La Turchia nella NATO, tra utilità e ostilità_ di Hajnalka Vincze

Chi può dimenticare questa scena surreale al termine di una cena della NATO nel maggio 2015 ad Antaliya, o su invito del ministro degli Esteri turco, ospite dell’evento, funzionari dell’Alleanza e dei suoi stati i membri cantano tutti insieme, a braccetto, l’inno di Michael Jackson e Lionel Richie: “We are the world”? Due anni dopo, durante un’esercitazione NATO in Norvegia, l’atmosfera è molto più cupa. I quaranta soldati turchi che vi partecipano sono stati appena ritirati, con effetto immediato, dal loro governo. La causa ? A seguito delle singole iniziative di un tecnico e di un ufficiale norvegese, l’immagine di Ataturk (fondatore della Repubblica di Turchia) è stata proiettata come bersaglio nemico nelle esercitazioni e sulle reti sono stati trasmessi falsi messaggi a nome del presidente Erdogan su aspetti sociali interni della NATO.

Se, nonostante la profusione di scuse pubbliche, l’incidente ha così tanto segnato gli spiriti, è perché è avvenuto in un momento in cui i vari e variegati punti di attrito si erano già notevolmente accumulati tra Ankara ei suoi alleati. . Una tendenza che da allora si è solo intensificata. Dalle incursioni in Siria alle ripetute interferenze negli affari interni dei Paesi europei attraverso le comunità turco-musulmane, passando per l’invio di jihadisti in Libia e Nagorno Karabakh, alla violazione dell’embargo sulle armi destinato a Libia (al punto da sfiorare uno scontro militare con la fregata francese Courbet), il ricatto migratorio all’Unione Europea, il controverso acquisto di un sistema di difesa antiaereo russo e la revisione unilaterale delle zone marittime in Mediterraneo orientale. Non mancano “soggetti irritanti, anche conflittuali” . [1]

(Credito fotografico: Hurriyet Daily News)

Non sorprende che in Europa e negli Stati Uniti stiano sorgendo domande prima inimmaginabili sul posto della Turchia nell’Alleanza, e l’ipotesi di una sospensione del suo status di membro viene talvolta sollevata al massimo livello. [2] Tuttavia, è importante distinguere tra le cose. La NATO non è un blocco monolitico e non tutti gli alleati sono colpiti nella stessa misura dalle azioni e dalle minacce della Turchia. Le reazioni variano, anche se solo in base alla posizione geografica. Notevoli differenze stanno emergendo tra America ed Europa, ma anche tra gli alleati europei. Può l’atteggiamento apertamente provocatorio di Ankara essere anche un utile rivelatore, un catalizzatore per spostare l’equilibrio del potere? E se sì, in quale direzione?

La multiforme utilità dell’alleato turco

La Turchia è uno dei pochissimi paesi della NATO ad aver mantenuto un certo grado di indipendenza. Come ha recentemente spiegato il vice segretario generale dell’Alleanza, Camille Grand: “è sorprendente quando si arriva nella NATO come francesi che per 26 alleati su 29 la politica di sicurezza e difesa è Prodotto NATO al 90% o al 99%. Ci sono tre eccezioni: Stati Uniti, Francia e Turchia, che hanno sempre mantenuto la volontà di avere uno strumento di difesa che possa funzionare al di fuori dell’Alleanza Atlantica – come possiamo vedere oggi ” . [3] È alla luce di questa specificità che possiamo decifrare il ruolo della Turchia come alleato – una curiosa miscela di diffidenza e utilità.

Utilità diretta

Appena entrata a far parte dell’Alleanza nel 1952, la Turchia era considerata un prezioso alleato, sul fianco meridionale dell’URSS, una sorta di “pilastro orientale della NATO” . Con il suo esercito che occupa una posizione chiave nel paese e coltiva stretti legami con l’esercito americano, la sua politica estera era strettamente allineata a quella degli Stati Uniti, come durante la crisi di Suez nel 1956. Ankara era una figura, all’epoca, “miglior studente della classe atlantica” . [4] Nonostante i suoi tentativi di perseguire una politica più autonoma qua e là, e in particolare dall’invasione della parte settentrionale di Cipro nel 1974, la Turchia ha sempre fatto bene. ha svolto il suo ruolo nell’Alleanza, che non è altro che“La funzione geopolitica dell’Impero Ottomano dalla guerra di Crimea: ostacolare la spinta russo-sovietica verso il Mediterraneo orientale e il Medio Oriente (la cosiddetta strategia dei mari caldi)  ”. [5]

Inoltre, l’esercito turco è uno dei più forti della NATO, il secondo in forza con 750.000 uomini. L’ex capo di stato maggiore degli eserciti francesi, il generale Henri Bentégeat ha osservato che “per averla conosciuta bene, è uno dei rari eserciti europei in grado di combattere”[6] Neanche a lei importa dei compiti. L’esercito turco è tra i primi cinque contributori alle operazioni dell’Alleanza, ha perso 15 uomini in Afghanistan e partecipa a missioni di addestramento in Iraq e stabilizzazione nei Balcani. La Turchia assumerà anche la guida di una task force congiunta ad altissima prontezza (VJTF) nel 2021. È anche uno dei cinque paesi europei dell’Alleanza che proteggono i dispositivi nucleari tattici americani sul suo territorio, in la base di Incirlik, nell’ambito della cosiddetta condivisione nucleare della NATO (sotto il controllo operativo esclusivo degli Stati Uniti). Il paese ospita anche il Comando della Terra Alleata a Izmir, nonché il Centro di eccellenza per la difesa contro il terrorismo (una scelta un po ‘ironica viste le aspre controversie tra esso e altri alleati, se non altro per definire la portata di questo argomento). La Turchia ospita anche, per conto della NATO, una base aerea di sorveglianza in avanti AWACS a Konya, nonché una stazione radar di allerta precoce a Kürecik. Forte di tutti questi punti di forza, si sta permettendo sempre più di perseguire una politica autonoma.

Utilità fortuita

Per puro caso, certe manifestazioni di questa autonomia possono talvolta coincidere utilmente con le posizioni difese dalla Francia. Questo è stato notoriamente il caso del rifiuto di partecipare all’invasione americana dell’Iraq nel 2003. Più in generale, i due paesi condividono riserve sul vedere la NATO essere troppo coinvolta, e per di più militarmente, in Medio Oriente. Est. Né Ankara né Parigi vogliono apparire lì come un semplice esecutore dell’agenda degli Stati Uniti. Allo stesso modo, i due preferiscono impedire alla NATO, con la sua retorica, di sconvolgere e provocare le potenze nelle loro vicinanze (vicinato nazionale per la Turchia, europeo per la Francia). I due sono quindi anche contrari, per quanto possibile, all’Alleanza che nomina sempre per nome gli avversari.

Un altro tema su cui convergono oggettivamente gli interessi di Ankara e Parigi è quello delle politiche sugli armamenti. Non che la Francia sia un importante fornitore dell’esercito turco, non lo è. I loro approcci sono comunque vicini nel senso che entrambi sono consapevoli dell’importanza fondamentale di un’industria della difesa nazionale. Condividono anche l’esperienza di essere stati tenuti in ostaggio, di volta in volta, dal regolamento ITAR statunitense che richiede l’autorizzazione, caso per caso, ad esportare qualsiasi apparecchiatura che contenga anche un mezzo chiodo di Origine americana. Il blocco del Congresso, in risposta all’acquisto da parte della Turchia del sistema russo S400, mette a repentaglio un accordo di vendita di elicotteri da 1,5 miliardi di dollari (prodotto dalla Turchia ma concesso in licenza per gli Stati Uniti) in Pakistan, con il suo corollario di danni per Ankara in termini di credibilità e immagine. Una situazione ben nota alla Francia, che recentemente ha visto rallentare la vendita di ulteriori Rafale all’Egitto da parte dell’America, idem per i satelliti militari di osservazione diretti negli Emirati Arabi Uniti. Potrebbe quindi emergere una convergenza di vedute tra Francia e Turchia, in un momento in cui si esercita nella NATO una forte spinta americana a favorire programmi “congiunti”, per definizione dipendenti, piuttosto che contributi nazionali.

Utilità paradossale

C’è un terzo modo in cui la Turchia può essere utile, suo malgrado. In effetti, è stata l’invasione turca della Siria nord-orientale, senza consultazione o preavviso, che è servita come ultimo fattore scatenante per il presidente Macron per esporre la sua visione sulla “morte cerebrale” della NATO, in una controversa intervista al settimanale britannico The Economist[7] Leggendo attentamente le parole del presidente francese, è ovvio che le azioni turche erano solo un pretesto. Un’occasione d’oro per attirare l’attenzione sulle disfunzioni dell’Alleanza, sull’inaffidabilità delle garanzie americane e sulla necessità per gli europei di assumere la propria autonomia. Inoltre, non è la prima volta che la Turchia, involontariamente, utilizza argomenti per rafforzare la linea francese all’interno dell’Alleanza atlantica.

All’inizio degli anni 2000, quando è stata lanciata la politica di difesa dell’UE, Ankara ha reso a Parigi un enorme servizio, anche se sperava di fare il contrario. Una delle prime domande all’epoca era l’articolazione tra la nuova politica europea e la NATO. La Turchia, così come la Norvegia, entrambe sostenute dagli Stati Uniti, hanno combattuto, minaccia di veto a sostegno, per ottenere la massima partecipazione degli alleati non membri dell’Unione Europea a questa nuova politica degli Stati Uniti. ‘UNIONE EUROPEA. La Norvegia si rese subito conto della natura controproducente di un simile approccio. D’altra parte, la Turchia è rimasta su questa posizione, di fronte a quella che considerava l’ennesima ingiustizia e umiliazione da parte dell’Europa. L’ostruzionismo turco nella NATO ha dato i suoi frutti: è riuscita a bloccare accordi formali con l’UE, scambi di informazioni, a volte anche la cooperazione nello stesso teatro di operazioni. Ankara impedisce inoltre agli europei di invocare risorse comuni della NATO per condurre un’operazione. Che cosa“Non disturba affatto la Francia o l’Unione Europea, a dire il vero” , secondo il generale Bentégeat, ex presidente del comitato militare dell’Ue. In effetti, il comportamento della Turchia su questo tema è (anche) una dimostrazione su vasta scala degli svantaggi di scommettere su tutta la NATO e, normalmente, un incentivo in più per gli europei a emanciparsi gradualmente da essa.

Ascesa delle ostilità tra alleati

Ci sono molti disaccordi, e stanno crescendo oggi, nelle relazioni tra la Turchia e il resto della NATO. Negli anni si sono accumulate varie e svariate insoddisfazioni da entrambe le parti. Fino ad ora, tuttavia, i rispettivi interessi hanno fatto sì che le due parti ignorassero le differenze e favorissero il mantenimento di questa strana alleanza.

(Credito fotografico: NATO)

Le rimostranze della NATO

Le relazioni sono segnate dapprima da una lunga serie di ambiguità turche, molto poco apprezzate dai partner della NATO. A cominciare dall’offensiva turca in Siria contro le milizie curde alleate della coalizione anti-Daesh, la cui coalizione è guidata dagli Stati Uniti e annovera tra i suoi membri la NATO in quanto tale (che le fornisce il sostegno Aeromobili AWACS). Un’altra spina nel fianco dei rapporti con l’Alleanza, e in particolare con gli Stati Uniti, è l’acquisto da parte della Turchia del sistema di difesa antiaereo russo S400. Nonostante i ripetuti avvertimenti degli alleati occidentali, la Turchia persiste e firma, mentre chiede loro lo spiegamento delle batterie Patriot quando le sue relazioni con Mosca stanno attraversando una fase di tensione. Infine,

Più in generale, le differenze turco-NATO sono evidenti a livello politico-strategico. Anche se l’Alleanza Atlantica è tradizionalmente posizionata contro la Russia e sempre più contro la Cina, Ankara non esita a flirtare con la Shanghai Cooperation Organization (SCO), creata nel 2001 come una sorta di Controparte sino-russa dell’alleanza occidentale. Dal 2012 la Turchia ha lo status di “partner di dialogo” e Ankara aveva più volte espresso l’intenzione di diventare un giorno un membro a pieno titolo dell’organizzazione. Il ministro degli Esteri Ahmet Davutoglu è arrivato al punto di dire:“Con questa scelta dichiariamo di condividere lo stesso destino dei paesi SCO. La Turchia fa parte di una famiglia composta da paesi che convivono non da secoli, ma da millenni. “ Detto questo, la Turchia non intende cambiare un’alleanza con un’altra, ma piuttosto spera di espandere il proprio grado di autonomia. Resta il fatto che gli alleati della NATO non guardano molto favorevolmente alle esercitazioni militari congiunte ad Ankara, nello spazio turco, a volte con i cinesi, a volte con i russi.

Un certo numero di argomenti tecnici, con una dimensione altamente politica, interrompe regolarmente anche le relazioni NATO-Turchia. Al momento dell’istituzione dello scudo antimissile della NATO, la Turchia faceva affidamento sulla posizione geografica ideale di Kürecik, una stazione radar di preallarme, per imporre le sue condizioni: l’Alleanza non nominerà il ‘Iran o Siria (o qualsiasi altro paese vicino alla Turchia) come una minaccia esplicita; i dati raccolti non possono essere trasmessi a paesi terzi (Israele in questo caso); e un alto ufficiale turco sarà permanentemente di stanza presso il Centro di comando della NATO. Per quanto riguarda l’altro grande dossier “tecnico”, il sistema russo S400, l’Alleanza evidenzia i problemi di interoperabilità con i sistemi NATO, ma è l’albero che nasconde la foresta.

La Turchia inoltre non esita a prendere in ostaggio le politiche dell’Alleanza se ritiene che i suoi interessi siano stati danneggiati in un modo o nell’altro. A volte ricorre a minacce di chiusura o restrizione dell’accesso alle basi americano-NATO sul suo territorio. In altri casi, Ankara paralizza per mesi l’attuazione del piano di difesa per la Polonia e gli Stati baltici, blocca tutti i programmi di Partenariato per la Pace che coinvolgono l’Austria, restringe fortemente le possibili aree di consultazione e cooperazione tra UE e NATO, anche se significa generare singhiozzi operativi (come in Kosovo o in Afghanistan). Ciliegina sulla torta, durante la grande epurazione del 2016, a seguito del golpe fallito, Erdogan licenziò da un giorno all’altro la metà dei 300 soldati turchi distaccati nei comandi europei (cosa che non fu priva di problemi di gestione e di competenza, secondo il SACEUR dell’epoca, il generale americano Curtis Scaparotti ). E ancora, l’elenco è tutt’altro che esaustivo.

Le lamentele di Ankara

Da parte turca, l’immagine dell’Alleanza non è affatto più brillante. Secondo l’ultimo sondaggio transatlantico Pew pubblicato all’inizio del 2020, la Turchia è lo Stato membro in cui la NATO è di gran lunga la più impopolare, con solo il 21% di opinioni favorevoli (contro l’82% in Polonia). [ 9] La base del malcontento turco è stata a lungo la sensazione di essere un alleato di seconda classe. I turchi sentono che le politiche e le manovre di altri alleati li smascherano e li mettono in pericolo, senza che abbiano sempre voce in capitolo e senza essere difesi, se necessario, dalla NATO, in tal modo. affidabile e credibile.

In questo contesto, gli alleati sembrano ignorare le preoccupazioni turche su quella che Ankara vede come una minaccia esistenziale per il paese: la sfida curda. Da qui l’estrema tensione all’interno della NATO durante la guerra in Siria sulla definizione di terrorismo. Agli occhi della Turchia la situazione è grottesca: gli Stati Uniti hanno armato e addestrato le milizie curde siriane affiliate al PKK (riconosciuta come organizzazione terroristica sia dall’UE che dall’America), proprio per facilitarne la vita. usandoli come ausiliari in combattimento. Per gli alleati occidentali, l’ossessione curda per Ankara indebolisce la coalizione anti-Daesh e mette così in pericolo la lotta al terrorismo “reale”. La burocrazia della NATO, da parte sua, si nasconde dietro la formula universale:“Stiamo combattendo il terrorismo in tutte le sue forme” .

Di fronte all’aumento delle minacce e alla destabilizzazione del suo vicinato, la Turchia sente di ricoprire nuovamente il ruolo di un alleato affidabile che finirà per fare uno scherzo. Durante la prima guerra del Golfo nel 1991, Ankara accolse le richieste di Washington e le concesse l’uso gratuito della base di Incirlik per le operazioni aeree contro l’Iraq. E questo nonostante la massiccia opposizione dell’opinione pubblica e le dimissioni del Ministro degli Affari Esteri, del Ministro della Difesa e del Capo di Stato Maggiore della Difesa. Nonostante ciò, è stata espressa riluttanza – in particolare dalla Germania – alla NATO per quanto riguarda la difesa della Turchia (in caso di contrattacco iracheno in risposta ai bombardamenti americani). Alla fine, l’Alleanza ha preso questa decisione, ma la sua credibilità, agli occhi dei turchi, ha subito una grave battuta d’arresto.

Ribellarsi nel 2003, durante i preparativi per l’invasione americana dell’Iraq. La Turchia questa volta ha deciso di non mettere a disposizione di Washington l’uso delle sue basi. Alla NATO, gli Stati Uniti vogliono adottare un piano di difesa per la Turchia, che Francia, Germania e Belgio rifiutano, sulla base del fatto che nelle circostanze ciò equivarrebbe ad avallare in anticipo la bellicosa avventura di America. Ancora una volta, la questione verrà risolta sotto la pressione americana e la Turchia riceverà rinforzi alleati, ma non senza un po ‘di amarezza. Da allora, e poiché la regione si è effettivamente scatenata da questa invasione, l’invocazione da parte della Turchia dell’articolo 4 del Trattato di Washington e la richiesta di dispiegamento di batterie Patriot sono diventate un esercizio quasi regolare. Anche in un modo

L’Alleanza nonostante tutto

Tra Ankara e NATO “è sempre stato un matrimonio di convenienza”, secondo James Jeffrey, ex ambasciatore degli Stati Uniti in Turchia. Da un lato, la posizione geopolitica unica della Turchia (al crocevia tra Europa, Medio Oriente e Caucaso, controllando l’accesso al Mar Nero) ha reso Ankara un alleato praticamente insostituibile a cui perdoniamo alcuni scherzi. D’altra parte, quella stessa posizione facile da incassare significa che la Turchia è nel mezzo di una polveriera. Ha quindi bisogno di questa alleanza occidentale anche per proteggersi da potenti vicini e come leva aggiuntiva per opporsi a loro. Per la NATO, l’intensificazione, sia per numero che per natura, delle azioni turche negli ultimi anni pone una questione delicata. Come afferma Muriel Domenach, ambasciatore francese presso la NATO:“Come possiamo tenere a bordo un alleato tanto indispensabile quanto indipendente, per non dire incontrollabile  ?  [10] Questo alla fine si riduce a una questione di dosaggio.

Piantagrane, ma a quale scopo?

Secondo il segretario generale aggiunto della NATO Camille Grand,  “in realtà, l’opinione di tutti gli alleati è che mantenere la Turchia a bordo della NATO oggi ha molti più vantaggi di quanto ne abbia. “svantaggi” . [11] Ha anche osservato: “A Bruxelles, alcuni dicono che è un po ‘come era la Francia, vale a dire un alleato che spesso dice di no, che fa domande, che difende i suoi interessi con molta energia ” . Apprezziamo, tra l’altro, l’uso del passato in termini di brio della Francia … Comunque, il confronto si ferma qui. Nel caso francese, le posizioni solitarie e “non ortodosse” facevano spesso parte di un’ambizione europea, mentre nel caso turco l’Europa è più un bersaglio.

(Credito fotografico: Getty Images su www.express.co.uk)

L’Europa nel mirino

Sarebbe difficile ignorare che, per la maggior parte, gli obiettivi turchi sono principalmente contro gli interessi europei. Il rapporto 2020 della Commissione di Bruxelles non dice altro quando osserva: “La politica estera della Turchia è sempre più in contrasto con le priorità dell’UE” . [12] Questo è incredibilmente vero per l’ UE . crisi nel Mediterraneo orientale. Essendo Grecia e Cipro membri dell’Unione europea, qualsiasi tentativo di sgranocchiare i loro confini, marittimi o meno, equivale a mettere in discussione quelli dell’UE. Questo è esattamente ciò che ha sottolineato Clément Beaune, segretario di Stato francese per gli affari europei:“La Turchia sta perseguendo una strategia consistente nel mettere alla prova i suoi vicini immediati, Grecia e Cipro e, attraverso di loro, l’intera Unione europea .  [13] Fin dall’inizio, la Francia ha visto questo come una questione cruciale per la politica europea. di solidarietà “nei confronti di qualsiasi Stato membro la cui sovranità venga contestata” . [14] Il ministro degli Affari esteri greco segue l’esempio insistendo sul fatto che “la Grecia difenderà i suoi confini nazionali ed europei, la sovranità ei diritti sovrani di “Europa” . [15]

Allo stesso modo, a causa dell’apertura delle frontiere interne in Europa, il ricatto migratorio riguarda in ultima analisi l’intera Unione. Minacciare, come fa il presidente Erdogan, di “lasciare andare” l’Europa dei quasi 4 milioni di migranti sul suo suolo è uno strumento di pressione particolarmente potente – e Ankara è pronta a eliminarlo al minimo inconveniente. In particolare, per evitare gravi sanzioni che l’UE potrebbe adottare in risposta alle sue attività ostili nel Mediterraneo, sia che si tratti dell’esplorazione di idrocarburi nelle acque territoriali greche e cipriote, sia del suo attivo sostegno alla violazione dell’embargo su armi destinate alla Libia.

Oltre ai trasferimenti di armi, la Turchia vi manda anche uomini. Come spiega il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian: “le forze che sostengono il presidente al-Sarraj sono organizzate dai turchi attorno alle milizie nella regione occidentale della Libia. Sono combattenti filo-turchi pagati e trasportati su aerei dalla zona di Idlib per combattere in Libia, sorvegliati da ufficiali turchi ” . E il ministro a suonare il campanello d’allarme:“È importante che l’Unione europea si renda conto che il controllo di questa parte dell’Africa settentrionale sarà assicurato da attori che non hanno gli stessi standard di sicurezza di noi né gli stessi interessi. Ci sono rischi qui per l’Europa in termini di sicurezza e sovranità, che si tratti di flussi migratori incontrollati o di minacce terroristiche “ . [16] Inutile dire che il pericolo che l’Europa sia in balia di potenze straniere che sarebbero in grado di aprire o chiudere a piacimento queste fonti di instabilità. L’ultimo affronto, Ankara ha rilevato l’addestramento della guardia costiera libica: un progetto in cui l’UE aveva già investito anni di sforzi e quasi 50 milioni di euro. [17]

Infine, gli europei subiscono l’interferenza turca nei loro affari interni, che prende il posto delle comunità turco-musulmane installate sul loro suolo. I governi che cercano di resistere, ad esempio vietando le campagne politiche interne turche sul loro territorio, sono descritti da Ankara come fascisti, nazisti, razzisti e islamofobi. È stato a causa di tale “attrito” in vista del referendum costituzionale turco del 2017 che Germania, Francia, Danimarca e Paesi Bassi hanno impedito che il vertice NATO del 2018 si tenesse in Turchia. Se le sporgenze di Erdogan sono solo la punta dell’iceberg, non sono meno istruttive. Che dire, infatti, di un alleato, che chiede agli immigrati di origine turca di avere tanti figli per vendicarsi delle ingiustizie e diventare“Il futuro dell’Europa  ?  [18] O chi lancia avvertimenti pericolosi: a meno che non cambino atteggiamento nei confronti della Turchia, gli europei non saranno in grado di camminare in sicurezza per le strade … [19]

La pretesa del presidente turco di essere la punta di diamante del mondo musulmano lo aveva già portato a importare queste questioni di “civiltà” nell’Alleanza. Anche se gli alleati erano impegnati contro i terroristi Daesh, gli ufficiali turchi, su istruzioni del loro governo, passavano il loro tempo a impedire che i documenti dell’Alleanza avessero alcun legame tra terrorismo e Islam. ] Allo stesso modo, Erdogan ha cercato di bloccare, nel 2009, la nomina di Anders Fogh Rasmussen alla carica di Segretario generale della NATO. Il suo crimine? Dopo la pubblicazione delle caricature di Maometto su un quotidiano danese, Rasmussen, allora primo ministro, non si scusò (a sufficienza) con il mondo musulmano. In particolare, ha avuto l’audacia di affermare:“In Danimarca attribuiamo un’importanza fondamentale alla libertà di espressione” . Anche se si è affrettato ad aggiungere: “Detto questo, rispetto profondamente i sentimenti religiosi degli altri. Da parte mia, non avrei mai scelto di disegnare simboli religiosi in questo modo ” . Tuttavia, è stato necessario l’intervento del presidente Obama perché Ankara revocasse il suo veto.

Europei con abbonati assenti

Certamente, la stessa Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, fa l’osservazione sulla Turchia: ”  se siamo geograficamente vicini, la distanza tra noi sembra continuare a crescere” . Per lo scenario più chiaro, quello in cui la Turchia minaccia esplicitamente i confini europei, ci assicura: “I nostri Stati membri, Cipro e Grecia, potranno sempre contare sulla totale solidarietà europea per tutelare i loro legittimi diritti in questo settore. di sovranità “. Tuttavia, anche su questo tema, pochi Stati membri, a parte la Francia, sono presenti quando si tratta di tradurre in azione questa proclamata solidarietà. Sia attraverso l’imposizione di sanzioni, sia attraverso adeguati schieramenti militari, come l’invio di navi da guerra francesi e aerei da combattimento nell’area. I partner europei vestono la loro inerzia dietro la facile formula secondo la quale “non dobbiamo soprattutto alienare la Turchia” . Tuttavia, non si dovrebbe scavare troppo in profondità per trovare altri motivi.

La Germania è un caso da manuale. È estremamente discreta sui temi più sfortunati che coinvolgono la Turchia, pur offrendo i suoi servizi di “mediazione”. Strana confusione di ruoli da parte di Berlino che, pur assumendo la presidenza di turno dell’Unione Europea, preferisce non prendere posizione quando un alleato extracomunitario, la Turchia, usa manovre intimidatorie per per quanto riguarda due paesi dell’UE, Cipro e Grecia. Inoltre, piuttosto che parlare a sostegno dei suoi partner dell’UE, la Germania sembra prevenuta a favore dell’altra parte. A causa degli strettissimi legami economici e migratori che si sono intessuti tra Berlino e Ankara, oggi è troppo esposta alle pressioni turche per poter agire come arbitro imparziale. Ospita una diaspora turca di circa 4 milioni di persone,

Per finire, la Germania e la maggior parte dei paesi europei hanno in mente un’altra considerazione quando sono riluttanti a rispondere seriamente alle provocazioni del presidente Erdogan. La cancelliera Merkel è arrivata a un vertice dell’UE dedicato a rispondere alle provocazioni turche, dicendo fin dall’inizio che non aveva intenzione di colpire troppo duramente le sanzioni perché, ha voluto ricordare : “La Turchia è un alleato della NATO”. Il desiderio di non seminare discordia nell’Alleanza ha la precedenza, come spesso, sugli interessi propriamente europei. Gli alleati europei non vogliono in particolare indebolire ulteriormente una NATO già vacillante (recentemente sotto i colpi del presidente Trump) ma che considerano ancora, a torto oa ragione, la garanzia ultima della loro difesa.

L’America con le sue priorità

L’Alleanza, per definizione, non è mai stato il forum più in grado di arginare le inclinazioni turche, per il semplice motivo che la Turchia, in quanto Stato membro, ha proprio lì il diritto di veto. Al di là di questa verità lapalissiana, è la posizione degli Stati Uniti che spiega ampiamente il silenzio e la procrastinazione della NATO sui numerosi fascicoli controversi che coinvolgono l’alleato turco. Di questi, solo due sono considerati dall’America come problemi seri. La prima è la questione curda, con Washington che difficilmente si rende conto che le preoccupazioni di Ankara ostacolano i suoi piani e le sue attività nella regione, sia in Iraq che in Siria. Il secondo riguarda l’acquisto da parte della Turchia del sistema di difesa antiaereo russo S400.

Ironia della sorte, anche su questi due temi che si oppongono soprattutto turchi e americani, sono ancora gli europei a rischiare di pagarne le spese. Quando la NATO ha rifiutato di designare le milizie curde siriane come gruppi terroristici, è stato il piano di difesa per i paesi baltici e per la Polonia che è stato tenuto in ostaggio per molti mesi dalla Turchia. Allo stesso modo, se gli Stati Uniti spingono per l’imposizione di sanzioni contro i turchi a causa dell’acquisto di attrezzature russe, una delle prime ritorsioni di Ankara contro “l’Occidente” sarà necessariamente ricorrere a al ricatto migratorio alle frontiere dell’UE, ancora una volta. L’Europa, geograficamente esposta e politicamente paralizzata, è l’obiettivo ideale della Turchia.

A parte la questione curda e l’S400, gli Stati Uniti guardano altri soggetti da lontano, avendo in mente le proprie priorità. Tutto ciò che aiuta a isolare la Russia, arginare la Cina e mantenere l’Europa sotto tutela è il benvenuto. La Turchia occupa una posizione chiave su tutti e tre i fronti: guardiano sul fianco meridionale della Russia, tenendo lo stretto del Bosforo e dei Dardanelli; un collegamento cruciale nei piani della Cina per la Nuova Via della Seta; e fonte permanente di confusione nelle ambizioni della difesa europea, Ankara ha quindi ancora molte carte in mano.

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Da questo panorama complesso emerge un fatto ovvio: NATO ed Europa non sono la stessa cosa. La presenza della Turchia nell’Alleanza atlantica, e la distanza geografica dagli Stati Uniti, fanno sì che per gli europei la NATO non sia, lontano da essa, il foro ideale per trattare argomenti che riguardano Ankara. È anche con questa idea in mente che la Grecia ha insistito su un dettaglio significativo nel trattato UE. In particolare inserire, tra gli obiettivi della politica estera e di sicurezza, la “salvaguardia dell’integrità dell’Unione”, in altre parole la difesa delle frontiere esterne. Questo elemento – peraltro spesso ignorato, eppure ricco di possibili ramificazioni – è stato aggiunto nel Trattato di Amsterdam del 1997, su esplicita richiesta di Atene, che non è affatto sfuggita ai leader turchi.

Non appena la Turchia se ne è impossessata, con gli accordi NATO-UE sospesi per l’approvazione di tutti gli alleati, una delle condizioni poste da Ankara è stata la promessa che le forze dell’Unione Europea non saranno mai usate contro uno Stato membro. dell’Alleanza. La Turchia voleva impedire alla Grecia, poi affiancata da Cipro dopo la sua adesione all’UE, di poter coinvolgere militarmente l’intera Unione nelle loro controversie. Al termine di due anni di trattative, è stata fatta la promessa, con lo strano impegno, richiesto dalla Grecia in nome del principio di reciprocità, che nemmeno la NATO attaccherà mai un Paese dell’Unione Europea. Ad ogni modo, questi dettagli dicono molto sulla netta distinzione tra le due organizzazioni, nonostante il fatto che 21 stati siano membri di entrambe. Sul caso turco,

Per Washington, a differenza dell’Europa, l’importanza della questione turca è abbastanza relativa. L’America può permettersi un approccio più distaccato e più libero. Certo, Ankara è un alleato di prim’ordine nel contrastare le inclinazioni russe, iraniane o cinesi, o anche le timide ambizioni europee di autonomia strategica. D’altra parte, è improbabile che gli Stati Uniti si trovino sotto la pressione diretta della sicurezza sia ai suoi confini che al loro interno, a causa di possibili animosità della Turchia. Il loro principale avversario è la Cina, e in una certa misura ancora la Russia. L’America sta osservando attraverso questo prisma le manovre in Medio Oriente, in termini di concorrenza, isolamento e contenimento da Mosca e, soprattutto, Pechino. Finché la Turchia contribuisce, avrà il suo posto nella NATO, rimarrà un utile alleato. Ma le sue azioni non devono disturbare troppo la disciplina dell’Alleanza, che spinge gli europei a prendere le distanze, il che impedirebbe il loro reclutamento dietro Washington, sotto la bandiera della NATO, nella competizione tra le grandi potenze. Dove finirà l’equilibrio? Harold Macmillan, primo ministro britannico alla fine degli anni ’50, una volta rispose al giornalista che gli chiedeva cosa influenzi maggiormente la politica del governo: Dove finirà l’equilibrio? Harold Macmillan, primo ministro britannico alla fine degli anni ’50, una volta rispose al giornalista che gli chiedeva cosa influenzi maggiormente la politica del governo: Dove finirà l’equilibrio? Harold Macmillan, primo ministro britannico alla fine degli anni ’50, una volta ha risposto al giornalista che gli ha chiesto cosa influenza maggiormente la politica del governo:“Gli eventi, mio ​​caro ragazzo, gli eventi” …

(Hajnalka Vincze, Turchia nella NATO, tra utilità e ostilità, Nota IVERIS, 26 novembre 2020)

Note:
[1] Audizione di Jean-Yves Le Drian, ministro per l’Europa e gli affari esteri, davanti alla commissione per gli affari esteri dell’Assemblea nazionale, Parigi, 7 ottobre 2020.
[2] Ministro degli affari esteri degli Stati Uniti John Kerry aveva già lanciato l’idea di una sospensione nel 2016 e il ministro della Difesa Mark Esper ha rivelato alla fine del 2019 che anche lui aveva avvertito Ankara che il suo mantenimento nella NATO era in pericolo. Da parte della Francia, l’ex presidente François Hollande, chiede di sospendere la partecipazione turca alla NATO. Per il ministro Le Drian serve una “grande spiegazione”, perché “non sappiamo più se la Turchia è nell’alleanza, fuori dall’alleanza o al suo fianco. “
[3] Tavola rotonda all’Assemblea nazionale, 27 novembre 2019.
[4] Jean-Sylvestre Mongrenier, Lo stato turco, il suo esercito e la NATO: amico, alleato, non allineato?, Hérodote 2013/1.
[5] Idem.
[6] Tavola rotonda all’Assemblea nazionale, 27 novembre 2019.
[7] Trascrizione: Emmanuel Macron nelle sue stesse parole (francese) – Intervista del presidente francese a The Economist, 7 novembre 2019.
[8] Audizione di SE Ismaïl Hakki Musa, ambasciatore turco in Francia, alla commissione per gli affari esteri e la difesa del Senato, 9 luglio 2020.
[9] NATO vista favorevolmente negli Stati membri, Pew Research Center, 9 febbraio 2020.
[10] Audizione di Muriel Domenach alla Commissione Affari Esteri e Difesa del Senato, 18 dicembre 2019.
[11] Tavola Rotonda all’Assemblea Nazionale, 27 novembre 2019.
[12] Rapporto sulla Turchia 2020, Commissione europea, 6 ottobre 2020.
[13] Audizione di Clément Beaune, Segretario di Stato per gli affari europei, alla Commissione per gli affari europei dell’Assemblea nazionale, 17 settembre 2020.
[14]
Comunicato stampa dell’Elysee, 12 agosto 2020. [15] Alleati della NATO si scontrano nel Mediterraneo, Fr24news, 26 agosto 2020.
[16] Situazione nel Mediterraneo – Audizione di Jean-Yves Le Drian, Europa e Affari Esteri, alla Commissione Affari Esteri e Difesa Nazionale del Senato, 8 luglio 2020.
[17] Nicolas Gros-Verheyde, La formazione della Guardia Costiera libica: nelle mani dei turchi? Cattivo segnale per gli europei, Bruxelles2, 25 ottobre 2020.
[18] “You Are the Future of Europe”, Erdogan Tells Turks, New York Times, 17 marzo 2017.
[19] Erdogan avverte che gli europei “non cammineranno sani e salvi” se l’atteggiamento persiste, mentre la discussione continua, Reuters, 22 marzo 2017 .
[20] Kamal A. Beyoghlow, Turchia e Stati Uniti sul Brink, US Army War college, gennaio 2020, p44.

https://www.iveris.eu/list/notes/525-la_turquie_dans_lotan_entre_utilite_et_hostilites

INIMICIZIA, CONFLITTO E BLOCCO SOCIALE, di Teodoro Klitsche de la Grange

INIMICIZIA, CONFLITTO E BLOCCO SOCIALE

1. In relazione all’esito delle elezioni presidenziali americane è stata ripetuta la tesi – formulata oltre vent’anni fa da Christopher Lasch – che le élite dirigenti sono vieppiù separate dal popolo; e che queste non riescono a comprenderlo, né a capire le ragioni per cui ciò è avvenuto, né perché il tutto permane. La frattura ormai è consolidata: il giudizio, condiviso da tanti, che Trump ha perso le elezioni ma il trumpismo è quanto mai in buona salute (a differenza di quanto avviene per altri movimenti populisti – come i 5 Stelle) lo corrobora.

La tesi di Lasch (e di altri) è essenzialmente sovrastrutturale, e cioè relativa a differenze nei modi di pensare, negli stili di vita, nei valori di riferimento della classe dirigente e del popolo, più che strutturale, cioè dipendente dai rapporti di produzione o economici in genere. Il che caduca comunque la distinzione marxiana della lotta di classe nell’età capitalista come conflitto economico tra proletariato e borghesia.

Se comunque è condivisibile la tesi della caducazione/neutralizzazione della lotta borghesia/proletariato come distinzione politica prevalente nel “secolo breve”(ora non più)1 occorre vedere se, nell’attuale contrapposizione emersa (e in parte emergente) globalisti/populisti ci sia un conflitto d’interessi economici che se non determina, rafforza ed enfatizza un contrasto cui concorrono vari elementi sovrastrutturali di guisa da trasformarlo – congiuntamente – in discriminante politica prevalente.

2. Scriveva Berlinguer in un noto saggio, di poco successivo al golpe di Pinochet contro il Presidente Allende che “tra proletariato e la grande borghesia – le due classi antagoniste fondamentali nel regime capitalistico – si è infatti creata, nelle città e nelle campagne, una rete di categorie e di strati intermedi, che spesso si sogliono considerare nel loro complesso e chiamare genericamente «ceto medio»” e che “per gruppi decisivi di ceto medio il passaggio a nuovi rapporti di tipo socialista o socialisti non avverrà che sulla base del loro vantaggio economico e del libero consenso, e che in una società democratica che si sviluppi verso il socialismo sarà garantita la loro attività economica” (il corsivo è mio); ne deduceva la necessità di una strategia di alleanze (con i ceti medi): “la strategia delle riforme può dunque affermarsi e avanzare solo se essa è sorretta da una strategia di alleanze. Anzi, noi abbiamo sottolineato che, nel rapporto tra riforme e alleanze, queste sono la condizione decisiva perché, se si restringono le alleanze della classe operaia e si estende la base sociale dei gruppi dominanti, prima o poi la realizzazione stessa delle riforme viene meno”. La politica di alleanze inizia con la ricerca di punti di convergenza tra la classe operaia e le altre forze sociali “di modo da non sospingere in posizione di ostilità vasti strati di ceti intermedi, ma riceva invece, in tutte le sue fasi, il consenso della grande maggioranza della popolazione… Questo è certamente uno dei problemi vitali che ha dinnanzi a sé un governo di forze lavoratrici e popolari” (i corsivi sono miei). Concludeva con la proposta del “compromesso storico” e il rifiuto di un’alternativa di sinistra.

3. In quel saggio del segretario del PCI oltre a Marx c’è tanto altro, Gramsci soprattutto, con la sua teoria del blocco storico e dell’egemonia, esercitata attraverso la direzione ideale e il consenso che la classe dirigente riscuote, e non solo nel potere praticato attraverso gli apparati coercitivi statali. Quanto al blocco storico (maggioritario) questo è il sistema di alleanze sociali della classe operaia che guarda, nello specifico della situazione italiana (di allora), ai contadini del Nord e del Sud. Il proletariato, scriveva Gramsci «può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classe che gli permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione lavoratrice, ciò che significa, in Italia, nei reali rapporti di classe esistenti, nella misura in cui riesce a ottenere il consenso delle masse contadine»”. Tale blocco storico (operai del nord – contadini del sud) era speculare a quello dirigente, composto da industriali del nord ed agrari del Mezzogiorno. Per Gramsci il blocco storico è collegato alla concezione del Partito come “moderno Principe” e (ancor di più) alla funzione dell’intellettuale organico, peraltro di difficoltosa applicazione alla situazione italiana contemporanea, caratterizzata da partiti sicuramente più leggeri di quello bolscevico (e anche del Partito comunista di Gramsci); e neppure giovantesi dell’opera di intellettuali organici (semmai di non – o poco – intellettuali e neppure tanto organici). Tuttavia appare abbastanza coeso un “blocco sociale” o almeno socio-politico di orientamento sovran-popul-identitario, largamente maggioritario, che perdura ed ha una continuità a dispetto delle vicende e degli insistenti tentativi – interni ed anche internazionali – di dividerlo, così da ridurne la capacità d’incidenza.

4. Il tutto è evidente da quanto capitato negli ultimi decenni in Italia. Dopo il risultato delle politiche del 2018, i partiti che esprimevano le aspirazioni dei gruppi sociali riconducibili al “blocco” (grillini, leghisti e Fratelli d’Italia)2 hanno avuto un elettorato costante e fidelizzato più che al singolo partito, all’insieme di appartenenza. Se le somme dei tre “attori” principali – ancorché qualche punto in più lo si ottiene sommando le liste minori – era alle politiche 2018 di circa il 55%, alle europee del 2019 del 57,5%, mentre nelle successive elezioni regionali e sondaggi è all’incirca pari alle europee, il totale complessivo è costante, anzi in lieve aumento. Accompagnato, negli ultimi sondaggi, da un trasferimento di gradimento dalla Lega e dal M5S a Fratelli d’Italia, ormai oltre il 16%3. Consegue da questi dati che la base sociale dei partiti “populisti” è fluida al loro interno, ma solida verso l’esterno. D’altra parte a fare la somma dei partiti globalisti, cioè essenzialmente PD + LEU+ FI e minori, la somma non oltrepassa mai un terzo (abbondante) dell’elettorato: anch’essa è relativamente stabile, attestata su un’inferiorità di almeno 20 punti percentuali rispetto agli avversari.

In questa situazione, la mossa di far nascere il Conte-bis staccando il M5S dall’alleanza è, come ho ripetuto, l’applicazione di una delle regole fondamentali della politica: dividere gli avversari. Da sempre praticata, dal divide et impera dei romani al “mai la guerra su due fronti” del Quartiere generale tedesco del secolo scorso4.

Tuttavia, anche in tal caso, la persistenza dello schieramento anti-establishment è continuata, con: a) il progressivo svuotamento del M5S a favore dei partiti affini più coerenti nella contrapposizione all’establishment b) nelle difficoltà del governo, almeno a prendere decisioni incidenti sul crinale discriminatorio (v. MES e “aiuti europei”). Né cambia molto che, attualmente, Lega e Fratelli d’Italia siano alleati di un partito disomogeneo allo schieramento populisti versus globalisti come FI, perché il di esso ridimensionamento costante e progressivo lo rende meno rilevante, nè è facile per Berlusconi, indicato per un ventennio come l’arcidiavolo dalla sinistra (ora sostituito, nel ruolo, da Salvini), raggiungere un accordo con gli storici avversari5.

È interessante, anche in rapporto a situazioni non dissimili di altri paesi occidentali, chiedersi le ragioni di tale persistenza e in che misura rifletta la differenziazione economico-sociale tra i rispettivi elettorati.

5. Mi è capitato più volte di notare come, dopo il crollo del comunismo, il discrimine politico, nel senso della distinzione amico-nemico, era passato da quello marxiano (nel secolo breve) cioè borghesia/proletariato a un altro, non percepito come economico – almeno in gran parte – ma socio-culturale, come anticipato da Lasch. Tuttavia, senza trascurare i voti degli operai bianchi americani, (passati, secondo quanto si legge, da un voto – in maggioranza – ai democratici a quello a Trump – v. risultati negli Stati della Rustbelt) la “crescita” economica italiana, successiva al crollo del comunismo, è stata la peggiore dell’area UE come dell’area euro.

Il ristagno dei redditi, delle aspettative di vita (e molto spesso la loro riduzione), politiche economiche volte a favorire il capitale (finanziario, in primo luogo), il trasferimento di capitali, l’importazione di manodopera a basso costo (le migrazioni), la delocalizzazione, l’aumento (e la distribuzione) degli oneri fiscali ha provocato, in Italia (e non solo, ma soprattutto) una serie di cambiamenti nell’ultimo trentennio i quali, negli aspetti più rilevanti sono: elevato tasso di disoccupazione, incremento della pressione fiscale (e para-fiscale), peggiore distribuzione della stessa, contrazioni delle prestazioni previdenziali e assistenziali, oltre alla consueta scarsa efficienza dell’apparato amministrativo.

In gran parte dovute a scelte che colpiscono soprattutto (o soltanto) i ceti medi e gli strati popolari (ossia a basso reddito)6.

E il tutto evidentemente, non è molto distante da quanto praticato in altri paesi, se la tesi che le élite dirigenti in occidente hanno “tosato” i ceti medi e popolari è stata, in modo non tanto dissimile espresso da molti: dal filosofo spagnolo Dalmacio Negro Pavon, il quale ha affermato come la crisi economica, successiva al 2008 è stata fatta pagare ai ceti medi, al socialista proudhoniano francese Jean Claude Michéa, per il quale (come per molti altri) sono stati i “perdenti della globalizzazione”, ossia quell’80-90% della comunità che non fa parte delle élite né del loro seguito sociale a sostenere il costo.

6. In Italia abbiamo avuto la sfortuna del governo Monti, il cui pregio maggiore è di aver svolto la politica più coerente nell’accollare ai “perdenti della globalizzazione” gli oneri, senza peraltro riuscire ad avviare una ripresa, anzi, peggiorando il deficit (e così facendo da levatrice all’alternativa).

Restano i fatti: l’IMU – con gettito quasi triplicato rispetto all’ICI – colpisce gran parte della popolazione, essendo gli italiani – a leggere le statistiche – all’80% proprietari di casa; le pensioni “d’oro” e “d’argento”, così sono denominate rispettivamente, le pensioni superiori agli € 2.500 e a € 1.300,00 (netti) mensili, sono bloccate o semi-bloccate da ormai 8 anni, a carico quindi dei ceti medi (e non solo); l’aumento del prelievo fiscale che all’epoca del governo “tecnico” raggiunse il livello più alto; la legislazione volta a dilazionare i pagamenti pubblici (questa e il precedente praticati anche da gran parte dei governi della “seconda repubblica”) il c.d. “rigore” che riduceva, oltre alla possibilità di ripresa anche l’occupazione. E si potrebbe continuare con molto altro, praticato da Monti (e, in misura minore, dai governi successivi)7 ispirato dalla medesima filosofia. Il tutto condito dalle consuete litanie o meglio, paretianamente – derivazioni – (ce lo chiede l’Europa…così fan tutti, ecc. ecc.), una delle quali è – in particolare – rivelatrice dell’espediente tattico d’indicare ai contribuenti il nemico cui addebitare il prelievo: l’evasione fiscale. Pertanto attribuita, dai salmodianti (al servizio delle élite) ai lavoratori autonomi. Così il nemico, il rapace predatore non è l’esattore, ma l’idraulico, il ragioniere, il geometra, il medico. Manifesto artifizio volto a dividere l’opposizione sociale e politica e a sterilizzarnene preventivamente la resistenza.

Di fronte a ciò le misure economiche del governo Conte 1 costituivano – anche se nella durata breve di tale esecutivo – un limitato, quanto deciso cambio di direzione. Le modifiche alla legge Fornero e l’aumento della soglia del prelievo forfettario ai lavoratori autonomi hanno dato un sollievo ai ceti medi (e non solo); il reddito di cittadinanza a quelli più disagiati come i disoccupati. Tutti tartassati o trascurati dai governi precedenti, e in qualche misura, rappresentati dalle due componenti del governo; Lega e M5S.

E preconizzava così un nuovo “blocco storico” al governo, fondato sull’alleanza tra classe media e ceti popolari. Data la dimensione di tali gruppi sociali, la maggioranza elettorale era (ed è tuttora) assicurata. Di qui l’esigenza vitale di dividerli e la nascita del Conte 2.

7. Le vicende successive – in cui un ruolo perturbatore è stato svolto dalla pandemia – stanno dimostrando tuttavia che, sia pure riuscito il processo di divisione al vertice, non lo è altrettanto alla base. L’elettorato sta semplicemente trasmigrando dai grillini agli anti-establishment più conseguenti. L’opposizione politica e sociale alle élite non demorde e nemmeno si attenua. I provvedimenti (spesso discriminatori) presi dal governo PD-grillini, a quanto pare, la stanno attizzando.

Il carattere discriminatorio degli – effettuati ed annunciati – “ristori” relativamente protettivi per i lavoratori dipendenti, molto meno per le imprese (termine che ricorre con preoccupante frequenza nelle dichiarazioni al miele dei politici), e quasi nulli per i lavoratori autonomi (che spesso sono piccole imprese) conferma l’espediente di dividere il blocco sociale; ma come detto, almeno finora, al culmine della “seconda ondata” del Covid, pare non riuscito. Anzi è socialmente diffusa una diffidenza e crescente insofferenza, rappresentata dalla stampa mainstream come (addirittura) negazionista (della pandemia, del virus, ecc. ecc.), ma in effetti rivolti contro le insufficienti misure – perché a carattere non generale, più che economicamente insufficienti. Si aggiunge a ciò che, per alcune categorie il ristoro è pieno (o quasi); anzi tenuto conto della pratica dello smart-working la prestazione lavorativa è così ridotta e/o più comoda8; pertanto a parità di retribuzione, il lavoro prestato è minore.

8. È comunque evidente che, a con-causare la contrapposizione, è anche un conflitto economico-sociale9. Conflitto antico, almeno quanto quelli enumerati nell’apertura del “Manifesto” di Marx ed Engels, e spesso considerato in epoca moderna, dai pensatori italiani (e non solo): quello di appropriazione delle risorse tra governanti e governati10.

All’uopo è utile ricordare che studiosi italiani di scienze delle finanze da Pantaleoni in poi distinguono i rapporti economici tra governanti e governati in tre categorie: tutoriali, quando le scelte dei governanti sono orientate alla salvaguardia dell’interesse di tutti; parassitari (i governati sono sottomessi e sfruttati al fine di procurare durevole vantaggio a favore della élite dirigente e delle categorie da questa preferite); predatori (dove prevale l’interesse delle classi dominanti ad aumentare il proprio utile, in particolare “a breve periodo”), laddove l’appropriazione delle risorse è sregolata e soprattutto depressiva della ricchezza della comunità.

Nella c.d. “seconda repubblica”, le cui forze politiche prevalenti sono quelle ora in costante diminuzione elettorale, l’andamento è stato predatorio più che parassitario. L’aumento fiscale rispetto al PIL è stato tra i più alti in Europa ossia +3,2%, più del doppio della zona euro (+ 1,5%); nel periodo 2008-2017 l’aumento è stato dell’1,3%11. Nello stesso periodo l’aumento del reddito individuale degli italiani è stato mediamente dello0,3% l’anno, ma è crollato dopo il 2008, aiutato nella discesa dalle politiche “rigorose” del governo Monti (e successive).

Dalla persistenza e dalla irreversibilità da ciò derivano due conseguenze: dalla stagnazione/recessione che il reddito degli italiani è stabilmente in calo; all’altra che il prelievo fiscale è, altrettanto stabilmente in aumento.

La somma di tali risultati è che gli italiani – salvo minoranze privilegiate – sono più poveri12. Il rapporto debito/PIL che sarebbe stato il motivo per le politiche rigorose poi è sempre in aumento, ad onta della scienza e tecnica profuse per ridurlo.

Tanto e durevole sconquasso non poteva sfuggire alla maggioranza degli italiani malgrado gli sforzi fatti per nasconderlo o edulcorarlo, sviando così l’attenzione. Piuttosto, di fronte all’argomento decisivo dei governi di centro-sinistra che i lavoratori autonomi evadono di più (paghiamone meno, paghiamole tutti) pare che gli italiani, sospettino che se grandi imprese nate e cresciute in Italia mettono la sede in Olanda, qualche beneficio societario e fiscale lo dovrebbero avere, altrimenti sarebbero amministrate da minus habentes. Ma un beneficio legale a favore di colossi economici a quante evasioni di “partite IVA” corrisponde? A qualche centinaia di migliaia cadauno?13. Non è da escludere che l’elusione fiscale di grandi imprese sia pari a centinaia di migliaia di contribuenti. E che l’aumento delle imposte e l’istituzione di nuove sia dovuta – anche – a ciò.

9. Ciò stante occorre, per concludere, chiarire la “natura” del conflitto, e non solo delle cause – plurime – che l’hanno indotta e alimentata.

Miglio sosteneva che il concetto marxista di classe è di limitata utilità per spiegare il conflitto politico14. Con un giudizio che ricorda Gramsci (oltre Hegel) scrive “La verità è che una classe diventa traente – qui uso il concetto in senso hegeliano – una classe diventa ‘generale’ in un processo storico, quando riesce a trascinare anche le altre”15; e le classi sociali “sono protagonisti ‘occasionali’ della storia. Di fatto, protagonista della storia è invece soltanto la classe politica, con le sue frazioni e il loro continuo alternarsi… le classi economico-sociali contano in quanto diventano seguito di frazioni di classe politica e operano nella storia essenzialmente come seguiti di classe politica”16; ma la classe sociale, non è tanto costituita dall’appartenenza a un gruppo (imprenditori, operai, redditieri, ecc. ecc.) ma dalla rappresentazione da parte dei componenti dell’appartenenza stessa, ossia “l’autoascrizione e la consapevolezza, in cui giuoca l’elemento politico dell’identificazione”. Se si sviluppano queste valutazioni di Miglio a determinare il blocco storico è principalmente e politicamente la condivisione del nemico, interno ed esterno17.

Per l’Italia del XXI secolo, le élite della seconda repubblica hanno, con le loro politiche, alimentato l’ostilità (a loro) di vasti strati sociali – largamente maggioritari – come sopra (brevemente) ricordato. Con l’emergenza Covid il tutto è peggiorato: basti notare che, se altre categorie sono state appena toccate (gli impiegati pubblici); altre relativamente protette (i dipendenti privati); altre ancora risarcite al minimo come i lavoratori autonomi18, infine taluni – qualche trascurabile milione di cittadini – non ha ricevuto né riceverà nulla (neanche le mascherine gratuite). É significativo notare poi che per le categorie più trascurate, si provveda non a cali d’imposte, ma a rinvii per pagare le medesime. Come a dire che comunque i gruppi sociali alimentati dall’apparato pubblico (tax-consommers) e che non sono solo i dipendenti, ma, soprattutto, i beneficiati dalle spese, devono essere salvaguardati al meglio (ossia, in realtà, alla meno peggio); gli altri assai meno, e, talvolta, niente.

In questa situazione di crisi nella crisi e (in parte conseguente alla stessa) di contrapposizione occorre concludere se si tratti di un conflitto concausale (politico – economico – culturale) o di altro in che misura sia componibile (istituzionalizzabile).

Quanto al primo quesito, il conflitto populisti/globalisti è concausale – cioè a cause plurime. Resta comunque evidente che è politico, coinvolgendo essenzialmente e complessivamente situazioni di tale natura (e intensità). Ad esempio: la stagnazione e poi la contrazione del PIL e del reddito individuale negli ultimi trent’anni in Italia è un fatto non soltanto economico, perché se, come sosteneva Miglio, l’oggetto dell’obbligazione politica e la garanzia del futuro19, a lungo andare di futuro per la comunità e gli individui non ce ne sarà o sarà un futuro di miseria ed asservimento.

Analogamente può dirsi per il calo demografico mutatis mutandis; in prospettiva si vede la fine dell’esistenza comunitaria. Se la politica è soprattutto un’attività di garanzia dell’esistenza e lo scambio politico, come scriveva Hobbes è tra protezione (dei governanti) e obbedienza (dei governati) l’affare è a perdere. Così per i modi di esistenza e gli stili di vita, che coinvolgono la cultura, già attentamente evidenziato non solo da Lasch, ma anche da qualche film italiano (negli aspetti di costume).

Il fatto che la distinzione amico-nemico sia originata da una pluralità di cause concorrenti, non la depotenzia, ma semmai la rafforza. Se il nemico è non solo colui che mi opprime e/o mi minaccia, ma anche mi sfrutta economicamente, sottraendo risorse, e pretende di farlo perché ha la laurea e sa come ci si comporta in società, il senso di alterità e di contrapposizione è potenziato20.

D’altra parte la politicità e la robustezza della contrapposizione nell’aver cementato gruppi sociali differenti è data dalla di essa solidità, a scapito (e a differenza) dei movimenti politici che la rappresentano e la organizzano. La sorte del movimento 5 stelle è emblematica: ha perso circa metà dei propri voti, quasi tutti a favore della LEGA, con il governo Conte 1, perché Salvini si è dimostrato assai più determinato, energico e coerente nel combattere il nemico e perseguire obiettivi condivisi; col governo Conte 2, originato da un ribaltone con il principale partito globalista, ne ha perso almeno un altro terzo abbondante (v. risultati elezioni regionali e locali). Già si legge che il M5S sarà non la nuova DC (come taluno credeva 2-3 anni orsono) ma il prossimo Partito radicale (soprattutto per le dimensioni).

In qualche misura questa indifferenza tra comportamento della base sociale rispetto alla (propria) rappresentanza politica da alla prima una coerenza e persistenza che ne fa un soggetto (movimento sociale) autonomo il quale (diversamente dal blocco storico di Gramsci) prescinde dalla (propria) istituzionalizzazione (in strutture sia politiche-partitiche che statali).

Probabilmente questa solidità della base sociale è stata prodotta più dalla comunanza dell’avversario che dal resto; d’altra parte l’effetto unificante del nemico su un gruppo sociale è cosa risaputa da Eschilo in poi. Per questo appare di efficacia assai modesta e non risolutiva il modello di reazione praticato dagli avversari, connotato dal personalismo e dalla divagazione (varia, morale come estetica, etico-legalitaria come di costume ecc. ecc.); anche se la manovra può riuscire con Salvini (come con altri da Berlusconi a Trump), non risolve il problema, essenzialmente politico. In sostanza perché morto un populista, il movimento sociale ne genera un altro. E l’opposizione continua.

Teodoro Klitsche de la Grange

1 Su cui, per esposizione più dettagliata mi sia consentito rinviare ai miei scritti… Identitari e globalisti (Italia e il mondo); Sentimento ostile, Zentragebiet y criterio de lo politico, in Ciudad de los Césares n. 110 (2017), entrambi in rete.

2 Quest’ultimo, geneticamente non di matrice populista, appare però sicuramente contrapposto alle élite in declino – v. seguito.

3 I sondaggi – tutti – lasciano spesso perplessi, specie negli ultimi decenni, per la costante tendenza a sottovalutare i partiti poco graditi alle élite e sopravvalutare quelli ortodossi (non solo in Italia). Dato il cambio di maggioranza col governo Conte bis, i grillini sono stati trasferiti: da nemici a quasi amici. L’attribuzione a loro negli ultimi sondaggi del 15% dei suffragi, quando alle elezioni regionali del 2019-2020 hanno riportato, a seconda delle Regioni, da un terzo alla metà dei voti conseguiti alle europee 2019, appare quanto mai dubbio, atteso che basandosi su detti risultati il Movimento dovrebbe oscillare tra il 6% e il 10%.

4 Che infatti, non osservandola, la Germania perse le due guerre mondiali.

5 Il che, come tutte le cose in politica, dati gli esempi storici di rovesciamento di alleanze, è poco probabile, ma non da escludere del tutto.

6 Un efficace sintesi di ciò si può leggere nel libro di L. Barra Caracciolo Lo strano caso Italia, Roma 2020, Ed. Eclettica, pp. 109/143. In particolare la riduzione della progressività dell’IRPEF ha fatto sì che “in questi ultimi 26 anni lavoratori dipendenti e pensionati abbiano pagato proporzionalmente più dei ricchi: riducendosi il numero delle aliquote e aumentando l’aliquota minima (dal 10 al 23% del 2007) in proporzione al reddito basso mostrato…, i lavoratori hanno sostenuto l’80% degli introiti di tutta la tassazione diretta” anche se con deduzioni e detrazioni che “serve ormai soprattutto a coprire i redditi degli “incapienti”, ossia di quei lavoratori e pensionati al di sotto della soglia della povertà assoluta”. E aggiungiamo noi, serve anche all’ “illusione finanziaria”

7 Come l’ultimo aumento IVA al 22%, deciso dal governo Letta, nell’ottobre 2013.

8 Più volte il prof. Cassese ha – giustamente – chiamato vacanza (o pausa) tale pratica nelle P.P.A.A.; l’argomento a sostegno, semplice e ineccepibile, è la proroga, decisa – e ripetuta – dal governo, dei termini dei procedimenti amministrativi.

9 Senza scomodare la lotta di classe e la celeberrima apertura del “Manifesto del partito comunista”, che la storia è la storia delle lotte di classe (nella sua perentorietà e universalità non condivisibile) è utile ricordare che Marx ed Engels poche righe dopo affermavano “Nei periodi della storia anteriori al nostro, noi incontriamo quasi da per tutto una completa spartizione della società in ordini e ceti” e subito dopo “Questa moderna società borghese, sorta dalla rovina della società feudale, non ha già distrutte le opposizioni di classe. Essa ha soltanto introdotto nuove classi, nuove condizioni di oppressione, nuove forme di lotta, sostituendole alle antiche”.

10 È inutile ricordare tanti che se ne sono occupati (economisti, sociologi, politologi). Onde ci si limita ai più noti oltre al classico di A. Puviani L’illusione finanziaria, ai (diffusi e ricorrenti) passi di V. Pareto, G. Fortunato, ricordiamo M. Pantaleoni Tentativo di analisi del concetto di forte e debole in economia, Firenze 1904; C. Cosciani Istituzioni di Scienza delle Finanze, 1953, p. I, cap. I; F. Forte Manuale di scienza delle finanze, Milano 2007, p. 32 ss., in internet v. G. Dallera La scuola italiana di scienza delle finanze; P. Vagliasindi Questioni generali di finanza pubblica. Da ultimo è da ricordare G. Miglio Lezioni di politica 2, Scienza della politica (a cura di A. Valle) Bologna 2011 – che tante e interessanti pagine vi ha dedicato.

11 Fonte Sole 24 Ore.

12 La confluenza delle due serie (meno reddito + pressione fiscale) è, probabilmente, unica in Europa). Ad andare a vedere le statistiche di altri Stati europei, quanto all’incremento del PIL abbiamo: Svezia 41,7%, Francia 20,7%, Germania 28,7%, Spagna 23,9%, Grecia 13,5%, Portogallo 19,1%, Italia 1,9% (fonte Termometro politico).

13 È noto che FCA e Mediaset hanno portato le loro sedi ad Amsterdam (FCA quella fiscale a Londra). Ovviamente anche tante medie imprese sono scappate dal fisco italiano. Si dubita che l’abbiano fatto per il profumo dei tulipani. E ancor più, che rispetto alla situazione di venti-trent’anni orsono, le imposte così eluse siano state poste a carico di coloro che sono rimasti a produrre (e soprattutto pagare) in Italia.

14 Il giudizio è esposto in Lezioni di politica 2, Scienza della politica, Bologna 2011, pp. 392 ss., le ragioni addotte da Miglio sono varie.

15 Op. cit., p. 396

16 op. cit., p. 399

17 Ovviamente “nemico” e ”inimicizia” vanno intesi non nel senso comune, di colui cui si muove guerra, ma come li impiega Schmitt; ossia come colui contro il quale si conduce la lotta, la quale può essere incruenta, ed all’interno come all’esterno della sintesi politica. “Nemico – scrive Schmitt – è solo un insieme di uomini che combatte almeno virtualmente, cioè in base ad una possibilità reale, e che si contrappone ad un altro raggruppamento umano dello stesso genere” (Der begriff des Politishen, trad. it. ne “Le categorie del politico”, Bologna 1972, pp. 111), anche in politica interna “All’interno dello Stato in quanto unità politica organizzata, che, come tutto, avoca a sé la decisione sull’amico-nemico, esistono, sempre però accanto alle decisioni politiche primarie e in difesa della decisione scelta, molti concetti secondari di ‘politico’” ed anche qui “continua ad essere essenziale per il concetto di ‘politico’ un contrasto o antagonismo all’interno dello Stato, anche se esso risulta relativizzato dall’esistenza dell’unità politica dello Stato stesso che è comprensivo di tutti gli altri contrasti” (op. cit., pp. 112-113); la guerra stessa non è l’unica conseguenza dell’ostilità ma “la ultima ratio del raggruppamento amico-nemico” (op. cit., p. 117 – nota); inoltre “guerra non è dunque scopo e meta o anche solo contenuto della politica, ma ne è il presupposto sempre presente come possibilità reale, che determina in modo particolare il pensiero e l’azione dell’uomo provocando così uno specifico comportamento politico” (op. loc. cit.).

18 É interessante quanto si legge che in Germania la cattivissima Merkel avrebbe previsto “ristori” pari al 70% del calo del fatturato. In confronto gli indennizzi “a scacchiera” (e minimi) del governo Conte bis sono misera cosa.

19 V. op. cit., p. 156.

20 In alcune canzoni rivoluzionarie francesi si prendevano in giro gli aristocratici per il bon ton, così come oggigiorno lo si fa per i populisti che sbagliano i congiuntivi e non usano le cravatte.

elezioni presidenziali americane_ X atto con Gianfranco Campa

Sull’esito delle elezioni presidenziali americane sembra essere calata una spessa cortina fumogena. Stampa e notiziari non ne parlano più. Si vuol dare l’impressione di un decorso normale verso l’insediamento di Biden, quando in questa vicenda c’è ben poco di normale. Ormai lo scontro politico ha assunto altri orizzonti che vanno oltre gennaio 2021. Un nuovo presidente sempre meno legittimato, ma intenzionato a cadere nella trappola della vendetta; una opposizione sempre più agguerrita in cerca di nuovi leader_Giuseppe Germinario

La geopolitica della distribuzione dei vaccini, Di Alex Berezow

La geopolitica della distribuzione dei vaccini

Le inoculazioni sono uno sviluppo positivo, ma il pubblico dovrebbe moderarne l’eccitazione.

Di: Alex Berezow

L’azienda farmaceutica americana Pfizer, in collaborazione con l’azienda tedesca BioNTech, ha sorpreso il mondo quando ha annunciato che il suo vaccino contro il coronavirus ha mostrato un’efficacia del 90% nella prevenzione del COVID-19. Giorni dopo, un’altra azienda americana chiamata Moderna ha annunciato che il suo vaccino era efficace quasi al 95%. E poco dopo, AstraZeneca ha annunciato che il suo vaccino era efficace dal 62% al 90%. La Food and Drug Administration degli Stati Uniti impone che i vaccini siano efficaci almeno al 50% per ottenere l’autorizzazione all’uso di emergenza e la maggior parte degli osservatori non si aspettava che i candidati vaccini avessero prestazioni migliori di così. I risultati riportati, quindi, sono stati una piacevole sorpresa che ha entusiasmato allo stesso modo governi e mercati.

L’entità di questo risultato non può essere sopravvalutata. In genere, la tempistica dall’inizio all’approvazione normativa di un nuovo farmaco è di circa 10 anni. Dopo aver ricevuto l’approvazione, le aziende farmaceutiche si preparano per la produzione di massa, che a sua volta potrebbe richiedere un altro decennio. Tuttavia, grazie a una combinazione di fattori – programmi governativi come Operation Warp Speed, approvazione normativa accelerata e cooperazione globale senza precedenti – i primi lotti di un vaccino COVID-19 da una fonte affidabile verranno consegnati in meno di un anno. (Anche Cina e Russia affermano di aver creato vaccini, ma dati e trasparenza insufficienti rendono la maggior parte degli scienziati occidentali scettica sulla loro efficacia e sicurezza.)

Anche così, l’entusiasmo del pubblico è prematuro. Mancano mesi prima che la stragrande maggioranza delle persone, inclusi gli americani, possa aspettarsi di ricevere il colpo tra le braccia. L’ostacolo immediato è ottenere l’approvazione della FDA. Sebbene l’approvazione dovrebbe richiedere circa tre settimane poiché gli esperti governativi esaminano attentamente i dati, il processo potrebbe richiedere più tempo. Secondo il dottor Henry Miller, un collega presso il Pacific Research Institute e direttore fondatore dell’Office of Biotechnology della FDA, la FDA è preoccupata per la coerenza nella produzione del vaccino. In altre parole, la FDA vuole sapere se le aziende possono produrre lotto dopo lotto che soddisfano determinate misure di controllo della qualità, come potenza e purezza. Entro la fine di dicembre, Moderna prevede di avere 20 milioni di dosi, Pfizer 50 milioni di dosi e AstraZeneca 200 milioni di dosi. Quindi, alcune persone dovrebbero ricevere i colpi prima della fine del 2020 (il regime richiede due iniezioni a un mese di distanza, il che significa che il numero di persone immunizzate è la metà del numero di dosi). Entro la fine del 2021, dovrebbero esserci miliardi dosi disponibili da tutte le aziende combinate.

La corsa a un vaccino contro il coronavirus
(clicca per ingrandire)

Ma la produzione è solo uno dei rompicapi. Un altro è la distribuzione, che in realtà è un duplice problema: (1) il vaccino di Moderna deve essere mantenuto congelato durante l’immagazzinamento e la spedizione a lungo termine, ma il vaccino di Pfizer deve essere mantenuto a una temperatura enorme di -94 gradi Fahrenheit (-70 gradi Celsius) spedizione; e (2) non è né eticamente né strategicamente chiaro chi dovrebbe ricevere i vaccini per primo.

Il dilemma della distribuzione

Il motivo per cui il tuo negozio di alimentari locale contiene cibo relativamente fresco dall’altra parte del pianeta è a causa di qualcosa noto come “catena del freddo”, una serie di contenitori refrigerati che consentono di spedire cibo deperibile senza rovinarsi. Molti farmaci e soprattutto i vaccini richiedono la stessa cosa. Tuttavia, il vaccino di Pfizer, che consiste in una molecola contenente informazioni instabile chiamata RNA racchiusa in una bolla di grasso altrettanto instabile, richiede una conservazione a -94 F (-70 C). In generale, solo i laboratori di ricerca possiedono congelatori che raffreddano; farmacie e ospedali no. La soluzione di Pfizer è fornire contenitori speciali che possono essere imballati con ghiaccio secco per mantenere la temperatura richiesta, ma una volta che il vaccino è stato rimosso e posto all’interno di un normale frigorifero, la durata è di cinque giorni. Il vaccino Moderna può essere conservato e spedito a -4 F e ha una durata di 30 giorni nei frigoriferi regolatori, quindi rappresenta una sfida logistica molto più piccola . Il vaccino di AstraZeneca è il più facile da distribuire, poiché può essere spedito alla normale temperatura di refrigerazione di 36-46 F e conservato sullo scaffale per sei mesi.

Coronavirus | Confronto tra potenziali vaccini
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La questione di chi riceve il vaccino per primo si svolgerà inizialmente a livello internazionale. I paesi che hanno effettuato ordini di acquisto saranno i primi a riceverli. Ad esempio, secondo Mint , l’Unione Europea si è assicurata 200 milioni di dosi (con un’opzione per 100 milioni in più) per il vaccino Pfizer, il Giappone 120 milioni di dosi, gli Stati Uniti 100 milioni di dosi (con un’opzione per altri 500 milioni) e nel Regno Unito 30 milioni di dosi. Se tutte le opzioni vengono esercitate, Pfizer semplicemente non può soddisfare tale domanda nemmeno entro la fine del 2021, il che potrebbe significare che i paesi ricchi combatteranno tra loro su chi ottiene quale lotto e quando. Gli Stati Uniti hanno già un rapporto teso con l’Europa e una lotta per i lotti di vaccini metterebbe più stress su una fragile relazione transatlantica, soprattutto perché il paese che riceve la maggior parte delle dosi di vaccino ha più probabilità di migliorare la sua economia il più rapidamente. Poiché Moderna, AstraZeneca e altre società produrranno anche vaccini, queste tensioni possono essere allentate in qualche modo, anche se qualunque paese funge da “casa” di un’azienda sarà probabilmente sottoposto a notevoli pressioni per fornire prima i vaccini ai compatrioti. Quest’ultimo punto è complicato dal fatto che alcune di queste società sono entità multinazionali e hanno “case” in diversi paesi in tutto il mondo.

Mentre i paesi ricchi se la cavano, il resto del mondo dovrà aspettare. Il denaro non risolve tutto. Le sfide logistiche poste dalla catena del freddo rendono quasi impossibile fornire un vaccino in una regione con infrastrutture scadenti e elettricità inaffidabile. Le lacune nella catena del freddo, cioè i periodi in cui il vaccino non è conservato alla giusta temperatura, distruggerebbero il vaccino. (Questo per non parlare di attività criminale. Ognuno è un potenziale bersaglio di imprese criminali che offrono vaccini falsi, ovviamente, ma i paesi più poveri sono i più sensibili dal momento che la consegna di vaccini legittimi potrebbe richiedere mesi se non anni.)

Internamente, i paesi dovranno affrontare le preoccupazioni politiche interne sull’assegnazione dei vaccini. Negli Stati Uniti, c’è tensione tra agenzie federali come i Centers for Disease Control and Prevention e governi statali sul numero di dosi che ogni stato riceverà. L’amministrazione Biden entrante sarà sottoposta a pressioni tremende per fornire prima i vaccini agli americani, indipendentemente da eventuali obblighi contrattuali che le aziende potrebbero avere. Se necessario, il presidente e il Congresso possono essere coinvolti, annullando i contratti delle società farmaceutiche in nome della sicurezza nazionale.

Dopo di che, ci sono decisioni etiche e strategiche da prendere su chi riceve il vaccino per primo. Lo stato di Washington, ad esempio, ha proposto tre fasi di distribuzione : in primo luogo, fornitori di assistenza sanitaria in prima linea, primi soccorritori e popolazioni vulnerabili (come quelli con condizioni di salute sottostanti o residenti di strutture di assistenza a lungo termine); secondo, la comunità generale; e terzo, colmare eventuali “lacune” nell’accesso ai vaccini (come nelle comunità più povere). È probabile che molti altri stati utilizzino una strategia simile.

C’è anche la questione dell’efficacia del vaccino. In poche parole, alcuni vaccini sono migliori di altri. Ricorda che i vaccini prodotti da Pfizer e Moderna sono efficaci al 95%, ma quelli di AstraZeneca sono efficaci solo dal 62% al 90%. Chi ottiene il vaccino meno efficace? E chi prende questa decisione?

The Amazing Race

Le nazioni più povere hanno maggiori probabilità di ottenere un vaccino contro il coronavirus per ultime. Ma c’è spazio per l’ottimismo poiché molte altre aziende continueranno a sviluppare vaccini contro il coronavirus. La maggior parte, come quella prodotta da AstraZeneca, non richiederà l’estrema catena del freddo di cui ha bisogno il vaccino Pfizer. Inoltre, AstraZeneca si è impegnata a rinunciare ai profitti fino alla fine della pandemia . L’azienda sta anche lavorando con organizzazioni non governative come la Bill & Melinda Gates Foundation per fornire vaccini ai paesi in via di sviluppo.

La domanda sulla distribuzione globale dei vaccini si è quindi spostata da se a quando. Ma i vaccini arriveranno in tempo per prevenire ulteriori danni economici e disordini sociali? I ritardi dei vaccini potrebbero creare o aggravare i rischi di insolvenza nei paesi più poveri, con il contagio finanziario che si diffonde ai paesi più ricchi. Molte persone non sono più disposte a tollerare i blocchi. In tutta Europa i cittadini stanno protestando contro ulteriori misure di sicurezza, con manifestazioni in Italia che sono diventate violente la scorsa settimana.

Gli effetti accessori dei blocchi hanno creato anche altri reclami contro i governi. In molti luoghi, famiglie e coniugi sono stati separati a causa della chiusura delle frontiere e delle politiche di immigrazione arbitrarie. In Indonesia, ad esempio, le coppie binazionali non sposate non possono ricongiungersi, ma gli stranieri anziani possono entrare come turisti nonostante il fatto che le persone anziane siano le più probabilità di morire di coronavirus. Queste politiche hanno portato il governo indonesiano ad essere inondato di denunce di cittadini arrabbiati. Rivelano la tensione tra le preoccupazioni per la salute pubblica, l’economia e il tessuto sociale e non è chiaro se possano essere migliorate fino a quando un vaccino non sarà completamente distribuito.

In effetti, poche società sono disposte a controllare il virus a costo di strappare il tessuto sociale. Il coronavirus ha rivelato un’immensa tensione tra i pilastri economici e sociali della nostra società. I governi non hanno buone opzioni. Alcuni saranno tentati di reimporre i blocchi, giustificandoli con l’affermazione che saranno allentati non appena sarà disponibile un vaccino. Ma questa è una falsa rassicurazione. Per i cittadini dei paesi ricchi, mancano ancora mesi alla vaccinazione diffusa. Per i cittadini dei paesi poveri, la vaccinazione diffusa potrebbe essere lontana anni. Un pubblico irrequieto non tollererà blocchi indefiniti fino al 2021 ei governi che cercano di imporli dovrebbero essere preparati a disordini civili.

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Il Kamalometro, di Giuseppe Masala

Il Kamalometro.
Forse ho trovato il termometro corretto per capire come andrà a finire la contesa giudiziaria sulle elezioni presidenziali in Usa.
Kamala Harris, vice presidente eletta o presunta tale a 25 giorni dalle elezioni Usa ancora non si è dimessa dal Senato come sarebbe dovuto. Ho controllato un po’ per fare qualche raffronto e ho scoperto che Obama si dimise a 12 giorni dalle elezioni che lo incoronarono Presidente.
Il Kamalometro segna +25 ed è già oltre la soglia d’allarme. Quando e se Kamala si dimetterà vorrà dire che i giochi saranno fatti. Al contrario, se non si dimetterà entro i prossimi 10 giorni possiamo parlare di gravi problemi.
[E’ un po’ buffa questa cosa, ma non essendo in grado di capire la battaglia legale in corso, mi affido a questo indicatore empirico]
NB_tratto da facebook

Un motore franco-tedesco a gas magro … Di Georges-Henri Soutou

La riconciliazione franco-tedesca era un prerequisito per la costruzione europea. Poi, il motore franco-tedesco ha contribuito a potenziarlo, prima che il crescente squilibrio tra i due paesi indebolisse questo motore. Emmanuel Macron vuole rilanciarlo, questo è il significato del Trattato di Aix-la-Chapelle che voleva imitare il Trattato dell’Eliseo del 1963. Ma Angela Merkel non è Konrad Adenauer e Emmanuel Macron no non il generale de Gaulle.

Continuità delle relazioni post-seconda guerra mondiale

Il trattato firmato dal presidente Emmanuel Macron e dal cancelliere Angela Merkel ad Aix-la-Chapelle il 23 gennaio ha destato in Francia, ancor prima della cerimonia, molti sospetti: stabilirebbe una sorta di legame di vassallaggio da Parigi a Berlino. Questi sospetti sono soprattutto la prova che il rapporto franco-tedesco, che dovrebbe costituire il motore dell’Unione europea, non sta andando bene.

È probabile che il Trattato di Aix-la-Chapelle rilanci questo motore? In effetti, si basa sul Trattato dell’Eliseo del 22 gennaio 1963, precisa, ma non crea realmente un nuovo quadro per le relazioni franco-tedesche. In particolare, non modifica il meccanismo istituzionale delle riunioni regolari del governo. E molte delle clausole ricordano infatti ciò che già esiste.

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In termini di politica estera, i due Stati “stanno  approfondendo la loro cooperazione in materia di politica estera, difesa, sicurezza esterna e interna e sviluppo mentre si sforzano di rafforzare la capacità di azione autonoma dell’Europa. Si consultano per definire posizioni comuni su qualsiasi decisione importante che interessi i loro interessi comuni e per agire congiuntamente in tutti i casi in cui ciò è possibile  ”. Ciò non aggiunge nulla di essenziale rispetto al testo del 1962, che già citava l’Europa (ricordiamo che era come un sostituto, per due, del progetto di Unione politica a sei – piano Fouchet – che era fallito. ‘l’anno scorso) : ” I due Governi si consulteranno, prima di prendere qualsiasi decisione, su tutte le questioni importanti di politica estera, e in primo luogo su questioni di interesse comune, al fine di raggiungere, per quanto possibile, una posizione simile.  “

L’importanza del dominio militare

In termini di difesa, il Trattato di Aix-la-Chapelle stabilisce che ”  si prestano reciprocamente aiuto e assistenza con tutti i mezzi a loro disposizione, compresa la forza armata, in caso di aggressione armata contro i loro territori  ” . Ma questa è solo la conseguenza dei trattati del Nord Atlantico e di Lisbona, e il preambolo del 1963 segnalava già ”  la solidarietà che unisce i loro due popoli  […] dal punto di vista della loro sicurezza  “.

Continuiamo: dopo aver promesso di ”  sviluppare  […] l’ Europa in campo militare  “, i due Stati “si  impegnano a rafforzare ulteriormente la cooperazione tra le loro forze armate al fine di stabilire una cultura comune …  “. Ma il testo del 1963 era in realtà più preciso e impegnativo: “  In termini di strategia e tattica, le autorità competenti dei due Paesi si adopereranno per unire le loro dottrine al fine di arrivare a concezioni comuni. Verranno creati istituti di ricerca operativa franco-tedesca  ”, che è molto più preciso della“  cultura  ”.

 

Per quanto riguarda gli armamenti, anche vaghi nelle dichiarazioni del testo del 2019: “  Stanno intensificando lo sviluppo di programmi di difesa congiunta e la loro estensione ai partner. In tal modo, intendono promuovere la competitività e il consolidamento della base industriale e tecnologica della difesa europea. Sono favorevoli alla cooperazione più stretta possibile tra le loro industrie della difesa, sulla base della loro fiducia reciproca. 

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Nel 1963 era più preciso: “  Per quanto riguarda gli armamenti, i due Governi si adopereranno per organizzare un lavoro congiunto dalla fase di elaborazione di opportuni progetti di armamento e di preparazione dei piani di finanziamento. A tal fine, le commissioni congiunte studieranno la ricerca in corso su questi progetti nei due paesi ed effettueranno il loro esame comparativo. Presenteranno proposte ai ministri che le esamineranno nelle loro riunioni trimestrali e forniranno le necessarie direttive di applicazione.  Ciò non ha impedito a questa collaborazione di fallire in gran parte immediatamente, essendo le esigenze operative dei due eserciti differenti.

L’ambizione di un nuovo slancio 

Si tratta molto di questo articolo del nuovo trattato: “  I due Stati hanno istituito il Consiglio franco-tedesco di difesa e sicurezza come organo politico per guidare questi impegni reciproci. Questo Consiglio si riunirà al massimo livello a intervalli regolari.  In effetti, questo Consiglio esiste dal 1988!

Si tratta infatti di riportare finalmente in vita ciò che era vegetato, a causa della diffidenza degli Stati Uniti, ma anche del rifiuto tedesco di essere solo il secondo brillante di Parigi, vale a dire un La cooperazione politico-strategica franco-tedesca dovrebbe condurre l’Europa verso un ruolo internazionale autonomo. Ma basterà la nuova congiuntura per rilanciare davvero le cose?

In effetti, rimane una differenza sul tema della concezione stessa del potere. La RFT dà più importanza alle istituzioni multilaterali e al soft power in tutte le sue forme (influenza, persuasione, negoziazione, standard, sanzioni) rispetto a Parigi, che ha una visione più tradizionale del potere militare, ancora che la differenza sembra diminuire ora.

 

Aggiungiamo in generale che Berlino non vuole entrare nel gioco permanente francese, di cui comprende i secondi fini (continuare a giocare un ruolo nella “coppia” grazie al potere militare, mentre economicamente la Francia è distanza, e dall’altra trasporre la visione – e gli interessi – francesi a livello europeo).

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Inoltre, resta un punto essenziale: gli altri membri dell’Unione europea. Gli altri paesi, a parte la Francia e la RFT, devono trovare un modo per partecipare alla costruzione politico-strategica dell’Europa. Questa è sempre stata la posizione di Berlino. Il nuovo Trattato non è immune da una contraddizione fondamentale: la stretta cooperazione franco-tedesca è stata sin dall’inizio un motore essenziale per l’Unione europea, ma allo stesso tempo ha sempre suscitato le riserve degli altri partner. Sempre necessario, ma allo stesso tempo ancora insufficiente. Questo è stato uno dei motivi del relativo fallimento del trattato del 1963, è probabile che limiterà anche gli effetti di quello del 2019.

https://www.revueconflits.com/allemagne-france-relations-traite-aix-la-chapelle-georges-henri-soutou/

Trasposizioni improbabili, di Pierluigi Fagan

NON DISPONIAMO DI TERMINI ADATTI. [Post impegnativo ma -credo- succoso] Leggevo un libro nel quale dovendo dare descrizione di un sistema di credenze di popoli di alcune isole del Pacifico, si constatava quanto al titolo del post. Il nostro linguaggio è parte di una immagine di mondo (idm), se con questa idm dobbiamo parlare delle credenze inscritta in una radicalmente diversa idm, è facile non corrispondano categorie e concetti, giù, giù, fino alla “parole per dirlo”. La questione è in parte discussa in Parola ed oggetto (1960) di W.O.Quine, conosciuta anche come “indeterminatezza della traduzione”, ma non volevamo trattare la questione in via filosofica. Volevamo invece usare l’assunto per parlare del delicato statuto significante del termine “capitalismo”.
Nel libro segnalato, B. Milanovic (a lungo capo economista World Bank ed oggi considerato il principale esperto economico sulle diseguaglianze, a partire da un famoso grafico – detto “elefante di Milanovic”- che mostra in chiara evidenza ascesa della classe media orientale, super ascesa del famoso 1% di ultraricchi occidentali e stasi o discesa delle classi medie occidentali, negli ultimi venti anni di “globalizzazione”), compara il capitalismo occidentale (di mercato) con quello cinese (politico). Ne traiamo notizie dall’intervista che gli ha fatto F. Rampini, pubblicata oggi su Repubblica, che qui riassumiamo (abbiamo letto l’intervista non ancora il libro).
Milanovic sostiene che la versione cinese, che è in buona parte quella asiatico-orientale (Giappone, Corea, ASEAN), performa decisamente meglio. Secondo il serbo-americano, ciò è influito dal retaggio ideologico “comunista”. Se il modello strettamente economico “comunista” non si è dimostrato adeguato (caso URSS-Russia), la sua positiva influenza nei processi di de-colonizzazione, favorendo l’uscita da sistemi feudali di produzione, promuovendo istruzione di massa (per le donne in particolare) e sistemi sanitari universali, ha mostrato un ruolo positivamente attivo dello Stato. Poiché storicamente, ogni modello economico collegato al successo di una determinata parte di mondo (dalla Rivoluzione industriale britannica, alla Germania post unificazione prussiana, dall’URSS per l’area social-comunista-liberazione coloniale a gli Stati Uniti d’America post bellici), è diventato modello di riferimento, l’attuale modello cinese risulta oggi molto attraente (sexy), molto più attraente del modello occidentale che performa decisamente peggio.
Milanovic ne trae tre punti di ispirazione per consigliare al modello occidentale una sua auto-riforma. Il primo è il ruolo dello Stato che già da qualche tempo (a partire dalle revisioni teoriche iniziate all’IMF) è invocato a curare i fallimenti del mercato. Il secondo ed il terzo sono strettamente legati alla cura delle diseguaglianze che nell’ambito della teoria economica macro non sono malgiudicate dal punto di vista della giustizia sociale, ma dal più concreto punto di vista funzionale. Addensare tutto il capitale in pochissime mani porta ricchezza inutile a pochi che non la fanno circolare o la fanno circolare solo nel circuito finanziario, privando molti di potere d’acquisto con relativa sclerosi di tutti il sistema. A riguardo, Milanovic indica gli altri due punti d’azione riformatrice. Rivedere a fondo i sistemi di istruzione (in favore del pubblico vs privato) permettendo l’emergere di una vera meritocrazia socialmente neutrale al posto dei meccanismi di eredità aristocratica della ricchezza (da tassare pesantemente, vedi Piketty) che stanno producendo élite sempre più inadeguate, l’uno. L’altro è diffondere le possibilità di partecipazione all’incremento della ricchezza finanziaria, portando le classi medie a condividere i benefici della “financial turn” del capitalismo occidentale.
Su quest’ultimo punto, aggiungo che l’idea era invero presente a giustificazione della stessa “svolta finanziaria” già negli anni ’80. Le varie forme di Offerta Pubblica di Vendita con cui si sono fatte molte “privatizzazioni”, avevano di mira proprio l’istituzione di “public company” in mano a manager da una parte e azionisti popolari dall’altra. L’idea, da vedere quanto in “buona fede”, puntava a portare nel mercato dei titoli, la ricchezza della classe media che, se da una parte perdeva in salario, dall’altra avrebbe compensato con nuovi introiti di utili. Buona fede o meno, il progetto è fallito. Effettivamente, il numero di “azionisti” è molto aumentato almeno inizialmente, ma dopo vari tipi di meccanismo hanno espropriato dolcemente questo capitale diffuso, riportandolo nelle mani di chi sa e può.
Fattovi il riassunto delle tesi di Milanovic, torno al titolo del post. A premessa, si dovrebbe giustificare come possano esistere “modelli” astratti dai contesti geo-storici. Gli stessi occidentali sono stati e sono forse ancora convinti che il sistema che chiamano “democrazia”, possa e debba essere esportato, quindi in senso inverso ora pensano si possa importare un “modello” economico, se più performante. Ciò è possibile? Non credo. “Modello” è una nostra estrazione stilizzata in logica di funzionamenti di sistema, ma la natura “storia e contesto” che connota i vari sistemi, non permette di credere esistano davvero “modelli” estraibili dalla diversa natura dei sistemi. I sistemi cioè, sono degli “olon”, dei “tutto-Uno”, come notava lo stesso Quine a proposito dei sistemi linguistico-concettuali che non permettono traduzioni precise di singoli termini. In metafora, una lisca non giustifica tutto l’essere pesce, non esistono “trapianti di colonne vertebrali”, ogni colonna vertebrale è un di cui di quell’organismo specifico. Di contro, possiamo astrarre alcuni punti di logica di funzionamento delle cose e chiamarle “modelli” ma si dovrebbero trattare con gli occhi socchiusi, all’incirca, per lo più, non certo precisamente.
Abbiamo in questi mesi trattato la questione con i fan del “modello svedese” sul come gestire la pandemia. Ammesso ci sia del buono nel caso svedese (e qui non ci interessa approfondire il punto), sono molte le variabili che fanno “gli svedesi”, ad esempio demografia, età media, densità abitativa, modelli sociali, mentalità, sistema sanitario, auto-gestione dei comportamenti e molto altro. Per avere il “modello” svedese o cinese o coreano o li trattiamo a grana molto grossa o dobbiamo considerare che occorre essere svedesi in Svezia o cinesi in Cina o coreani in Corea per ottenere simili risultati. “Relativismo” qui, non significa “va bene tutto ed il suo contrario”, ma ciò che va bene lì è perché relativo a quel contesto lì. Questo è l’autentico significato di “relativismo”, significato incomprensibile a mentalità ordinate dal presupposto del “vero assoluto” che infatti mis-interpretano il concetto facendolo diventare un folle principio di “non c’è alcun principio” o “un principio vale l’altro”. Einstein non ha mai detto che il tempo non esiste o il tempo terrestre vale il tempo nel sistema di Orione, ha detto che ogni spazio determina il suo tempo locale, ogni metrica di tempo è “relativa” al suo spazio. Il “relativismo” non esiste, esiste semmai il “relazionismo”, il tempo è in relazione allo spazio, il termine al sistema linguistico, il sistema linguistico all’immagine di mondo, l’immagine di mondo alla geo-storia di quel popolo.
Allora, sulle migliori performance del sistema cinese che però poi scopriamo essere asiatico, lì dove non si può certo dire che fuori della Cina ci sia effettivamente un retaggio positivo di precedenti sistemi di pensiero “comunisti”, tant’è che si ripiega sul “confuciano”, che modello possiamo estrarre a giustificazione? Nessuno. Dovremmo cioè uscire dall’immagine di mondo economicista (che portò dei dissennati a teorizzare possibile l’esportazione della democrazia) e quindi modellistica e dire che l’Asia si trova all’inizio della curva di sviluppo, mentre noi siamo alla fine. Lo sviluppo non è un infinito (per altro “infinito” è un concetto della mente umana, non se ne potrà mai dimostrare l’esistenza, ammesso ne esista un concreto), è un curva nel tempo, storica, per la quale all’inizio hai mille positive condizioni di possibilità, in cima ne hai centinaia, poi decine, poi sempre meno. Come nello schema biologico della nascita-vita-morte.
Ciò non toglie che a grana grossa i consigli di Milanovic sul ruolo dello Stato o una riforma pesante di ruolo e funzione dei sistemi di istruzione o molti altri interventi possibili non siano utili per mettere un po’ più in sesto il nostro modo economico occidentale. C’è però da dubitare che il profondo del problema occidentale sia nelle diadi “capitalismo di mercato vs capitalismo politico”, ma neanche “capitalismo vs altro sistema economico”. Se, come credo, siamo da tempo inoltrati nella fase discendente della curva di sviluppo, al di là dei necessari interventi di riforma assolutamente utili e necessari (sia delle forme come propone Milanovic, sia nei contenuti come propongono altri –green economy o trasformazione ecologica, nuove tecnologie o altro), credo dovremmo pensare ad una società (che è un “olon”) non post-capitalista, ma post-economica.
Ma cosa significhi “post-economica” non possiamo qui dirlo, perché ci mancano le parole, i concetti, dovremmo produrli facendo una nuovo discorso con una nuova immagine di mondo.
[L’intervista a Milanovic che però è a pagamento: https://rep.repubblica.it/…/come_e_sexy_il…/…]
NB tratto da facebook

Malesia! La tigre asiatica e il pachiderma cinese, con Giuseppe Malgeri

Le nazioni del sudest asiatico hanno conosciuto e sperimentato i tre modelli sinora conosciuti di sperimentazione di sortita dal sottosviluppo: quello autarchico ispirato al modello socialista e ad alcune dittature satrapo-militari; quello aperto e dogmaticamente liberista; infine quello pragmatico che ha cercato e saputo dosare l’apertura selettiva dei mercati, l’accettazione selettiva degli investimenti esteri in un quadro di compartecipazione nelle società, l’incentivazione delle esportazioni, le opportunità legate alla globalizzazione. La Malesia può essere considerato un esempio di livello intermedio tra quello modesto della Cambogia e del Laos e quello più brillante di Singapore e di seguito della Thaynlandia e del Vietnam in un contesto di crescente predominio economico cinese ed equilibrio geopolitico sinoamericano. Una esperienza da cui trarre qualche insegnamento per il nostro paese ormai avviato verso un mesto e remissivo declino. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

Teorici della guerra economica, di David Colle

Il campo dei teorici della guerra economica è stranamente deserto se paragonato a quello dei liberali. In questo (quasi) vuoto spicca un nome, quello di Friedrich List. Ma il numero non fa il valore di una teoria …

24 novembre 2020 In Economia, energie e imprese , Idee Lettura di 8 minuti

Come il suo (quasi) omonimo compositore Franz Liszt, che ha tirato fuori l’arpeggi di pianoforte e ottave détonnèrent al momento della Chopin, Schumann e Brahms, Friedrich List spinto all’inizio del XIX °  secolo, che lo considera – anche per essere una scuola  : classica, di libero scambio, troppo poca cura secondo lui del passato come del futuro delle nazioni.

Una semplice idea riassume il suo pensiero e lo avvicina a Marx: la produzione precede lo scambio. Prima di poter consumare, devi produrre. List rompe con una scuola che accusa di “vago cosmopolitismo”, a cui si oppone “la natura delle cose, gli insegnamenti della storia, i bisogni delle nazioni”. L’analisi dello scambio deve piegarsi a quella della produzione, il cosmopolitismo alla politica, la teoria alla storia.

Tuttavia, nulla sembra più lontano dal suo punto di vista che considerare il Sistema nazionale di economia politica come un pretesto per la guerra. Nemmeno il conflitto. Piuttosto in competizione. Se List è in guerra, è contro l’ideologia dominante del suo tempo.

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Concepito in America, scritto in Francia, pubblicato in Germania

Fu alla scuola del vasto laboratorio americano in cui List visse a lungo, ancora sotto l’influenza del Report on Manufactures scritto da Alexander Hamilton nel 1791, che fu concepito il Sistema nazionale di economia politica . Ma è in Francia che è per la maggior parte scritto, e in Germania che viene pubblicato nel maggio 1841. Che cosa c’è in gioco? La teoria dominante del vantaggio comparato.

David Ricardo formulò questa teoria della specializzazione e del libero scambio nel 1817 per estendere ma anche modificare quella di Adam Smith. Senza volerlo, e probabilmente senza secondi fini (?), Porta in pratica a stabilire il potere industriale inglese. Il Portogallo, dimostra, deve specializzarsi nella produzione del vino, l’Inghilterra in quella dei tessuti. Mentre i tessuti sono il motore della rivoluzione industriale in movimento!

 

Forse List ha visto nel libero scambio offerto dall’Inghilterra alla Francia, agli Stati Uniti o alla Germania una trappola – un complotto? – destinato a mantenere questi paesi indietro . Nel 1846, List era a Londra quando le Corn Laws furono abrogate . Fu alla fine di quello stesso anno, tornato nel continente, che List si suicidò: si spera che il suo atto non fosse correlato a questo momento chiave dell’evoluzione verso il libero scambio.

Industria e concorrenza

L’elenco dovrebbe essere letto, avendo cura di far risuonare i termini che usa: protezione delle industrie nascenti , protezionismo educativo . Il protezionismo non è giustificato né per le nazioni che non hanno ancora iniziato il loro sviluppo economico e industriale, né per le nazioni che questo sviluppo ha portato ad avere industrie che ora sono armate nella concorrenza internazionale. Viene fatto solo per educare nella fase di transizione. E se durante questa fase le industrie protette da tariffe fino al 60% non riescono a prosperare, allora la concorrenza sta facendo il suo lavoro… Darwiniana.

List resta dunque a favore del libero scambio, ma solo tra nazioni che hanno raggiunto la fase che lui chiama “economia complessa” e che diremmo “sviluppata”. “Tra due paesi molto avanzati, la libera concorrenza può essere vantaggiosa solo per entrambi, se hanno all’incirca lo stesso livello di istruzione industriale, e per una nazione indietro, da un Sorte sfortunata (…) chi (…) possiede le risorse materiali e morali necessarie al suo sviluppo, deve (…) rendersi capace di sostenere la lotta con le nazioni che l’hanno preceduta. “

Ciò che gli interessa è “il graduale sviluppo dell’economia dei popoli”. L’economico, come mezzo per sperare di distogliere l’attenzione dalla volontà di potere. Come se, ai suoi occhi, fosse il libero scambio ingenuamente cosmopolita e la negazione della storia e delle culture a portare alla guerra economica, mentre il protezionismo illuminato avrebbe unito gli stati-nazione attorno a una storia universale di sviluppo. .

Intermezzo keynesiano

Si potrebbe essere sorpresi di trovare Keynes in una rapida panoramica degli autori che hanno frequentato il concetto di guerra economica. Eppure, forse è lui che si è avvicinato di più. In effetti, le conseguenze economiche della pacea lui sono dedicate, pubblicate nel 1919: in sintesi, Keynes ritiene che la pace ottenuta a Versailles non sia altro che una guerra economica imposta alla Germania per spirito di vendetta. Vede in esso un desiderio di catturare, un desiderio di esaurire, un desiderio di impedire alla Germania di sfruttare e anche di salvaguardare le fonti del suo potere. Keynes considera il perdono economicamente redditizio, mentre la riparazione rischia di essere formidabile sia per la dinamica disincentivante che avrà per i vincitori sia per il contagio deflazionistico e recessivo che implica per tutti. Senza contare che questa guerra economica imposta alla Germania rischierà di costituire un alibi per il risentimento nazionale e la base per la vendetta.

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Nel 1933, nell’autosufficienza nazionale , Keynes non temeva tanto il libero scambio quanto la libera circolazione dei capitali. Non ci sono più politiche economiche nazionali indipendenti ed efficaci non appena il capitale è mobile. Un secolo e mezzo prima, Ricardo già temeva per una nazione i cui capitalisti avrebbero perso, per ragioni di redditività, la preferenza per gli investimenti nazionali: “riluttanza naturale” e “paura” limitano ancora l’emigrazione di capitali, “Sentimenti” che sarebbe stato, ha detto “mi dispiace vedere indebolirsi [1]  “. Una preoccupazione che è diventata di grande attualità.

Dalla strategia microeconomica alla guerra macroeconomica

Nel 1944, il matematico John von Neumann e l’economista Oskar Morgenstern, unirono le forze per pubblicare Theory of Games and Economic Behavior, che segna il punto di partenza di un nuovo modo di analizzare le interazioni strategiche tra gli attori. La polemologia, la scienza della guerra, si svilupperà su nuove basi. La teoria dei punti focali, in particolare, estende l’analisi dell’equilibrio strategico del potere e ha guadagnato Thomas Schelling, autore nel 1960 di The Strategy of Conflict , il Premio Nobel per l’economia.

Questi contributi teorici fondamentali per la scienza economica aiutano a fondare analisi che, a poco a poco, si discosteranno dal comportamento microeconomico e dall’analisi della razionalità verso il macro-potere. Lester Thurow con Testa a testa , The Coming Economic Battle between Japan, Europe and America (1993), Edward Luttwak autore nello stesso anno di The Endangered American Dream: How to Stop the United States from Being a Third World Country and How to Win the Lotta geo-economica per la supremazia industriale (un bel programma), Paul Kennedy e il suo The Rise and Fall of the Great Power: Economic Change and Military Conflict dal 1500 al 2000 (1987) lo testimoniano: la nozione di guerra economica sembra sempre più legata alla paura, da parte delle grandi potenze, di mettersi al passo con nuove potenze.

Un concetto di perdenti irritati?

Il premio Nobel francese per l’economia Maurice Allais, partecipante alla fondazione della microeconomia comportamentale, sostiene che l’analisi liberale, di cui afferma di aver trascurato troppo il tempo concentrandosi sul passaggio da un equilibrio all’altro . Sono queste le difficoltà incontrate dalla Francia che Christian Stoffaës mette in luce su La Grande Menace Industrielle nel 1978, una somma ragguardevole in cui analizza le strategie difensive e offensive nella “battaglia per il mercato mondiale”. Oggi Bernard Esambert è senza dubbio il principale difensore francese della guerra economica dal suo saggio del 1991, La guerra economica mondiale .

Questi tre autori hanno una cosa in comune: tutti e tre sono politecnici e ingegneri minerari. Il che può sollevare alcune domande, come una provocazione. Il concetto di guerra economica, se può aver avuto una leggera popolarità in Germania, un paese di aziende molto competitive, oggi ha poco o niente. Il concetto è più di moda negli Stati Uniti e in Francia, due paesi che mostrano lunghe fasi di deficit commerciale e colpiti da una reale ma forse esagerata deindustrializzazione.

La guerra economica è una preoccupazione prevalentemente americana e francese?

Maurice Allais contro il “laissez-fairism”

Maurice Allais, da tempo il nostro unico premio Nobel per l’economia (nel 1988), non usa la formula della “guerra economica”. Le analisi che ha sviluppato a partire dagli anni ’90, tuttavia, forniscono un valido supporto a tutti i critici di ciò che lui chiama “laissez-fairism”.

Maurice Allais è tuttavia un liberale che ha criticato aspramente il sistema socialista. È anche un sostenitore della costruzione europea, o meglio è stato un sostenitore perché crede che il sistema sia stato pervertito dall’inizio degli anni ’70 con l’ingresso del Regno Unito nella Comunità. Da quel momento per lui non si tratta più di Europa, ma di “organizzazione di Bruxelles”.

Paradossalmente, Allais si definisce anche un socialista. Questo perché per lui lo scambio non è fine a se stesso ma un mezzo per elevare il tenore di vita di tutta la popolazione. Non è un caso che il suo libro principale dedicato a questi temi, La Mondializzazione [2] , sia dedicato “alle innumerevoli vittime, in tutto il mondo, dell’ideologia globalista del libero scambio”.

A suo avviso, il libero scambio può realmente esistere solo tra paesi con un livello di sviluppo, costi salariali e protezione sociale comparabili. Era il caso della CEE degli anni 60. Non è più il caso dell’integrazione dei paesi dell’Est. Lo è ancora di meno quando si apre al mondo intero, rinunciando al principio di preferenza comunitaria e accettando senza precauzioni i prodotti fabbricati in paesi con salari molto bassi. I trasferimenti e l’aumento della disoccupazione sono quindi inevitabili. Come soluzione, Allais sostiene… il trasferimento di Pascal Lamy, commissario europeo e poi direttore dell’OMC. Più seriamente, chiede un protezionismo misurato che controlli le importazioni senza vietarle.

https://www.revueconflits.com/theoriciens-guerre-economique-friedrich-list-david-colle/

elezioni americane_ IX atto e oltre con Gianfranco Campa

Le notizie ormai si inseguono. Appena finita la registrazione trapelano notizie attendibili riguardante la separazione di Sydney Powell dalla squadra di avvocati guidata da Giuliani. Trump è orientato a riconoscere la vittoria di Biden e con lui Giuliani. La Powell, sostenuta dal generale Flynn, vorrebbe andare sino in fondo. Le prove di frode elettorale sarebbero schiaccianti; forse troppo però. Pare che a detenere le chiavi di accesso a Dominion siano proprio gli omini ombra del grande orecchio più importante. Non è più uno scontro che riguarda soprattutto il ceto politico. L’osso rischia di essere troppo grosso; anche per la stessa Corte Suprema e per mastini come Giuliani. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

 

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