Italia e il mondo

Rassegna stampa tedesca 69a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

«No, i miei figli non li do». O non dovrei piuttosto discutere presto con loro della preparazione alla
guerra? Domande di questo tipo si pongono le famiglie in tutta la Germania, almeno da quando,
all’inizio dell’anno, la Bundeswehr ha inviato lettere a tutti i giovani nati nel 2008. La nostra autrice
di copertina Helen Bömelburg ha indagato su quali siano le conseguenze per i giovani, le famiglie
e il nostro Paese.

STERN
19.03.2026
EDITORIALE

Bertolt Brecht era un grande poeta, ma anche un poeta severo. Quando scrisse «Ai posteri», aveva in serbo
la seguente indicazione indiretta di comportamento: «Che tempi sono questi, in cui una conversazione sugli
alberi è quasi un crimine, perché implica il silenzio su tanti crimini?».

L’Impero tedesco gode di una pessima reputazione. Anche se nel 2026 i giuristi continueranno a
utilizzare il Codice Civile nato nel 1900 in quel tanto denigrato Impero tedesco. E il Centro federale
per l’educazione politica elogia: «L’Impero era, nella sua essenza, uno Stato di diritto. Non era una
dittatura». È quindi giunto il momento di esaminare da vicino il sistema politico dell’Impero. Dal
1871 il Reichstag è eletto con suffragio universale, diretto e segreto. Ciò che oggi è considerato un
dato di fatto democratico non era ancora garantito in quelli che all’epoca erano considerati i fari
della democrazia, come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti. L’affluenza alle urne era
eccezionalmente alta, raggiungendo a tratti l’85 per cento; in nessun altro paese d’Europa
andavano a votare così tante persone come nell’Impero. All’epoca il Reichstag non aveva il potere
che possiede l’odierno Bundestag.

04.2026
Democrazia o dittatura?
L’Impero tedesco viene spesso denigrato come uno Stato militare autoritario con sudditi fedeli
all’autorità. Il nostro autore Simon Akstinat si chiede se questa immagine renda davvero giustizia allo
Stato nazionale fondato nel 1871

DI SIMON AKSTINAT, che ha lavorato per diversi anni come caporedattore della «Jüdische Rundschau». Il giornalista è inoltre autore
di libri e gestore del portale di educazione storica «Die ganze Geschichte»
Nel bel mezzo della stazione della metropolitana Brandenburger Tor mi cade quasi il caffè dalle mani
quando un manifesto ufficiale del Bundestag mi informa che nell’Impero tedesco non solo si votava
liberamente, ma addirittura in segreto.

Il Premio Nobel Stiglitz: questa politica è autolesionista, l’incertezza scoraggia le imprese
dall’investire e anche i consumatori sono irritati. A ciò si aggiunge ora l’incertezza sui prezzi
dell’energia a seguito della guerra in Iran; è un disastro non solo per l’economia statunitense, ma
per l’intera economia mondiale, a causa dell’aumento dei prezzi dell’energia e della crescente
incertezza politica. Se l’Europa non fosse così dipendente dagli Stati Uniti in termini di politica di
sicurezza e tecnologia, avrebbe già assunto una posizione decisamente più risoluta. L’Europa non
è sovrana. Per ottenere qualcosa di simile alla sovranità, dovrebbe lavorare insieme ad altri per
trovare soluzioni. C’è bisogno di una coalizione internazionale dei volenterosi contro gli Stati Uniti e
il trumpismo. Sotto Trump, l’America non è più da tempo un’economia di mercato, ma un sistema
oligarchico in cui politici autoritari si alleano con le grandi imprese per stabilire insieme le regole.

13.03.2026
«Trump ha lanciato una granata a mano
sull’economia mondiale»
Il premio Nobel per l’economia mette in guardia dalle conseguenze catastrofiche di una guerra con l’Iran,
chiede un’alleanza internazionale dei volenterosi contro il trumpismo e non vede più negli Stati Uniti
un’economia di mercato
Biografia
L’economista Joseph Stiglitz insegna economia alla Columbia University di New York. L’ottantatreenne è stato
professore a Yale, Princeton e Oxford. Nel 1993 è diventato consigliere economico di Bill Clinton. Successivamente è
passato alla Banca Mondiale come capo economista. Stiglitz ha ricevuto il Premio Nobel per l’economia nel 2001. È
considerato un esponente del neokeynesismo e ha dato diversi contributi fondamentali alla teoria economica.
L’autore
Stiglitz ha scritto più di due dozzine di saggi, tra cui alcuni sugli effetti della disuguaglianza, sull’euro e sulla crisi
finanziaria. Nel 2011 la rivista «Time» ha nominato Stiglitz una delle 100 personalità più influenti al mondo. A febbraio
è uscito il suo ultimo libro: «The Road to Freedom».

Le domande sono state poste da Astrid Dörner e Jens Münchrath.

Signor Stiglitz, l’economia mondiale ha già dovuto far fronte alla guerra commerciale di Donald Trump, ai
suoi attacchi all’indipendenza della Fed e al suo esperimento sul debito. Ora si aggiunge anche la guerra
in Iran. Quali saranno le conseguenze per l’economia statunitense e per l’economia mondiale?

Ciò che ha spinto il presidente degli Stati Uniti, che durante la campagna elettorale aveva
promesso di tenere l’America fuori da guerre infinite in terre lontane, rimane un mistero.
Probabilmente è stato il successo in Venezuela, ovvero il rapimento di Maduro. Un’azione militare
breve e spettacolare e poi via – a quanto pare è così che il presidente se l’era immaginata anche
in Iran. Era un’illusione. Il metodo di Trump, che consiste nell’esercitare pressione, minacciare
conseguenze apocalittiche e poi vedere cosa si riesce a ottenere, sta raggiungendo i suoi limiti
nella guerra con l’Iran. Il presidente si è circondato di yes-men e chi vuole mantenersi nelle grazie
di Trump fa meglio a tacere le verità scomode. Ad esempio, l’indicazione che un attacco all’Iran
potrebbe innescare un effetto domino, incendiare il Medio Oriente e far precipitare l’economia
internazionale nell’abisso. Allo stato attuale, il mondo è decisamente più vicino a questo scenario
catastrofico che alla caduta del regime dei mullah di Teheran, che gli americani e i loro alleati
israeliani volevano provocare con i bombardamenti. Un segno inequivocabile che il metodo
minaccioso e ricattatorio di Trump non è una garanzia di successo.

13.03.2026
Operazione «Epic Failure»
La guerra con l’Iran mette in luce i limiti del metodo Trump – e i costi per l’economia mondiale- Nessuna
idea, nessun piano – nessuna via d’uscita in vista. Ogni giorno che passa diventa sempre più chiaro che il
presidente degli Stati Uniti ha dato il via alla guerra con l’Iran senza un obiettivo preciso e ora non riesce
a trovare una via d’uscita. I prezzi delle materie prime salgono, gli alleati protestano, l’economia
mondiale ne risente.

Di M. Benninghoff, M. Greive , F. Holtermann, M. Koch, M. Maisch, A. Meiritz, J. Münchrath, S. Prange, F.
Specht, C. Volkery – Pechino, Berlino, Düsseldorf, San Francisco
Mercoledì sera Donald Trump si trova in una sorta di centro logistico a Hebron, nel Kentucky, e vuole
convincere la sua base della sua più grande avventura fino ad ora: l’attacco all’Iran.

Chi in questi tempi vuole sentire il polso dello Stato di Israele, farebbe meglio a recarsi a piazza
Habimah a Tel Aviv. Qui si incontrano: una donna che predica l’amore, ma vuole la guerra. Un
uomo che combatte praticamente da solo contro il suo paese bellicoso. Quando un’insegnante di
yoga si dichiara a favore di un attacco militare, questo la dice lunga su una società. Il tassista che
ci ha portato là guardava con determinazione nello specchietto retrovisore e diceva: «Dobbiamo
porre fine a tutto questo una volta per tutte». Secondo un sondaggio, oltre l’80 per cento degli
israeliani sostiene la guerra contro l’Iran. Una teoria: la società israeliana si sarebbe spostata a
destra negli ultimi due anni e mezzo. «Stiamo attraversando il più grande cambiamento dalla
fondazione dello Stato verso una società bellica.» Proprio ora Netanyahu avrebbe lo slancio per
sconfiggere definitivamente il nemico giurato iraniano.

STERN
12.03.2026
ATMOSFERA DI GUERRA
Molti israeliani sostengono gli attacchi contro l’Iran; d’altronde si sono ormai abituati da tempo agli
allarmi bomba. La società aperta sta forse virando a destra?

Di Fabian Huber, a causa della chiusura dell’aeroporto di Tel Aviv, Fabian Huber ha dovuto raggiungere Israele via terra attraverso
l’Egitto. Il viaggio è durato più di 24 ore. Collaborazione da Beirut: Meret Michel
Piazza Habimah è sempre stata il palcoscenico di Tel Aviv, anche se non proprio bello. Un altopiano grigio-
marrone, circondato da edifici a forma di scatola che ospitano il Teatro Nazionale, una sala da concerto e
un museo d’arte. I bambini scorrazzano sulle scale, gli skater sfrecciano sul cemento. L’esercito israeliano
(IDF) è stato fondato qui.

«La situazione è critica», dice il presidente dell’artigianato Jörg Dittrich al cancelliere. Fai qualcosa,
stiamo crollando. Questo è il messaggio. Si ricomincia? Quattro anni dopo l’invasione russa
dell’Ucraina, che ha portato l’approvvigionamento energetico tedesco sull’orlo del collasso, torna a
diffondersi la paura: paura dell’aumento dei costi, del crollo economico, della perdita di benessere.
Dopo tre anni di stallo, l’economia e i consumatori in Germania speravano in una timida ripresa.
Arriverà invece la prossima recessione? Per il Cancelliere la crisi è una minaccia politica. Se vuole
trasformare questo Paese per salvarlo dai populisti, la crescita deve ripartire. Il suo governo cerca
di contrastare la situazione dietro le quinte. Merz, però, in questi giorni sembra un uomo
incatenato. L’intera agenda del suo governo è stata ridotta a carta straccia dalla guerra.

STERN
12.03.2026
NESSUNA NAVE IN ARRIVO DA NESSUNA
PARTE
La guerra in Medio Oriente alimenta il timore di shock dei prezzi e di una crisi economica. Il Cancelliere
ha bisogno di un piano per proteggere il Paese dalle conseguenze

Di Monika Dunkel, Veit Medick, Timo Pache e Jan Rosenkranz
Preoccupazione, rabbia, paura. Ora si avvertono ovunque. Ad esempio a Erfurt, alla stazione di servizio Aral.
«Incredibile», mormora una donna vedendo il cartello dei prezzi.

Il linguaggio ufficiale nella guerra contro l’Iran ricorda comunque un film d’azione hollywoodiano, e
non viene concessa alcuna tregua. Il ministro della Difesa statunitense si entusiasma per la
«distruzione totale», la portavoce del presidente tuona che i leader terroristi assassini dell’Iran
pagheranno il prezzo dei loro crimini contro l’America, e precisamente «con il sangue». Chi osa
dire al più grande presidente di tutti i tempi che non è il più grande comandante di tutti i tempi?

STERN
12.03.2026
EDITORIALE

La guerra non è un videogioco. È una frase che si dice volentieri ai propri figli, ma la domanda è: è ancora
vera? È lecito nutrire dei dubbi al riguardo, se si segue l’account X del governo americano.

Nella seconda settimana della guerra contro l’Iran si vede ciò che Donald Trump e Benjamin
Netanyahu hanno scatenato: non si tratta di un colpo limitato, ma di una guerra che si espande in
territori sempre nuovi. Una guerra che avrebbe dovuto dimostrare la forza dell’America, già dopo
pochi giorni rivela soprattutto una cosa: come la guerra ferisca un’intera regione e come le sue
conseguenze si ripercuotano fino in Europa. Eppure non è ancora chiaro per quale motivo si stia
effettivamente combattendo questa guerra. La situazione dell’Europa è preoccupante. I rischi che il
continente deve affrontare a causa della guerra sono elevati: dal punto di vista economico,
energetico e della sicurezza. Gli europei, tuttavia, hanno ben poca influenza. Devono stare a
guardare mentre gli Stati Uniti – la potenza sulla cui protezione hanno fatto affidamento per
decenni – diventano essi stessi un fattore di insicurezza nel mondo; sono intrappolati tra un alleato
di cui non possono fidarsi e popolazioni che non vogliono essere coinvolte nelle guerre.

13.03.2026
NON SARÀ MAI PIÙ SICURO?
Guerra in Iran, minaccia dalla Russia, declino dell’economia: cosa significano per noi le crisi globali
UN MONDO SENZA STABILITÀ
Geopolitica: guerre in Medio Oriente e in Ucraina, un presidente degli Stati Uniti che distrugge l’ordine
mondiale: non c’è da stupirsi che in Europa si rafforzi la sensazione che nulla sia più stabile

Di Steffen Lüdke, Mathieu von Rohr
Di notte, sopra Teheran, si levano funghi di fuoco. Poi cade una pioggia nera, satura di fuliggine e residui di
carburante. A Dubai, un tempo porto sicuro nel Golfo Persico, droni iraniani colpiscono nelle vicinanze di

hotel di lusso.

Finora il cancelliere è riuscito soprattutto in una cosa: non irritare Donald Trump. Più a lungo Merz
governa, più si vede che la sua politica estera apparentemente di successo è in realtà una
performance esteriore, molti gesti, poco contenuto. E quando la situazione geopolitica si fa seria,
la Germania e gli europei continuano a restare fuori, spettatori, ma le conseguenze colpiscono
anche loro, già adesso. Non potranno porre fine alle guerre, ma sarebbe un inizio assumere una
posizione comune e rappresentarla con decisione nei confronti di Washington.

13.03.2026
EDITORIALE
Il cancelliere degli affari esteri
Finora si diceva che Friedrich Merz, nonostante tutte le difficoltà di politica interna, conducesse almeno
una politica estera di successo. Non è vero.

Di Christoph Hickmann
Ogni mandato di cancelleria genera i propri stereotipi, che a volte sono più vicini alla verità, altre meno. Di
Gerhard Schröder si diceva che fosse un uomo d’azione, cosa che era vera al massimo in alcuni casi
specifici, come ad esempio con la sua Agenda 2010.

Sono passati più di quattro anni da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Vladimir Putin pensava
di poter occupare il Paese nel giro di poche settimane. Eppure l’Ucraina resiste. E con lei il
presidente Volodymyr Zelenskyj. In un’intervista a “Politico” spiega perché il suo Paese combatte
anche per noi e come potrebbe finire la guerra. “Vogliamo porre fine a questa guerra per via
diplomatica. Per questo dobbiamo tenere il fronte. Non si tratta di grandi offensive. Alla fine dello
scorso anno e all’inizio di quest’anno abbiamo riconquistato circa 430 chilometri quadrati. Ma in
sostanza si tratta di consolidare il fronte nel miglior modo possibile, mentre ci prepariamo a
soluzioni diplomatiche”.

15.03.2026
Abbiamo bisogno di un PIANO B – non solo
l’Ucraina, ma anche l’Europa

Di GORDON REPINSKI («POLITICO»), KIEV
Questa intervista è una versione tradotta, abbreviata e rielaborata dal punto di vista redazionale per motivi di leggibilità di una
conversazione condotta per il podcast Berlin Playbook di «Politico» e WELT TV.
Sono passati più di quattro anni da quando la Russia ha invaso l’Ucraina. Vladimir Putin pensava di poter
occupare il Paese nel giro di poche settimane. Eppure l’Ucraina resiste. E con lei il presidente Volodymyr
Zelenskyj.

L’egemonia statunitense nell’Europa occidentale aveva sospeso le vecchie rivalità tra le potenze
europee. In questo modo gli Stati Uniti hanno gettato le basi per decenni di pace in Europa, molto
più in realtà della CEE, poi dell’UE. In futuro questo fattore di stabilità verrà in gran parte a
mancare. Ora che gli Stati Uniti si stanno ritirando, le vecchie rivalità stanno riemergendo. Fino a
ieri si rimproverava alla Germania di spendere troppo poco per le proprie forze armate. Ora però,
dato che il bilancio della difesa è cresciuto notevolmente anche sotto la pressione degli Stati Uniti
e che negli ambienti politici si è tornati a prendere maggiormente coscienza della necessità di
proteggersi militarmente, qualcuno vede il pericolo opposto: la Germania potrebbe tornare a
rappresentare una minaccia per i suoi vicini. Si sa che la NATO deve essere sostituita da una
comunità di difesa europea senza gli Stati Uniti. Ma si vuole costruire questa comunità di difesa,
analogamente alla comunità monetaria dell’euro, come una comunità a svantaggio di una delle
parti contraenti. I politici tedeschi devono esserne consapevoli, altrimenti in materia militare
verranno fregati proprio come è successo con la creazione dell’euro, dove si è tacitamente creata
una comunità di responsabilità illimitata a carico della Germania.

Numero di Aprile 2026
DIFESA EUROPEA
Ancora nemici, anche dopo 80 anni
Un’alleanza di difesa puramente europea, senza gli Stati Uniti, tornerà al principio fondante della NATO?
Alcuni pensatori di spicco sembrano comunque sostenerlo: «Tenere fuori i russi e tenere a bada i
tedeschi», si diceva allora, ma trascurano il fatto che oggi questo non è un progetto per il futuro

DI RONALD G. ASCH
L’affermazione secondo cui lo scopo della NATO sarebbe, da un lato, respingere i russi e, dall’altro, tenere
sotto controllo i tedeschi, è attribuita al primo segretario generale della NATO, Hastings Ismay.

Al comando persone moralmente discutibili_di Aurèlien

Al comando persone moralmente discutibili.

E la situazione sta peggiorando.

Aurelien18 marzo
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E come sempre, grazie a chi si impegna instancabilmente nella traduzione nelle proprie lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui , e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono sempre grato a chi pubblica occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citi la fonte originale e me lo faccia sapere. E ora:

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Quando mi sento scoraggiato per lo stato del mondo, cosa che accade piuttosto spesso ultimamente, metto da parte i feed RSS su politica e guerre e passo un po’ di tempo a leggere recensioni di nuovi libri e musica, blog dedicati a articoli di cancelleria costosi, filosofia, esoterismo, arte e cultura, finché non mi sento un po’ meglio. È stato proprio durante uno di questi periodi di convalescenza, di recente, che mi sono imbattuto nella recensione di una nuova biografia al vetriolo del “Pistol-Artist Formerly Known as Prince Andrew” (l’artista della pipì precedentemente noto come Principe Andrea). In un inglese piuttosto antiquato, una biografia definita “senza peli sulla lingua” era quella che includeva anche gli aspetti meno lusinghieri della vita di una persona. Per quanto ne so, il nuovo libro del signor Lownie, dal titolo sarcastico ” Entitled” (Intitolato), non è solo senza peli sulla lingua: include anche pustole, foruncoli, croste, piaghe purulente, acne e micosi alle unghie dei piedi.

Non ho alcuna intenzione di leggere il libro – che a quanto pare è piuttosto buono – perché la sola recensione mi ha fatto stare male, con il suo ritratto di un individuo profondamente sgradevole, stupido e insensibile. (Tornerò su quest’ultimo aspetto più avanti.) Come molte persone, avevo vagamente la sensazione che ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in Andrew, ma non essendo particolarmente interessato alla famiglia reale e vivendo attualmente in un altro paese, gran parte della cosa mi era sfuggita. Poi però mi è venuto in mente che se avevo reagito così negativamente a un riassunto della vita di questo buffone sgradevole, doveva esserci una ragione precisa. Dopotutto, Andrew probabilmente non aveva commesso alcun reato in senso stretto: al massimo, avrebbe potuto essere incriminato per abuso d’ufficio come responsabile del commercio a scopo di lucro personale. Perché dunque io, e i tanti che hanno letto il libro del signor Lownie, e i tanti altri che lo hanno esaminato con incredulità e sgomento, le storie delle epiche malefatte di Andrew, abbiamo reagito in modo così negativo? E perché io, e molte altre persone qui in Francia, abbiamo reagito altrettanto negativamente alle macabre storie del comportamento sgradevole dell’ex ministro socialista Jack Lang, che ho raccontato qualche settimana fa e che da allora hanno continuato ad accumularsi? Su quale base?

Qui entra in gioco una distinzione fondamentale. Una cosa è leggere le biografie di tiranni e di persone veramente malvagie che hanno compiuto azioni oggettivamente terribili, anche se pochi tiranni e persone malvagie sono interessanti di per sé. Ma quando si arriva, ad esempio, a leggere i due volumi della monumentale biografia di Stalin di Stephen Kotkin pubblicati finora, si assimila l’immagine di Stalin come uno psicopatico paranoico ad alto funzionamento, l’archetipo del burocrate malvagio e del politico di corte, che leggeva tutto, memorizzava tutto ma capiva ben poco di importante. Questo, quantomeno, è interessante e diverso.

Un conto è leggere le biografie di imbroglioni, truffatori, geni con tendenze autodistruttive, artisti morti per alcolismo, rockstar decedute nella vasca da bagno o pittori che si sono amputati parti del corpo. O, per esempio, le biografie di persone che hanno subito prigionia, torture ed esilio, che hanno dimostrato eroismo e tenacia, o che hanno dato un contributo eccezionale al mondo nel campo delle arti, della scienza, della filosofia o persino della politica.

E infine, naturalmente, quando leggiamo le biografie di grandi personaggi storici, ci aspettiamo che abbiano un insieme di virtù e difetti, alcune qualità personali ammirevoli e altre meno, che abbiano preso buone decisioni e commesso errori catastrofici; tutto ciò, in fin dei conti, li rende semplicemente esseri umani.

Tutti questi resoconti narrano storie e descrivono comportamenti verso i quali possiamo avere reazioni relativamente coerenti. Possiamo, naturalmente, dissentire tra di noi. Possiamo ritenere le azioni di questa o quella figura politica malvagie e indifendibili, oppure, al contrario, possiamo sostenere che si trovavano in una situazione in cui non avevano altra scelta se non quella di agire in quel modo. Possiamo sostenere che questo o quel generale sia stato il più grande di una particolare guerra. Possiamo sostenere che questo o quel grande artista abbia sfruttato e tradito spietatamente gli altri, ma che rimanga comunque un grande artista. In questi casi c’è spazio per una varietà di punti di vista, ma le regole di interpretazione, se vogliamo, sono ragionevolmente accettate ed è possibile discuterne all’interno di un quadro di riferimento che la maggior parte delle persone condivide.

Ora, si potrebbe obiettare che Andrew sia un caso particolare, e tornerò su questo punto. Ma credo che sia meglio considerarlo semplicemente un esempio, peraltro poco interessante, della tendenza odierna dei personaggi pubblici a essere perlopiù noiosi, vuoti, avidi e generalmente sgradevoli. Non sembra nemmeno essere “interessantemente cattivo” . Anzi, fatico a pensare a un personaggio pubblico al momento, nel mondo degli affari, della politica, dello spettacolo o semplicemente a qualcuno noto per essere noto, nella cui moralità ed etica si possa riporre la minima fiducia, e che si potrebbe considerare, anche solo per un istante, di prendere come modello. Questo è, per usare un eufemismo, insolito nella storia. Non credo che troveresti molte persone disposte a difendere Andrew, tranne, ovviamente, nella sua cerchia di persone moralmente discutibili. (Probabilmente è in preparazione una serie di libri con un titolo tipo ” Vite non proprio grandiose “).

Ah, ho appena detto moralità? C’è un interessante paradosso. Per un’epoca che si suppone sia intrisa di relativismo, non smettiamo mai di avere forti opinioni morali e di formulare giudizi morali generalizzati sugli altri (sebbene raramente su noi stessi), esprimendoli a gran voce e in modo aggressivo. I sussurri tra vicini di casa della mia giovinezza si sono trasformati in un carnevale senza fine di indignazione morale verso chiunque e qualsiasi cosa, visibile a tutti in ogni momento. Eppure, pochissime persone si fermano a pensare a cosa si nasconda realmente dietro questo moralismo impulsivo e indiscriminato. Quindi, questa settimana voglio esaminare la moralità come una questione pratica, essenzialmente politica e sociale, e analizzare alcune delle conseguenze del vivere in una società caratterizzata da élite profondamente immorali, piena di moralisti confusi e aggressivi, ma priva di un sistema morale coerente per formulare giudizi. Innanzitutto, chiariamo cosa intendo quando parlo di moralità e in che modo si differenzia da altri tipi di giudizio sul comportamento: “moralità” deriva, dopotutto, dal latino mores , che significa “costumi”, “regole” ecc. Fondamentalmente, riguarda il modo in cui decidiamo di comportarci con gli altri quando abbiamo un margine di scelta personale e come percepiamo il loro comportamento.

Possiamo valutare il comportamento altrui utilizzando diversi criteri. Possiamo dire, ad esempio, che ciò che hanno fatto è legale o illegale, che ha rispettato regole esplicite o meno, che è stato intelligente o stupido, che ha avuto successo o meno. Possiamo anche dire che è stato giusto (in senso morale) o sbagliato, ed è qui che iniziano le difficoltà. E possiamo giudicare gli altri, o fare le nostre scelte, allo stesso modo. In una società liberale, come ho spesso sottolineato, il primo di questi criteri è l’unico che conta davvero, sebbene in alcuni casi specifici anche il rispetto delle regole di una particolare istituzione possa essere importante. Ma il liberalismo ha sostituito la vecchia domanda “come dovrei comportarmi?” con la nuova domanda “cosa posso permettermi di fare?”, così come ha sostituito “come dovrei vivere la mia vita?” con “come posso avere il massimo successo possibile?”. Il risultato è forse la classe dirigente più amorale o immorale della storia dell’Occidente, per la quale tutto ciò che non è esplicitamente illegale è lecito, e tutto ciò che è esplicitamente illegale è solo una sfida da superare. Da un lato ciò suscita una rabbia giustificata, ma dall’altro offre la tentazione di emulare.

In realtà, ogni giorno dobbiamo continuamente prendere decisioni basandoci su principi morali, laddove leggi o un codice di regole non ci sono d’aiuto. Dato che l’argomento è di attualità, consideriamo il caso della nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore a Washington e ciò che ne è seguito. Leggendo quanto è stato reso pubblico finora, una persona di buon senso giungerebbe probabilmente alla conclusione che Mandelson non avrebbe mai dovuto essere preso in considerazione per un incarico del genere, in nessuna circostanza, ed è sorprendente che lo sia stato. I suoi interessi commerciali, e il modo in cui avrebbe tratto profitto finanziario dalla sua carica di ambasciatore, avrebbero dovuto squalificarlo. I suoi colleghi di partito, perlomeno, erano a conoscenza della sua meritata reputazione di avidità, slealtà e ambizione spietata. E naturalmente i suoi rapporti con Epstein erano di dominio pubblico.

In una situazione del genere, a qualsiasi funzionario governativo di quasi qualsiasi paese sarebbe stato negato un nulla osta di sicurezza avanzato, per non parlare dell’autorizzazione a visionare materiale di intelligence, senza discussioni e senza possibilità di appello. La domanda non era: “Questa persona è qualificata per essere ambasciatore nonostante alcuni contatti personali imbarazzanti?”, bensì: “È questo il tipo di persona che vogliamo mandare come ambasciatore a Washington, soprattutto considerando che a quanto pare voleva dedicare metà del suo tempo anche alla carica di Cancelliere dell’Università di Oxford?”. E poi, quando gli fu comunicato che doveva dimettersi, riuscì a negoziare un’indennità di fine rapporto, presumibilmente minacciando azioni legali contro il governo, sebbene il suo contratto prevedesse la possibilità di essere licenziato senza indennizzo in qualsiasi momento. In altre parole, il giudizio popolare su Mandelson, a giudicare da tutte le prove, è essenzialmente morale, non una questione di mera formalità, e la maggior parte dei comuni cittadini britannici, ne sono certo, risponderebbe con un sonoro “No”. Non è una persona adatta a essere mandata come ambasciatore e rappresentante del Re e della nazione, direbbero.

Eppure, il governo britannico non ha deciso di gestire la situazione in questo modo. Stavo esaminando alcuni dei documenti pubblicati di recente, ed è sorprendente quanto poco dell’evidente debolezza morale di Mandelson si rifletta effettivamente nella corrispondenza o nelle dichiarazioni di Starmer. Sì, dice quest’ultimo, beh, non lo sapeva, e se lo avesse saputo avrebbe potuto agire diversamente, e si scusa con tutte le ragazze minorenni vittime di Epstein. Sì, davvero, come se in qualche modo queste due cose fossero collegate. Devo unirmi alla lunga fila di persone che non riescono a capire perché Starmer non sapesse che Mandelson non fosse moralmente idoneo a essere ambasciatore, ma oserei dire, al di là di questo, che la situazione è davvero precipitata quando il governo sembra non rendersi nemmeno conto che a quell’uomo non sarebbe mai dovuto essere permesso di avvicinarsi al Servizio Diplomatico. Non lo capiscono proprio, dopo quarant’anni di “cosa posso fare impunemente prima di essere scoperto e poi come posso sottrarmi alle conseguenze se vengo scoperto?”. essendo lo standard morale sempre più utilizzato dalle élite.

Ci troviamo dunque di fronte alla curiosa situazione in cui i politici e gli altri membri della classe dirigente in tutto il mondo sono detestati come mai prima d’ora, in parte per la loro incompetenza, certo, in parte per la loro disonestà, ma soprattutto perché sono persone estremamente sgradevoli e prive di scrupoli etici. (E, a dire il vero, molte importanti figure pubbliche famose sono altrettanto impopolari per la stessa ragione). È vero che in alcuni paesi, come gli Stati Uniti e alcune zone dell’Africa, le aspettative del pubblico nei confronti dei politici sono già ai minimi storici, ma ciò non significa che la gente si sia rassegnata a questa situazione; anzi, tutt’altro. In generale, e nonostante quarant’anni di indottrinamento liberale, constatiamo ancora che le critiche popolari ai politici non sono tanto di natura legalistica e procedurale, quanto basate su un senso di moralità deluso. L’indignazione suscitata dalle accuse secondo cui la signora von der Leyen avrebbe tratto profitto, direttamente o indirettamente, sia dalla crisi del Covid che da quella ucraina, non si placherà nemmeno se un rapporto dovesse alla fine scagionarla da qualsiasi illecito. La maggior parte delle persone si limiterebbe a replicare che una persona che ricopre una carica pubblica non dovrebbe comportarsi in quel modo, a prescindere dalla legalità o meno del suo operato.

Casualmente, e per ragioni del tutto estranee a questi saggi, mi stavo preparando a scrivere qualcosa su George Orwell, che ho sempre ammirato moltissimo come persona e come scrittore, e sono rimasto colpito ancora una volta da quanto il suo vocabolario morale, e persino il suo universo, sembrino oggi così distanti dal nostro. Per Orwell, le virtù più grandi erano l’onestà e l’autenticità, e la sua filosofia si potrebbe riassumere in una sola parola: “decenza”. Non gli importava davvero cosa pensassero gli altri di ciò che pensava e di ciò che scriveva, ed è per questo che fu un giornalista relativamente poco affermato fino alla fine dei suoi giorni, attaccato da ogni parte. Allo stesso modo, credo che per Orwell il socialismo fosse principalmente una questione di creazione di una società dignitosa, in cui le persone non dovessero morire di fame o vivere in condizioni insalubri. (Era sempre molto critico nei confronti degli utopisti di ogni genere: come diceva, lo scopo del socialismo non era quello di rendere le cose perfette, ma almeno di migliorarle.) La famosa osservazione di Winston Smith del 1984 , secondo cui “se c’era speranza, risiedeva nel proletariato”, non era la fantasia di una futura rivoluzione, ma un giudizio pragmatico: affinché una qualsiasi società potesse sopravvivere, era necessario fare affidamento sulla decenza che si trova tra la gente comune, decenza che il Partito aveva abbandonato tanto quanto la nostra attuale classe dirigente.

È difficile immaginare che un simile vocabolario venga utilizzato oggi dalle nostre élite, o addirittura che venga utilizzato in generale. Orwell non pensava solo che una società decente dovesse essere un obiettivo politico, ma anche che le persone dovessero comportarsi nella loro vita privata e le une con le altre con quella che lui chiamava “comune decenza”. Ciò non escludeva scambi di battute piuttosto accesi tra Orwell e i suoi oppositori su questioni letterarie e politiche, ma tutti i suoi contemporanei concordavano sul fatto che non fosse mai rancoroso o offensivo. Ora suona esilarante, se mai ci si imbattesse accidentalmente nel fango dei social media contemporanei, ma ai suoi tempi era molto più vero di adesso.

La parola “decenza” è ormai diventata un tabù, insieme, suppongo, a “onore”, “onestà”, “coraggio”, “vergogna” e altre espressioni che ora fanno parte del glossario distribuito agli studenti obbligati a leggere opere letterarie pubblicate prima del 1980 circa. (Riuscite a immaginare un politico a cui oggi venga chiesto, come fu chiesto a Joseph McCarthy: “Signore, non ha alcun senso della decenza?” L’idea stessa sembra ridicola). Sarebbe facile rispondere che, beh, gli standard morali sono cambiati, siamo andati avanti, ora si accettano più cose e così via. Ma non è questo il punto. Non stiamo parlando dei dettagli del comportamento privato, ma di come vediamo gli altri e, di conseguenza, di come ci comportiamo nei loro confronti. L’esaltazione dell’individuo produce inevitabilmente una visione del mondo solipsistica in cui tutto ciò che sperimento è solo una sfaccettatura del mio essere, e le cose sono buone o cattive solo nella misura in cui mi avvantaggiano o meno. Gli altri personaggi sono lì per essere manipolati o sfruttati a scopo di lucro, o, nel peggiore dei casi, sono semplicemente personaggi non giocanti.

Nelle relazioni personali, siamo incoraggiati a esprimere i nostri desideri sotto forma di lista della spesa (Voglio qualcuno che sia…) piuttosto che chiederci quali qualità noi stessi possiamo offrire che potrebbero attrarre gli altri. Le nostre relazioni, anche quelle intime, stanno diventando sempre più transazionali. Dopotutto, quando la nostra relazione attuale non fornisce più i benefici richiesti che avevamo elencato in precedenza, è ora di andarsene, no? Responsabilità? State scherzando? Allo stesso modo, la maggior parte delle organizzazioni oggi assomiglia a un campo di battaglia, o a una zona di fuoco libero, in cui chi è al comando cerca di sfruttare chi guida, mentre chi guida cerca di ottenere il massimo dal sistema e di sfruttarsi a vicenda.

Ma non è tutto così, ed è proprio qui che sta il punto interessante. Le persone possono essere obbligate a soddisfare le aspettative altrui per trovare un partner, ma non ne traggono certo piacere. Possono essere costrette a pugnalare alle spalle i colleghi per non perdere il lavoro, ma preferirebbero evitarlo. La maggior parte delle persone comuni, come i proletari di Orwell, ha conservato il senso del giusto e dello sbagliato, del comportamento accettabile e inaccettabile, un senso che le nostre élite hanno chiaramente perso e che si applica a ogni livello, dal più banale al più fondamentale. Qual è l’esempio più banale che mi viene in mente? Beh, che dire di chi ascolta la musica a tutto volume sul cellulare in autobus o in treno, senza curarsi degli altri? Se interrogato, presumibilmente risponderebbe che vive in un paese libero e che fa quello che vuole, e chi sei tu per dirgli che non dovrebbe? (“Buone maniere? Che diavolo sono?”) In realtà, esiste un collegamento diretto, seppur lungo, tra questo tipo di comportamento antisociale e il fatto che il signor Mandelson abbia di fatto ricattato il governo britannico per ottenere del denaro minacciando una pubblicità negativa. (“Integrità? Che diavolo sono? Comunque, non è illegale.”) Eppure non è immediatamente ovvio come possiamo fornire una risposta convincente a questo tipo di obiezioni sui “diritti” individuali, e ne parlerò più avanti.

Tutte le società hanno riconosciuto che esistono vasti ambiti dell’interazione umana che non possono essere regolati da leggi scritte su cui avvocati ben remunerati possano discutere. In effetti, in Egitto, in Grecia e a Roma, la distinzione tra “consuetudine” e “legge” non esisteva realmente. Ci sono società che conosco oggi in Asia e in Africa dove sostanzialmente è ancora così: si seguono le consuetudini e “ciò che facciamo”, piuttosto che ciò che un lontano codice di leggi scritto potrebbe stabilire. Anzi, in alcune società asiatiche è comune redigere leggi in modo tale da poter essere interpretate, diciamo, in modo flessibile. La società occidentale moderna è il primo esempio nella storia dell’umanità di un tentativo di stabilire non solo leggi di stampo tradizionale, ma anche comportamenti quotidiani consentiti e non consentiti sotto forma di regole esplicite, che governano in linea di principio tutta la nostra vita. Queste possono essere leggi vere e proprie, o normative secondarie come i decreti, ma possono anche essere norme e regolamenti interni, o persino semplici “codici di condotta” amorfi. La loro debolezza comune risiede nell’eccessiva ambizione di imporre regole rigide al comportamento umano, e il fallimento in questo intento non ne determina l’abbandono, bensì la moltiplicazione, poiché vengono introdotte sempre più regole per compensare le debolezze e le lacune di quelle esistenti.

Forse lavorate in un’organizzazione che ha un “Codice di condotta” per, diciamo, la potenziale discriminazione nei confronti delle persone con disabilità. Tecnicamente non è vincolante, ma in pratica lo è, ed è solitamente scritto in modo così vago che quasi chiunque può violarlo se non sta attento, il che a sua volta potrebbe essere motivo di licenziamento. Il problema è che storicamente cercare di intimidire e spaventare le persone per indurle a comportarsi in modi presumibilmente virtuosi non ha mai funzionato. (Chiedetelo a qualsiasi religione organizzata). Se avete un’organizzazione che non tratta, chiamiamole, le persone con disabilità in modo equo, allora avete una cattiva organizzazione, gestita da persone inefficaci che non sanno dare l’esempio. Minacciare i dipendenti per il loro comportamento non vi porterà da nessuna parte: torniamo di nuovo alla necessità di un senso di decenza comune. Se le persone in generale non capiscono cosa significhi trattare gli altri con rispetto, allora c’è un problema nella società. È come avere una dichiarazione di visione o di missione scritta. Se si sente il bisogno di scriverne una, significa che c’è qualcosa che non va nella gestione dell’organizzazione. Inoltre, è vero anche il contrario. Se un dipendente, con un costoso team legale al suo seguito, riesce a convincere un giudice che tecnicamente non si può dimostrare alcuna violazione di un qualche insensato Codice di Condotta e che, di conseguenza, non è stata infranta alcuna legge, allora l’individuo potrebbe ottenere un risarcimento danni ed essere reintegrato, anche se la sua condotta effettiva è stata moralmente inaccettabile.

Tutto ciò, ovviamente, si riduce alla sfera individuale, ma in un modo ben diverso dalla frenetica venerazione dei diritti individuali che caratterizza i nostri tempi. Il fatto è che, nel corso della vita, ci troviamo continuamente di fronte a piccole o grandi decisioni morali su cosa fare e come comportarci con gli altri. Insistere sui “miei diritti” a scapito di ogni altra considerazione non funziona, perché ovviamente anche gli altri insisteranno sui “miei diritti”, e la società nel suo complesso inizierà a sgretolarsi, come sta accadendo in alcuni paesi occidentali. Approfondiremo questo punto tra poco. Ma a prescindere dai “diritti”, è importante riconoscere che qualsiasi decisione su come comportarsi in un dato caso rimane comunque un giudizio morale individuale.

Il concetto di individuo come agente morale sembra essersi sviluppato circa 2500 anni fa in diverse civiltà, probabilmente in concomitanza con la crescente complessità sociale ed economica. Gli studiosi biblici, ad esempio, citano il Deuteronomio 24, 16, che afferma: “I padri non saranno messi a morte per i figli, né i figli per i padri; ognuno sarà messo a morte per la propria iniquità”. All’epoca, questo rappresentava un notevole passo avanti. Eppure, anche molto tempo dopo, e fino a tempi recenti, l’individuo è rimasto comunque inserito in strutture sociali che a loro volta esprimevano e, in una certa misura, imponevano norme di condotta. Il comportamento di Andrea probabilmente non è peggiore di quello di molti principi reali o aristocratici nella storia europea, ma in passato esistevano norme ufficialmente sancite e ampiamente condivise in base alle quali questo comportamento poteva essere giudicato, norme che abbiamo in gran parte perso. Ad esempio, sia la Chiesa protestante che i satirici popolari si scagliavano contro il consumismo ostentato dell’aristocrazia, la sua arroganza e il suo amore per abiti e gioielli pregiati, e in questo sembrano aver rispecchiato il sentimento popolare nel suo complesso. (Non è un caso, dopotutto, che la nascente classe media abbia coltivato pubblicamente la sobrietà e un comportamento virtuoso). Ma oggi siamo giunti a una fase di ultraliberalismo, in cui ho il diritto di fare tutto ciò che posso senza conseguenze, e in cui i ricchi e i potenti non riconoscono alcun imperativo morale che li limiti, dando così vita a tendenze che altri potrebbero imitare.

Comprensibilmente, le persone non hanno mai gradito essere moralmente vincolate e hanno fatto ricorso a vari stratagemmi per cercare di aggirare tale limitazione. L’idea di non essere realmente responsabili della propria condotta persiste nella cultura occidentale in affermazioni come “Non so cosa mi sia preso”, che riflettono un’epoca in cui si credeva che le forze soprannaturali fossero in grado di prendere il controllo delle persone. Più recentemente, varie forme di determinismo hanno considerato il comportamento personale come interamente il prodotto dell’ambiente, eliminando così del tutto la responsabilità morale individuale. Alcuni teorici hanno cercato di sostenere che gli “oppressi” non hanno scelta nel loro comportamento, o che questo fosse il risultato logico della società capitalista o qualcosa del genere. (E in una società occidentale sempre più repressiva e conformista, sempre più persone si rivolgono all’autodiagnosi di disturbi mentali, come protezione assoluta contro l’essere accusati della debolezza morale preferita di questa settimana). Difese più sofisticate di comportamenti moralmente discutibili hanno cercato di “decostruire” la virtù e la carità per rivelare i sordidi motivi sottostanti. Quindi, se do dei soldi a un senzatetto, questo non è un atto di carità da parte mia, ma piuttosto un’espressione della gerarchia di potere che esiste tra noi. Il mio supermercato locale organizza raccolte di beneficenza alcune volte all’anno, dove le persone donano cose che hanno appena comprato, come cibo in scatola, carta igienica e materiale scolastico, che vengono poi distribuite a chi non può permettersele. Ma ovviamente, sostengono alcuni, è meglio tenersi i soldi, perché in questo modo si contribuisce solo a perpetuare e far prosperare un sistema ingiusto. Mi dispiace per le persone così.

C’è anche l’idea, di moda ultimamente, che la responsabilità morale individuale sia comunque un concetto privo di significato, perché tutti gli individui sono semplicemente membri di gruppi che esistono in stati oggettivi di dominio e sottomissione reciproca e condividono le stesse caratteristiche. Tutti i presunti atti buoni non sono altro che sottili esercizi di potere da parte dei gruppi dominanti, e quindi se un membro di un gruppo è colpevole di qualcosa, rappresenta semplicemente la natura essenziale dell’intero gruppo, e quell’intero gruppo può essere facilmente condannato e liquidato. (Se questo vi ricorda il razzismo essenzialista del XIX secolo, beh, lo è). Interi gruppi come i bianchi e gli uomini possono nutrire pregiudizi e desideri morali di cui non devono nemmeno essere consapevoli, ma di cui sono automaticamente colpevoli. Forse vi siete imbattuti nella terribile storia di Gisèle Pelicot, vittima di stupri di massa organizzati dal marito per un periodo di dieci anni, che ha rinunciato al suo diritto all’anonimato e ha scritto un libro dignitoso e ben accolto sulla sua esperienza. Eppure le femministe si sono indignate perché lei ha chiarito di non credere che gli uomini che l’avevano violentata fossero rappresentativi, e non ha condannato tutti gli uomini come ugualmente colpevoli. Le femministe sostenevano che la compassione maschile per Gisèle fosse in realtà ipocrita, perché tutti gli uomini avrebbero fatto lo stesso, se ne avessero avuto l’opportunità. Provo compassione anche per persone come lei.

Il problema della necessità di un fondamento solido su cui basare i giudizi morali individuali non scomparirà. La maggior parte delle persone pensa che esistano comportamenti buoni e cattivi, e che questa distinzione si applichi separatamente, in aggiunta o addirittura in sostituzione delle questioni puramente legali. Eppure la nostra società moderna è sempre più strutturata per produrre l’effetto opposto: comportamenti amorali o addirittura immorali sono tollerati e persino presentati con indulgenza dai media, fornendo così potenzialmente un esempio agli altri. La teoria liberale non è mai riuscita a risolvere questo dilemma. I primi liberali credevano, o fingevano di credere, che gli esseri umani fossero razionali, o che potessero diventarlo con sufficiente impegno, e che collettivamente il comportamento razionale avrebbe giovato all’intera società. Robespierre, nel suo celebre discorso del 15 febbraio 1794, sostenne esplicitamente che solo la virtù personale avrebbe salvato la Rivoluzione e che, per “purificare la morale”, si sarebbe dovuta introdurre una politica di Terrore. Sebbene quello fosse un esempio estremo, fino ai giorni nostri i liberali non si sono mai sottratti al loro dovere di dire al resto di noi come dovremmo vivere le nostre vite, anche se il “come” è cambiato molto nel corso delle generazioni.

Perché, ovviamente, la ricerca razionale dell’interesse personale, che è ciò che rappresenta il liberalismo, non porta necessariamente alla felicità personale e, per definizione, ancor meno a una società morale. (Non si tratta di un giudizio di valore, sia chiaro; potremmo anche dire “una società con un sistema morale coerente, qualunque esso sia”). Logicamente, se tutti perseguissimo il nostro interesse personale razionale, ci scontreremmo con altri che perseguono il loro, e il nostro interesse personale razionale ci porterebbe a fare tutto il necessario per avere successo, a prescindere da considerazioni morali. Socrate aveva sostenuto molto tempo fa che solo una vita virtuosa può renderci felici, e quindi, logicamente, una vita di puro interesse personale razionale ci renderebbe infelici. Non tutti accettarono questa argomentazione, nemmeno all’epoca.

Il liberalismo nacque in un’epoca in cui il cristianesimo rappresentava la principale forza morale della società e i precetti morali degli antichi venivano insegnati a tutte le persone istruite. Il presupposto, quindi, era che il mondo fosse stato progettato in modo ottimale da Dio, il quale sarebbe intervenuto, se necessario, attraverso la famosa mano invisibile di Adam Smith, per trasformare le conseguenze dell’avidità e dell’egoismo individuali in qualcosa di positivo per la società nel suo complesso. Non tutti, nemmeno all’epoca, accettavano questa visione. Più in generale, gli effetti mitiganti sia del cristianesimo che della tradizione classica, così come la comune decenza della gente comune, venivano scambiati dai liberali per regole universali ed eterne che avrebbero sempre determinato la condotta. Eliminando questi elementi, come è accaduto sempre più spesso, non resta altro che un egoismo spietato e senza scrupoli.

Anche oggi, pur vivendo in un mondo post-cristiano a livello istituzionale, la struttura dei nostri standard morali personali deriva direttamente dal nostro passato religioso. Del resto, dove altro potremmo cercare? C’è una lunga storia di tentativi falliti . E ancora oggi, la Chiesa è l’unico luogo che non ti respinge, qualunque sia la tua condizione (lo stesso vale per le altre religioni, certo). Recentemente ho visitato Notre Dame, restaurata e ripulita (un’esperienza da non perdere, tra l’altro), e mi è stato detto che una delle conseguenze inaspettate della sua chiusura è stata che le persone sole e infelici, che trascorrevano la maggior parte o tutte le loro giornate nella Cattedrale, considerandola una sorta di casa surrogata e sapendo di non essere sfrattate come in un centro commerciale, sono state abbandonate per strada. Ma in assenza di una tradizione religiosa e sociale di compassione e opere di bene, perché mai qualcuno dovrebbe prendersi cura di queste persone? Che vantaggio ne trarrebbero? Anzi, perché comportarsi bene, quando si potrebbe trarre un vantaggio comportandosi male? Come mi chiedevo tempo fa, quale vantaggio personale c’è nell’onestà?

Smith pensava di aver trovato la risposta alla questione più ampia ne ” La teoria dei sentimenti morali” . In sostanza, sosteneva, tendiamo a preferire quel tipo di comportamento che è generalmente approvato e che quindi desideriamo imitare. Piuttosto che esistere una “regola generale” preesistente su come comportarsi, “la regola generale… si forma, scoprendo dall’esperienza, che tutte le azioni di un certo tipo, o in determinate circostanze, sono approvate o disapprovate”. Ma questo presuppone enormi differenze rispetto al tipo di società in questione e non affronta il problema della defezione morale.

Con quest’ultima frase intendo dire che la società liberale non ha risposta al seguente dilemma del prigioniero: se tutti, me compreso, si comportano bene, non ricevo alcun beneficio particolare; ma se tutti gli altri si comportano bene e io mi comporto male, ricevo un beneficio particolare. Allora perché dovrei comportarmi bene? Le argomentazioni sul bene comune non sono ammissibili, perché nel pensiero liberale o non esiste un bene comune, distinto dalla somma totale dei beni individuali, oppure, se esiste, passa in secondo piano rispetto al bene personale dell’individuo. Il dilemma è di fatto irrisolvibile nei termini in cui è posto. Sarà sempre vantaggioso per me essere disonesto se tutti gli altri sono onesti, e non c’è niente da fare al riguardo.

Il problema è aggravato dagli squilibri di potere e ricchezza. Più si è ricchi e potenti, maggiore sarà il danno che il proprio egoismo arrecherà alla società nel suo complesso, ma al contempo minori saranno i vincoli alle proprie azioni. Per questo motivo, le persone comuni sanno istintivamente che il comportamento egoistico alla fine danneggia tutti, e che più si è ricchi e potenti, maggiore sarà il danno che si può arrecare. Al contrario, un comportamento onesto e altruistico, come mostrare gentilezza verso gli sconosciuti, alla fine giova a tutti se praticato su larga scala. Un problema evidente è che, sebbene la maggior parte delle persone accetti questa visione, essa non può essere dimostrata razionalmente. Per quanto sofisticata possa essere la presentazione, l’argomentazione si riduce all’affermazione che ci si dovrebbe comportare bene perché è giusto farlo, senza aspettarsi alcun beneficio personale.

L’altro problema è che coloro che detengono potere e ricchezza, coloro che infestano internet e le onde radio, coloro la cui influenza e il cui esempio sono più facilmente visibili, non vedono alcun motivo per cui dovrebbero comportarsi moralmente solo per il bene della società, quando ciò potrebbe significare sacrificare qualcosa che desiderano fare o avere. In questo modo, si sta aprendo un pericoloso divario con importanti conseguenze pratiche tra i desideri egoistici e individualistici dei ricchi e degli influenti e il senso di decenza comune della gente comune. Non è certo una novità, ma la sua portata è già senza precedenti. E quarant’anni di turboliberalismo e l’abolizione ufficiale del concetto stesso di società suggeriscono che l’equilibrio di potere si sta spostando sempre più in questa direzione.

Ecco perché il comportamento sgradevole di Andrea è importante. Se si trattasse di un semplice membro della famiglia reale, ottuso e insensibile, non avrebbe importanza. Ma in realtà il suo comportamento è tipico di una nuova classe sociale ricca ma priva di morale, piena di privilegi e senza alcun esempio da dare. Gli antenati di Andrea erano almeno consapevoli che ci si aspettava da loro un “buon” esempio e che sarebbero stati criticati se non lo avessero fatto. La nostra attuale classe dirigente internazionale, priva di intelligenza, istruzione o persino di buon senso, non sarebbe nemmeno in grado di comprendere tali vincoli, figuriamoci di rispettarli.

L’Iran non è l’anti Cristo -prima parte-di Fogliolax

L’Iran non è l’anti Cristo -prima parte-

Fogliolaxmar 18
 
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In questa prima parte racconterò la mia visione dell’Iran e della sua società, mentre nella seconda parlerò del conflitto in atto.

Premessa: l’Iran non è l’anti Cristo preannunciato da San Giovanni nell’Apocalisse. Nonostante alcuni articoli recenti lo dipingano come tale, il sospettato non corrisponde alla descrizione.

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Da Ciro a Khamenei

L’Iran è uno stato che discende da un antico impero fondato da Ciro il Grande circa 2600 anni fa e che né i greci né i romani furono in grado di assoggettare. Ci riuscirono militarmente gli arabi tra il 600 e l’800 d.C., non culturalmente dato che sia la tradizione persiana che la lingua farsi rimasero sempre vive per tutto il Medioevo fino a far scegliere all’Iran un percorso diverso (quello sciita) rispetto alla maggioranza araba. Nel 1000 gli invasori turchi finirono per diventare loro stessi persiani; addirittura i mongoli e Tamerlano, che pure portarono enormi distruzioni tra il 1200 e il 1500, si fecero affascinare dalla cultura persiana. Nel 1501 la dinastia Safavide riunificò il regno e diede origine all’”Iran” sciita. Nel 1800 e nel primo ‘900 il territorio venne conteso tra russi e inglesi, dopo la Seconda guerra mondiale l’influenza sovietica ebbe la meglio fino al golpe del 1953 promosso da CIA e MI6 che portò al potere Mohammad Reza Pahlavi. Dopo 26 anni, nel 1979, la rivoluzione guidata dagli ayatollah diede vita alla repubblica islamica odierna.

Questi brevi cenni storici servono a far comprendere che ci troviamo di fronte a un popolo che affonda le proprie radici nella storia; al di là dell’importante componente sciita, un iraniano è anzitutto un persiano, portatore di una cultura antica e discendente di una società organizzata attorno a dei valori tradizionali: fede, unità della patria e famiglia.

Ecco perché il regime non è crollato sotto i bombardamenti, anzi, ne è uscito rafforzato. Questa demonizzazione del nemico, della sua cultura e della sua storia tipica della NATO non fa altro che stringere le popolazioni attorno ai propri governi. È successo in Afghanistan, in Russia, in Iran e succederà anche in Cina. Senza dimenticare l’Africa, dove i recenti golpe militari sono stati accolti con grande favore dai cittadini desiderosi di liberarsi dalla presenza francese.

Il mio Iran

Con l’intento di riumanizzare il “nemico”, concedetemi alcune semplificazioni turistiche di natura personale.

Tutte le volte che mi sono recato a Tehran e dintorni durante la prima presidenza Trump, la mia impressione è stata quella di trovarmi nella Russia rurale post sovietica o nel Sud Italia di 30 anni fa: dall’accoglienza nelle case dove come entri ti portano da mangiare e da bere come se arrivassi da 40 giorni nel deserto, al modo in cui guardano “o’straniero” con un misto di sospetto e di ammirazione, fino alle nonne, che coordinano tutto il ménage familiare con stile militaresco.

Per non parlare del traffico caotico, immaginate Napoli o Bari con 15 milioni di abitanti!

E che dire dei vestiti, così demonizzati da noi “occidentali”. Un volto coperto non l’ho mai visto. In generale le donne appartenenti alle famiglie più osservanti portano o il chador (mantello) nero classico con uno scialle che copre i capelli o delle tuniche colorate di origine persiana. Nella capitale ho visto moltissime ragazze con gonne sotto al ginocchio o pantaloni, camicie (chiuse) e foulard dei migliori stilisti francesi e italiani per coprire i capelli. Questo in pubblico, mentre nelle serate trascorse nelle case private i capelli non venivano coperti e le gonne lasciavano intravedere il ginocchio (e anche un po’ di più).

Nella Russia rurale la situazione non è molto differente, e anche a Mosca, a Minsk o a Kiev, quando le donne entrano in Chiesa si coprono i capelli. Non era (è) così anche nel Sud Italia? Alcune volte ho inviato foto scattate fuori Tehran ad amiche della Campania o della Sicilia e pensavano fossi in qualche paesino dalle loro parti.

È pur vero che esiste una parte di società che a noi può sembrare “fuori dal mondo”, ma solo una percentuale minoritaria di iraniani vive queste regole come una imposizione. Durante i miei viaggi mi è capitato di parlare con delle donne “integraliste”, impegnate in politica, vestite sempre di nero e coperte dalla testa ai piedi (col volto scoperto però). Mi hanno spiegato che è il loro modo di conservarsi per il futuro marito, che sono contente di farlo e che, nonostante le apparenze, non hanno rinunciato ai loro “vezzi” femminili. Dopo qualche giorno di frequentazione per motivi lavorativi ho acquisito la loro fiducia e così mi hanno mostrato le quantità industriali di gioielli che indossano sotto il chador e persino i loro telefoni, adornati da custodie infantili in netto contrasto con le persone che avevo di fronte.

Parliamo di ragazze per lo più laureate e con un ottimo livello di inglese, molto gentili al limite del servile: per giorni ho faticato a farmi aprire le porte e a precederle nel passo, ma non hanno voluto sentire ragioni, mi sono quindi (piacevolmente) adattato per non offenderle; ne ho conosciuta abbastanza bene una che ora studia a Roma e con cui sono ancora in contatto, ci sono anche uscito una volta, nel caffè dell’hotel, di pomeriggio, sotto lo sguardo della mia guida che controllava dal tavolo a fianco che non ci fosse alcun contatto fisico tra lo straniero e l’indigena. È stato molto divertente. L’ho raccontato a una mia amica pugliese e mi ha detto che suo padre ugualmente non la faceva uscire di sera, ispezionava i vestiti che indossava e ai primi appuntamenti mandava il fratello a controllare.

Poi, come in tutte le società, le esagerazioni esistono, ma, tra i paesi islamici che ho visitato, l’Iran è sicuramente il più affine a noi. A parte l’alcol, che è davvero proibito per lo meno nei luoghi pubblici, e così mi è capitato di stare fino alle 2 di notte in un ristorante con musica dal vivo bevendo tè, allietato da un cantante azero imitatore di Little Tony con tanto di classico abbigliamento post comunista: scarpe chiare di pelle di almeno 4 numeri in più, pantalone scuro sotto al tacco e camicia completamente aperta.

Venendo a temi più seri, c’è rispetto sia per i cristiani sia per gli ebrei che da Babilonia furono liberati proprio da Ciro, il fondatore della Persia. Per gli iraniani Gesù è un grande profeta, purtroppo non è il figlio di Dio come per noi, tuttavia lo venerano come Suo messaggero. Lo stesso dicasi per la Santa Vergine Maria, cui l’anno scorso è stata intitolata una fermata della metropolitana. E così io giravo tranquillamente con l’anello rosario al dito e la domenica partecipavo alla Messa; certo, è un paese musulmano, la prudenza è sempre consigliata. Ci sono ancora le pubbliche impiccagioni, durante le ultime proteste le vittime sono state circa 4 mila (ne parleremo nella seconda parte), ma credere che bombardandoli possiamo mitigare alcune loro abitudini è quantomeno insensato.

Non sono comunque dei terroristi internazionali seriali come spesso li si dipinge accomunandoli ad Al Qaeda, ISIS e alle loro diramazioni tutte di matrice sunnita salafita. In modo diretto hanno ucciso alcuni dissidenti all’estero, questo sì. Hezbollah è un’altra storia, la vedremo nella seconda parte. Quello che stupisce è che a noi cattolici sfugga la differenza, visto quanto avvenuto in Iraq e Siria dove gli sciiti hanno combattuto accanto e a difesa anche dei cristiani o in Nigeria dove i nostri fratelli nella fede sono perseguitati da Boko Haram, altro gruppo sunnita salafita.

Cito un ultimo aneddoto che poi tornerà utile nella seconda parte. In nessuno dei viaggi ho subito controlli a parte quelli aeroportuali che sono un filino capillari; per pura curiosità personale sono persino andato in taxi all’ingresso di una delle centrali nucleari bombardate l’anno scorso. Nessuno mi ha fermato o fatto domande. Passando rapidamente al presente, a Tehran operano abbastanza liberamente Sky News e CNN, le tv del nemico. Quella iraniana è una società molto orgogliosa, con abitudini consolidate e che accetta restrizioni solamente dall’interno, non dall’esterno, a costo di rimetterci la vita dei propri leader.

Ecco perché se non vogliamo vivere in uno stato perenne di conflitto, occorre trovare ciò che ci accomuna con le altre civiltà e non sempre e solo quello che ci divide. Se, ad esempio, guardiamo alle foto o ai ritratti dei grandi missionari cristiani notiamo come col tempo essi prendevano le sembianze del popolo presso cui vivevano, senza per questo rinunciare ad annunciare il Vangelo o a seguire gli insegnamenti di Cristo.

Purtroppo, noi europei ci siamo dimenticati la nostra storia, le nostre radici greco romane; pretendiamo di imporre i nostri valori a tutto il mondo, in un momento in cui i nostri valori sono in fortissima crisi, non perché non siano più validi, ma perché in nome della globalizzazione li abbiamo rimossi dalle nostre vite e sostituiti con i capricci del momento. Come possiamo relazionarci con altri popoli e culture non sapendo più chi siamo? Come possiamo eventualmente anche invitarli ad abbandonare certe forzature se non riusciamo più a proporre una valida alternativa? Come possiamo giudicare i loro comportamenti se l’autorità morale (il Papa, ma anche molti Cardinali) sovente si dimentica del suo ruolo?

“Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” ci fa sapere sempre San Giovanni.

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L’intelligenza artificiale e il mito della macchina

Conor McGlynn

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Di Conor McGlynn • 19 marzo 2026
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Lo scorso aprile, 600 persone si sono riunite per una conferenza sulla politica tecnologica nel centro di Washington, DC. Il relatore principale, l’ex CEO di Google Eric Schmidt, ha esposto quello che ha definito il “consenso di San Francisco”: l’opinione secondo cui “entro tre o cinque anni avremo quella che viene chiamata intelligenza artificiale generale”, in grado di estendere le proprie capacità senza bisogno dell’intervento umano. Questo sviluppo, secondo il consenso, potrebbe portare notevoli benefici, ma comporta anche il rischio di causare l’estinzione dell’umanità. La sfida di raggiungere l’uno evitando l’altro, ha spiegato Schmidt, “è chiamata il problema della ‘cruna dell’ago’. Bisogna attraversare la cruna dell’ago senza uccidere se stessi e tutti gli altri, per raggiungere questa terra promessa dell’IA”.In questa affermazione, Schmidt ha riassunto un modo comune di intendere i progressi dell’IA. Stiamo sviluppando sistemi di IA sempre più potenti che comportano rischi estremi, ma promettono anche grandi benefici. La comunità dell’IA è colloquialmente divisa tra “pessimisti” e “ottimisti”, ma i due gruppi non differiscono tanto sulla terra promessa quanto sulla fiducia nella nostra capacità di superare questo ostacolo insormontabile.Indipendentemente dalla loro posizione in questo spettro, coloro che considerano il futuro dell’intelligenza artificiale generale (AGI) come una potenziale “terra promessa” tendono a sostenere che le loro previsioni abbiano una base interamente razionale. Essi, affermano, si limitano a fare estrapolazioni logiche da tendenze osservabili. L’opera di Lewis Mumford, uno dei critici più caustici della tecnologia del ventesimo secolo, offre una prospettiva alternativa: tali presupposti affondano le radici in una fede laica che si cela dietro l’odierna adesione allo sviluppo tecnologico. L’opera di Mumford ha spaziato in un ampio ventaglio, includendo l’urbanistica e la critica letteraria, oltre alla storia e alla filosofia della tecnologia. Ha esposto la sua tesi contro la fede acritica nella benevolenza della tecnologia in una serie di libri e articoli, in particolare “Tecnica e civiltà” (1934) e “Il Pentagono del potere” (1970).”Se continuiamo ad aggiornare la nostra tecnologia, la vita umana migliorerà sempre di più.”Il lavoro di Mumford suggerisce che l’uso del linguaggio religioso da parte dei tecnologi – come nel caso della “terra promessa” di Schmidt – rivela la loro fede nel “mito della macchina”, che egli definisce la “religione suprema della nostra epoca apparentemente razionale”. Al centro del mito della macchina, sosteneva, c’è l’idea che lo sviluppo della tecnologia sia intrinsecamente legato al miglioramento della condizione umana. In altre parole, se continuiamo ad aggiornare la nostra tecnologia, la vita umana continuerà a migliorare. Il legame tra progresso tecnologico e sociale sembrava ovvio durante la vita di Mumford. Nato a New York nel 1895, visse l’invenzione del fertilizzante azotato e la scoperta della penicillina, che contribuirono ad aumentare l’aspettativa di vita media negli Stati Uniti in quel periodo da quarantuno a oltre settantasette anni. Vide i viaggi aerei, i frigoriferi, i telefoni e la televisione diventare di uso comune. Di fronte a tali esperienze, sembrava difficile sostenere una tesi contraria al fatto che la tecnologia migliorasse la condizione umana.
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Come Mumford chiese sarcasticamente: “Qualche persona di buon senso rimpiange la fine dell’età della pietra?”Senza però ricadere in una nostalgia o in un primitivismo, Mumford ha rivalutato la storia dello sviluppo tecnoscientifico, ricercando le radici degli atteggiamenti moderni nei confronti della tecnologia in epoche precedenti: nella spinta alla scoperta che caratterizzò l’Età delle Esplorazioni; nell’organizzazione della vita quotidiana che apparve per la prima volta nei monasteri medievali; e nei complessi sistemi sociotecnici o “megamacchine” che costruirono i monumenti dell’Età delle Piramidi in Egitto.Questa indagine storica ha portato Mumford a individuare i cambiamenti più significativi nonNon si riferiva alle innovazioni della Rivoluzione Industriale, bensì a quella che definiva la “preparazione culturale” avvenuta in quei periodi precedenti. Come Max Weber, il quale sosteneva che il capitalismo si fosse diffuso grazie alla sua “affinità elettiva” con una fede calvinista che venerava il lavoro e il risparmio come segni di devozione, Mumford affermava che solo dopo che gli esseri umani avevano iniziato a considerare il mondo in modo strumentale, era stato possibile creare un sistema di produzione tecnologica orientato alla propria accelerazione. Questo processo di “preparazione culturale”, sosteneva, aveva gettato le basi per la trasformazione industriale e trasformato il “mito della macchina” nel modo predefinito di concepire il cambiamento sociale.La branca della teologia cristiana nota come teodicea cerca di spiegare l’esistenza del male nel mondo senza attribuirne la colpa a Dio. Il mito della macchina offre un equivalente laico. Ci permette di considerare i risultati positivi come intrinseci allo sviluppo tecnologico stesso, mentre i danni vengono visti come incidentali o come effetti collaterali indesiderati. Questi aspetti negativi sono spesso considerati il ​​risultato di fallimenti umani, sia per un uso improprio da parte di malintenzionati, sia per un’applicazione negligente. Mantenendo questa separazione, sosteneva Mumford, il mito della macchina impedisce una vera valutazione dei cambiamenti apportati dalla scienza e dalla tecnologia. Come lamentava, la maggior parte delle persone “vede ancora solo gli innumerevoli vantaggi e benefici… e ha chiuso gli occhi sulle varie forme di disumanizzazione e sterminio” che esse rendono possibili e promuovono.Friedrich Nietzsche sosteneva che il cristianesimo avesse capovolto un ordine morale aristocratico in cui la forza era considerata un bene e la debolezza un male, sostituendolo con una “morale degli schiavi” che privilegiava i deboli e stigmatizzava i forti. Chiamò questo processo “trasvalutazione”, ovvero il processo attraverso il quale un sistema di valori finisce per eclissarne un altro. Secondo Mumford, una trasvalutazione simile si è verificata nell’era moderna, quando abbiamo smesso di dare valore alla tecnologia al servizio degli obiettivi e dei valori umani, e abbiamo iniziato a considerare l’efficienza e la produttività ottenute attraverso l’innovazione tecnica come un fine in sé, al quale gli esseri umani dovrebbero subordinarsi.La conseguenza di questa trasvalutazione è che le questioni relative al benessere umano sono, in pratica, in gran parte irrilevanti per l’adozione della tecnologia. Possiamo pensare, ad esempio, alle tradizionali misure di benessere umano nelle società tecnologicamente avanzate di oggi. I membri di queste società tendono a sposarsi meno spesso, hanno meno figli , meno amici intimi , legami sociali più deboli, partecipano a meno attività comunitarie e praticano meno la religione . Questo declino si è verificato in un contesto di esplosione di tecnologie presentate come prosociali, che offrono strumenti per connettere le persone a distanza, promettendo al contempo di eliminare le attività banali che ostacolano il nostro benessere.Il punto non è che esista un chiaro nesso causale tra i social media o le piattaforme di e-commerce e queste tendenze. Piuttosto, è che quando abbiamo adottato queste tecnologie, la novità e il successo commerciale hanno avuto la priorità su qualsiasi considerazione riguardo alla possibilità che promuovessero le vecchie idee di una vita appagante. Come osservava Mumford, “la società si sottomette docilmente a ogni nuova esigenza tecnologica e utilizza senza porsi domande ogni nuovo prodotto, che sia un miglioramento o meno, poiché, nel contesto attuale, il fatto che il prodotto offerto sia il risultato di una nuova scoperta scientifica o di un nuovo processo tecnologico è l’unica prova richiesta del suo valore”.”Il fatto che qualcosa faccia risparmiare tempo è considerato un bene in sé.”Mumford temeva che questo processo di transvalutazione stesse rendendo gli esseri umani sempre più simili alle macchine. I valori delle macchine soppiantano quelli che lui chiama “valori della vita”, con il dollaro che diventa la misura di ogni cosa. Arriviamo a desiderare e bramare sinceramente ciò che ci rende più “produttivi”. Il fatto che qualcosa ci faccia risparmiare tempo viene considerato un bene in sé, a prescindere dal suo effetto su altri aspetti del benessere umano.Il mito della macchina permea le discussioni contemporanee sull’intelligenza artificiale. Sempre più spesso, sentiamo questa fede espressa in un linguaggio apertamente religioso. Idee come la superintelligenza o la singolarità vengono spesso presentate come un punto d’arrivo apocalittico dello sviluppo tecnologico, la fase in cui tutti i problemi umani potranno essere risolti da robot benevoli. Se raggiungeremo questo punto, le attuali preoccupazioni per il benessere dell’umanità svaniranno nell’insignificanza di fronte all’abbondanza che ne trarremo.La teodicea laica di questo mito emerge nelle attuali discussioni sui danni reali o potenziali derivanti dall’intelligenza artificiale. Gli effetti negativi del suo utilizzo nelle scuole e nelle università, come la riduzione del carico cognitivo, tendono ad essere attribuiti a un’incapacità umana di adattarsi, oppure vengono interpretati come un segno che le nostre istituzioni educative sono irrimediabilmente obsolete e necessitano di essere aggiornate. Allo stesso modo, ai lavoratori che temono di essere sostituiti dall’IA viene detto che non sono adeguatamente preparati all’evoluzione del mondo del lavoro. Di conseguenza, i legislatori propongono leggi per aiutare “i lavoratori a utilizzare efficacemente gli strumenti di IA per aumentare la produttività e rimanere competitivi” e per garantire che siano “adeguatamente qualificati, sicuri di sé e pronti a cogliere appieno le opportunità offerte dall’IA”. I vantaggi ci sono, se solo riuscissimo a superare l’incompetenza umana.I modelli di intelligenza artificiale hanno un pregio innegabile: l’aumento di velocità ed efficienza con cui possono svolgere compiti che un tempo erano appannaggio degli esseri umani. I modelli linguistici possono produrre testi funzionali per un’ampia gamma di contesti, mentre i modelli di generazione di immagini ci offrono la capacità di dare vita a qualsiasi immagine o video desideriamo. Questo è generalmente considerato una chiara prova dei vantaggi dell’IA. Per Mumford, questo tipo di pensiero è proprio il problema. Il mito della macchina è disumanizzante perché subordina i valori umani a quelli della macchina: velocità ed efficienza.“Subordina i valori umani a quelli della macchina: velocità ed efficienza.”La prova più lampante della pervasività culturale di questo mito è che molti ferventi accelerazionisti non negano che l’intelligenza artificiale potrebbe significare la fine dell’umanità. Si distinguono dai catastrofisti semplicemente perché credono che questo rischio sia necessario, persino auspicabile, per raggiungere gli spettacolari aumenti di efficienza e produttività promessi dall’intelligenza artificiale generale. Mumford aveva previsto questo epilogo estremo. “Il mito della macchina”, scrisse, “la religione fondamentale della nostra cultura attuale, ha talmente catturato la mente moderna che nessun sacrificio umano sembra troppo grande, purché venga offerto agli insolenti Marduk e Moloch della scienza e della tecnologia”.Anche coloro che vengono etichettati come scettici o pessimisti continuano ad accettare i presupposti del mito della macchina. L’obiettivo dichiarato di molte organizzazioni preoccupate di evitare i peggiori esiti dell’IA è quello di “realizzare i benefici mitigando al contempo i rischi” della tecnologia. Mumford sosterrebbe che la prima parte di questa affermazione concede troppo, accettando il presupposto di base del mito della macchina pur presentando il compito come la rimozione degli ostacoli alla realizzazione dei suoi benefici. Molti scettici condividono anche una premessa misantropica di base sulla superiorità delle macchine, concentrandosi sulla natura parziale, irrazionale e imperfetta degli esseri umani, che a loro avviso necessita di un potenziamento meccanico.La catastrofe tecnologica non è qualcosa che ci attende. È già arrivata. Il declino dell’umanità è un processo in corso attraverso il quale ci lasciamo colonizzare dai valori delle macchine, un ” graduale indebolimento ” che si sta verificando tutt’intorno a noi. L’intelligenza artificiale non dovrebbe essere vista come una corsa verso una terra promessa, ma come un viaggio che ci allontana sempre di più dalla piena realizzazione umana.Chi è preoccupato per i rischi dell’IA dovrebbe guardare oltre le questioni politiche. I sistemi di credenze di fondo, come il mito della macchina, condizionano ciò che diamo per scontato nel nostro rapporto con la tecnologia e limitano il possibile in ambito politico. Cambiare questi sistemi apre nuovi orizzonti immaginativi per l’azione. “Per coloro tra noi che si sono liberati dal mito della macchina”, ha scritto Mumford, “la prossima mossa spetta a noi: perché i cancelli della prigione tecnocratica si apriranno automaticamente, nonostante i loro vecchi cardini arrugginiti, non appena sceglieremo di uscirne”.

Effetto altalena: Trump accenna nuovamente a una via d’uscita mentre prosegue il rafforzamento delle truppe sul campo_di Simplicius

Effetto altalena: Trump accenna nuovamente a una via d’uscita mentre prosegue il rafforzamento delle truppe sul campo

Simplicius 21 marzo
 
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Donnie Darko ha lanciato ancora una volta segnali contrastanti riguardo alle sue intenzioni contraddittorie sulla guerra. Da un lato, vengono inviate ancora più truppe statunitensi nella regione e voci “privilegiate” filtrate dai canali dei media mainstream suggeriscono che un intervento di terra sia decisamente in programma, mentre dall’altro lato, in un altro sfogo sui social media, ha fortemente indicato un’imminente uscita di scena, sostenendo che gli Stati Uniti siano vicini a concludere la guerra “riuscita” (leggi: disastrosa):

Verso la seconda metà del discorso, si afferma che lo Stretto di Hormuz non è necessario agli Stati Uniti e che spetta agli altri alleati proteggerlo, un’affermazione che Trump ha poi ribadito davanti alle telecamere:

Gli Stati Uniti sono passati dall’affermare la propria totale superiorità nella regione, con dichiarazioni sicure sulla loro intenzione di spalancare lo Stretto, a implorare aiuto agli alleati, per poi fare marcia indietro sostenendo che in realtà non hanno affatto bisogno dello Stretto. Ciò che emerge è la buffoneria senza spina dorsale di un’amministrazione controllata da Israele, che fatica a improvvisare scuse al volo dopo essere stata respinta in modo umiliante dall’Iran.

Va inoltre sottolineato che Trump ha concluso la sua invettiva con un altro interessante esempio di sovversione geopolitica:

Non solo ha umiliato pubblicamente i suoi principali alleati definendoli a tutti gli effetti dei codardi, ma ha anche ammesso che la NATO è una tigre di carta inutile. Uno o due giorni prima aveva persino accennato nuovamente alla possibilità che gli Stati Uniti prendessero in considerazione l’idea di ritirarsi dalla NATO.

È chiaro che, per quanto deplorevoli possano essere le sue azioni, gran parte di ciò che Trump sta facendo non avrebbe potuto essere sceneggiato meglio né per gli accelerazionisti né per i sostenitori del Sud del Mondo. Sta letteralmente lacerando i legamenti e i tendini che tengono insieme l’architettura globale, e questa è una cosa estremamente positiva. In effetti, gran parte di ciò che sta facendo sta realizzando gli obiettivi principali di lunga data sia dei sostenitori irriducibili di MAGA che di qAnon, a tal punto che viene quasi da chiedersi se ci sia più metodo nella sua “follia”. La NATO sta crollando, se non è già morta, l’ONU e le principali istituzioni globali hanno perso ogni credibilità, gli stessi Stati Uniti sono stati smascherati e stanno per essere cacciati dal Medio Oriente: la recente guerra con l’Iran ha portato al ritiro delle truppe statunitensi ovunque, con il riacutizzarsi della resistenza e dell’opposizione irachena che potrebbe portare a un ritiro definitivo in futuro. Senza contare che gli Stati Uniti si sono alienati tutti gli alleati con vari fiaschi come la Groenlandia, i dazi, l’Ucraina e molti altri. È quasi come se Trump stesse facendo tutto questo di proposito, nel modo più folle possibile, come in una partita di scacchi a 5 dimensioni, per raggiungere obiettivi dichiarati da tempo.

Ovviamente sappiamo che non è così, perché il suo rapporto di dipendenza da Israele e dagli Adelson è evidente e apertamente ammesso, così come il suo odio per l’Iran.

All’indomani degli attacchi, è emerso che Trump ha alle spalle una lunga storia di fanatismo intransigente per quanto riguarda le posizioni anti-iraniane. Interviste recentemente venute alla luce hanno dimostrato che già negli anni ’80 parlava di conquistare l’isola di Kharg:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/gen/12/polly-toynbee-intervista-del-1988-a-donald-trump

In un certo senso si potrebbe persino sostenere che quanto detto sopra dimostri che l’odio di Trump per l’Iran non riguarda necessariamente Israele, sebbene il coinvolgimento di Israele nell’ultima “operazione” sia evidente come il sole. A meno che, ovviamente, non si sostenga che Trump sia stato controllato da Israele e dagli Adelson fin dagli anni ’80, cosa di cui non ho mai sentito parlare. Siamo costretti a supporre che si tratti di una combinazione di opinioni razziste di lunga data ispirate dal paradigma neoconservatore standard, insieme all’attuale dipendenza dai finanziatori e a un potenziale ricatto.

Nell’ambito degli ultimi sbalzi di rotta, il Tesoro statunitense ha annunciato la sospensione delle sanzioni sul petrolio iraniano fino al 19 aprile.

Questo dopo aver già revocato alcune sanzioni sul greggio russo. È evidente che Trump sia terrorizzato dalle ripercussioni economiche che ne derivano, motivo per cui l’idea di «conquistare l’isola di Kharg» con i marines statunitensi continua a lasciare perplessi. Presumibilmente, l’idea è quella di avere una sorta di leva per ricattare il «regime iraniano», ma l’Iran potrebbe facilmente bombardare l’isola per danneggiare ulteriormente l’economia globale se ritenesse che l’isola sia comunque ormai sotto il controllo degli Stati Uniti.

Si tratta per lo più di una questione irrilevante, dato che la capacità degli Stati Uniti di conquistare l’isola è fortemente messa in discussione, visto che l’Iran è in grado di bombardarla a tappeto con missili balistici a raggio intermedio (IRBM) e a corto raggio (SRBM) dotati di munizioni a grappolo, causando perdite incalcolabili di ogni tipo alle forze di terra ammassate in una “zona di morte”.

L’altro piano di uscita dall’accordo che l’amministrazione Trump starebbe discutendo — secondo alcune indiscrezioni — consiste nel sequestrare i «materiali arricchiti» dell’Iran tramite un’operazione della Delta Force.

https://www.cbsnews.com/news/Trump sta elaborando una strategia per impadronirsi delle scorte nucleari dell’Iran, secondo alcune fonti/

Ora che abbiamo ben chiari i gusti psicologici di Trump, possiamo affermare con certezza che questa deve essere un’opzione allettante per lui, perché rappresenta la via d’uscita più “pulita” e il modo più sicuro per proclamare una grande e audace “vittoria”. Richiederebbe il minor impiego di risorse e, in teoria, comporterebbe anche il minor rischio. Chissà, forse si potrà concludere qualche “accordo” segreto proprio come in Venezuela, dove a Trump è permesso cogliere l’attimo con le sue forze armate dotate di “Discombobulatori” per intervenire, ripulire il MacGuffin e poi concludere rapidamente il conflitto.

D’altra parte, gli alleati del Golfo sembrano diventare sempre più audaci nel prolungare la guerra. Oggi è giunta la notizia secondo cui l’Arabia Saudita avrebbe concesso all’aviazione militare statunitense l’accesso a una delle sue basi principali per attaccare l’Iran, anche se questa informazione non è stata ancora confermata:

https://www.middleeasteye.net/news/Arabia-Saudita-ed-Emirati-Arabi-Uniti-si-avvicinano-alla-guerra-tra-Stati-Uniti-e-Israele-contro-l’Iran

Gli attacchi dell’Iran alle basi statunitensi nel Golfo si stavano intensificando e gli Stati Uniti avevano bisogno di un accesso più ampio e di autorizzazioni di sorvolo. L’Arabia Saudita ha acconsentito ad aprire agli americani la base aerea Re Fahd a Taif, nell’Arabia Saudita occidentale, come hanno riferito a Middle East Eye diversi funzionari statunitensi e occidentali a conoscenza della questione.

Un commentatore si chiede se gli alleati del Golfo vogliano davvero intraprendere quella strada:

Il 70-80% dell’acqua negli Emirati Arabi Uniti e in Arabia Saudita proviene da impianti di desalinizzazione

Con i 3 maggiori produttori che forniscono il 30-40% della loro acqua – sono a 15 droni Shahed dall’estinzione

L’Iran non li ha presi di mira, ma probabilmente lo farebbe in una battaglia esistenziale

Il Guardian propone un interessante confronto storico, mettendo in evidenza il declino dell’Impero britannico, simboleggiato dalla guerra boera del 1899:

https://www.theguardian.com/commentisfree/2026/mar/19/iran-us-boer-war-victory-empire-economy

Alla fine, la forza prevalse. La Gran Bretagna vinse la guerra boera, ma fu una vittoria vuota che richiese quasi tre anni per essere ottenuta e comportò un costo elevato. Il colpo al prestigio britannico – arrivato in un momento in cui la sua egemonia globale era minacciata da paesi in rapida crescita come gli Stati Uniti – fu grave. Lungi dal mettere in evidenza la portata del potere britannico, ne mise a nudo i limiti.

A un secolo e un quarto di distanza, gli Stati Uniti rischiano di trovarsi coinvolti in una sorta di guerra boera. Quella che avrebbe dovuto essere una passeggiata minaccia di trasformarsi in un conflitto di lunga durata. Gli iraniani stanno ricorrendo a tattiche di guerriglia, proprio come fecero i boeri, ottenendo un notevole successo. Non c’è dubbio che, alla fine, la potenza di fuoco superiore degli Stati Uniti e di Israele avrà la meglio, ma a quale prezzo?

L’autore osserva giustamente che Trump non ha alternative valide: spingendosi troppo oltre, Trump ha già fatto sì che, qualunque delle due vie d’uscita venga scelta, gli Stati Uniti si ritroveranno in una situazione peggiore rispetto a prima della sfortunata decisione di scatenare questa guerra:

Trump si trova quindi di fronte a una scelta difficile. Può porre fine alla guerra adesso e affermare che gli Stati Uniti hanno raggiunto i propri obiettivi bellici, anche se ciò significherebbe lasciare al potere il regime di Teheran. Oppure può prolungare il conflitto, aumentando così i rischi di difficoltà economiche – e di una reazione politica negativa – sul fronte interno. La prima opzione è la migliore, anche se si tratterebbe comunque di una vittoria di Pirro, che metterebbe in luce sia i punti di forza che le debolezze degli Stati Uniti.

L’autore ha tralasciato un aspetto: ritirarsi ora con una falsa vittoria non significa semplicemente «lasciare il regime al suo posto»: significa lasciare al potere un «regime» probabilmente molto più forte, intransigente, giovane e vendicativo. E, cosa più importante di tutte: significa lasciare al suo posto una popolazione iraniana ormai completamente disillusa dal cosiddetto «salvatore» americano. Numerose fonti hanno ormai affermato che persino la popolazione dissidente filo-occidentale in Iran ha ormai perso fiducia nell’Occidente a causa della barbarie percepita negli attacchi degli Stati Uniti contro il popolo iraniano, piuttosto che esclusivamente contro il regime – per non parlare della totale insensibilità di Trump nel portare avanti tutto questo.

https://www.economist.com/medio-oriente-e-africa/2026/18-mar-2023-notizie-dal-medio-oriente-newsletter-cambiamenti-nell-umore-dell-iran

Chi l’avrebbe mai detto?

Ora, un F-35 statunitense “invisibile” è stato di fatto distrutto, con gli Stati Uniti che hanno ammesso che il pilota è stato colpito da “schegge” e ha effettuato un “atterraggio brusco” dopo che in un video diffuso dall’Iran si vedeva l’aereo essere colpito da un missile a infrarossi.

Allo stesso modo, il Qatar ha ammesso ufficialmente i gravi danni subiti dal più grande terminale di GNL al mondo:

QatarEnergy@qatarenergyFornendo un aggiornamento sui danni causati dagli attacchi missilistici alla città industriale di Ras Laffan, S.E. il ministro Saad Sherida Al-Kaabi ha dichiarato: «Gli attacchi missilistici hanno ridotto la capacità di esportazione di GNL del Qatar del 17% e causato una perdita stimata di 20 miliardi di dollari di entrate annuali – Gravi danni alle nostre20:21 · martedì 19 marzo 2026 · 498.000 visualizzazioni66 risposte · 611 condivisioni · 1,6K Mi piace

– La riparazione dei gravi danni subiti dai nostri impianti produttivi richiederà fino a cinque anni e ci costringerà a dichiarare una situazione di forza maggiore a lungo termine

Ora i massimi esperti mondiali di energia stanno ipotizzando ogni sorta di scenario catastrofico, qualora la chiusura dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi anche solo per qualche altra settimana.

Qualcuno ha sintetizzato bene la situazione; per dirla in altre parole:

L’Iran è sopravvissuto a decenni di sanzioni, ma il mondo non riuscirebbe a sopravvivere a due settimane di sanzioni contro l’Iran.


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La perdita di legittimità precede la caduta degli imperi_di Auguste Maxime

La perte de légitimité précède la chute des empires

La perdita di legittimità precede la caduta degli imperi

L’impero americano si è a lungo proclamato difensore della democrazia, dei diritti umani, della pace e della prosperità. Ma il crescente divario tra questa narrativa e la realtà ne mina la legittimità.

Il più propizio

giovedì 19 marzo 20265

Il confronto tra Stati Uniti e Iran verte sul controllo dello Stretto di Ormuz, arteria vitale del commercio energetico mondiale. Se Washington non riuscisse a garantire la sicurezza di questo corridoio essenziale, la sua credibilità come garante dell’ordine internazionale ne risulterebbe gravemente compromessa.

Una situazione del genere ricorda la crisi del Canale di Suez del 1956, quando il Regno Unito, incapace di imporre la propria volontà all’Egitto di Nasser e sotto la pressione degli Stati Uniti, mise brutalmente in luce i limiti del proprio potere. È così che Ray Dalio interpreta questa nuova guerra in Medio Oriente.

Potere e legittimità

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Sono numerosi gli indicatori regolarmente utilizzati per valutare il relativo declino della potenza americana: « sovraestensione » del suo esercito, indebolimento industriale, aumento delle disuguaglianze, calo dell’aspettativa di vita, massiccio indebitamento, insuccessi militari o ascesa della Cina. Ma un impero non si mantiene solo con la forza.

Si basa su una combinazione di potere e legittimazione — ideologica, culturale o persino religiosa. In Tout empire périra, lo storico francese Jean-Baptiste Duroselle sottolinea che la perdita di legittimità costituisce uno dei fattori più profondi e decisivi del declino imperiale.

Per mantenersi, un impero come gli Stati Uniti deve apparire, agli occhi delle popolazioni dominate, delle élite periferiche e di una parte della propria società, come una potenza rispettabile — garante di un certo ordine, di una relativa prosperità e di valori universali.

Finché tale legittimità regge, il potere può essere esercitato a un costo relativamente basso. Ma quando essa comincia a sgretolarsi, il ricorso alla forza diventa sempre più costoso e inefficace. Infatti, le resistenze si moltiplicano, si formano coalizioni ostili e cresce la contestazione interna.

Quando un impero viene percepito come arrogante, predatorio o decadente, la sua autorità va in pezzi. Si può dire che la perdita di legittimità assomigli a un fallimento: lenta e graduale all’inizio, poi brutale e irreversibile alla fine. Sembra che gli Stati Uniti siano ormai entrati in questa seconda fase.

Il lato nascosto delle «sanzioni economiche»

Uno dei principali strumenti del potere americano risiede nel ricorso alle sanzioni economiche, reso possibile dal controllo del dollaro e del sistema di pagamenti SWIFT. A lungo presentate come alternative «non violente» alla guerra, la loro estrema violenza si impone ormai alla coscienza collettiva.

Uno studio pubblicato lo scorso anno su The Lancet Global Health ha analizzato i dati sulla mortalità per fascia d’età in 152 paesi su un arco temporale di cinquant’anni (1971–2021). Lo studio evidenzia un nesso causale significativo tra le sanzioni economiche unilaterali imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione europea e un aumento sostanziale della mortalità. Secondo le stime degli autori, tali politiche sarebbero associate a circa 38 milioni di decessi in più nel periodo in esame.

Queste politiche, spesso definite «strumenti diplomatici» o «pressioni mirate», funzionano in realtà come veri e propri embarghi unilaterali, imposti al di fuori di qualsiasi quadro multilaterale legittimo come l’ONU. I loro effetti sono profondamente distruttivi: compromettono l’accesso al cibo, ai farmaci essenziali, alle attrezzature mediche, all’acqua potabile e alle infrastrutture sanitarie, infliggendo così sofferenze massicce e indiscriminate alle popolazioni civili.

Nonostante i ripetuti fallimenti sul piano politico, queste misure non vengono mai messe in discussione. Cuba ne subisce le conseguenze da oltre 65 anni, mentre l’Iran e il Venezuela vi fanno fronte da decenni.

Le prime vittime sono sistematicamente le persone più vulnerabili: i bambini sotto i 5 anni e gli anziani. Lo studio dimostra che questa fascia d’età rappresenta la maggioranza dei decessi in eccesso, con effetti particolarmente marcati tra i bambini più piccoli. Dall’inizio degli anni 2010, le sanzioni avrebbero così causato la morte di oltre un milione di bambini in tutto il mondo, aggravando la malnutrizione, favorendo malattie infettive prevenibili e limitando l’accesso alle cure pediatriche di base.

Lungi dall’essere una misura «mite» o umanitaria, le sanzioni economiche unilaterali costituiscono una forma di arma di distruzione di massa indiretta, il cui costo umano è paragonabile a quello delle guerre convenzionali. Questa realtà, suffragata da dati rigorosi, richiede un dibattito urgente sulla legittimità morale e giuridica di tali misure.

Guerra di aggressione e caos regionale

La guerra che gli Stati Uniti stanno attualmente conducendo contro l’Iran si inserisce in una lunga serie di aggressioni militari nella regione, che si protraggono da oltre venticinque anni. Wesley Clark, ex generale e comandante in capo della NATO, ne ha rivelato la portata già nel 2007. Appena dieci giorni dopo l’11 settembre 2001, scopre al Pentagono una nota riservata volta a rovesciare sette paesi in cinque anni: Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e infine Iran.

Tutti questi conflitti sono stati presentati al grande pubblico come lotte per nobili cause: promuovere la democrazia, liberare un popolo oppresso, combattere il terrorismo, emancipare le donne, rovesciare un tiranno o scongiurare lo spettro delle armi di distruzione di massa. Grandi narrazioni, accuratamente costruite e compiacentemente diffuse. Ma dietro queste giustificazioni, la realtà è invariabilmente la stessa: caos, distruzione, morti e milioni di sfollati.

Oggi sono pochi quelli che credono ancora che i bombardamenti sull’Iran abbiano lo scopo di liberare le donne iraniane, di imporre un cambio di regime favorevole all’Occidente o di impedire a Teheran di dotarsi della bomba atomica. L’Iran sarebbe sul punto di dotarsi della bomba: una minaccia che Netanyahu agita da oltre trent’anni.

Il primo giorno del conflitto, un attacco sferrato dagli Stati Uniti e da Israele contro una scuola ha causato tra i 150 e i 175 morti, per lo più bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni.

Le dimissioni di Joe Kent, avvenute il 17 marzo, dalla carica di direttore del Centro nazionale antiterrorismo confermano la crisi di fiducia e il malcontento provocati da questa nuova guerra. Nella sua lettera, egli afferma che l’Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente per gli Stati Uniti. Aggiunge che questo conflitto, come l’invasione dell’Iraq a suo tempo, è stato scatenato sotto la pressione di Israele e della sua potente lobby a Washington. Teheran è uno degli ultimi attori regionali in grado di contenere l’espansionismo israeliano e il suo progetto di «Grande Israele».

Mentre si fatica a definire gli interessi statunitensi, la comunicazione della Casa Bianca suscita stupore. Donald Trump ha affermato più volte che l’esercito «si divertiva» ad affondare navi iraniane. Da parte sua, il segretario alla Difesa Pete Hegseth moltiplica le dichiarazioni bellicose — evocando una «decimazione», una «distruzione senza precedenti» o funzionari iraniani «rannicchiati come topi» —, alcune delle quali in contrasto con il diritto internazionale umanitario.

L’account ufficiale della Casa Bianca sui social media diffonde immagini di obiettivi iraniani colpiti, intervallate da sequenze tratte da videogiochi. Il pubblico a cui si rivolge questo tipo di contenuto rimane poco chiaro; il suo effetto diplomatico, invece, è disastroso. Gli alleati tradizionali degli Stati Uniti esprimono in privato il loro disagio di fronte a questa escalation e alla comunicazione di Washington, giudicata irresponsabile

Il silenzio dell’Asia sulla dichiarazione di Trump sullo Stretto di Hormuz non equivale a inazione_di Nigel Green

Il silenzio dell’Asia sulla dichiarazione di Trump sullo Stretto di Hormuz non equivale a inazione

I maggiori importatori di energia dell’Asia stanno silenziosamente cambiando strategia, puntando sulla resilienza piuttosto che sulla protezione militare delle linee di approvvigionamento a rischio

di Nigel Green18 marzo 2026

Navi nello Stretto di Hormuz. Immagine: screenshot da YouTube

Le dichiarazioni rilasciate martedì dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in cui si chiedeva perché Cina, Giappone e Corea del Sud non abbiano assunto un ruolo militare più attivo nella salvaguardia delle principali rotte di trasporto energetico, in particolare lo Stretto di Hormuz, richiamano l’attenzione su un cambiamento più profondo già in atto.

L’inazione dei maggiori importatori di energia dell’Asia segnala un cambiamento strutturale in atto, che sta già rimodellando i flussi di capitale, le catene di approvvigionamento e gli allineamenti geopolitici in tutta la regione.

Per decenni, la sicurezza del transito energetico globale ha fatto forte affidamento sul dominio navale degli Stati Uniti. Le economie asiatiche, nonostante fossero i principali acquirenti mondiali di petrolio e gas, operavano all’interno di questo quadro.

La dipendenza strategica era tollerata perché funzionava. L’energia arrivava, i costi rimanevano prevedibili e il rischio era in gran parte esternalizzato. Tuttavia, sembra che stia emergendo una nuova realtà con la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran.

Cina, Giappone e Corea del Sud non si comportano più come beneficiari passivi di un sistema guidato dagli Stati Uniti. La loro moderazione nei momenti di tensione riflette un riposizionamento calcolato.

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La loro non-intervenzione militare non è segno di compiacimento; riflette piuttosto una scelta deliberata volta a proteggere le loro economie proprio dal tipo di sconvolgimenti che un simile intervento comporterebbe.

In altre parole, la sicurezza energetica della regione si sta ridefinendo in tempo reale. Anziché proteggere le rotte, l’Asia sta riducendo la propria dipendenza da esse. I modelli di investimento emergenti confermano già questa transizione.

Le infrastrutture per il gas naturale liquefatto (GNL) si stanno rapidamente espandendo in tutta la regione. I terminali di importazione, gli impianti di stoccaggio e la capacità di rigassificazione vengono potenziati non come semplici aggiornamenti incrementali, ma come cambiamenti fondamentali. Il GNL offre maggiore flessibilità, poiché i carichi possono essere reindirizzati, i fornitori diversificati e l’esposizione diluita.

Le energie rinnovabili stanno accelerando parallelamente, non come gesti ecologici ma come imperativi strategici. Il solare, l’eolico e lo stoccaggio in batterie su scala di rete stanno ricevendo investimenti sostenuti in Cina, Giappone e Corea del Sud. La produzione interna riduce la vulnerabilità agli shock esterni. Il rischio politico diminuisce con l’aumentare della sovranità energetica.

Anche il nucleare sta tornando al centro del dibattito con nuova urgenza. Il riavvio dei reattori in Giappone e il continuo impegno della Corea del Sud nell’espansione nucleare sottolineano una consapevolezza condivisa: l’energia di base deve essere sicura, stabile e controllata a livello nazionale. E la capacità nucleare offre esattamente questo.

Gli accordi energetici bilaterali e regionali si stanno espandendo in modo silenzioso ma significativo. I contratti di fornitura a lungo termine con i produttori mediorientali, la maggiore cooperazione in materia di gasdotti e i legami più profondi con gli esportatori di energia del Sud-Est asiatico puntano tutti allo stesso obiettivo: la diversificazione per allontanarsi dai punti di strozzatura e dal rischio di concentrazione.

Come stiamo vedendo in tempo reale, i mercati dei capitali non stanno aspettando conferme. Stanno già scontando questo cambiamento. I fondi infrastrutturali, i fondi sovrani e gli investitori istituzionali stanno aumentando le allocazioni verso asset energetici asiatici che favoriscono la resilienza piuttosto che la sola efficienza.
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I porti progettati per la movimentazione di GNL, i progetti di energia rinnovabile collegati alle reti nazionali e le catene di approvvigionamento nucleare stanno attirando un interesse costante. I comitati di investimento stanno ponendo meno enfasi sui vantaggi di costo marginale e più sulla continuità dell’approvvigionamento.

Tale riposizionamento comporta implicazioni a lungo termine per i prezzi globali dell’energia e i flussi commerciali. Una minore dipendenza da singole rotte di transito riduce l’impatto delle interruzioni in quei corridoi. La volatilità dei prezzi legata ai focolai geopolitici diventerà meno acuta nel tempo man mano che la diversificazione prenderà piede.

L’influenza degli Stati Uniti sulla sicurezza energetica, pur rimanendo significativa, va incontro a una graduale diluizione. L’autonomia asiatica sta aumentando attraverso l’accumulo di capacità piuttosto che attraverso il confronto nello Stretto di Hormuz.

Anche le dinamiche valutarie potrebbero cambiare man mano che il commercio energetico regionale diventa più diversificato. Gli accordi bilaterali prevedono sempre più spesso il regolamento in valute locali, riducendo l’esposizione alla volatilità del dollaro nelle transazioni energetiche. Passi incrementali in questa direzione potrebbero avere un impatto cumulativo sull’architettura finanziaria globale nel tempo.

La strategia aziendale in tutta l’Asia riflette la stessa logica. I settori ad alto consumo energetico stanno investendo direttamente nella sicurezza dell’approvvigionamento, dalla generazione captive di energia rinnovabile all’approvvigionamento a lungo termine di GNL. L’integrazione verticale sta guadagnando terreno, poiché le aziende cercano un maggiore controllo sui costi di produzione e sulla continuità.

Il rischio legato alla sicurezza energetica viene ridistribuito piuttosto che eliminato. Una maggiore produzione interna e importazioni diversificate comportano a loro volta sfide in termini di intensità di capitale e di esecuzione. L’intermittenza delle energie rinnovabili, gli ostacoli normativi nel settore nucleare e le strozzature infrastrutturali rimangono vincoli reali. Ciononostante, la direzione da seguire è chiara.

I mercati sono ora fortemente concentrati sulle azioni concrete, come lo schieramento di truppe, i movimenti navali e le dichiarazioni politiche. Ma la visione più approfondita deriva probabilmente dal valutare l’inazione dell’Asia.

Il rifiuto di Cina, Giappone e Corea del Sud di intervenire militarmente per garantire la sicurezza delle rotte energetiche segnala l’adesione a un modello nuovo e diverso, meno dipendente da garanzie esterne e più radicato nelle capacità interne e regionali.

Gli investitori che considerano questo momento come un’anomalia temporanea rischiano di non cogliere la più ampia riorganizzazione già in atto.

I paesi BRICS si scontrano con la realtà nella guerra in Medio Oriente_di Mohan C Raja

I paesi BRICS si scontrano con la realtà nella guerra in Medio Oriente

È l’ultimo esempio del persistente fallimento della solidarietà transnazionale.

Mohan-C-Raja-foreign-policy-columnist
Mohan-C-Raja-foreign-policy-columnist

Di C. Raja Mohan, editorialista di Foreign Policy ed ex membro del Consiglio consultivo per la sicurezza nazionale dell’India.

Chinese Premier Li Qiang talks with Indian Prime Minister Narendra Modi at the BRICS summit in Rio de Janeiro, Brazil, on July 7, 2025.
Il premier cinese Li Qiang conversa con il primo ministro indiano Narendra Modi in occasione del vertice BRICS tenutosi a Rio de Janeiro, in Brasile, il 7 luglio 2025.

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16 marzo 2026, ore 12:21

A due settimane dall’inizio della guerra nel Golfo Persico, il BRICS non ha rilasciato alcuna dichiarazione congiunta sul conflitto. Ciò ha deluso molti sostenitori del BRICS, sia in Oriente che in Occidente, che immaginavano il gruppo come un contrappeso credibile al potere statunitense e un precursore di un ordine multipolare. Eppure questo fallimento non dovrebbe sorprendere nessuno. Era già preannunciato dalla struttura stessa del gruppo.

Guerra in Iran

Analisi e notizie.

Come gruppo, il BRICS ha fatto ben poco anche per la Russia durante il suo pluriennale scontro con quello che Mosca definisce il «collettivo occidentale». Ora il problema si è acuito. Quando gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato un massiccio attacco militare contro l’Iran — un altro membro del BRICS — il forum ha faticato a formulare una risposta comune. Alcuni membri stanno collaborando strettamente con le operazioni militari di Washington; altri, come l’India, hanno sviluppato solide partnership con Israele.

Ma la questione va oltre i legami dei singoli membri con gli Stati Uniti o Israele. Il problema risiede all’interno dello stesso gruppo: la rivalità strutturale tra l’Iran e le monarchie conservatrici del Golfo, come gli Emirati Arabi Uniti, anch’essi membri del BRICS. Il divario strategico tra loro è troppo profondo. L’Iran si è sempre definito in opposizione agli Stati Uniti sin dalla Rivoluzione islamica del 1979, mentre gli Emirati Arabi Uniti e le altre monarchie del Golfo sono da tempo alleati di Washington.

L’aspettativa che i paesi BRICS possano assumere una posizione chiara sul conflitto ha ben pochi fondamenti nella realtà. Anche se l’India, che attualmente detiene la presidenza del gruppo, riuscisse a redigere una dichiarazione accettabile sia per Teheran che per Abu Dhabi, il risultato potrebbe non valere la carta su cui è scritto.

Una cosa è sottoscrivere dichiarazioni generiche su interessi comuni e rancori condivisi nei confronti dell’Occidente. Un’altra cosa ben diversa è gestire i conflitti reali tra gli stessi membri. Un’organizzazione concepita come sfida al potere occidentale si ritrova ora spettatrice passiva sia della campagna di bombardamenti di Washington contro l’Iran sia della rappresaglia di Teheran contro gli Stati del Golfo.

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Eppure questo risultato non dovrebbe sorprenderci. La storia dei BRICS durante l’ultima guerra in Medio Oriente riflette uno schema ben più antico della politica internazionale. Nel corso dell’ultimo secolo, i grandi movimenti fondati sulla promessa di una solidarietà transnazionale – il panasiatismo, il panislamismo, il panarabismo, l’internazionalismo comunista e persino il Movimento dei Paesi Non Allineati – hanno affrontato ripetutamente la stessa prova. Quando la solidarietà si scontra con l’interesse nazionale, prevale quest’ultimo.

I grandi progetti di solidarietà della storia tendono a seguire un percorso simile. Nascono con la promessa di superare i confini dello Stato-nazione attraverso un’identità condivisa — regionale, religiosa, ideologica o geopolitica. Prendono slancio nei momenti di malcontento collettivo, quando la retorica dell’unità è forte e i costi della solidarietà rimangono contenuti. Ma si frantumano non appena una crisi reale costringe i governi a scegliere tra la causa collettiva e i propri interessi nazionali.

Si pensi all’Internazionale Comunista — il Comintern — fondata nel 1919 per coordinare una rivoluzione mondiale contro il capitalismo. Le sue contraddizioni emersero chiaramente nell’agosto del 1939, quando il leader sovietico Josif Stalin firmò il Patto Molotov-Ribbentrop con la Germania nazista. Da un giorno all’altro, ai partiti comunisti di tutto il mondo fu ordinato di considerare il fascismo non come un nemico, ma come una potenza neutrale.

Due anni dopo, quando la Germania invase l’Unione Sovietica, Mosca cambiò bruscamente rotta e si alleò con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna. La politica sovietica mise in luce una semplice verità: la dottrina del «socialismo in un solo paese» implicava che l’interesse nazionale sovietico avrebbe finito per prevalere sulla solidarietà internazionale della classe operaia. Lo stesso Comintern, già svuotato di significato da questa realtà, fu formalmente sciolto da Stalin nel 1943.

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Il panasiatismo non ha dato vita a una risposta regionale comune contro l’imperialismo. Durante la seconda guerra mondiale, la Cina era impegnata in una lotta contro il Giappone imperiale, i nazionalisti indiani contro la Gran Bretagna, gli indonesiani contro gli olandesi e gli indocinesi contro sia i francesi che i giapponesi. Alcuni erano disposti ad accettare l’appoggio giapponese e persino tedesco contro le potenze coloniali europee. Altri nazionalisti cercavano invece il sostegno occidentale contro il Giappone.

Il panarabismo seguì un percorso simile. La visione del leader egiziano Gamal Abdel Nasser di una nazione araba unita raggiunse il suo apice con la creazione della Repubblica Araba Unita, che nel 1958 unì Egitto e Siria in un unico Stato centralizzato. L’unione crollò dopo appena tre anni. La causa del suo fallimento non fu la pressione esterna, bensì il risentimento siriano nei confronti del predominio egiziano.

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  • Il presidente del Paraguay Santiago Peña, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, partecipano alla cerimonia di firma del «Board of Peace» a Davos, in Svizzera, il 22 gennaio.Il Consiglio per la pace di Trump abbatte il muro dei BRICSIl mito di un Sud del mondo che resiste all’egemonia statunitense è svanito a Davos. This article has an audio recordingAnalisi C. Raja Mohan

Anche i governi arabi hanno faticato ad agire in modo concertato sulla questione che avrebbe dovuto incarnare la loro solidarietà: la Palestina. L’embargo petrolifero del 1973 rimane l’atto di cooperazione araba di maggiore portata, eppure anche quell’unità si rivelò effimera. Nel giro di pochi mesi, la coalizione che si era formata per sostenere l’invasione egiziano-siriana di Israele iniziò a sgretolarsi sotto la pressione di interessi nazionali divergenti.

Un altro duro colpo all’idea dell’unità politica araba si verificò nel 1990, quando l’Iraq invase il Kuwait. Uno Stato arabo ne attaccò un altro e, in risposta, il mondo arabo si divise nettamente. Da allora, la Lega Araba è rimasta per lo più un semplice spettatore delle crisi della regione.

Gli eventi recenti hanno confermato lo stesso schema. Non c’è stata alcuna risposta collettiva da parte del mondo arabo alla brutale campagna militare condotta da Israele a Gaza in seguito al terribile attacco sferrato da Hamas contro Israele nell’ottobre 2023. L’Egitto e la Giordania hanno mantenuto i propri trattati di pace con Israele. Gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, che avevano normalizzato le relazioni con Israele nell’ambito degli Accordi di Abramo, hanno mantenuto tali legami. La solidarietà araba con la Palestina è rimasta un forte sentimento politico, ma raramente si è tradotta in azioni decisive.

Il panislamismo non ha avuto sorte migliore. L’Organizzazione della Cooperazione Islamica riunisce 57 Stati a maggioranza musulmana e rilascia comunicati pieni di dichiarazioni di unità. Eppure la realtà politica del mondo musulmano racconta una storia ben diversa. L’Iran e l’Iraq hanno combattuto una delle guerre più lunghe e sanguinose del XX secolo. La Libia e il Sudan sono campi di battaglia per potenze rivali a maggioranza musulmana. L’Arabia Saudita e l’Iran hanno condotto una rivalità prolungata attraverso proxy in tutta la regione. Oggi, quel conflitto è entrato in un’altra fase con l’intensificarsi del confronto dell’Iran con le monarchie del Golfo.

Anche le organizzazioni regionali fondate sulla cooperazione pragmatica hanno incontrato limiti simili. L’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), ampiamente considerata uno dei raggruppamenti regionali di maggior successo, opera in base al principio del consenso. Eppure proprio questa regola spesso paralizza l’organizzazione. Le Filippine, uno dei membri fondatori dell’ASEAN e attuale presidente, hanno dovuto affrontare intense pressioni cinesi nel Mar Cinese Meridionale nell’ultimo decennio. Ma l’ASEAN non può condannare collettivamente Pechino a causa della profonda interdipendenza economica della regione con la Cina e degli stretti legami strategici di quest’ultima con due dei membri del gruppo, la Cambogia e il Laos.

L’America Latina offre un altro esempio recente. Quando a gennaio gli Stati Uniti sono intervenuti in Venezuela e hanno arrestato il presidente Nicolás Maduro, la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi ha convocato una riunione d’emergenza. La riunione si è conclusa senza che si raggiungesse un accordo. Il presidente argentino Javier Milei e diversi governi di destra si sono opposti a qualsiasi condanna dell’azione di Washington.

Il BRICS sembra ora seguire lo stesso percorso. L’India, che detiene la presidenza, ha avuto frequenti contatti con il ministro degli Esteri iraniano durante la crisi, non per organizzare una risposta collettiva, ma per garantire la sicurezza della navigazione indiana attraverso lo Stretto di Ormuz.

Il sistema globale rimane un insieme di Stati nazionali sovrani. I governi devono rendere conto ai propri elettori, che hanno interessi concreti: la sicurezza e la prosperità. La solidarietà transnazionale può alimentare la retorica, ma è difficile sacrificare gli interessi nazionali in nome di una sicurezza collettiva fondata sul principio «tutti per uno e uno per tutti».

La Lega Araba, l’ASEAN, i BRICS, il Comintern, la Comunità degli Stati dell’America Latina e dei Caraibi e l’Organizzazione dei Paesi Islamici sono tutte nate da aspirazioni comuni definite nei termini più generici possibili. Ciò non è sufficiente per dare vita a un’azione unitaria in caso di conflitto su larga scala.

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C. Raja Mohan è editorialista di Foreign Policy, illustre professore presso il Motwani Jadeja Institute for American Studies dell’O.P. Jindal Global University, titolare della cattedra della Korea Foundation in geopolitica asiatica presso il Council for Strategic and Defense Research ed ex membro del Consiglio consultivo per la sicurezza nazionale indiano. X: @MohanCRaja

Il Consiglio per la pace di Trump abbatte il muro dei BRICS

Il mito di un Sud del mondo che resiste all’egemonia statunitense è svanito a Davos.

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Di C. Raja Mohan, editorialista di Foreign Policy ed ex membro del Consiglio consultivo per la sicurezza nazionale dell’India.

Paraguayan President Santiago Peña, U.S. President Donald Trump, and Qatari Prime Minister Sheikh Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani participate in the signing ceremony of the Board of Peace in Davos, Switzerland on Jan. 22.
Il presidente del Paraguay Santiago Peña, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim Al Thani, partecipano alla cerimonia di firma del «Board of Peace» a Davos, in Svizzera, il 22 gennaio.

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27 gennaio 2026, ore 8:10

Il lancio del «Board of Peace» da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, avvenuto la scorsa settimana in occasione del Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, è stato condannato come un progetto imperialista e deriso per la variegata schiera di personaggi che ha attirato. Tuttavia, lo scherno non può nascondere l’audacia geopolitica dell’iniziativa. Che abbia successo o meno, il Consiglio per la Pace di Trump rappresenta già il tentativo più radicale di modificare, se non addirittura di soppiantare, l’ordine globale stabilito nel 1945. A differenza dei numerosi attacchi retorici alle Nazioni Unite nel corso dei decenni, Trump ha creato un formato e una potenziale istituzione che un giorno potrebbero rivaleggiare con l’ONU.

Il secondo mandato di Trump

Rapporti e analisi continui

Il Consiglio per la Pace è nato come meccanismo con un mandato limitato volto a promuovere la pace e la ricostruzione a Gaza in seguito ai violenti attacchi sferrati da Israele dopo il brutale attacco di Hamas dell’ottobre 2023. Lo scorso novembre, la Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato Trump a guidare personalmente questo consiglio. Trump ha audacemente esteso tale mandato per coprire la pace e la sicurezza oltre i confini di Gaza. Non si è preoccupato di smentire le crescenti accuse secondo cui il suo vero obiettivo sarebbe quello di emarginare lo stesso Consiglio di Sicurezza.

Data la smisurata ambizione dell’amministrazione Trump, ci si sarebbe potuti aspettare che il forum dei BRICS – l’autoproclamata avanguardia della politica anti-egemonica e paladina del Sud del mondo – si scagliasse con veemenza contro il presidente degli Stati Uniti. Ma il BRICS si è rivelato il leone che non ruggiva. Invece di confrontarsi con Trump, molti dei suoi membri e aspiranti hanno agevolato il suo progetto, sia aderendovi in silenzio sia chiudendo un occhio.

Il Consiglio della Pace è strutturato attorno a una figura esecutiva di grande potere — lo stesso Trump — che detiene il controllo sulla composizione dell’organismo e il diritto di veto sulle sue politiche. Egli ricopre questa carica a vita, non solo in qualità di presidente degli Stati Uniti. Il Consiglio prevede inoltre un sistema di adesione a più livelli. L’adesione standard ha una durata di tre anni; un seggio permanente può essere acquistato per 1 miliardo di dollari.

Trump ha invitato quasi 60 paesi in occasione del lancio a Davos; circa 25 – tra cui Indonesia, Arabia Saudita, Egitto, Giordania, Turchia, Pakistan, Qatar ed Emirati Arabi Uniti – hanno aderito all’iniziativa. Anche una manciata di paesi europei fuori dal coro – Ungheria, Bulgaria e Bielorussia – hanno aderito all’iniziativa. La presenza di Egitto, Indonesia ed Emirati Arabi Uniti – tre nuovi membri del BRICS+ – è stata sorprendente. Anche l’Arabia Saudita, invitata al BRICS ma non ancora membro ufficiale, ha aderito. L’Argentina, che aveva rifiutato l’adesione al BRICS sotto la presidenza di Javier Milei, si è presentata a Davos per allinearsi al nuovo ordine di Trump.

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Tra i membri originari del BRICS, il Sudafrica non è stato invitato. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha respinto l’invito di Trump, definendo il consiglio un tentativo «di creare una nuova ONU di cui lui, e solo lui, sia il proprietario». Lula ha chiamato il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro indiano Narendra Modi, sollecitando un coordinamento più stretto tra i paesi del BRICS e avvertendo che il consiglio di Trump “minaccia la multipolarità e il multilateralismo istituzionale”. L’attivismo di Lula ha sottolineato il disagio del Brasile, ma non è riuscito a produrre una risposta unitaria da parte del BRICS.

Anche la Cina ha espresso le consuete critiche di rito, evitando però un inasprimento della situazione. Un portavoce del Ministero degli Esteri ha affermato che «la Cina difenderà con fermezza il sistema internazionale incentrato sull’ONU». Il tono era insolitamente moderato, a testimonianza della riluttanza della Cina a provocare Trump in un momento caratterizzato da pressioni tariffarie e negoziati commerciali in corso.

Da parte sua, l’India non ha né accettato né rifiutato l’invito. Nuova Delhi ha già abbastanza problemi con Trump – dai dazi alla sua ingerenza nel conflitto con Islamabad – e non vede alcun vantaggio nell’antagonizzarlo pubblicamente. Eppure il primo ministro Narendra Modi aveva validi motivi per restare fuori. Se il consiglio si fosse limitato a Gaza, avrebbe potuto trovare uno spazio per partecipare. Ma una volta che Trump ha esteso il mandato alla pace globale e alla risoluzione dei conflitti, l’India ha temuto – ragionevolmente – di potersi un giorno ritrovare nel mirino dell’attivismo di Trump.

Questa preoccupazione non riguarda il Kashmir in sé. Deriva dalle ripetute affermazioni dello stesso Trump secondo cui avrebbe fermato la guerra tra India e Pakistan nel maggio 2025 e dalla sua presunta volontà di promuovere una grande pace tra Nuova Delhi e Islamabad. La classe politica indiana è praticamente unanime nel rifiutare qualsiasi mediazione esterna — figuriamoci da parte di Trump — per risolvere il conflitto con il Pakistan.

La reazione della Russia è stata la più curiosa. Il presidente Vladimir Putin ha affermato che Mosca avrebbe «esaminato» la proposta e «consultato i propri partner strategici», aggiungendo che la Russia avrebbe potuto contribuire al nuovo consiglio con 1 miliardo di dollari provenienti da beni russi congelati — un’osservazione interpretata più come un finto interesse che come entusiasmo. Ma non c’è alcun dubbio sulla riluttanza di Putin a sfidare il tentativo di Trump di minare l’ONU. Questo deve essere piuttosto doloroso per Putin, che considera sacro il ruolo della Russia nella costruzione dell’ordine post-seconda guerra mondiale insieme agli Stati Uniti e incentrato sulle Nazioni Unite.

Ancora più sorprendente è stata la decisione della Bielorussia — il più stretto alleato di Mosca — di aderire all’iniziativa. Non è ancora chiaro se il presidente Aleksandr Lukashenko abbia ottenuto il tacito consenso del Cremlino o abbia agito in modo indipendente. Il Vietnam, un altro firmatario inaspettato, riflette un ulteriore modello. Stato comunista vicino sia alla Russia che alla Cina, il Vietnam ha accumulato un enorme surplus commerciale con gli Stati Uniti ed è disposto a tutto pur di evitare di diventare un bersaglio della diplomazia tariffaria di Trump.

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In Asia, la maggior parte degli alleati degli Stati Uniti — tra cui Giappone, Corea del Sud e Australia — ha tenuto le distanze. L’Indonesia, invece, da tempo voce di spicco del Movimento dei Paesi Non Allineati e pilastro dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, è stata tra i primi sostenitori entusiasti dell’iniziativa. Il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha difeso l’adesione al consiglio invocandone lo scopo originario di portare la pace alla popolazione di Gaza. Prabowo ha inoltre insistito sul fatto che sedere al fianco di Israele in un organismo di risoluzione dei conflitti fosse necessario per garantire gli aiuti umanitari e la ricostruzione. Le sue osservazioni hanno segnalato il pragmatico cambiamento di Jakarta, passato da posizioni ideologicamente orientate nei confronti dei palestinesi in passato ad un allineamento transazionale con Washington.

Il cambiamento di rotta dell’Indonesia rientrava in un quadro più ampio che vedeva alcune parti del mondo islamico favorire attivamente il Consiglio per la Pace di Trump. Nel settembre 2025, una dichiarazione congiunta di Arabia Saudita, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Giordania, Qatar, Indonesia e Pakistan segnò una svolta straordinaria. Nella dichiarazione, i loro leader hanno affermato “il loro impegno a cooperare con il presidente Trump e hanno sottolineato l’importanza della sua leadership per porre fine alla guerra e aprire nuovi orizzonti per una pace giusta e duratura”. Ciò rappresenta un riconoscimento del fatto che né gli sforzi delle Nazioni Unite né le espressioni di sostegno ritualizzate del mondo islamico sono riusciti a produrre risultati concreti.

Legittimando le strutture di gestione dei conflitti guidate dagli Stati Uniti, questa dichiarazione dei paesi islamici ha preparato il terreno politico affinché il Consiglio di Sicurezza approvasse il «Board of Peace» di Trump nel mese di novembre.  La risoluzione 2803 ha autorizzato Trump a coordinare il cessate il fuoco a Gaza, la consegna degli aiuti umanitari e la ricostruzione attraverso un meccanismo internazionale speciale che riferisce al Consiglio di Sicurezza. Gli ha concesso ampia libertà di nominare team, raccogliere fondi e coinvolgere attori regionali. Sebbene definita temporanea, la risoluzione ha di fatto esternalizzato l’autorità dell’ONU a un singolo individuo.

La risoluzione è stata approvata all’unanimità, ma il suo significato è rimasto nascosto dietro le sottigliezze diplomatiche. Russia e Cina si sono astenute, consentendo l’approvazione della risoluzione senza però avallarla. Gran Bretagna e Francia hanno votato a favore. Anche i membri non permanenti dell’Europa dell’epoca – Danimarca, Grecia e Slovenia – l’hanno sostenuta. Eppure nessuno di loro ha firmato lo statuto del comitato a Davos. Gli europei avevano chiaramente sottovalutato i piani di Washington per il comitato al di là della questione di Gaza.

Anche i paesi non occidentali membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza — Algeria, Guyana, Pakistan, Panama, Sierra Leone, Somalia e Corea del Sud — hanno votato a favore. La maggior parte di essi ha dichiarato di averlo fatto per ragioni di urgenza umanitaria. Qualunque fossero le loro motivazioni, quel momento potrebbe benissimo essere ricordato come la prima volta in cui il Consiglio di Sicurezza ha ceduto il proprio mandato fondamentale — la pace e la sicurezza nel mondo — a un solo uomo.

Potrebbe questo diventare il necrologio del Consiglio di Sicurezza? Il mandato di Trump alle Nazioni Unite scade alla fine del 2027. Russia e Cina potrebbero porre il veto su un eventuale rinnovo, ma a quel punto l’organismo potrebbe aver acquisito slancio istituzionale, legittimità alternativa e autonomia finanziaria. E ben prima di allora, ha messo a nudo la fragilità di diversi presupposti che vanno per la maggiore nella politica globale.

In primo luogo, il cosiddetto Sud del mondo — che si supponeva fosse unito nella rabbia contro la campagna di Israele a Gaza — ha finito per sostenere una risoluzione che ha allentato la pressione su Israele e ha lasciato ai palestinesi ben poca voce in capitolo sul futuro di Gaza. Quando si sono trovati costretti a scegliere tra una presa di posizione morale e l’accesso alla scena geopolitica, i principali Stati del Sud del mondo hanno optato per l’influenza all’interno di una struttura guidata dagli Stati Uniti.

In secondo luogo, il BRICS — celebrato come l’avanguardia dell’ordine globale post-americano — non è riuscito a impedire ai propri membri di appoggiare la nuova organizzazione di Trump, che viola molti dei principi fondamentali del BRICS. L’espansione del blocco nel 2024-25, ampiamente salutata come trasformativa, ha invece accelerato l’incoerenza. Lungi dal controbilanciare gli Stati Uniti, il BRICS allargato si è rivelato una coalizione di Stati poco coesa e traballante, con priorità divergenti e vulnerabilità che si sovrappongono. Se questi Stati hanno una cosa in comune, è l’importanza che attribuiscono al proseguimento dell’impegno bilaterale con Washington.

Infine, il «Consiglio della pace» di Trump mette in luce una verità più profonda: l’ordine mondiale non è plasmato dagli slogan di solidarietà o dalle lodi ipocrite al multilateralismo, bensì dal calcolo dell’interesse nazionale. Qualunque cosa si possa pensare dei metodi bruschi e spietati di Trump, egli ha dimostrato la capacità di uscire dai paradigmi del passato.

Le prospettive del Consiglio della Pace dipendono dalle sorti politiche di Trump e dalla durata del suo impatto sulle politiche estere e di sicurezza degli Stati Uniti. Ma una cosa è già chiara: il mito di un Sud del mondo unito che resiste all’egemonia statunitense sotto la guida di Cina e Russia è svanito a Davos. E il muro dei BRICS, salutato come baluardo contro l’egemonia statunitense, sta mostrando profonde crepe.

Tempi difficili e fiducia_di Morgoth

Tempi difficili e fiducia

Se l’elefante sta finalmente per cadere dai trampoli, preparati

Morgoth19 marzo
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Sembra che gravi difficoltà economiche e prezzi dell’energia alle stelle siano ormai inevitabili nel prossimo futuro. Sono pessimista per natura; la lettura di Oswald Spengler e lo studio di ” Il tramonto dell’Occidente” hanno semplicemente fornito un fondamento intellettuale e filosofico a ciò che sentivo dentro di me. Perché le grandi opere d’arte e le sinfonie musicali erano ormai un ricordo del passato? Cos’era quella sinistra vacuità insita in uno spirito del tempo che si preoccupava solo del denaro?

Sorge spontanea una domanda difficile se si costruisce la propria visione del mondo partendo dal presupposto che le cose non potranno che peggiorare, anziché migliorare. Ovvero, cosa si può fare? O cosa si può fare? Non esistono soluzioni politiche? E se tutti stessimo materialmente meglio?

Qualche anno fa, scrissi un articolo in cui mi chiedevo se l’Occidente fosse un elefante che barcolla su fragili trampoli. Sebbene la mia attenzione fosse rivolta principalmente ai cavi internet piuttosto che alle forniture energetiche, la sconcertante verità che la nostra meraviglia tecnologica della modernità si regga su fragili fondamenta di legno di balsa è riemersa con forza nel contesto della guerra in Iran.

L'Occidente: un elefante sui trampoli?L’Occidente: un elefante sui trampoli?Morgoth·8 ottobre 2022Leggi la storia completa

Il Daily Mail, che non si è mai tirato indietro di fronte all’iperbole, ha pubblicato questo titolo.

È impossibile dire se questa previsione apocalittica si avvererà, ma almeno un certo grado di sofferenza sembra inevitabile a questo punto. Ciò che l’articolo non menziona, ovviamente, è che la popolazione è ora estremamente “diversa” e, se sottoposta a sufficienti pressioni, rischia di frammentarsi in base a fattori etnici e identitari, aggravando drasticamente lo stress sulla società.

Qui assistiamo all’angosciante follia di creare una società multiculturale alimentata da ricchezze derivanti dal debito e da ideali infantili nati da focus group. La verità è che la Gran Bretagna multiculturale non è mai stata realmente messa alla prova, non davvero. Un paese omogeneo può resistere a carestie e guerre, collassi economici e al freddo, ma una società divisa al suo interno da un decreto governativo? Una nazione composta da tribù rivali e da vagabondi e relitti approdati sulla spiaggia in cerca di denaro?

Sono un pessimista, ma non un nichilista. Per tornare alla questione di cosa si debba fare se il declino graduale è inevitabile, come il susseguirsi delle stagioni, la risposta a cui sono giunto molto tempo fa è che i danni e le sofferenze devono essere attenuati il ​​più possibile.

I sostenitori dell’immigrazione, come Zoe Gardner, hanno già chiarito che nessun numero di omicidi e stupri può compensare i presunti vantaggi dell’immigrazione di massa, come afferma nel post qui sotto.

Scavando a fondo al di là dell’ipocrisia, ciò che Gardner sostiene essenzialmente è che abbiamo bisogno di una maggiore biomassa umana per compensare il fatto che non stiamo replicando la nostra stessa biomassa umana a sufficienza. Se non ci riusciamo, allora il “sistema” si trova in difficoltà. Fondamentalmente, deve prevalere il sistema della crescita infinita e dell’economia neoliberista, non le distinte etnie.

Eppure, ora vediamo che il sistema sta sgretolandosi a livello macro, a prescindere da quanti immigrati paghino le pensioni e fungano da “quantitative easing umano” per i mercati obbligazionari. In quest’ottica, gli esseri umani non sono diversi dalle riserve energetiche che attualmente bruciano nelle sabbie dell’Arabia e del Golfo Persico, una risorsa o un capitale che lubrifica la Torre di Babele globalista.

Perestroika occidentale: Trump è il Gorbaciov dell'Occidente?Perestroika occidentale: Trump è il Gorbaciov dell’Occidente?Morgoth·20 gennaio 2024Leggi la storia completa

I già di per sé dubbi meriti delle argomentazioni a favore dell’immigrazione diventano insostenibili se le infrastrutture di base sono in fiamme; tutto ciò che rimane sono città e paesi abitati da minoranze bianche, avvelenati da un settarismo e un risentimento latenti. Tutto per niente.

L’argomentazione secondo cui “l’immigrazione può non piacere, ma fa funzionare il sistema” presuppone che le conseguenze negative possano essere compensate, anche se ormai sembrano comunque arrivare. La polveriera multietnica ha quindi creato una situazione peggiore della semplice povertà, peggiore del semplice attraversare un periodo difficile; è un moltiplicatore di miseria e conflitti.

È vero che un Regno Unito composto esclusivamente da bianchi avrebbe troppi anziani rispetto ai giovani. Sarebbe una sfida, una lotta, ma alla fine, grazie anche alla maggiore accessibilità economica degli alloggi dovuta al calo demografico, le persone si stabilizzerebbero e la situazione potrebbe migliorare. Ci sono cose peggiori della povertà. Ci sono scenari infinitamente peggiori del tornare alle diete che la nostra gente seguiva negli anni ’50; è solo che siamo talmente imbevuti dello spirito progressista che i periodi di difficoltà sono diventati impensabili.

Il patto satanico su cui si fonda la nostra civiltà è la promessa di vivere in un’eterna estate, di giornate sempre lunghe, raccolti abbondanti e miele dolce. Tutto ciò che ci è costato è la nostra terra, il nostro futuro e le nostre anime. L’idea stessa di dover abbassare le aspettative, accontentarci e ritirarci per recuperare le energie è un anatema.

Tempi duri in arrivo, sia a causa delle ultime follie in Medio Oriente, sia per qualche altro fattore ancora sconosciuto. Quelli che sarebbero stati tempi duri in una società omogenea e basata sulla fiducia, si trasformeranno invece in tempi duri in un contesto in cui gli stranieri manipolano i sistemi e i sussidi in base alle proprie lealtà tribali e di gruppo, ormai estirpate dalla popolazione locale.

Allora cosa si deve fare?

La risposta che do da anni è localismo e reti di fiducia.

Qualche anno fa, ho passato un paio di giorni a ripulire il giardino di un anziano signore da rovi e sterpaglie. Lo conoscevo perché frequentavo il pub del paese. Non era un lavoro impegnativo: si trattava di potare con le cesoie, usare il decespugliatore e vangare grossolanamente quel piccolo appezzamento di terra. Qualche settimana dopo, si è presentato improvvisamente alla mia porta con scatole di cartone piene di patate da semina pronte per essere fatte germogliare. Erano così tante che non avevo spazio sufficiente per coltivarle tutte. Potrei considerarlo un pareggio, un favore per un favore; invece, ho intenzione di portargli un cesto di porri, fagioli e pomodori a metà estate, quando andrò al pub.

Anziché dilungarci in discorsi entusiastici sul localismo o sulla coltivazione di ortaggi, consideriamo piuttosto ciò che è accaduto tra uomini completamente al di fuori del sistema.

1. Innanzitutto, è necessario recidere le catene isolanti dell’atomizzazione e stabilire un contatto con altri uomini della zona.

2. Attraverso la conversazione si è trovato un terreno comune ed è stato offerto un favore.

3. Il favore viene successivamente ricambiato con la consegna di una grande quantità di beni.

4. Le basi saranno, in futuro, ulteriormente consolidate da un ulteriore scambio.

5. Ora che la fiducia è stata instaurata, si possono concordare ulteriori favori e servizi. Ad esempio, l’anziano ha un amico meccanico in pensione, e quest’ultimo ha un figlio che se ne intende molto di riparazione di computer.

Qui non sta accadendo nulla di grandioso. Non ci sono grandi teorie o ideologie unificanti. Si tratta piuttosto di goffi e incerti passi indietro, che si allontanano dall’individuo isolato e dipendente dai sistemi, e dall’embrionale emersione di reti di fiducia. È ciò che rafforzerà la popolazione autoctona di fronte al tribalismo importato, che sta facendo lo stesso, ciò che sopravviverà quando i trampoli si spezzeranno e si frantumeranno sotto il peso smisurato dell’elefante.

È ciò che rimarrà quando la politica e tutto il resto falliranno.

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L’Occidente: un elefante sui trampoli?

La visione progressista della storia è forse un miraggio che poggia su fondamenta fragili?

Morgoth

8 ottobre 2022

C’è una scena in *Matrix Reloaded* in cui il consigliere Hamann coinvolge Neo in una conversazione e gli propone di fare una passeggiata fino al livello tecnico della città del mondo reale, curiosamente chiamata «Zion». Hamann spiega a Neo che gli piace passeggiare nelle viscere del quartiere tecnico a tarda sera perché gli ricorda i meccanismi grezzi che mantengono in funzione la loro città ribelle. È qui che l’aria viene purificata ed è qui che l’acqua viene trattata, è qui che viene generata l’elettricità.

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Hamann, in quanto figura di autorità e potere all’interno di Zion, deve essere consapevole del fatto che sono le macchine a mantenere in vita i cittadini, cosa di cui questi ultimi non si rendono conto. Infatti, quasi nessuno pensa nemmeno che l’aria che respirano sia filtrata attraverso processi meccanici che possono guastarsi, e che a volte si guastano davvero. Hamann dice a Neo, con tono piuttosto minaccioso, che è solo quando le macchine si guastano che le persone se ne rendono conto.

Allo stesso modo, possiamo immaginare una giovane donna che si gode caviale e champagne sui ponti superiori del Titanic. Ha il lusso di essere completamente ignara del pensiero, dell’abilità e della maestria tecnica che sono serviti a mantenere freddo il suo gelato e caldo il suo tè.

Non ho la più pallida idea di come funzioni la tecnologia che sto usando per scrivere questo articolo, proprio nessuna. Va bene, lo ammetto, tendo a schierarmi dalla parte dei “tecnofobi”. Non ho dubbi che molti lettori saprebbero spiegarmi come funziona la tastiera o l’hosting di Substack o il modo in cui i contenuti fluiscono attraverso il web da e verso la Silicon Valley — ammesso che lo facciano — ma, tutto sommato, per me potrebbe anche trattarsi di magia. Non sono molto diverso dalla giovane signora sul Titanic che dà per scontato di poter ordinare un gelato mentre è seduta in una gigantesca vasca di metallo che galleggia (temporaneamente) sull’Oceano Atlantico.

Ci sono molti segreti e misteri che giacciono sepolti nei fondali freddi e remoti dell’Oceano Atlantico. Il Titanic è uno di questi e, come ho scoperto di recente, i cavi Internet che collegano l’Europa all’America ne sono un altro. Anche se, quando dico «scoperto», credo di esserne già a conoscenza; semplicemente non ci avevo riflettuto molto perché… a chi importa?

Ma poi ci ho riflettuto. La realtà in cui viviamo nel XXI secolo è definita da Internet. I nostri sistemi economici, le reti di comunicazione e le catene di approvvigionamento si basano tutti sull’infrastruttura di un mondo interconnesso offerta da Internet. È forse l’apice del successo faustiano: lo spazio è stato finalmente annullato del tutto e reso irrilevante. L’unico problema è che questo miracolo ingegneristico galleggia sott’acqua, con i granchi che gli corrono sopra.

Un vecchio servizio della CNN articololo descrive così:

«Prima che le navi posacavi salpino, inviano un’altra imbarcazione specializzata che mappa il fondale marino nella zona in cui intendono operare», ha spiegato Stronge di TeleGeography. «Vogliono evitare le zone con forti correnti sottomarine, vogliono sicuramente evitare le aree vulcaniche ed evitare forti dislivelli sul fondale marino».

Una volta tracciato e verificato il percorso e assicurati i collegamenti a terra, le enormi navi posacavi iniziano a scaricare le attrezzature.

Con l’espressione «dislivello» si intende la scomoda realtà secondo cui forse l’infrastruttura più vitale del mondo occidentale è sospesa sul bordo di scogliere sottomarine, senza dubbio ricoperte di alghe e molluschi. Questo, insieme ai vulcani (!), rappresenta un problema e va evitato. Tuttavia, l’Oceano Atlantico non è una distesa sabbiosa piatta, ma presenta catene montuose, gole e valli profonde, attraverso le quali i cavi di Internet penzolano precariamente, trasportando le nostre finanze, le nostre amicizie e le informazioni che vi circolano.

Un vero e proprio cavo Internet sotto l’Atlantico

Non è mia intenzione qui speculare su ciò che potrebbe andare storto, ma illustrare come noi occidentali stiamo diventando sempre più consapevoli dell’infrastruttura su cui si fonda la nostra realtà. Uso qui intenzionalmente la parola «realtà» perché è proprio questo che intendo, piuttosto che il benessere materiale o la ricchezza. La nostra realtà, il modo in cui elaboriamo e comprendiamo la vita, si è basata in gran parte su un presupposto a priori dell’innovazione tecnologica che è diventato così onnicomprensivo da farci dimenticare persino che esistesse, o almeno da indurci a darlo per scontato.

Da bambino ho sempre pensato che le luci natalizie conferissero al soggiorno un’atmosfera sacra e magica. La nostra banale casa popolare veniva, per alcune settimane all’anno, “incantata” da festoni e luci scintillanti. Ogni anno, il giorno di Capodanno, mia madre toglieva tutte le decorazioni, riportando la vita – la mia realtà – alla grigia normalità. Ero particolarmente abbattuto quando vedevo le luci natalizie, un tempo scintillanti, ridotte a grovigli di cavi grigi in scatole da scarpe.

Le luci brillano da tantissimo tempo in Occidente, ma ora stiamo cominciando a renderci conto che i festoni non sono altro che fili con dei pezzi di plastica attaccati e che la neve esce da una bomboletta spray.

L’anno scorso, in questo periodo, avevo solo una vaga idea di cosa fosse il nitrato di potassio; ora invece lo so bene, perché scarseggia e potrebbe benissimo causare una carenza di generi alimentari. I periodi di abbondanza dipendevano in gran parte dall’agricoltura intensiva che utilizzava composti chimici come azoto, potassio e fosfati. Non è solo la guerra tra Russia e Ucraina a interferire con l’approvvigionamento di questi materiali cruciali, ma è all’opera anche la mano sempre presente (e molto spesso nascosta) dell’Agenda sul Cambiamento Climatico.

Non è raro che i dissidenti occidentali ricorrano, con una certa ironia, alla frase «pane e giochi circensi» quando descrivono ciò che tiene soggiogate le masse. Tuttavia, il più delle volte sono proprio i giochi circensi a essere al centro dell’attenzione, e non il pane. Vale a dire, il complesso accademico, dell’intrattenimento e dei media che guida l’ideologia, e non i generi alimentari e le condizioni materiali utilizzati per mantenere le pance piene e ridurre al minimo rivolte e rivoluzioni.

La «distribuzione di grano» romana era in origine una misura temporanea che finì per diventare una caratteristica permanente della vita romana per secoli. Tuttavia, quel grano doveva essere importato principalmente (ma non esclusivamente) dall’Egitto. La questione sembra quindi piuttosto semplice, se non fosse che quelle forniture di grano dovevano attraversare le acque del Mediterraneo, infestate dai pirati. Per impedire che le loro preziose scorte alimentari cadessero nelle mani dei pirati, i Romani dovevano mantenere il dominio strategico sul Mar Mediterraneo. Ciò richiedeva navi e uomini per equipaggiarle; quegli uomini dovevano essere pagati e la loro paga doveva essere in denaro che avesse effettivamente un valore.

La grandezza dell’Impero Romano sta nel fatto che riuscì a mantenere unito questo sistema vasto e complesso per ben 700 anni(!)

Un’espressione come «pane e giochi circensi» implica il presupposto che un’élite dirigente si occupi degli affari di Stato e che le masse non debbano preoccuparsi né dei pirati, né dell’inflazione, né della carenza di legname per i cantieri navali, né del fatto che il raccolto sia andato a male. L’idea era quella di mantenere il pubblico in uno stato di innocenza quasi infantile, mentre la responsabilità veniva affidata ad altri.

Per riprendere la mia analogia di prima, era il delicato bagliore delle luci dell’albero di Natale ad attirare l’attenzione della gente, non la prolunga e le prese elettriche.

I dissidenti occidentali hanno trascorso anni a mettere in luce le falle ideologiche e le ingiustizie dell’Occidente: la sua ipocrisia e i suoi due pesi e due misure, le sue menzogne, le sue falsità e le sue contraddizioni. Negli ultimi cinque anni circa, in particolare, abbiamo assistito a un progressivo logoramento del tessuto che tiene insieme l’Occidente in senso intellettuale. Le istituzioni erano corrotte, la scienza era stata corrotta, la politica attiva era fondata su falsità e tutto questo era sempre più evidente. Ciò ha poi portato a una censura di massa che è di per sé un tradimento di un valore liberale occidentale fondamentale.

La vita politica occidentale era vista come un sistema fallimentare, basato esclusivamente sulla legge del più forte e su giochi di potere machiavellici. Anche in questo caso, il meccanismo, la realtà, era stato messo a nudo e alla classe politica sembrava non importare affatto: tanto, in ogni caso, si finisce sempre per essere censurati.

Questa disillusione nei confronti della corrente dominante della vita intellettuale occidentale, intollerabilmente politicizzata e decisamente idiota, si riflette, a mio avviso, anche nel mondo concreto delle infrastrutture e delle catene di approvvigionamento.

I circhi si sono rivelati essere spettacoli di fenomeni da baraccone e ora ci stiamo rendendo conto che il pane si sta trasformando in blocchi proteici pieni di vermi.

I (numerosi) centri di potere che si estendono in tutto il mondo occidentale preferirebbero che non vi accorgeste delle elezioni truccate, della persecuzione delle idee eretiche o delle politiche assurde messe in atto in risposta alle emergenze. Eppure, anche i mezzi con cui queste cosiddette “guerre culturali” possono essere condotte ci vengono ora rivelati come semplici cavi che penzolano sopra le fessure sotto l’Oceano Atlantico. Il cibo per proletari che ci mantiene grassi e letargici dipende dai fertilizzanti forniti dai paesi che vogliamo distruggere e le nostre forniture energetiche si trovano in una situazione ancora più precaria rispetto ai cavi di Internet.

In un recente saggioHo posto la domanda: ««I valori woke possono sopravvivere senza il riscaldamento centralizzato?»«…». A distanza di pochi mesi mi chiedo su cosa possa fondarsi una civiltà basata interamente sul materialismo e sul consumo, se i prodotti e le comodità dovessero venire a mancare?

Nel suo dipinto del 1948 intitolato «Gli elefanti», Salvador Dalí ci invita a riflettere sulla natura effimera e sulla fragilità del potere. A prima vista Gli elefantiSembra tipicamente assurdo e surrealista. Tuttavia, a un esame più attento, ci viene rivelato qualcos’altro. Gli elefanti sono un simbolo di potere e maestosità; sembrano quasi librarsi sopra la terra, sfidando la gravità, proprio come fanno in effetti gli obelischi (simbolismo fallico) che fluttuano sopra le loro schiene. La domanda che ci poniamo inconsciamente è: si tratta di un’istantanea congelata nel tempo? Oppure è uno stato di cose permanente? L’elefante sulla destra nel dipinto sembra essere un po’ sbilanciato, come se stesse per cadere a faccia in giù sul terreno.

Osservando il dipinto di Dalí, è difficile non notare quelle zampe straordinariamente sottili e fragili su cui poggiano gli elefanti e non pensare ancora una volta a quei tubi e cavi di Internet ai quali, ammettiamolo, assomigliano davvero.

Nel nostro mondo gli elefanti non possono camminare sui trampoli, ma, a quanto pare, gli uomini possono rimanere incinti. Le persone costruiscono la loro identità e la loro visione del mondo basandosi su stimoli algoritmici che viaggiano attraverso cavi sottomarini alimentati da reti elettriche controllate da persone che vorrebbero rovesciare o uccidere.

Il progresso, inteso come fine a se stesso, viene qui messo in prospettiva. Gli elefanti di Dalí rappresentano un antidoto gradito e quanto mai necessario alla mentalità onnipresente secondo cui il progresso, sia ideologico che tecnologico, è inevitabile. Credere che sia inevitabile significa convincersi che il dipinto di Dalí sia un’immagine di permanenza e non un’istantanea scattata un secondo prima che gli elefanti si accatastino a terra.

La visione lineare della storia, che costituisce il nucleo della visione del mondo «progressista», non si basa solo su fattori ideologici, ma anche su infrastrutture materiali. Dipende dall’uso di sempre più pali per sostenere il peso di un elefante sempre più grande. In un recente discorso, l’analista geopolitico Peter Zeihan ha osservato con disinvoltura che la crisi energetica della Germania è talmente cronica che «la Germania non si riprenderà mai più». E non saranno solo i tedeschi a passare l’inverno al freddo, né sarà solo quest’inverno.

La realtà ciclica della storia sta trascinando con la forza la visione progressista e lineare della storia verso una traiettoria discendente. Da un lato, questo è un periodo molto pericoloso perché la mentalità progressista cercherà modi sempre più estremi e barbarici per sfidare il corso della storia; forse tenterà uno o due «Great Reset» per invertire la rotta.

D’altra parte, non mi preoccupa tanto l’idea di avere lo stesso tenore di vita della mia bisnonna quanto quella di vivere in un gulag digitale come un abominio transumano che mangia la carne sintetica dello zio Bill.

In sostanza, la crisi esistenziale causata dalla fine del progresso è un problema che devono affrontare i liberali progressisti, non i reazionari, i nazionalisti o i tradizionalisti.

Non sarà una bella vista, ma è meglio stare per terra che sul dorso di un elefante sui trampoli.

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La perestrojka occidentale: Trump è il Gorbaciov dell’Occidente?

Le riforme possono essere più letali delle rivoluzioni

Morgoth

20 gennaio 2024

Di recente stavo ascoltando un flussodi Sua Maestà Apostolica, in cui ha brillantemente illustrato il crollo di un Impero ideologicamente incoerente e in bancarotta, afflitto dall’inerzia burocratica sotto lo sguardo vigile di anziani esausti. Oggigiorno è considerato un po’ da baby boomer fare paragoni tra gli Stati Uniti e l’URSS; è un colpo basso, una versione di centro-destra del «tutto ciò che non mi piace è nazismo» dei liberali occidentali. Alludere agli Stati Uniti d’America come “USSA” o simili sa un po’ troppo di libertari preoccupati per l’Obamacare o le restrizioni sulle armi. Lo capisco.

Tuttavia, se considerata da una prospettiva puramente realista in cui il libro di James Burnham La rivoluzione managerialenon solo ha prevalso, ma è diventato egemonico; possiamo quindi guardare con occhi nuovi a quelli che sono, in sostanza, due imperi manageriali con caratteristiche straordinariamente simili.

Si consideri:

1. Entrambi gli imperi sono fanaticamente materialisti e attribuiscono la massima priorità alla produzione di beni di consumo.

2. Entrambi gli imperi temono e detestano il sentimento nazionalista diffuso tra la popolazione locale.

3. Entrambi gli imperi hanno creato economie gestite a livello macroeconomico con un approccio dall’alto verso il basso.

4. Entrambi gli imperi hanno una formula ideologica che sembra in contrasto con la realtà.

5. Entrambi gli imperi sono governati da un «Partito Interno» nepotista che si distingue dalle masse.

Potrei continuare. Ad esempio, entrambi gli imperi utilizzano la Germania come avamposto e base militare (ne parlerò più avanti) ed entrambi sono tecnocratici.

Nonostante ciò che i liberali occidentali potrebbero voler credere, Mikhail Gorbachev non era uno di loro. Non era un rivoluzionario focoso che voleva occidentalizzare l’URSS. Voleva salvarla dalla sua stessa stagnazione e dal marciume burocratico sclerotico. La competizione economica con l’Occidente riguardava tanto la produzione di frigoriferi quanto quella di carri armati, e gli occidentali possedevano più frigoriferi, televisori e lavatrici.

Non c’è niente di peggio per un marxista che guardare al passato con nostalgia, che vederlo sotto una luce positiva, perché farlo è intrinsecamente reazionario. Le terre promettenti del sogno socialista sono sempre a pochi passi da qualche altro plotone di esecuzione e da qualche intercettazione telefonica, e se tutti si concentrassero sull’orizzonte invece che su un passato che non è mai realmente esistito, il progresso sarebbe assicurato.

Il piano di Gorbaciov volto a ravvivare il senso di idealismo e di scopo nell’Unione Sovietica era noto come Perestrojka. Secondo lui:

L’essenza della perestrojka sta nel fatto che essa unisce il socialismo alla democrazia… Vogliamo più socialismo e, di conseguenza, più democrazia.

Va sottolineato ancora una volta che Gorbaciov era un riformista, non un rivoluzionario. Si trovò in contrasto con la «vecchia guardia» e si rivolse invece direttamente al popolo, credendo idealisticamente che tali riforme avrebbero portato a un’URSS più fiorente e rinnovata. Il pericolo della chemioterapia, ovviamente, è che una dose troppo forte spesso uccide il paziente più rapidamente del cancro stesso.

Il problema che i riformatori pongono a un sistema totalitario è che, nel momento in cui si «allentano» o si aboliscono le istituzioni chiave che detengono il potere, l’intero edificio comincia a sgretolarsi. Proprio come il sole che, con il suo calore eccessivo, erode le fondamenta di un ghiacciaio, enormi blocchi di ghiaccio iniziano a scivolare inavvertitamente in mare.

Tenendo conto di tutto ciò, possiamo ora passare a una domanda ricorrente nella destra online: perché il regime teme così tanto Donald Trump? O, per dirla in altro modo, Donald Trump è un rivoluzionario o un riformatore?

L’opinione dominante sostiene certamente che Trump sia un rivoluzionario, nel senso letterale del termine, vista la vicenda del 6 gennaio. La linea standard della burocrazia manageriale occidentale è che Donald Trump sia un aspirante dittatore che ha già tentato senza successo un’insurrezione e che la prossima volta rinchiuderà democratici e giornalisti mentre formalizza il suo Trumpen-Reich. Alla maggior parte di noi questo sembra un’iperbole assurda, ma resta il fatto che, per qualsiasi motivo, il Regime teme Trump.

Non è forse possibile che ciò che temono i seguaci del sistema sia che, proprio come accadde alla Vecchia Guardia dell’URSS, troppi scossoni e sconvolgimenti improvvisi alla struttura di potere ormai arrugginita possano sradicarla, indebolirla e forse persino portarla al collasso?

Gorbaciov voleva consegnare il promessadel comunismo, e per farlo dovette modificare radicalmente il modo in cui il sistema si era evoluto nel corso di decenni. «Allentando la presa» sull’autoritarismo e sul controllo, scatenò una moltitudine di forze, quali l’economia di libero mercato e il nazionalismo, che soffocarono il vecchio orso sovietico nel sonno. Anche Donald Trump crede nella promessa dell’America, ma di cosa si tratta esattamente?

Direi che, in quanto uomo degli anni ’80, Donald Trump vede la promessa dell’America come socialmente liberale, pur non condividendo la follia dell’ingegneria sociale imposta dall’alto dai responsabili DEI delle grandi aziende di oggi. Si tratta di un individualismo che non fa distinzioni razziali e di un atteggiamento positivo per chiunque si sforzi di fare carriera nel caldo abbraccio del capitalismo e dell’impresa privata. Non c’è nulla di particolarmente radicale in questo. In effetti, questo è essenzialmente il mondo del tipico film hollywoodiano degli anni ’80. Tuttavia, tali riforme, se attuate, comporterebbero la distruzione e l’abolizione di interi strati della struttura di potere americana — carriere, mutui e stipendi, tutti asportati dalla schiena del contribuente americano come un tumore, e il tumore non vuole questo. Inoltre, un tale allentamento del managerialismo potrebbe avere la conseguenza indesiderata di scatenare l’identitarismo bianco e il risentimento etnico tra la popolazione (ancora) maggioritaria: c’è un motivo per cui il regime ha agito in questo modo.

È opinione diffusa che le riforme di Gorbaciov abbiano portato direttamente alla caduta del muro di Berlino e alla liberazione degli Stati satellite dell’URSS nell’Europa orientale. Oggi la Germania è ovviamente uno Stato cliente fondamentale dell’Impero americano, e lo è a maggior ragione dopo la misteriosa distruzione del gasdotto Nord Stream. Donald Trump ha dettosulla vicenda del Nord Stream, quando gli è stato chiesto da Tucker Carlson:

Non voglio mettere il nostro Paese nei guai, quindi non risponderò.

Ma posso dirvi chi non è stato: la Russia. Non è stata la Russia.

E quando hanno dato la colpa alla Russia? Sai, hanno detto: «È stata la Russia a far saltare in aria il proprio gasdotto». Anche quella ti ha fatto morire dal ridere.

È quindi ragionevole supporre che, se Donald Trump fosse stato presidente, non avrebbe permesso il bombardamento del Nord Stream. Tuttavia, la questione si complica se si considera la ragione più probabile alla base della distruzione del gasdotto: annullare la dipendenza della Germania dall’energia russa ed eliminare ogni dubbio che potesse nutrire riguardo alla politica estera americana e alla guerra tra Russia e Ucraina. Se Trump fosse presidente, quindi, la Germania sarebbe più indipendente e l’Impero americano nel suo complesso ne risulterebbe indebolito. Inoltre, Trump ha espresso in passato l’opinione che l’Europa in generale dovrebbe farsi carico dei costi della difesa della NATO, allentando ancora una volta la morsa americana sul continente.

È facile lasciarsi prendere dallo sconforto di fronte al potere apparentemente insuperabile dell’«Occidente liberale» guidato dagli Stati Uniti. Ciò è dovuto principalmente al fatto che tutti gli occhi sono puntati su una forza esterna al sistema stesso, una «avanguardia rivoluzionaria». Tuttavia, una forza di destabilizzazione forse ancora maggiore è rappresentata da chi, all’interno della struttura del potere, non è consapevole delle conseguenze indesiderate del semplice tentativo di riformare un sistema gestionale sclerotico e corrotto.

Gli oppositori del regime sembrano percepire in Trump la minaccia insita nella riforma del sistema, anche se, come sostengono alcuni, l’Occidente in generale trarrebbe beneficio da un allentamento del dogma ideologico, da una riduzione della censura e da un’apertura dei parametri discorsivi che attualmente soffocano la vita intellettuale, economica e culturale della civiltà.

L’Unione Sovietica fallì secondo i propri stessi criteri, poiché la sua unica vera ragion d’essere era quella di fornire ai propri cittadini abbondanti quantità di beni materiali e prodotti di consumo. Quando questa promessa venne meno, non rimase ben altro che uno Stato di polizia gonfiato, un potere fine a se stesso con un’ideologia aggiunta a forza. Nel suo discorso per il Premio Nobel del 1991, Gorbaciov disse:

Il periodo di transizione verso una nuova qualità in tutti gli ambiti della vita sociale è accompagnato da fenomeni dolorosi. Quando abbiamo avviato la perestrojka, non siamo riusciti a valutare e prevedere tutto in modo adeguato. La nostra società si è rivelata difficile da smuovere, non pronta per grandi cambiamenti che incidono sugli interessi vitali delle persone e le costringono a lasciarsi alle spalle tutto ciò a cui si erano abituate nel corso di molti anni. All’inizio abbiamo generato incautamente grandi aspettative, senza tenere conto del fatto che ci vuole tempo perché le persone si rendano conto che tutti devono vivere e lavorare in modo diverso, smettendo di aspettarsi che la nuova vita venga concessa dall’alto.

È il modo in cui un ottimista direbbe: «Nel tentativo di riformare il sistema, l’abbiamo distrutto!»

Il rivoluzionario mira a un capovolgimento radicale dell’intero paradigma politico e della struttura del potere, anche se di solito finisce semplicemente per inserirsi nelle istituzioni già esistenti e crearne di nuove. Il pericolo del riformista sta nel fatto che ritiene che le fondamenta di un sistema siano più coerenti, solide e radicate di quanto non siano in realtà. A differenza del rivoluzionario, il riformista non si rende conto che la maggior parte dei presupposti ontologici a cui tiene tanto sono solo sciocchezze. Ad esempio, Donald Trump potrebbe adottare misure per vietare le azioni positive perché siamo tutti solo individui e la razza non ha importanza. Tuttavia, la sinistra è ben consapevole di ciò a cui porterebbe una tale politica (anche se si dimena quando le viene chiesto il perché). Allo stesso modo, un conservatore idealista (per quanto improbabile) potrebbe, in teoria, abolire tutte le insidiose norme di censura nel Regno Unito per tornare al “liberalismo classico”, con il risultato non intenzionale che il nazionalismo vecchio stile, basato su sangue e terra, riapparirebbe nel dibattito politico.

Dal punto di vista dialettico, il riformista si riveste del mantello del progressista, poiché in tale definizione è implicita l’idea che le cose siano andate storte e che sia necessario un cambiamento. Nell’Occidente contemporaneo, ciò dipinge il politicamente corretto come un dogma oppressivo che le sfortunate vittime devono sopportare, mentre presenta il critico come una forza positiva di cambiamento piuttosto che come un reazionario incazzato che implora il mondo di fermarsi.

PER SEMPRE “si”_di Michele Rallo

Le opinioni eretiche

di Michele Rallo

PER SEMPRE

“SI”

Carissimi,

da quando ha cessato le pubblicazioni il benemerito settimanale “Social” (e con esso le mie “Opinioni Eretiche”) molti amici mi hanno invitato a continuare i miei articoli su una diversa testata, o anche privatamente, come semplici comunicazioni ad amici e corrispondenti.

Ho ringraziato per l’attenzione, ma ho sempre resistito alla tentazione di ritornare sui miei passi. Giunto sulla soglia degli 80, devo per forza fare delle scelte; e ho scelto di dedicare il tempo che mi resta agli studi storici e non alla attualità politica.

Oggi, tuttavia, ho deciso di fare un’eccezione e di comunicare agli amici le ragioni della mia scelta referendaria.

Dunque, voterò per il SI, con tutto il cuore. Ma, soprattutto, con il cervello.

Vi spiego perché. Per due motivi di logica elementare e, soprattutto, per un motivo di ordine politico.

Incominciamo dal primo motivo. Giudice è chi giudica, e la sua figura deve necessariamente essere posta su un piano completamente diverso rispetto alle parti in lite. E queste parti sono – semplificando – la accusa (i pubblici ministeri) e la difesa (gli avvocati). Tenere insieme chi giudica e chi accusa è una contraddizione in termini. D’altro canto le due figure (e le due carriere) sono tenute rigidamente separate negli ordinamenti giudiziari della generalità dei paesi occidentali: dagli Stati Uniti alla Francia, dalla Germania alla Spagna, dall’Inghilterra alla Svizzera, alla Svezia, alla Norvegia, al Belgio, eccetera, eccetera. Non capisco perché in Italia dobbiamo continuare a tenerli insieme, solo per fare un favore al PD.

E, a proposito del PD, apro una parentesi. Le mie simpatie politiche non vanno alla Meloni, ma al campo dei sovranisti autentici: il generale Vannacci, Gianni Alemanno, Marco Rizzo. Ma certamente, non ho il minimo dubbio nell’affermare che la Meloni ha una caratura politica che la pone nettamente al di sopra dell’allegra brigata del “campo largo”. Ve l’immaginate se, soprattutto in un momento difficile come questo, dovessimo avere alla guida del governo una Elly Schlein, o un “Giuseppi” Conte, o magari un qualche sodale di Soumahoro o della Salis?

Chiusa la parentesi, e torniamo al referendum.

Il secondo motivo per cui voto “si”: per riaffermare gli equilibri dello Stato-di-diritto, con il potere legislativo che fa le leggi, con il potere esecutivo che dà loro attuazione, e con il potere giudiziario che le applica. La magistratura deve far rispettare le leggi che promanano dalla politica, non atteggiarsi a contro-potere che si arroga il diritto di opporre alla volontà di governo e parlamento una propria (e diversa) volontà. Non può – per esempio – opporre alla volontà del potere politico di limitare l’immigrazione illegale, una propria (ed opposta) visione sul come gestire – per restare all’esempio – il fenomeno migratorio. Così come può “interpretare” le leggi solamente per ricondurle a ciò che il legislatore aveva voluto effettivamente disporre, e non “interpretarle” (si fa per dire) per cercare il cavillo che consenta di disattendere la volontà del legislatore: per esempio, trovando un escamotage che consenta di lasciare in libertà uno stupratore seriale o un sospetto terrorista.

Altra parentesi: i responsabili di comportamenti del genere non sono “i magistrati” né tantomeno “la magistratura”, ma solamente una ristretta aliquota di magistrati “militanti”. Che però, guarda caso, si trova spesso a ricoprire incarichi importanti in sedi importanti. Come mai? Sono andato a rileggermi alcune pagine de “Il Sistema” di Palamara, e ho trovato la risposta.

Chiusa anche quest’altra parentesi. E vengo al motivo più importante, quello di carattere politico. Se dovesse passare il “no” (cosa che non mi sembra possibile, checché ne dicano Elly e compagni), ciò significherebbe lasciare nello stato attuale la problematica dell’invasione migratoria. In altre parole: se domani un qualunque governo dovesse cercare di arginare l’invasione e di colpire più duramente gli immigrati che dovessero macchiarsi di reati, basterebbe un magistrato d’assalto per vanificare tutto e rendere impossibile al legislatore di attuare la linea politica per la cui realizzazione è stato votato dal popolo sovrano. In altre parole: per sovvertire ogni parvenza di democrazia.

Questo referendum, quindi, non riguarda soltanto la separazione delle carriere dei magistrati, ma anche – di fatto – un problema assai più importante: quello della immigrazione. E sull’immigrazione – ma anche sull’ordine pubblico, sulla criminalità, sul terrorismo, eccetera – vorrei che potesse decidere il popolo sovrano. Oggi, ma soprattutto domani. Un domani che non mi appare del tutto calmo e tranquillo.

19 marzo 2026

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