate da due secoli fanno sì che gli stessi vecchi slogan triti vengano riproposti all’infinito: oscurantista, retrogrado, reazionario, incapace di stare al passo e, naturalmente, “fascista”. È profondamente offensivo dire al figlio di un operaio metallurgico qualificato, la cui fabbrica è stata delocalizzata anni fa, che in qualche modo è colpa sua se tutto ciò che riesce a trovare è un lavoro da scassinatore. Ma questo è ciò che fa il PMC, e spiega buona parte dell’origine della rabbia.

Pertanto, Destra e Sinistra si sono effettivamente scambiate di posto, non come entità politiche organizzate, ma come insiemi di concetti. La Sinistra avanza furiosamente, senza alcuna reale preoccupazione per le conseguenze umane delle sue azioni, e ha inghiottito integralmente e senza nemmeno lamentarsi quelli che un tempo erano i rimedi economici della Destra Liberale. La Destra tradizionale, soprattutto nella sua veste di Democrazia Cristiana post-1945, è in gran parte scomparsa, ma, laddove ancora esiste, si allea di fatto con i socialisti rimasti nel tentativo di salvare ciò che è salvabile. Quindi, per quanto possa sembrare allucinatorio liquidare coloro che cercano di riportare l’industria in patria, difendere i servizi pubblici o migliorare il livello di lettura come provenienti dall'”estrema Destra”, acquista un senso distorto nell’odierno mondo politico speculare, che equipara qualsiasi tipo di cambiamento alla virtù e qualsiasi tipo di resistenza al vizio, etichettando poi tale resistenza come “Fascismo”.

Ciò è possibile solo perché gran parte dell’architettura politica del passato è scomparsa. La sinistra elitaria, istruita e individualista ha preso il sopravvento e in gran parte distrutto i partiti socialisti, il cui populismo e la cui attenzione per la comunità aveva tollerato a malincuore in passato. La competizione per i diritti individuali, le rivendicazioni delle minoranze, reali o presunte, l’imposizione di norme astratte e l’esportazione di tali norme, attraverso pressioni politiche e persino militari, hanno preso il posto delle tradizionali preoccupazioni socialiste per il benessere comune e la vita della gente comune. La destra tradizionale, basata su consuetudini e pratiche, piccole città e comunità locali, la Chiesa e le professioni tradizionali della classe media, è stata conquistata dalla destra neoliberista di finanzieri, speculatori immobiliari e profittatori di ogni genere. Entrambe le tendenze fanno del cambiamento fine a se stesso un feticcio ignorante: la follia dell'”intelligenza artificiale” è semplicemente l’ultima fase della discesa della classe dominante occidentale verso il collasso psicologico.

È questo che rende l’analisi politica contemporanea così distante dalla realtà, e i termini “sinistra” e “destra” sostanzialmente privi di significato. Di fatto, le due tendenze moderne si sono unite in una sorta di Partito Rivoluzionario Permanente, con le sue fazioni e le sue aspre dispute interne. Ora, per l’ultima volta, parlerò brevemente della Rivoluzione Francese, per due motivi. Il primo è che è ancora fortemente caricaturata e usata come argomento contro il potere popolare di ogni tipo. “Oh, c’è stata la presa della Bastiglia seguita dal Terrore”, sebbene questi eventi siano stati separati da anni di cambiamenti politici complessi e catastrofici. I cauti tentativi di riforma dei primi anni cedettero il passo al radicalismo solo quando il re cercò di fuggire all’estero e incoraggiò altre nazioni a invadere il suo paese. Ma in secondo luogo, e questo è più importante, gli ultras tra i giacobini, che acquisirono potere costantemente con l’aggravarsi della crisi, rappresentarono la prima fioritura politica della rivoluzione managerialista che ora è quasi completa in Occidente: erano i PMC dell’epoca.

Mentre i primi anni radicali della Rivoluzione avevano introdotto tutta una serie di riforme che ora diamo per scontate – l’abolizione della schiavitù, i diritti umani fondamentali, la parità tra uomo e donna, il divorzio consensuale e molte altre – si manifestò anche una tendenza verso un arido normativismo, imposto dalla repressione legalistica. Pertanto, i tentativi di breve durata di imporre settimane e mesi decimali, o la chiusura obbligatoria delle chiese e il culto dell’Essere Supremo al loro posto, furono i primi segnali che lo spirito liberale, manageriale, razionale e legalistico stava sfuggendo di mano. È questo, in definitiva, il motivo per cui la vostra organizzazione ha una Dichiarazione di Missione priva di significato e perché ha appena introdotto, con grande clamore, un nuovo sistema di rimborso spese che richiede un video di formazione di quindici minuti, impiega il doppio del tempo per essere utilizzato rispetto al precedente e continua a commettere errori. E naturalmente è stato affidato a terzi. Ma Avanti!: dobbiamo andare avanti. Queste tendenze, prima tenute perlopiù sotto controllo, ora hanno travolto tutto.

La gente comune non gradisce molto questa situazione. I suoi bisogni sono modesti e non è particolarmente interessata a futuri fantastici. Desidera un lavoro con un salario dignitoso, un alloggio decente, cibo a sufficienza, una buona istruzione per i figli, sicurezza nelle strade… È attraverso la fornitura, o la facilitazione, di queste cose che gli Stati acquisiscono legittimità, ed è attraverso la loro assenza che la perdono. (Se vi siete mai trovati in un Paese in cui lo Stato ha perso la sua legittimità, non avrete fretta di tornarci.) Alla domanda “Perché dovrei obbedire allo Stato?”, l’unica risposta sensata è, con Spinoza, “Perché è nel mio interesse farlo”. Nemmeno lo Stato più repressivo del mondo può impedire alle persone di passare con il semaforo rosso, di evadere le tasse o di rubare nei supermercati. La società funziona solo perché accettiamo di rispettare regole scritte e non scritte, in cambio delle quali lo Stato offre la sua protezione.

Nelle ultime settimane è diventato terribilmente evidente che lo Stato non è in grado di offrire questa protezione quando le regole e le norme informali iniziano a sgretolarsi. Questo era in qualche modo già noto, ma si poteva ignorare finché il problema rimaneva circoscritto alle periferie più povere. Ora, si è insinuato anche nei centri delle grandi città, comprese diverse in Francia. Le forze dell’ordine francesi non sono mai state così deboli, non solo in termini di numero, ma anche di capacità, soprattutto dopo una serie di riforme mal concepite. E sebbene anche le grandi manifestazioni siano gestibili (finora si sono svolte tutte pacificamente), è chiaro che anche un numero relativamente piccolo di teppisti può paralizzare una città, agendo in piccoli gruppi e devastando e saccheggiando. Questo pomeriggio ho visto i negozianti del centro della mia città barricare le vetrine in previsione delle rivolte previste per sabato prossimo. Non si fidano più dello Stato per la loro protezione, e hanno ragione.

Curzio Malaparte, che ho già menzionato, è l’autore del famigerato ” Technique du Coup d’état” , pubblicato per la prima volta in Francia perché era impossibile farlo in Italia. Dimenticate i movimenti di massa e l’assalto alle barricate, diceva, le rivoluzioni sono un processo tecnico condotto da piccoli gruppi di professionisti qualificati. Il suo libro è un manuale pratico, ma per i nostri scopi è la sua conclusione principale ad essere la più devastante: “Le democrazie parlamentari commettono l’errore di riporre troppa fiducia nei trionfi della libertà, mentre in realtà nulla è più fragile del moderno Stato europeo”. E gli Stati nel 1931 erano più forti di quanto lo siano ora, e anche i controlli e le norme sociali informali erano infinitamente più forti.

Probabilmente assisteremo alla formazione di gruppi di autodifesa, pattuglie di vigilantes con cani e gruppi WhatsApp di militari e poliziotti in pensione. In Francia circolano parecchie armi. E ovviamente alcune attività commerciali chiuderanno o si trasferiranno in zone più sicure. Nemmeno i ricchi saranno esenti: le guardie di sicurezza private pagate con il salario minimo non si sacrificheranno per proteggere palazzi di lusso (per lo più vuoti), negozi di antiquariato o grandi magazzini. (Un importante grande magazzino di Parigi è già stato saccheggiato). Ci stiamo avvicinando al punto in cui il denaro, in quanto tale, non offrirà più protezione: al massimo potrà aiutarti a correre più veloce. I magnati della tecnologia perderanno gran parte della loro ricchezza nel prossimo crollo dell'”intelligenza artificiale”, e con essa gran parte della loro influenza politica. Non saranno loro i nostri nuovi governanti.

Il potere effettivo potrebbe iniziare a spostarsi piuttosto rapidamente dalle mani dei politici che gesticolano. Eppure questi continueranno a gesticolare, a ripetere le stesse banalità e ad agire come se contassero qualcosa, mentre le acque intorno a loro si alzano. Tutto ciò sembra così controintuitivo che si può quasi capire perché le teorie del complotto sul controllo (il Gruppo Bilderberg, gli alieni di Zeta Reticuli) siano popolari in certi ambienti. Ma ahimè, non c’è niente di nuovo: i politici convenzionali, solidi e tradizionali degli anni ’30 fecero esattamente la stessa cosa: ostinatamente tagliarono la spesa pubblica in piena recessione, anche mentre la disoccupazione esplodeva. Il potere, a livello locale, si sposterà probabilmente verso gruppi e movimenti ad hoc etichettati come di destra, meno per la loro forza intrinseca che per la sacra tradizione della sinistra incapace di organizzare persino una festa in una birreria. Malaparte aveva ragione sulla fragilità degli stati moderni, come sa bene chiunque abbia lavorato al loro interno, sebbene ai suoi tempi la criminalità organizzata fosse meno potente e non esistessero gruppi islamisti radicali.

Ma le comunità che si organizzano per la propria protezione, che organizzano pattuglie e chiedono documenti d’identità perché non si fidano più dello Stato, saranno accolte con le inevitabili grida di “Fascismo!”, come se fossero loro stesse il problema. Da qui al 2027, le elezioni (se mai si terranno) saranno considerate “minacciate dal fascismo”, ovvero minacciate dal populismo, che a sua volta equivale a dire minacciate dalla democrazia. Ma la vera minaccia è psicologica: il patto di sicurezza implicito con lo Stato, mai formalmente riconosciuto, ha cominciato a sgretolarsi e nessuno sa dove ci porterà.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

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