Dalla conversione interiore alla costruzione della realtà sociale
Tommaso Demaria, L’Imitazione di Cristo e la rilettura sociologica della dinontorganica nei contributi di Antonio Rossello: saggio di approfondimento in filosofia sociale, spiritualità cristiana e progettazione sociale
Abstract
Il saggio esamina le possibili relazioni tra il pensiero di Tommaso Demaria (1908-1996), fondatore del realismo dinamico e della prospettiva dinontorganica, e L’Imitazione di Cristo, opera fondamentale della spiritualità cristiana medievale tradizionalmente attribuita a Tommaso da Kempis. Il confronto viene sviluppato anche alla luce dei contributi contemporanei di Antonio Rossello, con particolare riferimento a Verso una Sociologia Costruttiva: il realismo dinamico e la progettazione sociale dinontorganica e Acta non verba: l’eredità di Tommaso Demaria e la sorpresa della Dinontorganica. L’ipotesi interpretativa è che le due tradizioni possano concorrere, pur nella loro irriducibile diversità, alla costruzione di un approccio integrato alla progettazione sociale. L’Imitazione di Cristo offre una prospettiva di formazione interiore, responsabilità morale e trasformazione delle relazioni; Demaria propone una concezione dinamica e organica della realtà storica, mentre Rossello ne sviluppa una rilettura orientata alla sociologia costruttiva, all’innovazione sociale e alla progettazione di organizzazioni e comunità. Il lavoro individua le convergenze antropologiche ed etiche, le differenze epistemologiche e teologiche e le condizioni metodologiche necessarie per tradurre tali riferimenti in interventi sociali verificabili. Particolare attenzione viene dedicata al rapporto tra persona e organizzazione, alla partecipazione comunitaria, alla valutazione dell’impatto sociale e alla necessità di evitare tanto il riduzionismo individualistico quanto la subordinazione della persona a una presunta unità del sistema.
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1. Introduzione: due tradizioni, una questione fondamentale
Come può la trasformazione dell’essere umano contribuire alla trasformazione della società? E, reciprocamente, in quale misura le strutture sociali possono favorire o ostacolare la maturazione personale, la solidarietà e la realizzazione del bene comune? Queste domande costituiscono il punto di partenza del presente confronto tra Tommaso Demaria e L’Imitazione di Cristo. Il loro interesse non consiste nell’individuare una coincidenza dottrinale tra opere appartenenti a epoche diverse, ma nel verificare la possibilità di un dialogo tra una prospettiva spirituale centrata sulla conversione personale e una concezione filosofico-sociale che interpreta la realtà storica come processo dinamico di costruzione. L’Imitazione di Cristo, composta da quattro libri, appartiene alla tradizione della devotio moderna, movimento spirituale della tarda età medievale caratterizzato dalla centralità dell’interiorità, dalla disciplina morale e dalla conformazione della vita a Cristo. La sua impostazione è prevalentemente ascetica e spirituale: la persona è chiamata a verificare le proprie intenzioni, a ridimensionare l’orgoglio e l’attaccamento al prestigio e a tradurre la fede in una condotta coerente. Tommaso Demaria, sacerdote salesiano e filosofo, sviluppa invece una riflessione che comprende la metafisica della realtà storica, la concezione dell’ente dinamico e l’interpretazione della società come realtà organica in divenire. La sua elaborazione non si limita alla formazione morale del singolo, ma investe le istituzioni, le organizzazioni e i processi attraverso cui la convivenza umana prende forma. Il confronto acquista una nuova dimensione attraverso gli studi contemporanei di Antonio Rossello,
i quali non tengono ancora conto degli affinamenti della sua visione frutto di ulteriore percorso di ricerca, che presenta il realismo dinamico come possibile fondamento di una sociologia costruttiva e come riferimento per una progettazione sociale capace di passare dalla diagnosi dei problemi alla costruzione di nuove realtà organizzative e comunitarie. Nel contributo pubblicato su Sociologia On Web nel giugno 2026, Rossello individua nel pensiero demariano una prospettiva che può essere tradotta in strumenti per la progettazione sociale, per l’innovazione organizzativa e per la rigenerazione territoriale. Il suo articolo affronta inoltre alcune questioni aperte, fra cui la misurazione dell’altruismo, il dialogo con le teorie sociologiche contemporanee e la gestione del conflitto nelle società pluralistiche. La tesi qui sostenuta è che la spiritualità dell’Imitazione di Cristo, la metafisica sociale di Demaria e la rilettura progettuale di Rossello possano essere messe in relazione come tre livelli distinti e complementari: la formazione della persona, la comprensione della realtà sociale e la costruzione metodica di interventi trasformativi. Tale complementarità è una proposta interpretativa. Non implica che l’opera medievale contenga una teoria sociologica della progettazione sociale, né che Demaria abbia necessariamente derivato la propria filosofia dall’Imitazione di Cristo.
2. Tommaso Demaria: il realismo dinamico e la realtà storica
2.1. L’ente dinamico e la realtà come processo
Il realismo dinamico costituisce il nucleo della riflessione metafisica di Demaria. La sua impostazione si fonda sulla distinzione tra l’ente statico, caratterizzato da un’essenza già costituita, e l’ente dinamico, la cui realtà si sviluppa attraverso l’attività nello spazio e nel tempo. L’espressione ens cuius essentia fit, utilizzata per caratterizzare l’ente dinamico, richiama l’idea di una realtà che si realizza progressivamente attraverso l’agire. Questa concezione non deve essere confusa con un generico elogio del cambiamento. Il movimento, nella prospettiva demariana, non costituisce un valore in sé: occorre comprendere la realtà che cambia, i processi che ne determinano l’evoluzione e l’orientamento complessivo della trasformazione. Il problema metafisico diventa quindi anche un problema storico e pratico. Se la realtà sociale viene continuamente costruita attraverso le attività umane, la sua comprensione richiede di considerare non soltanto gli individui, ma anche le relazioni, le istituzioni e le forme organizzative attraverso cui essi agiscono. La bibliografia di Demaria comprende, a questo proposito, i tre volumi della Trilogia del Realismo Dinamico, pubblicati nel 1975: Ontologia realistico-dinamica, Metafisica della realtà storica e La realtà storica come Superorganismo Dinamico. A questi si affiancano L’ideologia cristiana e Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale. Queste opere rappresentano i riferimenti primari per una ricostruzione sistematica della sua teoria.
2.2. La dinontorganica: dinamismo, conoscenza e organizzazione
Il termine dinontorganica richiama tre dimensioni che, nella prospettiva demariana, non devono essere separate.
Dinamica: la realtà storica si sviluppa attraverso processi e attività che ne modificano continuamente la configurazione.
Ontologica: l’azione deve essere preceduta da una conoscenza adeguata della realtà sulla quale intende intervenire.
Organica: le componenti della realtà sociale sono interdipendenti e non possono essere comprese adeguatamente come elementi completamente isolati.
La dimensione dinamica invita a considerare il cambiamento; quella ontologica richiede di comprendere la natura e le relazioni del fenomeno; quella organica sollecita a valutare le conseguenze delle singole azioni sull’insieme. Nel suo articolo Acta non verba, Rossello interpreta questa triade come una chiave per superare sia l’individualismo, che tende a isolare gli interessi dei singoli, sia una concezione meccanica del collettivo, nella quale le persone rischiano di essere trattate come semplici ingranaggi. L’autore sottolinea inoltre il rapporto tra pensiero e azione, richiamando il metodo della radice e l’esigenza che la riflessione produca effetti concreti nella realtà storica. Per la progettazione sociale, questa impostazione presenta una conseguenza importante: un intervento non può essere valutato esclusivamente in base alla qualità della sua formulazione teorica o alla correttezza formale delle procedure. Occorre verificare se le attività realizzate contribuiscano effettivamente a trasformare le condizioni che hanno generato il problema.
2.3. La realtà sociale come organismo dinamico
Demaria interpreta la realtà storica attraverso la categoria del superorganismo dinamico. La società non è considerata una semplice somma di individui, ma una realtà che assume consistenza attraverso l’interazione di persone, istituzioni, attività e processi. La prospettiva organica invita a considerare il rapporto tra le parti e il tutto, evitando di ridurre la società alla sola dimensione economica o alla mera aggregazione di interessi individuali.
Questo approccio si presta a interrogare fenomeni quali:
la qualità delle relazioni all’interno delle organizzazioni;
il rapporto tra imprese e territori;
la cooperazione tra istituzioni pubbliche, associazioni e cittadini;
la capacità delle comunità di affrontare bisogni condivisi;
la coerenza tra finalità dichiarate e conseguenze effettive delle attività.
Occorre, tuttavia, una precisazione critica. La metafora dell’organismo non deve diventare una giustificazione della subordinazione dell’individuo al sistema. Un’organizzazione è socialmente costruttiva soltanto se la sua capacità di perseguire obiettivi collettivi rimane compatibile con la dignità, la libertà e i diritti delle persone che ne fanno parte. La dinontorganica può pertanto essere impiegata nella progettazione sociale come criterio per studiare le interdipendenze, senza trasformare l’unità del sistema in un valore assoluto che annulli il pluralismo.
2.4. L’ideoprassi: dalla teoria alla costruzione
Un elemento centrale del pensiero demariano è il rapporto tra elaborazione teorica e prassi. L’idea di ideoprassi esprime la necessità che la conoscenza della realtà diventi orientamento dell’azione. Una teoria che non incide sulle pratiche rimane separata dalla trasformazione storica; un’attività priva di una comprensione adeguata della realtà rischia, invece, di produrre risultati frammentari o contraddittori. Questa impostazione è particolarmente rilevante per la progettazione sociale contemporanea, che spesso deve confrontarsi con interventi frammentati, finanziamenti a breve termine e procedure amministrative non sempre coordinate con i bisogni effettivi delle comunità. Il problema non consiste nel rinunciare alla pianificazione tecnica o agli strumenti di project management. Consiste nell’inserirli in una visione più ampia, capace di collegare l’analisi dei bisogni, le finalità del progetto, le risorse, le relazioni e gli effetti attesi. Il progetto sociale può così essere interpretato come un processo di costruzione di una nuova realtà relazionale e organizzativa, non soltanto come un insieme temporaneo di attività.
3. Antonio Rossello: la sociologia costruttiva come sviluppo applicativo
3.1. Dalla ricostruzione teorica alla progettazione
Nei contributi individuati, Rossello propone una rilettura del realismo dinamico che ne mette in evidenza le potenzialità applicative per le scienze sociali. In Verso una Sociologia Costruttiva, il passaggio fondamentale consiste nel considerare la teoria demariana non soltanto come un sistema filosofico da ricostruire, ma come una possibile cornice per interpretare e trasformare i fenomeni sociali. La sociologia costruttiva viene presentata come un approccio che non si limita a descrivere i problemi, misurare le disuguaglianze o formulare critiche. Essa dovrebbe contribuire anche alla costruzione di configurazioni organizzative alternative, capaci di produrre risultati socialmente desiderabili. In questa prospettiva, il professionista della progettazione sociale non è soltanto un tecnico che individua un bando, raccoglie risorse e organizza attività. È chiamato a comprendere il sistema di relazioni entro il quale il progetto deve operare e a costruire una coerenza tra bisogni, persone, finalità e strutture. Il contributo di Rossello è rilevante soprattutto perché esplicita il problema della traduzione metodologica: concetti come altruismo, sintesi organica e costruttività devono poter essere tradotti in criteri osservabili e, dove possibile, in indicatori verificabili.
3.2. I cinque trascendentali dinamici
Nella presentazione della teoria demariana proposta da Rossello vengono richiamati cinque trascendentali dinamici:
Religiosità: apertura al senso complessivo della realtà e al suo orientamento ultimo.
Educatività: capacità di formare le persone e trasformare le competenze e i processi.
Moralità: orientamento dell’agire secondo criteri etici.
Missionarietà: diffusione e consolidamento delle modalità costruttive di azione.
Socialità: inclusione delle componenti della realtà sociale e riconoscimento delle loro interdipendenze.
Queste categorie devono essere comprese nel loro contesto teorico e non semplicemente trasformate in una lista di valori organizzativi. Per un’applicazione sociologica contemporanea è tuttavia possibile elaborare una traduzione operativa, distinguendo il significato originario dei concetti dagli indicatori utilizzati per osservarne alcune manifestazioni. La religiosità, ad esempio, non può essere ridotta a un indicatore amministrativo; la moralità non coincide con la conformità normativa; la socialità non può essere misurata esclusivamente attraverso il numero dei partecipanti a un progetto. È invece possibile studiare alcune dimensioni empiricamente osservabili: la coerenza tra valori dichiarati e decisioni, la qualità dei percorsi formativi, l’accessibilità dei servizi, la partecipazione ai processi decisionali e la continuità delle relazioni di cooperazione. Questa distinzione consente di conservare la profondità filosofica del modello, evitando di presentare gli indicatori quantitativi come una misurazione esaustiva della realtà umana.
3.3. Il principio altruico e il bene comune
Un altro elemento centrale della lettura di Rossello è il principio altruico organico, secondo il quale la persona contribuisce alla vita dell’insieme sociale e, reciprocamente, l’insieme deve creare condizioni che consentano alla persona di svilupparsi. Tale principio può essere interpretato, sul piano progettuale, come un criterio di reciprocità tra sviluppo individuale e sviluppo collettivo. Un progetto è tanto più coerente con questa prospettiva quanto più evita di trattare le persone esclusivamente come beneficiari passivi, risorse da utilizzare o destinatari di prestazioni. Le persone coinvolte devono poter contribuire alla definizione dei problemi, alla scelta delle priorità, alla realizzazione degli interventi e alla valutazione dei risultati. Il principio altruico, tuttavia, non va confuso con una disponibilità illimitata al sacrificio individuale. La reciprocità richiede che anche le organizzazioni e le istituzioni assumano responsabilità verso le persone, garantendo diritti, risorse, condizioni di partecipazione e possibilità di dissenso. Una comunità non è costruttiva se richiede ai suoi membri di contribuire senza offrire loro condizioni adeguate di sviluppo.
3.4. L’impresa e la dimensione Social dell’ESG
Rossello estende la prospettiva dinontorganica anche all’impresa, proponendo di superare una concezione nella quale il profitto costituisce l’unico criterio sostanziale di valutazione dell’attività economica. Nella sua interpretazione, l’impresa dovrebbe essere considerata una realtà relazionale che contribuisce alla costruzione della società. La redditività rimane una condizione importante della sostenibilità economica, ma non esaurisce il significato dell’attività aziendale. Questa riflessione incontra un problema concreto della progettazione sociale applicata alla dimensione Social dell’ESG: come distinguere le iniziative che producono un cambiamento reale da quelle che si limitano a soddisfare requisiti formali o a comunicare un’immagine positiva dell’organizzazione? La proposta di una valutazione più sostanziale, richiamata da Rossello, suggerisce di interrogarsi non soltanto sui rischi mitigati, ma anche sul valore sociale effettivamente prodotto. Sul piano metodologico, questa prospettiva può essere sviluppata attraverso l’analisi del benessere organizzativo, della partecipazione dei lavoratori, delle opportunità di formazione, della qualità delle relazioni industriali, dell’accessibilità e dei rapporti tra impresa e comunità territoriale. Si tratta, però, di una possibile applicazione della prospettiva dinontorganica, non di uno standard ESG già riconosciuto o di un sistema di rating validato scientificamente. Per diventare uno strumento affidabile, una simile impostazione richiede definizioni operative, indicatori trasparenti, verifiche indipendenti e confronto con i criteri di rendicontazione già esistenti.
4. L’Imitazione di Cristo: formazione interiore e responsabilità morale
4.1. La conversione come processo di trasformazione
L’Imitazione di Cristo affronta la trasformazione umana attraverso la disciplina spirituale, la conoscenza di sé e la conformazione della propria vita all’insegnamento di Cristo. L’opera invita a interrogare le motivazioni che guidano le azioni, a riconoscere i limiti personali e a ridimensionare l’attaccamento al prestigio, al possesso e all’affermazione individuale. La conoscenza del bene, da sola, non è sufficiente. Occorre che essa si traduca in una condotta coerente, attraverso l’esercizio delle virtù e la revisione delle abitudini. Questa impostazione presenta una rilevanza anche per la riflessione sociale. I comportamenti organizzativi non sono determinati soltanto dalle regole formali, ma anche dalle motivazioni, dalle aspettative e dalle disposizioni delle persone che partecipano alla vita collettiva. L’opera medievale non formula una teoria sociologica di questi fenomeni. Offre tuttavia un riferimento etico per interrogare il rapporto tra intenzioni, condotte e responsabilità.
4.2. Umiltà e critica dell’autoreferenzialità
L’umiltà, nell’Imitazione di Cristo, non consiste semplicemente nel rinunciare alle proprie capacità o nel sottovalutare il proprio contributo. Essa implica una revisione del rapporto con il potere, la reputazione e il riconoscimento sociale. Trasposta con cautela sul piano organizzativo, questa prospettiva permette di interrogare alcune dinamiche frequenti nelle istituzioni e nei progetti: la ricerca del consenso personale, la competizione per il controllo delle risorse, l’appropriazione dei risultati collettivi e la difficoltà ad accettare le osservazioni critiche. Un’organizzazione può dichiarare di perseguire l’inclusione e, al tempo stesso, essere attraversata da pratiche autoreferenziali che concentrano le decisioni in poche mani. La riflessione spirituale può contribuire a rendere visibili tali contraddizioni, purché non venga utilizzata per sostituire l’analisi delle responsabilità, dei rapporti di potere e delle procedure decisionali. L’umiltà individuale non elimina automaticamente le disuguaglianze organizzative. Può però favorire atteggiamenti di ascolto, autocritica e disponibilità alla revisione delle proprie decisioni.
4.3. Carità e qualità delle relazioni
La carità costituisce uno dei riferimenti fondamentali dell’etica cristiana e attraversa l’intera tradizione dell’Imitazione di Cristo. Nell’opera, l’amore verso gli altri si esprime attraverso la pazienza, il perdono, la disponibilità al servizio e il superamento dell’orgoglio. La sua radice è teologica: la carità trova il proprio significato nella relazione con Dio e nella conformazione a Cristo. Per la progettazione sociale, la carità può essere assunta come fonte di ispirazione per un orientamento alla dignità umana, all’attenzione verso le persone vulnerabili e alla responsabilità relazionale. Non sarebbe corretto, tuttavia, identificare direttamente la carità cristiana con il capitale sociale, la cooperazione o l’altruismo sociologico. Queste categorie appartengono a contesti teorici differenti. È invece possibile costruire un dialogo tra esse, verificando in che modo atteggiamenti di attenzione, reciprocità e responsabilità si traducano in pratiche capaci di migliorare la vita delle persone.
4.4. La comunità e il limite della prospettiva ascetica
L’Imitazione di Cristo non sviluppa una teoria sistematica delle istituzioni, dell’impresa o delle politiche sociali. Il suo contributo alla vita collettiva è soprattutto indiretto: riguarda la formazione morale delle persone e il modo in cui esse si relazionano agli altri. Questa caratteristica rappresenta insieme un punto di forza e un limite. È un punto di forza perché ricorda che nessun sistema organizzativo può sostituire interamente la responsabilità morale degli individui. È un limite quando si tenta di utilizzare il testo come se offrisse già una metodologia di progettazione sociale. La carità non definisce automaticamente le priorità di un intervento, non stabilisce come distribuire le risorse e non garantisce che una politica produca risultati efficaci. Per tali compiti sono necessari strumenti sociologici, analisi dei bisogni, partecipazione degli interessati e valutazione degli esiti. L’Imitazione di Cristo può dunque orientare le finalità etiche dell’intervento, ma non sostituire le conoscenze e le competenze necessarie alla sua progettazione.
5. Punti di contatto e differenze tra Demaria e l’Imitazione di Cristo
5.1. La trasformazione personale
La prima convergenza riguarda l’idea che la vita umana non sia comprensibile soltanto attraverso ciò che una persona possiede o la posizione che occupa. Nell’Imitazione, la trasformazione si manifesta nella conversione interiore e nella conformazione a Cristo. In Demaria, il dinamismo assume una dimensione ontologica e storica: la persona partecipa alla costruzione della realtà attraverso le proprie attività e relazioni. Il punto di contatto è l’attenzione al processo attraverso cui l’esistenza prende forma. La differenza riguarda il significato ultimo attribuito a tale processo.
5.2. Il superamento dell’egoismo
Entrambe le prospettive consentono di criticare una concezione dell’esistenza centrata esclusivamente sull’interesse individuale. L’Imitazione affronta il problema attraverso l’umiltà, la carità e il distacco dal prestigio. Demaria lo affronta anche sul piano della struttura sociale, attraverso una concezione organica della realtà e il principio altruico. Ne deriva una distinzione fondamentale: la conversione personale può favorire relazioni più responsabili, ma non garantisce da sola la costruzione di istituzioni giuste. Analogamente, un’organizzazione ben progettata non assicura automaticamente la maturazione morale dei suoi membri.
5.3. La coerenza tra valori e azioni
L’Imitazione insiste sulla necessità che la conoscenza spirituale diventi condotta. Demaria sottolinea il rapporto tra conoscenza della realtà e azione costruttiva. Rossello sviluppa questa convergenza attraverso il richiamo alla sociologia costruttiva e al principio acta non verba, inteso come esigenza di verificare la capacità dell’azione di produrre effetti concreti. Il dialogo fra le tre prospettive permette di formulare un criterio utile alla progettazione sociale: i valori dichiarati devono tradursi in decisioni, comportamenti e risultati verificabili.
5.4. Le differenze fondamentali
Dimensione
L’Imitazione di Cristo
Demaria e la dinontorganica
Finalità principale
Conversione e conformazione a Cristo
Comprensione e costruzione della realtà storica
Dimensione privilegiata
Interiorità e vita spirituale
Relazioni, strutture e processi storico-sociali
Criterio di riferimento
Vangelo, Cristo, vita sacramentale
Realismo dinamico e concezione organica della realtà
Rapporto con la società
Prevalentemente etico e relazionale
Esplicitamente sociale, organizzativo e progettuale
Metodo
Meditazione, esame di sé, esercizio delle virtù
Analisi della realtà, sintesi e orientamento della prassi
Possibile applicazione sociale
Formazione etica e responsabilità relazionale
Progettazione, organizzazione e trasformazione dei sistemi sociali
Le due prospettive sono quindi complementari soltanto in senso interpretativo. Non costituiscono un unico sistema teorico e non devono essere assimilate forzatamente.
6. Come utilizzare sociologicamente entrambe le prospettive nella progettazione sociale
Il passaggio più rilevante consiste nel comprendere come i riferimenti teorici possano diventare strumenti di lavoro per l’Esperto di Progettazione Sociale. L’integrazione proposta non consiste nell’applicare letteralmente l’Imitazione di Cristo a un progetto né nel trattare la dinontorganica come una procedura già completamente standardizzata. Si tratta, piuttosto, di costruire un metodo nel quale la prospettiva spirituale contribuisca a interrogare le finalità etiche dell’intervento e quella dinontorganica aiuti a comprendere le relazioni, le strutture e i processi attraverso cui tali finalità possono essere perseguite.
6.1. Primo passaggio: conoscere la realtà prima di intervenire
Un progetto sociale dovrebbe iniziare con un’analisi del contesto che non si limiti alla raccolta dei bisogni immediatamente visibili.
Occorre ricostruire:
le caratteristiche della comunità interessata;
le relazioni tra persone, famiglie, associazioni e istituzioni;
le risorse disponibili e quelle non ancora valorizzate;
le cause strutturali dei problemi;
le forme di esclusione e le disuguaglianze di accesso;
i conflitti, le aspettative e le differenti interpretazioni dei bisogni.
La prospettiva dinontorganica invita a considerare queste componenti nella loro interdipendenza, evitando di affrontare ogni problema come se fosse indipendente dagli altri. L’Imitazione di Cristo introduce, su un piano differente, un’esigenza di umiltà conoscitiva: non presumere di conoscere già completamente le persone e non sostituire il proprio giudizio alla loro esperienza. Sul piano metodologico, questa disposizione può tradursi nell’ascolto attivo, nella ricerca qualitativa, nelle interviste, nei focus group e nell’analisi partecipata dei bisogni. L’umiltà non sostituisce la competenza tecnica, ma può contribuire a orientarla verso un atteggiamento meno autoreferenziale.
6.2. Secondo passaggio: definire una finalità condivisa
Una volta analizzato il contesto, occorre definire quale cambiamento il progetto intenda produrre. La prospettiva dinontorganica invita a considerare il progetto come un processo unitario, nel quale attività, risorse, relazioni e risultati devono essere coerenti con la finalità complessiva. La prospettiva cristiana aggiunge una domanda etica: il cambiamento perseguito favorisce realmente la dignità delle persone, oppure rischia di utilizzare alcuni soggetti come strumenti per obiettivi decisi da altri? Per evitare che la finalità venga stabilita esclusivamente dai progettisti, è necessario coinvolgere gli attori interessati nella definizione delle priorità. La partecipazione non significa che ogni decisione debba essere unanime. Significa che le persone devono avere opportunità effettive di esprimersi, conoscere le alternative, contestare le scelte e contribuire alla definizione degli obiettivi.
6.3. Terzo passaggio: costruire relazioni e strutture coerenti
Una finalità condivisa deve essere tradotta in un’organizzazione concreta. Ciò richiede la definizione di ruoli, responsabilità, risorse, procedure decisionali e modalità di collaborazione. La prospettiva dinontorganica invita a verificare che le componenti del progetto funzionino in modo coerente con l’obiettivo complessivo. L’etica dell’Imitazione di Cristo può invece contribuire a interrogare il modo in cui vengono esercitate le responsabilità: ascolto, rispetto, disponibilità alla collaborazione e capacità di riconoscere gli errori. In questa fase è particolarmente importante evitare due rischi. Il primo è la frammentazione: attività formalmente corrette, ma incapaci di produrre un cambiamento unitario. Il secondo è la concentrazione del potere: un progetto presentato come comunitario, ma gestito in modo da escludere i destinatari dalle decisioni fondamentali. Un’organizzazione costruttiva deve quindi essere contemporaneamente funzionale, partecipativa e rispettosa dei diritti delle persone.
6.4. Quarto passaggio: verificare i risultati
La valutazione rappresenta il momento in cui il progetto deve confrontarsi con gli effetti prodotti. In coerenza con il principio acta non verba, richiamato da Rossello, la bontà delle intenzioni non può essere assunta come prova dell’efficacia dell’intervento. Occorre verificare se le attività abbiano effettivamente contribuito al cambiamento desiderato, quali risultati siano stati raggiunti e quali conseguenze inattese siano emerse.
La valutazione deve comprendere almeno tre dimensioni:
Efficacia: gli obiettivi sono stati raggiunti?
Qualità relazionale: il progetto ha favorito partecipazione, fiducia, cooperazione e inclusione?
Sostenibilità: i risultati possono essere mantenuti nel tempo attraverso risorse e relazioni adeguate?
La prospettiva etica richiede inoltre di considerare chi beneficia dei risultati, chi ne sostiene i costi e chi rischia di rimanere escluso. Un intervento non può essere considerato socialmente riuscito soltanto perché ha rispettato il budget o completato le attività previste. Deve essere valutato anche in rapporto alla qualità del cambiamento prodotto nella vita delle persone.
7. Una proposta metodologica integrata per l’Esperto di Progettazione Sociale
Sulla base del confronto sviluppato, è possibile proporre un modello operativo in sei fasi. Questo schema costituisce una proposta metodologica originale elaborata a partire dai riferimenti esaminati. Non va presentato come una procedura ufficiale già formalizzata da Demaria, da Rossello o dall’autore dell’Imitazione di Cristo.
Fase 1. Analisi della realtà
Riferimento prevalente: realismo dinamico.
Si analizzano il contesto, le relazioni, i bisogni, le risorse, gli attori e i vincoli che condizionano il fenomeno.
Strumenti: ricerca documentale, interviste, osservazione, dati territoriali, mappatura degli stakeholder e analisi delle reti.
Risultato atteso: una rappresentazione condivisa del problema e delle sue cause.
Fase 2. Orientamento etico
Riferimento prevalente:Imitazione di Cristo.
Si interrogano le finalità del progetto, il trattamento riservato alle persone, i possibili conflitti di interesse e la coerenza tra valori dichiarati e comportamenti.
Strumenti: analisi degli stakeholder vulnerabili, confronto etico, codici di condotta, procedure di ascolto e tutela.
Risultato atteso: criteri espliciti per orientare le decisioni.
Fase 3. Sintesi progettuale
Riferimento prevalente: dinontorganica.
Si definisce il cambiamento da realizzare e si collegano obiettivi, attività, risorse e relazioni in una struttura coerente.
Strumenti: teoria del cambiamento, quadro logico, mappa degli attori e pianificazione delle attività.
Risultato atteso: un progetto unitario, non una semplice somma di interventi separati.
Fase 4. Costruzione partecipata
Riferimento integrato: socialità dinontorganica e responsabilità relazionale cristiana.
Si coinvolgono gli attori interessati nella progettazione e nella realizzazione, garantendo modalità accessibili di partecipazione e possibilità di dissenso.
Strumenti: tavoli territoriali, laboratori comunitari, coprogettazione, partenariati e accordi di collaborazione.
Risultato atteso: una struttura di cooperazione capace di sostenere l’intervento.
Fase 5. Realizzazione e apprendimento
Riferimento integrato: ideoprassi e coerenza tra intenzioni e comportamenti.
Il progetto viene realizzato attraverso attività monitorate, momenti di confronto e possibilità di correggere le scelte.
Strumenti: cronoprogramma, indicatori di processo, riunioni di verifica, registri delle decisioni e gestione dei rischi.
Risultato atteso: un intervento capace di adattarsi alle condizioni reali senza perdere la propria finalità.
Fase 6. Valutazione e consolidamento
Riferimento prevalente: sociologia costruttiva.
Si verifica il cambiamento prodotto e si stabilisce se le relazioni, le competenze e le strutture attivate possano continuare a generare risultati.
Strumenti: indicatori di risultato, valutazione partecipata, analisi qualitativa degli esiti e misurazione dell’impatto.
Risultato atteso: un cambiamento verificabile e, quando possibile, sostenibile nel tempo.
Schema di sintesi
Fase
Domanda fondamentale
Prodotto operativo
Analisi
Quale realtà dobbiamo comprendere?
Diagnosi sociale
Orientamento etico
Quale cambiamento è giusto perseguire?
Criteri etici
Sintesi
Quale realtà vogliamo costruire?
Disegno progettuale
Partecipazione
Chi deve contribuire e decidere?
Rete di cooperazione
Realizzazione
Come trasformiamo il progetto in pratica?
Intervento monitorato
Valutazione
Quali cambiamenti abbiamo prodotto?
Valutazione e piano di continuità
La forza del modello risiede nel collegare la conoscenza del contesto, la responsabilità morale, la costruzione organizzativa e la verifica dei risultati. Il suo limite, allo stato attuale, è che si tratta di uno schema teorico da sperimentare e validare attraverso applicazioni concrete. Per dimostrarne l’efficacia sarebbero necessari casi di studio, confronti con altri modelli progettuali e verifiche empiriche.
8. Indicatori sociologici: come rendere osservabile la costruttività
Uno dei problemi metodologici più importanti riguarda la misurazione della qualità sociale degli interventi. Rossello segnala esplicitamente la necessità di tradurre concetti come sintesi organica e altruismo in indicatori affidabili. La questione è decisiva: senza un lavoro di operazionalizzazione, il rischio è che la dinontorganica rimanga una prospettiva filosofica interessante, ma difficilmente verificabile sul piano applicativo. Una possibile soluzione consiste nel distinguere tra concetti teorici e dimensioni empiriche osservabili.
Dimensione
Possibili indicatori
Metodo di rilevazione
Partecipazione
Presenza dei destinatari nelle decisioni; distribuzione delle opportunità di parola
Verbali, questionari, osservazione
Inclusione
Accessibilità dei servizi; partecipazione dei gruppi meno rappresentati
Dati disaggregati, interviste
Educatività
Competenze acquisite; continuità della formazione
Valutazioni pre/post, osservazione
Qualità relazionale
Fiducia, collaborazione, gestione dei conflitti
Questionari, interviste, analisi delle reti
Coerenza etica
Corrispondenza tra principi dichiarati e decisioni effettive
Audit, analisi documentale, casi critici
Sostenibilità
Continuità delle attività; disponibilità di risorse e responsabilità
Bilanci, piani di continuità, follow-up
Costruttività sociale
Cambiamenti osservabili nelle condizioni di vita e nelle relazioni
Valutazione degli esiti e dell’impatto
Questi indicatori non costituiscono una scala scientificamente validata della dinontorganica. Sono ipotesi operative da adattare al contesto e da sottoporre a verifica. È inoltre necessario distinguere tra risultati immediati, effetti di medio periodo e impatti di lungo periodo. Un aumento della partecipazione, per esempio, non dimostra automaticamente un miglioramento della coesione sociale; occorre verificare se la partecipazione abbia prodotto relazioni più stabili, decisioni più inclusive o un accesso più equo alle opportunità. Anche l’altruismo richiede particolare cautela. Non può essere misurato semplicemente attraverso dichiarazioni di disponibilità al servizio. È più utile studiare comportamenti osservabili, come la condivisione delle risorse, la reciprocità, la capacità di includere soggetti svantaggiati e la distribuzione dei benefici. La valutazione, infine, deve prevedere la possibilità di risultati negativi. Se un progetto produce esclusione, dipendenza o concentrazione del potere, tali effetti devono essere riconosciuti e corretti, anche quando le intenzioni originarie erano positive.
9. Applicazioni possibili nei territori, nelle organizzazioni e nelle imprese
Il dialogo tra Demaria, L’Imitazione di Cristo e la rilettura progettuale di Rossello può essere applicato a diversi ambiti.
9.1. Comunità territoriali e welfare partecipato
Un progetto di welfare territoriale può partire dall’analisi dei bisogni di anziani, famiglie, giovani e persone in condizioni di vulnerabilità. La prospettiva dinontorganica invita a non considerare separatamente i servizi sociali, le reti familiari, le associazioni, i trasporti e le istituzioni. Occorre comprendere come queste componenti interagiscano e quali ostacoli impediscano alle persone di accedere alle risorse. L’Imitazione di Cristo può offrire un orientamento etico centrato sulla dignità, sulla prossimità e sulla responsabilità verso chi si trova in difficoltà. La traduzione progettuale può consistere nella creazione di tavoli permanenti di comunità, reti di prossimità, servizi integrati e percorsi di partecipazione dei destinatari. Il successo non dovrebbe essere misurato soltanto dal numero delle prestazioni erogate, ma anche dalla capacità del sistema territoriale di ridurre l’isolamento, migliorare l’accessibilità e rafforzare le relazioni di sostegno.
9.2. Impresa e benessere organizzativo
In ambito aziendale, il confronto permette di superare una concezione del lavoratore come semplice risorsa produttiva. La dinontorganica invita a considerare l’impresa come realtà relazionale inserita in un sistema sociale più ampio. L’Imitazione di Cristo, letta come riferimento etico e non come manuale manageriale, sollecita a interrogare le pratiche di potere, la qualità delle relazioni e la coerenza tra principi dichiarati e comportamenti. Le applicazioni possono riguardare il benessere organizzativo, la formazione, la prevenzione delle discriminazioni, la partecipazione dei lavoratori, il rapporto tra impresa e territorio e la responsabilità sociale. In questo ambito, la progettazione sociale può contribuire a definire obiettivi misurabili, indicatori di processo e strumenti di valutazione, evitando che l’impegno etico si esaurisca in iniziative comunicative.
9.3. Educazione e formazione
La dimensione educativa costituisce un terreno particolarmente interessante. L’Imitazione di Cristo attribuisce importanza alla formazione delle disposizioni interiori; Demaria considera l’educatività una dimensione della realtà dinamica; Rossello richiama la necessità di trasformare i concetti teorici in pratiche costruttive. Un progetto educativo ispirato a questo dialogo potrebbe sviluppare competenze di cooperazione, responsabilità, ascolto, gestione dei conflitti e partecipazione. L’obiettivo non dovrebbe essere imporre una visione religiosa a contesti pluralistici, ma promuovere comportamenti rispettosi della dignità umana e capaci di contribuire al bene comune. La valutazione potrebbe riguardare non soltanto le conoscenze acquisite, ma anche i cambiamenti osservabili nelle pratiche collaborative, nella partecipazione e nella capacità di affrontare problemi condivisi.
9.4. Innovazione sociale e laboratori territoriali
Un ulteriore ambito è rappresentato dai laboratori territoriali permanenti, nei quali cittadini, istituzioni, imprese e associazioni collaborano per affrontare problemi comuni. Nel contributo dedicato alla sociologia costruttiva, Rossello richiama proprio la possibilità di sviluppare architetture sociali alternative e strutture territoriali capaci di sostenere processi di rigenerazione. Un laboratorio di questo tipo dovrebbe disporre di una diagnosi condivisa, obiettivi verificabili, ruoli definiti, strumenti di monitoraggio e meccanismi di revisione. Il riferimento spirituale potrebbe contribuire alla riflessione sulle finalità etiche, mentre il realismo dinamico offrirebbe una cornice interpretativa per comprendere le interdipendenze del sistema. L’elemento decisivo sarebbe la capacità di mantenere nel tempo le relazioni e le competenze generate dal progetto, evitando che ogni iniziativa si esaurisca con la conclusione del finanziamento.
10. Limiti epistemologici e condizioni di validità
Un confronto rigoroso deve riconoscere che le prospettive esaminate non sono esenti da difficoltà.
10.1. Il rischio di strumentalizzare la spiritualità
La carità cristiana non può essere ridotta a una tecnica per migliorare la produttività o la coesione di un’organizzazione. La sua finalità teologica eccede qualsiasi obiettivo gestionale. Un’applicazione sociale è legittima quando riconosce questa differenza e utilizza il riferimento spirituale come orientamento etico, senza pretendere di esaurirne il significato.
10.2. Il rischio di una concezione totalizzante dell’organismo
La prospettiva organica può favorire una comprensione integrata della società, ma deve confrontarsi con il pluralismo, il conflitto e l’autonomia delle persone. Una comunità non è sana perché tutti condividono la stessa interpretazione della realtà. Può essere sana anche quando ospita dissenso, purché disponga di procedure e relazioni che permettano di affrontarlo senza esclusione o coercizione. Questo problema è particolarmente rilevante nella progettazione sociale, dove le priorità possono essere interpretate diversamente dai cittadini, dalle amministrazioni, dalle imprese e dalle associazioni.
10.3. Il rischio di confondere principi e prove
Una teoria filosofica può orientare la ricerca, ma non dimostra automaticamente l’efficacia di un intervento. La validità applicativa della progettazione dinontorganica deve essere verificata attraverso casi di studio, indicatori, confronti e valutazioni empiriche. La stessa cautela vale per i percorsi ispirati all’etica cristiana: buone intenzioni e finalità generose non costituiscono, da sole, una prova di efficacia.
10.4. Il problema della misurazione
Concetti come carità, altruismo, unità organica e costruttività possiedono significati complessi che non possono essere esauriti da un singolo indicatore. È quindi necessario combinare metodi quantitativi e qualitativi, distinguere tra processi ed esiti e riconoscere i limiti delle misurazioni. La ricerca dovrebbe inoltre confrontare la proposta dinontorganica con altre prospettive sociologiche, evitando di considerarla valida soltanto sulla base della sua coerenza interna.
Conclusioni
Il confronto tra Tommaso Demaria e L’Imitazione di Cristo, approfondito attraverso i contributi di Antonio Rossello, permette di individuare una prospettiva di lavoro che collega formazione personale, comprensione della realtà sociale e progettazione del cambiamento. L’Imitazione di Cristo offre una riflessione sulla conversione, sulla carità, sull’umiltà e sulla coerenza morale. Demaria propone una concezione dinamica e organica della realtà storica, nella quale le relazioni e le strutture sociali assumono un ruolo fondamentale. Rossello sviluppa una rilettura contemporanea di questo patrimonio, sottolineando la possibilità di tradurlo in una sociologia orientata alla costruzione di realtà sociali concrete. Il contributo più interessante del confronto consiste nel superamento di due riduzioni. La prima è quella che considera il cambiamento sociale esclusivamente come una questione di strutture, procedure e risorse, trascurando la responsabilità delle persone. La seconda è quella che affida la trasformazione della società alla sola maturazione morale degli individui, senza interrogare le istituzioni, i rapporti di potere e le condizioni materiali che influenzano i comportamenti. Una progettazione sociale consapevole deve invece tenere insieme queste dimensioni, pur distinguendole sul piano metodologico. La formazione personale può favorire atteggiamenti di responsabilità e cooperazione; la progettazione organizzativa può creare condizioni che sostengano tali comportamenti; la valutazione può verificare se il cambiamento desiderato sia stato effettivamente prodotto. In questo quadro, la prospettiva dinontorganica non dovrebbe essere presentata come una formula capace di risolvere automaticamente i problemi sociali, ma come un paradigma da approfondire e sottoporre a verifica empirica. Allo stesso modo, l’Imitazione di Cristo non deve essere trasformata in un manuale di progettazione, ma può offrire una fonte di orientamento etico per interrogare le finalità e la qualità morale dell’azione.
La sintesi proposta può essere espressa attraverso tre domande:
Domanda spirituale: quale trasformazione della persona è necessaria perché l’agire sia coerente con i valori professati?
Domanda ontologico-sociale: quale realtà stiamo costruendo attraverso le relazioni, le istituzioni e le attività quotidiane?
Domanda progettuale: quali interventi possono produrre un cambiamento verificabile, inclusivo e sostenibile?
Il dialogo tra queste domande non elimina le differenze tra le opere esaminate. Le rende, piuttosto, reciprocamente feconde. La carità può orientare l’attenzione verso le persone; il realismo dinamico può contribuire a comprendere le interdipendenze della realtà; la progettazione sociale può tradurre tali orientamenti in processi, responsabilità e risultati verificabili. La conclusione non è che una società giusta derivi automaticamente da persone virtuose o da organizzazioni ben progettate. È, più prudentemente, che la qualità del cambiamento sociale dipende anche dalla capacità di connettere responsabilità personale, strutture organizzative e verifica degli effetti prodotti.
In questa prospettiva, progettare socialmente significa non soltanto rispondere a un bisogno, ma contribuire alla costruzione di una realtà nella quale le persone possano partecipare, sviluppare le proprie capacità e concorrere al bene comune.
Franco Faggiano, Esperto di Progettazione Sociale, socio ASI | Blog: franco-faggiano.blogspot.com
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Demaria, T. (1975). Ontologia realistico-dinamica. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.
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Demaria, T. (1975). Sintesi sociale cristiana. Riflessioni sulla realtà sociale. Bologna: Edizioni Costruire, collana SPID.
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Demaria, T. (1982). La società alternativa. Verona: NPC.
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Demaria, T. (2017). Scritti teologici inediti. A cura di M. Mantovani e R. Roggero. Roma: LAS.
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2. Fonte primaria: L’Imitazione di Cristo
Tommaso da Kempis (attrib.). De imitatione Christi. Quattro libri.
4. Studi sul pensiero demariano e riferimenti sociologici
Mantovani, M. (2002). Sulle vie del tempo. Un confronto filosofico sulla storia e sulla libertà. Roma: LAS. Comprende il contributo Tommaso Demaria. Storia e libertà nel realismo organico-dinamico.
Mantovani, M., Pessa, A., & Riggi, O. (2011). Oltre la crisi. Prospettive per un nuovo modello di sviluppo. Il contributo del pensiero organico-dinamico di Tommaso Demaria. Roma: LAS.
Tacconi, G. (1996). La persona e oltre. Roma: LAS.
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Donati, P. (1991). Teoria relazionale della società. Milano: Franco Angeli.
Freeman, R. E. (1984). Strategic Management: A Stakeholder Approach. Boston: Pitman.
Putnam, R. D. (1993). Making Democracy Work: Civic Traditions in Modern Italy. Princeton: Princeton University Press.
Weber, M. (1922). Wirtschaft und Gesellschaft. Tübingen: Mohr.
TAG: Tommaso Demaria; realismo dinamico; dinontorganica; Antonio Rossello; Imitazione di Cristo; sociologia costruttiva; progettazione sociale; carità; altruismo; comunità; impatto sociale.
Man mano che il conteggio procedeva l’atmosfera iniziò a cambiare. A un certo punto, Flávio si ritirò in una stanza inizialmente destinata alla preghiera. L’attesa di festeggiamenti, tuttavia, è stata sostituita da conversazioni private e incertezza sui prossimi passi del candidato.
26.10.2026 Gli alleati di Flávio riferiscono di un’atmosfera tesa durante l’indagine e di un incontro privato tra il senatore e i suoi avvocati dopo il ripensamento di Lula Il senatore ha seguito lo spoglio dei voti insieme a familiari e alleati in una casa a Lago Sul, Brasilia
Di Luisa Marzullo e Letícia Pille La svolta del presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT) ha cambiato l’atmosfera di fiducia che inizialmente prevaleva nel luogo in cui Flávio Bolsonaro (PL) stava seguendo lo spoglio dei voti, in una casa adibita a quartier generale della campagna elettorale a Lago Sul, Brasilia.
Con un risultato serrato e una svolta storica al secondo turno, Luiz Inácio Lula da Silva (PT) , 80 anni, ha vinto la corsa alla presidenza della Repubblica, domenica scorsa (25), e rimarrà alla guida del Paese per i prossimi quattro anni. Il membro del PT raggiunge il suo quarto e ultimo mandato dopo aver ottenuto oltre 64 milioni di voti, pari al 51,79% del totale.
26.10.2026 Con una svolta storica, Lula vince le elezioni e viene rieletto presidente del Brasile Il candidato del Partito dei Lavoratori si assicura il suo quarto e ultimo mandato con il 51,79% dei voti, dopo aver perso il primo turno contro il senatore Flávio Bolsonaro
Con un risultato serrato e una svolta storica al secondo turno, Luiz Inácio Lula da Silva (PT) , 80 anni, ha vinto la corsa alla presidenza della Repubblica, domenica scorsa (25), e rimarrà alla guida del Paese per i prossimi quattro anni. Il membro del PT raggiunge il suo quarto e ultimo mandato dopo aver ottenuto oltre 64 milioni di voti, pari al 51,79% del totale. Geraldo Alckmin (PSB) è il vicepresidente.
In seguito alla rielezione del presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT), gli avversari che si erano contesi il primo turno delle elezioni presidenziali hanno commentato il risultato questa domenica. Tra le varie posizioni, il governatore del Goiás, Ronaldo Caiado (PSD), ha riconosciuto l’esito delle urne, mentre Renan Santos, fondatore del Movimento Brasile Libero (MBL) e candidato a Missão, ha attribuito la sconfitta di Flávio Bolsonaro (PL) all’arroganza del bolsonarismo.
26.10.2026 Dopo la vittoria di Lula, Caiado prende atto dei risultati elettorali, Renan critica i sostenitori di Bolsonaro e Cury rimane in silenzio Il governatore del Goiás ha dichiarato che i democratici devono rispettare la decisione della maggioranza, mentre il fondatore dell’MBL ha attribuito la sconfitta di Flávio Bolsonaro alla posizione del bolsonarismo
Di Felipe Gelani – Rio de Janeiro In seguito alla rielezione del presidente Luiz Inácio Lula da Silva (PT), gli avversari che si erano contesi il primo turno delle elezioni presidenziali hanno commentato il risultato questa domenica. Tra le varie posizioni, il governatore del Goiás, Ronaldo Caiado (PSD), ha riconosciuto l’esito delle urne, mentre Renan Santos, fondatore del Movimento Brasile Libero (MBL) e candidato a Missão, ha attribuito la sconfitta di Flávio Bolsonaro (PL) all’arroganza del bolsonarismo.
Il discorso di Flávio vanifica completamente gli sforzi del team di marketing volti a ritrarlo come un politico civile che rispetta le regole della democrazia
26.10.2026 Sconfitto alle urne, Flávio Bolsonaro nega il risultato e si dimostra un pessimo perdente Chiedendo l’annullamento delle elezioni perse, il candidato del Partito Laburista onora la storia di golpisti del padre
Di Bernardo Mello Franco Sconfitto alle urne, Flávio Bolsonaro si è rifiutato di riconoscere il risultato e ha chiesto l’annullamento delle elezioni. In un discorso da sconfitto risentito, ha affermato di essere stato danneggiato dalla decisione del ministro Cristiano Zanin, che aveva esteso l’orario di voto.
La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva (PT) sul senatore Flávio Bolsonaro (PL) si è consolidata alle urne grazie alla crescita del candidato del PT nelle roccaforti di Bolsonaro, come quelle del sud e del sud-est del Paese. In questo secondo turno, Lula ha ridotto il vantaggio del suo avversario a San Paolo, Rio de Janeiro, Paraná e Rio Grande do Sul, stati che hanno eletto governatori allineati con Bolsonaro. Il candidato del PT ha inoltre incrementato il suo vantaggio nel nord-est, guadagnando quasi 3 milioni di voti rispetto al primo turno, e ha ribaltato il risultato in Minas Gerais.
26.10.2026 Svolta in Minas Gerais e impennata nelle roccaforti di Bolsonaro: confronto tra i voti di Lula e Flávio negli stati e quelli del primo turno Il Partito dei Lavoratori (PT) ha guadagnato terreno in tutti gli stati
La vittoria di Luiz Inácio Lula da Silva (PT) sul senatore Flávio Bolsonaro (PL) si è consolidata alle urne grazie alla crescita del candidato del PT nelle roccaforti di Bolsonaro, come quelle del sud e del sud-est del Paese. In questo secondo turno, Lula ha ridotto il vantaggio del suo avversario a San Paolo, Rio de Janeiro, Paraná e Rio Grande do Sul, stati che hanno eletto governatori allineati con Bolsonaro.
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Prodotto da Le Lab Le Diplo
Par Giuseppe Gagliano, Président du Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis (Côme, Italie)
Istruzione, salari ed energia stanno unendo diversi movimenti di protesta. La divisione sociale sta mettendo alla prova anche le ambizioni strategiche del continente.
Le manifestazioni del 17 e 18 ottobre hanno messo in luce una questione europea: quanto a lungo può durare l’appartenenza a una società quando studiare, lavorare e far fronte alle spese quotidiane diventa sempre più difficile? In Francia, centinaia di migliaia di persone hanno protestato contro l’alto costo della vita e il deterioramento dei servizi pubblici. Incendi e saccheggi hanno accompagnato le manifestazioni pacifiche. Il numero degli arresti, aggiornato dal Ministro dell’Interno e riportato da Reuters il 18 ottobre, si attestava a 2.400.
Cause comuni, differenze nazionali
La Francia offre immagini, slogan e forme di mobilitazione capaci di trascendere i confini. Tuttavia, sarebbe prematuro ridurre il tutto a un unico movimento. In Albania, le rivendicazioni relative all’istruzione si intrecciano con accuse di corruzione e richieste di dimissioni del governo. In Belgio, l’accesso all’istruzione superiore è una questione cruciale; in Italia, la mobilitazione sindacale esprime un più ampio malcontento sociale. Questa simultaneità rivela pressioni convergenti, senza tuttavia dimostrare l’esistenza di una leadership politica comune.
Il filo conduttore è la promessa di mobilità sociale. Una famiglia è disposta a fare sacrifici per l’istruzione dei propri figli se crede che questa possa condurre all’indipendenza e all’occupazione. Quando questa possibilità appare incerta, la scuola diventa il luogo in cui si manifesta una sfiducia che si ripercuote sull’intero sistema economico. Per questo motivo, le rivendicazioni degli studenti possono coincidere con quelle dei lavoratori e dei pensionati: il futuro dei primi dipende dalla capacità dei secondi di sostenerli.
Le bollette energetiche sono incluse.
L’aumento dei prezzi dell’energia, menzionato nelle proteste, dimostra come la politica internazionale influisca sulla spesa quotidiana. Un aumento persistente dei prezzi dei carburanti può incidere sui costi dei trasporti, dei generi alimentari e delle attività commerciali. I suoi effetti dipendono da contratti, tassazione e interventi governativi, ma colpiscono principalmente coloro che destinano una parte significativa del proprio reddito all’acquisto di beni di prima necessità.
Qui emerge una vulnerabilità geoeconomica. Un continente dipendente da forniture esterne trasferisce parte delle sue risorse ai produttori quando i prezzi aumentano. Le aziende possono assorbire l’aumento riducendo i margini, trasferirlo ai clienti o diminuire gli investimenti. Nessuna di queste risposte garantisce salari più alti. Pertanto, la diversificazione delle forniture deve essere valutata alla luce del costo effettivo di tali forniture e del potenziale di riduzione dei consumi.
I governi si trovano di fronte a un conflitto sulla distribuzione. Risarcire tutti è costoso; concentrare gli aiuti impone scelte su chi proteggere; lasciare che siano i prezzi a dettare il risultato può esacerbare le disuguaglianze. La credibilità politica dipende dalla trasparenza di queste scelte e dalla distribuzione dei sacrifici. Presentare ogni decisione come inevitabile riduce il margine di manovra per la mediazione democratica.
La difesa ha bisogno di coesione
La questione riguarda anche la strategia militare. Una capacità di difesa sostenibile richiede industria, tecnici, infrastrutture, entrate fiscali e sostegno pubblico. Se un aumento della spesa militare fosse finanziato con tagli all’istruzione e ai servizi essenziali, potrebbe compromettere alcune delle condizioni necessarie per la sua sostenibilità a lungo termine.
Anche la destinazione della spesa è importante. Gli ordini esteri possono rafforzare le competenze e la produzione nazionali; quando gli acquisti esteri sono predominanti, parte dei benefici industriali va a vantaggio dei fornitori esteri. La valutazione strategica deve considerare le capacità operative, la manutenzione, la disponibilità di munizioni e le dipendenze tecnologiche. Il solo importo stanziato fornisce poche informazioni sull’autonomia effettivamente raggiunta.
A livello nazionale, il contenimento della violenza richiede preparazione e proporzionalità. Incendi e saccheggi danneggiano persone, attività commerciali e servizi, esacerbando il costo sociale della crisi. Le responsabilità devono essere accertate individualmente, comprese quelle relative a potenziali abusi di forza. Equiparare tutti i manifestanti ai responsabili dei danni renderebbe più difficile isolare i gruppi violenti e trovare interlocutori.
Tre possibili sviluppi
Un possibile sviluppo potrebbe essere un allentamento delle tensioni attraverso misure mirate incentrate sull’istruzione, sui redditi più vulnerabili e sui costi energetici. Sarebbero essenziali finanziamenti credibili e risultati verificabili. Il secondo scenario potrebbe essere un’alternanza di manifestazioni, concessioni temporanee e ulteriori tagli al bilancio, che probabilmente prolungherebbero l’incertezza. Il terzo scenario vedrebbe prevalere la radicalizzazione: la violenza monopolizzerebbe il dibattito pubblico e le rivendicazioni sociali perderebbero la loro voce.
La tensione ha già attanagliato i mercati: secondo un aggiornamento di mercato pubblicato da Reuters il 19 ottobre, il principale indice della Borsa di Parigi è sceso dell’1,38%, in una seduta influenzata anche da altri fattori. Si tratta di un segnale di nervosismo, ma di per sé insufficiente a preannunciare una crisi finanziaria. Se l’instabilità dovesse persistere, tuttavia, potrebbe pesare sui consumi, sugli investimenti e sul costo del finanziamento pubblico.
L’intelligenza artificiale introduce un elemento di incertezza che richiede risposte concrete: formazione accessibile, tutela durante le transizioni di carriera e un’equa distribuzione dei guadagni di produttività. La sua diffusione avrà conseguenze diverse a seconda delle decisioni prese da imprese e governi. Considerare il declino delle prospettive per i giovani come un destino predeterminato significherebbe sottrarsi alla responsabilità politica.
La forza internazionale dell’Europa dipende anche dalla sua capacità di preservare il patto che la lega alle sue società. Chi chiede ai cittadini di sostenere scelte strategiche deve spiegarne i costi, i benefici e le alternative. Deve inoltre dimostrare che il futuro in nome del quale si chiedono sacrifici include anche coloro che oggi scendono in piazza.
Giuseppe Gagliano ha fondato nel 2011 a Como la rete internazionale Cestudec (Centro Carlo de Cristoforis per gli Studi Strategici), con l’obiettivo di studiare, in una prospettiva realista, le
Undici giorni dopo, siamo nel pieno degli scontri, con folle, marce, saccheggi e violenze, il tutto ben organizzato e in una dozzina di città. I dati di sabato scorso non lasciano spazio a dubbi: tra 550.000 e 800.000 manifestanti che protestavano contro l'”alto costo della vita”, 1.200 arresti e 150 tra poliziotti e gendarmi feriti, secondo il Primo Ministro , il quale, senza un briciolo di ironia, considera un miracolo che non sia andata peggio.
Come di consueto, Parigi è stata teatro di saccheggi e violenze diffuse da entrambe le parti, e i commercianti di Lione, Marsiglia e Nizza hanno subito la stessa sorte. I municipi di Marsiglia e Lilla sono stati vandalizzati, l’ufficio turistico di Lione è stato dato alle fiamme e la residenza del prefetto di Bordeaux è stata saccheggiata. A Nantes, i negozi avevano sbarrato le vetrine in anticipo , a dimostrazione che i commercianti, a differenza di altri, leggono i social media, mentre Rennes ha vissuto una giornata di caos . E Limoges ha visto il suo municipio ottocentesco bruciare, con il centro storico quasi completamente distrutto .
Un edificio sopravvissuto a due guerre mondiali non è sopravvissuto a un sabato pomeriggio di progressismo, lassismo e folle eterogenee.
Eppure, tutto era scritto, pianificato e perfettamente prevedibile.
Il giorno prima, una mappa collaborativa creata da gruppi dei movimenti dei Gilet Gialli e Block Everything elencava oltre 1.300 azioni, tra cui più di 600 manifestazioni . Il Ministero, tuttavia, si aspettava tra le 250 e le 80 proteste e prevedeva 150.000 manifestanti. I servizi segreti hanno sbagliato di un fattore sette, basandosi su informazioni pubblicamente disponibili che circolavano sui social media, a partire da TikTok, dove è partito l’appello all’azione.
È preoccupante. O sospetto, se vuoi sembrare un complottista.
Il secondo fallimento è di natura dottrinale, come sottolinea Claude Moniquet su CNews: da diversi anni, la dottrina ufficiale del mantenimento dell’ordine “a distanza” consiste nel contenere, controllare, lasciare che le cose vadano avanti da sole e poi valutare i danni il giorno successivo. Uno degli artefici di questa dottrina è nientemeno che Nuñez, che, in qualità di Segretario di Stato durante il movimento dei Gilet Gialli, arrivò a di fronte ai membri del parlamento . difendere questo nuovo approccio
Sospettavamo fortemente che quel pedante fosse incompetente, e ora ne abbiamo la prova concreta. Il fatto che ora sia Ministro dell’Interno la dice lunga sulla capacità di giudizio e di selezione del personale dei nostri leader.
Inoltre, il contrasto con il 2019 è lampante: di fronte ai manifestanti provinciali con i giubbotti fluorescenti che chiedevano tasse più basse sul gasolio, lo Stato non ha esitato un secondo a usare lanciagranate, granate stordenti e migliaia di arresti. Oggi, di fronte a bande di 500 o più di 1.000 teppisti, osserviamo da lontano, filmiamo, aspettiamo che la situazione si calmi. Il messaggio è perfettamente chiaro per chi è interessato a recepirlo: ogni incidente represso in modo superficiale apre la strada al successivo, più grave .
Perché, come al solito , queste band non sono piovute dal cielo.
A metà pomeriggio , nessuno degli arrestati a Parigi (con una sola eccezione) era residente parigino. Erano tutti ben preparati (guanti zigrinati, coltelli, proiettili ed esplosivi). La rabbia “spontanea” esiste solo tra i giornalisti ingenui.
Domenica mattina, delle 517 persone fermate, 171 erano minorenni. Come al solito, i profili non sorprendono affatto: un mix di teppisti di periferia che fanno shopping senza pagare e membri benestanti del Black Bloc che giocano alla rivoluzione prima di tornare a casa per cena. Per quanto riguarda i primi, il rapporto dell’Ispettorato Generale sulle rivolte del 2023 aveva già evidenziato una grande maggioranza di giovani francesi di origine immigrata , e da allora nulla è miracolosamente cambiato.
Di fronte a ciò, la classe politica, come al solito, ha fatto ciò che le riesce meglio: gesticolare sui media.
Mélenchon, il cui partito aveva indetto la manifestazione, si finse innocente e scoprì quella stessa sera che, purtroppo, qualcosa era andato storto . Colpa di altri, naturalmente.
Nel frattempo, il municipio di Parigi, di stampo fortemente socialista, pur essendo generalmente contrario a qualsiasi forma visibile di intervento delle forze dell’ordine, si lamentava della “mancanza di risorse” per la polizia , mentre i Verdi denunciavano, come al solito, un dispiegamento sproporzionato di forze.
La sinistra, coerente come sempre, non ha preso una decisione, ma è certo che la colpa sia di qualcun altro.
Quanto al centro estremista, la loro analisi è, come al solito , che tutto ciò darà impulso al Raggruppamento Nazionale. Forse, ma è proprio l’inazione di questi stolti impotenti che alimenta gli estremisti, i primi fomentando le fiamme sull’orlo dell’insurrezione, i secondi ostentando una fermezza che non costa loro nulla finché non sono al potere.
Come al solito , i negozianti sono stati derubati e lasciati soli con le vetrine in frantumi. La polizia, mobilitata per “proteggere gli edifici pubblici”, non è riuscita a proteggere i municipi di Limoges, Marsiglia o Lille, né la residenza di un prefetto. Tuttavia, non sono emerse notizie di perquisizioni presso ministeri.
L’ordine pubblico ha le sue priorità e il contribuente, come al solito, non è tra queste. Eppure, come al solito , lo sarà quando arriverà il momento di pagare.
La magia del progressismo e del lassismo: una mobilitazione contro l’alto costo della vita, nata dalla rabbia per i prezzi della benzina composti per metà da tasse, si traduce in un aumento del costo della vita per tutti attraverso la tassazione. Continuate così, è sicuramente la strada giusta.
Infine, come di consueto, il Ministro della Giustizia chiede la custodia cautelare, mentre il Capo dello Stato promette una nuova, decisa fermezza, probabilmente importata direttamente (cosa che in Francia non si fa più). Possiamo già sorridere alle sentenze severe inflitte alle centinaia di arrestati durante questa giornata di mobilitazione e scommettere, senza troppi rischi, su un esito decisamente diverso.
Così, lentamente, si instaura il caos.
Oh, non è il caos totale, ma i baccelli stanno diventando sempre meno liofilizzati, sempre più potenti e consistenti, e ogni nuovo baccello prepara il terreno per il successivo, più violento, caotico e dimostrativo. Gli scoppi d’ira hanno lasciato il posto alla violenza, la violenza al saccheggio, e ora ci sono le incursioni.
In una mattinata afosa, le dichiarazioni stupite e l’aria sciocca del patetico burocrate che ricopre la carica di Ministro dell’Interno non impediranno l’attivazione dell’articolo 16 della Costituzione, che conferisce poteri eccezionali al Presidente della Repubblica…
A sei mesi dalle elezioni presidenziali, alle quali non può partecipare, un presidente che ha fatto dell’impotenza il suo metodo troverebbe qui una scusa perfetta per prolungare il suo mandato quanto necessario.
Ma dai, non pensarci più. L’ha detto il Ministro, non abbiamo perso il controllo.
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Dopo che Musk e Trump hanno già dimostrato che l’utilizzo di Starlink/Starshield da parte dell’Ucraina può essere bloccato in un istante, rischiando quindi il collasso dell’intera linea del fronte in caso di un blocco totale, Zelensky potrebbe essere più propenso a un accordo di pace con Putin.
Il fondatore di SpaceX, Elon Musk, ha confermato che l’Ucraina ha violato i termini di servizio per l’utilizzo di Starlink, l’equivalente civile del sistema militare Starshield, impiegandolo in attacchi letali con droni. A metà ottobre, Zelensky aveva candidamente dichiarato : “Utilizziamo Starlink anche per attacchi a medio raggio contro obiettivi militari nemici nei nostri territori temporaneamente occupati”, quindi l’affermazione di Musk è inconfutabile. Questo contesto chiarisce il rallentamento dei servizi di SpaceX, segnalato all’inizio di ottobre in un contesto di nuove tensioni con gli Stati Uniti.
Uno dei “ Cinque motivi per cui Trump è più serio che mai nel concludere accordi con Putin ” è perché “Trump si sente sfidato ad affermarsi come leader” dopo che Zelensky ha esplicitamente sfidato le sue richieste di non prendere di mira le raffinerie russe. È quindi del tutto plausibile che lui e Musk abbiano concordato di rallentare temporaneamente l’uso di Starlink e Shield da parte dell’Ucraina per mandare un messaggio a Zelensky. Il risultatoLa confusione su chi fosse il responsabile era probabilmente intenzionale, al fine di attenuare la percezione di una responsabilità condivisa.
Tornando ai recenti post di Musk, in quello citato ha ricordato a tutti che “Starlink rimane fondamentale per la difesa dell’Ucraina, in quanto è l’unico sistema che non può essere disturbato o distrutto, almeno per ora. Se Starlink venisse disattivato, la linea del fronte ucraina crollerebbe immediatamente. Questa NON è una minaccia, è semplicemente una constatazione di fatto. Starlink è stato cruciale anche per impedire alla Russia di invadere l’Ucraina nei primi giorni della guerra, poiché tutti gli altri mezzi di comunicazione erano stati distrutti o disturbati dalla Russia.”
Poco dopo, ha pubblicato un altro messaggio dichiarando che “Può essere utilizzato per infrastrutture militari, ma non per attacchi apertamente offensivi che lo rendano un bersaglio legittimo per una rappresaglia”, confermando così che può essere impiegato per le comunicazioni militari ma non per attacchi letali con droni. Tutte le sue precedenti affermazioni sono vere, soprattutto per quanto riguarda il ruolo imprescindibile che la sua tecnologia ha svolto nel perpetuare il conflitto, rendendolo di fatto un partecipante diretto alle ostilità.
Musk lo sa, ed è per questo che ha aggiunto nel post sopra citato che “Un avversario che facesse esplodere i satelliti Starlink creerebbe un effetto domino di distruzione che genererebbe un vasto campo di detriti rendendo lo spazio inutilizzabile”, ed è per questo che ora sta limitando l’uso illecito della sua tecnologia da parte dell’Ucraina per evitare ciò. Certo, sapeva ovviamente che questa situazione si protraeva da anni, ma il suo voltafaccia è stato probabilmente coordinato con Trump per punire Zelensky per la sua disobbedienza e costringerlo a un accordo di pace con Putin .
Considerato tutto ciò che è accaduto dopo il fallimento dell’operazione di influenza di 40 giorni di Zelensky per costringere Putin a un cessate il fuoco senza precondizioni, è improbabile che l’Ucraina ottenga l’utilizzo di Starlink/Starshield su tutta la Russia, come Zelensky aveva inizialmente richiesto . Questo è tanto più vero dopo che Musk ha scritto alla fine del suo primo tweet: “Non provo altro che TOTALE DISPREZZO per i guerrafondai malvagi che ostentano virtù, che spingono per un massacro senza fine e non offrono alcuna soluzione realistica al conflitto. Che possiate bruciare all’inferno”.
Dopo che Musk e Trump hanno già dimostrato che l’utilizzo di Starlink/Starshield da parte dell’Ucraina può essere bloccato in un istante, rischiando quindi il collasso dell’intera linea del fronte in caso di un blocco totale, Zelensky potrebbe essere più propenso a un accordo di pace con Putin. Se quest’ultimo dovesse rimanere irremovibile e il duo Musk-Trump si mostrasse riluttante a punirlo con i mezzi sopracitati, Zelensky ne approfitterebbe al massimo, vanificando così l’ultimo tentativo di pace.
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La serie di colloqui tra Nawrocki e Putin mediati da Trump (sia di persona che al telefono), la creazione di un canale di gestione delle crisi tra i due e l’obiettivo iniziale di un ritiro reciproco delle forze armate dal confine potrebbero stabilizzare l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
Il principale quotidiano conservatore polacco Rzeczpospolita ha pubblicato all’inizio di ottobre i risultati di un sondaggio sull’opinione dei polacchi riguardo all’ipotesi di un incontro tra il presidente Karol Nawrocki e Putin a margine del vertice del G20 che si terrà a dicembre a Miami. La Polonia è stata invitata dagli Stati Uniti a partecipare per la prima volta, sia per via degli stretti rapporti di Nawrocki con Trump, sia perché la Polonia è diventata, lo scorso anno, un’economia da 1.000 miliardi di dollari. Il sondaggio di Rzeczpospolita ha rivelato che il 29,7% dei polacchi ritiene che Nawrocki dovrebbe incontrare Putin in quell’occasione.
Secondo i dati, questa opinione è “sostenuta principalmente dai sostenitori dell’opposizione (44% delle risposte), dagli esponenti della destra (34%) e da coloro che alle ultime elezioni parlamentari hanno votato prevalentemente per la Confederazione (75%). Questa opinione è condivisa soprattutto dagli uomini (37%), dalle persone tra i 30 e i 39 anni (42%), dai residenti nelle città di medie dimensioni (36%) e da chi possiede un titolo di studio superiore (37%)». Questo risultato è stato poi interpretato da diversi esperti intervistati da Rzeczpospolita.
Le opinioni andavano dall’attribuirlo alla “convinzione che i canali di comunicazione debbano essere mantenuti anche con un avversario” a convinzioni filo-russe basate sul timore che “altrimenti la Russia attaccherà” la Polonia e persino alla convinzione che la Russia possa diventare un “alleato” se si raggiungesse un’intesa con essa. Comunque sia, il 29,7% dei polacchi che sostiene un incontro tra Nawrocki e Putin è leggermente superiore al totale di coloro che voterebbero per i due partiti libertari-nazionalisti della Confederazione, secondo un autorevolesondaggio.
Ciò suggerisce che tale scenario stia iniziando a guadagnare popolarità tra gli elettori della maggioranza. Tra le tre opinioni degli esperti espresse sopra, la prima è quindi la più plausibile, e verrà ora approfondita nel contesto attuale delle relazioni bilaterali e del conflitto ucraino. Per cominciare, la partecipazione della Polonia alla Corte penale internazionale, che ha emesso un mandato di arresto politicizzato nei confronti di Putin, e l’inserimento di Nawrocki nella lista dei ricercati dalla Russia non costituiscono un ostacolo al loro incontro all’estero.
Dopotutto, Nawrocki è il comandante in capo, quindi tutte le decisioni militari definitive spettano a lui. Questo ci porta al terzo punto riguardante un’ipotetica distensione tra Polonia e Russia mediata dagli Stati Uniti, che potrebbe basarsi sullo spirito del nascente ““diplomazia dei bucaneve”” della Polonia con la Bielorussia, alleata della Russia, il cui leader è nel pieno di un riavvicinamento con gli Stati Uniti e dove sono di stanza anche truppe russe. La creazione di un canale di controllo delle crisi tra i due paesi potrebbe gettare le basi per un ritiro militare reciproco dal confine.
La serie di colloqui tra Nawrocki e Putin mediati da Trump (sia di persona che al telefono), la creazione di un canale di gestione delle crisi tra i due e l’obiettivo iniziale di un ritiro militare reciproco dal confine potrebbero stabilizzare l’architettura di sicurezza europea del dopoguerra. Ciò potrebbe anche gettare le basi per una riduzione reciproca più ampia delle tensioni tra la NATO 3.0 nel suo complesso – indipendentemente dal fatto che sia guidata dalla Polonia – e la Russia in futuro. Tutti e tre i leader farebbero quindi bene a prendere in considerazione questa possibilità.
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Putin farà sempre ciò che ritiene sia nel migliore interesse della Russia, date le circostanze, anche a costo di compromettere i suoi obiettivi più ambiziosi e di stringere accordi con i rivali.
Alla fine di ottobre, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha dichiarato al nuovo gruppo di diplomatici del suo Paese che, nonostante tutto ciò che è accaduto dal 2022, il governo russo rimane interessato a cooperare con gli Stati Uniti. Nelle sue parole : “Vedremo cosa ci proporranno. Se proporranno qualcosa che ci avvantaggi economicamente e finanziariamente, perché no? Ma non dovrebbe comportare alcuna concessione politica da parte nostra, né dovremmo aspettarci che si crei una situazione politica a noi favorevole in tutti gli affari globali”.
Questo nonostante, nello stesso evento, avesse anche affermato : “Dobbiamo tenere presente che, nella migliore delle ipotesi, sono nostri rivali e nella peggiore, nostri avversari. Non sono preparati per una concorrenza leale”. In tal senso, Lavrov ha dichiarato : “Diciamo sempre di essere pronti a ristabilire i rapporti con chi agisce in buona fede… Non ci comporteremo come il cancelliere tedesco Friedrich Merz, che disse che non avrebbero mai ripristinato i gasdotti Nord Stream… Non saremo così ingenui”.
Quest’ultima parte avvalora un rapporto secondo cui il piano di pace di Trump prevede l’integrazione economica postbellica di Russia, Ucraina ed Europa attraverso un accordo energetico, che, secondo questa analisi, potrebbe essere facilitata dalle partecipazioni statunitensi nei gasdotti russi, ottenute restituendo i beni congelati nell’UE . Il giorno dopo il colloquio di Lavrov con la nuova delegazione diplomatica del suo paese, il vice primo ministro russo Alexander Novak ha confermato che i tre gasdotti Nord Stream danneggiati potrebbero essere riparati.
Ha inoltre ricordato ai giornalisti che “Una delle quattro linee è operativa. Se i consumatori europei, o i paesi e i politici europei, lo desiderano, il gas potrebbe certamente essere fornito attraverso questa linea”. Il Nord Stream è tornato di recente alla ribalta in seguito alle indiscrezioni secondo cui potrebbe rientrare nel grande accordo che Trump vuole negoziare per porre fine al conflitto ucraino e mantenere la stabilità nell’Europa postbellica. La partecipazione degli Stati Uniti al gasdotto, come “garanzia politica” per la ripresa delle esportazioni energetiche russe verso l’Europa, potrebbe rappresentare il primo passo.
È possibile che un simile accordo possa essere raggiunto anche prima di un cessate il fuoco, come “gesto di buona volontà” da parte americana, europea a guida tedesca e russa, per aver portato avanti i colloqui sull’Ucraina. Qualunque cosa accada, tuttavia, è significativo che Lavrov abbia confermato l’interesse della Russia a cooperare con gli Stati Uniti, dato che è famoso tra i ” filo-russi non russi ” (NRPR) per aver definito in modo indimenticabile l’Occidente ” incapace di raggiungere un accordo “. Purtroppo, però, questa affermazione ha tratto in inganno milioni di persone.
Ancora oggi, la stragrande maggioranza di loro immagina che ogni dichiarazione pubblica di interesse per i colloqui con l’Occidente faccia parte di un “piano strategico a cinque dimensioni per destabilizzare psicologicamente l’Occidente”, e ci credono sinceramente, anche se Putin ha recentemente ribadito di aver accettato i compromessi richiesti da Trump ad Anchorage . Lo stesso vale per l’ accordo sul diesel . La realtà è che l’affermazione di Lavrov secondo cui l’Occidente sarebbe “incapace di raggiungere un accordo” era solo retorica politica e non una dichiarazione di politica russa definitiva.
Il conflitto ucraino probabilmente si concluderà con un accordo che comporterà alcuni compromessi da parte della Russia, non raggiungendo quindi i suoi obiettivi massimi fin dall’inizio della guerra speciale.operazione , ma un simile risultato non dovrebbe essere visto come un fallimento . Ciò che i NRPR dovrebbero accettare prima che accada, per evitare delusioni, depressione e persino disperazione, è che Putin farà sempre ciò che ritiene sia nel migliore interesse della Russia date le circostanze, anche se ciò significa compromettere i suoi obiettivi massimi e stringere accordi con i rivali.
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Il punto cruciale non è se ci creda veramente, ma se il suo Ministero degli Esteri e i servizi segreti politicizzino le loro valutazioni di questo scenario per conformarsi a ciò che pensano lui voglia sentirsi dire, il che andrebbe contro quanto affermato in precedenza sulla necessità di abbandonare le illusioni.
All’inizio di ottobre, durante il vertice annuale del Valdai Club, Putin ha previsto che “si disgregheranno senza alcun aiuto da parte nostra”, rispondendo a una domanda sull’opportunità che la Russia “proceda direttamente allo smembramento dell’UE, in modo da poter trattare più facilmente con i singoli Paesi” a causa dei divieti imposti dal blocco di instaurare legami con la Russia. Questa affermazione è stata comunemente interpretata da molti ” non russi filo-russi ” (NRPR) come una previsione seria, nonostante il contesto scherzoso in cui era stata posta, frutto di un’illusione da parte di queste persone.
Le parole di Putin vengono trattate come oro colato ogni volta che coincidono con ciò che molti NRPR desiderano e liquidate con noncuranza come parte di un “piano strategico a cinque dimensioni” per “destabilizzare psicologicamente” i suoi oppositori quando questi si discostano dalle sue aspettative, come nel caso dei suoi anni di lodi sperticate a Israele . Per quanto riguarda l’esempio specifico del crollo dell’UE, esistono ragioni oggettive per cui persone serie hanno discusso di questo scenario, ma il fatto che Putin vi faccia riferimento non significa di per sé che ci creda veramente.
Putin rappresenta il Paese che pone la maggiore sfida all’Occidente a causa della sua guerra per procura in Ucraina, una sfida qualitativamente diversa da quella economica rappresentata dalla Cina. Mentre la crescita economica cinese costituisce una sfida sistemica a lungo termine, la complessa interdipendenza economica, finanziaria e delle catene di approvvigionamento della Cina con l’Occidente limita la misura in cui tale sfida potrebbe manifestarsi , a differenza dell’autonomia strategica che consente alla Russia di condurre la sua guerra per procura contro l’Occidente, che dura da anni.
Putin è consapevole di questo, così come del modo in cui le sue parole vengono interpretate da governi e società straniere. Pertanto, non si può dare per scontato che creda sempre alle sue drammatiche dichiarazioni, poiché potrebbero essere diffuse per secondi fini, come ad esempio influenzare l’opinione pubblica. Sia chiaro, questo non significa che Putin menta, come dimostra la sua previsione del crollo inevitabile dell’UE, dato che potrebbe dare un certo fondamento a tale scenario, ma semplicemente che la questione potrebbe essere più complessa di così.
La cosa più importante non è ciò che Putin crede personalmente, bensì se il suo Ministero degli Esteri e i servizi segreti plasmeranno le loro valutazioni di questo scenario in modo da conformarsi a ciò che, a torto o a ragione, ritengono sia ciò che lui crede e quindi desidera. Si presume che l’ecosistema mediatico globale russo presenterà tale immagine al proprio pubblico, ma se le suddette istituzioni la presenteranno a Putin per un malinteso desiderio di compiacerlo, allora ciò potrebbe causare problemi.
La politicizzazione, dettata da interessi personali, dei già problematici meccanismi di retroazione della Russia, che sono probabilmente in larga misura responsabili della serie di insuccessi in politica estera subiti dal Paese sotto la “Dottrina Neo-Reagan” di Trump 2.0 , potrebbe portare alla formulazione di politiche inefficaci. Se il presunto inevitabile collasso dell’UE servisse da premessa per la definizione della politica nei confronti dell’Europa, la Russia non solo rischierebbe di perdere opportunità, ma questo errore di valutazione potrebbe condurre a sbagli che, in ultima analisi, danneggerebbero i suoi stessi interessi.
La rilevanza della previsione di Putin, quindi, non sta nel fatto che lui ci creda veramente, ma nel fatto che il suo Ministero degli Esteri e i servizi segreti politicizzino le loro valutazioni di questo scenario per conformarsi a ciò che pensano lui voglia sentirsi dire, il che contraddirebbe quanto affermato in precedenza all’evento di Valdai. In quell’occasione, infatti, aveva esplicitamente messo in guardia contro le illusioni e aveva chiesto “valutazioni realistiche”. A differenza di quanto detto sull’UE, non c’è motivo di non prendere queste parole alla lettera, e si spera che chi è tenuto a farlo lo faccia.
Le capacità militari della NATO in Europa surclassano completamente le forze convenzionali russe presenti nella regione.
Durante la sessione di domande e risposte che ha fatto seguito al suo intervento alla conferenza del Valdai Club all’inizio di ottobre, a Putin è stato chiesto di commentare la dichiarazione del suo Ministero degli Esteri secondo cui la Russia ricorrerebbe alle armi nucleari in caso di attacco a Kaliningrad. Ha spiegato che “ci troveremmo di fronte a un avversario con il doppio della nostra popolazione. Ha un immenso potenziale economico e militare. Sì, non avremmo a disposizione una vasta gamma di forze e mezzi per contrastare una simile minaccia. Dovremmo fare affidamento sui nostri vantaggi competitivi in questa lotta”.
Quanto a quali siano questi vantaggi competitivi, Putin ha ricordato a tutti che “nessun altro possiede le capacità di attacco che la Russia ha oggi”, aggiungendo che “Non stiamo minacciando nessuno. Stiamo semplicemente affermando che non abbiamo poi così tanti mezzi per difenderci”. La sua spiegazione potrebbe scioccare molti ” filo-russi non russi “, che credono che la Russia travolgerebbe la NATO europea proprio come alcuni dei loro oppositori hanno istericamente paventato.
Innanzitutto, l’UE ha circa tre volte la popolazione della Russia, non solo il doppio. In secondo luogo, la Strategia di Difesa Nazionale di Trump 2.0 ha dichiarato che “la NATO europea surclassa la Russia in termini di dimensioni economiche, popolazione e, quindi, potenziale militare”, deve solo essere organizzata correttamente. Infine, il concetto di NATO 3.0 che Trump 2.0 sta attivamente implementando prevede che gli Stati Uniti supervisionino il contenimento della Russia da parte della NATO europea, il che includerà l’ottimizzazione della suddetta interazione di fattori a tal fine.
Il fianco occidentale del nuovo ” cordone sanitario ” che Trump 2.0 ha creato attorno alla Russia è il più avanzato, poiché collega gli alleati della NATO nelle regioni artico-baltica, centroeuropea e del Mar Nero. Le prime due regioni geografiche includono il Blocco Vichingo guidato dalla Svezia , la Germania e la Polonia , tutti e tre in grado di attaccare Kaliningrad individualmente o congiuntamente. Ricordiamo che la scorsa primavera è stata inaugurata in Lituania, paese confinante con Kaliningrad, la prima base militare tedesca all’estero dalla Seconda Guerra Mondiale.
Questa exclave russa è solo leggermente più grande del Connecticut e conta poco più di un milione di abitanti, il che la rende relativamente facile da conquistare tramite attacchi coordinati aerei, navali e terrestri; da qui la necessità di dichiarare che la Russia ricorrerebbe alle armi nucleari per autodifesa a scopo di deterrenza. Inoltre, Kaliningrad ospita il quartier generale della Flotta del Baltico russa e si ritiene che custodisca anche parte del suo arsenale nucleare, quindi la sicurezza nazionale della Russia sarebbe gravemente compromessa dalla sua distruzione o conquista.
Questi fatti – lo status di exclave di Kaliningrad, la presenza di un quartier generale militare regionale e, forse, anche di armi nucleari – contestualizzano il motivo per cui la Russia ricorrerebbe alle armi nucleari se la regione subisse una grave aggressione, e lo ha dichiarato a scopo di deterrenza, cosa che non ha fatto per Kursk . Quest’ultima è stata attaccata solo dall’Ucraina, le cui forze non sono riuscite a distruggerla o conquistarla, e la sua posizione nella “Russia continentale” ha facilitato il lancio di una controffensiva. Inoltre, non ospitava alcun quartier generale militare regionale né armi nucleari.
Dopo aver chiarito le differenze tra queste due situazioni, che spiegano perché la Russia abbia dichiarato di voler usare armi nucleari per difendere Kaliningrad ma non le abbia usate per difendere Kursk, sorge spontanea la domanda se ciò sarà sufficiente a dissuadere la NATO europea. Nonostante le dure parole dei loro leader per fini di politica interna , restano pur sempre esseri umani con istinti di autoconservazione, quindi potrebbero scegliere di non commettere un suicidio politico autorizzando un’aggressione seria contro Kaliningrad, consapevoli delle conseguenze.
Considera la morte di 500 ucraini a Bucha un genocidio, ma si rifiuta di descrivere il massacro di oltre 100.000 polacchi perpetrato dagli ultranazionalisti ucraini durante la Seconda Guerra Mondiale, compresi gli 8.000 che si stima siano stati uccisi nella “Domenica di Sangue”, per timore di una rivolta ultranazionalista qualora osasse farlo.
Zelensky ha recentemente pubblicato: “Bucha. È stato un genocidio, riconosciuto da tutti. Hanno seppellito centinaia di persone. Hanno torturato delle persone. Abbiamo trovato la fossa comune. Credo che ci fossero circa 500 persone”. A prescindere dalle controversie su questo episodio , tra cui il recente intervento del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov che ha ricordato a tutti la diversa posizione del suo Paese sull’accaduto, è significativo che il criterio di Zelensky per definire un genocidio sia la morte di sole 500 persone. Questo è rilevante per le relazioni polacco-ucraine.
L’Ucraina si rifiuta di riconoscere come genocidio il massacro di oltre 100.000 polacchi nella regione della Volinia e nelle aree circostanti, perpetrato durante la Seconda Guerra Mondiale da ultranazionalisti ucraini alleati dei nazisti. Addirittura, a maggio ha rinominato un’unità di commando d’élite in onore dei responsabili, chiamandola ” Esercito Insurrezionale Ucraino ” (UPA). Questo ha scatenato una crisi politica con la Polonia che ha polarizzato l’opinione pubblica sull’Ucraina e sugli ucraini, una polarizzazione che persiste ancora oggi. Si prevede che le opinioni sull’Ucraina e sugli ucraini avranno un ruolo determinante nelle prossime elezioni del Sejm, previste per l’autunno del 2027.
La Polonia riconosce ufficialmente i suddetti omicidi come genocidio, soprattutto considerando che la ” Domenica di Sangue ” dell’11 luglio 1943 causò il massacro di circa 8.000 polacchi in un solo giorno, la maggior parte dei quali si trovava in chiesa al momento dell’uccisione. Nonostante il criterio di Zelensky per definire un genocidio sia la morte di sole 500 persone, e nemmeno tutte nello stesso giorno, egli si rifiuta di riconoscere come genocidio quanto accaduto in Volinia e nelle zone limitrofe, sebbene il numero di vittime in un solo giorno sia stato 16 volte superiore e il totale 200 volte maggiore.
Questo perché l’UPA e l'”Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini” (OUN) da cui è emersa sono considerati ” eroi ” nell’Ucraina post-Maidan. I suoi leader, i principali politici e le figure di spicco della società civile ritengono che le azioni dell’OUN-UPA durante la Seconda Guerra Mondiale abbiano gettato le basi per il moderno Stato ucraino. Ciò include, come minimo, la pulizia etnica dei polacchi (così come degli ebrei e di altre minoranze), e, nel peggiore dei casi, il loro genocidio ( secondo la definizione di questo crimine data dalle Nazioni Unite ).
Sebbene lui stesso sia ebreo, Zelensky fa ciò che è richiesto a livello socio-politico dagli ultranazionalisti ucraini, dal cui sostegno dipendono il suo potere e la sua capacità di perpetuare la guerra con la Russia. Se riconoscesse i loro “eroi” della Seconda Guerra Mondiale per quello che oggettivamente sono, se vietasse la loro glorificazione e consentisse alla Polonia di riesumare e seppellire dignitosamente tutti i resti delle vittime, come l’Ucraina ha permesso alla Germania di fare per oltre 100.000 soldati della Wehrmacht , allora si ribellerebbero.
Per questo motivo dettato da interessi personali, Zelensky sta palesemente applicando due pesi e due misure nei confronti di Bucha e Volinia, il che scredita ulteriormente l’Ucraina, poiché induce gli osservatori più informati – soprattutto i polacchi – a chiedersi perché non riconosca il genocidio in Volinia, quale oggettivamente è stato, al fine di rafforzare la sua affermazione secondo cui anche quello in Bucha lo sarebbe stato. Inoltre, l’imposizione di due pesi e due misure su base etno-nazionale, come in questo caso, è la definizione da manuale di intolleranza, se non addirittura di supremazia etnica.
I polacchi non sono figli di un dio minore, per così dire, ma sono visti come tali agli occhi degli ultranazionalisti ucraini, come quelli a cui Zelensky deve il suo mantenimento al potere e la perpetuazione della sua ( molto redditizia ) guerra con la Russia. Ecco perché non osa riconoscere come genocidio il massacro di polacchi perpetrato dall’OUN-UPA durante la Seconda Guerra Mondiale, che fu 200 volte più grande di quello di Bucha e 16 volte più grande della “Domenica di Sangue” se si crede che Bucha sia stato commesso in un solo giorno. I polacchi sono furiosi.
Ecco la versione inglese dell’intervista che ho rilasciato a Dang Thuy di Dan Viet su questo argomento.
1. I segnali recenti suggeriscono che l’Ucraina potrebbe essere disposta a discutere negoziati basati su determinate condizioni proposte dalla Russia, tra cui lo status e il controllo di circa il 25% del territorio ucraino. Come valuta questa potenziale svolta e quali fattori chiave stanno spingendo Kiev a modificare la propria posizione in questo momento?
Zelensky ha iniziato a ventilare questo scenario un anno fa, ma solo di recente ha espresso quello che viene ampiamente interpretato come un sincero impegno in tal senso. La tempistica suggerisce che la ragione sia da ricercare nella sua rottura con Trump, dovuta ai continui attacchi dell’Ucraina contro le infrastrutture energetiche russe, in aperta sfida alle richieste statunitensi di cessare tali attacchi, attacchi che hanno aggravato la crisi energetica globale causata dalla Terza Guerra del Golfo. Secondo quanto riportato da The Atlantic , Trump considera tutto ciò una forma di interferenza nelle elezioni di medio termine, mirata a danneggiarlo.
Zelensky probabilmente si rende conto, o gli è stato consigliato (dal suo team, dai suoi alleati europei e/o dai suoi partner nella “burocrazia permanente” statunitense, nota anche come “deep state”), che Trump è probabilmente pronto a porre fine al conflitto e potrebbe persino costringere Zelensky a concessioni di vasta portata se quest’ultimo rimanesse ostinato. Pertanto, potrebbe aver calcolato che sia meglio accettare il congelamento delle linee del fronte piuttosto che continuare a chiedere a Trump di fare di più per aiutare l’Ucraina a invertire la tendenza, da cui il suo recente cambio di rotta.
2. Dal punto di vista strategico di Mosca, la disponibilità dell’Ucraina a negoziare sulla base delle realtà territoriali sul campo sarebbe sufficiente per la Russia a perseguire un cessate il fuoco duraturo? Oppure Mosca rimarrà ferma sui suoi obiettivi più ampi di smilitarizzazione completa e neutralità?
La Russia ha chiesto questa soluzione sin dai colloqui di pace della primavera del 2022, ma solo di recente Zelensky ha espresso un sincero impegno in tal senso. Anche Putin ha precedentemente confermato di aver accettato i compromessi proposti dagli Stati Uniti ad Anchorage, senza però rivelarne i dettagli. Ciononostante, lui e il suo team hanno ripetutamente ribadito la necessità di risolvere le cause profonde del conflitto, tra cui i legami della NATO con l’Ucraina, l’esaltazione da parte della sua leadership dei fascisti dell’epoca della Seconda Guerra Mondiale e i diritti delle minoranze.
Il fatto che l’Ucraina controlli ancora circa l’11% di Donetsk ha un enorme valore simbolico per entrambe le parti, poiché il congelamento del fronte senza che la Russia ne ottenga il controllo potrebbe rafforzare la percezione, soprattutto in Russia, che Putin non sia riuscito a raggiungere pienamente almeno uno dei suoi obiettivi originari. Questo contestualizza ulteriormente la richiesta russa che l’Ucraina si ritiri dalla restante parte della regione. È anche il motivo per cui gli Stati Uniti hanno preso in considerazione l’ipotesi di costringere l’Ucraina a farlo come contropartita per un cessate il fuoco accettato dalla Russia.
3. In termini di quadro giuridico e dinamiche politiche interne, quali ripercussioni interne e rischi politici potrebbe affrontare il presidente Zelensky se accettasse una formula di pace che preveda la perdita del controllo territoriale di fatto?
È improbabile che Zelensky accetti di cedere formalmente qualsiasi territorio alla Russia; piuttosto, probabilmente manterrebbe le rivendicazioni dell’Ucraina, ma accetterebbe di perseguirle d’ora in poi solo per via diplomatica. L’influenza che le forze ultranazionaliste esercitano su di lui, che alcuni hanno paragonato a un vero e proprio ostaggio politico, è uno dei motivi per cui ci ha messo così tanto a esprimere un sincero impegno ad accettare la perdita di fatto delle regioni controllate dalla Russia che l’Ucraina rivendica come proprie. Teme disordini o peggio.
La rinnovata retorica di Trump sul cambio di regime in Ucraina non promette nulla di buono per Zelensky, poiché suggerisce fortemente che Trump si aspetti che Zelensky rinunci a candidarsi alle elezioni, a lungo rimandate, del suo Paese. Considerando l’influenza degli Stati Uniti sulle forze ultranazionaliste nella società, per non parlare di quelle all’interno dello stesso Stato, gli USA potrebbero sfruttare questi rapporti per deporre Zelensky tramite elezioni. Se Zelensky manipolasse il voto per rimanere al potere, allora una “Rivoluzione Colorata” appoggiata dagli Stati Uniti e/o un colpo di stato militare e/o della polizia segreta diventerebbero possibili.
4. Qualora i negoziati dovessero compiere progressi concreti, quale modello di garanzia di sicurezza per l’Ucraina potrebbe realisticamente risultare accettabile per tutte le principali parti interessate – Russia, Stati Uniti ed Europa – senza gettare le basi per un futuro conflitto?
La diplomazia è l’arte del possibile, come dice il proverbio, quindi sono necessari compromessi reciproci per trovare un terreno comune tra tutte le parti coinvolte in un conflitto, in assenza di una vittoria totale da parte di una delle due. Questo è il caso del conflitto ucraino. La Russia non vuole l’Ucraina nella NATO né lo schieramento ufficiale di truppe NATO in Ucraina, l’Ucraina chiede garanzie di sicurezza per scoraggiare quello che sostiene essere un futuro attacco non provocato da parte della Russia, e la maggior parte delle élite europee nutre una paura patologica della Russia.
Pertanto, uno scenario possibile prevede l’esclusione dell’Ucraina dalla NATO in base a un accordo russo-americano, ma il dispiegamento di truppe europee al di fuori della NATO, senza gli impegni statunitensi previsti dall’articolo 5. La creazione di un canale di gestione delle crisi tra Russia, Stati Uniti e Ucraina potrebbe consentire di gestire eventuali incidenti successivi. Il ripristino della complessa interdipendenza economica tra la Russia da un lato e l’Ucraina e l’UE dall’altro, attraverso un grande accordo energetico mediato dagli Stati Uniti, contribuirebbe a mantenere la pace in seguito.
5. Considerando le più ampie implicazioni geopolitiche, quale segnale invierebbero questi negoziati al nascente ordine mondiale multipolare, in particolare per quanto riguarda il partenariato strategico tra Russia, Cina e il Sud del mondo?
La partecipazione di ciascuna parte a questi colloqui è indipendente dai suoi legami con il Sud del mondo, ma un accordo di pace di ampio respiro mediato dagli Stati Uniti potrebbe rimodellare l’ordine mondiale. Una pace stabile in Europa potrebbe liberare un maggior numero di forze statunitensi da ridispiegare nella regione Asia-Pacifico per contenere più efficacemente la Cina. Allo stesso modo, la ripresa degli investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali russo potrebbe di fatto precludere investimenti negli stessi giacimenti da parte della Cina, che potrebbe a sua volta non ottenere una deroga alle sanzioni statunitensi.
Il sottosegretario alla Guerra per le politiche, Elbridge Colby, considerato la mente strategica dietro il secondo mandato di Trump, è famoso per la sua “strategia di negazione” nei confronti della Cina. Nel contesto attuale, gli Stati Uniti cercano di negare alla Cina l’accesso ai mercati e alle risorse necessarie per alimentare la sua ascesa a superpotenza, al fine di costringerla ad accettare un accordo commerciale sbilanciato e istituzionalizzare il suo status di potenza subordinata rispetto agli Stati Uniti. Ci si aspetta quindi che gli Stati Uniti sfruttino un accordo di pace globale in Europa per raggiungere questo obiettivo finale.
Il concetto del giornalista irlandese Brian McDonald, secondo cui la Russia sta per travolgere la NATO pur credendo che la NATO possa travolgere la Russia, è stato strumentalizzato dai liberali al governo in Polonia per quasi sei mesi, nella disperazione di vincere le prossime elezioni dell’autunno 2027.
Durante la sessione di domande e risposte all’ultima conferenza annuale del Valdai Club, Putin ha affermato che il recente allarmismo europeo nei confronti della Russia “è dovuto al grave deterioramento della loro situazione economica e politica interna. Basta guardare cosa sta succedendo alle loro economie, alle loro politiche sociali e al tenore di vita delle persone nei principali paesi europei. In queste circostanze, hanno un disperato bisogno di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai problemi interni e di concentrarla su questioni esterne”.
In seguito, ha precisato che “di fronte a tendenze economiche sfavorevoli in patria, a una posizione sempre più precaria per le loro classi politiche al potere e al mutamento dell’opinione pubblica, ora sembrano provocare lo scontro con la Russia e alimentare ulteriori crisi tra Russia ed Europa. Lo fanno proprio per giustificare i preparativi di guerra e per radunare attorno a sé il maggior numero possibile di sostenitori, consentendo loro così di rimanere al potere”. Si tratta di una valutazione ragionevole.
L’ultima ondata di isteria è scoppiata a fine aprile, quando il primo ministro liberale polacco Donald Tusk ha dichiarato al Financial Times che la Russia avrebbe potuto mettere alla prova la risolutezza della NATO europea entro “pochi mesi”. Quattro mesi dopo, a fine agosto, durante un viaggio a sorpresa a Mosca del direttore della CIA John Ratcliffe, sono poi circolate voci secondo cui quest’ultimo avrebbe messo in guardia la Russia proprio da questo scenario. Un mese dopo, a fine settembre, il ministro degli Esteri polacco Radek Sikorski ha dichiarato che “la Russia è in guerra con l’Europa”, alimentando ulteriormente l’isteria.
Ciononostante, il presidente finlandese Alexander Stubb cercò di far ragionare le sue controparti europee della NATO minimizzando la probabilità di un attacco russo, dopodiché Sikorski fece marcia indietro affermando improvvisamente che “la Russia non ha le forze per un attacco di vasta portata contro la NATO”. Sikorski, inoltre, era passato dal seminare paura riguardo alle minacce alla Russia a minacciarla direttamente, dopo aver notoriamente affermato che la NATO europea “sconfiggerebbe la Russia piuttosto rapidamente” in caso di guerra.
Ha inoltre proposto esercitazioni NATO su larga scala vicino a Kaliningrad, che la Polonia chiama con il suo nome storico polacco Królewiec dalla metà del 2023, quando era ancora al governo conservatore, il che ha spinto la Russia a chiarire che una guerra nucleare sarebbe seguita a qualsiasi aggressione seria contro la sua exclave. I liberali al governo in Polonia sono quindi responsabili del doppio pensiero isterico che sta travolgendo l’Europa riguardo al terribile scenario di un attacco russo alla NATO e ora alla falsa sicurezza che alimenta i discorsi su un attacco della NATO alla Russia .
La valutazione di Putin, secondo cui fattori economici e politici sarebbero alla base di questa isteria, è particolarmente vera nel caso polacco, dato che sondaggi autorevoli suggeriscono che la coalizione liberale al governo rischia di essere spodestata da una coalizione nazionalista conservatrice dopo le prossime elezioni del Sejm dell’autunno 2027, se le tendenze attuali dovessero persistere. Spaventare i polacchi riguardo alla Russia e poi tentare di infondere in loro la falsa convinzione di poter “sconfiggere la Russia piuttosto rapidamente” è una forma di campagna elettorale estremamente manipolativa che potrebbe alla fine ritorcersi contro di loro.
È intellettualmente offensivo che i liberali al governo in Polonia credano di poter spingere i polacchi in direzioni diametralmente opposte per i prossimi dodici mesi, al fine di radunarli attorno alla loro coalizione. La ” russofrenia “, ovvero la convinzione che la Russia stia per travolgere la NATO e al contempo che la NATO possa facilmente travolgere la Russia, per citare il famoso concetto del giornalista irlandese Brian McDonald, è difficile da sostenere a lungo e su vasta scala senza inavvertitamente alienarsi ulteriormente il favore dei polacchi.
Un autorevole organo di stampa polacco, citando fonti di difesa non ufficiali, ha riferito che il drone ucraino carico di esplosivo, precipitato in Lituania lo stesso giorno di un grave attentato contro San Pietroburgo, era in realtà partito dalla Lituania stessa e non era entrato nel paese dalla Polonia, come affermato da Vilnius.
La Lituania ha affermato che un drone ucraino carico di esplosivo, precipitato sul suo territorio lo stesso giorno di un grave attacco ucraino contro San Pietroburgo, proveniva dalla Polonia. La Polonia ha dichiarato che chiederà spiegazioni all’Ucraina in merito, dopo che la notizia è diventata pubblica. In Russia si sospetta da tempo che l’Ucraina utilizzi droni nello spazio aereo della NATO per facilitare gli attacchi contro la seconda città più grande del paese. Quest’ultimo episodio non fa che avvalorare tale ipotesi.
Sebbene la situazione sia già di per sé preoccupante, dato che la possibile intercettazione da parte della Russia di droni ucraini nello spazio aereo baltico a scopo di autodifesa potrebbe innescare un’escalation incontrollabile con la NATO, secondo i media polacchi ci sarebbero ulteriori elementi che la renderebbero ancora più grave. L’agenzia di stampa Polsat News ha citato “informazioni non ufficiali del Ministero della Difesa Nazionale, secondo le quali il drone sarebbe decollato dal territorio lituano, a circa 30 chilometri dal confine polacco, e si sarebbe addentrato in profondità nel Paese”.
Sebbene il Ministero della Difesa abbia smentito la notizia, essa potrebbe comunque essere vera, rendendo così l’ultimo gioco di scaricabarile un tentativo di insabbiamento dopo lo schianto del drone ucraino in Lituania. Il Servizio di intelligence estera russo aveva avvertito all’inizio dell’anno che il Paese era pronto a reagire contro la Lettonia in seguito alle notizie secondo cui l’Ucraina stava pianificando di lanciare droni contro la Russia da quel territorio. Non ci fu alcuna rappresaglia, il che suggerisce che la Lettonia abbia respinto tali piani, ma la Lituania potrebbe averne assunto il ruolo.
Ci sono tre ragioni per sospettare che sia così. In primo luogo, i rapporti polacco-ucraini rimangono tesi dopo che Zelensky ha glorificato la Volinia I responsabili del genocidiodell’OUN-UPA alla fine della primavera, quindi la Polonia potrebbe non sentirsi a suo agio nel rischiare un grave incidente di sicurezza con la Russia a causa dei droni ucraini che sorvolano il suo spazio aereo (anche se in precedenza li aveva consentiti). In secondo luogo, sebbene qui si sia sostenuto che i droni ucraini a volte sorvolano lo spazio aereo neutrale della Bielorussia, possono comunque essere tracciati e successivamente intercettati dalla Russia.
Infine, l’utilizzo della Lituania da parte dell’Ucraina come base di lancio per droni contro la Russia aggira i suddetti ostacoli ai suoi piani, e la sua posizione geografica permette a tutti di mantenere la calma fingendo che l’Ucraina abbia fatto volare droni sulla Lituania dalla Polonia, qualora qualcosa andasse storto e la cosa venisse scoperta, come è appena accaduto. Ciò nonostante, questo possibile accordo rimane estremamente rischioso per la Lituania, considerando che confina sia con l’exclave russa di Kaliningrad che con la Bielorussia, suo alleato, il che la rende molto vulnerabile a ritorsioni.
Questa osservazione contestualizza ulteriormente gli sforzi della Lituania per modificare la propria legislazione in modo da poter un giorno ospitare armi nucleari statunitensi, qualora Washington acconsentisse a dislocarle sul suo territorio, parallelamente al suo progetto complementare di ospitare una base militare statunitense permanente. Vilnius potrebbe credere che tali discorsi possano dissuadere Mosca da ritorsioni future, come quelle minacciate contro la Lettonia, ma in realtà potrebbero dissuadere Washington dall’accettare queste proposte, per evitare il rischio di una guerra su vasta scala con la Russia a causa della Lituania.
Polsat News, la fonte delle speculazioni su un possibile insabbiamento in merito all’ultimo incidente con un drone in Lituania, è generalmente considerata affidabile. Le probabilità che i suoi redattori abbiano pubblicato un’affermazione inventata, secondo cui il drone in questione sarebbe stato lanciato dal territorio lituano, attribuendola poi al Ministero della Difesa, sono estremamente basse. Pertanto, a prescindere dal fatto che ciò sia realmente accaduto o meno, è quasi certo che questa versione dei fatti sia stata loro raccontata da alcuni funzionari della difesa per ragioni che rimangono oscure.
Il conflitto potrebbe congelarsi lungo le linee del fronte se gli Stati Uniti costringessero l’UE e l’Ucraina ad accettare la ripresa delle importazioni energetiche russe attraverso gasdotti parzialmente controllati dagli Stati Uniti, convincendo al contempo la Russia ad acconsentire al dispiegamento di forze europee in Ucraina senza la protezione dell’articolo 5 del Trattato di Waitangi.
Zelensky ha affermato che l’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, presenterà a Putin, durante il loro incontro a San Pietroburgo, una proposta che equivale a garanzie di sicurezza per l’Ucraina simili a quelle previste dall’articolo 5. Si è ipotizzato che Putin potrebbe accettare tale proposta nell’ambito di un accordo complessivo, dato che l’articolo 5 non obbliga all’invio di truppe e il suo spirito di mutuo soccorso (armi, fondi, intelligence, ecc.) a un alleato sotto attacco è in vigore fin dall’inizio . Trump potrebbe anche offrire a Putin incentivi legati al settore energetico per rendere l’accordo più allettante.
Ciò potrebbe comportare una diplomazia energetica creativa per indurre l’UE a sbloccare i fondi congelati della Russia attraverso la sequenza qui descritta , in cambio dell’acquisizione da parte degli Stati Uniti di quote nei suoi gasdotti come “garanzia politica” per la ripresa delle esportazioni russe verso l’UE. La crisi energetica globale innescata dalla Terza Guerra del Golfo potrebbe anche servire da pretesto per gli Stati Uniti per ridurre le esportazioni di energia verso l’UE al fine di abbassare i prezzi interni e costringere l’UE a sostituire le importazioni statunitensi perse con quelle russe attraverso questa formula.
La complessa interdipendenza economica che verrebbe ristabilita tra Russia e UE grazie alla diplomazia energetica innovativa degli Stati Uniti potrebbe placare le preoccupazioni della Russia riguardo alla rapida rimilitarizzazione della Germania, leader di fatto dell’UE , che l’ex presidente Dmitry Medvedev ha paragonato al periodo precedente all’Operazione Barbarossa . Questo perché il potere che la Russia avrebbe allora di staccare la spina all’economia tedesca potrebbe dissuadere la Germania dal oltrepassare le linee rosse russe nell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra.
Allo stesso modo, la ripresa da parte dell’Ucraina delle importazioni energetiche russe attraverso gasdotti parzialmente controllati dagli Stati Uniti potrebbe contribuire a stabilizzare il nuovo ordine emergente, in cui gli Stati Uniti avranno un ruolo molto minore negli affari europei attraverso il modello NATO 3.0 , da cui l’inclusione di questa proposta nel presunto piano di pace di Trump . Le partecipazioni statunitensi in società energetiche e giacimenti di risorse russi potrebbero dissuadere l’Ucraina dal colpirli, al fine di ridurre al minimo il rischio di una ripresa del conflitto in corso, una volta che questo sarà inevitabilmente terminato.
La ripresa, sotto la supervisione degli Stati Uniti, delle esportazioni energetiche russe verso l’UE guidata dalla Germania e l’Ucraina, l’allentamento delle sanzioni occidentali per la Russia guidato dagli Stati Uniti (compresa l’attuazione graduale degli stessi dopo un cessate il fuoco ) e un approccio postbellico incentrato sulle risorseIl partenariato strategico russo-americano rivoluzionerebbe gli affari europei. I vantaggi che questo potrebbe apportare alla Russia potrebbero anche convincere Putin a consentire il dispiegamento di alcune forze NATO europee (E-NATO) in Ucraina in cambio delle suddette concessioni da parte dell’UE e dell’Ucraina.
Sebbene in precedenza avesse affermato che sarebbero stati un obiettivo legittimo, finché gli Stati Uniti non estenderanno loro la protezione dell’articolo 5, come confermato dal Segretario alla Guerra Pete Hegseth nel febbraio 2025, il rischio che un incidente postbellico degeneri in una guerra aperta tra Russia e Stati Uniti rimarrebbe basso. Si sospetta che operino segretamente in quella zona già da anni, e le forze ucraine sono comunque molto più esperte di quelle della NATO orientale, quindi il loro dispiegamento postbellico servirebbe solo a rassicurare psicologicamente l’Ucraina.
Questo scenario è il più delicato dal punto di vista della Russia, ma dal punto di vista della NATO orientale e dell’Ucraina, lo scenario in cui gli Stati Uniti li costringono a ripristinare la loro complessa interdipendenza economica con la Russia è altrettanto delicato. Proprio per questo motivo, gli Stati Uniti potrebbero fare pressione su entrambe le parti affinché accettino tali concessioni reciproche in nome della stabilità postbellica, che potrebbero poi gettare le basi per la costruzione congiunta dell’architettura di sicurezza europea del dopoguerra attraverso nuovi negoziati sul controllo degli armamenti e altre iniziative correlate.
Anche Putin prende la questione più sul serio che mai, per ragioni completamente diverse.
L’accordo a sorpresa tra Russia e Stati Uniti sul diesel, siglato all’inizio di ottobre, ha rappresentato il primo accordo bilaterale tra i due Paesi dal 2022 e, cosa importante, non includeva alcuna clausola relativa all’Ucraina. Questo ha convinto gli osservatori, sia quelli ostili che quelli favorevoli, che Trump sia più che mai intenzionato a concludere accordi con Putin, a un anno di distanza dal vertice di Anchorage, che aveva suscitato grandi speranze poi deluse profondamente. Il suo cambio di rotta è probabilmente attribuibile ai seguenti cinque motivi:
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1. Il successore spirituale della controffensiva del 2023 si è rivelato un fallimento.
2. Trump si sente sfidato ad affermarsi come leader
La palese sfida di Zelensky alle richieste di Trump di non colpire le raffinerie russe, richieste formulate con l’intento di stabilizzare il mercato energetico globale dopo la Terza Guerra del Golfo, rappresenta una minaccia senza precedenti alla sua autorità. Secondo alcune fonti, Trump equipara questa posizione a un’ingerenza nelle elezioni di medio termine. Se Trump ignorasse la sfida, non solo si umilierebbe personalmente, ma minerebbe anche la reputazione internazionale della sua carica. Pertanto, per “salvare la faccia”, deve impartirgli una lezione memorabile.
3. La crisi energetica globale rende tutto ancora più urgente
L’impennata del costo della vita, innescata dalla crisi energetica globale, rappresenta la più grande minaccia al controllo repubblicano della Casa Bianca nel 2028. Per preservare la sua eredità politica interna, Trump deve quindi abbassare i prezzi per i consumatori prima di quella data, il che richiede una riduzione del costo del carburante. Il modo più affidabile per scoraggiare i continui attacchi ucraini contro le raffinerie russe, responsabili dell’impennata dei prezzi, è quello di raggiungere un accordo con Putin che preveda partecipazioni statunitensi in tali raffinerie come garanzia di sicurezza per la Russia.
4. La realtà post-esame di metà semestre è un altro fattore motivante
La probabile perdita di almeno una delle due camere del Congresso a favore dei Democratici il mese prossimo dovrebbe motivare Trump ad accelerare i suoi sforzi per rimodellare l’ordine mondiale in modo da creare un fatto compiuto che sopravviva alla sua amministrazione come sua eredità globale, anche se i Democratici riconquistassero la Casa Bianca nel 2028. Egli immagina un ordine mondiale incentrato sulle risorse.Un partenariato strategico con la Russia che sposti irreversibilmente gli equilibri della rivalità sistemica sino-americana a favore degli Stati Uniti. Gli restano solo due anni per concluderlo e sa che è ora o mai più.
5. La traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza diventerà presto irreversibile
Allo stesso modo, è giunto il momento per gli Stati Uniti di fermare la traiettoria di ascesa della Cina a superpotenza, sfruttando a tal fine la suddetta partnership con la Russia; altrimenti, la situazione diventerà presto irreversibile, da qui l’urgenza di concludere accordi con la Russia che, di fatto, neghino alla Cina l’accesso ai giacimenti di risorse in cui hanno investito gli Stati Uniti. ” La Cina non vuole che nessuno vinca in Ucraina “, poiché perpetuare il conflitto, soprattutto attraverso la vendita di droni all’Ucraina , ritarda ulteriormente il ” Pivot verso l’Asia ” degli Stati Uniti. Questo è un motivo in più per cui Trump deve porvi fine al più presto.
Xi, giustamente, non vuole congelare il divario tra Cina e Stati Uniti, ma se non lo fa, è possibile una corsa agli armamenti nucleari con la probabile partecipazione di diverse potenze di medio livello come il Giappone.
Il documento informativo della Casa Bianca pubblicato dopo la visita di Xi negli Stati Uniti a settembre riportava che “il Presidente ha auspicato negoziati trilaterali sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti, Russia e Cina”. Questo è significativo, poiché Trump ha a lungo auspicato tali colloqui, ma Xi rimane giustamente riluttante ad accettarli, dato che l’arsenale nucleare cinese non è neanche lontanamente paragonabile a quello di Stati Uniti e Russia. Qualsiasi accordo sul controllo degli armamenti congelerebbe quindi il divario tra Cina e Stati Uniti, a vantaggio di questi ultimi.
Questo argomento era già stato analizzato all’inizio di febbraio in un articolo intitolato ” Qualsiasi nuovo patto sul controllo degli armamenti strategici tra Russia e Stati Uniti dipende dalla partecipazione della Cina “. L’articolo citava anche l’ ultimo rapporto annuale del Dipartimento della Guerra al Congresso , previsto per dicembre 2025, sugli sviluppi militari e di sicurezza della Cina nell’ultimo anno, per calcolare che il Pentagono prevede che la Cina quintuplicherà il suo arsenale nucleare, passando da poco più di 200 testate nel 2020 a oltre 1.000 entro il 2030. Ciò equivale a 80 nuove testate nucleari all’anno.
Gli Stati Uniti e la Russia possiedono ciascuno oltre 5.000 armi nucleari, quindi anche questo traguardo lascerebbe la Cina molto indietro. Ciononostante, non si può escludere che la Cina possa aumentare ulteriormente la sua produzione annuale di armi nucleari per raggiungerle prima di quanto avverrebbe se l’attuale tendenza dovesse rimanere invariata, ovvero entro la fine di questo secolo. Gli Stati Uniti temono che la Cina raggiunga la parità nucleare, quindi vogliono che la Cina accetti un accordo trilaterale sul controllo degli armamenti con la Russia, oppure gli Stati Uniti riprenderanno inevitabilmente la loro produzione di armi nucleari.
L’articolo di inizio anno precedentemente citato rimandava a un’analisi introduttiva sulla probabilità di una corsa globale agli armamenti nucleari in seguito alla decisione di Trump di lasciare scadere il trattato New START tra Stati Uniti e Russia, nonostante la proposta di Putin di estenderlo per un altro anno senza precondizioni. Si stimava che un test nucleare reciproco da parte della Russia e/o la ripresa della produzione di armi nucleari dopo che gli Stati Uniti lo avessero fatto per primi, avrebbero potuto indurre i paesi europei, dell’Asia occidentale e dell’Asia orientale a fare altrettanto.
La rilevanza di citare tale valutazione in questa analisi, relativa al fatto che Trump “abbia sostenuto negoziati trilaterali sul controllo degli armamenti tra Stati Uniti, Russia e Cina” durante la visita di Xi, risiede nel fatto che potrebbe avergli insinuato che Giappone e Corea del Sud potrebbero dotarsi di armi nucleari se i “tre grandi” non raggiungessero un accordo. Tale scenario potrebbe minacciare la sicurezza nazionale cinese per ovvie ragioni, pertanto Xi potrebbe riconsiderare la sua decisione di rifiutare i colloqui trilaterali sul controllo degli armamenti proposti da Trump prima che tale scenario diventi un fatto compiuto.
Potrebbe anche non farlo, tuttavia, a prescindere dai suoi calcoli. In tal caso, e se portato all’estremo, le armi nucleari potrebbero diventare il nuovo simbolo di status di tutte le potenze di medio livello nel prossimo decennio. Se ciò accadesse, le guerre dirette tra i nuovi stati dotati di armi nucleari o le guerre per procura condotte da uno contro l’altro, come la guerra per procura della NATO contro la Russia attraverso l’Ucraina, potrebbero diventare più frequenti, a meno che uno di essi non ripristini la deterrenza, come valutato da Foreign Affairs la scorsa estate e analizzato qui .
Tenendo conto di tutto ciò, la sicurezza strategica globale si trova a un bivio: o inizierà una corsa agli armamenti nucleari con la probabile partecipazione di diverse potenze di medio livello, oppure le “tre grandi” avvieranno negoziati sul controllo degli armamenti che le avvicineranno a un accordo per scongiurare il suddetto scenario peggiore. In definitiva, spetta alla Cina decidere quale di questi due scenari si realizzerà, e quindi Xi deve scegliere quale dei due sia il male minore per il suo Paese. Sembra che preferisca una corsa agli armamenti nucleari al congelamento del divario tra Cina e Stati Uniti.
Sebbene Putin potrebbe accettare alcuni compromessi in Ucraina come contropartita per questi accordi, ciò non è garantito, ma gli accordi possono ancora essere conclusi a patto che Trump sia disposto a revocare ulteriori sanzioni senza prima raggiungere un cessate il fuoco.
Il principale collaboratore di Putin, Yury Ushakov, ha confermato dopo l’ultimo incontro tra Steve Witkoff e Putin che “sono stati discussi in dettaglio anche altri progetti economici congiunti su larga scala, che offrono significative prospettive di cooperazione bilaterale; alcuni di essi sono ormai prossimi alla fase di attuazione”. Ciò fa seguito all’impegno di Putin per il ritorno degli investimenti statunitensi nel settore delle risorse naturali russo all’inizio del 2025 e alla recente conferma da parte di Kirill Dmitriev di colloqui sui data center alimentati a energia nucleare. Ecco le cinque opportunità congiunte più promettenti:
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* Petrolio e gas
Le partecipazioni statunitensi nelle infrastrutture e nelle aziende energetiche russe possono incentivare la Russia a ottenere dall’UE la restituzione dei beni congelati attraverso la sequenza qui proposta . Servirebbero anche come garanzia di sicurezza contro eventuali attacchi ucraini, pena l’interruzione delle forniture energetiche statunitensi all’Ucraina qualora attaccasse beni in cui Trump ha personalmente acquisito partecipazioni per conto degli Stati Uniti. Un ulteriore investimento di capitali statunitensi nel settore energetico russo, come nuovo “accordo del secolo”, potrebbe rimodellare l’industria globale riducendo la dipendenza dal Golfo.
* Minerali critici
I giacimenti di minerali critici della Russia, di importanza globale, rimangono purtroppo sottosfruttati, ma grazie alla partecipazione degli Stati Uniti in questo settore, attraverso la sequenza di investimenti sopra menzionata e ulteriori iniezioni di capitale, è possibile renderli operativi in tempi relativamente brevi, accelerando così la diversificazione economica degli Stati Uniti e riducendo la dipendenza dalla Cina. Le regioni scarsamente popolate della Siberia e dell’Estremo Oriente russo possono inoltre ospitare impianti di lavorazione altamente inquinanti, lontani dalle aree densamente popolate e agricole. Ciò rende gli investimenti congiunti estremamente attraenti.
* Centri dati
Secondo quanto recentemente rivelato da Dmitriev, i colloqui sui data center alimentati a energia nucleare rappresentano un’altra promettente opportunità per entrambi i paesi. I giacimenti di minerali critici della Russia, di importanza globale, potrebbero essere lavorati nel paese come proposto in precedenza e poi immediatamente utilizzati all’interno di queste strutture. Ciò ridurrebbe notevolmente i costi di costruzione, mentre la manutenzione risulterebbe altrettanto conveniente grazie all’energia nucleare. Questo potrebbe anche gettare le basi per collaborazioni globali nel settore nucleare e tecnologico.
* Centrali elettriche
Gli impianti critici per la lavorazione dei minerali e i centri dati possono essere alimentati anche da dighe idroelettriche, non solo da centrali nucleari, e gli Stati Uniti possono acquisire partecipazioni in tutti e quattro – impianti, centri, dighe e centrali – attraverso la restituzione dei beni russi congelati nell’UE, come proposto. Ulteriori iniezioni di capitale possono contribuire a finanziare i costi di costruzione in cambio di maggiori partecipazioni, e l’eventuale surplus di energia elettrica prodotta dalle nuove dighe e centrali nucleari può essere esportato verso i paesi confinanti con la Russia, sia in Asia che in Europa.
* Logistica internazionale
I giacimenti minerari in cui gli Stati Uniti hanno recentemente investito in Kazakistan e Uzbekistan possono raggiungere gli impianti di lavorazione di proprietà congiunta in Russia attraverso la Ferrovia Transiberiana e da lì al mercato globale. Lo stesso vale per i relativi investimenti statunitensi nella Mongolia, anch’essa priva di sbocchi sul mare. In quanto custodi della Rotta Marittima del Nord e del Passaggio a Nord-Ovest, grazie al controllo dello Stretto di Bering, è possibile anche una cooperazione logistica artica separata, così come una cooperazione nel settore delle navi rompighiaccio a propulsione nucleare.
La minaccia che l’ISIS-K rappresenta per l’Afghanistan (che, secondo quanto lasciato intendere da alti funzionari russi, è legata al Pakistan), la guerra afghano-pakistana e il conflitto del Kashmir sono i tre ostacoli al Piano Kosygin del XXI secolo, promosso dalla Russia e guidato dal PAKAFUZ, in tutta l’area metropolitana di Kashmir.
L’ambasciatore russo in Pakistan, Albert Khorev, ha confermato che “Mentre il Ministro degli Interni russo era in visita a Islamabad, il capo dell’intelligence russa si trovava a Kabul e il vicesegretario del nostro Consiglio di Sicurezza era a Nuova Delhi. Tutti loro hanno discusso anche della guerra afghano-pakistana. Pertanto, la Russia sta ora cercando di contribuire alla risoluzione di questo problema attraverso questi sforzi”. Tutto ciò si è svolto parallelamente alla recente Conferenza sulla sicurezza in Asia centrale e in Afghanistan, tenutasi a Mosca e organizzata da CSTO, CSI e SCO .
La serietà con cui la Russia sta cercando di risolvere la guerra afghano-pakistana, attraverso il recente impegno di alto livello in materia di sicurezza con entrambi i Paesi e con l’India, alleato storico della Russia, suggerisce fortemente che il Cremlino stia iniziando a considerare la sicurezza dell’Asia centrale e meridionale come interconnessa. Come spiegato qui , Mosca prevede anche che la proposta ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan (PAKAFUZ) si colleghi all’India, conferendo così a tutte le parti coinvolte interessi economici condivisi nella sicurezza dell’intera regione.
Il PAKAFUZ rappresenta il mezzo attraverso il quale la Russia mira a far rivivere il ” Piano Kosygin ” dell’era sovietica nel contesto odierno. Il suddetto piano fu proposto dall’omonimo premier sovietico nel 1969 con l’intento sopracitato, ovvero concettualizzare l’Asia centrale e l’Asia meridionale come una macroregione con interessi economici e di sicurezza interconnessi, da cui la proposta di collegarle attraverso un corridoio commerciale regionale. Questa macroregione può essere chiamata CASA per comodità.
Per quanto riguarda il secondo punto, la Russia si è offerta di mediare , ma il Pakistan ha recentemente escluso colloqui incondizionati con l’Afghanistan. Tuttavia, come intuito dal ministro degli Esteri Sergey Lavrov, che ha attribuito la responsabilità del conflitto all’ISIS , un accordo di de-escalation mediato dalla Russia potrebbe portare il Pakistan a ridefinire i “Talebani pakistani”, presumibilmente sostenuti dall’Afghanistan, come ISIS, a rafforzare la propria recinzione di confine e a porre fine alle ostilità per riprendere la collaborazione sul progetto PAKAFUZ. Anche se non dovesse mai raggiungere l’India, rafforzerebbe comunque l’integrazione complessiva nella maggior parte dell’area CASA.
Infine, la Russia si è anche offerta di mediare nel conflitto del Kashmir, che potrebbe concludersi con un compromesso reciproco in base al quale la Linea di Controllo diventi il confine internazionale, al fine di normalizzare le relazioni, allentare le tensioni regionali ed estendere la PAKAFUZ all’India. Gli sforzi della Russia per superare questi tre ostacoli al suo Piano Kosygin del XXI secolo contestualizzano la sua intensa attività diplomatica regionale delle ultime settimane, caratterizzata da un impegno di alto livello, orientato alla sicurezza, con Afghanistan, Pakistan e India.
La Russia comprende la complessità del conflitto del Kashmir, pur sostenendo pienamente l’India in tale conflitto, e quindi non incolpa nessuno dei due Paesi per la perdurante situazione di stallo. Tuttavia, il ruolo, fortemente implicito, del Pakistan nel problema dell’ISIS-K in Afghanistan e nella guerra in corso con quel Paese potrebbe essere visto negativamente da alcuni. Se la Russia giungesse alla conclusione che il Pakistan sia il principale ostacolo all’attuazione, almeno parziale, del suo Piano Kosygin del XXI secolo, guidato da PAKAFUZ, attraverso l’area CASA, allora le relazioni potrebbero presto raffreddarsi.
In assenza di progressi nella risoluzione del ruolo del Pakistan nelle sfide alla sicurezza dell’Afghanistan, progressi che non sono mai stati seriamente previsti, la Russia intensificherà di conseguenza il suo riavvicinamento ai talebani, orientato alla sicurezza, e i relativi legami con l’Asia centrale, sempre in un’ottica di sicurezza, per contrastare congiuntamente le minacce dell’ISIS-K.
Timofei Bordachev, direttore del programma del Valdai Club, ha pubblicato un articolo su Vzglyad in cui si parla di come ” la Russia stia valutando le minacce, vecchie e nuove, in Asia centrale “. Ha accennato agli interessi comuni nel contrastare la minaccia rappresentata dall’ISIS-K in Afghanistan e alla loro posta in gioco nella capacità dell’Iran di resistere alle pressioni israelo-americane, lasciando intendere che le Repubbliche dell’Asia centrale potrebbero sfruttare la loro posizione geostrategica nell’escalation della rivalità sino-americana. Ciò potrebbe a sua volta portare a una riduzione dell’influenza russa.
Secondo lui, “i mari intorno all’Asia e all’Eurasia saranno una zona di crisi, mentre la terraferma sarà uno spazio di prosperità. Anche per questo motivo, i nostri amici e alleati nella regione ora si sentono relativamente fiduciosi riguardo al proprio futuro. E questa fiducia a volte può apparire come eccessiva sicurezza, una deviazione dalla tradizionale politica di relazioni bilaterali speciali con la Russia”. Bordachev ha tuttavia previsto che le regioni centro-meridionali manterranno un approccio pragmatico nei loro rapporti con la Russia e viceversa. L’Afghanistan ne è la ragione.
Ha citato il discorso del ministro degli Esteri Sergey Lavrov , pronunciato di recente a Mosca in occasione di un evento multilaterale sulla sicurezza in Asia centrale e in Afghanistan, per sensibilizzare i lettori sulle minacce poste dall’ISIS-K in Afghanistan, come il traffico di armi e droga, nonché il terrorismo. Bordachev non lo ha menzionato, ma Lavrov ha anche avvertito che “una presenza significativa di gruppi terroristici ed estremisti, con i relativi campi di addestramento e roccaforti, permane nelle aree afghane al confine con Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan”.
Il potenziale armamento dei talebani da parte della Russia contro l’ISIS-K è solo una parte di una soluzione in tre punti per sventare questa minaccia. Le altre due parti prevedono che il Pakistan interrompa il flusso di munizioni, armi e terroristi verso l’Afghanistan, un problema che alti funzionari russi hanno fortemente indicato come reale, come documentato in questo documento , ma che esula dalla capacità di influenza del Cremlino, e una più stretta coordinazione in materia di sicurezza con le regioni centro-meridionali dell’Afghanistan. L’unico paese confinante con l’Afghanistan che fa parte dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) guidata dalla Russia è il Tagikistan.
Pertanto, è necessaria una combinazione di cooperazione di sicurezza bilaterale e multilaterale guidata dalla CSTO con l’Uzbekistan e il Turkmenistan. Il primo è il paese più popoloso della regione, la cui popolazione è notoriamente incline al fondamentalismo e ai disordini, mentre il confine del secondo, scarsamente popolato, potrebbe essere relativamente facile da conquistare per l’ISIS-K, a meno che non venga fortificato e monitorato in modo capillare. Si prevede che tali minacce provenienti dall’Afghanistan, generate dall’ISIS-K, persisteranno anche se il gruppo verrà formalmente sconfitto.
Né gli Stati Uniti, né la Cina, né la Turchia, aspirante potenza egemone regionale, possiedono capacità paragonabili a quelle della Russia nell’aiutare le regioni centro-meridionali a contrastare queste minacce; ecco perché ci si aspetta che mantengano stretti legami. La graduale trasformazione della ” Comunità dell’Asia centrale ” (CAC), proposta lo scorso anno, in un blocco regionale simile all’ASEAN, che ora include l’Azerbaigian , potrebbe ulteriormente facilitare i loro sforzi congiunti nella lotta al terrorismo. Ciò favorirebbe anche l’integrazione economica regionale e renderebbe le regioni centro-meridionali partner più efficaci per l’Afghanistan.
In assenza di progressi nella risoluzione del ruolo del Pakistan nelle sfide alla sicurezza dell’Afghanistan, progressi che non sono mai stati seriamente previsti, la Russia intensificherà di conseguenza il suo riavvicinamento, motivato da ragioni di sicurezza, con i talebani e i relativi legami con le regioni centro-meridionali/comunità dell’Afghanistan, al fine di contrastare congiuntamente le minacce dell’ISIS-K. Pertanto, a prescindere dai progressi che Stati Uniti, Cina o l’aspirante potenza egemone regionale Turchia possano compiere nella regione, il più stretto alleato delle regioni centro-meridionali dovrebbe rimanere la Russia, i cui interessi difficilmente andranno contro i loro.
Tuttavia, essendo un ex funzionario con ottime conoscenze, può trasmettere quasi una ventina di briefing sulla politica russa, così come viene effettivamente interpretata, a coloro che, dalla sua parte, hanno bisogno di leggerli.
L’ex rappresentante speciale del Pakistan per l’Afghanistan, Asif Durrani, ha pubblicato su Arab News un articolo stimolante sulla disputa russo-pakistana relativa all’Afghanistan guidato dai talebani . Ha espresso preoccupazione per il rapido riavvicinamento della Russia ai talebani, per la legittimità che questo conferisce al gruppo e per la conseguente possibilità che continui a ignorare le richieste del Pakistan in materia di sicurezza. Ancor più preoccupante, a suo avviso, è il complementare riavvicinamento dell’India, paese rivale, ai talebani.
Durrani ha poi elencato cinque ragioni per cui il Pakistan dovrebbe monitorare la politica russa nei confronti dell’Afghanistan. In primo luogo, ha insinuato che la Russia debba essere consapevole della presenza di gruppi terroristici anti-pakistani sul territorio afghano, eppure continua a rafforzare il coordinamento in materia di sicurezza con i talebani. In secondo luogo, “Mosca si è generalmente astenuta dal fare del bilancio antiterrorismo dei talebani un punto centrale di pressione politica in seno al Consiglio di Sicurezza”, il che, a suo avviso, va a scapito degli interessi pakistani.
Il suo terzo punto è che “i talebani cercano i benefici della diplomazia regionale, resistendo al contempo a formulazioni che impongano chiari obblighi politici o di sicurezza”, e ha lasciato intendere che la Russia non abbia obiezioni. In quarto luogo, il riconoscimento da parte della Russia dei talebani come governo nazionale dell’Afghanistan “rappresenta un cambiamento significativo rispetto alla precedente enfasi regionale su un processo politico inclusivo e sulla necessità dei talebani di adempiere agli obblighi internazionali”, il che è vero. Durrani ha poi condiviso la sua ultima osservazione su questo argomento.
Secondo le sue parole, “Il Formato di Mosca era originariamente prezioso perché riuniva i principali attori regionali dell’Afghanistan attorno a una comprensione comune secondo cui il territorio afghano non dovrebbe essere utilizzato contro i paesi vicini. Se questo consenso dovesse gradualmente cedere il passo al perseguimento di interessi bilaterali separati da parte dei singoli paesi con Kabul, il meccanismo regionale potrebbe perdere gran parte della sua rilevanza originaria”. Questa affermazione è comprensibile dal punto di vista degli interessi pakistani, così come la sua leadership li intende.
Durrani ha quindi concluso che “il cambiamento di tono di Mosca potrebbe avere conseguenze che vanno ben oltre le relazioni tra Russia e talebani. Potrebbe rimodellare l’equilibrio regionale intorno all’Afghanistan e, di conseguenza, costringere il Pakistan a rivalutare la propria posizione in un contesto diplomatico sempre più competitivo”. Il suo articolo rappresenta la comprensione più perspicace di questa questione finora espressa da un pakistano, siano essi funzionari, diplomatici, esperti, giornalisti o commentatori dei social media.
Ha riconosciuto le posizioni diametralmente opposte di Russia e Pakistan sull’Afghanistan guidato dai talebani, posizioni che sono state o categoricamente negate o grossolanamente esagerate sui social media, e ne ha analizzato con calma le conseguenze per il suo Paese. Il passo successivo è che i funzionari accettino la sua valutazione e ricalibrino di conseguenza la politica, auspicabilmente in modo da non peggiorare i rapporti bilaterali, anche se inevitabilmente dovessero raffreddarsi. È imperativo che il riavvicinamento faticosamente conquistato nell’ultimo decennio non venga vanificato.
Al termine di questo documento verranno condivise quasi una ventina di analisi, con l’obiettivo di migliorare al massimo la comprensione da parte dei funzionari pakistani della posizione russa sulla questione, così come viene realmente intesa. Particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alle analisi riguardanti la politica russa in Asia meridionale, la tabella di marcia per le relazioni bilaterali nel contesto della disputa sull’Afghanistan e il piano strategico della Russia per quel paese. Durrani, ex funzionario con ottimi contatti, può garantire che questi documenti raggiungano coloro che devono leggerli.
L’aspetto più rilevante è l’insinuazione che la guerra in Sudan si sia trasformata in una guerra per procura tra Israele ed Egitto.
Netanyahu ha mostrato, durante una conferenza stampa tenutasi lo scorso fine settimana, una mappa di tre alleanze regionali che è diventata virale sui social media per via delle sue implicazioni. La prima alleanza è l'”Esagono” tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, la seconda è l’Asse della Resistenza iraniana e la terza è il “Diamante sunnita” (noto anche come NATO islamica) di cui l’Egitto è indicato come membro, pur non avendo ( ancora? ) aderito formalmente. Cinque osservazioni spiccano in particolare e meritano un breve approfondimento:
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1. Russia
La Russia viene indicata come un paese che l’Iran considera amico, ma non come un paese per cui il Diamante sunnita o l’Esagono nutrano lo stesso sentimento. Questa affermazione è oggettivamente inesatta, dato che gli Emirati Arabi Uniti sono il principale partner commerciale arabo della Russia , i rapporti con Israele rimangono cordiali nonostante le recenti critiche di Bibi alla Russia, e le relazioni con il Diamante sunnita sono generalmente buone (con l’eccezione della nuova disputa russo-pakistana sull’Afghanistan guidato dai talebani ). Si tratta quindi probabilmente di una manovra elettorale per conquistare i voti degli israeliani anti-russi.
2. Grecia e Cipro
Nonostante la dichiarazione iniziale di Netanyahu a fine febbraio, in cui menzionava Grecia e Cipro come parte dell’alleanza, questi due Paesi sono indicati solo come nazioni considerate amiche. Si tratta di una valutazione corretta, ma suggerisce anche che i colloqui sulla sicurezza tenutisi dietro le quinte per includerli come membri formali dell’alleanza non abbiano (ancora?) dato frutti. Ciononostante, non si può escludere una loro futura adesione formale all’alleanza.
3. Kurdistan iracheno
È interessante notare che il Kurdistan iracheno non è indicato da nessuna entità sulla mappa di Netanyahu, il che suggerisce che sia neutrale. Il motivo per cui vale la pena sottolinearlo è che indica il profondo disappunto di Israele per il presunto rifiuto di Netanyahu di invadere l’Iran, formalmente o clandestinamente, durante la Terza Guerra del Golfo. Alcuni ipotizzano che gran parte della pianificazione bellica israelo-americana si basasse proprio su questo presupposto. Dato che ciò non è avvenuto, è comprensibile perché Israele non consideri più Netanyahu un paese amico.
4. Etiopia
Al contrario, l’Etiopia è indicata come amica dell’Esagono, ma non è rappresentata con diverse sfumature come l’India, che indica anche la sua amicizia con il Diamante sunnita (con l’eccezione dell’Egitto) e l’Asse della Resistenza. In realtà, l’Etiopia ha stretti legami con Turchia, Arabia Saudita e Iran, ma Netanyahu potrebbe non aver voluto evidenziarli affinché gli osservatori israeliani occasionali la considerassero semplicemente un alleato. Ciò suggerisce che dietro le quinte potrebbero essere in corso importanti discussioni di natura legata alla sicurezza .
5. Le RSF del Sudan
Le ribelli ” Forze di Supporto Rapido ” sono considerate alleate dell’Esagono, il che avvalora la loro sospetta alleanza con gli Emirati Arabi Uniti e i colloqui con Israele avvenuti negli ultimi due anni. Considerando che il Sudan è considerato amico del Diamante sunnita, il che è effettivamente vero visti gli stretti legami con tutti e quattro i suoi membri, la guerra in Sudan può quindi essere vista come una guerra per procura tra queste due alleanze, anche se potrebbe non essere nata come tale.
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L’importanza della mappa di Netanyahu risiede nel fatto che mostra come Israele percepisce l’allineamento di sicurezza dei paesi nella regione. Alcune parti sono imprecise, ma è probabile che tali imprecisioni siano dovute alle motivazioni politiche che sono state spiegate. Ciononostante, i punti salienti sono che Israele considera già di fatto un membro della NATO islamica e che la guerra in Sudan, in cui è fortemente coinvolto, si è trasformata in una guerra per procura tra quel blocco e l’Esagono, il che potrebbe aggravare le tensioni bilaterali.
Ha scandalosamente esortato l’India a “sabotare” i BRICS per renderli “internamente divisi” e ridurli a un mero “luogo di discussione”, a causa della sua falsa convinzione che il ruolo della Cina in tali gruppi rappresenti una minaccia per l’India.
Il professor Rajesh Rajagopalan, docente di politica internazionale presso l’Università Jawaharlal Nehru, ha affermato in modo scandaloso in un articolo del mese scorso che “il vero obiettivo dell’India dovrebbe essere quello di rendere inefficaci i BRICS “. A suo avviso, “se mai dovessero diventare un gruppo efficace, è probabile che la Cina lo utilizzerà per promuovere i propri interessi, isolare l’India e minare i principali partner dell’India nell’Indo-Pacifico”. Di conseguenza, ha consigliato all’India di assicurarsi che i BRICS siano “divisi internamente” e non si limitino a essere un “luogo di discussione”.
Con tutto il rispetto dovuto a Rajagopalan, la sua comprensione dei BRICS è avulsa dalla realtà. L’estrema asimmetria che già esiste all’interno dei BRICS fa sì che non si possa mai raggiungere nulla di più di istituzioni alternative nei settori finanziario, assicurativo e in altri ambiti correlati del commercio internazionale, e forse un’unità di conversione valutaria per aggirare il dollaro. Certo, questi sarebbero traguardi significativi, ma non sono paragonabili a una moneta comune o ad altre proposte rivoluzionarie.
Sebbene sia vero che alcuni funzionari e portavoce dei BRICS abbiano presentato l’organizzazione come un blocco anti-occidentale, ciò serviva unicamente a mantenere alto il morale delle popolazioni non occidentali nel contesto del parziale ripristino dell’unipolarità guidata dagli Stati Uniti, a seguito dello sfruttamento del conflitto ucraino a tale scopo. La realtà è sempre stata che i BRICS rappresentano semplicemente una rete volontaria i cui membri condividono idee per accelerare la multipolarità finanziaria, con l’obiettivo di dare ai Paesi non occidentali gli strumenti per riformare collettivamente, ma gradualmente, la governance globale.
Tornando a Rajagopalan, la premessa su cui ha basato il suo consiglio all’India di “sabotare i BRICS” per difendere i propri interessi nazionali nei confronti della Cina è quindi falsa, poiché i BRICS sono sempre stati un “consiglio di discussione” i cui membri sono “internamente divisi” a causa delle loro estreme asimmetrie, ma questo non è necessariamente un male. Il suo scopo attuale, ovvero quello di elaborare idee per accelerare la multipolarità finanziaria e possibilmente un giorno creare istituzioni alternative, è molto utile e queste funzioni promuovono concretamente gli interessi indiani.
La conclusione di importanti accordi con la Russia, dopo anni di colloqui senza progressi tangibili, dimostrerebbe al Cremlino che il Pakistan è sufficientemente sovrano da resistere alle pressioni statunitensi e che ha interesse a gestire la controversia sull’Afghanistan guidato dai talebani attraverso una cooperazione economica reciprocamente vantaggiosa.
I media pakistani hanno riportato che il Primo Ministro Shehbaz Sharif visiterà la Russia tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, dopo che il suo viaggio previsto per la fine di febbraio è stato rinviato a causa della Terza Guerra del Golfo. L’agenda dovrebbe includere questioni regionali, cooperazione energetica, il supporto russo per il rilancio delle acciaierie pakistane, sicurezza alimentare e canali finanziari, tra gli altri argomenti. Tutti questi temi sono importanti, ma i seguenti cinque dovrebbero essere considerati prioritari, poiché plasmeranno il futuro delle relazioni russo-pakistane, ora incerte:
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1. La disputa russo-pakistana sull’Afghanistan guidato dai talebani
La Russia considera i talebani i legittimi governanti dell’Afghanistan, ne ha elogiato i successi nella lotta al terrorismo e sta valutando la possibilità di armarli contro l’ISIS-K , mentre il Pakistan li considera illegittimi, li accusa di ospitare terroristi e teme che le armi russe possano essere usate contro di esso. Questa disputa , emersa pubblicamente durante l’ottava edizione delle Consultazioni in formato Mosca sull’Afghanistan all’inizio di ottobre, rischia di degenerare in una crisi politica o peggio, se non verrà risolta.
2. La presunta guerra per procura condotta dal Pakistan contro l’Afghanistan.
Il New York Times ha citato un funzionario dell’intelligence pakistana in servizio e un ex funzionario della sicurezza nazionale, secondo i quali ufficiali militari e dell’intelligence pakistani avrebbero incontrato gruppi anti-talebani per offrire un potenziale sostegno. Se ciò fosse vero, e coinciderebbe con le aspettative di molti osservatori data la guerra in corso tra Afghanistan e Pakistan, che non sembra avere fine, l’ultima guerra per procura del Pakistan contro l’Afghanistan potrebbe estendersi all’Asia centrale e destabilizzare gli alleati della Russia nella regione, peggiorando ulteriormente le relazioni russo-pakistane.
3. Il ruolo della NATO islamica nell’aiutare il Pakistan a condurre la guerra di cui sopra
Kamran Yousaf, corrispondente senior per gli affari esteri dell’Express Tribune, ha recentemente citato diplomatici pakistani anonimi secondo i quali si sospetterebbe che il rapido riavvicinamento della Russia all’Afghanistan sia una risposta alla NATO islamica. Come spiegato qui , ciò non corrisponde al vero , ma è possibile che il Pakistan possa sfruttare il Patto della Mecca per chiedere all’Arabia Saudita di finanziare l’acquisto di droni turchi da utilizzare da parte del Pakistan e/o dei suoi alleati in Afghanistan, il che potrebbe scatenare una guerra per procura con la Russia in quel paese .
4. L’influenza degli Stati Uniti sugli accordi tra Pakistan e Russia
Anni di colloqui tra Russia e Pakistan su un importante accordo petrolifero , oltre ad altre promettenti opportunità come la modernizzazione da parte della Russia delle infrastrutture energetiche pakistane , non hanno portato finora a nulla. Alcuni sospettano che ciò sia dovuto al potere di veto di fatto esercitato dagli Stati Uniti sugli accordi tra Pakistan e Russia. La conferma da parte del Pakistan di aver chiuso il confine con l’Iran in ottemperanza alle sanzioni contro quest’ultimo, acuisce ulteriormente i sospetti che le sanzioni contro la Russia siano responsabili di questa mancanza di progressi.
5. Il futuro di PAKAFUZ
Anche se gli Stati Uniti esercitano di fatto un potere di veto sugli accordi tra Pakistan e Russia, la loro influenza sulla ferrovia Pakistan-Afghanistan-Uzbekistan (PAKAFUZ) è considerata inferiore rispetto a quella sugli accordi energetici e infrastrutturali, data la sua natura multilaterale e il ruolo relativamente minore del Pakistan al suo interno. Di conseguenza, è ragionevole considerare la PAKAFUZ il progetto di punta nelle relazioni bilaterali in attesa della fine della guerra afghano-pakistana, per la quale la Russia si è offerta di mediare qualora entrambe le parti siano interessate.
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La Russia desidera davvero ampliare in modo completo le relazioni con il Pakistan, quindi spetta al Pakistan ricambiare concretamente, concludendo importanti accordi in materia di energia, infrastrutture e altri settori, dopo anni di negoziati senza progressi tangibili. Anche se nessuno di questi accordi dovesse essere raggiunto durante la prossima visita di Sharif, si spera che lui e Putin discutano francamente i cinque argomenti sopra elencati, al fine di evitare un deterioramento delle relazioni qualora non riuscissero a superare la disputa sull’Afghanistan.
Questa iniziativa è l’ultima di quella che probabilmente sarà una sequenza di significative mosse tecnico-militari di rappresaglia tra l'”Esagono” guidato da Israele e la Turchia, che potrebbero alla fine trascinare l’alleato pakistano di quest’ultima nel Mediterraneo orientale.
A fine agosto, la Grecia ha siglato un accordo da 3 miliardi di euro con Israele per la costruzione dello ” Scudo di Achille “, che “fornirà una gamma completa di armi di difesa contro una serie di minacce, dai missili balistici ai droni”. Questa è l’ultima manifestazione della loro partnership in materia di difesa, diretta contro la Turchia, che ha una disputa marittima con la Grecia ed è in una rivalità regionale con Israele per il Levante . Anche il loro comune partner cipriota percepisce la Turchia come una minaccia, poiché controlla la metà settentrionale dell’isola omonima.
La NATO islamica non è ancora riuscita a rappresentare una vera sfida per Israele, Cipro e Grecia, paesi che Netanyahu ha esplicitamente descritto come formanti un ” Esagono ” contro “sia l’asse sciita radicale… sia l’emergente asse sunnita radicale” poco prima dell’inizio della Terza Guerra del Golfo. Lo stesso non si può dire, tuttavia, per questi tre paesi dell'”Esagono” nei confronti della Turchia, dato che stanno coordinando sempre più le loro attività di contenimento lungo il suo fianco meridionale nel Mediterraneo orientale.
Lo “Scudo di Achille” fungerà da ombrello di difesa aerea di fabbricazione israeliana sulla Grecia, che un giorno potrebbe estendersi anche a Cipro. In apparenza, si tratta di un’iniziativa puramente difensiva, ma la Turchia potrebbe temere che la conseguente sicurezza che essa fornirà alla Grecia (e forse un giorno anche a Cipro) possa incoraggiare la Grecia (e forse anche Cipro) a respingere con maggiore assertività le sue rivendicazioni marittime. La Turchia potrebbe quindi aspettarsi che la costruzione dello “Scudo di Achille” preceda futuri scontri in mare.
A tal proposito, Trump 2.0 sta valutando la possibilità di reinserire la Turchia nel programma F-35, presumibilmente come ricompensa per il suo ruolo previsto nell’espansione dell’influenza NATO lungo l’intera periferia meridionale della Russia, in linea con la “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ) che entrerà in vigore nell’agosto 2025. Ricordiamo che il duplice scopo non dichiarato della TRIPP è quello di fungere da corridoio logistico militare NATO a guida turca verso il cuore dell’Eurasia, consolidando così il fianco meridionale del nuovo ” cordone sanitario ” attorno alla Russia.
Così come la Turchia potrebbe percepire lo “Scudo Achille” come una minaccia, allo stesso modo l'”Esagono” potrebbe percepire il potenziale ritorno della Turchia al programma F-35, a causa del loro dilemma di sicurezza. Per chi non lo sapesse, questo si riferisce al fatto che ciascuna parte in una rivalità considera le iniziative dell’altra, presumibilmente orientate alla deterrenza, come un vantaggio offensivo per il rivale, spingendolo quindi a fare altrettanto per non rimanere indietro. Ciascuna delle suddette iniziative viene percepita da una parte come un deterrente e dall’altra come una minaccia.
Anche se si neutralizzerebbero a vicenda, mantenendo così l’equilibrio militare, il loro dilemma di sicurezza potrebbe portare una delle due parti a intraprendere un’altra iniziativa, presumibilmente a scopo di deterrenza, per rafforzare le proprie difese, dopodiché l’altra farebbe lo stesso, e così via. Lo “Scudo di Achille” è quindi l’ultimo di una serie di significative mosse tecnico-militari di rappresaglia tra l'”Esagono” e la Turchia, che potrebbero alla fine trascinare l’alleato pakistano di quest’ultima nel Mediterraneo orientale.
L’Azerbaigian si sta rapidamente affermando come potenza di medio livello e, come spesso accade con le grandi potenze, grandi responsabilità, il che contestualizza il suo riavvicinamento reciprocamente vantaggioso con l’India.
Il Ministro degli Affari Esteri indiano (EAM), Dr. Subrahmanyam Jaishankar, ha effettuato la prima visita in solitaria di un EAM in Azerbaigian dai tempi del suo predecessore nel 2018. Ha incontrato non solo il suo omologo , ma anche il Presidente azero Ilham Aliyev , i cui “sentimenti positivi” per l'”impegno comune” di “rafforzare le relazioni tra i due Paesi” sono stati da lui “apprezzati” dopo che i rapporti erano stati precedentemente tesi a causa dei conflitti del Karabakh e del Kashmir . Ecco cinque punti salienti di questa visita storica:
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1. L’Azerbaigian sta ricalibrando il suo equilibrio geostrategico.
La visita di Jaishankar si svolge all’ombra delle nuove tensioni nella fratellanza azero-turca, scatenate dalle presunte interferenze di Ankara nel di fatto vietato l’hijab nelle scuole di Baku. Come suggerito in precedenza , Aliyev sembra fare affidamento sull’India come contrappeso regionale per evitare un’eccessiva dipendenza dell’Azerbaigian dalla Turchia, riducendo al contempo la percezione di minaccia da parte dell’Iran nei confronti dell’Azerbaigian, a causa degli stretti legami di quest’ultimo con Israele. Ciò testimonia la sua saggezza geostrategica, maturata in quasi un quarto di secolo di carriera politica.
2. Probabilmente darà anche la priorità alla “Comunità dell’Asia centrale”
Questa analisi prevedeva che l’Azerbaigian avrebbe dato priorità alla “Comunità dell’Asia centrale” (CAC) rispetto all'”Organizzazione degli Stati turchi” (OTS) guidata dalla Turchia, e il nascente riavvicinamento tra Azerbaigian e India, proposto per la prima volta qui nel gennaio 2024, suggerisce che stia effettivamente procedendo in tal senso. Questo perché l’India è uno dei pilastri del Corridoio di trasporto Nord-Sud (NSTC), lungo il cui ramo occidentale si trova l’Azerbaigian e quello orientale gli alleati centroasiatici di Baku. Il loro riavvicinamento può quindi essere reciprocamente vantaggioso.
3. L’Azerbaigian e l’Iran possono entrare a far parte della macroregione CASA
” La Russia sta iniziando a concettualizzare l’Asia centrale e meridionale come la macroregione CASA “, e il nascente riavvicinamento tra Azerbaigian e India, unito a un possibile futuro riavvicinamento tra Azerbaigian e Iran, guidato dai loro interessi comuni nel NSTC, potrebbe portare anche l’Azerbaigian e l’Iran a essere concettualizzati come parte della CASA. L’Azerbaigian è la porta d’accesso economica occidentale del CAC, così come l’Iran lo è quella meridionale, quindi i loro ruoli di connettività nei confronti dell’Asia centrale sono complementari, da cui la loro integrazione in questo concetto.
4. Jaishankar probabilmente informò Aliyev della minaccia rappresentata dal Pakistan per il CAC.
Il Pakistan è diventato uno dei partner più stretti dell’Azerbaigian nel corso della guerra del Karabakh del 2020, tuttavia ” l’ultima guerra per procura del Pakistan contro l’Afghanistan rischia di destabilizzare l’Asia centrale “, minacciando così tre dei sei membri del CAC che confinano con l’Afghanistan. L’India conosce bene le attività clandestine regionali del Pakistan ed è anche vicina ai talebani, che sono l’obiettivo di questa guerra per procura volta a cambiare regime, quindi è probabile che Jaishankar abbia informato Aliyev di ciò, vista la recente adesione dell’Azerbaigian al CAC.
5. Aliyev potrebbe dissuadere Erdogan dal farsi coinvolgere
Il Pakistan potrebbe sfruttare il Patto della Mecca per chiedere all’Arabia Saudita di finanziare l’acquisto di droni turchi da utilizzare da parte del Pakistan e/o dei suoi alleati anti-talebani in Afghanistan, ma il presidente Recep Tayyip Erdogan potrebbe essere convinto da Aliyev, nonostante i loro dissapori, a non intervenire. Questo perché Erdogan potrebbe dare priorità agli interessi dell’Uzbekistan e del Turkmenistan rispetto a quelli del Pakistan. Dopotutto, Erdogan è un nazionalista turco e la guerra per procura del Pakistan in Afghanistan minaccia questi due alleati turchi dell’OTS.
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In definitiva, la storica visita di Jaishankar in Azerbaigian rappresenta l’ultimo sviluppo nella rapida sequenza di mosse che sta rimodellando le dinamiche geostrategiche della CASA e delle regioni limitrofe, come il Caucaso meridionale, nel contesto della transizione sistemica globale. L’Azerbaigian si sta rapidamente affermando come potenza di medio livello e, come spesso accade, a un grande potere corrisponde una grande responsabilità, il che contestualizza il suo riavvicinamento reciprocamente vantaggioso con l’India. La loro rinnovata partnership ha quindi un grande potenziale.
La risposta superficiale dei liberali al governo probabilmente non migliorerà la loro posizione tra gli elettori, così come non l’ha fatto il recente episodio “russofrenico” che ha avuto ripercussioni in tutta Europa negli ultimi sei mesi.
Il Consiglio regionale della regione di Leopoli, nell’Ucraina occidentale, culla del suo movimento ultranazionalista, ha votato per commemorare il 2027 come anno dell'”Esercito Insurrezionale Ucraino” (UPA) e del suo comandante in capo Roman Shukhevich . Lui e la sua organizzazione furono tra i responsabili della Volinia durante la Seconda Guerra Mondiale. Un genocidio che ha causato il massacro di oltre 100.000 polacchi. All’inizio di quest’anno, Zelensky ha intitolato un’unità di commando d’élite all’UPA, a costo di scatenare una crisi politica con la Polonia.
Sebbene la coalizione di governo liberale polacca avesse ricucito i rapporti con l’Ucraina dopo che il presidente conservatore Karol Nawrocki gli aveva revocato la più alta onorificenza del Paese, per un breve periodo ha inasprito la retorica nei confronti dell’Ucraina per ragioni elettorali, e ora lo sta facendo di nuovo . Il Primo Ministro Donald Tusk ha condannato la risoluzione definendola “suicida”, il Ministro degli Esteri Radek Sikorski ha sospeso il funzionario che l’ha proposta e il Ministro della Difesa Władysław Kosiniak-Kamysz ha definito la mossa inaccettabile.
Questa reazione si allinea con la nuova polarizzazione dei polacchi sull’Ucraina, emersa dopo la provocazione di Zelensky menzionata in precedenza, una situazione che si prevede rimarrà la nuova normalità almeno fino alle prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. Allo stesso tempo, il viceministro degli Esteri Marcin Bosacki ha affermato di aver ricevuto rassicurazioni dal team di Zelensky sul fatto che Kiev non riconoscerà la risoluzione della regione di Leopoli, il che coincide con l’ appello della vicecapo dell’ufficio di Zelensky, Irina Vereshchuk, alle autorità regionali affinché “agiscano con pragmatismo”.
Anche se Kiev non riconosce la decisione della regione di Leopoli di commemorare il 2027 come l’anno dell’UPA e di Shukhevich per non inasprire ulteriormente le relazioni bilaterali, soprattutto dopo che Vereshchuk ha ricordato a tutti la dipendenza logistica militare dell’Ucraina dalla Polonia, il danno è ormai fatto. Gli abitanti del luogo possono comunque commemorare l’anno in questo modo in modo indipendente, così come le milizie ultranazionaliste locali e le organizzazioni a esse collegate, che Kiev non oserà pressare per timore di una rivolta ultranazionalista.
Allo stesso modo, la condanna di questa decisione da parte della coalizione liberale al governo è altrettanto superficiale finché la logistica militare ucraina attraverso la Polonia rimane intatta, come confermato dal viceministro della Difesa Cezary Tomczyk , in seguito alle notizie secondo cui la Polonia avrebbe sospeso una spedizione di armi per protesta. Come si era già osservato durante l’estate, ” la Polonia potrebbe denazificare rapidamente l’Ucraina senza sparare un solo colpo, ma Tusk si rifiuta di farlo ” perché gli manca la volontà politica di sfidare gli Stati Uniti e soprattutto la Germania .
Forse non c’è momento migliore di questo per farlo, visto che Trump sta manifestando il suo interesse a un radicale disimpegno dal conflitto ucraino . Se Tusk dovesse quindi isolare l’Ucraina fino a quando Zelensky non accetterà di risolvere tutte le controversie storiche e politiche a favore della Polonia, come quelle relative al genocidio della Volinia e alla glorificazione a livello statale dei suoi responsabili, allora la sua coalizione avrebbe buone possibilità di rimanere al potere dopo le prossime elezioni del Sejm nell’autunno del 2027. O non se ne rende conto, o non ne ha la volontà, o non gli importa.
La risposta superficiale dei liberali al governo all’ultimo scandalo ultranazionalista che sta turbando le relazioni con l’Ucraina probabilmente non migliorerà la loro posizione tra gli elettori, così come non l’ha fatto il recente episodio “russofrenico” che ha avuto ripercussioni in tutta Europa negli ultimi sei mesi. In altre parole, non farà alcuna differenza positiva e potrebbe persino rivelarsi controproducente. Gli elettori vogliono risultati concreti, non drammi, e la loro ultima condanna di Kiev non convince nemmeno nella sua sincerità.
L’instabilità che potrebbe derivare dal presunto sostegno del Pakistan a gruppi armati antigovernativi in Afghanistan potrebbe estendersi all’Asia centrale e quindi minacciare indirettamente gli interessi della Russia.
Il New York Times ha riportato che “funzionari militari e dell’intelligence pakistana si sono incontrati negli ultimi mesi con i leader di gruppi armati anti-talebani per offrire un potenziale sostegno, secondo quanto affermato da un funzionario dell’intelligence pakistana, da un ex funzionario della sicurezza nazionale informato sugli incontri e da un alto membro afghano di uno di questi gruppi”. La storia quasi cinquantennale del Pakistan nel sostenere gruppi armati antigovernativi in Afghanistan avvalora questa notizia. Molti, del resto, lo sospettavano già.
Il Pakistan non è riuscito a ottenere concessioni dai talebani sulla Linea Durand, tracciata dagli inglesi tra i due Paesi, né sul presunto sostegno dei talebani a gruppi armati antigovernativi in Pakistan, che Islamabad considera terroristi, tanto meno a sconfiggere i talebani, nonostante dieci mesi di guerra. Era quindi prevedibile che il Pakistan avrebbe intensificato la sua guerra per procura in Afghanistan, diversificando il suo sostegno, inizialmente attribuito ai talebani e sospettato di essere appoggiato dalla Russia, all’ISIS-K, estendendolo ad altri gruppi armati.
Una simile mossa non è solo tattica, ma anche strategica, poiché l’immagine di un sostegno a forze nominalmente “democratiche” in Afghanistan è concepita per aumentare le probabilità di ottenere l’appoggio americano all’ultima guerra per procura del Pakistan in quel paese. Questo sostegno potrebbe assumere la forma di armi, fondi e/o informazioni di intelligence, che il Pakistan potrebbe aspettarsi dagli Stati Uniti – anche solo dopo la fine della Terza Guerra del Golfo – al fine di promuovere tre degli obiettivi interconnessi dell’amministrazione Trump 2.0.
Questi obiettivi includono il ritorno delle truppe statunitensi alla base aerea di Bagram, nell’ambito di una triplice strategia di potenza contro Russia, Cina e Iran; la creazione di un ulteriore corridoio logistico militare in Asia centrale, a complemento di quello che attraversa il Caucaso meridionale ; e l’accesso ai giacimenti minerari afghani, il cui valore è stimato in 1.000 miliardi di dollari . Per quanto riguarda i primi due obiettivi, il Segretario del Consiglio di Sicurezza Sergey Shoigu , il Ministro della Difesa Andrey Belousov e il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov hanno messo in guardia contro il ritorno delle infrastrutture militari occidentali nella regione.
Così come nel caso del trasferimento di munizioni, armi e terroristi all’ISIS-K in Afghanistan, anche in questo caso il Pakistan è l’unico paese confinante con l’Afghanistan che potrebbe realisticamente agevolare tale operazione, la quale, se si verificasse, peggiorerebbe la percezione della minaccia russa nei confronti del Pakistan . Anche se il Pakistan fallisse e le infrastrutture militari occidentali non dovessero tornare nella regione, la crescente guerra per procura condotta dal Pakistan contro l’Afghanistan rischierebbe comunque di estendere l’instabilità che ne deriverebbe agli alleati della Russia in Asia centrale , rappresentando un’ulteriore minaccia.
Il modo più efficace per scongiurare questi scenari oscuri sarebbe che la Russia consentisse l’utilizzo di qualsiasi arma che potrebbe presto inviare ai talebani per combattere l’ISIS-K , compresi i droni di ultima generazione, anche contro i gruppi filo-pakistani. L’instaurazione di un “regime ibrido” simile a quello pakistano in Afghanistan, o di un governo a guida civile ma in realtà gestito da potenti figure militari e dei servizi segreti, che ospiti forze americane (e possibilmente anche pakistane), rappresenterebbe una minaccia costante per gli interessi russi.
Si tratta della piattaforma più promettente attraverso la quale l’Azerbaigian può diventare un attore di primo piano negli affari eurasiatici.
La fratellanza azero-turca è stata profondamente incrinata dalla loro continua faida, che ufficialmente riguarda solo il divieto dell’hijab nelle scuole da parte della Turchia, ma che informalmente coinvolge la percezione della Turchia che l’Azerbaigian sia diventato un burattino di Israele e la percezione dell’Azerbaigian che la Turchia nutra ambizioni neo-ottomane. I lettori possono approfondire la sua rapida evoluzione qui , qui , qui e qui , mentre il report di Middle East Eye (qui) ha fornito ulteriori dettagli sulla crescente dimensione interstatale della loro disputa.
Quel rapporto ha messo in luce la critica del partito al potere in Azerbaigian nei confronti di Turkiye . Ha dichiarato che “Nel mondo islamico, nessuno Stato ha il diritto di imporre la propria volontà ad altri popoli musulmani, di interferire nei loro affari interni o di considerarsi superiore agli altri. La pretesa di servire l’unità del mondo musulmano non dovrebbe essere dimostrata attraverso tendenze egemoniche, ma attraverso la cooperazione paritaria e il rispetto reciproco. Il popolo azero si è storicamente opposto all’imperialismo, al colonialismo e agli approcci neocoloniali”.
Queste parole estremamente forti, pronunciate nel contesto sempre più teso delle relazioni bilaterali, suggeriscono che l’Azerbaigian probabilmente si allontanerà presto dall'” Organizzazione degli Stati Turchi ” (OTS) guidata dalla Turchia, per dare priorità alla “Comunità dell’Asia Centrale” (CAC). L’OTS comprende tre delle quattro repubbliche turche dell’Asia Centrale (CAR), l’Azerbaigian e la Turchia, mentre la CAC, a partire dallo scorso anno, include le cinque CAR e l’Azerbaigian. Fu proprio in quell’occasione che venne proposta la creazione di un blocco di integrazione simile all’ASEAN .
Si prevede che il presidente azero Ilham Aliyev favorirà il CAC rispetto all’OTS per cinque ragioni. In primo luogo, nessuno dei membri del CAC è sospettato di aspirare all’egemonia sugli altri, a differenza di quanto accade con la Turchia attraverso l’OTS, come suggerito dalla denuncia del partito al governo azero. In secondo luogo, il CAC non è percepito dalla Russia come una potenziale minaccia alla sicurezza, a differenza dell’OTS a causa dell’esclusione della Turchia dalla NATO, quindi Mosca non teme che possa fungere da cavallo di Troia per l’espansione della NATO in Asia centrale.
La priorità che l’Azerbaigian attribuisce al CAC rispetto all’OTS porrebbe fine alla percezione di minaccia latente da parte della Russia nei confronti dell’Azerbaigian, in relazione al ruolo che potrebbe svolgere nella trasformazione della “Trump Route for International Peace and Prosperity” dell’agosto 2025 in un corridoio logistico militare della NATO guidato dalla Turchia . In terzo luogo, la cooperazione in materia di sicurezza tra i membri del CAC potrebbe accelerare senza essere percepita come una minaccia dalla Russia, rafforzando così la loro capacità di contrastare minacce comuni come l’ISIS-K in collaborazione con la Russia .
In quarto luogo, i legami economici e politici con la Russia potrebbero essere rafforzati più facilmente anche attraverso il CAC, e lo stesso vale per i legami di sicurezza, economici e politici con altri importanti attori con interessi nella regione, come Cina, UE, India , Iran, Israele , Turchia e Stati Uniti. I vertici che alcuni di questi già tengono con le regioni dell’Asia centrale potrebbero diventare vertici del CAC come mezzo per raggiungere questo obiettivo. Infine, l’Azerbaigian può svolgere un ruolo di primo piano nell’impegno globale del CAC, a differenza del ruolo marginale che ricoprirà sempre nell’OTS.
L’ex vice sottosegretario turco Omer Kayir ha recentemente criticato la CAC definendola “un’Unione turca senza la Turchia” (o un OTS senza la Turchia) e ha sostenuto che la sua formazione faccia parte di un complotto occidentale. Sebbene la prima descrizione sia in parte corretta, le sue speculazioni sul ruolo che le è stato assegnato non lo sono. In realtà, la CAC è la piattaforma più promettente attraverso la quale l’Azerbaigian può diventare un attore di primo piano negli affari eurasiatici , ed è per questo che ci si aspetta che Aliyev le dia la priorità rispetto all’OTS, nel contesto della crisi tra l’Azerbaigian e la Turchia.
A differenza degli anni ’80, il Pakistan non avrebbe più un vantaggio sull’Afghanistan, dato che ora è il Pakistan a essere governato da un governo golpista impopolare, afflitto da insurrezioni etnico-regionali e perennemente sull’orlo della bancarotta.
Il timore del Pakistan che i talebani sfidino la Russia rivolgendo i propri droni contro il Pakistan, e il timore secondario che la Russia continui a inviare droni ai talebani in tale scenario invece di interrompere punitivamente le forniture, potrebbero spingere il Pakistan a valutare preventivamente le proprie opzioni in materia di droni. Ciò potrebbe concretizzarsi nella richiesta di finanziamenti al suo alleato saudita per l’acquisto di droni dal suo alleato turco, sulla falsariga della recente notizia falsa secondo cui l’India starebbe finanziando l’acquisto da parte dei talebani di droni bielorussi, alleati della Russia.
Qualsiasi utilizzo di droni forniti dalla Turchia contro i talebani, anche da parte di gruppi filo-pakistani, potrebbe indurre i talebani a utilizzare quelli forniti dalla Russia contro il Pakistan, e in tali circostanze la Russia potrebbe continuare a inviarli, a differenza di quanto accadrebbe se fossero i talebani i primi a utilizzare droni russi contro il Pakistan. Questo potrebbe dipendere dal fatto che la Russia potrebbe aver pianificato che le sue aziende sviluppino l’industria mineraria afgana, del valore di 1.000 miliardi di dollari , ovviamente a condizioni eque, come uno dei vantaggi in cambio della modernizzazione delle sue forze armate .
Le risorse minerarie critiche, come quelle di cui si ritiene l’Afghanistan sia ricco, sono fondamentali per la “Quarta Rivoluzione Industriale” (4IR), in particolare per i data center, l’intelligenza artificiale e l'”Internet delle cose”, che si prevede guideranno la crescita economica futura. La Russia è molto indietro rispetto a Stati Uniti e Cina in questa corsa, ma potrebbe recuperare terreno rapidamente se sfruttasse gli investimenti minerari afghani a tale scopo. Ciò richiede, tuttavia, di impedire la sostituzione dei talebani con gruppi fantoccio sostenuti dal Pakistan , che la Russia intende insediare in parte per poi sfruttare queste risorse.
L’allineamento del Pakistan con gli Stati Uniti dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 significa che questi minerali probabilmente alimenteranno le industrie statunitensi della Quarta Rivoluzione Industriale, mentre la Russia li utilizzerà per alimentare la propria industria al fine di competere con quelle di Stati Uniti e Cina. Anche i suoi alleati dell’Asia centrale, attraverso i cui territori potrebbero transitare ingenti esportazioni di armi ai talebani, trarrebbero vantaggio dalla lavorazione dei minerali (in regioni desolate), dai data center russi alimentati a energia nucleare, ecc., creando un terzo polo della Quarta Rivoluzione Industriale per rompere il duopolio sino-americano.
La Russia è leader mondiale nella guerra con i droni e nella difesa aerea, e la relativa esperienza e tecnologia potrebbero essere trasferite ai talebani per impedire al Pakistan di sfruttare la sua supremazia aerea (attualmente con i jet e forse in futuro con i droni) per rovesciare il regime. A differenza degli anni ’80, il Pakistan non avrebbe un vantaggio sull’Afghanistan, poiché ora è il Pakistan ad essere governato da un impopolare governo golpista, afflitto da insurrezioni etno-regionali e perennemente sull’orlo della bancarotta.
Così come il Pakistan una volta ha sconfitto l’Afghanistan, sostenuto dai sovietici, allo stesso modo l’Afghanistan potrebbe sconfiggere il Pakistan, sostenuto dagli Stati Uniti, se il Pakistan scatenasse una seconda guerra per procura con la Russia in quel paese. In tale scenario, il Pakistan non potrebbe contare su un significativo sostegno statunitense, poiché il grande obiettivo strategico degli Stati Uniti è contenere la Cina , non combattere un’altra guerra per procura con la Russia dopo la fine di quella ucraina, e possono ottenere i minerali critici necessari per la Quarta Rivoluzione Industriale dal Congo e da altre regioni, anziché dall’Afghanistan. Il Pakistan dovrebbe quindi procedere con estrema cautela.
L’influenza degli Stati Uniti sul Congo, ricco di risorse minerarie, probabilmente si espanderà a prescindere dall’esito della guerra.
La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è tornata alla ribalta questo mese dopo che un ex combattente UFC, ora podcaster, è rimasto ferito nella regione orientale mentre combatteva per conto di Vectus Global, l’organizzazione fondata da Erik Prince, fondatore di Blackwater, a sostegno di Kinshasa. Per contestualizzare, la RDC è impegnata in una lotta contro i ribelli appoggiati dal Ruanda nella sua regione di confine ricca di risorse minerarie, situazione che ha portato gli Stati Uniti a mediare un accordo di pace lo scorso anno, diventando garanti della sicurezza della RDC in cambio di un accesso privilegiato a tali risorse.
Allo stesso tempo, nonostante il ruolo del Ruanda nel perpetuare le ostilità come parte della sua “difesa avanzata”/”profondità strategica” contro i ribelli che vi trovarono rifugio a metà degli anni ’90, gli Stati Uniti mantengono stretti legami con Kigali. Non solo il Ruanda rimane uno dei principali partner di sicurezza degli Stati Uniti nel continente, nonostante la sua vicinanza a Cina e Russia , ma una società mineraria statunitense-canadese ha stretto il mese scorso una partnership per l’estrazione del tungsteno con l’esplicito scopo di rafforzare le catene di approvvigionamento della difesa statunitense.
Questo contesto fa da sfondo alla recente nomina , da parte di Joseph Kabila, ex presidente della RDC e sostenuto dagli Stati Uniti, alla guida del “Fronte per la Rifondazione della Nazione” (FRN), formazione nata dalla fusione dell'”Alleanza del Fiume Congo” e dei ribelli M23, appoggiati dal Ruanda. A dicembre, si era ipotizzato che il ritorno al potere di Kabila a capo di un governo guidato dall’opposizione potesse portare alla “trasformazione del Paese in uno stato federale”.
Il risultato finale potrebbe quindi essere che “province ricche di risorse come il Kivu e l’ex Katanga (ora divisa in diverse province più piccole) si accaparrerebbero la maggior parte della ricchezza nazionale. Se gli stati federali diventassero così autonomi da comandare le proprie forze di sicurezza, il paese rischierebbe la ‘balcanizzazione’, dopo la quale potrebbe iniziare una corsa all’influenza e ai profitti in tutta la RDC”. L’analisi di cui sopra ha anche valutato che un Trump 2.0 potrebbe cinicamente appoggiare questo scenario.
La triste realtà è che gli Stati Uniti probabilmente trarranno profitto in entrambi i casi. La “balcanizzazione” della RDC da parte di Kabila, sostenuto dal Ruanda (il cui padre era stato appoggiato dal Ruanda negli anni ’90 prima di muovere guerra contro di loro e contro l’altro suo alleato ugandese dopo essere salito al potere), potrebbe consentire agli Stati Uniti di dividere e governare più efficacemente la loro periferia ricca di risorse, agendo da distanti autorità centrali. Allo stesso tempo, la vittoria della RDC sui ribelli sostenuti dal Ruanda, con l’appoggio di Vectus Global, consoliderebbe anche l’influenza statunitense, quindi si tratterebbe di una situazione vantaggiosa per tutti.
L’errore della Repubblica Democratica del Congo, che potrebbe rivelarsi fatale per la sua unità nazionale (sia essa de jure o solo de facto), è stato quello di presumere ingenuamente che concedere agli Stati Uniti un accesso privilegiato alle sue risorse minerarie avrebbe garantito un sostegno sufficiente da parte americana a preservare la suddetta unità. Si è trattato di un errore di valutazione. L’unico alleato in grado di garantire tale unità era la Russia , che non ha bisogno dei minerali della RDC poiché ne possiede in abbondanza, ma la RDC ha commesso un errore che ha permesso alla Russia di appoggiare il Ruanda .
Se il Congo diventasse un’altra guerra per procura russo-americana dopo l’Ucraina e forse presto l’Afghanistan , allora le dinamiche strategiche del conflitto potrebbero cambiare al punto che gli Stati Uniti sosterrebbero più saldamente la RDC, ma la loro vittoria su quelli che sarebbero allora i ribelli appoggiati dalla Russia non sarebbe assicurata come in passato . Lo scenario migliore è quello incentrato sulle risorseIl partenariato strategico che Russia e Stati Uniti stanno attualmente negoziando porta a una pace duratura in Africa centrale, in modo che entrambe le parti possano trarne reciproco vantaggio, ma non a spese della Repubblica Democratica del Congo.
Come il conflitto in Ucraina, il riallineamento strategico della Russia e l’ascesa della Cina stanno ponendo fine a secoli di dominio europeo negli affari mondiali.
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Questo saggio è una rielaborazione e un adattamento di una presentazione e della successiva discussione a cui ha partecipato l’autore. La trascrizione è stata riorganizzata per chiarezza, leggibilità e facilità di pubblicazione, preservando al contempo la sostanza degli argomenti originali.
Introduzione: La geopolitica ai tempi dei mostri
Stiamo vivendo una profonda trasformazione del sistema internazionale. L’ordine geopolitico che è esistito per diversi secoli, incentrato sull’Europa e plasmato dalla competizione tra le grandi potenze europee, sta iniziando a sgretolarsi. Le implicazioni vanno ben oltre il conflitto in Ucraina o il deterioramento delle relazioni tra Russia e Occidente. Ciò che sta accadendo è una fondamentale ridistribuzione del potere economico, politico e strategico, accompagnata da una crisi dei presupposti su cui si è a lungo basata la politica estera occidentale.
Per comprendere questa trasformazione, dobbiamo partire da un principio fondamentale: la guerra rappresenta il crollo dell’ordine. È una catastrofe umanitaria e, come riconobbero i giuristi di Norimberga, il crimine internazionale per eccellenza, perché crea le condizioni in cui altri crimini diventano possibili. Il dovere primario di uno statista deve quindi essere quello di preservare la pace attraverso un’attenta gestione delle relazioni tra le grandi potenze, il rispetto reciproco e il riconoscimento dei limiti del potere.
La pace non può essere mantenuta quando una grande potenza cerca di massimizzare la propria posizione a scapito delle altre. Gli Stati più piccoli, compresi i paesi neutrali, hanno un ruolo essenziale nel mantenimento della stabilità, ma possono anche diventare strumenti di confronto. Quando le potenze minori ricevono un sostegno incondizionato da una grande potenza, possono iniziare a perseguire ambizioni che altrimenti sarebbero considerate pericolosamente irrealistiche. La storia offre numerosi esempi, dalla Serbia prima della Prima Guerra Mondiale alla Grecia negli anni ’20 e a Israele oggi. Anche l’Ucraina può essere compresa in questo quadro.
Questi principi sono essenziali per comprendere la crisi che si sta sviluppando in tutta Europa e nel più ampio sistema internazionale.
I. I fondamenti europei dell’ordine internazionale
Per diversi secoli, il sistema internazionale è stato prevalentemente europeo nella sua organizzazione e nel suo carattere. A partire dal XV secolo, l’Europa ha conosciuto una straordinaria espansione del potere economico, tecnologico e militare. Nel XIX secolo, l’espressione ” grande potenza” era giunta a significare, quasi esclusivamente, una grande potenza europea. Gran Bretagna, Francia, Russia, Austria e Prussia, e successivamente la Germania, operavano all’interno di un sistema di intensa competizione in cui le loro rivalità, alleanze e conflitti determinavano sempre più l’andamento degli affari internazionali.
Le grandi guerre che hanno plasmato la storia moderna sono generalmente emerse quando le relazioni tra queste potenze si sono deteriorate al punto da non poter più essere gestite dalla diplomazia. Tuttavia, tali conflitti non sono mai stati semplici scontri tra governi. Dietro le crisi diplomatiche si celavano profonde tensioni sociali ed economiche: le divisioni religiose della Guerra dei Trent’anni, gli sconvolgimenti rivoluzionari associati alle guerre napoleoniche e le trasformazioni politiche e sociali che hanno accompagnato l’industrializzazione e l’emergere dei movimenti socialisti nel XIX e XX secolo. Conflitto internazionale e instabilità interna erano strettamente connesse, anche se la storia diplomatica tradizionale non ha sempre riconosciuto adeguatamente tale relazione.
L’espansione europea ha trasformato anche la portata geografica dei suoi conflitti. Man mano che le potenze europee stabilivano possedimenti coloniali e reti commerciali in America, Africa e Asia, le loro rivalità coinvolgevano sempre più altre società in dispute originate in Europa. Questo contribuisce a spiegare perché i principali conflitti europei del XX secolo si siano trasformati in guerre mondiali. La Prima guerra mondiale iniziò inequivocabilmente come un conflitto europeo, mentre la Seconda guerra mondiale rifletteva la crescente indipendenza di potenze come il Giappone. Ciononostante, le rivalità europee rimasero centrali nell’ordine internazionale.
Per generazioni, le potenze europee hanno avuto la capacità di coinvolgere gran parte del mondo nelle proprie lotte. È proprio questa capacità che sta scomparendo.
II. La Russia e la sua identità europea
La Russia occupa una posizione centrale in questa storia. Si affermò come grande potenza europea durante il XVIII secolo, in particolare sotto Pietro il Grande e Caterina la Grande. Da quel periodo in poi, la Russia si considerò sempre più parte integrante della vita politica e culturale europea. San Pietroburgo divenne una capitale imperiale europea, le élite russe adottarono pratiche culturali occidentali e il paese si impegnò profondamente negli sviluppi diplomatici, intellettuali e politici del continente.
Questo orientamento andava ben oltre la mera imitazione. I movimenti rivoluzionari del XIX e dell’inizio del XX secolo facevano parte di una più ampia trasformazione europea, e l’esperienza rivoluzionaria russa, culminata nel 1917, fu interpretata da molti russi non come un rifiuto dell’Europa, bensì come una partecipazione alle sue lotte politiche e ideologiche. La Rivoluzione bolscevica emerse da correnti intellettuali che erano esse stesse fondamentalmente europee.
La stessa concezione influenzò la percezione sovietica della Seconda Guerra Mondiale. L’Unione Sovietica combatté per difendersi dall’invasione tedesca, ma la sua leadership presentò la lotta anche come una missione per liberare l’Europa dal fascismo. Quando Stalin si rivolse alle truppe sovietiche in Piazza Rossa il 7 novembre 1941, con le forze tedesche che minacciavano Mosca, invocò un dovere che andava oltre la difesa della patria sovietica. Questa concezione perdurò per tutta la durata della guerra e plasmò la comprensione sovietica della sua vittoria finale.
La Russia ha continuato a identificarsi come potenza europea durante tutto il periodo sovietico e, forse in modo ancora più enfatico, dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991. Esisteva da sempre una tradizione intellettuale concorrente, rappresentata da Dostoevskij e altri pensatori russi del XIX secolo, che sosteneva che la Russia possedesse una civiltà distinta e dovesse resistere a un’eccessiva identificazione con l’Europa occidentale. Ciononostante, questa corrente è rimasta secondaria per gran parte della storia russa moderna.
L’orientamento dominante, da Pietro il Grande attraverso il periodo sovietico e nei decenni post-sovietici, è stato verso l’Europa. Questo orientamento storico sta ora subendo un cambiamento profondo e potenzialmente irreversibile.
III. La fine del primato economico e tecnologico occidentale
Quando nacqui nel 1961, il sistema internazionale era ancora in gran parte dominato dall’Europa e dal mondo occidentale in generale. Gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica erano le due principali superpotenze e, sebbene il loro scontro ideologico avesse conseguenze globali, l’Europa rimaneva il suo principale teatro strategico. La maggior parte dei principali centri economici, industriali e tecnologici del mondo si trovava all’interno del sistema dominato dall’Occidente.
La decolonizzazione stava già trasformando la politica internazionale, ma i nuovi stati indipendenti non erano generalmente percepiti nelle capitali occidentali come capaci di sfidare le potenze consolidate. La Cina era ancora considerata economicamente marginale, nonostante la sua immensa popolazione e la sua importanza storica. L’India, da poco indipendente dal dominio britannico, era ampiamente vista come un paese in via di sviluppo bisognoso di assistenza, piuttosto che come una potenziale grande potenza.
Queste ipotesi sono ormai diventate sempre più difficili da sostenere. L’ascesa della Cina come potenza industriale e tecnologica rappresenta uno dei cambiamenti più significativi nel sistema internazionale dall’avvento del predominio europeo. Per la prima volta nell’era moderna, un Paese al di fuori della tradizione storica e politica europea possiede le capacità economiche e tecnologiche per sfidare direttamente il primato occidentale. La base manifatturiera cinese è di gran lunga più ampia di quella degli Stati Uniti, mentre le sue capacità tecnologiche sono sempre più competitive in numerosi settori avanzati.
La trasformazione si estende oltre la Cina. L’India sta sviluppando le dimensioni e le ambizioni economiche di una grande potenza indipendente, altre economie asiatiche stanno espandendo le proprie capacità industriali e l’Iran ha dimostrato una notevole influenza regionale nonostante le continue pressioni esterne.
Questi sviluppi mettono in discussione presupposti che le società occidentali un tempo consideravano ovvi. Un esempio rivelatore è la celebre serie televisiva della BBC del 1969, Civilisation , presentata come una storia della civiltà ma incentrata prevalentemente sullo sviluppo artistico e culturale dell’Europa occidentale. Cina, India e mondo islamico comparivano a malapena nella narrazione, eppure questa concezione ristretta suscitò sorprendentemente poche critiche all’epoca.
Oggi il sistema internazionale non è più organizzato attorno a un centro europeo al quale le altre società si rapportano come partecipanti secondari. Altri centri di civiltà, potere economico e decisionale politico si stanno affermando. Per le istituzioni politiche occidentali, ciò rappresenta non solo un aggiustamento economico, ma anche uno shock intellettuale e psicologico.
IV. La crisi finanziaria e la reazione occidentale
La crisi finanziaria globale del 2008 ha segnato un’altra svolta decisiva. Ha messo a nudo gravi debolezze all’interno del sistema finanziario occidentale e ha portato importanti istituzioni sull’orlo del collasso. Per coloro che osservavano gli eventi da vicino, a stretto contatto con l’establishment finanziario londinese, lo shock è stato straordinario. Un sistema a lungo presentato come il più sofisticato e resiliente al mondo è apparso improvvisamente pericolosamente vulnerabile.
Altrettanto significativo è stato il ruolo della Cina nella successiva stabilizzazione dell’economia globale. Il suo enorme stimolo interno ha contribuito a sostenere la domanda e l’attività economica internazionale, dimostrando che un paese precedentemente considerato un’economia in via di sviluppo era diventato indispensabile per la stabilità economica globale. L’iniziativa non era più concentrata esclusivamente in Occidente.
Questa esperienza ha contribuito a rafforzare la determinazione dei governi occidentali a consolidare la propria posizione strategica. Anziché adattarsi prontamente a un equilibrio di potere internazionale più distribuito, settori influenti dell’establishment occidentale hanno cercato di rafforzare le alleanze esistenti e di impedire l’emergere di centri di influenza rivali. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno cercato sempre più di consolidare il sistema di alleanze occidentali.
In questi calcoli, la Russia occupava una posizione importante. Rimaneva una grande potenza militare, dotata di notevoli risorse naturali e di legami storici con l’Europa. Una maggiore integrazione in un ordine guidato dall’Occidente avrebbe potuto rafforzare tale ordine in un momento in cui l’ascesa della Cina si faceva sempre più evidente.
Eppure, il crescente confronto sull’Ucraina ha prodotto in definitiva un risultato diametralmente opposto.
V. L’Ucraina e la rottura delle relazioni tra Russia ed Europa
La crisi in Ucraina non può essere compresa unicamente come una disputa territoriale o attraverso la lente dei rapporti tra Mosca e Kiev. Dal punto di vista della leadership russa, il conflitto si è trasformato sempre più in uno scontro con una coalizione occidentale che mira a indebolire la Russia e a limitarne l’indipendenza come grande potenza. L’ingente assistenza militare fornita all’Ucraina, le sanzioni economiche imposte alla Russia e gli attacchi contro obiettivi in territorio russo hanno rafforzato questa interpretazione.
Comprendere le percezioni russe non implica accettare ogni singolo elemento della versione di Mosca. Richiede, tuttavia, di riconoscere che tali percezioni influenzano la politica russa e il probabile sviluppo del conflitto. Spiegano inoltre il profondo cambiamento nell’atteggiamento della Russia nei confronti dell’Europa.
Per decenni dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha cercato di instaurare relazioni economiche e politiche più strette con l’Occidente. Molti russi credevano che il loro Paese appartenesse al più ampio sistema europeo e che, col tempo, avrebbe potuto raggiungere una relazione stabile con i suoi vicini occidentali. Oggi, tale aspettativa è in gran parte svanita, sostituita da un intenso senso di rifiuto e tradimento.
Le mie visite in Russia hanno illustrato la portata di questo cambiamento. Nel 2025 ho partecipato a una conferenza di avvocati russi, molti dei quali avevano maturato una vasta esperienza professionale nei paesi occidentali. Si trattava di persone anglofone, con un orientamento commerciale, il cui punto di vista poteva essere generalmente definito relativamente liberale. Sono rimasto sorpreso dalla netta presa di posizione con cui molti di loro avevano ripudiato i precedenti atteggiamenti nei confronti dell’Occidente. Consideravano sempre più l’Europa fondamentalmente ostile alla Russia e dubitavano che il rapporto precedente potesse mai essere ripristinato.
In una successiva conferenza a Pskov, ho riscontrato espressioni di risentimento ancora più forti. Alcuni interventi mi hanno profondamente preoccupato, comprese le argomentazioni a favore di una deriva più autoritaria all’interno della stessa Russia. Non credo che tali posizioni rappresentino necessariamente l’opinione prevalente in Russia, ma dimostrano come lo scontro stia rimodellando il pensiero politico interno.
Il cambiamento va oltre le politiche governative e si estende alla concezione che la Russia ha della propria identità. Per secoli, l’aspirazione dominante è stata quella di partecipare al sistema europeo come una delle sue principali potenze. Oggi, il Cremlino descrive sempre più la Russia non principalmente come uno stato-nazione europeo, ma come uno stato con una civiltà distinta .
Non si tratta solo di una distinzione retorica. La Russia sta riorientando la sua attenzione strategica verso la Cina, l’India, il Sud-est asiatico e altre regioni al di fuori dell’Europa. Le sue relazioni con la Cina e l’India vengono sempre più presentate come partenariati tra grandi centri di civiltà, piuttosto che come estensioni della diplomazia delle grandi potenze europee.
Di fatto, la Russia si sta ritirando dal sistema europeo all’interno del quale ha operato per gran parte degli ultimi tre secoli. L’ostilità dell’Europa ha indubbiamente contribuito a questa trasformazione, ma la novità sta nel fatto che la Russia stessa sembra aver accettato sempre più questa separazione.
Il cambiamento decisivo non consiste semplicemente nel fatto che l’Europa si stia allontanando dalla Russia. Consiste nel fatto che la Russia stia smettendo di considerare la riconciliazione con l’Europa come il fondamento del suo futuro.
VI. Perché il riallineamento strategico della Russia potrebbe essere irreversibile
La portata di questa trasformazione viene spesso sottovalutata nei dibattiti politici occidentali. Alcuni politici europei continuano a credere che un cambio di governo o una soluzione negoziata in Ucraina potrebbero riportare le relazioni con Mosca alla situazione precedente. Dubito che ciò sia realistico.
Anche i movimenti politici in Germania favorevoli a un miglioramento delle relazioni con la Russia potrebbero sottovalutare questo cambiamento. L’ipotesi che un futuro governo tedesco possa recarsi a Mosca, riaprire i negoziati e ripristinare le relazioni economiche e strategiche preesistenti al conflitto in Ucraina trascura la profonda trasformazione degli atteggiamenti russi.
Mosca potrebbe cercare relazioni pacifiche e stabili con i suoi vicini occidentali. Anzi, credo che la Russia preferirebbe la pace lungo i suoi confini occidentali. Ma relazioni pacifiche non sono la stessa cosa di un ritorno al precedente ordine politico europeo. La visione post-Guerra Fredda di una casa comune europea che si estende dall’Atlantico verso i territori russi del Pacifico sembra aver perso gran parte della sua credibilità all’interno della Russia.
Anche il presidente Vladimir Putin, il cui background e la cui visione politica erano profondamente legati all’Europa, ha subito un cambiamento evidente. Un tempo coltivava stretti rapporti con leader europei come Jacques Chirac, Gerhard Schröder e Silvio Berlusconi. Il suo discorso al Bundestag tedesco del 2001 simboleggiò la possibilità di una maggiore integrazione della Russia con l’Europa. Per gran parte della sua presidenza, ha mantenuto una concezione fondamentalmente europea della posizione internazionale della Russia.
Putin ha spesso svolto anche un ruolo di moderatore nei confronti delle correnti più conflittuali del dibattito politico russo. Tuttavia, anche il suo linguaggio nei confronti dell’Europa è diventato sempre più severo, riflettendo la crescente convinzione che la relazione che la Russia un tempo auspicava non sia più realizzabile.
Un futuro accordo in Ucraina potrebbe ridurre le tensioni militari e consentire un parziale ripristino dei contatti diplomatici ed economici. È molto meno probabile, tuttavia, che ricrei le basi politiche e psicologiche del precedente orientamento europeo della Russia.
L’Europa potrebbe quindi scoprire che, anche se il conflitto immediato dovesse terminare, il rapporto storico più ampio si è trasformato radicalmente.
VII. L’errore di valutazione delle sanzioni e i limiti del potere occidentale
Le sanzioni imposte alla Russia dopo il 2022 hanno contribuito a questo cambiamento anche sotto un altro importante aspetto. Prima dell’escalation del conflitto in Ucraina, Mosca era ben consapevole dell’enorme divario tra le risorse economiche complessive dell’Occidente e quelle della Russia. Sanzioni occidentali generalizzate erano considerate potenzialmente devastanti e la leadership russa era cauta nel provocare un confronto economico totale.
Tuttavia, quando le sanzioni furono imposte, l’esito non corrispose ai peggiori timori della Russia. L’economia russa subì una pressione considerevole, ma non crollò. Mosca si era già preparata a possibili restrizioni sulle infrastrutture finanziarie occidentali, tra cui lo sviluppo di un proprio sistema interbancario di messaggistica finanziaria in previsione dell’esclusione da SWIFT. Accordi finanziari alternativi e la riorganizzazione degli scambi commerciali contribuirono ad attenuare l’impatto immediato.
Le conseguenze psicologiche furono considerevoli. I responsabili politici russi scoprirono che la loro economia era più resistente alle pressioni occidentali di quanto avessero ipotizzato. Questa esperienza modificò la loro valutazione degli equilibri di potere e ridusse la loro paura della coercizione economica occidentale.
La dimensione militare del conflitto ha rafforzato tale rivalutazione. L’ampio supporto occidentale all’Ucraina ha messo in luce i limiti della capacità industriale della difesa, della produzione di munizioni e delle scorte di sistemi di difesa aerea. La Russia ha sostenuto costi enormi, ma Mosca ha comunque tratto conclusioni sui limiti pratici delle risorse militari occidentali.
Queste conclusioni possono essere contestate, ma strategicamente il punto importante è che la percezione russa è cambiata. Prima del 2022, Mosca temeva le conseguenze di un confronto su vasta scala con l’Occidente. Oggi, tale timore sembra notevolmente diminuito.
Il risultato è una perdita di influenza deterrente occidentale che potrebbe rivelarsi difficile da invertire.
VIII. Il dilemma strategico dell’America
La trasformazione del sistema internazionale ha creato anche un profondo dilemma per gli Stati Uniti. La Cina è sempre più riconosciuta nel pensiero strategico americano come la principale sfidante a lungo termine, in quanto possiede un’enorme base industriale, capacità tecnologiche in espansione e una notevole potenza navale. Eppure Washington rimane fortemente impegnata in scontri con Russia, Iran e altre potenze regionali, creando un persistente problema di sovraesposizione strategica.
Parte della difficoltà risiede nell’eredità istituzionale della Guerra Fredda. Gli atteggiamenti politici, le strutture militari e le dottrine strategiche originariamente plasmate dal confronto con l’Unione Sovietica hanno continuato a influenzare la politica nei confronti della Russia anche dopo la scomparsa dello Stato sovietico. Per alcuni elementi dell’establishment americano, la Russia è rimasta un avversario quasi per abitudine istituzionale.
Allo stesso tempo, alcuni strateghi americani sembrano credere che la relazione tra Russia e Cina sia innaturale e che Mosca dovrebbe invece avvicinarsi agli Stati Uniti. Tuttavia, i tentativi di esercitare pressioni o indebolire la Russia hanno favorito proprio lo sviluppo opposto, rafforzando la sua relazione strategica con Pechino e consolidando il suo orientamento verso le potenze non occidentali.
Esiste tuttavia un’importante controcorrente all’interno del pensiero politico americano. Durante le mie visite negli Stati Uniti, ho incontrato ex ufficiali militari e figure politiche conservatrici che rifiutano l’assunto secondo cui l’America debba rimanere permanentemente impegnata nel confronto tra grandi potenze in tutto il mondo.
Un ex ufficiale americano ha descritto il grande errore storico degli Stati Uniti come la trasformazione in una grande potenza europea, la partecipazione alle rivalità europee e l’assunzione di obblighi che non erano né necessari né sostenibili. Questa prospettiva riflette preoccupazioni più ampie riguardo al declino del tenore di vita, alla debolezza industriale e al ripetuto impiego di risorse militari americane in conflitti i cui obiettivi politici sono spesso mal definiti.
Gli Stati Uniti si trovano quindi di fronte a una scelta. Possono rivalutare i propri impegni, riconoscere i limiti del proprio potere e perseguire una politica estera più moderata, oppure possono definire sempre più la politica internazionale come uno scontro tra l’Occidente guidato dagli Stati Uniti e un numero crescente di avversari.
Quest’ultima opzione rischia di trasformare una difficile transizione geopolitica in un conflitto globale ben più pericoloso.
IX. Il mondo si rifiuta di unirsi al conflitto europeo
Forse la prova più evidente del cambiamento in atto nel sistema internazionale storico proviene dalla reazione dei paesi extraeuropei alla guerra in Ucraina.
In passato, le potenze europee erano in grado di trascinare gran parte del mondo nei loro conflitti attraverso il controllo coloniale, il dominio commerciale e l’influenza politica. Tale potere di influenza si è notevolmente ridotto. Quando i governi europei hanno tentato di persuadere i paesi dell’Asia, dell’Africa e di altre regioni a partecipare alle sanzioni contro la Russia, hanno spesso incontrato resistenza.
Molti Stati hanno scelto di preservare le relazioni con Mosca pur continuando a dialogare con i governi occidentali. Ciò non implica necessariamente un sostegno alla politica russa, bensì riflette la determinazione a mantenere l’indipendenza strategica ed evitare di essere coinvolti in quello che considerano un confronto prevalentemente europeo.
Sono disposti a commerciare con l’Europa e gli Stati Uniti, pur continuando a commerciare anche con la Russia. Non accettano che le relazioni con un gruppo di potenze debbano automaticamente escludere le relazioni con un altro.
La Cina e l’India ne sono esempi particolarmente significativi, ma il fenomeno è molto più ampio. Paesi che un tempo erano subordinati all’autorità coloniale o politica europea ora possiedono la capacità di prendere decisioni strategiche indipendenti.
Le conseguenze diplomatiche sono sempre più evidenti. La Cina ha mantenuto i suoi rapporti con la Russia, presentando al contempo proposte per la risoluzione del conflitto in Ucraina e tentando di partecipare agli sforzi diplomatici. Tali iniziative sono state talvolta accolte con incredulità nelle capitali europee, a riprova del presupposto che i problemi di sicurezza dell’Europa debbano essere affrontati principalmente dai governi europei e occidentali.
Tuttavia, in un sistema internazionale multipolare non c’è motivo di presumere che le iniziative diplomatiche debbano necessariamente avere origine esclusivamente in Europa o a Washington.
La sorpresa con cui i governi europei hanno talvolta accolto il coinvolgimento della Cina rivela quanto profondamente le supposizioni storiche continuino a plasmare il pensiero occidentale. Il mondo è cambiato più rapidamente di quanto l’Europa abbia compreso il proprio ruolo al suo interno.
Ora possiamo comprendere appieno il significato della trasformazione in atto.
Per secoli, l’Europa è stata il principale teatro della politica delle grandi potenze. Il sistema internazionale era organizzato attorno alle rivalità europee, alla diplomazia, all’espansione economica e alle guerre. Anche quando gli Stati Uniti emersero come potenza occidentale dominante, si integrarono profondamente nel sistema europeo. La Guerra Fredda rimase incentrata sulla questione dell’allineamento politico e militare dell’Europa.
Quel mondo sta scomparendo. Il potere economico e tecnologico è sempre più distribuito al di fuori dell’Europa. La Cina è diventata un centro primario di sviluppo manifatturiero e tecnologico globale, l’India si sta affermando come grande potenza indipendente e altri stati asiatici stanno acquisendo maggiore influenza economica e politica. La Russia, storicamente una delle principali grandi potenze europee, sta riorientando la sua strategia al di fuori del continente.
Gli Stati Uniti restano la potenza militare più forte al mondo, ma le loro principali preoccupazioni strategiche a lungo termine si estendono sempre più al di fuori dell’Europa. Nel frattempo, i paesi di tutto il mondo stanno dimostrando di non essere più disposti a subordinare automaticamente i propri interessi alle priorità dei governi europei.
Questi sviluppi prefigurano un futuro in cui l’Europa rimarrà economicamente rilevante e culturalmente influente, ma non occuperà più una posizione centrale negli affari internazionali.
I suoi conflitti interni potrebbero continuare a essere intensi e i suoi leader politici potrebbero continuare a parlare come se le decisioni prese a Bruxelles, Berlino, Parigi o Londra determinassero la direzione del resto del mondo. Eppure, le decisioni più importanti in materia di sviluppo industriale, competizione tecnologica, commercio globale ed equilibrio di potere internazionale vengono prese sempre più spesso altrove.
L’Europa si trova dunque ad affrontare qualcosa di ben più rilevante del deterioramento delle relazioni con la Russia o delle difficoltà nel sostenere l’Ucraina. Si trova ad affrontare la perdita della centralità geopolitica che ha definito la sua posizione nel corso della storia moderna.
Il pericolo è che i governi europei reagiscano a questa perdita di influenza con politiche sempre più conflittuali, volte a recuperare una posizione che l’attuale distribuzione del potere economico e politico non è più in grado di sostenere. Ciò significherebbe ripetere l’errore storico da cui è partita questa analisi: tentare di massimizzare il potere senza un adeguato riconoscimento degli interessi, delle capacità e delle esigenze di sicurezza altrui.
Una simile risposta genererebbe instabilità anziché preservare la pace.
Conclusione: la fine del primato storico dell’Europa
Il significato dell’attuale crisi va ben oltre gli eventi immediati in Ucraina. L’allontanamento della Russia dall’Europa rappresenta la possibile fine di una relazione che ha plasmato gli equilibri di potere europei per tre secoli. L’ascesa della Cina segnala l’emergere di un importante centro di potere al di fuori del sistema storico europeo, mentre la riluttanza dei paesi non occidentali a partecipare al confronto con la Russia riflette la crescente incapacità dell’Europa di coinvolgere il resto del mondo nelle proprie controversie.
Le difficoltà degli Stati Uniti derivano dalla crescente contraddizione tra la portata dei loro impegni internazionali e la distribuzione sempre più dispersa del potere globale. Per l’Europa, questi sviluppi rappresentano una svolta storica. Il continente che un tempo organizzava il sistema internazionale sta diventando una regione importante tra le tante.
La ricchezza, le istituzioni e i successi culturali dell’Europa rimarranno significativi. Ma la significatività non è sinonimo di primato, e l’influenza non equivale alla capacità di determinare il corso degli affari internazionali. Gli ambienti politici europei non hanno ancora compreso appieno questa distinzione.
La questione centrale è se i governi europei saranno in grado di adattarsi attraverso la diplomazia, la moderazione e il riconoscimento delle nuove realtà internazionali, oppure se continueranno a perseguire politiche basate su presupposti di potere che non corrispondono più al mondo così com’è.
La storia ci insegna che i momenti più pericolosi si verificano quando i poteri costituiti si rifiutano di riconoscere i limiti della propria posizione.
La vera sconfitta dell’Europa potrebbe quindi non essere misurata dall’esito finale della guerra in Ucraina. Potrebbe essere misurata dalla perdita del suo ruolo storico al centro del sistema internazionale: una perdita ben più grave, e potenzialmente molto più permanente, del conflitto stesso.
Grazie per aver letto!
Vai oltre i titoli dei giornali. Comprendi cosa conta davvero e cosa succederà dopo.
Leggendo le notizie dall’Europa in questi giorni, non si può fare a meno di avere l’impressione che ci troviamo vicini al baratro per una struttura, l’UE, che ha sempre assomigliato molto all’Unione Sovietica e che ora potrebbe iniziare a seguire un percorso di disintegrazione simile. Negli anni ’90, ho assistito in prima persona alle conseguenze del crollo dell’Unione Sovietica, vivendo e lavorando in Russia. La mia esperienza è stata parallela a quella di Dmitry Orlov, nato in Russia ma naturalizzato cittadino statunitense, che l’ha descritta nel suo libro “Reinventing Collapse” (2008). Entrambi abbiamo visto le inquietanti analogie tra il sistema sovietico e quello occidentale. Per Orlov, gli Stati Uniti sarebbero stati i primi a seguire la strada dell’Unione Sovietica, finendo nel dimenticatoio degli antichi imperi. Ora, mi sembra più probabile che l’Europa crolli per prima. (immagine di ChatGPT)
La storia segue percorsi simili ovunque. Mantenere uniti gli imperi è costoso, e tendono a frammentarsi in componenti più piccole quando l’economia non è più in grado di sostenerne i costi. È successo all’Impero Romano, molto tempo fa. È successo all’Unione Sovietica, solo pochi decenni fa, quando lo Stato si è trovato nell’impossibilità di sostenere tutte le spese necessarie per mantenere unita l’Unione.
L’Unione Sovietica era un’enorme struttura burocratica tenuta insieme dal comunismo e dalla convinzione che rappresentasse una barriera contro gli avidi occidentali, che avevano tentato più volte di invadere e distruggere l’Europa orientale. Anche l’Unione Europea è una struttura piramidale governata da burocrati non eletti e dominata da politici corrotti. Non ha un collante ideologico, né dovrebbe difendere i suoi cittadini dagli invasori stranieri. I suoi peggiori nemici sono ufficialmente definiti “alleati” da un sistema di propaganda orwelliano e sono lasciati liberi di saccheggiare l’economia europea a piacimento. Con una popolazione impoverita, un sistema economico in rovina e il costo delle importazioni di materie prime che pesa su ogni settore industriale, l’Europa sta perdendo la sua ragion d’essere.
Come di solito accade quando uno Stato perde la sua ragion d’essere, il governo europeo si sta ora aggrappando disperatamente al potere cercando nemici esterni, militarizzando la propria economia e trasformando il proprio sistema sociale in uno Stato di polizia. Se la storia ci insegna qualcosa, è che non funzionerà. Al contrario, accelererà il collasso.
In questo articolo non entrerò nel dettaglio delle ragioni del declino dell’Europa. Ne ho già parlato in articoli precedenti . Qui mi concentrerò su come il crollo verrà vissuto dai cittadini europei. Cosa accadrà se (quando) l’UE si dissolverà?
L’impatto sui cittadini
Mi sono recato spesso in Russia nel periodo successivo al crollo dell’Unione Sovietica e posso raccontarvi com’era. Terribile. Con il crollo del rublo, i dipendenti pubblici, i pensionati e coloro che lavoravano in aziende fallite hanno visto i loro redditi e i loro risparmi svanire nel nulla. I più fortunati continuavano a ricevere lo stipendio, ma con quello potevano permettersi solo i beni di prima necessità: cibo, riscaldamento, qualche vestito e i trasporti pubblici quotidiani. Se si voleva comprare qualcos’altro, qualsiasi cosa importata, bisognava prima convertire i rubli in dollari. E, come potete immaginare, non era un buon affare.
Molte persone caddero in depressione. I suicidi aumentarono, il tasso di natalità crollò e la popolazione russa iniziò a diminuire. Le bande criminali erano ovunque e, se per caso avevi ereditato un appartamento in una zona costosa di Mosca, c’erano buone probabilità che venissi gentilmente invitato a venderlo per una miseria. Se rifiutavi, era una pessima idea. Ma i criminali peggiori erano i vari squali stranieri e gli oligarchi locali che saccheggiavano beni e risorse sovietiche.
Ciononostante, il crollo dell’Unione Sovietica fu relativamente lieve. La Russia possedeva ancora preziose risorse minerarie che finanziarono la ricostruzione. Era inoltre relativamente indipendente in termini di produzione alimentare. Si dice che alcune regioni dell’Unione Sovietica abbiano sofferto la carestia durante gli anni peggiori del crollo. Ma il sistema agricolo sovietico continuò a produrre cibo, e il carburante per le automobili e il riscaldamento domestico non mancò mai.
I russi, discendenti di nomadi delle steppe, sono un popolo forte, che non si scoraggia facilmente. Lentamente, l’economia si è ripresa. Il rublo ha riacquistato valore, la polizia ha represso le bande di strada, il governo ha tenuto a freno gli oligarchi e ha ristabilito lo stato di diritto. La produzione di beni è ripartita e ingegneri e scienziati russi hanno riavuto il loro lavoro. Ci sono voluti anni di duro lavoro, ma uno o due decenni dopo la caduta dell’Unione Sovietica, la Russia era di nuovo in piedi da sola. Ora, naturalmente, la guerra in Ucraina potrebbe portare ogni sorta di nuove calamità alla Russia, ma concentriamoci sulla questione di cosa possiamo imparare da una catastrofe che si è già verificata.
Dopo il crollo dell’UE
Se il crollo dell’Europa seguirà le regole standard della storia, la prima vittima sarà l’euro, la moneta unica europea, proprio come il rublo fu la prima vittima del crollo dell’Unione Sovietica. Il rublo non scomparve, ma perse gran parte del suo valore, distruggendo i risparmi delle persone e azzerando i loro stipendi. L’euro, invece, potrebbe effettivamente scomparire, almeno nella periferia dell’Europa, pur potendo essere mantenuto in alcuni paesi centrali.
Molti europei credono sinceramente che i loro problemi attuali siano colpa dell’euro; hanno notato che le cose hanno iniziato a peggiorare dopo la sua introduzione e hanno pensato che ci fosse una correlazione. Ma tornare alle vecchie valute non riporterà indietro i bei tempi andati. Scoprirete presto che la valuta rinata che credevate fosse una così buona idea è quasi priva di valore. Cose che prima potevate permettervi ora diventano irraggiungibili: ristoranti, vacanze al mare, viaggi all’estero.
Ma sarà anche peggio. In Europa si mangia tutti i giorni, ci si può riscaldare in casa e si possono fare tutte le cose normali, perché il sistema industriale europeo produce ed esporta beni all’estero. Queste esportazioni vengono poi scambiate con cibo e carburante importati. Ma ora il sistema industriale è in rapido declino. Questo è un grosso problema che i russi non hanno mai avuto.
Se l’Europa non potrà più permettersi di importare beni di prima necessità, ci si accorgerà che molte cose date per scontate diventeranno impossibili. Ad esempio, trovare carburante per la propria auto. Forse il governo razionerà il carburante o addirittura vieterà l’uso delle auto private. Chi possiede un’auto elettrica potrebbe evitare questo problema, ma non è scontato che si possa permettersi di ricaricarla.
Il riscaldamento domestico diventerà estremamente costoso, a livelli che potreste non essere più in grado di sostenere. Dovrete passare il tempo in casa avvolti in pesanti coperte di lana. Gli anziani avranno difficoltà a sopravvivere agli inverni, soprattutto nel Nord Europa. Il problema opposto, quello dell’aria condizionata, potrebbe peggiorare ulteriormente nei paesi del Sud Europa colpiti dalla carenza di energia e dalle ondate di calore. E queste condizioni saranno ancora più difficili per gli anziani e i malati.
Poi, potrebbe arrivare il momento in cui ti rendi conto di non poterti permettere nemmeno il bene più elementare: il cibo. Il problema è che l’agricoltura europea è sistematicamente incapace di sfamare la popolazione europea. Riporto dati a riguardo nel mio libro ” La fine della crescita demografica” , dimostrando che l’Europa è uno dei paesi peggiori al mondo in termini di autosufficienza alimentare.
L’immagine qui sotto risale alla carestia olandese del 1944-1945. Quello è un evento del passato dell’Europa. Sarà forse il futuro?
L’“Ordine” del re del 12 settembre 1944 e la guerra civile jugoslava
Uno dei mantra e dei luoghi comuni titoisti più duraturi nella storiografia riguardante i popoli e le nazionalità della Jugoslavia durante la Seconda guerra mondiale è il presunto «decreto» emanato dal re Pietro II Karađorđević il 12 settembre 1944 — una narrazione che persiste ancora oggi nei mass media e nella letteratura accademica. Tale ordine avrebbe presumibilmente esortato tutti i serbi, i croati e gli sloveni (i tre «popoli» ufficialmente riconosciuti della Jugoslavia) a unirsi e ad aderire al cosiddetto Esercito di Liberazione Nazionale della Jugoslavia (Narodno Oslobodilačka Vojska Jugoslavije – NOVJ) – ovvero i partigiani comunisti – sotto il comando di Josip Broz Tito, e a proseguire la lotta contro gli occupanti tedeschi sotto la sua bandiera.
In particolare, tra le altre cose, l’appello — che fu trasmesso da Radio Londra — recita:
«Tutti coloro che si affidano al nemico contro il proprio popolo e il proprio futuro, e che non danno ascolto a questo appello, non potranno sfuggire allo stigma del tradimento — né agli occhi del popolo né davanti alla storia. Con questo messaggio, condanno fermamente l’uso improprio del nome del Re e dell’autorità della Corona — un uso improprio impiegato per giustificare la collaborazione con il nemico e per seminare discordia tra un popolo attualmente impegnato nella lotta nel momento più grave della propria storia — servendo così esclusivamente gli interessi del nemico». [tratto da: Miomir Garašanin, «Perché il re Pietro II Karađorđević rinnegò Draža e la JVUO», Politika, Belgrado, rubrica «Lettere dei lettori», edizione digitale, 19 settembre 2022 (Miomir Garašanin, «Perché il re Pietro II Karađorđević rinnegò Draža e la JVUO», Politika, Belgrado, rubrica «Lettere dei lettori», edizione elettronica, 19 settembre 2022)]
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Il punto più importante da sottolineare in questa fase è che, anche a otto decenni dalla fine della Seconda guerra mondiale, quella stessa guerra — in un contesto globale — continua a essere combattuta in Serbia e tra i serbi. Tuttavia, anziché ricorrere alle armi da fuoco, il conflitto viene ora portato avanti attraverso la propaganda e mezzi politici (compresa la falsificazione delle fonti storiche), principalmente tramite i media pubblici — in particolare le piattaforme online ed elettroniche. Ciò è stato portato nuovamente alla nostra attenzione — come avviene ormai da molti anni — dai commenti apparsi sulla nostra stampa, che continuano a guardare alla nostra storia bellica e postbellica attraverso una lente comunista, caratterizzata da un immenso ottimismo retrospettivo. Ad esempio, in un commento al suddetto testo di Miomir Garašanin, abbiamo potuto leggere ancora una volta che i membri dell’Esercito jugoslavo in Patria (JVuO) — ovvero «ex cetnici di Draža Mihailović»—furono trasferiti all’Esercito jugoslavo di Tito (JA, ovvero l’esercito partigiano) in seguito al cosiddetto «Ordine» che si sostiene sia stato emanato dal re Pietro II Karađorđević di Jugoslavia il 12 settembre 1944. Poco è stato scritto su questo episodio ancora inesplorato della fine della guerra; di conseguenza, molti aspetti rimangono irrisolti — e, in effetti, sembrano quasi incredibili.
Tuttavia, finché gli storici jugoslavi — con cui intendiamo coloro nati dopo il 1935, e quindi non coloro che furono partecipanti attivi alla guerra e che, per questo motivo, non possono possedere la credibilità necessaria per l’obiettività storica — non faranno luce su questo periodo significativo della storia moderna serba e jugoslava —un periodo che avrebbe plasmato il carattere della società serba ed ex-jugoslava per i successivi decenni (e probabilmente per un intero secolo)—riteniamo che sia giunto il momento che alcuni fatti rilevanti, o almeno alcune indicazioni sugli effettivi avvenimenti storici, vengano presentati al grande pubblico dei lettori.
Cominciamo con il già citato e famigerato cosiddetto «Decreto» emanato dal re Pietro II — il quale si trovava in esilio a Londra in seguito all’occupazione del Regno di Jugoslavia nell’aprile del 1941 e il quale, di fatto, non governò mai realmente la Jugoslavia. Soprattutto, appare altamente improbabile che il sovrano nominale dello Stato — il quale, in tale veste, ricopriva anche la carica di Comandante Supremo della JVuO (le sue legittime forze armate all’interno del Paese di cui rimaneva il sovrano legittimo) — potesse emanare un ordine del genere. I membri della JVuO — primo fra tutti il generale Dragoljub «Draža» Mihailović, che lo stesso re aveva nominato Capo del Comando Supremo della JVuO — percepirono giustamente ciò come una pugnalata alle spalle o, in altre parole, un atto di alto tradimento. Ciò, tuttavia, solleva una questione cruciale: quale fosse la vera natura di questo cosiddetto «Ordine»? Fino a quando non verranno alla luce documenti storici — e non mi riferisco a quelli provenienti dagli archivi titoisti — i cittadini comuni dell’ex Jugoslavia non potranno fare altro che affidarsi principalmente a varie congetture, alcune più plausibili di altre.
In questo contesto, per il momento abbiamo a disposizione due opzioni:
1. Il primo ministro britannico Winston Churchill esercitò pressioni sul re jugoslavo Pietro II (serbo) — direttamente o tramite il governo di Ivan Šubašić (croato) — affinché destituisse il generale Dragoljub Mihailović (serbo). Ciò avvenne su esplicita richiesta del serbofobo Josip Broz Tito (le cui origini risalgono a Odessa o ai Balcani). Quest’ultimo — il quale, per inciso, si era autoproclamato «maresciallo» nel novembre 1943 — esigeva inoltre che la JVuO (Esercito jugoslavo in patria) fosse sciolta come formazione militare e che i suoi membri (che l’agitprop titoista aveva fino ad allora etichettato come «traditori interni», «collaboratori con gli occupanti», «criminali», ecc.) si unissero al cosiddetto NOV (Esercito di Liberazione Popolare) di Tito. Churchill aveva già abbandonato il JVuO a favore dei partigiani e di Josip Broz, per ragioni tanto logiche quanto spietate. Ne citeremo qui solo due:
A) L’esistenza di due movimenti rivali e antagonisti (i partigiani comunisti e i patrioti monarchici) comportava che, invece di combattere le forze di occupazione, essi si impegnassero in conflitti e distruzioni reciproci. Era necessario scegliere al più presto una di queste due forze opposte e sostenerla a scapito dell’altra — che sarebbe stata così sacrificata per il bene degli obiettivi strategici degli Alleati, sia durante che dopo la guerra. Josip Broz Tito (le cui origini sono estremamente oscure) riuscì a convincere gli Alleati — soprattutto Churchill (che potrebbe persino essere stato il suo padre biologico) — che egli era il rivale di gran lunga più forte e che il JVuO (Esercito jugoslavo in patria) fosse più debole dei suoi partigiani, oltre a collaborare, secondo quanto affermato, con gli occupanti (ironicamente, questo era proprio ciò che fecero i partigiani di Tito per tutta la durata della guerra: collaborarono innanzitutto con gli ustascia nazisti croato-musulmani e, successivamente, con gli italiani e i tedeschi, sia direttamente che indirettamente). Esiste un’ampia documentazione al riguardo, ben nota agli storici, pertanto non ci soffermeremo su questo punto (va osservato che, nel corso della sua intera carriera politica e militare, Tito era noto — sia in Oriente che in Occidente — come abile bugiardo, attore e truffatore; di conseguenza, gli storici odierni sono ben consapevoli che egli attribuì sfacciatamente ai propri partigiani gli atti di sabotaggio, le operazioni diversive e altre azioni militari dei cetnici contro le potenze dell’Asse).
Citiamo solo uno dei motivi chiave alla base della decisione di Churchill — Churchill, il quale, per inciso, detestava apertamente il comunismo in quanto tale. Gli era chiaro che Tito e i suoi partigiani combattevano principalmente per il potere e che le forze di occupazione costituivano semplicemente un ostacolo al suo raggiungimento. Per Tito, aggirare gli occupanti – o addirittura collaborare direttamente con essi – costituiva una strategia militare-politica deliberata piuttosto che una mera necessità; ciò rimase vero per tutta la durata della guerra. Il JVuO (Esercito jugoslavo in patria) combatteva per preservare il vecchio (seppur riformato) ordine, senza alcuna intenzione di assumere esso stesso le redini del Paese dopo la vittoria, né di partecipare alla ripartizione del potere. Questa differenza di motivazione determinò il livello di agilità dimostrato da entrambi i movimenti: nel caso dei partigiani, tale agilità rasentava il fanatismo. Churchill era ben consapevole di ciò che sarebbe accaduto una volta che i comunisti avessero preso il potere in Jugoslavia; tuttavia, come osservò cinicamente ad Anthony Eden (il suo ministro degli Esteri): « «Intende vivere lì?» — era chiaro dove risiedessero le sue priorità. Il pragmatismo politico-militare prevalse sull’onore — con l’aggiunta che Churchill nutriva piani postbellici di vasta portata che coinvolgevano Tito, poiché la Jugoslavia comunista di Broz era destinata a svolgere il ruolo chiave di «cavallo di Troia» all’interno del campo di Stalin. Stalin (Dzhugashvili) se ne rese conto relativamente in fretta e, di conseguenza, espulse Tito e il suo partito dall’Informbiro (ex Cominform) già nel giugno 1948. (In quell’occasione, fu Stalin a dire «No» a Tito — non il contrario!)
Va qui osservato che la Wehrmacht tedesca, comprensibilmente, seguiva una logica opposta. La sua strategia consisteva nel mantenere un equilibrio massimo tra le forze armate nazionali, affinché si annientassero a vicenda, alleviando così la pressione sulle forze di occupazione (come nel caso della cosiddetta «Battaglia della Neretva» del 1943). In Bosnia-Erzegovina, ciò significava operazioni belliche che non andassero a discapito della JVuO, dato che Josip Broz operava effettivamente per conto della Wehrmacht con armi tedesche e ustashe; tuttavia, in Serbia fino alla metà del 1944 (dove praticamente non esistevano forze partigiane) la Wehrmacht condusse una lotta senza compromessi contro le forze di Draža Mihailović (operazione «Mihailović», operazione «Forstrat», operazione «Kopaonik», operazione «Heinrich», operazione «Rudnik», operazione «Haika», operazione «Frilling»…) poiché non poteva fare affidamento sulle formazioni di J. B. Tito, considerando che erano praticamente inesistenti.
B) Garantire la partecipazione continuativa dell’Armata Rossa alle operazioni militari in Europa era fondamentale, poiché era chiaro che Josip Broz Tito fosse il rappresentante di Stalin — e Stalin (Dzhugashvili) esigeva esplicitamente che gli Alleati occidentali fornissero aiuti esclusivamente a Tito. Per tutta la durata della guerra, gli Alleati occidentali temettero il ripetersi dello scenario della Prima guerra mondiale — il Trattato di Brest-Litovsk (3 marzo 1918) — in cui la Russia sovietica di Lenin si ritirò unilateralmente dal conflitto. Questo era, infatti, il piano tedesco; fu proprio a tal fine che Lenin (che non era di origine etnica russa) era stato inviato dalla Svizzera in Russia su un treno sigillato nel 1917. Di fronte alla scelta tra Scilla e Cariddi — una pace separata o il «Terrore Rosso» di una guerra civile post-rivoluzionaria — Churchill scelse di sostenere l’agente di Stalin in Jugoslavia.
Una delle decisioni chiave prese durante la — sorprendentemente — indisturbata (!) «Seconda Sessione» dell’AVNOJ di Tito (il Consiglio Antifascista per la Liberazione Nazionale della Jugoslavia) nella città bosniaca di Jajce — tenutasi nella notte tra il 28 e il 29 novembre 1943, all’interno del territorio controllato dagli ustascia (a seguito dei vergognosi «Negoziati di marzo» e degli accordi firmati con i tedeschi dai partigiani di Tito proprio in quello stesso anno, il 1943, riguardo a una lotta congiunta contro la JVuO) — fu il «divieto» di ritorno nel Paese del re Pietro II e della dinastia reale jugoslava. Tale «divieto» era, ovviamente, giuridicamente nullo; si trattava semplicemente di uno dei tanti bluff che caratterizzarono la carriera di Josip Broz Tito fino alla sua morte (ufficiale) nel 1980. Quella morte — insieme al suo funerale grandioso — fu essa stessa un grande bluff, proprio come la decisione di conferirgli il grado di «maresciallo» (un titolo concesso a un uomo che durante la Prima guerra mondiale era stato un semplice caporale nell’esercito austro-ungarico). In realtà, egli utilizzava già da mesi il grado militare di «Maresciallo» prima della Seconda Sessione dell’AVNOJ — un evento che fu, in sostanza, un colpo di Stato perpetrato nella città bosniaca di Jajce.
2. A questo punto sorge la domanda principale: se il re jugoslavo avesse davvero emanato il suddetto cosiddetto «Ordine» — ovvero una decisione volta a cedere di fatto il proprio esercito e le forze armate dello Stato (di cui era il comandante in capo) proprio all’uomo che gli aveva «vietato» l’ingresso nel proprio Paese (in occasione della seconda sessione dell’AVNOJ a Jajce nel novembre 1943) — un Paese in cui egli stesso era nato (a differenza di Tito, che molto probabilmente era nato a Vienna o a Odessa), e in uno Stato creato — direttamente o indirettamente — dal suo stesso antenato; e considerando che suo nonno, il re Pietro II («zio Pera»), era il sovrano più amato del suo tempo — come, allora, fu «persuaso», o piuttosto «costretto», a compiere questo atto, che era, in sostanza, un atto di alto tradimento? Si trattò di un atto che i membri della JVuO (Esercito jugoslavo in patria) percepirono, a ragione, come una «pugnalata alle spalle» — rivolta contro di loro e contro la nazione — sferrata proprio dal sovrano al quale avevano prestato giuramento di fedeltà («Al Re e alla Patria»). Eppure, in virtù di questo cosiddetto «Ordine», l’autorità fu di fatto trasferita a un uomo che aveva attivamente smantellato e lacerato proprio quel Paese — sia durante la Prima guerra mondiale, mentre indossava l’uniforme delle truppe austro-ungariche (ammesso che ci si riferisca a Broz, originario di Kumrovec in Croazia), sia nel periodo tra le due guerre in qualità di alto funzionario del Partito Comunista di Jugoslavia (PCJ), e persino durante la mobilitazione generale di tutti i cittadini idonei al servizio militare nell’aprile 1941, quando i comunisti stavano sabotando su vasta scala la difesa del Paese, in conformità con il Patto Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939 (riguardo all’accordo di cooperazione contro lo Stato jugoslavo firmato tra gli ustascia croati e i comunisti jugoslavi nel 1932 è già stato scritto ampiamente, sia dall’autore del presente testo che da altri).
Affrontiamo inoltre questa questione con due osservazioni ipotetiche, dato che, ad oggi, nessuno ha mai prodotto prove d’archivio documentate del fatto che il Re stesso abbia effettivamente pronunciato questo cosiddetto «Ordine». Ricordiamo inoltre che questo stesso re, Pietro II Karađorđević, fu strumentalizzato con evidente intento malevolo dai golpisti sostenuti dagli inglesi — guidati dal generale jugoslavo Dušan Simović (serbo) — il 27 marzo 1941, quando alla radio fu trasmessa una «Proclamazione» audio a sostegno del colpo di Stato, sebbene il re non avesse mai effettivamente pronunciato quelle parole. Di conseguenza, gli stessi ambienti diplomatici che sfruttarono in modo così palese il re nella primavera del 1941 avrebbero potuto facilmente sfruttarlo nuovamente nell’autunno del 1944 con il cosiddetto «Ordine»:
A) È difficile credere che vi fosse coercizione — sia essa fisica o politica —, soprattutto considerando che la cerchia di consiglieri del re comprendeva figure quali il titano intellettuale e patriota dell’Università di Belgrado, il professor Slobodan Jovanović. L’unica possibilità che viene in mente è quella di false promesse — in altre parole, l’inganno. Non è inverosimile che al re sia stato offerto un «patto»: sciogliete il vostro esercito e vi sarà permesso di tornare nel Paese e di «continuare il vostro regno». Per un uomo d’onore, uno scenario del genere è difficile da credere; tuttavia, occorre prendere in considerazione ogni possibilità — in particolare se si tiene conto del fatto che si tratta della diplomazia britannica (che è, invariabilmente ed esclusivamente, egoista e perversa).
B) Una seconda possibilità — e a mio avviso altamente probabile — è la partecipazione forzata e fittizia del sovrano nominale. Ricordiamo come, durante il colpo di Stato militare a Belgrado del 27 marzo 1941 — un evento disastroso per i serbi, ma eseguito con notevole abilità dagli inglesi e dai croati — il principe ereditario, ancora minorenne, fosse stato bruscamente dichiarato maggiorenne e proclamato re; egli avrebbe letto un comunicato alla Radio di Belgrado in cui esprimeva il proprio sostegno al colpo di Stato e ai golpisti. In seguito emerse che il principe ereditario minorenne non aveva nulla a che fare con tutto ciò e che la proclamazione era stata letta da qualcun altro — qualcuno presentato come il re, dotato di una voce straordinariamente simile alla sua. Potrebbe essere accaduto qualcosa di simile il 12 settembre 1944?
La reazione dei membri della JVuO a questa manovra diplomatico-politica orchestrata è illustrata al meglio da un verso popolare spontaneo:
«Zio Draža, vi giuriamo,
che non ci allontaneremo dal vostro cammino»
(„Чика Дражо ми ти се кунемо,
да са твога пута не скрећемо“)
È un’ironia della storia che proprio quegli stessi versi — mutatis mutandis — siano stati intonati dai sostenitori di Broz in seguito alla risoluzione dell’Informbiro del 28 giugno 1948 (nel giorno di San Vito):
«Compagno Tito, vi giuriamo
che non ci allontaneremo dalla vostra via»
(«Друже Тито, ми ти се кунемо,
да са твога пута не скренемо»)
(dal punto di vista del diritto d’autore, un puro plagio [comunista]).
La domanda successiva è: quale parte della JVuO obbedì effettivamente al cosiddetto «ordine» del Re — il loro Comandante Supremo — di arrendersi ai partigiani di Tito; ovvero, di accettare un ex caporale austro-ungarico della Prima guerra mondiale (proprio come Adolf Hitler) come loro nuovo Comandante Supremo? Per ora non ne sappiamo nulla e possiamo solo formulare ipotesi. Inoltre, se ciò avesse coinvolto un numero significativo di truppe, che ne è stato di loro alla fine della guerra?
Uno scenario possibile può essere dedotto da alcuni episodi secondari verificatisi verso la fine della guerra nel 1945. Nello specifico, quando Tito partì per recarsi a Mosca — in seguito alla formazione del «Fronte dello Srem», un’impresa che si rivelò sfortunata e tragica per i serbi — era preoccupato per le divisioni provenienti dalla Serbia che stavano avanzando verso Zagabria. (A quel tempo, Tito emanò un ordine ai suoi partigiani affinché non distruggessero le chiese cattoliche in Slavonia; tuttavia, non emanò mai una direttiva analoga a quelle stesse unità affinché si astenessero dal distruggere i luoghi di culto ortodossi in Kosovo e Metohija o nella Serbia centrale). Dichiarò esplicitamente al Capo di Stato Maggiore, il generale Velimir Terzić, che il «Fronte di Srem» era, di fatto, il fronte del re Pietro II — e…
«Quando tornerò, non voglio più vederlo» [citato da: Милорад Екмечић, Одклањадоорања. История сербов в Новом веке (1492−1992) (Milorad Ekmečić, Dal massacro all’aratura: Storia dei serbi nell’era moderna (1492–1992), terza edizione integrata, Београд, 2010, 494)].
Come va interpretato questo ordine di Broz? Oltre ai giovani imberbi della Serbia — che furono inviati al «Fronte dello Srem» di Tito, letteralmente come «carne da cannone» per garantire al caporale Broz la definitiva presa del potere su tutta la Jugoslavia — anche gli ex membri dell’Esercito jugoslavo nella Patria furono sicuramente «onorati» di tale ruolo. Ed ecco come si presentava la situazione, secondo la testimonianza del generale di Tito, Đoka Jovanić:
«La divisione comprendeva un reggimento di artiglieria russo e un battaglione di Katyusha.
Il comandante del reggimento di artiglieria russo venne da me e disse:
«Compagno Generale, ho osservato come conduce i Suoi attacchi: sta subendo pesanti perdite. Non è così che si dovrebbe fare. Deve effettuare una preparazione di artiglieria, far intervenire i carri armati e solo allora…» «Come dovremmo far intervenire carri armati e artiglieria se non ne abbiamo affatto?» «Dovrebbe attendere che il comando glieli fornisca, e solo allora sferrare il suo attacco.»
Risposi: «La ringrazio moltissimo; cercheremo di assicurarci di subire meno perdite d’ora in poi.»» [fonte: Milan Šarac, Confessionedel generaleĐokaJovanović].
Non vi è alcun dubbio che gli ex membri della JVuO («Soldati del re Pietro») — coloro che si erano uniti ai partigiani — fossero «sacrificati» in battaglie come queste. I comandanti di Tito li mandarono — insieme a tutti gli altri serbi sul «Fronte dello Srem» — a una morte certa, proseguendo di fatto la politica croata di sterminio dei serbi nel campo di sterminio di Jasenovac, sebbene ora sulla riva destra del fiume Drina. Per inciso, il «fronte dello Srem» era presidiato non solo dalla Wehrmacht, ma anche dagli ustascia croati, i quali colsero questa occasione come un’opportunità perfetta per attuare la loro politica di «soluzione finale della questione serba» anche nei confronti dei serbi provenienti dalla Serbia propriamente detta. Caddero più di 30.000 combattenti da ciascuna parte. Il fronte fu, di fatto, sfondato dalle unità dell’Armata Rossa — proprio come avevano precedentemente conquistato Belgrado (solo per consegnarla al serbofobo Broz, consentendogli di fare ciò che meglio credeva con la popolazione locale lì e in tutto il resto della Serbia). In questo modo, l’accordo del 1932 tra i comunisti e gli ustascia in materia di cooperazione bilaterale giunse finalmente a conclusione. Il prezzo pagato fu il popolo serbo e il re Pietro II Karađorđević.
Infine, è necessario sottolineare quella che potrebbe benissimo essere la ragione fondamentale per cui, nel settembre 1944, Churchill optò in definitiva per sostenere i partigiani di Broz a scapito delle forze del re a Ravna Gora (i cetnici, JVuO). A giudizio di Churchill, non si poteva permettere che i serbi uscissero vittoriosi alla fine della guerra; al contrario, dovevano prevalere i croati. Egli era ben consapevole che il crollo della Germania nazista avrebbe significato anche la fine del movimento ustascia e del suo Stato Indipendente di Croazia (NDH); di conseguenza, i partigiani di Broz fungevano da piano di riserva per la realizzazione degli obiettivi nazionali croati. Pertanto, Broz e Churchill si trovarono allineati in uno sforzo comune, stringendo un patto anti-serbo durante il loro incontro bilaterale a Napoli — avvenuto in seguito all’operazione militare tedesca in Bosnia nota come «Raid su Drvar» del 25 maggio 1944 (un’operazione volta principalmente alla cattura del figlio di Churchill, Randolph — che all’epoca si trovava presso il quartier generale di Broz — piuttosto che di Tito stesso). Il cosiddetto «Decreto» del re del 12 settembre 1944 servì semplicemente da epilogo a questa politica; i danni collaterali colpirono sia le forze del generale Mihailović a Ravna Gora sia la Serbia nel suo complesso — una nazione che ancora oggi non si è ripresa da quella devastazione.
P.S.
Il testo del discorso del re Pietro II Karađorđević (rivolto contro se stesso), pronunciato il 12 settembre 1944, fu pubblicato nella Службене новин Краљевине Југославије (Gazzetta Ufficiale del Regno di Jugoslavia), n. 20, datata 25 ottobre 1944. 1.
Dott. Vladislav B. Sotirović
Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)
Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)
Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)
The King’s “Order” of September 12, 1944, and the Yugoslav Civil War
One of the most enduring Titoist mantras and clichés in the historiography concerning the peoples and nationalities of Yugoslavia during World War II is the alleged “Order” issued by King Peter II Karađorđević on September 12, 1944—a narrative that persists in mass media and scholarly literature to this day. This order supposedly called upon all Serbs, Croats, and Slovenes (the three officially recognised „peoples“ of Yugoslavia) to unite and join the so-called National Liberation Army of Yugoslavia (Narodno Oslobodilačka Vojska Jugoslavije – NOVJ)—that is, the communist Partisans—under the command of Josip Broz Tito, and to continue the fight against the German occupiers under his banner.
Specifically, among other things, the call—which was read out over Radio London—states:
“All those who rely on the enemy against their own people and their future, and who fail to heed this call, will not be able to escape the stigma of treason—neither in the eyes of the people nor before history. With this message, I firmly condemn the misuse of the King’s name and the authority of the Crown—a misuse employed to justify collaboration with the enemy and to sow discord among a people currently engaged in struggle during the gravest hour of their history—thereby serving only the interests of the enemy.” [cited from: Миомир Гарашанин, „Зашто се Краљ Петар Други Карађорђевић одрекао Драже и ЈВуО“, Политика, Београд, рубрика Писма читалаца, електронско издање, 19. 09. 2022. г. (Miomir Garašanin, “Why King Peter II Karađorđević Renounced Draža and the JVUO,” Politika, Belgrade, “Letters to the Editor” section, electronic edition, September 19, 2022)]
The most important point to highlight at this juncture is that, even eight decades after the end of the Second World War, that same war—in a global context—is still being waged in Serbia and among Serbs. However, instead of using firearms, the conflict is now pursued through propaganda and political means (including the falsification of historical sources), primarily via public media—most notably, online and electronic platforms. This has been brought to our attention once again—as it has been for many years—by commentaries in our press that continue to view our wartime and post-war history through a communist lens, characterised by an immense, retrospective optimism. For instance, in a commentary on the aforementioned text by Miomir Garašanin, we could read once again that members of the Yugoslav Army in the Fatherland (JVuO)—that is, “former Chetniks of Draža Mihailović”—were transferred to Tito’s Yugoslav Army (JA, or the Partisan army) following the so-called “Order” allegedly issued by King Peter II Karađorđević of Yugoslavia on September 12, 1944. Little has been written about this still-unexplored episode from the end of the war; consequently, many aspects remain unaddressed—and, indeed, seem almost unbelievable.
However, until Yugoslav historians—by which we mean those born after 1935, and thus not those who were active participants in the war and who, for that reason, cannot possess the necessary credibility for historical objectivity—shed light on this significant period of modern Serbian and Yugoslav history—a period that would shape the character of Serbian and ex-Yugoslav society for the next several decades (and likely an entire century)—we believe it is high time that certain relevant facts, or at least some indications of the actual historical events, be presented to the broader reading public.
Let us begin with the aforementioned, notorious so-called “Order” issued by King Peter II—who was in exile in London following the occupation of the Kingdom of Yugoslavia in April 1941, and who, in fact, never actually ruled Yugoslavia. Above all, it seems highly implausible that the nominal sovereign of the state—who, in that capacity, also served as the Supreme Commander of the JVuO (his own legitimate armed forces within the country of which he remained the lawful sovereign)—would issue such an order. Members of the JVuO—foremost among them General Dragoljub “Draža” Mihailović, whom the King himself had appointed Chief of the Supreme Command of the JVuO—rightfully perceived this as a stab in the back, or, in other words, an act of high treason. This, however, raises a crucial question: what was the true nature of this so-called “Order”? Until historical documents are brought to light—and I do not mean those from Titoist archives—ordinary citizens of the former Yugoslavia are left to rely primarily on various conjectures, some more plausible than others.
In this context, two options are, for the time being, available to us:
1. British Prime Minister Winston Churchill exerted pressure on the Yugoslav King Peter II (a Serb)—either directly or through the government of Ivan Šubašić (a Croat)—to dismiss General Dragoljub Mihailović (a Serb). This was done at the explicit demand of the Serbophobe Josip Broz Tito (whose origins trace back either to Odessa or the Balkans). The latter—who, incidentally, had proclaimed himself a “Marshal” in November 1943—also demanded that the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) be disbanded as a military formation and that its members (whom Titoist Agitprop had until then labelled “domestic traitors,” “collaborators with the occupiers,” “criminals,” etc.) join Tito’s so-called NOV (People’s Liberation Army). Churchill had already abandoned the JVuO in favour of the Partisans and Josip Broz, for reasons that were as logical as they were ruthless. We shall mention just two of these reasons here:
The existence of two rival, antagonistic movements (Communist Partisans and Royalist patriots) meant that, instead of fighting the occupying forces, they engaged in mutual conflict and destruction. It was necessary to choose one of these two opposing forces as soon as possible and support it at the expense of the other—which would thus be sacrificed for the sake of the Allies’ strategic objectives, both during and after the war. Josip Broz Tito (whose origins are extremely obscure) managed to convince the Allies—above all Churchill (who may even have been his biological father)—that he was the significantly stronger rival, and that the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) was weaker than his Partisans, while also allegedly collaborating with the occupiers (ironically, this was precisely what Tito’s Partisans did throughout the entire war: collaborating first and foremost with the Croat-Muslim Nazi Ustashi, and subsequently with the Italians and Germans, either directly or indirectly). There is extensive documentation on this, well-known to historians, so we shall not dwell on it here (it should be noted that throughout his entire political and military career, Tito was known—both in the East and the West—as an accomplished liar, actor, and swindler; consequently, historians today are well aware that he brazenly attributed Chetnik acts of sabotage, diversionary operations, and other military actions against the Axis Powers to his own Partisans).
Let us mention just one of the key motives behind Churchill’s decision—Churchill, who, incidentally, openly loathed communism as such. It was clear to him that Tito and his Partisans were fighting primarily for power, and that the occupying forces were merely an obstacle to attaining it. For Tito, bypassing the occupiers—or even collaborating directly with them—was a deliberate military-political strategy rather than a mere necessity; this remained the case throughout the entire war. The JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) fought to preserve the old (though reformed) order, with no intention of taking the helm of the country themselves after victory, nor of participating in the distribution of power. This difference in motivation shaped the level of agility displayed by both movements—in the case of the Partisans, this agility bordered on fanaticism. Churchill was well aware of what would happen once the Communists seized power in Yugoslavia; yet, as he cynically remarked to Anthony Eden (his Foreign Secretary)—“Do you intend to live there?”—it was clear where his priorities lay. Military-political pragmatism prevailed over honour—with the added note that Churchill had far-reaching post-war plans involving Tito, as Broz’s communist Yugoslavia was intended to play the key role of a “Trojan horse” within Stalin’s camp. Stalin (Dzhugashvili) realised this relatively quickly, and consequently expelled Tito and his party from the Informbiro (former Cominform) as early as June 1948. (In that instance, it was Stalin who said “No” to Tito—not the other way around!)
It should be noted here that the German Wehrmacht, understandably, had the opposite logic. Its strategy was to maintain a maximally balanced rivalry between the domestic armed forces, in order to destroy each other and thus release the pressure on the occupying forces (the case of the so-called “Battle of the Neretva” in 1943). In Bosnia and Herzegovina, this meant war operations that were not to the detriment of the JVuO, given that Josip Broz did work for the Wehrmacht with German and Ustashi weapons, but in Serbia until the middle of 1944 (where there were practically no partisan forces) the Wehrmacht waged an uncompromising fight against the forces of Draža Mihailović (“Mihailović” operation, “Forstrat” operation, “Kopaonik” operation, “Heinrich” operation, “Rudnik” operation, “Haika” operation, “Frilling” operation…) because it could not rely on J. B. Tito’s formation, considering that there were almost none.
Ensuring the continued participation of the Red Army in military operations in Europe was crucial, as it was clear that Josip Broz Tito was Stalin’s proxy—and Stalin (Dzhugashvili) explicitly demanded that the Western Allies provide aid exclusively to Tito. Throughout the war, the Western Allies feared a repeat of the scenario from the First World War—the Treaty of Brest-Litovsk (March 3, 1918)—in which Lenin’s Soviet Russia unilaterally withdrew from the conflict. This had, in fact, been the German plan; it was for this purpose that Lenin (who was not of ethnic Russian origin) had been sent from Switzerland to Russia in a sealed train in 1917. Faced with a choice between Scylla and Charybdis—a separate peace or the “Red Terror” of a post-revolutionary civil war—Churchill opted to support Stalin’s agent in Yugoslavia.
One of the key decisions made during the—remarkably—unhindered (!) “Second Session” of Tito’s AVNOJ (the Anti-Fascist Council for the National Liberation of Yugoslavia) in the Bosnian town of Jajce—held on the night of November 28–29, 1943, within territory controlled by the Ustashi (following the shameful “March Negotiations” and the agreements signed with the Germans by Tito’s Partisans in that same year, 1943 regarding a joint struggle against the JVuO)—was the “prohibition” of the return of King Peter II and the Yugoslav royal dynasty to the country. This “prohibition” was, of course, legally void; it was merely one of the many bluffs that characterised the career of Josip Broz Tito right up until his (official) death in 1980. That death—along with his grandiose funeral—was itself a grand bluff, much like the decision to bestow upon him the rank of “Marshal” (a title granted to a man who had been a mere corporal in the Austro-Hungarian army during the First World War). In fact, he had been using the military rank of “Marshal” for months before the Second Session of AVNOJ—an event that was, in essence, a coup d’état carried out in the Bosnian town of Jajce.
2. Now, the main question arises: If the Yugoslav King truly issued the aforementioned so-called “Order”—that is, a decision to effectively hand over his own army and the state’s military (of which he was the Commander-in-Chief) to the very man who had “forbidden” his entry into his own country (at the Second Session of AVNOJ in Jajce in November 1943)—a country where he himself was born (unlike Tito, who was most likely born in Vienna or Odessa), and a state created—directly or indirectly—by his own ancestor; and considering that his grandfather, King Peter II (“Uncle Pera”), was the most beloved ruler of his time—how, then, was he “persuaded,” or rather “coerced,” into this act, which was, in essence, an act of high treason? It was an act that members of the JVuO (Yugoslav Army in the Fatherland) quite rightly perceived as a “stab in the back”—to them and to the nation—delivered by the very sovereign to whom they had sworn an oath of allegiance (“To the King and the Fatherland”). Yet, under this so-called “Order,” authority was effectively handed over to a man who had been actively dismantling and tearing apart that very same country—whether during the First World War, while wearing the uniform of the Austro-Hungarian soldiery (assuming this refers to Broz from Croatian Kumrovec), or during the interwar period as a high-ranking official of the Communist Party of Yugoslavia (CPY), and even during the general mobilisation of all military able citizens in April 1941 when the Communists were sabotaging the country’s defense on a mass scale, in accordance with the Ribbentrop-Molotov Pact of August 23, 1939 (about the cooperation agreement against the state of Yugoslavia signed between Croatian Ustashi and the Yugoslav Communists in 1932 has already been written about extensively, both by the author of this text and by others).
Let us also address this question with two hypothetical observations, given that, to date, no one has ever produced archival, documented proof of the King himself actually uttering this so-called “Order.” Furthermore, let us recall that this same King, Peter II Karađorđević, was exploited with clear malicious intent by the British-backed putschists—led by Yugoslav General Dušan Simović (Serb)—on March 27, 1941, when an audio “Proclamation” in support of the coup was broadcast on the radio, even though the King had never actually spoken those words. Consequently, the same diplomatic circles that so blatantly exploited the King in the spring of 1941 could just as easily have exploited him again in the autumn of 1944 with so-called „Order“:
It is difficult to believe that coercion—whether physical or political—was involved, especially given that the King’s advisory circle included figures such as the intellectual and patriotic titan at Belgrade University, Professor Slobodan Jovanović. The only possibility that comes to mind is the making of false promises—in other words, deception. It is not implausible that the King was offered a “deal”: disband your army, and you will be permitted to return to the country and “continue your reign.” For an honourable man, such a scenario is hard to credit; yet, every possibility must be considered—particularly when one takes into account that this concerns British diplomacy (which is, invariably and exclusively, self-serving and perverse).
A second possibility—and one that, in my view, is highly probable—is the forced, fictitious participation of the nominal sovereign. We recall how, during the military coup in Belgrade of March 27, 1941—an event disastrous for the Serbs, yet executed with remarkable skill by the British and the Croats—the underage Crown Prince was abruptly declared of age and proclaimed King; he supposedly read a statement over Radio Belgrade expressing his support for the coup and the putschists. It later emerged that the underage Crown Prince had nothing to do with it, and that the proclamation had been read by someone else—someone presented as the King, possessing a voice remarkably similar to his. Could something similar have occurred on September 12, 1944?
The reaction of the members of the JVuO to this orchestrated diplomatic-political ploy is best illustrated by a spontaneous folk verse:
“Uncle Draža, we swear to you,
that we shall not stray from your path”
(„Чика Дражо ми ти се кунемо,
да са твога пута не скрећемо“)
It is an irony of history that those very same verses—mutatis mutandis—were sung by Broz’s supporters following the Informbiro resolution of June 28, 1948 (on St. Vytus Day):
“Comrade Tito, we swear to you,
that we shall not stray from your path”
(„Друже Тито, ми ти се кунемо,
да са твога пута не скренемо“)
(from the standpoint of copyright, pure [communist] plagiarism).
The next question is: what portion of the JVuO actually obeyed the so-called “order” from the King—their Supreme Commander—to surrender to Tito’s Partisans; that is, to accept a former Austro-Hungarian corporal from the First World War (much like Adolf Hitler) as their new Supreme Commander? For now, we know nothing about this and can only speculate. Furthermore, if this involved any significant number of troops, what became of them by the end of the war?
One possible scenario can be inferred from certain incidental episodes toward the end of the war in 1945. Specifically, when Tito set off to visit Moscow—following the formation of the “Srem Front,” an endeavour that proved unfortunate and tragic for the Serbs—he was apprehensive about the divisions from Serbia that were advancing toward Zagreb. (At that time, Tito issued an order to his Partisans not to destroy Catholic churches in Slavonia; yet, he never issued a similar directive to those same units to refrain from destroying Orthodox places of worship in Kosovo and Metohija or in central Serbia). He explicitly stated to the Chief of the General Staff, General Velimir Terzić, that the „Srem Front“ was, in fact, the front of King Peter II—and…
“When I return, I don’t want to see him anymore” [cited from: Милорад Екмечић, Одклањадоорања. Историја Срба у Новом веку (1492−1992)(Milorad Ekmečić, From Slaughter to Plowing: A History of the Serbs in the Modern Era (1492–1992), third, supplemented edition, Београд, 2010, 494)].
How should this order from Broz be interpreted? In addition to the beardless youth of Serbia—who were sent to Tito’s „Srem Front”, quite literally as “cannon fodder” to ensure corporal Broz’s definitive seizure of power over all of Yugoslavia—former members of the Yugoslav Army in the Fatherland were surely also “honoured” with such a role. And here is what that looked like, according to the testimony of Tito’s General, Đoka Jovanić:
“The division included a Russian artillery regiment and a Katyusha battalion.
The commander of the Russian artillery regiment came to me and said:
‘Comrade General, I’ve been watching how you conduct your attacks—you are suffering heavy losses. That’s not how it should be done. You need to carry out an artillery preparation, bring in tanks, and only then…’ ‘How are we supposed to bring in tanks and artillery when we don’t have any at all?’ ‘You should wait for the leadership to provide them, and only then launch your attack.’
I replied: ‘Thank you very much; we will try to ensure we have fewer losses from now on.'” [source: Милан Шарац, ИсповестгенералаЂокаЈованића].
There is no doubt that former members of the JVuO (“King Peter’s soldiers”)—those who had joined the Partisans—were “expended” in battles such as these. Tito’s commanders sent them—along with all other Serbs on the „Srem Front“—to certain death, effectively continuing the Croatian policy of killing Serbs in the death camp of Jasenovac, albeit now on the right bank of the Drina River. Incidentally, the „Srem Front“ was held not only by the Wehrmacht but also by the Croatian Ustashi, who seized this as a perfect opportunity to implement their policy of a “Final Solution to the Serbian Question” against Serbs from Serbia proper as well. More than 30,000 fighters fell on each side. The front was, in fact, breached by Red Army units—just as they had previously captured Belgrade (only to hand it over to the Serbophobe Broz, allowing him to do whatever he pleased with the local population there and throughout the rest of Serbia). In this way, the 1932 agreement between the Communists and the Ustashi regarding bilateral cooperation finally reached its conclusion. The price paid consisted of the Serbian people and King Peter II Karađorđević.
Finally, it is necessary to highlight what may well be the fundamental reason why, in September 1944, Churchill ultimately opted to support Broz’s Partisans at the expense of the King’s Ravna Gora forces (the Chetniks, JVuO). In Churchill’s view, the Serbs could not be allowed to emerge victorious at the end of the war; rather, the Croats had to prevail. He was well aware that the collapse of Nazi Germany would also mean the demise of the Ustashi movement and its Independent State of Croatia (NDH); consequently, Broz’s Partisans served as a fallback mechanism for the realisation of Croatian national objectives. Thus, Broz and Churchill found themselves aligned in a common endeavour, forging an anti-Serbian pact during their bilateral meeting in Naples—which took place following the German military operation in Bosnia known as the “Raid on Drvar” on May 25, 1944 (an operation primarily aimed at capturing Churchill’s son, Randolph—who was then present at Broz’s headquarters—rather than Tito himself). The King’s so-called “Order” of September 12, 1944, served merely as the epilogue to this policy; the collateral damage included both General Mihailović’s Ravna Gora forces and Serbia as a whole—a nation that has yet to recover from that devastation to this day.
P.S.
The text of the speech by King Peter II Karađorđević (directed against himself), delivered on September 12, 1944, was published in the Службене новин Краљевине Југославије (Official Gazette of the Kingdom of Yugoslavia), No. 20, dated October 25, 1944. 1.
Dr. Vladislav B. Sotirović
Former University Professor (Vilnius, Lithuania)
Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)
Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)
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Dopo una lunga, interminabile saga di accuse reciproche tra il triangolo amoroso costituito da Ucraina, Trump e Musk, abbiamo finalmente scoperto la spiegazione decisiva alla base dell’intero scandalo. (O forse no.)
Innanzitutto, un breve contesto: due giorni fa diversi ricercatori hanno pubblicato la seguente spiegazione di ciò che probabilmente effettivamente è accaduto e che ha causato il rallentamento del servizio Starlink in Ucraina.
È dettagliato ed esaustivo, ma vale la pena leggerlo:
Cosa è successo davvero nello scandalo Starlink in Ucraina? Un’analisi dettagliata delle modifiche tecniche, delle piattaforme degli hacker, delle restrizioni imposte da Elon Musk e del motivo per cui, alla fine del 2026, i droni hanno iniziato a cadere e Zelenskyy ha inscenato uno scandalo pre-elettorale alla Trump.
Cominciamo dai piani tariffari. All’interno del Paese ha sempre funzionato solo il servizio civile Starlink: il piano base (100 $), quello commerciale in movimento (400 $) e quello prioritario per le sedi centrali (2-4k $). I piani per il settore aeronautico costano fino a 1.000, 20.000 o oltre 100.000 dollari, ma nel Paese non sono disponibili.
A causa dell’elevato carico, la rete stava andando in sovraccarico. SpaceX ha dovuto mantenere prezzi elevati per le forze armate al fine di costruire stazioni terrestri in eccesso intorno all’Ucraina per ridurre al minimo la latenza del segnale. A proposito, questi siti dotati di cupole per antenne hanno recentemente iniziato a essere incendiati su ordine della darknet.
Il problema principale in prima linea è la guerra elettronica (EW). A causa della soppressione del segnale GPS, i chip Starlink civili si bloccavano e, a causa dei dati di localizzazione errati, il terminale si bloccava. La soluzione è stata una scheda di hacking del GPS. Gli ingegneri l’hanno saldata all’interno per impostare manualmente le coordinate richieste.
Le piattaforme di hacking consentivano di aggirare persino le zone geografiche stabilite da Musk. Per molto tempo, Starlink non ha funzionato nella zona grigia sotto il controllo della Russia. Ma se si inserivano le coordinate di una regione ucraina confinante, la connessione si attivava. Anche i russi ne hanno approfittato, finché Kiev non ha ricevuto le liste bianche esclusive.
Entro il 2025, Musk iniziò a stringere le maglie e a ridurre i limiti di velocità per i piani commerciali. Ma gli ingegneri militari trovarono una scappatoia: tecnicamente, la sessione di comunicazione tra satellite e terminale non era rigidamente legata al GPS. La protezione riguardava solo il modulo terminale stesso.
Se il terminale, tramite la scheda di hacking, ritenesse di essere fermo, invierebbe una richiesta radio direttamente al satellite e riceverebbe i dati necessari per la sessione. Esistono già circa 10.000 satelliti e il segnale è stato captato anche con una dispersione di oltre 150 km. Il drone stava volando, ma il server Starlink lo considerava fermo.
Era un segreto di Pulcinella. Prima di inviare le nuove unità Starlink in prima linea, venivano aperte in massa per saldare un dispositivo di manipolazione del GPS e installare connettori resistenti all’acqua. In questo modo, il piano standard consentiva ai droni di volare ad alta velocità.
All’inizio del 2026, Musk ha ridotto la velocità del piano commerciale a 160 km/h su tutto il pianeta. Si tratta di una velocità inferiore a quella di molti UAV comuni con vento in coda. Tuttavia, a causa dell’uso diffuso di piattaforme di hacking in Ucraina, nessuno se ne è accorto. I terminali segnalavano che, apparentemente, erano fermi.
Alla fine del 2026, SpaceX ha reagito con durezza. È stata introdotta una verifica lato server: se il terminale GPS è fermo ma passa da un satellite all’altro troppo rapidamente (il che rivela una velocità effettiva superiore a 160 km/h), il server interrompe immediatamente la sessione.
In questo contesto, Zelensky sta cercando di ottenere l’accesso illimitato a StarShield (lo Starlink militare statunitense) per poter sorvolare la Federazione Russa. Ma Trump, Musk e il Pentagono glielo stanno negando. Gli ucraini descrivono queste restrizioni come un blocco politico, sorvolando sul fatto che il limite di velocità di Starlink è in vigore già da un anno.
In questo momento è in corso un botta e risposta dietro le quinte: Musk sostiene di non aver modificato nulla negli ultimi giorni, mentre Rubio afferma che StarShield non è disponibile per l’Ucraina. In sintesi: Starlink viene gradualmente confinato all’ambito di utilizzo nei veicoli e nelle installazioni fisse. Aggirare il sistema non è più possibile.
Non è chiaro se abbiano disattivato i controlli di velocità o concesso l’accesso a piani di volo speciali. Il malfunzionamento ha interessato una ristretta fascia di droni. In ogni caso, la comunicazione satellitare sui droni ad altissima velocità rappresentava già un compromesso a causa dei ritardi di segnale di 1000 km tra la Terra e l’orbita e viceversa.
Gli esperti russi di droni non hanno fretta di rallegrarsi. La facilità d’uso di Starlink stava ostacolando lo sviluppo di altre tecnologie in Ucraina. Ora Kiev può, in via prioritaria e in caso di emergenza, perfezionare sistemi più complessi e autonomi basati su rete mesh e intelligenza artificiale, in grado di volare in profondità nel territorio della Federazione Russa. Fine del thread.
Scritto sulla base di articoli di giornale dell’anno scorso, molto probabilmente non è vero ed è una totale assurdità. Su Internet nessuno e niente è attendibile. L’autore è un noioso studente della Georgia.
In breve, sembra che l’Ucraina possa aver abusato delle funzionalità di Starlink aggirando regole consolidate da tempo, hackerando i terminali Starlink per far loro credere di essere fermi quando in realtà erano in movimento. Sembra che ciò sia stato tacitamente tollerato per molto tempo.
Ricordiamo che la settimana scorsa Pete Hegseth ha insinuato che l’Ucraina stesse violando i “termini di servizio” di Starlink quando ha sminuito il ruolo del Pentagono nei cosiddetti rallentamenti. A quanto pare, non stava affatto scherzando.
Oggi abbiamo ricevuto la conferma definitiva dallo stesso Musk:
Musk conclude il tweet con uno sfogo piuttosto insolito, dettato dalla crescente rabbia per la guerra:
SpaceX ha fatto di gran lunga più di qualsiasi altra azienda privata al mondo per difendere l’Ucraina.
Detto questo, non provo altro che TOTALE DISPREZZO per quei malvagi guerrafondai ipocriti che spingono verso un massacro senza fine e non offrono alcuna soluzione realistica al conflitto. Che bruciate all’inferno.
Fine della storia.
Tuttavia, la situazione si complica.
Un ex consulente del Ministero della Difesa ucraino ha smentito le affermazioni di Musk, ribattendo che quanto descritto da Musk non sarebbe stato possibile:
A dire il vero, è difficile stabilire con esattezza chi abbia ragione, perché il momento in cui Musk ha improvvisamente sollevato la questione è certamente sospetto, soprattutto perché è avvenuto proprio quando Musk si era stancato della guerra e aveva iniziato a criticare aspramente Zelensky. È del tutto possibile che Musk abbia semplicemente inventato questa accusa per iniziare a porre fine all’avventura militare dell’Ucraina, spinto da una sorta di nuova coscienza.
Allo stesso tempo, è anche piuttosto probabile che gli uomini di Zelensky stessero aggirando le regole, cosa di cui Musk potrebbe essere stato a conoscenza da tempo e su cui ha chiuso un occhio perché si riteneva dalla parte dei vincitori e pensava che l’Ucraina avrebbe probabilmente sconfitto la Russia grazie all’assistenza aggiuntiva fornita dai terminali Starlink sfruttati e manipolati. Ma non appena quest’anno ha cominciato a rendersi conto della realtà sul campo, quando la distruzione da parte della Russia delle retrovie e delle infrastrutture ucraine è diventata davvero evidente, il responsabile di Starlink potrebbe aver gettato la spugna e aver capito che era meglio limitare i danni rivelando il «segreto sporco» che da tempo stava coprendo.
Probabilmente la vera ragione risiede in una combinazione di diversi fattori. Trump era disposto a tutto pur di tenere a bada uno Zelensky insubordinato, e Musk — come riportato da diverse testate — probabilmente si è presentato da lui con un piano per limitare Starlink basato su un notovulnerabilità che l’Ucraina sfruttava da tempo e su cui Musk chiudeva un occhio. I due si sono accordati per ragioni personali e il piano è stato elaborato in modo da consentire una negabilità plausibile, sfruttando l’oscura responsabilità insita nella dualità Starlink-Starshield.
A complicare ulteriormente la questione, sia Zelensky che il Ministero della Difesa ucraino hanno annunciato ufficialmente che le velocità sono state ripristinate ai livelli precedenti:
Quindi, se l’Ucraina avesse violato i Termini di Servizio utilizzando delle vulnerabilità, come sostiene Musk, perché ora le velocità sarebbero state ripristinate? Una possibile ipotesi è che Trump abbia finalmente concesso l’autorizzazione a utilizzare le reti militari Starshield, anziché il sistema “civile” Starlink. Sembra infatti che i terminali civili Starlink possano accedere alle reti Starshield purché ne abbiano l’autorizzazione.
L’unica conclusione che possiamo trarre da questo sconcertante groviglio è che, da qualche parte nel profondo dietro le quinte, gli attori di spicco – che si tratti di esponenti del governo statunitense o di persone legate a Musk – stiano perdendo coraggio e cerchino sempre più di staccare la spina all’Ucraina. Data la recente urgenza dimostrata sia da Zelensky che dai suoi «partner europei» nel porre fine al conflitto, non possiamo che concludere che ciò sia strettamente legato al fatto che tutti stanno comprendendo che l’Ucraina viene smantellata pezzo per pezzo e non ha più alcuna speranza di contrastare una Russia che ha assunto il primato tecnologico.
Questi attori d’élite non sono così stupidi come sembrano — almeno non sotto tutti gli aspetti — e probabilmente sono in grado di estrapolare gli attuali progressi tecnologici della Russia in vista del prossimo anno e oltre, e hanno dedotto che l’Ucraina si troverà presto di fronte a un punto di non ritorno per il quale l’intero Occidente pagherà con arroganza e umiliazione. Potrebbero ritenere che sia meglio chiudere la questione adesso e consentire alla Russia di accettare un accordo sul Donbass, piuttosto che aspettare che la Russia riesca a far crollare l’intera Ucraina e a impossessarsi di tutto.
Ma è anche chiaro che questi sentimenti hanno causato forti divisioni interne, se dobbiamo credere che la velocità di Starlink sia stata ripristinata. Sebbene stiano cominciando a esitare, sembra che le élite non abbiano ancora gettato del tutto la spugna; e così la guerra riprende come prima, almeno per ora.
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Nella precedente divagazione abbiamo lasciato la Lotaringia interamente all’ interno de Sacro Romano Impero Germanico principalmente riorganizzata in due regni , separati dalle Alpi, che rispondevano entrambi a l’ imperatore Sassone: il Regno di Italia ( l’ ex Longobardia ) , e il regno di Burgundia ( o Borgogna) dal nome del popolo germanico che si era installato nella valle della Saona prima della loro sottomissione ai Franchi.
Questo regno di Borgogna subì da subito la pressione francese e già da l’ anno mille con la crisi imperiale della “guerra delle investiture” solo l’ alta valle del Rodano rimase all’ impero come “franca contea” insieme al territorio originario dei Franchi della valle del Reno spezzettato però in una miriade di principati e città-stato secondo la stessa traiettoria in cui si era frantumato anche il Regno d’ Italia.
In Francia del defunto Regno di Borgogna sopravvisse di nome solo il ducato di Borgogna, feudo di confine affidato sempre ad un ramo cadetto della dinastia francese.
Uno di questi però , Filippo l ‘Ardito, nel 1300 colse l’ occasione di rendere indipendenti ed ereditarii i propri dominii.
E qui bisogna fare la piccola digressione che al contrario del l’impero tedesco il regno francese rimase sempre molto più compatto e centralizzato .
Non ci furono mai in Francia “lotte per le investiture” e le ambizioni della aristocrazia francese furono sempre dirottate “all’ esterno”; dalla conquista normanna de l’ Inghilterra prima e de l’italia meridionale poi , alle crociate , e alla conquista angioina del regno di Napoli e perfino al lontanissimo Regno di Ungheria.
In Francia i diritti feudali non solo erano revocabili , ma in base alla legge salica rientravano prima o poi tutti nella piena disponibilità del re.
Ma quando il Re di Francia provò a revocare i diritti feudali francesi del Re “normanno” d’ Inghilterra questi aveva abbastanza forza per resistergli ed addirittura invadergli il Regno , e fu in quella fase che il suo parente e vassallo duca di Borgogna ribellò al Re di Francia conquistando così l’ indipendenza di fatto dei propri possessi.
E questi Valois di Borgogna traendo spinta dalla ricchezza dei propri possessi con abili strategie anche matrimoniali si erano poi estesi anche su gran parte delle limitrofe regioni imperiali tantè che il duca di Borgogna era contemporaneamente nobile francese e feudatario tedesco .
I “Borgognoni” , appunto, inizialmente nelle guerra dei cento anni aiutarono gli inglesi ma poi ricevuto dal re di Francia il riconoscimento della propria piena autonomia alla fine aiutarono la Francia ad espellere gli inglesi rimanendo legati al regno di Francia solo da un formale vassallaggio dei propri possessi francesi , e il loro informale “regno” su terre francesi e tedesche prosperò.
“ I Grandi Signori de l’ Occidente” come furono allora chiamati perché potenti più di un re ma senza averne alcun titolo formale.
E non è un caso che la fioritura della Signoria borgognona corrispondesse a quella delle Signorie italiane , ma la sua potenza era su scala maggiore, ben più del nostro più potente Ducato , quello di Milano, al massimo della sua estensione (1402)
Ma il problema geopolitico dei “ Grandi Signori del’ Occidente “ era “francese”. Infatti cacciati gli inglesi la monarchia francese aveva rapidamente recuperato forza e cercava ogni pretesto per espandersi sottomettendo quei ricchi “ex-vassalli” , e non solo sulle terre che ancora gli appartenevano “legalmente” , ma anche su quelle tedesche sucui l’ Imperatore non aveva la forza per sostenere i propri diritti anche se formalmente li rivendicava in toto.
Quando Carlo poi detto “il Temerario” ( ma più correttamente “l’ Ardito” come il suo antenato Filippo ) successe al padre la pressione francese era diventata insostenibile perché i domini di Carlo per quanto ricchi ed estesi erano strategicamente fragili ( vedi la mappa qui sotto).
Carlo doveva costruire uno stato più compatto e la sua idea era quella di ricostituire il regno di Burgundia all’ interno del Sacro Romano Impero inteso come esso si era poi evoluto : una confederazione di stati “regionali” indipendenti al proprio interno ma soggetti ad una autorità politica comune, decisa in una “dieta” ed espressa da un imperatore eletto, così come quella religiosa era espressa da un papa anchesso elettivo.
L’ interessante novità nel progetto di Carlo era che il suo Impero, riportandovi all’ interno la Lotaringia, non era più specificatamente “ germanico”, e che da quel punto di vista lui “ francese” e signore su terre tedesche avrebbe avuto anche la giustificazione per ricreare un impero “ sovranazionale” risolvendo così la frantumazione politica della Cattolicità.
A questo scopo Carlo agì inizialmente diplomaticamente per trovare alleati in Italia tra i due ducati “imperiali” interessati perché per vari pretesti entrambi sottoposti ugualmente alla pressione francese : il ducato di Savoia e il ducato di Milano e finanche nel Regno di Napoli che “imperiale” non era mai stato ma che anchesso coi francesi aveva dei problemi perché anche li il re francese accampava dei diritti .
Tentò inizialmente anche un approccio inglese stabilendo con loro una onerosa alleanza antifrancese, ma senza successo perché il suo nemico Luigi XI non dormiva, e usando notevoli somme aizzò conflitti interni alla casa reale inglese di modo che gli inglesi presero soldi da entrambi senza far nulla .
Ma soprattutto il re francese, fece una cosa che poi risultò decisiva: deviò l’ espansionismo svizzero nella alta valle del Rodano dopo avergli appianato con ingenti somme il loro secolare conflitto con la contea del Tirolo.
Carlo incontrò l’ insuccesso anche nella sua richiesta di farsi nominare Re di Burgundia da l’imperatore Federico III di Asburgo il quale era “imperatore” , in quanto signore della derelitta marca d’ Austria, ma eletto tale solo perché abbastanza debole ed esterno alle cose di Germania da non essere una minaccia per tutti gli altri potentati tedeschi.
Federico non era uno stupido, anzi aveva anche lui grandi ambizioni certificate dalla accurata educazione imposta a suo figlio Massimiliano ( il prossimo protagonista di questa storia ), e temeva che un ricco e potente Re di Burgundia potesse poi sfilare il titolo di imperatore alla sua famiglia che questo titolo se lo era aggiudicato al contrario proprio per la propria debolezza dovuta soprattutto alla cronica carenza di danaro, che era il motivo per cui Carlo sperava di comprarsi da Federico il titolo di “Re”.
Inutilmente però, perché probabilmente fu anche per il denaro francese ricevuto che Federico rifiutò .
Ma Federico vedeva anche i limiti della propria impotenza imperiale. Da sempre infatti l’ Austria aveva problemi con il suo vicino Regno d’ Ungheria che ormai la circondava da 3 lati .
Un vicino invero ora distrarro dalla crescente minaccia turca, ma cosa sarebbe successo a l’ Austria e alla cristianità di cui lui si sentiva, seppur solo formalmente, imperatore , alla fine di quel “ confronto” ?
Così in risposta contropropose a Carlo una alleanza da siglare con il matrimonio del figlio di Federico , Massimiliano , con l’ unica figlia di Carlo, Maria.
In questo modo Federico , cioè Massimiliano, con il danaro dei borgognoni avrebbe avuto i mezzi per assoldare le milizie con cui diventare veramente un Imperatore sia verso i riottosi vassalli interni che verso i nemici esterni, francesi , ungheresi o turchi che fossero.
Questo non era proprio quello che Carlo voleva ma comprese subito che il progetto di Federico collimava col suo e che proprio il legame di sangue tra le due casate lo avrebbe reso vincente .
Anche i due giovani si incontrarono e si piacquero e così il fidanzamento fu ufficializzato.
Ma Carlo, uomo di impulso poco incline ad usare la diplomazia, poggiando sulla già acquisita seppur implicita alleanza con Federico, passò subito a l’ azione per stabilizzare i propri possessi lungo tutta la riva sinistra del Reno sottomettendovi tutte le città e i potentati tedeschi .
Ora Carlo aveva finalmente un “ regno” e non un “patchwork” di possessi familiari!
Luigi XI, vedeva il disegno e le mosse di Carlo ma non osava entrare in guerra diretta con lui . Però usava l’ arte de l’ intrigo per sollevare ribellioni interne al ducato e il proprio danaro per alimentare una alleanza antiborgognona di tutti quei potentati tedeschi , sia di quelli già spotestati che di quelli che ancora restavano sulla “via verso l’ Italia”: l’ obbiettivo che la propaganda francese diceva essere il progetto espansionistica di Carlo.
. Tra questi “ potentati” , tutti formalmente soggetti a l’ Impero, particolarmente allarmati e bellicosi erano gli Svizzeri ,praticamente imbattibili e specialmente sulle loro montagne.
Preminenti tra loro erano i Bernesi che da soli non osavano entrare nelle terre borgognone ma erano interessati , anche perché spinti da l’oro francese , ad attaccare il ben più debole ducato di Savoia , alleato di Carlo, per sottrargli il Vaud.
Cosa che fecero. E l’ impulsivo Carlo , uomo del medioevo, epoca in cui l’ onore contava più della convenienza, divise le sue forze e partì in soccorso del duca di Savoia andando a sbattere contro l ‘intera fanteria svizzera al completo a Morat e perdipiù in un terreno montano sfavorevole alla sua cavalleria.
Il duca , pesantemente battuto, con le sue residue forze ripiegò nelle sue terre per raccogliervi le altre truppe che aveva lasciato indietro, ma si trovò la strada sbarrata da l’ ex duca di Lorena che egli aveva cacciato e che, con soldi francesi, era rientrato nel suo ducato .
Carlo invece di aggiraralo lo assaltò , lo insegui e lo assediò in Nancy. Ma mentre lo assediava, vi fu raggiunto e ucciso dalle ingenti forze svizzere che, ingaggiate dai francesi, lo avevano anchesse inseguito.
La morte del duca provocò il collasso del suo stato che i francesi cominciarono ad occupare perché tutte le città e i principati che Carlo aveva sottomesso non avevano più protezione e sia la ricca borghesia che nobiltà borgognona non sentivano nessuna identità nazionale da difendere.
Non solo il progetto di Carlo era fallito , ma l’ intera Signoria era persa. Il re di Francia aveva trionfato senza direttamente combattere e si prendeva tutto, in quanto gli svizzeri che avevano fatto il lavoro per lui tornavano nelle loro valli carichi di oro trattenendosi solo alcune valli alpine di quello che era stato il più ricco potentato europeo .
L’orfana Maria abbandonata dalla nobiltà e dalle città borgognone non aveva alcuna protezione se non quella dei suoi sudditi fiamminghi presso cui si era rifugiata , e un povero e lontano “promesso” dall’ altra parte del continente.
Ed è qui che costui entra in scena, come un cavaliere medioevale a difesa della sua “promessa”, per riprendere, con un imprevedibile successo, il progetto che un futuro suocero nemmeno veramente conosciuto aveva così clamorosamente fallito.
Ma questa è un ‘altra storia per un’ altra digressione.
Noi qui però ci dovremmo chiedere che cosa voleva Carlo ? Poteva Carlo convivere col Re di Francia fortemente intenzionato a riprendersi la “sua” Borgogna ? Certamente no e quindi doveva agire nella direzione intrapresa. Il suo “regno multinazionale” infatti poteva sopravvire solo all’interno di un Impero “multinazionale” e solo in alleanza di quei potentati italiani ugualmente interessati a difendersi da l’ espansionismo francese e a mantenersi autonomi dentro la struttura “ federale” di un Impero multinazionale.
.
Voleva forse così Carlo ricreare la Lotaringia ? Probabilmente no ma volente o nolente doveva comunque aprirsi quella “ strada per l’ Italia” sebbene per farlo avrebbe dovuto usare un approccio più prudente .
L’ ultimo “ Grande Signore de l’ Occidente” era un uomo del passato che pur disponendo di molto danaro non ne aveva capito la profonda corruttela morale e civile che esso comporta.
E comunque le città e i nobili del suo informale “regno” che gli si ribellarono in nome del loro danaro non hanno poi mai più conosciuto lo splendore che fu di quel “ regno”.
Ed è divertente e istruttivo notare che il “regno di Burgundia” abbia avuto nella stesse fasi storiche la stessa dinamica del suo “fratellastro del sud” , non a caso poi unificato dagli “ alleati” savoiardi di Carlo.
Ma solo le diverse circostanze geografiche ( la geografia è sempre geopolitica) hanno fatto si che oggi esista uno stato chiamato “Italia” mentre i residui del “regno di Burgundia” ,volendoli oggi anche mettere insieme, al massimo si chiamano “ Benelux”
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Mentre la Francia è scossa dalle proteste, la questione più profonda è se il sistema politico europeo sia ancora in grado di rispondere alle esigenze del popolo che governa.
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La Francia è sprofondata nella spirale di disordini, diventando la manifestazione più evidente di una crisi politica che si estende ben oltre i suoi confini. Ciò che è iniziato come una protesta per il deterioramento delle condizioni scolastiche si è trasformato in un confronto più ampio sul tenore di vita, sull’autorità del governo e sulla direzione intrapresa dal Paese. Il presidente Emmanuel Macron si trova ad affrontare una crescente ostilità pubblica, eppure le istituzioni e le politiche contro cui è diretta gran parte di questa rabbia rimangono sostanzialmente invariate.
Gli eventi del 17 ottobre, quando le manifestazioni in tutta la Francia sono degenerate in alcuni casi in disordini, saccheggi e attacchi a edifici pubblici, hanno messo a nudo la portata del crollo. Macron ha condannato la violenza e ha promesso di ristabilire l’ordine, mentre il suo governo ha introdotto ulteriori misure di sicurezza. Ma la risposta ha fatto ben poco per risolvere le cause profonde del malcontento. Sono previste ulteriori manifestazioni e i sindacati stanno preparando una nuova mobilitazione per novembre.
Il significato di questi sviluppi non risiede semplicemente nell’indebolimento di un altro governo europeo. La Francia si trova ad affrontare una contraddizione che caratterizza sempre più la politica europea: gli elettori nazionali si aspettano che i loro governi risolvano i problemi interni, mentre molte delle decisioni strategiche ed economiche che determinano tali problemi sono vincolate da impegni assunti al di fuori della sfera politica nazionale.
Ciò non significa che Bruxelles sia responsabile di ogni difficoltà francese. I problemi fiscali, le inefficienze amministrative e le divisioni politiche della Francia hanno in gran parte origini interne. Tuttavia, la crescente distanza tra le aspettative elettorali e la capacità dei governi di attuare cambiamenti significativi sta diventando impossibile da ignorare.
La Francia diventa l’epicentro La Francia ha ripetutamente svolto il ruolo di barometro politico delle tensioni europee più ampie. La sua tradizione rivoluzionaria, le sue potenti istituzioni statali e il rapporto insolitamente conflittuale tra governo e società l’hanno resa particolarmente vulnerabile a periodi di intensa instabilità politica.
L’attuale crisi ha diverse cause immediate. Un prolungato deterioramento della fiducia pubblica è stato aggravato dalla pressione sui redditi delle famiglie, dall’aumento dei costi energetici, dalla carenza di servizi pubblici e da un governo che fatica a conciliare la disciplina fiscale con le crescenti richieste di spesa.
Le ultime proteste sono iniziate con gli studenti che lamentavano strutture scolastiche inadeguate e carenza di insegnanti. Le loro rimostranze hanno poi trovato il sostegno dei sindacati e di gruppi preoccupati per il costo della vita, trasformando una disputa sull’istruzione in una sfida più ampia all’autorità del governo.
La distruzione di edifici pubblici, compresi i gravi danni causati dall’incendio al municipio storico di Limoges, illustra i pericoli derivanti dal permettere che la rabbia politica si trasformi in violenza incontrollata. Tale distruzione danneggia proprio le comunità le cui rimostranze sono apparentemente alla base delle proteste. Offre inoltre ai governi l’opportunità di spostare il dibattito politico dalle mancanze che hanno generato i disordini alle questioni di sicurezza e ordine pubblico.
La risposta di Macron riflette questo dilemma. La sua enfasi sul ripristino dell’ordine risponde a una legittima responsabilità del governo, ma l’azione di polizia non può sostituirsi a una soluzione politica. La decisione di delegare gran parte della gestione della crisi al Primo Ministro Sébastien Lecornu ha rafforzato l’impressione di una presidenza sempre più distaccata dai problemi interni che affliggono i comuni cittadini francesi.
Questa percezione è particolarmente dannosa in vista delle elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027. Il sistema politico sta entrando in una fase in cui l’autorità del presidente in carica si sta affievolendo, l’opposizione rimane frammentata e il prossimo governo erediterà molti degli stessi vincoli strutturali.
Il problema europeo: elezioni senza cambiamenti La questione più profonda sollevata dalle proteste in Francia riguarda il rapporto tra democrazia e autorità politica all’interno dell’Unione europea.
L’UE è stata costruita attraverso una serie di trattati che hanno trasferito o messo in comune poteri precedentemente esercitati esclusivamente dai governi nazionali. La politica monetaria per i membri dell’eurozona, la politica commerciale, le norme sulla concorrenza e aspetti significativi della regolamentazione economica sono ora determinati a livello europeo. L’immigrazione e diverse altre importanti aree politiche implicano competenze condivise, mentre i governi nazionali mantengono poteri sostanziali in materia di tassazione, servizi pubblici, difesa e altre responsabilità interne.
Questa distribuzione di autorità non è intrinsecamente antidemocratica. Le istituzioni europee derivano i propri poteri dai trattati stipulati dagli Stati membri, e sia i governi nazionali che il Parlamento europeo, eletto direttamente, partecipano alle decisioni più importanti. Tuttavia, tale assetto crea un serio problema di responsabilità politica quando i governi nazionali promettono cambiamenti che non sono in grado di attuare autonomamente.
Un elettore può sostituire un governo francese, tedesco o italiano senza necessariamente modificare gli impegni europei che ne influenzano sostanzialmente le politiche. Il risultato è uno schema ricorrente in cui le elezioni producono una nuova leadership politica, ma modifiche relativamente limitate all’orientamento economico e strategico di fondo.
Questo contribuisce a spiegare il crescente fascino dei movimenti politici che sfidano l’establishment europeo. I loro sostenitori spesso non cercano semplicemente un governo diverso, ma un rapporto diverso tra sovranità nazionale e istituzioni europee.
Tuttavia, anche i partiti di opposizione si trovano ad affrontare gli stessi vincoli istituzionali ed economici una volta giunti al potere. Uscire dall’euro, rivedere radicalmente le normative migratorie o rifiutare le politiche consolidate dell’UE comporta costi potenzialmente ingenti. Di conseguenza, i movimenti che promettono cambiamenti fondamentali spesso moderano le proprie posizioni man mano che diventano candidati credibili al governo.
La distinzione tra vittoria elettorale e controllo politico effettivo è quindi diventata sempre più importante. I cittadini europei possono cambiare i propri rappresentanti, ma modificare le politiche che contano di più potrebbe richiedere cambiamenti istituzionali più ampi, sui quali c’è scarso consenso.
È questo senso di immobilità politica, piuttosto che una singola politica europea, a rappresentare la sfida più seria a lungo termine per la legittimità dell’Unione.
L’Ucraina e la questione delle priorità europee La guerra in Ucraina ha messo in luce queste tensioni in modo più acuto, poiché costringe i governi europei a compiere scelte sempre più difficili in merito a risorse, sicurezza e priorità economiche.
I leader europei considerano il continuo sostegno a Kiev essenziale per la sicurezza europea. La loro argomentazione è che permettere alla Russia di raggiungere i suoi obiettivi attraverso la forza militare creerebbe maggiore instabilità e potrebbe imporre costi molto più elevati al continente in futuro.
Tale argomentazione merita di essere compresa nei suoi presupposti. Tuttavia, non elimina le conseguenze politiche ed economiche degli impegni assunti, né esonera i governi dall’obbligo di spiegare tali impegni ai propri elettori.
L’entità della spesa europea è considerevole. Secondo la Commissione europea, l’UE e i suoi Stati membri hanno fornito all’Ucraina un sostegno complessivo di 227,4 miliardi di euro dal 2022. L’ultimo prestito di sostegno di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027 destina, a titolo indicativo, 60 miliardi di euro alla difesa e 30 miliardi di euro all’assistenza al bilancio. Il 14 ottobre, la Commissione ha annunciato un ulteriore stanziamento di 2,86 miliardi di euro per le esigenze militari ucraine.
Il problema non è solo la somma spesa, ma l’assenza di un obiettivo politico chiaramente definito.
I governi europei si sono impegnati a sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina, espandendo la produzione militare e aumentando le spese per la difesa, pur faticando a dimostrare come queste politiche possano portare a una soluzione negoziata accettabile per le parti principali.
Nel frattempo, le loro economie interne si trovano ad affrontare costi energetici più elevati, difficoltà industriali e crescenti pressioni fiscali. I governi che chiedono moderazione nella spesa pubblica sono al contempo chiamati a sostenere ingenti impegni all’estero.
Ciò crea una vulnerabilità politica che i leader europei non hanno affrontato in modo adeguato. I cittadini che si trovano ad affrontare servizi in deterioramento e un potere d’acquisto in calo hanno il diritto di chiedere quali priorità determinino l’allocazione delle risorse nazionali e per quanto tempo continueranno gli impegni straordinari.
La scelta non è necessariamente tra sostenere l’Ucraina e preservare la prosperità interna. Ma le risorse sono limitate e i governi che si rifiutano di riconoscere esigenze contrastanti rischiano di presentare i propri impegni di politica estera come obblighi che sfuggono al controllo democratico.
Il pericolo per Bruxelles è che l’Ucraina diventi qualcosa di più di una semplice questione di politica strategica. Rischia di trasformarsi in un indicatore di conformismo politico all’interno dell’establishment europeo, dove mettere in discussione la portata, la durata o l’efficacia degli aiuti viene considerato un segno di slealtà anziché un legittimo disaccordo sulla strategia.
Una politica che non può essere sottoposta a un dibattito politico significativo diventa col tempo più difficile da difendere, anche quando i suoi obiettivi di fondo continuano a godere di un notevole sostegno.
La debolezza economica dell’Europa si sta trasformando in debolezza politica. La situazione finanziaria della Francia illustra con quanta rapidità il disordine politico possa trasformarsi in un problema economico.
Il 21 ottobre, il rendimento dei titoli di Stato francesi a dieci anni ha raggiunto il 5%, il livello più alto dal 2002. Lo spread rispetto al debito tedesco equivalente si è avvicinato ai livelli registrati nei precedenti periodi di instabilità finanziaria dell’eurozona. Gli investitori sono sempre più preoccupati per la capacità del governo di stabilizzare le finanze pubbliche in un contesto di scontro politico e deboli prospettive economiche.
L’aumento dei costi di indebitamento riduce il margine di manovra del governo proprio nel momento in cui le richieste di aumento della spesa si fanno più urgenti. I tentativi di ripristinare la credibilità fiscale attraverso tagli alla spesa o un aumento delle tasse potrebbero acuire il malcontento pubblico, mentre l’abbandono del risanamento fiscale potrebbe minare ulteriormente la fiducia degli investitori.
La Francia si trova quindi ad affrontare una difficile interazione tra fragilità economica e instabilità politica, in cui l’una rafforza l’altra.
I problemi non si limitano alla Francia. Il modello industriale tedesco è sotto pressione a causa dell’aumento dei costi energetici, dei cambiamenti nei mercati di esportazione e dell’intensificarsi della concorrenza internazionale. L’Italia continua a essere penalizzata dal debito e da debolezze economiche strutturali, mentre diversi paesi europei si trovano ad affrontare rinnovate tensioni industriali e sociali.
Le proteste segnalate a Milano, Bruxelles e Tirana hanno cause locali diverse e non dovrebbero essere considerate come un unico movimento politico coordinato. Tuttavia, la loro comparsa in concomitanza con la crisi francese indica un contesto continentale più ampio in cui la frustrazione economica sta diventando sempre più difficile da contenere per i governi.
Per decenni, l’integrazione europea è stata sostenuta da un tacito accordo economico: un maggiore coordinamento e la condivisione della sovranità avrebbero contribuito a garantire prosperità, stabilità e influenza.
Questo compromesso diventa più difficile da mantenere quando le prestazioni economiche peggiorano e i governi nazionali sembrano incapaci di invertire la tendenza.
L’Unione Europea era stata concepita per accrescere il peso economico e politico collettivo dei suoi membri. Tuttavia, il continente si trova ora di fronte alla possibilità che si stia verificando una maggiore centralizzazione, parallelamente a un indebolimento della sua competitività industriale e della sua influenza internazionale.
La centralizzazione non può compensare indefinitamente il declino economico. Anzi, senza una strategia credibile per il ripristino della capacità produttiva, rischia semplicemente di concentrare la responsabilità di fallimenti che nessuna istituzione è in grado di risolvere.
L’Europa può cambiare direzione? L’ipotesi convenzionale è che la crescente insoddisfazione pubblica finirà per costringere le istituzioni europee a cambiare. I partiti politici contrari a una maggiore integrazione guadagneranno consensi, i governi saranno sostituiti e Bruxelles sarà costretta ad accogliere le richieste di maggiore autonomia nazionale.
L’esperienza suggerisce che il processo potrebbe essere considerevolmente più complicato.
L’Ungheria offre un esempio istruttivo. Viktor Orbán ha trascorso anni a contestare le politiche dell’UE in materia di migrazione, relazioni con la Russia e ripartizione delle competenze tra Bruxelles e gli Stati membri. La sua sconfitta contro Péter Magyar ha portato al potere un governo più collaborativo, ma non ha comportato un completo ribaltamento delle posizioni ungheresi. Magyar ha mantenuto politiche migratorie restrittive, pur cercando di migliorare le relazioni con le istituzioni europee e con l’Ucraina.
L’esperienza rivela i limiti di una visione della politica europea come un semplice scontro tra sovranità nazionale e autorità sovranazionale. I governi possono opporsi a Bruxelles in un ambito, pur cercando una maggiore cooperazione in un altro. Il cambiamento politico non segue necessariamente un’unica direzione ideologica.
La Germania rappresenta una prova di maggiore rilevanza. Qualsiasi riorganizzazione sostanziale del sistema europeo richiederebbe quasi certamente la partecipazione tedesca, data la rilevanza economica del paese e la sua posizione centrale all’interno dell’eurozona.
Eppure, anche i movimenti che auspicano una maggiore autonomia nazionale si trovano ad affrontare questioni spinose in merito alla valuta, agli accordi commerciali, alle responsabilità fiscali e al futuro del mercato unico europeo. I loro disaccordi interni suggeriscono che l’insoddisfazione per il sistema esistente non equivale a un accordo su un’alternativa praticabile.
La Gran Bretagna offre una lezione diversa. La Brexit ha dimostrato che l’uscita dall’Unione Europea è possibile, ma ha anche messo in luce le notevoli difficoltà economiche e amministrative che si incontrano quando si separa un’economia da accordi europei consolidati.
L’ostacolo principale alla riforma non è quindi semplicemente la resistenza di Bruxelles. È l’assenza di un’alternativa politica ed economica sufficientemente coerente tra i governi e i movimenti che mettono in discussione l’attuale ordine europeo.
Il progetto europeo potrebbe sopravvivere a una prolungata insoddisfazione pubblica non perché le sue istituzioni abbiano risolto i problemi di fondo, ma perché le forze politiche che lo contestano rimangono incapaci di concordare su cosa dovrebbe sostituire gli assetti esistenti.
Il pericolo di un centro più forte e di stati più deboli L’ipotesi che una crisi europea debba necessariamente indebolire Bruxelles merita un esame più approfondito.
L’instabilità politica ed economica può produrre esattamente l’esito opposto. Quando i governi nazionali si trovano in difficoltà, possono cercare accordi di finanziamento più comuni, un maggiore coordinamento europeo e maggiori poteri istituzionali per gestire problemi che vanno oltre le loro capacità individuali.
La guerra in Ucraina ha già accelerato la cooperazione europea in materia di appalti per la difesa, finanziamenti militari e politica estera. L’instabilità economica potrebbe incoraggiare iniziative simili in altri settori.
Tali misure vengono spesso presentate come risposte necessarie a circostanze immediate, e alcune possono essere giustificate dai vantaggi pratici dell’azione collettiva. La difficoltà sorge quando risposte successive alle emergenze producono trasferimenti di autorità duraturi senza un altrettanto sostanziale sviluppo della responsabilità politica.
La struttura che ne risulta può diventare sempre più centralizzata, mentre la legittimità dei governi che vi partecipano continua a deteriorarsi.
Questa è la contraddizione centrale che l’Europa si trova ad affrontare oggi. L’integrazione potrebbe estendersi ulteriormente, anche se la fiducia economica e politica che un tempo la sosteneva si indebolisce.
L’Unione Europea potrebbe quindi emergere da crisi successive con una maggiore autorità istituzionale ma un consenso popolare ridotto. I suoi Stati membri, nel frattempo, potrebbero trovarsi sempre più responsabili dell’attuazione di politiche sulle quali i loro elettori esercitano solo un’influenza indiretta.
Un simile esito non porterebbe necessariamente al collasso immediato né dell’UE né dei suoi Stati membri. Potrebbe invece produrre un periodo prolungato di stabilità istituzionale accompagnato da stagnazione politica, ricorrenti disordini e calo di fiducia nella partecipazione democratica.
Tale possibilità potrebbe rivelarsi considerevolmente più dannosa di un improvviso scontro costituzionale, poiché non offre un momento di risoluzione evidente.
Una crisi senza una via d’uscita evidente È improbabile che la Francia risolva la sua attuale crisi con un cambio di personale o con una risposta di sicurezza più dura. Macron potrà contenere i disordini immediati, ma le rimostranze economiche, le debolezze istituzionali e le divisioni politiche che ne sono alla base rimarranno per il suo successore.
Il quadro generale europeo è altrettanto difficile. Il continente si trova ad affrontare crescenti pressioni finanziarie e industriali, pur assumendo ingenti impegni militari e cercando di assumere un ruolo geopolitico più rilevante. I suoi governi non hanno ancora dimostrato come conciliare questi obiettivi contrastanti senza imporre ulteriori costi a popolazioni già insoddisfatte della propria situazione economica.
Tre sviluppi saranno particolarmente importanti: se la Francia riuscirà a ristabilire la stabilità politica senza peggiorare la propria situazione fiscale; se la Germania riuscirà a recuperare una forza economica sufficiente per assumere un ruolo di leadership all’interno dell’Unione; e se i governi europei saranno in grado di elaborare una strategia diplomatica credibile per l’Ucraina che colleghi la spesa militare a obiettivi politici raggiungibili.
Il fallimento in questi ambiti non farebbe altro che rafforzare un modello sempre più distruttivo. Una scarsa performance interna eroderebbe l’autorità dei governi nazionali, i quali reagirebbero cercando un maggiore coordinamento europeo, mentre un’ulteriore centralizzazione potrebbe intensificare la frustrazione pubblica per la perdita di controllo politico.
Secondo la valutazione di Duran, il pericolo più immediato per l’Europa non è la disgregazione dell’Unione Europea, bensì il progressivo indebolimento dei suoi Stati membri all’interno di un sistema istituzionale che continua ad espandere la propria autorità.
La crisi francese non è quindi solo un monito per gli ultimi mesi della presidenza Macron. Solleva un interrogativo ben più ampio sul futuro politico dell’Europa.
Un continente non può preservare indefinitamente l’apparenza di una scelta democratica, limitando al contempo la capacità dei suoi governi eletti di realizzare cambiamenti significativi. Né può sostenere ambizioni geopolitiche che superano sempre più le sue risorse economiche.
A meno che i leader europei non affrontino questa contraddizione, gli attuali disordini potrebbero rivelarsi una manifestazione precoce di un periodo ben più lungo di instabilità politica e declino economico.
Le istituzioni dell’integrazione europea potrebbero anche rimanere in piedi. La questione più preoccupante è quanta forza economica, coesione nazionale e fiducia democratica resteranno salde al di sotto di esse.
Le manifestazioni (che dimostrano l’unità europea) giungono in un momento caratterizzato da un maggiore impegno militare.
Di: Antonia Colibasanu
Nell’ultima settimana sono scoppiate proteste in Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Albania, mentre mobilitazioni di minore entità si sono verificate anche in Belgio e Germania. Sebbene le proteste differissero per portata e intensità, la loro concomitanza e le cause immediate rivelano un aspetto significativo delle pressioni socioeconomiche e politiche che si stanno accumulando in tutta Europa.
Ciò che rende particolarmente significativa l’attuale ondata di proteste è la tempistica, le rivendicazioni comuni e la metodologia. Certamente, ogni paese europeo ha le proprie tradizioni politiche, strutture economiche e sfide istituzionali. La crisi politica della Francia non è quella dell’Italia. La crisi immobiliare della Spagna ha origini diverse da quella del Portogallo. Tuttavia, si delinea un modello sempre più riconoscibile: insoddisfazione nei confronti dei servizi pubblici, aumento del costo della vita, opportunità economiche insufficienti e, forse soprattutto, la crescente difficoltà che i giovani incontrano nel diventare adulti economicamente indipendenti.
Le somiglianze sono evidenti anche nel modo in cui queste proteste sono state organizzate e presentate. Le piattaforme dei social media, in particolare TikTok, Instagram e Facebook, hanno facilitato la rapida diffusione di appelli alla protesta, immagini e slogan in tutti i paesi. In Italia e in Francia, secondo quanto riferito, i gruppi su WhatsApp, Snapchat e Telegram hanno costituito un secondo canale di diffusione. In Francia, gli appelli alle manifestazioni del 17 ottobre hanno circolato ampiamente online, contribuendo a riunire studenti, sindacati, ex attivisti dei Gilet Gialli e cittadini insoddisfatti della situazione economica. Le manifestazioni hanno combinato forme più tradizionali di azione collettiva, tra cui scioperi e marce organizzate, con mobilitazioni decentralizzate, blocchi scolastici e occupazioni di spazi pubblici.
A complicare le cose è il fatto che alcune proteste si sono sviluppate in modo autonomo, mentre altre sono state direttamente ispirate da eventi verificatisi altrove. Le manifestazioni in Belgio, in particolare a Bruxelles e Liegi, e le proteste di solidarietà su scala minore a Berlino sono state influenzate dal movimento studentesco nella vicina Francia. Gli studenti belgi nutrivano le proprie rivendicazioni riguardo ai costi dell’istruzione e alle riforme, mentre la mobilitazione di Berlino era esplicitamente incentrata sulla solidarietà con gli studenti francesi e sulle richieste di un’istruzione migliore.
Al contrario, le grandi proteste in Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Albania si sono sviluppate attraverso processi e manifestazioni nazionali distinti, già prima del 17 ottobre. Le motivazioni dei manifestanti erano specifiche, ma riflettevano comunque le frustrazioni che si erano già accumulate nelle varie società europee. Le rivendicazioni ruotavano sempre più attorno alle stesse priorità: istruzione, occupazione, alloggi a prezzi accessibili, investimenti pubblici e un futuro credibile.
Profili di protesta
Francia
In Francia, le proteste sono iniziate a metà settembre, inizialmente tra gli studenti delle scuole superiori della periferia di Parigi, per poi estendersi ad altre grandi città, tra cui Marsiglia, Lione, Bordeaux, Lille, Nantes e Rennes. Gli studenti hanno denunciato il deterioramento delle infrastrutture scolastiche, le aule sovraffollate, l’insufficienza del personale docente e le disuguaglianze che ostacolano l’accesso a un’istruzione di qualità.
Nelle settimane successive, le loro rivendicazioni si sono inserite in un movimento più ampio contro l’aumento del costo della vita e il deterioramento dei servizi pubblici. Il 17 ottobre, centinaia di migliaia di manifestanti avevano aderito alle proteste in tutto il Paese, con la partecipazione di organizzazioni studentesche, sindacati, movimenti politici di sinistra e attivisti dei Gilet Gialli. Sebbene la maggior parte delle manifestazioni fosse pacifica, episodi di violenza, saccheggi e attacchi a edifici pubblici in diverse città trasformarono le proteste in una grave sfida politica e di sicurezza per il governo in vista delle elezioni del 2027.
Le frustrazioni legate all’istruzione rivelano un problema strutturale più profondo. In Francia, dove il sistema educativo è stato tradizionalmente motivo di orgoglio nazionale per il suo impegno a favore delle pari opportunità e dell’accesso universale, l’istruzione rimane una condizione essenziale per assicurarsi un buon lavoro e un futuro economico stabile. Tuttavia, l’accesso a un’istruzione di qualità è sempre più costoso. Questo divario crescente tra la promessa di uguaglianza educativa e la realtà delle disuguaglianze socioeconomiche è, chiaramente, fonte di rabbia. Le questioni relative alla spesa pubblica per l’istruzione sono quindi diventate indissolubilmente legate alle preoccupazioni sulla mobilità sociale, sulle opportunità economiche e sul futuro delle giovani generazioni francesi.
Inoltre, il problema va oltre l’istruzione e riguarda il passaggio sempre più difficile all’età adulta. Ad agosto il tasso di disoccupazione complessivo in Francia si attestava all’8,2%, contro il 20,6% tra i giovani sotto i 25 anni. A causa degli elevati costi degli alloggi e delle difficoltà nel trovare un impiego stabile, l’indipendenza finanziaria dipende sempre più dal patrimonio familiare, una realtà che rafforza le disuguaglianze socioeconomiche e compromette le prospettive di mobilità sociale ascendente.
Queste frustrazioni sono indissolubilmente legate alla più ampia crisi politica e fiscale che sta attraversando la Francia. I dibattiti sul bilancio 2027 hanno trasformato le rivendicazioni degli studenti in una protesta più ampia contro la disuguaglianza economica, il calo del potere d’acquisto e le priorità di spesa del governo, proprio mentre si prevede un aumento dell’inflazione quest’inverno.
Tuttavia, sebbene queste rivendicazioni interne possano sembrare spiegare le proteste, durante le manifestazioni sono state esposte in modo ben visibile anche bandiere palestinesi. Il movimento ha assunto una dimensione di politica estera strettamente legata al dibattito sul bilancio. Oltre a esprimere solidarietà a Gaza e opposizione alla guerra, i manifestanti hanno chiesto con crescente insistenza che vengano bloccati gli aumenti previsti per la spesa della difesa, contestando direttamente gli impegni assunti dalla Francia in seno alla NATO di aumentare le spese militari.
Italia
Analogamente, a Roma alcuni manifestanti hanno bruciato bandiere statunitensi e israeliane, mentre a Milano e a Firenze sono comparsi simboli filopalestinesi. Come in Francia, la critica più esplicita in materia di politica estera tra i gruppi studenteschi riguarda il presunto compromesso tra spesa per la difesa e investimenti sociali. Gli studenti sostengono che il governo stia destinando risorse alle priorità militari, mentre le scuole necessitano di lavori di ristrutturazione, strutture migliori e ulteriori risorse didattiche.
L’insoddisfazione degli studenti non è una novità in Italia; il malcontento andava montando già da settimane. Ma la mobilitazione del 16 ottobre, organizzata sotto lo slogan “No Meloni Day”, ha portato gli studenti nelle strade di diverse città ed è proseguita nel fine settimana, quando a Milano, Bologna e altrove si sono svolte proteste più ampie contro l’aumento del costo della vita. Anche il sindacato CGIL ha organizzato una grande manifestazione a Roma.
Nel frattempo, la più ampia mobilitazione “Italia in Piazza”, svoltasi nel fine settimana nelle principali città al di fuori della capitale, ha riunito le rivendicazioni relative a salari, occupazione, alloggi, assistenza sanitaria e aumento del costo della vita. Queste rivendicazioni hanno assunto particolare rilevanza alla luce dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti, che ha esercitato una maggiore pressione sulle famiglie e sulle imprese.
Come in Francia, le difficoltà socioeconomiche che affliggono le giovani generazioni contribuiscono a spiegare il fascino esercitato dalle proteste italiane. Ad agosto, il tasso di disoccupazione complessivo in Italia si attestava al 6,2%, contro il 20,3% tra i giovani. Oltre alla disoccupazione, i giovani italiani devono fare i conti con stipendi iniziali bassi, precarietà lavorativa, disparità economiche regionali e costi elevati degli alloggi. Anche con un titolo di studio e un lavoro, raggiungere l’indipendenza finanziaria è sempre più difficile.
Pertanto, il problema di fondo è che il passaggio all’età adulta è diventato sempre più difficile e incerto. L’insicurezza economica spesso ritarda l’uscita di casa, la ricerca di un alloggio stabile e la creazione di una famiglia. L’istruzione non garantisce più una carriera stabile né il tenore di vita di cui godevano le generazioni precedenti. Questo spiega perché le proteste studentesche possano facilmente fondersi con manifestazioni più ampie sui salari, gli alloggi e la politica economica.
Spagna
In Spagna, le proteste contro la precarietà abitativa hanno preso slancio tra la fine di settembre e l’inizio di ottobre, in seguito allo sgombero di una donna di 87 anni, il cui caso è diventato un simbolo della crisi abitativa sempre più grave che affligge il Paese. I manifestanti hanno allestito un accampamento a Madrid, in Puerta del Sol, mentre mobilitazioni simili si sono sviluppate a Barcellona e in altre città spagnole. Le proteste si sono intensificate dopo che il Parlamento spagnolo ha respinto le misure governative volte a proteggere gli inquilini vulnerabili, limitare gli sfratti e rafforzare le tutele sugli affitti. Il conseguente scontro politico ha contribuito alla decisione del primo ministro Pedro Sánchez di indire elezioni generali anticipate per novembre 2026.
Sebbene il fattore scatenante immediato sia stato legato alla legislazione in materia di alloggi, il problema di fondo è di natura strutturale: l’aumento dei prezzi degli immobili, l’insufficiente offerta abitativa, l’aumento degli affitti e l’espansione degli affitti a breve termine hanno ridotto in modo sostanziale l’accessibilità degli alloggi, in particolare per i giovani. La Spagna presenta inoltre uno dei mercati del lavoro giovanili più difficili dell’Unione Europea. Ad agosto, il tasso di disoccupazione complessivo era del 10%, mentre la disoccupazione tra i giovani sotto i 25 anni si attestava al 22,7%.
La combinazione di un tasso di disoccupazione giovanile relativamente elevato e di un mercato immobiliare eccezionalmente costoso costituisce una forte fonte di malcontento. I giovani spagnoli rischiano di rimanere economicamente dipendenti dalle loro famiglie per periodi prolungati, anche dopo aver completato gli studi o aver trovato un impiego.
Nel fine settimana del 17 ottobre, le proteste relative alla questione abitativa si sono intrecciate con le rivendicazioni riguardanti l’istruzione pubblica. Alcuni giorni prima, il 14 ottobre, gli insegnanti di Madrid avevano dato il via a uno sciopero a tempo indeterminato per chiedere salari più alti, una riduzione dell’orario di insegnamento, classi meno numerose, migliori infrastrutture scolastiche e personale aggiuntivo. Lo sciopero era stato annunciato a giugno.
Gli attivisti per il diritto alla casa e gli insegnanti si sono mobilitati per diverse questioni urgenti, ma entrambi i movimenti hanno messo in discussione l’adeguatezza delle politiche pubbliche nel sostenere le basi sociali ed economiche della vita quotidiana. (Anche le preoccupazioni relative all’immigrazione erano presenti durante le proteste.)
Durante le manifestazioni sono state avvistate anche bandiere palestinesi. I manifestanti hanno avanzato richieste esplicite riguardo alla guerra a Gaza e alle relazioni della Spagna con Israele. Le richieste si estendono alla politica estera degli Stati Uniti, con alcune organizzazioni partecipanti che chiedono la chiusura delle basi militari statunitensi in Spagna e condannano il coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Medio Oriente. Alcuni gruppi di attivisti hanno inoltre espresso opposizione alla NATO e al suo ruolo militare nei conflitti internazionali, sebbene questa non sia una richiesta condivisa dall’intero movimento di protesta. Le rivendicazioni socioeconomiche interne si sono concentrate sulla necessità di ridefinire le priorità: la spesa per l’istruzione e il miglioramento della sicurezza abitativa dovrebbero essere in cima all’agenda, mentre il governo dovrebbe tagliare la spesa in altri settori, come la difesa.
Portogallo
Le proteste in Portogallo hanno seguito un andamento particolarmente simile a quello spagnolo. Nella prima metà di ottobre, gli attivisti per il diritto alla casa e le organizzazioni sindacali si sono mobilitati contro l’aumento del costo della vita, i salari insufficienti e le condizioni sempre più difficili nei mercati immobiliari urbani portoghesi. Le manifestazioni sono proseguite nelle principali città durante il fine settimana del 17 ottobre.
Il Portogallo ha registrato uno degli aumenti più marcati in Europa per quanto riguarda i costi abitativi. I prezzi degli immobili sono più che raddoppiati dal 2017, mentre gli affitti dei nuovi contratti sono aumentati in modo vertiginoso. Il turismo, la domanda immobiliare proveniente dall’estero, gli affitti a breve termine e l’afflusso dei nomadi digitali hanno contribuito ad aumentare la pressione sui mercati immobiliari urbani.
Come in Spagna, la questione socioeconomica centrale è la disparità di ricchezza, soprattutto tra i giovani. Ad agosto il tasso di disoccupazione complessivo del Portogallo era del 5,7%, mentre la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 19,8%. Sebbene il tasso di disoccupazione nazionale sia relativamente basso, le difficoltà nel trovare un’occupazione stabile e adeguatamente retribuita sono notevoli per i lavoratori più giovani. Una persona può avere un lavoro e tuttavia non essere in grado di permettersi un alloggio, accumulare risparmi o pianificare il proprio futuro.
Anche in Portogallo l’istruzione ha avuto un ruolo nelle proteste, sebbene in misura minore rispetto ad altri paesi. Il 14 ottobre, circa 200 studenti hanno manifestato a Porto contro una proposta del governo volta a sbloccare le rette universitarie nel bilancio del 2027. Hanno inoltre chiesto maggiori aiuti finanziari e alloggi per studenti a prezzi accessibili. La principale federazione degli insegnanti del Paese, la FENPROF, ha chiesto maggiori investimenti nell’istruzione pubblica, migliori stipendi e condizioni di lavoro, nonché misure per far fronte alla carenza di docenti. Insegnanti e studenti si sono poi uniti alle proteste del 17 ottobre. Le loro preoccupazioni sono state rafforzate dalle critiche al bilancio 2027 proposto dal governo, che secondo i sindacati non aumenterebbe la spesa per l’istruzione in misura sufficiente a compensare l’inflazione.
Non sorprende che le bandiere palestinesi fossero visibili anche durante le manifestazioni di ottobre, in particolare alle manifestazioni di solidarietà a Lisbona e Porto, che hanno coinciso con proteste più ampie sui temi dell’alloggio, dei salari e del costo della vita. I manifestanti hanno chiesto la fine delle operazioni militari israeliane a Gaza, dell’occupazione dei territori palestinesi e della cooperazione portoghese con le politiche militari israeliane. L’opposizione alla politica estera statunitense è stata particolarmente marcata tra le organizzazioni legate al Partito Comunista Portoghese, il cui programma politico ufficiale sostiene esplicitamente lo scioglimento della NATO e il ritiro del Portogallo dalle sue strutture. Il partito detiene attualmente solo tre seggi nel parlamento portoghese, composto da 230 membri, quindi non può fare molto in termini di legislazione, ma la sua importanza risiede maggiormente nella sua storica forza organizzativa, in particolare nei suoi legami con la confederazione sindacale CGTP-IN, che ha svolto un ruolo importante nella mobilitazione dei lavoratori.
Albania
Le proteste in Albania hanno origini diverse. Un movimento noto come “Rivoluzione dei fenicotteri” è iniziato a maggio e si è protratto per tutta l’estate. Inizialmente, le proteste erano incentrate sull’opposizione a un grande progetto di turismo di lusso legato a Jared Kushner e Ivanka Trump. Il progetto, del valore di diversi miliardi di euro, prevede interventi turistici sull’isola di Sazan e nella zona costiera di Zvernec, area ecologicamente sensibile che comprende importanti habitat per i fenicotteri e altre specie di uccelli.
Il movimento ha adottato il fenicottero come simbolo, mentre lo slogan “L’Albania non è in vendita” esprimeva preoccupazioni riguardo alla sovranità nazionale, allo sviluppo economico e al rapporto tra potere politico e investimenti stranieri. Per diversi mesi le manifestazioni sono rimaste per lo più pacifiche. Tuttavia, si sono gradualmente trasformate in un movimento più ampio contro la corruzione, la mancanza di trasparenza e l’insoddisfazione nei confronti del governo del primo ministro Edi Rama.
La svolta decisiva è avvenuta a metà ottobre, quando studenti universitari e delle scuole superiori si sono uniti in gran numero alle proteste. A partire dal 13 ottobre, le manifestazioni a Tirana hanno iniziato a concentrarsi sull’aumento dei costi dell’istruzione, sulle condizioni precarie delle università, sulle limitate opportunità di lavoro e sulla mancanza di sostegno finanziario a disposizione dei giovani. Le proteste si sono poi trasformate in gravi scontri con la polizia, mentre i manifestanti chiedevano le dimissioni di Rama.
Nonostante lo sviluppo economico dell’Albania, i giovani continuano a trovarsi di fronte a opportunità di lavoro relativamente limitate, salari bassi, disuguaglianze regionali e forti incentivi all’emigrazione. Secondo l’istituto di statistica albanese, l’INSTAT, il tasso di disoccupazione complessivo si è attestato all’8,3% nel secondo trimestre del 2026, mentre la disoccupazione tra le persone di età compresa tra i 15 e i 29 anni era pari a circa il 17,7%. Si tratta di una categoria demografica leggermente diversa rispetto ai dati di Eurostat relativi agli under 25, ma ciò dimostra comunque le difficoltà comuni che i giovani albanesi devono affrontare sul mercato del lavoro.
Le bandiere palestinesi sono state visibili sin dalle prime fasi della “Rivoluzione dei Fenicotteri”. La bandiera non va vista solo come un simbolo di resistenza al governo di Rama, ma anche come una confutazione dell’approccio alla politica estera del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e, per estensione, di una strategia statunitense percepita dai manifestanti come volta a privilegiare gli interessi commerciali e l’influenza politica rispetto alla sovranità locale. I manifestanti hanno tracciato un parallelo tra lo sviluppo del litorale albanese e le proposte di Trump per Gaza, collegando l’opposizione all’espropriazione dei terreni alla resistenza all’influenza statunitense. Man mano che le manifestazioni sono diventate sempre più violente nel mese di ottobre, estendendosi dalle rivendicazioni ambientali alle richieste di un’istruzione migliore, di opportunità economiche e delle dimissioni di Rama, le bandiere nazionali albanesi hanno assunto un ruolo sempre più prominente nelle strade.
Il legame con la NATO
Le richieste in materia di politica estera sono particolarmente significative se si considera il ruolo strategico che questi paesi rivestono all’interno della NATO. Le critiche alla politica estera degli Stati Uniti, alla guerra a Gaza e, in alcuni casi, alla stessa NATO stanno emergendo in un momento in cui Washington chiede una maggiore assunzione di responsabilità da parte dell’Europa per la sicurezza dell’alleanza e la guerra in Ucraina sta mettendo alla prova la capacità dell’Europa di sostenere i propri impegni in materia di difesa, mettendo in luce una crescente tensione tra imperativi strategici e priorità politiche interne.
Ciò che rende questo fenomeno particolarmente significativo è il fatto che i paesi europei teatro di grandi proteste sono anche attori di primo piano nell’attuale processo di ristrutturazione della posizione difensiva della NATO. Ciascuno di essi svolge un ruolo specifico nel rafforzamento del pilastro europeo dell’alleanza, in particolare in ambito marittimo, dove gli investimenti in capacità militari, infrastrutture critiche, sorveglianza e connettività logistica stanno assumendo un’importanza sempre maggiore. In altre parole, le proteste si inseriscono in un più ampio processo di trasformazione strategica che richiede ai governi europei di destinare ulteriori risorse alla difesa e alla sicurezza.
La Francia è l’unica potenza della NATO dell’Europa continentale dotata di armi nucleari e rimane uno dei pochi paesi europei in grado di proiettare la propria potenza militare a livello globale. È inoltre una potenza atlantica, mediterranea e dell’Europa continentale, il che le conferisce un ruolo centrale nell’architettura di difesa della NATO, ed è tra i più convinti sostenitori dello sviluppo delle capacità militari proprie dell’Europa.
L’Italia ha recentemente aumentato la propria spesa per la difesa dichiarata, portandola al di sopra del 2% del prodotto interno lordo fissato dalla NATO come parametro di riferimento, in parte grazie a modifiche nelle pratiche contabili. Oltre alle sue notevoli capacità navali e aeree, l’Italia riveste un ruolo fondamentale per la sicurezza nel Mediterraneo e contribuisce in modo significativo alla cooperazione industriale europea nel settore della difesa. La sua posizione geografica e le sue infrastrutture militari collegano i teatri operativi meridionali e orientali della NATO, e la sua industria della difesa è in grado di trarre vantaggio dai rinnovati investimenti europei nelle capacità militari.
Il Portogallo svolge un ruolo diverso ma importante: la sua posizione strategica sull’Atlantico lo rende un importante snodo nelle comunicazioni sottomarine transatlantiche, e sta potenziando le proprie capacità in materia di sorveglianza subacquea, sistemi marittimi autonomi e innovazione tecnologica contro le minacce ibride.
La Spagna, dal canto suo, mette a disposizione capacità navali e competenze in materia di comando marittimo. Le sue operazioni di monitoraggio nei pressi di Gibilterra e delle Isole Canarie sono particolarmente importanti per seguire i movimenti della marina russa e del traffico commerciale. All’inizio di quest’anno, la Spagna ha assunto il comando della task force atlantica della NATO, continuando al contempo a sviluppare capacità specializzate di intervento e sorveglianza subacquea. Il Paese svolge un ruolo significativo nel garantire la sicurezza delle comunicazioni marittime, nel monitorare attività potenzialmente ostili e nel proteggere le infrastrutture che collegano l’Europa all’Atlantico.
Infine, l’Albania sta emergendo come un nodo di collegamento strategicamente importante nell’Adriatico. Si prevede che nel 2026 la spesa per la difesa di Tirana supererà il 2% del PIL. La sua importanza risiede meno nelle dimensioni delle sue forze armate che nello sviluppo delle infrastrutture navali e logistiche, in particolare intorno a Porto Romano e al Corridoio VIII. Questo corridoio potrebbe fornire una rotta alternativa per il trasporto di equipaggiamenti militari e rinforzi tra il Mare Adriatico e il Mar Nero, sostenendo quella che sta diventando sempre più la nuova linea di contenimento e deterrenza della NATO lungo la frontiera orientale dell’Europa.
Questi sviluppi mettono in luce una tensione fondamentale nella trasformazione dell’Europa. Il rafforzamento del pilastro europeo della NATO richiede ben più di un aumento della spesa militare; esige investimenti nella sicurezza marittima, nelle infrastrutture critiche, nei corridoi logistici e nelle capacità tecnologiche. Tuttavia, i paesi che stanno assumendo ruoli sempre più importanti in questa ristrutturazione stanno anche vivendo un crescente malcontento sociale. Le proteste rivelano inoltre quanto siano diventate integrate le società europee, in particolare tra le giovani generazioni che utilizzano le stesse piattaforme di social media, affrontano problemi simili e condividono sempre più le proprie frustrazioni oltre i confini nazionali. Questa interconnessione rappresenta sia una sfida che una responsabilità per i governi europei. In definitiva, rafforzare la sicurezza dell’Europa significa trovare un equilibrio tra i crescenti impegni in materia di difesa e le richieste dell’opinione pubblica di migliori tenori di vita e stabilità economica, riconoscendo al contempo che la coesione sociale è essa stessa una componente essenziale della sicurezza.
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Hanno ragione le associazioni di magistrati a sostenere che le sentenze (esecutive) devono essere eseguite; ma ancor più di quanto hanno detto basta ricordare ciò che già riteneva Socrate nel Critone: che non eseguirle è intaccare uno dei fondamenti degli Stati antichi e, ancor più, moderni.
Senonché come pensava un acuto giurista come Maurice Hauriou, in ogni istituzione statale convivono due diritti e, di conseguenza, due giustizie. Una paritaria (cioè tra parti uguali) che chiamava Dike, l’altra non paritaria, denominata Temi (tra contendenti disuguali). L’una e l’altra sono insopprimibili, ma i confini tra loro sono diversi. Vanno da ordinamenti assai inclini a Temi (come quello sovietico o nazista, scriveva Calamandrei) a quelli maggiormente riconducibili a Dike (come in genere quelli degli Stati liberal-democratici). Non a caso durante la Seconda Repubblica, il confine si è allargato a favore di Temi, agendo prevalentemente sull’esecuzione delle sentenze di condanna dell’apparato pubblico. Resa più difficile, a tempi dilazionati, soggetta a limiti e sospensioni. Tutte a favore della parte pubblica e a carico di quella privata, malgrado la novella di modifica dell’art. 111 della Costituzione, che andava in direzione opposta, forse allo scopo di coprire la contraria prassi legislativa. Avendo scritto un saggio su questo, vi rimando i lettori che volessero approfondire quanto sopra sintetizzato[1].
Malgrado il governo Meloni non sia stato particolarmente attivo in questo andazzo, non risulta l’eliminazione di norme antiparitarie, e si trovano norme in linea con l’abitudine precedente come l’art. 5 sexies comma 12 bis della legge n. 89/01, come modificato dall’art. 1 comma 817, della legge di bilancio 2025. Taòe norma aveva disposto che “decorsi venti giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, per i successivi due anni, i creditori di cui al comma 1 non possono iniziare azioni esecutive o giudizi di ottemperanza e le azioni esecutive e i giudizi di ottemperanza in corso sono sospesi”. La norma è poi stata sostituita dall’art. 9, comma 1, lett. b), n. 5), d.l. 8 agosto 2025, n. 117, onde i processi esecutivi sono sospesi fino al 21 gennaio 2027.
Per cui il “diritto vivente” (cioè quello che risulta effettivamente applicato) negli ultimi trent’anni non è che le sentenze devono essere eseguite, ma come, quando e quante eseguirle è (per lo più) una prerogativa dell’Amministrazione. Con la quale è coerente la decisione della Meloni, indipendentemente dalla circostanza, se i magistrati avessero torto o ragione nel merito. Tenuto conto, al riguardo, che nella vicenda il TAR aveva considerato legittimo il decreto impugnato del 06/08/2021 (Presidente Draghi) e che la normativa de qua risale al secolo scorso.
A favore e contro la decisione della Meloni occorre aggiungere due considerazioni.
La prima che nel caso, data la situazione internazionale (guerre in corso, Ormuz, ecc. ecc.) e interna, nonché il notevole importo del debito, una decisione di rimodulazione del debito spalmandone nel tempo gli effetti, sarebbe coerente col principio della “razionalità rispetto allo scopo” di conservare i conti in ordine, pur contemperando le esigenze fattuali e quelle della legalità.
La seconda (e più in generale): la prassi della seconda Repubblica di occultare i debiti procrastinandone il rimborso ha concorso a creare il colossale debito, e a nasconderne una parte sotto il tappeto. Lo conferma anche questa vicenda, dato che, da quanto si legge, il miliardo da sborsare si è accumulato in quasi un decennio. Se lo Stato avesse pagato nei tempi dovuti, non si sarebbe trovato con un carico così pesante. Certi espedienti finiscono per pagarsi da tutti, tranne quelli che li hanno ideati, tra i quali, visti date, norme e decreti, non c’è la Meloni.
Teodoro Klitsche de la Grange
[1]v. Teodoro Klitsche de la Grange, La lotta contro il diritto, Oaks Editrice, email: info@oakseditrice.it.,