Italia e il mondo

Il volto tragico dell’Europa: Mille anni di guerre europee, di André Larané

Il volto tragico dell’Europa

Mille anni di guerre europee

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La storia dell’Europa è costellata di guerre: nel corso del millennio scorso, non è trascorso alcun decennio senza che gli eserciti si scontrassero qua e là. Il Vecchio Continente non rappresenta tuttavia un’eccezione nel mondo. È semplicemente che queste guerre sono meglio documentate che in qualsiasi altro luogo perché furono condotte da Stati dotati di solide amministrazioni.

Facciamo attenzione anche a non cadere in un errore di prospettiva. Le guerre che in Europa opposero i sovrani e gli Stati-nazione furono, da un punto di vista strettamente aritmetico, meno costose in termini di vite umane rispetto a quelle che colpirono i grandi imperi asiatici. Furono inoltre meno sanguinose delle guerre civili (nota)…   

André Larané

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Templiers en partance pour la croisade (XIIe siècle, peintures murales de la chapelle romane de Cressac, au sud d'Angoulême (Charente)

La dolorosa gestazione dell’Europa

La dissoluzione dell’Impero Romano d’Occidente portò, a metà del I millennio, alla quasi totale scomparsa di ogni forma di amministrazione in quella che allora veniva chiamata Regnum francorum o regno dei Franchi. Intorno all’anno 800, Carlo Magno spingeva i propri confini fino all’Ebro (Spagna), al Tevere (Italia) e all’Elba (Germania): i Sassoni conservarono a lungo il ricordo del modo brutale con cui egli aveva loro rivelato la Buona Novella (il Vangelo). A Carlo Magno mancò solo di sottomettere l’Inghilterra e la Scandinavia per riunire la cristianità occidentale sotto un unico scettro.

La conversione al cristianesimo di tutti i popoli dell’Impero carolingio non è tuttavia sufficiente a garantirne la felicità. La cristianità occidentale appare divisa in modeste signorie che traggono le proprie risorse dallo sfruttamento dei contadini e si combattono tra loro, mentre lottano anche contro le incursioni dei Vichinghi e dei Saraceni. 

Affrontement entre Saxons et Normands à Hastings (détail de la tapisserie de Bayeux)È proprio intorno all’anno 1000 che da questo nulla sociale nascerà, in senso stretto, la civiltà europea:

I guerrieri che controllano il territorio formano un gruppo sociale prestigioso, la cavalleria. Su sollecitazione della Chiesa, accettano un codice d’onore e le «tregue di Dio» che limitano gradualmente i danni causati dalle guerre private, tanto più che le strategie difensive (castelli fortificati) prendono il sopravvento su quelle offensive (battaglie in ordine di battaglia).

Da questa  società feudale emergono alcuni principati che daranno origine ai futuri Stati nazionali, i primi e più importanti dei quali sono il regno dei Capetingi, ovvero la Francia, e l’Inghilterra, consolidata dall’invasione normanna e dall’incoronazione di Guglielmo il Bastardo nel 1066.

A Clermont (Alvernia), un papa di origine francese, Urbano II, lancia nel 1095 un appello memorabile. Invita i suoi compatrioti a riaprire con le armi le vie di pellegrinaggio verso Gerusalemme, chiuse da temibili nuovi arrivati, i Turchi. L’appello viene accolto con entusiasmo in quella cristianità in piena espansione demografica e permeata da una fede profonda e ingenua. Ne consegue uno slancio senza precedenti che spinge folle di persone verso l’Oriente. Questo movimento, in seguito definito «crociate», è la prima guerra offensiva condotta in Europa ed è opera soprattutto dei francesi.

Le pape Urbain II prêchant la première croisade sur la place de Clermont, Francesco Hayez, 1835, Milan, Gallerie di Piazza Scala.

Le retour du croisé. Hugues de Vaudémont, parti en 1147, retrouve son épouse, XIIe siècle (Nancy, musée lorrain)Un secolo più tardi, nel XIII secolo, nel nostro Esagono fiorì il « bel Medioevo ». Gli interventi militari del principale sovrano dell’epoca, il re Luigi IX (San Luigi), mobilitarono sempre e solo poche migliaia di uomini. Fu così a Taillebourg contro gli inglesi, nel 1242.

Allo stesso tempo, il mondo slavo, a est, viene assalito con brutalità, da un lato dai monaci-cavalieri tedeschi, i Cavalieri Teutonici e i Portatori di Spada, che si insediano sulle rive del Mar Baltico ; è il Drang nach Osten (dico), dall’altra  dai Mongoli che si insediano stabilmente a nord del Mar Caspio. Ne consegue, per due secoli, la rovina di quel mondo fino ad allora risparmiato dalle invasioni.

La fine del Medioevo (XIV e XV secolo) è caratterizzata in Occidente da grandi prove, dalla peste alle guerre dinastiche: la Guerra dei Cento Anni, la Guerra delle Due Rose, la lotta tra Guelfi e Ghibellini, la guerra di Castiglia e la Reconquista. La cristianità occidentale ne esce rafforzata ma anche divisa, con l’emergere di almeno tre grandi Stati: la Francia, l’Inghilterra e la Spagna.

Appena la Francia aveva ritrovato prosperità e vigore, i suoi sovrani si lanciarono all’assalto dell’Italia con i pretesti più assurdi. Dal 1494 al 1559, i francesi aggredirono e tormentarono l’Italia senza trarne alcun vantaggio politico… Ne ricavarono però qualcosa di più importante: le buone maniere, il gusto per le cose belle, Chambord e la Gioconda.

La bataille de Pavie, le 24 février 1525, Albama, Birmingham Museum of Art.

Con una serie di conquiste trionfali, dal 1353 al 1515, la dinastia turca degli Ottomani sottomise al proprio dominio i popoli del Mediterraneo orientale e dei Balcani. Li tenne all’esterno dello spazio europeo per tre o quattro secoli.

All’altra estremità del continente, il principato di Mosca emerge dal caos russo e si libera dal dominio mongolo. Nel 1547, l’incoronazione dello zar Ivan IV, futuro Ivan il Terribile, sancisce la nascita dell’impero russo. Quest’ultimo si espande verso il Mar Nero a spese degli ultimi regni mongoli, mentre avventurieri cosacchi si avventano a conquistare e colonizzare la Siberia con uno slancio che ricorda non poco quello dei conquistadores spagnoli in America. Allo stesso tempo, nel cuore dell’Europa, un’alleanza matrimoniale porta alla costituzione di un immenso regno slavo e cattolico che si estende da Danzica a Kiev. È la Polonia-Lituania.

All’inizio del XVII secolo, i polacchi, cattolici tanto odiati dai russi ortodossi, approfittano di una disputa successoria per invadere la Russia. Arrivano persino a sfilare a Mosca. Gli svedesi, dal canto loro, attaccano i russi sul Baltico. Il fragile impero rischia di scomparire. Questo « Periodo dei Disordini » si conclude nel 1613 con l’ascesa al trono di una nuova dinastia, i Romanov, che restituirà ai russi la loro piena indipendenza.

Capitulation de la garnison russe à Smolensk devant Ladislas IV Vasa en 1634.

La nascita delle nazioni moderne

Nell’Europa occidentale, le guerre di religione tra cattolici e protestanti (Francia, Inghilterra, Paesi Bassi, Germania) aprono la strada alla nascita di Stati coesi, saldamente ancorati alla propria identità religiosa e culturale. Il più importante tra questi è la Francia. Appena uscita dalle guerre di religione, nel 1635 essa interviene deliberatamente nella guerra dei Trent’anni che devasta la Germania, con l’unico scopo di indebolire gli Asburgo.

In seguito, Luigi XIV si lancia in guerre prive di qualsiasi giustificazione: la guerra di devoluzione e la guerra d’Olanda. Queste si traducono in gravi violenze (saccheggio del Palatinato). Ciò non turbò il Re Sole, uomo colto e raffinato che fece apporre sui propri cannoni la locuzione: Ultima ratio regum («L’ultimo argomento dei re»). Ma finì per mettere contro di sé la maggior parte dell’Europa.

In Russia, i primi Romanov, Michele I e Alessio I, consolidarono i propri confini meridionali con l’aiuto dei cosacchi ma, a causa degli svedesi, non riuscirono a ottenere l’accesso al Mar Baltico a cui aspiravano. Fu infine lo zar Pietro I il Grande a riuscirci al prezzo di una lotta titanica contro il re di Svezia Carlo XII, che sconfisse nel 1709 a Poltava, nelle pianure dell’Ucraina. Questa « Grande Guerra del Nord » è il primo dei grandi tentativi di invasione del territorio russo provenienti dall’Occidente.

Come la Russia, l’Austria degli Asburgo non si cura granché delle guerre di conquista. Si limita a contenere l’avanzata ottomana. La sua politica si riassume in questo simpatico distico: Bella gerant alii, tu felix Austria, nube («Che gli altri facciano la guerra, tu, felice Austria, stringi matrimoni»). Ma nel 1740, la successione di Carlo VI viene contestata dai suoi vicini, che non vogliono che sua figlia Maria Teresa salga al trono.

Il giovane re di Prussia Federico II entra in guerra contro Vienna e, al termine della battaglia di Mollwitz, si impadronisce della provincia della Slesia senza averne alcun diritto e in violazione di tutte le tradizioni diplomatiche dell’Ancien Régime. Si tratta di un precedente che i regimi autoritari dell’epoca contemporanea sapranno tenere ben presente, a cominciare dai rivoluzionari francesi… 

La guerre russo-polonaise de 1792 par le peintre et militaire Aleksander Or?owski.

Una principessa tedesca diventata imperatrice di Russia con il nome di Caterina II approfitta dell’anarchia che regna in Polonia, sua nemica secolare, per far eleggere il suo amante Stanislas Poniatowski sul trono della « Repubblica delle Due Nazioni » (Polonia-Lituania) nel 1764. Ma con l’appoggio della Francia di Luigi XV, nel 1768 la nobiltà polacca si alleò contro il nuovo sovrano.

La loro alleanza, denominata «Confederazione di Bar», viene rapidamente sconfitta e il re di Prussia Federico II, noto per i suoi intrighi, propone una spartizione della Polonia all’arciduchessa d’Austria Maria Teresa e all’imperatrice Caterina II. Un’offerta del genere non si può rifiutare. A questa prima spartizione, avvenuta nel 1772, ne seguirà una seconda nel 1793 e poi una terza e ultima nel 1795.

La Francia, alleata dei polacchi, spinge l’Impero ottomano a dichiarare guerra a Caterina II. Per impedire ai turchi di prestare aiuto ai Confederati polacchi, le truppe russe marciano verso i Balcani e raggiungono la Grecia, mentre la flotta russa distrugge quella ottomana. Sul fronte orientale, i russi occupano la Crimea. Fondano Sebastopoli e Odessa sulle rive del Mar Nero. Con un trattato, la Russia si proclama protettrice di tutti gli ortodossi dell’Impero ottomano e ottiene la libera circolazione attraverso gli stretti turchi. Il vecchio sogno di Pietro il Grande è diventato realtà.

Allégorie de la victoire de Catherine II sur les Turcs, Stefano Torelli, 1772, Moscou, Tretyakov Gallery.

La Russia coinvolta nella politica europea

Il 20 aprile 1792, la Francia rivoluzionaria dichiarò guerra al «re di Boemia e d’Ungheria», ovvero l’arciduca d’Austria Francesco II, imperatore del Sacro Romano Impero. I sovrani europei avrebbero preferito lasciare che i francesi si sbranassero tra loro in nome della Libertà e dei Diritti dell’Uomo, anche a costo di raccogliere poi i cocci come avevano fatto con la Polonia, ma in questo caso non avevano scelta, se non quella di perdere ogni legittimità agli occhi dei propri sudditi. Ne seguì una prima coalizione contro la Francia, alla quale si unì la Russia.

Nel 1799, grazie alla seconda coalizione, il generale russo Suvorov e i suoi cosacchi, giunti per la prima volta nell’Europa occidentale, approfittano della fuga disordinata delle truppe francesi e si preparano a invadere la Francia. Ma vengono fermati a Zurigo.

Stanco della guerra, lo zar Paolo I, successore di Caterina II, si ritira dalla coalizione. Vittima di un complotto di palazzo, viene strangolato poco dopo, nel 1801. Suo figlio e successore Alessandro I aderisce nel 1805 alla terza coalizione contro la Francia. Ciò gli costò la sconfitta per mano di Napoleone I ad Austerlitz e poi, nel 1807, a Eylau e Friedland. Decise quindi di negoziare con l’imperatore dei francesi a Tilsit il 7 luglio 1807.

Napoleone I, ormai disperato nel tentativo di spezzare la resistenza inglese, impone un blocco continentale. Ma per far rispettare da tutti gli europei questo divieto di commerciare con l’Inghilterra, è costretto a occupare l’intero continente, fino alla Russia, che ha la pessima idea di invadere il 24 giugno 1812. Questa campagna di Russia gli sarà fatale.

Il 31 marzo 1814, Alessandro I fa il suo ingresso a Parigi; si presenta come il vincitore di Napoleone e il liberatore del continente europeo. La Russia si ricompensa dei propri sacrifici ponendo sotto il proprio protettorato la Finlandia e gran parte della Polonia. Da quel momento in poi entra a far parte del club delle grandi potenze su cui si fonda la sicurezza europea. 

Nel giugno del 1815, l’imperatore d’Austria, l’imperatore di Russia e il re di Prussia costituiscono una Santa Alleanza. Il re d’Inghilterra e, poco dopo, lo stesso re di Francia vengono invitati ad aderirvi. L’anno successivo, lo zar Alessandro I suggerisce ai suoi illustri alleati una riduzione simultanea delle forze armate e persino la creazione di un esercito europeo di mantenimento della pace!…

Le triomphe du tsar Alexandre Ier ou La Paix, Louis Léopold Boilly, 1814, Paris, musée du Louvre.

Le buone intenzioni di Alessandro I saranno tradite da… François-René de Chateaubriand, capofila dei poeti romantici (!) e, occasionalmente, ministro degli Affari esteri di Luigi XVIII. Egli convince quest’ultimo a intervenire militarmente in aiuto del re Alfonso VII di Spagna, alle prese con i liberali del suo paese. Ne consegue la vittoria francese di Trocadéro (vicino a Cadice). È la prima manifestazione del « diritto di ingerenza » (dico).

Nel 1825, alla morte di Alessandro I, suo fratello gli succedette in circostanze turbolente con il nome di Nicola I. Questo zar poco conosciuto, sostenitore dell’autocrazia, è senza dubbio colui al quale si può associare più chiaramente una guerra di aggressione. Ne pagherà caro il prezzo. La vicenda ha inizio in modo surreale nel 1848 con una disputa tra monaci latini e ortodossi nella Basilica della Natività, a Betlemme, allora sotto la sovranità ottomana! Il governo della Seconda Repubblica, nel tentativo di conciliarsi con i cattolici francesi, trasmette le rivendicazioni dei monaci latini al sultano. L’imperatore Nicola I non può fare altro che schierarsi in difesa degli ortodossi. Ritiene giunto il momento di risolvere la «Questione d’Oriente» sollevata dal declino dell’Impero ottomano, che definisce «l’uomo malato d’Europa». Propone all’Inghilterra di risolvere la questione della successione in modo amichevole. Ma l’Inghilterra rifiuta l’offerta poiché, in concorrenza con la Russia, nutre anch’essa ambizioni sull’Asia centrale, dove entrambe le potenze conducono il « Grande Gioco ». 

Il cielo si sta oscurando

Sconfortato, lo zar attacca e distrugge di propria iniziativa la flotta turca del Mar Nero nel 1853. Invade inoltre le province rumene dell’Impero turco, la Moldavia e la Valacchia. Approfitta dell’occasione per combattere le tribù ribelli del Caucaso, in particolare i ceceni. Napoleone III non tollera questa violazione delle convenzioni internazionali. Convince il governo di Victoria a intervenire al suo fianco contro la Russia.

Ne seguì la guerra di Crimea: per due anni (1854-1856), francesi e inglesi affrontarono i russi, non senza difficoltà. Dal punto di vista militare, questa guerra preannuncia la Grande Guerra e i suoi orrori: assalti inutili e sanguinosi, trincee difensive, uso intensivo dell’artiglieria e prima comparsa della mitragliatrice… Nicola I muore nel 1855 e lascia il posto a suo figlio, il molto liberale Alessandro II.

Appena concluso il trattato di Parigi che pose fine alla guerra di Crimea, l’imperatore Napoleone III si impegnò ad aiutare il re di Piemonte-Sardegna a unificare l’Italia. Impegnò le sue truppe in una guerra sanguinosa contro l’Austria, che ostacolava tale unità. Nel 1861, Vittorio Emanuele II diventa così re d’Italia.

Questo dà delle idee ai prussiani e in particolare al più importante tra loro, Otto von Bismarck, che diventa cancelliere nel 1862 con l’obiettivo di unificare la Germania… contro l’Austria. Nel 1866 intraprende una breve guerra vittoriosa contro di essa, poi, nel 1870, provoca abilmente Napoleone III, che gli dichiara guerra e riunisce attorno alla Prussia tutti gli Stati tedeschi. Ecco che a sua volta la Francia viene sconfitta, Napoleone III rovesciato e la Germania unificata sotto il pugno di ferro dei prussiani e di Bismarck.

Napoléon III se rend au roi Guillaume de Prusse après la bataille de Sedan, Anonyme, vers 1870.

Lo zar riformatore Alessandro II, irritato dall’ostilità che gli nutrivano i rivoluzionari russi, cercò uno sfogo nella guerra contro il rivale storico della Russia, la Turchia ottomana. Nel 1878, vendicandosi del trattato di Parigi, le sue armate marciano su Costantinopoli e lo zar impone un protettorato di fatto sui popoli balcanici. Ma il primo ministro britannico Benjamin Disraeli teme che la Russia possa presto ostacolare la rotta verso le Indie e il Canale di Suez e minaccia Mosca nientemeno che di una guerra. Il cancelliere Bismarck coglie l’occasione per proporsi come arbitro delle relazioni internazionali. Dal 13 giugno al 13 luglio 1878 si tiene a Berlino una conferenza che risolve il conflitto per un’intera generazione.

Nel 1894, un vero e proprio colpo di scena nelle cancellerie con l’alleanza franco-russa. Essa avvicina la Repubblica francese alla Russia del molto autocratico Alessandro III, successore di Alessandro II, e minaccia in modo molto diretto la Germania. Ma poiché nulla è mai semplice, dieci anni dopo, nel 1904, la Repubblica francese stringerà anche un’Entente cordiale con la sua nemica ereditaria, l’Inghilterra, che però nel 1905 non esiterà a spingere il Giappone a dichiarare guerra alla Russia, alleata della sua alleata!…

Si trattava del fallimento della sottile diplomazia di Bismarck, che era riuscita a garantire la neutralità della Russia in caso di un eventuale conflitto. Ma il cancelliere era stato destituito nel 1890 dal nuovo imperatore Guglielmo II, il quale non intendeva rinnovare quell’accordo. Aveva preferito rafforzare i propri legami con l’Austria-Ungheria. La Grande Guerra del 14-18 era già in gestazione in quella fatale frattura…

La scintilla proverrà dai Balcani, dove, a poco a poco, i popoli si stanno affrancando dal dominio ottomano pur combattendosi tra loro. Ciò che si sa meno è che la miccia è stata accesa dall’Italia. Irritato dal fatto che la Francia si fosse insediata in Marocco, il capo del governo Giovanni Giolitti voleva la sua fetta di torta e pretese dal sultano la cessione della Tripolitania e della Cirenaica (l’attuale Libia).

Il 5 ottobre 1911, le truppe italiane sbarcano a Tripoli, ma questa palese aggressione non ha esito positivo. In preda alla disperazione, la flotta italiana bombarda gli Streti e Roma ottiene finalmente ciò che vuole. Questa deliberata violazione del diritto internazionale, approvata dalla Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia), scatena le ambizioni dei piccoli Stati balcanici. I serbi ritengono che sia giunto il momento di liquidare ciò che resta dei possedimenti ottomani in Europa e si alleano con i bulgari contro i turchi. La prima guerra balcanica scoppia due giorni dopo. La vicenda si concluderà a Sarajevo

A distanza di un secolo, è ancora illusorio cercare un responsabile della Grande Guerra, anche se i vinti hanno sempre torto (Guillaume II, in questo caso). Resta il fatto che il grande perdente è la Russia, che si ritrova ridotta al Granducato di Moscovia di prima dell’avvento di Ivan il Terribile!  Sprofonda nella prima rivoluzione totalitaria della storia, aggravata da una guerra civile, con in più l’intervento armato dei suoi ex alleati.

I francesi e gli inglesi sbarcano nel Mar Nero e nel Mare di Barents per dare man forte agli avversari di Lenin e dei bolscevichi. La Polonia riconquista la propria indipendenza sotto l’autorità del generale Pilsudski e il suo esercito entra addirittura a Kiev nel maggio 1920. La Polonia sogna di unirsi agli indipendentisti ucraini per ricostituire l’antica Polonia-Lituania, ma i bolscevichi riprendono il sopravvento e Varsavia viene salvata solo grazie all’intervento dei francesi (tra cui un certo capitano Charles de Gaulle).

Nel marzo 1919, i bolscevichi fondarono a Baku la Terza Internazionale comunista, il Komintern, con l’obiettivo di riunire tutti i propri sostenitori attorno al Cremlino. Ma contro il parere di Trotsky, che sognava di esportare la rivoluzione, Lenin e Stalin preferirono salvare ciò che era possibile e si accontentarono della rivoluzione in un solo paese, la Russia, trasformata in una federazione senza riferimenti nazionali: l’URSS.

A ovest, tuttavia, le tensioni si riaccendono a causa di diversi fattori che erano stati anticipati dallo storico e giornalista Jacques Bainville (Le conseguenze politiche della pace, 1920) : l’umiliazione della Germania, lo smantellamento dell’Austria-Ungheria, il ritorno degli Stati Uniti all’isolazionismo e l’ ossessiva preoccupazione degli inglesi di mantenere l’equilibrio delle forze nel continente. La politica di austerità del cancelliere Brüning e la leggerezza degli ambienti economici portarono Hitler al potere contro la volontà della maggioranza degli elettori.

La corsa alla guerra riprende tra il marzo 1935 e il marzo 1936, l’anno in cui tutto è cambiato. Il tradimento britannico (trattato navale anglo-tedesco, 18 giugno 1935) e l’inerzia delle democrazie fanno credere a Hitler di avere mano libera nei suoi progetti di aggressione verso est, che egli non nasconde affatto. Tra l’ottobre 1938 e il marzo 1939, egli smembrò la Cecoslovacchia. Per non essere da meno, il suo alleato Mussolini invase l’Albania nell’aprile 1939. 

Stalin è consapevole che presto toccherà a lui. Già nel 1938 avvia il trasferimento delle fabbriche strategiche dall’ovest verso gli Urali, il più lontano possibile dal Terzo Reich. Per guadagnare tempo, il 24 agosto 1939 decide di stipulare un patto di non aggressione con Hitler. I due dittatori invadono la Polonia già il mese successivo. 

È l’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Ma il leader del Cremlino non si fa illusioni su ciò che accadrà in seguito. Chiede ai vicini finlandesi uno scambio di territori e una base per rafforzare le proprie difese contro il Terzo Reich. Poiché i finlandesi rifiutarono, l’Armata Rossa invase il loro paese ma, nonostante la sproporzione delle forze, ebbe grandi difficoltà a vincere questa « Guerra d’Inverno ». Queste difficoltà rafforzarono in Hitler la convinzione che avrebbe sconfitto l’URSS con la stessa facilità con cui aveva sconfitto la Francia… 

In definitiva, la determinazione eroica di Churchill e degli inglesi, nonché la resistenza altrettanto eroica dei popoli sovietici, con il sostegno attivo dell’industria statunitense, avranno la meglio sulla Wehrmacht e sul Terzo Reich. Grande vincitrice di questa guerra, al costo di venti milioni di morti, l’Armata Rossa occupa l’Europa centrale ed entra nelle rovine di Berlino.

Subito dopo emerge la rivalità ideologica tra le due superpotenze del dopoguerra, entrambe dotate di armi nucleari (gli Stati Uniti rimangono fortunatamente, ad oggi, gli unici ad averle utilizzate).

È l’inizio della «guerra fredda» che preserverà il continente europeo da ogni nuovo conflitto armato per quattro decenni. Il crollo dell’URSS ne pone fine nel 1991 e la guerra ritorna immediatamente sul continente con lo scompiglio della Jugoslavia e, quindici anni dopo, nel 2014, con la rivolta armata del Donbass in Ucraina.

ANALISI – Sicurezza portuale: l’Africa alla prova del gendarme americano – Come la Cina sta lasciando il segno nei porti africani, di Olivier d’Auzon

ANALISI – Sicurezza portuale: l’Africa alla prova del gendarme americano

Di Olivier d’Auzon / 05.09.2026

Sûreté portuaire
Realizzazione: Le Lab Le Diplo

Di Olivier d’Auzon – Scoprite il suo ultimo libro pubblicato da Erick Bonnier: AFRICA 3.0

La Nigeria può tirare un sospiro di sollievo. Dopo dodici anni di emarginazione, i suoi porti sono stati finalmente ritenuti conformi alle norme antiterrorismo di Washington. Ma per altre dieci nazioni africane, la morsa si stringe. Dietro i meandri tecnici della sicurezza marittima si delinea una geopolitica imperiale in cui gli Stati Uniti, grazie al Maritime Transportation Security Act(MTSA), tracciano le loro linee rosse ben oltre le proprie acque territoriali.

Il 19 agosto 2026, la Guardia Costiera degli Stati Uniti ha confermato che Madagascar, Camerun, Seychelles, Guinea Equatoriale, Sudan, Gambia, Guinea-Bissau, Libia, Comore e São Tomé e Príncipe rimangono sotto stretta sorveglianza. Tutti questi Stati sono accusati di non applicare «misure antiterrorismo efficaci» nelle proprie strutture portuali. In pratica, qualsiasi nave che abbia fatto scalo in uno di questi paesi durante i suoi ultimi cinque scali dovrà, prima di attraccare negli Stati Uniti, sottoporsi a un regime speciale: ispezioni approfondite, guardie armate, dichiarazioni di sicurezza rafforzate. In caso di inadempienza, l’ingresso in un porto statunitense potrà essere semplicemente negato.

Da leggere anche: ANALISI – Il dilemma marittimo dell’Etiopia: un’ambizione in acque agitate

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La diplomazia del container

Questa decisione non è affatto un semplice capriccio amministrativo. È il riflesso di una diplomazia in cui la sicurezza delle catene logistiche diventa un’arma di enorme influenza. Imponendo i propri standard al resto del mondo, Washington ricorda di tenere il timone della globalizzazione marittima. I valutatori della Guardia Costiera degli Stati Uniti non si limitano a controllare recinzioni spinate o tesserini di riconoscimento: esaminano attentamente la governance degli Stati, la loro capacità di controllare le coste di fronte alla minaccia terroristica e la loro volontà politica di conformarsi al codice ISPS (International Ship and Port Facility Security Code), quel quadro normativo internazionale nato dalle ceneri dell’11 settembre.

E così facendo, tracciano una netta linea di demarcazione all’interno del continente africano. Da un lato, la Nigeria, che ha superato con successo quattro audit statunitensi tra marzo 2024 e aprile 2026. Il Paese è riuscito a potenziare la propria agenzia marittima (NIMASA) e a integrare i dati di sorveglianza nei centri regionali di condivisione delle informazioni. Una bella lezione di realismo per Abuja, che ora vede diminuire i propri costi logistici e aumentare vertiginosamente l’attrattiva dei propri porti.

Fallimenti statali e minacce jihadiste

D’altra parte, i dieci “bocciati” hanno un triste punto in comune: uno Stato di diritto marittimo carente, se non addirittura un quasi fallimento politico. La Libia e il Sudan, dilaniati dalle guerre civili, semplicemente non hanno più i mezzi per controllare i propri moli. Ma il problema è ancora più profondo. Nel Golfo di Guinea, dove operano il Camerun e la Guinea Equatoriale, la minaccia non proviene solo dai pirati. 

La rete terroristica del Sahel (JNIM, Stato Islamico) cerca inesorabilmente di espandersi verso il mare, con l’intento di utilizzare i porti come vie d’accesso per il traffico di armi o di stupefacenti. Le Seychelles, le Comore e il Madagascar, dal canto loro, sono le fragili sentinelle dell’Oceano Indiano, vulnerabili al dirottamento di navi e ai traffici provenienti dal Corno d’Africa.

E la Francia in tutto questo?

Parigi non può restare a guardare di fronte a questa sorveglianza rafforzata. Il settore marittimo francese, attraverso armatori come la CMA CGM, è in prima linea. Ogni scalo in questi porti «sensibili» comporta un aumento dei costi operativi (assunzione di guardie private, burocrazia più onerosa, ritardi e sovrattasse). 

Questi vincoli compromettono direttamente le nostre catene di approvvigionamento e la nostra competitività. Inoltre, la Francia ha interessi strategici vitali nelle acque in cui si trovano questi paesi, in particolare nell’Oceano Indiano con le isole della Riunione e Mayotte. L’instabilità portuale in Madagascar o nelle Comore ci espone, di riflesso, a un’insicurezza regionale che non siamo in grado di controllare.

Questa decisione statunitense dovrebbe far riflettere l’Europa. Bruxelles si limita troppo spesso a seguire gli standard dell’IMO senza imporli con lo stesso vigore. Washington non chiede l’impossibile; esige una disciplina ferrea e investimenti nella sicurezza. Forse è giunto il momento che l’Unione europea, e la Francia in particolare, si dotino di propri meccanismi di verifica per avere un peso in questo contesto, pena il rischio che la sicurezza marittima diventi un semplice sinonimo di legge americana.

In sostanza, ciò che ci dice la Guardia Costiera degli Stati Uniti è che la libertà dei mari non esiste più senza il rigore degli Stati. E che per una decina di paesi africani il percorso verso la conformità sarà lungo. L’esempio della Nigeria dimostra che è fattibile, ma richiede ai governi una volontà politica che le capitali interessate non hanno ancora dimostrato. Nel frattempo, saranno gli armatori e, in ultima analisi, i consumatori a pagare il conto di questa insicurezza portuale. Un severo monito, rivolto all’Africa, ma anche ai suoi partner europei che seguono la scia degli Stati Uniti.

ANALISI – Come la Cina sta lasciando il segno nei porti africani

Di Olivier d’Auzon / 27.03.2025

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Di Olivier d’Auzon

Percorrendo la costa africana, emerge chiaramente un dato di fatto: la Cina è diventata un attore imprescindibile nello sviluppo portuale del continente. Da Lagos a Mombasa, passando per Gibuti e Luanda, le aziende cinesi costruiscono, finanziano e gestiscono infrastrutture marittime strategiche. 

Ma al di là delle promesse economiche, questi investimenti sollevano questioni cruciali riguardo all’influenza cinese, alla sovranità degli Stati africani e alle potenziali implicazioni per la sicurezza regionale e globale. 

È quanto evidenzia Paul Nantulya nel suo articolo « Mappa dello sviluppo strategico dei porti cinesi in Africa», pubblicato il 10 marzo 2025 per Africa Center.

Una presenza massiccia e ben organizzata

Secondo Nantulya, le imprese statali cinesi sono presenti in circa 78 porti distribuiti in 32 paesi africani, coprendo così oltre un quarto delle infrastrutture marittime del continente. Questo livello di presenza non ha eguali in nessun’altra parte del mondo, superando di gran lunga quello dell’America Latina o del Sud-Est asiatico.

Il caso del porto in acque profonde di Lekki, in Nigeria, illustra bene questa dinamica. La China Harbor Engineering Company (CHEC) non solo ha costruito il porto, ma ne detiene anche una quota del 54%, grazie a un finanziamento della Banca di sviluppo cinese. 

Questo modello si ritrova in numerosi altri progetti, in cui le imprese cinesi non solo si occupano della costruzione e della gestione, ma controllano anche i flussi commerciali, influenzando le tariffe, i diritti di attracco e le priorità di movimentazione.

Una leva economica al servizio degli interessi strategici

L’argomento economico è al centro della giustificazione di questi investimenti. In Africa, dove i costi di movimentazione portuale sono in media superiori del 50% rispetto ad altre regioni, la privatizzazione delle operazioni è spesso vista come un modo per migliorare l’efficienza. 

I porti gestiti dalla Cina offrono in genere servizi più rapidi e meglio organizzati, ma a costo di un maggiore controllo da parte di soggetti stranieri.

Nantulya sottolinea che ogni dollaro investito dalla Cina nei porti africani genera in cambio fino a 13 dollari di entrate commerciali. Questo rendimento è doppiamente vantaggioso: rafforza la presenza economica cinese e, al contempo, crea una dipendenza strutturale delle economie africane dalle infrastrutture sotto il controllo cinese. Tale influenza si traduce talvolta in un processo decisionale più favorevole agli interessi cinesi sulla scena diplomatica internazionale.

Da leggere anche: L’offensiva strategica del soft power cinese nei media africani

La tentazione di un impiego militare

Ma questi investimenti non riguardano solo il commercio. L’esempio di Gibuti dimostra come un porto commerciale possa essere trasformato in modo discreto in un’infrastruttura militare. 

Inizialmente progettato per il commercio marittimo, il porto di Doraleh ha finito per ospitare nel 2017 la prima base militare cinese all’estero. Da allora, la presenza della marina cinese in Africa non ha smesso di crescere.

Secondo Nantulya, dal 2000 la marina cinese ha effettuato 55 scali e 19 esercitazioni militari nel continente. Porti come quelli di Durban, Dar es Salaam, Lagos o Maputo hanno già accolto navi da guerra cinesi, e le basi navali costruite da Pechino in Tanzania e in Madagascar vengono utilizzate per addestramenti militari. 

Questa progressiva espansione della presenza militare cinese in Africa alimenta le speculazioni sulla futura trasformazione di alcuni porti in basi strategiche.

Una strategia pianificata a lungo termine

Questo sviluppo rientra nella strategia globale di Pechino. L’ultimo piano quinquennale cinese (2021-2025) pone l’accento su una maggiore connettività marittima, integrando i porti africani nella « Via della Seta marittima ». Tre corridoi principali attraversano l’Africa: l’Africa orientale (Kenya e Tanzania), l’Egitto e la regione del Canale di Suez, nonché la Tunisia.

Un concetto spesso citato negli ambienti strategici cinesi è quello di « punto d’appoggio strategico all’estero » (海外战略支点, haiwai zhanlue zhidian). Si riferisce ai porti sotto il controllo cinese che rivestono un’importanza economica e geopolitica cruciale. In questo contesto, le infrastrutture civili possono essere adattate alle esigenze militari in caso di necessità, grazie alla politica di « fusione militare-civile » ( junmin ronghe) promossa dal Partito Comunista Cinese.

Un’influenza crescente ma contestata

L’espansione cinese nei porti africani non si limita a questioni commerciali. Dietro questi investimenti si delinea una strategia globale che combina ambizioni economiche, diplomatiche e militari.

Se da un lato queste infrastrutture offrono ai paesi africani opportunità di sviluppo, dall’altro li rendono anche più dipendenti da un attore esterno. 

Inoltre, pongono delle sfide in materia di sovranità e sicurezza, in particolare alla luce delle crescenti rivalità geopolitiche tra le grandi potenze.

Come sottolinea Paul Nantulya, l’ascesa della Cina in Africa non si misura solo in tonnellate di merci trasportate, ma anche in termini di influenza politica e presenza strategica. 

Il futuro dei porti africani dipenderà quindi non solo dalla loro redditività economica, ma anche dalle scelte che i governi africani compiranno in merito all’equilibrio tra sviluppo, sovranità e indipendenza strategica.

Come Elite Theory è diventato un contenuto drammatico _ di Morgoth

Come Elite Theory è diventato un contenuto drammatico

Morgoth12 settembre∙Pagato
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Nelle ultime settimane, in questo angolo di Internet si è creata una certa tensione, apparentemente riguardo al successo o meno del progetto “Restore Britain”. La spaccatura è tra coloro che possiamo definire favorevoli al “Restore Britain” e i teorici dell’élite. Per quanto riguarda i miei contenuti, non ho quasi mai scritto o detto nulla sul “Restore”, ma per qualche ragione, sono finito per essere visto dai teorici dell’élite come un ingenuo sbandieratore di ideali, meritevole di disprezzo per “esserci cascato di nuovo”.

È importante fare una distinzione:

La teoria delle élite è una branca della scienza politica che postula che un piccolo gruppo detterà sempre ciò che accade in una società.

I “Teorici dell’élite” sono YouTuber che creano contenuti attaccando la destra.

Nello specifico, Academic Agent, Blamblas Britannica, Scrump ed Evelyn. Insieme, hanno prodotto almeno 18 dirette streaming e 8 video che attaccano e minano Restore Britain, coloro che sono coinvolti nel partito o chiunque (come me) si rifiuti di attaccare il partito.

Un processo iniziato sotto la maschera di critiche e consigli in buona fede si è gradualmente trasformato in una vera e propria guerra di insulti e calunnie, scatenata dagli esponenti dell’élite teorica contro persone che considerano chiaramente nemiche. Academic Agent ha ripetutamente chiesto ai suoi seguaci di cessare le calunnie e le menzogne, ma continua comunque a promuovere e diffondere questi contenuti.

C’è una forte componente di “Motte and Bailey” in cui i teorici dell’élite si ergono a paladini della tesi che, ad esempio, Charlie Downes sia un infiltrato sionista o un truffatore, oppure che Rupert Lowe sia semplicemente un imbroglione. Quando vengono messi alle strette, si rifugiano nel loro “Motte and Bailey” e pretendono che tu confuti la Legge Ferrea dell’Oligarchia o un principio della Teoria dell’Elite così come enunciato da James Burnham, Machiavelli o Pareto.

L’ironia sta nel fatto che nessuno dei coinvolti contesta realmente i principi della Teoria delle Elite. Non si tratta di una vera e propria lotta tra Teoria delle Elite e Populismo, ma di un dramma interno alla Teoria delle Elite, in cui la fazione legata a Internet insulta e diffama coloro che si sono spostati nel mondo reale per organizzarsi e creare una rete di contatti. E il punto è questo: probabilmente falliranno.

Non c’è bisogno di spiegare a nessuno che la forte influenza sionista cercherà di sovvertire il partito. Lo sanno tutti.

Non c’è bisogno di lezioni sul fatto che la democrazia sia un gioco truccato. Lo sanno tutti.

Non c’è bisogno di spiegare a nessuno come le frasi fatte di Lowe, tipiche dei “boomeristi”, potrebbero far fallire il progetto. Lo sanno tutti.

Si tratta di un processo in cui brave persone creano reti e si organizzano nel mondo reale, e per di più, provengono principalmente dalle nostre stesse cerchie. Hanno letto ” The Populist Delusion” di Academic Agent . Hanno assimilato i contenuti, hanno imparato, sono usciti e hanno cercato di metterli in pratica, solo per poi essere sommersi da secchiate di urina stagnante da parte della cricca che un tempo ammiravano.

Il sadismo della democraziaIl sadismo della democraziaMorgoth·22 aprile 2025Leggi la storia completa

Elite Theory è diventato un fenomeno mediatico perché non riuscivano a smettere di sparlare. Non gli bastava dire che il regime era invincibile; dovevano insinuare che tutti fossero degli imbroglioni, dei truffatori o dei burattini sionisti. Un’altra diretta streaming in cui davano del ritardato a tutti, un altro video saggio condiscendente e beffardo prima di nascondersi tra i folti baffi di Mosca quando venivano messi alle strette.

Da parte mia, mi considero un lealista, niente di più che un buon membro della squadra. Vedo persone come Charlie Downes, Harrison Pitt, Lucy White, Lewis Brackpool e Frank Wright come rappresentative della politica settaria del futuro. Non sono ottimista. È proprio perché soffriamo sotto un regime ostile che coloro che si muovono in questa direzione sono così critici.

La moneta di scambio di una società balcanizzata e settaria è la lealtà. La lealtà è il prerequisito per raggiungere qualsiasi obiettivo o costruire qualsiasi rete di contatti. Sono leale meno a un partito politico che a un gruppo. Sono leale agli individui che si espongono e rischiano di essere presi di mira per aver difeso il nostro popolo.

I nostri partiti e le nostre organizzazioni politiche sono così facilmente infiltrati e sovvertiti perché mancano di lealtà verso il gruppo. Questa è la preoccupazione comprensibile riguardo a un baby boomer come Rupert Lowe: la loro lealtà è rivolta a un insieme di principi e idee, non alle persone.

Ecco perché Restore Britain ha un aspetto alquanto schizofrenico. Persone con una mentalità tribale, come Downes e Pitt, si scontrano con chi ha principi “civnat” o universalisti. Chi prevarrà? Lo vedremo. Certamente, in termini di regime e dinamiche di potere, i non tribalisti, che non fanno distinzioni razziali, hanno un vantaggio strutturale. Ma questo progetto è in corso; non è ancora concluso.

Ecco perché, a mio avviso, i teorici dell’élite si dedicano così spesso alla diffamazione. Dopotutto, se tutti fossero degli imbroglioni e dei cinici bugiardi, cosa ci sarebbe da sostenere?

Si tratta di malafede mascherata da analisi seria. È, prima di tutto, un contenuto di scarso valore destinato a generare drammi.

Ho assistito a numerose conversazioni private di persone che si grattavano la testa confuse mentre le tirate dei Teorici dell’Elite degeneravano da “analisi prive di valori” in vere e proprie calunnie, distorsioni e veleno. E per cosa? Per dimostrare una tesi? Per attaccare l’unica organizzazione che ha alleati anche solo lontanamente vicini?

Da questo triste episodio abbiamo tratto molti insegnamenti, ma il più importante non riguarda la teoria politica, bensì l’importanza della lealtà.

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Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale

Giornata di Studi su Gianfranco La Grassa dal titolo “Conflitto Strategico e Conflitto Sociale” organizzata ad un anno dalla scomparsa del pensatore veneto.


L’evento si terrà a Rovereto (TN) il 26 settembre p.v. presso la sala Caritro – Piazza Rosmini,3.

L’iniziativa rappresenta un momento unico di confronto sul pensiero lagrassiano e sulle potenzialità di un  suo sviluppo ulteriore.

La partecipazione è gratuita, ma priva di sponsorizzazioni. Le spese sono quindi  totalmente a carico degli organizzatori. 

Ogni contribuzione volontaria è ovviamente gradita. Nel caso, gli estremi per l’eventuale accredito, specificando accuratamente la causale, sono:

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Si consiglia caldamente, comunque, di segnalare l’adesione e la presenza all’iniziativa a questo indirizzo: italiaeilmondo2@gmail.com onde predisporre al meglio la capienza della sala e il servizio di refezione nei due intervalli.

Seguiranno ulteriori aggiornamenti, compresa l’indicazione del link per assistere alla diretta.

La parola manipolata – Philippe Breton

La parola manipolata – Philippe BretonSintesi e podcast del libro

In La parola manipolata (1997), Philippe Breton illustra le diverse tecniche di manipolazione attraverso le quali un individuo può essere indotto ad accettare un’affermazione contro la propria volontà. Sottolinea l’attualità di questa minaccia, anche nelle democrazie, e il modo in cui essa sfrutta le nuove opportunità offerte dalla società contemporanea.

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pubblicato il 11/09/2026 Di Élucid

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Per diversi decenni dopo la fine della Guerra Fredda, la manipolazione sembrava aver cessato di essere un importante oggetto di studio, come se avesse perso la sua rilevanza con la vittoria delle democrazie contemporanee. Eppure, la manipolazione è altrettanto diffusa nelle democrazie quanto nei regimi totalitari; anzi, è proprio in questi ultimi che è stata sistematizzata per la prima volta, sotto forma di propaganda.

L’autore esplora le diverse tecniche di manipolazione sviluppate nel corso del tempo, ripercorrendone le origini e il funzionamento. Sottolinea inoltre l’importanza dell’avvento delle comunicazioni, in particolare di Internet, che, pur senza alterare radicalmente il modo in cui la manipolazione influenza le menti, ha offerto nuove prospettive su scala colossale.

Poiché mina il valore e la ricezione della parola, elemento cruciale per la coesione sociale degli esseri umani, la manipolazione è intrinsecamente dannosa, anche quando viene individuata e contrastata. Questa natura nociva è tanto più accentuata dal fatto che la società contemporanea è impreparata ad affrontare la propaganda e ne è particolarmente vulnerabile. L’autore incoraggia a contrastare l’erosione del valore della parola stabilendo nuove norme per ridurre la diffusione della manipolazione, promuovendo l’educazione alla retorica e proclamando l’esistenza di una “libertà di ricezione”, necessaria controparte della libertà di espressione, di cui la manipolazione abusa.

Biografia dell’autore

Philippe Breton (1951-) è uno psicoanalista, antropologo e politologo francese, nonché professore all’Università di Strasburgo. Ha scritto numerose opere di carattere sociologico, in particolare su temi legati alla comunicazione e alle reti. È attivo anche in ambito umanitario, avendo diretto la Croce Rossa francese dal 2017 al 2023, e lavora come osservatore e commentatore politico, soprattutto nella sua regione di residenza, l’Alsazia.

Avertissement :Il presente documento è una sintesi dell’opera di riferimento sopra citata, realizzata dai team di Élucid; ha lo scopo di riportare le idee principali di tale opera e non intende riprodurne il contenuto. Per approfondire le vostre conoscenze su questo argomento, vi invitiamo ad acquistare l’opera di riferimento presso la vostra libreria. La copertina, le immagini, il titolo e le altre informazioni relative all’opera di riferimento sopra citata rimangono di proprietà del suo editore.

Schema dell’opera

I. Carattere permanente della manipolazione
II. L’importanza della parola
III. La tecnicizzazione del linguaggio
IV. La manipolazione delle emozioni
V. La manipolazione cognitiva
VI. Il ruolo di Internet e dei social network
VII. I due effetti della manipolazione
VIII. Una resistenza debole
IX. Le regole del discorso

Sintesi del libro

I. Carattere permanente della manipolazione

L’autore osserva che, un tempo, dopo la pubblicazione di opere come Lo stupro delle masse da parte della propaganda politica di Tchakhotine e di altri libri simili, l’individuo tendeva a essere consapevole del potere delle tecniche di manipolazione e della loro natura insidiosa. Tuttavia, dalla fine degli anni ’80, lo studio della propaganda sembra essere stato trascurato, come se il concetto fosse improvvisamente diventato meno rilevante, se non per gli storici. L’autore mette in guardia contro questa politica dello struzzo, proprio mentre la metà degli anni 2010 vede il ritorno in forze delle tecniche di manipolazione politica, con l’irruzione del populismo sulla scena politica occidentale.

La fine della Guerra Fredda e il « trionfo » delle democrazie occidentali non significano che la manipolazione sia un fenomeno ormai superato. Essa non è appannaggio esclusivo dei regimi totalitari. Oltre alla pubblicità, che rivendica apertamente l’uso di tecniche di manipolazione, numerosi movimenti dipendono in parte dalla manipolazione per garantire la propria sopravvivenza e prosperità proprio all’interno delle democrazie contemporanee. L’esempio più lampante è senza dubbio quello del liberalismo economico, che ha a lungo coltivato l’idea che non esistano alternative e che pretende di rappresentare una sorta di « evidenza razionale », mentre anch’esso non è altro che l’ennesima causa che cerca di difendersi ricorrendo alle tecniche di manipolazione.

Il discorso liberale, in particolare, è un esempio di una tendenza particolarmente perniciosa, secondo cui, poiché le democrazie sono per loro natura « buone », in quanto portatrici di valori considerati « buoni », non potrebbero mai ricorrere alla manipolazione, che è « cattiva ». È necessario distinguere rigorosamente tra i valori promossi da una causa e il modo in cui vengono promossi: è perfettamente possibile promuovere valori « buoni » ricorrendo a tecniche manipolatorie. Forse ancora più pericolosa è l’idea, ampiamente diffusa, secondo cui l’uomo contemporaneo sia «immunizzato» alla propaganda, poiché è lucido sulla questione, e che le tecniche di manipolazione impiegate siano «delicate». Oltre al fatto che ogni manipolazione è necessariamente una forma di violenza, questo modo di pensare – molto allettante, poiché di gran lunga preferibile all’ammettere che si possa essere manipolati – convince l’individuo di essere libero nel proprio pensiero, il che è proprio l’obiettivo della manipolazione, che mira a far passare inosservati i propri effetti.

Non è facile distinguere ciò che costituisce una manipolazione da ciò che rappresenta un tentativo legittimo e non violento di convincere. Alcuni indizi possono tuttavia aiutare a definirne il concetto. In primo luogo, come abbiamo appena visto, la manipolazione agisce in modo occulto: se il suo tentativo di limitare la libertà del pubblico di opporsi all’affermazione che gli viene proposta viene smascherato, essa perde ogni efficacia. In secondo luogo, il messaggio utilizzato è mendace, in quanto mira a ingannare il proprio pubblico sottoponendogli un’affermazione che si discosta dalla verità e dalla ragione. È inoltre opportuno distinguere tra la fede dell’oratore nella convinzione che intende diffondere e la veridicità dell’argomento che utilizza. Un razzista può credere sinceramente che il razzismo sia preferibile alla tolleranza razziale, ma in assenza di un consenso scientifico sulla disuguaglianza delle razze, è costretto a ricorrere ad argomenti intellettualmente disonesti per influenzare il proprio pubblico. In terzo luogo, la manipolazione presuppone l’esistenza di una forma di resistenza iniziale nei confronti dell’affermazione che si vuole far accettare; in caso contrario, non ci sarebbe bisogno di compiere alcuno sforzo per convincere. Il suo obiettivo è superare tale resistenza senza essere scoperta.

II. L’importanza della parola

Il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’essere umano, legata alla sua natura gregaria. Ha origine dalle interazioni tra gli esseri umani, ed è proprio dal linguaggio stesso che è emerso il concetto di politica. La parola umana si articola in tre registri: l’espressione – che ha in comune con l’animale –, l’informazione – che ha in comune non solo con l’animale, ma anche con la macchina – e infine la convinzione, che le è propria e che interessa particolarmente l’autore in vista delle sue relazioni con la manipolazione.

Il sistema politico democratico trae la sua specificità dal ruolo che attribuisce alla parola: essa costituisce un’alternativa alla violenza fisica come modalità di risoluzione dei conflitti, violenza fisica che viene delegittimata rispetto ai sistemi precedenti. Tale ruolo rimane tuttavia fragile, da un lato perché la sua istituzionalizzazione può nascondere una disuguaglianza concreta nello spazio concesso alla parola a seconda dell’interlocutore considerato, e dall’altro perché la centralità della parola la rende vulnerabile alle tecniche di manipolazione.

L’esistenza della democrazia ha portato alla formidabile battaglia di idee che ha caratterizzato il XXe secolo : diverse ideologie hanno messo in campo un vero e proprio tesoro di convinzione e manipolazione per conquistare l’adesione delle masse. La caduta dell’URSS, contrariamente a quanto si potesse pensare, non segna la fine di questo fenomeno: il liberalismo ha visto emergere nuovi avversari contro i quali deve mobilitare la propria retorica. Si può naturalmente citare la rinascita di ogni sorta di fondamentalismo religioso e settario, i movimenti identitari o populisti in senso più ampio; ma anche il messianismo tecnologico, sostenuto dai miliardari del settore tecnologico, che annunciano l’avvento di un mondo migliore attraverso un’interconnessione universale e permanente.

Per difendersi, il liberalismo può contare sulla pubblicità, una vera e propria macchina di persuasione, sapientemente sviluppata nel corso dei decenni, la cui stessa esistenza implica necessariamente una società sprofondata nel consumo di massa e nell’economia liberista. È proprio la pubblicità, del resto, a innovare maggiormente nell’elaborazione di nuove tecniche di manipolazione, concepite per essere efficaci e riproducibili; dall’arte della retorica si passa a una tecnicizzazione del discorso, a procedimenti concepiti per convincere.

III. La tecnicizzazione del linguaggio

L’arte della retorica è nata in Grecia, nell’antichità, e non è apparsa lì per caso; la sua stessa esistenza è una conseguenza di un’innovazione storica: la comparsa delle prime assemblee di cittadini, delle prime giurie popolari. Questa novità rese indispensabile, per la prima volta, il fatto di convincere gli altri delle proprie opinioni – e non solo un singolo individuo detentore del potere, ma un’intera assemblea – se si sperava di vederle prevalere. Ben presto emerge una sistematizzazione delle tecniche a disposizione dell’oratore, che distingue il logos (il discorso razionale), l’ethos (il discorso relativo al carattere dell’oratore) e il pathos (il discorso volto a suscitare un’emozione nel pubblico). Molto rapidamente, tuttavia, si impone una gerarchia: il logos si afferma come la modalità « normale » di persuasione, da privilegiare, in quanto rispetta la libertà del pubblico, mentre le altre modalità, che cercano di aggirarla, sono percepite come inferiori.

Già in quell’epoca esisteva, parallelamente a queste tre modalità, una tecnica spesso utilizzata in ambito militare, ma non solo: la disinformazione. Si tratta della più antica delle tecniche di manipolazione: mira a diffondere notizie false presentarle come vere, in modo da indurre in errore il pubblico. Prospera ancora oggi, nell’era delle «fake news». L’utilità di tale tecnica in ambito militare è evidente; ma trova applicazione anche in contesti politici e commerciali.

Il passaggio dalla retorica e dalla pratica occasionale della disinformazione alla vera e propria propaganda, ovvero all’esistenza di veri e propri sistemi concepiti per conquistare le masse, avviene curiosamente nelle democrazie occidentali durante la Prima guerra mondiale, soprattutto negli Stati Uniti. Il termine non era allora percepito in senso peggiorativo, e lo diventerà solo in un secondo momento, durante la Guerra Fredda: la propaganda, in questo senso iniziale, si prefiggeva l’obiettivo di sostenere il morale della nazione e di minare quello dell’avversario, e si concepiva quindi come un mezzo di lotta come un altro, rivendicandosi puramente tecnica e apolitica. Sono proprio questi primi metodi di propaganda, ripresi dai nazisti negli anni ’30 e poi diffusi in tutto il mondo, a costituire la base delle tecniche di manipolazione contemporanee.

IV. La manipolazione delle emozioni

Eredi del registro del pathos identificato dai Greci, le tecniche di manipolazione che influenzano le emozioni del pubblico costituiscono una delle categorie più ricche del repertorio del propagandista. L’appello diretto ai sentimenti ne è una forma semplice, di cui una variante molto diffusa è la seduzione demagogica. Quest’ultima fa leva su alcune qualità personali dell’oratore per affascinare il proprio pubblico, creando una simpatia di cui beneficia, di riflesso, il messaggio che l’oratore veicola. Questa variante è molto diffusa soprattutto tra i politici. Una tecnica simile, meno dipendente dalla personalità dell’oratore, consiste nel «avvolgere» il messaggio da trasmettere in un involucro esteticamente gradevole per il pubblico, conferendogli una forma seducente che ne facilita l’accettazione.

Al contrario, ricorrere alla paura costituisce un’altra tecnica semplice: suscitando la paura nel pubblico, lo si rende più incline ad accettare le soluzioni presentate come le uniche in grado di salvarlo. Si può anche pensare al ricorso all’autorità, che può essere legittimo quando lascia al pubblico la scelta di accettare o meno l’argomento d’autorità, ma che non lo è quando il prestigio personale o la posizione dell’oratore – o dell’autorità a cui fa riferimento – viene utilizzato per imporre un’idea senza dibattito. Tale metodo è molto efficace anche sui bambini, poiché essi non distinguono bene tra ciò che è autorevole e ciò che non lo è; la pubblicità sfrutta questo fenomeno per utilizzare i bambini al fine di convincere i loro genitori a consumare.

La pubblicità ricorre ampiamente a un’altra tattica, l’associazione emotiva, che non è di sua esclusiva competenza e che si rivela incredibilmente efficace: associando il messaggio che si vuole far accettare – molto spesso un prodotto, nel contesto pubblicitario – a un altro elemento, del tutto estraneo al messaggio, ma che si sa suscitare una reazione emotiva forte e/o positiva, si crea un collegamento artificiale tra i due nella mente del pubblico. L’esempio tipico è ovviamente quello dell’associazione tra un prodotto e una donna giovane e bella, spesso poco vestita. Il tatto produce sul pubblico un’influenza simile, il che lascia supporre che le immagini di carattere erotico o sessuale non costituiscano che un’estensione di questa influenza emotiva tattile.

Un’altra tecnica pubblicitaria è quella dello slogan, o più in generale della ripetizione incessante del messaggio, che si ricollega a discipline come l’ipnosi: alla fine, il contenuto del messaggio non ha più alcuna importanza, finisce per penetrare nella mente del pubblico, poiché questo vi è costantemente esposto. La programmazione neurolinguistica, o PNL, è una disciplina che parte da questa semplice constatazione per sviluppare altre tecniche di «sincronizzazione» tra il messaggio e il pubblico, con l’obiettivo di far accettare al pubblico qualsiasi cosa a sua insaputa. Le sette sono molto spesso il luogo in cui la sperimentazione di queste diverse tecniche, derivate dall’ipnosi o dalla manipolazione psicologica, raggiunge il suo apice.

V. La manipolazione cognitiva

Ciò che l’autore definisce «manipolazione cognitiva» si riferisce più specificamente al modo in cui si presenta il messaggio che si cerca di imporre al pubblico e a come se ne articolano le componenti. Una delle tecniche di manipolazione cognitiva che egli individua per introdurre il concetto è quella del “riformulazione manipolativa” del messaggio. In tal caso, il messaggio, sebbene di per sé falso, viene ricollocato all’interno di un quadro interpretativo che ha lo scopo di renderlo verosimile. Tale cornice può consistere in una distorsione della realtà, tramite modifica o omissione, nella sostituzione del contesto iniziale del messaggio con un altro, oppure nella presentazione al pubblico di una cornice descritta come priva di alternative, o comprendente solo alcune alternative controllate dal manipolatore. La pubblicità ricorre ampiamente a quest’ultimo caso, in particolare nella falsa dicotomia tra un marchio e un altro.

Esiste anche l’amalgama cognitivo, simile all’amalgama affettivo. Come quest’ultimo, mira a stabilire un’analogia, o addirittura una falsa relazione di identità o di causa-effetto tra il messaggio da trasmettere e un altro elemento, senza che vi sia necessariamente un legame affettivo, ma piuttosto in modo tale che l’instancabile ripetizione dell’associazione renda il messaggio indissociabile dalle qualità a cui viene accostato. Infine, una forma « speculare » dell’argomento d’autorità è quella che l’autore definisce « reductio ad Hitlerum », una tecnica ben nota che consiste nel screditare a priori un’opinione mettendo in evidenza un legame tra questa e un’ideologia, un sistema di valori ampiamente percepito come ripugnante, come il nazismo. Si tratta di un mezzo molto efficace per affossare un argomento, indipendentemente dalla sua pertinenza, senza nemmeno doverlo affrontare.

VI. Il ruolo di Internet e dei social network

Sebbene l’avvento di Internet e la sua democratizzazione abbiano certamente avuto un impatto significativo sulla portata e sul pubblico dei tentativi di manipolazione, sarebbe errato pensare che questa innovazione abbia modificato la natura stessa della manipolazione. Le tecniche utilizzate sono sempre le stesse, le fake news non sono affatto un fenomeno nuovo ; si diffondono semplicemente più velocemente, più lontano e più facilmente che mai, non solo a causa della struttura stessa di Internet, ma anche perché l’interconnessione garantita da Internet ha fortemente indebolito i meccanismi e le autorità che in precedenza permettevano di assicurare, almeno in una certa misura, la veridicità di un’affermazione. Questo indebolimento garantisce inoltre la sopravvivenza delle fake news nel lungo periodo, poiché confutarle in modo definitivo diventa molto difficile: i social network esistono in una sorta di «presente permanente», in cui vecchie forme di disinformazione possono riemergere in qualsiasi momento.

Altri meccanismi, in particolare l’onnipresenza del supporto visivo – che si tratti di immagini o video – contribuiscono alla potenza delle fake news, poiché il supporto visivo è un modo molto efficace per dare l’illusione della realtà, indipendentemente dal fatto che riproduca fedelmente la realtà o meno. Da qui deriva il carattere particolarmente devastante delle immagini o dei video manipolati o artificiali, che conferiscono un’enorme credibilità aggiuntiva all’affermazione che sostengono, soprattutto quando le piattaforme che li ospitano non si preoccupano di individuarli ed eliminarli. Infine, al di là dei contenuti ingannevoli pubblicati dagli utenti, si pone anche il problema della manipolazione da parte delle piattaforme stesse, in particolare per quanto riguarda la creazione di una dipendenza dal loro utilizzo.

VII. I due effetti della manipolazione

Il titolo di questo capitolo fa riferimento al fatto che, anche quando una manipolazione fallisce, non è priva di conseguenze. I «due effetti» a cui si riferisce sono rispettivamente l’effetto di una manipolazione quando raggiunge il suo obiettivo e l’effetto quando non riesce a raggiungerlo, perché è stata smascherata; il secondo è del resto potenzialmente più preoccupante del primo. Non che gli effetti di una manipolazione riuscita siano da sottovalutare. Ad esempio, la nocività del tabacco e dello zucchero per la salute umana è stata dimostrata molto presto, già prima degli anni ’50; tuttavia, enormi campagne pubblicitarie, basate soprattutto su tecniche di confusione, hanno sostenuto il consumo di queste sostanze, il cui abuso causa ancora oggi decine di migliaia di vittime ogni anno. Al di fuori del mondo pubblicitario, le conseguenze della manipolazione possono essere ancora più radicali: ad esempio, per citare un caso politico, la campagna di disinformazione contro il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, negli anni ’90, che lo assimilava a Hitler, ha portato al suo assassinio.

Ma quando il tentativo di manipolazione viene smascherato e non riesce a raggiungere il proprio obiettivo, produce comunque effetti deleteri. Infatti, quando il pubblico si rende conto di essere vittima di un tentativo di manipolazione, si rifugia in un atteggiamento difensivo estremista: consapevole che qualsiasi discorso gli venga presentato è potenzialmente sospetto, ogni parola diventa un pericolo, e il pubblico si disconnette progressivamente, rendendosi volontariamente inaccessibile a qualsiasi discorso. Questo fenomeno è uno dei terreni fertili dell’individualismo estremo che si osserva nelle società contemporanee, causa della distruzione del legame sociale. Per ironia della sorte, questa perdita dei punti di riferimento comuni agli individui, legata alla percezione di scarsa affidabilità della parola, rende il pubblico ancora più vulnerabile ad altre tecniche di manipolazione, che fanno leva sulla crescente richiesta di legami più « fusionali » tra gli individui, che cercano di mettersi al riparo da ogni tradimento.

VIII. Una resistenza debole

Sebbene l’individuazione di un tentativo di manipolazione provochi una reazione da parte del pubblico che ne è vittima, resta comunque il fatto che, a livello sociale, la resistenza alla manipolazione è notevolmente debole. Una delle cause principali di questa vulnerabilità è la scomparsa dell’insegnamento della retorica, che è stata la norma per tutte le classi colte dall’antichità fino all’inizio del XXe secolo. Da quel momento in poi, l’individuo semplicemente non dispone più delle armi necessarie per sapere come convincere e per capire quando lasciarsi convincere – e quando invece non farlo. E anche quando ne dispone, generalmente ne fa uso inconsapevolmente, in modo sperimentale e non sistematico, il che difficilmente può proteggerlo con successo da un tentativo di manipolazione.

Un’altra causa va ricercata nel comportamentismo e negli studi scientifici che pretendono di controllare il comportamento umano, riducendolo a un insieme di riflessi innati e condizionati – e quindi condizionabili. Queste teorie hanno come obiettivo dichiarato quello di scoprire metodi volti a « modellare » le menti. Ampiamente utilizzate a fini manipolatori, conferiscono alla manipolazione una parvenza di legittimità scientifica, se non addirittura terapeutica, che costituisce un’ulteriore via d’accesso nella società per i discorsi manipolatori.

Infine, un’ultima causa è da ricondurre alla deresponsabilizzazione dell’uso della parola negli ambienti professionali. La gestione della parola è radicalmente separata tra gli specialisti della comunicazione, che si considerano semplici tecnici che mettono strumenti a disposizione dei propri superiori, e i decisori stessi, che utilizzano questi strumenti senza padroneggiarne i meccanismi. Il tecnico si protegge così da ogni responsabilità puntando il dito contro il decisore, e il decisore fa lo stesso puntando il dito contro il tecnico. Ne risulta un uso della manipolazione privo di qualsiasi complesso etico, in cui proprio coloro che la utilizzano la considerano perfettamente normale. Un fenomeno simile è da attribuire ai media, che pretendono di essere neutrali mentre molto spesso, a loro insaputa, contribuiscono ad amplificare discorsi a scopo manipolatorio che non hanno creato, ma che si limitano a ritrasmettere a scopo informativo.

IX. Le norme del linguaggio

Dopo aver analizzato i meccanismi e la natura insidiosa della manipolazione nelle nostre società contemporanee, l’autore si propone di delineare un’etica della parola, volta a promuovere la resistenza di fronte alla manipolazione, la cui nocività è stata ampiamente dimostrata nelle argomentazioni precedenti, sia a livello individuale che a livello della società nel suo complesso.

L’autore respinge inoltre le argomentazioni volte a dimostrare che esistano circostanze in cui la manipolazione possa essere giustificabile: rifiuta il presupposto naturalistico secondo cui gli uomini siano naturalmente in competizione tra loro e utilizzino tutti gli strumenti a loro disposizione; respingono inoltre l’idea che la manipolazione sia solo uno strumento, neutro per sua natura, la cui finalità dipende dall’utilizzatore, ritenendo che i processi di manipolazione siano concepiti per manipolare e, quindi, per esercitare una violenza sul pubblico; infine, scarta l’idea secondo cui la manipolazione sia un’arma « del debole contro il forte », sottolineando al contrario che essa viene utilizzata soprattutto per sostenere i discorsi dominanti.

L’autore sottolinea il valore di ciò che definisce « libertà di ricezione », che concepisce come controparte della libertà di espressione. Quest’ultima non è generalmente oggetto di dibattito nelle nostre democrazie contemporanee, ma l’autore ritiene che sia insufficiente senza una libertà equivalente, di cui dovrebbe disporre il pubblico: la libertà di non vedersi opporre discorsi che esercitino una violenza nei confronti della propria capacità di giudizio. Egli ritiene che tale diritto a non essere manipolati, un diritto al mantenimento della qualità del discorso in circolazione, dovrebbe avere un valore equivalente al diritto di esprimersi come si desidera, in quanto preserva sia la libertà individuale sia il corretto funzionamento della società.

Sebbene sia opportuno diffidare della censura, l’assenza di norme relative all’uso della parola, legata alla visione estrema della libertà di espressione veicolata dal liberalismo contemporaneo, non rappresenta necessariamente una situazione salutare per la società. Per questo motivo, l’autore prende in considerazione la promozione di norme che regolino l’uso della parola, puntando più alla loro adozione attraverso l’educazione progressiva della società, e quindi alla loro interiorizzazione, piuttosto che a un’imposizione dall’esterno; propone così di rivalutare l’apprendimento della retorica, assimilando i limiti che essa incontra in funzione del rispetto dell’integrità del pubblico.

Il potere americano: uno sguardo dalla Cina _ di Wu Xinbo

Il potere americano: uno sguardo dalla Cina

Gli strateghi cinesi stanno nuovamente discutendo se il potere americano sia in declino e se l’egemonia degli Stati Uniti stia subendo un declino irreversibile.

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Di Wu Xinbo

Pubblicato il 10 settembre 2026

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Programma

L’arte di governare americana

Il programma “American Statecraft” sviluppa e promuove idee per una politica estera statunitense più rigorosa, in linea con i valori americani e consapevole dei limiti del potere americano in un mondo sempre più competitivo.

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“Beyond Disruption” è un’iniziativa pluriennale che coinvolge l’intera rete Carnegie e mira a individuare gli elementi concettuali fondamentali che possano aiutare i leader a ridurre i conflitti e a rafforzare la capacità del mondo di affrontare le sfide comuni nell’era che sta emergendo.

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Il 250° anniversario degli Stati Uniti ha riacceso in Cina un forte interesse per la direzione che sta prendendo lo sviluppo interno dell’America e per il ruolo della nazione negli affari internazionali. Gli strateghi cinesi stanno nuovamente discutendo se il potere americano sia in declino e se l’egemonia degli Stati Uniti stia subendo un declino irreversibile in un mondo caratterizzato da una feroce competizione geopolitica e da importanti trasformazioni economiche, tecnologiche e politiche. Affrontare queste questioni richiede una valutazione del potere americano da tre prospettive: lo stato e le prospettive della crescita del potere americano, la superiorità di potere degli Stati Uniti rispetto alla Cina e il potere egemonico degli Stati Uniti sulla scena mondiale.

Rallentamento della crescita

Potere economico

Il potere economico costituisce il fondamento del potere americano nel suo complesso. Per comprendere meglio le tendenze nell’evoluzione del potere americano, è quindi importante esaminare l’andamento dell’economia statunitense dalla fine della Guerra Fredda. Negli anni ’90, i benefici derivanti dalla fine della Guerra Fredda, dalla globalizzazione e dalla rivoluzione di Internet hanno fornito un forte impulso alla crescita economica degli Stati Uniti. La quota degli Stati Uniti nel PIL globale ha superato il 30 per cento, il valore più alto mai registrato nel periodo successivo alla Guerra Fredda. Tuttavia, il primo decennio del nuovo secolo ha portato a una crescita più lenta a causa dello scoppio della bolla di Internet e dello scoppio della crisi finanziaria più grave dai tempi della Grande Depressione. Ciò ha fatto scendere la quota del Paese al di sotto del 25 per cento nel 2008, il livello più basso dalla fine della Guerra Fredda. Negli anni 2010, l’economia statunitense si è ripresa e ha continuato a crescere, ma lo slancio si è indebolito. Negli anni 2020, ha subito un duro colpo a causa della pandemia di COVID-19 e, sebbene si sia in gran parte ripresa, l’elevata inflazione è diventata un incubo ricorrente che perseguiterà i futuri risultati economici.1

Gli strateghi cinesi stanno nuovamente discutendo se il potere americano sia in declino e se l’egemonia degli Stati Uniti stia subendo un declino irreversibile.

Guardando al futuro, l’IA promette di guidare la prossima fase di crescita economica degli Stati Uniti. Data la leadership americana nella tecnologia dell’IA, il Paese può aspettarsi di trarre notevoli benefici da un’economia dell’IA fiorente. Tuttavia, nonostante il boom del mercato azionario e i massicci investimenti nella costruzione di data center in tutti gli Stati Uniti, l’IA non ha ancora generato un balzo in avanti significativo in termini di produttività economica. In altre parole, i rendimenti non sono ancora all’altezza degli investimenti. Considerando l’andamento storico dell’economia di Internet, alcuni studiosi cinesi ritengono che la bolla dell’IA molto probabilmente scoppierà prima che un’economia matura basata sull’IA possa decollare.2 Proprio come nel boom di Internet alla fine degli anni ’90, oggi vi è un eccesso di speculazione sull’economia dell’IA, il che potrebbe limitarne il contributo alla potenza economica americana.

Sebbene le prospettive di una crescita economica trainata dall’intelligenza artificiale siano incerte, alcuni altri fattori cruciali per l’andamento dell’economia statunitense sono decisamente in declino. L’invecchiamento delle infrastrutture statunitensi sta riducendo l’efficienza, aumentando i costi e diminuendo la propensione delle imprese a investire. Ad esempio, sebbene negli ultimi anni la costruzione di data center dedicati all’intelligenza artificiale abbia attirato investimenti significativi, l’insufficienza dell’approvvigionamento energetico è vista come un ostacolo al loro funzionamento.3 Il fatto che gli Stati Uniti siano in ritardo nello sviluppo delle energie rinnovabili non farà che aggravare la carenza di energia elettrica nel Paese. Nel frattempo, le industrie manifatturiere statunitensi, dalla cantieristica navale all’industria automobilistica fino alla produzione di chip semiconduttori, stanno diventando sempre meno competitive. Ciò evidenzia l’incapacità di commercializzare l’innovazione tecnologica e di garantire la sicurezza della catena di approvvigionamento negli Stati Uniti. Inoltre, se il protezionismo dovesse diventare una tendenza a lungo termine nella politica economica statunitense, non farebbe altro che limitare l’afflusso di commercio e investimenti internazionali, con un costo non indifferente per i settori manifatturiero e dei servizi americani.

Negli ultimi tre decenni, nonostante il declino del settore manifatturiero, i vantaggi tecnologici e finanziari degli Stati Uniti hanno accresciuto la loro capacità di attrarre importazioni, stimolando così la crescita economica del Paese. In altre parole, è proprio la preminente potenza tecnologica e finanziaria degli Stati Uniti ad averli trasformati in un partner economico attraente e ad aver attirato beni e capitali da altre parti del mondo. 4 Tuttavia, con l’intensificarsi della concorrenza tecnologica da parte della Cina, che sta minando i vantaggi di cui un tempo godevano gli Stati Uniti, l’America non può più contare sul proseguimento di questa tendenza. Infatti, i rapidi progressi della Cina in tecnologie chiave come le batterie, i pannelli solari e i robot umanoidi, uniti alla sua forte capacità manifatturiera e alla sua abilità nel commercializzare nuove tecnologie, fanno sì che la Cina stia diventando un partner economico più attraente per le altre economie. Su un altro fronte, poiché la fiducia degli investitori internazionali nel dollaro statunitense è compromessa dal debito federale alle stelle e dal ricorso sempre più frequente al dollaro come arma politica, i benefici associati alla posizione del dollaro come principale valuta internazionale — quali la domanda di cui gode e i bassi costi di finanziamento — continueranno ad atrofizzarsi.5

Soft Power

Il soft power è un’altra componente fondamentale e significativa del potere americano. Non solo suscita rispetto e benevolenza nella comunità internazionale nei confronti degli Stati Uniti, ma rende anche gli altri paesi più disposti ad assecondare le preoccupazioni di Washington e ad avallarne gli obiettivi di politica estera. In quanto tale, il soft power contribuisce a potenziare l’hard power americano e ad ampliare l’influenza internazionale degli Stati Uniti. Il soft power americano ha raggiunto il suo apice all’inizio del secolo grazie a una combinazione di fattori, tra cui l’unipolarità americana nel mondo del dopoguerra fredda, la convinzione diffusa che il modello economico neoliberista guidato da Washington avesse trionfato sul modello socialista guidato da Mosca, la robusta crescita economica degli Stati Uniti durante la presidenza di Bill Clinton e la leadership statunitense nella globalizzazione e nella governance globale.

Tuttavia, il soft power degli Stati Uniti ha subito un calo durante l’amministrazione di George W. Bush a causa della tendenza ad agire senza consenso né accordo, in particolare in relazione alle guerre in Afghanistan e in Iraq, nonché alla crisi finanziaria del 2008. L’amministrazione di Barack Obama ha in parte ripristinato il soft power degli Stati Uniti, impegnandosi a porre fine alla guerra in Iraq, promuovendo la governance globale e dimostrando maggiore entusiasmo per il multilateralismo. I due mandati di Donald Trump, tuttavia, hanno inflitto un danno significativo e forse di lunga durata al soft power degli Stati Uniti, poiché Trump ha perseguito il protezionismo e l’unilateralismo, ha adottato misure severe contro gli immigrati, ha represso le università e gli istituti di ricerca e ha messo in discussione lo Stato di diritto. Oggi gli Stati Uniti sono ampiamente considerati un partner inaffidabile, afflitto da gravi divisioni e conflitti interni. Di conseguenza, pochi paesi, se non nessuno, guarderebbero a Washington come fonte di ispirazione o guida in materia di politica interna o estera.6

Le due amministrazioni di Donald Trump, tuttavia, hanno arrecato danni significativi e forse duraturi al soft power degli Stati Uniti.

Mentre gli Stati Uniti celebrano il loro 250° anniversario, il loro soft power è sceso al livello più basso, probabilmente dai tempi degli anni ’70, quando la reputazione internazionale degli Stati Uniti subì un duro colpo a causa della guerra del Vietnam e dello scandalo Watergate, e sicuramente al suo punto più basso dalla fine della Guerra Fredda.

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Il declino della supremazia militare

Nella politica internazionale, il potere assoluto è importante nella misura in cui definisce le capacità di uno Stato, ma ciò che conta davvero è il potere relativo, che determina quanta influenza un Paese possiede rispetto agli altri. In altre parole, la superiorità di un paese nell’equilibrio globale dei poteri verrà presa in considerazione nei calcoli strategici degli altri e influenzerà il loro comportamento nei confronti dell’estero. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la superiorità degli Stati Uniti in termini di capacità economiche, militari e tecnologiche ha conferito loro una posizione internazionale preminente, che ha permesso a Washington di plasmare sia la struttura della politica internazionale (bipolare o unipolare) sia il comportamento di molti altri paesi, tra cui la Cina.

Tuttavia, all’inizio del XXI secolo si è verificato un significativo cambiamento nell’equilibrio di potere tra Stati Uniti e Cina. Nel 2000, il PIL della Cina era pari solo all’11,9% di quello degli Stati Uniti, misurato in base al tasso di cambio; nel 2025, tale cifra era pari al 63,4%.7 Se misurato in base alla parità di potere d’acquisto (PPA), il PIL della Cina ha superato quello degli Stati Uniti già nel 2016. 8 Sul fronte militare, il divario tra Stati Uniti e Cina si è notevolmente ridotto. L’espansione dello sviluppo militare cinese ha fortemente minato la preminenza degli Stati Uniti nel Pacifico occidentale. Nel campo della scienza e della tecnologia, negli ultimi due decenni la Cina è riuscita a recuperare il ritardo, sfidando il dominio statunitense e superando gli Stati Uniti in un numero sempre maggiore di settori, quali la comunicazione quantistica, l’energia pulita e il 5G. In effetti, la rapida ascesa della Cina ha rappresentato la sfida più importante alla superiorità di potenza degli Stati Uniti e ha causato un’ansia senza precedenti tra le élite politiche statunitensi nell’ultimo decennio. Come riconosce la Strategia di Difesa Nazionale 2026 dell’amministrazione Trump, «Sotto ogni punto di vista, la Cina è già il secondo Paese più potente al mondo — secondo solo agli Stati Uniti — e lo Stato più potente rispetto a noi dal XIX secolo».9

Il cambiamento nell’atteggiamento della Cina nei confronti degli Stati Uniti è indicativo del progressivo ridursi della superiorità del potere americano. Per molto tempo, la Cina aveva considerato gli Stati Uniti come un paese dotato di scienza e tecnologia avanzate, di un’economia prospera e di una forza nazionale globale. Infatti, dagli anni ’80 agli anni 2000, mentre la Cina si sforzava di trasformarsi in un paese moderno e prospero, guardava agli Stati Uniti come a un esempio positivo. Tuttavia, con il ridursi del divario di potere tra i due paesi negli anni 2010, gli strateghi cinesi hanno iniziato a considerare sempre meno gli Stati Uniti come una potenza formidabile, mentre in Cina sempre più persone hanno cominciato a guardare con disprezzo agli Stati Uniti come a un paese afflitto da una crescita economica stagnante, da stallo politico e conflitti, e da una governance interna carente. È interessante notare che, al giorno d’oggi, gli accademici cinesi sono più interessati a studiare gli errori degli Stati Uniti piuttosto che i loro successi. Negli ultimi anni, «l’ascesa dell’Oriente e il relativo declino dell’Occidente» è diventata una frase di moda tra gli analisti cinesi per descrivere i grandi cambiamenti in atto nel panorama internazionale,10 alimentati principalmente dallo spostamento degli equilibri di potere tra Cina e America.

In effetti, l’evoluzione degli equilibri di potere tra Cina e Stati Uniti negli ultimi due decenni ha rafforzato la fiducia in sé stessa della Cina e ne ha accresciuto l’assertività nel far fronte alle pressioni statunitensi. Ad esempio, secondo un sondaggio pluriennale sul tema «Come i cinesi vedono il mondo», condotto dal quotidiano statale Global Times, alla domanda se la Cina fosse già una potenza globale, nel 2006 solo il 20 per cento degli intervistati aveva risposto affermativamente, mentre nel 2025 questa percentuale è balzata al 45 per cento. Nel contempo, alla domanda su come la Cina dovrebbe affrontare le pressioni e le provocazioni degli Stati Uniti, la percentuale complessiva degli intervistati favorevoli a contromisure moderate o energiche è passata dal 51% del 2023 al 62% del 2025. 11 Il declino della superiorità di potenza degli Stati Uniti ha quindi modificato non solo la percezione che i cinesi hanno dell’America, ma anche il modello delle interazioni tra i due paesi. Ad esempio, durante le consultazioni bilaterali in materia di commercio ed economia tenutesi nel corso del secondo mandato di Trump, la parte cinese ha insistito affinché i colloqui riflettessero «lo spirito di uguaglianza, rispetto e reciproco vantaggio»12 — assumendo una posizione diversa rispetto a quella adottata durante il primo mandato di Trump.

Influenza in calo sulla scena mondiale

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, la potenza americana si è costantemente tradotta in una capacità preminente di intervenire e plasmare gli affari internazionali, un fenomeno solitamente definito come “leadership statunitense” o “egemonia americana”. L’influenza internazionale degli Stati Uniti ha raggiunto il suo apice negli anni ’90, quando il Paese è emerso come unica superpotenza in un mondo unipolare: stabiliva le regole del gioco e guidava le istituzioni multilaterali. Gli altri paesi hanno appoggiato le principali iniziative diplomatiche di Washington. Tuttavia, a partire dagli anni 2010, il processo di multipolarizzazione ha gradualmente indebolito la posizione degli Stati Uniti come unico polo della politica mondiale, e gli affari internazionali sono stati sempre meno dettati da Washington. Ad esempio, la Russia e la Cina hanno rappresentato sfide sempre più impegnative per gli obiettivi strategici degli Stati Uniti, gli Stati più piccoli sono diventati meno sensibili all’agenda diplomatica di Washington, mentre le grandi e medie potenze hanno formato molteplici raggruppamenti politici ed economici che riflettono meglio i loro interessi e le loro preferenze.

Su un altro fronte, a partire dalla prima amministrazione Trump, l’atteggiamento scettico degli Stati Uniti nei confronti del multilateralismo e l’allontanamento dalle istituzioni multilaterali hanno indebolito il ruolo di leadership globale del Paese. Secondo un sondaggio Gallup condotto alla fine del 2025 in oltre 130 Paesi e regioni, una percentuale mediana del 36% degli intervistati approvava la leadership della Cina, rispetto al 31% degli Stati Uniti. Nel 2024, un sondaggio Gallup World Poll ha registrato un indice di gradimento del 39% per gli Stati Uniti e del 32% per la Cina.13 È probabile che il vantaggio della Cina aumenti man mano che il comportamento dirompente e revisionista della seconda amministrazione Trump continuerà a minare l’attuale ordine internazionale.

È probabile che il vantaggio della Cina aumenti man mano che il comportamento dirompente e revisionista della seconda amministrazione Trump continua a minare l’attuale ordine internazionale.

Nonostante il declino della sua superiorità in termini di potere, l’America rimarrà, nel complesso, la nazione più potente del mondo per il prossimo futuro. Tuttavia, ciò che conta davvero non è il potere in sé, ma gli obiettivi per i quali tale potere viene impiegato. Se Washington intende promuovere gli interessi degli Stati Uniti in materia di sicurezza e sviluppo in un mondo multipolare, il suo potere sarà sufficiente a tale scopo; tuttavia, se Washington è intenzionata a mantenere la propria posizione egemonica in un mondo in rapida evoluzione, ad esempio preservando un panorama internazionale unipolare e dettando il comportamento degli altri principali attori, probabilmente fallirà in tali imprese, poiché non possiede più la forza e l’influenza sufficienti a tal fine.     

Prospettive del potere americano

Nonostante alcuni momenti di flessione e numerose discussioni sul declino degli Stati Uniti a partire dagli anni ’70, il Paese ha mantenuto un percorso di crescita del potere sostanzialmente solido e ha conservato la propria posizione di nazione più potente al mondo. Tuttavia, diversi nuovi fattori emergenti stanno limitando la competitività e lo slancio di crescita degli Stati Uniti, offuscando così le prospettive della loro posizione di potere.

Innanzitutto, con l’accelerarsi della tendenza alla multipolarizzazione, gli Stati Uniti stanno perdendo alcuni vantaggi significativi che hanno contribuito alla loro forza materiale e alla loro influenza internazionale. Alcuni paesi non considerano più l’America un partner affidabile e sono quindi riluttanti a cercare una cooperazione economica e militare attiva con essa, mentre altri non sosterranno l’agenda diplomatica di Washington nella stessa misura di un tempo. Queste tendenze riducono le risorse internazionali che contribuiscono sia al potere “hard” che a quello “soft” degli Stati Uniti. Ad esempio, la posizione del dollaro statunitense come valuta internazionale dominante ha storicamente generato enormi benefici economici per gli Stati Uniti. Tuttavia, nel 2025 il dollaro rappresentava solo il 56 per cento delle riserve valutarie globali, in calo rispetto a oltre il 70 per cento registrato all’inizio degli anni 2000. 14 Man mano che un numero crescente di paesi cerca i mezzi per effettuare pagamenti in valute diverse dal dollaro statunitense, la tendenza alla de-dollarizzazione non potrà che accelerare, ed è probabile che un sistema monetario più diversificato sostituisca quello incentrato sul dollaro.

In secondo luogo, la concorrenza di altri paesi, in particolare della Cina, sta già minando la leadership statunitense in settori quali l’economia, la finanza, la scienza e la tecnologia, nonché la supremazia militare in alcune regioni. Nel prossimo decennio, la Cina supererà probabilmente gli Stati Uniti in alcuni ambiti chiave, quali il prodotto economico complessivo e la leadership in alcune tecnologie avanzate (ad esempio, i robot umanoidi, il 6G e l’energia nucleare di nuova generazione). Una volta che gli Stati Uniti non saranno più considerati il paese numero uno al mondo a tutto tondo, si verificherà probabilmente una certa ridistribuzione del commercio internazionale, degli investimenti, del capitale umano e delle riserve delle banche centrali estere, che minerà le risorse che hanno contribuito alla crescita del potere statunitense.

In terzo luogo, il debito federale statunitense in forte aumento, che supera già i 40 trilioni di dollari e che, secondo le previsioni, dovrebbe raggiungere circa 50 trilioni di dollari entro cinque anni, rappresenta una grave sfida strutturale per la salute dell’economia americana e per il ritmo di crescita. 15 Se il debito dovesse innescare una grave crisi, i benefici economici di cui il Paese gode da tempo e la posizione del dollaro statunitense come principale valuta internazionale potrebbero essere seriamente a rischio. Infatti, data la finanziarizzazione dell’economia statunitense a partire dagli anni ’80, il debito insostenibile rappresenta ora un’enorme bomba a orologeria che minaccia la posizione di potere degli Stati Uniti. 

Naturalmente, alcuni ostacoli al potere americano possono essere superati o attenuati se esiste la volontà politica. Ad esempio, gli Stati Uniti potrebbero impegnarsi concretamente per potenziare le proprie infrastrutture, aumentare gli investimenti nella scienza e nella tecnologia, rilanciare il settore manifatturiero di alta gamma, adeguare la propria politica sull’immigrazione e sostenere lo sviluppo del settore delle energie rinnovabili. Tutti questi sforzi contribuirebbero a migliorare le prospettive di crescita economica a lungo termine degli Stati Uniti. Nel contempo, adottare un comportamento internazionale più responsabile, come sostenere il multilateralismo e partecipare alla cooperazione internazionale in materia di governance globale, rafforzerebbe sicuramente il soft power degli Stati Uniti. Tuttavia, è quasi politicamente impossibile affrontare la sfida rappresentata dall’astronomico debito federale statunitense. Nessun partito, né democratico né repubblicano, vuole commettere un suicidio politico per tenere davvero a freno il deficit.     

In un mondo caratterizzato da una multipolarizzazione sempre più marcata e da una crescente concorrenza, l’America sta perdendo i propri vantaggi economici e la leadership nei settori della scienza, della tecnologia e del commercio. Di conseguenza, il mondo vede un’America più vulnerabile e con capacità limitate, piuttosto che una superpotenza con risorse illimitate. Se queste tendenze dovessero continuare, gli Stati Uniti rimarranno una grande potenza di primo piano, ma non una superpotenza senza rivali. I leader americani dovranno fare i conti con la dura realtà che gli Stati Uniti non occupano più la posizione numero uno in tutti i principali ambiti di potere, e Washington dovrà ridefinire il proprio ruolo nel mondo in modo commisurato al suo nuovo portafoglio di potere. Per la Cina, una delle principali sfide sarà quella di gestire l’impatto dello spostamento degli equilibri di potere tra i due paesi, nonché il declino dell’egemonia americana. Washington, al fine di mantenere la propria egemonia, intensificherà certamente la competizione con la Cina, facendo del proprio meglio per ostacolare la crescita del potere cinese e contenere l’espansione dell’influenza internazionale di Pechino.

Collezione

Il futuro della potenza americana

Qual è il futuro del potere americano? Gli Stati Uniti dispongono di risorse straordinarie in ogni ambito del potere nazionale, eppure negli ultimi anni hanno faticato a raggiungere molti importanti obiettivi di politica estera. Questo paradosso solleva una domanda fondamentale per gli americani e per il mondo: cosa possono effettivamente fare gli Stati Uniti con il potere di cui dispongono? Il nostro progetto esamina non solo la quantità, ma anche le qualità del potere americano, ne valuta il grado di erosione e si interroga su come gli Stati Uniti potrebbero utilizzare il potere di cui dispongono in modo più efficace.

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Informazioni sull’autore

Wu Xinbo

Professore presso l’Università di Fudan; Direttore del Centro di Studi Americani dell’Università di Fudan

Wu Xinbo è professore presso l’Università di Fudan e direttore del Centro di Studi Americani dell’ateneo.

Note

Secondo quanto riferito, i satelliti russi avrebbero aiutato l’Iran a prendere di mira le basi statunitensi, mentre i sauditi chiedono alla Cina di intervenire, di Simplicius

Secondo quanto riferito, i satelliti russi avrebbero aiutato l’Iran a prendere di mira le basi statunitensi, mentre i sauditi chiedono alla Cina di intervenire

In parole povere17 settembre
 
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Un’inchiesta della CNN sostiene cheche la Russia abbia lanciato “14 satelliti” sul Medio Oriente, i quali, secondo i funzionari dei servizi segreti, avrebbero fornito all’Iran capacità di puntamento senza precedenti alla vigilia dei grandi attacchi di precisione sferrati contro le basi statunitensi all’inizio di quest’anno:

Erin Burnett OutFront@OutFrontCNN

Un’inchiesta della CNN rivela che la Russia avrebbe fornito informazioni satellitari cruciali sulle basi statunitensi, garantendo a Teheran un vantaggio determinante nel conflitto.

3:04 del mattino · 17 settembre 2026· 368.000 visualizzazioni


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Inchiesta della CNN: l’Iran ha migliorato la precisione dei propri attacchi contro obiettivi statunitensi. Ecco in che modo i satelliti russi potrebbero aver contribuito

Quattordici satelliti spia russi hanno sorvolato una base militare statunitense in Arabia Saudita due giorni prima di un devastante attacco sferrato dall’Iran. La tempistica e la sequenza delle operazioni del veicolo spaziale hanno consentito loro di accedere a un’ampia gamma di dati che, secondo funzionari statunitensi e fonti di intelligence internazionali, hanno aiutato Teheran a sferrare alcuni dei suoi attacchi più precisi contro obiettivi americani. Ne parla Tamara Qiblawi della CNN.

Chi si ricorda questo classico??

È ancora incredibile che questo sia una sorpresa per l’Occidente. Proprio ieri un RQ-4D della NATO — una variante del famigerato Global Hawk — è stato avvistato a poche miglia al largo della Crimea, presumibilmente mentre sorvegliava obiettivi terrestri in vista di un imminente attacco ucraino:

Sintesi militare@MilitarySummary

I voli di ricognizione degli Stati Uniti e della NATO sul Mar Nero proseguono a ritmo serrato. In primo luogo, un drone ad alta quota Northrop Grumman RQ-4D Phoenix, operante dalla base aerea italiana di Sigonella, ha effettuato una missione con obiettivo la Crimea. Successivamente, un Bombardier Challenger 650 Artemis …

11:50 · 16 settembre 2026· 1,58K visualizzazioni


7 condivisioni· 25 “Mi piace”

Si chiama “occhio per occhio”.

Nella parte superiore della scheda dati qui sopra è possibile vedere il codice 7600 scritto in rosso. Si tratta del codice di emergenza internazionale da trasmettere in caso di interruzione delle comunicazioni. Diversi account hanno affermato cheL’RQ-4 ha subito un malfunzionamento del sistema di comunicazione ed è stato costretto ad allontanarsi rapidamente dalla zona.

Ma tornando all’articolo della CNN, sorge una domanda fondamentale: cosa dicono ora tutte quelle persone che sostengono che la Russia permetta passivamente il superamento di tutte le sue “linee rosse”, non reagendo all’armamento dell’Ucraina da parte degli Stati Uniti e all’assistenza fornita da questi ultimi in termini di dati di puntamento per gli attacchi ucraini? Chi, in definitiva, ha pagato il prezzo più alto, la Russia o gli Stati Uniti?

L’Ucraina ha inflitto danni alla Russia, ma non di natura strategica, dato che la Russia continua ad avanzare sul campo di battaglia ed è in grado di impiegare tutte le proprie risorse come prima della guerra. Gli Stati Uniti, d’altra parte, hanno praticamente perso l’intera loro posizione nel Medio Oriente, in parte grazie alle informazioni di intelligence fornite dalla Russia all’Iran — almeno se dobbiamo credere a queste notizie. A prima vista sembrerebbe che la Russia abbia avuto la meglio in questo scontro, dato che le perdite degli Stati Uniti in Medio Oriente sono state davvero di natura strategica a livello generazionale, a seconda di come continueranno a evolversi gli eventi.

L’Iran ha messo gli Stati Uniti in una posizione sempre più precaria, tanto che ora questi ultimi temono di suscitare l’ira dell’Iran, dato che i potenti attacchi dei persiani sono diventati inarrestabili a causa dell’esaurimento delle scorte di intercettori.

Gregory Brew@gbrew24

L’ultimo attacco statunitense contro una petroliera iraniana risale a 8 giorni fa, il 9 settembre. Poco dopo, l’Iran ha lanciato 20 missili balistici contro una base statunitense in Giordania. La Giordania e gli Stati Uniti hanno lanciato oltre 70 missili intercettori. Almeno alcuni missili iraniani sono riusciti a superare le difese, danneggiando 9 velivoli statunitensi. Ci sono stati…

17:52 · 17 settembre 2026· 25,2K visualizzazioni


11 risposte· 61 condivisioni· 275 Mi piace

L’Iran sta stringendo la morsa sugli Stati Uniti, che rimangono intrappolati in una sorta di paralisi da escalation a causa della mancanza di opzioni valide e praticabili.

A tal proposito, Phillips P. O’Brien sostiene in un nuovo articolo pubblicato su The Atlantic che l’era americana sia giunta a una fine ingloriosa:

https://www.theatlantic.com/ideas/2026/09/trump-iran-superpower-decline/688639

Egli esordisce dicendo:

L’era americana che seguì la Seconda guerra mondiale era destinata, prima o poi, a finire. Ciò che stupisce è quanto improvvisamente sia arrivato quel momento. Negli ultimi sei mesi, la potenza americana — da tempo incarnata dalle migliori attrezzature belliche al mondo e dal personale militare meglio addestrato, da una rete globale di basi e sistemi logistici, nonché da alleanze militari e diplomatiche con ogni angolo del globo — si è rivelata insufficiente a sconfiggere l’Iran, un regime repressivo ed economicamente stagnante, armato di missili e droni a basso costo.

O’Brien ammette che è stata proprio la distruzione da parte dell’Iran delle principali basi statunitensi nella regione a determinare l’immediata battuta d’arresto dell’aggressione statunitense, una tesi che in un primo momento era stata derisa dai portavoce dell’establishment, finché la realtà non si è lentamente imposta:

L’effetto di queste perdite sulle operazioni statunitensi è stato quasi immediato. Uno dei motivi principali per cui l’amministrazione Trump non ha inasprito il conflitto militare con l’Iran durante l’estate, nonostante tutte le minacce in tal senso, è stata la perdita della base in Bahrein — su cui la Marina faceva affidamento da decenni per rifornire le navi in Medio Oriente. Di conseguenza, la cosiddetta “coda logistica” delle operazioni navali statunitensi ha dovuto estendersi fino a Diego Garcia, un’isola sotto il controllo britannico nell’Oceano Indiano, a più di 2.000 miglia dallo Stretto di Ormuz.

La vulnerabilità delle strutture statunitensi situate nei pressi dell’Iran è talmente elevata e il costo previsto per la loro riparazione è talmente ingente che, come Il Washington Post come riportato il mese scorso, i funzionari dell’amministrazione potrebbero non volerli ricostruire affatto.Un modo per interpretare la situazione è quello di considerarla come “un’occasione unica in una generazione per il Pentagono di riconsiderare la propria presenza” nella regione del Golfo Persico, come afferma il Post come si suol dire. Ma il fatto è che difendere le infrastrutture chiave anche da un nemico tecnologicamente meno avanzato come l’Iran non è qualcosa che le forze armate statunitensi siano attualmente in grado di fare.

Il paragrafo chiave, tuttavia, è sicuramente questo, in cui O’Brien spiega in che modo la Cina abbia surclassato in modo straordinario gli Stati Uniti in tutti i principali fattori moderni che determinano il vero potere militare ed economico:

L’erosione della supremazia manifatturiera americana è una storia vecchia, ma costituisce un elemento chiave per comprendere la fine dell’era americana. Un tempo gli Stati Uniti riuscivano a superare le altre potenze in termini di produzione attingendo al settore civile. Durante la Seconda guerra mondiale, gli americani riorganizzarono l’industria automobilistica per costruire aerei. Oggi, rispetto al resto del mondo, gli Stati Uniti non producono quasi più navi per uso civile. La Cina, al contrario, produce circa il 50% delle navi del mondo e controlla circa l’80 per centodella produzione mondiale di droni. Avendo potenziato le proprie forze armate per prevalere in uno scontro di elevata intensità, gli Stati Uniti semplicemente non dispongono delle attrezzature, delle scorte e delle forze ben riposate necessarie per affrontare la Cina per un periodo di tempo prolungato.

Conclude senza le solite ambiguità melliflue, che lasciano aperta la porta a qualche fantasia di rinascita americana. La sua conclusione è definitiva: l’America è finita:

Tutte le superpotenze del passato hanno finito per declinare. L’emergere dell’Asia orientale come centro della produzione economica mondiale non poteva che ridurre l’influenza americana. Il passaggio da un’era globale all’altra raramente è evidente sul momento. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina quattro anni e mezzo fa, il potenziale dei droni prodotti in serie non era ancora chiaro. Fino a febbraio scorso, pochi esperti avrebbero previsto che gli Stati Uniti — un colosso mondiale da oltre 80 anni — sarebbero finiti per trovarsi così in difficoltà a causa dell’Iran.Ma il conflitto mette in luce un aspetto importante: L’era americana è giunta al termine. Il dominio globale degli Stati Uniti non può continuare senza le fonti di potere che lo hanno reso possibile.

È interessante che egli osservi che “pochi esperti avrebbero previsto” la pesante sconfitta inflitta dall’Iran agli Stati Uniti. In realtà, chiunque avesse un po’ di cervello l’aveva facilmente prevista, compreso il nostro umile blog, fin dall’inizio.

In questo raro momento di autocelebrazione, il vostro umile autore ha chiesto alla modalità “esperto” di Grok AI di leggere tutti i nostri articoli pertinenti su Substack e di stabilire quali previsioni fossero state formulate sul conflitto iraniano sin dall’inizio:

Citazioni specifiche relative alle previsioni formulate fin dai primissimi giorni del conflitto:

Link

Ma soprattutto, mentre il mondo intero si scagliava contro la riduzione della “potenza di fuoco” dell’Iran nelle prime settimane di guerra, noi siamo stati tra i pochi blog a sostenere con sicurezza il contrario:

Link

Beh, cosa possiamo dire? Forse “analisti” come Phillips P. O’Brien farebbero bene a smettere di dare retta ai giornalisti da quattro soldi del mainstream e a rivolgersi invece a fonti che hanno dato prova di affidabilità.

Secondo quanto riferito, Trump avrebbe dichiarato ad Axios di trovarsi di fronte a un importante punto di svolta nei rapporti con l’Iran:

https://www.axios.com/2026/09/17/trump-axios-interview-iran-war

Giovedì il presidente Trump ha dichiarato ad Axios di trovarsi di fronte a un bivio cruciale nella guerra con l’Iran, ovvero se riprendere gli attacchi su larga scala nel tentativo di porre fine al conflitto.

«Devo prendere una decisione importante. Voglio intervenire e annientarli [il regime iraniano] o no? È una decisione importante. Potrebbe succedermi di tutto».

Queste sono solo altre sciocchezze di un perdente vanaglorioso: un tentativo di compensare la mancanza di alternative fingendo di avere un potere che non ha mai posseduto. A questo punto gli Stati Uniti non possono annientare nulla, né lo faranno; quel tempo è ormai passato da un pezzo. Come avevamo già chiarito nell’ultimo articolo, l’Iran è giocare sul serio, e gli Stati Uniti non hanno più la forza d’animo necessaria per far fronte alla pressione che la superpotenza regionale è ora in grado di esercitare.

Come ultimo aggiornamento, nuove immagini satellitari mostrano i lavori segreti in corso lungo l’oleodotto est-ovest saudita. A quanto pare, i sauditi stanno ora cercando di aggirare le stazioni di pompaggio danneggiate tramite una conduttura di emergenza deviata che, letteralmente, aggira la stazione:

Mizar Vision@MizarVision

ARABIA SAUDITA | In corso lavori di deviazione d’emergenza sul gasdotto Est-Ovest Le nuove immagini satellitari di Vantor del 16 settembre sembrano mostrare squadre di operai sauditi impegnati nella rapida costruzione di una deviazione temporanea attorno a una delle stazioni di pompaggio danneggiate nell’attacco della scorsa settimana. Secondo quanto riferito, gli operai sarebbero …

19:47 · 17 settembre 2026· 65,3K visualizzazioni


10 risposte· 19 condivisioni· 118 “Mi piace”

Timelapse:

Le nuove immagini satellitari di Vantor, risalenti al 16 settembre, sembrano mostrare squadre di operai sauditi impegnate nella rapida costruzione di una deviazione temporanea attorno a una delle stazioni di pompaggio danneggiate nell’attacco della scorsa settimana.

Secondo quanto riferito, si vedono alcuni operai impegnati nella posa e nella saldatura di due nuove sezioni di conduttura, che potrebbero consentire al flusso di greggio di aggirare l’impianto danneggiato.

Reuters ha confermato separatamente che tre stazioni di pompaggio lungo la cruciale conduttura est-ovest sono state colpite e che l’Arabia Saudita sta lavorando per ripristinare il flusso. Le riparazioni complete potrebbero richiedere 5–6 settimane, anche se le operazioni parziali potrebbero riprendere prima.

Se portato a termine con successo, il bypass potrebbe ridurre in modo significativo le interruzioni su una delle rotte alternative di esportazione del petrolio più importanti al mondo.

Ciò suggerisce ovviamente che i danni siano ben più gravi di quanto si pensasse in precedenza, dato che hanno deciso di deviare il traffico intorno alle stazioni anziché ripristinare immediatamente le stazioni stesse.

Gli esperti dovranno esprimersi in merito, ma dal punto di vista teorico e logico, deviare il flusso intorno alla stazione di pompaggio dovrebbe comportare un rallentamento significativo della portata del greggio nella conduttura, dato che la stazione non fornisce il necessario aumento di pressione. Ciò significherebbe che questa “soluzione rapida” non rappresenta una soluzione definitiva.

Si diceva che la linea Est-Ovest trasportasse il 4-5% dell’intero approvvigionamento mondiale di petrolioe si dice che un precedente attacco a una sola stazione di pompaggio, avvenuto all’inizio dell’anno, abbia ridotto l’approvvigionamento di 700.000 barili al giorno. Questa volta sono state colpite tre stazioni.

Resta da vedere se l’attacco sia stato solo un avvertimento, per ora, o l’inizio di una campagna sistematica volta a continuare a danneggiare l’oleodotto in modo permanente. Secondo le ultime notizie, l’Arabia Saudita starebbe implorando la Cina di intervenire e costringere l’Iran a porre fine alla sua campagna contro gli asset sauditi, ma sembra che la Cina si sia limitata a “trasmettere il messaggio” all’Iran senza chiedere alcun favore né fornire indicazioni dirette.

Resoconto dello scontro@clashreport

BIG: L’Arabia Saudita ha chiesto alla Cina di esercitare pressioni in via riservata sull’Iran affinché freni gli Houthi dopo la loro occupazione della costa yemenita sul Mar Rosso e di Bab al-Mandeb. Tre fonti iraniane affermano che Pechino abbia trasmesso il messaggio a Teheran, andando oltre i propri appelli pubblici alla moderazione. La risposta dell’Iran: …

14:27 · 17 settembre 2026· 10,8K visualizzazioni


10 risposte· 28 condivisioni· 150 “Mi piace”

Ora Bloomberg riferisce che la Russia sta aumentando i propri flussi di petrolio:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/russia-boosts-oil-exports-as-middle-east-war-sends-prices-soaring

Il prezzo del greggio russo degli Urali è balzato a 120 dollari al barile, superando quello del Brent secondo diverse stime:

Come pensi che si evolverà la convergenza tra la crescente crisi energetica ed economica e le imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti?


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La sinistra e la destra non riescono a unirsi, di Spenglarian Perspestive

La sinistra e la destra non riescono a unirsi

Una lezione appresa in cinque anni.

prospettiva spengleriana13 settembre
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How Tucker Carlson's exit could financially impact Fox Corporation,  according to experts - ABC News

Nel luglio del 2026, decine di migliaia di migranti marocchini assediarono l’enclave di Ceuta, sulla costa africana. La Spagna dichiarò lo stato di emergenza nazionale; circa 72 persone persero la vita durante la traversata e ancora oggi non è chiaro se sia stato fatto qualcosa per porre rimedio a questo assalto. Si affermò che se ne fossero andati tutti, ma esistono ancora filmati delle spiagge ricoperte da baraccopoli improvvisate. Le famiglie si barricarono nelle proprie case, i soldati presidiavano le spiagge e l’intero mondo occidentale ne venne a conoscenza per almeno un paio di giorni. La reazione sui social media fu molto significativa. A sinistra, l’argomentazione di maggior successo, diffusa per imitazione su Instagram e X, era che Ceuta si trovasse in Africa. La liquidarono come un retaggio coloniale, e non avevano il diritto di opporsi alla sua riconquista. Ma la posizione che molti marocchini adottarono simultaneamente fu che quella terra era il Marocco; era la loro terra, e questa era la decolonizzazione in azione.

Apparentemente sia la sinistra che gli apologeti marocchini parlavano la stessa lingua: colonialismo, diritti territoriali, ingiustizia storica, autodeterminazione, ma allo stesso tempo intendevano cose molto diverse. Da un lato, molti esponenti della sinistra bianca affermavano che la presenza europea in Africa fosse illegittima. Pertanto, qualsiasi contestazione a tale presenza veniva vista semplicemente come resistenza all’oppressione. I marocchini, tuttavia, rivendicavano chiaramente il diritto della loro nazione su quella terra per ragioni etniche e storiche. Una era una giustificazione universalista anticoloniale, l’altra una giustificazione etno-nazionalista e irredentista proveniente da un gruppo esterno. Per molti aspetti sono antitetiche, ma quando utilizzano lo stesso vocabolario di rivendicazioni coloniali, appaiono incidentalmente come se fossero unite.

Nell’ala dissidente della destra si sta diffondendo la convinzione che sinistra e destra siano dalla stessa parte. L’idea che si debbano ignorare le differenze, considerandole sciocchezze da guerra culturale orchestrate dalle élite, è diventata il grido di battaglia di personaggi come Tucker Carlson, da quando ha deciso di parlare ininterrottamente di Israele (e del suo governo). L’idea è che, se riusciamo a guardare oltre le apparenze, potremmo collaborare per raggiungere i nostri obiettivi comuni, che per loro natura si fondano sul desiderio del bene comune e sul non permettere all’establishment e a Israele di governare i nostri paesi.

Carlson non è uno stupido, e mi sembra piuttosto ovvio, almeno a me, che la sua strategia di unità tra destra e sinistra serva a favorire la candidatura di J.D. Vance alla presidenza, quando alla fine si presenterà alle elezioni, dando voce alle preoccupazioni che Vance non può esprimere in qualità di vicepresidente. La sua opposizione al coinvolgimento militare americano in Medio Oriente, a causa delle ingerenze di Israele nella democrazia americana, permette a Tucker di assecondare un istinto che le istituzioni repubblicane sono troppo asserviti per appoggiarsi, ma che a loro volta sfruttano l’esistenza di un radicalismo anti-israeliano tra la gente per giustificare il fatto che gli Stati Uniti lascino Israele a governare il Medio Oriente come un proprio impero. La sua intervista con Ana Kasparian di quest’anno ha illustrato la popolarità del sentimento anti-israeliano, quando il conduttore progressista di Young Turks e il commentatore conservatore di lunga data hanno trovato un apparente terreno comune su idee di sovranità, sul tradimento del popolo americano e sulla loro opposizione all’influenza straniera. Entrambi hanno usato parole come “popolo” e “establishment” e si sono presentati come populisti contro le élite.

Ma ciò che non hanno mai fatto è stato discutere del significato di quelle parole per entrambi. Carlson si è dissociato da Trump a causa della guerra con l’Iran. Si è scusato con il suo pubblico per averlo mai appoggiato e sta proponendo un terzo partito che, a suo dire, riunirà coloro che sono seriamente intenzionati a unire la sinistra e la destra. Immagino che presto ci sarà un tentativo, e solo un tentativo, di istituzionalizzare questo desiderio di unità popolare, ma il tentativo fallirà per le stesse ragioni per cui i progressisti radicali e i nazionalisti musulmani radicali marocchini sembrano fratelli d’armi.

Ma so anche che questo desiderio di unità fallirà per ragioni più personali, a causa di un ex amico che in passato ho chiamato David .

L’ideologia progressista nel sistema educativo
prospettiva spengleriana·6 aprile
L'ideologia progressista nel sistema educativo
Vorrei scrivere un post originale su un argomento che mi frulla in testa da dieci anni. Sono uno studente. Frequento il terzo anno in un’università del Russell Group e a breve terminerò la mia tesi. La mia ultima lezione prima della pausa pasquale verteva sulle interpretazioni gesuite del confucianesimo. Ora ho tre compiti da consegnare, tra cui…
Leggi la storia completa

Io e David ci siamo conosciuti al secondo anno di università, o meglio, quando avevo appena compiuto 18 anni. Era palesemente di sinistra, e la sua ragazza, a suo dire, lo era ancora di più. Eppure, nonostante ciò, siamo diventati ottimi amici. Ciò che inizialmente ci ha uniti è stata la scoperta di un terreno comune. Dopo una prima discussione piuttosto accesa, mi sono reso conto che non capivamo i rispettivi punti di vista, così l’ho costretto a parlare di valori fondamentali. Ho scoperto che entrambi diffidavamo delle élite; pensavamo che il potere delle multinazionali avesse preso il controllo del processo politico, che i media costruissero narrazioni che servissero a interessi specifici, e parlavamo di populismo, dell’establishment e del popolo senza particolari attriti. E questa apparente sintonia ha alimentato quasi cinque anni di amicizia. Giocavamo ai videogiochi insieme, parlavamo di relazioni, di carriera e della vita in generale. Più di una volta mi ha detto che, mentre prima mi considerava stupido, da allora aveva cambiato idea e vedeva le cose dal mio punto di vista. Inoltre, l’ho trovato una persona affascinante, diversa da molte altre, a prescindere dallo schieramento politico. Dall’esterno, sembrava il tipo di amicizia interideologica che Tucker avrebbe indicato come prova della possibilità di unità.

Prima di Natale dell’anno scorso, mi disse che voleva presentarmi a una cerchia di amici più ampia che aveva conosciuto nel corso degli anni. Voleva farlo per la persona che rappresentavo per lui a livello personale, ma era anche un po’ titubante per via della mia posizione politica. Non so con certezza chi fossero i suoi amici, ma ripensandoci, direi che tra loro c’erano persone trans, oltre ad altre identità che dipendono dalla sinistra politica per la propria sopravvivenza. Mentre tornavo a casa dall’università per le vacanze di Pasqua, mi chiese direttamente cosa pensassi che dovesse accadere alle persone trans e queer nel mio mondo ideale.

La mia risposta non è stata esattamente precisa. In questo contesto, la parola “ideale” ha due significati: ideale inteso come me nei panni di Dio e ideale inteso come me nei panni di primo ministro in un futuro non troppo lontano. Il mio mondo ideale come Dio è chiaramente la Contea, e per quanto ne so, non esistono Hobbit queer. Il fenomeno dell’identità trans e queer, per come la intendo io, è inseparabile dalla cultura urbana cosmopolita. Emerge negli ambienti artificiali delle città e degli spazi online, dove la realtà del sesso si separa dalle costruzioni dell’identità di genere e successivamente si dissolve. La Terra di Mezzo non ha città del genere, né vorrei che si estendessero sul paesaggio. Il mio mondo ideale come primo ministro è chiaramente un mondo in cui lo Stato è organizzato e agisce nell’interesse del “popolo”, il che richiede decisioni chiare su cosa è permesso di sconvolgere tale organizzazione. Come ennesima dimensione in una guerra culturale, questo genere di cose dovrebbe rimanere nascosto e certamente non dovrebbe avere alcuna influenza sulla cultura di massa. Tratterei mai una persona che appartiene a uno di questi gruppi come un aberrante? Assolutamente no. Ma poiché mi sono espresso in modo goffo, senza pensare che ci fosse qualcosa in gioco, David ha preso la mia risposta, l’ha archiviata e non ha insistito oltre. Poi ha virato verso un attacco alle mie convinzioni fondamentali, rivelando, pezzo per pezzo, che ciò che entrambi credevamo di avere in comune per cinque anni era solo affine e significava cose molto diverse nelle nostre menti.

Prendiamo il populismo. Entrambi abbiamo usato questa parola senza alcun disaccordo, ma per la Destra il populismo presuppone che “il popolo” da conquistare sia l’etnia: la nazione, intesa come continuità etnica e culturale che ha prodotto lo stato a cui ora partecipa attraverso la democrazia. Per la Sinistra, invece, “il popolo” da conquistare comprende essenzialmente chiunque si trovi entro i confini dello stato, perché chiunque, compresi gli intrusi, come ben sappiamo, ha diritto ai diritti umani e alla protezione dall’oppressione. Si tratta di una categoria volutamente circoscritta, contrapposta a una categoria volutamente universale. Queste piccole variazioni sulla stessa idea ridefiniscono le posizioni su immigrazione, identità nazionale e integrazione.

Prendiamo il concetto di establishment. Entrambi nutrivamo diffidenza nei suoi confronti, senza alcun disaccordo, ma per la sinistra l’establishment è la classe capitalista di destra: l’impero mediatico di Murdoch, la rete di finanziatori repubblicani, la lobby dei combustibili fossili. Per la destra, invece, l’establishment è diventato sinonimo di tecnocrati internazionali, i “globalisti” che userebbero le pressioni per l’immigrazione senza restrizioni per inondare l’Occidente di persone che, deliberatamente, comprimerebbero i salari attraverso la manodopera importata. L’espressione “la classe di Epstein” è molto pertinente in questo contesto, perché fin da quando è diventato famoso, la sinistra ha assaporato l’opportunità di collegare Trump a lui, così come la destra ha assaporato l’opportunità di collegare i Clinton a lui. Entrambi eravamo d’accordo sul fatto che Jeffrey Epstein rappresentasse qualcosa di marcio ai vertici della società, ma per la sinistra quella marcescenza era il volto del potere patriarcale bianco e benestante, che per caso era ebreo, mentre per la destra quella marcescenza era l’élite cosmopolita globalista, ricattata e quindi controllata da un agente di un’organizzazione di spionaggio ebraica.

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Che si tratti di un fenomeno spontaneo o di una scelta deliberata per cercare di instaurare un rapporto di amicizia con il nemico, la sinistra e la destra hanno sviluppato linguaggi paralleli che, a un primo sguardo, sembrano identici.

La prova più evidente di ciò mi è arrivata quando, nel nostro duello finale, ho chiesto a David se avesse il coraggio di criticare le bande di sfruttatori sessuali musulmani con la stessa facilità con cui aveva disprezzato Epstein. Per la sinistra, Epstein è il cattivo ideale: ricco, influente, e i suoi crimini possono essere interpretati attraverso una visione del mondo incentrata sul potere maschile d’élite. Quindi, gli ho fatto notare quanto fosse stato facile per lui attaccare Epstein rispetto a quanto accaduto a Rotherham. I responsabili musulmani, nella prospettiva della sinistra, sono una comunità minoritaria emarginata. Difendere le vittime significava criticare persone che la coalizione di sinistra riteneva fosse giusto proteggere. Una domanda come “hai il coraggio di farlo?” mette in luce i veri valori in gioco.

Lo scandalo è ormai ampiamente documentato. Il rapporto Jay fu commissionato dal Consiglio del distretto metropolitano di Rotherham, un consiglio laburista e non un’istituzione di estrema destra. Il rapporto individuò almeno 1400 vittime solo in quella città nell’arco di sedici anni, una cifra che definì una stima prudente. L’inchiesta indipendente di Rupert Lowe, finanziata tramite crowdfunding da oltre 22.000 cittadini poiché il governo si era rifiutato di commissionarne una, riscontrò casi di sfruttamento sessuale minorile perpetrato da bande criminali in 85 autorità locali in tutto il Regno Unito, con casi risalenti addirittura agli anni ’60. E, naturalmente, i responsabili erano in stragrande maggioranza di origine pakistana musulmana. Questo fallimento istituzionale fu causato da funzionari che, di fronte al problema frammentario, scelsero di non intervenire, o per timore di essere accusati di razzismo o perché appartenevano essi stessi alle comunità responsabili.

Secondo qualsiasi definizione di populismo di sinistra, le ragazze della classe operaia sono il popolo, quindi cosa dice David? Potrebbe mentire, naturalmente, e dire che lo avrebbe denunciato, per poi rigirare la questione contro di me, accusandomi di interessarmene solo per via delle dinamiche razziali – una mossa astuta – oppure potrebbe fare quello che ha effettivamente fatto, ovvero affermare che lo scandalo era “estremamente sospetto” perché i media d’élite non lo stavano trattando abbastanza a fondo, nonostante fosse grave come sostenevo. Ha argomentato che i dati erano di scarsa qualità perché le indagini erano state condotte da gruppi di destra sotto governi di destra e quindi non erano affidabili. Quando ho fatto notare che il Rapporto Jay era stato commissionato da un consiglio comunale laburista, la sua risposta è stata: “Se pensi che il Partito Laburista sia di sinistra, in qualsiasi modo che conti, ti sbagli di grosso”.

Aveva appena usato il presunto carattere di destra delle inchieste come pretesto per respingerle. Quando quell’argomentazione è stata smontata, ha poi virato verso una posizione che rendeva completamente irrilevante il carattere istituzionale del Partito Laburista. Lo standard probatorio continuava a cambiare. Quando le prove non possono in linea di principio confermare una conclusione perché la fonte può essere psicologizzata e retroattivamente delegittimata, ciò di cui si ha a che fare non è altro che un’autoaffermazione, un’accusa che, ironia della sorte, mi ha rivolto nella stessa discussione per spiegare perché, a suo dire, sono intelligente, istruito eppure fuorviato.

Tuttavia, sento il bisogno di essere imparziale nei confronti di David. Alla base di tutta questa discussione c’è il fatto che lui conosce persone transgender e si preoccupa per loro, e i miei commenti iniziali sarebbero sembrati una minaccia per le persone a cui tiene. Il resto della conversazione è stato influenzato da questo. Continuava a tornare sulla questione transgender a intermittenza in ognuna delle sue risposte principali, anche quando la discussione si spostava su altri argomenti. Quindi, capisco il suo coinvolgimento emotivo nel voler avere ragione. Ma la risposta sui gruppi di adescamento è stata volgare e volutamente evasiva. Non riusciva a dire che succedeva, che era sbagliato e che le istituzioni non erano riuscite a fermarlo per ragioni ideologiche, perché ammetterlo avrebbe significato riconoscere che il quadro istituzionale progressista con cui si identifica ha fallito catastroficamente sulla questione a cui dovrebbe rispondere, ovvero: chi protegge i più vulnerabili?

È tra la retorica della protezione dei vulnerabili e la realtà di ciò che la protezione richiede quando diventa costosa che le nostre convinzioni più profonde sono state finalmente smascherate.

Dopo avermi detto che il Partito Laburista non era di sinistra, mi ha detto che non poteva integrarmi nei gruppi di persone a cui teneva perché non avrei mai accettato il loro posto, e mi ha rimosso da tutte le piattaforme social prima che potessi rendermene conto. Non penso che sia una cattiva persona, e non scrivo questo perché mi vanto di aver vinto una discussione che ha distrutto un’amicizia e ha reso la situazione imbarazzante per tutti coloro che si trovavano in mezzo. Lo scopo di questo è dimostrare che la nostra amicizia è durata quattro anni e mezzo perché pensavamo di essere d’accordo su qualcosa, quando in realtà non lo eravamo a un livello fondamentale. Abbiamo discusso intorno a quei problemi, ma quando siamo arrivati ​​al punto di dover affrontare questioni importanti come “cosa pensi che dovrebbe accadere alle persone trans?” o “sei disposto a difendere le vittime di stupro se questo significasse che i tuoi amici ti considererebbero razzista?”, l’accordo si è dissolto immediatamente perché fin dall’inizio era illusorio.

E questo è il risultato che Tucker Carlson potrebbe ottenere se si mettesse in ridicolo con un progetto di terze parti. Verrà un momento in cui i lettori di questo articolo dubiteranno di me e penseranno che stia effettivamente facendo qualcosa di sostanziale e storico, e poi un giorno tutto crollerà, o perché sarà stato strumentalizzato da una parte della politica (probabilmente la sinistra che soppianterà la destra), o perché entrambe le parti resisteranno e faranno crollare il movimento attraverso lotte intestine. I numeri dell’immigrazione, le azioni positive, cosa fare contro le bande di sfruttatori, se le donne transgender debbano competere negli sport femminili, saranno gli argomenti che ci faranno tornare con i piedi per terra dalla prossima moda del momento.

L’unità negativa della sinistra, la sua coalizione con chiunque abbia un conto in sospeso con gli uomini bianchi eterosessuali e “le loro istituzioni”, si è sempre basata sulla convergenza retorica, sull'”intersezionalità”, senza un accordo sostanziale. La crisi di Ceuta ha messo in luce come collaborino temporaneamente per indebolire l’Occidente ogni volta che se ne presenta l’occasione, e le famiglie barricate in casa, nascoste per paura dall’orda, si chiedono da che parte stia realmente il loro governo.

In nessun caso la Destra dovrebbe commettere lo stesso errore alleandosi con la Sinistra. La Sinistra e la Destra non sono la stessa cosa, non si fraintendono a vicenda. La loro distinzione attuale ha un significato preciso, per quanto si voglia rifiutare la rigida bussola politica. Il nostro popolo non è il loro popolo, il nostro sistema non è il loro, le nostre obiezioni non sono le loro, e quando arriviamo al potere chiediamo cose diverse.

La sinistra e la destra sono attualmente in lotta per il titolo di “populista”. Abbiamo assistito a un’ondata di populismo di destra sotto Trump e con i movimenti anti-immigrazione europei, e i Verdi e i Democratic Socialists of America (DSA) rappresentano la nuova generazione di populisti di sinistra che mirano a strapparci questo titolo. Siamo in questa guerra perché viviamo in una democrazia, e in fin dei conti è il popolo che elegge i movimenti al potere. Quale modo migliore per consolidare la posizione della propria ideologia come “popolare” se non quello di contrapporre i propri nemici, considerandoli strumenti dell’establishment per opprimere le masse? Ma questo non rende “populista” un valore; lo rende un contenitore, e il contenitore non determina il carico. Se si costruisce un’alleanza partendo dal presupposto che un contenitore condiviso significhi un carico condiviso, ci si accorgerà del contrario nel momento meno opportuno.

Grazie per aver letto Spenglerian.Perspective! Questo post è pubblico, quindi sentitevi liberi di condividerlo.

Perché la Russia non rescinde i suoi accordi con le organizzazioni occidentali?…e altro _ di Andrew Korybko

Perché la Russia non rescinde i suoi accordi con le organizzazioni occidentali?

Andrew Korybko14 settembre
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L’ordine mondiale per cui la Russia si batte è un ordine in cui essa si trova su un piano di parità politico-militare con l’Occidente, per poi erodere pacificamente l’egemonia economica occidentale attraverso i BRICS, al fine di inaugurare gradualmente la multipolarità.

Il rappresentante plenipotenziario di Putin alla Duma, Garry Minkh, ha dichiarato all’agenzia TASS a fine agosto che “i ministeri specializzati sono contrari alla denuncia dei nostri accordi di partenariato con la NATO o con le organizzazioni finanziarie globali, tra cui l’OMC, il FMI e la Banca Mondiale”. La motivazione è che “non hanno ancora esaurito il loro potenziale” e Putin vuole mantenere aperto il dialogo con loro. La TASS ha anche riportato che Minkh ha affermato che la Russia si assume sempre la responsabilità dei propri obblighi, a differenza dell’Occidente.

Questa riaffermazione della politica ha probabilmente sorpreso molti “non russi filo-russi” (NRPR), che erano stati indotti in errore dai principali influencer tra loro, i quali credevano che la Russia fosse uno stato rivoluzionario dal 2022, e quindi si aspettavano che avesse già rescisso questi accordi da tempo. Questa era una realtà alternativa accuratamente costruita dai principali influencer NRPR per generare influenza, promuovere un’ideologia e/o sollecitare donazioni con la tacita approvazione dei “supervisori del soft power” russi, secondo l’approccio ” Potemkinista ” del soft power.

Questo concetto si riferisce alla creazione di realtà alternative per scopi strategici, che possono essere cinicamente descritti come l’ottenimento del maggior numero possibile di sostenitori stranieri per la Russia, anche solo sulla base di false premesse, come la famigerata accusa secondo cui Putin sarebbe segretamente antisionista. Al di là delle preoccupazioni etiche e strategiche, che sono numerose e dovrebbero essere urgentemente discusse all’interno della comunità NRPR, è importante chiarire la realtà politico-legale oggettivamente esistente di cui Minkh ha portato all’attenzione del pubblico.

Sebbene la Russia stia effettivamente sfidando l’unipolarità occidentale attraverso il suo speciale L’operazione , inizialmente mirata principalmente a neutralizzare le minacce provenienti dall’Ucraina e dalla NATO, concepite per porre la Russia in una posizione di perenne ricatto strategico, come spiegato qui , non ha una sfida assoluta. Fin dall’inizio, come dimostrano le richieste di Putin e di altri paesi di revocare tutte le sanzioni, la Russia ha sempre previsto di riprendere i suoi rapporti commerciali (compreso quello energetico) e di investimento con l’Occidente.

La differenza tra il periodo precedente all’operazione speciale e quello previsto successivamente, tuttavia, risiede nel fatto che la Russia sarebbe diventata un partner politico-militare alla pari con loro, una volta raggiunti i massimi obiettivi . La Russia avrebbe quindi tratto vantaggio dai suoi legami con loro (come il mantenimento della stabilità postbellica in Europa per quanto riguarda la NATO) riformandoli dall’interno (per quanto riguarda i legami economici) e guidando contemporaneamente la creazione di istituzioni alternative non occidentali attraverso i BRICS e simili.

Il grande obiettivo strategico della Russia è sempre stato quello di accelerare i processi multipolari. Ciò che i principali esponenti del NRPR raramente hanno chiarito, se non mai, è che questo processo dovrebbe procedere gradualmente, in modo da ridurre al minimo il rischio di shock sistemici che potrebbero poi ritorcersi contro gli interessi russi. L’ordine mondiale per cui la Russia si batte è un ordine in cui essa si trova su un piano di parità politico-militare con l’Occidente e che erode pacificamente l’egemonia economica occidentale attraverso i BRICS, al fine di inaugurare gradualmente la multipolarità.

A prescindere da qualsiasi opinione si possa avere su questo grande obiettivo strategico e sulla gradualità con cui esso si sta realizzando, si tratta indubbiamente della politica che la Russia ha formulato e sta attivamente attuando, sia allora che ora. Per raggiungere tale obiettivo, la Russia deve quindi mantenere i suoi accordi con le organizzazioni occidentali al fine di promuovere il futuro ordine mondiale che auspica, e questa è una spiegazione, non una giustificazione, sia ben chiaro. Se la Russia dovesse tuttavia rompere tali accordi, ciò rappresenterebbe un radicale cambiamento nella sua strategia complessiva.

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Korybko a Kortunov: le concessioni all’Ucraina non allontaneranno i rischi futuri per il potere russo.

Andrew Korybko15 settembre
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In un articolo per la rivista statunitense Foreign Affairs, sembra aver suggerito in modo scandaloso che la Russia facesse delle concessioni all’Ucraina nell’ambito della sua proposta affinché la Russia “faccia la sua parte per sostenere le norme del diritto internazionale”, una proposta che, come lui stesso ammette, implica “fare delle concessioni e rinunciare a potenziali vantaggi a breve termine”.

Il massimo esperto di Russia, Andrey Kortunov, ha pubblicato un articolo sulla prestigiosa rivista statunitense Foreign Affairs intitolato ” I rischi futuri per il potere russo “. Secondo lui, “volatilità e instabilità, conflitti attivi e corse agli armamenti in diverse regioni, disaccoppiamento economico e arretramento della globalizzazione, ascesa mondiale del nazionalismo e del populismo, svalutazione del soft power e crepe nell’alleanza occidentale: tutte queste caratteristiche dell’attuale ordine internazionale giocano a vantaggio di Mosca”.

Kortunov ha spiegato che “un mondo diviso e con scarse risorse amplifica anche il potere contrattuale che le vaste dotazioni naturali della Russia le conferiscono”. Inoltre, “un ambiente fortemente competitivo e instabile accresce il valore dei sistemi economici e politici centralizzati della Russia”. In sostanza, “finché il sistema internazionale privilegerà la rivalità rispetto alla cooperazione, la sicurezza rispetto alla prosperità, la regionalizzazione rispetto alla globalizzazione e la sovranità rispetto all’interdipendenza, la Russia rimarrà ai vertici della politica globale”.

Il rischio per la Russia, ha avvertito Kortunov, si presenterà quando l’ordine internazionale inizierà inevitabilmente a stabilizzarsi. A suo avviso, la Russia potrebbe essere isolata dalle “emergenti catene di approvvigionamento globali ad alto valore aggiunto” e potrebbe rimanere indietro rispetto a Stati Uniti e Cina “senza un solido ecosistema civile ad alta tecnologia”. Continuerà inoltre a faticare ad attrarre “ingenti investimenti diretti esteri”. “Il processo decisionale altamente centralizzato [della Russia] ha anche soffocato l’energia imprenditoriale di cui il Paese ha bisogno”. Ha poi condiviso tre suggerimenti politici.

Kortunov ha dichiarato che “ristabilire i legami con l’UE è la cosa più importante” e che “è anche nell’interesse della Russia fare la sua parte per sostenere le norme del diritto internazionale… anche quando ciò significa fare concessioni e rinunciare a potenziali vantaggi a breve termine”. Infine, deve smettere di “aggrapparsi troppo tenacemente alla sua preferenza per la stabilità rispetto al cambiamento… (perché) tale preferenza può anche irrigidirsi in un rifiuto di adattarsi, una calcificazione che in passato ha spinto le grandi potenze ai margini”. C’è molto da analizzare.

Innanzitutto, è discutibile che la Russia tragga vantaggio dal caos globale, come l’Occidente ha ripetutamente affermato, ma Kortunov ha ragione nel notare che la Russia ha gestito questa incertezza in modo impressionante. Per quanto riguarda i rischi da lui descritti, questi esistono già e sono oggetto di intervento, sebbene sia prematuro valutare il successo delle soluzioni del Cremlino. Quanto ai suggerimenti di Kortunov, con tutto il rispetto dovuto, il primo è irrealistico, il secondo allude scandalosamente a concessioni all’Ucraina e solo il terzo è ragionevole.

Nel loro insieme, i suoi tre suggerimenti possono essere interpretati in ordine inverso come una proposta implicita al Cremlino di considerare l’audace mossa di politica estera di fare concessioni all’Ucraina allo scopo di ristabilire i legami con l’UE, il cui esito non può essere dato per scontato anche se Putin acconsentisse. Certo, le politiche audaci potrebbero essere vantaggiose per la Russia, ma queste dovrebbero preoccupare di più misurato L’escalation in Ucraina mira a ristabilire la deterrenza nei confronti dell’Occidente, anziché implicare concessioni all’Ucraina.

Per riassumere l’ultimo articolo di Kortunov, egli sostiene che la Russia prospera nel caos globale e languisce quando l’ordine internazionale è stabile, quindi dovrebbe finalmente abbracciare il cambiamento perseguendo proattivamente politiche che le consentano di adattarsi con flessibilità al nuovo ordine emergente. Da quanto ha scritto si può intuire che egli preveda riforme economiche, politiche e di politica estera, quest’ultima con un’allusione scandalosa a una svolta filo-europea facilitata da concessioni all’Ucraina, che Putin probabilmente non accetterà mai.

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Putin ha spiegato l’ascesa dell’AfD come conseguenza degli errori sistemici dell’UE

Andrew Korybko16 settembre
 
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Se l’ex cancelliera Angela Merkel e i suoi successori fossero rimasti fedeli alla visione di Helmut Kohl, forse l’AfD non sarebbe mai diventato il partito più popolare della Germania; pertanto, la sua ascesa vertiginosa è interamente colpa loro.

A Putin è stato chiesto un commento sulla recente vittoria schiacciante dell’AfD nello stato tedesco della Sassonia-Anhalt, a margine del vertice BRICS di quest’anno a Delhi. Pur rifiutandosi cortesemente di affrontare direttamente l’argomento, ha tuttavia affermato che «tutto ciò che sta accadendo ora in Europa nel suo complesso è la conseguenza di errori sistemici commessi dal cosiddetto Occidente, o, per essere più precisi, dai circoli globalisti dell’Occidente, in ambito politico, di sicurezza ed economico». Il resto della sua risposta ha approfondito questo concetto.

Ha descritto gli errori politici come una combinazione di allarmismo anti-russo e del fatto che le attuali autorità tedesche invocano in modo disonesto l’eredità di Helmut Kohl per giustificare le loro politiche. Putin ha ricordato a tutti che Kohl era uno dei suoi amici più cari, con cui parlava spesso dei rapporti bilaterali. Secondo lui, Kohl prevedeva esattamente l’opposto di ciò che sta facendo oggi la Germania, ovvero allearsi con la Russia, vista la loro complementarità, al fine di preservare la civiltà e la sovranità dell’Europa.

Per quanto riguarda gli errori in materia di sicurezza, questi riguardano la continua espansione della NATO verso est, il sostegno in passato al terrorismo e al separatismo nel Caucaso e l’attuale appoggio ai neonazisti in Ucraina. Putin ha inoltre avvertito che il piano delle élite europee di schierare truppe in Ucraina «significherebbe una guerra con la Russia. E presumo che i cittadini europei comprendano ciò che sta accadendo». Il sottotesto è che questa politica aggressiva, sconsiderata e potenzialmente apocalittica non è sostenuta dall’elettorato europeo medio.

Infine, gli errori economici riguardano le sanzioni dell’UE sull’energia russa, che hanno portato il blocco a sostituire i contratti a lungo termine a basso costo per il gas con la Russia con costose importazioni a prezzo di mercato da altre fonti. I prezzi sono ora quasi dieci volte più alti di prima e “potrebbero benissimo aumentare ancora di più”. Putin ha anche criticato le politiche di stoccaggio del gas dell’UE per essere “indifferenti alle condizioni tecniche di questi impianti di stoccaggio e ai volumi fisici coinvolti”. Tutto ciò incide negativamente sull’economia dell’UE.

Tutto sommato, Putin sostiene che l’ascesa dell’AfD sia una rivolta elettorale contro queste politiche, tutte incentrate sulla Russia. Ciò non significa che il partito o i suoi sostenitori siano “filorussi”, e tanto meno “burattini della Russia”, ma semplicemente che comprendono l’importanza di legami pragmatici con la Russia per gli interessi politici, la sicurezza e lo sviluppo economico del loro Paese. L’ossessiva campagna allarmistica anti-russa, il rischio di una terza guerra mondiale a causa dell’Ucraina e l’abbandono dell’energia russa a basso costo non hanno aiutato affatto la Germania.

Al contrario, esse fungono rispettivamente da falsa scusa per giustificare il fatto che le autorità non abbiano dato la priorità a una soluzione adeguata dei problemi causati dalla migrazione di massa, potrebbero portare ancora una volta alla distruzione totale della Germania e stanno aumentando i costi su tutta la linea a scapito di tutti tranne che dell’élite economica. In parole povere, queste politiche sono incredibilmente impopolari e l’AfD è la principale forza politica in Germania che si batte per modificarle in linea con la propria sincera comprensione degli interessi nazionali tedeschi.

Un numero crescente di tedeschi condivide questa posizione, come dimostra la crescente popolarità del partito, che è il risultato diretto degli errori sistematici commessi dalle autorità nei 4,5 anni trascorsi da quando il conflitto ucraino è entrato nella sua fase su larga scala, ma si può anche affermare che tali errori venivano commessi già prima di allora. Se l’ex cancelliera Angela Merkel e i suoi successori fossero rimasti fedeli alla visione di Kohl, l’AfD non sarebbe mai diventata il partito più popolare della Germania, quindi la sua ascesa vertiginosa è interamente colpa loro.

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Un accademico russo ha messo in guardia contro la possibile fusione di tre fronti della nuova guerra fredda nell’UE.

Andrew Korybko17 settembre
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Si tratta dei fianchi artico, baltico e del Mar Nero del nuovo “cordone sanitario” che circonda la Russia.

Irina Strelnikova, direttrice del Centro di Studi Artici Interdisciplinari della Scuola Superiore di Economia, ha condiviso un’importante osservazione in merito al primo Vertice Europeo sull’Artico, svoltosi a metà settembre . Secondo lei , ” I Paesi rappresentati formano di fatto un’unica linea che si estende dal Baltico al Mar Nero. Non considerano più l’Artico in modo isolato. Al contrario, stanno iniziando a collegare le problematiche artiche con le regioni del Baltico e del Mar Nero. Questo, a mio avviso, è un segnale davvero preoccupante”.

All’inizio di quest’anno era stato lanciato l’allarme: ” I fronti artico e baltico della nuova guerra fredda tra NATO e Russia si stanno pericolosamente fondendo “, con il conseguente blocco vichingo (probabilmente guidato dalla Svezia) a formare il fianco nord-occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha eretto attorno alla Russia nel corso dell’ultimo anno. Gli altri fianchi sono quello per cui Germania e Polonia si contendono la leadership nell’Europa centrale, quello guidato dalla Turchia lungo l’intera periferia meridionale della Russia e quello guidato dal Giappone nell’Asia nord-orientale .

Più recentemente, è stato valutato che ” il fronte artico del ‘cordone sanitario’ è il più minaccioso per la Russia “, in particolare perché il megaprogetto statunitense Golden Dome riduce notevolmente le capacità di secondo attacco nucleare della Russia, mentre il rapido riarmo militare del blocco vichingo eclissa le risorse regionali della Russia. Questo quadro analitico avvalora l’avvertimento implicito di Strelnikova, secondo cui tre dei fronti della Nuova Guerra Fredda – quello artico, quello baltico e quello del Mar Nero – si stanno fondendo in un unico fronte contro la Russia.

Ciò che rende significativa la sua osservazione, che è stata condivisa con RT e pubblicata in prima pagina all’epoca, è che essa rappresenta una crescente consapevolezza dell’ultima tendenza nell’evoluzione dell’architettura di sicurezza europea a ovest della nuova “Cortina di Ferro” . Il vicepresidente del Consiglio di Sicurezza Dmitry Medvedev aveva già richiamato l’attenzione sulla minaccia rappresentata dalla rimilitarizzazione della Germania, ma questa è la prima volta nota che il “cordone sanitario” è stato menzionato da una persona influente in Russia.

Sebbene Strelnikova non abbia usato quel termine, ha comunque riconosciuto il crescente coordinamento tra i fronti artico, baltico e del Mar Nero della Nuova Guerra Fredda, che nel loro insieme possono essere descritti come il fronte occidentale del “cordone sanitario”. La sua configurazione nell’ultimo anno incarna il concetto statunitense di NATO 3.0, che prevede un ruolo maggiore dell’UE nel contenimento della Russia. Questa tendenza contraddice anche l’architettura di sicurezza europea immaginata dalla Russia, come descritta nelle sue richieste di garanzie di sicurezza della fine del 2021.

Per quanto i responsabili politici russi possano sinceramente credere che gli sviluppi in campo militare e di sicurezza a ovest della nuova “Cortina di Ferro” degli ultimi quasi cinque anni possano essere invertiti attraverso una soluzione politica del conflitto ucraino , è innegabile che ciò non accadrà, e dovrebbero riconoscerlo. Non prendere nemmeno in considerazione questo scenario potrebbe portare alla formulazione di politiche che non promuovono adeguatamente gli interessi militari e di sicurezza oggettivi della Russia, o che potrebbero addirittura, inavvertitamente, peggiorarli.

Il tacito riconoscimento di questa realtà da parte di Strelnikova rappresenta quindi un passo importante verso un maggiore coinvolgimento degli esperti russi nell’integrazione di questa situazione nel loro lavoro, il che a sua volta può contribuire alla formulazione delle politiche. Continuare a illudersi, come Putin aveva sconsigliato agli strateghi del suo paese nell’estate del 2022, non cambierà la situazione e potrebbe addirittura peggiorarla. Prima gli esperti russi si renderanno conto di ciò che il loro paese si trova ad affrontare, prima potranno aiutarlo a superare la sfida.

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L’incidente del drone in Lituania è stato probabilmente un’operazione sotto falsa bandiera ucraina.

Andrew Korybko16 settembre
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L’Ucraina fa già volare droni nello spazio aereo degli Stati baltici (probabilmente attraverso la Bielorussia), ha interesse a impedire le esportazioni di potassio della Bielorussia attraverso la Lituania e ha quindi un movente per inscenare una provocazione sotto falsa bandiera al fine di fornire a Vilnius, suo alleato, il “pretesto plausibile” per respingere la proposta statunitense.

All’inizio di questa settimana, la NATO ha abbattuto un drone sopra la Lituania centrale che, secondo le autorità, era entrato nello spazio aereo del blocco provenendo dalla Bielorussia ed era pilotato dalla Russia. L’incidente viene prevedibilmente sfruttato per dare credito alle recenti affermazioni secondo cui la Russia starebbe complottando per mettere alla prova la risolutezza della NATO. La narrazione è che la Russia stia utilizzando mezzi ibridi a tale scopo, che non raggiungono la soglia necessaria per scatenare la Terza Guerra Mondiale. Per quanto allettante possa sembrare, è plausibile che il drone abbattuto fosse pilotato dall’Ucraina.

Dall’inizio dell’anno, lo spazio aereo degli Stati baltici è stato utilizzato come corridoio per gli attacchi dei droni ucraini contro la Russia. Mentre alcuni esponenti russi hanno ipotizzato che i droni sorvolino prima la Polonia, è più probabile che passino sopra la Bielorussia, il cui leader rimane neutrale nel conflitto nonostante l’alleanza con la Russia. Il presidente Alexander Lukashenko potrebbe quindi aver ordinato alle sue forze di non intercettare i droni ucraini, né aver permesso alle forze russe in Bielorussia di farlo.

Per contestualizzare, sta negoziando quello che ha definito un ” grande accordo ” con gli Stati Uniti, dove l’inviato speciale di Trump, John Coale, ha appena promesso di sbloccare oltre 40 milioni di dollari di beni congelati legati ai pagamenti per la potassa. In precedenza, Coale aveva affermato che il suo Paese intende acquistare questa risorsa dalla Bielorussia per aiutare gli agricoltori colpiti dalle conseguenze della Terza Guerra del Golfo sul mercato globale dei fertilizzanti . A tal proposito, Coale ha anche suggerito che la potassa potrebbe essere esportata attraverso la Lituania , il che contestualizza l’ultimo incidente con il drone.

Zelensky nutre profondo disprezzo per Lukashenko, poiché alcune forze russe sono entrate in Ucraina dalla Bielorussia all’inizio della fase su larga scala del conflitto , nei primi mesi del 2022. Per questo motivo, all’inizio della primavera lo ha minacciato con la stessa sorte di Maduro e, all’inizio dell’estate, ha minacciato attacchi su larga scala con droni contro il suo Paese. Sebbene Zelensky alla fine non abbia dato seguito a queste minacce, presumibilmente perché Lukashenko ha acconsentito alla sua richiesta di disattivare i trasmettitori dei droni lungo il confine, è chiaro che l’Ucraina si oppone alla Bielorussia.

Tenendo conto di queste tensioni, non si può escludere che l’Ucraina abbia orchestrato l’ultimo incidente con il drone per creare le condizioni affinché la Lituania respingesse la proposta di Coale di far transitare le esportazioni di potassio bielorusso verso gli Stati Uniti attraverso i suoi porti, obiettivo per il quale potrebbe essere stato utilizzato un drone russo catturato. La Lituania potrebbe essere stata coinvolta, dato che Vilnius è ostile alla Bielorussia tanto quanto Kiev, ma potrebbe non avere la volontà politica di sfidare gli Stati Uniti senza un “pretesto plausibile” come ad esempio l’accusa che Minsk “faciliti l’aggressione russa contro la NATO”.

L’ultimo incidente con un drone in Lituania potrebbe quindi essere un’operazione sotto falsa bandiera, proprio come quello avvenuto di recente in Germania . Così come è improbabile che gli operatori di droni russi, esperti a livello mondiale, non siano riusciti a colpire l’aeroporto di Lipsia nonostante tre tentativi, allo stesso modo è improbabile che abbiano fatto volare un drone nel cuore della Lituania centrale invece di colpire un obiettivo a Vilnius, che si trova proprio al confine. È altrettanto improbabile che Putin, solitamente restio al rischio, abbia improvvisamente gettato la prudenza alle ortiche provocando la NATO, per di più in modo così debole, viste le poste in gioco.

Al contrario, l’Ucraina fa già volare droni nello spazio aereo degli Stati baltici (probabilmente attraverso la Bielorussia), ha interesse a impedire le esportazioni di potassio bielorusso attraverso la Lituania e ha quindi un movente per inscenare una provocazione sotto falsa bandiera al fine di fornire a Vilnius, suo alleato, il “pretesto plausibile” per respingere la proposta statunitense. Potrebbe persino aver utilizzato un drone russo catturato per rendere questa messinscena più credibile. Gli Stati Uniti dovrebbero pertanto indagare su quest’ultimo incidente con i droni per determinare se l’Ucraina abbia tentato di sabotare la distensione con la Bielorussia.

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Il rafforzamento militare della Norvegia contro la Russia rappresenta una seria minaccia per la sicurezza dell’Artico.

Andrew Korybko15 settembre
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Ha iniziato a prendere forma prima dello scoppio della fase su larga scala del conflitto ucraino all’inizio del 2022.

L’ambasciatore russo in Norvegia, Nikolai Korchunov, ha fornito un aggiornamento sulla militarizzazione del suo Paese, argomento già trattato in dettaglio alcuni mesi fa, avvertendo questa volta che “quattro semoventi sudcoreani K9 con una gittata fino a 40 km” sono stati trasferiti nella provincia al confine con la Russia. Entro il 2030, la Norvegia dovrebbe schierare fino a 16 lanciarazzi sudcoreani con una gittata fino a 500 km, il che metterebbe il quartier generale della Flotta del Nord a Severomorsk a portata di tiro.

Parallelamente, la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha condannato il dispiegamento di lanciarazzi statunitensi in Norvegia, sottolineando che questi possono colpire bersagli terrestri e marittimi con missili Tomahawk. Severomorsk si trova quindi già nel raggio d’azione della NATO. Queste due dichiarazioni sono seguite al sequestro da parte della Norvegia di una nave da ricerca russa, evento che, secondo alcune analisi, servirebbe a consolidare una maggiore coordinazione all’interno del Blocco Vichingo , il blocco subregionale della NATO 3.0 che riunisce Scandinavia, Finlandia e Stati baltici.

A un esame più attento, queste mosse rappresentano solo le ultime manifestazioni del rafforzamento militare norvegese contro la Russia, iniziato prima dello scoppio della fase su larga scala del conflitto ucraino all’inizio del 2022. Già nel 2018 la Norvegia contava oltre 230 siti militari e di sicurezza, come suggerisce questa mappa che indica “dove è illegale scattare fotografie o girare video aerei con una macchina fotografica o qualsiasi altro tipo di sensore”. L’anno precedente, nel 2017, la Norvegia aveva iniziato a ospitare a rotazione un contingente di Marines statunitensi .

All’inizio del 2021, gli Stati Uniti hanno ottenuto l’accesso a quattro basi norvegesi, di cui due nel Circolo Polare Artico, vicino alla Russia. Da allora il numero è triplicato. Cinque anni dopo , “Oltre alle 12 basi militari in Norvegia, negli ultimi 5 anni gli Stati Uniti hanno stipulato accordi simili per 35 basi militari in Danimarca, Svezia e Finlandia, quindi gli Stati Uniti (non la NATO) ora hanno 47 basi militari nei paesi nordici. Dieci anni fa non esistevano basi di questo tipo”. Due di quelle in Norvegia consentono anche l’ attracco di sottomarini nucleari .

La tendenza generale, soprattutto alla luce degli ultimi sviluppi riguardanti il ​​sequestro da parte della Norvegia della nave da ricerca russa nell’Artico e le sue crescenti capacità missilistiche, è che gli Stati Uniti stiano cercando di reindirizzare parte delle limitate forze militari russe verso il fianco nord-occidentale del nuovo ” cordone sanitario “. Questo si riferisce al cordone di contenimento che Trump 2.0 ha creato attorno alla Russia nel corso dell’ultimo anno. Il blocco Viking ne è una parte significativa, poiché può proiettare simultaneamente la propria potenza nell’Artico e nel Baltico.

Il presunto rafforzamento militare russo lungo questo fronte nell’ultimo anno rappresenta quindi una risposta puramente difensiva e, probabilmente, tardiva a quanto descritto in precedenza. Un maggior numero di mezzi aerei, inclusi droni e missili, dovrebbe essere sufficiente per ora a contrastare le capacità militari in rapida crescita del Blocco Vichingo, sostenuto dagli Stati Uniti. In futuro, tuttavia, potrebbero essere necessari anche maggiori mezzi terrestri e navali. La cosa più importante è che la Russia bilanci adeguatamente le proprie forze tra i diversi fronti del “cordone sanitario”.

Oltre al blocco artico-baltico, le altre regioni chiave sono l’Europa centrale, il Caucaso meridionale-Mar Caspio-Asia centrale (il cuore dell’Eurasia) e l’Asia nord-orientale, guidate rispettivamente da Polonia , Turchia e Giappone . La grande sfida strategica della Russia consiste quindi nell’impedire che queste quattro aree coordinino efficacemente le sue strategie di contenimento, o, se ciò non fosse possibile, nel dissuaderle concretamente dall’intraprendere qualsiasi aggressione. Il blocco vichingo rappresenta pertanto solo una componente del problema più ampio che la Russia si trova ora ad affrontare.

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Il fronte artico del “cordone sanitario” rappresenta la minaccia maggiore per la Russia.

Andrew Korybko16 settembre
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Gli sviluppi tecnico-militari in quella regione mirano a mitigare notevolmente le capacità di secondo attacco nucleare della Russia tramite il Golden Dome, parallelamente alla creazione di una minaccia aerea di quinta generazione senza precedenti grazie agli F-35A, che supereranno i Sukhoi Su-57 russi con un rapporto di 10 a 1 senza gli Stati Uniti e di 35 a 1 se questi ultimi vengono inclusi.

RT ha recensito l’Annuario militare russo del 2026, sponsorizzato dalla compagnia statale di armamenti e destinato esclusivamente agli alti funzionari dell’apparato di sicurezza nazionale. L’articolo completo è disponibile qui , ma il presente pezzo si concentrerà solo sulla parte relativa alla “Guerra Fredda”. Si fa riferimento all’escalation delle tensioni tra NATO e Russia nell’Artico. L’Annuario descrive in dettaglio le esercitazioni militari su larga scala della NATO nell’Artico, il rafforzamento degli armamenti dei suoi alleati e il loro profondo disappunto nei confronti della Rotta Marittima del Nord russa .

Ancora più allarmante, l’annuario riportava che la Finlandia prevede di acquisire 64 F-35A , mentre il Canada ne riceverà 88. È stato inoltre riferito che la Norvegia possiede già 52 F-35A, più del doppio dei circa 20 Su-57 russi , il suo equivalente di quinta generazione. La Svezia non ha ancora alcun caccia di quinta generazione, ma gli altri tre stati artici ne avranno oltre 10 volte di più rispetto alla Russia. Se si includono gli oltre 500 F-35A statunitensi, i caccia di quinta generazione russi saranno inferiori in termini di potenza di fuoco con un rapporto di 35 a 1.

Queste statistiche, di per sé, dimostrano che gli Stati Uniti stanno attivamente attuando il loro piano strategico del 2021 per ” Riconquistare il dominio artico “, citato nell’Annuario, che illustrava anche alcuni dei nuovi piani della NATO in materia di radar, droni, navi, rompighiaccio, missili e altri aspetti tecnico-militari. Nel complesso, questi dati avvalorano le affermazioni di uno degli esperti russi citati, il quale aveva avvertito che “Washington non ha mai abbandonato l’idea di ridisegnare i confini in quell’area”. Ecco cinque brevi approfondimenti su questo nuovo fronte:

* 14 gennaio: “ La Groenlandia è il gioiello della corona di ‘Fortezza America’ ”

* 21 gennaio: “ L’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti potrebbe portare a un accordo sulle isole artiche del Canada ”

* 21 maggio: “ La Finlandia è sulla buona strada per diventare uno dei nemici più irriducibili della Russia ”

* 6 settembre: “ La storica rivalità russo-svedese sta per riaccendersi nel corso dell’autunno ”

* 15 settembre: “ Il rafforzamento militare della Norvegia contro la Russia rappresenta una seria minaccia per la sicurezza dell’Artico ”

In sintesi, Trump 2.0 sta perseguendo una strategia a tre punte contro la Russia: 1) costruire l’infrastruttura di difesa missilistica Golden Dome nell’Artico per mitigare notevolmente le capacità di secondo attacco nucleare della Russia; 2) armare il Canada e il Blocco Vichingo (Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia) per minacciare la Russia; e infine 3) probabilmente spingere la Russia oltre i limiti lungo la Rotta Marittima del Nord allo scopo di provocare una crisi che renderebbe poi pericoloso questo corridoio e, di conseguenza, ne ridurrebbe drasticamente l’utilizzo.

La pressione che gli Stati Uniti stanno esercitando sulla Russia lungo il fronte artico attraverso questi mezzi si aggiunge a quella esercitata tramite le iniziative guidate dalla Polonia nell’Europa centrale e orientale e quelle guidate dal Giappone nell’Asia nord-orientale . Tutti questi fronti sono costituiti interamente da alleati degli Stati Uniti nella difesa reciproca, ma quello guidato dalla Turchia lungo l’intera periferia meridionale della Russia non lo è; tuttavia, un’ipotetica operazione speciale in quella zona ( come ad esempio contro l’Azerbaigian ) potrebbe essere dissuasa dalla possibilità di una risposta statunitense attraverso gli altri fronti.

In parole semplici, è stato creato un ” cordone sanitario ” attorno alla Russia, e questo cordone di contenimento viene stretto più che altrove dagli sviluppi tecnico-militari lungo il fronte artico. Fino a poco tempo fa, questo era il fronte più tranquillo dei quattro, ma ciò dimostra semplicemente che i suoi membri si muovevano silenziosamente per evitare di attirare l’attenzione della Russia. L’ultimo Annuario dimostra tuttavia che il Cremlino li ha monitorati fin dall’inizio e sta quindi pianificando la sua risposta, pertanto è probabile che questo fronte si surriscaldi.

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La previsione di Sikorski di una rapida vittoria della NATO sulla Russia scredita l’allarmismo di Tusk.

Andrew Korybko15 settembre
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La coalizione liberale al governo soffre di “russofrenia”.

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha scritto che il Ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski soffre di “russofobia del cervello” dopo aver dichiarato che “sconfiggeremmo la Russia abbastanza rapidamente” “se la Russia ci attaccasse e noi ci togliessimo i guanti”. Mentre il suo post affermava che Sikorski si riferiva alla presunta capacità della Polonia di sconfiggere rapidamente la Russia, è plausibile che si riferisse alla NATO europea, come dimostrato dal suo discorso sulla “schiacciante superiorità aerea sulla Russia” anche senza il contributo degli Stati Uniti.

Si stima che la Russia possieda circa 1.500 aerei da combattimento, rispetto agli oltre 50 della Polonia e ai 1.600-1.800 della NATO europea . Pertanto, non si riferiva al fatto che la Polonia stesse per “sconfiggere la Russia abbastanza rapidamente”, ma alla presunta capacità della NATO europea di farlo. Si tratta comunque di un’affermazione discutibile, e certamente denota una “russofobia (politica) del cervello”, ma non è la stessa cosa di ciò che ha scritto lei. Chiarito questo punto, è opportuno ricordare che anche lei gli aveva diagnosticato la ” russofrenia ” solo pochi giorni prima.

Ha attribuito al giornalista irlandese Brian McDonald il merito di aver coniato questo concetto nel 2015, “secondo il quale coloro che ne soffrono hanno l’impressione che la Russia stia per crollare se la si preme ancora un po’, e allo stesso tempo, che domani travolgerà tutta l’Europa”. Il capo di Sikorski, il primo ministro polacco Donald Tusk, all’inizio della primavera aveva seminato il panico affermando che la Russia avrebbe potuto attaccare un membro della NATO “entro pochi mesi”. Ciononostante, ha comunque trasferito segretamente cinque missili intercettori Patriot all’Ucraina, il che è stato alquanto strano.

Dopotutto, se la coalizione liberale al governo credesse davvero che la Russia potesse attaccare un membro della NATO “entro pochi mesi”, ne consegue che si aggrapperebbe ai missili intercettori Patriot del proprio paese, che rimarranno scarsi almeno per i prossimi anni a causa dell’esaurimento delle scorte statunitensi durante la Terza Guerra del Golfo. In realtà, è sempre stato vero che ” l’UE rappresenta una minaccia molto più credibile per la Russia rispetto al contrario “, come inavvertitamente confermato da Sikorski, screditando così, senza volerlo, l’allarmismo di Tusk.

La fiducia di Sikorski nella capacità della NATO europea di “sconfiggere la Russia abbastanza rapidamente” solleva quindi la questione del perché il blocco continui a militarizzarsi con questo pretesto se ha già raggiunto il suo obiettivo di deterrenza nei confronti della Russia. Anche il presidente finlandese Alexander Stubb ha recentemente insistito sul fatto che la Russia non ha intenzione di attaccare “l’alleanza militare più potente del mondo”. La risposta è che la militarizzazione della NATO europea avvantaggia il complesso militare-industriale in cui alcuni politici hanno investito in modo speculativo.

Ci sono anche motivazioni elettorali legate alla mobilitazione degli elettori, ma nel caso della Polonia, la coalizione liberale al governo è andata così oltre con la sua propaganda anti-russa in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027 che si sta screditando e non ha aiutato né loro né i loro alleati secondo fonti autorevoli sondaggi . Ecco perché ora stanno seminando il panico sull’AfD , presentandola erroneamente come nazisti moderni alleati della Russia. Anche questa narrazione, tuttavia, contiene un elemento di allarmismo anti-russo e, pertanto, è destinata a fallire.

Tornando all’introduzione, l’affermazione di Sikorski secondo cui la NATO avrebbe “sconfitto la Russia abbastanza rapidamente” ha screditato l’allarmismo di Tusk su un attacco russo contro un membro della NATO “nel giro di pochi mesi” e ha spinto alcuni polacchi a chiedersi a cosa serva, in tal caso, il continuo riarmo militare. Zakharova aveva quindi ragione a diagnosticargli una “russofobia cerebrale” e una “russofrenia” poco prima. Sikorski non riesce a mantenere una narrazione coerente sulla Russia da parte della sua coalizione e questo potrebbe costare caro alle elezioni del prossimo anno.

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Verifica dei fatti: Putin non ha tentato di assassinare Boris Johnson e David Petraeus.

Andrew Korybko14 settembre
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Putin avrebbe potuto facilmente farli rimuovere se avesse voluto, ma ha invece cercato di segnalare che i dignitari occidentali non dovrebbero continuare a dare per scontato di poter viaggiare in Ucraina in sicurezza, poiché la Russia potrebbe presto iniziare a colpire su larga scala le infrastrutture di trasporto ucraine in vista dell’inverno.

I media occidentali sono in subbuglio dopo l’attacco con droni russi avvenuto nel fine settimana contro una stazione ferroviaria nella città di Yagodin, al confine tra Ucraina e Polonia. Secondo la CNN , “l’ex direttore della CIA statunitense David Petraeus si trovava in una stazione ferroviaria ucraina proprio nel momento in cui un drone russo ha colpito un treno passeggeri domenica, poco dopo il passaggio di un treno diplomatico con a bordo l’ex primo ministro britannico Boris Johnson e altri dignitari stranieri”. Questa versione ha erroneamente presentato l’attacco come un tentato assassinio.

È altamente improbabile che Putin, notoriamente avverso al rischio, intensifichi le ostilità contro la NATO tentando di uccidere due ex alti funzionari del blocco, soprattutto considerando che non autorizza nemmeno simili attacchi contro funzionari ucraini in carica, in particolare Zelensky . Sebbene Putin sia stato costretto dal fallimento dell’operazione di influenza di Zelensky, durata 40 giorni, a “intensificare le tensioni per poi allentarle” con l’Ucraina, finora ciò è avvenuto solo in modo lieve , con attacchi contro infrastrutture come stazioni di servizio, porti e centrali elettriche, anziché contro figure di spicco.

Tenendo conto di queste osservazioni, si potrebbe sostenere che l’attacco con droni russi contro la stazione ferroviaria di Yagodin non fosse un tentativo di assassinio contro quei due ex alti funzionari del nucleo anglo-americano della NATO, bensì un messaggio ai loro paesi e un segnale di ciò che potrebbe accadere in futuro. Il messaggio in questione era che i dignitari in visita – sia ex che in carica – non dovrebbero dare per scontato di poter continuare a viaggiare in Ucraina in sicurezza, il che si ricollega al segnale inviato dalla Russia.

Non era la prima volta che la Russia prendeva di mira le infrastrutture ferroviarie in Ucraina, né alcun obiettivo al confine con la Polonia, ma è la prima volta che la Russia ha colpito una stazione ferroviaria di confine. Questa tratta è una delle tante attraverso cui transita il 90% delle esportazioni tecnico-militari della NATO verso l’Ucraina. I sostenitori della Russia si sono chiesti perché Putin non avesse autorizzato tali attacchi prima, il che potrebbe essere dovuto alla sua avversione al rischio, alla limitata disponibilità di munizioni in passato e/o alle precedenti difese aeree ucraine (ora quasi completamente neutralizzate ).

In ogni caso, non è certo una coincidenza che abbia autorizzato quest’ultimo attacco a una stazione ferroviaria dove Petraeus stava aspettando poco dopo il passaggio di Johnson, quindi sembra proprio che stia segnalando che la Russia potrebbe iniziare a prendere di mira le infrastrutture di trasporto ucraine su larga scala. Questo potrebbe estendersi dalle stazioni ferroviarie fino a includere autostrade e ponti sul Dnepr . Lo scopo sarebbe quello di ostacolare la logistica militare della NATO verso l’Ucraina e, di conseguenza, il transito di armi verso il fronte.

L’attacco di domenica dimostra che la Russia è ora in grado di condurre attacchi di precisione ovunque in Ucraina e in qualsiasi momento. Finché la Russia disporrà di munizioni a sufficienza, e a quanto pare non le mancano i droni, almeno al momento, potrebbe sostenere questa strategia a tempo indeterminato per costringere l’Ucraina a significative concessioni unilaterali in vista della prevista ripresa dei colloqui trilaterali con gli Stati Uniti il ​​mese prossimo. L’escalation di Putin potrebbe anche mirare a prevenire la minaccia di Zelensky di chiudere lo spazio aereo russo .

In definitiva, le dinamiche militari e strategiche stanno nuovamente volgendo a favore della Russia, dopo un periodo di incertezza estiva causato dalla decisione di Trump di ” intensificare per poi allentare le tensioni ” attraverso una ” guerra di logoramento ” contro la Russia , guidata dall’Ucraina . Se l’Ucraina non raggiungerà presto un accordo con la Russia ( eventualmente con la mediazione degli Stati Uniti ), questo inverno potrebbe rivelarsi il più difficile finora, dopo il quale potrebbe essere costretta a capitolare di fronte alla Russia, a meno che la NATO non rischi la Terza Guerra Mondiale intervenendo direttamente per impedirlo.

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Il sostegno dei polacchi all’aiuto della Polonia ai Paesi baltici in caso di attacco russo potrebbe essere accompagnato da alcune riserve.

Andrew Korybko14 settembre
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Il recente sondaggio che ha mostrato un sostegno schiacciante a questa politica non specifica la natura dell’ipotetica aggressione russa né dell’aiuto polacco, entrambi elementi che potrebbero variare notevolmente a seconda delle circostanze, il che significa che il risultato è tutt’altro che così netto come viene presentato.

Il sito Notes From Poland ha richiamato l’attenzione sullo scandalo causato dall’ex ministro della Difesa Mariusz Błaszczak, ora leader parlamentare dell’opposizione conservatrice, il quale si è mostrato evasivo alla domanda se le truppe polacche dovessero aiutare gli Stati baltici in caso di attacco russo . Alla radio ZET, Błaszczak ha dichiarato : “I soldati polacchi dovrebbero difendere la Polonia. Dobbiamo essere forti nelle nostre alleanze… Dovremmo dare priorità alla cooperazione con gli Stati Uniti”.

Notes From Poland ha aggiunto che “Con l’intervistatore che continuava a insistere sulla questione, Błaszczak si è limitato a dire che ‘dipende tutto dalle circostanze’ e ‘non è una questione semplice'”. Il loro articolo ha poi menzionato le critiche ricevute dalla coalizione liberale al governo e ha citato i risultati di un sondaggio sull’argomento commissionato successivamente da Radio ZET , in cui si chiedeva ai polacchi: “In caso di possibile aggressione russa, la Polonia dovrebbe aiutare Lituania, Lettonia ed Estonia?”.

Il 77,8% ha risposto di sì, il 16,1% di no e il 6,1% si è dichiarato incerto. L’enorme sostegno dei polacchi all’idea che il loro paese “aiuti” gli Stati baltici “in caso di aggressione russa” potrebbe tuttavia essere accompagnato da alcune riserve, poiché non viene descritta la natura dell’aggressione russa né l’aiuto che la Polonia potrebbe offrire. Ad esempio, l’aggressione potrebbe assumere la forma di un attacco ibrido, di attacchi su piccola scala senza incursione transfrontaliera, di un’incursione transfrontaliera su piccola scala, di attacchi su larga scala senza incursione transfrontaliera o di un’invasione.

Inoltre, non vengono descritte le circostanze in cui quanto sopra potrebbe essere autorizzato, e non si può escludere che si tratti di azioni di rappresaglia in risposta a provocazioni (anche da parte di possibili truppe ucraine o agenti segreti operanti dagli Stati baltici). Allo stesso modo, l’aiuto polacco potrebbe assumere la forma di replicare il modello ucraino di fornitura di armi e fondi, agevolare la logistica militare degli alleati sul fronte baltico, inviare truppe in quella zona per fermare un’invasione russa e/o colpire la Russia e/o la Bielorussia.

Błaszczak aveva quindi ragione nel concludere che “dipende tutto dalle circostanze” e che “non è una questione semplice”. Il suo monito durante l’intervista, secondo cui “Confiniamo direttamente con la Russia, e confiniamo con una Russia che di fatto ha occupato territorio bielorusso. Quindi anche noi siamo in prima linea”, suggerisce che egli preveda un sostegno solo moderato qualora la presunta aggressione fosse di portata limitata. È un’ipotesi plausibile, e sondaggi più approfonditi potrebbero rivelare che la maggior parte dei polacchi condivide opinioni simili, ma ciò resta da confermare.

Il ruolo indispensabile della Polonia nel facilitare la logistica militare degli alleati verso gli Stati baltici durante le crisi e il suo comando del più grande esercito europeo della NATO le conferiscono un’influenza sproporzionata sulla loro sicurezza. Si è quindi sostenuto che ” la Polonia sarebbe il miglior garante della sicurezza degli Stati baltici nella NATO 3.0 “. Se la Polonia guidasse l’Intermarium fino a diventare il principale alleato europeo della NATO con cui la Russia negozia l’architettura di sicurezza postbellica , allora tali crisi potrebbero essere evitate, rendendo così irrilevanti le questioni relative alla sua risposta.

Se la Polonia non si farà garante della sicurezza degli Stati baltici, non sarà in grado di influenzare il corso di eventuali crisi che potrebbero scoppiare tra questi e la Russia, il che la condannerebbe a rimanere un attore passivo nei grandi eventi anziché diventarne un protagonista attivo. Di conseguenza, altri plasmerebbero uno degli scenari più cruciali per la sicurezza polacca. La Polonia dovrebbe quindi impegnarsi ad assumere il massimo controllo sul proprio destino, anziché lasciare che altri lo determinino ancora una volta.

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Fino a che punto si spingerà Trump nel minacciare l’integrità territoriale del Regno Unito?

Andrew Korybko13 settembre
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Le sue dichiarazioni sulla disputa con l’Argentina e sull’unificazione irlandese hanno destato allarme a Londra.

All’inizio di settembre, Trump ha ironizzato sul fatto che gli Stati Uniti potrebbero non intervenire in aiuto del Regno Unito in caso di un’altra guerra con l’Argentina per quelle che Londra chiama Isole Falkland e Buenos Aires Isole Malvinas, visto che non avevano aiutato gli Stati Uniti durante la Terza Guerra del Golfo . Poco più di una settimana dopo, in seguito al suo incontro con il Primo Ministro irlandese a Dublino, Trump ha dichiarato che l’Irlanda si riunificherà un giorno e che “sarebbe una cosa fantastica”. Queste affermazioni, comprensibilmente, hanno fatto infuriare molti britannici.

Potrebbe esserci qualcosa di più di una semplice provocazione di Trump, come alcuni ipotizzano, o di un segnale del suo disappunto nei confronti del Regno Unito per non aver aiutato gli Stati Uniti nella Terza Guerra del Golfo. È possibile che la sua amministrazione stia valutando una rottura con il Regno Unito nell’ambito della sua Strategia di Sicurezza Nazionale . Ricordiamo che ha condannato duramente alcuni paesi europei non specificati per la loro censura radicale e per le trasformazioni demografiche causate dall’immigrazione su larga scala da paesi culturalmente diversi, entrambi temi rilevanti anche per il Regno Unito.

Tutti e tre i fattori – il mancato aiuto del Regno Unito agli Stati Uniti nella Terza Guerra del Golfo, la sua censura radicale e la crescente dissimilarità culturale con gli Stati Uniti – potrebbero aver contribuito a far sì che il suo team contemplasse seriamente la fine della “relazione speciale” del loro paese con il Regno Unito. Sebbene il Regno Unito abbia contribuito a promuovere gli interessi statunitensi nei confronti della Russia, la riorganizzazione del fianco orientale della NATO in blocchi subregionali a guida svedese , polacca e turca riduce l’importanza di Londra, offrendo così a Washington maggiore flessibilità.

È forse proprio con questa flessibilità in mente che gli Stati Uniti hanno deciso di fare pressione sul Regno Unito attraverso le frecciatine di Trump sulle isole contese con l’Argentina, sull’unificazione irlandese e sull’accordo con la Mauritania per le isole Chagos, siglato all’inizio dell’anno. Il Regno Unito sa già cosa non piace agli Stati Uniti, quindi può scegliere se cambiare le proprie politiche (accettando quantomeno di essere il partner minore degli Stati Uniti in tutti i futuri conflitti in cui saranno coinvolti) o affrontare lo scenario di minacce alla propria integrità territoriale sostenute dagli Stati Uniti .

Naturalmente, la suddetta pressione speculativa degli Stati Uniti sul Regno Unito potrebbe cessare se un democratico tornasse alla Casa Bianca, scenario su cui il Regno Unito potrebbe contare e che potrebbe spiegare la sua mancata adesione. È troppo presto per prevedere le sue mosse, dato che Trump ha recentemente inasprito la sua retorica, parlando di queste due delicate questioni territoriali in sequenza, nel contesto delle tensioni politiche bilaterali legate alla Terza Guerra del Golfo. Ciononostante, il Regno Unito potrebbe anche sfidare apertamente gli Stati Uniti, forse pensando che Trump stia bluffando.

È impossibile prevedere quali mezzi gli Stati Uniti potrebbero impiegare per contribuire a porre fine al controllo britannico sulle isole contese con Argentina e Irlanda del Nord, ed è possibile che un democratico possa sostituire Trump prima che questi ottenga progressi tangibili in tal senso, ma anche il Regno Unito ha degli assi nella manica. Potrebbe infatti intensificare seriamente le tensioni con la Russia attraverso molteplici mezzi, sia direttamente in mare che indirettamente tramite i suoi alleati. Blocco vichingo ( in particolare l’Estonia ) e/o l’Ucraina , per vendetta o per segnalare tale intenzione a scopo deterrente.

Sebbene possa sembrare che il Regno Unito possa convincere gli Stati Uniti a riconsiderare il proprio sostegno alle minacce alla sua integrità territoriale nei confronti di Argentina e Irlanda, un riavvicinamento tra Russia e Stati Uniti priverebbe Londra del suo potere negoziale. Trump potrebbe quindi non dare seguito alle sue minacce implicite fino a quando non avrà raggiunto un accordo con Putin, ma poiché tale accordo non è all’orizzonte, è possibile che non intraprenderà alcuna azione contro il Regno Unito se quest’ultimo si rifiuterà di subordinarsi al ruolo di partner minore degli Stati Uniti in tutti i futuri conflitti in cui Washington si impegnerà.

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Il ministro degli Esteri tedesco si è lamentato del fatto che l’Ucraina non stia acquistando abbastanza armi tedesche.

Andrew Korybko12 settembre
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Quanto più i contribuenti si sentiranno insoddisfatti della mancanza di risultati concreti per i miliardi di euro che il loro Paese ha elargito all’Ucraina, tanto più è probabile che il sostegno all’AfD aumenti.

Il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul si è lamentato del fatto che l’Ucraina non stia acquistando abbastanza armi tedesche. Ha dichiarato al quotidiano Bild : “Siamo ora il principale sostenitore dell’Ucraina in termini di assistenza finanziaria e militare. E naturalmente, l’industria della difesa tedesca dovrebbe trarne vantaggio. L’ho detto al presidente Zelenskyy durante la mia ultima visita. Siamo al vostro fianco, vi sosteniamo. Ma devo anche spiegarlo ai contribuenti tedeschi, e il minimo che possiate fare è coinvolgere l’industria della difesa tedesca in tutti i progetti di approvvigionamento”.

Wadephul ha poi affermato: “Al momento, non siamo del tutto soddisfatti del numero di ordini che stiamo ricevendo in Germania. Pertanto, abbiamo chiesto al governo ucraino di rivedere la situazione e di assicurarsi che migliori”. Per contestualizzare, la Germania e l’Ucraina hanno concordato di sviluppare congiuntamente le proprie capacità di attacco a lungo raggio all’inizio della primavera, in concomitanza con la rapida rimilitarizzazione della Germania, per un valore di almeno 800 miliardi di euro . La regolare vendita di armi su larga scala all’Ucraina può accelerare questa tendenza.

Ci sono tre ragioni principali per cui l’Ucraina non ha soddisfatto le aspettative della Germania, la prima delle quali è che gli Stati Uniti rimangono il principale partner di sicurezza dell’Ucraina a causa del ruolo indispensabile che le loro armi, l’intelligence e il sistema Starlink svolgono nel perpetuare il conflitto. In relazione a questo ruolo, Trump ha recentemente affermato che “Centinaia di miliardi di dollari sono stati dati all’Ucraina e alla NATO, gratuitamente, che l’Europa avrebbe pagato, se solo glielo avessimo chiesto, ma chiederemo quei soldi, anche se con un certo ritardo!”.

Una soluzione creativa per recuperare questi costi potrebbe essere che la NATO europea continui ad acquistare armi americane a prezzo pieno per donarle all’Ucraina, con questo accordo che proseguirebbe anche dopo la fine della fase su larga scala del conflitto, a tempo indeterminato o almeno finché Trump non sarà soddisfatto dei profitti. Parallelamente a queste vendite, e anche dopo un’eventuale riduzione delle stesse, la Germania deve competere con il Regno Unito e altri paesi come la Cina ( le cui vendite di droni sono indispensabili per lo sforzo bellico dell’Ucraina ).

La Germania non ha la stessa influenza politica sull’Ucraina del Regno Unito, né la sua produzione nazionale di droni è minimamente paragonabile a quella cinese, quindi è prevedibile che incontrerà difficoltà in questa competizione per gli armamenti. Infine, un ultimo punto è che i droni rappresentano una quota sproporzionata delle perdite che l’Ucraina infligge alla Russia e sono ampiamente considerati uno dei motivi per cui il fronte è rimasto pressoché invariato negli ultimi anni, di conseguenza i prodotti tradizionali delle aziende tedesche nel settore degli armamenti non sono più così richiesti.

Nonostante la delusione della Germania per l’insoddisfacente acquisto di prodotti per la difesa da parte dell’Ucraina, i rapporti tra Germania e Ucraina rimangono stretti a livello politico e la Germania sta coordinando una manovra di potere regionale contro il comune “amico-nemico” polacco, di cui abbiamo parlato in dettaglio qui durante l’estate. Questo sforzo congiunto persegue il grande obiettivo strategico del dominio tedesco sull’architettura di sicurezza europea del dopoguerra a ovest della nuova “Cortina di Ferro” , un obiettivo più importante per Berlino rispetto alla vendita di armi a Kiev, pertanto è improbabile che si verifichino spaccature su questo tema.

La lezione che si può trarre dalla lamentela di Wadephul è che i contribuenti tedeschi sono sempre più insofferenti per la mancanza di ritorni tangibili che il loro Paese ottiene dai miliardi di euro che ha elargito all’Ucraina. Non è solo l’industria bellica tedesca a faticare a sfruttare gli aiuti per generare profitti futuri, ma anche quella della ricostruzione, dato che si prevede che anche questo settore sarà dominato da aziende americane e cinesi. Più i tedeschi si stancheranno della situazione in Ucraina, più è probabile che aumenterà il sostegno all’AfD .

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La rozza campagna allarmistica di Tusk e Sikorski contro l’AfD è motivata dalla loro paura di perdere il potere.

Andrew Korybko10 settembre
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La menzogna secondo cui l’opposizione è controllata dalla Russia non ha convinto i polacchi a smettere di sostenerla, nonostante la tendenza degli elettori a rivoltarsi contro la coalizione liberale al governo in vista delle prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027. Pertanto, la nuova narrativa è che siano degli idioti e dei traditori che sostengono i nazisti filorussi dei giorni nostri.

Il Primo Ministro polacco Donald Tusk ha reagito alla recente schiacciante vittoria dell’AfD nello stato tedesco della Sassonia-Anhalt affermando che “solo gli idioti o i traditori possono gioire”, indicando “parecchi tra di loro” nei partiti di opposizione conservatori e nazionalisti libertari. A ciò ha fatto seguito la dichiarazione del Ministro degli Esteri Radek Sikorski, il quale ha affermato che “ricordiamo fin troppo bene dove può portare una Germania riarmata nelle mani di un partito di estrema destra e filo-russo, ed è proprio questo che rappresenta l’AfD”.

Il messaggio congiunto promosso da questi membri di spicco della coalizione liberale al governo in Polonia è che i loro oppositori sono degli idioti e dei traditori per non temere l’ascesa dei nazisti moderni alleati della Russia. C’è molto di sbagliato in questa narrazione. Per cominciare, l’opposizione è divisa sulle proprie opinioni riguardo all’AfD, con alcuni che temono la sua ascesa a causa dell’atteggiamento anti – polacco. dichiarazioni rilasciate da alcuni dei suoi membri, mentre altri condividono le sue critiche all’UE e prevedono una cooperazione pragmatica con essa per riformare il blocco.

Il punto successivo è che l’AfD non è “filo-russa” poiché la sua posizione sul conflitto ucraino , sulle sanzioni e sul Nord Stream si basa sulla sua interpretazione degli interessi nazionali tedeschi. Sebbene osservatori stranieri possano non essere d’accordo con le posizioni dell’AfD su qualsiasi argomento, in definitiva è diritto dell’AfD, in quanto partito tedesco, avere l’opinione che ritiene più opportuna sugli interessi nazionali tedeschi. Anche Hitler non era “filo-russo”, come insinuava Sikorski, dato che aveva sempre pianificato di invadere l’URSS e sterminare la sua popolazione.

Infine, “ Le opinioni dell’AfD sulla nazionalità in realtà non sono affatto estremiste ”, quindi il paragone con i nazisti è errato. È anche ironico che Sikorski stia seminando il panico riguardo alla rapida ascesa della Germania. La rimilitarizzazione è in programma dal 2022 e quindi non è dovuta all’AfD, che non ha ancora ottenuto il potere a livello nazionale. Inoltre, il suo capo Tusk è così vicino alla Germania che il cardinale grigio dell’opposizione conservatrice Jarosław Kaczyński lo ha accusato di essere un ” agente tedesco “.

Inoltre, la Polonia si sta rapidamente rimilitarizzando e attualmente comanda il più grande esercito europeo della NATO , quindi dovrebbe essere in grado di resistere alla fantasia politica di un’altra invasione tedesca, anche se i suoi alleati occidentali la tradissero ancora una volta. Dopo aver smontato la narrazione di Tusk e Sikorski, è ora il momento di affrontare il motivo per cui l’hanno inventata, ovvero la paura di perdere il potere. Sondaggi autorevoli condotti in Polonia e persino da Politico , che favorisce la coalizione liberale al governo, non sono di buon auspicio per loro.

Se la tendenza dovesse rimanere invariata, i partiti di opposizione conservatori e nazionalisti libertari avrebbero sufficiente sostegno per formare una coalizione dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027. Ecco perché Tusk e Sikorski stanno diffondendo allarmismo in modo grossolano sull’AfD, spinti dalla disperazione di screditare gli avversari, come spiegato. Mentire affermando che sono controllati dalla Russia non ha convinto i polacchi a riconsiderare il loro sostegno, quindi la nuova narrativa è che siano degli idioti e dei traditori che appoggiano i nazisti filorussi dei giorni nostri.

È una mossa talmente esagerata e autolesionista che non ci si aspetta che inverta la suddetta tendenza elettorale, che porterà alla caduta della coalizione liberale al governo se questa rimarrà al potere fino al prossimo autunno. Tusk e Sikorski non si arrenderanno senza combattere, ed è per questo che stanno giocando sporco diffamando i loro avversari, anche se quest’ultima trovata potrebbe ritorcersi contro di loro e portare a un sostegno ancora maggiore. Le elezioni saranno in definitiva un referendum sulla coalizione liberale al governo e, a giudicare dai sondaggi, i polacchi la vogliono fuori dal potere.

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I rifugiati ucraini hanno finalmente iniziato a lasciare la Polonia.

Andrew Korybko9 settembre
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Mentre la coalizione liberale al governo potrebbe lamentare questa tendenza emergente, per quanto statisticamente insignificante sia al momento, i partiti di opposizione conservatori e nazionalisti libertari probabilmente ne sono soddisfatti e potrebbero sperare che i numeri crescano notevolmente.

Il sito polacco RMF24 ha citato gli ultimi dati Eurostat all’inizio di settembre, riportando che circa 6.300 rifugiati ucraini hanno lasciato la Polonia a giugno, seguiti da circa 8.100 a luglio, con un aumento di quasi un terzo in un solo mese. Tuttavia, questi numeri sono esigui rispetto ai circa 953.100 rifugiati ucraini ancora presenti in Polonia. Il contesto più ampio riguarda la disputa polacco-ucraina in corso, scoppiata a fine maggio dopo che Zelensky ha glorificato la Volinia. I responsabili del genocidio dell’OUN-UPA a livello statale.

Da allora, si sono verificati alcuni incidenti molto pubblicizzati tra polacchi e ucraini in Polonia, a seguito dei quali l’opinione della popolazione locale nei loro confronti si è deteriorata , attirando l’attenzione su quello che la coalizione liberale al governo considera un aumento dei “crimini d’odio” contro gli ucraini . Il ministro della Giustizia Waldemar Żurek ha annunciato durante l’estate che oltre 100 pubblici ministeri stanno lavorando per condannare i polacchi accusati di tali crimini, il primo ministro Donald Tusk ha condannato questa presunta tendenza e sono state organizzate proteste a livello nazionale contro di essa.

A prescindere da ciò che si pensi di tutta questa vicenda (e alcuni polacchi sui social media hanno sostenuto che gli ucraini abbiano provocato la popolazione locale in alcuni degli episodi più pubblicizzati per poi filmarne la reazione e manipolare così la percezione dell’accaduto), si tratta di un tema di grande discussione in Polonia. Alcuni ucraini potrebbero quindi credere, a torto o a ragione, di essere in pericolo rimanendo in Polonia e di conseguenza hanno deciso di emigrare in altri paesi europei.

A prescindere dalla presunta tendenza all’aumento dei “crimini d’odio” contro gli ucraini, alcuni ucraini potrebbero aver iniziato a sentirsi più a disagio se alcuni residenti locali avessero cominciato a trattarli diversamente nella vita di tutti i giorni a causa della disputa in corso tra Polonia e Ucraina, il che potrebbe contribuire alla loro decisione di emigrare. Un altro fattore potrebbe essere che gli ucraini non godono più di agevolazioni speciali in Polonia come in passato, dopo che il presidente conservatore Karol Nawrocki, rivale di Tusk, le ha abolite all’inizio di quest’anno, in ottemperanza a una sua promessa .

Mentre la coalizione liberale al governo potrebbe lamentare la crescente tendenza degli ucraini a lasciare la Polonia, per quanto statisticamente insignificante sia al momento, i partiti di opposizione conservatori e nazionalisti libertari ne sono probabilmente soddisfatti e sperano che il numero cresca considerevolmente. Questo perché sono sempre più consapevoli dei rischi per la sicurezza derivanti dalla formazione di una consistente minoranza ucraina in quello che, prima del 2022, era uno dei paesi più etnicamente e culturalmente omogenei al mondo.

Nel settembre 2025, l’ ambasciatore ucraino in Polonia ha ammesso che i suoi connazionali non vogliono integrarsi , notizia seguita un mese dopo dai media ucraini che parlavano della possibile formazione di una lobby etnica ucraina nel Sejm polacco . I nazionalisti ucraini rivendicano anche la Polonia sudorientale , il che reinterpreta l’ iniziativa anticrimine ” Progetto Trident ” come una duplice azione preventiva contro l’insurrezione. Meno ucraini in Polonia significano una minore minaccia postbellica da parte dell’Ucraina .

È prematuro prevedere che la tendenza emergente degli ucraini a lasciare la Polonia raggiungerà presto un livello significativo, e ancor meno che la maggior parte di loro se ne andrà effettivamente invece di intraprendere un percorso verso la cittadinanza, ma vale comunque la pena monitorare la situazione. Se ciò dovesse effettivamente accadere, tuttavia, è probabile che diventi un altro tema di scontro politico in vista delle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027 e che venga sfruttato dalla propaganda anti-polacca ucraina, poiché verrebbe probabilmente additato come una conseguenza del presunto aumento dei “crimini d’odio”.

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Ecco come Cina e India possono contribuire concretamente a porre fine al conflitto in Ucraina.

Andrew Korybko13 settembre
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L’accordo per l’invio delle proprie forze di pace, in particolare nella parte del Donbass da cui l’Ucraina potrebbe ritirarsi e almeno nel resto della linea del fronte, potrebbe essere la scintilla necessaria per far ripartire il processo di pace in stallo e indirizzare finalmente il conflitto verso una soluzione globale.

Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che Xi e Modi “hanno offerto i loro buoni uffici per contribuire a trovare una soluzione” al conflitto ucraino durante i loro colloqui con Putin al vertice BRICS del 2026 a Delhi. È irrealistico pensare che uno dei due o i loro inviati possano sostituire il ruolo del duo Witkoff-Kushner nella mediazione dei colloqui di pace, ma potrebbero comunque contribuire in modo significativo a porre fine al conflitto se accettassero di inviare forze di pace. È necessario un breve excursus per comprendere la rilevanza di questa proposta.

Si propone una versione radicalmente ridimensionata della proposta per una regione “Trans-Dnepr” smilitarizzata controllata da forze di pace non occidentali, presentata qui nel gennaio 2025. Cina e India controllerebbero invece la parte del Donbass da cui l’Ucraina potrebbe ritirarsi nell’ambito di un accordo e pattuglierebbero il resto del fronte, compreso il confine formale. È possibile anche l’istituzione di una missione a Odessa per monitorare l’attività portuale della regione e garantire la smilitarizzazione marittima, come proposto qui .

La dimensione del Donbass è la più immediatamente rilevante, poiché è opinione diffusa che lo ” Spirito di Ancoraggio ” implicasse che Trump avesse ufficiosamente accettato di costringere Zelensky a ritirarsi da quella zona in cambio della dichiarazione di un cessate il fuoco totale da parte di Putin e di un allentamento delle sanzioni statunitensi nei confronti della Russia. Questa analisi spiega come Putin avrebbe potuto legalmente porre fine al conflitto senza prima controllare tutto il territorio conteso, mentre quest’altra spiega perché Trump abbia rinnegato il suddetto accordo informale.

Kushner ha confermato che Zelensky si rifiuta di ritirarsi sulla linea proposta da Putin, probabilmente alludendo all’abbandono del Donbass, ma in assenza di un Trump disposto a costringerlo a farlo, Zelensky potrebbe essere incentivato sapendo che quel territorio perduto sarebbe sotto il controllo delle forze di pace. Si tratta della ” cintura fortificata ” dell’Ucraina, come l’ha recentemente definita la CNN, ed è per questo che è riluttante a cederla. Tuttavia, la presenza di forze di pace provenienti da Cina e India, stretti alleati della Russia, la dissuaderebbe dallo sfruttare la cessione di questi bastioni da parte dell’Ucraina.

Il loro incentivo potrebbe essere quello di ottenere deroghe alle sanzioni statunitensi per le attività commerciali legate alle risorse con la Russia, in modo da trarre il massimo beneficio dalle sue ricchezze naturali. Allo stesso modo, l’incentivo degli Stati Uniti ad accettare ciò è che la Russia ponga fine al conflitto, che è la sua condizione per l’attuazione dei non specificati ” grandi progetti Russia-USA ” di cui Putin ha discusso con Witkoff-Kushner. Il loro grande significato strategico è stato precedentemente descritto qui e qui . Maggiori investimenti indiani, statunitensi e congiunti indo-americani potrebbero anche ridurre della Russia dipendenza dalla Cina.

Una proposta congiunta sino-indonese per il mantenimento della pace potrebbe convincere Zelensky a ritirarsi dal Donbass o, in alternativa, indurre Trump a costringerlo a farlo – ad esempio attraverso minacce credibili di interrompere le forniture di armi, servizi di intelligence e/o Starlink – al fine di far progredire i colloqui di pace verso altre questioni come la denazificazione. Non si tratta quindi di una soluzione miracolosa, ma di un mezzo per fare progressi nel processo complessivo, risolvendo una delle questioni chiave, dopodiché potrebbe essere più facile raggiungere compromessi su altre.

Il tempo è essenziale, poiché Trump potrebbe perdere il potere di offrire un allentamento parziale delle sanzioni alla Russia, come previsto in precedenza nell’ambito del ipotetico scambio di favori con Putin attraverso lo “Spirito di Ancoraggio”, se i Repubblicani dovessero perdere il controllo di almeno una delle due camere del Congresso dopo le elezioni di midterm di inizio novembre. Xi e Modi possono sempre telefonare a Putin, Trump e Zelensky per discutere dell’invio dei loro peacekeeper, quindi, se uno qualsiasi di loro fosse interessato a procedere in tal senso, dovrebbe comunicarlo immediatamente.

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Il Pakistan ha dichiarato una svolta finanziaria filo-americana.

Andrew Korybko13 settembre
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La conseguente espansione dell’influenza finanziaria statunitense nell’intera economia pakistana ridurrà notevolmente le possibilità che il Pakistan riesca mai a riconquistare la sua già fragile sovranità.

Il Financial Times (FT) ha riportato a fine agosto che ” il Pakistan cerca finanziamenti dagli Stati Uniti per ridurre la dipendenza dalla Cina “. Il ministro delle Finanze Muhammad Aurangzeb ha confermato la notizia di Reuters di fine luglio, secondo cui il suo Paese aveva richiesto un piano di salvataggio da 10 miliardi di dollari agli Stati Uniti, e ha anche affermato di “vedere un ruolo molto importante” per la Export-Import Bank degli Stati Uniti (ExIm Bank) e la US International Development Finance Corporation (DFC). Ha poi specificato esattamente cosa avesse in mente.

Il Financial Times ha scritto che “Ha affermato che la ExIm Bank potrebbe finanziare la vendita di aerei Boeing alla Pakistan International Airlines, recentemente privatizzata, e aiutare le aziende statunitensi ad ammodernare le raffinerie petrolifere del Pakistan, mentre la DFC potrebbe acquisire partecipazioni azionarie in conglomerati pakistani”. Aurangzeb ha anche confermato che “il Pakistan non sta cercando ulteriori finanziamenti dalla Cina”, ma emetterà 750 milioni di dollari di “panda bond” denominati in renminbi, insieme a un importo imprecisato di Eurobond e obbligazioni in rupie con regolamento in dollari.

Nel complesso, ciò si configura come una svolta finanziaria filo-americana, il che non dovrebbe sorprendere gli osservatori, dato che gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato di esportazione per il Pakistan e quest’ultimo è il “principale alleato non NATO” degli Stati Uniti. Tradizionalmente, inoltre, ha svolto il ruolo di alleato regionale degli Stati Uniti. È fondamentale ricordare questi fatti, poiché alcuni commentatori ed esperti sono caduti nella falsa impressione che la mediazione del Pakistan tra Stati Uniti e Iran, così come la nuova NATO islamica tra Pakistan, Arabia Saudita e Turchia, siano la prova di un suo allontanamento dagli Stati Uniti.

Niente di più lontano dalla verità, come Aurangzeb ha inavvertitamente confermato con la sua dichiarazione di fatto di un riorientamento finanziario filo-americano. La realtà è che il suo paese si sta allontanando dalla Cina, non dagli Stati Uniti, sebbene ciò non peggiorerà mai seriamente le relazioni con la Cina, poiché entrambi i paesi condividono valutazioni simili sulla minaccia rappresentata dal comune vicino indiano. Tutto ciò è dovuto direttamente al colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex Primo Ministro multipolare Imran Khan, che è stato poi perseguitato e incarcerato dallo stato.

Fu durante il suo breve mandato che il Pakistan tentò di riequilibrare le relazioni con gli Stati Uniti, cosa del tutto inaccettabile per l’America e i suoi alleati in Pakistan, motivo per cui venne deposto. All’epoca, tuttavia, una nefasta narrativa di guerra dell’informazione fu artificialmente inserita nel discorso politico interno, diffondendo la menzogna secondo cui egli stesse segretamente subordinando il Pakistan agli Stati Uniti a scapito degli interessi della Cina. Col senno di poi, si trattò di un insidioso tentativo di ingannare gli ingenui sostenitori del multipolarismo prima del colpo di stato.

Nel corso degli ultimi quasi cinque anni, gli ultimi due dittatori militari di fatto sono riusciti a consolidare il loro controllo sul paese, mentre l’ultimo ha trascorso l’ultimo anno e mezzo a ingraziarsi Trump nell’ambito del rapido riavvicinamento tra Stati Uniti e Pakistan seguito alla rimozione di Khan. Ora si sono create le condizioni per l’attuazione concreta di quello che è stato il piano fin dall’inizio, ovvero la completa subordinazione del Pakistan agli Stati Uniti, di cui il suo recente dichiarato riorientamento finanziario rappresenta una parte fondamentale.

La conseguente espansione dell’influenza finanziaria statunitense nell’economia pakistana ridurrà drasticamente le possibilità che il Pakistan riesca a riconquistare la sua già fragile sovranità. Rimarrà comunque vicino alla Cina a causa della comune valutazione della minaccia rappresentata dall’India, una priorità di sicurezza nazionale che l’establishment militare e dei servizi segreti al potere considera di importanza vitale, ma praticamente ogni altro aspetto delle sue politiche finirà sotto il controllo statunitense. Ciò include, in particolare, il suo ruolo nella NATO islamica.

Analisi dell’aggiornamento della Russia sul Sudan nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Andrew Korybko12 settembre
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Il suo principale diplomatico presente sul posto ha chiesto la creazione di un processo di pace guidato dalle Nazioni Unite, ha condannato quella che considera una falsa equivalenza tra i ribelli e il governo e ha criticato le sanzioni statunitensi contro il Sudan.

Alla fine di agosto , il Rappresentante Permanente della Russia presso le Nazioni Unite, Vasily Nebenzia, ha fornito un aggiornamento sulla situazione in Sudan. Ha iniziato richiamando l’attenzione sulle implicazioni umanitarie della guerra, che dura da oltre tre anni, in relazione agli sfollati interni e alla grave carenza di cibo. Tutti gli aiuti internazionali devono essere erogati in stretto coordinamento con il Governo del Sudan (GOS), ha dichiarato, ribadendo la posizione tradizionale del suo Paese e paventando la possibilità che altri sfruttino le consegne di aiuti come pretesto per interferire negli affari interni.

Un altro punto sollevato da Nebenzia riguardava il fatto che il conflitto sta colpendo sempre più Ciad, Egitto e Sud Sudan, ma il Quintetto, composto da ONU, UE, UA, Lega Araba e IGAD, e il Quartetto, formato da Stati Uniti, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, non hanno ancora ottenuto alcun risultato concreto con i loro sforzi di pace. A suo avviso, ciò è dovuto in gran parte al fatto che “le azioni del Quartetto si sono essenzialmente ridotte a pressioni, ricatti e coercizioni volte a costringere il governo sudanese a fare concessioni inaccettabili”.

Ha quindi auspicato che gli sforzi di mediazione iniziassero sotto l’egida delle Nazioni Unite. Nebenzia ha anche condannato quella che ha definito una falsa equivalenza tra i ribelli delle Forze di Supporto Rapido (RSF) e il governo sudanese. A suo dire, “una parte sta seminando caos e violenza, mentre l’altra sta essenzialmente conducendo un’operazione per neutralizzare coloro che, in sostanza, sono insorti che stanno distruggendo il Paese”. Ha concluso il suo discorso condannando le ultime sanzioni statunitensi contro il Sudan. Ecco dieci brevi note informative sul conflitto:

* 11 giugno 2022: “ Analisi degli interessi strategici della Russia in Sudan ”

* 30 settembre 2022: “ La pressione neo-imperialista americana sul Sudan svela le sue vere intenzioni verso l’Africa ”

* 16 aprile 2023: “ La guerra del ‘Deep State’ del Sudan potrebbe avere conseguenze geostrategiche di vasta portata se dovesse continuare ”

* 21 aprile 2023: “ Ecco perché gli Stati Uniti stanno cercando di attribuire la colpa della guerra del ‘Deep State’ in Sudan alla Russia ”

* 27 aprile 2023: “ La Russia ha ragione: l’ingegneria politica dall’estero è responsabile della crisi sudanese ”

* 19 novembre 2024: “ Il veto della Russia alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sul Sudan l’ha salvata da un complotto neocoloniale ”

* 21 dicembre 2025: “ La base navale russa in Sudan, a lungo rimandata, potrebbe tornare sui binari giusti ”

* 13 gennaio 2026: ” L’accordo sugli armamenti che il Pakistan starebbe pianificando con il Sudan preannuncia problemi per gli Emirati Arabi Uniti in Africa “

* 25 gennaio 2026: “ Perché l’Etiopia potrebbe un giorno decidere di sostenere le ‘Forze di supporto rapido’ del Sudan? ”

* 6 maggio 2026: “ Egitto e Arabia Saudita stanno mettendo il Sudan contro l’Etiopia ”

Per riassumere brevemente quanto sopra, a beneficio dei lettori, l’“ingegneria politica” condotta dagli Stati Uniti in Sudan durante la lunga transizione di leadership ha esacerbato la già crescente rivalità tra il governo sudanese (GOS) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), dopodiché gli Stati Uniti hanno cercato di addossare la colpa alla Russia nel tentativo di ridimensionare la propria influenza nella regione. Gli Emirati Arabi Uniti sono sempre stati il ​​protettore delle RSF, mentre il governo sudanese è ora sostenuto da un’alleanza tra Egitto e la NATO islamica (Pakistan, Arabia Saudita e Turchia), che ha internazionalizzato il conflitto trasformandolo in una guerra per procura a livello regionale.

Dal punto di vista degli interessi russi, il Governo di Unione Sovietica (GOS) è l’unica leadership del paese riconosciuta a livello internazionale, ed è quindi l’unica in grado di attuare i piani, a lungo rimandati, per la costruzione di una base navale. Il GOS controlla inoltre Port Sudan, la sede prevista per la base, e ha riconquistato la capitale Khartoum dalle Forze di Supporto Rapido (RSF) lo scorso anno. Inoltre, mentre il patrono emiratino delle RSF rimane uno stretto partner della Russia, un numero maggiore di partner russi sostiene il GOS. Questi elementi contestualizzano la decisione della Russia di appoggiare anche il GOS contro le RSF.

Questo si concretizza in esportazioni di armi e sostegno diplomatico, la cui portata potrebbe aumentare a seconda delle dinamiche del conflitto, ma non è previsto un supporto diretto come l’invio dell’Africa Corps. Questo perché sono impegnati nella lotta al terrorismo in Mali e i sostenitori regionali del governo islamico possono fornire più facilmente tale supporto se Khartoum lo richiede. Ciò potrebbe accadere una volta conclusa la Terza Guerra del Golfo, che rappresenterebbe la prima dimostrazione di forza decisiva della NATO islamica in collaborazione con l’Egitto (se quest’ultimo non ne farà ancora parte).

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Il massimo diplomatico indiano ha fatto intendere che il Paese si opporrà a qualsiasi nuova pressione statunitense sugli acquisti di petrolio russo.

Andrew Korybko12 settembre
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Sono indirettamente essenziali per la sicurezza nazionale dell’India, poiché garantiscono la sua continua crescita economica, che a sua volta contribuisce a mantenere la stabilità politica con tutto ciò che ne consegue per la sicurezza interna.

Il ministro degli Esteri indiano, Dr. Subrahmanyam Jaishankar, ha recentemente dichiarato durante una conferenza stampa con il suo omologo ucraino a Kiev che “Questo conflitto, che oggi è al suo quinto anno , non si risolverà perché qualcuno compra o non compra petrolio, allumina, minerali, metalli o fertilizzanti”. Questa affermazione alludeva all’approvazione, da parte del Senato il mese scorso, di una legge in onore del defunto Lindsey Graham , che darebbe a Trump il potere di imporre dazi fino al 100% sui principali partner energetici della Russia.

A tal proposito, Politico ha riportato che il disegno di legge “è destinato a essere accantonato alla Camera”, mentre The Hill ha citato un collaboratore del Congresso rimasto anonimo, il quale lo ha definito “di nuovo morto”. Il motivo del loro pessimismo risiede nel fatto che i Democratici si oppongono a concedere a Trump poteri che, a loro avviso, contraddirebbero la sentenza della Corte Suprema sui dazi doganali emessa all’inizio di quest’anno, e persino alcuni Repubblicani la pensano allo stesso modo. Pertanto, non si può dare per scontato che gli Stati Uniti eserciteranno nuove pressioni sull’India in merito ai suoi acquisti di petrolio russo.

Jaishankar aveva già orgogliosamente segnalato che l’India avrebbe sfidato gli Stati Uniti in tale scenario, mentre l’ambasciatore russo in India, Denis Alipov, ha contestualizzato questa probabile decisione affermando recentemente ai media : “Il mondo non reggerebbe se il petrolio russo venisse escluso. I mercati energetici non possono permetterselo. Il petrolio russo rimarrà sul mercato per l’India e altri paesi. Siamo interessati a fornire petrolio all’India. L’India è interessata ad acquistare quel petrolio”. Ha anche aggiunto che “l’India ha dimostrato di essere in grado di tenere testa agli Stati Uniti”.

Nell’immediato periodo precedente alla Terza Guerra del Golfo, tuttavia, l’India ha ridotto i suoi acquisti di petrolio russo a causa di quella che la maggior parte degli osservatori ha interpretato come una pressione statunitense, un quid pro quo non ufficiale legato all’accordo commerciale provvisorio concluso all’inizio di febbraio. L’India ha poi invertito la rotta e ha ripreso a importare massicciamente petrolio russo dopo che la Terza Guerra del Golfo ha provocato una crisi energetica globale, tanto che il 45% delle sue importazioni il mese scorso proveniva dalla Russia. Questo articolo analizza il suo ritrovato equilibrio.

Ciò è stato facilitato dalla concessione da parte degli Stati Uniti all’India, e successivamente ad altri paesi, di una deroga temporanea sugli acquisti di petrolio russo, al fine di ripristinare una relativa stabilità nel mercato globale in seguito alle profonde turbolenze causate dalla Terza Guerra del Golfo. L’India probabilmente si sarebbe opposta alle pressioni statunitensi per non acquistare ulteriore petrolio russo, qualora queste fossero state imposte all’epoca, poiché la sua crescita economica, e di conseguenza la sua stabilità politica con tutto ciò che ne consegue per la sua sicurezza interna, dipendono in larga misura da prezzi dell’energia accessibili.

Gli stessi calcoli rimangono validi ancora oggi e si prevede che lo rimarranno per un futuro indefinito. Pertanto, finché persisterà la crisi energetica globale – e si prevede che durerà almeno fino al prossimo anno, nella migliore delle ipotesi – l’India probabilmente si opporrà alle pressioni statunitensi sui suoi acquisti di petrolio russo, che sono indirettamente essenziali per la sua sicurezza nazionale, come spiegato. Si può quindi concludere che l’India li mantiene per perseguire i propri interessi.

Questa osservazione smonta la falsa affermazione, sostenuta da alcuni, secondo cui l’India continuerebbe ad acquistare petrolio russo come un modo “plausibilmente negabile” per “finanziare la guerra di Putin”. La realtà è che l’India dà sempre la priorità ai propri interessi nazionali, non fa favori a nessuno a proprie spese, ma a volte è costretta da circostanze al di fuori del suo controllo a prendere decisioni scomode. Detto questo, se gli Stati Uniti esercitassero nuove pressioni sull’India in merito ai suoi acquisti di petrolio russo, ci si aspetterebbe che l’India si opponesse.

La manovra di potere degli Houthi ha smascherato la vacuità della NATO islamica.

Andrew Korybko11 settembre
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I nuovi alleati musulmani dell’Arabia Saudita non stanno accorrendo in suo aiuto e, a quanto pare, persino gli Stati Uniti hanno respinto la sua richiesta di intervenire direttamente nell’ultima fase di questo conflitto che dura da oltre un decennio.

L’esperto russo Farhad Ibragimov ha valutato correttamente che “la ‘NATO musulmana’ dell’Arabia Saudita sta affrontando la sua prima prova del fuoco ” di fronte ai crescenti attacchi degli Houthi contro obiettivi all’interno del regno. Il Pakistan avrebbe trasmesso all’Iran un avvertimento da parte del suo alleato saudita affinché frenasse gli Houthi, proprio mentre il suo Ministro della Difesa suggeriva che la continuazione degli attacchi contro l’Arabia Saudita avrebbe reso operativa la loro alleanza di difesa reciproca. Poco dopo, tuttavia, il Ministero degli Esteri pakistano ha minimizzato questa possibilità.

Nello stesso periodo, Axios ha riportato che il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman aveva richiesto il supporto degli Stati Uniti per un attacco contro gli Houthi, ma era stato respinto da Trump, mentre la CNN ha riferito che “gli Stati Uniti hanno ampliato la raccolta di informazioni, puntando a sostenere la campagna saudita contro l’alleato iraniano ” nelle ultime settimane. Queste notizie smentiscono l’illusione, diffusa tra alcuni, che la NATO islamica complichi gli interessi degli Stati Uniti. L’Arabia Saudita non si sta chiaramente allontanando dagli Stati Uniti e rimane tuttora ampiamente dipendente da essi per la propria sicurezza.

I recenti attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita sono collegati alla Terza Guerra del Golfo, che si sta protraendo sempre più a lungo, poiché sembra che l’Iran abbia incaricato i suoi alleati di aprire un altro fronte a Bab el-Mandab, che potrebbe affiancare il blocco parziale di Hormuz imposto da Teheran, per ottenere maggiore potere negoziale nei colloqui con gli Stati Uniti. Parallelamente ai nuovi attacchi contro il regno, il gruppo ha lanciato un’offensiva che ha già portato alla conquista del porto strategico yemenita di Mocha sul Mar Rosso e delle isole Hanish, all’imbocco settentrionale dello stretto.

È difficile prevedere cosa accadrà in futuro, vista la rapidità con cui tutto si sta evolvendo, ma da questi sviluppi si possono già trarre sette conclusioni. La prima è che la NATO islamica non è così consolidata come alcuni pensavano, dato che non c’è ancora stata nemmeno una dichiarazione congiunta in merito. In secondo luogo, il Pakistan teme di impantanarsi in un pantano in Yemen che potrebbe indebolire la sua forza militare nazionale, come accadde all’Egitto dell’era Nasser ; da qui i suoi segnali contrastanti riguardo a un coinvolgimento diretto in questo conflitto.

In terzo luogo, un eventuale coinvolgimento pakistano si limiterebbe probabilmente alla difesa dell’Arabia Saudita dagli attacchi degli Houthi e, forse, all’esecuzione di propri attacchi contro di loro, ma è improbabile la presenza di truppe di terra in Yemen. La quarta conclusione è che, secondo il rapporto di Axios, l’Arabia Saudita preferisce il supporto di attacchi statunitensi a quello pakistano, il che a sua volta porta alla quinta conclusione, ovvero che la NATO islamica non è mai stata concepita da Riyadh come sostituto della sua dipendenza da Washington in materia di sicurezza.

La sesta conclusione è che le forze sostenute dall’Arabia Saudita nello Yemen sono scarsamente addestrate, mal equipaggiate e hanno un morale basso, fattori tutti responsabili dell’avanzata fulminea degli Houthi lungo la strategica costa del Mar Rosso. Infine, l’ultima conclusione è che la guerra dell’Arabia Saudita contro il Consiglio di Transizione del Sud, sostenuto dagli Emirati, tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, ha distrutto l’unico baluardo politico-militare realistico contro gli Houthi, il brevemente rinato Stato del Sud. Yemen . Se fosse sopravvissuto, gli Houthi avrebbero potuto essere respinti.

Nel maggio del 2025, oltre 15 mesi fa, era stato previsto che ” il nord dello Yemen controllato dagli Houthi è destinato a diventare una potenza regionale se non cambierà nulla “, e ora questa eventualità è più probabile che mai. A meno che non vengano intraprese azioni decisive per difendere l’Arabia Saudita e respingere gli Houthi in Yemen, il regno rischia di perdere questa nuova guerra di logoramento, condotta con i recenti attacchi alle sue infrastrutture energetiche , e il suo alleato yemenita potrebbe cadere. In tal caso, la geopolitica regionale verrebbe rivoluzionata.

Il porto di Dawei, in Myanmar, potrebbe diventare centrale per il corridoio marittimo russo-indo-orientale.

Andrew Korybko10 settembre
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Si tratta del terminale occidentale del Corridoio Economico Meridionale, che funge da alternativa più rapida allo Stretto di Malacca e ha il potenziale per diventare un hub energetico regionale.

Il comandante in capo birmano, poi diventato presidente, Min Aung Hlaing ha visitato la Russia alla fine di agosto per colloqui con Putin . Sebbene i legami militari e la ” Dichiarazione sui modi e i mezzi per contrastare, mitigare e porre rimedio agli impatti negativi delle misure coercitive unilaterali ” abbiano occupato il centro dell’attenzione, altrettanto significativo è stato il Forum economico che si è tenuto in parallelo alla sua visita. Il ministro russo per lo sviluppo economico, Maxim Reshetnikov, ha in particolare auspicato una partecipazione di maggioranza nella Zona economica speciale di Dawei .

Questa analisi, risalente alla primavera del 2024, ha richiamato l’attenzione sugli ambiziosi piani di sviluppo del Myanmar legati al suo porto meridionale, vicino al confine con la Thailandia, dopo che Min Aung Hlaing aveva accennato, in un’intervista alla TASS, ai colloqui in corso tra il suo Paese e la Russia per il suo sviluppo. A quanto pare, stanno facendo notevoli progressi, a giudicare dal recente rapporto che indica l’inizio di una vigorosa lotta delle forze armate contro i ribelli nella zona. L’articolo precedente, a cui si fa riferimento tramite hyperlink, tratta della più ampia importanza economica di Dawei.

Secondo Reuters, “Mercoledì, durante un forum economico a Mosca, il Primo Ministro della Regione di Tanintharyi, Zaw Naing Oo, ha affermato che il progetto potrebbe consentire il trasporto merci da quattro a sei giorni più velocemente rispetto all’attraversamento dello Stretto di Malacca”. Ciò si riferisce al ruolo di Dawei come porto terminale occidentale del Corridoio Economico Meridionale (SEC) tra Myanmar , Thailandia, Cambogia e Vietnam. Il SEC potrebbe quindi diventare centrale per il Corridoio Marittimo Orientale Russo-Indo (EMC).

Questo si riferisce al corridoio marittimo Vladivostok-Chennai, recentemente rinominato, destinato a confluire nella Rotta Marittima del Nord per aprire la strada a un nuovo modo di facilitare gli scambi commerciali tra l’Asia meridionale, sud-orientale e nord-orientale e l’Europa. L’India, inoltre, intrattiene stretti legami con il Myanmar, che ospita il Corridoio di Kaladan , volto a migliorare l’accesso all’India nord-orientale. Russia e India potrebbero quindi collaborare allo sviluppo del Dawei per accelerare la realizzazione della loro visione comune.

L’importanza economica di Dawei va ben oltre il suo ruolo di alternativa più rapida al punto critico dello Stretto di Malacca, poiché potrebbe anche diventare un hub energetico regionale. Intellinews ha riportato che la Russia “sta lavorando alla costruzione di una centrale elettrica a carbone, una raffineria di petrolio e un terminale GNL” collegati a questo porto in acque profonde. Per raggiungere questo obiettivo, uno degli accordi firmati la scorsa settimana tra Russia e Myanmar è un memorandum d’intesa sulla cooperazione energetica , a seguito di una promettente scoperta di gas offshore in Myanmar.

Affinché Dawei possa sfruttare appieno il suo potenziale di connettività all’interno dell’EMC, il Myanmar deve sconfiggere i ribelli antigovernativi in ​​quella zona, obiettivo che la Russia e, forse in futuro, anche l’India possono indirettamente contribuire a raggiungere attraverso maggiori vendite di armi, servizi di intelligence, addestramento e simili. È nel loro interesse e in quello dell’ASEAN che Dawei si sviluppi fino a diventare il porto terminale occidentale del SEC e un hub energetico regionale. La vicina Thailandia può contribuire garantendo che i ribelli non ricevano armi e rifornimenti oltre confine.

In definitiva, Dawei non diventerà un punto nevralgico del Centro Medio Oriente dall’oggi al domani, poiché ci vorranno anni per costruire le infrastrutture di connettività ed energetiche necessarie. Inoltre, i ribelli in quella zona potrebbero riconquistare i territori perduti o addirittura vincere la guerra civile (con il sostegno clandestino della CIA, sospettata di aiutarli). Questa visione, quindi, non può essere data per scontata, ma per contribuire a realizzarla, Russia, India e ASEAN farebbero bene a sostenere il Myanmar nella guerra in ogni modo possibile, militarmente e/o diplomaticamente.

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Cinque riflessioni sul 25° anniversario dell’11 settembre.

Andrew Korybko11 settembre
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Fu un momento cruciale dell’era moderna che cambiò radicalmente il corso della storia.

Il più grande attacco terroristico della storia moderna si è verificato un quarto di secolo fa, quando agenti di Al Qaeda dirottarono diversi aerei e li fecero schiantare contro il World Trade Center e il Pentagono. Tutti ricordano dove si trovavano l’11 settembre quando hanno appreso l’accaduto. Senza esagerare, quell’evento ha cambiato il mondo e ha anche “accelerato la fine dell’egemonia americana”, come ha sostenuto in modo convincente Fyodor Lukyanov, direttore della ricerca del Valdai Club . Ecco cinque riflessioni su questo triste anniversario:

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1. Gli Stati Uniti hanno perso l’opportunità di una partnership paritaria con la Russia

L’ex presidente Bill Clinton aveva già respinto la richiesta informale di Putin di aderire alla NATO, smorzando così gli entusiasmi nei rapporti bilaterali, ma il leader russo fu comunque il primo a telefonare a Bush Jr. l’11 settembre. Offrì la condivisione di informazioni di intelligence, permise agli aerei cargo statunitensi di transitare nello spazio aereo russo dall’Artico all’Afghanistan e acconsentì al dispiegamento di truppe americane nella “sfera d’influenza” russa in Asia centrale. Quella fu l’ultima opportunità per una partnership paritaria con la Russia, ma gli Stati Uniti avevano altri piani.

2. Da allora il terrorismo si è metastatizzato ed è diventato un fenomeno di massa in tutto il mondo.

Sono ormai lontani i tempi in cui il terrorismo era associato agli uomini delle caverne dei giorni nostri e a qualcosa di raro, poiché si è ormai diffuso e consolidato in tutto il mondo. Alcune aree ne sono afflitte più di altre, ma non è più un fenomeno insolito, e talvolta assume persino la forma di tentativi di creare stati terroristici. Molte persone si sono quindi assuefatte alle ultime notizie in materia e considerano il terrorismo inscindibile dalla società moderna.

3. La “Guerra globale al terrorismo” ha rimodellato geopoliticamente l’Afro-Eurasia

Lo spazio tricontinentale tra Asia occidentale e Nord Africa in Afro-Eurasia, ampiamente definito “Grande Medio Oriente” dopo l’11 settembre, è stato rimodellato geopoliticamente dalla “Guerra globale al terrorismo” degli Stati Uniti. Il peggior attacco terroristico della storia moderna è stato sfruttato da alcune figure statunitensi per condurre campagne militari contro diversi Stati di questa regione. Ha inoltre distolto gli Stati Uniti dal contenimento della Cina, obiettivo che Bush Jr. aveva manifestato prima dell’11 settembre, dando così a Pechino il tempo di crescere e, in ultima analisi, di sfidare gli Stati Uniti.

4. La crisi di fiducia degli americani nel loro governo ha portato all’ascesa di Trump

Dopo l’11 settembre, un numero sempre maggiore di americani iniziò a dubitare di quanto il proprio governo affermava, convinto che quest’ultimo avesse permesso l’attacco terroristico per le ragioni sopra menzionate e a causa delle menzogne ​​dell’amministrazione Bush sulle “armi di distruzione di massa” in Iraq nei successivi 18 mesi. Questa crisi di fiducia ha favorito l’ascesa di Trump, che ha saputo sfruttarla abilmente per presentarsi come il candidato anti-establishment che, se eletto, avrebbe “prosciugato la palude” e restituito integrità al governo.

5. Le teorie del complotto e l’antisemitismo sono più diffusi che mai.

Alcune cospirazioni governative sono reali e, come in tutti i gruppi, anche tra gli ebrei ci sono delle mele marce, ma nel quarto di secolo trascorso dall’11 settembre, le teorie del complotto e l’antisemitismo sono più diffusi che mai. La bufala secondo cui Israele sarebbe stato responsabile dell’11 settembre si è evoluta fino ad arrivare ad attribuire a Israele la colpa di praticamente qualsiasi cosa vada storta nel mondo, dal conflitto ucraino all’assassinio di Charlie Kirk, e gli ebrei nel loro complesso vengono ormai regolarmente attaccati sui social media. Il QI globale sembra essere crollato.

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È impossibile sapere come sarebbe stato il mondo se l’11 settembre non fosse mai accaduto. Molti americani provano nostalgia per gli anni ’90, in parte a causa dei cambiamenti radicali che tutto ha subito da allora. Lo stesso vale forse per coloro i cui paesi sono stati devastati dalla “Guerra globale al terrorismo”. D’altra parte, alcuni potrebbero apprezzare cinicamente il declino dell’egemonia statunitense negli ultimi venticinque anni, il che non significa che festeggino l’11 settembre e ballino sulle tombe dei morti.

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Korybko a Bordachev: il multi-allineamento è il nuovo non-allineamento.

Andrew Korybko11 settembre
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Il pragmatismo del multi-allineamento è stato dimostrato dalla Cina, rivale sistemica degli Stati Uniti, ma anche quest’ultima non si oppone attivamente all’Occidente come fa la Russia, come confermato dalla sua adesione informale ad alcune sanzioni anti-russe e dalla continua vendita di droni all’Ucraina.

Timofei Bordachev, direttore del programma del Valdai Club, ha pubblicato un articolo in vista del vertice BRICS del 2026 a Delhi, intitolato ” Il non allineamento non esiste più “. Ha sostenuto che l’Occidente tollera il comportamento dei Paesi del Sud del mondo, come l’India, che “mina il suo dominio”, solo perché è troppo debole per costringerli a cambiare rotta. Ha inoltre affermato che l’Occidente appoggia cinicamente tali politiche, che complicano gli obiettivi della Cina, ma si aspetta che tutti i Paesi capitolino una volta sconfitti Russia e Cina.

Il tema centrale del suo articolo è che l’Occidente percepisce ogni cosa in un’ottica di somma zero, riassumibile nella celebre dichiarazione di Bush Jr.: “O sei con noi o sei contro di noi”. Allo stesso modo, si può sostenere che Bordachev percepisca ogni cosa allo stesso modo, sebbene dal lato opposto della Nuova Guerra Fredda riguardo al futuro della transizione sistemica globale. Di conseguenza, il messaggio implicito è che l’India e altri Paesi dovrebbero abbandonare l’Occidente, che non smetterà mai di cercare di manipolarli e sottometterli.

Bordachev ha ragione quando afferma che “non abbiamo seri motivi per considerare il fenomeno del ‘non allineamento’ come una realtà della vita internazionale” al giorno d’oggi, poiché i paesi o vogliono ristabilire l’egemonia occidentale o favorire la creazione di un ordine mondiale veramente multipolare. Non esiste una “terza via” come quella che esisteva tra capitalismo e comunismo durante la vecchia Guerra Fredda. Tuttavia, ciò che non ha considerato è che il multiallineamento è il nuovo non allineamento, ovvero la tendenza che molti stati stanno ora adottando.

Guidate dall’India, le potenze emergenti come il Brasile e l’Indonesia, anch’essi membri dei BRICS , impegnate nella creazione di un ordine mondiale autenticamente multipolare, ritengono che questo obiettivo possa essere raggiunto al meglio attraverso mezzi graduali e pragmatici, non radicali come quelli proposti da alcuni entusiasti del multipolarismo. Ciò si traduce in una graduale accelerazione dei processi di multipolarizzazione finanziaria attraverso i BRICS, beneficiando al contempo degli scambi commerciali e degli investimenti con l’Occidente, anziché opporsi attivamente all’Occidente come fa la Russia.

Il pragmatismo del multiallineamento è stato dimostrato dalla Cina, che è la rivale sistemica degli Stati Uniti, ma anche essa non si oppone attivamente all’Occidente come fa la Russia, come confermato dalla sua alleanza informale. conformità ad alcune sanzioni anti-russe e continua vendita di droni all’Ucraina . È quindi irrealistico aspettarsi che l’India e altri paesi con un’influenza relativamente minore sul sistema globale rispetto alla Cina facciano ciò che nemmeno la Repubblica Popolare Cinese fa, ovvero abbandonare l’Occidente, i cui investimenti e importazioni hanno alimentato l’ascesa della Cina a superpotenza.

Russia, Iran e Corea del Nord, gli unici tre Stati che attualmente possono essere considerati avversari degli Stati Uniti, non possono accelerare radicalmente i processi multipolari senza che la Cina segua il loro esempio. È improbabile, tuttavia, che ciò accada, a causa della sua complessa interdipendenza economica con l’Occidente. Sebbene ciò renda la Cina vulnerabile, la sua leadership ritiene che sia preferibile, piuttosto che diventare un avversario degli Stati Uniti abbandonando l’Occidente, a questa situazione. A meno che questo ragionamento non cambi, la multipolarità si svilupperà quindi gradualmente, non in modo radicale.

Cina, India e tutti gli altri Paesi che si allineano nella Nuova Guerra Fredda prevedono che le tensioni rimarranno gestibili e che la multipolarità sostituirà inevitabilmente l’unipolarità, quindi non c’è bisogno di rischiare le conseguenze dell’impiego di mezzi radicali per accelerare la realizzazione del loro ordine mondiale auspicato. Persino Putin è giunto a questa conclusione, come dimostrano le sue discussioni su ” importanti progetti russo-americani ” con gli inviati di Trump. Tutto ciò dovrebbe indurre Bordachev a riconsiderare la sua prospettiva a somma zero.

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Korybko a Fabiano Mielniczuk: all’interno dei BRICS c’è un malinteso, non una crisi.

Andrew Korybko10 settembre
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In realtà, tutto ciò che sta accadendo è che alcune figure come lui all’interno di certi Stati membri e i loro sostenitori in tutto il mondo ora vogliono trasformare i BRICS in un blocco con responsabilità di governance e sicurezza globali, il che li ha portati a presumere erroneamente che i BRICS nel loro complesso condividano questi piani.

In vista del vertice BRICS di Delhi del 2026, il Valdai Club ha pubblicato un articolo di Fabiano Mielniczuk intitolato ” La crisi interna ai BRICS si risolverà attraverso ‘più BRICS’, perseguiti in modo autonomo, graduale e paziente “. L’autore sostiene che la terza guerra del Golfo ha acuito la rivalità tra Emirati e Iran e ha messo in luce gli stretti legami dell’India con Israele e gli Stati Uniti, fattori che, a suo avviso, hanno “compromesso la coesione interna dei BRICS”. Pertanto, questi due Paesi dovrebbero “raddoppiare il loro impegno nei confronti dei BRICS”.

Con tutto il rispetto dovuto a Mielniczuk, il suo articolo si basa sulla falsa premessa che i BRICS siano qualcosa di più di una semplice rete volontaria di paesi che discutono su come accelerare i processi di multipolarità finanziaria. Il sottotesto è che i BRICS siano già un blocco o stiano per diventarlo, e che le sue funzioni dovrebbero evolversi da quanto detto sopra al regno della governance globale e, infine, della sicurezza, ma tutto ciò sarebbe presumibilmente minacciato dagli stretti legami tra Emirati Arabi Uniti e India e l’Occidente. Si tratta di un malinteso piuttosto comune.

Quei due e altri paesi BRICS – in particolare i nuovi membri Egitto, Etiopia e Indonesia – non hanno alcuna intenzione di trasformare la loro rete volontaria in un blocco, tanto meno in uno che alla fine si assuma responsabilità di sicurezza di alcun tipo. Se alcuni paesi BRICS vogliono portare il gruppo in quella direzione, allora dovranno formarne uno nuovo o rischieranno di disgregare i BRICS. Di seguito, cinque brevi note informative sulla realtà oggettiva dei BRICS, al fine di correggere i fraintendimenti che molti, come Mielniczuk, nutrono:

* 27 luglio 2023: “ I media alternativi sono sotto shock dopo che la banca dei BRICS ha confermato di essere conforme alle sanzioni occidentali ”

* 1 novembre 2024: “ L’ultimo vertice dei BRICS ha raggiunto qualcosa di concretamente significativo? ”

* 7 marzo 2025: “ La de-dollarizzazione è sempre stata più uno slogan politico che un fatto economico ”

* 16 febbraio 2026: “ Lo sherpa russo dei BRICS ha smentito le speculazioni sulla trasformazione del gruppo in un blocco di sicurezza ”

* 21 maggio 2026: “ Da Korybko a Toloraya: è necessario un nuovo gruppo per assolvere alle nuove funzioni proposte dai BRICS ”

Ci sono anche dei malintesi sulla politica estera degli Emirati e dell’India che andrebbero chiariti. Per quanto riguarda il primo punto, l’India è sempre stata allineata con gli Stati Uniti e i suoi attacchi segreti contro l’Iran, a quanto pare, sono stati una rappresaglia per gli attacchi iraniani. Non sono stati attacchi immotivati ​​e condotti su ordine di Israele, come Mielniczuk vuole far credere. Passando all’India, il Quad è un forum di sicurezza volontario, non un’alleanza militare come ha suggerito, avvertendo che “limita l’autonomia strategica dell’India”.

Lo stesso vale per il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC) e la Pax Silica, entrambi progetti congelati; il primo è un corridoio di connettività simile nello spirito alla Belt and Road Initiative cinese, mentre il secondo è una partnership tecnologica e di catena di approvvigionamento. Nessuno dei due limita l’autonomia strategica dell’India, poiché il Paese sta ancora espandendo la sua connettività, la cooperazione tecnologica e le partnership di catena di approvvigionamento con la Russia. Sebbene si possano non apprezzare le partnership tra Emirati Arabi Uniti e India, queste sono in linea con le rispettive politiche e pertanto non sorprendono.

La scarsa comprensione da parte di Mielniczuk dei BRICS, così come delle politiche degli Emirati e dell’India, spiega perché abbia erroneamente valutato che il gruppo si trovi in ​​una “crisi”. In realtà, tutto ciò che sta accadendo è che alcune figure come lui, all’interno di determinati Stati membri, e i loro sostenitori in tutto il mondo, ora vogliono trasformare i BRICS in un blocco con responsabilità di governance e sicurezza globali. Presuppongono erroneamente che i BRICS nel loro complesso condividano questi piani e, di conseguenza, affermano in modo inaccurato che gli Emirati Arabi Uniti e l’India abbiano scatenato una “crisi” opponendosi a essi.

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Korybko To Tabak: Ecco come migliorare l’alfabetizzazione mediatica dei russi

Andrew Korybko15 settembre
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La mia proposta è realistica, a basso costo e attuabile quasi immediatamente.

Il presidente del Global Fact-Checking Network (GFCN), Vladimir Tabak, ha rilasciato un’intervista dettagliata all’agenzia TASS in vista del forum ” Dialogue About Fakes 4.0 ” che la sua organizzazione terrà il 22 settembre. Lo scopo originario del GFCN è combattere le fake news. La sua influenza è cresciuta a tal punto nei due anni trascorsi dal suo lancio che, secondo Tabak, “alcune disposizioni del nostro Codice sono state incluse anche nella dichiarazione finale della 12a riunione dei Ministri delle Comunicazioni dei BRICS, tenutasi di recente in India”.

Uno dei punti più importanti della sua intervista è stata la sua valutazione secondo cui “l’unica cosa in grado di contrastare [la diffusione di informazioni false] su una scala così ampia è un elevato livello di alfabetizzazione mediatica”. Questo è esattamente ciò che era stato suggerito nel settembre 2022, quando analizzava il significato di ” pre-bunking, alfabetizzazione mediatica e sicurezza democratica ” nella nuova guerra fredda. Tabak ha toccato nello specifico alcune delle fake news che circolano tra i suoi compatrioti e alcune delle truffe in cui sono caduti.

Questo, a sua volta, mi ha ispirato a scrivere questo articolo su come migliorare l’alfabetizzazione mediatica dei russi. Sono qualificato per parlare di questo argomento in quanto sono un esperto accreditato di guerra ibrida, la cui tesi di laurea magistrale del 2015 su questo tema mi ha fatto ottenere una laurea con lode (red) dall’Istituto Statale di Relazioni Internazionali di Mosca, gestito dal Ministero degli Esteri russo, ed è stata poco dopo pubblicata come libro recensito dall’Accademia Diplomatica Russa, e ho vissuto a Mosca per 13 anni. Ecco cosa penso che si debba fare.

Tutti gli uffici governativi, in particolare “My Documents” (i centri multifunzionali di servizi governativi russi), la banca statale Sber, a maggioranza pubblica, e idealmente tutte le altre banche dovrebbero avere a disposizione opuscoli prodotti dalla GFCN che gli impiegati distribuiscono ai clienti da leggere durante il servizio o al momento di lasciare lo sportello. Questi opuscoli dovrebbero includere un elenco puntato aggiornato delle notizie false e dei metodi di truffa più diffusi, nonché codici QR che rimandano a una pagina web, un’app e/o un canale MAX (l’app di messaggistica russa) della GFCN dedicati al mercato interno.

Questo è il modo più realistico per sensibilizzare il pubblico sulle fake news e le truffe, e potrebbe essere integrato da collaborazioni occasionali con i supermercati locali, i cui cassieri potrebbero inserire un volantino nelle borse dei clienti dopo averli pagati. Parallelamente, è fondamentale che la GFCN estenda i suoi sforzi agli studenti, soprattutto agli adolescenti. Ciò potrebbe includere presentazioni in presenza e seminari online. Anche gli insegnanti dovrebbero ricevere i suddetti opuscoli da distribuire ai genitori durante gli incontri.

Su questo argomento, un’altra cosa che gli insegnanti possono fare è incoraggiare gli studenti a chiedere chiarimenti sulle voci che circolano online, ricordando loro al contempo l’importanza dell’igiene mediatica. Ciò significa non condividere informazioni non ufficiali sui social media, soprattutto nelle prime 24-48 ore di una crisi, e reagire con cortesia se un compagno lo fa (ad esempio tramite un messaggio privato o una risposta dai toni pacati). Gli sforzi di GFCN rivolti alle scuole dovrebbero mirare a migliorare l’alfabetizzazione e l’igiene mediatica degli studenti, affinché diventino adulti responsabili.

Sono necessarie iniziative di sensibilizzazione rivolte ad adulti e studenti per migliorare l’alfabetizzazione mediatica dei russi, senza la quale rischiano di essere manipolati da stati avversari come l’Ucraina e indotti al terrorismo, o quantomeno a odiare il proprio paese (il che potrebbe portarli a partecipare a future rivoluzioni colorate ). La mia proposta è realistica, a basso costo e, per quanto riguarda la distribuzione dei volantini, può essere attuata quasi immediatamente. Spero che la GFCN prenda nota dei miei suggerimenti e valuti seriamente la loro implementazione.

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A New Delhi i BRICS puntano sulla costruzione policentrica dell’ordine mondiale_di Tiberio Graziani

A New Delhi i BRICS puntano sulla costruzione policentrica dell’ordine mondiale

  • 14 Settembre 2026
  • di Tiberio Graziani
  • in Energia e Sicurezza
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La Dichiarazione di New Delhi del 2026 assume la multipolarità come un dato ormai acquisito della trasformazione dell’ordine internazionale e registra la crescente domanda di rappresentanza e autonomia del Sud globale. Il richiamo allo spirito di Bandung si accompagna alla richiesta di riforma delle istituzioni multilaterali e allo sviluppo di strumenti finanziari, tecnologici, infrastrutturali e cognitivi capaci di ridurre le dipendenze esistenti. Pur restando un raggruppamento eterogeneo e procedendo attraverso convergenze parziali, i BRICS appaiono così come uno dei laboratori della transizione in corso: dalla redistribuzione della potenza tra gli Stati alla progressiva formazione di un ordine mondiale policentrico

La Dichiarazione di New Delhi, adottata in occasione del XVIII Vertice dei BRICS, offre un osservatorio particolarmente significativo sulla trasformazione dell’ordine internazionale. Il documento  New Delhi Declaration. Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability (New Delhi, 12 settembre 2026, parr. 1-2, 5-7. Il documento si compone di 140 paragrafi; tutti i richiami successivi si riferiscono a questo testo) posto sotto il tema Building for Resilience, Innovation, Cooperation and Sustainability, registra il consolidamento di un raggruppamento ormai molto diverso da quello nato all’inizio del secolo come espressione delle principali economie emergenti. Il vertice cade nel ventesimo anniversario del gruppo e chiude una presidenza indiana che ha convocato oltre quattrocento riunioni in trenta città del paese.

I BRICS tendono oggi a configurarsi come uno dei luoghi nei quali prende forma la crescente domanda di rappresentanza politica, economica e culturale del Sud globale.

Il dato più immediato è l’assunzione della multipolarità come carattere della realtà internazionale contemporanea. La Dichiarazione parla esplicitamente delle «contemporary realities of the multipolar world» e collega la multipolarità alla possibilità, per i paesi emergenti e in via di sviluppo, di accrescere il proprio spazio d’azione. Il Sud globale viene definito un «driver for positive change» e i BRICS si attribuiscono il compito di rappresentarne le esigenze nella costruzione di un ordine internazionale più giusto, sostenibile, inclusivo, rappresentativo e stabile, fondato sul diritto internazionale.

Si tratta di un passaggio importante: la multipolarità non viene più presentata come uno scenario futuro o come un auspicio politico, ma assunta come un dato della fase storica attuale. Ciò che rimane aperto è la forma che questa redistribuzione della potenza finirà per assumere.

La crisi dell’universalismo e il pluralismo degli ordini

La Dichiarazione di New Delhi va letta nel contesto della progressiva erosione dell’ordine formatosi sotto prevalente egemonia occidentale dopo il 1945 e, in forma ancora più accentuata, dopo la fine del sistema bipolare.

Per circa tre decenni la superiorità materiale dell’Occidente è stata accompagnata dalla tendenza a presentare il proprio particolare assetto politico, economico e culturale come orizzonte normativo generale. La liberaldemocrazia occidentale, il mercato globale regolato secondo istituzioni modellate sulla distribuzione della potenza del secondo dopoguerra e una determinata concezione dei diritti e dello sviluppo hanno acquisito una funzione che oltrepassava il perimetro delle società nelle quali erano storicamente maturati.

Quella stagione appare oggi in evidente difficoltà. La contestazione che emerge dal Sud globale non consiste necessariamente nel rigetto delle istituzioni multilaterali o dei principi del diritto internazionale: la stessa Dichiarazione insiste sul ruolo centrale delle Nazioni Unite, sulla Carta dell’ONU, sui diritti fondamentali e sulla cooperazione multilaterale. Viene messa in discussione, piuttosto, la possibilità che un centro particolare continui a definire criteri, gerarchie e modalità di applicazione validi universalmente.

È significativo che New Delhi associ il rafforzamento della multipolarità al rispetto della «diversity of national systems and development pathways». La pluralizzazione della potenza tende così ad accompagnarsi a una pluralizzazione dei percorsi politici e di sviluppo.

Il ritorno di Bandung

Uno dei passaggi politicamente e simbolicamente più rilevanti è il richiamo alla Conferenza afro-asiatica di Bandung del 1955. La Dichiarazione ricorda esplicitamente i principi di uguaglianza, indipendenza, non-intervento e beneficio reciproco e afferma che lo «spirito di Bandung» continua a costituire un riferimento per la costruzione di un sistema multilaterale più equo, inclusivo e rappresentativo.

Poco prima, il testo saluta la risoluzione con la quale l’Assemblea generale ha qualificato la tratta degli africani come il più grave crimine contro l’umanità e chiede la piena attuazione della risoluzione destinata a eradicare il colonialismo in tutte le sue forme e manifestazioni. Il richiamo alla conferenza del 1955 si colloca dunque entro una rivendicazione che resta storica e giuridica, non soltanto rievocativa.

Il riferimento non è rituale. Bandung rappresentò il tentativo di sottrarre i paesi asiatici e africani alla necessità di collocarsi integralmente entro uno dei due campi della Guerra fredda, e la questione centrale riguardava l’autonomia: la possibilità di partecipare alla politica mondiale senza assumere come proprie categorie e priorità elaborate altrove.

Settant’anni dopo, il problema riemerge in condizioni profondamente mutate. Il sistema non è più bipolare e molti degli Stati che allora appartenevano alle periferie dispongono oggi di risorse economiche, demografiche, tecnologiche e militari molto maggiori.

L’autonomia non riguarda più soltanto il non-allineamento diplomatico: investe la finanza, le infrastrutture, le tecnologie, l’energia, le catene logistiche, la conoscenza e, sempre più, la capacità di definire autonomamente le categorie attraverso le quali interpretare il mondo. Il richiamo a Bandung acquista così un valore contemporaneo: riafferma la ricerca di margini autonomi di scelta nelle mutate condizioni dell’ordine internazionale.

Riformare l’ordine esistente

I BRICS, almeno nella Dichiarazione di New Delhi, non propongono l’abbattimento delle istituzioni internazionali esistenti, ma chiedono di modificarne la distribuzione interna del potere. La riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite deve ampliare la rappresentanza di Africa, Asia e America Latina, e Cina e Russia ribadiscono il sostegno alle aspirazioni di India e Brasile a svolgere un ruolo maggiore nell’ONU, compreso il Consiglio di Sicurezza.

Analoga è la posizione nei confronti delle istituzioni di Bretton Woods. Fondo monetario internazionale e Banca Mondiale non vengono respinti: viene chiesto che quote, diritti di voto, governance e meccanismi di selezione dei vertici riflettano il peso assunto dalle economie emergenti nell’economia mondiale.

La stessa impostazione compare sul terreno commerciale. La Dichiarazione difende l’Organizzazione mondiale del commercio, ne chiede il ripristino del meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie e la nomina dei membri mancanti dell’organo d’appello; nello stesso tempo registra con favore l’estensione da parte cinese del regime a dazio zero a cinquantatré paesi africani, una misura che opera al di fuori del quadro multilaterale e ne compensa di fatto la paralisi. Al G20 viene attribuito il ruolo di sede primaria della cooperazione economica internazionale, con il compito esplicito di favorire un mondo multipolare.

Questa posizione merita attenzione perché evita una lettura troppo schematica dei BRICS come fronte semplicemente antagonista dell’Occidente. Il processo in atto appare più complesso: da una parte si rivendica la trasformazione delle istituzioni esistenti, dall’altra vengono costruiti strumenti che possono progressivamente ridurre la dipendenza da quelle stesse istituzioni. Riforma e autonomia procedono insieme.

Dalla multipolarità al policentrismo

È a questo livello che la Dichiarazione di New Delhi assume, a mio avviso, il suo maggiore interesse geopolitico. Il documento utilizza il concetto di multipolarità, che descrive però soprattutto la distribuzione della potenza tra gli Stati; se ci si limita a questa categoria, si rischia di non cogliere interamente la trasformazione in corso.

Ciò che emerge dalla Dichiarazione è infatti una trama sempre più articolata di istituzioni, meccanismi di pagamento, reti tecniche e organismi di cooperazione, che contribuiscono progressivamente alla formazione di spazi capaci di produrre decisioni, connettività, conoscenza e margini di azione.

È qui che la nozione di policentrismo può risultare più adeguata. Un ordine policentrico non coincide semplicemente con un sistema nel quale esistono più grandi potenze: esso comprende Stati, grandi spazi, organizzazioni internazionali e regionali, reti infrastrutturali, circuiti finanziari, piattaforme tecnologiche e centri di produzione della conoscenza. La distribuzione della potenza diviene quindi anche distribuzione della capacità di organizzare lo spazio e di costruire le condizioni materiali per un’azione autonoma. La Dichiarazione offre numerosi esempi di questa tendenza.

Pagamenti, valute e autonomia finanziaria

Particolarmente significativo è il lavoro avviato sui pagamenti transfrontalieri. La BRICS Payment Task Force sta studiando l’interoperabilità dei sistemi di pagamento e di messaggistica finanziaria e la possibilità di aumentare l’utilizzo delle valute locali negli scambi e negli investimenti tra i membri. Il testo è prudente e riconosce che non esiste una soluzione valida per tutti i paesi; l’obiettivo dichiarato consiste in pagamenti più rapidi, meno costosi, accessibili, trasparenti e sicuri.

Non viene dunque annunciata una «moneta dei BRICS», come talvolta una rappresentazione eccessivamente semplificata lascia intendere. Il processo è più graduale e, sul piano strutturale, forse più significativo: costruire strumenti attraverso i quali una quota crescente delle relazioni economiche possa svolgersi senza dipendere integralmente dai circuiti finanziari dominanti. L’autonomia, in questo caso, nasce dall’infrastruttura prima ancora che dalla proclamazione politica.

Lo stesso significato assume la netta opposizione alle misure coercitive unilaterali e alle sanzioni secondarie non autorizzate dal Consiglio di Sicurezza. La Dichiarazione le considera contrarie al diritto internazionale e sottolinea le conseguenze che esse possono produrre sul diritto allo sviluppo, sulla salute e sulla sicurezza alimentare delle popolazioni interessate. Il tema delle sanzioni si collega così direttamente a quello della vulnerabilità derivante dal controllo dei circuiti finanziari internazionali.

Infrastrutture e sovranità

Ancora più evidente è il significato geopolitico attribuito alle infrastrutture. La Dichiarazione considera i cavi sottomarini una componente fondamentale della connettività digitale e della resilienza delle reti, prende atto della conclusione di un documento di requisiti tecnici per una rete di comunicazione ad alta velocità tra i paesi BRICS e chiede che vengano ora individuati i passi successivi dello studio di fattibilità.

Non si tratta di un aspetto marginale, poiché le reti della comunicazione costituiscono ormai uno degli spazi nei quali si esercita la potenza: disporre di proprie connessioni, propri nodi e proprie capacità significa ridurre vulnerabilità strategiche e dipendenze.

La stessa logica compare nel settore digitale. Il documento parla esplicitamente della cooperazione verso un «sovereign and self-reliant digital ecosystem», fondato su infrastrutture pubbliche digitali resilienti, sicure e interoperabili. L’espressione è significativa, perché la sovranità non è più riferita soltanto al territorio o alle frontiere: si estende ai dati, alle reti, alla capacità computazionale, agli standard e agli strumenti attraverso i quali una società organizza la propria vita digitale.

Intelligenza artificiale e sovranità cognitiva

Anche l’intelligenza artificiale occupa uno spazio rilevante nella Dichiarazione. Essa viene considerata una grande opportunità per lo sviluppo economico e sociale, ma si sottolinea la necessità di assicurare ai paesi del Sud globale un accesso più ampio alle risorse necessarie e una partecipazione alla governance internazionale dell’IA.

La questione investe direttamente la sovranità cognitiva. Chi controlla le infrastrutture computazionali, i dati, i modelli, gli standard e gli strumenti attraverso i quali viene prodotta e organizzata la conoscenza dispone di una risorsa strategica destinata a incidere direttamente sui rapporti di potenza.

Esiste inoltre un livello ancora più profondo. La dipendenza cognitiva comincia quando una società interpreta sé stessa e il mondo attraverso categorie prodotte altrove, assumendole come neutrali o universali; la trasformazione policentrica richiede pertanto anche la capacità di produrre categorie proprie, adeguate alla propria esperienza storica e alle proprie esigenze.

Non sorprende, in questa prospettiva, che la Dichiarazione richiami i rischi di appropriazione o rappresentazione distorta di conoscenze, patrimoni e valori culturali scarsamente rappresentati nei dataset e nei modelli di intelligenza artificiale (Par. 120. Il passaggio figura nella sezione dedicata alla proprietà intellettuale, accanto alla questione della remunerazione dei titolari dei diritti).

La competizione tecnologica tende così a intrecciarsi con quella culturale. Il tema, del resto, non si esaurisce nella tecnologia. Il documento descrive i BRICS come un insieme di società e di civiltà differenti, richiama la Giornata internazionale per il dialogo tra le civiltà, propone di includere i sistemi di conoscenza tradizionali e indigeni fra i gruppi tematici della rete universitaria del raggruppamento e, con la Dichiarazione di Bhopal, chiede la restituzione ai paesi d’origine del patrimonio culturale, delle antichità e degli oggetti di valore spirituale e ancestrale.

Sono rivendicazioni che riguardano l’autorità di stabilire il valore dei beni culturali e di decidere dove essi debbano trovarsi, cioè una dimensione della potenza che la sola distribuzione interstatale non registra.

Energia e materie prime

Anche sul terreno energetico emerge una posizione distante dall’applicazione uniforme di un unico modello. La Dichiarazione riconosce gli obiettivi climatici, ma ribadisce che i combustibili fossili continueranno ad avere un ruolo importante, soprattutto nei paesi emergenti e in via di sviluppo, e che la transizione deve essere giusta, ordinata ed equa e tenere conto delle differenti condizioni e priorità nazionali. Il principio di neutralità tecnologica viene affermato esplicitamente, e fra le fonti riconosciute compaiono rinnovabili, bioenergia, fossili, nucleare, idroelettrico e idrogeno.

Questa impostazione riguarda anche i minerali critici: il documento afferma la sovranità degli Stati sulle proprie risorse e collega le catene di approvvigionamento alla creazione locale di valore e alla diversificazione economica dei paesi produttori. È un punto importante per il Sud globale, poiché l’accesso alle risorse non dovrebbe riprodurre la tradizionale divisione tra centri tecnologici e periferie fornitrici di materie prime.

Nella stessa cornice va letto il progetto di una BRICS Grain Exchange, che riguarda formalmente la sicurezza alimentare e la stabilità degli approvvigionamenti, ma introduce la possibilità di ulteriori circuiti di scambio e coordinamento in un settore decisivo della sicurezza nazionale.

Clima, commercio e la questione europea

Un passaggio poco commentato merita attenzione particolare, perché individua un destinatario preciso. La Dichiarazione denuncia il protezionismo esercitato sotto la copertura di obiettivi ambientali e si oppone alle misure unilaterali, punitive e discriminatorie non conformi al diritto internazionale, indicando fra queste i meccanismi di adeguamento del carbonio alla frontiera. Il riferimento è trasparente, poiché lo strumento di questo tipo oggi operativo è quello dell’Unione europea. Ne risulta un’accusa diretta: la regolazione climatica europea viene presentata come una barriera commerciale che trasferisce sui produttori del Sud il costo di una transizione decisa altrove.

Nello stesso documento i BRICS esprimono allarme per la crescita della spesa militare mondiale, giudicata sottrattiva rispetto al finanziamento dello sviluppo dei paesi più poveri. Lette insieme, le due prese di posizione indicano come il raggruppamento guardi oggi all’Europa: un’area che esporta regolazione senza negoziarla e che destina alla difesa risorse crescenti mentre la propria capacità di iniziativa economica si contrae.

Per l’Italia la questione è concreta. Un paese manifatturiero ed esportatore, dipendente dall’estero per l’energia e collocato sul Mediterraneo, ha interesse a che la pluralizzazione dei circuiti commerciali e finanziari sia praticabile anche per sé, e non soltanto subita come effetto dell’iniziativa altrui.

Il policentrismo non assegna a nessuno una collocazione favorevole per definizione: apre margini a chi disponga di una propria capacità di scelta e li restringe a chi si limiti a ratificare decisioni assunte in altre sedi. È su questo terreno, più che sull’adesione o sul rifiuto delle posizioni espresse a New Delhi, che si misurerà la capacità europea di stare in un sistema non più organizzato intorno a un unico centro.

Decisioni, mandati e studi di fattibilità

La portata geopolitica di queste iniziative non deve tuttavia essere confusa con il loro attuale grado di realizzazione.

Una parte del documento registra strumenti già operativi: la Nuova Banca per lo Sviluppo, giunta al secondo decennio di attività; l’Accordo sulle riserve contingenti, per il quale si preannunciano emendamenti al trattato e un nono test run; la costellazione satellitare per il telerilevamento; il programma quadro per la cooperazione scientifica, attivo da dieci anni; il centro per le competenze industriali costituito con l’UNIDO.

Una parte molto più ampia ha invece natura di mandato, proposta o studio. La task force sui pagamenti è invitata a proseguire le discussioni, non a rendere operativo un sistema. La rete di cavi sottomarini non ha ancora superato la fase preliminare: è stato definito il quadro dei requisiti tecnici, mentre i passi successivi dello studio di fattibilità restano da individuare. La Grain Exchange resta oggetto di elaborazione quanto alle modalità di funzionamento. La nuova piattaforma di investimento procede attraverso un gruppo di studio i cui termini di riferimento sono in corso di definizione. Il centro di resilienza assicurativa e il laboratorio sul rischio sono formulati come ipotesi aperte alla partecipazione volontaria degli interessati. Il repertorio delle infrastrutture pubbliche digitali è una proposta.

La formula ricorrente, che associa la cooperazione alla base volontaria, alle circostanze nazionali e all’assenza di soluzioni valide per tutti, non costituisce una clausola di stile. Essa indica il livello effettivo di integrazione raggiunto, ossia un coordinamento che procede per convergenze parziali e sempre reversibili.

La distinzione non contraddice la lettura policentrica, ma ne precisa la scala temporale. Ciò che la Dichiarazione documenta non è un’architettura già funzionante: è la costituzione di un’agenda e di sedi tecniche stabili nelle quali quell’architettura viene progressivamente istruita. La differenza fra le due cose è quella che separa l’intenzione dalla capacità, e soltanto la seconda modifica i rapporti di forza.

Un processo ancora aperto

Sarebbe inoltre improprio interpretare il summit di New Delhi come la nascita di un blocco politico omogeneo. I BRICS comprendono paesi con sistemi politici, collocazioni geografiche, interessi strategici e relazioni internazionali differenti; tra alcuni membri esistono rivalità, divergenze e asimmetrie considerevoli, e lo stesso metodo del consenso limita inevitabilmente la possibilità di assumere posizioni comuni sulle questioni più controverse.

Sull’escalation in Asia occidentale e sulla crisi sudanese il testo rinvia alle rispettive posizioni nazionali dei membri, segno di un accordo raggiunto per sottrazione; sulla Palestina, al contrario, i paragrafi sono numerosi e circostanziati, e arrivano a chiedere la fine dell’occupazione illegale, la cessazione di ogni sfollamento forzato e l’adesione piena dello Stato di Palestina alle Nazioni Unite (Parr. 28 e 37 per il rinvio alle posizioni nazionali; parr. 30-34 per la Palestina).

. Il consenso, dunque, non è debole in modo uniforme: si assottiglia dove gli interessi dei membri divergono e regge dove convergono.

Questa eterogeneità, tuttavia, potrebbe costituire anche una delle caratteristiche del nuovo assetto. L’ordine che sta emergendo non sembra orientato necessariamente verso la formazione di due (o più) blocchi compatti sul modello della Guerra fredda: potrebbe svilupparsi attraverso geometrie variabili, cooperazioni selettive e appartenenze multiple. Uno Stato può partecipare a meccanismi occidentali in alcuni settori e contemporaneamente sviluppare cooperazioni con i BRICS, organizzazioni regionali o altri centri in campi differenti.

L’India costituisce forse l’esempio più evidente di questa logica. La sua autonomia strategica non coincide con l’equidistanza e nemmeno con il non-allineamento nella sua forma storica: consiste nella capacità di preservare margini di scelta all’interno di relazioni multiple. È una modalità di comportamento che, in un sistema di questo tipo, potrebbe diventare sempre più frequente.

La forma della transizione

La Dichiarazione di New Delhi non fonda un nuovo ordine internazionale; registra, piuttosto, il progressivo esaurimento della capacità di un unico centro di organizzare l’intero sistema e contribuisce alla costruzione degli strumenti destinati a rendere possibile una maggiore autonomia degli altri centri.

È precisamente in questo passaggio dalla redistribuzione della potenza alla costruzione di capacità autonome che la multipolarità tende ad assumere una forma policentrica. Il linguaggio della Dichiarazione rimane quello della multipolarità, mentre la pratica che essa descrive comincia a oltrepassarlo.

Il passaggio dall’ordine unipolare seguito alla Guerra fredda a una configurazione diversa non avviene attraverso un singolo atto costituente. Procede mediante una ricomposizione policentrica del mondo, sostenuta dallo sviluppo di strumenti finanziari, tecnologici, infrastrutturali e cognitivi propri, attraverso i quali nuovi soggetti acquisiscono la possibilità di produrre spazio politico, economico e culturale. La Dichiarazione di New Delhi non conclude questo processo, ma ne offre una delle rappresentazioni più nitide.

L’ultimo dei 140 paragrafi affida alla Cina la presidenza del 2027 e il vertice successivo. La prossima verifica riguarderà dunque la presidenza cinese, dotata di rilevanti capacità finanziarie e tecnologiche, e si misurerà su un punto preciso: quante delle iniziative oggi affidate a gruppi di studio e a task force avranno assunto, entro allora, una forma operativa.

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