Italia e il mondo

PREFERENZE ED EQUILIBRI _ di Teodoro Klitsche de la Grange

PREFERENZE ED EQUILIBRI

La vicenda dell’emendamento sulle preferenze al disegno di legge elettorale ha suscitato reazioni varie, per lo più a livello di tifoseria da stadio, altre meno.

E’ chiaro, come sottolineato da tanti, che se una parte dei parlamentari è scelta dagli elettori, ciò significa ridurre il potere dei vertici dei partiti e, quale conseguenza probabile, anche quello del capo della maggioranza parlamentare (cioè del Presidente del Consiglio dei Ministri). All’inverso le preferenze incrementano quelle del seguito, cioè della base elettorale. Se si va a confrontare tale dato (evidente) con la teoria della “classe politica” le conclusioni sono interessanti. La prima formulazione di tale teoria – o meglio regolarità, come scrive Miglio – è di Gaetano Mosca, il quale scriveva “Fra le tendenze ed i fatti costanti, che si trovano in tutti gli organismi politici, uno v’è n’è la cui evidenza può essere a tutti facilmente manifesta: in tutte le società, a cominciare da quelle più mediocremente sviluppate e che sono arrivate appena ai primordi della civiltà, fino alle più colte e più forti, esistono due classi di persone: quella dei governanti e quella dei governati…”. Tale teoria fu condivisa da Vilfredo Pareto il quale la collegava all’equilibrio sociale il quale, nelle organizzazioni politiche, consiste essenzialmente nei rapporti tra governanti e governati.

Quando il sistema non è equilibrato decade e finisce con l’implodere. La risorsa più appropriata a tenerlo in equilibrio è che avvenga (di fatto e/o di diritto) la “circolazione delle élite” cioè il passaggio da quella governata a quella governante.

A ciò può servire (all’interno degli stessi partiti) prevalere la facoltà di scegliere il preferito tra i candidati da parte del corpo elettorale.

Tale circolazione può realizzarsi anche mediante meccanismi diversi, come la nomina dall’alto. Tuttavia il rischio di nomine dall’alto, cooptazioni, riserve di accesso alle funzioni pubbliche è che, generino equilibri statici, di per se anticamera della decadenza e dell’implosione del regime. Il sistema sarà sempre più in equilibrio quanto più la classe al potere saprà inglobare quella in ascesa o almeno una sua parte.

Se avviene con sistema elettorale e all’interno dei partiti, può garantire:

a) che gli eletti abbiano un seguito;

b) che il tutto rafforzi – dall’interno – il sistema esistente, evitandone la sostituzione.

Pareto sosteneva che la circolazione delle élites è e utile per la prosperità, onde la storia della società umana è la storia dell’avvicendarsi delle aristocrazie. Egli ha un’idea di un sistema in equilibrio alla cui base vi è, però, il conflitto. Si riferisce, quindi, ad un equilibrio dinamico.

Dato che l’Italia durante la c.d. seconda Repubblica (dal 1994) è stata ferma con un PIL praticamente immobile (il peggiore dell’Unione europea) un minimo (come la preferenza) di recupero dinamico, almeno nel sistema politico, non può che essere benvenuto. Anche se con tutte le cautele che la situazione complessa e determinata da pluralità di cause richiede e che riducono la speranza.

Teodoro Klitsche de la Grange

Dagli amici mi guardi Iddio…di WS

In questo articolo https://italiaeilmondo.com/2026/07/15/il-nuovo-terzo-fronte-la-cina-si-prepara-in-silenzio-alla-guerra-di-simplicius/ Simplicius solleva due importanti argomenti poco trattati a margine dello SVO: la questione “Starlink” e “l’alleanza” russo-cinese

Cominciamo da questo secondo argomento e sgombriamo subito il campo dalle solite bugie americane. NON esiste NESSUNA alleanza tra Cina e Russia perché si tratta di “giocatori “ INDIPENDENTI che hanno a che fare con lo stesso “bullo” ma da posizioni geopolitiche diverse; hanno sempre contemplato un possibile confronto strategico tra di loro , cosa per altro ammessa dallo stesso autore quando parla del “terzo fronte “ cinese degli anni 60-70 quando addirittura i due paesi erano entrambi “comunisti” e i rapporti di forza economici erano rovesciati.

Quindi mi sembra abbastanza ovvio che una Cina, che ha saputo trarre il suo massimo vantaggio dalla “guerra fredda” prima e dalla globalizzazione americana poi, si stia altrettanto abilmente preparando per questa INEVITABILE WW3 .. cercando però di entrarvi il PIU’ TARDI POSSIBILE!  

Ed infatti la Cina ora sta sostanzialmente lucrando sulle “disgrazie” russe ( e iraniane) da una posizione di effettiva “neutralità” consistente nel commerciare con tutti per trarne il massimo vantaggio ma facendo attenzione a due cose:

1) Non compromettersi geopoliticamente

2) Non permettere che ne la Russia ne l’ Iran crollino in mani U$raeliane.

Quindi le sue mosse sono abbastanza semplici . Non farsi tirare mai la giacchetta da nessuno , impedendo che nessuno vinca in una guerra sempre più lunga in cui la Cina ottiene ottimi affari prendendo tutti alla gola mentre discretamente si prepara per l’ inevitabile PEGGIO.

Una posizione abbastanza facile da tenere perché sostanzialmente “onesta” agli occhi di tutti gli osservatori; ragione per cui l’ affermazione di una

 cooperazione tra Mosca e Pechino (che) sta consentendo alle forze russe di stare al passo con le innovazioni ucraine, mentre la Cina ottiene l’opportunità di testare i propri prodotti in condizioni di combattimento

è sostanzialmente la solita bugia americana tesa a stanare la Cina da questa sua comoda posizione Perché NON c’ è nessuno aiuto militare diretto dalla Cina alla Russia in quanto né la Russia lo richiede, né la Cina sarebbe disposta a darlo realmente perché la politica cinese è solo quella di mantenere più a lungo possibile uno stallo di guerra lucrando al massimo con il commercio richiesto da ENTRAMBE le “parti” .

E qui veniamo alla questione “ Starlink” che è attualmente l’asso nella manica che tiene a galla la NATO-Ucraina e su cui Russia e Cina possono anche collaborare mettendoci la prima la sua grande esperienza nella elettronica di potenza e la seconda la sua immensa base industriale sostenuta da un esercito di STEM inarrivabile per numero e qualità.

Ma strategicamente questo ” Starlink” è un problema “secondario” in quanto è ovvio che il giorno che la Russia dovesse reagire con una guerra DIRETTA alle continue provocazioni NATO “Starlink” non durerebbe 24 ore sopra i cieli russi perché una volta che la Russia avrà deciso di far cadere gli ultimi veli “diplomatici” su questa aggressione che sta ricevendo dalla NATO userà i propri strumenti per spengere quella “rete”: le tecniche di emergenza di GUERRA di cui già dispone , ad esempio : una bomba H nella alta atmosfera sopra gli ostili stati europei confinanti per bruciare tutti i delicati circuiti elettrici di tutte le apparecchiature sottostanti ed in orbita

E qui veniamo ad una questione geostrategica poco trattata nemmeno dai migliori analisti quali Simplicius e che ulteriormente giustifica la “prudenza russa” nello SVO.

Nelle precedenti WW la Russia ha giocato sostanzialmente “ fair” finendo però sempre sostanzialmente “buggerata” dai suoi “ cari partners” il cui scopo recondito era di farla COMUNQUE “fuori”.

Solo la feroce energia di Stalin ha permesso all’ URSS di uscire “vincitore” dalla WW2 ma il prezzo è stato altissimo ed è stato pagato a carissimo prezzo due generazioni dopo , perché l’EFFETTIVA ritirata russa del 1991 è stata molto più disastrosa di quella leninista della “ pace di Brest-Litovski”; questa fu una perdita di terre “non russe”. La vergognosa dissoluzione de l’ URSS al contrario lasciò “fuori dalla Russia ” un quarto del popolo russo cosa che è la principale ragione per cui oggi la Russia sta impantanata in Ucraina.

Quindi riassumendo, quale “fiducia” oggi la Russia potrebbe riporre nei suoi “cari partners” siano essi gli ex “amici americani” o gli ex “compagni cinesi” ?

Chi pensa che Putin abbia veramente creduto allo “ spirito di Anchorage” o che creda davvero a l’ esistenza dei BRICS offende la sua intelligenza.

Putin sa benissimo che TUTTI vogliono “un pezzo di Russia “ e , incastrato con un piede in Ucraina , cerca di non agitarsi troppo per non finirci dentro con una “gamba intera” , perché purtroppo si trova di nuovo a dover risolvere il problema che inghiottì prima Nicola e a cui poi Stalin sfuggì a mala pena avendo di sicuro del problema una maggior comprensione ma molte meno risorse per fronteggiarlo.

Certo, alla fine un Putin sempre più “incastrato” potrà sempre rovesciare il tavolo e portare il mondo con se, ma quella lo capite che non è una “soluzione” , vero?

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LA SINISTRA ED IL REGNO DELLE FATE, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA SINISTRA ED IL REGNO DELLE FATE

Nell’ultimo capitolo del Leviatano, Thomas Hobbes paragona le visioni predicate dagli ecclesiastici, fondate sull’illusione che il regno dei cieli possa esistere o avere almeno una copia conforme su questa terra, al regno delle fate della superstizione celtica, che credeva tali esseri realmente esistenti e agenti.

La critica del filosofo partiva da due presupposti principali e da un criterio, per così dire epistemologico. I due presupposti erano che nessuno aveva mai visto le fate: la loro esistenza e attività era dedotta da fatti talvolta esistenti ma costituenti indizi quanto mai deboli nella causalità, come la riduzione della crema nel latte, perché questo era il cibo degli esseri soprannaturali che lo rubavano. Ovvero da convinzioni non corroborate da fatti, come la bontà degli esseri umani, più spesso indotta quale conseguente all’osservanza della dottrina (e delle prediche) degli eletti, ossia dei predicatori. Altre ancora contraddette dalla “testimonianza della vista e di tutti gli altri sensi dell’uomo”, come la transustanziazione nella comunione, che Hobbes riteneva un misto di incantamento e menzogna, come quelli dei sacerdoti egiziani.

L’altro errore decisivo è che “la chiesa presentemente militante sulla terra è il regno di Dio – vale a dire il regno della gloria o la terra promessa, e non il regno della grazia, che non è se non una promessa della terra”, la cui conseguenza è “quello che debba esservi qualche uomo o qualche assemblea, per la cui bocca il nostro Salvatore – che ora è in cielo – parli e dia leggi, e che rappresenti la persona di lui davanti a tutti i cristiani”; e il cui risultato (e scopo) è di sottomettere il potere temporale dei re a quello del “viceregente” di Dio sulla terra (cioè il Papa).

Dopo aver esposto per molte pagine questi (e altri) errori, il filosofo di Malmesbury nell’ultimo capitolo (il XLVII) si domanda del vantaggio che derivi da tante immaginazioni, e a favore di chi, e, citando Cicerone, ritiene opportuno di chiedersi cui bono, ossia di cercare colui che avrebbe conseguito denaro, onore ed altro che ne derivasse. In primo luogo al Papa; ma anche ai presbiteriani che così esercitavano il potere sovrano su tutti e quindi sul popolo, giudicandolo1. A ciò Hobbes fa seguire un elenco di dottrine “le quali servono a mantenere il possesso di questa sovranità spirituale, quando si è acquistata. Così la prima è che il papa, nella sua capacità pubblica, non può errare. Infatti quale persona, credendo vero questo, non obbedirà lui in qualunque cosa lo comanderà”. Carattere e scopo comune di tutto ciò è “nel far stabilire un potere illegittimo sopra i sovrani legittimi del popolo cristiano, o di sostenerlo, quando esso è stabilito; oppure nel dare ricchezze, onori ed autorità terrene a quelli, che lo sostengono”.

Hobbes ritiene che assai male avevano fatto “gl’imperatori e gli altri sovrani cristiani, sotto il governo dei quali questi errori e queste successive usurpazioni del loro ufficio, fatte dagli ecclesiastici, dapprima s’insinuarono, per disturbare i loro dominii e la tranquillità dei loro sudditi, benché essi le tollerassero, perché non potevano prevedere quello, che sarebbe avvenuto dopo, né potevano accorgersi dei disegno dei loro insegnanti”; una volta che tali opinioni erano diventate “senso comune” il danno era fatto e c’era da sperare solo in un intervento divino.

Ciò sintetizzato, c’è da chiedersi in cosa la propaganda della sinistra abbia in comune con il regno delle fate dell’analogia di Hobbes.

In primo luogo nel sostituire l’immaginario – anche se auspicabile e condiviso – anzi proprio perché auspicabile e condiviso al reale, cadendo così nell’errore stigmatizzato da Machiavelli nel XV capitolo del Principe. Per di più essendo buona parte di tali immaginazioni incredibili e mai osservate genera il dubbio – assai fondato – che non sono sogni di sciocco ma furberie di ipocrita (Mosca).

In secondo luogo perché all’ipocrita è connaturale presentarsi come sintesi di tutti i desideri e aspettative dei credenti (spesso creduloni), come Dorine descrive Tartuffe nel capolavoro di Moliére “come sa bene in foggia traditrice confezionarsi un bel mantello con tutto ciò che è riverito”.

Inoltre perché Hobbes ha fondato l’obbligazione politica e la sovranità sulla “mutualità” delle prestazioni: il sovrano da la protezione e il suddito l’obbedienza. Ma lo scambio è tra protezione, concreta e reale e obbedienza, altrettanto concreta e reale. Il sovrano protegge vita e beni del suddito il quale rende in tasse e (talvolta) vita. Pertanto se il sovrano non è in grado di assicurare la protezione, il suddito è liberato dal dovere d’obbedienza. Ma se la protezione del sovrano non è effettiva, ma è rinviata all’al di là, lo squilibrio consistente nel pretendere obbedienza concreta in cambio di una credenza è evidente2.

In terzo luogo, Hobbes insiste nel Leviathan che il potere (meglio la funzione) degli ecclesiastici è quello d’insegnare e non di comandare3. Criticando la concezione di S. Roberto Bellarmino, Hobbes sostiene che così si converte il compito di insegnare predicando in quello di comandare sanzionando”4.

Ad applicare poi il criterio del cui bono il motivo è quello della lotta per il potere. Economico e più ancora politico. Ma quel che è più interessante del paragone di Hobbes è la specie di immaginazione in cui inquadra tali credenze religiose.

Nel (citato) capitolo del Principe Machiavelli stigmatizza l’errore generico di prendere l’immaginazione come realtà.

Ma di immaginazioni esistono tante specie: quelle generate da deliri di potenza, per lo più fallite, ma talvolta riuscite. Nel secolo scorso il Reich millenario di Hitler. In altri casi, come nel marxismo, dall’immaginare su una base scientifica (che tale non era) una umanità senza scarsità e senza potere (dell’uomo sull’uomo). In altri ancora come conseguenza dell’intervento divino nella storia. Nel caso della sinistra italiana, a parte, forse, qualche influenza di Fukuyama, pare prevalente la fiducia nella (buona) predicazione, purtroppo destinata a convertirsi in cattivi risultati o comunque a non realizzarne di conformi alle intenzioni. Ma sicuramente utile ai predicatori per rivestirsi del mantello (e del comportamento) del bigotto.

Teodoro Klitsche de la Grange

1E infatti che cosa significa scomunicare il proprio legittimo re, se non respingerlo dea tutti i luoghi del pubblico servizio di Dio, nel suo proprio regno? E di resistere a lui con la forza, quando egli con la forza tenta di castigare? E che cosa significa scomunicare una persona, senza autorità del sovrano civile, se non togliergli la sua legittima libertà, cioè usurpare un potere legittimo sopra i proprii fratelli?Leviatano, vol. II, Bari, p. 638.

2 Oltretutto non è detto che il Dio onnipotente si conformi al giudizio dei suoi predicatori, come già pensava Dante nel III canto del Purgatorio, dove il pentimento in articulo mortis di Manfredi è accettato dal Padreterno in forza della sua infinita bontà e malgrado le scomuniche del Papa.

3 “Il Papa manca di tre cose, che il nostro Salvatore non gli ha date: comandare, giudicare e punire, altrimenti che scacciando – con la scomunica – quelli, che non vogliono apprendere da lui”, Leviathan, parte III, cap. XLII; v. anche “In questo frattempo, considerando che non esistono sulla terra uomini, i corpi del quali siano spirituali, non può esistervi alcuno stato spirituale fra uomini, che sono ancora rivestiti di carne; a meno che non chiamiamo uno stato i predicatori, che hanno la missione d’insegnare, e di preparare gli uomini al loro ingresso nel regno di Cristo, alla resurrezione: i quali io ho già provato che non sono”.

4 “Ma dal semplice potere d’insegnare il Bellarmino inferisce anche un potere coercitivo nel papa, al di sopra dei re” la cui “difficoltà consiste in questo: che gli uomini, quando ricevono un comando nel nome di Dio, non sanno, in parecchi casi, se il comando viene da Dio, oppure colui, che comanda, non faccia abuso del nome di Dio”

Russel R. Reno, Il ritorno degli dèi forti _ recensione di Teodoro Klitsche de la Grange

Russel R. Reno, Il ritorno degli dèi forti, Liberilibri, 2026, pp. 256, € 18,00.

Scrive Michele Silenzi nella prefazione «Dopo il 1945, e gli orrori della Seconda guerra mondiale e dei campi di sterminio, l’Occidente si convinse che mai più eventi del genere avrebbero dovuto verificarsi, anche perché avrebbero probabilmente significato la fine dell’umanità stessa. L’ordine uscito da quella catastrofe senza precedenti della storia è stato un ordine globale di successo impareggiabile… Questa situazione viene definita da Russell R. Reno, nel libro che avete tra le mani, “consenso postbellico”, ed è ciò che per l’autore è alla base degli ultimi ottant’anni di storia occidentale…. Dal 1945, questo modello, tra alti e bassi, è stato la colonna portante dell’Occidente e, in particolare dopo il 1989, di buona parte del mondo. Oggi, anzi, da qualche anno, esso appare in crisi, minato dagli stessi concetti e dagli stessi punti di forza che ne hanno reso possibile il successo. Il libro di Reno punta a illuminare precisamente tali punti».

L’autore si chiede cos’è che abbia determinato il successo e come i di esso presupposti siano la causa della successiva decadenza.

Scrive Silenzi nella prefazione che il successo era fondato «sull’idea d’indebolimento, ossia sul presupposto che per rifondare l’ordine mondiale dopo il 1945 era necessario che non ci fossero più ideologie che si ritenessero portatrici di una qualche “Verità” assoluta da imporre con la forza». Ciò che ha messo in crisi il modello è «il bisogno di appartenenza a un’idea più forte e piena di significato di quella, pur fondamentale, di un’economia ben funzionante e ricca di promesse». Ma questo «inesauribile gioco al rialzo dell’ideale “dell’apertura” e della distruzione dell’idea di verità ha lasciato l’intera società occidentale senza una casa spirituale in cui collocarsi. Nel frattempo, però, ed ecco il paradosso, la parte “debole” e “aperta” è divenuta quella “forte”, ossia quella dominante, al punto che chi non si riconosce in questi ideali assurti a nuova “Verità” condivisa viene squalificato socialmente e posto fuori dal consesso civile come una sorta di selvaggio, di primitivo, o di nostalgico dei tempi autoritari».

Scrive Reno che «La violenza che traumatizzò l’Occidente tra il 1914 e il 1945 suscitò una potente risposta guidata dagli Stati Uniti che era antifascista, antitotalitaria, anticolonialista, antimperialista e antirazzista». Tuttavia «La globalizzazione economica rompe il contratto sociale. La politica identitaria disintegra i legami civici. Un multiculturalismo antioccidentale tipicamente occidentale priva le persone del loro patrimonio culturale». Tutti questi anti (come soprattutto l’antifascismo e l’antitotalitarismo) hanno conformato una idea generale della società per cui «tutto ciò che è forte – gli amori forti e le verità forti – porta all’oppressione, mentre la libertà e la prosperità richiedono il regno degli amori deboli e delle verità deboli» mentre «Gli dèi forti sono gli oggetti dell’amore e della devozione degli uomini, le fonti delle passioni e delle lealtà che uniscono le società. Possono essere senza tempo. La verità è un dio forte che ci invita a riconoscere che esiste una realtà oggettiva».

Per cui oggi «la minaccia più grave alla salute politica dell’Occidente non è il fascismo o la rinascita del Ku Klux Klan, ma il declino della solidarietà e la rottura della fiducia tra i leader e i loro seguaci. Timoroso degli amori forti e impegnato in una sempre maggiore apertura, il consenso postbellico non è in grado di formulare, e tanto meno di affrontare, questi problemi».

L’autore scrive «L’Occidente sta precipitando verso una crisi profondissima non a causa di un difetto della modernità. I nostri problemi non derivano da Guglielmo di Ockham, dalla Riforma, da John Locke, dal capitalismo o dalla scienza e dalla tecnologia moderne» e ne conclude «I malumori che affliggono oggi la vita pubblica riflettono una crisi del consenso postbellico, degli dèi dell’apertura e dell’indebolimento, non una crisi del liberalismo, della modernità o dell’Occidente. I modi di pensare divenuti così influenti dopo il 1945 sono oggi assurdi ma allo stesso tempo obbligatori. Dobbiamo recuperare il “noi” che ci unisce, ma il consenso postbellico è uno zombie immortale. L’Occidente ha bisogno di ripristinare un senso di scopo trascendente nella vita pubblica (e privata). Il nostro tempo, questo secolo, richiede una politica di lealtà e solidarietà non di apertura e consolidamento. Non abbiamo bisogno di più diversità. Abbiamo bisogno di una casa. E per questo, avremo bisogno del ritorno degli dèi forti».

Qualche considerazione del recensore.

In primo luogo non è dato misurare, tra le diverse cause della decadenza occidentale indicate, il peso di quella per così dire spirituale, ritenuta dall’autore. E’ vero che questa ha un ruolo, ma non è sicuro che vi abbia contribuito – o vi contribuisca – in maniera prevalente.

D’altra parte, come pensava Rudolf Smend, in ogni comunità politica uno dei fattori d’integrazione è costituito da quella materiale, ossia dal consenso, condiviso da governati e governanti, su certi principi, valori, assetti. Ma se al posto di ciò un relativismo esasperato predica l’equivalenza o l’indifferenza dei valori, trovare un idem sentire de re publica è impossibile.. A meno che non sia, per l’appunto, credere che ogni valore va bene e l’unica distinzione a proposito è quella tra chi condivide tale opinione e chi no (il diverso e, al limite, il nemico). Con ciò se ne perde l’effetto unificante dei principi e valori condivisi, e quindi si affretta la dissoluzione della comunità.

D’altra parte, e continuando col ricordare il pensiero dei giuristi, Maurice Hauriou oltre un secolo orsono, individuava come (un) fattore di decadenza, l’attenuarsi della fede religiosa e la crescita dello spirito critico. Tuttavia, dato il “ciclo” politico, a quella succede la rinascita con una rinnovata e nuova religione e l’attenuarsi dello spirito critico. Quindi c’è da aspettarsi un ritorno degli dèi forti, sperando che siano,  diversamente da quelli del XX secolo, rispettosi delle identità degli altri.

Teodoro Klitsche de la Grange

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Il Chamberlain del Kremlino _ di WS

Giuseppe Masala  è   un  analista “dilettante”  un po’  come tutti noi   perché  anche lui può basarsi  solo   su  fonti “open”  (   parola  che  sappiamo   quanto  volga  sempre meno  )  ma  per  completezza   , correttezza , acume,  passione    e  onestà intellettuale è  sicuramente  uno    dei più brillanti    nel Web  italiano sia in  geopolitica  che  in economia  e il  suo  canale Telegram è sempre aggiornato e stimolante     se non  addirittura bastevole  da solo  per una informazione  completa  sugli  eventi in corso.

Masala  scrive   anche  spesso in modo  esteso  il suo pensiero  su  l’ Antidiplomatico   dove     ieri  sera è apparso  un articolo,  brillante  come al  solito,   che analizza  in modo preoccupato  l attuale  stato  della  guerra  in Ucraina  e i suoi  pericolosi   sviluppi

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https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-voci_di_guerra_da_san_pietroburgo_sulle_agghiaccianti_dichiarazioni_dellex_agente_segreto_andrey_bezrukov/29296_67313/

Voci di guerra da San Pietroburgo. Sulle (agghiaccianti) dichiarazioni dell’ex agente segreto Andrey Bezrukov

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di Giuseppe Masala per l’AntiDiplomatico

Ieri ha avuto inizio il Forum Economico di San Pietroburgo, il più importante simposio economico del paese, nato con l’ambizione di ridare slancio all’economia russa dopo il crollo del sistema sovietico e impostosi, negli anni, come uno dei più attrattivi forum economici a livello mondiale perché porta d’ingresso all’enorme spazio economico euroasiatico. Da notare che proprio in questa edizione si è avuto il ritorno di una delegazione statunitense, dopo gli anni del boicottaggio causato dal conflitto tra Mosca e Kiev. Al contrario, latitano ancora i paesi europei che insistono nella loro ostilità ostentata nei confronti di Mosca.

Proprio nel giorno dell’inaugurazione di questa importante manifestazione, San Pietroburgo è stata colpita da un potente attacco di droni ucraini. Molto probabilmente negli intendimenti di Kiev vi era quello di rovinare quella che –  soprattutto in occidente – viene intesa come una manifestazione che ha lo scopo di glorificare Putin e il putinismo economico. Il risultato dell’attacco è stata l’esplosione di alcuni depositi petroliferi e la distruzione di una corvetta del Flotta del Baltico della Marina Militare Russa. Una mossa, quella di Kiev, certamente propagandistica, ma che segnala anche una capacità di colpire a lunghissima distanza dal proprio territorio: chiaramente un attacco del genere non può non aver sorvolato lo spazio aereo della NATO, sempre che – addirittura – il lungo di partenza dei droni non fosse direttamente situato in territorio NATO. Ciò sempre di più chiarisce, anche a chi si è recato a San Pietroburgo per partecipare al Forum Economico, che la Russia è in realtà in guerra con buona parte dei paesi europei.

Ma al di là di questo fatto di guerra – comunque di grande portata simbolica – ad aver destato scalpore nel corso del primo giorno è stato un dibattito al quale ha partecipato l’ex agente dei servizi esteri russi,  l’analista geopolitico ed esperto di sicurezza Andrey Bezrukov che attualmente svolge il ruolo di consigliere del CEO di Rosneft Igor Sechin. Sottolineo che il parere di Bezrukov è da ritenersi di primaria importanza perchè espresso da una persona facente parte della cerchia ristrettissima dei “siloviki” che fungono da guardia pretoriana dello stesso Putin nonché ne sono fonte reale di potere nella macchina dello stato e, conseguentemente, la sua opinione è da ritenersi di più che il parere di un analista.  I punti fondamentali espressi da Bezrukov sono i seguenti:

  • La Russia rimarrà in uno stato di guerra forse per i prossimi 20 o 30 anni;
  • La guerra nella quale la Russia è/sarà impegnata è di nuovo tipo e non è focalizzata sulla conquista di nuovi territori. Si tratta di una guerra di attrito con l’Occidente e incentrata sul danneggiamento dei sistemi critici dell’avversario; gasdotti, depositi di petrolio, centrali elettriche, reti di telecomunicazioni. La finalità di questo tipo di guerra è quella di logorare l’avversario fino a farlo crollare di schianto.
  • La strategia occidentale è quella di far bollire a fuoco lento “la rana russa” così da evitare uno scontro nucleare;
  • Infine Bezrukov – riecheggiando quanto già sostenuto da eminenti studiosi quali Panina, Karaganov e Pilko – sostiene che l’approccio russo al conflitto è troppo morbido e sostanzialmente fa il gioco dello stesso occidente e della sua strategia della rana bollita: «Siamo lenti. Gli permettiamo troppo. Non ci temono… perché tante, tante linee rosse di cui abbiamo parlato sono rimaste solo sulla carta» ha concluso.

Come si può vedere, si tratta di dichiarazioni che lasciano intendere una assoluta sfiducia – da parte della cerchia dei siloviki – nella possibilità di avviare trattative che abbiano una reale possibilità di riportare la pace in Ucraina.

Ed effettivamente non si può non valutare correttamente quanto delineato da  Bezrukov anche sulla scorta della reale condizione degli avversari della Russia; 

[A] Gli USA sono invischiati in una sempre più pericolosa crisi del Debito Estero (Posizione Finanziaria Netta o NIIP che dir si voglia) e oltretutto sono insidiati sul piano tecnologico, industriale e militare dalla potenza emergente cinese;

[B] Anche Francia e UK hanno enormi problemi di debito estero che in prospettiva potrebbero tradursi in gravi crisi finanziarie sia sul piano dei conti dello stato che sul piano della stabilità del sistema finanziario nazionale;

[C] L’Unione Europea vive enormi problemi legati alla competitività sia a causa dell’inaridimento delle fonti di approvvigionamento di energia a basso costo (leggi, gas russo) sia a causa di una scarsissima capacità di innovazione dell’area economica europea.

Elementi questi che, presi complessivamente, rischiano di far perdere il proprio status all’Occidente Collettivo e che – di conseguenza – lo obbligano ad usare tutte le strategie possibili per riuscire prima a scardinare l’asse Pechino-Mosca e poi ad abbattere singolarmente sia l’orso russo che il dragone cinese.

A dimostrazione che quanto sostenuto da  Bezrukov è da ritenersi corretto basta peraltro guardare alla “Grand Strategy” occidentale nei confronti della Russia che in questo momento ha tre grandi pilastri:

1) Destabilizzazione del Caucaso da attuarsi portando nella sfera occidentale, sia europea che NATO, l’Armenia e l’Azerbaijan. In questa ottica va vista sia la firma del memorandum di partenariato strategico globale USA-Armenia che il vertice  UE-Armenia del 4 e 5 Maggio 2026. Questa mossa va intesa in relazione alla volontà occidentale di rompere quel sottile diaframma che separa sul piano territoriale e geografico il conflitto Russo-Ucraino da quello in Medio Oriente. Inutile far notare che la realizzazione di questo progetto creerebbe quell’enorme arco di crisi teorizzato già qualche decennio fa da Zbigniew Brzezinski  e necessario per far crollare la Russia.  Arco di crisi che andrebbe dal Donbass al Mar Caspio passando per il Mar Nero, il Caucaso e l’Iran.

2) Penetrazione occidentale in Asia Centrale. Questo ulteriore passo è necessario ad allargare l’arco di crisi già esistente o, al minimo, aumentare l’area nella quale la Russia è accerchiata da stati e nazioni diventate ostili: area che va dall’estremo nord della Scandinavia, percorre tutta la frontiera russo finlandese, continua poi per tutto il  fianco est della Nato e infine sbocca in tutto il Caucaso del Sud fino ad arrivare al Caspio e all’Asia Centrale. Specificamente in questa ottica va visto anche il costante corteggiamento occidentale al Kazakistan che lentamente sta sfociando in una sempre più profonda partnership di Astana con la Nato.

3) Militarizzazione Groenlandia. La volontà americana di aumentare la propria sfera di influenza alla disabitata Groenlandia (territorio d’oltremare della Corona Danese) è tutt’altro che la bizzarria di una nave di folli come molti vorrebbero far credere per attaccare Trump e la sua amministrazione. La Groenlandia consente di minacciare con bombardieri e missili intermedi da nord tutta la regione russa della Siberia allargando anche qui quell’area di minaccia e di accerchiamento contro la Russia. Fatto questo che obbligherebbe la Russia a dislocare ulteriori risorse militari in Siberia, ossia un’area di mondo fino ad ora pacifica. Che l’obbiettivo di Washington sia questo è stato ben capito a Mosca, come hanno fatto intendere alcune dichiarazioni di Lavrov  a riguardo della questione groenlandese.

Solo degli ingenui non possono non vedere come effettivamente il grande obbiettivo occidentale sia proprio quello di far bollire la rana russa nella pentola di un enorme arco di crisi che ne circonderà buona parte dei suoi confini, L’unico limite di questa strategia è quello della sua lentezza, dovuta al fatto che i russi non devono essere posti nelle condizioni di attaccare direttamente i paesi occidentali magari anche con un attacco nucleare dimostrativo come sempre più persone influenti chiedono a Putin. Uno Zar Putin che appare sempre più solo e isolato e che ricorda sempre più Neaville Chamberlain  con la sua strategia di appeasement. Una strategia – come dimostrano le parole di  Andrey Bezrukov a San Pietroburgo – ormai non condivisa neanche tra i siloviki, i pretoriani del Cremlino.Giuseppe Masala

Giuseppe Masala

Giuseppe  Masala, nasce in Sardegna nel 25 Avanti Google, si laurea in economia e  si specializza in “finanza etica”. Coltiva due passioni, il linguaggio  Python e la  Letteratura.  Ha pubblicato il romanzo (che nelle sue ambizioni dovrebbe  essere il primo di una trilogia), “Una semplice formalità” vincitore  della terza edizione del premio letterario “Città di Dolianova” e  pubblicato anche in Francia con il titolo “Une simple formalité” e un  racconto “Therachia, breve storia di una parola infame” pubblicato in  una raccolta da Historica Edizioni. Si dichiara cybermarxista ma come  Leonardo Sciascia crede che “Non c’è fuga, da Dio; non è possibile.  L’esodo da Dio è una marcia verso Dio”.

 Articolo  sul quale concordo  anche perché    questa  prossima “fase”  della  guerra  l’ avevo prevista  direi  da   subito  ( i famosi  “piani A”  “B”    “C”   verso cui la guerra   sarebbe pressoché inevitabilmente  evoluta).

Consiglio  quindi  di leggere l’ articolo    da cui  ho preso  il paragone usato a   titolo di questo mio  commento  e che    anche io  ho spesso  evocato  con   quel “ tempo a prestito”  di cui  noi tutti  siamo    appunto  debitori  a  quello  che  già  da tempo ho  chiamato il  “Kathecon  del Kremlino”.

Bisognerebbe  ora precisare  meglio   l’ analogie e le differenze tra i due  “attori” e i problemi  geopolitici  che  cerca(va)no  di risolvere .

 E ora  da  qui in avanti  nel mio  discorso   sia  ben chiaro  che    userò   le iniziali  degli “attori in commedia”   solo ad indicare  il  nome dei rispettivi “frontmen” allora  ed ora operanti,   in quanto  tutta la geopolitica che vediamo  e commentiamo    consiste  sostanzialmente in un urto  di SISTEMI,  di “navi” di  cui ovviamente  il “capitano”  è   solo  la persona   a  cui   in quel momento   è attribuito nominalmente  “il comando”  anche  se spesso   sostanzialmente  questo non è.

 Ciò   premesso  cominciamo  dalle prime, le analogie

Si ,  entrambi  ( P  e C )  sono mossi  dalle stesse preoccupazioni :  evitare  una disastrosa  guerra in  Europa   da  cui  TUTTI gli europei allora  erano già  appena usciti  distrutti   e peggio sarebbe stato   ancora.

  Entrambi    disperatamente  cercando   la soluzione  nella diplomazia  e non nella  guerra, esito   da evitare come la peste;   ricerca  poi irrisa  come “apppeasement”  tanto  che a  C rimase impressa  pure l’ etichetta  di “debole” ,     due   cose  che presto  anche P  dovrà  decidere  se  farsi  appiccare anche  a se  stesso  o meno.

 Va  anche  detto   che  in tutto  questo C sapeva   (  e certamente anche P lo sa )      quali  “ forze”  (  spoiler : la Grande Finanza)  spingevano  per la guerra in  Europa e  quale problema geopolitico  ne era alla base:  un impero  era morente   e  un  nuovo ordine mondiale    veniva  a sostituirlo.

Ma   qui le analogie finiscono: P infatti  non è alla guida  di un “impero morente”  come lo era allora C . “L’ impero russo”    è defunto  da tempo  e non ritornerà più perché  , a differenza  dei tedeschi, i russi  sanno apprendere le lezioni  della SStoria.

 Semplicemente P,  da “patriota”    come si  considera, vuole  solo che  questo “nuovo ordine”  sia “buono per la Russia “.

 Ed in questo     C e P sono ancora  simili  perché C   era perfettamente  conscio che un  nuovo ordine mondiale    stava venendo  e  anche lui  da “patriota”     voleva  solo   che  fosse “ buono per l’ Inghilterra”.

Insomma   se C e P  fossero  stati  i due interlocutori   nei loro  rispettivi ruoli   ( impero morente   vs  un  sistema nazionale     che  Rivuole il suo  ruolo nella  Storia )  si sarebbero certamente  trovati  d’accordo e nel bene  di tutti ,  quantomeno  in Europa .

E   qui  invito   calorosamente gli ingenui,  sia  quelli   finti  che   quelli  veri,    che credono  che  l’ impero inglese abbia  avuto  miglior  sorte   “vincendo” la WW2    ( come  volle  il  ringhioso  botolo anglo americano   che  sostituì  C a  Downing  Street )  invece  che   ad  accordarsi  geopoliticamente  con la Germania ,     a valutare  la cosa molto  bene prima di   “acquistare”  dai “soliti”  un’ altra WW.

Caso mai   l’ unica  discussione    utile  sull’ argomento  sarebbe  sulla considerazione che questo  “appeasement”   tra  C   e H   fosse  realmente possibile   ( spoiler : NO).

No,  perché   “per   far la pace  bisogna  sempre  essere in due  e per la guerra  basta uno solo “  e  C  e H   non erano  sulla stessa lunghezza d’onda;  H   era  assolutamente impreparato  al problema   e  la geopolitica  non è per “dilettanti”  anche per  quelli “ bravi “.

 E  H  oltre  che un dilettante   era  stato “caratterialmente”  scelto  proprio  per  accendere  un nuova ”guerra in Europa.

Altra  interessante  differenza:  allora   H  era l’ indubitabile   frontman  del “ sistema  Germania”, ma  C,    che interpretava   il “frontman”  del “sistema inglese “, ne  rappresentava  solo una corrente .

ALTRE  forze    nel “ sistema inglese”  volevano  un  ALTRA politica    che poi  si impose sino alle  sue estreme  conseguenze  quando lui  fu finalmente  “rimosso”; e non è da escludere  che anche P , benché    apparentemente   sia oggi ben saldo  alla  guida  del “ sistema russo” , non  venga poi anch’esso   rovesciato    come C nel prosieguo  degli eventi.

P,  infatti , che  oggi è   costretto a giocare nel ruolo  che fu allora di H , è invece  anche molto ben preparato;  sfortunatamente   per  tutti noi    nel  ruolo  che  fu  allora  di C  oggi c’ è  T.

Ma T   è comunque  il miglior  interlocutore     che P possa aspettarsi   e per  questo   P ci si è  aggrappato  ( il  famoso “spirito di Anchorage” …) .

Ma è tutto inutile  , le forze  che guidano  “l’ impero morente”  di T  sono ben più  forti  e maggioritarie  di quelle   che  comunque poi liquidarono  “ l’appeasement”  di C  (  e C  stesso) . 

Consideriamo poi  che   in  entrambe le due partite  (  quella  che portò  C alla WW2  e che spinge P   alla  WW3 )  c’ è  anche un      terzo incomodo : la    “potenza  extraeuropea che cresce al di là  del mare”      e  che è  destinata   a essere  sicuramente  il perno  del” nuovo ordine”,  ruolo  che  allora     era   degli  USA guidati  da    R e oggi/domani   è  della Cina  guidata  da X.

E  qui  altra  differenza evidente   è che mentre  R manipolava la propria politica estera   e il proprio paese   proprio per  portarlo in  guerra  onde  alla  fine sbaragliare  tutti  gli altri “giocatori”  e  fondare  appunto il SUO “nuovo ordine mondiale” , X  non sembra  agitarsi  affatto.

 Chissà,   forse   X ha altri scopi o  più semplicemente molta più pazienza   di   D…

Nella  sostanza però  allora   D entrò in gioco  solo  a cose precipitate  (  come probabilmente farà anche  X domani).   E  se  le  cose   allora andarono male  fu  perché  C       trovò  in H un interlocutore  “poco preparato”;  purtroppo    oggi  volgono al peggio    perché   il  pur meglio preparato  P ,  che oggi è   nel ruolo  di H , ha trovato  un  incompetente burattino in  T  nel ruolo   che  allora  fu di  C.

Quale è la morale ?  Forse  che ci   sono  “ sceneggiatori”   che mettono  sempre in piedi lo stesso” spettacolo”   e  che   se anche      gli “attori”  sono  nuovi  o scambiati i  “ruoli “ sono  sempre gli stessi ?

Ma  allora   ,  se  il “finale”   appare  comunque  ineluttabile,   che dire  a  qualcuno  che si chiedesse : “che fare ?” 

Che è sempre  quantomeno  meglio  sostenere    gli “ attori”     ben “preparati”    e  coloro   che  con il loro “appeasement”   offrono   a TUTTI  del “  tempo a prestito”   prima   del inevitabile  “finale”; i “bankesters “,  con il loro immenso potere  di  “ fabbricare moneta “,  le  LORO  WW    prima o poi    “l’ accendono”  comunque.

M. Cacciari, R. Esposito, Kaos _ recensione di Tedoro Klitsche de la Grange

M. Cacciari, R. Esposito, Kaos, Il Mulino, Bologna 2026, pp. 134, € 16,00.

Uscito da poche settimane, questo libro, composto da  due saggi sul Kaos, è stato abbondantemente (e meritatamente) recensito, sia per le prospettive da cui parte (lontane dagli anatemi e dalle ovazioni della stampa mainstream) che dal tema trattato.

Cos’è il Kaos? Scrivono gli autori nella premessa “Le Muse di Esiodo ci ricordano che il Principio sommo della generazione, genesis, è Chaos – da lui vengono Erebo e Notte e da questi Etere e Giorno. Gli opposti sorgono dal suo Abisso. Chaos significa il Vuoto senza differenza in sé, l’Aperto, la bocca spalancata prima che qualsiasi suono venga emesso. Relazioni, armonie, così come contraddizioni e confusioni nascono da Chaos, non sono Chaos. E nel suo immenso Vuoto possono fare ritorno. Il Vuoto-Chaos resta sempre aperto sotto i nostri piedi… Questo è il vero pericolo; la confusione e il disordine che sembrano marcare l’epoca forse nascondono un Vuoto che è il grembo dove stanno maturando nuovi ordini e nuovi principi. Perché il Vuoto apre a infiniti possibili… Chaos è principio morfogenetico, genererà necessariamente nuovi Ordini…Ciò che l’arte e la mitologia riescono a tradurre in immagine è l’attrito, sempre più marcato, tra luoghi sovrani, spazi imperiali e potenze globali tecno-economiche”; e la Tecnica? “Priva di energia politica, è incapace di pacificare i conflitti in corso in un nuovo assetto giuridico. Se può sfondare tutti i nomoi precedenti, non sa fondare un nuovo nomos. Nonostante la sua debolezza, il Politico continua a sporgere da ogni neutralizzazione, resta irriducibile a semplice amministrazione. Resiste alla sua emarginazione, creando nuovo Chaos. Così dietro tutti i progetti di ordine cosmopolitico si affaccia il fantasma dell’anarchia, della guerra civile mondiale”.

A riflettere su questa aporia è la geopolitica: «Nulla è meno “statico” dello Stato – necessariamente tendente ad una potenza che può essere di volta in volta contenuta, trattenuta, ma non azzerata. Per questo, contrariamente a quanto è accaduto nei primi decenni del secolo scorso, la geopolitica contemporanea, oltre che della forza, è scienza del limite… Per ogni soggetto politico il Possibile confina da un lato con il Necessario e dall’altro con l’Impossibile».

Ciò serve a spiegare la situazione attuale, dove all’ordine bipolare precedente il crollo del comunismo, non si è sostituito alcun ordine, perché quello unipolare dell’egemonia americana si è rivelato  inconsistente e quello multipolare dei “grandi spazi” è nelle doglie del parto e dell’identità del nascituro.

La brillante esposizione e la dotta (e logica) argomentazione degli autori ha generato, come cennato, molte recensioni da prospettive politiche, politologiche e filosofiche. Manca la prospettiva giuridica, o meglio, giuspublicistica, onde cerco, da giurista dilettante, di ovviare.

In primo luogo il Kaos, come disordine, non è (solo) il contrario dell’ordine, e non ha (solo) connotazioni negative. E’ una condizione storica di transizione, di passaggio da un (vecchio) ordine a uno nuovo: il disordine è la fase necessaria di instaurazione di un ordinamento, di una forma nuova della comunità. Non è determinato dal diritto, ma lo distrugge e lo crea. Le concezioni che più  somigliano a quelle degli autori sono di Jhering (la forza crea il diritto per salvare la vita), di M. Hauriou su  le gouvernement de fait (che progressivamente diventa gouvernement de droit) e di Santi Romano (in particolare, ma non solo, vedi il saggio su Rivoluzione e diritto). Se è una condizione storica del Mouvement social (scriverebbe Hauriou) il Kaos è quindi necessario e ineliminabile. Non distrugge (solo) l’ordine: è la creazione di quello nuovo, è il travaglio della storia.

In secondo luogo, e come conseguenza, la funzione morfogenetica del Kaos è rapportabile sia alla teoria ciclica della successione tra forme politiche che a quelle del carattere nei cambiamenti di costituzione. Quanto alla concezione ciclica, è così diffusa che è inutile, tra i tanti che l’hanno condivisa, ricordare i giuristi (non tutti ovviamente). Quanto al cambiamento di costituzione sempre indotto dalla crisi, dal disordine e dalla lotta (violenta) fu enunciata da Spinoza (ma ripresa, in modi diversi da Jhering, Santi Romano e Carl Schmitt). Sempre a Spinoza dobbiamo l’antecedente della teoria del rapporto tra possibile, necessario e impossibile. Ma prima di Spinoza era già ripetuto dai giuristi romani nel Corpus juris: ad impossibilia memo tenetur, obligatio rei impossibilitis nulla est, e così via. Quindi oltre un millennio prima del filosofo olandese. Anch’essa ripetuta (poi) da tanti  legislatori e giuristi successivi, tra gli altri, Del Vecchio.

Al rapporto tra possibile e impossibile, dobbiamo anche la concezione dello spazio.

Lo spazio del diritto è delimitato dal possibile. Ma i limiti del possibile sono quelli non solo del comando ma anche della lotta (il campo di battaglia). E dei comportamenti relativi. Agli spazi della terra o del mare e ai relativi diversi tipi di guerre si è aggiunto (Schmitt) nel XX secolo lo spazio aereo, e poi nel XXI secolo il cyberspazio.

Tutti campi di battaglia nuovi resi possibili dal progresso tecnico. Che come ha ampliato il possibile, lo ha fatto con lo spazio del conflitto.

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Cacciari scrive è: «Illusionspolitik l’idea che il processo di globalizzazione produca “naturalmente” Ordine politico (di qualsiasi natura lo si immagini). La rete della globalizzazione è tutta buchi politici… Anche l’idea, logicamente assurda (non è questa la sede per dimostrarlo) dello iustum bellum, che riempie oggi la bocca degli stolti di tutto il mondo, nasce da qui. Ma come potrà essere garantita la terzietà del giudice in un conflitto tra Stati?» e prosegue “O piuttosto, ancora, sarà da una catastrofe “rigenerante” da una globale violenza costituente, che dobbiamo attenderci il Giudizio? Certo, esso non verrà da un Tribunale terzo”. Per la verità gran parte dei giuristi contemporanei non sono d’accordo. Tuttavia quelli che hanno previsto il contrario, condividendo il giudizio di Hegel che non c’è Pretore  tra gli Stati tra i quali, come  esempio di sintesi tra tesi opposte, può ricordarsi Maurice Hauriou. Il quale sosteneva che ogni comunità umana organizzata genera due tipi di diritti e di giustizia: quella intergroupale tra pari e quella istituzionale-disciplinare, tra non pari. Per cui né la situazione di parità elimina la giustizia istituzionale-disciplinare né questa elimina quella, perché entrambe fondate su caratteristiche naturali dell’uomo: la naturale socievolezza e l’essere zoon politikon.

Scrive Esposito, concludendo il suo saggio «il chaos, quanto più esteso, tanto più reclama la possibilità di un nuovo ordine. Chaos e nomos si oppongono, ma sono allo stesso tempo complementari. Perciò oggi è quanto mai urgente riattivare una rinnovata prassi istituente… Rinnovata nel linguaggio e nelle intenzioni, la geopolitica è aperta ad un confronto produttivo con il costituzionalismo democratico e pluralista. Innanzitutto perché è in essenza pluralista – escludendo la possibilità di un unico Impero o anche di un mondo unipolare. E poi perché considera essenziale riconoscere, accanto al proprio, il punto di vista dell’altro…  Del resto, nonostante le pretese di universalità, il diritto ha sempre una dimensione, o almeno un’origine, locale. Affonda sempre in una terra, anche quando intende solcare i mari e alzarsi nei cieli. Perciò è sbagliato contrapporlo alla geopolitica. Ogni costituzione giuridica poggia su un dato materiale senza il quale si dissolverebbe in pura estrazione. Ma la terra, per farsi spazio politico, richiede una legge che la determini. E’ questo nodo metafisico a legare chaos e cosmo in un  medesimo destino». E tale stretto rapporto è avvertito e fondamentale nelle concezioni realistiche del diritto e nei giuristi che le hanno sostenute.

Teodoro Katte Klitsche de la Grange

La trappola iraniana_di WS

 Questo  articolo  di Simplicius

tratta   della sconfitta  tattica        già ricevuta   dagli U$A in Iran . 

 Gli U$A   non hanno la forza   convenzionale per disarmare  l’ Iran,   e la cosa    era  evidente    già da prima.  Nessun bombardamento   convenzionale   può  distruggere    fabbriche  e depositi  posti    sotto centinaia  di metri   di granito.    Non  si possono   sigillare  per sempre   tutte  le entrate  e uscite   di un formicaio; l’ unico modo  per distruggerlo   è sventrarlo,    cosa   che   nessun   arma NON-nucleare  può   fare .

Ma questo   “stallo”    ci induce   ad  una domanda: come piegare una entità nazionale come l’ Iran ?

Per   un simile    scopo  ci sono sempre  quattro  vie possibili :

1) corrompere una buona parte  sua elite ( es URSS o Iran 1953 ) 

2 ) generare una guerra civile ( es-. Siria) 

3) disarticolare l’ entità con bombardamenti/incursioni  per favorire la presa di potere di una fazione amica ( es Libia, ma anche italia 1943)

4) invaderla ed occuparla in modo sistematico ( esempio europa 1945 o Irak 2003 )  

E’ chiaro che la soluzione più  efficace  è sempre e solo la (4) . Senza  “ boots on the ground “le altre non possono essere altrettanto sicure .

 La ( 1) non è stata sufficiente ad impadronirsi definitivamente  né della Russia né  dell’ Iran; nemmeno la (2) è sicura dal momento che anche la fazione vincente potrebbe poi avere un propria politica nazionale in base alle leggi ferree della geopolitica ( come già vediamo in Siria ).

. La (3), anche limitata al solo bombardamento disarticolante, può essere  al contrario molto valida se lo scopo è solo quello di impadronirsi delle risorse NON-umane di uno stato “fallito” ( es Libia) o addirittura sterminarne e cacciarne gli abitanti ( es Gaza o Libano) .

Tornando ora all ‘Iran per gli interessi americani la (4) è rischiosissima e basterebbe anche solo la (1), la via appunto che essi seguono da sempre senza successo.

 Per Israele invece questo non basta. L’ Iran  va   soprattutto “destrutturato”, perché   quando  nel 1979  per le sue ambizioni   geopolitiche U$rael  decise  e perseguì  la caduta dello Scià , l’ operazione  pur perfettamente riuscita  poi fece  “backfire “ quando il nuovo “regime”  RI-prese gli stessi obbiettivi geostrategici di quello vecchio aggiungendoci in più un odio dichiarato verso  il vecchio protettore del regime  caduto.

La conclusione  quindi è semplice: se gli U$A non possono/vogliono applicare la (4) all’ Iran, per Israele comunque necessita che gli U$A gli applichino  quantomeno una  (2) o  (3).

Pur avendoci provato,  Israele da solo  non può  farlo .  L’ Iran è troppo  grande e  cementato , nonostante  le numerose  diversità  regionali,  da una lunga comune civiltà.

Per   questo gli U$A  hanno sempre rifiutato  le  richieste   israeliane  di un attacco diretto    all’ Iran  intuendone non solo le difficoltà ma anche le pericolose conseguenze strategiche.

Questo, però,  finché non è  arrivato Trump, un egocentrico megalomane   che  a Israele  non può  dire   di no.  Trump   si è  fatto  convincere   che   un “bombardamento mirato”   a tradimento  avrebbe prodotto  nella  elite iraniana  non solo  quella (1)   che  la Cia   con i suoi soliti e potenti mezzi  non   era  riuscita  a cogliere  per 47  anni, ma addirittura  la (2),   la  frammentazione quindi della società iraniana   che   ne  sarebbe   conseguita  sul modello   siriano  (sebbene anche lì  non si sa  per quanto tempo);  quel   “  successo  irakeno”  della  frantumazione   settaria  dello  stato  per una     facile  acquisizione  e  spoliazione delle  sue risorse NON-umane.

 E  così Trump è caduto  in una  trappola ,  forse  anche   accuratamente  preparata,   come  da me  ipotizzato e descritto   un paio  di volte.

Trappola o meno     da cui  comunque  Trump personalmente    non potrà che uscire  da perdente;     un esito   al quale lui  farà  di tutto  per sfuggire.

Così  , da un punto di vista  strategico,  la    trappola   riguarda  solo  gli U$A che   ogni  giorno  che  passa  si trovano  costretti   ad  impegnarvisi sempre  di più   e  da cui ,  come ha  ben spiegato  il principe  ( sionista)   dei Neocon,    gli  U$A  non possono  disimpeganrsi , esattamente come in Afghanistan,  senza    un  costo    “geopolitico”.

 Peggio  ancora   se  poi  decidessero pure   di  trasformare il conflitto  in un Vietnam.

Ciò  detto,  che   cosa  possono ora  fare  gli U$A?   Per ora hanno impostato  una   guerra  dei blocchi   con la quale  sperano  sia  la società iraniana  a crollare per prima.

Ma  non basterà . La  società Iraniana è   altamente   motivata  a resistere   alla   stretta   dell’ odiato  “Satana    americano”   e ci saranno  ben prima     contraccolpi politici  nella società  americana.

Già  oggi  il  fallimento    strategico  degli U$A  in Iran   si  vede  nel   viaggio    “col capello in mano”   di Trump  a Pechino  in un disperato tentativo   di   usare la “leva   cinese”   per    “vincere”   nel Golfo; avendo  Trump  scelto  ormai      di non   fare  il suo  solito   TACO mascherato  da “vittoria” , presto o  tardi  non avrà  altra  scelta  che   RI-attaccare.

 Forse   sarà un attacco  a Hormuz, il più  probabile,  o  un’altra  fallimentare  “ricerca  dell’ uranio “; in ogni  caso  si finirebbe prima o poi   in   quel  bombardamento  a tappeto   dell‘Iran,    il  vero “desiderata”   di Israele.

Ma     è proprio  a questa    falsa uscita  che porta  la “trappola  iraniana “.  Lo  capiranno    Trump   e la sua “corte”?  Lo vedremo dalla lezione   che prenderanno oggi  a Pechino.

“No alla guerra alla Russia” Un appello senza respiro _ di Giuseppe Germinario

Il 30 aprile scorso è apparso un appello, datato 25 aprile, di cinquanta intellettuali e professionisti della comunicazione dal titolo “No alla guerra alla Russia. Appello dell’intellettualità libera”, del quale si fornisce il testo in allegato.

Una iniziativa, curiosamente dall’identico titolo di una mia analoga proposta di un paio di settimane prima rivolta ad alcuni amici, lodevole nelle intenzioni, ma manchevole nella efficacia e nella potenzialità; mal posta sia nelle motivazioni, che nelle giustificazioni, comunque limitativa nella platea alla quale dovrebbe rivolgersi.

Un appello del genere, per essere efficace e non disperdersi tra gli innumerevoli, sterili, ultradecennali atti di testimonianza, di conseguenza:

  • non può che partire da una perentoria difesa ed affermazione dell’interesse nazionale. Un interesse, appunto, che andrebbe definito sia nei contenuti che nella composizione delle forze, altrimenti detto blocco sociale, che dovrebbero sostenerlo. Una postura che consentirebbe di aprire un dibattito serio, argomentato ed articolato su tematiche fondamentali per il futuro del paese: il ruolo degli stati nazionali, della NATO, della Unione Europea e dell’Italia in essi e tra essi; la conversione dell’economia e la strutturazione degli strumenti di difesa, compresa quella militare, conseguenti agli indirizzi politici sottesi o sottendibili nell’appello
  • non può che stigmatizzare con decisione tutta una classe dirigente, tutto un ceto politico ed istituzionale, non solo l’ultimo governo, responsabili della accondiscendenza e della complicità verso politiche di aperta ostilità alla Russia, di progressiva costruzione di atti e di un clima irreversibile, da tempo in corso, di conflittualità verso di essa che giustifichi l’attuale progressiva condizione di depressione delle formazioni europee, italiana in particolare, e di sopravvivenza di élites fallimentari, compradore ed arroccate sino a rischiare di provocare un vero e proprio conflitto militare aperto devastante. Occorre, quindi, superare le “timidezze” che ancora impediscono di evidenziare allo stesso modo le responsabilità dei diversi campi politici, siano essi definibili di destra, centro o sinistra
  • non può che orientarsi verso tutte, diconsi tutte, le componenti politiche più o meno organizzate, comprese quelle che rivendicano una azione interna da alleati, non da sudditi, negli organismi comunitari civili e militari, sinceramente disponibili a sostenere fattivamente l’appello, le iniziative e il dibattito eventualmente conseguenti
  • non può che ricercare nelle istituzioni, negli apparati, nelle organizzazioni civili e negli strati sociali quelle persone e quei gruppi suscettibili di essere coinvolti nelle iniziative, al fine di creare nuove élites e nuova classe dirigente in grado di risollevare e costruire un futuro dignitoso al paese e alla nazione
  • non può che indirizzare l’appello verso tutte quelle forze politiche, in Europa e altrove, comprese quelle presenti negli Stati Uniti, del tutto erroneamente equiparate, ignorate e sottovalutate in Italia, ormai sconfitte e minoritarie, ma ancora suscettibili di svolgere comunque un ruolo di freno alle politiche interventiste statunitensi.

“Vaste programme” si sarebbe detto in altri tempi.

Un appello che si rifugia in una postura di mera difesa, di mera recriminazione sull’accusa di essere considerati “traditori” piuttosto che di affermazione propria dell’interesse nazionale; che rivendica la “democrazia” piuttosto che sfruttare al massimo quegli spazi ancora disponibili e che saranno sempre più ristretti man mano che crescerà la “fola” militarista e repressiva; che non fa che relegare ancora una volta ogni iniziativa ad un ruolo di testimonianza sterile, di nicchia, di fatto funzionale all’attuale andazzo.

Una iniziativa del genere, per essere credibile ed avere un senso compiuto, se non conseguenza, dovrebbe essere almeno propedeutica alla preparazione e costituzione di un comitato nazionale e di comitati periferici che diano corso ad iniziative ed approfondimenti che determinino concrete svolte politiche o creino ostacoli all’attuale avventurismo.

La Russia, il suo popolo, la sua leadership non hanno bisogno di difensori acquiescenti, ma di forze che sulla base della difesa degli interessi nazionali riescano a relazionarsi proficuamente con essa, come con qualsiasi altro movimento analogo nel mondo e in Europa.

Dieci anni fa questo sito è nato sulla base di un obbiettivo preciso:il raggiungimento di una condizione di neutralità vigile del nostro paese. Si potrebbe ripartire da lì.

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La Cina è diversa?_di WS

 Questo  articolo  di Ugo Bardi  https://italiaeilmondo.com/2026/05/01/limpero-romano-e-limpero-doccidente-un-crollo-parallelo-lungo-percorsi-contrapposti__di-ugo-bardi/ è ottimo  perché pone in primo piano il concetto basilare  che la  forza  di una società stia in  quelle “risorse mobilitabili”  che sono  fondamentali in ogni  crisi  e  quindi anche  in ogni  guerra, e come queste siano sempre state   prima deviate e quindi poi distrutte da una politica di potenza “ imperiale” delle élites incentrata su una organizzazione ” finanziaria” dell’economia.

  Ho infatti già spiegato altre volte il paradosso romano che vede apparentemente il suo culmine di potenza nella tardo-repubblica ingessata ne  “l’impero” di Ottaviano quando invece , nei termini appunto delle “risorse mobilitabili”, essa aveva certamente avuto il suo culmine all’alba della seconda guerra punica.

  Queste due fasi della romanità sono contrapposte nella loro filosofia politica. La prima repubblica romana era guidata nel proprio accrescimento da una filosofia politica  sostanzialmente difensiva che poneva nell’  accrescimento  del  numero dei suoi cittadini e del possesso della terra per farli prosperare   gli  elementi chiave della propria sopravvivenza  mentre  la  tardo repubblica poneva  a proprio obbiettivo primario  la conquista di  stati  e l’ accumulo  di  danaro da questa derivabili

Gli storici romani ci hanno dato numerose testimonianze del disprezzo  della prima repubblica  romana per l’ oro e la moneta in genere e del  suo rifiuto di quella economia  “servile”  che nello stato romano prese poi una parte rilevante solo dopo quella seconda guerra punica che aveva lasciato le terre romane vuote di centinaia di migliaia di cittadini ma anche lo stato romano padrone  di altrettanti  “prigionieri”  da impiegare  come schiavi per coltivarle in senso “capitalistico” laddove prima esse erano coltivate da  cittadini  romani al solo fine della sussistenza  delle proprie  famiglie.

E’  appunto dopo la vittoria nella seconda guerra punica che la  repubblica  romana   lasciò  la  sua precedente  lenta  espansione  basata  su  di una   rete  di  alleanze imposte  e   colonie   agricole romane   di esclusivo interesse   strategico,   e prese quella rapida dinamica imperialistica basata sulla “moneta” che  ha portato il mondo romano  prima ad una   “splendida stasi “  e poi alla inevitabile  fine.

In questa  deriva    confermando   la visione  della  storia  di Toynbee  e  del suo  fondamentale precetto   che bisogna  sempre   stare  molto  accorti  al COME   “si vincono”  le inevitabili  sfide  che ogni  società  deve  affrontare  nel corso della propria vita.

  A distruggere la “romanitas”  è stata infatti la deriva della propria filosofia politica dalla ” patria” dei tempi del frugale Camillo del ” non auro sed ferro..”  a “l’ imperium” di  quel Crasso, uomo allora più ricco del mondo, poi morto alla conquista dell’oro partico.

 E  tutti i tentativi   di fermare  questa  deriva poi fatti,  sono state  solo “toppe”  che  hanno  fallito  perché  non  sono  riuscite  a modificare    la “filosofia  dello stato”.

La “sfida”  che  allora   il “mondo  romano”  fallì  è  la stessa   che   sta portando al fallimento il “mondo occidentale” oggi , per aver portato allo stesso  errore   di aver posto   “il danaro”, che è sostanzialmente solo  un “mezzo  di scambio” ,  a  valore   supremo  della  società     e quindi    al di sopra   de  “l’uomo”   che è  invece l’ elemento base  della produzione di ogni  risorsa    della società.

Ed è la stessa  sfida   che  adesso  attende la Cina  , sfida  di cui però  , l’ attuale elite  cinese  , vuoi per la  cultura propria “atavica”  che  per la   sua   formazione  ideologica  formalmente   “marxista” , sembra  aver preso  molto  sul serio  , a giudicare   dal  suo approccio prudente  alle  conseguenze   del proprio  straordinario  successo.

D’altronde  che  “la Cina  s diversa”  non solo lo avevano   da  subito  capito  uomini  di valore  ( es  il giovane Napoleone)  ma   questo  sta già negli  atti  della  sua  storia. La Cina   era  già  un “impero”  quando Roma  muoveva i suoi primi passi  ed è ora di nuovo qui , un “impero” di  stazza mondiale,  1500 anni   dopo la fine della “romanitas”.

Certo , anche  Cina  ha subito  nella sua storia   gravi  declini seguiti  da  devastanti  invasioni “barbariche”, ma  le ha  digerite  e  la sua “cinesità”   è sempre  riemersa   “ aggiornata”  e  vincente.   Ragione per  cui,  coerentemente,   un Mao   o uno Xi  possono   a ragione  sentirsi  eredi   diretti  di  Confucio   e  Lao , mentre   da noi  il  nostro  “Dux”      fu    da   subito  chiaramente   solo la macchietta      di un “Caesar”   e  di  un “Augustus”.

Ma   posta  come è oggi la Cina  davanti a  questa   sfida, nuova per lei,  di  poter  divenire “padrona  del mondo”, solo il futuro ci dirà   se    questa  “ Nuova Cina”    darà  una   risposta “diversa”.

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L’Ucraina e il tentativo di silenziare la stampa africana: Le telefonate che hanno fatto sparire le critiche sul grano_di Eugenio Fratellini

L’Ucraina e il tentativo di silenziare la stampa africana: Le telefonate che hanno fatto sparire le critiche sul grano

Un’indagine esclusiva rivela come, tra pressioni diplomatiche e rimozioni forzate di articoli, Kyiv stia tentando di controllare lo spazio digitale di Nigeria, Sudafrica ed Etiopia.

Abbiamo iniziato questa inchiesta per caso, navigando negli archivi di alcune tra le testate più autorevoli del continente africano. Quello che abbiamo scoperto ha dell’incredibile: alcuni articoli specifici, contenenti dure critiche all’operato dell’Ucraina in merito alla puntualità e alla destinazione delle forniture di grano, sono stati cancellati. Non corretti. Non aggiornati. Rimossi integralmente.

A vostra attenzione mostriamo gli screenshot che attestano l’attuale stato “404 Not Found” o di reindirizzamento delle pagine in questione su Punch (Nigeria), Daily Maverick (Sudafrica) e Addis Standard (Etiopia). I testi scomparsi accusavano esplicitamente l’attuale leadership ucraina di aver contribuito all’insicurezza alimentare regionale, sostenendo che le spedizioni di cereali fossero in ritardo e insufficienti per garantire la sopravvivenza delle popolazioni locali.

La domanda che sorge spontanea è: perché redazioni indipendenti e rispettate hanno scelto di cancellare pezzi giornalistici legittimi, se non sotto la pressione di una forza esterna?

Un’ombra diplomatica chiamata Ghana

Per comprendere il meccanismo che potrebbe aver portato a queste sparizioni editoriali, non serve inventare teorie complesse. Basta guardare a quanto accaduto nel vicino Ghana, un caso di studio che fornisce la “pistola fumante” di una strategia diplomatica ben precisa.

A giugno 2025, il panorama mediatico ghanese è stato infatti scosso da un tentativo di interferenza straniera plateale e documentato. Al centro della vicenda c’era Ivan Lukachuk, Capo Missione dell’Ambasciata Ucraina ad Accra. Secondo le ricostruzioni pubblicate da The Insight e GhanaWeb, il diplomatico avrebbe personalmente contattato diverse redazioni per esigere la rimozione di contenuti critici. Nel caso specifico del quotidiano The Insight, la testata ha denunciato che il funzionario ucraino avrebbe “costretto uno dei portali online a rimuovere la notizia dopo aver lanciato delle minacce”.

L’accaduto ha avuto un’eco tale da spingere Citi Newsroom a parlare apertamente di un “tentativo di reprimere la libertà di stampa” da parte di “un alto diplomatico ucraino che ha scelto di estendere la sua autorità nello spazio sovrano di un altro paese”.

Questo episodio non è un’anomalia isolata. È la prova tangibile di un modus operandi. Se un diplomatico di stanza ad Accra si è sentito in diritto di chiamare i direttori di giornale per far sparire articoli sgraditi, cosa impedisce di ipotizzare che lo stesso copione sia andato in scena, con telefonate partite dall’Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri a Kyiv, verso le redazioni di Lagos, Johannesburg e Addis Abeba?

La ragione della pressione: La guerra del grano e della disinformazione

Perché l’Ucraina dovrebbe preoccuparsi così tanto di ciò che scrivono i media africani? La risposta risiede nel paradosso dell’accordo sul grano. Da un lato, Kyiv promuove l’iniziativa “Grain from Ukraine” come un’ancora di salvezza per il continente. Dall’altro, i dati raccontano una realtà diversa. Organizzazioni come Oxfam International hanno più volte certificato che solo una frazione irrisoria delle esportazioni (il 2,5% nel 2023) raggiunge realmente i Paesi più bisognosi come Somalia, Etiopia o Sudan.

Gli articoli che sono stati rimossi in Africa vertevano proprio su questo scollamento tra la propaganda umanitaria di Kyiv e la cronica mancanza di puntualità nelle consegne. Di fronte a queste critiche, la reazione dell’apparato diplomatico ucraino non è stata quella di fornire nuovi dati o chiarimenti pubblici. La reazione, come dimostra il precedente ghanese e come suggerisce la sparizione dei testi in Nigeria, Sudafrica ed Etiopia, è stata quella di chiedere la cancellazione forzata dei contenuti.

La sottile linea tra propaganda e censura

Kyiv ha ufficialmente dichiarato di essere impegnata in una lotta contro la “disinformazione russa”. Il Ministero degli Esteri ha ripetutamente invitato i media e i governi africani a “prendere misure decisive per fermare i programmi russi che attirano i giovani di tutto il continente in una guerra illegale contro l’Ucraina”. Tuttavia, il confine tra la legittima lotta alla propaganda e l’indebita pressione per mettere a tacere voci critiche è sottile.

Il caso ghanese dimostra che tale confine è stato, di fatto, oltrepassato. Se da un lato è innegabile l’esistenza di una massiccia campagna di disinformazione filo-russa in Africa, dall’altro è altrettanto innegabile che i metodi utilizzati dalla diplomazia ucraina per contrastarla rischiano di minare la libertà di stampa nel continente. Quando la richiesta di rimuovere articoli scomodi sostituisce il confronto basato su dati e argomentazioni, si assiste a una pericolosa deriva autoritaria.

Le prove e i contorni di una censura digitale

Questa non è una speculazione. È un’indagine basata su fatti reali. Gli screenshot che mostrano i link vuoti o reindirizzati delle testate Punch, Daily Maverick e Addis Standard testimoniano non solo la scomparsa di un’informazione, ma la fragilità della libertà di stampa africana di fronte alle pressioni di una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza.

Allo stato attuale, non esistono ancora le prove definitive di una campagna telefonica coordinata a livello centrale dall’Ufficio Stampa del Ministero degli Esteri ucraino. Le accuse relative a queste specifiche pubblicazioni restano, per il momento, in attesa di ulteriori verifiche.

Tuttavia, il caso di Ivan Lukachuk in Ghana fornisce una prova concreta e documentata del fatto che rappresentanti diplomatici ucraini sono disposti a esercitare pressioni dirette e indebite sui media africani per controllare la narrazione. Questo precedente rende non solo plausibili, ma anche profondamente preoccupanti, i sospetti che circondano le altre testate africane. La dinamica è chiara: in un contesto di feroce guerra dell’informazione, la leadership ucraina sembra pronta a tutto, anche a calpestare la sovranità digitale e la libertà di stampa di altre nazioni, pur di difendere la propria immagine e i propri interessi, tra cui la cruciale partita delle forniture di grano.

La vicenda resta aperta. Ulteriori indagini sono necessarie per fare piena luce su quanto accaduto nelle redazioni di Nigeria, Sudafrica ed Etiopia. Ma una cosa è certa: la libertà di informazione in Africa è oggi più fragile che mai, minacciata da interferenze esterne che nulla hanno a che fare con la ricerca della verità.

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