L’IPOCRISIA E IL DISGUSTO, di Augusto Sinagra

L’IPOCRISIA E IL DISGUSTO

Nessuna giustificazione per i violenti metodi tradizionali della Polizia nordamericana che frequentemente evidenzia anche aspetti di brutalità. Vanno tuttavia considerati gli “interlocutori” della Polizia USA, che molto spesso si caratterizzano per inaudita ed efferata violenza.
Non è questo il caso di George Floyd e a nulla rileva il fatto che egli fosse un pluricondannato per droga e per rapina a mano armata consumata in danno di una donna incinta nella di lei casa.
Ma da questo a far passare questo George Floyd come un martire e per di più un martire della presunta violenza razziale dei “bianchi” è cosa di inaudita ignobiltà.
Fuori dai commenti e da ogni diversa soggettiva valutazione dei fatti, sono i numeri che parlano e ci indicano come nella stragrande maggioranza dei casi gli afro-americani sono vittime di altri afro-americani; i numeri ci indicano come il numero delle vittime “bianche” ad opera dei “neri” siano sideralmente superiori alle vittime “nere” ad opera dei “bianchi”. Basta consultare i numeri e le statistiche.
Quello che è ancora più schifoso è che la morte di questo povero George Floyd venga biecamente strumentalizzata per basse finalità politiche, per alimentare, specialmente in Italia, un razzismo che non c’è e che se malauguratamente dovesse presentarsi, sarà opera proprio di falsi antirazzisti.
È così abbiamo assistito ad una moltitudine di “Black Lives Matter” inginocchiati a Roma, a Bologna e in altre Città d’Italia nel gesto di chiedere perdono. È stata patetica la foto di una giornalista televisiva che ricordava, inginocchiata anche lei, la morte di questo poveretto in America. Non ne faccio il nome per non darle la pubblicità alla quale il suo gesto era unicamente rivolto.
Ma quello che è stato più sconcertante è vedere la inossidabile Laura Boldrini e altri 4/5 patetici deputati inginocchiati, con le medesime false intenzioni e con la medesima rivoltante ipocrisia, nell’Aula della Camera dei Deputati.
Una foto chiaramente preordinata a fini ignobili di pubblicità. Personaggi questi che, senza vergogna veruna, strumentalizzano la morte di un poveretto per fini di bassa politica.
Preferirei pensare che si tratti di somma stupidità, vorrei pensare a gesti compiuti in buona fede. Purtroppo non è così. Si tratta di personaggi e di fatti che testimoniano non solidarietà per una morte che non doveva avvenire, ma un livello morale veramente basso.
Dove e quando questa gente si è inginocchiata per la atroce uccisione di Pamela Mastropietro o Desirè Mariottini? Come anche di tante altre vittime della violenza delle risorse “boldriniane”.

uomini piccoli in momenti tragici. Una conversazione con il professor Augusto Sinagra

I momenti drammatici mettono in luce inevitabilmente i pregi e i difetti di un paese. La crisi epidemica e la paralisi economica hanno evidenziato l’abnegazione di tanti cittadini, ma soprattutto la mediocrità del ceto politico e di gran parte della classe dirigente, la precarietà degli assetti istituzionali. L’emergere di alcune figure politiche e di un buon numero di validi professionisti non riesce a compensare la sensazione di inadeguatezza. Il fatto di essere in buona compagnia in altre parti del mondo non è motivo di consolazione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

PRESCRIZIONE E FINE DELLE GARANZIE COSTITUZIONALI, di Augusto Sinagra

PRESCRIZIONE E FINE DELLE GARANZIE COSTITUZIONALI

Il rifiuto di una realtà folle porta a negare quella realtà ma la realtà esiste per come è.
Mi riferisco alla riforma della prescrizione in materia penale e ho riflettuto a lungo.
La conclusione è che l’ignoranza unita ad un giustizialismo forcaiolo è un mix esplosivo.
Anche questa demenziale e criminale riforma del regime della prescrizione sarà sanzionata dalla Corte costituzionale (se la Corte non decide, viceversa, di fare la manutengola di una falsa democrazia e di una falsa legittimità, ma non lo penso).
L’ignoranza è indubitabilmente quella dei seguaci del guitto genovese. Il giustizialismo forcaiolo è quello di Piercamillo Davigo, il Saint-Just dei rigatoni alla carbonara, per riprendere in parte una felice espressione di Marcello Veneziani.
Il soggetto in questione, all’apice di un contorsionismo argomentativo, è giunto ad affermare in sostanza che è meglio un innocente in carcere che un colpevole in libertà.
Signori, questo fa il giudice ed è pure Consigliere al CSM!
Gli ha fatto eco il DJ di Castellammare del Golfo che, ha affermato che non ci sono innocenti in carcere. La figlia di Enzo Tortora ne sa qualcosa!
Signori, questo fa il Ministro della Giustizia. E mi ha fatto veramente senso sentirlo sproloquiare all’inaugurazione dell’anno giudiziario a Roma.
Già i processi penali e civili in Italia sono eterni. Ricordo che quando facevo il giudice fino al 1980 era ancora presente nei fascicoli giudiziari la carta bollata con i Fasci Littorii. Cioè ancora dopo 35 anni.
L’eliminazione della prescrizione in materia penale, salvo che l’imputato venga assolto in primo grado, significa che esso tale potrebbe rimanere – cioè condannato – fino alla sua morte! E nessuno osi dire che i giudici lavorano in misura corrispondente allo spropositato stipendio che percepiscono. Non è vero. E lo sanno tutti: con questa riforma la già inesistente corrispondenza si tramuterà in una forbice aperta.
Questa demenziale riforma non solo contrasta con l’art. 6 della Convenzione di Roma del 4 novembre 1950 relativo alla “ragionevole durata” del processo come diritto fondamentale dell’individuo (Convenzione che la Corte di Cassazione ritiene di rango “paracostituzionale”) ma contrasta altresì con l’art. 111 della Costituzione che riproduce il citato art. 6 della Convenzione.
Io non ce l’ho con il figlio di Bernardo Mattarella. Anzi, avverto nei di lui confronti un sentimento di umana comprensione nel constatare come egli non sia libero nelle sue decisioni e dunque non possa essere arbitro.
Ma non posso pensare che egli, pur nella sua discutibile competenza in materia giuridica, non si sia reso conto e dunque sia stato consapevole di avere promulgato, con la sua firma, una legge non solamente ingiusta ma incostituzionale.
Perché lo abbia fatto non lo so. È un problema che riguarda la sua coscienza, non il Popolo italiano che di lui ha già preso le giuste “misure”.
AUGUSTO SINAGRA

diritto internazionale e geopolitica, con il professor Augusto Sinagra

La fase di incipiente multipolarismo sta evidenziando sempre più la precarietà e la volatilità del sistema di relazioni internazionali. L’evidente squilibrio di forze esistente ancora tra i vari poli evidenzia ancora una volta come non esista in realtà un diritto internazionale così come lo si intende all’interno della area di giurisdizione degli stati; gli ultimi avvenimenti in Medio Oriente, legati all’uccisione del generale Soleimani, evidenziano come gli atti politici spesso e volentieri non si premurano nemmeno di assumere una copertura giuridica e di legittimità_Buon ascolto_Giuseppe Germinario

LA MASCHERA E IL VOLTO, di Augusto Sinagra

LA MASCHERA E IL VOLTO

Diceva Luigi Pirandello che nella vita si incontrano molte maschere e pochi volti.
Ora le maschere cominciano a cadere e i volti sono davvero inquietanti.
Non so chi gli ha scritto il discorso di fine anno, ma il figlio di Bernardo Mattarella, tra le tante prevedibili banalità e omissioni, ha detto una cosa inquietante: “Quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi”. Sembra una bella riflessione, ma non è così.
Viviamo da tempo una situazione in cui non vi è più traccia di diritto ad essere “differenti”.
Il concetto potrebbe essere declinato in molti sensi: in senso democratico e politico, in senso costituzionale con riguardo ai diritti e alle libertà di esser differenti nella manifestazione delle idee, nel diritto di associazione e di manifestazione, nel diritto di professare qualsivoglia fede religiosa (il tutto con l’unico limite dell’ordine pubblico), e in tanti altri sensi ancora. Ma non è così da tempo
La negazione della differenza è stata icasticamente e violentemente proclamata dal Capo-sardine (l’uomo di Prodi e compagni) il quale con riferimento al Sen. Matteo Salvini ha dichiarato in modo impudente che Salvini “ha il diritto di parlare ma non di essere ascoltato”.
Questa situazione di pretesa e violenta adesione al “pensiero unico”, negatrice di ogni differenza, è nota a tutti a cominciare dal figlio di Bernardo Mattarella. Stampa e TV non parlano più di sbarchi illegali di sedicenti “profughi” per impedire, appunto, un giudizio differente.
Allora i casi sono due: o il Capo dello Stato è in malafede e non denuncia, come sarebbe suo dovere, la situazione di diffusa violenza morale e cioè di negazione del “diritto alla differenza”, oppure non si rende conto di quello che dice o di quello che altri scrivono per lui. Non mi stupirei: non gli riconosco particolare acume né adeguata preparazione giuspubblicistica. Lo considero poco “attrezzato”.
A fronte delle violenze fisiche, morali e politiche volte a conculcare il “diritto alla differenza” il “Nostro” ha aggiunto che perdendo il diritto alla differenza, si perde “il privilegio della libertà”.
No! Qui reagisco con maggiore decisione e fermezza: la libertà non è privilegio, la libertà è conquista (anche a costo della vita), la libertà di ognuno, ma prima ancora la libertà collettiva del Popolo, dovrebbe essere condizione di normalità e mai privilegio. La libertà è diritto costituzionale che affonda le sue radici nella filosofia della politica che costruisce l’ordine democratico.
L’altra maschera che è caduta, mostrando un volto peraltro già noto, è quella del pampero argentino.
Mi riferisco allo strattonamento da lui subito in Piazza San Pietro e alla sua reazione di bacchettamento delle mani di una signora asiatica che trattenevano la sua.
Umanamente lo capisco, ma lui dovrebbe essere il Vicario di Cristo, e Cristo è bontà e misericordia come attesta l’Evangelista Matteo (se non mi sbaglio) a proposito della donna che voleva in tutti i modi toccare la Sua tonaca per guarire dalla malattia.
Come Vicario di Cristo il gesto del pampero è stato ingiustificabile. Ricordo quando nel 2009 Papa Benedetto XVI dentro la Basilica di San Pietro ruzzolò per terra per l’entusiasmo di una fedele. Egli si rialzò, le rivolse un sorriso e accennò una carezza. Quel che colpisce nell’episodio del pampero è stata l’espressione del suo viso iracondo.
Gli occhi sono lo specchio dell’anima e quegli occhi non hanno riflesso un’anima buona.
Così anche il pampero argentino ha confermato quale sia il suo vero volto, togliendosi la maschera.
Ancora buon anno a tutti e che Dio ci protegga.
AUGUSTO SINAGRA

P.S. Il discorso di Capodanno del figlio di Bernardo Mattarella nel 2018 ha avuto 5.133.000 ascolti; 4.905.000 nel 2019. Dunque, in netto calo. In ogni caso, calcolando una presenza in Italia di circa 50.000.000 televisori su una popolazione di circa 60.000.000 di persone, si può ben dire che il consueto discorso di fine anno non è stato seguito da nessuno, nonostante le bugie e le mistificazioni della stampa asservita.

ILVA, il suo percorso è la metafora del futuro di una nazione_con Augusto Sinagra

tra quelli che ci fanno

L’affare ILVA si sta rivelando la metafora del destino che l’Italia sta inseguendo nella sua frenesia autodistruttiva.

babbei al governo

Dal ruolo improprio, l’ennesimo, della magistratura alla contrapposizione paralizzante e arcadica tra difesa ambientale e salvaguardia del patrimonio industriale, specie di quello strategico di base, alla insipienza ed arrendevolezza di un ceto politico complice, ormai non solo oggettivamente. Una classe dirigente che non sa offrire un futuro, che non sa pensare all’interesse nazionale, che non sa far altro che nascondersi tra le pieghe sempre più asfittiche lasciate dagli attori geopolitici più intraprendenti. Ha dimostrato di non aver cura nemmeno delle condizioni minime di sopravvivenza del proprio apparato industriale; ha abdicato da ogni iniziativa politica lasciando sempre più spazio all’azione impropria di apparati preposti a sanzionare il mancato rispetto della legge; si sta facendo soverchiare da una multinazionale francoindiana complice dei propositi di desertificazione del paese ad opera dei “fratelli maggiori europei”. Un ceto politico inetto, scarsamente rappresentativo di interessi forti nel paese, ormai avviluppato in un conflitto tra bande. Potrebbe essere la grande occasione per un ceto politico alternativo di presentarsi come i difensori e gli assertori di una diversa prospettiva nazionale. E invece anche l’opposizione, compreso Salvini, sta rivelando limiti ed incomprensioni drammatici, per non dire di peggio. Di fronte a insolenti colpi di mano di Arcelor Mittal tesi a chiudere e danneggiare gli altiforni e alla reazione governativa meramente legalitaria, praticamente una manfrina, inadeguata rispetto all’urgenza drammatica della situazione, si chiosa bellamente sulla modalità di trattare con la multinazionale, sulle buone maniere piuttosto che spingere verso atti di imperio e straordinari che impediscano il vero e proprio sabotaggio in corso. La crisi ILVA è solo la punta di un iceberg che sta minacciando l’esistenza stessa di un apparato industriale appena degno di questo nome. Colpisce l’afasicità delle reazioni, compresa quella degli interessati diretti, gli operai. Non si può nemmeno più parlare della bollitura a fuoco lento di una rana. Qualche segnale di allarme, anche se tardivo, comincia a pervenire dagli ambienti imprenditoriali. E’ l’unico barlume di speranza rimasto. Si vedrà se il ricorso giudiziario, quel che pare una recita a contratto, si trasformerà in una reazione più risoluta. In controcanto ci sta pensando il Ministro della Difesa Lorenzo Guerini a rivelarci convinto l’ultimo tassello della congiunzione astrale, assieme all’ambientalismo d’accatto e decrescista e ai propositi della Unione Europea a trazione franco-tedesca, che vorrebbe il funerale dell’ILVA e del paese: preoccupato del futuro dei quindicimila prossimi disoccupati, ha annunciato l’estensione dell’arsenale militare nel’area Italsider e la prossima assunzione di mille unità.

il complice

Vedremo! Buon ascolto_Giuseppe Germinario

parabole e figuri, di Piero Visani e Augusto Sinagra

ARROGANZA E TRACOTANZA

A quanto riferiscono i mezzi di comunicazione l’ultimo annuncio del Conte Tacchia, al secolo Conte Giuseppe (quello del curriculum che esaltava le sue gesta) è che il governo da lui presieduto per volontà del figlio di Bernardo Mattarella e del pampero argentino (si sa: Dio crea gli uomini e questi poi si accoppiano per affinità) creerà un milione e mezzo di posti di lavoro per gli africani irregolarmente presenti sul territorio nazionale.
Quello che non chiarisce l’Avvocato dell’Unione europea è come si faccia a concludere un contratto di lavoro con persone delle quali si ignora la vera identità, il luogo e la data di nascita e le pregresse vicende di vita.
Neppure chiarisce che tipo di contratto di lavoro, in quale settore, per quali prestazioni lavorative.
Viene il dubbio che il bellimbusto pugliese abbia avuto questa idea dopo aver visto o rivisto il film “Via col vento” recuperando alla memoria gli schiavi addetti alle piantagioni di cotone.
Quello che indigna dell’annuncio di questo deplorevole personaggio è che evidentemente non gliene fotte niente dei cinque milioni di italiani (e forse di più) che l’ISTAT colloca nella fascia di povertà.
Probabilmente con questa dichiarazione il foggiano che ha l’unico merito dell’eleganza, come dice Vittorio Feltri, ha inteso consapevolmente pigliare per il culo il Popolo italiano e gli stessi clandestini africani che vengono immessi sul territorio nazionale in sfacciata violazione della legge (mi riferisco al Decreto convertito in legge relativo ai cosiddetti “porti chiusi”).
Che il giovanotto foggiano ami prendere per il culo il Popolo italiano ha un recente precedente: il cosiddetto “accordo di Malta” con il quale lui assumeva di aver fatto in un giorno più di quanto aveva fatto il Ministro Matteo Salvini in 14 mesi. Si è visto come è andata e come sta andando fino al punto che la Signorina Luciana Lamorgese, Ministro dell’Interno (ma chi glielo doveva dire?!) chiede piagnucolosamente aiuto all’Unione europea la quale ovviamente se ne frega perché il progetto preordinato è che l’Italia sia un campo di raccolta di clandestini e di irregolari.
Il giovane pugliese mostra una smisurata e ingiustificata considerazione di sé stesso ma non si rende conto che si sta consegnando, nella sua smania di protagonismo e nella sua accecata ambizione, ad essere iscritto nella pagina più triste della recente storia nazionale: lui e tutti i suoi sodali del governo che per il bene della Nazione ci si augura che possa cadere il più presto possibile.
Fin da ora occorre pensare a come rimediare ai danni provocati a tutto il Popolo italiano da questo governo che è espressione di volontà e intendimenti tanto ignobili quanto inconfessabili.
AUGUSTO SINAGRA

PARABOLE: DA GRILLO A GRILLOTALPA, di Piero Visani

Come capita spesso a coloro che vorrebbero “cambiare il mondo”, succede che i loro propositi si fermino a mezza via, o a un quarto di via oppure per mutamento di destinazione.
Può capitare, ad esempio, che un noto “Grillo” sventratore di parlamenti e istituzioni affini rinunci al nobile compito che si era dato per trasformarsi in un ben più modesto – e diffuso – grillotalpa, che – come si legge su Wikipedia (perdonate l’assoluta modestia della fonte, ma devo lavorare e non percepisco redditi di cittadinanza):
“Il grillotalpa può risultare molto dannoso per le coltivazioni; è polifago, nutrendosi di una vastissima gamma di piante, di cui attacca in particolare le radici; oltre a cibarsene, le trancia per scavare le sue gallerie [Incredibile, per un no TAV…] e anche quelle che non vengono danneggiate in questo modo subiscono gli effetti del disseccamento del terreno dovuto alla sua azione”.
Altra alternativa possibile sono i grilli che – per ragioni varie che non stiamo qui ad approfondire, tanto le conoscono tutti visto che sono all’onore delle cronache – diventano delle autentiche “bocche di rosa”, come nel celeberrimo testo della canzone di Faber:

“La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore, metteva l’amore
La chiamavano bocca di rosa
Metteva l’amore sopra ogni cosa.

Appena scese alla stazione
Nel paesino di Sant’Ilario [capite a me…]
Tutti si accorsero con uno sguardo
Che non si trattava di un missionario”.

In effetti, l’abbiamo ormai compreso pure noi…

carciofi e carciofanti, di Augusto Sinagra, Gianni Candotto, Piero Visani

TRENTA E I CARCIOFI, di Augusto Sinagra

La signorina Elisabetta Trenta è stata defenestrata. Molti esultano, pochissimi la rimpiangono.
Sono stato testimone di un suo ultimo patetico tentativo di “recupero” quando l’ho vista presente nella Chiesa dell’Ospedale Militare Celio ai funerali dell’ultimo Leone di El Alamein Santo Pelliccia. Non le è servito a niente però devo dire che nella circostanza non era in bermuda e infradito.
Ora la gentildonna in questione non si sa cosa tornerà a fare alla Link University dove non si è mai capito cosa faceva. Non penso proprio attività di docenza se non con qualche contrattino.
La ormai ex Ministro è molto contrariata della cosa e per rimarcare l’orrenda ingiustizia da lei subita pare che si sia prodotta in dichiarazioni della cui gravità evidentemente non si è resa conto: “Ho lottato contro Salvini più di ogni altro, non lo meritavo”.
Dunque, questa specie di ex Ministro ha inteso il suo ruolo non nel senso di garantire e coordinare la difesa del territorio e degli interessi nazionali, ma nel senso di contrastare un membro del Governo e proprio in pregiudizio degli interessi nazionali. Il tutto con l’ovvio assenso del manichino pugliese.
Non è tutto: ispirandosi a metodi e logiche di pretto stampo tardo-siciliano pare che abbia anche dichiarato: “Voglio stare zitta perché in questo momento potrei dire di tutto e contro tutti”!
Dunque, codesta dama è anche omertosa e lancia minacce oblique. Come intendere in altro modo quel che ha detto e comunque non ha smentito?
Se ha qualcosa da dire ha il dovere morale e civile prima ancora che politico di dirlo. La verità è che questo soggetto non ha il minimo senso dello Stato e della “cosa pubblica” e viceversa vive secondo oscure logiche e implicite minacce ovviamente finalizzate a suoi non commendevoli e non confessabili interessi personali.
Rivolgo alla Elisabetta Trenta un consiglio finalizzato ad attività forse più corrispondenti alle sue competenze: essendo di Velletri potrebbe utilmente contribuire alla organizzazione della Sagra del Carciofo.

LA “MINISTRA” BELLANOVA E IL BISPENSIERO ORWELLIANO di Gianni Candotto

Leggo che tantissimi intellettuali radical chic si “indignano” per le critiche di incompetenza alla ministra Bellanova.
Scrivono infervorati che una bracciante con la terza media che si è “spezzata la schiena tutta la vita a lavorare nei campi e a battersi per i diritti dei braccianti” vale di più chi ha lauree e dottorati.
Loro: i radical chic, quelli che da anni ci smazzolano le balle sul popolino ignorante contrapposto ai laureati delle ZTL che capiscono.
Loro: quelli che sono anni che ci smazzolano le balle sul fatto che il suffragio universale è sbagliato perchè il voto di un laureato vale come quello di un contadino ignorante.
Sì adesso c’è il “contrordine compagni”: adesso il sudore sparso vale più delle lauree.

Questo è un tipico esempio di bispensiero orwelliano. Ovvero della capacità di sostenere una tesi credendoci e immediatamente dopo sostenere l’esatto contrario, sempre credendoci. D’altra parte viviamo in un mondo simile a 1984 di Orwell, dove Obama che ha fomentato guerre in mezzo mondo prende il premio Nobel per la pace, mentre Trump che fino adesso le sta evitando tutte è guerrafondaio (Orwell 1984: la guerra è pace), dove il prodotto dei poteri forti Greta è una che combatte i poteri forti, dove le botte e i proiettili di gomma (con annessi la decina di morti e le migliaia di feriti) ai gilet gialli sono democrazia, dove Assange è un traditore che merita il carcere, mentre i condannati per evasione fiscale in Russia sono “dissidenti colpiti dalla dittatura di Putin”, dove il M5s ieri era il male assoluto e oggi è un progetto di avanguardia popolare.

Capiamoci: non sono un feticista dei titoli di studio. Conosco tante persone che non hanno studiato molto più competenti di professori universitari, ma questo non è proprio il caso.
Essersi battuta, come dicono gli agiografi della ministra Bellanova, per i diritti dei braccianti, non c’entra niente col ministero dell’Agricoltura. Casomai, al limite, ma molto al limite, c’entrerebbe con il ministero del Lavoro. Ma il ministero dell’Agricoltura, vista la crisi del settore è un ministero chiave oggi, e avere un ministro così è un dramma per il settore.

ERRARE HUMANUM EST, PERSEVERARE DIABOLICUM, di Piero Visani

Un tempo, se uno non era totalmente sprovveduto di natura, rifletteva sulle proprie sconfitte, le analizzava, cercava di capire dove avesse sbagliato, come e perché. Da quel punto di vista, le sconfitte potevano rivelarsi addirittura più proficue delle vittorie, poiché inducevano i perdenti alla riflessione, all’analisi, all’autocritica. Tutte possibili premesse di future vittorie.
Il governo Conte 2 deve ancora insediarsi ufficialmente in carica, eppure – nella “Destra più bestia del mondo”, per riprendere una celebre espressione dei tempi della “Nouvelle Droite” francese – non solo non è iniziata alcuna autocritica (temo che molti, al suo interno, neppure sappiano di che si tratti e tanto meno a che serva…), ma è iniziata una sorta di attesa taumaturgica per il prossimo appuntamento elettorale che, a livello nazionale, potrebbe essere anche tra quattro anni.
In una fase storica segnata da accelerazioni continue, quattro anni potrebbero essere tantissimi, ma si notano già alcuni preoccupanti indizi:

1) NESSUNA ANALISI SERIA di quel che è accaduto e perché. E’ vero che le analisi serie fanno fumare i cervelli, e che quelli vuoti ovviamente fumare non possono, perché non ci sono meningi da spremere, tuttavia…
2) LA RICERCA DEL BADOGLIO DI TURNO: Quella non può mancare mai. Poco importa che una guerra sia stata condotta da schifo, come non poche altre, con armamenti penosi e dirigenti incapaci. L’importante è trovare un capro (con la “erre”, grazie…) espiatorio, al quale imputare tutte le responsabilità e i presunti tradimenti. Da trascinare in processo a Verona (o dintorni), in modo da evitare di trascinare se stessi…
3) L’EVIDENTE INTENTO DI CONTINUARE A COMBATTERE come si è fatto fino a oggi, il che costituisce una solida garanzia di future sconfitte.

Facciamo un piccolo esempio pratico: i nani e le ballerine che guidano il centrodestra italico mostrano di attendere come un’epifania le prossime elezioni. Fermi, fissi, immobili. Ora chi garantisce che, in un’epoca di guerra ibrida, la strategia statica sarà migliore e più proficua di una guerra di movimento? Chi garantisce che a vincere la prossima competizione elettorale saranno sufficienti i “social”, che già in questa occasione si sono dimostrati utili al più a spostare un po’ di voti, non a RADICARE OPINIONI nel lungo periodo?
Che senso ha minacciare continuamente “Ci rivedremo a Filippi?” (per chi sa che cosa si voglia intendere…), se poi all’appuntamento epocale nella storica città macedone ci si intende arrivare come al solito nel peggiore dei modi? Infine, che garantisce che – tra un certo numero di anni e proprio a seguito della perdurante linea di assenza da ogni inserimento organico nei gangli della società italiana – non si arriverà votando su qualche nuova “piattaforma Rousseau”, approvata da qualche solida e compatta maggioranza parlamentare, utile a far conoscere all’Italia e al mondo le “meraviglie” del voto elettronico eterodiretto? Prendere per le terga i fessi, quelli che quando sono al governo riescono al massimo a fare “il poliziotto cattivo” con il resto del mondo, convinti per di più di riuscire a vincere, non è poi così difficile…

MIRACOLO!, di Piero Visani

Mi sono divertito un mondo, oggi, a vedere la sfilata dei “miracolati” da Salvini. Sarei stato tentato di scrivere “la giornata dei morti viventi”, ma poi – guardando meglio, io lo faccio, certi altri no… – ho dovuto esclamare: “Essi vivono!!”.
Come in tutte le cose, “uno NON vale uno”, ma in Italia, Paese dove l’unica ambizione collettiva è la corsa all’appiattimento verso il basso, in modo che i milioni di mediocri possano sguazzare soddisfatti nel “guano primordiale”, i risultati prima o poi arrivano e – da noi – arrivano sempre più di frequente e in massa. A crescere a certe culture berlusconiane, si può pensare che vincere nei conflitti moderni basti girare una volta, nemmeno due, la “ruota della fortuna”. E invece no, serve un po’ di più.
Che destino cinico e baro…

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