La Repubblica Tecnologica, in breve_di Palantir
Con questa breve sintesi del testo di Alexander Karp e Nicholas Zamiska, rispettivamente amministratore delegato e consulente legale di Palantir Technologies, Italia e il mondo prosegue nella carrellata intrapresa in queste due settimane, tesa ad illustrare tesi e posizioni dei leader e delle componenti culturali che attualmente stanno plasmando l’azione politica di Trump e della sua amministrazione. Una dinamica ad opera di forze diverse che hanno l’ambizione di formare una nuova classe dirigente alternativa e proattiva. Un intento comune che riconosce la condizione di “stato di eccezione” nel quale si trovano gli Stati Uniti. Le risposte che offrono sono diverse e articolate; spesso tendono a stridere tra loro e a prospettare visioni settarie che più che allargare la composizione e la coesione del movimento che ha portato alla rielezione di Trump, tende a frammentarlo. Il libro di Karp e Zamiska offre una prospettiva diversa; vuole essere un invito pressante a riversare le meraviglie tecnologiche dell’intelligenza artificiale in opere concrete che corroborino la superiorità del modello statunitense. Si rivendica il diritto/dovere di sbagliare, di perseguire gli obbiettivi politici dichiarati rompendo il freno della logica burocratica. Una riproposizione in nuovi termini del modello roosveltiano degli anni 30/40 che avrebbe consentito la vittoria nella II guerra mondiale e una fase ultradecennale di pace tra grandi potenze fondato sulla deterrenza. La retorica implicita nel testo attribuisce agli Stati Uniti il merito essenziale di quel successo; il timore attuale è che gli Stati Uniti rischiano seriamente di perdere questa capacità nel nuovo ambito di deterrenza, l’intelligenza artificiale. C’è un “però” che queste correnti non riescono a dirimere: la necessità di un nemico credibile da additare. Negli anni ’30/’40 c’erano il nazismo tedesco e il militarismo giapponese ad offrirsi come bersagli, pur se istigati; nella “guerra fredda” c’era il confronto ideologico con l’Unione Sovietica a corroborare la validità del proprio modello sociale. Al momento la dirigenza degli Stati Uniti soffre della inesistenza di un nemico che si dichiari apertamente tale, se non alcune velleitarie componenti fondamentaliste islamiche proclamanti la “morte agli americani” piuttosto che l’allontanamento, tanto accese a parole, quanto improbabili nella effettiva globale capacità di struttiva. I BRICS, la Cina, la Russia dichiarano esplicitamente di essere complementari al cosiddetto Occidente, non contrapposti e nemici. Paradossalmente l’amministrazione Trump, con Biden pallido antesignano, tende a spuntare quella stessa arma ideologica di contrapposizione di valori e di sistemi nell’agone internazionale per propugnare un modello variabile di relazione ed alleanze su interessi materiali, prosaici e contingenti del tutto insufficiente a sostenere “sante alleanze” necessarie ad un confronto esterno esistenziale. Ancora paradossalmente la coerenza di questa postura dovrebbe far perseverare, per altro giustamente dal mio punto di vista, nella individuazione e nel contrasto al nemico interno alla nazione, come da programma originario del Presidente. Il libro di Karp offre spunti interessanti sull’importanza del confronto sugli strumenti di questo confronto, nella fattispecie l’intelligenza artificiale applicata sugli strumenti più duri del potere, meno sulla forza pervasiva di una cultura e ideologia adeguata al livello di conflitto che si sta cercando. Le conseguenze per questa amministrazione sono duplici. Più che all’ “invenzione” e alla costruzione del nemico esterno, l’attuale politica estera di Trump sta inducendo ad identificare gli Stati Uniti da una parte come nemico irrazionale e nichilista di gran parte di popoli e stati; dall’altra ad edulcorare la narrazione, al contrario più che giustificata, del nemico interno, quando in realtà questa tenderà ad esacerbarsi di fatto su basi settarie, piuttosto che su un modello di unità nazionale contrapposto alle visioni globaliste. Considerazioni che, nella effettiva valenza e dinamica, vanno inquadrate secondo due aspetti di fondo: la fragilità narrativa ed ideologica può deformare, rallentare e/o deviare spazi e dinamiche geopolitiche determinati da innumerevoli altri fattori. Nella fattispecie gli spazi nei quali gli Stati Uniti potranno agire permangono e si potrebbero addirittura allargare a dispetto o grazie alle rappresentazioni che le leadership si costruiscono. Basterebbe osservare quanto sta accadendo nel Caucaso con l’Armenia, sullo stretto di Malacca con il recente accordo militare tra Indonesia e Stati Uniti, con la spinta alla militarizzazione competitiva alimentata dagli Stati Uniti in Euro e nell’Indo-Pacifico, ma anche in Africa. Non è detto che la attuale fragilità e frammentazione ideologica non riesca alla fine a trovare una sintesi più credibile ed efficace. Lo scontro e il confronto politico e geopolitico è aperto e dall’esito tutt’altro che scontato. Germinario Giuseppe
Poiché ci viene chiesto spesso. La Repubblica Tecnologica, in breve.
1. La Silicon Valley ha un debito morale nei confronti del Paese che ne ha reso possibile l’ascesa. L’élite ingegneristica della Silicon Valley ha l’obbligo positivo di partecipare alla difesa della nazione.
2. Dobbiamo ribellarci alla tirannia delle app. L’iPhone è forse il nostro più grande risultato creativo, se non addirittura il coronamento della nostra civiltà? Questo oggetto ha cambiato le nostre vite, ma ora potrebbe anche limitare e costringere il nostro senso del possibile.
3. La posta elettronica gratuita non basta. La decadenza di una cultura o di una civiltà, e di fatto della sua classe dirigente, sarà perdonata solo se quella cultura sarà in grado di garantire crescita economica e sicurezza per il pubblico.
4. I limiti del soft power, della sola retorica altisonante, sono stati smascherati. La capacità delle società libere e democratiche di prevalere richiede qualcosa di più di un appello morale. Richiede il potere duro, e il potere duro in questo secolo sarà costruito sul software.
5. La domanda non è se verranno costruite armi basate sull’intelligenza artificiale; è chi le costruirà e per quale scopo. I nostri avversari non si fermeranno a indulgere in dibattiti teatrali sui meriti dello sviluppo di tecnologie con applicazioni critiche per la sicurezza militare e nazionale. Andranno avanti.
6. Il servizio nazionale dovrebbe essere un dovere universale. Come società, dovremmo considerare seriamente l’idea di abbandonare un esercito composto interamente da volontari e combattere la prossima guerra solo se tutti condividono il rischio e il costo.
7. Se un marine statunitense chiede un fucile migliore, dovremmo costruirlo; e lo stesso vale per il software. Come paese dovremmo essere in grado di continuare un dibattito sull’opportunità dell’azione militare all’estero, pur rimanendo irremovibili nel nostro impegno verso coloro a cui abbiamo chiesto di esporsi al pericolo.
8. I funzionari pubblici non devono essere i nostri sacerdoti. Qualsiasi azienda che retribuisse i propri dipendenti come il governo federale retribuisce i funzionari pubblici farebbe fatica a sopravvivere.
9. Dovremmo mostrare molta più clemenza verso coloro che si sono dedicati alla vita pubblica. L’eliminazione di ogni spazio per il perdono — l’abbandono di ogni tolleranza per le complessità e le contraddizioni della psiche umana — potrebbe lasciarci con una schiera di personaggi al timone di cui finiremo per pentirci.
10. La psicologizzazione della politica moderna ci sta portando fuori strada. Coloro che guardano all’arena politica per nutrire la propria anima e il proprio senso di sé, che fanno troppo affidamento sulla propria vita interiore che trova espressione in persone che potrebbero non incontrare mai, rimarranno delusi.
11. La nostra società è diventata troppo ansiosa di affrettare e spesso gioisce della fine dei propri nemici. La sconfitta di un avversario è un momento per fermarsi a riflettere, non per gioire.
12. L’era atomica sta volgendo al termine. Un’era di deterrenza, l’era atomica, sta volgendo al termine, e una nuova era di deterrenza basata sull’intelligenza artificiale sta per iniziare.
13. Nessun altro paese nella storia del mondo ha promosso i valori progressisti più di questo. Gli Stati Uniti sono ben lungi dall’essere perfetti. Ma è facile dimenticare quante più opportunità esistano in questo paese per coloro che non appartengono alle élite ereditarie rispetto a qualsiasi altra nazione del pianeta.
14. Il potere americano ha reso possibile una pace straordinariamente lunga. Troppi hanno dimenticato o forse danno per scontato che nel mondo abbia prevalso per quasi un secolo una qualche forma di pace senza conflitti militari tra grandi potenze. Almeno tre generazioni — miliardi di persone, i loro figli e ora i loro nipoti — non hanno mai conosciuto una guerra mondiale.
15. La neutralizzazione postbellica di Germania e Giappone deve essere annullata. L’indebolimento della Germania è stata una correzione eccessiva per la quale l’Europa sta ora pagando un prezzo molto alto. Un impegno simile e altamente teatrale nei confronti del pacifismo giapponese, se mantenuto, minaccerà anche di alterare l’equilibrio di potere in Asia.
16. Dovremmo applaudire coloro che tentano di costruire dove il mercato ha fallito. La cultura quasi sogghigna dell’interesse di Musk per la grande narrazione, come se i miliardari dovessero semplicemente limitarsi ad arricchirsi… Qualsiasi curiosità o interesse genuino per il valore di ciò che ha creato viene essenzialmente liquidato, o forse si nasconde sotto un disprezzo malcelato.
17. La Silicon Valley deve svolgere un ruolo nell’affrontare la criminalità violenta. Molti politici negli Stati Uniti hanno sostanzialmente alzato le spalle quando si tratta di criminalità violenta, abbandonando qualsiasi serio sforzo per affrontare il problema o assumersi qualsiasi rischio con i propri elettori o donatori nel proporre soluzioni e sperimentazioni in quello che dovrebbe essere un tentativo disperato di salvare vite umane.
18. La spietata esposizione della vita privata dei personaggi pubblici allontana troppi talenti dal servizio pubblico. L’arena pubblica — e gli attacchi meschini e superficiali contro coloro che osano fare qualcosa di diverso dall’arricchirsi — è diventata così spietata che la repubblica si ritrova con una lista significativa di persone inefficaci e vuote, la cui ambizione si potrebbe perdonare se vi fosse una struttura di credenze autentica nascosta al loro interno.
19. La cautela nella vita pubblica che incoraggiamo inconsapevolmente è corrosiva. Chi non dice nulla di sbagliato spesso non dice quasi nulla.
20. Bisogna opporsi alla diffusa intolleranza verso il credo religioso in certi ambienti. L’intolleranza dell’élite nei confronti del credo religioso è forse uno dei segni più eloquenti del fatto che il suo progetto politico costituisce un movimento intellettuale meno aperto di quanto molti al suo interno vorrebbero far credere.
21. Alcune culture hanno prodotto progressi fondamentali; altre rimangono disfunzionali e regressive. Tutte le culture sono ora uguali. Le critiche e i giudizi di valore sono vietati. Eppure questo nuovo dogma sorvola sul fatto che certe culture e, in effetti, sottoculture… hanno prodotto meraviglie. Altre si sono rivelate mediocri e, peggio ancora, regressive e dannose.
22. Dobbiamo resistere alla tentazione superficiale di un pluralismo vuoto e privo di significato. Noi, in America e più in generale in Occidente, negli ultimi cinquant’anni abbiamo evitato di definire le culture nazionali in nome dell’inclusività. Ma inclusione in cosa?
Estratti dal bestseller n. 1 del New York Times The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, di Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska
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La Silicon Valley ha perso la strada.
Un’intera generazione di talenti è stata sviata.
E per l’Occidente è giunto il momento della resa dei conti.
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BESTSELLER N. 1 DEL NEW YORK TIMES • «Un grido di dolore che punta il dito contro l’industria tecnologica per aver voltato le spalle alla sua tradizione di sostegno all’America e ai suoi alleati.» —The Wall Street Journal
Dal cofondatore di Palantir, una delle 100 persone più influenti del 2025 secondo *Time*, e dal suo vice, un’accusa radicale e acclamata dalla critica alla cultura dell’autocompiacimento dell’Occidente, in cui si sostiene che la leadership timida, la fragilità intellettuale e una visione poco ambiziosa del potenziale della tecnologia nella Silicon Valley abbiano reso gli Stati Uniti vulnerabili in un’epoca di crescenti minacce globali.
«Da quando nel 1987 uscì il libro di Allan Bloom *The Closing of the American Mind* — che riscosse un successo straordinario con oltre un milione di copie vendute — non c’è stata una critica culturale così radicale come quella di Karp.» — George F. Will, *The Washington Post*
«Provocatorio» e «merita di essere ascoltato». — Edith Chapin, caporedattrice, National Public Radio
Scelta preferita dello staff di NPR per il 2025 • I migliori libri di economia dell’anno secondo Barnes & Noble
La Silicon Valley ha perso la strada.
Le nostre menti ingegneristiche più brillanti hanno collaborato in passato con il governo per sviluppare tecnologie in grado di cambiare il mondo. I loro sforzi hanno garantito all’Occidente una posizione dominante nell’ordine geopolitico. Ma quel rapporto si è ormai logorato, con conseguenze pericolose.
Oggi il mercato premia un approccio superficiale alle potenzialità della tecnologia. Ingegneri e imprenditori sviluppano app per la condivisione di foto e algoritmi di marketing, diventando inconsapevolmente strumenti al servizio delle ambizioni altrui. Questo compiacimento si è diffuso nel mondo accademico, in politica e nelle sale dei consigli di amministrazione. Il risultato? Un’intera generazione per la quale la ricerca miope delle esigenze di un’economia tardo-capitalista è diventata una vocazione.
In questo trattato innovativo, il cofondatore e amministratore delegato di Palantir Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska muovono una critica feroce al nostro abbandono collettivo dell’ambizione, sostenendo che, affinché gli Stati Uniti e i loro alleati mantengano il loro vantaggio competitivo a livello globale — e preservino le libertà che diamo per scontate — l’industria del software deve rinnovare il proprio impegno nell’affrontare le nostre sfide più urgenti, compresa la nuova corsa agli armamenti nell’ambito dell’intelligenza artificiale. Il governo, a sua volta, deve abbracciare gli aspetti più efficaci della mentalità ingegneristica che ha trainato il successo della Silicon Valley.
Soprattutto, i nostri leader devono rifiutare la fragilità intellettuale e preservare lo spazio per il confronto ideologico. Secondo Karp e Zamiska, la disponibilità a rischiare la disapprovazione della massa è strettamente legata al raggiungimento di risultati superiori dal punto di vista tecnologico ed economico.
Questo libro, al tempo stesso iconoclastico e rigoroso, solleverà il velo su Palantir e sul suo più ampio progetto politico dall’interno, lanciando un appassionato appello all’Occidente affinché prenda coscienza della nostra nuova realtà.
Lode
«The Technological Republic offre una visione affascinante, seppur a tratti inquietante, della riaffermazione del potere militare degli Stati Uniti.»
—The Financial Times
«Un misto di aneddoti aziendali, lamentazioni e omelie… L’obiettivo principale di “The Technological Republic” non è una nazione che ha deluso la Silicon Valley. È più convincente e originale come racconto di come la Silicon Valley abbia deluso la nazione.”
—The New Yorker
“Non meno ambizioso di un nuovo trattato di teoria politica. . . . Ricco di sfumature, prudente, in gran parte avvincente e rassicurante nella sua umiltà.”
—Wall Street Journal
“ Una polemica sorprendentemente leggibile che critica aspramente la Silicon Valley per il suo insufficiente patriottismo.”
—Wired
“ Chiaro e stimolante come una sveglia… con una narrazione coinvolgente… Che gli americani siano d’accordo o meno su come e perché difendere il Paese, Karp e Zamiska lanciano un appello appassionato affinché l’industria tecnologica segua l’esempio di Palantir e si impegni in questo sforzo.”
—Washington Post
«[La Repubblica Tecnologica] sostiene un ritorno ai valori dei primi anni della Guerra Fredda, quando tecnologia, cultura e difesa nazionale erano unite da un obiettivo comune.»
—The New York Times Magazine
“Il manifesto sull’intelligenza artificiale che ispira il governo di Keir Starmer.”
—The Times of London
“Gli autori non sono solo commentatori di quella che potrebbe essere la grande sfida del XXI secolo, ma anche partecipanti attivi. The Technological Republic espone la loro visione – avvincente, controversa, imperfetta – su come affrontare tale sfida. È troppo importante per essere ignorata.”
—The Times Literary Supplement
“Un libro fondamentale per comprendere un mondo in cui l’alta tecnologia
e la politica si stanno fondendo in modo simbiotico.”
—Il Giornale
“ La soluzione proposta da Karp e Zamiska è un ritorno a una forte identità
e a uno scopo nazionali e collettivi, in grado di unire le persone e consentire alle democrazie
di competere efficacemente nel ‘secolo del software’.”
—Casco Open Magazine
“Nel presentare una riflessione così profonda e sottile sul ruolo della moralità nel settore privato e nel mondo del potere, The Technological Republic potrebbe essere il trattato politico più esaltante del decennio.”
—Brian Stewart, Quillette
“Karp smaschera il nichilismo implicito nei rimedi apparentemente ben intenzionati della moralità progressista.”
—R. R. Reno, redattore, First Things
“Una feroce accusa contro l’odierna Silicon Valley compiacente . . . [Un] libro dalle grandi idee che sta suscitando molto clamore. ”
—Toronto Star
“Questo libro è fondamentale per comprendere la nuova era della tecnologia della difesa, un mondo in cui il codice è la prima linea di difesa geopolitica.”
—Pier Luigi Pisa, La Repubblica
“ Ecco perché il nuovo libro del CEO di Palantir Alex Karp e del consulente legale Nicholas Zamiska è così prezioso: per la prima volta, offre uno sguardo dietro le quinte di una delle aziende più misteriose di Wall Street.”
—Matěj Široký, O Štandard
“ [La Repubblica Tecnologica] offre, in linea con i gusti più classici del conservatorismo, una critica del presente come era nichilista di declino che deve essere lasciata alle spalle.”
—Josep Maria Ruiz Simon, La Vanguardia
“I maghi della rivoluzione digitale americana hanno prodotto molti prodotti di consumo e app accattivanti. Ma spesso si sono tenuti in disparte dal perseguire un senso di scopo nazionale o di bene comune. Questo libro è un grido di battaglia, mentre entriamo nell’era dell’intelligenza artificiale, per un ritorno all’era della Seconda Guerra Mondiale di cooperazione tra l’industria tecnologica e il governo al fine di perseguire un’innovazione che promuova il nostro benessere nazionale e i nostri obiettivi democratici. Un’opera affascinante e importante.”
—Walter Isaacson, #1 autore di best seller del New York Times
“ Nel complesso contesto geopolitico, tecnologico ed economico odierno, la capacità degli autori di esprimersi in modo eloquente e schietto in The Technological Republic può aiutarci a comprendere questioni importanti relative alla prosperità futura degli Stati Uniti e dei loro alleati. Il libro è a tratti provocatorio e perspicace, e la resilienza, il patriottismo e la profonda esperienza di Alex Karp in un mondo in rapida evoluzione forniscono lezioni istruttive e argomentazioni intellettuali su cui tutti noi dovremmo riflettere.”
—Jamie Dimon, presidente e amministratore delegato di JPMorgan Chase
“Opera audace e ambiziosa, The Technological Republic ci ricorda un’epoca in cui il progresso tecnologico rispondeva a una vocazione nazionale. È una lettura essenziale nell’era dell’IA, poiché la direzione della Silicon Valley contribuirà a definire il futuro della leadership americana nel mondo.”
—Eric Schmidt, ex CEO di Google e presidente dello Special Competitive Studies Project
“ Questo è un libro estremamente importante e un dono per ogni americano interessato al futuro percorso della nostra nazione. Alex Karp è un brillante visionario fuori dal coro che ha costruito una delle aziende più influenti d’America. Le sue intuizioni su come ci è riuscito, su come allocare la spesa per la difesa futura e sul ruolo che le nostre principali aziende tecnologiche dovrebbero svolgere nell’aiutare a difendere la nostra nazione da avversari ostili sono al tempo stesso provocatorie e inestimabili.”
—Stanley Druckenmiller, investitore e filantropo americano
“ The Technological Republic dovrebbe essere letto da chiunque abbia a cuore il modo in cui la tecnologia dovrebbe contribuire alla protezione dei valori americani e alla nostra sicurezza. I lettori potrebbero non essere d’accordo con ogni osservazione contenuta nel libro avvincente ed essenziale di Karp e Zamiska, ma è un libro che va letto, in particolare in questo momento in cui sta nascendo l’era dell’Intelligenza Artificiale. Alex Karp è un vero patriota: un critico amorevole del suo settore e del suo Paese che vuole che entrambi migliorino.”
—Generale James N. Mattis (USMC in pensione)
“Il libro di Alex Karp potrebbe intitolarsi ‘Manifesto dei liberi pensatori’. Egli denuncia l’arroganza e la meschinità della Silicon Valley e spiega il suo appassionato impegno nella difesa dell’Occidente e dei suoi valori culturali. Karp è un poliedrico studioso: insieme al coautore Nicholas Zamiska accompagna il lettore in un viaggio intellettuale dall’antropologia all’arte, dalla musica alla storia e alla filosofia, per spiegare ciò che conta per la nostra sopravvivenza e il nostro successo.”
—David Ignatius, editorialista del Washington Post, e autore del bestseller Phantom Orbit
”L’appello di Karp a favore di una ‘Repubblica Tecnologica’ definisce chiaramente cosa deve accadere affinché il mondo democratico mantenga la sua preminenza nell’era dell’intelligenza artificiale. Ingegneri e tecnologi devono usare il loro talento per garantire che il futuro digitale rafforzi le nostre libertà democratiche, anziché minarle. Questo libro è un campanello d’allarme per gli imprenditori tecnologici della Silicon Valley e non solo.”
—Anders Fogh Rasmussen, fondatore della Alliance of Democracies Foundation ed ex Segretario Generale della NATO (2009-2014)
“ La più grande minaccia per il mondo libero non è economica o politica, ma morale. Per salvare l’Occidente – e i suoi valori liberali – dalla minaccia autoritaria, le nostre imprese e i nostri governi devono stringere un nuovo legame per far trionfare nuovamente le idee di libertà. Ed è per questo che l’argomentazione di Karp e Zamiska è così importante, perché costituisce un eccellente motivo a favore di un rinnovamento di questa partnership tra il settore privato e quello pubblico.”
—Dr. Mathias Döpfner, Amministratore Delegato di Axel Springer SE
“ The Technological Republic combina affascinanti approfondimenti sul modo di operare di Palantir (influenzato dal modo in cui le api sciamano, i comici improvvisano e pensava Isaiah Berlin) con la filosofia politica nazional-liberale senza compromessi di Alex Karp. Si tratta di un manifesto appassionante per un nuovo Progetto Manhattan nell’era dell’IA.”
—Niall Ferguson, autore di best seller del New York Times come The Ascent of Money e Doom
“Ambizioso, denso, colto… Questo libro è intelligente. In alcuni punti è addirittura geniale.”
—Frédéric Gaven
“ Il libro più affascinante e terrificante che ho letto quest’anno”
—Der Tijd
“Avvincente… The Technological Republic è ricco di ottimi scritti.”
—Francis X. Maier, Public Discourse
“ Stimolante”
—The New Criterion
“Questo è un libro sorprendente. È ricco di sfumature e provocatorio. Anche il pacifista più convinto dovrebbe prendere in considerazione le argomentazioni in esso contenute.”
—Paschal Donohoe, The Irish Times
Opere degne di nota
Il Wall Street Journal: Alex Karp vuole che la Silicon Valley si batta per l’America
Il Washington Post: Urgentemente necessario: un rinnovato credo patriottico nelle virtù occidentali
Il Wall Street Journal: Il potere in un mondo di silicio
Ora: La Silicon Valley ha un problema con Harvard
Informazioni sugli autori
Alexander C. Karp è cofondatore e amministratore delegato di Palantir Technologies Inc. L’azienda, fondata a Palo Alto, in California, nel 2003, sviluppa piattaforme software e soluzioni di intelligenza artificiale utilizzate dalle agenzie di difesa e di intelligence degli Stati Uniti e delle nazioni alleate in tutto il mondo, nonché da aziende del settore commerciale. Il dottor Karp si è laureato all’Haverford College e alla Stanford Law School. Ha conseguito il dottorato in teoria sociale presso l’Università Goethe di Francoforte, in Germania.
Nicholas W. Zamiska è responsabile degli affari societari e consulente legale dell’ufficio dell’amministratore delegato presso Palantir Technologies Inc. È inoltre membro del consiglio di amministrazione della Palantir Foundation for Defense Policy & International Affairs. Il signor Zamiska ha conseguito il dottorato in giurisprudenza presso la Yale Law School ed è laureato allo Yale College. È nato a New York City
Because we get asked a lot. The Technological Republic, in brief. 1. Silicon Valley owes a moral debt to the country that made its rise possible. The engineering elite of Silicon Valley has an affirmative obligation to participate in the defense of the nation. 2. We must rebel against the tyranny of the apps. Is the iPhone our greatest creative if not crowning achievement as a civilization? The object has changed our lives, but it may also now be limiting and constraining our sense of the possible. 3. Free email is not enough. The decadence of a culture or civilization, and indeed its ruling class, will be forgiven only if that culture is capable of delivering economic growth and security for the public. 4. The limits of soft power, of soaring rhetoric alone, have been exposed. The ability of free and democratic societies to prevail requires something more than moral appeal. It requires hard power, and hard power in this century will be built on software. 5. The question is not whether A.I. weapons will be built; it is who will build them and for what purpose. Our adversaries will not pause to indulge in theatrical debates about the merits of developing technologies with critical military and national security applications. They will proceed. 6. National service should be a universal duty. We should, as a society, seriously consider moving away from an all-volunteer force and only fight the next war if everyone shares in the risk and the cost. 7. If a U.S. Marine asks for a better rifle, we should build it; and the same goes for software. We should as a country be capable of continuing a debate about the appropriateness of military action abroad while remaining unflinching in our commitment to those we have asked to step into harm’s way. 8. Public servants need not be our priests. Any business that compensated its employees in the way that the federal government compensates public servants would struggle to survive. 9. We should show far more grace towards those who have subjected themselves to public life. The eradication of any space for forgiveness—a jettisoning of any tolerance for the complexities and contradictions of the human psyche—may leave us with a cast of characters at the helm we will grow to regret. 10. The psychologization of modern politics is leading us astray. Those who look to the political arena to nourish their soul and sense of self, who rely too heavily on their internal life finding expression in people they may never meet, will be left disappointed. 11. Our society has grown too eager to hasten, and is often gleeful at, the demise of its enemies. The vanquishing of an opponent is a moment to pause, not rejoice. 12. The atomic age is ending. One age of deterrence, the atomic age, is ending, and a new era of deterrence built on A.I. is set to begin. 13. No other country in the history of the world has advanced progressive values more than this one. The United States is far from perfect. But it is easy to forget how much more opportunity exists in this country for those who are not hereditary elites than in any other nation on the planet. 14. American power has made possible an extraordinarily long peace. Too many have forgotten or perhaps take for granted that nearly a century of some version of peace has prevailed in the world without a great power military conflict. At least three generations — billions of people and their children and now grandchildren — have never known a world war. 15. The postwar neutering of Germany and Japan must be undone. The defanging of Germany was an overcorrection for which Europe is now paying a heavy price. A similar and highly theatrical commitment to Japanese pacifism will, if maintained, also threaten to shift the balance of power in Asia. 16. We should applaud those who attempt to build where the market has failed to act. The culture almost snickers at Musk’s interest in grand narrative, as if billionaires ought to simply stay in their lane of enriching themselves . . . . Any curiosity or genuine interest in the value of what he has created is essentially dismissed, or perhaps lurks from beneath a thinly veiled scorn. 17. Silicon Valley must play a role in addressing violent crime. Many politicians across the United States have essentially shrugged when it comes to violent crime, abandoning any serious efforts to address the problem or take on any risk with their constituencies or donors in coming up with solutions and experiments in what should be a desperate bid to save lives. 18. The ruthless exposure of the private lives of public figures drives far too much talent away from government service. The public arena—and the shallow and petty assaults against those who dare to do something other than enrich themselves—has become so unforgiving that the republic is left with a significant roster of ineffectual, empty vessels whose ambition one would forgive if there were any genuine belief structure lurking within. 19. The caution in public life that we unwittingly encourage is corrosive. Those who say nothing wrong often say nothing much at all. 20. The pervasive intolerance of religious belief in certain circles must be resisted. The elite’s intolerance of religious belief is perhaps one of the most telling signs that its political project constitutes a less open intellectual movement than many within it would claim. 21. Some cultures have produced vital advances; others remain dysfunctional and regressive. All cultures are now equal. Criticism and value judgments are forbidden. Yet this new dogma glosses over the fact that certain cultures and indeed subcultures . . . have produced wonders. Others have proven middling, and worse, regressive and harmful. 22. We must resist the shallow temptation of a vacant and hollow pluralism. We, in America and more broadly the West, have for the past half century resisted defining national cultures in the name of inclusivity. But inclusion into what? Excerpts from the #1 New York Times Bestseller The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, by Alexander C. Karp & Nicholas W. Zamiska




