QUALE IDEA DI EUROPA? PROSIEGUO_BOTTA E RISPOSTA gambescia/buffagni_1a PUNTATA

Una replica all’ interessante articolo di Roberto Buffagni

http://italiaeilmondo.com/2018/11/08/elezioni-europee-2019-quale-idea-deuropa-di-roberto-buffagni/

Da Tiglatpileser a Hitler, di Carlo Gambescia

fonte originaria

Partendo da una serrata  critica alle  riflessioni pseudo-teologiche di  Massimo  Cacciari,  Roberto Buffagni  spiega perché questa Europa, quella dell’UE per intendersi, non gli piace (*) .

Il suo ragionamento  ruota intorno a due  principi:  quello politico dell’amico-nemico e quello religioso di un cattolicesimo controrivoluzionario, più o meno fermo alla condanna del 1789. Buffagni combatte, ideologicamente, l’UE, puntando su due cavalli di razza:  Carl Schmitt e  Joseph de Maistre.  Ovviamente, cito, andando oltre l’articolo,  solo due nomi  presi  “a caso”, ma  idealmente emblematici,   dalle sue  sterminate  letture.

In buona sostanza, sfrondando il pur agguerrito  esercito di argomentazioni  filosofico-teologiche schierato da Buffagni,  l’UE è da lui considerata l’ultima reincarnazione di uno spirito moderno, molle e decadente che  sta portando alla rovina l’Europa  ( e ovviamente l’Occidente).

A dire il vero,  la posizione di Buffagni  è più  intellettualmente onesta  di quella di Cacciari,  che invece usa  il cristianesimo contro il cristianesimo, come Lenin usava la democrazia contro la democrazia. Evidentemente,  comunisti si  muore, ci si chiami Lenin o Cacciari. Ma questa è un’altra storia.

Scorgo però nel  discorso di Buffagni  una contraddizione cognitiva. Egli sostiene,  sulla scia di Carl  Schmitt, che in politica, senza un nemico, non si può fare politica. Il che è vero, solo però se si  intende  quest’ultima, come pura e semplice  continuazione della guerra con altri mezzi. Ciò, ovviamente,   è coerente con la  visione antimoderna di Buffagni  –  e qui spunta Joseph de Maistre –  che respinge il contratto  in quanto  prolungamento della modernità.   Ma non è coerente, dispiace dirlo, con la  visione scientifica della politica ( o meglio metapolitica)  che è sì, fondata sulla relazione amico-nemico, quindi  sullo status, dettato dalla spada,  ma che  include anche il contratto, ossia  le procedure, per evitare la spada puntando sulla civilizzazione del nemico,  attraverso una proceduralizzazione (il contratto),  capace di trasformare il nemico  in  avversario. Ovviamente, il contratto non esclude la spada, e viceversa:  i sociologi, sulla scia di Simmel (e prima ancora di Kant, ma si potrebbe andare ancora più indietro), parlano di  socialità insociale. Senza l’una (la spada) non c’è l’altro( il contratto).

In realtà, e qui storia e scienza si congiungono,  la storia  della Chiesa, o se si preferisce del cristianesimo o cattolicesimo  sociologicamente applicato,   è   la storia del sapiente e secolare  uso di status e contratto,  come del resto prova  la storia degli  imperi più longevi.  Dal momento che gli imperi  che sono durati di meno –  parlo della pratica,  non dell’idea  – sono proprio gli imperi, o comunque le macro-forme politiche,  fondate solo sulla spada: dai feroci Assiri,  agli imperi romano-barbarici (con vari pendant narrativo-evocativi medievali); da Tamerlano a  Napoleone e Hitler, che aspirava addirittura a fondare un Reich millenario.

 

Di più: Roma, la Chiesa cattolica e le moderne, e ancora giovani, democrazie liberal-parlamentari sono un buon esempio, anche prescindendo dalla forma di regime politico, di come fare saggio uso dello status e del contratto. E le prime due lo sono anche di vecchiaia.

Il  gracile  Occidente liberale ha  battuto la Germania di   Hitler sul campo di battaglia e l’Unione sovietica su quello economico.  Come dire?  Ha sconfitto due muscolosi colossi  politici, sul terreno dello  status e su quello del  contratto. Perché sottovalutare tutto ciò, privilegiando una visione univoca  della dicotomia amico-nemico? Asserendo – parliamo del succo del discorso di Buffagni,  esposto anche altrove –  che  sul piano cognitivo esiste solo il nemico, incarnato, su quello filosofico-politico – quando si dice il caso – dalla cattiva modernità?

Probabilmente perché, come appena accennato, nel pensiero di Buffagni,  condanna del mondo moderno e visione univoca del politico   sono la stessa cosa. Sicché l’UE, essendo il portato di un mondo impolitico e corrotto,  non può non incorrere nella  sua  “scomunica”, che, forse proprio perché tale, si regge argomentativamente, come per i suoi due  maestri ideali, sul solo  concetto di status. Altrimenti detto, solo sulla spada.   Di qui, il peccato cognitivo di unilateralità.

Di conseguenza, secondo Buffagni, questa Europa, per salvarsi, dovrebbe rinnegare il contratto e puntare sullo status.  Insomma, sulla spada.  Ma per andare dove?  A  fare compagnia a Tiglatpileser, fondatore del caduco impero Assiro?

Carlo Gambescia

L’Europa e la questione del costruttivismo, di Roberto Buffagni

Caro Carlo,

Rispondo con piacere alla tua  acuta critica [1] al mio recente commento a un discorso di Massimo Cacciari sull’idea di Europa[2]. La tua critica   è brevissima e chiarissima, e dunque non la riassumo, pregandovi di leggerla con attenzione prima della mia replica.

Cerco d’essere altrettanto breve e chiaro. Concordo volentieri con te sulla sua obiezione principale, e cioè che  “la politica…è sì, fondata sulla relazione amico-nemico, quindi  sullo status, dettato dalla spada,  ma…anche [sul] contratto, ossia  le procedure, per evitare la spada puntando sulla civilizzazione del nemico,  attraverso una proceduralizzazione (il contratto),  capace di trasformare il nemico  in  avversario.” Verissimo. Il problema dell’attuale situazione europea e occidentale, però, è che il “contratto” capace di trasformare il nemico in avversario non è un’obbligazione sinallagmatica privata, per la quale bastano legge positiva e amministrazione capace di applicarne il comando. Il contratto capace di trasformare il nemico in avversario è il contratto, o meglio patto politico, il foedus (lo auspica anche M. Cacciari nell’intervento che ho commentato).

Un foedus presenta due aspetti: uno, analogo al contratto privato, e cioè la composizione degli interessi in un compromesso accettabile e vitale; e un altro, che dal contratto privato lo differenzia qualificandolo, e cioè la condivisione un progetto politico-culturale e di un’etica. Ora, a mio avviso questo secondo aspetto, che differenzia il foedus  politico dal contratto privato, nell’Europa e nell’Occidente odierno non si dà e non si può dare.

Non si dà né si può dare condivisione di un progetto politico-culturale e di un’etica, perché l’Unione Europea, la forma che l’odierna Europa tenta di darsi, ha ripreso in toto la pretesa illuministico-liberale di innalzare la ragione umana individuale a legislatrice assoluta, a unica determinante della condotta personale e collettiva. La società stessa, in questa prospettiva, diviene il teatro in cui le singole volontà individuali vengono a incontrarsi, ciascuna col proprio insieme di insindacabili preferenze e atteggiamenti. Risultato: il  mondo diventa “l’arena dove combattere per il raggiungimento dei propri scopi personali”, per dirla con Alasdair MacIntyre[3]. Di conseguenza, all’interrogazione riguardante i fini, personali e sociali, si sostituisce la razionalità burocratica, che weberianamente consiste nell’adeguare i mezzi agli scopi in maniera economica ed efficace.

Il dibattito intorno ai fini, infatti, è sempre anche dibattito intorno ai valori. E non appena si dibatte intorno ai valori, la razionalità weberianamente intesa non può far altro che tacere. Non solo. Quando la razionalità weberianamente intesa  si insedia al posto di comando politico, non appena si apre il dibattito intorno ai valori essa non può far altro che far tacere le voci che dissentono dal suo presupposto: essere i valori frutto di decisioni soggettive; così rovesciandosi in dispotismo, conforme l’eterogenesi dei fini vichiana. Secondo il presupposto della razionalità weberiana, infatti, ogni scelta individuale è buona: sciolte da ogni vincolo oggettivo nella comunità, nella struttura metafisica del reale o nella trascendenza, tutte le fedi e le valutazioni sono ugualmente irrazionali, perché puramente soggettive. Detto per inciso, è per questo che la coscienza moderna è soggettivista, relativista ed emotivista: nella formulazione teologica di Amerio, in breve illustrata nel mio precedente scritto, la coscienza moderna mette l’amore al posto del Logos, la volontà prima dell’intelletto, la libertà in luogo della legge, il sentimento sopra la ragione.

Questa, a mio avviso, l’origine ideale del conflitto di crescente asprezza tra legittimazione popolare e legittimazione razional-burocratica dell’Unione Europea. Conflitto insolubile, perché la crisalide di Stato europeo difetta della forza sufficiente a imporre dispoticamente il principio ordinatore razional-burocratico: ci prova, ma invano, perché non può revocare la democrazia rappresentativa a suffragio universale, che resta la “formula politica” [4] (Mosca) degli Stati che la compongono, anche se non conviene all’entità politica in fieri dell’UE; mentre la legittimazione popolare, rispecchiando i divergenti interessi, culture, persuasioni etiche di popoli, nazioni e ceti europei, affermandosi non può far altro che disarticolare il progetto razionalista di (ri)costruzione della Torre di Babele 2.0 europea, che si profila destinata a far la fine della Torre biblica 1.0.

Sul piano ideale, sarebbe possibile uscire da questo vicolo cieco, riconducendo la costruzione europea alle sue “radici cristiane”. Sottolineo “radici” piuttosto che “cristiane”, perché nelle radici cristiane c’è anche la filosofia classica greca, anzitutto platonica e aristotelica, che afferma con vigore e perspicuità il concetto di “natura umana” e della sua intrinseca socialità; e la rappresenta in una forma altamente differenziata che consentirebbe di conservare insieme sia la legittimazione dell’universalismo spirituale perenne (eguale dignità di tutti gli esseri umani) sia la legittimazione delle comunità particolari transeunti (eguale dignità nella differenza di culture, nazioni, popoli europei). Sempre sul piano ideale, su queste basi sarebbe possibile quella condivisione di un progetto politico-culturale e di un’etica che costituisce la condizione necessaria, benché non sufficiente, per il foedus politico europeo (scrivo “non sufficiente”, perché a questa condivisione di valori dovrebbe congiungersi il difficile compromesso tra gli interessi e il precipitato delle vicende storiche di nazioni, popoli e ceti europei).

Il cristianesimo che potrebbe farsi promotore di questo “ritorno alle radici europee”, dunque, non sarebbe il  cattolicesimo reazionario, “maistriano” e seccamente negatore della modernità e dell’illuminismo, ma un cattolicesimo che in mancanza di altro termine definirò “tradizionista”, piuttosto che “tradizionalista”; perché non pretenderebbe il ritorno all’endiadi Trono/Altare, né l’adesione confessionale degli Stati e dei cittadini: non vivo su Marte né sono coetaneo di S. Tommaso, e mi ci troverei molto a disagio io stesso; ma il ritorno, o meglio il ritrovamento, di quel modo di intendere l’uomo e le sue comunità politiche e sociali con il quale il cristianesimo si confrontò al suo affermarsi, e poi riprese e parzialmente integrò ispirando e costruendo la civiltà europea. E’ questa, la base etica e filosofica che costituisce la “legge naturale” che, se per i cristiani coincide con i “preambula fidei”, per tutti gli europei potrebbe (sottolineo potrebbe) coincidere con la tavola dei valori comune: comune perché fondativa della civiltà europea.

Probabilmente, è  con questa speranza che papa Benedetto XV incentrò la sua riflessione teologica intorno a una ripresa e a un aggiornamento della filosofia aristotelica, come base di dialogo con i non credenti e con le istituzioni politiche occidentali. E’ senz’altro in questa prospettiva che un gruppo di studiosi conservatori di chiara fama, tra i quali d’altronde alcuni amici personali di papa Ratzinger, ha elaborato la “Dichiarazione di Parigi”[5], che per quel che vale la mia adesione (poco) volentieri sottoscrivo nella sostanza.

L’11 febbraio 2013[6] s’è visto quali concrete possibilità di affermazione ha questo progetto (per ora non tante, diciamo).

E’ un serio problema, e non perché io, papa Ratzinger o i firmatari della Dichiarazione di Parigi ne siamo delusi.

E’ un serio problema perché osservando la logica del conflitto in corso, in Europa e in Occidente, è probabile avvenga quanto segue. Radicalizzazione e polarizzazione crescenti tra un campo che ha per minimo comun denominatore universalismo politico, mondialismo, razionalismo, scientismo, soggettività individuale dei valori; e un campo che ha per minimo comun denominatore identitarismo, nazionalismo, nei casi peggiori anche tribalismo e/o razzismo; e che con il campo nemico condivide il peggio, cioè razionalismo, scientismo e soggettività dei valori: perché sostituisce, come fonte della scelta volontaristica e arbitraria dei valori, all’individuo liberale-illuminista la comunità nazionale, o addirittura tribale e/o razziale; motiva la preferenza per il noi identitario rispetto all’ io illuminista-liberale con l’identico scientismo (superiorità genetica di una razza sull’altra, leggi etologiche del comportamento animale, etc.); e come il campo avverso persegue il suo fine – inevitabilmente, di potenza e supremazia – con il criterio della razionalità weberiana. In buona sostanza, due campi così configurati sarebbero l’uno il positivo, l’altro il negativo fotografico dell’impasse culturale e politico non dell’Unione Europea, ma dell’Europa e dell’ intera civiltà occidentale; che confliggendo al calor bianco la sprofonderebbero nel cimitero della storia, lasciandone per giunta un pessimo ricordo che magari ci meriteremmo noi, ma certo non i nostri padri.

Deus avertat. Per fortuna, probabile non vuol dire certo. L’uomo resta libero, e dunque tutto resta possibile. Meglio darsi da fare, però: aiutati che il Ciel t’aiuta.

Un abbraccio,

Roberto Buffagni

 

Caro Roberto,

Io ti ho inviato una cartolina, tu mi hai risposto con una enciclica. Quindi mi perdonerai, se  rispondo, come mio stile,  con un’altra cartolina.

Non entro nel merito della  tua  argomentazione,  che comunque conferma il rigetto della modernità, quanto meno così com’è.  E qui però vengo al punto che  mi interessa: il tuo costruttivismo.

Vedi Roberto, dal punto vista storico – della storia come flusso di eventi – nessuno ha costruito a tavolino i concetti di impero romano,  feudalesimo,  mercato,  liberalismo, modernità, solo per fare alcuni esempi.

Prima, si è avuta la realizzazione dei fenomeni storici ricordati, poi la loro teorizzazione: realizzazione che è frutto –   mai dimenticarlo –  di meccanismi sociali selettivi che sono il  portato di una  mano invisibile, che condensa le scelte  di milioni e milioni di uomini, che, perseguendo individualmente i propri interessi, non sanno, nel preciso momento in cui agiscono, che cosa stiano realizzando collettivamente.

Per contro, un  classico esempio di costruttivismo, cioè di teoria che precede la realtà, e pretende di piegarla,  è rappresentato proprio dal comunismo.   E i tristi  risultati  sono ancora  sotto gli occhi di tutti. Come vedi non sei in buona compagnia…  Lo stesso concetto si può estendere al nazionalsocialismo e al  fascismo,  frutto di un comune humus teorico, se vuoi culturale, che si proponeva, sempre   a tavolino,  la costruzione di  forme alternative di postmodernità o antimodernità, ottenendo, in quest’ultimo caso,  il beneplacito, come per il  fascismo italiano, delle gerarchie cattoliche  più retrive ed estranee o nemiche della modernità.

Sicché  quando tu dici, appellandoti all’autorità di questo o quel dotto pensatore, potremmo fare questo, potremmo fare quello, ti comporti da perfetto costruttivista.  Vuoi cambiare una realtà  che non ti piace, costruendone un’altra a tavolino.  E mettendo dentro di essa,  quel che più ti aggrada o conforta la tua tesi.   Anch’io potrei fare la stessa cosa,  ma, a differenza di te, so, da sociologo,  che la mano invisibile,  che regola i fenomeni sociali, finisce sempre per vendicarsi degli ingegneri delle anime. Pertanto, in qualche misura, se mi perdoni l’inciso,  tra noi due,  l’individualista accanito sei tu, pur professando l’esatto contrario.
Certo   –  sarebbe inutile  negarlo –    anche l’unificazione europea è un fenomeno costruttivista, con una differenza  – direi, fondamentale –   rispetto al comunismo e alle altre  forme di costruttivismo totalitario.  Quale?  Non prevede l’uso della violenza, ma si appella al contratto.  Qui la sua forza e al tempo stesso la sua debolezza.  In questo senso, però,  siamo davanti, e per la prima volta nella storia, a una “formula politica”,  o per meglio dire a un esperimento politico e sociale, che si propone di unificare l’Europa in modo pacifico, dove altri invece  hanno fallito, usando la pura forza, se non la violenza  più atroce.

Cosa c’è di male in  tutto questo?

Ricambio l’abbraccio,

Carlo Gambescia

https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2018/11/una-replica-all-interessante-articolo.html?spref=fb&fbclid=IwAR2pXredeFLtvbnTzIO-Qx94OxMztLk_JqNA4DU8HRZXp-8PiBTwEHtK-E0

[1] https://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2018/11/una-replica-all-interessante-articolo.html?spref=fb&fbclid=IwAR2pXredeFLtvbnTzIO-Qx94OxMztLk_JqNA4DU8HRZXp-8PiBTwEHtK-E0

[2] http://italiaeilmondo.com/2018/11/08/elezioni-europee-2019-quale-idea-deuropa-di-roberto-buffagni/#disqus_thread

[3] In: After virtue: a Study in Moral Theory (1981).

[4] http://www.treccani.it/enciclopedia/gaetano-mosca_%28Dizionario-Biografico%29/

[5] https://thetrueeurope.eu/uneuropa-in-cui-possiamo-credere/

 

[6] https://youtu.be/tuuUcIrd2AU

 

13 novembre 2018

Telegramma a Carlo Gambescia

Caro Carlo,

tu mi hai mandato due cartoline, io un’enciclica. Per pareggiare ti invio un telegramma:

SE LA UE E’ UN CONTRATTO E’ UN PESSIMO CONTRATTO, RIVEDERE STOP

ANTICA PERO’ QUESTA MODERNITA’ CHE VA RATIFICATA IN BLOCCO MI RICORDA IL SALTO DELLA FEDE STOP

INDIVIDUALISTA LO SONO ECCOME INFATTI SOPPORTO LE IMPOSIZIONI “PER IL MIO BENE” [SIC] SOLO SE AUTORIZZATE DA UN DIO IN CUI CREDO ANCHE IO STOP

Riabbraccio affettuoso, Tuo Roberto

Al quale rispondo con  un mio telegramma :

Telegramma a Roberto Buffagni 

CONCORDO SUL RIVEDERE CONTRATTO STOP
SENZA PISTOLE ALLA MANO STOP
TRATTASI DI ESPERIMENTO STOP
ASTENERSI FIDEISTI  STOP
Un abbraccio di cuore, Tuo Carlo

Perché siamo privi di una cultura strategica?, di Piero Visani

Qui sotto un saggio di Piero Visani, già pubblicato nel 2013. L’interesse, ovviamente, scaturisce dall’analisi dell’approccio di fondo che ha mosso le scelte di politica estera e di intervento militare delle classi dirigenti del nostro paese piuttosto che dall’approvazione o meno delle specifiche azioni nelle particolari contingenze politiche_Giuseppe Germinario

Perché siamo privi di una cultura strategica?

https://derteufel50.blogspot.com/2013/11/perche-siamo-privi-di-una-cultura.html?fbclid=IwAR3gPdagjKsfdP0q18-25135cqqH9I3TizVy-2-p_SL2m52DW78P5jxmCEQ
Peter Pace, Edmund Giambastiani, addirittura Marilyn Quagliotti: se si guarda al vertice militare delle Forze Armate statunitensi, vale a dire al braccio armato della maggiore potenza mondiale, i cognomi di origine italiana non mancano certo e occupano posizioni di assoluto prestigio. Peter Pace è un marine, addirittura il primo che sia riuscito a raggiungere l’ambita carica di Chairman of the Joint Chiefs of Staff, l’equivalente del nostro Capo di Stato Maggiore della Difesa; Edmund Giambastiani è oggi al vertice militare della NATO, dopo essere stato ai massimi livelli dell’U. S. Navy. Marilyn Quagliotti è un generale a due stelle dell’Esercito con il prestigioso incarico di vicedirettore della DISA (Defense Information Systems Agency) e anche lei – come i suoi due più titolati colleghi e forse in misura ancora maggiore, visto che si tratta di una donna – smentisce quelli che potremmo definire i luoghi comuni sulla “ridotta attitudine militare” degli italiani. Quello che si vuole dire, in sostanza, è che non si arriva ai vertici dell’apparato militare statunitense se non si hanno qualità di un certo tipo e, tra queste, la “ridotta attitudine militare” non è certamente un requisito necessario, anzi.

Malgrado ciò, malgrado il fatto che sia possibilissimo per elementi di chiara origine italiana farsi strada fino ai massimi gradi della più importante organizzazione militare del mondo, lo stereotipo di “mandolinai e pizzaioli”, di gente inaffidabile, che non sa battersi e tanto meno lo ama, ci perseguita da tempo. A quando risale la genesi di questo dato storico negativo? Tralasciando i repentini capovolgimenti di fronte che hanno fatto la storia di casa Savoia, cioè della casata che ha svolto un ruolo determinante nella storia d’Italia, e che tuttavia si riferiscono molto più alle sue vicende preunitarie che a quelle successive, è possibile trovare parecchie tracce di inaffidabilità e di scarsa propensione al combattimento nella storia italiana. Un esempio classico di inaffidabilità politica è rappresentato dai “giri di valzer” che caratterizzarono l’Italia giolittiana, con l’appartenenza formale alla Triplice Alleanza con gli Imperi centrali e le scelte politiche successive, esattamente antitetiche, che portarono l’Italia ad entrare nella Grande Guerra dalla parte dell’Intesa. A sua volta, un esempio classico di scarsa propensione al combattimento è rappresentato dalla rotta di Caporetto[i] e dai fenomeni che si verificarono durante ed a seguito della medesima, con i ben noti casi di “sciopero militare” mai troppo indagati da un lato e strumentalmente utilizzati per coprire le macroscopiche deficienze professionali degli alti comandi e del corpo ufficiali dall’altro.

Certo è che già al momento dell’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale la tesi che gli italiani “non sapessero” o “non amassero battersi” era una voce piuttosto diffusa e radicata, se tutti gli interventisti, compresi quelli della Sinistra nazionale[ii], reclamarono con forza la scelta della via delle armi proprio per smentire, anche e soprattutto con il loro personale esempio, tale fama disonorevole. Il loro sacrificio non fu vano, non solo perché portò alla vittoria del 1918, ma anche perché consentì il lievitare nel nostro Paese di un fenomeno come quello dell’arditismo, autentica smentita vivente, con la sua valentia delle armi e la sua estetica della morte, dei troppi luoghi comuni che circolavano a carico delle qualità militari degli italiani.

Sfortunatamente per i nostri destini di Nazione, la contrapposizione tra “i soliti quattro gatti” capaci di fare miracoli con l’ardimento e l’inventiva, e un’istituzione militare burocratica, misoneista, professionalmente discutibile e tecnicamente inetta, corrosa dal carrierismo e da clientelismi di tutti i generi, è una “sottile linea rossa” che percorre la storia nazionale dal 1918 in avanti, intinta (ci si perdoni la retorica, ma è necessaria) nel sangue dei suoi figli migliori: dalle intuizioni di Giulio Dohuet sul bombardamento strategico a quelle di Teseo Tesei sulla possibilità di usare mezzi navali modestissimi come moltiplicatore di forza di un Paese povero e scarsamente industrializzato, dalle imprese grandi e piccole degli eroi, noti e meno noti, della seconda guerra mondiale a fenomeni di “estetica della guerra” come la carica del “Savoia Cavalleria” ad Isbuschenskij (estate 1942), è tutta una storia di occasioni perdute, di opportunità vanificate, di sacrifici utili solo come prove testimoniali (e solo per chi fosse in grado di apprezzarli), affondati in un sistema di colossale inefficienza, di ritardo tecnologico, di compiaciuta autoesaltazione della propria ignoranza.

Il dramma vero, tuttavia, avviene dopo ed è quell’8 settembre 1943 che, a tutti gli effetti, segna la “morte della Patria”[iii], che getta deliberatamente una “Nazione allo sbando”[iv], che invia “tutti a casa” (almeno quelli che vorranno e riusciranno a tornarci) non soltanto in senso stretto, ma in senso lato, inducendoli a confondere il loro focolare, il loro piccolo Heimat, con la loro casa unica e vera – l’Italia -, privandoli di un senso di comunità, di Nazione, di destino che non fosse riservato alla loro dimensione personalissima e privatissima, inducendo gli uni a vergognarsi del passato e gli altri a vergognarsi del futuro, creando una dimensione di guerra civile permanente che ancora non si è ricomposta – e difficilmente appare in grado di ricomporsi – in una memoria condivisa, in cui non ci sia più da vergognarsi di alcunché.

Fatto oggetto di una pesante rimozione storica, ovviamente tutt’altro che disinteressata, in quanto intorno ad esso ruota tutta la legittimità di ciò che è venuto dopo, l’8 settembre è scarsamente compreso dagli italiani non solo nei suoi effetti sul piano interno, ma anche e soprattutto su quello internazionale. Un esercito che cessa di battersi e si sfascia in preda a varie forme di dissoluzione, dall’ammutinamento[v] alla fuga di massa; una flotta che si consegna al nemico, sono tutti fenomeni che non potevano certo rafforzare la stima del mondo nei confronti delle capacità belliche degli italiani, che peraltro già durante il secondo conflitto mondiale non erano certo rifulse per colpa di una classe militare di livello professionale decisamente basso[vi] e talvolta pure di dubbia lealtà.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale, si apre una nuova fase storica, ma l’8 settembre è lì e non si può toglierlo facilmente di mezzo. E’ una presenza ingombrante, ma in realtà è molto più ingombrante – per le forze politiche emerse vittoriose dagli sconvolgimenti della guerra – la presenza di forze militari nazionali in quanto tali, perché nessuno le vuole: non le vogliono i comunisti, che le considerano l’unico ostacolo vero all’auspicato passaggio dell’Italia dal blocco occidentale a quello sovietico, ma non le vogliono e si limitano a tollerarle anche i moderati raccolti intorno alla Democrazia cristiana che, come cattolici, nutrono una più o meno spiccata diffidenza (a seconda del loro livello di riferimento agli orientamenti dottrinali delle origini) nei riguardi di tutto ciò che è militare.

Su questo sfondo, l’Italia repubblicana nasce afflitta da un’anomalia che è al tempo stesso una gravissima debolezza strategica: dispone di forze militari, perché non esiste Paese al mondo degno di questo nome che non ne disponga e perché la sua posizione al confine tra due blocchi in conflitto non è tale da consentire alle sue classi dirigenti di esserne priva, ma tali forze risultano totalmente delegittimate. Delegittimate sul piano politico, perché nessuno dei grandi partiti di massa le ritiene degne di rispetto, in quanto retaggio di un passato deprecabile (quello del militarismo fascista[vii]), e delegittimate sul piano culturale non solo perché la Costituzione repubblicana “ripudia la guerra”, ma soprattutto perché nessuno, all’interno del Paese, ragiona più in termini di sovranità nazionale (di cui le Forze Armate costituiscono ovviamente la massima espressione), ma solo di appartenenza a blocchi politici, ideologici ed economici contrapposti.

L’Italia del secondo dopoguerra è dunque una Nazione priva di una cultura militare e di una cultura strategica, e, conseguentemente, di una cultura nazionale. Non riesce dunque ad immaginarsi come Nazione, il che può anche essere comprensibile, considerato l’esito avuto da oltre due decenni di retorica ultranazionalista del fascismo, ma è terribilmente problematico. Cerca nuove forme di vita e di identità, nella forse comprensibile ma certo assurda speranza di definire nuovi percorsi, di trovare nuove strade, di inventare nuovi modelli di identità nazionale.

Questo potente complesso di illusioni trova facile alimento negli anni della “Guerra fredda”, quando il blocco moderato riunito intorno alla Democrazia cristiana non ha e deve avere altra preoccupazione se non quella di consumare la sicurezza prodotta da altri, in primo luogo dagli americani. Il contributo che le è richiesto è di tipo soprattutto formale: una struttura militare per certi versi piuttosto grande, in grado di articolarsi su divisioni e brigate da schierare al confine orientale, a difesa da un potenziale attacco del Patto di Varsavia. Su quale poi sia la reale consistenza operativa di tale struttura, non è il caso di soffermarsi troppo: chiunque abbia prestato il servizio militare obbligatorio in quegli anni ricorderà la modesta efficienza dei reparti e l’assai carente (usiamo un eufemismo) livello di tensione morale che li pervadeva. Non mancavano le eccezioni in positivo, sia chiaro, ma si perdevano nel mare magnum di un’istituzione che dava palesemente prova di non credere in se stessa (e lo si vedeva benissimo).

Questa situazione di privilegio, questa possibilità di consumare a basso costo la sicurezza prodotta da altri, è venuta progressivamente a mancare nel momento in cui, con la fine della “Guerra fredda” e il collasso dell’URSS e del blocco sovietico, l’Italia, come molti altri Paesi europei, si è trovata nella necessità di trasformarsi da consumatrice a produttrice di sicurezza, di definire un interesse nazionale e delle priorità strategiche atte a tutelarlo. Per noi, infatti, si è trattato di un autentico trauma e non eravamo in alcun modo attrezzati ad affrontarlo.

Fino a quel momento, l’appartenenza ad un blocco militare come la NATO ci aveva consentito di nascondere dietro un profilo internazionale le nostre carenze puramente nazionali. Nella nuova realtà, però, quel gioco delle parti non era più riproducibile. Occorreva assumersi responsabilità in proprio e, per farlo, eravamo totalmente privi degli strumenti adatti.

Lo strumento per eccellenza, cioè le Forze Armate in quanto tali, era ancora il problema più facile da risolvere: era sufficiente riconfigurarlo sulla base delle nuove realtà del mutato quadro strategico internazionale. Malgrado ciò, c’è voluto un quindicennio prima che il nostro corpo ufficiali si piegasse all’esigenza di dotare il Paese di uno strumento militare professionale su base volontaria. C’era tutto da guadagnare, in un passaggio del genere, in termini di legittimazione funzionale, visto che sarebbe profondamente mutata in senso professionale la natura dell’organizzazione militare, ma al contrario è stato fatto ogni sforzo per evitare questo approdo, peraltro inevitabile, nella difesa di uno status quo ispirata a considerazioni le più diverse, ma certo non professionali.

I veri problemi, tuttavia, erano altri e consistevano essenzialmente nel dotare il Paese di una cultura strategica e di una cultura militare. Ma – e qui sta il punto – le due forze politicamente dominanti nel Paese, quella cattolica e quella comunista, erano impossibilitate a farlo dalla loro natura sostanzialmente a-nazionale, dal loro riferirsi ad ideologie internazionaliste profondamente diverse, ma certo prive di qualsiasi ispirazione nazionale. Occorreva trovare una soluzione che consentisse all’Italia di continuare a sviluppare una delle sue peculiarità storiche più negative, vale a dire fingere di fare quello che facevano gli altri, quando in realtà faceva qualcosa di profondamente diverso o, più probabilmente, non faceva nulla. Non c’era alcuna possibilità di sviluppare un concetto di interesse nazionale e tanto meno una cultura strategica nazionale, poiché la cosa fuoriusciva completamente dall’orizzonte culturale e si sarebbe tentati di dire anche antropologico di una classe dirigente che, per basse ragioni di bottega, aveva commesso il grave errore di identificare fascismo e Nazione, con la conseguenza che, invece di fare particolari danni al primo, ormai sconfitto, erano state inferte ferite irreparabili alla seconda, con esiti catastrofici per il futuro del Paese e della sua stessa percezione di sé. Ci sarebbe da interrogarsi a lungo se ciò sia avvenuto a caso o per una scelta politica precisa, ma non è questa la sede. Quel che conta davvero è che, nel momento in cui i mutamenti della politica internazionale richiedevano all’Italia un maggiore protagonismo in termini di produzione di sicurezza, il nostro Paese non disponeva di una cultura che gli consentisse di farlo. Semmai, era da tempo in preda ad una subcultura fatta di stereotipi negativi, di lassismo, di menefreghismo palesemente intesa a far pascere gli italiani, per di più con soddisfatto autocompiacimento, nei loro peggiori difetti, contenti di autorappresentarsi (non necessariamente di essere) nel modo peggiore possibile. E’ sufficiente pensare a certo cinema od a certa letteratura, in cui l’italiano o è cialtrone o non è, nel senso che la cialtroneria viene deliberatamente promossa come dato consustanziale, e ovviamente irrinunciabile, dell’identità nazionale[viii].

Poiché era inammissibile sottrarsi ad obblighi che scaturivano dalla nostra posizione internazionale ed anche da vincoli di alleanza e solidarietà con il mondo occidentale, la via che all’inizio degli anni Ottanta venne scelta per giustificare una sempre maggiore presenza italiana in campo internazionale, presenza affidata essenzialmente alle sue forze militari, fu quella delle “missioni di pace” che, a cominciare dal Libano (1982-1984), presero a diventare la stucchevole litania di accompagnamento di qualsiasi impegno italiano all’estero.

Come è fin troppo noto, c’era e c’è ben poco di realmente pacifico nelle missioni che hanno accompagnato il crescente impegno militare italiano all’estero degli ultimi due decenni. Nella maggior parte dei casi, erano interventi di stabilizzazione e – quel che è davvero importante rilevare e che tutti tendevano (e tendono) invece a sottorappresentare -, se la finalità di fondo era innegabilmente pacifica, non altrettanto lo erano (e non avrebbero potuto esserlo) le modalità di intervento, che, per evidenti motivi tecnici, erano invece di stampo militare tradizionale. Questo secondo aspetto è sempre stato deliberatamente nascosto, persino in occasione di eventi come la battaglia al check point “Pasta” a Mogadiscio (2 luglio 1993), mentre avrebbe dovuto essere rappresentato, anzi sovrarappresentato, anche per rispetto nei confronti dei nostri militari, dal momento che i giusti obiettivi di stabilizzazione di fondo dovevano essere talvolta ottenuti con il ricorso alle armi.

Anche se la nostra classe dirigente – politica e non – tende a negarlo (con pochissime eccezioni di rilievo, ad esempio il generale Carlo Jean), il vero problema di credibilità strategica internazionale dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale e l’8 settembre 1943 consiste nel ricostituirsi una credibilità militare. Una grande opportunità in questo senso sarebbe stata offerta dalla partecipazione di una brigata terrestre alla Guerra del Golfo del 1990-91, dato che quel conflitto, che si svolgeva all’interno di una precisa deliberazione dell’ONU, godeva di una legittimazione politica assoluta, che nessuno avrebbe potuto scalfire. Per contro, si è preferito optare ancora una volta sull’impegno aereo e su quello navale, rinunciando a quello terrestre, molto più visibile e impegnativo. O, peggio, si è preferito arrivare con una presenza terrestre in forze a cose fatte, come nel caso del secondo conflitto iracheno, svoltosi peraltro in un quadro di legittimità internazionale assai più fragile, ciò che comunque è servito, in negativo, a consolidare a nostro carico una robusta fama di profittatori. Così come lo sono serviti, sempre in negativo, i milioni di dollari pagati ai rapitori in tentativi più o meno riusciti di recupero di ostaggi, esperiti pure quando un blitz di forze speciali, condotto anche non da soli ma in stretta collaborazione con gli americani, avrebbe enormemente giovato alla nostra immagine internazionale e alla nostra stessa autostima[ix].

La motivazione che viene addotta costantemente a scusante di comportamenti così timidi, rinunciatari o addirittura sgradevoli, da parte della dirigenza politica e militare, è che il Paese, nella sua intima essenza, non avrebbe la fibra per resistere ai drammi ed alle sofferenze di un conflitto. Gli eventi di Mogadiscio e quelli ben più gravi e recenti di Nassiriya (12 novembre 2003) hanno dimostrato invece esattamente il contrario, vale a dire che l’opinione pubblica italiana non è formata da “mammoni” o da vili, ma da cittadini consapevoli che qualunque tipo di impegno internazionale impone i suoi costi, anche in termini di vite umane. In tali occasioni, quindi, non ci sono state manifestazioni di piazza contro il governo, ma un dolore sentito, commosso, composto e partecipe, che spesso ha dato luogo a partecipazioni di folla assolutamente inattese a cerimonie, ufficiali e non, di omaggio ai caduti.

Il problema della mancanza di una cultura strategica non è dunque un problema di base, ma di vertice e, in particolare, di quella che è l’autorappresentazione degli italiani da parte della cultura dominante. Quello italiano è un popolo come gli altri, con pregi e difetti. Quella che è assolutamente peculiare, al punto da costituire un’autentica anomalia, è l’incultura strategica che viene diffusa dal vertice, un vertice che a nessun livello – politico, militare o culturale – riesce ad immaginare l’Italia come Nazione e i suoi cittadini come popolo, come comunità nazionale.

Questa non è purtroppo una novità: se guardiamo alla storia unitaria, i peggiori insuccessi militari italiani, da Adua[x] a Caporetto, dalle tante sconfitte della seconda guerra mondiale all’8 settembre, non sono frutto della codardia popolare, ma della gigantesca insipienza di una classe dirigente, politica e non, che di dirigente aveva soltanto il nome ed i relativi privilegi, non certamente la capacità di acquisire competenze di vertice e tanto meno quella di assumersi le proprie responsabilità. Spesso, nella storia nazionale, le masse si trovano in situazioni difficili e disperate e, salvo pochissime eccezioni, fuggono. Ma chi le ha messe in quelle condizioni, chi le ha gettate irresponsabilmente allo sbaraglio? Chi ha commesso errori politici e tecnici macroscopici? Chi, al momento buono, non si è fatto trovare con i propri soldati a condividere la sconfitta, ma già pronto a ricostruirsi una verginità, a rifarsi una carriera, a far dimenticare le proprie colpe?

Questa irresponsabilità di vertice si è sposata, nel secondo dopoguerra, con una assoluta estraneità delle culture dominanti – cattolica e comunista – alla dimensione nazionale. E quando, nel corso degli anni Novanta, la Prima Repubblica è stata travolta dagli scandali e si è profilata per un attimo la possibilità di un cambiamento, ci si è ben presto resi conto che nessun cambiamento era possibile, dal momento che, se la dimensione politica era in crisi (poi in larga misura rientrata) non lo era per niente la dimensione metapolitica. Non a caso – e crediamo si tratti di affermazione assolutamente incontestabile – il quadro di riferimento culturale in cui si sono svolte le “missioni di pace” all’estero condotte dal governo Berlusconi è il medesimo di quelli in cui si sono svolte le missioni precedenti: lagnosa insistenza sull’ossimoro “soldati di pace”, sovrarappresentazione della “via italiana al peacekeeping” (la tesi che vuole che gli italiani – in quanto “brava gente” – siano molto più capaci di altri popoli ad entrare in relazione con le popolazioni locali: un wishful thinking che cerca di recuperare “in positivo” gli stereotipi che ci portiamo addosso in ambito internazionale – simpatici, allegroni, maniaci del calcio e delle donne, e soprattutto gente “con il cuore in mano” (che all’estero suona in realtà come “inutilmente chiassosi ed emotivi”) – per farne un punto di forza, prescindendo proprio da alcuni fattori fondamentali in certi contesti, come l’impiego della forza stessa, la credibilità e l’effettivo controllo sul territorio, e lasciando comprensibilmente cadere un velo di silenzio su pratiche non propriamente esaltanti, come l’elargizione massiccia di grandi quantità di denaro ad amici e soprattutto a nemici, potenziali e non, a fini di stabilizzazione in nostro favore delle aree affidate al nostro controllo); nessun tentativo di rilegittimazione – ovviamente graduale e progressiva – della funzione militare come funzione “guerriera”.

Sotto quest’ultimo profilo, occorre riconoscere che il governo Berlusconi, ammesso e non concesso che l’abbia cercata, non ha trovato alcuna sponda, sotto il profilo metapolitico, in ambito militare, e non solo perché, restringendo i bilanci della Difesa più ancora di quanto avessero fatto i precedenti esecutivi di centrosinistra, se ne è comprensibilmente alienato le simpatie, ma anche e soprattutto perché – e, tra tutte le anomalie fin qui riscontrate, questa è forse la maggiore – i militari italiani, a parte le solite ristrettissime eccezioni, sembrano i più contenti, da parecchio tempo a questa parte di essere ossimori viventi, di “essere non essendo”, di rinunciare consapevolmente alla loro funzione primaria (quella guerriera) per andare alla ricerca di funzioni altre che restituiscano loro una parvenza di legittimità in un contesto dove, in questo caso del tutto a ragione, percepiscono di non averne alcuna[xi]. Non è un caso che, nel nostro Paese, la più instancabile promotrice della figura risibile dei “soldati di pace” sia proprio l’istituzione militare, con qualche correttivo parziale dovuto ad una residua forma di ritegno, ma con un’insistenza degna di miglior causa. Se, infatti, una modestissima legittimazione su questo versante è stata con il tempo (forse) trovata, il problema (che, sia detto per inciso, sembra sfuggire del tutto ai militari) è che si tratta di una legittimazione a-funzionale, nel senso che sono riusciti a legittimarsi ad essere ciò che non dovrebbero essere. Non ci sembra un gran risultato.

Se si guarda a tutto questo, non è difficile approdare alla conclusione che siamo privi di una cultura strategica per il semplice fatto che siamo impossibilitati ad averne una. La cultura che in questo campo si è consolidata nel nostro Paese negli ultimi decenni è talmente solida da essere diventata – con i meccanismi tipici dei totalitarismi più raffinati, quelli “dolci” – un obbligo a cui nessuna persona di retto sentire è in grado di sottrarsi, per un automatismo di pensiero tipico delle “democrazie guidate”, che è quello per cui si è liberi di pensare ciò che ci viene chiesto di pensare. Se poi per caso questa persona fosse dotata di tanto coraggio o di tanta incoscienza, ci penserebbe il sistema di valori edificato dalla cultura dominante a sottolinearne la “diversità” (quella che si combatte a parole, quando non fa comodo evidenziarla per delegittimare l’avversario), l’estraneità, la stramberia, l’appartenenza a quella che il mondo anglossassone (che la sa lunga in materia, in quanto è l’inventore di tale sistema) è solito definire una lunatic fringe, cioè una frangia di emarginati che non è il caso di prendere troppo sul serio, in quanto lunatici, simpatico eufemismo per non dire pazzi. E’ sufficiente partecipare ad un dibattito pubblico, anche a livelli molto modesti, per constatare di persona, prima ancora di essere contrastati dal moderatore (cosa che, se si sostengono certe tesi, avviene quasi regolarmente, dovunque si sia invitati a parlare), che il problema non è ovviamente quello di esprimere liberamente le proprie idee (questo si può benissimo farlo, tanto nessuno ascolta), ma semmai essere chiamati a farlo in un contesto culturale talmente condizionato da fare apparire provenienti da un altro pianeta (ed essere trattati, per quanto cortesemente, di conseguenza).

Con questo, il cerchio si chiude, ma all’interno del cerchio non rimangono soltanto pochi malcapitati, ma un intero Paese che oggi è costretto dalla sua cultura dominante a “pensare cooperativo”, a fare continue attestazioni di becero pacifismo in una realtà che è sempre più competitiva e che potrebbe presto diventare anche conflittuale. La logica sequenziale non è uno dei punti di forza né della cultura né del carattere nazionale, ma, se venisse usata almeno una volta, potrebbe forse indurre qualche mente di funzionalità anche non superiore alla media a chiedersi quali vantaggi abbia prodotto, per l’Italia come comunità nazionale, ispirare le proprie logiche ad un “buonismo” di facciata (ché la realtà sottostante – come sappiamo – è alquanto diversa e lascia spazio a fenomeni dove il “cattivismo” malavitoso è, a tutti i livelli, assai diffuso) e ad una concezione irenica del mondo: non granché, si potrebbe dire, vista la nostra caduta a picco in tutte le più importanti classifiche internazionali, a favore di Paesi che molti italiani continuano a considerare (anche se magari, in nome del “politicamente corretto”, si astengono dal dirlo) un’accozzaglia di selvaggi.

Il fatto è che, per “pensare strategico” e per avere una cultura conseguente, occorre immaginarsi come popolo, come Nazione, come comunità di destino, non come un insieme malamente coeso di individui e interessi permanentemente in conflitto tra loro. Occorre avere un’etica della responsabilità e degli obiettivi condivisi. Occorre, in una parola, “fare sistema”, come si dice oggi, con un neologismo che può piacere o meno, ma che comunque rende bene l’idea. Sfortunatamente, poco o nulla di tutto questo sta avvenendo e la cosa non è casuale, ma frutto di crescenti ritardi culturali. Accade infatti che coloro che si ritengono all’avanguardia e che continuano a ripetere – a trent’anni di distanza – slogan che andavano bene (forse) a metà degli anni Settanta, sono ovviamente scivolati in retroguardia, anche se non se ne sono accorti. Se continuano ad avere successo, è perché detengono importanti posizioni di potere e perché i loro slogan di amore e fratellanza universali sono quelli che si sposano meglio con quell’”etica dell’irresponsabilità” che pare esercitare un’attrazione irresistibile su una significativa componente dei nostri connazionali. I fautori dell’”impegno” politico nei roaring Seventies sono diventati oggi fautori di un irenismo e di un “buonismo” che si sposa nel migliore dei modi con la paura di affrontare il mondo (e il mercato) che è tipica di chi sa che da un confronto globale ha tutto da perdere e poco o nulla da guadagnare, da chi non ha voglia di impegnarsi, di lottare, di sforzarsi, e preferisce le piccole certezze di un’esistenza garantita (che avrò per me, mio figlio – ormai è chiaro – non ne avrà alcuna: ecco uno splendido esempio di senso della comunità e della continuità…), di un anonimato, di un rifugiarsi nel cantuccio che sarebbe anche allettante, almeno per qualcuno, se potesse durare in eterno, ma che invece è frutto di un capitale faticosamente accumulato in passato ed ora in via di dissoluzione per eccesso di consumo irresponsabile.

L’”assenza dalla Storia” – il sogno neanche tanto proibito di una parte non trascurabile di italiani – è però un sogno impossibile, perché non ci si può assentare dalla dinamica storica, anche se molti provano seriamente a farlo. Su questo sfondo, la speranza che l’Italia possa cominciare a “pensare strategico” è più di un sogno, è probabilmente un’autentica utopia. Che però, come tutte le utopie, ha quanto meno il merito di indicare obiettivi, di porre traguardi. E ci si può muovere nella sua direzione per piccoli passi, senza traumi particolari, alla sola condizione di voler sottrarsi al nullismo odierno, alle parole d’ordine sbagliate, alle false verità ripetute stancamente come slogan di regimi totalitari. In caso contrario, perdurerà e ovviamente si aggraverà una condizione di vuoto culturale che è soprattutto una condizione di vuoto strategico. Quel che è certo è che, in futuro, o acquisiremo una dimensione internazionale competitiva, e tutti gli strumenti utili a farlo, tra cui una cultura strategica e una militare, o cesseremo letteralmente di esistere e ritorneremo ad essere quell’”espressione geografica” di cui parlava con disprezzo il Metternich. Il vero problema è che questa è probabilmente una prospettiva assai allettante per molti italiani.

Piero Visani

 

NOTE

 

[i] Su Caporetto, si leggano le illuminanti considerazioni di M. SILVESTRI, Caporetto. Una battaglia e un enigma, Mondadori, Milano 1984, in particolare per quanto concerne il “filo rosso” che lega l’”Italia caporetta” a quella dell’8 settembre 1943 e, per molti versi, a quella di sempre.

[ii] In proposito chi scrive, giovane laureando in Storia all’Università di Torino con una tesi di storia militare, all’inizio degli anni Settanta ebbe il privilegio di raccogliere in tal senso la testimonianza diretta di uno dei massimi storici militari italiani, Piero Pieri, ormai molto anziano ma ancora lucidissimo nel riaffermare la propria volontà, quale interventista di Sinistra, di “dimostrare al mondo che gli italiani sapevano battersi”.

[iii] Sul tema, resta fondamentale il saggio di E. GALLI DELLA LOGGIA, La morte della patria, Laterza, Roma-Bari 1996.

[iv] Sul tema si legga l’interessantissimo saggio di E. AGA ROSSI, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943, nuova edizione, Il Mulino, Bologna 1998.

[v] Sono note, ad esempio, le polemiche sulla reale natura dei fatti di Cefalonia del settembre 1943.

[vi] Si leggano, sul tema, le impietose ma in larga misura condivisibili valutazioni di G. ROCHAT, Le guerre italiane 1935-1943. Dall’impero d’Etiopia alla disfatta, Einaudi, Torino 2005.

[vii] La questione meriterebbe un’indagine a parte. Quello che si può dire in questa sede è che, se il fascismo fosse stato realmente militarista, al di là di qualche modesta esibizione di facciata, avrebbe fatto ogni sforzo per ammodernare le forze armate e, soprattutto, per sottrarle al controllo di un corpo ufficiali ottusamente conservatore, misoneista e, in non pochi casi, professionalmente incompetente.

[viii] Per fare un esempio molto chiaro, si pensi all’interpretazione di uno sport molto popolare come il calcio in due film diversi, ma entrambi piuttosto noti (il secondo addirittura premiato con l’Oscar per il migliore film straniero nel 1992): Fuga per la vittoria (Escape to Victory) di John Huston (1981) e Mediterraneo di Gabriele Salvatores (1991). Nel primo, il calcio è uno strumento con il quale dei combattenti, per quanto in misura largamente prevalente civili in uniforme e non soldati di professione, cercano di ridicolizzare il nemico e al tempo stesso di farne uno strumento per sottrarsi alla prigionia; dunque è un mezzo, non un fine. Nel secondo, il calcio è la rivendicazione dell’identità nazionale: nel mezzo di una bufera planetaria, la partitella (neppure una partita regolare in uno stadio vero, come nel film precedente) in un campetto di fortuna di un’isola greca è il modo per riconoscersi, per affermare (sic) un sé, per trasmettere al mondo il messaggio: “gli altri facciano pure le guerre, noi ci facciamo la partita” e – quel che è peggio – ci riconosciamo come tali solo quando la facciamo. Qui dunque il calcio è un fine, non un mezzo; è il punto di convergenza di un’identità fragile, è l’esteriorizzazione dell’irresponsabilità più totale.

[ix] Su questo sfondo, la vicenda di Fabrizio Quattrocchi e della sua nobilissima rivendicazione a “far vedere come muore un italiano” si pone a livelli di altezza tali da risultare gravemente stridente con il resto. Il che ne accresce ovviamente la portata.

[x] Su Adua e la mancanza di preparazione e di professionalità che già in quella circostanza (ma c’erano illustri precedenti come Custoza e Lissa nel 1866) venne palesata dalla classe militare italiana, si veda D. QUIRICO, Adua. La battaglia che cambiò la storia d’Italia, Mondadori, Milano 2004.

[xi] Il tema in questione è sostanzialmente tabù nel nostro Paese, per cui, essendo chi scrive uno dei pochi che ha cercato di svilupparlo, per altro in semiclandestinità, è purtroppo costretto a ricorrere all’autocitazione: cfr. P. VISANI, Forze Armate, mass media ed opinione pubblica nell’Italia attuale. Cause e problemi di un difficile rapporto, Roma 1994

Elezioni europee 2019: quale idea d’Europa?, di Roberto Buffagni

Prolegomeni alla teologia elettorale

Elezioni europee 2019: quale idea d’Europa?

 

Le elezioni europee del 2019 hanno certo grande importanza politica, anche se il Parlamento UE dispone di limitati poteri. Ma sul piano simbolico, che con la dimensione del politico ha una relazione necessaria, le elezioni europee 2019 saranno, a mio avviso, decisive. Lo saranno, perché per la prima volta sarà messo apertamente in questione il difetto genetico della UE, cioè la fonte della sua legittimità, e per la prima volta comincerà ad entrare nel dibattito politico di massa la domanda “che senso ha l’Europa”?

Lo rileva con intelligenza Massimo Cacciari in questo recentissimo, appassionato e commosso intervento al Forum PD: https://youtu.be/RR9vCQqfIUY , che invito il lettore ad ascoltare per intero.

Questi i punti essenziali dell’intervento di Cacciari:

  1. E’ in corso, in Europa, un conflitto decisivo tra visioni del mondo e concezioni antropologiche incompatibili
  2. L’Europa atlantica delle origini è finita per la scelta sciagurata di dominio mondiale degli USA dopo la fine dell’URSS
  3. L’Europa odierna ha mancato alla sua promessa fondativa: s’è svuotata la democrazia rappresentativa, che senza una concreta eguaglianza di opportunità e una realistica prospettiva di benessere personale e sociale perde di senso, e viene sostituita da forme di “democrazia autoritaria”.
  4. Sarà ancora democratico, il nostro futuro?”
  5. Lo scontro sovranismi, populismi, nazionalismi/europeismo è analogo allo scontro tra potenze cosmopolite e potenze nazionali che condusse alla IGM. Oggi, al posto dell’impossibile guerra guerreggiata ci sarebbe la guerra economica “tra gli Staterelli” europei. Nel mondo di oggi possono competere solo Grandi Spazi.
  6. Dopo la I e la II guerra mondiale, alle prossime elezioni europee si profila la possibilità del “terzo suicidio d’Europa.”
  7. Per sventarlo, anzitutto non bisogna difendere la UE così com’è: oggi, l’Europa è indifendibile.
  8. Va proposta una nuova idea d’Europa e una riforma profonda delle sue istituzioni, abbandonato il rigorismo economico, trovata una politica estera comune anzitutto mediterranea (ne fa parte il problema migratorio).
  9. E’ necessaria l’idea dell’Europa avvenire. Qual è la missione d’Europa?
  10. La crisi d’Europa non è solo la crisi delle socialdemocrazie, ma ancor più la crisi dei partiti di ispirazione cristiana. Christenheit oder Europa[1], si diceva un tempo. Ma oggi, chi rappresenta l’ispirazione cristiana del progetto europeo?
  11. I sovranisti un’idea ce l’hanno: la nazione, il popolo. “Sono balle”, ma sono anche idee. Qual è la nostra idea?
  12. Alle due prime parole d’ordine della rivoluzione francese, libertà ed eguaglianza, i rivoluzionari aggiunsero la terza, “fraternità”, che è un principio eminentemente cristiano. Libertà ed eguaglianza non bastano, perché libertà “è una parola vuota”, e “libertà” ed “eguaglianza” sono in contraddizione reciproca.
  13. Non si può combinare l’Europa se non combini le grandi tradizioni laiche alle tradizioni della cristianità.” E’ su queste basi che si può immaginare una missione d’Europa.
  14. L’Europa non è solo razionalizzazione, tecnica, scienza, non solo democrazia come procedura democratica, ma anche cultura e umanesimo europei.
  15. Le democrazie autoritarie hanno bisogno di un nemico. Una vera democrazia rappresentativa europea, invece, deve essere una “democrazia accogliente”, che tenta di rappresentare anche l’Altro con il quale entra in rapporto: la democrazia davvero rappresentativa è forte perché riesce a dia-logare, perché il suo Logos inclusivo è infinitamente più forte della parola solipsista dei nazionalismi.

Prendo in esame il discorso di Cacciari, premettendo che non sono né  teologo né filosofo, e che dunque le mie sono soltanto osservazioni di un dilettante di buone, benché un po’ antiquate, letture.

Concordo in sostanza con la diagnosi sull’attuale situazione europea delineata da Cacciari nei primi 4 punti. Dissento sull’analogia al punto 5, tra cause della IGM e attuale conflitto tra nazionalismi ed europeismo, che mi sembra affrettata. Verisimile, invece, che a una disgregazione della UE succederebbe un “periodo di torbidi” e di guerra economica, o meglio ibrida, tra nazioni europee. Concordo sul punto 7, sulla indifendibilità della UE così com’è.

E vengo ora ai punti che mi interessano di più, vale a dire al tema della “idea” e della “missione” d’Europa. E’ senz’altro vero che ogni realtà politica (anzi, ogni realtà umana) abbisogna di una “idea” e di una “missione”, vale a dire di un senso. A maggior ragione ne abbisogna una realtà politica in fieri (e in crisi) come l’Europa, che in tutta la sua storia splendida e terribile non è mai riuscita a trasformarsi in entità politica unitaria. Ed è perfettamente vero che “Non si può combinare l’Europa se non combini le grandi tradizioni laiche alle tradizioni della cristianità” (punto 13).

Ora, la domanda logicamente conseguente alla corretta affermazione di Cacciari è: “è possibile dare forma all’Europa combinando le grandi tradizioni laiche alle tradizioni della cristianità?” Non è certo facile rispondere; ma credo che il conflitto culturale e politico epocale che si delinea e si prepara, in Europa e nel mondo, e del quale le prossime elezioni europee saranno un episodio significativo, verta proprio su questo punto chiave.

Cerco di spiegarmi meglio, nei limiti delle mie capacità e delle dimensioni di questo breve scritto.

La spia del punto problematico credo lampeggi al punto 15 del discorso di Cacciari, dove egli distingue tra democrazie autoritarie che hanno bisogno di un nemico, e una vera democrazia rappresentativa europea, che invece deve essere una “democrazia accogliente”, che vuole rappresentare anche l’Altro con il quale entra in rapporto ed eventualmente in conflitto. Il nodo che il discorso di Cacciari tenta qui di sciogliere, è la contraddizione intrinseca all’universalismo politico. L’universalismo è una cosa sul piano delle idee, dei valori, della spiritualità. Se tradotto sul piano politico, però, l’universalismo non può che incarnarsi in forze inevitabilmente particolaristiche: perché esistono solo quelle, nella realtà effettuale. Volendo, chi se ne sente all’altezza può parlare in nome dell’umanità; ma non può agire politicamente in nome dell’umanità senza incorrere in una contraddizione insolubile, perché l’azione politica implica sempre il conflitto con un nemico; ed egli è dunque costretto a postulare l’accordo universale, almeno futuro, intorno alle sue premesse. E’ per questo che Cacciari sottolinea la necessità, già avvertita dai rivoluzionari francesi, di integrare la parola d’ordine cristiana di “fraternità” (cioè di concordia, almeno sperata e promessa) alle prime due, soprattutto reattive rispetto ai principi dell’ancien régime, di libertà ed eguaglianza.

Infatti, il minimo comun denominatore delle grandi forze politiche europee e statunitensi – liberals, cattolici democratici, socialdemocratici –  che hanno dato vita all’Unione Europea, è proprio l’universalismo politico[2]; e l’Unione Europea è un progetto universalista al 100%, tant’è vero che è stato sinora impossibile definirne i confini territoriali, che ai tempi del fiducioso entusiasmo europeista qualcuno pretendeva di estendere alla Turchia, e persino a Israele: perché ha diritto di far parte dell’UE chiunque ne condivida i valori universali, cioè virtualmente tutti, dal Samoiedo al Gurkha al Masai, e non soltanto chi ne condivida le radici storiche e i confini geografici.

La “vera democrazia rappresentativa europea” di Cacciari, che al contrario delle democrazie autoritarie non ha un nemico e deve essere una “democrazia accogliente”, che vuole “rappresentare anche l’Altro con il quale entra in rapporto”, è dunque la vera democrazia universalista, che per sua logica interna tende a diventare democrazia universale, cioè mondiale; e che non persegue questo obiettivo con la forza, con la conquista imperiale del mondo, ma in virtù del proprio Logos inclusivo, “infinitamente più forte della parola solipsistica” dei nazionalismi, legati all’identità dei popoli e delle nazioni (che sono “balle”).

Ora, una grande istituzione politica e culturale che ha il suo centro in Europa, “che tenta di rappresentare anche l’Altro con il quale entra in rapporto”, e che non pensa né agisce solo in conformità alle categorie amico/nemico che definiscono il Politico – per quanto la contingenza storica la costringa a tenerne conto e a piegarvisi tatticamente – esiste già: è la Chiesa cattolica cioè universale, il primo dei due “soli” del De monarchia dantesco (l’altro è l’Impero). Alla Chiesa cattolica universale, infatti, appartiene virtualmente tutta l’umanità, perché tutti gli uomini sono creati a immagine e somiglianza di Dio, e in Cristo virtualmente figli di Dio e fratelli (teologicamente, la figliolanza divina e la fraternità effettuali conseguono alla effettuale appartenenza sacramentale alla Chiesa, cioè al battesimo).

Implicitamente, dunque, Cacciari assegna all’Europa la missione di diventare la Nuova Chiesa Universale: una potenza, certo, anche temporale e politica, ma anzitutto ideale e spirituale; che certo deve fare, anche spregiudicatamente, i conti con il potere e con il conflitto politico, e dunque con la dialettica amico/nemico; ma che si legittima in ordine alla sua virtualmente universale inclusività. Senza forzar troppo l’analogia, si può dire che Cacciari assegna all’Europa da lui auspicata la missione di diventare un Impero Spirituale Universale, così replicando, nella dialettica con gli USA, l’altro polo geopolitico imperiale occidentale, la funzione che la Chiesa cattolica svolse nella dialettica con il Sacro Romano Impero. Europa-Chiesa, USA-Impero, con relativa lotta per le investiture.

Se la mia analisi della proposta di Cacciari è corretta, la risposta alla domanda “è possibile dare forma all’Europa combinando le grandi tradizioni laiche alle tradizioni della cristianità?” è obbligata, ed è “Assolutamente no, almeno non in questa forma.”

Mi spiego. Non c’è il minimo dubbio che il cristianesimo sia universalista: chiara come il sole l’affermazione di S. Paolo, che “Non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.”[3] Vera, o almeno storicamente plausibile benché parziale, la tesi secondo la quale l’universalismo cristiano è la principale forza ideale sradicante che ha dissolto i legami della stirpe, del suolo, dell’ethos della polis antica. E’ per questa ragione che un pensatore di grande statura come Alain de Benoist si dichiara “pagano”: non perché sacrifichi a Zeus, ma perché, in nome della comunità e della tradizione, rifiuta l’universalismo cristiano, che considera omologo al mondialismo, al liberalismo e al capitalismo, nichilisti e dissolventi. Ed è per questa ragione di fondo che mondialismo ed europeismo trovano oggi l’appoggio politico e culturale del papa e della Chiesa cattolica: un appoggio che, come dimostra anche il discorso di Cacciari, vale, per dirla con Stalin, “molte divisioni”, anche se il cattolicesimo odierno non ha più il peso culturale e politico di quando principali promotori della UE erano esponenti cattolici come De Gasperi, Schumann, Adenauer.

Però, c’è un però. La trasposizione dell’universalismo cristiano in universalismo politico è un caso di scuola di “immanentizzazione dell’eschaton”, cioè di trasposizione sul piano immanente, storico, di un fine sovrastorico e anzi trascendente: appunto, escatologico. Per farla breve, del tentativo di realizzare in Terra il Regno dei Cieli,  dove l’uomo comprenderà e controllerà il mondo come Dio la realtà, e dove la tentazione del Serpente nel giardino dell’Eden si rivelerà come promessa veritiera: “Eritis sicut dii, scientes bonum et malum”. E siccome saremo, naturalmente, dèi buoni e misericordiosi oltre che onnipotenti, ogni conflitto cesserà, la concordia regnerà, e il leone giacerà con l’agnello.  Il maggiore studioso dello gnosticismo politico – perché di questo si tratta: della traduzione politica di una corrente di pensiero gnostica – è Eric Voegelin[4], e alle sue opere rinvio il lettore.

Sul piano teologico, l’appoggio che papa e Chiesa cattolica danno a progetti politici gnostici come il mondialismo e l’europeismo dipende da quella che Romano Amerio[5] definisce “dislocazione della divina Monotriade” (la Monotriade è la SS. Trinità). Che cosa intende con questa formula il grande teologo cattolico svizzero-italiano? Nella sua opera maggiore, Iota unum[6], Amerio scrive che “alla base del presente smarrimento [della Chiesa cattolica] vi è un attacco alla potenza conoscitiva dell’uomo, e questo attacco rimanda ultimamente alla costituzione metafisica dell’ente e ultimissimamente alla costituzione metafisica dell’Ente primo, cioè alla divina Monotriade. […] Come nella divina Monotriade l’amore procede dal Verbo, così nell’anima umana il vissuto dal pensato. Se si nega la precessione del pensato dal vissuto, della verità dalla volontà, si tenta una dislocazione della Monotriade”.

Tento una breve illustrazione del denso concetto di Amerio. Il Credo Niceno-Costantinopolitano recita: “Credo in unum Deum, Patrem omnipotentem, Factorem cæli et terræ, visibilium omnium et invisibilium, Et in unum Dominum Iesum Christum, Filium Dei unigenitum et ex Patre natum ante omnia saecula: Deum de Deo, Lumen de Lumine, Deum verum de Deo vero, genitum, non factum, consubstantialem Patri: per quem omnia facta sunt; qui propter nos homines et propter nostram salutem, descendit de cælis, et incarnatus est de Spíritu Sancto ex Maria Vírgine et homo factus est […]Credo in Spiritum Sanctum, Dominum et vivificantem, qui ex Patre Filióque procedit, qui cum Patre et Filio simul adoratur et conglorificatur, qui locutus est per prophetas.”

Sul piano filosofico, Dio Padre corrisponde all’Essere, alla Realtà (“Io sono Colui che Sono/E’” risponde il roveto ardente alla domanda di Mosè). Il Figlio “generato e non creato, della stessa sostanza del Padre” è il Logos, la Verità e la Ragione, e lo Spirito Santo “che procede dal Padre e dal Figlio” insieme (Filioque) è l’Amore, la Carità “vivificante”. I rapporti interni all’ “Ente primo”, alla “divina Monotriade”, sono dunque i seguenti: Essere/Realtà e Logos/Ragione/Verità sono consustanziali: il Logos/Ragione/Verità è generato, non creato dall’Essere/Realtà. Dio Padre non decide arbitrariamente, con un puro atto di volontà, che cosa sia bene o male, o se il fuoco debba esser caldo o freddo (così ritiene invece, ad esempio, la teologia islamica). La Ragione e la Verità, e dunque anche la ragione e la verità accessibili all’uomo, sono consustanziali all’Essere e alla Realtà. Dal loro rapporto intrinseco e consustanziale nella SS. Trinità “procede” lo Spirito Santo, l’Amore/Carità; come, per analogia, dal rapporto vero e necessario tra realtà e ragione procedono, per l’uomo, il vero amore e la vera carità. Questa definizione dogmatica della SS. Trinità fonda la possibilità e la necessità dei preambula fidei, la “religione naturale” che i padri della Chiesa riconobbero nella filosofia platonica e aristotelica, parzialmente integrandole nella dottrina cattolica.

Nella formulazione di S. Tommaso: “Veritas est adæquatio rei et intellectus”. In un linguaggio più moderno, si può dire che la verità è inscritta nella realtà oggettiva del creato come Logos, come ordine e ragione, che l’intelletto umano può riconoscerla e “adeguarvisi” perché la natura umana è “consustanziale” alla realtà/verità come la Seconda Persona della SS. Trinità è consustanziale alla Prima, e che la libertà dell’uomo consiste nella facoltà di riconoscere e adeguarsi alla verità/realtà oppure no (libero arbitrio). Si noti bene, però, che quando sceglie di non “adeguarsi al vero”, l’uomo sceglie il falso e il male, che essendo “privatio boni” (S. Agostino) non fanno parte della realtà, dell’essere e dell’ordine. L’adesione, la  adæquatio alla realtà/verità, è dunque adesione, adæquatio alla Legge divina, che è anche il Logos, l’ordine del creato. E’ dal rapporto tra Essere/Realtà e Logos/Ordine che “procede” l’Amore, la “caritas” che può sussistere soltanto “in veritate”, come recita il titolo dell’enciclica di Papa Benedetto XVI.

Per riassumere: non c’è amore senza ordine, non c’è carità senza verità, non c’è misericordia senza legge. E di conseguenza: l’amore disordinato è falso amore, la carità senza verità è falsa carità, la misericordia senza legge è falsa misericordia. La libertà non è una “parola vuota”, come dice Cacciari; è ciò che consente all’uomo di scegliere tra ordine e disordine, verità e falsità, legge e colpa/peccato. Analogicamente: come la Legge divina, con i suoi necessari correlati di divino imperio ed eterna condanna, consente il dispiegarsi della divina Carità, così la legge umana, con i suoi necessari correlati di comando e sanzione, consente il dispiegarsi dell’umana fraternità e solidarietà, anche politica.

Ecco perché Romano Amerio ha intitolato la sua opera teologica maggiore Iota unum, citando sin dal titolo il passo evangelico in cui Gesù afferma: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto.” [7]

La “dislocazione della divina Monotriade” di cui parla Amerio, insomma, consiste nel mettere l’amore al posto del Logos, la volontà prima dell’intelletto, la libertà in luogo della legge, il sentimento sopra la ragione.

La stessa identica “dislocazione” avviene, sul piano culturale, politico e sociale, nella presente civiltà capitalistica liberale occidentale. Dove non è difficile vedere come a) la legge è puramente positiva: procedurale, convenzionale e funzionale, senza rapporto “consustanziale” con la verità e la realtà, dal che consegue che, non esistendo nulla di simile alla “legge naturale”, la si può modificare indefinitamente, per consenso o con atto d’imperio b) la libertà liberale è affatto arbitraria, e dipende da una scelta insindacabile della volontà soggettiva, limitata soltanto da considerazioni di utilità, opportunità e funzionalità: il vaghissimo “non ledere la libertà altrui” (per inciso: è in questo senso che Cacciari ha ragione definendo la libertà “parola vuota”) c) il sentimento, le emozioni e i desideri –  nel linguaggio antico “le passioni” che influenzano la volontà soggettiva – tendono ad assumere valore di diritto: divorzio perché il coniuge non mi fa più battere il cuore, commissiono un bambino perché desidero un figlio, apro le frontiere a tutti perché mi commuovono i bambini migranti, etc.

Ma nel Logos, Ragione e Legge divina, si può identificare il katéchon (κατέχων), “ciò che trattiene” l’Anomos: che escatologicamente è l’Anticristo.

Il testo escatologico, densissimo, di San Paolo è il seguente: “Nessuno vi inganni in alcun modo! Prima infatti verrà l’apostasia e si rivelerà l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, fino a insediarsi nel tempio di Dio, pretendendo di essere Dio. Non ricordate che, quando ancora ero tra voi, io vi dicevo queste cose? E ora voi sapete che cosa lo trattiene perché non si manifesti se non nel suo tempo. Il mistero dell’iniquità è già in atto, ma è necessario che sia tolto di mezzo colui che finora lo trattiene.[8]

La densità e l’ambiguità di questo brano, rivolto alla comunità cristiana di Tessalonica turbata da voci che davano per imminente la Parusia (il ritorno del Cristo in gloria, “per giudicare i vivi e i morti”) hanno generato un’infinita messe di interpretazioni del katéchon non solo teologiche, ma di filosofia della storia e di filosofia politica. Non sono in grado, per ragioni di competenza e di spazio, di riassumerle tutte. Molto nota e rilevante l’interpretazione di Carl Schmitt ne Il Nomos della Terra (1950)[9]. Per Schmitt, non esiste bene – bene comune politico – senza ordine. Per lui, il katéchon è la forza, non solo spirituale ma anche temporale, che impedisce al disordine di insinuarsi nell’ordine e disgregarlo. La facoltà del sovrano di intervenire in difesa dell’ordine decidendo lo stato di eccezione corrisponde alla facoltà divina di compiere miracoli, sospendendo la legge naturale. La Chiesa cattolica, vettore e garante del dogma, che è legge divina, è certo la componente spirituale del katéchon, mentre una incarnazione storica del suo aspetto temporale è senz’altro il Sacro Romano Impero. In Terra e Mare (1943)[10] Schmitt sembra individuare come katéchon ogni potenza statale che arresti la marcia del mondo verso l’anomia globale. Qui[11] una brevissima  sintesi dell’analisi schmittiana.

Cacciari, studioso di Schmitt,  ha dedicato al katéchon approfondite riflessioni sparse in diverse sue opere, ed espressamente un recente libro intitolato Il potere che frena[12].

Tento di riassumere l’interpretazione di Cacciari, ribadendo la premessa che non sono né teologo né filosofo. Una discussione seria di questi temi è over my paygrade, e mi cimento nel tentativo solo perché, in modo invero sbalorditivo, l’attualità politica più immediata e cronachistica esige almeno un tentativo di comprensione.

Nella sua opera maggiore Dell’Inizio[13] Cacciari scrive “Essere-creato è simultaneamente peccare […] ed è perciò che nell’uomo appena creato Dio punisce il peccare, ab initio” […] “La caduta degli Angeli è simultanea alla creazione, la catastrofe celeste è tutt’uno con la katabolé-ktisis per cui qualcosa ek-siste”, che è un buona formulazione della prima e fondamentale tesi del pensiero gnostico: che il mondo, e l’uomo nel mondo, sono frutto di una caduta, di una frattura; l’intera realtà in cui ci troviamo è una realtà d’esilio. “La ‘regio umbrae mortis’ che abitiamo è immagine soltanto [..] di quella tenebra in cui è Dio nei confronti di sé, della conoscenza di sé […] Dio riflette la propria incatturabilità: non può vedersi. Ma nell’istante in cui così si ‘riflette’, egli crea l’immagine stessa della creatura, la sua immagine. Il sapersi come tenebra da parte di Dio (cioè: l’attingere il fondo della propria ignoranza) è l’uomo”.  Poiché la creazione intera è l’errore di un Dio oscuro a se stesso, analogo al cattivo Demiurgo gnostico, il “futuro Regno” promesso da Cristo “equivale al suo [dell’uomo] nientificarsi: la nuova creazione è in realtà de-creazione”.

In altre parole, la dissoluzione è la salvezza. Secondo il paradigma gnostico, diritto, legge, istituzioni in genere devono essere abbattute, perché, appunto, la salvezza è la dissoluzione: “[Gesù] sembrava citare Ezechiele, ma in realtà diceva: io sono la porta attraverso cui dovrete uscire dal recinto – voi mi seguirete fuori dall’ovile [l’ovile della Legge] e questo sarà il vostro esodo vero.” […] “Come dobbiamo pensare l’Età del Figlio, se in essa durano Nicodemo e Pilato?” Cioè se dopo Cristo vigono ancora la Legge ebraica e lo jus romanum, la Legge sacra e quella civile, la Chiesa e i codici penali? Gesù non ha riscattato l’uomo dalla “ontologica miseria della Legge per cui essa è sì contro il peccato, ma ne è sempre anche una sua conseguenza, per cui essa è costretta a riconoscere la prepotenza del peccato.”

Quando Gesù dice: “Amatevi come Lui vi ha amato […] afferma, al presente, l’impossibile. La pienezza del comandamento è oltre ogni misura di quanto è realizzabile in questa Età.” Quando dice: «Amate i vostri nemici […] il nudo fatto, che si dà [ancora] nemico, è pre-potente rispetto all’amore […] puoi anche amare il tuo nemico, mai annullarlo.” Ma soprattutto, il Figlio ha detto che “nessuno, nel Presente, può dirsi buono, che non possono esservi, in esso, ‘teleioi’ [ossia gnosticamente ‘perfetti’] cosi radicalmente che neppure il Figlio si chiama ‘buono’”. Insomma: ciò che Cristo ci ha lasciato è una “fede radicalmente infirma […] che non può eliminare la struttura di peccato, la fede di chi non è ‘giusto’”.

La stessa Parola di Gesù, dunque, rimanderebbe a una rivelazione ulteriore, definitiva e perfetta, che Cacciari chiama “il tempo dell’Ultimo”.

Gesù Cristo non ha salvato l’uomo. Dobbiamo aspettare un altro liberatore. Fin qui, Cacciari ripercorre, seppur deviando spesso, il sentiero di Gioacchino da Fiore[14], con le sue tre età della storia terrena: l’età del Padre (ebraismo, Antico Testamento), l’età del Figlio (cristianesimo, Nuovo Testamento) e l’età dello Spirito Santo (età della rivelazione/apocalissi dell’Amore).

Ma chi è, per Cacciari, l’altro liberatore, il liberatore definitivo, “l’Ultimo” che verrà nel Tempo escatologico, di apocalisse, di cui Gesù è il mero annunciatore? “…perché il vero scandalo […] è […] che l’apocalisse del Figlio non abbia assunto in sé, nel suo stesso kairòs, l’apocalisse dei figli”, che Cristo non ci abbia “rivelati a noi stessi» (tale è il senso di ‘apocalypsis’). “Rivelati nella nostra natura di figli” significa “rivelati nella nostra natura di liberi, assolti da ogni Legge”.

Affrontando il tema escatologico per antonomasia, Cacciari deve interpretare anche il passo paolino sul katéchon. “Si tratta di ben altro che del semplice bisogno di fronteggiare le impazienze apocalittiche delle prime comunità […] si tratta di salvare l’incalcolabilità dell’éschaton, e dunque […] della Vita intradivina, dalla sua riduzione a forme secolarizzate di messianismo… viene l’antikeimenos, lo spirito della separazione: separazione dalla Legge […] Ma il suo contrapporsi e separare, il suo dia-bàllein (egli viene infatti secundum operationem Satanae, potenza che separa) […] non si configura affatto come un semplice ‘distruggere’ Dio. Egli non proclama affatto che ‘Dio è morto’, ma mostra se stesso come Dio.” Egli seduce con un “discorso che appare non soltanto estremamente prossimo al vero Annuncio, ma, addirittura, sua piena esplicazione. Egli predica, infatti, la libertà dalla Legge come libertà assoluta.[15]

Per concludere: il Filium Perditionis, l’Anticristo, L’Anomos è l’Ultimo Liberatore. Egli e non Cristo compirà la Liberazione, rivelerà l’essenza divina come “pleroma dell’abbandono”. Opposto a Cristo anche se “quel polo opposto alla Croce, la sua pura possibilità […], è indicato dalla Croce stessa” perché “se il Figlio ‘libera’, libera anche questa possibilità: la radicale negazione di sé è a priori possibile per il pieno erede.”

La Chiesa è incapace di capire la verità esoterica nascosta nella Buona Novella, e combatte l’Anticristo, non accettandolo come il vero Paraclito annunciato da Cristo. Ecco perché Cacciari, in un’intervista[16] a Maurizio Blondet allora inviato di “Avvenire”, poi raccolta in volume[17], esclamò a proposito di papa Giovanni Paolo II: “Il papa deve smettere di fare il katéchon!”

Conclusione provvisoria

Dopo questa analisi sommaria, che spero non avrà troppo stancato il lettore, credo si capiscano meglio alcuni punti chiave del discorso di Cacciari.

Nazioni e popoli “sono balle” perché sono realtà storiche particolari e transeunti, piccoli katéchon destinati ad esser travolti dal moto metastorico inarrestabile che sospinge il mondo verso l’apocalissi, la rivelazione ad opera dell’Anomos della nostra natura di figli, liberi dalla Legge e degli ordini civili, dalle istituzioni ecclesiali, politiche e giuridiche che fanno da katéchon, cioè “trattengono” la manifestazione dell’amore e della fraternità universali.

Libertà “è una parola vuota” perché si riempie di senso soltanto se siamo liberi di riconoscere e aderire alla verità, e la verità non è il logos, non è la legge, ma è il niente e l’amore, aspetti complementari della stessa realtà “anomica”.

Il “Logos inclusivo” della “democrazia davvero rappresentativa” non è il Logos/ragione/ordine, non è la Seconda Persona della SS. Trinità. Il Logos inclusivo della democrazia davvero rappresentativa “è infinitamente più forte della parola solipsista dei nazionalismi” perché è il logos dell’Anomos, il logos della liberazione dalla Legge, dalle istituzioni, dall’ordine civile: il logos dell’Ultimo Liberatore, al quale soltanto il katéchon, sinora, resiste. Ma il katéchon sempre più allenta la sua presa, e le catene che imprigionano il Liberatore cominciano a spezzarsi: come suggeriscono le dimissioni di papa Ratzinger.

“La Chiesa si è sempre caratterizzata anche per la sua capacità di “tenere a freno”, di arrestare – come si legge in San Paolo – l’avanzata delle forze anticristiche. Bisogna quindi chiedersi se la decisione di Ratzinger non sia una lucida dichiarazione di impotenza a reggere una funzione di ‘potere che frena’. Ratzinger dice: continuerò a essere sulla croce, facendo salva la dimensione religiosa, che rimane. Ma la dimensione del potere che frena dove va a finire? Simbolo della Chiesa è, assieme, Croce e katéchon ( la figura ben presente nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi di San Paolo: potere che frena l’avanzata dell’Anticristo, ndr). Il segno di queste dimissioni, a saperlo vedere in tutta la sua prospettiva è dunque davvero grandioso… Potremmo ipotizzare che Ratzinger si dimette perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, all’interno della stessa Chiesa. Come diceva Agostino, gli anticristi sono in noi. Questa è una chiave per la decisione di Ratzinger, se vogliamo leggerla in tutta la sua serietà. La sua decisione fa tutt’uno con la crisi del politico, del potere che frena.”[18]

Mi fermo qui. E’ un discorso che dovremo riprendere, perché come mi pare si possa già scorgere con chiarezza, il momento storico presente è davvero un momento di crisi e trapasso epocale, in cui alzano la voce nel campo di battaglia politico e mediatico domande che sinora si ponevano nel Kampfplatz filosofico, per dirla con Kant; o nell’arena teologica. L’Europa – l’Europa oder Christenheit, ma anche l’Europa ovvero Illuminismo, l’Europa ovvero nichilismo, eccetera – si interroga su se stessa, e lo fa, con l’umiltà dei grandi, coram populo, in mezzo alla strada, sugli schermi delle televisioni e dei pc, sulle pagine dei giornali e nelle discussioni tra amici e avversari. Prestiamo attenzione.

 

 

 

 

 

 

[1] E’ il titolo di un celebre scritto di Novalis (Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg), elaborato nel 1799 e letto dall’Autore al Circolo Romantico di Jena, a un pubblico del quale facevano parte Schelling e Goethe. Fu pubblicato nel 1826 per iniziativa di Schlegel. E’ uno dei testi seminali del romanticismo europeo. V. https://it.wikipedia.org/wiki/La_Cristianit%C3%A0,_ovvero_l%27Europa

[2] Ne parlo più diffusamente qui: http://carlogambesciametapolitics2puntozero.blogspot.com/2016/12/la-politicaitaliana-secondo-shakespeare.html

[3] Galati 3,28

[4] https://en.wikipedia.org/wiki/Eric_Voegelin

[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Romano_Amerio

[6] Iota unum. Studio delle variazioni Della chiesa cattolica nel secolo XX, Lindau, Torino 2009, a cura di Enrico M. Radaelli.

[7] Matteo 5,17

[8] Seconda lettera ai Tessalonicesi, 3-7

[9] Carl Schmitt, Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «jus publicum europaeum», traduzione di Emanuele Castrucci, Milano, Adelphi 1991 (sesta ed.)

[10] Carl Schmitt Terra e mare. Una riflessione sulla storia del mondo, traduzione di Giovanni Gurisatti, Milano, Adelphi 2002 (settima ed.)

[11] https://philitt.fr/2017/10/23/le-katechon-selon-carl-schmitt-de-rome-a-la-fin-du-monde/

[12] Massimo Cacciari, Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Milano, Adelphi 2013 (settima ed.)

[13] Massimo Cacciari, Dell’inizio, Milano, Adelphi 1990 (terza ed.)

[14] https://it.wikipedia.org/wiki/Gioacchino_da_Fiore

[15] Sottolineatura mia.

[16] https://www.esonet.org/massimo-cacciari-ii-papa-deve-smettere-di-fare-il-katechon/

[17] Maurizio Blondet, Gli Adelphi della dissoluzione, Effedieffe ed. 2013

[18] Intervista a Massimo Cacciari, http://www.vita.it/it/article/2013/03/11/cacciari-il-nuovo-papa-dovra-sfidare-lanticristo/122928/

ELEZIONI DI MEDIO TERMINE: Mezzo smacco, mezza vittoria, di Gianfranco Campa

Le elezioni di medio termine più attese, più politicamente esplosive nella storia della politica americana si sono concluse. Le sentenze che arrivano dai seggi elettorali sono chiare.  La strategia della tensione,  attuata dai democratici e dallo stato ombra, è stata solo parzialmente vincente . La discesa insolita in campo di mostri sacri, di Obama in particolare, ha sortito un effetto positivo solo parziale in campo democratico e ha risvegliato gli umori militanti nel campo repubblicano.

I repubblicani incrementano i senatori, i democratici riprendono la Camera. L’onda blu non c’è stata, l’apoteosi dei democratici si è spenta. Il nostro sito è stato l’unico in Italia a pronosticare con molte settimane di anticipo che i Repubblicani avrebbero aumentato il numero dei deputati al Senato e perso il controllo della Camera per pochi seggi.

La mappa geografica elettorale dell’ Americana conferma la dinamica ormai  in corso da decenni ma che ha subito bruscamente una accelerazione con le presidenziali del 2016: la polarizzazione estrema della politica e con essa della società americana. Le Città Stato e le regioni costiere delle élite americane sono andate appannaggio dei Democratici; il centro e l’interno del paese si è invece, per l’ennesima volta, colorato di Rosso. I liberali-progressisti democratici contro i conservatori della destra Repubblicana. Due mondi che non s’incontrano, che non si parlano e che non comunicano più tra di loro.  Una divisione che non sarà più colmabile e che porterà alla frattura del paese e molto probabilmente, col tempo,  a una nuova guerra civile.

Questi due mondi se le sono cantate e dette di tutti i colori. Dalle elezioni di Trump nel 2016 ad oggi è stato un crescendo di accuse, tensione e violenza. La narrazione, la versione raccontata dai media e dai democratici, incluso l’Establishment Repubblicano, è stata prima la illegittimità della presidenza Trump in quanto burattino di Putin, eletto grazie alle interferenze Russe nelle elezioni americane. Accuse che hanno portato  all’inchiesta, non ancora conclusa, del Russiagate. Il Russiagate ha però fallito nell’obiettivo di influenzare e convincere  i Repubblicani, ma soprattutto la base elettorale di Trump della illegittimità del presidente, descritto come un traditore in modo tale da scalfirne l’immagine. Successivamente si è poi passati all’inchiesta, non ancora conclusa, del Pornogate. Anche il Pornogate ha però fallito nell’obiettivo di influenzare e convincere i Repubblicani, ma soprattutto la base elettorale di Trump, della immoralità del Presidente; non ne ha scalfito ancora una volta l’immagine. Si è poi passati alle bombe e alle sparatorie di massa, sempre con lo stesso obbiettivo, insinuandone la pericolosità in quanto razzista e suprematista bianco. Tutto questo condito nel frattempo da due anni di intensi abusi e pressioni verso gli elettori Trumpiani che hanno dovuto subire attacchi verbali e fisici da parte della massa democratica.

Si è accusato Trump di razzismo, omofobia, antisemitismo, collusione, tradimento etc. Si è accusato Trump di linguaggio incendiario, inaccettabile, rude, primitivo etc. Di riflesso le accuse erano dirette anche ai suoi elettori. Un disprezzo sempre più ostentato verso una larga parte di cittadini americani da parte dei media, dei democratici e dell’establishment repubblicano, che non ha precedenti nella storia politica moderna a stelle e strisce e che è iniziato molto prima dell’avvento di Trump.

Questo disprezzo delle élite americane verso gli elettori di Trump è lo stesso riservato al defunto Tea Party dell’era Obamiana. Obama aprì il vaso di pandora di questo sentimento quando in campagna presidenziale si riferì a una larga fetta di cittadini americani come a coloro che si aggrappano alla bibbia e alla pistola. Si è poi passati a Hillary Clinton la quale durante le presidenziali del 2016 ha descritto quegli stessi cittadini americani come un cesto di deplorabili. Questa retorica incendiaria continuerà per molto tempo ancora fino a quando la corda si spezzerà. Nel frattempo i servizi segreti incaricati di protteggere il presidente Trump hanno diramato la lista ufficiale del numero di indagini finora condotte contro persone o entità che hanno minacciato Trump di morte: 197, un numero senza precedenti.

Torniamo alle elezioni. Storicamente il partito del presidente in carica alle elezioni di medio termine perde la Camera,  a volte anche il Senato; per Trump non è stato diverso anche se, come ho detto prima, la cosiddetta onda blu non si è materializzata. I dati, se paragonati con altre elezioni presidenziali, sono positivi per Trump:

 

2010 Obama:: -63 seggi

1994 Clinton: -52

1958: Eisenhower: -48

1974 Ford (Nixon): -48

1966 Johnson: -47

1946 Truman: -45

2006 Bush: -30

1950 Truman: -29

1982 Reagan: -26

2018 Trump: -26

 

Trump ha limitato i danni, nonostante la mostruosa macchina da guerra politica ( e non solo) messa in atto contro di lui e contro i Repubblicani, almeno la fazione a lui fedele. I Democratici hanno speso due volte di più dei Repubblicani. Dati ufficiali non sono a disposizione e quantificare l’ammontare dei soldi spesi dal Partito Democratico è difficile. Secondo stime non ufficiali sarebbero più di 300 milioni i dollari investiti dai candidati democratici per queste elezioni. Cifre non sorprendenti soprattutto se si considera che miliardari come Michael Bloomberg, Tom Steyer e George Soros hanno speso una somma enorme del loro tesoro nella loro crociata anti-Trump sostenendo i vari candidati Democratici. Le stesse aziende del firmamento virtuale sono entrate direttamente in campo contro il Presidente. Allo stesso tempo i soliti donatori Repubblicani come i fratelli Koch ( Charles G. Koch and David H. Koch)  sono rimasti a guardare poiché fanno parte dell’apparato dell’Establishment Repubblicano e non avevano nessun interesse a sostenere l’agenda di Trump.

Altre considerazioni importanti. Anche se i Repubblicani  avessero mantenuto il controllo alla Camera, il margine sarebbe stato così piccolo, che nulla di importante avrebbe potuto essere approvato.

Con il controllo del senato i Repubblicani continueranno a nominari giudici alle corti federali, cosa non di poco conto.

Il controllo dei Democratici alla camera comporta comunque forti rischi per Trump. I pericoli in vista sono ostruzione e indagini continue da parte dei deputati democratici.

L’affluenza è aumentata, ma non ai livelli presidenziali. Nelle ultime tre elezioni presidenziali, circa 130 milioni hanno votato. Sembra che ieri siano andati a votare circa 100 milioni.

La quota degli elettori bianchi è in calo. Gli elettori bianchi erano il 79% di tutti gli elettori nel 2006; 77% nel 2010; 75% nel 2014 e 72% ieri. Nel 2006, l’ultima volta che i Democratici presero il controllo della Camera, persero fra gli elettori bianchi più di quattro punti. Ieri i Democratici hanno perso 10 punti di elettorato bianco.

Il problema di consenso dei Repubblicani da parte delle donne è cresciuto. Nel 2006, i repubblicani hanno perso fra le donne dodici punti. Ieri, hanno perso altri diciannove punti rispetto al 2006.

L’affluenza degli elettori 65+ è aumentata, probabilmente grazie a Trump che riesce a caratterizzare le elezioni attribuendo ad esse una rilevanza nazionale. Ieri, gli anziani  hanno raggiunto il 26% dell’elettorato. Nelle ultime tre elezioni, erano  rispettivamente 19, 21 e 22%.

Il voto giovanile non è stato molto positivo. La fascia dei 18-29 anni ieri erano il 13% degli elettori. Nelle ultime tre elezioni mediamente erano il 12, 12 e 13%.

Il divario scolastico è diventato più ampio. Nel 2006 i laureati erano +7% a favore dei democratici. Ieri erano circa  +30%. Sta di fatto che l’elettorato è sempre più diviso in nicchie; una tendenza che lascia presagire un futuro particolarmente inquieto e spietato.

Trump, intanto, ha immediatamente dimissionato Jeff Sessions, reo da tempo di non aver minimamente contrastato l’azione e le scorribande del Procuratore Muller nel Russiagate e Pornogate. Lo stesso Muller potrebbe essere la prossima vittima designata prima che, a gennaio, si insedi la nuova Camera del Congresso. Qualche scheletro nell’armadio da scovare per agevolare la defenestrazione sarà sempre disponibile. Trump ha ormai dimostrato di poter contare anche lui sul sostegno efficace anche se ancora minoritario di componenti significative degli apparati. Il prezzo pesante di questo salvacondotto lo abbiamo evidenziato più volte nel corso di questi due anni. L’esito finale dello scontro, per altro, non prevede prigionieri. La caduta di peso dei neocon in campo repubblicano e il mancato successo della componente più radicale e sinistrorsa del partito democratico non farà che rendere ancora più netti gli schieramenti almeno sino a quando il successo di Trump potra fungere da parafulmine e nascondere e sopire le faide che covano in campo democratico. Intanto guerra si vuole, guerra sarà. Anzi, guerriglia all’interno e prosecuzione dello scompiglio nel mondo multipolare prossimo venturo

 

 

ELEZIONI AMERICANE DI MEDIO TERMINE_VALUTAZIONI ED AGGIORNAMENTI

Per un paio di giorni il primo articolo in evidenza sarà dedicato all’analisi delle elezioni americane di medio termine con continui aggiornamenti. Buona lettura_Giuseppe Germinario_Gianfranco Campa

Mercoledì 7 nov ore 21.00 Il dopo elezioni è già cominciato. Trump ha dimissionato il Ministro della Giustizia Jeff Sessions, reo di non aver contrastato l’azione del Procuratore Muller sul Russiagate e sul Pornogate. La prossima vittima sarà probabilmente lo stesso Muller. Qualche scheletro nell’armadio sarà sempre disponibile per agevolare le sue dimissioni. Trump evidentemente vuole approfittare del vuoto di potere della Camera sino al prossimo insediamento di gennaio per prepararsi allo scontro frontale ormai prossimo

Mercoledì 7 nov ore 20.00 il parziale successo dei democratici è merito dei circa sessanta candidati espressione dei servizi di intelligence piuttosto che della componente radicale di sinistra del partito

Mercoledi 7 Nov ore 07:17 Si stanno aspettando i risultati definitiva dalla costa dell’Ovest. La corsa alla camera sara` decisa in California, Nevada, Arizona. Tutto è ancora possibile. I media danno per certo il controllo della camera da parte dei Democratici. Per il momento però dai risultati parziali  che arrivano dall’Ovest i repubblicani sono ancora sconfitti nella corsa al controllo della Camera

Mercoledi 7 Nov ore 06:54 Il senato e saldamente in mano ai Repubblicani che guadagnano almeno 4 Senatori. La camera e ancora in bilico, alla fine i democratici dovrebbero prevalere per pochissime sedie. In linea con i nostri pronostici. 

Mercoledi 7 Nov ore 03:55 Le proiezioni dicono che la corsa alla Camera è molto incerta. Sono troppi i posti da deputati per poterli analizzare uno per uno. La situazione generale è al momento la seguente: I Democratici hanno ribaltato 2 sedie repubblicane, ma non hanno ancora preso il sopravvento. La cosa più certa e` questa: l’onda Blu si è prosciugata ancora prima di arrivare a riva. Sara` dura per i Democratici prendere il controllo della Camera, se ci riusciranno sarà per il rotto della cuffia.

Mercoledi 7 Nov ore 03:19 Buone notizie per i Democratici : Joe Manchin, il Senatore democratico della West Virginia vince sullo sfidante Repubblicano. Trump aveva vinto ampiamente in West Virginia le presidenziali. Marsha Blackburn sconfigge il suo sfidante Democratico Phil Bredesen nel Tennessee, per il Senato. Questo e` un altro ribaltamento importante. Il conto e ora di due senatori in più per i Repubblicani al senato.

Mercoledi 7 Nov ore 02:54 Notizia importante alla corsa al senato; il repubblicano Mike Braun sconfigge l’attuale senatore democratico Joe Donnelly nello stato dell’Indiana. Primo rovesciamento importante nella corsa al senato.

Mercoledi 7 Nov ore 02:13 Molti dei seggi in stati della costa dell’est sono ora chiusi. I numeri ci dicono che l’andamento e molto equilibrato. Prestiamo particolare attenzione alle sfide al Senato e alla Camera dove ci potrebbe essere un capovolgimento di partito, soprattutto a favore dei Democratici.

Mercoledi 7 Nov ore 01:05 I primi Exit Polls sembrano favorire i Democratici. E troppo presto per farsi un idea della situazione. Alle presidenziali del 2016 gli Exit Polls davano certa la vittoria di Clinton.

Martedì 6 Nov ore 23:59 James Comey fa propaganda elettorale bussando alle porte della gente, con sua madre, per conto del partito Democratico. Una vittoria alla camera dei democratici allontanerebbe lo spauracchio di una inchiesta del Dipartimento di Giustizia sul ruolo di Comey nella fasulla costruzione del Russiagate in particolare riferito al suo coinvolgimento col dossier di Steele. Se i Repubblicani mantengono il potere alla camera sara piu` facile per Trump liberarsi dell’inutile Jeff Session e rimpiazzarlo con un procuratore generale molto più aggressivo ed inquisitivo. Comey lo sa, il suo futuro dipende da queste elezioni.

Martedì 6 Nov ore 23:45 Lunghe file di elettori si segnalano in molti seggi, ad Atlanta l’attesa in certi seggi e fino a 3 ore. La maggior parte del movimento si registra nei centri urbani. Questo potrebbe essere un buon segno per i Democratici.

Martedì 6 Nov ore 22:42 I primi dati ufficiali sull’affluenza alle urne mostra l’alto numero di votanti che si stanno recando ai seggi. Questo confermerebbe la previsione di una elezione a medio termine con un coinvolgimento senza precedenti degli elettori americani. Si parla di numeri che rasentano quelle delle presidenziali.

Martedì 6 Nov ore 21:00 Si arriva alle elezioni di Medio termine con i sondaggi che favoriscono i democratici. Negli ultimi mesi siamo stati tempestati da notizie che davano per certo l’arrivo dai seggi della cosiddetta onda blue democratica.

Il nostro blog non condivide questa previsione. Noi crediamo che i Repubblicani manterranno il controllo del Senato e probabilmente aumenteranno il numero di Senatori. Le nostre previsioni sono di almeno 2 nuovi senatori, ma potrebbero arrivare fino a 7. Gli Stati  da seguire attentamente nella corsa al Senato: Florida, Indiana, Missouri, Montana, North Dakota, Ohio, Pennsylvania, Michigan, West Virginia, Wisconsin. In questi stati i Repubblicani potrebbero spodestare i Democratici. In Texas e in Nevada i Democratici potrebbero ribaltare i Repubblicani.

I risultati alla Camera invece saranno molto più incerti. La situazione è fluida, combattuta, cambierà costantemente. Alla fine dovrebbe prevalere un partito rispetto all’altro di pochi seggi.

La cappa, di Piero Visani

La cappa

da https://derteufel50.blogspot.com/2018/11/la-cappa.html?spref=fb&fbclid=IwAR1Q1oyDyb6lv3L-sF04SigW6nuSOYGFEICVOtUEv0b6D3xd0jZWxmu0s4c
       I discorsi del presidente Mattarella in occasione del 4 Novembre e non pochi altri interventi di esponenti della casta politico-culturale che ancora grava su questo sfortunato Paese hanno avuto la splendida peculiarità di illustrare con estremo vigore quanto grande si sia fatto il distacco tra “Paese legale” e “Paese reale”.
       Da una parte, il “Paese legale”, con i suoi stanchi e sempre più vuoti riti, il suo cattocomunismo d’accatto, le sue cerimonie da sacrestia, i suoi sepolcri imbiancati, le sue mummie, le vittime delle guerre e le vittime di certe contiguità (à la Emanuela Orlandi…), il suo universo di (dis)valori in cui ormai si riconoscono in sempre meno, anche se quei sempre meno hanno occupato militarmente la società civile, mentre quelli che in teoria avrebbero dovuto loro opporsi gli facevano semplicemente il verso, presi in questioni di veline e olgettine, e di affari più o meno leciti.
        Dall’altra, il “Paese reale”, quello delle nostre famiglie, dei vostri nonni e di mio nonno, preso prigioniero durante la Strafexpedition del 1916 ma sufficientemente onesto, dopo due anni di prigionia in un Paese nemico come l’Ungheria, da riconoscere che la popolazione ungherese, pur ridotta alla fame dal blocco navale praticato dagli Stati dell’Intesa contro gli Imperi Centrali, era umana al punto da risultare capace di dividere il pochissimo che aveva con i prigionieri italiani.
       Quel “Paese legale” ormai esiste SOLO per coloro che ne fanno parte e le sue stracche giaculatorie sembrano figlie di un’altra epoca a molti di coloro che sono costretti ad ascoltarle, con crescente, insostenibile disgusto. Ai più acculturati sotto il profilo filmico, sembra di stare dentro “La notte dei morti viventi”. Ai più acculturati sotto il profilo politico-culturale, non posso dire che cosa sembra, perché non intendo beccarmi una querela.
       E i milioni di cittadini del “Paese reale”, quando sentono le note de “La canzone del Piave“, si emozionano, si commuovono, gioiscono, perché sanno che quella guerra terribile fu il completamento della nostra unificazione nazionale. I “sepolcri imbiancati”, per contro, non riescono ad emozionarsi di niente e per niente, ma non è che di morti, guerre e uccisioni non se ne intendano, come cercano di farci credere.
      La cappa metapolitica che grava sull’Italia, tuttavia, è ai suoi colpi di coda, anche se molti devono ancora comprendere che, se non si crea una narrazione alternativa a quella dominante, i progressi verso questo inevitabile cambiamento saranno più lenti di quanto si possa auspicare. Ma i tempi stanno cambiando, e i NEMICI DELLA VITA non riusciranno a fermare questo processo, anche se faranno ogni sforzo per ritardarlo.
                   Piero Visani
 
 

RIANDIAMO UN PO’ ALLA STORIA! , di Gianfranco la Grassa

RIANDIAMO UN PO’ ALLA STORIA! UN DIBATTITO NON INUTILE

tratto da http://www.conflittiestrategie.it/riandiamo-un-po-alla-storia-un-dibattito-non-inutile

  1. Nel 1972, su Critica marxista, uscì un articolo di Emilio Sereni, improntato allo “storicismo” tipico del marxismo italiano, che di fatto lanciò un dibattito sulla centralità o meno, nel marxismo, dello sviluppo delle forze produttive o invece della trasformazione dei rapporti di produzione, ai fini del passaggio da una formazione sociale all’altra, cioè da un modo di produzione, considerato il nocciolo fondamentale della formazione sociale, ad un altro. A Sereni rispose Luporini; e da lì iniziò appunto il dibattito che vide la partecipazione di molti studiosi marxisti, in particolare italiani e francesi, fra cui Althusser e alcuni della sua scuola. A quel dibattito partecipai anch’io, da poco tornato dal soggiorno a Parigi (all’EPHE, oggi EHESS) dove avevo studiato con Bettelheim, passato all’impostazione althusseriana dopo un periodo di maggiore ortodossia. In seguito a quel dibattito si formarono in Critica marxista alcuni gruppi di studio sui modi di produzione divisi per fase storica: quello antico (e schiavistico), quello feudale, quello capitalistico e il modo di produzione asiatico. Il terzo si sarebbe dovuto interessare anche della formazione sociale di transizione al socialismo. In definitiva, l’unico gruppo che funzionò fu quello sul modo di produzione antico (diretto da Aldo Schiavone), che pubblicò anche un volume con gli Editori Riuniti.

Quel dibattito, se seguito da qualcuno ignaro di marxismo e comunismo, poteva forse apparire quasi “teologico”. In ogni caso, non credo che la maggior parte dei “militanti di base” del Pci fosse in grado di capire che cosa si giocava in esso; anche se poi, alla fin fine, non fu giocato quasi nulla perché il Pci non era disponibile ad alcuna rimessa in discussione della propria linea, tanto più che la prevalenza nel partito stava andando alla nuova segreteria berlingueriana, addirittura interessata al “trasferimento” verso il capitalismo occidentale (io avrei dovuto capirlo fin dall’autunno del ’71 in seguito ad un importante incontro alle Botteghe Oscure; rimasi invece perplesso e afferrai il problema un po’ più tardi, comunque ben prima di altri e del famoso viaggio di un “plenipotenziario” piciista nel 1978, in costanza di rapimento Moro). In ogni caso, la nuova direzione del Pci non era per nulla intenzionata a disquisire su problemi come quelli dibattuti a “Critica marxista” nel ’72, riguardanti di fatto la lotta al capitalismo e la possibilità di transizione al socialismo. Tuttavia, è interessante comprendere il senso ultimo di quella discussione poiché si tratta, da una parte, di qualcosa di non irrilevante per la storia del comunismo e del suo pensiero; e poi perché serve a rendersi conto come, dietro a questioni apparentemente teoriche, considerate dai più astruse, si celino precise scelte di linea politica, che guidano poi determinate pratiche delle varie forze in campo.

Affinché si renda più comprensibile quanto si discusse allora ricordo brevemente, e non con intenti professorali, che le forze produttive venivano distinte in soggettive ed oggettive. Le prime riguardano la capacità lavorativa umana, con le sue prerogative e abilità specifiche (se ci sono); le seconde si riferiscono alle condizioni della produzione esterne a detta capacità lavorativa, quelle su cui quest’ultima si esercita (ad es. la terra o varie materie prime da essa fornite) o che l’assistono nella lavorazione come la strumentazione e la tecnologia (e quindi la scienza che ne è pur sempre alla base), ecc. Tale distinzione va ricordata perché la polemica contro la tesi del primato delle forze produttive si è spesso esercitata con riferimento a quelle oggettive – tutte le ciance sulla necessità di rallentare lo sviluppo e la stessa ricerca scientifica, tornando a tecnologie ritenute più blande e meno dannose per la natura – mentre esalta, in realtà relegandola al compimento di maggiori sforzi e fatica, la capacità di lavoro del “soggetto umano” (o dell’Uomo).

E’ bene tenere presente che quel dibattito era comunque condotto tra studiosi con una buona, o almeno più che discreta, conoscenza del marxismo, a differenza di quelli che seguiranno dopo l’infausto ’68 (scusate se ormai lo valuto abbastanza negativamente), una vera débacle per il Marx scienziato delle diverse formazioni sociali succedutesi nella storia della società umana; e, in particolare, di quella capitalistica. La conoscenza comune di allora consentiva una polemica a volte aspra, ma appunto condotta alla guisa di quelle dottrinarie interne ad un’unica religione; la discussione, cioè, avveniva in base ad una terminologia teorica in larga parte condivisa, caratterizzata soltanto da differenziazioni nell’interpretazione e nelle conseguenze pratiche che ne derivavano. In definitiva, nella polemica ci s’intendeva, si sapeva bene dove erano situati i punti di contrasto; e si era ben consci del significato politico del dissenso, non riguardante esclusivamente i “massimi sistemi”, le “alte concezioni” dell’Umanità e dei suoi “destini ultimi”.

Insomma, anche i filosofi marxisti, in quanto reali conoscitori di tale corrente di pensiero e delle sue finalità in tema di lotta per il comunismo, erano ben consapevoli della posta in gioco: la linea politica adottata dalle varie organizzazioni denominate comuniste. Oggi, tutto questo non esiste più. Ci sono filosofi vaneggianti e scienziati alla ricerca di nuovi paradigmi teorici per comprendere le dinamiche dell’attuale formazione sociale (o formazioni sociali), in cui solo dei visionari pseudocomunisti (o degli incalliti vetero-anticomunisti) possono credere esista ancora qualcosa da definirsi comunismo o anche solo socialismo. Il povero Marx è stato triturato e ricondotto al minuscolo cervello dei miseri e opportunisti intellettuali dell’ultimo mezzo secolo. Ogni discussione con simili personaggi appare ormai sterile; allora no, il contrasto tra marxisti aveva un senso e notevoli effetti pratici.

 

  1. Lo scopo politico della discussione, tralasciando i “tesori” di dottrina che comunque venivano esibiti, si può, credo, sintetizzare come farò qui di seguito. I teorici delle forze produttive – cioè del loro sviluppo in quanto molla decisiva (pur con la possibilità di qualche “azione di ritorno”: dai rapporti alle forze) della trasformazione dei rapporti sociali di produzione e dunque dell’intera società – sostenevano tale tesi per giustificare l’attendismo, l’accoccolarsi entro i meccanismi di riproduzione dei rapporti nelle società del campo capitalistico (“occidentale”), coadiuvando di fatto i loro gruppi dominanti con la scusa che non era ancora matura la trasformazione sociale per l’immaturità dello sviluppo delle forze in oggetto.

Ovviamente, questa tesi centrale era contornata da tutta una serie di altre argomentazioni, che fungevano da sua “cintura protettiva”, soprattutto tesa però a creare una fitta nebbia in cui non si intravedesse il nocciolo centrale: l’attendismo e il ripiegamento su posizioni di sostanziale supporto (subordinato) allo sviluppo capitalistico. Vi erano i discorsi sull’utilizzo della “democrazia” parlamentare (cioè elettoralistica, dunque nulla a che vedere con il preteso “governo del popolo”) per accrescere l’influenza delle “masse lavoratrici” sulle classi dominanti, considerate solo in quanto proprietarie private dei mezzi produttivi (e dei capitali monetari). Si trattava in realtà di captare i voti di queste masse per essere accettati all’interno dei gruppi di vertice e integrarsi nel sistema dei meccanismi (ri)produttivi del capitale, in modo che una parte dei dirigenti (in specie sindacali o di cooperative) potesse accedere alla proprietà capitalistica stessa, mentre l’apparato di partito sarebbe divenuto l’organo privilegiato di rappresentanza nella sfera politica di questi nuovi spezzoni di classe dominante. Non avvertite un che di odierno?

Un gran battage fu sollevato intorno al fumoso discorso concernente le “riforme di struttura” (cardine dell’altrettanto nebbiosa “via italiana al socialismo”), di cui mai si precisò con nettezza il significato e la portata; le proposte in merito furono appena abbozzate e tutto sommato avanzate per fare scena, e nascondere alla “base” il proprio progressivo cambio di casacca (scrissi sull’argomento un preciso articolo nei primi anni ’70, che è stato pubblicato qualche anno fa nel sito Conflitti e strategie). Infine vi fu il blaterare sull’appoggio all’industria “pubblica”, che doveva servire a contrastare, e dunque calmierare, le pretese arroganti del monopolio privato. In realtà, era più facile contrattare vie di collaborazione con i gruppi dominanti – chiedendo fra l’altro di essere accettati quale una delle loro rappresentanze nella sfera della politica – attraverso contatti con le frazioni dei partiti governativi aventi influenza sui (o che subivano l’influenza dei) gruppi manageriali delle grandi imprese “pubbliche”. Ve l’immaginate un membro del Pci, o un aderente stretto al partito, che facesse in quegli anni carriera nelle alte o almeno medio-alte vette delle grandi imprese private? Fiat, Pirelli, Olivetti o che so io potevano al massimo finanziare giornali e case editrici, in cui facevano “bella mostra” di sé intellettuali pseudo-comunisti: o di stampo riformista o di quel tipo “ultrarivoluzionario” che serviva a far meglio risaltare il “buon senso” del riformismo (su cui poi del resto è ripiegata la stragrande maggioranza degli “ultrarivoluzionari”). Invece, nelle imprese “pubbliche” si trovava, anche ai piani alti o medio-alti del management, un certo numero di individui addestrati nell’imprenditoria “rossa” (sic!); talvolta in modo palese, altre volte copertamente, ma comunque sempre ammessi nella stanza delle decisioni dei dominanti.

Questa era comunque la “cintura protettiva” – per subornare le “masse” – della più dotta tesi circa la centralità dello sviluppo delle forze produttive: tesi, però, nella versione in uso nei partiti comunisti del campo capitalistico e specialmente nel PCI. Nel campo socialista – che tale non era mai stato, ma lo si è capito un po’ tardi; e ancora adesso buona parte degli scribacchini, di qualsiasi orientamento ideologico, nemmeno lo sospetta – la tesi in oggetto era presentata in forma diversa. In tale area si sosteneva che i rapporti sociali erano già per l’essenziale stati trasformati; non però in rapporti comunisti, come pensano alcuni ignorantissimi intellettuali e politicanti odierni, bensì più semplicemente in rapporti socialisti, primo stadio del comunismo. Il problema fondamentale sarebbe stato allora rappresentato da un certo qual avanzamento dei rapporti rispetto allo sviluppo suddetto; si riteneva quindi indispensabile adeguare quest’ultimo ai rapporti.

In ogni caso, in entrambi i filoni di quel movimento comunista da noi (che ci pensavamo autentici marxisti-leninisti) accusato di “revisionismo”, si affermava che bisognava prestare massima, e centrale, attenzione alle forze produttive. Così agendo, si sarebbe finalmente preparata la base per la trasformazione dei rapporti capitalistici; e in modo indolore, non violento, senza rivoluzione, con pieno rispetto delle forme democratico-parlamentari. Questa la tesi riformistica, gradualista, sostenuta in occidente (campo capitalistico). A est (nel cosiddetto “socialismo reale”), la tesi serviva ai fortemente centralizzati (e del tutto verticistici) gruppi al potere per soffocare ogni critica ad essi, che avrebbe soltanto provocato l’indebolimento della trasformazione dei rapporti, appunto pensati come già socialisti, da irrobustire invece tramite l’ulteriore sviluppo delle forze produttive.

Negli anni ’60, in particolare nella loro seconda metà, pur essendomi allontanato dal Pci nel ’63, ero discretamente edotto delle pratiche del partito, “molto produttive” in fatto di poteri acquisiti nell’ambito dell’organizzazione e riproduzione dei rapporti capitalistici. Andai da Bettelheim a Parigi – e non a Cambridge od Oxford o all’MIT, ecc., mossa essenziale per la carriera accademica in un paese ormai succube degli Stati Uniti e del campo “atlantico” – perché interessato alla critica, non soltanto politicistica ma pure teorico-dottrinale, delle tesi “revisioniste”, gradual-riformistiche, del presunto comunismo italiano. Quindi, all’epoca del dibattito di cui si sta parlando, conoscevo bene la portata d’esso, che cosa si stava giocando; e che, lo ribadisco, in effetti non si giocò per il veloce tralignare del piciismo in senso filo-“occidentale” (pur in modo mascherato fino allo sfacelo del “blocco sovietico”). Purtroppo ci fu chi nemmeno intuì, almeno a spanne, un simile sbocco e si mise di fatto nelle mani di certe “trame”, in specie elaborate dai Servizi dei paesi orientali per motivi già più volte indicati in altri miei scritti; ma che poi provocarono la reazione di quelli occidentali, appoggiati da buona parte dei “poliziotti” piciisti, con la creazione di un caos in cui chi non si era tirato indietro in tempo fu travolto negli anni detti “di piombo”. Anni in cui il tanto declamato (per incutere timore e violento anticomunismo) “terrorismo rosso” non fu tanto rosso, bensì frutto di trame e lotte segrete tra vari Servizi e forze politiche “occidentali” per arrivare infine, una volta crollato il sedicente “socialismo”, alla svolta in Italia con la distruzione della prima Repubblica e il tentativo di creare un nuovo regime fondato appunto sui postpiciisti (del “tradimento”); tentativo di fatto fallito per l’insipienza e rara inettitudine dei dirigenti di quel partito che mutò nome e colori più di un camaleonte.

Ricordo, en passant, che molti – anche alcuni ancora in circolazione ma di cui non farò il nome – mi criticarono a quel tempo come “criptorevisionista” per aver compreso in tempo con buona approssimazione cosa stava avvenendo nel Pci e dintorni, e nel non aver mai voluto partecipare ad una lotta scriteriata e balorda – condotta senza alcuna protezione, allo sbaraglio – contro il “revisionismo”, lotta che non poteva che condurre dove ha condotto certi “compagni”: galera o tradimento o tutti e due! Il fatto è che io non sono un vero intellettuale. Sono un prodotto della medio-alta “classe” imprenditoriale e ho sufficiente concretezza per capire che le “idee” non orientano il mondo. Purtroppo sono un prodotto mal riuscito che non voleva essere “padrone”, ma nemmeno servo come sono gli intellettuali (quasi tutti); e purtroppo chi non sta da una precisa parte subisce le più malefiche conseguenze. Così non sono un miliardario (padrone) e nemmeno un “maître à penser” (servo ignobile ma ben pagato). E nemmeno un “esperto”, portaborse di qualche “Maestro” e andato ad “allenarsi” nel mondo accademico anglo-americano, giocando al ritorno per qualche anno al marxista o al critico liberal per essere infine chiamato a cianciare nei media o infilato in qualche Ministero o simile (sono decine e decine i “chiamati in causa”, perché di questi bassi opportunisti, che hanno impestato tutti i gruppetti “antirevisionisti” e “rivoluzionari” dell’epoca per procurarsi titoli di merito in ambito accademico e/o giornalistico, ne ho conosciuti in quantità superiore ad ogni più sfrenata immaginazione).

 

  1. La critica sostenuta dalla corrente, che poneva i rapporti di produzione in posizione decisiva nella transizione da una formazione sociale all’altra, intendeva riprendere l’orientamento rivoluzionario contro l’ormai avvenuta pacificazione tra comunismo europeo (eurocomunismo) – ma anche di molti altri paesi, perfino del “terzo mondo” – e i gruppi dominanti nei paesi capitalistici dell’area a più alto sviluppo, un sistema di paesi centrato sugli Stati Uniti e la loro politica imperiale; e non semplicemente imperialistica come si diceva con linguaggio impreciso e tributario di una pseudo-ortodossia leninista o di un più generico concetto di imperialismo in quanto dominio coloniale o neocoloniale.

Ci furono molte forzature: ad es. la considerazione della ben nota (ormai a pochi per la verità) Prefazione del ’59 di Marx, trattata a volte addirittura da testo non marxista. In un mio libro di alcuni anni fa, “Due passi in Marx”, ho cercato di compiere una più ponderata valutazione di quel testo, considerato la base dell’economicismo delle correnti favorevoli alla tesi della centralità delle forze produttive. In realtà, molti dei critici di questa tesi non erano veramente usciti da essa. Ci sono stati quelli che pensavano alle tecniche produttive in uso nei paesi ad alta produttività come sempre in grado di riprodurre i rapporti (capitalistici) in esse “incorporati”, rapporti che le avrebbero dunque plasmate ai fini di questa incessante (auto)riproduzione (pure io sono caduto in posizioni simili per qualche tempo). Si arrivava così, magari inconsapevolmente, a implicite forme di luddismo poiché per distruggere i rapporti era necessario annientare una serie di tecnologie; o quanto meno si sosteneva la necessità di non importare – nei paesi in cui si voleva attuare la transizione al socialismo – le tecnologie dei paesi capitalistici se non dopo attenta analisi e trasformazione per riadattarle ai “bisogni” (del tutto imprecisati e non conosciuti) di quei paesi.

La vecchia ortodossia sosteneva che i rapporti capitalistici si sarebbero ad un certo punto trasformati in catene per l’ulteriore sviluppo delle forze produttive; sarebbero perciò state necessariamente suscitate le forze rivoluzionarie capaci di spezzarle, provocando la nascita di nuovi rapporti. Nella critica a tale tesi si prendeva atto della capacità di sviluppo del capitalismo, che non ha alcun limite prefissato da nessuna “legge storica” (di tipo economico). Tuttavia, si accreditava di fatto l’idea che tale formazione sociale è la più adeguata allo sviluppo produttivo, accompagnato quasi sempre dall’innovazione tecnico-organizzativa; giacché sviluppo e crescita (che non richiede, di per sé, l’innovazione) non sono lo stesso fenomeno, ma sono di solito fra loro collegati. Nel contempo, una parte delle critiche alla tesi dello sviluppo delle forze produttive diffondeva il timore che quest’ultimo riproducesse sempre i rapporti della società “da rivoluzionare”, per cui bisognava essere diffidenti nei suoi confronti e, in definitiva, boicottarlo. Non si usciva così per nulla dalla tesi della centralità delle forze produttive (oggettive); e il capitalismo diventava una sorta di mostruoso automa sempre in riproduzione di per se stesso, a meno di non intralciarne lo sviluppo, e dunque l’innovazione tecnica; da cui consegue in genere l’impossibilità di aumentare la produttività del lavoro, ottenuta di solito con una diversa organizzazione del processo lavorativo e l’introduzione di nuove tecnologie che spesso alleviano la fatica dei lavoratori.

Peggiore ancora è stata la critica alla tesi delle forze produttive proveniente dagli “umanisti”, da coloro che piangevano (e ancora piangono) sulle sorti della “classe operaia” o delle “masse lavoratrici”, sacrificate sull’altare dei profitti capitalistici (soprattutto di quei “parassiti” dei finanzieri). Sarebbe stato invece necessario fare appello alle risorse di questa classe o delle masse, capaci (secondo i soliti cervelloni degli intellettuali di questa fatta, del tutto avulsi dal mondo così com’esso è!) d’inventività e innovazione sociale; soprattutto in grado di ribellarsi ai soprusi del Capitale (quello ovviamente totale, che intende sopraffare e sottomettere a sé tutto l’insieme dell’Essere Umano, dell’intero suo corpo e delle sue capacità cognitive). La Fiera delle imbecillità sessantottarde (e seguenti) è stata ricchissima di prodotti di scarto di “avanguardie” pseudo-culturali di una demenza sconosciuta, credo, in altre epoche storiche della società umana. In ogni caso, in simili tesi – e in quelle del “comando” del Capitale, della “sfida operaia” con “risposta” del suddetto Capitale, e via vaneggiando – non c’è alcuna prevalenza dei rapporti sociali; semplicemente si esalta la forza produttiva dell’Uomo, o in generale o con specifico riferimento all’Uomo Lavoratore nella fabbrica (prima quella meccanica fordista e poi quella presunta sociale complessiva) del capitalismo.

 

  1. Del resto, anche lo spostamento verso la centralità dei rapporti sociali (da trasformare) non è stato scevro di limiti gravi. Nei casi di maggiore superficialità ci si è attenuti fondamentalmente ai rapporti mercantili, ai rapporti tra uomini “cosificati” nel mero scambio di prodotti del proprio lavoro in quanto merci (siamo nei paraggi del sismondismo e proudhonismo). La riduzione economicistica dei rapporti sociali è qui molto evidente; soprattutto però si fa dell’ambito di “superficie” della formazione sociale capitalistica – dove, come Marx aveva avvertito, vige una sempre maggiore libertà nello scambio ed una tendenziale eguaglianza di valore delle merci scambiate tra compratori e acquirenti, nel senso di una oscillazione dei prezzi intorno ai valori (prescindendo dalla trasformazione dei valori in prezzi di produzione, che non ci interessa) – il fulcro della società. Allora, ancora una volta, la lotta anticapitalistica viene ridotta a pura questione di rapporti di forza nella distribuzione del prodotto, alla ricerca di una maggiore “equità” nello “sfruttamento” (creazione ed estrazione del plusvalore come profitto) che è la vera acquisizione di Marx come scienziato e non come chiacchierone filosofico sulla sorte dell’Uomo, alienato nel mercato. A che cosa si poteva giungere allora? A proporre quell’aberrazione teorica e politica del “socialismo di mercato”, ultimo rifugio (ormai diroccato) di meri “sopravvissuti”, che cercano di difendere il loro passato di fallimentari teorici e storici degli altrettanto falliti tentativi di transizione al socialismo.

C’è stato a mio avviso un positivo tentativo di formulare una tesi di trasformazione dei rapporti sociali (da Marx indicati quali rapporti di produzione sia pure sociali) in quanto critica ad ogni forma di attendismo gradualistico (tesi delle forze produttive) o di puro “ultrarivoluzionarismo” parolaio in favore dell’Uomo (o in generale o di quello Lavoratore o delle “Masse popolari”, ecc.). Si è trattato del tentativo althusseriano. Condotto tuttavia con sostanziale inconsapevolezza della teoria del valore marxiana, che è teoria dello sfruttamento (estrazione di plusvalore, forma di valore del pluslavoro) pur nella supposizione (astrazione scientifica) di una perfetta parità di forze e quindi di eguaglianza tra venditore e acquirente di forza lavoro in qualità di merce. Tutto sembrava invece rinviare ad un rapporto di forza nella “lotta di classe” che, ad un certo punto, si trasformava così in entità piuttosto confusa e poco perspicua, un autentico deus ex machina di particolare artificiosità.

Si è dovuto accettare la tradizionale divisione della storia del capitalismo in due epoche: quella concorrenziale (sostanzialmente ottocentesca) e quella del monopolismo (trasformazione avvenuta in particolare a partire dalla lunga crisi del 1873-96). Si è anche distinto tra la determinazione d’ultima istanza (dell’economico: ulteriore omaggio all’ortodossia) e la dominanza. Si è allora sostenuto che nella prima epoca del capitalismo (concorrenziale) sia la determinazione d’ultima istanza che la dominanza appartenevano all’economico (alla sfera produttiva e finanziaria); mentre nella seconda epoca (monopolistica) quest’ultimo restava determinante in ultima istanza mentre la dominanza passava alla sfera della politica e dell’ideologia, condensata nell’indicazione della presenza decisiva degli “apparati ideologici di Stato”. Difficile pensare ai caratteri della determinazione d’ultima istanza, dato che non si potevano ridurre i rapporti sociali capitalistici soltanto a quelli nel mercato; e nemmeno fare semplice riferimento alla tecnologia e all’organizzazione lavorativa nelle fabbriche. Quanto alla dominanza nell’epoca del monopolismo, è ovvio che i rapporti di produzione venivano in sostanza pensati quali meri rapporti di potere.

Interessante la distinzione tra proprietà (dei mezzi produttivi), considerata nella sua mera forma giuridica (ma né Marx né alcun marxista pensante l’hanno ridotta a questo), e potere di disposizione o di controllo sui mezzi stessi. Tale potere rinviava però appunto, in definitiva, a quello detenuto negli apparati della sfera politica e ideologica. In primo luogo, mi sembra sia venuta a mancare una più netta distinzione tra gli apparati propriamente statali, con particolare riferimento a quelli di tipo coercitivo e repressivo, e quelli esercitanti l’egemonia attraverso l’ideologia; e anche nell’ambito di questi ultimi sarebbe stato indispensabile distinguere tra la trasmissione di forme culturali di lunga durata (con le loro tradizioni, ecc.) e l’approntamento di ideologie più spicciole, spesso “di moda” per brevi periodi, che hanno solitamente una ben più scoperta funzione di mascheramento e di menzogna circa le intenzioni dei gruppi dominanti (per cui sono spesso fonte di incultura o di “semicultura” come quella tipica di certo ceto medio “sinistrorso” odierno).

Di fatto, lo Stato è divenuto nell’althusserismo un coacervo di apparati dei più svariati tipi, tutti però raggruppati nello stesso luogo, eletto a principale campo, dunque anche oggetto (obiettivo), dello scontro tra gruppi sociali; privilegiando inoltre il conflitto “in verticale” tra dominanti e dominati, con il solito schema duale di semplificazione caratteristico del marxismo tradizionale. Lo Stato è, sì, un insieme di apparati, ma in quanto condensazione, precipitazione, di un complesso intreccio di conflitti tra più gruppi sociali, in cui si verifica, in circostanze diverse, il prevalere di uno o di alcuni d’essi o il loro accordo compromissorio, ecc. L’insieme di apparati mantiene, anche a lungo, uno “statuto legale” unitario, che tuttavia nasconde lo scontro e il mutare delle egemonie e del potere vero e proprio; un potere, inoltre, sempre “corazzato di coercizione”, altrimenti non consente alcun predominio sicuro e prolungato di un dato gruppo sociale. Chi crede in quello decisivo della cultura (della sua egemonia non “corazzata di coercizione”) è il solito intellettuale arruffone, che fa il gioco dei dominanti, sempre ben pagato e onorato per i suoi bassi servigi di confusione mentale indotta in potenziali oppositori.

Inoltre, nella storia, i più lunghi periodi sono caratterizzati dal conflitto tra gruppi dominanti di alto e medio-alto livello; a volte ciò si traduce nella formazione dei cosiddetti blocchi sociali, in cui gruppi a più basso livello sono trascinati e orientati nella lotta da quelli dominanti. Proprio per questo, in tali periodi storici, all’interno dei gruppi a basso e medio-basso livello, quand’anche si situino in posizione d’urto con quelli dominanti, si formano nuclei dirigenti (“élites”) che vengono infine cooptati verso l’alto, verso i dominanti stessi. Solo in particolari congiunture di scontro acuto e violento tra i dominanti, con disgregazione del collante (egemonico) sociale, paralisi del potere coercitivo (i suoi vari apparati di intralciano l’un l’altro e alla fine si sgretolano), con conseguente crisi aperta del suddetto “statuto legale” unitario che tiene legati i vari apparati, le élites dei raggruppamenti sociali di medio e basso livello emergono in dominanza, ricreando a lungo andare altri (e diversi) gruppi dotati di egemonia (culturale) e di potere (politico) in una società nuovamente “normalizzata”, in genere mutata nella forma dei rapporti sociali che la caratterizzano prevalentemente (si tratta allora di una nuova formazione sociale).

 

  1. Ho cercato di sintetizzare nel migliore (o meno peggiore) modo possibile un dibattito che ha coinvolto principi fondamentali di una teoria – poi trasformata in dottrina – all’origine di complesse pratiche di quello che è stato denominato movimento operaio, in specie di quello di orientamento comunista, dato che nel secondo dopoguerra la socialdemocrazia si è allontanata del tutto dal marxismo. Ci si ricordi in particolare il Congresso del SPD tedesco a Bad Godesberg nel 1959, quando viene ufficialmente dichiarato l’abbandono di tale impostazione teorica e dottrinale. A qualcuno sembrerà forse che quel dibattito, lanciato dal Pci nel 1972-73, non abbia più molto da dire. Sarebbe un errore. Intanto, pur non rifacendosi al marxismo, le teorie decresciste (e ambientaliste, ecc.) sono di fatto dentro l’orizzonte della tesi relativa allo sviluppo delle forze produttive. Il fatto di considerarlo negativo invece che positivo non cambia in nulla l’impostazione sostanziale, che dimentica opportunamente, e opportunisticamente, il problema della trasformazione dei rapporti sociali – per la qual trasformazione occorre rifarsi alla politica del conflitto; magari non più “di classe”, ma pur sempre conflitto tra interessi di gruppi sociali differenti – mettendo così in bella evidenza la vera natura di simili tesi.

Criticare la tesi della centralità delle forze produttive in termini di sviluppo e trasformazione della società significa quindi prendere netta posizione contro le tesi dei decrescisti, metterne in luce il falso anticapitalismo, mentre essi si pongono invece al pieno servizio dei capitalisti, una parte dei quali ha perso fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” di questa società; per cui si dedica a imbrogliare le carte – servendosi anche di “ultrarivoluzionari” pronti ad ogni lucroso servigio (non soltanto in termini di denaro) – pur di distrarre l’attenzione dai veri nodi del problema capitalistico. In questo senso, i decrescisti sono dello stesso stampo di coloro che insistono nell’attribuire l’attuale crisi ai “cattivi” finanzieri o anche alla “finanza tout court” e ai banchieri o alle manovre monetarie, ecc.

Del resto, solo una parte (minoritaria) del decrescismo (e della “difesa della Natura”) dipende dalla perdita di fiducia nelle “sorti progressive” del capitalismo; la parte maggioritaria è rappresentata da consapevoli imbonitori, pagati dalle imprese capitalistiche che lucrano ottimi affari con tutte le “mode” attuali: le energie alternative (che sono un modo accessorio di guadagnare lauti profitti), i commerci equosolidali, le coltivazioni “biologiche” e tutta una serie di altri imbrogli, del tutto interstiziali nel capitalismo odierno, affidati a gruppi di (inizialmente) semidiseredati, alcuni dei quali diventano agenti discretamente ben pagati dai dominanti. Il tutto fa brodo per un capitalismo che dovrà attraversare una lunga crisi quanto meno di stagnazione tendenziale, tipo quella di fine ‘800.

In definitiva, si cerca di dirottare la possibile lotta e critica lontano dal centro del problema odierno: l’attuale configurazione del sistema mondiale dei rapporti capitalistici, che vede ancora in posizione preminente gli Stati Uniti, anche se cresce l’attuale multipolarismo, provocando quella frattura interna ai vertici politici di tale paese tutto sommato positiva per i futuri sviluppi della nuova fase in cui stiamo entrando. E’ senz’altro indispensabile coltivare la massima attenzione per la differente politica (in quanto complesso di mosse strategiche) condotta dai diversi gruppi dominanti. Tale attenzione deve però indirizzarsi all’analisi e valutazione delle possibilità di un’opposizione alle loro mosse (appunto differenti), senza mai dimenticare che certe critiche alla società attuale, sommariamente indicata come capitalistica, servono in realtà gli interessi di specifici gruppi dominanti o di altri, dimenticando il fulcro essenziale rappresentato dai rapporti sociali e dalla politica che ne consegue, celata dietro i vaneggiamenti sulla difesa dell’“ordine naturale”  e dell’ambiente o della Umanità in generale.

La conoscenza del dibattito, di cui si sta discutendo, ha pure un altro scopo precipuo. Ci sono alcuni vecchi arnesi del “rivoluzionarismo” sessantottardo (e seguenti), che sfruttano la (peraltro vaga) conoscenza della critica alle forze produttive per tentare ancora una volta di difendere, nella sostanza, la formazione sociale capitalistica nella sua peggiore configurazione storica, quella che, tanto per andare al pratico, vede la società italiana in mano ai “cotonieri” (spero ci si ricorderà da dove deriva tale termine da me affibbiato ad una classe imprenditoriale di puri servi). Gli ambigui e torbidi pseudo-pensatori del “fu” sessantottismo sviluppavano fino a non molto tempo fa il seguente argomento: se si è contro la decrescita, essi affermavano, allora si è favorevoli alla centralità delle forze produttive in sviluppo. Che si sia per lo sviluppo o per il sostanziale blocco di tali forze, non è affatto il problema centrale e non muta l’orientamento di fondo.

Mettere il segno meno invece che più alle forze produttive serve, in ogni caso, ad allontanare l’attenzione del critico dall’analisi dei rapporti sociali costitutivi della formazione sociale capitalistica. Il fine dei vecchi e nuovi arnesi di una rivoluzione soltanto declamata, anzi urlata, è proprio quello di impedire che si parli del capitale in quanto rapporto sociale. Il capitalismo sarebbe solo un Male per l’Uomo; questo sostengono al massimo i finti rivoluzionari. Nel migliore dei casi, se sono in buona fede, manifestano soltanto insoddisfazione e angoscia. Si arrangino come fanno tutti gli individui concreti, semplici uomini (al minuscolo), che hanno sempre al loro fianco l’orizzonte della morte. Il capitale non c’entra nulla con questo problema, non lo può risolvere, ma nemmeno lo aggrava più che tanto.

I teorici della centralità dei rapporti sociali (di produzione o considerati in senso sociale complessivo) tentavano invece di contrastare il gradualismo riformista di quelli che venivano considerati “i revisionisti”, gli opportunisti ormai lanciati verso la collaborazione con il sistema capitalistico e i suoi gruppi dominanti. Vi era ancora la credenza di poter rilanciare la rivoluzione e riprendere la transizione verso la nuova formazione sociale socialista (in attesa di quella comunista); ma senza mai il sogno impossibile di evitare il disagio legato alla malattia, alla morte, alle disgrazie varie che ci affannano, chi più e chi meno, per tutta la nostra vita individuale. Nessun althusseriano si è mai scagliato contro la crescita della produzione, contro l’innovazione tecnica e via dicendo. Semplicemente dicevamo: questi risultati li ottiene anche il capitalismo, i rapporti del capitale non sono affatto catene che impediscono la loro realizzazione. I “revisionisti”, per giustificare il loro cedimento opportunistico, sostenevano invece proprio che, se il capitalismo si stava sviluppando, allora i suoi rapporti sociali non erano ancora diventati le famose catene; era perciò utile non creare disordini, non avere intenti rivoluzionari, si doveva aiutarlo a svilupparsi ancora di più, cosicché si sarebbe infine (campa cavallo….) impiccato da solo a questi suoi rapporti una volta divenuti impedimenti allo sviluppo.

Oggi, quel dibattito è stato superato – ma non è caduta in disuso la sua utilità, ove attentamente valutata – perché è crollata ogni prospettiva di transizione al socialismo, di lotta per il comunismo che, per alcuni sopravvissuti, è ormai una semplice aspirazione sentimentale. Non vi è dubbio che il capitalismo – e fra l’altro la nostra ignoranza è tale che chiamiamo tutto capitalismo, senza riuscire a fare un minimo di distinzione decente tra diverse formazioni sociali quali il “capitalismo borghese” di matrice inglese e la società dominata dai funzionari del capitale, sviluppatasi negli Usa e ormai diffusa in tutto l’“occidente” – si sta dimostrando una società con molte mostruosità, soprattutto però culturali. Adesso stiamo vivendo una crisi che rimette in discussione molte “conquiste” – di quelle che però i pensatori del disagio trattano da solo “materiali”, quindi quasi da disprezzare – ma non si tratta della fine di una società “cattiva”, da cui poi sorgerà quella “migliore”. E’ una fase storica di riarticolazione dei rapporti (di potere) tra gruppi sociali e tra diverse formazioni sociali, alcune nuove in sul farsi “a est” e tutto sommato tuttora poco conosciute.

Sarebbe indispensabile mettere all’ordine del giorno l’analisi di questi differenti rapporti sociali. Invece, chi ha ormai abdicato ad ogni intento di pensare criticamente, problematicamente, si abbandona ai lamenti sull’Uomo alienato o sulla Natura violentata. Si curassero il loro spleen in splendida solitudine e non ci seccassero! No, hanno scoperto che i gruppi dominanti – e soprattutto i subdominanti, i “cotonieri” reazionari e smaniosi di mettersi al servizio dei predominanti – li pagano bene, li ospitano nelle Università (ormai luoghi di abiezione), li fanno scrivere sui giornali, li ammettono in TV, pubblicano tutte le più futili e ignobili aberrazioni del loro pensare con case editrici che ancora si impegnano nel distribuirle, nel finanziare convegni organizzati per rimbecillire viepiù il popolo e trasmettere il messaggio che ormai siamo alla fine della Storia, alla fine di ogni speranza; salvo quella di questi cialtroni che se la ridono fra loro e si divertono alle nostre spalle.

 

  1. E allora noi torniamo testardamente ai rapporti sociali. Usciamo da un fallimento storico; fallimento solo se considerato in relazione all’obiettivo di trasformazione sociale che è stato l’intendimento dei comunisti per ben oltre un secolo. Ho già detto in altra occasione che la Rivoluzione d’ottobre (e altri eventi rivoluzionari che ne sono seguiti), considerata dal punto di vista dei suoi effetti di mutamento delle fasi storiche, non è fallita per nulla; ma non era questo l’obiettivo perseguito per tanto tempo e ormai alle spalle. Quindi su questo dobbiamo ragionare e trarre le opportune conclusioni. Tenuto conto dei vari “ismi” ancora in campo, non credo proprio che il marxismo ci faccia brutta figura; rispetto al liberismo è a mio avviso assai più avanti. Per cui solo i totalmente ignoranti della reale problematica di Marx si gonfiano il petto quando ripetono le loro stolte ricette sul libero mercato con i suoi “automatismi”, sul vantaggio per i consumatori delle liberalizzazioni che porterebbero all’abbassamento dei prezzi (ma dove mai vivono questi individui: o sono dementi o, piuttosto, dei furfantoni ben pagati da gruppi dominanti sempre più rapaci).

Quindi, in attesa che il movimento sociale effettivo stimoli nuovi pensieri e nuove ipotesi (che non s’inventano per genio di qualcuno, altrimenti dovremmo credere che da quarant’anni viviamo in un mondo di perfetti deficienti), dobbiamo sfruttare l’insegnamento del marxismo e del suo indubbio invecchiamento e logoramento – nel promuovere una pratica politica in base a determinate previsioni, rivelatesi assai imperfette, circa la dinamica della società capitalistica – che ci segnala errori di valutazione o comunque l’impossibilità dell’effettuazione di quella pratica con quei dati obiettivi. Secondo me, occorre giungere ad alcune conclusioni da considerarsi abbastanza definitive. Innanzitutto, è indispensabile smetterla con l’idea di poter rappresentare, sia pure in schema, il reale, immaginando di esso una precisa struttura di relazioni, dotata di una cosiddetta dinamica che è in effetti una cinematica, un succedersi in momenti successivi di configurazioni diverse (da noi pensate e costruite via ipotesi) della struttura (inesistente come tale nel reale).

Si possono ravvicinare fin che si vuole questi successivi momenti, costruendo l’immagine di un movimento apparentemente continuo; il successo di questa nostra “rappresentazione” del reale dipende dalla posizione della configurazione iniziale e dalla supposizione di mutamento delle variabili secondo una successione che si pensa legata a specifiche leggi, deterministiche o probabilistiche. Sempre, all’improvviso, appare una discontinuità che ci lascia “sorpresi”; non è, però, in senso proprio una discontinuità; più semplicemente, la continuità costruita, ravvicinando quanto più possibile i momenti successivi, dipende pur sempre dalla struttura posta all’inizio appunto come mera rappresentazione del reale. Poiché quest’ultimo è continuamente sfuggente, ci si trova ad un certo punto nella necessità di pensare una nuova struttura, che è una differente singolarità da cui riprende avvio la successione delle nostre supposizioni circa il suo movimento. La “discontinuità” dipende dalla nostra impossibilità di agire con efficacia nel reale continuo, fluido, oscillante, squilibrante. Siamo obbligati ad arrestarlo, stabilizzarlo, strutturarlo, ecc. per svolgere un’attività capace di produrre effetti; così comportandoci, tuttavia, i nostri schemi invecchiano e arriva il momento in cui essi non orientano più azioni dotate di senso e di incisività.

Salvo i soliti discorsi “orientaleggianti” – che mai hanno risolto i problemi nelle formazioni sociali dimostratesi vincenti su scala mondiale, e che continueranno ad esserlo finché troveranno di contro a loro questi “santoni” imbelli – il nostro modo di agire nella moderna società non è in grado di discostarsi dal procedimento appena indicato. Essenziale diventa allora prendere atto del problema e non sognare di avere rappresentato compiutamente, sia pure in schema, il reale e il suo effettivo movimento. Quel che accade nel Cosmo, dove i mutamenti possono anche riguardare decine e centinaia di milioni di anni, non ci interessa “qui ed ora”. E per favore lasciamo stare il fascino della microfisica perché non siamo microbi pensanti. Atteniamoci al nostro mondo – macrofisico, da una parte, e sociale dall’altra – e consideriamoci individui agenti e pensanti in una data epoca storica della società.

Se vogliamo elucubrare su problemi sempre esistenti per noi umani, del tipo della vita e della morte con tutto ciò che “ci va dietro”, nessuna obiezione; è atteggiamento assai più che comprensibile, direi doveroso. Quando però riflettiamo sul nostro vivere nel cosiddetto “divenire storico-sociale”, cerchiamo di non perdere il buon senso e non lasciamoci andare a fantasie, che pretenderebbero di trascendere l’orizzonte spazio-temporale in cui siamo situati. Sia nel fare storia (pensare il passato) sia nella previsione del futuro, è meglio utilizzare categorie teoriche (più o meno elaborate, talvolta perfino inconsapevoli) adatte alla formulazione di specifiche ipotesi (anche per quanto concerne il passato usiamo ipotesi); e si tratta pur sempre di teorie (e ipotesi) mediante le quali interpretiamo il presente al fine di potervi agire per giungere a determinati obiettivi. Queste categorie teoriche (e le ipotesi) sono transitorie, mostreranno infine la corda; più elastici saremo, prima riusciremo a cogliere la loro obsolescenza, la loro progressiva riduzione di presa sulla “realtà”. Quanto al movimento reale, lasciamolo tranquillo a svolgere il suo consueto lavoro di logoramento delle nostre pratiche, delle nostre speranze, delle nostre convinzioni di averlo fermato e poi indirizzato come piacerebbe a noi; se ne sbatte altamente dei nostri desideri, anzi potrebbe pure irritarsi e reagire con violenza se ci venisse in testa di averlo “imbracato” definitivamente.

Non si creda che quanto appena detto abbia qualcosa a che vedere con il relativismo. Quest’ultimo è in definitiva incertezza, indecisione, quasi sempre incapacità di scendere in campo prendendo posizione (partito); il tutto mascherato da capacità (molto limitata invero) di valutare vari corni del dilemma con moderazione e tolleranza, ecc. (si pensi alla ben nota, e fastidiosa quant’altre mai, frase di Voltaire, una frase “buonista”, di piatto conformismo, perfettamente adatta al “ceto medio semicolto” odierno!). Quando si agisce veramente – dove l’azione contempla pure l’apparente inazione, il temporeggiamento, il surplace a volte assai lungo (come fanno i ciclisti velocisti) – e non semplicemente ci si dedica alle chiacchiere fatue e ideologicamente favorite dai vari gruppi dominanti per bloccare ogni azione a loro contraria, si deve assumere “partito” nel conflitto, nel contempo ponendo e analizzando nei particolari il campo in cui esso si svolge e i diversi “partiti” e interpretazioni del campo (in effetti, di campi differenti) assunti dai soggetti agenti nella lotta. Tuttavia, ci si deve preparare all’eventuale sconfitta, al riconoscimento di errori in questa lotta, ai mutamenti di fase che spiazzano alla lunga i vincitori non meno dei perdenti ed esigono il riconoscimento, intanto in termini di principio, di nuove singolarità sopravvenienti (che sempre sopravverranno) e di cui ancora una volta occorrerà ricercare le categorie interpretative, ecc. ecc.

 

  1. Fondamentale, nella lotta passata dei comunisti, sarebbe stata la coerentizzazione (nella teoria e nella pratica) del “modello” marxista utilizzato per interpretare, e prevedere, la dinamica sociale del capitale, l’evoluzione dei rapporti nella formazione sociale definita capitalistica; una definizione rimasta pressoché immutata da almeno un secolo e mezzo a questa parte. Un conto è impiegare genericamente il termine capitale per indicare ogni dotazione – in strumentazioni produttive ed in moneta in quanto equivalente generale dei prodotti scambiati come merci – in possesso di particolari agenti (soprattutto, ma non solo, nella sfera economica della società); un altro è indicare un sistema di rapporti sociali di forma storicamente peculiare, perché questo è il capitale nella sua precisa accezione marxiana.

Marx studiò il “modello” di questo capitale (sistema di rapporti, ecc.) nel suo primo luogo di definitiva affermazione, l’Inghilterra; ne trasse una serie di conclusioni e si disse convinto che esso si sarebbe esteso a tutto il mondo. In effetti, tale “modello” fu surrettiziamente mutato in corso d’opera dai marxisti successivi, senza che nessuno si ponesse però troppi problemi al proposito. Inoltre, anche Marx ebbe incertezze; per esempio usò indifferentemente classe operaia e proletariato, e la classe in questione (quella che avrebbe dovuto emancipare tutta l’umanità emancipando se stessa dallo sfruttamento) fu da lui a volte considerata – e i marxisti successivi sempre così la considerarono – l’insieme degli operai in senso stretto, quelli addetti alle mansioni fondamentalmente esecutive (e di più basso livello, ripetitive, ecc.), mentre altre volte egli fece riferimento al lavoratore complessivo (“ingegnere e manovale”).

Si badi bene: proprio dai termini usati si comprende come Marx avesse in mente la dominanza, nei rapporti sociali della formazione a modo di produzione capitalistico, di quelli instauratisi nell’unità produttiva in senso stretto, nella “fabbrica”, risultato di una storica trasformazione della bottega artigiana, attraverso la fase transitoria della manifattura, descritta nelle pagine sulla accumulazione originaria del capitale; accumulazione intesa quale trasformazione di rapporti, non semplicemente crescita di “forze produttive oggettive”. La fabbrica è il luogo della trasformazione di materie prime in prodotti finiti; si può considerare più genericamente la trasformazione di input in output, in ogni caso è sempre presente un preciso processo lavorativo che vede associati, in forma cooperativa, la figura dirigenziale (“l’ingegnere”) e quella esecutiva (“il manovale”).

Il testo più significativo per le indicazioni, comunque sommarie, relative alla formazione dell’operaio combinato, in quanto complessivo insieme di lavoratori direttivi ed esecutivi in cooperazione, è il cosiddetto Capitolo VI inedito (edito molto dopo la morte di Marx), in cui vi sono pure le splendide pagine sulla sussunzione, prima formale e poi reale, del lavoro nel capitale (con passaggio da una determinata forma, transitoria, dei rapporti sociali capitalistici ad un’altra, quella considerata definitiva). Capitolo comunque tolto dall’autore stesso nella pubblicazione del primo libro de Il Capitale, l’unico testo di quest’opera effettivamente e integralmente di Marx. Non mi lancio in illazioni sui motivi del toglimento, non sono “addottorato” in sedute spiritiche; noto solo che non è stato pubblicato, rendendo più difficile quella coerentizzazione cui ho sopra accennato.

Il sottoscritto ha preteso di compierla con un lavoro durato molti anni e che è stato consegnato in centinaia, e più ancora, di pagine, tutte pubblicate negli ultimi 15-20 anni. Le do quindi per conosciute, altrimenti chi vuole si documenti. Ricordo solo che tale dinamica, fondata sulla “spietata” concorrenza intercapitalistica, mette in moto la centralizzazione dei capitali, da cui deriva non tanto il passaggio al capitalismo monopolistico (e poi ancora a quello di Stato, tutto sommato una contraddizione in termini), quanto invece la trasformazione di quel rapporto che è il capitale. Le “potenze mentali della produzione” – in definitiva la capacità di dirigere e innovare nei processi produttivi di fabbrica, di trasformazione di input in output – spettavano nel più antico capitalismo concorrenziale al capitalista, considerato il proprietario privato dei mezzi di produzione.

Con la centralizzazione, tale capacità (detta poi, non da Marx, imprenditoriale) si sarebbe trasferita, per il Nostro, nell’“ingegnere” divenuto lavoratore salariato e facente ormai parte dell’operaio combinato (lavoratore collettivo cooperativo), mentre il capitalista sarebbe divenuto solo proprietario; una proprietà trasformata con l’affermarsi della società per azioni. Detto in termini molto più moderni, Marx avrebbe pensato una sorta di “rivoluzione dei tecnici” (in realtà un loro vero amalgama cooperativo con i lavoratori manuali ed esecutivi) e non quella “manageriale” teorizzata 70-80 anni dopo da Burnham. In ogni caso, da tutto ciò discendono le conclusioni di Marx in merito alla trasmutazione della società capitalistica in socialistica – un cambiamento da lui già creduto in atto ai suoi tempi (si legga anche soltanto l’ultimo paragrafo del capitolo sull’accumulazione originaria) – che ho molte volte analizzata con dovizia di particolari nei miei scritti.

Una volta coerentizzato il “modello” marxiano di avvento del capitalismo, di suo sviluppo e di transizione ad altra società – sempre in termini di trasformazione dei rapporti sociali e non per quanto concerne l’aspetto quantitativo dei capitali accumulati e centralizzati, con semplici modificazioni delle “forme di mercato” – si comprende più facilmente l’impasse della lotta comunista e infine il suo tramontare ed esaurirsi. Può restare la tristezza, la nostalgia, il rimpianto, sentimenti umanissimi; anche perché i sacrifici, le morti, la galera, la miseria, ecc. per conseguire quel risultato irraggiungibile sono stati immensi, altro che i crimini commessi dai comunisti come sostengono gli incalliti delinquenti che si sentono appagati in questa società! Se però da questi sentimenti si insiste a volere trarre l’indicazione di una (im)possibile ripresa della lotta per il comunismo, dobbiamo allontanarci con molta decisione e chiarezza critica dagli “zombi” incapaci di afferrare la realtà del loro essere morti.

 

  1. Mi guardo bene dal ripercorrere qui, nelle sue varie tappe, la mia coerentizzazione del “modello” marxiano – consegnata per il momento ai dieci video dedicati alla discussione su Marx – al fine di metterne in luce le manchevolezze e la necessità di superarlo, senza semplicemente ridurlo a indegni sbrodolamenti filosofici ma anzi mantenendone lo spirito scientifico e l’intento critico-problematico in merito alla doppia faccia della formazione capitalistica, con la sua “superficie” (soprattutto mercantile) e le sue “viscere profonde”, dove si agitano i grandi sconvolgimenti che hanno determinato sia mutamenti non minori della suddetta formazione sociale sia l’obsolescenza della teoria con cui Marx volle rappresentarla nella sua strutturazione (in una data forma di rapporti antagonistici) e nella dinamica direzionata, oggettivamente, alla trasmutazione: prima socialistica e infine comunistica.

Mi è sembrato non inutile riandare ad un vecchio dibattito, pur ripercorrendolo veramente a volo d’uccello. Tuttavia, m’interessava soprattutto metterne in luce alcuni aspetti salienti. Innanzitutto le modalità secondo cui avvenivano allora le discussioni in campo marxista. Secondo me non esiste oggi la stessa serietà e lo stesso rigore nei dibattiti (rari) che ancora ci sono. Bisogna inoltre ben dire che non vi è più, almeno nei settori intenzionati a criticare la moderna società, alcuna teoria comunemente condivisa. Allora ci si poteva accusare reciprocamente di “revisionismo” o di “estremismo infantile”, secondo l’abitudine invalsa da molti decenni, ma le categorie di riferimento erano comunque consolidate e ci si riusciva ad intendere pur nelle più aspre diatribe. Era inoltre chiara a chi partecipava al dibattito – a parte la solita “base militante”, soprattutto interessata a quello che dicevano i capi e capetti; che si trattasse di quelli del Pci o quelli dei vari gruppetti via via formatisi soprattutto dopo il ’68 – la posta politica in gioco dietro la solo apparente astrattezza di certi temi teorici, conditi anche di ampie carrellate storiche intorno alle vicende del cosiddetto movimento operaio e all’evoluzione del suo pensiero nelle diverse correnti riformiste e rivoluzionarie.

Infine, non si creda che alcune delle misere tesi venute a quel tempo alla moda e ancora in piena vita – tipo la decrescita o l’eco-sostenibilità e altre piacevolezze di questi tempi di degrado intellettuale e culturale – non abbiano proprio nulla a che vedere con quel dibattito, pur se in forma di grave scadimento dell’intelligenza teorica dei problemi. Spesso si tratta di tesi che si rifanno, in modo più o meno aperto, alla totale dimenticanza della politica come campo di scontro e conflitto acuto tra interessi, sempre avvolti da specifiche ideologie, di dati gruppi sociali, in genere sempre quelli dominanti che ormai conducono al 100% le danze in questa fase storica. I “deboli” critici del capitalismo diventano semplici detrattori di ogni modernità e progresso (considerato un termine osceno anche soltanto in termini del tutto “materiali”) perché non comprendono più nulla della necessità di andare ai rapporti sociali di ogni data fase storica, sia pure con la consapevolezza di una conoscenza via ipotesi sempre soggette ad errori e alla necessità di revisioni o di drastici cambiamenti di indirizzo. Si preferisce oggi soddisfare l’orrendo ceto medio semicolto, il quale magari blatera di predominio di chi controlla la TV e poi ripete tutte le più stupide insulsaggini che da quelle “scatolette” sostengono, con atteggiamento da geni assoluti, i loro beniamini, intellettuali che hanno ormai l’intelletto in completa défaillance.

Non credo ci sia molto altro da dire. Se volete, prendete questo mia memorizzazione come una vacanza, ma non credo sia priva di interesse per chi capisce come la teoria non sia una fisima da intellettuali. Anzi, oggi sono proprio quelli che passano per intellettuali presso l’incolto “volgo” i più carenti in fatto di teoria. Non pensano, sputano quello che ritengono più facile far passare per scienza, riducendo quest’ultima (basata su ipotesi sempre rivedibili) a certezza assoluta e indiscutibile, cui il “popolo” deve sempre adeguarsi. Poi ci sono i “tecnici”, anche peggiori nella loro limitatezza di visione e nell’arroganza e presunzione con cui “sparano” i loro verdetti e le loro ricette quasi che la lotta politica, oggi sempre più acuta e spesso sconclusionata per mancanza di ampie visioni e di solidi appoggi sociali, sia riducibile alle formulette imparate in Università che sarebbero ormai da chiudere, a partire da quelle “ricche e famose” anglo-americane. Viviamo un’epoca di transizione, ma particolarmente povera di intelligenza. Insisto che, anche solo mezzo secolo fa, ci si muoveva intellettualmente in un ben diverso ambito, assai meno deteriorato. Non parliamo della prima metà del secolo XX o di ancor prima. Chiudiamo qui, senza rimpianti ma ricordando; e facendo tesoro dei ricordi!

 

 

BOMBA O NON  BOMBA ARRIVERANNO A WASHINGTON, di Gianfranco Campa

BOMBA O NON  BOMBA ARRIVERANNO A WASHINGTON

Uno si chiama Cesar Altieri Sayoc, l’altro si chiama Robert D. Bowers. Il primo è il 56enne bombarolo della Florida, il secondo il 46enne assassino di innocenti ebrei che partecipavano, di sabato, alla funzione religiosa in una Sinagoga (Tree of Life) di Pittsburg. Il primo ha spedito 14 bombe ad altrettanti rappresentanti dell’apparato del partito Democratico, fra mass media, donatori e politici. Il secondo ha assassinato a sangue freddo 11 persone e ferito 6. Il primo è un “bodybuilder” che odia i democratici, il secondo un demente suprematista bianco, antisemita, che odia gli ebrei.

Questi due individui sarebbero accomunati, secondo la versione mass mediatica e politica di stampo democratico, da un odio viscerale per tutto quello che viene individuato come la fogna dell’establishment del potere e entrambi, sempre secondo i mass media e i democratici, sarebbero stati influenzati, aizzati nel loro impeto criminale dalla retorica odiosa proveniente dal Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump.

Le azioni violente di questi due individui possono considerarsi vero e proprio terrorismo. Mentre Robert D. Bowers ha distrutto undici vite, le “bombe” di Sayoc non hanno fatto danni né materiali né fisici, se si esclude lo stress emotivo causato alle organizzazioni e persone che hanno ricevuto le bombe, stress che non deve essere minimizzato, perché per definizione tecnica, il terrorismo si esplica anche senza violenza vera, semplicemente nel momento in cui si crea terrore attraverso la sola minaccia di danno fisico a persone e cose. La minaccia di violenza per ragioni politiche, religiose o ideologiche corona una volta per tutte la definizione di terrorismo.

Le analogie però finiscono qua, poiché le storie di questi due terroristi viaggiano su due binari completamente separati; nonostante le ginnastiche mentali dei mass media intente a connettere questi due eventi al comportamento e alle parole di Trump, la realtà è molto lontana da quella rappresentata dalle fonti mediatiche.

Indagando un po più a fondo su questi atti di terrorismo si scoprono aspetti interessanti e lugubri.

Partiamo da Bowers:  Era ormai da molti mesi che Robert D. Bowers continuava a rigurgitare sul sito Gab, tramite i suoi post, la sua intolleranza antisemita, affermando che gli ebrei erano il “nemico dei bianchi” fino a quando poi, sabato scorso, ha concretizzato i suoi propositi entrando nella sinagoga Tree Of Life di Pittsburgh con un fucile d’assalto e tre pistole e aprendo il fuoco al grido di: “Non posso stare seduto a guardare la mia gente  (i Bianchi) essere massacrata.”  Al Termine della follia omicida di Bowers 11 persone hanno terminato il loro viaggio terreno.

Bowers, aveva 21 pistole registrate a suo nome, ma secondo le dichiarazioni ufficiali non era noto alle forze dell’ordine prima della sparatoria.

Bowers frequentava il sito Gab, un social network che si autoproclama piattaforma dedicata alla libera espressione della parola. Sito che è molto popolare tra gli attivisti di estrema destra e i nazionalisti bianchi. Dopo essersi iscritto a Gab, lo scorso Gennaio, Bowers aveva condiviso un fiume di insulti antiebraici e teorie complottistiche. Fra questi messaggi si trova anche la smentita alla tesi sostenuta dai mass media secondo la quale è stato istigato ad agire perché ispirato dalla retorica di Donald Trump: “Trump è un globalista non un nazionalista…”  sentenziava Bowers. In altre parole Trump e tutto il suo movimento MAGA (Make America Great Again) erano influenzati dagli ebrei. Bowers nei suoi post e nella sua retorica considerava Trump un nemico della razza bianca quanto gli ebrei stessi. Questo smentisce la teoria secondo cui Trump abbia ispirato il demente Bowers a commettere il suo codardo atto di terrorismo. Qui trovate il link ai post di Bowers: https://imgur.com/a/cwB9QkR

Del passato di Bowers si sa poco o niente. Sino alla furia omicida mostrata in Pittsburgh, Bowers era una figura del tutto anonima, apparsa all’improvviso, come una cometa di sventura, pochi mesi fa sull’universo di Gab.

Quello che invece si sa dell’altro terrorista Cesar Sayoc è abbastanza da scriverci un libro; allo stesso tempo, quella delle bombe inesplose spedite da Sayoc alle vittime democratiche è una storia che pone molte domande e offre poche risposte.

Le quattordici bombe inoperative, spedite da Sayoc a personaggi del calibro di Hillary e Bill Clinton, George Soros, John Brennan, Barack Obama e alla CNN hanno scatenato la rabbia dei mass media e dei democratici, tutta diretta contro Trump per aver motivato con il suo linguaggio incendiario la sua mano. Sayoc è stato arrestato in Florida, dove risiedeva. Il suo furgone bianco, tappezzato di adesivi contenenti messaggi pro-Trump e anti-Democratici è diventato l’autoveicolo più famoso in America dai tempi della famigerata limousine su cui viaggiava Kennedy nel 1963.

Ma chi era esattamente Sayoc? A differenza di Bowers, Sayoc ha una lunga, estesa lista di precedenti penali. Sono almeno dieci, secondo il Dipartimento di Giustizia della Florida, gli arresti di cui il prode è stato oggetto negli anni, incluso uno  nel 2002 per aver minacciato di far saltare in aria la sede della Florida Power and Light (Azienda elettrica della Florida.) Il suo appuntamento più recente con le forze dell’ordine è stato nel 2015.

L’arresto di Sayoc, da parte del FBI è avvenuto a Ventura, in Florida, quarantotto ore dopo la spedizione da parte sua dei pacchi bomba. Sayoc era anche noto su Facebook come Cesar Altieri Randazzo. Al suo arresto tutti i mass media lo hanno prontamente etichettato come un fanatico sostenitore di Trump. Dopo l’arresto, le foto e i video del furgone bianco di Sayoc, appena sequestrato dall’FBI e tapezzato di molteplici adesivi e memorabilia pro-Trump, hanno fatto il giro del mondo. E’ stato immediatamente ribattezzato il  “Trump Van” ed è diventato lo strumento usato dai media per attaccare Trump; il furgone di Sayoc simbolo dell’odio dell’America di Trump.

Ma è proprio a partire dal furgone che sorgono i primi seri dubbi sulla legittimità della versione ufficiale su questa storia del terrorista Trumpiano. Le foto mostrano un vecchio Ford Bianco, tappezzato di messaggi, posters, adesivi e cappelli di baseball Pro-Trump in evidenza sul cruscotto; un vero e proprio appariscente cartellone pubblicitario itinerante, un bel pugno nell’occhio che difficilmente sfugge all’attenzione della gente. Il furgone non mostra grandi segni di ammaccature o rigature sulla carrozzeria, un fatto alquanto strano poiché negli ultimi tre anni i sostenitori di Trump sono stati vittime di vari atti di vandalismo, specialmente se si permettono di ostentare i simboli del loro sostegno. Un furgone così avrebbe attratto l’attenzione di molti curiosi e presumibilmente di potenziali vandali militanti anti-Trump. Un altra perplessità sul furgone suscita la relativa integrità degli adesivi affissi sui finestrini. Gli adesivi appaiono ancora molto vividi nel loro colore originale, come se fossero stati attaccati non due-tre anni prima, bensì pochi giorni prima. Normalmente questi adesivi dovrebbero mostrare segni di scolorimento o ingiallimento, specialmente se si considera il sole cocente che batte sulla Florida per buona parte dell’anno.

Ma veniamo ai misteri sulla personalità di Sayoc. Ex calciatore professionista, ex ballerino spogliarellista, ex bodybuilder, promotore di eventi e coordinatore di marketing per un Casinò.

Il Casinò presso cui lavorava si chiamava Seminole Hard Rock Casino in Florida, una società di proprietà della Tribù Indiana Seminole. Casinò di proprietà e gestione della Nazione Sovrana Seminole, un fatto questo importante poiché tradizionalmente, vigorosamente e pubblicamente, i Seminole non hanno mai nascosto la loro foga anti-Trump e pro-democratica, al punto tale che parte del loro lucrosi introiti finanziari  viene reinvestito nel partito democratico sotto forma di donazioni. Sembra alquanto strano quindi che un’azienda apertamente schierata nel sostegno ai Democratici, tolleri un loro impiegato, Sayoc, così vistosamente, pacchianamente sostenitore di Trump. Infatti la direzione di Hard Rock Casino ha smentito che Sayoc sia un loro lavoratore, ma a quel punto era troppo tardi perché la notizia era già stata resa pubblica sui siti di informazione. Il profilo social di Sayoc diceva chiaramente che lavorara per i Seminole. C’è di più; fino al 2016, secondo i dati ufficiali, Sayoc era iscritto al Partito Democratico per poi trasformarsi in un  ‘fanatico” sostenitore di Trump. Intendiamoci una scelta non di per sé strana o impossibile visto che molte persone decidano di cambiare alleanza politica da un partito ad un altro, nel caso di Sayoc però questo cambio ha il sapore più di fabbricazione, di depistaggio, che di genuino cambio di fede politica.

Da dove deriva questo dubbio che tutto l’affare Sayoc sia una completa macchinazione occulta? La teoria che tutta questa storia delle bombe sia ingannevole e manipolata scaturisce dalla rivelazione più  inquietante. Secondo quanto riferito dalla televisione locale della Florida WPTV, Cesar Sayoc ha lavorato anche presso un locale di spogliarelli come buttafuori e DJ, l’Ultra Gentleman’s Club di West Palm Beach, in Florida. In questo locale, fino allo scorso Aprile, cioè un po` prima che scoppiasse lo scandalo del pornogate, si è esibita la famosa pornodiva  Stormy Daniels. Una “coincidenza” alquanto curiosa che pone una serie di domande sulla legittimità di questa storia del bombarolo della Florida.

Altra coincidenza “anomala”,  l’esibizione di  Stormy Daniels ad Aprile è avvenuta in concomitanza  con la visita del presidente Donald Trump in Florida. Abbastanza interessante anche il fatto che lo strip club si trova vicino al campo da golf di proprietà di Trump. Il DJ di quella serata, inutile dirlo, era appunto Sayoc.

L’affare Sayoc è costellato di informazioni alquanto bizzarre. Secondo il manager del club, Stacey Saccal, il locale stesso non ha ricevuto mai lamentele da parte di altri membri dello staff o clienti sul comportamento di Sayoc; a tutti è sembrato un “bravo ragazzo”. “Non ho mai saputo che il suo furgone era coperto di adesivi politici, pensavo fosse un camioncino di gelati”, ha detto Saccal a WPTV. Saccal ha anche detto che i suoi dipendenti non avevano idea che Sayoc fosse un militante politico. Non ha mai parlato di politica al lavoro e nessuno ha notato gli adesivi sul suo furgone. Un particolare importante visto che darebbe credito all’ipotesi che gli adesivi erano di recente affissione, cioe` poco prima che Sayoc spedisse le bombe.

Questa storia di Sayoc e di Bowers lascia molto perplessi e solleva una serie di domande più che legittime. Perché tutti e due questi personaggi hanno fatto scattare il loro impeto terrorista ed omicida a pochi giorni dalle elezioni di medio termine? L’incrocio Stormy Daniels-Sayoc è stato realmente frutto di una coincidenza? Come ha fatto il furgone di Sayoc a rimanere anonimo, tappezzato come era da “camioncino di gelati” ?  Come mai nessuna delle bombe è esplosa nonostante che l’FBI si sia affrettata a dichiarare che le bombe erano perfettamente funzionanti, cosa poi smentita da un gruppo di esperti di esplosivi? Come ha fatto l’FBI a risolvere la matassa terroristica del bombarolo anti-democratico nel giro di quarantotto ore, dopo che a più di un anno di distanza ha chiuso le indagini sulla strage di Las Vegas senza trovare un movente alla follia omicida di Stephen Paddock? Chi era Bowers prima che apparisse improvvisamente sulla scena delle reti sociali con i suoi post antisemiti? Chi si celava realmente dietro quegli individui che alimentavano l’odio di Bowers partecipando attivamente con commenti e condividendo link sui suoi post su Gab?

A queste domande probabilmente non avremo mai una risposta. Quello che a mio parere però appare chiaro è che una “manina” abbia prenotato tutte le “fermate” prima delle elezioni di medio termine. Può essere che a forza di bomba o non bomba arriveranno a Washington. Martedì sapremo se questa strategia avrà funzionato nell’esito elettorale.

Intanto ha funzionato nella tempistica di una stampa e di un sistema mediatico così solerti nel costruire uno scenario così fosco e compromettente nei confronti di Trump e dei suoi sostenitori, ma così distratti ed evanescenti quando atti ben più gravi, minacciosi e pericolosi, nelle settimane a ridosso delle prodezze dei due energumeni, hanno interessato la sicurezza e l’incolumità fisica di personaggi di primo piano dello staff presidenziale e di uomini politici a lui vicini. Appostamenti, tentativi di avvelenamento, provocatorie manifestazioni di ostilità nei momenti più riservati e improvvisati che lasciano sospettare una capacità di intelligence e una regia occulta e troppo ben attrezzata per essere condotta solo da gruppi di scalmanati.

 

 

LA PEGGIORE DI TUTTE, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA PEGGIORE DI TUTTE

È implicito (sempre) ed esplicito (molto spesso) che, quando le èlite del centrosinistra italiano si lagnano del governo del cambiamento, sono persuase che il loro modo di governare era il migliore e che il popolo italiano è stato irriconoscente a dar loro il benservito.

In realtà tale convinzione desta stupore, dati i risultati economici più che mediocri della classe dirigente della seconda repubblica, centrodestra compreso (anche se responsabile minore); e il perché lo spieghiamo.

Devo premettere di non essere convinto che la struttura economica determini le sovrastrutture (non sono marxista); e, di conseguenza non ritengo che il progresso o il regresso di una comunità si misuri (solo) in termini economici piuttosto che politici, culturali, morali, tecnici. Ritengo il dato economico non determinante ed esclusivo, ma comunque molto importante, e che abbia quanto meno il vantaggio di potersi esprimere in numeri, meno soggetti a manipolazioni e valutazioni soggettive (se i conti sono fatti onestamente).

Fatta questa premessa possiamo dividere le classi dirigenti, ovvero le èlite, la classe politica, (e anche la formula politica) dall’unità in poi in quattro “fasi”: la monarchia liberale (1861-1911), il regime fascista (1922-1943); la “prima repubblica” (1946-1994); la “seconda repubblica” (1994-2018), e  vedere quanto in ciascun periodo si sia incrementato il PIL individuale, indice privilegiato del benessere.

Orbene nella monarchia liberale l’incremento del PIL pro-capite fu dello 0,6% annuo, più modesto nell’ ‘800, molto più deciso nel periodo giolittiano (1,6% annuo).

Nel periodo fascista l’incremento continuò; anche se fu abbassato dalla depressione del 29-32 (-7,2%) e dalle guerre, soprattutto quella d’Etiopia (-4,3%) il  risultato, fino al 1939 fu di un aumento di circa il 50% rispetto al 1919. Con la seconda guerra mondiale si ridusse di quasi la metà.

L’età d’oro del PIL pro-capite fu quella della “prima repubblica”: l’aumento nel periodo fino al 1973 si attestò sul 5,3% annuo; dal 1973 al 1994 in un più modesto – ma rispettabile – 2.5% annuo.

Nella seconda repubblica la musica purtroppo cambiava: ad un modestissimo aumento dello 0,3% annuo, faceva riscontro un incremento del prelievo fiscale, anche in brevi periodi di PIL pro-capite in picchiata, come nella crisi del 2008-2014 in cui il calo è stato del 12,8%.

Resta il fatto che durante la “Seconda repubblica” i risultati, in termini di benessere, sono stati i peggiori di tutti i periodi politici in cui abbiamo suddiviso la storia dell’Italia unita.

Pertanto, non si capisce perché l’elettorato italiano non avrebbe dovuto concludere che i cattivi risultati non dovessero dipendere (se non totalmente, in buona parte) dalla mediocrità – politica e culturale – della classe dirigente. Semmai desta stupore la pazienza e la mansuetudine di un popolo che sopporta per un quarto di secolo l’inconsistenza di élite gàrrule e autoreferenziali.

Certo queste rispondono: noi siamo stati i più buoni. Abbiamo aiutato banche straniere e italiane, migranti africani e mediorientali, e soprattutto i tax-consommers, ossia la corte dei miracoli che prospera sul bilancio pubblico. Bilancio che Giustino Fortunato, oltre un secolo fa, definiva “la lista civile della borghesia parassitaria”, e che tale è – in larga parte – rimasto.

Buonismo, angelisme, legalitarismo sono le derivazioni odierne che servono ad occultare i risultati della classe dirigente in via di detronizzazione (il vertice – in gran parte – già licenziato, l’aiutantato no), sotto il profilo economico la peggiore, sia nel tempo che nello spazio, tenuto conto che nello stesso periodo 1994-2018 i risultati economici dell’Italia sono stati i peggiori sia dell’UE che dell’eurozona.

Onde spiegare ad un italiano indigente, a un “esodato”, ad un creditore della P.A. (e così via) che i sacrifici sopportati sono stati disposti per bontà d’animo verso migranti ecc. ecc., è assai difficile perché non si giudica sul criterio gnoseologico vero/falso o con quello etico (già più “vicino”) buono/cattivo ed è quindi irrilevante (o poco rilevante). Perché funzione della politica è proteggere la comunità e il di essa benessere e così gli interessi (pubblici) di questa e dei cittadini, come sostenuto da secoli di pensiero politico realista, da Machiavelli e Hobbes a Meinecke e Schmitt, passando per Richelieu e Federico il Grande (tra i tanti).

Fare della politica una litania di buone intenzioni è funzionale soprattutto ad individuare l’avversario in colui che non manifesta altrettanta devozione; al momento, soprattutto Salvini, che “devoto” non è ed è soddisfatto di non esserlo: ma, piuttosto, ricorda ogni giorno di difendere gli interessi degli italiani.

Speriamo che lui e Di Maio li perseguano con la stessa coerenza ed efficacia di altri governi europei, non di quelli italiani che li hanno preceduti.

Teodoro Kltsche de la Grange

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