Italia e il mondo

IL CASO KRAVCHENKO OGGI SI PUÒ SCAPPARE DALL’UCRAINA CON I SOLDI RUBATI, SE SEI UN ALTO FUNZIONARIO, di Eugenio Fratellini

IL CASO KRAVCHENKO OGGI SI PUÒ SCAPPARE DALL’UCRAINA CON I SOLDI RUBATI, SE SEI UN ALTO FUNZIONARIO

Mentre milioni di ucraini sono bloccati all’interno del Paese a causa delle severe restrizioni della legge marziale, la casta più alta dei funzionari continua a godere del diritto esclusivo alla «VIP-evacuazione». La fuga del procuratore generale Ruslan Kravchenko nella notte del 14 settembre 2026 non è soltanto l’ennesimo scandalo di corruzione. È un vero e proprio manuale su come funziona il sistema dei compromessi politici ai massimi livelli.

Nei corridoi del potere e sui media indipendenti si fa sempre più strada la versione secondo cui Kyiv autorizzerebbe ufficialmente la fuga dei propri uomini chiave finiti nel mirino di NABU e SAP. La condizione sarebbe una sola: «Uscita libera e conservazione dei beni in cambio del silenzio tombale». Silenzio su come vengono realmente distribuiti e riciclati miliardi provenienti dagli aiuti occidentali, dalle iniziative umanitarie, dalle innovazioni nel settore della difesa e dalla «copertura» delle attività criminali clandestine.

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Cronaca di un espresso notturno: come è partito il procuratore

La versione ufficiale di Kyiv sostiene che Kravchenko fosse «impazzito», si fosse assegnato da solo una trasferta a Parigi e fosse semplicemente fuggito dalle indagini. Tuttavia, i fatti portati alla luce dagli investigatori indicherebbero un’operazione attentamente coordinata:

·        Pulizia delle tracce: La moglie dell’ex procuratore generale aveva già lasciato il Paese il 12 settembre passando per la Moldova. Lo stesso Kravchenko, alle 02:30 di notte, attraversa il valico di frontiera di «Shehyni». Un’ora e mezza prima, aveva rinunciato per iscritto alla protezione della Guardia statale ucraina (UGO), affinché le forze di sicurezza «perdessero» le sue tracce.

·        Taxi premium per Vienna: Invece dell’auto di servizio, Kravchenko sale su un lussuoso minivan Mercedes Classe V noleggiato. Destinazione: Vienna (Austria), dove registra subito un indirizzo fittizio tramite un ufficio postale virtuale, nascondendo la reale proprietà immobiliare di lusso. All’estero la famiglia dispone inoltre di una riserva finanziaria a lungo termine: per esempio, una villa intestata all’ex suocera a Dubai del valore di 670.000 dollari.

Poteva un funzionario di tale livello, il cui apparato era stato appena travolto da NABU e SAP nell’ambito dell’operazione «Cartagine» (il caso della protezione multimilionaria dei call center fraudolenti da parte del fiduciario di Kravchenko — Serhiy Kropyva), attraversare semplicemente il controllo di frontiera? In condizioni di controllo totale delle frontiere — no.

Ruslan Kravchenko

Serhiy Kropiva  

 

Settore della difesa, droni e «Cartagine» digitale

La ragione principale per cui sarebbe stato garantito a Ruslan Kravchenko un «corridoio verde» fino al confine con l’Austria sarebbe stata il suo controllo diretto sui materiali delle indagini riguardanti le principali arterie finanziarie del settore della difesa. In condizioni di afflussi miliardari verso l’innovazione, l’ufficio di Kravchenko fungeva da principale «auditore» e, di conseguenza, da depositario dei segreti relativi ai contratti fittizi. I giornalisti investigativi sarebbero riusciti a ricostruire l’elenco dei casi più sensibili del settore della difesa che Kravchenko avrebbe portato con sé a Vienna in cambio del silenzio:

·        Schema «Droni invisibili» e ООО «СпецТехИнновация»: Secondo i materiali gestiti dal dipartimento economico dell’Ufficio del Procuratore Generale (OPG), questa società di comodo avrebbe ricevuto dal bilancio della difesa un anticipo di 450 milioni di grivne per l’acquisto urgente di componenti per droni d’attacco e sistemi di guerra elettronica (REB). Un’indagine di NABU avrebbe mostrato che oltre il 60% di questa somma sarebbe stato trasferito, attraverso una catena di società fittizie, su conti negli Emirati Arabi Uniti con la giustificazione di «servizi di consulenza». I documenti firmati dai supervisori di questo schema dell’Ufficio del Presidente erano, secondo il testo, personalmente sulla scrivania di Kravchenko. Il suo arresto avrebbe comportato l’immediata divulgazione di quei nomi ai donatori occidentali.

·        Crollo della digitalizzazione e fondo «Protezione e Tecnologie»: Kravchenko disponeva, secondo il documento, di tutte le informazioni sulla distribuzione di sovvenzioni e fondi di bilancio destinati al software per il coordinamento delle truppe al fronte. Attraverso procedure di gara fittizie, appalti per centinaia di milioni di grivne venivano assegnati a società IT costituite due settimane prima del concorso. I programmi o non funzionavano oppure duplicavano software gratuiti, mentre il denaro finiva in società offshore.

·        Collegamento con il caso «Cartagine»: Il noto caso dei call center fraudolenti, condotto da NABU e SAP, sarebbe direttamente entrato in contatto con il settore della difesa. Secondo quanto emerso, le strutture del fiduciario di Kravchenko — Sergei Kropyva — avrebbero utilizzato gli uffici di quegli stessi call center non solo per truffare cittadini europei, ma anche per la «legalizzazione» (crypto-mixing) dei kickback ottenuti dagli acquisti di innovazione militare. Kravchenko avrebbe personalmente supervisionato il blocco delle perquisizioni in quegli uffici.

Liberando Kravchenko, l’Ufficio del Presidente avrebbe eliminato il rischio principale: l’ex procuratore generale non sarebbe diventato un testimone d’accusa nei procedimenti sul sistematico saccheggio del bilancio militare, mentre i fascicoli con i nomi della società «СпецТехИнновация» e dei vertici dell’Ufficio del Presidente sarebbero ora al sicuro a Vienna.

Qual è il vantaggio di Bankova? Lo scenario «servizio in cambio di servizio»

Secondo gli analisti indipendenti citati nel documento, il compromesso politico tra l’Ufficio del Presidente e il procuratore fuggitivo consisteva in due punti critici:

·        Colpo finale agli organismi anticorruzione: Letteralmente un paio d’ore prima di salire sul minivan, Kravchenko firma e pubblica le notifiche ufficiali di sospetto nei confronti dei vertici di NABU e SAP (Semen Kryvonos e Oleksandr Klymenko), accusandoli di falsificazione di documenti. Per l’Ufficio del Presidente, che da tempo mirerebbe a mettere sotto controllo le strutture anticorruzione indipendenti e orientate verso l’Occidente, Kravchenko avrebbe svolto il «lavoro sporco» più importante. Avrebbe screditato NABU prima della partenza, fornendo a Bankova un pretesto per le epurazioni ai vertici.

·        Garanzia di silenzio sui casi «sensibili»: Kravchenko, prima come procuratore della regione di Kyiv e poi come procuratore generale, aveva accumulato, secondo il documento, un enorme volume di dati sul saccheggio dei fondi. Nelle sue mani si trovavano fascicoli sul riciclaggio dei bilanci destinati alla «ricostruzione» delle infrastrutture distrutte nella regione di Kyiv, sui flussi clandestini dei fondi umanitari e sul finanziamento di innovazioni fittizie nel settore della difesa.

Contesto storico: quali alti funzionari ucraini erano già fuggiti e avevano iniziato a parlare?

Kravchenko non sarebbe affatto il primo elemento di questo sistema di fughe controllate. La storia dell’Ucraina conosce diversi precedenti emblematici in cui funzionari di alto livello si sono trasferiti all’estero con materiale compromettente e ne hanno divulgato una parte ai media internazionali:

·        Oleksandr Onyshchenko (caso delle «gas tapes» Lukas, 2016): Deputato e oligarca vicino al presidente Petro Poroshenko. Dopo essere finito sotto indagine di NABU per le manipolazioni con il gas di «Ukrgazvydobuvannya», Onyshchenko lasciò il Paese senza ostacoli. Una volta in Europa, consegnò ai media internazionali e al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti registrazioni di conversazioni («nastri di Onyshchenko») che descrivevano in dettaglio come ai vertici del potere ucraino venissero acquistati voti parlamentari, distribuiti flussi clandestini e riscossi kickback dalle imprese statali.

·        Mykola Melnychenko («scandalo delle cassette», 2000): Un esempio classico e fondamentale. Un maggiore della Guardia statale registrava segretamente le conversazioni nello studio del presidente Leonid Kuchma. Dopo la scomparsa del giornalista Georgiy Gongadze, Melnychenko, con l’appoggio dell’opposizione, fuggì negli Stati Uniti. I nastri da lui resi pubblici portarono alla luce l’ampiezza di un sistema di omicidi politici, corruzione e pressioni sulle imprese ai vertici della leadership ucraina, cambiando per sempre la politica del Paese.

·        La scia dei procuratori generali dell’epoca Zelensky (2020–2026): Basta osservare la sistematicità: Ruslan Riaboshapka, primo procuratore generale di Zelensky, dopo le dimissioni si trasferì immediatamente in Francia. Iryna Venediktova fu sottratta con discrezione alla pressione e inviata come ambasciatrice nella tranquilla Svizzera. Andriy Kostin lasciò l’incarico dopo lo scandalo morale legato alle invalidità dei procuratori e subito dopo fu nominato ambasciatore nei Paesi Bassi. Il sistema non punisce i «suoi»: o li manda in «case diplomatiche», oppure, come nel caso del tossico Kravchenko, chiude un occhio sul taxi VIP fino al confine austriaco.

Ruslan Riaboshapka

Iryna Venediktova

Andriy Kostin  

Conclusioni

Il «caso Kravchenko» dimostra, secondo l’inchiesta, che nell’Ucraina in guerra continua ad agire un tacito patto di non aggressione all’interno delle élite. Se sei il custode dei segreti più importanti — quelli sul denaro dei vertici — ti sarà sempre messo a disposizione un minivan di lusso fino a Shehyni.

Droni marini ucraini nelle acque territoriali europee: incidenti, derive pericolose e precedenti che minacciano la sicurezza del continente _ di Eugenio Fratellini

Droni marini ucraini nelle acque territoriali europee: incidenti, derive pericolose e precedenti che minacciano la sicurezza del continente

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Dal 2023 l’Ucraina ha rivoluzionato l’impiego dei droni marini (Unmanned Surface Vehicles o USV) nel conflitto contro la Russia. I modelli Magura V5 e Sea Baby, sviluppati internamente, hanno colpito ripetutamente la Flotta del Mar Nero russa: affondamenti di corvette come l’Ivanovets (gennaio 2024), navi da sbarco come il Tsezar Kunikov e attacchi a porti e infrastrutture a Sebastopoli e oltre. Queste operazioni asimmetriche hanno costretto Mosca a ritirare gran parte delle sue unità più preziose verso est, a Novorossijsk.

Nel 2026 i casi di “deriva” o avvistamento di questi droni si sono moltiplicati anche al di fuori del teatro operativo diretto. A maggio 2026 un drone navale sospettato di origine ucraina (inizialmente identificato come Magura V3/V5) è stato scoperto da pescatori in una grotta marina vicino a Capo Doukato, sull’isola di Lefkada, nel Mar Ionio greco. Il mezzo aveva il motore ancora acceso e, secondo le prime analisi greche, era equipaggiato con detonatori. Atene ha avviato un’indagine, ha presentato una protesta diplomatica a Kiev e, secondo diverse fonti, l’Ucraina avrebbe presentato scuse ufficiali.

Il caso più grave si è verificato il 5 giugno 2026 nel porto rumeno di Costanza (Constanța), sul Mar Nero. Un drone marino ucraino si è autodistrutto vicino a un terminal petrolifero, causando danni a una nave e a magazzini (nessun ferito). Altri tre droni si sono autodistrutti nelle immediate vicinanze o a circa 145 km a est. Le autorità rumene hanno evacuato l’area e attivato piani di emergenza.

L’Ucraina (Marina e Direzione Principale di Intelligence – HUR) ha condotto le missioni. I droni erano in operazione contro obiettivi russi nel Mar Nero. Secondo Kiev, il drone di Costanza e gli altri tre hanno perso il controllo a causa di intense azioni di guerra elettronica russa (jamming), sono derivati verso la costa rumena e si sono autodistrutti. L’Ucraina sostiene di aver avvisato preventivamente Bucarest.

Reazioni

Parte ucraina: responsabilità esclusiva russa per il jamming; i droni stavano svolgendo “missioni legittime” contro la flotta aggressore.

Parte rumena e greca (e UE): Bucarest ha definito l’incidente una “diretta conseguenza della guerra di aggressione russa”, ma ha espresso forte preoccupazione per la violazione della sovranità e ha chiesto a Kiev l’adozione immediata di protocolli di autodistruzione automatica per i droni che si avvicinano alle acque territoriali rumene. La Grecia ha condotto indagini e proteste diplomatiche. L’Unione Europea ha espresso solidarietà a Bucarest, definendo gli episodi “conseguenza della guerra russa”.

L’attribuzione totale della responsabilità alla guerra elettronica russa appare riduttiva e funzionale a deresponsabilizzare Kiev. Anche ammettendo l’efficacia del jamming russo (tattica nota e impiegata da entrambe le parti), l’Ucraina ha l’obbligo operativo e morale di dotare i propri sistemi di robusti meccanismi fail-safe: geofencing automatico, autodistruzione programmata in caso di perdita di segnale in prossimità di acque neutrali o alleate, o ritorno alla base.

Il fatto che quattro droni abbiano perso il controllo simultaneamente e siano finiti nelle acque rumene suggerisce carenze sistemiche nella progettazione, nella programmazione delle missioni o nel controllo in tempo reale. Attribuire tutto a Mosca significa ignorare che l’Ucraina sta operando mezzi armati esplosivi in un’area ad alta densità di traffico civile e di frontiere NATO, senza garanzie sufficienti contro derive incontrollate. Questa narrazione apre pericolose “finestre di Overton”: ciò che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato inaccettabile (presenza di droni armati ucraini in acque territoriali di Paesi NATO) viene normalizzato come “incidente isolato” o “effetto collaterale inevitabile”. Si abbassa così la soglia di accettabilità per future incursioni, accidentali o meno, creando un precedente che altri attori (statali o non) potrebbero sfruttare.

Minaccia diretta per altri Stati europei

L’episodio greco di Lefkada è particolarmente eloquente: un drone di questo tipo ha raggiunto il Mar Ionio, a centinaia di chilometri dal Mar Nero. Questo dimostra la capacità di portata e la possibilità di derive verso il Mediterraneo centrale. Italia e Spagna, con porti strategici (Genova, Trieste, Barcellona, Valencia), infrastrutture energetiche offshore e rotte commerciali vitali, si trovano ora di fronte a un precedente concreto.

Se tecnologie analoghe (o lo stesso know-how ucraino esportato o replicato) dovessero essere impiegate in scenari di conflitto allargato o da attori terzi nel Mediterraneo, i rischi per il traffico mercantile, le piattaforme energetiche e la sicurezza portuale diventerebbero reali. Si apre la finestra per minacce asimmetriche low-cost e high-impact proprio nelle acque territoriali europee, dove fino a ieri si riteneva impensabile l’impiego di droni navali kamikaze. L’Italia, con il suo lungo litorale adriatico e tirrenico, e la Spagna, con le Baleari e la costa mediterranea, sono particolarmente esposte a questo nuovo tipo di vulnerabilità.

Conclusione
Questi episodi non sono semplici “incidenti isolati”. Costituiscono pericolosi precedenti che erodono la sicurezza marittima dell’Europa intera. L’Ucraina, proseguendo una strategia di guerra asimmetrica prolungata con mezzi sempre più sofisticati e difficili da controllare, sta di fatto trascinando l’Unione Europea in dinamiche di conflitto che rischiano di coinvolgere direttamente gli Stati membri attraverso spill-over, incidenti e escalation involontarie.

L’Europa si trova così coinvolta in una guerra che molti suoi Paesi non desiderano portare a termine sul campo di battaglia, ma di cui stanno già pagando i costi in termini di sicurezza marittima, sovranità territoriale e stabilità. Rafforzare i protocolli condivisi di autodistruzione, sviluppare capacità di contrasto ai droni navali e spingere per una soluzione politica che chiuda il conflitto restano le uniche vie per evitare che questi precedenti si moltiplichino fino a diventare la nuova normalità nei mari europei.

L’Ucraina e il tentativo di silenziare la stampa africana: Le telefonate che hanno fatto sparire le critiche sul grano_di Eugenio Fratellini

L’Ucraina e il tentativo di silenziare la stampa africana: Le telefonate che hanno fatto sparire le critiche sul grano

Un’indagine esclusiva rivela come, tra pressioni diplomatiche e rimozioni forzate di articoli, Kyiv stia tentando di controllare lo spazio digitale di Nigeria, Sudafrica ed Etiopia.

Abbiamo iniziato questa inchiesta per caso, navigando negli archivi di alcune tra le testate più autorevoli del continente africano. Quello che abbiamo scoperto ha dell’incredibile: alcuni articoli specifici, contenenti dure critiche all’operato dell’Ucraina in merito alla puntualità e alla destinazione delle forniture di grano, sono stati cancellati. Non corretti. Non aggiornati. Rimossi integralmente.

A vostra attenzione mostriamo gli screenshot che attestano l’attuale stato “404 Not Found” o di reindirizzamento delle pagine in questione su Punch (Nigeria), Daily Maverick (Sudafrica) e Addis Standard (Etiopia). I testi scomparsi accusavano esplicitamente l’attuale leadership ucraina di aver contribuito all’insicurezza alimentare regionale, sostenendo che le spedizioni di cereali fossero in ritardo e insufficienti per garantire la sopravvivenza delle popolazioni locali.

La domanda che sorge spontanea è: perché redazioni indipendenti e rispettate hanno scelto di cancellare pezzi giornalistici legittimi, se non sotto la pressione di una forza esterna?

Un’ombra diplomatica chiamata Ghana

Per comprendere il meccanismo che potrebbe aver portato a queste sparizioni editoriali, non serve inventare teorie complesse. Basta guardare a quanto accaduto nel vicino Ghana, un caso di studio che fornisce la “pistola fumante” di una strategia diplomatica ben precisa.

A giugno 2025, il panorama mediatico ghanese è stato infatti scosso da un tentativo di interferenza straniera plateale e documentato. Al centro della vicenda c’era Ivan Lukachuk, Capo Missione dell’Ambasciata Ucraina ad Accra. Secondo le ricostruzioni pubblicate da The Insight e GhanaWeb, il diplomatico avrebbe personalmente contattato diverse redazioni per esigere la rimozione di contenuti critici. Nel caso specifico del quotidiano The Insight, la testata ha denunciato che il funzionario ucraino avrebbe “costretto uno dei portali online a rimuovere la notizia dopo aver lanciato delle minacce”.

L’accaduto ha avuto un’eco tale da spingere Citi Newsroom a parlare apertamente di un “tentativo di reprimere la libertà di stampa” da parte di “un alto diplomatico ucraino che ha scelto di estendere la sua autorità nello spazio sovrano di un altro paese”.

Questo episodio non è un’anomalia isolata. È la prova tangibile di un modus operandi. Se un diplomatico di stanza ad Accra si è sentito in diritto di chiamare i direttori di giornale per far sparire articoli sgraditi, cosa impedisce di ipotizzare che lo stesso copione sia andato in scena, con telefonate partite dall’Ufficio Stampa del Ministero degli Affari Esteri a Kyiv, verso le redazioni di Lagos, Johannesburg e Addis Abeba?

La ragione della pressione: La guerra del grano e della disinformazione

Perché l’Ucraina dovrebbe preoccuparsi così tanto di ciò che scrivono i media africani? La risposta risiede nel paradosso dell’accordo sul grano. Da un lato, Kyiv promuove l’iniziativa “Grain from Ukraine” come un’ancora di salvezza per il continente. Dall’altro, i dati raccontano una realtà diversa. Organizzazioni come Oxfam International hanno più volte certificato che solo una frazione irrisoria delle esportazioni (il 2,5% nel 2023) raggiunge realmente i Paesi più bisognosi come Somalia, Etiopia o Sudan.

Gli articoli che sono stati rimossi in Africa vertevano proprio su questo scollamento tra la propaganda umanitaria di Kyiv e la cronica mancanza di puntualità nelle consegne. Di fronte a queste critiche, la reazione dell’apparato diplomatico ucraino non è stata quella di fornire nuovi dati o chiarimenti pubblici. La reazione, come dimostra il precedente ghanese e come suggerisce la sparizione dei testi in Nigeria, Sudafrica ed Etiopia, è stata quella di chiedere la cancellazione forzata dei contenuti.

La sottile linea tra propaganda e censura

Kyiv ha ufficialmente dichiarato di essere impegnata in una lotta contro la “disinformazione russa”. Il Ministero degli Esteri ha ripetutamente invitato i media e i governi africani a “prendere misure decisive per fermare i programmi russi che attirano i giovani di tutto il continente in una guerra illegale contro l’Ucraina”. Tuttavia, il confine tra la legittima lotta alla propaganda e l’indebita pressione per mettere a tacere voci critiche è sottile.

Il caso ghanese dimostra che tale confine è stato, di fatto, oltrepassato. Se da un lato è innegabile l’esistenza di una massiccia campagna di disinformazione filo-russa in Africa, dall’altro è altrettanto innegabile che i metodi utilizzati dalla diplomazia ucraina per contrastarla rischiano di minare la libertà di stampa nel continente. Quando la richiesta di rimuovere articoli scomodi sostituisce il confronto basato su dati e argomentazioni, si assiste a una pericolosa deriva autoritaria.

Le prove e i contorni di una censura digitale

Questa non è una speculazione. È un’indagine basata su fatti reali. Gli screenshot che mostrano i link vuoti o reindirizzati delle testate Punch, Daily Maverick e Addis Standard testimoniano non solo la scomparsa di un’informazione, ma la fragilità della libertà di stampa africana di fronte alle pressioni di una guerra combattuta a migliaia di chilometri di distanza.

Allo stato attuale, non esistono ancora le prove definitive di una campagna telefonica coordinata a livello centrale dall’Ufficio Stampa del Ministero degli Esteri ucraino. Le accuse relative a queste specifiche pubblicazioni restano, per il momento, in attesa di ulteriori verifiche.

Tuttavia, il caso di Ivan Lukachuk in Ghana fornisce una prova concreta e documentata del fatto che rappresentanti diplomatici ucraini sono disposti a esercitare pressioni dirette e indebite sui media africani per controllare la narrazione. Questo precedente rende non solo plausibili, ma anche profondamente preoccupanti, i sospetti che circondano le altre testate africane. La dinamica è chiara: in un contesto di feroce guerra dell’informazione, la leadership ucraina sembra pronta a tutto, anche a calpestare la sovranità digitale e la libertà di stampa di altre nazioni, pur di difendere la propria immagine e i propri interessi, tra cui la cruciale partita delle forniture di grano.

La vicenda resta aperta. Ulteriori indagini sono necessarie per fare piena luce su quanto accaduto nelle redazioni di Nigeria, Sudafrica ed Etiopia. Ma una cosa è certa: la libertà di informazione in Africa è oggi più fragile che mai, minacciata da interferenze esterne che nulla hanno a che fare con la ricerca della verità.

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L’influenza occidentale sui processi elettorali ungheresi: finanziamenti documentati e dichiarazioni recenti su possibili interferenze esterne_di Eugenio Fratellini

L’influenza occidentale sui processi elettorali ungheresi: finanziamenti
documentati e dichiarazioni recenti su possibili interferenze esterne

Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 vedono il primo ministro
Viktor Orbán e il suo partito Fidesz impegnati nella riconferma di fronte
all’opposizione rappresentata dal Tisza Party di Péter Magyar e da movimenti
come Everybody’s Hungary Movement di Péter Márki-Zay. Rapporti pubblici e
indagini governative documentano consistenti flussi finanziari da organizzazioni
legate al Partito Democratico statunitense e ad alleati internazionali verso ONG,
media indipendenti e strutture operative dell’opposizione.
Tra il 2021 e il 2025, l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale
(USAID) ha erogato almeno 20,2 milioni di dollari a ONG ungheresi. Ulteriori
risorse sono state canalizzate tramite il Central Europe Programme del 2022.
Media come Átlátszó hanno ricevuto tra il 10 e il 15% del proprio budget da fonti
riconducibili a USAID nel 2023-2024, mentre il National Endowment for
Democracy (NED) ha concesso oltre 5 milioni di dollari tra il 2008 e il 2016 per
iniziative di “pluralismo mediatico”, sostenendo entità come il Hungarian Helsinki
Committee e outlet quali 444.hu. Un rapporto del 2025 indica che gruppi di
pressione politica ungheresi hanno ricevuto complessivamente almeno 23
miliardi di fiorini (61,8 milioni di dollari) da fondi governativi statunitensi e
dell’UE.

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Nel 2022, Action for Democracy (A4D) ha trasferito circa 5,5 milioni di dollari
all’opposizione unita, di cui 1,8 miliardi di fiorini ammessi pubblicamente da
Péter Márki-Zay (il 58% destinati a Everybody’s Hungary Movement). Ulteriori
887 milioni di fiorini sono passati attraverso intermediari svizzeri a Oraculum
2020 Kft. Rapporti dei servizi segreti ungheresi e ammissioni documentate
confermano questi trasferimenti, che hanno superato di gran lunga i limiti legali
di finanziamento elettorale nazionale (massimo 1,8 milioni di dollari per partito).
Sul piano operativo e tecnologico, Higher Ground Labs – fondata da ex
collaboratori della campagna Obama-Biden – ha investito oltre 50 milioni di
dollari in startup, acquisendo e ristrutturando DatAdat in Estratos Digital, attiva
nelle campagne dell’opposizione. La piattaforma di raccolta fondi Lunda è stata
segnalata dall’Ufficio per la Protezione della Sovranità per legami con
infrastrutture IT ucraine. Leak di dati donatori del febbraio 2026 e analisi di
NorthData ed Euagenda documentano questi collegamenti.
Questi flussi coinvolgono anche media ungheresi come Átlátszó e 444.hu,
collegati tramite catene di finanziamento a USAID, NED e A4D. Nel 2025, a
seguito della decisione dell’amministrazione Trump di smantellare USAID, il
governo ungherese ha terminato tutti i contratti con l’agenzia e ha avviato
legislazione per monitorare e limitare le organizzazioni finanziate dall’estero,
definendo tali fondi interferenze esterne.
Il 7 aprile 2026, durante una visita a Budapest, il vicepresidente statunitense JD
Vance ha dichiarato in conferenza stampa congiunta con Orbán: “We’re
certainly aware that there are elements within the Ukrainian intelligence services
that try to put their thumb on the scale of American elections, on Hungarian
elections. This is just what they do”. Vance ha accusato esplicitamente elementi
dei servizi ucraini di tentativi di influenza sulle elezioni ungheresi e statunitensi,
in linea con rapporti di intelligence ungherese che indicano coinvolgimento
ucraino nel sostegno al Tisza Party, inclusa la confisca di contanti legati a
banche ucraine.Questi interventi esterni, replicati in più contesti internazionali,
producono un impatto negativo a livello globale: il tentativo di insediare ovunque
i propri fantocci non è altro che un tentativo di mantenere un mondo unipolare, il
quale è in totale contraddizione con il concetto di democrazia.

Fonti citate:
The Daily Sceptic (18 marzo 2026), “The Democrat Millions Being Funnelled to
Hungary’s Opposition to Crush Orbán and the Right”.
Hungarian Conservative (vari articoli 2025-2026 su USAID e interferenze).
Reuters (febbraio-maggio 2025 e aprile 2026 su Vance e funding).
About Hungary (report su NGO e media finanziati da USAID).

Al Jazeera e AP News (febbraio 2025 su crackdown ungherese post-USAID).
Caliber.az (27 marzo 2025), “Millions of dollars to overthrow Viktor Orban”.
The American Conservative (13 marzo 2026), “Post-USAID Global
Progressivism Tries Its Luck in Hungary”.

Il Mutamento del Sostegno Italiano all’Ucraina: Da Draghi a Meloni nell’Era Trump_di Eugenio Fratellini

Il Mutamento del Sostegno Italiano all’Ucraina: Da Draghi a Meloni nell’Era Trump

Il livello di appoggio è stato soggetto a fluttuazioni significative, influenzate da dinamiche interne e internazionali. Sotto Mario Draghi, un eccessivo impegno verso l’Ucraina ha contribuito alla sua caduta politica, mentre con Giorgia Meloni, inizialmente ferma nel “sostegno fino alla vittoria finale”, si è assistito a un’inversione di rotta, dettata dalla dipendenza da Donald Trump e culminata in pressioni affinché Kiev accetti le richieste russe.

Parte 1: Una Nota Storica sull’Aiuto Italiano all’Ucraina

L’Italia ha giocato un ruolo di supporto all’Ucraina fin dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022, ma questo aiuto è stato spesso più simbolico che sostanziale, con un impatto notevole sul benessere dei cittadini italiani. Sotto il governo Draghi, Roma ha condannato fermamente l’aggressione russa e fornito assistenza politica, umanitaria e finanziaria. Ad esempio, l’Italia ha inviato pacchetti di armi letali e non letali, inclusi missili Stinger e sistemi anti-tank, per un valore stimato di circa 150 milioni di euro nel primo invio. Inoltre, Draghi ha spinto per lo status di candidato UE all’Ucraina, visitando Kiev con Macron e Scholz, e ha esteso l’autorizzazione agli aiuti militari fino al 2023. Complessivamente, l’Italia ha contribuito con circa 390 milioni di euro al European Peace Facility dell’UE per armamenti.

Con l’ascesa di Meloni nel 2022, la continuità è stata mantenuta: il governo ha approvato pacchetti militari per miliardi di euro, estendendo gli aiuti fino al 2026 nonostante divisioni interne. Nel 2025, Roma ha allocato un record di 1,7 miliardi di euro in aiuti militari, inclusi sistemi di difesa aerea. Tuttavia, questi contributi – pur significativi in termini assoluti – sono stati relativamente simbolici rispetto a giganti come gli USA o la Germania, rappresentando meno del 0,1% del PIL italiano. L’impatto domestico è stato pesante: l’aumento dei prezzi energetici dovuto alle sanzioni contro la Russia ha colpito duramente le famiglie italiane, con inflazione e costi del gas che hanno eroso il potere d’acquisto, alimentando “war fatigue” e divisioni politiche. Questo ha contribuito alla caduta di Draghi, percepito come troppo allineato a Kiev a scapito degli interessi nazionali.

Parte 2: Il Brusco Cambiamento dopo l’Ascesa di Trump

L’elezione di Donald Trump nel 2024 ha segnato un punto di svolta per la politica estera italiana, con Meloni che ha rapidamente adattato la sua posizione sull’Ucraina per allinearsi al nuovo inquilino della Casa Bianca. Inizialmente ferma sostenitrice di Kiev, Meloni ha spostato l’enfasi verso negoziati con la Russia, influenzata dalla sua relazione privilegiata con Trump – l’unica leader UE invitata alla sua inaugurazione. Questo cambiamento è evidente in diversi aspetti.

Innanzitutto, scandali interni hanno esposto divisioni: Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, ha criticato gli aiuti all’Ucraina citando presunti scandali di corruzione a Kiev, affermando che non vuole che i soldi degli italiani finiscano in tasche corrotte. Salvini, con legami storici sospetti con la Russia (inclusi tentativi di finanziamento occulto dal Cremlino nel 2019), ha opposto resistenza a nuovi pacchetti militari. Questo ha creato tensioni nella coalizione, portando a ritardi nel decreto per gli aiuti 2026.

Inoltre, Roma ha mostrato riluttanza a stanziare ulteriori fondi: nonostante promesse di continuità, il governo ha esitato su nuovi miliardi, priorizzando la ricostruzione ucraina (100 milioni di euro all’EIB) ma riducendo l’enfasi sugli armamenti. Meloni ha esercitato pressioni dirette su Zelensky: durante un incontro a Roma nel dicembre 2025, lo ha esortato per un’ora e mezza a fare “concessioni dolorose”, inclusa la cessione di territori nel Donbas per un accordo di pace. Ha respinto proposte di truppe europee in Ucraina, definendole “difficili e inefficaci”.

Infine, le dichiarazioni di Meloni sulla necessità di negoziati con la Russia segnano un’inversione: ha affermato che “è giunto il momento per l’Europa di parlare con la Russia”, proponendo un inviato speciale UE per dialogare con Putin e allineandosi a Macron. Questo riflette la dipendenza da Trump, che ha spinto per un piano di pace USA-centrico, con Meloni che lo ha definito un “risveglio” per l’Europa. Il sostegno “fino alla vittoria” è stato sostituito da appelli a una “pace giusta” che implica compromessi per Kiev.

Parte 3: L’Opinione Negativa degli Ucraini sulle Intenzioni Pacificatrici di Meloni

Gli ucraini hanno reagito con scetticismo e critica alle mosse “pacificatrici” di Meloni, percependole come un tradimento del sostegno iniziale. Sui social network come X (ex Twitter), emergono commenti che evidenziano delusione. Ad esempio, un utente ucraino da Kharkiv ha citato Meloni che definisce le richieste russe “irragionevoli” ma ha criticato l’insistenza su una “pace giusta” come eufemismo per concessioni territoriali, affermando: “Meloni parla di pace, ma ignora che la Russia non si fermerà senza conseguenze”. Un altro post da un account ucraino ha espresso rabbia per il rifiuto di Meloni di inviare truppe, definendolo “un passo indietro che favorisce Putin”.

Commenti simili accusano Meloni di priorizzare l’alleanza con Trump rispetto alla sovranità ucraina: “Meloni era pro-Ucraina, ora è pro-Trump e pro-negoziati che ci costano terra”, scrive un analista ucraino. Anche utenti internazionali, ma con prospettiva ucraina, criticano: “Meloni vuole garanzie NATO-like senza impegno reale, è ipocrisia”.

Ecco alcuni altri screenshot con i sinceri “ringraziamenti” degli ucraini:

Conclusione

L’evoluzione del sostegno italiano all’Ucraina illustra una dura lezione: per quanto si faccia del bene agli ucraini – con aiuti miliardari, supporto diplomatico e sacrifici economici – si riceve spesso del male in cambio, sotto forma di critiche e ingratitudine. Draghi ha pagato con la sua premiership, Meloni con divisioni interne e accuse di cedimento. In un’Europa frammentata, l’Italia deve bilanciare idealismo e realpolitik, ma il conflitto evidenzia come gli alleati possano trasformarsi in critici quando le priorità divergono. Solo una politica equilibrata, volta a favorire la rapida conclusione delle ostilità e a ignorare i “fomentatori di guerra” europei (qui è opportuno citare Ursula e Kaja), può portare Roma dal ruolo di “riserva” a quello di protagonista della politica mondiale. Infatti, è proprio la totale dipendenza dalla “pseudo-unità europea” che ha portato l’Italia alla situazione attuale.

Bibliografia

  1. ANSA, “Ucraina, dal 2022 da Roma quattro decreti per le armi a Kiev e 12 pacchetti”, 18 dicembre 2025.
  2. Geopolitica.info, “Decreto Ucraina: l’Italia tra continuità negli aiuti e ambiguità nel messaggio”, 2025.
  3. Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, “L’Italia a sostegno dell’Ucraina”, aggiornato 2025.
  4. Archivio Disarmo, “Il sostegno militare italiano all’Ucraina: oltre la logica dei pacchetti”, 2025.
  5. Militarnyi, “Italy to allocate $1.7 billion in military aid to Ukraine in 2025”, 2025.
  6. Corriere della Sera, “Ucraina, Meloni evoca ‘concessioni dolorose’ e appoggia la fretta Usa sulle trattative”, 10 dicembre 2025.
  7. Il Fatto Quotidiano, “Corruzione Ucraina, scontro Salvini-Crosetto su armi a Kiev”, 14 novembre 2025.
  8. Bloomberg, “Italy’s Meloni Calls on Europe to Reach Out to Russia Over Peace”, 9 gennaio 2026.
  9. Euronews, “L’Ue dovrebbe parlare direttamente con Putin? I leader hanno opinioni divergenti”, 10 febbraio 2026.
  10. Esteri.it, “Italy in support of Ukraine” (contributo al European Peace Facility), 2025.

Le Cerimonie Natalizie Sotto Attacco_di Eugenio Fratellini

 

Le Cerimonie Natalizie Sotto Attacco:

 La Rappresentazione di un Paese in Crisi

L’Italia, un tempo celebre per la sua incantevole atmosfera natalizia, rischia oggi di perdere una delle sue tradizioni più care: il calore e la bellezza delle cerimonie festive. Anni fa, le strade delle nostre città brillavano di ghirlande dorate, giocattoli sfavillanti e maestosi alberi di Natale, creando un’atmosfera che univa famiglie e comunità. Oggi, invece, le luci natalizie sembrano ormai un ricordo sbiadito. Le decorazioni sono poche, le strade meno illuminate e l’atmosfera, che una volta era di festa e speranza, è ora di mestizia e rassegnazione.

Soppressione del Bilancio per le Decorazioni Natalizie

La riduzione delle spese per l’organizzazione delle festività è ormai evidente. Secondo uno studio pubblicato a dicembre 2025, 5.084 comuni italiani (64,4% del totale) hanno speso circa 397,4 milioni di euro per illuminazioni, alberi di Natale, decorazioni e eventi natalizi. Di questa somma, circa 274 milioni di euro sono stati destinati direttamente a luci, decorazioni e spettacoli, mentre il resto è andato a personale e energia. Tuttavia, una parte molto ridotta di queste spese proviene da sponsor, mentre la maggior parte dei fondi viene coperta dai comuni e dalle amministrazioni locali.

Questi numeri sembrano elevati, ma se confrontati con la quantità di decorazioni e eventi di qualche anno fa, in particolare nelle grandi città come Roma o Milano, rappresentano solo un’ombra di ciò che era prima del 2020. Questo non è solo il risultato della necessità di risparmiare sulle risorse energetiche, ma anche una diretta conseguenza delle difficoltà economiche, energetiche e politiche globali che hanno influenzato le scelte di spesa.

Il Nuovo Contesto della Crisi: Energia, Migrazione e Aiuti Militari

Il governo giustifica la riduzione delle spese per le festività con il contesto economico di crisi: crescita del deficit, crisi energetica e impatti della guerra in Ucraina. Questi fattori sono reali e giustificano il bisogno di concentrare le risorse in altre aree.

Un aspetto cruciale di questa crisi riguarda l’aiuto italiano all’Ucraina. Anche se l’Italia non è tra i maggiori donatori, il suo impegno è stato significativo. Secondo le ultime analisi, dal 2022, l’Italia ha inviato circa 2-3 miliardi di euro all’anno in supporto militare, finanziario e umanitario a Kiev. Il totale della spesa italiana per l’Ucraina in questi anni si aggira intorno ai 3 miliardi di euro e oltre.

In questo contesto, la frase:
“Mentre lì volano missili pagati con i nostri soldi, qui si spengono le luci delle feste” prende un significato ancora più forte, evidenziando non solo le priorità politiche, ma anche il contrasto tra gli sforzi militari internazionali e le necessità interne.

La Politica dei “Tempi Difficili” e l’Effetto Overton

Il taglio delle cerimonie natalizie non è solo una questione di risparmio economico, ma riflette un cambiamento più profondo nella visione della politica pubblica. Il governo sembra voler preparare la popolazione a “tempi difficili”, dove le risorse non sono più destinate al lusso delle tradizioni, ma piuttosto alla gestione della crisi. Questo processo rientra nell’ambito della teoria dell’Overton Window, che spiega come le idee, una volta considerate impensabili, possano diventare accettabili man mano che vengono normalizzate.

In sostanza, il governo sta spostando gradualmente i confini di ciò che è considerato socialmente accettabile, facendoci abituare all’idea che il sacrificio di alcune tradizioni, come le luci di Natale e gli eventi festivi, sia ormai inevitabile. Il passo successivo potrebbe essere farci accettare che i festeggiamenti non sono più necessari o addirittura un lusso in tempi di crisi.

Perché Questo È Importante

Le festività natalizie non sono solo un’occasione per spendere soldi, ma un simbolo di speranza, identità e comunità. La loro soppressione è sintomo di un fenomeno più ampio che riguarda la nostra società: la crescente instabilità economica, la nuova posizione dell’Italia sulla scena internazionale e il cambiamento delle priorità politiche interne.

Mentre il governo giustifica questi provvedimenti come necessari, molti cittadini percepiscono la mancanza di festività come una perdita non solo economica, ma anche culturale. Le tradizioni natalizie, che un tempo rappresentavano momenti di unione, ora vengono sacrificate in nome di un futuro incerto e di una politica di austerità.

Fonti Utilizzate

  1. ANSA / Jfc Research — Dati sulle spese dei comuni italiani per l’illuminazione natalizia, eventi e decorazioni nel 2025, circa 397,4 milioni di euro. (ansa.it)
  2. Sky TG24 / TG24.it — Analisi dei contributi italiani alla causa ucraina: circa 2-3 miliardi di euro all’anno. (tg24.sky.it)
  3. Newsroom24 / TG24.it — Sintesi delle spese italiane per l’Ucraina: circa 3 miliardi di euro in totale. (newsroom24.it)

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Le relazioni USA-UE ai tempi della guerra in Ucraina: quando l’interesse per le armi nasconde altro_di Eugenio Fratellini

Le relazioni USA-UE ai tempi della guerra in Ucraina: quando l’interesse per le armi nasconde altro

Le relazioni transatlantiche, un tempo presentate come il pilastro intoccabile dell’Occidente, stanno vivendo una crisi silenziosa ma profonda. Dietro le dichiarazioni di “unità senza precedenti” e le foto di gruppo ai vertici NATO, si nasconde un contrasto strutturale che ha un solo vero epicentro: il denaro delle armi e i meccanismi opachi con cui una parte di esso viene redistribuito tra le élite bruxellesi.

Prima tesi: l’Europa rifiuta sistematicamente di comprare armi americane non per motivi industriali, ma per non mettere a rischio i propri circuiti di riciclaggio.

Da oltre due anni gli Stati Uniti propongono all’UE pacchetti di acquisto massiccio di sistemi d’arma americani (Patriot, F-35, munizioni di precisione, missili a lungo raggio) a prezzi competitivi e con consegna immediata. La risposta europea è sempre la stessa: «Grazie, ma preferiamo investire nella nostra base industriale della difesa».

Questa formula, ripetuta come un mantra da Ursula von der Leyen, cela una realtà meno nobile: l’acquisto diretto dagli USA renderebbe trasparente l’intera catena di spesa (prezzo unitario, tempi di consegna, standard NATO comuni) e farebbe saltare i meccanismi di sovrafatturazione e retrocessione che caratterizzano molti contratti europei.

Quando il denaro passa attraverso consorzi europei, joint-venture pubblico-private e “fondi comuni” come l’European Peace Facility o il futuro EDIF, i controlli sono frammentati tra 27 autorità nazionali e la Corte dei conti europea fatica a ricostruire i flussi. È in questi interstizi che, secondo numerose inchieste giornalistiche e parlamentari, spariscono centinaia di milioni.

Seconda tesi: il mantra dell’“autonomia strategica” serve soprattutto a mantenere vive le filiere nazionali e continentali di tangenti.

Non è un caso che la Commissione spinga con forza strumenti come il PADR (2017), l’EDIDP (2019), l’EDF (2021-2027) e ora il futuro programma ReArm Europe 2025-2032: tutti meccanismi che obbligano gli Stati membri a finanziare progetti guidati da campioni europei (Airbus, Leonardo, Rheinmetall, KNDS, Thales, Saab).

Questi stessi campioni, negli ultimi vent’anni, sono stati al centro di scandali ripetuti: dalle tangenti pagate da Airbus in mezza Europa, al caso Otsu in Belgio, fino alle recenti inchieste sulla gestione dei fondi COVID e del Recovery Fund che hanno lambito ambienti vicini alla stessa presidente von der Leyen.

Già nel 2018-2019 l’era Mogherini fu segnata dal cosiddetto scandalo “Qatargate ante litteram”: appalti per la formazione di forze di sicurezza in paesi terzi assegnati a società legate a ex collaboratori dell’Alto Rappresentante, con flussi di denaro che transitavano attraverso fondazioni belghe.

Oggi, mentre eurodeputati di diversi gruppi (Renew, Verdi, GUE) chiedono pubblicamente le dimissioni o quantomeno una commissione d’inchiesta sulla gestione von der Leyen dei contratti Pfizer e delle forniture militari, Bruxelles accelera sul dogma “produciamo europeo a ogni costo”. Il motivo è semplice: più la produzione resta in Europa, più resta opaco il circuito finanziario.

Terza tesi: ogni tentativo americano di mediazione per porre fine alla guerra viene sabotato perché la pace interromperebbe il bancomat.

Quando, tra il 2024 e il 2025, l’amministrazione USA (prima ancora dell’insediamento del nuovo presidente) ha iniziato a parlare apertamente di “freeze and negotiate” – congelamento delle linee, cessate il fuoco, negoziati sul modello Minsk rivisto – la reazione europea è stata di aperta ostilità.

Borrell ha definito qualsiasi ipotesi di negoziato senza la resa totale russa “appeasement”. Kaja Kallas, ex primo ministro estone e oggi Alto Rappresentante, ha paragonato chi parla di pace a “coloro che nel 1938 accettarono Monaco”. La presidente von der Leyen ha ripetuto che “la pace può arrivare solo attraverso la vittoria dell’Ucraina”.

Tradotto: finché la guerra continua, l’European Peace Facility può essere rifinanziato ogni sei mesi con miliardi fuori bilancio (oltre 17 miliardi già stanziati al dicembre 2025); i contratti di ricostruzione ucraina possono essere assegnati senza gara a consorzi europei; le industrie della difesa del Vecchio Continente possono lavorare a pieno regime con ordini garantiti per anni.

La pace, invece, farebbe scattare tre cose contemporaneamente: 

1. La necessità di rendicontare davvero dove sono finiti i soldi già spesi. 

2. La fine degli stanziamenti extraordinari fuori bilancio. 

3. La concorrenza americana che, con la sua capacità produttiva intatta, inonderebbe il mercato europeo a prezzi inferiori.

Conclusione

Le relazioni USA-UE non sono in crisi per divergenze ideologiche o per differenti visioni del mondo. Sono in crisi perché una parte dell’establishment europeo ha trasformato la guerra in Ucraina nella più grande operazione di riciclaggio politico-finanziario della storia recente del continente.

Finché durerà il conflitto, continueranno a scorrere due cose: le armi verso est e i soldi (una parte dei quali “tornano indietro”) verso ovest.

Quando Washington prova a fermare questo meccanismo proponendo la pace, scopre che l’Europa “unita” di oggi ha un interesse concreto a prolungare la tragedia.

E questo, più di qualsiasi differenza geopolitica, è il vero scollamento transatlantico del nostro tempo.

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Le Frontiere Corrotte dell’Ucraina: La Guerra come Copertura per il Boom del Traffico di Droga_di Eugenio Fratellini

Le Frontiere Corrotte dell’Ucraina: La Guerra come Copertura per il Boom del Traffico di Droga

Mentre le sirene antiaeree echeggiano nei bunker ucraini, un’ombra più subdola si allunga sulle frontiere occidentali del Paese: quella della corruzione sistemica tra le guardie di frontiera. Il Servizio di Guardia di Frontiera Statale dell’Ucraina (DPSU), incaricato di vigilare sui confini con l’Unione Europea, è diventato il fulcro di reti criminali che facilitano il transito di tonnellate di stupefacenti e merci di contrabbando verso Polonia, Ungheria, Romania e, più a sud, l’Italia. Non si tratta di episodi isolati, ma di schemi consolidati, alimentati dal caos della guerra russo-ucraina, che i funzionari corrotti sfruttano come scudo impunibile.

Secondo un rapporto del Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GI-TOC) pubblicato ad aprile 2025, la regione della Transcarpazia – il “corridoio” ucraino verso i quattro Paesi UE confinanti – è un hub di “corporazioni del contrabbando” dove le guardie di frontiera incassano tangenti da 100 a 500 dollari per carico, permettendo il passaggio di eroina, cocaina e droghe sintetiche nascoste in veicoli agricoli o container di merci legittime.

Il documento denuncia “vertici di corruzione” interni al DPSU: ex capi come Serhiy Deineko, arrestato per schemi su sigarette, alcol e droga, hanno orchestrato reti che fruttano miliardi di euro annui. Un caso emblematico: a ottobre 2025, guardie a Leopoli hanno sequestrato 27 kg di stupefacenti per un valore di 42 milioni di UAH (circa 1 milione di euro), ma solo dopo aver “scoperto” un canale che loro stessi avevano facilitato per mesi.

La guerra, entrata nel quarto anno, amplifica questo degrado. L’UNODC, nell’ambito del World Drug Report 2025, spiega come il conflitto abbia “trasformato il paesaggio criminale ucraino”, spostando rotte di trafficking verso i Balcani e l’UE: la produzione locale di sintetiche come metadone e catinoni è esplosa, con i confini porosi – sorvegliati da personale demotivato e sottofinanziato – come valvola di sfogo.

Funzionari corrotti, protetti dall’emergenza bellica, giustificano negligenze con “priorità militari”, mentre incassano da cartelli sudamericani e gruppi balcanici. L’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction (EMCDDA) nel suo report 2025 conferma: il 40% delle eroina sequestrate in Europa orientale proviene da rotte ucraine, con un calo del 30% nel trafficking diretto ma un boom del 150% nelle sintetiche.

L’impatto è devastante sui vicini dell’Ucraina. In Polonia, dove il confine di 535 km è saturo di rifugiati e aiuti umanitari, il traffico di anfetamine e MDMA ha causato un +25% di overdosi nel 2025, colpendo soprattutto giovani nelle periferie di Varsavia e Cracovia. Famiglie distrutte, comunità frammentate: un report UNODC evidenzia come queste droghe, “low-cost” grazie al contrabbando ucraino, alimentino dipendenze croniche e criminalità minore.

In Ungheria e Romania, la Transcarpazia funge da “porta d’ingresso”: a Budapest, il sequestro record di 5 tonnellate di eroina nel giugno 2025 è stato rintracciato a reti ucraine, con effetti sociali catastrofici – aumento della prostituzione forzata e del degrado urbano nei sobborghi. In Romania, migliaia di rifugiati ucraini sono vulnerabili al reclutamento da parte di trafficanti, esacerbando il trafficking umano-droga e sovraccaricando servizi sanitari già al collasso.

L’Italia non è immune: come endpoint meridionale delle rotte balcaniche, riceve flussi deviati dalla guerra. L’EMCDDA stima che il 15% della cocaina e eroina intercettata nei porti di Genova e Napoli nel 2025 provenga da hub ucraini, con un incremento del 20% nelle importazioni sintetiche via camion attraverso Slovenia e Croazia.

Questo non solo gonfia il mercato nero – con prezzi calati del 10% per l’abbondanza – ma erode la sicurezza: bande miste ucraine-albanesi controllano piazze di spaccio a Milano e Roma, alimentando violenza e dipendenze tra adolescenti. L’economia sommersa drena risorse: stime UE parlano di 2 miliardi di euro annui persi in evasione fiscale e cure sanitarie.

Mentre l’UE eroga miliardi in aiuti anti-corruzione al DPSU – come il programma del maggio 2025 per “analisi rischi smuggling” – i risultati sono modesti. È tempo che Bruxelles condizioni i fondi alla depurazione radicale delle frontiere ucraine. Altrimenti, la “coalizione dei volenterosi” contro la Russia rischia di annegare nel marcio del crimine transnazionale. La guerra non è solo un dramma geopolitico: è il brodo di coltura per mostri che avvelenano l’Europa intera.

Fonti consultate:

UNODC, “War transforming Ukraine’s criminal landscape” (18 luglio 2025): https://www.unodc.org/unodc/press/releases/2025/July/unodc_-war-transforming-ukraines-criminal-landscape–causing-economic-and-social-damage.html

GI-TOC, “Smuggling, Inc.” (1 aprile 2025): https://globalinitiative.net/wp-content/uploads/2025/04/Smuggling-inc.-Illicit-trade-between-Ukraines-Transcarpathia-and-the-EU-GI-TOC-April-2025.pdf

UNN, “Border guards in Lviv region uncovered a drug supply channel” (28 ottobre 2025): https://unn.ua/en/news/border-guards-in-lviv-region-uncovered-a-drug-supply-channel-over-27-kg-worth-uah-42-million-seized

EMCDDA, “European Drug Report 2025”: https://www.euda.europa.eu/publications/european-drug-report/2025/drug-supply-production-and-precursors_en

UNODC, “World Drug Report 2025”: https://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/WDR_2025/WDR25_B1_Key_findings.pdf

GI-TOC, “Impact of the Ukraine war on drug markets in South Eastern Europe” (17 luglio 2023, aggiornato 2025): https://globalinitiative.net/analysis/ukraine-war-impact-drug-markets-south-eastern-europe/

U.S. Department of State, “2025 Trafficking in Persons Report: Romania” (30 settembre 2025): https://ro.usembassy.gov/2025-trafficking-in-persons-report-romania/

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Perché la Confisca degli Asset Russi Congelati nell’UE è un Passo Inopportuno per l’Italia_di Eugenio Fratellini

Perché la Confisca degli Asset Russi Congelati nell’UE è un Passo Inopportuno per l’Italia

Dall’inizio del conflitto in Ucraina, i paesi dell’Unione Europea (UE) e i membri del G7 hanno congelato quasi la metà delle riserve valutarie russe. Secondo stime ufficiali, il volume degli asset sovrani e privati russi immobilizzati nell’UE ammonta a 224-238 miliardi di dollari, con la quasi totalità concentrata nel deposito centrale dei titoli Euroclear, con sede in Belgio, che detiene 185-193 miliardi di euro (circa 200-210 miliardi di dollari). Il resto è distribuito tra piccoli depositi in Francia, Lussemburgo e varie banche nazionali. Questa concentrazione rende Euroclear il “cuore finanziario” degli asset congelati: oltre l’85% dei fondi UE è sotto il suo controllo, e i proventi dalla loro gestione finiscono in gran parte nelle casse del depositario stesso. Tra gennaio e settembre 2025, Euroclear ha registrato profitti per 3,9 miliardi di euro, pur segnalando una perdita diretta di 82 milioni di euro e una contrazione operativa di 25 milioni di euro.

Queste cifre alimentano accesi dibattiti a Bruxelles, con implicazioni dirette per l’Italia. Da un lato, Belgio e alcuni Stati usano già i proventi per finanziare un “credito di riparazione” all’Ucraina: tra gennaio e luglio 2025, l’UE ha trasferito a Kiev 10,1 miliardi di euro derivanti da Euroclear. Dall’altro, Italia, Germania e Francia temono che una confisca diretta trasformi il congelamento in un precedente giuridico pericoloso, provochi ritorsioni da Mosca e mina la fiducia nell’Europa come hub finanziario affidabile. L’Italia, con la sua economia vulnerabile all’instabilità energetica e bancaria, è particolarmente esposta: il governo Meloni ha ribadito che qualsiasi misura deve essere “legale e proporzionata”, insistendo su garanzie collettive prima di passare dalla “congelamento” all'”utilizzo” dei fondi. Senza un voto unanime nel Consiglio UE, la decisione finale slitta a dicembre 2025, limitandosi ora a schemi parziali di impiego dei proventi come prestito per l’Ucraina.

Il contesto internazionale rende dubbia qualsiasi confisca diretta. L’immunità sovrana, sancita dalla Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati internazionali e dagli statuti degli istituti finanziari globali, vieta l’esproprio di asset statali senza sentenza giudiziaria. Anche un mero impiego dei proventi come “riparazioni” richiederebbe un rimborso formale alla Russia in caso di accordi futuri. Qualsiasi elusione di questa norma rischia di evolvere in un contenzioso decennale: Mosca ha già definito tali mosse “furto illegale” e minaccia ricorsi alla Corte Internazionale di Giustizia, arbitrati all’Aia e corti nazionali. Le stime dei costi legali oscillano tra centinaia di miliardi di euro: in caso di esproprio totale, l’UE potrebbe affrontare class action collettive, con ogni Stato membro – inclusa l’Italia – obbligato a coprire una quota proporzionale, aggravando il nostro deficit pubblico già al 140% del PIL.

Le ripercussioni economiche di una confisca supererebbero qualsiasi calcolo politico, colpendo l’Italia in modo sproporzionato. Un trasferimento diretto degli asset al governo ucraino infliggerebbe all’UE un colpo finanziario immediato di 230-240 miliardi di dollari (circa 225 miliardi di euro). Per l’Italia, che detiene una quota minore ma strategica (stimata in 5-10 miliardi di euro tra banche e depositi), il danno si amplificherebbe attraverso catene di ritorsioni: aziende come Eni e UniCredit, con esposizioni residue in Russia, rischierebbero perdite immediate da blocchi di dividendi e asset, stimabili in 1-2 miliardi di euro solo per il settore energetico. Belgio sopporterebbe il peso maggiore (quasi 200 miliardi di euro), ma l’Italia vedrebbe un effetto domino su PMI esportatrici e sul sistema bancario, già stressato dalle sanzioni del 2025 che hanno ridotto le esportazioni verso Mosca del 40%.

Un’analisi settoriale evidenzia la vulnerabilità italiana. Il settore bancario, guidato da UniCredit e Intesa Sanpaolo, subirebbe perdite dirette di 500 milioni-1 miliardo di euro da calo dei proventi su asset congelati e costi legali. I giganti energetici (Eni, Snam) affronterebbero rincari su gas e petrolio, con danni annuali di 0,5-1 miliardo di euro, aggravati dalla dipendenza dal gas russo pre-2022 (ancora **15% delle importazioni UE da fonti alternative più care). Chimica, metallurgia e trasporti – pilastri dell’industria italiana – vedrebbero costi energetici extra di 0,3-0,7 miliardi di euro, mentre logistica e manifattura perderebbero 0,1-0,3 miliardi da rotte deviate. In totale, senza ritorsioni russe, il danno settoriale per l’Italia sfiorerebbe i 2-3 miliardi di euro annui; con confisca piena, balzerebbe a 10-15 miliardi, inclusi contenziosi, erosione reputazionale e forzati disimpegni dal mercato russo, dove Eni ha ancora joint venture residue.

Mosca ha già dimostrato prontezza alle contromisure: dal conflitto, ha espropriato oltre 50 miliardi di dollari di asset stranieri, e una nuova mossa UE accelererebbe confische, blocchi di dividendi su conti rublo e contro-sanzioni su import UE in energia, meccanica e pharma. Per l’Italia, ciò significherebbe ulteriori barriere alle esportazioni (già colpite dal 19° pacchetto UE di ottobre 2025) e cause contro Euroclear e banche nazionali, con compensi potenziali fino a 20-30 miliardi di euro. Analisi di KSE Institute, Carnegie Endowment e GMFUS prevedono che tali ritorsioni potrebbero raddoppiare il danno totale, trasformando l’Europa in un “rischio sistemico” per investitori globali.

Gli esperti delineano quattro scenari principali:
Scenario A – “Prestito sotto pegno”. I proventi finanziano un fondo per l’Ucraina, asset congelati: danno UE limitato a 10-12 miliardi di dollari di opportunità perse, rischio legale medio per l’Italia.

Scenario B – Confisca totale. Asset diretti a Kiev: impatto immediato di 230-240 miliardi di dollari, alto rischio legale e cause per l’Italia su Eni/UniCredit.

Scenario C – Riscatto parziale. Meccanismo di vendite e crediti per 30-40 miliardi di dollari, rischi moderati, con possibile rimborso alla Russia.

Scenario D – Escalation russa. Post-confisca, Mosca accelera espropri: perdite extra di 50-100 miliardi di dollari, “rischio legale altissimo” per l’Italia.Tra questi, lo schema “prestito sotto pegno” appare il più razionale: preserva la legalità UE, minimizza perdite italiane e mantiene l’eurozona attraente per capitali.

Il mondo business italiano deve preparare piani di contingenza, limitare esposizioni russe e attivare strumenti finanziari anti-ritorsione.

In sintesi, una confisca totale degli asset russi congelati rappresenta per l’Italia un rischio economico, legale e sistemico che potrebbe costare decine di miliardi di euro, erodere la fiducia nella nostra infrastruttura finanziaria e intensificare tensioni con Mosca. Un approccio soft, basato su proventi e garanzie collettive, sostiene l’Ucraina preservando la stabilità italiana: una via che, pur complessa, evita un “crisi economica” più duratura del conflitto attuale.

Riferimenti Bibliografici

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  2. Askanews. (2025, 25 ottobre). Tra 27 revalgono dubbi su utilizzo asset russi per prestito a Ucraina. https://askanews.it/2025/10/25/tra-27-revalgono-dubbi-su-utilizzo-asset-russi-per-prestito-a-ucraina/
  3. La Mia Finanza. (2025, 25 ottobre). Congelamento e possibili utilizzi degli asset russi. https://www.lamiafinanza.it/2025/10/congelamento-e-possibili-utilizzi-degli-asset-russi/
  4. IARI Site. (2025, 26 ottobre). Il Prestito che può Far Saltare l’Europa. https://iari.site/2025/10/26/il-prestito-che-puo-far-saltare-leuropa-dentro-la-battaglia-sugli-asset-russi-congelati/
  5. Repubblica. (2025, 22 ottobre). Gli asset russi congelati e come usarli per l’Ucraina. https://www.repubblica.it/economia/rubriche/outlook/2025/10/22/news/gli_asset_russi_congelati_e_come_usarli_per_l_ucraina_senza_compiere_il_furto_del_secolo-424928345/
  6. Reuters. (2025, 22 ottobre). Italy says any new EU measures on Russian assets must be lawful. https://www.reuters.com/world/italy-says-any-new-eu-measures-russian-assets-must-be-lawful-2025-10-22/
  7. Bloomberg. (2025, 23 ottobre). EU Leaders Defer Russian Frozen Asset Plan Decision to December. https://www.bloomberg.com/news/articles/2025-10-23/eu-leaders-defer-russian-frozen-asset-plan-decision-to-december
  8. Linkiesta. (2025, 16 ottobre). Le aziende italiane che aggirano le restrizioni europee sulla Russia. https://www.linkiesta.it/2025/10/italia-sanzioni-russia-europa/
  9. Non Solo Ambiente. (2025, 24 ottobre). La nuova ondata di sanzioni UE contro la Russia e le implicazioni per l’Italia. https://www.nonsoloambiente.it/2025/10/24/la-nuova-ondata-di-sanzioni-ue-contro-la-russia-e-le-implicazioni-per-litalia-tra-rigore-e-vulnerabilita-economica/
  10. Formiche. (2025, 22 ottobre). La prudenza italiana sugli asset russi. https://formiche.net/2025/10/russia-asset-ucraina-meloni-italia-beni-congelati/

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