La vicenda dell’emendamento sulle preferenze al disegno di legge elettorale ha suscitato reazioni varie, per lo più a livello di tifoseria da stadio, altre meno.
E’ chiaro, come sottolineato da tanti, che se una parte dei parlamentari è scelta dagli elettori, ciò significa ridurre il potere dei vertici dei partiti e, quale conseguenza probabile, anche quello del capo della maggioranza parlamentare (cioè del Presidente del Consiglio dei Ministri). All’inverso le preferenze incrementano quelle del seguito, cioè della base elettorale. Se si va a confrontare tale dato (evidente) con la teoria della “classe politica” le conclusioni sono interessanti. La prima formulazione di tale teoria – o meglio regolarità, come scrive Miglio – è di Gaetano Mosca, il quale scriveva “Fra le tendenze ed i fatti costanti, che si trovano in tutti gli organismi politici, uno v’è n’è la cui evidenza può essere a tutti facilmente manifesta: in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono arrivate appena ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati…”. Tale teoria fu condivisa da Vilfredo Pareto il quale la collegava all’equilibrio sociale il quale, nelle organizzazioni politiche, consiste essenzialmente nei rapporti tra governanti e governati.
Quando il sistema non è equilibrato decade e finisce con l’implodere. La risorsa più appropriata a tenerlo in equilibrio è che avvenga (di fatto e/o di diritto) la “circolazione delle élite” cioè il passaggio da quella governata a quella governante.
A ciò può servire (all’interno degli stessi partiti) prevalere la facoltà di scegliere il preferito tra i candidati da parte del corpo elettorale.
Tale circolazione può realizzarsi anche mediante meccanismi diversi, come la nomina dall’alto. Tuttavia il rischio di nomine dall’alto, cooptazioni, riserve di accesso alle funzioni pubbliche è che, generino equilibri statici, di per se anticamera della decadenza e dell’implosione del regime. Il sistema sarà sempre più in equilibrio quanto più la classe al potere saprà inglobare quella in ascesa o almeno una sua parte.
Se avviene con sistema elettorale e all’interno dei partiti, può garantire:
a) che gli eletti abbiano un seguito;
b) che il tutto rafforzi – dall’interno – il sistema esistente, evitandone la sostituzione.
Pareto sosteneva che la circolazione delle élites è e utile per la prosperità, onde la storia della società umana è la storia dell’avvicendarsi delle aristocrazie. Egli ha un’idea di un sistema in equilibrio alla cui base vi è, però, il conflitto. Si riferisce, quindi, ad un equilibrio dinamico.
Dato che l’Italia durante la c.d. seconda Repubblica (dal 1994) è stata ferma con un PIL praticamente immobile (il peggiore dell’Unione europea) un minimo (come la preferenza) di recupero dinamico, almeno nel sistema politico, non può che essere benvenuto. Anche se con tutte le cautele che la situazione complessa e determinata da pluralità di cause richiede e che riducono la speranza.
Cominciamo da questo secondo argomento e sgombriamo subito il campo dalle solite bugie americane. NON esiste NESSUNA alleanza tra Cina e Russia perché si tratta di “giocatori “ INDIPENDENTI che hanno a che fare con lo stesso “bullo” ma da posizioni geopolitiche diverse; hanno sempre contemplato un possibile confronto strategico tra di loro , cosa per altro ammessa dallo stesso autore quando parla del “terzo fronte “ cinese degli anni 60-70 quando addirittura i due paesi erano entrambi “comunisti” e i rapporti di forza economici erano rovesciati.
Quindi mi sembra abbastanza ovvio che una Cina, che ha saputo trarre il suo massimo vantaggio dalla “guerra fredda” prima e dalla globalizzazione americana poi, si stia altrettanto abilmente preparando per questa INEVITABILE WW3 .. cercando però di entrarvi il PIU’ TARDI POSSIBILE!
Ed infatti la Cina ora sta sostanzialmente lucrando sulle “disgrazie” russe ( e iraniane) da una posizione di effettiva “neutralità” consistente nel commerciare con tutti per trarne il massimo vantaggio ma facendo attenzione a due cose:
1) Non compromettersi geopoliticamente
2) Non permettere che ne la Russia ne l’ Iran crollino in mani U$raeliane.
Quindi le sue mosse sono abbastanza semplici . Non farsi tirare mai la giacchetta da nessuno , impedendo che nessuno vinca in una guerra sempre più lunga in cui la Cina ottiene ottimi affari prendendo tutti alla gola mentre discretamente si prepara per l’ inevitabile PEGGIO.
Una posizione abbastanza facile da tenere perché sostanzialmente “onesta” agli occhi di tutti gli osservatori; ragione per cui l’ affermazione di una
cooperazione tra Mosca e Pechino (che) sta consentendo alle forze russe di stare al passo con le innovazioni ucraine, mentre la Cina ottiene l’opportunità di testare i propri prodotti in condizioni di combattimento
è sostanzialmente la solita bugia americana tesa a stanare la Cina da questa sua comoda posizione Perché NON c’ è nessuno aiuto militare diretto dalla Cina alla Russia in quanto né la Russia lo richiede, né la Cina sarebbe disposta a darlo realmente perché la politica cinese è solo quella di mantenere più a lungo possibile uno stallo di guerra lucrando al massimo con il commercio richiesto da ENTRAMBE le “parti” .
E qui veniamo alla questione “ Starlink” che è attualmente l’asso nella manica che tiene a galla la NATO-Ucraina e su cui Russia e Cina possono anche collaborare mettendoci la prima la sua grande esperienza nella elettronica di potenza e la seconda la sua immensa base industriale sostenuta da un esercito di STEM inarrivabile per numero e qualità.
Ma strategicamente questo ” Starlink” è un problema “secondario” in quanto è ovvio che il giorno che la Russia dovesse reagire con una guerra DIRETTA alle continue provocazioni NATO “Starlink” non durerebbe 24 ore sopra i cieli russi perché una volta che la Russia avrà deciso di far cadere gli ultimi veli “diplomatici” su questa aggressione che sta ricevendo dalla NATO userà i propri strumenti per spengere quella “rete”: le tecniche di emergenza di GUERRA di cui già dispone , ad esempio : una bomba H nella alta atmosfera sopra gli ostili stati europei confinanti per bruciare tutti i delicati circuiti elettrici di tutte le apparecchiature sottostanti ed in orbita
E qui veniamo ad una questione geostrategica poco trattata nemmeno dai migliori analisti quali Simplicius e che ulteriormente giustifica la “prudenza russa” nello SVO.
Nelle precedenti WW la Russia ha giocato sostanzialmente “ fair” finendo però sempre sostanzialmente “buggerata” dai suoi “ cari partners” il cui scopo recondito era di farla COMUNQUE “fuori”.
Solo la feroce energia di Stalin ha permesso all’ URSS di uscire “vincitore” dalla WW2 ma il prezzo è stato altissimo ed è stato pagato a carissimo prezzo due generazioni dopo , perché l’EFFETTIVA ritirata russa del 1991 è stata molto più disastrosa di quella leninista della “ pace di Brest-Litovski”; questa fu una perdita di terre “non russe”. La vergognosa dissoluzione de l’ URSS al contrario lasciò “fuori dalla Russia ” un quarto del popolo russo cosa che è la principale ragione per cui oggi la Russia sta impantanata in Ucraina.
Quindi riassumendo, quale “fiducia” oggi la Russia potrebbe riporre nei suoi “cari partners” siano essi gli ex “amici americani” o gli ex “compagni cinesi” ?
Chi pensa che Putin abbia veramente creduto allo “ spirito di Anchorage” o che creda davvero a l’ esistenza dei BRICS offende la sua intelligenza.
Putin sa benissimo che TUTTI vogliono “un pezzo di Russia “ e , incastrato con un piede in Ucraina , cerca di non agitarsi troppo per non finirci dentro con una “gamba intera” , perché purtroppo si trova di nuovo a dover risolvere il problema che inghiottì prima Nicola e a cui poi Stalin sfuggì a mala pena avendo di sicuro del problema una maggior comprensione ma molte meno risorse per fronteggiarlo.
Certo, alla fine un Putin sempre più “incastrato” potrà sempre rovesciare il tavolo e portare il mondo con se, ma quella lo capite che non è una “soluzione” , vero?
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Nell’ultimo capitolo del Leviatano, Thomas Hobbes paragona le visioni predicate dagli ecclesiastici, fondate sull’illusione che il regno dei cieli possa esistere o avere almeno una copia conforme su questa terra, al regno delle fate della superstizione celtica, che credeva tali esseri realmente esistenti e agenti.
La critica del filosofo partiva da due presupposti principali e da un criterio, per così dire epistemologico. I due presupposti erano che nessuno aveva mai visto le fate: la loro esistenza e attività era dedotta da fatti talvolta esistenti ma costituenti indizi quanto mai deboli nella causalità, come la riduzione della crema nel latte, perché questo era il cibo degli esseri soprannaturali che lo rubavano. Ovvero da convinzioni non corroborate da fatti, come la bontà degli esseri umani, più spesso indotta quale conseguente all’osservanza della dottrina (e delle prediche) degli eletti, ossia dei predicatori. Altre ancora contraddette dalla “testimonianza della vista e di tutti gli altri sensi dell’uomo”, come la transustanziazione nella comunione, che Hobbes riteneva un misto di incantamento e menzogna, come quelli dei sacerdoti egiziani.
L’altro errore decisivo è che “la chiesa presentemente militante sulla terra è il regno di Dio – vale a dire il regno della gloria o la terra promessa, e non il regno della grazia, che non è se non una promessa della terra”, la cui conseguenza è “quello che debba esservi qualche uomo o qualche assemblea, per la cui bocca il nostro Salvatore – che ora è in cielo – parli e dia leggi, e che rappresenti la persona di lui davanti a tutti i cristiani”; e il cui risultato (e scopo) è di sottomettere il potere temporale dei re a quello del “viceregente” di Dio sulla terra (cioè il Papa).
Dopo aver esposto per molte pagine questi (e altri) errori, il filosofo di Malmesbury nell’ultimo capitolo (il XLVII) si domanda del vantaggio che derivi da tante immaginazioni, e a favore di chi, e, citando Cicerone, ritiene opportuno di chiedersi cui bono, ossia di cercare colui che avrebbe conseguito denaro, onore ed altro che ne derivasse. In primo luogo al Papa; ma anche ai presbiteriani che così esercitavano il potere sovrano su tutti e quindi sul popolo, giudicandolo1. A ciò Hobbes fa seguire un elenco di dottrine “le quali servono a mantenere il possesso di questa sovranità spirituale, quando si è acquistata. Così la prima è che il papa, nella sua capacità pubblica, non può errare. Infatti quale persona, credendo vero questo, non obbedirà lui in qualunque cosa lo comanderà”. Carattere e scopo comune di tutto ciò è “nel far stabilire un potere illegittimo sopra i sovrani legittimi del popolo cristiano, o di sostenerlo, quando esso è stabilito; oppure nel dare ricchezze, onori ed autorità terrene a quelli, che lo sostengono”.
Hobbes ritiene che assai male avevano fatto “gl’imperatori e gli altri sovrani cristiani, sotto il governo dei quali questi errori e queste successive usurpazioni del loro ufficio, fatte dagli ecclesiastici, dapprima s’insinuarono, per disturbare i loro dominii e la tranquillità dei loro sudditi, benché essi le tollerassero, perché non potevano prevedere quello, che sarebbe avvenuto dopo, né potevano accorgersi dei disegno dei loro insegnanti”; una volta che tali opinioni erano diventate “senso comune” il danno era fatto e c’era da sperare solo in un intervento divino.
Ciò sintetizzato, c’è da chiedersi in cosa la propaganda della sinistra abbia in comune con il regno delle fate dell’analogia di Hobbes.
In primo luogo nel sostituire l’immaginario – anche se auspicabile e condiviso – anzi proprio perché auspicabile e condiviso al reale, cadendo così nell’errore stigmatizzato da Machiavelli nel XV capitolo del Principe. Per di più essendo buona parte di tali immaginazioni incredibili e mai osservate genera il dubbio – assai fondato – che non sono sogni di sciocco ma furberie di ipocrita (Mosca).
In secondo luogo perché all’ipocrita è connaturale presentarsi come sintesi di tutti i desideri e aspettative dei credenti (spesso creduloni), come Dorine descrive Tartuffe nel capolavoro di Moliére “come sa bene in foggia traditrice confezionarsi un bel mantello con tutto ciò che è riverito”.
Inoltre perché Hobbes ha fondato l’obbligazione politica e la sovranità sulla “mutualità” delle prestazioni: il sovrano da la protezione e il suddito l’obbedienza. Ma lo scambio è tra protezione, concreta e reale e obbedienza, altrettanto concreta e reale. Il sovrano protegge vita e beni del suddito il quale rende in tasse e (talvolta) vita. Pertanto se il sovrano non è in grado di assicurare la protezione, il suddito è liberato dal dovere d’obbedienza. Ma se la protezione del sovrano non è effettiva, ma è rinviata all’al di là, lo squilibrio consistente nel pretendere obbedienza concreta in cambio di una credenza è evidente2.
In terzo luogo, Hobbes insiste nel Leviathan che il potere (meglio la funzione) degli ecclesiastici è quello d’insegnare e non di comandare3. Criticando la concezione di S. Roberto Bellarmino, Hobbes sostiene che così si converte il compito di insegnare predicando in quello di comandare sanzionando”4.
Ad applicare poi il criterio del cui bono il motivo è quello della lotta per il potere. Economico e più ancora politico. Ma quel che è più interessante del paragone di Hobbes è la specie di immaginazione in cui inquadra tali credenze religiose.
Nel (citato) capitolo del Principe Machiavelli stigmatizza l’errore generico di prendere l’immaginazione come realtà.
Ma di immaginazioni esistono tante specie: quelle generate da deliri di potenza, per lo più fallite, ma talvolta riuscite. Nel secolo scorso il Reich millenario di Hitler. In altri casi, come nel marxismo, dall’immaginare su una base scientifica (che tale non era) una umanità senza scarsità e senza potere (dell’uomo sull’uomo). In altri ancora come conseguenza dell’intervento divino nella storia. Nel caso della sinistra italiana, a parte, forse, qualche influenza di Fukuyama, pare prevalente la fiducia nella (buona) predicazione, purtroppo destinata a convertirsi in cattivi risultati o comunque a non realizzarne di conformi alle intenzioni. Ma sicuramente utile ai predicatori per rivestirsi del mantello (e del comportamento) del bigotto.
Teodoro Klitsche de la Grange
1 “E infatti che cosa significa scomunicare il proprio legittimo re, se non respingerlo dea tutti i luoghi del pubblico servizio di Dio, nel suo proprio regno? E di resistere a lui con la forza, quando egli con la forza tenta di castigare? E che cosa significa scomunicare una persona, senza autorità del sovrano civile, se non togliergli la sua legittima libertà, cioè usurpare un potere legittimo sopra i proprii fratelli?” Leviatano, vol. II, Bari, p. 638.
2 Oltretutto non è detto che il Dio onnipotente si conformi al giudizio dei suoi predicatori, come già pensava Dante nel III canto del Purgatorio, dove il pentimento in articulo mortis di Manfredi è accettato dal Padreterno in forza della sua infinita bontà e malgrado le scomuniche del Papa.
3 “Il Papa manca di tre cose, che il nostro Salvatore non gli ha date: comandare, giudicare e punire, altrimenti che scacciando – con la scomunica – quelli, che non vogliono apprendere da lui”, Leviathan, parte III, cap. XLII; v. anche “In questo frattempo, considerando che non esistono sulla terra uomini, i corpi del quali siano spirituali, non può esistervi alcuno stato spirituale fra uomini, che sono ancora rivestiti di carne; a meno che non chiamiamo uno stato i predicatori, che hanno la missione d’insegnare, e di preparare gli uomini al loro ingresso nel regno di Cristo, alla resurrezione: i quali io ho già provato che non sono”.
4 “Ma dal semplice potere d’insegnare il Bellarmino inferisce anche un potere coercitivo nel papa, al di sopra dei re” la cui “difficoltà consiste in questo: che gli uomini, quando ricevono un comando nel nome di Dio, non sanno, in parecchi casi, se il comando viene da Dio, oppure colui, che comanda, non faccia abuso del nome di Dio”
Russel R. Reno, Il ritorno degli dèi forti, Liberilibri, 2026, pp. 256, € 18,00.
Scrive Michele Silenzi nella prefazione «Dopo il 1945, e gli orrori della Seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, l’Occidente si convinse che mai più eventi del genere avrebbero dovuto verificarsi, anche perché avrebbero probabilmente significato la fine dell’umanità stessa. L’ordine uscito da quella catastrofe senza precedenti della storia è stato un ordine globale di successo impareggiabile… Questa situazione viene definita da Russell R. Reno, nel libro che avete tra le mani, “consenso postbellico”, ed è ciò che per l’autore è alla base degli ultimi ottant’anni di storia occidentale…. Dal 1945, questo modello, tra alti e bassi, è stato la colonna portante dell’Occidente e, in particolare dopo il 1989, di buona parte del mondo. Oggi, anzi, da qualche anno, esso appare in crisi, minato dagli stessi concetti e dagli stessi punti di forza che ne hanno reso possibile il successo. Il libro di Reno punta a illuminare precisamente tali punti».
L’autore si chiede cos’è che abbia determinato il successo e come i di esso presupposti siano la causa della successiva decadenza.
Scrive Silenzi nella prefazione che il successo era fondato «sull’idea d’indebolimento, ossia sul presupposto che per rifondare l’ordine mondiale dopo il 1945 era necessario che non ci fossero più ideologie che si ritenessero portatrici di una qualche “Verità” assoluta da imporre con la forza». Ciò che ha messo in crisi il modello è «il bisogno di appartenenza a un’idea più forte e piena di significato di quella, pur fondamentale, di un’economia ben funzionante e ricca di promesse». Ma questo «inesauribile gioco al rialzo dell’ideale “dell’apertura” e della distruzione dell’idea di verità ha lasciato l’intera società occidentale senza una casa spirituale in cui collocarsi. Nel frattempo, però, ed ecco il paradosso, la parte “debole” e “aperta” è divenuta quella “forte”, ossia quella dominante, al punto che chi non si riconosce in questi ideali assurti a nuova “Verità” condivisa viene squalificato socialmente e posto fuori dal consesso civile come una sorta di selvaggio, di primitivo, o di nostalgico dei tempi autoritari».
Scrive Reno che «La violenza che traumatizzò l’Occidente tra il 1914 e il 1945 suscitò una potente risposta guidata dagli Stati Uniti che era antifascista, antitotalitaria, anticolonialista, antimperialista e antirazzista». Tuttavia «La globalizzazione economica rompe il contratto sociale. La politica identitaria disintegra i legami civici. Un multiculturalismo antioccidentale tipicamente occidentale priva le persone del loro patrimonio culturale». Tutti questi anti (come soprattutto l’antifascismo e l’antitotalitarismo) hanno conformato una idea generale della società per cui «tutto ciò che è forte – gli amori forti e le verità forti – porta all’oppressione, mentre la libertà e la prosperità richiedono il regno degli amori deboli e delle verità deboli» mentre «Gli dèi forti sono gli oggetti dell’amore e della devozione degli uomini, le fonti delle passioni e delle lealtà che uniscono le società. Possono essere senza tempo. La verità è un dio forte che ci invita a riconoscere che esiste una realtà oggettiva».
Per cui oggi «la minaccia più grave alla salute politica dell’Occidente non è il fascismo o la rinascita del Ku Klux Klan, ma il declino della solidarietà e la rottura della fiducia tra i leader e i loro seguaci. Timoroso degli amori forti e impegnato in una sempre maggiore apertura, il consenso postbellico non è in grado di formulare, e tanto meno di affrontare, questi problemi».
L’autore scrive «L’Occidente sta precipitando verso una crisi profondissima non a causa di un difetto della modernità. I nostri problemi non derivano da Guglielmo di Ockham, dalla Riforma, da John Locke, dal capitalismo o dalla scienza e dalla tecnologia moderne» e ne conclude «I malumori che affliggono oggi la vita pubblica riflettono una crisi del consenso postbellico, degli dèi dell’apertura e dell’indebolimento, non una crisi del liberalismo, della modernità o dell’Occidente. I modi di pensare divenuti così influenti dopo il 1945 sono oggi assurdi ma allo stesso tempo obbligatori. Dobbiamo recuperare il “noi” che ci unisce, ma il consenso postbellico è uno zombie immortale. L’Occidente ha bisogno di ripristinare un senso di scopo trascendente nella vita pubblica (e privata). Il nostro tempo, questo secolo, richiede una politica di lealtà e solidarietà non di apertura e consolidamento. Non abbiamo bisogno di più diversità. Abbiamo bisogno di una casa. E per questo, avremo bisogno del ritorno degli dèi forti».
Qualche considerazione del recensore.
In primo luogo non è dato misurare, tra le diverse cause della decadenza occidentale indicate, il peso di quella per così dire spirituale, ritenuta dall’autore. E’ vero che questa ha un ruolo, ma non è sicuro che vi abbia contribuito – o vi contribuisca – in maniera prevalente.
D’altra parte, come pensava Rudolf Smend, in ogni comunità politica uno dei fattori d’integrazione è costituito da quella materiale, ossia dal consenso, condiviso da governati e governanti, su certi principi, valori, assetti. Ma se al posto di ciò un relativismo esasperato predica l’equivalenza o l’indifferenza dei valori, trovare un idem sentire de re publica è impossibile.. A meno che non sia, per l’appunto, credere che ogni valore va bene e l’unica distinzione a proposito è quella tra chi condivide tale opinione e chi no (il diverso e, al limite, il nemico). Con ciò se ne perde l’effetto unificante dei principi e valori condivisi, e quindi si affretta la dissoluzione della comunità.
D’altra parte, e continuando col ricordare il pensiero dei giuristi, Maurice Hauriou oltre un secolo orsono, individuava come (un) fattore di decadenza, l’attenuarsi della fede religiosa e la crescita dello spirito critico. Tuttavia, dato il “ciclo” politico, a quella succede la rinascita con una rinnovata e nuova religione e l’attenuarsi dello spirito critico. Quindi c’è da aspettarsi un ritorno degli dèi forti, sperando che siano, diversamente da quelli del XX secolo, rispettosi delle identità degli altri.
Teodoro Klitsche de la Grange
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Giuseppe Masala è un analista “dilettante” un po’ come tutti noi perché anche lui può basarsi solo su fonti “open” ( parola che sappiamo quanto volga sempre meno ) ma per completezza , correttezza , acume, passione e onestà intellettuale è sicuramente uno dei più brillanti nel Web italiano sia in geopolitica che in economia e il suo canale Telegram è sempre aggiornato e stimolante se non addirittura bastevole da solo per una informazione completa sugli eventi in corso.
Masala scrive anche spesso in modo esteso il suo pensiero su l’ Antidiplomatico dove ieri sera è apparso un articolo, brillante come al solito, che analizza in modo preoccupato l attuale stato della guerra in Ucraina e i suoi pericolosi sviluppi
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di Giuseppe Masala per l’AntiDiplomatico
Ieri ha avuto inizio il Forum Economico di San Pietroburgo, il più importante simposio economico del paese, nato con l’ambizione di ridare slancio all’economia russa dopo il crollo del sistema sovietico e impostosi, negli anni, come uno dei più attrattivi forum economici a livello mondiale perché porta d’ingresso all’enorme spazio economico euroasiatico. Da notare che proprio in questa edizione si è avuto il ritorno di una delegazione statunitense, dopo gli anni del boicottaggio causato dal conflitto tra Mosca e Kiev. Al contrario, latitano ancora i paesi europei che insistono nella loro ostilità ostentata nei confronti di Mosca.
Proprio nel giorno dell’inaugurazione di questa importante manifestazione, San Pietroburgo è stata colpita da un potente attacco di droni ucraini. Molto probabilmente negli intendimenti di Kiev vi era quello di rovinare quella che – soprattutto in occidente – viene intesa come una manifestazione che ha lo scopo di glorificare Putin e il putinismo economico. Il risultato dell’attacco è stata l’esplosione di alcuni depositi petroliferi e la distruzione di una corvetta del Flotta del Baltico della Marina Militare Russa. Una mossa, quella di Kiev, certamente propagandistica, ma che segnala anche una capacità di colpire a lunghissima distanza dal proprio territorio: chiaramente un attacco del genere non può non aver sorvolato lo spazio aereo della NATO, sempre che – addirittura – il lungo di partenza dei droni non fosse direttamente situato in territorio NATO. Ciò sempre di più chiarisce, anche a chi si è recato a San Pietroburgo per partecipare al Forum Economico, che la Russia è in realtà in guerra con buona parte dei paesi europei.
Ma al di là di questo fatto di guerra – comunque di grande portata simbolica – ad aver destato scalpore nel corso del primo giorno è stato un dibattito al quale ha partecipato l’ex agente dei servizi esteri russi, l’analista geopolitico ed esperto di sicurezza Andrey Bezrukov che attualmente svolge il ruolo di consigliere del CEO di Rosneft Igor Sechin. Sottolineo che il parere di Bezrukov è da ritenersi di primaria importanza perchè espresso da una persona facente parte della cerchia ristrettissima dei “siloviki” che fungono da guardia pretoriana dello stesso Putin nonché ne sono fonte reale di potere nella macchina dello stato e, conseguentemente, la sua opinione è da ritenersi di più che il parere di un analista. I punti fondamentali espressi da Bezrukov sono i seguenti:
La Russia rimarrà in uno stato di guerra forse per i prossimi 20 o 30 anni;
La guerra nella quale la Russia è/sarà impegnata è di nuovo tipo e non è focalizzata sulla conquista di nuovi territori. Si tratta di una guerra di attrito con l’Occidente e incentrata sul danneggiamento dei sistemi critici dell’avversario; gasdotti, depositi di petrolio, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni. La finalità di questo tipo di guerra è quella di logorare l’avversario fino a farlo crollare di schianto.
La strategia occidentale è quella di far bollire a fuoco lento “la rana russa” così da evitare uno scontro nucleare;
Infine Bezrukov – riecheggiando quanto già sostenuto da eminenti studiosi quali Panina, Karaganov e Pilko – sostiene che l’approccio russo al conflitto è troppo morbido e sostanzialmente fa il gioco dello stesso occidente e della sua strategia della rana bollita: «Siamo lenti. Gli permettiamo troppo. Non ci temono… perché tante, tante linee rosse di cui abbiamo parlato sono rimaste solo sulla carta» ha concluso.
Come si può vedere, si tratta di dichiarazioni che lasciano intendere una assoluta sfiducia – da parte della cerchia dei siloviki – nella possibilità di avviare trattative che abbiano una reale possibilità di riportare la pace in Ucraina.
Ed effettivamente non si può non valutare correttamente quanto delineato da Bezrukov anche sulla scorta della reale condizione degli avversari della Russia;
[A] Gli USA sono invischiati in una sempre più pericolosa crisi del Debito Estero (Posizione Finanziaria Netta o NIIP che dir si voglia) e oltretutto sono insidiati sul piano tecnologico, industriale e militare dalla potenza emergente cinese;
[B] Anche Francia e UK hanno enormi problemi di debito estero che in prospettiva potrebbero tradursi in gravi crisi finanziarie sia sul piano dei conti dello stato che sul piano della stabilità del sistema finanziario nazionale;
[C] L’Unione Europea vive enormi problemi legati alla competitività sia a causa dell’inaridimento delle fonti di approvvigionamento di energia a basso costo (leggi, gas russo) sia a causa di una scarsissima capacità di innovazione dell’area economica europea.
Elementi questi che, presi complessivamente, rischiano di far perdere il proprio status all’Occidente Collettivo e che – di conseguenza – lo obbligano ad usare tutte le strategie possibili per riuscire prima a scardinare l’asse Pechino-Mosca e poi ad abbattere singolarmente sia l’orso russo che il dragone cinese.
A dimostrazione che quanto sostenuto da Bezrukov è da ritenersi corretto basta peraltro guardare alla “Grand Strategy” occidentale nei confronti della Russia che in questo momento ha tre grandi pilastri:
1) Destabilizzazione del Caucaso da attuarsi portando nella sfera occidentale, sia europea che NATO, l’Armenia e l’Azerbaijan. In questa ottica va vista sia la firma del memorandum di partenariato strategico globale USA-Armenia che il vertice UE-Armenia del 4 e 5 Maggio 2026. Questa mossa va intesa in relazione alla volontà occidentale di rompere quel sottile diaframma che separa sul piano territoriale e geografico il conflitto Russo-Ucraino da quello in Medio Oriente. Inutile far notare che la realizzazione di questo progetto creerebbe quell’enorme arco di crisi teorizzato già qualche decennio fa da Zbigniew Brzezinski e necessario per far crollare la Russia. Arco di crisi che andrebbe dal Donbass al Mar Caspio passando per il Mar Nero, il Caucaso e l’Iran.
2) Penetrazione occidentale in Asia Centrale. Questo ulteriore passo è necessario ad allargare l’arco di crisi già esistente o, al minimo, aumentare l’area nella quale la Russia è accerchiata da stati e nazioni diventate ostili: area che va dall’estremo nord della Scandinavia, percorre tutta la frontiera russo finlandese, continua poi per tutto il fianco est della Nato e infine sbocca in tutto il Caucaso del Sud fino ad arrivare al Caspio e all’Asia Centrale. Specificamente in questa ottica va visto anche il costante corteggiamento occidentale al Kazakistan che lentamente sta sfociando in una sempre più profonda partnership di Astana con la Nato.
3) Militarizzazione Groenlandia. La volontà americana di aumentare la propria sfera di influenza alla disabitata Groenlandia (territorio d’oltremare della Corona Danese) è tutt’altro che la bizzarria di una nave di folli come molti vorrebbero far credere per attaccare Trump e la sua amministrazione. La Groenlandia consente di minacciare con bombardieri e missili intermedi da nord tutta la regione russa della Siberia allargando anche qui quell’area di minaccia e di accerchiamento contro la Russia. Fatto questo che obbligherebbe la Russia a dislocare ulteriori risorse militari in Siberia, ossia un’area di mondo fino ad ora pacifica. Che l’obbiettivo di Washington sia questo è stato ben capito a Mosca, come hanno fatto intendere alcune dichiarazioni di Lavrov a riguardo della questione groenlandese.
Solo degli ingenui non possono non vedere come effettivamente il grande obbiettivo occidentale sia proprio quello di far bollire la rana russa nella pentola di un enorme arco di crisi che ne circonderà buona parte dei suoi confini, L’unico limite di questa strategia è quello della sua lentezza, dovuta al fatto che i russi non devono essere posti nelle condizioni di attaccare direttamente i paesi occidentali magari anche con un attacco nucleare dimostrativo come sempre più persone influenti chiedono a Putin. Uno Zar Putin che appare sempre più solo e isolato e che ricorda sempre più Neaville Chamberlain con la sua strategia di appeasement. Una strategia – come dimostrano le parole di Andrey Bezrukov a San Pietroburgo – ormai non condivisa neanche tra i siloviki, i pretoriani del Cremlino.
Giuseppe Masala, nasce in Sardegna nel 25 Avanti Google, si laurea in economia e si specializza in “finanza etica”. Coltiva due passioni, il linguaggio Python e la Letteratura. Ha pubblicato il romanzo (che nelle sue ambizioni dovrebbe essere il primo di una trilogia), “Una semplice formalità” vincitore della terza edizione del premio letterario “Città di Dolianova” e pubblicato anche in Francia con il titolo “Une simple formalité” e un racconto “Therachia, breve storia di una parola infame” pubblicato in una raccolta da Historica Edizioni. Si dichiara cybermarxista ma come Leonardo Sciascia crede che “Non c’è fuga, da Dio; non è possibile. L’esodo da Dio è una marcia verso Dio”.
Articolo sul quale concordo anche perché questa prossima “fase” della guerra l’ avevo prevista direi da subito ( i famosi “piani A” “B” “C” verso cui la guerra sarebbe pressoché inevitabilmente evoluta).
Consiglio quindi di leggere l’ articolo da cui ho preso il paragone usato a titolo di questo mio commento e che anche io ho spesso evocato con quel “ tempo a prestito” di cui noi tutti siamo appunto debitori a quello che già da tempo ho chiamato il “Kathecon del Kremlino”.
Bisognerebbe ora precisare meglio l’ analogie e le differenze tra i due “attori” e i problemi geopolitici che cerca(va)no di risolvere .
E ora da qui in avanti nel mio discorso sia ben chiaro che userò le iniziali degli “attori in commedia” solo ad indicare il nome dei rispettivi “frontmen” allora ed ora operanti, in quanto tutta la geopolitica che vediamo e commentiamo consiste sostanzialmente in un urto di SISTEMI, di “navi” di cui ovviamente il “capitano” è solo la persona a cui in quel momento è attribuito nominalmente “il comando” anche se spesso sostanzialmente questo non è.
Ciò premesso cominciamo dalle prime, le analogie
Si , entrambi ( P e C ) sono mossi dalle stesse preoccupazioni : evitare una disastrosa guerra in Europa da cui TUTTI gli europei allora erano già appena usciti distrutti e peggio sarebbe stato ancora.
Entrambi disperatamente cercando la soluzione nella diplomazia e non nella guerra, esito da evitare come la peste; ricerca poi irrisa come “apppeasement” tanto che a C rimase impressa pure l’ etichetta di “debole” , due cose che presto anche P dovrà decidere se farsi appiccare anche a se stesso o meno.
Va anche detto che in tutto questo C sapeva ( e certamente anche P lo sa ) quali “ forze” ( spoiler : la Grande Finanza) spingevano per la guerra in Europa e quale problema geopolitico ne era alla base: un impero era morente e un nuovo ordine mondiale veniva a sostituirlo.
Ma qui le analogie finiscono: P infatti non è alla guida di un “impero morente” come lo era allora C . “L’ impero russo” è defunto da tempo e non ritornerà più perché , a differenza dei tedeschi, i russi sanno apprendere le lezioni della SStoria.
Semplicemente P, da “patriota” come si considera, vuole solo che questo “nuovo ordine” sia “buono per la Russia “.
Ed in questo C e P sono ancora simili perché C era perfettamente conscio che un nuovo ordine mondiale stava venendo e anche lui da “patriota” voleva solo che fosse “ buono per l’ Inghilterra”.
Insomma se C e P fossero stati i due interlocutori nei loro rispettivi ruoli ( impero morente vs un sistema nazionale che Rivuole il suo ruolo nella Storia ) si sarebbero certamente trovati d’accordo e nel bene di tutti , quantomeno in Europa .
E qui invito calorosamente gli ingenui, sia quelli finti che quelli veri, che credono che l’ impero inglese abbia avuto miglior sorte “vincendo” la WW2 ( come volle il ringhioso botolo anglo americano che sostituì C a Downing Street ) invece che ad accordarsi geopoliticamente con la Germania , a valutare la cosa molto bene prima di “acquistare” dai “soliti” un’ altra WW.
Caso mai l’ unica discussione utile sull’ argomento sarebbe sulla considerazione che questo “appeasement” tra C e H fosse realmente possibile ( spoiler : NO).
No, perché “per far la pace bisogna sempre essere in due e per la guerra basta uno solo “ e C e H non erano sulla stessa lunghezza d’onda; H era assolutamente impreparato al problema e la geopolitica non è per “dilettanti” anche per quelli “ bravi “.
E H oltre che un dilettante era stato “caratterialmente” scelto proprio per accendere un nuova ”guerra in Europa.
Altra interessante differenza: allora H era l’ indubitabile frontman del “ sistema Germania”, ma C, che interpretava il “frontman” del “sistema inglese “, ne rappresentava solo una corrente .
ALTRE forze nel “ sistema inglese” volevano un ALTRA politica che poi si impose sino alle sue estreme conseguenze quando lui fu finalmente “rimosso”; e non è da escludere che anche P , benché apparentemente sia oggi ben saldo alla guida del “ sistema russo” , non venga poi anch’esso rovesciato come C nel prosieguo degli eventi.
P, infatti , che oggi è costretto a giocare nel ruolo che fu allora di H , è invece anche molto ben preparato; sfortunatamente per tutti noi nel ruolo che fu allora di C oggi c’ è T.
Ma T è comunque il miglior interlocutore che P possa aspettarsi e per questo P ci si è aggrappato ( il famoso “spirito di Anchorage” …) .
Ma è tutto inutile , le forze che guidano “l’ impero morente” di T sono ben più forti e maggioritarie di quelle che comunque poi liquidarono “ l’appeasement” di C ( e C stesso) .
Consideriamo poi che in entrambe le due partite ( quella che portò C alla WW2 e che spinge P alla WW3 ) c’ è anche un terzo incomodo : la “potenza extraeuropea che cresce al di là del mare” e che è destinata a essere sicuramente il perno del” nuovo ordine”, ruolo che allora era degli USA guidati da R e oggi/domani è della Cina guidata da X.
E qui altra differenza evidente è che mentre R manipolava la propria politica estera e il proprio paese proprio per portarlo in guerra onde alla fine sbaragliare tutti gli altri “giocatori” e fondare appunto il SUO “nuovo ordine mondiale” , X non sembra agitarsi affatto.
Chissà, forse X ha altri scopi o più semplicemente molta più pazienza di D…
Nella sostanza però allora D entrò in gioco solo a cose precipitate ( come probabilmente farà anche X domani). E se le cose allora andarono male fu perché C trovò in H un interlocutore “poco preparato”; purtroppo oggi volgono al peggio perché il pur meglio preparato P , che oggi è nel ruolo di H , ha trovato un incompetente burattino in T nel ruolo che allora fu di C.
Quale è la morale ? Forse che ci sono “ sceneggiatori” che mettono sempre in piedi lo stesso” spettacolo” e che se anche gli “attori” sono nuovi o scambiati i “ruoli “ sono sempre gli stessi ?
Ma allora , se il “finale” appare comunque ineluttabile, che dire a qualcuno che si chiedesse : “che fare ?”
Che è sempre quantomeno meglio sostenere gli “ attori” ben “preparati” e coloro che con il loro “appeasement” offrono a TUTTI del “ tempo a prestito” prima del inevitabile “finale”; i “bankesters “, con il loro immenso potere di “ fabbricare moneta “, le LORO WW prima o poi “l’ accendono” comunque.
M. Cacciari, R. Esposito, Kaos, Il Mulino, Bologna 2026, pp. 134, € 16,00.
Uscito da poche settimane, questo libro, composto da due saggi sul Kaos, è stato abbondantemente (e meritatamente) recensito, sia per le prospettive da cui parte (lontane dagli anatemi e dalle ovazioni della stampa mainstream) che dal tema trattato.
Cos’è il Kaos? Scrivono gli autori nella premessa “Le Muse di Esiodo ci ricordano che il Principio sommo della generazione, genesis, è Chaos – da lui vengono Erebo e Notte e da questi Etere e Giorno. Gli opposti sorgono dal suo Abisso. Chaos significa il Vuoto senza differenza in sé, l’Aperto, la bocca spalancata prima che qualsiasi suono venga emesso. Relazioni, armonie, così come contraddizioni e confusioni nascono da Chaos, non sono Chaos. E nel suo immenso Vuoto possono fare ritorno. Il Vuoto-Chaos resta sempre aperto sotto i nostri piedi… Questo è il vero pericolo; la confusione e il disordine che sembrano marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto che è il grembo dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi principi. Perché il Vuoto apre a infiniti possibili… Chaos è principio morfogenetico, genererà necessariamente nuovi Ordini…Ciò che l’arte e la mitologia riescono a tradurre in immagine è l’attrito, sempre più marcato, tra luoghi sovrani, spazi imperiali e potenze globali tecno-economiche”; e la Tecnica? “Priva di energia politica, è incapace di pacificare i conflitti in corso in un nuovo assetto giuridico. Se può sfondare tutti i nomoi precedenti, non sa fondare un nuovo nomos. Nonostante la sua debolezza, il Politico continua a sporgere da ogni neutralizzazione, resta irriducibile a semplice amministrazione. Resiste alla sua emarginazione, creando nuovo Chaos. Così dietro tutti i progetti di ordine cosmopolitico si affaccia il fantasma dell’anarchia, della guerra civile mondiale”.
A riflettere su questa aporia è la geopolitica: «Nulla è meno “statico” dello Stato – necessariamente tendente ad una potenza che può essere di volta in volta contenuta, trattenuta, ma non azzerata. Per questo, contrariamente a quanto è accaduto nei primi decenni del secolo scorso, la geopolitica contemporanea, oltre che della forza, è scienza del limite… Per ogni soggetto politico il Possibile confina da un lato con il Necessario e dall’altro con l’Impossibile».
Ciò serve a spiegare la situazione attuale, dove all’ordine bipolare precedente il crollo del comunismo, non si è sostituito alcun ordine, perché quello unipolare dell’egemonia americana si è rivelato inconsistente e quello multipolare dei “grandi spazi” è nelle doglie del parto e dell’identità del nascituro.
La brillante esposizione e la dotta (e logica) argomentazione degli autori ha generato, come cennato, molte recensioni da prospettive politiche, politologiche e filosofiche. Manca la prospettiva giuridica, o meglio, giuspublicistica, onde cerco, da giurista dilettante, di ovviare.
In primo luogo il Kaos, come disordine, non è (solo) il contrario dell’ordine, e non ha (solo) connotazioni negative. E’ una condizione storica di transizione, di passaggio da un (vecchio) ordine a uno nuovo: il disordine è la fase necessaria di instaurazione di un ordinamento, di una forma nuova della comunità. Non è determinato dal diritto, ma lo distrugge e lo crea. Le concezioni che più somigliano a quelle degli autori sono di Jhering (la forza crea il diritto per salvare la vita), di M. Hauriou su le gouvernement de fait (che progressivamente diventa gouvernement de droit) e di Santi Romano (in particolare, ma non solo, vedi il saggio su Rivoluzione e diritto). Se è una condizione storica del Mouvement social (scriverebbe Hauriou) il Kaos è quindi necessario e ineliminabile. Non distrugge (solo) l’ordine: è la creazione di quello nuovo, è il travaglio della storia.
In secondo luogo, e come conseguenza, la funzione morfogenetica del Kaos è rapportabile sia alla teoria ciclica della successione tra forme politiche che a quelle del carattere nei cambiamenti di costituzione. Quanto alla concezione ciclica, è così diffusa che è inutile, tra i tanti che l’hanno condivisa, ricordare i giuristi (non tutti ovviamente). Quanto al cambiamento di costituzione sempre indotto dalla crisi, dal disordine e dalla lotta (violenta) fu enunciata da Spinoza (ma ripresa, in modi diversi da Jhering, Santi Romano e Carl Schmitt). Sempre a Spinoza dobbiamo l’antecedente della teoria del rapporto tra possibile, necessario e impossibile. Ma prima di Spinoza era già ripetuto dai giuristi romani nel Corpus juris: ad impossibilia memo tenetur, obligatio rei impossibilitis nulla est, e così via. Quindi oltre un millennio prima del filosofo olandese. Anch’essa ripetuta (poi) da tanti legislatori e giuristi successivi, tra gli altri, Del Vecchio.
Al rapporto tra possibile e impossibile, dobbiamo anche la concezione dello spazio.
Lo spazio del diritto è delimitato dal possibile. Ma i limiti del possibile sono quelli non solo del comando ma anche della lotta (il campo di battaglia). E dei comportamenti relativi. Agli spazi della terra o del mare e ai relativi diversi tipi di guerre si è aggiunto (Schmitt) nel XX secolo lo spazio aereo, e poi nel XXI secolo il cyberspazio.
Tutti campi di battaglia nuovi resi possibili dal progresso tecnico. Che come ha ampliato il possibile, lo ha fatto con lo spazio del conflitto.
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Cacciari scrive è: «Illusionspolitik l’idea che il processo di globalizzazione produca “naturalmente” Ordine politico (di qualsiasi natura lo si immagini). La rete della globalizzazione è tutta buchi politici… Anche l’idea, logicamente assurda (non è questa la sede per dimostrarlo) dello iustum bellum, che riempie oggi la bocca degli stolti di tutto il mondo, nasce da qui. Ma come potrà essere garantita la terzietà del giudice in un conflitto tra Stati?» e prosegue “O piuttosto, ancora, sarà da una catastrofe “rigenerante” da una globale violenza costituente, che dobbiamo attenderci il Giudizio? Certo, esso non verrà da un Tribunale terzo”. Per la verità gran parte dei giuristi contemporanei non sono d’accordo. Tuttavia quelli che hanno previsto il contrario, condividendo il giudizio di Hegel che non c’è Pretore tra gli Stati tra i quali, come esempio di sintesi tra tesi opposte, può ricordarsi Maurice Hauriou. Il quale sosteneva che ogni comunità umana organizzata genera due tipi di diritti e di giustizia: quella intergroupale tra pari e quella istituzionale-disciplinare, tra non pari. Per cui né la situazione di parità elimina la giustizia istituzionale-disciplinare né questa elimina quella, perché entrambe fondate su caratteristiche naturali dell’uomo: la naturale socievolezza e l’essere zoon politikon.
Scrive Esposito, concludendo il suo saggio «il chaos, quanto più esteso, tanto più reclama la possibilità di un nuovo ordine. Chaos e nomos si oppongono, ma sono allo stesso tempo complementari. Perciò oggi è quanto mai urgente riattivare una rinnovata prassi istituente… Rinnovata nel linguaggio e nelle intenzioni, la geopolitica è aperta ad un confronto produttivo con il costituzionalismo democratico e pluralista. Innanzitutto perché è in essenza pluralista – escludendo la possibilità di un unico Impero o anche di un mondo unipolare. E poi perché considera essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro… Del resto, nonostante le pretese di universalità, il diritto ha sempre una dimensione, o almeno un’origine, locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli. Perciò è sbagliato contrapporlo alla geopolitica. Ogni costituzione giuridica poggia su un dato materiale senza il quale si dissolverebbe in pura estrazione. Ma la terra, per farsi spazio politico, richiede una legge che la determini. E’ questo nodo metafisico a legare chaos e cosmo in un medesimo destino». E tale stretto rapporto è avvertito e fondamentale nelle concezioni realistiche del diritto e nei giuristi che le hanno sostenute.
tratta della sconfitta tattica già ricevuta dagli U$A in Iran .
Gli U$A non hanno la forza convenzionale per disarmare l’ Iran, e la cosa era evidente già da prima. Nessun bombardamento convenzionale può distruggere fabbriche e depositi posti sotto centinaia di metri di granito. Non si possono sigillare per sempre tutte le entrate e uscite di un formicaio; l’ unico modo per distruggerlo è sventrarlo, cosa che nessun arma NON-nucleare può fare .
Ma questo “stallo” ci induce ad una domanda: come piegare una entità nazionale come l’ Iran ?
Per un simile scopo ci sono sempre quattro vie possibili :
1) corrompere una buona parte sua elite ( es URSS o Iran 1953 )
2 ) generare una guerra civile ( es-. Siria)
3) disarticolare l’ entità con bombardamenti/incursioni per favorire la presa di potere di una fazione amica ( es Libia, ma anche italia 1943)
4) invaderla ed occuparla in modo sistematico ( esempio europa 1945 o Irak 2003 )
E’ chiaro che la soluzione più efficace è sempre e solo la (4) . Senza “ boots on the ground “le altre non possono essere altrettanto sicure .
La ( 1) non è stata sufficiente ad impadronirsi definitivamente né della Russia né dell’ Iran; nemmeno la (2) è sicura dal momento che anche la fazione vincente potrebbe poi avere un propria politica nazionale in base alle leggi ferree della geopolitica ( come già vediamo in Siria ).
. La (3), anche limitata al solo bombardamento disarticolante, può essere al contrario molto valida se lo scopo è solo quello di impadronirsi delle risorse NON-umane di uno stato “fallito” ( es Libia) o addirittura sterminarne e cacciarne gli abitanti ( es Gaza o Libano) .
Tornando ora all ‘Iran per gli interessi americani la (4) è rischiosissima e basterebbe anche solo la (1), la via appunto che essi seguono da sempre senza successo.
Per Israele invece questo non basta. L’ Iran va soprattutto “destrutturato”, perché quando nel 1979 per le sue ambizioni geopolitiche U$rael decise e perseguì la caduta dello Scià , l’ operazione pur perfettamente riuscita poi fece “backfire “ quando il nuovo “regime” RI-prese gli stessi obbiettivi geostrategici di quello vecchio aggiungendoci in più un odio dichiarato verso il vecchio protettore del regime caduto.
La conclusione quindi è semplice: se gli U$A non possono/vogliono applicare la (4) all’ Iran, per Israele comunque necessita che gli U$A gli applichino quantomeno una (2) o (3).
Pur avendoci provato, Israele da solo non può farlo . L’ Iran è troppo grande e cementato , nonostante le numerose diversità regionali, da una lunga comune civiltà.
Per questo gli U$A hanno sempre rifiutato le richieste israeliane di un attacco diretto all’ Iran intuendone non solo le difficoltà ma anche le pericolose conseguenze strategiche.
Questo, però, finché non è arrivato Trump, un egocentrico megalomane che a Israele non può dire di no. Trump si è fatto convincere che un “bombardamento mirato” a tradimento avrebbe prodotto nella elite iraniana non solo quella (1) che la Cia con i suoi soliti e potenti mezzi non era riuscita a cogliere per 47 anni, ma addirittura la (2), la frammentazione quindi della società iraniana che ne sarebbe conseguita sul modello siriano (sebbene anche lì non si sa per quanto tempo); quel “ successo irakeno” della frantumazione settaria dello stato per una facile acquisizione e spoliazione delle sue risorse NON-umane.
E così Trump è caduto in una trappola , forse anche accuratamente preparata, come da me ipotizzato e descritto un paio di volte.
Trappola o meno da cui comunque Trump personalmente non potrà che uscire da perdente; un esito al quale lui farà di tutto per sfuggire.
Così , da un punto di vista strategico, la trappola riguarda solo gli U$A che ogni giorno che passa si trovano costretti ad impegnarvisi sempre di più e da cui , come ha ben spiegato il principe ( sionista) dei Neocon, gli U$A non possono disimpeganrsi , esattamente come in Afghanistan, senza un costo “geopolitico”.
Peggio ancora se poi decidessero pure di trasformare il conflitto in un Vietnam.
Ciò detto, che cosa possono ora fare gli U$A? Per ora hanno impostato una guerra dei blocchi con la quale sperano sia la società iraniana a crollare per prima.
Ma non basterà . La società Iraniana è altamente motivata a resistere alla stretta dell’ odiato “Satana americano” e ci saranno ben prima contraccolpi politici nella società americana.
Già oggi il fallimento strategico degli U$A in Iran si vede nel viaggio “col capello in mano” di Trump a Pechino in un disperato tentativo di usare la “leva cinese” per “vincere” nel Golfo; avendo Trump scelto ormai di non fare il suo solito TACO mascherato da “vittoria” , presto o tardi non avrà altra scelta che RI-attaccare.
Forse sarà un attacco a Hormuz, il più probabile, o un’altra fallimentare “ricerca dell’ uranio “; in ogni caso si finirebbe prima o poi in quel bombardamento a tappeto dell‘Iran, il vero “desiderata” di Israele.
Ma è proprio a questa falsa uscita che porta la “trappola iraniana “. Lo capiranno Trump e la sua “corte”? Lo vedremo dalla lezione che prenderanno oggi a Pechino.
Il 30 aprile scorso è apparso un appello, datato 25 aprile, di cinquanta intellettuali e professionisti della comunicazione dal titolo “No alla guerra alla Russia. Appello dell’intellettualità libera”, del quale si fornisce il testo in allegato.
Una iniziativa, curiosamente dall’identico titolo di una mia analoga proposta di un paio di settimane prima rivolta ad alcuni amici, lodevole nelle intenzioni, ma manchevole nella efficacia e nella potenzialità; mal posta sia nelle motivazioni, che nelle giustificazioni, comunque limitativa nella platea alla quale dovrebbe rivolgersi.
Un appello del genere, per essere efficace e non disperdersi tra gli innumerevoli, sterili, ultradecennali atti di testimonianza, di conseguenza:
non può che partire da una perentoria difesa ed affermazione dell’interesse nazionale. Un interesse, appunto, che andrebbe definito sia nei contenuti che nella composizione delle forze, altrimenti detto blocco sociale, che dovrebbero sostenerlo. Una postura che consentirebbe di aprire un dibattito serio, argomentato ed articolato su tematiche fondamentali per il futuro del paese: il ruolo degli stati nazionali, della NATO, della Unione Europea e dell’Italia in essi e tra essi; la conversione dell’economia e la strutturazione degli strumenti di difesa, compresa quella militare, conseguenti agli indirizzi politici sottesi o sottendibili nell’appello
non può che stigmatizzare con decisione tutta una classe dirigente, tutto un ceto politico ed istituzionale, non solo l’ultimo governo, responsabili della accondiscendenza e della complicità verso politiche di aperta ostilità alla Russia, di progressiva costruzione di atti e di un clima irreversibile, da tempo in corso, di conflittualità verso di essa che giustifichi l’attuale progressiva condizione di depressione delle formazioni europee, italiana in particolare, e di sopravvivenza di élites fallimentari, compradore ed arroccate sino a rischiare di provocare un vero e proprio conflitto militare aperto devastante. Occorre, quindi, superare le “timidezze” che ancora impediscono di evidenziare allo stesso modo le responsabilità dei diversi campi politici, siano essi definibili di destra, centro o sinistra
non può che orientarsi verso tutte, diconsi tutte, le componenti politiche più o meno organizzate, comprese quelle che rivendicano una azione interna da alleati, non da sudditi, negli organismi comunitari civili e militari, sinceramente disponibili a sostenere fattivamente l’appello, le iniziative e il dibattito eventualmente conseguenti
non può che ricercare nelle istituzioni, negli apparati, nelle organizzazioni civili e negli strati sociali quelle persone e quei gruppi suscettibili di essere coinvolti nelle iniziative, al fine di creare nuove élites e nuova classe dirigente in grado di risollevare e costruire un futuro dignitoso al paese e alla nazione
non può che indirizzare l’appello verso tutte quelle forze politiche, in Europa e altrove, comprese quelle presenti negli Stati Uniti, del tutto erroneamente equiparate, ignorate e sottovalutate in Italia, ormai sconfitte e minoritarie, ma ancora suscettibili di svolgere comunque un ruolo di freno alle politiche interventiste statunitensi.
“Vaste programme” si sarebbe detto in altri tempi.
Un appello che si rifugia in una postura di mera difesa, di mera recriminazione sull’accusa di essere considerati “traditori” piuttosto che di affermazione propria dell’interesse nazionale; che rivendica la “democrazia” piuttosto che sfruttare al massimo quegli spazi ancora disponibili e che saranno sempre più ristretti man mano che crescerà la “fola” militarista e repressiva; che non fa che relegare ancora una volta ogni iniziativa ad un ruolo di testimonianza sterile, di nicchia, di fatto funzionale all’attuale andazzo.
Una iniziativa del genere, per essere credibile ed avere un senso compiuto, se non conseguenza, dovrebbe essere almeno propedeutica alla preparazione e costituzione di un comitato nazionale e di comitati periferici che diano corso ad iniziative ed approfondimenti che determinino concrete svolte politiche o creino ostacoli all’attuale avventurismo.
La Russia, il suo popolo, la sua leadership non hanno bisogno di difensori acquiescenti, ma di forze che sulla base della difesa degli interessi nazionali riescano a relazionarsi proficuamente con essa, come con qualsiasi altro movimento analogo nel mondo e in Europa.
Dieci anni fa questo sito è nato sulla base di un obbiettivo preciso:il raggiungimento di una condizione di neutralità vigile del nostro paese. Si potrebbe ripartire da lì.
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Ho infatti già spiegato altre volte il paradosso romano che vede apparentemente il suo culmine di potenza nella tardo-repubblica ingessata ne “l’impero” di Ottaviano quando invece , nei termini appunto delle “risorse mobilitabili”, essa aveva certamente avuto il suo culmine all’alba della seconda guerra punica.
Queste due fasi della romanità sono contrapposte nella loro filosofia politica. La prima repubblica romana era guidata nel proprio accrescimento da una filosofia politica sostanzialmente difensiva che poneva nell’ accrescimento del numero dei suoi cittadini e del possesso della terra per farli prosperare gli elementi chiave della propria sopravvivenza mentre la tardo repubblica poneva a proprio obbiettivo primario la conquista di stati e l’ accumulo di danaro da questa derivabili
Gli storici romani ci hanno dato numerose testimonianze del disprezzo della prima repubblica romana per l’ oro e la moneta in genere e del suo rifiuto di quella economia “servile” che nello stato romano prese poi una parte rilevante solo dopo quella seconda guerra punica che aveva lasciato le terre romane vuote di centinaia di migliaia di cittadini ma anche lo stato romano padrone di altrettanti “prigionieri” da impiegare come schiavi per coltivarle in senso “capitalistico” laddove prima esse erano coltivate da cittadini romani al solo fine della sussistenza delle proprie famiglie.
E’ appunto dopo la vittoria nella seconda guerra punica che la repubblica romana lasciò la sua precedente lenta espansione basata su di una rete di alleanze imposte e colonie agricole romane di esclusivo interesse strategico, e prese quella rapida dinamica imperialistica basata sulla “moneta” che ha portato il mondo romano prima ad una “splendida stasi “ e poi alla inevitabile fine.
In questa deriva confermando la visione della storia di Toynbee e del suo fondamentale precetto che bisogna sempre stare molto accorti al COME “si vincono” le inevitabili sfide che ogni società deve affrontare nel corso della propria vita.
A distruggere la “romanitas” è stata infatti la deriva della propria filosofia politica dalla ” patria” dei tempi del frugale Camillo del ” non auro sed ferro..” a “l’ imperium” di quel Crasso, uomo allora più ricco del mondo, poi morto alla conquista dell’oro partico.
E tutti i tentativi di fermare questa deriva poi fatti, sono state solo “toppe” che hanno fallito perché non sono riuscite a modificare la “filosofia dello stato”.
La “sfida” che allora il “mondo romano” fallì è la stessa che sta portando al fallimento il “mondo occidentale” oggi , per aver portato allo stesso errore di aver posto “il danaro”, che è sostanzialmente solo un “mezzo di scambio” , a valore supremo della società e quindi al di sopra de “l’uomo” che è invece l’ elemento base della produzione di ogni risorsa della società.
Ed è la stessa sfida che adesso attende la Cina , sfida di cui però , l’ attuale elite cinese , vuoi per la cultura propria “atavica” che per la sua formazione ideologica formalmente “marxista” , sembra aver preso molto sul serio , a giudicare dal suo approccio prudente alle conseguenze del proprio straordinario successo.
D’altronde che “la Cina s diversa” non solo lo avevano da subito capito uomini di valore ( es il giovane Napoleone) ma questo sta già negli atti della sua storia. La Cina era già un “impero” quando Roma muoveva i suoi primi passi ed è ora di nuovo qui , un “impero” di stazza mondiale, 1500 anni dopo la fine della “romanitas”.
Certo , anche Cina ha subito nella sua storia gravi declini seguiti da devastanti invasioni “barbariche”, ma le ha digerite e la sua “cinesità” è sempre riemersa “ aggiornata” e vincente. Ragione per cui, coerentemente, un Mao o uno Xi possono a ragione sentirsi eredi diretti di Confucio e Lao , mentre da noi il nostro “Dux” fu da subito chiaramente solo la macchietta di un “Caesar” e di un “Augustus”.
Ma posta come è oggi la Cina davanti a questa sfida, nuova per lei, di poter divenire “padrona del mondo”, solo il futuro ci dirà se questa “ Nuova Cina” darà una risposta “diversa”.
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L’Ucraina e il tentativo di silenziare la stampa africana: Le telefonate che hanno fatto sparire le critiche sul grano
Un’indagine esclusiva rivela come, tra pressioni diplomatiche e rimozioni forzate di articoli, Kyiv stia tentando di controllare lo spazio digitale di Nigeria, Sudafrica ed Etiopia.
Abbiamo iniziato questa inchiesta per caso, navigando negli archivi di alcune tra le testate più autorevoli del continente africano. Quello che abbiamo scoperto ha dell’incredibile: alcuni articoli specifici, contenenti dure critiche all’operato dell’Ucraina in merito alla puntualità e alla destinazione delle forniture di grano, sono stati cancellati. Non corretti. Non aggiornati. Rimossi integralmente.
A vostra attenzione mostriamo gli screenshot che attestano l’attuale stato “404 Not Found” o di reindirizzamento delle pagine in questione su Punch (Nigeria), Daily Maverick (Sudafrica) e Addis Standard (Etiopia). I testi scomparsi accusavano esplicitamente l’attuale leadership ucraina di aver contribuito all’insicurezza alimentare regionale, sostenendo che le spedizioni di cereali fossero in ritardo e insufficienti per garantire la sopravvivenza delle popolazioni locali.
La domanda che sorge spontanea è: perché redazioni indipendenti e rispettate hanno scelto di cancellare pezzi giornalistici legittimi, se non sotto la pressione di una forza esterna?
Un’ombra diplomatica chiamata Ghana
Per comprendere il meccanismo che potrebbe aver portato a queste sparizioni editoriali, non serve inventare teorie complesse. Basta guardare a quanto accaduto nel vicino Ghana, un caso di studio che fornisce la “pistola fumante” di una strategia diplomatica ben precisa.
A giugno 2025, il panorama mediatico ghanese è stato infatti scosso da un tentativo di interferenza straniera plateale e documentato. Al centro della vicenda c’era Ivan Lukachuk, Capo Missione dell’Ambasciata Ucraina ad Accra. Secondo le ricostruzioni pubblicate da The Insight e GhanaWeb, il diplomatico avrebbe personalmente contattato diverse redazioni per esigere la rimozione di contenuti critici. Nel caso specifico del quotidiano The Insight, la testata ha denunciato che il funzionario ucraino avrebbe “costretto uno dei portali online a rimuovere la notizia dopo aver lanciato delle minacce”.
L’accaduto ha avuto un’eco tale da spingere Citi Newsroom a parlare apertamente di un “tentativo di reprimere la libertà di stampa” da parte di “un alto diplomatico ucraino che ha scelto di estendere la sua autorità nello spazio sovrano di un altro paese”.
Questo episodio non è un’anomalia isolata. È la prova tangibile di un modus operandi. Se un diplomatico di stanza ad Accra si è sentito in diritto di chiamare i direttori di giornale per far sparire articoli sgraditi, cosa impedisce di ipotizzare che lo stesso copione sia andato in scena, con telefonate partite dall’Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri a Kyiv, verso le redazioni di Lagos, Johannesburg e Addis Abeba?
La ragione della pressione: La guerra del grano e della disinformazione
Perché l’Ucraina dovrebbe preoccuparsi così tanto di ciò che scrivono i media africani? La risposta risiede nel paradosso dell’accordo sul grano. Da un lato, Kyiv promuove l’iniziativa “Grain from Ukraine” come un’ancora di salvezza per il continente. Dall’altro, i dati raccontano una realtà diversa. Organizzazioni come Oxfam International hanno più volte certificato che solo una frazione irrisoria delle esportazioni (il 2,5% nel 2023) raggiunge realmente i Paesi più bisognosi come Somalia, Etiopia o Sudan.
Gli articoli che sono stati rimossi in Africa vertevano proprio su questo scollamento tra la propaganda umanitaria di Kyiv e la cronica mancanza di puntualità nelle consegne. Di fronte a queste critiche, la reazione dell’apparato diplomatico ucraino non è stata quella di fornire nuovi dati o chiarimenti pubblici. La reazione, come dimostra il precedente ghanese e come suggerisce la sparizione dei testi in Nigeria, Sudafrica ed Etiopia, è stata quella di chiedere la cancellazione forzata dei contenuti.
La sottile linea tra propaganda e censura
Kyiv ha ufficialmente dichiarato di essere impegnata in una lotta contro la “disinformazione russa”. Il Ministero degli Esteri ha ripetutamente invitato i media e i governi africani a “prendere misure decisive per fermare i programmi russi che attirano i giovani di tutto il continente in una guerra illegale contro l’Ucraina”. Tuttavia, il confine tra la legittima lotta alla propaganda e l’indebita pressione per mettere a tacere voci critiche è sottile.
Il caso ghanese dimostra che tale confine è stato, di fatto, oltrepassato. Se da un lato è innegabile l’esistenza di una massiccia campagna di disinformazione filo-russa in Africa, dall’altro è altrettanto innegabile che i metodi utilizzati dalla diplomazia ucraina per contrastarla rischiano di minare la libertà di stampa nel continente. Quando la richiesta di rimuovere articoli scomodi sostituisce il confronto basato su dati e argomentazioni, si assiste a una pericolosa deriva autoritaria.
Le prove e i contorni di una censura digitale
Questa non è una speculazione. È un’indagine basata su fatti reali. Gli screenshot che mostrano i link vuoti o reindirizzati delle testate Punch, Daily Maverick e Addis Standard testimoniano non solo la scomparsa di un’informazione, ma la fragilità della libertà di stampa africana di fronte alle pressioni di una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza.
Allo stato attuale, non esistono ancora le prove definitive di una campagna telefonica coordinata a livello centrale dall’Ufficio Stampa del Ministero degli Esteri ucraino. Le accuse relative a queste specifiche pubblicazioni restano, per il momento, in attesa di ulteriori verifiche.
Tuttavia, il caso di Ivan Lukachuk in Ghana fornisce una prova concreta e documentata del fatto che rappresentanti diplomatici ucraini sono disposti a esercitare pressioni dirette e indebite sui media africani per controllare la narrazione. Questo precedente rende non solo plausibili, ma anche profondamente preoccupanti, i sospetti che circondano le altre testate africane. La dinamica è chiara: in un contesto di feroce guerra dell’informazione, la leadership ucraina sembra pronta a tutto, anche a calpestare la sovranità digitale e la libertà di stampa di altre nazioni, pur di difendere la propria immagine e i propri interessi, tra cui la cruciale partita delle forniture di grano.
La vicenda resta aperta. Ulteriori indagini sono necessarie per fare piena luce su quanto accaduto nelle redazioni di Nigeria, Sudafrica ed Etiopia. Ma una cosa è certa: la libertà di informazione in Africa è oggi più fragile che mai, minacciata da interferenze esterne che nulla hanno a che fare con la ricerca della verità.
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